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Le primarie non si addicono al Quirinale
di SALVATORE VASSALLO
dal Corriere - 31 marzo 2006
La proposta avanzata dai dirigenti della Rosa nel pugno di tenere elezioni primarie per la scelta del prossimo Presidente della Repubblica non sembra decollare, nonostante goda di un notevole consenso tra i cittadini. Secondo i dati del sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera il 24 marzo, gli italiani sarebbero in larga maggioranza favorevoli ad adottare, per scegliere il successore di Ciampi, lo strumento già messo alla prova il 16 ottobre dello scorso anno. Ciò dimostra che la proposta di Pannella e Boselli ha colto e rilanciato un'esigenza molto sentita di partecipazione e di trasparenza nella scelta delle persone destinate a ricoprire importanti cariche istituzionali.
La reazione positiva dell'opinione pubblica segnala anche come, dopo il settennato che sta per concludersi, sia particolarmente diffusa l'attesa di un Presidente della Repubblica dotato di una solida reputazione di autonomia ed equilibrio. Mentre forse aleggia il legittimo sospetto che possa essere espressione di un negoziato volto più che altro a sistemare gli equilibri interni allo schieramento che uscirà vincente dalle elezioni politiche.
Può darsi che il sussiego con cui la proposta è stata accolta dagli altri leader del centrosinistra, a cui si rivolgeva, derivi effettivamente dall'insofferenza verso qualsiasi iniziativa che rischi di disturbare i manovratori. E cioè quegli stessi leader politici che, dopo avere «nominato», grazie alla nuova legge elettorale, ciascuno la «loro» quota del corpo parlamentare, si apprestano a nominare anche i presidenti delle camere e il capo dello stato.
Va detto tuttavia che, dato l'attuale assetto costituzionale, le primarie sono inadatte all'oggetto della scelta. Non è vero che sono inadatte perché, come alcuni dicono, le cariche istituzionali di garanzia dovrebbero essere sottratte, in linea di principio, alla volontà espressa direttamente dalla maggioranza degli elettori. Gli italiani, indicando Ciampi come il migliore candidato a sostituire se stesso, dimostrano di aver ben chiaro quale sia il profilo più appropriato al ruolo. E d'altro canto il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente non solo in Francia, dove la presidenza è una istituzione molto politicizzata, ma anche in Paesi europei come l'Austria, la Finlandia o l'Irlanda in cui il capo dello stato ha un ruolo arbitrale.
Il problema è un altro. Le primarie servono a selezionare i candidati di una parte, in vista di una ulteriore competizione, il cui esito sia a sua volta deciso dal voto popolare. All'indomani delle elezioni politiche, si saprà invece con certezza quale coalizione controlla la maggioranza nello speciale collegio (formato dai parlamentari e dai delegati regionali) chiamato ad eleggere il capo dello stato. Quindi, gli elettori che volessero partecipare alla selezione del «candidato che conta», quello cioè destinato ad essere eletto, dovrebbero dichiarare di appartenere alla coalizione di maggioranza. In pratica, se fossero prese sul serio, non di primarie si tratterebbe ma, di fatto, di una elezione popolare del capo dello stato, riservata però solo ad una parte dei cittadini italiani! Se invece le primarie fossero aperte a sostenitori di entrambi gli schieramenti, chi avrebbe titolarità ad indirle? In ogni caso, chi potrebbe garantire agli elettori che il loro verdetto sarà poi rispettato? Gli italiani verrebbero convocati per dare una «indicazione» ai membri del collegio presidenziale, che però sono stati già eletti sulla base di un mandato di natura diversa. Le primarie verrebbero trasformate in una specie dimega- sondaggio che, snaturando lo strumento, rischia di metterne in crisi la credibilità.
Molto meglio, se si vogliono introdurre nel sistema politico italiano meccanismi antioligarchici che attenuino la crescente autoreferenzialità del ceto politico, impegnarsi a diffondere la pratica delle primarie laddove è più logico che venga usata. In previsione cioè di elezioni popolari in cui, di fatto o di diritto, siano in competizione due leader alternativi. Per ora, in Italia, è solo il caso delle cariche monocratiche di governo: presidente del consiglio, sindaci, presidenti di provincia e di regione.
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Il signor crescita zero
Corrado Stajano
da l'Unità - 31 marzo 2006
Ancora una settimana. Questa è una campagna elettorale che non assomiglia a nessun’altra. Non soltanto perché mancano i volantini, scarseggiano i manifesti, non arrivano più gli appelli dei candidati che inondavano le portinerie e sono quasi del tutto spariti i faccioni degli aspiranti deputati e senatori che coprivano i muri delle città. Si ha soltanto notizia delle cene apparecchiate un po’ ovunque per raccoglier soldi, si sa delle feste che i deputati e gli onorevoli senatori, certi ormai di venire eletti, offrono agli amici. Mancano i suoni, i colori, il rimbombo e c’è poco da rimpiangere.
Basta Berlusconi a rompere i silenzi. Quando entra in scena bisogna prepararsi a sentir dire di tutto. Non si rivolge ai moderati del suo schieramento incerti sul da farsi, viste le promesse mancate. Deve dare anche loro per persi.
Ha scelto l’aggressività senza confini e siccome non può non sapere che quanti possono apprezzare quei toni, quel linguaggio, quelle ingiurie sono già suoi fedeli seguaci, significa che ormai dice veramente senza finzioni quel che ha nel cuore, ha rinunciato persino alla parte del suadente comunicatore.
Non ha nulla da dire, snocciola trionfalmente numeri incontrollabili, urla, zittisce il prossimo, insulta, con tutti i denti spalancati in un riso fisso e beffardo. Sinistro più che amabile. Bugiardo per tendenza. L’altro giorno i bambini cinesi fatti bollire da Mao e usati come concime. E oggi?
E domani? A decidere è soltanto lui. Aveva ragione Machiavelli, del resto, quando scrisse nel Principe: «Non è di poca importanza a uno principe la elezione de ministri: li quali sono buoni o no secondo la prudenza del principe. E la prima coniettura che si fa del cervello d’uno signore, è vedere li uomini che lui ha d’intorno».(...)
È impossibile ogni pacato discorrere su quel che è stato fatto o non fatto durante la XIV legislatura. Il premier è abituato a sentirsi dar ragione e sembra esterrefatto quando qualche giornalista, com’è suo dovere, riesce a fargli una domanda imbarazzante. Come a Ballarò, martedì scorso, quando Floris gli ha chiesto del processo Sme, visto che erano appena uscite le motivazioni della sentenza della Corte d’appello di Milano che ha condannato Previti e Squillante. Una lamentela accusatoria, la sua, non una risposta. Contro i giudici, si sa, ma non ha perso occasione per esaltare se stesso, benefattore dell’umanità, sommo contribuente di denaro allo Stato. Ballarò gli porta pena. Fu a quella trasmissione che dopo le elezioni regionali del 2005 diede il peggio di sé parlando di uno Stato parallelo e nemico di cui fanno parte le Procure, le magistrature, le scuole superiori, le università, il Consiglio di Stato, i giornali e le Tv.
Sembra che Berlusconi abbia paura. Non sta comportandosi come un uomo politico del gioco democratico che può venir sconfitto, come è nella norma, ma come un padrone che teme di perdere i beni.
Mediaset è un’azienda come le altre, nessuno dei suoi dipendenti rimarrà senza lavoro, come non rimarranno disoccupati i lavoratori delle assicurazioni, delle banche, delle società di pubblicità, delle case editrici, dei giornali di sua proprietà. L’anomalia è soltanto lui. Non è un caso che sulle sponde della Destra si parli ora in modo concitato del problema del conflitto di interessi e che un grottesco appello di tre intellettuali fedeli chieda grazia per lui. Quello è il nodo irrisolto della cattiva politica di questi anni. La legge regolatrice è da rifare subito, con severità.
Il problema poteva essere risolto al tempo della «discesa in campo» di Berlusconi nel 1994. L’articolo 10, d.p.r. 30 marzo 1957, n. 361 stabilisce infatti l’ineleggibilità degli imprenditori individuali e dei rappresentanti legali o consulenti permanenti di persone giuridiche che siano titolari di concessioni amministrative dello Stato.
Ne accenna Alessandro Pizzorusso, illustre costituzionalista-professore di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Pisa, autore di libri importanti, oltre che di diritto costituzionale, sull’ordinamento delle fonti del diritto e sull’organizzazione della giustizia in Italia - nell’intervento che conclude il monumentale Commentario della Costituzione Zanichelli, iniziato da Giuseppe Branca nel 1975 e da lui continuato, che raccoglie i saggi e i commenti della più autorevole cultura giuridica nazionale, giunto ora al trentaquattresimo e ultimo volume: Leggi costituzionali e di revisione costituzionale (1994-2005).
Gli anni della politica berlusconiana cominciano a passare sotto la lente di una possibile storicizzazione. Che cosa scrive Pizzorusso? Dalla crisi del 1991-1993 da cui ebbe giovamento l’antipolitica populista alla nascita di Forza Italia, «partito creato da un imprenditore milanese, già beneficiario della protezione del leader socialista Craxi (poi fuggito all’estero per sottrarsi alle condanne riportate)» al legame con la Lega Nord e al Movimento sociale: «Uno schieramento che comprendeva due partiti di nuova formazione e l’unico partito che durante la fase precedente era rimasto escluso dall’”arco costituzionale”, a causa della sua professione di fede fascista».
Forza Italia nasce come «un’azienda di pubblicità commerciale», promossa da un imprenditore «che aveva creato in poco tempo un importante gruppo finanziario (con l’appoggio determinante di uno dei partiti contro i quali la critica antipartitocratica si rivolgeva)», un gruppo industriale che comprendeva un complesso di aziende operanti nei media, suscettibili di orientare l’opinione pubblica del Paese. I dissensi all’interno dello schieramento si smussavano perché ogni componente era debitrice dei riconoscimenti loro consentiti.
L’attacco alla Costituzione passa attraverso fasi diverse: nel 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi e dopo il 2001, ai tempi del secondo governo. Senza dimenticare l’avallo che durante i governi di centrosinistra offre la Commissione bicamerale che estende la sua attività al «sistema delle garanzie» e riconosce «una pari legittimazione a tutte le forze politiche (compresi gli ex-fascisti e il partito - azienda di Silvio Berlusconi), e ammette, la necessità di un’ampia riforma costituzionale».
Il problema del conflitto di interessi viene così dimenticato, anche se è essenziale. Scrive Pizzorusso: «Spesso fu sostenuto che la lotta politica non doveva mai tradursi nella “demonizzazione” degli avversari, nemmeno quando si tratti di personaggi che presentino caratteristiche generalmente ritenute tali da squalificare un aspirante uomo politico (indipendentemente dal fatto che si traducano - come nella specie si traducevano - in una causa di ineleggibilità). Furono così lasciate cadere le ragioni di chi denunciava il conflitto di interessi derivante, per il leader di questo schieramento, dal controllo dei mass media e di altre importanti attività economiche, le sue pendenze giudiziarie e la sua ineleggibilità derivante dalla sua qualità di proprietario di aziende che si avvalevano di concessioni amministrative».
Pizzorusso è severo anche nei confronti della riforma della seconda parte della Costituzione che verrà assoggettata a referendum dopo le elezioni politiche: «Può essere sufficiente segnalare come la forma di governo che da essa risulta appaia ritagliata su misura per l’attuale leader cui vengono attribuiti poteri tali da consentirgli, sia di controllare i suoi oppositori, sia di obbligare i suoi alleati a sostenerlo». Il rischio è di passare da una forma di governo rispettosa del principio democratico e pluralistico «a una forma di governo che realizzi una concentrazione di poteri in un leader tale da farne un “dittatore”, quanto meno nel senso antico del termine».
La posta in gioco è alta. Tutto è contro Berlusconi, il signor crescita zero e il suo cattivo governo, ma bisogna essere ugualmente prudenti. Chi possiede enormi possibilità finanziarie non vuole perdere. La vigilanza democratica non spetta di certo a lui, come ha osato dire. Disperato-muterebbero tutti i segni della sua vita - potrebbe infatti rovesciare i tavoli della sconfitta. E visto che la posta in gioco è alta, in un Paese disastrato come il nostro nelle mani di governanti di terz’ordine, perché il centrosinistra deve essere costretto a difendersi dalle accuse false che riguardano i bot e i cct e perché nessuno parla più delle leggi vergogna, assenti dal programma dell’Unione, e Prodi non risponde all’appello di un migliaio di giuristi, molti di gran nome, e di intellettuali che da tempo gli hanno chiesto di esprimersi sulla cancellazione delle leggi ad personam che umiliano l’intero Paese?
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Petruccioli e Gentiloni, vigilantes inutili!
EDUARDO RINA
A undici giorni dal voto più importante del dopoguerra, il Presidente della Rai, Claudio Petruccioli, ci fa sapere ufficialmente, bontà sua, che nei TG della Rai la "par condicio" è completamente violata. La Casa della Libertà ha sinora occupato il 59% dello spazio e l'Unione solo il 36%! Petruccioli lo ha voluto far sapere perché gli italiani non se ne sono accorti?
E poi ha rassicurato tutti gli elettori: "State tranquilli che nei prossimi giorni faremo di tutto per riequilibrare questi benedetti spazi di comunicazione". Probabilmente sta già pensando a come "favorire", con i suoi buoni uffici, qualche presenza in più dei vari D'Alema, Fassino, Rutelli e Bertinotti. Per i partiti più piccoli e per i loro leader la "par condicio" non esiste!
Quindi, da quando è in vigore una legge dello Stato, decisiva per le sorti dell'esito di un voto che si viene "formando" attraverso le "presenze" e i dibattiti tra gli esponenti di tutte le Liste dei Candidati al Parlamento (o almeno così prescrive la Legge sulla par condicio)... la Rai di Claudio Petruccioli ha già clamorosamente violato la legge "condizionando" la formazione delle opinioni e dei consensi degli elettori!
Presidenza della Rai (Democratici di sinistra) e Presidenza della Commissione di Vigilanza sulla Rai (La Margherita) dimostrano quanto sia inutile la loro funzione in difesa della "democrazia" e della "par condicio".
Tra l'altro, e in conclusione, queste due "Presidenze", che dimostrano sempre di più la loro totale impotenza, servono solo a Berlusconi per poter tranquillamente affermare che le Reti della Rai sono nelle mani del centrosinistra!
Cosa dire e come fare per dargli torto?http://www.centomovimenti.com/2006/marzo/30_rina.htm
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Micromegachip 2
ELEZIONI CON LO SCRUTINIO ELETTRONICO: PER MICROMEGA RESTANO FORTI DUBBI
CHIESA E DE CARLO: ATTENTI ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA - ROMA, 29 mar - Secondo la rivista Micromega, «la decisione di istituire una commissione bipartisan di controllo sullo scrutinio elettronico è il segno che le inchieste pubblicate la scorsa settimana» dalla stessa rivista e da Diario «hanno centrato una questione poco trasparente». Per questo, la rivista torna ad occuparsi della questione nel prossimo numero, con un nuovo articolo di Giulietto Chiesa e Francesco De Carlo che parlano di «forti dubbi circa la silenziosa privatizzazione della democrazia», chiedendo trasparenza sulle modalità con cui lo scrutinio elettronico «viene appaltata alle multinazionali» e su quello che viene definito il «subdolo percorso intrapreso verso il "voto elettronico", di cui lo "scrutinio elettronico" costituisce una tappa fondamentale». Gli autori sottolineano che lo scrutinio elettronico «non elimina le file ai seggi, non snellisce le operazioni di voto, ma taglia i tempi solo per la proclamazione dei vincitori». Quindi, per De Carlo e Chiesa, occorre vigilare «se non vogliamo svegliarci alla vigilia della prossima consultazione elettorale in mezzo a computer che non si sa chi li manovra e con l'ansia di brogli elettorali che non potranno essere riparati, perchè non ci sarà controllo possibile e perchè i vincitori già staranno festeggiando nei salotti televisivi». (ANSA).
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Voto elettronico, è tempesta
Molti si interrogano sul funzionamento delle macchine che in alcune zone d'Italia velocizzeranno le operazioni di voto. L'inchiesta di Diario suscita un polverone e Pisanu denuncia gli autori. Grillo: uno strano odore nell'aria
Berlusca copia dall'amico Bush?
Roma - Ci vorrà tempo, molto più tempo di quello che ci separa dalle prossime politiche, per conoscere tutti i risvolti di una vicenda che sta sollevando notevole attenzione in rete. Di mezzo c'è l'informatica, le commesse governative e il voto elettronico. Ma il polverone si è alzato su e dopo una inchiesta di Diario, un documento che non è andato giù al ministro dell'Interno Pisanu, che ha denunciato per diffamazione la celebre pubblicazione.
Diverse le accuse riportate nell'inchiesta: secondo Diario infatti nella pugna che precede le elezioni si è persa di vista la questione voto elettronico, che alle prossime politiche riguarderà il suffragio di circa 11 milioni di italiani. Come ben sanno i lettori di Punto Informatico, si tratta di procedure ampiamente sperimentate che il 9 e 10 aprile saranno applicate su vasta scala, come già annunciato dal Governo lo scorso dicembre.
La bagarre nasce proprio dalle modalità dello scrutinio digitale. Secondo l'inchiesta, ripresa da Beppe Grillo che parla di "strano odore nell'aria", a sollevare dubbi sono i criteri di nomina dei 18mila operatori informatici che riporteranno su chiavette USB lo scrutinio di 12.680 sezioni elettorali, la sicurezza delle chiavette stesse e della trasmissione dei dati al Viminale nonché il coinvolgimento di alcune imprese nell'operazione tramite trattativa privata. Il ricorso alla trattativa privata è giustificato dal Dipartimento all'Innovazione con necessità d'urgenza che però gli autori dell'inchiesta non condividono: "Quale urgenza, visto che le elezioni di aprile arrivano al termine naturale della legislatura?"
Su quest'ultimo punto si sollevano le maggiori polemiche: le quattro società coinvolte in un appalto da 34 milioni di euro sono quelle che han portato avanti la sperimentazione degli anni scorsi, vale a dire Telecom Italia (trasmissione dati e hardware), EDS (di Ross Perot, per il software e il coordinamento degli operatori), Accenture (consulenza) e Adecco (società di lavoro interinale, fornirà gli operatori). Su tutte e quattro le società Diario polemizza e attacca: "Il nome più noto dell'azienda (Accenture, ndr.) è Gianmario Pisanu, partner di Accenture e figlio del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu". "Sarà l'azienda di Gianmario Pisanu - continua Diario - a inviare i dati elettorali al Viminale dove li accoglierà, paterno, Giuseppe Pisanu (candidato di Forza Italia in Puglia)".
L'articolo si conclude osservando come in quattro regioni considerate "critiche" per l'esito del voto siano state piazzate infrastrutture e procedure di questo genere, in cui "la correttezza delle elezioni italiane è affidata (...) alle chiavette USB (...)" e proprio in un momento in cui Telecom acquista pagine di giornali per ribadire di non essere coinvolta nelle intercettazioni abusive e in cui nel Lazio c'è lo scandalo intercettazioni elettorali.
Grillo, che riporta il pdf con l'inchiesta pubblicata da Diario, aggiunge come "l'applicazione informatica usata per lo scrutinio elettronico è inoltre oggetto di contestazione da parte della Ales, un'azienda italiana che ne rivendica la paternità". A detta della Ales, infatti, EDS avrebbe sottratto quell'applicativo: in questo senso è già partita una denuncia con richiesta danni e una diffida all'uso di quel software per le prossime elezioni.
A fronte di queste polemiche il Governo e in particolare il ministro Pisanu, come accennato, non sono rimasti a guardare. Secondo un'ANSA di venerdì la querela annunciata dal Ministro verrà sporta "nei confronti del settimanale Diario e di quanti altri divulghino le affermazioni gravemente diffamatorie contenute nel numero apparso oggi in edicola".
A gettare acqua sul fuoco è stato il leader dell'Unione Romano Prodi secondo cui "il Ministro dell'Interno ha comunque detto che fanno prova le schede elettorali, e a quanto ho capito, i voti elettronici dovrebbero essere solo utili ad affrettare le operazioni". Secondo Prodi "Dobbiamo semplicemente stare attenti alle nuove tecnologie". Ma sono anche altri, tra gli addetti ai lavori, a ritenere ingiustificate certe accuse e a tentare di riportare il dibattito su un terreno di maggiore concretezza.
Eppure, forse anche per il clima tempestoso della campagna elettorale, la questione potrebbe non finire qui: già sabato si è tenuta una prima conferenza stampa dal titolo Questo voto elettronico garantisce la democrazia? a cui hanno partecipato tra l'altro proprio gli autori dell'inchiesta di Diario nonché rappresentanti della rivista Micromega. Intanto in rete non si parla d'altro: Articolo21 titola "Aprile. Elezioni private", CaniSciolti parla di "inciucio del voto", e molti commenti affiorano su Usenet.http://punto-informatico.it/p.asp?i=58540&r=PI
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L'ospite conteso
Charles Taylor davanti al Tribunale per la Sierra Leone. Ma potrebbe finire all’Aja
Alla fine, dopo anni di attesa, l’ospite d’onore è arrivato. L’imputato per eccellenza della Corte Speciale per i Crimini in Sierra Leone è giunto stamane a Freetown, dopo un rapidissimo passaggio per Monrovia. E pensare che fino a ieri, l’ex-presidente liberiano era dato per disperso in Nigeria. Ma i colpi di scena non sono finiti: Taylor potrebbe finire davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, con l’assenso delle autorità liberiane. Quale sarà la sorte dell’imputato più conteso del mondo?
La fuga. Per sbloccare la questione Taylor, in esilio da quasi tre anni nella sua villa di Calabar, in Nigeria, ci sono voluti pochi giorni: la richiesta ufficiale di estradizione liberiana, presentata alle autorità nigeriane alla fine della scorsa settimana, ha dato il la al procedimento. Che si è inceppato subito dopo, visto che la Nigeria pretendeva che le autorità liberiane si accollassero il trasporto di Taylor fino in Sierra Leone. Incomprensioni e ritardi sufficienti all’ex-signore di Monrovia per abbandonare Calabar e far perdere le proprie tracce, gettando nel panico il presidente nigeriano Obasanjo, alla vigilia di una visita di stato negli Usa che si presentava quanto mai imbarazzante, visti gli ultimi eventi.
Rotta per Freetown. Ma le preoccupazioni di Obasanjo sono durate poco: precisamente fino a ieri pomeriggio, quando Taylor è stato trovato a bordo di un’auto diplomatica, mentre tentava di attraversare la frontiera con il Camerun. Non è un caso che il presidente nigeriano si sia sentito “vendicato”, come ha dichiarato alla Bbc, dalla nuova cattura di un personaggio la cui scomparsa avrebbe potuto causargli non pochi problemi. Soprattutto per il sollevarsi di voci che già parlavano di un possibile aiuto nigeriano nell’organizzare la fuga in Camerun di Taylor. Che invece, dopo essere volato a Monrovia su un aereo messo a disposizione dallo stesso Obasanjo, è stato consegnato in mano ai caschi blu per essere trasferito a Freetown, in Sierra Leone, dove lo attende un processo con ben undici capi di imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità. La Nigeria e la Liberia possono tirare un (parziale) sospiro di sollievo per essersi liberate di una patata bollente. Ma i colpi di scena non sono finiti.
Taylor all’Aja? E’ di un’ora fa la notizia della richiesta, fatta dalla stessa Corte di Freetown, di processare Taylor davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Neanche il tempo di disfare le valigie, che l’ex-presidente potrebbe far rotta verso l’Olanda, visto che le autorità liberiane avrebbero dato il via libera al suo trasferimento. Taylor sarebbe il primo imputato di grido alla Corte di Freetown, ma il processo potrebbe destabilizzare una regione già sconvolta da continui conflitti. Per questo in Sierra Leone e Liberia avrebbero optato per una destinazione più neutrale. Anche gli Usa, fino a pochi mesi fa acerrimi nemici della Corte dell’Aja per paura che potesse giudicare anche l’operato degli Americani in giro per il mondo, appoggiano il trasferimento in Olanda.
Danni collaterali. Indipendentemente da dove si terrà, il processo avrà importanti ripercussioni in patria. Taylor può ancora contare su numerosi sostenitori in Liberia, che potrebbero destabilizzare il quadro politico di una nazione uscita da una devastante guerra civile, durata 14 anni. Accusato di aver contribuito alla guerra civile in Sierra Leone, armando i ribelli del Ruf in cambio di diamanti, Taylor ha in verità poche possibilità di uscire indenne dal processo. La prigione a vita sembra al momento la sentenza più probabile. Proprio per questo l’ex-presidente liberiano potrebbe decidere, perso per perso, di vuotare il sacco e di fare rivelazioni importanti sul traffico di diamanti. Che ha foraggiato le guerre in Africa occidentale e, forse, il terrorismo internazionale, ma su cui non si è mai indagato fino in fondo. Taylor potrebbe svelare chi fossero gli anelli successivi a lui, nella catena del contrabbando illegale che tanti danni ha arrecato al continente. D’altronde, se Sansone deve morire, perché risparmiare i Filistei? http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5097
Matteo Fagotto
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Parlamento croato: offese agli omosessuali
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Mentre alcuni deputati avanzano una proposta di legge sulle unioni di fatto e sull'estensione dei diritti alle coppie omosessuali, dai banchi del partito del premier volano invettive e insulti omofobici contro la comunità gay croata
Due organizzazioni non governative in Croazia, che promuovono i diritti degli omosessuali - Iskorak e Kontra - hanno deciso di denunciare al Parlamento dell'Unione europea alcuni rappresentanti parlamentari per aver rilasciato delle dichiarazioni molto offensive durante la discussione sulla proposta di Legge sulla registrazione delle unioni di fatto dei membri delle comunità dello stesso sesso. La proposta di questa legge è stata avviata al Parlamento da due deputati, Sime Lucin del Partito socialdemocratico (SDP) e dal dott. Ivo Banac, deputato indipendente. Ma, la discussione che è stata fatta a tal proposito presso il più alto organismo statale, il Parlamento, è stata - secondo i membri della comunità croata gay e lesbica - estremamente offensiva, omofobica e razzista.
“Informeremo Bruxelles in che modo si discute al Parlamento croato. Manderemo le trascrizioni per poterli convincere sul modo in cui in Croazia viene discusso di comunità dello stesso sesso e di registrazioni delle unioni di fatto. L'HDZ, i cui rappresentanti sono stati i primi nelle dichiarazioni omofobiche, si presenta come un partito serio, filoeuropeo, ma nella discussione parlamentare su questo tema si sono mostrati in una veste diversa” - dice Kristian Grdjan del team di legali di Iskorak.
I due deputati, che hanno proposto la legge, hanno chiesto l'estensione dei diritti alle unione di fatto e dello stesso sesso, chiedendo che detta legge - in alcuni segmenti - venisse parificata ai diritti di cui godono i partner sposati, come i diritti sull'eredità, i diritti sull'assicurazione per la salute e la pensione, sui rapporti di proprietà-legali e sulla sicurezza sociale.
Nella discussione pubblica che si è tenuta durante la proposta di Legge sulla registrazione delle unioni di fatto, gli omosessuali croati hanno accettato una soluzione di compromesso, rinunciando alle tre questioni più delicate: sono stati d'accordo che i loro diritti non facessero parte della Legge famigliare, non hanno nemmeno chiesto che l'unione dello stesso sesso venisse definita matrimonio e non hanno chiesto il diritto all'adozione dei bambini. Ma, nonostante ciò hanno incontrato non soltanto un muro di incomprensioni, ma anche una valanga di offese.
“La comunità dei fratelli caldi (termine beffardo per gli omosessuali, ndr.) non garantisce una casa calda per i bambini”, ha detto con un gioco di parole il rappresentante della HDZ, Vladimir Stengl, nonostante nella Legge sulle comunità dello stesso sesso non sia stata proposta da nessuna parte la possibilità di adottare i bambini.
“Esercitate violenza sulla mentalità croata, relativizzate l'istituzione del matrimonio e della famiglia. Dio ha creato Adamo ed Eva come coppia eterogenea”, ha detto il rappresentante della HDZ Petra Mlinaric, e la deputata dello stesso partito, Lucija Cikes, ha constatato che “l'intero universo è eterosessuale”, ed adesso, con la proposta di Legge sulla registrazione delle unioni di fatto si desidera “fare dell'uomo un omosessuale”.
Copertina del Feral Tribune (23.03.2006) Il presidente dell'associazione gay Iskorak, Dorino Manzin, dice al “Ferale Tribune” di Spalato che la discussione che è stata fatta sulla proposta di Legge sulla registrazione delle unioni di fatto “era più consona ad una trattoria che al Parlamento”. “I politici dovrebbero creare un'atmosfera di tolleranza nella società, e non lo fanno, anzi espongono dei pregiudizi da strada e pronunciano termini come 'fratelli caldi'. Per ciò abbiamo deciso di far sapere al Parlamento europeo, ma anche alle altre istituzioni internazionali, le dichiarazioni più importanti della discussione parlamentare, perché non vogliamo vivere in una società ipocrita che applica un tipo di diritti in casa, e un altro tipo fuori”.
La rispettabile commentatrice del settimanale di Zagabria “Globus”, Jelena Lovric dice che l'HDZ a proposito della discussione sulla comunità degli omosessuali dovrebbe scusarsi in pubblico, perché “l'obbligo di un partito al governo è di promuovere la tolleranza e di proteggere tutti i gruppi di minoranza”. Ma la Lovric avverte anche su un altro aspetto, che discussioni del genere possono provocare: l'HDZ ha dimostrato ancora una volta una quantità insopportabile di ottusità e di fobia. Un'intera minoranza, questa volta sessuale, prima si trattava delle minoranze etniche e politiche, è stata esposta alle offese, all'insulto e all'inimicizia. Quando un domani, a seguito di queste urla e di questa ira, dovesse rimanere vittima una persona innocente - chi risponderà? I deputati che in pubblico incitavano contro gli omosessuali?”
I membri della popolazione gay croata, a causa delle loro inclinazioni sessuali, fino ad ora sono stati spesso il bersaglio di attacchi non solo verbali ma anche fisici. L'ultimo nella serie di questi attacchi è successo all'inizio di marzo, quando un gruppo di violenti è entrato nel club Santos a Zagabria dove si teneva un party gay privato, il cosiddetto Rainbow party. Una decina di persone, membri del gruppo Iskorak, hanno chiesto aiuto medico dopo che, senza nessun motivo, sono stati attaccati da un gruppo di hooligans. Il party gay privato era di tipo chiuso, ma ciò non ha impedito ai violenti di entrare nella sala e cominciare ad affrontare gli omosessuali.
