ulivo velletri


febbraio 28 2006

L’ILLIBERTA’ DI STAMPA IN ITALIA 11 RICERCHE E RISOLUZIONI INTERNAZIONALI DOCUMENTANO CIO’ CHE NEL NOSTRO PAESE NESSUNO DICE Lorenzo Ansaloni http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/ "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". George Orwell Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l'Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d'informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere. Mi sono preso la briga di fare una ricerca a proposito del tema "libertà d'informazione in Italia". È un argomento che spesso accende gli animi nel nostro paese e volevo esaminare la questione con una certa equanimità, racimolando le informazioni attraverso un mezzo (Internet) che ancora non risente in maniera apprezzabile della censura e dando una netta preferenza a documenti ufficiali di organi o istituzioni autorevoli.Va da sè che, per non incorrere in una sorta di petitio principii, ho usato fonti internazionali (prevalentemente in inglese ma ho cercato di tradurre il più fedelmente possibile i paragrafi citati). Se infatti fosse vera l'ipotesi di una compromessa libertà d'informazione in Italia, questo ci dovrebbe portare a ritenere le fonti italiane "compromesse" e, almeno parzialmente, non affidabili da cui nel dubbio la preferenza per fonti internazionali sicuramente più lontane dai teatrini televisivi della politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti. Quello che emerge è un quadro che, fin dalle sue origini, non è mai stato particolarmente roseo: "According to the information received by the Special Rapporteur, the public television network RAI has been strongly politicized since its creation in 1954. At the time, and until the major political changes of the end of the 1980s, Italian public television was controlled by the political party in power, the Christian Democrats." (In accordo con le informazioni ricevute dallo Special Rapporteur, il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All'epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni '80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana.) (Dal rapporto dell'esperto dell'ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo). Mi sembra una ricostruzione storicamente fedele dei fatti. Affermare che in Italia il problema della libertà d'informazione nasce con il Governo Berlusconi sarebbe fuorviante. Tuttavia, stando ai rapporti e ai documenti ufficiali delle principali o.n.g. e istituzioni prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione. Una carrellata non esaustiva ma quasi: 1- Reporters sans frontiers (http://www.rsf.org/) è un'autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro. Ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi (167 in quello del 2005). Il rapporto 2005 vede l'Italia al 42esimo posto, dietro il Costa Rica, ultima tra tra le nazioni dell'Europa Occidentale e considerata, a livello di libertà d'informazione, solo "parzialmente libera". Il rapporto è disponibile a questo indirizzo: http://www.rsf.org/rubrique.php3?id_rubrique=554 L'Italia era 39sima nel 2004, 53sima nel 2003 e 40esima nel 2002. 2- La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) nella risoluzione 1993/45 del 5 marzo 1993 decise di istituire la figura del "Special Rapporteur" al fine di promuovere e proteggere il diritto alla libertà di espressione. Il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto sulla situazione italiana dell'esperto incaricato: il keniota Ambeyi Ligabo. Il documento è disponibile a questo indirizzo: http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/G05/116/15/PDF/G0511615.pdf?OpenElement Il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche della libertà d'informazione in Italia includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lotizzazione ai giorni nostri. Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l'anomalia italiana: a) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti) b) il conflitto d'interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.) c) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica. La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni. Mi sembra di un certo interesse riportare almeno le seguenti "The Special Rapporteur encourages the authorities to take the necessary measures to depoliticize the media sector, in particular regarding the management of the public television and the allocation of subsidies to the print media." (73) (Lo Special Rapporteur incoraggia le autorità a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata.) "The Special Rapporteur strongly recommends that the issue of conflict of interest, in particular concerning the President of the Council of Ministers, be further analysed, in consultation with all concerned actors, in order to find a sustainable solution whereby influence by the political sector in the media would be significantly reduced."(74) (Lo Special Rapporteur raccomanda fortemente che la questione del conflitto d'interessi, con particolare riferimento al Presidente del Consiglio dei Ministri, sia ulteriormente analizzata, consultando tutte le parti interessate, al fine di trovare una soluzione percorribile attraverso la quale l'influenza politica nei media possa essere significativamente ridotta.) 3- L'International Press Institute (http://www.freemedia.at/) è nato intorno agli anni cinquanta e oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha membri in 120 paesi nel mondo. Gioca un ruolo consultivo per L'UN (ONU), l'UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà d'informazione su vari fronti. Non pubblica una vera e propria statistica o classifica ma un "World Press Freedom Review". Quello inerente l'Italia (2004 reperibile al seguente indirizzo: http://www.freemedia.at/wpfr/Europe/italy.htm e denuncia un quadro preoccupante per una democrazia occidentale. Valga a titolo d'esempio il solo incipit: "Italy has a special place in Europe with regard to freedom of the media because in no European country does the prime minister, the head of the government, who is the politician that can exert the most power over the state media, own most of the other broadcasting media, and many of the print media". (Per quanto riguarda la libertà dei media, l'Italia ha un posto speciale in Europa in quanto in nessun altro paese il Primo Ministro, capo del governo (il politico che può esercitare il maggior potere sullo stato dei media), possiede la maggior parte degli altri media televisivi e e molti dei quotidiani nazionali.) 4- L'European Federation of Journalists (EFJ) (http://www.ifj-europe.org/) è l'organizzazione europea dell'International Federation of Journalists (IFJ)(http://www.ifj.org). L' EFJ, rappresentando circa 280.000 giornalisti in 30 paesi, è la più grande organizzazione giornalistica in Europa. In base a una risoluzione addottata nel meeting di Praga del 2003, l'EFJ si è impegnata ad investigare la situazione dei media in Italia. Il risultato di tale sforzo è il rapporto "Crisis in Italian Media: How Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure" (disponibile all'indirizzo: http://www.ifj-europe.org/pdfs/Italy%20Mission%20Final.pdf) che già dal titolo non lascia presagire una situazione rosea. Le conclusioni sono riassunte in otto punti. Mi limito a citare il primo: "It is impossible not to conclude that the media crisis in Italy is profound and serious. There is a deeply flawed system of management, a lack of public awareness, an element of political paralysis, and a deep sense of professional unease within Italian journalism about the future of media." (È impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C'è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media.) 5- Freedom House (www.freedomhouse.org) è un'associazione no profit fondata più di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa. Nel corso degli anni Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa denunciando sistematicamente le numerose violazioni in U.S.A. e nel mondo. È presente a livello mondiale con sette sedi sparse tra U.S.A. e Europa. Ogni anno pubblica un rapporto teso a fornire un quadro a livello mondiale sull'indice di libertà di stampa e d'informazione. Nel rapporto 2004 (disponibile a questo indirizzo: http://www.freedomhouse.org/pfs2004/pfs2004.pdf ) l'Italia è al 74esimo, ultima tra le nazioni dell'Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana e Papua Nuova Guinea e considerata a livello di libertà d'informazione solo "parzialmente libera". Nel rapporto 2005 (che non sono riuscito a trovare on line sul sito) l'Italia è sempre considerata parzialmente libera ma al 77esimo posto. 6- "L'OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) (http://www.osce.org/) è una organizzazione di sicurezza paneuropea i cui 55 Stati partecipanti coprono l'area geografica da Vancouver a Vladivostok. Quale accordo regionale ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, l'OSCE si è autodefinita strumento fondamentale nella sua regione per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa" (dal sito del ministero degli esteri). Il 7/6/2005 l'OCSE pubblica un rapporto dal titolo: "Visit to Italy: The Gasparri Law" che passa nel quasi silenzio totale. Il documento è reperibile a questo indirizzo: http://www.osce.org/documents/rfm/2005/06/15459_en.pdf Non solo è un esame della legge Gasparri ma un'ottima ricostruzione storica di quella che viene chiamata "Italian anomaly". Ripercorre gli albori della lotizzazione, passa per la legge Mammì e mette in guardia contro l'eccessiva concentrazione dei media televisivi. Sanziona l'incompatibilità d'interessi del Primo Ministro: "In a democracy, it is incompatible to be both in command of news media and to hold a public post". (In una democrazia è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico.) Riconosce alcuni meriti e innovazioni nella legge Gasparri ma avverte: "The Gasparri Law is not likely to remedy the Italian anomaly" (La legge Gasparri probabilmante non risolverà l'anomalia italiana) 7- Il Parlamento Europeo (http://www.europarl.eu.int/) ha approvato (22/04/2004) il testo del rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak dal titolo "Relazione sui rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione" con 237 si, 24 no e 14 astenuti. Il rapporto è reperibile all'indirizzo: http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?L=EN&OBJID=75982&LEVEL=3&MODE=SIP&NAV=X&LSTDOC=N Il rapporto è il linea con i precedenti documenti e rileva che "uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset" (cfr pag 17) (da una traduzione italiana non più disponibile on line) Non si sbilancia in un analisi storica delle ragioni dell'anomaila italiana ma costituisce un ottimo compendio sulla critica realtà mediatica italiana redatto da una fonte autorevole quale il Parlamento Europeo. 8- L'Helsinki Final Act è il risultato finale della Conference on Security and Cooperation in Europe tenutasi ad Helsinki nel 1975 tra vari paesi (U.S.A., Canada, Unione Sovietica e la quasi totalità dei paesi europei). Per monitorare la parte dell'accordo inerente i diritti umani fu creata la Helsinki Watch (associazione indipendente non governativa) che divenne la International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) (http://www.ihf-hr.org/) in seguito ad una conferenza del 1982 tra i comitati costituenti. Ogni anno, l'IHF pubblica un rapporto per un quadro generale sul rispetto dei diritti umani. Il rapporto 2005 inerente l'Italia è reperibile al seguente indirizzo: http://www.ihf-hr.org/documents/doc_summary.php?sec_id=3&d_id=4057 Mi limito a riportarne un breve stralcio: "The main human rights concerns in the field of media freedoms were the high level of media concentration, governmental control over public radio and television, inadequate legislation to protect journalistic sources, and the continued criminalization of defamation through the media." (Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della liberta' d'informazione, sono l'alto livello di concentrazione e controllo governativo sopra radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche (NdT ma recentemente è stata approvata una nuova legge) e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media) 9- Il Consiglio d'Europa (Council of Europe, http://www.coe.int ) è la più vecchia organizzazione politica del continente (1949): raggruppa 46 paesi, tra cui 21 Stati dell'Europa centrale e orientale (Italia compresa) ed è un'organizzazione distinta dall'Unione europea dei "25". Il Consiglio d'Europa è stato istituito allo scopo di: - tutelare i diritti dell'uomo e la democrazia parlamentare e garantire il primato del diritto - concludere accordi su scala continentale per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri - favorire la consapevolezza dell'identità europea, basata su valori condivisi, che trascendono le diversità culturali Il 3 giugno 2004 il Consiglio d'Europa pubblica un rapporto (Doc. 10195) dal titolo: "Monopolisation of the electronic media and possible abuse of power in Italy" a cui fa seguito la "Resolution 1387". Il documento è reperibile all'indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/WorkingDocs/doc04/EDOC10195.htm mentre le risoluzioni si possono trovare al seguente indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/AdoptedText/TA04/ERES1387.htm L'incipit del rapporto dà un idea dei contenuti: "The concentration of political, commercial and media power in Italy in the hands of one person, Prime Minister Silvio Berlusconi, is recognised as an anomaly across the political spectrum.". (La concentrazione in Italia del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una persona, il Primo Ministro Silvio Berlusconi, è riconosciuta come un’anomalia in tutto lo spettro politico) E ancora: "The Assembly deplores the fact that several consecutive Italian governments since 1994 have failed to resolve the problem of conflict of interest and that appropriate legislation has not yet been adopted by the present Parliament." (L'Assemblea deplora il fatto che diversi governi italiani succedutisi consecutivamente dal 1994 abbiano fallito nel risolvere il problema del conflitto d'interessi e che appropriate misure legislative non siano state adottate dal presente governo) 10- L'Open Society Institute (OSI) (http://www.soros.org) nasce nel 1993 ad opera di George Soros come fondazione tesa a promuovere il rispetto dei diritti umani e riforme sociali e economiche. Fa parte della Soros foundations network che comprende più di 60 paesi. L'11/10/2005 l' EUMAP (un progetto - iniziativa dell'OSI) (http://www.eumap.org) pubbica un autorevole studio dal titolo "Television Across Europe: Regulation, Policy, and Independence". L'analisi complessiva e suddivisa in tre volumi, più il rapporto introduttivo di 337 pagine ed è reperibile al seguente indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011 Il rapporto inerente l'Italia è reperibile invece all'indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011/voltwo_20051011.pdf (in inglese) oppure, in italiano, sono disponibili i rapporti dedicati al singolo stato a: http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita1.pdf http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita2.pdf Un'altra traduzione in italiano si può trovare anche al seguente indirizzo: http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf Cito dalla traduzione italiana: "La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l'eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto "anomalie italiane". Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell'Europa Centrale e Orientale." E ancora: "Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell'informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l'inefficacia delle norme per garantire un'informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell'evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del "conflitto di interessi",che affligge da tempo il panorama politico italiano." E per concludere: "In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il "contratto di servizio" che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della "lottizzazione", ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica." 11- Nel settembre 2002 la Commissione Europea crea una network di esperti in diritti umani (http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm) in risposta alle raccomandazioni espresse nel rapporto del Parlamento Europeo inerente lo stato dei diritti umani in Europa (2000) (2000/2231(INI)). Ogni anno il network di esperti redige un rapporto, quello inerente l'Italia (2004) è reperibile al seguente indirizzo: http://cridho.cpdr.ucl.ac.be/DownloadRep/Reports2004/nacionales/CFR-CDF.repITALY.2004.pdf L'analisi condotta, prende in esame alcuni dei documenti proposti nella presente lista e conferma sostanzialmente la gravità e l'anomalia del caso italiano: "It seems possible to agree with those taking the issue of pluralism and interconnection between the political and media power as serious, in particular after the new legislation of 2004"(Nda la legge Gasparri) (pag. 41) (Ci sembra possibile concordare con coloro i quali ritengono che la questione del pluralismo e della commistione tra potere politico e mezzi d'informazione sia seria, in particolare dopo la nuova legislazione del 2004)(NdT la legge Gasparri) Ribadisce il conflitto di interessi tuttora irrisolto che sta portando congrui ed ingiustificati benefici a Mediaset: "the imbalance between press and television, that absorbs the 60 per cent of the overall mass media advertising spending; the substantial monopoli of privately-owned television, with Mediaset that continues to show a significant increase in income and revenues every year, thanks to the "dragging effect" of the "Berlusconi-Prime Minister" factor." (pag 41) (Lo squilibrio tra stampa e televisione, che assorbe il 60% delle spese totale per la pubblicità sui mass media; il sostanziale monopolio della televisione privata, con Mediaset che continua a mostrare un significativo incremento di entrate e di reddito ogni anno, grazie all'effetto trascinante del fattore "Berlusconi-Primo Ministro") Mette in risalto la sostanziale omologazione al potere politico dei media italiani: "At the end of 2004 all the three Mediaset news are edited by journalists with similar political ideas."pag. 43). (Al termine del 2004 tutti e tre i telegiornali di Mediaset sono diretti da giornalisti con idee politiche simili.) Mentre: "The first two Rai news seem to have assumed the role of loudspeakers for the executive, the third for the opposition." (pag. 42) (I telegiornali delle due prime reti RAI sembrano aver assunto il ruolo di altoparlanti per l'esecutivo, quello della terza rete per l'opposizione.) E l'assenza di un'alternativa effettiva "does not allow the "removed" professionals to practice their job with another broadcaster." (pag. 42) (non permette ai professionisti "rimossi" di praticare il loro attività per un altro canale o per un'altra compagnia televisiva.) E concludendo: "The overall performance of the present Italian broadcasting system does not appear to reflect the significant check-and-control role that is traditionally attributed to the media in an advanced democracy and the Law n. 112 of 2004 seems to move away the system from this goal, although a complete evaluation is put off until its effective application." (pag. 43) (La prestazione complessiva dell'attuale sistema televisivo italiano non sembra riflettere il significativo ruolo di "controllo e verifica" che tradizionalmente viene attribuito ai media in una democrazia avanzata e la legge n. 112 del 2004 (NdT legge Gasparri) sembra allontanare il sistema da questo obiettivo, sebbene una valutazione completa e da rimandarsi fino alla sua effettiva applicazione)

I POTERI DI BRUXELLES E LA GUERRA DI SUEZ di MARIO MONTI dal Corriere - 28 febbraio 2006 L'annuncio della fusione Gaz de France/Suez, in contrasto con le ambizioni di Enel sulla stessa Suez, ha acceso un dibattito ricco di emotività, più che di lucidità. Vorrei aiutare i lettori a capire questa complessa vicenda e i problemi più generali che essa solleva, in questa fase promettente ma delicata dello sviluppo del mercato unico. Dal punto di vista dell'Enel e dello Stato italiano, la lucidità avrebbe suggerito, ieri, che l'intenzione di Enel di lanciare un'Opa ostile non venisse preannunciata. E suggerirebbe, oggi, di non fasciarsi la testa prima che sia rotta, ma anche di valutare con concretezza se, e in che cosa, il progetto di fusione violi qualche norma comunitaria. Non è ancora certo che l'intenzione di Enel sia definitivamente frustrata. L'Opa preannunciata sarebbe stata ostile. Ebbene, quello che si è verificato nei giorni scorsi è che la vittima predestinata dell'ostilità ha messo in campo le proprie difese. Ma sarebbe strano se l'ipotesi di una fusione con GdF non fosse stata considerata da Enel come una delle possibili reazioni di Suez. Certo, il governo francese ha chiaramente mostrato di non gradire l'intenzione di Enel. Ma non sarebbe il primo caso di un'Opa che riesce a realizzarsi malgrado l'avversione di un governo. Del resto, lo stesso governo francese, così come quello lussemburghese, non ha certo manifestato entusiasmo per l'Opa di Mittal su Arcelor, ma non per questo Mittal ha disarmato. Contro Enel, tuttavia, lo Stato francese non si è limitato alle parole. E' passato ai fatti, promuovendo la fusione della propria controllata GdF con la privata Suez. Ogni giudizio è legittimo, sul piano politico: da «Guarda questi francesi, come sanno "fare sistema"!» a «Ma che senso ha aprire i mercati se poi nei mercati giocano grandi imprese di Stato?». Se però si va oltre, e si chiede l'intervento dell'Unione Europea, sarebbe utile indicare quali norme europee si ritiene siano state violate. Non si può escludere, a priori, che l'intervento dello Stato francese e la fusione GdF/Suez comportino problemi, sotto il profilo delle norme del mercato unico e della concorrenza. Ma non è neppure ovvio, almeno a prima vista, che questo sia il caso. Si è detto: questa è una nazionalizzazione, per proteggere Suez dall'attacco di un'impresa estera. Ma le norme europee sono neutrali, tra proprietà pubblica e privata. Una nazionalizzazione non è contraria alle norme, così come l'Unione Europea non può imporre a uno Stato di privatizzare. Non risulta che né l'Italia né altri Stati membri abbiano mai proposto, in occasione delle diverse revisioni, di modificare questo principio basilare del Trattato di Roma. Inoltre, in base a quanto per ora è dato di comprendere, l'aspetto prevalente assomiglia piuttosto a una privatizzazione. A seguito dell'operazione la quota di partecipazione dello Stato francese al capitale di GdF, che oggi è dell'80%, diminuirà sensibilmente. E qui si cela una difficoltà per il progetto che, vista in un'altra prospettiva, potrebbe costituire un piccolo varco dischiuso dalla Francia «sociale» alle intenzioni italiane: i potenti sindacati di GdF si oppongono a questa operazione, che essi vedono come «totale privatizzazione» dell'azienda. Ciò potrebbe comportare difficoltà nelle strade e in Parlamento, dove il governo dovrà ottenere una modifica della legge che attualmente stabilisce nel 70% la soglia minima della partecipazione dello Stato. La Ue alla guerra di Suez Le norme europee non ostacolano le imprese pubbliche, ma non consentono che queste, esattamente come le imprese private, ostacolino il funzionamento del mercato unico e della concorrenza. Se si ritiene che l'operazione francese debba essere bloccata dalla Commissione europea, è in queste direzioni che occorrerebbe guardare. Sotto un particolare profilo, è molto probabile che l'operazione debba comunque essere esaminata dalla Commissione: la sua compatibilità con le regole sulle concentrazioni, a tutela della concorrenza. Esistono, in linea generale, altri possibili profili di esame. Pone problemi, questa operazione, dal punto di vista della libertà di movimento dei capitali o della libertà di stabilimento? Vi sono in essa aspetti che possano far pensare ad abusi di posizioni dominanti? Vi si possono riscontrare aiuti di Stato? Si può configurare come aiuto di Stato l'intervento, sotto l'esplicita regia dello Stato, di un'impresa controllata dallo Stato che ha come obiettivo, o conseguenza, di evitare ad un'impresa privata di finire preda di un'Opa ostile? Non conosco il caso, se non dalla lettura dei giornali. Mi sembra però che sarebbe nell'interesse di tutte le parti in causa — italiane, francesi ed altre — e nell'interesse del mercato, e perciò dei consumatori, che il dibattito non prescindesse dalla griglia sopra delineata, cioè dai termini concreti in cui eventuali interventi della Commissione potrebbero essere invocati. Se dovessero manifestarsi gli estremi per interventi della Commissione, non v'è ragione di dubitare che la Commissione interverrebbe. Anche contro la Francia? Certo. Negli ultimi anni la Commissione non ha esitato a far valere le norme comunitarie pure di fronte alle resistenze più agguerrite opposte dagli Stati membri più grandi. Per limitarci alla Francia, basterà ricordare i casi di Electricité de France (abolizione della garanzia di Stato, obbligo di rimborso di 1,2 miliardi di euro di aiuti di stato), di Alstom (no al progetto del governo di far «salvare» Alstom dall' impresa pubblica Areva, paletti stretti all' intervento dello Stato nel capitale di Alstom, con obblighi di disinvestimenti e altri impegni per ristabilire la concorrenza), di France Télécom (obbligo di rimborso di un rilevante aiuto di Stato configuratosi in seguito ad annunci e comportamenti dello Stato azionista). Un altro esempio, più indietro nel tempo. Di fronte alle cosiddette «svalutazioni competitive» della lira del 1995-96, il governo francese fece pressioni sulla Commissione affinché lo autorizzasse a compensare con aiuti la propria industria tessile e calzaturiera penalizzata dalle produzioni italiane. La Commissione disse no. Un ultimo esempio, attuale. La Commissione oggi in carica ha annunciato che vaglierà con molta attenzione le misure che la Francia intende introdurre, nella legge sulle Opa e altrove, contro acquisizioni dall'estero. Naturalmente, il suo vaglio non potrà esigere più «liberalismo» di quello, scarso, presente nella direttiva europea sull'Opa, varata sotto presidenza italiana nel 2003. E' davvero un peccato che l'Italia, che ha da tempo una delle leggi Opa più avanzate, si sia adoperata dapprima per non fare approvare nel luglio 2001 la precedente proposta di direttiva, più «liberale» (in quel caso, governo e parlamentari europei riuscirono a «fare sistema», e autogol) e poi per fare approvare la modesta direttiva del 2003, così facendo un grosso regalo alla Germania e alla Francia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Ferrante, vantaggio di quattro punti È al 47 per cento, la Moratti al 43. Partiti, crolla Forza Italia da Repubblica - 28 febbraio 2006 Il primo faccia a faccia in diretta tv tra i candidati sindaci Bruno Ferrante e Letizia Moratti apre questa sera la campagna elettorale per le Comunali. Mentre a tre mesi dalle elezioni, un sondaggio realizzato per Repubblica dà in vantaggio Ferrante di quattro punti e prevede con lui il sorpasso dell´Unione sulla Cdl. Forza Italia perderebbe 15 punti rispetto alle Comunali del 2001. Ma lo stesso sondaggio dice che il 27 per cento degli elettori è ancora indeciso. Ago della bilancia Ombretta Colli, che avrebbe tra il 4 e il 6 per cento dei consensi. Per convincerla a rinunciare a candidarsi, Berlusconi le promette un posto da senatrice. -------------------------------------------------------------------------------- SERVIZI ALLE PAGINE II E III Ferrante davanti alla Moratti Il vantaggio è di quattro punti regole Stasera in tv faccia a faccia tra l´ex prefetto e il ministro Dal sondaggio di Ipr Marketing emerge la insoddisfazione per lo stato attuale della città Il confronto in stile americano in diretta su Telelombardia ma non ci sarà la Colli GIUSEPPINA PIANO Un primo faccia a faccia in tv con regole da presidenziali americane: un solo giornalista, tempi uguali contingentati per le risposte. Si apre questa sera, con il duello tra i candidati sindaci Letizia Moratti e Bruno Ferrante, la campagna elettorale delle Comunali. L´appuntamento è alle 20.30 in diretta su Telelombardia. Non ci sarà l´outsider Ombretta Colli, perché così ha voluto Moratti per accettare il faccia a faccia. Eppure proprio lei, l´ex presidente della Provincia che (almeno per ora) ripete che si candiderà da sola alle Comunali, sarebbe l´ago della bilancia nell´urna. Lo conferma anche l´ultimo sondaggio sulla corsa per Palazzo Marino: vorrebbe l´Unione con Ferrante in vantaggio di quattro punti sulla Cdl di Moratti. Ma stima anche che oltre un quarto di elettori ancora è indeciso su chi votare. Un sondaggio che l´Istituto Ipr Marketing ha realizzato per Repubblica. Ne esce una città che chiede cambiamento: sei intervistati su dieci (e la metà degli elettori del centrodestra) dicono che negli ultimi cinque anni la vita a Milano è peggiorata. Ma ne esce anche una corsa dove il centrosinistra è in vantaggio ma il risultato è ancora del tutto aperto. E alla fine deciderà quel 27 per cento ancora di indecisi. L´identikit di questa fetta di elettorato ancora da convincere, e dunque target principale della campagna elettorale, vuole che siano soprattutto donne (il 58 per cento) e anziani (il 46 per cento). Tre mesi di tempo per convincerli, sempre che si voti per il primo turno il 28 maggio e per il ballottaggio l´11 giugno come sembra sempre più probabile. E i risultati? Sorpasso tra le coalizioni, Ferrante in vantaggio con un risultato tra il 47 e il 51 per cento al primo turno (e tra il 50 e il 54 per cento al ballottaggio), Letizia Moratti a ruota con una forchetta tra il 43 e il 47 per cento dei consensi (e tra il 46 e il 50 al ballottaggio). Fuori gioco due candidati indipendenti che già hanno annunciato la candidatura, Cesare Fracca della lista civica «Vivere Milano» e Roberto Bianchessi della lista civica «Italia Futura». E Ombretta Colli con la sua lista personale tra il 4 e il 6 per cento. Abbastanza per farne l´ago della bilancia: se l´ex forzista resterà in corsa disturberà il centrodestra, se invece alla fine decidesse di ritirarsi quei voti potrebbero rientrare nella Cdl. Determinando un assoluto pareggio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

"Corruttore!". La mia ultima contestazione al Puffone PIERO RICCA "Sapete solo insultare, ridicolizzare, demonizzare e spargere pessimismo! Questo solo sa fare la sinistra! A nessuno di noi verrebbe in mente di impedire il regolare svolgimento di una manifestazione, nessuno di noi si sognerebbe di interrompere e disturbare una festa della libertà come questa". Visibilmente irritato, il Puffone ha reagito in questo modo al mio breve intervento durante la convention forzista di sabato scorso al Mazda palace di Milano. Non era mia intenzione, davvero, rovinare la “festa della libertà”. Ma quando l’ho sentito parlare di “legalità” non sono riuscito a trattenermi. E gli ho urlato, con il vocione delle grandi occasioni: "Ma tu che parli di legalità! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Corruttore! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge!" . (Insulti? Ridicolizzazione? Demonizzazione? Pessimismo? Tutta colpa della sinistra, certo!) E poi, mentre le guardie private mi conducevano all'uscita, tra invettive e insulti di ogni genere del pubblico (il famoso partito dell’amore), rivolto ai tifosi, ho urlato: "Non fatevi fregare, amici! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando!". E quindi ho chiuso con un ultimo urlo dal fondo del palazzetto: "CIALTRONE!!!" Ho appreso dai notiziari che subito dopo il “premier” ha tratto spunto da quella definizione - “corruttore” - per denunciare, modesto com’è, la “vera corruzione di questo Paese”: “l'intreccio di poteri fra toghe rosse, coop rosse, giunte rosse e quel partito che è rimasto sempre lo stesso e ha corrotto le menti di tanti” e via delirando. All'uscita ho chiesto e ottenuto di essere assistito dalla polizia di Stato, affinché - allontanati i guardiani privati - fosse garantita la mia incolumità. Senza bisogno di identificarmi, gli agenti della Digos di Milano - la medesima struttura che sabato 29 gennaio 2005 mi sequestrò per impedirmi di partecipare a un convegno in memoria di Craxi - mi hanno gentilmente scortato alla più vicina fermata della metropolitana. E tutto si è concluso tranquillamente. Attendo ora nuova querela per "offesa alla presidenza del Consiglio", come accadde il 5 maggio 2003, il giorno della morte di Napoleone. Questa volta non mi è stato difficile entrare alla convention, nonostante i miei gravi precedenti di turbativa del quieto vivere. Mi è bastato avvolgermi in una bandierona di Forza Italia e tenerne un'altra, più piccola, in mano. Sotto braccio ostentavo una copia del Foglio. Nelle feste dei "liberali" il diritto all’applauso è garantito. Meno facile è stato, travestito in tal modo, resistere nel caldo del Mazda palace per due ore, tra inni azzurri, sventolio di bandiere e simpatici coretti: chi non salta comunista è! Ma ne è valsa la pena. M’ero recato al raduno forzitaliano, insieme all’amico Riccardo munito di videocamerina, con l’idea di girare una serie di interviste ai partecipanti, per tastare il polso al partito dell’amore. Arrivato di buon’ora, mi sono subito reso conto che non era impossibile entrare. Sotto un tendone regalavano gadget. Ho preso un paio di bandiere e cambiato programma. Dentro, il clima è da stadio. Il palazzetto si riempie di tifosi portati in pullman da tutta la Lombardia. Signore, ragazzi, pensionati. Sembrano persone tranquille. Poi li guardi bene e ti accorgi che c’è qualcosa di strano: odiano “i comunisti”, adorano il Capo, canticchiano un inno idiota, si bevono le più colossali panzane. E tutto questo, dodici anni dopo la famosa “discesa in campo” di un piazzista preoccupato di evitare la galera e salvare la roba. Un giorno qualcuno ci chiederà com’è stato possibile. E gli faremo vedere le foto dei leaderuzzi de’ sinistra. Basterà. Alle feste della libertà - mi accorgo - nessuno può parlare tranne Lui, l’Amato Leader. L’inizio della manifestazione è previsto per le 9,30. Il dio non si appaleserà prima delle 11,15. Nel frattempo c’è spazio solo per i canti. Da Bondi a Formigoni, i capetti sono tutti schierati a bordo palco con l’abito della festa, ma nessuno prende la parola per un saluto. Sono cotti dai riflettori, si annoiano a morte, devono sentirsi anche un po’ scemi. Ma stanno lì. Il dio è capriccioso. Mimetizzato tra i supporter, riesco a passare inosservato alla gendarmeria. Mi riconoscono solo i fotografi e i giornalisti. Alcuni di loro si avvicinano e mi sussurrano qualcosa all’orecchio. “Ottima performance”, si complimenta uno. “Non fare cazzate”, mi consiglia un altro. “Ma gli vuoi fare qualche scherzetto?”, s’informa il cronista del Corriere. Zitto zitto mi avvicino a meno di venti metri dal palco, dietro il quale campeggia un immenso cielo azzurro con la scritta, vagamente orwelliana: forza italia, forza di libertà. Ric intanto continua a filmare. Sulle note dell’inno di Mameli s’appalesa l’ometto del destino; la folla è in tripudio. Lo lascio tranquillo per i primi cinque minuti. Poi gli urlo in faccia la verità fuori copione. Sacrilegio! Mezz’ora dopo sono già al bar a bermi un chinotto. Tutto sommato poteva andar peggio. Poi vado al computer a scrivere un comunicato, per consentire ai cronisti di non appiattirsi sulla voce del padrone. Scopro che a stretto giro “il responsabile enti locali della Dc di Rotondi, Franco De Luca”, in una nota di agenzia, si è sentito in dovere di dichiarare: "Ricca sarà anche un bravo ragazzo ma è vittima di cattivi maestri", ed è “la riprova che i giudici comunisti odiano Berlusconi". Voglio togliermi dai coglioni tipi così: ecco perché urlo.www.centomovimenti.com

Le regole del confonto - Che strano paese: si vuole fare un confronto all'americana e poi si mettono sul tavolo le solite, truffaldine regole all'italiana. Si vuole organizzare un faccia a faccia secondo lo schema del campo neutro e uguali condizioni (scritte e controfirmate) e poi si apre una parentesi in cui si dice che uno dei due concorrenti potrà giocare un tempo supplementare senza avversari e a porta vuota. Qui non c'entra nemmeno la banale osservazione che di fronte al leader dello schieramento progressista c'è il padrone delle televisioni e che, solo per questo, casomai lo sfidante dovrebbe rifiutarsi per principio. Siamo oltre. Nonostante il clamoroso conflitto di interessi, la maggioranza scrive (da sola) un regolamento, pretende che l'avversario lo voti, esige che la vittima lo applichi. Si bara al gioco e per giunta si sventola l'asso. E c'è anche chi si stupisce se Prodi rifiuta le forche caudine votate dalla maggioranza della Commissione di Vigilanza. Un ministro della repubblica, Mario Landolfi, ieri dichiarava alle agenzie che il leader dell'Unione «deve accettare il confronto», il presidente della camera, Pierferdinando Casini, invece, lo reclamava a tutto servizio («Prodi si confronti con me e con Fini»). Sono impazienti e anche piuttosto nervosi. Se il professore alla fine li lascerà a bocca asciutta, cambiandogli all'improvviso la dieta televisiva, mantenere la forma mediatica sarà dura. Si legge sui giornali che quando le regole sono state decise bisogna rispettarle. Come se il regolamento apparecchiato dalla Vigilanza, fosse in qualche modo equivalente a una legge del Parlamento. Come se tutte le leggi, anche le più palesemente inique, andassero comunque rispettate. Si può anche scegliere la disobbedienza civile. E civilmente, di fronte a una situazione così paradossale, Prodi ha capito che la farsa andava esaltata (con la proposta di far moderare il faccia a faccia dal maggiordomo del cavaliere), l'apparenza della legalità ridicolizzata. E le regole finalmente ristabilite nel minimo livello di decenza. Il presidente del consiglio non rinuncerà al comizio finale graziosamente regalatogli dai suoi deputati al nobile scopo riuniti in Vigilanza? Allora si accontenti del monologo. Vuole invece confrontarsi con il suo antagonista? Accetti di sedersi al tavolo con le mani bene in vista. Chi lo conosce dice che cancellare l'appello al popolo è come togliergli il truccatore di fiducia. E allora si tenga il suo balconcino mediatico, ma non pretenda di usarlo per buttar giù il suo avversario. di Norma Rangeri da Il manifesto

Fossili di governo alla guerra europea per i combustili fossili (di Vincenzo Miliucci/Cobas ) wallace Alla faccia del Mercato, l'Europa dell'Energia va alla guerra! Lo scontro tra il governo francese e quello italiano per il controllo europeo dell'energia ripropone il protezionismo di Stato piuttosto che le suggestioni della globalizzazione. Ricapitoliamo. Alla vigilia del 3° millennio sembrava un dato acquisito la preminenza dei francesi in Europa attraverso la statale EDF.In ItaIia , stante la Direttiva UE sulla liberalizzazione del mercato dell’elettricità , il centrosinistra con la Legge Bersani del 1999 imponeva all’Enel di scendere sotto il 50% della produzione elettrica con la vendita ai privati di decine di centrali . Tornavano i “ padroni del vapore” con 3 gruppi : Endesa , Edison, Tirreno Power . Le ex municipalizzate nelle grandi città del centro-nord incorporavano la rete distributiva-commerciale dell’Enel : Acea/Roma, Aem/Milano, Aem/Torino, Asm/Brescia, Hera/Bologna,…… che a loro volta entravano ( stante la trasformazione in Spa) nelle cordate dei privati, Acea in Tirreno Power, Aem/Mi in Edison, Asm/Bs in Endesa, Aem/To + Amga/Ge nel nascente polo del NordOvest, Hera+Meta+…. in quello del NordEst . In Germania RWE e E ON , in Belgio Electrabel , in Spagna Endesa, non erano in grado di competere con il colosso francese EDF. In Francia, solo a metà del 2005 il governo ha recepito la legge sulla liberalizzazione, ma intanto l’EDF ha continuato a fare shopping in Italia e in Europa accrescendo la sua posizione dominante : ha ottenuto da Berlusconi di poter controllare Edison, il 1° gruppo privato dopo l’Enel ( con una deroga alla legge italiana che vieta alle aziende statali di detenere più del 2% in altre aziende), in cambio dell’OK dei recalcitranti francesi al progetto dell’Alta Velocità in Val di Susa. In Italia, all’Enel pur scesa sotto il 50% è stato permesso di fare shopping di centrali ( anche nucleari) soprattutto nell’Est europeo, Cecoslovacchia, Cekia, Bulgaria, Romania,……,oltre a partecipazioni nel programma nucleare francese e all’aumento delle quote di importazione. Dal 2002 è operante anche la liberalizzazione del Gas, e in Italia al precedente macro gestore ENIgas , si è aggiunta EnelGas( a che scopo la concorrenza di due aziende controllate dallo stato e in presenza di un unico tubo ??), Edisongas e altri ancora. L’Enel sotto la gestione Conti ( Scaroni è passato dall’Enel all’Eni) e con la supervisione del ministro Scaiola, ottiene di poter scalare attraverso OPA , sia Endesa ( che a sua volta è sotto scalata della tedesca E ON ) , sia la francese SUEZ ( ovvero Lyonnese des Aux, tra i 4 leader mondiali dell’Acqua: come mai di questa decisiva terza fonte di “energia”- e di chi ne possiede il controllo - in questo scandalo non se ne parla ?!) che controlla Electrabel ( 5° gruppo elettrico UE) e che a sua volta ha il 40% delle azioni di “ ACEA Electrabel elettricità”, con il suo Amministratore Delegato Jean Pierre Hanson che siede nel CdA del Gruppo ACEA. Entrambi i governi spagnolo e francese hanno inteso queste OPA “ italiane” come ostili, correndo ai ripari attraverso l’intervento diretto degli Stati, con concentramenti e fusioni di Aziende a controllo statale o con alleanze capaci di garantire l’indirizzo originario. Sotto la regia dei rispettivi governi, così sta avvenendo in Francia con Suez accorpata in Gaz de France , e in Spagna con Endesa accorpata con Iberrola (o alleata ad E ON) , alla faccia del massimo principio capitalista della “ libertà di mercato” : risulta oltremodo evidente che “ l’interesse della nazione” coincide con i gruppi di potere e che questo, il potere politico-.economico,è storicamente preminente rispetto alla favola del “ libero mercato-impresa”. Con questi ulteriori mancati affari - ricordate il naufragio recente dei “ furbetti del quartierino” nelle scalate Coop-Bnl e Popolare Lodi ; ora bisogna indagare sui retroscena del trappolone scattato ai danni di Berlusconi e soci ,in piena campagna elettorale - con le OPA autorizzate all’Enel dal governo in Italia stavamo arrivando al paradosso che, dopo la liberalizzazione accelerata dal centrosinistra nel 1999, con l’Enel costretta a vendere Centrali e Rete Distributiva a Endesa e Acea, nel 2006 con un Enel smembrata e ridimensionata il centrodestra ha puntato a testa bassa al controllo- riacquisto di Endesa e di Acea ( attraverso Electrabel-Suez) ! Le Autority italiane ed europee tacciono, così come i partiti e le associazioni dei consumatori , che nulla dicono dell’aumento , dal 25 al 32%, delle tariffe luce/gas,la cui drastica riduzione era invece il presupposto stesso della liberalizzazione ! Sempre dentro il rischio “ black out” , con la ripresa della velleità del “ nucleare” dopo la “ scarsità-riduzione” del gas russo ( Scaroni/Eni, sotto pressione di Berlusconi “ culo e camicia” con Putin/Gazprom, ha disdetto alcuni contratti con l’Algeria” nazione non sicura”), ci si sarebbe aspettati una politica europea per l’energia ( la Conferenza italiana è stata annullata dal governo preoccupato dalle ripercussioni negative per il taglio degli approvvigionamenti del gas russo) con annesso Piano Energetico Europeo, con fonti di approvvigionamento dettate da una politica estera lungimirante , finalizzata al rispetto del Protocollo di Kyoto e alla massificazione delle energie rinnovabili e del risparmio. Così non è, l’energia nonostante il progressivo esaurirsi delle fonti fossili viene incentivata al consumo-spreco, e per garantirsela i governi entrano i conflitto e i combine tra loro, compresa la “guerra permanente” e l’aggressione ai paesi produttori, ieri l’Irak ,domani……www.liblab.it

Troppi soldi per troppi partiti Alfredo Macchiati La regolamentazione del finanziamento della politica si presta a essere esaminata secondo diversi criteri: effetti sul grado di frazionamento delle forze politiche; trasparenza; condizionamento sul contenuto delle leggi; mix delle fonti (pubblico e privato); destinatari del finanziamento (partiti o candidati); modalità ed efficacia dei controlli; efficienza (livelli di spesa in rapporto ai "servizi" resi). Il quadro delle leggi del nostro paese presenta diverse criticità in ciascuno di questi aspetti, alcune delle quali esacerbate dagli interventi approvati dal Parlamento nelle ultime settimane, altre invece introdotte all’inizio della legislatura. Altre ancora, infine, risalgono allo scorso decennio. Diritto al finanziamento e numero dei partiti In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato abrogato con il referendum del 1993, che si chiuse con una sorta di plebiscito: a favore della cancellazione si espresse il 90,3 per cento dei votanti, che furono il 65,8 per cento degli aventi diritto. Ma naturalmente il referendum non poteva azzerare il finanziamento pubblico dei partiti, che ha semplicemente assunto un’altra forma, quella dei fondi destinati con periodicità annuale al rimborso delle spese elettorali. Ciò conferma, tra l’altro, come l’antipolitica, di cui quel referendum fu uno dei frutti più rappresentativi, non aiuti a formare un sistema delle istituzioni politiche trasparente, effettivamente controllabile e ordinato. La legge 156 del 2002 ha ridotto dal 4 all’1 per cento la soglia minima dei voti espressi in ambito nazionale per aver diritto al finanziamento. In tal modo si è rafforzato il contenuto proporzionalistico della regola, in qualche misura anticipando lo spirito della riforma elettorale. La conseguenza, come ben documentato in un recente volume di Cesare Salvi e Massimo Villone, è che i soldi pagati ai partiti si sono distribuiti nel 2005 su ben ottantuno formazioni politiche, a titolo di rimborsi per le elezioni regionali, nazionali, europee. (1) Davanti a questo risultato, c’è da chiedersi se il meccanismo di rimborso non dovrebbe, al contrario di quanto è successo, disincentivare il frazionamento, che costituisce sicuramente una anomalia acuta del nostro sistema politico. Subordinare i rimborsi elettorali alla effettiva elezione nelle assemblee potrebbe apparire una misura un po’ draconiana, ma in realtà ciò già avviene in Italia per le elezioni regionali e per quelle europee; in Spagna, questa regola vale anche per il Parlamento nazionale. In ogni caso, un sistema come quello italiano, dove la soglia per ricevere i rimborsi elettorali è molto più bassa del livello di sbarramento previsto dalla legge elettorale, appare del tutto illogico. Trasparenza Sul piano della trasparenza il sistema italiano, almeno sulla carta, non sfigura nel confronto internazionale. L’articolo 39 del "decreto milleproroghe" varato dal Governo nelle scorse settimane ha tuttavia aumentato drasticamente il limite oltre il quale scatta l’obbligo di dichiarazione congiunta di partito e soggetto donatore: da 6.614 a 50mila euro. In Gran Bretagna e in Germania il limite è molto più basso; ma ci sono anche paesi dove non vi è obbligo di trasparenza sul singolo contributo. Data la debolezza delle nostre istituzioni e le pratiche clientelari diffuse, la scelta della trasparenza massima sembra da raccomandare. Limiti alle spese elettorali Un susseguirsi di norme ha invece innalzato il tetto di spesa dei partiti, ottenuto moltiplicando il numero degli aventi diritti al voto per un certo importo, inizialmente 200 lire. Prima si è alzato l’importo massimo di spesa per elettore dei partiti, che è stato infine portato nel 2002 a un euro. Poi, con il decreto del 25 gennaio scorso, è stato aumentato il tetto di spesa per il singolo candidato, che passa da poco meno di 40mila euro a 52mila euro. Inoltre, si è raddoppiato il parametro del tetto di spesa per elettore del singolo candidato: è stato portato a due centesimi di euro. Era di cento lire, quindi è raddoppiato. Stiamo dunque assistendo alla continua lievitazione dei costi e dei rimborsi. È lecito domandarsi se sia cresciuto in proporzione il benessere dei cittadini, relativamente alla qualità dei servizi che i partiti svolgono: elaborazione delle politiche e loro realizzazione. Nel 2005 i partiti hanno ricevuto 196 milioni di euro, cui vanno aggiunti i circa 90 milioni dei contributi ai gruppi parlamentari, a carico del bilancio delle Camere. Alcune misure per migliorare il sistema Il problema è che quando il Parlamento delibera in materia di finanziamento delle spese elettorali, non compie mediazioni tra interessi contrastanti: decide in causa propria, come dicono i giuristi; se si preferisce, decide in conflitto d’interesse. Si renderebbe allora necessario un controllo super partes, non solo sul rispetto della normativa, dove peraltro i controlli previsti non si presentano particolarmente efficaci, ma anche su eventuali modifiche ai limiti di spesa. Secondo quanto sottolineato in un rapporto dell’associazione Astrid di poco più di un anno fa, in Francia, Germania e Stati Uniti, le Corti costituzionali svolgono una funzione cruciale nelle decisioni sul finanziamento della politica, una sorta di terzo attore che affianca Parlamento e opinione pubblica. Le modalità di un eventuale coinvolgimento della Corte, un tema squisitamente giuridico, meriterebbero di essere approfondite. Così come meriterebbe di essere affrontato il tema del concorso dei privati: anche un sistema a forte impronta pubblicistica, come quello tedesco, subordina la concessione dei fondi pubblici all’ottenimento di fondi privati (metodo dei matching funds). Insomma, il finanziamento dei privati, nel nostro sistema poco diffuso, andrebbe opportunamente incoraggiato, con il benefico effetto di allargare la partecipazione democratica alla politica. (1) Cesare Salvi, Massimo Villone, Il costo della democrazia, Mondadori.www.lavoce.info/

Beppe Grillo: “La mia prossima mossa? Un doppio blog” Il comico genovese spiega le ragioni del successo del suo blog e perché si prepara a raddoppiarlo “La mia prossima mossa sarà quella di farmi conoscere per potermi far scrivere dall’Estero. Quindi dividerò in due il blog, ne farò uno doppio. Faremo due post al giorno, uno con temi sempre di cronaca italiana e l’altro che riguarderà argomenti vari internazionali, in modo che possano interessare anche ai residenti all’estero”. E’ quanto ha dichiarato Beppe Grillo a Massimo Mattone, caporedattore di Internet Magazine, in un’intervista sul potere persuasivo dei Blog in relazione all’uso delle nuove tecnologie, quali, ad esempio, il Voice Over IP. “Questo blog è stata una sorpresa anche per me” – ha affermato il comico genovese quando gli è stato chiesto di spiegare le ragioni dell’enorme successo del suo blog. “La causa principale di questo successo” ha proseguito Beppe Grillo “è la reputazione, la mia reputazione e la mia fisicità. Io vinco sugli altri non perché io scriva meglio degli altri o dica cose più interessanti. Perché io esisto, esisto come professionista,vado in giro, faccio le tournée, ed ho una discreta reputazione”. Il Beppe più noto d’Italia ha avuto modo anche di smentire chi lo taccia di fare controinformazione: “Il mio blog sta diventando un punto di riferimento per l’informazione. E questo è quello che volevo io ed i miei collaboratori. Volevamo essere non una controinformazione, la controinformazione la fanno gli altri! Noi facciamo dell’informazione. E’ diventato un fenomeno enorme…” E il DVD in vendita sul suo Blog? Nessuna “paura”, serve solo a sostenerlo: “Il mio blog si autosostiene con la vendita di un DVD – chi lo compra lo compra, chi non lo compra usufruisce lo stesso di tutti i servizi” ha affermato il blogger italiano più visitato al mondo, sottolinenando l’importanza della semplicità di utilizzo del blog e della gratuità del medesimo. “Le prossime elezioni politiche 2006 saranno influenzate dai Blog?” gli ha poi chiesto Massimo Mattone, che si è già occupato di questo tema ascoltando i pareri dei principali leader politici italiani (blogger e non) in uno studio pubblicato sul Web e sulla rivista Internet Magazine: “Guarda cos’ha fatto Howard Dean negli Stati Uniti, stava quasi vincendo!” gli ha risposto un Beppe Grillo che sembrava avere pochi dubbi sul potere persuasivo dei blog in campagna elettorale. “Ha avuto un’eco straordinaria, anche economica. Ha fatto delle collette ed ha raggruppato cifre da capogiro…” ha proseguito il comico genovese. Gli è stato fatto osservare, a tal proposito, che il boom in Rete di Howard Dean non si è poi tradotto in un suffragio elettorale altrettanto “esplosivo”, chiedendogli conferma della sua convinzione del potere dei blog sull’informazione politica in campagna elettorale. Beppe Grillo ha confermato di crederci, soprattutto se ci sarà uno spirito d’iniziativa comune teso a portare l’informatica (Internet + PC) a basso costo nelle case degli italiani. "Ci pare dunque di aver capito che sostanzialmente tu credi che gli elettori possano basarsi anche sulla Rete (e sui Blog)” per le prossime elezioni, gli ha chiesto a tal proposito Massimo Mattone: “Sicuramente!” ha replicato Beppe Grillo. “Bisogna fare queste battaglie per rendere libero e gratuito l’accesso. Questo è indiscutibile. Quindi una sorta di cittadinanza digitale quando nasci. E poi rendere fruibili gli hardware. Computer a basso costo, gratuiti quasi, anche quelli. Cioè cercare di dare questa tecnologia alla maggior parte possibile di persone in forma libera e gratuita. Questa è la mia posizione” Beppe Grillo, semmai si possa, è parso sempre più innamorato della Rete e dei Blog. Rivolgendosi ai blogger ha detto: “Saluto tutti i blogger. Io ho scoperto un mondo che non conoscevo, quindi non posso che ringraziarvi. Comincio a conoscere per nome le persone, gente che si firma non so… come conan_il_rabarbaro, alzheimer… comincio a conoscerli e ho scoperto gente straordinaria, gente che per dire una parolaccia scrive c…o… C’è tanta buona gente nei blog. C’è davvero tanta buona gente. E con i Meetup li stiamo vedendo in faccia”, li stiamo incontrando di persona… Riguardo all’organizzazione di incontri fisici, reali, ai Meetup cioè, che rappresentano la proiezione reale del mondo virtuale dei Blog, il comico genevose si è rivelato entusiasta, sottolineando ancora, implicitamente, l’importanza della proiezione fisica - dell’ “Io esisto” anche in carne ed ossa, vado in giro per i teatri e le città…” - di ciò che (Rete, Blog) rischierebbe di restare altrimenti confinato in una dimensione semplicemente virtuale: “Con i Meetup stiamo avendo dei grandi successi” ha affermato a riguardo Beppe Grillo. Ad esempio, “far firmare lettere a segretari e a sindaci che sono dipendenti, alla battaglia per l’acqua, alla protesta per un inceneritore, a portare degli scienziati in comune per dire cosa esce da un inceneritore… Sono battaglie straordinarie quelle che fanno questi ragazzi!” E riguardo alle nuove tecnologie, come si pone Beppe Grillo? Da un suo post sul blog, scritto con la la simpatia graffiante che lo ha reso celebre in tutto il mondo, si evince infatti un grande entusiasmo, ad esempio, per il VoIP. “Fino ad un anno fa sfasciavo i computer!” ha risposto simpaticamente Beppe Grillo. “Poi ho scoperto che oltre al computer c’è la Rete e allora ho cominciato ad interessarmi alla Rete ed alle sue potenzialità che sono straordinarie: l’eliminazione dell’intermediazione, degli intermediari… Tutto ciò sta cambiando letteralmente il mondo. Io a tutte queste tecnologie (VoIP & dintorni, ndr.) mi ci sto avvicinando da un anno a questa parte”. Al perché del suo invito così caloroso all’uso del VoIP, Beppe Grillo ha risposto sottolinenando ancora l’importanza di far conoscere a tutti le enormi potenzialità della Rete e del VoIP: “Metà della gente non ha accesso a questa tecnologia, l’altro 50% dell’altra metà (che la usa, ndr.) non conosce la Rete, quindi (il post l’ho scritto, ndr.) vedendo questi software di telefonia che arrivano (il telefono è già cambiato adesso), vedendo la prospettiva straordinaria di come tagliare fuori questi usurai della voce con il VoIP, con l’essere collegati… Ormai negli Stati Uniti è un servizio che danno i bar, i ristoranti, gli alberghi. Se sei connesso con un telefono tu chiami il mondo senza pagare assolutamente nulla, perché la connessione te la danno gratuita”. E la difficoltà nel telefonare attraverso il PC, la paura di perdere la tradizionale semplicità della cornetta? Beppe Grillo rassicura tutti: “La prossima fase sarà proprio quella di eliminare il computer. Non ci sarà più il PC. Ci sarà il software direttamente nei telefonini, saranno già i costruttori di telefoni che metteranno questo software dentro al telefonino”. Allora, tutti pronti ad installare un bel software per il VoIP e via? “Sì, non paghi più le urbane e le interurbane, praticamente è quasi a costo zero… Il problema sarà come reagiranno questi pachidermi (Provider tradizionali, ndr.) che ci dobbiamo trascinare…” “Finora, Beppe” - ha osservato a tal proposito Massimo Mattone - “come sai i Provider tradizionali hanno reagito abbassando sostanzialmente rispetto al passato il canone delle tariffe telefoniche tradizionali di tipo Flat, portandole ad un prezzo in un certo senso concorrenziale con il VoIP (concorrenziale tra virgolette, perché il VoIP continua, in generale, a convenire - e spesso anche molto). Ecco, hanno reagito così. Il futuro del VoIP è un po’nelle loro mani”… “Certo. E se è nelle loro mani io mi comincio a preoccupare. Troveranno sicuramente qualche paletto. Far pagare ad esempio…” ha replicato Beppe Grillo.www.webmasterpoint.org/

Esperimenti con la verita' : saggezza e politica di Ghandi di red Il titolo di questo libretto di Enrico Peyretti è ripreso da Gandhi, che intitolò la propria autobiografia An Autobiography, or the Story of my Experiments with Truth. Egli diceva di se stesso: "Non sono che un comune mortale che procede dall'errore verso la verità". Per lui la verità è la preziosa unità di tutte le cose e di tutte le vite, che nessuna violenza deve offendere, che va difesa con la forza invincibile della nonviolenza, la forza dell'anima e dell'unità. Il libro è un lavoro semplice, divulgativo, un avvio a conoscere Gandhi e il movimento, più importante che imponente, da lui messo in moto nel Novecento: il secolo più violento della storia è stato anche il secolo in cui è sorta la maggiore alternativa politica alla violenza nei conflitti, nelle strutture, nelle culture, nella concezione stessa della società e delle sue istituzioni. Il lavoro è dedicato e diretto ai giovani che stanno scoprendo l'esempio e l'impegnativa eredità di Gandhi, e se ne sentono sospinti e incoraggiati a costruire pace e giustizia coi mezzi della pace e della giustizia. Dopo una sintesi sulla vita e personalità di Gandhi, attraverso la sua azione storica, si espone la sua teoria della nonviolenza: etica e politica, fini e mezzi nell'azione, le regole sperimentate dell'azione nonviolenta, la relazione tra religioni e pace. Concludono il volumetto di un centinaio di pagine, l'indicazione dei principali libri per conoscere Gandhi e una piccola antologia di testi gandhiani. Enrico Peyretti e' un teorico della nonviolenza. Ha scritto saggi e articoli ed e' membro - fra l'altro - del Comitato Scientifico del Centro Interateneo di Studi per la Pace delle Università piemontesi, e dell'analogo Comitato della rivista Quaderni Satyagraha, edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace di quella Università, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione e socio attivo del Centro Studi per la pace e la nonviolenza "Sereno Regis" di Torino. ESPERIMENTI CON LA VERITÀ SAGGEZZA E POLITICA DI GANDHI di Enrico Peyretti Ed. Pier Giorgio Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) pagine 104, 10 € www.osservatoriosullalegalita.org

Kabul, la rivolta dei prigionieri talebani Trattative in corso per scongiurare un blitz. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 detenuti L’esercito afgano circonda la prigione di Pol-i-Charki a Kabul, dove da sabato sera è in corso una rivolta di detenuti ex talebani che hanno preso il controllo della loro sezione e di quella femminile con un’azione costata loro 4 morti e 35 feriti. Il primo giorno di trattative si è concluso con il rilascio dei feriti più gravi che erano tenuti in ostaggio dai rivoltosi, consegnati al personale della ong italiana Emergency. Trattative in corso: consegnati a Emergency 17 feriti. “I rivoltosi hanno acconsentito a rilasciare 17 feriti e di consegnarli alle cure del nostro personale medico”, dice da Kabul Marco Garatti, coordinatore medico di Emergency in Afghanistan. “Li trasportiamo al nostro ospedale di Kabul a bordo di due ambulanze e di un nostro autobus che abbiamo approntato apposta sostituendo i sedili con quindici materassi. La trattativa in corso ci fa ben sperare, anche se sicuramente non sarà una cosa rapida. Anche il dispiegamento delle forze militari qui fuori dalla prigione, oggi assai minore di ieri, indica che per ora non si pensa a un’azione di forza per riprendere il controllo dei due bracci occupati. Noi d i Emergency e tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano qui a Pol-i-Charki ci opponiamo a un blitz: sarebbe una strage. Ieri sera e questa notte temevamo il peggio, ma poi sembra che questa mattina sia arrivato dal presidente Hamid Karzai l’ordine di aspettare e negoziare. Speriamo bene. Non sembra essere stata una rivolta organizzata, pianificata: i detenuti non avevano armi, il che significa che si è trattato di un’azione spontanea e improvvisata. A guidare la rivolta sono ovviamente i boss dei bracci, ma nessuno al momento può fare nomi perché nessuno è ancora entrato lì dentro dall’inizio della rivolta”. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 persone. “Dopo il rilascio dei 17 feriti ci sono ancora 156 detenuti ostaggio dei rivoltosi: 13 prigionieri feriti durante la rivolta nel braccio politico e le 70 detenute del braccio femminile assieme ai loro 73 bambini”, racconta al telefono dal carcere di Pol-i- Charki Rosanna Magoga, responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana Emergency. “Nel braccio dei criminali comuni è tornata la calma: lì i prigionieri sono rientrati nelle celle. Invece la sezione politica e quella femminile sono ancora occupate dai prigionieri in rivolta. Oggi sono iniziate le trattative: i negoziatori sono alti esponenti religiosi e governativi afgani, che si coordinano con rappresentanti delle Onu e dell’Isaf venuti qui a Pol-i-Charki. Ancora non è chiaro quali siano le richieste dei detenuti in rivolta. Si sa solo che la scintilla è stata l’imposizione delle divise da parte della direzione del carcere, decisa dopo l’evasione il mese scorso di sette prigionieri che si erano mischiati tra i visitatori: sembra che le guardie abbiano usato la forza con i detenuti per imporre loro di indossare queste divise e che da qui sia iniziata la rivolta. Ma non è difficile immaginare che alla base della rivolta vi siano le dure condizioni di detenzione nel carcere, condizioni che noi che ci lavoriamo dentro conosciamo bene: celle sovraffollate, freddo e sporcizia, violenze e abusi sui prigionieri da parte delle guardie carcerarie”. La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un tanfo nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere. I prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati trasferiti qui nel maggio 2004 dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria./www.peacereporter.net Enrico Piovesana

Roma, la più multietnica d'Europa Stranieri. Presentato ieri il II Rapporto dell'Osservatorio romano sulle migrazioni. Tra le capitali europee, quella italiana si mostra come la più variegata, con quasi 200 nazionalità diverse Marzia Basili E’ stato presentato alla stampa ieri a Roma il secondo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, curato e presentato dalla Camera di Commercio e dalla Caritas di Roma. La sinergia tra un attore, come la Caritas, da sempre impegnato nel settore sociale e dell’accoglienza e la Camera di Commercio, organizzazione spiccatamente economica, è emblematica delle due dimensioni con cui la società italiana guarda al fenomeno dell’immigrazione. A differenza delle altre grandi capitali europee, Roma sembra emergere come la più multietnica. Mentre Parigi è meta privilegiata della comunità magrebina, Berlino di quella turca e Londra della indo-pachistana, Roma accoglie quasi 200 nazionalità diverse. Le collettività più numerose sono quelle filippina e rumena che tuttavia non raggiungono insieme più del 25% del totale della popolazione straniera. A gennaio 2005 risiedono nel comune di Roma circa 225 mila cittadini stranieri, pari a quasi l’8% della popolazione totale. Si tratta di una popolazione prevalentemente adulta e femminile che giunge nella capitale per lavorare o ricongiungersi alla propria famiglia; cala infatti la percentuale dei permessi di soggiorno per motivi religiosi e per studio. Ampliando lo sguardo al contesto provinciale, l’immigrazione aumenta sensibilmente nell’area extrametropolitana mentre tende a diminuire nella città di Roma facendo registrare un rapporto tra capoluogo e provincia che passa da 1 a 6 all’inizio degli anni ’90 all’attuale 1 a 3. Tale dato tradisce la tendenza dei nuclei familiari immigrati a scegliere di insediarsi non nell’area metropolitana bensì nei comuni circostanti che presentano probabilmente costi e condizioni di vita meno proibitive. Ciò trova anche conferma nella percentuale di alunni stranieri nelle scuole che passa dal 4,8% a Roma al 5,8% negli altri comuni della provincia. Se da un lato tale fenomeno è emblematico di una crescente tendenza alla stanzialità da parte della comunità immigrata che richiama la propria famiglia e cerca pertanto un contesto di vita più idoneo ai nuovi bisogni, dall’altro evidenzia un pericoloso processo, già sviluppatosi nelle altre capitali europee, di creazione di sistemi sub-urbani satelliti a forte rischio marginalizzazione. Come evidenziato dai dati Inps, i lavoratori stranieri nell’area romana sono prevalentemente occupati nel settore domestico o come dipendenti di aziende commerciali ed edili. Tuttavia, il dato che sorprende maggiormente è la straordinaria dinamicità dell’imprenditoria immigrata. A fronte di un calo dello 0,7% degli italiani titolari o soci di ditte, gli imprenditori immigrati fanno registrare, nell’arco temporale 2003-2004, un vero e proprio boom con il +19% di titolarità di nuove imprese. Un imprenditore “romano” su 15 (vale a dire il 7% del totale) è di origine straniera! Il settore imprenditoriale preferito è quello dei servizi (il 60% delle imprese attive in questo settore ha un titolare immigrato), del commercio (39%) e delle costruzioni (17%). I titolari ed i soci di origine rumena sono i più numerosi tuttavia si tratta di un fenomeno “multietnico”: si contano almeno una ventina di collettività nazionali con percentuali comprese tra il 4% e il 2% e la categoria “altre provenienze” rappresenta il 13,4% del totale. Le interpretazioni a questo dato possono essere molte, anche quelle che mettono in gioco fattori psicologici quali l’entusiasmo e la voglia di affermazione da parte di chi investe nel progetto migratorio un futuro migliore per sé e per i propri familiari. Tutto questo accede all’interno di una società, quella italiana, che sembra frenata e smarrita nei sui obiettivi di sviluppo a causa dei contraddittori e illusionistici indirizzi economici dell’attuale fase politica. www.aprileonline.info/

Nelle catacombe di Sofia - I 27.02.2006 Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova Cunicoli, cantine, fogne. C'è un'intera città nel sottosuolo della capitale della Bulgaria. E vi vivono migliaia di persone. Sono coloro i quali sono rimasti schiacciati dalla transizione. La prima di due puntate di un reportage di Tanya Mangalakova Gena - di Francesco Martino Mentre la Bulgaria si appresta ad entrare nell’Unione Europea, migliaia di senzatetto popolano le strade di Sofia, chiedendo l’elemosina o vagando da cassonetto a cassonetto, alla ricerca di cibo e di qualche vestito. Il numero dei senzatetto è cresciuto bruscamente negli ultimi quindici anni, alimentato dalle difficoltà economiche della transizione. Uomini, donne e bambini vivono nel sottosuolo della città, nei lunghi tunnel dove passano le condutture della “Toplofikatzya Sofia”, oppure in edifici abbandonati. In genere sopravvivono raccogliendo scatole di cartone che rivendono a 7 “stotinki” al chilo, (circa 3 eurocent) o ferro vecchio ( 20 “stotinki” al chilo). In gennaio il quotidiano “Standart” ha pubblicato una serie di reportage sul “popolo del sottosuolo”. Vladimir Yonchev, giovane reporter del giornale, non si è limitato però a raccontare la storia di questi emarginati, ma è riuscito a portare il neo sindaco di Sofia, Bojko Borisov a guardare da vicino le condizioni di vita di chi vive nell’ombra e a prendere la responsabilità politica della loro sopravvivenza. Il primo febbraio, infatti, Borisov, unico tra i politici della capitale, è sceso nel sottosuolo della città, incontrando i suoi abitanti più marginali. Attraverso una grata il sindaco ha potuto spiare la spaventosa miseria delle condutture sotterranee, dove uomini, bambini e donne, anche incinta, vivono per difendersi dal gelo dell’inverno. Ognuno di loro ha una storia, ma il profilo generale è comune; una vita misera e totalmente anonima, nessun posto dove andare, esclusione da ogni beneficio del sistema sociale e sanitario. Quanti sono gli abitanti del sottosuolo? La serie di reportage di “Standart” ha coinciso col momento più duro dell’inverno, con i termometri in picchiata fino a -20°. “Migliaia di senzatetto vivono nei tunnel di Sofia”, “I barboni si spartiscono le condutture”, “Il tunnel sotto lo Sheraton, il sogno di ogni senzatetto”. Sono questi i titoli degli articoli che hanno raccontato il mondo del sottosuolo. Pochi metri sotto il livello dell’asfalto esiste una Sofia sconosciuta, oggi rifugio di chi casa non ha. Non ci sono stime ufficiali, ma c’è chi si è spinto ad affermare che questa città sotterranea è abitata da 10/20mila persone. Bojko Borisov ha smentito queste stime, che giudica esagerate, ammettendo, però, di non avere la minima idea sulle dimensioni reali del fenomeno. Vari tipi di tunnel si intrecciano nel sottosuolo della capitale bulgara. C’è il “tunnel delle autorità”, protetto e inaccessibile, che, partendo dal parlamento arriva fino a Juzhen Park, passando sotto la Presidenza, il Consiglio dei ministri e l’Accademia Militare di Medicina. Ci sono poi le catacombe romane, la più antica delle quali, risalente al secondo secolo dopo Cristo, passa sotto la chiesa di “Sveta Nedelya”, ad un passo dall’hotel “Sheraton”. Ma il regno dei senzatetto sono soprattutto i tunnel delle condutture della “Toplofikatzya”, società distributrice di riscaldamento e acqua calda. Le condutture principali, dal diametro di circa un metro e mezzo, garantiscono al loro interno una temperatura di circa trenta gradi, tanto che questi dormitori vengono usati soltanto d’inverno. In estate, quando il calore diviene insopportabile, gli “invisibili” si trasferiscono nel cosiddetto “tunnel del Bronx”, a pochi metri dal monumento all’ Armata rossa. Il cinese - di Francesco Martino La faccia oscura di Sofia “Osservatorio” ha deciso di scendere nei tunnel per conoscere meglio la vita del “popolo del sottosuolo”. Per farlo ci siamo rivolti a Vladimir Yonchev, che ci ha indicato delle persone fidate. Miroslav “Miro”,19 anni, Yulian Nikolov “Yuli”, 43, e Ljubomir, detto“il Cinese”, 28, ci hanno fatto da guida per due giorni nel loro mondo sotterraneo e marginale. A sentire i loro racconti, tutti possono diventare dei senzatetto, vecchi e giovani, uomini e donne, singoli o intere famiglie. Si rimane sulla strada per tanti motivi, magari per scappare da una famiglia violenta, e si inizia a vagare alla ricerca di un posto dove passare la notte. Miro e gli altri di solito dormono in edifici abbandonati, ma anche loro conoscono il segreto dei tunnel della “Toplofikatzya”. La storia della loro vita sulla strada, precaria e caotica, parla di violenza, isolamento, esclusione, e di paura, soprattutto quella delle teste rasate. Il nostro viaggio comincia con una visita al centro giovanile “16+”. Lungo la strada, Yuli ci racconta della quotidiana discriminazione di chi vive senza fissa dimora. “Io, ad esempio sono imbianchino, ma chi vuoi che ti prenda al lavoro se sei sporco, malvestito e con la barba lunga?”. Il centro diurno “16+” Il centro diurno “16+” (www.acybg.org) è stato aperto nel 1999 dalla fondazione “Bulgaria libera e democratica”, presieduta da Dimmy Panitza, emigrato negli Usa ed ex giornalista del “Reader’s Digest”, tornato in Bulgaria dopo la caduta del comunismo. Offre assistenza sociale e medica ai giovani senza fissa dimora dai sedici ai venticinque anni, insieme a numerosi programmi per stimolarne la crescita e reintegrarli nel tessuto sociale. Dall’inizio dell’anno 189 ragazzi si sono iscritti a frequentare il centro, supportati da tre operatori. “Il fenomeno dei senzatetto è esploso durante gli anni ‘90”, ci ha spiegato Mariana Pisarska, direttore esecutivo del centro.”Questi ragazzi sono considerati dalla società veri e propri scarti di produzione, e crescendo non riescono a trovare né un lavoro né un posto dove vivere”. “16+” non si limita ad aiutare giovani senzatetto, ma distribuisce vestiti, scarpe, cibo a vari soggetti in difficoltà. Chi viene può scaldarsi, mangiare, fare una doccia ed anche navigare in internet. Il centro, però, è aperto solo fino alle 16. Gli operatori insegnano ai ragazzi a cercare offerte di lavoro e li incoraggiano a sviluppare progetti ed idee. Quasi tutti i visitatori hanno abbandonato la scuola e non hanno alcun titolo di studio. “Facciamo il nostro meglio per sviluppare le loro capacità manuali e il loro talento”, racconta ancora la Pisarska. “E’ difficile vincere la loro mancanza di fiducia in sé stessi, ma alcuni sono indubbiamente dotati. Najden, ad esempio è un bravissimo cantante, con una voce intensa. L’abbiamo aiutato a registrare un demo. Sogna di cantare nei locali della città, per guadagnare il pane per sé e per i suoi tre figli”. Miro - di Francesco Martino La maggior parte dei ragazzi è cresciuta in scuole e istituti per orfani o bambini abbandonati, e tutti parlano di sé stessi come di “bambini”, anche quelli che hanno già 24 o 25 anni. Moltissimi sono tossicodipendenti, sniffano colla da anni oppure si fanno di eroina. Mendicando per le strade riescono spesso a mettere insieme un bel gruzzoletto, che di solito spendono navigando in internet. Alcuni di loro, ci dicono, sono dei veri geni informatici. Nel centro oggi c’è una sola ragazza, tutte le altre sono alla visita gratuita nell’ambulatorio di “Medici senza frontiere”. Gena, 16 anni, di origine rom, aspetta un bambino, come quasi tutte le ragazze che frequentano il centro. Questa è la sua seconda gravidanza. Il primo figlio, che oggi ha un anno e mezzo, è il frutto di uno stupro, racconta. Ma poi subito cambia versione. “Lo amavo, ci sono stata a letto, avevo 15 anni”. Adesso c’è un altro uomo nella vita di Gena, Yanko, 21 anni, padre del bambino che porta in grembo. Vivono insieme nel quartiere di “Reduta”, periferico e degradato. Comunque è più fortunata della maggior parte dei ragazzi del centro, che passano la vita da un tunnel all’altro, sempre alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte. Un caffè da zio Bojko Bojko Borisov, sindaco di Sofia, è stato il primo politico che si è calato nel mondo degli “invisibili”, toccando con mano la loro vita di miseria . Il 1 febbraio, dopo aver visitato una delle condotte sotterranee, ha invitato due dei suoi abitanti nel suo ufficio. “Vi darò una casa ed un lavoro” ha promesso, e due giorni dopo ha incontrato Miro e Yuli (le nostre guide) in municipio. In questa occasione Borisov ha promesso di intraprendere misure concrete, rendendo disponibili 4 o 5 edifici comunali come abitazioni di emergenza, e coinvolgendo la polizia per emettere gratuitamente nuovi documenti di identità. Il sindaco ha inoltre stanziato circa 6mila leva (3mila euro) del budget comunale per fornire assistenza medica di base. “Questa questione è piuttosto scomoda”, ha dichiarato poi Borisov ai giornalisti. “Sarebbe bello poter chiudere gli occhi, come fanno in tanti, e affermare che il problema non esiste. In molti sanno che c’è “qualcosa” nel sottosuolo, ma non vogliono guardare, per paura di doverlo affrontare”. Mentre prendevano un caffè con “lo zio Bojko”, Miro e Yuli sembravano entusiasti di contattare quanti più senzatetto possibile, per convincerli a uscire dai loro rifugi sotterranei e ad incontrare il sindaco e la polizia nei locali di “16+, per dare inizio alle procedure di riconoscimento e consegna dei documenti di identità. Yuli, poi, era irriconoscibile. Grazie ad alcuni vestiti, regalo di Yonchev, il reporter di “Standart”, il barbone incontrato in mattinata si era trasformato in un signore “normale”, per nulla diverso da chi sedeva intorno a lui. Tanto che uno dei giornalisti presenti all’incontro, guardandolo perplesso, ha chiesto in giro “ e sarebbe questo, il barbone senzatetto?” www.osservatoriobalcani.org

Gambia: problemi sociali alla vigilia delle elezioni presidenziali La Repubblica del Gambia è caratterizzata ancora dalla presenza di gravi problemi sociali, come l’elevato tasso di mortalità infantile e la grande povertà della popolazione, costretta a vivere in condizioni di instabilità e precarietà. Nel 2006 si terranno le elezioni presidenziali e l’attuale presidente Yahya Jammeh elimina l’opposizione con tutta una serie di operazioni intimidatorie, dalla repressione della libertà di stampa all’arresto degli esponenti del partito avversario. A livello economico il Gambia dipende ancora in larga misura dagli aiuti stranieri ma ha adottato un nuovo programma di riforme volte a sviluppare il sistema economico. Massimo Corsini Equilibri.net Problemi sociali e politica La Repubblica del Gambia, uno degli stati africani più piccoli e poveri, dove il 59% della popolazione vive con un reddito inferiore ad un dollaro, ed è un paese in cui fasi di calma interna si alternano a conflitti dovuti alla presenza di gravi problemi sociali. Nel territorio non sono presenti risorse notevoli di materie prime e l’economia si basa prevalentemente sull’agricoltura. Il tasso di disoccupazione è elevato e l’intero sistema economico dipende in gran parte da aiuti e sostegni internazionali. La popolazione, nel 2005 poco più di un milione e mezzo di individui, è composta da etnie differenti sia in termini di cultura che di religione. I principali gruppi etnici presenti nel territorio sono i Malinke (34% della popolazione), i Fulani (16%) e i Wolof (12%). Dell’intero corpo sociale oltre il 90% è musulmano, mentre il restante è suddiviso tra cristiani ed animisti. I problemi sociali più gravi sono l’alto tasso di mortalità infantile (circa il 7% dei bambini muore entro il primo anno di vita), la denutrizione, la mancanza di acqua potabile, la presenza di gravi malattie (HIV, malaria, febbre gialla, meningite). Altrettanto grave è la disuguaglianza nel trattamento della donna, prassi tristemente radicata nella tradizione regionale. La legislazione nazionale prevede l’eguaglianza dei sessi, ma nei villaggi la legge statale non è ancora completamente rispettata. Le donne non possono avere accesso alla proprietà terriera né avere denaro proprio, ma è loro compito lavorare nei campi e accudire alla famiglia. Data la grande povertà della popolazione le ragazze sono spesso costrette a sposarsi presto e contro la loro volontà, e la loro vita è il più delle volte segnata dallo sfruttamento, dai maltrattamenti nonché dall’abuso sessuale. Il paese ottiene l’indipendenza dalla corona inglese nel 1965. Dopo aver dato vita ad una breve confederazione con il Senegal, nel luglio del 1994 sale al potere, con un sanguinoso colpo di stato, Yahya Jammeh, poi eletto presidente nelle elezioni del 1996 e rinominato nel 2001, con seri dubbi sulla regolarità della campagna elettorale e delle votazioni (si ricorda in particolare l’arresto di esponenti politici dell’opposizione e giornalisti gambesi nonché l’espulsione dal territorio dei cronisti stranieri). Nel 2006 sono previste nuove elezioni presidenziali, a cui faranno seguito nel 2007 quelle parlamentari. La situazione politica interna è tuttavia instabile e Jammeh ha formalmente annunciato la propria candidatura. Il governo di Banjul elimina l’opposizione attraverso operazioni intimidatorie, impedendo lo svolgimento della campagna elettorale dei rivali e inibendo la stampa indipendente (in particolare attraverso la previsione di elevate tasse). Nel gennaio del 2006 il governo ha fatto arrestare i principali leader del partito avversario, asserendo il loro coinvolgimento in “attività sovversive” minaccianti la sicurezza nazionale. Mamath Bah, leader del Partito Nazionale di Riconciliazione (PNR), Omar Jallow, guida del Partito Popolare Progressista (PPP) e ministro nel deposto governo dell’ex presidente Jawara, nonché Halifa Sallah, dell’Organizzazione Democratica per l’Indipendenza e il Socialismo (partiti che nel 2004 si sono fusi dando vita ad un’unica forza di opposizione denominata Alleanza Nazionale per lo Sviluppo e la Democrazia, ANSD). I tre leader e altri membri dell’opposizione sono stati accusati, il 3 novembre 2005, di aiutare economicamente e logisticamente gruppi di ribelli separatisti nella lotta contro il governo senegalese per l’indipendenza della regione di Casamance. Come risposta l’ANSD continua a chiedere formalmente al governo di Banjul il rilascio dei suoi leader o di provare le sue asserzioni contro la coalizione. Graduale trasformazione del sistema economico Anno fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’economia gambiana è il 1996, quando il governo di Yahya Jammeh adotta la cosiddetta “Vision 2020”, un programma di interventi e riforme volte allo sviluppo dei settori sociale ed economico per il periodo 1996-2020. Con tale progetto il governo si impegna a trasformare e ristrutturare l’intera economia del paese, modellandola sui principi del libero mercato, in particolare attraverso sviluppo del commercio, incremento dei settori agricolo e manifatturiero, impulso al turismo e maggiori esportazioni. Lo scopo perseguito è riuscire a garantire un sistema macroeconomico bilanciato e assicurare di conseguenza un maggiore ed adeguato standard di vita a tutta la popolazione, che vive ancora in gravi condizioni di precarietà e povertà. Obiettivi primari sono: sviluppo dell’agricoltura, maggiore sfruttamento delle risorse naturali, espansione e diversificazione industriale, costruzione di infrastrutture e servizi. Simultaneamente un nuovo indirizzo diplomatico tende ad assicurare migliori e fruttiferi rapporti con le nazioni estere, al fine di incentivare una maggiore collaborazione economica. Attualmente il settore più importante dell’economia gambiana è l’agricoltura (in particolare la coltivazione delle arachidi). Il settore occupa circa il 75% della forza lavoro, ma si caratterizza ancora per la mancanza di modernizzazione nel sistema produttivo, l'assenza di diversificazione e il mancato reinvestimento dei proventi. Nonostante la presenza del fiume Gambia che attraversa l’intero paese, è coltivabile appena un sesto del territorio. Nella Vision 2020 sono indicati gli obiettivi a lungo termine considerati primari: un incremento dell’esportazione che garantisca maggiori introiti da poter reinvestire nei processi di sviluppo e diversificazione della produzione, il miglioramento del sistema di irrigazione al fine di ottimizzare e aumentare l’impiego sia delle risorse idriche che dei terreni coltivabili, la creazione di maggiore forza lavoro e la riduzione delle disparità nel trattamento tra uomo e donna. Nel 2005 il settore ha conosciuto una consistente espansione, aumentando del 13,9% e costituendo nel 2005 il 35,5% del prodotto interno lordo. Nel giugno del 2005 è inoltre stato avviato dal Ministero dell’Agricoltura un importante progetto volto a combattere la degradazione del terreno e sviluppare una più consapevole amministrazione delle risorse idriche, finanziato in parte dalla Banca per lo Sviluppo Africano attraverso un prestito di circa 7 milioni di euro. Per quanto riguarda il settore industriale (12,2% del PIL), il principale obiettivo nel lungo termine è riuscire a raggiungere un solido sistema di infrastrutture che possa accompagnare lo sviluppo del sistema imprenditoriale e manifatturiero. In particolare sarà necessaria una profonda ristrutturazione nel settore dei trasporti. I porti dovranno essere resi più efficienti ed è in corso la trasformazione dell’intero scalo di Banjul in un vasto centro industriale, in previsione dell’aumento dei traffici marini (nel 2005 la pesca è incrementata del 10%). Opere di espansione e rinnovamento sono in atto anche nell’aeroporto della capitale, finalizzate ad affrontare in modo dinamico l’espansione del settore turistico. Dal punto di vista energetico il territorio è privo di giacimenti petroliferi e l’intero settore industriale si basa sull’acquisto di idrocarburi dall’estero. Per sopperire a tale mancanza nel 1978 è stata istituita l’Organizzazione per lo Sviluppo del Bacino Gambiano (OSBG), cui fanno parte Repubblica del Gambia, Guinea, Guinea-Bissau e Senegal, finalizzata allo sviluppo del potenziale idroelettrico del bacino, rendendolo fruibile agli stati partecipanti. La produzione di energia idroelettrica dovrebbe permettere di ridurre in modo significativo la dipendenza dell’economia gambiana dal petrolio straniero. Entro la fine del 2007 dovrebbe terminare la costruzione di due grandi dighe, a Kaléta e a Sambangalou (solo la seconda sarà in grado di produrre più di 400 giga watt all’ora). Scopo del progetto è portare ad una riduzione dei costi aumentando la competitività internazionale delle industrie dei paesi partecipanti al progetto. Conclusioni A livello politico la situazione sembra destinata a rimanere instabile ancora per molto tempo, data la reticenza dell’attuale presidente Jammeh a permettere lo svolgimento di elezioni veramente democratiche, permettendo un reale confronto con l’opposizione. Per quanto riguarda invece l’economia le aspettative sono più rosee, dato che l’adozione della Vision 2020 comincia a dare i suoi frutti, come lo sviluppo del settore agricolo e la ormai vicina indipendenza dal petrolio estero. Ci si aspetta quindi che nel corso di questi prossimi 10-15 anni la situazione possa migliorare e il Gambia riesca finalmente ad avere un’economia autonoma non dipendente da aiuti e donazioni straniere.


febbraio 27 2006

La prevalenza del cretino Marco Travaglio Ottima l'idea di Daniele Capezzone e di alcuni altri fra i migliori cervelli del centrosinistra, fra i quali Mastella e Turci, di rinviare l'uscita del film di Nanni Moretti "Il Caimano" per non alimentare il vittimismo di Berlusconi con l'ennesimo "boomerang". Com'è noto, infatti, George W.Bush ha rivinto le elezioni grazie al film anti-Bush di Michael Moore. E, a ben guardare, anche lo scandalo Watergate fu un favore a Nixon, il quale sì perse la Casa Bianca, ma potè fare la vittima. Dunque rinviare il Caimano. Ma non solo. La proposta non deve restare isolata, ma va allargata e perfezionata per la bisogna. 1) Moretti prepari in fretta e furia un film pro Berlusconi, magari facendosi aiutare da Bondi, Cicchitto e Schifani. Potrebbe sobriamente intitolarsi "Il Santo", con introduzione di Vespa. 2) Proibire per tutta la durata della campagna elettorale pellicole potenzialmente allusive, come "Quarto potere" o "Il padrino". 3) Ritirare dalle librerie tutte le opere su (e dunque anti) Berlusconi: dai libri di Alexander Stille, David Lane, Paolo Sylos Labini, Giovanni Sartori, Umberto Eco, Furio Colombo e Romano Prodi ai dvd di Enrico Deaglio e Andrea Salerno. Chi scrive, per la sua parte, ha già dato disposizioni in merito ai propri editori. Devono sparire al più presto anche le liriche antigovernative di Giovanni Raboni, pubblicate da Garzanti dopo il rifiuto dell'Einaudi, cioè di Berlusconi (timoroso di vincere troppo facilmente le elezioni). Sostituire il tutto con le opere del Cavaliere, le poesie di Bondi e Pecorella, e le recenti memorie del cosiddetto ministro Castelli in lingua celtica con testo a fronte e cofanetto con maglietta di Calderoli in omaggio. 4) Sbarrare cinema e teatri a tutti i comici - Luttazzi, Rossi, Hendel, fratelli Guzzanti e così via - che Berlusconi ha fatto cacciare dalla tv per buttar via qualche milione di voti. 5) Sospendere, fino al 10 aprile compreso, la stampa di pubblicazioni pericolose come la Repubblica, l'Espresso, Diario, l'Unità, il manifesto, Liberazione, Micromega. Il fatto che Berlusconi ne sia ossessionato non deve ingannare: lui ancora non lo sa, ma è grazie a queste testate che rischia di rivincere. 6) Pregare la stampa internazionale, dall'Economist in giù, di ritirare i suoi corrispondenti da Roma e sospendere la diffusione nelle edicole d'Italia e dei paesi limitrofi, onde evitare giudizi negativi sul premier che gli consentano di fare la vittima. 7) Abrogare tutti i processi a carico del premier e, dove possibile, assolverlo a prescindere dalla sua eventuale colpevolezza: in questo modo gli sarà più difficile attaccare la magistratura. 8) Imbavagliare tutti i magistrati, onde evitare che rispondano agli insulti del premier. Invitare i vertici dell'Anm e il primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli a confessare la propria affiliazione alle Brigate rosse e i loro viaggi a Cuba a scopo di turismo sessuale, così da privare Berlusconi di altri preziosi argomenti in campagna elettorale. 9) Evitare di candidare nell'Unione personaggi noti per la loro deplorevole propensione per la legalità, come già opportunamente fatto con Nando Dalla Chiesa e Leoluca Orlando, e sostituirli con figure meno controverse. Per esempio David Mills e Bruno Contrada. Perché il modo migliore per battere Berlusconi è quello di anticiparlo. 10) Chiudere "Che tempo che fa", "Parla con me" e "Blob" o, in alternativa, sostituire Cornacchione e Vergassola con lo staff del Bagaglino e il programma di Ghezzi con le omelie di Pera e le sedute integrali delle commissioni Mitrokhin e Telekom Serbia. 11) Denunciare i genitori di Ilaria Alpi per aver coperto in tutti questi anni il suicidio della figlia e di Miran Hrovatin, notoriamente legati ad Al Qaeda, anticipando anche Taormina. 12) Convincere i pensionati alla fame a salire sugli autobus per magnificare la politica economica del governo, rinviando le eventuali lamentele a quando dovesse governare l'Unione. 13) Iscrivere tutti i leader dell'Unione al Club Scontro di Civiltà appena fondato da Pera, Fallaci e Rosa Giannetta Alberoni. 14) Far accettare a Prodi il confronto tv con Berlusconi sul campo neutro delle reti di Tarak Ben Ammar, moderato da Adriano Tilgher, Maurizio Boccacci e Franco Freda, secondo le indicazioni del Cda Rai e della commissione di Vigilanza. 15) Lasciare la campagna elettorale nelle mani di Capezzone, Mastella e Turci, che a perdere ci riescono benissimo da soli. www.unita.it

La magistratura servile che vuole Berlusconi GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 27 febbraio 2006 Non occorre spendere troppe parole per raccontare la ragione del conflitto tra la magistratura e il berlusconismo. E´ in due frasette: chi deve giudicare; che cosa si deve giudicare. Il premier fa tanto rumore, grida, strepita, protesta ma, in soldoni, la sua manovra prevede soltanto due approdi: chi deve giudicare ha da rispettare le volontà del potere politico, esserne condizionato se non addirittura diventarne braccio burocratico (ecco che cos´è la riforma dell´ordinamento giudiziario). La magistratura che vuole il premier Che cosa si deve giudicare è poi opzione nella sola disponibilità di chi siede al governo del Paese. La corruzione si può giudicare? Le combine finanziarie possono essere punite? I legacci della mafia con la politica possono essere sciolti? Lo deciderà il consiglio dei ministri attraverso le gerarchie togate. Sono idee improprie e indecenti – bestemmie – per una Costituzione che prevede la separazione dei poteri. Il Cavaliere deve nasconderle, occultarle. Per questo strepita, accusa, minaccia, svillaneggia le toghe (lo ha fatto, tornerà a farlo). I passi del Cavaliere muovono sempre verso un´unica direzione: annichilire la realtà a vantaggio di una contrapposizione ideologica artificiosa. Il Bene contro il Male. La libertà contro il comunismo. "Noi" e "loro". E chi può avere, nel suo senso comune, simpatia per una toga nera? Se dovesse capitare di doverla incontrare, una toga nera, è certo che sei in un guaio. Se indagato, devi dar conto dei tuoi comportamenti. Se sei vittima di un reato, hai già ricevuto un danno e ti chiedi – ammesso che il danno possa essere riparato – se lo Stato ce la farà mai a risarcirti (e il risarcimento ti sembrerà, sempre e comunque, approssimativo e parziale). Berlusconi irresponsabilmente lavora nel fondo psichico collettivo di questa diffidenza quando alza la voce contro la magistratura. Con tre utilità (politiche e personali) immediate. Cela l´uso privato che ha fatto del Parlamento e del governo. Appesantisce il timore "naturale" per lo Stato rappresentato dalla magistratura. Maschera, schiamazzando, il suo clamoroso fallimento "riformatore", il catastrofico danneggiamento della macchina della giustizia. Una rovina che paghiamo e pagheremo tutti perché, al sodo, la giustizia non è altro che «a ciascuno il suo». Non è altro che «l´incessante sforzo di attribuire a ciascuno il suo diritto» (come recita la prima frase del Corpus iuris civilis). Oggi, rispetto a cinque anni fa, i diritti di ciascuno sono più o meno garantiti? A quel «a ciascuno il suo» – promessa di una giustizia giusta – si può guardare con fiducia o con sospetto? Sono queste le domande che il premier non vuole affrontare. E´ questa la "concretezza" con cui Berlusconi non vuole fare i conti confondendo, nel frastuono ideologico e piagnone, una realtà che può affiorare soltanto se cala il rumore, come è avvenuto nei tre giorni del XXVIII congresso dell´Associazione nazionale magistrati. Spento il chiasso alimentato dal Cavaliere e dai suoi corifei addetti all´aggressione delle toghe (tra i quali va annotata la new entry di Pierferdinando Casini), la bancarotta della giustizia italiana offre i suoi numeri neri. Cinque anni fa, Berlusconi promette, «in tempi brevissimi», grandi riforme in nome dell´efficienza, delle garanzie, della responsabilità e professionalità dei magistrati, della legalità, della sicurezza, della certezza della pena. Il vasto programma prevede la riformulazione dei quattro codici fondamentali: codice civile, codice di procedura civile, codice penale, codice di procedura penale. Nulla da fare. La riforma del diritto societario è una riformicchia che anche il centrodestra si prepara a correggere vergognandosene. Nulla da fare anche per la riforma del diritto fallimentare. Archiviata per un´altra stagione la riforma del diritto minorile. I processi saranno più rapidi, giura il governo. Il risultato è la distruzione del processo civile. Se si ipotizza un giudizio di due gradi di merito (tribunale e appello) e un giudizio di legittimità, il processo civile ha oggi una durata media di 3.041 giorni. Oltre otto anni. Il processo penale è un ferro vecchio, inservibile. Un arnese o inconcludente o crudele. Quando non viene "fulminato" dalla prescrizione, arriva in porto in 82 mesi offrendo o una pena che appare una tardiva vendetta dello Stato oppure una assoluzione che non ripaga – chi l´ha subito – dei danni esistenziali ed economici. Il processo penale è rimasto così quel che era: un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta la responsabilità, non punisce. Con l´aggravante che, con i formalismi introdotti dalle riforme di Berlusconi, è oggi un processo diseguale che avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti e danna all´inferno i poveri cristi. In questo deserto "riformatore" che premia soltanto il più forte, brillano soltanto le leggi che hanno favorito il "più forte di tutti": depenalizzazione del falso in bilancio; rogatorie; legge Cirami: lodo Schifani; legge Cirielli. Una per ogni anno di legislatura, approvate dal Parlamento in tempi da primato (dai tre ai quattro mesi) e sempre in sovrapposizione alle urgenze processuali di Berlusconi e dei suoi amici. I benefici effetti per il Cavaliere si traducono in una iettatura per il sistema, per chi deve farlo funzionare, per chi deve fruirne e vedere riconosciuto un suo diritto perché leggi "criminogene" producono più crimini, più criminali, più impunità. La Cirielli che regola i tempi della prescrizione, per dirne una, già mostra di dare un colpo definitivo al «debito pubblico giudiziario», come piace dire all´imperito ministro di Giustizia. Le prescrizioni erano 98mila nel 2001, sono diventate 200mila nel 2005. Approvata la Cirielli, se ne sono aggiunte subito altre 35mila (stime ministeriali). Il peggio non finisce qui. Con la legge sull´inappellabilità, il collasso attende ora anche la Corte di Cassazione. E´ questo fallimento (il comitato esecutivo del consiglio d´Europa lo giudica «un vero pericolo per il rispetto dello stato di diritto in Italia») che Silvio Berlusconi nasconde come polvere sotto il tappeto. Chiede che «a ciascuno, il suo» diventi diritto diseguale, impunità per i forti e "guai ai vinti". Per spuntarla, ha bisogno di una magistratura conformista e servile. E, per essere rieletto, che non compaia mai, travolto dal molto fracasso, questo disgraziato stato delle cose. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Antonione, la parabola del segretario senza partito di ALBERTO STATERA «Sic transit gloria mundi» direbbe don Gianni Baget Bozzo, che maneggia il latino, se gli si chiedesse che fine ha fatto Roberto Antonione. Ex governatore del Friuli Venezia Giulia, eletto con qualche sussulto senatore nel 2001, nominato sottosegretario agli Esteri, il dentista triestino fu catapultato a Roma nel sommo ruolo di coordinatore nazionale di Forza Italia, come dire segretario del primo partito di governo, se il cortile di casa Berlusconi potesse essere considerato un partito. Insediato da poco al quinto piano di via dell'Umiltà, tra le scalmane di Claudio Scajola, detto Staraciotto (copyright Alfredo Biondi) o Sciaboletta per la non svettante statura, don Gianni, «puttana nata», come si autodefinì una volta, e suprema incarnazione del berlusconismo, dopo esserlo stato del cattofascismo e del craxismo, badò subito ad azzopparlo alla prima sconfitta elettorale. «Se vai a Forza Italia in via dell'Umiltà raccontò non trovi nessuno. Incontri solo le dattilografe e qualche volta il coordinatore nazionale in ascensore». Su e giù, su e giù, invano, come incrudelì Giuliano Ferrara. Approdati a via dell'Umiltà il cattoleninista Sandro Bondi e il trotzkista Fabrizio Cicchitto, dell'ex liberale Antonione si persero le tracce. Lui garantiva in epiche interviste di vivere al ministero degli Esteri una «esperienza incredibile»: contatti ad altissimo livello, confronti sui problemi della guerra e del terrorismo, colazione con Ciampi, pranzo con la regina d'Inghilterra, cena con Blair o Zapatero, ciò che gli ha fruttato «ben tredici onorificenze internazionali». Ma per la verità, risulta che il feeling con il suo ministro Gianfranco Fini non sia mai stato alle stelle. E' vero però che la signora Franca Ciampi lo considera un ottimo gentiluomo. A dispetto delle malignità di don Gianni, della freddezza di Fini e del «coordinamento nazionale» di Forza Italia perduto, nessuno si aspettava che persino il laticlavio di Antonione potesse essere messo in discussione. E invece è proprio ciò che sta accadendo. Nel collegio di Trieste Forza Italia porterà sicuramente un senatore. Uno solo, perché il secondo in lista è più che a rischio, è assai improbabile. E Giulio Camber, ex socialista, sottosegretario nel governo Craxi, attuale senatore e dominus di Forza Italia in Friuli Venezia Giulia non ama correre rischi. Perciò, se il candidato non sarà lui, minaccia di togliere l'appoggio di Forza Italia al sindaco forzista uscente Roberto Dipiazza che corre per essere riconfermato nelle elezioni che si terranno il 9 aprile, lo stesso giorno delle politiche. Così, paradossalmente, quasi sponsor di Antonione è diventato il governatore di centrosinistra Riccardo Illy, che con Camber ha un fatto diciamo «personale», da quando la sua compagna Marina Monassi è stata nominata presidente dell'Autorità portuale, contro il parere suo e della regione, cui spettava la designazione, con un blitz del ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi sul quale pende ancora un giudizio amministrativo. Il sottosegretario Antonione incassa così, tra la freddezza dei suoi, l'imprevista nonantipatia del centrosinistra, che colloca invece tra gli «impresentabili» il senatore Camber, condannato in appello nel processo per il crac della banca Kreditna. Singolare parabola quella di Antonione, dalle stelle alle stalle, che ha appiccicato all'ex coordinatore nazionale di Forza Italia l'immagine che una volta fu coniata per Mario Segni: l'uomo che ha vinto al totocalcio, ma ha perso la schedina. Come direbbe don Gianni, sic transit gloria mundi. a.statera@repubblica.it

Illy: "Tanti veti contro di noi ora sosterrò soltanto Prodi" da Repubblica - 27 febbraio 2006 ROMA - «Mi disinteresserò della campagna elettorale, mi limiterò a sostenere nei modi opportuni Romano Prodi». Il giorno dopo la chiusura dei termini per la presentazione dei simboli e per la sottoscrizione degli apparentamenti, Riccardo Illy non nasconde la sua amarezza per lo stop alle presenza liste civiche nell´Unione. Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia punta l´indice contro i centristi e li accusa di «volere vincere poco perché hanno in mente altri progetti». Presidente, allora neanche in Friuli Venezia Giulia ci sarà una lista civica collegata al centrosinistra? «No, non hanno presentato alcun simbolo. Voglio ricordare che io ero pronto a fare il testimonial della rete nazionale delle liste civiche. Ma solo a patto che ci fosse il via libera da parte dell´Unione. Questo via libera non c´è stato e allora il progetto si è fermato». Ma alla sua lista civica avevano dato semaforo verde. «Non dica la mia lista. Loro avevano il via libera, ma hanno deciso di non presentarsi per solidarietà con le altre liste civiche escluse». Ma avete trattato? Fino a quando? «Le trattative sono durate fino alla vigila della presentazione dei simboli. Ma poi ci sono stati dei veti, non c´è stato accordo». Pensa alla Margherita? «Questo lo dice lei. Ma se mettiamo in fila i fatti, le interviste, le dichiarazioni di queste ultime settimane, è evidente che qualcuno non ha voluto la presenza delle liste civiche». Lei di fronte al no ha detto: "In bocca al lupo; qualcuno pensa di essere tanto forte da non avere bisogno di altri voti". «Ho detto questo perché basta guardare i dati relativi alle ultime elezioni europee e regionali per vedere che in molte regioni l´Unione non è maggioranza. Se lo è diventata è grazie all´apporto delle liste civiche. Vuol dire che non hanno bisogno di questi voti». Lei ha anche detto che qualcuno non vuol vincere troppo. Pensa ancora a Rutelli? «E´ evidente che qualcuno punta ad una vittoria, soprattutto al Senato con 10, 20, voti di maggioranza. E a quel punto per costoro si aprono interessanti scenari con i centristi dell´altro schieramento». Ma questo è un ragionamento che si basa solo sui dati elettorali o ha anche qualche sondaggio? «Su quanto pesano le liste civiche ci sono i dati di Mannheimer. E ripeto che in alcune regioni le liste civiche sono determinanti per la vittoria dell´Unione». Lei ha fatto sapere che in caso di vittoria dell´Unione il Friuli Venezia Giulia avrà un rappresentate nel governo. Non è che avete fatto uno scambio: niente lista per un posto al governo? «Ma non scherziamo. Io ho scritto sia a Berlusconi che a Prodi per far sapere loro quali sono le priorità del Friuli Venezia Giulia. Per quanto riguarda la presenza nel governo Prodi mi ha risposto per iscritto che le nostre aspettative per avere un rappresentante nel futuro governo molto probabilmente saranno soddisfatte». Adesso qualcuno potrà pensare che le si disimpegnerà dalla campagna elettorale? «Ma chi ha detto che il mio contributo doveva essere dato per scontato? Ricordo che sono stato eletto come indipendente non sono iscritto ad un partito. Sono stato eletto allo stesso modo sindaco e deputato. A questo punto mi disinteresserò della campagna elettorale, mi limiterò a sostenere Romano Prodi nei modi opportuni». (si.bu.)

