ulivo velletri


febbraio 28 2006

L’ILLIBERTA’ DI STAMPA IN ITALIA 11 RICERCHE E RISOLUZIONI INTERNAZIONALI DOCUMENTANO CIO’ CHE NEL NOSTRO PAESE NESSUNO DICE Lorenzo Ansaloni http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/ "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". George Orwell Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l'Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d'informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere. Mi sono preso la briga di fare una ricerca a proposito del tema "libertà d'informazione in Italia". È un argomento che spesso accende gli animi nel nostro paese e volevo esaminare la questione con una certa equanimità, racimolando le informazioni attraverso un mezzo (Internet) che ancora non risente in maniera apprezzabile della censura e dando una netta preferenza a documenti ufficiali di organi o istituzioni autorevoli.Va da sè che, per non incorrere in una sorta di petitio principii, ho usato fonti internazionali (prevalentemente in inglese ma ho cercato di tradurre il più fedelmente possibile i paragrafi citati). Se infatti fosse vera l'ipotesi di una compromessa libertà d'informazione in Italia, questo ci dovrebbe portare a ritenere le fonti italiane "compromesse" e, almeno parzialmente, non affidabili da cui nel dubbio la preferenza per fonti internazionali sicuramente più lontane dai teatrini televisivi della politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti. Quello che emerge è un quadro che, fin dalle sue origini, non è mai stato particolarmente roseo: "According to the information received by the Special Rapporteur, the public television network RAI has been strongly politicized since its creation in 1954. At the time, and until the major political changes of the end of the 1980s, Italian public television was controlled by the political party in power, the Christian Democrats." (In accordo con le informazioni ricevute dallo Special Rapporteur, il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All'epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni '80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana.) (Dal rapporto dell'esperto dell'ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo). Mi sembra una ricostruzione storicamente fedele dei fatti. Affermare che in Italia il problema della libertà d'informazione nasce con il Governo Berlusconi sarebbe fuorviante. Tuttavia, stando ai rapporti e ai documenti ufficiali delle principali o.n.g. e istituzioni prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione. Una carrellata non esaustiva ma quasi: 1- Reporters sans frontiers (http://www.rsf.org/) è un'autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro. Ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi (167 in quello del 2005). Il rapporto 2005 vede l'Italia al 42esimo posto, dietro il Costa Rica, ultima tra tra le nazioni dell'Europa Occidentale e considerata, a livello di libertà d'informazione, solo "parzialmente libera". Il rapporto è disponibile a questo indirizzo: http://www.rsf.org/rubrique.php3?id_rubrique=554 L'Italia era 39sima nel 2004, 53sima nel 2003 e 40esima nel 2002. 2- La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) nella risoluzione 1993/45 del 5 marzo 1993 decise di istituire la figura del "Special Rapporteur" al fine di promuovere e proteggere il diritto alla libertà di espressione. Il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto sulla situazione italiana dell'esperto incaricato: il keniota Ambeyi Ligabo. Il documento è disponibile a questo indirizzo: http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/G05/116/15/PDF/G0511615.pdf?OpenElement Il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche della libertà d'informazione in Italia includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lotizzazione ai giorni nostri. Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l'anomalia italiana: a) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti) b) il conflitto d'interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.) c) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica. La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni. Mi sembra di un certo interesse riportare almeno le seguenti "The Special Rapporteur encourages the authorities to take the necessary measures to depoliticize the media sector, in particular regarding the management of the public television and the allocation of subsidies to the print media." (73) (Lo Special Rapporteur incoraggia le autorità a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata.) "The Special Rapporteur strongly recommends that the issue of conflict of interest, in particular concerning the President of the Council of Ministers, be further analysed, in consultation with all concerned actors, in order to find a sustainable solution whereby influence by the political sector in the media would be significantly reduced."(74) (Lo Special Rapporteur raccomanda fortemente che la questione del conflitto d'interessi, con particolare riferimento al Presidente del Consiglio dei Ministri, sia ulteriormente analizzata, consultando tutte le parti interessate, al fine di trovare una soluzione percorribile attraverso la quale l'influenza politica nei media possa essere significativamente ridotta.) 3- L'International Press Institute (http://www.freemedia.at/) è nato intorno agli anni cinquanta e oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha membri in 120 paesi nel mondo. Gioca un ruolo consultivo per L'UN (ONU), l'UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà d'informazione su vari fronti. Non pubblica una vera e propria statistica o classifica ma un "World Press Freedom Review". Quello inerente l'Italia (2004 reperibile al seguente indirizzo: http://www.freemedia.at/wpfr/Europe/italy.htm e denuncia un quadro preoccupante per una democrazia occidentale. Valga a titolo d'esempio il solo incipit: "Italy has a special place in Europe with regard to freedom of the media because in no European country does the prime minister, the head of the government, who is the politician that can exert the most power over the state media, own most of the other broadcasting media, and many of the print media". (Per quanto riguarda la libertà dei media, l'Italia ha un posto speciale in Europa in quanto in nessun altro paese il Primo Ministro, capo del governo (il politico che può esercitare il maggior potere sullo stato dei media), possiede la maggior parte degli altri media televisivi e e molti dei quotidiani nazionali.) 4- L'European Federation of Journalists (EFJ) (http://www.ifj-europe.org/) è l'organizzazione europea dell'International Federation of Journalists (IFJ)(http://www.ifj.org). L' EFJ, rappresentando circa 280.000 giornalisti in 30 paesi, è la più grande organizzazione giornalistica in Europa. In base a una risoluzione addottata nel meeting di Praga del 2003, l'EFJ si è impegnata ad investigare la situazione dei media in Italia. Il risultato di tale sforzo è il rapporto "Crisis in Italian Media: How Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure" (disponibile all'indirizzo: http://www.ifj-europe.org/pdfs/Italy%20Mission%20Final.pdf) che già dal titolo non lascia presagire una situazione rosea. Le conclusioni sono riassunte in otto punti. Mi limito a citare il primo: "It is impossible not to conclude that the media crisis in Italy is profound and serious. There is a deeply flawed system of management, a lack of public awareness, an element of political paralysis, and a deep sense of professional unease within Italian journalism about the future of media." (È impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C'è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media.) 5- Freedom House (www.freedomhouse.org) è un'associazione no profit fondata più di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa. Nel corso degli anni Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa denunciando sistematicamente le numerose violazioni in U.S.A. e nel mondo. È presente a livello mondiale con sette sedi sparse tra U.S.A. e Europa. Ogni anno pubblica un rapporto teso a fornire un quadro a livello mondiale sull'indice di libertà di stampa e d'informazione. Nel rapporto 2004 (disponibile a questo indirizzo: http://www.freedomhouse.org/pfs2004/pfs2004.pdf ) l'Italia è al 74esimo, ultima tra le nazioni dell'Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana e Papua Nuova Guinea e considerata a livello di libertà d'informazione solo "parzialmente libera". Nel rapporto 2005 (che non sono riuscito a trovare on line sul sito) l'Italia è sempre considerata parzialmente libera ma al 77esimo posto. 6- "L'OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) (http://www.osce.org/) è una organizzazione di sicurezza paneuropea i cui 55 Stati partecipanti coprono l'area geografica da Vancouver a Vladivostok. Quale accordo regionale ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, l'OSCE si è autodefinita strumento fondamentale nella sua regione per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa" (dal sito del ministero degli esteri). Il 7/6/2005 l'OCSE pubblica un rapporto dal titolo: "Visit to Italy: The Gasparri Law" che passa nel quasi silenzio totale. Il documento è reperibile a questo indirizzo: http://www.osce.org/documents/rfm/2005/06/15459_en.pdf Non solo è un esame della legge Gasparri ma un'ottima ricostruzione storica di quella che viene chiamata "Italian anomaly". Ripercorre gli albori della lotizzazione, passa per la legge Mammì e mette in guardia contro l'eccessiva concentrazione dei media televisivi. Sanziona l'incompatibilità d'interessi del Primo Ministro: "In a democracy, it is incompatible to be both in command of news media and to hold a public post". (In una democrazia è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico.) Riconosce alcuni meriti e innovazioni nella legge Gasparri ma avverte: "The Gasparri Law is not likely to remedy the Italian anomaly" (La legge Gasparri probabilmante non risolverà l'anomalia italiana) 7- Il Parlamento Europeo (http://www.europarl.eu.int/) ha approvato (22/04/2004) il testo del rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak dal titolo "Relazione sui rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione" con 237 si, 24 no e 14 astenuti. Il rapporto è reperibile all'indirizzo: http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?L=EN&OBJID=75982&LEVEL=3&MODE=SIP&NAV=X&LSTDOC=N Il rapporto è il linea con i precedenti documenti e rileva che "uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset" (cfr pag 17) (da una traduzione italiana non più disponibile on line) Non si sbilancia in un analisi storica delle ragioni dell'anomaila italiana ma costituisce un ottimo compendio sulla critica realtà mediatica italiana redatto da una fonte autorevole quale il Parlamento Europeo. 8- L'Helsinki Final Act è il risultato finale della Conference on Security and Cooperation in Europe tenutasi ad Helsinki nel 1975 tra vari paesi (U.S.A., Canada, Unione Sovietica e la quasi totalità dei paesi europei). Per monitorare la parte dell'accordo inerente i diritti umani fu creata la Helsinki Watch (associazione indipendente non governativa) che divenne la International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) (http://www.ihf-hr.org/) in seguito ad una conferenza del 1982 tra i comitati costituenti. Ogni anno, l'IHF pubblica un rapporto per un quadro generale sul rispetto dei diritti umani. Il rapporto 2005 inerente l'Italia è reperibile al seguente indirizzo: http://www.ihf-hr.org/documents/doc_summary.php?sec_id=3&d_id=4057 Mi limito a riportarne un breve stralcio: "The main human rights concerns in the field of media freedoms were the high level of media concentration, governmental control over public radio and television, inadequate legislation to protect journalistic sources, and the continued criminalization of defamation through the media." (Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della liberta' d'informazione, sono l'alto livello di concentrazione e controllo governativo sopra radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche (NdT ma recentemente è stata approvata una nuova legge) e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media) 9- Il Consiglio d'Europa (Council of Europe, http://www.coe.int ) è la più vecchia organizzazione politica del continente (1949): raggruppa 46 paesi, tra cui 21 Stati dell'Europa centrale e orientale (Italia compresa) ed è un'organizzazione distinta dall'Unione europea dei "25". Il Consiglio d'Europa è stato istituito allo scopo di: - tutelare i diritti dell'uomo e la democrazia parlamentare e garantire il primato del diritto - concludere accordi su scala continentale per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri - favorire la consapevolezza dell'identità europea, basata su valori condivisi, che trascendono le diversità culturali Il 3 giugno 2004 il Consiglio d'Europa pubblica un rapporto (Doc. 10195) dal titolo: "Monopolisation of the electronic media and possible abuse of power in Italy" a cui fa seguito la "Resolution 1387". Il documento è reperibile all'indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/WorkingDocs/doc04/EDOC10195.htm mentre le risoluzioni si possono trovare al seguente indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/AdoptedText/TA04/ERES1387.htm L'incipit del rapporto dà un idea dei contenuti: "The concentration of political, commercial and media power in Italy in the hands of one person, Prime Minister Silvio Berlusconi, is recognised as an anomaly across the political spectrum.". (La concentrazione in Italia del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una persona, il Primo Ministro Silvio Berlusconi, è riconosciuta come un’anomalia in tutto lo spettro politico) E ancora: "The Assembly deplores the fact that several consecutive Italian governments since 1994 have failed to resolve the problem of conflict of interest and that appropriate legislation has not yet been adopted by the present Parliament." (L'Assemblea deplora il fatto che diversi governi italiani succedutisi consecutivamente dal 1994 abbiano fallito nel risolvere il problema del conflitto d'interessi e che appropriate misure legislative non siano state adottate dal presente governo) 10- L'Open Society Institute (OSI) (http://www.soros.org) nasce nel 1993 ad opera di George Soros come fondazione tesa a promuovere il rispetto dei diritti umani e riforme sociali e economiche. Fa parte della Soros foundations network che comprende più di 60 paesi. L'11/10/2005 l' EUMAP (un progetto - iniziativa dell'OSI) (http://www.eumap.org) pubbica un autorevole studio dal titolo "Television Across Europe: Regulation, Policy, and Independence". L'analisi complessiva e suddivisa in tre volumi, più il rapporto introduttivo di 337 pagine ed è reperibile al seguente indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011 Il rapporto inerente l'Italia è reperibile invece all'indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011/voltwo_20051011.pdf (in inglese) oppure, in italiano, sono disponibili i rapporti dedicati al singolo stato a: http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita1.pdf http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita2.pdf Un'altra traduzione in italiano si può trovare anche al seguente indirizzo: http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf Cito dalla traduzione italiana: "La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l'eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto "anomalie italiane". Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell'Europa Centrale e Orientale." E ancora: "Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell'informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l'inefficacia delle norme per garantire un'informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell'evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del "conflitto di interessi",che affligge da tempo il panorama politico italiano." E per concludere: "In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il "contratto di servizio" che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della "lottizzazione", ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica." 11- Nel settembre 2002 la Commissione Europea crea una network di esperti in diritti umani (http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm) in risposta alle raccomandazioni espresse nel rapporto del Parlamento Europeo inerente lo stato dei diritti umani in Europa (2000) (2000/2231(INI)). Ogni anno il network di esperti redige un rapporto, quello inerente l'Italia (2004) è reperibile al seguente indirizzo: http://cridho.cpdr.ucl.ac.be/DownloadRep/Reports2004/nacionales/CFR-CDF.repITALY.2004.pdf L'analisi condotta, prende in esame alcuni dei documenti proposti nella presente lista e conferma sostanzialmente la gravità e l'anomalia del caso italiano: "It seems possible to agree with those taking the issue of pluralism and interconnection between the political and media power as serious, in particular after the new legislation of 2004"(Nda la legge Gasparri) (pag. 41) (Ci sembra possibile concordare con coloro i quali ritengono che la questione del pluralismo e della commistione tra potere politico e mezzi d'informazione sia seria, in particolare dopo la nuova legislazione del 2004)(NdT la legge Gasparri) Ribadisce il conflitto di interessi tuttora irrisolto che sta portando congrui ed ingiustificati benefici a Mediaset: "the imbalance between press and television, that absorbs the 60 per cent of the overall mass media advertising spending; the substantial monopoli of privately-owned television, with Mediaset that continues to show a significant increase in income and revenues every year, thanks to the "dragging effect" of the "Berlusconi-Prime Minister" factor." (pag 41) (Lo squilibrio tra stampa e televisione, che assorbe il 60% delle spese totale per la pubblicità sui mass media; il sostanziale monopolio della televisione privata, con Mediaset che continua a mostrare un significativo incremento di entrate e di reddito ogni anno, grazie all'effetto trascinante del fattore "Berlusconi-Primo Ministro") Mette in risalto la sostanziale omologazione al potere politico dei media italiani: "At the end of 2004 all the three Mediaset news are edited by journalists with similar political ideas."pag. 43). (Al termine del 2004 tutti e tre i telegiornali di Mediaset sono diretti da giornalisti con idee politiche simili.) Mentre: "The first two Rai news seem to have assumed the role of loudspeakers for the executive, the third for the opposition." (pag. 42) (I telegiornali delle due prime reti RAI sembrano aver assunto il ruolo di altoparlanti per l'esecutivo, quello della terza rete per l'opposizione.) E l'assenza di un'alternativa effettiva "does not allow the "removed" professionals to practice their job with another broadcaster." (pag. 42) (non permette ai professionisti "rimossi" di praticare il loro attività per un altro canale o per un'altra compagnia televisiva.) E concludendo: "The overall performance of the present Italian broadcasting system does not appear to reflect the significant check-and-control role that is traditionally attributed to the media in an advanced democracy and the Law n. 112 of 2004 seems to move away the system from this goal, although a complete evaluation is put off until its effective application." (pag. 43) (La prestazione complessiva dell'attuale sistema televisivo italiano non sembra riflettere il significativo ruolo di "controllo e verifica" che tradizionalmente viene attribuito ai media in una democrazia avanzata e la legge n. 112 del 2004 (NdT legge Gasparri) sembra allontanare il sistema da questo obiettivo, sebbene una valutazione completa e da rimandarsi fino alla sua effettiva applicazione)