“Non abbiamo provocato nessuno, e la violenza che è stata fatta su di noi era causata solo dal nostro orientamento sessuale” - ha detto Dorino Manzin, presidente del gruppo Iskorak. E il membro della squadra di legali di questa organizzazione gay, Kristian Grdjan, ha annunciato che la loro associazione eseguirà uno studio sugli attacchi contro i gruppi omosessuali, con un particolare riferimento alla mancata reazione del governo. “Ormai è diventata una legge non scritta che tutti questi attacchi vengano approvati in modo tacito”, dice Grdjan.
Non è da molto che gli omosessuali croati lottano in modo più decisivo per i propri diritti, uscendo apertamente in pubblico e dichiarandosi come membri della comunità dello stesso sesso. Ma, in una società profondamente conservatrice come quella croata, incontrano poca comprensione. Ancora di recente, durante una discussione al Parlamento croato, i rappresentanti del Partito croato dei contadini li hanno definiti malati e si hanno proposto di farli curare. Soltanto nel 1977 in Croazia, che allora faceva ancora parte della Jugoslavia, “la lussuria contro la natura”, come veniva chiamato il rapporto fra uomini, ha smesso di essere un reato punibile dalla legge,
Ma, soltanto negli anni novanta la comunità gay croata inizia ad apparire più apertamente in pubblico, e il primo “Gay pride” a Zagabria, la manifestazione pubblica a favore dei diritti degli omosessuali, è stata tenuta nel 2002. Al tempo fu sostenuta anche dall'allora ministro degli affari interni, Sime Lucin, lo stesso che adesso propone la Legge sulla registrazione delle unioni di fatto, rifiutata dal Parlamento croato. Nonostante Lucin fosse apparso allora al gay pride come ministro degli affari interni, rivolgendosi alla folla dicendo “Amatevi e lottate per i vostri diritti”, la parata era assistita dalle forze di polizia. Così è stato pure al successivo incontro degli omosessuali, fatto che conferma soltanto quale sia il livello d'intolleranza della società croata verso coloro i quali hanno un diverso orientamento sessuale. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5461/1/51/
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Ucraina: elezioni, the day after
Dopo le elezioni del 27 marzo lo sconfitto ex presidente Yushenko dovrà scegliere se coalizzarsi con Julia Timoshenko.
The mood has darkened since the revolution (c) Our Ukraine. L’umore, in Ucraina, è oggi molto diverso rispetto all’ondata di ottimismo che l’aveva investita durante la rivoluzione arancio. Gli improvvisi cambiamenti, tanto attesi dalla gente, non sono avvenuti: lentezza della riforme, crollo dell’economia frenano ogni entusiasmo. A peggiorare ulteriormente la situazione, ci si è messa la crisi del gas con la Russia: la minaccia moscovita di chiudere i rubinetti del gas ha portato il governo di Yushenko ad una seconda crisi. Gli elettori esprimono ora il loro scontento in occasione delle elezioni di marzo.
La riforma del sistema
Le riforme avviate in gennaio erano volte alla cessione di alcuni poteri del Presidente al Parlamento.
Tali cambiamenti, però, hanno condotto il Paese ad un punto morto, soprattutto quando il Parlamento ha applicato il principio di non confidenzialità dopo lo scandalo del gas. Evento, questo, che ha indubbiamente minato le relazioni tra Russia e Unione europea. Pur non avendo il potere legale di cambiare la decisione, Yuskenko l’ha definita illegittima. Dovrà aspettare che si chiuda il processo di formazione della Corte Costituzionale, iniziato con la rivoluzione, ma non ancora concluso.
Anche se in gennaio 2005 è stato posto fine al disaccordo che portava con sé il mandato di Leonid Kuchma, il suo programma di riforme politiche è ancora molto discusso, soprattutto in quello che riguarda i suoi aspetti di legittimità. Tale programma include la perdita del diritto di veto del presidente, trasferite al parlamento, al suo presidente ed al primo ministro. Il Consiglio europeo, dopo aver analizzato la riforma, ha stabilito che l’Ucraina aveva bisogno di un cambiamento, ma che non fosse “anticostituzionale” o azzardato.
Uno stagnamento di questo tipo ha certamente creato un clima di disaccordo generale rispetto alla rottura, lo scorso settembre, della “squadra Arancio”, quando il presidente Yushenko ha fatto dimettere il Primo ministro Julia Timoshenko, principale alleata nella lotta contro Kuchma. Molti, in Ucraina e nei paesi occidentali, hanno collegato questo movimento con il recente scandalo delle privatizzazioni, in particolare con la promessa dell’ex Primo ministro di chiarire la situazione riguardante la privatizzazione della Nikopol Ferroalloy Plant, nella quale coincidono gli interessi di diversi gruppi molto potenti.
I risultati delle elezioni
Logica conseguenza di questa decisione è stata un crollo dell’appoggio popolare agli ex alleati arancio, precipitati alla terza posizione con un 17% dei consensi, pregiudicando sia il presidente Yushenko e il suo partito, “Nostra Ucraina”, sia il suo ex Primo ministro Julia Timoshenko, che comunque raggiunge il secondo posto con il 24% dei voti. Entrambi sono precipitati sotto il partito di Victor Yanukovich, il Partito dell regioni, che aveva perso la mitica campagna presidenziale nel 2004, ma che ora ha ottenuto il 25% dei voti.
Tutte le inchieste realizzate da diversi istituti come Inmind, il Centro Rozumkov o l’Istituto di Sociologia di Kiev, avevano previsto una vittoria del Partito delle Regioni, ma molto più netta rispetto a quello che ha ottenuto, seguito dal Partito Nostra Ucraina di Yushenko.
Infine, le inchieste davano al terzo posto il Partito di Julia Timoshenko: ritenerla la sorpresa elettorale è stato un errore. Il Partito Ucraina Nostra, da parte sua, dovrà decidere con chi coalizzarsi: con l’ex alleato o l’ex rivale?
Secondo l’opinione di Taras Kuzio, famoso politologo ucraino, una coalizione arancio sarebbe il segno di uno slancio democratico, approvato dalla Nato e dall’Ue, mentre un’alleanza con il Partito delle regioni sarebbe prova di una regressione comparabile alle conseguenze confuse di questa stessa rivolta arancio. Insomma, liberarsi dell’antica eredità del regime di Kuchma non è affatto semplice. I clan regionali di oligarchi, sostenuti dalla popolazione, potrebbero ottenere la maggioranza al parlamento, cancellando così le vittorie democratiche conseguite dalla Rivoluzione Arancio.
Mariya Chelova - Berlin http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6421
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La guerra segreta nella Papua Occidentale
di John Pilger (da Truthout)
La brutale occupazione indonesiana della Papua Occidentale è uno dei più grandi segreti del nostro tempo. Se non vogliamo che la storia dei diritti umani sia la storia delle grandi impunità del potere, le Nazioni Unite devono tornare in questo paese, come hanno fatto per Timor Est
Nel 1993, io ed altre quattro persone abbiamo viaggiato clandestinamente attraverso Timor Est, al fine di raccogliere le prove del genocidio commesso dalla dittatura indonesiana. Il silenzio riguardo questo piccolo paese era tale che l’unica cartina che sono riuscito a trovare prima di partire aveva degli spazi bianchi in cui si leggeva la scritta “Incompleto rilevamento dei dati”. Eppure, pochi luoghi sono stati così profanati e abusati da forze assassine. Sono così tante le persone che il dittatore indonesiano Suharto ha fatto uccidere, in collusione con la “comunità internazionale”, che neanche Pol Pot, in proporzione, è riuscito a mietere tante vittime.
A Timor Est, ho trovato un paese pieno zeppo di tombe, croci nere a perdita d’occhio: croci sulle vette, croci in file sui fianchi delle colline, croci ai lati delle strade: rivelano l’uccisione di intere comunità, dai bambini agli anziani. Nel 2000, quando gli abitanti di Timor Est, dando una prova collettiva di coraggio senza precedenti storici, finalmente hanno ottenuto la libertà, le Nazioni Unite hanno istituito una commissione d’inchiesta: il 24 gennaio, le sue 2.500 pagine sono state pubblicate. Non ho mai letto niente del genere. Nel rapporto, che è stato scritto avvalendosi per la maggior parte di documenti ufficiali, si racconta con dettagli raccapriccianti la disgrazia del sacrificio di sangue di Timor Est, si afferma che 180.000 persone sono state uccise dalle truppe indonesiane o sono morte di inedia forzata. Inoltre viene descritto il “ruolo primario” del governo statunitense, britannico e australiano in questa carneficina. “Il sostegno politico e militare [degli USA] fu fondamentale” in crimini che vanno dalle “esecuzioni di massa agli insediamenti forzati, dalle violenze sessuali ad altre orribili forme di tortura come i maltrattamenti ai bambini”. La Gran Bretagna, virtualmente complice nell’invasione, è stata il maggiore fornitore di armi. Se volete vedere attraverso la cortina di fumo che attualmente invade l’Iraq, e capire il vero terrorismo, allora dovete leggere questo documento.
Mentre lo leggevo, mi sono tornate in mente le lettere che gli ufficiali del Foreign Office hanno scritto ai cittadini e ai parlamentari preoccupati in seguito alla proiezione del mio film “Morte di una nazione”. Pur conoscendo la verità, essi negarono che gli elicotteri Hawk stessero radendo al suolo i villaggi dai tetti di paglia e che le mitragliatrici Heckler & Koch stessero uccidendo gli abitanti; mentirono persino riguardo il grado di sofferenza della popolazione.
E sta succedendo di nuovo; avvolto nello stesso silenzio e con la “comunità internazionale” che gioca ancora la parte di sostenitore e beneficiario dell’annientamento di un popolo indifeso. La brutale occupazione indonesiana della Papua Occidentale, una regione vasta e ricca di materie prime – che come Timor Est è stata sottratta al suo popolo – è uno dei più grandi segreti del nostro tempo. Recentemente, il ministro australiano delle “comunicazioni”, la senatrice Helen Coonan, non è riuscita a posizionarla sulla cartina della sua regione, proprio come se non esistesse.
E’ stato stimato che 100.000 papuani, il 10% della popolazione, siano stati uccisi dai militari indonesiani, ma secondo i rifugiati questa è solo una frazione della cifra reale. In gennaio, 43 abitanti della Papua Occidentale hanno raggiunto le coste dell’Australia settentrionale dopo un pericoloso viaggio di sei settimane in una piroga. Erano senza cibo e avevano stillato le ultime gocce d’acqua nelle bocche dei loro bambini. “Sapevamo che se i militari indonesiani ci avessero preso, la maggior parte di noi sarebbe morta”, ha detto Herman Wainggai, il capo della spedizione, “trattano gli abitanti della Papua Occidentale come bestie. Hanno creato milizie e jihadisti proprio a questo scopo. È come a Timor Est”.
Per più di un anno, circa 6.000 persone si sono nascoste nella giungla dopo che i loro villaggi e raccolti sono stati distrutti dalle Forze Speciali Indonesiane. Issare la bandiera della Papua Occidentale è considerato “alto tradimento”, due uomini stanno scontando una condanna di 10 e di 15 anni per aver soltanto tentato di farlo, e un uomo è stato cosparso di benzina e dato alle fiamme in seguito all’assalto a un villaggio, come terribile ammonimento.
Quando nel 1949, i Paesi Bassi concessero l’Indipendenza all’Indonesia, sostennero che la Papua Occidentale fosse un’entità geografica ed etnica separata, con un carattere nazionale distintivo. Un rapporto pubblicato lo scorso novembre all’Aia dall’Istituto di Storia dei Paesi Bassi, ha rivelato che gli olandesi avevano segretamente riconosciuto “l’inconfondibile inizio della formazione di uno stato papuano”, ma furono costretti dall’amministrazione di John F. Kennedy ad accettare il controllo “temporaneo” indonesiano su ciò che un consigliere della Casa Bianca definì “poche migliaia di chilometri di terra cannibale”.
Gli abitanti della Papua Occidentale rimasero fregati. Gli olandesi, gli americani, i britannici e gli australiani sostennero un “Atto di Scelta Libera” apparentemente controllato dalle Nazioni Unite. I movimenti di un team di monitoraggio composto da 25 persone furono limitati dai militari indonesiani e furono negati loro degli interpreti. Nel 1969, su una popolazione di 800.000 persone, circa un migliaio di papuani, attentamente selezionati dagli indonesiani, “votarono”. Sotto la minaccia delle armi, “scelsero” di rimanere sotto il governo del Generale Suharto – che aveva preso il potere nel 1965 con un’operazione che la CIA in seguito ha definito “uno dei peggiori omicidi di massa della fine del 20° secolo.” Nel 1981, il Tribunale dei Diritti Umani della Papua Occidentale, messo al bando, venne a sapere da Eliezer Bonay, primo governatore della provincia indonesiana, che circa 30.000 abitanti della Papua Occidentale erano stati uccisi tra il 1963 e il 1969. Di ciò si è saputo ben poco in occidente.
Il silenzio della “comunità internazionale” si spiega con la straordinaria ricchezza della Papua Occidentale. Nel novembre 1967, subito dopo che Suharto aveva consolidato la sua presa di potere, l’azienda Time-Life Corporation sponsorizzò una conferenza straordinaria a Ginevra. Tra i partecipanti c’erano i più potenti capitalisti del mondo, primo fra tutti il banchiere David Rockefeller. Sedevano di fronte a loro gli uomini di Suharto, conosciuti con il nome “mafia di Berkeley”, poiché alcuni avevano usufruito di borse di studio finanziate dal governo americano presso la University of California a Berkeley. In tre giorni, l’economia indonesiana fu spartita settore per settore. Il nickel della Papua Occidentale fu consegnato a un consorzio euroamericano, mentre alcune compagnie americane, giapponesi e francesi ottennero le sue foreste. Ma il pezzo forte del bottino, ovvero, la più grande riserva aurea del mondo e il terzo più grande giacimento di rame - letteralmente una montagna d’oro e di rame – finì nelle grinfie del gigante americano dell’industria mineraria Freeport-McMoran. Il rapporto olandese afferma che nel consiglio di amministrazione di tale società c’era Henry Kissinger; e chi altri, se non proprio Kissinger (mentre ricopriva la carica di Segretario di stato americano), diede il via libera a Suharto per l’invasione di Timor Est?
Oggi Freeport è probabilmente la più grande singola fonte di entrate per il regime indonesiano: si dice che l’azienda abbia consegnato 33 miliardi di dollari a Jakarta tra il 1992 e il 2004, ma una minima parte ha raggiunto il popolazione della Papua Occidentale. Nel dicembre scorso, sono stati riportati 55 decessi per inedia nel distretto di Yahukimo. Il quotidiano Jakarta Post ha notato l’“orribile ironia” di patire la fame in una provincia “immensamente ricca”. Secondo la Banca Mondiale, “il 38% della popolazione della Papua Occidenale vive in povertà: è più del doppio della media nazionale”.
Le miniere della Freeport sono sorvegliate dalle Forze Speciali indonesiane, un gruppo di terroristi tra i più esperti al mondo, come testimoniano i recenti crimini documentati a Timor Est. Conosciuti col nome Kopassus, sono stati armati dai britannici e addestrati dagli australiani. Lo scorso dicembre, il governo Howard a Canberra ha annunciato che avrebbe ripreso la “cooperazione” con i Kopassus alla base australiana delle Forze Aeree Speciali vicino a Perth. Ribaltando la realtà, l’allora ministro australiano della difesa, il senatore Robert Hill, ha descritto i Kopassus come altamente specializzati “nell’affrontare una crisi di dirottamento o le operazioni di salvataggio degli ostaggi.” I documenti nelle mani delle organizzazioni dei diritti umani sono stracolmi di prove del terrorismo dei Kopassus. Il 6 luglio 1998, nell’isola di Biak, appena a nord dell’Australia, le Forze Speciali hanno massacrato più di 100 persone, in maggioranza donne.
Tuttavia, i militari indonesiani non sono stati in grado di sedare il popolare Movimento Papua Libera (OPM), che dal 1965, quasi da solo, continua audacemente a rammentare agli indonesiani che loro sono gli invasori. Negli ultimi due mesi, tale resistenza ha portato gli indonesiani a far affluire più truppe verso la Papua Occidentale. Due unità corazzate per il trasporto truppe, fornite dal governo britannico e dotate di cannoni ad acqua, sono arrivati da Jakarta. Sono stati consegnati per la prima volta durante l’ultima “dimensione etica” in politica estera di Robin Cook. Cacciabombardieri Hawk, costruiti dalla BAE Systems (la più grande industria bellica britannica, NdT), sono invece stati usati per la distruzioni di interi villaggi della Papua Occidentale.
Il destino dei 43 in cerca di asilo politico in Australia è precario. Contravvenendo alle leggi internazionali, il governo Howard li ha fatti spostare nella Christmas Island, che fa parte della “zona di esclusione” australiana per i rifugiati. Dovremmo stare attenti a ciò che succede a queste persone. Se non vogliamo che la storia dei diritti umani sia la storia delle grandi impunità del potere, le Nazioni Unite devono tornare nella Papua Occidentale, come hanno fatto per Timor Est. Oppure dobbiamo sempre aspettare che le croci si moltiplichino?
Fonte: http://www.truthout.org/docs_2006/030906D.shtml
Tradotto da Chiara Turturo per Nuovi Mondi Media
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Laos: prospettive ed incertezze in vista delle elezioni
L’Assemblea Nazionale ha recentemente anticipato le elezioni, previste per il primo trimestre del 2007. Introducendo riforme elettorali e accettando la candidatura di privati, il partito nazionale mostra timidi segnali di apertura, ma a fronte dei dissidi interni e dei ben avviati progetti di carattere internazionale, le possibilità lasciate ad un’eventuale opposizione politica rimangono pressoché nulle.
Marcus Depaul
Equilibri.net (30 marzo 2006)
Il governo laotiano ha deciso di anticipare le elezioni per l’Assemblea Nazionale, anticipando l’evento di oltre un anno, il presidente del Gabinetto Thongsa Pannyasith ha annunciato l’apertura delle urne per il prossimo 30 aprile, interrompendo così prematuramente la corrente legislatura quinquennale. L’assemblea non ha fornito alcuna giustificazione ufficiale per tale decisione.
In occasione delle elezioni anticipate si sono anche apportate modifiche all’apparato politico. Le precedenti elezioni, le quali prevedevano 109 seggi che venivano assegnati direttamente al titolare della lista; per costituzione solo persone legate all’unico partito nazionale erano ammesse alle candidature. Per le elezioni correnti è stato istituito un Comitato Nazionale per le Elezioni, costituito da 17 membri (uno per ogni distretto geografico del paese) la cui presidenza è stata assegnata a Saman Vinhaket, attuale presidente della stessa Assembla Nazionale. I seggi previsti sono saliti a 115, ai quali attualmente aspirano 175 candidati, che per la prima volta possono essere anche non associati al Partito. Thongsa stesso è candidato per la carica di presidente dell’Assembla Nazionale, mentre fra gli altri aspiranti si contano importanti esponenti della sfera imprenditoriale (tra cui anche quattro esponenti privati).
Opposizione e problematiche interne
Seppure a prima vista le elezioni anticipate e i cambiamenti al numero dei seggi diano l’impressione di un’apertura nel panorama politico laotiano, il Partito Rivoluzionario Popolare del Laos (LPRP) è ben lontano dal consentire una seria opposizione politica: rimane infatti una limitazione alla candidatura, la quale prevede l’approvazione da parte del partito stesso. Questa clausola esclude di fatto la possibilità di qualunque opposizione effettiva, eclissando le speranze della minoranza Hmong di avere una propria rappresentanza politica. Le elezioni anticipate dunque sono più un tentativo di riforma all’interno del partito stesso per tentare di mettere un freno alla dilagante corruzione cercando leader competenti, che non un segnale di risposta alla pressante opposizione interna.
L’instabilità del paese dovuta alla repressione/soppressione della minoranza Hmong che sembrava avviarsi verso una soluzione dopo le aperture del governo, (numerosi dissidenti si arresero a seguito delle amnistie offerte dal Partito), è tornata ad aggravarsi. Un primo fattore è dovuto all’inasprimento della repressione militare nei confronti dei dissidenti, che ha recentemente portato a diversi “incidenti” ai danni della popolazione civile. Un altro fattore è dovuto alle nuove politiche del governo riguardanti le coltivazioni oppiacee: cedendo alle pressioni provenienti dall’estero il Partito ha iniziato una massiccia campagna di estirpazione delle coltivazioni di oppio, senza tra l’altro prevederne una riconversione. Questa azione ha portato ad una crisi in una delle fasce più povere della popolazione la cui sussistenza dipendeva da tali prodotti. Per comprendere l’impatto di questo intervento, una vittoria dal punto di vista delle associazioni anti-narcotici e NGO correlate, bisogna puntualizzare che questo tipo di coltivazione viene praticata tradizionalmente in Laos, ove l’oppio viene anche utilizzato come moneta di scambio nelle zone rurali decentralizzate. Impedire la coltivazione di oppio, (che in media frutta a un laotiano $200 annui), significa praticamente azzerarne il reddito. L’intransigenza mostrata dal Partito verso le proposte che invitavano a una vendita regolamentata verso case farmaceutiche e le dure reazioni alle proteste popolari hanno drasticamente aumentato l’opposizione interna.
La gravità della situazione si manifesta attraverso frequenti incidenti, quali attacchi bomba a trasporti ed istituzioni. Questi sintomi non sembrano però essere organizzati con coerenza o da una forza organizzata, rimanendo pertanto semplici atti di protesta di gruppi isolati che non sono in grado di intaccare con efficacia l’azione del governo. I gruppi di dissidenza momentaneamente attivi includono il gruppo etnico Hmong, attivo nel nord del paese in concomitanza con la diaspora “Lao”. È tuttora incerto se le continue offerte di amnistie e terreni possano risolvere efficacemente la situazione.
Rapporti esteri
Nel tentativo di rafforzare la propria posizione e agevolare lo sviluppo economico nel Sud-Est Asiatico il Laos ha tentato, con discreto successo, di avvicinare i governi dei paesi confinanti, in particolare quelli relativi all’area del Mekong. Nel sostenere gli intenti del governo ha giocato un ruolo chiave il turno alla presidenza dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) portato a termine con successo dal paese. Sebbene il Laos sia relativamente inesperto in relazioni internazionali, al governo laotiano è stato riconosciuta l’efficienza nell’adempiere ai propri doveri. Durante una delle ultime assemblee dell’ASEAN sono stati presi accordi multilaterali atti a rafforzare i rapporti di cooperazione fra Laos, Cambogia, Myanmar e Vietnam. I paesi, hanno sottoscritto nel novembre del 2004 accordi atti al comune sviluppo socio-economico. In particolare con il Vietnam sono stati rinnovati i rapporti di cooperazione sul piano socio-economico, dell’educazione e della salute; prospettando la creazione di nuove infrastrutture di collegamento e investimenti comuni.
Anche le relazioni con la Cina, dopo un periodo di cattivi rapporti, stanno notevolmente migliorando. È stata recentemente ricevuta dal primo ministro Thongloun Sisoulith una delegazione cinese della provincia dello Yunnan; durante la visita sono state discusse possibilità su una possibile futura cooperazione socioeconomica fra i due paesi e non è mancata una riconferma dell’interesse laotiano di rafforzare i propri rapporti con il Partito Comunista Cinese. Va comunque ricordato che la frontiera cinese al nord del paese è divenuta quanto mai permeabile dai capitali e imprenditori cinesi, al punto che nell’estremo nord del paese il cinese sta divenendo la lingua predominante.
Una vittoria sul piano dello sviluppo energetico è stato l’ottenimento da parte di diversi gruppi bancari, con il patrocinio della Banca Mondiale, di un finanziamento pari a 1,6 miliardi di dollari per la costruzione di una colossale diga sul fiume Nam Theun. Il progetto, al 35% di proprietà della società francese Electricite de France, è stato oggetto di accese discussioni per un decennio e dovrebbe essere ora portato a termine entro il 2009. La diga in questione rappresenta il maggiore investimento estero nel paese ed è gestito dalla compagnia NTPC (Nam Theun ower Company). La stessa compagnia ha dichiarato che il 25% della produzione elettrica sarà destinabile all’esportazione oltre la frontiera vietnamita, fruttando un introito annuo di circa 2 miliardi di dollari per 25 anni. Tra i finanziatori esteri si contano due banche francesi, BNP Paribas, Société Générale e Standard Chartered, l’australiana ANZ, ING, Fortis, BOTM, Calyon e KBC.
Conclusioni
Il paese sta ancora cercando una soluzione ai dissidi interni. La riforma politica atta a promuovere funzionari più competenti, le politiche di sviluppo attuate (comprendenti varie infrastrutture, tra cui la creazione di una rete ferroviaria) e l’offerta di amnistie per i ribelli Hmong lasciano intravedere la volontà del governo di arginare le problematiche relative alla dissidenza interna, ma la strada dell’apertura al dialogo politico non rimane preclusa; l’LPRP si ridimostra deciso a non voler perdere il controllo del paese. Sul piano internazionale il governo laotiano sta muovendo con successo i suoi primi passi rafforzando i propri rapporti con gli altri paesi dell’area promuovendo lo sviluppo interno. Rimane tuttavia da dimostrare alla comunità internazionale la capacità di gestire la propria instabile situazione interna, momentaneamente tenuta sotto controllo con all’ausilio dell’esercito.
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romano prodi.
Vi racconto il "mio" web
30 Marzo 2006
Intervista in esclusiva a Virgilio Notizie
(http://notizie.virgilio.it/storie/prodi2.html)
Dal futuro del telelavoro alle problematiche del "file sharing", dal voto elettronico al personale rapporto con il web. In questa intervista esclusiva, Romano Prodi spiega la sua visione di Internet e delle nuove tecnologie applicate anche alla politica. E anticipa la sua visione del futuro: "La nostra prossima scommessa si chiama partito democratico. Un contenitore politico nuovo che dovrà confrontarsi con i problemi del ventunesimo secolo".
Il mondo dell’informazione in Italia è criticato da più parti. Secondo lei qual è il modo migliore per informarsi in mezz’ora al giorno per un giovane d’oggi?
"Le risorse che mette a disposizione Internet sono senz’altro straordinarie. Ognuno è figlio della propria generazione, perciò la Rete mi sembra un approdo piuttosto naturale per i giovani: si tratta di uno strumento pratico, veloce e che consente di reperire informazioni certe, a patto ovviamente che ci si rivolga a fonti affidabili.
Tuttavia, parlando di mass media, va anche compresa e tenuta in considerazione la loro specificità: per tempi e modalità di consumo ciascuno fornisce un contributo aggiuntivo, a cui sarebbe bene non rinunciare.
A dispetto del fenomeno della convergenza che, soprattutto per ragioni di accesso, non mi pare possa ancora spingere i media tradizionali in soffitta. Almeno per ora".
Internet è probabilmente la realtà che negli ultimi dieci anni è cresciuta più velocemente, innovandosi in continuazione. D’altro canto, la politica presenta gli stessi candidati di dieci anni fa. Nella sua coalizione quali sono gli elementi più nuovi, giovani, innovativi rispetto al ’96?
"La nostra scommessa per il futuro si chiama partito democratico. Un contenitore politico nuovo, vitale, che dovrà confrontarsi con i problemi che ci sottoporrà il ventunesimo secolo.
Da lì partirà anche un progetto di ringiovanimento della politica, tanto dei suoi contenuti che dei dirigenti. Certo, sarà un percorso graduale, proprio perché gestito dal basso, collettivamente, e non pianificato come di consueto all’interno delle segreterie di partito.
Dopo la sfida elettorale, accanto alla missione di governo, ci concentreremo solo su questo, chiamando a raccolta soprattutto le nuove generazioni: sarà la prima grande innovazione civile, non solo politica, del nuovo secolo".
Internet e la tecnologia offrono nuove speranze per il mondo del lavoro. Secondo lei il telelavoro è un’opportunità reale?
"E’ senz’altro una delle nuove opportunità garantite dal progresso della tecnologia, ma esprimersi in termini ultimativi mi pare piuttosto rischioso.
Si tratta di soluzioni che conosceranno ancora notevoli assestamenti, e solo quando avranno assunto un profilo più stabile potranno essere stimate per il loro effettivo valore.
Il compito che ci aspetta, anche in questo caso, sarà quello di confrontarci con le atipicità di un mercato in continua mutazione come quello del lavoro, preservandone però le garanzie fondamentali e le forme di tutela previste.
Insomma, il precariato andrà combattuto su tutti terreni, nuove tecnologie comprese, dove spesso le prospettive di sviluppo si presentano con contorni ancora più incerti".
La legge Urbani prevede pene severe fino al carcere per chi immette in rete a “fini di lucro” musica e film coperti da copyright. Qual è la sua posizione nei confronti di questa legge? E cosa pensa del “file sharing” ovvero dello scambio di musica e di film?
"Il diritto d’autore va tutelato, su questo non c’è alcun dubbio. Riscontro però molti squilibri nella legislazione approvata dal centrodestra nel corso dell’ultima legislatura, con atteggiamenti fortemente puntivi verso alcuni tipi di reati ed un inspiegabile lassismo verso altre pratiche illecite.
Pensiamo all’atteggiamento tenuto verso chi ha mandato in rovina migliaia di risparmiatori o, addirittura, la depenalizzazione di reati come il falso in bilancio, che in America – il modello culturale e politico più volte sbandierato dal premier – viene colpito con pene durissime.
Questa contraddittorietà, che in realtà nella sua faccia più morbida nasconde la tutela di interessi precisi, non risponde all’interesse collettivo. Anche il discorso sul copyright, infatti, andrebbe affrontato all’interno di una prospettiva più ampia.
Invece di punire e basta, bisognerebbe capire come affrontare il tema dell’accesso alla cultura e all’intrattenimento, completamente ridefinito dall’avvento di Internet, in modo da ampliare il bacino degli utenti salvaguardando i diritti dei produttori.
Una discussione che coinvolga tutti i soggetti interessati è l’unico strumento per arrivare ad una soluzione equa e condivisa".
In America come in Italia Internet è un media che anche la politica ha iniziato ad usare. Lei ha lanciato, sull’onda dei candidati alla presidenza americani, il sito “incontriamoci”. Qual è stata la risposta? Avete ottenuto lo scopo che vi eravate prefissi?
"Decisamente sì. La sfida che ci attendeva, dopo le primarie, non era certamente facile: si trattava di trasformare un’ eccezionale esperienza di partecipazione in qualcosa di stabile e continuativo, in sostanza di fare un salto di qualità tale da rendere, per usare un gioco di parole, ordinario ciò che era straordinario.
Bene, ci è riuscito anche questo: migliaia di persone hanno contribuito direttamente all’organizzazione della campagna elettorale, creando numerosissime occasioni di incontro e dibattito.
