ulivo velletri


febbraio 28 2006

L’ILLIBERTA’ DI STAMPA IN ITALIA 11 RICERCHE E RISOLUZIONI INTERNAZIONALI DOCUMENTANO CIO’ CHE NEL NOSTRO PAESE NESSUNO DICE Lorenzo Ansaloni http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/ "La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire". George Orwell Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l'Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d'informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere. Mi sono preso la briga di fare una ricerca a proposito del tema "libertà d'informazione in Italia". È un argomento che spesso accende gli animi nel nostro paese e volevo esaminare la questione con una certa equanimità, racimolando le informazioni attraverso un mezzo (Internet) che ancora non risente in maniera apprezzabile della censura e dando una netta preferenza a documenti ufficiali di organi o istituzioni autorevoli.Va da sè che, per non incorrere in una sorta di petitio principii, ho usato fonti internazionali (prevalentemente in inglese ma ho cercato di tradurre il più fedelmente possibile i paragrafi citati). Se infatti fosse vera l'ipotesi di una compromessa libertà d'informazione in Italia, questo ci dovrebbe portare a ritenere le fonti italiane "compromesse" e, almeno parzialmente, non affidabili da cui nel dubbio la preferenza per fonti internazionali sicuramente più lontane dai teatrini televisivi della politica italiana e dai chiassosi battibecchi tra gli opposti schieramenti. Quello che emerge è un quadro che, fin dalle sue origini, non è mai stato particolarmente roseo: "According to the information received by the Special Rapporteur, the public television network RAI has been strongly politicized since its creation in 1954. At the time, and until the major political changes of the end of the 1980s, Italian public television was controlled by the political party in power, the Christian Democrats." (In accordo con le informazioni ricevute dallo Special Rapporteur, il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All'epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni '80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana.) (Dal rapporto dell'esperto dell'ONU sulla libertà della stampa, il keniota Ambeyi Ligabo). Mi sembra una ricostruzione storicamente fedele dei fatti. Affermare che in Italia il problema della libertà d'informazione nasce con il Governo Berlusconi sarebbe fuorviante. Tuttavia, stando ai rapporti e ai documenti ufficiali delle principali o.n.g. e istituzioni prese in esame, si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione. Una carrellata non esaustiva ma quasi: 1- Reporters sans frontiers (http://www.rsf.org/) è un'autorevole associazione che da 18 anni si occupa di difendere la libertà di stampa e i giornalisti imprigionati, discriminati, licenziati solo per aver fatto il loro lavoro. Ogni anno pubblica un rapporto sulla libertà di stampa in vari paesi (167 in quello del 2005). Il rapporto 2005 vede l'Italia al 42esimo posto, dietro il Costa Rica, ultima tra tra le nazioni dell'Europa Occidentale e considerata, a livello di libertà d'informazione, solo "parzialmente libera". Il rapporto è disponibile a questo indirizzo: http://www.rsf.org/rubrique.php3?id_rubrique=554 L'Italia era 39sima nel 2004, 53sima nel 2003 e 40esima nel 2002. 2- La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) nella risoluzione 1993/45 del 5 marzo 1993 decise di istituire la figura del "Special Rapporteur" al fine di promuovere e proteggere il diritto alla libertà di espressione. Il 18 marzo 2005 è stato reso noto a Ginevra il rapporto sulla situazione italiana dell'esperto incaricato: il keniota Ambeyi Ligabo. Il documento è disponibile a questo indirizzo: http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/G05/116/15/PDF/G0511615.pdf?OpenElement Il rapporto dipinge un quadro a tinte fosche della libertà d'informazione in Italia includendo anche un breve excursus storico dalla nascita della lotizzazione ai giorni nostri. Distingue tre distinti problemi che caratterizzano nel loro insieme l'anomalia italiana: a) la concentrazione dei media (duopolio preesistente al Governo Berlusconi ma di cui Berlusconi rappresenta comunque una delle due parti) b) il conflitto d'interesse del Primo Ministro (in quanto anche proprietario delle reti Fininvest, di Mondadori di Pubblitalia, ecc.) c) il forte controllo politico da sempre esercitato sulla televisione pubblica (RAI) dal governo in carica. La relazione si chiude con una serie di raccomandazioni. Mi sembra di un certo interesse riportare almeno le seguenti "The Special Rapporteur encourages the authorities to take the necessary measures to depoliticize the media sector, in particular regarding the management of the public television and the allocation of subsidies to the print media." (73) (Lo Special Rapporteur incoraggia le autorità a prendere le necessarie misure al fine di depoliticizzare il settore dei media con particolare riguardo ai vertici della televisione pubblica e allo stanziamento dei sussidi alla carta stampata.) "The Special Rapporteur strongly recommends that the issue of conflict of interest, in particular concerning the President of the Council of Ministers, be further analysed, in consultation with all concerned actors, in order to find a sustainable solution whereby influence by the political sector in the media would be significantly reduced."(74) (Lo Special Rapporteur raccomanda fortemente che la questione del conflitto d'interessi, con particolare riferimento al Presidente del Consiglio dei Ministri, sia ulteriormente analizzata, consultando tutte le parti interessate, al fine di trovare una soluzione percorribile attraverso la quale l'influenza politica nei media possa essere significativamente ridotta.) 3- L'International Press Institute (http://www.freemedia.at/) è nato intorno agli anni cinquanta e oggi è un network globale di editori, media e giornalisti che ha membri in 120 paesi nel mondo. Gioca un ruolo consultivo per L'UN (ONU), l'UNESCO e il Consiglio Europeo ed è impegnato nella difesa della libertà d'informazione su vari fronti. Non pubblica una vera e propria statistica o classifica ma un "World Press Freedom Review". Quello inerente l'Italia (2004 reperibile al seguente indirizzo: http://www.freemedia.at/wpfr/Europe/italy.htm e denuncia un quadro preoccupante per una democrazia occidentale. Valga a titolo d'esempio il solo incipit: "Italy has a special place in Europe with regard to freedom of the media because in no European country does the prime minister, the head of the government, who is the politician that can exert the most power over the state media, own most of the other broadcasting media, and many of the print media". (Per quanto riguarda la libertà dei media, l'Italia ha un posto speciale in Europa in quanto in nessun altro paese il Primo Ministro, capo del governo (il politico che può esercitare il maggior potere sullo stato dei media), possiede la maggior parte degli altri media televisivi e e molti dei quotidiani nazionali.) 4- L'European Federation of Journalists (EFJ) (http://www.ifj-europe.org/) è l'organizzazione europea dell'International Federation of Journalists (IFJ)(http://www.ifj.org). L' EFJ, rappresentando circa 280.000 giornalisti in 30 paesi, è la più grande organizzazione giornalistica in Europa. In base a una risoluzione addottata nel meeting di Praga del 2003, l'EFJ si è impegnata ad investigare la situazione dei media in Italia. Il risultato di tale sforzo è il rapporto "Crisis in Italian Media: How Poor Politics and Flawed Legislation Put Journalism Under Pressure" (disponibile all'indirizzo: http://www.ifj-europe.org/pdfs/Italy%20Mission%20Final.pdf) che già dal titolo non lascia presagire una situazione rosea. Le conclusioni sono riassunte in otto punti. Mi limito a citare il primo: "It is impossible not to conclude that the media crisis in Italy is profound and serious. There is a deeply flawed system of management, a lack of public awareness, an element of political paralysis, and a deep sense of professional unease within Italian journalism about the future of media." (È impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C'è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione tra i giornalisti italiani sul futuro dei media.) 5- Freedom House (www.freedomhouse.org) è un'associazione no profit fondata più di 60 anni fa da Eleanor Roosevelt, Wendell Willkie ed altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa. Nel corso degli anni Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa denunciando sistematicamente le numerose violazioni in U.S.A. e nel mondo. È presente a livello mondiale con sette sedi sparse tra U.S.A. e Europa. Ogni anno pubblica un rapporto teso a fornire un quadro a livello mondiale sull'indice di libertà di stampa e d'informazione. Nel rapporto 2004 (disponibile a questo indirizzo: http://www.freedomhouse.org/pfs2004/pfs2004.pdf ) l'Italia è al 74esimo, ultima tra le nazioni dell'Europa Occidentale, preceduta da nazioni come Ghana e Papua Nuova Guinea e considerata a livello di libertà d'informazione solo "parzialmente libera". Nel rapporto 2005 (che non sono riuscito a trovare on line sul sito) l'Italia è sempre considerata parzialmente libera ma al 77esimo posto. 6- "L'OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) (http://www.osce.org/) è una organizzazione di sicurezza paneuropea i cui 55 Stati partecipanti coprono l'area geografica da Vancouver a Vladivostok. Quale accordo regionale ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, l'OSCE si è autodefinita strumento fondamentale nella sua regione per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa" (dal sito del ministero degli esteri). Il 7/6/2005 l'OCSE pubblica un rapporto dal titolo: "Visit to Italy: The Gasparri Law" che passa nel quasi silenzio totale. Il documento è reperibile a questo indirizzo: http://www.osce.org/documents/rfm/2005/06/15459_en.pdf Non solo è un esame della legge Gasparri ma un'ottima ricostruzione storica di quella che viene chiamata "Italian anomaly". Ripercorre gli albori della lotizzazione, passa per la legge Mammì e mette in guardia contro l'eccessiva concentrazione dei media televisivi. Sanziona l'incompatibilità d'interessi del Primo Ministro: "In a democracy, it is incompatible to be both in command of news media and to hold a public post". (In una democrazia è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico.) Riconosce alcuni meriti e innovazioni nella legge Gasparri ma avverte: "The Gasparri Law is not likely to remedy the Italian anomaly" (La legge Gasparri probabilmante non risolverà l'anomalia italiana) 7- Il Parlamento Europeo (http://www.europarl.eu.int/) ha approvato (22/04/2004) il testo del rapporto della liberale danese Johanna Boogerd Quaak dal titolo "Relazione sui rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione" con 237 si, 24 no e 14 astenuti. Il rapporto è reperibile all'indirizzo: http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?L=EN&OBJID=75982&LEVEL=3&MODE=SIP&NAV=X&LSTDOC=N Il rapporto è il linea con i precedenti documenti e rileva che "uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001 ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset" (cfr pag 17) (da una traduzione italiana non più disponibile on line) Non si sbilancia in un analisi storica delle ragioni dell'anomaila italiana ma costituisce un ottimo compendio sulla critica realtà mediatica italiana redatto da una fonte autorevole quale il Parlamento Europeo. 8- L'Helsinki Final Act è il risultato finale della Conference on Security and Cooperation in Europe tenutasi ad Helsinki nel 1975 tra vari paesi (U.S.A., Canada, Unione Sovietica e la quasi totalità dei paesi europei). Per monitorare la parte dell'accordo inerente i diritti umani fu creata la Helsinki Watch (associazione indipendente non governativa) che divenne la International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) (http://www.ihf-hr.org/) in seguito ad una conferenza del 1982 tra i comitati costituenti. Ogni anno, l'IHF pubblica un rapporto per un quadro generale sul rispetto dei diritti umani. Il rapporto 2005 inerente l'Italia è reperibile al seguente indirizzo: http://www.ihf-hr.org/documents/doc_summary.php?sec_id=3&d_id=4057 Mi limito a riportarne un breve stralcio: "The main human rights concerns in the field of media freedoms were the high level of media concentration, governmental control over public radio and television, inadequate legislation to protect journalistic sources, and the continued criminalization of defamation through the media." (Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della liberta' d'informazione, sono l'alto livello di concentrazione e controllo governativo sopra radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche (NdT ma recentemente è stata approvata una nuova legge) e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media) 9- Il Consiglio d'Europa (Council of Europe, http://www.coe.int ) è la più vecchia organizzazione politica del continente (1949): raggruppa 46 paesi, tra cui 21 Stati dell'Europa centrale e orientale (Italia compresa) ed è un'organizzazione distinta dall'Unione europea dei "25". Il Consiglio d'Europa è stato istituito allo scopo di: - tutelare i diritti dell'uomo e la democrazia parlamentare e garantire il primato del diritto - concludere accordi su scala continentale per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri - favorire la consapevolezza dell'identità europea, basata su valori condivisi, che trascendono le diversità culturali Il 3 giugno 2004 il Consiglio d'Europa pubblica un rapporto (Doc. 10195) dal titolo: "Monopolisation of the electronic media and possible abuse of power in Italy" a cui fa seguito la "Resolution 1387". Il documento è reperibile all'indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/WorkingDocs/doc04/EDOC10195.htm mentre le risoluzioni si possono trovare al seguente indirizzo: http://assembly.coe.int/Main.asp?link=http://assembly.coe.int/Documents/AdoptedText/TA04/ERES1387.htm L'incipit del rapporto dà un idea dei contenuti: "The concentration of political, commercial and media power in Italy in the hands of one person, Prime Minister Silvio Berlusconi, is recognised as an anomaly across the political spectrum.". (La concentrazione in Italia del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una persona, il Primo Ministro Silvio Berlusconi, è riconosciuta come un’anomalia in tutto lo spettro politico) E ancora: "The Assembly deplores the fact that several consecutive Italian governments since 1994 have failed to resolve the problem of conflict of interest and that appropriate legislation has not yet been adopted by the present Parliament." (L'Assemblea deplora il fatto che diversi governi italiani succedutisi consecutivamente dal 1994 abbiano fallito nel risolvere il problema del conflitto d'interessi e che appropriate misure legislative non siano state adottate dal presente governo) 10- L'Open Society Institute (OSI) (http://www.soros.org) nasce nel 1993 ad opera di George Soros come fondazione tesa a promuovere il rispetto dei diritti umani e riforme sociali e economiche. Fa parte della Soros foundations network che comprende più di 60 paesi. L'11/10/2005 l' EUMAP (un progetto - iniziativa dell'OSI) (http://www.eumap.org) pubbica un autorevole studio dal titolo "Television Across Europe: Regulation, Policy, and Independence". L'analisi complessiva e suddivisa in tre volumi, più il rapporto introduttivo di 337 pagine ed è reperibile al seguente indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011 Il rapporto inerente l'Italia è reperibile invece all'indirizzo: http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011/voltwo_20051011.pdf (in inglese) oppure, in italiano, sono disponibili i rapporti dedicati al singolo stato a: http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita1.pdf http://www.eumap.org/topics/media/television_europe/national/italy/media_ita2.pdf Un'altra traduzione in italiano si può trovare anche al seguente indirizzo: http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf Cito dalla traduzione italiana: "La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l'eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto "anomalie italiane". Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell'Europa Centrale e Orientale." E ancora: "Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell'informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l'inefficacia delle norme per garantire un'informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell'evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del "conflitto di interessi",che affligge da tempo il panorama politico italiano." E per concludere: "In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il "contratto di servizio" che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della "lottizzazione", ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica." 11- Nel settembre 2002 la Commissione Europea crea una network di esperti in diritti umani (http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm) in risposta alle raccomandazioni espresse nel rapporto del Parlamento Europeo inerente lo stato dei diritti umani in Europa (2000) (2000/2231(INI)). Ogni anno il network di esperti redige un rapporto, quello inerente l'Italia (2004) è reperibile al seguente indirizzo: http://cridho.cpdr.ucl.ac.be/DownloadRep/Reports2004/nacionales/CFR-CDF.repITALY.2004.pdf L'analisi condotta, prende in esame alcuni dei documenti proposti nella presente lista e conferma sostanzialmente la gravità e l'anomalia del caso italiano: "It seems possible to agree with those taking the issue of pluralism and interconnection between the political and media power as serious, in particular after the new legislation of 2004"(Nda la legge Gasparri) (pag. 41) (Ci sembra possibile concordare con coloro i quali ritengono che la questione del pluralismo e della commistione tra potere politico e mezzi d'informazione sia seria, in particolare dopo la nuova legislazione del 2004)(NdT la legge Gasparri) Ribadisce il conflitto di interessi tuttora irrisolto che sta portando congrui ed ingiustificati benefici a Mediaset: "the imbalance between press and television, that absorbs the 60 per cent of the overall mass media advertising spending; the substantial monopoli of privately-owned television, with Mediaset that continues to show a significant increase in income and revenues every year, thanks to the "dragging effect" of the "Berlusconi-Prime Minister" factor." (pag 41) (Lo squilibrio tra stampa e televisione, che assorbe il 60% delle spese totale per la pubblicità sui mass media; il sostanziale monopolio della televisione privata, con Mediaset che continua a mostrare un significativo incremento di entrate e di reddito ogni anno, grazie all'effetto trascinante del fattore "Berlusconi-Primo Ministro") Mette in risalto la sostanziale omologazione al potere politico dei media italiani: "At the end of 2004 all the three Mediaset news are edited by journalists with similar political ideas."pag. 43). (Al termine del 2004 tutti e tre i telegiornali di Mediaset sono diretti da giornalisti con idee politiche simili.) Mentre: "The first two Rai news seem to have assumed the role of loudspeakers for the executive, the third for the opposition." (pag. 42) (I telegiornali delle due prime reti RAI sembrano aver assunto il ruolo di altoparlanti per l'esecutivo, quello della terza rete per l'opposizione.) E l'assenza di un'alternativa effettiva "does not allow the "removed" professionals to practice their job with another broadcaster." (pag. 42) (non permette ai professionisti "rimossi" di praticare il loro attività per un altro canale o per un'altra compagnia televisiva.) E concludendo: "The overall performance of the present Italian broadcasting system does not appear to reflect the significant check-and-control role that is traditionally attributed to the media in an advanced democracy and the Law n. 112 of 2004 seems to move away the system from this goal, although a complete evaluation is put off until its effective application." (pag. 43) (La prestazione complessiva dell'attuale sistema televisivo italiano non sembra riflettere il significativo ruolo di "controllo e verifica" che tradizionalmente viene attribuito ai media in una democrazia avanzata e la legge n. 112 del 2004 (NdT legge Gasparri) sembra allontanare il sistema da questo obiettivo, sebbene una valutazione completa e da rimandarsi fino alla sua effettiva applicazione)

I POTERI DI BRUXELLES E LA GUERRA DI SUEZ di MARIO MONTI dal Corriere - 28 febbraio 2006 L'annuncio della fusione Gaz de France/Suez, in contrasto con le ambizioni di Enel sulla stessa Suez, ha acceso un dibattito ricco di emotività, più che di lucidità. Vorrei aiutare i lettori a capire questa complessa vicenda e i problemi più generali che essa solleva, in questa fase promettente ma delicata dello sviluppo del mercato unico. Dal punto di vista dell'Enel e dello Stato italiano, la lucidità avrebbe suggerito, ieri, che l'intenzione di Enel di lanciare un'Opa ostile non venisse preannunciata. E suggerirebbe, oggi, di non fasciarsi la testa prima che sia rotta, ma anche di valutare con concretezza se, e in che cosa, il progetto di fusione violi qualche norma comunitaria. Non è ancora certo che l'intenzione di Enel sia definitivamente frustrata. L'Opa preannunciata sarebbe stata ostile. Ebbene, quello che si è verificato nei giorni scorsi è che la vittima predestinata dell'ostilità ha messo in campo le proprie difese. Ma sarebbe strano se l'ipotesi di una fusione con GdF non fosse stata considerata da Enel come una delle possibili reazioni di Suez. Certo, il governo francese ha chiaramente mostrato di non gradire l'intenzione di Enel. Ma non sarebbe il primo caso di un'Opa che riesce a realizzarsi malgrado l'avversione di un governo. Del resto, lo stesso governo francese, così come quello lussemburghese, non ha certo manifestato entusiasmo per l'Opa di Mittal su Arcelor, ma non per questo Mittal ha disarmato. Contro Enel, tuttavia, lo Stato francese non si è limitato alle parole. E' passato ai fatti, promuovendo la fusione della propria controllata GdF con la privata Suez. Ogni giudizio è legittimo, sul piano politico: da «Guarda questi francesi, come sanno "fare sistema"!» a «Ma che senso ha aprire i mercati se poi nei mercati giocano grandi imprese di Stato?». Se però si va oltre, e si chiede l'intervento dell'Unione Europea, sarebbe utile indicare quali norme europee si ritiene siano state violate. Non si può escludere, a priori, che l'intervento dello Stato francese e la fusione GdF/Suez comportino problemi, sotto il profilo delle norme del mercato unico e della concorrenza. Ma non è neppure ovvio, almeno a prima vista, che questo sia il caso. Si è detto: questa è una nazionalizzazione, per proteggere Suez dall'attacco di un'impresa estera. Ma le norme europee sono neutrali, tra proprietà pubblica e privata. Una nazionalizzazione non è contraria alle norme, così come l'Unione Europea non può imporre a uno Stato di privatizzare. Non risulta che né l'Italia né altri Stati membri abbiano mai proposto, in occasione delle diverse revisioni, di modificare questo principio basilare del Trattato di Roma. Inoltre, in base a quanto per ora è dato di comprendere, l'aspetto prevalente assomiglia piuttosto a una privatizzazione. A seguito dell'operazione la quota di partecipazione dello Stato francese al capitale di GdF, che oggi è dell'80%, diminuirà sensibilmente. E qui si cela una difficoltà per il progetto che, vista in un'altra prospettiva, potrebbe costituire un piccolo varco dischiuso dalla Francia «sociale» alle intenzioni italiane: i potenti sindacati di GdF si oppongono a questa operazione, che essi vedono come «totale privatizzazione» dell'azienda. Ciò potrebbe comportare difficoltà nelle strade e in Parlamento, dove il governo dovrà ottenere una modifica della legge che attualmente stabilisce nel 70% la soglia minima della partecipazione dello Stato. La Ue alla guerra di Suez Le norme europee non ostacolano le imprese pubbliche, ma non consentono che queste, esattamente come le imprese private, ostacolino il funzionamento del mercato unico e della concorrenza. Se si ritiene che l'operazione francese debba essere bloccata dalla Commissione europea, è in queste direzioni che occorrerebbe guardare. Sotto un particolare profilo, è molto probabile che l'operazione debba comunque essere esaminata dalla Commissione: la sua compatibilità con le regole sulle concentrazioni, a tutela della concorrenza. Esistono, in linea generale, altri possibili profili di esame. Pone problemi, questa operazione, dal punto di vista della libertà di movimento dei capitali o della libertà di stabilimento? Vi sono in essa aspetti che possano far pensare ad abusi di posizioni dominanti? Vi si possono riscontrare aiuti di Stato? Si può configurare come aiuto di Stato l'intervento, sotto l'esplicita regia dello Stato, di un'impresa controllata dallo Stato che ha come obiettivo, o conseguenza, di evitare ad un'impresa privata di finire preda di un'Opa ostile? Non conosco il caso, se non dalla lettura dei giornali. Mi sembra però che sarebbe nell'interesse di tutte le parti in causa — italiane, francesi ed altre — e nell'interesse del mercato, e perciò dei consumatori, che il dibattito non prescindesse dalla griglia sopra delineata, cioè dai termini concreti in cui eventuali interventi della Commissione potrebbero essere invocati. Se dovessero manifestarsi gli estremi per interventi della Commissione, non v'è ragione di dubitare che la Commissione interverrebbe. Anche contro la Francia? Certo. Negli ultimi anni la Commissione non ha esitato a far valere le norme comunitarie pure di fronte alle resistenze più agguerrite opposte dagli Stati membri più grandi. Per limitarci alla Francia, basterà ricordare i casi di Electricité de France (abolizione della garanzia di Stato, obbligo di rimborso di 1,2 miliardi di euro di aiuti di stato), di Alstom (no al progetto del governo di far «salvare» Alstom dall' impresa pubblica Areva, paletti stretti all' intervento dello Stato nel capitale di Alstom, con obblighi di disinvestimenti e altri impegni per ristabilire la concorrenza), di France Télécom (obbligo di rimborso di un rilevante aiuto di Stato configuratosi in seguito ad annunci e comportamenti dello Stato azionista). Un altro esempio, più indietro nel tempo. Di fronte alle cosiddette «svalutazioni competitive» della lira del 1995-96, il governo francese fece pressioni sulla Commissione affinché lo autorizzasse a compensare con aiuti la propria industria tessile e calzaturiera penalizzata dalle produzioni italiane. La Commissione disse no. Un ultimo esempio, attuale. La Commissione oggi in carica ha annunciato che vaglierà con molta attenzione le misure che la Francia intende introdurre, nella legge sulle Opa e altrove, contro acquisizioni dall'estero. Naturalmente, il suo vaglio non potrà esigere più «liberalismo» di quello, scarso, presente nella direttiva europea sull'Opa, varata sotto presidenza italiana nel 2003. E' davvero un peccato che l'Italia, che ha da tempo una delle leggi Opa più avanzate, si sia adoperata dapprima per non fare approvare nel luglio 2001 la precedente proposta di direttiva, più «liberale» (in quel caso, governo e parlamentari europei riuscirono a «fare sistema», e autogol) e poi per fare approvare la modesta direttiva del 2003, così facendo un grosso regalo alla Germania e alla Francia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Ferrante, vantaggio di quattro punti È al 47 per cento, la Moratti al 43. Partiti, crolla Forza Italia da Repubblica - 28 febbraio 2006 Il primo faccia a faccia in diretta tv tra i candidati sindaci Bruno Ferrante e Letizia Moratti apre questa sera la campagna elettorale per le Comunali. Mentre a tre mesi dalle elezioni, un sondaggio realizzato per Repubblica dà in vantaggio Ferrante di quattro punti e prevede con lui il sorpasso dell´Unione sulla Cdl. Forza Italia perderebbe 15 punti rispetto alle Comunali del 2001. Ma lo stesso sondaggio dice che il 27 per cento degli elettori è ancora indeciso. Ago della bilancia Ombretta Colli, che avrebbe tra il 4 e il 6 per cento dei consensi. Per convincerla a rinunciare a candidarsi, Berlusconi le promette un posto da senatrice. -------------------------------------------------------------------------------- SERVIZI ALLE PAGINE II E III Ferrante davanti alla Moratti Il vantaggio è di quattro punti regole Stasera in tv faccia a faccia tra l´ex prefetto e il ministro Dal sondaggio di Ipr Marketing emerge la insoddisfazione per lo stato attuale della città Il confronto in stile americano in diretta su Telelombardia ma non ci sarà la Colli GIUSEPPINA PIANO Un primo faccia a faccia in tv con regole da presidenziali americane: un solo giornalista, tempi uguali contingentati per le risposte. Si apre questa sera, con il duello tra i candidati sindaci Letizia Moratti e Bruno Ferrante, la campagna elettorale delle Comunali. L´appuntamento è alle 20.30 in diretta su Telelombardia. Non ci sarà l´outsider Ombretta Colli, perché così ha voluto Moratti per accettare il faccia a faccia. Eppure proprio lei, l´ex presidente della Provincia che (almeno per ora) ripete che si candiderà da sola alle Comunali, sarebbe l´ago della bilancia nell´urna. Lo conferma anche l´ultimo sondaggio sulla corsa per Palazzo Marino: vorrebbe l´Unione con Ferrante in vantaggio di quattro punti sulla Cdl di Moratti. Ma stima anche che oltre un quarto di elettori ancora è indeciso su chi votare. Un sondaggio che l´Istituto Ipr Marketing ha realizzato per Repubblica. Ne esce una città che chiede cambiamento: sei intervistati su dieci (e la metà degli elettori del centrodestra) dicono che negli ultimi cinque anni la vita a Milano è peggiorata. Ma ne esce anche una corsa dove il centrosinistra è in vantaggio ma il risultato è ancora del tutto aperto. E alla fine deciderà quel 27 per cento ancora di indecisi. L´identikit di questa fetta di elettorato ancora da convincere, e dunque target principale della campagna elettorale, vuole che siano soprattutto donne (il 58 per cento) e anziani (il 46 per cento). Tre mesi di tempo per convincerli, sempre che si voti per il primo turno il 28 maggio e per il ballottaggio l´11 giugno come sembra sempre più probabile. E i risultati? Sorpasso tra le coalizioni, Ferrante in vantaggio con un risultato tra il 47 e il 51 per cento al primo turno (e tra il 50 e il 54 per cento al ballottaggio), Letizia Moratti a ruota con una forchetta tra il 43 e il 47 per cento dei consensi (e tra il 46 e il 50 al ballottaggio). Fuori gioco due candidati indipendenti che già hanno annunciato la candidatura, Cesare Fracca della lista civica «Vivere Milano» e Roberto Bianchessi della lista civica «Italia Futura». E Ombretta Colli con la sua lista personale tra il 4 e il 6 per cento. Abbastanza per farne l´ago della bilancia: se l´ex forzista resterà in corsa disturberà il centrodestra, se invece alla fine decidesse di ritirarsi quei voti potrebbero rientrare nella Cdl. Determinando un assoluto pareggio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

"Corruttore!". La mia ultima contestazione al Puffone PIERO RICCA "Sapete solo insultare, ridicolizzare, demonizzare e spargere pessimismo! Questo solo sa fare la sinistra! A nessuno di noi verrebbe in mente di impedire il regolare svolgimento di una manifestazione, nessuno di noi si sognerebbe di interrompere e disturbare una festa della libertà come questa". Visibilmente irritato, il Puffone ha reagito in questo modo al mio breve intervento durante la convention forzista di sabato scorso al Mazda palace di Milano. Non era mia intenzione, davvero, rovinare la “festa della libertà”. Ma quando l’ho sentito parlare di “legalità” non sono riuscito a trattenermi. E gli ho urlato, con il vocione delle grandi occasioni: "Ma tu che parli di legalità! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Sei un corruttore! Corruttore! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge! Rispetta la legge!" . (Insulti? Ridicolizzazione? Demonizzazione? Pessimismo? Tutta colpa della sinistra, certo!) E poi, mentre le guardie private mi conducevano all'uscita, tra invettive e insulti di ogni genere del pubblico (il famoso partito dell’amore), rivolto ai tifosi, ho urlato: "Non fatevi fregare, amici! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando! Vi sta ingannando!". E quindi ho chiuso con un ultimo urlo dal fondo del palazzetto: "CIALTRONE!!!" Ho appreso dai notiziari che subito dopo il “premier” ha tratto spunto da quella definizione - “corruttore” - per denunciare, modesto com’è, la “vera corruzione di questo Paese”: “l'intreccio di poteri fra toghe rosse, coop rosse, giunte rosse e quel partito che è rimasto sempre lo stesso e ha corrotto le menti di tanti” e via delirando. All'uscita ho chiesto e ottenuto di essere assistito dalla polizia di Stato, affinché - allontanati i guardiani privati - fosse garantita la mia incolumità. Senza bisogno di identificarmi, gli agenti della Digos di Milano - la medesima struttura che sabato 29 gennaio 2005 mi sequestrò per impedirmi di partecipare a un convegno in memoria di Craxi - mi hanno gentilmente scortato alla più vicina fermata della metropolitana. E tutto si è concluso tranquillamente. Attendo ora nuova querela per "offesa alla presidenza del Consiglio", come accadde il 5 maggio 2003, il giorno della morte di Napoleone. Questa volta non mi è stato difficile entrare alla convention, nonostante i miei gravi precedenti di turbativa del quieto vivere. Mi è bastato avvolgermi in una bandierona di Forza Italia e tenerne un'altra, più piccola, in mano. Sotto braccio ostentavo una copia del Foglio. Nelle feste dei "liberali" il diritto all’applauso è garantito. Meno facile è stato, travestito in tal modo, resistere nel caldo del Mazda palace per due ore, tra inni azzurri, sventolio di bandiere e simpatici coretti: chi non salta comunista è! Ma ne è valsa la pena. M’ero recato al raduno forzitaliano, insieme all’amico Riccardo munito di videocamerina, con l’idea di girare una serie di interviste ai partecipanti, per tastare il polso al partito dell’amore. Arrivato di buon’ora, mi sono subito reso conto che non era impossibile entrare. Sotto un tendone regalavano gadget. Ho preso un paio di bandiere e cambiato programma. Dentro, il clima è da stadio. Il palazzetto si riempie di tifosi portati in pullman da tutta la Lombardia. Signore, ragazzi, pensionati. Sembrano persone tranquille. Poi li guardi bene e ti accorgi che c’è qualcosa di strano: odiano “i comunisti”, adorano il Capo, canticchiano un inno idiota, si bevono le più colossali panzane. E tutto questo, dodici anni dopo la famosa “discesa in campo” di un piazzista preoccupato di evitare la galera e salvare la roba. Un giorno qualcuno ci chiederà com’è stato possibile. E gli faremo vedere le foto dei leaderuzzi de’ sinistra. Basterà. Alle feste della libertà - mi accorgo - nessuno può parlare tranne Lui, l’Amato Leader. L’inizio della manifestazione è previsto per le 9,30. Il dio non si appaleserà prima delle 11,15. Nel frattempo c’è spazio solo per i canti. Da Bondi a Formigoni, i capetti sono tutti schierati a bordo palco con l’abito della festa, ma nessuno prende la parola per un saluto. Sono cotti dai riflettori, si annoiano a morte, devono sentirsi anche un po’ scemi. Ma stanno lì. Il dio è capriccioso. Mimetizzato tra i supporter, riesco a passare inosservato alla gendarmeria. Mi riconoscono solo i fotografi e i giornalisti. Alcuni di loro si avvicinano e mi sussurrano qualcosa all’orecchio. “Ottima performance”, si complimenta uno. “Non fare cazzate”, mi consiglia un altro. “Ma gli vuoi fare qualche scherzetto?”, s’informa il cronista del Corriere. Zitto zitto mi avvicino a meno di venti metri dal palco, dietro il quale campeggia un immenso cielo azzurro con la scritta, vagamente orwelliana: forza italia, forza di libertà. Ric intanto continua a filmare. Sulle note dell’inno di Mameli s’appalesa l’ometto del destino; la folla è in tripudio. Lo lascio tranquillo per i primi cinque minuti. Poi gli urlo in faccia la verità fuori copione. Sacrilegio! Mezz’ora dopo sono già al bar a bermi un chinotto. Tutto sommato poteva andar peggio. Poi vado al computer a scrivere un comunicato, per consentire ai cronisti di non appiattirsi sulla voce del padrone. Scopro che a stretto giro “il responsabile enti locali della Dc di Rotondi, Franco De Luca”, in una nota di agenzia, si è sentito in dovere di dichiarare: "Ricca sarà anche un bravo ragazzo ma è vittima di cattivi maestri", ed è “la riprova che i giudici comunisti odiano Berlusconi". Voglio togliermi dai coglioni tipi così: ecco perché urlo.www.centomovimenti.com

Le regole del confonto - Che strano paese: si vuole fare un confronto all'americana e poi si mettono sul tavolo le solite, truffaldine regole all'italiana. Si vuole organizzare un faccia a faccia secondo lo schema del campo neutro e uguali condizioni (scritte e controfirmate) e poi si apre una parentesi in cui si dice che uno dei due concorrenti potrà giocare un tempo supplementare senza avversari e a porta vuota. Qui non c'entra nemmeno la banale osservazione che di fronte al leader dello schieramento progressista c'è il padrone delle televisioni e che, solo per questo, casomai lo sfidante dovrebbe rifiutarsi per principio. Siamo oltre. Nonostante il clamoroso conflitto di interessi, la maggioranza scrive (da sola) un regolamento, pretende che l'avversario lo voti, esige che la vittima lo applichi. Si bara al gioco e per giunta si sventola l'asso. E c'è anche chi si stupisce se Prodi rifiuta le forche caudine votate dalla maggioranza della Commissione di Vigilanza. Un ministro della repubblica, Mario Landolfi, ieri dichiarava alle agenzie che il leader dell'Unione «deve accettare il confronto», il presidente della camera, Pierferdinando Casini, invece, lo reclamava a tutto servizio («Prodi si confronti con me e con Fini»). Sono impazienti e anche piuttosto nervosi. Se il professore alla fine li lascerà a bocca asciutta, cambiandogli all'improvviso la dieta televisiva, mantenere la forma mediatica sarà dura. Si legge sui giornali che quando le regole sono state decise bisogna rispettarle. Come se il regolamento apparecchiato dalla Vigilanza, fosse in qualche modo equivalente a una legge del Parlamento. Come se tutte le leggi, anche le più palesemente inique, andassero comunque rispettate. Si può anche scegliere la disobbedienza civile. E civilmente, di fronte a una situazione così paradossale, Prodi ha capito che la farsa andava esaltata (con la proposta di far moderare il faccia a faccia dal maggiordomo del cavaliere), l'apparenza della legalità ridicolizzata. E le regole finalmente ristabilite nel minimo livello di decenza. Il presidente del consiglio non rinuncerà al comizio finale graziosamente regalatogli dai suoi deputati al nobile scopo riuniti in Vigilanza? Allora si accontenti del monologo. Vuole invece confrontarsi con il suo antagonista? Accetti di sedersi al tavolo con le mani bene in vista. Chi lo conosce dice che cancellare l'appello al popolo è come togliergli il truccatore di fiducia. E allora si tenga il suo balconcino mediatico, ma non pretenda di usarlo per buttar giù il suo avversario. di Norma Rangeri da Il manifesto

Fossili di governo alla guerra europea per i combustili fossili (di Vincenzo Miliucci/Cobas ) wallace Alla faccia del Mercato, l'Europa dell'Energia va alla guerra! Lo scontro tra il governo francese e quello italiano per il controllo europeo dell'energia ripropone il protezionismo di Stato piuttosto che le suggestioni della globalizzazione. Ricapitoliamo. Alla vigilia del 3° millennio sembrava un dato acquisito la preminenza dei francesi in Europa attraverso la statale EDF.In ItaIia , stante la Direttiva UE sulla liberalizzazione del mercato dell’elettricità , il centrosinistra con la Legge Bersani del 1999 imponeva all’Enel di scendere sotto il 50% della produzione elettrica con la vendita ai privati di decine di centrali . Tornavano i “ padroni del vapore” con 3 gruppi : Endesa , Edison, Tirreno Power . Le ex municipalizzate nelle grandi città del centro-nord incorporavano la rete distributiva-commerciale dell’Enel : Acea/Roma, Aem/Milano, Aem/Torino, Asm/Brescia, Hera/Bologna,…… che a loro volta entravano ( stante la trasformazione in Spa) nelle cordate dei privati, Acea in Tirreno Power, Aem/Mi in Edison, Asm/Bs in Endesa, Aem/To + Amga/Ge nel nascente polo del NordOvest, Hera+Meta+…. in quello del NordEst . In Germania RWE e E ON , in Belgio Electrabel , in Spagna Endesa, non erano in grado di competere con il colosso francese EDF. In Francia, solo a metà del 2005 il governo ha recepito la legge sulla liberalizzazione, ma intanto l’EDF ha continuato a fare shopping in Italia e in Europa accrescendo la sua posizione dominante : ha ottenuto da Berlusconi di poter controllare Edison, il 1° gruppo privato dopo l’Enel ( con una deroga alla legge italiana che vieta alle aziende statali di detenere più del 2% in altre aziende), in cambio dell’OK dei recalcitranti francesi al progetto dell’Alta Velocità in Val di Susa. In Italia, all’Enel pur scesa sotto il 50% è stato permesso di fare shopping di centrali ( anche nucleari) soprattutto nell’Est europeo, Cecoslovacchia, Cekia, Bulgaria, Romania,……,oltre a partecipazioni nel programma nucleare francese e all’aumento delle quote di importazione. Dal 2002 è operante anche la liberalizzazione del Gas, e in Italia al precedente macro gestore ENIgas , si è aggiunta EnelGas( a che scopo la concorrenza di due aziende controllate dallo stato e in presenza di un unico tubo ??), Edisongas e altri ancora. L’Enel sotto la gestione Conti ( Scaroni è passato dall’Enel all’Eni) e con la supervisione del ministro Scaiola, ottiene di poter scalare attraverso OPA , sia Endesa ( che a sua volta è sotto scalata della tedesca E ON ) , sia la francese SUEZ ( ovvero Lyonnese des Aux, tra i 4 leader mondiali dell’Acqua: come mai di questa decisiva terza fonte di “energia”- e di chi ne possiede il controllo - in questo scandalo non se ne parla ?!) che controlla Electrabel ( 5° gruppo elettrico UE) e che a sua volta ha il 40% delle azioni di “ ACEA Electrabel elettricità”, con il suo Amministratore Delegato Jean Pierre Hanson che siede nel CdA del Gruppo ACEA. Entrambi i governi spagnolo e francese hanno inteso queste OPA “ italiane” come ostili, correndo ai ripari attraverso l’intervento diretto degli Stati, con concentramenti e fusioni di Aziende a controllo statale o con alleanze capaci di garantire l’indirizzo originario. Sotto la regia dei rispettivi governi, così sta avvenendo in Francia con Suez accorpata in Gaz de France , e in Spagna con Endesa accorpata con Iberrola (o alleata ad E ON) , alla faccia del massimo principio capitalista della “ libertà di mercato” : risulta oltremodo evidente che “ l’interesse della nazione” coincide con i gruppi di potere e che questo, il potere politico-.economico,è storicamente preminente rispetto alla favola del “ libero mercato-impresa”. Con questi ulteriori mancati affari - ricordate il naufragio recente dei “ furbetti del quartierino” nelle scalate Coop-Bnl e Popolare Lodi ; ora bisogna indagare sui retroscena del trappolone scattato ai danni di Berlusconi e soci ,in piena campagna elettorale - con le OPA autorizzate all’Enel dal governo in Italia stavamo arrivando al paradosso che, dopo la liberalizzazione accelerata dal centrosinistra nel 1999, con l’Enel costretta a vendere Centrali e Rete Distributiva a Endesa e Acea, nel 2006 con un Enel smembrata e ridimensionata il centrodestra ha puntato a testa bassa al controllo- riacquisto di Endesa e di Acea ( attraverso Electrabel-Suez) ! Le Autority italiane ed europee tacciono, così come i partiti e le associazioni dei consumatori , che nulla dicono dell’aumento , dal 25 al 32%, delle tariffe luce/gas,la cui drastica riduzione era invece il presupposto stesso della liberalizzazione ! Sempre dentro il rischio “ black out” , con la ripresa della velleità del “ nucleare” dopo la “ scarsità-riduzione” del gas russo ( Scaroni/Eni, sotto pressione di Berlusconi “ culo e camicia” con Putin/Gazprom, ha disdetto alcuni contratti con l’Algeria” nazione non sicura”), ci si sarebbe aspettati una politica europea per l’energia ( la Conferenza italiana è stata annullata dal governo preoccupato dalle ripercussioni negative per il taglio degli approvvigionamenti del gas russo) con annesso Piano Energetico Europeo, con fonti di approvvigionamento dettate da una politica estera lungimirante , finalizzata al rispetto del Protocollo di Kyoto e alla massificazione delle energie rinnovabili e del risparmio. Così non è, l’energia nonostante il progressivo esaurirsi delle fonti fossili viene incentivata al consumo-spreco, e per garantirsela i governi entrano i conflitto e i combine tra loro, compresa la “guerra permanente” e l’aggressione ai paesi produttori, ieri l’Irak ,domani……www.liblab.it

Troppi soldi per troppi partiti Alfredo Macchiati La regolamentazione del finanziamento della politica si presta a essere esaminata secondo diversi criteri: effetti sul grado di frazionamento delle forze politiche; trasparenza; condizionamento sul contenuto delle leggi; mix delle fonti (pubblico e privato); destinatari del finanziamento (partiti o candidati); modalità ed efficacia dei controlli; efficienza (livelli di spesa in rapporto ai "servizi" resi). Il quadro delle leggi del nostro paese presenta diverse criticità in ciascuno di questi aspetti, alcune delle quali esacerbate dagli interventi approvati dal Parlamento nelle ultime settimane, altre invece introdotte all’inizio della legislatura. Altre ancora, infine, risalgono allo scorso decennio. Diritto al finanziamento e numero dei partiti In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato abrogato con il referendum del 1993, che si chiuse con una sorta di plebiscito: a favore della cancellazione si espresse il 90,3 per cento dei votanti, che furono il 65,8 per cento degli aventi diritto. Ma naturalmente il referendum non poteva azzerare il finanziamento pubblico dei partiti, che ha semplicemente assunto un’altra forma, quella dei fondi destinati con periodicità annuale al rimborso delle spese elettorali. Ciò conferma, tra l’altro, come l’antipolitica, di cui quel referendum fu uno dei frutti più rappresentativi, non aiuti a formare un sistema delle istituzioni politiche trasparente, effettivamente controllabile e ordinato. La legge 156 del 2002 ha ridotto dal 4 all’1 per cento la soglia minima dei voti espressi in ambito nazionale per aver diritto al finanziamento. In tal modo si è rafforzato il contenuto proporzionalistico della regola, in qualche misura anticipando lo spirito della riforma elettorale. La conseguenza, come ben documentato in un recente volume di Cesare Salvi e Massimo Villone, è che i soldi pagati ai partiti si sono distribuiti nel 2005 su ben ottantuno formazioni politiche, a titolo di rimborsi per le elezioni regionali, nazionali, europee. (1) Davanti a questo risultato, c’è da chiedersi se il meccanismo di rimborso non dovrebbe, al contrario di quanto è successo, disincentivare il frazionamento, che costituisce sicuramente una anomalia acuta del nostro sistema politico. Subordinare i rimborsi elettorali alla effettiva elezione nelle assemblee potrebbe apparire una misura un po’ draconiana, ma in realtà ciò già avviene in Italia per le elezioni regionali e per quelle europee; in Spagna, questa regola vale anche per il Parlamento nazionale. In ogni caso, un sistema come quello italiano, dove la soglia per ricevere i rimborsi elettorali è molto più bassa del livello di sbarramento previsto dalla legge elettorale, appare del tutto illogico. Trasparenza Sul piano della trasparenza il sistema italiano, almeno sulla carta, non sfigura nel confronto internazionale. L’articolo 39 del "decreto milleproroghe" varato dal Governo nelle scorse settimane ha tuttavia aumentato drasticamente il limite oltre il quale scatta l’obbligo di dichiarazione congiunta di partito e soggetto donatore: da 6.614 a 50mila euro. In Gran Bretagna e in Germania il limite è molto più basso; ma ci sono anche paesi dove non vi è obbligo di trasparenza sul singolo contributo. Data la debolezza delle nostre istituzioni e le pratiche clientelari diffuse, la scelta della trasparenza massima sembra da raccomandare. Limiti alle spese elettorali Un susseguirsi di norme ha invece innalzato il tetto di spesa dei partiti, ottenuto moltiplicando il numero degli aventi diritti al voto per un certo importo, inizialmente 200 lire. Prima si è alzato l’importo massimo di spesa per elettore dei partiti, che è stato infine portato nel 2002 a un euro. Poi, con il decreto del 25 gennaio scorso, è stato aumentato il tetto di spesa per il singolo candidato, che passa da poco meno di 40mila euro a 52mila euro. Inoltre, si è raddoppiato il parametro del tetto di spesa per elettore del singolo candidato: è stato portato a due centesimi di euro. Era di cento lire, quindi è raddoppiato. Stiamo dunque assistendo alla continua lievitazione dei costi e dei rimborsi. È lecito domandarsi se sia cresciuto in proporzione il benessere dei cittadini, relativamente alla qualità dei servizi che i partiti svolgono: elaborazione delle politiche e loro realizzazione. Nel 2005 i partiti hanno ricevuto 196 milioni di euro, cui vanno aggiunti i circa 90 milioni dei contributi ai gruppi parlamentari, a carico del bilancio delle Camere. Alcune misure per migliorare il sistema Il problema è che quando il Parlamento delibera in materia di finanziamento delle spese elettorali, non compie mediazioni tra interessi contrastanti: decide in causa propria, come dicono i giuristi; se si preferisce, decide in conflitto d’interesse. Si renderebbe allora necessario un controllo super partes, non solo sul rispetto della normativa, dove peraltro i controlli previsti non si presentano particolarmente efficaci, ma anche su eventuali modifiche ai limiti di spesa. Secondo quanto sottolineato in un rapporto dell’associazione Astrid di poco più di un anno fa, in Francia, Germania e Stati Uniti, le Corti costituzionali svolgono una funzione cruciale nelle decisioni sul finanziamento della politica, una sorta di terzo attore che affianca Parlamento e opinione pubblica. Le modalità di un eventuale coinvolgimento della Corte, un tema squisitamente giuridico, meriterebbero di essere approfondite. Così come meriterebbe di essere affrontato il tema del concorso dei privati: anche un sistema a forte impronta pubblicistica, come quello tedesco, subordina la concessione dei fondi pubblici all’ottenimento di fondi privati (metodo dei matching funds). Insomma, il finanziamento dei privati, nel nostro sistema poco diffuso, andrebbe opportunamente incoraggiato, con il benefico effetto di allargare la partecipazione democratica alla politica. (1) Cesare Salvi, Massimo Villone, Il costo della democrazia, Mondadori.www.lavoce.info/