postato da ulivovelletri | 20:33 | commenti

Piccole cose che cambiano. Tutte queste chiacchiere intorno ai programmi dei due poli hanno un loro valore di merito. Perchè le idee abbiano consenso è importante che siano comunicate, ed è interessante che si discuta anche sul come e sul cosa. Ma la vera notizia, se ci chiediamo cosa c'entra la Rete con le elezioni, è che qui in giro ci sono un sacco di persone che hanno letto i programmi e li analizzano. Ripubblicando le loro opinioni. Dico questo perchè in tutte le altre campagne elettorali, che io ricordi, non ho mai conosciuto nessuno che avesse letto davvero il programma. E, tra la gente, i giudizi di preparazione al voto erano molto più empirici e "di simpatia". ;)http://www.bookcafe.net/blog/

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I POTERI DI BRUXELLES E LA GUERRA DI SUEZ di MARIO MONTI dal Corriere - 28 febbraio 2006 L'annuncio della fusione Gaz de France/Suez, in contrasto con le ambizioni di Enel sulla stessa Suez, ha acceso un dibattito ricco di emotività, più che di lucidità. Vorrei aiutare i lettori a capire questa complessa vicenda e i problemi più generali che essa solleva, in questa fase promettente ma delicata dello sviluppo del mercato unico. Dal punto di vista dell'Enel e dello Stato italiano, la lucidità avrebbe suggerito, ieri, che l'intenzione di Enel di lanciare un'Opa ostile non venisse preannunciata. E suggerirebbe, oggi, di non fasciarsi la testa prima che sia rotta, ma anche di valutare con concretezza se, e in che cosa, il progetto di fusione violi qualche norma comunitaria. Non è ancora certo che l'intenzione di Enel sia definitivamente frustrata. L'Opa preannunciata sarebbe stata ostile. Ebbene, quello che si è verificato nei giorni scorsi è che la vittima predestinata dell'ostilità ha messo in campo le proprie difese. Ma sarebbe strano se l'ipotesi di una fusione con GdF non fosse stata considerata da Enel come una delle possibili reazioni di Suez. Certo, il governo francese ha chiaramente mostrato di non gradire l'intenzione di Enel. Ma non sarebbe il primo caso di un'Opa che riesce a realizzarsi malgrado l'avversione di un governo. Del resto, lo stesso governo francese, così come quello lussemburghese, non ha certo manifestato entusiasmo per l'Opa di Mittal su Arcelor, ma non per questo Mittal ha disarmato. Contro Enel, tuttavia, lo Stato francese non si è limitato alle parole. E' passato ai fatti, promuovendo la fusione della propria controllata GdF con la privata Suez. Ogni giudizio è legittimo, sul piano politico: da «Guarda questi francesi, come sanno "fare sistema"!» a «Ma che senso ha aprire i mercati se poi nei mercati giocano grandi imprese di Stato?». Se però si va oltre, e si chiede l'intervento dell'Unione Europea, sarebbe utile indicare quali norme europee si ritiene siano state violate. Non si può escludere, a priori, che l'intervento dello Stato francese e la fusione GdF/Suez comportino problemi, sotto il profilo delle norme del mercato unico e della concorrenza. Ma non è neppure ovvio, almeno a prima vista, che questo sia il caso. Si è detto: questa è una nazionalizzazione, per proteggere Suez dall'attacco di un'impresa estera. Ma le norme europee sono neutrali, tra proprietà pubblica e privata. Una nazionalizzazione non è contraria alle norme, così come l'Unione Europea non può imporre a uno Stato di privatizzare. Non risulta che né l'Italia né altri Stati membri abbiano mai proposto, in occasione delle diverse revisioni, di modificare questo principio basilare del Trattato di Roma. Inoltre, in base a quanto per ora è dato di comprendere, l'aspetto prevalente assomiglia piuttosto a una privatizzazione. A seguito dell'operazione la quota di partecipazione dello Stato francese al capitale di GdF, che oggi è dell'80%, diminuirà sensibilmente. E qui si cela una difficoltà per il progetto che, vista in un'altra prospettiva, potrebbe costituire un piccolo varco dischiuso dalla Francia «sociale» alle intenzioni italiane: i potenti sindacati di GdF si oppongono a questa operazione, che essi vedono come «totale privatizzazione» dell'azienda. Ciò potrebbe comportare difficoltà nelle strade e in Parlamento, dove il governo dovrà ottenere una modifica della legge che attualmente stabilisce nel 70% la soglia minima della partecipazione dello Stato. La Ue alla guerra di Suez Le norme europee non ostacolano le imprese pubbliche, ma non consentono che queste, esattamente come le imprese private, ostacolino il funzionamento del mercato unico e della concorrenza. Se si ritiene che l'operazione francese debba essere bloccata dalla Commissione europea, è in queste direzioni che occorrerebbe guardare. Sotto un particolare profilo, è molto probabile che l'operazione debba comunque essere esaminata dalla Commissione: la sua compatibilità con le regole sulle concentrazioni, a tutela della concorrenza. Esistono, in linea generale, altri possibili profili di esame. Pone problemi, questa operazione, dal punto di vista della libertà di movimento dei capitali o della libertà di stabilimento? Vi sono in essa aspetti che possano far pensare ad abusi di posizioni dominanti? Vi si possono riscontrare aiuti di Stato? Si può configurare come aiuto di Stato l'intervento, sotto l'esplicita regia dello Stato, di un'impresa controllata dallo Stato che ha come obiettivo, o conseguenza, di evitare ad un'impresa privata di finire preda di un'Opa ostile? Non conosco il caso, se non dalla lettura dei giornali. Mi sembra però che sarebbe nell'interesse di tutte le parti in causa — italiane, francesi ed altre — e nell'interesse del mercato, e perciò dei consumatori, che il dibattito non prescindesse dalla griglia sopra delineata, cioè dai termini concreti in cui eventuali interventi della Commissione potrebbero essere invocati. Se dovessero manifestarsi gli estremi per interventi della Commissione, non v'è ragione di dubitare che la Commissione interverrebbe. Anche contro la Francia? Certo. Negli ultimi anni la Commissione non ha esitato a far valere le norme comunitarie pure di fronte alle resistenze più agguerrite opposte dagli Stati membri più grandi. Per limitarci alla Francia, basterà ricordare i casi di Electricité de France (abolizione della garanzia di Stato, obbligo di rimborso di 1,2 miliardi di euro di aiuti di stato), di Alstom (no al progetto del governo di far «salvare» Alstom dall' impresa pubblica Areva, paletti stretti all' intervento dello Stato nel capitale di Alstom, con obblighi di disinvestimenti e altri impegni per ristabilire la concorrenza), di France Télécom (obbligo di rimborso di un rilevante aiuto di Stato configuratosi in seguito ad annunci e comportamenti dello Stato azionista). Un altro esempio, più indietro nel tempo. Di fronte alle cosiddette «svalutazioni competitive» della lira del 1995-96, il governo francese fece pressioni sulla Commissione affinché lo autorizzasse a compensare con aiuti la propria industria tessile e calzaturiera penalizzata dalle produzioni italiane. La Commissione disse no. Un ultimo esempio, attuale. La Commissione oggi in carica ha annunciato che vaglierà con molta attenzione le misure che la Francia intende introdurre, nella legge sulle Opa e altrove, contro acquisizioni dall'estero. Naturalmente, il suo vaglio non potrà esigere più «liberalismo» di quello, scarso, presente nella direttiva europea sull'Opa, varata sotto presidenza italiana nel 2003. E' davvero un peccato che l'Italia, che ha da tempo una delle leggi Opa più avanzate, si sia adoperata dapprima per non fare approvare nel luglio 2001 la precedente proposta di direttiva, più «liberale» (in quel caso, governo e parlamentari europei riuscirono a «fare sistema», e autogol) e poi per fare approvare la modesta direttiva del 2003, così facendo un grosso regalo alla Germania e alla Francia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