Una parte del merito va attribuita certamente a Internet, che fornisce possibilità radicalmente nuove di avvicinamento e aggregazione.
Ma perché il virtuale si trasformi in qualcosa di concreto, ricordiamolo, la tecnologia non basta: servono ancora la passione, il senso civico, la partecipazione".
La parziale introduzione dello scrutinio elettronico si porta dietro inevitabili polemiche sul pericolo brogli. Secondo lei sarà mai possibile arrivare al voto elettronico in Italia? In tal caso crede che potrà rappresentare un'opportunità per stimolare la partecipazione al voto?
"Il voto elettronico è certamente una soluzione percorribile a condizione che non vi siano margini di dubbio sulla correttezza delle procedure. C’è poi un’altra questione: mi pare un grosso equivoco ricondurre la disaffezione dei cittadini alla politica a questioni di praticità o comodità.
Il problema sta altrove. Occorre restituire la politica alle persone, fare in modo che tra il momento del voto e quello del governo non ci siano troppe mediazioni, tali per cui la partecipazione popolare finisca con l’essere un atto puramente formale.
E addolora, purtroppo, il fatto che la legge elettorale voluta dal centrodestra vada in direzione esattamente opposta".
Infine, professore, lei usa internet? Cosa fa quando naviga? Da quando? Come è cambiato in questi anni il suo uso di internet?
"Ammetto di essermi avvicinato a Internet solo da qualche anno, in coincidenza con la mia esperienza europea: ma si è trattato di un’autentica rivelazione.
Da allora trovo molto utile visitare i siti dei quotidiani stranieri, degli enti di ricerca e delle grandi biblioteche estere. Insomma, quando posso, sono un appassionato e curioso “navigatore” anch’io".
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IL CONFLITTO CHE PESA SULLA SFIDA ELETTORALE
EZIO MAURO
da Repubblica - 30 marzo 2006
NEI giorni pari il Cavaliere fa il lupo, nei giorni dispari l´agnello. Oggi è dispari, perché è cominciato il lamento sulla sorte delle sue tre televisioni. "Le minacciano – dice Berlusconi – e questo dimostra che siamo ancora una democrazia incompiuta". In realtà il suo impero cresce, le televisioni godono di ottima salute, e non le minaccia per fortuna nessuno. Semplicemente, il leader della destra italiana potrebbe perdere le elezioni, anche se tutto è ancora incerto. Ma questo basta perché tre intellettuali come Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Sergio Ricossa – dopo anni di ascetico silenzio sull´intreccio costituente tra la destra e le sue televisioni – facciano immediatamente eco al lamento berlusconiano, con un pubblico appello che chiede a Prodi un impegno a non varare alcuna legge che obblighi Berlusconi a scegliere tra azienda e politica.
Tutto questo, in realtà, ci porta direttamente davanti al peccato originale del decennio italiano: il conflitto d´interessi del Cavaliere. E cioè, per dirlo in termini di scuola, quell´insieme di cointeressenze proprietarie e di responsabilità politiche che coabitano nella figura e nell´azione del presidente del Consiglio, perché non si è voluto liberare delle prime mentre acquistava le seconde. È un conflitto plastico, nella sua evidenza clamorosa e conclamata, talmente esteso e su materie così sensibili da profilarsi come una turbativa strutturale del sistema politico e istituzionale italiano. Si può provare a parlarne seriamente come di un grande nodo della democrazia italiana, fuori dalla propaganda elettorale? Si può addirittura tentare di farne un tema bipartisan, fuori dalla ricerca di vendette assurde e vantaggi impropri, nella convinzione che sia interesse generale della nostra democrazia risolverlo?
Il conflitto d´interessi entra pesantemente nella politica italiana con l´ingresso in campo di Silvio Berlusconi. Non è vero che esistono nel nostro Paese altri conflitti tra potere privato e responsabilità pubblica anche solo lontanamente paragonabili a questo.
Il conflitto che pesa sul voto
Né è vero che esistono in altri Paesi casi di Primi Ministri, o candidati a quella carica, che abbiano contemporaneamente in dote un impero industriale, finanziario e mediatico, accanto ad un partito. Lasciamo stare, per rimanere al nocciolo del problema, la disparità (economica, finanziaria, di mezzi di pressione) tra le forze politiche che pesa oggettivamente su ogni confronto elettorale. E tralasciamo anche, per brevità, l´analisi concreta dei molti interessi industriali, assicurativi, editoriali, finanziari, sportivi, che Berlusconi porta con sé ogni volta che siede al tavolo del Consiglio dei ministri, che deve pur deliberare su quelle materie. Limitiamo dunque l´analisi al campo più sensibile, quello delle televisioni, che coincide in gran parte con la percezione popolare dell´identità imprenditoriale del Cavaliere.
La questione, a mio parere, pone problemi rilevanti e oggettivi sotto due aspetti: uno in termini di fatto, e uno in termini di principio. Dal punto di vista dei fatti, purtroppo, c´è in questi giorni solo l´imbarazzo della scelta. Dall´8 al 21 marzo, le tre reti di Berlusconi (visto che lui ne è ancora il proprietario) si sono comportate così: Tg4, 82,7 per cento del tempo alla Casa delle libertà, 17,03 all´Unione; Studio Aperto, 79,3 contro 19,4; Tg5, 61,2 contro 38,6. Nello stesso periodo preso in esame, in Rai il Tg1 ha concesso il 54,6 per cento del tempo informativo alla destra contro il 45,2 alla sinistra, il Tg2 il 55,7 contro il 43,9, il Tg3 il 49,1 contro il 50,9. Nel dettaglio, sul telegiornale più importante delle reti Mediaset (il Tg5) dall´8 al 14 marzo Forza Italia ha avuto 50,30 minuti contro gli 8,55 dei Ds e i 4 della Margherita, mentre per An i minuti sono stati 23,49. Infine, i leader: dall´11 febbraio al 12 marzo il Tg5 ha ospitato il Cavaliere per 2 ore, 3 minuti e 11 secondi, contro i 20 minuti e mezzo di Prodi.
Ora, bisogna rispondere subito a un´obiezione classica della destra: con lo stesso controllo sull´apparato televisivo Berlusconi ha perso nel ´96, e ha ancora perso ultimamente in tutte le elezioni, dunque è inutile scandalizzarsi per l´abuso tivù del premier. È un´obiezione che non prova nulla. Si potrebbe rispondere, usando quel metro, che senza lo strapotere televisivo avrebbe perso di più, avrebbe perso altre volte. Ma soprattutto, in termini di sistema, non importa il punto d´arrivo dell´uso televisivo distorto, perché è inaccettabile il punto di partenza. Meglio: in una democrazia liberale non è accettabile (non è nemmeno concepibile) che uno dei due contendenti parta per la gara con il vantaggio garantito dalla condizione proprietaria di tre televisioni. E non è accettabile, per un pensiero liberale, che durante la gara le usi in questo modo totalmente squilibrato a suo vantaggio. Un solo dato a consuntivo. In sei settimane di campagna elettorale del 1994 – l´anno mitico della "discesa in campo" – Berlusconi parlò sulle sei reti televisive nazionali per 1.286 minuti, mentre per il suo rivale, Occhetto, i minuti furono 395.
Una domanda. C´è in giro qualche liberale che considera equa, ragionevole, democratica o anche semplicemente decente questa proporzione che squilibra di per sé una campagna elettorale? Perché nessuno ha sentito il bisogno di dire una verità fondamentale, quasi tautologica, eppure taciuta in Italia, e cioè che il conflitto d´interessi berlusconiano è gravissimo anche e proprio per l´uso concreto e materiale che se ne fa a vantaggio del Cavaliere? È un vantaggio, vorrei far notare, preliminare, quasi una precondizione, come se fosse un dono di natura, un talento particolare, uno stato di grazia. Così connaturato ed intrinseco, consustanziale, che ha consentito a Berlusconi, il 26 gennaio del 1994, di fondare insieme Forza Italia, la destra che non esisteva, la sua identità di politico e la futura premiership non con un congresso di partito o un confronto pubblico, ma con una videocassetta, strumento e simbolo di un´alterità onnipotente e post-moderna, tutta giocata nell´iper-realtà dello spazio televisivo.
C´è poi, più importante dei fatti, la questione di principio. È chiaro, almeno per me, che Berlusconi ha vinto per un insieme di ragioni che stanno nella politica, non nella tivù. Ma abbiamo visto che non importa la spinta grazie alla quale si taglia il traguardo, se le condizioni di partenza sono comunque disuguali e il vantaggio di uno dei contendenti è chiaro e può essere squilibrante al momento del via. Ma c´è di più. Il punto topico di ogni ciclo politico, cioè la sfida elettorale, è sempre più confiscato dalla televisione, in anni in cui è scomparso il comizio, il volantinaggio, il contatto casa per casa, persino l´intervista, e sopravvive a stento qualche manifesto, a far da quinta slabbrata al vero paesaggio politico, quello televisivo. Questa legge proporzionale, addirittura, è una prova al quadrato della politica-tv: cancellando le preferenze, ha cancellato anche i candidati e ha abolito addirittura la campagna elettorale vera e propria, a favore di una surroga verticistica tra i leader, tutta nazionale, piramidale, e interamente giocata sullo schermo e sotto le luci della televisione.
Si deve dunque ragionare sulla televisione come moderna agorà, cioè lo spazio privilegiato dove si svolge il mercato – delicatissimo e decisivo – del consenso, il luogo politico dove si forma quel soggetto fondamentale e sensibile delle società contemporanee che è la pubblica opinione. Ora, come è possibile che in Italia quel mercato così cruciale sia l´unico che non è regolato, ai fini di renderlo libero? Di conseguenza, siamo l´unico Paese dell´Occidente dove un soggetto politico di assoluta rilevanza che guida un partito, guida la maggioranza del Parlamento legislativo e guida il legittimo governo del Paese, controlla nello stesso tempo anche l´universo televisivo: le tre reti private per via proprietaria, le tre reti pubbliche per via politica. È qualcosa che la nostra democrazia – abituata alle peggiori lottizzazioni, di destra, di centro e di sinistra – non ha mai conosciuto. Peggio, è qualcosa che non conosce nessuna democrazia occidentale.
È evidente che in termini di principio questa anomalia non è accettabile. È chiaro che non è un problema giocobino, ma una questione liberale. È pacifico che Berlusconi e la sua maggioranza non lo hanno voluto affrontare, perché l´attuale legge sul conflitto d´interessi è una burletta. Né lo vogliono affrontare oggi, nel momento delle geremiadi anticipate contro la sinistra liberticida. Ma chiedere a un leader che vuole concorrere per le due più alte cariche del Paese di liberarsi dal carico confliggente delle sue aziende, di scegliere tra la dimensione politica e quella imprenditoriale non è un gesto illiberale: è un gesto di chiarezza e di garanzia per tutti. E tuttavia, senza arrivare a questo: si può correggere l´anomalia separando seriamente – dico seriamente – la proprietà dalla gestione? Che cos´ha da dire in proposito la destra, visto che l´anomalia è evidente ed è un problema della democrazia, non della sinistra? Che proposta hanno gli intellettuali preoccupati solo dell´inesistente "esproprio"? Dopo dodici anni, può il partito-azienda aiutare l´azienda ad essere un po´ meno partito, almeno nella divisione degli spazi? Ecco la questione capitale. Tocca alla destra rispondere, se vuole essere credibile.
Anche perché in tutti questi anni tra i tanti appelli terzisti o pseudoliberali che spuntano ad ogni elezione, ne è mancato uno di poche righe, semplice e tuttavia doveroso: «Poiché il conflitto d´interessi esiste, ed è un´anomalia evidente, Silvio Berlusconi prenda un impegno d´onore a non usare le sue televisioni in modo da squilibrare – dalla maggioranza o dall´opposizione – il normale confronto politico». È certo una dimenticanza, che però è durata dodici lunghi anni. Con la televisione accesa.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Dopo la Cina, caso diplomatico anche con Kiev
E ora, guerra all’Ucraina
Dopo la Cina, l’infaticabile esecutivo italiano rivolge le proprie attenzioni all’Ucraina che, come l’impero celeste, avrebbe a suo dire ceduto nei secoli alla tentazione di ... bollire bambini.
Nel pentolone mediatico del governo Berlusconi sarebbero finiti infatti non solo bambini cinesi, come affermato e ripetuto dal premier, ma ora anche i piccoli cittadini di Kiev, Odessa, Karkov in quell’affresco dantesco tratteggiato ieri dal sottosegretario per i rapporti con il parlamento, Cosimo Ventucci. Nel maldestro tentativo di giustificare un ingiusti ficabile premier, il sottosegretario è stato protagonista di un incidente diplomatico con l’Ucraina. L’ambasciata ucraina a Roma ha parlato di «oltraggio all’onore e alla memoria dei milioni di nostri cittadini innocenti». La protesta del rappresentante di Kiev è stata vibrante soprattutto perché «una frase così assurda e indegna è uscita da un rappresentante del governo italiano di alto livello». Dall’ambasciata si ricorda inoltre che «anche nel periodo della campagna elettorale con tali affermazioni si possono causare danni ai rapporti di cordiale amicizia e proficuo partenariato tra i due paesi».
Se si considera poi che negli ultimi cinque anni quasi il 21% delle adozioni di minori in Italia hanno riguardato bambini ucraini, oggi cittadini italiani (461 solo nel 2005), si può capire quanto queste accuse risultino intollerabili e ingiuriose anche per molte famiglie italiane.
Chiedano scusa.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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Le promesse mancate
La delusione della gente di Bahia: "Pensavamo che Lula avrebbe cambiato il Brasile"
scritto per noi da
Nikolas Bass Kallmorgen
Il ministro dell'Economia, Antonio Palocci, uomo forte del governo Lula, si è dimesso. Le accuse di corruzione che lo inseguono da tempo hanno avuto la meglio sulla sua pazienza. Al suo posto il presidente ha già nominato Guido Mantega, titolare del Banco nazionale di sviluppo sociale. In meno di un anno, Lula affronta la seconda crisi di governo. Intanto in autunno ci saranno le presidenziali, ma Lula non ha ancora deciso se ricandidarsi. Nonostante tutto, nonostante i tanti delusi, i sondaggi sulle intenzioni di voto dei brasiliani lo danno comunque al primo posto.
Il sole è già caldo, nonostante i suoi raggi siano ancora in diagonale. Attraverso il villaggio lungo gli stretti sentieri secondari, passando per la favela dell’isola, dove le pareti di bambù delle case concedono un po’ d’ombra. C’è uno strano silenzio da queste parti, che però sparisce nei pressi del porticciolo.
È appena giunta la barca che fa la spola da Valença, la città continentale sulla strada per Salvador. Al molo la vita ferve. Schivo sacchi di riso e casse di birra, ceste di fagioli neri e moleques che spingono carriole contenenti frutta d’ogni guisa. È tutto uno sfilare di abacaxi, melao, umbu, seringuela, maracujà, açaì, goiaba, manga, melancia, cupuaçu, limao, papaya e altre varietà di frutti colorati e dai nomi difficili. C’è anche un carretto contenente almeno una decina di jacas grandi come due palloni da calcio ciascuna.
È una sfilata a ritmo lento, come ogni cosa a Bahia, e approfitto dell’attesa per salutare chi dopo pochi giorni mi tratta già come un vecchio amico. In un piccolo bar incontro alcune di queste persone, che subito insistono perché io beva una birra con loro, ma, vista l’ora, e la ressaca (malessere dopo la bornia Ndr.) per le caipifrutas di ieri, opto per l’acqua di cocco.
Rabbia e delusione. La chiacchierata mattutina si trasforma in una complessa e articolata disquisizione politica, con tanto di urla e pugni sul tavolo, e non pochi ne approfittano per sfogarsi con chi, ai loro occhi, vive in uno di quei posti dove si decidono le cose.
“Pensavamo che avrebbe cambiato il Brasile”.
“Pensavamo che sarebbe entrato nella storia come un grande Presidente”.
“Pensavamo che i nostri figli avrebbero letto il suo nome nei libri di storia brasiliana”.
Queste sono solo alcune delle frasi che mi sono state rivolte da gente di ogni estrazione sociale, nel Sudest – già tradizionalmente ostile alla sinistra – come nel Nordest, dove Lula e il Pt (Partito dei Lavoratori) “giocano in casa”. Proprio le alte aspettative che lui stesso è stato in grado di creare acuiscono le conseguenze della disfatta, ma ciò non è certo sufficiente a giustificare la delusione.
Alla vigilia delle elezioni presidenziali, il Pt non ha ancora mantenuto le sue promesse: ha rinviato la Riforma Agraria, indicata all’inizio del mandato come la principale azione da intraprendere per iniziare a risolvere gli enormi problemi di un Paese che è un Continente cominciando proprio dai più poveri, da chi – contadino senza mezzi – non possiede nemmeno della terra da coltivare.
Ma c’è di peggio. Da un lato, uno dei meriti di Lula è stato proprio quello di risvegliare la passione politica in un popolo ad essa tradizionalmente indifferente, se non ostile, per l’enorme distanza dal Potere. Una distanza fisica, perché tutta la vita politica si svolge a Brasilia, nell’interno desertico, mentre quella economica è concentrata a Sao Paulo, una metropoli che di brasiliano ha solo paradossi e contraddizioni, palazzi di cristallo e distese di favelas, colletti bianchi e mendicanti, sguardi puntati al successo e schiene ricurve, mani protese a mendicare mentre altre rubano per mangiare. Ma una distanza anche e soprattutto etica, perché il popolo sa che la fine della dittatura militare negli anni ’80 non ha portato con sé quella della corruzione e dei favori tra amici, fenomeni tipici dell’epoca ma rivisti e rivissuti con tutti i Presidenti della storia della Repubblica, da Collor a Cardoso. Dall’altro lato, il Pt sembrava inespugnabile proprio da questo punto di vista: la sua integrità morale aveva infuso speranza nel popolo. Speranza e voglia di riscatto, di giustizia, di parità, di opportunità o almeno di una riduzione della distanza tra ricchi e poveri.
La vera sconfitta. Ma pare che proprio in campo etico si sia concretizzato il fallimento. I casi provati di corruzione di parlamentari dell’opposizione, di cui tuttora Lula si dichiara ignaro, indignato e tradito, hanno dimostrato al popolo il fallimento non solo di un progetto politico, ma della Politica come strumento per cambiare la propria condizione. È questa la sconfitta più grave per il Pt, nonostante non sia da escludere una sua rielezione, per caratteristiche storiche della politica brasiliana e per l’inesistenza di valide alternative, oltre che per gli indubbi risultati raggiunti da Lula sul piano della credibilità internazionale. Il rischio è però che perda l’appoggio delle classi sociali più povere che aveva conquistato in 20 anni di duro e onesto lavoro da sindacalista.
Il Nuovo Capitolo della storia brasiliana resta quindi da scrivere e il fallimento di Lula non si esaurisce nel fatto che il popolo non creda più in lui, bensì nel timore che arrivi a non sperare più in questo Nuovo Capitolo.
Anderson, l’interlocutore alla terza birra, conclude così: “Non sono tutti uguali i politici. Ma quando arrivano lassù, tutti vogliono una cosa sola: più denaro e più potere”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5007
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Nepal: riprende vigore la guerra civile
Scaduta la precaria tregua proclamata dalla guerriglia in settembre, gli scontri con l’esercito all’interno del paese sono ripresi. Le contestate elezioni muncipali, pilotate dalla monarchia e celebratesi all’inizio di febbraio, hanno contributo ad esacerbare lo scontro che rischia di aggravarsi ulteriormente.
Michele Tempera
Equilibri.net
La guerra civile latente, che da dieci anni affligge il Nepal, torna a riacutizzarsi lasciandosi alle spalle un breve periodo di relativa calma.
La guerriglia maoista ha ripreso ad attaccare unità delle forze armate con rinnovata intensità, ponendo fine al cessate il fuoco proclamato unilateralmente il 3 settembre 2005. La tregua non aveva sortito effetti positivi, non riuscendo ad impedire sporadici ma cruenti scontri a fuoco tra l’Esercito Reale Nepalese (RNA) e i guerriglieri di estrema sinistra. Essa rappresentava comunque un importante elemento positivo nel travagliato contesto nepalese, in riferimento alla possibilità di sospendere il conflitto armato per un periodo di tempo duraturo. Inoltre l’iniziativa presa da Prachanda, leader del movimento armato, era valsa ai maoisti il plauso dei sette partiti politici che osteggiano in maniera pacifica il regime monarchico.
La temporanea riduzione della distanza che separa le due anime dell’opposizione al re Gyanendra, si era concretizzata nel novembre scorso nella firma di un accordo comune, finalizzato principalmente all’abbattimento dalla dittatura e alla convocazione di un’assemblea costituente. L’intesa faticosamente raggiunta, vincolata all’abbandono della lotta armata da parte della guerriglia, è stata però recentemente posta in secondo piano dal precipitare degli eventi nel paese himalayano.
Il bilancio delle elezioni farsa
Il fragile e precario equilibrio instauratosi sul finire dell’anno è stato scosso dalla ferma volontà del re di tenere le elezioni amministrative locali, annunciate nei mesi scorsi per l’8 febbraio. Il proposito dei vertici del governo nepalese era quello di ottenere, attraverso la consultazione elettorale, un certo grado di legittimazione agli occhi delle potenze regionali, di quelle mondiali e presso la popolazione civile, da spendere nel confronto sempre più aspro con l’opposizione partitica. L’indizione di elezioni nel contesto nepalese, attualmente contraddistinto dalla grave assenza di garanzie democratiche, ha scatenato le ire delle forze di opposizione che hanno adottato differenti strategie di contrapposizione a tale decisione, ma si sono comunque espresse unitariamente nel condannare il tentativo del re di utilizzare la tornata elettorale allo scopo di apparire interessato ad un ritorno graduale della democrazia e dello stato di diritto.
La coalizione dei sette partiti ha immediatamente escluso l’eventualità di partecipare a consultazioni elettorali gestite in maniera decisamente non trasparente dall’apparato governativo, esortando la società civile a boicottare il voto disertando le urne. In seguito sono state organizzate numerose manifestazioni di piazza, le quali hanno subito la brutale repressione delle forze di sicurezza. L’elevato numero di partecipanti, in prevalenza professori, studenti, giornalisti, militanti di partiti e attivisti per i diritti umani, si è così tradotto in un morto, centinaia di feriti e altrettanti arresti. I manifestanti trattenuti dalle forze dell’ordine comprendevano anche diversi esponenti politici di rilievo attivi nelle file dell’opposizione. In aggiunta è stato imposto il coprifuoco nei centri urbani, le autorità hanno provveduto a sospendere forzatamente le residue attività della stampa non legata al regime mentre le linee telefoniche, fisse e mobili, sono state interrotte sia in entrata che in uscita dai confini nazionali.
I ribelli maoisti, in grado di controllare una parte cospicua del territorio nazionale, hanno reagito alla notizia della convocazione di elezioni da parte del re con la minaccia di impedirne lo svolgimento mediante l’uso della forza e la revoca immediata del cessate il fuoco. Alle dichiarazioni sono seguiti tragicamente i fatti e, a partire dal primo febbraio, i guerriglieri hanno condotto pesanti attacchi contro le truppe monarchiche.
L’episodio più grave si è verificato nel distretto di Palpa, nel Nepal occidentale, dove un massiccia offensiva mossa da centinaia di miliziani maoisti ha provocato una ventina di perdite all’esercito reale. Le azioni della guerriglia si sono susseguite costantemente per tutto il periodo precedente le elezioni municipali, incrementando quotidianamente il bilancio dei decessi da entrambe le parti e approfondendo la decennale crisi poilitico-militare nepalese. I maoisti hanno dimostrato di essere in grado di incidere significativamente sul processo elettorale e sul funzionamento della macchina organizzativa statale, obbligando alcuni candidati a ritirarsi dalla competizione elettorale e assassinando in due casi i pretendenti alla poltrona di sindaco di città assoggettate informalmente al loro controllo.
Le milizie di Prachanda hanno agito anche sul fronte politico, proclamando uno sciopero generale in tutto il Nepal in concomitanza con le elezioni municipali. Tale iniziativa ha riscosso prevedibilmente un notevole successo nelle zone sottoposte all’influsso della guerriglia, ma non ha assunto una portata nazionale a causa della rivalità esistente tra le due frange dell’opposizione nel contendersi il supporto della maggioranza dell’opinione pubblica e dei cittadini. La protesta organizzata dai maoisti, costantemente accompagnata dalle azioni militari, è stata revocata al termine delle controverse operazioni di voto.
A dispetto delle difficoltà opposte da partiti e maoisti, Gyanendra non ha ceduto e, l’otto febbraio, si sono effettivamente tenute le elezioni municipali, le prime dall’ultima chiamata alle urne, risalente al 1999.
Di fronte all’ostinata perseveranza della monarchia le opposizioni hanno operato nella medesima direzione, pur se con metodi nettamente diversi. La convergenza tra minacce, pressioni sull’elettorato e boicottaggio attuato in varie forme ha portato due risultati fondamentali, capaci di vanificare gli sforzi della monarchia. Il primo è la drastica limitazione dell’affluenza al voto, le cifre pubblicate in proposito sono contrastanti, ma difficilmente la partecipazione dei cittadini può essere considerata superiore al 10-15 %. Inoltre l’ostilità degli attori politici nepalesi e il loro conseguente mancato coinvolgimento nel processo elettorale, hanno evidenziato chiaramente l’assenza di credibilità e legittimità della dittatura monarchica. Il secondo risultato è rappresentato dall’elevato numero di candidati ritiratisi dalla competizione, circa 600, e dai molteplici distretti nei quali non è stato possibile votare a causa dello sciopero, dei boicottaggi e della penuria di pretendenti alle cariche pubbliche. Il governo di Gyanendra si è visto costretto a confinare in località protette dall’RNA i restanti aspiranti sindaci, per altro strettamente legati alla monarchia ed evidentemente da essa selezionati, al fine di assicurarne l’incolumità. Il verdetto delle municipali nepalesi, scontato fin dall’inizio, ha visto prevalere i rappresentanti monarchici nella totalità delle cariche disponibili, ma il contesto nel quale esse sono avvenute e le modalità con le quali si sono svolte rappresentano un’impietosa condanna del regime di Gyanendra.
Lo stesso sovrano assoluto non ha esitato a gettare altra benzina sul fuoco annunciando la convocazione delle elezioni politiche, per scegliere il futuro esecutivo, nel 2007. Un affronto nei confronti delle opposizioni e della comunità internazionale, presso la quale il re gode oramai scarsa credibilità.
La monarchia beneficia però di due elementi favorevoli, che ne facilitano la permanenza al potere e le offrono l’opportunità di sottrarsi all’isolamento internazionale.
Il primo elemento è l’immagine che il re offrirà all’estero delle recenti elezioni: egli tenterà di fare apparire il processo democratico come legittimo e incolperà i maoisti e i partiti della sua mancata riuscita. Il secondo fattore è costituito dall’atteggiamento intransigente della guerriglia, attualmente determinata a scontrarsi duramente con la dittatura e a rifiutare qualsiasi proposta di disarmo. In questa situazione Gyanendra ha gioco facile nell’addossare la responsabilità delle ripetute violazioni dei diritti umani e delle ricorrenti uccisioni esclusivamente al movimento armato comunista.
La dittatura, instaurata da poco più di un anno, sta mostrando evidenti sintomi di cedimento dovuti in parte alle pressioni politico-militari delle opposizioni ed in secondo luogo alla necessità di guadagnare il sostegno di importanti attori internazionali. Poco dopo le elezioni, infatti, la Corte Suprema nepalese ha sciolto e privato dei suoi pervasivi poteri la commissione contro la corruzione: un organo creato appositamente da Gyanendra in seguito al colpo di stato del 2005 e investito di un ruolo cruciale nell’apparato repressivo del regime. Questo provvedimento, motivato con l’incostituzionalità della commissione, determina conseguenze rilevanti in quanto i suoi appartenenti hanno ordinato, nel corso del 2005, l’arresto di molteplici esponenti di primo piano dell’opposizione partitica, nonché di numerosi cittadini innocenti. La sentenza del massimo organo giudiziario nepalese ha avuto ripercussioni immediate, portando alla scarcerazione dell’ex primo ministro nepalese, S. Deuba, in carica fino alla presa del potere assoluto da parte del re. Il fatto che la Corte Costituzionale sia indirettamente manovrata dalla monarchia, rende esplicito l’indebolimento della stessa, che si è trovata costretta a tornare parzialmente ma provvisoriamente sulle proprie decisioni in materia di arresti arbitrari.
Conclusioni
Il paese è attanagliato dalle convulsioni di una guerra civile, la quale non sembra in vista di approdare ad una soluzione stabile. La guerriglia maoista, rinforzata dalla politica di contrapposizione frontale di Gyanendra, aumenta la propria capacità operativa di pari passo al degenerare delle condizioni di vita della popolazione e strappa quotidianamente nuovi territori alla sovranità del governo. Intanto il Nepal si avvia verso il baratro economico e politico mentre i cittadini restano afflitti da analfabetismo e povertà endemiche. Fino a quando i partiti soffriranno la repressione spietata dell’esercito e il re affronterà il problema della guerriglia esclusivamente con la forza, sarà difficile ipotizzare un miglioramento della crisi nepalese.
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Nucleare : Cina e Russia e Iran , quali interessi comuni
di Shorsh Surme
La Russia e la Cina si sono opposte a qualsiasi decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei confronti dell'Iran per il problema nucleare. In molti si sono chiesti perché questo atteggiamento della Russia e della Cina?
Semplice, in Cina vivono 20 milioni di Musulmani, i cui diritti sono calpestati dal governo di Pechino (si tratta dei Musulmani che abitano lo Xinjiang, regione occidentale della Cina confinante ad ovest con l'India, il Pakistan, l'Afghanistan, il Tagikistan, il Kirghizistan ed il Kazakistan), tuttavia la distanza fra Pechino ed il Golfo Persico è tale che il petrolio rimane l'unico interesse.
Invece la Russia è tornata in Iran in maniera massiccia sia per sostenere l'Iran dal punto di vista tecnologico ma soprattutto per convincere gli Ayatollah a tagliare ogni aiuto ai separatisti Ceceni, che in maggior parte sono Sciiti.
Nei ultimi 15 anni l'influenza iraniana nella regione mediorientale è aumentata , e ci sono pericoli reali che l'Iran possa trasformarsi in una potenza nucleare in grado di imporre la propria egemonia sui paesi del Golfo.