Beppe Grillo: “La mia prossima mossa? Un doppio blog” Il comico genovese spiega le ragioni del successo del suo blog e perché si prepara a raddoppiarlo “La mia prossima mossa sarà quella di farmi conoscere per potermi far scrivere dall’Estero. Quindi dividerò in due il blog, ne farò uno doppio. Faremo due post al giorno, uno con temi sempre di cronaca italiana e l’altro che riguarderà argomenti vari internazionali, in modo che possano interessare anche ai residenti all’estero”. E’ quanto ha dichiarato Beppe Grillo a Massimo Mattone, caporedattore di Internet Magazine, in un’intervista sul potere persuasivo dei Blog in relazione all’uso delle nuove tecnologie, quali, ad esempio, il Voice Over IP. “Questo blog è stata una sorpresa anche per me” – ha affermato il comico genovese quando gli è stato chiesto di spiegare le ragioni dell’enorme successo del suo blog. “La causa principale di questo successo” ha proseguito Beppe Grillo “è la reputazione, la mia reputazione e la mia fisicità. Io vinco sugli altri non perché io scriva meglio degli altri o dica cose più interessanti. Perché io esisto, esisto come professionista,vado in giro, faccio le tournée, ed ho una discreta reputazione”. Il Beppe più noto d’Italia ha avuto modo anche di smentire chi lo taccia di fare controinformazione: “Il mio blog sta diventando un punto di riferimento per l’informazione. E questo è quello che volevo io ed i miei collaboratori. Volevamo essere non una controinformazione, la controinformazione la fanno gli altri! Noi facciamo dell’informazione. E’ diventato un fenomeno enorme…” E il DVD in vendita sul suo Blog? Nessuna “paura”, serve solo a sostenerlo: “Il mio blog si autosostiene con la vendita di un DVD – chi lo compra lo compra, chi non lo compra usufruisce lo stesso di tutti i servizi” ha affermato il blogger italiano più visitato al mondo, sottolinenando l’importanza della semplicità di utilizzo del blog e della gratuità del medesimo. “Le prossime elezioni politiche 2006 saranno influenzate dai Blog?” gli ha poi chiesto Massimo Mattone, che si è già occupato di questo tema ascoltando i pareri dei principali leader politici italiani (blogger e non) in uno studio pubblicato sul Web e sulla rivista Internet Magazine: “Guarda cos’ha fatto Howard Dean negli Stati Uniti, stava quasi vincendo!” gli ha risposto un Beppe Grillo che sembrava avere pochi dubbi sul potere persuasivo dei blog in campagna elettorale. “Ha avuto un’eco straordinaria, anche economica. Ha fatto delle collette ed ha raggruppato cifre da capogiro…” ha proseguito il comico genovese. Gli è stato fatto osservare, a tal proposito, che il boom in Rete di Howard Dean non si è poi tradotto in un suffragio elettorale altrettanto “esplosivo”, chiedendogli conferma della sua convinzione del potere dei blog sull’informazione politica in campagna elettorale. Beppe Grillo ha confermato di crederci, soprattutto se ci sarà uno spirito d’iniziativa comune teso a portare l’informatica (Internet + PC) a basso costo nelle case degli italiani. "Ci pare dunque di aver capito che sostanzialmente tu credi che gli elettori possano basarsi anche sulla Rete (e sui Blog)” per le prossime elezioni, gli ha chiesto a tal proposito Massimo Mattone: “Sicuramente!” ha replicato Beppe Grillo. “Bisogna fare queste battaglie per rendere libero e gratuito l’accesso. Questo è indiscutibile. Quindi una sorta di cittadinanza digitale quando nasci. E poi rendere fruibili gli hardware. Computer a basso costo, gratuiti quasi, anche quelli. Cioè cercare di dare questa tecnologia alla maggior parte possibile di persone in forma libera e gratuita. Questa è la mia posizione” Beppe Grillo, semmai si possa, è parso sempre più innamorato della Rete e dei Blog. Rivolgendosi ai blogger ha detto: “Saluto tutti i blogger. Io ho scoperto un mondo che non conoscevo, quindi non posso che ringraziarvi. Comincio a conoscere per nome le persone, gente che si firma non so… come conan_il_rabarbaro, alzheimer… comincio a conoscerli e ho scoperto gente straordinaria, gente che per dire una parolaccia scrive c…o… C’è tanta buona gente nei blog. C’è davvero tanta buona gente. E con i Meetup li stiamo vedendo in faccia”, li stiamo incontrando di persona… Riguardo all’organizzazione di incontri fisici, reali, ai Meetup cioè, che rappresentano la proiezione reale del mondo virtuale dei Blog, il comico genevose si è rivelato entusiasta, sottolineando ancora, implicitamente, l’importanza della proiezione fisica - dell’ “Io esisto” anche in carne ed ossa, vado in giro per i teatri e le città…” - di ciò che (Rete, Blog) rischierebbe di restare altrimenti confinato in una dimensione semplicemente virtuale: “Con i Meetup stiamo avendo dei grandi successi” ha affermato a riguardo Beppe Grillo. Ad esempio, “far firmare lettere a segretari e a sindaci che sono dipendenti, alla battaglia per l’acqua, alla protesta per un inceneritore, a portare degli scienziati in comune per dire cosa esce da un inceneritore… Sono battaglie straordinarie quelle che fanno questi ragazzi!” E riguardo alle nuove tecnologie, come si pone Beppe Grillo? Da un suo post sul blog, scritto con la la simpatia graffiante che lo ha reso celebre in tutto il mondo, si evince infatti un grande entusiasmo, ad esempio, per il VoIP. “Fino ad un anno fa sfasciavo i computer!” ha risposto simpaticamente Beppe Grillo. “Poi ho scoperto che oltre al computer c’è la Rete e allora ho cominciato ad interessarmi alla Rete ed alle sue potenzialità che sono straordinarie: l’eliminazione dell’intermediazione, degli intermediari… Tutto ciò sta cambiando letteralmente il mondo. Io a tutte queste tecnologie (VoIP & dintorni, ndr.) mi ci sto avvicinando da un anno a questa parte”. Al perché del suo invito così caloroso all’uso del VoIP, Beppe Grillo ha risposto sottolinenando ancora l’importanza di far conoscere a tutti le enormi potenzialità della Rete e del VoIP: “Metà della gente non ha accesso a questa tecnologia, l’altro 50% dell’altra metà (che la usa, ndr.) non conosce la Rete, quindi (il post l’ho scritto, ndr.) vedendo questi software di telefonia che arrivano (il telefono è già cambiato adesso), vedendo la prospettiva straordinaria di come tagliare fuori questi usurai della voce con il VoIP, con l’essere collegati… Ormai negli Stati Uniti è un servizio che danno i bar, i ristoranti, gli alberghi. Se sei connesso con un telefono tu chiami il mondo senza pagare assolutamente nulla, perché la connessione te la danno gratuita”. E la difficoltà nel telefonare attraverso il PC, la paura di perdere la tradizionale semplicità della cornetta? Beppe Grillo rassicura tutti: “La prossima fase sarà proprio quella di eliminare il computer. Non ci sarà più il PC. Ci sarà il software direttamente nei telefonini, saranno già i costruttori di telefoni che metteranno questo software dentro al telefonino”. Allora, tutti pronti ad installare un bel software per il VoIP e via? “Sì, non paghi più le urbane e le interurbane, praticamente è quasi a costo zero… Il problema sarà come reagiranno questi pachidermi (Provider tradizionali, ndr.) che ci dobbiamo trascinare…” “Finora, Beppe” - ha osservato a tal proposito Massimo Mattone - “come sai i Provider tradizionali hanno reagito abbassando sostanzialmente rispetto al passato il canone delle tariffe telefoniche tradizionali di tipo Flat, portandole ad un prezzo in un certo senso concorrenziale con il VoIP (concorrenziale tra virgolette, perché il VoIP continua, in generale, a convenire - e spesso anche molto). Ecco, hanno reagito così. Il futuro del VoIP è un po’nelle loro mani”… “Certo. E se è nelle loro mani io mi comincio a preoccupare. Troveranno sicuramente qualche paletto. Far pagare ad esempio…” ha replicato Beppe Grillo.www.webmasterpoint.org/

Esperimenti con la verita' : saggezza e politica di Ghandi di red Il titolo di questo libretto di Enrico Peyretti è ripreso da Gandhi, che intitolò la propria autobiografia An Autobiography, or the Story of my Experiments with Truth. Egli diceva di se stesso: "Non sono che un comune mortale che procede dall'errore verso la verità". Per lui la verità è la preziosa unità di tutte le cose e di tutte le vite, che nessuna violenza deve offendere, che va difesa con la forza invincibile della nonviolenza, la forza dell'anima e dell'unità. Il libro è un lavoro semplice, divulgativo, un avvio a conoscere Gandhi e il movimento, più importante che imponente, da lui messo in moto nel Novecento: il secolo più violento della storia è stato anche il secolo in cui è sorta la maggiore alternativa politica alla violenza nei conflitti, nelle strutture, nelle culture, nella concezione stessa della società e delle sue istituzioni. Il lavoro è dedicato e diretto ai giovani che stanno scoprendo l'esempio e l'impegnativa eredità di Gandhi, e se ne sentono sospinti e incoraggiati a costruire pace e giustizia coi mezzi della pace e della giustizia. Dopo una sintesi sulla vita e personalità di Gandhi, attraverso la sua azione storica, si espone la sua teoria della nonviolenza: etica e politica, fini e mezzi nell'azione, le regole sperimentate dell'azione nonviolenta, la relazione tra religioni e pace. Concludono il volumetto di un centinaio di pagine, l'indicazione dei principali libri per conoscere Gandhi e una piccola antologia di testi gandhiani. Enrico Peyretti e' un teorico della nonviolenza. Ha scritto saggi e articoli ed e' membro - fra l'altro - del Comitato Scientifico del Centro Interateneo di Studi per la Pace delle Università piemontesi, e dell'analogo Comitato della rivista Quaderni Satyagraha, edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace di quella Università, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione e socio attivo del Centro Studi per la pace e la nonviolenza "Sereno Regis" di Torino. ESPERIMENTI CON LA VERITÀ SAGGEZZA E POLITICA DI GANDHI di Enrico Peyretti Ed. Pier Giorgio Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) pagine 104, 10 € www.osservatoriosullalegalita.org

Kabul, la rivolta dei prigionieri talebani Trattative in corso per scongiurare un blitz. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 detenuti L’esercito afgano circonda la prigione di Pol-i-Charki a Kabul, dove da sabato sera è in corso una rivolta di detenuti ex talebani che hanno preso il controllo della loro sezione e di quella femminile con un’azione costata loro 4 morti e 35 feriti. Il primo giorno di trattative si è concluso con il rilascio dei feriti più gravi che erano tenuti in ostaggio dai rivoltosi, consegnati al personale della ong italiana Emergency. Trattative in corso: consegnati a Emergency 17 feriti. “I rivoltosi hanno acconsentito a rilasciare 17 feriti e di consegnarli alle cure del nostro personale medico”, dice da Kabul Marco Garatti, coordinatore medico di Emergency in Afghanistan. “Li trasportiamo al nostro ospedale di Kabul a bordo di due ambulanze e di un nostro autobus che abbiamo approntato apposta sostituendo i sedili con quindici materassi. La trattativa in corso ci fa ben sperare, anche se sicuramente non sarà una cosa rapida. Anche il dispiegamento delle forze militari qui fuori dalla prigione, oggi assai minore di ieri, indica che per ora non si pensa a un’azione di forza per riprendere il controllo dei due bracci occupati. Noi d i Emergency e tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano qui a Pol-i-Charki ci opponiamo a un blitz: sarebbe una strage. Ieri sera e questa notte temevamo il peggio, ma poi sembra che questa mattina sia arrivato dal presidente Hamid Karzai l’ordine di aspettare e negoziare. Speriamo bene. Non sembra essere stata una rivolta organizzata, pianificata: i detenuti non avevano armi, il che significa che si è trattato di un’azione spontanea e improvvisata. A guidare la rivolta sono ovviamente i boss dei bracci, ma nessuno al momento può fare nomi perché nessuno è ancora entrato lì dentro dall’inizio della rivolta”. I rivoltosi tengono in ostaggio 156 persone. “Dopo il rilascio dei 17 feriti ci sono ancora 156 detenuti ostaggio dei rivoltosi: 13 prigionieri feriti durante la rivolta nel braccio politico e le 70 detenute del braccio femminile assieme ai loro 73 bambini”, racconta al telefono dal carcere di Pol-i- Charki Rosanna Magoga, responsabile del progetto d’assistenza sanitaria ai detenuti dell’ong italiana Emergency. “Nel braccio dei criminali comuni è tornata la calma: lì i prigionieri sono rientrati nelle celle. Invece la sezione politica e quella femminile sono ancora occupate dai prigionieri in rivolta. Oggi sono iniziate le trattative: i negoziatori sono alti esponenti religiosi e governativi afgani, che si coordinano con rappresentanti delle Onu e dell’Isaf venuti qui a Pol-i-Charki. Ancora non è chiaro quali siano le richieste dei detenuti in rivolta. Si sa solo che la scintilla è stata l’imposizione delle divise da parte della direzione del carcere, decisa dopo l’evasione il mese scorso di sette prigionieri che si erano mischiati tra i visitatori: sembra che le guardie abbiano usato la forza con i detenuti per imporre loro di indossare queste divise e che da qui sia iniziata la rivolta. Ma non è difficile immaginare che alla base della rivolta vi siano le dure condizioni di detenzione nel carcere, condizioni che noi che ci lavoriamo dentro conosciamo bene: celle sovraffollate, freddo e sporcizia, violenze e abusi sui prigionieri da parte delle guardie carcerarie”. La lugubre e famigerata prigione di Pol-i-Charki. Il carcere di Pol-i-Charki – tristemente famoso all’epoca del regime comunista e di quello talebano per le torture e le esecuzioni sommarie degli oppositori che vi venivano rinchiusi – è una grande e tetra costruzione di cemento che sorge in un’area desertica alla periferia di Kabul. Il suo aspetto lugubre e decadente si addice perfettamente a questo luogo di orrori e sofferenze. I bracci del carcere sono percorsi da lunghi e grigi corridoi rischiarati di notte da fioche lampadine nude e di giorno dalla luce che entra tra le sbarre alle finestre che si aprono su un lato del corridoio. Sull’altro lato, una fila ininterrotta di celle a vista: delle gabbie di quattro metri quadri, ognuna con quattro prigionieri. In fondo a ogni corridoio c’è una latrina: una fetida buca nel pavimento di cemento, da cui esce un tanfo nauseabondo, che scarica senza tubature direttamente nel cortile del carcere. I prigionieri politici, circa 1.300, sono ex prigionieri di guerra talebani, sia afgani che pachistani: sono detenuti illegalmente, poiché non è mai stata emessa a loro carico alcuna imputazione formale. Quasi tutti sono stati trasferiti qui nel maggio 2004 dall’inferno di Sheberghan, la scandalosa prigione del signore della guerra uzbeco Rashid Dostum, che lì rinchiuse in condizioni disumane i 3.500 supersiti dei 14 mila prigionieri catturati sui campi di battaglia di Mazar-i-Sharif e Kunduz: gli altri erano morti nei container, soffocati o falciati dai colpi di mitra sparati dalle milizie uzbeche contro le pareti dei cassoni quando i prigionieri urlavano per chiedere che venissero aperti dei buchi per l’aria./www.peacereporter.net Enrico Piovesana

Roma, la più multietnica d'Europa Stranieri. Presentato ieri il II Rapporto dell'Osservatorio romano sulle migrazioni. Tra le capitali europee, quella italiana si mostra come la più variegata, con quasi 200 nazionalità diverse Marzia Basili E’ stato presentato alla stampa ieri a Roma il secondo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, curato e presentato dalla Camera di Commercio e dalla Caritas di Roma. La sinergia tra un attore, come la Caritas, da sempre impegnato nel settore sociale e dell’accoglienza e la Camera di Commercio, organizzazione spiccatamente economica, è emblematica delle due dimensioni con cui la società italiana guarda al fenomeno dell’immigrazione. A differenza delle altre grandi capitali europee, Roma sembra emergere come la più multietnica. Mentre Parigi è meta privilegiata della comunità magrebina, Berlino di quella turca e Londra della indo-pachistana, Roma accoglie quasi 200 nazionalità diverse. Le collettività più numerose sono quelle filippina e rumena che tuttavia non raggiungono insieme più del 25% del totale della popolazione straniera. A gennaio 2005 risiedono nel comune di Roma circa 225 mila cittadini stranieri, pari a quasi l’8% della popolazione totale. Si tratta di una popolazione prevalentemente adulta e femminile che giunge nella capitale per lavorare o ricongiungersi alla propria famiglia; cala infatti la percentuale dei permessi di soggiorno per motivi religiosi e per studio. Ampliando lo sguardo al contesto provinciale, l’immigrazione aumenta sensibilmente nell’area extrametropolitana mentre tende a diminuire nella città di Roma facendo registrare un rapporto tra capoluogo e provincia che passa da 1 a 6 all’inizio degli anni ’90 all’attuale 1 a 3. Tale dato tradisce la tendenza dei nuclei familiari immigrati a scegliere di insediarsi non nell’area metropolitana bensì nei comuni circostanti che presentano probabilmente costi e condizioni di vita meno proibitive. Ciò trova anche conferma nella percentuale di alunni stranieri nelle scuole che passa dal 4,8% a Roma al 5,8% negli altri comuni della provincia. Se da un lato tale fenomeno è emblematico di una crescente tendenza alla stanzialità da parte della comunità immigrata che richiama la propria famiglia e cerca pertanto un contesto di vita più idoneo ai nuovi bisogni, dall’altro evidenzia un pericoloso processo, già sviluppatosi nelle altre capitali europee, di creazione di sistemi sub-urbani satelliti a forte rischio marginalizzazione. Come evidenziato dai dati Inps, i lavoratori stranieri nell’area romana sono prevalentemente occupati nel settore domestico o come dipendenti di aziende commerciali ed edili. Tuttavia, il dato che sorprende maggiormente è la straordinaria dinamicità dell’imprenditoria immigrata. A fronte di un calo dello 0,7% degli italiani titolari o soci di ditte, gli imprenditori immigrati fanno registrare, nell’arco temporale 2003-2004, un vero e proprio boom con il +19% di titolarità di nuove imprese. Un imprenditore “romano” su 15 (vale a dire il 7% del totale) è di origine straniera! Il settore imprenditoriale preferito è quello dei servizi (il 60% delle imprese attive in questo settore ha un titolare immigrato), del commercio (39%) e delle costruzioni (17%). I titolari ed i soci di origine rumena sono i più numerosi tuttavia si tratta di un fenomeno “multietnico”: si contano almeno una ventina di collettività nazionali con percentuali comprese tra il 4% e il 2% e la categoria “altre provenienze” rappresenta il 13,4% del totale. Le interpretazioni a questo dato possono essere molte, anche quelle che mettono in gioco fattori psicologici quali l’entusiasmo e la voglia di affermazione da parte di chi investe nel progetto migratorio un futuro migliore per sé e per i propri familiari. Tutto questo accede all’interno di una società, quella italiana, che sembra frenata e smarrita nei sui obiettivi di sviluppo a causa dei contraddittori e illusionistici indirizzi economici dell’attuale fase politica. www.aprileonline.info/

Nelle catacombe di Sofia - I 27.02.2006 Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova Cunicoli, cantine, fogne. C'è un'intera città nel sottosuolo della capitale della Bulgaria. E vi vivono migliaia di persone. Sono coloro i quali sono rimasti schiacciati dalla transizione. La prima di due puntate di un reportage di Tanya Mangalakova Gena - di Francesco Martino Mentre la Bulgaria si appresta ad entrare nell’Unione Europea, migliaia di senzatetto popolano le strade di Sofia, chiedendo l’elemosina o vagando da cassonetto a cassonetto, alla ricerca di cibo e di qualche vestito. Il numero dei senzatetto è cresciuto bruscamente negli ultimi quindici anni, alimentato dalle difficoltà economiche della transizione. Uomini, donne e bambini vivono nel sottosuolo della città, nei lunghi tunnel dove passano le condutture della “Toplofikatzya Sofia”, oppure in edifici abbandonati. In genere sopravvivono raccogliendo scatole di cartone che rivendono a 7 “stotinki” al chilo, (circa 3 eurocent) o ferro vecchio ( 20 “stotinki” al chilo). In gennaio il quotidiano “Standart” ha pubblicato una serie di reportage sul “popolo del sottosuolo”. Vladimir Yonchev, giovane reporter del giornale, non si è limitato però a raccontare la storia di questi emarginati, ma è riuscito a portare il neo sindaco di Sofia, Bojko Borisov a guardare da vicino le condizioni di vita di chi vive nell’ombra e a prendere la responsabilità politica della loro sopravvivenza. Il primo febbraio, infatti, Borisov, unico tra i politici della capitale, è sceso nel sottosuolo della città, incontrando i suoi abitanti più marginali. Attraverso una grata il sindaco ha potuto spiare la spaventosa miseria delle condutture sotterranee, dove uomini, bambini e donne, anche incinta, vivono per difendersi dal gelo dell’inverno. Ognuno di loro ha una storia, ma il profilo generale è comune; una vita misera e totalmente anonima, nessun posto dove andare, esclusione da ogni beneficio del sistema sociale e sanitario. Quanti sono gli abitanti del sottosuolo? La serie di reportage di “Standart” ha coinciso col momento più duro dell’inverno, con i termometri in picchiata fino a -20°. “Migliaia di senzatetto vivono nei tunnel di Sofia”, “I barboni si spartiscono le condutture”, “Il tunnel sotto lo Sheraton, il sogno di ogni senzatetto”. Sono questi i titoli degli articoli che hanno raccontato il mondo del sottosuolo. Pochi metri sotto il livello dell’asfalto esiste una Sofia sconosciuta, oggi rifugio di chi casa non ha. Non ci sono stime ufficiali, ma c’è chi si è spinto ad affermare che questa città sotterranea è abitata da 10/20mila persone. Bojko Borisov ha smentito queste stime, che giudica esagerate, ammettendo, però, di non avere la minima idea sulle dimensioni reali del fenomeno. Vari tipi di tunnel si intrecciano nel sottosuolo della capitale bulgara. C’è il “tunnel delle autorità”, protetto e inaccessibile, che, partendo dal parlamento arriva fino a Juzhen Park, passando sotto la Presidenza, il Consiglio dei ministri e l’Accademia Militare di Medicina. Ci sono poi le catacombe romane, la più antica delle quali, risalente al secondo secolo dopo Cristo, passa sotto la chiesa di “Sveta Nedelya”, ad un passo dall’hotel “Sheraton”. Ma il regno dei senzatetto sono soprattutto i tunnel delle condutture della “Toplofikatzya”, società distributrice di riscaldamento e acqua calda. Le condutture principali, dal diametro di circa un metro e mezzo, garantiscono al loro interno una temperatura di circa trenta gradi, tanto che questi dormitori vengono usati soltanto d’inverno. In estate, quando il calore diviene insopportabile, gli “invisibili” si trasferiscono nel cosiddetto “tunnel del Bronx”, a pochi metri dal monumento all’ Armata rossa. Il cinese - di Francesco Martino La faccia oscura di Sofia “Osservatorio” ha deciso di scendere nei tunnel per conoscere meglio la vita del “popolo del sottosuolo”. Per farlo ci siamo rivolti a Vladimir Yonchev, che ci ha indicato delle persone fidate. Miroslav “Miro”,19 anni, Yulian Nikolov “Yuli”, 43, e Ljubomir, detto“il Cinese”, 28, ci hanno fatto da guida per due giorni nel loro mondo sotterraneo e marginale. A sentire i loro racconti, tutti possono diventare dei senzatetto, vecchi e giovani, uomini e donne, singoli o intere famiglie. Si rimane sulla strada per tanti motivi, magari per scappare da una famiglia violenta, e si inizia a vagare alla ricerca di un posto dove passare la notte. Miro e gli altri di solito dormono in edifici abbandonati, ma anche loro conoscono il segreto dei tunnel della “Toplofikatzya”. La storia della loro vita sulla strada, precaria e caotica, parla di violenza, isolamento, esclusione, e di paura, soprattutto quella delle teste rasate. Il nostro viaggio comincia con una visita al centro giovanile “16+”. Lungo la strada, Yuli ci racconta della quotidiana discriminazione di chi vive senza fissa dimora. “Io, ad esempio sono imbianchino, ma chi vuoi che ti prenda al lavoro se sei sporco, malvestito e con la barba lunga?”. Il centro diurno “16+” Il centro diurno “16+” (www.acybg.org) è stato aperto nel 1999 dalla fondazione “Bulgaria libera e democratica”, presieduta da Dimmy Panitza, emigrato negli Usa ed ex giornalista del “Reader’s Digest”, tornato in Bulgaria dopo la caduta del comunismo. Offre assistenza sociale e medica ai giovani senza fissa dimora dai sedici ai venticinque anni, insieme a numerosi programmi per stimolarne la crescita e reintegrarli nel tessuto sociale. Dall’inizio dell’anno 189 ragazzi si sono iscritti a frequentare il centro, supportati da tre operatori. “Il fenomeno dei senzatetto è esploso durante gli anni ‘90”, ci ha spiegato Mariana Pisarska, direttore esecutivo del centro.”Questi ragazzi sono considerati dalla società veri e propri scarti di produzione, e crescendo non riescono a trovare né un lavoro né un posto dove vivere”. “16+” non si limita ad aiutare giovani senzatetto, ma distribuisce vestiti, scarpe, cibo a vari soggetti in difficoltà. Chi viene può scaldarsi, mangiare, fare una doccia ed anche navigare in internet. Il centro, però, è aperto solo fino alle 16. Gli operatori insegnano ai ragazzi a cercare offerte di lavoro e li incoraggiano a sviluppare progetti ed idee. Quasi tutti i visitatori hanno abbandonato la scuola e non hanno alcun titolo di studio. “Facciamo il nostro meglio per sviluppare le loro capacità manuali e il loro talento”, racconta ancora la Pisarska. “E’ difficile vincere la loro mancanza di fiducia in sé stessi, ma alcuni sono indubbiamente dotati. Najden, ad esempio è un bravissimo cantante, con una voce intensa. L’abbiamo aiutato a registrare un demo. Sogna di cantare nei locali della città, per guadagnare il pane per sé e per i suoi tre figli”. Miro - di Francesco Martino La maggior parte dei ragazzi è cresciuta in scuole e istituti per orfani o bambini abbandonati, e tutti parlano di sé stessi come di “bambini”, anche quelli che hanno già 24 o 25 anni. Moltissimi sono tossicodipendenti, sniffano colla da anni oppure si fanno di eroina. Mendicando per le strade riescono spesso a mettere insieme un bel gruzzoletto, che di solito spendono navigando in internet. Alcuni di loro, ci dicono, sono dei veri geni informatici. Nel centro oggi c’è una sola ragazza, tutte le altre sono alla visita gratuita nell’ambulatorio di “Medici senza frontiere”. Gena, 16 anni, di origine rom, aspetta un bambino, come quasi tutte le ragazze che frequentano il centro. Questa è la sua seconda gravidanza. Il primo figlio, che oggi ha un anno e mezzo, è il frutto di uno stupro, racconta. Ma poi subito cambia versione. “Lo amavo, ci sono stata a letto, avevo 15 anni”. Adesso c’è un altro uomo nella vita di Gena, Yanko, 21 anni, padre del bambino che porta in grembo. Vivono insieme nel quartiere di “Reduta”, periferico e degradato. Comunque è più fortunata della maggior parte dei ragazzi del centro, che passano la vita da un tunnel all’altro, sempre alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte. Un caffè da zio Bojko Bojko Borisov, sindaco di Sofia, è stato il primo politico che si è calato nel mondo degli “invisibili”, toccando con mano la loro vita di miseria . Il 1 febbraio, dopo aver visitato una delle condotte sotterranee, ha invitato due dei suoi abitanti nel suo ufficio. “Vi darò una casa ed un lavoro” ha promesso, e due giorni dopo ha incontrato Miro e Yuli (le nostre guide) in municipio. In questa occasione Borisov ha promesso di intraprendere misure concrete, rendendo disponibili 4 o 5 edifici comunali come abitazioni di emergenza, e coinvolgendo la polizia per emettere gratuitamente nuovi documenti di identità. Il sindaco ha inoltre stanziato circa 6mila leva (3mila euro) del budget comunale per fornire assistenza medica di base. “Questa questione è piuttosto scomoda”, ha dichiarato poi Borisov ai giornalisti. “Sarebbe bello poter chiudere gli occhi, come fanno in tanti, e affermare che il problema non esiste. In molti sanno che c’è “qualcosa” nel sottosuolo, ma non vogliono guardare, per paura di doverlo affrontare”. Mentre prendevano un caffè con “lo zio Bojko”, Miro e Yuli sembravano entusiasti di contattare quanti più senzatetto possibile, per convincerli a uscire dai loro rifugi sotterranei e ad incontrare il sindaco e la polizia nei locali di “16+, per dare inizio alle procedure di riconoscimento e consegna dei documenti di identità. Yuli, poi, era irriconoscibile. Grazie ad alcuni vestiti, regalo di Yonchev, il reporter di “Standart”, il barbone incontrato in mattinata si era trasformato in un signore “normale”, per nulla diverso da chi sedeva intorno a lui. Tanto che uno dei giornalisti presenti all’incontro, guardandolo perplesso, ha chiesto in giro “ e sarebbe questo, il barbone senzatetto?” www.osservatoriobalcani.org

Gambia: problemi sociali alla vigilia delle elezioni presidenziali La Repubblica del Gambia è caratterizzata ancora dalla presenza di gravi problemi sociali, come l’elevato tasso di mortalità infantile e la grande povertà della popolazione, costretta a vivere in condizioni di instabilità e precarietà. Nel 2006 si terranno le elezioni presidenziali e l’attuale presidente Yahya Jammeh elimina l’opposizione con tutta una serie di operazioni intimidatorie, dalla repressione della libertà di stampa all’arresto degli esponenti del partito avversario. A livello economico il Gambia dipende ancora in larga misura dagli aiuti stranieri ma ha adottato un nuovo programma di riforme volte a sviluppare il sistema economico. Massimo Corsini Equilibri.net Problemi sociali e politica La Repubblica del Gambia, uno degli stati africani più piccoli e poveri, dove il 59% della popolazione vive con un reddito inferiore ad un dollaro, ed è un paese in cui fasi di calma interna si alternano a conflitti dovuti alla presenza di gravi problemi sociali. Nel territorio non sono presenti risorse notevoli di materie prime e l’economia si basa prevalentemente sull’agricoltura. Il tasso di disoccupazione è elevato e l’intero sistema economico dipende in gran parte da aiuti e sostegni internazionali. La popolazione, nel 2005 poco più di un milione e mezzo di individui, è composta da etnie differenti sia in termini di cultura che di religione. I principali gruppi etnici presenti nel territorio sono i Malinke (34% della popolazione), i Fulani (16%) e i Wolof (12%). Dell’intero corpo sociale oltre il 90% è musulmano, mentre il restante è suddiviso tra cristiani ed animisti. I problemi sociali più gravi sono l’alto tasso di mortalità infantile (circa il 7% dei bambini muore entro il primo anno di vita), la denutrizione, la mancanza di acqua potabile, la presenza di gravi malattie (HIV, malaria, febbre gialla, meningite). Altrettanto grave è la disuguaglianza nel trattamento della donna, prassi tristemente radicata nella tradizione regionale. La legislazione nazionale prevede l’eguaglianza dei sessi, ma nei villaggi la legge statale non è ancora completamente rispettata. Le donne non possono avere accesso alla proprietà terriera né avere denaro proprio, ma è loro compito lavorare nei campi e accudire alla famiglia. Data la grande povertà della popolazione le ragazze sono spesso costrette a sposarsi presto e contro la loro volontà, e la loro vita è il più delle volte segnata dallo sfruttamento, dai maltrattamenti nonché dall’abuso sessuale. Il paese ottiene l’indipendenza dalla corona inglese nel 1965. Dopo aver dato vita ad una breve confederazione con il Senegal, nel luglio del 1994 sale al potere, con un sanguinoso colpo di stato, Yahya Jammeh, poi eletto presidente nelle elezioni del 1996 e rinominato nel 2001, con seri dubbi sulla regolarità della campagna elettorale e delle votazioni (si ricorda in particolare l’arresto di esponenti politici dell’opposizione e giornalisti gambesi nonché l’espulsione dal territorio dei cronisti stranieri). Nel 2006 sono previste nuove elezioni presidenziali, a cui faranno seguito nel 2007 quelle parlamentari. La situazione politica interna è tuttavia instabile e Jammeh ha formalmente annunciato la propria candidatura. Il governo di Banjul elimina l’opposizione attraverso operazioni intimidatorie, impedendo lo svolgimento della campagna elettorale dei rivali e inibendo la stampa indipendente (in particolare attraverso la previsione di elevate tasse). Nel gennaio del 2006 il governo ha fatto arrestare i principali leader del partito avversario, asserendo il loro coinvolgimento in “attività sovversive” minaccianti la sicurezza nazionale. Mamath Bah, leader del Partito Nazionale di Riconciliazione (PNR), Omar Jallow, guida del Partito Popolare Progressista (PPP) e ministro nel deposto governo dell’ex presidente Jawara, nonché Halifa Sallah, dell’Organizzazione Democratica per l’Indipendenza e il Socialismo (partiti che nel 2004 si sono fusi dando vita ad un’unica forza di opposizione denominata Alleanza Nazionale per lo Sviluppo e la Democrazia, ANSD). I tre leader e altri membri dell’opposizione sono stati accusati, il 3 novembre 2005, di aiutare economicamente e logisticamente gruppi di ribelli separatisti nella lotta contro il governo senegalese per l’indipendenza della regione di Casamance. Come risposta l’ANSD continua a chiedere formalmente al governo di Banjul il rilascio dei suoi leader o di provare le sue asserzioni contro la coalizione. Graduale trasformazione del sistema economico Anno fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’economia gambiana è il 1996, quando il governo di Yahya Jammeh adotta la cosiddetta “Vision 2020”, un programma di interventi e riforme volte allo sviluppo dei settori sociale ed economico per il periodo 1996-2020. Con tale progetto il governo si impegna a trasformare e ristrutturare l’intera economia del paese, modellandola sui principi del libero mercato, in particolare attraverso sviluppo del commercio, incremento dei settori agricolo e manifatturiero, impulso al turismo e maggiori esportazioni. Lo scopo perseguito è riuscire a garantire un sistema macroeconomico bilanciato e assicurare di conseguenza un maggiore ed adeguato standard di vita a tutta la popolazione, che vive ancora in gravi condizioni di precarietà e povertà. Obiettivi primari sono: sviluppo dell’agricoltura, maggiore sfruttamento delle risorse naturali, espansione e diversificazione industriale, costruzione di infrastrutture e servizi. Simultaneamente un nuovo indirizzo diplomatico tende ad assicurare migliori e fruttiferi rapporti con le nazioni estere, al fine di incentivare una maggiore collaborazione economica. Attualmente il settore più importante dell’economia gambiana è l’agricoltura (in particolare la coltivazione delle arachidi). Il settore occupa circa il 75% della forza lavoro, ma si caratterizza ancora per la mancanza di modernizzazione nel sistema produttivo, l'assenza di diversificazione e il mancato reinvestimento dei proventi. Nonostante la presenza del fiume Gambia che attraversa l’intero paese, è coltivabile appena un sesto del territorio. Nella Vision 2020 sono indicati gli obiettivi a lungo termine considerati primari: un incremento dell’esportazione che garantisca maggiori introiti da poter reinvestire nei processi di sviluppo e diversificazione della produzione, il miglioramento del sistema di irrigazione al fine di ottimizzare e aumentare l’impiego sia delle risorse idriche che dei terreni coltivabili, la creazione di maggiore forza lavoro e la riduzione delle disparità nel trattamento tra uomo e donna. Nel 2005 il settore ha conosciuto una consistente espansione, aumentando del 13,9% e costituendo nel 2005 il 35,5% del prodotto interno lordo. Nel giugno del 2005 è inoltre stato avviato dal Ministero dell’Agricoltura un importante progetto volto a combattere la degradazione del terreno e sviluppare una più consapevole amministrazione delle risorse idriche, finanziato in parte dalla Banca per lo Sviluppo Africano attraverso un prestito di circa 7 milioni di euro. Per quanto riguarda il settore industriale (12,2% del PIL), il principale obiettivo nel lungo termine è riuscire a raggiungere un solido sistema di infrastrutture che possa accompagnare lo sviluppo del sistema imprenditoriale e manifatturiero. In particolare sarà necessaria una profonda ristrutturazione nel settore dei trasporti. I porti dovranno essere resi più efficienti ed è in corso la trasformazione dell’intero scalo di Banjul in un vasto centro industriale, in previsione dell’aumento dei traffici marini (nel 2005 la pesca è incrementata del 10%). Opere di espansione e rinnovamento sono in atto anche nell’aeroporto della capitale, finalizzate ad affrontare in modo dinamico l’espansione del settore turistico. Dal punto di vista energetico il territorio è privo di giacimenti petroliferi e l’intero settore industriale si basa sull’acquisto di idrocarburi dall’estero. Per sopperire a tale mancanza nel 1978 è stata istituita l’Organizzazione per lo Sviluppo del Bacino Gambiano (OSBG), cui fanno parte Repubblica del Gambia, Guinea, Guinea-Bissau e Senegal, finalizzata allo sviluppo del potenziale idroelettrico del bacino, rendendolo fruibile agli stati partecipanti. La produzione di energia idroelettrica dovrebbe permettere di ridurre in modo significativo la dipendenza dell’economia gambiana dal petrolio straniero. Entro la fine del 2007 dovrebbe terminare la costruzione di due grandi dighe, a Kaléta e a Sambangalou (solo la seconda sarà in grado di produrre più di 400 giga watt all’ora). Scopo del progetto è portare ad una riduzione dei costi aumentando la competitività internazionale delle industrie dei paesi partecipanti al progetto. Conclusioni A livello politico la situazione sembra destinata a rimanere instabile ancora per molto tempo, data la reticenza dell’attuale presidente Jammeh a permettere lo svolgimento di elezioni veramente democratiche, permettendo un reale confronto con l’opposizione. Per quanto riguarda invece l’economia le aspettative sono più rosee, dato che l’adozione della Vision 2020 comincia a dare i suoi frutti, come lo sviluppo del settore agricolo e la ormai vicina indipendenza dal petrolio estero. Ci si aspetta quindi che nel corso di questi prossimi 10-15 anni la situazione possa migliorare e il Gambia riesca finalmente ad avere un’economia autonoma non dipendente da aiuti e donazioni straniere.


febbraio 27 2006

La prevalenza del cretino Marco Travaglio Ottima l'idea di Daniele Capezzone e di alcuni altri fra i migliori cervelli del centrosinistra, fra i quali Mastella e Turci, di rinviare l'uscita del film di Nanni Moretti "Il Caimano" per non alimentare il vittimismo di Berlusconi con l'ennesimo "boomerang". Com'è noto, infatti, George W.Bush ha rivinto le elezioni grazie al film anti-Bush di Michael Moore. E, a ben guardare, anche lo scandalo Watergate fu un favore a Nixon, il quale sì perse la Casa Bianca, ma potè fare la vittima. Dunque rinviare il Caimano. Ma non solo. La proposta non deve restare isolata, ma va allargata e perfezionata per la bisogna. 1) Moretti prepari in fretta e furia un film pro Berlusconi, magari facendosi aiutare da Bondi, Cicchitto e Schifani. Potrebbe sobriamente intitolarsi "Il Santo", con introduzione di Vespa. 2) Proibire per tutta la durata della campagna elettorale pellicole potenzialmente allusive, come "Quarto potere" o "Il padrino". 3) Ritirare dalle librerie tutte le opere su (e dunque anti) Berlusconi: dai libri di Alexander Stille, David Lane, Paolo Sylos Labini, Giovanni Sartori, Umberto Eco, Furio Colombo e Romano Prodi ai dvd di Enrico Deaglio e Andrea Salerno. Chi scrive, per la sua parte, ha già dato disposizioni in merito ai propri editori. Devono sparire al più presto anche le liriche antigovernative di Giovanni Raboni, pubblicate da Garzanti dopo il rifiuto dell'Einaudi, cioè di Berlusconi (timoroso di vincere troppo facilmente le elezioni). Sostituire il tutto con le opere del Cavaliere, le poesie di Bondi e Pecorella, e le recenti memorie del cosiddetto ministro Castelli in lingua celtica con testo a fronte e cofanetto con maglietta di Calderoli in omaggio. 4) Sbarrare cinema e teatri a tutti i comici - Luttazzi, Rossi, Hendel, fratelli Guzzanti e così via - che Berlusconi ha fatto cacciare dalla tv per buttar via qualche milione di voti. 5) Sospendere, fino al 10 aprile compreso, la stampa di pubblicazioni pericolose come la Repubblica, l'Espresso, Diario, l'Unità, il manifesto, Liberazione, Micromega. Il fatto che Berlusconi ne sia ossessionato non deve ingannare: lui ancora non lo sa, ma è grazie a queste testate che rischia di rivincere. 6) Pregare la stampa internazionale, dall'Economist in giù, di ritirare i suoi corrispondenti da Roma e sospendere la diffusione nelle edicole d'Italia e dei paesi limitrofi, onde evitare giudizi negativi sul premier che gli consentano di fare la vittima. 7) Abrogare tutti i processi a carico del premier e, dove possibile, assolverlo a prescindere dalla sua eventuale colpevolezza: in questo modo gli sarà più difficile attaccare la magistratura. 8) Imbavagliare tutti i magistrati, onde evitare che rispondano agli insulti del premier. Invitare i vertici dell'Anm e il primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli a confessare la propria affiliazione alle Brigate rosse e i loro viaggi a Cuba a scopo di turismo sessuale, così da privare Berlusconi di altri preziosi argomenti in campagna elettorale. 9) Evitare di candidare nell'Unione personaggi noti per la loro deplorevole propensione per la legalità, come già opportunamente fatto con Nando Dalla Chiesa e Leoluca Orlando, e sostituirli con figure meno controverse. Per esempio David Mills e Bruno Contrada. Perché il modo migliore per battere Berlusconi è quello di anticiparlo. 10) Chiudere "Che tempo che fa", "Parla con me" e "Blob" o, in alternativa, sostituire Cornacchione e Vergassola con lo staff del Bagaglino e il programma di Ghezzi con le omelie di Pera e le sedute integrali delle commissioni Mitrokhin e Telekom Serbia. 11) Denunciare i genitori di Ilaria Alpi per aver coperto in tutti questi anni il suicidio della figlia e di Miran Hrovatin, notoriamente legati ad Al Qaeda, anticipando anche Taormina. 12) Convincere i pensionati alla fame a salire sugli autobus per magnificare la politica economica del governo, rinviando le eventuali lamentele a quando dovesse governare l'Unione. 13) Iscrivere tutti i leader dell'Unione al Club Scontro di Civiltà appena fondato da Pera, Fallaci e Rosa Giannetta Alberoni. 14) Far accettare a Prodi il confronto tv con Berlusconi sul campo neutro delle reti di Tarak Ben Ammar, moderato da Adriano Tilgher, Maurizio Boccacci e Franco Freda, secondo le indicazioni del Cda Rai e della commissione di Vigilanza. 15) Lasciare la campagna elettorale nelle mani di Capezzone, Mastella e Turci, che a perdere ci riescono benissimo da soli. www.unita.it