Minchia, signor Casini di Marco Travaglio «Guai se commettessimo l'errore capitale ed imperdonabile di lasciare ad appannaggio del centrosinistra la questione morale e la lotta alla mafia!»: così parlò il presidente della Camera Piercasinando al congresso nazionale Udc, sotto la presidenza di Totò Cuffaro (5 luglio 2005). "Non faremo sconti: a parte Cuffaro, in Sicilia non ricandideremo nessun inquisito": così tuonò il presidente della Camera Piercasinando in un'intervista all'Espresso di due settimane fa (23 febbraio 2006). E, in un certo senso, fu persino di parola. Perché l'Udc in Sicilia, a parte Cuffaro e qualcun altro, non candiderà inquisiti: candiderà direttamente condannati. Le liste non sono ancora definitive, ma dopo il direttivo regionale dell'Udc tenutosi l'altro giorno a Palermo, si danno per scontate - fra le altre - le candidature di Giuseppe Drago e Calogero Sodano. Ora, è comprensibile che nel partito dell'"Io c'entro", trovare qualche decina di incensurati da mettere in lista in Sicilia sia impresa ardua. Ma mettere in lista i due suddetti personaggi dopo aver promesso di "non fare sconti" a nessuno, denota un grande senso dell' umorismo. Questi non sono sconti. Sono saldi di fine stagione. Giuseppe Drago, sottosegretario agli Esteri, era fino al 1998 presidente della Regione Sicilia. Poi, poco prima di lasciare l'incarico, ebbe un bella pensata: svuotò la cassa dei fondi riservati del governatore e portò via i 230 milioni di lire ivi contenuti. "Li ho spesi in beneficenza", disse. Purtroppo i giudici non gli han creduto: il Tribunale di Palermo l'ha condannato a 3 anni e 3 mesi per peculato e abuso, e la Corte dei Conti a restituire il maltolto. Ergo Drago sarà in lista per l'Udc. Il senatore Calogero Sodano, ex sindaco di Agrigento, è ancora meglio. Dall'altroieri la sua città è tappezzata di manifesti di Legambiente guidata dal battagliero avvocato e consigliere comunale Peppe Arnone, per ricordare all'inclita e al colto la fedina penale dell'illustre concittadino: "condanna definitiva a 1 anno e 8 mesi per aver favorito l'abusivismo edilizio nella Valle dei Templi in cambio di sostegno elettorale; 3 anni e 4 mesi in Tribunale per gli appalti truccati del depuratore del Villaggio Peruzzo e delle opere di urbanizzazione di Favara ovest; 1 anno in Tribunale per la gestione illegale dell'acquedotto municipale; imputato per la sua villa abusiva nella valle dei Templi e per aver truccato l'appalto della nettezza urbana". Totale: quattro condanne per un totale di 6 anni di reclusione e due processi in corso. Legambiente finge di prendere sul serio la promessa di Piercasinando: "Grazie, presidente Casini! Grazie per la lezione di etica fornita agli agrigentini, grazie per aver deciso di escludere dalle liste Udc, con l'eccezione di Cuffaro, i politici inquisiti. Ma il senatore Sodano lo ha dimenticato? Che un soggetto con la sua fedina penale rappresentasse Agrigento in Parlamento ha costituito una gravissima offesa per l'etica, la politica, la morale degli agrigentini, nonché un pessimo esempio per tutti gli altri politici di come si fa carriera violando le leggi. Per questo ringraziamo il presidente Casini per il principio morale che intende applicare al suo partito, che speriamo farà pulizia ad Agrigento di persone impresentabili quali il senatore Sodano". Salvo miracoli, Sodano sarà regolarmente in lista. Poi ci sono gli inquisiti "semplici". Come Saverio Romano, già prosciolto nel processo per il caso Guttadauro-Cuffaro & C. ma di nuovo indagato per le rivelazioni del pentito Campanella, e dunque numero 2 della lista Udc per la Camera. Quella del Senato, capitanata dall'ottimo Cuffaro, avrà invece al secondo posto Calogero Mannino, condannato in appello per concorso esterno in mafia: poi la Cassazione annullò la sentenza, non certo perché non ci fossero elementi a carico dell'imputato, ma perché la motivazione fu ritenuta insufficiente. Il secondo appello inizia domani, ma la legge Pecorella lo manderà in fumo, salvo che venga dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Questo naturalmente è solo un piccolo campionario del partito di Piercasinando. Il quale ieri, dall'alto della sua cattedra morale, ha lanciato un appello ai magistrati italiani riuniti a congresso: "Fate pulizia in casa vostra per essere più credibili". www.unita.it

COS'E' SUCCESSO AL MIO PAESE ? DI STEVE OSBORN Sono un americano nato e cresciuto, e fiero di esserlo. A scuola mi hanno insegnato la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e il Bill of Rights (La carta dei diritti). Mio fratello, durante la guerra, era un ufficiale della marina mercantile che ha visto affondar sotto di sé ben tre navi. Abbiamo sconfitto i nazisti, i fascisti e i giapponesi e abbiamo reso il mondo più sicuro per la democrazia. Dopo la guerra c’è stata Norimberga e l’assicurazione che cose come l’olocausto non sarebbero potute più accadere. Il piano Marshall ha rimesso in piedi le parti del mondo che erano in rovina. America, democrazia solidarietà e aiuto. Era bello essere americani, purtroppo ci sono state Hiroshima e Nagasaki però, ci hanno detto, era necessario per abbreviare la guerra e salvare altre vite. Quando abbiamo letto il libro di Orwell “1984” abbiamo pensato che quelle cose potevano accadere solo in paesi come la Germania nazista o la Russia sovietica, non avremmo mai immaginato che cose simili sarebbero potute avvenire da noi. Poi è arrivata la guerra fredda, McCarthy, la Corea e, più tardi, il Viet Nam. Il mio servizio militare ha attraversato proprio quel periodo di guerre, però. grazie alla mia buona stella, non ho dovuto combattere. Nel 1956 mi trovavo a Bikini dove si svolgevano gli esperimenti sulla bomba all’idrogeno e lì venni a conoscenza degli innimaginabili orrori di una eventuale guerra nucleare. Il Viet Nam ci ha insegnato quali fossero i pericoli e la follia di entrare in guerra con pretesti inventati. Il golfo del Tonkino è stata una lezione per tutti, come lo è stato l’impeachment di Nixon che aveva violato la legge e la Costituzione. Non avremmo più permesso che un Presidente si mettesse a spiare la propria popolazione o si mettesse a perseguitare chi non era d’accordo con lui o con la sua politica. Si, è vero, gli Stati Uniti erano una nazione molto ricca. Una nazione che poteva prendersi cura sia della libertà che del benessere dei suoi cittadini, e che accoglieva i diseredati e gli esuli da tutto il mondo. Si trattava di una nazione che si era messa a esplorare lo spazio e che si trovava ai primi posti nel campo scientifico. Ero proprio fiero di essere un americano! Dio mio! Che cosa è successo? La mia nazione non rispetta più la Costituzione e la Carta dei Diritti, che sono stati un faro per l’umanità da oltre due secoli, se non a parole. Il mio paese, unilateralmente, non rispetta più i trattati, fondati sulla legge e sul diritto, che erano la speranza di un mondo di pace. Il mio paese attacca un paese lontano, che non rappresentava nessun pericolo per noi, solo perché è ricco di petrolio. Il mio paese distribuisce tutto il suo benessere ai ricchi e abbandona gli affamati, i senza casa, i disoccupati e gli ammalati. Che cosa è successo alla Costituzione che così saggiamente aveva diviso i poteri in tre rami distinti in modo che un sistema di controllo ed equilibrio evitasse che l’uno prevalesse sull’altro? Come siamo arrivati al punto che un presidente, che aveva giurato di difendere la Costituzione, l’abbia potuta definire soltanto “un maledetto pezzo di carta?” e che il Congresso sia diventato il notaio di tutto quello che vuole il Presidente? Come è possibile che la Corte Suprema ignori la Costituzione per affidi tutti i poteri al Presidente? Oggi mi trovo a vivere in un’America che non ho il coraggio di lasciare per paura che all’estero mi dileggino, mi sparino, mi bombardino o mi rapiscano. Sono considerato un cittadino di una nazione canaglia che non rispetta più le leggi se non quelle del più forte e del più prepotente. Per andar in Canada ho bisogno del passaporto, quando si tratta di una nazione sorella con i confini sempre aperti da secoli. Qualunque funzionario, in qualunque momento mi può richiedere di esibire “i documenti”. Devo accettare che i funzionari governativi possono entrare a casa mia e portarmi via oggetti e documenti ogni volta che lo vogliano con una semplice pretesto, non sono nemmeno tenuti a farmi sapere che hanno violato il mio domicilio e la mia privacy. Devo accettare che il governo spii le mie conversazioni private, il telefono, le e-mails, la corrispondenza postale e tutto il resto, per di più può proibire a chiunque di farmi sapere che si stanno interessando di me. La dittatura assoluta di Orwell ha preso il posto, a casa mia, della Costituzione e della Carta dei diritti. Le differenze che distinguevano gli Stati Uniti dalla Russia sovietica, dala Germania nazista e dall’Italia fascista stanno rapidamente e inesorabilmente diminuendo e la gente, paralizzata dalla paura, lascia che ciò avvenga. La paura viene rinfocolata dalla banda che si è impadronita di Washington e dai suoi complici del ministero della propaganda, che una volta era l’ultimo baluardo a difesa del popolo contro la tirannia, l’ormai estinta stampa libera. Così adesso sono fiero di essere americano solo per il passato; per il presente sono molto triste; per il futuro sono molto spaventato. Non sono più orgoglioso di essere americano, però non c’è un altro posto dove posso andare. Steve Osborn Fonte:www.informationclearinghouse.info Link: http://www.informationclearinghouse.info/article11975.htm 19.02.06 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

L’Afghanistan e la sua legge Storie e volti di un sistema giudiziario misogino e conservatore difficile da riformare Salima ha una trentina d’anni ma ne dimostra quasi il doppio. Da tre anni vive in una buia stanzetta in una casa d’argilla: la sezione femminile della medievale prigione di Lashkargah, nel profondo sud dell’Afghanistan. Tra le mura di questo carcere Salima ha dato alla luce una bambina che ora condivide il triste destino di carcerata con la madre. Per la piccola Fariba il mondo finisce contro il filo spinato aggrovigliato alle sbarre d’acciaio del cancello della prigione. Lei è il frutto del peccato che ha portato sua madre in carcere, la prova di un delitto che secondo la legge Afgana è punito con dieci anni di galera. Quando Salima è stata rinchiusa qui era incinta, ma non di suo marito. Costretta, come tutte le donne afgane, a un matrimonio combinato con un uomo che non amava, si è innamorata di un altro e di lui è rimasta incinta. Il marito, dopo averle fatto rimpiangere di essere nata a forza di botte, ha chiamato la polizia e l’ha fatta imprigionare per adulterio. Lei e la figlia che portava in ventre. Il capo della polizia:“Le nostre leggi sono quelle dell’Islam”. “Beh, cosa c’è di strano? Queste sono le nostre leggi: siamo un paese islamico e il nostro codice penale si basa sulla sharìa. Le è andata bene che non l’hanno lapidata!”, scherza Mohammed Ansarì, comandante della polizia di Lashkargah. “Da voi in Italia non è lo stesso? Le adultere non finiscono in prigione?”. Gli spieghiamo che nel nostro paese l’adulterio non è più un reato dal 1968: non tanto tempo in effetti. Ma lui non si scompone e risponde: “Beh, avete sbagliato di grosso! Le donne infedeli devono finire per lo meno in prigione!”. Gli chiediamo cosa ne pensa delle accuse di Amnesty Inetrnational che in un rapporto del 2003 denunciava gli abusi sessuali a cui le detenute per adulterio sono regolarmente sottoposte in carcere da parte di guardiani e poliziotti. “Sono tutte falsità”, risponde con uno strano sorriso. All’Italia il difficile compito di riformare il sistema giudiziario afgano. L’immane compito di riformare il sistema legale, giudiziario e carcerario afgano grava tutto sulle spalle del governo italiano. Il programma, costato finora al nostro erario quasi 50 milioni di euro, è diretto dall’ex capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) e attuale direttore esecutivo dell'Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite contro il la droga e il crimine) Giuseppe Di Gennaro. In oltre tre anni di lavoro, tra le altre cose, è stato redatto un nuovo codice di procedura penale e un codice minorile, sono stati riformati il codice di famiglia e il codice civile, e sono stati ‘formati’ centinaia di giudici e avvocati destinati a diventare ‘formatori’ a loro volta. Risultati importanti che però, purtroppo, si scontrano con una realtà che fatica a cambiare, con tradizioni legate non solo alla legge islamica ma soprattutto a usi e costumi duri a morire. Un sistema conservatore dalla base fino ai vertici. Tradizioni che permeano tutto il sistema giudiziario afgano, dai tribunali distrettuali, su su fino alla Corte Suprema di Kabul, che dovrebbe essere tenuta a dare l’esempio e a fare da guida a tutti gli apparati giuridici nazionali. E che in effetti lo fa, ma in senso assolutamente conservatore e tradizionalista, dato che a presiederla è l’ottantenne Fazl Hadi Shinwari, portabandiera dei reazionari religiosi afgani. Fu lui a chiedere la sospensione delle trasmissioni della televisione privata Tolo Tv per i suoi programmi musicali giudicati offensivi della morale islamica. Sua fu l’idea di rimuovere la dottoressa Sima Samar dal posto di vice primo ministro del governo provvisorio di Karzai per le sue critiche alla sharìa. E ancora lui chiese l’arresto e la condanna per blasfemia di Ali Mohaqiq Nasab, direttore del mensile femminile Hoquq-e Zan (Diritti delle Donne), che aveva pubblicato due articoli in cui si criticavano la fustigazione e la lapidazione delle donne adultere. Nei giorni scorsi un gruppo di diplomatici europei ha sostanzialmente chiesto a Karzai di rimuovere Shinwari dalla presidenza della Corte Suprema. Come se non fosse anche lui un prodotto della cultura afgana: una cultura radicata e diffusa che non cambierà così facilmente. E non certo in tempo perché Salima e sua figlia se ne accorgano. www.peacereporter.net/ Enrico Piovesana

Jugoslavia : dichiarazione solenne di quattro nuovi giudici di red Si terra' oggi la dichiarazione solenne dei nuovi membri del Tribunale penale internazionale. In una seduta pubblica i quattro nuovi giudici nominati dall'assemblea generale e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 7 novembre 2005 terranno la dichiarazione solenne prevista dall'articolo 20 dello statuto della Corte. Nella dichiarazione ogni magistrato - Kenneth Keith, Bernardo Sepúlveda Amor, Mohamed Bennouna e Leonid Skotnikov - si impegna ad esercitare i suoi poteri in modo imparziale e coscenzioso. Dopo la seduta comune i giudici Keith (Nuova Zelanda), Sepúlveda Amor (Messico), Bennouna (Marocco) e Skotnikov (Russia) si ritireranno brevemente, aprendo poi in seguito le udienze pubbliche. Il caso trattato oggi riguarda l'applicazione della Convenzione sulla prevenzione e sulla punizione del crimine di genocidio nel caso Bosnia Herzegovina contro Serbia e Montenegro. www.osservatoriosullalegalita.org

Good Morning Iraq Nicola, Dov'è che un poveraccio digiuno di arabo inizia a cercare fonti irachene sull'Iraq? Parto da "iraqi news" su Google e trovo subito un sito molto ben fatto, http://www.iraqinews.com/, che apre sulla malattia di Arafat (!). Lascio questo cadavere giornalistico e cerco qualcosa di più generale, tipo una lista di giornali online iracheni. Ci sono tre giornali in inglese segnalati, ma l'unico link che funziona è quello che dà verso il bollettino della comunità caldea, che ha cessato di pubblicare online nel 2002, prima della guerra. Contrariamente a quanto accade per molti paesi arabi, le news in inglese dall'Iraq non si raggiungono con due click. Proviamo coi blog. Ne trovo alcuni abbandonati e uno (http://mygreenzone.blogspot.com/) iniziato di recente da Ali, neolaureato in ingegneria meccanica di Baquba, triangolo sunnita. Apprendo che la guerra ha portato Internet nel paese tre anni fa, e questo forse spiega la scarsezza delle fonti. L'inglese è pessimo e sciolto, come di qualcuno che l'ha imparato leggendo testi scientifici e ascoltando musica americana. Il tono generale è di un ragazzo che vorrebbe fare la sua vita, lavorare come ingegnere, guadagnare qualche soldo, magari anche divertirsi, partecipare alla vita del proprio paese e della propria città. Dal post del 31 dicembre 2005. "Ciao a tutti e Buon Natale a tutta la gente di tutti i paesi e Buon Anno Nuovo. Adesso è mezzanotte nel mio paese e quindi entriamo nel 2006. Spero che quest'anno sia l'inizio di un futuro nuovo e buono per tutti gli iracheni, che si lasci l'identititarismo ("denominationalism") da parte e che si lavori insieme come una sola mano e che migliori il livello della vita, come quello di altri popoli. Spero che sia un anno sicuro, senza bombe, senza omicidi, senza arresti e senza più torture." Dal post del 27 dicembre 2005. "Questa settimana molte centinaia di studenti dell'università di Mosul hanno dimostrato contro i brogli elettorali e l'aumento della benzina. Tutto è andato liscio, ma alla fine della dimostrazione i poliziotti iracheni sono arrivati come una banda di criminali, hanno preso l'organizzatore della manifestazione con molti suoi amici studenti e li hanno portati via, nessuno sa dove. Dopo due giorni ne hanno trovati due morti a causa delle torture bestiali. Io chiedo, adesso, che razza di libertà è questa? O è questo il prezzo della libertà? Grazie." Da un commento al post, comunque, pare che i due studenti siano stati uccisi da peshmerga curdi, non da poliziotti. Come sempre, dove la libertà di stampa è limitata, nel caso iracheno anche dalla continua strage dei giornalisti, non c'è modo di sapere la verità. Sono interessanti i commenti dei navigatori americani a questo e altri post. Dai commenti al blog di Ali arrivo a quello della giovane Najma (http://astarfrommosul.blogspot.com/), che pare essere assai famosa nella blogosfera irachena. Sul suo sito c'è anche la lista dei libri che chiede siano donati all'università di Mosul, da cui si capisce che studia ingegneria ambientale o qualcosa di simile. Il post del 24 febbraio 2006 scivola sull'attentato al santuario di Samarra e sulle conseguenze, visto che Najm è sotto esame, alcune materie non vanno come dovrebbero (biologia e francese) e non bastano quelle che vanno bene (inglese e matematica). La pagina che sfoglio è piena delle occupazioni di una studentessa universitaria (esami, amici) araba (con una famiglia estesa vasta e compatta). Dà della vita in Iraq un'idea più verosimile (non necessariamente più vera) di quella che riceviamo dai telegiornali, che ci danno solo le bombe e le sparatorie. Del resto, le guerre sono così. Un lungo periodo in cui non succede nulla o quasi, e poi magari la catastrofe, il bombardamento o il passaggio del fronte. O un lento degradarsi del vivere quotidiano, che magari uno percepisce solovisitando una città vicina, così come Najm in visia ai parenti di Bagdad: "Bagdad è distrutta, non è la stessa Bagdad di cui m'ero innamorata... Strade inondate d'acqua, fili elettrici strappati che pendono, soldati nelle strade... eccetera eccetera". Seguo un link di Najm e arrivo su Baghdad burning (http://riverbendblog.blogspot.com/), altro blog scritto in ottimo inglese. Già, perchè scrivono in inglese? Per essere letti da noi occidentali. Najm è stata addirittura invitata a scrivere degli editoriali per il New York Times (degli op/ed, credo: opinioni indipendenti dalla linea del giornale). Anche Baghdad Burning è di un giovane sunnita, molto politicizzato, ottimo inglese, con link alla stampa internazionale e a siti dall'aria delirante (http://www.guerrillanews.com/). Come tanti giovani nell'era di Internet, Baghdad Burning si nutre indifferentemente di BBC e radicalismo internazionalista. Comunque, fa una certa impressione la dettagliata descrizione di una retata delle forze congiunte americane e irachene in un quartiere sunnita di Bagdad, sabato 11 febbraio 2006, due anni e mezzo dopo la fine ufficiale della guerra. Se questa è la vita quotidiana nella capitale, ha poco senso parlare di ricostruzione e democrazia. E gli sciiti? E i curdi? I cristiani? Sarà per la prossima puntata. www.ulivoselvatico.org/

I cacciatori di teste Da Costa Gavras in giù di Igino Domanin Nel volgere del secondo millennio le promesse dell’immaginario utopico della modernità sembravano poter essere adempiute. Il paradosso dell’utopia realizzata e della conseguente fine della storia apparivano come l’esito positivo e irreversibile della globalizzazione dei mercati, dei cicli economici espansivi che poggiavano sull’uso aggressivo della leva finanziaria, dell’esautoramento della sovranità lenta, costosa e burocratica dei vecchi stati-nazione. Il sogno di una nuova economia dove potessero convivere i vantaggi di un’illimitata crescita economica e di una liberazione dalle fatiche ataviche del lavoro sembrava sul punto di avverarsi. Il turbocapitalismo degli anni novanta, caratterizzato, per esempio, negli USA da un’ascesa senza precedenti, sia per volumi sia per durata, del prodotto interno lordo e degli indici di borsa poteva essere interpretato come il sintomo di una trasformazione radicale degli stessi presupposti economici tradizionali. L’epoca del lavoro immateriale, basata sull’infrastruttura delle reti digitali, sui flussi interminabili di denaro, e sulla delocalizzazione della produzione, soprattutto industriale, su scala planetaria, stava determinando una straordinaria mutazione antropologica. Una New Economy, appunto, che esaltava la flessibilità del lavoro, che premiava la creatività e l’intelligenza piuttosto che la bruta prestazione meccanica. Un passaggio epocale che segnava la definitiva uscita dalla gabbia d’acciaio del fordismo e l’ingresso nei nuovi falansteri del funky business. Il futuro sarebbe appartenuto alle no-sleeping company, come nel casi di una dotcom sorta nel Nordest che mise in pratica il precetto di un’organizzazione del lavoro che eliminasse i contrasti e le barriere che separano l’arco temporale della vita e i paletti della giornata lavorativa. I dipendenti potevano scegliere quotidianamente i tempi e i modi in cui lavorare: potevano dormire, fare la toilette o usare la palestra o la sauna, sempre all’interno dello stesso luogo produttivo. Un dispositivo produttivo, insomma, che funziona sul concetto che ogni attività pratica può determinare un valore economico. Giocare, divertirsi, conoscere persone divenivano, quindi, prestazioni che possono generare risorse valide per le finalità dell’azienda. La distinzione tra vivere e lavorare era fatalmente obsoleta e, quindi, cadeva. Nel nuovo scenario, le risorse strategiche fondamentali divenivano le capacità umane per eccellenza, ovvero il talento di usare con efficacia il proprio linguaggio, le proprie conoscenze e le proprie emozioni. Una svolta che s’insinuava nelle pieghe più profonde della condizione umana, che affondava, perfino, nelle radici neurobiologiche della vita; cioè, là dove le tecnoscienze hanno rivelato che, da un punto di vista fisiologico, hanno sede i processi caratteristici della nostra specie. Se la capacità di elaborare e maneggiare simboli e informazioni dipende, infatti, da un indissolubile legame con gli assetti materiali della nostra costituzione bio-fisica, allora è possibile concludere che il nuovo ciclo economico della globalizzazione metteva al centro, come risorsa produttiva, la vita stessa. E’ molto significativo come, in Italia, parte della migliore ricerca filosofica contemporanea dai contributi rilevanti di Agamben ed Esposito, fino alle innovative riflessioni di antropologia filosofica di De Carolis e Virno abbia individuato nell’ontologia della vita la lente focale tramite cui osservare i rivolgimenti e i conflitti della nostra società. Questo aspetto, davvero radicale, del nuovo regime che governa il rapporto tra saperi, poteri e produzione nella nostra società non è, però, avanzato secondo i binari progressivi unidirezionali di un’ingenua, fallace e deteriore filosofia della storia. L’utopia realizzata, infatti, assomiglia molto più a un nuovo tipo di distopia à la Huxley de Il Mondo Nuovo. Non si tratta di nostalgia per l’Età del Ferro del fordismo, dove regnava una drastica disciplina dei corpi e della condotte individuali; dove il paternalismo del vecchio Welfare regolava i piani di vita dalla culla alla tomba; dove, come raccontano i formatori aziendali più anziani, negli anni sessanta nelle fabbriche si chiedeva ancora il permesso per fare pipì, oppure, negli uffici, e se due impiegati erano sorpresi a chiacchierare dal loro responsabile venivano prontamente zittiti dal battere sulla scrivania di un paio di colpetti del cappuccio della stilografica. Ma neanche di mitizzare l’Età dell’Oro della nuova economia; anche perché ai più comincia a non sembrare tanto aurea. Al contrario, gli inediti e traumatici risvolti del nuovo sistema economico richiederebbero il soccorso di una teoria critica, in grado, di mostrare il rovescio negativo dell’attualità. Il film di Costa Gavras in uscita, in questi giorni nelle sale italiane, col titolo Cacciatore di teste è un emblema feroce della crisi che sta attraversando il modello trionfalistico che il neoliberismo dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Il film affronta un aspetto inedito e controfinalistico delle distorsioni patologiche del modello ideologico neoconservatore. In questo caso, infatti, a patire le conseguenze della ristrutturazione capitalistica non è la manodopera, ma il management. Un ingegnere, specializzato nella progettazione della produzione della carta, viene licenziato in seguito a una fusione tra due grandi aziende del settore. Dopo una disperata ricerca del posto di lavoro, decide, attraverso un ingegnoso sistema, di eliminare fisicamente tutti i suoi concorrenti e di uccidere il manager di un impresa del settore, per poter insediarsi al suo posto. Il film descrive la condizione di una famiglia della middle class, che precipita progressivamente in comportamenti prossimi al delirio. Anche il figlio del protagonista, privato dell’uso di Internet per via delle difficoltà economiche, compie, per esempio, clamorosi furti di software. L’erosione della sicurezza e l’avvento della società del rischio investe anche i ceti medio-alti. Il ventre della vecchia società dei “due terzi”, quella in cui la formazione di un grande e articolato ceto medio forniva la base di legittimazione delle liberaldemocrazie occidentali, è scoppiato. Da un lato c’è la moltitudine caotica ed eterogenea di coloro che lottano, con alterne e imprevedibili fortune, per il reddito in un quadro privo di garanzie, dall’altro la remunerazione eccezionale della ricchezza finanziaria e immobiliare che impone ciecamente il proprio interesse rispetto al resto della società. Si potrebbe, quindi, pensare che ci troviamo di fronte a una situazione esplosiva e a una prossima levata di scudi della nuova forza-lavoro contro i poteri dell’Impero? Niente affatto. Lo scoppio della bolla speculativa del Nasdaq non ha avuto gli effetti sociali del crollo del ’29. Si è trattato di una crisi economica, benché gravissima, che è scoppiata come una guerra strisciante e a bassa intensità. Non si tratta di chiudere gli occhi rispetto al fatto che la crescita economica degli anni novanta ha creato un aumento della ricchezza e ha, comunque offerto delle nuove opportunità di lavoro, ma di comprenderò però, che essa ha avuto anche dei costi molto alti, che rischiano tra poco di divenire insopportabili; del resto, la spia più grave della crisi è appunto nel fatto che le forme di opposizione e di critica alle controfinalità dell’operare della finanza e dei mercati è priva degli spazi pubblici tradizionali e la forme mediatizzate dell’opinione pubblica vigente sono spesso occupate dai più biechi interessi economici: la crisi, insomma della comunità, come presupposto dell’agire, e, al contrario, l’uso della comunità come bene riproducibile e scambiabile. In particolare, come viene, per esempio, in luce nel bel film di Costa Gavras, i meccanismi di downsizing e di delocalizzazione stanno provocando pericolosi fenomeni distruttivi. La dissoluzione dello spazio pubblico e delle condizioni tipiche dell’agire collettivo, determinano il regresso a un comportamento inopinatamente ferino dove invece di combattere insieme, ci si scanna per le briciole. Il film è curiosamente satirico, benché si basi su un impianto tipicamente noir e abbia per protagonista un assassino seriale e paranoico, soprattutto quando riesce a mostrare come il disagio psichico e i fenomeni di dissociazione mentale non siano più proprietà individuali, bensì costellazioni ambientali. Il regista ha infatti utilizzato delle straordinarie immagini pubblicitarie, che appaiono disseminate nel set e che sottolineano in modo sordo, ma enfatico, il collassamento della frontiera tra il mondo psichico e la realtà esterna. Sono presenti come detriti dell’attività mentale, concrezioni occasionali e residue, sorta di mineralizzazioni dell’anima. Sono immagini che parlano come degli slogan muti e subliminali, così come succede in molti casi di advertisng imperniato sulla tacita e condivisa riconoscibilità del logo, e che suggeriscono come la relazione tra mente e mondo sia sempre più critica, al limite della patologia. Una società colpita a morte, nei più intimi strati della sua psiche, proprio dagli strali che provengono, come ha brillantemente definito Robert B. Reich in un suo fortunato best seller, dalla condizione paradossale dell’infelicità del successo. Tra i produttori del film di Costa Gravas ci sono anche i fratelli Dardenne, i quali con opere come Rosetta o L’enfant hanno costruito una poetica filmica in grado di percorrere un cammino artistico nel quale il realismo sociale può tornare a essere, in modo credibile e non ideologico, la matrice di uno stile. Bisogna chiedersi, però, verso quale tipo di realismo critico può andare adesso l’arte attuale, poiché il modo d’essere della realtà è abitato da un nucleo psicotico e delirante, e le forme dell’esperienza si costituiscono mediante una compenetrazione indissolubile di reale e di possibile. Se un tempo ci fu, per esempio, una stagione importante del cosiddetto “romanzo industriale” che rappresentò l’alienazione del neocapitalismo italiano con autori notevoli come Ottieri, Volponi o Bianciardi, ci si potrebbe allora chiedere: in che misura, nel caso lo fosse, è possibile oggi una rappresentazione critica del capitalismo cognitivo? [Questo testo è stato pubblicato sulle pagine de l'Unità


febbraio 26 2006

LE TOGHE ROSSE ALLA GUERRA DEI CENT´ANNI EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 26 febbraio 2006 PIÙ AUMENTANO gli attacchi e le cocenti offese che il presidente del Consiglio uscente lancia verso la magistratura e più si moltiplicano gli appelli ai magistrati affinché non rispondano all´aggressione. Venerdì scorso Ciampi li ha invitati alla pacatezza e all´imparzialità dal suo alto seggio di presidente del Consiglio superiore della magistratura riaffermando ancora una volta il valore dell´indipendenza dell´Ordine giudiziario. L´opposizione di centrosinistra dal canto suo si è astenuta dal commentare l´ennesima offensiva del "premier" condotta fino al parossismo nel discorso milanese di apertura della campagna elettorale. Comprendo benissimo lo spirito di quegli inviti e di quella voluta prudenza, ma resta il fatto che l´aggressione tra il presidente del Consiglio uscente e i magistrati è un fatto la cui anomalia e gravità non può passare sotto silenzio per la semplicissima ragione che Silvio Berlusconi è, almeno fino al 10 aprile, il titolare del potere esecutivo. Allora la domanda, già posta tante volte ma finora priva di risposta, è questa: può il capo del potere esecutivo aggredire, insultare, delegittimare sistematicamente da cinque anni (tralascio gli anni precedenti) un altro potere dello Stato senza incorrere in alcuna sanzione? Non si configura un conflitto tra poteri che dovrebbe essere oggetto di giudizio presso la sede garante della correttezza di comportamento dei vari organi costituzionali? I commentatori che si sono occupati di questa questione eccellono di solito nel dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Quelli più attenti a salvaguardare la propria equidistanza non mancano di premettere che «fa male» il presidente del Consiglio ad aggredire la magistratura. Fa male? È sufficiente un biasimo di mera opportunità? Qui si tratta, lo ripeto, d´un grave conflitto istituzionale tra poteri dello Stato provocato dal capo del potere esecutivo. La questione assume quindi una specialissima gravità. Ho sotto gli occhi un articolo dell´ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, intitolato Ritorno all´imparzialità. Mi sono domandato, prima di leggerlo, se sarebbe stato imparziale a sua volta. Purtroppo non lo è stato e me ne dispiace molto per il conto che faccio dell´intelligenza dell´autore. * * * Romano descrive la figura del magistrato quale lui la vorrebbe, anzi quale secondo lui deve essere e non è. Le toghe rosse alla guerra Scrive: «Non basta aver applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un´ombra sull´imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale». Più oltre rincara la dose: «Un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale». Secondo Sergio Romano un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi deve comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli della legge. Ma poiché non gli si può vietare di pensare (meno male) deve tuttavia far finta di non pensare, non lasciarsi sfuggire neppure una parola sui suoi pensieri poiché se lo facesse e se quelle parole venissero risapute egli «perderebbe la fiducia dei cittadini». Un monaco, dicevo, senza neppure la possibilità di abbandonare la tonaca. I sacerdoti hanno questa possibilità, possono rinunciare ai voti che presero in un certo momento della vita; ma il magistrato non può. Neppure se la sua carriera si è chiusa per cause anagrafiche. Magistrato è stato e tale morirà. La sua bocca deve restar sigillata per sempre. Altrimenti può essere attaccato e metaforicamente lapidato: se l´è voluta lui. Ho riferito quasi letteralmente il contenuto dello scritto di Sergio Romano e ancora mi strofino gli occhi incredulo. Non avendo mai letto nulla di simile e poiché (lo scrive lui stesso) il magistrato è comunque una persona pensante, non mi ero mai imbattuto in un invito così scoperto all´ipocrisia. Dovrà fingere di non pensare e anzi di non aver mai pensato, di non aver avuto né fedi né convinzioni, non potrà neppure scrivere un romanzo o un saggio da cui traspariscono inclinazioni culturali e politiche, altrimenti sarà sfiduciato, messo all´indice, e non potrà che prendersela con se stesso. Ah, de Maistre... anche lui, vedi il caso, fu ambasciatore alla corte di San Pietroburgo e anche lui, nelle sue conversazioni non ufficiali, fece indebitamente mostra di aver convinzioni proprie sulla corte dello zar anziché limitarsi ad esprimere la posizione del regio governo che rappresentava. Perciò fu rimosso. Sua eccellenza Romano conosce bene questa storia per averne vissuta una analoga. Mancarono entrambi di ipocrisia e fu un bene per tutti e due. Ma ora pretende che il magistrato ne faccia invece sfoggio riducendosi a un manichino impagliato «quand´anche abbia applicato scrupolosamente la legge e agito con implacabile rigore professionale». Incredibile. * * * La premessa sull´indipendenza della magistratura e sugli attacchi che riceve da cinque anni senza soluzione di continuità mi ha preso la mano, lo confesso. Ma ora vengo al merito della questione che mi ero proposto di trattare: il rapporto tra politica, economia, magistratura. Essa è stata posta infinite volte, l´ultima delle quali dal presidente del Consiglio (sempre lui) quando tre giorni fa ha inopinatamente (?) attaccato la Procura di Milano per essere intervenuta sulla scalata Antonveneta determinando la vittoria della Abn Amro di Amsterdam. Ha anche attaccato la Procura e il "gip" di Parma per aver sospeso Geronzi dalle sue attività professionali per due mesi, poiché su di lui è in corso un´inchiesta connessa alla bancarotta della Parmalat. Secondo il presidente del Consiglio in entrambi i casi la magistratura ha dimostrato la sua faziosità, è uscita dalle sue competenze per interferire nel mercato e anche sui poteri della politica. Mi ha stupito leggere in proposito un articolo di Paolo Franchi (Corriere della Sera del 24 febbraio), collega del quale sono estimatore e amico, che dopo aver severamente censurato gli attacchi di Berlusconi, ha tuttavia aggiunto: «Non possono certo essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Franchi auspica che su questo tema si apra un «serrato confronto». Non capisco bene tra chi. Ma per quanto mi riguarda rispondo volentieri al suo invito. L´azione penale, come sappiamo tutti, si esercita sempre e soltanto nei confronti di persone nella loro individualità e fisicità. Nei casi sopracitati si è esercitata nei confronti di Fiorani, consigliere delegato della Popolare italiana (ex Lodi), nei confronti di Tanzi, presidente di Parmalat, ed ora nei confronti di Geronzi, presidente di Capitalia. Sono tutti e tre (e gli altri coimputati con loro) presunti innocenti. Geronzi più che mai poiché l´inchiesta su di lui è alle primissime battute. Gli esiti sono dunque ancora lontani. Ma il problema sollevato non è questo. «Non possono essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Giustissimo. E infatti non sono loro a stabilirlo. La scalata della Popolare ad Antonveneta è caduta perché Fiorani con il consenso del suo consiglio d´amministrazione, l´ha inzeppata di reati e di violazioni delle regole stabilite per legge. Tanzi idem, mandando la sua azienda in bancarotta. Geronzi è accusato (a torto o a ragione, si vedrà) di avergli tenuto mano e addirittura di essersi sovrapposto a lui dettandogli i comportamenti da prendere. E allora? Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati secondo Berlusconi (e anche secondo Franchi)? Non esercitare l´azione penale? La tesi è singolare. L´interdizione di Geronzi non incide affatto sull´azienda bancaria Capitalia come il processo contro Tanzi ha lasciato in piedi Parmalat e quello contro Fiorani non impedisce alla Popolare italiana di portare avanti il suo lavoro. Dov´è dunque il problema? Intendo dire quello di Franchi, perché quello di Berlusconi è chiarissimo: insultare la magistratura, la Procura di Milano e quella di Parma, dare una mano al suo amico Fiorani. Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l´amico di Fiorani, anche nella scalata dei "furbetti" al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata; adesso ne ha finalmente l´indicazione davanti agli occhi. * * * Mi resta da fare qualche non peregrina riflessione sulla politica bancaria. Perché una politica bancaria c´è e ci deve essere da parte di qualsiasi governo che si rispetti. Generalizzando (ma non troppo) si può dire che esistono due orientamenti: uno è quello di affidare quella politica al mercato e alle sue regole, stabilite da leggi che non ne mortifichino l´efficienza ma ne salvaguardino la contendibilità. L´altro è quello di dotare il governo di ampia discrezionalità e capacità d´intervento in favore di obiettivi di bandiera. In sostanza protezionismo nazionale e coordinamento operativo. Il governo "liberale" Berlusconi-Tremonti è orientato in quest´ultima direzione. Non lo dico io, l´ha detto Tremonti in varie occasioni e soprattutto in una sede ufficiale, nell´ultima riunione del Comitato del credito e del risparmio (Circ) avvenuta qualche giorno fa con la partecipazione di Draghi, neo-governatore della Banca d´Italia. Lo strumento operativo indicato dal ministro dell´Economia è per l´appunto il Circ, che dovrebbe coordinare gli accorpamenti bancari dando la preferenza a quelli tra banche italiane e ostacolando le Opa non gradite al governo, modificando se necessario la legge vigente sulle Offerte pubbliche. L´obiettivo è quello di favorire la nascita di banche italiane più forti, capaci di confrontarsi con le istituzioni straniere da posizioni di maggior peso. Di fatto ciò equivale all´imposizione di dazi e contingentamenti. Cioè la fine del mercato comune tutte le volte che non vi sia reciprocità nel paese cui appartiene l´assaltatore. Insomma un ritorno all´italianismo di Fazio, con un po´ di belletto per renderlo presentabile. Essendo tuttavia, questa discrezionalità interventista, affidata ad un organo governativo come il Circ ed essendo da esso coordinate tutte le Autorità di garanzia, Banca d´Italia inclusa, si avrebbe un ritorno dal mercato all´autorità politica del governo in barba all´autonomia della Banca d´Italia e alle liberalizzazioni fragorosamente strombazzate. Da notare che il partito Ds ha da tempo presentato in Parlamento una proposta di legge per abolire il Circ, ritenuto un organo ormai inutile data la presenza delle Autorità di garanzia. Il tema di questo importante dissenso ha il suo perno nel concetto di reciprocità. Se paesi come la Francia, come dimostra la barriera eretta contro l´Enel, (ma non la Francia soltanto) privilegiano la difesa delle banche e delle imprese nazionali, non dobbiamo anche noi scendere sullo stesso terreno? Tremonti dice di sì e lo dice anche Draghi che si è espresso allo stesso modo dinanzi al Circ e al Consiglio superiore della Banca d´Italia. Viva dunque i campioni nazionali. Anche se poco efficienti? Non sempre infatti l´accorpamento va in direzione dell´efficienza. Talvolta, anzi spesso, accade il contrario. Ma l´accorpamento di bandiera diminuisce la contendibilità della preda. Se questa tendenza si affermerà il mercato comune europeo cesserà di fatto di esistere come ha giustamente osservato il nostro collega Bonanni da Bruxelles. Il tema della (sacrosanta) reciprocità va dunque posto a Bruxelles alla Commissione Europea. È lì che bisogna risolvere la questione, non azzerando il mercato comune. Quest´involuzione protezionistica è evidente ma non stupisce in Tremonti, colbertiano dichiarato e confesso. Stupisce piuttosto in Draghi, del quale non risultava una particolare inclinazione verso il ministro del Re Sole. A proposito di Draghi, arrivato in Banca d´Italia dopo un brillante servizio nella Banca d´affari americana Goldman Sachs: la Banca d´Italia è la più alta «magistratura» del sistema bancario. Dovrebbe quindi valere la regola che non possa accedere alla sua guida chi abbia avuto posti di comando in banche private di affari e quindi inevitabile commercio con questo o con quell´operatore sul mercato nazionale e internazionale. Se per un magistrato la regola di "monachesimo" deve durare tutta la vita, non dovrebbe durare almeno per qualche anno per un banchiere privato prima di varcare i cancelli di via Nazionale? Sottopongo questa riflessione all´intelligenza di Sergio Romano. Ds Milano - Rassegna stampa

Berlusconi parla di legalità e Piero Ricca lo contesta REDAZIONE Si era recato al Palamadza di Milano per assistere al meeting di Forza Italia, ma quando ha sentito il premier Silvio Berlusconi rivendicare i meriti del suo Governo sulle tematiche legate alla legalità non è proprio riuscito a trattenersi. Piero Ricca questa mattina ha di nuovo contestato il Cavaliere. Si trovava ad una ventina di metri dal palco. Rivolgendosi al premier ha urlato: "Ma cosa dici Cialtrone! Sei un corruttore, rispetta la legge!". A quel punto Berlusconi, visibilmente irritato e cambiando tono, ha replicato: "Noi siamo liberali, noi non andremmo mai ad interrompere i meeting dei nostri avversari". E, nel frattempo, il Palamadza si è trasformato in una bolgia. Ricca è stato verbalmente aggredito da migliaia di sostenitori azzurri, che hanno inveito a lungo contro di lui. Le guardie del corpo del leader di Forza Italia e gli addetti alla sicurezza lo hanno circondato e lo hanno invitato con le spicce ad uscire. Lui, mentre abbandonava il meeting, gridava ai partecipanti: "Aprite gli occhi, vi sta ingannando, vi sta ingannando!". In seguito due agenti di polizia - su sua richiesta - lo hanno scortato fino alla più vicina stazione della metropolitana (vale a dire quella di Lampugnano) per garantire la sua incolumità./www.centomovimenti.com/

Lettera a un partito per una NON candidatura Pestifera Caro amico, ti scrivo per rispondere alla tua telefonata in merito alla possibilità di essere inserita nelle liste elettorali del tuo partito per il nostro municipio. Ti dico subito, dopo averti ringraziato per la fiducia, che la mia risposta non può che essere negativa. Il motivo è presto detto: sto sperimentando insieme ad altri una differente modalità di fare politica, cerchiamo di essere da stimolo per quelle istituzioni che sono capaci di ascoltarci (enti locali, quindi comune provincia e regione, ma certo anche la cellula più piccola dove si può democrazia concreta: il municipio), provocando reazioni anche attraverso contenuti nuovi (Altra Economia, Bilancio Partecipato, Tesorerie disarmate, lo stimolo a prendere posizione sulla direttiva Bolkestein, ecc). Ci sono in campo molte energie positive che spesso sono in grado di colmare dei vuoti lasciati dalla politica formale. Tali energie sono il frutto di analisi, studi e sperimenti, intuizioni creative degli attori politici informali che sopra ogni altra cosa devono mantenere una loro autonomia altrimenti rischiamo di essere sopraffatti da un mare di parole, specialmente di questi tempi, diciamo pre-elettorali. Tale modalità, che richiede molta applicazione, tempo, capacità, preparazione, è quella che ho scelto, all’interno della rete Lilliput e insieme ad altre reti, e sono convinta che in questo modo ho chiaramente scelto la mia collocazione politica e che quindi partecipo, anche se apparentemente dall’esterno, alla vita politica del mio Paese. Questa scelta deriva dalla mia conclusione, maturata in questi cinque anni disastrosi da un lato, ma anche meravigliosi, che i partiti, per la loro storia e natura, non sono più in grado di organizzare la sintesi della volontà popolare, non sanno più ascoltare le voci della strada, non sanno interpretare i desideri e i bisogni delle persone, prime tra tutti delle donne e dei giovani. Così mi sono convinta, che il lavoro di base e altre forme di politica attiva, come il lavoro di mediazione con le istituzioni e con i poteri dell’economia, possono essere svolti da una pluralità di reti sociali, diverse dalla politica del passato, poiché (certo non è facile) sono capaci di tenere insieme, in un equilibrio turbolento e sempre da rinnovare, centri sociali e missionari, vecchi comunisti e «lillipuziani», giovani e molto meno giovani. Una nuova politica, come dice Marco Revelli, poiché il novecento è superato, e abbiamo di fronte esigenze nuove, che chiedono risposte differenti nei comportamenti e quindi anche nei linguaggi. E, per finire, nel modo più aperto possibile, ritengo sempre più opportuno che le conoscenze, che di volta in volta si maturano, vengano fin dall’inizio condivise con tutti gli altri, per evitare che ci siano esperti, delegati, funzionari politici ecc, separati dai cittadini, poiché sono convinta che la lotta, quella che ogni giorno dobbiamo portare avanti, anche nel quotidiano, in questa fase storica molto delicata, non può essere delegata. Tutto questo non toglie che il mondo degli attori informali della politica non possa lavorare insieme a quei politici che hanno ancora la pazienza e la volontà di ascoltarci, ma sempre avendo da condividere un obiettivo concreto, oppure un progetto specifico, ben definito nei fatti e non nelle parole. Ringraziandoti ancora, tua D. D.www.liblab.it

Quanto conta la tv (Berlusconi al centro della scatola magica) Esiste, forse solo in Italia, una singolare scuola di pensiero che annovera tra i suoi pensatori vette dello scibile umano come Pier Luigi Battista, Gianni Riotta, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia (casualmente, ma solo casualmente, tutti insieme al Corriere della Sera, il cui direttore, Paolo Mieli, è uno dei vati della scuola stessa). In realtà è la scuola più trasversale che esista, poiché maestri e adepti della stessa si trovano dappertutto, in tutti i partiti politici, in tutti i mass media più importanti. Vi si trova, per esempio, Ilvo Diamanti, che scrive per La Repubblica, insieme a Carlo Rossella, che dirige adesso il TG5, al gigante Clemente Mimun, direttore del TG ammiraglio della RAI, Bruno Vespa, che non abbisogna presentazioni, fino all'ex agente della CIA (per sua stessa ammissione) Giuliano Ferrara, direttore del Foglio. C'è perfino, tra questi, Gad Lerner, di cui ricordo, alcuni anni fa, una sprezzante stroncatura del volumetto di Giovanni Sartori, intitolato “Homo Videns”, accusato di voler demonizzare la televisione, cioè di essere un antimodernista, un luddista, insomma vade retro al passato. Rilevo innanzitutto che, per singolare contrappasso, quasi tutti questi maestri sono in televisione un giorno sì e l'altro anche, a maggior gloria del loro disinteresse. Infatti questa scuola sostiene a spada tratta la tesi che “la televisione non serve” per vincere in politica. E, anzi, può far perdere le elezioni. In ogni caso – ecco il loro atout principale – chi pensa il contrario “non ha fiducia nell'intelligenza della gente”. Altri non ne hanno ma questo basta loro e avanza. Non tutti i maestri del nostro pensiero contemporaneo vi si trovano, in questa scuola. Per esempio il già citato Giovanni Sartori, che scrive anche lui sul Corrierone, e Giovanni Valentini di Repubblica. Ma sono minoritari. Basti pensare che la scuola ha recentemente incluso tra le sue file perfino il presidente della RAI, Claudio Petruccioli. E i maestri della detta scuola sono assai attivi nelle loro esternazioni non accademiche, tra un talk show e l'altro. Pigi Battista, ad esempio, ha scritto insistentemente per sostenere che la tv fa perdere le elezioni. Prova a sostegno? Il fatto che Berlusconi ha perso alcune elezioni nella sua vita. Tra le quali tutte le ultime amministrative, fino alle regionali dell'anno scorso. L'altro vate, nel campo di Agramente, è Ilvo Diamanti, che esorta Prodi e il centro sinistra a “uscire dal virtuale e rientrare nel reale”. Troppo vi occupate della televisione, afferma, e perdete di vista le grame condizioni delle masse. Mi fermo qui. L'unica cosa certa è che Silvio Berlusconi non fa parte della scuola di cui sopra. O, forse, ondivago tra gli ondivaghi, vi fa parte nei giorni dispari, quando afferma che i media sono tutti contro di lui, “all'85 per cento” (dove abbia preso questo dato non è noto, ma lo ha ripetuto così tante volte che alla fine uno pensa che sia vero). Comunque, come ci si doveva attendere, ha scatenato negli ultimi mesi una campagna mediatico-televisiva che non ha precedenti nella storia politica del nostro paese e, credo, del mondo intero. E' presente dovunque, con o senza par condicio, invitato a tutti i talk-show, suoi e dello stato, presente con i suoi spot in tutte le private, vagante per ogni radio, per ogni canale, in diretta e in differita. E, visto che la par condicio (che pure fa acqua da tutte le parti) Ciampi gliel'ha imposta, eccolo organizzare eventi internazionali in cui i suoi amici arrivano in Italia a fargli visita. La moglie e la figlia di George Bush l'imperatore vengono a Torino per le Olimpiadi; la signora Angela Merkel per un'iniziativa di partito. Forse, chissà, anche Vladimir Putin troverà il tempo di fare una scappata da queste parti. Così Silvio Berlusconi, nella sua veste di capo di governo, sarà in televisione, su tutti gli schermi, per altre ore. Tiriamo le somme: Silvio Berlusconi sta ricuperando il suo distacco. Non che io creda ai sondaggi americani fabbricati apposta per lui. Ma c'è un nesso tra le due cose, cioè tra recupero e campagna mediatica? Non abbiamo le prove. Non si può avere le prove, bisogna ragionarci. Resta da chiedersi come possa ricuperare nel mondo “reale”, dove tutti possono leggere – anche nelle loro tasche - il disastro che ha combinato in questi cinque anni di governo. I sondaggi dicono che la metà degl'italiani, di destra e di sinistra, pensa di avere peggiorato le sue condizioni di vita negli ultimi cinque anni. Eppure Berlusconi recupera. Dunque ricupera nel mondo “virtuale”. Nel quale, a quanto pare, è rinchiusa una parte cospicua di italiani. I quali, a dispetto di Ilvo Diamanti, stanno gran parte del loro tempo libero davanti alla tv di Berlusconi, e hanno occasione di vedere il contagioso ottimismo di Berlusconi ogni minuto che passa. E solo quello. Ma che dico? L'ottimismo è solo un dettaglio tra i tanti che sfuggono a Ilvo Diamanti. Il più importante dei quali è il fatto che di un qualunque messaggio televisivo la parte del parlato conta, sì e no, attorno al 13-15%, mentre la parte visiva conta per il resto, che vale dunque all'incirca l'85%. Ecco perché quello che conta è l'immagine. Ed ecco perché Berlusconi e i suoi lanzichenecchi possono dire un giorno una cosa e l'altro giorno l'altra, opposta, possono mentire e irridere, possono offendere l'intelligenza della gente (che c'è ancora, sicuramente, e con ciò si spiega il fatto che, per il momento, Berlusconi non è ancora riuscito a lobotomizzarci tutti) a prescindere dal “reale”, ignorandolo, sapendo che dentro la scatola quadrata, il “reale” sparisce e viene sostituito dai desideri, dai sogni, dalle speranze che diventano più forti della condizione materiale, dagli stimoli primari, dalla simpatia o dall'antipatia, dalla paura. Ecco perché Berlusconi recupera e continuerà a recuperare dal momento in cui scrivo queste righe fino al fatidico 9 aprile. Fatte salve le sorprese che possono arrivare all'improvviso: sorprese mediatiche, ovviamente, belle notizie false, per incrementare l'ottimismo, brutte notizie, vere o false, per incrementare la paura. Pensare che Berlusconi la smetta è pura idiozia, perché lui sa, meglio di chiunque altro in Italia, che “funziona”. Il centro sinistra, invece, continua a credere in Klaus Davi, che pensa anche lui che la tv non conta. Ora io non sono uno che vuole dare consigli. Ma penso che sarà bene che il centro sinistra corra ai ripari finchè è in tempo. Vedano un po' loro. A me pare che i treni, i pullman, le carovane motorizzate in giro per la penisola siano una cosa discreta, ma con molti difetti. Primo tra tutti il fatto che permetteranno loro, ad ogni fermata, di comunicare con qualche centinaio, o anche migliaio, di elettori, mentre l'altro e i suoi aiutanti parlerà ai milioni, ogni sera. In secondo luogo hai un bell'argomentare di questo e di quello, delle cifre del risanamento, delle riforme da fare. Ma tutto questo lavoro non si fa con le parole. Bisognava farlo prima, con i fatti. Adesso le parole contano meno, per nostra comune sventura. E, per quel poco che contano – come s'è detto sopra – le parole vangono niente al confronto di un sorriso ben azzeccato, di un paio di tette mescolate a una canzone e a una previsione rosea. Il centro sinistra non ha ancora capito che, con l'arrivo della televisione, qualche decennio fa, vale il principio enunciato da Gore Vidal: “Dio salvi i brutti”. L'unico consiglio che mi sento di dargli, al centro sinistra, è questo: se riuscirete a tornare al governo del paese, con il fatidico aprile 2006, mettete mano al monopolio televisivo, al conflitto d'interessi. Restituite ai cittadini il controllo democratico dell'informazione e della comunicazione, per esempio aiutando coloro che raccolgono le firme per un progetto di legge d'iniziativa popolare, già presentato, che sciolga la commissione parlamentare di vigilanza, che affidi la nomina del Consiglio di Amministrazione della Rai non ai partiti ma a un Consiglio nazionale per l'audiovisivo, composto a maggioranza da rappresentanti della società civile. Invece di tutto questo non si sente parlare, neanche a sinistra. Con il sospetto che, con il cambio eventuale di maggioranza, l'informazione sarà sempre in mano alle oligarchie politiche. E con il pericolo – che più che un sospetto è una certezza – che il centro sinistra vittorioso privatizzerà due dei tre canali pubblici, cioè li darà in mano agli stessi privati che già controllano tutta la comunicazione nazionale. Primo tra tutti Berlusconi, che non andrà alle Bahamas ma resterà per preparare la sua riscossa. Che, con questa televisione spazzatura nelle sue mani, diventerà sempre più probabile, anzi certa, perché la corruzione delle coscienze e l'obnubilamento delle menti agiscono in profondità e, come disse lucidamente Giovanni Paolo II, “si sedimentano”. E' vero, infatti, che le elezioni si possono perdere anche avendo il monopolio quasi totale delle tv. Ma questo non significa affatto che la tv non conti. Significa soltanto che, per ora, in Italia, essa è contrastata potentemente da altri fattori, che ancora persistono: come la voglia di far politica, la vigilanza democratica, la cultura di estese masse popolari, le istituzioni democratiche ancora funzionanti, nonostante tutto, la Costituzione, la tradizione, il ricordo. Ma, se tutto questo viene demolito, se le giovani generazioni le educa “lui”, allora si vedrà, perfino meglio di oggi, quanto conta la tv. di Giulietto Chiesa da Galatea

Mi fanno paura. I nostri giornalisti, dico. Ho letto la "scandalosa" petizione che accompagnò l'annuncio del boicottaggio dei prodotti danesi da parte del mondo arabo. Quella oscurantista, che aggrediva inconsultamente la nostra libertà di espressione, che non sapeva distinguere tra Stato e religione. Quella fanatica. Che voleva piegarci alla sharia. Quella che "aveva ragione la Fallaci". Ci sono incappata leggendo il post del 30 gennaio scorso di un ragazzo di 19 anni che scrive da Baghdad. In realtà cercavo quest'orrore qua: E ho trovato la petizione, invece. L'ho letta e, raggelata, mi sono infilata a letto. Evvabbe', lo confesso: ero là che deglutivo in posizione fetale buttata dentro a un letto. A contemplare l'orrore della nostra incommensurabile falsità. A vergognarmi. Poi mi sono decisa a cercare su Google: questa cosa gira in rete e sui blog arabi almeno dal 25 gennaio scorso. Una settimana abbondante prima dei disordini. Era stato annunciato solo il boicottaggio, quando è stata diffusa. Ed è stata postata su una miriade di blog, di forum, di siti: è ovunque. Sono imbarazzata per non averla trovata prima: io tendo ad evitare i blog arabi come misura di autoprotezione dal dispiacere; inoltre, lo confesso, in qualche modo persino io finisco col fare affidamento su quegli stessi media che hanno così coraggiosamente combattuto per la loro libertà di espressione, anche se in realtà so benissimo che mentono scientificamente: eppure non ho cercato le fonti originali, fino ad oggi, e sono stata un'idiota. La petizione, la metto nel "Continua". Qui ne voglio solo tradurre e citare la parte centrale: [...] Il mondo contemporaneo è testimone di una grande confusione ovunque. Viene sparso sangue innocente. Vite innocenti vengono falciate dall'oppressione e dall'illegalità. Abbiamo estremo bisogno di diffondere i concetti di pace, giustizia e amore ovunque nel mondo. E' necessario fare appello al rispetto e all'applicazione di tutti i messaggi e di tutte le Scritture Sacre. In questo modo, riusciremmo a preservare il messaggio divino e dimostrare il nostro amore, apprezzamento e rispetto verso i profeti e i messaggeri di Dio nel mondo. Riusciremmo inoltre a proteggere le coscienze, l'onore e i beni dell'umanità, ovunque essi siano. Dimostreremmo di rispettare e di onorare i diritti umani nel mondo. L'affermazione del Jyllands-Posten, secondo cui il loro quotidiano starebbe permettendo, promuovendo e praticando la libertà di espressione attraverso la pubblicazione di vignette che ridicolizzano il Profeta dell'Islam, non è convincente. Tutte le costituzioni e le organizzazioni internazionali del mondo insistono sulla necessità di rispettare tutti i Profeti di Dio. Confermano, inoltre, la necessità di rispettare i messaggi di Dio, di rispettare gli altri e di non lederne l'intimità,la dignità e l'onore. Nel codice di condotta stilato dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti si dichiara: - I giornalisti devono essere consapevoli dei rischi che possono derivare dal pregiudizio e dalla discriminazione suggeriti dai media e devono compiere il massimo sforzo per evitare di richiamarsi a messaggi basati sulla discriminazione su base religiosa, di genere o su qualsiasi altra differenza sociale. - un giornalista offende gravemente i principi di etica professionale nei seguenti casi: plagio, manipolazione intenzionale dei fatti, calunnia, accuse infondate, comportamento ingiustamente lesivo dell'integrità e dell'onore altrui, corruzione. - un giornalista degno di questo nome considera proprio dovere prestare la massima attenzione ai principi sopra menzionati, nell'ambito delle rispettive leggi. Conseguentemente, anche noi affidiamo questa nostra opinione e/o dichiarazioni ad una onesta e chiara presa di posizione dei media, affinché chiedano al quotidiano danese di scusarsi per ciò che ha fatto, in base al principio dichiarato secondo cui: "I giornalisti dedicheranno la massima attenzione a correggere e modificare ogni informazione pubblicata che si riveli inesatta o dannosa per terze persone." E' fuor di dubbio che quanto pubblicato dal Jyllands-Posten va a danno non solo di più di duecentomila cittadini danesi, ma anche di un miliardo e trecento milioni di musulmani, nonché di molta altra gente corretta e onesta. Tutto questo ferisce la gente che onora, rispetta e ama il Profeta Maometto. Questa azione continuerà a ferire e a fare del male a tutti i musulmani, per il resto della loro vita. Se la Danimarca non affronta questo problema su un terreno di correttezza, continuerà ad essere fonte di dolore e sconvolgimento per molti musulmani. E questo solo per la posizione di alcuni singoli danesi che sono contro i profeti e le religioni. Vorremmo inoltre ricordare la risoluzione del 12 Aprile 2005 (nota: in realtà è del 2004) approvata dalla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. La risoluzione consistette nel rifiuto della diffamazione delle religioni e dell'Islam in particolare, che era stato pesantemente attaccato negli anni immediatamente precedenti. [...] Eccola qui, "l'intollerabile aggressione ai nostri valori e a Voltaire". Ma davvero è tanto spaventosa e irrazionalmente aggressiva? La nostra stampa, dispoticamente illuminata, ha stabilito per noi che questo scritto era da condannare e basta ed ha attentamente omesso di proporcelo: qualcuno avrebbe potuto trovarlo umano, semplicemente, e un simile rischio non può essere corso dai cantori dell'Illuminismo. La risposta della stampa europea, quindi, è stata quella di mettersi a pubblicare le vignette sui giornali di mezza Europa provocando un centinaio abbondante di morti altrui, in nome di un'ottusa difesa corporativa di France Soir e dottissime analisi da Azzeccagarbugli su principi talmente astratti da non richiedere di mostrare, nemmeno per un attimo, gli argomenti della parte di mondo che, ancora una volta, si è vista mettere alla gogna per il solo fatto di avere cercato comprensione in nome non di chissà quale principio islamico, ma dei semplici codici etici e principi di garanzia di cui tanto ci vantiamo. Mai una volta che rispondessimo entrando nel merito, alle voci dal mondo arabo. Prima le interpretiamo nel peggiore dei modi, poi rispondiamo alla nostra stessa interpretazione. Non a quello che loro hanno detto. Alla nostra unilaterale interpretazione delle loro parole. Molto illuministico. Sorge quindi spontaneo chiedersi se, quando questa congrega di manipolatori bugiardi, di ignavi ignoranti passa-veline che non si prendono manco il disturbo di aprire Google, di ex-ragazzotti invecchiati che hanno malamente digerito le "eroiche lotte" adolescenziali, di servi che hanno cacciato la libertà di stampa di questo paese in fondo a qualsiasi classifica e si guardano bene dal riscattarla mettendo a repentaglio il proprio stipendio, questi che, insomma, scaldano sereni le sedie delle redazioni italiane: sorge spontaneo chiedersi se, ora che hanno ben difeso la la loro libertà, cominceranno a difendere, una buona volta, anche la dignità del proprio mestiere. E - esageriamo, dai - pure la loro. La dignità personale. Che non è un orpello inutile, per chi pretende di avere ragione http://www.ilcircolo.net/lia/001003.php

I NEOCONSERVATORI COMINCIANO A SUONARE LA RITIRATA Il neoconservatorismo è diventata una cosa che non può continuare a sostenere. Gli USA devono ripensare il loro ruolo nel mondo non come potenza militare ma come guida politica che convinca e conquisti le menti. DI FRANCIS FUKUYAMA All’avvicinarsi del terzo anniversario dell’inizio della guerra in Irak sembra improbabile che la storia giudicherà con benevolenza l’intervento e le idee che lo hanno sostenuto. Il gruppo che più di tutti ha spinto per la democratizzazione dell’Irak e del Medio Oriente è stato quello dei neoconservatori, dentro e fuori della amministrazione Bush. Si tratta di coloro che hanno meritato il maggior credito (o il maggior biasimo) per essere state le voci decisive a voler promuovere il cambio di regime in Irak, è quindi la loro agenda idealistica che, nei prossimi mesi e anni, correrà i maggiori rischi di essere messa sotto accusa. Se gli USA si dovessero ritirare dalla scena mondiale, a seguito di una sconfitta in Irak, sarebbe una grande tragedia, perché la potenza e l’influenza americane sono un fattore critico nel mantenere un ordine aperto e sempre più democratico nel mondo. Il problema dei neoconservatori non consiste tanto negli obiettivi che si erano proposti quanto nei mezzi eccessivamente militarizzati con i quali hanno cercato di raggiungerli. Ciò di cui ha bisogno la politica americana non è un semplice ritorno ad un ristretto e cinico realismo ma piuttosto alla formulazione di un “wilsonianismo realistico” che faccia corrispondere meglio i fini con i mezzi. Come sono riusciti i neoconservatori a strafare così tanto da rischiare di compromettere i loro obiettivi? Come mai un gruppo con tanto di pedigree ha potuto pensare che la “causa principale” del terrorismo in Medio Oriente risiedesse nella mancanza di democrazia, che gli USA avessero la competenza e la capacità di risolvere questi problemi, e che la democrazia sarebbe spuntata in breve tempo e in modo indolore in Irak? I neoconservatori non avrebbero preso queste decisioni se la guerra fredda non fosse terminata in un modo del tutto particolare. Il modo in cui è finita ha determinato il pensiero dei fautori della guerra in Irak in due modi. Primo, sembra che abbia creato l’aspettativa che tutti i regimi totalitari fossero un guscio vuoto che sarebbe crollato con una piccola spinta dall’esterno. Questo serve a spiegare il fallimento dell’amministrazione Bush nel pianificare adeguatamente le contromisure alla ribellione che poi si è verificata. I fautori della guerra sembra pensassero che la democrazia fosse uno stato naturale al quale sarebbero ritornati i popoli una volta abbattuti i loro regimi dittatoriali, piuttosto che un lungo processo storico di costruzione delle istituzioni e di riforme. Il neoconservatorismo si è trasformato in un simbolo politico e in un corpo di pensiero nel quale non mi posso più riconoscere. L’amministrazione e i suoi sostenitori neoconservatori si sono sbagliati anche su come il mondo avrebbe reagito al loro uso della forza. Naturalmente il periodo della guerra fredda ha visto varie volte che gli USA prima hanno agito e poi hanno pensato a trovare la giustificazione delle loro azioni per ottenere l’appoggio dei loro alleati. Ma nel periodo post guerra fredda il mondo politico è cambiato in modo tale che, agli occhi degli alleati, un ricorso unilaterale alla propria potenza appare molto più problematico di prima. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica vari autori neoconservatori hanno suggerito che gli USA avrebbero dovuto usare la loro superiorità in modo da esercitare sul resto del mondo una specie di “egemonia benevola”, per risolvere problemi come quello degli stati canaglia in possesso di armi di distruzione di massa, che effettivamente poi si sono verificati. L’idea che gli USA siano una potenza egemone più benevola degli altri non è assurda, però esistevano vari segnali, molto prima dell’inizio della guerra in Irak, che le cose erano cambiate nella relazione fra l’America e il resto del mondo. Lo squilibrio di potere era diventato enorme. Gli USA avevano superato il resto del mondo in ogni dimensione del potere con una superiorità senza precedenti. C’erano inoltre altri motivi per i quali il resto del mondo non poteva accettare la egemonia benevolente degli USA. Anzitutto essa era basata sulla premessa che l’America si considerava più virtuosa degli altri e che quindi poteva usare la sua potenza al posto degli altri. Un altro problema era di carattere interno. Anche se la maggioranza degli americani è disposto a fare quello che serve per la ricostruzione dell’Irak, il caos del dopo invasione non ha fatto aumentare il loro desiderio di ulteriori costosi interventi. Gli americani non hanno l’animo imperialista. Infine l’egemonia benevola presumeva che il paese egemone non soltanto fosse bene intenzionato ma anche competente. Le critiche rivolte dagli europei e dagli altri paesi all’intervento USA in Irak non puntavano tanto al fatto che erano intervenuti senza il consenso dell’ONU quanto al fatto che non avevano adeguatamente studiato la situazione e non sapevano quello che stavano facendo nel loro tentativo di democratizzare l’Irak. I critici, purtroppo, avevano ragione. L’errore di giudizio più grosso è stata sopravalutare la minaccia portata agli USA da parte dell’estremismo islamico. Anche se c’era l’orribile possibilità che dei terroristi armati di armi nucleari ecc non si facessero spaventare, i fautori della guerra hanno erroneamente gonfiato questo argomento contro l’Irak e il problema della proliferazione di stati canaglia. Adesso che il momento dei neoconservatori sembra passato bisogna che gli USA ripensino la loro politica estera. Anzitutto bisogna demilitarizzare quella che è stata chiamata la guerra mondiale al terrorismo e passare ad altri strumenti più politici. Sono in corso delle guerre contro gli insorti dell’Irak, dell’Afganistan e contro il movimento internazionale della jihad, e queste guerre bisogna vincerle. Però la parola “guerra” è una metafora sbagliata per indicare la lotta in senso più lato. Per affrontare la sfida della jihad non c’è bisogno di una campagna militar ma di un contesto politico che convinca i cuori e le menti dei normali musulmani che si trovano nel mondo. Come lo dimostrano i recenti avvenimenti in Francia e in Danimarca l’Europa sarà un campo di battaglia centrale. Gli USA devono fare ricorso a qualcosa di meglio della “coalizione dei volenterosi” per legittimare le sue azioni con gli altri paesi. Il mondo effettivamente è privo di istituzioni internazionali che diano legittimità ad azioni collettive. La critica conservatrice all’ONU è stringente: mentre l’ONU è stato utile per operazioni di mantenimento della pace o di ricostruzione dei paesi, esso manca di efficacia e di legittimità democratica per affrontare serie situazioni internazionali. La soluzione consiste nel promuovere un “mondo multilaterale” di istituzioni internazionali, che a volte si sovrappongono e a volte si fanno concorrenza, organizzate su linee regionali o funzionali. Infine l’ultima area che ha bisogno di essere ridefinita è il posto della promozione democratica nella politica estera americana. L’eredità peggiore che potrebbe discendere dalla guerra in Irak sarebbe quella di una reazione anti-neoconservatrice che provochi un cambiamento di rotta verso l’isolazionismo e una politica cinico-realista di tipo autoritario benevolo. Al contrario serve una politica wilsoniana che tenga conto di come le classi dirigenti trattano i loro cittadini, informata a un certo realismo, come è mancata dalle menti della amministrazione Bush e nei suoi alleati neoconservatori del primo mandato. La promozione della democrazia e la modernizzazione del Medio Oriente non è una soluzione al terrorismo jihadista. Il radicalismo islamico nasce dalla perdita di identità provocata dalla transizione verso una società moderna, pluralista. Più democrazia significa più alienazione, radicalizzazione e terrorismo. Ma una maggior partecipazione democratica da parte di gruppi islamici è probabile che si verifichi qualunque cosa si faccia, e sarà l’unico modo in cui il veleno del radicalismo islamico potrà affacciarsi nel corpo politico delle comunità islamiche. E’ passato il tempo in cui un autoritarismo benevolo poteva avere il sopravvento su una popolazione passiva. L’amministrazione Bush si è già allontanata molto dall’eredità del suo primo mandato, come è dimostrato dalle caute aperture multilaterali che ha intrapreso verso il programma nucleare iraniano e della Corea del Nord. Ma l’eredità del primo mandato e dei suoi sostenitori neoconservatori è stata così polarizzante che sarà difficile sostenere un dibattito ragionato su come correggere in modo appropriato gli ideali e gli interessi USA. Ciò che ci serve sono nuove idee per far collegare l’America con il resto del mondo, idee che si trovano nella convinzione neoconservatrice che i diritti umani sono universali, però senza illudersi troppo sull’efficacia della potenza e egemonia americana. Francis Fukuyama Fonte: www.informationclearinghouse.info Link:http://www.informationclearinghouse.info/article12024.htm The Guardian 22.02.06 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Gli interessi russi in Iran Il conflitto tra Occidente ed Iran sul programma atomico di Teheran non accenna ad esaurirsi: la Russia ha offerto la sua mediazione, non senza calcoli di interesse economico. Atomkraftwerke: Ein einträgliches Geschäft für Russland im Iran La Russia ha proposto di coinvolgere l’Iran in un progetto comune, secondo il quale il regime islamico arricchirebbe l’uranio il terriotorio del Cremlino. Su questo punto sono in corso tra i due paesi negoziati dall’esito incerto. Secondo alcune indiscrezioni, l’Iran punterebbe ancora a costruire gli impianti sul proprio territorio senza cedere alle proposte russe: a riferirlo è il quotidiano moscovita Wremja Nowostej. Secondo il Kommersant, Teheran vorrebbe limitare l’intesa con la Russia ad un periodo di due anni, passati i quali l’arricchimento dell’uranio proseguirebbe in madrepatria. Il denaro dei Paesi in via di sviluppo fa gola La Russia ha dichiarato che, in caso di fallimento dei negoziati, passerebbe il dossier iracheno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma non c’è alcun segnale che indichi l’approvazione di Mosca alle sanzioni o addirittura ad un intervento militare contro l’Iran. «Il ricorso alla sanzioni più che frenare, accelera il programma atomico», sostiene il capo della Commissione Affari Esteri della Federazione Russa, Michail Margelow. Finché l’Iran non prenderà definitivamente le distanze dal Trattato di non-proliferazione delle armi atomiche, i russi cercano di spingere gli iraniani a restare nel quadro degli impegni presi negli accordi internazionali. La proposta di Mosca di costruire un impianto comune per arricchire l’uranio rientra in una strategia enunciata da Putin durante una conferenza stampa tenuta lo scorso gennaio al Cremino. In quell’occasione, il presidente russo ha parlato della costruzione di una serie di centrali di questo tipo, dislocate in diversi Paesi, e tutte controllate dall’Agenzia Atomica Internazionale domiciliata a Vienna. In questo modo si impedirebbe la diffusione del know-how militare atomico, senza precludere ai Paesi in via di sviluppo la possibilità di costruire centrali atomiche. Il piano di Putin non è privo di calcoli. La Russia, infatti, in futuro spera di poter ricavare soldi vendendo le centrali atomiche ai Paesi in via di sviluppo. Durante la sua breve visita ad Hanoi, il Presidente del Consiglio russo, Michail Fradkow, ha offerto al Vietnam l’opportunità di fornire centrali atomiche “chiavi in mano” e di formare il personale addetto. Il business “esplosivo” russo La prudenza russa nei confronti dell’Iran è presto spiegata: le centrali atomiche sarebbero un business per il Cremlino. L’Iran intende costruire sette centrali, il progetto girerebbe intorno a una cifra di dieci miliardi di dollari. Nel 1998 la Russia ha assunto l’incarico della costruzione della centrale atomica di Bushehr, in origine un progetto della Siemens. Al momento 1500 specialisti russi lavorano a questo cantiere. La centrale dovrebbe essere operativa a partire dall’anno prossimo, “devono essere solo stesi i cavi”, come spiega nel corso di una conferenza stampa a Mosca il portavoce dell’ente atomico „Rosatom“, Wladimir Kutschinow. Anche il commercio d’armi non è male Agli occhi della Russia l’Iran è anche un acquirente d’armi alquanto allettante. Lo scorso autunno, per esempio, i due Paesi hanno siglato un accordo del valore di settecento milioni di dollari per l’acquisto di ventinove missili contraerei del modello TOR-M1. Il missile russo ha una gittata di dodici chilometri ed è in grado di abbattere aerei ed armi guidate. Il suo impiego dovrebbe servire a difendere le strutture atomiche. Sui media internazionali sono apparsi dossier, secondo i quali Mosca sarebbe impegnata anche ad assistere Teheran nella modernizzazione di aerei militari MIG 29 dell’esercito iraniano ed a rifornire il regime di navi da guerra ed equipaggiamento militare. Ma Michail Dmitrijew, esponente dell’agenzia russa per la cooperazione tecnologica e militare, smentisce queste voci e afferma che non vi sarebbero altri episodi che coinvolgono Russia ed Iran in commercio d’armi. www.cafebabel.com/it Ulrich Heyden - Moskau -

Tre ragazzi all'inferno Il film 'The Road to Guantanamo' è il primo sul centro di detenzione Usa Proprio mentre l’Onu chiedeva agli Usa di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo, a Berlino un film su Camp Delta veniva premiato con l’Orso d’argento per la regia. The road to Guantanamo, dell’inglese Michael Winterbottom, è basato sulla storia vera di tre britannici – Shafiq Rasul, Ruhel Ahmed e Asif Iqbal – detenuti nella base Usa a Cuba per più di due anni. Affronta la loro vicenda dalla cattura in Afghanistan alla prigionia in condizioni brutali, dando l’idea che si tratti di ragazzi normalissimi e non certo terroristi. La storia. I protagonisti, nel film interpretati da tre attori, sono stati tra i primi detenuti a essere rilasciati da Guantanamo. Sono stati ribattezzati i “Tipton Three” perché tutti provenienti dalla stessa cittadina delle Midlands inglesi. La loro storia inizia nel settembre 2001, quando partono per il Pakistan: da come racconta Iqbal, ci vanno quasi controvoglia: “I miei genitori erano tornati dal Pakistan e insistevano dicendomi di andare lì a sposarmi. Io non volevo, avevo già un lavoro a casa”, dice. Invece partono, destinazione Karachi. Dopo aver sentito la predica di un imam, che cercava volontari disposti a partecipare ad attività umanitarie in Afghanistan, decidono di andare a dare una mano. Quando gli Usa dichiarano guerra al regime talebano, i tre britannici si trovano intrappolati. Vengono catturati dalle truppe dell’Alleanza del Nord e consegnati agli americani. Finiscono a Guantanamo senza un’accusa precisa e, per fortuna loro, sono tra i primi a essere rilasciati. Ma solo dopo più di due anni, nella primavera 2004. Tre ragazzi qualunque. “Erano solo tre normali ragazzi britannici che sono finiti vittime degli eventi”, spiega il regista Michael Winterbottom. “Ciò che affascina è il fatto che, all’epoca, due di loro erano ancora adolescenti e il terzo aveva 21 anni. Nessuno di loro, prima di partire, era particolarmente religioso o interessato alla politica. E quando ci hanno raccontato come sono andate le cose, lo hanno fatto come si parla di una vacanza. Ma all’inferno”. Il film ricrea gli abusi raccontati dai protagonisti: i pestaggi, l'obbligo di rimanere nella stessa posizione per giorni, la musica sparata a tutto volume per costringere a collaborare agli interrogatori. Vengono mostrate anche le vere dichiarazioni di George W. Bush e Tony Blair, che ricordano come i rinchiusi a Guantanamo siano tutti terroristi. Una falsa rappresentazione, secondo il regista. “Volevamo mostrare la differenza che c’è tra la realtà e quello che la gente veramente pensa dei detenuti di Guantanamo. Questi sono ragazzi normali. Bush e Blair insistono che invece sono ‘i cattivi’, che è una lotta del bene contro il male. Questi messaggi così assoluti sono ingannevoli, le cose non vanno così nel mondo reale”. Il fermo a Luton. Film e realtà si sono sovrapposti invece la scorsa settimana, quando due dei tre ex detenuti, insieme ai due attori che li interpretano nel film, sono stati fermati all’aeroporto londinese di Luton per accertamenti. Erano di ritorno da Berlino: gli agenti li hanno portati in una stanza per l’identificazione, dove li hanno bombardati di domande. Una poliziotta ha chiesto ad Ahmed: “Sei diventato un attore per fare film come questo, che pubblicizzano la causa dei musulmani?”. Dopo un’ora di fermo, sono stati rilasciati. La notizia è stata confermata dalle autorità con cinque giorni di ritardo, quasi a rivelare l’imbarazzo per l’equivoco. Per gli autori del film è stata però una buona pubblicità e The road to Guantanamo sarà trasmesso presto nel Regno Unito, il 9 marzo su Channel 4. Intanto, oltreoceano quattro società di distribuzione stanno considerando se portarlo o no anche nei cinema americani. /www.peacereporter.net/ Alessandro Ursi

La sinistra europea e il rinnovamento d’oltre oceano Felice Besostri Con due nuove elezioni in Cile e Bolivia si conferma il processo di democratizzazione in America Latina, con uno spostamento a sinistra dell’asse politico. Un processo iniziato nel 2002 con la elezione di Lula alla Presidenza del Brasile e con la vittoria al primo turno nell’ottobre 2004 di Tabarè Vazquez (già sindaco di Montevideo) del Fronte Amplio in Uruguay. Si spera che l’onda progressista sia confermata nelle elezioni del Costarica e giunga fino al Messico, impegnato nelle presidenziali a metà anno e che non si concluda con quelle brasiliane di ottobre. Occorre precisare che quando, in generale, si parla di onde con determinate caratteristiche, si tratta di una semplificazione: le tendenze di voto hanno ragioni nazionali e non continentali e, nel caso specifico, come argomenteremo, spesso non ci sono tratti comuni tra i candidati ed i programmi raggruppati sotto la comune denominazione di “progressisti”, se non in contrapposizione ai candidati ed ai programmi dei loro avversari. In realtà in Cile vi è una continuità con il Presidente Lagos, già socialista e anch’esso espresso dalla Concertacìon, la coalizione di centro-sinistra maggioritaria (PS ch, Ppd, Pdc). Tuttavia la candidatura della Bachelet non era scontata: vi era una richiesta democristiana di avvicendamento, ma la popolarità della candidata socialista ed il risultato inequivocabile delle primarie, tra la stessa Bachelet e la democristiana Soledad Alvear, hanno sgomberato la strada. Neppure la vittoria era scontata nel caso che la destra fosse stata in grado di presentare un solo candidato. Infatti, al primo turno la somma dei voti di Lavin dell’Udi e di Sebastian Piñera di Rn con il 48.6% superavano il 45.9% della Bachelet. Al secondo turno la vittoria è stata, invece, netta con il 53.5% della Bachelet contro il 46.5% di Piñera, conosciuto per la sua ricchezza ed il controllo di una televisione, come il Berlusconi cileno. L’estrema sinistra radicale, condotta da un Partito Comunista ai minimi termini, non l’ha appoggiata al primo turno e le ha sottratto ben il 5.4% dei voti. Tuttavia nell’America Latina l’elezione di una donna (i precedenti sono pochi da Violeta Chamorro e Isabel Peron) rappresenta, comunque, una rottura di forte significato, che la Bachelet ha accentuato formando un governo con dieci donne su venti, e con ministeri di peso quali la Difesa, la Sanità e l’Ambiente. L’elezione della Bachelet è stata trascinante anche per le contemporanee legislative: i partiti della Concertacíon con il 51.8% hanno battuto quelli dell’Alleanza con il 39% dei voti e l’estrema sinistra con il 7.5%. Soltanto al Senato la somma dei partiti alleati ha superato quelli della Presidenta con il 55.7%. La Bachelet gode di una maggioranza sia alla Camera dei Deputati (65 seggi su 120) sia al Senato (20 seggi sui 38 elettivi). Con la elezione di Michelle Bachelet, figlia di un generale fatto morire da Pinochet, si chiude definitivamente il ciclo di ristabilimento della democrazia nel marchio della Costituzione voluta da Pinochet e tuttora vigente. Ora è il momento di costruire un Cile non soltanto democratico, ma anche più giusto e con una distribuzione del reddito più equa. Lo sviluppo economico cileno è stato fortissimo, ma il beneficio si è concentrato nelle mani di pochi. La Bolivia di Morales e il Brasile di Lula Altrettanto simbolica la vittoria di Evo Morales (54%) e del suo Mas (Movimento al Socialismo) in Bolivia, anche qui una prima volta di un indio, benché gli autoctoni siano la maggioranza della popolazione: i due gruppi principali i Quechuas e gli Aymaras da soli sono il 55%. Tutto il potere era nelle mani della aristocrazia criolla, i creoli di discendenza ispanica. Morales dopo l’investitura democratica ha cercato quella simbolico-tradizionale con la cerimonia alla Puerta del Sol. In Bolivia i contadini erano venduti e comprati con la terra ed usati per umilianti lavori domestici: il risarcimento per il loro destino rubato non è completo. Nelle contemporanee elezioni legislative il Mas con il 53% dei voti ha conquistato 72 seggi su 130, ma resta minoritario al Senato con 12 seggi su 27, di cui 13 del diretto avversario, il Movimento Poder Democratico y Social del suo avversario Quiroga. Morales sarà lo statista che riscatterà il suo popolo o un Masaniello giunto al potere? Sarà coerente con le sue promesse di dare dignità al suo popolo, gli aymarà ed agli altri indigeni? Ovvero sarà una delusione come Toledano in Perù? I suoi punti di riferimento continentali sono chiari: Chavez, Lula, Kirchner e l’immarcescibile Castro, benché nessuno si proclami marxista, né si richiami ad una rivoluzione ispirata al modello cubano. Lo stesso programma di nazionalizzazione delle risorse minerarie ed energetiche non è una novità, nel 1952 furono già nazionalizzata da Paz Estensoro, lo stesso che 33 anni dopo le privatizzò, durante il suo terzo mandato presidenziale. Già si intravedono le difficoltà di una saldatura con il riformismo cileno per ragioni oggettive e storiche. Oggettive: il riformismo cileno è alle prese con uno sviluppo distorto, ma pur sempre uno sviluppo, mentre la Bolivia deve uscire dalla povertà e dal sottosviluppo. Storiche: con la guerra del Pacifico il Cile ha privato la Bolivia dell’accesso al mare. La ferita non è ancora rimarginata. Lula, icona carismatica di una sinistra ampia, che comprende settori della sinistra radicale e alternativa e di quella istituzionale, dalla componente politica socialdemocratica alle organizzazioni sindacali europee, si sta fragilizzando e la sua rielezione nell’ottobre di quest’anno non è sicura. Il Brasile è il più grande paese dell’America Latina con il più grosso Pil e la popolazione di gran lunga la più numerosa e con finanze in ordine, tanto che può anticipare la liberazione dai prestiti dal Fondo Monetario Internazionale per sottrarsi ai suoi condizionamenti. Le difficoltà di mantenere contemporaneamente le promesse elettorali e di non scatenare le reazioni dei mercati finanziari hanno compromesso l’immagine di Lula, che per di più è stato investito da fenomeni corruttivi di dirigenti del suo partito, in particolare il settore paulista, ed anche di suoi collaboratori. Nel Parlamento la sua maggioranza è ristretta e fragile per i ricatti degli alleati. Il sistema partitico brasiliano è frammentato ed instabile, oltre che spregiudicato nelle alleanze, che possono essere costruite e disfatte senza grandi problemi di coscienza. Per esempio il Pdt (Partito Democratico dei Lavoratori), membro dell’Internazionale Socialista, è stretto alleato, all’opposizione di Lula, con il Partito Popolare Socialista, uno degli eredi del Partito Comunista Brasiliano, conosciuto per il suo rigido filosovietismo. Unica eccezione nella storia è stato il glorioso Partito Socialista Brasiliano, che, però, forse per questo è stata una formazione rispettabile, ma minore. L’eredità del populismo e del corporativismo (anche il Brasile ha avuto, come l’Argentina, un regime, quello di Getulio Vargas, ispirato dal fascismo italiano, sia pure nella versione sociale) è dura da superare, come la pratica del clientelismo e della corruzione. L’Argentina di Kirchner L’Argentina di Kirchner sta per uscire dalla crisi di pochi anni fa, in cui si sono bruciate le ricchezze del paese e la stessa esistenza di una classe media è stata compromessa. Il risanamento finanziario è stato spettacolare, anche a spese dei nostri risparmiatori, che avevano sottoscritto i tango bonds, tanto che anche l’Argentina, al pari del Brasile, si è liberata dai prestiti del Fmi. Una strategia ben diversa dalla antica parola d’ordine “la deuda no se paga” (i debiti non si pagano). Il sistema politico resta, peraltro, molto distante da quello europeo, che ha attecchito soltanto in Cile. A prima vista pare strano che un paese così etnicamente europeo sia distante anni luce dagli schieramenti politici, cui siamo abituati. Eppure il Partito Socialista Argentino era dotato di grandi personalità al momento della sua fondazione, che ha preceduto quella di partiti socialisti di paesi europei (sono sufficienti i nomi di Alfredo Palacios e Juan B. Justo). All’inizio si pubblicavano riviste socialiste in francese ed in tedesco: in un certo senso il socialismo europeo restava la loro patria ideale. I comunisti sono sempre stati una forza ben organizzata e con punti di forza nei sindacati, ma irrimediabilmente sovietici e perciò stranieri. A sinistra e a destra ha spopolato il peronismo, come già detto una variante del fascismo corporativo. Kirchner è peronista, come erano peronisti i suoi predecessori Duhalde e Menem, oggi suoi avversari. A distanza di decenni è ancora il peronismo in tutte le sue tendenze, da quelle moderate a quelle estremiste (negli anni della lotta armata i peronisti avevano una loro formazione, i Montoneros), dalle progressiste alle nazionaliste, che detta i ritmi del cambio politico e la dialettica interna al peronismo sostituisce la dialettica tradizionale tra destra e sinistra. Tuttavia l’Argentina, il Cile e il Brasile, grazie al loro sviluppo, per quanto ineguale e squilibrato, e alla struttura produttiva, se coopereranno strettamente, possono in America Latina svolgere il ruolo che fu della Germania, della Francia e dell’Italia alle origini della costruzione europea. Per questo è importante il rafforzamento del Mercosur, anche come alternativa all’ALCA, la zona di libero scambio delle Americhe, ripescato dai cassetti dopo la crisi messicana del 1994. Questo processo ha bisogno di aiuto e di solidarietà internazionale, compiti che dovrebbero essere svolti in primo luogo dall’Europa e dalla sinistra europea. Segnali di interesse se ne sono visti pochi a sinistra. La sinistra europea è sempre pronta a criticare i leader del “terzo mondo” appena paiono un po’ meno puri e duri di come li aveva immaginati e desiderati. Basta confrontare il grado di popolarità attuale di Lula e del subcomandante zapatista Marcos nel popolo della sinistra alternativa. Si spende poco tempo a riflettere sulla differenza tra cercare di risolvere i problemi di un grande paese e quella di essere testimonianza in una ristretta parte del territorio di uno Stato, per di più estraniandosi dai processi politici: se la sinistra ritornerà al potere in Messico nel luglio 2006 con Lopez Obrador (a proposito anche lui già sindaco di una grande metropoli come Città del Mexico), non sarà grazie agli zapatisti. Per fortuna c’è Chavez. Lui è chiaro e riconoscibile e lucidamente anti Usa, circostanza che suscita simpatie automatiche, salvo essere delusi in epoca successiva. Chavez è, per di più, ricco grazie al petrolio, cioè per la stessa ragione per cui le masse popolari europee sono sempre più povere. Chavez non deve pensare ad una linea innovativa di politica economica e finanziaria: più petrolio a prezzi più alti è una formula di tutta semplicità. Parliamo chiaro: Chavez è stato legittimato democraticamente, è stato oggetto di oscure e violente manovre di sovvertimento, contrarie al diritto internazionale e a quello costituzionale. Tutto ciò su impulso di una regia estera, facilmente identificabile negli Stati Uniti (ricordate il Cile di Allende?). Peraltro, molte delle manovre che hanno impedito la vendita di mezzi militari dall’Europa al Venezuela avranno, come il blocco di Cuba, effetti controproducenti. Più sindacalisti, meno guerriglieri Per una sinistra, che faccia i conti con il problema della globalizzazione e della difesa e sviluppo della democrazia, questo atteggiamento semplificatore di Chavez non è più sufficiente e a rendere moderna la sua proposta non basta che il Presidente venezuelano annunci al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del 2005 che la sua azione si inquadri “nel socialismo del XXI secolo” (E. Sader, Le Monde Diplomatique, febbraio 2006). Difendere l’indipendenza venezuelana è un dovere internazionale, ma nel contempo una sinistra democratica, degna di questo nome, non può tacere di una serie di violazioni dello stato di diritto e quando si scade nella demagogia antidemocratica, con qualche punta di antisemitismo e con ammirazione sconfinata per quel fascista di Giovanni Papini. Non bastano elezioni (più o meno libere ed ordinate) per dar vita ad una democrazia: la Palestina con la vittoria di Hamas è l’ultimo esempio in tal senso. La sinistra italiana ed europea dovrebbe in poco tempo rinunciare ad ogni attrattiva collegata al folklore e capire che per consolidare la democrazia in America Latina servono più partiti politici moderni e sindacati forti, così come un sistema politico liberato dal caudillismo e dal populismo, non importa se nazionalista o rivoluzionario. Servono più sindacalisti che guerriglieri, che sopravvivono grazie al narcotraffico. Per qualsivoglia sinistra, che abbia appreso le lezioni della storia, si deve evitare il fascino della divisa e della demagogia. Per sostenere Chavez contro l’esproprio delle risorse da parte delle multinazionali o contro le manovre destabilizzatici degli Usa in collegamento con la destra venezuelana, non c’è bisogno di diventare bolivaristi scatenati. Pare che i sud-americani, a una certa sinistra, piacciano così roboanti e anti-gringos, ci devono far sognare di patria o morte, di libro e fucile, di socialismo senza aggettivi: di diventare militanti antimperialisti per interposta persona. Padre Girotto, fratello mitra, grazie a questi stereotipi riuscì ad infiltrare le Brigate Rosse. Quando metteremo almeno sullo stesso piano un sindacalista o un difensore dei diritti umani e un guerrigliero, faremo un passo avanti noi, sinistra europea, e aiuteremo la sinistra latino-americana, a noi più vicina, a fare altrettanto, cioè a liberarsi di un passato in cui demagogia e populismo parolaio aprirono la strada ai regimi militari dittatoriali. La sinistra europea dovrebbe iniziare a discutere di un approccio globale con la sinistra latino americana per concertare azioni politiche, ma anche istituzionali dei governi, cui partecipa, e dall’Unione Europea. L’Internazionale Socialista attualmente ha partiti membri al potere in Cile e in Uruguay, ma sempre come soggetti di una coalizione più ampia. I grandi partiti del Pse hanno una loro politica, che prescinde dal privilegiare i partiti dell’Internazionale: il caso Brasiliano è eclatante. La sinistra radicale europea ha il suo ambito di relazioni nel Forum Sociale Mondiale e nei movimenti sociali antiliberisti e naturalmente con quelli che solleticano di più il suo immaginario: gli zapatisti di Marcos e i bolivariani di Chavez. Tutto appare frammentato e casuale senza una riflessione di fondo e soprattutto organizzata su base paritaria tra soggetti europei e latino-americani. caffeeuropa.it