Un altro aspetto dell'Iran sono i conflitti interni cui la stampa occidentale e' poco attenta: lo scoppio di disordini nella regione di al-Ahwaz (regione sud-occidentale del Paese, vicina al confine con l'Iraq, a maggioranza araba), in cui si trovano i maggiori giacimenti petroliferi dell'Iran.
Nel nord del Paese, vicino ad un altro mare ricco di petrolio, il Mar Caspio, si trova un'altra area potenzialmente infiammabile. E' la roccaforte della minoranza azera, che i nazionalisti dell'Azerbaijan vorrebbero riunire alla madrepatria.
Le rivendicazioni in tal senso sono cresciute negli ultimi dieci anni, sebbene la spartizione del territorio azero fra Iran e Russia sia avvenuta nella prima metà del XIX secolo. Gli Azeri costituiscono il 24% della popolazione iraniana.
L'Iran è un paese multietnico composto, oltre che dalla maggioranza persiana, da diverse etnie, ed in particolare da Curdi - che sono più di 8 milioni e sono privati di ogni loro diritto e libertà -, Beluchi, Armeni, Arabi e Turcomanni. L'insieme di queste minoranze costituisce il 49% della popolazione iraniana.
L'ex presidente della Repubblica Khatami aveva promesso l'autonomia a questi etnie, ma putroppo per la pressione dei falchi del regime non è riuscito, ed ora la situazione è precipitato con l'elezione del nuovo presidente Ahmadi Nejad, che continua ad isolare l'Iran dalla comunità internazionale.
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Finzione della democrazia o speranza in una rivoluzione?
di Timothy Garton Ash (Guardian)
In Bielorussia, i due schieramenti stanno provando a costruire una propria realtà. Ma il nostro dovere è raccontare ciò che succede: solo dopo subentra l’interpretazione. E dietro i fatti e l’interpretazione c’è sempre la domanda di Lenin: che fare?
A fronte del mio appello rivolto ai partecipanti del nuovo blog del Guardian ("Comment is free") di riflettere sull’attuale situazione in Bielorussia, questa è stata la risposta di un utente che si fa chiamare "thedacs": ‘No, continua a non fregarmene niente...’. Tuttavia, le numerosissime altre risposte – al momento più di 70 – rivelano che molte persone si preoccupano di ciò che sta accadendo in quel gelido punto di pressione tra Russia e Unione Europea. E mostrano anche la misura del loro dissenso e quanto poco si sappia in merito a quello che andrebbe fatto.
Naturalmente bisognerebbe cominciare dalla realtà di ciò che sta succedendo in territorio bielorusso. Il guaio è che ciò che sta avvenendo in Bielorussia è una disputa sulla definizione, persino la natura stessa, di quella realtà. I portavoce e i media di ogni parte rivendicano un certo tipo di realtà, e il proprio scopo è quello di crearne una.
Come lo storico specializzato nell’era post-sovietica Andrew Wilson ha dimostrato nel suo eccellente libro 'Virtual Politics: Faking Democracy in the Post-Soviet World', la Bielorussia del presidente Alexander Lukashenko si basa su un nuovo tipo di regime post-sovietico, che conserva il potere attraverso ciò che Wilson definisce “la finzione della democrazia”. Tanto importanti almeno quanto il KGB (chiamato ancora così in Bielorussia) e gli altri organi del potere statale che arrestano, intimidiscono o si sbarazzano dei leader dell’opposizione sono i cosiddetti “tecnologi politici”, agenzie private della sfera russa con nomi come Nikkolo-M (M per Machiavelli) e Image-Kontakt. Il loro scopo è progettare spietate e machiavelliche strategie elettive che fanno sembrare Alastair Campbell1 uno dei membri più signorili dell’Associazione delle Madri. C’è poi un gruppo di supervisori delle elezioni provenienti dall’ex Unione Sovietica e capeggiati dall’ex ministro degli Interni russo, che definisce le elezioni uscenti "libere, aperte e trasparenti". Il nero è bianco; anzi, nella versione post-sovietica, il grigio scuro è grigio chiaro. Tutt’altro che arancione.
Dall’altra parte, troviamo i leader dell’opposizione, i quali, con l’aiuto di consiglieri europei e americani, cercano di creare una storia ispiratrice che narri di una nazione che si ribella per liberare se stessa dal giogo dittatoriale. Nell’era di Internet, è possibile leggere questo racconto su siti quali ad esempio “Charter 97”, consapevolmente fondato in onore del gruppo cecoslovacco “Charter 77”.
Visitando www.charter97.org è possibile avere, minuto per minuto, un resoconto che narra di "dozzine di migliaia" di dimostranti sfidare neve, ghiaccio e forze di polizia in una domenica sera caratterizzata da elezioni fraudolente. Una "colonna di 10.000 persone” ha raggiunto le “40.000 persone" alle 4.05 di lunedì mattina (una stima molto maggiore rispetto a quella fornita da qualsiasi giornalista straniero). "Oggi siamo nati in un paese diverso – un paese più coraggioso e libero", dichiara il leader del gruppo più tardi nella mattinata, chiedendo alle persone di riunirsi in Piazza dell’Ottobre. "Chiamate i vostri parenti, amici, colleghi, venite con le vostre famiglie. Siamo la maggioranza, e vinceremo!".
Ma non sono la maggioranza. Gran parte degli osservatori indipendenti concorda sul fatto che queste elezioni siano state tutt’altro che libere e giuste, e che è alquanto improbabile che il presidente Lukashenko abbia in realtà ottenuto il suo acclamato 82.6% dei voti, con un’affluenza del 92.6%. Eppure, la maggior parte crede anche che la realtà evasiva e contestata dei voti a lui assegnati fosse probabilmente molto sopra il 50%. E non si tratta solo dell’impressione affrettata di giornalisti stranieri. La scrittrice bielorussa Svetlana Alexeyevich, per esempio, la quale definisce Lukashenko un dittatore il cui momento è ormai sorpassato, nota anche che "una grande percentuale di persone in questa società approva ciò che sta succedendo nel paese. Ciò significa che possono guadagnarsi da vivere da qualche parte, trovano posto nelle istituzioni di cultura più elevata, c’è ancora accesso gratuito all’istruzione e alla sanità". E un’economia che apparentemente prospera sull’energia russa importata a basso costo.
Detto questo, non siamo in grado di sapere come sarebbe stata la maggioranza se i leader dell’opposizione avessero avuto uguale accesso a mass media relativamente indipendenti, cosa che non è avvenuta. Pertanto, stanno cercando di creare un nuovo tipo di maggioranza in cui il potere è nelle mani delle persone che a gruppi si riversano nelle strade, nello spirito del presidente americano del XIX secolo Andrew Jackson: "Un uomo dotato di coraggio fa la maggioranza". E di coraggio ce ne vuole per continuare ad affluire nelle strade di Minsk.
Mentre scrivo, sembra che non stiano avendo molto successo, diversamente dai loro predecessori ucraini, georgiani e serbi. Il numero dei manifestanti pare essere diminuito giorno dopo giorno, e non assomiglia certo alla crescente “folla arancione” ucraina. Da quanto si dice, un paio di centinaia di contestatori stanno dormendo in accampamenti in Piazza d’Ottobre, nonostante le vessazioni da parte della polizia, e l’opposizione ha chiesto un’altra adunata di massa la prossima domenica, ma nei media internazionali è già stata definita “la rivoluzione non avvenuta". Forse succederà di nuovo. Forse Lukashenko si sta vantando troppo presto del fatto che la Bielorussia abbia resistito "al virus della rivoluzione colorata". Tuttavia, anche la sua dichiarazione è volta a costruire la realtà.
Arrivati a questo punto, quei lettori che conoscono il mio precedente lavoro potrebbero sospettare che io sia stato contagiato da uno sgradevole attacco di relativismo post-moderno. Niente affatto. E non esiste un’equivalenza morale tra Lukashenko e i suoi oppositori. Ma insisto a dire che proprio coloro tra di noi che si preoccupano maggiormente della diffusione europea della libertà devono prestare molta attenzione a non confondere i propri desideri con la realtà.
Quando, per esempio, il sito Internet di Radio Free Europe/Radio Liberty (www.rferl.org) riporta la vicenda della Bielorussia sempre sotto un titolo del tipo "Paura opprimente", devo far notare che manca un punto interrogativo. Dobbiamo soprattutto affermare che, persino in un tale contesto di realtà virtuali o potenziali, c’è ancora una base sottostante di fatti, per quanto difficile sia trovarla; e dobbiamo attenerci a quei fatti. Ci sono talmente tante persone rinchiuse e talmente tanti gruppi nelle strade.
Raccontare le cose come stanno è il nostro primo dovere. Poi subentra l’interpretazione. Nel centro della Bielorussia si incontrano tre principali linee di conflitto: la linea tra democrazia e dittatura, che i tecnologi politici post-sovietici, come ad esempio Nikkolo-M, hanno cercato in tutti i modi di nascondere; lo scontro degli imperi liberali in ascesa dell’Occidente – l’UE e la NATO guidata dagli americani – con l’impero della Russia in ritirata; e la discussione in corso riguardo le virtù di economie di libero mercato o "neoliberali" contro economie di stampo più statista e pianificate. Parlerò di queste in un’altra occasione, per ovvie ragioni di spazio. Per ciò che sta dietro i fatti e l’interpretazione, c’è sempre la domanda del compagno Lenin: che fare?
In questa sede, senza confondere desideri e realtà, offro una risposta. Ci sono molte ragioni alla base dei diversi percorsi seguiti dai vicini occidentali ed orientali della Bielorussia dalla fine della Guerra Fredda – il percorso polacco e quello russo – ma uno dei motivi fondamentali è il seguente: i polacchi volevano unirsi all’UE, la quale chiarì subito che per farlo dovevano rispondere a determinati standard di democrazia (lo stato di diritto, l’economia di mercato e così via). Ora sono i polacchi – e gli slovacchi, i cechi, i lituani e altri europei recentemente emancipatisi - che, in quanto nuovi membri dell’UE, stanno dicendo che dobbiamo fare di più per sostenere la causa della libertà in paesi come la Bielorussia. Oltre a fornire supporto diretto per i media indipendenti, la società civile e l’opposizione democratica, ed esercitare pressione sui leader del paese, la cosa più importante che possiamo fare è offrire quella prospettiva europea a lungo termine.
Hanno ragione. Si tratta dell’angolo della realtà bielorussa, che possiamo direttamente e legittimamente cambiare. Quindi, se vi frega qualcosa della Bielorussia, e siete cittadini dell’UE, andate a bloggare il vostro governo fino a fargli male. E l’appello è rivolto anche a te, "thedacs".
1. Alastair Campbell è l’ex resposabile della comunicazione e delle strategie del governo Blair, dimessosi nell’agosto del 2003 dopo che fu riconosciuto colpevole della manipolazione del dossier-Iraq – che aveva l’obiettivo di rendere giustificabile l’attacco anglo-americano.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,,1737158,00.html
Tradotto da Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
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Olmert, il burocrate divenuto statista
I centristi di Kadima diventano il primo partito in Israele: un successo per Ehud Olmert, l’ormai ex delfino di Ariel Sharon.
Il leader di Kadima, Ehud Olmert (Antônio Milena/ABr) Ce l’ha fatta, Ehud Olmert ha smesso gli abiti del grigio burocrate per vestire finalmente quelli dello statista riconosciuto dal popolo. Certo, i 28 seggi del suo partito, Kadima, sui 120 che conta la Knesset, lo costringeranno a una coalizione con laburisti e partiti minori. Ma il primo ministro ad interim israeliano ha ricevuto dalle urne quell’investitura che fino ad oggi solo la volontà e poi la malattia del suo mentore Ariel Sharon gli avevano concesso. Olmert ha guadagnato un futuro da capo del governo senza potere vantare, come tutti, o quasi, i suoi predecessori, un glorioso passato militare. Il pragmatismo è stata l’arma vincente di questo funzionario, un pragmatismo che lo ha portato a scelte e proposte a volte difficili in un paese in cui la politica è stata ispirata per lo più da ideologie e dogmi.
Tutto inizia da Gerusalemme
Figlio di agricoltori ultranazionalisti, in politica dagli anni Settanta, Olmert ha compiuto la svolta della sua carriera nel ’93, con l’elezione a sindaco di Gerusalemme. Resterà in carica per un decennio. Una stagione impiegata non troppo ad occuparsi dell’amministrazione della città santa, ma piuttosto a costruire una lenta quanto inesorabile scalata verso i piani alti del palazzo, sotto l’ala protettiva del bulldozer Sharon.
«Non ha nessun merito particolare» dice di lui Gerald Steinberg, professore dell’Università di Bar-Ilan «forse la sua virtù principale è proprio quella di non avere nulla di eccezionale e niente di pessimo. È così che trova sempre spazio per il suo dinamismo». Fin dagli anni di Gerusalemme sviluppa il concetto di consolidamento dello Stato ebraico. Un disegno che lo porta ad appoggiare con decisione il rafforzamento della presenza israeliana nella parte orientale della città, per consolidare appunto l’occupazione iniziata con la guerra del ’67. Lo stesso disegno lo porterà anni dopo a inspirare al premier Sharon il ritiro unilaterale da Gaza.
Un cammino che qualcuno ha bollato come incoerente ma che al contrario riflette lo spirito che ha inspirato la nascita del partito Kadima: l’obiettivo è dare confini certi a Israele, annettendo una parte dei territori e lasciando ai palestinesi il resto. Un programma da portare avanti in maniera indipendente dai negoziati di pace con i palestinesi, anche in modo unilaterale.
Parola d’ordine: hitkansut, o “consolidamento”
Questa filosofia non si ispira più al vecchio concetto di disimpegno ma al nuovo spirito dell’hitkansut, in ebraico proprio consolidamento o anche raggruppamento. Frontiere sicure per lo stato ebraico e un futuro stato palestinese separato in modo netto, al di là del muro. La svolta è epocale perché viola un tabù: abbandonare gran parte dei territori biblici della Giudea e Samaria significa la fine del sogno del Grande Israele.
La scelta è stata vincente: l’elettorato israeliano, per la grande maggioranza laico, ha premiato Olmert. Un successo che non può trovare giustificazione solo nell’effetto trainante che Sharon continua ad avere anche dal suo letto d’ospedale. Né falco né colomba la nuova formazione di centro ha saputo pescare a destra e a sinistra, in un opinione pubblica stanca del lungo stallo. La vittoria di Hamas in Palestina ha dato una mano spingendo nella medesima direzione: la necessità di trovare un cammino di stabilizzazione da percorrere senza puntare su un accordo con i nemici di sempre.
L’uomo pragmatico Olmert, il politico senza pedigree militare ha saputo farsi interprete dell’umore del suo paese. Da oggi dovrà assicuragli un posto sicuro in una nuova pagina della storia mediorientale.
Nicola Assetta - Lyon http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=1742
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L’alleanza profana
colpisce ancora
Neve Gordon
Era una bella giornata d’inverno. Ero tra i circa 80 attivisti israeliani partiti per piantare alberi nella regione a sud di Hebron, nelle cui grotte vivono centinaia di palestinesi. L’aria del deserto era fresca, il terreno umido dopo la pioggia e le colline ricoperte di fiori selvatici. Eppure l’atmosfera tranquilla era ingannevole. Da anni quei palestinesi sono sottoposti a vessazioni continue da parte dell’esercito, della polizia israeliana e dei coloni ebrei con l’obiettivo di tagliare i loro mezzi di sussistenza in modo da farli “volontariamente” trasferire in altre aree della Cisgiordania. L’idea, così sembra, è di “ripulire” questa regione dai suoi abitanti palestinesi.
Qui i palestinesi sono agricoltori che non dispongono di acqua corrente o elettricità e dipendono da un’agricoltura di sussistenza. Consapevoli del loro stile di vita unico, i coloni li colpiscono lì dove ferisce di più. Nel passato, hanno distrutto e avvelenato i loro pozzi d’acqua, hanno ostruito l’accesso ai terreni per il pascolo, hanno impedito loro di arare la terra e mietere i loro raccolti, e più recentemente hanno sradicato e abbattuto i loro ulivi. Se ci sono stati dei giorni in cui l’esercito e la polizia davano il via a tali violazioni, ultimamente essi hanno compiuto un passo indietro permettendo ai coloni di passare alla guida. I coloni, in altre parole, sono diventati lo strumento di distruzione del governo.
Quel sabato avevamo deciso di piantare mille alberi, per ricordare la festività ebraica del Tu Bishvat e quella musulmana dell’Id el Shajar (entrambe le quali celebrano la vita degli alberi) dando vigore, allo stesso tempo, agli sforzi degli abitanti palestinesi per rimanere sulla loro terra. Centinaia di palestinesi provenienti da tutta la regione di Hebron erano accorsi per unirsi a questa azione non violenta ed esprimere la propria solidarietà ai palestinesi di quell’area. Poche centinaia di metri prima di raggiungere la nostra destinazione, ci siamo trovati davanti la polizia e l’esercito. Sorprendentemente, un’intera compagnia di uomini in uniforme era stata mobilitata perché un gruppo di israeliani e palestinesi voleva piantare qualche albero assieme.
Dopo aver esaminato le nostre carte di identità e inserito le informazioni nel database dei loro computer, ci hanno permesso di continuare. “Vi stiamo facendo un favore” – ha detto un ufficiale - “perché in realtà l’intera area è stata dichiarata zona militare chiusa.”
Lavorando assieme, palestinesi ed ebrei, abbiamo piantato mille alberi in sole poche ore. Mentre ci stavamo preparando per tornare a casa, tuttavia, circa due dozzine di coloni sono apparsi sulla scena. Considerando che questi coloni sono religiosi, senza dubbio essi erano appena stati in una sinagoga. Per inciso, quel sabato mattina la funzione aveva parlato di Mosé e della sua relazione con Jethro, un non-ebreo. Il brano della Torah racconta la storia di Mosé, che aveva lasciato l’Egitto per la prima volta e aveva viaggiato fino a Midian dove aveva sposato Tziporah, la figlia di Jethro da cui avrebbe avuto due figli. Successivamente Mosé avrebbe fatto ritorno in Egitto da solo e avrebbe guidato gli Israeliti nel loro esodo. Jethro, venuto a sapere del fatto, manda a Mosé un messaggio: “Io, tuo suocero, Jethro, sto venendo da te con tua moglie e i tuoi due figli”. Mosé esce per incontrare il suocero: “si inginocchia e lo bacia”. Nella Bibba Mosè dichiara esplicitamente: “Jethro mi ha accolto, mi ha aperto la sua casa, e io sono stato per lui come un figlio”. Conseguentemente Jethro viene definito “uno dei giusti delle nazioni”. I coloni ebrei avevano letto della relazione tra Jethro, il non-ebreo, e il più grande dei profeti ebraici, Mosé, e non avevano imparato nulla.
L’immagine di palestinesi e israeliani che piantavano ulivi assieme e mettevano in atto, in un certo senso, quella relazione di rispetto reciproco descritta nella Bibbia li aveva oltraggiati. Per mantenere la pace, l’esercito e la polizia hanno dovuto formare una barriera umana che impedisse ai coloni di raggiungerci. La mattina successiva, i palestinesi si sono svegliati davanti a una nuova realtà. Invece di sradicare gli alberi come avevano fatto in passato, i coloni li avevano rubati recintando ogni albero e inserendo una piccola insegna che dichiarava che la pianta in questione apparteneva al vivaio della colonia. L’idea non era solo quella di rubare i nuovi alberi ai loro legittimi proprietari, ma anche quella di espropriare il terreno su cui essi erano stati piantati.
I proprietari del terreno ci hanno chiamato per farci fotografare la proprietà rubata e utilizzare le foto come prove in tribunale. Tuttavia, a conti fatti, i coloni stavano usando gli alberi anche come tattica per intrappolare i palestinesi. Quando i palestinesi e gli attivisti Ta’ayush (partnership arabo-ebraica) si sono avvicinati agli alberi, i coloni hanno chiamato l’esercito e la polizia lamentando che stavamo sconfinando sul terreno della colonia. Invece di arrestare i veri ladri, le forze di sicurezza hanno istituito check-points in tutta la regione per trovare i “colpevoli” palestinesi che avevano osato tornare sui loro appezzamenti di terreno, quegli stessi appezzamenti sui quali, il giorno prima, la polizia aveva permesso loro di piantare nuovi alberi. Ancora una volta si è palesata l’alleanza profana tra coloni, esercito e polizia.
caffeeuropa.it
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La Bolivia di Evo Morales
La cerimonia di investitura di Evo Morales, primo presidente boliviano indigeno, rappresenta uno spartiacque nella storia delle Americhe. I cosiddetti “caras”, i bianchi ed i meticci che hanno dominato la Bolivia per secoli, vengono sostituiti dagli indios, che sono espressione della vera maggioranza di questo Paese. Forse la più importante cerimonia della settimana è avvenuta il giorno prima dell'insediamento ufficiale di Morales, quando più di 50.000 indigeni boliviani e americani si sono radunati presso le rovine dell'antica città indiana di Tiwanaku. È lì che sono stati conferiti a Morales i “poteri del mandato presidenziale”. Tuttavia, Morales sarà capace di affrancare davvero gli indiani boliviani, di conferirgli il potere per assumere il controllo sulle proprie vite, di migliorare la loro situazione sociale ed economica?
In Paesi come Perù, Ecuador e Messico, la storia è piena di tradimenti di leader nazionali di sangue indiano, così come anche di presidenti mandati al potere da movimenti indigeni.
L'insediamento di Evo Morales, però, sembra segnare una svolta epocale. Il suo mandato presidenziale è il risultato di un profondo rivolgimento sociale, ancora in corso, che ha scosso la Bolivia dalle fondamenta. La Bolivia sarà anche un Paese povero, ma può contare su una delle più ricche mobilitazioni di massa mai viste nell'ultima decade, ed oltre, in America Latina.
Durante il mio viaggio in Bolivia di questa settimana, costretto su una sedia a rotelle dalla mia caviglia fratturata, ho volontariamente evitato La Paz, in parte sperando di non essere travolto dalle migliaia di visitatori, giornalisti e capi di stato stranieri che hanno invaso le anguste vie della capitale. Sono invece arrivato a Cochabamba, con poco meno di un milione di abitanti la terza città boliviana. È qui che Evo Morales ha vissuto per molti anni. Giovedì scorso ha tenuto un meeting informale nella sua modesta residenza. Qui ha parlato, commosso, del senso di perdita che avvertiva lasciando Cochabamba: “spero di tornare qui ogni mese per mantenere i contatti” ed ha aggiunto: “la gente di qui dovrà dirmi se sto tenendo fede al mio impegno di aiutare i più bisognosi del Paese”.
Si è molto parlato della rivolta delle comunità di Los Altos, sull'altopiano che domina La Paz, che scosse le basi del sistema politico, altrimenti blindato, del Paese. Nell'ottobre 2004, scesero nella capitale per spodestare il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, così come anche il suo successore Carlos Mesa, nel giugno del 2005. Come parte integrante dell'accordo che attribuiva il mandato ad interim di presidente della repubblica all¹allora presidente della Corte suprema, per dicembre 2005 vennero indette le elezioni politiche che avrebbero condotto al trionfo di Evo Morales.
Tuttavia è a Cochabamba e nella provincia subtropicale di Chipare che si possono trovare le autentiche radici della lotta popolare che ha innalzato Evo Morales alla carica presidenziale. È qui che fu fondato il Movimento al Socialismo, il partito politico di Morales.
Come molti altri indios, Evo emigrò, ancora giovane, nella provincia del Chiaparé dagli altopiani boliviani, quando molte miniere di stagno furono chiuse e molti sindacati di minatori vennero sciolti in nome della modernizzazione dell'industria mineraria del Paese. La coltivazione della coca nel Chiaparé divenne la principale attività economica degli emigranti. Bonificando le terre incolte, i nuovi campesinos portarono con sé le ricche tradizioni delle comunità e dei sindacati indigeni. Formarono una rete di associazioni locali, o sindacati, raggruppati in diverse federazioni. Nel 1989, il molto carismatico ed umile Morales divenne presidente delle sette federazioni dei coltivatori di coca, i cosiddetti “cocaleros”.
A partire dalla fine degli anni 80, i cocaleros hanno combattuto una guerra accanita contro il programma “coca zero” patrocinato dagli Stati Uniti nel Chiaparé. Determinati a distruggere tutte le coltivazioni di coca, gli Stati Uniti militarizzarono la regione, allestendo quattro basi militari parallelamente all'addestramento ed alla consulenza di forze speciali boliviane. Pedro Rocha, un piccolo coltivatore di coca, mi ha detto, mentre curava le sue piantagioni, “non si fermavano davanti a niente, facevano irruzione nelle nostre case e a volte le incendiavano, hanno picchiato ed arrestato molti di noi e, oltre a quelle di coca, hanno anche calpestato e distrutto le coltivazioni per il nostro sostentamento”.
I cocaleros , guidati da Morales, organizzarono una resistenza durissima al programma di eradicazione. Le strade nel Chiaparé vennero bloccate per più di un mese alla volta, mentre i sindacati locali alternavano i loro membri, donne ed uomini, di giorno e di notte, per bloccare la circolazione attraverso il centro del Paese.
Mentre la guerra si allargava nel Chiaparé, nella città di Cochabamba, nel 1999-2000, scoppiavano imponenti dimostrazioni contro la Bechtel, il grande gruppo industriale Usa che si era assicurato il controllo delle forniture di acqua della città come parte della privatizzazione dei servizi pubblici in corso in tutta la Bolivia. I cittadini vinsero la guerra dell'acqua, costringendo la Bechtel a rinunciare e, in questo modo, facendo coraggio al resto della Bolivia e contribuendo, senza dubbio, ad ispirare la marcia sulla sede del governo a La Paz degli abitanti di Los Altos. Il conseguente avvicendamento dei presidenti rimbalzò poi anche nel Chiaparé, quando un ormai debole presidente Mesa fu costretto a negoziare una tregua con i cocaleros alla fine del 2004, consentendo ad ogni famiglia di coltivare a coca un sesto di ogni ettaro di terra in loro possesso.
La militanza di Cochabamba e della provincia del Chiaparé è molto gradita adesso che Evo Morales assume il mandato presidenziale. Come ha dichiarato Pedro Rocha: “i presidenti della Bolivia hanno sempre avuto le loro guardie militari speciali. Noi saremo le guardie speciali di Evo Morales, pronti ad insorgere, assicurandoci che nessuno osi toccarlo affinché possa cambiare il nostro Paese, assumendo il controllo sulle nostre risorse naturali e mettendo fine ai privilegi dei ricchi”.
Nel suo discorso inaugurale di domenica 22 gennaio, Morales ha fatto riferimento alle lotte della gente del Chiaparé e Cochabamba: “non possiamo privatizzare i bisogni pubblici come l'acqua. Stiamo lottando per il nostro diritto ad avere l¹acqua, a coltivare la coca, a controllare le nostre risorse naturali nazionali”. Ed ha aggiunto: “bisogna porre fine al radicalismo del neoliberismo e non al radicalismo dei nostri sindacati e movimenti”.
di Roger Burbach
Traduzione di Giampiero Budetta
da www.counterpunch.org
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1693
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Referendum Montenegro: il video scandalo
Da Podgorica, scrive Jadranka Gilić
Un filmato registrato all’inizio di marzo mostra una scena in cui presunti sostenitori del partito di governo persuadono un uomo a votare a favore dell’indipendenza all’imminente referendum. Divampano le polemiche tra governo e opposizione sull’autenticità del filmato
Immagini della videoregistrazione L’ufficio dell’Unione statale di Serbia e Montenegro ha presentato, il 23 marzo scorso, un filmato nel quale presunti attivisti del Partito democratico dei socialisti (DPS), attualmente al governo, stanno convincendo una persona a votare a favore dell’indipendenza o a non andare al referendum, offrendogli in cambio il pagamento delle bollette della luce, per una somma di 1580 euro.
Il filmato è stato registrato il 5 marzo scorso, nel villaggio Golubovci, a Zeta, a casa di Radomir Mašan Bušković. I presunti sostenitori del DPS, Ivan Ivanović e Ranko Vučinić, avrebbero cercato di convincere Bušković a votare a favore del referendum. Nel filmato, compare anche l’ex membro dei Servizi di sicurezza statali, Vasilije Mijović, cugino di Bušković.
Una persona sconosciuta ha registrato il filmato e lo ha consegnato alla coalizione di partiti che si adoperano per il mantenimento dell’unione con la Serbia. La videoregistrazione della durata di 9 minuti, subito battezzata “Zeta film”, è stata trasmessa in versione integrale dalla Radio Televisione serba e dalla Radio Televisione montenegrina.
Ivanović e Vučinić, presentati nel filmato come attivisti del DPS, hanno dichiarato di essere stati vittime della manipolazione di Mijović. Secondo le loro dichiarazioni rilasciate alla polizia ed alla stampa, Mijović li aveva persuasi che suo cugino, Bušković, che vive in condizioni di povertà, non vuole ricevere aiuto in denaro perché è troppo orgoglioso. Così si sono accordati di offrirgli aiuto a nome del governo o del DPS o di qualsiasi altra istituzione, ma il denaro comunque lo avrebbe fornito Mijović.
Mijović ha affermato, che il filmato è autentico, ma non sa dire chi lo può avere registrato.
Il DPS ha valutato il filmato come una classica manipolazione politica e una montatura. Il premier montenegrino Milo Đukanović, oltre a dichiarare che la campagna referendaria sarà basata sul rispetto della legge, ha sottolineato che l’opposizione, consapevole della sua inferiorità, sta tentando di opporsi all’idea dell’indipendenza. Il premier ha aggiunto che il blocco indipendentista montenegrino lotterà per l’indipendenza in modo trasparente e positivo (B92, 26 marzo).
Dal canto loro, i rappresentanti dell’opposizione, contrari alla secessione, hanno ripetuto che il filmato, sulla cosiddetta compera dei voti, è autentico. Il vicepresidente del Partito Popolare Socialista (SNP), Goran Danilović, durante la conferenza stampa, ha valutato che i media ed i politici non hanno reagito al filmato in modo appropriato. Secondo Danilović, la questione cruciale non si deve basare su chi ha registrato il filmato, ma sul fatto che sia necessario trovare i mandanti della compera dei voti. (B92, 26 marzo).
L’inviato speciale dell’Unione europea, Miroslav Lajčak, ha commentato la presentazione del filmato così: “E’ evidente che nel bel mezzo della campagna verranno usati vari metodi, ma è estremamente importante non peggiorare l’atmosfera in Montenegro” (B29, 24 marzo).
La polizia montenegrina ha interrogato tutti e quattro i protagonisti del filmato, ma non ha trattenuto nessuno, anche se Mijović, Ivanović e Vučinić, sono stati sospettati di aver commesso il reato di impedimento della libera scelta di voto e di incitamento al panico e al disordine.