La magistratura servile che vuole Berlusconi GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 27 febbraio 2006 Non occorre spendere troppe parole per raccontare la ragione del conflitto tra la magistratura e il berlusconismo. E´ in due frasette: chi deve giudicare; che cosa si deve giudicare. Il premier fa tanto rumore, grida, strepita, protesta ma, in soldoni, la sua manovra prevede soltanto due approdi: chi deve giudicare ha da rispettare le volontà del potere politico, esserne condizionato se non addirittura diventarne braccio burocratico (ecco che cos´è la riforma dell´ordinamento giudiziario). La magistratura che vuole il premier Che cosa si deve giudicare è poi opzione nella sola disponibilità di chi siede al governo del Paese. La corruzione si può giudicare? Le combine finanziarie possono essere punite? I legacci della mafia con la politica possono essere sciolti? Lo deciderà il consiglio dei ministri attraverso le gerarchie togate. Sono idee improprie e indecenti – bestemmie – per una Costituzione che prevede la separazione dei poteri. Il Cavaliere deve nasconderle, occultarle. Per questo strepita, accusa, minaccia, svillaneggia le toghe (lo ha fatto, tornerà a farlo). I passi del Cavaliere muovono sempre verso un´unica direzione: annichilire la realtà a vantaggio di una contrapposizione ideologica artificiosa. Il Bene contro il Male. La libertà contro il comunismo. "Noi" e "loro". E chi può avere, nel suo senso comune, simpatia per una toga nera? Se dovesse capitare di doverla incontrare, una toga nera, è certo che sei in un guaio. Se indagato, devi dar conto dei tuoi comportamenti. Se sei vittima di un reato, hai già ricevuto un danno e ti chiedi – ammesso che il danno possa essere riparato – se lo Stato ce la farà mai a risarcirti (e il risarcimento ti sembrerà, sempre e comunque, approssimativo e parziale). Berlusconi irresponsabilmente lavora nel fondo psichico collettivo di questa diffidenza quando alza la voce contro la magistratura. Con tre utilità (politiche e personali) immediate. Cela l´uso privato che ha fatto del Parlamento e del governo. Appesantisce il timore "naturale" per lo Stato rappresentato dalla magistratura. Maschera, schiamazzando, il suo clamoroso fallimento "riformatore", il catastrofico danneggiamento della macchina della giustizia. Una rovina che paghiamo e pagheremo tutti perché, al sodo, la giustizia non è altro che «a ciascuno il suo». Non è altro che «l´incessante sforzo di attribuire a ciascuno il suo diritto» (come recita la prima frase del Corpus iuris civilis). Oggi, rispetto a cinque anni fa, i diritti di ciascuno sono più o meno garantiti? A quel «a ciascuno il suo» – promessa di una giustizia giusta – si può guardare con fiducia o con sospetto? Sono queste le domande che il premier non vuole affrontare. E´ questa la "concretezza" con cui Berlusconi non vuole fare i conti confondendo, nel frastuono ideologico e piagnone, una realtà che può affiorare soltanto se cala il rumore, come è avvenuto nei tre giorni del XXVIII congresso dell´Associazione nazionale magistrati. Spento il chiasso alimentato dal Cavaliere e dai suoi corifei addetti all´aggressione delle toghe (tra i quali va annotata la new entry di Pierferdinando Casini), la bancarotta della giustizia italiana offre i suoi numeri neri. Cinque anni fa, Berlusconi promette, «in tempi brevissimi», grandi riforme in nome dell´efficienza, delle garanzie, della responsabilità e professionalità dei magistrati, della legalità, della sicurezza, della certezza della pena. Il vasto programma prevede la riformulazione dei quattro codici fondamentali: codice civile, codice di procedura civile, codice penale, codice di procedura penale. Nulla da fare. La riforma del diritto societario è una riformicchia che anche il centrodestra si prepara a correggere vergognandosene. Nulla da fare anche per la riforma del diritto fallimentare. Archiviata per un´altra stagione la riforma del diritto minorile. I processi saranno più rapidi, giura il governo. Il risultato è la distruzione del processo civile. Se si ipotizza un giudizio di due gradi di merito (tribunale e appello) e un giudizio di legittimità, il processo civile ha oggi una durata media di 3.041 giorni. Oltre otto anni. Il processo penale è un ferro vecchio, inservibile. Un arnese o inconcludente o crudele. Quando non viene "fulminato" dalla prescrizione, arriva in porto in 82 mesi offrendo o una pena che appare una tardiva vendetta dello Stato oppure una assoluzione che non ripaga – chi l´ha subito – dei danni esistenziali ed economici. Il processo penale è rimasto così quel che era: un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta la responsabilità, non punisce. Con l´aggravante che, con i formalismi introdotti dalle riforme di Berlusconi, è oggi un processo diseguale che avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti e danna all´inferno i poveri cristi. In questo deserto "riformatore" che premia soltanto il più forte, brillano soltanto le leggi che hanno favorito il "più forte di tutti": depenalizzazione del falso in bilancio; rogatorie; legge Cirami: lodo Schifani; legge Cirielli. Una per ogni anno di legislatura, approvate dal Parlamento in tempi da primato (dai tre ai quattro mesi) e sempre in sovrapposizione alle urgenze processuali di Berlusconi e dei suoi amici. I benefici effetti per il Cavaliere si traducono in una iettatura per il sistema, per chi deve farlo funzionare, per chi deve fruirne e vedere riconosciuto un suo diritto perché leggi "criminogene" producono più crimini, più criminali, più impunità. La Cirielli che regola i tempi della prescrizione, per dirne una, già mostra di dare un colpo definitivo al «debito pubblico giudiziario», come piace dire all´imperito ministro di Giustizia. Le prescrizioni erano 98mila nel 2001, sono diventate 200mila nel 2005. Approvata la Cirielli, se ne sono aggiunte subito altre 35mila (stime ministeriali). Il peggio non finisce qui. Con la legge sull´inappellabilità, il collasso attende ora anche la Corte di Cassazione. E´ questo fallimento (il comitato esecutivo del consiglio d´Europa lo giudica «un vero pericolo per il rispetto dello stato di diritto in Italia») che Silvio Berlusconi nasconde come polvere sotto il tappeto. Chiede che «a ciascuno, il suo» diventi diritto diseguale, impunità per i forti e "guai ai vinti". Per spuntarla, ha bisogno di una magistratura conformista e servile. E, per essere rieletto, che non compaia mai, travolto dal molto fracasso, questo disgraziato stato delle cose. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Antonione, la parabola del segretario senza partito di ALBERTO STATERA «Sic transit gloria mundi» direbbe don Gianni Baget Bozzo, che maneggia il latino, se gli si chiedesse che fine ha fatto Roberto Antonione. Ex governatore del Friuli Venezia Giulia, eletto con qualche sussulto senatore nel 2001, nominato sottosegretario agli Esteri, il dentista triestino fu catapultato a Roma nel sommo ruolo di coordinatore nazionale di Forza Italia, come dire segretario del primo partito di governo, se il cortile di casa Berlusconi potesse essere considerato un partito. Insediato da poco al quinto piano di via dell'Umiltà, tra le scalmane di Claudio Scajola, detto Staraciotto (copyright Alfredo Biondi) o Sciaboletta per la non svettante statura, don Gianni, «puttana nata», come si autodefinì una volta, e suprema incarnazione del berlusconismo, dopo esserlo stato del cattofascismo e del craxismo, badò subito ad azzopparlo alla prima sconfitta elettorale. «Se vai a Forza Italia in via dell'Umiltà raccontò non trovi nessuno. Incontri solo le dattilografe e qualche volta il coordinatore nazionale in ascensore». Su e giù, su e giù, invano, come incrudelì Giuliano Ferrara. Approdati a via dell'Umiltà il cattoleninista Sandro Bondi e il trotzkista Fabrizio Cicchitto, dell'ex liberale Antonione si persero le tracce. Lui garantiva in epiche interviste di vivere al ministero degli Esteri una «esperienza incredibile»: contatti ad altissimo livello, confronti sui problemi della guerra e del terrorismo, colazione con Ciampi, pranzo con la regina d'Inghilterra, cena con Blair o Zapatero, ciò che gli ha fruttato «ben tredici onorificenze internazionali». Ma per la verità, risulta che il feeling con il suo ministro Gianfranco Fini non sia mai stato alle stelle. E' vero però che la signora Franca Ciampi lo considera un ottimo gentiluomo. A dispetto delle malignità di don Gianni, della freddezza di Fini e del «coordinamento nazionale» di Forza Italia perduto, nessuno si aspettava che persino il laticlavio di Antonione potesse essere messo in discussione. E invece è proprio ciò che sta accadendo. Nel collegio di Trieste Forza Italia porterà sicuramente un senatore. Uno solo, perché il secondo in lista è più che a rischio, è assai improbabile. E Giulio Camber, ex socialista, sottosegretario nel governo Craxi, attuale senatore e dominus di Forza Italia in Friuli Venezia Giulia non ama correre rischi. Perciò, se il candidato non sarà lui, minaccia di togliere l'appoggio di Forza Italia al sindaco forzista uscente Roberto Dipiazza che corre per essere riconfermato nelle elezioni che si terranno il 9 aprile, lo stesso giorno delle politiche. Così, paradossalmente, quasi sponsor di Antonione è diventato il governatore di centrosinistra Riccardo Illy, che con Camber ha un fatto diciamo «personale», da quando la sua compagna Marina Monassi è stata nominata presidente dell'Autorità portuale, contro il parere suo e della regione, cui spettava la designazione, con un blitz del ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi sul quale pende ancora un giudizio amministrativo. Il sottosegretario Antonione incassa così, tra la freddezza dei suoi, l'imprevista nonantipatia del centrosinistra, che colloca invece tra gli «impresentabili» il senatore Camber, condannato in appello nel processo per il crac della banca Kreditna. Singolare parabola quella di Antonione, dalle stelle alle stalle, che ha appiccicato all'ex coordinatore nazionale di Forza Italia l'immagine che una volta fu coniata per Mario Segni: l'uomo che ha vinto al totocalcio, ma ha perso la schedina. Come direbbe don Gianni, sic transit gloria mundi. a.statera@repubblica.it

Illy: "Tanti veti contro di noi ora sosterrò soltanto Prodi" da Repubblica - 27 febbraio 2006 ROMA - «Mi disinteresserò della campagna elettorale, mi limiterò a sostenere nei modi opportuni Romano Prodi». Il giorno dopo la chiusura dei termini per la presentazione dei simboli e per la sottoscrizione degli apparentamenti, Riccardo Illy non nasconde la sua amarezza per lo stop alle presenza liste civiche nell´Unione. Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia punta l´indice contro i centristi e li accusa di «volere vincere poco perché hanno in mente altri progetti». Presidente, allora neanche in Friuli Venezia Giulia ci sarà una lista civica collegata al centrosinistra? «No, non hanno presentato alcun simbolo. Voglio ricordare che io ero pronto a fare il testimonial della rete nazionale delle liste civiche. Ma solo a patto che ci fosse il via libera da parte dell´Unione. Questo via libera non c´è stato e allora il progetto si è fermato». Ma alla sua lista civica avevano dato semaforo verde. «Non dica la mia lista. Loro avevano il via libera, ma hanno deciso di non presentarsi per solidarietà con le altre liste civiche escluse». Ma avete trattato? Fino a quando? «Le trattative sono durate fino alla vigila della presentazione dei simboli. Ma poi ci sono stati dei veti, non c´è stato accordo». Pensa alla Margherita? «Questo lo dice lei. Ma se mettiamo in fila i fatti, le interviste, le dichiarazioni di queste ultime settimane, è evidente che qualcuno non ha voluto la presenza delle liste civiche». Lei di fronte al no ha detto: "In bocca al lupo; qualcuno pensa di essere tanto forte da non avere bisogno di altri voti". «Ho detto questo perché basta guardare i dati relativi alle ultime elezioni europee e regionali per vedere che in molte regioni l´Unione non è maggioranza. Se lo è diventata è grazie all´apporto delle liste civiche. Vuol dire che non hanno bisogno di questi voti». Lei ha anche detto che qualcuno non vuol vincere troppo. Pensa ancora a Rutelli? «E´ evidente che qualcuno punta ad una vittoria, soprattutto al Senato con 10, 20, voti di maggioranza. E a quel punto per costoro si aprono interessanti scenari con i centristi dell´altro schieramento». Ma questo è un ragionamento che si basa solo sui dati elettorali o ha anche qualche sondaggio? «Su quanto pesano le liste civiche ci sono i dati di Mannheimer. E ripeto che in alcune regioni le liste civiche sono determinanti per la vittoria dell´Unione». Lei ha fatto sapere che in caso di vittoria dell´Unione il Friuli Venezia Giulia avrà un rappresentate nel governo. Non è che avete fatto uno scambio: niente lista per un posto al governo? «Ma non scherziamo. Io ho scritto sia a Berlusconi che a Prodi per far sapere loro quali sono le priorità del Friuli Venezia Giulia. Per quanto riguarda la presenza nel governo Prodi mi ha risposto per iscritto che le nostre aspettative per avere un rappresentante nel futuro governo molto probabilmente saranno soddisfatte». Adesso qualcuno potrà pensare che le si disimpegnerà dalla campagna elettorale? «Ma chi ha detto che il mio contributo doveva essere dato per scontato? Ricordo che sono stato eletto come indipendente non sono iscritto ad un partito. Sono stato eletto allo stesso modo sindaco e deputato. A questo punto mi disinteresserò della campagna elettorale, mi limiterò a sostenere Romano Prodi nei modi opportuni». (si.bu.)

Minchia, signor Casini di Marco Travaglio «Guai se commettessimo l'errore capitale ed imperdonabile di lasciare ad appannaggio del centrosinistra la questione morale e la lotta alla mafia!»: così parlò il presidente della Camera Piercasinando al congresso nazionale Udc, sotto la presidenza di Totò Cuffaro (5 luglio 2005). "Non faremo sconti: a parte Cuffaro, in Sicilia non ricandideremo nessun inquisito": così tuonò il presidente della Camera Piercasinando in un'intervista all'Espresso di due settimane fa (23 febbraio 2006). E, in un certo senso, fu persino di parola. Perché l'Udc in Sicilia, a parte Cuffaro e qualcun altro, non candiderà inquisiti: candiderà direttamente condannati. Le liste non sono ancora definitive, ma dopo il direttivo regionale dell'Udc tenutosi l'altro giorno a Palermo, si danno per scontate - fra le altre - le candidature di Giuseppe Drago e Calogero Sodano. Ora, è comprensibile che nel partito dell'"Io c'entro", trovare qualche decina di incensurati da mettere in lista in Sicilia sia impresa ardua. Ma mettere in lista i due suddetti personaggi dopo aver promesso di "non fare sconti" a nessuno, denota un grande senso dell' umorismo. Questi non sono sconti. Sono saldi di fine stagione. Giuseppe Drago, sottosegretario agli Esteri, era fino al 1998 presidente della Regione Sicilia. Poi, poco prima di lasciare l'incarico, ebbe un bella pensata: svuotò la cassa dei fondi riservati del governatore e portò via i 230 milioni di lire ivi contenuti. "Li ho spesi in beneficenza", disse. Purtroppo i giudici non gli han creduto: il Tribunale di Palermo l'ha condannato a 3 anni e 3 mesi per peculato e abuso, e la Corte dei Conti a restituire il maltolto. Ergo Drago sarà in lista per l'Udc. Il senatore Calogero Sodano, ex sindaco di Agrigento, è ancora meglio. Dall'altroieri la sua città è tappezzata di manifesti di Legambiente guidata dal battagliero avvocato e consigliere comunale Peppe Arnone, per ricordare all'inclita e al colto la fedina penale dell'illustre concittadino: "condanna definitiva a 1 anno e 8 mesi per aver favorito l'abusivismo edilizio nella Valle dei Templi in cambio di sostegno elettorale; 3 anni e 4 mesi in Tribunale per gli appalti truccati del depuratore del Villaggio Peruzzo e delle opere di urbanizzazione di Favara ovest; 1 anno in Tribunale per la gestione illegale dell'acquedotto municipale; imputato per la sua villa abusiva nella valle dei Templi e per aver truccato l'appalto della nettezza urbana". Totale: quattro condanne per un totale di 6 anni di reclusione e due processi in corso. Legambiente finge di prendere sul serio la promessa di Piercasinando: "Grazie, presidente Casini! Grazie per la lezione di etica fornita agli agrigentini, grazie per aver deciso di escludere dalle liste Udc, con l'eccezione di Cuffaro, i politici inquisiti. Ma il senatore Sodano lo ha dimenticato? Che un soggetto con la sua fedina penale rappresentasse Agrigento in Parlamento ha costituito una gravissima offesa per l'etica, la politica, la morale degli agrigentini, nonché un pessimo esempio per tutti gli altri politici di come si fa carriera violando le leggi. Per questo ringraziamo il presidente Casini per il principio morale che intende applicare al suo partito, che speriamo farà pulizia ad Agrigento di persone impresentabili quali il senatore Sodano". Salvo miracoli, Sodano sarà regolarmente in lista. Poi ci sono gli inquisiti "semplici". Come Saverio Romano, già prosciolto nel processo per il caso Guttadauro-Cuffaro & C. ma di nuovo indagato per le rivelazioni del pentito Campanella, e dunque numero 2 della lista Udc per la Camera. Quella del Senato, capitanata dall'ottimo Cuffaro, avrà invece al secondo posto Calogero Mannino, condannato in appello per concorso esterno in mafia: poi la Cassazione annullò la sentenza, non certo perché non ci fossero elementi a carico dell'imputato, ma perché la motivazione fu ritenuta insufficiente. Il secondo appello inizia domani, ma la legge Pecorella lo manderà in fumo, salvo che venga dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Questo naturalmente è solo un piccolo campionario del partito di Piercasinando. Il quale ieri, dall'alto della sua cattedra morale, ha lanciato un appello ai magistrati italiani riuniti a congresso: "Fate pulizia in casa vostra per essere più credibili". www.unita.it

COS'E' SUCCESSO AL MIO PAESE ? DI STEVE OSBORN Sono un americano nato e cresciuto, e fiero di esserlo. A scuola mi hanno insegnato la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e il Bill of Rights (La carta dei diritti). Mio fratello, durante la guerra, era un ufficiale della marina mercantile che ha visto affondar sotto di sé ben tre navi. Abbiamo sconfitto i nazisti, i fascisti e i giapponesi e abbiamo reso il mondo più sicuro per la democrazia. Dopo la guerra c’è stata Norimberga e l’assicurazione che cose come l’olocausto non sarebbero potute più accadere. Il piano Marshall ha rimesso in piedi le parti del mondo che erano in rovina. America, democrazia solidarietà e aiuto. Era bello essere americani, purtroppo ci sono state Hiroshima e Nagasaki però, ci hanno detto, era necessario per abbreviare la guerra e salvare altre vite. Quando abbiamo letto il libro di Orwell “1984” abbiamo pensato che quelle cose potevano accadere solo in paesi come la Germania nazista o la Russia sovietica, non avremmo mai immaginato che cose simili sarebbero potute avvenire da noi. Poi è arrivata la guerra fredda, McCarthy, la Corea e, più tardi, il Viet Nam. Il mio servizio militare ha attraversato proprio quel periodo di guerre, però. grazie alla mia buona stella, non ho dovuto combattere. Nel 1956 mi trovavo a Bikini dove si svolgevano gli esperimenti sulla bomba all’idrogeno e lì venni a conoscenza degli innimaginabili orrori di una eventuale guerra nucleare. Il Viet Nam ci ha insegnato quali fossero i pericoli e la follia di entrare in guerra con pretesti inventati. Il golfo del Tonkino è stata una lezione per tutti, come lo è stato l’impeachment di Nixon che aveva violato la legge e la Costituzione. Non avremmo più permesso che un Presidente si mettesse a spiare la propria popolazione o si mettesse a perseguitare chi non era d’accordo con lui o con la sua politica. Si, è vero, gli Stati Uniti erano una nazione molto ricca. Una nazione che poteva prendersi cura sia della libertà che del benessere dei suoi cittadini, e che accoglieva i diseredati e gli esuli da tutto il mondo. Si trattava di una nazione che si era messa a esplorare lo spazio e che si trovava ai primi posti nel campo scientifico. Ero proprio fiero di essere un americano! Dio mio! Che cosa è successo? La mia nazione non rispetta più la Costituzione e la Carta dei Diritti, che sono stati un faro per l’umanità da oltre due secoli, se non a parole. Il mio paese, unilateralmente, non rispetta più i trattati, fondati sulla legge e sul diritto, che erano la speranza di un mondo di pace. Il mio paese attacca un paese lontano, che non rappresentava nessun pericolo per noi, solo perché è ricco di petrolio. Il mio paese distribuisce tutto il suo benessere ai ricchi e abbandona gli affamati, i senza casa, i disoccupati e gli ammalati. Che cosa è successo alla Costituzione che così saggiamente aveva diviso i poteri in tre rami distinti in modo che un sistema di controllo ed equilibrio evitasse che l’uno prevalesse sull’altro? Come siamo arrivati al punto che un presidente, che aveva giurato di difendere la Costituzione, l’abbia potuta definire soltanto “un maledetto pezzo di carta?” e che il Congresso sia diventato il notaio di tutto quello che vuole il Presidente? Come è possibile che la Corte Suprema ignori la Costituzione per affidi tutti i poteri al Presidente? Oggi mi trovo a vivere in un’America che non ho il coraggio di lasciare per paura che all’estero mi dileggino, mi sparino, mi bombardino o mi rapiscano. Sono considerato un cittadino di una nazione canaglia che non rispetta più le leggi se non quelle del più forte e del più prepotente. Per andar in Canada ho bisogno del passaporto, quando si tratta di una nazione sorella con i confini sempre aperti da secoli. Qualunque funzionario, in qualunque momento mi può richiedere di esibire “i documenti”. Devo accettare che i funzionari governativi possono entrare a casa mia e portarmi via oggetti e documenti ogni volta che lo vogliano con una semplice pretesto, non sono nemmeno tenuti a farmi sapere che hanno violato il mio domicilio e la mia privacy. Devo accettare che il governo spii le mie conversazioni private, il telefono, le e-mails, la corrispondenza postale e tutto il resto, per di più può proibire a chiunque di farmi sapere che si stanno interessando di me. La dittatura assoluta di Orwell ha preso il posto, a casa mia, della Costituzione e della Carta dei diritti. Le differenze che distinguevano gli Stati Uniti dalla Russia sovietica, dala Germania nazista e dall’Italia fascista stanno rapidamente e inesorabilmente diminuendo e la gente, paralizzata dalla paura, lascia che ciò avvenga. La paura viene rinfocolata dalla banda che si è impadronita di Washington e dai suoi complici del ministero della propaganda, che una volta era l’ultimo baluardo a difesa del popolo contro la tirannia, l’ormai estinta stampa libera. Così adesso sono fiero di essere americano solo per il passato; per il presente sono molto triste; per il futuro sono molto spaventato. Non sono più orgoglioso di essere americano, però non c’è un altro posto dove posso andare. Steve Osborn Fonte:www.informationclearinghouse.info Link: http://www.informationclearinghouse.info/article11975.htm 19.02.06 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

L’Afghanistan e la sua legge Storie e volti di un sistema giudiziario misogino e conservatore difficile da riformare Salima ha una trentina d’anni ma ne dimostra quasi il doppio. Da tre anni vive in una buia stanzetta in una casa d’argilla: la sezione femminile della medievale prigione di Lashkargah, nel profondo sud dell’Afghanistan. Tra le mura di questo carcere Salima ha dato alla luce una bambina che ora condivide il triste destino di carcerata con la madre. Per la piccola Fariba il mondo finisce contro il filo spinato aggrovigliato alle sbarre d’acciaio del cancello della prigione. Lei è il frutto del peccato che ha portato sua madre in carcere, la prova di un delitto che secondo la legge Afgana è punito con dieci anni di galera. Quando Salima è stata rinchiusa qui era incinta, ma non di suo marito. Costretta, come tutte le donne afgane, a un matrimonio combinato con un uomo che non amava, si è innamorata di un altro e di lui è rimasta incinta. Il marito, dopo averle fatto rimpiangere di essere nata a forza di botte, ha chiamato la polizia e l’ha fatta imprigionare per adulterio. Lei e la figlia che portava in ventre. Il capo della polizia:“Le nostre leggi sono quelle dell’Islam”. “Beh, cosa c’è di strano? Queste sono le nostre leggi: siamo un paese islamico e il nostro codice penale si basa sulla sharìa. Le è andata bene che non l’hanno lapidata!”, scherza Mohammed Ansarì, comandante della polizia di Lashkargah. “Da voi in Italia non è lo stesso? Le adultere non finiscono in prigione?”. Gli spieghiamo che nel nostro paese l’adulterio non è più un reato dal 1968: non tanto tempo in effetti. Ma lui non si scompone e risponde: “Beh, avete sbagliato di grosso! Le donne infedeli devono finire per lo meno in prigione!”. Gli chiediamo cosa ne pensa delle accuse di Amnesty Inetrnational che in un rapporto del 2003 denunciava gli abusi sessuali a cui le detenute per adulterio sono regolarmente sottoposte in carcere da parte di guardiani e poliziotti. “Sono tutte falsità”, risponde con uno strano sorriso. All’Italia il difficile compito di riformare il sistema giudiziario afgano. L’immane compito di riformare il sistema legale, giudiziario e carcerario afgano grava tutto sulle spalle del governo italiano. Il programma, costato finora al nostro erario quasi 50 milioni di euro, è diretto dall’ex capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) e attuale direttore esecutivo dell'Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite contro il la droga e il crimine) Giuseppe Di Gennaro. In oltre tre anni di lavoro, tra le altre cose, è stato redatto un nuovo codice di procedura penale e un codice minorile, sono stati riformati il codice di famiglia e il codice civile, e sono stati ‘formati’ centinaia di giudici e avvocati destinati a diventare ‘formatori’ a loro volta. Risultati importanti che però, purtroppo, si scontrano con una realtà che fatica a cambiare, con tradizioni legate non solo alla legge islamica ma soprattutto a usi e costumi duri a morire. Un sistema conservatore dalla base fino ai vertici. Tradizioni che permeano tutto il sistema giudiziario afgano, dai tribunali distrettuali, su su fino alla Corte Suprema di Kabul, che dovrebbe essere tenuta a dare l’esempio e a fare da guida a tutti gli apparati giuridici nazionali. E che in effetti lo fa, ma in senso assolutamente conservatore e tradizionalista, dato che a presiederla è l’ottantenne Fazl Hadi Shinwari, portabandiera dei reazionari religiosi afgani. Fu lui a chiedere la sospensione delle trasmissioni della televisione privata Tolo Tv per i suoi programmi musicali giudicati offensivi della morale islamica. Sua fu l’idea di rimuovere la dottoressa Sima Samar dal posto di vice primo ministro del governo provvisorio di Karzai per le sue critiche alla sharìa. E ancora lui chiese l’arresto e la condanna per blasfemia di Ali Mohaqiq Nasab, direttore del mensile femminile Hoquq-e Zan (Diritti delle Donne), che aveva pubblicato due articoli in cui si criticavano la fustigazione e la lapidazione delle donne adultere. Nei giorni scorsi un gruppo di diplomatici europei ha sostanzialmente chiesto a Karzai di rimuovere Shinwari dalla presidenza della Corte Suprema. Come se non fosse anche lui un prodotto della cultura afgana: una cultura radicata e diffusa che non cambierà così facilmente. E non certo in tempo perché Salima e sua figlia se ne accorgano. www.peacereporter.net/ Enrico Piovesana

Jugoslavia : dichiarazione solenne di quattro nuovi giudici di red Si terra' oggi la dichiarazione solenne dei nuovi membri del Tribunale penale internazionale. In una seduta pubblica i quattro nuovi giudici nominati dall'assemblea generale e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 7 novembre 2005 terranno la dichiarazione solenne prevista dall'articolo 20 dello statuto della Corte. Nella dichiarazione ogni magistrato - Kenneth Keith, Bernardo Sepúlveda Amor, Mohamed Bennouna e Leonid Skotnikov - si impegna ad esercitare i suoi poteri in modo imparziale e coscenzioso. Dopo la seduta comune i giudici Keith (Nuova Zelanda), Sepúlveda Amor (Messico), Bennouna (Marocco) e Skotnikov (Russia) si ritireranno brevemente, aprendo poi in seguito le udienze pubbliche. Il caso trattato oggi riguarda l'applicazione della Convenzione sulla prevenzione e sulla punizione del crimine di genocidio nel caso Bosnia Herzegovina contro Serbia e Montenegro. www.osservatoriosullalegalita.org

Good Morning Iraq Nicola, Dov'è che un poveraccio digiuno di arabo inizia a cercare fonti irachene sull'Iraq? Parto da "iraqi news" su Google e trovo subito un sito molto ben fatto, http://www.iraqinews.com/, che apre sulla malattia di Arafat (!). Lascio questo cadavere giornalistico e cerco qualcosa di più generale, tipo una lista di giornali online iracheni. Ci sono tre giornali in inglese segnalati, ma l'unico link che funziona è quello che dà verso il bollettino della comunità caldea, che ha cessato di pubblicare online nel 2002, prima della guerra. Contrariamente a quanto accade per molti paesi arabi, le news in inglese dall'Iraq non si raggiungono con due click. Proviamo coi blog. Ne trovo alcuni abbandonati e uno (http://mygreenzone.blogspot.com/) iniziato di recente da Ali, neolaureato in ingegneria meccanica di Baquba, triangolo sunnita. Apprendo che la guerra ha portato Internet nel paese tre anni fa, e questo forse spiega la scarsezza delle fonti. L'inglese è pessimo e sciolto, come di qualcuno che l'ha imparato leggendo testi scientifici e ascoltando musica americana. Il tono generale è di un ragazzo che vorrebbe fare la sua vita, lavorare come ingegnere, guadagnare qualche soldo, magari anche divertirsi, partecipare alla vita del proprio paese e della propria città. Dal post del 31 dicembre 2005. "Ciao a tutti e Buon Natale a tutta la gente di tutti i paesi e Buon Anno Nuovo. Adesso è mezzanotte nel mio paese e quindi entriamo nel 2006. Spero che quest'anno sia l'inizio di un futuro nuovo e buono per tutti gli iracheni, che si lasci l'identititarismo ("denominationalism") da parte e che si lavori insieme come una sola mano e che migliori il livello della vita, come quello di altri popoli. Spero che sia un anno sicuro, senza bombe, senza omicidi, senza arresti e senza più torture." Dal post del 27 dicembre 2005. "Questa settimana molte centinaia di studenti dell'università di Mosul hanno dimostrato contro i brogli elettorali e l'aumento della benzina. Tutto è andato liscio, ma alla fine della dimostrazione i poliziotti iracheni sono arrivati come una banda di criminali, hanno preso l'organizzatore della manifestazione con molti suoi amici studenti e li hanno portati via, nessuno sa dove. Dopo due giorni ne hanno trovati due morti a causa delle torture bestiali. Io chiedo, adesso, che razza di libertà è questa? O è questo il prezzo della libertà? Grazie." Da un commento al post, comunque, pare che i due studenti siano stati uccisi da peshmerga curdi, non da poliziotti. Come sempre, dove la libertà di stampa è limitata, nel caso iracheno anche dalla continua strage dei giornalisti, non c'è modo di sapere la verità. Sono interessanti i commenti dei navigatori americani a questo e altri post. Dai commenti al blog di Ali arrivo a quello della giovane Najma (http://astarfrommosul.blogspot.com/), che pare essere assai famosa nella blogosfera irachena. Sul suo sito c'è anche la lista dei libri che chiede siano donati all'università di Mosul, da cui si capisce che studia ingegneria ambientale o qualcosa di simile. Il post del 24 febbraio 2006 scivola sull'attentato al santuario di Samarra e sulle conseguenze, visto che Najm è sotto esame, alcune materie non vanno come dovrebbero (biologia e francese) e non bastano quelle che vanno bene (inglese e matematica). La pagina che sfoglio è piena delle occupazioni di una studentessa universitaria (esami, amici) araba (con una famiglia estesa vasta e compatta). Dà della vita in Iraq un'idea più verosimile (non necessariamente più vera) di quella che riceviamo dai telegiornali, che ci danno solo le bombe e le sparatorie. Del resto, le guerre sono così. Un lungo periodo in cui non succede nulla o quasi, e poi magari la catastrofe, il bombardamento o il passaggio del fronte. O un lento degradarsi del vivere quotidiano, che magari uno percepisce solovisitando una città vicina, così come Najm in visia ai parenti di Bagdad: "Bagdad è distrutta, non è la stessa Bagdad di cui m'ero innamorata... Strade inondate d'acqua, fili elettrici strappati che pendono, soldati nelle strade... eccetera eccetera". Seguo un link di Najm e arrivo su Baghdad burning (http://riverbendblog.blogspot.com/), altro blog scritto in ottimo inglese. Già, perchè scrivono in inglese? Per essere letti da noi occidentali. Najm è stata addirittura invitata a scrivere degli editoriali per il New York Times (degli op/ed, credo: opinioni indipendenti dalla linea del giornale). Anche Baghdad Burning è di un giovane sunnita, molto politicizzato, ottimo inglese, con link alla stampa internazionale e a siti dall'aria delirante (http://www.guerrillanews.com/). Come tanti giovani nell'era di Internet, Baghdad Burning si nutre indifferentemente di BBC e radicalismo internazionalista. Comunque, fa una certa impressione la dettagliata descrizione di una retata delle forze congiunte americane e irachene in un quartiere sunnita di Bagdad, sabato 11 febbraio 2006, due anni e mezzo dopo la fine ufficiale della guerra. Se questa è la vita quotidiana nella capitale, ha poco senso parlare di ricostruzione e democrazia. E gli sciiti? E i curdi? I cristiani? Sarà per la prossima puntata. www.ulivoselvatico.org/

I cacciatori di teste Da Costa Gavras in giù di Igino Domanin Nel volgere del secondo millennio le promesse dell’immaginario utopico della modernità sembravano poter essere adempiute. Il paradosso dell’utopia realizzata e della conseguente fine della storia apparivano come l’esito positivo e irreversibile della globalizzazione dei mercati, dei cicli economici espansivi che poggiavano sull’uso aggressivo della leva finanziaria, dell’esautoramento della sovranità lenta, costosa e burocratica dei vecchi stati-nazione. Il sogno di una nuova economia dove potessero convivere i vantaggi di un’illimitata crescita economica e di una liberazione dalle fatiche ataviche del lavoro sembrava sul punto di avverarsi. Il turbocapitalismo degli anni novanta, caratterizzato, per esempio, negli USA da un’ascesa senza precedenti, sia per volumi sia per durata, del prodotto interno lordo e degli indici di borsa poteva essere interpretato come il sintomo di una trasformazione radicale degli stessi presupposti economici tradizionali. L’epoca del lavoro immateriale, basata sull’infrastruttura delle reti digitali, sui flussi interminabili di denaro, e sulla delocalizzazione della produzione, soprattutto industriale, su scala planetaria, stava determinando una straordinaria mutazione antropologica. Una New Economy, appunto, che esaltava la flessibilità del lavoro, che premiava la creatività e l’intelligenza piuttosto che la bruta prestazione meccanica. Un passaggio epocale che segnava la definitiva uscita dalla gabbia d’acciaio del fordismo e l’ingresso nei nuovi falansteri del funky business. Il futuro sarebbe appartenuto alle no-sleeping company, come nel casi di una dotcom sorta nel Nordest che mise in pratica il precetto di un’organizzazione del lavoro che eliminasse i contrasti e le barriere che separano l’arco temporale della vita e i paletti della giornata lavorativa. I dipendenti potevano scegliere quotidianamente i tempi e i modi in cui lavorare: potevano dormire, fare la toilette o usare la palestra o la sauna, sempre all’interno dello stesso luogo produttivo. Un dispositivo produttivo, insomma, che funziona sul concetto che ogni attività pratica può determinare un valore economico. Giocare, divertirsi, conoscere persone divenivano, quindi, prestazioni che possono generare risorse valide per le finalità dell’azienda. La distinzione tra vivere e lavorare era fatalmente obsoleta e, quindi, cadeva. Nel nuovo scenario, le risorse strategiche fondamentali divenivano le capacità umane per eccellenza, ovvero il talento di usare con efficacia il proprio linguaggio, le proprie conoscenze e le proprie emozioni. Una svolta che s’insinuava nelle pieghe più profonde della condizione umana, che affondava, perfino, nelle radici neurobiologiche della vita; cioè, là dove le tecnoscienze hanno rivelato che, da un punto di vista fisiologico, hanno sede i processi caratteristici della nostra specie. Se la capacità di elaborare e maneggiare simboli e informazioni dipende, infatti, da un indissolubile legame con gli assetti materiali della nostra costituzione bio-fisica, allora è possibile concludere che il nuovo ciclo economico della globalizzazione metteva al centro, come risorsa produttiva, la vita stessa. E’ molto significativo come, in Italia, parte della migliore ricerca filosofica contemporanea dai contributi rilevanti di Agamben ed Esposito, fino alle innovative riflessioni di antropologia filosofica di De Carolis e Virno abbia individuato nell’ontologia della vita la lente focale tramite cui osservare i rivolgimenti e i conflitti della nostra società. Questo aspetto, davvero radicale, del nuovo regime che governa il rapporto tra saperi, poteri e produzione nella nostra società non è, però, avanzato secondo i binari progressivi unidirezionali di un’ingenua, fallace e deteriore filosofia della storia. L’utopia realizzata, infatti, assomiglia molto più a un nuovo tipo di distopia à la Huxley de Il Mondo Nuovo. Non si tratta di nostalgia per l’Età del Ferro del fordismo, dove regnava una drastica disciplina dei corpi e della condotte individuali; dove il paternalismo del vecchio Welfare regolava i piani di vita dalla culla alla tomba; dove, come raccontano i formatori aziendali più anziani, negli anni sessanta nelle fabbriche si chiedeva ancora il permesso per fare pipì, oppure, negli uffici, e se due impiegati erano sorpresi a chiacchierare dal loro responsabile venivano prontamente zittiti dal battere sulla scrivania di un paio di colpetti del cappuccio della stilografica. Ma neanche di mitizzare l’Età dell’Oro della nuova economia; anche perché ai più comincia a non sembrare tanto aurea. Al contrario, gli inediti e traumatici risvolti del nuovo sistema economico richiederebbero il soccorso di una teoria critica, in grado, di mostrare il rovescio negativo dell’attualità. Il film di Costa Gavras in uscita, in questi giorni nelle sale italiane, col titolo Cacciatore di teste è un emblema feroce della crisi che sta attraversando il modello trionfalistico che il neoliberismo dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Il film affronta un aspetto inedito e controfinalistico delle distorsioni patologiche del modello ideologico neoconservatore. In questo caso, infatti, a patire le conseguenze della ristrutturazione capitalistica non è la manodopera, ma il management. Un ingegnere, specializzato nella progettazione della produzione della carta, viene licenziato in seguito a una fusione tra due grandi aziende del settore. Dopo una disperata ricerca del posto di lavoro, decide, attraverso un ingegnoso sistema, di eliminare fisicamente tutti i suoi concorrenti e di uccidere il manager di un impresa del settore, per poter insediarsi al suo posto. Il film descrive la condizione di una famiglia della middle class, che precipita progressivamente in comportamenti prossimi al delirio. Anche il figlio del protagonista, privato dell’uso di Internet per via delle difficoltà economiche, compie, per esempio, clamorosi furti di software. L’erosione della sicurezza e l’avvento della società del rischio investe anche i ceti medio-alti. Il ventre della vecchia società dei “due terzi”, quella in cui la formazione di un grande e articolato ceto medio forniva la base di legittimazione delle liberaldemocrazie occidentali, è scoppiato. Da un lato c’è la moltitudine caotica ed eterogenea di coloro che lottano, con alterne e imprevedibili fortune, per il reddito in un quadro privo di garanzie, dall’altro la remunerazione eccezionale della ricchezza finanziaria e immobiliare che impone ciecamente il proprio interesse rispetto al resto della società. Si potrebbe, quindi, pensare che ci troviamo di fronte a una situazione esplosiva e a una prossima levata di scudi della nuova forza-lavoro contro i poteri dell’Impero? Niente affatto. Lo scoppio della bolla speculativa del Nasdaq non ha avuto gli effetti sociali del crollo del ’29. Si è trattato di una crisi economica, benché gravissima, che è scoppiata come una guerra strisciante e a bassa intensità. Non si tratta di chiudere gli occhi rispetto al fatto che la crescita economica degli anni novanta ha creato un aumento della ricchezza e ha, comunque offerto delle nuove opportunità di lavoro, ma di comprenderò però, che essa ha avuto anche dei costi molto alti, che rischiano tra poco di divenire insopportabili; del resto, la spia più grave della crisi è appunto nel fatto che le forme di opposizione e di critica alle controfinalità dell’operare della finanza e dei mercati è priva degli spazi pubblici tradizionali e la forme mediatizzate dell’opinione pubblica vigente sono spesso occupate dai più biechi interessi economici: la crisi, insomma della comunità, come presupposto dell’agire, e, al contrario, l’uso della comunità come bene riproducibile e scambiabile. In particolare, come viene, per esempio, in luce nel bel film di Costa Gavras, i meccanismi di downsizing e di delocalizzazione stanno provocando pericolosi fenomeni distruttivi. La dissoluzione dello spazio pubblico e delle condizioni tipiche dell’agire collettivo, determinano il regresso a un comportamento inopinatamente ferino dove invece di combattere insieme, ci si scanna per le briciole. Il film è curiosamente satirico, benché si basi su un impianto tipicamente noir e abbia per protagonista un assassino seriale e paranoico, soprattutto quando riesce a mostrare come il disagio psichico e i fenomeni di dissociazione mentale non siano più proprietà individuali, bensì costellazioni ambientali. Il regista ha infatti utilizzato delle straordinarie immagini pubblicitarie, che appaiono disseminate nel set e che sottolineano in modo sordo, ma enfatico, il collassamento della frontiera tra il mondo psichico e la realtà esterna. Sono presenti come detriti dell’attività mentale, concrezioni occasionali e residue, sorta di mineralizzazioni dell’anima. Sono immagini che parlano come degli slogan muti e subliminali, così come succede in molti casi di advertisng imperniato sulla tacita e condivisa riconoscibilità del logo, e che suggeriscono come la relazione tra mente e mondo sia sempre più critica, al limite della patologia. Una società colpita a morte, nei più intimi strati della sua psiche, proprio dagli strali che provengono, come ha brillantemente definito Robert B. Reich in un suo fortunato best seller, dalla condizione paradossale dell’infelicità del successo. Tra i produttori del film di Costa Gravas ci sono anche i fratelli Dardenne, i quali con opere come Rosetta o L’enfant hanno costruito una poetica filmica in grado di percorrere un cammino artistico nel quale il realismo sociale può tornare a essere, in modo credibile e non ideologico, la matrice di uno stile. Bisogna chiedersi, però, verso quale tipo di realismo critico può andare adesso l’arte attuale, poiché il modo d’essere della realtà è abitato da un nucleo psicotico e delirante, e le forme dell’esperienza si costituiscono mediante una compenetrazione indissolubile di reale e di possibile. Se un tempo ci fu, per esempio, una stagione importante del cosiddetto “romanzo industriale” che rappresentò l’alienazione del neocapitalismo italiano con autori notevoli come Ottieri, Volponi o Bianciardi, ci si potrebbe allora chiedere: in che misura, nel caso lo fosse, è possibile oggi una rappresentazione critica del capitalismo cognitivo? [Questo testo è stato pubblicato sulle pagine de l'Unità


febbraio 26 2006

LE TOGHE ROSSE ALLA GUERRA DEI CENT´ANNI EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 26 febbraio 2006 PIÙ AUMENTANO gli attacchi e le cocenti offese che il presidente del Consiglio uscente lancia verso la magistratura e più si moltiplicano gli appelli ai magistrati affinché non rispondano all´aggressione. Venerdì scorso Ciampi li ha invitati alla pacatezza e all´imparzialità dal suo alto seggio di presidente del Consiglio superiore della magistratura riaffermando ancora una volta il valore dell´indipendenza dell´Ordine giudiziario. L´opposizione di centrosinistra dal canto suo si è astenuta dal commentare l´ennesima offensiva del "premier" condotta fino al parossismo nel discorso milanese di apertura della campagna elettorale. Comprendo benissimo lo spirito di quegli inviti e di quella voluta prudenza, ma resta il fatto che l´aggressione tra il presidente del Consiglio uscente e i magistrati è un fatto la cui anomalia e gravità non può passare sotto silenzio per la semplicissima ragione che Silvio Berlusconi è, almeno fino al 10 aprile, il titolare del potere esecutivo. Allora la domanda, già posta tante volte ma finora priva di risposta, è questa: può il capo del potere esecutivo aggredire, insultare, delegittimare sistematicamente da cinque anni (tralascio gli anni precedenti) un altro potere dello Stato senza incorrere in alcuna sanzione? Non si configura un conflitto tra poteri che dovrebbe essere oggetto di giudizio presso la sede garante della correttezza di comportamento dei vari organi costituzionali? I commentatori che si sono occupati di questa questione eccellono di solito nel dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Quelli più attenti a salvaguardare la propria equidistanza non mancano di premettere che «fa male» il presidente del Consiglio ad aggredire la magistratura. Fa male? È sufficiente un biasimo di mera opportunità? Qui si tratta, lo ripeto, d´un grave conflitto istituzionale tra poteri dello Stato provocato dal capo del potere esecutivo. La questione assume quindi una specialissima gravità. Ho sotto gli occhi un articolo dell´ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, intitolato Ritorno all´imparzialità. Mi sono domandato, prima di leggerlo, se sarebbe stato imparziale a sua volta. Purtroppo non lo è stato e me ne dispiace molto per il conto che faccio dell´intelligenza dell´autore. * * * Romano descrive la figura del magistrato quale lui la vorrebbe, anzi quale secondo lui deve essere e non è. Le toghe rosse alla guerra Scrive: «Non basta aver applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un´ombra sull´imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale». Più oltre rincara la dose: «Un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale». Secondo Sergio Romano un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi deve comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli della legge. Ma poiché non gli si può vietare di pensare (meno male) deve tuttavia far finta di non pensare, non lasciarsi sfuggire neppure una parola sui suoi pensieri poiché se lo facesse e se quelle parole venissero risapute egli «perderebbe la fiducia dei cittadini». Un monaco, dicevo, senza neppure la possibilità di abbandonare la tonaca. I sacerdoti hanno questa possibilità, possono rinunciare ai voti che presero in un certo momento della vita; ma il magistrato non può. Neppure se la sua carriera si è chiusa per cause anagrafiche. Magistrato è stato e tale morirà. La sua bocca deve restar sigillata per sempre. Altrimenti può essere attaccato e metaforicamente lapidato: se l´è voluta lui. Ho riferito quasi letteralmente il contenuto dello scritto di Sergio Romano e ancora mi strofino gli occhi incredulo. Non avendo mai letto nulla di simile e poiché (lo scrive lui stesso) il magistrato è comunque una persona pensante, non mi ero mai imbattuto in un invito così scoperto all´ipocrisia. Dovrà fingere di non pensare e anzi di non aver mai pensato, di non aver avuto né fedi né convinzioni, non potrà neppure scrivere un romanzo o un saggio da cui traspariscono inclinazioni culturali e politiche, altrimenti sarà sfiduciato, messo all´indice, e non potrà che prendersela con se stesso. Ah, de Maistre... anche lui, vedi il caso, fu ambasciatore alla corte di San Pietroburgo e anche lui, nelle sue conversazioni non ufficiali, fece indebitamente mostra di aver convinzioni proprie sulla corte dello zar anziché limitarsi ad esprimere la posizione del regio governo che rappresentava. Perciò fu rimosso. Sua eccellenza Romano conosce bene questa storia per averne vissuta una analoga. Mancarono entrambi di ipocrisia e fu un bene per tutti e due. Ma ora pretende che il magistrato ne faccia invece sfoggio riducendosi a un manichino impagliato «quand´anche abbia applicato scrupolosamente la legge e agito con implacabile rigore professionale». Incredibile. * * * La premessa sull´indipendenza della magistratura e sugli attacchi che riceve da cinque anni senza soluzione di continuità mi ha preso la mano, lo confesso. Ma ora vengo al merito della questione che mi ero proposto di trattare: il rapporto tra politica, economia, magistratura. Essa è stata posta infinite volte, l´ultima delle quali dal presidente del Consiglio (sempre lui) quando tre giorni fa ha inopinatamente (?) attaccato la Procura di Milano per essere intervenuta sulla scalata Antonveneta determinando la vittoria della Abn Amro di Amsterdam. Ha anche attaccato la Procura e il "gip" di Parma per aver sospeso Geronzi dalle sue attività professionali per due mesi, poiché su di lui è in corso un´inchiesta connessa alla bancarotta della Parmalat. Secondo il presidente del Consiglio in entrambi i casi la magistratura ha dimostrato la sua faziosità, è uscita dalle sue competenze per interferire nel mercato e anche sui poteri della politica. Mi ha stupito leggere in proposito un articolo di Paolo Franchi (Corriere della Sera del 24 febbraio), collega del quale sono estimatore e amico, che dopo aver severamente censurato gli attacchi di Berlusconi, ha tuttavia aggiunto: «Non possono certo essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Franchi auspica che su questo tema si apra un «serrato confronto». Non capisco bene tra chi. Ma per quanto mi riguarda rispondo volentieri al suo invito. L´azione penale, come sappiamo tutti, si esercita sempre e soltanto nei confronti di persone nella loro individualità e fisicità. Nei casi sopracitati si è esercitata nei confronti di Fiorani, consigliere delegato della Popolare italiana (ex Lodi), nei confronti di Tanzi, presidente di Parmalat, ed ora nei confronti di Geronzi, presidente di Capitalia. Sono tutti e tre (e gli altri coimputati con loro) presunti innocenti. Geronzi più che mai poiché l´inchiesta su di lui è alle primissime battute. Gli esiti sono dunque ancora lontani. Ma il problema sollevato non è questo. «Non possono essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Giustissimo. E infatti non sono loro a stabilirlo. La scalata della Popolare ad Antonveneta è caduta perché Fiorani con il consenso del suo consiglio d´amministrazione, l´ha inzeppata di reati e di violazioni delle regole stabilite per legge. Tanzi idem, mandando la sua azienda in bancarotta. Geronzi è accusato (a torto o a ragione, si vedrà) di avergli tenuto mano e addirittura di essersi sovrapposto a lui dettandogli i comportamenti da prendere. E allora? Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati secondo Berlusconi (e anche secondo Franchi)? Non esercitare l´azione penale? La tesi è singolare. L´interdizione di Geronzi non incide affatto sull´azienda bancaria Capitalia come il processo contro Tanzi ha lasciato in piedi Parmalat e quello contro Fiorani non impedisce alla Popolare italiana di portare avanti il suo lavoro. Dov´è dunque il problema? Intendo dire quello di Franchi, perché quello di Berlusconi è chiarissimo: insultare la magistratura, la Procura di Milano e quella di Parma, dare una mano al suo amico Fiorani. Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l´amico di Fiorani, anche nella scalata dei "furbetti" al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata; adesso ne ha finalmente l´indicazione davanti agli occhi. * * * Mi resta da fare qualche non peregrina riflessione sulla politica bancaria. Perché una politica bancaria c´è e ci deve essere da parte di qualsiasi governo che si rispetti. Generalizzando (ma non troppo) si può dire che esistono due orientamenti: uno è quello di affidare quella politica al mercato e alle sue regole, stabilite da leggi che non ne mortifichino l´efficienza ma ne salvaguardino la contendibilità. L´altro è quello di dotare il governo di ampia discrezionalità e capacità d´intervento in favore di obiettivi di bandiera. In sostanza protezionismo nazionale e coordinamento operativo. Il governo "liberale" Berlusconi-Tremonti è orientato in quest´ultima direzione. Non lo dico io, l´ha detto Tremonti in varie occasioni e soprattutto in una sede ufficiale, nell´ultima riunione del Comitato del credito e del risparmio (Circ) avvenuta qualche giorno fa con la partecipazione di Draghi, neo-governatore della Banca d´Italia. Lo strumento operativo indicato dal ministro dell´Economia è per l´appunto il Circ, che dovrebbe coordinare gli accorpamenti bancari dando la preferenza a quelli tra banche italiane e ostacolando le Opa non gradite al governo, modificando se necessario la legge vigente sulle Offerte pubbliche. L´obiettivo è quello di favorire la nascita di banche italiane più forti, capaci di confrontarsi con le istituzioni straniere da posizioni di maggior peso. Di fatto ciò equivale all´imposizione di dazi e contingentamenti. Cioè la fine del mercato comune tutte le volte che non vi sia reciprocità nel paese cui appartiene l´assaltatore. Insomma un ritorno all´italianismo di Fazio, con un po´ di belletto per renderlo presentabile. Essendo tuttavia, questa discrezionalità interventista, affidata ad un organo governativo come il Circ ed essendo da esso coordinate tutte le Autorità di garanzia, Banca d´Italia inclusa, si avrebbe un ritorno dal mercato all´autorità politica del governo in barba all´autonomia della Banca d´Italia e alle liberalizzazioni fragorosamente strombazzate. Da notare che il partito Ds ha da tempo presentato in Parlamento una proposta di legge per abolire il Circ, ritenuto un organo ormai inutile data la presenza delle Autorità di garanzia. Il tema di questo importante dissenso ha il suo perno nel concetto di reciprocità. Se paesi come la Francia, come dimostra la barriera eretta contro l´Enel, (ma non la Francia soltanto) privilegiano la difesa delle banche e delle imprese nazionali, non dobbiamo anche noi scendere sullo stesso terreno? Tremonti dice di sì e lo dice anche Draghi che si è espresso allo stesso modo dinanzi al Circ e al Consiglio superiore della Banca d´Italia. Viva dunque i campioni nazionali. Anche se poco efficienti? Non sempre infatti l´accorpamento va in direzione dell´efficienza. Talvolta, anzi spesso, accade il contrario. Ma l´accorpamento di bandiera diminuisce la contendibilità della preda. Se questa tendenza si affermerà il mercato comune europeo cesserà di fatto di esistere come ha giustamente osservato il nostro collega Bonanni da Bruxelles. Il tema della (sacrosanta) reciprocità va dunque posto a Bruxelles alla Commissione Europea. È lì che bisogna risolvere la questione, non azzerando il mercato comune. Quest´involuzione protezionistica è evidente ma non stupisce in Tremonti, colbertiano dichiarato e confesso. Stupisce piuttosto in Draghi, del quale non risultava una particolare inclinazione verso il ministro del Re Sole. A proposito di Draghi, arrivato in Banca d´Italia dopo un brillante servizio nella Banca d´affari americana Goldman Sachs: la Banca d´Italia è la più alta «magistratura» del sistema bancario. Dovrebbe quindi valere la regola che non possa accedere alla sua guida chi abbia avuto posti di comando in banche private di affari e quindi inevitabile commercio con questo o con quell´operatore sul mercato nazionale e internazionale. Se per un magistrato la regola di "monachesimo" deve durare tutta la vita, non dovrebbe durare almeno per qualche anno per un banchiere privato prima di varcare i cancelli di via Nazionale? Sottopongo questa riflessione all´intelligenza di Sergio Romano. Ds Milano - Rassegna stampa