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Ferrante, vantaggio di quattro punti È al 47 per cento, la Moratti al 43. Partiti, crolla Forza Italia da Repubblica - 28 febbraio 2006 Il primo faccia a faccia in diretta tv tra i candidati sindaci Bruno Ferrante e Letizia Moratti apre questa sera la campagna elettorale per le Comunali. Mentre a tre mesi dalle elezioni, un sondaggio realizzato per Repubblica dà in vantaggio Ferrante di quattro punti e prevede con lui il sorpasso dell´Unione sulla Cdl. Forza Italia perderebbe 15 punti rispetto alle Comunali del 2001. Ma lo stesso sondaggio dice che il 27 per cento degli elettori è ancora indeciso. Ago della bilancia Ombretta Colli, che avrebbe tra il 4 e il 6 per cento dei consensi. Per convincerla a rinunciare a candidarsi, Berlusconi le promette un posto da senatrice. -------------------------------------------------------------------------------- SERVIZI ALLE PAGINE II E III Ferrante davanti alla Moratti Il vantaggio è di quattro punti regole Stasera in tv faccia a faccia tra l´ex prefetto e il ministro Dal sondaggio di Ipr Marketing emerge la insoddisfazione per lo stato attuale della città Il confronto in stile americano in diretta su Telelombardia ma non ci sarà la Colli GIUSEPPINA PIANO Un primo faccia a faccia in tv con regole da presidenziali americane: un solo giornalista, tempi uguali contingentati per le risposte. Si apre questa sera, con il duello tra i candidati sindaci Letizia Moratti e Bruno Ferrante, la campagna elettorale delle Comunali. L´appuntamento è alle 20.30 in diretta su Telelombardia. Non ci sarà l´outsider Ombretta Colli, perché così ha voluto Moratti per accettare il faccia a faccia. Eppure proprio lei, l´ex presidente della Provincia che (almeno per ora) ripete che si candiderà da sola alle Comunali, sarebbe l´ago della bilancia nell´urna. Lo conferma anche l´ultimo sondaggio sulla corsa per Palazzo Marino: vorrebbe l´Unione con Ferrante in vantaggio di quattro punti sulla Cdl di Moratti. Ma stima anche che oltre un quarto di elettori ancora è indeciso su chi votare. Un sondaggio che l´Istituto Ipr Marketing ha realizzato per Repubblica. Ne esce una città che chiede cambiamento: sei intervistati su dieci (e la metà degli elettori del centrodestra) dicono che negli ultimi cinque anni la vita a Milano è peggiorata. Ma ne esce anche una corsa dove il centrosinistra è in vantaggio ma il risultato è ancora del tutto aperto. E alla fine deciderà quel 27 per cento ancora di indecisi. L´identikit di questa fetta di elettorato ancora da convincere, e dunque target principale della campagna elettorale, vuole che siano soprattutto donne (il 58 per cento) e anziani (il 46 per cento). Tre mesi di tempo per convincerli, sempre che si voti per il primo turno il 28 maggio e per il ballottaggio l´11 giugno come sembra sempre più probabile. E i risultati? Sorpasso tra le coalizioni, Ferrante in vantaggio con un risultato tra il 47 e il 51 per cento al primo turno (e tra il 50 e il 54 per cento al ballottaggio), Letizia Moratti a ruota con una forchetta tra il 43 e il 47 per cento dei consensi (e tra il 46 e il 50 al ballottaggio). Fuori gioco due candidati indipendenti che già hanno annunciato la candidatura, Cesare Fracca della lista civica «Vivere Milano» e Roberto Bianchessi della lista civica «Italia Futura». E Ombretta Colli con la sua lista personale tra il 4 e il 6 per cento. Abbastanza per farne l´ago della bilancia: se l´ex forzista resterà in corsa disturberà il centrodestra, se invece alla fine decidesse di ritirarsi quei voti potrebbero rientrare nella Cdl. Determinando un assoluto pareggio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

postato da ulivovelletri | 12:41 | commenti

"Corruttore!". La mia ultima contestazione al Puffone PIERO RICCA "Sapete solo insultare, ridicolizzare, demonizzare e spargere pessimismo! Questo solo sa fare la sinistra! A nessuno di noi verrebbe in mente di impedire il regolare svolgimento di una manifestazione, nessuno di noi si sognerebbe di interrompere e disturbare una festa della libertà come questa". Visibilmente irritato, il Puffone ha reagito in questo modo al mio breve intervento durante la convention forzista di sabato scorso al Mazda palace di Milano. Non era mia intenzione, davvero, rovinare la “festa della libertà”. Ma quando l’ho sentito parlare di “legalità” non sono riuscito a trattenermi. E gli ho urlato, con il vocione delle grandi occasioni: "Ma tu che parli di legalità! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Corruttore! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge!" . (Insulti? Ridicolizzazione? Demonizzazione? Pessimismo? Tutta colpa della sinistra, certo!) E poi, mentre le guardie private mi conducevano all'uscita, tra invettive e insulti di ogni genere del pubblico (il famoso partito dell’amore), rivolto ai tifosi, ho urlato: "Non fatevi fregare, amici! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando!". E quindi ho chiuso con un ultimo urlo dal fondo del palazzetto: "CIALTRONE!!!" Ho appreso dai notiziari che subito dopo il “premier” ha tratto spunto da quella definizione - “corruttore” - per denunciare, modesto com’è, la “vera corruzione di questo Paese”: “l'intreccio di poteri fra toghe rosse, coop rosse, giunte rosse e quel partito che è rimasto sempre lo stesso e ha corrotto le menti di tanti” e via delirando. All'uscita ho chiesto e ottenuto di essere assistito dalla polizia di Stato, affinché - allontanati i guardiani privati - fosse garantita la mia incolumità. Senza bisogno di identificarmi, gli agenti della Digos di Milano - la medesima struttura che sabato 29 gennaio 2005 mi sequestrò per impedirmi di partecipare a un convegno in memoria di Craxi - mi hanno gentilmente scortato alla più vicina fermata della metropolitana. E tutto si è concluso tranquillamente. Attendo ora nuova querela per "offesa alla presidenza del Consiglio", come accadde il 5 maggio 2003, il giorno della morte di Napoleone. Questa volta non mi è stato difficile entrare alla convention, nonostante i miei gravi precedenti di turbativa del quieto vivere. Mi è bastato avvolgermi in una bandierona di Forza Italia e tenerne un'altra, più piccola, in mano. Sotto braccio ostentavo una copia del Foglio. Nelle feste dei "liberali" il diritto all’applauso è garantito. Meno facile è stato, travestito in tal modo, resistere nel caldo del Mazda palace per due ore, tra inni azzurri, sventolio di bandiere e simpatici coretti: chi non salta comunista è! Ma ne è valsa la pena. M’ero recato al raduno forzitaliano, insieme all’amico Riccardo munito di videocamerina, con l’idea di girare una serie di interviste ai partecipanti, per tastare il polso al partito dell’amore. Arrivato di buon’ora, mi sono subito reso conto che non era impossibile entrare. Sotto un tendone regalavano gadget. Ho preso un paio di bandiere e cambiato programma. Dentro, il clima è da stadio. Il palazzetto si riempie di tifosi portati in pullman da tutta la Lombardia. Signore, ragazzi, pensionati. Sembrano persone tranquille. Poi li guardi bene e ti accorgi che c’è qualcosa di strano: odiano “i comunisti”, adorano il Capo, canticchiano un inno idiota, si bevono le più colossali panzane. E tutto questo, dodici anni dopo la famosa “discesa in campo” di un piazzista preoccupato di evitare la galera e salvare la roba. Un giorno qualcuno ci chiederà com’è stato possibile. E gli faremo vedere le foto dei leaderuzzi de’ sinistra. Basterà. Alle feste della libertà - mi accorgo - nessuno può parlare tranne Lui, l’Amato Leader. L’inizio della manifestazione è previsto per le 9,30. Il dio non si appaleserà prima delle 11,15. Nel frattempo c’è spazio solo per i canti. Da Bondi a Formigoni, i capetti sono tutti schierati a bordo palco con l’abito della festa, ma nessuno prende la parola per un saluto. Sono cotti dai riflettori, si annoiano a morte, devono sentirsi anche un po’ scemi. Ma stanno lì. Il dio è capriccioso. Mimetizzato tra i supporter, riesco a passare inosservato alla gendarmeria. Mi riconoscono solo i fotografi e i giornalisti. Alcuni di loro si avvicinano e mi sussurrano qualcosa all’orecchio. “Ottima performance”, si complimenta uno. “Non fare cazzate”, mi consiglia un altro. “Ma gli vuoi fare qualche scherzetto?”, s’informa il cronista del Corriere. Zitto zitto mi avvicino a meno di venti metri dal palco, dietro il quale campeggia un immenso cielo azzurro con la scritta, vagamente orwelliana: forza italia, forza di libertà. Ric intanto continua a filmare. Sulle note dell’inno di Mameli s’appalesa l’ometto del destino; la folla è in tripudio. Lo lascio tranquillo per i primi cinque minuti. Poi gli urlo in faccia la verità fuori copione. Sacrilegio! Mezz’ora dopo sono già al bar a bermi un chinotto. Tutto sommato poteva andar peggio. Poi vado al computer a scrivere un comunicato, per consentire ai cronisti di non appiattirsi sulla voce del padrone. Scopro che a stretto giro “il responsabile enti locali della Dc di Rotondi, Franco De Luca”, in una nota di agenzia, si è sentito in dovere di dichiarare: "Ricca sarà anche un bravo ragazzo ma è vittima di cattivi maestri", ed è “la riprova che i giudici comunisti odiano Berlusconi". Voglio togliermi dai coglioni tipi così: ecco perché urlo.www.centomovimenti.com

postato da ulivovelletri | 06:54 | commenti

Le regole del confonto - Che strano paese: si vuole fare un confronto all'americana e poi si mettono sul tavolo le solite, truffaldine regole all'italiana. Si vuole organizzare un faccia a faccia secondo lo schema del campo neutro e uguali condizioni (scritte e controfirmate) e poi si apre una parentesi in cui si dice che uno dei due concorrenti potrà giocare un tempo supplementare senza avversari e a porta vuota. Qui non c'entra nemmeno la banale osservazione che di fronte al leader dello schieramento progressista c'è il padrone delle televisioni e che, solo per questo, casomai lo sfidante dovrebbe rifiutarsi per principio. Siamo oltre. Nonostante il clamoroso conflitto di interessi, la maggioranza scrive (da sola) un regolamento, pretende che l'avversario lo voti, esige che la vittima lo applichi. Si bara al gioco e per giunta si sventola l'asso. E c'è anche chi si stupisce se Prodi rifiuta le forche caudine votate dalla maggioranza della Commissione di Vigilanza. Un ministro della repubblica, Mario Landolfi, ieri dichiarava alle agenzie che il leader dell'Unione «deve accettare il confronto», il presidente della camera, Pierferdinando Casini, invece, lo reclamava a tutto servizio («Prodi si confronti con me e con Fini»). Sono impazienti e anche piuttosto nervosi. Se il professore alla fine li lascerà a bocca asciutta, cambiandogli all'improvviso la dieta televisiva, mantenere la forma mediatica sarà dura. Si legge sui giornali che quando le regole sono state decise bisogna rispettarle. Come se il regolamento apparecchiato dalla Vigilanza, fosse in qualche modo equivalente a una legge del Parlamento. Come se tutte le leggi, anche le più palesemente inique, andassero comunque rispettate. Si può anche scegliere la disobbedienza civile. E civilmente, di fronte a una situazione così paradossale, Prodi ha capito che la farsa andava esaltata (con la proposta di far moderare il faccia a faccia dal maggiordomo del cavaliere), l'apparenza della legalità ridicolizzata. E le regole finalmente ristabilite nel minimo livello di decenza. Il presidente del consiglio non rinuncerà al comizio finale graziosamente regalatogli dai suoi deputati al nobile scopo riuniti in Vigilanza? Allora si accontenti del monologo. Vuole invece confrontarsi con il suo antagonista? Accetti di sedersi al tavolo con le mani bene in vista. Chi lo conosce dice che cancellare l'appello al popolo è come togliergli il truccatore di fiducia. E allora si tenga il suo balconcino mediatico, ma non pretenda di usarlo per buttar giù il suo avversario. di Norma Rangeri da Il manifesto