Gli attentati e il belzebù di Baghdad Dopo John Negroponte - definito l'anima nera di Baghdad da Noam Chomsky - che è passato alla direzione della Cia, a Baghdad come ambasciatore Usa è arrivato Zalmay Khalilzad, il referente del mostro del regime dei talibani afghani negli ambienti politici di Washington. Se Negroponte era divenuto celebre come artefice degli “squadroni di morte” nella America Latina degli anni 80, Khalilzad ha conquistato la celebrità come il simbolo del nuovo servitore dell'era globale. E' colui che, in un'intervista al Washington Post nel 1997 spiegava che Washington doveva intavolare trattative con il regime dei talibani in Afghanistan perchè essi non portavano avanti una politica antiamericana come gli ayatollah di Teheran. Cittadino afgano nato a Mazarsharif, trasferito a Kabul e spostatosi successivamente negli Usa per acquisire la cittadinanza americana, Zalmay Khalilzad era diventato consigliere del Pentagono e di altre agenzie governative Usa come la Cia, nonché miliardario con una serie di affari che aveva concluso a Kabul con la compiacenza del regime dei talibani. La figura di Khalilzad è un mix di khan-brigante, custode-manager. Ruba per se stesso e custodisce, alla stregua di un manager-gorilla, il bottino (le risorse irachene) che i neocon dell'amministrazione Bush hanno conquistato con la campagna bellica in Afghanistan e in Iraq. Dopo essere stato il referente dei talibani a Washington per anni, con l'avvento dell'amministrazione Bush, si converte alla fede democratica e si impegna a servire gli artefici dell'esportazione della democrazia stampo neocon in Afghanistan e altri paesi della regione medio orientale. Prima viene nominato plenipotenziario Usa nella sua terra d'origine, l'Afghanistan, dove nel frattempo il mostro dei talibani è stato, almeno formalmente, abbattuto. Successivamente sostituisce John Negroponte come ambasciatore a Baghdad. Cosi il belzebù subentra all'anima nera, ereditando la sua corte di 6000 uomini. Da quel momento pretende di essere presente alle riunioni dove si decidono i futuri assetti politici dell'Iraq. E vista la presenza delle truppe Usa diventa impossibile non esaudire le sue richieste. Dopo le ultime elezioni legislative irachene dove gli sciiti, cioè la maggioranza degli iracheni (65% della popolazione), nelle loro varie anime si affermano senza conquistare però la maggioranza assoluta, Khalilzad comincia a intervenire nella scelta dei ministri, pretendendo cinque dicasteri-chiave come quelli del petrolio, gli Interni, la Difesa. Vuole che siano affidati agli uomini vicino o meglio al servizio degli Usa. Quando il governo di Jafari si oppone reclamando l'autonomia, Khalilzad comincia ad operare per fare una coalizione curdo-sunnita sostenuta dagli elementi residui del Ba'ath. Non essendoci i numeri sufficienti, Khalilzad comincia a parlare del rischio delle guerre interetniche, interreligiose e confessionali prospettando la guerra civile. Così la componente salafita dell'Islam sunnita e i vari gruppi di “apostasia e guerra santa”, legati al wahabbismo saudita, colgono il messaggio e dopo vari crimini, che da mesi si perpetuano ai danni della gente semplice – pellegrini del ponte degli Imam (più di 1000 morti), muratori in fila (a Baghdad e altrove), bambini trucidati (120 della città di Mossayeb), semplici cittadini (ogni giorno e dovunque), ma sempre sciiti - arrivano anche le bombe contro i santuari e luoghi sacri sciiti. A Samarra, città sotto controllo delle forze d'occupazione Usa, le bombe fanno saltare il santuario degli imam sciiti Hadi e Hasan Ascari, facendo saltare in aria la cupola d'oro in uno spaventoso attentato contro la fede popolare. Cosi la folla degli sciiti, nonostante gli appelli alla calma dell'ayatollah Sistani, dà l'assalto alle moschee sunnite. E la spirale di violenza continua in queste ore: l'autobomba a Kerbala, gli spari al corteo funebre di Baghdad, gli scontri a Samarra… Tutti gli uomini di questi gruppi salafiti, coordinati e gestiti da vari esponenti di al-Qaeda, come il fantomatico al-Zarqawi, emissario–avversario di bin Laden, provengono dal bacino culturale del wahabbismo saudita che genera e alimenta tutti gli estremismi di stampo salafita, al-Qaeda e bin Laden compresi. Il regno dei Saud dove la decapitazione è una sanzione ufficiale dello stato, è il maggiore alleato Usa nel mondo islamico. Sulla scia della politica dei Saud, altri stati arabi alleati degli Usa (l'Egitto di Mubarak, la Giordania di Abdallah, il Marocco di Mohammad VI, …) invece di combattere il terrorismo lo esportano, per neutralizzare e sopprimere gli sciiti che nell'intero mondo islamico sono forse il 15% e sono considerati degli apostati. L'amministrazione Bush continua a parlare della vittoria in Iraq, sostituendo varie anime nere con i belzebù e ciò mentre, mancando la sicurezza (che, secondo articolo IV della Convezione di Ginevra, è a carico delle forze d'occupazione), il terrorismo continua a prosperare nel buio della violenza bellica programmata – shock and Awe - e migliaia di vite civili iracheni vengono annientate insieme ai giovani soldati americani provenienti dalle periferie meno ricche degli Usa, che combattono per ottenere magari la cittadinanza americana o pagarsi gli studi qualora uscissero dalla guerra indenni. La tragedia si perpetua mentre risale la borsa di Wall Street e supera anche 11000 punti e molte aziende Usa, come la compagnia Hulliburton vicina al vice presidente Dick Cheney in testa, risanano i bilanci. di Mir Mad www.megachip.info

Vukovar – Atto finale E' il primo documentario, a distanza di oltre un decennio dalla guerra, firmato da una co-produzione serbo-croata. Il settimanale Feral Tribune intervista Janko Baljak, regista di "Vukovar - atto finale", realizzato insieme a Drago Hedl, nostro corrispondente dalla Croazia Di Igor lasic, Feral Tribune, 20 gennaio 2006 (tit. orig. Kako su se slozili Mercep i Crncevic) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak Vukovar - Ovcara 1991 (www.zamislisrbiju.org) Perchè ha deciso di realizzare il documentario "Vukovar - atto finale", che sarà presentato per la prima volta alla fine di febbraio al Festival dei film documentari di Zagabria? L'idea è partita da Belgrado, più esattamente dalla nostra casa produttrice B92, per la quale ho fatto dei documentari già una quindicina di anni fa. A distanza di 14 o 15 anni dall'epopea di Vukovar, l'idea si basa sull'intento di realizzare la prima coproduzione serbo-croata per un documentario. A differenza dei film che sono già stati fatti su questo tema dall'una o dall'altra sponda del Danubio, questo è il tentativo di vedere in modo oggettivo la verità. E' passato abbastanza tempo, adesso esiste una certa distanza storica per fare un film a mente relativamente fredda. Tutto ciò che abbiamo visto su Vukovar, di questa o quella casa di produzione, era più o meno propaganda, o era una storia parziale fatta per i vari raduni, avvenimenti, anniversari. Nessuno ha mai affrontato il tema per raccontare dall'inizio alla fine la storia che abbiamo raccontato in questo film e che narra i sei mesi di Vukovar, dal maggio 1991 fino alla caduta della città, poi il crimine di Ovcara fino al processo dei colpevoli. Il film inizia e finisce con Ovcara, per questo motivo siamo anche in ritardo di alcuni mesi, perché abbiamo dovuto aspettare la fine del processo per avere anche quella parte del materiale, per concludere la storia. Le riprese del film coincidono con il processo, avete potuto documentare direttamente lo sviluppo del tema? Questa occasione certamente è stata molto emozionante anche perché successivamente abbiamo seguito le madri e le mogli, le famiglie dei morti di Ovcara. Avevamo la possibilità di parlare con loro a Belgrado e di condividere le loro emozioni, di vedere come reagivano alla notizia che il processo si sarebbe svolto a Belgrado. Durante il processo c'è stata tanta tensione, perché i familiari delle vittime e i famigliari degli accusati condividevano lo stesso ambiente, ed è stato molto sgradevole finché non li hanno divisi. A noi interessava come stavano le persone che hanno vissuto un'esperienza difficile, e quella parte ha una notevole dimensione umana. Ci sono diverse storie, ci sono quelli che a Ovcara hanno perso parecchie persone, il fratello, il ragazzo... Poi, l'intera storia della donna incinta che è stata esumata a Ovcara, le testimonianze dirette su come l'hanno portata fuori dall'ospedale all'ottavo mese di gravidanza. Ovcara in realtà è un film dentro il film, ecco perché la scelta di usare il processo come apertura del nostro film e di terminarlo con la sentenza che letteralmente mi è stata consegnata in versione audio, per poterla usare. Il processo belgradese ai criminali di Ovcara è un segnale che in Serbia c'è un'applicazione più sistematica della legge o rappresenta solamente un caso isolato? Personalmente vorrei credere che si tratti di una sorta d'avvio per una magistratura che sia indipendente, per come si sono comportati il giudice e la corte rispetto a questi avvenimenti. Credo si sia trattato di un processo molto professionale e che fondamentalmente non era motivato dal bisogno di far vedere la Serbia più democratica di quello che è. Ma alcuni altri processi non vanno nella stessa direzione, lo si vede concretamente, per esempio, dal processo per l'omicidio di Zoran Djindjic. E mentre mi ha sorpreso la velocità con la quale è stato annunciato il processo a Slobodan Davidovic, membro degli "Scorpioni" in Croazia, a Belgrado esistono già delle cose che ostruiscono l'avanzamento di questo caso giuridico. Invece, le famiglie delle vittime di Ovcara, dopo il processo, non erano soddisfatte - la vera soddisfazione per loro non esiste più - ma hanno detto loro stessi che il processo è stato corretto e che sono state inflitte le giuste punizioni. Se lo dice anche Natasa Kandic, che fra l'altro è sempre insoddisfatta di come vengono risolte le cose che riguardano i crimini di guerra, allora si tratta di una vera garanzia. Adesso si pensa che quel processo dovrebbe servire da modello, in futuro tutti i processi simili si misureranno con questo. Credo che lo sentirà anche il pubblico del nostro film, dalle parole di conclusione del giudice, dove si pronuncia non solo la sentenza, ma più che altro un invito alla civiltà, che queste cose non debbano più ripetersi e che non debbano passare impunite. Perché molti criminali passeggiano ancora a Belgrado e a Zagabria e in molte altre nostre città. Il direttore di scena e il responsabile del team del film "Vukovar - atto finale" è Drago Hedl, redattore del Feral. Come vi siete trovati, come è stata la vostra collaborazione? Non ci sono stati tanti dilemmi, lui già aveva già molta esperienza nella produzione di alcuni progetti di film su crimini di guerra. Per quanto concerne B92, Drago non debuttava ma si è imposto come la scelta migliore e più logica, considerando tutto quello che aveva già fatto. Ho visto quello che lui aveva già fatto, ma solo grazie a questo film lo ho anche conosciuto. Hedl certamente ha goduto di piena autonomia nel formare la sua squadra investigativa, anche qua a Belgrado hanno partecipato alcune persone. Lui li ha coordinati, ha suggerito diverse soluzioni come direttore di scena, ha condotto la storia da grande conoscitore. C'è stato tanto lavoro, il film è stato fatto in 15-16 mesi. La composizione della squadra ricorda modalità che in passato sono state criticate. Ma a voi è servita molto bene ... Naturalmente, è una divisione completamente razionale, contemporaneamente tenevamo conto dei contatti in Serbia e in Croazia. Era una soluzione naturale: per Hedl era più facile giungere a certe cose in Croazia, come è stato per i nostri collaboratori belgradesi in Serbia. Questo ci ha fatto optare per questa soluzione, tutto era motivato da motivi professionali. Alla squadra hanno partecipato Marija Molnar, Dragana Karpos, Jasna Jankovic, Filip Svarm e Klara Kranjc. Ma abbiamo avuto tanti problemi in Serbia. A differenza dei partecipanti croati alla guerra, i comandanti e i difensori della città che hanno vissuto questa epopea come una grande vittoria che è finita con il riconoscimento dello Stato e con la liberazione, qua in Serbia esiste una notevole dose di rimorso di coscienza, c'è l'impressione scomoda di aver partecipato a qualcosa di vergognoso, con una forza sproporzionatamente grande che si è rovesciata sulla città. I nostri collaboratori croati che abbiamo ripreso nel film, oggi sono più o meno attivi, oppure sono dei pensionati felici. In Serbia la maggior parte del vertice immischiato nella vicenda di Vukovar è finito all'Aia, oppure non sono in vita. Non siamo riusciti ad entrare in contatto con il "trio di Vukovar"- Sljivancanin, Mrksic, Radic - e nemmeno con Slobodan Milosevic... Siete giunti fino a Tomislav Mercep, da parte croata il protagonista più sospetto della guerra di Vukovar. Come è stato in qualità di collaboratore? Vukovar profuga serba 1991 (www.zamislisrbiju.org) Mercep era uno degli interlocutori più gentili, che senza pensarci su ha accettato di parlare, dopo aver sentito che si trattava di una produzione belgradese. Non ha posto alcuna condizione, ho parlato personalmente con lui a Zagabria. La cosa che ci interessava di più, riguardo a lui, era la storia dei civili serbi scomparsi che tuttora non sono stati ritrovati, e nel periodo del suo governo, quando era a capo della TO (difesa territoriale, ndt.) di Vukovar. Per noi era interessante come fosse possibile che un uomo potesse diventare il signore della vita e della morte, senza il cui permesso non potevano camminare liberamente a Vukovar - e uscire dalla città - nemmeno i parlamentari. Sapete che Vukovar allo stesso tempo è il sasso su cui inciampa la Croazia, appesantito dal sospetto di tradimento da parte dei vertici dello Stato ... Sì, nel film ci sono certi interlocutori che portano in quella direzione, persone più o meno amareggiate. Uno tra gli astiosi è anche Branko Borkovic, che testimonia degli ultimi momenti della resa della città. Mile Dedakovic non voleva parlarne. Ma nel film appare un numero notevole di distinti difensori di Vukovar. L'uomo che partecipa alla resa di Mitnica, Zdravko Komsic, Danijel Rehak, Vesna Bosanac... Abbiamo persino parte della storia cui siamo arrivati per caso nell'archivio militare, dove la dottoressa Bosanac in una vettura della JNA (esercito jugoslavo, ndt.) cerca la madre tra le macerie di Vukovar. Inoltre la parte legata a Sinisa Glavasevic, su cosa il suo appello e la sua voce hanno significato per la gente di Vukovar. Si tratta di una serie di piccoli film, perché oltre al quadro generale che trasmettiamo, ognuno ha anche il proprio dramma personale, i ricordi e le storie su come ha vissuto il tutto. Nella parte serba avete vissuto di più il rifiuto di collaborare? Alcune persone hanno semplicemente cambiato idea, una cosa completamente comprensibile. Non giocava a nostro favore il fatto che circa nello stesso periodo in Serbia fosse stata scoperta la famosa cassetta di Natasa Kandic, con le immagini dell'assassinio dei civili bosgnacchi vicino a Srebrenica. Alcuni membri delle unità paramilitari serbe hanno cambiato idea riguardo al nostro film, si sono spaventati delle reazioni. Ci sono state situazioni in cui si incontrava un muro al solo vedere noi e il logo di B92, che in Serbia viene vissuto come un media traditore. Come se non facessimo niente altro che ricercare i nostri concittadini per le necessità dell'Aia ... Contemporaneamente anche Hedl ha vissuto cose spiacevoli, con Branimir Glavas in Croazia, così tutto è stato un po' complicato. La politica odierna e le nuove conoscenze si sono immischiate più volte nel film. Oggi anche l'interesse per questo tema non è lo stesso nei due Paesi? Ci sono state diverse reazioni. Primo, Vukovar per la Croazia ha un altro peso di quello che ha per la Serbia. Dopo Vukovar, in Serbia sono accadute tantissime cose diverse, dalla NATO e il Kosovo al Montenegro... I nuovi avvenimenti raggiungono e sostituiscono velocemente quelli vecchi. Per cui in Croazia ci aspettiamo le reazioni più forti. Ma, abbiamo impiegato la nostra professionalità, forti del desiderio di tentare nel modo migliore di rispondere ad alcune domande ancora aperte, che probabilmente susciteranno un'importante attenzione. Un buon film trova sempre il suo pubblico, mentre la propaganda è sempre propaganda. Nel film non ci sono i commenti degli autori, tutto è misurato in modo molto oggettivo e come avete detto una volta, secondo il modello dei documentari della BBC. Fra l'altro, così è anche con gli altri vostri film, "Ci vediamo sull'annuncio funebre" (Vidimo se u citulji) oppure "Anatomia del dolore" (Anatomija bola)... E' così, si tratta di un mio principio di base e di un atteggiamento riguardo le riprese dei film documentari, e di più. In breve, dare a tutti l'occasione di dire quello che pensano e quello che ricordano, perché nessuno di quelli che fanno i film è più intelligente o più informato di quelli che sulla propria pelle hanno vissuto quella guerra. La narrazione "off", o la voce narrante in questo caso sono molto sospetti e un modo controproducente per dire qualcosa. D'accordo con Hedl, sono rimasto sul procedimento filmico in cui alla fine parlano solo i nostri interlocutori. Solo l'intervista e l'archivio, di modo che lo spettatore possa da solo trarre le conclusioni. Comunque, su Vukovar sono ancora in corso almeno due verità diverse, ma molto diverse, sulle due sponde del Danubio? In Serbia ancora oggi, quando nominate Martin Spegelj, è come se aveste nominato un criminale nazista. La gente non vuole parlare, hanno un'immagine formale di lui. Anche per i croati alcune persone della Serbia sono bianche o nere. Forse, quando in questo film li vedete insieme o mentre si scontrano, iniziate a vedere con occhi diversi, con uno sguardo più oggettivo. Secondo me la verità non è mai da una parte sola, e fra la verità serba e la verità croata su una stessa Vukovar esiste un enorme abisso. Ma, mi ha stupito che Tomislav Mercep, nazionalista e sciovinista croato, possa trovarsi così facilmente sulla stessa lunghezza d'onda di Branimir Crncevic, su come è andata la guerra. Si metteranno più facilmente d'accordo loro due che qualcun altro... E mi ha sorpreso in modo piacevole che Branko Mladi Jastreb Borkovic e Rade Leskovac oggi possano trovarsi per fare affari e per amore verso gli animali, che abbiano anche degli altri temi oltre alla guerra. Così con questo film abbiamo voluto anche che le due parti si avvicinassero almeno un po' nel dialogo, che provassero a parlare un po' di questo. www.osservatoriobalcani.org/

L'ex ministro tedesco Egon Bahr denuncia il sabotaggio britannico dell'UE In un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, apparsa lo scorso 21 febbraio, Egon Bahr, ex ministro e parlamentare social democratico da molti anni, con funzioni di partito legate soprattutto alla politica estera, ha accusato Londra di sabotare consapevolmente il funzionamento dell'Unione Europea. La liberalizzazione dei mercati nell'Europa continentale è stata per gli Inglesi sempre più importante, ha detto, del rafforzamento dell'Europa come fattore politico internazionale. Bahr ha messo in evidenza in special modo il ruolo di Tony Blair in qualità di presidente di turno dell'Unione Europea negli ultimi sei mesi, descrivendolo come “assolutamente senza vergogna”, quando il primo ministro britannico sottolineava “la favolosa crescita del mercato interno europeo”. “Loro non vogliono che l'Europa acquisisca un importante ruolo globale” ha detto l'ex ministro tedesco riferendosi alle elite inglesi. “Fin da quando esiste un movimento europeo”, ha continuato l'illustre politico teutonico, “gli Inglesi hanno sempre tirato il freno e, alla fine, si sono accorti che potevano tirarlo meglio dall'interno dell'amministrazione europea, piuttosto che dall'esterno. E questo a prescindere da chi abitava a Downing Street”. Alla domanda su che cosa occorrerebbe fare, Bahr ha risposto che l'Europa dovrebbe porre un'alternativa all'Inghilterra: o cooperazione piena, o fuori. Contemporaneamente però sottolineava che il coraggio per fare ciò manca all'Unione Europea e questo a causa dell'incompetenza. Aldilà delle affermazioni di Bahr, pienamente condivisibili e che ricalcano le posizioni che il Movimento Internazionale che fa capo a Lyndon Larouche da sempre sostiene sull'argomento, traspare in controluce il disagio, non solo tedesco, per il precario equilibrio insito nel sistema economico e finanziario europeo, più volte da noi sottolineato e che non mancherà di manifestarsi in tutta la sua virulenza con il passare del tempo.//www.movisol.org


febbraio 25 2006

L’italianità delle bande Marco Travaglio Gli ultimi avvistamenti lo davano su Al Jazeera, dove la Marx Condicio non è ancora arrivata, e al Bagaglino. Ma il vero spettacolo il Cavalier Napoleone l’ha dato alla convention dei Pensionati Uniti, succursale di Villa Arzilla. Lì, di fronte ai suoi coetanei, l’attempato intrattenitore ha dato il meglio di sé. Dietro le quinte, come riferisce La Stampa, ha confidato di aver suggerito al direttore generale Rai Alfredo Meocci di «innaffiarsi le palle per farle diventare più dure». Poi sul palco ha massacrato le medesime agli astanti, riesumando due gag di repertorio: la truffa agli anziani e la difesa dei truffatori. Solo tre mesi fa accusava la sinistra di arruolare pensionati perché salissero sui tram travestiti da poveri e sparlassero del suo governo in dialetto milanese. Ora tenta di assoldarli lui, promettendo a tutti gli ultrasettantenni cinema, stadi, musei e treni gratis, abbonamento Rai gratis per tutti, cani da compagnia gratis per tutti e pare anche infermiere carine gratis per tutti. Nessuna notizia delle «dentiere sociali», già peraltro promesse nel 2001 e mai più sentite. Anche i suddetti provvedimenti, in perfetta continuità con l’ultimo quinquennio, sarebbero ad personam ingigantendo vieppiù il conflitto d’interessi: il 29 settembre prossimo, infatti, l’anziano cabarettista compirà 70 anni. Novità in arrivo anche sul fronte creditizio: il programma della Casa Circondariale delle Libertà prevede la «portabilità» dei conti correnti, che consentirà di spostarli da una banca all’altra senza spese. Il copyright della geniale trovata spetta all’amico Gianpiero Fiorani, che alla Popolare di Lodi riusciva addirittura a trasferire sui suoi conti quelli dei correntisti defunti senza spesa alcuna, anzi con notevole guadagno. Ora infatti risiede a San Vittore per associazione a delinquere. Ma l’amico Napoleone l’ha già assolto: «L’Opa su Antonveneta era assolutamente regolare, ma i pm l’hanno bloccata con grave intromissione esterna nelle leggi del mercato, portando una banca italiana in mani straniere». Purtroppo la Banca d’Italia e la Consob non sono d’accordo con lui: la scalata l’hanno bloccata loro, e non la Procura di Milano, per il semplice fatto che era fuorilegge. Ma sventuratamente non è d’accordo nemmeno Fiorani, che ha già confessato alcune decine di reati, compresi quelli commessi per scalare illegalmente Antonveneta, e restituito 110 milioni di euro fatti rientrare dall’estero. È comprensibile che il Cav. Nap., complice dell’Armata Brancaleone fioranesca tramite Mediolanum, ci sia rimasto male. Ed è comprensive anche il suo timore che il carcere rinfreschi la memoria all’amico banchiere su alcuni vecchi affarucci riguardanti la Banca Rasini, la Hdc del sondaggista Crespi, o i prestiti al berluschino Paolo. Ma ormai dovrebbe farsene una ragione: l’Antonveneta è della Abn Amro, che ha il grave torto di essere olandese e di rispettare le leggi, ma almeno non deruba i correntisti. Ecco, forse difendere Fiorani in campagna elettorale non è proprio una mossa geniale. I risparmiatori, più che all’italianità delle banche, tengono all’onestà delle banche, e se dietro lo sportello trovano un basco massone o un olandese protestante che non li frega, al posto di un cattolicissimo italiano che li deruba, sono persino contenti. Ecco: difendere l’italianità delle truffe rischia di non portare voti, salvo quelli dei truffatori. Prima di avviare il revisionismo sulla nuova Tangentopoli, bisogna dar tempo alla gente di dimenticare le tangenti. E qui le tangenti non sono ancora venute fuori, anche se si sa che le han prese ministri, viceministri e alleati del Cav. Nap. C’è persino il sospetto che il suo attacco alla Procura di Milano sia preventivo, in vista del deposito degli atti su quelle mazzette. Ma non c’è solo Milano: l’ultima new entry nel club delle toghe rosse è la Procura di Parma, rea anch’essa di applicare la legge persino agli amici di Napoleone. Prima gli arresta Tanzi, suo vecchio finanziatore. Ora gli interdice quell’altro galantuomo di Geronzi (di cui Fininvest è socia in Capitalia) indagato per il crac Parmalat nonostante l’assoluzione impartitagli da Napoleone («È persona capace e proba, mi è difficile pensare che sia incorso in comportamenti incorretti»: le stesse parole usate per Dell’Utri, subito prima delle sue varie condanne a 13 anni e rotti di galera. Anche qui Napoleone potrebbe avere sbagliato i tempi: i truffati Parmalat sono molto più numerosi dei truffatori. Ma, si sa, al cuore non si comanda. Su un punto, però, ha ragione da vendere: «Mentre Fiorani è in carcere, qualcun altro è libero di circolare anche all’estero e di inquinare le prove». Magari corrompendo testimoni inglesi. Qualcuno, per favore, lo faccia contento: lo arresti.www.unita.it

D’Alema: «Certi giornali coprono il patto di governo fascisti-premier» di Vincenzo Vasile da l'Unità - 25 febbraio 2006 Presidente D’Alema, se l’aspettava questa deriva cupa e preoccupante, i negatori della Shoah in Parlamento, le liste e i candidati fascisti a braccetto con la Casa delle Libertà, le campagne xenofobe, il rifiuto del diverso? «Sì, me l’aspettavo. Perché Berlusconi ha lavorato da tempo a quest’operazione, scavalcando Fini, che secondo me è la prima vittima, perché a dieci anni da Fiuggi si trova accanto tutto il neofascismo da cui aveva cercato di liberarsi, e invece separato da quella parte che, a cominciare da Fisichella, l’aveva accreditato come una destra democratica. Una manovra condotta in modo scientifico e assolutamente spregiudicato. L’accordo è con Rauti, con Romagnoli, con la Mussolini, con Tilgher, con Fiore, insomma con tutto l’arcipelago fascista. Ma voglio dire anche un’altra cosa di cui non si parla…». … e che riguarda chi in particolare? «Dico che è vergognoso il modo in cui una parte della grande stampa ha coperto Berlusconi, presentando tutto ciò sotto la rubrica dei “candidati scomodi o indecenti”: siano candidati o meno il problema è che sia stato stipulato un inqualificabile patto politico programmatico. Sottoscriveranno il programma del centrodestra con tutti i capi del neofascismo in Italia.». segue a pagina 2 -------------------------------------------------------------------------------- «Il patto con i fascisti è fuori dalla Costituzione» L’INTERVISTA Romagnoli, Rauti, Fiori, Tilgher... Un’alleanza inqualificabile con tutto l’arcipelago fascista che suscita grande impressione in Europa. Un’operazione lucidamente condotta dal Presidente del Consiglio che vuol portare al governo neofascisti, razzisti, xenofobi, neonazisti di Vincenzo Vasile «È un evento che suscita grande impressione in Europa. Mentre c'è un pezzo della borghesia italiana che appare del tutto indifferente, e così una parte dei commentatori cosiddetti democratici, cosiddetti liberali, sì, manifestano distacco e neutralità rispetto a un'operazione che in nessun Paese democratico verrebbe considerata accettabile». Lo spot sui candidati "impresentabili" mette pure sullo stesso piano i leader fascisti con personaggi assolutamente diversi della sinistra radicale, con l'alleanza con la sinistra estrema… «La verità è che noi abbiamo fatto un accordo con Rifondazione, che è un partito. E i comunisti, o i neocomunisti, possono piacere o non piacere, ma sono parte della democrazia italiana. I fascisti, invece, sono fuori legge in questo paese, e chi non ha capito questa differenza non ha capito niente della storia d'Italia. Non esiste un possibile parallelismo: noi abbiamo i fascisti, però voi avete i comunisti. Chi dice questo è fuori dalla Costituzione. Dallo spirito e dalla lettera del patto costituzionale che ha il suo fondamento nella Resistenza, come ha ricordato il presidente Ciampi. A sinistra discuto di scelte politiche, di problemi ben diversi: e auspico che Rifondazione non metta il lista estremisti o persone che esprimano posizioni intollerabili sui militari italiani,e apprezzo che Rifondazione abbia preso una posizione coraggiosa e difficile nei confronti di un candidato che aveva espresso quelle posizioni, ritenendole incompatibili con gli orientamenti del partito, e ciò dimostra per l'appunto che Rifondazione è un partito, non un gruppetto della sinistra radicale, un partito che amministra città, regioni… Ben altra cosa è Fiore che organizza l'esposizione degli striscioni naziskin allo stadio. No, non è la stessa cosa». Resta il fatto che queste operazioni hanno come sfondo una deriva sub-culturale che trae alimento dal pericolo dell'assalto dell'integralismo islamico. Il manifesto di Marcello Pera, che è pur sempre la seconda carica dello Stato, seppur uscente, inquieta o no?, chiedo, anche se la domanda può apparire retorica. «Questo spirito di crociata nel nome del quale si finisce per avallare e giustificare un ritorno di posizioni etnocentriche, razziste, o forme di nazionalismo è estremamente pericoloso, regressivo dal punto di vista culturale. Lo scontro di civiltà è il più favorevole terreno per l'espansione dell'islamismo estremista e al radicamento del fondamentalismo mussulmano, con rischi seri per la pace, per la convivenza, per la sicurezza nei prossimi anni. In verità stiamo assistendo a un disastroso fallimento del modo in cui la destra internazionale, a cominciare dall'amministrazione americana, ha affrontato la sfida al terrorismo. Un Iraq nel caos e sull'orlo della guerra civile, l'avanzata del fondamentalismo islamico in tutto il mondo arabo, tra i palestinesi, in Egitto, in Libia: è il risultato di una politica completamente sbagliata. E purtroppo noi l'avevamo detto. Era prevedibile tutto questo: che l'idea di affrontare il terrorismo con la guerra preventiva, con l'occupazione militare, avrebbe prodotto questi effetti laceranti». Ma la sinistra - è questo il senso della campagna che si sta conducendo contro l'Unione - viene raffigurata come imbelle di fronte alla minaccia del terrorismo. Fino a che punto la sinistra è attrezzata per rispondere? «E invece sta proprio qui la differenza tra la sinistra e la destra: la sinistra non è a capo chino di fronte agli attacchi alla democrazia. E' il contrario, noi vogliamo reagire affermando i valori che appartengono al nostro mondo, io mi domando se l'uccisione dei civili, l'uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali, la tortura siano i nostri valori. Oppure se ricorrendo a questi mezzi una parte dell'occidente non abbia finito per dare forza all'estremismo islamico negando proprio i valori nel nome dei quali combatti il terrorismo: noi combattiamo il terrorismo perché è violenza, perché significa l'uccisione di civili inermi, perché siamo per il rispetto dei diritti umani. Questo è un punto cruciale: la democrazia non deve essere disarmata, deve avere la forza di reagire, ma nel rispetto della legalità internazionale e nel rispetto dei principi e dei valori nel nome dei quali conduciamo questa lotta. Oggi siamo di fronte a un disastro che non è stato causato dalla remissività ma al contrario dall'uso indiscriminato della forza militare, senza che vi fosse un'adeguata azione politica e culturale. Bisognerebbe spiegare a Pera che l'Occidente che difendiamo è quello della tolleranza, dei diritti umani, della legalità. Non quello delle crociate». Ciampi ha detto cose simili visitando la sinagoga romana. Ma la sinistra non ha colpe da rimproverarsi? «Sono rimasto colpito dall'intervista del portavoce della comunità ebraica di Milano che ha messo sullo stesso piano le dichiarazioni di Romagnoli sulla Shoah con le critiche di Diliberto alla politica dello stato d'Israele. Trovo sconcertante questa impostazione, perché non è affatto vero che criticare la politica d'Israele sia necessariamente un segno di antisemitismo. Le critiche che in Italia vengono rivolte alla politica del governo israeliano sono di una intensità che è pari alla metà di quelle che vengono da personalità israeliane come Yossi Beilin, come l'ex presidente della Knesset, Abraham Burg. Perché Israele è un paese democratico dove c'è una componente pacifista che è molto più severa di alcuni di noi. Non confondiamo realtà così diverse: la Shoah è qualcosa di così sconvolgente e orribile che non può essere paragonata ad altro. In ogni caso, non c'è nessuno a sinistra che mette in discussione il diritto di Israele a esistere e la necessità che la comunità internazionale tuteli questo diritto. Il problema è di garantire anche i diritti dei palestinesi». Rimane il punto: se continua questa campagna aberrante come andrà a finire? Non le chiedo un pronostico, ma un ragionamento. «Questa ondata di xenofobia può anche fare presa ed eccitare gli animi, eccitare un sostrato di nazionalismo, di paura degli altri, ma la maggioranza dell'opinione pubblica ha capito che questa politica non crea sicurezza , ma genera insicurezza. Abbiamo misurato il fallimento di una politica dell'immigrazione che, chiudendo le porte all'immigrazione legale, ha prodotto un aumento dell'immigrazione clandestina. In realtà in questi anni la destra che 5 anni fa aveva detto: fermeremo gli immigrati, non ha fermato un ben nulla, il paese vive il dramma dell'immigrazione clandestina più di prima. E l'opinione pubblica ha potuto constatare che il razzismo volgare e goliardico di Calderoli ha accresciuto i rischi per il nostro Paese. Che vive una condizione di maggiore rischio a causa di una classe dirigente non all'altezza. Una parte grande dell'opinione pubblica ha capito che questi atteggiamenti di intolleranza e razzismo accrescono l'insicurezza, e siccome quel che i cittadini vogliono è maggiore sicurezza, e invece i pericoli aumentano, è questo il punto su cui la destra rischia di perdere la sua battaglia». Qualcosa di vero c'è nella critica all'Unione sull'avere subito piuttosto passivamente l'”agenda” dettata da Berlusconi? «Sì, in una certa misura questo è vero. Quando diciamo che Berlusconi ha un'influenza del tutto anomala sul sistema dell'informazione, è una verità di cui non ci dobbiamo dimenticare. Direi persino che attraverso il controllo della televisione e dei principali telegiornali che danno il tono all'informazione, loro esercitano una notevole influenza sulla carta stampata». Un influenza "indotta" anche sui giornali? «… In qualche caso l'influenza viene subita in modo consapevole anche da parte di qualche grande quotidiano che gioca una sua partita cerchiobottista. Ma quest'influenza non si rileva tanto sugli editoriali, ma sulla gerarchia delle notizie, che è la cosa più importante. In realtà la potenza di fuoco di Berlusconi determina l'agenda. Quando i grandi tg "aprono" in un certo modo le loro edizioni, ciò finisce per condizionare l'intero sistema dell'informazione. Prendiamo il finto scandalo Unipol, l'"affaire" che doveva essere l'epicentro della nuova questione morale…». Finto scandalo, lo definisce? «Finto scandalo, sì. C'erano quegli errori che ci hanno spinto all'autocritica, ma lo scandalo dov'è? E dov'è andato a finire l'epicentro della questione morale? C'è un'indagine su due manager che si sono prontamente dimessi, i giudici accerteranno le eventuali responsabilità. Ma dov'è finita la Tangentopoli rossa? Dov'è? Al punto che Berlusconi stesso dopo aver cavalcato il giustizialismo contro la sinistra e aver messo proprio lui incoscientemente al centro della campagna elettorale le Procure della Repubblica, recandosi alla Procura di Roma per aprire la sua campagna elettorale, ora è sceso da cavallo e ha ripreso i temi per lui più tradizionali come l'attacco ai magistrati. Naturalmente cresce il ridicolo della sua posizione. Uno che pensa che esiste un “complotto dei giudici” non va in Procura a denunciare i suoi avversari politici. Questa bagarre si è rivelata un boomerang, forse avrà avuto un certo effetto nell'eccitare l'animo dell'elettorato di destra più disamorato, però ha accresciuto il senso dell'inaffidabilità di Berlusconi: il dato di fondo è che la maggioranza degli italiani non ha fiducia in lui. Io penso che il centrosinistra sia nelle condizioni di riprendere in mano la campagna elettorale e di tornare a mettere al centro del confronto i problemi del Paese. La mia sensazione è che sia altamente positivo che nel momento di massima confusione Prodi abbia lanciato alcuni messaggi concreti come il tema del cuneo fiscale e quello di una politica per la famiglia e la natalità. Prodi è l'uomo che disse: entreremo nell'euro, e lo fece. Berlusconi è l'uomo che disse: abbasseremo le pensioni, ridurrò le tasse, e non l'ha fatto. Sono temi concreti che sono arrivati in profondità e hanno cominciato a cambiare l'approccio dei cittadini che si aspettano messaggi concreti in grado di restituire fiducia nell'avvenire in un Paese che è in una situazione di sofferenza, di difficoltà, di perdita di fiducia nell'avvenire. L'offensiva di Berlusconi è finita, e sono finiti anche i suoi effetti…». Avete sondaggi più recenti? «Si ha la netta percezione, anche in base ai rilevamenti più freschi e aggiornati, che la “forbice” ha ripreso ad allargarsi. Del resto, il nostro è un paese dove gli spostamenti elettorali non sono precipitosi e repentini. C'è un vantaggio strutturale del centrosinistra che si è consolidato negli ultimi anni, abbiamo vinto tutte le elezioni: non è un fatto di sondaggi, il nostro vantaggio s'è sedimentato nel Paese: se nel 75 per cento dei comuni italiani c'è un sindaco di centrosinistra non è un sondaggio, quello è il dato effettivo. E la realtà di questi giorni ci dice che a mano a mano che la campagna elettorale si muove verso i problemi del Paese, si sposta verso il territorio, il punto di svolta è qui, con l'approvazione del programma la presentazione dell'accordo politico, e dei candidati. Il nostro è stato un lavoro sofferto, i nostri sono partiti democratici e se i gruppi dirigenti sono impegnati nell'elaborazione delle liste non hanno il tempo per andare in giro a fare assemblee. A mano a mano che usciamo da questa fase siamo nelle condizioni di mettere in campo una marcata superiorità. In termini di proposta, di concretezza, di attenzione ai problemi degli Italiani, in termini di personale politico, e di radicamento nel Paese. La nostra superiorità si misura su questi punti. Per quante acrobazie permangano rimane il fatto che fini e casini sottoscrivano un accordo in cui è scritto che il capo è Berlusconi, e contemporaneamente candidano se stessi in modo velleitario a guidare il governo. Questo è palesemente un imbroglio, una furbizia che a mano a mano perderà via via capacità di catturare consensi. Più ci si avvicina al 9 aprile più risulta evidente che la vera scelta è tra confermare Berlusconi o imporre una vera svolta votando per Prodi. A noi tocca invece di far venire sulla scena la vera novità politica della campagna elettorale. Sinora c'è stata molto poco. La novità è l'Ulivo. La novità è che noi lavoriamo a una nuova casa dei riformisti, e apriremo un “cantiere” subito dopo il voto. Una novità forte di fronte alla frammentazione del sistema politico. Una novità che oggi presentiamo a Roma insieme a tante donne e uomini e che ha bisogno dell'impegno di tutti. Con L'Ulivo riusciremo a ridare una speranza a questo paese». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Umberto Eco Elezioni: regia di Groucho Marx Lo sport preferito nelle due coalizioni sembra quello di parlar male del proprio gruppo e di esaltarne le divisioni interne Leggo su uno dei più importanti e seri quotidiani italiani un titolo su molte colonne: 'Scontro Berlusconi-Prodi'. O basta là, come si dice dalle mie parti. Visto che siamo in periodo elettorale e che i due competitori sono appunto Berlusconi e Prodi, che cosa vi sareste attesi, che andassero insieme di nascosto a passare i week-end in un motel per coppiette? Che notizia sarebbe stata, nel corso delle ultime elezioni americane, parlare di uno scontro Kerry-Bush? Eppure anche questo accade, in una corsa dei mass media a trovare ogni giorno spunti drammatici, come se non bastassero le altre pagine dove si parla di assalti alle ambasciate, dell'aviaria, o del gas latitante. Queste sono indubbiamente elezioni all'insegna della follia, e sembrano svolgersi con la regia di Groucho Marx (che aveva detto "non diventerei mai membro di un club disposto ad ammettere uno come me"). Quello che ho imparato da ragazzo, uscito dal fascismo e iniziato ai misteri della democrazia, è che in periodo elettorale due o più gruppi sono in mutua concorrenza, e gli appartenenti al gruppo A, per tutto il corso della tornata elettorale, debbono parlare bene del gruppo A esaltandone le capacità di governo e parlar male del gruppo B. Ora invece pare che ciò che preoccupa maggiormente gli appartenenti a ciascun schieramento sia parlare male del proprio gruppo ed esaltarne le divisioni interne. Questo non è vero soltanto dell'Unione, che ne ha fatto uno sport ormai consolidato, ma anche della cosiddetta Casa delle Libertà, dove si è solo liberi di sbranarsi a colpi di tridente. L'epitome, ovvero la sintesi esemplare di questa tendenza, la si è avuta quando è apparso a 'Matrix' Marco Ferrando. Questo signore ha alcune opinioni che sarebbe arduo condividere e altre che, nel corso di una conversazione pacata, non apparirebbero necessariamente deliranti. Per difendere queste opinioni Ferrando ha fatto il possibile per riequilibrarne la portata ed escludere le interpretazioni eccessivamente malevole, ma in compenso ha dedicato la maggior parte del suo tempo a dimostrare che il programma Prodi è praticamente equivalente a quello di Berlusconi, se non peggio, e la sua spietata critica ha presumibilmente fruttato al Polo una cospicua manciata di voti (o all'Unione una manciata di astensioni). Certo si deve apprezzare l'intemerato coraggio di chi vuole dire a tutti i costi quello che ritiene essere la verità, ma chi fa questa scelta rinuncia a far politica, o almeno non tenta di farsi eleggere parlamentare nello schieramento che disprezza, e sceglie uno sdegnoso esilio di oppositore in pianta stabile. La politica è l'arte del compromesso e, una volta scelta una parte, bisogna fare del proprio meglio per non metterla pubblicamente alla berlina. Almeno, non in periodo elettorale. Se si vuole partecipare alla lizza, si rimanda il dibattito interno a dopo. Gli spettatori (come suggeriva continuamente Mentana tentando di arrestare, dopo averla scatenata, quell'enfasi suicida) avranno avuto l'impressione che Ferrando sia sul libro paga di Berlusconi. Impressione certamente errata, perché l'ipotesi più ragionevole (e più tragica) è che faccia quello che fa assolutamente gratis. Le follie elettorali non finiscono qui. Si veda la guerra dei sondaggi. In principio chi fa fare un sondaggio dovrebbe tenerlo segreto, visto che ha il vantaggio di conoscere qualcosa che l'avversario ignora. Ma ormai il sondaggio ha assunto la funzione di profezia che si autodetermina: esso deve elettrizzare gli indecisi, partendo dal principio che essi siano una manica di sottosviluppati il cui unico ideale è stare col vincitore - o con chi si proclama tale in anticipo. Visto che questa è l'immagine che Berlusconi ha dei suoi elettori, e non solo di quelli indecisi, è ovvio che non si preoccupi se i suoi sondaggi siano o meno attendibili. Potrebbe affidarli anche a Vanna Marchi - e forse lo farà. Ma perché impostare tutta la campagna contraria per dimostrare che i sondaggi della sinistra sono migliori? I veri indecisi che potrebbero votare per l'Unione non sono portati ad amare il vincitore (anzi, molti di loro adorano stare all'opposizione). Essi sono dei delusi del centro-sinistra, che sono però ancora dominati dal terrore che vinca di nuovo Berlusconi. Pertanto potrebbero essere trascinati al voto proprio lasciando capire che (con la loro astensione) Berlusconi ha ancora possibilità di vittoria. Perdendosi nella guerra dei sondaggi l'Unione rischia di lasciare cadere nel vuoto innumerevoli menzogne dell'avversario. Il Polo sta facendo circolare manifesti che dicono 'Leva obbligatoria? No grazie' e mi pare che, chi dell'Unione appare in televisione, dovrebbe a ogni istante ricordare a gran voce che la leva obbligatoria è stata abolita proprio dal governo di centro-sinistra - e che pertanto Berlusconi sta manifestando ancora una volta la sua impavida fiducia nella sprovvedutezza e nella memoria corta degli elettori. www.espressonline.it

Immigrazione: Cittadinanza e integrazione. Via alla Bossi Fini Sostituire le parole d’ordine di questo governo: chiudere, emarginare, criminalizzare con una nuova politica centrata su questi obiettivi: governare, accogliere, costruire convivenza. Il leader dell’Unione Romano Prodi incontra i giovani immigrati di seconda generazione del comitato Diapale e ricorda le priorità del centrosinistra in tema di immigrazione, e in particolare, l’abrogazione della Bossi-Fini, una legge “demagogica, iniqua e inefficace”. “L’immigrazione clandestina - sostiene Prodi - non è diminuita e gli stranieri sono stati confinati in una condizione di soggezione e precarietà intollerabile. Sono stati mortificati la dignità e i diritti della persona e si è alimentato un clima che favorisce tensioni e disordini sociali”. “L’andamento demografico dell’Italia - ha continuato Prodi - di fatto azzera le velleità della Lega e di quanti, come il presidente del Senato Pera affrontano il tema dell’immigrazione con categorie come quelle del nemico e dello scontro di civiltà”. Il leader dell'Unione sottolinea che, comunque, “servono regole precise per avere la cittadinanza e le stiamo preparando” e per questo, aggiunge, “dovremo avere in tutta Italia istituzioni di traino alla partecipazione comune, ma il vero traino è la scuola ed è li che dobbiamo intervenire con una politica scolastica di vera integrazione”. E proprio parlando di vera integrazione Prodi lancia l’idea di una “festa per la cittadinanza, una cerimonia pubblica nella quale i nuovi cittadini si sentano accolti con orgoglio e a testa alta”. Una sorta di “nuova festa della Repubblica”. www.romanoprodi.it

Nigeria, è tempo di pagare La Shell condannata a risarcire 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali “Dopo cinque anni di dura lotta, otteniamo finalmente una ricompensa. Non è abbastanza, vogliamo di più, ma è comunque il segno che le nostre battaglie cominciano a dare i loro frutti”. Esprime così la sua gioia a PeaceReporter Edwin Eselemo, membro della comunità Ijaw di Port Harcourt, alla notizia della condanna della multinazionale anglo-olandese Royal Dutch Shell. Il gigante del petrolio dovrà infatti pagare un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali nella zona del delta del Niger. Ma dal quartier generale di Londra la Shell promette battaglia. Cinque anni di lotte. Con questa sentenza gli Ijaw ottengono la seconda vittoria sul piano giudiziario contro la Shell, da quando i leader della comunità hanno deciso di dare il via alla battaglia legale nel 2000. Condannata una prima volta da una commissione parlamentare, la Shell si era rifiutata di pagare il risarcimento non riconoscendo valore legale alla sentenza. Stavolta però a dare torto alla multinazionale è stata una vera corte nigeriana, ma da Londra la Shell fa sapere di non volerne sapere di cedere. Almeno fino all’appello. “Abbiamo ricevuto la copia della sentenza, ma non avendola ancora letta a fondo non possiamo rilasciare alcun commento” ha dichiarato a PeaceReporter Lisa Givert, responsabile per le comunicazioni esterne. “ Siamo comunque convinti che la ragione è dalla nostra parte perché le accuse sono prive di fondamento. Siamo sicuri che in appello ci sarà data ragione”. Sentenza storica. Quale che sia l’esito finale della vicenda, la sentenza di oggi stabilisce un precedente fondamentale. Da anni infatti le varie comunità che abitano il delta del Niger protestano contro le devastazioni ambientali che lo sfruttamento petrolifero avrebbe portato nella regione, senza peraltro che i locali abbiano potuto usufruire dei vantaggi ricavati dai diritti sull’oro nero. I proventi petroliferi finiscono infatti molto spesso nelle tasche dei membri dell’establishment politico-militare nigeriano, classificato da Transparency International come uno dei più corrotti al mondo, nonostante alcuni importanti risultati raggiunti dalla campagna per la trasparenza lanciata due anni fa dal presidente Olusegun Obasanjo. Proprio per questo sarà necessario uno stretto controllo per garantire che almeno i soldi del risarcimento non finiscano nelle tasche sbagliate. Attacchi armati. La situazione nel delta del Niger è complicata anche dalla presenza di numerose milizie, che lanciano attacchi contro le installazioni petrolifere e i dipendenti delle compagnie. Il Movement for the Emancipation of the Niger Delta è il gruppo armato più attivo negli ultimi mesi: la scorsa settimana i suoi miliziani hanno rapito nove dipendenti della Shell, al momento ancora nelle mani dei sequestratori, che chiedono maggior potere delle comunità locali nella gestione delle risorse petrolifere. Gli attacchi a oleodotti e piattaforme si sono intensificati negli ultimi mesi, costringendo la Nigeria a tagliare le esportazioni del 20 percento e contribuendo al brusco rialzo del prezzo del greggio. Matteo Fagotto www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=4807

Filippine: dichiarato lo stato di emergenza da The Guardian “Dichiaro lo stato di emergenza a causa della minaccia che ha investito il paese”, ha detto il presidente delle Filippine Gloria Arroyo alla televisione nazionale. “Questo è il mio avvertimento a coloro che minacciano il governo: tutto il peso della legge ricadrà sul vostro tradimento” Lo stato di emergenza è stato oggi dichiarato nelle Filippine, in risposta al ventilato complotto golpista; il presidente Gloria Arroyo ha lanciato un grido di allarme: “La nazione è sottoposta a una chiara minaccia”. La mossa è venuta dopo che la polizia anti-sommossa ha disperso, a colpi di cannone ad acqua e manganello, una folla di circa 5000 persone, che chiedevano a gran voce le dimissioni della Arroyo. I dimostranti hanno dato inizio a un fitto lancio di pietre contro le forze dell’ordine, mentre le immagini televisive mostravano un poliziotto che colpiva ripetutamente un manifestante insanguinato, che giaceva per terra. La folla aveva sfidato il divieto di raccogliersi vicino al monumento dedicato alla memoria della rivolta del “potere del popolo”, che aveva destituito il dittatore Ferdinand Marcos nel 1988. Il presidente Arroyo ha dichiarato di aver già sventato un complotto, ma ha altresì detto che le Filippine sono ancora minacciate da forze sediziose. La Arroyo – già uscita indenne da due precedenti tentativi di golpe – ha accusato i suoi avversari di voler ribaltare un governo democraticamente eletto. C’è il timore che gli avversari politici possano dirottare le attività previste per il 20esimo anniversario dell’insurrezione anti-Marcos in un tentativo rivoluzionario. “Dichiaro lo stato di emergenza a causa della minaccia che ha investito il paese”, ha detto il presidente alla televisione nazionale. “Questo è il mio avvertimento a coloro che minacciano il governo: tutto il peso della legge ricadrà sul vostro tradimento”. L’esercito – che ha giocato un ruolo di primo piano in due delle rivolte del “potere del popolo” – ha barricato i suoi quartieri nel mezzo di un poderoso cordone di sicurezza, per impedire alle truppe di unirsi alla dimostrazione anti-governativa. È stato inoltre messo agli arresti un generale, accusato di essere coinvolto nel complotto. Il presidente Arroyo non è arrivata ancora al punto di dichiarare la legge marziale: una questione delicata, dal momento che Marcos, per governare, utilizzò per decreto la legge marziale. In ogni caso, le regole dell’emergenza prevedono arresti senza garanzie e il prolungamento della detenzione senza prove. L’ex presidente Corazon Aquino, una volta alleata con la Arroyo, ha criticato la dichiarazione dello stato di emergenza e ha chiesto le sue dimissioni. “Tutto questo è sconvolgente. È una vergogna, perdiamo ancora una volta la nostra democrazia”, ha detto. Lo scorso anno, il presidente Arroyo è uscita indenne dalla crisi che la vedeva accusata di brogli elettorali e corruzione. Fonte: http://www.guardian.co.uk/international/story/0,,1716940,00.html Tradotto da Paolo Cola per Nuovi Mondi Media

Congo: dire è bene, agire è meglio Le Nazioni Unite fanno appello al sostegno militare dell’Ue per la loro missione in Congo. Ma la Germania dissente, mettendo così ulteriormente in dubbio il ruolo della politica di difesa comunitaria. Le Nazioni Unite trasportano materiale elettorale (Monuc-Photo/ Christophe Boulierac) La Repubblica Democratica del Congo, terzo paese più grande in Africa, è sull’orlo di una quasi guerra civile, nonostante gli accordi di pace firmati a Sun City (Sudafrica) nel 2003. L'Ong International Rescue Committee definisce questa crisi, avvenuta dopo lo smantellamento dell’ex Zaire da parte dell’ex dittatore Mobutu, «la più sanguininosa dopo la Seconda Guerra Mondiale»: si stimano intorno ai quattro milioni le vittime dal 1998. Mandare rinforzi a diciassettemila uomini Le prime elezioni libere dopo l’indipendenza del Congo belga, proclamata nel 1960, sono previste per il prossimo aprile e potrebbero inaugurare un’epoca più serena. Nel trattato di pace firmato tra le fazioni ribelli del Paese e le autorità è stato precisato che il mandato al governo per Joseph Kabila, che raggruppa tutti i partiti, finirà il 30 giugno 2006. Il testo prevede inoltre una nuova Costituzione, presentata il 18 febbraio scorso. Ma gli osservatori dubitano che possano aver luogo delle elezioni davvero libere. E questo perché per andare alle urne è necessario un contesto politico più stabile. Dopo il ritiro della forze armate straniere nel maggio 2003, i combattimenti tra le etnie al confine tra il Rwanda e l’Uganda si sono moltiplicati, accentuati dalla scoperta di nuovi giacimenti d’oro e di petrolio nella regione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dunque deciso di impedire alle truppe di mantenere la pace, nel quadro della Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) stabilito nel 1999. Se un voto democratico permette di consolidare un paese, il fallimento di un processo elettorale potrebbe significare un nuovo conflitto. È per questa ragione che Kofi Annan ha chiesto all’Unione Europea di mandare dei rinforzi per assistere le coalizioni della Nazioni Unite, che contano circa diciassettemila uomini. Bruxelles non è però ancora riuscita a convincere i venticinque paesi a partecipare. La Germania, in particolare, si oppone: è stato lanciato recentemente riguardo al ruolo di comando in caso di un’eventuale operazione di pace. Solo dieci giorni per l’operatività Esiste, tuttavia un quadro politico per queste operazioni. Nell’aprile del 2004 i ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno adottato il concetto di Battle Groups (gruppo di strategia) che prevede, in particolare, delle operazioni sul tipo di quelle concepite in Congo. Sono previste tredici pattuglie per il contingente di pace, ciascuna composto da millecinquecento soldati. Il loro ruolo? Sostenere le Nazioni Unite durante le loro operazioni nelle regioni in crisi ed essere in grado di essere operativi al massimo in dieci giorni. Fino al 2006 è questione di giungere ad un dispiegamento minimo iniziale per giungere nell’anno successivo ad un grado massimo di efficacia. La Germani partecipa a tre dei tredici gruppi del programma. Uno di essi, il gruppo franco-tedesco, già esistente, deve essere interamente operazionale nel 2007. Ma la realtà è ben diversa. Franz Josef Jung, ministro della Difesa tedesco, rifiuta categoricamente di prendere il comando e di inviare le truppe al combattimento. Per il momento si tratterebbe di mandare cinquecento soldati in Congo: non tanto in termini di forze militarti, quanto piuttosto per ragioni di sicurezza o logistiche, e sarebbe certamente necessario sostenere con le armi il Congo. «Si tratta di spiegare alla comunità internazionale che la risoluzione del conflitto nell’ex Zaire è un priorità assoluta» sottolinea Urich Delius, esperto in materia di questioni africane, in un’intervista col settimanale Der Spiegel. È indispensabile che l’Unione Europea capisca che non deve accettare i massacri collettivi. L’indecisione della Germania rimette in discussione, inoltre, il discorso del contingente di pace. Le dichiarazioni d’intenti dell’Europa altro non sono che bei discorsi, ma una cosa è certa: inviare in un territorio in crisi, per sei mesi, un contingente in grado di operare in tempi rapidi, equivale ad un grande impegno e a molte responsabilità. Ma la Germania si è rifiutata di addossarsi questa responsabilità. E si è lasciata scappare la possibilità di dare una segno di speranza al territorio dei Grandi Laghi, abbandonato ormai alla crisi più profonda. Stella Willborn - Berlin http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6120

Una sporca storia d'amore con la Fratellanza Musulmana di Londra Chi scrive ha recentemente partecipato ad una conferenza del Senato USA che doveva essere un simposio di esperti su Al-Qaeda. Ai tre massimi esperti presenti ho rivolto una domanda sui collegamenti tra Al-Qaeda e la Fratellanza Musulmana, facendo anche presente che i rapporti della Commissione sull'11 settembre riferiscono che il presunto coordinatore dell'attacco dell'11 settembre, lo sceicco Khaled Mohammed, che è stato catturato, afferma di essere stato reclutato all'età di 16 anni dalla Fratellanza Musulmana. La mia domanda ha suscitato occhiate nel vuoto dei presunti esperti ed è rimasta senza risposta. Dopo però uno dei tre mi ha avvicinato per dirmi confidenzialmente di sapere qualcosa sui legami tra la Fratellanza e Al-Qaeda, ma che quel pubblico, comunque composto di personale che lavora al Congresso e secchioni dei massimi pensatoi politici, non sarebbe stato capace di capire la risposta complicata che lui mi avrebbe voluto dare. L'episodio sintetizza in maniera eloquente la preparazione dei cosiddetti esperti di terrorismo, molti dei quali vantano titoli accademici in sociologia, psicologia, e scienze dei computer. La storia però non è il loro forte, e ancor meno pensano di dover applicare le lezioni che essa impartisce alle questioni di cui si dichiarano esperti. Ho avuto poi occasione di riferire l'episodio ad alcuni ufficiali militari e dei servizi in congedo, che effettivamente possono essere ritenuti degli esperti in questioni mediorientali, ed essi non hanno fatto altro che scuotere la testa, rammaricandosi del fatto che si tratta di un problema che, purtroppo, conoscono molto bene. Fortunatamente il giornalista e ricercatore Robert Dreyfuss supplisce, con il libro «Devil's Game...», ad alcune di queste lacune dei presunti esperti di terrorismo statunitensi, e del mondo politico e diplomatico in generale. «Devil's Game» fornisce un quadro molto vivido di come, da circa un secolo, gli Stati Uniti si lascino trascinare nella palude mediorientale dall'apparato imperiale britannico che ha sponsorizzato e manipolato il fondamentalismo islamico fin dagli albori della politica del petrolio, alla fine del XIX secolo. L'opera di Dreyfuss espone una buona panoramica della principale letteratura sulla Fratellanza Musulmana e le sue varie filiazioni del XX secolo, attentamente integrata con interviste ad alcuni diplomatici e funzionari dell'intelligence che hanno fatto molta esperienza in Medio Oriente. Nel capitolo introduttivo Dreyfuss presenta una diagnosi e una terapia per la guerra al terrorismo dell'amministrazione Bush. “Una guerra al terrorismo”, scrive Dreyfuss, “è il modo più sbagliato di affrontare la sfida politica rappresentata dall'Islam. Si tratta di una sfida che presenta due aspetti. Primo, c'è la minaccia specifica all'incolumità e alla sicurezza degli americani posta da Al-Qaeda; secondo, c'è un più ampio problema politico creato dalla crescita della destra islamica in Medio Oriente e nell'Asia meridionale”. “A proposito di Al-Qaeda, l'amministrazione Bush ha deliberatamente esagerato le dimensioni della minaccia che rappresenta”. “Non è un'organizzazione onnipotente ... Il ricorso ai militari, perché conducano una guerra convenzionale, non è il modo di attaccare Al-Qaeda, perché essa costituisce primariamente un problema per l'intelligence e le forze di polizia. La guerra in Afghanistan è stata concepita male, non è riuscita a distruggere la dirigenza di Al-Qaeda, non è riuscita a distruggere i Talebani, che si sono sparpagliati, e non è riuscita a stabilizzare se non temporaneamente quella nazione martoriata, creando un debole governo centrale alla mercè dei signori della guerra e delle ex bande dei Talebani. Peggio, la guerra in Iraq non è solo malconcepita e non necessaria, ma ha colpito una nazione che non aveva assolutamente legami con la banda di Bin Laden. E' come se, ha spiegato un esperto, Franklin Delano Roosevelt avesse attaccato il Messico in risposta all'attacco di Pearl Harbor ... Un problema che poteva essere affrontato chirurgicamente - ricorrendo ad azioni di incursori e Forze Speciali abbinate a risolutezza in diplomazia, e ad azioni legali, coordinazione internazionale e misure di autodifesa molto ragionevoli - è stato gonfiato a dismisura dall'amministrazione Bush”. A proposito della destra islamica e della sua travolgente affermazione, Dreyfuss scrive: “Primo, gli Stati Uniti debbono fare il possibile per eliminare i rancori che inducono i musulmani adirati a cercare conforto in organizzazioni come la Fratellanza Musulmana. ... Come minimo gli Stati Uniti possono compiere dei passi importanti, miranti ad indebolire la capacità della destra islamica di reclutare. Unendosi all'ONU, agli Europei ed alla Russia, gli Stati Uniti potrebbero contribuire a risolvere il conflitto israeliano-palestinese in maniera tale da garantire giustizia per i palestinesi; uno stato che sia effettivamente capace di essere geograficamente ed economicamente indipendente, cosa che richiede il ritiro degli stanziamenti israeliani illegali, un ritiro di Israele all'incirca entro i confini del 1967, ed una divisione stabile ed equa di Gerusalemme. Questo, più di ogni altra iniziativa, eliminerebbe le motivazioni su cui prospera la destra islamica. “Secondo, gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare le proprie pretese imperiali sul Medio Oriente. Ciò esigerebbe un ritiro delle forze USA dall'Afghanistan e dall'Iraq, lo smantellamento delle basi militari USA nel Golfo Persico e le strutture in Arabia Saudita, ed una drastica riduzione della presenza navale, delle missioni di addestramento militare e delle vendite di armi”. La ricetta piena di buon senso presentata da Dreyfuss per neutralizzare il fermento della destra islamica è utile, ma l'aspetto più qualificante del suo libro è certamente la ricostruzione storica attenta e documentata di come l'Inghilterra ha sponsorizzato la Fratellanza Musulmana e le reazioni sconclusionate da parte degli americani che hanno condotto il mondo sull'orlo della guerra perpetua da “scontro delle civiltà” che Londra ha sempre istigato e a cui gli USA tradizionalmente sono contrari./www.movisol.org

Medio Oriente: Mar Rosso, una fonte di profitti Assolvendo alla funzione di via internazionale d'acqua, “international waterway”, il Mar Rosso è un' ottima fonte per lo sfruttamento economico. Meta ambita dai turisti dell'intero globo, ha sviluppato località balneari degne dei paesi economicamente più avanzati. Sviluppo intenso, e troppo spesso frettoloso, che insieme ai poli industriali sorti sulle sue coste, sta creando non pochi problemi al suo ecosistema. Mariadele Di Blasio Equilibri.net Il Mar Rosso è giuridicamente considerato un “mare semi-chiuso” e mette in comunicazione il Mediterraneo, a cui è collegato mediante il canale di Suez ed il Golfo di Aqaba all'Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. Al di là delle zone di giurisdizione nazionale, contiene anche aree di acque internazionali che in realtà non esistono né a Nord, nella zona settentrionale antistante la Penisola del Sinai, né a Sud, nel tratto che dalle Isole Hanish va sino allo Stretto di Bab el Mandeb. La conseguenza che ne deriva è il fatto che la navigazione è realmente libera solo laddove esistono spazi di acque internazionali mentre è soggetta necessariamente al regime del transito inoffensivo a Nord, nelle acque territoriali dell'Egitto (nel Golfo di Suez e nello Stretto di Gubal) e, a Sud, nelle acque territoriali di Eritrea, Yemen e Gibuti, comprese quelle delle isole Hanish, Zubair e Jebel At Tair. Certamente una delle attività che permette lo sfruttamento del Mar Rosso è il turismo. Nonostante il recente attentato terroristico a Sharm el Sheik, in Egitto, le località sulla costa restano alcune delle mete più ambite dei turisti di tutto il mondo. Proprio nel paese di Mubarak il turismo rappresenta un elemento significativo nella politica liberista ormai scelta e portata avanti. Dopo l'occupazione dell'Egitto durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 furono gli Israeliani a comprendere l'enorme potenziale turistico della costa del Sinai. Ma il forte sviluppo turistico si ebbe con la riapertura delle frontiere e con la restituzione del Sinai all'Egitto. Infatti, a partire dalla fine degli anni Ottanta, sono stati realizzati centri specializzati per il turismo balneare e sportivo di massa lungo le coste del Mar Rosso, indirizzati in particolar modo alla clientela internazionale. Oltre a Sharm el Sheik, fiore all'occhiello dell'offerta egiziana, anche Hurghada ha acquisito sempre sempre maggiore importanza da questo punto di vista. Da qualche anno El Quseir, cittadina tra Hurghada e Marsa Alam, verso il confine con il Sudan, è diventata una nuova meta turistica per gli appassionati di barriera corallina, che sembra essere rimasta ancora immune alle terribili conseguenze provocate dal turismo di massa. Il Mar Rosso non è solo egiziano e anche l'Arabia Saudita, il Sudan, l'Eritrea e lo Yemen ne stanno sfruttando l'enorme potenziale economico. L'Arabia Saudita, in primis, sta investendo molto nella salvaguardia dell'ambiente e nella valorizzazione del patrimonio naturale. Attività sulla quale maggiormente si punta per attrarre turisti sono le immersioni, praticabili in tutto il Mar Rosso. Allo stesso modo opera il Sudan le cui località principali sulla costa sono Port Sudan, facilmente raggiungibile perché collegata attraverso il sistema ferroviario alla capitale e Suakin, che fino a cinquant'anni fa costituiva il passaggio obbligato delle carovane dei pellegrini africani diretti alla Mecca. Yemen ed Eritrea hanno avuto un contenzioso riguardo l'arcipelago Hanish nel 1994. L'insieme di queste isole, collocate in prossimità dello Stretto di Bab el Mandeb, sono collocate in una posizione strategicamente molto rilevante sia ai fini del controllo del traffico marittimo sia ai fini dello sfruttamento di possibili giacimenti petroliferi, sulla cui sovranità avanzavano pretese entrambi i paesi. Contenzioso che si è presto trasformato in una guerra conclusasi l'anno seguente, grazie alla mediazione della Francia, con la firma di un trattato che prevedeva l'istituzione di un arbitrato internazionale composto da membri statunitensi, inglesi ed egiziani. Dunque lo sfruttamento del turismo sul Mar Rosso è piuttosto intenso e a ciò si lega un problema molto grave che richiede la cooperazione dei paesi che vi si affacciano in modo da poter rendere efficaci le iniziative: l'inquinamento. I danni ambientali sono spesso il risultato di uno sviluppo rapido e incontrollato dovuto al turismo e questo nonostante quest'ultimo rappresenti una fonte consistente di profitto economico. Troppo spesso i governi e le compagnie private preferiscono conservare l'economia del turismo piuttosto che i loro ecosistemi. Dal punto di vista biologico il Mar Rosso è unico nel suo genere. Grazie, infatti, alla sua conformazione stretta e al deserto che lo circonda, la sua barriera è raramente colpita dalle intemperie. Ma il turismo è ciò che ha inciso di più sul danneggiamento sella barriera corallina. Le oltre mille specie di pesci e coralli che lo abitano sono costantemente minacciate dal turismo sregolato e irresponsabile, dalle immersioni dei sub e dagli altri sport acquatici. A questo proposito il connubio tra turismo e cooperazione internazionale sta cambiando le prospettiva del turismo responsabile. Numerose ONG operano in questa area per promuovere un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e socialmente responsabile. Ovviamente anche i governi si stanno impegnando per preservare l'incommensurabile patrimonio ambientale attraverso la ratifica di trattati di cooperazione e per esempio in Egitto molti sono gli enti che se occupano: il Parco Nazionale, l'Ente egiziano per la tutela ambientale, l'Associazione per le attività subacquee e marine del Sinai meridionale e l'associazione per la protezione e la conservazione di Hurghada (HEPCA). E' piuttosto evidente come l'inquinamento non sia da ricondurre solo alle attività turistiche. Infatti centri sulle coste del mar Rosso non sono solo località balneari ma anche importanti centri portuali e commerciali. In Arabia Saudita, ad esempio, la città di Yenbu è stata appositamente costruita nell'ambito del progetto integrato di sviluppo industriale che la collega a Jubail, sulla costa del golfo Persico, da cui provengono un oleodotto e un gasdotto. Qui si trova la Sabic (Saudi Basic Industries Corporation) attiva nella chimica intermedia, nei polimeri, nei gas industriali, nei fertilizzanti, nell'acciaio e nella metallurgia. In Sudan, Port Sudan costituisce il principale centro portuale del paese sul Mar Rosso ed è sede di industrie alimentari, tessili, chimiche e petrolchimiche. Inoltre qui c'è una presenza massiccia si saline. Un ulteriore disastro ambientale verificatosi negli ultimi anni è legato alla pesca. Si è infatti generata una frenetica caccia alle oloturie nelle acque egiziane, che in breve tempo stanno scomparendo dai fondali del Mar Rosso. Tutto ciò per soddisfare acquirenti giapponesi, convinti delle proprietà afrodisiache di questo animale marino. Questa caccia sta portando risultati drammatici a livello marino in quanto tutte le “stragi”creano un'alterazione dell'equilibrio biologico e per altro questo tipo di pesca è piuttosto pericoloso e almeno venti morti sono riconducibili a ciò. In Arabia Saudita negli ultimi anni il governo ha fortemente sostenuto lo sviluppo del settore della pesca sul Mar Rosso, tanto da partecipare alla Saudi Fish Company, con l'obiettivo di provvedere pesce destinato al mercato interno ma anche all'export. Data la ricchezza ittica del Mar Rosso l'Eritrea conta molto sulla pesca, anche se il settore non viene ancora adeguatamente sfruttato, al contrario del Sudan dove la pesca sul Mar Rosso è un'attività molto limitata. Infatti i sudanesi hanno davvero poca confidenza con il mare. I pescatori sono pochi e praticano la pesca singolarmente usando gusci di noce dalle piccole vele fatte di stracci di corone. Le imbarcazioni con motori fuoribordo restano una rarità. Il Mar Rosso resta una fonte di profitto economico notevole per tutti i paesi che vi si affacciano. Certo è che l'Egitto e l'Arabia Saudita riescono a sfruttarne le potenzialità in misura maggiore dato il livello di sviluppo interno e probabilmente grazie al grado di penetrazione economica di aziende e corporation straniere. Le attività più redditizie sono, senza alcun dubbio, tutte quelle legate al turismo ma ciò sembra avere anche le sue controindicazioni. Uno sviluppo così repentino e profondo del settore sta causando danni notevoli all'ambiente e ciò richiede una sempre maggiore collaborazione e cooperazione da parte di tutti i paesi per poterne limitare gli effetti disastrosi. Fatta eccezione del conflitto tra Eritrea e Yemen per il controllo dell'arcipelago Al momento non sembrano esserci contenziosi in atto tra i paesi qui presi in considerazione. Nonostante la ricchezza ittica del Mar Rosso, la pesca resta tuttora un settore sottosfruttato e ciò è certamente da ricondurre alle priorità che i diversi governi hanno nell'economia e al livello di sviluppo di quest'ultima.

Voli e prigioni CIA : pm Spataro audito da parlamento UE di Gabriella Mira Marq La commissione d'inchiesta sui voli CIA del parlamento UE ha audito ieri il pm antiterrorismo della procura di Milano Armando Spataro sul rapimento di Abu Omar. Il procuratore ha raccontato in dettaglio ai deputati europei increduli il rapimento dell'Imam, avvenuto a Milano nel 2003. Spiegando che gli inquirenti sono pervenuti a tali conclusioni sulla base di alcune intercettazioni di 17 cellulari nella zona del sequestro, il dott. Spataro ha ricostruito i fatti come emersi dall'indagine della procura italiana, e cioe' con il trasferimento, dopo il sequestro dei Abu Omar - passando per la base USA di Aviano e la base di Ramstein, in Germania - in Egitto, dove l'imam sarebbe stato torturato. I telefoni intercettati sono serviti ai cittdini americani per fissare le camere in hotel a Milano e le auto usate per l'operazione. Negli alberghi gli inquirenti hanno rinvenuto copie di documenti d'identita' degli Americani e dei documenti trasmessi dalla sede della CIA in Virginia al suo responsabile di Milano, un certo Robert Lady, sparito dal 2004. Perquisendo le stanze, sono state scoperte anche foto di Abu Omar e la prenotazione di un biglietto aereo per un volo da Zurigo al Cairo nel giorno stesso del rapimento. Davanti alla molteplicita' di piccole tracce lasciate dagli agenti americani, vari eurodeputati - frenando le risate, come raccontano alcune agenzie - hanno parlato di servizi segreti "degni dei cartoni animati". Si e' parlato anche dei 22 mandati d'arresto contro gli agenti della CIA che Spataro ha voluto ma che sono stati osteggiati dal ministro Castelli (il quale ha tacciato il pm italiano di essere militante a sinistra e probabilmente mosso da antiamericanismo). Il procuratore ha sottolineato davanti agli eurodeputati che "il rapimento e' un delitto contro la liberta' della persona, in Italia". Le dichiarazioni del pm italiano hanno dato corpo alle accuse alla CIA su cui da mesi stava gia' indagando il parlamentare del Consiglio d'Europa Dick Marty, anch'egli audito ieri dal comitato dopo il pm Spataro. Marty ha definito il caso italiano "esemplare" ed ha detto che esso e' una "eccezione luminosa" nel muro di gomma generale sulla questione. Dick Marty, che e' un'ex magistrato, nel corso della sua indagine aveva detto di aver trovato prove del fenomeno, che avrebbe interessato piu' di 100 detenuti in Europa. Secondo Marty - che aveva preso ad esempio il caso italiano del rapimento di Abu Omar come "perfetta illustrazione" della 'extraordinary rendition' - esso "e' una chiara indicazione che il metodo esiste, insieme con il complesso supporto logistico in varie parti d'Europa e con un considerevole impiego di personale, pone dubbi e sollecita la questione del coinvolgimento delle autorita' nazionali ad uno o piu' livelli". La commissione del parlamento UE, che non ha alcun potere, cerca di stabilire se la CIA abbia gestito in territorio europeo carceri segrete ed usato scali europei per trasportare prigionieri detenuti illegalmente. Il comitato provvisorio cerchera' di scoprire anche se la CIA abbia effettuato torture sul territorio dell'UE, se gli Stati membri o i Paesi candidati all'adesione siano stati coinvolti nelle detenzioni illegali e se siano stati detenuti cittadini degli Stati membri o dei Paesi candidati. Il relatore della commissione e' l'italiano Giovanni Claudio Fava (PSE), che e' stato fra l'altro un giornalista. Il comitato - composto da 46 membri, eletti per acclamazione - e' presieduto dal portoghese Carlos Miguel Coelho (PPE-DE), coadiuvato dalla britannica Sarah Ludford (ALDE), dal greco Giorgios Dimitrakopoulos (PPE) e dal verde tedesco Cem Özdemir. www.osservatoriosullalegalita.org

Noi, musulmani europei Sarajevo, scrive Massimo Moratti Mentre continuano in tutto il mondo provocazioni e scontri legati alle vignette su Maometto, le comunità islamiche bosniaca e croata pubblicano un appello per la convivenza pacifica e contro l’intolleranza. Il caso della rivista Preporod. Segnali di pace dalla “polveriera d’Europa” Sarajevo La notizia appare in un trafiletto della rassegna stampa bosniaca. Secondo quanto riportato dalla televisione privata Hayat, le caricature raffiguranti il profeta Maometto sarebbero apparse sul periodico Preporod in Bosnia ed Erzegovina. Fin qui nulla di eclatante dato che erano già apparse a Novembre su Slobodna Bosna, un settimanale di Sarajevo. Ma, il fatto è che Preporod è l’organo ufficiale della Comunità Islamica della Bosnia ed Erzegovina. La notizia fa sobbalzare sulla sedia. Il commentatore di Hayat TV si chiede quali bandiere saranno bruciate ora e dove si svolgeranno le manifestazioni di protesta, dato che è stata la stessa comunità islamica a pubblicare le vignette. La notizia lascia un po’ increduli a dir la verità. Il giorno dopo mi reco dal giornalaio all’angolo, in una delle vie centrali di Sarajevo, incerto se Preporod si trovi in vendita come ogni settimanale o se abbia una diffusione limitata. La giornalaia, rintanata nel suo negozietto, mi dice che tutte le copie del settimanale sono già state vendute. Le chiedo se di solito Preporod si trovi regolarmente: “Certo - mi risponde lei - ma adesso sono state vendute tutte le copie, sa è stato per via di quelle vignette...”. Esco dal giornalaio completamente confuso e sbalordito. Il giorno dopo riprovo da un altro giornalaio in centro: “Nema”, “non c’è”, mi risponde. Mi sposto a Dobrinja: “Nema”, poi di nuovo in centro: “Nema”, al sesto, settimo giornalaio devo rinunciare, forse sarà meglio contattare la redazione. Insomma non si riesce ad acquistare una copia di Preporod. Tutte vendute. Non aiuta nemmeno il sito ufficiale di Preporod, che non appare aggiornato: riporta ancora le proteste dell’otto di febbraio, quando un migliaio di dimostranti avevano inscenato delle proteste di fronte alle ambasciate norvegesi, danesi e francesi, bruciando le bandiere di quei paesi. A quel tempo la comunità islamica, per voce di Mustafa Ceric, il leader della comunità, aveva apertamente invitato la gente a disertare le proteste, condannando sia le vignette sia le proteste violente. Mustafa Ceric, la comunità islamica e il partito SDA [Partito dell’Azione Democratica, ndc] avevano dato prova di grande maturità politica e tolleranza, ribadendo le peculiarità dell’Islam bosniaco. Nezavisne Novine, autorevole testata di Banja Luka, aveva apertamente elogiato le parole di Mustafa Ceric, definendole come la cosa migliore che Ceric avesse fatto negli ultimi 13 anni. L’atteggiamento di Mustafa Ceric e della comunità islamica in Bosnia ed Erzegovina sono un raro esempio di tolleranza e comprensione reciproca. Lo stesso SDA, per quanto bistrattato e accusato di nazionalismo, si è allineato su queste posizioni, per voce del presidente Tihic, rifiutando qualsiasi manipolazione o deriva fondamentalista e richiamandosi a principi di tolleranza e comprensione reciproca. Ancora una volta i bosgnacchi, o musulmani bosniaci, ribadiscono la loro identità europea e sfidano lo stereotipo che vede l’Europa come prettamente cristiana e l’Islam come movimento estraneo ad essa. In tal senso lo stesso Mustafa Ceric, pochi giorni fa aveva rilasciato, assieme alla sua controparte da Zagabria, la “Dichiarazione dei musulmani europei”. Questa dichiarazione, definita dal quotidiano croato Jutarni List come la “dichiarazione che merita sostegno incondizionato” è stata pubblicata di recente sui giornali locali in Bosnia e Croazia. In tale dichiarazione i due leader islamici, esprimendo il cordoglio per le vittime degli attentati di New York, Madrid e Londra, delineano i passi da farsi per giungere ad un miglioramento dei rapporti tra Europa ed Islam. Da un lato la dichiarazione auspica l’uguaglianza dell’Islam nel contesto europeo con la possibilità di avere scuole religiose e sviluppare partiti politici di ispirazione islamica, dall’altro lato la stessa dichiarazione obbliga i musulmani europei a rispettare i diritti dell’uomo, il contratto sociale, riconoscere la ricchezza delle diverse tradizioni religiose e culturali e soprattutto sviluppare la consapevolezza del contesto secolare in cui si trova ad esistere la religione al giorno d’oggi. Allo stesso tempo i musulmani europei chiedono la protezione da ogni forma di violenza, islamofobia e genocidio. Tale documento, come lo stesso Jutarni List riporta, mira ad evitare lo scontro di civiltà e a definire il contesto in cui la comunità musulmana possa vivere quanto più possibile in conformità con le norme secolari europee senza che per questo essa si debba sentire minacciata. È il messaggio dei musulmani europei, dalla Bosnia e dalla Croazia, il loro modo di dire no al terrorismo e alla violenza. In un periodo in cui a provocazioni e comportamenti irresponsabili da una parte fanno eco violenza e intolleranza dall’altro, sono i Balcani, la “polveriera d’Europa” a mandare un segnale di tolleranza. www.osservatoriobalcani.org/


febbraio 24 2006

"La sfida della democrazia si vince sui diritti civili" Parla Zapatero: "Le nostre riforme? Irreversibili" Sui matrimoni omosessuali non torneremo indietro Scommetto che un governo di destra non cambierà la legge La sinistra perde quando delude gli elettori, quando non mantiene la promessa di migliorare la loro vita una tv pluralista Quando un politico vuole manipolare l´informazione è perché non si fida dei cittadini e teme una informazione veritiera Ma più si ha fiducia nei cittadini e più si hanno possibilità di vincere le vignette blasfeme Dobbiamo condannare la violenza esercitata nel nome della religione ma non possiamo negare ai credenti il diritto di essere rispettati. Specialmente se sono minoranza e possono sentirsi aggrediti PAOLO FLORES D´ARCAIS da Repubblica - 24 febbraio 2006 Presidente Zapatero, lei crede in Dio? «Ritengo che questo tipo di convinzioni appartengano alla sfera privata, e sento un grande pudore nel manifestarle pubblicamente. Un governante deve tener conto solo dell´interesse generale e rispettare le credenze religiose di tutti, al di là delle proprie». I politici non sembrano voler tenere riservate le loro convinzioni religiose. Anzi, chiedono di essere intervistati sull´argomento, ed esibiscono la loro fede. L´unica cosa che sembra ormai impossibile è che un politico possa essere dichiaratamente ateo. Non sta diventando una discriminazione? «È possibile che esistano fedi più o meno redditizie dal punto di vista elettorale, ma la mia posizione è più radicale: credo che le convinzioni religiose personali non si debbano esibire a fini elettorali, anche se rispetto coloro che, per una ragione o per l´altra, decidono di renderle pubbliche o perfino di farne una bandiera». In una dichiarazione congiunta con il premier turco, a proposito della caricatura su Maometto di un giornale danese, lei ha sostenuto che «può essere perfettamente legale, ma non è indifferente e va respinta da un punto di vista morale e politico». Anche Chirac, qualche giorno dopo, a proposito del settimanale Charlie Hebdo (che le ha ripubblicate) ha parlato di «provocazione». Perché? «Dobbiamo condannare l´intolleranza e la violenza esercitata in nome della religione, ma non possiamo negare ai credenti il diritto ad essere rispettati. Specialmente quando sono una minoranza e possono sentirsi aggrediti o umiliati dalla maggioranza. La laicità e la libertà d´espressione sono conquiste storiche delle nostre società, ma il rispetto per gli altri dovrebbe essere un principio universale». La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia? Molti credenti potranno giudicare offensivo questo interrogativo, ma non si tratta neppure di una provocazione. Si tratta di un interrogativo più che mai attuale e necessario. «La democrazia esige uno Stato aconfessionale e una cultura pubblica basata su valori laici. La Chiesa cattolica può mantenere qualche posizione che evoca ancora l´aspirazione delle leggi ecclesiastiche a collocarsi al di sopra delle leggi della polis, ma credo che tale atteggiamento sia ormai una reliquia ideologica. Sono infatti convinto che la Chiesa cattolica sappia benissimo che nelle società moderne la fede appartiene alla sfera dell´intimità, e la superiorità della democrazia rispetto ad altri regimi consiste precisamente nel maggior valore dato alla libertà, anche alla libertà di coscienza. Il matrimonio è un´istituzione di convivenza, la cui denominazione è andata acquisendo un profilo convenzionale, sociale, di legame giuridico per convivere, basato sull´amore. Se comprendiamo che due uomini o due donne si possono amare; se accettiamo che possono avere tra loro un rapporto giuridico, se riteniamo inoltre che tale rapporto può comportare l´adozione, perché non dovremmo chiamare un simile rapporto matrimonio?». Ma quello che a me pare il punto dolente (e punto cruciale) è che la Chiesa fa di questo relitto o reperto archeologico la sua politica attuale. In Spagna, come in Italia i vescovi di fatto diventano gli organizzatori di campagne politiche di massa. Tutto questo non rivela una pulsione antidemocratica da parte della Chiesa? «No, sinceramente no, perché credo che la democrazia si basi sulla possibilità di mettere in discussione le scelte del potere. Anche da posizioni che sono sbagliate, hanno diritto di contestare il potere, hanno diritto persino di negare alcuni dei fondamenti più essenziali della libera convivenza. Un totale diritto. Quello che non hanno il diritto di fare è di imporre. Non hanno il diritto di non rispettare le leggi. Ma hanno perfettamente diritto di discutere e criticare, ci mancherebbe. A mio giudizio, quanta più enfasi ed esagerazione metteranno nella critica, tanto più sicuramente perderanno ragione e ragioni, perderanno convinti delle loro idee. Questa è la mia opinione. Ritengo che leggi come quella sul matrimonio omosessuale siano irreversibili. Non credo cioè che, in Spagna, una maggioranza politica conservatrice abrogherebbe la legge sul matrimonio omosessuale. Questo ci dice l´esperienza. Perché una volta che si sono approvate leggi che allargano i diritti individuali, e la società le ha accettate, è molto difficile fare marcia indietro». Su cosa si basa il suo ottimismo che l´Europa abbia imboccato decisamente questa strada e non possa più invertire la rotta? Su quali elementi si basa, oltre alla fiducia nell´umanità? «Su un´estensione e rafforzamento della ragionevolezza, dell´apertura delle nostre società, nonostante l´Europa abbia momenti d´angoscia quando guarda fuori. L´Europa ha fatto suoi i grandi valori di fratellanza, i grandi valori dell´allargamento dei diritti dei cittadini. Pertanto, io non ho alcun dubbio che questi cambiamenti si faranno strada man mano in tutti i paesi. Quel che caratterizza un sistema, quel che rende una società più giusta è la qualità dell´educazione. La democrazia significa innanzitutto diritti e opportunità. Conseguenza: i paesi con più diritti civili sono i paesi più progressisti». Io personalmente credo che la politica dell´ingenuità nell´accezione, di coerenza fra il dire e il fare, fra il promettere all´opposizione e il realizzare al governo - sia l´arma fondamentale per la sinistra, sia ciò che più deve differenziare la sinistra dalla destra. Sono ingenuo? «La sinistra deve fare una politica autentica perché gli elettori, i cittadini di sinistra hanno nel voto la loro principale risorsa. I potenti, la destra economica, i gruppi di pressione, non hanno bisogno della politica per vivere e per comandare. Ma il cittadino che ha soltanto il proprio voto gli conferisce un grande valore. E il suo grande patrimonio, l´unico strumento di cui dispone per realizzare le sue idee e migliorare la sua vita. Normalmente la sinistra provoca la propria sconfitta, perché delude i propri elettori. Quand´è che perde forza, missione, capacità di trasformazione la democrazia rappresentativa? Quando il potere non guarda la società e la gente, e pensa solo che la gente guarda il potere». Per una democrazia moderna, proprio come lei la delinea, essenziale è il pluralismo televisivo, e una informazione televisiva degna di questo nome. Uno dei suoi primi atti è stata la nomina alla testa della tv di Stato di una donna nota per la sua indipendenza. «Racconto un aneddoto: ci sono ministri che si lamentano che la televisione pubblica non dà loro spazio o che li tratta male. E io gli rispondo sempre: abbiamo vinto proprio a questo scopo. E essenziale. Normalmente un uomo politico, quanto più ha fiducia nella gente, tanto più ha possibilità di vincere. Quando un politico vuole manipolare l´informazione è perché non si fida della gente e pertanto teme che l´informazione fluisca in modo veritiero. Invece la salute della democrazia è che il dibattito sia aperto, chiaro, senza restrizioni, sebbene oggi sia, insisto, molto difficile manipolare totalmente, perché abbiamo un´enorme varietà di accessi all´informazione, come in tutti i paesi avanzati. Per questo il futuro è della democrazia». (traduzione di Danilo Manera) -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Negazionismo di governo di Furio Colombo da l'Unità - 24 febbraio 2006 Oggi l’Italia ha una brutta reputazione. Ha distrutto decenni di vita democratica, ispirata (anche quando l’ispirazione era blanda e formale) alla Resistenza, alla Liberazione, ai fatti della Storia, ai patti di civiltà contratti con gli altri Paesi del mondo attraverso le Nazioni Unite, ai patti di garanzia dei diritti umani, all’impegno comune e sacro, il «mai più» pronunciato da tutti i capi di Stato del mondo sulle ceneri di Auschwitz. La Storia insegna che non c’è limite al peggio. L’Italia si è messa su una strada indegna attraverso l’autorità di un ministro di questa Repubblica che - tramite la televisione di Stato - ha gettato benzina sul fuoco di una serie di violenze già in corso. Ha provocato 13 morti, e l’assalto ai simboli dell’Italia in un Paese che ci era stato descritto (proprio dal governo di quel ministro) come amico. L’Italia proclama guerra di religione attraverso la voce purtroppo autorevole del presidente del Senato, che non sembra comprendere il rischio recato ogni giorno di più dalle sue ripetute affermazioni. Adesso l’accordo formale e solenne stipulato dal presidente del Consiglio in persona e da suoi collaboratori stretti e credibili porta nello schieramento ufficiale del centrodestra accanto a Casini e Fini la peggiore specie di fascismo negazionista, di fascismo coinvolto in inchieste per banda armata e stragi, di seguaci di Julius Evola, predicatore dell’«antisemitismo come dovere», del pensatore tenuto a distanza persino dal Movimento Sociale Italiano che precede An. Porta l’Italia fuori dal consesso civile, democratico e storico stabilitosi in Europa e nel mondo democratico subito dopo la sconfitta e la distruzione del fascismo e del nazismo. Al centro di questo gruppo di nuovi e formali alleati c’è la negazione della Storia, l’esaltazione di Hitler come statista, c’è il rimpianto di Mussolini, autore delle peggiori leggi razziali d’Europa, c’è lo scherno della Shoah, con la frase pronunciata da uno dei leader di queste bande di governo, certo Romagnoli, che ha detto a Sky Tg 24: «Le camere a gas? Non ho abbastanza elementi in proposito per poter dare un giudizio». Siamo consapevoli che, fra coloro che preannunciano di votare per l’opposizione, per Prodi, per la sinistra, vi sono state in una occasione e in un corteo quasi del tutto disertato dalla sinistra alcune persone che hanno bruciato la bandiera di Israele, un gesto più che simbolico per un Paese che a cinquant’anni rischia di essere cancellato, e nel momento in cui un potente capo di Stato ne chiede la eliminazione. Una di esse ha detto la frase: «Israele è un pugno nello stomaco dell’umanità». È accaduto. Ma tutta la sinistra, dalle sue posizioni più moderate fino a Rifondazione Comunista, ha respinto e condannato ciò che è accaduto. E qualunque osservatore estraneo alle vicende italiane potrebbe concludere, come hanno fatto i colleghi della stampa estera (e mi riferisco in particolare ai servizi dall’Italia e sull’Italia di Bloomberg, agenzia certo non sospetta di simpatie di sinistra) che non c’è adesso nella coalizione di opposizione - e non potrà esserci nel governo che dovesse nascere dalla vittoria dell’Unione - traccia tollerata di negazionismo. La vera differenza, che impedisce ogni simmetria tra ciò che sta accadendo a destra e ciò che è accaduto a sinistra sulla memoria, la Storia, l’antisemitismo e l’invocazione a distruggere lo Stato di Israele è che la sinistra respinge e condanna tutto ciò in modo netto e totale, anche se non avviene nelle sue file e sotto il nome di qualcuno che si fa trovare vicino ai suoi partiti.Ed è dalla stessa sinistra che si levano le voci che esigono il rispetto della Storia. Da destra invece sono state aperte le porte, messi a disposizione i tavoli, attivati i bracci esecutivi più in vista (sia pure tristemente in vista, a causa dei loro personali precedenti) del primo ministro e candidato unico, a tutto l’arco di chi rappresenta il fascismo sterminatore senza pentimenti e ripensamenti, anche a causa del distacco dei personaggi coinvolti da ogni forma di cognizione della Storia. Uno di essi - forse pentito, forse colpito da ciò che ha ascoltato - ha detto all’Unità: «Vogliono far fare a noi il lavoro sporco». Vorremmo supplicare i colleghi che hanno accesso ai grandi giornali e tv, in questa situazione di regime mediatico e di rigorose esclusioni, di riflettere in pubblico, e in nome della reputazione del nostro Paese, sulla portata e sul pericolo di quella frase. E di ciò che sta davvero accadendo. Non dite che ci sono due mezze ali pericolose in una coalizione e nell’altra. Sarebbe mentire. Il negazionismo, che altrove porta a conseguenze penali qui, in Italia, adesso, potrebbe abitare al governo. Il governo della destra. furiocolombo@unita.it