Berlusconi parla di legalità e Piero Ricca lo contesta REDAZIONE Si era recato al Palamadza di Milano per assistere al meeting di Forza Italia, ma quando ha sentito il premier Silvio Berlusconi rivendicare i meriti del suo Governo sulle tematiche legate alla legalità non è proprio riuscito a trattenersi. Piero Ricca questa mattina ha di nuovo contestato il Cavaliere. Si trovava ad una ventina di metri dal palco. Rivolgendosi al premier ha urlato: "Ma cosa dici Cialtrone! Sei un corruttore, rispetta la legge!". A quel punto Berlusconi, visibilmente irritato e cambiando tono, ha replicato: "Noi siamo liberali, noi non andremmo mai ad interrompere i meeting dei nostri avversari". E, nel frattempo, il Palamadza si è trasformato in una bolgia. Ricca è stato verbalmente aggredito da migliaia di sostenitori azzurri, che hanno inveito a lungo contro di lui. Le guardie del corpo del leader di Forza Italia e gli addetti alla sicurezza lo hanno circondato e lo hanno invitato con le spicce ad uscire. Lui, mentre abbandonava il meeting, gridava ai partecipanti: "Aprite gli occhi, vi sta ingannando, vi sta ingannando!". In seguito due agenti di polizia - su sua richiesta - lo hanno scortato fino alla più vicina stazione della metropolitana (vale a dire quella di Lampugnano) per garantire la sua incolumità./www.centomovimenti.com/

Lettera a un partito per una NON candidatura Pestifera Caro amico, ti scrivo per rispondere alla tua telefonata in merito alla possibilità di essere inserita nelle liste elettorali del tuo partito per il nostro municipio. Ti dico subito, dopo averti ringraziato per la fiducia, che la mia risposta non può che essere negativa. Il motivo è presto detto: sto sperimentando insieme ad altri una differente modalità di fare politica, cerchiamo di essere da stimolo per quelle istituzioni che sono capaci di ascoltarci (enti locali, quindi comune provincia e regione, ma certo anche la cellula più piccola dove si può democrazia concreta: il municipio), provocando reazioni anche attraverso contenuti nuovi (Altra Economia, Bilancio Partecipato, Tesorerie disarmate, lo stimolo a prendere posizione sulla direttiva Bolkestein, ecc). Ci sono in campo molte energie positive che spesso sono in grado di colmare dei vuoti lasciati dalla politica formale. Tali energie sono il frutto di analisi, studi e sperimenti, intuizioni creative degli attori politici informali che sopra ogni altra cosa devono mantenere una loro autonomia altrimenti rischiamo di essere sopraffatti da un mare di parole, specialmente di questi tempi, diciamo pre-elettorali. Tale modalità, che richiede molta applicazione, tempo, capacità, preparazione, è quella che ho scelto, all’interno della rete Lilliput e insieme ad altre reti, e sono convinta che in questo modo ho chiaramente scelto la mia collocazione politica e che quindi partecipo, anche se apparentemente dall’esterno, alla vita politica del mio Paese. Questa scelta deriva dalla mia conclusione, maturata in questi cinque anni disastrosi da un lato, ma anche meravigliosi, che i partiti, per la loro storia e natura, non sono più in grado di organizzare la sintesi della volontà popolare, non sanno più ascoltare le voci della strada, non sanno interpretare i desideri e i bisogni delle persone, prime tra tutti delle donne e dei giovani. Così mi sono convinta, che il lavoro di base e altre forme di politica attiva, come il lavoro di mediazione con le istituzioni e con i poteri dell’economia, possono essere svolti da una pluralità di reti sociali, diverse dalla politica del passato, poiché (certo non è facile) sono capaci di tenere insieme, in un equilibrio turbolento e sempre da rinnovare, centri sociali e missionari, vecchi comunisti e «lillipuziani», giovani e molto meno giovani. Una nuova politica, come dice Marco Revelli, poiché il novecento è superato, e abbiamo di fronte esigenze nuove, che chiedono risposte differenti nei comportamenti e quindi anche nei linguaggi. E, per finire, nel modo più aperto possibile, ritengo sempre più opportuno che le conoscenze, che di volta in volta si maturano, vengano fin dall’inizio condivise con tutti gli altri, per evitare che ci siano esperti, delegati, funzionari politici ecc, separati dai cittadini, poiché sono convinta che la lotta, quella che ogni giorno dobbiamo portare avanti, anche nel quotidiano, in questa fase storica molto delicata, non può essere delegata. Tutto questo non toglie che il mondo degli attori informali della politica non possa lavorare insieme a quei politici che hanno ancora la pazienza e la volontà di ascoltarci, ma sempre avendo da condividere un obiettivo concreto, oppure un progetto specifico, ben definito nei fatti e non nelle parole. Ringraziandoti ancora, tua D. D.www.liblab.it

Quanto conta la tv (Berlusconi al centro della scatola magica) Esiste, forse solo in Italia, una singolare scuola di pensiero che annovera tra i suoi pensatori vette dello scibile umano come Pier Luigi Battista, Gianni Riotta, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia (casualmente, ma solo casualmente, tutti insieme al Corriere della Sera, il cui direttore, Paolo Mieli, è uno dei vati della scuola stessa). In realtà è la scuola più trasversale che esista, poiché maestri e adepti della stessa si trovano dappertutto, in tutti i partiti politici, in tutti i mass media più importanti. Vi si trova, per esempio, Ilvo Diamanti, che scrive per La Repubblica, insieme a Carlo Rossella, che dirige adesso il TG5, al gigante Clemente Mimun, direttore del TG ammiraglio della RAI, Bruno Vespa, che non abbisogna presentazioni, fino all'ex agente della CIA (per sua stessa ammissione) Giuliano Ferrara, direttore del Foglio. C'è perfino, tra questi, Gad Lerner, di cui ricordo, alcuni anni fa, una sprezzante stroncatura del volumetto di Giovanni Sartori, intitolato “Homo Videns”, accusato di voler demonizzare la televisione, cioè di essere un antimodernista, un luddista, insomma vade retro al passato. Rilevo innanzitutto che, per singolare contrappasso, quasi tutti questi maestri sono in televisione un giorno sì e l'altro anche, a maggior gloria del loro disinteresse. Infatti questa scuola sostiene a spada tratta la tesi che “la televisione non serve” per vincere in politica. E, anzi, può far perdere le elezioni. In ogni caso – ecco il loro atout principale – chi pensa il contrario “non ha fiducia nell'intelligenza della gente”. Altri non ne hanno ma questo basta loro e avanza. Non tutti i maestri del nostro pensiero contemporaneo vi si trovano, in questa scuola. Per esempio il già citato Giovanni Sartori, che scrive anche lui sul Corrierone, e Giovanni Valentini di Repubblica. Ma sono minoritari. Basti pensare che la scuola ha recentemente incluso tra le sue file perfino il presidente della RAI, Claudio Petruccioli. E i maestri della detta scuola sono assai attivi nelle loro esternazioni non accademiche, tra un talk show e l'altro. Pigi Battista, ad esempio, ha scritto insistentemente per sostenere che la tv fa perdere le elezioni. Prova a sostegno? Il fatto che Berlusconi ha perso alcune elezioni nella sua vita. Tra le quali tutte le ultime amministrative, fino alle regionali dell'anno scorso. L'altro vate, nel campo di Agramente, è Ilvo Diamanti, che esorta Prodi e il centro sinistra a “uscire dal virtuale e rientrare nel reale”. Troppo vi occupate della televisione, afferma, e perdete di vista le grame condizioni delle masse. Mi fermo qui. L'unica cosa certa è che Silvio Berlusconi non fa parte della scuola di cui sopra. O, forse, ondivago tra gli ondivaghi, vi fa parte nei giorni dispari, quando afferma che i media sono tutti contro di lui, “all'85 per cento” (dove abbia preso questo dato non è noto, ma lo ha ripetuto così tante volte che alla fine uno pensa che sia vero). Comunque, come ci si doveva attendere, ha scatenato negli ultimi mesi una campagna mediatico-televisiva che non ha precedenti nella storia politica del nostro paese e, credo, del mondo intero. E' presente dovunque, con o senza par condicio, invitato a tutti i talk-show, suoi e dello stato, presente con i suoi spot in tutte le private, vagante per ogni radio, per ogni canale, in diretta e in differita. E, visto che la par condicio (che pure fa acqua da tutte le parti) Ciampi gliel'ha imposta, eccolo organizzare eventi internazionali in cui i suoi amici arrivano in Italia a fargli visita. La moglie e la figlia di George Bush l'imperatore vengono a Torino per le Olimpiadi; la signora Angela Merkel per un'iniziativa di partito. Forse, chissà, anche Vladimir Putin troverà il tempo di fare una scappata da queste parti. Così Silvio Berlusconi, nella sua veste di capo di governo, sarà in televisione, su tutti gli schermi, per altre ore. Tiriamo le somme: Silvio Berlusconi sta ricuperando il suo distacco. Non che io creda ai sondaggi americani fabbricati apposta per lui. Ma c'è un nesso tra le due cose, cioè tra recupero e campagna mediatica? Non abbiamo le prove. Non si può avere le prove, bisogna ragionarci. Resta da chiedersi come possa ricuperare nel mondo “reale”, dove tutti possono leggere – anche nelle loro tasche - il disastro che ha combinato in questi cinque anni di governo. I sondaggi dicono che la metà degl'italiani, di destra e di sinistra, pensa di avere peggiorato le sue condizioni di vita negli ultimi cinque anni. Eppure Berlusconi recupera. Dunque ricupera nel mondo “virtuale”. Nel quale, a quanto pare, è rinchiusa una parte cospicua di italiani. I quali, a dispetto di Ilvo Diamanti, stanno gran parte del loro tempo libero davanti alla tv di Berlusconi, e hanno occasione di vedere il contagioso ottimismo di Berlusconi ogni minuto che passa. E solo quello. Ma che dico? L'ottimismo è solo un dettaglio tra i tanti che sfuggono a Ilvo Diamanti. Il più importante dei quali è il fatto che di un qualunque messaggio televisivo la parte del parlato conta, sì e no, attorno al 13-15%, mentre la parte visiva conta per il resto, che vale dunque all'incirca l'85%. Ecco perché quello che conta è l'immagine. Ed ecco perché Berlusconi e i suoi lanzichenecchi possono dire un giorno una cosa e l'altro giorno l'altra, opposta, possono mentire e irridere, possono offendere l'intelligenza della gente (che c'è ancora, sicuramente, e con ciò si spiega il fatto che, per il momento, Berlusconi non è ancora riuscito a lobotomizzarci tutti) a prescindere dal “reale”, ignorandolo, sapendo che dentro la scatola quadrata, il “reale” sparisce e viene sostituito dai desideri, dai sogni, dalle speranze che diventano più forti della condizione materiale, dagli stimoli primari, dalla simpatia o dall'antipatia, dalla paura. Ecco perché Berlusconi recupera e continuerà a recuperare dal momento in cui scrivo queste righe fino al fatidico 9 aprile. Fatte salve le sorprese che possono arrivare all'improvviso: sorprese mediatiche, ovviamente, belle notizie false, per incrementare l'ottimismo, brutte notizie, vere o false, per incrementare la paura. Pensare che Berlusconi la smetta è pura idiozia, perché lui sa, meglio di chiunque altro in Italia, che “funziona”. Il centro sinistra, invece, continua a credere in Klaus Davi, che pensa anche lui che la tv non conta. Ora io non sono uno che vuole dare consigli. Ma penso che sarà bene che il centro sinistra corra ai ripari finchè è in tempo. Vedano un po' loro. A me pare che i treni, i pullman, le carovane motorizzate in giro per la penisola siano una cosa discreta, ma con molti difetti. Primo tra tutti il fatto che permetteranno loro, ad ogni fermata, di comunicare con qualche centinaio, o anche migliaio, di elettori, mentre l'altro e i suoi aiutanti parlerà ai milioni, ogni sera. In secondo luogo hai un bell'argomentare di questo e di quello, delle cifre del risanamento, delle riforme da fare. Ma tutto questo lavoro non si fa con le parole. Bisognava farlo prima, con i fatti. Adesso le parole contano meno, per nostra comune sventura. E, per quel poco che contano – come s'è detto sopra – le parole vangono niente al confronto di un sorriso ben azzeccato, di un paio di tette mescolate a una canzone e a una previsione rosea. Il centro sinistra non ha ancora capito che, con l'arrivo della televisione, qualche decennio fa, vale il principio enunciato da Gore Vidal: “Dio salvi i brutti”. L'unico consiglio che mi sento di dargli, al centro sinistra, è questo: se riuscirete a tornare al governo del paese, con il fatidico aprile 2006, mettete mano al monopolio televisivo, al conflitto d'interessi. Restituite ai cittadini il controllo democratico dell'informazione e della comunicazione, per esempio aiutando coloro che raccolgono le firme per un progetto di legge d'iniziativa popolare, già presentato, che sciolga la commissione parlamentare di vigilanza, che affidi la nomina del Consiglio di Amministrazione della Rai non ai partiti ma a un Consiglio nazionale per l'audiovisivo, composto a maggioranza da rappresentanti della società civile. Invece di tutto questo non si sente parlare, neanche a sinistra. Con il sospetto che, con il cambio eventuale di maggioranza, l'informazione sarà sempre in mano alle oligarchie politiche. E con il pericolo – che più che un sospetto è una certezza – che il centro sinistra vittorioso privatizzerà due dei tre canali pubblici, cioè li darà in mano agli stessi privati che già controllano tutta la comunicazione nazionale. Primo tra tutti Berlusconi, che non andrà alle Bahamas ma resterà per preparare la sua riscossa. Che, con questa televisione spazzatura nelle sue mani, diventerà sempre più probabile, anzi certa, perché la corruzione delle coscienze e l'obnubilamento delle menti agiscono in profondità e, come disse lucidamente Giovanni Paolo II, “si sedimentano”. E' vero, infatti, che le elezioni si possono perdere anche avendo il monopolio quasi totale delle tv. Ma questo non significa affatto che la tv non conti. Significa soltanto che, per ora, in Italia, essa è contrastata potentemente da altri fattori, che ancora persistono: come la voglia di far politica, la vigilanza democratica, la cultura di estese masse popolari, le istituzioni democratiche ancora funzionanti, nonostante tutto, la Costituzione, la tradizione, il ricordo. Ma, se tutto questo viene demolito, se le giovani generazioni le educa “lui”, allora si vedrà, perfino meglio di oggi, quanto conta la tv. di Giulietto Chiesa da Galatea

Mi fanno paura. I nostri giornalisti, dico. Ho letto la "scandalosa" petizione che accompagnò l'annuncio del boicottaggio dei prodotti danesi da parte del mondo arabo. Quella oscurantista, che aggrediva inconsultamente la nostra libertà di espressione, che non sapeva distinguere tra Stato e religione. Quella fanatica. Che voleva piegarci alla sharia. Quella che "aveva ragione la Fallaci". Ci sono incappata leggendo il post del 30 gennaio scorso di un ragazzo di 19 anni che scrive da Baghdad. In realtà cercavo quest'orrore qua: E ho trovato la petizione, invece. L'ho letta e, raggelata, mi sono infilata a letto. Evvabbe', lo confesso: ero là che deglutivo in posizione fetale buttata dentro a un letto. A contemplare l'orrore della nostra incommensurabile falsità. A vergognarmi. Poi mi sono decisa a cercare su Google: questa cosa gira in rete e sui blog arabi almeno dal 25 gennaio scorso. Una settimana abbondante prima dei disordini. Era stato annunciato solo il boicottaggio, quando è stata diffusa. Ed è stata postata su una miriade di blog, di forum, di siti: è ovunque. Sono imbarazzata per non averla trovata prima: io tendo ad evitare i blog arabi come misura di autoprotezione dal dispiacere; inoltre, lo confesso, in qualche modo persino io finisco col fare affidamento su quegli stessi media che hanno così coraggiosamente combattuto per la loro libertà di espressione, anche se in realtà so benissimo che mentono scientificamente: eppure non ho cercato le fonti originali, fino ad oggi, e sono stata un'idiota. La petizione, la metto nel "Continua". Qui ne voglio solo tradurre e citare la parte centrale: [...] Il mondo contemporaneo è testimone di una grande confusione ovunque. Viene sparso sangue innocente. Vite innocenti vengono falciate dall'oppressione e dall'illegalità. Abbiamo estremo bisogno di diffondere i concetti di pace, giustizia e amore ovunque nel mondo. E' necessario fare appello al rispetto e all'applicazione di tutti i messaggi e di tutte le Scritture Sacre. In questo modo, riusciremmo a preservare il messaggio divino e dimostrare il nostro amore, apprezzamento e rispetto verso i profeti e i messaggeri di Dio nel mondo. Riusciremmo inoltre a proteggere le coscienze, l'onore e i beni dell'umanità, ovunque essi siano. Dimostreremmo di rispettare e di onorare i diritti umani nel mondo. L'affermazione del Jyllands-Posten, secondo cui il loro quotidiano starebbe permettendo, promuovendo e praticando la libertà di espressione attraverso la pubblicazione di vignette che ridicolizzano il Profeta dell'Islam, non è convincente. Tutte le costituzioni e le organizzazioni internazionali del mondo insistono sulla necessità di rispettare tutti i Profeti di Dio. Confermano, inoltre, la necessità di rispettare i messaggi di Dio, di rispettare gli altri e di non lederne l'intimità,la dignità e l'onore. Nel codice di condotta stilato dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti si dichiara: - I giornalisti devono essere consapevoli dei rischi che possono derivare dal pregiudizio e dalla discriminazione suggeriti dai media e devono compiere il massimo sforzo per evitare di richiamarsi a messaggi basati sulla discriminazione su base religiosa, di genere o su qualsiasi altra differenza sociale. - un giornalista offende gravemente i principi di etica professionale nei seguenti casi: plagio, manipolazione intenzionale dei fatti, calunnia, accuse infondate, comportamento ingiustamente lesivo dell'integrità e dell'onore altrui, corruzione. - un giornalista degno di questo nome considera proprio dovere prestare la massima attenzione ai principi sopra menzionati, nell'ambito delle rispettive leggi. Conseguentemente, anche noi affidiamo questa nostra opinione e/o dichiarazioni ad una onesta e chiara presa di posizione dei media, affinché chiedano al quotidiano danese di scusarsi per ciò che ha fatto, in base al principio dichiarato secondo cui: "I giornalisti dedicheranno la massima attenzione a correggere e modificare ogni informazione pubblicata che si riveli inesatta o dannosa per terze persone." E' fuor di dubbio che quanto pubblicato dal Jyllands-Posten va a danno non solo di più di duecentomila cittadini danesi, ma anche di un miliardo e trecento milioni di musulmani, nonché di molta altra gente corretta e onesta. Tutto questo ferisce la gente che onora, rispetta e ama il Profeta Maometto. Questa azione continuerà a ferire e a fare del male a tutti i musulmani, per il resto della loro vita. Se la Danimarca non affronta questo problema su un terreno di correttezza, continuerà ad essere fonte di dolore e sconvolgimento per molti musulmani. E questo solo per la posizione di alcuni singoli danesi che sono contro i profeti e le religioni. Vorremmo inoltre ricordare la risoluzione del 12 Aprile 2005 (nota: in realtà è del 2004) approvata dalla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. La risoluzione consistette nel rifiuto della diffamazione delle religioni e dell'Islam in particolare, che era stato pesantemente attaccato negli anni immediatamente precedenti. [...] Eccola qui, "l'intollerabile aggressione ai nostri valori e a Voltaire". Ma davvero è tanto spaventosa e irrazionalmente aggressiva? La nostra stampa, dispoticamente illuminata, ha stabilito per noi che questo scritto era da condannare e basta ed ha attentamente omesso di proporcelo: qualcuno avrebbe potuto trovarlo umano, semplicemente, e un simile rischio non può essere corso dai cantori dell'Illuminismo. La risposta della stampa europea, quindi, è stata quella di mettersi a pubblicare le vignette sui giornali di mezza Europa provocando un centinaio abbondante di morti altrui, in nome di un'ottusa difesa corporativa di France Soir e dottissime analisi da Azzeccagarbugli su principi talmente astratti da non richiedere di mostrare, nemmeno per un attimo, gli argomenti della parte di mondo che, ancora una volta, si è vista mettere alla gogna per il solo fatto di avere cercato comprensione in nome non di chissà quale principio islamico, ma dei semplici codici etici e principi di garanzia di cui tanto ci vantiamo. Mai una volta che rispondessimo entrando nel merito, alle voci dal mondo arabo. Prima le interpretiamo nel peggiore dei modi, poi rispondiamo alla nostra stessa interpretazione. Non a quello che loro hanno detto. Alla nostra unilaterale interpretazione delle loro parole. Molto illuministico. Sorge quindi spontaneo chiedersi se, quando questa congrega di manipolatori bugiardi, di ignavi ignoranti passa-veline che non si prendono manco il disturbo di aprire Google, di ex-ragazzotti invecchiati che hanno malamente digerito le "eroiche lotte" adolescenziali, di servi che hanno cacciato la libertà di stampa di questo paese in fondo a qualsiasi classifica e si guardano bene dal riscattarla mettendo a repentaglio il proprio stipendio, questi che, insomma, scaldano sereni le sedie delle redazioni italiane: sorge spontaneo chiedersi se, ora che hanno ben difeso la la loro libertà, cominceranno a difendere, una buona volta, anche la dignità del proprio mestiere. E - esageriamo, dai - pure la loro. La dignità personale. Che non è un orpello inutile, per chi pretende di avere ragione http://www.ilcircolo.net/lia/001003.php

I NEOCONSERVATORI COMINCIANO A SUONARE LA RITIRATA Il neoconservatorismo è diventata una cosa che non può continuare a sostenere. Gli USA devono ripensare il loro ruolo nel mondo non come potenza militare ma come guida politica che convinca e conquisti le menti. DI FRANCIS FUKUYAMA All’avvicinarsi del terzo anniversario dell’inizio della guerra in Irak sembra improbabile che la storia giudicherà con benevolenza l’intervento e le idee che lo hanno sostenuto. Il gruppo che più di tutti ha spinto per la democratizzazione dell’Irak e del Medio Oriente è stato quello dei neoconservatori, dentro e fuori della amministrazione Bush. Si tratta di coloro che hanno meritato il maggior credito (o il maggior biasimo) per essere state le voci decisive a voler promuovere il cambio di regime in Irak, è quindi la loro agenda idealistica che, nei prossimi mesi e anni, correrà i maggiori rischi di essere messa sotto accusa. Se gli USA si dovessero ritirare dalla scena mondiale, a seguito di una sconfitta in Irak, sarebbe una grande tragedia, perché la potenza e l’influenza americane sono un fattore critico nel mantenere un ordine aperto e sempre più democratico nel mondo. Il problema dei neoconservatori non consiste tanto negli obiettivi che si erano proposti quanto nei mezzi eccessivamente militarizzati con i quali hanno cercato di raggiungerli. Ciò di cui ha bisogno la politica americana non è un semplice ritorno ad un ristretto e cinico realismo ma piuttosto alla formulazione di un “wilsonianismo realistico” che faccia corrispondere meglio i fini con i mezzi. Come sono riusciti i neoconservatori a strafare così tanto da rischiare di compromettere i loro obiettivi? Come mai un gruppo con tanto di pedigree ha potuto pensare che la “causa principale” del terrorismo in Medio Oriente risiedesse nella mancanza di democrazia, che gli USA avessero la competenza e la capacità di risolvere questi problemi, e che la democrazia sarebbe spuntata in breve tempo e in modo indolore in Irak? I neoconservatori non avrebbero preso queste decisioni se la guerra fredda non fosse terminata in un modo del tutto particolare. Il modo in cui è finita ha determinato il pensiero dei fautori della guerra in Irak in due modi. Primo, sembra che abbia creato l’aspettativa che tutti i regimi totalitari fossero un guscio vuoto che sarebbe crollato con una piccola spinta dall’esterno. Questo serve a spiegare il fallimento dell’amministrazione Bush nel pianificare adeguatamente le contromisure alla ribellione che poi si è verificata. I fautori della guerra sembra pensassero che la democrazia fosse uno stato naturale al quale sarebbero ritornati i popoli una volta abbattuti i loro regimi dittatoriali, piuttosto che un lungo processo storico di costruzione delle istituzioni e di riforme. Il neoconservatorismo si è trasformato in un simbolo politico e in un corpo di pensiero nel quale non mi posso più riconoscere. L’amministrazione e i suoi sostenitori neoconservatori si sono sbagliati anche su come il mondo avrebbe reagito al loro uso della forza. Naturalmente il periodo della guerra fredda ha visto varie volte che gli USA prima hanno agito e poi hanno pensato a trovare la giustificazione delle loro azioni per ottenere l’appoggio dei loro alleati. Ma nel periodo post guerra fredda il mondo politico è cambiato in modo tale che, agli occhi degli alleati, un ricorso unilaterale alla propria potenza appare molto più problematico di prima. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica vari autori neoconservatori hanno suggerito che gli USA avrebbero dovuto usare la loro superiorità in modo da esercitare sul resto del mondo una specie di “egemonia benevola”, per risolvere problemi come quello degli stati canaglia in possesso di armi di distruzione di massa, che effettivamente poi si sono verificati. L’idea che gli USA siano una potenza egemone più benevola degli altri non è assurda, però esistevano vari segnali, molto prima dell’inizio della guerra in Irak, che le cose erano cambiate nella relazione fra l’America e il resto del mondo. Lo squilibrio di potere era diventato enorme. Gli USA avevano superato il resto del mondo in ogni dimensione del potere con una superiorità senza precedenti. C’erano inoltre altri motivi per i quali il resto del mondo non poteva accettare la egemonia benevolente degli USA. Anzitutto essa era basata sulla premessa che l’America si considerava più virtuosa degli altri e che quindi poteva usare la sua potenza al posto degli altri. Un altro problema era di carattere interno. Anche se la maggioranza degli americani è disposto a fare quello che serve per la ricostruzione dell’Irak, il caos del dopo invasione non ha fatto aumentare il loro desiderio di ulteriori costosi interventi. Gli americani non hanno l’animo imperialista. Infine l’egemonia benevola presumeva che il paese egemone non soltanto fosse bene intenzionato ma anche competente. Le critiche rivolte dagli europei e dagli altri paesi all’intervento USA in Irak non puntavano tanto al fatto che erano intervenuti senza il consenso dell’ONU quanto al fatto che non avevano adeguatamente studiato la situazione e non sapevano quello che stavano facendo nel loro tentativo di democratizzare l’Irak. I critici, purtroppo, avevano ragione. L’errore di giudizio più grosso è stata sopravalutare la minaccia portata agli USA da parte dell’estremismo islamico. Anche se c’era l’orribile possibilità che dei terroristi armati di armi nucleari ecc non si facessero spaventare, i fautori della guerra hanno erroneamente gonfiato questo argomento contro l’Irak e il problema della proliferazione di stati canaglia. Adesso che il momento dei neoconservatori sembra passato bisogna che gli USA ripensino la loro politica estera. Anzitutto bisogna demilitarizzare quella che è stata chiamata la guerra mondiale al terrorismo e passare ad altri strumenti più politici. Sono in corso delle guerre contro gli insorti dell’Irak, dell’Afganistan e contro il movimento internazionale della jihad, e queste guerre bisogna vincerle. Però la parola “guerra” è una metafora sbagliata per indicare la lotta in senso più lato. Per affrontare la sfida della jihad non c’è bisogno di una campagna militar ma di un contesto politico che convinca i cuori e le menti dei normali musulmani che si trovano nel mondo. Come lo dimostrano i recenti avvenimenti in Francia e in Danimarca l’Europa sarà un campo di battaglia centrale. Gli USA devono fare ricorso a qualcosa di meglio della “coalizione dei volenterosi” per legittimare le sue azioni con gli altri paesi. Il mondo effettivamente è privo di istituzioni internazionali che diano legittimità ad azioni collettive. La critica conservatrice all’ONU è stringente: mentre l’ONU è stato utile per operazioni di mantenimento della pace o di ricostruzione dei paesi, esso manca di efficacia e di legittimità democratica per affrontare serie situazioni internazionali. La soluzione consiste nel promuovere un “mondo multilaterale” di istituzioni internazionali, che a volte si sovrappongono e a volte si fanno concorrenza, organizzate su linee regionali o funzionali. Infine l’ultima area che ha bisogno di essere ridefinita è il posto della promozione democratica nella politica estera americana. L’eredità peggiore che potrebbe discendere dalla guerra in Irak sarebbe quella di una reazione anti-neoconservatrice che provochi un cambiamento di rotta verso l’isolazionismo e una politica cinico-realista di tipo autoritario benevolo. Al contrario serve una politica wilsoniana che tenga conto di come le classi dirigenti trattano i loro cittadini, informata a un certo realismo, come è mancata dalle menti della amministrazione Bush e nei suoi alleati neoconservatori del primo mandato. La promozione della democrazia e la modernizzazione del Medio Oriente non è una soluzione al terrorismo jihadista. Il radicalismo islamico nasce dalla perdita di identità provocata dalla transizione verso una società moderna, pluralista. Più democrazia significa più alienazione, radicalizzazione e terrorismo. Ma una maggior partecipazione democratica da parte di gruppi islamici è probabile che si verifichi qualunque cosa si faccia, e sarà l’unico modo in cui il veleno del radicalismo islamico potrà affacciarsi nel corpo politico delle comunità islamiche. E’ passato il tempo in cui un autoritarismo benevolo poteva avere il sopravvento su una popolazione passiva. L’amministrazione Bush si è già allontanata molto dall’eredità del suo primo mandato, come è dimostrato dalle caute aperture multilaterali che ha intrapreso verso il programma nucleare iraniano e della Corea del Nord. Ma l’eredità del primo mandato e dei suoi sostenitori neoconservatori è stata così polarizzante che sarà difficile sostenere un dibattito ragionato su come correggere in modo appropriato gli ideali e gli interessi USA. Ciò che ci serve sono nuove idee per far collegare l’America con il resto del mondo, idee che si trovano nella convinzione neoconservatrice che i diritti umani sono universali, però senza illudersi troppo sull’efficacia della potenza e egemonia americana. Francis Fukuyama Fonte: www.informationclearinghouse.info Link:http://www.informationclearinghouse.info/article12024.htm The Guardian 22.02.06 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Gli interessi russi in Iran Il conflitto tra Occidente ed Iran sul programma atomico di Teheran non accenna ad esaurirsi: la Russia ha offerto la sua mediazione, non senza calcoli di interesse economico. Atomkraftwerke: Ein einträgliches Geschäft für Russland im Iran La Russia ha proposto di coinvolgere l’Iran in un progetto comune, secondo il quale il regime islamico arricchirebbe l’uranio il terriotorio del Cremlino. Su questo punto sono in corso tra i due paesi negoziati dall’esito incerto. Secondo alcune indiscrezioni, l’Iran punterebbe ancora a costruire gli impianti sul proprio territorio senza cedere alle proposte russe: a riferirlo è il quotidiano moscovita Wremja Nowostej. Secondo il Kommersant, Teheran vorrebbe limitare l’intesa con la Russia ad un periodo di due anni, passati i quali l’arricchimento dell’uranio proseguirebbe in madrepatria. Il denaro dei Paesi in via di sviluppo fa gola La Russia ha dichiarato che, in caso di fallimento dei negoziati, passerebbe il dossier iracheno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma non c’è alcun segnale che indichi l’approvazione di Mosca alle sanzioni o addirittura ad un intervento militare contro l’Iran. «Il ricorso alla sanzioni più che frenare, accelera il programma atomico», sostiene il capo della Commissione Affari Esteri della Federazione Russa, Michail Margelow. Finché l’Iran non prenderà definitivamente le distanze dal Trattato di non-proliferazione delle armi atomiche, i russi cercano di spingere gli iraniani a restare nel quadro degli impegni presi negli accordi internazionali. La proposta di Mosca di costruire un impianto comune per arricchire l’uranio rientra in una strategia enunciata da Putin durante una conferenza stampa tenuta lo scorso gennaio al Cremino. In quell’occasione, il presidente russo ha parlato della costruzione di una serie di centrali di questo tipo, dislocate in diversi Paesi, e tutte controllate dall’Agenzia Atomica Internazionale domiciliata a Vienna. In questo modo si impedirebbe la diffusione del know-how militare atomico, senza precludere ai Paesi in via di sviluppo la possibilità di costruire centrali atomiche. Il piano di Putin non è privo di calcoli. La Russia, infatti, in futuro spera di poter ricavare soldi vendendo le centrali atomiche ai Paesi in via di sviluppo. Durante la sua breve visita ad Hanoi, il Presidente del Consiglio russo, Michail Fradkow, ha offerto al Vietnam l’opportunità di fornire centrali atomiche “chiavi in mano” e di formare il personale addetto. Il business “esplosivo” russo La prudenza russa nei confronti dell’Iran è presto spiegata: le centrali atomiche sarebbero un business per il Cremlino. L’Iran intende costruire sette centrali, il progetto girerebbe intorno a una cifra di dieci miliardi di dollari. Nel 1998 la Russia ha assunto l’incarico della costruzione della centrale atomica di Bushehr, in origine un progetto della Siemens. Al momento 1500 specialisti russi lavorano a questo cantiere. La centrale dovrebbe essere operativa a partire dall’anno prossimo, “devono essere solo stesi i cavi”, come spiega nel corso di una conferenza stampa a Mosca il portavoce dell’ente atomico „Rosatom“, Wladimir Kutschinow. Anche il commercio d’armi non è male Agli occhi della Russia l’Iran è anche un acquirente d’armi alquanto allettante. Lo scorso autunno, per esempio, i due Paesi hanno siglato un accordo del valore di settecento milioni di dollari per l’acquisto di ventinove missili contraerei del modello TOR-M1. Il missile russo ha una gittata di dodici chilometri ed è in grado di abbattere aerei ed armi guidate. Il suo impiego dovrebbe servire a difendere le strutture atomiche. Sui media internazionali sono apparsi dossier, secondo i quali Mosca sarebbe impegnata anche ad assistere Teheran nella modernizzazione di aerei militari MIG 29 dell’esercito iraniano ed a rifornire il regime di navi da guerra ed equipaggiamento militare. Ma Michail Dmitrijew, esponente dell’agenzia russa per la cooperazione tecnologica e militare, smentisce queste voci e afferma che non vi sarebbero altri episodi che coinvolgono Russia ed Iran in commercio d’armi. www.cafebabel.com/it Ulrich Heyden - Moskau -

Tre ragazzi all'inferno Il film 'The Road to Guantanamo' è il primo sul centro di detenzione Usa Proprio mentre l’Onu chiedeva agli Usa di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo, a Berlino un film su Camp Delta veniva premiato con l’Orso d’argento per la regia. The road to Guantanamo, dell’inglese Michael Winterbottom, è basato sulla storia vera di tre britannici – Shafiq Rasul, Ruhel Ahmed e Asif Iqbal – detenuti nella base Usa a Cuba per più di due anni. Affronta la loro vicenda dalla cattura in Afghanistan alla prigionia in condizioni brutali, dando l’idea che si tratti di ragazzi normalissimi e non certo terroristi. La storia. I protagonisti, nel film interpretati da tre attori, sono stati tra i primi detenuti a essere rilasciati da Guantanamo. Sono stati ribattezzati i “Tipton Three” perché tutti provenienti dalla stessa cittadina delle Midlands inglesi. La loro storia inizia nel settembre 2001, quando partono per il Pakistan: da come racconta Iqbal, ci vanno quasi controvoglia: “I miei genitori erano tornati dal Pakistan e insistevano dicendomi di andare lì a sposarmi. Io non volevo, avevo già un lavoro a casa”, dice. Invece partono, destinazione Karachi. Dopo aver sentito la predica di un imam, che cercava volontari disposti a partecipare ad attività umanitarie in Afghanistan, decidono di andare a dare una mano. Quando gli Usa dichiarano guerra al regime talebano, i tre britannici si trovano intrappolati. Vengono catturati dalle truppe dell’Alleanza del Nord e consegnati agli americani. Finiscono a Guantanamo senza un’accusa precisa e, per fortuna loro, sono tra i primi a essere rilasciati. Ma solo dopo più di due anni, nella primavera 2004. Tre ragazzi qualunque. “Erano solo tre normali ragazzi britannici che sono finiti vittime degli eventi”, spiega il regista Michael Winterbottom. “Ciò che affascina è il fatto che, all’epoca, due di loro erano ancora adolescenti e il terzo aveva 21 anni. Nessuno di loro, prima di partire, era particolarmente religioso o interessato alla politica. E quando ci hanno raccontato come sono andate le cose, lo hanno fatto come si parla di una vacanza. Ma all’inferno”. Il film ricrea gli abusi raccontati dai protagonisti: i pestaggi, l'obbligo di rimanere nella stessa posizione per giorni, la musica sparata a tutto volume per costringere a collaborare agli interrogatori. Vengono mostrate anche le vere dichiarazioni di George W. Bush e Tony Blair, che ricordano come i rinchiusi a Guantanamo siano tutti terroristi. Una falsa rappresentazione, secondo il regista. “Volevamo mostrare la differenza che c’è tra la realtà e quello che la gente veramente pensa dei detenuti di Guantanamo. Questi sono ragazzi normali. Bush e Blair insistono che invece sono ‘i cattivi’, che è una lotta del bene contro il male. Questi messaggi così assoluti sono ingannevoli, le cose non vanno così nel mondo reale”. Il fermo a Luton. Film e realtà si sono sovrapposti invece la scorsa settimana, quando due dei tre ex detenuti, insieme ai due attori che li interpretano nel film, sono stati fermati all’aeroporto londinese di Luton per accertamenti. Erano di ritorno da Berlino: gli agenti li hanno portati in una stanza per l’identificazione, dove li hanno bombardati di domande. Una poliziotta ha chiesto ad Ahmed: “Sei diventato un attore per fare film come questo, che pubblicizzano la causa dei musulmani?”. Dopo un’ora di fermo, sono stati rilasciati. La notizia è stata confermata dalle autorità con cinque giorni di ritardo, quasi a rivelare l’imbarazzo per l’equivoco. Per gli autori del film è stata però una buona pubblicità e The road to Guantanamo sarà trasmesso presto nel Regno Unito, il 9 marzo su Channel 4. Intanto, oltreoceano quattro società di distribuzione stanno considerando se portarlo o no anche nei cinema americani. /www.peacereporter.net/ Alessandro Ursi