postato da ulivovelletri | 06:51 | commenti

Fossili di governo alla guerra europea per i combustili fossili (di Vincenzo Miliucci/Cobas ) wallace Alla faccia del Mercato, l'Europa dell'Energia va alla guerra! Lo scontro tra il governo francese e quello italiano per il controllo europeo dell'energia ripropone il protezionismo di Stato piuttosto che le suggestioni della globalizzazione. Ricapitoliamo. Alla vigilia del 3° millennio sembrava un dato acquisito la preminenza dei francesi in Europa attraverso la statale EDF.In ItaIia , stante la Direttiva UE sulla liberalizzazione del mercato dell’elettricità , il centrosinistra con la Legge Bersani del 1999 imponeva all’Enel di scendere sotto il 50% della produzione elettrica con la vendita ai privati di decine di centrali . Tornavano i “ padroni del vapore” con 3 gruppi : Endesa , Edison, Tirreno Power . Le ex municipalizzate nelle grandi città del centro-nord incorporavano la rete distributiva-commerciale dell’Enel : Acea/Roma, Aem/Milano, Aem/Torino, Asm/Brescia, Hera/Bologna,…… che a loro volta entravano ( stante la trasformazione in Spa) nelle cordate dei privati, Acea in Tirreno Power, Aem/Mi in Edison, Asm/Bs in Endesa, Aem/To + Amga/Ge nel nascente polo del NordOvest, Hera+Meta+…. in quello del NordEst . In Germania RWE e E ON , in Belgio Electrabel , in Spagna Endesa, non erano in grado di competere con il colosso francese EDF. In Francia, solo a metà del 2005 il governo ha recepito la legge sulla liberalizzazione, ma intanto l’EDF ha continuato a fare shopping in Italia e in Europa accrescendo la sua posizione dominante : ha ottenuto da Berlusconi di poter controllare Edison, il 1° gruppo privato dopo l’Enel ( con una deroga alla legge italiana che vieta alle aziende statali di detenere più del 2% in altre aziende), in cambio dell’OK dei recalcitranti francesi al progetto dell’Alta Velocità in Val di Susa. In Italia, all’Enel pur scesa sotto il 50% è stato permesso di fare shopping di centrali ( anche nucleari) soprattutto nell’Est europeo, Cecoslovacchia, Cekia, Bulgaria, Romania,……,oltre a partecipazioni nel programma nucleare francese e all’aumento delle quote di importazione. Dal 2002 è operante anche la liberalizzazione del Gas, e in Italia al precedente macro gestore ENIgas , si è aggiunta EnelGas( a che scopo la concorrenza di due aziende controllate dallo stato e in presenza di un unico tubo ??), Edisongas e altri ancora. L’Enel sotto la gestione Conti ( Scaroni è passato dall’Enel all’Eni) e con la supervisione del ministro Scaiola, ottiene di poter scalare attraverso OPA , sia Endesa ( che a sua volta è sotto scalata della tedesca E ON ) , sia la francese SUEZ ( ovvero Lyonnese des Aux, tra i 4 leader mondiali dell’Acqua: come mai di questa decisiva terza fonte di “energia”- e di chi ne possiede il controllo - in questo scandalo non se ne parla ?!) che controlla Electrabel ( 5° gruppo elettrico UE) e che a sua volta ha il 40% delle azioni di “ ACEA Electrabel elettricità”, con il suo Amministratore Delegato Jean Pierre Hanson che siede nel CdA del Gruppo ACEA. Entrambi i governi spagnolo e francese hanno inteso queste OPA “ italiane” come ostili, correndo ai ripari attraverso l’intervento diretto degli Stati, con concentramenti e fusioni di Aziende a controllo statale o con alleanze capaci di garantire l’indirizzo originario. Sotto la regia dei rispettivi governi, così sta avvenendo in Francia con Suez accorpata in Gaz de France , e in Spagna con Endesa accorpata con Iberrola (o alleata ad E ON) , alla faccia del massimo principio capitalista della “ libertà di mercato” : risulta oltremodo evidente che “ l’interesse della nazione” coincide con i gruppi di potere e che questo, il potere politico-.economico,è storicamente preminente rispetto alla favola del “ libero mercato-impresa”. Con questi ulteriori mancati affari - ricordate il naufragio recente dei “ furbetti del quartierino” nelle scalate Coop-Bnl e Popolare Lodi ; ora bisogna indagare sui retroscena del trappolone scattato ai danni di Berlusconi e soci ,in piena campagna elettorale - con le OPA autorizzate all’Enel dal governo in Italia stavamo arrivando al paradosso che, dopo la liberalizzazione accelerata dal centrosinistra nel 1999, con l’Enel costretta a vendere Centrali e Rete Distributiva a Endesa e Acea, nel 2006 con un Enel smembrata e ridimensionata il centrodestra ha puntato a testa bassa al controllo- riacquisto di Endesa e di Acea ( attraverso Electrabel-Suez) ! Le Autority italiane ed europee tacciono, così come i partiti e le associazioni dei consumatori , che nulla dicono dell’aumento , dal 25 al 32%, delle tariffe luce/gas,la cui drastica riduzione era invece il presupposto stesso della liberalizzazione ! Sempre dentro il rischio “ black out” , con la ripresa della velleità del “ nucleare” dopo la “ scarsità-riduzione” del gas russo ( Scaroni/Eni, sotto pressione di Berlusconi “ culo e camicia” con Putin/Gazprom, ha disdetto alcuni contratti con l’Algeria” nazione non sicura”), ci si sarebbe aspettati una politica europea per l’energia ( la Conferenza italiana è stata annullata dal governo preoccupato dalle ripercussioni negative per il taglio degli approvvigionamenti del gas russo) con annesso Piano Energetico Europeo, con fonti di approvvigionamento dettate da una politica estera lungimirante , finalizzata al rispetto del Protocollo di Kyoto e alla massificazione delle energie rinnovabili e del risparmio. Così non è, l’energia nonostante il progressivo esaurirsi delle fonti fossili viene incentivata al consumo-spreco, e per garantirsela i governi entrano i conflitto e i combine tra loro, compresa la “guerra permanente” e l’aggressione ai paesi produttori, ieri l’Irak ,domani……www.liblab.it

postato da ulivovelletri | 06:49 | commenti

Troppi soldi per troppi partiti Alfredo Macchiati La regolamentazione del finanziamento della politica si presta a essere esaminata secondo diversi criteri: effetti sul grado di frazionamento delle forze politiche; trasparenza; condizionamento sul contenuto delle leggi; mix delle fonti (pubblico e privato); destinatari del finanziamento (partiti o candidati); modalità ed efficacia dei controlli; efficienza (livelli di spesa in rapporto ai "servizi" resi). Il quadro delle leggi del nostro paese presenta diverse criticità in ciascuno di questi aspetti, alcune delle quali esacerbate dagli interventi approvati dal Parlamento nelle ultime settimane, altre invece introdotte all’inizio della legislatura. Altre ancora, infine, risalgono allo scorso decennio. Diritto al finanziamento e numero dei partiti In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato abrogato con il referendum del 1993, che si chiuse con una sorta di plebiscito: a favore della cancellazione si espresse il 90,3 per cento dei votanti, che furono il 65,8 per cento degli aventi diritto. Ma naturalmente il referendum non poteva azzerare il finanziamento pubblico dei partiti, che ha semplicemente assunto un’altra forma, quella dei fondi destinati con periodicità annuale al rimborso delle spese elettorali. Ciò conferma, tra l’altro, come l’antipolitica, di cui quel referendum fu uno dei frutti più rappresentativi, non aiuti a formare un sistema delle istituzioni politiche trasparente, effettivamente controllabile e ordinato. La legge 156 del 2002 ha ridotto dal 4 all’1 per cento la soglia minima dei voti espressi in ambito nazionale per aver diritto al finanziamento. In tal modo si è rafforzato il contenuto proporzionalistico della regola, in qualche misura anticipando lo spirito della riforma elettorale. La conseguenza, come ben documentato in un recente volume di Cesare Salvi e Massimo Villone, è che i soldi pagati ai partiti si sono distribuiti nel 2005 su ben ottantuno formazioni politiche, a titolo di rimborsi per le elezioni regionali, nazionali, europee. (1) Davanti a questo risultato, c’è da chiedersi se il meccanismo di rimborso non dovrebbe, al contrario di quanto è successo, disincentivare il frazionamento, che costituisce sicuramente una anomalia acuta del nostro sistema politico. Subordinare i rimborsi elettorali alla effettiva elezione nelle assemblee potrebbe apparire una misura un po’ draconiana, ma in realtà ciò già avviene in Italia per le elezioni regionali e per quelle europee; in Spagna, questa regola vale anche per il Parlamento nazionale. In ogni caso, un sistema come quello italiano, dove la soglia per ricevere i rimborsi elettorali è molto più bassa del livello di sbarramento previsto dalla legge elettorale, appare del tutto illogico. Trasparenza Sul piano della trasparenza il sistema italiano, almeno sulla carta, non sfigura nel confronto internazionale. L’articolo 39 del "decreto milleproroghe" varato dal Governo nelle scorse settimane ha tuttavia aumentato drasticamente il limite oltre il quale scatta l’obbligo di dichiarazione congiunta di partito e soggetto donatore: da 6.614 a 50mila euro. In Gran Bretagna e in Germania il limite è molto più basso; ma ci sono anche paesi dove non vi è obbligo di trasparenza sul singolo contributo. Data la debolezza delle nostre istituzioni e le pratiche clientelari diffuse, la scelta della trasparenza massima sembra da raccomandare. Limiti alle spese elettorali Un susseguirsi di norme ha invece innalzato il tetto di spesa dei partiti, ottenuto moltiplicando il numero degli aventi diritti al voto per un certo importo, inizialmente 200 lire. Prima si è alzato l’importo massimo di spesa per elettore dei partiti, che è stato infine portato nel 2002 a un euro. Poi, con il decreto del 25 gennaio scorso, è stato aumentato il tetto di spesa per il singolo candidato, che passa da poco meno di 40mila euro a 52mila euro. Inoltre, si è raddoppiato il parametro del tetto di spesa per elettore del singolo candidato: è stato portato a due centesimi di euro. Era di cento lire, quindi è raddoppiato. Stiamo dunque assistendo alla continua lievitazione dei costi e dei rimborsi. È lecito domandarsi se sia cresciuto in proporzione il benessere dei cittadini, relativamente alla qualità dei servizi che i partiti svolgono: elaborazione delle politiche e loro realizzazione. Nel 2005 i partiti hanno ricevuto 196 milioni di euro, cui vanno aggiunti i circa 90 milioni dei contributi ai gruppi parlamentari, a carico del bilancio delle Camere. Alcune misure per migliorare il sistema Il problema è che quando il Parlamento delibera in materia di finanziamento delle spese elettorali, non compie mediazioni tra interessi contrastanti: decide in causa propria, come dicono i giuristi; se si preferisce, decide in conflitto d’interesse. Si renderebbe allora necessario un controllo super partes, non solo sul rispetto della normativa, dove peraltro i controlli previsti non si presentano particolarmente efficaci, ma anche su eventuali modifiche ai limiti di spesa. Secondo quanto sottolineato in un rapporto dell’associazione Astrid di poco più di un anno fa, in Francia, Germania e Stati Uniti, le Corti costituzionali svolgono una funzione cruciale nelle decisioni sul finanziamento della politica, una sorta di terzo attore che affianca Parlamento e opinione pubblica. Le modalità di un eventuale coinvolgimento della Corte, un tema squisitamente giuridico, meriterebbero di essere approfondite. Così come meriterebbe di essere affrontato il tema del concorso dei privati: anche un sistema a forte impronta pubblicistica, come quello tedesco, subordina la concessione dei fondi pubblici all’ottenimento di fondi privati (metodo dei matching funds). Insomma, il finanziamento dei privati, nel nostro sistema poco diffuso, andrebbe opportunamente incoraggiato, con il benefico effetto di allargare la partecipazione democratica alla politica. (1) Cesare Salvi, Massimo Villone, Il costo della democrazia, Mondadori.www.lavoce.info/