«Berlusconi? Un boomerang, così ammette l'asse con Fiorani» Enrico Letta: l'inchiesta su Geronzi frena i progetti di Capitalia, ma non può dirlo il premier Sergio Rizzo dal Corriere - 24 febbraio 2006 ROMA — «Silvio Berlusconi ha semplicemente esplicitato quello che si era già intuito, facendo capire che era socio di scalata di Gianpiero Fiorani». L'affermazione è di Enrico Letta, secondo il quale «le dichiarazioni fatte oggi dal premier spiegano molti dei suoi comportamenti» degli scorsi mesi. «Tanto più — insiste — dopo le rivelazioni dell'ex sondaggista Luigi Crespi su Berlusconi». Che cosa c'entra adesso Crespi? «Non ha forse dichiarato che il premier gli chiese di farsi da parte e di vendere la sua società, la Hdc, alla Popolare di Lodi? Se poi aggiungiamo che lo stesso Fiorani intratteneva rapporti, ed è un eufemismo, con il sottosegretario alle riforme Aldo Brancher, molto vicino al premier, e se poi aggiungiamo che la Lodi ha salvato la banca della Lega...» Se aggiungiamo tutto questo? «Ne viene fuori un intreccio, anzi, un vero e proprio asse, fra Berlusconi e Fiorani. Ed è il motivo per cui il presidente del Consiglio non ha mai voluto trarre le dovute conclusioni sull'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. C'era un disegno comune». Ma ieri ha attaccato anche la scalata dell'Unipol alla Bnl, proponendosi come «avvocato accusatore delle coop». E Giovanni Consorte e Fiorani, per i quali secondo Berlusconi i giudici avrebbero usato due pesi e due misure, non erano certamente nemici fra di loro... «La sua è pura campagna elettorale. In tribunale Berlusconi c'è già andato e abbiamo visto il risultato. Se vuole continuare a usare il boomerang, faccia pure. Per noi contano i fatti. E i fatti sono questi: Berlusconi ha dichiarato che la scalata di Fiorani è stata fermata dai giudici, che avrebbero così fatto il gioco degli olandesi». E allora? «Vorrei sapere che ne pensano i correntisti della Popolare italiana truffati da Fiorani, che si sono visti togliere 30, e qualcuno dice anche 100 euro, dal conto. È lecito domandarsi, nel caso in cui il disegno di Fiorani fosse andato in porto, se non sarebbe successa la stessa cosa ai correntisti Antonveneta. Meno male che c'erano Consob e magistratura... » Però il governo ha fatto subito dopo la legge sul risparmio. «Quella era partita subito dopo il caso Parmalat». Già, ma poi s'era fermata. «L'avevano fermata loro. E poi non c'entra nulla con le affermazioni che Berlusconi ha fatto oggi sulla scalata Antonveneta. Di una gravità inaudita». Si riferisce all'attacco ai magistrati? «Si può essere idealmente a favore o contro la magistratura: è indifferente. Il fatto è che lui ha detto queste cose dopo le pesantissime ammissioni dello stesso Fiorani. Come si fa a non pensare che ci siano interessi personali in gioco?». Berlusconi ha criticato pure l'iniziativa dei magistrati su Cesare Geronzi. Anche questa è campagna elettorale? «Vedo che giustamente tutti, naturalmente tranne lui e qualcun altro nel suo schieramento, sono molto rispettosi dei magistrati. Non credo che si possa dire molto di più sulla decisione che ha riguardato Geronzi. Certamente è un fatto che sorprende...» Che cosa, sorprende? «Mah, la sorpresa è legata alla contemporaneità con la sensazione che il fronte delle aggregazioni bancarie si sia rimesso in movimento». E perché mai? «A Capitalia la decisione dei magistrati crea sicuramente qualche imbarazzo. Penso che gli eventuali progetti della banca saranno congelati per un po'». Berlusconi fa trapelare addirittura che con Geronzi azzoppato Capitalia può trasformarsi in una preda. «Spero che questa iniziativa della magistratura non abbia conseguenze simili se no sarebbe un fatto grave». Restano gli apprezzamenti del premier per il banchiere. Come li giudica? «Osservo che Berlusconi ha dato questi giudizi su Geronzi poche ore dopo che la sua Fininvest aveva aumentato la partecipazione in Capitalia. Alla faccia del conflitto d'interessi che non esiste». Piero Fassino, invece non ha voluto commentare. Come se lo spiega? «So che ha fatto una lunga intervista a Panorama in cui parla di queste cose...» E nella quale dice che «per nessun gruppo si può tenere come criterio quello dell'italianità». Una specie di pietra tombale dal segretario dei Ds su quella parola che tanto piaceva a Fazio. «Concordo pienamente con le posizioni di Fassino. L'italianità si difende con forza sul mercato, anche crescendo all'estero». -------------------------------------------------------------------------------- CREDITO Risiko preelezioni Il Cavaliere chiude la finestra ( d. ma.) Sembrava la finestra temporale ideale. Prima delle elezioni e dopo l'ondata di acquisti di banche italiane dall'estero, procedere subito a qualche aggregazione nazionale. C'è stato anche chi, come Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo socio di Banca Intesa, si è anche spinto a dirlo e auspicarlo pubblicamente. Pochi giorni dopo è arrivato il blitz dei francesi della Bnp sulla Bnl e a tutti è apparso chiaro che ci si doveva muovere. Ma le parole di ieri del presidente del Consiglio sembrano aver fatto calare il gelo sul risiko bancario in salsa tricolore. Se si pensava di procedere a integrazioni, alleanze o acquisizioni sfruttando una presunta distrazione della politica, ieri si è capito che così non potrà essere. E così se pure qualche progetto sta maturando o si sta mettendo a punto, perché lo si veda decollare è facile si debba attendere più tempo. «Che ci sia stata questa intenzione dietro le parole del premier è difficile dirlo — spiegava ieri sera uno dei banchieri più influenti e attenti agli intrecci tra politica e mondo del credito —. In ogni caso l'effetto sarà lo stesso. Il Cavaliere è sembrato voler dire: "fermi tutti, nessuno pensi di utilizzare a suo piacimento l'emergenza"». Ancora più tranchant un suo collega di lungo corso: «Non succederà niente». Almeno a ridosso del voto. -------------------------------------------------------------------------------- BANCHE E GIUSTIZIA. LE REAZIONI Le toghe: ubbidiamo alla legge Unione cauta, Di Pietro attacca L'associazione magistrati: non c'è giustizia a orologeria Fassino: l'italianità delle banche si difende sul mercato M. Sen. ROMA — «I magistrati applicano la legge e non sono influenzati dall'agenda politica ed elettorale». La giunta dell'Associazione nazionale magistrati usa stavolta toni duri per replicare alle accuse lanciate ieri da Silvio Berlusconi. Infuriato per l'ennesima «inchiesta a orologeria» — come la definisce — scattata nei suoi confronti alla vigilia delle elezioni, e indispettito dall'intervento a suo giudizio «indebito» della magistratura che ha bloccato l'opa di Gianpiero Fiorani su Antonveneta «che è poi finita in mani straniere». «Non esiste una giustizia a orologeria» ha detto il presidente dell'Anm, Ciro Riviezzo, mentre il vicesegretario dell'associazione, Nello Rossi, osserva che «i magistrati seguono i tempi dei processi: le nuove norme sulla prescrizione li hanno accorciati e per i magistrati l'imperativo categorico è la celerità». Duro anche il commento dell'Anm sulle parole di Berlusconi a proposito di Cesare Geronzi («persona proba, capace ed esperta, di cui è difficile pensare possa aver avuto comportamenti scorretti»). «I processi si fanno nelle aule di giustizia e nell'ordinamento ci sono delle garanzie. Le assoluzioni le danno i preti e i magistrati. Se poi — ha detto Rossi — le vogliono dare anche i politici...». La nuova sortita del premier contro i giudici non è piaciuta alla sinistra, anche se i principali leader non hanno replicato. «Berlusconi deve capire una volta per tutte che i provvedimenti della magistratura devono essere rispettati», ha detto Antonio Di Pietro. «Non è responsabilità della magistratura se la banca finisce in mani straniere», ha aggiunto. «E' paradossale che il presidente del Consiglio invece che preoccuparsi di come difendere gli italiani truffati da questi grandi scandali finanziari, attacchi la magistratura che sta aiutando a scovare questi vergognosi episodi», ha detto il Verde Alfonso Pecoraro Scanio. Per Gavino Angius, capogruppo Ds in Senato, gli attacchi di Berlusconi servono solo a confondere gli italiani. Sulla vicenda interviene, ma indirettamente, anche Piero Fassino che in un'intervista rilasciata a Panorama prima delle parole del premier critica la difesa dell'«italianità» delle banche. «Qualsiasi forma di protezionismo è antistorica. Non mi preoccupo nel vedere Paribas in Italia, ma nel non vedere banche italiane altrettanto capaci di andare in Spagna o in Francia. Spero che le vicende di questi giorni sollecitino aggregazioni tra le grandi banche italiane». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

´ELOGIO DELL´ILLEGALITÀ MASSIMO GIANNINI da Repubblica - 24 febbraio 2006 LA COMMEDIA berlusconiana esige per sua natura un epilogo farsesco. L´ultimo atto deve stupire, molto più di quelli che l´hanno preceduto. Come sostiene Giuliano Ferrara, la «pagliacciata» ci vuole, non può finire tutto in Follini. E così, ieri, il Cavaliere ha spiegato agli italiani che Gianpiero Fiorani, in fondo, è un brav´uomo. Il ragioniere di Codogno avrà pure lucrato un bel gruzzolo all´estero spazzolando i depositi di clienti vivi e defunti, sarà pure chiuso in carcere con l´accusa di aggiotaggio, insider trading e associazione per delinquere, ma il suo progetto di costruire una grande banca padana era bellissimo. Il banchiere di Lodi si sarà pure servito dei favori indebiti di Antonio Fazio, avrà pure messo in piedi una colossale girandola di finanziamenti oscuri insieme ai «furbetti del quartierino», ma in fondo la sua scalata all´Antonveneta era assolutamente regolare. L´elogio dell´illegalità Se le cose sono andate a finire male, la colpa è tutta dei soliti magistrati, che hanno fermato la meravigliosa Opa della Bpi, e alla fine hanno regalato la banca padovana agli olandesi. È una lettura senz´altro originale della vicenda finanziaria italiana di quest´ultimo anno. Pur di attaccare i giudici, Berlusconi salta per l´ennesima volta nel cerchio di fuoco delle sue contraddizioni. Aveva detto ai vari protagonisti delle scalate che «l´unico sovrano è il mercato». Si è schierato a difesa dell´«italianità» del sistema creditizio, firmando con Fazio il famoso patto della Sciacchetrà. Ma poi ha sparato a zero sull´affare Unipol-Bnl. Contro tutte le evidenze, ha difeso a spada tratta la Banca d´Italia. Poi di fronte alla pressione internazionale ha sfiduciato il governatore. Poi ha detto che il governo non poteva far nulla per rimuoverlo. Poi è tornato Tremonti al Tesoro, e si è visto con il via libera alla legge sul risparmio che il governo poteva, eccome se poteva. A quel punto ha ripetuto che il governatore non era più «compatibile». Ma dopo le sue dimissioni, è tornato a dire in televisione che «Fazio ha agito sempre con specchiata moralità». Dopo il take-over dei francesi di Bnp sulla Bnl, ha ripetuto «è il mercato, bellezza». Adesso si ricorda, ancora una volta, che il sistema-Paese deve difendere i suoi «gioielli». Suo malgrado, ha ragione l´Elefantino. A voler essere impietosi, questa è a tutti gli effetti una «pagliacciata». Ma volendo usare un po´ di benevolenza, il Cavaliere dà risposte del tutto insensate a problemi drammaticamente reali. Primo problema: questo giornale ha scritto in epoca non sospetta che una vicenda delicata come quella delle scalate bancarie non sarebbe mai dovuta arrivare sul tavolo dei procuratori della Repubblica. Le contese finanziarie le dirime il mercato, non il tribunale. Ma se questo non è accaduto, la responsabilità non è dei giudici, che hanno fatto il proprio dovere di «ultima istanza». È degli organismi tecnici di vigilanza, che non hanno fatto, o hanno fatto troppo tardi, quello che potevano e dovevano. Tra l´altro, nella sua disinvoltura intellettuale e politica, il premier fa finta di non ricordare che l´Opa di Fiorani su Antonveneta, oltre che dal gip Clementina Forleo con l´ordinanza del 2 agosto 2005, era stata già contestata dalla Consob, con la delibera sul «concerto tra gli azionisti» del 10 maggio 2005, poi definitivamente affossata dalla stessa Consob nell´autunno successivo, e finalmente (anche se con colpevole ritardo) dalla stessa Banca d´Italia, con la revoca del 15 ottobre 2005. Le toghe milanesi, insomma, hanno avuto il merito di aver capito subito ciò che le authority non avevano visto, o non avevano voluto vedere. Più che accusare le prime, quindi, bisognerebbe rafforzare le seconde. Secondo problema: saltata la stolida «trincea» di Fazio a Via Nazionale, questo Paese è diventato in effetti terreno di conquista dei grandi gruppi stranieri. È una formidabile opportunità: si accrescono le dimensioni delle nano-banche italiane e si introduce la concorrenza nel sistema bancario più costoso d´Europa. Ma può essere anche un innegabile maleficio: si indebolisce il sistema-Paese, che cede all´estero quote di proprietà nell´ultimo settore forte che gli è rimasto, la finanza, dopo aver perso la partita industriale nell´auto, nell´alimentare, nella chimica, nella siderurgia, nell´elettronica. L´«italianità» del nostro sistema finanziario è stata svilita dall´uso strumentale e illegale che ne è stato fatto durante la rovinosa Bankopoli di questi mesi. Ma è una grande questione, che riguarda noi ma investe tutti i Paesi dell´Unione. Ed è una questione che non si risolve scaricando le colpe sugli «appositi» magistrati, come fa oggi il padrone del centrodestra, o benedicendo qualunque newcomers purché sventoli un tricolore, come hanno fatto a volte i leader del centrosinistra. La soluzione, l´unica possibile, è quella indicata mercoledì scorso dal nuovo governatore di Bankitalia Mario Draghi: l´integrazione tra le banche italiane. Solo se diventano più grandi, i bocconi di casa nostra possono rivelarsi indigesti per i raider stranieri. Le possibilità non mancano. Ma occorre far presto. Il bottino non è solo Capitalia o Intesa, San Paolo o Mps. In gioco c´è, prima di tutto, la preda da sempre più ambita: le Generali. In questi giorni, nel colosso assicurativo triestino ha fatto il suo ingresso un personaggio discusso come Romain Zalesky, salito al 2,26%. Un suo analogo investimento in Montedison fece da apripista ai francesi dell´Edf. Se lo schema si ripetesse, che «armi» avrebbe la finanza italiana per respingere un assalto che, a cascata, rimetterebbe in discussione gli equilibri dell´intero sistema, compresa Mediobanca? Al Cicr Draghi e Tremonti hanno discusso a lungo proprio del caso Generali, oltre che dell´intero risiko bancario. Ma il Comitato serve ancora a qualcosa? Sul punto le ricette dei poli divergono. Ma se non nasconde tentazioni colbertiste, e non tradisce intenzioni dirigiste, può essere una delle sedi possibili per aiutare l´evoluzione del capitalismo italiano. Per «fare sistema», come chiede il presidente della Repubblica Ciampi. Senza illusioni autarchiche, ma con legittime pretese di reciprocità. «Un fantasma si aggira per l´Europa, quello del protezionismo», scriveva ieri il Financial Times nella Lex column. Niente di più vero, come dimostrano le reazioni dei francesi di Suez di fronte alle mire dell´Enel, le resistenze degli spagnoli di Endesa verso i tedeschi di Eon, le barricate dei franco-lussemburghesi di Arcelor contro l´indiana Mittal. In questa fase di crisi identitaria della Ue e di impaurita riscoperta degli stati-nazione, lo spettro protezionista si incarna in tutti i governi. Ma in Berlusconi, ossessionato soltanto dalle sue turbe giudiziarie, fa ancora più paura. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Peggiora la crisi dell´industria in bilico 355 mila posti di lavoro La Cisl: interi settori produttivi rischiano di scomparire La punta delle difficoltà è in Molise, ma l´allarme si è ormai esteso anche al Nord "Poca innovazione, il paese sta uscendo da settori avanzati come l´elettronica o le tlc" LUISA GRION da Repubblica - 24 febbraio 2006 ROMA - Che l´industria italiana sia in crisi non è, purtroppo, una novità: il guaio, semmai, è che non ci si è ancora resi conto di quanto profonda essa sia. E che i lievi segnali di ripresa, che pur stanno arrivando da più fronti, sembrano lasciarla del tutto indifferente. La spietata analisi arriva dalla Cisl che appena tracciato la sua quarta mappa dell´Italia industriale. Un´Italia che non va: la già difficile situazione del 2005 pare ulteriormente peggiorata nel 2006. L´intera manifattura nazionale sta scivolando verso il basso: da settori tradizionali come il tessile e il metalmeccanico, a quelli a più alto contenuto innovativo come l´elettronica e le telecomunicazioni. Aumentano le aziende in difficoltà, aumenta il numero dei lavoratori per i quali le imprese hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali: ora sono oltre 355.000 (di cui 250.000 in cassa integrazione e oltre 104 in mobilità), il 6,9 in più rispetto allo scorso anno. Un risultato che resta negativo sia guardando i dati dal punto di vista territoriale che dai singoli settori. E´ significativo, spiega il rapporto curato per la Cisl da Giorgio Santini e Paolo Pesce, che la situazione nel profondo Nord sia più nera che altrove. In Piemonte, soprattutto a causa delle difficoltà del mercato automobilistico, rispetto allo scorso anno gli ammortizzatori sociali sono stati utilizzati per 67 mila lavoratori in più (in crescita del 12,1 per cento sul 2005). In Veneto l´aumento è stato del 17,3 per cento, in Lombardia addirittura del 21,4 (fra cassa integrazione e mobilità si parla di oltre 77 mila dipendenti dell´industria a casa). La crisi mina dunque quello che una volta era il ricco cuore dell´industria e se nel Centro la situazione, pur non migliorando, resta quanto meno stabile, anche le regioni meridionali escono dal confronto con il 2005 ulteriormente logorate. La punta della crisi, per quanto riguarda l´occupazione in termini percentuali si registra in Molise(dove il ricorso agli ammortizzatori e lievitato del 71 per cento) e in Basilicata (più 25 per cento). Passando ai singoli settori le difficoltà dell´auto feriscono soprattutto la metalmeccanica: oltre 184 mila lavoratori coinvolti nella crisi, 138 mila in cassa integrazione o mobilità (l´8,5 per cento in più rispetto al 2005). Ma peggio ancora vanno le cose nella chimica dove l´utilizzo degli ammortizzatori sociali è aumentato di oltre il 9 per cento dimostrando, commenta la Cisl i danni causati «dalle mancate scelte di politica industriale sia da parte di grandi gruppi come l´Eni che da parte del governo». A fianco del tessile massacrato dalla concorrenza cinese c´è il problema dell´alimentare, settore che dopo le crisi Parmalat e Cirio sembrava assestato, ma che il fenomeno aviaria ha di nuovo allarmato. Quanto all´elettronica e alle telecomunicazioni, analizza il rapporto, vi è una preoccupante tendenza a «scomparire». «La profondità della crisi è evidente proprio in questi casi - spiega il segretario confederale Cisl Giorgio Santini, autore del rapporto - alla flessione della manifattura tradizionale non si risponde con alternative in altri campi, anzi il paese sta praticamente uscendo da settori ad ampio sviluppo come l´elettronica o le tlc. Per fronteggiare questa crisi non c´è altra scelta che sostenere la ricerca e l´innovazione». -------------------------------------------------------------------------------- L´Istat: per le vendite al dettaglio un aumento dello 0,4% mentre il tasso tendenziale è del 2,4% Consumi familiari al palo nel 2005 solo un lieve risveglio a dicembre Calo generalizzato al Sud. Cedono computer, telefoni e cd LUCIO CILLIS ROMA - Solo un piccolo colpo di reni a dicembre salva i consumi italiani dal baratro. Le vendite al dettaglio nel 2005, hanno infatti registrato secondo l´Istat una crescita complessiva dello 0,4%. A dicembre il totale delle vendite è aumentato del 2,4% rispetto allo stesso mese dell´anno precedente e dello 0,2% rispetto al novembre 2005. Ma nel corso dell´intero anno le vendite al dettaglio hanno recuperato a fatica il "rosso" registrato nel 2004, che si era chiuso con una variazione negativa dello 0,4%: in pratica solo un aumento contenuto e inferiore al mezzo punto. Da notare, poi, che l´incremento dello 0,4% è il risultato della media tra la crescita dello 0,9% dei prodotti alimentari e i consumi piatti dei non alimentari. Tra questi ultimi va registrata la pesante crisi dei supporti magnetici e degli strumenti musicali (meno 1,1% tendenziale) e le performance negative dei giochi, giocattoli, sport e campeggio oltre a cartoleria, libri, riviste e giornali (entrambi i gruppi di prodotti a -0,5%). Segno meno anche per la profumeria (-0,3% annuo), informatica e telefonia (-0,2%), utensileria per la casa e ferramenta (-0,2%), gioielli e orologi (-0,1%). Tra gli alimentari, invece, la Cia segnala il "crollo" del 5,1% dei consumi ortofrutticoli. Se si guarda invece alla dimensione delle imprese, la grande distribuzione è cresciuta dell´1,3% nella media del 2005, mentre le vendite delle imprese operanti su piccole superfici calano dello 0,3%. Tra i tipi di punti vendita spicca il calo del settore alimentare all´interno degli ipermercati (-0,2%), mentre vanno segnalati i progressi dei grandi magazzini (+2,6%) e degli altri negozi specializzati (+4,2%). Le aree geografiche: nel 2005 sono cresciute le vendite soprattutto nel Nord Ovest (+1,4%) e al Centro (+0,6%), mentre al Sud il totale delle vendite lo scorso anno ha messo la retromarcia, scendendo di quasi un punto percentuale (-0,9%). I commenti dei commercianti sono diversi: votati ad un cauto ottimismo quelli del centro studi di Confcommercio («ci sono alcuni segnali di risveglio dei consumi anche se è prematuro parlare di ripresa») mentre per il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, «i dati sono ancora molto negativi, non c´è alcuna inversione di tendenza». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Intervista a Les Echos La nostra priorità: risanare le finanze pubbliche italiane di Pierre de Gasquet, Perché nel vostro programma c’e’ la promessa emblematica di ridurre del 5% il costo del lavoro? Non è emblematica, è necessaria. In Italia ci sono tre grandi problemi che bisogna affrontare: un debito pubblico altissimo che oscilla tra 108% e il 110% del PIL, un lungo periodo di stagnazione con indicatori di crescita e produttività dal segno negativo, e infine una bilancia commerciale in grave difficoltà. Una politica economica seria deve quindi innanzitutto dare un segnale di respiro alle aziende. La diminuzione dell’ imposta sull’ora lavorata, che in Italia raggiunge un livello fra i più elevati in Europa è sicuramente un segnale in questa direzione. Avete promesso delle riforme radicali per contrastare il declino, ma il vostro programma non è molto preciso sulla riforma fiscale destinata a migliorare la ridistribuzione del reddito. Faremo riforme radicali non solamente in campo fiscale. Nel nostro programma viene considerata tutta una serie di misure destinate ad alleggerire l’economia italiana dal peso delle lobby tradizionali, tanto nelle professioni che nel settore terziario. Riguardo alla ridistribuzione del reddito abbiamo avanzato delle proposte molto precise volte a sostenere i redditi minimi. Inoltre vi è in programma una lotta severa all’ evasione fiscale, il che è di primissima importanza per un paese come l’Italia. Tra l’altro, quando è lo stesso Presidente del Consiglio a vantarsi del fatto che il 40% dell’economia italiana è “in nero”, vuol dire che ci troviamo davanti a un problema molto serio. La lotta al sommerso è inoltre il modo migliore per aumentare il gettito fiscale, e se un governo è serio nella lotta all’evasione, la gente se ne rende conto immediatamente. Per esempio, le prime iniziative del governo Berlusconi di moltiplicare i condoni in tutti i campi, furono un chiarissimo segnale di scarsa severità. La tassazione dei redditi finanziari potrà essere un altro modo di aumentare il gettito fiscale? Certamente, ma non ne costituirà la parte sostanziale. Innanzitutto perché pensiamo di esentare dalla tassazione i redditi finanziari di livello modesto. Inoltre in questo momento c’è una grossa sfiducia nei confronti del governo italiano nel modo finanziario, dove è sempre presente la tendenza a esportare i capitali all’estero. Voglio dunque fissare dei paletti che evitino di mettere in moto dei meccanismi perversi di sfiducia. Tuttavia siamo decisi a tassare le plusvalenze sui titoli azionari. Quanto accaduto l’estate scorsa, quando degli speculatori hanno intascato 1, 2 miliardi di euro di plusvalenze nel quadro delle OPA bancarie senza pagare nemmeno un euro di tasse, è un abuso che non deve essere permesso. Il rischio del declassamento del debito italiano brandito da Standard & Poor’s vi sembra possa venire evitato prima della fine dell’anno? Se vinciamo le elezioni il nostro impegno fondamentale è di dare un forte segnale di risanamento delle finanze pubbliche. Il nostro obiettivo è di ritornare progressivamente a un deficit soddisfacente, e nell’arco di cinque anni, di fare addirittura meglio di quanto previsto dai criteri di Maastricht. Bisogna trasmettere chiaramente che il nostro obiettivo è la riduzione del debito pubblico, dato che un eventuale aumento dei tassi d’interesse sul mercato mondiale rappresenta un grave rischio per l’economia italiana. Standard & Poor’s ha espresso il suo giudizio sulla base di quello che ha fatto il governo Berlusconi. Spero, ma ne sono anche certo, che potrebbero cambiare opinione se al governo dovesse ritornare qualcuno con un’esperienza di risanamento delle finanze pubbliche. Io ho dimostrato di poterlo fare, sia durante il mio primo governo, sia alla Commissione Europea. Fra le promesse compare anche il ripristino della tassa di successione. E’ una misura simbolica? Su questo punto bisogna fare una riflessione. I grandi patrimoni hanno sempre avuto l’abitudine di evitare l’imposta sulla successione attraverso il ricorso a società di copertura o vari artifici e hanno approfittato dell’abolizione delle tasse sulle donazioni. Bisogna inoltre ricordare che è stato l’ultimo governo di centro-sinistra a compiere l’abbassamento sostanziale della tassa di successione, portandola dal 10% al 4% per i figli in linea diretta. Fu il mio governo a portarla dal 32% al 10%, e al 6% e 7% per i discendenti indiretti e gli affilati. Tutto il baccano fatto dal governo Berlusconi per l’abolizione della tassa di successione è dunque totalmente ingiustificato. Il governo Berlusconi si vanta di aver creato 1, 5 milioni di posti di lavoro in quattro anni e mezzo, i sindacati dicono invece che 177.000 posti sono stati andati perduti in due anni. Chi dice la verità? I dati Istat ci mostrano che l’anno scorso sono andati perduti 200.000 posti di lavoro tra i giovani. L’occupazione è aumentata solamente nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 55 anni , ma cio’ è dovuto esclusivamente grazie alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. E qualche pensionato ha continuato a lavorare. Non c’e’ stata nessuna creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre è molto diminuito il lavoro autonomo. È un paradosso, perché questo governo avrebbe dovuto favorire l’auto-creazione di posti di lavoro e invece oggi i giovani non si mettono più in proprio, come invece accadeva cinque o dieci anni fa. Come si fa a ridare fiducia agli investitori internazionali dopo i recenti scandali finanziari? Si possono prendere due misure preliminari molto semplici. Innanzitutto bisogna delineare un nuovo quadro regolamentare, cosa in parte fatto con la nuova legge sul risparmio. Inoltre bisogna ridare autonomia alle autorità di controllo, la cui credibilità è stata fortemente ridotta dalle nomine politiche di persone non all’altezza. Riguardo al governatore della Banca d’Italia, se non avesse goduto di un mandato a vita e dell’assenza di collegialità nel suo processo di decisioni, queste cose non sarebbero successe: si è trattato della conseguenza di regole inadatte. Bisogna ridare fiducia con le persone e con le regole. La nomina di Mario Draghi alla Banca d’Italia, alla quale abbiamo partecipato, è un primo passo in questa direzione. Lei viene ancora bollato qualche volta come un “vecchio democristiano”. Come si definirebbe lei oggi? Da quando il muro di Berlino è caduto, ci siamo resi conto che era nato un nuovo contesto politico. Oggi io sono colui che vuole riunire i riformisti italiani: i cattolici (gli ex democristiani), i socialisti del vecchio partito comunista (oggi i Ds) e del vecchio partito socialista e la corrente laica dei repubblicani e i radicali. L’Italia è stata troppo a lungo divisa in modo drammatico tra cattolici e laici. Presentarsi con una lista unica e dei gruppi parlamentari unici alla Camera e al Senato è quindi gun passo enorme in avanti verso un partito democratico unito, che chiameremo il Partito dei Democratici. Per quando s’immagina un rilancio della Costituzione Europea? Non vedo nessuna seria possibilità prima delle elezioni presidenziali francesi. Il no francese è stato dettato da un malessere economico e sociale, in misura forse quasi maggiore che rispetto al contenuto stesso della Costituzione. Fintantocée non avremo fatto comprendere che è l’Europa che può ridurre questi malesseri, la Costituzione non potrà venir approvata dall’opinione pubblica. www.romanoprodi.it

Borrell contro il negazionista alleato di Berlusconi di red «Sono indignato per lo scetticismo dimostrato da un membro del Parlamento europeo, Luca Romagnoli, sull'esistenza delle camere a gas durante la seconda guerra mondiale». Josep Borrell, presidente del Parlamento europeo, non nasconde la sua profonda irritazione per le dichiarazioni revisioniste del neofascista Luca Romagnoli, alleato di Berlusconi alle prossime elezioni politiche con la sua formazione Fiamma Tricolore In un’intervista televisiva, il deputato neofascista ha detto: «Se le camere a gas sono mai esistite? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o per negare». «Tali dichiarazioni, - ha detto il presidente del Parlamento europeo - mettendo in dubbio la veridicità storica dell'esistenza delle camere a gas, sono assolutamente inaccettabili. Non si può mettere impunemente in dubbio l'Olocausto. Affermando di non sapere che le camere a gas siano servite per uccidere esseri umani, - ha concluso Borrell - egli insulta la memoria dei sopravvissuti, dei testimoni e i parenti delle vittime dell'epurazione etnica nazista». Borrell, nel silenzio assoluto degli esponenti del centrodestra, da Berlusconi a Casini, è l’unica voce istituzionale che si leva contro le ignobili parole del Romagnoli. Che giovedì pomeriggio, nel tentativo un po’ troppo tardivo di correggere le sue dichiarazioni, non ha trovato di meglio che ribadirle. «Sono stato travisato e frainteso» si infiamma adesso e punta i piedi l’europarlamentare. Ma nel tentativo di mettere i puntini sulle i, anche se pare impossibile, aggrava ulteriormente quanto detto. «Io non ho offeso nessuno» premette e poi rilancia: «Non faccio lo storico, faccio politica. Sulla tragedia del popolo ebraico non ho mai inteso manifestare dei dubbi, ma di camere a gas non mi sono mai occupato, non mi sento né di negarle né di affermarle. La storia è una scienza e ogni scienza può aggiornarsi e acquisire nuove documentazioni, revisionare». E di Mussolini, delle leggi razziali emanate dal governo fascista nel '38 che ne pensa? Lo incalzano i giornalisti: : «Furono un errore – risponde serafico Romagnoli - però dettato dalla contingenza storica». Insomma, possono essere giustificate? «No, non le giustifico ma cerco di dare un'interpretazione». Proprio in mattinata il presidente della Repubblica Ciampi, all'inaugurazione del museo ebraico nella Sinagoga di Roma, rispondendo (anche se non esplicitamente) alle dichiazioni di Romagnoli, aveva ammonito: «Così come nessun uomo della mia generazione può dimenticare la tremenda giornata del rastrellamento degli ebrei di Roma, nessuno può dimenticare la shoah». www.unita.it

I frames di queste elezioni Rosanna De Rosa, Osservatorio Queste elezioni sono sicuramente le più atipiche elezioni italiane che a memoria d’uomo si possano ricordare. Primo: a destra come a sinistra si fa fatica ad imporre un tema (e condizionare) l’agenda dei media. Berlusconi ha disperatamente cercato di creare un effetto di priming cercando di suggerire al corpo elettorale il criterio decisionale di scelta. Ci ha provato con l’equazione Unipol: loro sono uguali a noi, anzi peggio! ma ha sbagliato i tempi ed i modi perchè pensava che più media e più amici lo avrebbero seguito; poi ha cercato di innescare un effetto cosiddetto di winnowing: noi siamo i vincenti, lo dicono i sondaggi, inutile votare loro. Ma propri quando si apprestava a cavalcare l’onda mediatica di ritorno, Calderoli gli ha sottratto la scena. Un capolavoro, non c’è che dire. Prodi da parte sua ha preso ad esibire un alquanto divertente machismo politico in stile FarWest: Vi sfido tutti e tre (Casini, Fini e Berlusca) e nell’arena più scivolosa (quella di Fede); e se lui vi da cento io vi dò trecento. Ma come si può vedere da TV e Stampa, il Carderolone della lega continua ad erodere visibilità, a sinistra come a destra. Secondo: L’agenda dei media ha imposto il tema dell’islamismo all’agenda della politica…e, nemmeno fosse l’Italia al pari degli Stati Uniti, la politica internazionale dei partiti in lizza (in loro atteggiamento verso l’Islam, e la loro capacità di ricomporre il conflitto che si è aperto) diventerà il criterio scelta. Non è un caso che Prodi come Berlusconi hanno tirato fuori dal cappello le migliori doti di diplomazia da sfoderare con la Libia. Terzo: Berlusconi è indagato per corruzione. Questo fatto da solo potrebbe determinare qualche nuova comparsata, da parte di Fini ad esempio. Con un nuovo cambio di rotta nella percezione politica degli elettori. Quarto: come scrissi qualche tempo fa, la logica della personalizzazione non sarà automaticamente cancellata dal ritorno al proporzionale. I mutamenti avvenuti nell’organizzazione di partito come nelle strategie di comunicazione sono troppo profondi per essere cancellati con un colpo di spugna. I partiti torneranno certo, ma non saprei dire bene quando e nemmeno come. Con buona probabilità, ci proverà per primo Pera con il suo partito di Teocons, dove immagino ha già pronto un posto di spicco per la signora Alberoni ed uno per Ferrara. Quinto: come “Inopera” descrive con tanta efficacia narrativa (vedi commento a lato), la lotta è per conquistare gli indecisi diluendo le piattaforme elettorali: si tratta della logica del PartitoPigliatutto o di una risposta ad una più profonda richiesta di pacificazione del corpo elettorale dopo cinque anni di vita al cardiopalma? Una volta una persona - molto simile per aspetto e carattere a Berlusca - mi rivelò che trovava il senso della sua vita solo coinvolgendo tutto il suo mondo (dai familiari ai colleghi di lavoro) in una sorta di vortice umorale. Di quel ciclone, lui era il centro, la forza centripeda, e tutto il resto leggere pagliuzze di fieno. Forse dovremmo prendere atto di questo bisogno di uscire dal vortice e trasformare questa richiesta di libertà in un messaggio. Sesto: ad osservare dall’alto il mondo, sembrerebbe questo attraversato dagli stessi cleaveages (fratture) che a livello degli stati nazionali sembravano ormai essersi ricucite da tempo: fratture centro/periferie, nord/sud, economie industriali/economie agricole, frattura stato/chiesa, secolarizzazione/integralismo…A questo livello di osservazione ogni promessa e premessa perde senso se non si apre un serio e profondo dibattito sul sistema-mondo ed i processi di globalizzazione che lo stanno attraversando. www.politicaonline.it

Cecenia : ricordo della deportazione e delle persecuzioni di Rico Guillermo Si celebra oggi il ricordo della deportazione del popolo ceceno ad opera di Stalin, un'occasione per ricordare le costanti persecuzioni di cui questo fiero Stato dell'ex Unione Sovietica e ora della Russia e' stato fatto oggetto da quattro secoli. Il 23 febbraio 1944 Stalin inizio' la deportazione dell'intera popolazione della Cecenia in Asia Centrale; forse 100.000 persone morirono di stenti nei vagoni bestiame. La regione - che vorrebbe l'indipendenza - e' appetibile perche' sede di oleodotti e gasdotti, importanti anche per le economie occidentali. Gia' oggetto di tentativi di domarla da parte degli zar e poi del regime comunista, la Cecenia e' oggi oggetto di occupazione da parte del governo di Vladimir Putin. Alla caduta dell'Unione Sovietica, nel 1991, Dzhokhar Dudayev, eletto presidente della Cecenia, dichiaro' l'indipendenza, ma tre anni dopo Mosca invio' l'esercito a reprimere il movimento indipendentista e due anni dopo fu firmato il cessate il fuoco. Nel 1997 alcune bombe esplosero a Mosca e il Cremlino accuso' i Ceceni, inviando di nuovo l'esercito. Aslan Maskhadov, leader indipendentista e non-violento eletto presidente, fu costretto all'esilio (a Londra). Il referendum del marzo 2003 voluto da Putin porto' ad una nuova costituzione che concedeva una certa autonomia alla repubblica caucasica ma mantenendola dentro la federazione russa. Venne eletto presidente Akhmad Kadyrov, con il placet di Mosca, ma l'anno dopo questi moriva in un attentato, a Grozny. L'esplosione di due Tupolev russi riporta alle accuse ai ceceni e dopo pochi mesi un commando ceceno assale una scuola a Beslan, cui segue una strage. L'attuale presidente - Alu Alkhanov, eletto con uno scrutinio considerato una farsa elettorale - e' un uomo di Putin, mentre il temuto leader moderato Aslan Mashkadov e' stato ucciso in patria dall'esercito russo. Dal governo 'ombra' indipendentista ceceno sono invece stati estromessi tutti i ministri non fondamentalisti, disponibili ad aprire negoziati con i Russi. Dal 1994 le truppe d’occupazione russe hanno forse ucciso 100.000 civili (un decimo della popolazione complessiva) e costretto altri 300.000 Ceceni ad abbandonare le proprie case. Migliaia sono i Ceceni rapiti e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. La capitale, Grozny, e' un cumulo di macerie. Queste informazioni filtrano attraverso una cortina che si fa sempre piu' impenetrabile. Il Cremlino censura l'informazione giornalistica e vieta alla Croce Rossa e alle organizzazioni umanitarie di entrare in Cecenia. Mentre il parlmento europeo si era espresso con tono di condanna per le richiarazioni di Silvio Berlusconi (allora presidente pro tempore della UE) che minimizzavano la questione cecena in ossequio all'amicizia con Putin, importanti esponenti dell'Unione Europea ritengono che sarebbe risolutivo se il governo della Cecenia fosse affidato ai Ceceni, mentre il Consiglio d'Europa si e' pronunciato con preoccupazione - il 25 gennaio 2006 - sull'attuale situazione del Paese ed ha promesso sostegno agli abitanti. Rudolf Bindig, parlamentare tedesco relatore dell'Assemblea del Consiglio sulle violazioni di diritti dell'uomo nella Repubblica di Cecenia, ha visitato il Paese caucasico varie volte ed ha scritto un rapporto in cui afferma che nella repubblica russa continuano le violazioni di diritti dell'uomo su vasta scala in un clima di impunita'. Il rapporto 2004 del Consiglio d'Europa descriveva la situazione nella repubblica caucasica come "catastrofica". Fra le iniziative per ricordare la sofferenza dei Ceceni e la deportazione di 64 anni fa, l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta terra' oggi un sit-in dalle ore 18, a Torino, sotto i portici di Piazza CLN. I Radicali sono da tempo impegnati a livello politico su questa tematica e sostengono il Piano di pace proposto dal precedente governo ceceno, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria in Cecenia delle Nazioni Unite, sulla base del disarmo dei ceceni e del ritiro di tutte le forze militari russe (soluzione già attuata in Kosovo). 40.000 cittadini ceceni, russi, di tutta Europa (fra cui parlamentari nazionali ed europei, accademici, giornalisti) hanno firmato un Appello a sostegno del Piano di pace. www.osservatoriosullalegalita.org

Informazione-merce anche Francia - La pubblicazione, a metà gennaio, del rapporto della commissione Lancelot sulla concentrazione dei media in Francia ha avuto come primo impatto forti rialzi del corso delle azioni dei grandi gruppi del settore. Dal momento che il rapporto conclude che lo stato attuale della concentrazione dei media non costituisce una minaccia per il pluralismo, questi stessi media non potevano che sentirsi rassicurati dalle conclusioni della commissione, la quale d'altra parte ritiene che i media siano regolati dalle disposizioni del diritto comune relative alla concentrazione di capitale. L'informazione è dunque prima di tutto una merce con risvolti importanti per i pochi operatori che si dividono «il tempo di cervello umano disponibile», tanto per citare il Pdg (presidente direttore generale, ndt) di Tf1 (TeleFrance 1). Tutt'al più la commissione suggerisce qualche disposizione ( di legge, ndt ) particolare specifica per i media. Inoltre si sottolinea «che una struttura di mercato fortemente deconcentrata non garantisce necessariamente il pluralismo dei contenuti». Dal momento che la ricerca sfrenata dell' audience può portare a una uniformità dei contenuti per adeguarsi all'aspettativa maggioritaria del pubblico dei lettori, e si aggiunge perfino che «in questo campo, la più intensa concorrenza non è in contraddizione con una grande omogeneità dei contenuti». Per garantire un pluralismo dei contenuti, i redattori rinviano alla «regolamentazione diretta», in particolare, per quanto riguarda l'audiovisivo, all'intervento del Csa (Consiglio Superiore dell'Audiovisivo). Per quanto riguarda la stampa invece, gli aiuti diretti e indiretti dello stato all'informazione scritta (1,15 miliardi di euro nel 2004) costituirebbero una garanzia supplementare di pluralismo, ma quali sono i criteri secondo i quali sono dati alcuni di questi aiuti? «L'autonomia» della redazione e dei giornalisti sarebbe garantita dalle disposizioni della legge del 29 marzo 1935, che istituisce la «clausola di cessione» e la «clausola di coscienza», le quali permettono a questi ultimi di «conservare, all'interno della determinazione della linea editoriale, una relativa distanza in rapporto ai proprietari, e quindi di limitare i rischi di arrecare danno al pluralismo della redazione in caso di concentrazione capitalistica». Sembra tuttavia poco probabile che la linea editoriale di una testata vada contro gli interessi del gruppo proprietario e dei pubblicitari che contribuiscono con la maggior parte della cifra d'affari. Esiste di fatto nelle redazioni una sorta di autocensura che porta ad ignorare alcuni argomenti, a martellare su altri, e talvolta addirittura a «truccare» l'informazione in modo da presentarla sotto un aspetto più accettabile. Si tratta di numerose pratiche che gettano il discredito su una stampa deferente ormai in crisi e di una informazione diventata un semplice prodotto adeguato alle regole del marketing e all'andamento del mercato. La commissione, che non vede nella situazione attuale una minaccia al pluralismo, propone comunque una serie di misure fondate essenzialmente sull'audience piuttosto che sul capitale. Per l'audiovisivo la soglia di audience massima è fissata al 37,5%, lasciando di fatto un bel margine di progressione a Tf1 che si aggira attualmente intorno al 30%. Tanto più che questa soglia riguarderebbe solo la crescita esterna, la crescita e lo sviluppo interno permetterebbero quindi di superare questa soglia! Per l'informazione scritta, si raccomanda il mantenimento delle regole attuali, vale a dire una soglia massima di 30% della diffusione totale, incluse le pubblicazioni gratuite. Peraltro avendo i grandi imperi mediatici una strategia in più settori mediatici, si propone di seguire la regola dei 3terzi/2terzi/1terzo. Vale a dire che un gruppo presente contemporaneamente nella televisione, la stampa e la radio e che per esempio avesse raggiunto la soglia del 37,5% per quanto riguarda la televisione, non potrebbe superare i 2/3 del 30% per l'informazione scritta e 1/3 della soglia fissata per la radio (150 milioni di uditori potenziali!). La Commissione dunque, conservando le disposizioni di diritto comune in materia di concentrazione, ha operato la scelta deliberata di considerare l'informazione come una merce. Gli azionisti dei grandi imperi mediatici possono dichiararsi soddisfatti, d'altra parte la borsa ha salutato la pubblicazione di questo rapporto con importanti rialzi dei loro titoli. Ai cittadini che cercano informazione non resta altro che rivolgersi verso i numerosi media indipendenti di qualità presenti su internet, i quali portano avanti un'altra pratica del giornalismo e dell'informazione. Naturalmente questa questione non viene evocata nel rapporto. di Cyril Capdevielle da Réseau Voltaire traduzione per Megachip di Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica

La Bosnia al Parlamento europeo 23.02.2006 Il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza il 16 febbraio scorso una risoluzione sulla Bosnia Erzegovina. Il percorso verso l'Europa, la necessità delle riforme e della collaborazione con l’Aja, il sostegno alla Commissione verità e giustizia. L’intervento di Doris Pack Da Bruxelles, scrivono Rosita Zilli e Marco Furfaro Strasburgo, la cattedrale La strada per l'Europa passa per le riforme "L'agenda di Salonicco definisce una chiara prospettiva di integrazione europea e afferma in modo inequivocabile che il futuro dei Balcani occidentali è nell'Unione europea". Nell'ultima sessione del Parlamento europeo, l'aula di Strasburgo ha approvato una risoluzione sulle prospettive della Bosnia Erzegovina nella quale si ribadisce a chiare lettere che non vi è altra strada se non quella che porta il Paese balcanico verso l'Europa. Una strada però non percorribile nel caso non venissero predisposte adeguate e profonde riforme istituzionali, senza le quali, raccomanda il Parlamento, non vi sono garanzie per la prospettiva europea del Paese. Infatti, l'aula di Strasburgo ritiene che con l'attuale assetto istituzionale la BiH non potrà raggiungere la necessaria incorporazione dell'acquis dell'Unione europea e l'integrazione nell'UE. Si chiede quindi alle autorità ed alle tre maggiori comunità del paese - bosniaci, serbi e croati - di perseguire la strada delle riforme istituzionali. Con un unico obiettivo: "l'inclusione dei valori della democrazia, dei diritti dell'uomo e dell'uguaglianza tra i cittadini di Bosnia Erzegovina al fine di semplificare le strutture statali e consolidare l'autorità dello Stato, superando le divisioni etniche in uno spirito di autodeterminazione locale". Con la disposizione legislativa, il Parlamento sottolinea alle autorità e alle istituzioni competenti l'importanza di onorare gli impegni presi per dare esecuzione e completare le riforme dei media pubblici, della polizia, della difesa e della sicurezza, adottando tutte le leggi necessarie. Ma non solo. Viene messa in evidenza la necessità di un piano d'azione globale per la riforma della pubblica amministrazione in grado di potenziare la capacità di attuazione delle riforme e un piano per la lotta alla corruzione. Il governo, inoltre, dovrebbe prestare maggiore attenzione ai fabbisogni speciali delle zone rurali e lavorare con la Commissione per attuare una riforma a favore di un'efficace politica di sviluppo agricolo e rurale. Secondo Doris Pack (Ppe), deputata tedesca nonché Presidente della delegazione per i rapporti con l'Europa sud-orientale, non si tratta di partire da zero. Individuate le difficoltà incontrate nel processo di riforma, la deputata ha sottolineato i progressi raggiunti dal Paese negli ultimi anni. Come spiega la Pack, "ora ci sono un [unico, ndc] ministero dell'Interno e della Difesa. La riforma della polizia è in corso di applicazione e dall'inizio dell'anno è in vigore una singola aliquota Iva. Il tasso di criminalità è tra i più bassi d'Europa, mentre l'efficacia della polizia è superiore a quella di molti Stati membri". Nella strada che porta all'Europa sarà poi di importanza cruciale la piena cooperazione con il Tribunale penale per l'ex Iugoslavia. Una cooperazione, questa, ritenuta "condizione preliminare per instaurare relazioni più strette con l'Unione europea ed elemento fondamentale per la completa riconciliazione tra tutte le diverse componenti della società bosniaca al fine di lenire le ferite del recente tragico passato". La risoluzione si sofferma anche sulle future elezioni parlamentari bosniache, previste per ottobre 2006. Il Parlamento le considera "cruciali per il futuro della Bosnia Erzegovina e il suo cammino verso l'integrazione europea". Perciò rivolge un appello a tutti i leader politici, partiti e autorità affinché si adoperino per "preparare e adottare le riforme e le misure necessarie per garantire elezioni eque, libere e democratiche". Infine, sempre in tema di riforme, da segnalare il forte invito a Consiglio e Commissione ad impegnarsi in misure maggiore nella riflessione comune sulle riforme istituzionali, sostenendo le forze politiche del Paese e i cittadini nella ricerca di un consenso condiviso. Appello ribadito dalla Pack stessa. "Anche la Commissione - ha spiegato - deve contribuire allo sviluppo della Bosnia-Erzegovina. Creare un'area di libero scambio (come Bruxelles ha proposto a gennaio, nda) non basta, se il Paese non produce nulla da commerciare". Il perseguimento di una possibile integrazione Nonostante gli enormi progressi compiuti in molti campi, il Parlamento fotografa un Paese profondamente diviso da demarcazioni etniche. Perciò, le riforme non servono se non accompagnate da un processo graduale che porti al superamento delle divisioni etniche che persistono nella regione. Per questo, si ritiene che i colloqui avviati al fine di modificare la Costituzione e che dovrebbero concludersi entro il prossimo marzo, debbano condurre a un modello costituzionale e istituzionale che «superi le divisioni etniche e riconosca i diritti individuali piuttosto che i diritti collettivi». L'aula di Strasburgo pone poi l'accento sul rimpatrio dei profughi e dei rifugiati: si chiede alle autorità governative di attuare nuove e sostenute iniziative volte a completare il processo di rimpatrio ed a creare le condizioni che rendano «sostenibile» questo ritorno in termini di sicurezza delle persone, accesso agli aiuti di ricostruzione, occupazione, cure sanitarie, pensioni, servizi ed educazione. In ragione di ciò, il Parlamento accoglie positivamente l'accordo recentemente firmato tra Croazia, Bosnia Erzegovina e Serbia-Montenegro sul ritorno dei rifugiati e sulle riparazioni per i danni alle proprietà, considerandolo una tappa importante per la soluzione del problema di circa tre milioni di rifugiati e sfollati interni. Allo stesso tempo, ricorda l'urgenza della creazione di sistemi educativi moderni ("non segregazionisti") e della promozione di misure di inclusione economica e sociale per i profughi ritornati in Bosnia Erzegovina. Infine, la risoluzione ribadisce la necessità di superare il recente passato e di affrontare i problemi della giustizia e dell'indennizzo, al fine di giungere alla riconciliazione delle componenti della società bosniaca. Uno scopo da raggiungere attraverso la Commissione per la verità e la riconciliazione, la cui istituzione è sostenuta con viva forza dal Parlamento europeo. La risoluzione si chiude con un'esortazione. Un ultimo appello rivolto agli Stati membri dell'Unione e alla Commissione Barroso. Il Parlamento invita a non ridurre ulteriormente i contributi ai progetti di ricostruzione delle abitazioni e di sviluppo economico sostenibile ma, semmai, a "subordinare i doni, i prestiti e gli investimenti all'offerta di posti di lavoro a chi ritorni". www.osservatoriobalcani.org/

Giappone: la ripresa dopo dieci anni di recessione La fase di recessione che ha interessato il Giappone dalla fine degli anni ’80 sembra ormai superata. La ripresa ha suscitato grande entusiasmo nel paese, visto che i consumi tornano a crescere, ma anche all’estero, dove l’esperienza giapponese da una speranza di miglioramento a tante economie occidentali appannate. Mariadomenica Alagna Equilibri.net Il dato caratteristico della ripresa giapponese è rappresentato dal fatto che il governo Koizumi ha attuato una vasta serie di riforme settoriali e, così facendo, ha dato impulso all’iniziativa privata che è il vero motore di questo recupero. In realtà, i programmi governativi specifici sono stati tanti, ma tutti insufficienti a permettere, da soli, la ripresa; ciò nonostante, non può passare inosservato che essi hanno creato talune condizioni complementari favorevoli al superamento della recessione. A tratti, negli ultimi anni si erano registrati segnali di ripresa, ma nessuno testimoniava un recupero effettivo; retrospettivamente è evidente che si trattava dei prodromi della ripresa vera e propria, registrati a partire dal 2002. Inizialmente le riforme sono state disordinate e poco razionali, ma nel seguito si sono accumulati tanti piccoli cambiamenti, alcuni nella regolamentazione finanziaria o nella legislazione societaria, altri nel mercato di capitali e altri ancora nell’opinione pubblica, tali da imprimere un nuovo corso all’intera società giapponese. La classe politica ha cambiato gli obiettivi e, soprattutto, i metodi tradizionali, tanto da poter dire che i vecchi politici hanno dato vita a una nuova politica. Misure governative Il governo Koizumi ha elaborato una triade di provvedimenti consistenti in privatizzazione di servizi statali programmi di revitalizzazione urbana creazione di Zone Speciali per riforme strutturali Come già altri paesi in passato, il Giappone ha messo mano alla privatizzazione di alcuni servizi statali al chiaro scopo di irrobustire le sue entrate: tali progetti riguardano la privatizzazione del servizio postale giapponese e della società autostradale. La privatizzazione del servizio postale, che avrà inizio ad ottobre 2007 e sarà ultimata entro il 2017, comporterà benefici di due ordini. Intanto, frutterà allo Stato 340 miliardi di yen, ma, soprattutto, lo disimpegnerà dalla retribuzione di 260.000 dipendenti, ovvero il 30% circa degli impiegati pubblici giapponesi. A privatizzazione avviata, la natura del loro rapporto di lavoro evidentemente muterà ed essi saranno assimilati ai dipendenti di una qualsiasi altra società privata. Tale riforma è parimenti un’operazione d’immagine, infatti la banca dei risparmi postali è stata responsabile di una errata allocazione dei fondi che gestiva, taluni destinati a corrompere i politici. La banca, che possedeva depositi privati (30% del totale) e polizze assicurative (40% del totale) per un valore di 330 miliardi di yen, ha sviato i depositi e le assicurazioni dalle rete bancaria privata ed ha alterato l’autonomo funzionamento del meccanismo dei prezzi. Da qui l’avvertita esigenza di riorganizzare il servizio postale in quattro settori che saranno controllati da una società finanziaria: vi saranno una compagnia che gestirà la consegna della posta, una banca di investimenti postali, una compagnia assicurativa e una compagnia di informazione. Le principali innovazioni introdotte dalla privatizzazione consistono nel fatto che ciascun settore avrà un proprio conto profitti e perdite; nel fatto che sono stati aboliti i sussidi ai depositi postali e, infine, la banca e la compagnia assicurativa sono state responsabilizzate rispetto ai rischi da assumere e alle aspettative di loro rendimento. Anche per la società autostradale è previsto un piano di privatizzazione, essa è già stata smembrata in sei compagnie a partire dal 1 ottobre 2005, ma al momento è ancora pubblica. Il principale obiettivo di questo progetto è ottenere la restituzione del suo debito, pari a 40 miliardi di yen, attraverso una più oculata gestione dei suoi compiti fondamentali. Nel 2002 è stato adottato lo Special Measure Act for Urban Renaissance, con il quale si è inteso favorire la costruzione di nuove aree urbane, principalmente residenziali, per un totale di 6.400 in tutto il Giappone. Spesso si è trattato di recupero di edifici pubblici dimessi, ma tante sono state anche le nuove costruzioni L’obiettivo è restituire vitalità e, contemporaneamente, calmierare il mercato immobiliare che ha vissuto, prima, una fase di forti speculazioni e, più tardi, un grave crollo legato alla bolla immobiliare che si è manifestato attraverso la caduta del valore delle proprietà immobiliari e attraverso l’aumento delle iscrizioni di ipoteche sugli immobili a garanzia dei prestiti bancari. Nel solo 2005, l’attivo del settore immobiliare privato è cresciuto del 120% rispetto al 2004, per un ammontare di circa 2.2 miliardi di yen. Il governo, sempre nel 2002, ha elaborato un’ulteriore misura definita “sistema di Zone Speciali per riforme strutturali”; il suo fine è di funzionare da stimolo all’economia attraverso riforme promosse dagli enti locali sulla base delle specificità delle aree per cui venivano stilate. Il favore per la deregulation locale, che spazia dall’ambito dell’economia a quello dell’educazione, dall’industria al welfare, ha contribuito allo sviluppo delle iniziative private. Ciò ha portato al ravvivamento delle economie locali che hanno beneficiato dell’accumulazione di capitali e dell’utilizzo di nuove tecnologie. Peraltro, se quelle riforme avessero ottenuto risultati positivi a livello locale, sarebbero state trasfuse nella legislazione nazionale. A dicembre 2005, figuravano 709 zone speciali, di cui 211, avendo già conseguito brillanti risultati locali, hanno perso lo status di zona speciale e la disciplina da esse messa in atto è stata assorbita nella legislazione giapponese. Anche la società giapponese cambia La tradizionale omogeneità sociale giapponese è ormai un dato del passato: attualmente l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) pone il Giappone al quinto posto nella scala dei paesi a più marcata disparità sociale. Il fenomeno è da riconnettersi alla crisi economica attraversata e al sistema scelto per arginare la disoccupazione, uno degli elementi cruciali della crisi giapponese: il risultato si riflette nella modifica della composizione sociale del paese. Non esiste più un’estesa classe media perché la diminuzione del reddito medio pro-capite ha fatto emergere due nuovi ceti sociali, ovvero una percentuale di persone, in continuo aumento, che vive con circa un milione di yen all’anno e un gruppo minoritario le cui disponibilità economiche sono altissime, pari a circa 100 milioni di yen; il reddito della classe media si aggira, invece, intorno ai 3-4 milioni di yen all’anno. Va tuttavia considerato il fatto che il costo della vita in Giappone è particolarmente elevato. In seguito allo scoppio della bolla inflazionistica e al dilagare della recessione, nel paese il tasso annuo di suicidi è aumentato del 50% rispetto ai dati statistici relativi agli anni ’90: solo nel 2003 si sono contati 34.500 casi di suicidio. Anche la criminalità è aumentata, sebbene resti un fenomeno irrisorio se confrontato con la criminalità europea o quella americana. Dinanzi a tali e tanti cambiamenti, una società tradizionalista e strutturata come quella giapponese ha posto in essere dei correttivi per ovviare a questo stato di cose. Le novità maggiori investono però il mercato del lavoro: per venire incontro alle esigenze di un’economia in ripresa, si sono abbandonati alcuni principi cardine, come il cosiddetto “lifetime employment”, a vantaggio di una maggiore flessibilità e di una minore retribuzione. Il Giappone è sempre stato ipergarantista verso i lavoratori: fino a poco tempo fa non esisteva che il lavoro a tempo indeterminato e ai lavoratori venivano corrisposti generosi emolumenti e benefits di varia natura, che crescevano in base all’età del lavoratore e all’anzianità di lavoro. Dal 2003, invece, è in vigore una legge che da spazio al lavoro temporaneo (ne sono esclusi solo alcuni settori come la sanità e l’edilizia), vengono fatte assunzioni per un minimo di tre anni, cosa che presenta notevoli vantaggi economici per le imprese. Infatti, se nel 1998 i salari da corrispondere equivalevano al 73% dei guadagni dell’azienda, nel 2004 si era rilevata una sensibile diminuzione, in quell’anno i salari ne hanno assorbito soltanto il 64%: l’impresa, dunque, non solo ricava utili maggiori, ma può eventualmente far fronte al pagamento dei debiti da essa contratti. In Giappone, inoltre, da lungo tempo non si procedeva al turn over dei lavoratori; questa è stata una delle cause dell’elevato tasso di disoccupazione, finalmente sceso nel 2005 al 4.3%. Le compagnie preferivano mantenere i vecchi impiegati, chiedendo loro di rinunciare ai bonus usualmente corrisposti, piuttosto che assumere giovani e qualificati lavoratori. Per dare impulso all’economia si è tuttavia scelto di assumere lavoratori part-time e a tempo determinato (si è passati dal 18.8% del 1990 al 30% della forza lavoro disponibile, pari a circa 20 milioni di persone, nel 2005): le loro retribuzioni sono piuttosto irrisorie, dato che percepiscono meno della metà di quanto guadagnerebbe un lavoratore regolare all’ora, in cifre gli stipendi più bassi si aggirano tra 600-800 yen all’ora, che è al di sotto del salario minimo fissato per legge, ad esempio, in Inghilterra. La domanda, sinora ridotta ai minimi termini, fatta eccezione per beni primari, ha ripreso ad aumentare, così come si è registrato un forte aumento in beni di lusso. I consumi sono stati effettuati in questi anni riducendo i risparmi, proprio in un paese noto per la sua alta propensione al risparmio specie negli anni ’80; oggi il risparmio si è ridotto di un terzo rispetto ad allora per attestarsi intorno al 5% del reddito disponibile. Conclusioni L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha stimato il tasso di crescita potenziale dell’economia giapponese, fino al 2010, intorno all’1.3% per anno, in base alla crescita produttiva registrata e all’invecchiamento della popolazione. Le potenzialità nipponiche, inoltre, dovranno fare i conti anche con altre nuove economie emergenti presenti nella regione, ma se la Cina, da un lato, è un competitore giapponese, d’altro canto rappresenta un nuovo possibile e, soprattutto, vastissimo mercato. Peraltro le produzioni giapponesi, caratterizzate dall’alta tecnologia e qualità, non sono effettivamente minacciate da quelle cinesi, contraddistinte sì da prezzi bassissimi, ma anche da una qualità molto bassa. Dunque, tra le due economie, può ravvisarsi un rapporto di complementarietà, che se nel campo economico è funzionale alla ripresa di lungo periodo, in ambito politico è invece necessario al Giappone in quanto, da una economia solida, può trarre la libertà di manovra e la sicurezza che gli necessita per conservare il suo ruolo internazionale.

è dura essere martiri in città. "Guardi, è una vergogna. Una vergogna". "Eh già". "Cioè, ma mi chiedo, cosa deve fare una povera signora?" "Cosa deve fare?" "Ha scritto l'articolo, e loro niente. Il libro, e niente. Il secondo libro..." "Il cofanetto..." "Niente-niente-niente. Ma cos'è?" "E' mancanza di rispetto, ecco cos'è". "E poi è razzismo. Un indiano, dico, un indiano, uno che suo nonno ancora s'inginocchiava davanti alle vacche, lui sì. Ma lei no. E poi non dite che ci rispettano, a noi occidentali". "Ah, beh, no", "Se non è mancanza di rispetto questa, cosa?" "Ah, non lo so, guardi". "Che io capisco tutto. Anche la libertà d'espressione. Viva la libertà d'espressione". "Viva!" "Ma la libertà d'espressione senza nessuno che s'incazza e brucia le ambasciate per quel che dici o scrivi o disegni, è una fregatura. Ecco cos'è". "Da volere i soldi indietro". "E dire che è una persona semplice, modesta. Si contenterebbe di poco". "Del tipo?". "Ma non so. Una fatwa. Anche piccola". "Magari un po' di chiasso in strada, cassonetti bruciati e macchine, cose così". "Eh, ci starebbe". "Un attentato?". "Beh, perché no? Fanno degli attentati per cose molto più cretine, dopotutto. Ma il fatto è che sono senza pietà". "Senza pietà". "Neanche un po' di pietà per un'anziana signora molto malata che vorrebbe andarsene col botto". "Come una martire". "Una martire, sì. E sì che loro dovrebbero capirla, questa cosa del martirio. C'è nella loro cultura, o no? Io sapevo che c'era, nella loro cultura. E invece..." "Invece niente". "Niente, niente, niente di niente. E insomma una signora cosa deve fare? Cosa deve fare per farsi notare?" La Fallaci ha spiegato di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".http://leonardo.blogspot.com/


febbraio 23 2006

Berlusconi difende Fiorani Berlusconi che ha rotto le balle a tutti gli italiani sul caso Unipol, affermando l'illegittimità dell''operazione su Bnl e che quando Unipol ha venduto alla francese Bnp che così oggi controlla Bnl non ha avuto niente da dire, si sveglia sul caso AntonVeneta-Fiorani. Innanzitutto, minimizza le gravi vicende di Fiorani che ha derubato i correntisti, ha derubato gli azionisti della Bpl e ha truffato sull'Opa dicendo che se qualcuno ha commesso qualcosa di illegale l'operazione su AntonVeneta era legale(invewce era viziata di illegalità fin dall'inizio e alle radici), che se AntonVeneta cadrà nelle mani degli stranieri la colpa è dei giudici, ignorando che ormai il mercato è aperto e che tutti gli osservatori hanno bocciato l'ottica protezionistica che portava avanti anche barando sui controlli e che oggi scopriamo anche la linea diBerlusconi che, per questo, fino all'ultimo ha sostenuto Fazio. Ora Berlusconi critica i magistrati pechè tengono ancora dentro Fiorani invece di consorte ignorando che Fiorani è accusato di truffa e sostiene che i magistrati lo tengono dentro per farlo parlare, cosa peraltro giustissima perché ancora Fiorani non ha collaborato pienamente e non ha ancora detto quanti soldi ha portato via alla sua banca e dove li ha messi. Il fatto è che Calderoli, Romani, Brancher, altri uomini di forza Italia e della Lega son dentro fino al collo nella vicenda e, probabilmente, anche Berlusconi, socio di Gnutti, grande complice di Fiorani, ha solo da perdere dal fatto che Fiorani rimanga ancora in galera e, magari, spifferi tutto sui suoi rapporti con Berlusconi e sull'interesse di Berlusconi a mettere le mani anche sull'Antonveneta.http://zeusnews.splinder.com/

Promesse Ora sì che si ragiona. Prodi ha capito che deve promettere qualcosa in più di Berlusconi: 2500 euro ai neonati fino alla maggior età, 5% in meno sul costo lavoro, 3000 nuovi asili nido. La prossima sarà la piena occupazione in Italia ma anche in Svizzera ed Albania. Eccheccazzo. Questo spiazza il Cavaliere che mai avrebbe immaginato di essersi inventato promesse minori di quelle che altro ritengono di poter realizzare. Adesso il premier dovrà alzare il tiro e prometterà un auto nuova, una seconda casa, un amante e uno schermo al plasma di 84 pollici, installazione inclusa. Io aspetto fiducioso. http://ordinatocaos.ilcannocchiale.it/

VOTA PDI! Torna il proporzionale, fioccano le liste. E nasce un nuovo partito, il Pdi, partito degli impresentabili. Ostracizzato da tutti, soprattutto a destra. Cesa dice “no a candidature impresentabili” e Fini e Berlusconi sono d’accordo. Anche D’Alema, da Mentana, dice no agli impresentabili. Ma perché? Noi siamo per la libertà e tutti devono avere spazio. Cerchiamo di rendere nota l’organizzazione di questa nuova lista. Presidente esecutivo honoris causa è Silvio Berlusconi, in quanto più volte accusato di corruzione e falso in bilancio, 8 volte prescritto e 1 condannato. E poi vuoi mettere, con quel conflitto d’interessi… Non dimentichiamo anche altri meriti, per esempio la tessera 1816 della P2. Con queste referenze, è leader indiscusso. Lorenzo Cesa è plenipotenziario per il clientelismo (dicono di lui che alle Europee ha sfamato mezza Calabria) e la concussione. Nel’ 93 viene accusato di aver preso una tangente do 300.000 euro e subisce qualche giorno di detenzione. Ammette il fatto, ma dice che i soldi non li ha intascati lui. Nel giugno 2001 viene condannato a 3 anni e 8 mesi, ma il Gup è incompatibile: tutto da rifare. Nel prendere tangenti e magari corrompere è affiancato da Gianni de Michelis, esperto in finanziamenti illeciti e patteggiamenti per corruzione e noto per questa felicissima frase: ““La corruzione è inseparabile dalla vita politica, perciò è assurdo pretenderla di estirparla”. Responsabili Giustizia sono C. Previti e Alfredo Biondi, l’uno condannato a 5 anni in appello per corruzione semplice e noto per i suoi anatemi antimagistratura, l’altro condannato a 2 mesi patteggiati per evasione fiscale. Gestisce i rapporti con i movimenti il filokamikaze Francesco Caruso, sul cui capo pendono 23 procedimenti in tutta Italia e i rapporti con Cosa Nostra Dell’Utri e Cuffaro in un inedito tandem. Ma i due non vanno molto d’accordo: pare che Marcello rivendichi la sua superiorità in quanto già condannato in I grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, a 2 anni di libertà vigilata e all’interdizione perpetua dei pubblici uffici (e non dimentica mai di citare le frodi fiscali e le false fatturazioni). Totò non la prende mai molto bene. Ma poi passa tutto. Addetto alle pari opportunità è Borghezio, il fascista leghista condannato per aver dato fuoco a dei pagliericci di extracomunitari e alla ribalta delle cronache per pisciare addosso alle moschee. Addetti alla truffe sono due esperti: Vittorio Sgarbi (6 mesi di reclusione per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato) e Walter De Rigo (ex senatore di Fi, ora Pdi, condannato a 1 anno e 4 mesi per truffa ai danni del Ministero del lavoro). Responsabile per la riscrittura dei libri di storia è un comitato di galantuomini (non importa se negazionisti dell’olocausto): Gaetano Saya, un visionario che vede in Berlusca Giulio Cesare e in lui un legionario, Adriano Tilgher, già in cella per ricostituzione del partito fascista, Luca Romagnoli, più volte denunciato per istigazione all’odio razziale, Pino Rauti, il fondatore del Neue Ordnung di Hitler all’italiana e più volte sciolto per aver organizzato stragi e attentati, talvolta rivendicati con orgoglio e Roberto Fiore, neofascista condannato per associazione sovversiva e banda armata. Per la revisione della figura del Duce ci pensa la Mussolini. Responsabile per la lotta all’abusivismo è l’ex Ds Vincenzo Visco, condannato per abusivismo edilizio a 20 giorni di arresto e a 10.000 euro di ammenda. Giorgio Calcagno, ex deputato di Fi, è responsabile per le politiche ambientali. Un vero e proprio esperto nel settore; infatti quand’era sindaco di Asti ha patteggiato 6 mesi e 26 giorni di carcere per inquinamento delle falde acquifere, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia per uno smaltimento di rifiuti tossici e nocivi in cambio di tangenti. Responsabile informazione e telecomunicazioni è Loredana Lecciso, ex simpatizzante Forza Italia, ex compagna di Albano, insigne rappresentante del mondo dello spettacolo e nota per la registrazione di un cd particolarmente scomodo: “Si vive una volta sola”. Gestirà i rapporti con i comuni Antonio Zequila, aspirante consigliere comunale di Amalfi e celebre come “Er mutanda”. A lungo si è dibattuto sui suoi gusti sessuali. Ai diritti civili Mirko Tremaglia e all’immigrazione Umberto Bossi, quello dei bingo bongo e degli immigrati fuori dalle palle. Addetto ai finanziamenti illeciti il navigato e stimato Cirino Pomicino. Sono poi pronti un buon numero di peones: gli “onorevoli” condannati in III grado. Sono 24 e hanno tutti i requisiti richiesti: sono tutti impresentabili. E’ il padre spirituale della truppa, il Baget Bozzo del Pdi, Padre Fedele Bisceglie, archetipo del candidato secondo il movimento dei diritti civili in quanto accusato di violenza sessuale su una suora (e non solo) e attualmente agli arresti domiciliari. Pdi, perché non dargli il voto?http://santaopposizione.ilcannocchiale.it/

Nel libro Bordon il "nostro" Partito Democratico di Arturo Parisi, Adnkronos - 23 Febbraio 2006 "Il Partito democratico al quale guardiamo si pone come il superamento e la sintesi delle culture riformiste del passato, ma anche in una prospettiva dichiaratamente orientata a progettare i processi riformatori e innovativi che il Paese richiede e che, a nostro giudizio, la societa' ha bisogno di avere". Lo scrive Arturo Parisi nel saggio "Il 'nostro' Partito democratico" contenuto nel libro del presidente dei senatori della Margherita, Willer Bordon, ''Domani e' un altro giorno,' che sara' presentato oggi - alle 16,30 all'Hotel Majestic, in Via Veneto a Roma - da Romano Prodi e Francesco Rutelli. "Abbiamo sempre avuto un'ambizione alta: quella - scrive Parisi -di dar vita a un riformismo senza aggettivi, un riformismo concretamente e pragmaticamente legato al bene e al progresso dell'umanita', nella gelosa difesa della liberta' e dei diritti fondamentali di tutti". E ancora: "Non mi pare giusto considerare il Partito democratico come uno strumento finalizzato essenzialmente a massimizzare la possibilita' di vittoria in un sistema maggioritario, o come un modo per rendere piu' forte e coesa una coalizione che un nuovo e diverso sistema proporzionale puo' rendere piu' instabile. Il Partito democratico non e' legato a una questione di meccanismi elettorali ma a una concezione della democrazia". "Per noi - scrive Parisi - la democrazia deve essere innanzitutto liberta'. Deve essere un sistema politico che libera gli uomini, li rende padroni del proprio destino, arbitri delle loro sorti, costruttori del loro futuro".

L’alleato fascista di Berlusconi adesso mette in dubbio la Shoah da l'Unità - 23 febbraio 2006 FRASI CHOC DI ROMAGNOLI Il segretario della Fiamma Tricolore intervistato a Sky tg 24 dice: «Le camere a gas? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o per poter negare». Poi conferma di aver incontrato Silvio Berlusconi e di aver raggiunto un accordo per le prossime elezioni Roscani a pagina 6 -------------------------------------------------------------------------------- L’alleato fascista: «Camere a gas? Francamente non so» Romagnoli, Fiamma Tricolore, mette in dubbio la Shoah e conferma l’accordo con Berlusconi di Roberto Roscani/ Roma IL NEGAZIONISTA TIMIDO «Le camere a gas? Devo dire francamente che non ho elementi per dire che siano esistite o no». Con aria tranquilla, come se stesse pronunciando una frase normale, Luca Romagnoli mette tra parentesi l'Olocausto, dichiara la Shoah un evento che potrebbe esserci stato oppure non esser mai esistita. Questo signore è il leader del Movimento Sociale Fiamma Tricolore ed è un alleato elettorale di Berlusconi. Lui stesso conferma davanti alle telecamere di aver raggiunto un accordo politico con la Casa delle Libertà, quello che si difinisce un apparentamento. Lui è un fascista e non lo nega anzi. ma su Sky, intervistato da Formigli per "Controcorrente" conferma che si candiderà alle politiche con la sua lista (è già parlamentare europeo sotto le insegne di Movimento sociale Fiamma Tricolore, quello che era stato il partito di Rauti) e che è alleato della Cdl. «Un accordo scritto ancora non c'è ma ho incontrato Silvio Berlusconi per mettere a punto l'alleanza». È cosa fatta, insomma. Subito dopo parte la raffica di domande che riguardano la Shoah e il caso Irving, lo storico negazionista che è stato condannato a tre anni e mezzo in Austria, tema della puntata televisiva. Su Irving si fa scudo della rivoluzione francese: «Io non sono un giacobino però quelli la rivoluzione l'anno fatta per affermare la libertà di opinione…» E fin qui passi, ma poi quando si va sul concreto e gli viene chiesto se crede alle camere a gas e ai sei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio si nasconde dietro una formula: «Non posso né contestare né smentire, non ho nessun mezzo per confermare o negare queste affermazioni». E la testimonianza dei sopravvissuti? Quella effettivamente lo mette in difficoltà: «È un elemento che rende verosimile» che vi sia stato lo sterminio. Verosimile, non vero e tanto meno certo. E Hitler, cosa pensa di Hitler. È stato uno statista (affermazione rilasciata propri a questi microfoni da un altro alleato di Berlusconi, Fiore)? Meschino come sempre Romagnoli si rifugia nell’etimologia: «Se vuol dire creatore di stati allora è stato uno statista» e per attenuare la sua affermazione aggiunge: «È una qualifica che non si può negare neppure a Mao o Stalin...». Se poi questo statista sia stato un criminale lui non lo dice esplicitamente, si limita a dire: «Ha commesso degli errori gravissimi che un uomo di stato non dovrebbe mai commettere». Errori: una guerra con cinquanta milioni di morti, l’uccisione sistematica degli ebrei, lo sterminio diventano semplicemente un errore. Ma da Romagnoli (come dai suoi amici-nemici e ora co-alleati di Berlusconi) non c’è poi da stupirsi troppo per queste affermazioni . «Chiamarci fascisti è molto riduttivo. Ma del fascismo siamo portatori di alcuni valori, come la socializzazione. Poi, se fascismo significa onestà, dirittura morale, capacità di riconoscere prima lo Stato e poi l'individuo...». Chiamarli fascisti sarà forse riduttivo. Chissà se chiamarli berlusconiani gli sembrerà più adatto all’occasione.