Il 27 marzo scorso Mijović è stato nuovamente chiamato dalla polizia montenegrina, ma questa volta, a causa del mandato di cattura del Ministero degli Affari Interi della Serbia del 16 marzo scorso. Secondo quanto riportato dal belgradese “Danas”, l’avvocato di Mijović, Zoran Piperović, ha detto che fino a oggi non sapeva che Mijović fosse accusato, e pure condannato a 3 anni di carcere, per aver causato nel 1995 un incidente stradale in cui 2 persone hanno perso la vita, vicino a Vrbas, in Serbia.
Secondo quanto riporta l’emittente B92 del 24 marzo scorso, Mijović è stato espulso dai Servizi di sicurezza statali, ed anche accusato da parte del Ministero degli Affari Interni del Montenegro di aver falsificato il diploma di laurea in giurisprudenza della Facoltà di Sarajevo, una decina di giorni prima che scoppiasse lo scandalo sulla videoregistrazione. Mijović si è difeso con la spiegazione che il Ministero dell’Interno lo sta mettendo sotto pressione perché lui è contrario all’idea dell’indipendenza montenegrina.
Inoltre, all’inizio degli anni ‘90, Mijović era uno dei fondatori e dei comandanti dei Berretti rossi, unità militare della Divisione per la sicurezza statale, operativa sul territorio di Baranja (Croazia). Il suo nome si trova negli atti del Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra, nel contesto della creazione di campi per addestramento dell’esercito, falsificazione di documenti di automobili rubate all’estero, ricatto dei serbi ricchi della Baranja per impedirne la fuga durante la guerra.
Ma torniamo alle questioni legate al referendum. Secondo gli ultimi sondaggi condotti in Montenegro, il 45,6% dei montenegrini si dichiara a favore del referendum, mentre gli unionisti convinti sono il 41,6% e gli indecisi il 12,9%. Il sondaggio è stato condotto all’inizio di marzo dal Centro per le indagini di mercato Marten Board International, su un campione di 854 esaminati (Danas, 28 marzo).
Sembra che i voti degli indecisi saranno decisivi nel referendum sull’indipendenza montenegrina, previsto per il 21 maggio prossimo, quando gli elettori decideranno se separarsi dalla Serbia o rimanere nell’Unione statale.
Il rappresentante dell’UE, Miroslav Lajčak ha espresso preoccupazione per la mancanza di dialogo: “Ambedue le parti hanno pari opportunità di vincere il referendum. L’Unione europea non potrebbe accettare che un giorno prima del referendum non sia chiaro che cosa succederà il giorno dopo. Nonostante il risultato. Bisogna fare di tutto affinché sia preservata la stabilità e siano risolte razionalmente le relazioni fra la Serbia e il Montenegro”. (Vijesti, 21 marzo).
La domanda a questo punto è: a chi crederanno i cittadini se a distanza di 2 mesi dal referendum succedono scandali del genere? http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5457/1/51/
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Le ambizioni editoriali degli industriali veneti
di ALBERTO STATERA
«Ciò che la lue ha risparmiato viene devastato dalla stampa», diceva Karl Kraus molti anni prima di Silvio Berlusconi a Vicenza. Ma nonostante la terribile infezione di cui i giornali sarebbero portatori, oggi come allora la stampa è per quasi tutti, a cominciare dal Cavaliere, il più bramato oggetto del desiderio e il più calcato terreno di scontro.
Mentre a Vicenza il premierimprenditore dal palco sbertucciava invasato "Il Sole24 Ore" e il suo direttore Ferruccio de Bortoli, insieme a "Repubblica", "Corriere", "Stampa" e "Messaggero", si consumava sotterraneamente l'ennesimo capitolo della battaglia sul quotidiano della Confindustria, che agita l'organizzazione imprenditoriale da almeno un lustro. Correva il 2000, quando la quotazione in Borsa del "Sole" fu bloccata dai veti di Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, e di Cesare Romiti, allora presidente di Rcs. Passati sei anni e tornato alla guida dell'editrice confindustriale Innocenzo Cipolletta, sembrava che il progetto dovesse decollare. Ma lo strappo di Vicenza ha comportato un nuovo stop. Ora, come allora, è contraria Mediaset ed è contraria buona parte di quegli imprenditori del Nord Est che si spellavano le mani per il Berlusconi furioso contro i giornali. "Il Sole" è di tutti dicono , se Montezemolo e Cipolletta vogliono quotarsi devono essere tutti d'accordo e le azioni vanno offerte in prelazione agli associati. Pratica archiviata, per il momento.
In compenso, monta come la panna, pur tra qualche evidente velleitarismo, un altro progetto, quello che Andrea Riello, presidente degli industriali del Veneto non insensibile al fascino bellicoso del premier uscente, definisce un po' retoricamente «il sogno di riscatto dell'imprenditoria veneta». Un «Terzo polo», oltre a Rcs e Gruppo Espresso, che, nel sogno di Riello, dovrebbe avere radici in Veneto, propaggini in Lombardia e l'ambizione di «aggregare soggetti a Nord Ovest». Si parte dal "Gazzettino" di Venezia e, via via verso Ovest, si passa per "Il Giornale di Vicenza", "L'Arena di Verona", "Il Giornale di Brescia" fino ad approdare a "La Stampa" di Torino. « E' un dovere per noi ha spiegato lo stesso Riello ad Alessandra Carini della "Nuova Venezia" creare consenso attorno a un progetto industriale, che è anche un progetto sociale». Sociale ? Sì sociale è la tesi di Riello perché può riscattare il Veneto, considerato terra di "polentoni", aggregandone finalmente una classe dirigente.
Ma c'è qualche piccolo particolare che il giovane Riello trascura. Per esempio, che la proprietà del "Gazzettino" è contesa da mesi tra i Benetton e Francesco Gaetano Caltagirone. O che l’aggregazione della classe dirigente veneta più che un sogno è un'eterna chimera. Sentite che cosa al suo presidente regionale ha mandato a dire Paolo Sinigaglia, uno degli industriali che ha venduto le sue azioni del quotidiano veneziano all'immobiliarista romano suocero di Pier Ferdinando Casini: «Andrea Riello è un bravo ragazzo. Gli consiglio di chiedere a suo padre Pilade, che possedeva il 5 per cento delle azioni del "Gazzettino", perché le ha vendute. Capirà che non ha nessun titolo per parlare. Io ho sempre diffidato dei moralisti e dei saccenti». Questi sono gli industriali veneti schierati con la destra, che a Vicenza hanno avuto il loro momento di gloria con l'intemerata berlusconiana.
Quanto alla "Stampa" di Torino il giovane Riello, spalleggiato da Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, divisa che «poiché quel gruppo è gestito da persone intelligenti, non possono che sedersi intorno a un tavolo e ascoltare questa ipotesi».
Dopo la corrida di Vicenza, lo vada a raccontare al presidente della Fiat Luca Montezemolo.
a.statera@repubblica.it
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prepararsi al peggio e al meglio
Insomma, a questo punto (io lo dico piano) (anzi, non lo dico proprio) (lo dico sotto forma di ipotesi, di ipotesi lontanamente plausibile) (un'ipotesi accademica, pura speculazione) dobbiamo prepararci all'eventualità, intendo dire la remota eventualità, che Berlusconi perda le elezioni.
Cosa fare dopo B ?
E che sarà mai, uno dice. Ne ha perse altre. Sì, ma stavolta è diverso. L'uomo è anziano e stanco – e sarebbe anziano e stanco persino se il dieci aprile vincesse. Spira una certa tramontana, e secondo me è il caso di prepararsi. Noi siamo maniaci di Berlusconi, è cosa nota. Per noi è il simbolo delle mille cose di questo Paese che non ci sono mai piaciute. In questo è persino troppo comodo – un signore che da solo mette insieme il malaffare della Tangentopoli milanese con la mafia siciliana, la speculazione edilizia, la televisione spazzatura, la politica spazzatura, l'anticomunismo da strapazzo, l'arroganza brianzola: nell'odissea dello schifo italiano di questi ultimi vent'anni non c'è praticamente un solo capitolo che non possa essere ricondotto a lui. Forse la mucillagine sulla riviera adriatica. Ma con un po' d'impegno.
Ebbene, questo comodo simbolo, questo sorriso a 32 perle stampigliato su tutte le cose che non ci piacciono, sta per salutarci, ed è un grosso pezzo della nostra vita che se ne va. È probabile che ci sentiremo più liberi, dopo. Ma è la liberta dei canarini fuori dalla gabbia, non è detto che sopravvivremo. Berlusconi è al governo dal 2001, ma ingombra il dibattito politico almeno dal 1994. Eravamo ancora ragazzini quando abbiamo imparato a dare ogni colpa a lui. Cosa faremo quando non ci sarà più? Sul serio, si accettano consigli.
S'intenda, noi non siamo quelli disperati che per saltare dal carro, in questi giorni, sono pronti ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, comprese le sdrucciolevoli radici cristiane e le tonache di placidi cardinali che mai avrebbero pensato di trovarsi in prima linea nel conflitto di civiltà. Per quelli ormai è ragione di vita o di morte, per noi no; è abbastanza certo che manterremo gli stessi impieghi e le stesse frequentazioni; però siamo quel tipo di persone che non amano trovarsi a corto d'argomenti, e se B dovesse sparire d'un colpo, potrebbe appunto succederci questo: ritrovarci in società senza argomenti. E questo noi non lo vogliamo, vero?
Sgombriamo il campo da certi equivoci. Il fascismo, per esempio. Ogni tanto (anche all'estero) si fa questo paragone, che in realtà non ci dice molto né su Berlusconi né su Mussolini, né sul fascismo, né sull'Italia in cui viviamo oggi. Berlusconi senz'altro non è un antifascista molto convinto. Ma non ha mai pensato di praticare restrizioni alle libertà dei cittadini paragonabili a quelle di Mussolini. Né la situazione gliel'avrebbe consentito – l'Europa del 1994 non era più quella del 1922. Lo dico con una punta di rincrescimento, perché se fosse stato davvero il neoduce che un po' ci aspettavamo, avrei cospirato contro di lui. Il che francamente non è successo – mi sono limitato a lagnarmi su un blog, e lui me l'ha consentito.
D'altro canto il berlusconismo è stato per certi versi qualcosa di più subdolo e strisciante: e se fosse vivo oggi Pasolini affermerebbe senza tema che il ventennio berlusconiano (1986-2006?) ha fatto assai più danni di quello mussoliniano, perché la tetra propaganda fascista non aveva veramente fatto breccia nella coscienza del popolo, nel borgataro e nella contadina, mentre Canale 5… ma Pasolini è morto, e se fosse vivo io probabilmente non sarei d'accordo con lui e passerei il tempo a fargli il verso, quindi lasciamo perdere.
La verità è che il paragone tra Benito e Silvio è molto abusato perché comporta un notevole risparmio d'energia mentale. Soprattutto all'estero. Quando al Guardian parlano di un ritorno al fascismo, non fanno che interpretare male i sintomi, attribuendoci la stessa malattia di cui ci hanno già visto soffrire. Punti rossi, quindi è varicella. E se fosse morbillo?
C'è un'altra possibilità. Nella coscienza politica degli italiani, di quasi tutti gli italiani, Mussolini rappresenta il polo negativo. Ma all'estero, quando si cita Mussolini, non si ha tanto in mente il traditore ex-socialista, il delitto Matteotti, le leggi razziali, Salò… quanto piuttosto il massimo esempio di moderno tiranno-buffo, tiranno wannabe che si sgola per trascinare all'Impero un popolo di guitti scettici. È questo, dunque? Berlusconi sarebbe il successore di Mussolini in quanto clown?
Oggi non c'è dubbio che Berlusconi sia un clown – e anche come clown, piuttosto malriuscito. Da anni le sue clownerie ingombrano la scena politica italiana, abbassando il livello del dibattito, impedendoci di parlare di altro che non sia una pelata e un nasone rosso. Ma non è sempre stato così.
Nel 1994, quando abbiamo iniziato a preoccuparci seriamente di lui, l'aspetto clownesco era l'ultima voce in lista. A quel tempo eravamo tutti sinceramente spaventati di quello che avrebbe potuto fare un uomo in possesso di tre televisioni e un polo editoriale-pubblicitario, se si fosse conquistato la maggioranza in Parlamento. In effetti non sembravano esserci limiti al suo potere. Avrebbe potuto completare la conquista dei media italiani e sopprimere ogni voce di dissenso. E non era nemmeno inverosimile che un imprenditore di successo riuscisse a dare una scrollata a un sistema di potere incancrenito, e a conquistarsi coi fatti un consenso superiore a quel famoso 51% degli italiani.
Nei fatti, in cinque anni di governo si è 'limitato' a far votare innumerevoli leggi a suo favore, Costituzione inclusa. Ma non è andato oltre, non ci ha costretti ad amarlo con la forza.
Perché? Ci sono tante spiegazioni. Alcune ce le ha fornite lui stesso: gli alleati rissosi, la campagna d'odio della sinistra, il buco dell'Ulivo, l'Euro a 1936 lire, l'undici settembre… sì, sì, d'accordo.
E se B, più semplicemente, fosse un inetto? Come imprenditore ha avuto qualche buona idea (e qualche Santo in paradiso), ma come politico è stato incapace di mettere a frutto l'incredibile credito politico che milioni di italiani (dagli operai a Confindustria) gli hanno aperto nel 1994 (e qui il paragone con Benito Mussolini, giornalista post-socialista abbandonato dagli ex compagni, che in pochi anni si fa gioco di Giolitti e del Re, è davvero impietoso). Nella sua megalomania, si è sempre aspettato che gli italiani dovessero innamorarsi di lui spontaneamente. È un vecchio patetico playboy, che sotto il cerone si crede ancora, in qualche modo, irresistibile.
Ma è facile dirlo col senno del poi. Nel 1994 non potevamo saperlo. Eravamo partiti a lottare contro un tiranno moderno, efficiente e seducente; e ci siamo trovati di fronte, strada facendo, un clown che infila una serie prodigiosa di gaffes e orrende freddure. Dopo un'adolescenza abbastanza spensierata eravamo finalmente pronti alla tragedia, e abbiamo impiegato degli anni a capire che era una farsa, a nostre spese. Il nostro disagio non è poi così dissimile da quello di tanti berlusconiani, che dieci anni fa salirono sul carro pensando di appoggiare uno statista liberista, e oggi devono ridursi a dimostrare la genialità dell'odierna strategia comunicativa del Cavaliere. Partiti per fare i maître à penser, si ritrovano oggi a ridacchiare a comando sulle quinte del Drive In.
Da cui l'equivoco fondamentale, nel quale ci troviamo tutti invischiati: cosa non ci piace veramente in Berlusconi? Il caimano o il clown? Il fatto che abbia concentrato su di sé tutto il potere, o il fatto che non abbia saputo che farsene? Guardiamoci in faccia, compagni di trincea: abbiamo lottato contro un tiranno ridicolo perché era un tiranno o perché era ridicolo? Uno statista democratico altrettanto ridicolo ci andrebbe bene? O non preferiremmo un altro tiranno, ma un po' più serio?
Insomma, dopo B. una possibilità potrebbe essere rifarlo. Ma migliore. Più serio. Niente barzellette. O almeno divertenti. In Italia del resto gli autori non mancano. Siamo un popolo di allenatori, opinionisti, spindoctors. Forse è meglio mettersi sul mercato, si aprono mesi interessanti, le ragazze tirano fuori le camicette, e questa tramontana… è un bel momento, proviamo a godercelo. Ci sentiamo.http://leonardo.blogspot.com/
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Calderoli dichiara : "Se Luxuria verrà eletta in parlamento voglio
un altro
bagno".
Luxuria replica: "se Calderoli verrà rieletto in parlamento non
serviranno
altri cessi"
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Il ritorno di Formigoil
di Marco Travaglio
Che Roberto Formigoni fosse un patito della legalità, lo si era capito già nell’estate del ‘93, quando irruppe al Meeting di Rimini a braccetto con Vittorio Sbardella detto «lo Squalo» grondante avvisi di garanzia, per annunziare al popolo ciellino una lieta novella: una nuova corrente della Dc, l’Apc, che pareva la sigla di un’azienda municipalizzata, invece stava per Alleanza Popolare Cattolica. Provvidero poi gli elettori a fare giustizia sia della Dc sia dell’Apc, mentre il prete ciellino don Giacomo Tantardini fulminava Robertino come «il politico più stupido del mondo». A quei tempi Robertino si pavoneggiava con biglietti da visita e sottotitoli portatili che lo definivano «vicepresidente del Parlamento europeo», senza precisare che il Parlamento europeo di vicepresidenti ne aveva quattordici. Poi, nella Seconda Repubblica, quelli che andavano a piedi montarono a cavallo e quelli che andavano a cavallo ne scesero almeno per qualche mese (con l’eccezione del Cavaliere, che a cavallo era e a cavallo rimase, con tanto di stalliere). Così Formigoni si ritrovò, non si sa bene come, leader di qualcosa. Sposò il Ppi di Martinazzoli e poi di Buttiglione, strepitando contro Forza Italia. Dopodichè entrò in Forza Italia con nobili motivazioni ideali: la presidenza della Regione Lombardia. Sotto la sua gestione, il Pirellone è riuscito a collezionare qualche scandalo in più di Tangentopoli (dalla discarica di Cerro alla malasanità di Poggi Longostrevi, dalle ruberie in Valtellina alle selvagge lottizzazioni della Compagnia delle opere). Con la differenza che ai tempi di Tangentopoli qualcuno si dimetteva.Ora non se ne parla proprio.
Personalmente Robertino è sempre uscito indenne dai processi, sebbene da ciascuno emergesse una gestione a dir poco allegra della cosa pubblica e molti suoi amici venissero riconosciuti colpevoli. Finirà così, probabilmente, anche nello scandalo Oil For Food: quel simpatico caso di corruzione internazionale che, secondo un rapporto Onu e le accuse della Procura milanese, accomuna la corte di Saddam Hussein e quella di Robertino, formata dal segretario particolare Fabrizio Rota dall’amico del cuore Marco Mazzarino De Petro, entrambi ciellini devoti. Tutto ruota attorno a un fax inviato nel 1998 da Formigoil al ministro degli Esteri di Saddam, l’amico Tarek Aziz, per segnalargli un paio di società petrolifere italiane. Queste, in cambio di contratti da favola (24 milioni di barili di greggio, in barba all’embargo), pagarono tangenti al regime di Baghdad e, pare, a qualcuno in Italia. Ecco, Formigoil è amico di tutti: del regime di Saddam, dei petrolieri che violavano l’embargo anti-Iraq, e di quelli che sono andati a bombardare l’Irak e ora accusano la sinistra italiana di collusioni e nostalgie per il deposto tiranno (la sinistra italiana, dal canto suo, astutamente evita di rispondere “pensate ai 24 milioni di barili di Oil For Food”, per non demonizzare).
L’inchiesta, almeno per ora, non coinvolge direttamente Formigoil. Ma chissà: il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Il mondo è pieno di tentazioni. E il pio governatore è sempre a rischio. L’altro giorno, per esempio, un diavoletto lo abborda sotto le sembianze di un extracomunitario per metterlo alla prova. «Un vu’ cumprà racconta lui stesso al Corriere - mi ha avvicinato per vendermi un dvd-pirata del “Caimano” di Moretti. Io l’ho rifiutato, ma lui mi ha inseguito e me l’ha regalato. Appena tornato a casa, gli ho dato un’occhiata e lo sconsiglio vivamente a tutti». Vedi un po’ i guasti dell’immigrazione selvaggia: un governatore non può passeggiare tranquillo per la sua città, che subito un extracomunitario lo costringe lui, così ligio alle leggi all’illegalità, infilandogli in tasca a viva forza il dvd proibito. E fossero solo i dvd, pazienza. Ma c’è di peggio. Un’altra sera il governatore bighellonava fischiettando sotto il Pirellone, quando fu assalito da un altro extracomunitario che voleva vendergli a ogni costo 24 milioni di barili di petrolio. Lui, non avendo spiccioli, tentò disperatamente di divincolarsi, ma quello insisteva e alla fine glieli regalò. E lui, per educazione, li prese. Guasti della società multietnica.
PS. L’altro giorno, celebrando le ultime gesta del sagace Giovanardi che era appena riuscito a provocare un incidente diplomatico con l’Olanda, notavamo che in questi cinque anni ci siamo inimicati tutto l’orbe terracqueo. Dimenticavamo la Cina. Ma Bellachioma, che ci legge sempre, ha subito provveduto da par suo, accusando i cinesi di concimare i campi con bambini bolliti e poi tritati. Se tutto va bene, Pechino ci dichiara guerra entro il 9 aprile, e a quel punto bisogna rinviare le elezioni. www.unita.it
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L´errore del buonismo in campagna elettorale
CLAUDIO RINALDI
da Repubblica - 29 marzo 2006
Abbassare i toni della campagna elettorale? Gustave Le Bon, autore nel 1895 del celebre pamphlet "Psychologie des foules", lo sconsigliava caldissimamente. «Quanto al candidato avversario», scrisse, «si tenterà di schiacciarlo dimostrando che è l´ultimo dei farabutti, che nessuno ignora i suoi molteplici delitti». Demonizzazione allo stato puro. Nell´Italia di oggi Le Bon ha un seguace pieno di zelo in Silvio Berlusconi, che in polemica con l´Unione non esita a evocare gli spettri più raccapriccianti: come i bambini cinesi che i comunisti, secondo lui, facevano bollire in chissà quali pentole per ricavarne del concime. Romano Prodi, per fortuna, si astiene da simili bestialità, e quando viene coperto di insulti reagisce con un garbato richiamo alla pratica della carità cristiana. Ma oltre che elegante, e coerente con lo slogan della serietà al governo, la sua scelta di non lasciarsi coinvolgere nelle risse più sguaiate può risultare anche vincente? Forse. A una condizione, però: che non si trasformi in una rischiosa tattica del silenzio a tutti i costi, nella rinuncia cioè a respingere le calunnie di Berlusconi con senso della misura, sì, ma pure con fermezza. Se per mesi il centro-sinistra ha commesso l´errore di non denunciare con abbastanza forza il fallimento del berlusconiano Contratto con gli italiani, non per questo nei giorni a ridosso del voto deve ricadere nel medesimo eccesso di signorilità. Sono molti, infatti, i temi chiave sui quali una decisa controffensiva appare non soltanto possibile ma necessaria. Si tratta, nell´esclusivo interesse dei cittadini, di ricordare alcune semplici ma importanti verità.
FISCO. Contro le insinuazioni sulle presunte stangate che avrebbe in animo di assestare ai contribuenti, Prodi per ora sta alzando un sobrio muro di smentite. È una risposta ovvia, un atto dovuto. Preliminarmente, tuttavia, farebbe bene a rivolgersi a Berlusconi in termini più rozzi ma più efficaci. «Scusi, presidente, ma Lei è davvero l´ultimo a poter parlare di tasse. Cambi musica. Tutte le Sue promesse del 2001 sono state tradite: le aliquote dovevano ridursi a due e invece sono rimaste quattro, la più alta doveva scendere al 33 per cento e invece è tuttora inchiodata al 43»... E lo sbandierato «abbattimento della pressione fiscale»? Non c´è stato, nel migliore dei casi si è avuta una trascurabile limatura. Con che faccia chi ha ingannato per anni gli elettori osa adesso impancarsi a loro difensore?
SUCCESSIONI. Prodi viene messo in croce tutti i giorni anche per l´intenzione, lealmente dichiarata, di sottoporre a una qualche forma di imposizione la trasmissione in eredità dei grandi patrimoni. Ma perché non giocare pure qui in contropiede? A smantellare la tassa di successione è stato il centro-sinistra, non Berlusconi: nel 2001 il governo Amato non si limitò ad abolirla per la stragrande maggioranza dei contribuenti, ma per i pochi che vi rimanevano assoggettati cancellò la vecchia aliquota massima del 27 per cento abbattendola a un modestissimo 8 per cento. Il successivo intervento del governo Berlusconi non è stato che una regalia a quei pochi. I quali, a partire dal premier in persona, sono stati irragionevolmente esentati da qualsiasi obbligo di solidarietà.
EURO. Forza Italia sostiene con veemenza che anni fa Prodi, da presidente del Consiglio, svendette la lira all´euro accettando un rapporto di conversione non favorevole. Ma, a parte il fatto che la totalità degli esperti considera penosamente assurdo il cambio di 1.500 lire per un euro che da destra a posteriori si pretende di indicare come giusto, sarebbe facile rinfacciare a Berlusconi che all´epoca della decisione né lui né i suoi espressero il benché minimo dubbio sul cambio fissato a 1936,27 lire. Indecoroso è invece che la Casa delle libertà, oggi, ospiti ufficialmente al proprio interno un fantomatico comitato No euro: non esiste al mondo un solo altro caso in cui il capo del governo vada alle elezioni alleandosi con i nemici della moneta nazionale. Che cosa si aspetta a stigmatizzarlo?
NUCLEARE. Da un po´ di tempo Berlusconi si è messo a perorare la causa del ritorno all´energia nucleare; con il sottinteso che a suo tempo fu la sinistra, colpevolmente, a imporne l´abbandono. Ma non andò così. Il vero sponsor del referendum contro il nucleare, nel 1987, fu il Psi di Bettino Craxi, amico e supertifoso del Cavaliere nonché anticomunista di ferro; e il signor Fininvest non se ne dissociò. Quando se ne presenta l´occasione quell´antica complicità, tuttora imbarazzante, andrebbe rievocata. Per esempio: ogni volta che Berlusconi si scaglia contro la falce e il martello, da lui visti come l´emblema del Male assoluto, si potrebbe ribattergli che perfino il moderatissimo Craxi, diventato segretario del Psi dal 1976, si tenne i due storici utensili nel simbolo del partito fino al 1984, cioè per otto lunghi anni.
IRAQ. Negli ultimi mesi i big del centro-sinistra, che pure in Parlamento hanno sempre votato per il taglio dei fondi alla spedizione di Nassiriya, sono diventati stranamente prudenti: parlano ancora di ritiro delle truppe dall´Iraq, certo, ma non più immediato; sono per un disimpegno graduale. Proprio come il premier, che ha promesso di riportare tutti a casa entro Natale. Ma che senso ha questo tardivo allineamento? E perché non accompagnarlo, almeno, con un giudizio chiaro sulla guerra e sull´occupazione militare, le due fasi di un´operazione disastrosa nella quale l´Italia è stata coinvolta senza motivo e senza possibile giovamento? Perché lasciare che Berlusconi tessa indisturbato le lodi della sua vacua politica estera, anziché rimproverargli l´appoggio dato a un´impresa che gli stessi americani ormai ritengono catastrofica? Va bene tenere bassi i toni della campagna, va bene far sì che sia il solo Berlusconi a prendere alla lettera i consigli estremi del vecchio Le Bon; ma ci sarà pure una via di mezzo fra la sbracata criminalizzazione del Cavaliere e la sacrosanta, insopprimibile esigenza di metterlo in cattiva luce davanti agli elettori. Nessuno ha mai vinto le elezioni senza colpire l´avversario nei suoi punti deboli.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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«Bambini bolliti», Cina contro Berlusconi
«Le frasi del premier italiano infondate». La replica: questa è storia La Farnesina aveva frenato.
A Ballarò lite tra il Cavaliere e la Bonino
dal Corriere - 29 marzo 2006
Crisi diplomatica tra Italia e Cina, dopo le frasi di Silvio Berlusconi sui «bambini che ai tempi di Mao venivano bolliti e usati per concimare i campi». Il ministero degli Esteri della Repubblica Popolare ha diffuso una nota ufficiale in cui si legge che «le frasi di Berlusconi sono affermazioni senza alcuna base» e danneggiano le relazioni tra i due Paesi. La Farnesina ha replicato che la frase del capo del governo «si riferisce a episodi che avrebbero avuto luogo in passato». Protesta l'opposizione: il comportamento di Berlusconi scredita l'Italia all'estero.
Di Cina, ma di economia, ha parlato anche il ministro Giulio Tremonti nella videochat su Corriere.it: subito i dazi o ci mangiano vivi.
Durante la trasmissione tv «Ballarò» lite tra il premier ed Emma Bonino
• Alle pagine 8, 9, 10 e 11 Battistini, Cavalera, Di Caro Fuccaro, Galluzzo Messina, Nese, Roncone, Sala
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La Cina: «Infondate le parole di Berlusconi»
«Bimbi bolliti», irritazione di Pechino. «Così non si favoriscono le relazioni tra i due Paesi»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE Fabio Cavalera
PECHINO — «Siamo contrariati da affermazioni infondate». Pochissime righe risentite e dure. Obiettivo: Silvio Berlusconi e il suo intervento sui «bimbi bolliti» durante il maoismo. «Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli fra Italia e Cina».
Così, con una nota di protesta, il governo cinese certifica che sull'asse Roma-Pechino i rapporti scorrono in controtendenza rispetto a tutta l'Europa. Parigi, Berlino, Londra, Madrid, seguiti da Olanda e Belgio, si stanno accreditando come interlocutori privilegiati. Con l'Italia si apre un incidente diplomatico. Uno scivolone, anziché una crisi. Non drammatico ma è il primo da che Roma e Pechino poco più di 35 anni fa, il 6 novembre 1970, firmarono a Parigi il comunicato congiunto con il quale si ristabilivano relazioni ufficiali fra i due Paesi.
Cade proprio nel mezzo delle celebrazioni dell'anno della cultura italiana in Cina, iniziative per le quali sono stati investiti dalla stessa Farnesina alcuni milioni di euro. Il ministero degli Esteri si è deciso a intervenire a distanza di 48 ore dopo avere controllato i testi riportati dai quotidiani italiani sul comizio domenicale di Silvio Berlusconi a Napoli. La frase che ha irritato le autorità cinesi è la citazione fatta dal premier di un passaggio contenuto nel Libro nero del comunismo edito nel 1998 da Mondadori: «Bambini uccisi, messi a bollire e poi utilizzati come concime». Pechino, sempre attenta a respingere le letture dei suoi affari interni da parte di governi stranieri, non ha mandato giù.
La via seguita dall'esecutivo cinese per manifestare il disappunto è uno schiaffo meditato per non gettare altra benzina sul fuoco ma al pari tempo un passaggio inusuale per la sua diplomazia equilibrata, moderata se non addirittura fino ad oggi attenta nei confronti dell'Italia. Se da un lato Pechino non ha voluto enfatizzare la nota, evitandone per ora le diffusione sui media nazionali e sulla agenzia ufficiale
Nuova Cina, d'altro canto ha coinvolto gli organi di stampa internazionali chiamandoli in causa con la trasmissione di un fax in redazione. Un modo chiaro per fare sapere che Pechino non è contenta di come si stanno sviluppando i rapporti fra le due sponde e per dire comunque che l'incidente finisce qui. Circostanza quest'ultima ribadita dal nostro ministero degli Esteri: l'intervento del premier si riferiva «al passato» e «non aveva alcun intento polemico».