La sinistra europea e il rinnovamento d’oltre oceano Felice Besostri Con due nuove elezioni in Cile e Bolivia si conferma il processo di democratizzazione in America Latina, con uno spostamento a sinistra dell’asse politico. Un processo iniziato nel 2002 con la elezione di Lula alla Presidenza del Brasile e con la vittoria al primo turno nell’ottobre 2004 di Tabarè Vazquez (già sindaco di Montevideo) del Fronte Amplio in Uruguay. Si spera che l’onda progressista sia confermata nelle elezioni del Costarica e giunga fino al Messico, impegnato nelle presidenziali a metà anno e che non si concluda con quelle brasiliane di ottobre. Occorre precisare che quando, in generale, si parla di onde con determinate caratteristiche, si tratta di una semplificazione: le tendenze di voto hanno ragioni nazionali e non continentali e, nel caso specifico, come argomenteremo, spesso non ci sono tratti comuni tra i candidati ed i programmi raggruppati sotto la comune denominazione di “progressisti”, se non in contrapposizione ai candidati ed ai programmi dei loro avversari. In realtà in Cile vi è una continuità con il Presidente Lagos, già socialista e anch’esso espresso dalla Concertacìon, la coalizione di centro-sinistra maggioritaria (PS ch, Ppd, Pdc). Tuttavia la candidatura della Bachelet non era scontata: vi era una richiesta democristiana di avvicendamento, ma la popolarità della candidata socialista ed il risultato inequivocabile delle primarie, tra la stessa Bachelet e la democristiana Soledad Alvear, hanno sgomberato la strada. Neppure la vittoria era scontata nel caso che la destra fosse stata in grado di presentare un solo candidato. Infatti, al primo turno la somma dei voti di Lavin dell’Udi e di Sebastian Piñera di Rn con il 48.6% superavano il 45.9% della Bachelet. Al secondo turno la vittoria è stata, invece, netta con il 53.5% della Bachelet contro il 46.5% di Piñera, conosciuto per la sua ricchezza ed il controllo di una televisione, come il Berlusconi cileno. L’estrema sinistra radicale, condotta da un Partito Comunista ai minimi termini, non l’ha appoggiata al primo turno e le ha sottratto ben il 5.4% dei voti. Tuttavia nell’America Latina l’elezione di una donna (i precedenti sono pochi da Violeta Chamorro e Isabel Peron) rappresenta, comunque, una rottura di forte significato, che la Bachelet ha accentuato formando un governo con dieci donne su venti, e con ministeri di peso quali la Difesa, la Sanità e l’Ambiente. L’elezione della Bachelet è stata trascinante anche per le contemporanee legislative: i partiti della Concertacíon con il 51.8% hanno battuto quelli dell’Alleanza con il 39% dei voti e l’estrema sinistra con il 7.5%. Soltanto al Senato la somma dei partiti alleati ha superato quelli della Presidenta con il 55.7%. La Bachelet gode di una maggioranza sia alla Camera dei Deputati (65 seggi su 120) sia al Senato (20 seggi sui 38 elettivi). Con la elezione di Michelle Bachelet, figlia di un generale fatto morire da Pinochet, si chiude definitivamente il ciclo di ristabilimento della democrazia nel marchio della Costituzione voluta da Pinochet e tuttora vigente. Ora è il momento di costruire un Cile non soltanto democratico, ma anche più giusto e con una distribuzione del reddito più equa. Lo sviluppo economico cileno è stato fortissimo, ma il beneficio si è concentrato nelle mani di pochi. La Bolivia di Morales e il Brasile di Lula Altrettanto simbolica la vittoria di Evo Morales (54%) e del suo Mas (Movimento al Socialismo) in Bolivia, anche qui una prima volta di un indio, benché gli autoctoni siano la maggioranza della popolazione: i due gruppi principali i Quechuas e gli Aymaras da soli sono il 55%. Tutto il potere era nelle mani della aristocrazia criolla, i creoli di discendenza ispanica. Morales dopo l’investitura democratica ha cercato quella simbolico-tradizionale con la cerimonia alla Puerta del Sol. In Bolivia i contadini erano venduti e comprati con la terra ed usati per umilianti lavori domestici: il risarcimento per il loro destino rubato non è completo. Nelle contemporanee elezioni legislative il Mas con il 53% dei voti ha conquistato 72 seggi su 130, ma resta minoritario al Senato con 12 seggi su 27, di cui 13 del diretto avversario, il Movimento Poder Democratico y Social del suo avversario Quiroga. Morales sarà lo statista che riscatterà il suo popolo o un Masaniello giunto al potere? Sarà coerente con le sue promesse di dare dignità al suo popolo, gli aymarà ed agli altri indigeni? Ovvero sarà una delusione come Toledano in Perù? I suoi punti di riferimento continentali sono chiari: Chavez, Lula, Kirchner e l’immarcescibile Castro, benché nessuno si proclami marxista, né si richiami ad una rivoluzione ispirata al modello cubano. Lo stesso programma di nazionalizzazione delle risorse minerarie ed energetiche non è una novità, nel 1952 furono già nazionalizzata da Paz Estensoro, lo stesso che 33 anni dopo le privatizzò, durante il suo terzo mandato presidenziale. Già si intravedono le difficoltà di una saldatura con il riformismo cileno per ragioni oggettive e storiche. Oggettive: il riformismo cileno è alle prese con uno sviluppo distorto, ma pur sempre uno sviluppo, mentre la Bolivia deve uscire dalla povertà e dal sottosviluppo. Storiche: con la guerra del Pacifico il Cile ha privato la Bolivia dell’accesso al mare. La ferita non è ancora rimarginata. Lula, icona carismatica di una sinistra ampia, che comprende settori della sinistra radicale e alternativa e di quella istituzionale, dalla componente politica socialdemocratica alle organizzazioni sindacali europee, si sta fragilizzando e la sua rielezione nell’ottobre di quest’anno non è sicura. Il Brasile è il più grande paese dell’America Latina con il più grosso Pil e la popolazione di gran lunga la più numerosa e con finanze in ordine, tanto che può anticipare la liberazione dai prestiti dal Fondo Monetario Internazionale per sottrarsi ai suoi condizionamenti. Le difficoltà di mantenere contemporaneamente le promesse elettorali e di non scatenare le reazioni dei mercati finanziari hanno compromesso l’immagine di Lula, che per di più è stato investito da fenomeni corruttivi di dirigenti del suo partito, in particolare il settore paulista, ed anche di suoi collaboratori. Nel Parlamento la sua maggioranza è ristretta e fragile per i ricatti degli alleati. Il sistema partitico brasiliano è frammentato ed instabile, oltre che spregiudicato nelle alleanze, che possono essere costruite e disfatte senza grandi problemi di coscienza. Per esempio il Pdt (Partito Democratico dei Lavoratori), membro dell’Internazionale Socialista, è stretto alleato, all’opposizione di Lula, con il Partito Popolare Socialista, uno degli eredi del Partito Comunista Brasiliano, conosciuto per il suo rigido filosovietismo. Unica eccezione nella storia è stato il glorioso Partito Socialista Brasiliano, che, però, forse per questo è stata una formazione rispettabile, ma minore. L’eredità del populismo e del corporativismo (anche il Brasile ha avuto, come l’Argentina, un regime, quello di Getulio Vargas, ispirato dal fascismo italiano, sia pure nella versione sociale) è dura da superare, come la pratica del clientelismo e della corruzione. L’Argentina di Kirchner L’Argentina di Kirchner sta per uscire dalla crisi di pochi anni fa, in cui si sono bruciate le ricchezze del paese e la stessa esistenza di una classe media è stata compromessa. Il risanamento finanziario è stato spettacolare, anche a spese dei nostri risparmiatori, che avevano sottoscritto i tango bonds, tanto che anche l’Argentina, al pari del Brasile, si è liberata dai prestiti del Fmi. Una strategia ben diversa dalla antica parola d’ordine “la deuda no se paga” (i debiti non si pagano). Il sistema politico resta, peraltro, molto distante da quello europeo, che ha attecchito soltanto in Cile. A prima vista pare strano che un paese così etnicamente europeo sia distante anni luce dagli schieramenti politici, cui siamo abituati. Eppure il Partito Socialista Argentino era dotato di grandi personalità al momento della sua fondazione, che ha preceduto quella di partiti socialisti di paesi europei (sono sufficienti i nomi di Alfredo Palacios e Juan B. Justo). All’inizio si pubblicavano riviste socialiste in francese ed in tedesco: in un certo senso il socialismo europeo restava la loro patria ideale. I comunisti sono sempre stati una forza ben organizzata e con punti di forza nei sindacati, ma irrimediabilmente sovietici e perciò stranieri. A sinistra e a destra ha spopolato il peronismo, come già detto una variante del fascismo corporativo. Kirchner è peronista, come erano peronisti i suoi predecessori Duhalde e Menem, oggi suoi avversari. A distanza di decenni è ancora il peronismo in tutte le sue tendenze, da quelle moderate a quelle estremiste (negli anni della lotta armata i peronisti avevano una loro formazione, i Montoneros), dalle progressiste alle nazionaliste, che detta i ritmi del cambio politico e la dialettica interna al peronismo sostituisce la dialettica tradizionale tra destra e sinistra. Tuttavia l’Argentina, il Cile e il Brasile, grazie al loro sviluppo, per quanto ineguale e squilibrato, e alla struttura produttiva, se coopereranno strettamente, possono in America Latina svolgere il ruolo che fu della Germania, della Francia e dell’Italia alle origini della costruzione europea. Per questo è importante il rafforzamento del Mercosur, anche come alternativa all’ALCA, la zona di libero scambio delle Americhe, ripescato dai cassetti dopo la crisi messicana del 1994. Questo processo ha bisogno di aiuto e di solidarietà internazionale, compiti che dovrebbero essere svolti in primo luogo dall’Europa e dalla sinistra europea. Segnali di interesse se ne sono visti pochi a sinistra. La sinistra europea è sempre pronta a criticare i leader del “terzo mondo” appena paiono un po’ meno puri e duri di come li aveva immaginati e desiderati. Basta confrontare il grado di popolarità attuale di Lula e del subcomandante zapatista Marcos nel popolo della sinistra alternativa. Si spende poco tempo a riflettere sulla differenza tra cercare di risolvere i problemi di un grande paese e quella di essere testimonianza in una ristretta parte del territorio di uno Stato, per di più estraniandosi dai processi politici: se la sinistra ritornerà al potere in Messico nel luglio 2006 con Lopez Obrador (a proposito anche lui già sindaco di una grande metropoli come Città del Mexico), non sarà grazie agli zapatisti. Per fortuna c’è Chavez. Lui è chiaro e riconoscibile e lucidamente anti Usa, circostanza che suscita simpatie automatiche, salvo essere delusi in epoca successiva. Chavez è, per di più, ricco grazie al petrolio, cioè per la stessa ragione per cui le masse popolari europee sono sempre più povere. Chavez non deve pensare ad una linea innovativa di politica economica e finanziaria: più petrolio a prezzi più alti è una formula di tutta semplicità. Parliamo chiaro: Chavez è stato legittimato democraticamente, è stato oggetto di oscure e violente manovre di sovvertimento, contrarie al diritto internazionale e a quello costituzionale. Tutto ciò su impulso di una regia estera, facilmente identificabile negli Stati Uniti (ricordate il Cile di Allende?). Peraltro, molte delle manovre che hanno impedito la vendita di mezzi militari dall’Europa al Venezuela avranno, come il blocco di Cuba, effetti controproducenti. Più sindacalisti, meno guerriglieri Per una sinistra, che faccia i conti con il problema della globalizzazione e della difesa e sviluppo della democrazia, questo atteggiamento semplificatore di Chavez non è più sufficiente e a rendere moderna la sua proposta non basta che il Presidente venezuelano annunci al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del 2005 che la sua azione si inquadri “nel socialismo del XXI secolo” (E. Sader, Le Monde Diplomatique, febbraio 2006). Difendere l’indipendenza venezuelana è un dovere internazionale, ma nel contempo una sinistra democratica, degna di questo nome, non può tacere di una serie di violazioni dello stato di diritto e quando si scade nella demagogia antidemocratica, con qualche punta di antisemitismo e con ammirazione sconfinata per quel fascista di Giovanni Papini. Non bastano elezioni (più o meno libere ed ordinate) per dar vita ad una democrazia: la Palestina con la vittoria di Hamas è l’ultimo esempio in tal senso. La sinistra italiana ed europea dovrebbe in poco tempo rinunciare ad ogni attrattiva collegata al folklore e capire che per consolidare la democrazia in America Latina servono più partiti politici moderni e sindacati forti, così come un sistema politico liberato dal caudillismo e dal populismo, non importa se nazionalista o rivoluzionario. Servono più sindacalisti che guerriglieri, che sopravvivono grazie al narcotraffico. Per qualsivoglia sinistra, che abbia appreso le lezioni della storia, si deve evitare il fascino della divisa e della demagogia. Per sostenere Chavez contro l’esproprio delle risorse da parte delle multinazionali o contro le manovre destabilizzatici degli Usa in collegamento con la destra venezuelana, non c’è bisogno di diventare bolivaristi scatenati. Pare che i sud-americani, a una certa sinistra, piacciano così roboanti e anti-gringos, ci devono far sognare di patria o morte, di libro e fucile, di socialismo senza aggettivi: di diventare militanti antimperialisti per interposta persona. Padre Girotto, fratello mitra, grazie a questi stereotipi riuscì ad infiltrare le Brigate Rosse. Quando metteremo almeno sullo stesso piano un sindacalista o un difensore dei diritti umani e un guerrigliero, faremo un passo avanti noi, sinistra europea, e aiuteremo la sinistra latino-americana, a noi più vicina, a fare altrettanto, cioè a liberarsi di un passato in cui demagogia e populismo parolaio aprirono la strada ai regimi militari dittatoriali. La sinistra europea dovrebbe iniziare a discutere di un approccio globale con la sinistra latino americana per concertare azioni politiche, ma anche istituzionali dei governi, cui partecipa, e dall’Unione Europea. L’Internazionale Socialista attualmente ha partiti membri al potere in Cile e in Uruguay, ma sempre come soggetti di una coalizione più ampia. I grandi partiti del Pse hanno una loro politica, che prescinde dal privilegiare i partiti dell’Internazionale: il caso Brasiliano è eclatante. La sinistra radicale europea ha il suo ambito di relazioni nel Forum Sociale Mondiale e nei movimenti sociali antiliberisti e naturalmente con quelli che solleticano di più il suo immaginario: gli zapatisti di Marcos e i bolivariani di Chavez. Tutto appare frammentato e casuale senza una riflessione di fondo e soprattutto organizzata su base paritaria tra soggetti europei e latino-americani. caffeeuropa.it

Gli attentati e il belzebù di Baghdad Dopo John Negroponte - definito l'anima nera di Baghdad da Noam Chomsky - che è passato alla direzione della Cia, a Baghdad come ambasciatore Usa è arrivato Zalmay Khalilzad, il referente del mostro del regime dei talibani afghani negli ambienti politici di Washington. Se Negroponte era divenuto celebre come artefice degli “squadroni di morte” nella America Latina degli anni 80, Khalilzad ha conquistato la celebrità come il simbolo del nuovo servitore dell'era globale. E' colui che, in un'intervista al Washington Post nel 1997 spiegava che Washington doveva intavolare trattative con il regime dei talibani in Afghanistan perchè essi non portavano avanti una politica antiamericana come gli ayatollah di Teheran. Cittadino afgano nato a Mazarsharif, trasferito a Kabul e spostatosi successivamente negli Usa per acquisire la cittadinanza americana, Zalmay Khalilzad era diventato consigliere del Pentagono e di altre agenzie governative Usa come la Cia, nonché miliardario con una serie di affari che aveva concluso a Kabul con la compiacenza del regime dei talibani. La figura di Khalilzad è un mix di khan-brigante, custode-manager. Ruba per se stesso e custodisce, alla stregua di un manager-gorilla, il bottino (le risorse irachene) che i neocon dell'amministrazione Bush hanno conquistato con la campagna bellica in Afghanistan e in Iraq. Dopo essere stato il referente dei talibani a Washington per anni, con l'avvento dell'amministrazione Bush, si converte alla fede democratica e si impegna a servire gli artefici dell'esportazione della democrazia stampo neocon in Afghanistan e altri paesi della regione medio orientale. Prima viene nominato plenipotenziario Usa nella sua terra d'origine, l'Afghanistan, dove nel frattempo il mostro dei talibani è stato, almeno formalmente, abbattuto. Successivamente sostituisce John Negroponte come ambasciatore a Baghdad. Cosi il belzebù subentra all'anima nera, ereditando la sua corte di 6000 uomini. Da quel momento pretende di essere presente alle riunioni dove si decidono i futuri assetti politici dell'Iraq. E vista la presenza delle truppe Usa diventa impossibile non esaudire le sue richieste. Dopo le ultime elezioni legislative irachene dove gli sciiti, cioè la maggioranza degli iracheni (65% della popolazione), nelle loro varie anime si affermano senza conquistare però la maggioranza assoluta, Khalilzad comincia a intervenire nella scelta dei ministri, pretendendo cinque dicasteri-chiave come quelli del petrolio, gli Interni, la Difesa. Vuole che siano affidati agli uomini vicino o meglio al servizio degli Usa. Quando il governo di Jafari si oppone reclamando l'autonomia, Khalilzad comincia ad operare per fare una coalizione curdo-sunnita sostenuta dagli elementi residui del Ba'ath. Non essendoci i numeri sufficienti, Khalilzad comincia a parlare del rischio delle guerre interetniche, interreligiose e confessionali prospettando la guerra civile. Così la componente salafita dell'Islam sunnita e i vari gruppi di “apostasia e guerra santa”, legati al wahabbismo saudita, colgono il messaggio e dopo vari crimini, che da mesi si perpetuano ai danni della gente semplice – pellegrini del ponte degli Imam (più di 1000 morti), muratori in fila (a Baghdad e altrove), bambini trucidati (120 della città di Mossayeb), semplici cittadini (ogni giorno e dovunque), ma sempre sciiti - arrivano anche le bombe contro i santuari e luoghi sacri sciiti. A Samarra, città sotto controllo delle forze d'occupazione Usa, le bombe fanno saltare il santuario degli imam sciiti Hadi e Hasan Ascari, facendo saltare in aria la cupola d'oro in uno spaventoso attentato contro la fede popolare. Cosi la folla degli sciiti, nonostante gli appelli alla calma dell'ayatollah Sistani, dà l'assalto alle moschee sunnite. E la spirale di violenza continua in queste ore: l'autobomba a Kerbala, gli spari al corteo funebre di Baghdad, gli scontri a Samarra… Tutti gli uomini di questi gruppi salafiti, coordinati e gestiti da vari esponenti di al-Qaeda, come il fantomatico al-Zarqawi, emissario–avversario di bin Laden, provengono dal bacino culturale del wahabbismo saudita che genera e alimenta tutti gli estremismi di stampo salafita, al-Qaeda e bin Laden compresi. Il regno dei Saud dove la decapitazione è una sanzione ufficiale dello stato, è il maggiore alleato Usa nel mondo islamico. Sulla scia della politica dei Saud, altri stati arabi alleati degli Usa (l'Egitto di Mubarak, la Giordania di Abdallah, il Marocco di Mohammad VI, …) invece di combattere il terrorismo lo esportano, per neutralizzare e sopprimere gli sciiti che nell'intero mondo islamico sono forse il 15% e sono considerati degli apostati. L'amministrazione Bush continua a parlare della vittoria in Iraq, sostituendo varie anime nere con i belzebù e ciò mentre, mancando la sicurezza (che, secondo articolo IV della Convezione di Ginevra, è a carico delle forze d'occupazione), il terrorismo continua a prosperare nel buio della violenza bellica programmata – shock and Awe - e migliaia di vite civili iracheni vengono annientate insieme ai giovani soldati americani provenienti dalle periferie meno ricche degli Usa, che combattono per ottenere magari la cittadinanza americana o pagarsi gli studi qualora uscissero dalla guerra indenni. La tragedia si perpetua mentre risale la borsa di Wall Street e supera anche 11000 punti e molte aziende Usa, come la compagnia Hulliburton vicina al vice presidente Dick Cheney in testa, risanano i bilanci. di Mir Mad www.megachip.info

Vukovar – Atto finale E' il primo documentario, a distanza di oltre un decennio dalla guerra, firmato da una co-produzione serbo-croata. Il settimanale Feral Tribune intervista Janko Baljak, regista di "Vukovar - atto finale", realizzato insieme a Drago Hedl, nostro corrispondente dalla Croazia Di Igor lasic, Feral Tribune, 20 gennaio 2006 (tit. orig. Kako su se slozili Mercep i Crncevic) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak Vukovar - Ovcara 1991 (www.zamislisrbiju.org) Perchè ha deciso di realizzare il documentario "Vukovar - atto finale", che sarà presentato per la prima volta alla fine di febbraio al Festival dei film documentari di Zagabria? L'idea è partita da Belgrado, più esattamente dalla nostra casa produttrice B92, per la quale ho fatto dei documentari già una quindicina di anni fa. A distanza di 14 o 15 anni dall'epopea di Vukovar, l'idea si basa sull'intento di realizzare la prima coproduzione serbo-croata per un documentario. A differenza dei film che sono già stati fatti su questo tema dall'una o dall'altra sponda del Danubio, questo è il tentativo di vedere in modo oggettivo la verità. E' passato abbastanza tempo, adesso esiste una certa distanza storica per fare un film a mente relativamente fredda. Tutto ciò che abbiamo visto su Vukovar, di questa o quella casa di produzione, era più o meno propaganda, o era una storia parziale fatta per i vari raduni, avvenimenti, anniversari. Nessuno ha mai affrontato il tema per raccontare dall'inizio alla fine la storia che abbiamo raccontato in questo film e che narra i sei mesi di Vukovar, dal maggio 1991 fino alla caduta della città, poi il crimine di Ovcara fino al processo dei colpevoli. Il film inizia e finisce con Ovcara, per questo motivo siamo anche in ritardo di alcuni mesi, perché abbiamo dovuto aspettare la fine del processo per avere anche quella parte del materiale, per concludere la storia. Le riprese del film coincidono con il processo, avete potuto documentare direttamente lo sviluppo del tema? Questa occasione certamente è stata molto emozionante anche perché successivamente abbiamo seguito le madri e le mogli, le famiglie dei morti di Ovcara. Avevamo la possibilità di parlare con loro a Belgrado e di condividere le loro emozioni, di vedere come reagivano alla notizia che il processo si sarebbe svolto a Belgrado. Durante il processo c'è stata tanta tensione, perché i familiari delle vittime e i famigliari degli accusati condividevano lo stesso ambiente, ed è stato molto sgradevole finché non li hanno divisi. A noi interessava come stavano le persone che hanno vissuto un'esperienza difficile, e quella parte ha una notevole dimensione umana. Ci sono diverse storie, ci sono quelli che a Ovcara hanno perso parecchie persone, il fratello, il ragazzo... Poi, l'intera storia della donna incinta che è stata esumata a Ovcara, le testimonianze dirette su come l'hanno portata fuori dall'ospedale all'ottavo mese di gravidanza. Ovcara in realtà è un film dentro il film, ecco perché la scelta di usare il processo come apertura del nostro film e di terminarlo con la sentenza che letteralmente mi è stata consegnata in versione audio, per poterla usare. Il processo belgradese ai criminali di Ovcara è un segnale che in Serbia c'è un'applicazione più sistematica della legge o rappresenta solamente un caso isolato? Personalmente vorrei credere che si tratti di una sorta d'avvio per una magistratura che sia indipendente, per come si sono comportati il giudice e la corte rispetto a questi avvenimenti. Credo si sia trattato di un processo molto professionale e che fondamentalmente non era motivato dal bisogno di far vedere la Serbia più democratica di quello che è. Ma alcuni altri processi non vanno nella stessa direzione, lo si vede concretamente, per esempio, dal processo per l'omicidio di Zoran Djindjic. E mentre mi ha sorpreso la velocità con la quale è stato annunciato il processo a Slobodan Davidovic, membro degli "Scorpioni" in Croazia, a Belgrado esistono già delle cose che ostruiscono l'avanzamento di questo caso giuridico. Invece, le famiglie delle vittime di Ovcara, dopo il processo, non erano soddisfatte - la vera soddisfazione per loro non esiste più - ma hanno detto loro stessi che il processo è stato corretto e che sono state inflitte le giuste punizioni. Se lo dice anche Natasa Kandic, che fra l'altro è sempre insoddisfatta di come vengono risolte le cose che riguardano i crimini di guerra, allora si tratta di una vera garanzia. Adesso si pensa che quel processo dovrebbe servire da modello, in futuro tutti i processi simili si misureranno con questo. Credo che lo sentirà anche il pubblico del nostro film, dalle parole di conclusione del giudice, dove si pronuncia non solo la sentenza, ma più che altro un invito alla civiltà, che queste cose non debbano più ripetersi e che non debbano passare impunite. Perché molti criminali passeggiano ancora a Belgrado e a Zagabria e in molte altre nostre città. Il direttore di scena e il responsabile del team del film "Vukovar - atto finale" è Drago Hedl, redattore del Feral. Come vi siete trovati, come è stata la vostra collaborazione? Non ci sono stati tanti dilemmi, lui già aveva già molta esperienza nella produzione di alcuni progetti di film su crimini di guerra. Per quanto concerne B92, Drago non debuttava ma si è imposto come la scelta migliore e più logica, considerando tutto quello che aveva già fatto. Ho visto quello che lui aveva già fatto, ma solo grazie a questo film lo ho anche conosciuto. Hedl certamente ha goduto di piena autonomia nel formare la sua squadra investigativa, anche qua a Belgrado hanno partecipato alcune persone. Lui li ha coordinati, ha suggerito diverse soluzioni come direttore di scena, ha condotto la storia da grande conoscitore. C'è stato tanto lavoro, il film è stato fatto in 15-16 mesi. La composizione della squadra ricorda modalità che in passato sono state criticate. Ma a voi è servita molto bene ... Naturalmente, è una divisione completamente razionale, contemporaneamente tenevamo conto dei contatti in Serbia e in Croazia. Era una soluzione naturale: per Hedl era più facile giungere a certe cose in Croazia, come è stato per i nostri collaboratori belgradesi in Serbia. Questo ci ha fatto optare per questa soluzione, tutto era motivato da motivi professionali. Alla squadra hanno partecipato Marija Molnar, Dragana Karpos, Jasna Jankovic, Filip Svarm e Klara Kranjc. Ma abbiamo avuto tanti problemi in Serbia. A differenza dei partecipanti croati alla guerra, i comandanti e i difensori della città che hanno vissuto questa epopea come una grande vittoria che è finita con il riconoscimento dello Stato e con la liberazione, qua in Serbia esiste una notevole dose di rimorso di coscienza, c'è l'impressione scomoda di aver partecipato a qualcosa di vergognoso, con una forza sproporzionatamente grande che si è rovesciata sulla città. I nostri collaboratori croati che abbiamo ripreso nel film, oggi sono più o meno attivi, oppure sono dei pensionati felici. In Serbia la maggior parte del vertice immischiato nella vicenda di Vukovar è finito all'Aia, oppure non sono in vita. Non siamo riusciti ad entrare in contatto con il "trio di Vukovar"- Sljivancanin, Mrksic, Radic - e nemmeno con Slobodan Milosevic... Siete giunti fino a Tomislav Mercep, da parte croata il protagonista più sospetto della guerra di Vukovar. Come è stato in qualità di collaboratore? Vukovar profuga serba 1991 (www.zamislisrbiju.org) Mercep era uno degli interlocutori più gentili, che senza pensarci su ha accettato di parlare, dopo aver sentito che si trattava di una produzione belgradese. Non ha posto alcuna condizione, ho parlato personalmente con lui a Zagabria. La cosa che ci interessava di più, riguardo a lui, era la storia dei civili serbi scomparsi che tuttora non sono stati ritrovati, e nel periodo del suo governo, quando era a capo della TO (difesa territoriale, ndt.) di Vukovar. Per noi era interessante come fosse possibile che un uomo potesse diventare il signore della vita e della morte, senza il cui permesso non potevano camminare liberamente a Vukovar - e uscire dalla città - nemmeno i parlamentari. Sapete che Vukovar allo stesso tempo è il sasso su cui inciampa la Croazia, appesantito dal sospetto di tradimento da parte dei vertici dello Stato ... Sì, nel film ci sono certi interlocutori che portano in quella direzione, persone più o meno amareggiate. Uno tra gli astiosi è anche Branko Borkovic, che testimonia degli ultimi momenti della resa della città. Mile Dedakovic non voleva parlarne. Ma nel film appare un numero notevole di distinti difensori di Vukovar. L'uomo che partecipa alla resa di Mitnica, Zdravko Komsic, Danijel Rehak, Vesna Bosanac... Abbiamo persino parte della storia cui siamo arrivati per caso nell'archivio militare, dove la dottoressa Bosanac in una vettura della JNA (esercito jugoslavo, ndt.) cerca la madre tra le macerie di Vukovar. Inoltre la parte legata a Sinisa Glavasevic, su cosa il suo appello e la sua voce hanno significato per la gente di Vukovar. Si tratta di una serie di piccoli film, perché oltre al quadro generale che trasmettiamo, ognuno ha anche il proprio dramma personale, i ricordi e le storie su come ha vissuto il tutto. Nella parte serba avete vissuto di più il rifiuto di collaborare? Alcune persone hanno semplicemente cambiato idea, una cosa completamente comprensibile. Non giocava a nostro favore il fatto che circa nello stesso periodo in Serbia fosse stata scoperta la famosa cassetta di Natasa Kandic, con le immagini dell'assassinio dei civili bosgnacchi vicino a Srebrenica. Alcuni membri delle unità paramilitari serbe hanno cambiato idea riguardo al nostro film, si sono spaventati delle reazioni. Ci sono state situazioni in cui si incontrava un muro al solo vedere noi e il logo di B92, che in Serbia viene vissuto come un media traditore. Come se non facessimo niente altro che ricercare i nostri concittadini per le necessità dell'Aia ... Contemporaneamente anche Hedl ha vissuto cose spiacevoli, con Branimir Glavas in Croazia, così tutto è stato un po' complicato. La politica odierna e le nuove conoscenze si sono immischiate più volte nel film. Oggi anche l'interesse per questo tema non è lo stesso nei due Paesi? Ci sono state diverse reazioni. Primo, Vukovar per la Croazia ha un altro peso di quello che ha per la Serbia. Dopo Vukovar, in Serbia sono accadute tantissime cose diverse, dalla NATO e il Kosovo al Montenegro... I nuovi avvenimenti raggiungono e sostituiscono velocemente quelli vecchi. Per cui in Croazia ci aspettiamo le reazioni più forti. Ma, abbiamo impiegato la nostra professionalità, forti del desiderio di tentare nel modo migliore di rispondere ad alcune domande ancora aperte, che probabilmente susciteranno un'importante attenzione. Un buon film trova sempre il suo pubblico, mentre la propaganda è sempre propaganda. Nel film non ci sono i commenti degli autori, tutto è misurato in modo molto oggettivo e come avete detto una volta, secondo il modello dei documentari della BBC. Fra l'altro, così è anche con gli altri vostri film, "Ci vediamo sull'annuncio funebre" (Vidimo se u citulji) oppure "Anatomia del dolore" (Anatomija bola)... E' così, si tratta di un mio principio di base e di un atteggiamento riguardo le riprese dei film documentari, e di più. In breve, dare a tutti l'occasione di dire quello che pensano e quello che ricordano, perché nessuno di quelli che fanno i film è più intelligente o più informato di quelli che sulla propria pelle hanno vissuto quella guerra. La narrazione "off", o la voce narrante in questo caso sono molto sospetti e un modo controproducente per dire qualcosa. D'accordo con Hedl, sono rimasto sul procedimento filmico in cui alla fine parlano solo i nostri interlocutori. Solo l'intervista e l'archivio, di modo che lo spettatore possa da solo trarre le conclusioni. Comunque, su Vukovar sono ancora in corso almeno due verità diverse, ma molto diverse, sulle due sponde del Danubio? In Serbia ancora oggi, quando nominate Martin Spegelj, è come se aveste nominato un criminale nazista. La gente non vuole parlare, hanno un'immagine formale di lui. Anche per i croati alcune persone della Serbia sono bianche o nere. Forse, quando in questo film li vedete insieme o mentre si scontrano, iniziate a vedere con occhi diversi, con uno sguardo più oggettivo. Secondo me la verità non è mai da una parte sola, e fra la verità serba e la verità croata su una stessa Vukovar esiste un enorme abisso. Ma, mi ha stupito che Tomislav Mercep, nazionalista e sciovinista croato, possa trovarsi così facilmente sulla stessa lunghezza d'onda di Branimir Crncevic, su come è andata la guerra. Si metteranno più facilmente d'accordo loro due che qualcun altro... E mi ha sorpreso in modo piacevole che Branko Mladi Jastreb Borkovic e Rade Leskovac oggi possano trovarsi per fare affari e per amore verso gli animali, che abbiano anche degli altri temi oltre alla guerra. Così con questo film abbiamo voluto anche che le due parti si avvicinassero almeno un po' nel dialogo, che provassero a parlare un po' di questo. www.osservatoriobalcani.org/

L'ex ministro tedesco Egon Bahr denuncia il sabotaggio britannico dell'UE In un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, apparsa lo scorso 21 febbraio, Egon Bahr, ex ministro e parlamentare social democratico da molti anni, con funzioni di partito legate soprattutto alla politica estera, ha accusato Londra di sabotare consapevolmente il funzionamento dell'Unione Europea. La liberalizzazione dei mercati nell'Europa continentale è stata per gli Inglesi sempre più importante, ha detto, del rafforzamento dell'Europa come fattore politico internazionale. Bahr ha messo in evidenza in special modo il ruolo di Tony Blair in qualità di presidente di turno dell'Unione Europea negli ultimi sei mesi, descrivendolo come “assolutamente senza vergogna”, quando il primo ministro britannico sottolineava “la favolosa crescita del mercato interno europeo”. “Loro non vogliono che l'Europa acquisisca un importante ruolo globale” ha detto l'ex ministro tedesco riferendosi alle elite inglesi. “Fin da quando esiste un movimento europeo”, ha continuato l'illustre politico teutonico, “gli Inglesi hanno sempre tirato il freno e, alla fine, si sono accorti che potevano tirarlo meglio dall'interno dell'amministrazione europea, piuttosto che dall'esterno. E questo a prescindere da chi abitava a Downing Street”. Alla domanda su che cosa occorrerebbe fare, Bahr ha risposto che l'Europa dovrebbe porre un'alternativa all'Inghilterra: o cooperazione piena, o fuori. Contemporaneamente però sottolineava che il coraggio per fare ciò manca all'Unione Europea e questo a causa dell'incompetenza. Aldilà delle affermazioni di Bahr, pienamente condivisibili e che ricalcano le posizioni che il Movimento Internazionale che fa capo a Lyndon Larouche da sempre sostiene sull'argomento, traspare in controluce il disagio, non solo tedesco, per il precario equilibrio insito nel sistema economico e finanziario europeo, più volte da noi sottolineato e che non mancherà di manifestarsi in tutta la sua virulenza con il passare del tempo.//www.movisol.org


febbraio 25 2006

L’italianità delle bande Marco Travaglio Gli ultimi avvistamenti lo davano su Al Jazeera, dove la Marx Condicio non è ancora arrivata, e al Bagaglino. Ma il vero spettacolo il Cavalier Napoleone l’ha dato alla convention dei Pensionati Uniti, succursale di Villa Arzilla. Lì, di fronte ai suoi coetanei, l’attempato intrattenitore ha dato il meglio di sé. Dietro le quinte, come riferisce La Stampa, ha confidato di aver suggerito al direttore generale Rai Alfredo Meocci di «innaffiarsi le palle per farle diventare più dure». Poi sul palco ha massacrato le medesime agli astanti, riesumando due gag di repertorio: la truffa agli anziani e la difesa dei truffatori. Solo tre mesi fa accusava la sinistra di arruolare pensionati perché salissero sui tram travestiti da poveri e sparlassero del suo governo in dialetto milanese. Ora tenta di assoldarli lui, promettendo a tutti gli ultrasettantenni cinema, stadi, musei e treni gratis, abbonamento Rai gratis per tutti, cani da compagnia gratis per tutti e pare anche infermiere carine gratis per tutti. Nessuna notizia delle «dentiere sociali», già peraltro promesse nel 2001 e mai più sentite. Anche i suddetti provvedimenti, in perfetta continuità con l’ultimo quinquennio, sarebbero ad personam ingigantendo vieppiù il conflitto d’interessi: il 29 settembre prossimo, infatti, l’anziano cabarettista compirà 70 anni. Novità in arrivo anche sul fronte creditizio: il programma della Casa Circondariale delle Libertà prevede la «portabilità» dei conti correnti, che consentirà di spostarli da una banca all’altra senza spese. Il copyright della geniale trovata spetta all’amico Gianpiero Fiorani, che alla Popolare di Lodi riusciva addirittura a trasferire sui suoi conti quelli dei correntisti defunti senza spesa alcuna, anzi con notevole guadagno. Ora infatti risiede a San Vittore per associazione a delinquere. Ma l’amico Napoleone l’ha già assolto: «L’Opa su Antonveneta era assolutamente regolare, ma i pm l’hanno bloccata con grave intromissione esterna nelle leggi del mercato, portando una banca italiana in mani straniere». Purtroppo la Banca d’Italia e la Consob non sono d’accordo con lui: la scalata l’hanno bloccata loro, e non la Procura di Milano, per il semplice fatto che era fuorilegge. Ma sventuratamente non è d’accordo nemmeno Fiorani, che ha già confessato alcune decine di reati, compresi quelli commessi per scalare illegalmente Antonveneta, e restituito 110 milioni di euro fatti rientrare dall’estero. È comprensibile che il Cav. Nap., complice dell’Armata Brancaleone fioranesca tramite Mediolanum, ci sia rimasto male. Ed è comprensive anche il suo timore che il carcere rinfreschi la memoria all’amico banchiere su alcuni vecchi affarucci riguardanti la Banca Rasini, la Hdc del sondaggista Crespi, o i prestiti al berluschino Paolo. Ma ormai dovrebbe farsene una ragione: l’Antonveneta è della Abn Amro, che ha il grave torto di essere olandese e di rispettare le leggi, ma almeno non deruba i correntisti. Ecco, forse difendere Fiorani in campagna elettorale non è proprio una mossa geniale. I risparmiatori, più che all’italianità delle banche, tengono all’onestà delle banche, e se dietro lo sportello trovano un basco massone o un olandese protestante che non li frega, al posto di un cattolicissimo italiano che li deruba, sono persino contenti. Ecco: difendere l’italianità delle truffe rischia di non portare voti, salvo quelli dei truffatori. Prima di avviare il revisionismo sulla nuova Tangentopoli, bisogna dar tempo alla gente di dimenticare le tangenti. E qui le tangenti non sono ancora venute fuori, anche se si sa che le han prese ministri, viceministri e alleati del Cav. Nap. C’è persino il sospetto che il suo attacco alla Procura di Milano sia preventivo, in vista del deposito degli atti su quelle mazzette. Ma non c’è solo Milano: l’ultima new entry nel club delle toghe rosse è la Procura di Parma, rea anch’essa di applicare la legge persino agli amici di Napoleone. Prima gli arresta Tanzi, suo vecchio finanziatore. Ora gli interdice quell’altro galantuomo di Geronzi (di cui Fininvest è socia in Capitalia) indagato per il crac Parmalat nonostante l’assoluzione impartitagli da Napoleone («È persona capace e proba, mi è difficile pensare che sia incorso in comportamenti incorretti»: le stesse parole usate per Dell’Utri, subito prima delle sue varie condanne a 13 anni e rotti di galera. Anche qui Napoleone potrebbe avere sbagliato i tempi: i truffati Parmalat sono molto più numerosi dei truffatori. Ma, si sa, al cuore non si comanda. Su un punto, però, ha ragione da vendere: «Mentre Fiorani è in carcere, qualcun altro è libero di circolare anche all’estero e di inquinare le prove». Magari corrompendo testimoni inglesi. Qualcuno, per favore, lo faccia contento: lo arresti.www.unita.it

D’Alema: «Certi giornali coprono il patto di governo fascisti-premier» di Vincenzo Vasile da l'Unità - 25 febbraio 2006 Presidente D’Alema, se l’aspettava questa deriva cupa e preoccupante, i negatori della Shoah in Parlamento, le liste e i candidati fascisti a braccetto con la Casa delle Libertà, le campagne xenofobe, il rifiuto del diverso? «Sì, me l’aspettavo. Perché Berlusconi ha lavorato da tempo a quest’operazione, scavalcando Fini, che secondo me è la prima vittima, perché a dieci anni da Fiuggi si trova accanto tutto il neofascismo da cui aveva cercato di liberarsi, e invece separato da quella parte che, a cominciare da Fisichella, l’aveva accreditato come una destra democratica. Una manovra condotta in modo scientifico e assolutamente spregiudicato. L’accordo è con Rauti, con Romagnoli, con la Mussolini, con Tilgher, con Fiore, insomma con tutto l’arcipelago fascista. Ma voglio dire anche un’altra cosa di cui non si parla…». … e che riguarda chi in particolare? «Dico che è vergognoso il modo in cui una parte della grande stampa ha coperto Berlusconi, presentando tutto ciò sotto la rubrica dei “candidati scomodi o indecenti”: siano candidati o meno il problema è che sia stato stipulato un inqualificabile patto politico programmatico. Sottoscriveranno il programma del centrodestra con tutti i capi del neofascismo in Italia.». segue a pagina 2 -------------------------------------------------------------------------------- «Il patto con i fascisti è fuori dalla Costituzione» L’INTERVISTA Romagnoli, Rauti, Fiori, Tilgher... Un’alleanza inqualificabile con tutto l’arcipelago fascista che suscita grande impressione in Europa. Un’operazione lucidamente condotta dal Presidente del Consiglio che vuol portare al governo neofascisti, razzisti, xenofobi, neonazisti di Vincenzo Vasile «È un evento che suscita grande impressione in Europa. Mentre c'è un pezzo della borghesia italiana che appare del tutto indifferente, e così una parte dei commentatori cosiddetti democratici, cosiddetti liberali, sì, manifestano distacco e neutralità rispetto a un'operazione che in nessun Paese democratico verrebbe considerata accettabile». Lo spot sui candidati "impresentabili" mette pure sullo stesso piano i leader fascisti con personaggi assolutamente diversi della sinistra radicale, con l'alleanza con la sinistra estrema… «La verità è che noi abbiamo fatto un accordo con Rifondazione, che è un partito. E i comunisti, o i neocomunisti, possono piacere o non piacere, ma sono parte della democrazia italiana. I fascisti, invece, sono fuori legge in questo paese, e chi non ha capito questa differenza non ha capito niente della storia d'Italia. Non esiste un possibile parallelismo: noi abbiamo i fascisti, però voi avete i comunisti. Chi dice questo è fuori dalla Costituzione. Dallo spirito e dalla lettera del patto costituzionale che ha il suo fondamento nella Resistenza, come ha ricordato il presidente Ciampi. A sinistra discuto di scelte politiche, di problemi ben diversi: e auspico che Rifondazione non metta il lista estremisti o persone che esprimano posizioni intollerabili sui militari italiani,e apprezzo che Rifondazione abbia preso una posizione coraggiosa e difficile nei confronti di un candidato che aveva espresso quelle posizioni, ritenendole incompatibili con gli orientamenti del partito, e ciò dimostra per l'appunto che Rifondazione è un partito, non un gruppetto della sinistra radicale, un partito che amministra città, regioni… Ben altra cosa è Fiore che organizza l'esposizione degli striscioni naziskin allo stadio. No, non è la stessa cosa». Resta il fatto che queste operazioni hanno come sfondo una deriva sub-culturale che trae alimento dal pericolo dell'assalto dell'integralismo islamico. Il manifesto di Marcello Pera, che è pur sempre la seconda carica dello Stato, seppur uscente, inquieta o no?, chiedo, anche se la domanda può apparire retorica. «Questo spirito di crociata nel nome del quale si finisce per avallare e giustificare un ritorno di posizioni etnocentriche, razziste, o forme di nazionalismo è estremamente pericoloso, regressivo dal punto di vista culturale. Lo scontro di civiltà è il più favorevole terreno per l'espansione dell'islamismo estremista e al radicamento del fondamentalismo mussulmano, con rischi seri per la pace, per la convivenza, per la sicurezza nei prossimi anni. In verità stiamo assistendo a un disastroso fallimento del modo in cui la destra internazionale, a cominciare dall'amministrazione americana, ha affrontato la sfida al terrorismo. Un Iraq nel caos e sull'orlo della guerra civile, l'avanzata del fondamentalismo islamico in tutto il mondo arabo, tra i palestinesi, in Egitto, in Libia: è il risultato di una politica completamente sbagliata. E purtroppo noi l'avevamo detto. Era prevedibile tutto questo: che l'idea di affrontare il terrorismo con la guerra preventiva, con l'occupazione militare, avrebbe prodotto questi effetti laceranti». Ma la sinistra - è questo il senso della campagna che si sta conducendo contro l'Unione - viene raffigurata come imbelle di fronte alla minaccia del terrorismo. Fino a che punto la sinistra è attrezzata per rispondere? «E invece sta proprio qui la differenza tra la sinistra e la destra: la sinistra non è a capo chino di fronte agli attacchi alla democrazia. E' il contrario, noi vogliamo reagire affermando i valori che appartengono al nostro mondo, io mi domando se l'uccisione dei civili, l'uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali, la tortura siano i nostri valori. Oppure se ricorrendo a questi mezzi una parte dell'occidente non abbia finito per dare forza all'estremismo islamico negando proprio i valori nel nome dei quali combatti il terrorismo: noi combattiamo il terrorismo perché è violenza, perché significa l'uccisione di civili inermi, perché siamo per il rispetto dei diritti umani. Questo è un punto cruciale: la democrazia non deve essere disarmata, deve avere la forza di reagire, ma nel rispetto della legalità internazionale e nel rispetto dei principi e dei valori nel nome dei quali conduciamo questa lotta. Oggi siamo di fronte a un disastro che non è stato causato dalla remissività ma al contrario dall'uso indiscriminato della forza militare, senza che vi fosse un'adeguata azione politica e culturale. Bisognerebbe spiegare a Pera che l'Occidente che difendiamo è quello della tolleranza, dei diritti umani, della legalità. Non quello delle crociate». Ciampi ha detto cose simili visitando la sinagoga romana. Ma la sinistra non ha colpe da rimproverarsi? «Sono rimasto colpito dall'intervista del portavoce della comunità ebraica di Milano che ha messo sullo stesso piano le dichiarazioni di Romagnoli sulla Shoah con le critiche di Diliberto alla politica dello stato d'Israele. Trovo sconcertante questa impostazione, perché non è affatto vero che criticare la politica d'Israele sia necessariamente un segno di antisemitismo. Le critiche che in Italia vengono rivolte alla politica del governo israeliano sono di una intensità che è pari alla metà di quelle che vengono da personalità israeliane come Yossi Beilin, come l'ex presidente della Knesset, Abraham Burg. Perché Israele è un paese democratico dove c'è una componente pacifista che è molto più severa di alcuni di noi. Non confondiamo realtà così diverse: la Shoah è qualcosa di così sconvolgente e orribile che non può essere paragonata ad altro. In ogni caso, non c'è nessuno a sinistra che mette in discussione il diritto di Israele a esistere e la necessità che la comunità internazionale tuteli questo diritto. Il problema è di garantire anche i diritti dei palestinesi». Rimane il punto: se continua questa campagna aberrante come andrà a finire? Non le chiedo un pronostico, ma un ragionamento. «Questa ondata di xenofobia può anche fare presa ed eccitare gli animi, eccitare un sostrato di nazionalismo, di paura degli altri, ma la maggioranza dell'opinione pubblica ha capito che questa politica non crea sicurezza , ma genera insicurezza. Abbiamo misurato il fallimento di una politica dell'immigrazione che, chiudendo le porte all'immigrazione legale, ha prodotto un aumento dell'immigrazione clandestina. In realtà in questi anni la destra che 5 anni fa aveva detto: fermeremo gli immigrati, non ha fermato un ben nulla, il paese vive il dramma dell'immigrazione clandestina più di prima. E l'opinione pubblica ha potuto constatare che il razzismo volgare e goliardico di Calderoli ha accresciuto i rischi per il nostro Paese. Che vive una condizione di maggiore rischio a causa di una classe dirigente non all'altezza. Una parte grande dell'opinione pubblica ha capito che questi atteggiamenti di intolleranza e razzismo accrescono l'insicurezza, e siccome quel che i cittadini vogliono è maggiore sicurezza, e invece i pericoli aumentano, è questo il punto su cui la destra rischia di perdere la sua battaglia». Qualcosa di vero c'è nella critica all'Unione sull'avere subito piuttosto passivamente l'”agenda” dettata da Berlusconi? «Sì, in una certa misura questo è vero. Quando diciamo che Berlusconi ha un'influenza del tutto anomala sul sistema dell'informazione, è una verità di cui non ci dobbiamo dimenticare. Direi persino che attraverso il controllo della televisione e dei principali telegiornali che danno il tono all'informazione, loro esercitano una notevole influenza sulla carta stampata». Un influenza "indotta" anche sui giornali? «… In qualche caso l'influenza viene subita in modo consapevole anche da parte di qualche grande quotidiano che gioca una sua partita cerchiobottista. Ma quest'influenza non si rileva tanto sugli editoriali, ma sulla gerarchia delle notizie, che è la cosa più importante. In realtà la potenza di fuoco di Berlusconi determina l'agenda. Quando i grandi tg "aprono" in un certo modo le loro edizioni, ciò finisce per condizionare l'intero sistema dell'informazione. Prendiamo il finto scandalo Unipol, l'"affaire" che doveva essere l'epicentro della nuova questione morale…». Finto scandalo, lo definisce? «Finto scandalo, sì. C'erano quegli errori che ci hanno spinto all'autocritica, ma lo scandalo dov'è? E dov'è andato a finire l'epicentro della questione morale? C'è un'indagine su due manager che si sono prontamente dimessi, i giudici accerteranno le eventuali responsabilità. Ma dov'è finita la Tangentopoli rossa? Dov'è? Al punto che Berlusconi stesso dopo aver cavalcato il giustizialismo contro la sinistra e aver messo proprio lui incoscientemente al centro della campagna elettorale le Procure della Repubblica, recandosi alla Procura di Roma per aprire la sua campagna elettorale, ora è sceso da cavallo e ha ripreso i temi per lui più tradizionali come l'attacco ai magistrati. Naturalmente cresce il ridicolo della sua posizione. Uno che pensa che esiste un “complotto dei giudici” non va in Procura a denunciare i suoi avversari politici. Questa bagarre si è rivelata un boomerang, forse avrà avuto un certo effetto nell'eccitare l'animo dell'elettorato di destra più disamorato, però ha accresciuto il senso dell'inaffidabilità di Berlusconi: il dato di fondo è che la maggioranza degli italiani non ha fiducia in lui. Io penso che il centrosinistra sia nelle condizioni di riprendere in mano la campagna elettorale e di tornare a mettere al centro del confronto i problemi del Paese. La mia sensazione è che sia altamente positivo che nel momento di massima confusione Prodi abbia lanciato alcuni messaggi concreti come il tema del cuneo fiscale e quello di una politica per la famiglia e la natalità. Prodi è l'uomo che disse: entreremo nell'euro, e lo fece. Berlusconi è l'uomo che disse: abbasseremo le pensioni, ridurrò le tasse, e non l'ha fatto. Sono temi concreti che sono arrivati in profondità e hanno cominciato a cambiare l'approccio dei cittadini che si aspettano messaggi concreti in grado di restituire fiducia nell'avvenire in un Paese che è in una situazione di sofferenza, di difficoltà, di perdita di fiducia nell'avvenire. L'offensiva di Berlusconi è finita, e sono finiti anche i suoi effetti…». Avete sondaggi più recenti? «Si ha la netta percezione, anche in base ai rilevamenti più freschi e aggiornati, che la “forbice” ha ripreso ad allargarsi. Del resto, il nostro è un paese dove gli spostamenti elettorali non sono precipitosi e repentini. C'è un vantaggio strutturale del centrosinistra che si è consolidato negli ultimi anni, abbiamo vinto tutte le elezioni: non è un fatto di sondaggi, il nostro vantaggio s'è sedimentato nel Paese: se nel 75 per cento dei comuni italiani c'è un sindaco di centrosinistra non è un sondaggio, quello è il dato effettivo. E la realtà di questi giorni ci dice che a mano a mano che la campagna elettorale si muove verso i problemi del Paese, si sposta verso il territorio, il punto di svolta è qui, con l'approvazione del programma la presentazione dell'accordo politico, e dei candidati. Il nostro è stato un lavoro sofferto, i nostri sono partiti democratici e se i gruppi dirigenti sono impegnati nell'elaborazione delle liste non hanno il tempo per andare in giro a fare assemblee. A mano a mano che usciamo da questa fase siamo nelle condizioni di mettere in campo una marcata superiorità. In termini di proposta, di concretezza, di attenzione ai problemi degli Italiani, in termini di personale politico, e di radicamento nel Paese. La nostra superiorità si misura su questi punti. Per quante acrobazie permangano rimane il fatto che fini e casini sottoscrivano un accordo in cui è scritto che il capo è Berlusconi, e contemporaneamente candidano se stessi in modo velleitario a guidare il governo. Questo è palesemente un imbroglio, una furbizia che a mano a mano perderà via via capacità di catturare consensi. Più ci si avvicina al 9 aprile più risulta evidente che la vera scelta è tra confermare Berlusconi o imporre una vera svolta votando per Prodi. A noi tocca invece di far venire sulla scena la vera novità politica della campagna elettorale. Sinora c'è stata molto poco. La novità è l'Ulivo. La novità è che noi lavoriamo a una nuova casa dei riformisti, e apriremo un “cantiere” subito dopo il voto. Una novità forte di fronte alla frammentazione del sistema politico. Una novità che oggi presentiamo a Roma insieme a tante donne e uomini e che ha bisogno dell'impegno di tutti. Con L'Ulivo riusciremo a ridare una speranza a questo paese». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Umberto Eco Elezioni: regia di Groucho Marx Lo sport preferito nelle due coalizioni sembra quello di parlar male del proprio gruppo e di esaltarne le divisioni interne Leggo su uno dei più importanti e seri quotidiani italiani un titolo su molte colonne: 'Scontro Berlusconi-Prodi'. O basta là, come si dice dalle mie parti. Visto che siamo in periodo elettorale e che i due competitori sono appunto Berlusconi e Prodi, che cosa vi sareste attesi, che andassero insieme di nascosto a passare i week-end in un motel per coppiette? Che notizia sarebbe stata, nel corso delle ultime elezioni americane, parlare di uno scontro Kerry-Bush? Eppure anche questo accade, in una corsa dei mass media a trovare ogni giorno spunti drammatici, come se non bastassero le altre pagine dove si parla di assalti alle ambasciate, dell'aviaria, o del gas latitante. Queste sono indubbiamente elezioni all'insegna della follia, e sembrano svolgersi con la regia di Groucho Marx (che aveva detto "non diventerei mai membro di un club disposto ad ammettere uno come me"). Quello che ho imparato da ragazzo, uscito dal fascismo e iniziato ai misteri della democrazia, è che in periodo elettorale due o più gruppi sono in mutua concorrenza, e gli appartenenti al gruppo A, per tutto il corso della tornata elettorale, debbono parlare bene del gruppo A esaltandone le capacità di governo e parlar male del gruppo B. Ora invece pare che ciò che preoccupa maggiormente gli appartenenti a ciascun schieramento sia parlare male del proprio gruppo ed esaltarne le divisioni interne. Questo non è vero soltanto dell'Unione, che ne ha fatto uno sport ormai consolidato, ma anche della cosiddetta Casa delle Libertà, dove si è solo liberi di sbranarsi a colpi di tridente. L'epitome, ovvero la sintesi esemplare di questa tendenza, la si è avuta quando è apparso a 'Matrix' Marco Ferrando. Questo signore ha alcune opinioni che sarebbe arduo condividere e altre che, nel corso di una conversazione pacata, non apparirebbero necessariamente deliranti. Per difendere queste opinioni Ferrando ha fatto il possibile per riequilibrarne la portata ed escludere le interpretazioni eccessivamente malevole, ma in compenso ha dedicato la maggior parte del suo tempo a dimostrare che il programma Prodi è praticamente equivalente a quello di Berlusconi, se non peggio, e la sua spietata critica ha presumibilmente fruttato al Polo una cospicua manciata di voti (o all'Unione una manciata di astensioni). Certo si deve apprezzare l'intemerato coraggio di chi vuole dire a tutti i costi quello che ritiene essere la verità, ma chi fa questa scelta rinuncia a far politica, o almeno non tenta di farsi eleggere parlamentare nello schieramento che disprezza, e sceglie uno sdegnoso esilio di oppositore in pianta stabile. La politica è l'arte del compromesso e, una volta scelta una parte, bisogna fare del proprio meglio per non metterla pubblicamente alla berlina. Almeno, non in periodo elettorale. Se si vuole partecipare alla lizza, si rimanda il dibattito interno a dopo. Gli spettatori (come suggeriva continuamente Mentana tentando di arrestare, dopo averla scatenata, quell'enfasi suicida) avranno avuto l'impressione che Ferrando sia sul libro paga di Berlusconi. Impressione certamente errata, perché l'ipotesi più ragionevole (e più tragica) è che faccia quello che fa assolutamente gratis. Le follie elettorali non finiscono qui. Si veda la guerra dei sondaggi. In principio chi fa fare un sondaggio dovrebbe tenerlo segreto, visto che ha il vantaggio di conoscere qualcosa che l'avversario ignora. Ma ormai il sondaggio ha assunto la funzione di profezia che si autodetermina: esso deve elettrizzare gli indecisi, partendo dal principio che essi siano una manica di sottosviluppati il cui unico ideale è stare col vincitore - o con chi si proclama tale in anticipo. Visto che questa è l'immagine che Berlusconi ha dei suoi elettori, e non solo di quelli indecisi, è ovvio che non si preoccupi se i suoi sondaggi siano o meno attendibili. Potrebbe affidarli anche a Vanna Marchi - e forse lo farà. Ma perché impostare tutta la campagna contraria per dimostrare che i sondaggi della sinistra sono migliori? I veri indecisi che potrebbero votare per l'Unione non sono portati ad amare il vincitore (anzi, molti di loro adorano stare all'opposizione). Essi sono dei delusi del centro-sinistra, che sono però ancora dominati dal terrore che vinca di nuovo Berlusconi. Pertanto potrebbero essere trascinati al voto proprio lasciando capire che (con la loro astensione) Berlusconi ha ancora possibilità di vittoria. Perdendosi nella guerra dei sondaggi l'Unione rischia di lasciare cadere nel vuoto innumerevoli menzogne dell'avversario. Il Polo sta facendo circolare manifesti che dicono 'Leva obbligatoria? No grazie' e mi pare che, chi dell'Unione appare in televisione, dovrebbe a ogni istante ricordare a gran voce che la leva obbligatoria è stata abolita proprio dal governo di centro-sinistra - e che pertanto Berlusconi sta manifestando ancora una volta la sua impavida fiducia nella sprovvedutezza e nella memoria corta degli elettori. www.espressonline.it