Il banchiere bipartisan ALBERTO STATERA da Repubblica - 23 febbraio 2006 IMPALLINATO il piccione, adesso tocca al passero. A prevederlo era stato lo stesso presunto uccellino, alias Cesare Geronzi, in una gustosa metafora che risale al 2003, quando Giulio Tremonti già imbracciava la carabina puntando sul volatile più grosso, il piccione Antonio Fazio. Il banchiere che Nino Andreatta chiamava «il ragionier Geronzi» e che scendendo da Marino, paesotto dei Castelli romani, divenne grande elemosiniere della prima e della seconda Repubblica, di Berlusconi, di Fini, come di Botteghe Oscure, l´uomo cui tutti o quasi nel palazzo, a destra e a sinistra, a nord e a sud, devono qualcosa, di naso ne ha da vendere. E quando il piccione, suo sodale da un quarantennio, si infilò mani, piedi e parentado nella filibusta di Gianpiero Fiorani all´assalto di Antonveneta, abbandonò il suo «compagno di pellegrinaggi». -------------------------------------------------------------------------------- IL PERSONAGGIO Dall´ingresso in Bankitalia all´ascesa del gruppo romano con aiuti bipartisan a partiti e aziende della prima e seconda Repubblica Il passo falso del Grande Equilibrista che voleva diventare il nuovo Cuccia La lunga scalata al potere del dottor Koch, come lo chiamavano gli amici "furbetti" di Fiorini, quando stava in Via Nazionale Con le quote strategiche in Mediocanca e Generali, Geronzi ha portato Capitalia al centro del capitalismo italiano (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) alberto statera A Lourdes e a Santiago de Compostela, come ha raccontato una volta Francesco Cossiga, i due andavano, con le rispettive signore, non a piedi come tutti i pellegrini, ma «con aerei privati noleggiati dalla Banca di Roma: la controllata che paga il biglietto al controllore e signora». Ma la diaspora dei due pellegrini e delle rispettive consorti non è bastata a blindare gli armadi e il potere dell´uomo che aspira a diventare il Cuccia del nuovo millennio, insidiati da una ventina di magistrati che in varie procure indagano sui crac Cirio e Parmalat e su qualche altra vicenda non proprio commendevole. Intendiamoci, Cesare Geronzi per noi è innocente finchè non sarà provata la sua colpevolezza. Ma la sua scalata è una di quelle «success story» nutrite di intelligenza e scioltezza, di furbizia e spregiudicatezza, di vivacità e sfacciataggine, che simboleggiano un po´ l´intera parabola di questo paese. Che effetto le fa - gli chiesero una volta - aver conquistato il Banco di Sicilia? E lui, serio serio: «Bello, ho fatto il militare a Palermo». Dopo il militare, nei primi anni sessanta, Geronzi entra da impiegato in Banca d´Italia, un anno prima di Fazio. Non molti anni dopo lo ritroviamo capo dell´Ufficio Cambi, uno snodo allora centrale a difesa della liretta. Florio Fiorini, grande esperto all´Eni di speculazioni sui cambi e fondi neri, quel periodo sul finire degli anni Settanta l´ha raccontato così: «C´era una cordata di amici, ci avevano soprannominato la banda dei sette, eravamo il terrore delle banche centrali. Ogni tanto mi chiamava il dottor Geronzi, responsabile dei cambi di Bankitalia: dottor Fiorini - mi faceva - non le sembra che lei e i sui amici stiate un po´ esagerando? Io chiamavo gli altri: ragazzi, il dottor Koch - così lo chiamavamo in codice - è incazzato, qualche giorno di tregua, please». Quando Guido Carli si dimise da governatore e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che nel palazzo di cui gli avevano affibbiato il nome il suo amico Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli, per poi passare a dirigere la Cassa di Risparmio di Roma, vecchio feudo democristiano e papalino. Così comincia la vera scalata al potere. Con il benestare del Vaticano, della Dc e del Psi, Geronzi assorbe il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma. Poi verranno la Banca Nazionale dell´Agricoltura, il Mediocredito Centrale, il Banco di Sicilia, Bipop, Fineco. Nel 2002 arriva in Borsa la nuova holding Capitalia: 2000 sportelli, 30 mila dipendenti. Ma per gli sportelli il dottor Geronzi non ha smodata passione. Quel che è in cima ai suoi pensieri, ciò che quasi materializza il sogno di reincarnare Cuccia nel nuovo millennio, è quell´8,4 per cento di Mediobanca e quel 3,19 per cento di Generali nel portafoglio di Capitalia (ergo «Il Corriere della Sera»), che lo mettono al centro degli equilibri del bancocentrico capitalismo italiano, in una fase di grandi cambiamenti. Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui «pari son»: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a Forza Italia. Forse qualcuno ricorda ancora che quando Berlusconi era sull´orlo del fallimento, con Comit e Credito Italiano che gli chiedevano di rientrare dal mostruoso debito, era stato lui a salvare il Biscione. Ma l´animo bipartisan è grande, contiene tutti: aiuta i diesse esposti per 502 miliardi di lire, «ristruttura» i debiti, pur meno consistenti, del Ppi e del Cdu. Cesarone o Penna Bianca, come lo chiamano gli estimatori, «è un ottimo taxi», sintetizza una volta Paolo Cirino Pomicino, richiamando la celebre frase di Enrico Mattei, capo del primo Eni, che si vantava di usare i partiti, per l´appunto come un taxi. Immunità diplomatiche a 360 gradi per il destro banchiere di Marino, rafforzate dall´ottima stampa e dal calcio, che pure ora, con il Gaucci furioso, rischia di bruciacchiargli un po´ le mani, già ben a rischio con Cirio e Parmalat. E´ lui tanti anni fa a scoprire le doti di Bruno Vespa e dei suoi congiunti, affidandogli la direzione di «Risparmio Oggi», rivistina aziendale oggi ribattezzata «Capitalia» e tuttora nelle sapienti mani di famiglia. E´ lui a non lesinare con la Mmp, creata insieme a Biagio Agnes, minimi garantiti pubblicitari a tutti, ma proprio a tutti, da «Topolino» al «Secolo d´Italia», dall´»Osservatore Romano» a «Class». Buco finale: 450 miliardi di lire di nove anni fa. Ignota, invece, la perdita nella breve vita de «L´Informazione», fondato con il solito duo Tanzi - Cragnotti. Pubblicità e calcio, calcio e pubblicità hanno poi contagiato tutta la famiglia. La figlia maggiore Benedetta si occupa di spot pubblicitari con Luigi Carraro, figlio di Franco. La minore, Chiara, ha fondato la più importante agenzia sportiva italiana. Indovinate con chi? Con Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, Francesca Tanzi, figlia di Calisto, e Alessandro Moggi, figlio di Luciano. Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e poi direttore generale della Lazio ne è stato solo un dipendente. Chissà che voleva dire Gaucci quando dalla latitanza ha ambiguamente parlato della famiglia Geronzi e di 85 milioni di euro da lui sborsati. La Ciappazzi-story, l´azienda di acque minerali rilevata da Tanzi nel 2002 che ha portato ieri all´interdizione di Geronzi, sarà pure microscopica, ma cade nel pieno delle grandi manovre. Non più tardi di giovedì scorso, l´agenzia Radiocor, per dirne una, raccontava del progetto Intesa - Capitalia per la nascita di un vero «campione nazionale» capace di resistere agli appetiti stranieri, favorito «dai rapporti eccellenti» maturati negli ultimi mesi tra Geronzi e Giovanni Bazoli, a dispetto di quelli «gelidi di un tempo». Ma chissà se un passero, se non impallinato, interdetto potrà volare tanto alto, anche se riuscirà ad evitare l´avverarsi della profezia che lo accomunava a Fazio: «Simul stabant, simul cadent». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

le primarie online ingolfano il Motore Azzurro Mentre i DS si orientano su Paola Tramezzani Lodi – Forza Italia e la mania (o smania?) dei sondaggi. Forse invidiosi delle "primarie" organizzate in ottobre dal centrosinistra per scegliere tra Prodi, Bertinotti e compagni, anche gli azzurri di Lodi ci hanno provato, a farsi le primarie in casa. Ma evidentemente il partito di Silvio non è molto avvezzo alle scelte partecipate e democratiche. Così, il tentativo di primarie ha partorito un pasticcio. Anzi, "quer pasticciaccio brutto de via Defendente", parafrasando Gadda. Già, perchè il sondaggio avviato dal Motore Azzurro per cercare il candidato favorito dai lodigiani alle Politiche di primavera si sta trasformando in un boomerang in grado di ingolfare lo stesso Motore Azzurro. Che per ora resta ai box. Ovvero in via Defendente, nella nuova sede allestita per curare la campagna elettorale. A qualche centinaio di metri di distanza, dal quartier generale di Forza Italia in piazza della Vittoria, la direzione provinciale scalda i muscoli e resta a guardare. Il sondaggio Tutto ha inizio online, con un sondaggio avviato in sordina al sito lodigiano di Forza Italia: www.forza-italia.lodi.it. Il sito è gestito dal Motore Azzurro, presieduto dal trentenne Claudio Pedrazzini. Nella homepage, si chiede (o meglio: si chiedeva) ai simpatizzanti di scegliere un nome da una lista di 10 esponenti locali, e di votare quindi il proprio uomo (o donna) da candidare alla Camera o al Senato. Tre giorni fa i votanti erano arrivati a 130. Il risultato? Un plebiscito per il segretario cittadino Stefano Buzzi (102 voti, 79%), che seminava la commercialista Luigina Bolognini (4,65%) e il capogruppo in consiglio provinciale Angelo Mazzola (circa il 4%). Seguivano, distanziatissimi, Gianluca Guarischi, Pino Amadei, Michele Bucci, Gianfranco Pinciroli, Mariano Peviani, Adriano Croce e Marco Votta. Il mistero Peccato però che quasi nessuno della direzione provinciale fosse a conoscenza del sondaggio. Nemmeno gli stessi candidati (fatta eccezione per un paio, ovviamente i più votati). Apriti cielo: e il Motore Azzurro si è tinto di grigio. Tra le polemiche dei candidati ignari di esserlo e le bacchettate della direzione provinciale, il sondaggio è stato chiuso in fretta e furia e la "classifica" è stata oscurata: "Per problemi tecnici la pubblicazione dei sondaggi è attualmente off line", si legge da martedì nella home page del sito. Le bacchettate Più che problemi tecnici, però, si tratterebbe di un incidente diplomatico tra il Motore Azzurro e la direzione provinciale: "L’iniziativa del sondaggio era stata assunta dal Motore Azzurro senza che nessuno di noi ne fosse a conoscenza e senza il necessario coordinamento tra le realtà del partito – spiega Mariano Peviani, vicesegretario provinciale -. La nostra direzione ha appreso la notizia dai giornali, e abbiamo manifestato subito la perplessità sull’operazione in sé e sulla validità dei risultati di quel sondaggio, che ovviamente era falsato dalla mancanza di informazione agli iscritti". Davanti alle proteste della segreteria provinciale, il Motore Azzurro ha messo la retro: "Responsabilmente, gli ideatori del sondaggio hanno deciso di soprassedere", chiude – diplomatico – Mariano Peviani. Il dubbio Oggi quindi la pagina web è cambiata, e i naviganti sono invitati semplicemente a indicare il loro candidato inviando una email all’indirizzo info@forza-italia.lodi.it. Pace fatta quindi tra il Motore e la Direzione? Niente affatto. Sospeso il capitolo-sondaggio, si apre la questione della titolarità del sito internet del partito. E si creano nuove correnti: secondo alcuni, il dominio del sito è di proprietà del Motore Azzurro; per altri, è della direzione provinciale di Forza Italia. Nell’attesa che si sciolga il dilemma, il sito è paralizzato sulla visita di Mamma Rosa (la mamma di Silvio), sabato scorso in città. E i pixel degli azzurri vivono il dubbio amletico: "To be or not to be: that is the question…" Intanto l'Ulivo... Meno tecnologici ma non molto più compattiin casa dell'Ulivo: i DS avevano effettuato il loro sondaggio interno al telefono, chiedendo ai segretari di sezione e agli amministratori sparsi per il Lodigiano di votare il candidato ideale in una rosa di nomi. Poi, una lista di un pugno di nomi era stata inviata alla segreteria regionale. E ora sembra che la scelta sia stata compiuta: per la Camera dovrebbe correre Paola Tramezzani, ex-vicesindaca di Lodi. Il suo nome comparirebbe in ottava posizione nella lista unica dei DS e della Margherita, per la circoscrizione che include le province di Lodi, Pavia, Cremona e Mantova. Secondo i calcoli dei bene informati, soltanto i primi sei candidati (sette al massimo) potranno essere eletti. Nessuna traccia dell'ipotizzata candidatura di Giuseppe Russo per la Margherita. Proprio su questo punto si sarebbe consumata una forte tensione con i DS, accusati di non aver rispettato un patto risalente alle elezioni provinciali del 2004: in cambio dell'elezione di Osvaldo Felissari alla presidenza della Provincia, un impegno dei DS a privilegiare una candidatura della Margherita alle politiche 2006. Nel frattempo però la legge elettorale è cambiata e con il proporzionale ognun per sé... e nessuno per il Lodigiano.www.agendalodi.it/

Irving, Calderoli e il libero pensiero MASSIMO L. SALVADORI da Repubblica Devo dire che prima vedere lo storico inglese David Irving arrestato, processato, indotto dalla paura della pena a pronunciare un´autocritica e condannato dal tribunale di uno Stato democratico come l´Austria per le sue tesi sulla Shoah e poi leggere le dichiarazioni di piena approvazione dell´azione penale rilasciate da tante persone stimabili mi ha gettato nel più profondo sconcerto. Credo che la vicenda sia tale da suscitare un forte campanello di allarme. Irving fa parte di un gruppo di intellettuali che, con diramazioni in varie parti del mondo, hanno fatto della negazione dello sterminio degli ebrei il loro mestiere. Le loro tesi, che costituiscono uno dei maggiori capitoli del libro delle grandi menzogne della storia, sono state confutate da schiere di storici con incontestabili documentazioni a partire da quelle indimenticabili fornite dai cineoperatori che alla fine della guerra filmarono i campi di sterminio, i resti delle vittime e i pochi sopravvissuti. A credere il contrario sono unicamente quanti dominati da un acritico e spregevole antisemitismo, il quale si esprime nella convinzione che l´olocausto sia stato un´invenzione delle potenze vincitrici alimentata strumentalmente dal vittimismo ebraico e che gli ebrei caduti sotto la falce dei loro persecutori abbiano pagato il fio delle loro colpe storiche. I negazionisti con le loro falsità erano stati isolati dal dibattito pubblico e nell´opinione di tutti gli uomini civili. Sennonché, in forza dell´applicazione di una legge in vigore anche in Germania che considera un crimine la negazione della Shoah, lo Stato austriaco ha ritenuto proprio dovere condannare Irving alla prigione per le sue opinioni. Io penso che si tratti di un grave passo falso, gravido di implicazioni, per due principali motivi: l´uno di natura pratica e l´altro di carattere ideale. Il primo è che esso fornirà argomenti propagandistici alle correnti dell´antisemitismo islamico, oggi capeggiate dal presidente della repubblica iraniana, le quali potranno asserire che la "verità" viene soffocata dallo Stato e additare quali "martiri della causa" i vari Irving. Il secondo è che condannare alla prigione un individuo per le sue opinioni, siano esse come in effetti sono anche le più squallide, costituisce una palese contraddizione dei fondamenti delle libertà civili e politiche. La libertà di pensiero e di espressione si è fatta strada nel mondo moderno contraddicendo frontalmente l´idea che sia compito dello Stato di tutelare le buone opinioni contro quelle cattive e affermando l´idea opposta che spetti alle prime scacciare le seconde in un confronto aperto, poiché solo questo è in grado di creare intorno ad esse un consenso convinto e durevole nell´intimità delle menti; che la verità imposta per legge induca di per sé quel corrompimento il quale consiste nel tarpare le ali alla verifica delle tesi in contrasto. Credevamo che certi argomenti nelle nostre democrazie liberali avessero posto le più salde radici, ma chi si guarda intorno non può non vedere che la volontà del potere pubblico di ricorrere alla forza dello Stato anziché alla forza della democrazia e della libera opinione a difesa dei propri principi e valori va diffondendosi. In proposito vale la pena di rileggere le seguenti parole di J.S. Mill, tratte da quel suo saggio Sulla libertà che costituisce una delle pietre miliari del pensiero liberale: «Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero più diritto di far tacere quell´unico individuo di quanto ne avrebbe lui di far tacere, avendone il potere, l´umanità. (...) Impedire l´espressione di un´opinione è un crimine particolare, perché significa derubare la razza umana, i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall´opinione dissentono ancor più di chi la condivide: se l´opinione è giusta, sono privati dell´opportunità di passare dall´errore alla verità, se è sbagliata, perdono un beneficio quasi altrettanto grande, la percezione più chiara e viva della verità, fatta risaltare dal contrasto con l´errore». E ancora: «Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton, gli uomini non potrebbero sentirsi così certi della sua verità come lo sono. Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate». Mill poi sottopone alla nostra attenzione un altro argomento di valore decisivo, su cui occorre adeguatamente riflettere: che la verità deve trovare la propria protezione nella sua forza intrinseca, che quando invece essa la ricerca e la trova in una imposizione esterna, allora «finirà per essere creduta un freddo dogma, non una verità attuale»; che «se l´opinione comunemente accettata è non solo vera ma costituisce l´intera verità, se non si permette che sia, e se in effetti non è, vigorosamente e accanitamente contestata, la maggior parte dei suoi seguaci l´accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione dei suoi fondamenti razionali». Lo spettacolo di un Irving che, per paura della pena, protesta di aver cambiato opinione e dei giudici che dicono di non credergli lancia un brutto messaggio: brutto per la viltà dello storico inglese che, guarda caso, non aveva creduto di pronunciare la sua autocritica prima di essere arrestato (e qui la macchia attiene alla moralità dell´individuo); ma brutto, a mio giudizio assai più brutto, per l´esempio di uno Stato che si erige a giudice delle opinioni e della verità (e qui la macchia colpisce le istituzioni). Irving era uno studioso screditato. Nulla di più sbagliato e insidioso che farne uno studioso perseguitato, perché, quando si attiva un meccanismo di tutela per via istituzionale della verità, si sa come si comincia ma non come si finisce. La condanna di un Irving può trovare l´appoggio di una prevalente opinione pubblica che considera giustamente scandalosa la negazione della Shoah. Ma un´opinione pubblica che si predispone ad affidare allo Stato la repressione di ciò che considera scandaloso, compie un passo terribilmente pericoloso, che semina germi potenti di illiberalismo. Prendiamo il caso della religione, più che mai attuale e scottante. L´ex ministro Calderoli – la cui statura intellettuale e morale è al pari di quella di Irving quello che è – viene ora indagato per vilipendio della religione. Non vi è dubbio che nell´opinione pubblica vi sia una parte consistente che ritiene scandalosa (e in effetti anche qui di uno scandalo si tratta) la sua volgare provocazione nei confronti dell´Islam e quindi giusta un´azione giudiziaria nei suoi confronti. Ma siamo sicuri che, una volta imboccata questa via, questa stessa opinione pubblica o un´altra diversamente composta non troverebbe altrettanto giusto punire, ad esempio, uno studioso il quale conducesse una critica distruttiva delle religioni con argomenti giudicati offensivi per la coscienza dei credenti, e, in quanto blasfema, censurabile e perseguibile dalla legge? Stiamo attenti: la minaccia che non solo gli Stati autoritari ma anche gli Stati democratici recidano il legame con le libertà politiche e civili è sempre incombente. Affidiamo la difesa delle verità in cui crediamo alla sfera della coscienza e del libero confronto e non alla falsa illusione che esse possano trovare il loro scudo in qualsivoglia braccio secolare. Le esperienze del passato dovrebbero averci insegnato abbastanza; ma non sembra che così sia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

+kaos per Romano ” «Sì alla sfida televisiva con Silvio Berlusconi e le altre due punte della Cdl. Ma sulle reti Mediaset e con Emilio Fede arbitro. Con regole sul modello di quelle concordate per il duello Bush-Kerry negli Stati Uniti e a patto che "la controparte" rinunci alla conferenza stampa finale del presidente del Consiglio che la commissione di Vigilanza ha previsto sulle reti Rai». La proposta di Roamo Prodi è geniale per varie ragioni. Prima di tutto perché il Professore - persona sempre lucidissima e attenta - ha capito che c'è un modo infallibile per fregare i berluscones: sparigliare, fare il Pierino, in una strategia +kaos che fa doppiamente piacere se arriva dal futuro presidente del consiglio. Più gli altri sono vecchi e conformisti (compresi i tanti giovani-vecchi), più dicono banalità, più si prendono sul serio, più si prostrano davanti a Vespa e Mentana, più Romano stupisce con la sua creatività situazionista che fa davvero sperare in una svolta. Ma non solo: la proposta di mettere Fede come arbitro è straordinaria, sia perché contiene un'ironia di fondo molto rara nella azione degli altri leader politici, sia anche perché afferma la preferenza per un personaggio che - a differenza della gran parte dei suoi colleghi - non ha mai fatto ipocrisie sulla propria religione politica. Prodi (ma quanti l'hanno capito) ha fatto una bella pernacchia alla razza di opportunisti che invadono le redazioni. Megli Emilio Fede, meglio un avversario dichiarato che un finto neutrale pronto a correre in soccorso del più forte. Last but not least, Romano Prodi ha scelto la Rete per fare la sua dichiarazione sui confronti. Questo riconoscimento dell'importanza tattica e strategica del nuovo mezzo e del valore della comunicazione diretta, questa scelta della non-mediazione confermano quello che tanti di noi pensavano da tempo: è qui, in Rete, che si giocheranno le più grandi sfide degli anni a venire. Le persone intelligenti lo hanno capito, gli altri, quelli "dell'ottocento", proclamano la loro diffidenza per "il computer".www.onemoreblog.org

Calderoli. Corpo uno e trino di Dust Come già accaduto in passato, l'ultimo lavoro del controverso artista ha innescato un vivace e spesso pretestuoso dibattito Da sempre, al centro dell'attenzione di Calderoli sono le tensioni e le contraddizioni insite nella sua duplice, ambigua natura di trasgressivo performer e insieme rappresentante delle istituzioni. Un lavoro, il suo, che è innanzitutto meditazione sul corpo. Quello fisico, esondante e dionisiaco, quello istituzionale, evocato dall'abbigliamento rigido e da una cravatta verde che pare realizzata ad encausto. E, non meno importante, quello materialmente assente ma avvertibile come aura, carismatico alone del leader: il corpo elettorale e diffuso sul territorio. Il livello di lettura più banale - come ci si può attendere da una critica schiava di defunte categorie politiche e ideologicamente inquinata - è quello della sfida all'Islam. Attestarsi su questa interpretazione sarebbe davvero svilire l'importanza del complesso gesto artistico. La performance è infatti precipitato di molteplici suggestioni, potremmo dire un blend degli effluvi che il polimorfo corpo dell'artista emana. L'apertura della camicia è il gesto-chiave: sarcastico omaggio a Fontana, vorrebbero alcuni, citazione post-pop di Superman per altri. Ma anche - e qui il corpo-istituzione trionfa - ironica promozione del made in Italy, icasticamente concentrata nell'abbigliamento. E, si noti, sintomaticamente non esibita in un capo esterno né chiaramente esposta a mo' di insegna (come nelle giovanili performance padane, immature forse proprio per eccesso di schiettezza), ma in una maglietta della salute, il cui contatto con la pelle del corpo artistico e istituzionale è segno di un rapporto insieme intimo e pubblico. Gilbert e George non sono vissuti invano, per questo artista radicalmente italico ma attento alla scena internazionale e dotato di una profonda conoscenza della migliore avanguardia degli ultimi decenni. Infine la pesante presenza/assenza del corpo elettorale, che avvertiamo anch'esso liberarsi dalla costrizione di un vestito soffocante, come riversandosi all'esterno del grigio bar di provincia, finalmente padrone del gesto e della parola. Un corpo non più costretto all'umiliante prassi della battuta razzista sussurata al riparo del bicchierino di grappa, ma esploso, rivelato nella sua reale e trionfante essenza, concretato negli umori profondi che - immaginiamo - intridono quella maglietta, infine orgogliosamente proiettato verso l'Altro. Solo antiche miopie intellettuali possono indurre a ritenere offensiva l'esibizione delle vignette: l'effigie bidimensionale del profeta è lì per indicarci la realtà a tutto tondo del corpo dell'elettore-autore (in quanto "sottoscrive" i cartoon), in un vertiginoso scambio rappresentante/rappresentato. Il fatto che Calderoli sia "rappresentante" di quello stesso elettore aggiunge a tutta l'operazione il retrogusto di un gioco di specchi linguistico. Come si diceva, l'ingessata critica contenutista e veteromarxista non ha nemmeno scalfito la superficie di una performance così polivalente ed evocativa. Non ci stupiamo, dopo gli innumerevoli - e documentati - errori di interpretazione in cui è di recente incorsa (maxime nei confronti dell'opera del nostro artista più noto). Ci auguriamo che il Nostro voglia finalmente replicare all'estero, e sottoscriviamo in pieno l'ottimo suggerimento - avanzato da alcuni - di organizzarne performances dal vivo nei principali paesi arabi. Le ultime - interessantissime - controperformances realizzate con grande acume interpretativo da artisti libici dimostrano che proprio questi paesi sono i naturali destinatari dell'opera di Calderoli. Il moltiplicarsi senza frontiere di questo ardito confronto di corpi dà al suo lavoro una dimensione sovranazionale, sviluppandolo verso nuove e inattese direzioni e portando una salutare ventata d'aria fresca nel chiuso salotto dell'arte italiana./www.ilbarbieredellasera.com/ Dust

Gli ultimi numeri di Tremonti di LINDA LANZILLOTTA Non l’hanno rispettato in parlamento, figuriamoci in campagna elettorale. Parliamo dell’articolo 81 della Costituzione comma 4, quello che obbliga il legislatore a dare a ogni legge che aumenta la spesa una copertura fi- nanziaria. Prescrizione che negli ultimi anni è stata calpestata, di finanziaria in finanziaria, di leggina in leggina, con numeri sulle coperture finanziarie scritti con l’inchiostro simpatico. Oggi, con i Dieci punti del programma elettorale annunciato dal vicepremier e ministro dell’economia Giulio Tremonti, di simpatico non c’è più neanche l’inchiostro e piovono promesse e numeri in libertà. Dagli animali domestici agli straordinari, dall’illuminazione delle strisce ai libri delle scuole, ce n’è per tutti. E come al solito alle promesse mirabolanti non corrisponde alcuna previsione realistica sul loro fi- nanziamento. Che non è piccola cosa: facendo i conti in tasca al programma delle Libertà viene fuori un costo minimo di quasi 25 miliardi di euro. 50 mila miliardi di vecchie lire non sono pochi, e chi va a votare ha il diritto di sapere da dove si pensa di prenderli. Per valutare non solo l’eventuale beneficio della misura proposta, ma anche il suo costo, dunque anche la probabilità che le promesse siano davvero mantenute. Visto che la Casa delle libertà i conti non li ha fatti, glieli facciamo noi. Ove possibile: è difficile infatti calcolare quanto costerebbe il quoziente familiare, se non si dice in che modo andrebbe graduata questa tecnica di calcolo dell’imposta. Ma certo se non si vogliono penalizzare le famiglie monoreddito e a basso reddito, costerà parecchio. Meno seria ma altrettanto vaga la quantificazione del costo del bonus per animali da compagnia, che il mio gatto aspetta con ansia ma la cui utilità strategica per le sorti del paese sfugge ai più. Uno zoom più ravvicinato servirebbe anche per calcolare i costi del bonus per gli affitti (quanto? Fino a quali fasce di reddito? E perché – sia detto per inciso – il governo Berlusconi ha per anni tenuto a secco di fi- nanziamenti il fondo a disposizione dei comuni che serviva proprio a sostenere il reddito degli inquilini?). Per queste proposte, come per la distribuzione di biglietti dell’autobus ad anziani e bambini e per l’illuminazione delle strisce pedonali, ci arrendiamo: dare numeri realistici in effetti non è possibile. Sulle altre, i conti si possono fare. Partiamo dalla misura più costosa: la detassazione degli straordinari. Questa comporterebbe per l’erario minori incassi di 5.270 milioni di euro. Anche a prescindere dal giudizio sulla opportunità di premiare gli unici settori che “tirano” (e tirano tanto da aver bisogno di ricorrere al lavoro straordinario, al quale i lavoratori acconsentono volentieri per alzare un po’ il livello del salario) e di incentivare un modello che si potrebbe definire “lavorare di più, lavorare pochi”, si ammetterà che è una bella somma. Così come è di tutto rispetto la somma che servirebbe per portare effettivamente al livello minimo di 800 euro le pensioni di tutti gli ultrasettantenni: 3.255 milioni di euro. Il raddoppio degli investimenti per la ricerca – obiettivo ovviamente condivisibile – richiede un fi- nanziamento di 1.500 milioni di euro. Altrettanti fondi servono per il taglio di tre punti del cuneo contributivo. E ancora: libri gratis per tutti, nelle scuole di ogni ordine e grado: 2.331 milioni. Abolizione del canone Rai: 30 milioni. Totale: 24 miliardi di euro. Questi sono i numeri, questi sono i conti non fatti – o non espressi – dai creativi delle campagne elettorali e del ministero dell’economia. Renderli pubblici significherebbe dover anche dire con quali altri Dieci punti (di sofferenza) si finanzieranno i primi miracolosi Dieci punti: con aumento di quali prelievi? Con tagli di quali spese? Domande cruciali per il ministro e candidato Giulio Tremonti. Che dalla sua non ha più quegli strumenti tipici che hanno caratterizzato gli scorsi cinque anni: il rinvio e il nascondimento. La tecnica del rinvio, attuata con le una-tantum e in particolare con i condoni, è ormai consunta. L’arma dell’occultamento, affidata allo strumento-principe delle cartolarizzazioni, è stata spuntata da verifiche, osservazione e sentenze europee ed italiane, che hanno denunciato lo spostamento in società e forme privatistiche di pezzi del debito pubblico. Domande che dunque resterebbero senza risposta. Meglio non parlare della copertura fi- nanziaria dei propri miraggi, allora, e puntare il dito contro il programma elettorale dell’Unione: che si dà sfide impegnative ma non impossibili e che, prospettandole, indica sempre i mezzi per raggiungere l’obiettivo. Come nel caso del bonus da 2.500 euro per i figli e del taglio di cinque punti del cuneo fiscale: nel primo caso, si introduce una misura semplice e universale al posto di un dedalo di aiuti e finanziamenti la cui razionalizzazione libererebbe la gran parte delle risorse necessarie per il finanziamento. Quanto al cuneo sui salari, abbiamo indicato nel riequilibrio del carico fiscale, nel recupero dell’evasione fiscale e contributiva e nell’armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie le leve essenziali per trovare le risorse necessarie. I numeri dell’Unione sono a disposizione di tutti; così come tutti possono leggere l’ultima pronuncia, in ordine di tempo, della commissione Ue che ieri, pur nel quadro di un giudizio interlocutorio sulla finanza pubblica italiana, ha rimarcato che per il 2006 si può prevedere un deficit vicino al 4 per cento del Pil, mentre i numeri di Tremonti e Berlusconi indicavano il 3,5 per cento./www.europaquotidiano.it

Chi tiene il conto degli errori di Bush? di Stephen Pizzo (AlterNet) Ralph Waldo Emerson non poteva dirla meglio: “The louder he spoke of his honor, the faster we counted our spoons” (“Più forte egli decantava la sua virtù, più velocemente noi contavamo l’argenteria”). Nella storia degli Stati Uniti, nessuna amministrazione ha decantato più forte, e così spesso, la propria virtù. Così faremmo meglio a contare l'argenteria Gestione delle emergenze. Hanno fallito completamente nella gestione della prima emergenza su larga scala, dopo quella delle Torri Gemelle. Nonostante i loro grandi proclami e i miliardi di dollari spesi, negli ultimi 4 anni, per la sicurezza nazionale, l’attuale amministrazione Usa si è dimostrata incredibilmente incapace di fronteggiare un’effettiva emergenza. (vedasi lo sperperamento dei fondi per il soccorso delle vittime di Katrina). Gestione del fisco. L’America è al verde. No, un momento, siamo peggio che al verde. In meno di cinque anni, questi manibucate hanno quasi raddoppiato il nostro debito nazionale, fino alla sbalorditiva quota di 8,2 trilioni di dollari. Questi non sono i repubblicani dei vostri padri, che trattavano il denaro pubblico come se fosse una specie in via d’estinzione. Questi repubblicani sperperano denaro in modi e quantità tali da far sembrare avari come scozzesi quei liberali tax and spend dei bei tempi andati. L’attuale amministrazione è così incompetente che se lanciate a occhi chiusi una freccetta contro la prima pagina di un quotidiano a caso, qualunque notizia verrà colpita dimostrerà quanto vado dicendo. Il programma di aiuti per le vittime di Katrina. Undicimila prefabbricati nuovi di zecca che affondano nel fango dell’Arkansas. Pare che nessuno del governo sapesse che ci sono leggi federali e statali che proibiscono di installare prefabbricati nelle zone alluvionate. Questo piccolo errore è costato 850 milioni di dollari. E andiamo avanti nel conteggio. 'Medicare Drug Program'. Questo pachiderma da 50 milioni di dollari ha esordito calpestando molti di quelli che teoricamente avrebbe dovuto proteggere. Il caos provocato ha costretto gli stati federati a intervenire, per tentare di salvare i propri cittadini dall’uccisione, per mano di questo tentativo – mal progettato e mal eseguito – di privatizzare ampie porzioni della sanità pubblica federale. Afghanistan. I bravi manager sanno bene che, per intascare i guadagni di un progetto, occorre portarlo a conclusione. Questa amministrazione ha cominciato bene in Afghanistan. Hanno messo in fuga i talebani e al-Qaeda e intrappolato Osama bin Laden in un canyon. Poi si sono fatti distrarre da un oggetto luccicante là vicino: l’Iraq. Abbiamo speso 75 milioni di dollari in Afghanistan e quel che abbiamo ottenuto è un presidente che governa solo entro i confini di Kabul. I signori della guerra, quel che resta dei talebani e di al-Qaeda, hanno in mano il resto del paese. Iraq. Nata deforme, questa guerra doveva costarci soltanto 65 milioni di dollari. Al momento, ne abbiamo spesi più di 300 e ogni mese 6 milioni di dollari vengono ulteriormente sottratti al futuro nei nostri figli. Nel frattempo, le tre tribù che Bush ha “liberato” stanno usando i nostri soldi e le vite dei nostri soldati per spartirsi il paese. Gli sciiti e i curdi stanno vendicando le antiche ferite, minacciando i sunniti (gli ex-dominatori), allo stesso modo in cui gli israeliani minacciano i palestinesi, costringendoli nella versione irachena della Death Valley. E, contemporaneamente, l’Iran allarga sempre più la sua influenza nella regione sciita. (Per saperne di più). Iran. Questo governo non ha solo gettato alle ortiche le operazioni in Afghanistan con l’aggressione all’Iraq, ma ha anche fornito all’Iran il pretesto e il tempo necessario per muoversi in direzione degli armamenti nucleari. Le minacce alla Siria – indicata, da parte dei neocon dell’amministrazione Bush, come prossimo obiettivo bellico – hanno solo dato una mano ai conservatori religiosi iraniani, che hanno potuto agevolmente sostenere che le intenzioni degli Stati Uniti in Medio Oriente fossero fin troppo chiare, e che dunque l’unico deterrente che potesse proteggerli fosse la bomba atomica. Corea del Nord. Idem. Aggiungiamo a quanto detto sull’Iran anche l’esempio della Corea del Nord. Naturalmente, una volta che una nazione si costruisce le armi atomiche, gli Stati Uniti la smettono con le minacce e cercano il dialogo. Programmi sociali. È più facile che il sistema sanitario americano, finanziato con dollari americani, ti sia più accessibile (se non gratuito) se sei stato ferito in Iraq, Afghanistan, o se sei una vittima di un terremoto in Pakistan, piuttosto che nel caso tu viva – pagando le tasse – nei cari, vecchi Stati Uniti. Quasi 50 milioni di americani non possono permettersi l’assicurazione medica. Nondimeno, l’amministrazione ha proposto un bilancio che prevede il taglio di 40 milioni di dollari dal programma sociale nazionale, che include l’assistenza sanitaria per i lavoratori poveri. L’amministrazione fa presto a dire che questi servizi verranno sostituiti dai programmi “faith-based”. Non è proprio così... “Nonostante il retorico appoggio dell’amministrazione Bush alle organizzazioni caritatevoli di carattere religioso, secondo un importante studio pubblicato nei giorni scorsi, l’ammontare delle garanzie federali a tali organizzazioni è diminuito dal 2002 al 2004. Lo studio è la conferma del sospetto che avevo da lungo tempo, cioè che tutta la storia del faith-based non rappresenta altro che la volontà di ridurre i fondi per i programmi sociali e gettare tutta la responsabilità degli indigenti sulle spalle delle organizzazioni di carità”, ha dichiarato Kay Guinane, direttore del programma no-profit all’OMB Watch. (Per saperne di più). Esercito. Utilizzato troppo spesso e in troppe aree. L’ex segretario alla Difesa William Perry e l’ex segretario di Stato Madeleine Albright hanno sottolineato, con un rapporto di 15 pagine, che l’esercito e i marines non possono sostenere l’attuale ritmo operativo senza “danneggiare seriamente le loro forze”. Intervenendo alla conferenza stampa per la pubblicazione dello studio, la Albright ha dichiarato di essere “molto preoccupata”, riguardo alla probabile incapacità dell’esercito di far fronte a ciò che gli viene richiesto. Perry ha avvisato che lo sforzo, “se non alleviato, potrà avere effetti altamente corrosivi e a lungo termine sull’apparato militare”. (Per saperne di più). Col budget militare allo stremo, a causa dei vorticosi costi delle operazioni in Afghanistan e Iraq, nella finanziaria del 2007 il governo ha richiesto di tagliare i fondi per le truppe della Guardia Nazionale: ne sono previste 17 mila in meno. La qual cosa lascia stupefatti, in quanto, se non fosse stato per i riservisti e per la Guardia Nazionale, il governo non avrebbe avuto un numero sufficiente di truppe per la rotazione delle forze in Afghanistan e Iraq. Infatti, quasi il 40% delle truppe spedite in queste due nazioni provenivano dai riservisti e dalla Guardia Nazionale. Ambiente. Eccovi un piccolo quiz: cosa succede se muore tutto il corallo presente negli oceani? Risposta: il corallo è il primo anello della catena alimentare marina; così, quando non ci sarà più, qualunque altra cosa negli oceani morirà. E se gli oceani muoiono, noi moriamo. Il corallo sta scomparendo (tecnicamente, si sta “sbiancando”) da tutti gli oceani del mondo a una velocità allarmante e via via crescente. Il riscaldamento globale è il colpevole. Nondimeno, l’amministrazione Bush continua, imperterrita, a recitare la parte della principale nazione “negazionista” del riscaldamento globale. Perché? Perché sembra siano convinti che, dal punto di vista economico, sia più conveniente crepare che ridurre le emissioni dei gas serra. Si può essere più stupidi? E il tempo sta per scadere. Commercio. Ci stiamo avvicinando alla quota di un trilione di dollari di deficit sulla bilancia commerciale, la maggior parte del quale con l’Asia; 220 miliardi di dollari con la sola Cina – nel solo anno passato. Energia. Record dei prezzi dell’energia. Record dei profitti delle compagnie che producono energia. Le riunioni della task force dell’energia di Dick Cheney rimangono segrete. C’è altro da dire? Consumatori. Gli americani ce l’hanno finalmente fatta: hanno raggiunto un tasso di risparmio negativo (i cinesi, al contrario, risparmiano il 10%). Se il governo può spendere più di quanto ricava e dire “mettetelo sul mio conto” quando finiscono i soldi, allora possiamo farlo anche noi. L’americano medio, attualmente, ha un debito di 9mila dollari con le compagnie di carte di credito. Provate a immaginarlo. Diritti umani. L’America possiede carceri segrete e un sistema giudiziario segreto che farebbe invidia a Kafka. E gli Stati Uniti si sono uniti alla lista di nazioni che utilizzano la tortura sui prigionieri di guerra (smettila, George, ci sono le fotografie!). Potrei andare avanti con altre mille parole a elencare l’incredibile incompetenza dell’amministrazione Bush e dei suoi sicofanti del GOP al Congresso. Ma a cosa serve? Il sole continua a splendere nel paradiso degli idioti. I prezzi delle case sono aumentati in gennaio. Il mercato dei cambi è tornato indietro oltre quota 11mila. Ma non disturbate George W. Bush con queste faccende. Raramente ha ragione, ma non ha mai dubbi. Il dubbio è il nemico di Bush. Preoccupato? Perché dovrebbe essere preoccupato, se non ha dubbi? Io? Beh, mi preoccupa tutto quanto ho detto sopra, incessantemente. Ma in particolare, mi preoccupa il corallo. Stephen Pizzo è autore di numerosi libri, tra cui 'Inside Job: The Looting of America's Savings and Loans', che ha ottenuto una nomination per il Premio Pulitzer. Fonte: http://www.alternet.org/story/32382/ Tradotto da Paolo Cola per Nuovi Mondi Media

Etiopia: crescita economica e involuzione politica Sull’onda di due stagioni climatiche positive che hanno scongiurato l’ennesima siccità e favorito la produzione agricola, l’economia etiopica ha raggiunto buoni tassi di crescita compiendo i primi passi verso la riduzione della povertà e la sicurezza alimentare, alcuni tra gli obiettivi del Millenium Development Goals. Il miglioramento della performance economica non sembra essere stato però accompagnato da un eguale miglioramento in termini di good governance. Emanuela Barbieri Equilibri.net Crescita: alcuni risultati positivi Secondo recenti stime l’Etiopia nell’ultimo anno è cresciuta del 7 % (dell’8-10% secondo i dati ufficiali del Governo etiopico). L’anno precedente, 2003-2004, il tasso di crescita aveva raggiunto l’11%. La ragione principale di questa ripresa è dovuta al relativo miglioramento della produzione agricola, susseguitosi a due anni di siccità che avevano messo in ginocchio il paese innescando un’emergenza alimentare. Nonostante le ultime due stagioni siano state positive in termini di raccolto, permane una scarsità di cibo che affligge 3.5 milioni di persone, a cui l’Etiopia fa fronte attraverso l’aiuto internazionale. Permane un problema di dipendenza dal settore agricolo (l’80% della popolazione vive in zone rurali) che è fortemente influenzato dalle condizioni climatiche. Attualmente la zona sud-est dell’Etiopia (Oromo), così come il nord del Kenya e il sud della Somalia, è interessata da un’ondata di siccità che ha investito il Corno d’Africa. La positiva crescita di questi ultimi anni, quindi, non permette di fare previsioni sul futuro andamento dell’economia, in quanto il fattore climatico è difficilmente calcolabile. La crescita del settore agricolo, che compone il 42.1% del PIL dell’Etiopia, ha avuto riflessi anche sui settori dell’industria e dei servizi che incidono sul PIL rispettivamente per l’11.4% e per il 46.5%. Il principale prodotto esportato è il caffè (42% del totale); seguono legumi, spezie, pelli, bestiame e prodotti tessili. I partner commerciali destinatari delle esportazioni sono il vicino Gibuti, la Germania, il Giappone e l’Arabia Saudita. Le importazione, di gran lunga superiori alle esportazioni, riguardano grano e cereali, prodotti energetici, automobili, prodotti informatici e di telecomunicazione. I Paesi principali da cui l’Etiopia importa sono nell’ordine: Arabia Saudita, Stati Uniti, Cina e India. A fine gennaio il Governo etiopico ha deciso di vietare l’esportazione di Teff (il principale cereale autoctono), mais, frumento e saggina. La decisione è stata motivata dal Ministro del Commercio e dell’Industria con il recente aumento dei prezzi di questi prodotti per svariate ragioni tra cui l’esportazioni per contrabbando. Il divieto di esportazione dovrebbe servire a stabilizzare il mercato. Qualcosa sta cambiando L’Etiopia ha terminato un programma triennale di riduzione della povertà concordato con il Fondo Monetario Internazionale, che ha implicato consistenti investimenti nel settore delle infrastrutture e l’adozione di riforme strutturali specialmente in ambito finanziario e fiscale. I risultati incoraggianti dell’ultimo programma spianano la strada alla possibile firma di un nuovo accordo di prestito tra Etiopia e FMI. Di recente il Governo etiopico è stato elogiato dai vertici della Banca Mondiale per la strategia di sviluppo che copre salute, educazione, crescita del settore privato, decentralizzazione, e sviluppo rurale; in tal contesto si colloca il tentativo del Governo Etiopico di creare un clima favorevole agli investimenti e all’iniziativa imprenditoriale tramite, per esempio, la riduzione dei tempi di attesa (step burocratici) per l’avvio di attività d’impresa. Il Governo etiopico è da tempo impegnato nella liberalizzazione del mercato malgrado una persistente resistenza all’apertura del settore finanziario alla partecipazione straniera. La privatizzazione delle imprese pubbliche procede tuttavia con lentezza. Il Governo si mostra reticente anche sulla privatizzazione delle terre che sono ancora di proprietà statale e concesse in affitto a fronte del pagamento di canoni elevati, soprattutto nei dintorni della capitale Addis Abeba. In linea con l’apertura mostrata, il Governo etiopico ha adottato una politica di sostegno alle industrie orientate alle esportazione. Un esempio interessante riguarda l’esportazione dei fiori. Il commercio di fiori sta crescendo enormemente e le stime prevedono un ulteriore ampliamento del settore. Attualmente ci sono 32 produttori (inclusi produttori stranieri) e si attende un aumento nei prossimi mesi con l’arrivo di nuovi investitori esteri. Per agevolare l’esportazione di questo particolare prodotto l’Ethiopian Airlines si è impegnata nel rafforzamento della capacità di trasporto merci. Un altro settore su cui il Governo etiopico sta investendo è quello petrolifero. Infatti, l’Etiopia importa il 100% del suo fabbisogno energetico e il forte aumento del prezzo degli idrocarburi sta avendo un impatto negativo sull’economia nel suo complesso. Le esplorazioni sul territorio vengono condotte da due compagnie, la White Nile, società anglo-sudanese che ha firmato un contratto biennale con l’Etiopia nel luglio 2005, e la malese Petronas che ha un contratto di quattro anni estendibile. La Petronas, che ha già operato ingenti investimenti in campo petrolifero in Sudan, ha subappaltato il progetto di esplorazione a una compagnia cinese, la Zhongyuan Petroleum Exploration Bearu (ZPEB). La ZPEB era già stata contattata dal Governo etiopico nel 1997, per lavorare su dei pozzi di gas naturale scoperti in una zona a est dell’Etiopia. Anche il settore delle telecomunicazione è in via di ampliamento. La gestione del settore è garantita dall’Ethiopia Telecommunications Corporation (ETC) di proprietà dello Stato. Esistono diversi operatori stranieri di telefonia mobile attivi sul territorio: la compagnia cinese, la Zhongxing Telecom Equipment, la svedese Ericsson, la finlandese Nokia, e la francese Alcatel. Per ora l’uso del telefono cellulare rimane limitato ma si prevede una forte espansione nei prossimi due anni. Debolezze e prospettive Nonostante i passi avanti compiuti, l’Etiopia resta fortemente dipendente dal sostegno finanziario internazionale. È una dei primi destinatari degli aiuti internazionali essendo considerata dalla comunità internazionale tra i Paesi africani impegnati a realizzare condizioni di buon governo, anche se attualmente le valutazioni internazionali in merito a tale questione stanno cambiando. L’Etiopia inoltre fa parte del gruppo di 19 Paesi che hanno beneficiato della cancellazione del 100% del debito accordata lo scorso dicembre dal Fondo Monetario Internazionale. Per il 2005/2006 il Governo etiopico ha previsto un aumento consistente delle spese destinate al piano governativo antipovertà e indirizzate al programma di devoluzione alle regioni. Il flusso di spesa previsto fa leva sulla speranza di aumento dell’elevato sostegno finanziario internazionale solidamente garantito sino ad ora. In effetti attualmente è in discussione tra i donatori la possibilità di raddoppiare l’ammontare degli aiuti all’Etiopia per permettere a quest’ultima di raggiungere gli obbiettivi (o parte) del Millenium Developments Goals 2015. Per realizzare tali obbiettivi, come indicato dal FMI, l’Etiopia deve aumentare la propria capacità produttiva nel settore agricolo, mantenendo per lo meno un tasso di crescita annuo del 7%. A tal fine è necessario abbattere alcuni ostacoli come la difficoltà di accesso al credito, migliorare le infrastrutture stradali, ampliare la fornitura di elettricità. Tutto ciò richiede ingenti investimenti che motiverebbero l’aumento dell’impegno da parte della Comunità Internazionale. Ma esistono due ordini di problemi. Il primo riguarda alcune perplessità espresse dal FMI in un recente studio pubblicato a settembre 2005, “Ethiopia: Scaling Up”. Esse riguardano i possibili effetti negativi in termini macroeconomici che l’aumento degli aiuti potrebbe comportare. Nello studio vengono indicate anche le aree per le quali bisognerebbe impiegare politiche correttive. Il secondo ordine di problemi è inerente all’attuale situazione politica dell’Etiopia. Sul piano interno cresce la protesta da parte della popolazione. Dopo le elezioni di maggio si sono verificati violenti scontri e la polizia ha aperto il fuoco sui contestatori uccidendo 36 persone. In novembre ci sono state nuove proteste che hanno provocato 46 vittime. Il governo si è giustificato agli occhi della Comunità Internazionale parlando di autodifesa delle forze di polizia e ha aperto un’inchiesta su richiesta di Europa e Stati Uniti. Sul piano delle relazioni esterne l’Etiopia è nuovamente impegnata nella disputa con l’Eritrea a cui, secondo accordi internazionali raggiunti, avrebbe dovuto restituire la città di Badme. La crisi con l’Eritrea crea una situazione di instabilità che potrebbe influire negativamente sugli investimenti esteri. Per i Paesi donatori si pone un già noto dilemma: continuare a finanziare lo sviluppo economico di un Paese in cui il governo usa ancora verso la popolazione dei metodi di coercizione inaccettabili, oppure sospendere i finanziamenti (come ha fatto la Gran Bretagna, uno dei principali donatori dell’Etiopia) condizionando gli aiuti a criteri di buon governo ma colpendo in tal modo anche la popolazione che necessita dell’aiuto internazionale. Conclusioni L’Etiopia ha in questi anni mostrato un forte impegno nella lotta alla povertà ottenendo discreti risultati, anche se permangono problemi come la dipendenza dal settore agricolo, l’insicurezza alimentare, l’inadeguatezza delle infrastrutture. Il contributo dei Paesi donatori è stato fondamentale e risulterà determinante anche per proseguire nella strada intrapresa. Se desidera mantenere il sostegno politico e finanziario della comunità internazionale, l’Etiopia dovrà dimostrare nei fatti di voler proseguire sulla strada del buon governo, obiettivo da cui non si può prescindere per il pieno sviluppo di un Paese.

Cecenia: hanno vinto i duri Centinaia di soldati delle forze speciali russe camminano lentamente per le strade del villaggio protetti dai blindati che avanzano facendo loro da scudo. I militari fanno irruzione in tutte le case alla ricerca di guerriglieri: interrogano, picchiano e sequestrano le persone sospette. Un rastrellamento in piena regola. La gente ha paura, ma il peggio deve ancora venire. D'un tratto i soldati si buttano a terra nella neve e cominciano a scaricare le loro mitragliatrici contro i muri di alcune abitazioni dove hanno trovato un gruppo di ribelli. Inizia una violentissima battaglia che durerà settantadue ore. Alla fine sul terreno rimangono i corpi senza vita di almeno 7 soldati russi e 12 guerriglieri. Secondo fonti locali, tra questi ci sarebbero in realtà civili disarmati uccisi dal fuoco russo. E' successo pochi giorni fa. Non in Cecenia, bensì in un villaggio di nome Tukui-Mekteb, nella regione russa di Stavropol. Un ulteriore e preoccupante allargamento del conflitto ceceno, che dopo essersi esteso alle altre repubbliche russe del Caucaso settentrionale (Dagehstan, Inguscezia, Nord Ossezia e Cabardino-Balcaria), dilaga ora verso nord, all'interno della stessa Repubblica Federale Russa. La vittoria dei ‘religiosi' sui ‘laici' della vecchia guardia. La metamorfosi del conflitto ceceno, da guerra di liberazione nazionale a jihad anti-russa estesa a tutto il Caucaso e oltre, sembra quindi essere completata. Un cambiamento che ha coinciso con la radicale trasformazione ‘politica' della leadership indipendentista cecena. Dopo l'uccisione di Aslan Mashkadov, avvenuta quasi un anno fa, la vecchia guardia dei ‘laici' è stata soppiantata dalla nuova generazione dei ‘religiosi', capeggiati dal suo successore Abdul-Khalim Sadulayev, dal pazzo sanguinario Shamil Basayev e dal fanatico Movladi Udugov. L'ultimo atto di questa transizione è avvenuto il 6 febbraio con il ‘licenziamento' o il ‘degradamento' dei maggiori rappresentanti ceceni esiliati in Occidente, tutti appartenenti alla vecchia generazione mashkadovita: Akhmed Zakayev, Ilyas Akhmadov e Umar Khanbiyev. Sadulayev e gli altri ‘religiosi' si erano stancati delle critiche sempre più dure che i ‘laici' muovevano al ‘nuovo corso' dell'indipendentismo ceceno. Critiche che si concentravano su aspetti fondamentali, come l'abbandono dell'obiettivo della creazione di uno stato ceceno indipendente e laico a favore di un fantomatico emirato islamico del Caucaso del Nord, o come la pretesa che la lotta armata dei ceceni non debba rispettare le regole e le convenzioni del diritto internazionale consentendo quindi azioni terroristiche che colpiscono anche i civili. Tutto questo mentre in Cecenia i combattimenti continuano al ritmo di 5-10 morti al giorno. Tra venerdì e sabato scorso, per esempio, i guerriglieri hanno attaccato un convoglio militare russo nei pressi del villaggio di Avtury, distretto di Shali, uccidendo quattro soldati. Due poliziotti del governo ceceno filorusso sono stati uccisi dai ribelli dopo aver fatto irruzione in una casa del villaggio di Alhazurova, distretto di Urus-Martan. Anche due ceceni sono morti nello scontro a fuoco. Un altro soldato russo è stato ammazzato dai tiri dei ceceni contro una postazione dell'esercito vicino a Grozny. Uno stillicidio quotidiano intervallato da attentati clamorosi, come sembra sia stato quello all'origine della potente esplosione che il 7 febbraio ha devastato la caserma del famigerato battaglione russo ‘Vostok' a Kurchaloy, uccidendo almeno 13 soldati e ferendone garvemente una ventina. di Enrico Piovesana da Peace Reporter

Bielorussia espelle un altro giornalista polacco di osservatoriosullalegalita.org La Bielorussia ha espulso domenica un altro giornalista polacco, che era entrato legalmente nel Paese per realizzare un reportage sulle elezioni presidenziali del mese prossimo. Le guardie di frontiera hanno arrestato il corrispondente della Gazeta Wyborcza Waclaw Radziwinowicz alla stazione della citta' di Grodno mentre viaggiava verso la capitale, Minsk, e gli hanno intimato di tornare in Polonia. Gli agenti hanno detto che il nome del giornalista era su una lista del governo di persone indesiderate. Radziwinowicz ha risposto di aver avuto un visto e un accredito validi dal ministero degli esteri bielorusso. All'Associated Press ha dichiarato che il presidente Aleksandr Lukashenko "ha distrutto la liberta' di espressione nel Paese e sta provando a punire i giornalisti che non sono sotto il suo controllo alla vigilia delle elezioni presidenziali del 19 marzo". Diversi giornalisti stranieri hanno infatti avuto trattamento analogo a Radziwinowicz e fra questi quattro giornalisti polacchi. Il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti ha deplorato l'espulsione e chiesto che a lui e ad altri giornalisti esclusi dal Paese "sia immediatamente permesso di entrare in Bielorussia e scrivere liberamente". Proprio due giorni fa il Consiglio dell'Unione Europea aveva espresso profonda preoccupazione per la decisione della Corte Suprema della Repubblica di Bielorussia che ha chiuso una organizzazione per i diritti umani per il dialogo fra i giovani europei. La situazione della liberta' di espressione nel Paese e' talmente grave, come denunciato anche dall'OSCE, che l'Unione Europea ha stabilito sanzioni e limitazioni di liberta' nei propri Paesi membri per esponenti del governo bielorusso e il parlamento europeo ha assegnato il premio Sakharov 2004 all'associazione dei giornalisti della Bielorussia. www.osservatoriosullalegalita.org

Liberati ostaggi macedoni in Iraq scrive Risto Karajkov La scorsa settimana due cittadini macedoni erano stati rapiti nei pressi di Bassora, in Iraq, dove lavoravano per la multinazionale Ecolog, al servizio dell’esercito britannico. A distanza di pochi giorni sono stati rilasciati, dopo che la compagnia ha versato il riscatto richiesto Soldati inglesi a Bassora Due cittadini macedoni, sequestrati la scorsa settimana vicino a Bassora e tenuti in ostaggio, sono stati rilasciati lunedì 20 febbraio dopo il pagamento di un riscatto. Faruk Ademi e Rasim Ramadani erano stati rapiti la mattina del 16 febbraio vicino a Bassora, dove lavoravano per Ecolog, una multinazionale che lavora per l'esercito britannico. Il Maggiore Peter Cripps, portavoce delle forze inglesi a Bassora, aveva confermato il sequestro, “E' accaduto vicino a Bassora. La polizia irachena è informata dell'accaduto e sta investigando” ha detto. Secondo Cripps, i due erano assieme ad un altro collega al momento del rapimento, una donna tedesca. Mentre loro sono stati tenuti in ostaggio, la donna era stata liberata per consegnare la richiesta di riscatto. Da quel che si dice i cittadini macedoni sono stati catturati da un noto gruppo criminale che effettua sequestri con riscatto come attività regolare. Rasim Ramadani, originario di Mala Recica vicino a Tetovo, lavorava con Ecolog come ispettore di qualità all'aeroporto di Bassora da un anno e quattro mesi. Faruk Ademi, da poco al servizio della compagnia, lavorava nello stesso luogo, alla logistica dell'aeroporto. Immediatamente dopo il sequestro, alti funzionari di Ecolog hanno incominciato le negoziazioni con i rapitori, che si sono concluse positivamente con il rilascio degli ostaggi 5 giorni dopo. Secondo fonti non ufficiali, il riscatto pagato sarebbe di un milione di dollari, ma la somma non è stata confermata. Nel 2005 Ecolog ha già avuto 4 casi di liberazioni di personale sequestrato. La compagnia è da lungo tempo un appaltatore per i servizi logistici dell'esercito britannico. Ha una società controllata a Tetovo, Macedonia, che effettua regolarmente attività di reclutamento per le operazioni di Ecolog in Iraq. In Iraq lavorerebbero circa 1.000 cittadini macedoni, la maggior parte dei quali con Ecolog. Ricevono un salario medio di 1.500 Euro. La maggior parte dei macedoni che lavorano in Iraq sono di fede mussulmana, il che è considerato un grande vantaggio in caso di rapimento. Si dice che l'anno scorso Ecolog abbia avuto un altro rapimento di un suo lavoratore macedone. Il caso si sarebbe risolto velocemente tramite il riscatto senza che i media lo venissero a sapere. Secondo quanto dicono altri cittadini macedoni che lavorano in Iraq, ci sarebbero stati un certo numero di casi l'anno scorso di macedoni presi e successivamente rilasciati, dopo essere stati riconosciuti come fedeli mussulmani. Il governo macedone aveva avuto notizie dell'accaduto già nei giorni scorsi, ma non ha informato i media, finché la notizia non è stata diffusa dalla stampa internazionale. "Il governo era stato informato del rapimento e sono state prese tutte le misure necessarie”, ha affermato inizialmente Agim Jonuz, portavoce del governo. Secondo il ministero degli Esteri, era stato chiesto al governo di tenere i media lontani finché le negoziazioni per il rilascio degli ostaggi erano in corso. Il governo non era coinvolto operativamente nel caso. Si dice che lo abbia lasciato ai funzionari di Ecolog, dato che questi avevano avuto precedenti esperienze di questo tipo. La stampa macedone ha ipotizzato che il governo non sarebbe stato disponibile a pagare il riscatto se richiesto. “Il governo sta lavorando con i nostri partner in Iraq, con le autorità irachene, con le forze britanniche nella regione di Bassora che controllano la zona, così come con la compagnia che è in contatto con i sequestratori. La compagnia, non il governo, sta dirigendo i negoziati. Faremo tutto quello che è in nostro potere. Non ci è stato chiesto denaro, ma ho detto che faremo tutto quello che possiamo per salvare le vite dei nostri cittadini. Traete le vostre conclusioni” aveva risposto Emil Kirjaz, Segretario di Stato del ministero degli Esteri, alle domande sul possibile pagamento del riscatto da parte del governo. Le famiglie degli ostaggi sono rimaste in ansia fino a lunedì mattina quando hanno avuto notizia del rilascio. "Ho ricevuto una telefonata questa mattina alle 5.30 dal proprietario di Ecolog [a Tetovo], Nazif Destani. Mi ha detto che mio figlio era stato liberato. Poi ho parlato per 15 minuti con mio figlio; mi ha detto che stava bene e che non erano stati maltrattati", ha detto, chiaramente emozionato, Sheref Ademi, padre di Faruk. Un rappresentante di Ecolog, Luan Tresi, ha affermato che entrambi gli ostaggi stanno bene e che presto sarebbero stati trasferiti a Skopje, con un volo privato della compagnia. "La vicenda si è risolta con successo. Ora non vediamo l'ora di riportarli alle loro famiglie". Il Segretario di Stato Kirjaz ha ringraziato le autorità in Iraq, le forze internazionali e i rappresentanti di Ecolog per la loro collaborazione. "Entrambi sono in un posto sicuro e presto ritorneranno in Macedonia", ha affermato Kirjaz, "Nell'interesse della sicurezza di altri concittadini, che sono in Iraq per loro iniziativa e a loro rischio, il ministero degli Esteri non riporterà alcun dettaglio riguardante il rilascio". Kirjaz reitera l'avvertimento generale del ministro degli Esteri macedone: "A causa della situazione di sicurezza in Iraq, si invitano i cittadini macedoni a non viaggiare o soggiornare in quel paese". In questo caso il dramma è stato breve e si è concluso positivamente, evidentemente grazie all'atteggiamento sensibile del datore di lavoro degli ostaggi. Nel 2004, tre cittadini macedoni di Kumanovo sono stati rapiti in Iraq. Dalibor Lazarevski, Dragan Markovic, e Zoran Naskovski sono stati i primi macedoni sequestrati in Iraq. La loro morte è stata confermata ufficialmente da una squadra governativa di esperti dopo l'analisi della registrazione video di un'esecuzione ottenuta da Al Jazeera. Secondo la squadra del governo, che ha analizzato la registrazione nella sede di Al Jazeera in Qatar, l'identità delle vittime si è potuta accertare dai loro abiti. I loro corpi non sono ancora stati ritrovati. //www.osservatoriobalcani.org


febbraio 22 2006

Il sondaggio di Berlusconi:«Vuole proprio votare Unione?» Sondaggi e marketing. «Buonasera signora, possiamo farle qualche domanda per un sondaggio elettorale?» La telefonata arriva verso le 20 in una casa romana. La signora che risponde si chiama Silvia Gambardella. Ha la cena sui fornelli ma decide di accettare la richiesta. Ecco, lei è una dei 1920 italiani scelti a caso dalla Penn, Schoen & Berland Associates, la mitica società americana che ha fatto il sondaggio per conto di Forza Italia, quello che Berlusconi ha sventolato davanti all’opinione pubblica perché lo dava vincente, seppure con un «invisibile» 0,2 per cento di vantaggio sul centrosinistra. E qui parte il sondaggio, una raffica di domande tutte o quasi maliziose. tutte o quasi che spingono in una direzione. Quale? Ma ovviamente quella del Cavaliere che è il committente del sondaggio. Ma andiamo con ordine. L’approccio è di prammatica: Lei signora ha intenzione di andare a votare? Sì, è la risposta, e poi qualche quesito di supporto del tipo: in passato ha votato, ha già compiuto la sua scelta... E qui arriva il bello, la prima domanda di merito riguarda lo schieramento e davanti alla risposta che dice centrosinistra comincia il ballo. Dopo aver scoperto che non ha ancora deciso il partito sebbene si definisca (su richiesta) di sinistra comincia la demolizione. «Ma Prodi è davvero il leader che preferisce?». E appena avevano l’impressione di una mia minima incertezza riprendevano le domande. «Ma allora conferma davvero che voterà per lo schieramento di Prodi?». Fin qui potrebbero sembrare delle semplici domande di conferma, quelle che si usano nei sondaggi per avere conferma all’indicazione dell’intervistato. «Ma poi - racconta Silvia Gambardella - leggendo da un gruppo di domande scritte arrivano quelle più strane». Quali? «Il capo del governo è riuscito - legge il sondaggista telefonico - ad aumentare i posti di lavoro. Malgrado questo lei sceglie di votare Prodi?». E poi: «C’è stato un visibile miglioramento della sanità nazionale e questo non la convince a votare Berlusconi?». Insomma il sondaggio diventa un vero corpo a corpo con l’intervistatore che magnifica i risultati berlusconiani e l’intervistata che insiste a dire che no, lei la destra proprio non la vota. «È stata una lunga intervista - dice Silvia Gambardella - che slittava di minuto in minuto dal sondaggio alla propaganda. Forse avevano percepito qualche incertezza ma sembravano non finire mai di fare domande. E i quesiti che all’inizio mi sembravano delle ric hieste di conferma diventavano dei veri trabocchetti e poi una specie di contraddittorio». Con un bel po’ di propaganda. «Alla fine ho chiesto per quale società stessero conducendo il sondaggio mi hanno risposto che era per una società americana, ma non mi hanno detto chi era il committente. Potete immaginare cosa ho provato quando ho sentito Berlusconi annunciare il suo sondaggio americano...». Insomma un fiume di domande tendenziose che però non risultano affatto nel sondaggio ufficialmente pubblicato (come tutti i sondaggi politici) nel sito dell’authority sulle comunicazioni e in quello della presidenza del consiglio. Qui le domande dichiarate sono solamente due. Eccole: «Se si svolgessero oggi le elezioni politiche per quale partito voterebbe?» e la seconda è presentata con la laconica dizione «Approvazione dell’operato di Berlusconi». Insomma nessuna domanda sugli schieramenti e sul premier preferito e tantomeno nessun quesito che contenga giudizi (positivi) sui risultati raggiunti dal governo. Qualcuno troverà strano che una società come la Psb si comporti così. Ma a guardare bene non è poi così strano, visto che proprio in occasione della rielezione di Bloomberg come sindaco di New York il New York Times lo accusò di essersi fatto propaganda coi sondaggi «orientati» di Penn, Schoen & Berland Associates. Diversi intervistati raccontarono al quotidiano che le domande spingevano verso alcune risposte a favore di Bloomberg e comunque cercavano di valorizzare le sue proposte e il suo operato. Ma si sa, Penn &Co. si occupano soprattutto di marketing e di prodotti di consumo. Come la politica secondo Berlusconi. di Roberto Roscani L'Unità

LA CAMPAGNA DELL'IRREALTA' di FRANCESCO GIAVAZZI dal Corriere - 22 febbraio 2006 Conosceremo solo fra una settimana il dato sulla crescita dell'economia italiana nel 2005. Ma la caduta della produzione industriale a fine anno — meno 0,8% nel quarto trimestre — lascia prevedere una crescita vicina a zero. Negli altri Paesi dell'euro la crescita è stata modesta, ma comunque positiva: +1,3%. Ieri, sulla base di queste osservazioni, la Commissione europea ha abbassato la previsione del tasso di crescita italiano per il 2006, dall'1,5 all'1,3%. Anche questo non sarà un risultato facile: partendo da una crescita pari a zero a fine 2005, per raggiungere l'1,3% bisogna accelerare e chiudere il 2006 con ritmi di crescita vicini al 2,5, un risultato che l'Italia non consegue da molti anni. Con minor crescita i conti pubblici peggiorano. Prima di questi dati il Fondo monetario internazionale prevedeva per il 2006 un disavanzo pari al 4% del prodotto interno (pil): ora questa previsione sale al 4,1. Quindi anche nel 2006, come già nel 2005, il rapporto tra debito pubblico e pil crescerà: non accadeva da 11 anni. Berlusconi promette meno tasse e nuove spese: pensioni a 800 euro per i più anziani, detassazione degli straordinari, raddoppio degli investimenti in ricerca, abolizione del canone tv, libri di scuola gratis, un bonus per gli affitti, l'illuminazione delle strisce pedonali... E' difficile quantificare il costo di queste promesse, ma sarà difficile mantenerle spendendo meno di uno o due punti di pil. Al centro del programma economico dell'Unione vi è la riduzione del costo del lavoro mediante un taglio di 5 punti del cuneo fiscale. Si stima che questo provvedimento costi 10 miliardi di euro, circa 0,9% del pil. La lotta all'evasione non sarà certo sufficiente per finanziarlo. Come lo si pagherà? Si alzeranno la aliquote dell'Iva, come si appresta a fare in Germania la signora Merkel? L'Italia si è impegnata con Bruxelles a riportare il disavanzo pubblico sotto il 3% nel 2007. Partendo dal 4,1%, e alla luce di queste promesse elettorali, è un impegno molto difficile. Non contiamo sulla buona volontà e sulla comprensione della Commissione europea. Anche se Bruxelles si dimostrasse tollerante, dubito che le agenzie di rating non reagirebbero alla prospettiva di un debito pubblico che, dopo essere cresciuto nel 2005 e nel 2006, continuerebbe a farlo anche nel 2007. La campagna elettorale non si occupa di questi numeri. Un modo per portarveli è quello di far emergere le persone che dovranno gestirli. Immagino che Berlusconi affiderebbe di nuovo a Giulio Tremonti il ministero dell'Economia. E' Tremonti che ha assunto con Bruxelles l'impegno del 3% nel 2007: lo ritiene compatibile con il programma della Casa delle Libertà? E a chi affiderebbe Prodi la responsabilità dei conti pubblici? Mentre la politica pare incapace di rinnovarsi, in molte imprese, soprattutto in quelle che non vivono all'ombra di monopoli ben protetti ma competono ogni giorno sui mercati internazionali, è emersa una nuova classe di dirigenti. Hanno quaranta, al massimo cinquant'anni, considerano l'Europa il loro mercato domestico e il mondo la sfida che devono vincere, pensano che i dazi contro i cinesi siano una stupidaggine e alla politica chiedono innanzitutto amministrazioni pubbliche un po' meno borboniche. Le persone contano più dei programmi elettorali. E' troppo chiedere oggi, nelle liste elettorali che saranno guidate da due quasi settantenni, e domani nel governo, un po' di spazio per qualche giovane, meglio se donna? giavazzi-f@yahoo.com -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L'ipotesi B La drammatica, ancora non totalmente spiegata transizione italiana. Che cosa c'entra Silvio Berlusconi con le stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e con quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano? di Gianni Barbacetto È stato il momento più drammatico della storia italiana dal dopoguerra a oggi: negli anni tra il1992 e il 1994 è crollato un mondo politico, si è sgretolato il sistema dei partiti, è scoppiata una serie di bombe che hanno compiuto stragi, eliminato due tra i magistrati più famosi d’Italia, ucciso complessivamente 21 persone, provocato un’ottantina di feriti, messo in pericolo il patrimonio artistico del Paese, tenuto a lungo sotto ricatto le istituzioni. Che cosa è davvero successo in quel passaggio d’epoca? Chi si è attivato? Quali sono stati i protagonisti che si sonomossi nell’ombra? Che ricatti sono scattati? Non sappiamo dare risposte esaurienti: nella ricostruzione storica di quegli anni rimangono ancora molti buchi neri. Nel cuore della nostra storia recente, proprio nel momento in cui si è formato il nuovo sistema politico in cui viviamo, si è consumato un grande intrigo. Ancora per molti aspetti oscuro. C’è un punto fermo: per i fatti più gravi che hanno segnato quel periodo – le stragi del 1992 in cui sono morti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte; e le tre stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma – sono stati condannati come esecutori e mandanti gli uomini di Cosa nostra. Ma chi ha indagato per anni sulla transizione del 1992-93 ha formulato un’ipotesi a: Cosa nostra da sola ha progettato e realizzato lestragi; e un’ipotesi b: vi sono altre forze dietro quella strategia, esistono «mandanti a volto coperto» o comunque altre entità che avevanointeressi convergenti con quelli di Cosa nostra. L’ipotesi b, inevitabilmente, preso atto dei racconti arrivati da chi havissuto quella stagione all’interno di Cosa nostra, è diventata ipotesi B: B come Berlusconi. Silvio Berlusconi, con Marcello Dell’Utri, è stato indagato nelle inchieste sui «mandanti a volto coperto» ed è di fatto tuttora indagato (malgrado la sua propaganda dica di no) a Palermo e a Firenze. Ecco dunque la storia di quegli anni, i fatti accertati, le questioni irrisolte. Raccontiamolo come il plot di un grande thriller. Senza certezze, ma con molti fatti inquietanti. Nel febbraio 1992 uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano, Antonio Di Pietro, avvia una inchiesta sulla corruzione politica, a cuidà il nome di Mani pulite. Dopo qualche mese, è una valanga. Per episodi di corruzione sono posti sotto inchiesta centinaia di politici, amministratori, imprenditori, i maggiori leader dei partiti, una decina di ex ministri della Repubblica, quattro ex presidenti del Consiglio. Il Parlamento è delegittimato da decine di avvisi di garanzia. L’intero sistema dei partiti è scosso. In un paio di anni il volto della politica italiana cambia completamente. In Sicilia, intanto, Cosa nostra si sta da tempo agitando. L’organizzazione è in attesa della decisione della Corte di cassazione, che deve confermare o annullare la sentenza del maxiprocesso di Palermo. Con la conferma, sui 475 imputati portati a giudizio da Giovanni Falcone e dagli altri magistrati del primo pool antimafia di Palermo si sarebbe abbattuta una montagna di ergastoli capace di seppellire in carcere un paio di generazioni di mafiosi. Il capo dei capi, Totò Riina, annusa l’aria e si rende conto che negli ultimi tempi gli «amici importanti» di Cosa nostra a Palermo e a Roma non sono più attenti alle esigenze dell’organizzazione. Il 30 gennaio arriva la conferma ai sospetti di Totò u Curtu: la prima sezione della Cassazione, sottratta all’influenza di Corrado Carnevale, il «giudice ammazzasentenze», conferma le condanne del maxiprocesso. È la fine di un’epoca. Riina, che comanda Cosa nostra grazie al potere militare delle famiglie corleonesi, decide che è tempo di tagliare di netto con i vecchialleati. È tempo di iniziare la guerra. Che comincia esattamente 40 giorni dopo la sentenza della Cassazione: il 12 marzo 1992, a Mondello, il mare di Palermo, è ucciso Salvo Lima, l’uomo che rappresenta Giulio Andreotti in Sicilia. Nel settembre successivo è la volta di Ignazio Salvo, andreottiano e uomo di Cosa nostra. Il segnale è chiaro: non avete mantenuto i patti, dunque ora pagate il vostro tradimento. Cosa nostra non ha più bisogno di voi. Recide per sempre i legami di scambio (voti e soldi contro appalti e impunità) con i suoi tradizionali referenti politici. Muore così la Cosa nostra della «prima repubblica», quella che aveva i suoireferenti nei notabili democristiani. Ha il battesimo del fuoco la nuova Cosa nostra, quella che comincia a trattare direttamente con lo Stato. Nel frattempo, per quelle perfette sintonie che solo la storia sa costruire, al Nord moriva la «prima repubblica» dei partiti. Il 5 aprile 1992 le elezioni politiche sanciscono il tracollo dei partiti digoverno e il trionfo della Lega di Umberto Bossi, su cui si riversano le proteste contro il sistema della corruzione e molti desideri di cambiamento. Ma intanto, al Sud, Riina prosegue la sua guerra: colpendo il nemico numero uno di Cosa nostra, Giovanni Falcone, l’uomo che negli anni Ottanta aveva dato l’avvio all’avventura che si era conclusa il 30 gennaio 1992 con la sentenza definitiva della Cassazione. Il 23 maggio, a Capaci, mentre corre dall’aeroporto di Palermo versola sua città, il magistrato, sua moglie e la scorta sono dilaniati da una carica d’esplosivo che fa saltare in aria l’autostrada. L’Italia è scossa come mai prima. La morte di Falcone è pianificata da Cosa nostra proprio nei giorni in cui il Parlamento, dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, è riunito per scegliere il nuovo presidente della Repubblica: così da impedire che alla più alta carica dello Stato sia eletto il candidato allora favorito, Andreotti, ormai pesantemente segnato dalle ombre dei suoi rapporti siciliani. Falcone aveva più di un nemico. Non tutti erano dentro Cosa nostra. Gli investigatori si pongono la domanda: qualcuno dei suoi nemici può forse essere stato concausa della sua morte – in quel «nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol diregomitolo» che spesso è la realtà, come scriveva Carlo Emilio Gadda? Il pubblico ministero nel processo perla strage di Capaci, Luca Tescaroli, lascia aperta la risposta. Attorno a Falcone vivo si erano agitati ambienti dei servizi segreti, dellamassoneria, della politica e delle imprese. Sul luogo del delitto, a Capaci, è stato ritrovato (o fatto ritrovare?) un bigliettino con un numero di telefono di un funzionario del Sisde (il servizio segreto civile), il cui numero due, Bruno Contrada, poi arrestato e condannato per associazione mafiosa. Quanto alle imprese,scrive Tescaroli nella sua requisitoria: «Le stesse indicazioni delcollaboratore di giustizia Angelo Siino, in ordine all’iniziativa di Bernardo Provenzano per “agganciare Craxi tramite la Fininvest”, e di Salvatore Cancemi, con riferimento all’iniziativa, collocata fra gli anni 1990-1991, per coltivare direttamente i rapporti con i vertici di detta struttura imprenditoriale e al suo tentativo, “tramite Craxi”, di mettersi la Fininvest nelle mani e viceversa, potrebbero non essere avulse dal trasferimento del dottor Falcone» da Palermo a Roma. Di più non dice, aggiungendo che altre indagini sono in corso perapprofondire gli aspetti ancora in ombra del gomitolo delle«causali». Racconta però Salvatore Cancemi, il primo collaboratore di giustizia che era stato membro della Commissione (la «cupola») di Cosa nostra:«Quando c’erano le preparazioni per le stragi di Falcone, del dottor Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci. Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse, con pochissime parole: U zu’ Totuccio si incontrò con persone importanti». Ganci non gli fa i nomi di quelle «persone importanti», ma per Cancemi è abbastanza chiaro: «Se io devo fare una logica, diciamo,(...) i discorsi sono questi che si facevano in quel periodo». E spiega (nel 1999, al processo per la strage di via D’Amelio):«Se io vado indietro, noi andiamo a trovare un Vittorio Mangano che faceva quello che voleva nella tenuta di Berlusconi di Arcore. Là c’era un covo, un covo di mafiosi che andavano là, organizzavano sequestri di persona, vendevano droga, e io ho fornito pure; che c’è stato un tentativo di un sequestro di persona, che uno di questi che era, mi sembra, se non faccio errore, Pietro Testone, chiamato di... ora che mi viene il nome glielo dico... Pietro Vernengo, (...) quindi là era la base di tutte queste cose. Quindi, dobbiamo cominciare, diciamo, di qua, quindi i vantaggi ci sono... ci sono stati curati da anni indietro a venire in avanti». La guerra continua. Il 19 luglio 1992, meno di due mesi dopo la morte di Falcone, in via D’Amelio è ucciso con un’autobomba, insieme alla scorta, Paolo Borsellino, che per Falcone era come un fratello e che dopo la sua morte era diventato l’erede morale el’ideale continuatore della sua opera. L’uccisione di Borsellino, a così breve distanza da quella di Falcone, è controproducente per Cosa nostra: le misure antimafia varate dal governo dopo la prima strage stavano per essere dimenticate nell’afa estiva che aveva investito anche il Parlamento che le doveva rendere legge; ma dopo la bomba di via D’Amelio vengono rapidamente approvate; il sostegno ai collaboratori di giustizia e il carcere duro per i boss mafiosi diventano definitivi; la caccia ai latitanti diventa frenetica; la coscienza antimafia diventa sentire comune in tutto il Paese. Perché Cosa nostra ha deciso quell’accelerazione? Chi ha messo fretta a Cosa nostra, che non ha mai fretta? Racconta Cancemi: «Mi ricordo (...) di una riunione che il Ganci, proprio questo mi è rimasto impresso, (...) che si appartò, diciamo,sempre nella stessa stanza, nello stesso salottino che c’era là ,con Riina. E io c’ho sentito dire: La responsabilità è mia. Poi, quando ce ne siamo andati con Ganci, Ganci mi disse: Questo ci... ci vuole rovinare a tutti, quindi lacosa era... il riferimento era per il dottor Borsellino. (...) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa... di una cosa veloce, aveva... io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva... la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (...) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa... questa risposta a qualcuno,questi accordi che lui aveva preso». Aveva davvero preso accordi con qualcuno? E se sì, con chi? Queste due domande non hanno ancora trovato una risposta certa. Ma alcuni importanti capi di Cosa nostra che hanno vissuto dall’interno la preparazione delle stragi riferiscono che era stata aperta una trattativa con soggetti dell’ambiente politico e istituzionale. Riina aveva anche scritto le sue richieste, in quello che gli uomini di Cosa nostra chiamano il papello: revisione del maxiprocesso, azzeramento delle norme che avevano reso possibile il moltiplicarsi dei «pentiti»; fine del carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario); chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara; abolizione dell’ergastolo. Chi tratta con Cosa nostra? Contatti con Vito Ciancimino, ex sindaco dc di Palermo e uomo dei corleonesi, li hanno in quei mesi due carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale), il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno; una sorta di trattativa viene intavolata, ma – dicono i due carabinieri – senza concessioni a Cosa nostra, anzi al solo scopo di stanare Riina. Un’altra trattativa, secondo le ipotesi investigative, è stata avviata da uomini Fininvest: Marcello Dell’Utri scende infatti in Sicilia e – sostengono i magistrati che lo hanno portato sotto processo a Palermo – si incontra con uomini della famiglia catanese di Nitto Santapaola; il suo obiettivo, almeno iniziale, sembra sia quello di far cessare gli attentat iincendiari che si erano verificati nei magazzini Standa siciliani. Ma poi da cosa nasce cosa, l’oggetto della trattativa si amplia. Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, era la memoria storica della lotta alla mafia: ricordava bene anche le vecchie vicende di Cosa nostra che aveva impiantato una base al Nord, a Milano, negli anni Settanta. Borsellino attribuisce una grande importanza a quelle vicende, e non le ritiene affatto vecchie: lo dimostra l’intervista televisiva concessa il 21 maggio 1992 al giornalista Fabrizio Calvi, in cui sottolinea i rapporti che Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, a Milano, avrebbero intrattenuto con personaggi delle famiglie palermitane, primo fra tutti Vittorio Mangano, il capo della famiglia di Porta Nuova, inviato da Cosa nostra a Milano, che per qualche tempo ha addirittura abitato nella villa di Arcore insieme a Berlusconi. Borsellino è tanto convinto che la pista Dell’Utri-Berlusconi sia d’attualità, che alla fine dell’intervista, sornione, consegna a Calvi delle carte, tutte attinenti alle indagini svolte in passato a Palermo su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Intanto però in quei mesi frenetici gli avvenimenti si accavallano, si rincorrono. Prosegue la strategia delle stragi ordinata da Riina: «Farela guerra per poi fare la pace». La decisione è di portare massicciamente l’attacco – per la prima volta nella storia di Cosa nostra – fuori dalla Sicilia, a Roma, al Nord. Il 15 gennaio 1993 i carabinieri del Ros arrestano a Palermo Riina (non senza qualche mistero: come viene individuata la casa del boss? perché non viene mai perquisita o almeno tenuta sotto controllo?). Ma la strategia già decisa non si ferma. La continuano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Graviano... L’Italia vive una tumultuosa, confusa transizione. Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato si dimette da presidente del Consiglio. Il 26 aprile Carlo Azeglio Ciampi riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Il 28 presenta la lista dei ministri, in cui sono inseriti, per la prima volta in Italia, esponenti del Pds, l’ex partito comunista. Il 7 maggio la Camera vota la fiducia al governo Ciampi. Il 12 è la volta del Senato. Il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, che imagistrati palermitani vogliono processare a Palermo per mafia. Il 14 maggio prende avvio la seconda parte della campagna stragista di Cosa nostra: a Roma, un’autobomba scoppia in via Fauro, ferendo 21 persone ma mancando l’obiettivo prefissato, il giornalista televisivo Maurizio Costanzo. Il 27 maggio, a Firenze, scoppia una bomba in via dei Georgofili: cinque morti, 29 feriti. Danneggiati la Galleria degli Uffizi, la Torre del Pulci, Palazzo Vecchio, la chiesa dei Santi Stefano e Cecilia, il museo della Scienza e della tecnica. Distrutte o danneggiate opere di Giotto, Tiziano,Vasari, Bernini, Rubens, Reni, Sebastiano del Piombo, Gaddi, Van Der Weyden. Il 2 giugno davanti a Palazzo Chigi, sede del governo, viene individuata una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. Il 23 luglio a M ilano muore (poi l’inchiesta decreterà: è suicidio) Raul Gardini, ex numero unodella Ferruzzi. Il 26 luglio la Democrazia cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra, decide il suo formale scioglimento. Intanto le associazioni degli autotrasportatori avevano minacciato uno sciopero a oltranza e la mattina del 27 le prefetture informano il presidente del Consiglio che le agitazioni rischiano di bloccare i rifornimenti di prodotti alimentari e di carburante, proprio alla vigilia dell’esodo estivo. In questa situazione cilena, nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiano quasi contemporaneamente tre autobombe. La prima, a Milano, esplode in via Palestro (cinque morti e una decina di feriti) e distrugge il Padiglione di arte contemporanea. La seconda, a Roma, danneggia la basilica di San Giovanni in Laterano e il Palazzo Lateranense (14 feriti). La terza, ancora a Roma, procura gravi danni alla basilica di San Giorgio al Velabro (treferiti). Palazzo Chigi, sede del governo, resta per tre ore misteriosamente isolato e senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 5 novembre alla Borsa di Londra crollano i titoli italiani e la lira. Rimbalzo negativo anche alla Borsa di Milano. Tutto è originato dal diffondersi di una voce, falsa, sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Si sospetta una speculazione internazionale. Un contrappunto drammatico Nord-Sud. Stragi mafiose e convulsioni politiche. Crollo del sistema tradizionale dei partiti e bombe-messaggio, fatte scoppiare per far capire che le istituzioni dovevano scendere a patti, dovevano chiudere una trattativa con Cosa nostra. Riina aveva chiare le cose da chiedere in cambio della sospensione degli attentati, erano quelle scritte nel suo papello. Ma gli obiettivi scelti per gli attentati sono molto raffinati: la galleria dei Georgofili a Firenze, il Padiglione d’arte contemporanea a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Tutti luoghi, secondo lo storico dei servizi segreti Giuseppe De Lutiis, con possibili evocazioni massoniche. Possibile che Riina abbia fatto tutto da solo? Non c’è stato nessuno che ha fornito un’indicazione, che ha dato un «aiutino»? «Monumenti, opere d’arte, tesori inestimabili del patrimonio storico e artistico del nostro Paese», dichiara l’allora procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna, sono «obiettivi sicuramente non consoni a quelli tante volte attinti da Cosa nostra ed estranei alla sua storica strategia criminale». Con altre parole, Cancemi aveva espresso lo stesso concetto: « Cosa nostra non ha la mente fina per mettere un’autobomba come quella di Firenze», quelli «sono obiettivi suggeriti». Chi sono, allora, le «menti fine» che hanno fatto da suggeritore a Cosa nostra? E chi aveva dato garanzie che le richieste del papello sarebbero state alfine accettate? In quei giorni, Francesco Paolo Fulci, direttore del Cesis (l’organismo di coordinamento dei servizi segreti), consegna al capo della pol izia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi: per «meri fini di riscontro» in merito agli attentati. Nei mesi che seguono l’estate delle bombe, alle stragi si aggiunge lo scandalo Sisde, una storia italiana di agenti segreti che invece di servire lo Stato lo derubavano, intascandosi miliardi di lire. Lo scandalo minaccia di coinvolgere anche il presidente della Repubblica Scalfaro, ex ministro dell’Interno e dunque per un periodo responsabile anche dell’operato del Sisde. Faticosa, drammatica, confusa, la transizione italiana. In questo clima incerto e teso, molti soggetti, molti poteri devono aver avuto la tentazione d’inserirsi, per tentare di governarla. Massonerie, settori dei servizi segreti, uomini politici, settori imprenditoriali, « menti raffinatissime»... A dar retta agli uomini di Cosa nostra che, compiuto il salto di campo, hanno cominciato a collaborare con lo Stato, la Fininvest era tra questi soggetti. Aveva da lungo tempo un rapporto con Cosa nostra: dagli anni in cui Vittorio Mangano si era installato ad Arcore, a casa di Berlusconi. La Fininvest dava regolarmente dei soldi a Cosa nostra, forse per la «protezione» delle antenne televisive in Sicilia: una cifra attorno ai 200 milioni all’anno, secondo quanto racconta Cancemi. Ma tra il 1990 e il 1991, quando Cosa nostra decide di «cambiare pelle», Riina ordina a Cancemi di comunicare a Mangano che deve farsi da parte: di Berlusconi vuole occuparsi personalmente. Cancemi esegue: «Incontrando a Vittorio Mangano ci dissi: (...) Vittorio, senti qua, tu mi devi fare una cortesia, senza che mi fai nessuna domanda, mi devi fare una cortesia: tu questi persone, Berlusconi, Dell’Utri, li devi lasciare stare, che Salvatore Riina se l’ha messo nelle mani lui, perchémi disse che è un bene per tutta Cosa nostra, quindi non mi fare altre domande, non mi dire niente. E il Vittorio Mangano con me, siccome lui lo sapeva che io lo volevo bene e lui mi voleva bene pure a me, si... diciamo, si è allargato un pochettino, nel senso... nel senso che mi disse: Ma Totuccio, io è una vita, tu lo sai, è una vita che io... ce l’ho nelle mani io, che ci sono vicino io, tu lo sai, ora tutto assieme io mi devo mettere da parte? E io: Vittorio, fammi questa cortesia, non mi fare altre domande, perché quando quello mi dice che è un bene per tutta Cosa nostra, io non ci posso dire niente». Nello stesso periodo, la Fininvest era interessata a fare affari nel centro storico di Palermo. Racconta Cancemi: «Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi, Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la zona vecchia di Palermo. Ioc’ho detto: Va bene». Dagli affari è facile passare alla politica: «Quindi, io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, si... con queste persone. Questo, diciamo, quello che... quello che ho capito io e quello che ho vissuto io direttamente, che Riina, diciamo, aveva queste persone nelle mani (...).Lui parlava sempre di queste cose. ’Nfino un qualche quindici giorni prima di... che l’arrestassero. (...) L’obiettivi erano di fare, appunto, modificare delle leggi e di fare cambiare questa legge sui pentiti (...) C’erano altre cose pure di... il 41 bis. Insomma, si parlava di tutte queste cose, diciamo, che lui stava portando avanti. (...) Quando si andava nell’argomento di cambiare queste cose, queste regole, specialmente sui pentiti, sul 41 bis e tutte queste cose, lui tirava in mezzo queste persone, diceva: Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare del bene». Dell’Utri, intanto, sta già pensando alla nascita di un nuovo partito. Lo racconta Ezio Cartotto, politico democristiano che a metà degli anni Ottanta teneva corsi di formazione per i manager di Publitalia, l’azienda che raccoglieva pubblicità per le reti Fininvest: «Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso entrasse in politica per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi». Forza Italia uscirà allo scoperto solo nel 1994, ma Dell’Utri era al lavoro, sotterraneamente, già dalla primavera 1992, per vincere prima di tutto l’opposizione al progetto-partito interna alla Fininvest (tra gli oppositori, Maurizio Costanzo). Anche in Sicilia, negli stessi mesi, stanno cercando nuovi referenti politici. Maurizio Avola, uomo d’onore catanese, racconta che Riina nel 1992 intendeva «creare un nuovo partito politico» nel quale inserire uomini di Cosa nostra sconosciuti, puliti, pronti aportare direttamente gli interessi dell’organizzazione nelle istituzioni dello Stato. Riina aveva ipotizzato anche il nome: Cosa nuova. Ma si era subito reso conto che forse era preferibile puntare su qualcosa di più neutro, come Lega sud. Comunque tutto era pronto per l’operazione, tanto che Riina aveva chiesto a Santapaola di indicargli persone adatte all’impresa, cioè «uomini nuovi» da poter inserire nel movimento e lanciare verso una brillante carriera politica. Santapaola non si era tirato indietro. Il suo braccio destro, Aldo Ercolano, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 incontra Dell’Utri, stando a quel che raccontano i collaboratori di giustizia, in una località del messinese. Nel 1992 sono ben 34 i viaggi dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri a Catania. All’incontro partecipa forse anche Santapaola in persona, per scambiare qualche idea sul futuro della politica italiana. «So che dell’Utri aveva amicizie a Palermo», racconta Avola, «e in quel periodo si parlava già del partito nuovo che stava a cuore a Totò Riina». Dell’Utri, naturalmente, smentisce. Di certo c’è che qualcosa effettivamente si muove, al Sud. In quel periodo, spesso sottol’ala di ambienti massonici, in molte regioni nascono nuovi movimenti politici. «Sorsero piccole“leghe”, dislocate in diverse parti del territorio nazionale», spiega Piero Luigi Vigna, che le ha incontrate nel corso delle indagini sulle stragi del 1993. Le enumera con cura: Lega pugliese, Lega marchigiana, Lega molisana, Lega meridionale, Lega degli italiani, Lega sarda, Lega calabrese. E ancora: Lega italiana,Lega delle leghe, Lega sud della Calabria, Lega toscana, Lega laziale, Lega nazional popolare, movimento Sicilia libera... A una manifestazione della Lega meridionale è presente don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Sicilia libera è invece direttamente creata da uomini di Cosa nostra: la promuove Tullio Cannella, in stretto contatto con Leoluca Bagarella. Vi partecipano i fratelli Graviano e il costruttore palermitano Gianni Ienna. Ha come scopo dichiarato far diventare la Sicilia una nazione autonoma, nel quadro di una Italia federale. Si presenta anche alle elezioni nell’isola, senza grandi successi. Ma nel corso del 1993 Cosa nostra abbandona l’idea di fare politica in proprio. Nell’organizzazione circola la voce che i tempi duri stanno per finire, che sono stati trovati nuovi alleati. Malgrado gli arresti dei suoi capi – Riina, Santapaola, Bagarella – in Cosa nostra torna l’ottimismo. Alla fine del 1993 è Bernardo Provenzano in persona, lapiù alta autorità dell’organizzazione rimasta libera e attiva,a far sapere alle famiglie: «State tranquilli, ho trovato qualcosa, il vento sta per cambiare». A Milano, intanto, Dell’Utri è riuscito a vincere le resistenzeinterne alla Fininveste a convincere Silvio Berlusconi a «scendere incampo». Forza Italia, dopo pochi mesi di vita ufficiale, si appresta avincere le elezioni del 1994. Oggi, sette anni dopo, nessuna certezza è uscita dallo «gnommero», dal gomitolo del 1992-93. Sono state registrate molte dichiarazioni di collaboratori di giustizia, sono state rilevate molte concordanze di date e di fatti. Ma è ancora troppo poco per formulare accuse precise. Tanto più nei confronti di personaggi potentissimi, e in tempi in cui martellanti campagne di stampa hanno gettato discredito sui «pentiti» e delegittimazione sui magistrati. Così, arrivati al termine della scadenza naturale delle indagini, ènecessario chiedere l’archiviazione. Poiché però i reati di strage non si prescrivono mai e gli indizi restano pesanti sul tappeto, archiviata un’indagine è possibile e doveroso aprirne subito un’altra, a carico di ignoti, e inserire le vecchie carte nei nuovi faldoni. Forse la prova certa non si troverà mai. Ma di sicuro, in questa come in altre gravi vicende italiane, è utile non accontentarsi delle risultanze processuali: chi in politica chiede di sventolare sentenze o altrimenti di restare zitti, mostra, paradossalmente, di essere «giustizialista», di ridurre il mondo intero a una grande aula di giustizia. In politica conta invece anche l’opportunità dei comportamenti. Dai politici non si deve pretendere qualcosa di più che la fedina penale pulita? Negli Stati Uniti e in altri Paesi civili c’è chi ha avuto la carriera politica rovinata per aver scelto male la baby sitter, o la colf, o l’amante. E chi ha assunto e tenuto in casa uno «stalliere» che era in realtà un boss mafioso? E chi ha avuto come braccio destro nel business e nella politica un uomo come Marcello Dell’Utri, le cui agende dimostrano che è rimasto sempre in contatto con gli ambienti mafiosi palermitani? E chi ha attraversato con mille ambiguità (nel migliore dei casi) la stagione delle stragi del 1992-93? C’è comunque una domanda che resta senza risposta: perché mai tanti uomini provenienti da Cosa nostra raccontano di contatti tra i boss e gli ambienti Fininvest nel 1992-93? Le risposte possibili, razionalmente, sono tre: 1. È tutta una montatura dei magistrati «comunisti» che hanno indottrinato decine di «pentiti»: è una spiegazione più dietrologica e complottista dell’ipotesi B, che pure è accusata di essere dietrologica e complottista. 2. È tutto un equivoco: la convinzione di essere sostenuti da Berlusconi si è davvero diffusa dentro Cosa nostra, ma è l’autoconvincimento di boss e gregari impegnati in una guerra contro lo Stato che ha portato alla disfatta dell’ala corleonese dell’organizzazione. 3. È vero, i contatti tra gli ambienti Fininvest e Cosa nostra ci sono stati. In attesa di approdare a qualche certezza in proposito, l’Italia, strano Paese europeo, va con questi dubbi verso l’appuntamento elettorale http://spaces.msn.com/crazycaroll/Blog/cns!8531E62DE09871B1!1523.entry

Berlusconi a nozze con i fascisti Interventi. Il leader di Forza Italia pensa di raggranellare il maggior numero di voti. Senza rispetto per nulla che non sia la propria affermazione personale Nicola Tranfaglia Contrariamente a quel che hanno scritto i maggiori giornali italiani con un ottimismo che è strettamente legato non tanto all’amor di patria quanto al desiderio di non apparire troppo lontani da Berlusconi, l’attuale presidente del Consiglio ha firmato l’accordo con Alternativa Sociale e gli altri gruppi di neonazisti e neofascisti che compongono il variegato mondo raccolto intorno ad Alessandra Mussolini e a Pino Rauti. Quest’ultimo peraltro ritornerà in parlamento con un seggio di Forza Italia senza correre i rischi delle piccole o piccolissime liste. La storia dei neofascisti imprensentabili di cui si è parlato nei giorni scorsi si conclude dunque con la riaffermazione di un’alleanza stabile del populismo mediatico di cui Silvio Berlusconi è il leader indiscusso con gli esponenti peggiori di quel mondo residuale che ha espresso il terrorismo nero degli anni settanta, i naziskin e tutti gli esponenti del revanscismo di estrema destra. Se non ci saranno nelle liste i Tilgher o altri dello stesso genere ci saranno i loro comprimari che sono spesso peggiori dei capi dell’uno o dell’altro movimento neofascista Il problema della decenza e della presentabilità non è stato in nessun modo risolto ma spostato in una zona ancora più grigia del sottobosco della destra estrema. Viene allora da chiedersi perché il Cavaliere fa una scelta così chiara e indifendibile dopo anni passati a proclamarsi erede di De Gasperi o uomo del centro. La risposta non è agevole al di là di alcune prevedibili ragioni aritmetiche che spingono Berlusconi a pensare che presentare numerose liste alleate possa in certe regioni disturbare gli avversari e raggranellare voti preziosi per la conta finale. C’è tuttavia una ragione più importante e di ordine generale che deve essere ricordata per comprendere la scelta finale del leader di Forza Italia. Non c’è in lui nessun apprezzamento dei valori di democrazia e di libertà scritti anche sui programmi ancora non noti della Casa delle Libertà, c’è una sorta di pragmatica indifferenza nei confronti di qualunque dibattito sui valori e sui principi della vita politica e sociale. A Berlusconi interessa il potere e null’altro che il potere. Da questo punto di vista si alleerebbe con il diavolo pur di vincere e restare al suo posto. Da questo punto di vista i neofascisti sono alleati ideali perché a differenza dei tanti ex democristiani che gli sono vicini:chiedono di meno e sono disposti a seguirlo ad ogni costo,visto che tutti gli altri interlocutori li hanno ripudiati www.aprileonline.info

A Romano Prodi Ai responsabili dei partiti dell’Unione Caro Romano, la Rete dei Cittadini per L’Ulivo ha da tempo espresso la propria posizione in merito alla proposta di Liste civiche alle prossime elezioni del 09 aprile. L’obiettivo che muove l’azione delle associazioni dei Cittadini per L’Ulivo è, in questa fase, la necessaria vittoria alle elezioni politiche e nel Referendum costituzionale. A tal fine ci attendevamo la lista unitaria dell’Ulivo sia alla Camera che al Senato. Non è andata così ed al Senato si è preferito chiedere il consenso dei cittadini attraverso le liste di partito. In alcune Regioni il premio di maggioranza è in bilico tra i due poli; si può perdere o vincere per piccoli scarti. Visto che L’Unione non ha puntato sul valore aggiunto della semplificazione e ricomposizione, sia coerente nel proporre un ventaglio di proposte elettorali ampio e inclusivo che comprenda Liste civiche con forte radicamento territoriale. Le associazioni dei Cittadini per L’Ulivo hanno subito preso le distanze da chi ha avanzato l’ipotesi di liste civiche a carattere nazionale alla Camera ed al Senato, sottolineando, di fronte alla ripetuta minaccia di sottrarre voti alla Camera nel confronto con il centrodestra, il carattere politicamente spregiudicato di quella operazione. Ma è oggi inspiegabile perché si stia ostacolando la formazione di Liste civiche in alcuni regioni dove ciò può avvenire attraverso l’accordo con associazioni che da anni lavorano nel territorio e che raccolgono da tempo la spinta alla partecipazione politica da parte dei cittadini. Il sottoscritto, quale coordinatore nazionale dei Cittadini per L’Ulivo, non ha mai partecipato ai lavori preparatori di queste Liste civiche regionali, cui diamo il nostro pieno sostegno, proprio per marcare il carattere locale di tali Liste e la correttezza politica dell’intera proposta. Non sappiamo se tanta chiarezza politica sarà sufficiente perché L’Unione decida di mettere in campo tutte le risorse utili alla vittoria elettorale o se prevarranno logiche particolari assolutamente inaccettabili in questo frangente e in evidente contraddizione con la necessità fare di tutto per portare Romano Prodi e L’Unione al governo del paese attraverso una solida maggioranza nei due rami del Parlamento, per il Bene dell’Italia. 21 febbraio 2006 Rete Cittadini per L’Ulivo Massimo Cellai

stagnazione. Nel 2005 crescita allo 0,1% I dati della Ue smentiscono il governo di LEOPOLDO ELIA La commissione Ue taglia le sue previsioni sulla crescita economica dell’Italia. Il Pil nel 2005 è cresciuto dello 0,1%, non dello 0,2% come inizialmente previsto, mentre per il 2006 la stima di crescita è dell’1,3%, contro l’1,5% annunciato in autunno. È quanto annuncia Bruxelles nelle nuove previsioni economiche “provvisorie”. La stima contenuta nel documento per il 2006 è inferiore di due decimi di punto rispetto alle ultime stime del governo e a quelle appena formulate dal Fondo monetario internazionale, entrambe sull'1,5%. «È un’anomalia italiana, di un paese che è sempre ultimo. Siamo in coda» ha commentato Romano Prodi. Preoccupante è anche la divergenza con gli altri paesi di Eurolandia, che non solo marceranno su ritmi più sostenuti, ma vedono migliorare le previsioni. Se per l'intera Ue la stima di crescita viene rivista dal 2,1% al 2,2%, con Eurolandia stabile all'1,9%, le previsioni di crescita per quest'anno sono migliorate in Germania (da 1,2% a 1,5%), Gran Bretagna (da 2,3% a 2,4%) e Francia (da 1,8% a 1,9%). Oltre a quelle per l'Italia, sono peggiorate anche quelle per la Spagna, passate dal 3,2% a 3,1%. Invariate, rispetto a quelle dello scorso autunno, le previsioni sull'inflazione, che dovrebbe attestarsi al 2,2% nel 2005 e al 2,1% nel 2006. Le previsioni Ue giungono alla vigilia della raccomandazione della commissione sulla procedura per deficit eccessivo dell’Italia che , alla luce degli impegni presi da Roma, dovrebbe essere temporaneamente sospesa. Secondo Bruxelles nei conti pubblici italiani, la correzione entro il 2007 della situazione di deficit eccessivo, prevista dagli accordi Ue, e la riduzione del debito in rapporto al Pil «sono soggette a incertezze significative » in quanto dipendono «da un'effettiva attuazione della legge finanziaria per il 2006» e dalla «definizione e la realizzazione di misure correttive per il 2007».www.europaquotidiano.it/

Gli attacchi al Pentagono e le tre scimmiette del generale Arpino Domenica scorsa a Speciale Tg1 è andata in onda l'inchiesta “P come Pentagono, M come mistero”, una trasmissione assolutamente deludente per chi cercava una risposta ai mille interrogativi che riguardano l'attacco al Pentagono dell'11 settembre del 2001. Gli ospiti della trasmissione, anche a costo di rendersi ridicoli, hanno cercato in tutti i modi di distogliere il telespettatore da ogni “pensiero pericoloso” e da qualsiasi eresia rispetto alla versione ufficiale dei fatti. Non sono mai state diffuse immagini dell'impatto del volo 77 dell'American Airlines contro il quartier generale della difesa statunitense. Tutte le registrazioni delle decine di telecamere che circondano l'edificio sono state sequestrate dall'FBI subito dopo la tragedia, e i network americani hanno potuto diffondere unicamente una sequenza di 5 fotogrammi sgranati che mostrano sì un'esplosione, ma nessun aereo che si schianta. In questi anni molti dubbi sono stati avanzati sulla ricostruzione degli avvenimenti fatta dalle autorità americane, ma il dibattito ha trovato sfogo solo su Internet e attraverso piccole iniziative editoriali. La buona diffusione e il credito che molte argomentazioni hanno conquistato presso il pubblico, soprattutto attraverso il web, deve aver spinto la televisione, la regina delle agenzie di socializzazione, a imporre la propria definizione della situazione e a ristabilire l'ordine. La trasmissione di Rai Uno deve essere letta in quest'ottica. La pentola ribolliva, andava gettata acqua fredda. Va detto che durante la serata spesso sono state poste le domande giuste, e che il conduttore del programma, il giornalista Roberto Olla, ha in diverse occasioni chiesto conto ai suoi ospiti di varie incongruenze nella versione ufficiale dei fatti. Ma il parco ospiti di Speciale Tg1 era granitico e determinato a non concedere terreno alle illazioni internettiane, contro le quali sostanzialmente la trasmissione è stata organizzata. Si parte male sin dall'inizio: il giornalista entra in studio tenendo tra le mani il rapporto ufficiale della commissione nazionale statunitense sui fatti dell' 11 settembre e con una videocassetta di filmati realizzati da militari americani sul luogo del disastro. “Per la nostra inchiesta ci baseremo su questi due punti di riferimento” – ha detto. Come premessa è disastrosa, come minimo incompleta. Il rapporto ufficiale è l'imputato numero uno di tutta la vicenda, su centinaia di singoli punti ha ricevuto altrettante critiche sostanziali e imbarazzanti, alle quali fino ad oggi nessuno a Washington si è degnato di dare una risposta convincente. La scelta poi di basarsi su immagini di fonte militare riflette la mentalità “embedded” del giornalismo contemporaneo, che ormai tratta le fonti che provengono dalle autorità e dalle istituzioni come le più affidabili: perché non usare le decine e decine di immagini fornite da altri testimoni? Il filmato dei militari Usa riprende il Pentagono tutto annerito dal fumo e con la facciata crollata. Questo perché è un documento girato diverse ore dopo l'impatto: se al Tg1 avessero mostrato le foto fatte da altri testimoni subito dopo il disastro, si sarebbe visto che la facciata è rimasta in piedi a lungo prima di crollare, e che aveva ancora i vetri intatti alle finestre. Il telespettatore avrebbe avuto più difficoltà ad accettare l'idea che lì si era appena schiantato un Boeing 757 a 800 km orari. Tra gli ospiti dello speciale c'era il generale Arpino, che interveniva poco, sembrava più che altro presenziare. Notevole il pilota comandante Garavotti – un ex-militare – che durante tutta la trasmissione si è avventurato di continuo in giudizi sulla resistenza strutturale del Pentagono. Ha risposto alle domande del giornalista con generosità, dicendo molto più di quanto gli veniva richiesto. Aviatore dai nervi d'acciaio, non ha avuto mai un dubbio, neanche su materie non di sua competenza. Ha affermato che le leghe leggere che avvolgono il Boeing sono senza dubbio fuse nell'incendio. Ma come mai sono stati restituiti alle famiglie quasi tutti i corpi delle vittime? L'aereo si è sciolto, e i passeggeri no? Né Garavotti né il comandante Tedeschi, un suo collega anch'esso ospite in trasmissione, hanno però potuto negare – altrimenti nel loro ambiente li avrebbero guardati come dei pazzi – che portare l'aereo a colpire il Pentagono in quel punto è un'impresa titanica anche per un pilota esperto. Il fatto è che non c'era modo di colpire in quel modo l'edificio senza volare rasoterra per almeno 5 km: ma a 800 km orari non si riesce a tenere tanto a lungo un Boeing 757 a pochi metri dal suolo, se non altro per via delle turbolenze generate dai motori. Olla su questo ha incalzato i piloti, ma il trucco di Speciale Tg1 è stato proprio questo: trasformare agli occhi del telespettatore una cosa impossibile in “molto difficile”. “Molto difficile” vuol dire comunque “possibile”, e nessuno in trasmissione ha osato pronunciare le parole “non si può fare”. Il messaggio è: accidenti, che colpo di fortuna ha avuto il dirottatore! Peccato che lungo i 5 km davanti alla facciata del Pentagono ci siano edifici e diverse altre strutture che non sono state toccate. Ma forse il Boeing ci è volato attraverso. Sono troppe le stupidaggini dette dagli ospiti in trasmissione per citarle tutte: è spassoso che Francesco Persi, tecnico radar del centro di controllo volo di Ciampino, abbia detto che noi italiani abbiamo un sistema integrato di controllo del volo migliore di quello americano ai tempi dell'11 settembre. Pur di avvalorare una delle tesi più ridicole del rapporto ufficiale americano, ovvero che è solo a causa di “incompetenza” che per circa un'ora l'aviazione Usa non abbia saputo bloccare quattro aerei dirottati che scorrazzavano nei suoi cieli, il nostro Persi arriva a dire che noi siamo più bravi. Un tecnico di balistica, Enrico Manieri , ha detto al giornalista che coloro che dubitano della versione ufficiale sono capaci anche di negare l'evidenza pur di gridare al complotto. Quando il giornalista gli ha fatto notare che qui di evidenze ce ne sono pochine, è intervento il generale Arpino: “Serve un atteggiamento più positivo”, ha detto, affermando in sostanza che con un po' di buona volontà la versione ufficiale può essere spiegata con “prove induttive”. Ma l'atteggiamento che suggerisce il generale sembra piuttosto quello delle tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo. di Paolo Jormi Bianchi www.megachip.info

Brasile : marcia della pace e incontro con Desmond Tutu di Carla Amato Si svolge oggi in Brasile, a Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, una marcia della pace. Essa sara' guidata da tre premi Nobel, il vescovo anglicano del Sudafrica Desmond Tutu, che ha presieduto la Commissione per la Verita' e la Riconciliazione per far luce sui crimini commessi durante l'apartheid, la guatemalteca Rigoberta Menchu' e 'argentino Adolfo Perez Esquivel. La marcia e' stata preceduta, due giorni fa, da una protesta silenziosa delle donne presenti alla nona Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese - che ha aperto il 14 febbraio e chiudera' giovedi' - perche' le Chiese dicano no alla violenza contro donne e bambini. L'Assemblea del Cec - che nacque lo stesso anno delle Nazioni Unite - si svolge presso il Centro Congressi della Pontificia Universita' Cattolica nonostante il Vaticano non faccia parte del Consiglio. Essa si riunisce ogni sette anni ed e' un importante momento di dialogo internazionale fra religioni, anche se tutte riferite al comune ceppo cristiano. Il vescovo Tutu, 74 anni, e' stato l'attrazione dell'assemblea. Egli, che vinse il Nobel per la pace nel 1984 per la lotta contro la segregazione, ha generato risate nel ricordare di essere stato confuso con il politico Nelson Mandela, di cui ha detto: "ha ricevuto l'etichetta di terrorista, ma la sua capacita' di perdono ha sorpreso il mondo quando e' uscito di prigione". Tutu ha parlato dell'importanza della tolleranza religiosa e della lotta al razzismo ed ha commentato la sua dicussa frase: "Dio non e' cristiano", dicendo che "neri, bianchi, cristiani, atei o musulmani, tutti sono all'interno del progetto dello spirito santo. Anche Bush e bin Laden", ha scherzato. A proposito del Dalai Lama, ha commentato: "e' una persona piu' illuminata di me". Riguardo alle altre confessioni ha detto "Non dobbiamo ritenere che la presenza dei membri di altre religioni sia pericolosa ne' provare a convincerli a diventare cristiani. Abbiamo molte cose da imparare da loro, non perseguitiamoli". www.osservatoriosullalegalita.org

eDemocracy Bfaber Da circa un mese faccio parte di un gruppo di quindici persone – più della metà persi riunione dopo riunione – al quale è stato affidato il compito di sviluppare il tema sicurezza e rapporti con il cittadino da inserire nel programma politico per il candidato sindaco di Lecco (ormai il Programmare insieme è diventato un must della partecipazione....) Visto che s’insisteva con la solita zuppa sul tipo del rilancio dei Consigli di Zona e della partecipazione controllata, delegata ai militanti di lungo corso, mio malgrado mi sono messo in evidenza proponendo alcune azioni programmatiche poco tradizionali, benevolmente considerate marziane dal decimato gruppo di resistenti. Tra queste azioni sconsiderate la partecipazione dei cittadini con il comodo supporto della tecnologia che va sotto il nome di eDemocracy. Mai esporsi...perché le voci corrono e subito vieni cooptato per altre collaborazioni! Infatti, ipso facto, mi ritrovo invitato in una riunione della Rosa nel Pugno, meglio, nella parte ben separata della componente Radicale, per aiutarli a sviluppare proprio lo stesso tema nei volantini di propaganda. Proprio da loro non me l’aspettavo..... L’applicazione più concreta ed efficace di eDemocracy in Italia, e forse in Europa, è stata fatta proprio dai Radicali, cinque anni fa, quando questo partito, che non voleva schierarsi né a destra né a sinistra, rischiava di sparire dalla scena per le poche risorse economiche che riusciva a raccogliere e per i debiti pregressi, pochi, che lo stavano mandando in fallimento. Per conquistare militanti paganti aprirono le iscrizioni via Internet e avviarono le votazioni on-line per la nomina dei delegati al congresso,.......poi si concretizzò l’impossibile. Ammutolirono tutti, cosa straordinaria per i Radicali, di fronte al sintetizzatore vocale che traduceva il pensiero di Luca Coscioni. Così nacque il loro leader politico, ormai storico. Non basta questo per spiegare cos’é la eDemocracy ? Vi lascio parte finale del pensiero di Luca, compilato con il movimento dei suoi occhi, ad introduzione del primo congresso mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica, il 16 febbraio 2006. Ne seguiranno altri in suo nome, siatene certi. “........ La partita in gioco è troppo alta per lasciar passare del tempo, altro tempo. Il tempo nel quale ciascuno di noi, e mi rivolgo in particolar modo a quella parte di comunità scientifica presente a questo appuntamento, che come strumento di scienza, può divenire lo strumento di azione e di diritto a livello nazionale ed internazionale, a servizio del valore e dei contenuti della vita democratica. Si perché è proprio la democrazia, ad essere messa in discussione, quando l'acquisizione del sapere, risorsa inesauribile per la sopravvivenza dell'umanità, come luogo di discussione e di libertà su temi che riguardano direttamente la vita, la morte, la salute, la qualità della vita degli individui, é negata ad essa. Le scelte politiche che non si avvedono di questo rischio, riducono il significato stesso della politica e questa ultima diviene semplicemente e tragicamente partitocrazia. Per me, per l'Associazione che porta il mio nome, invece, la politica, nel bene o nel male, è vita o morte, civiltà o violenza. Alla violenza di questo cinico proibizionismo sulla ricerca scientifica, sui diritti fondamentali dei cittadini, ho risposto con il mio corpo che molti, forse, avrebbero voluto ridurre ad una prigionia senza speranza, e rispondo oggi, con la mia sete d'aria, perché è il respiro a mancarmi, che è la mia sete di verità, la mia sete di libertà. www.ulivoselvatico.org Buon Congresso, ho concluso.”