Storia formalmente chiusa nel giro di poche ore. Ma che esplicita una crescente ambiguità nella recente gestione delle reciproche relazioni. L'Italia agli occhi della Cina ha il merito storico di essere stata fra i primi Paesi Occidentali a riconoscere la Repubblica popolare. Prima degli Stati Uniti. L'intenzione di scambiare rappresentanze diplomatiche fu espressa fin dal 1964 e trovò poi attuazione nel 1970. Uno spirito di amicizia forte scosso negli ultimi anni dalla irruzione cinese sui mercati internazionali e dalla conseguente preoccupazione manifestata per le posizioni della nostra economia minacciate dalla concorrenza asiatica a bassissimo costo. La visita del presidente Ciampi e del ministro degli Esteri Fini, nel dicembre 2004 assieme a Confindustria, avevano riaperto gli spazi per una collaborazione più ampia. Il tempo si è fermato.
Non è certamente irrilevante la circostanza che Roma, a differenza delle altri capitali europee, in questi anni non ha mai mandato in visita ufficiale una delegazione guidata dal suo capo di governo ma ha preferito affidarsi a viaggi compiuti in ordine sparso da ministri, parlamentari, Comuni, Province, Regioni, associazioni di categoria varie. L'Armata Brancaleone. Silvio Berlusconi in verità nel 2003 volò in Cina, ma lo fece in qualità di presidente di turno europeo. In quella circostanza, ricorda un fonte diplomatica che gli era vicino, il presidente del consiglio accompagnato all'ultimo piano di un hotel a Shanghai per ammirare la distesa di grattacieli commentò con una battuta. «Ragazzi, della Cina non abbiamo capito un c...».
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La Farnesina frena ma il Cavaliere rilancia
Berlusconi: è storia, mica li ho bolliti io i ragazzini. Prodi: così scredita il nostro Paese
Di Pietro ironizza: l'unico bollito è il presidente del Consiglio
Marco Nese
ROMA — «Bella figura che ci ha fatto fare Berlusconi», commenta Romano Prodi. «Ma quale figura? — reagisce il senatore Lucio Malan (FI) —. In Cina ci furono torture sistematiche su migliaia di detenuti, bambini uccisi, messi a bollire e poi utilizzati come concime». Lo stesso D'Alema, secondo Malan, disse «che si trattava di cose risapute».
E Berlusconi ribadisce, dopo le proteste cinesi: ho parlato di cose di 50 anni fa. Un fatto storico innegabile». Più tardi, parlando a margine della trasmissione «Ballarò»: «Ma è storia, mica li ho bolliti io i ragazzini. Se poi viviamo in un paese dove non si può nemmeno esprimere una certezza».
A NAPOLI — La storia dei bambini bolliti il Cavaliere l'ha tirata fuori
l'altra sera, a Napoli. Picchiava su uno dei suoi argomenti prediletti, e cioè i misfatti del comunismo, quando ha invitato a leggere il Libro nero del comunismo: «Così scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». A Pechino, dove si celebra l'anno dell'Italia, si sono molto risentiti. Si è fatta sentire anche l'ambasciata cinese in Italia, manifestando un «forte sdegno». Nel tentativo di attenuare l'impatto della vicenda la Farnesina ha emesso un comunicato per chiarire che le parole del premier non contengono intenti polemici e «si riferiscono a episodi del passato». Con la Cina «rapporti ottimi», anche per favorire «i diritti umani». Ma il leghista Calderoli incalza che «i cinesi non solo bollivano i bambini, ma li divoravano». Qui l'unico bollito, ironizza Di Pietro, «è solo Berlusconi».
MEGALOMANIA — E così questa faccenda quasi surreale non solo provoca un caso diplomatico ma innesca un nuovo rovente tiro incrociato di accuse fra i due poli. «Vi rendete conto — trasecola il professor Prodi — di quale immagine ha all'estero un Paese il cui premier dice una cosa simile?». Il governo, martella Oliviero Diliberto (Pdci), ha provocato incidenti «con gli arabi, con l'Olanda, la Finlandia, e ora vuole rompere le relazioni diplomatiche con la Cina. Megalomania senza fine». Proprio così, concorda l'Udeur di Mastella, «Berlusconi vuole fare la guerra al resto del mondo».
LE REPLICHE — Aspre le repliche del centrodestra. «Prodi agente commerciale della Cina», insulta Alfredo Mantovano (An). Zitto Prodi, intima Elio Vito (FI), «i tuoi compagni di strada ancora inneggiano a Castro e si sbracciavano per accogliere in Italia terroristi come Ocalan».
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LA POLEMICA
Gli storici si dividono sul Cavaliere
«Non inventa niente, ma c'era la carestia»
Dino Messina
«È possibile che durante la carestia del "Grande balzo in avanti" siano avvenuti episodi come quello di cui parla Berlusconi, ma i cinesi d'oggi considerano quel periodo, tra il 1958 e il 1961, al pari della Rivoluzione culturale, come noi italiani consideriamo il fascismo. Non c'è oggi una persona disposta a parlare positivamente di quella fase storica, anche perché è arduo considerare oggi la Cina come un Paese comunista». Mario Sabattini, autore con Paolo Santangelo di una «Storia della Cina» uscita da Laterza, parla non per sentito dire. La sua conoscenza gli deriva non soltanto dagli studi e dall'attività di accademico, ma anche dall'esperienza formatasi durante i cinque anni di soggiorno, dal 1999 al 2003, come direttore dell'Istituto italiano di cultura a Pechino.
Eppure Berlusconi quella citazione su quei «bambini uccisi, messi a bollire e poi usati come concime» che ha provocato la reazione del ministro degli Esteri cinese non se l'è inventata. Si trova a pagina 460 del «Libro nero del comunismo», summa a più voci sugli orrori del Novecento a cura di Stéphane Courtois uscita nel 1998 da Mondadori. Nel saggio di Jean-Louis Margolin l'orrore sui bambini non si limita a quell'episodio, ma poche pagine più avanti un testimone, Wei Jinsheng, racconta che nella provincia dell'Anhui, prostrata dalla carestia, aveva visto «famiglie che si scambiavano tra loro i figli per mangiarli...distinguevo chiaramente il volto afflitto dei genitori che masticavano la carne dei bambini con i quali avevano barattato i propri».
Il presidente del Consiglio non si è inventato niente, ma quel che la maggioranza degli studiosi gli contesta è di utilizzare per fini politici un episodio, pur raccapricciante. «Mi sembra di essere tornato all'epoca dei comunisti trinariciuti e mangiabambini della Guerra Fredda», commenta Maurizio Scarpari, sinologo e prorettore dell'università Ca' Foscari di Venezia. Il punto dunque non è negare l'esistenza dei crimini politici, nel caso cinese così ampiamente documentati da Margolin, che ha stimato le vittime della repressione comunista in non meno di sei milioni e quelle della carestia dovuta agli eccessi ideologici del Grande balzo in avanti con una cifra che supera i venti milioni. Per non parlare delle sofferenze degli oppositori finiti in prigione senza processo o dei gulag dissimulati sotto il nome di
laogai, almeno mille campi di rieducazione attraverso il lavoro che nulla avevano da invidiare a quelli sovietici. Osserva Marcello Flores, docente di storia contemporanea a Siena che ha documentato l'orrore ideologico del Novecento in «Tutta la violenza di un secolo», uscito da Feltrinelli: «Non c'è nessun episodio nella storia recente in cui si sia manifestata una volontà di cannibalismo. Perché una cosa è dire che i comunisti mangiavano o bollivano i bambini, un'altra affermare, anche sottolineando le responsabilità politiche, che durante il comunismo si verificarono tali condizioni di miseria che alcuni arrivarono a mangiare i bambini».
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Ds Milano - Rassegna stampa
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''allora mercato Bot punta su
sconfitta Cdl?''
Roma, 23 marzo 2006 - ''Se ai leader della Cdl piace
dimostrare che i grandi capitali finanziari stanno
andando gia' all'Estero, sulla sola base delle loro
false insinuazioni in tema di tassazione delle
rendite, allora vuol dire che i rumors danno per
sicura la vittoria elettorale del centrosinistra'',
commenta ironico Stefano Covello le dichiarazioni di
Berlusconi, di Tremonti, di La Malfa e, da ultimo, di
Casini.
Covello conclude: ''la nostra coalizione, che sostiene
Prodi, puo' dormire su 7 cuscini, perche' da un lato
siamo 'quotati' elettoralmente vincenti in borsa, e
dall'altro avremo l'abbraccio del consenso di tutti i
piccoli risparmiatori italiani, che hanno ben capito
che non vedranno mai da parte nostra maggiori tasse
sui propri titoli, ne' passati ne' futuri.''
Stefano Covello
viale Regina Margherita 192
00198 Roma - Tel. 06.8559270
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Il boicottaggio sociale
E' un periodo socialmente un po' drastico per me.
Sorvolo sulle ordinarie e disastrose cronache politiche, assisto in silenzio ai rumori sempre più stridenti che si alzano dalla scena pubblica, guardo placidamente gli altri strapparsi capelli e darsi unghiate. Tanto io so cosa devo fare.
Non ho intenzione di parlare con alcun membro di una società che mi sembra estranea e ostile, pericolosamente intenta a distruggere la parte bella della convivenza civile. Inderogabilmente mi nego a chiunque si professi ammiratore, sostenitore, tifoso, adepto o anche solo positivamente colpito da qualsiasi cosa riguardi da vicino o da lontano Silvio Berlusconi.
Ho adottato con maggior vigore questa strategia, che in questi ultimi anni era sempre e costantemente presente ma sullo sfondo o se preferite alla base: mi nego drasticamente a qualsiasi occasione di compresenza, convivenza, convivio, dialogo, saluto con esponenti o simpatizzanti di Berlusconi e circo retrostante.
Non li saluto. Non ci parlo. Li evito.
Appena mi accorgo della loro presenza, chessò in vineria o sulla metro, mi allontano.
Non intendo vivere con loro neanche un nanosecondo della mia esistenza.
Reagisco sempre più bruscamente (ma sempre più silenziosamente) ai loro eventuali tentativi di contatto, che sia verbale o fisico.
Mi rifiuto assolutamente di avere qualsiasi cosa in comune con costoro durante la mia giornata e la mia nottata.
Nel caso mi dovesse piacere una e scopro che fa parte di quella gente, immediatamente perdo ogni interesse anche puramente e animalmente fisico nei confronti di costei.
Se per un caso assurdo una gran gnocca simpatizzante di... si dimenasse per avermi tra le sue lenzuola io mi rifiuterei senza neanche comunicarglielo.
Se qualcuno mi invitasse ad una cena piena di bella gente che mi piace, stimo eccetera e dovessi sapere che partecipa anche uno o una simpatizzante di... non ci andrei.
Sto attuando sempre più un boicottaggio totale e irrimediabile nei confronti dei simpatizzanti di...
Resto comunque molto ben fornito di amiche e amici, e passo delle belle, bellissime, a volte eccezionali giornate.
Questo boicottaggio proseguirà fino alla scomparsa di Berlusconi dall'orizzonte pubblico.
Il mio sogno è vedere qualcuno o qualcuna alzarsi dal tavolo dove sta cenando insieme a conoscenti e amici di amici di amici dopo aver scoperto che tra questi c'è qualche simpatizzante di..., piegare il tovagliolo, pagare il conto ed andarsene.http://www.onemoreblog.org/archives/010304.html
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Silvio B. nel Paese dei rigoletti
il partito-azienda contro il sistema Italia
di IGNAZIO LICATA
«Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime».
Pier Paolo Pasolini
«Cortigiani, vil razza dannata!»
G. Verdi, Rigoletto
"Chi da giovane è libertario invecchia liberale" è la frase che nei miei anni barricadieri mi sentivo ripetere più spesso. E adesso che come l'Alfred Prufrock di Eliot ho una macchia di calvizie in mezzo ai capelli, mi sentivo pronto ad abbandonare ogni tentazione di turbare l'universo e dare un senso diverso ai miei disastrati anni politici. "Destra" e "sinistra" sembravano da qualche anno etichette ormai svuotate di ogni reale capacità di leggere il mondo, poco più che due modi per indicare modelli di comunicazione e consumo, destinate a lasciare il passo ad una visione più mirata ai problemi, più concretamente scientifica, non nel senso – che sappiamo impossibile - di una presunta asetticità della scienza, ma in quello più fecondo della capacità di individuare i problemi, discuterli assieme senza pregiudizi, progettare soluzioni.
Mi sbagliavo per eccesso di ottimismo, che - com'è noto - è sempre miope.
L'Italia si presenta all'appuntamento elettorale di maggior importanza europea con un carico ideologico pesante ed inaspettato, al di là dei peggiori incubi di ogni possibile scuola di Francoforte.
Le destra italiana, soprattutto dopo il referendum sulla fecondazione assistita, è letteralmente esplosa in tutta la sua virulenza demagogica ed intollerante, in nome di un ritorno al "buon senso" ed all'"ordine", condito di volta in volta di ispirazioni pseudoreligiose e di crassa realpolitik, che si esercita con la prassi della menzogna, dell'illegalità e del linciaggio.
L'interesse per la singolarità Silvio B. ha oscurato una serie di riflessioni con le quali la sinistra italiana deve fare i conti se vuole recuperare gli strumenti per arginare con decisione una situazione estremamente grave ed urgente, ormai fuori da ogni logica democratica. Può essere interessante infatti compulsare le migliaia di pagine in cui Marco Travaglio o Nando Dalla Chiesa ricostruiscono l'ascesa dell'impero berlusconiano, ed è utile analizzare il peronismo mediatico che il cavaliere e padre della patria Silvio B. propone come modello di trasparenza e dialogo con il Paese. Ma i poteri oscuri e l'ipnotismo di massa in realtà spiegano poco del singolare rapporto che lega il "premier" con i suoi sostenitori ed alleati. C'è un passo ulteriore che va fatto, ed è un passo doloroso perché non può limitarsi a ricostruire una "carriera eccellente", ma deve essere necessariamente una riflessione sull'immaturità democratica di questo paese, sull' analfabetismo politico italiano che anni confusi avevano nascosto, fino a convincerci che forse l'Italia era un paese normale, dove le scosse di assestamento, inevitabili in ogni passaggio importante, non avrebbero mai fatto franare al di sotto della soglia critica i valori etici e costituzionali di una democrazia che credevamo consolidata.
L'unica spiegazione plausibile è che l'Italia di Berlusconi pre-esisisteva al suo avvento (o "discesa in campo", primo sintomo linguistico della deriva). Un'Italia di Guelfi e Ghibellini, già parzialmente intuita dall'avventura craxiana, nella quale la tradizionale timidezza di una classe media incerta e frustrata si è trasformata in aggressività ed opportunismo sfacciati, quasi una riconversione dei complessi di inferiorità nei confronti di una sinistra che, soddisfatta del suo status di borghesia moderna e illuminata, non ha saputo dare l'attenzione necessaria ad un pezzo di società italiana lasciata a se stessa. Il berlusconismo non ha dunque inventato i suoi elettori con operazioni illusioniste, ma gli ha più semplicemente offerto un contenitore ipersemplificato di valori preconfezionati da usare come totem e macchina da combattimento. Di per sé, e sulla carta, Berlusconi è semplicemente un ritardo storico speculare a quello delle fasce che lo sostengono, l'equivoco che il liberismo possa ridursi soltanto ad un modello aziendale generalizzato sull'intero territorio sociale ed appiattito sulla logica del profitto, pronto a farsi "caritatevole" nel caso delle situazioni più "sfortunate". L'importante è che il partito-azienda ( ed il trattino è ormai indizio di un collegamento strutturale che rischia di definire l'Italia), viaggi a pieno vapore. Il resto, nel migliore dei casi, si aggiusterà, o scomparirà ( più esattamente, sarà "sfumato", privato di visibilità e dunque di "esistenza").
E' evidente che il liberismo non può essere soltanto questo. Un'azienda è un agente economico immerso in un territorio reale, nei bisogni e nella vita della gente, o non è affatto. Ed un tessuto sociale non può essere ricondotto in modo univoco alla contabilità delle aziende che in esso sono ospitate, e dal quale traggono linfa vitale. Quest'idea- se vogliamo chiamarla così- non sarebbe andata lontano se Silvio B. non avesse avuto il vantaggio impareggiabile di un rigolettismo italico pronto ad applaudirlo come liberatore di energie dinamiche contro l'affabulazione post-ideologica dei partiti storici. Per "rigolettismo" intendiamo la vocazione nazionale a delegare ogni forma di responsabilità sociale a favore del potente di turno. Mi spiace dirlo in questo modo, ma non ne conosco uno migliore, o più semplice.
Per chi non ha dimestichezza con il teatro musicale ricordiamo che nell'omonimo capolavoro di Verdi (che qualcosa aveva capito degli italiani, prima e dopo l'unità...), il buffone Rigoletto diletta, blandisce e compiace in ogni modo il suo padrone, Il Duca di Mantova, pessimo soggetto, seduttore e cinico esaltato dal suo stesso potere fino al punto di credersi di volta in volta mecenate liberale ed "amoroso". Un Don Giovanni in trentaduesimo senza alone tragico. Quando Il Duca posa gli occhi su Gilda, figlia di Rigoletto, e la seduce in un baleno - poiché la fanciulla è vissuta praticamente segregata dal mondo, "protetta" dal padre - il buffone organizza una vendetta epocale che naturalmente si ritorce tragicamente contro di lui e l'innocente, e non particolarmente sveglia, Gilda.
Il rigolettismo è l'espressione di un'Italia provinciale e miope che è stata incapace, se non sporadicamente, di far crescere forme realmente efficaci di partecipazione democratica, pronta dunque a sfasciarsi su ferite antiche e problemi locali, e non saper opporvi altro rimedio che la delega sciovinista ed incondizionata all'ultimo surrogato di soluzione. Con ripensamenti tardivi ed ugualmente dannosi. Dai nani & ballerine del circo socialista agli stadi azzurri osannanti in coro, questo aspetto rappresenta tutta la miseria dell' immaturità politica italiana, spacciata naturalmente per furbizia inarrivabile. Le apparizioni mediatiche ed i titoli dei giornali del cavaliere superano sempre la realtà, perché la ridefiniscono secondo una logica lineare ed autoconclusiva. Negli ultimi tempi c'è persino il compiacimento di raffigurare Berlusconi di volta in volta Napoleone, Curchill, cesareo insomma, ma sempre buontempone, seducente e familiare, intendendo provocatoriamente "sì, lo amiamo così, lo vogliamo così! E Allora?", rivolto ai Soloni di una presunta "egemonia di sinistra". Libertà di essere finalmente un po' squadristi. Ma oggi c'è un dato in più che rende l'intera situazione più minacciosa e decisamente meno folkloristica.
Le vecchie consorterie ducali (democristiana, socialista) avevano una visione meno piatta del tessuto sociale, e sapevano bene che ci sono equilibri, e privilegi, che vanno gestiti con attenzione e negoziati. La pressione inaccettabile si scaricava sugli "opposti estremismi". Il modello di Silvio B. non conosce strategie così elaborate, essendo ogni sforzo rivolto ad una santificazione dell'accumulo virtuoso. I "comunisti" del linguaggio azzurro rappresentano tutto ciò che sta fuori dal coro di una rappresentazione elementare del Paese, ed è necessario dunque cercare altrove le proprie radici, su piani assai lontani da quello del confronto dialogico con la complessità delle forze sociali. Si realizza così il paradosso esemplare della nuova destra italiana: un "liberale" che apre il vaso di Pandora del fondamentalismo neocon e non riesce più a richiuderlo! Come in una lettura alla Carmelo Bene qui Silvio B. è ormai Duca, Rigoletto e Gilda insieme. Il movimento neoconservatore è l'unico infatti che può garantire al modello unico di "democrazia" e di "azienda" la legittimità ontologica ed assolverlo dalla mancanza assoluta di spessore reale. In questo contesto le forme estreme di personalizzazione della politica non sono semplicemente episodi di megalomania esaltate dai media, ma una forma ipertecnologica di "aura". Non è un incidente tattico il gioco di alleanze che si sta costituendo in questi mesi tra forze neo-capitaliste ed etichette religiose, che rappresenta sull'intero pianeta la cifra essenziale dell'impero occidentale e rende il nuovo liberismo così pericoloso. Il progetto di normalizzazione del territorio assolda le cause più disparate purché funzionali allo scopo di spostare su un piano "ideologico" (intanto il termine ha assunto ormai il significato di falso piano, luogo del non-confronto) ogni problema. In Italia la vocazione al rigolettismo rende tutto più facile. Un caso esemplare, e poco noto, è quello dei nuovi nuclearisti caldi e freddi e dei biologi creazionisti che indipendentemente dai meriti scientifici sono stati prontamente elevati a martiri della libertà di ricerca contro l'ostruzionismo materialista e burocratico dei "comunisti". Più evidente e scoperto è invece l'uso strumentale del cattolicesimo, contro ogni considerazione storica della reale vitalità della cultura cristiana in Italia. Qui mi limiterò a dire che come cristiano mi sento molto più a mio agio con l'ateismo dialogico di un Odifreddi che con il papismo di Ferrara. Neppure quaranta anni di democrazia cristiana avevano mai messo in discussione la laicità dello stato come sono riusciti a fare i "nuovi liberisti"!
Questo scenario internazionale che in Italia passa per Berlusconi chiede alla sinistra contenuti e progetti nuovi, e mettere da parte magliette,slogan e rottami ideologici. Il recente discorso al congresso americano di Silvio B. che promette di "diffondere la democrazia" per "mettere a frutto i talenti" e "conquistare benessere" contiene in nuce tutta la visione unidimensionale della favola delle api della nuova destra. Al contrario, e non a caso, i termini più ricorrenti nel linguaggio di Romano Prodi e dell'Unione sono "sistema" e "rete". La sinistra deve saper opporre efficacemente alla visione frammentata ed agonistica del vetero-liberismo di Silvio B. e dei suoi amici un progetto organico basato su un approccio sistemico ai problemi, in grado di comprendere nel modo più ampio possibile tutti i fattori di complessità e farli interagire tra loro. L'Unione di Prodi non è la faccia d'occasione di una sinistra pavida, come vorrebbe la stampa del cavaliere, ma l'espressione più matura della consapevolezza che il mercato perde la sua natura vitale se non è tutt'uno con un sistema di regole condivise che fondano quel principio di responsabilità da cui emergono in modo naturale diritti e doveri. Analogamente, in politica internazionale, la rete europea non può essere un monosillabo al servizio del colonialismo americano, e la sua polifonia storica e culturale non può stilizzarsi in un' identità giudaico-cristiana che sembra ri-costruita più come arma che come momento di sintesi e di riflessione. Del resto ogni "valore" tirato fuori a forza dalle dinamiche che lo hanno costituito come tale tende a diventare un'icona svuotata di contenuti e dunque pronta ad accoglierne di nuovi . Ed è triste osservare che anche pensatori di alto profilo non si rendono conto che in questo momento il loro lavoro teorico ha, nella prassi politica, la stessa funzione della paventata vignetta della Fallaci.
L'ironia che è stata esercitata sulla "lunghezza" del programma dell'Unione e sulla coalizione di forze che lo sostengono è la misura della differenza tra il partito-azienda ed il progetto sistema. Anche l'ossessione del "faccia a faccia" televisivo è un indizio interessante. Da una parte il rapporto con gli elettori ed i loro problemi si esaurisce in un lampo (catodico); dall'altra c'è l'urgenza di recuperare e gestire la complessità dei rapporti sociali ed economici senza snaturarne le ragioni, ampliando lo spazio del confronto e della partecipazione reali, l'unico che può davvero garantire la validità delle scelte. Dare voce al Paese reale è il compito essenziale e difficile della sinistra, dopo anni "spettacolari" che, finalmente, non incantano più nessuno.http://www.golemindispensabile.it/Puntata56/articolo.asp?id=1969&num=56&sez=619&tipo=&mpp=&ed=&as=
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Dove sono i tifosi delle donne senza burqa?
Sono passati oltre quattro anni da quando i grandi quotidiani euroccidentali insieme alle più prestigiose televisioni del pianeta, tutte appartenenti ad una decina di grandi gruppi mediatici, ci hanno raccontato che in Afghanistan le donne si levavano il burqa e gli uomini si tagliavano la barba al passaggio dei marine liberatori. Quei pochi, Robert Fisk, Giulietto Chiesa, che osavano contraddire la descrizione del lieto "the end" hollywoodiano della democrazia "for export", venivano tacciati di disfattismo e condannati al rogo per connivenza con chi (già, chi?) aveva tirato giù le torri poche settimane prima.
Era il tempo nel quale il Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre espelleva Hebe Bonafini, la fondatrice delle madri di Plaza de Mayo, per non essersi perfettamente allineata al pensiero unico, all'interpretazione unica dell'11 settembre, che non ammetteva deviazioni ideologiche neanche in quella sede. Infatti, i grandi media, perfino la Rai , illuminavano quell'evento, ed Hebe avrebbe fatto fare brutta figura.
Hebe dormiva in terra in un vecchio palazzetto insieme ai Sem Terra, mentre i grandi del Foro, francesi ma anche italiani, stavano quasi tutti allo Sheraton, con le sue stanze e lussi così uguali a quelli dello Sheraton di Davos dove in contemporanea si teneva il Wef.
E' un'immagine che coglie la distanza tra due mondi nei quali la frontiera non passava tra Davos e Porto Alegre ma dentro Porto Alegre, come gli anni e i Fori successivi si sarebbero incaricati di dimostrare. Poche settimane dopo, l'11 d'aprile 2002, il fallito colpo di stato fondomonetarista in Venezuela, avrebbe scremato ancora di più la compagnia. Fu accolto infatti con grandissima tiepidità da gran parte della sinistra europea, anche quella che aveva partecipato a Porto Alegre. Altrove invece, la sconfitta di quel golpe così ortodosso, fu vista come la vera svolta del secolo.
Il fatto che il Foro 2006 si sia tenuto a Caracas, ma oscurato da quegli stessi media mainstream che lo avevano invece illuminato nel 2002-2003, e senza la presenza della gran parte degli illustri ospiti europei, ci fornisce un'altra pista interpretativa di un movimento che in Europa si spaccava tanto più fuori di questa trovava ragioni per restare unito. La non adesione alla manifestazione pacifista di sabato a Roma di parti sostanziali della sinistra è un segnale pesantissimo in questo senso.
I grandi media possono ancora oggi accendere e spegnere la luce, su Fori, manifestazioni, condanne a morte e colpi di stato. Anche in Cina i cattolici rischiano la vita, ma al caso di Abdul è stato dedicato più spazio di quanto in un anno si dedica all'insieme delle violazioni dei diritti umani in Cina. Temo che spiegarlocon il fatto che i grandi media, la Cnn , la Bbc , il Tg2, siano imbottiti di maoisti sia una spiegazione insufficiente perfino per i lettori di Feltri, gli spettatori di Fede o gli elettori di Calderoli. Semplicemente la Cina non si tocca.
Quegli stessi media che ignorano la Cina , hanno potuto però millantare di ragazze in minigonna per le strade di Kandahar ed oggi - e ben venga - scelgono di fare di Abdul un caso internazionale, per quanto scomodo. Alla fine però i nodi vengono al pettine e le contraddizioni sono irrisolvibili per la democrazia "for export". Si può infatti raccontare che in Afghanistan si è votato, che in Venezuela il colpo di stato era a fin di bene, che perfino in Iraq si è votato. Ma se quattro anni dopo averci raccontato che le donne afghane si levavano il burqa al passaggio dei bravi ragazzi dell'Arkansas o del Michigan, un uomo può essere condannato a morte per apostasia, è chiaro che niente è andato come ci è stato raccontato in Afghanistan. Come si concili l'esportazione di democrazia con la sharia e la condanna a morte per apostasia, dovrebbero spiegarlo Bush, Blair e Berlusconi, anche se a quest'ultimo nessun giornalista in questi giorni oserebbe fare tale domanda. Un po' perché furioso, un po' perché la politica estera e soprattutto le guerre sono state completamente oscurate nella campagna elettorale.
Anche se il posto giusto per ottenere spiegazioni da B. sarebbe un Tribunale Penale Internazionale, al proporlo si verrebbe tacciati di molto peggio che di utopismo. Il problema è che l'"esportazione della democrazia", così come la "guerra umanitaria", si sono giorno per giorno dimostrate espressioni senza senso. E non sono solo espressioni senza senso perché nascondono il neocolonialismo occidentale, del quale non si può parlare senza essere stigmatizzati di estremismo. Sono espressioni senza senso innanzitutto perché cariche di un volontarismo, quello neoconservatore, che si è da quel dì rivelato innanzitutto velleitario, fallimentare, estremista. Il millenarismo del"Progetto per il nuovo Secolo Americano" dei neoconservatori si è già rivelato in tutto il suo volontarismo: fallimentare prima che criminale. Perfino Francis Fukuyama se ne distanzia.
Purtroppo però, quando Massimo D'Alema afferma che è giusto esportare la democrazia anche ricorrendo alla forza, è a quel volontarismo neoconservatore che lega le sue sorti e quelle dell'Italia. Invece andrebbe affermato, qui ed ora, che quel volontarismo esce clamorosamente sconfitto da questa condanna a morte.
Tra pochi mesi il governo di centro sinistra che verrà, si troverà a fare i conti con l'ennesimo avventurismo (di nuovo, volontarista e velleitario prim'ancora che criminale) anglostatunitense, in Iran, forse in Siria, magari in Bolivia. Dovrà scegliere, il governo italiano, se definirsi sulla base delle pulsioni occidentali, della produzione di informazioni false e tendenziose da parte dei media mainstream, oppure sulla base delle reali condizioni sul terreno. Il portato più terribile delle "guerre infinite" di Rumsfeld e soci, è infatti che vengono combattute sul terreno "là", ma vengono combattute rispondendo a logiche politiche e mediatiche tutte interne al di "qua". Qualcuno muore per Danzica, Kabul, Baghdad, Teheran, Caracas, Gerusalemme, Damasco ma l'unica cosa che conta è come la sua morte influisca su media, politica ed economia a Washington, Londra, Roma, Madrid.