postato da ulivovelletri | 06:43 | commenti

Beppe Grillo: “La mia prossima mossa? Un doppio blog” Il comico genovese spiega le ragioni del successo del suo blog e perché si prepara a raddoppiarlo “La mia prossima mossa sarà quella di farmi conoscere per potermi far scrivere dall’Estero. Quindi dividerò in due il blog, ne farò uno doppio. Faremo due post al giorno, uno con temi sempre di cronaca italiana e l’altro che riguarderà argomenti vari internazionali, in modo che possano interessare anche ai residenti all’estero”. E’ quanto ha dichiarato Beppe Grillo a Massimo Mattone, caporedattore di Internet Magazine, in un’intervista sul potere persuasivo dei Blog in relazione all’uso delle nuove tecnologie, quali, ad esempio, il Voice Over IP. “Questo blog è stata una sorpresa anche per me” – ha affermato il comico genovese quando gli è stato chiesto di spiegare le ragioni dell’enorme successo del suo blog. “La causa principale di questo successo” ha proseguito Beppe Grillo “è la reputazione, la mia reputazione e la mia fisicità. Io vinco sugli altri non perché io scriva meglio degli altri o dica cose più interessanti. Perché io esisto, esisto come professionista,vado in giro, faccio le tournée, ed ho una discreta reputazione”. Il Beppe più noto d’Italia ha avuto modo anche di smentire chi lo taccia di fare controinformazione: “Il mio blog sta diventando un punto di riferimento per l’informazione. E questo è quello che volevo io ed i miei collaboratori. Volevamo essere non una controinformazione, la controinformazione la fanno gli altri! Noi facciamo dell’informazione. E’ diventato un fenomeno enorme…” E il DVD in vendita sul suo Blog? Nessuna “paura”, serve solo a sostenerlo: “Il mio blog si autosostiene con la vendita di un DVD – chi lo compra lo compra, chi non lo compra usufruisce lo stesso di tutti i servizi” ha affermato il blogger italiano più visitato al mondo, sottolinenando l’importanza della semplicità di utilizzo del blog e della gratuità del medesimo. “Le prossime elezioni politiche 2006 saranno influenzate dai Blog?” gli ha poi chiesto Massimo Mattone, che si è già occupato di questo tema ascoltando i pareri dei principali leader politici italiani (blogger e non) in uno studio pubblicato sul Web e sulla rivista Internet Magazine: “Guarda cos’ha fatto Howard Dean negli Stati Uniti, stava quasi vincendo!” gli ha risposto un Beppe Grillo che sembrava avere pochi dubbi sul potere persuasivo dei blog in campagna elettorale. “Ha avuto un’eco straordinaria, anche economica. Ha fatto delle collette ed ha raggruppato cifre da capogiro…” ha proseguito il comico genovese. Gli è stato fatto osservare, a tal proposito, che il boom in Rete di Howard Dean non si è poi tradotto in un suffragio elettorale altrettanto “esplosivo”, chiedendogli conferma della sua convinzione del potere dei blog sull’informazione politica in campagna elettorale. Beppe Grillo ha confermato di crederci, soprattutto se ci sarà uno spirito d’iniziativa comune teso a portare l’informatica (Internet + PC) a basso costo nelle case degli italiani. "Ci pare dunque di aver capito che sostanzialmente tu credi che gli elettori possano basarsi anche sulla Rete (e sui Blog)” per le prossime elezioni, gli ha chiesto a tal proposito Massimo Mattone: “Sicuramente!” ha replicato Beppe Grillo. “Bisogna fare queste battaglie per rendere libero e gratuito l’accesso. Questo è indiscutibile. Quindi una sorta di cittadinanza digitale quando nasci. E poi rendere fruibili gli hardware. Computer a basso costo, gratuiti quasi, anche quelli. Cioè cercare di dare questa tecnologia alla maggior parte possibile di persone in forma libera e gratuita. Questa è la mia posizione” Beppe Grillo, semmai si possa, è parso sempre più innamorato della Rete e dei Blog. Rivolgendosi ai blogger ha detto: “Saluto tutti i blogger. Io ho scoperto un mondo che non conoscevo, quindi non posso che ringraziarvi. Comincio a conoscere per nome le persone, gente che si firma non so… come conan_il_rabarbaro, alzheimer… comincio a conoscerli e ho scoperto gente straordinaria, gente che per dire una parolaccia scrive c…o… C’è tanta buona gente nei blog. C’è davvero tanta buona gente. E con i Meetup li stiamo vedendo in faccia”, li stiamo incontrando di persona… Riguardo all’organizzazione di incontri fisici, reali, ai Meetup cioè, che rappresentano la proiezione reale del mondo virtuale dei Blog, il comico genevose si è rivelato entusiasta, sottolineando ancora, implicitamente, l’importanza della proiezione fisica - dell’ “Io esisto” anche in carne ed ossa, vado in giro per i teatri e le città…” - di ciò che (Rete, Blog) rischierebbe di restare altrimenti confinato in una dimensione semplicemente virtuale: “Con i Meetup stiamo avendo dei grandi successi” ha affermato a riguardo Beppe Grillo. Ad esempio, “far firmare lettere a segretari e a sindaci che sono dipendenti, alla battaglia per l’acqua, alla protesta per un inceneritore, a portare degli scienziati in comune per dire cosa esce da un inceneritore… Sono battaglie straordinarie quelle che fanno questi ragazzi!” E riguardo alle nuove tecnologie, come si pone Beppe Grillo? Da un suo post sul blog, scritto con la la simpatia graffiante che lo ha reso celebre in tutto il mondo, si evince infatti un grande entusiasmo, ad esempio, per il VoIP. “Fino ad un anno fa sfasciavo i computer!” ha risposto simpaticamente Beppe Grillo. “Poi ho scoperto che oltre al computer c’è la Rete e allora ho cominciato ad interessarmi alla Rete ed alle sue potenzialità che sono straordinarie: l’eliminazione dell’intermediazione, degli intermediari… Tutto ciò sta cambiando letteralmente il mondo. Io a tutte queste tecnologie (VoIP & dintorni, ndr.) mi ci sto avvicinando da un anno a questa parte”. Al perché del suo invito così caloroso all’uso del VoIP, Beppe Grillo ha risposto sottolinenando ancora l’importanza di far conoscere a tutti le enormi potenzialità della Rete e del VoIP: “Metà della gente non ha accesso a questa tecnologia, l’altro 50% dell’altra metà (che la usa, ndr.) non conosce la Rete, quindi (il post l’ho scritto, ndr.) vedendo questi software di telefonia che arrivano (il telefono è già cambiato adesso), vedendo la prospettiva straordinaria di come tagliare fuori questi usurai della voce con il VoIP, con l’essere collegati… Ormai negli Stati Uniti è un servizio che danno i bar, i ristoranti, gli alberghi. Se sei connesso con un telefono tu chiami il mondo senza pagare assolutamente nulla, perché la connessione te la danno gratuita”. E la difficoltà nel telefonare attraverso il PC, la paura di perdere la tradizionale semplicità della cornetta? Beppe Grillo rassicura tutti: “La prossima fase sarà proprio quella di eliminare il computer. Non ci sarà più il PC. Ci sarà il software direttamente nei telefonini, saranno già i costruttori di telefoni che metteranno questo software dentro al telefonino”. Allora, tutti pronti ad installare un bel software per il VoIP e via? “Sì, non paghi più le urbane e le interurbane, praticamente è quasi a costo zero… Il problema sarà come reagiranno questi pachidermi (Provider tradizionali, ndr.) che ci dobbiamo trascinare…” “Finora, Beppe” - ha osservato a tal proposito Massimo Mattone - “come sai i Provider tradizionali hanno reagito abbassando sostanzialmente rispetto al passato il canone delle tariffe telefoniche tradizionali di tipo Flat, portandole ad un prezzo in un certo senso concorrenziale con il VoIP (concorrenziale tra virgolette, perché il VoIP continua, in generale, a convenire - e spesso anche molto). Ecco, hanno reagito così. Il futuro del VoIP è un po’nelle loro mani”… “Certo. E se è nelle loro mani io mi comincio a preoccupare. Troveranno sicuramente qualche paletto. Far pagare ad esempio…” ha replicato Beppe Grillo.www.webmasterpoint.org/

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Esperimenti con la verita' : saggezza e politica di Ghandi di red Il titolo di questo libretto di Enrico Peyretti è ripreso da Gandhi, che intitolò la propria autobiografia An Autobiography, or the Story of my Experiments with Truth. Egli diceva di se stesso: "Non sono che un comune mortale che procede dall'errore verso la verità". Per lui la verità è la preziosa unità di tutte le cose e di tutte le vite, che nessuna violenza deve offendere, che va difesa con la forza invincibile della nonviolenza, la forza dell'anima e dell'unità. Il libro è un lavoro semplice, divulgativo, un avvio a conoscere Gandhi e il movimento, più importante che imponente, da lui messo in moto nel Novecento: il secolo più violento della storia è stato anche il secolo in cui è sorta la maggiore alternativa politica alla violenza nei conflitti, nelle strutture, nelle culture, nella concezione stessa della società e delle sue istituzioni. Il lavoro è dedicato e diretto ai giovani che stanno scoprendo l'esempio e l'impegnativa eredità di Gandhi, e se ne sentono sospinti e incoraggiati a costruire pace e giustizia coi mezzi della pace e della giustizia. Dopo una sintesi sulla vita e personalità di Gandhi, attraverso la sua azione storica, si espone la sua teoria della nonviolenza: etica e politica, fini e mezzi nell'azione, le regole sperimentate dell'azione nonviolenta, la relazione tra religioni e pace. Concludono il volumetto di un centinaio di pagine, l'indicazione dei principali libri per conoscere Gandhi e una piccola antologia di testi gandhiani. Enrico Peyretti e' un teorico della nonviolenza. Ha scritto saggi e articoli ed e' membro - fra l'altro - del Comitato Scientifico del Centro Interateneo di Studi per la Pace delle Università piemontesi, e dell'analogo Comitato della rivista Quaderni Satyagraha, edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace di quella Università, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione e socio attivo del Centro Studi per la pace e la nonviolenza "Sereno Regis" di Torino. ESPERIMENTI CON LA VERITÀ SAGGEZZA E POLITICA DI GANDHI di Enrico Peyretti Ed. Pier Giorgio Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) pagine 104, 10 € www.osservatoriosullalegalita.org

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Kabul, la rivolta dei prigionieri talebani Trattative in corso per scongiurare un blitz. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 detenuti L’esercito afgano circonda la prigione di Pol-i-Charki a Kabul, dove da sabato sera è in corso una rivolta di detenuti ex talebani che hanno preso il controllo della loro sezione e di quella femminile con un’azione costata loro 4 morti e 35 feriti. Il primo giorno di trattative si è concluso con il rilascio dei feriti più gravi che erano tenuti in ostaggio dai rivoltosi, consegnati al personale della ong italiana Emergency. Trattative in corso: consegnati a Emergency 17 feriti. “I rivoltosi hanno acconsentito a rilasciare 17 feriti e di consegnarli alle cure del nostro personale medico”, dice da Kabul Marco Garatti, coordinatore medico di Emergency in Afghanistan. “Li trasportiamo al nostro ospedale di Kabul a bordo di due ambulanze e di un nostro autobus che abbiamo approntato apposta sostituendo i sedili con quindici materassi. La trattativa in corso ci fa ben sperare, anche se sicuramente non sarà una cosa rapida. Anche il dispiegamento delle forze militari qui fuori dalla prigione, oggi assai minore di ieri, indica che per ora non si pensa a un’azione di forza per riprendere il controllo dei due bracci occupati. Noi d i Emergency e tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano qui a Pol-i-Charki ci opponiamo a un blitz: sarebbe una strage. Ieri sera e questa notte temevamo il peggio, ma poi sembra che questa mattina sia arrivato dal presidente Hamid Karzai l’ordine di aspettare e negoziare. Speriamo bene. Non sembra essere stata una rivolta organizzata, pianificata: i detenuti non avevano armi, il che significa che si è trattato di un’azione spontanea e improvvisata. A guidare la rivolta sono ovviamente i boss dei bracci, ma nessuno al momento può fare nomi perché nessuno è ancora entrato lì dentro dall’inizio della rivolta”. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 persone. “Dopo il rilascio dei 17 feriti ci sono ancora 156 detenuti ostaggio dei rivoltosi: 13 prigionieri feriti durante la rivolta nel braccio politico e le 70 detenute del braccio femminile assieme ai loro 73 bambini”, racconta al telefono dal carcere di Pol-i- Charki Rosanna Magoga, responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana Emergency. “Nel braccio dei criminali comuni è tornata la calma: lì i prigionieri sono rientrati nelle celle. Invece la sezione politica e quella femminile sono ancora occupate dai prigionieri in rivolta. Oggi sono iniziate le trattative: i negoziatori sono alti esponenti religiosi e governativi afgani, che si coordinano con rappresentanti delle Onu e dell’Isaf venuti qui a Pol-i-Charki. Ancora non è chiaro quali siano le richieste dei detenuti in rivolta. Si sa solo che la scintilla è stata l’imposizione delle divise da parte della direzione del carcere, decisa dopo l’evasione il mese scorso di sette prigionieri che si erano mischiati tra i visitatori: sembra che le guardie abbiano usato la forza con i detenuti per imporre loro di indossare queste divise e che da qui sia iniziata la rivolta. Ma non è difficile immaginare che alla base della rivolta vi siano le dure condizioni di detenzione nel carcere, condizioni che noi che ci lavoriamo dentro conosciamo bene: celle sovraffollate, freddo e sporcizia, violenze e abusi sui prigionieri da parte delle guardie carcerarie”. La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un tanfo nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere. I prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati trasferiti qui nel maggio 2004 dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria./www.peacereporter.net Enrico Piovesana