Germania: i malumori della Grosse Koalition e la svolta in politica estera A qualche mese dalla nascita del nuovo governo affiorano all’interno della Grande coalizione i primi dissapori. In particolare il dibattito sulle pensioni e sulle politiche di sostegno alle famiglie ha messo in luce la scarsa collaborazione esistente fra i due principali partiti di governo: CDU e SPD. Decisamente più chiara, invece, la svolta intrapresa sul fronte estero che ha comportato un riavvicinamento nei confronti degli Stati Uniti e una nuova configurazione del rapporto con la Russia. Cristina Columpsi Equilibri.net Il governo tedesco, in queste ultime settimane, ha dedicato gran parte dei propri sforzi al raggiungimento di un accordo su due temi in particolare: l’età pensionabile e i sostegni alle famiglie. L’avvenuta definizione delle due questioni all’interno del programma non ha infatti impedito ai partiti della coalizione di esprimere opinioni divergenti circa le modalità attraverso le quali affrontare entrambe le problematiche. In particolare le discussioni e i contrasti emersi nel dibattito hanno riguardato principalmente SPD e CDU evidenziando, quindi, la reciproca diffidenza esistente fra i due maggiori partiti tedeschi e la conseguente debolezza dell’alleanza. Queste tensioni, tuttavia, non hanno esercitato, almeno per ora, alcun tipo di influenza sulla politica estera alla quale l’attuale governo ha impresso una vera e propria svolta. Quanto affermato da parte della “cancelliera” Angela Merkel nel corso degli incontri avvenuti nel mese scorso con i presidenti Bush e Putin ha, infatti, messo in luce la volontà da parte del governo di recuperare in primis il rapporto con gli Stati Uniti e modificare invece, anche se non del tutto, quello con la Russia. La Grosse Koalition La presenza all’interno della grande coalizione di partiti portatori di ideologie molto distanti tra loro aveva prospettato al neonato governo tedesco un futuro piuttosto difficile. Tuttavia, nonostante l’impostazione di una campagna elettorale basata essenzialmente sulla contrapposizione dei propri programmi, i due partiti più forti, SPD e CDU, nel momento in cui la formazione di una grande coalizione diventava inevitabile, erano riusciti a raggiungere un accordo. Il recente dibattito apertosi relativamente alla questione delle pensioni e dei sostegni alle famiglie ha, però, posto i partiti di governo di fronte ad una realtà tutt’altro che rosea mettendo in luce i contrasti, le incomprensioni e le diffidenze presenti all’interno della grande alleanza. In realtà riguardo ai due temi il governo aveva raggiunto un primo accordo. Il patto della coalizione prevedeva, infatti, un avanzamento dell’età pensionabile sino ai 67 anni a partire dal 2012, da realizzare però molto gradualmente nell’arco di 24 anni circa. Riguardo alla questione dei sostegni alle famiglie, invece, l’accordo sanciva la possibilità per le coppie di dedurre dalle tasse le spese mediche per la cura dei figli. In particolare i limiti stabiliti riguardavano l’età dei bambini, inferiore ai quattro anni, e i costi delle cure che dovevano superare i 1000 euro. Nel primo caso i maggiori contrasti hanno riguardato SPD e CDU anche se lo stesso partito socialdemocratico non è stato in grado di prendere in proposito una chiara posizione. La proposta da cui è scaturito il lungo e arduo dibattito è stata quella presentata dal Ministro del Lavoro Muentefering, socialdemocratico, il quale ha prospettato la possibilità di portare a termine il processo di avanzamento dell’età pensionabile in un arco di tempo inferiore ai 24 anni. Da una parte il partito cristiano democratico ha giudicato la mossa del Ministro una sorta di atto di ribellione nei confronti del programma di governo. Dall’altra le stesse organizzazioni sociali, tradizionalmente vicine al partito socialdemocratico, hanno criticato quanto proposto dal Ministro ritenendo la questione poco importante rispetto al più urgente problema della disoccupazione degli over 50. La Spd, invece, ha espresso a riguardo dubbi e perplessità prendendo in ogni caso le distanze dalla posizione del Ministro. Meno controverso ma altrettanto arduo è stato invece il dibattito relativo alle agevolazioni per le famiglie in termini di cure sanitarie. In questo caso, infatti, i due partiti, SPD e CDU, hanno espresso le proprie posizioni in maniera molto più chiara e netta. I socialdemocratici hanno sostenuto sino alla fine la possibilità per le famiglie di dedurre dalle tasse tutte le spese mediche destinate alla cura dei bambini. La Cdu, dal canto suo, non ha accettato questa proposta promovendo invece l’estensione di tali agevolazioni anche alle famiglie in cui vi fosse un solo genitore lavoratore. Secondo quanto stabilito nel patto di coalizione, infatti, la possibilità di ricevere questo tipo di sostegno era consentita esclusivamente a quelle famiglie in cui entrambi i genitori fossero in grado di percepire uno stipendio. Dopo lunghe discussioni i due partiti sono riusciti comunque a raggiungere un compromesso. La possibilità di dedurre le spese sanitarie, estesa sino a due terzi del totale dei costi, riguarda ora sia le famiglie con entrambi i genitori lavoratori sia quelle in cui uno solo dei due sia in grado di percepire uno stipendio. Nel primo caso, però, l’agevolazione interessa tutti i bambini di età inferiore ai quattordici anni. Nel secondo caso, invece, si applica ai bambini che abbiano un’età compresa fra i tre e i sei anni. I rapporti con la Russia La politica estera impostata dal cancelliere Schröder nei confronti della Russia si esprimeva sostanzialmente in un rapporto amichevole ed un approccio poco critico rispetto all’operato del capo di governo, Vladimir Putin. La visita effettuata dal nuovo cancelliere tedesco, Angela Merkel, nel gennaio scorso ha però inaugurato un nuovo corso nei rapporti fra Russia e Germania. Quanto affermato dalla Merkel nel corso del proprio incontro con Putin ha, infatti, messo chiaramente in luce l’intenzione tedesca di allentare il legame con il colosso russo. Tuttavia gli interessi economici e strategici che legano i due Stati hanno portato la Merkel a proseguire almeno in parte lungo il percorso tracciato dai governi precedenti evitando di attuare, quindi, un vero e proprio distacco dalle linee guida della precedente politica estera. In altre parole la Germania ha deciso di continuare a sviluppare ed incrementare la cooperazione economica con la Russia ritenendo questo Stato uno dei partner più importanti sotto il profilo strategico. In particolare i due Paesi hanno mostrato di poter trovare un accordo sostanzialmente su due importanti questioni: il programma nucleare dell’Iran e la politica energetica. Riguardo alla prima entrambi non hanno fatto che confermare il proprio interesse a lavorare, congiuntamente agli altri Stati europei e all’amministrazione statunitense, su una possibile soluzione al problema. Sul tema della sicurezza energetica, uno dei problemi più urgenti in Europa, il dialogo si è fatto invece più concreto. I due Paesi hanno, infatti, discusso circa il progetto di un nuovo gasdotto nel Mar Baltico che dovrebbe collegare Russia e Germania e da cui dovrebbe trarre beneficio non solo lo Stato tedesco ma la stessa Europa. Tuttavia la Merkel, pur ribadendo l’interesse della Germania a proseguire lungo un rapporto di collaborazione, ha comunque espresso alcune critiche nei confronti dell’operato del governo russo. Le perplessità della “cancelliera” si sono indirizzate principalmente verso due problematiche: la gestione del conflitto in Cecenia e la nuova legge che regola le organizzazioni non governative. I rapporti con gli Stati Uniti La vera svolta sul piano delle relazioni internazionali ha riguardato il rapporto con gli Stati Uniti. La Germania di Schröder, infatti, aveva aspramente criticato la guerra in Iraq innalzando un vero e proprio muro diplomatico nei confronti della potenza statunitense. Il recente incontro fra il nuovo cancelliere ed il presidente degli Stati Uniti ha avuto, al contrario, lo scopo di dare il via al recupero dei rapporti fra i due Paesi. In particolare nel corso del colloquio col presidente George Bush la Merkel ha sottolineato l’importanza di una cooperazione in materia di terrorismo e minacce nucleari dell’Iran evidenziando, quindi, i campi d’azione per una strategia politica comune. L’aver manifestato l’interesse ad un rapporto di collaborazione su questo fronte non ha tuttavia impedito alla “cancelliera” di esprimere critiche nei confronti delle vicende del carcere di detenzione di Guantanamo. Ancora una volta, quindi, la Merkel ha dato prova di saper mettere in atto un tipo di diplomazia dal duplice volto, amichevole ma al tempo stesso non esente da critiche e rimproveri. Conclusioni Il percorso intrapreso dai partiti di governo in quest’ultimo periodo fa presagire un futuro di scontri e tensioni all’interno della grande coalizione. Nonostante i buoni propositi espressi in sede di discussione del programma, infatti, SPD e CDU sono tornati a scontrarsi, questa volta sulla questione dell’età pensionabile e sugli aiuti sanitari alle famiglie. Le difficoltà incontrate nel raggiungimento di un accordo in merito a temi non determinanti per la vita del Paese, sebbene di una certa rilevanza sociale, hanno evidenziato la debolezza e la scarsa coesione della coalizione. Se però sul fronte interno il governo si dimostra incapace di esprimere un’azione politica unitaria, sul piano delle relazioni internazionali l’impronta della nuova “cancelliera” si fa più evidente. Pur non tracciando un taglio netto rispetto alla precedente politica estera la Merkel ha, infatti, mostrato un nuovo volto della diplomazia tedesca. La volontà di recuperare il rapporto con gli Stati Uniti e l’intenzione di ridimensionare quello con la Russia, emerse nel corso degli incontri con i rispettivi presidenti, possono essere interpretate come l’aspirazione da parte della Germania a riconquistare un ruolo centrale nelle relazioni internazionali ed uscire da quel parziale isolamento diplomatico seguito alla condanna del conflitto iracheno.

Questi pazzi, pazzi tedeschi del Carnevale di Colonia Roccaforte del Carnevale tedesco è Colonia. Dove, per festeggiare la cosiddetta “quinta stagione” dell’anno, scendono in piazza migliaia di maschere. Pronte a festeggiare. Con tanto cibo, fiori e fiumi di birra. Uno dei famosi Jecken di Colonia (Dirk Ziegener) “Quando il tamburo suona, tenetevi pronti…”. Già: è con un rullo di tamburi che si dà il via al Carnevale di Colonia, la cosiddetta “quinta stagione” dell’anno. E a scendere in campo sono gli Jacken, i “buffoni” locali: una folla variopinta di pazzi in costume, che invade la piazza del mercato, nella città vecchia, per iniziare i festeggiamenti con musica e birra. Un allegro viavai che non manca, però, di organizzazione: sono 160 le associazioni che si occupano dei circa 500 incontri, balli e sfilate culminanti nella grande parata del “Lunedì delle Rose”. Scusi è una panettiera o un clown? Diversamente da quelli di Magonza e Düsseldorf, il Carnevale di Colonia non ha particolari connotazioni politiche, anche se i festeggiamenti sono sempre segnati da temi di interesse comune. Quest’anno, in concomitanza con l’arrivo in Germania dei Mondiali di Calcio, gli abitanti della città renana hanno scelto il calcio come leitmotiv della manifestazione. Fa eccezione la stunksitzung (letteralmente “riunione di discussione”), introdotta nel 1984 da studenti desiderosi di dare al Carnevale una qualche serietà politica. Si tratta di una forma di cabaret satirico ideato per dare una bella strigliata ai potenti, locali e non: una rappresentazione nata per fare da contraltare alle classiche Prunksitzungen (letteralmente: “riunioni del fasto”), divenuta in seguito un evento autonomo imperdibile, sia per i carnevalisti di lungo corso che per i buffoni di passaggio. Gli appuntamenti più importanti del Carnevale di Colonia si tengono nella settimana che va dal giovedì grasso al mercoledi delle ceneri (quest’anno, quindi, dal 23 febbraio al primo marzo). È in quei giorni che la città proclama un giocoso “stato d’emergenza”, durante il quale le osterie restano aperte tutta la notte, le cassiere salutano i clienti suonando trombette, le panetiere indossano nasi da clown e già in ufficio si butta giù qualche bicchiere di spumante. Un consiglio ai neofiti e ai turisti: il costume è d’obbligo. È malvisto chiunque non esibisca almeno un paio di occhialoni appariscenti, o una parrucca dai colori improbabili. Tutta colpa del nubbel Il mood giusto per fare festa viene da sé, o al massimo con l’aiuto di qualche kölsch (la birra locale), servita in pratici bicchieri da trasporto. C’è tempo per abituarsi alla lingua degli indigeni, e cantare con loro in perfetto Kölsch (il dialetto locale, da non confondere con l’omonima birra), senza stupirsi più di nulla: nemmeno delle salsicce di sanguinaccio sottovuoto, che le “guardie” del Carnevale lanciano dai loro carri alle folle affamate. Il perdono di tutti i peccatucci commessi durante la festa è rimandato al Mercoledì delle Ceneri. La colpa, tanto, è di uno solo: il nubbel, un pupazzo di paglia posto all’ingresso di ogni osteria: sorta di capro espiatorio, al mercoledì il nubbel viene portato in processione e bruciato, insieme alle colpe dei giorni precedenti. Adesso, per festeggiare come si deve, vi manca solo la giusta parola d’ordine ripetuta a iosa durante la festa: «Kölle Alaaf!», «Viva Colonia!»www.cafebabel.com/it/ Birgit Ulrich - Berlin

Romania: non aprite quella porta scrive Mihaela Iordache Dopo anni di silenzi ora le autorità rumene hanno creato un Istituto che avrà il compito di fare luce sui crimini commessi nel periodo comunista. Il Paese in bilico tra voglia e paura di verità Nicolae Ceausescu Sono passati sedici anni dalla caduta del comunismo in Romania e le autorità romene hanno deciso di creare un Istituto per l’investigazione sui crimini compiuti durante il periodo socialista dal 1945 al 1989. Una decisione a sorpresa, presa solo ora nonostante siano anni che da più parti si proponga un'istituzione in grado di ricostruire le verità di quegli anni. Ora è stato il primo ministro liberale, Calin Popescu Tariceanu, a far sapere che “è arrivato il momento di non temere più di parlare di questi argomenti sensibili”. Il successo dell’iniziativa dipende ora in maggior parte dal sostegno politico che riuscirà a raccogliere. Da parte sua l’attuale premier liberale ha annunciato che seguirà personalmente i lavori dell’Istituto. Quest'ultimo potrà investigare e ascoltare ex attivisti del PCR (partito comunista romeno). Là dove si potranno accertare casi di abusi ogni inchiesta si potrebbe concludere con la scrittura di dossier penali a carico degli accusati. Molti analisti e storici rumeni hanno dichiarato di apprezzare l’iniziativa dell’esecutivo di Bucarest senza nascondere però i dubbi e lo scetticismo sui risultati cui potrebbe giungere il lavoro dell’Istituto. La nuova istituzione - che beneficerà di un buget e di una sede propri - dovrà compiere una ricerca accurata sugli abusi commessi in Romania tra il 1945 e il 1989, dall’instaurazione della dittatura comunista fino al suo crollo con la rivoluzione dell’89. Un periodo in cui presidenti della repubblica furono i leader comunisti Gheorghe Gheroghiu-Dej (1948-1960) e Nicolae Ceausescu, restato al potere per più di un quarto di secolo. Visto però che in quel periodo le fonti di informazione erano fortemente controllate gli storici ritengono difficile, se non impossibile, fare una stima del numero di persone decedute. Secondo alcune stime sarebbero più di un milione le persone arrestate, interrogate, torturate e “rieducate” nei lager nel periodo della presidenza Gheorghe Gheorghiu-Dej. Sempre in quegli anni di diretta e dura influenza di Mosca, decine di migliaia di “nemici del popolo” sarebbero stati assassinati. Altre fonti parlano di un totale di due milioni di vittime dei gulag in Romania. Ma per avere un quadro vicino alla realtà, il neo costituito Istituto dovrà avere accesso ad informazioni e archivi che appartenevano agli organi del partito comunista. Molti di questi ultimi, tra cui quelli dei ministeri della Difesa o della Giustizia, sono però secretati perché ritenuti importanti per la sicurezza nazionale. I sostenitori dell'attività dell'Istituto hanno in questi giorni affermato che fare chiarezza sul proprio passato, riconoscere errori e crimini commessi significa fare “pulizia morale”, essenziale per garantire rapporti sociali e politici sani. Molti di questi sono vittime del regime socialista o parenti dei dissidenti che hanno subito la dura repressione. Quando sta però accadendo nelle società post comuniste dell’Europa dell’Est, inclusa la Romania, non incoraggia molto a pensare che si arriverà ad analisi approfondite del periodo storico comunista e dei crimini ad esso connessi. Dibattito che esce dai confini dell'Europa dell'est. La settimana scorsa il Parlamento del Consiglio d’Europa di Strasburgo ha approvato una risoluzione nella quale viene sottolineato che dopo la caduta dei regimi comunisti in Europa non ci sono state indagini approfondite e nemmeno dibattiti sui crimini commessi e di cui l’opinione pubblica sa troppo poco. Nella risoluzione si ricorda che la comunità internazionale non ha condannato i crimini del comunismo come ha invece fatto nel caso del nazismo. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio dell’Europa ha inoltre reso omaggio alle vittime del totalitarismo comunista ed ha invitato i partiti comunisti e i loro membri a riesaminare la storia del comunismo e a condannare senza ambiguità i crimini del passato. La risoluzione è stata approvata dopo tre ore di dibattiti accesi e le insistenze - senza successo - dei partiti socialisti che chiedevano di rimandare il testo alle commissioni speciali. Anche se le sue proposte non sono state accolte in tutto, il parlamentare Goran Lindblad, promotore dell'iniziativa, ha affermato che quest'ultima costituisce “un buon punto di partenza per una condanna internazionale del totalitarismo”. Secondo alcuni storici romeni un processo del comunismo dovrebbe svolgersi almeno su tre piani: giuridico, politico e culturale. Finora solo sul piano culturale, con libri, film e documentari si è cercato di denunciare crimini e abusi. Il processo ad Elena e Nicolae Ceausescu del dicembre 1989 è stato fatto in fretta e furia per condannare a morte la coppia, considerata troppo pericolosa in quei giorni di insicurezza e caos totale. In Bulgaria invece Todor Jivkov è deceduto a casa sua con la nomea di chi ha rispettato la legge vigente a suo tempo mentre leder comunista tedesco Erich Honeker è morto di cancro in Cile. Sembra comunque che solo nell’ex repubblica democratica tedesca (DDR) si sia manifestato maggior interesse – sotto la pressione dell’opinione pubblica dell’ovest - di portare alla luce e condannare ex capi di partito e dei servizi segreti della Stasi, colpevoli dell’eliminazione di persone che tra il 1961 e il 1990 tentavano di fuggire scavalcando il muro di Berlino. In Romania solo dal 2000 è consentito l’accesso agli archivi dell’ex polizia politica. La legge n.187 del '99 dava accesso ai dossier ai membri del cosiddetto Collegio, appositamente costituito, salvo a quelli che riguardavano la sicurezza nazionale. I servizi segreti hanno da allora spesso invocato questa postilla tant'è che - hanno più volte lamentato i membri del Consiglio - di fatto l'accesso agli archivi è stato, salvo in rarissimi casi, negato. Dall’altra parte, molta gente è ancora sospettosa del passato e crede che sia meglio non pubblicizzare molto gli abusi comunisti, soprattutto quelli che hanno a che fare con la polizia politica. Perché sapere che per anni sei stato tradito dal miglior amico o da un parente che informava regolarmente gli organi di repressione non è certo facile da accettare. Per molte vittime è però essenziale saperlo. Premono invece perchè nulla si sappia i collaboratori della vecchia Securitate. Molti ufficiali e collaboratori della polizia politica, riciclatisi, occupano tutt'ora cariche importanti nella società, nella politica, negli affari e nei media. A loro non serve la verità. Perché la stanno ancora costruendo. /www.osservatoriobalcani.org/

PIRATI SBARCANO IN POLITICA Vogliono abolire il copyright e legalizzare lo scambio di documenti sulla rete. Nasce a Stoccolma il PiratPartiet. Che a Settembre si presenterà alle elezioni insieme ai Verdi. Era un'idea, ma in 24 ore il partito dei pirati è diventato realtà. Sullo schermo bianco del computer al primo piano della casa di Rick Falkvinge, alla periferia di Stoccolma, in Svezia, lampeggiano parole in una finestra di un sito internet. Sono ore che Rick lavora, è il 1° gennaio 2006. "La politica invecchia, i politici invecchiano. Non capiscono cosa sono i giovani" dice Falkvinge, 34 anni. Nel Luglio 2002 l'Unione Europea ha approvato una legge sul data retention: tutti i dati sull'utilizzo di internet e tutte le forme di comunicazione che avvengono in rete possono essere trattenute dalle autorità per le nuove norme antiterrorismo. A capo della commissione che ha votato la legge c'era l'attuale Ministro di Giustizia svedese Thomas Bodstrom. "Vogliamo essere liberi. Non c'è censura, ma siamo controllati. Ogni nostra comunicazione è archiviata" protesta Falkvinge. Lo schermo di Rick lampeggia. Quasi 18 ore di lavoro. Il sito è pronto per spingere un nuovo partito: il Piratpartiet. Obiettivi: "Aboliamo il copyright, garantiamo la privacy, legalizziamo il peer to peer". Tre punti. Rick esce du casa, lascia il computer acceso e un annuncio: presenta il suo sito, il suo programma. "Servivano almeno 1500 firme autenticate per poter essere riconosciuti come partito". Quando torno a casa la finestra lampeggia. Ricorda Falkvinge: "C'erano cinque firme", in 20 minuti. A mezzanotte erano 20. La mattina dopo erano 1378. E squilla il telefono. Dall'altra parte della cornetta la redazione dell'Aftonbladet, il più importante tabloid svedese. "Hello Rick?". Falkvinge si ferma, non capisce. Ricorda: "Non avevo dato a nessuno il mio numero, o il mio indirizzo. Nessuno sapeva nulla di me. Ero un0idea, un sito. Sono riusciti a trovare il mio numero". Sbuffa, sospira. Nel pomeriggio le firme erano 2 mila. In pochi giorni gli iscritti al primo partito al mondo ideato, nato e cresciuto sulla rete sono diventati 300. Oggi sono 1039. Il 17 settembre in Svezia si vota. "Ma io odio la politica". Il partito di Rick si presenterà alle elezioni che formeranno il nuovo parlamento. "Ci serve il 4%". In pochi giorni 1 milione di persone si sono collegate al sito dei Piratpartiet. "Siamo pirati, non siamo illegali". In Svezia su 9 milioni di abitanti 1 milione fa uso del peer to peer. Del file sharing. Scaricando dati, documenti, programmi. A metà gennaio un amico di Falkvinge lo chiama. Gli manda un link, di un sito arabo. "Non si leggeva niente", c'era una foto, in mezzo agli articoli in arabo. "Ero io, incredibile" racconta. Senza ufficio, senza sezione, senza una sede. "Ora lavoriamo dovunque. Ci basta un computer. Non ho neanche i soldi per pagarmi un conto corrente". Rick non conosceva nessuno dei suoi nuovi compagni di partito. Non conosceva Rickard, Mika, Cecilia. Falkvinge non ama la politica. "Ma dobbiamo farci sentire". Alle ultime elezioni ha votato liberal, Olle Schmidt. Ora la rete dei pirati si sta allargando. Anche in Norvegia e in Polonia. "E io odio le riunioni. Non resisto per più di 10 minuti. Figurarsi in Parlamento: là fanno solo riunioni". Il 3 febbraio il Gron Ungdom, i giovani verdi svedesi (attualmente in Parlamento), hanno contattato il nuovo partito. Anticipa Falkvinge: "Potremmo schierarci insieme a loro". Temi: l'ambiente negli anni Ottanta, oggi internet, la privacy. "Ora ci siamo noi. Prima si lottava contro il ddt, o il gas freon. Oggi per la cultura, la conoscenza. Sempre libertà, una libertà diversa. E' privacy, è internet". Sembrano politici virtuali ma potrebbero finire nel parlamento svedese. Claudio Cerasa -------------------------------------------[ RK ] + http://liste.rekombinant.org


febbraio 21 2006

Terra del mattino (http://terradelmattino.splinder.com) ha lanciato un appello militante ai blog Unionisti. Invio il testo completo dell’appello. Si tratta di una prima versione da correggere e integrare con i commenti e i suggerimenti che sono esplicitamente sollecitati. “Questo è un appello ai blog unionisti per un impegno elettorale straordinario. Pensare di unire i blog (quelli che si richiamano all’area politica del centrosinistra) in campagna elettorale può sembrare un azzardo. Per definizione il fenomeno del blog è legato al bisogno di libertà, all’assenza e negazione di ogni laccio, alla spontaneità. Ciò premesso e ribadito che qui non si intende sfidare la “forza della natura” dei blog (libera e libertaria) e neanche proporre a quelli unionisti uno statuto, un regolamento, un codice di comportamento, un patto federativo, insomma un unico vestito, va detto che questa campagna elettorale, importante come poche altre, necessita della mobilitazione del popolo blogghista. Come? Parto da una osservazione: la blogosfera, quella politicamente impegnata, è squilibrata. I blog di centrodestra sono più numerosi e soprattutto più vivaci dei blog diciamo competitori, di centrosinistra. Quali le ragioni? Ci sono montagne di analisi per spiegare. Ne prendiamo una. Il blog è uno strumento che male si adatta alla riflessione ponderata e al ragionamento complicato. Quando i blog sono aperti e non a circolarità interna, si caratterizzano come strumenti di comunicazione veloce, quasi telegrafica, con segni e immagini piuttosto che pensieri elaborati. Insomma, senza fare del razzismo politico-culturale (anche perché ci sono molti blog di centrodestra ben fatti) e lungi da noi il voler incrementare un clima da stadio, il blog di per sé è un abito su misura del pensiero “corsaro”, dell’individualismo, del ribellismo senza principi (lo ripetiamo: pur con notevoli eccezioni). I blog, dappertutto e in Italia, sono tantissimi, coinvolgono ogni giorno migliaia e migliaia di persone che si scambiano opinioni, messaggi. Rappresenta un flusso di informazioni e di comunicazioni eccezionale. La vastità è talmente sorprendente che rappresenta, fortunatamente proprio per questa dimensione, l’antidoto a qualunque tentativo di controllo, ma anche a tentativi di farne uno strumento pedagogico e a senso unico. Dopo questa premessa, essenziale per non apparire come velleitari moderatori di un fenomeno eccezionalmente irregolare e spontaneo, intendiamo con alcuni blogghisti lanciare una sorta di appello alla mobilitazione a favore del centrosinistra, nel rispetto dell’etichetta, senza fastidiose intrusioni in casa d’altri e nella valorizzazione della funzione di passaparola dei blog. Di seguito proponiamo una prima lista di interventi e di (scontate) modalità: e 1.- Evitare la circolarità chiusa della discussione, propria dei blog. Proviamo a entrare in altri circuiti, anche in quelli che hanno premesse e interessi apparentemente distanti. E’ difficile, lo sappiamo, si va incontro a porte sbattute, a dinieghi sgarbati. I blogghisti amano l’autoreferenzialità e spesso applicano agli estranei il cartello “Don’t disturb”. 2.- Un modo interessante per alimentare le discussioni è l’uso dei sondaggi (quando è permesso dalle rispettive piattaforme). Moltiplichiamo i sondaggi e misuriamo le preferenze. 3.- Entrare, naturalmente in punta di piedi, con argomenti che sollevano l’interesse per questa campagna elettorale e per gli argomenti concreti. Ad esempio sarebbe interessante capire quanto i toni esasperati della campagna elettorale avvicinano gli elettori alle urne o li allontanano. 4.- Interloquire con pacatezza, perché la contrapposizione fa il gioco degli “ultras”. Insomma, rispondere a tutti, anche alle ruvidezze con linguaggio pacato e ragionato. Nonostante la passionalità e l’eccitazione che pervade il mondo dei blog, non c’è un diniego preventivo alla moderazione e alla ragionevolezza, anzi si avverte un bisogno positivo di allargare ad altri lo spazio condiviso. 5.- Nel blog, viaggiano e si depositano, alcune tendenze che accompagnano o anticipano quelle destinate a prevalere. Tali tendenze vanno colte e vanno dibattute velocemente all’interno dei blog. Se possibile verificarle e trasferirle a chi le utilizza per razionalizzare la comunicazione politica. Ci fermiamo per non appesantire una discussione che al contrario deve essere concreta, veloce e senza formalità.”

Mater semper celta di Marco Travaglio Ha ragione Calderoli: «Adesso non esageriamo». Nell'ora della prova più difficile, dopo anni di crociate solitarie condotte a mani nude con grave sprezzo del pericolo e del ridicolo, ora che viene colpito negli affetti più cari (la poltrona), giunga allo statista celtico tutta la nostra solidarietà. Il suo stupore per chi «la fa tanto grossa» dimissionandolo su due piedi per un'innocua maglietta della pelle, è anche il nostro. Il premier lo rimpatria in Padania col foglio di via, manco fosse una filippina clandestina. Fini finge di non conoscerlo. Giornali e tg l'attaccano. I vescovi quasi lo scomunicano. Nossignori, non si tratta così un senatore della Repubblica, già vicepresidente del Senato, poi ministro delle Riforme Istituzionali e della Devolution. Poi dice che uno polemizza. Ma che dovrebbe fare, pover'uomo? Mettiamoci nei suoi panni. Nella primavera del 2003, numero due del Senato, viene chiamato a sostituire Umberto Bossi nel governo. Lui, l'odontoiatra di Bergamo bassa figlio di odontoiatri e fratello di odontoiatri, sulle prime non ci crede. Ma gli amici al bar, che lo chiamano «Pota», assicurano che è tutto vero. Indossa il vestito buono, quello con la pochette verde pisello, e si fa portare al Quirinale. Si aspetta che, vedendolo in faccia, i corazzieri lo rispediscano al mittente. Invece lo fanno entrare. Autoironico com'è, pensa tra sè: stavolta lo scherzo me l'hanno organizzato bene. Invece è tutto vero: ai piani alti trova i capi dello Stato e del Governo col decreto di nomina che porta proprio il suo nome: Roberto Calderoli, ministro. Basta firmare. Mentre se ne va, ha il sospetto che qualcuno stia per saltargli addosso con un cappellino colorato, una trombetta di Menelik e una fiala puzzolente. Invece i corazzieri scattano sul presentat'arm. «Su di me non avrei scommesso una lira», confessa al Corriere che gli dedica un paginone d'intervista. Da allora non può fare un passo senza un corteo di giornalisti, telecamere e microfoni spianati: nei primi tempi si guarda istintivamente alle spalle, pensando che stia arrivando qualcuno di importante. Salvo poi scoprire che sono lì per lui. Vogliono davvero sapere cosa pensa lui. Da non credere. Lo ascoltano, fotografano, registrano, prendono buona nota. E non uno che rida. È la prima volta che gli capita, in tanti anni. Lo trattano proprio come una persona normale. Vuoi vedere che non si accorgono di niente? Vuoi vedere che gli lasciano passare le sparate che facevano sobbalzare perfino gli amici dell'osteria Ceresola, in Valle Imagna? Perché lui, tetragono, le ripete tutte anche in Consiglio dei ministri. «La cancrena meridionale…». Ma non succede niente. «Il partito dei finocchi». Ma nessuno fa una piega. «L'Europa dei culattoni». Silenzio di tomba. «Sparare agli scafisti». Manco un plissè. «Fuori gli insegnanti meridionali dalle scuole padane». Tutti zitti. «Cannonate alle barche dei clandestini». Nada de nada. «Castrazione per i pedofili, magari con un bel colpo di cesoie». Segue ampio e articolato dibattito. Un giorno c'è da sistemare la Costituzione in una baita di Lorenzago, e chi ci mandano? Ma Pota, naturalmente, insieme ad altri tre saggi del suo calibro. Lui, di ritorno dalle rupi, si avventura nei territori impervi della teologia, atteggiandosi a Defensor Fidei. Reclama «una Chiesa cattolica padana». Incita papa Ratzinger a «una nuova Crociata contro l'Islam come ai tempi di Pio V». Ma, in cuor suo, teme sempre che qualcuno si ricordi del suo matrimonio celtico con la Sabina, nel '98, quando alzò il calice di sidro dinanzi al druido Formentini inneggiando a Odino e al dio Taranis secondo il rito più pagano d'Europa. Invece niente. A quel punto, come i serial killer che aiutano la polizia a prenderli, decide di esagerare. Chiede l'uscita dell'Italia dall'euro e una nuova moneta: il «calderolo». Ma non accade nulla. Allora marcia su Padova, alla testa di un corteo contro il pm Papalia, «il più terrone che ci sia», con tanto di bara. Ma nessuno obietta, anzi il premier sembra apprezzare. Poi, per Carnevale, s'inventa quella maglietta. Clemente Mimun lo prenota subito per «Dopo Tg». Bravo Pota, che idea! L'ascolto s'impenna e per quattro giorni non succede niente. Poi lo cacciano. A freddo. Solo per qualche morto in Libia o qualche ambasciatore che teme di finire arrosto appena la notizia arriverà dalle sue parti. Non si fa così. Non s'interrompe un'emozione.www.unita.it

Il "Duce", le camicie nere e le camicie verdi EDUARDO RINA Parliamoci chiaro. L'occupazione militare dei mezzi di comunicazione e le Sue ossessive apparizioni in TV e ad ogni angolo di strada delle nostre città, con i "megaschermi" illuminati anche di notte, non riusciranno a fargli vincere le prossime elezioni del 9 aprile! (facciamo gli scongiuri). Ma la coalizione de L'Unione non può continuare a svolgere una campagna elettorale alla "camomilla" in un momento storico in cui si stanno manifestando nel nostro Paese, da tempo, preoccupanti e pericolosi segnali di "cultura fascista". Quella degli anni venti delle camicie nere, "rinverdita" di camicie padane e da un nuovo "Duce" che si paragona a Napoleone, a Gesù e che si presenta "in doppiopetto" per attirare l'attenzione e conquistare il voto dei cosiddetti elettori moderati che non vogliono farsi governare dai "comunisti"! Come i Farinacci e gli Starace di una volta, da noi sono assurti al governo i Castelli e i Calderoli, ai quali il nuovo "Duce" ha affidato i Ministeri della Giustizia (per difendersi dai processi a suo carico e per smantellarla) e delle Riforme (per smantellare la Costituzione nata dalla Resistenza Antifascista). Per fortuna che il diavolo fa solo le pentole, ma non i coperchi! E per fortuna che i Calderoli (mercanzia rarissima) finiscono per combinare "sfracelli" da far riflettere attentamente anche gli italiani più dubbiosi e distratti ! Ma parliamoci chiaro! Stiamo attenti a non minimizzare e sottovalutare il vero e serio problema del futuro della nostra democrazia e della coesistenza civile! Bisogna avere il coraggio politico di dire, con forza e determinazione, che chi ha distrutto in cinque anni l'economia e lo Stato di Diritto, ha come obiettivo "supremo" quello di distruggere lo "Stato democratico". Semplicemente e fermamente! Infatti tutta la stampa nazionale sta evidenziando, in forme e toni variegati, l'allarmante alleanza del Presidente del Consiglio (o il Premier, come lo chiamano o ama farsi chiamare) con le forze estreme della destra politica che fanno apertamente richiamo all'ideologia nazi-fascista. Da Forza Nuova ad Alternativa Sociale, dal Fronte Nazionale al Nuovo MSI. Ma non vi pare che i Saya, i Fiore, le Mussolini in camicia nera (pur non sottovalutando la loro specifica pericolosità) siano da considerare dei poveri "burattini" nelle mani di un più pericoloso e allarmante "burattinaio"? Non avete la consapevolezza che i Bossi, i Borghezio, i Calderoli (in camicia verde padana) siano i "quaquaraquà" di qualcuno più "potente" (in tutti i sensi) in grado di servirsene per i suoi "sogni imperiali"? Cari Leader del centrosinistra, quando comincerete a utilizzare le vostre apparizioni in TV per far capire agli Italiani questi pericoli veri e non quelli del ritorno del comunismo? Quando la smetterete di dire che non bisogna "demonizzare" un pericolo reale per la nostra democrazia mentre il "DUCE" in doppiopetto arruola camicie nere e camicie verdi contro "comunisti" e "islamici" puntando all'ingovernabilità futura e a una prospettiva di "scontro di civiltà" ?? www.centomovimenti.com/

La guerra dei sondaggi (di Francesco Billari e Alessandro Rosina) Il sito www.lavoce.info pubblica questo meritorio articolo che ci aiuta a capire meglio la questione dei *sondaggi* La campagna elettorale per le elezioni del 9 aprile 2006 è caratterizzata, più di ogni altra, dalle discussioni sui sondaggi politico-elettorali. In Italia, la regolamentazione in materia consente di chiamare "sondaggi" anche indagini con metodologie non fondate scientificamente o non sufficientemente documentate. Per questo è possibile, senza infrangere le regole, ottenere risultati diversi tra indagini, ovvero risultati che tendano a rispondere alle "aspettative" dei committenti. Corriamo però un grande rischio: nella guerra dei sondaggi, la vittima principale potrebbe essere quello straordinario elemento della democrazia partecipativa che è l’informazione statistica. I dati più recenti Abbiamo analizzato i dati relativi a quindici sondaggi sulle intenzioni di voto nelle elezioni pubblicati sul sito a questo deputato tra l’1 e il 17 febbraio 2006. Per quattordici l’Unione prevarrebbe sulla Casa delle libertà. (1) Facendo una media dei risultati di questi sondaggi, l’Unione otterrebbe il 51,6 per cento, contro il 47,0 per cento della Casa delle libertà. Per l’Unione il valore minimo riscontrato è il 50,9 per cento, il massimo il 52,5 per cento. Per la Casa delle libertà il valore minimo è il 46 per cento, il massimo il 47,9 per cento. Nel solo caso del sondaggio commissionato da Forza Italia a Penn, Schoen e Berland Associati (Psb) prevale, lievemente, la Casa delle libertà (48,4 contro 48,2 per cento). Nei (pochi) casi in cui viene riportata la quota di indecisi, è sempre particolarmente elevata, attorno al 23 per cento. In passato, ad esempio nella corsa per la Casa Bianca, si è notato come il mercato delle scommesse fornisse previsioni affidabili dei risultati elettorali. Cosa dicono allora i bookmakers? Seppure in calo se si prende come riferimento l’inizio di febbraio, la probabilità che Romano Prodi divenga presidente del Consiglio in Italia è, al 19 febbraio, stimata tra il 65 e il 70 per cento, mentre la probabilità che sia Silvio Berlusconi a divenirlo è data tra il 30 e il 35 per cento. Il dito e la luna La statistica, nata ad uso dello Stato per fornire informazioni utili a chi governa, nel corso del tempo, ha saputo sviluppare come disciplina scientifica un corpo metodologico condiviso. I metodi e le tecniche di indagine campionaria ne costituiscono parte fondamentale. Durante questa campagna elettorale, e in precedenza nella lunga discussione sulla misura dell’inflazione, l’informazione statistica è spesso trasformata da rappresentazione, scientificamente fondata, delle condizioni dello stato (delle cose) a mero strumento retorico. Quando un dito indica la luna, lo stolto guarda il dito anziché la luna. Perché i politici sembrano concentrarsi sul dito piuttosto che sulla luna? Ciò rischia di distruggere la credibilità della statistica, ufficiale o di fonte privata. Possiamo permetterci di vivere senza informazioni statistiche credibili? Certamente no. Le statistiche ufficiali sono fondamentali per il funzionamento della pubblica amministrazione e dei mercati. I sondaggi di opinione sono a loro volta un elemento essenziale della democrazia partecipativa. Se con le elezioni politiche i cittadini indicano da chi vogliono farsi governare, rispondendo ai sondaggi dicono come vivono e quali sono i loro problemi. La Commissione europea, ad esempio, dal 1973 utilizza le indagini "Eurobarometro" per monitorare la pubblica opinione, allo scopo di "aiutare la preparazione di testi, la presa delle decisioni e la valutazione del suo operato". Insomma, cannocchiali per osservare la luna. I sondaggi politico-elettorali In Italia, la disciplina dei sondaggi politico-elettorali è diversa da quella generale (si veda l'articolo successivo). Secondo l’articolo 8 della legge 22 febbraio 2000 n. 28, le informazioni sui sondaggi politico-elettorali debbono essere trasmesse solo a un apposito sito internet. Il vantaggio è quello di poter facilmente consultare i risultati. Le informazioni tecniche riportate, potenzialmente utili per valutare la qualità dell’indagine, sono tuttavia carenti. Non è quasi mai indicato, ad esempio, il tasso di non risposta, ovvero la percentuale delle persone selezionate per l’indagine che non sono state effettivamente intervistate perché non reperite o perché hanno rifiutato di rispondere. Quasi tutti i sondaggi politico-elettorali avvengono telefonicamente. Ma quanti sono quelli che hanno messo giù il telefono senza rispondere alle domande? I rischi di autoselezione, e quindi di errata rappresentazione della realtà, possono essere rilevanti. È possibile, ad esempio, che accettino di rispondere più facilmente i più schierati. Non è sempre indicato il metodo di campionamento, se probabilistico (e quindi scientificamente fondato) o non probabilistico. Nel caso del sondaggio Psb è stato "utilizzato un programma di campionatura basato su una propria specifica metodologia e su recenti trend elettorali. Ogni elettore ha avuto la stessa probabilità di essere selezionato per il sondaggio". L’informazione fornita sul sito non consente di ricostruire quale sia la "propria specifica metodologia", ma la Psb non indica esplicitamente di aver seguito la prassi di "stratificare" il campione, cioè di rispettare la composizione degli elettori rispetto ad alcune cruciali variabili come sesso, età e area di residenza, prassi comunemente seguita dagli altri sondaggi. Questo potrebbe forse spiegare le differenze nei risultati: attraverso un’indagine telefonica è più facile contattare persone che tendono a rimanere di più a casa, come gli anziani, soprattutto chiamando in orari lavorativi. Se gli anziani tendono poi più facilmente a dare il voto ai partiti più grandi e più noti, ecco pronta una possibile spiegazione del perché, in mancanza di stratificazione, nel sondaggio Psb risultano evidentemente sovrarappresentati, rispetto agli altri sondaggi, i dati sui partiti più grandi, come Ds e Forza Italia, mentre ad esempio i Verdi sono stimati allo 0,7 per cento e l’Udeur allo 0,3. Sondaggi come profezie che si autoadempiono Poiché le informazioni richieste dalla normativa sono insufficienti per poter valutarne la qualità, è possibile eseguire sondaggi compiacenti e fornire sul sito informazioni tecniche generiche che non suscitino particolari sospetti, senza violare la regolamentazione. Il problema è molto delicato, se si considera il sempre maggior utilizzo politico dei sondaggi, trasformati in strumento che può condizionare e orientare le intenzioni di voto. Il risultato dei sondaggi elettorali è sempre meno inteso come ritratto della realtà e sempre più, almeno nella speranza di alcuni committenti, come profezia che si autoadempie. I fatti recenti confermano tale impressione. Il presidente Berlusconi ha due modi per provare a ribaltare a proprio favore i risultati dei sondaggi. Il primo è agire direttamente sulla luna, ovvero sulle effettive opinioni dei cittadini, cercando di convincerli che il Governo ha operato bene. Il secondo è agire sul dito, ovvero discutere i risultati dei sondaggi e diventare committente di nuovi, che diano esiti più in linea con i risultati che si aspettava di ottenere. La delegittimazione da parte del premier dei sondaggi condotti dalla maggior parte degli istituti di ricerca è particolarmente problematica perché non fa leva sugli eventuali problemi metodologici. Al contrario, la critica si basa sui risultati dei sondaggi, "compiacenti" verso il centrosinistra. Molto più utile sarebbe se politici, stampa e pubblico generale incalzassero le agenzie sull’affidabilità scientifica delle informazioni fornite. Il metodo di campionamento è probabilistico? Qual è il tasso di non risposta? Sono state utilizzate tecniche di stratificazione? Qualora anche la discussione sui sondaggi continuasse a essere guidata dalle esigenze di parte e soprattutto dai risultati dei sondaggi stessi, verrebbe ulteriormente delegittimato quello straordinario elemento della democrazia partecipativa che è l’informazione statistica. Per saperne di più Eurobarometro: http://europa.eu.int/comm/public_opinion/index_en.htm Scommesse Elettorali. Sito per comparare le quote dei bookmakers inglesi: http://odds.bestbetting.com/specials/politics/italy/next-prime-minister Sito ufficiale dei sondaggi politici ed elettorali: http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/ ***** (1) Sondaggi condotti da Ipr Marketing (tre sondaggi), Euromedia Research, Tns Abacus (tre sondaggi), Ispo Limited (due sondaggi), Swg (tre sondaggi, dati relativi alla Camera), Ekma Ricerche srl (due sondaggi).

The Anticipatory Campaign: una parabola Rosanna De Rosa, Culture Digitali Assumiamo per buoni i dati di sondaggio. Anzì no, assumiamo per credibile il sentimento comune, dalla fatomatica casalinga di Voghera al cosiddetto uomo del marciapiede (per par condicio). Non è difficile registrare una insopprimibile voglia di leggerezza, un indicibile desiderio di libertà dalla cappa di manipolazione, distorsione e censura che ha caratterizzato l’età di Berlusconi che - con quella della pietra - ha appunto in comune un’inenarrabile pesantezza. La società di oggi è visibilmente peggiore di quella di ieri. E non perchè io sia di sinistra, ma perchè la politica di Berlusconi ha fornito un alibi - ed una sponda - per ogni malefatta: dal falso in bilancio, alla speculazione edilizia, fino ad arrivare alla legittimazione del Far West..canna fumante alla mano e giustizia pret-a-porter. Tutto si può fare se lo fà Berlusconi, anche sbracarsi in televisione. L’Italia onesta, che non può e non vuole più sentirsi rappresentata dall’Italia dei furbetti e dei furboni, davvero non ne può più. Ed ho ragione di credere - almeno ci spero tanto - che la prima sia ben più diffusa della seconda e abbia ancora la capacità di reclamare la dignità persa. Berlusconi sa di questo totale cambiamento d’umore. Per questo non gli bastano più i dati di sondaggio ma vuole saperne di più sulle componenti emotive e cognitive che costituiscono - o sono suscettibili di costituire - il comportamento di voto. Sa anche bene di essere il più popolare ma - in una congiuntura politica così difficile - ancora non ha individuato con quali trucchi trasformare l’acqua in vino, e moltiplicare il pane ed il pesce. Dieci anni di illusionismo e di magia pataccara alla Vanna Marchi non sono più sufficienti a conquistare l’elettorato. Allora Berlusconi cosa fa? Gioca d’anticipo, di un anticipo così ampio che rischia di non essere intercettato dagli osservatori, focalizzati come sono sulla conduzione di questa campagna. E’ questo il punto. Credo che di questa campagna lui semplicemente se ne freghi. L’ha superata, mentalmente e strategicamente. Giocando su un terreno che la sinistra forse nemmeno ha compreso ancora com’è. Con il senso dell’eternità machiavellica che Berlusconi si porta dentro, lui fa campagna non per vincere le elezioni ma per non consentire alla sinistra di avere una maggioranza durevole in parlamento. Ha modificato in corso d’opera la legge elettorale - in maniera del tutto surrettizia - affinchè questa risultasse funzionale al suo piano. Niente maggioritario, più frammentazione quindi più ingovernabilità. Su questo terreno minato la sinistra gioca la sua partita cercando di stare attenta con chi e come si allea: via le frange estreme, si gioca un pò più al centro. Berlusconi non potendo vincere le elezioni, fa in modo che la sinistra abbia una vittoria di Pirro: una vittoria dai piedi di argilla. Costruendo un risultato ancora più diabolico: una legislatura a tempo, un pacco-bomba consegnato direttamente nelle mani di Prodi. E con il senso dell’enternità creatrice che si porta dentro, Berlusconi risorgerà…Amen./www.politicaonline.it

Si prepara la grande fuga dall'Italia Economia. Secondo una ricerca Eurispes, il 37,8% degli italiani si dice pronto a trasferirsi all'estero. La percentuale sale al 46,1% tra gli elettori del centrosinistra Renzo Francabandera Trascinati dalla crescita europea, anche il fatturato dell’industria italiana è risultato in crescita a dicembre 2005, ma - sempre nello stesso mese - gli ordini erano in calo, quindi le prospettive sono poco rosee. Lo comunica l'Istat, puntualizzando che gli incassi sono saliti del 5,5% su base annua ma che gli ordinativi sono scesi dell'1,1%. In particolare, il fatturato è aumentato del 4,4% sul mercato interno e dell'8,5% su quello estero, trainato soprattutto dal settore energetico (+27,9%). Gli ordinativi, invece, hanno segnato sì un incremento del 3,7% sul mercato interno, ma hanno avuto un vero e proprio crollo del 9.6% su quello estero. Andando a spulciare settore per settore, si capisce che l’aumento per le vendite è stato maggiore per le raffinerie di petrolio (+ 25,9%) e per le macchine e gli apparecchi meccanici (+ 14,5%) oltre agli apparecchi elettrici di precisione (+8,2%) ma il tessile ha avuto un tracollo totale, a testimonianza della pressione della competizione internazionale: -4,4% su base tendenziale, -6,5% in media annua. Fra i settori colpiti dalla febbre asiatica, ovvero dalla crisi da concorrenza dei paesi dell’estremo oriente, l'industria delle pelli e delle calzature a dicembre segna un +5,3% rispetto a dicembre 2004 ma segna un -0,3% su base annua. Insomma c’è da chiedersi se l’Italia è ancora il bel paese dove sviluppare iniziative imprenditoriali, dove conviene vivere, dove esistono i requisisti per sviluppare e far crescere la propria professionalità. E il tema a quanto pare non è di lana caprina visto che già quasi quattro milioni di italiani vivono all'estero, ma, stando ai risultati di alcuni sondaggi di questi giorni, coloro che si trasferirebbero all’estero sono molti di più, il 37,8%, secondo un sondaggio diffuso proprio ieri dall'Eurispes. Se poi si va a vedere fra classi di età si vede che fra i giovani tra i 18 e i 24 anni la percentuale sale al 54,1% e si attesta su valori analoghi per le persone di età tra i 25 e i 34 (50,5%). Sono coloro che hanno studiato a non trovare sbocchi credibili, soprattutto laureati e diplomati, mentre solo il 14,1% di coloro che hanno la licenza elementare farebbe la stessa scelta. Insomma è chiaro: di fronte ad uno scenario di economia in crisi, di industria legata a vecchi schemi, di sistema politico bloccato e di assenza di prospettive, i non occupati e gli studenti sono pronti a trasferirsi, ma evidentemente le speranze da liberalizzazione dei servizi stimola anche liberi professionisti, commercianti e lavoratori autonomi. E pare che l’esito delle elezioni sarà determinante, visto che fra quelli pronti con la valigia in mano abbondano i votanti di centro-sinistra e sinistra (46,1% e 42,7%) seguiti da coloro che si collocano al centro (39,3%), mentre continuano a pascere nella triste mangiatoia nazionale gli elettori di centro destra, fra i quali la percentuale di emigranti in pectore scende addirittura al 20,6%. Insomma non volesse mai il cielo le prossime elezioni le vinca Berlusconi. La parte sveglia del paese è pronta e ha già le valigie pronte, lasciando la nazione in mano agli elettori di centro destra. Uno scenario triste, se si pensa che fra le mete ambite c’è proprio la Spagna di Zapatero, specie per dirigenti, organi direttivi, quadri e imprenditori. Non tramonta mai il fascino della Francia e tiene la Gran Bretagna, specie fra studenti. Il tema centrale resta quello del lavoro: gli intervistati si recherebbero in altri Paesi perché questi offrono maggiori opportunità lavorative. I dati non sono di sondaggisti americani ma del Ministero dell'Interno, elaborati dall'Eurispes. E la dinamica alla fine è quella di un secolo fa: in testa ai Paesi dove poi, alla fine, effettivamente gli italiani si trasferiscono non c'è la Spagna, ma la Germania, con 20% dei soggiornanti, seguita dall'Argentina e poi dalla Svizzera. Stiamo parlando di 1.944.526 famiglie, la maggior parte delle quali ha spostato definitivamente la propria residenza in altri paesi europei (1.058.998 famiglie), di cui il 56% proviene dalle regioni meridionali e dalle Isole, con la Sicilia in testa. In un secolo, restiamo la nazione dell’industria assistita, dei palazzinari furbetti e dei grandi lavoratori costretti ad emigrare. Quello della ricerca e delle professioni qualificate resta un triste sogno per una nazione-delusione.www.aprileonline.info

La vita umana in una scala di valori di James Carroll (the Boston Globe) Nell’ambito della discussione sui valori dell’''Illuminismo", sorta dalla vicenda delle vignette, alcuni difensori della libertà di espressione sono caduti nello stesso antico errore che ha portato, nel XX secolo, a valutare la vita degli esseri umani secondo una scala di valori Quando l’anno scorso circolò la notizia di episodi di dissacrazione del Corano compiuti dalle guardie americane a Guantanamo, i musulmani reagirono con rabbia, ma la maggior parte del pubblico occidentale fraintese il motivo di tale collera. Era facile per i “popoli del Libro”, ossia cristiani ed ebrei, considerare un’offesa di tale portata al Corano come un’offesa alla Bibbia. Già quello sarebbe sacrilego, ma in realtà fu anche peggio. Tracciare delle analogie tra le religioni può portare fuori strada, ma il Corano è presente nel credo islamico più di quanto lo sia Gesù, o anche la Bibbia, nella fede cristiana. Il Corano rappresenta il principio dell’incarnazione, per cui il salmodiare parole sacre provenute da Dio tramite Maometto rappresenta il modo per il quale la presenza divina si ripropone all’umano. I non-musulmani sono portati a credere che il Profeta rappresenti per l’Islam ciò che Gesù è per la cristianità (questo spiega il motivo per cui talvolta hanno erroneamente definito la religione islamica ''Maomettanesimo"); in realtà, è il Corano che detiene un ruolo centrale nella fede musulmana. Pertanto, la celebrazione visiva islamica è calligrafica e non iconografica. Quindi, quando il Corano viene oltraggiato, l’insulto che i musulmani avvertono è nientedimeno che un insulto a Dio. Com’è noto, la questione è stata recentemente riproposta agli occhi del mondo in maniera dirompente. La pubblicazione delle vignette danesi è stata la scintilla che ha innescato la miccia; e le eclatanti reazioni alle immagini da ogni parte della “Casa dell’Islam” dimostrano che l’insulto effettivo percepito dai musulmani va ben oltre la provocazione stessa. Non c’è bisogno di giustificare la violenza indiscriminata delle folle nelle strade – né ignorare la valida domanda del perché una rabbia del genere non venga indirizzata contro l’irreligiosità delle azioni kamikaze compiute in nome di Allah – per comprendere la lezione. Il mondo islamico sembra sorprendentemente compatto nel mandare un messaggio severo all’''Occidente"; e, anziché concentrarsi di nuovo su ''ciò che è andato storto" con l’Islam, gli europei e gli americani farebbero meglio a capire l’antifona. Pensando alla storia lontana, per esempio, potremmo ricordare che le stesse strutture politiche, culturali e di pensiero che definiscono la civiltà occidentale sono state espressamente fondate in opposizione all’Islam più di 1.000 anni fa. Quello che noi chiamiamo ''Occidente" è nato dallo scontro tra civiltà, il cui punto culminante risiede nelle Crociate, in cui ai musulmani era stato assegnato il ruolo di “controparte negativa” esterna (la “controparte negativa” interna erano, invece, gli ebrei), in opposizione alla quale la Cristianità si autodefinì positivamente. Tra gli europei e in seguito tra gli americani, quell’antitesi intellettuale fu sublimata nei secoli; tuttavia, l’offesa insita in quella polarità rimase attuale tra i musulmani, per poi essere resuscitata con potenza dall’incursione del colonialismo. L’economia del petrolio, con la creazione di oppressive elite locali finanziate dall’Occidente, ha di fatto reso più umiliante l’offesa. Come a voler essere sicura che fosse avvertita più chiaramente, l’Europa ha importato dal mondo islamico dei ''guest workers" (lett. ‘lavoratori-ospiti’ – lavoratori temporanei o a contratto – NdT), relegandoli apertamente ad una condizione di sottoproletariato tanto religiosamente codificata quanto permanente. E poi arrivarono gli Stati Uniti, con le loro guerre. Una delle principali incongruenze nell’attuale conflitto è il modo in cui gli analisti europei ed americani ci ossessionano con le apparentemente anarchiche esplosioni di violenza nella ''strada araba", senza nemmeno tenere conto di quanto brutale sia stato l’assalto post-11 settembre della “coalizione” – non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico. Le folle lanciano pietre alle finestre degli uffici del consolato europeo e lo stuolo di spettatori della CNN indietreggia inorridito. Nel frattempo, aerei telecomandati sorvolano distese di deserto, sparando sulle teste di contadini che vivono di agricoltura di sussistenza nei loro villaggi; i bambini muoiono, ma la CNN non è là a testimoniare questi fatti. Ogni mese vengono investiti miliardi di dollari nel progetto che prevede l’imposizione di una soluzione americana a un problema arabo; e, dalla prospettiva musulmana, questa soluzione somiglia sempre di più all’annientamento. I musulmani, infatti, comprendono la nuova realtà molto di più rispetto ai non musulmani: la condizione di guerra culturale aperta che ''l’Occidente" immagina è una guerra strettamente centrata contro il ''terrorismo". I musulmani, in quanto tali, si sentono oggetto di un selvaggio – ma, ahimé, non senza precedenti – assalto. Hanno torto? Nell’ambito della discussione sui valori dell’''Illuminismo", sorta dalla vicenda delle vignette, alcuni difensori della libertà di espressione sono caduti nell’antico e funesto errore che ha portato, nel XX secolo, ad un grottesco tradimento di quegli stessi valori: valutare gli esseri umani secondo una scala di valori, con le vite di alcuni giudicate meno importanti. Perché stiamo tradendo quei valori? Assieme ai molteplici e recenti problemi, questo ci fa tornare all’illegittima guerra americana: che minaccia di infiammare il secolo e che, per questo motivo, va fermata. La rubrica di James Carroll è regolarmente pubblicata su 'the Boston Globe'. Fonte: http://www.boston.com/news/globe/editorial_opinion/oped/articles/2006/02/13/misunderstanding_muslims/ Tradotto da Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media

Il Pentagono prepara la guerra ad Internet - Un documento appena desecretato offre uno sguardo affascinante sui piani militari degli Stati Uniti per “operazioni d'informazione” – che vanno da operazioni psicologiche ad attacchi ad internet. Operatori di internet state attenti! Come il mondo diventa sempre più collegato in rete, il Pentagono calcola le opportunità militari offerte dall'internet, dalle tecnologie senza fili e dai media moderni. L'apparato militare americano sta imparando a combattere una guerra elettronica per influenzare l'opinione pubblica mediante l'impiego di nuovi media e sta progettando armi per “attaccare l'internet”. Il documento desecretato, intitolato “Information Operations Roadmap” (Mappa delle Operazioni d'informazione), è stato ottenuto dall'Archivio della Sicurezza Nazionale dell'Università George Washington facendo uso del “Freedom of Information Act” (Legge per la Libertà di Informazione). E' stato scritto da funzionari del Pentagono nel 2003 e firmato dal Segretario di Stato per la Difesa, Donald Rumsfeld. La “mappa” auspica una radicale revisione delle capacità militari per poter condurre “operazioni d'informazione” e una guerra elettronica. Entrando in dettagli, il documento fa delle raccomandazioni alle forze armate americane su come dovrebbero mettersi a pensare intorno a questa nuova guerra virtuale. Vi si dice che questo tipo di informazione è “fondamentale per il successo militare”, che il computer e le telecomunicazioni sono di importanza operativa essenziale. Le operazioni descritte nel documento comprendono una sorprendente gamma di attività militari: funzionari pubblici che informano giornalisti, militari specializzati nelle operazioni psicologiche che cercano di manipolare il pensiero e le opinioni di un potenziale nemico, esperti di uso aggressivo di internet che si propongono di distruggere le reti elettroniche nemiche. Tutte queste persone sono impegnate in “operazioni d'informazione”. L'aspetto più impressionante di questa “mappa” è forse il riconoscimento che l'informazione diffusa come parte delle operazioni psicologiche militari, o ‘Psyops' (da ‘psychological operations'), sta facendosi strada sugli schermi del computer e della televisione dell'americano comune. Si legge nel documento che: “L'informazione intesa per gli stranieri, comprese la diplomazia e le ‘Psyops', è sempre più assorbita dal nostro pubblico” – e continua: “i messaggi di ‘Psyops' saranno ripetuti spesso dai notiziari, coinvolgendo un più vasto pubblico, compreso quello americano”. Gli autori del documento riconoscono che i notiziari americani non dovrebbero trasmettere propaganda militare inconsapevolmente, e perciò scrivono che “si dovrebbero stabilire precisi confini” – ma non sembrano spiegare come. Secondo Kristin Adair, dell'Archivio suddetto, “oggigiorno è impossibile impedire che storie diffuse all'estero come parte di una propaganda con operazioni psicologiche non rifluiscano negli Stati Uniti”. La consapevolezza pubblica delle “operazioni di informazione” degli apparati militari americani è bassa, ma sta crescendo grazie a qualche balordaggine operativa. Per esempio, si è saputo che verso la fine dell'anno scorso il Pentagono ha pagato una società privata, il Lincoln Group, per infilare centinaia di storie in giornali iracheni. Queste storie – tutte a favore della strategia politica americana – erano state scritte da personale militare. Siti di internet che apparivano essere ordinari siti d'informazione sulla politica in Africa e nei Balcani sono risultati appartenere al Pentagono. Ma rimangono tutt'altro che chiari l'estensione delle “operazioni d'informazione” del Pentagono, il modo in cui funzionano, a chi sono rivolte e a che punto diventano, da mera informazione, un mezzo per influenzare le persone. Ad ogni modo, la “mappa” dà un'idea di quali sono le intenzioni e le ambizioni del Pentagono. Rivela che il personale impiegato nelle ‘Psyops' “sostiene” le trasmissioni internazionali del governo americano. In particolare sottolinea che la ‘Tv Marti' – una stazione che trasmette verso Cuba – riceve tale sostegno. La “mappa” suggerisce l'istituzione di un sito globale per il sostegno degli obiettivi strategici americani – ma che, per carità, non siano coinvolti diplomatici americani! Questo sito farebbe uso di informazioni provenienti da “terze parti, con maggiore credibilità che i funzionari americani davanti al pubblico di altri paesi”. Essa suggerisce inoltre che il personale delle ‘Psyops' prenda in considerazione tutta una serie di tecnologie per disseminare la propaganda in territorio nemico: velivoli automatici, senza pilota, “sistemi miniaturizzati per la diffusione di notizie”, dispositivi senza fili, telefonini e internet. Quando descrive i piani per una guerra elettronica il documento assume un tono straordinario – sembra guardare ad internet come ad un sistema nemico d'armamento: “La strategia dovrebbe essere basata sul presupposto che il Dipartimento [di Stato per la Difesa] ‘combatterà contro l'internet' come combatterebbe contro un sistema nemico d'armamento”. Lo slogan “combattere contro internet” appare numerose volte sulla “mappa”. Gli autori ammoniscono che le reti degli Stati Uniti sono molto vulnerabili ad attacchi da parte di hacker, di nemici che cerchino di metterle fuori uso, o di spie alla ricerca di informazioni segrete. Essi scrivono: “Le reti crescono più rapidamente di quanto si possa difenderle … La sofisticatezza degli attacchi aumenta … E crescente è il numero di avvenimenti”. Come gran finale il documento raccomanda che gli Stati Uniti diventino capaci di “fornire il massimo controllo sull'intero campo elettromagnetico”. Le forze armate americane dovrebbero essere in grado di “interrompere o distruggere l'intera gamma dei sistemi di comunicazione che stanno emergendo, dei sensori e dei sistemi di armamento dipendenti dal campo elettromagnetico”. Si rifletta un po' su questo: gli apparati militari americani cercano di darsi la capacità di mettere fuori uso ogni telefono, ogni computer collegato con la rete, ogni sistema radar sul pianeta. Si tratta di piani fantastici di burocrati ambiziosi - o non sono invece dei piani realistici? Il fatto che l'“Information Operations Roadmap” sia stato approvato dal Segretario di Stato per la Difesa suggerisce che questi piani sono presi davvero molto seriamente dal Pentagono – e che per dimensione e grandiosità la rivoluzione digitale è comparabile solo con l'ambizione americana di realizzarla. di Adam Brookes da Bbc News Traduzione per Megachip di Lucio Sponza

Regno Unito: l’economia riparte lentamente La crescita dell’economia britannica ha avuto un deciso rallentamento nel corso del 2005; ora alcuni segnali fanno pensare ad una ripresa. Essa però riguarda il settore dei servizi, le attività produttive continuano ad essere in difficoltà, e il deficit dello Stato rimane alto. Tony Blair dovrà rivedere, almeno in parte, le proprie politiche economiche. Daniele Sanna Equilibri.net Il rallentamento dell’economia Il 2005 non è stato un anno positivo per l’economia britannica, la cui crescita ha subito un rallentamento. Certamente non si tratta di una crisi, ma della fine di un periodo particolarmente positivo durato circa dieci anni, coincidente con i governi di Tony Blair, che oggi è al suo terzo mandato. In effetti, dal 1993 al 2004, il Regno Unito ha vissuto il più lungo periodo di crescita stabile degli ultimi 30 anni, in cui il PIL è aumentato in media del 2,9% all’anno, il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici (intorno al 5%), mentre l’inflazione è salita, sempre in media, del 1,7% annuo. Per quanto riguarda il 2005, invece, i dati statistici evidenziano una flessione: il PIL è aumentato solamente del 1,7%, ovvero la crescita più bassa degli ultimi tredici anni, l’inflazione è aumentata del 2,4%, destando preoccupazioni nella Banca centrale, e il deficit pubblico è arrivato a 4,6 miliardi di sterline, superando la soglia critica del 3% rispetto al PIL. E’ peggiorato anche il deficit commerciale, arrivato a 5,6 miliardi di sterline. Fortunatamente il tasso di disoccupazione non è aumentato, ma è rimasto stabile al 4,7%. Quali le cause di questo rallentamento? Innanzitutto c’è stata una flessione nella produzione industriale, quantificabile, nel mese di agosto, con un -0,9%. Le difficoltà dell’industria sono dovute soprattutto a due fattori: l’elevato costo del petrolio, che ha creato problemi a tutto il settore energetico, e il forte tasso di cambio della sterlina rispetto al dollaro, che agisce negativamente sulla competitività dei prodotti dell’industria britannica. La spesa pubblica è diminuita, il livello degli investimenti è rimasto basso, e anche la domanda interna ha smesso di crescere. Infatti, i consumi privati sono saliti di un modesto 0,5%, dopo essere rimasti, nei primi due quadrimestri del 2005, sotto lo 0,2%. Del resto, il trend negativo era iniziato già nel 2004: dal +2,8% del primo quadrimestre al +1,3% nel terzo. L’analisi economica condotta dall’ufficio nazionale di statistica individua come possibili cause di ciò l’effetto ritardato dei rialzi dei tassi d’interesse attuati l’anno prima, l’ascesa dei prezzi, in particolare quello del petrolio e del mercato immobiliare, e l’eventualità di un rialzo delle tasse nel futuro prossimo venturo. Tutto ciò avrebbe scoraggiato i consumatori. Nel contesto internazionale, le difficoltà britanniche sono simili a quelle delle altre principali economie europee, tuttavia, i paesi della cosiddetta area dell’Euro hanno fatto registrare dei trend leggermente migliori, e, soprattutto, pare che abbiano delle migliori prospettive, sia di crescita che di inflazione. Sempre secondo l’ufficio nazionale di statistica, a fronte del rallentamento britannico, c’è stata una “tenue crescita della zone dell’Euro ed una forte crescita di Stati Uniti e Giappone”. Infine, va segnalata la crescita dell’economia cinese, infatti, il PIL di quel paese ha superato quello di molti paesi europei, incluse Francia e Italia, e si avvia a fare lo stesso con quello del Regno Unito. Tuttavia, non mancano alcuni segnali di ripresa, e le previsioni per questo 2006 sono abbastanza buone, come vedremo più avanti. La “forbice” fra i settori dell’economia Abbiamo visto come la crescita del PIL del Regno Unito si sia arrestata, vediamo ora qual’è stato il contributo a ciò dei vari settori produttivi. Attualmente, è in corso una divaricazione sempre più evidente fra le dinamiche delle varie attività economiche. L’economia britannica è trainata dai servizi, mentre il settore manifatturiero, storicamente forte, è in calo. Analizzando il settore dei servizi in maniera più approfondita, si nota che esso non è stato interessato più di tanto dal rallentamento in questione. Se ne trova traccia giusto nella grande distribuzione e nel commercio, a causa del calo della domanda, mentre i servizi finanziari, i trasporti, le comunicazioni, si sono confermate tendenti al rialzo. Si trova in buona salute anche il settore delle costruzioni. Infatti, dopo un periodo di contrazione, c’è stata una crescita del 3,8% della fabbricazione di edifici residenziali, sebbene bilanciata dal calo del 2% circa di costruzioni di edifici non residenziali. Diversa, come abbiamo visto, la situazione dell’industria, attualmente il settore più debole. Al suo interno, le difficoltà maggiori si sono registrate nelle attività estrattive, che a fine 2005 erano calate del 7,7% rispetto all’anno precedente. L’output dell’industria manifatturiera, che ricopre quasi l’80% della produzione industriale totale, è stato anch’esso piuttosto basso. Non è facile, però, dire in che misura. Infatti i dati ufficiali indicano una flessione, mentre alcune ricerche di enti privati indicano un accenno di ripresa negli ultimi tre mesi del 2005. La differenza è spiegabile con l’utilizzo di indicatori diversi. Resta comunque il fatto che l’industria britannica versa in uno stato di forte difficoltà, dovuto allo scarso sostegno ricevuto dallo stato. Secondo un recente studio del Tuc, a partire dal 1997 la Gran Bretagna avrebbe perso 750 mila posti di lavoro nell’industria, contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi come Germania, Francia e Spagna. Per il futuro dunque, si prevede un economia sempre più di servizi e sempre meno industriale, il che si discosta da quella che è la tradizione del paese. La situazione dell’occupazione Come già detto, i dati statistici evidenziano una situazione occupazionale buona e un mercato del lavoro stabile. Il governo di Blair ha lanciato alcune iniziative per aumentare il lavoro, tra cui il “New Deal”, ovvero il miglioramento del servizio pubblico per l’impiego, e i fatti sembrerebbero dargli ragione. Il numero degli occupati è salito di quasi un milione dal 2001, arrivando a cifre che non si vedevano dai primi anni ’70. Il 68% dei nuovi lavori è definito “stabile”, anche se le tipologie contrattuali britanniche sono diverse da quelle italiane ed è difficile fare confronti, ad esempio, con i nostri contratti a tempo indeterminato. Oltretutto, questo incremento è equamente ripartito fra uomini e donne. Al momento, il 74,7% delle persone in età lavorativa ha un impiego, dato pressoché invariato rispetto a un anno fa, mentre il tasso di disoccupazione è del 4,7%, dato anch’esso stabile, benché con una piccola tendenza al rialzo. Un altro indicatore valido per capire l’andamento del mercato del lavoro è il numero di persone in cerca di occupazione. A fine 2005, erano 902.000, mentre all’inizio dell’anno erano 814.000. Quindi, questo numero è in aumento, e pone alcuni dubbi per il futuro anche in questo campo. Esaminando la composizione del mercato del lavoro, si nota che l’aumento dei posti riguarda sia il lavoro dipendente che quello autonomo, sebbene quest’ultimo sia aumentato in misura minore. Il lavoro full time è cresciuto per tutto il 2005, mentre è diminuito il numero dei contratti part time. I servizi trainano ovviamente anche il mercato del lavoro, in particolare ci sono stati aumenti di occupazione nella pubblica amministrazione, nella sanità e nei servizi finanziari, mentre continua la perdita di lavoratori dell’industria: nel settore manifatturiero l’occupazione è calata di più del 3,5%, e lo stesso calo si era registrato l’anno prima, il che non fa che confermare quanto detto finora. La situazione è quindi buona, ma vanno fatte anche alcune considerazioni. Come abbiamo visto, i dati mettono in luce un recente aumento dei lavori stabili e full time, il che però non toglie che negli anni precedenti ci sia stata una forte precarizzazione del mondo del lavoro e la crisi di molti lavori tradizionali, il che ha generato una percezione di instabilità, soprattutto in coloro che hanno dovuto cambiare lavoro. Secondo alcuni sindacati e la sinistra del New Labour (il partito al governo), i dati visti finora, per quanto corretti, “non dicono molto sulla qualità del lavoro che è stato creato e non prendono in considerazione altri fattori di precarietà e di insicurezza sociale”. Prospettive economiche Le previsioni per l’anno in corso sono moderatamente ottimiste. Si prevede una ripresa della crescita dell’economia britannica, anche se sempre al di sotto del suo potenziale. Del resto, già ci sono stati segnali in questo senso sia nell’ultimo trimestre del 2005 che in questo primo scorcio del 2006. La ripresa non riguarderà però il settore produttivo, per il quale probabilmente continueranno i problemi. Quali sono allora i motivi di un maggiore ottimismo per l’anno in corso? Essi riguardano l’altra principale causa del rallentamento, cioè la spesa per i consumi: le vendite al dettaglio negli ultimi due mesi del 2005 hanno iniziato a risalire. Questa ripresa dei consumi dovrebbe proseguire, anche se lentamente. A favorire ciò saranno la netta decelerazione dei prezzi delle case, che finora erano cresciuti impetuosamente, influendo negativamente sull’effetto ricchezza, e il miglioramento del mercato del lavoro, di cui abbiamo già parlato. Inoltre, l’attuale debolezza della sterlina favorirà le esportazioni, soprattutto quelle verso l’area dell’Euro. La ripresa della domanda e condizioni di finanziamento più favorevoli dovrebbero creare anche una situazione più favorevole agli investimenti, dei quali si prevede un aumento. Anche per quanto riguarda l’inflazione le previsioni sono positive: molti analisti ritengono che rimarrà intorno al target fissato dalla Banca d’Inghilterra, del 2%. Difatti, i rialzi del 2005, dovuti al rincaro del petrolio, che hanno provocato la salita al 2,4%, dovrebbero ora uscire dal tasso di crescita annua. Secondo un analisi economica condotta da un istituto bancario italiano (Capitalia), ci sarà dunque “un’accelerazione progressiva” nell’economia britannica, che “dovrebbe portare, nel 2007, ad ulteriori miglioramenti, malgrado l’impatto negativo della crescita della politica fiscale, progressivamente stringente nel 2006/7”. Per quanto riguarda il deficit pubblico invece, le previsioni sono meno ottimiste: nel biennio 2006/7 esso raggiungerà probabilmente il 3,25%, violando il patto di stabilità europeo. Prospettive politiche Finora abbiamo preso in considerazione gli aspetti economici e le analisi condotte da istituzioni finanziarie. Ma per comprendere appieno le condizioni economiche di un paese, bisogna considerare anche gli aspetti sociali e politici. Tony Blair è giunto al suo terzo mandato, e verrà ricordato come il leader laburista che ha impresso una svolta al pensiero economico del suo partito, avendo applicato disinvoltamente politiche di tipo liberista. Le privatizzazioni, il taglio della spesa pubblica, etc., hanno prodotto dei buoni risultati macro economici nell’immediato, ma anche degli squilibri che ora iniziano ad affiorare: giusto per fare un esempio, la privatizzazione delle ferrovie ha reso inefficiente e pericoloso il servizio ferroviario. Ora il governo sta subendo un calo dei consensi, la vittoria alle elezioni del 2005 è stata una vittoria a metà, visto il netto calo dei voti per il Labour rispetto alle lezioni precedenti. Ciò è dovuto a diversi motivi, fra cui il principale è sicuramente la guerra in Iraq, ma anche alle privatizzazioni nella sanità e nei trasporti e al rincaro delle rette universitarie. Blair ha dovuto quindi rivedere parzialmente i punti principali del suo programma: la prosecuzione delle politiche economiche liberiste e l’avvicinamento alla UE. Incalzato dai sindacati e dall’ala sinistra del suo partito, il premier si è impegnato ad apportare alcuni miglioramenti alle condizioni di lavoro, al sistema pensionistico e ai servizi pubblici, tentando di evitare il conflitto sociale. Sul fronte UE invece, il Regno Unito, che attualmente detiene la presidenza di turno, si sta confermando un paese contrario all’integrazione: consapevole di ciò, Blair ha sospeso il referendum di ratifica della Costituzione europea che avrebbe dovuto tenersi quest’anno. Conclusioni Il rallentamento dell’economia britannica si è forse concluso, ma la ripresa non sarà certo impetuosa. La crescita del settore dei servizi non può compensare completamente il calo della produzione né la crescita del deficit dello Stato. Le prossime scelte di politica economica del governo britannico saranno seguite in tutta Europa con grande attenzione, perché potrebbero avere un forte “effetto traino”.