Forse le pressioni internazionali salveranno la vita di Abdul Rahman, il medico di 41 anni convertitosi al cristianesimo in Germania. Ma non riusciranno a recuperare l'idea che una volta di più la ricetta che propone l'Occidente per il pianeta, è una scatola vuota o un congegno criminale, o entrambe le cose. Dove sono le donne che si levavano il burqa al passaggio dei marine? Chi si è commosso a quelle immagini può per cortesia fare autocritica?
da www.gennarocarotenuto.it
di Gennaro Carotenuto
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Contentino agli islamisti
Passa una legge contro il proselitismo cristiano
“Chiunque tenti di convertire un musulmano a un’altra religione, costringendolo o usando mezzi di seduzione, rischia una condanna da 2 a 5 anni di carcere e una multa fino a 10mila euro”. Questo il testo di una legge proposta dal governo algerino e accettata dal Parlamento.
Una legge controversa. L’obiettivo della legge sono i protestanti evangelici e pentecostali, che da molto tempo, secondo tanti mezzi d’informazione algerini, sarebbero all’opera per convertire quanta più gente è possibile, in massima parte nella regione della Cabilia. Mancano dati certi sulla questione, ma al di là dei numeri effettivi di conversioni, resta la preoccupazione per un provvedimento che rischia di restringere la libertà di culto della comunità cristiana in Algeria. Si parla di circa 11mila persone che, durante la guerra civile che ha insanguinato il Paese negli anni Novanta, ha pagato un pesante tributo ma che per il resto vive rispettata, in uno dei paesi meno religiosi a livello istituzionale.
“Tutti quelli che vogliono praticare la loro religione sono i benvenuti, purché lo facciano in un quadro legale e organizzato”, ha subito dichiarato Abdellah Temine, portavoce del ministero degli Affari religiosi, “vogliamo solo che ognuno pratichi la sua religione in un quadro legale e organizzato”.
In poche parole libertà di culto sì, ma non il proselitismo.
Un passato doloroso. La decisione lascia molto perplessi, in particolare perché viene da un governo che ha fatto della laicità dello Stato il principio inderogabile per il quale è scoppiata la guerra al Fronte Islamico di Salvezza, che aveva vinto le elezioni nel 1991. L’Algeria inoltre ha grandi interessi economici nelle relazioni con i paesi cristiani dell’altra sponda del Mediterraneo, con l’Italia in particolare, per l’esportazioni di gas. Pare quindi piuttosto complesso capire quale logica ispiri una legge che, se sulla carta non è punitiva verso i cristiani algerini, non pare neanche un passo verso la libertà di culto di uno stato laico. Una possibile interpretazione dell’iniziativa legislativa è quella di correlare questa legge alla Carta di Riconciliazione nazionale, proposta dal presidente algerino Bouteflika e sottoposta a referendum popolare l’anno scorso.
Una riconciliazione difficile. La Carta, approvata a grande maggioranza, vuole nella sostanza chiudere i conti con la Guerra civile. Nessuna delle amnistie proposte negli anni dal governo Bouteflika ai guerriglieri ha portato al completo cessate il fuoco. La popolazione civile, dopo un conflitto che è costato la vita a circa 150mila persone, è adesso al sicuro, ma in certe aree del Paese continua lo stillicidio di scontri armati e di vittime tra l’esercito e il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, unica formazione del vecchio Gruppo Islamico Armato a non aver deposto le armi. D’altro canto, il governo Bouteflika non ha mai potuto agire liberamente per punire i militari che, come i guerriglieri islamici, si sono macchiati di gravi crimini contro i civili durante la guerra. Per tenere tutti buoni, Bouteflika ha deciso per il colpo di spugna. Ai parenti delle vittime è stato garantito un risarcimento economico e, nei giorni successivi all’entrata in vigore della Carta, migliaia di ex guerriglieri sono stati scarcerati. Nei giorni scorsi, il governo ha anche ammesso che, durante la guerra, l’esercito ha ucciso circa 17mila ribelli. Cifre mai fornite prima. Insomma pare che, in previsione delle elezioni del 2007, Bouteflika voglia una sorta di riconciliazione nazionale e i partiti islamici torneranno sulla scena politica algerina. Questa legge è una concessione agli islamisti, polemici verso un’Algeria laica, in modo da tenerli a badasenza pagare prezzi eccessivi. Sperando che basti per tenere sotto controllo l'integralismo religioso. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5047
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Quattro cittadini macedoni uccisi in Afghanistan
scrive Risto Karajkov
Tragico epilogo per i quattro cittadini macedoni rapiti di recente, mentre prestavano servizio per la compagnia multinazionale Ekolog in missione in Afghanistan. Rimpatriate le salme, a Tetovo e Skopje nel weekend si sono tenuti i funerali delle quattro vittime
Kandahar Quattro cittadini macedoni sono stati uccisi in Afghanistan la scorsa settimana, dopo che erano stati rapiti l’11 marzo scorso. I funerali si sono tenuti a Tetovo e a Skopje l’altro ieri (20 marzo).
Besim Aliu, Fadil Zenuni e Ljuljzam Fidani di Tetovo, e Sabit Tapiri di Skopje, stavano lavorando in Afghanistan per la compagnia multinazionale Ekolog.
Sabato 11 marzo erano stati rapiti nella provincia meridionale di Kandahar, ai confini con la provincia di Helmand.
Per più di una settimana dal loro rapimento, sono circolate informazioni contraddittorie sul loro destino. Le prime indiscrezioni che fossero stati condannati a morte dal leader talebano Mula Mohammad Omar e successivamente uccisi, erano state in principio smentite in assenza di conforme ufficiali.
Le fonti ufficiali si erano trattenute da qualsiasi dichiarazione e non erano state in grado di dare informazioni fino alla conclusione della vicenda.
“Vi prego di pazientare”, aveva dichiarato il ministro degli Esteri macedone Ilinka Mitreva la scorsa settimana, cercando di calmare i media, “dovete capire che siamo obbligati dal rispetto per le famiglie dei rapiti a rilasciare solo dichiarazioni che sono confermate, qualunque sia il destino dei nostri compatrioti”.
La compagnia aveva lanciato un’immediata operazione di soccorso, impiegando la sua squadra di emergenza. Vantando una forte presenza e operazioni condotte con successo sia in Afghanistan che in Iraq, la compagnia Ekolog ha sviluppato una certa esperienza nei negoziati coi rapitori e nella liberazione del suo staff.
“La nostra gente è a Kandahar e sta lavorando al caso. Ci attendiamo delle informazioni. Appena le avremo le renderemo pubbliche e informeremo i familiari”, aveva dichiarato il portavoce della Ekolog da Dusseldorf, Ljumiri Bexheti.
La Ekolog il mese scorso era riuscita a far liberare altri due ostaggi macedoni, rapiti in Iraq, dietro pagamento di un riscatto.
Questa volta la cosa non è andata a buon fine.
Lo scorso venerdì, è giunta la conferma della morte dei quattro cittadini macedoni rapiti.
I corpi delle vittime sono stati trovati dalle forze USA, in un campo minato nella zona di Kandahar. Durante il trasporto a Kabul, organizzato dalla polizia afgana, una della auto della polizia ha urtato una mina sulla strada e 5 poliziotti afgani sono rimasti uccisi.
Successivamente i corpi sono stati identificati da un collega della Ekolog.
“Le autorità di Kabul ci hanno informato che i corpi dei 4 lavoratori, rapiti l’11 marzo, sono stati ritrovati”, aveva riportato la direzione della compagnia di Dusseldorf.
“Siamo profondamente rattristati”, hanno detto alla Ekolog. “I nostri sforzi per liberarli non hanno dato risultati”.
Il ministero degli Esteri macedone ha rivolto le condoglianze alle famiglie delle vittime e ha provveduto un immediato rientro delle salme con un volo speciale.
“Esprimiamo le nostre più sentite e sincere condoglianze alle famiglie di Sabit Tahiri, Fadil Zenuni, Besim Aliu e Ljuljzam Fidani”, ha dichiarato Emil Kirjaz, segretario al ministero degli Esteri. Aggiungendo inoltre che ogni sforzo è stato compiuto per assicurare un immediato rientro delle salme.
Funerali a Tetovo Tetovo si è avvolta di tristezza durante il weekend e il sindaco Hazbi Lika ha dichiarato un giorno di lutto nella città, invitando a rinviare ogni manifestazione sportiva e culturale. Lettere di solidarietà sono giunte da ogni parte, inclusa l’ambasciata USA di Skopje.
Le famiglie delle vittime sono distrutte. Il più giovane, Besim Aliu, aveva solo 24 anni, con una moglie da poco sposata in attesa di un bambino. Aliu aveva tre anni di esperienza in Iraq e in Afghanistan.
I vicini e gli amici hanno aiutato le famiglie nelle preparazioni delle celebrazioni.
“È brava gente. Erano là per guadagnare, e avevano aiutato gli altri, i poveri. Erano adati là per cercare dei mezzi di sussistenza, perché questo nostro paese è povero”, dice la gente di Tetovo.
Altri sono palesemente amareggiati.
“So bene qual è la situazione in Iraq e in Afghanistan. L’ho provato di persona, ho lavorato diversi mesi in Iraq. Questa è una tragedia. Non ho parole”, ha detto Kani Rexhepi di Tetovo.
Nonostante gli appelli del ministero degli Esteri macedone di non andare a lavorare in paesi con un alto rischio di sicurezza, si stima che tra i 1200 e i 1400 cittadini macedoni stiano lavorando in Iraq e in Afghanistan. Molti dei quali sono impiegati nella compagnia Ekolog, che è una grande subappaltatrice per le forze alleate in questi due paesi.
Lo stipendio mensile che percepiscono i lavoratori in Iraq o in Afghanistan si aggira attorno ai 1500 euro, solitamente con la copertura di tutte le altre spese.
Nonostante il grande rischio, in Macedonia non cessa l’interesse di andare a lavorare in Iraq o in Afghanistan. Secondo alcune informazioni, circa 5.000 cittadini macedoni sono in lista di attesa. A seguito delle “nuove circostanze”, secondo quanto detto dalla Ekolog, l’invio di lavoratori in Afghanistan e in Iraq è stato temporaneamente sospeso.
Alcuni informazioni, giunte attraverso i parenti, dichiarano che una delle vittime aveva appena chiamato a casa la sera prima del rapimento, dicendo che sarebbero andati in una missione rischiosa il giorno seguente, motivo per cui avrebbero dovuto indossare degli abiti da talebani.
Secondo le leggi talebane, gli stranieri rapiti per la prima volta vengono rilasciati con la raccomandazione di lasciare l’Afghanistan. Se catturati la seconda volta, vengono uccisi.
Il corteo funebre a Tetovo è stato seguito da migliaia di persone. La città era vuota, eccetto nelle vicinanze delle salme, dove numerosi amici e parenti si sono uniti nel cordoglio. Anche il responsabile dell’Ufficio della Ekolog di Tetovo, Nazim Destani, ha partecipato alla processione. Una delle vittime era suo parente.
Sabit Tahiri, di Skopje, era un noto musicista ed ex membro della rinomata “Egzija” orchestra.
I funzionari della compagnia non hanno dato risposta ai numerosi giornalisti sulla questione del rimborso alle famiglie delle vittime. A giudicare dalla condotta altamente responsabile da parte della Ekolog nel salvataggio degli altri due cittadini macedoni lo scorso mese in Iraq, con il pagamento di un alto riscatto, si direbbe che la compagnia tratti i suoi impiegati correttamente.
Tuttavia, c’è una forte sensazione di risentimento tra la gente, contro la compagnia o i mediatori delle assunzioni o che assumono direttamente i cittadini macedoni in Iraq e in Afghanistan.
Questo è il secondo caso in cui cittadini macedoni vengono uccisi in un paese ad alto rischio di sicurezza.
Nel 2004, tre cittadini macedoni di Kumanovo furono rapiti in Iraq. Dalibor Lazarevski, Dragan Markovic e Zoran Naskovski furono i primi macedoni ad essere rapiti in Iraq. La loro morte fu confermata ufficialmente da una squadra speciale del governo dopo un esame della videoregistrazione della loro esecuzione, avuta originariamente da Al Jazeera. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5434/1/51/
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Phishing, la truffa nell’e-mail
Dalle e-mail fasulle ai cavalli di Troia informatici, inchiesta sulle nuove frodi on-line. Che, sempre più spesso, arrivano dall’ex blocco sovietico. Nome in codice: “phishing”.
Sempre più crimini vengono commessi su Internet (Carl Silver) «Gentile cliente, siamo felici di informarLa che grazie ad Internet le operazioni bancarie della nostra filiale sono diventate più sicure!». Così inizia un’e-mail truffa tipica del “phishing”, contrazione dell’inglese phreaking (“truccare”) e fishing (“pescare”), una tecnica volta ad ottenere informazioni personali di utenti Internet con la finalità del furto di identità. L'utente viene poi diretto verso un sito web della banca fasullo, in cui gli vengono chiesti i dati personali (nome, numero di conto, codice di accesso) e, dopo averli inseriti, nel giro di pochi secondi, il conto viene svuotato: i phisher hanno colpito!
Giovani, competenti, organizzatissimi
Le e-mail fasulle cercano di ispirare fiducia nelle loro vittime: si tratta, infatti, di messaggi apparentemente ufficiali e incoraggianti, che recano solitamente il nome di imprese o di marchi solidi. Le preferite dai phisher sono aziende internazionali come E-bay o Citybank. Questi phisher sono quasi tutti giovani e ben qualificati. Alcune di queste cyber-bande contano più di quattromila membri e sono organizzate secondo una stretta gerarchia. La loro azione consiste nel creare in Internet un mercato che va al di là dei confini territoriali, organizzando trasferimenti di denaro tramite sistemi di pagamento on-line semplificati come E-Gold (la cui sede si trova nei Caraibi) o il Wmr di Mosca.
Spesso questi cyber-ladri arrivano da Paesi non ancora sviluppati economicamente. Christoph Fischer, consulente per la sicurezza dei sistemi informativi, residente a Karlsruhe, ritiene che, con il crollo del comunismo nell'ex Urss, molti programmatori eccellenti ed istruiti siano rimasti senza lavoro. «In Bielorussia, Ucraina, nelle repubbliche baltiche ma anche in Romania e in Kosovo vivono le pecore nere del settore» continua Fischer. «Per una manciata di euro mettono da parte onore e orgoglio, e diventano mercenari dell’Information Technology».
Vestiti di marca e biancheria intima di lusso
Le autorità di questi Paesi hanno però diversi problemi a sconfiggere questo nuovo tipo di criminalità, come dimostra l’esempio della Bulgaria. All’inizio di febbraio 2006 si è riunita, al Parlamento di Sofia, la Commissione Infanzia, Gioventù e Sport. In quell'occasione, Javor Kolev, esperto in sicurezza tecnologica del Servizio Nazionale per la Lotta contro la Criminalità Organizzata (Ndbok) spiegava: «Basta che per cinque minuti un sito di phishing resti on-line, e noi riceviamo un segnale. Così siamo in grado di identificarlo e distruggerlo subito». Un metodo, questo, abbastanza offensivo, che è servito da esempio: un paio di giorni dopo, infatti, è stato annunciato che l'Ndbok aveva arrestato otto phisher, tra uomini e donne, che erano sul punto di rubare altri numeri di carte di credito. Questo gruppo, parte di un giro molto più esteso di phisher, riusciva a rielaborare il sistema di pagamento utilizzato dalla Microsoft e a rubare i codici delle carte di credito americane: è sufficiente che una persona si connetta a uno di questi siti per cinque minuti e i criminali hanno abbastanza tempo per appropriarsi dei dati. Con questi soldi le bande hanno fatto acquisti per più di cinquantamila dollari presi da conti correnti esteri comprando abiti, biancheria di lusso e software. Paragonandoli alla quantità di soldi rubati a livello mondiale, cinquantamila dollari sono noccioline: secondo l’istituto di ricerca del mercato statunitense Gartner negli Usa, nel 2005, i danni derivati da questi furti ammontano a 2,75 miliardi di dollari. Gli uffici che dovrebbero occuparsi della sicurezza di questi sistemi, proprio nei Paesi dove vivono i phisher, sono spesso scarsamente dotati. I loro sistemi hanno lacune troppo pesanti: davanti alla commissione parlamentare Javor Kolev ha sottolineato che l'Ndbok non ha mai avuto una connessione Adsl, e i suoi amministratori di sistema non conoscono linguaggi come Linux o Unix, quando sono proprio questi i sistemi operativi preferiti dai phisher!
Gli europei? Più diffidenti degli statunitensi
I phisher sono, poi, sempre alla ricerca di nuovi metodi per appropriarsi dei dati. «I phisher giocano in modo sottile con la paura dell'utente» sottolinea Guenther Ennen, dell'Ufficio statale per la sicurezza delle tecnologie informatiche (Bsi)di Bonn. Ci sono determinati lemmi, come, in questo periodo, "influenza aviaria", per colpa dei quali i destinatari delle e-mail non pensano a stare attenti e aprono istintivamente il messaggio. Bisognerebbe anche evitare di aprire e-mail che dicono "Hai comprato un biglietto per i Mondiali", quando una persona non ha effettivamente ordinato tale biglietto. Chi vuole combattere queste e-mail o evitarle dovrebbe stare attento alle caratteristiche che le accomunano: solitamente appaiono come “urgenti”, hanno un tono allarmistico, cotnengono errori grammaticali, ma soprattutto richiedono di confermare o dare i propri dati personali. Intanto i cyber-ladri hanno scoperto un nuovo metodo per rubare i dati. «Le e-mail fasulle, ormai, sono un metodo superato» dice Christoph Fischer. «I cosiddetti “cavalli di Troia”, oggi, non si limitano solo a rubare numeri di carte di credito e coordinate bancarie, ma tutto quello che viene digitato dalla tastiera e che si trova nel computer: la sua intera identità». I programmatori di antivirus non riescono a debellare virus, cavalli di troia e malware: «si pensi che ogni giorno nascono trenta-quaranta cavalli di Troia» spiega Fischer.
Ma la fine di questi cyber-crimini è ancora lontana. Questi furti si sono raddoppiati nel corso dell’anno 2005, ma Christoph Fischer è fiducioso riguardo all’Europa: i metodi di pagamento praticati nel Vecchio Continente sono molto più sicuri di quelli statunitensi, e gli europei sono molto più diffidenti quando ricevono e-mail sconosciute.
Srebrina Bognar - Köln http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6328
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Darfur : negli USA marcia di Sudanesi chiede intervento internazionale
di Carla Amato
Stanno marciando per tutta l'America per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'emergenza Darfur, un'emergenza che dura da anni ed ha prodotto migliaia di stupri, centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, fame e violenza.
Alla testa della marcia Simon Deng, un ex schiavo sudanese, e Manute Bol, un ex star del basket. In realta' i due testimonial dell'iniziativa sono originari del sud Sudan, dove un'altra guerra civile e' stata formalmente da poco conclusa con un accordo patrocinato dall'ONU.
La "marcia della liberta'" percorrera' oltre 480 chilometri - da New York a Washington - per chiedere un'azione urgente che metta fine al conflitto nella travagliata regione del Sudan.
Il governo americano non e' insensibile alla situazione del Darfur, anche perche' le peggiori atrocita' sono attribuite alla milizia araba filogovernativa Janjaweed, ma fino ad ora l'intervento della comunita' internazionale nel Paese africano ricco di petrolio era stato frenato dall'Unione Africana cui Khartoum si era appellata riuscendo ad ottenere che l'invio di peacekeepers vedesse solo presenze africane.
Ma le truppe di pace dell'Unione Africana hanno terminato i fondi per l'operazione (mentre le violenze non sono cessate) e quindi subentrera' l'ONU, come gli USA avevano chiesto fin dall'inizio. La decisione del Consiglio di Sicurezza non ha prodotto fino ad ora reazioni negative della Lega Araba, cui pure il governo sudanese - che rigetta ogni responsabilita' sull'azione delle truppe a lui fedeli - aveva fatto appello per evitare l'arrivo di truppe ONU, paventando un nuovo Iraq.
L'intervento degli USA e della comunita' internazionale e' richiesto invece dal cestista Manute Bol, il quale ha dichiarato alla stampa che i promotori della marcia non possono piu' tollerare che il loro "popolo nero e africano sia aggredito da queste genti che si dicono arabe".
Simon Deng - che da bambino fu rapito alla sua famiglia nel sud Sudan e venduto come schiavo ad una famiglia araba del nord - sa bene cosa significhi essere brutalizzato e privato della liberta', percio' chiede agli USA, dove riusci' a fuggire ottenendo asilo politico, di agire.
Gli organizzatori della marcia - che ricordano come per il Darfur si sia parlato di genocidio e come ogni giorno che passa continuino ad essere massacrate persone innocenti - si dicono convinti che migliaia di cittadini si uniranno a loro nella marcia, che si conclude il 5 aprile.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Suriname: le difficoltà di una piccola ma emergente nazione
La cornice politica del Suriname è quella tipica di un paese di recente indipendenza: risorse naturali ed una cultura originale, a causa della fragilità delle istituzioni, vengono amministrate da militari e governanti indifferenti alle sorti della Nazione. All'orizzonte, il pericolo dello sfruttmento economico di stampo neocoloniale, che in molti vorrebbero venisse combattuto con strategie politiche mirate alla coesione della società e alla salvaguardia della eccezionale biodiversità.
Paolo Liut
Equilibri.net
La Repubblica del Suriname è nota come Guyana olandese fino al 25 novembre 1975, giorno dell’indipendenza nazionale. Paese tra i meno estesi del Sud-America, conta appena 442.000 abitanti (ONU, 2005), di differenti gruppi etnici: le origini dell’attuale popolo sono infatti africane, per le deportazioni di schiavi negri dal 1650; ma anche asiatiche, con l’immigrazione di indiani o cinesi, in seguito all’abolizione della schiavitù del 1863. Le stime relative al reddito pro-capite sono comprese tra 2.100 e 4.000 dollari. il sistema democratico, basata su una Costituzione risalente al 1987, si è affermato dopo gli anni bui della dittatura e della guerra civile, anche se necessità di miglioramenti. L’economia dipende largamente da infrastrutture risalenti al periodo coloniale e dalle fluttuazioni dei prezzi sul mercato internazionale.
Lo scenario politico attuale: Venetiaan e la conferma dell’austerithy
Le elezioni politiche del maggio 2005 hanno determinato l’elezione per 5 anni di 51 membri alla carica di rappresentante degli interessi politici dei cittadini nell’unica camera dell’Assemblea Nazionale, assegnando la maggioranza, ma solo relativa, al New Front, NF, una coalizione di 4 partiti: lo storico NPS, Suriname National Party, il Progressive Reform Party, il Suriname Labor Party e il Pertjaja Lubur.
Come vuole la prassi della turbolenta e appassionante scena locale, si sono però levate le proteste sulla regolarità delle consultazioni, capeggiate dal partito della destra NDP, National Democratic Party di Desirè ‘Desi’ Bouterse, che tra l’altro ha raddoppiato i voti. Questo personaggio merita di essere messo in risalto, per la sua incredibile capacità di rimanere protagonista della scena politica nonostante i numerosi crimini di cui è stato accusato in passato: è stato infatti incriminato con un mandato di cattura internazionale nel 1997 dalla giustizia olandese, che ne ha chiesto l’estradizione, peraltro negata, per aver trafficato quantità industriali di cocaina tra l’ex colonia e la madre patria. È stato così condannato in contumacia nel 1999. In questo modo ha potuto continuare a fare politica liberamente in Suriname, come nel 1982, quando da tenente colonnello dell’Esercito organizzò un colpo di stato che portò all’assassinio di 15 leader politici dell’opposizione e la nascita di una dittatura militare, sotto la guida del Revolutionary People’s Front, braccio politico dei militari. Grazie soprattutto all’attività di guerriglia partigiana del Surinamese Liberation Army, il regime fu abbattuto e venne realizzata l’attuale Costituzione; tuttavia, nel 1990 Bouterse diresse un ulteriore golpe.
Altre forze politiche che hanno preso parte a tali elezioni, come la Democratic National Platform dell’ex Presidente Jules Wijdenbosch, ricordato soprattutto per la “spensierata” gestione delle casse dello Stato, che aveva portato a numerose proteste ed alle elezioni anticipate, nel 2000.
Non essendo stata raggiunta, dopo 2 votazioni, la maggioranza prescritta dalla Costituzione nell’Assemblea Nazionale, si è preceduto alla formazione di un’assemblea regionale ad hoc, People’s Assembly, composta da 869 rappresentanti di consigli locali, regionali e nazionali.
Quest'ultima, lo scorso agosto ha proceduto alla rielezione del Presidente Ronaald Venetiaan, che secondo le regole costituzionali è sia Capo di Stato che capo del gabinetto di governo. Egli nei precedente due mandati aveva promosso misure di contenimento dell’inflazione , nonché di stabilizzazione dei tassi, tagliando a tal fine la spesa pubblica e ristrutturando l’industria della banana, fallita nell’aprile del 2002. Così nel 2004, grazie al favorevole sostegno garantitogli dall’estero è stato possibile riaprire una fondamentale fonte di ricchezza e lavoro per il paese.
Analisi delle politiche perseguibili
Paesi emergenti come il Suriname dispongono di risorse che sono ancora legate a fattori spesso imprevedibili, come quelli climatici, indipendenti quindi dalla volontà umana, ma anche alla domanda di un mercato internazionale in cui hanno tali Paesi hanno un ruolo modesto in quanto produttori minori dal punto di vista geo-politico, incapaci quindi, se non nell’ambito di organizzazioni regionali, di influire sulle scelte di politica economica dei propri partner commerciali.
In un'ottica riformista, viene sempre più richiesta una politica di crescita sostenibile e di integrazione, che non finisca con il pesare né sulle spalle degli emigrati all’estero, costretti poi a versare ingenti rimesse ai famigliari in patria, né su quelle dei lavoratori rimasti. Tra le soluzioni proposte, ci sono quelle che puntano a piani di rilancio dell’economia che garantiscano sufficiente autonomia e competitività, in modo da garantire lo sviluppo e la modernizzazione di uno Stato efficiente ed integrato nel panorama regionale, dove sono presenti altre economie emergenti, sfruttando, anche con la cooperazione straniera, quelle inestimabili risorse ancora inutilizzate, come gli idrocarburi, che attualmente sono invece fonte di potenziali conflitti. E' il caso della diatriba con la Guyana relativa ai confini delle acque territoriali, potenzialmente ricche di petrolio, e attualmente al vaglio del Tribunale dell’ONU; oppure il contrasto con la Guyana francese per un triangolo di terra percorso da fiumi, potenzialmente fonte di risorse idriche dalle molteplici utilità.
Importante per un’economia compatibile con l’ambiente e con la crescente legislazione in materia dovrebbe essere una politica di diversificazione degli investimenti rispetto al tradizionale settore dell’estrazione mineraria, favorendo magari la coltivazione biologica o l’eco-turismo, che garantiscono la salvaguardia dell’originalità della natura locale e dei suoi prodotti, attraendo finanziamenti per imprese responsabili, rispettose del contesto sociale e naturale, evitando invece quelle mono-colture intensive su cui più facilmente s'inseriscono interessi di parte e sfruttamento esterno
L'integrazione sociale
Nonostante i progressi civili che si sono verificati nel settore dei diritti umani negli ultimi anni, ancora oggi bianchi, mulatti, neri ed asiatici si contrappongono non solo come esponenti di strati sociali differenti e distinti, ma come blocchi razziali separati dalla più grande animosità, in cui spesso sono le popolazioni bianche a godere di uno status privilegiato.
A questa realtà cerca ancora oggi di opporsiil movimento irredentistico, sorto a partire proprio dal periodo indipendentista in molte ex-colonie dell'area caraibica e latino-americana, riconociuto come “rinascimento antilliano”, mosso dalla stessa volontà di creare una cultura autenticamente antilliana, motivatrice ed integratrice. Questa ha prodotto un’evoluzione a partire dai canoni estetici fino alla riforma del sistema scolastico, basata proprio sull’emancipazione dai concetti propri della cultura della madre-patria: per quanto concerne il Suriname, ad esempio il sistema penale è tuttora, a 30 anni dall’Indipendenza, quello olandese.
Conclusioni
Secondo alcuni osservatori, pr stimolare lo sviluppo delle economie di paesi di piccole dimensioni, come nel caso del Suriname, sarebbe opportuno rafforzare l'integrazione regionale, tenendo conto del divario di forze e delle diverse istanze nazionali, risolvendo i problemi di cui soffre l’America del Sud, miseria e sfruttamento, in un'ottica cooperativa. Sulla base di comuni idee di progresso e da rivendicazioni di giustizia sociale e sostenuta da obiettivi e strategie geo-politiche alternative, la diplomazia regionale potrebbe ottenere vantaggi per i propri popoli ed un ruolo importante nella mondializzazione dell’economia e delle istituzioni.
In quest'ottica, la partecipazione della piccola ex-colonia olandese alla Comunità Sudamericana delle Nazioni, nata a Cuzco nel 2004 potrebbe aprire la porta a nuove prospettive ed orizzonti per i suoi cittadini.
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Bada a come parli
Modelli di comuncazione di una società de-culturalizzata
di IDA DOMINIJANNI
"Golem" mi chiede di parlare di una cosa precisa e praticabile che il prossimo governo dovrebbe realizzare. E' una sfida alla concretezza, giustamente rivolta non solo ai politici ma anche a noi cittadini e osservatori. Insomma: basta chiacchiere, dall'alto e dal basso, dal Palazzo ma anche dalla società civile; provi ciascuno a svoltare, in pratica e non solo a parole. Sacrosanto. E però: come la metto io che con le parole lavoro, in un giornale e in una università, e di parole vivo? C'è una concretezza delle parole? E c'è una politica delle parole concreta e praticabile che a un governo si possa chiedere?
C'è. Forse da nessuna parte del mondo quanto in Italia si è inverato anche sulla scena istituzionale quel pensiero del Novecento che ha posto l'accento sulla potenza produttiva delle parole, sulla performatività del linguaggio, sulla materialità del simbolico. Silvio Berlusconi lo ha incarnato, spacciando parole per realtà (il milione di posti di lavoro nel 1994, il contratto con gli italiani nel 2001), producendo realtà con le immagini (la reality-tv che ha conformato a sé il corpo e l'anima della nazione), usando alla perfezione la tecnica persuasiva e performativa del linguaggio pubblicitario (le sue ripetitive apparizioni in tv delle ultime settimane, l'ossessiva ripetitività delle barzellette e degli aneddoti o degli appelli alla mobilitazione contro il fantasma dei comunisti). I risultati, bisogna ammetterlo, sono stati straordinari. L'Italia tutta è diventata un gigantesco reality-show, in cui la maggioranza degli attori e delle comparse ha preferito per anni credere all'illusionismo dei miracoli piuttosto che guardare in faccia la realtà di un paese che stava colando a picco, in cui l'immagine è tutto e un paio di labbra ben siliconate aprono più strade di un curriculum ben costruito, in cui le parole della politica, di tutta la politica, rimbalzano rotonde e sorde l'una sull'altra senza mai provare l'ebbrezza dell'attrito con la realtà banale del vissuto quotidiano. Il declino si vede da qui, molto prima e molto meglio che dal crollo della competitività delle imprese o dall'invasione di magliette cinesi sulle bancarelle.