Immigrazione: Cittadinanza e integrazione. Via alla Bossi Fini Sostituire le parole d’ordine di questo governo: chiudere, emarginare, criminalizzare con una nuova politica centrata su questi obiettivi: governare, accogliere, costruire convivenza. Il leader dell’Unione Romano Prodi incontra i giovani immigrati di seconda generazione del comitato Diapale e ricorda le priorità del centrosinistra in tema di immigrazione, e in particolare, l’abrogazione della Bossi-Fini, una legge “demagogica, iniqua e inefficace”. “L’immigrazione clandestina - sostiene Prodi - non è diminuita e gli stranieri sono stati confinati in una condizione di soggezione e precarietà intollerabile. Sono stati mortificati la dignità e i diritti della persona e si è alimentato un clima che favorisce tensioni e disordini sociali”. “L’andamento demografico dell’Italia - ha continuato Prodi - di fatto azzera le velleità della Lega e di quanti, come il presidente del Senato Pera affrontano il tema dell’immigrazione con categorie come quelle del nemico e dello scontro di civiltà”. Il leader dell'Unione sottolinea che, comunque, “servono regole precise per avere la cittadinanza e le stiamo preparando” e per questo, aggiunge, “dovremo avere in tutta Italia istituzioni di traino alla partecipazione comune, ma il vero traino è la scuola ed è li che dobbiamo intervenire con una politica scolastica di vera integrazione”. E proprio parlando di vera integrazione Prodi lancia l’idea di una “festa per la cittadinanza, una cerimonia pubblica nella quale i nuovi cittadini si sentano accolti con orgoglio e a testa alta”. Una sorta di “nuova festa della Repubblica”. www.romanoprodi.it

Nigeria, è tempo di pagare La Shell condannata a risarcire 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali “Dopo cinque anni di dura lotta, otteniamo finalmente una ricompensa. Non è abbastanza, vogliamo di più, ma è comunque il segno che le nostre battaglie cominciano a dare i loro frutti”. Esprime così la sua gioia a PeaceReporter Edwin Eselemo, membro della comunità Ijaw di Port Harcourt, alla notizia della condanna della multinazionale anglo-olandese Royal Dutch Shell. Il gigante del petrolio dovrà infatti pagare un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari per danni ambientali nella zona del delta del Niger. Ma dal quartier generale di Londra la Shell promette battaglia. Cinque anni di lotte. Con questa sentenza gli Ijaw ottengono la seconda vittoria sul piano giudiziario contro la Shell, da quando i leader della comunità hanno deciso di dare il via alla battaglia legale nel 2000. Condannata una prima volta da una commissione parlamentare, la Shell si era rifiutata di pagare il risarcimento non riconoscendo valore legale alla sentenza. Stavolta però a dare torto alla multinazionale è stata una vera corte nigeriana, ma da Londra la Shell fa sapere di non volerne sapere di cedere. Almeno fino all’appello. “Abbiamo ricevuto la copia della sentenza, ma non avendola ancora letta a fondo non possiamo rilasciare alcun commento” ha dichiarato a PeaceReporter Lisa Givert, responsabile per le comunicazioni esterne. “ Siamo comunque convinti che la ragione è dalla nostra parte perché le accuse sono prive di fondamento. Siamo sicuri che in appello ci sarà data ragione”. Sentenza storica. Quale che sia l’esito finale della vicenda, la sentenza di oggi stabilisce un precedente fondamentale. Da anni infatti le varie comunità che abitano il delta del Niger protestano contro le devastazioni ambientali che lo sfruttamento petrolifero avrebbe portato nella regione, senza peraltro che i locali abbiano potuto usufruire dei vantaggi ricavati dai diritti sull’oro nero. I proventi petroliferi finiscono infatti molto spesso nelle tasche dei membri dell’establishment politico-militare nigeriano, classificato da Transparency International come uno dei più corrotti al mondo, nonostante alcuni importanti risultati raggiunti dalla campagna per la trasparenza lanciata due anni fa dal presidente Olusegun Obasanjo. Proprio per questo sarà necessario uno stretto controllo per garantire che almeno i soldi del risarcimento non finiscano nelle tasche sbagliate. Attacchi armati. La situazione nel delta del Niger è complicata anche dalla presenza di numerose milizie, che lanciano attacchi contro le installazioni petrolifere e i dipendenti delle compagnie. Il Movement for the Emancipation of the Niger Delta è il gruppo armato più attivo negli ultimi mesi: la scorsa settimana i suoi miliziani hanno rapito nove dipendenti della Shell, al momento ancora nelle mani dei sequestratori, che chiedono maggior potere delle comunità locali nella gestione delle risorse petrolifere. Gli attacchi a oleodotti e piattaforme si sono intensificati negli ultimi mesi, costringendo la Nigeria a tagliare le esportazioni del 20 percento e contribuendo al brusco rialzo del prezzo del greggio. Matteo Fagotto www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=4807

Filippine: dichiarato lo stato di emergenza da The Guardian “Dichiaro lo stato di emergenza a causa della minaccia che ha investito il paese”, ha detto il presidente delle Filippine Gloria Arroyo alla televisione nazionale. “Questo è il mio avvertimento a coloro che minacciano il governo: tutto il peso della legge ricadrà sul vostro tradimento” Lo stato di emergenza è stato oggi dichiarato nelle Filippine, in risposta al ventilato complotto golpista; il presidente Gloria Arroyo ha lanciato un grido di allarme: “La nazione è sottoposta a una chiara minaccia”. La mossa è venuta dopo che la polizia anti-sommossa ha disperso, a colpi di cannone ad acqua e manganello, una folla di circa 5000 persone, che chiedevano a gran voce le dimissioni della Arroyo. I dimostranti hanno dato inizio a un fitto lancio di pietre contro le forze dell’ordine, mentre le immagini televisive mostravano un poliziotto che colpiva ripetutamente un manifestante insanguinato, che giaceva per terra. La folla aveva sfidato il divieto di raccogliersi vicino al monumento dedicato alla memoria della rivolta del “potere del popolo”, che aveva destituito il dittatore Ferdinand Marcos nel 1988. Il presidente Arroyo ha dichiarato di aver già sventato un complotto, ma ha altresì detto che le Filippine sono ancora minacciate da forze sediziose. La Arroyo – già uscita indenne da due precedenti tentativi di golpe – ha accusato i suoi avversari di voler ribaltare un governo democraticamente eletto. C’è il timore che gli avversari politici possano dirottare le attività previste per il 20esimo anniversario dell’insurrezione anti-Marcos in un tentativo rivoluzionario. “Dichiaro lo stato di emergenza a causa della minaccia che ha investito il paese”, ha detto il presidente alla televisione nazionale. “Questo è il mio avvertimento a coloro che minacciano il governo: tutto il peso della legge ricadrà sul vostro tradimento”. L’esercito – che ha giocato un ruolo di primo piano in due delle rivolte del “potere del popolo” – ha barricato i suoi quartieri nel mezzo di un poderoso cordone di sicurezza, per impedire alle truppe di unirsi alla dimostrazione anti-governativa. È stato inoltre messo agli arresti un generale, accusato di essere coinvolto nel complotto. Il presidente Arroyo non è arrivata ancora al punto di dichiarare la legge marziale: una questione delicata, dal momento che Marcos, per governare, utilizzò per decreto la legge marziale. In ogni caso, le regole dell’emergenza prevedono arresti senza garanzie e il prolungamento della detenzione senza prove. L’ex presidente Corazon Aquino, una volta alleata con la Arroyo, ha criticato la dichiarazione dello stato di emergenza e ha chiesto le sue dimissioni. “Tutto questo è sconvolgente. È una vergogna, perdiamo ancora una volta la nostra democrazia”, ha detto. Lo scorso anno, il presidente Arroyo è uscita indenne dalla crisi che la vedeva accusata di brogli elettorali e corruzione. Fonte: http://www.guardian.co.uk/international/story/0,,1716940,00.html Tradotto da Paolo Cola per Nuovi Mondi Media

Congo: dire è bene, agire è meglio Le Nazioni Unite fanno appello al sostegno militare dell’Ue per la loro missione in Congo. Ma la Germania dissente, mettendo così ulteriormente in dubbio il ruolo della politica di difesa comunitaria. Le Nazioni Unite trasportano materiale elettorale (Monuc-Photo/ Christophe Boulierac) La Repubblica Democratica del Congo, terzo paese più grande in Africa, è sull’orlo di una quasi guerra civile, nonostante gli accordi di pace firmati a Sun City (Sudafrica) nel 2003. L'Ong International Rescue Committee definisce questa crisi, avvenuta dopo lo smantellamento dell’ex Zaire da parte dell’ex dittatore Mobutu, «la più sanguininosa dopo la Seconda Guerra Mondiale»: si stimano intorno ai quattro milioni le vittime dal 1998. Mandare rinforzi a diciassettemila uomini Le prime elezioni libere dopo l’indipendenza del Congo belga, proclamata nel 1960, sono previste per il prossimo aprile e potrebbero inaugurare un’epoca più serena. Nel trattato di pace firmato tra le fazioni ribelli del Paese e le autorità è stato precisato che il mandato al governo per Joseph Kabila, che raggruppa tutti i partiti, finirà il 30 giugno 2006. Il testo prevede inoltre una nuova Costituzione, presentata il 18 febbraio scorso. Ma gli osservatori dubitano che possano aver luogo delle elezioni davvero libere. E questo perché per andare alle urne è necessario un contesto politico più stabile. Dopo il ritiro della forze armate straniere nel maggio 2003, i combattimenti tra le etnie al confine tra il Rwanda e l’Uganda si sono moltiplicati, accentuati dalla scoperta di nuovi giacimenti d’oro e di petrolio nella regione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dunque deciso di impedire alle truppe di mantenere la pace, nel quadro della Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) stabilito nel 1999. Se un voto democratico permette di consolidare un paese, il fallimento di un processo elettorale potrebbe significare un nuovo conflitto. È per questa ragione che Kofi Annan ha chiesto all’Unione Europea di mandare dei rinforzi per assistere le coalizioni della Nazioni Unite, che contano circa diciassettemila uomini. Bruxelles non è però ancora riuscita a convincere i venticinque paesi a partecipare. La Germania, in particolare, si oppone: è stato lanciato recentemente riguardo al ruolo di comando in caso di un’eventuale operazione di pace. Solo dieci giorni per l’operatività Esiste, tuttavia un quadro politico per queste operazioni. Nell’aprile del 2004 i ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno adottato il concetto di Battle Groups (gruppo di strategia) che prevede, in particolare, delle operazioni sul tipo di quelle concepite in Congo. Sono previste tredici pattuglie per il contingente di pace, ciascuna composto da millecinquecento soldati. Il loro ruolo? Sostenere le Nazioni Unite durante le loro operazioni nelle regioni in crisi ed essere in grado di essere operativi al massimo in dieci giorni. Fino al 2006 è questione di giungere ad un dispiegamento minimo iniziale per giungere nell’anno successivo ad un grado massimo di efficacia. La Germani partecipa a tre dei tredici gruppi del programma. Uno di essi, il gruppo franco-tedesco, già esistente, deve essere interamente operazionale nel 2007. Ma la realtà è ben diversa. Franz Josef Jung, ministro della Difesa tedesco, rifiuta categoricamente di prendere il comando e di inviare le truppe al combattimento. Per il momento si tratterebbe di mandare cinquecento soldati in Congo: non tanto in termini di forze militarti, quanto piuttosto per ragioni di sicurezza o logistiche, e sarebbe certamente necessario sostenere con le armi il Congo. «Si tratta di spiegare alla comunità internazionale che la risoluzione del conflitto nell’ex Zaire è un priorità assoluta» sottolinea Urich Delius, esperto in materia di questioni africane, in un’intervista col settimanale Der Spiegel. È indispensabile che l’Unione Europea capisca che non deve accettare i massacri collettivi. L’indecisione della Germania rimette in discussione, inoltre, il discorso del contingente di pace. Le dichiarazioni d’intenti dell’Europa altro non sono che bei discorsi, ma una cosa è certa: inviare in un territorio in crisi, per sei mesi, un contingente in grado di operare in tempi rapidi, equivale ad un grande impegno e a molte responsabilità. Ma la Germania si è rifiutata di addossarsi questa responsabilità. E si è lasciata scappare la possibilità di dare una segno di speranza al territorio dei Grandi Laghi, abbandonato ormai alla crisi più profonda. Stella Willborn - Berlin http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6120

Una sporca storia d'amore con la Fratellanza Musulmana di Londra Chi scrive ha recentemente partecipato ad una conferenza del Senato USA che doveva essere un simposio di esperti su Al-Qaeda. Ai tre massimi esperti presenti ho rivolto una domanda sui collegamenti tra Al-Qaeda e la Fratellanza Musulmana, facendo anche presente che i rapporti della Commissione sull'11 settembre riferiscono che il presunto coordinatore dell'attacco dell'11 settembre, lo sceicco Khaled Mohammed, che è stato catturato, afferma di essere stato reclutato all'età di 16 anni dalla Fratellanza Musulmana. La mia domanda ha suscitato occhiate nel vuoto dei presunti esperti ed è rimasta senza risposta. Dopo però uno dei tre mi ha avvicinato per dirmi confidenzialmente di sapere qualcosa sui legami tra la Fratellanza e Al-Qaeda, ma che quel pubblico, comunque composto di personale che lavora al Congresso e secchioni dei massimi pensatoi politici, non sarebbe stato capace di capire la risposta complicata che lui mi avrebbe voluto dare. L'episodio sintetizza in maniera eloquente la preparazione dei cosiddetti esperti di terrorismo, molti dei quali vantano titoli accademici in sociologia, psicologia, e scienze dei computer. La storia però non è il loro forte, e ancor meno pensano di dover applicare le lezioni che essa impartisce alle questioni di cui si dichiarano esperti. Ho avuto poi occasione di riferire l'episodio ad alcuni ufficiali militari e dei servizi in congedo, che effettivamente possono essere ritenuti degli esperti in questioni mediorientali, ed essi non hanno fatto altro che scuotere la testa, rammaricandosi del fatto che si tratta di un problema che, purtroppo, conoscono molto bene. Fortunatamente il giornalista e ricercatore Robert Dreyfuss supplisce, con il libro «Devil's Game...», ad alcune di queste lacune dei presunti esperti di terrorismo statunitensi, e del mondo politico e diplomatico in generale. «Devil's Game» fornisce un quadro molto vivido di come, da circa un secolo, gli Stati Uniti si lascino trascinare nella palude mediorientale dall'apparato imperiale britannico che ha sponsorizzato e manipolato il fondamentalismo islamico fin dagli albori della politica del petrolio, alla fine del XIX secolo. L'opera di Dreyfuss espone una buona panoramica della principale letteratura sulla Fratellanza Musulmana e le sue varie filiazioni del XX secolo, attentamente integrata con interviste ad alcuni diplomatici e funzionari dell'intelligence che hanno fatto molta esperienza in Medio Oriente. Nel capitolo introduttivo Dreyfuss presenta una diagnosi e una terapia per la guerra al terrorismo dell'amministrazione Bush. “Una guerra al terrorismo”, scrive Dreyfuss, “è il modo più sbagliato di affrontare la sfida politica rappresentata dall'Islam. Si tratta di una sfida che presenta due aspetti. Primo, c'è la minaccia specifica all'incolumità e alla sicurezza degli americani posta da Al-Qaeda; secondo, c'è un più ampio problema politico creato dalla crescita della destra islamica in Medio Oriente e nell'Asia meridionale”. “A proposito di Al-Qaeda, l'amministrazione Bush ha deliberatamente esagerato le dimensioni della minaccia che rappresenta”. “Non è un'organizzazione onnipotente ... Il ricorso ai militari, perché conducano una guerra convenzionale, non è il modo di attaccare Al-Qaeda, perché essa costituisce primariamente un problema per l'intelligence e le forze di polizia. La guerra in Afghanistan è stata concepita male, non è riuscita a distruggere la dirigenza di Al-Qaeda, non è riuscita a distruggere i Talebani, che si sono sparpagliati, e non è riuscita a stabilizzare se non temporaneamente quella nazione martoriata, creando un debole governo centrale alla mercè dei signori della guerra e delle ex bande dei Talebani. Peggio, la guerra in Iraq non è solo malconcepita e non necessaria, ma ha colpito una nazione che non aveva assolutamente legami con la banda di Bin Laden. E' come se, ha spiegato un esperto, Franklin Delano Roosevelt avesse attaccato il Messico in risposta all'attacco di Pearl Harbor ... Un problema che poteva essere affrontato chirurgicamente - ricorrendo ad azioni di incursori e Forze Speciali abbinate a risolutezza in diplomazia, e ad azioni legali, coordinazione internazionale e misure di autodifesa molto ragionevoli - è stato gonfiato a dismisura dall'amministrazione Bush”. A proposito della destra islamica e della sua travolgente affermazione, Dreyfuss scrive: “Primo, gli Stati Uniti debbono fare il possibile per eliminare i rancori che inducono i musulmani adirati a cercare conforto in organizzazioni come la Fratellanza Musulmana. ... Come minimo gli Stati Uniti possono compiere dei passi importanti, miranti ad indebolire la capacità della destra islamica di reclutare. Unendosi all'ONU, agli Europei ed alla Russia, gli Stati Uniti potrebbero contribuire a risolvere il conflitto israeliano-palestinese in maniera tale da garantire giustizia per i palestinesi; uno stato che sia effettivamente capace di essere geograficamente ed economicamente indipendente, cosa che richiede il ritiro degli stanziamenti israeliani illegali, un ritiro di Israele all'incirca entro i confini del 1967, ed una divisione stabile ed equa di Gerusalemme. Questo, più di ogni altra iniziativa, eliminerebbe le motivazioni su cui prospera la destra islamica. “Secondo, gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare le proprie pretese imperiali sul Medio Oriente. Ciò esigerebbe un ritiro delle forze USA dall'Afghanistan e dall'Iraq, lo smantellamento delle basi militari USA nel Golfo Persico e le strutture in Arabia Saudita, ed una drastica riduzione della presenza navale, delle missioni di addestramento militare e delle vendite di armi”. La ricetta piena di buon senso presentata da Dreyfuss per neutralizzare il fermento della destra islamica è utile, ma l'aspetto più qualificante del suo libro è certamente la ricostruzione storica attenta e documentata di come l'Inghilterra ha sponsorizzato la Fratellanza Musulmana e le reazioni sconclusionate da parte degli americani che hanno condotto il mondo sull'orlo della guerra perpetua da “scontro delle civiltà” che Londra ha sempre istigato e a cui gli USA tradizionalmente sono contrari./www.movisol.org

Medio Oriente: Mar Rosso, una fonte di profitti Assolvendo alla funzione di via internazionale d'acqua, “international waterway”, il Mar Rosso è un' ottima fonte per lo sfruttamento economico. Meta ambita dai turisti dell'intero globo, ha sviluppato località balneari degne dei paesi economicamente più avanzati. Sviluppo intenso, e troppo spesso frettoloso, che insieme ai poli industriali sorti sulle sue coste, sta creando non pochi problemi al suo ecosistema. Mariadele Di Blasio Equilibri.net Il Mar Rosso è giuridicamente considerato un “mare semi-chiuso” e mette in comunicazione il Mediterraneo, a cui è collegato mediante il canale di Suez ed il Golfo di Aqaba all'Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. Al di là delle zone di giurisdizione nazionale, contiene anche aree di acque internazionali che in realtà non esistono né a Nord, nella zona settentrionale antistante la Penisola del Sinai, né a Sud, nel tratto che dalle Isole Hanish va sino allo Stretto di Bab el Mandeb. La conseguenza che ne deriva è il fatto che la navigazione è realmente libera solo laddove esistono spazi di acque internazionali mentre è soggetta necessariamente al regime del transito inoffensivo a Nord, nelle acque territoriali dell'Egitto (nel Golfo di Suez e nello Stretto di Gubal) e, a Sud, nelle acque territoriali di Eritrea, Yemen e Gibuti, comprese quelle delle isole Hanish, Zubair e Jebel At Tair. Certamente una delle attività che permette lo sfruttamento del Mar Rosso è il turismo. Nonostante il recente attentato terroristico a Sharm el Sheik, in Egitto, le località sulla costa restano alcune delle mete più ambite dei turisti di tutto il mondo. Proprio nel paese di Mubarak il turismo rappresenta un elemento significativo nella politica liberista ormai scelta e portata avanti. Dopo l'occupazione dell'Egitto durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 furono gli Israeliani a comprendere l'enorme potenziale turistico della costa del Sinai. Ma il forte sviluppo turistico si ebbe con la riapertura delle frontiere e con la restituzione del Sinai all'Egitto. Infatti, a partire dalla fine degli anni Ottanta, sono stati realizzati centri specializzati per il turismo balneare e sportivo di massa lungo le coste del Mar Rosso, indirizzati in particolar modo alla clientela internazionale. Oltre a Sharm el Sheik, fiore all'occhiello dell'offerta egiziana, anche Hurghada ha acquisito sempre sempre maggiore importanza da questo punto di vista. Da qualche anno El Quseir, cittadina tra Hurghada e Marsa Alam, verso il confine con il Sudan, è diventata una nuova meta turistica per gli appassionati di barriera corallina, che sembra essere rimasta ancora immune alle terribili conseguenze provocate dal turismo di massa. Il Mar Rosso non è solo egiziano e anche l'Arabia Saudita, il Sudan, l'Eritrea e lo Yemen ne stanno sfruttando l'enorme potenziale economico. L'Arabia Saudita, in primis, sta investendo molto nella salvaguardia dell'ambiente e nella valorizzazione del patrimonio naturale. Attività sulla quale maggiormente si punta per attrarre turisti sono le immersioni, praticabili in tutto il Mar Rosso. Allo stesso modo opera il Sudan le cui località principali sulla costa sono Port Sudan, facilmente raggiungibile perché collegata attraverso il sistema ferroviario alla capitale e Suakin, che fino a cinquant'anni fa costituiva il passaggio obbligato delle carovane dei pellegrini africani diretti alla Mecca. Yemen ed Eritrea hanno avuto un contenzioso riguardo l'arcipelago Hanish nel 1994. L'insieme di queste isole, collocate in prossimità dello Stretto di Bab el Mandeb, sono collocate in una posizione strategicamente molto rilevante sia ai fini del controllo del traffico marittimo sia ai fini dello sfruttamento di possibili giacimenti petroliferi, sulla cui sovranità avanzavano pretese entrambi i paesi. Contenzioso che si è presto trasformato in una guerra conclusasi l'anno seguente, grazie alla mediazione della Francia, con la firma di un trattato che prevedeva l'istituzione di un arbitrato internazionale composto da membri statunitensi, inglesi ed egiziani. Dunque lo sfruttamento del turismo sul Mar Rosso è piuttosto intenso e a ciò si lega un problema molto grave che richiede la cooperazione dei paesi che vi si affacciano in modo da poter rendere efficaci le iniziative: l'inquinamento. I danni ambientali sono spesso il risultato di uno sviluppo rapido e incontrollato dovuto al turismo e questo nonostante quest'ultimo rappresenti una fonte consistente di profitto economico. Troppo spesso i governi e le compagnie private preferiscono conservare l'economia del turismo piuttosto che i loro ecosistemi. Dal punto di vista biologico il Mar Rosso è unico nel suo genere. Grazie, infatti, alla sua conformazione stretta e al deserto che lo circonda, la sua barriera è raramente colpita dalle intemperie. Ma il turismo è ciò che ha inciso di più sul danneggiamento sella barriera corallina. Le oltre mille specie di pesci e coralli che lo abitano sono costantemente minacciate dal turismo sregolato e irresponsabile, dalle immersioni dei sub e dagli altri sport acquatici. A questo proposito il connubio tra turismo e cooperazione internazionale sta cambiando le prospettiva del turismo responsabile. Numerose ONG operano in questa area per promuovere un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e socialmente responsabile. Ovviamente anche i governi si stanno impegnando per preservare l'incommensurabile patrimonio ambientale attraverso la ratifica di trattati di cooperazione e per esempio in Egitto molti sono gli enti che se occupano: il Parco Nazionale, l'Ente egiziano per la tutela ambientale, l'Associazione per le attività subacquee e marine del Sinai meridionale e l'associazione per la protezione e la conservazione di Hurghada (HEPCA). E' piuttosto evidente come l'inquinamento non sia da ricondurre solo alle attività turistiche. Infatti centri sulle coste del mar Rosso non sono solo località balneari ma anche importanti centri portuali e commerciali. In Arabia Saudita, ad esempio, la città di Yenbu è stata appositamente costruita nell'ambito del progetto integrato di sviluppo industriale che la collega a Jubail, sulla costa del golfo Persico, da cui provengono un oleodotto e un gasdotto. Qui si trova la Sabic (Saudi Basic Industries Corporation) attiva nella chimica intermedia, nei polimeri, nei gas industriali, nei fertilizzanti, nell'acciaio e nella metallurgia. In Sudan, Port Sudan costituisce il principale centro portuale del paese sul Mar Rosso ed è sede di industrie alimentari, tessili, chimiche e petrolchimiche. Inoltre qui c'è una presenza massiccia si saline. Un ulteriore disastro ambientale verificatosi negli ultimi anni è legato alla pesca. Si è infatti generata una frenetica caccia alle oloturie nelle acque egiziane, che in breve tempo stanno scomparendo dai fondali del Mar Rosso. Tutto ciò per soddisfare acquirenti giapponesi, convinti delle proprietà afrodisiache di questo animale marino. Questa caccia sta portando risultati drammatici a livello marino in quanto tutte le “stragi”creano un'alterazione dell'equilibrio biologico e per altro questo tipo di pesca è piuttosto pericoloso e almeno venti morti sono riconducibili a ciò. In Arabia Saudita negli ultimi anni il governo ha fortemente sostenuto lo sviluppo del settore della pesca sul Mar Rosso, tanto da partecipare alla Saudi Fish Company, con l'obiettivo di provvedere pesce destinato al mercato interno ma anche all'export. Data la ricchezza ittica del Mar Rosso l'Eritrea conta molto sulla pesca, anche se il settore non viene ancora adeguatamente sfruttato, al contrario del Sudan dove la pesca sul Mar Rosso è un'attività molto limitata. Infatti i sudanesi hanno davvero poca confidenza con il mare. I pescatori sono pochi e praticano la pesca singolarmente usando gusci di noce dalle piccole vele fatte di stracci di corone. Le imbarcazioni con motori fuoribordo restano una rarità. Il Mar Rosso resta una fonte di profitto economico notevole per tutti i paesi che vi si affacciano. Certo è che l'Egitto e l'Arabia Saudita riescono a sfruttarne le potenzialità in misura maggiore dato il livello di sviluppo interno e probabilmente grazie al grado di penetrazione economica di aziende e corporation straniere. Le attività più redditizie sono, senza alcun dubbio, tutte quelle legate al turismo ma ciò sembra avere anche le sue controindicazioni. Uno sviluppo così repentino e profondo del settore sta causando danni notevoli all'ambiente e ciò richiede una sempre maggiore collaborazione e cooperazione da parte di tutti i paesi per poterne limitare gli effetti disastrosi. Fatta eccezione del conflitto tra Eritrea e Yemen per il controllo dell'arcipelago Al momento non sembrano esserci contenziosi in atto tra i paesi qui presi in considerazione. Nonostante la ricchezza ittica del Mar Rosso, la pesca resta tuttora un settore sottosfruttato e ciò è certamente da ricondurre alle priorità che i diversi governi hanno nell'economia e al livello di sviluppo di quest'ultima.

Voli e prigioni CIA : pm Spataro audito da parlamento UE di Gabriella Mira Marq La commissione d'inchiesta sui voli CIA del parlamento UE ha audito ieri il pm antiterrorismo della procura di Milano Armando Spataro sul rapimento di Abu Omar. Il procuratore ha raccontato in dettaglio ai deputati europei increduli il rapimento dell'Imam, avvenuto a Milano nel 2003. Spiegando che gli inquirenti sono pervenuti a tali conclusioni sulla base di alcune intercettazioni di 17 cellulari nella zona del sequestro, il dott. Spataro ha ricostruito i fatti come emersi dall'indagine della procura italiana, e cioe' con il trasferimento, dopo il sequestro dei Abu Omar - passando per la base USA di Aviano e la base di Ramstein, in Germania - in Egitto, dove l'imam sarebbe stato torturato. I telefoni intercettati sono serviti ai cittdini americani per fissare le camere in hotel a Milano e le auto usate per l'operazione. Negli alberghi gli inquirenti hanno rinvenuto copie di documenti d'identita' degli Americani e dei documenti trasmessi dalla sede della CIA in Virginia al suo responsabile di Milano, un certo Robert Lady, sparito dal 2004. Perquisendo le stanze, sono state scoperte anche foto di Abu Omar e la prenotazione di un biglietto aereo per un volo da Zurigo al Cairo nel giorno stesso del rapimento. Davanti alla molteplicita' di piccole tracce lasciate dagli agenti americani, vari eurodeputati - frenando le risate, come raccontano alcune agenzie - hanno parlato di servizi segreti "degni dei cartoni animati". Si e' parlato anche dei 22 mandati d'arresto contro gli agenti della CIA che Spataro ha voluto ma che sono stati osteggiati dal ministro Castelli (il quale ha tacciato il pm italiano di essere militante a sinistra e probabilmente mosso da antiamericanismo). Il procuratore ha sottolineato davanti agli eurodeputati che "il rapimento e' un delitto contro la liberta' della persona, in Italia". Le dichiarazioni del pm italiano hanno dato corpo alle accuse alla CIA su cui da mesi stava gia' indagando il parlamentare del Consiglio d'Europa Dick Marty, anch'egli audito ieri dal comitato dopo il pm Spataro. Marty ha definito il caso italiano "esemplare" ed ha detto che esso e' una "eccezione luminosa" nel muro di gomma generale sulla questione. Dick Marty, che e' un'ex magistrato, nel corso della sua indagine aveva detto di aver trovato prove del fenomeno, che avrebbe interessato piu' di 100 detenuti in Europa. Secondo Marty - che aveva preso ad esempio il caso italiano del rapimento di Abu Omar come "perfetta illustrazione" della 'extraordinary rendition' - esso "e' una chiara indicazione che il metodo esiste, insieme con il complesso supporto logistico in varie parti d'Europa e con un considerevole impiego di personale, pone dubbi e sollecita la questione del coinvolgimento delle autorita' nazionali ad uno o piu' livelli". La commissione del parlamento UE, che non ha alcun potere, cerca di stabilire se la CIA abbia gestito in territorio europeo carceri segrete ed usato scali europei per trasportare prigionieri detenuti illegalmente. Il comitato provvisorio cerchera' di scoprire anche se la CIA abbia effettuato torture sul territorio dell'UE, se gli Stati membri o i Paesi candidati all'adesione siano stati coinvolti nelle detenzioni illegali e se siano stati detenuti cittadini degli Stati membri o dei Paesi candidati. Il relatore della commissione e' l'italiano Giovanni Claudio Fava (PSE), che e' stato fra l'altro un giornalista. Il comitato - composto da 46 membri, eletti per acclamazione - e' presieduto dal portoghese Carlos Miguel Coelho (PPE-DE), coadiuvato dalla britannica Sarah Ludford (ALDE), dal greco Giorgios Dimitrakopoulos (PPE) e dal verde tedesco Cem Özdemir. www.osservatoriosullalegalita.org

Noi, musulmani europei Sarajevo, scrive Massimo Moratti Mentre continuano in tutto il mondo provocazioni e scontri legati alle vignette su Maometto, le comunità islamiche bosniaca e croata pubblicano un appello per la convivenza pacifica e contro l’intolleranza. Il caso della rivista Preporod. Segnali di pace dalla “polveriera d’Europa” Sarajevo La notizia appare in un trafiletto della rassegna stampa bosniaca. Secondo quanto riportato dalla televisione privata Hayat, le caricature raffiguranti il profeta Maometto sarebbero apparse sul periodico Preporod in Bosnia ed Erzegovina. Fin qui nulla di eclatante dato che erano già apparse a Novembre su Slobodna Bosna, un settimanale di Sarajevo. Ma, il fatto è che Preporod è l’organo ufficiale della Comunità Islamica della Bosnia ed Erzegovina. La notizia fa sobbalzare sulla sedia. Il commentatore di Hayat TV si chiede quali bandiere saranno bruciate ora e dove si svolgeranno le manifestazioni di protesta, dato che è stata la stessa comunità islamica a pubblicare le vignette. La notizia lascia un po’ increduli a dir la verità. Il giorno dopo mi reco dal giornalaio all’angolo, in una delle vie centrali di Sarajevo, incerto se Preporod si trovi in vendita come ogni settimanale o se abbia una diffusione limitata. La giornalaia, rintanata nel suo negozietto, mi dice che tutte le copie del settimanale sono già state vendute. Le chiedo se di solito Preporod si trovi regolarmente: “Certo - mi risponde lei - ma adesso sono state vendute tutte le copie, sa è stato per via di quelle vignette...”. Esco dal giornalaio completamente confuso e sbalordito. Il giorno dopo riprovo da un altro giornalaio in centro: “Nema”, “non c’è”, mi risponde. Mi sposto a Dobrinja: “Nema”, poi di nuovo in centro: “Nema”, al sesto, settimo giornalaio devo rinunciare, forse sarà meglio contattare la redazione. Insomma non si riesce ad acquistare una copia di Preporod. Tutte vendute. Non aiuta nemmeno il sito ufficiale di Preporod, che non appare aggiornato: riporta ancora le proteste dell’otto di febbraio, quando un migliaio di dimostranti avevano inscenato delle proteste di fronte alle ambasciate norvegesi, danesi e francesi, bruciando le bandiere di quei paesi. A quel tempo la comunità islamica, per voce di Mustafa Ceric, il leader della comunità, aveva apertamente invitato la gente a disertare le proteste, condannando sia le vignette sia le proteste violente. Mustafa Ceric, la comunità islamica e il partito SDA [Partito dell’Azione Democratica, ndc] avevano dato prova di grande maturità politica e tolleranza, ribadendo le peculiarità dell’Islam bosniaco. Nezavisne Novine, autorevole testata di Banja Luka, aveva apertamente elogiato le parole di Mustafa Ceric, definendole come la cosa migliore che Ceric avesse fatto negli ultimi 13 anni. L’atteggiamento di Mustafa Ceric e della comunità islamica in Bosnia ed Erzegovina sono un raro esempio di tolleranza e comprensione reciproca. Lo stesso SDA, per quanto bistrattato e accusato di nazionalismo, si è allineato su queste posizioni, per voce del presidente Tihic, rifiutando qualsiasi manipolazione o deriva fondamentalista e richiamandosi a principi di tolleranza e comprensione reciproca. Ancora una volta i bosgnacchi, o musulmani bosniaci, ribadiscono la loro identità europea e sfidano lo stereotipo che vede l’Europa come prettamente cristiana e l’Islam come movimento estraneo ad essa. In tal senso lo stesso Mustafa Ceric, pochi giorni fa aveva rilasciato, assieme alla sua controparte da Zagabria, la “Dichiarazione dei musulmani europei”. Questa dichiarazione, definita dal quotidiano croato Jutarni List come la “dichiarazione che merita sostegno incondizionato” è stata pubblicata di recente sui giornali locali in Bosnia e Croazia. In tale dichiarazione i due leader islamici, esprimendo il cordoglio per le vittime degli attentati di New York, Madrid e Londra, delineano i passi da farsi per giungere ad un miglioramento dei rapporti tra Europa ed Islam. Da un lato la dichiarazione auspica l’uguaglianza dell’Islam nel contesto europeo con la possibilità di avere scuole religiose e sviluppare partiti politici di ispirazione islamica, dall’altro lato la stessa dichiarazione obbliga i musulmani europei a rispettare i diritti dell’uomo, il contratto sociale, riconoscere la ricchezza delle diverse tradizioni religiose e culturali e soprattutto sviluppare la consapevolezza del contesto secolare in cui si trova ad esistere la religione al giorno d’oggi. Allo stesso tempo i musulmani europei chiedono la protezione da ogni forma di violenza, islamofobia e genocidio. Tale documento, come lo stesso Jutarni List riporta, mira ad evitare lo scontro di civiltà e a definire il contesto in cui la comunità musulmana possa vivere quanto più possibile in conformità con le norme secolari europee senza che per questo essa si debba sentire minacciata. È il messaggio dei musulmani europei, dalla Bosnia e dalla Croazia, il loro modo di dire no al terrorismo e alla violenza. In un periodo in cui a provocazioni e comportamenti irresponsabili da una parte fanno eco violenza e intolleranza dall’altro, sono i Balcani, la “polveriera d’Europa” a mandare un segnale di tolleranza. www.osservatoriobalcani.org/