Tigri d’Europa Da Hasankeyf, scrive Fabio Salomoni Un nuovo consorzio internazionale ha avviato i lavori per la diga di Ilisu, sul Tigri, che provocherà la scomparsa del paese di Hasankeyf. I rischi per il patrimonio storico e ambientale dell’area. Nostra intervista al sindaco di Hasankeyf e al presidente dell’associazione ambientalista Doga di Ankara Hasankeyf Quando si è cominciato a parlare della diga di Ilisu? Sindaco di Hasankeyf, Abdulvahap Kusen: Il progetto della diga di Ilisu risale al 1954 nell’ambito del progetto GAP [Progetto dell’Anatolia Orientale, ndc]. Un progetto che si è realizzato per tappe progressive vista la sua complessità. Le voci che Hasankeyf sarebbe finito sott’acqua sono cominciate allora, sono cinquant’anni che se ne parla. Fino ad oggi però niente di concreto è stato fatto, non ci sono lavori. Negli anni ’80 il progetto relativo a Hasankeyf è stato completato. Negli ultimi 6-8 anni l’Istituto Statale per l’acqua è seriamente impegnato a concretizzare questo progetto. Con il passare del tempo ci sono stati ritardi, ma nel 1999 c’è stata una prima gara d’appalto ed allora attraverso una riunione organizzata dal DSI (Direzione Statale per le Acque) ci sono state fornite informazioni sui luoghi che sarebbero finiti sottacqua. In seguito, le cinque società del consorzio, a causa delle reazioni in Turchia e in Europa, si sono progressivamente ritirate dall’iniziativa. I rappresentanti di queste società sono venuti qui e si sono resi conto che per pochi soldi si sarebbe annientata un’eredità storica importante. Il progetto di Ilisu si è così inabissato nel silenzio. Negli ultimi 2-3 anni si sono fatte importanti iniziative per conservare Hasankeyf. Tre anni fa il nostro Primo ministro, mi ricordo bene, ha dichiarato che Hasankeyf si sarebbe salvato. Parole che ci hanno fatto molto piacere ovviamente. E’ stato come dare un medicinale ad un malato da tempo privo di speranze. In tre occasioni il presidente ha ripetuto: “Salveremo Hasankeyf”. Purtroppo però quest’anno, negli ultimi mesi, sono cominciate a circolare nuovamente voci sulla distruzione di Hasankeyf. A lei è stato detto qualcosa di ufficiale? Purtroppo da 50 anni non si danno informazioni alla gente. Nell’ultimo mese la DSI parla di un progetto, si sono iniziati a fare dei lavori. Oggi è domenica e non potete vedere ma proprio di fronte a noi si sta lavorando. Si dice che ci siano tre grosse imprese turche di costruzioni insieme ai tedeschi della Siemens ed una società austriaca. E’ nato quindi un nuovo consorzio. Un mese fa due membri del consorzio hanno visitato la zona, hanno parlato con noi. Noi abbiamo cercato di raccontare la situazione, in pochi minuti. Al di là di questo nessuna informazione. C’è una verità: io sono sindaco, si fanno nuovi progetti ed io non ne so niente. Io sono un sindaco regolarmente eletto ma non ne so niente. E se non ne so niente io figuratevi i miei concittadini. Abbiamo solo la possibilità di avere informazioni dalla stampa. Si è parlato di risarcimenti? Non siamo ancora arrivati a questa fase. Solamente una volta gettate le fondamenta della diga se ne parlerà. Si è fatto tutto senza darci informazioni. Sappiamo che si sta cercando una zona per ricostruire il paese, è tutto. Lei è contrario al progetto della diga, è una posizione condivisa da tutti nel paese? Il paese non ha vere informazioni. Se ci trasferissimo di fronte, tutti i luoghi della nostra infanzia, le tombe dei nostri famigliari, andrebbero perduti. Il posto scelto per il reinsediamento poi non è adeguato. Non si potrà coltivare nè allevare animali. Le persone come vivranno? La gran parte della popolazione vive già in condizioni economiche difficili. Ci dicono che si svilupperà il turismo, che potremo vivere di quello, ma non è credibile, come sarà possibile se annientano il nostro patrimonio storico? Io credo che il 100% della popolazione sia contraria alla distruzione del nostro paese. Da noi, e parlo senza peli sulla lingua, i progetti pubblici si realizzano nonostante la gente. Questa scarsità di informazioni da dove trae origine? In Europa si dice che prima di costruire una strada ci si incontra con le persone che vivono lì e solo dopo si procede. Da noi non esiste una tradizione del genere, il centro decide, in ballo c’è l’interesse pubblico e nessuno si oppone. Lei ha chiesto ad Ankara? Molte volte, ci siamo stancati di chiedere. L’ultima volta un documento del DSI ci ha detto che si trasferirà il paese e creeranno un nuovo Hasankeyf, svilupperanno il turismo. Cose dette a caso che non hanno un grande significato per noi. Se non si fossero fatti piani per il reinsediamento di Hasankeyf ci sarebbe stata una reazione internazionale più forte, per questa ragione il DSI sta facendo preparativi per trasferire il villaggio. Il documento che ci hanno mandato non ha per me nessun significato, dopo la distruzione di Hasankeyf che ce ne faremo del nuovo villaggio? E la gente di qui si è mobilitata? Come dicevo si tratta di una storia che va avanti da cinquant’anni. In passato qualcosa si è fatto. L’agosto scorso l’associazione Doga (Natura) ha organizzato un treno speciale da Istanbul, una raccolta di firme. Le persone di qui non hanno fatto nulla perchè il progetto è ancora sulla carta, la gente non ne sa nulla. Esiste anche l’Associazione dei volontari di Hasankeyf a Batman. Per alcuni la diga può rappresentare un’occasione di lavoro? Una cosa simile non la dice la gente di qui ma piuttosto i responsabili del DSI. Loro cercano di tracciare un panorama roseo: 6.500 persone lavoreranno, si daranno risarcimenti per gli espropri. Qui però c’è un’eredità storica importante, è questa che vogliamo salvare. Lei ha speranze che il progetto non si concretizzerà? Il percorso del Tigri Veramente vorrei averne. Qui è la Mesopotamia, la gente ha vissuto lungo le rive del Tigri e dell’Eufrate. Noi abbiamo già annientato Zeugma ed altri luoghi storici. Abbiamo ucciso l’Eufrate, adesso tocca al Tigri, mancano solo due dighe da completare. Del resto quelli del DSI dicono: “Terminiamo queste dighe e poi potrete fare quello che volete...”. Noi annientiamo luoghi in cui hanno vissuto i primi uomini, dopo queste dighe avremo distrutto tutti i luoghi più importanti della Mesopotamia. Stiamo parlando di valori storici che non si possono misurare con il metro dei soldi, non parliamo di questioni materiali, non voglio parlarne. Invece il DIS ci parla di prospettive rosee. Parlano di 6.500 persone che troveranno lavoro ma tacciono su quelle 50.000 che se ne dovranno andare. Occasioni di lavoro che dureranno qualche anno mentre la gente se ne dovrà andare per tutta la vita. Cosa bisogna fare per tenere viva la speranza? Se si farà la diga non ci sarà più possibilità per parlare di speranza. Per ostacolare la realizzazione abbiamo bisogno di un grande sostegno dell’opinione pubblica. In questi ultimi anni però posso dire che la nostra speranza è arrivata al punto di incrinarsi definitivamente. Ormai siamo alla fase in cui rimane solo da gettare le fondamenta della diga. Guven Eken (presidente Associazione Doga, Ankara): Anch’io vorrei fare alcune considerazioni. Rispetto a quanto accaduto in passato il nuovo consorzio ha preparato un rapporto di valutazione dell’impatto ambientale. Noi come associazione abbiamo chiesto ufficialmente di vederlo ma fino a questo momento non lo abbiamo ancora ricevuto. Il fatto che tutto si faccia silenziosamente deriva soprattutto da questo: in Turchia esiste il vincolo della valutazione ambientale, un criterio nazionale. Prima di tutto esso impone che si facciano riunioni a cui partecipi la popolazione interessata, la prima cosa da fare è presentare il progetto. Questo non è stato fatto per la diga di Ilisu. Perchè? Secondo la legge per i progetti approvati prima del 1993 non esiste l’obbligo di preparare un rapporto di valutazione dell’impatto ambientale. Questo significa che non è nemmeno necessaria la partecipazione e il coinvolgimento della gente. Esiste comunque una valutazione di impatto ambientale, ma solo per una ragione molto pragmatica: poter aver i finanziamenti dalla Germania e dall’Austria. I governi di questi paesi per poter fare da garanti per le imprese coinvolte nel progetto richiedono una valutazione di impatto ambientale. Quindi il rapporto che esiste è stato preparato da un società privata in Turchia, sono state fatte interviste e distribuiti questionari. Tutto ciò è stato fatto solo per rispettare i criteri internazionali che regolano la concessione di prestiti alle società coinvolte. Vorrei sottolineare anche gli aspetti ambientali e naturalistici del problema della diga. La valle del Tigri è una riserva naturale a livello internazionale. Qui vivono specie di animali che non esistono altrove. In accordo con il trattato di Berna, con le direttive Habitat dell’Unione Europea, si tratta di specie da proteggere. Anche da un solo punto di vista ecologico-ambientale la realizzazione del progetto di Ilisu è impossibile. Potete constatare direttamente come ci troviamo in una zona unica dal punto di vista naturalistico. Lei accennava prima alle responsabilità dell’Europa... Io credo che la maggiore responsabilità sia dell’Europa, in particolare di Austria e Germania, che dovrebbero applicare alle loro società criteri che si aspettano vedere applicati da noi. Io credo che non si dovrebbero concedere prestiti a questo consorzio, dovrebbero comportarsi in modo corretto. Noi ci aspettiamo un sostegno da parte delle opinioni pubbliche di Austria e Germania. Il progetto non si potrebbe concretizzare con i soli soldi turchi, è un progetto molto costoso, due miliardi di dollari. Sono fondamentali i soldi dell’Europa, per questo crediamo che ora la palla sia passata ai governi austriaco e tedesco. Sindaco Kusen: C’è un’ultima cosa che le vorrei raccontare. Tempo fa a Canakkale è stato organizzato un incontro con i sindaci delle città storiche della Turchia. In quella occasione ci hanno fatto visitare anche il sito archeologico di Troia. Beh, lo sponsor degli scavi è la Siemens. Quando l’ho saputo non potuto resistere ed ho preso la parola dicendo che una contraddizione del genere è incredibile. Da una parte portate alla luce reperti storici e dall’altra parte distruggete la storia. Un’ipocrisia del genere non è possibile. Invece di spendere due miliardi di dollari, sarebbero sufficienti alcuni milioni di dollari da investire nel turismo. www.osservatoriobalcani.org/


febbraio 20 2006

Ogni Napoleone rischia la sua propria Waterloo Se gli resta ancora qualche amico tra gli alleati, qualcuno dovrà pur dirglielo a Berlusconi che con la campagna napoleonica in televisione rischia di farsi del male, a dispetto degli applausi degli spin doctor a libro paga e dei sondaggi un po' addomesticati. Non tanto e non solo per i rischi dell'overexposition, per la ripetitività, per la noia o per l'ormai scoperto giochetto da lui usato della «inverificabilità degli eventi», come la chiamava Karl Popper. Ma per il cuore dei suoi elettori. Sì, proprio il cuore, il ruolo del cuore, delle emozioni, del sentimento nell'orientamento e nella decisione politica ed elettorale. Al tema, non sempre frequentato scientificamente, hanno dedicato una ricerca Nicoletta Cavazza e Piergiorgio Corbetta, nell'ambito del programma pluriennale di ricerca Italian National Elections Studies promosso dall'Istituto Carlo Cattaneo e appena pubblicato dal Mulino. Ne esce confermata l'instabilità del rapporto emotivo degli italiani con la politica che ha prodotto momenti di grande ostilità come, ad esempio, il "Diciannovismo" e l' "Uomo qualunque", e momenti di popolarità, se non di affetto, come negli anni Cinquanta ai tempi di Peppone e Don Camillo. Ma, soprattutto, ne esce smentito qualcuno dei luoghi comuni che appaiono alla base delle tecniche della campagna mediatica del Cavaliere. Prendiamo il «disco rotto» berlusconiano, come lo chiama Marco Follini, del pericolo comunista, della «miseria, terrore e morte» che rischiamo in caso di vittoria della sinistra. Ebbene, questa dell'anticomunismo è ormai un'arma che fa cilecca, dal momento che soltanto il 57 per cento dell'elettorato berlusconiano ha «molta o abbastanza» paura del comunismo, mentre ha «molta o abbastanza» paura di Berlusconi il 77 per cento dell'elettorato di sinistra. Per di più, la propaganda negativa risulta avere più effetto sugli elettori di sinistra che non su quelli di destra. E non è affatto vero, secondo i ricercatori, che gli elettori meno provveduti si fanno influenzare più dalla pancia che dalla testa. Ma soprattutto e qui viene il bello non è vero, come ci si aspetterebbe, che Berlusconi è un leader emotivamente coinvolgente, capace di suscitare grandi emozioni positive e negative, amore e odio. Dai dati raccolti in 1.048 interviste faccia a faccia di quaranta minuti ciascuna, integrate da 12 focus group tenuti in tre città diverse, risulta che le emozioni positive, la simpatia e la fiducia provati verso Berlusconi dagli elettori di destra sono inferiori alle stesse emozioni provate verso Prodi dagli elettori di sinistra. L'elettore di destra è poco emotivo sia negativamente verso Prodi che positivamente verso Berlusconi, mentre quello di sinistra ci mette più cuore, ha forti emozioni negative nei confronti di Berlusconi, il quale suscita nell'elettorato di sinistra quasi il doppio di emotività negativa di quanto non susciti Prodi nell'elettorato di destra. Vuoi vedere allora, se i ricercatori dell'Itanes hanno ragione, che la tecnica televisiva della mortadella di Bologna funziona meglio di quella del Napoleone di Arcore ? L'uno, tranquillo e poco aggressivo, tende a non stimolare i sentimenti ostili degli elettori di destra; l'altro, veemente e megalomane, moltiplica negli elettori di sinistra la «rabbia» Quella rabbia che, comunque, di qua e di là, è il sentimento più diffuso non verso «la politica», ma verso «i politici». a.statera@repubblica.it

"Il premier ha colpe gravissime ne renda conto al Parlamento" ROMANO PRODI da Repubblica - 20 febbraio 2006 CARO direttore, i fatti di Bengasi ci hanno tutti profondamente colpiti, tornando a dimostrarci, se ve n´era bisogno, la fragilità del mondo in cui viviamo, la difficoltà di dialogo tra i popoli, la sciagurata forza che le offese possono scatenare. Ho già avuto modo di esprimere immediatamente dopo il sanguinoso assalto al consolato italiano il mio punto di vista, così come ho avuto modo di percepire direttamente in un lungo colloquio con Gheddafi la preoccupazione di chi è chiamato a governare realtà complesse come quelle dei Paesi del nord Africa. SEGUE A PAGINA 5 -------------------------------------------------------------------------------- LA PROTESTA ISLAMICA "Gravi colpe di Berlusconi la vicenda non si chiude qui" "Ora renda conto al Paese delle scelte del governo" "Errore storico non alimentare dialogo e reciproco rispetto" Lettera del leader dell´Unione a "Repubblica" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) romano prodi Paesi con i quali non alimentare un dialogo costruttivo basato sul reciproco rispetto e la reciproca comprensione sarebbe un errore di enorme portata storica per l´imprevedibilità delle conseguenze che tale mancanza di dialogo determinerebbe. Detto questo mi sembra che da questa vicenda possiamo derivare tre indicazioni che riguardano invece direttamente l´Italia e il suo Governo che mi sembra utile sottolineare. 1) Calderoli, la cui vergognosa sceneggiata è stata la scintilla che ha dato fuoco alle polveri, non è una persona qualsiasi, un cittadino Italiano dalle idee un po´ balzane, un militante di base di un movimento un po´ estremista. Calderoli è un Ministro della Repubblica, che ha giurato davanti al Presidente della Repubblica di servire il suo Paese e di rispettare la Costituzione. Questo incarico gli è stato conferito dal Presidente del Consiglio che lo ha nominato nel delicatissimo ruolo di colui il quale avrebbe dovuto lavorare proprio a mettere mano alla riforma della Costituzione, malgrado fosse già disponibile una letteratura di dichiarazioni di chiaro stampo xenofobo oltre a un florilegio di esternazioni contro l´Unità d´Italia e contro la carta costituzionale. Ebbene con quale leggerezza e sotto quale spinta di ricatto politico si affida un Ministero così delicato ad una persona con questo curriculum? Dato che già erano note le tensioni causate dalle precedenti dichiarazioni di Calderoli 2) E´ evidente che anche in questa crisi si è palesata una delle più gravi carenze di questo governo. L´assenza di una politica estera saggia e competente fatta di attenzione, dialogo, capacità di prevenire le situazioni di crisi, soprattutto con quei Paesi, come la Libia, con i quali si erano in passato ricuciti con grande fatica i rapporti. Paesi verso i quali l´Italia dovrebbe svolgere un ruolo di continua tessitura di rapporti anche per conto dell´Europa tutta non aspettando che le cose si mettano male , molto male in questo caso, per abbozzare interventi riparatori. Non avere compreso la portata dell´incendio che si stava sviluppando nei paesi islamici è stata una colpa grave. Una seria analisi avrebbe forse portato un governo consapevole e responsabile ad informare i suoi membri dei pericoli incombenti e, voglio sperare, sarebbe stata una moral suasion sufficiente a scoraggiare le esibizioni televisive che tanto danno hanno causato. 3) Va fatta infine, a valle di quanto accaduto, una seria riflessione sul ruolo del servizio pubblico televisivo. Il fatto che lo show di Calderoli sia stato ospitato in prima serata, nei momenti di massimo ascolto, sulla rete ammiraglia della Rai e che nessuno abbia pensato a quel piccolo particolare di cui spesso ho sentito i dirigenti della Rai farsi giusto vanto: vale a dire che Rai Uno gode di altissima popolarità e moltissima attenzione proprio nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Non avere riflettuto minimamente sul fatto che, come dicono sempre i dirigenti televisivi, proprio grazie alla tv si vive ormai nel villaggio globale e, di conseguenza, almeno dal punto di vista dell´informazione, si è avverato il detto secondo cui un battito d´ali di farfalla in un Paese può provocare una tempesta dall´altra parte del mondo, è sintomo a dir poco di leggerezza e di scarso senso di responsabilità. Mi sembrerebbe francamente doveroso che da parte della politica e soprattutto dei partiti politici della maggioranza non si tentasse di voltare pagina e di assimilare, come si sia tentando di fare in queste ore, quanto è successo a Bengasi con le affermazioni che riguardano Nassiriya, affermazioni da esecrare e biasimare, ma che provengono da persone che hanno scarsa rappresentanza e nessuna influenza politica. Credo che Berlusconi e gli altri leader della Cdl dovrebbero andare ben oltre la doverosa quanto tardiva richiesta di dimissioni. Essi dovrebbero svolgere una attenta analisi delle carenze che si sono verificate in questa vicenda e renderne conto agli Italiani. Per tutti questi motivi le doverose dimissioni dell´onorevole Calderoli non possono chiudere la vicenda. Il presidente del Consiglio, il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno il dovere di svolgere una attenta analisi delle carenze e delle colpe che si sono verificate in questa vicenda e debbono renderne conto al Parlamento. L´Italia ha bisogno di una nuova politica verso il Mediterraneo in modo da garantire la nostra sicurezza e i nostri interessi e affermare finalmente il ruolo di equilibrio e di saggezza che è nella tradizione di questo paese. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

IL SILENZIO DELLE ÉLITE EDMONDO BERSELLI da Repubblica - 20 febbraio 2006 L´INCIDENTE farsesco nei modi e tragico nelle conseguenze provocato dalla performance "descamisada" dell´ex ministro Calderoli potrà forse provocare problemi interni alla Casa delle libertà, data la riottosità della Lega, soprattutto nella sua base, ad accettare il diktat di Silvio Berlusconi che ha espulso il leghista anti-islamico dal governo. Ma di fronte allo show razzista in cui Calderoli si esibiva da qualche tempo, punteggiato da prestazioni televisive di pessima qualità verso giornaliste definite sarcasticamente "abbronzate", e da dichiarazioni tonitruanti di difesa della cultura europea, vengono alla mente alcune domande che vanno rivolte non tanto alla Casa delle libertà, e nemmeno all´«asse dei moderati» di cui parlano Casini e Fini, quanto piuttosto all´establishment italiano. Il silenzio delle élite Vanno rivolte, cioè, ai poteri cosiddetti forti, alle élite economiche, alle associazioni degli imprenditori e delle categorie produttive, ai santuari della finanza. Di fronte al fallacismo da cortile della Lega, viene da chiedere a questo establishment italiano se non sia il caso finalmente di parlare chiaro. Perché la Casa delle libertà non è soltanto la coalizione guidata da un uomo che ogni giorno di più è attirato in storie di ordinaria indecenza: a questo, purtroppo, il paese si è abituato e nessun esorcismo vale a scuoterlo dal sortilegio. Ma il centrodestra è un´alleanza politica che, tanto per dire, ha prodotto una riforma costituzionale ispirata e gestita proprio da Roberto Calderoli. Non è soltanto lo schieramento del governo che dopo cinque anni di amministrazione del paese ha prodotto la crescita zero; è il frutto di un patto esplicito fra Berlusconi e Umberto Bossi, cioè fra un uomo insensibile alla logica istituzionale e il capo (pur indebolito dalla malattia) di un partito-movimento che non ha rinunciato all´idea della rottura dell´unità nazionale. E allora, di fronte alla sciagurata prestazione di un ministro nel governo di centrodestra, viene voglia di chiedere alle élite del nostro Paese se non sia il caso di rinunciare a qualche cautela, alla prudenza dettata dalle convenzioni, al galateo dell´equidistanza, al questo e quello per me pari sono, all´idea pilatesca di una sostanziale equivalenza fra la Cdl e l´Unione. Sono ormai almeno due anni che nei centri di potere extrapolitico si sentono discorsi cosiffatti: certo, il governo di Berlusconi è stato un fallimento; tuttavia anche il centrosinistra è un´alleanza eterogenea, che sarà incapace di governare, in cui il ricatto delle forze estreme impedirà eventualmente a Romano Prodi di governare con coerenza. Si tratta di cerimonie cerchiobottiste la cui giustificazione è evidente: né Luca Cordero di Montezemolo né altri esponenti del capitalismo nazionale possono permettersi di criticare l´esecutivo in carica e il suo "dominus" senza aggiungere una critica simmetrica e desolata alle manchevolezze del centrosinistra. Ma sia permesso dire che oggi tale equilibrismo appare più simile a un gioco ipocrita che a un atteggiamento di buon senso diplomatico. Ancora per qualche stagione, nonostante lo strangolamento del sistema maggioritario, vivremo all´interno del formato bipolare della politica italiana. E se il bipolarismo ha una razionalità, essa si esplica e si rafforza nel modo più semplice possibile: quando un governo fallisce il suo compito, si mette alla prova lo schieramento avverso. Si chiama alternanza politica. È un concetto elementare, poco ideologico, anzi per nulla. Consente di mandare a casa coloro che non si sono dimostrati all´altezza. Ma come tutti i concetti semplici, per essere applicato richiede onestà intellettuale e capacità di rinunciare ai propri pregiudizi. Richiede cioè la rinuncia a quella partigianeria politica espressa nei giorni scorsi dagli imprenditori del campione del Sole 24 ore, i quali in maggioranza rispondono che i mali economici italiani sono nati tutti negli ultimi cinque anni e nello stesso tempo confermano il consenso al governo di centrodestra che evidentemente li ha prodotti. Questo è un comportamento fra l´ideologico e il superstizioso. Ma a poco più di un mese e mezzo dalle elezioni politiche le classi dirigenti del nostro Paese dovrebbero chiedersi se non sia il caso di abbandonare le geremiadi sull´assenza di una vera e buona classe dirigente politica, e di passare all´applicazione rigorosa e puntuale dell´alternanza politica. Certo, ci saranno sempre coloro che votano in ossequio al tifo di ispirazione calcistica. Ma le democrazie diventano adulte facendole funzionare, magari un po´ ruvidamente, anche con qualche scossone. E quell´establishment così scafato, abituato a un (rassicurante) scetticismo bipartisan sull´efficienza della politica, forse oggi potrebbe dire qualche parola in più, concedersi qualche passettino più deciso. Potrebbe magari dividersi, da una parte i sostenitori "a prescindere" della destra, dall´altra gli esponenti più duttili. Forse alla fine, davanti alle urne, non ci guadagnerebbe nessuno degli schieramenti in campo. Ma nel frattempo ci guadagnerebbe, e molto, la trasparenza del confronto politico; e anche la credibilità di tutti coloro che generalmente sono capaci di lanciare moniti e di dare lezioni senza mai prendere una posizione, e quindi una responsabilità. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L’incubo di Furio Colombo Ora che mi sono candidato dovrò dire perché ho accettato la proposta di impegnarmi personalmente nella campagna elettorale. Mi ha guidato la frase di Kennedy (discorso inaugurale del 1961): «Non chiedetevi che cosa il vostro Paese può fare per Voi. Chiedetevi che cosa potete fare Voi per il vostro Paese». Da italiano, in questo anno terribile, mi sento di dare questa risposta: per il bene del nostro Paese dobbiamo rendere democraticamente impossibile la continuazione del governo Berlusconi. È il governo di Calderoli, il ministro italiano che, con un solo gesto volgare e irresponsabile, ha provocato 11 morti (complice altrettanto irresponsabile un programma del Tg 1 che ha trasmesso con allegria la vergognosa messa in scena). Le dimissioni del leghista sono un sollievo. Ma siamo ancora costretti a fare da pubblico alle marionette di Berlusconi. Infatti lo spettacolo, benché immensamente dannoso per l’Italia, non finisce finché il capo comico e proprietario non uscirà definitivamente di scena. È inquisito per calunnia, rinviato (fra poco) a giudizio per corruzione, assolto per prescrizione sulla base di una sua legge approvata dalla sua maggioranza apposta per lui. Ma lui ha appena dichiarato (venerdì, a Perugia) che non se ne andrà fino a quando non riuscirà a “cambiare la magistratura” che vuol dire abolirla se gli si lascia il tempo di farlo. Adesso è alleato ufficiale (questo è il suo vero contratto) con tutti gli arnesi del vecchio fascismo. Ed è indicato dalla stampa americana come “avanguardia” di una nuova tecnica di occupazione del potere, che vuol dire, fondamentalmente, comprare il potere. Ora tocca a noi italiani. Non possiamo permetterci un secondo governo Berlusconi. Nel primo ci ha tolto tutti i mezzi di comunicazione, ha truccato tutti i telegiornali (salvo il Tg 3), ha bloccato tutti i percorsi di legge che potevano personalmente danneggiarlo, ha fondato una scuola di classe, ha fatto finta di aumentare l’occupazione includendo nel numero dei nuovi occupati gli immigrati approdati al permesso di lavoro (e che il lavoro lo avevano già). E ancora, ha abbandonato ferrovie e trasporti aerei nella più completa incuria, ha bombardato i media con false notizie di grandi opere inesistenti, purtroppo assecondato da colleghi che si definiscono giornalisti e sopra le parti. L’economia - unica in Europa - è a zero, le esportazioni sotto zero, le forniture di combustibile e di energia precarie e incerte come il lavoro dei giovani, l’immagine dell’Italia marginale, ridicola o ignorata. Ricordate la copertina dell’Economist con il titolo «Ma Berlusconi è degno di guidare l’Italia»? Ricordate la risposta «No», da parte di chi la storia di Berlusconi la conosceva bene? Non torno a quella profetica frase per “demonizzare” Berlusconi. Ci torno per ricordare quanto era alta l’immagine dell’Italia in quel momento, rispetto alla reputazione internazionale del padrone di Mediaset. *** La scorsa settimana l’editore Laterza (sta per pubblicare il libro di Sylos Labini “Ahi, serva Italia” che molti di noi accoglieranno come il testamento di un grande italiano, ma anche come un manifesto del nostro impegno elettorale) ha convocato un seminario su “Etica e Politica” con una rilevante partecipazione delle voci più vive della sinistra italiana di questi anni. È stato un evento raro, importante, ben preparato e condotto da teste limpide come Guido Rossi e Salvatore Veca. «Avrete parlato tutto il tempo di Berlusconi», mi ha detto Arthur Schlesinger quando ci siamo parlati più tardi al telefono, quello stesso giorno. «No», ho dovuto dirgli, «abbiamo parlato quasi sempre della sinistra». E non potevo aggiungere che uno dei temi più caldi era fornito dalla famosa conversazione telefonica Consorte-Fassino, anzi da una riga e mezza di intercettazione illegale abilmente sottratta a un cestino della Procura della Repubblica da un giornalista di Berlusconi che l’ha pubblicata per dimostrare l’immoralità dei Ds. Una questione per cui Berlusconi è, al momento, indagato per calunnia. «Ma, non siete in campagna elettorale? Non avete Berlusconi e tutto il suo apparato mediatico e tutto il suo immenso conflitto di interessi come avversario?», ha chiesto un po’ stupito lo storico americano che, dai tempi della Casa Bianca di Kennedy, non ha mai pensato che fosse venuto il tempo di abbassare i toni, quando la democrazia è in pericolo. *** È certo utile e urgente che la sinistra - e tutta l’opposizione - discutano regole sia di principio che di attività pratica, sul rapporto così travagliato, anche nelle migliori democrazie, fra morale e politica. Noi italiani abbiamo un problema in più, un problema immenso. Abbiamo l’immoralità cancerogena del conflitto di interessi che si dirama in mezzo all’Italia, al centro del potere, al di sopra di tutti i suoi gangli e le sue articolazioni. Non sto dicendo che quella immoralità oscura ogni altra immoralità. Sto dicendo che provoca una paurosa deformazione del paesaggio, sto dicendo che rende ogni immagine sospetta ed equivoca. Un esempio. Pensate se ci fosse stato un istante di esitazione di fronte alla immoralità scandalosa ma potente della commissione Telekom Serbia. Era una commissione di inchiesta inventata dal potere (fatto inaudito, le commissioni di inchiesta sono sempre istituite non per rafforzare il potere ma per indagarlo se vi sono ragioni di temere abuso) al fine di mettere sotto accusa l’opposizione e, addirittura, il futuro capo della coalizione che avrebbe sfidato il governo in carica. Però anche in quel caso ci è voluta testardaggine e fermezza per non accettare mai, neppure per un solo istante, e neppure in nome delle buone maniere, quella commissione come una istituzione legittima della Repubblica. È stata, con tutti i suoi componenti di questa destra istituzionalmente pericolosa, una commissione eversiva, tesa a stroncare l’opposizione prima, molto prima, che potesse iniziare il confronto elettorale. Pensate al ridicolo della commissione Mitrokhin, che dovrebbe far luce sul Pci e i rapporti con l’Urss, mentre il presidente del Consiglio e ispiratore di quella commissione accoglie nelle sue ville il personaggio principale di tutto lo spionaggio sovietico, l’ex leader del Kgb e attuale presidente della Russia Vladimir Putin, l’uomo che da solo potrebbe chiarire tutte le storie dell’Urss rimaste in ombra. Pensate al rapporto con i fascisti, che viene annunciato e poi smentito. Ma dopo essere stato smentito, viene realizzato. Forza Italia è adesso l’unico partito di governo europeo che abbia stretto un patto (che è anche un patto di futuro governo) con tre gruppi di schietto e integrale fascismo, niente sconti, niente buonismi o cosmetiche dichiarazioni democratiche. Gente franca che resta fedele ai due “grandi statisti” che li ispirano, il fuhrer e il duce. Gente pronta a riscrivere, magari con la collaborazione di militanti per ora un po’ defilati, tutti i libri di storia di questa Repubblica. *** Non solo i lettori dell’Unità, ma molti italiani si rendono conto che non ci troviamo a competere in una normale campagna elettorale in cui una opposizione venata di solidarismo e passione sociale sfida una maggioranza liberista e di mercato. Quello è il sogno dei Paesi normali, ma a noi non spetta. Noi siamo fuori dalla normalità. E chiunque sia normale fra noi si rende conto che l’Italia non può permettersi un secondo governo Berlusconi. Se il primo è cominciato con Genova (eppure era appena il debutto, in una situazione internazionale immensamente meno pericolosa) provate a immaginare come inizierebbe il secondo. Noi ci rendiamo conto di non avere altro strumento che il voto e quel che resta della libertà democratica. Ma questo ci impone di essere molto attenti a non accettare mai più che sia l’impero mediatico di Berlusconi a dirci di che cosa dobbiamo discutere. Ci impegna a difendere gli spazi almeno teoricamente garantiti dalla parte della Costituzione non ancora distrutta, con tutte le nostre forze, chiamando a sostegno tutta l’opinione pubblica che vorrà ascoltarci e seguirci. Non possiamo permettere che Prodi, leader di tutta l’opposizione, venga sciolto ogni giorno nell'acido del Tg 1 dal quale si salvano solo poche sillabe, e in cui vengono ripetute sempre le stesse inquadrature, Prodi che cammina da destra a sinistra fiancheggiato da Sircana e Ricky Levi, e mai (mai) una volta che si veda la gente che lo ferma in strada per dirgli «bravo» e «coraggio» e «tenga duro professore», come avviene nella realtà. Nei Tg di regime Prodi guarda nel vuoto e pronuncia frasi spezzate. Al contrario, Berlusconi è sempre filmato di fresco, finisce e rifinisce i suoi argomenti (ripetuti dai talk show ai telegiornali e dai telegiornali ai talk show) ed è sempre circondato da folle festanti. Se occorrono dei minuti in più per completare il pensiero, quei minuti per lui si trovano sempre. In questa situazione di emergenza è il momento di stabilire che non c’è niente di male a dare del maleducato a Tremonti quando si permette di offendere gli avversari. E non c'è niente di male a dirgli in pubblico, quando è il caso (ed è spesso il caso), che mente o che manipola quasi sempre, quasi tutte le cifre. Non c’è niente di male nell’urlo di D’Alema - che sembrava uscito dal conscio e dall’inconscio di tanti italiani - quando ha voluto ammonire il compìto Casini, già presidente della Camera, che stava difendendo con calore e amicizia il suo sodale di partito (e portatore di molti voti) Totò Cuffaro. Una conversazione televisiva con il leader di un partito moderato a proposito di un numero uno di quel partito, inquisito per mafia, che per decenza non dovrebbe ricandidarsi, non è un tè con i pasticcini. E non c’è niente di male a far sapere a Berlusconi che non potrà sottrarsi all’unico vero dibattito che conta: quello con chi vorrà leggergli correttamente e scrupolosamente, traendo dai verbali della Camera e del Senato tutto ciò che ha fatto e detto in questi lunghi, interminabili, tremendi cinque anni di governo. *** «Mentre era impegnato a farsi nuovi amici, Berlusconi non dimenticava quelli vecchi. O meglio, erano loro a non dimenticare lui. Poco dopo la mezzanotte del 29 novembre 1986, Berlusconi fece una ansiosa telefonata a casa di Marcello Dell’Utri. Qualcuno aveva fatto esplodere una bomba davanti agli uffici milanesi della Fininvest. “È Mangano”, disse Berlusconi. “Se Mangano mi avesse telefonato, gli avrei dato subito i 30 milioni”. Aggiunse che lui e Fedele Confalonieri erano spaventati a morte, e chiese a Dell’Utri di scoprire chi potesse avere piazzato la bomba, gridando “È importante!”». Il seguito di questo thriller i lettori potranno trovarlo nel libro «Citizen Berlusconi» di Alexander Stille, appena uscito negli Stati Uniti (e in Italia, da Garzanti). Ai nostri lettori possiamo anticipare che Berlusconi e Dell’Utri non erano «spaventati a morte» dal ritorno del comunismo. Infatti risulta che Dell’Utri abbia telefonato immediatamente a un certo Cinà, di cui sanno tutto non i membri della Commissione Mitrokhin, ma i giudici del pool anti-mafia di Palermo. Questo frammento di storia italiana (che da solo proietta un pauroso cono d’ombra sul nostro Paese), spiega perché, il 25 settembre del 2004 Paolo Sylos Labini aveva elencato su questo giornale i «sei motivi per urlare» che appariranno anche in «Ahi, serva Italia» di prossima pubblicazione: «Primo, il vero programma del cavaliere (si riferiva alle curiose coincidenze tra il tracciato berlusconiano e la Loggia P2; secondo, Berlusconi e la mafia; terzo, devastazione della Giustizia; quarto, devastazione della Costituzione (la devolution); quinto, l’inganno dell’Iraq; sesto, l’errore di litigare tra noi invece di denunciare quello che sta facendo Berlusconi». Chiunque partecipi, da cittadino o da candidato, a questa campagna elettorale, sa che la differenza (il vero sondaggio) è tra votare e non votare. Sa che il pericolo è il silenzio. Sa che le sabbie mobili sono le conversazioni benevole che contraddicono una realtà tragica, avvertita come troppo pericolosa da molti italiani e da una gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Il presidente del Consiglio, che vuole essere di nuovo presidente del Consiglio, è l’autore del più grande disastro dell’economia italiana dal 1945. Ci sono per la prima volta veri fascisti dentro la coalizione che punta al governo. Si vede (e non può essere smentita) la mafia nelle vicinanze di chi governa e vuole ancora governare. Il conflitto di interessi è immenso ed è in crescita. Tocca a tutti noi cittadini difendere l’Italia e respingere l’incubo.www.unita.it

Massimo Riva Furbetti a Varsavia La contesa polacca è un primo e serio banco d'esame per smascherare le quinte colonne antieuropee che si nascondono in più di un paese "Ho cercato di guardare ai partner più sviluppati e a situazioni simili in Germania e in Italia. E di imparare da voi.". Così il premier di Varsavia, Kazimierz Marcinkiewicz, ha spiegato, in un'intervista al 'Sole 24 ore', la forte opposizione del suo governo a un allargamento della presenza di Unicredit sul mercato creditizio polacco. Parole di beffarda e trasparente allusione a quanto accaduto in casa nostra, i mesi scorsi, con la 'patriottica' mobilitazione affinché né Antonveneta né Bnl finissero nelle mani di banche estere. Come dire, in sostanza, chi la fa, l'aspetti. In Italia, fortunatamente, la guerriglia anti-europea di un manipolo di furbetti protetti dall'ex governatore Fazio è finita con una disfatta campale e, seppure con gran fatica, le buone regole del mercato aperto hanno finito col prevalere. Purtroppo, la contesa polacca si presenta un poco più complessa. Da un lato, la posizione di chiusura nazionalista appare identica a quella che ispirava i protezionisti nostrani: frutto probabilmente di un rifiuto delle logiche di mercato tipico di quel radicalismo cattolico che accomuna gli attuali governanti polacchi alla variopinta brigata italica capitanata dal piissimo Antonio Fazio. Dall'altro lato, però, la differenza nasce dal fatto che le barricate di Varsavia sono state alzate e vengono difese non tanto dalla banca centrale, quanto da un potere politico impegnato in prima persona. I termini della vicenda sono presto detti. Nel 1999 Unicredit ha acquistato dallo Stato polacco la banca Pekao, impegnandosi a non superare il 10 per cento nel capitale di altri istituti del paese. Nel frattempo, però, la Polonia è entrata a pieno titolo nell'Unione europea, così accettando quelle regole del mercato unico che fanno automaticamente decadere impegni limitativi come quelli sottoscritti da Unicredit. Tanto che quest'ultimo, avendo ricevuto in dote dalla fusione con la tedesca Hvb un'altra banca polacca (la Bph), ha deciso di unire le sue due presenze in quel paese in un unico istituto. Di qui la reazione del governo di Varsavia, perché l'integrazione fra Pekao e Bph farebbe nascere il maggior gruppo creditizio polacco, scavalcando la Pko-Bp, finora prima banca del sistema e ultima a pieno controllo statale. Ora la questione è sul tavolo della Commissione di Bruxelles che, a suo tempo, non sollevò obiezione alcuna alla fusione fra Unicredit e Hvb, avendo vagliato anche le implicazioni polacche dell'operazione. C'è da sperare che i custodi del mercato unico siano rigorosi e inflessibili, imponendo a Varsavia la puntuale applicazione delle regole europee sulla libera circolazione dei capitali. In gioco, come già nelle recenti vicende italiane, non c'è tanto l'assetto del mercato creditizio di questo o quel paese quanto lo spirito sovranazionale che è o dovrebbe essere il fondamento dell'unione politica ed economica dell'Europa. Con l'allargamento all'Est il progetto comunitario ha fatto uno storico passo in avanti, ma aprendo anche un serio rischio di diluizione dei suoi obiettivi. La contesa polacca è un primo e serio banco d'esame per smascherare le quinte colonne antieuropee che si nascondono in più di un paese. www.espressonline.it

La crisi della delega di Toni Negri La crisi della rappresentanza è sotto gli occhi di tutti. Non c'è autore di scienza della politica e di filosofia politica che non se ne occupi. Possiamo fare tantissimi esempi di elezioni e di processi di costruzione della rappresentanza che si presentano come stallo della democrazia o come sua trasformazione equivoca. Guardiamo al voto francese sull'Europa. Un voto nel quale la discrepanza tra la forma del voto [il referendum sull'Europa] e il contenuto che definiva l'obiettivo di quella consultazione [il rifiuto delle politiche neoliberali] è evidente. È un caso da manuale: la struttura del voto democratico è stata trasformata dal suo contenuto. L'opinione popolare si è espressa su un altro terreno, rispetto a quello formalmente definito dal referendum. In Iraq e Iran, altri due casi recenti di elezioni, il voto non ha avuto nulla a che fare con la costruzione della rappresentanza. Sono stati voti importanti, ma in termini di riaffermazione nazionale. In questo senso sono omogenei, nonostante la stampa occidentale abbia celebrato il voto iracheno, in quanto «riaffermazione della democrazia», e condannato quello iraniano in quanto affermazione di «isolazionismo ed estremismo islamico». Invece, queste due elezioni affermano entrambe una volontà di indipendenza dall'attacco statunitense. Sono voti di protesta, che non hanno nulla a che vedere con la rappresentanza politica. Guardiamo anche al voto che ha eletto per la prima volta Bush, esito di una struttura che non ha nulla a che fare con la rappresentanza democratica: attraverso brogli è stato eletto un presidente che ha provocato uno sbandamento costituzionale negli Usa. Quindi, la struttura del voto elettorale per la rappresentanza è finita in un enorme caos. Abbiamo crisi di contenuto in Francia, crisi di simbologia in Iraq e Iran e crisi del meccanismo elettorale stesso negli Stati uniti. Nel Novecento si diceva che la rappresentanza fosse tradita dalla necessità di passare attraverso il sistema dei partiti. Il partito veniva criticato «da destra» da Roberto Michels, Max Weber e altri, i quali affermavano che esso si burocratizzava e diveniva incapace di determinare un flusso diretto dalle volontà popolari verso la formazione di un indirizzo di governo. Da sinistra, si affermava che la rappresentanza svolgesse due funzioni: quella di essere organica alla costruzione di un'unità di indirizzo di governo e quella di essere funzionale alla volontà popolare. Era la prima a predominare. Sono le critiche che tutti noi abbiamo fatto al riformismo, in quanto malattia della sinistra, nei decenni scorsi. Criticavamo il fatto che le forze di sinistra venivano assorbite dalla capacità dello Stato di riprodurre l'interesse centrale capitalistico. Queste critiche sono in una certa misura ancora oggi valide. Ma ci troviamo in una situazione differente. C'è qualcosa in più: il «secondo grado» della crisi della rappresentanza. A essere in crisi non è solo la rappresentanza come strumento. La crisi della rappresentanza è ontologica, perché tocca la realtà dei soggetti sociali, la vita, i sentimenti e la passione della partecipazione democratica. Torniamo per un attimo al discorso tradizionale. Quando si parlava di «rappresentanza borghese» ci si riferiva a una cosa ben precisa. Nel corso della Rivoluzione francese, un signore che si chiamava Sieyès inventò la rappresentanza, sulla scia di Rousseau, Hobbes, e di una grande tradizione filosofica che considera l'unità dello Stato come prioritaria rispetto alla trasmissione diretta della volontà dei cittadini. Sieyès disse che la rappresentanza doveva essere mediata, non poteva esprimere direttamente la volontà popolare. Bisognava fare una selezione degli eletti. Mille persone ne avrebbero elette dieci, che una volta elette non avrebbero risposto direttamente al popolo, ma alla nazione, all'unità del governo. Quindi, gli eletti sono rappresentanti del popolo in quanto eletti da esso, ma nel momento in cui esprimono la loro decisione, questa è la decisione dell'Unità sovrana, di qualcosa che va al di là dell'elezione. La rappresentanza si mostra come sfasata, in due tempi: l'elezione e la costruzione dell'unità della decisione nazionale. La crisi del processo costituzionale si è determinata proprio quando l'intera concezione sociale dei movimenti si afferma, e non accetta più che la sovranità sia altro, una volta che il rappresentante è stato eletto. La trascendenza del potere sovrano non ha più senso. Gli interessi della volontà popolare sono più importanti della costruzione dell'unità della sovranità statale. Eppure, ancora oggi i trattati sulla rappresentanza ripropongono sempre, seppure in forme diverse, la tesi di Sieyès. Ma quando parliamo di «crisi ontologica» oltre che politica, ci riferiamo al fatto che questo processo di astrazione, che è la rappresentaza moderna, non regge più. E lo dimostrano i casi di cui dicevo prima. «L'unità» non c'è più. La sovranità non c'è più. Questo problema è avvertito anche dalla teoria politica e giuridica. Dal punto di vista del potere, la crisi della delega significa che ogni relazione di rappresentanza e di delega a una sovranità trascendente ha bisogno di nuovi strumenti di controllo. Ciò significa che i grandi strumenti di produzione mediatica, di sondaggio, di costruzione di linguaggi diventano essenziali nella costruzione di un'opinione pubblica che non ha più nulla a che vedere con la rappresentanza. La domina, la precede, la precostituisce. Il problema centrale è questo, dal punto di vista del potere, che vuole mantenere un'immagine generica di democrazia. In questo senso, sottrarsi alla rappresentanza corrisponde a una mutazione antropologica. Qual è la dimensione di amicizia, amore, gioia che possiamo mettere nella relazione politica? Come ci si oppone a questo potere? Questo è parlare oggi di rappresentanza politica. Almeno, Sieyès, prima di presentare la sua idea di rappresentanza, aveva detto: «Il terzo stato è tutto, e oggi non è riconosciuto». Ora a noi propongono una rappresentazione in cui non abbiamo nulla da guadagnare, se non avviene qualcosa di nuovo. È fuori di dubbio che l'elezione di Zapatero è stata un fenomeno di nuova democrazia. Perché la gente, in due giorni, è riuscita a ricomporre l'istanza del voto, a far sentire un'istanza di verità. È stato un evento eccezionale, ma ha rappresentato l'esempio di una possibilità. Anche le «rivoluzioni arancioni» di Georgia, Ucraina e Libano hanno avuto caratteri che assomigliano molto a quelli di quella «Comune di Madrid» che c'è stata in quei giorni. Perché sono eventi in cui la gente cercava di prendersi pezzi di rappresentanza, sono processi, completamente aperti e tutt'altro che conclusi, che rappresentano l'esodo dalla rappresentanza, anche se sono falliti. In questo contesto, il potere reagisce con la «governance». Che è un modo di governare caratterizzato dalla flessibilità continua delle relazioni sociali. È un multilivello continuo del potere. Le linee generali di definizione del bilancio pubblico, dell'amministrazione, delle norme sociali sono continuamente piegati dalle sollecitazioni di consenso e partecipazione. I sistemi rigidi si trasformano in sistemi aperti, naturalmente dentro la dimensione, dentro lo stato d'eccezione della guerra, il che significa che la violenza è sempre presente, può sempre intervenire. Nel momento in cui le funzioni di governo sono obbligate a un confronto continuo con le resistenze, le opposizioni, le singolarità, i gruppi e le masse che si presentano di fronte a loro, si dà una doppia faccia della «governance». Perché essa, all'interno dei suoi limiti, è anche uno spazio di espressione per le pretese dei movimenti. Il rifiuto della rappresentanza quindi apre a un'articolazione dei livelli di potere, seppure all'interno di una gabbia. Noi abbiamo possibilità di movimento in questo spazio, anche di utilizzo di strumenti della rappresentanza. Ciò comporta la nascita di un contropotere, che non sempre è una cosa buona: può essere populista, può essere lobbistico, può essere fascista. In questo quadro, come possono intervenire i movimenti? Innanzitutto, si interviene con le lotte. Poi, c'è l'uso delle istituzioni rappresentative, che va fatto sulla base della fine della rappresentanza. Si può usare l'istituzione sulla base dei movimenti e delle lotte che ci sono. Se assumiamo la critica della rappresentanza, capiamo che chi dice che «senza partito non c'è politica» sbaglia di grosso. I partiti possono essere solo delle strutture di servizio, degli strumenti. In America latina, in Brasile e Argentina soprattutto, è diventato fondamentale il rapporto tra gestione dei programmi governativi e pressione dei movimenti. Il rapporto col governo è aperto. Questo vale soprattutto nell'esercizio del potere legislativo: le rappresentanze istituzionali sono attraversate dai movimenti, dalle loro polemiche e dalle loro rotture. E anche il potere giuridico è condizionato dalla «governance» radicata sui movimenti. Ciò comincia a configurare una nuova forma di governo che non è più «uno», ma «due». Un governo che non è più la volontà unitaria di un ceto dirigente ma che è continuamente esposto alla pressione, anche nella stessa concezione della legge. Il fatto che torturatori fascisti dell'esercito finiscano in galera è una cosa rilevante anche costituzionalmente. Ci sono forme ibride di governo democratico-rappresentativo molto importanti. La causa di questa ibridazione, che è anche ambiguità, è proprio la fine della rappresentanza, la sua crisi ontologica. Quando sono stato in Cina, ho potuto osservare quanto il capitalismo cinese sia contradditorio e quanto al suo interno si producano anticorpi. Così, in Sud Africa e nel sistema federale indiano. Questa struttura ibrida è una costante. È normale essere perplessi, sono figure che distruggono il concetto chiuso della rappresentanza e della sovranità, magari rappresentano un'imperfezione lobbistica. Sono forme con dei limiti intrinseci, c'è di tutto dentro questi processi. Ogni volta che ne analizziamo uno ci troviamo di fronte a tante difficoltà. Dobbiamo ammettere anche che tutta questa analisi potrebbe non servirci. Dobbiamo porci anche questa domanda: la crisi della democrazia è talmente avanzata che anche questi fenomeni sono annullati dalla rigidità del comando imperiale? Non possiamo prescindere da questo problema. Noi cerchiamo di costruire alternative all'unità della sovranità nazionale, nella ricerca di nuovi spazi democratici, ma i nuovi spazi che si aprono si trovano di fronte a un impasse globale. Ai margini della rappresentanza moderna abbiamo trovato nuovi spazi, ma nell'ordine imperiale una rappresentanza, seppure ibrida, nazionale e territorialmente definita, non può fare molto. Cosa significa il concetto classico di democrazia [un uomo, un voto] a livello globale? È completamente irrealistico. Qualcuno, scherzando, una volta mi ha risposto: «Sarebbe la dittatura della Cina». L'ordine internazionale classico in cui le sovranità nazionali si incontravano non c'è più. Siamo in una situazione caotica. Sul problema fondamentale, evitare che la guerra sia unilaterale, siamo nella totale confusione. Questo però non deve annullare le sperimentazioni territoriali. Bisogna tenere presente un po' di cose. Innanzitutto, l'esodo: la separazione dei movimenti dalle istituzioni. Dal 1968 in poi viviamo un'altra vita, rispetto alla politica che ci raccontano. Secondo, il concetto di contropotere che non ha nulla a che vedere con lo stato, è un allontanamento dalle istituzioni. Le cose che vogliamo non hanno nulla a che vedere con la potenza del capitale, con la violenza che esso comporta, coi suoi valori, colla sua idea di ricchezza. A noi interessa un'altra cosa, il nostro fine è la produzione di nuovi modi di vita. Non è utopia, perché noi siamo riproducibili, ma Fassino no. È finito. Infine, terza e ultima cosa da tenere presente, dobbiamo muoverci su scala mondiale. Il movimento di Seattle è stata una grande anticipazione. Ma non dobbiamo illuderci che rinasca sempre con quelle forme, una volta che abbiamo rotto i modelli rousseauiani e hobbesiani del potere trascendente e abbiamo costretto i politici a spaccarsi la testa e inventarsi la «governance» e ad accettare il rischio di un dominio globale. Quindi, se la tendenza dell'Impero è proprio il tentativo di uscire dalla crisi della rappresentanza nazionale per governare la crisi, ci devono essere anche gli spazi per trasformare il mondo. Questo passa per la costruzione di vertenze che siano allo stesso modo locali e globali. Credo che il passaggio chiave da intercettare, da prendere in mano, sia la produzione e la riproduzione sociale. E spero che ciò avvenga in forme nuove. E comuniste. * Questo testo, rivisto dall'autore, è la trascrizione di un intervento del 5 luglio 2005, allo Sherwood Festival . http://materialiresistenti.clarence.com/permalink/221515.html#

Finalmente un record per l'Italia: gli indipendenti Nessun paese europeo ne ha quanti noi e solo quelli poco sviluppati raggiungono percentuali simili rispetto al totale dell'occupazione. I motivi sono vari, e tra le conseguenze una merita di essere sottolineata: che senso ha, in questa situazione, insistere sulla flessibilità del lavoro? Pierre Carniti Va all'Italia il record europeo del lavoro indipendente, con una percentuale che sfiora il 28 per cento sul totale degli occupati. Si tratta delle percentuale più elevata in tutta Europa e nessuno sembra in grado di insidiarci perché il dato italiano è in costante crescita. Siamo infatti passati dal 27,5 per cento del 2003 al 28 per cento del 2004. L'Ocse parla di vera e propria "anomalia italiana". Perché, in effetti, questa forma di occupazione risulta prevalentemente diffusa nei paese a basso reddito pro-capite. Ad esempio: in Turchia è il 49,4 per cento; in Messico il 37,1; in Corea il 34,9. Invece, secondo i dati (diffusi da "Factbook 2005" dell'Ocse) la media italiana di lavoratori indipendenti in tutta Europa è avvicinata solo dai Paesi della penisola iberica. In particolare dal Portogallo che arriva al 26,8 per cento; a maggiore distanza la Spagna con il 18,6 per cento. Decisamente più basse poi le quote della Germania (11,4 per cento) e della Francia (8,8 per cento). Anche se con una minore differenza, manteniamo saldamente il primato pure nei confronti dei paesi entrati solo di recente nell'Unione Europea. La Polonia si attesta infatti al 27,3; la Repubblica Ceca al 17,3; l'Ungheria al 13,5. Come si può spiegare il poco invidiabile primato italiano di lavoro indipendente rispetto a tutti i Paesi dell'Unione Europea? E' presto detto. Gran parte dei 4.230.000 "indipendenti" occupati nei servizi, dei 1.517.000 nell'industria, dei 593.000 nell'agricoltura (dove superano il numero dei dipendenti, fermo a 441.000) sono in realtà lavoratori dipendenti camuffati da autonomi. I Co.co.co., i lavoratori a "progetto", i "subordinati" costretti alla partita Iva per riuscire a lavorare, sono tra le forme di rapporto incoraggiate dalle imprese per evitare i fastidi di assunzioni e licenziamenti e per lucrare un alleggerimento fiscale e contributivo che diversamente graverebbe sulle aziende. Giocano inoltre anche la particolare struttura produttiva italiana costituita in buona misura da piccole imprese, per le quali la crescita avviene, molto spesso, al di fuori dell'azienda stessa. Ci sono infine i cambiamenti che hanno coinvolto interi settori. Basti pensare all'edilizia. Fino a qualche anno fa le imprese edili avevano centinaia, a volte migliaia, di dipendenti. Oggi una impresa edile è fatta dal titolare e da una segretaria. Il resto è tutto appalto e subappalto. Accanto a queste motivazioni, per così dire strutturali, ce ne sono poi altre che aiutano a capire la crescita del lavoro indipendente degli ultimi anni. Le politiche fiscali e soprattutto i condoni hanno cambiato in modo significativo la distribuzione del reddito tra lavoratori dipendenti ed indipendenti, a favore di questi ultimi. Negli ultimi due anni (secondo i dati della Banca d'Italia) i redditi delle famiglie con capofamiglia un lavoratore indipendente sono aumentati dell'11,7 in termini reali; mentre quelli con capofamiglia lavoratore dipendente sono diminuiti del 2,1 per cento, sempre in termini reali. Insomma, i lavoratori autonomi hanno sensibilmente migliorato la loro situazione economica. I lavoratori dipendenti l'hanno invece nettamente peggiorata. Stante questo sviluppo non si fa fatica a capire che un certo numero di coloro che svolgevano "alle dipendenze" un lavoro con importanti contenuti professionali abbiano cercato (quando il loro potere contrattuale lo ha consentito) di trasformare la prestazione da dipendente in autonoma. Per migliorare la propria libertà nel lavoro e soprattutto il proprio reddito. Che in questo contesto si insista con la tesi che il recupero di competitività al nostro apparato produttivo dipenda da un accrescimento ulteriore della flessibilità del lavoro e del salario per quanti lavorano alle dipendenze è una stravaganza che solo la cultura della destra può formulare senza arrossire. Oppure si deve dare ragione a Musil ("L'uomo senza qualità") quando sostiene che: "Se di dentro la stupidità non somigliasse straordinariamente all'intelligenza, se di fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza, perfezionamento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe"./www.eguaglianzaeliberta.it

I petrolieri ringraziano Grazie a una vecchia legge, negli Usa le grandi compagnie ora risparmiano miliardi Per l’industria petrolifera è tempo di vacche grasse. Dopo i profitti record realizzati grazie all’elevato prezzo del greggio, per le grandi compagnie si apre ora una nuova e insperata fonte di guadagno: il mancato pagamento di tasse agli Stati Uniti per le estrazioni di petrolio e gas nel Golfo del Messico, che in cinque anni permetterà loro di risparmiare almeno 7 miliardi di dollari. Con un danno alle casse federali che ha già fatto indignare una parte dell’establishment di Washington. Le radici di un disastro economico. Non si tratta di un regalo dell’amministrazione Bush a un settore comunque prodigo di finanziamenti in campagna elettorale – le compagnie petrolifere hanno contribuito alla rielezione del presidente con oltre 20 milioni di dollari, contro i 5 milioni devoluti allo sfidante Kerry. La frittata l’ha infatti combinata Bill Clinton con una legge del 1996 – il Deep Water Royalty Relief Act – che, con l’intento di incentivare le grandi società a trivellare anche dove costava di più, concedeva loro di trattenere le tasse dovute sui profitti derivanti da quelle estrazioni. Se però il prezzo del petrolio si fosse alzato sopra un certo limite, prevedeva l’Act, gli incentivi non sarebbero più stati validi. Per non si sa quali motivi, l’amministrazione Clinton concesse una deroga a questa regola per i contratti firmati nel 1997 e nel 1998. La legge, approvata dal Congresso con il sostegno di entrambi i partiti, in quel momento era giustificata dal basso prezzo del greggio, che si aggirava intorno ai 20 dollari al barile. Dal punto di vista di Washington, era nell’interesse nazionale incoraggiare le compagnie a cercare nuove fonti di petrolio “made in Usa”, che a un costo del greggio così basso sarebbero state antieconomiche se lasciate senza sovvenzioni. I risultati. Ma quel momento storico non è durato. Oggi il prezzo del petrolio oscilla tra i 60 e i 70 dollari al barile. E proprio in questo momento arriva sul mercato il greggio trivellato grazie ai contratti di quel periodo (dall’inizio dei lavori all’avvio della produzione passano sempre almeno cinque-sette anni). Quindi, quel 12 per cento di tasse “di affitto del suolo pubblico” che le compagnie dovrebbero al governo, applicandosi su un prezzo della materia prima triplo rispetto a dieci anni fa, è insignificante come incentivo alla trivellazione in luoghi difficili. Suona piuttosto come un vero e proprio regalo, in un momento in cui le compagnie petrolifere già dispongono di un’abbondante liquidità: nell’ultimo trimestre la ExxonMobil, la più grande compagnia mondiale nel settore, ha visto i suoi profitti alzarsi del 42 per cento. Il ministero dell’interno statunitense prevede che, con un prezzo del petrolio intorno ai 50 dollari al barile, da oggi al 2011 le compagnie risparmieranno 7 miliardi di dollari in tasse non pagate. Ma sull’amministrazione incombe anche il ricorso di una piccola compagnia, la Kerr-McGee, che cerca di sfruttare la pessima stesura del provvedimento del 1996, sostenendo che in realtà le deroghe di Clinton riguarderebbero tutti i contratti di affitto dal 1996 al 2000, da considerare quindi esentasse. In tal caso, il risparmio per le industrie del greggio arriverebbe fino a 35 miliardi di dollari in cinque anni. Le reazioni. E’ un importo che corrisponde ai tagli appena proposti da Bush sul sistema sanitario nazionale. E l’attuale Congresso si è ribellato alla situazione ereditata, anche se molti dei parlamentari di oggi sedevano ai loro posti già nel 1996. “Gli americani si sentono come panni stesi ad asciugare da un’amministrazione che favorisce gli accordi con il Grande Petrolio”, ha tuonato il democratico Edward Maskey, uno dei sei deputati che intendono proporre una legge che ponga fine al regime degli incentivi. E anche il senatore John Kerry, sconfitto da Bush nel 2004 (e favorevole alla legge nel 1996), si è fatto sentire: “Nessuno con la testa a posto pensa che le compagnie petrolifere, con i profitti record che fanno ora e il modo in cui spremono gli americani alle pompe di benzina, dovrebbero tenersi quei 7 miliardi”, ha detto. Probabilmente c’è anche molta ipocrisia. In un modo o nell’altro, chi vince davvero sono le lobby del petrolio, costanti foraggiatrici di ogni elezione negli Usa, da quelle per il presidente a quelle per il rinnovo del Congresso. Dal 1989 al 1996, l’industria energetica oliò gli ingranaggi delle campagne elettorali con circa 75 milioni di dollari. Che ora in cambio riceva 7 o 35 miliardi, non si può dire che l’investimento non abbia reso. Alessandro Urs www.peacereporter.net

“Circolare, prego. Non c’e’ niente da vedere!” Riccardo Venturi Nel suo ultimo libro – Guardare la guerra. Immagini del potere globale (Meltemi, Roma 2004) – Nicholas Mirzoeff ha analizzato i meccanismi che regolano la rappresentazione della guerra e la “banalizzazione delle immagini”. E’ questo il risultato diretto dell’inasprimento dell’esercizio del potere nella sfera pubblica, che si manifesta nella ricerca di discrezione e di sottrazione allo sguardo. La nuova sinergia tra sorveglianza e invisibilità – lontano dalla visibilità senz’ombre del modello panottico – è incarnata, secondo l’autore, dal campo di detenzione per i migranti e i rifugiati come Guantanamo, “oggetto visuale che c’è e non c’è al tempo stesso” nonché vero e proprio “modello di organizzazione sociale”. Lo stesso si può sostenere delle metropoli globalizzate e delle “società a circuito chiuso”. Al proposito Mirzoeff fa cenno a un’espressione della vita quotidiana su cui ha già attirato l’attenzione il filosofo politico Jacques Rancière. Un’espressione tipica usata dalla polizia in situazioni d’emergenza: “Circulez ! il n’y a rien à voir”. Così Rancière riassume l’evidente paradosso in Aux bords du politique (Gallimard, Editions de La Fabrique, Paris 1998): “La polizia sostiene che non c’è niente da vedere su una carreggiata, che non sta succedendo niente, che non c’è niente da fare se non circolare. Sostiene che lo spazio della circolazione non è altro che lo spazio della circolazione”. L’esercizio del potere è dunque legato anzitutto a ciò che è dato vedere al cittadino, al campo di visione autorizzato, oltre la quale si estende un’invalicabile zona rossa dello sguardo. “Non c’è niente da vedere” è così tanto un’ingiunzione che una denegazione flagrante: l’incidente è lì, accade sotto i nostri occhi, è un puro evento, una rappresentazione in diretta, reale quasi quanto un reality show. Eppure ci viene ripetuto che non c’è niente se non uno spazio vuoto, dove lo sguardo non fa presa; tanto vale sgomberare il posto dello spettatore e non interrompere la libera circolazione dei passanti – le strade pubbliche non sono bivacchi. Ma il “Circolare! Non c’è niente da vedere” è anche una versione post-moderna del celebre “hé, vous, là-bas!” del maestro di Rancière, Althusser. Un’espressione, quest’ultima, che incarnava la teoria dell’interpellation – dell’essere apostrofati, dell’ingiunzione – delineata in Idéologie et appareils idéologiques d’Etat. Note pour une recherche. Se l’ideologia è quella macchina implacabile e pervasiva che trasforma l’individuo concreto in soggetto, che lo convoca e lo costituisce socialmente in quanto tale, l’interpellation ne è lo strumento più efficace. Il suo reclutamento è, in realtà, poco macchinoso: la polizia apostrofa “hé, vous, là-bas!” ad un passante rivolto di spalle – anonimo e senza volto. Questi si rigira, convinto che quella che suona già come un’intimazione sia proprio indirizzata a lui (“dice proprio a me”), irresistibile come il canto delle sirene. Il semplice fatto di rigirarsi di 180 gradi trasforma l’individuo in soggetto o meglio, precisa Althusser, l’individuo nasce in quanto soggetto. Prima di questa rotazione fisica c’è infatti solo un essere al di fuori d’ogni sistema di regole ma anche senza storia, eccentrico persino a se stesso. Solo l’appello dona esistenza, fa essere ciò che non può preesistergli, come se unicamente grazie alla nostra enunciazione, alla nostra ipotetica e quasi irriflessa risposta – “Ma chi, io?” – quell’io nascesse a se stesso. Girarsi a un appello verbale o a un colpo di fischietto, alla voce pubblica o a una sirena (questa volta non nel senso di Ulisse), vuol dire così essere già assoggettati, soggetti a prima che soggetti di. Soggetti a un preventivo e paralizzante senso di colpa, così come a quelli che Althusser chiamava gli AIE, gli Appareils idéologiques d’Etat. Come risulta evidente, tra Althusser e Rancière si è consumata una rottura. “Ehi! Lei, laggiù!” è un richiamo individuale che punta l’indice in una precisa direzione e ritaglia il singolo dal contesto urbano. E’ un richiamo diretto all’assunzione senza deleghe di responsabilità, in nome di una cittadinanza per cui si è suscettibili di essere identificati e di dover rendere ragione. “Circolare, prego!” è invece un’ingiunzione rivolta alla moltitudine indistinta: sparpagliatevi, dissolvetevi, liquidatevi fluidificatevi. I passanti, a differenza dei soggetti plasmati dall’ideologia secondo Althusser, sono ormai considerati solo in quanto dediti al consumo, trattati essi stessi come merci, immateriali e transitabili. Come un vigile, la polizia regola il traffico umano, quel flusso che deve riprendere il suo movimento, circolare e dunque consumare, perché è la circolazione a ritmare il consumo. Questa seconda intimazione è dunque in piena sintonia con la modernità liquida descritta da Bauman, per quanto nasconda la trappola che ben conosciamo: che alla liberalizzazione del mercato non è seguita quella delle persone, e che anzi il mondo si è moltiplicato di barriere invisibili. “Circolare, prego!” è infine un’occasione, per Rancière, di tornare sul pensiero d’Althusser, che irrigidiva la divisione tra polizia e politica, tra apparato statale e società. “L’intervento della polizia nello spazio pubblico non consiste in primo luogo nell’interpellare i manifestanti ma nel disperdere le manifestazioni”. Una polizia che, secondo l’autore, lungi dall’essere semplicemente l’agente dell’ordine pubblico, vede allargare sempre più le sue funzioni nella sfera sociale (amministratore, consigliere cittadino, persino animatore). Esiste una via d’uscita? Secondo Rancière “la politica consiste nel trasformare lo spazio della circolazione nello spazio di manifestazione di un soggetto: il popolo, gli operai, i cittadini”. Ovvero “in una riconfigurazione dello spazio, di ciò che c’è da fare, da vedere, da nominare. E’ un confronto sulla partizione di quanto è percepibile dai sensi, sul nemeïn che fonda ogni nomos comunitario”. Così si chiude l’ottava tesi sulla politica (pronunciata per la prima volta quasi dieci anni fa all’Istituto Gramsci di Bologna), a cui ci siamo finora riferiti. Se ieri dunque era sufficiente non girarsi a qualsivoglia “hé, vous, là-bas!”, oggi è necessario resistere al flusso della circolazione, per designare uno spazio politico dove c’è sempre “qualcosa da vedere”, se non altro quanto la circolazione vorrebbe sottrarci allo sguardo. caffeeuropa.it

Liberia : ONU crea forza rapida per evitare effetti Costa D'Avorio di Carla Amato Mirando ad impedire che l'instabilita' recentemente acuitasi in Costa D'Avorio possa allargarsi ed arrivare a minare la pace che la Liberia ha di recente finalmente raggiunto, la missione delle Nazioni Unite in Liberia (UNMIL) sta conducendo esercitazioni lungo il confine fra i due Paesi. Lo ha comunicato la stessa missione ieri, precisando che le misure mirano anche a rassicurare la popolazione nella zona sulle capacita' dell'UNMIL di controllare la sicurezza nel Paese. Le truppe irlandesi e svedesi della missione ONU hanno formato una "forza rapida di reazione" che sta effettuando vasti pattugliamenti in una zona ampia 300 chilometri collinare e coperta di foreste, supportata da veicoli terra-aria, elicotteri, veicoli corazzati da trasporto e alcune jeep. La missione mantiene uno stretto contatto con la popolazione locale per raccogliere informazioni sull'esistenza possibile di armi nella zona e per rilevare se ci sono stati tentativi di reclutare ex combattenti liberiani lungo la frontiera. UNMIL ha detto che i Caschi blu sono stati ricevuti "calorosamente" dalla popolazione che ha detto di sentirsi rassicurata dalla presenza dei peacekeepers. www.osservatoriosullalegalita.org

Hasankeyf e la diga sul Tigri scrive Fabio Salomoni Cresce la mobilitazione ambientalista in Turchia contro il progetto di edificazione della diga di Ilisu, parte integrante del Progetto dell’Anatolia Orientale. Convocato dal coordinamento “Facciamo vivere Hasankeyf” un convegno per il 19 febbraio prossimo a Diyarbakir. Nostro reportage da Hasankeyf Hasankeyf Nel triangolo compreso tra le città di Diyarbakir, Batman e Mardin, il villaggio di Hasankeyf rappresenta uno dei tesori storico-artistici della Turchia sud-orientale. Uno dei più antichi insediamenti della Mesopotomia come recitano le guide turistiche che attribuiscono 12.000 anni di storia a questo villaggio che per la sua gran parte è abbarbicato sulle sponde rocciose della riva destra del Tigri, che qui scorre largo e veloce. “E’ il luogo dove si incontrano le culture provenienti dall’Asia Centrale, dall’Iran, dalla Mesopotamia con quelle provenienti da Occidente” ricorda il professor Arik dell’Università di Canakkale, che ad Hasankeyf scava dal 1985. Le migliaia di grotte, ancora abitate fino a pochi decenni fa, che scavano lo sperone di roccia che troneggia sul paese testimoniano di quanto antiche siano le tracce di insediamenti umani. I resti della rocca che sovrastano il paese ci ricordano come questa parte della Mesopotamia sia stata a lungo contesa tra Bizantini e i Sassanidi, prima che a partire dal 638 d.C. fossero popolazioni islamiche, iraniche, curde, arabe e turche a contendersi la regione. Una sovrapposizione di civiltà e culture che hanno lasciato ampie tracce del loro passaggio. A cominciare dalle arcate che stanno maliconicamente piantate al centro del letto del Tigri, ricordo di uno ponte costruito nel 1100 e poi in parte andato distrutto nel 16° secolo. Oppure l’elegante silhouette del minareto della moschea El-Rizk che svetta tra le case del paese. Sulla riva opposta del Tigri poi si erge, nella sua orgogliosa solitudine, la turbe (tomba) che Mehmet il Lungo, capostipite della tribù turcomanna del Montone Bianco, ha voluto erigere intorno al 1400 al figlio maggiore Zeynel, morto in giovane età. Sulla cupola sono ancora visibili alcune delle tessere di ceramica azzurra che un tempo la ricoprivano completamente, testimonianza dei legami con la cultura persiana dell’architetto che l’ha realizzata. Su questo gioiello della cultura mesopotamica, inserito in un contesto di grande ricchezza naturalistica quale quello della valle del Tigri, incombe però da più di cinquant’anni lo spettro dell’annientamento. Risalgono infatti al 1954 i primi passi per la elaborazione del progetto della diga di Ilisu che, una volta completata, sommergerebbe l’intero paese. Progetti che nel corso degli anni ’70 e ’80 si sono fatti più dettagliati. Nel 1988 lo stato turco ha però dovuto riconoscere l’impossibilità di garantire i finanziamenti necessari. Della diga di Ilisu si è ritornati a parlare nel 1999 con la creazione di un consorzio internazionale, guidato dalla svizzera Sulzer AG, disposto a finanziare e realizzare i lavori. All’epoca però le proteste e le mobilitazioni internazionali avevano fatto desistere dal proposito le ditte coinvolte ed il progetto ancora una volta era finito nel dimenticatoio. Per poco però, perchè dopo alcuni anni di silenzio, che avevano fatto nascere speranze per un rilancio in chiave turistica di Hasankeyf, le voci di una ripresa dell’attività intorno al progetto della diga hanno ricominciato da mesi a farsi più insistenti. La ripresa dell’interesse per la diga di Ilisu coincide con il ritorno nell’agenda politica del paese della questione dello sfruttamento delle acque. Un recente comunicato stampa del MGK (Consiglio per la Sicurezza Nazionale) ad esempio, sottolineava la necessità per il paese “di sfruttare maggiormente la ricchezza delle acque correnti”, raccomandando la costruzione di dighe soprattutto lungo il Tigri e l’Eufrate. L’obbiettivo è quello di fare in modo che “non rimangano acque che scorrono inutilizzate”. Dal canto suo la Direzione Statale per le Acque (DSI), l’ente che gestisce la politica idrica della Turchia, prevede nei suoi documenti di portare la quantità d’acqua usata nel paese - per scopi industriali, agricoli e civili - dagli attuali 40 miliardi di metri cubi a 112 miliardi nel 2030 e raddoppiare la quantità di superficie irrigata, attraverso la realizzazione di un imponente numero di dighe e centrali idroelettriche. Dighe sparse in tutto il paese, nell’Anatolia centrale, in quella nord-orientale, in particolare Artvin/Yusufeli al confine georgiano ma soprattutto nell’Anatolia sud-orientale. Quando si parla di dighe nella Turchia sud-orientale significa obbligatoriamente fare riferimento al Progetto dell’Anatolia Orientale (GAP). Il gigantesco progetto, avviato alla fine degli anni ’70, con l’obbiettivo di arrivare, una volta completato, alla costruzione in 7 province della regione, sfruttando soprattutto le acque del Tigri e dell’Eufrate, di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, in grado di produrre 27 miliardi di kWh l’anno e di irrigare 1,7 milioni di ettari. La spesa prevista, completamente a carico dello stato turco, è di 18,3 miliardi di dollari. Il GAP costituisce il primo esempio di un piano di sviluppo economico regionale per le regioni dell’Anatolia sud-orientale, tradizionalmente ignorate dall’intervento dello stato per tutto il corso della storia repubblicana. L’obbiettivo del GAP era sul piano strettamente economico quello di produrre energia elettrica a basso costo ed aumentare la superficie coltivabile della regione favorendo anche una redistribuzione della proprietà terriera che nella regione ha una struttura di tipo latifondista. Il GAP quindi non solo progetto di sviluppo economico ma anche un opera di ingegneria sociale destinata a modernizzare la regione. Come scrive il sociologo Caglar Keyder, “sul piano teorico, per quanto riguarda i suoi obbiettivi, si tratta di un progetto sul quale è difficile non essere d’accordo”. I problemi invece nascono sul piano della sua realizzazione pratica. Fino a questo momento sono stati spesi 8,5 miliardi di dollari, completati il 70% dei progetti idroelettrici e solo il 12% di quelli relativi all’irrigazione. Controversi anche gli effetti che il GAP ha prodotto sugli equilibri ambientali della regione, sulla effettiva efficacia delle politiche agricole che lo hanno accompagnato per non dimenticare le contese sul piano internazionale che ha innescato con i paesi confinanti, l’Irak e la Siria, che vedono diminuire la portata del Tigri e dell’Eufrate una volta varcati i loro confini. E’ ancora Caglar Keyder a sottolineare poi come la debolezza principale del progetto sia da individuare nel ritardo con cui è stato iniziato: se fosse stato avviato negli anni ’60 avrebbe potuto dare un serio contributo alla risoluzione dei complessi problemi socio-economici che colpiscono la regione e favorirne l‘integrazione con il resto del paese. L’attuale congiuntura interna ed internazionale, sul piano economico e politico, presenta “condizioni che contribuiscono ad abbassare di molto le probabilità che un progetto come il GAP possa raggiungere i suoi obbiettivi”. Del GAP la diga di Ilisu costituisce parte integrante. Il moltiplicarsi delle voci su un possibile rilancio del progetto hanno riportato l’ombra dell’incertezza sulla vita di Hasankeyf. Camminando per le strade del paese, chiaccherando con i negozianti e gli uomini che stanno a sorseggiare tè seduti per la strada in attesa di qualcosa da fare - la stagione turistica dura pochissimo ed il paese ha un’economia di sussistenza - si percepisce immediatamente il groviglio di sentimenti contrastanti che animano gli abitanti di Hasankeyf ed il loro rapporto con la diga. Irritazione, rassegnazione, la voglia che finisca la sensazione di essere costantemente sospesi nell’incertezza. Yusuf ha un negozio che si affaccia sulla strada principale che si arrampica per le strade del paese: “Stiamo male da 20 anni, nessuno fa investimenti, i negozianti stanno male, si dice che si farà la diga, che la facciano se la vogliono fare e finiamolo con questa sofferenza. Da 20 anni siamo in queste condizioni, nessuno si preoccupa dei nostri problemi”. Hasan è un giovane lattoniere: “Ho 24 anni, sono nato e cresciuto qui, si parla sempre della diga e intanto non succede niente, nessuno fa investimenti… Ci sono delle voci ma nessuno ci dice nulla. Ho visto alla tv il progetto di Hasankeyf sott’acqua, se avessi avuto soldi avrei fatto causa, come si permettono?” Tre camionisti di mezza età, disoccupati: “Abbiamo lavorato trent’anni, adesso non c’è niente da fare. Hasankeyf potrebbe essere un gioiello, la nostra storia è ricca, questa è una regione turistica... ed invece non c’è nemmeno un albergo, ci potrebbero essere ristoranti, caffè... i giovani se ne vanno ma qui perchè non potrebbe essere come Marmaris e Bodrum?” Inizialmente, di fronte alle voci di una ripresa dei lavori per la diga, era intervenuto nei mesi scorsi anche il presidente Erdogan con l’intento di rassicurare. In tre diversi occasioni aveva data garanzie sul futuro del paese: ”Hasankayf si salverà”. Anche il direttore provinciale del DSI di Batman aveva rassicurato tutti rivelando che “su indicazione del presidente Erdogan il fascicolo della diga di Ilisu è stato archiviato”. L’ottimismo però ha avuto vita breve. Negli ultimi giorni del 2005 i rappresentanti locali e nazionali del DSI hanno organizzato una serie di incontri nelle città della regione. Accompagnati da rappresentanti del consorzio internazionale, che comprende ditte turche, svizzere, tedesche ed austriache, che finanzierà e realizzerà il progetto, hanno messo la popolazione di fronte alla realtà: la diga si farà. I lavori cominceranno nella primavera del 2006,dureranno sette anni ed il costo dell’intera operazione è previsto in 1.200.000 euro. Al termine dei lavori, la diga, “una delle opere fondamentali del GAP”, “la seconda diga del paese”, come l’hanno definita, le cui acque raggiungeranno i 526 metri di altezza, produrrà 3833 Gwh l’anno, che in termini economici significano 300 milioni di dollari. Saranno più di 200 gli insediamenti umani che finiranno sommersi dalle acque costringendo più di 80.000 persone ad abbandonare le loro case. Le parole di Nuri Bagdatoglu, rappresentante dell’associazione Doga (Natura) di Ankara, ben riassumono lo stupore e l’irritazione di quanti – autorità locali, rappresentanti della società civile, semplici cittadini, erano presenti agli incontri: “Si sono presentati all’incontro sostenendo che per gli abitanti della regione si trattava di un giorno di festa. I villaggi saranno reinsediati e la diga creerà 70-80.000 posti di lavoro.” Irritazione e stupore che hanno avuto come effetto immediato quello di rivitalizzare tutti coloro che non vogliono assistere passivamente alla distruzione di Hasankeyf. Il 3 gennaio si è così costituito il Coordinamento “Facciamo vivere Hasankeyf” che riunisce una trentina di realtà - autorità locali come i comuni di Diyarbakir, Batman, Hasankeyf, ambientalisti, sindacati, associazioni dei diritti umani. “Impediamo che 12.000 anni di storia finiscano sott’acqua” è lo slogan che il coordinamento ha scelto per il suo impegno, che spera anche in una mobilitazione internazionale, nella difesa dell’unicità del patrimonio storico, culturale e naturalistico di Hasankeyf nonchè dei diritti civili e culturali delle popolazioni che saranno coinvolte dal progetto della diga. Nel primo documento elaborato dal coordinamento si criticano duramente gli incontri di presentazione del progetto: “Dietro la facciata rappresentata da espressioni quali partecipazione e trasparenza si cela la volontà di chiedere l’appoggio della popolazione ad un progetto deciso altrove e sopra le teste dei cittadini”. Il coordinamento muove al progetto di Ilisu critiche dettagliate. In primo luogo, il progetto non avrebbe rispettato gli standard internazionali previsti per opere di questo genere e che stabiliscono l’obbligo di informare costantemente le popolazioni coinvolte, garantirne partecipazione e consenso. Nè il comune di Hasankeyf nè le associazioni della società civile sono state invitate la scorsa estate alla riunione di Ankara dove si discutevano le modalità di reinsediamento del paese. Il Rapporto di impatto ambientale (CED) ed il Piano di reinsediamento (YYEP) elaborati lo scorso luglio non sarebbero stati nemmeno tradotti in turco, impedendo quindi che le popolazioni della regione potessero essere informati sui particolari del progetto. Per quanto riguarda poi il progetto di costituire un parco archeologico nel quale trasferire le opere storiche presenti ad Hasankeyf, da più parti si sollevano dubbi sulla reale fattibilità di un’operazione di questo genere e soprattutto si sottolinea come Hasankeyf ed il suo ambiente rappresentino un complesso storico monumentale impossibile da ridurre a singoli elementi, da prelevare e ricollocare altrove. Infine si sottolinea come siano state ignorate le ipotesi alternative al progetto. Da quelle più concilianti che prevedono una riduzione del livello delle acque della diga in modo da salvare Hasankeyf a quelle più radicali che consigliano di rivolgersi a fonti alternative, l’energia solare, per la produzione di elettricità. I tempi però sono molto ridotti. Se la data di inizio dei lavori è prevista per il marzo prossimo, la prima scadenza è rappresentata dal 20 febbraio, data entro la quale alcune agenzie internazionali sono chiamate a esprimere il loro parere sulla conformità del progetto agli standard internazionali. Da questa valutazione dipenderà la decisione dei governi austriaco, svizzero e tedesco di concedere o meno al consorzio i crediti necessari per la realizzazione del progetto. In questa prospettiva il Coordinamento “Facciamo vivere Hasankeyf” ha inviato una lettera ad una di queste società, la ERG di Zurigo, nella quale si chiede una proroga di 60 giorni rispetto alla scadenza del 20 febbraio. Proroga che permetterebbe la traduzione in turco dei rapporti CED e YYEP, cosa che darebbe alle popolazioni locali la possibilità di conoscere i dettagli del progetto ed esprimere le proprie valutazioni. Nella lettera si ricorda anche come anche gli standard fissati dalla Banca Mondiale prevedano che le popolazioni coinvolte da questo genere di progetti debbano avere la possibilità di avere accesso a questa documentazione. Per il 19 febbraio poi il coordinamento ha organizzato un convegno a Diyarbakir nel quale amministratori locali, ambientalisti, archeologici e società civile discuteranno della diga e del futuro di Hasankeyf. Lentamente di questa mobilitazione locale in difesa di Hasankeyf si cominciano a vedere i primi timidi effetti anche a livello nazionale, con la comparsa di alcuni articoli sulla stampa e con un’interrogazione parlamentare presentata da un deputato del CHP nella quale, dopo aver ricordato le rassicurazioni fornite da Erdogan, si chiede se il ministero della cultura abbia espresso parere favorevole al reinsediamento di Hasankeyf. Di fronte a quanto sta accadendo il pensiero corre inevitabilmente all’iscrizione che sovrasta l’ingresso della turbe di Zeynel Bey “ Questa è la tomba di Zeynel. Che Allah non gli faccia mancare la terra!”. Non sono ancora completamente perdute le speranze che Zeynel possa continuare a riposare nella stessa terra che suo padre scelse per lui più di 600 anni fa. www.osservatoriobalcani.org


febbraio 19 2006

LA SQUADRA IMPRESENTABILE CHE CI HA GOVERNATO EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 19 febbraio 2006 NON è la prima volta che Calderoli si dimette da ministro delle Riforme. Lo fece qualche mese fa per mantenere il voto parlamentare sulla legge detta «devolution» al primo posto nell´agenda delle Camere. Quel gesto, spalleggiato da Bossi e fiancheggiato dallo stesso presidente del Consiglio, serviva a mettere in riga il partito di Casini e riuscì perfettamente nell´intento. Le dimissioni furono prontamente ritirate e la legge passò con il voto blindato di tutta la maggioranza. Questa volta il caso è diverso, c´è di mezzo il rapporto con la Libia, deposito e serbatoio del flusso imponente dell´emigrazione clandestina africana. Ci sono di mezzo anche undici morti e decine di feriti, ma di quest´aspetto cruento delle goliardate leghiste nessuno si preoccupa, né in Italia ma neppure in Libia, quella gente è carne da cannone e di loro chi se ne frega. Apro una parentesi: per virtù di Berlusconi la Libia è da due anni uscita dall´elenco degli Stati-canaglia e dall´embargo che vigeva fin dai tempi di papà Bush. La sua «riconquista» alla democrazia occidentale e all´amicizia con l´Italia è stata più volte celebrata e portata ad esempio insieme alle elezioni democratiche (?) in Egitto, in Libano e in Iraq. Per noi in particolare è stato sbandierato come grande successo l´accordo di congiunta sorveglianza dei porti libici per impedire gli imbarchi clandestini. Il nostro ministro dell´Interno è stato varie volte a Tripoli affiancato da folte delegazioni e tornandosene a casa onusto di allori e di protocolli di intesa. Risultati concreti neppure l´ombra: gli imbarchi dei clandestini sono tranquillamente continuati. Ma ora apprendiamo dallo stesso governo che la Libia è rimasta un paese dominato da un regime di terrore e che il malanimo contro l´Italia è più vivo che mai. Noi lo sapevamo da un pezzo, ma la versione ufficiale dipingeva bianco quello che ora risulta nero e il sistema televisivo comunicava fedelmente il messaggio alle masse degli italiani in ascolto. Contrordine: non è così. Il colonnello Gheddafi è tuttora un nostro acerrimo nemico. Comunque il caso Calderoli non è un episodio personale dovuto all´irruenza non controllabile d´un personaggio bizzarro. Il caso Calderoli nasce nell´humus leghista, nella innata patologia leghista, nella sua anomalia che però da cinque anni costituiscono il puntello più efficace di Berlusconi nei confronti degli altri suoi alleati e nel dominio elettorale (almeno finora) delle grandi regioni padane. Squadra impresentabile I vertici il Cavaliere li fa con Fini e Casini ma per Bossi c´è il trattamento speciale della cena del lunedì nella villa di Arcore, con il sottosegretario Brancher come terzo convitato, quello stesso che nelle deposizioni del banchiere Fiorani risulta destinatario di cospicue elargizioni da parte della Banca popolare di Lodi. Il ministro Fini e il ministro Buttiglione hanno detto l´altro ieri che il comportamento di Calderoli è vergognoso. La verità è un po´ diversa: è vergognoso che Calderoli sia ministro della Repubblica come è vergognoso che il ministro della Giustizia sia Castelli ed è altrettanto vergognoso lo sia Lunardi, ministro dei Lavori Pubblici e al tempo stesso appaltatore di lavori pubblici. Lunardi semmai ha la scusante che il vero titolare dei conflitti d´interesse è lo stesso presidente del Consiglio. In questo ha ragione. È infatti vergognoso che al vertice del potere esecutivo sieda Silvio Berlusconi. * * * Del sondaggio americano nessuno ormai parla più, neppure il suo Committente. È stato affondato dal semplice fatto che la ditta che l´ha effettuato è il consulente della campagna elettorale del Committente, per conseguenza il sondaggio costituisce uno degli elementi della consulenza. Ma ne accenno qui solo per ricordare un particolare abbastanza umoristico oltre che rivelatore: quando il Committente annunciò d´avere affidato alla Pbs un sondaggio elettorale disse che esso avrebbe certificato l´avvenuto sorpasso rispetto alla coalizione avversaria. Lo annunciò, il sorpasso, nel momento stesso in cui dava il via a quel sondaggio del quale però conosceva già l´esito prima ancora che fosse effettuato. Una preveggenza fantastica, fuori dal comune. Accanto a Napoleone e a Gesù Cristo abbiamo la reincarnazione dell´oracolo di Delfi e della Sibilla Cumana. Poi si dice che un uomo così ce lo invidiano anche all´estero. Lo credo bene. Ce lo invidiano e ne ridono a crepapelle. Purtroppo per noi non è un oggetto esportabile. Se glielo mandassimo in dono respingerebbero il pacco al mittente senza neppure aprirlo. * * * Accantonato il sondaggio, ora si discute se il Contratto con gli italiani firmato in carta da bollo da Berlusconi durante la campagna elettorale del 2001 sia stato onorato oppure no. C´è chi giura sul suo completo adempimento, chi lo nega e chi si tiene a mezza strada e fornisce percentuali più o meno verificate e verificabili. Se ne parla da Vespa, se ne parla a «Primo Piano», se ne parla soprattutto nel salottino televisivo di Giuliano Ferrara e in altri luoghi consimili. La verità l´ha bene scritta Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Noi - se è permessa l´autocitazione - l´avevamo scritto fin da allora cinque anni fa e poi l´abbiamo ripetuto fino alla noia. La verità è dunque questa: l´obiettivo principale di quel contratto era sbagliato in radice. Primo perché era irrealizzabile e lo si sapeva fin da allora. Secondo perché quand´anche fosse stato realizzato era un obiettivo non utile al buon andamento dell´economia italiana. Per questo è del tutto inutile discutere se sia stato realizzato o no. L´obiettivo principale, che fu in gran parte l´elemento della vittoria del centrodestra, era la riforma delle aliquote Irpef e Irpeg e il connesso abbattimento della pressione fiscale. Improbabile da realizzare perché proprio all´inizio del 2001 (e non dopo l´11 settembre come ancora afferma Tremonti) cominciò a sgonfiarsi rovinosamente la bolla speculativa che aveva sostenuto per anni la Borsa americana e la domanda internazionale. Un governo capace avrebbe dovuto sapere che la domanda mondiale, consumi e investimenti, stava entrando in situazione di ristagno, che il Pil dei paesi industriali sarebbe diminuito e che di conseguenza le entrate tributarie avrebbero registrato serissime difficoltà. In queste condizioni ridurre la pressione fiscale e volgere verso più basse aliquote le imposte sul reddito era un rischio della massima gravità. Ma tutto questo fu volutamente ignorato. Dico volutamente perché Berlusconi e i suoi spin doctors elettorali erano sicuri (ed in questo avevano ragione) che lo slogan «meno tasse per tutti» avrebbe assicurato la vittoria. Di qui la grande idea del Contratto e di qui il vincolo che il «premier» pose al suo ministro dell´Economia: ridurre le aliquote doveva essere l´obiettivo da realizzare a tutti i costi. Del resto lo è ancora oggi visto che il «premier» promette e s´impegna per i prossimi cinque anni ancora sul tema della riduzione delle tasse (il che tra l´altro è l´ennesima conferma che quell´obiettivo non è stato realizzato). Tremonti naturalmente ubbidì. Con ritardo ma non per colpa sua. Nei primi cento giorni (ma anche nei secondi e nei terzi cento giorni) la legislazione ad personam e l´inutilissima battaglia sull´articolo 18 (che fu poi abbandonata come un figlio bastardo) impegnarono le energie di tutto il governo e di tutta la maggioranza. Ma poi arrivò il momento di adempiere all´impegno maggiore. Si buttarono al vento i primi 6 miliardi, poi altri 6 e ci si preparava ad arrivare ad un totale di 18. Ventiquattromila miliardi di vecchie lire gettate dalla finestra che ebbero effetto zero sui consumi, sugli investimenti, sulla competitività, sulla dimensione delle imprese. Ma ebbero effetto rovinoso sulla finanza e sull´economia nel suo complesso: avanzo primario distrutto, debito pubblico aumentato, esportazioni in crollo, perimetri internazionali saltati. Per evitare la bancarotta certificata piovvero i condoni, la finanza creativa, lo spostamento del peso fiscale sugli enti locali e sui servizi, l´accrescimento delle imposte indirette sui consumi e sugli affari. Nei più recenti dibattiti televisivi Tremonti sostiene che l´azzeramento dell´attivo di bilancio non ha alcuna importanza e che viceversa quello che conta è l´andamento del debito pubblico che per noi sta andando bene. Per me è fonte di crescente e anche ammirato stupore ascoltare queste affermazioni da parte del ministro dell´Economia che ce le propina nella convinzione evidente di avere come interlocutori dei perfetti imbecilli (tra gli interlocutori ci metto per primi 50 milioni di elettori ai quali queste affermazioni sono rivolte). Ma a questo punto voglio osservare: 1. Quando il rapporto fra entrate e spese è squilibrato l´avanzo primario del bilancio sparisce e diventa disavanzo. Così è esattamente avvenuto nei cinque anni di governo del centrodestra. 2. Quando il bilancio è in disavanzo lo Stato non può che ricorrere al debito pubblico o all´inflazione. Non potendo far ricorso a quest´ultima poiché non è più nelle mani della Banca Centrale Nazionale, si è fatto appunto ricorso al debito. Esso fu ridotto, in rapporto al Pil, dai governi di centrosinistra a quota 105 creando nel contempo un avanzo primario di bilancio pari al 5 per cento del reddito. Il governo Berlusconi-Tremonti ha mandato in disavanzo il bilancio ed ha riportato il debito pubblico a 107-8. Probabilmente il 2006 si chiuderà con un debito a livello di 110 rispetto al Pil. Voglio infine spiegare perché gli obiettivi del governo, ove mai fossero stati realizzati, sarebbero stati soltanto un inutile sperpero di denaro. L´economia italiana non ha bisogno di stimolare la crescita della domanda ma piuttosto la crescita dell´offerta: offerta di nuovi prodotti, cioè innovazione. In questa situazione lo stimolo fiscale deve essere concentrato sulle imprese e non sui redditi personali. Ridurre il cuneo fiscale è utile alla competitività, ridurre le aliquote Irpef è inutile specie se la maggior riduzione va ad avvantaggiare i redditi più elevati. Onorevole Tremonti, la sua pagella contiene dunque cifre e orientamenti sbagliati. Lei merita zero in profitto ma lode in capacità di accalappiare i gonzi. Spero vivamente che questa volta i gonzi siano pochi. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

STRANA PAR CONDICIO di GIOVANNI SARTORI dal Corriere - 19 febbraio 2006 In linea di principio la par condicio televisiva non mi ha mai convinto. Non perché sia antidemocratica (è la tesi di Sua Emittenza), ma perché non sono convinto che sia una parità giusta. Sin da Aristotele sappiamo che le eguaglianze (o parità) sono due: l'eguaglianza aritmetica (a tutti cose eguali; per esempio la stessa scarpa della stessa misura), oppure l'eguaglianza proporzionale (a eguali cose eguali, a diseguali diseguali; per esempio più tasse a chi è più ricco, meno tasse ai meno ricchi). E direi che alla televisione si debba applicare la parità proporzionale. Anche per questa ragione: che il principio «a tutti eguale voce» è controproducente, incentiva l'esibizionismo televisivo e la moltiplicazione dei partitini. Una moltiplicazione della quale non abbiamo davvero bisogno. Ma allora perché anch'io ho difeso la par condicio? Rispondo: non per amore ma per forza, per forza di circostanze. Noi siamo, probabilmente, l'unica democrazia al mondo nella quale tutta (quasi tutta) la tv privata è monopolizzata da un solo padrone. La sinistra al potere non ebbe la volontà (i voti li avrebbe avuti) per spezzare questo monopolio, e ha soltanto escogitato, per contrastarlo sotto elezioni, la par condicio. Poi Berlusconi vinse le elezioni del 2001, e così la situazione divenne ancora più orripilante. Al controllo monopolistico di Mediaset si aggiungono, da allora, la colonizzazione e il controllo berlusconiano della tv di Stato. Il che consente a Sua Emittenza non solo di farsi beffe della par condicio (davvero un argine troppo debole per la sua spregiudicatezza), ma anche di stravolgerla, grazie ai suoi pretoriani in Rai, in un silenziatore generale, in un bavaglio imposto a chicchessia lo contrasti e non sia al suo servizio. Cito, per illustrare, un caso che mi riguarda e che posso documentare senza tema di smentita. Domenica scorsa partecipai alla trasmissione di Fazio su Raitre. La trasmissione ha avuto, mi dicono, più di cinque milioni di ascolti, e forse per questo ha innervosito il Palazzo. Fatto sta che un certo Prof. Petroni, che siede per Forza Italia nel Consiglio di amministrazione della Rai, si è indignato con Fazio e anche con me giudicando la mia presenza una violazione gravissima della par condicio. Quale sarebbe la violazione? Questa: che io sono stato invitato «senza altra parte» a parlare di un mio «recente libro il quale notoriamente tratta in modo particolarmente critico e di parte della riforma della Costituzione». Dopodiché il suddetto Prof. Petroni sottolinea, in una seconda lettera del 14 febbraio al direttore generale della Rai, il contenuto «fortemente politico- elettorale» di quel libro. Ma il fatto incontrovertibile è che in quella trasmissione del contenuto del mio libro non si è parlato, o si è parlato pochissimo. Dunque l'accusa a Fazio è infondata: quel fatto non sussiste. Ora il Prof. Petroni smentisce (leggo sul Corriere di venerdì 17) di avere chiesto «interventi» a mio carico. Ovviamente per il fattaccio del 12 febbraio è impossibile: grazie a Dio non sono un dipendente della Rai. Però è altrettanto ovvio che a futura memoria è proprio così. Nell'argomento petroniano l'enormità è che la par condicio non si applica soltanto a quel che uno dice in tv, ma anche a quel che uno studioso scrive in un libro (vedi la seconda lettera citata sopra). Non sto a ribattere che l'ultimo mio scritto accolto in quel libro, in «Mala Costituzione», è del 22 ottobre 2005, o che le mie critiche ai nostri vari progetti di riforma costituzionale risalgono al 1995, e dunque che nessun mio testo è stato scritto in vista di questa elezione. Il punto scandaloso è che sotto il pretesto della par condicio la censura, il silenziatore, si estende ai libri e quindi a tutta l'attività intellettuale. Il Prof. Petroni non mi deve prendere per tonto. Io so leggere tra le righe, e quindi leggo che con il mio caso lui avverte la Rai che io non dovrò più comparire (immagino in eterno, se rivince Berlusconi) in televisione. Se l'intimidazione e l'ostracismo fossero solo per me, poco male. Ma è chiaro che il messaggio è per tutti gli studiosi (a meno che non siano schierati dalla «parte giusta»). Insomma, don Rodrigo e i suoi «bravi» vogliono una elezione senza nessun possibile accertamento della verità, senza nessun possibile controllo e vaglio degli esperti. Come «bravo» il Prof. Petroni è davvero bravo. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Liste civiche, Illy non cede «Porterò le firme a Romano» «Solo Rutelli è contro». La Margherita: questione chiusa Il governatore: «Possono far scattare il premio di maggioranza, visto che pesano il 2-3 per cento» Livia Michilli dal Corriere - 19 febbraio 2006 ROMA — «Bisogna andare avanti, raccogliere le firme e portarle a Prodi che, fino a prova contraria, è il leader dell'Unione. E allora vedremo chi si opporrà». Riccardo Illy non ha alcuna intenzione di arrendersi al veto sulle liste civiche nazionali posto da Rutelli e Fassino, pena il mancato apparentamento con la coalizione. Lui, che delle civiche è un po' il padre, pur non candidandosi testimonia per la causa e, sondaggi alla mano, considera l'atteggiamento di Margherita e Ds profondamente sbagliato: «Queste liste sono determinanti, non solo al Senato ma anche alla Camera». APPORTO DECISIVO — Il presidente del Friuli Venezia Giulia snocciola i dati delle ultime Regionali: «La loro presenza fu fondamentale per il successo del centrosinistra in Puglia, Sardegna, Lazio. Ora possono far scattare il premio di maggioranza, visto che pesano per il 2-3 per cento e in certi casi arrivano anche al 7». Fu così nel 2003, quando la sua lista civica espugnò il Friuli e proprio questa Regione è l'unica esonerata dal divieto rutellian- fassiniano: l'ha comunicato Romano Prodi (che avrebbe voluto molte più eccezioni) dopo il vertice a tre di giovedì. Illy non lesina critiche, soprattutto al presidente della Margherita: «A me risulta che sia solo lui ad opporsi. Capisco che la nuova legge elettorale aumenta la competizione fra i partiti all'interno di una stessa coalizione, ed evidentemente considera le liste civiche come un concorrente. Ma bisogna mettere al primo posto il successo dell'Unione e non mettere a rischio la vittoria per avere qualche seggio in più. A meno che qualcuno, con atteggiamento spocchioso, pensi di aver già vinto...». Così non è per lui che, anzi, studia i sondaggi e vede con preoccupazione la forbice tra i due Poli restringersi giorno dopo giorno: «Se va avanti in questo modo, finirà che all'ultimo minuto faranno marcia indietro e ci riapriranno le porte. Anche per questo bisogna andare avanti con la raccolta delle firme». SCELTA MIOPE — Invita alla resistenza pure Francesco «Pancho» Pardi, talmente incredulo per «il patto di ferro» Rutelli-Fassino da volerne avere conferma ufficiale: «È una posizione miope. Non ci vogliono fra i piedi perché non siamo accomodanti e così pensano di potersi beccare gratis i nostri voti, ma faranno solo crescere l'astensionismo, con terribili conseguenze sul voto. E allora questi campioni dovranno renderne conto agli elettori». Il professore toscano era pronto a candidarsi ma abbandonerà la corsa se le liste civiche non avranno l'apparentamento, che lui aveva sollecitato in un appello firmato anche da Fo e Pasquino: «Continuerò a fare il professore, il geografo, però non rinuncerò al protagonismo civile». Cioè è pronto a ricomporre i Girotondi: «Malgrado questa storiaccia, io auguro comunque al centrosinistra di vincere. Ma se, come temo, le elezioni finiranno con un pareggio e i poli inizieranno a tessere compromessi su temi come giustizia, tv e Costituzione, noi riapriremo le piazze!». «ANDIAMO AVANTI» — La Margherita conferma che la decisione sulle liste civiche è «irreversibile e condivisa con i Ds». Dunque, per discutere il da farsi, oggi pomeriggio arriveranno nella Capitale tutti i rappresentanti regionali, riuniti dal coordinatore Roberto Alagna. Che è su tutte le furie, irritato anche col leader dell'Unione: «Stiamo scivolando sempre più in basso. La Margherita ha una posizione becera e arrogante su cui si sono appiattiti anche i Ds. Da Prodi poi non mi aspetto più nulla: l'ho invitato a partecipare alla riunione, così si rende conto dell'ampiezza di un fenomeno che ha definito locale, ma non mi ha fatto sapere niente, tanto per cambiare...». Arrabbiato e molto determinato: «Noi portiamo due milioni di voti e questo movimento di cittadini ha il diritto di essere rappresentato in Parlamento, perciò — avverte Alagna — presenteremo comunque le liste col simbolo della Città ideale. Loro hanno scelto di perdere, escludendoci? E allora che perdano!». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