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Roma, la più multietnica d'Europa Stranieri. Presentato ieri il II Rapporto dell'Osservatorio romano sulle migrazioni. Tra le capitali europee, quella italiana si mostra come la più variegata, con quasi 200 nazionalità diverse Marzia Basili E’ stato presentato alla stampa ieri a Roma il secondo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, curato e presentato dalla Camera di Commercio e dalla Caritas di Roma. La sinergia tra un attore, come la Caritas, da sempre impegnato nel settore sociale e dell’accoglienza e la Camera di Commercio, organizzazione spiccatamente economica, è emblematica delle due dimensioni con cui la società italiana guarda al fenomeno dell’immigrazione. A differenza delle altre grandi capitali europee, Roma sembra emergere come la più multietnica. Mentre Parigi è meta privilegiata della comunità magrebina, Berlino di quella turca e Londra della indo-pachistana, Roma accoglie quasi 200 nazionalità diverse. Le collettività più numerose sono quelle filippina e rumena che tuttavia non raggiungono insieme più del 25% del totale della popolazione straniera. A gennaio 2005 risiedono nel comune di Roma circa 225 mila cittadini stranieri, pari a quasi l’8% della popolazione totale. Si tratta di una popolazione prevalentemente adulta e femminile che giunge nella capitale per lavorare o ricongiungersi alla propria famiglia; cala infatti la percentuale dei permessi di soggiorno per motivi religiosi e per studio. Ampliando lo sguardo al contesto provinciale, l’immigrazione aumenta sensibilmente nell’area extrametropolitana mentre tende a diminuire nella città di Roma facendo registrare un rapporto tra capoluogo e provincia che passa da 1 a 6 all’inizio degli anni ’90 all’attuale 1 a 3. Tale dato tradisce la tendenza dei nuclei familiari immigrati a scegliere di insediarsi non nell’area metropolitana bensì nei comuni circostanti che presentano probabilmente costi e condizioni di vita meno proibitive. Ciò trova anche conferma nella percentuale di alunni stranieri nelle scuole che passa dal 4,8% a Roma al 5,8% negli altri comuni della provincia. Se da un lato tale fenomeno è emblematico di una crescente tendenza alla stanzialità da parte della comunità immigrata che richiama la propria famiglia e cerca pertanto un contesto di vita più idoneo ai nuovi bisogni, dall’altro evidenzia un pericoloso processo, già sviluppatosi nelle altre capitali europee, di creazione di sistemi sub-urbani satelliti a forte rischio marginalizzazione. Come evidenziato dai dati Inps, i lavoratori stranieri nell’area romana sono prevalentemente occupati nel settore domestico o come dipendenti di aziende commerciali ed edili. Tuttavia, il dato che sorprende maggiormente è la straordinaria dinamicità dell’imprenditoria immigrata. A fronte di un calo dello 0,7% degli italiani titolari o soci di ditte, gli imprenditori immigrati fanno registrare, nell’arco temporale 2003-2004, un vero e proprio boom con il +19% di titolarità di nuove imprese. Un imprenditore “romano” su 15 (vale a dire il 7% del totale) è di origine straniera! Il settore imprenditoriale preferito è quello dei servizi (il 60% delle imprese attive in questo settore ha un titolare immigrato), del commercio (39%) e delle costruzioni (17%). I titolari ed i soci di origine rumena sono i più numerosi tuttavia si tratta di un fenomeno “multietnico”: si contano almeno una ventina di collettività nazionali con percentuali comprese tra il 4% e il 2% e la categoria “altre provenienze” rappresenta il 13,4% del totale. Le interpretazioni a questo dato possono essere molte, anche quelle che mettono in gioco fattori psicologici quali l’entusiasmo e la voglia di affermazione da parte di chi investe nel progetto migratorio un futuro migliore per sé e per i propri familiari. Tutto questo accede all’interno di una società, quella italiana, che sembra frenata e smarrita nei sui obiettivi di sviluppo a causa dei contraddittori e illusionistici indirizzi economici dell’attuale fase politica. www.aprileonline.info/

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Nelle catacombe di Sofia - I 27.02.2006 Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova Cunicoli, cantine, fogne. C'è un'intera città nel sottosuolo della capitale della Bulgaria. E vi vivono migliaia di persone. Sono coloro i quali sono rimasti schiacciati dalla transizione. La prima di due puntate di un reportage di Tanya Mangalakova Gena - di Francesco Martino Mentre la Bulgaria si appresta ad entrare nell’Unione Europea, migliaia di senzatetto popolano le strade di Sofia, chiedendo l’elemosina o vagando da cassonetto a cassonetto, alla ricerca di cibo e di qualche vestito. Il numero dei senzatetto è cresciuto bruscamente negli ultimi quindici anni, alimentato dalle difficoltà economiche della transizione. Uomini, donne e bambini vivono nel sottosuolo della città, nei lunghi tunnel dove passano le condutture della “Toplofikatzya Sofia”, oppure in edifici abbandonati. In genere sopravvivono raccogliendo scatole di cartone che rivendono a 7 “stotinki” al chilo, (circa 3 eurocent) o ferro vecchio ( 20 “stotinki” al chilo). In gennaio il quotidiano “Standart” ha pubblicato una serie di reportage sul “popolo del sottosuolo”. Vladimir Yonchev, giovane reporter del giornale, non si è limitato però a raccontare la storia di questi emarginati, ma è riuscito a portare il neo sindaco di Sofia, Bojko Borisov a guardare da vicino le condizioni di vita di chi vive nell’ombra e a prendere la responsabilità politica della loro sopravvivenza. Il primo febbraio, infatti, Borisov, unico tra i politici della capitale, è sceso nel sottosuolo della città, incontrando i suoi abitanti più marginali. Attraverso una grata il sindaco ha potuto spiare la spaventosa miseria delle condutture sotterranee, dove uomini, bambini e donne, anche incinta, vivono per difendersi dal gelo dell’inverno. Ognuno di loro ha una storia, ma il profilo generale è comune; una vita misera e totalmente anonima, nessun posto dove andare, esclusione da ogni beneficio del sistema sociale e sanitario. Quanti sono gli abitanti del sottosuolo? La serie di reportage di “Standart” ha coinciso col momento più duro dell’inverno, con i termometri in picchiata fino a -20°. “Migliaia di senzatetto vivono nei tunnel di Sofia”, “I barboni si spartiscono le condutture”, “Il tunnel sotto lo Sheraton, il sogno di ogni senzatetto”. Sono questi i titoli degli articoli che hanno raccontato il mondo del sottosuolo. Pochi metri sotto il livello dell’asfalto esiste una Sofia sconosciuta, oggi rifugio di chi casa non ha. Non ci sono stime ufficiali, ma c’è chi si è spinto ad affermare che questa città sotterranea è abitata da 10/20mila persone. Bojko Borisov ha smentito queste stime, che giudica esagerate, ammettendo, però, di non avere la minima idea sulle dimensioni reali del fenomeno. Vari tipi di tunnel si intrecciano nel sottosuolo della capitale bulgara. C’è il “tunnel delle autorità”, protetto e inaccessibile, che, partendo dal parlamento arriva fino a Juzhen Park, passando sotto la Presidenza, il Consiglio dei ministri e l’Accademia Militare di Medicina. Ci sono poi le catacombe romane, la più antica delle quali, risalente al secondo secolo dopo Cristo, passa sotto la chiesa di “Sveta Nedelya”, ad un passo dall’hotel “Sheraton”. Ma il regno dei senzatetto sono soprattutto i tunnel delle condutture della “Toplofikatzya”, società distributrice di riscaldamento e acqua calda. Le condutture principali, dal diametro di circa un metro e mezzo, garantiscono al loro interno una temperatura di circa trenta gradi, tanto che questi dormitori vengono usati soltanto d’inverno. In estate, quando il calore diviene insopportabile, gli “invisibili” si trasferiscono nel cosiddetto “tunnel del Bronx”, a pochi metri dal monumento all’ Armata rossa. Il cinese - di Francesco Martino La faccia oscura di Sofia “Osservatorio” ha deciso di scendere nei tunnel per conoscere meglio la vita del “popolo del sottosuolo”. Per farlo ci siamo rivolti a Vladimir Yonchev, che ci ha indicato delle persone fidate. Miroslav “Miro”,19 anni, Yulian Nikolov “Yuli”, 43, e Ljubomir, detto“il Cinese”, 28, ci hanno fatto da guida per due giorni nel loro mondo sotterraneo e marginale. A sentire i loro racconti, tutti possono diventare dei senzatetto, vecchi e giovani, uomini e donne, singoli o intere famiglie. Si rimane sulla strada per tanti motivi, magari per scappare da una famiglia violenta, e si inizia a vagare alla ricerca di un posto dove passare la notte. Miro e gli altri di solito dormono in edifici abbandonati, ma anche loro conoscono il segreto dei tunnel della “Toplofikatzya”. La storia della loro vita sulla strada, precaria e caotica, parla di violenza, isolamento, esclusione, e di paura, soprattutto quella delle teste rasate. Il nostro viaggio comincia con una visita al centro giovanile “16+”. Lungo la strada, Yuli ci racconta della quotidiana discriminazione di chi vive senza fissa dimora. “Io, ad esempio sono imbianchino, ma chi vuoi che ti prenda al lavoro se sei sporco, malvestito e con la barba lunga?”. Il centro diurno “16+” Il centro diurno “16+” (www.acybg.org) è stato aperto nel 1999 dalla fondazione “Bulgaria libera e democratica”, presieduta da Dimmy Panitza, emigrato negli Usa ed ex giornalista del “Reader’s Digest”, tornato in Bulgaria dopo la caduta del comunismo. Offre assistenza sociale e medica ai giovani senza fissa dimora dai sedici ai venticinque anni, insieme a numerosi programmi per stimolarne la crescita e reintegrarli nel tessuto sociale. Dall’inizio dell’anno 189 ragazzi si sono iscritti a frequentare il centro, supportati da tre operatori. “Il fenomeno dei senzatetto è esploso durante gli anni ‘90”, ci ha spiegato Mariana Pisarska, direttore esecutivo del centro.”Questi ragazzi sono considerati dalla società veri e propri scarti di produzione, e crescendo non riescono a trovare né un lavoro né un posto dove vivere”. “16+” non si limita ad aiutare giovani senzatetto, ma distribuisce vestiti, scarpe, cibo a vari soggetti in difficoltà. Chi viene può scaldarsi, mangiare, fare una doccia ed anche navigare in internet. Il centro, però, è aperto solo fino alle 16. Gli operatori insegnano ai ragazzi a cercare offerte di lavoro e li incoraggiano a sviluppare progetti ed idee. Quasi tutti i visitatori hanno abbandonato la scuola e non hanno alcun titolo di studio. “Facciamo il nostro meglio per sviluppare le loro capacità manuali e il loro talento”, racconta ancora la Pisarska. “E’ difficile vincere la loro mancanza di fiducia in sé stessi, ma alcuni sono indubbiamente dotati. Najden, ad esempio è un bravissimo cantante, con una voce intensa. L’abbiamo aiutato a registrare un demo. Sogna di cantare nei locali della città, per guadagnare il pane per sé e per i suoi tre figli”. Miro - di Francesco Martino La maggior parte dei ragazzi è cresciuta in scuole e istituti per orfani o bambini abbandonati, e tutti parlano di sé stessi come di “bambini”, anche quelli che hanno già 24 o 25 anni. Moltissimi sono tossicodipendenti, sniffano colla da anni oppure si fanno di eroina. Mendicando per le strade riescono spesso a mettere insieme un bel gruzzoletto, che di solito spendono navigando in internet. Alcuni di loro, ci dicono, sono dei veri geni informatici. Nel centro oggi c’è una sola ragazza, tutte le altre sono alla visita gratuita nell’ambulatorio di “Medici senza frontiere”. Gena, 16 anni, di origine rom, aspetta un bambino, come quasi tutte le ragazze che frequentano il centro. Questa è la sua seconda gravidanza. Il primo figlio, che oggi ha un anno e mezzo, è il frutto di uno stupro, racconta. Ma poi subito cambia versione. “Lo amavo, ci sono stata a letto, avevo 15 anni”. Adesso c’è un altro uomo nella vita di Gena, Yanko, 21 anni, padre del bambino che porta in grembo. Vivono insieme nel quartiere di “Reduta”, periferico e degradato. Comunque è più fortunata della maggior parte dei ragazzi del centro, che passano la vita da un tunnel all’altro, sempre alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte. Un caffè da zio Bojko Bojko Borisov, sindaco di Sofia, è stato il primo politico che si è calato nel mondo degli “invisibili”, toccando con mano la loro vita di miseria . Il 1 febbraio, dopo aver visitato una delle condotte sotterranee, ha invitato due dei suoi abitanti nel suo ufficio. “Vi darò una casa ed un lavoro” ha promesso, e due giorni dopo ha incontrato Miro e Yuli (le nostre guide) in municipio. In questa occasione Borisov ha promesso di intraprendere misure concrete, rendendo disponibili 4 o 5 edifici comunali come abitazioni di emergenza, e coinvolgendo la polizia per emettere gratuitamente nuovi documenti di identità. Il sindaco ha inoltre stanziato circa 6mila leva (3mila euro) del budget comunale per fornire assistenza medica di base. “Questa questione è piuttosto scomoda”, ha dichiarato poi Borisov ai giornalisti. “Sarebbe bello poter chiudere gli occhi, come fanno in tanti, e affermare che il problema non esiste. In molti sanno che c’è “qualcosa” nel sottosuolo, ma non vogliono guardare, per paura di doverlo affrontare”. Mentre prendevano un caffè con “lo zio Bojko”, Miro e Yuli sembravano entusiasti di contattare quanti più senzatetto possibile, per convincerli a uscire dai loro rifugi sotterranei e ad incontrare il sindaco e la polizia nei locali di “16+, per dare inizio alle procedure di riconoscimento e consegna dei documenti di identità. Yuli, poi, era irriconoscibile. Grazie ad alcuni vestiti, regalo di Yonchev, il reporter di “Standart”, il barbone incontrato in mattinata si era trasformato in un signore “normale”, per nulla diverso da chi sedeva intorno a lui. Tanto che uno dei giornalisti presenti all’incontro, guardandolo perplesso, ha chiesto in giro “ e sarebbe questo, il barbone senzatetto?” www.osservatoriobalcani.org