febbraio 24 2006

"La sfida della democrazia si vince sui diritti civili" Parla Zapatero: "Le nostre riforme? Irreversibili" Sui matrimoni omosessuali non torneremo indietro Scommetto che un governo di destra non cambierà la legge La sinistra perde quando delude gli elettori, quando non mantiene la promessa di migliorare la loro vita una tv pluralista Quando un politico vuole manipolare l´informazione è perché non si fida dei cittadini e teme una informazione veritiera Ma più si ha fiducia nei cittadini e più si hanno possibilità di vincere le vignette blasfeme Dobbiamo condannare la violenza esercitata nel nome della religione ma non possiamo negare ai credenti il diritto di essere rispettati. Specialmente se sono minoranza e possono sentirsi aggrediti PAOLO FLORES D´ARCAIS da Repubblica - 24 febbraio 2006 Presidente Zapatero, lei crede in Dio? «Ritengo che questo tipo di convinzioni appartengano alla sfera privata, e sento un grande pudore nel manifestarle pubblicamente. Un governante deve tener conto solo dell´interesse generale e rispettare le credenze religiose di tutti, al di là delle proprie». I politici non sembrano voler tenere riservate le loro convinzioni religiose. Anzi, chiedono di essere intervistati sull´argomento, ed esibiscono la loro fede. L´unica cosa che sembra ormai impossibile è che un politico possa essere dichiaratamente ateo. Non sta diventando una discriminazione? «È possibile che esistano fedi più o meno redditizie dal punto di vista elettorale, ma la mia posizione è più radicale: credo che le convinzioni religiose personali non si debbano esibire a fini elettorali, anche se rispetto coloro che, per una ragione o per l´altra, decidono di renderle pubbliche o perfino di farne una bandiera». In una dichiarazione congiunta con il premier turco, a proposito della caricatura su Maometto di un giornale danese, lei ha sostenuto che «può essere perfettamente legale, ma non è indifferente e va respinta da un punto di vista morale e politico». Anche Chirac, qualche giorno dopo, a proposito del settimanale Charlie Hebdo (che le ha ripubblicate) ha parlato di «provocazione». Perché? «Dobbiamo condannare l´intolleranza e la violenza esercitata in nome della religione, ma non possiamo negare ai credenti il diritto ad essere rispettati. Specialmente quando sono una minoranza e possono sentirsi aggrediti o umiliati dalla maggioranza. La laicità e la libertà d´espressione sono conquiste storiche delle nostre società, ma il rispetto per gli altri dovrebbe essere un principio universale». La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia? Molti credenti potranno giudicare offensivo questo interrogativo, ma non si tratta neppure di una provocazione. Si tratta di un interrogativo più che mai attuale e necessario. «La democrazia esige uno Stato aconfessionale e una cultura pubblica basata su valori laici. La Chiesa cattolica può mantenere qualche posizione che evoca ancora l´aspirazione delle leggi ecclesiastiche a collocarsi al di sopra delle leggi della polis, ma credo che tale atteggiamento sia ormai una reliquia ideologica. Sono infatti convinto che la Chiesa cattolica sappia benissimo che nelle società moderne la fede appartiene alla sfera dell´intimità, e la superiorità della democrazia rispetto ad altri regimi consiste precisamente nel maggior valore dato alla libertà, anche alla libertà di coscienza. Il matrimonio è un´istituzione di convivenza, la cui denominazione è andata acquisendo un profilo convenzionale, sociale, di legame giuridico per convivere, basato sull´amore. Se comprendiamo che due uomini o due donne si possono amare; se accettiamo che possono avere tra loro un rapporto giuridico, se riteniamo inoltre che tale rapporto può comportare l´adozione, perché non dovremmo chiamare un simile rapporto matrimonio?». Ma quello che a me pare il punto dolente (e punto cruciale) è che la Chiesa fa di questo relitto o reperto archeologico la sua politica attuale. In Spagna, come in Italia i vescovi di fatto diventano gli organizzatori di campagne politiche di massa. Tutto questo non rivela una pulsione antidemocratica da parte della Chiesa? «No, sinceramente no, perché credo che la democrazia si basi sulla possibilità di mettere in discussione le scelte del potere. Anche da posizioni che sono sbagliate, hanno diritto di contestare il potere, hanno diritto persino di negare alcuni dei fondamenti più essenziali della libera convivenza. Un totale diritto. Quello che non hanno il diritto di fare è di imporre. Non hanno il diritto di non rispettare le leggi. Ma hanno perfettamente diritto di discutere e criticare, ci mancherebbe. A mio giudizio, quanta più enfasi ed esagerazione metteranno nella critica, tanto più sicuramente perderanno ragione e ragioni, perderanno convinti delle loro idee. Questa è la mia opinione. Ritengo che leggi come quella sul matrimonio omosessuale siano irreversibili. Non credo cioè che, in Spagna, una maggioranza politica conservatrice abrogherebbe la legge sul matrimonio omosessuale. Questo ci dice l´esperienza. Perché una volta che si sono approvate leggi che allargano i diritti individuali, e la società le ha accettate, è molto difficile fare marcia indietro». Su cosa si basa il suo ottimismo che l´Europa abbia imboccato decisamente questa strada e non possa più invertire la rotta? Su quali elementi si basa, oltre alla fiducia nell´umanità? «Su un´estensione e rafforzamento della ragionevolezza, dell´apertura delle nostre società, nonostante l´Europa abbia momenti d´angoscia quando guarda fuori. L´Europa ha fatto suoi i grandi valori di fratellanza, i grandi valori dell´allargamento dei diritti dei cittadini. Pertanto, io non ho alcun dubbio che questi cambiamenti si faranno strada man mano in tutti i paesi. Quel che caratterizza un sistema, quel che rende una società più giusta è la qualità dell´educazione. La democrazia significa innanzitutto diritti e opportunità. Conseguenza: i paesi con più diritti civili sono i paesi più progressisti». Io personalmente credo che la politica dell´ingenuità nell´accezione, di coerenza fra il dire e il fare, fra il promettere all´opposizione e il realizzare al governo - sia l´arma fondamentale per la sinistra, sia ciò che più deve differenziare la sinistra dalla destra. Sono ingenuo? «La sinistra deve fare una politica autentica perché gli elettori, i cittadini di sinistra hanno nel voto la loro principale risorsa. I potenti, la destra economica, i gruppi di pressione, non hanno bisogno della politica per vivere e per comandare. Ma il cittadino che ha soltanto il proprio voto gli conferisce un grande valore. E il suo grande patrimonio, l´unico strumento di cui dispone per realizzare le sue idee e migliorare la sua vita. Normalmente la sinistra provoca la propria sconfitta, perché delude i propri elettori. Quand´è che perde forza, missione, capacità di trasformazione la democrazia rappresentativa? Quando il potere non guarda la società e la gente, e pensa solo che la gente guarda il potere». Per una democrazia moderna, proprio come lei la delinea, essenziale è il pluralismo televisivo, e una informazione televisiva degna di questo nome. Uno dei suoi primi atti è stata la nomina alla testa della tv di Stato di una donna nota per la sua indipendenza. «Racconto un aneddoto: ci sono ministri che si lamentano che la televisione pubblica non dà loro spazio o che li tratta male. E io gli rispondo sempre: abbiamo vinto proprio a questo scopo. E essenziale. Normalmente un uomo politico, quanto più ha fiducia nella gente, tanto più ha possibilità di vincere. Quando un politico vuole manipolare l´informazione è perché non si fida della gente e pertanto teme che l´informazione fluisca in modo veritiero. Invece la salute della democrazia è che il dibattito sia aperto, chiaro, senza restrizioni, sebbene oggi sia, insisto, molto difficile manipolare totalmente, perché abbiamo un´enorme varietà di accessi all´informazione, come in tutti i paesi avanzati. Per questo il futuro è della democrazia». (traduzione di Danilo Manera) -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Negazionismo di governo di Furio Colombo da l'Unità - 24 febbraio 2006 Oggi l’Italia ha una brutta reputazione. Ha distrutto decenni di vita democratica, ispirata (anche quando l’ispirazione era blanda e formale) alla Resistenza, alla Liberazione, ai fatti della Storia, ai patti di civiltà contratti con gli altri Paesi del mondo attraverso le Nazioni Unite, ai patti di garanzia dei diritti umani, all’impegno comune e sacro, il «mai più» pronunciato da tutti i capi di Stato del mondo sulle ceneri di Auschwitz. La Storia insegna che non c’è limite al peggio. L’Italia si è messa su una strada indegna attraverso l’autorità di un ministro di questa Repubblica che - tramite la televisione di Stato - ha gettato benzina sul fuoco di una serie di violenze già in corso. Ha provocato 13 morti, e l’assalto ai simboli dell’Italia in un Paese che ci era stato descritto (proprio dal governo di quel ministro) come amico. L’Italia proclama guerra di religione attraverso la voce purtroppo autorevole del presidente del Senato, che non sembra comprendere il rischio recato ogni giorno di più dalle sue ripetute affermazioni. Adesso l’accordo formale e solenne stipulato dal presidente del Consiglio in persona e da suoi collaboratori stretti e credibili porta nello schieramento ufficiale del centrodestra accanto a Casini e Fini la peggiore specie di fascismo negazionista, di fascismo coinvolto in inchieste per banda armata e stragi, di seguaci di Julius Evola, predicatore dell’«antisemitismo come dovere», del pensatore tenuto a distanza persino dal Movimento Sociale Italiano che precede An. Porta l’Italia fuori dal consesso civile, democratico e storico stabilitosi in Europa e nel mondo democratico subito dopo la sconfitta e la distruzione del fascismo e del nazismo. Al centro di questo gruppo di nuovi e formali alleati c’è la negazione della Storia, l’esaltazione di Hitler come statista, c’è il rimpianto di Mussolini, autore delle peggiori leggi razziali d’Europa, c’è lo scherno della Shoah, con la frase pronunciata da uno dei leader di queste bande di governo, certo Romagnoli, che ha detto a Sky Tg 24: «Le camere a gas? Non ho abbastanza elementi in proposito per poter dare un giudizio». Siamo consapevoli che, fra coloro che preannunciano di votare per l’opposizione, per Prodi, per la sinistra, vi sono state in una occasione e in un corteo quasi del tutto disertato dalla sinistra alcune persone che hanno bruciato la bandiera di Israele, un gesto più che simbolico per un Paese che a cinquant’anni rischia di essere cancellato, e nel momento in cui un potente capo di Stato ne chiede la eliminazione. Una di esse ha detto la frase: «Israele è un pugno nello stomaco dell’umanità». È accaduto. Ma tutta la sinistra, dalle sue posizioni più moderate fino a Rifondazione Comunista, ha respinto e condannato ciò che è accaduto. E qualunque osservatore estraneo alle vicende italiane potrebbe concludere, come hanno fatto i colleghi della stampa estera (e mi riferisco in particolare ai servizi dall’Italia e sull’Italia di Bloomberg, agenzia certo non sospetta di simpatie di sinistra) che non c’è adesso nella coalizione di opposizione - e non potrà esserci nel governo che dovesse nascere dalla vittoria dell’Unione - traccia tollerata di negazionismo. La vera differenza, che impedisce ogni simmetria tra ciò che sta accadendo a destra e ciò che è accaduto a sinistra sulla memoria, la Storia, l’antisemitismo e l’invocazione a distruggere lo Stato di Israele è che la sinistra respinge e condanna tutto ciò in modo netto e totale, anche se non avviene nelle sue file e sotto il nome di qualcuno che si fa trovare vicino ai suoi partiti.Ed è dalla stessa sinistra che si levano le voci che esigono il rispetto della Storia. Da destra invece sono state aperte le porte, messi a disposizione i tavoli, attivati i bracci esecutivi più in vista (sia pure tristemente in vista, a causa dei loro personali precedenti) del primo ministro e candidato unico, a tutto l’arco di chi rappresenta il fascismo sterminatore senza pentimenti e ripensamenti, anche a causa del distacco dei personaggi coinvolti da ogni forma di cognizione della Storia. Uno di essi - forse pentito, forse colpito da ciò che ha ascoltato - ha detto all’Unità: «Vogliono far fare a noi il lavoro sporco». Vorremmo supplicare i colleghi che hanno accesso ai grandi giornali e tv, in questa situazione di regime mediatico e di rigorose esclusioni, di riflettere in pubblico, e in nome della reputazione del nostro Paese, sulla portata e sul pericolo di quella frase. E di ciò che sta davvero accadendo. Non dite che ci sono due mezze ali pericolose in una coalizione e nell’altra. Sarebbe mentire. Il negazionismo, che altrove porta a conseguenze penali qui, in Italia, adesso, potrebbe abitare al governo. Il governo della destra. furiocolombo@unita.it

«Berlusconi? Un boomerang, così ammette l'asse con Fiorani» Enrico Letta: l'inchiesta su Geronzi frena i progetti di Capitalia, ma non può dirlo il premier Sergio Rizzo dal Corriere - 24 febbraio 2006 ROMA — «Silvio Berlusconi ha semplicemente esplicitato quello che si era già intuito, facendo capire che era socio di scalata di Gianpiero Fiorani». L'affermazione è di Enrico Letta, secondo il quale «le dichiarazioni fatte oggi dal premier spiegano molti dei suoi comportamenti» degli scorsi mesi. «Tanto più — insiste — dopo le rivelazioni dell'ex sondaggista Luigi Crespi su Berlusconi». Che cosa c'entra adesso Crespi? «Non ha forse dichiarato che il premier gli chiese di farsi da parte e di vendere la sua società, la Hdc, alla Popolare di Lodi? Se poi aggiungiamo che lo stesso Fiorani intratteneva rapporti, ed è un eufemismo, con il sottosegretario alle riforme Aldo Brancher, molto vicino al premier, e se poi aggiungiamo che la Lodi ha salvato la banca della Lega...» Se aggiungiamo tutto questo? «Ne viene fuori un intreccio, anzi, un vero e proprio asse, fra Berlusconi e Fiorani. Ed è il motivo per cui il presidente del Consiglio non ha mai voluto trarre le dovute conclusioni sull'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. C'era un disegno comune». Ma ieri ha attaccato anche la scalata dell'Unipol alla Bnl, proponendosi come «avvocato accusatore delle coop». E Giovanni Consorte e Fiorani, per i quali secondo Berlusconi i giudici avrebbero usato due pesi e due misure, non erano certamente nemici fra di loro... «La sua è pura campagna elettorale. In tribunale Berlusconi c'è già andato e abbiamo visto il risultato. Se vuole continuare a usare il boomerang, faccia pure. Per noi contano i fatti. E i fatti sono questi: Berlusconi ha dichiarato che la scalata di Fiorani è stata fermata dai giudici, che avrebbero così fatto il gioco degli olandesi». E allora? «Vorrei sapere che ne pensano i correntisti della Popolare italiana truffati da Fiorani, che si sono visti togliere 30, e qualcuno dice anche 100 euro, dal conto. È lecito domandarsi, nel caso in cui il disegno di Fiorani fosse andato in porto, se non sarebbe successa la stessa cosa ai correntisti Antonveneta. Meno male che c'erano Consob e magistratura... » Però il governo ha fatto subito dopo la legge sul risparmio. «Quella era partita subito dopo il caso Parmalat». Già, ma poi s'era fermata. «L'avevano fermata loro. E poi non c'entra nulla con le affermazioni che Berlusconi ha fatto oggi sulla scalata Antonveneta. Di una gravità inaudita». Si riferisce all'attacco ai magistrati? «Si può essere idealmente a favore o contro la magistratura: è indifferente. Il fatto è che lui ha detto queste cose dopo le pesantissime ammissioni dello stesso Fiorani. Come si fa a non pensare che ci siano interessi personali in gioco?». Berlusconi ha criticato pure l'iniziativa dei magistrati su Cesare Geronzi. Anche questa è campagna elettorale? «Vedo che giustamente tutti, naturalmente tranne lui e qualcun altro nel suo schieramento, sono molto rispettosi dei magistrati. Non credo che si possa dire molto di più sulla decisione che ha riguardato Geronzi. Certamente è un fatto che sorprende...» Che cosa, sorprende? «Mah, la sorpresa è legata alla contemporaneità con la sensazione che il fronte delle aggregazioni bancarie si sia rimesso in movimento». E perché mai? «A Capitalia la decisione dei magistrati crea sicuramente qualche imbarazzo. Penso che gli eventuali progetti della banca saranno congelati per un po'». Berlusconi fa trapelare addirittura che con Geronzi azzoppato Capitalia può trasformarsi in una preda. «Spero che questa iniziativa della magistratura non abbia conseguenze simili se no sarebbe un fatto grave». Restano gli apprezzamenti del premier per il banchiere. Come li giudica? «Osservo che Berlusconi ha dato questi giudizi su Geronzi poche ore dopo che la sua Fininvest aveva aumentato la partecipazione in Capitalia. Alla faccia del conflitto d'interessi che non esiste». Piero Fassino, invece non ha voluto commentare. Come se lo spiega? «So che ha fatto una lunga intervista a Panorama in cui parla di queste cose...» E nella quale dice che «per nessun gruppo si può tenere come criterio quello dell'italianità». Una specie di pietra tombale dal segretario dei Ds su quella parola che tanto piaceva a Fazio. «Concordo pienamente con le posizioni di Fassino. L'italianità si difende con forza sul mercato, anche crescendo all'estero». -------------------------------------------------------------------------------- CREDITO Risiko preelezioni Il Cavaliere chiude la finestra ( d. ma.) Sembrava la finestra temporale ideale. Prima delle elezioni e dopo l'ondata di acquisti di banche italiane dall'estero, procedere subito a qualche aggregazione nazionale. C'è stato anche chi, come Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo socio di Banca Intesa, si è anche spinto a dirlo e auspicarlo pubblicamente. Pochi giorni dopo è arrivato il blitz dei francesi della Bnp sulla Bnl e a tutti è apparso chiaro che ci si doveva muovere. Ma le parole di ieri del presidente del Consiglio sembrano aver fatto calare il gelo sul risiko bancario in salsa tricolore. Se si pensava di procedere a integrazioni, alleanze o acquisizioni sfruttando una presunta distrazione della politica, ieri si è capito che così non potrà essere. E così se pure qualche progetto sta maturando o si sta mettendo a punto, perché lo si veda decollare è facile si debba attendere più tempo. «Che ci sia stata questa intenzione dietro le parole del premier è difficile dirlo — spiegava ieri sera uno dei banchieri più influenti e attenti agli intrecci tra politica e mondo del credito —. In ogni caso l'effetto sarà lo stesso. Il Cavaliere è sembrato voler dire: "fermi tutti, nessuno pensi di utilizzare a suo piacimento l'emergenza"». Ancora più tranchant un suo collega di lungo corso: «Non succederà niente». Almeno a ridosso del voto. -------------------------------------------------------------------------------- BANCHE E GIUSTIZIA. LE REAZIONI Le toghe: ubbidiamo alla legge Unione cauta, Di Pietro attacca L'associazione magistrati: non c'è giustizia a orologeria Fassino: l'italianità delle banche si difende sul mercato M. Sen. ROMA — «I magistrati applicano la legge e non sono influenzati dall'agenda politica ed elettorale». La giunta dell'Associazione nazionale magistrati usa stavolta toni duri per replicare alle accuse lanciate ieri da Silvio Berlusconi. Infuriato per l'ennesima «inchiesta a orologeria» — come la definisce — scattata nei suoi confronti alla vigilia delle elezioni, e indispettito dall'intervento a suo giudizio «indebito» della magistratura che ha bloccato l'opa di Gianpiero Fiorani su Antonveneta «che è poi finita in mani straniere». «Non esiste una giustizia a orologeria» ha detto il presidente dell'Anm, Ciro Riviezzo, mentre il vicesegretario dell'associazione, Nello Rossi, osserva che «i magistrati seguono i tempi dei processi: le nuove norme sulla prescrizione li hanno accorciati e per i magistrati l'imperativo categorico è la celerità». Duro anche il commento dell'Anm sulle parole di Berlusconi a proposito di Cesare Geronzi («persona proba, capace ed esperta, di cui è difficile pensare possa aver avuto comportamenti scorretti»). «I processi si fanno nelle aule di giustizia e nell'ordinamento ci sono delle garanzie. Le assoluzioni le danno i preti e i magistrati. Se poi — ha detto Rossi — le vogliono dare anche i politici...». La nuova sortita del premier contro i giudici non è piaciuta alla sinistra, anche se i principali leader non hanno replicato. «Berlusconi deve capire una volta per tutte che i provvedimenti della magistratura devono essere rispettati», ha detto Antonio Di Pietro. «Non è responsabilità della magistratura se la banca finisce in mani straniere», ha aggiunto. «E' paradossale che il presidente del Consiglio invece che preoccuparsi di come difendere gli italiani truffati da questi grandi scandali finanziari, attacchi la magistratura che sta aiutando a scovare questi vergognosi episodi», ha detto il Verde Alfonso Pecoraro Scanio. Per Gavino Angius, capogruppo Ds in Senato, gli attacchi di Berlusconi servono solo a confondere gli italiani. Sulla vicenda interviene, ma indirettamente, anche Piero Fassino che in un'intervista rilasciata a Panorama prima delle parole del premier critica la difesa dell'«italianità» delle banche. «Qualsiasi forma di protezionismo è antistorica. Non mi preoccupo nel vedere Paribas in Italia, ma nel non vedere banche italiane altrettanto capaci di andare in Spagna o in Francia. Spero che le vicende di questi giorni sollecitino aggregazioni tra le grandi banche italiane». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

´ELOGIO DELL´ILLEGALITÀ MASSIMO GIANNINI da Repubblica - 24 febbraio 2006 LA COMMEDIA berlusconiana esige per sua natura un epilogo farsesco. L´ultimo atto deve stupire, molto più di quelli che l´hanno preceduto. Come sostiene Giuliano Ferrara, la «pagliacciata» ci vuole, non può finire tutto in Follini. E così, ieri, il Cavaliere ha spiegato agli italiani che Gianpiero Fiorani, in fondo, è un brav´uomo. Il ragioniere di Codogno avrà pure lucrato un bel gruzzolo all´estero spazzolando i depositi di clienti vivi e defunti, sarà pure chiuso in carcere con l´accusa di aggiotaggio, insider trading e associazione per delinquere, ma il suo progetto di costruire una grande banca padana era bellissimo. Il banchiere di Lodi si sarà pure servito dei favori indebiti di Antonio Fazio, avrà pure messo in piedi una colossale girandola di finanziamenti oscuri insieme ai «furbetti del quartierino», ma in fondo la sua scalata all´Antonveneta era assolutamente regolare. L´elogio dell´illegalità Se le cose sono andate a finire male, la colpa è tutta dei soliti magistrati, che hanno fermato la meravigliosa Opa della Bpi, e alla fine hanno regalato la banca padovana agli olandesi. È una lettura senz´altro originale della vicenda finanziaria italiana di quest´ultimo anno. Pur di attaccare i giudici, Berlusconi salta per l´ennesima volta nel cerchio di fuoco delle sue contraddizioni. Aveva detto ai vari protagonisti delle scalate che «l´unico sovrano è il mercato». Si è schierato a difesa dell´«italianità» del sistema creditizio, firmando con Fazio il famoso patto della Sciacchetrà. Ma poi ha sparato a zero sull´affare Unipol-Bnl. Contro tutte le evidenze, ha difeso a spada tratta la Banca d´Italia. Poi di fronte alla pressione internazionale ha sfiduciato il governatore. Poi ha detto che il governo non poteva far nulla per rimuoverlo. Poi è tornato Tremonti al Tesoro, e si è visto con il via libera alla legge sul risparmio che il governo poteva, eccome se poteva. A quel punto ha ripetuto che il governatore non era più «compatibile». Ma dopo le sue dimissioni, è tornato a dire in televisione che «Fazio ha agito sempre con specchiata moralità». Dopo il take-over dei francesi di Bnp sulla Bnl, ha ripetuto «è il mercato, bellezza». Adesso si ricorda, ancora una volta, che il sistema-Paese deve difendere i suoi «gioielli». Suo malgrado, ha ragione l´Elefantino. A voler essere impietosi, questa è a tutti gli effetti una «pagliacciata». Ma volendo usare un po´ di benevolenza, il Cavaliere dà risposte del tutto insensate a problemi drammaticamente reali. Primo problema: questo giornale ha scritto in epoca non sospetta che una vicenda delicata come quella delle scalate bancarie non sarebbe mai dovuta arrivare sul tavolo dei procuratori della Repubblica. Le contese finanziarie le dirime il mercato, non il tribunale. Ma se questo non è accaduto, la responsabilità non è dei giudici, che hanno fatto il proprio dovere di «ultima istanza». È degli organismi tecnici di vigilanza, che non hanno fatto, o hanno fatto troppo tardi, quello che potevano e dovevano. Tra l´altro, nella sua disinvoltura intellettuale e politica, il premier fa finta di non ricordare che l´Opa di Fiorani su Antonveneta, oltre che dal gip Clementina Forleo con l´ordinanza del 2 agosto 2005, era stata già contestata dalla Consob, con la delibera sul «concerto tra gli azionisti» del 10 maggio 2005, poi definitivamente affossata dalla stessa Consob nell´autunno successivo, e finalmente (anche se con colpevole ritardo) dalla stessa Banca d´Italia, con la revoca del 15 ottobre 2005. Le toghe milanesi, insomma, hanno avuto il merito di aver capito subito ciò che le authority non avevano visto, o non avevano voluto vedere. Più che accusare le prime, quindi, bisognerebbe rafforzare le seconde. Secondo problema: saltata la stolida «trincea» di Fazio a Via Nazionale, questo Paese è diventato in effetti terreno di conquista dei grandi gruppi stranieri. È una formidabile opportunità: si accrescono le dimensioni delle nano-banche italiane e si introduce la concorrenza nel sistema bancario più costoso d´Europa. Ma può essere anche un innegabile maleficio: si indebolisce il sistema-Paese, che cede all´estero quote di proprietà nell´ultimo settore forte che gli è rimasto, la finanza, dopo aver perso la partita industriale nell´auto, nell´alimentare, nella chimica, nella siderurgia, nell´elettronica. L´«italianità» del nostro sistema finanziario è stata svilita dall´uso strumentale e illegale che ne è stato fatto durante la rovinosa Bankopoli di questi mesi. Ma è una grande questione, che riguarda noi ma investe tutti i Paesi dell´Unione. Ed è una questione che non si risolve scaricando le colpe sugli «appositi» magistrati, come fa oggi il padrone del centrodestra, o benedicendo qualunque newcomers purché sventoli un tricolore, come hanno fatto a volte i leader del centrosinistra. La soluzione, l´unica possibile, è quella indicata mercoledì scorso dal nuovo governatore di Bankitalia Mario Draghi: l´integrazione tra le banche italiane. Solo se diventano più grandi, i bocconi di casa nostra possono rivelarsi indigesti per i raider stranieri. Le possibilità non mancano. Ma occorre far presto. Il bottino non è solo Capitalia o Intesa, San Paolo o Mps. In gioco c´è, prima di tutto, la preda da sempre più ambita: le Generali. In questi giorni, nel colosso assicurativo triestino ha fatto il suo ingresso un personaggio discusso come Romain Zalesky, salito al 2,26%. Un suo analogo investimento in Montedison fece da apripista ai francesi dell´Edf. Se lo schema si ripetesse, che «armi» avrebbe la finanza italiana per respingere un assalto che, a cascata, rimetterebbe in discussione gli equilibri dell´intero sistema, compresa Mediobanca? Al Cicr Draghi e Tremonti hanno discusso a lungo proprio del caso Generali, oltre che dell´intero risiko bancario. Ma il Comitato serve ancora a qualcosa? Sul punto le ricette dei poli divergono. Ma se non nasconde tentazioni colbertiste, e non tradisce intenzioni dirigiste, può essere una delle sedi possibili per aiutare l´evoluzione del capitalismo italiano. Per «fare sistema», come chiede il presidente della Repubblica Ciampi. Senza illusioni autarchiche, ma con legittime pretese di reciprocità. «Un fantasma si aggira per l´Europa, quello del protezionismo», scriveva ieri il Financial Times nella Lex column. Niente di più vero, come dimostrano le reazioni dei francesi di Suez di fronte alle mire dell´Enel, le resistenze degli spagnoli di Endesa verso i tedeschi di Eon, le barricate dei franco-lussemburghesi di Arcelor contro l´indiana Mittal. In questa fase di crisi identitaria della Ue e di impaurita riscoperta degli stati-nazione, lo spettro protezionista si incarna in tutti i governi. Ma in Berlusconi, ossessionato soltanto dalle sue turbe giudiziarie, fa ancora più paura. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Peggiora la crisi dell´industria in bilico 355 mila posti di lavoro La Cisl: interi settori produttivi rischiano di scomparire La punta delle difficoltà è in Molise, ma l´allarme si è ormai esteso anche al Nord "Poca innovazione, il paese sta uscendo da settori avanzati come l´elettronica o le tlc" LUISA GRION da Repubblica - 24 febbraio 2006 ROMA - Che l´industria italiana sia in crisi non è, purtroppo, una novità: il guaio, semmai, è che non ci si è ancora resi conto di quanto profonda essa sia. E che i lievi segnali di ripresa, che pur stanno arrivando da più fronti, sembrano lasciarla del tutto indifferente. La spietata analisi arriva dalla Cisl che appena tracciato la sua quarta mappa dell´Italia industriale. Un´Italia che non va: la già difficile situazione del 2005 pare ulteriormente peggiorata nel 2006. L´intera manifattura nazionale sta scivolando verso il basso: da settori tradizionali come il tessile e il metalmeccanico, a quelli a più alto contenuto innovativo come l´elettronica e le telecomunicazioni. Aumentano le aziende in difficoltà, aumenta il numero dei lavoratori per i quali le imprese hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali: ora sono oltre 355.000 (di cui 250.000 in cassa integrazione e oltre 104 in mobilità), il 6,9 in più rispetto allo scorso anno. Un risultato che resta negativo sia guardando i dati dal punto di vista territoriale che dai singoli settori. E´ significativo, spiega il rapporto curato per la Cisl da Giorgio Santini e Paolo Pesce, che la situazione nel profondo Nord sia più nera che altrove. In Piemonte, soprattutto a causa delle difficoltà del mercato automobilistico, rispetto allo scorso anno gli ammortizzatori sociali sono stati utilizzati per 67 mila lavoratori in più (in crescita del 12,1 per cento sul 2005). In Veneto l´aumento è stato del 17,3 per cento, in Lombardia addirittura del 21,4 (fra cassa integrazione e mobilità si parla di oltre 77 mila dipendenti dell´industria a casa). La crisi mina dunque quello che una volta era il ricco cuore dell´industria e se nel Centro la situazione, pur non migliorando, resta quanto meno stabile, anche le regioni meridionali escono dal confronto con il 2005 ulteriormente logorate. La punta della crisi, per quanto riguarda l´occupazione in termini percentuali si registra in Molise(dove il ricorso agli ammortizzatori e lievitato del 71 per cento) e in Basilicata (più 25 per cento). Passando ai singoli settori le difficoltà dell´auto feriscono soprattutto la metalmeccanica: oltre 184 mila lavoratori coinvolti nella crisi, 138 mila in cassa integrazione o mobilità (l´8,5 per cento in più rispetto al 2005). Ma peggio ancora vanno le cose nella chimica dove l´utilizzo degli ammortizzatori sociali è aumentato di oltre il 9 per cento dimostrando, commenta la Cisl i danni causati «dalle mancate scelte di politica industriale sia da parte di grandi gruppi come l´Eni che da parte del governo». A fianco del tessile massacrato dalla concorrenza cinese c´è il problema dell´alimentare, settore che dopo le crisi Parmalat e Cirio sembrava assestato, ma che il fenomeno aviaria ha di nuovo allarmato. Quanto all´elettronica e alle telecomunicazioni, analizza il rapporto, vi è una preoccupante tendenza a «scomparire». «La profondità della crisi è evidente proprio in questi casi - spiega il segretario confederale Cisl Giorgio Santini, autore del rapporto - alla flessione della manifattura tradizionale non si risponde con alternative in altri campi, anzi il paese sta praticamente uscendo da settori ad ampio sviluppo come l´elettronica o le tlc. Per fronteggiare questa crisi non c´è altra scelta che sostenere la ricerca e l´innovazione». -------------------------------------------------------------------------------- L´Istat: per le vendite al dettaglio un aumento dello 0,4% mentre il tasso tendenziale è del 2,4% Consumi familiari al palo nel 2005 solo un lieve risveglio a dicembre Calo generalizzato al Sud. Cedono computer, telefoni e cd LUCIO CILLIS ROMA - Solo un piccolo colpo di reni a dicembre salva i consumi italiani dal baratro. Le vendite al dettaglio nel 2005, hanno infatti registrato secondo l´Istat una crescita complessiva dello 0,4%. A dicembre il totale delle vendite è aumentato del 2,4% rispetto allo stesso mese dell´anno precedente e dello 0,2% rispetto al novembre 2005. Ma nel corso dell´intero anno le vendite al dettaglio hanno recuperato a fatica il "rosso" registrato nel 2004, che si era chiuso con una variazione negativa dello 0,4%: in pratica solo un aumento contenuto e inferiore al mezzo punto. Da notare, poi, che l´incremento dello 0,4% è il risultato della media tra la crescita dello 0,9% dei prodotti alimentari e i consumi piatti dei non alimentari. Tra questi ultimi va registrata la pesante crisi dei supporti magnetici e degli strumenti musicali (meno 1,1% tendenziale) e le performance negative dei giochi, giocattoli, sport e campeggio oltre a cartoleria, libri, riviste e giornali (entrambi i gruppi di prodotti a -0,5%). Segno meno anche per la profumeria (-0,3% annuo), informatica e telefonia (-0,2%), utensileria per la casa e ferramenta (-0,2%), gioielli e orologi (-0,1%). Tra gli alimentari, invece, la Cia segnala il "crollo" del 5,1% dei consumi ortofrutticoli. Se si guarda invece alla dimensione delle imprese, la grande distribuzione è cresciuta dell´1,3% nella media del 2005, mentre le vendite delle imprese operanti su piccole superfici calano dello 0,3%. Tra i tipi di punti vendita spicca il calo del settore alimentare all´interno degli ipermercati (-0,2%), mentre vanno segnalati i progressi dei grandi magazzini (+2,6%) e degli altri negozi specializzati (+4,2%). Le aree geografiche: nel 2005 sono cresciute le vendite soprattutto nel Nord Ovest (+1,4%) e al Centro (+0,6%), mentre al Sud il totale delle vendite lo scorso anno ha messo la retromarcia, scendendo di quasi un punto percentuale (-0,9%). I commenti dei commercianti sono diversi: votati ad un cauto ottimismo quelli del centro studi di Confcommercio («ci sono alcuni segnali di risveglio dei consumi anche se è prematuro parlare di ripresa») mentre per il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, «i dati sono ancora molto negativi, non c´è alcuna inversione di tendenza». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Intervista a Les Echos La nostra priorità: risanare le finanze pubbliche italiane di Pierre de Gasquet, Perché nel vostro programma c’e’ la promessa emblematica di ridurre del 5% il costo del lavoro? Non è emblematica, è necessaria. In Italia ci sono tre grandi problemi che bisogna affrontare: un debito pubblico altissimo che oscilla tra 108% e il 110% del PIL, un lungo periodo di stagnazione con indicatori di crescita e produttività dal segno negativo, e infine una bilancia commerciale in grave difficoltà. Una politica economica seria deve quindi innanzitutto dare un segnale di respiro alle aziende. La diminuzione dell’ imposta sull’ora lavorata, che in Italia raggiunge un livello fra i più elevati in Europa è sicuramente un segnale in questa direzione. Avete promesso delle riforme radicali per contrastare il declino, ma il vostro programma non è molto preciso sulla riforma fiscale destinata a migliorare la ridistribuzione del reddito. Faremo riforme radicali non solamente in campo fiscale. Nel nostro programma viene considerata tutta una serie di misure destinate ad alleggerire l’economia italiana dal peso delle lobby tradizionali, tanto nelle professioni che nel settore terziario. Riguardo alla ridistribuzione del reddito abbiamo avanzato delle proposte molto precise volte a sostenere i redditi minimi. Inoltre vi è in programma una lotta severa all’ evasione fiscale, il che è di primissima importanza per un paese come l’Italia. Tra l’altro, quando è lo stesso Presidente del Consiglio a vantarsi del fatto che il 40% dell’economia italiana è “in nero”, vuol dire che ci troviamo davanti a un problema molto serio. La lotta al sommerso è inoltre il modo migliore per aumentare il gettito fiscale, e se un governo è serio nella lotta all’evasione, la gente se ne rende conto immediatamente. Per esempio, le prime iniziative del governo Berlusconi di moltiplicare i condoni in tutti i campi, furono un chiarissimo segnale di scarsa severità. La tassazione dei redditi finanziari potrà essere un altro modo di aumentare il gettito fiscale? Certamente, ma non ne costituirà la parte sostanziale. Innanzitutto perché pensiamo di esentare dalla tassazione i redditi finanziari di livello modesto. Inoltre in questo momento c’è una grossa sfiducia nei confronti del governo italiano nel modo finanziario, dove è sempre presente la tendenza a esportare i capitali all’estero. Voglio dunque fissare dei paletti che evitino di mettere in moto dei meccanismi perversi di sfiducia. Tuttavia siamo decisi a tassare le plusvalenze sui titoli azionari. Quanto accaduto l’estate scorsa, quando degli speculatori hanno intascato 1, 2 miliardi di euro di plusvalenze nel quadro delle OPA bancarie senza pagare nemmeno un euro di tasse, è un abuso che non deve essere permesso. Il rischio del declassamento del debito italiano brandito da Standard & Poor’s vi sembra possa venire evitato prima della fine dell’anno? Se vinciamo le elezioni il nostro impegno fondamentale è di dare un forte segnale di risanamento delle finanze pubbliche. Il nostro obiettivo è di ritornare progressivamente a un deficit soddisfacente, e nell’arco di cinque anni, di fare addirittura meglio di quanto previsto dai criteri di Maastricht. Bisogna trasmettere chiaramente che il nostro obiettivo è la riduzione del debito pubblico, dato che un eventuale aumento dei tassi d’interesse sul mercato mondiale rappresenta un grave rischio per l’economia italiana. Standard & Poor’s ha espresso il suo giudizio sulla base di quello che ha fatto il governo Berlusconi. Spero, ma ne sono anche certo, che potrebbero cambiare opinione se al governo dovesse ritornare qualcuno con un’esperienza di risanamento delle finanze pubbliche. Io ho dimostrato di poterlo fare, sia durante il mio primo governo, sia alla Commissione Europea. Fra le promesse compare anche il ripristino della tassa di successione. E’ una misura simbolica? Su questo punto bisogna fare una riflessione. I grandi patrimoni hanno sempre avuto l’abitudine di evitare l’imposta sulla successione attraverso il ricorso a società di copertura o vari artifici e hanno approfittato dell’abolizione delle tasse sulle donazioni. Bisogna inoltre ricordare che è stato l’ultimo governo di centro-sinistra a compiere l’abbassamento sostanziale della tassa di successione, portandola dal 10% al 4% per i figli in linea diretta. Fu il mio governo a portarla dal 32% al 10%, e al 6% e 7% per i discendenti indiretti e gli affilati. Tutto il baccano fatto dal governo Berlusconi per l’abolizione della tassa di successione è dunque totalmente ingiustificato. Il governo Berlusconi si vanta di aver creato 1, 5 milioni di posti di lavoro in quattro anni e mezzo, i sindacati dicono invece che 177.000 posti sono stati andati perduti in due anni. Chi dice la verità? I dati Istat ci mostrano che l’anno scorso sono andati perduti 200.000 posti di lavoro tra i giovani. L’occupazione è aumentata solamente nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 55 anni , ma cio’ è dovuto esclusivamente grazie alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. E qualche pensionato ha continuato a lavorare. Non c’e’ stata nessuna creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre è molto diminuito il lavoro autonomo. È un paradosso, perché questo governo avrebbe dovuto favorire l’auto-creazione di posti di lavoro e invece oggi i giovani non si mettono più in proprio, come invece accadeva cinque o dieci anni fa. Come si fa a ridare fiducia agli investitori internazionali dopo i recenti scandali finanziari? Si possono prendere due misure preliminari molto semplici. Innanzitutto bisogna delineare un nuovo quadro regolamentare, cosa in parte fatto con la nuova legge sul risparmio. Inoltre bisogna ridare autonomia alle autorità di controllo, la cui credibilità è stata fortemente ridotta dalle nomine politiche di persone non all’altezza. Riguardo al governatore della Banca d’Italia, se non avesse goduto di un mandato a vita e dell’assenza di collegialità nel suo processo di decisioni, queste cose non sarebbero successe: si è trattato della conseguenza di regole inadatte. Bisogna ridare fiducia con le persone e con le regole. La nomina di Mario Draghi alla Banca d’Italia, alla quale abbiamo partecipato, è un primo passo in questa direzione. Lei viene ancora bollato qualche volta come un “vecchio democristiano”. Come si definirebbe lei oggi? Da quando il muro di Berlino è caduto, ci siamo resi conto che era nato un nuovo contesto politico. Oggi io sono colui che vuole riunire i riformisti italiani: i cattolici (gli ex democristiani), i socialisti del vecchio partito comunista (oggi i Ds) e del vecchio partito socialista e la corrente laica dei repubblicani e i radicali. L’Italia è stata troppo a lungo divisa in modo drammatico tra cattolici e laici. Presentarsi con una lista unica e dei gruppi parlamentari unici alla Camera e al Senato è quindi gun passo enorme in avanti verso un partito democratico unito, che chiameremo il Partito dei Democratici. Per quando s’immagina un rilancio della Costituzione Europea? Non vedo nessuna seria possibilità prima delle elezioni presidenziali francesi. Il no francese è stato dettato da un malessere economico e sociale, in misura forse quasi maggiore che rispetto al contenuto stesso della Costituzione. Fintantocée non avremo fatto comprendere che è l’Europa che può ridurre questi malesseri, la Costituzione non potrà venir approvata dall’opinione pubblica. www.romanoprodi.it

Borrell contro il negazionista alleato di Berlusconi di red «Sono indignato per lo scetticismo dimostrato da un membro del Parlamento europeo, Luca Romagnoli, sull'esistenza delle camere a gas durante la seconda guerra mondiale». Josep Borrell, presidente del Parlamento europeo, non nasconde la sua profonda irritazione per le dichiarazioni revisioniste del neofascista Luca Romagnoli, alleato di Berlusconi alle prossime elezioni politiche con la sua formazione Fiamma Tricolore In un’intervista televisiva, il deputato neofascista ha detto: «Se le camere a gas sono mai esistite? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o per negare». «Tali dichiarazioni, - ha detto il presidente del Parlamento europeo - mettendo in dubbio la veridicità storica dell'esistenza delle camere a gas, sono assolutamente inaccettabili. Non si può mettere impunemente in dubbio l'Olocausto. Affermando di non sapere che le camere a gas siano servite per uccidere esseri umani, - ha concluso Borrell - egli insulta la memoria dei sopravvissuti, dei testimoni e i parenti delle vittime dell'epurazione etnica nazista». Borrell, nel silenzio assoluto degli esponenti del centrodestra, da Berlusconi a Casini, è l’unica voce istituzionale che si leva contro le ignobili parole del Romagnoli. Che giovedì pomeriggio, nel tentativo un po’ troppo tardivo di correggere le sue dichiarazioni, non ha trovato di meglio che ribadirle. «Sono stato travisato e frainteso» si infiamma adesso e punta i piedi l’europarlamentare. Ma nel tentativo di mettere i puntini sulle i, anche se pare impossibile, aggrava ulteriormente quanto detto. «Io non ho offeso nessuno» premette e poi rilancia: «Non faccio lo storico, faccio politica. Sulla tragedia del popolo ebraico non ho mai inteso manifestare dei dubbi, ma di camere a gas non mi sono mai occupato, non mi sento né di negarle né di affermarle. La storia è una scienza e ogni scienza può aggiornarsi e acquisire nuove documentazioni, revisionare». E di Mussolini, delle leggi razziali emanate dal governo fascista nel '38 che ne pensa? Lo incalzano i giornalisti: : «Furono un errore – risponde serafico Romagnoli - però dettato dalla contingenza storica». Insomma, possono essere giustificate? «No, non le giustifico ma cerco di dare un'interpretazione». Proprio in mattinata il presidente della Repubblica Ciampi, all'inaugurazione del museo ebraico nella Sinagoga di Roma, rispondendo (anche se non esplicitamente) alle dichiazioni di Romagnoli, aveva ammonito: «Così come nessun uomo della mia generazione può dimenticare la tremenda giornata del rastrellamento degli ebrei di Roma, nessuno può dimenticare la shoah». www.unita.it

I frames di queste elezioni Rosanna De Rosa, Osservatorio Queste elezioni sono sicuramente le più atipiche elezioni italiane che a memoria d’uomo si possano ricordare. Primo: a destra come a sinistra si fa fatica ad imporre un tema (e condizionare) l’agenda dei media. Berlusconi ha disperatamente cercato di creare un effetto di priming cercando di suggerire al corpo elettorale il criterio decisionale di scelta. Ci ha provato con l’equazione Unipol: loro sono uguali a noi, anzi peggio! ma ha sbagliato i tempi ed i modi perchè pensava che più media e più amici lo avrebbero seguito; poi ha cercato di innescare un effetto cosiddetto di winnowing: noi siamo i vincenti, lo dicono i sondaggi, inutile votare loro. Ma propri quando si apprestava a cavalcare l’onda mediatica di ritorno, Calderoli gli ha sottratto la scena. Un capolavoro, non c’è che dire. Prodi da parte sua ha preso ad esibire un alquanto divertente machismo politico in stile FarWest: Vi sfido tutti e tre (Casini, Fini e Berlusca) e nell’arena più scivolosa (quella di Fede); e se lui vi da cento io vi dò trecento. Ma come si può vedere da TV e Stampa, il Carderolone della lega continua ad erodere visibilità, a sinistra come a destra. Secondo: L’agenda dei media ha imposto il tema dell’islamismo all’agenda della politica…e, nemmeno fosse l’Italia al pari degli Stati Uniti, la politica internazionale dei partiti in lizza (in loro atteggiamento verso l’Islam, e la loro capacità di ricomporre il conflitto che si è aperto) diventerà il criterio scelta. Non è un caso che Prodi come Berlusconi hanno tirato fuori dal cappello le migliori doti di diplomazia da sfoderare con la Libia. Terzo: Berlusconi è indagato per corruzione. Questo fatto da solo potrebbe determinare qualche nuova comparsata, da parte di Fini ad esempio. Con un nuovo cambio di rotta nella percezione politica degli elettori. Quarto: come scrissi qualche tempo fa, la logica della personalizzazione non sarà automaticamente cancellata dal ritorno al proporzionale. I mutamenti avvenuti nell’organizzazione di partito come nelle strategie di comunicazione sono troppo profondi per essere cancellati con un colpo di spugna. I partiti torneranno certo, ma non saprei dire bene quando e nemmeno come. Con buona probabilità, ci proverà per primo Pera con il suo partito di Teocons, dove immagino ha già pronto un posto di spicco per la signora Alberoni ed uno per Ferrara. Quinto: come “Inopera” descrive con tanta efficacia narrativa (vedi commento a lato), la lotta è per conquistare gli indecisi diluendo le piattaforme elettorali: si tratta della logica del PartitoPigliatutto o di una risposta ad una più profonda richiesta di pacificazione del corpo elettorale dopo cinque anni di vita al cardiopalma? Una volta una persona - molto simile per aspetto e carattere a Berlusca - mi rivelò che trovava il senso della sua vita solo coinvolgendo tutto il suo mondo (dai familiari ai colleghi di lavoro) in una sorta di vortice umorale. Di quel ciclone, lui era il centro, la forza centripeda, e tutto il resto leggere pagliuzze di fieno. Forse dovremmo prendere atto di questo bisogno di uscire dal vortice e trasformare questa richiesta di libertà in un messaggio. Sesto: ad osservare dall’alto il mondo, sembrerebbe questo attraversato dagli stessi cleaveages (fratture) che a livello degli stati nazionali sembravano ormai essersi ricucite da tempo: fratture centro/periferie, nord/sud, economie industriali/economie agricole, frattura stato/chiesa, secolarizzazione/integralismo…A questo livello di osservazione ogni promessa e premessa perde senso se non si apre un serio e profondo dibattito sul sistema-mondo ed i processi di globalizzazione che lo stanno attraversando. www.politicaonline.it