I misteri dell´off shore Fininvest Dai diritti tv gonfiati agli affari in Borsa dei soci del Cavaliere border line Le pratiche "border line" possono aver danneggiato il fisco e permesso di generare fondi neri 884 miliardi In sette anni, prima della quotazione, nel "comparto B" sarebbero stati occultati 884 miliardi di lire GIOVANNI PONS MILANO - Silvio Berlusconi, David Mills e la storia dei diritti Tv gonfiati. Non è il titolo di una soap opera hollywoodiana ma di una tecnica sopraffina con cui le telenovelas acquistate in California venivano importate in Italia a un costo tre volte superiore. Oggi Berlusconi è accusato di corruzione per aver regalato all´avvocato Mills 600 mila euro in cambio di una sostanziale "copertura" nelle deposizioni ai giudici. Ma per capire occorre tornare agli anni ´80, agli albori della tv commerciale in Italia. O almeno al 1982 quando viene costituita a Londra dallo studio legale Carnelutti, di cui Mills è il referente, la Cmm, finanziaria destinata a tirare le fila del "comparto riservato" di Fininvest. Un arcipelago di società, almeno 64, ricostruito da una perizia della Kpmg, società di consulenza internazionale, commissionata dalla Procura di Milano nel novembre 1996 e conclusasi due anni e mezzo dopo. Proprio in quella perizia si ritrovano le parole di Mills che spiegano la "ratio" della rete parallela di società off-shore. «Il Gruppo B è un´espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del Gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori del bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B "very discreet" (molto riservate) perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto». L´arco temporale scandagliato dalla Kpmg va dal 1989 al 1996, l´anno in cui Fininvest portò Mediaset in Borsa riuscendo ad abbattere un indebitamento di circa 4 mila miliardi di lire su un fatturato di 11.500. Nei sette anni che portano alla quotazione, il denaro che transita attraverso le società del Gruppo B è una montagna: secondo la Kpmg si tratta di almeno 3 mila e 500 miliardi di cui 884 occultati off-shore. Dal 1994 in poi la rete di società viene in parte smantellata o quantomeno trasferita alle Bahamas. È dunque ragionevole pensare che le pratiche adottate dalla Fininvest sui diritti televisivi negli anni ´80 e fino al 1996 siano state poi interrotte o ridotte perché incompatibili con la presenza di azionisti terzi. Però, fino a quel momento, le pratiche border line sui diritti tv possono aver avuto un effetto sul fisco italiano e, se verranno provate, sulla costituzione di fondi neri all´estero. L´inchiesta sui fondi neri del gruppo parte infatti nel 2001 quando dalla Svizzera arriva la risposta a una rogatoria della procura milanese che svela come due società off-shore specializzate in diritti tv, la Universal One e la Century One, farebbero in realtà riferimento a Mediaset. Un banchiere che negli anni ´80 era creditore del gruppo Fininvest racconta che la pratica in quegli anni era la seguente. Gli emissari di Fininvest e Rai andavano a Hollywood a trattare l´acquisto dei diritti. Fissato il prezzo, non li compravano direttamente ma facevano entrare in gioco le società off-shore, attraverso cui i diritti transitavano e lievitavano di prezzo. Quando arrivavano in Italia sia Rai sia Fininvest acquistavano i diritti a prezzi almeno triplicati. Inoltre, poiché i diritti tv venivano ammortizzati in base ai passaggi televisivi futuri, erano fiscalmente deducibili. La Fininvest, poi, pagava i diritti con un ampio uso dell´indebitamento bancario e, secondo alcuni analisti, il prezzo elevato dei diritti tv unito alla campagna acquisizioni al di fuori del business televisivo (Mondadori, Standa), ha portato la società di Berlusconi nel 1993 a dover subire la richiesta di rientro crediti. La Fininvest si salva grazie all´intervento di alcuni investitori internazionali, trovati dalla Lehman Brothers e dall´imprenditore tunisino Tarak Ben Ammar: si tratta del sudafricano Johann Rupert a capo della Nethold, del tedesco Leo Kirch e del principe saudita Al Waleed. Sono loro che nel 1995 sottoscrivono un aumento di capitale da 1.247 miliardi di lire nella Mediaset che un anno dopo sbarcherà in Borsa. Il problema della supervalutazione dei diritti, però, emerge già in quella fase. Il perito del Tribunale di Bergamo riscontra una differenza in negativo di 103 miliardi di lire rispetto ai valori di conferimento in Mediaset del 1993. E la ricognizione sui conti effettuata dai tre nuovi investitori porta a valori della library assai inferiori di quelli scritti nei bilanci Fininvest. Rupert, Kirch e Al Waleed trattano e alla fine pagano le azioni Mediaset 6.200 lire l´una, quando poi nel giugno 1996, in seguito a una nuova iniezione di diritti nella società per oltre mille miliardi di lire, il valore di sottoscrizione dei titoli lievita a 7 mila lire. I tre danno una mano a Berlusconi e nel contempo fanno un affare. Ma un timore c´è: se la pratica della supervalutazione dei diritti, effettuata negli anni precedenti attraverso le società di Mills, dovesse troncarsi di colpo, il prezzo di Borsa crollerebbe. Ciò non è avvenuto e in molti pensano che l´adeguamento del valore dei diritti sia stato graduale interessando anche la fase in cui la società era già quotata. Ora il titolo Mediaset veleggia intorno ai 10 euro e tutti hanno guadagnato. Rupert, addirittura, ha incassato un altro miliardo di dollari vendendo a Canal Plus le azioni Telepiù che aveva acquistato dalla Bil (Banque Internationale à Luxembourg). La Fininvest per legge poteva avere solo il 10% della tv a pagamento e molti ritengono che dietro la Bil ci fosse lo stesso Berlusconi. Non a caso a trattare la vendita delle azioni a Rupert ci pensò proprio Mills, ma il magnate sudafricano non avrebbe mai concluso l´affare se quelle azioni Telepiù non fossero state iscritte nell´attivo della banca. Così era ma nulla esclude che la Bil fosse stata finanziata dalla Fininvest con un accordo tacito secondo il quale, se le azioni avessero perso di valore, il prestito sarebbe stato decurtato di un egual valore. La verità la sa solo Mills, il quale ha ammesso di aver «tenuto Mr B fuori da un mare di guai nei quali l´avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Italia da bancarotta Il Presidente del Consiglio è accusato di corruzione. La notizia è su tutti i giornali di oggi. Io ho chiesto le sue dimissioni, l’ho fatto perché ritenevo fosse mio dovere di rappresentante dei cittadini italiani. Va detto però che questa vicenda giudiziaria, come molte altre che hanno riguardato l’attuale Presidente del Consiglio, non ha, e non deve avere, alcun significato elettorale. Chi crede alla leggenda delle “toghe rosse” avrà pensato all’ennesimo attacco ingiustificato, gli altri ad una ulteriore conferma della sua inadeguatezza a ricoprire incarichi pubblici. Ma gli uni e gli altri possono giudicare gli esiti sociali, politici, economici delle azioni del Governo: anche coloro che ritengono un perseguitato il suo massimo rappresentante. Il giudizio elettorale deve riferirsi al disastro economico di cui è totalmente responsabile questo Governo. All’arretramento e all’impoverimento della nazione. Alla chiusura continua di aziende e stabilimenti. Questo Governo non ha mantenuto nessuna promessa. Pochi anni fa il saldo del commercio con l’estero era positivo di ben 35 miliardi di euro (circa 70.000 miliardi di lire). Il 2005 si è chiuso con un passivo di circa 10 miliardi di euro. Il nostro Paese ha bruciato risorse per quasi 90.000 miliardi di lire in pochi anni. E’ una situazione da bancarotta, alla quale sicuramente arriveremo se non manderemo a casa questi incapaci. www.antoniodipietro.com/

Margherita, dove vai? di Claudio Croci, Il partito nuovo , democrazia è libertà ­ la margherita , sta attraversando il momento più critico dalla sua fondazione . Dopo la svolta del 24 maggio, compensata solo parzialmente dalla conversione del 16 ottobre , imposta dalle primarie , D.L. si sta avvicinando alle prossime politiche ed amministrative in maniera assai contradditoria . Nato come partito che unisce e fonde esperienze diverse nel clima del rinnovamento alla partecipazione , sta abbandonando questa linea per darsi una propria identità più caratterizzante. Il rifiuto della lista unitaria al Senato fa trasparire l’esperienza unitaria come un punto non totalmente decisivo , come sembrava essere il DNA del partito originale . La necessità di identificarsi nella Margherita come simbolo distinto dall’Ulivo non è semplicemente il rifiuto di una non assimilazione ai ds , è chiaramente qualcosa di diverso. Nessuno vuole morire né democristiano , come sostengono i diessini non ulivisti , né nessuno vuol morire comunista , come sostengono troppi diellini , il problema è inventare un soggetto nuovo che rappresenti il centro motore di una sinistra liberale , riformista e progressita. Una sinistra meno apparato e più cittadini , una sinistra di servizio concreta , positiva , governante , capace di dare al paese sicurezza , soluzioni , prospettive . Una sinistra bilanciata da un bipolarismo dell’alternanza in un sistema sostanzialmente maggioritario , in cui la classe dirigente viene scelta anche dagli elettori attraverso le primarie . Questa è la prospettiva che chiedono gli italiani , che indica Prodi e che invece non vede assolutamente questa Margherita . Una Margherita che sta costruendo un apparato interno tradizionale invece di sperimentare una diversa concezione del concetto di partito , più agile , più fantasiosa . Clamoroso è il totale disinteresse nella ricerca del popolo delle primarie che è invece il simbolo vivente dell’Ulivo e quindi delle radici concettuali su cui si basa la Margherita . Ne discende direttamente la vicenda Orlando in Sicilia , in cui la posizione a favore della Borsellino viene definita come apostata rispetto alla posizione del partito , quando la regola delle primarie è quella di svincolare i partiti dal candidato e lasciare la decisione agli elettori. Il vincolo partito-candidato potrebbe essere sostenuto dalla sinistra d’apparto tradizionale , ma mai può essere la posizione del “ partito nuovo “ : è una posizione talmente contradditoria con le ragioni stesse di sussistenza della margherita , posizione che fa prospettare quasi una metamorfosi sostanziale delle basi stesse del partito . “Pazzesca” poi l’esclusione dello stesso Orlando dalle nostre liste e l’inclusione invece di Fisichella , notorio esponente di tutto rispetto culturale , morale ,ma di destra , della destra più nobile sicuramente , ma sempre di destra . “ Pazzesca “ tra virgolette se non vi fosse una strategia volta a collocare il partito in un’area diversa da quella a cui siamo abituati a collocarlo e cioè all’interno di un rinnovato “centro” che guarda a sinistra , ma nella sua essenza è di destra cioè teso a conservare alcuni interessi di una base sociale decisamente conservatrice e tradizionalista . Un partito che si allea con la sinistra per motivi elettorali , ma in posizione competitiva in attesa di un’evoluzione o della sinistra verso la destra , leggasi le condizioni di Rutelli per il partito democratico fatte ai ds, , o della destra verso la sinistra , leggasi la dissoluzione di forza italia dopo Berlusconi. Un partito sostanzialmente verticistico , in cui l’apparato si trasforma in veicolatore delle decisioni di vertice e di assenso e di supporto ai vari personaggi che riescono ad aggregare dei supporters su interessi condivisi . Il “ pazzesco “ quindi diviene in tale ipotesi comprensibile . Diviene comprensibile la scelta Senato in un modo , Camera in un altro , diviene comprensibile la scelta di Roma , in cui similmente alle politiche si andrà alle Comunali con l’Ulivo ed alle Municipali con la Margherita .Tutte soluzioni tattiche legate al contingente , secondo un vecchio collaudato schema di potere ,basato sul consenso elettorale “ calcolato “ e non veicolato da un progetto di fondo , ma semplicemente ancorato ad un simbolo , come ad un prodotto , uno schema che esalta non cosa si fa , ma chi lo fa indipendentemente da cosa fa. Inevitabilmente , nonostante la possibile sincerità degli attori , si va verso la costruzione di un nuovo soggetto politico “ conservatore “ , con un consenso elettorale difficilmente valutabile , ma sicuramente limitato , in particolare da due fattori: 1) l’impossibilità economica del paese di sopportare costi della politica in espansione; 2) la palese avversione del nuovo soggetto verso il popolo delle primarie, in quanto fattore di destabilizzazione degli equilibri interni. www.ulivisti.it/

Vignette : lettera del presidente UCOII al presiente Ciampi di red Il presidente dell'Unione delle comunita' islamiche in Italia (UCOII), Mohamed Nour Dachan, ha inviato questa lettera al sig. Presidente della Repubblica. Per rispetto e correttezza il documento viene reso noto solo ora dopo il ritorno del Presidente Ciampi dalla sua visita ufficiale in Spagna Sig. Presidente della Repubblica, ci siamo risolti a scriverLe per rappresentarLe tutto il nostro disagio e la nostra preoccupazione di fronte alla deriva oggettivamente esacerbata e mistificante di una parte della stampa italiana e al comportamento di una forza politica, che in difetto di argomenti e legittimazione, ha creduto di trovare nella continua polemica razzista e anti islamica la sua ragion d’essere mediatizzata ed evidente. Tale comportamento irresponsabile e provocatorio, oltre ad avvelenare il clima civile del paese, causa un notevolissimo danno d’immagine all’estero ed in particolare nei paesi musulmani destinatari del nostro export, in cui si sta rapidamente dilapidando un capitale di stima e simpatia che il lavoro italiano era riuscito ad accumulare in decenni di relazioni cordiali e corretta pratica commerciale. Pensando alla nostra condizione non possiamo non andare con la memoria ad un onorevole passato del mondo islamico, quando il quartiere ebraico (in Marocco ad esempio) si trovava proprio nelle immediate vicinanze del palazzo reale a ricordare, anche urbanisticamente, la protezione che il sovrano musulmano garantiva ai suoi sudditi appartenenti ad un’altra delle grandi religioni abramitiche. O più recentemente quando Mohamed V, un grande sovrano di quello stesso paese, respinse le richieste del governo razzista di Vichy che pretendeva l’internamento (e poi forse la deportazione) degli ebrei marocchini. Era un sultano che subiva il protettorato eppure ebbe il coraggio civile di rifiutare quegli ordini e difendere i suoi sudditi dalla barbarie incipiente, altri capi di Stato o di governo non ebbero il coraggio di farlo. La Gente del Libro infatti è stata tutelata per secoli dal rigore della legge islamica e dalla tradizione profetica, che in un detto riferito da una catena autentica di trasmettitori, ammoniva i musulmani con queste parole del profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui): “Chi mancherà nei confronti di un dhimmi (un cristiano o un ebreo che vive in terra d’Islam) mi avrà per nemico nel giorno del Giudizio”. Abbiamo voluto ricordare questi fatti, signor Presidente, per riallacciarci ad una grande consuetudine di dialogo e tolleranza che ha spaziato in quasi tutta la storia dei rapporti tra i musulmani e gli altri credenti, persino in India o in Persia dove induisti e zoroastriani non furono costretti ad abiurare la loro fede. Oggi, in questo nostro paese che si vuole liberal-democratico, regolato nei suoi grandi principi da una Costituzione scritta da uomini e donne che avevano vissuto e combattuto la dittatura fascista e la sua aberrazione razzista e antisemita, ci troviamo nella difficile posizione di quelli che dovrebbero subire, senza reazione alcuna, la violenza verbale e la pervicace protervia di individui appartenenti al governo della Repubblica, persone che nelle Sue mani, signor Presidente, hanno giurato di essere fedeli alla Costituzione e alle leggi dello Stato. Per tutte queste ragioni e perché sentiamo la Sua alta magistratura come la più solida garanzia alle derive di una politica per qualche verso ondivaga ed opportunista, siamo a chiederLe un Suo autorevole intervento affinché i musulmani e non solo loro, possano continuare a guardare al Colle come ad una vigile e alacre sentinella che protegge il viver civile e la concordia nazionale. Il presidente UCOII Dott. Mohamed Nour Dachan Ancona 16 febbraio ’06 www.osservatoriosullalegalita.org

Come perdere le elezioni (con l'aiuto di Ilvo Diamanti) In colpevole ritardo sull'uscita dell'articolo di Diamanti (Repubblica di domenica 12 Febbraio) dal titolo “l'Unione esca dalla tv ed entri nella realtà” e mentre imperversano nei telegiornali della sera sondaggi a destra (soprattutto) e a sinistra, ritengo opportuno tentare di precisare alcune dinamiche comunicative in corso, nella speranza che le titolazioni che sono costretto a dare a questi interventi (il precedente: Berlusconi sta vincendo…) non si concretizzino tragicamente il prossimo 9 di Aprile. Questi dunque oggi i dati (comunicativi) essenziali. Primo: il Governo Berlusconi è concluso - sono state sciolte finalmente le Camere il giorno 11 Febbraio. Secondo: è iniziata la par condicio, definita, è bene sottolinearlo, “una legge liberticida e illiberale”. Tempo di bilanci? Pare proprio di no. Terzo: tutti i mezzi di comunicazione sono sotto assedio politico - oggi pomeriggio ascoltavo in macchina RTL 102,5 ma invece della musica c'era Casini a fare il simpatico con la dj di turno – e lo saranno fino alle elezioni. Quarto: Forza Italia, ma in genere i partiti della coalizione di centrodestra hanno un evidente trattamento di favore nelle principali trasmissioni televisive – soprattutto nei TG - e questo avrà degli esiti pesantissimi sul voto, se la situazione permane identica. Il Centrosinistra invece è sistematicamente massacrato ed inoltre non ha alcuna strategia comunicativa evidente. Se anche ce l'ha, e non traspare, l'esito comunicativo è lo stesso: nella maggior parte dei casi risponde alle accuse e agli attacchi del Centrodestra, e quando tenta di fare una proposta di rottura (ad esempio quella di Prodi di fare il confronto con tutti e tre i leader) semplicemente questa viene minimizzata o comunque presentata superficialmente. Dopo poco tempo, non sostenuta dai media, scompare. Quinto, e non ultimo: tra meno di due mesi si vota, con il centrodestra in evidente ripresa di consensi. Di fronte a questa situazione estremamente preoccupante, il consiglio di Diamanti all'Unione - di uscire dalla “Telepolitics”, di abbandonare il Reality televisivo per ritornare dentro alla realtà – rischia di tradursi in una pericolosissimo abbandono del vero decisivo terreno di gioco. Agli intellettuali piace molto differenziare nettamente la rappresentazione televisiva da una parte (e tutto questo mondo di immagini costruite ad arte e fasulle), e la realtà dall'altra (i veri problemi, la vita vissuta). Peccato che per la gente comune – quella che vota e deciderà chi governa – questa distinzione non conta. Peccato che il confine tra realtà e rappresentazione (vedere la letteratura scientifica degli ultimi 10 anni) è sempre meno visibile e percepibile. Peccato che anche sapere razionalmente che quella televisiva è una rappresentazione, non cambia la sostanza e la potenza del messaggio, che è di natura EMOTIVA e non razionale, come abbiamo già altre volte ricordato. Beppe Grillo lo descrive molto bene su Internazionale di questa settimana (Febbraio 2006, n. 628, pag 17): “Avevo deciso di non guardarlo più. Invece quel martedì sera l'ho fatto. Avevo deciso di dimenticarlo. Invece l'ho addirittura sognato e nel sogno mi era simpatico. Mi sono spaventato ma sono grato al sogno. Ho capito come funziona. E' come la pubblicità: una netta separazione tra ragione ed emozione […]. Funziona perché un'emozione veicolata da una immagine è più forte di qualsiasi concetto . E' così che funziona anche Mastrolindo. Il mio cervello lo ha ascoltato per due ore: quasi tutto quello che diceva a Porta a Porta il 31 Gennaio era falso o esagerato o ingiurioso. Ma il mio cuore era con lui, con la sua vitalità, la sua simpatia, la sua gigioneria, la sua voce rotonda ma leggermente incrinata. E' quasi inutile contestare una ad una le falsità, perché il gioco è emotivo, e non razionale”. Faccio notare che se Berlusconi risulta simpatico e lo sogna Beppe Grillo , cioè non proprio l'ultimo dei deficienti e dei disinformati in Italia, c'è da preoccuparsi eccome. Perché quello che è stato descritto poche righe sopra altro non è che il principale meccanismo alla base della comunicazione televisiva. E dunque la televisione è reale, altro che. Questo deve essere considerato il primo dato. Non solo perché è fisicamente presente nei salotti delle case di tutti gli italiani (e spesso anche in cucina, e nelle camere dei bambini) ma perché quello che trasmette comunque ha una enorme influenza. Caro Diamanti, uscire dalla tv in questo caso significa uscire dalla realtà. Veramente mi risulta incomprensibile che ancora si discuta sul potere presunto di condizionamento della televisione: chiunque ha qualche dubbio in proposito deve solo ricordarsi che se una azienda arriva a spendere 100.000 euro in media per 30 secondi di uno spot in onda prima di un Tg serale delle principali reti televisive, un motivo ci deve essere. Secondo dato: la disparità di presenza (mitigata dalla par condicio) ma soprattutto la diparità di trattamento, tra Centrodestra e Centrosinistra. Gli esempi non si contano. Qualche sera fa è stato ospite di Clemente Minun l'onorevole Bertinotti – preciso che cito sempre lui per caso: è un esempio come altri di evidente asservimento alle logiche televisive senza alcuna consapevolezza. Il conduttore gli ha rivolto in 5 minuti le domande più scomode: lo sgambetto a Prodi del ‘98 (apertura dell'intervista), gli scioperi, le dichiarazioni sull'Iraq, la polemica con Rutelli e le case, i pax, luxuria. Una raffica di 14 domande. Non un accenno al programma dell'Unione; non un accenno alle proposte di un accordo che comunque era stato firmato pochi giorni prima (sabato 11 o domenica 12). Bertinotti ha sorriso cortese e se n'è andato. Due giorni dopo (ieri sera, il 15 Febbraio) va di scena al Dopotg Calderoli. Altro ospite, altri toni. Domande sul programma della Lega, sulle “novità” che porterà nella coalizione, ampi spazi di risposta, sorrisi a tutto viso. La vicenda delle vignette islamiche risolta con un siparietto in cui Calderoli si slaccia la camicia per far vedere la maglietta incriminata con le vignette, definite dal nostro ministro “una battaglia di libertà”. Di quesiti scomodi, che pure avrebbero potuto esserci – uno su tutti la concezione e il ruolo dell'Europa - nemmeno l'ombra. Un totale di 6 domande. Questa è la situazione normale e quotidiana nella televisione oggi. Il taglio dei servizi e i toni sono veramente eloquenti. E non parliamo delle televisioni locali, per le quali – attenzione a questo punto – la par condicio non si applica in modo così rigoroso (dunque Forza Italia può acquistare spazi e spot senza alcuna limitazione, e già lo sta facendo). Terzo dato: l'agenda politica si è modificata in modo irreversibile, dai temi prioritari del Paese alla campagna elettorale che parla di se stessa (oggi la prima notizia dei TG erano i sondaggi della Società Americana che da in vantaggio il Centrodestra). Parleremo solo di campagna elettorale perché di altro non si potrà parlare finchè l'agenda politica la decide chi controlla i mezzi di comunicazione. Con una ulteriore aggravante: tra i temi prioritari del Paese nessuno (neanche a sinistra) ha inserito la televisione, cioè una riforma VERA del sistema televisivo, come non fosse una priorità democratica. Una emergenza ogni giorno evidente. Ora: uscire dalla televisione, come propone Diamanti, significa semplicemente per il Centrosinistra rischiare di perdere tragicamente moltissimi consensi e forse le elezioni. D'altro canto, restarci in queste condizioni precarie e facendosi maltrattare quotidianamente, ha più o meno lo stesso effetto. Sembrerebbe dunque che una sconfitta elettorale per il Centrosinistra non sia poi così difficile: infatti lo sanno bene gli uomini di Berlusconi, che a distanza di più di due mesi affermano di essere già avanti nei sondaggi (anche questa è pubblicità pura, e alla distanza funziona che è una meraviglia). Lo status quo e il mantenimento della situazione esistente pone una serie di pesanti interrogativi. Che fare dunque? In effetti non pare un problema di difficile soluzione. Alcune di queste le ho comunque indicate nel mio precedente intervento su questo sito. Ne vorrei aggiungere una di carattere generale. La chiamerei così: svelare cioè i meccanismi in diretta. Occorre trovare cioè il modo di scoprire il gioco dall'interno. Rendere evidenti non fuori come suggerisce Diamanti ma dentro la televisione le logiche e i mecanismi che vengono utilizzati. Opporvisi. Cambiare anche stile in modo evidente, se si parla dei princìpi della nostra democrazia. Partendo dal presupposto che la televisione non è una delle componenti della comunicazione politica ma LA componente principale di questa, quello che propongo è semplicemente di appropriarsi dei meccanismi e rendere evidente a tutti in tempo reale quali sono i giochi che si stanno svolgendo sotto gli occhi degli spettatori. Qualche esempio chiarificatore: a. Alla quinta domanda scomoda di Mimun, Bertinotti invece di sorridere amabilmente lo guarda serio e gli chiede: caro direttore, come mai quando lei intervista in questo studio Berlusconi fa tre domande in tutto e lo lascia parlare mentre qui siamo già alla quinta domanda scomoda dopo 50 secondi? (ovviamente qui il gioco viene meglio in diretta. Le varianti del caso con Bruno Vespa poi sarebbero veramente infinite e molto interessanti). b. Criticare apertamente i telegiornali e i direttori dei TG per come danno le informazioni. Attaccare frontalmente il modo in cui si costruiscono i servizi. Raccogliere i dati e quotidianamente fare dichiarazioni denunciando le distorsioni. Pretendere che le dichiarazioni siano riportate (la voce di Pionati sopra le interviste a commento non è proprio la stessa cosa). Essere attenti insomma a quello che viene rappresentato di se e della propria coalizione. Non si capisce perché nonostante si sa che a livello elettorale contano molto di più i TG dei quotidiani, tutti gli uomini politici leggano ogni giorno tutti i quotidiani e non osservino invece ogni giorno i TG, rendendosi conto di come vengono rappresentati e prendendo provvedimenti se è il caso (per esempio per Prodi sarebbe spesso il caso). c. Trovare alcuni slogan che diano il senso della coalizione di centrosinistra. C'è bisogno di simboli e di prospettive. Per esempio “Uniti nella diversità” non sarebbe male, e darebbe la cifra della differenza della Corte Belusconiana. Possono sembrare indicazioni superficiali. Inoltre occorre moltissima lucidità per criticare dall'interno un sistema. E' una delle cose più difficili. D'altro canto non fare nulla di tutto ciò può essere un buon sistema per rischiare seriamente di perdere le elezioni. Marco Grollo Responsabile Settore Scuola e Formazione Segreteria Nazionale Megachip educazione@megachip.info

Noi tireremo dritto! (Ardisco ad ogni impresa) Questo blog è fiero di aderire alla campagna illuminista e libertaria lanciata da Mauro Biani contro l'islamismo fondamentalista, liberticida e satiricida che è arrivato a rivolgere le sue armi intimidatorie addirittura contro un Ministro della Repubblica Italiana, la cui libertà di espressione è un valore irrinunciabile sancito dalla nostra Costituzione. Invito il popolo di sinistra a solidarizzare - magari chiedendo a Bertinotti di candidarlo assieme a Luxuria - con il ministro Calderoli e, per l'occasione, rilancio l'appello di Sofri e Staino pubblicato da l'Unità 15 giorni orsono: A tutti i giornali: pubblicatele di Adriano Sofri - Sergio Staino Che tutti i giornali europei si mettano d'accordo e scelgano uno dei prossimi giorni per uscire TUTTI INSIEME con almeno una delle vignette incriminate in prima pagina. Crediamo che questo sia un modo efficace per dimostrare ai seguaci dell'oscurantismo più reazionario che non siamo disposti a cedere le nostre convinzioni democratiche di fronte a nessuna minaccia. Invitiamo quindi gli organi professionali e le varie associazioni di categoria a promuovere questa giornata in difesa della libertà di stampa oggi così brutalmente attaccata. Da più parti si chiede la mia opinione, in quanto noto disegnatore satirico, sul terribile attacco dell'integralismo islamico alle ormai famose vignette pubblicate su un giornale di Copenaghen. In realtà mi sto convincendo che il problema non riguardi assolutamente i limiti o non limiti della satira, ma investe globalmente la libertà di opinione e di espressione dei popoli europei. Se limitiamo la lettura di questo avvenimento ad un problema di suscettibilità verso la satira o, peggio ancora, se troviamo delle ancorché minime giustificazioni ad un simile mostruoso attacco oscurantista, rischiamo di provocare danni irreparabili alla libertà degli individui e alla libera circolazione delle loro idee. Se lasciamo passare questa feroce macchinazione senza una risposta forte rischiamo che, un domani molto prossimo, la stessa cosa possa accadere a qualunque altro giornalista, sia esso disegnatore o inviato o editorialista, eccetera. Discutendo di questo con Adriano Sofri, abbiamo formulato l'idea che lanciamo a tutti gli editori e direttori di tutti i giornali europei. Dirò di più: chi si ferma è perduto. Gli italiani, eredi di Roma, devono accettare l'altissima responsabilità che la Storia affida loro e porsi alla testa dell'Europa laica e illuminista: propongo quindi che i nostri vignettisti, a partire da Staino, disegnino nuove vignette su Maometto vestito da kamikaze, mentre picchia la moglie e infibula la figlia o, perché no, raffigurato tra una grappa e una velina in nome della tolleranza verso i nostri valori (anzi: non capisco perché non lo abbiano ancora fatto) e che a dette vignette sia dedicata una Giornata della Libertà (potrebbe andare bene l'1 aprile) con mostre, esposizioni e gare di disegno di Maometto nelle scuole della Repubblica. A seguire, serata ricreativa con rutto libero davanti alle moschee dello Stivale. Solo una cosa: siate buoni e datemi il tempo di tornare là, prima di lanciarvi di nuovo a difesa di Voltaire, ché io mi sto perdendo l'avventura della mia vita. Penso al tam tam di messaggi dell'ambasciata che devono stare circolando tra gli italiani al Cairo e, giuro, mi mangio i gomiti: signore eleganti e distintissimi portatori di passaporto diplomatico chiusi in cantina con scorte di tortiglioni Barilla sufficienti ad alimentare per un anno l'Egitto intero. I colleghi spagnoli che ci prendono a pomodorate e vanno personalmente a Garden City ad assaltarci l'ambasciata al grido di: "Siete troppo cretini!". La corsa a rinnegare il passaporto: "Italiano? Chi, io? Ma no, sono albanese e fiero di esserlo!" Gli studenti che ti guardano con islamica pietà e ti dicono: "Povera prof, che guaio di governo le è toccato, non si preoccupi ché noi la proteggiamo!" Lo spagnolo ostentato a voce alta in treno. L'Istituto Italiano di Cultura protetto dell'esercito egiziano intero, e il personale tutto che si gratta ecumenicamente le palle ad ogni macchina che passa. La corsa ad imparare a dire: "Non è colpa mia!" in arabo. Ma ci rendiamo conto di cosa mi sto perdendo? Sono affranta, giuro. Comunque, colgo l'occasione per rassicurare i colleghi che mi leggono da lì: non preoccupatevi! Se parte il boicottaggio ai prodotti italiani, vi giuro che non vi lascio morire di fame. Vi mando la pasta per DHL. E pure qualche Lume, ché qui ne abbiamo tanti che non si sa più dove metterli. /www.ilcircolo.net

LETTERA SULLE ELEZIONI DI UN ANONIMO CRISTIANO Caro Tommaso, siccome sei nato appena il 19 agosto, hai ricevuto una lettera dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con un grosso bacio e 1000 euro. Il bacio è gratis, ma i mille euro servono per avere il voto dei tuoi genitori, che vuol dire 500 euro a voto, e con le casse dello Stato si può fare, data anche la scarsa natalità. Anche questo è un contratto, tanto è vero che la tua babysitter, che l’anno scorso ha avuto un bambino, ha ricevuto anche lei la lettera di Berlusconi, ma non i mille euro, perché è somala e non può votare, e anche Tremonti dice che bisogna evitare le spese improduttive. Nel suo caso, ci sarebbe stato un arricchimento senza causa. Poiché i tuoi genitori sono persone oneste, non hanno ritirato i mille euro, e votano come gli pare. Anzi hanno messo in cornice la lettera di Berlusconi, come si fa con i cimeli storici. Tu hai avuto la grazia di venire alla luce in un mondo che non è mai stato così attraente. Le sue bellezze si sono moltiplicate, le ricchezze pure, gli abitanti sono più numerosi che mai e tutti, a volerlo, potrebbero essere in grado di vivere e di godere la Terra; i re e i principi dei secoli passati stavano molto peggio di te quanto a cibo, acqua, caldo, freddo, salute, mobilità, conoscenze disponibili e aspettative di vita. Se non mancasse l’amore, per cui agli uni è tolto ciò che agli altri è dato, davvero questo sarebbe un mondo meraviglioso. Un gioco d’azzardo. Però tu sei nato anche alla vigilia di un grande gioco d’azzardo. In questo Paese stiamo per andare a una roulette, in cui in una sola giocata è messa in palio tutta la posta: la giustizia, i diritti, il lavoro, la pace, il dialogo tra le civiltà e la Costituzione repubblicana che il governo e la maggioranza parlamentare hanno fatto a pezzi già cinque volte (in altrettanti voti delle Camere) e infine liquidato per togliere il potere ai cittadini e allo stesso Parlamento. Infatti il sistema politico si è venuto a congegnare in modo tale che un normale ricorso alle urne per eleggere i rappresentanti, si è trasformato in un aut-aut, nel quale tutto si può perdere e tutto si può salvare. In questa consultazione elettorale ci possono essere, perché così ha voluto la recente riforma, solo due programmi e due schieramenti in grado di competere per il premio di 340 deputati assegnati per legge al vincitore. “Tertium non datur”, come dicevano i latini. Tutta la società è costretta a dividersi in due, nonostante la varietà di bisogni, di interessi e di ideali da cui la mediazione politica e parlamentare dovrebbe estrarre il “bene comune”. L’intenzione che da più di un decennio ha spinto il sistema elettorale e politico verso un così rigido bipolarismo era buona, perché si trattava di realizzare un regime di alternanza, come c’è in altre democrazie, soprattutto anglosassoni. Però non si è tenuto conto della natura della destra italiana, che quando non è trattenuta in un più vasto tessuto di relazioni democratiche e si presenta allo stato puro, si fa eversiva, come ha fatto nel tempo producendo fascismo, P2, tentativi golpisti e pulsioni secessioniste. L’esperienza di questi anni ha mostrato che la forzatura dell’elettorato a concentrarsi e a contrapporsi in due sole parti politiche, ha fomentato una cultura del conflitto e del nemico, ha imbarbarito la lotta e ha portato al rischio di consegnare il Paese a una fazione di guastatori. L’Italia ha avuto altri momenti in cui con la destra si è giocato d’azzardo; uno di questi fu nel 1925, quando per la prima volta fu instaurato per legge (e non per rivoluzione) un “governo del Primo Ministro”. Ai bambini che nacquero quell’anno non andò poi bene; ne conosco che a 18 anni finirono in guerra o furono presi dai Tedeschi. Dunque non ci si può distrarre, e bisogna prendere il proprio posto in una delle due parti in conflitto. Berlusconi. Le ragioni per porre termine drasticamente all’esperimento Berlusconi vanno molto al di là delle inadempienze programmatiche e del dissesto dei conti e delle istituzioni. Berlusconi aveva stipulato un contratto, di modello privatistico, con il quale aveva acquistato un voto e aveva venduto un sogno, quello di un Paese beato e di un arricchimento generalizzato. I sogni sono preziosi. Un esponente della sinistra cristiana, Adriano Ossicini, psicologo dell’infanzia, raccontava un giorno di un bambino che aveva in cura, il quale gli aveva portato un sogno, perché glielo custodisse e non andasse perduto. Berlusconi ha tradito il sogno che aveva venduto e ora, con la sua parossistica campagna politica, sta trasformando questo sogno in un incubo. Egli non ama l’Italia, perché dell’Italia non ama la magistratura, la Confindustria, le cooperative, l’80 per cento dei giornalisti, i comuni e le regioni “rosse” e tutta la sinistra, che considera una “palla al piede” del Paese. Di conseguenza preferirebbe che tutti questi non ci fossero, come Calderoli preferirebbe che non ci fossero gli immigrati, e i coloni in Cisgiordania che non ci fossero i palestinesi. Tuttavia li vuole governare, il che vuol dire che vuole governare chi non ama, senza averne il consenso e che perciò li può governare solo assoggettandoli e riducendoli a sudditi. In una trasmissione televisiva un consigliere di Berlusconi, politologo, don Gianni Baget Bozzo, ha detto che ciò che è in corso in questa campagna elettorale sarebbe un “regicidio”, alludendo agli attacchi al premier e alla rapida caduta del suo gradimento. Meno tragicamente avrebbe potuto parlare di “deposizione del re”. In ogni caso senza avvedersene Baget Bozzo, che è un buon conoscitore di dottrine politiche, usando questa parola definiva il regime politico che Berlusconi ha di fatto introdotto in Italia come un regime monarchico: cioè il potere di un uomo solo, senza controlli, senza alleati (infatti vorrebbe avere da solo il 51 per cento, più il premio di maggioranza) e senza competitori; tale potere sarebbe legittimato, come dice, dal fatto che “nessun altro italiano ha fatto tanto per l’Italia” come lui. Questa monarchia di fatto, viene trasformata dalla nuova Costituzione elaborata a Lorenzago, in una monarchia di diritto. Il premierato assoluto che vi è configurato, l’emarginazione del Senato, la Camera dei Deputati spartita in due sezioni, una Camera alta (formata dai deputati di maggioranza che hanno “prerogative” negate a tutti gli altri) e una Camera bassa (formata dai deputati dell’opposizione che hanno solo il diritto di parola e i cui voti sulla fiducia al governo non verrebbero nemmeno contati), il Presidente della Repubblica esautorato, il “Primo Ministro” che può sciogliere la Camera quando vuole: tutto questo farebbe della Costituzione repubblicana uno Statuto monarchico, anche se senza successione ereditaria, il che rappresenta l’esplicita sconfessione dell’art. 139 della Costituzione vigente, che poneva un limite insuperabile al sovvertimento costituzionale, prescrivendo che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Dunque deporre Berlusconi e poi respingere nel referendum la Costituzione scritta dalla destra sono due atti della stessa operazione: salvare la Repubblica in Italia. Per i cittadini sembra questo un interesse, oltre che un valore, assolutamente prioritario. Come diceva un grande costituente, Giuseppe Dossetti, la Costituzione italiana era stata generata da una grande tragedia storica, conclusasi con la sconfitta del nazismo e del fascismo. Si può aggiungere che essa, come tutto il costituzionalismo internazionale postbellico, nacque perché la tragedia non avesse a ripetersi, ciò che oggi non è affatto sicuro. Nessun capro espiatorio. Nell’agone per il ripristino e per il rilancio dell’ordine democratico non deve figurare alcun accanimento nei confronti di chi l’ha violato. In effetti è tutta una classe dirigente, solidale nel potere oltre ogni dissenso, e non una persona sola, che va giudicata. Ci si dovrebbe anzi preoccupare che l’eccessiva esposizione mediatica di Berlusconi non finisca per ricapitolare su di lui tutto il bene e tutto il male, il che è un meccanismo ben noto nella fabbricazione del capro espiatorio, come del resto già si intravede nel comportamento dei suoi alleati, col rischio di far perdere di vista i gravissimi danni da questo ceto politico provocati. Al di là della provocatoria iperbole di Gianni Baget Bozzo, quanti amano la convivenza civile non possono che opporsi all’ostensione di figure che attirino su di sé ogni encomio ed ogni oltraggio. Berlusconi si è messo in gravi difficoltà, fin quasi a voler procacciarsi il dileggio, ma non per questo devono venire meno il rispetto e la cura dovuti ad ogni creatura. Piuttosto deve essere aiutato a uscire – e l’elettorato può farlo – da una situazione divenuta insostenibile, dato che per lui, con tutte quelle televisioni e quelle aziende, la politica si è rivelata incompatibile con le sue ricchezze, per quel conflitto sempre denunciato che altro non è se non l’avverarsi dell’antico monito secondo cui “nessuno può servire a due padroni”. Dove stanno i cristiani. Molti si chiedono dove stanno i cristiani in questo confronto. Poiché la domanda fa riferimento a una categoria religiosa e non politica, è evidente che la risposta non è affatto scontata: possono trovarsi da ogni parte. A volerli localizzare seguendo la pista indicata dal Vangelo, bisognerebbe sapere dove hanno il loro tesoro: “dov’è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore” (Mat. 6,21). Allora si dovrebbe sapere qual è il tesoro di ciascuno, e così si saprebbe dov’è il suo cuore e anche il suo voto. E tuttavia nessuno ne potrebbe giudicare le intenzioni, perché si potrebbe sbagliare. Dunque, per sapere dove stanno i cristiani, bisogna ricorrere a criteri più empirici. E qui sta la difficoltà. Perché, a guardare ai due schieramenti, si ha l’impressione di una situazione asimmetrica. Infatti in uno dei due, quello di centro-destra, ci sono molti che si professano “devoti”, atei o credenti che siano, c’è un partito che si fa chiamare cristiano, c’è chi rivendica a proprio favore l’autorità della Chiesa e gode di frequentazioni ecclesiastiche, e in tanti fanno a gara per accreditarsi come pronti a tradurre in leggi le indicazioni della CEI. Nell’altro schieramento, che Berlusconi sommariamente definisce la “sinistra”, tutto questo non c’è, i cristiani come tali non si fanno riconoscere per nome; essi partecipano senza ostentazioni alla condizione comune, mentre per contro vi sono piccoli gruppi e partiti che per il meccanismo elettorale non potrebbero correre da soli, i quali si rifanno a un acceso militantismo laico, o accelerano su temi immaturi, pur sottoponendosi al vincolo di coalizione. Ciò potrebbe far pensare che in tale schieramento i cristiani non ci siano o non siano interessati a far valere con energia i valori in cui credono. Ma così non è. Vaste aree elettorali e ceti politici che si rifanno alle tradizioni del cattolicesimo democratico e del cattolicesimo sociale sono presenti nel centro-sinistra, sia nei partiti che si definiscono moderati, sia nei Verdi, sia tra i socialisti, sia nelle sinistre che in diversi modi si rifanno alla tradizione comunista, che del resto ha praticato a lungo in Italia il dialogo con i cattolici. La Democrazia Cristiana non c’è non perché sia stata dissolta da “Mani Pulite” ma perché, fallito il tentativo di Buttiglione di impadronirsene, interpretò con rigore la fine dell’unità politica dei cattolici sancita dal Concilio, e volle affermare una discontinuità anche nel nome. Dunque i cristiani ci sono, parte costituente e costitutiva della democrazia italiana, ci sono i cristiani nel centro-sinistra, come sempre ci sono stati nella sinistra. Che cosa si sceglie. La scelta di schieramento è anche una scelta per Prodi. Si tratta di un investimento su una competenza, su una integrità politica, su un programma, non della fede in un uomo, che non è cosa cristiana. È però l’affidamento a una persona che per storia e identità ha tutti i titoli per governare l’Italia nei prossimi cinque anni. La scelta di Prodi, del resto già esercitata nelle primarie, né ha l’intenzione di accaparrarselo, né ha nulla a che fare con il “culto della personalità”, estraneo alla prassi democratica; però gli dà atto di aver preso le difese della Costituzione repubblicana, ferma restando la quale ci possono poi essere idee diverse sulla futura evoluzione del sistema politico. La presenza di cristiani nella sinistra e nell’Unione in questa campagna elettorale non ha alcun carattere confessionale, e non ha alcuna pretesa di coinvolgere le autorità della Chiesa, che si vorrebbe anzi salvaguardare dal trovarsi coinvolte in questo scontro. Tale presenza è però fortemente motivata dalla percezione che tra il 9 aprile e il successivo referendum per il mantenimento della Costituzione si decide il destino dell’Italia e il suo ruolo nel mondo, e sono in gioco valori supremi anche per la Chiesa, a cominciare dalla democrazia. Questo aspetto è tenuto in ombra anche dal centro-sinistra, restio ad ammettere il rischio di sistema; sicché nella campagna elettorale ufficiale c’è molto furore polemico, ma non affiora il dramma. Invece, come dice un allarmato Leopoldo Elia, presidente emerito della Corte Costituzionale, nell’introduzione al suo libro “La Costituzione aggredita”, “ha torto chi, pur da cattedre istituzionali autorevoli, invita a non drammatizzare”. Così stando le cose, la natura del voto non consente di fare scelte determinate su singoli problemi, TAV o PACS che siano. I temi specifici che le autorità religiose hanno agitato più di recente, riguardanti la traduzione legislativa di specifiche istanze etiche, non sono oggetto immediato della attuale contesa elettorale, che propone invece una scelta globale e seccamente alternativa sui fondamenti stessi della convivenza civile e perciò anche religiosa. Essi saranno oggetto con calma di una seria mediazione politica, in cui posizioni diverse potranno incontrarsi, essendoci sempre una soluzione cristiana, nella laicità, che gli uomini di buona volontà possono trovare anche sulle questioni più spinose e controverse. Da che cosa vi riconosceranno. Certo, sia su questi temi specifici che nelle scelte di sistema, i cristiani hanno qualcosa da dire, e proprio come tali, per l’utilità comune. È un peccato, ad esempio, che non ci sia nessuno che dica che la Costituzione ci preme proprio in quanto cristiani, non solo per le ragioni validissime a tutti comuni, ma anche per ragioni più proprie: per esempio per aver posto al fondamento della Repubblica il lavoro, che Gesù ha assunto quando ha preso “la forma del servo”, e quindi ha assunto il lavoro, che era allora l’operazione estenuante ed esclusiva del servo; o per aver stabilito nella coscienza, come ha asserito una famosa sentenza della Corte Costituzionale, la fonte dei diritti fondamentali, e perciò della stessa Repubblica, facendo quindi della coscienza di ogni cittadino il vero luogo dove i desideri di Dio e i diritti posti dall’uomo si incontrano; o per quella centralità del Parlamento che affida l’esercizio della sovranità del popolo non all’azione, alla lotta, al potere, ma alla Parola, e perciò non ammette altro modello di comunicazione pubblica tra gli uomini che il dialogo e quindi la pace; ciò che fa della Costituzione la radice dell’etica civile. Sarebbe bello queste cose poterle dire anche proprio come cristiani; in ogni caso, se non come cristiani, essi dovrebbero farsi riconoscere come “Galilei”, cioè per l’amore, così come nella sua felice enciclica Benedetto XVI dice che Giuliano l’Apostata lo riconosceva e voleva emularlo nei cristiani, da lui chiamati “Galilei”, pur mentre voleva ristabilire i culti pagani. E dall’enciclica si potrebbe ricavare un altro criterio di identificazione per loro: quello di attribuire allo Stato e alla politica, come unica “origine, scopo e misura” il fare la giustizia, senza la quale uno Stato si riduce a “un grande ladrocinio”; di intendere la giustizia come il garantire a ciascuno la sua parte dei beni della terra; di sapere che nella “nuova situazione” prodotta dall’avvento dell’industria moderna, “il rapporto tra capitale e lavoro è diventato la questione decisiva”; e che se, come è avvenuto, “le strutture di produzione e il capitale” si sono affermati come “il nuovo potere posto nelle mani di pochi”, comportando “per le masse lavoratrici una privazione di diritti contro la quale bisognava ribellarsi”, compito della società nostra, interna e internazionale, è di offrire alla ribellione l’alternativa della politica, della Costituzione e del diritto. Questo sarebbe allora il modo e il luogo in cui i cristiani potrebbero essere riconosciuti. Riunioni e lettere. Non firmo questa lettera: prima di tutto perché, nell’alleanza cui andrà il mio voto, anch’io, come cristiano, sono anonimo; e in secondo luogo e soprattutto perché questa lettera da chiunque, se condivisa, può essere fatta propria e mandata ad altri, con la propria firma o sotto la propria responsabilità, e da questi ad altri ancora, in una circolazione dal basso, e così passare di sito in sito, di e-mail in e-mail, di rivista in rivista, e magari suscitare riunioni, incontri e dibattiti per discutere queste cose, per far crescere l’informazione e la coscienza collettiva intorno alle grandi questioni in gioco, in tutta la campagna elettorale, e fino al referendum costituzionale. Sarebbe bello, così, che questa lettera anonima fosse la più firmata di tutte, a fare da scintilla che accende tutta la prateria. Con i più fervidi auguri Anonimo cristiano

intervento asseblea DS Lugo di Romagna giacomocasadio Buona sera Ringrazio la dirigenza DS del Comune di Lugo dell’invito ad intervenire alla vostra assemblea. Nel nostro primo documento ufficiale del Comitato Provinciale “Uniti con Prodi” abbiamo chiesto ai partiti di promuovere un'ampia consultazione degli iscritti e degli elettori nella fase della formazione delle liste per le Politiche, aprendo al coinvolgimento e alla partecipazione di tutti i cittadini che volessero liberamente esprimere il loro parere, secondo le modalità delle elezioni primarie del 16 Ottobre, inclusa la segretezza del voto. Quando ho avuto la conferma che la segreteria lughese avrebbe indetto questa assemblea con le caratteristiche di cui sopra, aperta agli interventi di iscritti e cittadini, ho provato una grande soddisfazione e mi sono sentito uno di voi. Ci rallegriamo di questa apertura, perché questa casa è anche la nostra. I vostri candidati sono anche i nostri e li voteremo con lealtà il 9 Aprile, come abbiamo votato con entusiasmo Romano Prodi alle primarie dell’Ottobre scorso. I 65mila della Provincia di Ravenna erano gente comune, di cui pochi iscritti ai partiti, che noi non pretendiamo di rappresentare, ma che hanno dato a Prodi il 70% delle preferenze. E noi da undici anni ci chiamiamo Uniti con Prodi, Uniti - con - Prodi, per significare una grande aspirazione all’unità, all’incontro delle varie culture politiche, l’Ulivo insomma. Eppure il nostro piccolo Comitato fatica ancora ad affermarsi sulla piazza politica. Siamo sentiti come una forza culturalmente efficace e valida, ma non riconoscibile in un gruppo ben definito, nonostante stiamo dando un sincero contributo alla coalizione del Centrosinistra di Lugo e siamo parte di una vasta rete locale e nazionale che si richiama ai principi dell’Ulivo storico. Nel documento istitutivo del Coordinamento del Centrosinistra di Lugo c’è un principio ispiratore, sottoscritto da tutte le forze politiche, che invita i partiti a designare i candidati alle cariche pubbliche con metodi che trovino la massima condivisione e la più ampia partecipazione dei cittadini e delle varie realtà della società civile. E quali sarebbero questi metodi democratici e universali che coinvolgono milioni di uomini e donne del nostro paese e che ormai sono diventati un’istituzione, visto che si fanno dappertutto: si chiamano semplicemente Primarie. Questa innovazione, ben nota in molti paesi, fu introdotta da Romano Prodi, capo della nostra coalizione, ideatore e promotore della novità politica più originale e sostanziale dell’ultimo decennio: l’Ulivo. I partiti l’hanno respinta e accantonata per anni, per poi vedersela scoppiare in mano il 16 Ottobre e da lì è stata una slavina. E noi a Lugo potevamo essere da meno? Abbiamo recuperato l’entusiasmo e ci siamo lanciati a capofitto nella riproposizione. Qual è il vero problema nei rapporti fra noi e i partiti della coalizione in generale? E’ uno solo ed ha un nome: Primarie. Vi spiego perché. Noi insistiamo a chiedere le Primarie per tutte le cariche elettive, ma ci si chiede: ci sono i partiti, ci sono i candidati, a cosa servono le Primarie? Potrei rispondere che ci sono i padroni, ci sono gli operai, a cosa servono i sindacati. Ci sono figure istituzionali e apparati burocratici, a cosa servono i parlamenti, e via a seguire, di paradosso in paradosso. In questi ultimi cinque anni di rapida erosione delle conquiste civili e sociali si è appannato il rapporto coi cittadini e non li si può più relegare al ruolo di votanti ingenui e sottomessi. Il candidato sindaco o parlamentare non sono figure di carriera, che acquisiscono punteggi e salgono fino in cima in modo automatico: sono persone che offrono la loro disponibilità e le loro competenze, anche solo intellettuali, per il bene pubblico, per un servizio alla comunità, con benefici non irrilevanti. E' facile che tali incarichi diventino professione per tutta la vita. Bene hanno fatto Cesare Salvi e Massimo Villone a ricordarcelo nel libro Il Costo della Democrazia, da cui emerge che oltre 600.000 persone in Italia vivono di politica, trasformando in azienda ciò che dovrebbe essere invece considerato un servizio per la comunità. Ma questo è un altro discorso da non aprire qui. Noi ci chiediamo, assieme a milioni di altri cittadini italiani, sia chiaro, perchè non possiamo scegliere fra diverse candidature coloro che aspirano a governare i nostri comuni, le nostre provincie, tramite libere elezioni primarie, ormai diventate benefica abitudine in tutto il paese ? Ci siamo chiesti tante volte perchè pochi segretari di partito posizionino le pedine sulla scacchiera politica e distribuiscano ruoli e posti a seconda di specifici interessi e del loro peso elettorale. I partiti hanno un ruolo di intermediazione fra società e potere e ci devono aiutare a capire i problemi e ad avanzare proposte, ma la scelta delle classi dirigenti non spetta a loro d'ufficio, come una prerogativa dinastica: non c'è parte alcuna della Costituzione in cui sia codificato questo potere assoluto. Noi stiamo faticosamente elaborando un processo di avvicinamento culturale al problema, che dovrà necessariamente entrare a far parte di un nuovo modo di governare: proporre qualsiasi candidatura al vaglio dei governati, dei cittadini, del popolo, scompigliando le ferree logiche di interessi e benefici reciproci, che possono anche generare liaisons dangereuses fra politica e finanza, come ben sappiamo. Questi strumenti nuovi, amati dai cittadini, che sono disposti a fare da mesi in tutt’Italia lunghe file per scegliere i loro candidati, devono entrare a fare parte integrante di un nuovo modo di ricambio della classe dirigente, con regole precise, con metodi democratici, con il confronto serio e responsabile fra persone diverse, ma con le stesse intenzioni e con gli stessi obiettivi. I cittadini scelgono uno solo, che vince e viene candidato, gli altri rispettano il risultato democratico e collaborano per il successo finale. Le Primarie devono diventare uno strumento istituzionale inserito fra i principi costitutivi della nuova casa comune, il Partito Democratico, di cui si parla molto, ma per il quale si fa troppo poco. Una grande casa democratica, con suppellettili nuove e gestita con regole condivise. Una casa i cui membri abbiano gli stessi diritti e doveri e siano accolti con rispetto e considerazione, specialmente se si chiamano Uniti con Prodi. Sia chiara una cosa. L’obiettivo principale delle prossime elezioni politiche è far cadere questo governo che non rappresenta più la maggioranza del popolo italiano. La campagna elettorale è durissima e ha bisogno di tutte le forze sane di questo paese. La legge elettorale proporzionale ha stravolto il rapporto fra elettore ed eletto e ha rafforzato il dominio dei partiti sulla vita politica. Noi resistenti prodiani siamo in una posizione davvero scomoda. Questo disagio può essere superato con una forte volontà di apertura politica alla società civile della quale i partiti stessi non possono fare a meno. Non dimentichiamoci che ci troviamo di fronte ad un momento decisivo per la nostra democrazia: le prossime elezioni politiche saranno lo spartiacque fra un recupero della legalità istituzionale e della riaffermazione dei valori sanciti dalla Costituzione e la riconferma di una maggioranza vergognosamente inchinata agli interessi del suo premier, che sta stravolgendo tutte le conquiste degli ultimi decenni in campo sociale, culturale ed economico. Il futuro, e auspicabile, Partito Democratico, necessariamente dovrà consistere in forze omogenee che abbiano una matrice ulivista. Qui si giocherà la nostra capacità di far parte integrante di quel gruppo, essendo inconcepibile che un'associazione che porta il nome di Prodi ne venga esclusa. Per i mali della democrazia ci vuole più democrazia. Ci vuole il consenso e la partecipazione di uomini e donne. Ci vuole lucidità e passione, ragione e sentimento, innovazione e ideali. Bisogna ascoltare i cittadini e recuperarne il consenso. Noi del Comitato Prodi siamo disponibili a lavorare uniti per questi obiettivi. Coraggio dunque, facciamo insieme questo percorso senza ostracismi, senza rifiuti, senza divieti, per ricostruire un paese malridotto da cinque anni di osceno governo e per rispedire i responsabili nel nulla, da dove sono venuti. Giacomo Casadio Coordinatore Comitato "Uniti con Prodi

Il presidente moltiplicato di Francesco Scalone Alcuni vecchi titoli della collezione Urania ancora oggi risultano di un’attualità sorprendente. È il caso di un uscita del 1977: Il presidente moltiplicato, thriller fantascientifico di Ben Bova. In realtà, il titolo originale inglese era The Multiple Man, ma i curatori dell’epoca decisero di tradurlo in italiano con un più esplicito riferimento alla vicenda fantpolitica raccontata. Un titolo che riletto oggi suona non solo attuale ma anche un po’ profetico. La storia è ingenua, geniale e pazzesca come non se ne leggono e non se ne scrivono più. Un generale, personaggio losco, fascista, parecchio esaltato è un po’ svitato, decide di clonare il figlio per farlo diventare presidente degli Stati Uniti. Fin qui niente di particolarmente sconvolgente, se solo non ci fossero sette poveri cloni costretti già dalle elementari a studiare come dei dannati economia, storia militare, scienze politiche, relazioni internazionali, geopolitica, etc. È così che, grosso modo, viene creato “il candidato perfetto e il presidente perfetto”: James J. Halliday, “il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto”. Questo James, infatti, va veramente forte: in qualsiasi dibattito, conferenza o intervista televisiva ha sempre la meglio. Semplicemente, non sbaglia mai. Grazie al cavolo, però, perché non appena si trova in difficoltà, Halliday spedisce a sostituirlo uno dei suoi cloni secchioni. Non si tratta però di una vera simbiosi, non c’è niente di sano e non è un caso che uno dei cloni finisce per impazzire e tenta di ammazzare tutti gli altri (Halliday compreso). A suo tempo, questo romanzo mi sembrò – concedetemi il termine – un mastodontica cazzata, ma oggi dopo la proliferazione mediatica del nostro presidente del consiglio non posso che ricredermi. Ancora una volta la fantasia ha anticipato la realtà per poi esserne a sua volta superata: una realtà che, in quanto cazzata, ha assunto proporzioni ancora più colossali. E se anche Berlusconi avesse dietro di sé altri sette cloni che lavorano per lui giorno e notte? Uno che tarocca i sondaggi, uno che scrive le barzellette, uno che intorta le babbione alle convention, uno che va alla trasmissione di Vespa, un altro che prepara i dossier contro i comunisti. Perché questo Berlusconi è un fenomeno, un vero portento: sono troppe le cagate che riesce in continuazione a dire e sparare. Io la penso come Ben Bova, dietro deve esserci come minimo un’altra mezza dozzina di cloni./www.carmillaonline.com/

Terra Futura/ La Svezia Progetta la Prima Economia Libera dal Petrolio baptist La Svezia ha posto il limite di 15 anni per la sua conversione da petrolio ad energia rinnovabile. I combustibili biologici saranno preferiti al nucleare. La Svezia sara’ la prima fra le economie avanzate a fare il grande passo nel campo dell’energia nel tentativo di liberarsi completamente dal petrolio entro 15 anni e questo senza costruire una nuova generazione di impianti nucleari. Il tentativo di un paese di 9 milioni di abitanti di diventare praticamente la prima economia al mondo senza petrolio viene’ pianificato da un comitato di industriali, accademici, coltivatori, costruttori di auto, impiegati pubblici ed altri che riferiranno al parlamento entro i prossimi mesi. Il governo Svedese ha comunicato ieri che intende sostituire tutti i combustibili fossili con energie rinnovabili prima che il cambiamento del clima distrugga le economie e la crescente scarsità di petrolio conduca a nuovi rialzi del suo prezzo. Il ministro per lo sviluppo sostenibile, Mona Sahlin, ha detto ieri :”La nostra dipendenza dal petrolio dovrebbe finire entro il 2020. Ci saranno alternative migliori al petrolio, il che significa che nessuna casa dovrebbe aver bisogno di petrolio per il riscaldamento, e che nessun automobilista dovrebbe avere come unica risorsa la benzina. Secondo il comitato per l’energia del Royal Academy of Science esiste una crescente preoccupazione che le forniture mondiali di petrolio, che ora sono ai livelli massimi, entro poco tempo diminuiranno e che una recessione economica globale potrebbe essere causata dagli alti costi del greggio. Un rappresentante del governo ha dichiarato:” Vogliamo essere sia tecnicamente che mentalmente preparati per un mondo senza petrolio. Il progetto è una risposta al cambiamento globale del clima, all’aumento dei prezzi petroliferi ed ai suggerimenti di qualche esperto secondo il quale il mondo potrà presto essere a corto di petrolio”. La decisione di abbandonare il petrolio mette la Svezia al primo posto nel gruppo dei paesi verdi. L’Islanda spera entro il 2050 di alimentare tutto il suo parco di auto e navi con l’idrogeno ricavato dall’elettricità, a sua volta ottenuta da risorse rinnovabili. Anche il Brasile entro 5 anni intende alimentare l’80% delle sue navi da trasporto con l’etanolo derivato principalmente dalla canna da zucchero. Il governo Inglese, che si è impegnato a produrre il 10% della sua elettricità da risorse rinnovabili entro il 2012, lo scorso mese ha avviato una revisione riguardante l’energia mettendo a disposizione uno specifico fondo destinato ad esaminare un aumento considerevole dell’energia nucleare. Cio’ ha provocato le critiche di Jonathan Johns, capo della Ernst&Young che si occupa di energie rinnovabili, il quale ha dichiarato che l’Inghilterra sta rimanendo indietro nel suo tentativo di far fronte ai suoi obbiettivi nel campo delle energie rinnovabili. Inoltre Johns ha aggiunto:” Il Regno Unito ha il vento migliore d’Europa, le migliori maree e moti ondosi, tuttavia continua a trascurare questo potenziale economico”. La Svezia è in vantaggio sulla maggior parte delle altre nazioni. Nel 2003 il 26%di tutta l’energia consumata proveniva da sorgenti rinnovabili, in Europa è il 6%. Nello stesso anno solo il 32% della sua energia proveniva dal petrolio, nel 1970 era il77%. Il governo Svedese sta lavorando con i costruttori di auto Saab e Volvo per costruire auto e camion che bruciano etanolo ed altri combustibili biologici. Lo scorso anno l’agenzia Svedese per l’energia ha affermato di avere un programma secondo il quale il settore pubblico non dovra' piu' usare il petrolio. attualmente al settore della salute ed alle librerie vengono forniti fondi per convertire dal petrolio ad altre fonti di energia, ed i proprietari di case vengono incoraggiati con le ‘tasse verdi’. Le industrie della carta usano la corteccia per produrre energia ed i mulini bruciano residui del legno allo stesso scopo. from Guardian Unlimited www.liblab.it

GIGI MONCALVO. IL GIUSTIZIERE DELLA RETE QUERELA I BLOG di Adriano Padua E’ dovere di ogni buon giornalista la difesa della libertà d’espressione. Gigi Moncalvo da , capostruttura di Raidue ed ex direttore del quotidiano “La Padania”, ha un modo alquanto singolare di adempiere a questo dovere. Si prende la libertà di ostentare e maneggiare un’arma, seppur finta, durante la stessa trasmissione televisiva che apre e chiude facendosi il segno della croce. Ha firmato prontamente l’appello dell’associazione Articolo 21 per ricandidare Giuseppe Giulietti, noto per le sue battaglie contro la censura. Chiunque però scriva su uno delle migliaia di blog presenti nella rete internet, ed abbia ultimamente parlato di lui, in questi giorni comincia a temere l’arrivo a casa delle forze dell’ordine, per recapitargli una querela per “diffamazione a mezzo sistema informatico”. Lo spiacevole episodio è finora capitato a due persone, entrambi titolari di un blog personale, Anna Setari di solotesto e Nick di Te Le Visiono. Il motivo di queste querele va ricercato in alcuni articoli che recensivano il programma del quale Moncalvo è il conduttore, con tono critico, ma senza ricorrere ad insulti di alcun tipo. Addirittura nel primo dei due casi, come la Setari ha potuto raccontare sul proprio blog, Moncalvo si sarebbe anche reso autore di una telefonata anonima, nella quale informava la signora di aver sporto querela contro di lei, senza specificare il motivo né la propria identità. Solo dopo alla Setari è stata notificata la querela, ed essa ha potuto apprendere chi fosse il misterioso autore della chiamata. Negli stessi giorni Moncalvo, piuttosto sensibile alle critiche, ha scritto anche una lettera al quotidiano “Il Foglio”, nella quale palesava la sua irritazione verso Luca Sofri, definito intollerante e reo di aver scritto che sarebbe stato più spettacolare poter vedere “Rula Jebreal inginocchiarsi verso La Mecca” al posto dell’ormai famoso segno della croce del giornalista di Raidue . Un’altra lettera a suo nome è arrivata a “Vanity Fair”. In quest’ultima erano contenute pesanti allusioni sulle abitudini della soubrette Simona Ventura, che, si dice, in passato abbia voluto l’allontanamento del giornalista dal programma “Quelli che il calcio”. Ma è risultata un falso ed è stata smentita dopo qualche giorno da un’altra lettera di Moncalvo ad un quotidiano, curiosamente vergata sul retro di una richiesta di danni, riguardante probabilmente un terzo blogger. Poca dimestichezza con la stampante? Chissà. Nick ha 35 anni e fa il copywriter pubblicitario. Le sue competenze e la passione per la critica televisiva lo hanno portato ad aprire un blog, Te Le Visiono; successivamente è entrato a far parte della redazione di TvBlog.it. Con chiarezza afferma: “noi siamo tranquilli. Riteniamo non ci siano gli estremi per una diffamazione poiché abbiamo agito in buona fede e con coscienza, esponendoci unicamente nell’ambito della lecita e libera critica ad una trasmissione nazionale e al linguaggio adottato da un personaggio televisivo pubblico, quindi esposto per definizione al giudizio popolare, potenzialmente severo e non indulgente. I nostri lettori, magari pochini ma fedeli, si attendono proprio questo tipo di recensioni. Vogliamo sottolineare con forza – se ce ne fosse ancora bisogno – che un’opinione contraria, una critica articolata, non è da ritenersi un’offesa “ad personam”: sostenere il contrario significa attendersi unicamente dal proprio pubblico un’accettazione passiva, priva di libero arbitrio e di espressività, verificatisi storicamente solo nei periodi di diffusione di propaganda politica e di regime. Ma parliamo di altri tempi e di altri linguaggi. Io, nello specifico, ho usato una chiara metafora, specificandone le diverse proporzioni, Anna un acuto sarcasmo, senza comunque mai offendere nessuno: sono questi elementi sufficienti ad una denuncia, in uno stato liberale?”. E aggiunge: “Noi non abbiamo mai perso di vista il rispetto delle regole e della netiquette (una sorta di galateo della rete), condizioni necessarie e sufficienti perché proprio il mondo dei blogger rimanga affidabile, attendibile, ammirevole. Regole alle quali sia io che Anna Setari ci siamo sempre sottoposti, permeando della massima educazione e senso dell'opportunità qualsiasi intervento pubblicato. Anzi, per me il mondo-Blog è stata una piacevole esperienza: nato sulle miserrime paginette di televisiono.blogspot.com, è proseguito alla grande su TvBlog.it. Ho avuto modo di confrontarmi con navigatori competenti e puntuali e con illustri operatori del settore. A tutt’oggi rimango in attesa di sapere le motivazioni della denuncia, ma assieme ai miei legali ci siamo già confrontati per affrontare con la massima serenità la valutazione del magistrato”. Nick ha una famiglia e una figlia nata da poco e, scosso dalle ripercussioni che potrebbe avere la vicenda, ha comunque già fatto sapere dal suo sito di non voler mai più scrivere sul blog. Una vittoria “ai punti” per chi vede nella denuncia la possibilità dell’intimidazione? Questi episodi rimandano a discussioni cruciali, già note agli operatori del web. I blog offrono la possibilità a tutti di comunicazione (con un’enorme utenza potenziale, anche se la maggior parte dei blog raramente supera i 100 contatti giornalieri) a costi molto bassi e senza alcun filtro. La “cultura ufficiale” tende a sottolineare la pericolosità di questo processo, delegittimando il dibattito che avviene in rete, in primo luogo per la possibilità di lasciare nei blog commenti anonimi. Questa è una posizione molto diffusa tra gli intellettuali, anche se in questi giorni la polemica riguardante alcuni autori francesi tra Alfonso Berardinelli, noto critico letterario de “Il Foglio”, e alcuni redattori del famoso blog culturale Nazione Indiana 2.0, rimbalza da internet alla carta stampata, a dimostrazione che questi sono soltanto dei pregiudizi, inutili generalizzazioni delle quali si può fare a meno quando ci sono i presupposti per un confronto corretto anche se aspro. Babsi Jones è una delle scrittrici più conosciute della rete, scrivendo sul suo blog, è arrivata da poco a pubblicare su importanti riviste. Secondo Babsi questi eventi giudiziari “sono tutti segnali di nervosismo acuto. La rete inquieta, e ne sono felice; chi dice che Internet non ha nessun peso politico e culturale è completamente fuori strada. Il fenomeno blog, che sembrava destinato a rimanere negli squallidi confini del "diario adolescenziale" (forse perché a molti faceva comodo che venisse etichettato come "effimero"), ha dato prova di avere un peso informativo e culturale non indifferente. Dal caso Calipari alla difesa di Cesare Battisti, la rete ha mostrato più volte e con coraggio la nudità del re, dei baroni e di certi cortigiani. Ha mostrato quello che la televisione non avrebbe mostrato (che è stata costretta a mostrare per "colpa" di Internet). Ha dato prova di saper adoperare l'intelligenza e l'ironia, di avere la volontà di verificare le informazioni ufficiali e, se necessario, di sbugiardare le "veline". Io sono innamorata della rete e delle possibilità che offre a tutti in questo momento: è necessario, però, che questa generazione, la nostra, che è di fatto una generazione di pionieri, si renda conto dell'importanza della questione Internet. Le querele aumenteranno, aumenteranno le intimidazioni, e aumenteranno i tentativi di gettar fango sui blog accusandoli, ingiustamente, di "scarsa responsabilità", di mancata credibilità. Credo sia sempre più necessario che chi scrive in rete si coalizzi, che nascano campagne di aggregazione continua, di solidarietà nei confronti di chi subisce tentativi di censura, e senza operare cernite di tipo politico: i blogger vanno difesi, se qualcuno tenta di zittirli. "Sul mio blog c'è da sempre - continua -, come unico manifesto, l'articolo diciannove della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo: sembra banale, ma dovrebbe essere il manifesto di chiunque stia in Internet. Abbiamo la possibilità di realizzare in concreto uno dei diritti vitali dell'uomo - la libertà di espressione, il diritto di "cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere". Altrove questo diritto è stato spesso affossato”. Il popolo dei blogger ha dimostrato la massima solidarietà ai due “colleghi” raggiunti dalle querele. Molti blog riportano la notizia. Le reazioni nei commenti sono state numerose e spesso dure, i termini più usati sono “censura” e “intimidazione”. A volte si trova qualche insulto, a conferma del fatto che non tutti in rete rispettano le regole del confronto civile, ma questo non è certo il caso di Anna e Nick, e non autorizza ad ignorare quello che di buono il mondo dei blog offre allo sviluppo della democrazia, e alla possibilità di confronto diretto e di libera informazione, un contributo non indifferente. Rimane da capire cosa spinge un giornalista ad intentare vie giudiziare nei confronti di cittadini che hanno semplicemente espresso le proprie opinioni in un luogo pubblico, per di più poco frequentato, senza insultarlo. Quando saranno pubblici i dettagli della querela, forse, anche questo nodo potrà essere sciolto. da l'Unità

Caso Libby: poi toccherà a Cheney? 13 febbraio – L'indagine condotta dal magistrato speciale Patrick Fitzgerald sul caso di Valerie Plame (l'agente della CIA la cui identità segreta fu rivelata ai giornali), dovrebbe portare al più presto a nuove incriminazioni oltre a quella di Lewis Libby, il braccio destro del vice presidente Cheney. Il 9 febbraio il giornalista Murray Waas ha riferito sul National Journal che Lewis Libby ha confessato al gran giurì di essere stato “autorizzato” dai suoi “superiori” alla Casa Bianca a passare alla stampa l'informazione riservata. Wass scrive anche che alla Casa Bianca gli avrebbero riferito che a dare a Libby l'autorizzazione fu Dick Cheney (vedi oltre). Lo stesso 9 febbraio Jason Leopold ha pubblicato su Truthold degli aspetti nuovi di questa vicenda ricostruita due anni fa da Jeffrey Steinberg dell'EIR: la manovra per “incastrare Wilson” iniziò nel marzo 2003 con una riunione nell'ufficio di Cheney, tre o quattro mesi prima che il giornalista Robert Novak rendesse nota l'identità della Plame. L'incontro in questione avvenne a seguito di un'intervista alla CNN di Joe Wilson, il marito della Plame, che aveva ridicolizzato le denunce dell'amministrazione Bush di presunti acquisti di uranio del Niger da parte del regime di Saddam Hussein. Dopo questa intervista dell'8 marzo 2003, riferisce Leopold, Cheney personalmente presiedette quella riunione in cui fu deciso di screditare Wilson. Alla riunione presero parte Libby, Steven Hadley, Karl Rove e John Hannah. “Da quello che ricordo”, avrebbe spiegato un ex agente CIA presente all'incontro, “era il vice presidente ad essere ossessionato da Wilson. Lo chiamò 'buco di culo' e 'figlio di puttana'. Prese molto personalmente le dichiarazioni di Wilson. Voleva che facessimo tutto il possibile per rovinargli la reputazione e voleva che gli si riferisse puntualmente ogni nuovo passo in avanti”. Qualche settimana dopo l'inizio della guerra in Iraq, continua Leopold, Wilson partecipò ad una conferenza sponsorizzata dal comitato politico dei senatori democratici ed in tale occasione parlò con il giornalista del New York Times Nick Kristoff, che sulla base della conversazione scrisse un articolo. Fu a seguito di ciò che l'operazione contro Wilson entrò nella fase calda, tanto che Cheney si recò personalmente negli uffici della CIA per informarsi sul conto di Wilson. “Cheney e Libby misero in chiaro che a Wilson bisognava tappare la bocca”, avrebbe detto l'ex funzionario CIA. “Non si trattava semplicemente di proteggere la credibilità della Casa Bianca, prendersela con Wilson per il vice presidente era una questione puramente personale…” A conclusione dell'articolo Leopold ricorda le parole famose pronunciate da Cheney in un'intervista a Meet the Press della NBC, il 14 settembre 2003: “Non conosco Joe Wilson… Non ho idea di chi l'abbia ingaggiato … Non so chi abbia inviato Joe Wilson” nella famosa missione in Niger in cui l'ambasciatore certificò che la storia dell'uranio era una bufala. Della riunione di marzo, l'EIR riferì nei numeri del 5 novembre 2004 e del 15 luglio 2005. La testimonianza di Libby contro Cheney Nel suo articolo del 9 febbraio sul National Journal, Murray Waas riferisce che Libby impernierà la sua strategia processuale sul fatto che fu Cheney ad autorizzarlo a comunicare le informazioni su Plame alla stampa. Waas cita un giurista e un ex magistrato federale secondo i quali “sicuramente non ci si potrebbe attendere che, come parte della sua difesa, Libby vanti una chiara autorizzazione da parte di Cheney se questo non fosse vero, perché rischierebbe che il governo esiga da Cheney di sconfessare la pretesa”. Waas riferisce che sia Libby che Cheney hanno respinto ogni richiesta di commento. Waas fa notare che in tal modo cresce il cumulo delle informazioni sul fatto che Cheney avrebbe personalmente diretto le iniziative contro Wilson e altri critici dell'operato dell'amministrazione. In secondo luogo c'è da chiedersi che motivi abbia avuto Libby per tenere nascosto di essere stato lui a rivelare alla stampa l'identità della Plame, visto che Cheney e altri lo avevano autorizzato a contrastare le accuse dell'ambasciatore Wilson. Waas riferisce che nell'atto di incriminazione è scritto che l'identità della Plame sarebbe stata rivelata a Libby da almeno quattro funzionari, tra cui Cheney, che avevano accesso alle informazioni riservate. Infine Waas nota che la linea di difesa ora adottata da Libby, di essere stato autorizzato e incoraggiato dai vertici dell'amministrazione a commettere irregolarità, ricorda da vicino la linea di difesa del colonnello Oliver North nel caso Iran-Contra, tanto che Libby ha ingaggiato lo stesso avvocato di North, John D. Cline. Il sen. Ted Kennedy ha commentato: “Se risulteranno fondate, le accuse mostrano un livello ancor più basso raggiunto nei già sordidi casi in cui l'interesse di parte viene posto al di sopra della sicurezza nazionale. La vendicatività del vice presidente nel difendere la guerra in Iraq è ovvia. Se ha fatto ricorso ad informazioni segrete per difenderla dev'essere pronto ad assumersene tutte le conseguenze. Il presidente Bush ha chiaramente detto che avrebbe 'fatto pulizia' di chiunque avesse avuto a che fare con la fuga di informazioni sulla Plame”. “Gli americani hanno inoltre il diritto di sapere se il presidente fosse al corrente del fatto che le informazioni riservate venivano usate a tale scopo e se lui stesso lo abbia autorizzato. Debbono inoltre sapere che il caso non sarà insabbiato dall'amministrazione quando si deciderà di togliere il segreto alle informazioni necessarie in sede processuale”.www.movisol.org

NUOVO LIBRO DI MEDIA LENS ED UN'INTERVISTA AGLI AUTORI ALEX DOHERTY (UK WATCH) INTERVISTA MEDIA LENS Media Lens è lieta di annunciare che il nostro nuovo libro, Guardians Of Power – The Myth Of The Liberal Media, è ora disponibile a questo indirizzo Alcuni commenti: John Pilger “Guardians of Power dovrebbe essere un testo adottato in ogni facoltà che si occupi di media. E’ il più importante libro sul giornalismo di cui io sia a conoscenza”. Noam Chomsky “Analizzare costantemente ed in maniera critica la situazione dei media, fornire anche le informazioni mancanti, correggere le distorsioni ideologiche, è necessario ora più che mai. Media Lens ha svolto un importante servizio pubblico, affrontando questo argomento con energia, attenzione e intelligenza”. Edward Herman “Media Lens sta esercitando una notevole pressione sui media “ufficiali” affinché seguano almeno i principi dichiarati e rispettino gli obblighi assunti in quanto servizio pubblico” L’intervista di Media Lens con UKWatch Alex Doherty di UKWatch ci ha intervistato, recentemente, a proposito del nostro nuovo libro (http://www.ukwatch.net/article/1282) Alex Doherty: Il vostro nuovo libro si intitola “Guardians of Power” (Custodi del Potere), chi sono i custodi del potere? Chi proteggono e perché? Media Lens: I custodi sono i più potenti gruppi di media. Difendono gli interessi del gruppo di potere da cui dipendono e di cui fanno parte. In questo libro ci siamo concentrati in modo particolare sui protettori del potere che tradizionalmente vengono definiti “liberali”, come il Guardian, l’Observer, l’Indipendent, la BBC ecc. In pratica proteggono i loro stessi interessi. Ad esempio sono in molti a considerare la BBC come un baluardo simbolo del giornalismo onesto e obiettivo. Ebbene, il 2 dicembre, si è diffusa la notizia che la giornalista di Newsnight Kirsty Wark e suo marito Alan Clements hanno guadagnato 1 milioni di sterline ciascuno dalla vendita, per 14 milioni di sterline, di IWC Media, la compagnia di produzione televisiva, alla RDF Media, creatrice del format Wife Swap (Cambio moglie). Ma anche gli altri presentatori di Newsnight – Jeremy Paxman ad esempio – non se la passano affatto male e vantano entrate per svariati milioni di sterline. E ancora…Il miliardario irlandese Sir Anthony O’Reilly, direttore esecutivo di Indipendent News & Media Plc, il gruppo editoriale che pubblica l’Indipendent e l’Indipendent domenicale a Londra, con un reddito di 1,3 miliardi di sterline, è l’uomo più ricco d’Irlanda. Il supplemento domenicale del Guardian nel marzo del 2004 consisteva di 128 pagine. Di queste, 90 erano occupate da inserzioni pubblicitarie, molte delle quali chiaramente indirizzate alle classi più agiate della società. Il “vestito di chiffon con profonda scollatura sulla schiena e stola di paillettes”, pubblicizzato a pagina 74, per esempio, costava ben 5.890 sterline. Il giornale liberale più importante del paese l’ha definito come un abito “assolutamente glamour”. Il Guardian fa parte del Guardian Media Group (GMG), che segue un solo principio ispiratore: fare soldi. Il sito web del gruppo chiarisce bene le idee a chiunque pensi ancora che il Guardian sia uno strumento liberale e coraggioso per la diffusione della verità in un mondo avido di denaro: “Il Guardian Media Group ha un vasto portfolio di interessi nell’ambito dei media. Il fiore all’occhiello – testate come il Guardian, l’Observer, il Manchester Evening News, e l’Auto Trader – è accompagnato da tutta una serie di fortunate attività collaterali in ambito commerciale che fanno di questo gruppo una delle realtà più attive del Regno Unito. I nostri investimenti su web, radio e editoria elettronica ci assicurano una base commerciale di successo. Il Guardian Media Group è di proprietà della Scott Trust”. (http://www.gmgplc.co.uk) [Non fidarti dei media aziendali] Questi sono ovviamente solo alcuni esempi, ma bene evidenziano quale sia oggi il sistema dei media in mano ad una lobby che si è organizzata ed evoluta attraverso i decenni. Da sempre difende gli interessi del 5% della popolazione ovvero di quella minoranza che detiene il 45 % del reddito nazionale e che guida e governa indisturbata lo stato. L’idea che questo sistema mediatico tratti con la stessa obiettività degli interessi di un gigante come O’Reilly e della situazione delle popolazioni del Terzo Mondo, o ad esempio dell’Iraq, è semplicemente assurda. AD: L’attenzione del vostro libro è rivolta dunque ai gruppi mediatici liberali. Perché avete fatto questa scelta invece di occuparvi delle testate politicamente schierate a destra che molti considerano di gran lunga peggiori? ML: Come Joel Bakan ha evidenziato nel suo libro The Corporation, l’attuale stato delle cose è fondamentalmente malato: esso subordina sistematicamente il bene dell’umanità ed il futuro del pianeta al profitto. Molte delle sofferenze del Terzo Mondo sono il risultato di deliberati interventi militari ed economici atti a subordinare gli interessi delle popolazioni locali al profitto delle grandi multinazionali occidentali. Molte delle devastazioni ambientali che ne conseguono, per esempio gli effetti sul clima, sono il risultato di questa gerarchia malata di priorità. Ancora oggi nei siti web dei maggiori gruppi commerciali, come la National Association of Manufacturers e la Chamber of Commerce si leggono affermazioni molto scettiche riguardo ad esempio i cambiamenti climatici o la necessità e urgenza di aderire all’accordo di Kyoto. Sfortunatamente un sistema dei mezzi di comunicazione di tipo aziendale ed orientato al profitto, in mano alle elite benestanti e alle loro proprietà, così dipendente dalla pubblicità e dalle imprese commerciali, ha tutto l’interesse a mantenere inalterata questa situazione. Phil Lesley, autore di un manuale su comunicazione e pubbliche relazioni, ammonisce il sistema: il pubblico generalmente non approva che vengano intraprese azioni per la risoluzioni di problemi non allarmanti, quando le motivazioni non sono bilanciate ed emergono chiari i dubbi. Al dubbio corrisponde l’immobilità, nel dubbio non si prende posizione. Per questo i media devono fornire informazioni equilibrate utilizzando fonti che il pubblico ritenga credibili. Non c’è bisogno di una vittoria netta….tutto ciò che serve è creare dubbi, dimostrare che le argomentazioni a sostegno dell’opposizione non sono chiare né convincenti. Questa è la principale funzione del giornalismo ufficiale e del suo braccio “liberale”, come descritto anche dallo studioso dei media australiani Alex Carey: “Da un importante studio effettuato in tempo di guerra è emerso chiaramente che, per ottenere i migliori risultati, alle persone con un basso livello educativo, vada presentata solo una versione di un fatto o di un argomento. Una presentazione bi-partisan invece, influenza in maniera molto più efficace le persone con un livello culturale più alto e, in generale, chi inizialmente aveva assunto riguardo a quel particolare punto di vista una posizione contraria”. Dunque i media liberali ci raccontano entrambe le versioni della storia. Si preoccupano solo di enfatizzare quella “verità” che corrisponde ai voleri dello stato aziendale. Questa versione viene poi “bilanciata” da commenti che presentano argomenti contrari in maniera molto superficiale e che non possono seriamente attaccare la posizione ufficiale. Così per esempio, riguardo l’argomento delle armi di distruzione di massa in Iraq, le motivazioni ufficiali – che l’Iraq era una minaccia e andava disarmato se necessario con la forza – furono contrastate da altre motivazioni, banali – che tutto questo poteva anche essere vero ma che qualsiasi azione o intervento avrebbe comunque dovuto essere appoggiato dalle Nazioni Unite. La reale argomentazione contraria – che l’Iraq non costituiva una minaccia e che qualsiasi attacco all’Iraq, con o senza l’approvazione dell’ONU, sarebbe stato un vero crimine, dare avvio ad una guerra di aggressione - praticamente non ha avuto nessuna visibilità. Il risultato di tutto questo è ciò che Edward Herman descrive come “la normalizzazione dell’impensabile”. Il pubblico liberale – quella parte della popolazione che ci si aspetta essere più interessata al bene comune e più accanita contro i crimini del governo – è stata soggetta a una propaganda liberale senza fine che aveva il solo scopo di persuaderli della ragionevolezza e della rispettabilità della posizione dei governi anglo-americani. Questo processo ha sempre l’effetto di pacificare e neutralizzare proprio quella parte della società più preoccupata e motivata – ancora guidata da idee sinceramente liberali e progressiste. Dall’altro lato la stampa di destra si rivolge a tutte quelle persone che sono soddisfatte e protette dall’attuale stato delle cose e che operano dunque affinché esso non venga alterato. AD: Ma i media liberali danno comunque spazio ad alcune voci chiaramente dissidenti. Il Guardian e l’Indipendent per esempio pubblicano articoli di scrittori radicali come George Monbiot, Mark Curtis, Naomi Klein, e Robert Fisk tra gli altri. Se i media liberali sono davvero i “guardiani del potere” perché danno comunque spazio anche a queste voci alternative? ML: Le cose non stanno proprio così. I media liberali non permettono il vero dissenso quando questo vuole smascherare la corruzione ormai strutturale del sistema. Monbiot, Klein e Fisk non hanno scritto sostanzialmente niente a questo riguardo sul Guardian e l’Indipendent. Abbiamo controllato e verificato che Curtis non aveva mai neppure menzionato il ruolo cruciale dei mezzi di comunicazione nei suoi articoli sul Guardian. Fisk non ha mai criticato l’Indipendent – anzi ne ha tessuto le lodi, come ha fatto per i media britannici in generale. Fisk non pone alcuna attenzione al raccapricciante spettacolo offerto dalle testate liberali, sembra ritenere anzi che l’Indipendent sia realmente indipendente, un punto di vista che a noi pare sorprendentemente ingenuo. E se pensiamo che questi sono i nostri scrittori più seri… In realtà un’analisi seria della situazione dei mezzi di comunicazione è considerata dai media ufficiali un assoluto tabù. Pubblicammo un articolo in proposito nel dicembre del 2004 sul Guardian, ma fu un’azione straordinaria in risposta alle forti critiche espresse dai nostri lettori nei confronti di questa testata – ci sono voluti quattro mesi per piazzare l’articolo e non siamo più stati invitati! Il solo giornalista che si è da sempre dimostrato onesto e coerente nei riguardi del sistema è John Pilger. Ed è interessante vedere come viene trattato. Per noi Pilger è la maggiore espressione davvero alternativa del paese – il suo modo di scrivere è superbo, i suoi articoli sono acuti, attenti, denotano ricerche profonde e di ampio respiro, qualità che difficilmente ritroviamo in altri scrittori e giornalisti contemporanei… Eppure sembra proprio che per lui non ci sia posto nei giornali più importanti. Le persone parlano dell’editorialista del Guardian Seumas Milne come di un giornalista radicale – eppure non ha mai voluto pubblicare Pilger. E quando gli abbiamo chiesto spiegazioni a riguardo si è rifiutato di rispondere. Così il nostro migliore dissidente – e direi uno dei più grandi di tutti i tempi – è costretto a tenere una rubrica quindicinale sul New Statesman che viene letta da appena poche migliaia di persone. Quindi, perché viene trattato in modo diverso da Klein e Monbiot? Perché scrive in maniera diretta e sincera sul sistema mediatico, critica il Guardian, cerca di attirare l’attenzione sul ruolo cruciale che le testate liberali hanno nei confronti dei crimini contro l’umanità. Per questo è considerato persona non grata. E lo stesso si può dire per Chomsky. I dissidenti americani sono per tradizione molto più diretti e onesti riguardo al sistema media – qui si è appena compreso che non è il caso di parlarne – ed è per questo che non sono ben visti dalla nostra stampa. Non potrebbe essere più ovvio. Ci sono comunque alcuni paesi, che mai penseremo, in cui i media dimostrano una maggiore libertà e onestà di espressione. In paesi come la Corea del Sud o gli Emirati Arabi Uniti vengono pubblicati articoli a volte anche molto critici riguardo alla situazione nazionale della stampa e dei media. Qui siamo molto più vicini al vero centro del potere, per questo siamo controllati in maniera molto più attenta e rigida. I lettori non sono stupidi. Nell’Unione Sovietica era ormai palese per la maggior parte della popolazione come lo Stato controllasse pesantemente e censurasse i principali mezzi di comunicazione. Ne conseguì che furono molte le persone che, compresa questa mancanza di libertà, si unirono e si mossero in cerca di fonti di informazioni più credibili (come Samizdat) e agirono con grande energia per ottenere una maggiore libertà politica e di espressione. L’oppressione evidente fu la spinta principale verso il progressivo cambiamento. Al contrario, nel mondo democratico occidentale, l’apparizione in rare occasioni di articoli o notizie “libere e oneste” crea e mantiene la potente illusione di un accesso all’informazione libera, aperta e indipendente. E’ una sorta di vaccino che viene regolarmente inoculato alle persone per impedire loro di scoprire la verità sul controllo e la manipolazione dell’opinione pubblica. [John Pilger] AD: Perché pensate che i media nel Regno Unito non si comportino più come i media americani, dove le voci dissidenti sono state quasi del tutto allontanate? Quale sistema ritieni sia più efficace per il controllo dell’opinione pubblica? ML: Bush e Blair sono ancora entrambi in carica invece che in prigione, quindi dobbiamo ammettere che entrambi i sistemi sono stati sicuramente efficaci. Il caso americano è insolito ed estremo. Storicamente, le lobby aziendali americane hanno sostenuto ciò che possiamo definire come un vero e proprio conflitto di classe, una grandiosa campagna propagandistica di controllo e manipolazione politica mirata a reprimere l’opposizione. L'opinione pubblica britannica non ne è a conoscenza, ma i movimenti sociali popolari più importanti negli USA della prima metà del ventesimo secolo sono stati ripetutamente oggetto di attacchi da parte del potere economico. Le campagne propagandistiche andarono oltre ciò che anche lo Stalinismo ed il Maoismo erano riusciti a fare: un enorme sforzo per tentare il lavaggio del cervello alla società (per maggiori dettagli si veda il lavoro di Elizabeth Fones - Wolf, Selling Free Enterprise). Anche qui, all’inizio, le cose non erano molto diverse. Già dagli inizi del diciannovesimo secolo, il governo e l’industria erano risolutamente determinati a reprimere la libera espressione delle idee. I primi strumenti utilizzati furono i provvedimenti legislativi sulla propaganda sovversiva e contestatrice, che praticamente misero fuori legge tutti gli attacchi allo status quo. Quando fu chiaro che questi tentativi non avevano sortito gli effetti desiderati, le lobby ricorsero alle imposte sulla stampa, alle tasse sulla carta e sulla pubblicità in modo da costringere i giornali radicali ad uscire con prezzi assolutamente fuori dal mercato. Tra il 1789 ed il 1815, le imposte sulla stampa crebbero del 266 per cento, assicurando così, come Lord Castlereagh aveva annunciato, che “le persone che esercitano il potere della stampa sono persone rispettabili”. Cresset Pelham affermava infatti in quegli anni che solo proprietari rispettabili avrebbero assicurato una gestione corretta di questo potere. L’arrivo i