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Gambia: problemi sociali alla vigilia delle elezioni presidenziali La Repubblica del Gambia è caratterizzata ancora dalla presenza di gravi problemi sociali, come l’elevato tasso di mortalità infantile e la grande povertà della popolazione, costretta a vivere in condizioni di instabilità e precarietà. Nel 2006 si terranno le elezioni presidenziali e l’attuale presidente Yahya Jammeh elimina l’opposizione con tutta una serie di operazioni intimidatorie, dalla repressione della libertà di stampa all’arresto degli esponenti del partito avversario. A livello economico il Gambia dipende ancora in larga misura dagli aiuti stranieri ma ha adottato un nuovo programma di riforme volte a sviluppare il sistema economico. Massimo Corsini Equilibri.net Problemi sociali e politica La Repubblica del Gambia, uno degli stati africani più piccoli e poveri, dove il 59% della popolazione vive con un reddito inferiore ad un dollaro, ed è un paese in cui fasi di calma interna si alternano a conflitti dovuti alla presenza di gravi problemi sociali. Nel territorio non sono presenti risorse notevoli di materie prime e l’economia si basa prevalentemente sull’agricoltura. Il tasso di disoccupazione è elevato e l’intero sistema economico dipende in gran parte da aiuti e sostegni internazionali. La popolazione, nel 2005 poco più di un milione e mezzo di individui, è composta da etnie differenti sia in termini di cultura che di religione. I principali gruppi etnici presenti nel territorio sono i Malinke (34% della popolazione), i Fulani (16%) e i Wolof (12%). Dell’intero corpo sociale oltre il 90% è musulmano, mentre il restante è suddiviso tra cristiani ed animisti. I problemi sociali più gravi sono l’alto tasso di mortalità infantile (circa il 7% dei bambini muore entro il primo anno di vita), la denutrizione, la mancanza di acqua potabile, la presenza di gravi malattie (HIV, malaria, febbre gialla, meningite). Altrettanto grave è la disuguaglianza nel trattamento della donna, prassi tristemente radicata nella tradizione regionale. La legislazione nazionale prevede l’eguaglianza dei sessi, ma nei villaggi la legge statale non è ancora completamente rispettata. Le donne non possono avere accesso alla proprietà terriera né avere denaro proprio, ma è loro compito lavorare nei campi e accudire alla famiglia. Data la grande povertà della popolazione le ragazze sono spesso costrette a sposarsi presto e contro la loro volontà, e la loro vita è il più delle volte segnata dallo sfruttamento, dai maltrattamenti nonché dall’abuso sessuale. Il paese ottiene l’indipendenza dalla corona inglese nel 1965. Dopo aver dato vita ad una breve confederazione con il Senegal, nel luglio del 1994 sale al potere, con un sanguinoso colpo di stato, Yahya Jammeh, poi eletto presidente nelle elezioni del 1996 e rinominato nel 2001, con seri dubbi sulla regolarità della campagna elettorale e delle votazioni (si ricorda in particolare l’arresto di esponenti politici dell’opposizione e giornalisti gambesi nonché l’espulsione dal territorio dei cronisti stranieri). Nel 2006 sono previste nuove elezioni presidenziali, a cui faranno seguito nel 2007 quelle parlamentari. La situazione politica interna è tuttavia instabile e Jammeh ha formalmente annunciato la propria candidatura. Il governo di Banjul elimina l’opposizione attraverso operazioni intimidatorie, impedendo lo svolgimento della campagna elettorale dei rivali e inibendo la stampa indipendente (in particolare attraverso la previsione di elevate tasse). Nel gennaio del 2006 il governo ha fatto arrestare i principali leader del partito avversario, asserendo il loro coinvolgimento in “attività sovversive” minaccianti la sicurezza nazionale. Mamath Bah, leader del Partito Nazionale di Riconciliazione (PNR), Omar Jallow, guida del Partito Popolare Progressista (PPP) e ministro nel deposto governo dell’ex presidente Jawara, nonché Halifa Sallah, dell’Organizzazione Democratica per l’Indipendenza e il Socialismo (partiti che nel 2004 si sono fusi dando vita ad un’unica forza di opposizione denominata Alleanza Nazionale per lo Sviluppo e la Democrazia, ANSD). I tre leader e altri membri dell’opposizione sono stati accusati, il 3 novembre 2005, di aiutare economicamente e logisticamente gruppi di ribelli separatisti nella lotta contro il governo senegalese per l’indipendenza della regione di Casamance. Come risposta l’ANSD continua a chiedere formalmente al governo di Banjul il rilascio dei suoi leader o di provare le sue asserzioni contro la coalizione. Graduale trasformazione del sistema economico Anno fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’economia gambiana è il 1996, quando il governo di Yahya Jammeh adotta la cosiddetta “Vision 2020”, un programma di interventi e riforme volte allo sviluppo dei settori sociale ed economico per il periodo 1996-2020. Con tale progetto il governo si impegna a trasformare e ristrutturare l’intera economia del paese, modellandola sui principi del libero mercato, in particolare attraverso sviluppo del commercio, incremento dei settori agricolo e manifatturiero, impulso al turismo e maggiori esportazioni. Lo scopo perseguito è riuscire a garantire un sistema macroeconomico bilanciato e assicurare di conseguenza un maggiore ed adeguato standard di vita a tutta la popolazione, che vive ancora in gravi condizioni di precarietà e povertà. Obiettivi primari sono: sviluppo dell’agricoltura, maggiore sfruttamento delle risorse naturali, espansione e diversificazione industriale, costruzione di infrastrutture e servizi. Simultaneamente un nuovo indirizzo diplomatico tende ad assicurare migliori e fruttiferi rapporti con le nazioni estere, al fine di incentivare una maggiore collaborazione economica. Attualmente il settore più importante dell’economia gambiana è l’agricoltura (in particolare la coltivazione delle arachidi). Il settore occupa circa il 75% della forza lavoro, ma si caratterizza ancora per la mancanza di modernizzazione nel sistema produttivo, l'assenza di diversificazione e il mancato reinvestimento dei proventi. Nonostante la presenza del fiume Gambia che attraversa l’intero paese, è coltivabile appena un sesto del territorio. Nella Vision 2020 sono indicati gli obiettivi a lungo termine considerati primari: un incremento dell’esportazione che garantisca maggiori introiti da poter reinvestire nei processi di sviluppo e diversificazione della produzione, il miglioramento del sistema di irrigazione al fine di ottimizzare e aumentare l’impiego sia delle risorse idriche che dei terreni coltivabili, la creazione di maggiore forza lavoro e la riduzione delle disparità nel trattamento tra uomo e donna. Nel 2005 il settore ha conosciuto una consistente espansione, aumentando del 13,9% e costituendo nel 2005 il 35,5% del prodotto interno lordo. Nel giugno del 2005 è inoltre stato avviato dal Ministero dell’Agricoltura un importante progetto volto a combattere la degradazione del terreno e sviluppare una più consapevole amministrazione delle risorse idriche, finanziato in parte dalla Banca per lo Sviluppo Africano attraverso un prestito di circa 7 milioni di euro. Per quanto riguarda il settore industriale (12,2% del PIL), il principale obiettivo nel lungo termine è riuscire a raggiungere un solido sistema di infrastrutture che possa accompagnare lo sviluppo del sistema imprenditoriale e manifatturiero. In particolare sarà necessaria una profonda ristrutturazione nel settore dei trasporti. I porti dovranno essere resi più efficienti ed è in corso la trasformazione dell’intero scalo di Banjul in un vasto centro industriale, in previsione dell’aumento dei traffici marini (nel 2005 la pesca è incrementata del 10%). Opere di espansione e rinnovamento sono in atto anche nell’aeroporto della capitale, finalizzate ad affrontare in modo dinamico l’espansione del settore turistico. Dal punto di vista energetico il territorio è privo di giacimenti petroliferi e l’intero settore industriale si basa sull’acquisto di idrocarburi dall’estero. Per sopperire a tale mancanza nel 1978 è stata istituita l’Organizzazione per lo Sviluppo del Bacino Gambiano (OSBG), cui fanno parte Repubblica del Gambia, Guinea, Guinea-Bissau e Senegal, finalizzata allo sviluppo del potenziale idroelettrico del bacino, rendendolo fruibile agli stati partecipanti. La produzione di energia idroelettrica dovrebbe permettere di ridurre in modo significativo la dipendenza dell’economia gambiana dal petrolio straniero. Entro la fine del 2007 dovrebbe terminare la costruzione di due grandi dighe, a Kaléta e a Sambangalou (solo la seconda sarà in grado di produrre più di 400 giga watt all’ora). Scopo del progetto è portare ad una riduzione dei costi aumentando la competitività internazionale delle industrie dei paesi partecipanti al progetto. Conclusioni A livello politico la situazione sembra destinata a rimanere instabile ancora per molto tempo, data la reticenza dell’attuale presidente Jammeh a permettere lo svolgimento di elezioni veramente democratiche, permettendo un reale confronto con l’opposizione. Per quanto riguarda invece l’economia le aspettative sono più rosee, dato che l’adozione della Vision 2020 comincia a dare i suoi frutti, come lo sviluppo del settore agricolo e la ormai vicina indipendenza dal petrolio estero. Ci si aspetta quindi che nel corso di questi prossimi 10-15 anni la situazione possa migliorare e il Gambia riesca finalmente ad avere un’economia autonoma non dipendente da aiuti e donazioni straniere.