Cecenia : ricordo della deportazione e delle persecuzioni di Rico Guillermo Si celebra oggi il ricordo della deportazione del popolo ceceno ad opera di Stalin, un'occasione per ricordare le costanti persecuzioni di cui questo fiero Stato dell'ex Unione Sovietica e ora della Russia e' stato fatto oggetto da quattro secoli. Il 23 febbraio 1944 Stalin inizio' la deportazione dell'intera popolazione della Cecenia in Asia Centrale; forse 100.000 persone morirono di stenti nei vagoni bestiame. La regione - che vorrebbe l'indipendenza - e' appetibile perche' sede di oleodotti e gasdotti, importanti anche per le economie occidentali. Gia' oggetto di tentativi di domarla da parte degli zar e poi del regime comunista, la Cecenia e' oggi oggetto di occupazione da parte del governo di Vladimir Putin. Alla caduta dell'Unione Sovietica, nel 1991, Dzhokhar Dudayev, eletto presidente della Cecenia, dichiaro' l'indipendenza, ma tre anni dopo Mosca invio' l'esercito a reprimere il movimento indipendentista e due anni dopo fu firmato il cessate il fuoco. Nel 1997 alcune bombe esplosero a Mosca e il Cremlino accuso' i Ceceni, inviando di nuovo l'esercito. Aslan Maskhadov, leader indipendentista e non-violento eletto presidente, fu costretto all'esilio (a Londra). Il referendum del marzo 2003 voluto da Putin porto' ad una nuova costituzione che concedeva una certa autonomia alla repubblica caucasica ma mantenendola dentro la federazione russa. Venne eletto presidente Akhmad Kadyrov, con il placet di Mosca, ma l'anno dopo questi moriva in un attentato, a Grozny. L'esplosione di due Tupolev russi riporta alle accuse ai ceceni e dopo pochi mesi un commando ceceno assale una scuola a Beslan, cui segue una strage. L'attuale presidente - Alu Alkhanov, eletto con uno scrutinio considerato una farsa elettorale - e' un uomo di Putin, mentre il temuto leader moderato Aslan Mashkadov e' stato ucciso in patria dall'esercito russo. Dal governo 'ombra' indipendentista ceceno sono invece stati estromessi tutti i ministri non fondamentalisti, disponibili ad aprire negoziati con i Russi. Dal 1994 le truppe d’occupazione russe hanno forse ucciso 100.000 civili (un decimo della popolazione complessiva) e costretto altri 300.000 Ceceni ad abbandonare le proprie case. Migliaia sono i Ceceni rapiti e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. La capitale, Grozny, e' un cumulo di macerie. Queste informazioni filtrano attraverso una cortina che si fa sempre piu' impenetrabile. Il Cremlino censura l'informazione giornalistica e vieta alla Croce Rossa e alle organizzazioni umanitarie di entrare in Cecenia. Mentre il parlmento europeo si era espresso con tono di condanna per le richiarazioni di Silvio Berlusconi (allora presidente pro tempore della UE) che minimizzavano la questione cecena in ossequio all'amicizia con Putin, importanti esponenti dell'Unione Europea ritengono che sarebbe risolutivo se il governo della Cecenia fosse affidato ai Ceceni, mentre il Consiglio d'Europa si e' pronunciato con preoccupazione - il 25 gennaio 2006 - sull'attuale situazione del Paese ed ha promesso sostegno agli abitanti. Rudolf Bindig, parlamentare tedesco relatore dell'Assemblea del Consiglio sulle violazioni di diritti dell'uomo nella Repubblica di Cecenia, ha visitato il Paese caucasico varie volte ed ha scritto un rapporto in cui afferma che nella repubblica russa continuano le violazioni di diritti dell'uomo su vasta scala in un clima di impunita'. Il rapporto 2004 del Consiglio d'Europa descriveva la situazione nella repubblica caucasica come "catastrofica". Fra le iniziative per ricordare la sofferenza dei Ceceni e la deportazione di 64 anni fa, l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta terra' oggi un sit-in dalle ore 18, a Torino, sotto i portici di Piazza CLN. I Radicali sono da tempo impegnati a livello politico su questa tematica e sostengono il Piano di pace proposto dal precedente governo ceceno, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria in Cecenia delle Nazioni Unite, sulla base del disarmo dei ceceni e del ritiro di tutte le forze militari russe (soluzione già attuata in Kosovo). 40.000 cittadini ceceni, russi, di tutta Europa (fra cui parlamentari nazionali ed europei, accademici, giornalisti) hanno firmato un Appello a sostegno del Piano di pace. www.osservatoriosullalegalita.org

Informazione-merce anche Francia - La pubblicazione, a metà gennaio, del rapporto della commissione Lancelot sulla concentrazione dei media in Francia ha avuto come primo impatto forti rialzi del corso delle azioni dei grandi gruppi del settore. Dal momento che il rapporto conclude che lo stato attuale della concentrazione dei media non costituisce una minaccia per il pluralismo, questi stessi media non potevano che sentirsi rassicurati dalle conclusioni della commissione, la quale d'altra parte ritiene che i media siano regolati dalle disposizioni del diritto comune relative alla concentrazione di capitale. L'informazione è dunque prima di tutto una merce con risvolti importanti per i pochi operatori che si dividono «il tempo di cervello umano disponibile», tanto per citare il Pdg (presidente direttore generale, ndt) di Tf1 (TeleFrance 1). Tutt'al più la commissione suggerisce qualche disposizione ( di legge, ndt ) particolare specifica per i media. Inoltre si sottolinea «che una struttura di mercato fortemente deconcentrata non garantisce necessariamente il pluralismo dei contenuti». Dal momento che la ricerca sfrenata dell' audience può portare a una uniformità dei contenuti per adeguarsi all'aspettativa maggioritaria del pubblico dei lettori, e si aggiunge perfino che «in questo campo, la più intensa concorrenza non è in contraddizione con una grande omogeneità dei contenuti». Per garantire un pluralismo dei contenuti, i redattori rinviano alla «regolamentazione diretta», in particolare, per quanto riguarda l'audiovisivo, all'intervento del Csa (Consiglio Superiore dell'Audiovisivo). Per quanto riguarda la stampa invece, gli aiuti diretti e indiretti dello stato all'informazione scritta (1,15 miliardi di euro nel 2004) costituirebbero una garanzia supplementare di pluralismo, ma quali sono i criteri secondo i quali sono dati alcuni di questi aiuti? «L'autonomia» della redazione e dei giornalisti sarebbe garantita dalle disposizioni della legge del 29 marzo 1935, che istituisce la «clausola di cessione» e la «clausola di coscienza», le quali permettono a questi ultimi di «conservare, all'interno della determinazione della linea editoriale, una relativa distanza in rapporto ai proprietari, e quindi di limitare i rischi di arrecare danno al pluralismo della redazione in caso di concentrazione capitalistica». Sembra tuttavia poco probabile che la linea editoriale di una testata vada contro gli interessi del gruppo proprietario e dei pubblicitari che contribuiscono con la maggior parte della cifra d'affari. Esiste di fatto nelle redazioni una sorta di autocensura che porta ad ignorare alcuni argomenti, a martellare su altri, e talvolta addirittura a «truccare» l'informazione in modo da presentarla sotto un aspetto più accettabile. Si tratta di numerose pratiche che gettano il discredito su una stampa deferente ormai in crisi e di una informazione diventata un semplice prodotto adeguato alle regole del marketing e all'andamento del mercato. La commissione, che non vede nella situazione attuale una minaccia al pluralismo, propone comunque una serie di misure fondate essenzialmente sull'audience piuttosto che sul capitale. Per l'audiovisivo la soglia di audience massima è fissata al 37,5%, lasciando di fatto un bel margine di progressione a Tf1 che si aggira attualmente intorno al 30%. Tanto più che questa soglia riguarderebbe solo la crescita esterna, la crescita e lo sviluppo interno permetterebbero quindi di superare questa soglia! Per l'informazione scritta, si raccomanda il mantenimento delle regole attuali, vale a dire una soglia massima di 30% della diffusione totale, incluse le pubblicazioni gratuite. Peraltro avendo i grandi imperi mediatici una strategia in più settori mediatici, si propone di seguire la regola dei 3terzi/2terzi/1terzo. Vale a dire che un gruppo presente contemporaneamente nella televisione, la stampa e la radio e che per esempio avesse raggiunto la soglia del 37,5% per quanto riguarda la televisione, non potrebbe superare i 2/3 del 30% per l'informazione scritta e 1/3 della soglia fissata per la radio (150 milioni di uditori potenziali!). La Commissione dunque, conservando le disposizioni di diritto comune in materia di concentrazione, ha operato la scelta deliberata di considerare l'informazione come una merce. Gli azionisti dei grandi imperi mediatici possono dichiararsi soddisfatti, d'altra parte la borsa ha salutato la pubblicazione di questo rapporto con importanti rialzi dei loro titoli. Ai cittadini che cercano informazione non resta altro che rivolgersi verso i numerosi media indipendenti di qualità presenti su internet, i quali portano avanti un'altra pratica del giornalismo e dell'informazione. Naturalmente questa questione non viene evocata nel rapporto. di Cyril Capdevielle da Réseau Voltaire traduzione per Megachip di Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica

La Bosnia al Parlamento europeo 23.02.2006 Il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza il 16 febbraio scorso una risoluzione sulla Bosnia Erzegovina. Il percorso verso l'Europa, la necessità delle riforme e della collaborazione con l’Aja, il sostegno alla Commissione verità e giustizia. L’intervento di Doris Pack Da Bruxelles, scrivono Rosita Zilli e Marco Furfaro Strasburgo, la cattedrale La strada per l'Europa passa per le riforme "L'agenda di Salonicco definisce una chiara prospettiva di integrazione europea e afferma in modo inequivocabile che il futuro dei Balcani occidentali è nell'Unione europea". Nell'ultima sessione del Parlamento europeo, l'aula di Strasburgo ha approvato una risoluzione sulle prospettive della Bosnia Erzegovina nella quale si ribadisce a chiare lettere che non vi è altra strada se non quella che porta il Paese balcanico verso l'Europa. Una strada però non percorribile nel caso non venissero predisposte adeguate e profonde riforme istituzionali, senza le quali, raccomanda il Parlamento, non vi sono garanzie per la prospettiva europea del Paese. Infatti, l'aula di Strasburgo ritiene che con l'attuale assetto istituzionale la BiH non potrà raggiungere la necessaria incorporazione dell'acquis dell'Unione europea e l'integrazione nell'UE. Si chiede quindi alle autorità ed alle tre maggiori comunità del paese - bosniaci, serbi e croati - di perseguire la strada delle riforme istituzionali. Con un unico obiettivo: "l'inclusione dei valori della democrazia, dei diritti dell'uomo e dell'uguaglianza tra i cittadini di Bosnia Erzegovina al fine di semplificare le strutture statali e consolidare l'autorità dello Stato, superando le divisioni etniche in uno spirito di autodeterminazione locale". Con la disposizione legislativa, il Parlamento sottolinea alle autorità e alle istituzioni competenti l'importanza di onorare gli impegni presi per dare esecuzione e completare le riforme dei media pubblici, della polizia, della difesa e della sicurezza, adottando tutte le leggi necessarie. Ma non solo. Viene messa in evidenza la necessità di un piano d'azione globale per la riforma della pubblica amministrazione in grado di potenziare la capacità di attuazione delle riforme e un piano per la lotta alla corruzione. Il governo, inoltre, dovrebbe prestare maggiore attenzione ai fabbisogni speciali delle zone rurali e lavorare con la Commissione per attuare una riforma a favore di un'efficace politica di sviluppo agricolo e rurale. Secondo Doris Pack (Ppe), deputata tedesca nonché Presidente della delegazione per i rapporti con l'Europa sud-orientale, non si tratta di partire da zero. Individuate le difficoltà incontrate nel processo di riforma, la deputata ha sottolineato i progressi raggiunti dal Paese negli ultimi anni. Come spiega la Pack, "ora ci sono un [unico, ndc] ministero dell'Interno e della Difesa. La riforma della polizia è in corso di applicazione e dall'inizio dell'anno è in vigore una singola aliquota Iva. Il tasso di criminalità è tra i più bassi d'Europa, mentre l'efficacia della polizia è superiore a quella di molti Stati membri". Nella strada che porta all'Europa sarà poi di importanza cruciale la piena cooperazione con il Tribunale penale per l'ex Iugoslavia. Una cooperazione, questa, ritenuta "condizione preliminare per instaurare relazioni più strette con l'Unione europea ed elemento fondamentale per la completa riconciliazione tra tutte le diverse componenti della società bosniaca al fine di lenire le ferite del recente tragico passato". La risoluzione si sofferma anche sulle future elezioni parlamentari bosniache, previste per ottobre 2006. Il Parlamento le considera "cruciali per il futuro della Bosnia Erzegovina e il suo cammino verso l'integrazione europea". Perciò rivolge un appello a tutti i leader politici, partiti e autorità affinché si adoperino per "preparare e adottare le riforme e le misure necessarie per garantire elezioni eque, libere e democratiche". Infine, sempre in tema di riforme, da segnalare il forte invito a Consiglio e Commissione ad impegnarsi in misure maggiore nella riflessione comune sulle riforme istituzionali, sostenendo le forze politiche del Paese e i cittadini nella ricerca di un consenso condiviso. Appello ribadito dalla Pack stessa. "Anche la Commissione - ha spiegato - deve contribuire allo sviluppo della Bosnia-Erzegovina. Creare un'area di libero scambio (come Bruxelles ha proposto a gennaio, nda) non basta, se il Paese non produce nulla da commerciare". Il perseguimento di una possibile integrazione Nonostante gli enormi progressi compiuti in molti campi, il Parlamento fotografa un Paese profondamente diviso da demarcazioni etniche. Perciò, le riforme non servono se non accompagnate da un processo graduale che porti al superamento delle divisioni etniche che persistono nella regione. Per questo, si ritiene che i colloqui avviati al fine di modificare la Costituzione e che dovrebbero concludersi entro il prossimo marzo, debbano condurre a un modello costituzionale e istituzionale che «superi le divisioni etniche e riconosca i diritti individuali piuttosto che i diritti collettivi». L'aula di Strasburgo pone poi l'accento sul rimpatrio dei profughi e dei rifugiati: si chiede alle autorità governative di attuare nuove e sostenute iniziative volte a completare il processo di rimpatrio ed a creare le condizioni che rendano «sostenibile» questo ritorno in termini di sicurezza delle persone, accesso agli aiuti di ricostruzione, occupazione, cure sanitarie, pensioni, servizi ed educazione. In ragione di ciò, il Parlamento accoglie positivamente l'accordo recentemente firmato tra Croazia, Bosnia Erzegovina e Serbia-Montenegro sul ritorno dei rifugiati e sulle riparazioni per i danni alle proprietà, considerandolo una tappa importante per la soluzione del problema di circa tre milioni di rifugiati e sfollati interni. Allo stesso tempo, ricorda l'urgenza della creazione di sistemi educativi moderni ("non segregazionisti") e della promozione di misure di inclusione economica e sociale per i profughi ritornati in Bosnia Erzegovina. Infine, la risoluzione ribadisce la necessità di superare il recente passato e di affrontare i problemi della giustizia e dell'indennizzo, al fine di giungere alla riconciliazione delle componenti della società bosniaca. Uno scopo da raggiungere attraverso la Commissione per la verità e la riconciliazione, la cui istituzione è sostenuta con viva forza dal Parlamento europeo. La risoluzione si chiude con un'esortazione. Un ultimo appello rivolto agli Stati membri dell'Unione e alla Commissione Barroso. Il Parlamento invita a non ridurre ulteriormente i contributi ai progetti di ricostruzione delle abitazioni e di sviluppo economico sostenibile ma, semmai, a "subordinare i doni, i prestiti e gli investimenti all'offerta di posti di lavoro a chi ritorni". www.osservatoriobalcani.org/

Giappone: la ripresa dopo dieci anni di recessione La fase di recessione che ha interessato il Giappone dalla fine degli anni ’80 sembra ormai superata. La ripresa ha suscitato grande entusiasmo nel paese, visto che i consumi tornano a crescere, ma anche all’estero, dove l’esperienza giapponese da una speranza di miglioramento a tante economie occidentali appannate. Mariadomenica Alagna Equilibri.net Il dato caratteristico della ripresa giapponese è rappresentato dal fatto che il governo Koizumi ha attuato una vasta serie di riforme settoriali e, così facendo, ha dato impulso all’iniziativa privata che è il vero motore di questo recupero. In realtà, i programmi governativi specifici sono stati tanti, ma tutti insufficienti a permettere, da soli, la ripresa; ciò nonostante, non può passare inosservato che essi hanno creato talune condizioni complementari favorevoli al superamento della recessione. A tratti, negli ultimi anni si erano registrati segnali di ripresa, ma nessuno testimoniava un recupero effettivo; retrospettivamente è evidente che si trattava dei prodromi della ripresa vera e propria, registrati a partire dal 2002. Inizialmente le riforme sono state disordinate e poco razionali, ma nel seguito si sono accumulati tanti piccoli cambiamenti, alcuni nella regolamentazione finanziaria o nella legislazione societaria, altri nel mercato di capitali e altri ancora nell’opinione pubblica, tali da imprimere un nuovo corso all’intera società giapponese. La classe politica ha cambiato gli obiettivi e, soprattutto, i metodi tradizionali, tanto da poter dire che i vecchi politici hanno dato vita a una nuova politica. Misure governative Il governo Koizumi ha elaborato una triade di provvedimenti consistenti in privatizzazione di servizi statali programmi di revitalizzazione urbana creazione di Zone Speciali per riforme strutturali Come già altri paesi in passato, il Giappone ha messo mano alla privatizzazione di alcuni servizi statali al chiaro scopo di irrobustire le sue entrate: tali progetti riguardano la privatizzazione del servizio postale giapponese e della società autostradale. La privatizzazione del servizio postale, che avrà inizio ad ottobre 2007 e sarà ultimata entro il 2017, comporterà benefici di due ordini. Intanto, frutterà allo Stato 340 miliardi di yen, ma, soprattutto, lo disimpegnerà dalla retribuzione di 260.000 dipendenti, ovvero il 30% circa degli impiegati pubblici giapponesi. A privatizzazione avviata, la natura del loro rapporto di lavoro evidentemente muterà ed essi saranno assimilati ai dipendenti di una qualsiasi altra società privata. Tale riforma è parimenti un’operazione d’immagine, infatti la banca dei risparmi postali è stata responsabile di una errata allocazione dei fondi che gestiva, taluni destinati a corrompere i politici. La banca, che possedeva depositi privati (30% del totale) e polizze assicurative (40% del totale) per un valore di 330 miliardi di yen, ha sviato i depositi e le assicurazioni dalle rete bancaria privata ed ha alterato l’autonomo funzionamento del meccanismo dei prezzi. Da qui l’avvertita esigenza di riorganizzare il servizio postale in quattro settori che saranno controllati da una società finanziaria: vi saranno una compagnia che gestirà la consegna della posta, una banca di investimenti postali, una compagnia assicurativa e una compagnia di informazione. Le principali innovazioni introdotte dalla privatizzazione consistono nel fatto che ciascun settore avrà un proprio conto profitti e perdite; nel fatto che sono stati aboliti i sussidi ai depositi postali e, infine, la banca e la compagnia assicurativa sono state responsabilizzate rispetto ai rischi da assumere e alle aspettative di loro rendimento. Anche per la società autostradale è previsto un piano di privatizzazione, essa è già stata smembrata in sei compagnie a partire dal 1 ottobre 2005, ma al momento è ancora pubblica. Il principale obiettivo di questo progetto è ottenere la restituzione del suo debito, pari a 40 miliardi di yen, attraverso una più oculata gestione dei suoi compiti fondamentali. Nel 2002 è stato adottato lo Special Measure Act for Urban Renaissance, con il quale si è inteso favorire la costruzione di nuove aree urbane, principalmente residenziali, per un totale di 6.400 in tutto il Giappone. Spesso si è trattato di recupero di edifici pubblici dimessi, ma tante sono state anche le nuove costruzioni L’obiettivo è restituire vitalità e, contemporaneamente, calmierare il mercato immobiliare che ha vissuto, prima, una fase di forti speculazioni e, più tardi, un grave crollo legato alla bolla immobiliare che si è manifestato attraverso la caduta del valore delle proprietà immobiliari e attraverso l’aumento delle iscrizioni di ipoteche sugli immobili a garanzia dei prestiti bancari. Nel solo 2005, l’attivo del settore immobiliare privato è cresciuto del 120% rispetto al 2004, per un ammontare di circa 2.2 miliardi di yen. Il governo, sempre nel 2002, ha elaborato un’ulteriore misura definita “sistema di Zone Speciali per riforme strutturali”; il suo fine è di funzionare da stimolo all’economia attraverso riforme promosse dagli enti locali sulla base delle specificità delle aree per cui venivano stilate. Il favore per la deregulation locale, che spazia dall’ambito dell’economia a quello dell’educazione, dall’industria al welfare, ha contribuito allo sviluppo delle iniziative private. Ciò ha portato al ravvivamento delle economie locali che hanno beneficiato dell’accumulazione di capitali e dell’utilizzo di nuove tecnologie. Peraltro, se quelle riforme avessero ottenuto risultati positivi a livello locale, sarebbero state trasfuse nella legislazione nazionale. A dicembre 2005, figuravano 709 zone speciali, di cui 211, avendo già conseguito brillanti risultati locali, hanno perso lo status di zona speciale e la disciplina da esse messa in atto è stata assorbita nella legislazione giapponese. Anche la società giapponese cambia La tradizionale omogeneità sociale giapponese è ormai un dato del passato: attualmente l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) pone il Giappone al quinto posto nella scala dei paesi a più marcata disparità sociale. Il fenomeno è da riconnettersi alla crisi economica attraversata e al sistema scelto per arginare la disoccupazione, uno degli elementi cruciali della crisi giapponese: il risultato si riflette nella modifica della composizione sociale del paese. Non esiste più un’estesa classe media perché la diminuzione del reddito medio pro-capite ha fatto emergere due nuovi ceti sociali, ovvero una percentuale di persone, in continuo aumento, che vive con circa un milione di yen all’anno e un gruppo minoritario le cui disponibilità economiche sono altissime, pari a circa 100 milioni di yen; il reddito della classe media si aggira, invece, intorno ai 3-4 milioni di yen all’anno. Va tuttavia considerato il fatto che il costo della vita in Giappone è particolarmente elevato. In seguito allo scoppio della bolla inflazionistica e al dilagare della recessione, nel paese il tasso annuo di suicidi è aumentato del 50% rispetto ai dati statistici relativi agli anni ’90: solo nel 2003 si sono contati 34.500 casi di suicidio. Anche la criminalità è aumentata, sebbene resti un fenomeno irrisorio se confrontato con la criminalità europea o quella americana. Dinanzi a tali e tanti cambiamenti, una società tradizionalista e strutturata come quella giapponese ha posto in essere dei correttivi per ovviare a questo stato di cose. Le novità maggiori investono però il mercato del lavoro: per venire incontro alle esigenze di un’economia in ripresa, si sono abbandonati alcuni principi cardine, come il cosiddetto “lifetime employment”, a vantaggio di una maggiore flessibilità e di una minore retribuzione. Il Giappone è sempre stato ipergarantista verso i lavoratori: fino a poco tempo fa non esisteva che il lavoro a tempo indeterminato e ai lavoratori venivano corrisposti generosi emolumenti e benefits di varia natura, che crescevano in base all’età del lavoratore e all’anzianità di lavoro. Dal 2003, invece, è in vigore una legge che da spazio al lavoro temporaneo (ne sono esclusi solo alcuni settori come la sanità e l’edilizia), vengono fatte assunzioni per un minimo di tre anni, cosa che presenta notevoli vantaggi economici per le imprese. Infatti, se nel 1998 i salari da corrispondere equivalevano al 73% dei guadagni dell’azienda, nel 2004 si era rilevata una sensibile diminuzione, in quell’anno i salari ne hanno assorbito soltanto il 64%: l’impresa, dunque, non solo ricava utili maggiori, ma può eventualmente far fronte al pagamento dei debiti da essa contratti. In Giappone, inoltre, da lungo tempo non si procedeva al turn over dei lavoratori; questa è stata una delle cause dell’elevato tasso di disoccupazione, finalmente sceso nel 2005 al 4.3%. Le compagnie preferivano mantenere i vecchi impiegati, chiedendo loro di rinunciare ai bonus usualmente corrisposti, piuttosto che assumere giovani e qualificati lavoratori. Per dare impulso all’economia si è tuttavia scelto di assumere lavoratori part-time e a tempo determinato (si è passati dal 18.8% del 1990 al 30% della forza lavoro disponibile, pari a circa 20 milioni di persone, nel 2005): le loro retribuzioni sono piuttosto irrisorie, dato che percepiscono meno della metà di quanto guadagnerebbe un lavoratore regolare all’ora, in cifre gli stipendi più bassi si aggirano tra 600-800 yen all’ora, che è al di sotto del salario minimo fissato per legge, ad esempio, in Inghilterra. La domanda, sinora ridotta ai minimi termini, fatta eccezione per beni primari, ha ripreso ad aumentare, così come si è registrato un forte aumento in beni di lusso. I consumi sono stati effettuati in questi anni riducendo i risparmi, proprio in un paese noto per la sua alta propensione al risparmio specie negli anni ’80; oggi il risparmio si è ridotto di un terzo rispetto ad allora per attestarsi intorno al 5% del reddito disponibile. Conclusioni L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha stimato il tasso di crescita potenziale dell’economia giapponese, fino al 2010, intorno all’1.3% per anno, in base alla crescita produttiva registrata e all’invecchiamento della popolazione. Le potenzialità nipponiche, inoltre, dovranno fare i conti anche con altre nuove economie emergenti presenti nella regione, ma se la Cina, da un lato, è un competitore giapponese, d’altro canto rappresenta un nuovo possibile e, soprattutto, vastissimo mercato. Peraltro le produzioni giapponesi, caratterizzate dall’alta tecnologia e qualità, non sono effettivamente minacciate da quelle cinesi, contraddistinte sì da prezzi bassissimi, ma anche da una qualità molto bassa. Dunque, tra le due economie, può ravvisarsi un rapporto di complementarietà, che se nel campo economico è funzionale alla ripresa di lungo periodo, in ambito politico è invece necessario al Giappone in quanto, da una economia solida, può trarre la libertà di manovra e la sicurezza che gli necessita per conservare il suo ruolo internazionale.

è dura essere martiri in città. "Guardi, è una vergogna. Una vergogna". "Eh già". "Cioè, ma mi chiedo, cosa deve fare una povera signora?" "Cosa deve fare?" "Ha scritto l'articolo, e loro niente. Il libro, e niente. Il secondo libro..." "Il cofanetto..." "Niente-niente-niente. Ma cos'è?" "E' mancanza di rispetto, ecco cos'è". "E poi è razzismo. Un indiano, dico, un indiano, uno che suo nonno ancora s'inginocchiava davanti alle vacche, lui sì. Ma lei no. E poi non dite che ci rispettano, a noi occidentali". "Ah, beh, no", "Se non è mancanza di rispetto questa, cosa?" "Ah, non lo so, guardi". "Che io capisco tutto. Anche la libertà d'espressione. Viva la libertà d'espressione". "Viva!" "Ma la libertà d'espressione senza nessuno che s'incazza e brucia le ambasciate per quel che dici o scrivi o disegni, è una fregatura. Ecco cos'è". "Da volere i soldi indietro". "E dire che è una persona semplice, modesta. Si contenterebbe di poco". "Del tipo?". "Ma non so. Una fatwa. Anche piccola". "Magari un po' di chiasso in strada, cassonetti bruciati e macchine, cose così". "Eh, ci starebbe". "Un attentato?". "Beh, perché no? Fanno degli attentati per cose molto più cretine, dopotutto. Ma il fatto è che sono senza pietà". "Senza pietà". "Neanche un po' di pietà per un'anziana signora molto malata che vorrebbe andarsene col botto". "Come una martire". "Una martire, sì. E sì che loro dovrebbero capirla, questa cosa del martirio. C'è nella loro cultura, o no? Io sapevo che c'era, nella loro cultura. E invece..." "Invece niente". "Niente, niente, niente di niente. E insomma una signora cosa deve fare? Cosa deve fare per farsi notare?" La Fallaci ha spiegato di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".http://leonardo.blogspot.com/


febbraio 23 2006

Berlusconi difende Fiorani Berlusconi che ha rotto le balle a tutti gli italiani sul caso Unipol, affermando l'illegittimità dell''operazione su Bnl e che quando Unipol ha venduto alla francese Bnp che così oggi controlla Bnl non ha avuto niente da dire, si sveglia sul caso AntonVeneta-Fiorani. Innanzitutto, minimizza le gravi vicende di Fiorani che ha derubato i correntisti, ha derubato gli azionisti della Bpl e ha truffato sull'Opa dicendo che se qualcuno ha commesso qualcosa di illegale l'operazione su AntonVeneta era legale(invewce era viziata di illegalità fin dall'inizio e alle radici), che se AntonVeneta cadrà nelle mani degli stranieri la colpa è dei giudici, ignorando che ormai il mercato è aperto e che tutti gli osservatori hanno bocciato l'ottica protezionistica che portava avanti anche barando sui controlli e che oggi scopriamo anche la linea diBerlusconi che, per questo, fino all'ultimo ha sostenuto Fazio. Ora Berlusconi critica i magistrati pechè tengono ancora dentro Fiorani invece di consorte ignorando che Fiorani è accusato di truffa e sostiene che i magistrati lo tengono dentro per farlo parlare, cosa peraltro giustissima perché ancora Fiorani non ha collaborato pienamente e non ha ancora detto quanti soldi ha portato via alla sua banca e dove li ha messi. Il fatto è che Calderoli, Romani, Brancher, altri uomini di forza Italia e della Lega son dentro fino al collo nella vicenda e, probabilmente, anche Berlusconi, socio di Gnutti, grande complice di Fiorani, ha solo da perdere dal fatto che Fiorani rimanga ancora in galera e, magari, spifferi tutto sui suoi rapporti con Berlusconi e sull'interesse di Berlusconi a mettere le mani anche sull'Antonveneta.http://zeusnews.splinder.com/

Promesse Ora sì che si ragiona. Prodi ha capito che deve promettere qualcosa in più di Berlusconi: 2500 euro ai neonati fino alla maggior età, 5% in meno sul costo lavoro, 3000 nuovi asili nido. La prossima sarà la piena occupazione in Italia ma anche in Svizzera ed Albania. Eccheccazzo. Questo spiazza il Cavaliere che mai avrebbe immaginato di essersi inventato promesse minori di quelle che altro ritengono di poter realizzare. Adesso il premier dovrà alzare il tiro e prometterà un auto nuova, una seconda casa, un amante e uno schermo al plasma di 84 pollici, installazione inclusa. Io aspetto fiducioso. http://ordinatocaos.ilcannocchiale.it/

VOTA PDI! Torna il proporzionale, fioccano le liste. E nasce un nuovo partito, il Pdi, partito degli impresentabili. Ostracizzato da tutti, soprattutto a destra. Cesa dice “no a candidature impresentabili” e Fini e Berlusconi sono d’accordo. Anche D’Alema, da Mentana, dice no agli impresentabili. Ma perché? Noi siamo per la libertà e tutti devono avere spazio. Cerchiamo di rendere nota l’organizzazione di questa nuova lista. Presidente esecutivo honoris causa è Silvio Berlusconi, in quanto più volte accusato di corruzione e falso in bilancio, 8 volte prescritto e 1 condannato. E poi vuoi mettere, con quel conflitto d’interessi… Non dimentichiamo anche altri meriti, per esempio la tessera 1816 della P2. Con queste referenze, è leader indiscusso. Lorenzo Cesa è plenipotenziario per il clientelismo (dicono di lui che alle Europee ha sfamato mezza Calabria) e la concussione. Nel’ 93 viene accusato di aver preso una tangente do 300.000 euro e subisce qualche giorno di detenzione. Ammette il fatto, ma dice che i soldi non li ha intascati lui. Nel giugno 2001 viene condannato a 3 anni e 8 mesi, ma il Gup è incompatibile: tutto da rifare. Nel prendere tangenti e magari corrompere è affiancato da Gianni de Michelis, esperto in finanziamenti illeciti e patteggiamenti per corruzione e noto per questa felicissima frase: ““La corruzione è inseparabile dalla vita politica, perciò è assurdo pretenderla di estirparla”. Responsabili Giustizia sono C. Previti e Alfredo Biondi, l’uno condannato a 5 anni in appello per corruzione semplice e noto per i suoi anatemi antimagistratura, l’altro condannato a 2 mesi patteggiati per evasione fiscale. Gestisce i rapporti con i movimenti il filokamikaze Francesco Caruso, sul cui capo pendono 23 procedimenti in tutta Italia e i rapporti con Cosa Nostra Dell’Utri e Cuffaro in un inedito tandem. Ma i due non vanno molto d’accordo: pare che Marcello rivendichi la sua superiorità in quanto già condannato in I grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, a 2 anni di libertà vigilata e all’interdizione perpetua dei pubblici uffici (e non dimentica mai di citare le frodi fiscali e le false fatturazioni). Totò non la prende mai molto bene. Ma poi passa tutto. Addetto alle pari opportunità è Borghezio, il fascista leghista condannato per aver dato fuoco a dei pagliericci di extracomunitari e alla ribalta delle cronache per pisciare addosso alle moschee. Addetti alla truffe sono due esperti: Vittorio Sgarbi (6 mesi di reclusione per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato) e Walter De Rigo (ex senatore di Fi, ora Pdi, condannato a 1 anno e 4 mesi per truffa ai danni del Ministero del lavoro). Responsabile per la riscrittura dei libri di storia è un comitato di galantuomini (non importa se negazionisti dell’olocausto): Gaetano Saya, un visionario che vede in Berlusca Giulio Cesare e in lui un legionario, Adriano Tilgher, già in cella per ricostituzione del partito fascista, Luca Romagnoli, più volte denunciato per istigazione all’odio razziale, Pino Rauti, il fondatore del Neue Ordnung di Hitler all’italiana e più volte sciolto per aver organizzato stragi e attentati, talvolta rivendicati con orgoglio e Roberto Fiore, neofascista condannato per associazione sovversiva e banda armata. Per la revisione della figura del Duce ci pensa la Mussolini. Responsabile per la lotta all’abusivismo è l’ex Ds Vincenzo Visco, condannato per abusivismo edilizio a 20 giorni di arresto e a 10.000 euro di ammenda. Giorgio Calcagno, ex deputato di Fi, è responsabile per le politiche ambientali. Un vero e proprio esperto nel settore; infatti quand’era sindaco di Asti ha patteggiato 6 mesi e 26 giorni di carcere per inquinamento delle falde acquifere, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia per uno smaltimento di rifiuti tossici e nocivi in cambio di tangenti. Responsabile informazione e telecomunicazioni è Loredana Lecciso, ex simpatizzante Forza Italia, ex compagna di Albano, insigne rappresentante del mondo dello spettacolo e nota per la registrazione di un cd particolarmente scomodo: “Si vive una volta sola”. Gestirà i rapporti con i comuni Antonio Zequila, aspirante consigliere comunale di Amalfi e celebre come “Er mutanda”. A lungo si è dibattuto sui suoi gusti sessuali. Ai diritti civili Mirko Tremaglia e all’immigrazione Umberto Bossi, quello dei bingo bongo e degli immigrati fuori dalle palle. Addetto ai finanziamenti illeciti il navigato e stimato Cirino Pomicino. Sono poi pronti un buon numero di peones: gli “onorevoli” condannati in III grado. Sono 24 e hanno tutti i requisiti richiesti: sono tutti impresentabili. E’ il padre spirituale della truppa, il Baget Bozzo del Pdi, Padre Fedele Bisceglie, archetipo del candidato secondo il movimento dei diritti civili in quanto accusato di violenza sessuale su una suora (e non solo) e attualmente agli arresti domiciliari. Pdi, perché non dargli il voto?http://santaopposizione.ilcannocchiale.it/

Nel libro Bordon il "nostro" Partito Democratico di Arturo Parisi, Adnkronos - 23 Febbraio 2006 "Il Partito democratico al quale guardiamo si pone come il superamento e la sintesi delle culture riformiste del passato, ma anche in una prospettiva dichiaratamente orientata a progettare i processi riformatori e innovativi che il Paese richiede e che, a nostro giudizio, la societa' ha bisogno di avere". Lo scrive Arturo Parisi nel saggio "Il 'nostro' Partito democratico" contenuto nel libro del presidente dei senatori della Margherita, Willer Bordon, ''Domani e' un altro giorno,' che sara' presentato oggi - alle 16,30 all'Hotel Majestic, in Via Veneto a Roma - da Romano Prodi e Francesco Rutelli. "Abbiamo sempre avuto un'ambizione alta: quella - scrive Parisi -di dar vita a un riformismo senza aggettivi, un riformismo concretamente e pragmaticamente legato al bene e al progresso dell'umanita', nella gelosa difesa della liberta' e dei diritti fondamentali di tutti". E ancora: "Non mi pare giusto considerare il Partito democratico come uno strumento finalizzato essenzialmente a massimizzare la possibilita' di vittoria in un sistema maggioritario, o come un modo per rendere piu' forte e coesa una coalizione che un nuovo e diverso sistema proporzionale puo' rendere piu' instabile. Il Partito democratico non e' legato a una questione di meccanismi elettorali ma a una concezione della democrazia". "Per noi - scrive Parisi - la democrazia deve essere innanzitutto liberta'. Deve essere un sistema politico che libera gli uomini, li rende padroni del proprio destino, arbitri delle loro sorti, costruttori del loro futuro".

L’alleato fascista di Berlusconi adesso mette in dubbio la Shoah da l'Unità - 23 febbraio 2006 FRASI CHOC DI ROMAGNOLI Il segretario della Fiamma Tricolore intervistato a Sky tg 24 dice: «Le camere a gas? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o per poter negare». Poi conferma di aver incontrato Silvio Berlusconi e di aver raggiunto un accordo per le prossime elezioni Roscani a pagina 6 -------------------------------------------------------------------------------- L’alleato fascista: «Camere a gas? Francamente non so» Romagnoli, Fiamma Tricolore, mette in dubbio la Shoah e conferma l’accordo con Berlusconi di Roberto Roscani/ Roma IL NEGAZIONISTA TIMIDO «Le camere a gas? Devo dire francamente che non ho elementi per dire che siano esistite o no». Con aria tranquilla, come se stesse pronunciando una frase normale, Luca Romagnoli mette tra parentesi l'Olocausto, dichiara la Shoah un evento che potrebbe esserci stato oppure non esser mai esistita. Questo signore è il leader del Movimento Sociale Fiamma Tricolore ed è un alleato elettorale di Berlusconi. Lui stesso conferma davanti alle telecamere di aver raggiunto un accordo politico con la Casa delle Libertà, quello che si difinisce un apparentamento. Lui è un fascista e non lo nega anzi. ma su Sky, intervistato da Formigli per "Controcorrente" conferma che si candiderà alle politiche con la sua lista (è già parlamentare europeo sotto le insegne di Movimento sociale Fiamma Tricolore, quello che era stato il partito di Rauti) e che è alleato della Cdl. «Un accordo scritto ancora non c'è ma ho incontrato Silvio Berlusconi per mettere a punto l'alleanza». È cosa fatta, insomma. Subito dopo parte la raffica di domande che riguardano la Shoah e il caso Irving, lo storico negazionista che è stato condannato a tre anni e mezzo in Austria, tema della puntata televisiva. Su Irving si fa scudo della rivoluzione francese: «Io non sono un giacobino però quelli la rivoluzione l'anno fatta per affermare la libertà di opinione…» E fin qui passi, ma poi quando si va sul concreto e gli viene chiesto se crede alle camere a gas e ai sei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio si nasconde dietro una formula: «Non posso né contestare né smentire, non ho nessun mezzo per confermare o negare queste affermazioni». E la testimonianza dei sopravvissuti? Quella effettivamente lo mette in difficoltà: «È un elemento che rende verosimile» che vi sia stato lo sterminio. Verosimile, non vero e tanto meno certo. E Hitler, cosa pensa di Hitler. È stato uno statista (affermazione rilasciata propri a questi microfoni da un altro alleato di Berlusconi, Fiore)? Meschino come sempre Romagnoli si rifugia nell’etimologia: «Se vuol dire creatore di stati allora è stato uno statista» e per attenuare la sua affermazione aggiunge: «È una qualifica che non si può negare neppure a Mao o Stalin...». Se poi questo statista sia stato un criminale lui non lo dice esplicitamente, si limita a dire: «Ha commesso degli errori gravissimi che un uomo di stato non dovrebbe mai commettere». Errori: una guerra con cinquanta milioni di morti, l’uccisione sistematica degli ebrei, lo sterminio diventano semplicemente un errore. Ma da Romagnoli (come dai suoi amici-nemici e ora co-alleati di Berlusconi) non c’è poi da stupirsi troppo per queste affermazioni . «Chiamarci fascisti è molto riduttivo. Ma del fascismo siamo portatori di alcuni valori, come la socializzazione. Poi, se fascismo significa onestà, dirittura morale, capacità di riconoscere prima lo Stato e poi l'individuo...». Chiamarli fascisti sarà forse riduttivo. Chissà se chiamarli berlusconiani gli sembrerà più adatto all’occasione.

Il banchiere bipartisan ALBERTO STATERA da Repubblica - 23 febbraio 2006 IMPALLINATO il piccione, adesso tocca al passero. A prevederlo era stato lo stesso presunto uccellino, alias Cesare Geronzi, in una gustosa metafora che risale al 2003, quando Giulio Tremonti già imbracciava la carabina puntando sul volatile più grosso, il piccione Antonio Fazio. Il banchiere che Nino Andreatta chiamava «il ragionier Geronzi» e che scendendo da Marino, paesotto dei Castelli romani, divenne grande elemosiniere della prima e della seconda Repubblica, di Berlusconi, di Fini, come di Botteghe Oscure, l´uomo cui tutti o quasi nel palazzo, a destra e a sinistra, a nord e a sud, devono qualcosa, di naso ne ha da vendere. E quando il piccione, suo sodale da un quarantennio, si infilò mani, piedi e parentado nella filibusta di Gianpiero Fiorani all´assalto di Antonveneta, abbandonò il suo «compagno di pellegrinaggi». -------------------------------------------------------------------------------- IL PERSONAGGIO Dall´ingresso in Bankitalia all´ascesa del gruppo romano con aiuti bipartisan a partiti e aziende della prima e seconda Repubblica Il passo falso del Grande Equilibrista che voleva diventare il nuovo Cuccia La lunga scalata al potere del dottor Koch, come lo chiamavano gli amici "furbetti" di Fiorini, quando stava in Via Nazionale Con le quote strategiche in Mediocanca e Generali, Geronzi ha portato Capitalia al centro del capitalismo italiano (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) alberto statera A Lourdes e a Santiago de Compostela, come ha raccontato una volta Francesco Cossiga, i due andavano, con le rispettive signore, non a piedi come tutti i pellegrini, ma «con aerei privati noleggiati dalla Banca di Roma: la controllata che paga il biglietto al controllore e signora». Ma la diaspora dei due pellegrini e delle rispettive consorti non è bastata a blindare gli armadi e il potere dell´uomo che aspira a diventare il Cuccia del nuovo millennio, insidiati da una ventina di magistrati che in varie procure indagano sui crac Cirio e Parmalat e su qualche altra vicenda non proprio commendevole. Intendiamoci, Cesare Geronzi per noi è innocente finchè non sarà provata la sua colpevolezza. Ma la sua scalata è una di quelle «success story» nutrite di intelligenza e scioltezza, di furbizia e spregiudicatezza, di vivacità e sfacciataggine, che simboleggiano un po´ l´intera parabola di questo paese. Che effetto le fa - gli chiesero una volta - aver conquistato il Banco di Sicilia? E lui, serio serio: «Bello, ho fatto il militare a Palermo». Dopo il militare, nei primi anni sessanta, Geronzi entra da impiegato in Banca d´Italia, un anno prima di Fazio. Non molti anni dopo lo ritroviamo capo dell´Ufficio Cambi, uno snodo allora centrale a difesa della liretta. Florio Fiorini, grande esperto all´Eni di speculazioni sui cambi e fondi neri, quel periodo sul finire degli anni Settanta l´ha raccontato così: «C´era una cordata di amici, ci avevano soprannominato la banda dei sette, eravamo il terrore delle banche centrali. Ogni tanto mi chiamava il dottor Geronzi, responsabile dei cambi di Bankitalia: dottor Fiorini - mi faceva - non le sembra che lei e i sui amici stiate un po´ esagerando? Io chiamavo gli altri: ragazzi, il dottor Koch - così lo chiamavamo in codice - è incazzato, qualche giorno di tregua, please». Quando Guido Carli si dimise da governatore e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che nel palazzo di cui gli avevano affibbiato il nome il suo amico Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli, per poi passare a dirigere la Cassa di Risparmio di Roma, vecchio feudo democristiano e papalino. Così comincia la vera scalata al potere. Con il benestare del Vaticano, della Dc e del Psi, Geronzi assorbe il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma. Poi verranno la Banca Nazionale dell´Agricoltura, il Mediocredito Centrale, il Banco di Sicilia, Bipop, Fineco. Nel 2002 arriva in Borsa la nuova holding Capitalia: 2000 sportelli, 30 mila dipendenti. Ma per gli sportelli il dottor Geronzi non ha smodata passione. Quel che è in cima ai suoi pensieri, ciò che quasi materializza il sogno di reincarnare Cuccia nel nuovo millennio, è quell´8,4 per cento di Mediobanca e quel 3,19 per cento di Generali nel portafoglio di Capitalia (ergo «Il Corriere della Sera»), che lo mettono al centro degli equilibri del bancocentrico capitalismo italiano, in una fase di grandi cambiamenti. Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui «pari son»: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a Forza Italia. Forse qualcuno ricorda ancora che quando Berlusconi era sull´orlo del fallimento, con Comit e Credito Italiano che gli chiedevano di rientrare dal mostruoso debito, era stato lui a salvare il Biscione. Ma l´animo bipartisan è grande, contiene tutti: aiuta i diesse esposti per 502 miliardi di lire, «ristruttura» i debiti, pur meno consistenti, del Ppi e del Cdu. Cesarone o Penna Bianca, come lo chiamano gli estimatori, «è un ottimo taxi», sintetizza una volta Paolo Cirino Pomicino, richiamando la celebre frase di Enrico Mattei, capo del primo Eni, che si vantava di usare i partiti, per l´appunto come un taxi. Immunità diplomatiche a 360 gradi per il destro banchiere di Marino, rafforzate dall´ottima stampa e dal calcio, che pure ora, con il Gaucci furioso, rischia di bruciacchiargli un po´ le mani, già ben a rischio con Cirio e Parmalat. E´ lui tanti anni fa a scoprire le doti di Bruno Vespa e dei suoi congiunti, affidandogli la direzione di «Risparmio Oggi», rivistina aziendale oggi ribattezzata «Capitalia» e tuttora nelle sapienti mani di famiglia. E´ lui a non lesinare con la Mmp, creata insieme a Biagio Agnes, minimi garantiti pubblicitari a tutti, ma proprio a tutti, da «Topolino» al «Secolo d´Italia», dall´»Osservatore Romano» a «Class». Buco finale: 450 miliardi di lire di nove anni fa. Ignota, invece, la perdita nella breve vita de «L´Informazione», fondato con il solito duo Tanzi - Cragnotti. Pubblicità e calcio, calcio e pubblicità hanno poi contagiato tutta la famiglia. La figlia maggiore Benedetta si occupa di spot pubblicitari con Luigi Carraro, figlio di Franco. La minore, Chiara, ha fondato la più importante agenzia sportiva italiana. Indovinate con chi? Con Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, Francesca Tanzi, figlia di Calisto, e Alessandro Moggi, figlio di Luciano. Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e poi direttore generale della Lazio ne è stato solo un dipendente. Chissà che voleva dire Gaucci quando dalla latitanza ha ambiguamente parlato della famiglia Geronzi e di 85 milioni di euro da lui sborsati. La Ciappazzi-story, l´azienda di acque minerali rilevata da Tanzi nel 2002 che ha portato ieri all´interdizione di Geronzi, sarà pure microscopica, ma cade nel pieno delle grandi manovre. Non più tardi di giovedì scorso, l´agenzia Radiocor, per dirne una, raccontava del progetto Intesa - Capitalia per la nascita di un vero «campione nazionale» capace di resistere agli appetiti stranieri, favorito «dai rapporti eccellenti» maturati negli ultimi mesi tra Geronzi e Giovanni Bazoli, a dispetto di quelli «gelidi di un tempo». Ma chissà se un passero, se non impallinato, interdetto potrà volare tanto alto, anche se riuscirà ad evitare l´avverarsi della profezia che lo accomunava a Fazio: «Simul stabant, simul cadent». -------------------------------------------------