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febbraio 27 2006

La prevalenza del cretino Marco Travaglio Ottima l'idea di Daniele Capezzone e di alcuni altri fra i migliori cervelli del centrosinistra, fra i quali Mastella e Turci, di rinviare l'uscita del film di Nanni Moretti "Il Caimano" per non alimentare il vittimismo di Berlusconi con l'ennesimo "boomerang". Com'è noto, infatti, George W.Bush ha rivinto le elezioni grazie al film anti-Bush di Michael Moore. E, a ben guardare, anche lo scandalo Watergate fu un favore a Nixon, il quale sì perse la Casa Bianca, ma potè fare la vittima. Dunque rinviare il Caimano. Ma non solo. La proposta non deve restare isolata, ma va allargata e perfezionata per la bisogna. 1) Moretti prepari in fretta e furia un film pro Berlusconi, magari facendosi aiutare da Bondi, Cicchitto e Schifani. Potrebbe sobriamente intitolarsi "Il Santo", con introduzione di Vespa. 2) Proibire per tutta la durata della campagna elettorale pellicole potenzialmente allusive, come "Quarto potere" o "Il padrino". 3) Ritirare dalle librerie tutte le opere su (e dunque anti) Berlusconi: dai libri di Alexander Stille, David Lane, Paolo Sylos Labini, Giovanni Sartori, Umberto Eco, Furio Colombo e Romano Prodi ai dvd di Enrico Deaglio e Andrea Salerno. Chi scrive, per la sua parte, ha già dato disposizioni in merito ai propri editori. Devono sparire al più presto anche le liriche antigovernative di Giovanni Raboni, pubblicate da Garzanti dopo il rifiuto dell'Einaudi, cioè di Berlusconi (timoroso di vincere troppo facilmente le elezioni). Sostituire il tutto con le opere del Cavaliere, le poesie di Bondi e Pecorella, e le recenti memorie del cosiddetto ministro Castelli in lingua celtica con testo a fronte e cofanetto con maglietta di Calderoli in omaggio. 4) Sbarrare cinema e teatri a tutti i comici - Luttazzi, Rossi, Hendel, fratelli Guzzanti e così via - che Berlusconi ha fatto cacciare dalla tv per buttar via qualche milione di voti. 5) Sospendere, fino al 10 aprile compreso, la stampa di pubblicazioni pericolose come la Repubblica, l'Espresso, Diario, l'Unità, il manifesto, Liberazione, Micromega. Il fatto che Berlusconi ne sia ossessionato non deve ingannare: lui ancora non lo sa, ma è grazie a queste testate che rischia di rivincere. 6) Pregare la stampa internazionale, dall'Economist in giù, di ritirare i suoi corrispondenti da Roma e sospendere la diffusione nelle edicole d'Italia e dei paesi limitrofi, onde evitare giudizi negativi sul premier che gli consentano di fare la vittima. 7) Abrogare tutti i processi a carico del premier e, dove possibile, assolverlo a prescindere dalla sua eventuale colpevolezza: in questo modo gli sarà più difficile attaccare la magistratura. 8) Imbavagliare tutti i magistrati, onde evitare che rispondano agli insulti del premier. Invitare i vertici dell'Anm e il primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli a confessare la propria affiliazione alle Brigate rosse e i loro viaggi a Cuba a scopo di turismo sessuale, così da privare Berlusconi di altri preziosi argomenti in campagna elettorale. 9) Evitare di candidare nell'Unione personaggi noti per la loro deplorevole propensione per la legalità, come già opportunamente fatto con Nando Dalla Chiesa e Leoluca Orlando, e sostituirli con figure meno controverse. Per esempio David Mills e Bruno Contrada. Perché il modo migliore per battere Berlusconi è quello di anticiparlo. 10) Chiudere "Che tempo che fa", "Parla con me" e "Blob" o, in alternativa, sostituire Cornacchione e Vergassola con lo staff del Bagaglino e il programma di Ghezzi con le omelie di Pera e le sedute integrali delle commissioni Mitrokhin e Telekom Serbia. 11) Denunciare i genitori di Ilaria Alpi per aver coperto in tutti questi anni il suicidio della figlia e di Miran Hrovatin, notoriamente legati ad Al Qaeda, anticipando anche Taormina. 12) Convincere i pensionati alla fame a salire sugli autobus per magnificare la politica economica del governo, rinviando le eventuali lamentele a quando dovesse governare l'Unione. 13) Iscrivere tutti i leader dell'Unione al Club Scontro di Civiltà appena fondato da Pera, Fallaci e Rosa Giannetta Alberoni. 14) Far accettare a Prodi il confronto tv con Berlusconi sul campo neutro delle reti di Tarak Ben Ammar, moderato da Adriano Tilgher, Maurizio Boccacci e Franco Freda, secondo le indicazioni del Cda Rai e della commissione di Vigilanza. 15) Lasciare la campagna elettorale nelle mani di Capezzone, Mastella e Turci, che a perdere ci riescono benissimo da soli. www.unita.it

postato da ulivovelletri | 17:26 | commenti

La magistratura servile che vuole Berlusconi GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 27 febbraio 2006 Non occorre spendere troppe parole per raccontare la ragione del conflitto tra la magistratura e il berlusconismo. E´ in due frasette: chi deve giudicare; che cosa si deve giudicare. Il premier fa tanto rumore, grida, strepita, protesta ma, in soldoni, la sua manovra prevede soltanto due approdi: chi deve giudicare ha da rispettare le volontà del potere politico, esserne condizionato se non addirittura diventarne braccio burocratico (ecco che cos´è la riforma dell´ordinamento giudiziario). La magistratura che vuole il premier Che cosa si deve giudicare è poi opzione nella sola disponibilità di chi siede al governo del Paese. La corruzione si può giudicare? Le combine finanziarie possono essere punite? I legacci della mafia con la politica possono essere sciolti? Lo deciderà il consiglio dei ministri attraverso le gerarchie togate. Sono idee improprie e indecenti – bestemmie – per una Costituzione che prevede la separazione dei poteri. Il Cavaliere deve nasconderle, occultarle. Per questo strepita, accusa, minaccia, svillaneggia le toghe (lo ha fatto, tornerà a farlo). I passi del Cavaliere muovono sempre verso un´unica direzione: annichilire la realtà a vantaggio di una contrapposizione ideologica artificiosa. Il Bene contro il Male. La libertà contro il comunismo. "Noi" e "loro". E chi può avere, nel suo senso comune, simpatia per una toga nera? Se dovesse capitare di doverla incontrare, una toga nera, è certo che sei in un guaio. Se indagato, devi dar conto dei tuoi comportamenti. Se sei vittima di un reato, hai già ricevuto un danno e ti chiedi – ammesso che il danno possa essere riparato – se lo Stato ce la farà mai a risarcirti (e il risarcimento ti sembrerà, sempre e comunque, approssimativo e parziale). Berlusconi irresponsabilmente lavora nel fondo psichico collettivo di questa diffidenza quando alza la voce contro la magistratura. Con tre utilità (politiche e personali) immediate. Cela l´uso privato che ha fatto del Parlamento e del governo. Appesantisce il timore "naturale" per lo Stato rappresentato dalla magistratura. Maschera, schiamazzando, il suo clamoroso fallimento "riformatore", il catastrofico danneggiamento della macchina della giustizia. Una rovina che paghiamo e pagheremo tutti perché, al sodo, la giustizia non è altro che «a ciascuno il suo». Non è altro che «l´incessante sforzo di attribuire a ciascuno il suo diritto» (come recita la prima frase del Corpus iuris civilis). Oggi, rispetto a cinque anni fa, i diritti di ciascuno sono più o meno garantiti? A quel «a ciascuno il suo» – promessa di una giustizia giusta – si può guardare con fiducia o con sospetto? Sono queste le domande che il premier non vuole affrontare. E´ questa la "concretezza" con cui Berlusconi non vuole fare i conti confondendo, nel frastuono ideologico e piagnone, una realtà che può affiorare soltanto se cala il rumore, come è avvenuto nei tre giorni del XXVIII congresso dell´Associazione nazionale magistrati. Spento il chiasso alimentato dal Cavaliere e dai suoi corifei addetti all´aggressione delle toghe (tra i quali va annotata la new entry di Pierferdinando Casini), la bancarotta della giustizia italiana offre i suoi numeri neri. Cinque anni fa, Berlusconi promette, «in tempi brevissimi», grandi riforme in nome dell´efficienza, delle garanzie, della responsabilità e professionalità dei magistrati, della legalità, della sicurezza, della certezza della pena. Il vasto programma prevede la riformulazione dei quattro codici fondamentali: codice civile, codice di procedura civile, codice penale, codice di procedura penale. Nulla da fare. La riforma del diritto societario è una riformicchia che anche il centrodestra si prepara a correggere vergognandosene. Nulla da fare anche per la riforma del diritto fallimentare. Archiviata per un´altra stagione la riforma del diritto minorile. I processi saranno più rapidi, giura il governo. Il risultato è la distruzione del processo civile. Se si ipotizza un giudizio di due gradi di merito (tribunale e appello) e un giudizio di legittimità, il processo civile ha oggi una durata media di 3.041 giorni. Oltre otto anni. Il processo penale è un ferro vecchio, inservibile. Un arnese o inconcludente o crudele. Quando non viene "fulminato" dalla prescrizione, arriva in porto in 82 mesi offrendo o una pena che appare una tardiva vendetta dello Stato oppure una assoluzione che non ripaga – chi l´ha subito – dei danni esistenziali ed economici. Il processo penale è rimasto così quel che era: un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta la responsabilità, non punisce. Con l´aggravante che, con i formalismi introdotti dalle riforme di Berlusconi, è oggi un processo diseguale che avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti e danna all´inferno i poveri cristi. In questo deserto "riformatore" che premia soltanto il più forte, brillano soltanto le leggi che hanno favorito il "più forte di tutti": depenalizzazione del falso in bilancio; rogatorie; legge Cirami: lodo Schifani; legge Cirielli. Una per ogni anno di legislatura, approvate dal Parlamento in tempi da primato (dai tre ai quattro mesi) e sempre in sovrapposizione alle urgenze processuali di Berlusconi e dei suoi amici. I benefici effetti per il Cavaliere si traducono in una iettatura per il sistema, per chi deve farlo funzionare, per chi deve fruirne e vedere riconosciuto un suo diritto perché leggi "criminogene" producono più crimini, più criminali, più impunità. La Cirielli che regola i tempi della prescrizione, per dirne una, già mostra di dare un colpo definitivo al «debito pubblico giudiziario», come piace dire all´imperito ministro di Giustizia. Le prescrizioni erano 98mila nel 2001, sono diventate 200mila nel 2005. Approvata la Cirielli, se ne sono aggiunte subito altre 35mila (stime ministeriali). Il peggio non finisce qui. Con la legge sull´inappellabilità, il collasso attende ora anche la Corte di Cassazione. E´ questo fallimento (il comitato esecutivo del consiglio d´Europa lo giudica «un vero pericolo per il rispetto dello stato di diritto in Italia») che Silvio Berlusconi nasconde come polvere sotto il tappeto. Chiede che «a ciascuno, il suo» diventi diritto diseguale, impunità per i forti e "guai ai vinti". Per spuntarla, ha bisogno di una magistratura conformista e servile. E, per essere rieletto, che non compaia mai, travolto dal molto fracasso, questo disgraziato stato delle cose. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

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Antonione, la parabola del segretario senza partito di ALBERTO STATERA «Sic transit gloria mundi» direbbe don Gianni Baget Bozzo, che maneggia il latino, se gli si chiedesse che fine ha fatto Roberto Antonione. Ex governatore del Friuli Venezia Giulia, eletto con qualche sussulto senatore nel 2001, nominato sottosegretario agli Esteri, il dentista triestino fu catapultato a Roma nel sommo ruolo di coordinatore nazionale di Forza Italia, come dire segretario del primo partito di governo, se il cortile di casa Berlusconi potesse essere considerato un partito. Insediato da poco al quinto piano di via dell'Umiltà, tra le scalmane di Claudio Scajola, detto Staraciotto (copyright Alfredo Biondi) o Sciaboletta per la non svettante statura, don Gianni, «puttana nata», come si autodefinì una volta, e suprema incarnazione del berlusconismo, dopo esserlo stato del cattofascismo e del craxismo, badò subito ad azzopparlo alla prima sconfitta elettorale. «Se vai a Forza Italia in via dell'Umiltà raccontò non trovi nessuno. Incontri solo le dattilografe e qualche volta il coordinatore nazionale in ascensore». Su e giù, su e giù, invano, come incrudelì Giuliano Ferrara. Approdati a via dell'Umiltà il cattoleninista Sandro Bondi e il trotzkista Fabrizio Cicchitto, dell'ex liberale Antonione si persero le tracce. Lui garantiva in epiche interviste di vivere al ministero degli Esteri una «esperienza incredibile»: contatti ad altissimo livello, confronti sui problemi della guerra e del terrorismo, colazione con Ciampi, pranzo con la regina d'