Non si vede all'orizzonte, nell'opposizione, un'alternativa a questa politica del linguaggio, salvo pensare che lo siano lo stiramento di un programma di governo in duecentottanta pagine o le sporadiche performance fin troppo sobrie di Prodi in tv. E non è improbabile che sotto le quotidiane esecrazioni che vengono rivolte al presenzialismo di Berlusconi continui ad agire una sorta di fascinazione per la sua capacità di recitazione, per il suo narcisismo da prim'attore, per la sua capacità di allestirsi o farsi allestire scenografie accattivanti; e dietro la fascinazione cova sempre l'imitazione. Qui però non si tratterebbe né di imitare il suo modello di comunicazione né di rovesciarlo contrapponendo la seriosità al cabarettismo, bensì di fuoriuscirne e di inventarsene un altro. Quale? Come? Tecnici ed esperti sono al lavoro, ma la prima cosa da fare, in fatto di comunicazione, sarebbe precisamente di fare a meno degli esperti, e di ritrovare la fiducia nella (e ridare fiducia alla) competenza linguistica e dei comuni parlanti, come si dice nel gergo della teoria linguistica. I comuni parlanti, cioè tutti noi con tutto quello che abbiamo da dire non "alla" politica a sua volta intesa come gergo specialistico, ma per riprenderci in mano la politica intesa come agorà democratica, presa di parola di tutti nella sfera pubblica. Uscire dal modello comunicativo di Berlusconi e del berlusconismo, significherebbe in primo luogo restituire capacità di comunicazione pubblica, di confronto democratico, ai comuni cittadini; cioè riorganizzare la democrazia, ricostruendo le sedi del dialogo e del conflitto e abbattendo il monopolio dei talk show televisivi di cui tutti siamo spettatori e nessuno attore. Restituire insomma alla politica la sua valenza comunicativa, dopo aver sperimentato la fortissima valenza politica della comunicazione.
La seconda cosa da fare, in fatto di comunicazione, sarebbe prendere atto del fatto che dopo anni e anni investiti sul come si comunica, abbiamo finito col non dare più alcuna importanza al che cosa si comunica: il mezzo si è mangiato il messaggio. Il che è vero per la televisione, fatta ormai di contenitori tutti uguali e tutti ugualmente indifferenti al contenuto; per i giornali, impaginati e titolati per colpire, stupire, essere sfogliati e non essere letti; per i libri, pensati sempre più in base a parametri di velocità di scrittura, di lettura e di consumo. Detto in altri e più crudi termini: ossessionata dal 'come' e indifferente al 'che cosa', convinta che l'essere si esaurisca nell'apparire, la società italiana sta diventando, è già diventata, una società de-culturalizzata. Condizione peggiore di quella di una società incolta, perché di un passato acculturato conserviamo un retaggio di supponenza e verbosità che gli incolti non hanno. Per fare un esempio: la verbosità supponente con cui, mentre scrivo, il ministro della giustizia sta stigmatizzando in tv Vladimir Luxuria per la sua identità transgender è difficilmente ipotizzabile in una società di analfabeti, e può darsi solo in una società de-culturalizzata. Il caso – frequente – di studenti universitari che ereditano dalle biblioteche familiari buoni libri e buone letture, ma di fronte alla stesura di una tesi di laurea arretrano o annegano in una mare di errori di grammatica e di sintassi, è anch'esso spiegabile solo all'interno di una società che fu acculturata ma è stata progressivamente privata delle istituzioni che insegnano a organizzare un pensiero in forma corretta. Si può invertire questa tendenza, nel paese che ha il più grande patrimonio culturale del pianeta e lo usa solo come un prodotto commerciale per ricavare il più possibile dal turismo delle città d'arte? Cominciamo ad esigere questo dal prossimo governo, che si dia come primo obiettivo quello di restituirci una scuola e una università in cui si impari qualcosa in più che fare la somma dei crediti da uno a centottantahttp://www.golemindispensabile.it/Puntata56/articolo.asp?id=1982&num=56&sez=619&tipo=&mpp=&ed=&as=
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Nuovo delirio di Calderoli: "Azzerare il desiderio sessuale degli immigrati"
REDAZIONE
O gli immigrati si decidono ad entrare in Italia in compagnia delle loro donne, oppure è compito dello Stato fare in modo che possano calmare i loro istinti sessuali. Il leghista Roberto Calderoli si lancia in soccorso della femmina bianca minacciata dall'uomo nero e sforna un'altra perla di saggezza. Propone di somministrare una pillola "frena-libidine" ai cittadini extracomunitari che arrivano in Italia senza la compagnia di una donna.
"Se tanti reati sessuali sono compiuti da extracomunitari è perché arrivano in un'età in cui hanno gli ormoni a mille, senza donne e con le prostitute che li rifiutano - ha spiegato ad un giornalista del settimanale L'Espresso - allora che vengano in meno, ma con le loro donne. Sennò darei loro quelle famose pillolette che azzerano il desiderio sessuale".http://www.centomovimenti.com/2006/marzo/23_calderoli.htm
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Allarme Usa: violenza sul voto Prodi smaschera il governo
di red
Allarme rosso per i cittadini Usa in Italia: attenzione alle manifestazioni e ai cortei, sembrano pacifici ma in realtà sono violenti. Uno strano allarme, lanciato dal Dipartimento di Stato americano nei giorni in cui, tanto per fare un esempio, esplode, senza provocare preoccupazione a Washington, la protesta dei giovani di Parigi contro il precariato. Uno strano allarme, che descrive il Bel Paese quasi fosse una democrazia vacillante sotto i colpi dei moti di piazza. E proprio per questo, forse, è un allarme che piace al governo di Roma.
Avvisi pubblici del genere, da parte del Dipartimento di Stato, sono frequenti, in caso di vertici o di riunioni internazionali che possono innescare proteste o là dove la situazione socio-politica è molto tesa o i sentimenti anti-americani sono forti. Qui si fa riferimento agli scontri dell'11 marzo a Milano, una manifestazione spontanea «divenuta violenta, con vetrine infrante, strade bloccate, 15 agenti di polizia feriti e 40/45 individui arrestati». Attenzione, allora: nei prossimi giorni «dimostrazioni sono programmate in diverse parti d'Italia». Quindi «ai cittadini americani si ricorda di essere vigili, di fare quanto necessario per migliorare la sicurezza e d'essere prudenti nei luoghi pubblici e sui trasporti pubblici. Qualsiasi attività sospetta in Italia dovrà essere riferita immediatamente alla polizia o all'Ambasciata degli Usa a Roma».
In realtà sul sito dell'Ambasciata Usa in Italia, nella rubrica Frequently Asked Questions (Faq) la questione dell'allerta italiano risulta decisamente ridimensionata. Alla domanda «c'è una minaccia specifica che ha indotto alla diffusione di questo annuncio pubblico?» gli esperti statunitensi rispondono: «No. L'annuncio pubblico vuole mettere in guardia gli americani che viaggiano sul fatto che l'Italia continua ad essere in un accresciuto stato di allerta a causa delle note minacce di estremisti per la sua partecipazione in Iraq e in Afghanistan e che le autorità italiane hanno dichiarato che il periodo precedente alle prossime elezioni costituisce una ragione di preoccupazione».
Il governo soffia sul fuoco
Deiventa sempre più chiaro che c'è qualcosa che non va. Romano Prodi telefona all'ambasciatore: «Ho chiesto spiegazioni all'ambasciatore americano, mi ha spiegato che è la prassi, ma io sono rimasto molto colpito, perchè una mossa del genere, con elezioni così vicine, può portare un senso di angoscia e di paura, e non ce n'è proprio bisogno». E alla fine, in serata, l'intera faccenda diventa più chiara proprio grazie a quello che c'è scritto nelle Faq del sito dell'Ambasciata Usa . «Leggo sul sito del'ambasciata Usa- chiarisce infatti Prodi- che l'allarme lanciato è stato diffuso perchè le autorità italiane hanno dichiarato che "il periodo precedente le prossime elezioni costituisce una ragione di preoccupazione". Leggo anche che di "questo annuncio il governo italiano è al corrente e corrisponde a varie dichiarazioni pubbliche fatte da vari esponenti del governo italiano". Ancora una volta, come nel caso delle politiche fiscali, si è voluto agire sull'emozione e sulla paura, senza curarsi dei danni prodotti al paese».
Insomma la segnalazione è «partita dall'Italia». Qualcuno ha architettato il tutto, qualcuno che soffia sul fuoco....
Silvio Berlusconi ribatte non solo parlando di «intromissione indebita di Prodi in ambito americano», ma esplicitamente accusa il Professore di «coprire la realtà delle cose e cioè che la sinistra ospita al suo interno chi pratica la violenza in molte direzioni e in occasioni differenti». Reazioni che certo non vanno nella direzione auspicata sempre dal leader dell'Unione, che aveva chiesto a tutti serenità, perché «si avvicina il momento della riflessione, i cittadini devono poter decidere liberamente. E il dibattito politico deve muoversi con regole precise, non con fuochi d'artificio tutti i giorni».
E invece fin da subito, anziché chiedere spiegazioni agli Usa per l’inusuale ingerenza in campagna elettorale, il governo italiano ha scelto di cavalcare l’onda dell’allarmismo. Dalle parole di Gianfranco Fini sembra quasi una strategia concordata: «Un cittadino americano che va ad una manifestazione di certi segmenti della sinistra radicale, dove si bruciano bandiere dell' America ed Israele e dice: “Sono americano ed ho votato Bush” sicuramente corre dei rischi», ammonisce il ministro degli esteri. E «se per emergenza democratica si intende che in campagna elettorale c'è chi cerca di impedire con la violenza libere manifestazioni, sicuramente sì».
Di ben diverso avviso Fausto Bertinotti, che si rivolge direttamente al governo: «Chi rappresenta il Paese dovrebbe assumersi la responsabilità di farlo, e dire a Bush che in Italia la sicurezza e l'ordine sono gestiti dalla vocazione democratica del popolo italiano». Difficilmente l’appello sarà ascoltato.www.unita.it
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La debolezza dei poteri forti
Gianfranco Pasquino
da l'Unità - 23 marzo 2006
I poteri forti esistono e non sono affatto anonimi. Non sono neppure stupidi, ma qualche volta sbagliano (e, purtroppo, i loro errori li paghiamo tutti). Non possiamo avere dubbi: gli Usa (e il loro Presidente) sono un potere forte. Vale, dunque, la pena pagare l’omaggio di una visita, come ha fatto Berlusconi, per intascare un qualche capitale politico, spendibile, in termine di immagine, nella campagna elettorale.
In Italia, i poteri forti sono da sempre gli stessi: la Confindustria e il Vaticano. Anche loro hanno fatto e continuano a fare i loro errori. Il sostegno totale del presidente D’Amato a Berlusconi nel 2001, in particolare, ma non soltanto, nella furibonda battaglia contro l’art. 18, l’abbiamo pagato tutti, Berlusconi compreso, in termini di produttività e, alla fine, anche di mancata soluzione del problema della mobilità del lavoro. Adesso, i vertici di Confindustria hanno cambiato appena appena la linea e più prudentemente non si sono schierati.
Questo non schieramento è stato interpretato da Berlusconi come una deriva a favore di Prodi e, allora, il presidente del Consiglio ha pensato che tanto valeva contarsi in Confindustria dove, per sua scelta, ha sempre contato poco, e di spaccare la Confederazione o almeno i suoi vertici.
Non c’è dubbio che, per molte ragioni, alcune delle quali anche comprensibili, gli industriali non sono affatto inclini ad appoggiare un governo di centro-sinistra. La loro forza consiste nell’opporsi a scelte che non gradiscono. Dunque, ha ragione Prodi: gli industriali potranno anche non votarlo, ma la sua disponibilità a concertare riuscirà probabilmente a condurre a buon esito i disegni di legge rilevanti concertati, non senza contraddizione, anche con i sindacati. Berlusconi ha altre idee che non portano alla concertazione, ma, come gli industriali hanno capito, neppure a buone decisioni. Lui vuole impedire loro di concertare. Vedremo se con il suo mirabolante intervento ha convinto, non le loro viscere, che sono tutte con lui, ma le loro teste che ragionano (magari sbagliando) in termini di scelte economiche.
Il Cardinale Ruini si è, invece, un po’ montato la testa. Continua a pensare di avere vinto un referendum, mentre, al massimo, ha convinto, grazie all’aiuto della Casa delle Libertà e, purtroppo, della Margherita, un numero non elevato di elettori, probabilmente non tutti cattolici, al non voto: la più facile e meno costosa delle opzioni. È tornato ad incoraggiare al non voto, intimando un po’ a tutti, ma soprattutto ai cattolici di non votare chi vorrebbe introdurre una diversa concezione di famiglia e vorrebbe lasciare, anche agli stessi cattolici, libertà di scelta in materia di procreazione, di vita e di morte. «Cattolici», dice a chiarissime lettere il Cardinale Ruini, «ci sono dei partiti che non dovete votare». Personalmente, non credo che sia un’interferenza. Ruini è da tempo un attore della politica italiana che fa la sua parte. Non mi stupisco neanche che nella Casa delle Libertà ci siano molti difensori, più o meno credenti e opportunisti, delle famiglie. Alcuni di quei leaders sono, infatti, in grado di rivendicare la difesa di più di una famiglia...
Quello che rende Ruini un potere forte non sono le divisioni composte da elettori cattolici, molti dei quali si sono già comportati e ancora si comporteranno in maniera difforme. È, invece, l’enorme battage pubblicitario che accompagna le sue dichiarazioni. È, inoltre, l’ossequio, interessato a un pugno di voti, con il quale troppi politici italiani, ahimé, anche nel centrosinistra, rispondono al cardinale. Faccio alquanta fatica a pensare che l’elettorato cattolico, sicuramente non un blocco monolitico, ritenga di dovere votare tenendo conto esclusivamente delle tematiche indicate da Ruini (qualche tempo fa vi avremmo trovato anche la difesa della italianità/cattolicità delle banche).
La risposta alla politica di Ruini dovrebbe essere altrettanto politica. Ciascun partito presenta un programma molto più ampio delle tematiche cattoliche. Incidentalmente, qualcuno potrebbe rivendicare come valori: la libertà di scelta, il diritto a essere lasciato o aiutato a morire, la libertà di ricerca scientifica per i benefici che apporta a tutta la collettività.
Poi, in Parlamento, in un dibattito pubblico e trasparente, saranno i rappresentanti eletti, sciolti da ogni disciplina di partito, a spiegare il loro voto (non il loro non voto: dite «sì sì», «no no»). Confindustria e Vaticano facciano valere i loro forti poteri, ma in una democrazia, il potere giustamente più forte è quello dei cittadini che danno mandato ai loro partiti (purtroppo, con la proporzionale impura e spersonalizzata, fermamente voluta dalla Casa delle Libertà, sulla quale non abbiamo avuto il piacere di conoscere le posizioni di Ruini, non c’è più nessun mandato ai candidati) e alle coalizioni. In un regime democratico, la politica è il potere forte che, come sanno i liberali praticanti, tenta di capire e esprimere l’interesse generale, di fare il bene comune, anche contro poteri forti comunque sempre particolaristici come la Confindustria e il Vaticano.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Furio Colombo: iniziativa elettorale Ma adesso è più prudente evitare le proteste di piazza
di Angela Frenda
Furio Colombo, il Dipartimento di Stato Usa mette in guardia i cittadini americani, esprimendo preoccupazioni per la sicurezza in Italia in vista delle elezioni. E cita, come esempio, gli scontri di Milano.
«Mi sembra poco più di un documento di sostegno elettorale che non ha niente a che fare con la cultura americana. I no global, prima di chiamarsi così, sono stati definiti il "popolo di Seattle", città che hanno messo a ferro e fuoco in modo non confrontabile con i pochi minuti di Milano. Questo documento mi sembra del tutto estraneo alla vita americana, fatta di esperienza. Loro sanno benissimo che quel tipo di manifestazioni non mette in pericolo nessuno. E poi, che strano: la più grande potenza mondiale non parla della Francia, ma si concentra sull'Italia, dove c'è stato un solo incidente di 15 minuti «Abbiamo un governo di cui non ci si può fidare. E queste elezioni sono talmente delicate, e destinate a cambiare la nostra vita, che non è fuori luogo raccomandare di evitare, per prudenza, ogni forma di manifestazione che vada al di là delle parole. Sia per il principio generale che è sempre bene non usare la violenza, sia per l'aspetto particolarmente sinistro di un governo che strumentalizza tutto. E che controlla troppo le informazioni, facendole diventare ogni volta quel che vuole».
Il Polo ha travisato i fatti di Genova Era una normale manifestazione, diversa da quella di Milano.
«È quello che è successo con Genova. Lì ho la sensazione che quell'evento non assomigliasse affatto a quella di Milano. Era una normale manifestazione politica, così come avvengono da anni negli Usa e in Gran Bretagna. Invece il centrodestra ne ha dato una rappresentazione tremenda. Ha falsato la realtà».
Secondo lei c'è una differenza tra gli scontri di Milano e quelli di Genova?
«Penso proprio di sì. Non c'è rapporto tra la violenza di Milano, che condanno, e Genova, no. Ma alla fine tutto è stato travisato. Ecco perché consiglio ai giovani di evitare queste manifestazioni. Vengano in massa a quelle di qualunque partito dell'Unione. In modo da mostrarci insieme il più possibile, e sottrarci a ogni possibile manipolazione di questo governo».Corsera
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La vittoria di Berlusconi del 10 aprile
È mia opinione, sin da tempi non sospetti, che le elezioni le vinca il nano. In particolare la questione dei sondaggi, tutti che presentano le stesse percentuali anche per i partiti più piccoli, è quella che più mi fa pensare ad un rovesciamento eclatante, come quello delle elezioni tedesche recenti.
È ovvio poi che il nano stesso continuerà a fare le uscite come quella fatta da Confindustria, per toccare nel vivo il suo elettorato e polarizzarlo; che è l'unica via per portare tutti a votare.
Sì perchè, e mettiamocelo in testa, sin dalla fine della prima guerra mondiale, l'Italia è e resta un paese di destra. Ma non di destra "europea". L'Italia è di destra becera, come neanche AN lo è più. Destra alla me ne frego, destra della battuta pronta a risolvere le situazioni, destra che dice sempre che gli altri sbagliano, destra che ha ripetutamente portato il paese sull'orlo della rovina. Con la guerra, con le ripetute crisi e svalutazioni monetarie, con la corruzione diffusa. Destra che se ne frega degli altri.
Destra che solo alla fine si inguatta, appunto nel tipico suo stile. Lo ha fatto nel 43, lo ha fatto nel 60, lo ha fatto durante il terrorismo, e poi nel 92 con la crisi e il quasi-default.
E lo farà nel 2008, quando l'Italia uscirà dall'Euro. E si avvierà verso la sua crisi Argentina.http://carlettodarwin.blogspot.com/
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Il Presidente di Tutti
Se io fossi uno che si candida ad essere il "presidente di tutti" (come prevedono le regole attuali della democrazia), non credo che imposterei una campagna elettorale basata sulla divisione, sul tu sì e tu no. E cercherei di capire le ragioni di chi la pensa diversamente, invece di irridere e strepitare. Se non sono disponibile almeno ad accettare che qualcuno possa pensarla diversamente, come posso rappresentare tutti?
Se io mi proponessi per rappresentare il Paese cercherei di mantenere di un contegno istituzionale e di ricordarmi che l'innovazione e la crescita sono più facili in un clima sociale che porta verso la conciliazione e il rispetto delle posizioni reciproche. Tenterei soprattutto di non dimenticare che devo rappresentare anche chi non la pensa esattamente come me.
Certo, poichè sto affermando queste cose è evidente che sono -nell'ordine- un comunista, un giornalista, un industriale, uno dei centri sociali, uno della televisione, uno del sindacato, un no global, ecc.
(Ma esiste qualcuno che il potenziale Presidente di tutti non ha ancora accusato o messo alla berlina? Detto in altro modo: esiste qualcuno che il candidato premier sente di rappresentare?) http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=431
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Medaglia d'oro a Quattrocchi. E' rivolta contro la decisione di Ciampi
REDAZIONE
E' rivolta contro la decisione del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di assegnare la medaglia d'oro alla memoria a Fabrizio Quattrocchi, la guardia privata rapita e uccisa in Iraq nell'aprile del 2004. La critica più forte è certamente quella di Giuliana Sgrena, che oggi ha definito Quattrocchi "un mercenario".
"Non penso che morire dicendo postato da ulivovelletri |
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Sarfatti: *A Vicenza mi aspettavo il coupe de theatre*
Il testo integrale dell'intervento di Riccardo Sarfatti, tra i fondatori dell'associazione per il Partito Democratico, apparso questa mattina sulla prima pagina di «Europa», quotidiano della Margherita
Sono andato a Vicenza per due ragioni. La prima: ero stato a Parma nel 2001 e volevo rendermi conto se e quanto fosse cambiata da allora Confindustria. La seconda: nei dibattiti erano relatori Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte e Giancarlo Galan, Presidente della Regione Veneto e perciò pensavo sarebbero emersi in modo particolare i problemi dei territori del Nord, che, come ho più volte scritto, ritengo fortemente sottovalutati, nelle loro specificità, dalla politica nazionale. Certo mi interessava anche il confronto tra Prodi e Berlusconi.
Raramente mi è capitato che le mie aspettative fossero così ben ripagate. Il complesso degli eventi, nel loro insieme, ha dato risposta ad ognuna delle attese, non senza qualche forte emozione.
Personalmente non ho creduto alle notizie del venerdì sera che Berlusconi non si sarebbe presentato. Ho anche dichiarato che mi aspettavo il “colpo di teatro”. L’averlo vissuto in diretta consente di restituirne gli effetti che, sinceramente, non mi sembra siano stati sin qui riportati nella loro effettiva consistenza. Cerco di farlo aiutandomi anche con qualche dettaglio “itself explanatory”.
Quando Berlusconi arriva salendo sul palco, zoppicante, la prima cosa che chiede, e la chiede ripetutamente, è un microfono-gelato. Quando cercano di mettergli il microfonino al collo, lo rifiuta e precisa bene quale tipo di microfono vuole: quello che non lo obblighi a stare sulla sedia. I dettagli erano studiati nei minimi particolari; questo come quello dei 300 che hanno riempito il fondo della sala, nella mezz’ora precedente al suo arrivo. Personalmente mi trovavo nel mezzo, un poco decentrato rispetto alla parte da cui si entrava, e perciò in posizione ottima per una visione “di insieme”.
Ho così potuto vedere bene come il putiferio sia iniziato. Inizialmente la platea applaude Berlusconi (appena un poco più calorosamente del giorno precedente con Prodi), sembra condividere le sue posizioni, ma ad un certo punto, quando per molti il tono e i contenuti erano diventati insopportabili, una voce invita De Bortoli ad andare via (“Ferruccio vai via!”), come segno chiaro di protesta contro il comizio, fuori dalle regole pattuite. E’a questo punto che la platea si spacca: la parte di imprenditori che non condivide gli attacchi di Berlusconi sembra improvvisamente superare lo shock e comincia apertamente a fischiarlo. E’ il loro dissenso che innesca quello dei 300. La tensione sale al massimo, il Premier abbandona qualsiasi controllo. Da quel momento impossibile distinguere il dissenso degli uni e degli altri.
E qui trova chiara risposta la domanda sul cambiamento di Confindustria da Parma. Allora il dato significativo era il consenso bulgaro al futuro capo del Governo per un programma “fotocopia di quello degli industriali”: non più del 5% era pienamente conscio dell’erroneità e della miopia politica di un’azione di Governo basata sul principio della sostituzione di un “interesse di parte” all’”interesse generale”. Oggi perlomeno il 50% degli imprenditori di Confindustria auspica strade diverse ed è convinto che la complessità dei problemi debba essere affrontata in una logica avanzata di coesione sociale e non già in una arretrata di scontro e sopraffazione. E’ la coscienza della difficoltà e dei rischi del protrarsi della situazione attuale che lo impone. Così come una coscienza finalmente assai più diffusa e chiara del ruolo sociale dell’impresa.
Confindusria è cambiata, grazie a Montezemolo e ai suoi collaboratori, ma soprattutto in ragione delle nuove esigenze dell’impresa italiana ad ogni livello dimensionale, in ogni settore, in ogni ambito territoriale.
Se l’ottimo Pininfarina, fosse andato appena un poco oltre al taglio “piemontese” della sua difficilissima replica-chiusura, e avesse soltanto un poco fatto appello alla necessità di una nuova responsabilità imprenditoriale dopo gli anni del berlusconismo, avrebbe probabilmente ottenuto un’ovazione superiore ad ogni precedente clamore. I 300 se ne erano subito andati, ma molti degli imprenditori erano rimasti in sala.
Certo rimane comunque l’altra parte di Confindustria, l’altro 50%; forse meno, in una visione ottimista, ma comunque tanto nel complesso dell’impresa italiana. In particolare, appunto, quello di una buona parte della piccola e micro impresa dei territori del nord. Quello che ha legittimato sé stesso nella stretta connessione dell’ideologia del fare e del liberismo sfrenato. Del fare comunque, senza preoccupazione del far bene e correttamente. Anzi, spesso facendolo nel proprio esclusivo e singolo interesse, contando su aiuti e protezioni, in ogni ambito e ad ogni livello, compreso, troppo spesso, quelli della politica. Aiuti e protezioni che nella realtà hanno spesso impedito il dispiegarsi pieno e compiuto di un libero mercato, effettivamente “concorrenziale”. (“Concorrenza, bene pubblico” era il tema del Convegno). Così è stato, e ancora è, nella Lombardia dei Formigoni e nel Veneto dei Galan. Anche per questo, forse proprio per questo, il nanismo dell’impresa italiana si è consolidato di pari passo con la trascuratezza e il disinteresse per il ruolo sociale dell’impresa. Chi non ha fatto ricorso a protezioni e ha olivettianamente operato tenendo conto del ruolo sociale dell’impresa certamente non ne ha avuto alcun vantaggio, forse alcuni svantaggi. Innanzitutto è rimasto piccolo, in assenza di una “logica di sistema”, che consentisse la crescita, impedita dal prevalere costante dell’interesse individuale, salvaguardato e protetto anche quando operante al di fuori delle regole e non nell’interesse pubblico.
Crescita e ripresa dello sviluppo rimangono i veri grandi problemi del paese in attesa di proposte di risoluzione convincenti. Indispensabili per ridurre ulteriormente quel 50% e per portarlo anch’esso verso la condivisione di nuove politiche per l’impresa, neppure lontanamente abbozzate nel sovraeccitato comizio di Berlusconi, incapace di discostarsi dalle trite convinzioni di sempre, ripeto DI SEMPRE, della parte più arretrata, ma non marginale, del capitalismo italiano.
Ma da Parma a Vicenza molto è cambiato se ci atteniamo a come le cose sono andate e a ciò che Vicenza ha effettivamente mostrato. Un buon segno nella direzione di un capitalismo che non può più fare a meno di politiche concretamente riformatrici. Tanti auguri Confindustria, tanti auguri Sindacato, tanti auguri Presidente Prodi.
Riccardo Sarfatti
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Il pragmatismo, anticamera del naufragio
Siamo arrivati alla fine di una legislatura che ha segnato un’offensiva senza precedenti della Chiesa cattolica per smantellare lo stato laico creato dal processo di unificazione nazionale.
Quel che è più grave è che forze di sinistra che si erano sempre battute in passato contro le interferenze clericali hanno innalzato la bandiera bianca e hanno inventato le più strane giustificazioni di fronte alla resa vera e propria davanti all’offensiva ecclesiastica.
A me è accaduto che dopo aver scritto su “l’Unità” un editoriale dopo uno dei soliti interventi del cardinale Ruini (l’ultimo è di qualche giorno fa,nel momento più teso della campagna elettorale) e aver rivendicato in quell’articolo la separazione tra Stato e Chiesa con reciproca autonomia il giorno successivo mi son trovato un intervento del coordinatore della segreteria dei Democratici di sinistra Vannino Chiti che contestava le tesi espresse negli anni venti dal liberale Guido De Ruggiero e si pronunciava contro il mio editoriale.
Nello stesso tempo ricevo di continuo lettere e appelli di sacerdoti italiani che mi dicono di condividere il mio pensiero e di andare avanti in questa battaglia per la laicità dello Stato.
Siamo dunque arrivati al paradosso di una sinistra che è in gran parte su posizioni più zelanti di uomini che hanno dedicato la loro vita al sacerdozio.
E’ difficile giungere a questo punto e la spiegazione non può essere di semplice opportunismo. C’è da pensare invece che una certa sinistra, equamente divisa nei due maggiori partiti dell’Unione, abbia perduto la propria identità e si affanni a sostituire ad essa un vuoto pragmatismo pronto a qualsiasi rinuncia pur di ottenere il consenso elettorale.
Ma una simile attitudine non può non portare al vero e proprio naufragio di quelle forze che, dalla rivoluzione francese in poi, dovrebbero aver capito che il confronto con la destra non si gioca soltanto sulla politica economica e sociale ma anche su una reale indipendenza dal potere ecclesiastico così forte ancora nel nostro paese.
Nicola Tranfaglia http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9341&numero='128'
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Perchè siamo qui?
di Norman Solomon (AlterNet)
Perché siamo qui su questo pianeta? Perché ci troviamo qui? Non è una domanda semplice. Tuttavia, la partecipazione è un modo per dire che noi non siamo qui per prendere parte alla macchina di guerra. Non siamo qui per prendere parte agli omicidi. Noi siamo qui per una missione diversa
Sabato scorso, durante il suo discorso al Presidente degli Stati Uniti, diffuso dalla radio nazionale, la senatrice statunitense Dianne Feinsten ha accusato l’amministrazione Bush di “incompetenza” in merito alla guerra in Iraq.
Quale sarebbe una maniera competente di portare avanti l’avventura irachena? Come si possono sganciare micidiali bombe sui quartieri delle città in maniera competente? Come si possono dispiegare ordigni a grappolo che riducono a brandelli i corpi dei bambini in maniera competente? Come si possono prelevare in maniera competente centinaia di migliaia di persone dal loro paese e spedirle, sulla base di una serie di menzogne, in altri paesi dove uccideranno e verranno uccise?
Come si possono saccheggiare gli alloggi, il sistema sanitario, le scuole delle tante comunità degli Stati Uniti mentre le multinazionali realizzano profitti milionari dai contratti di guerra – in maniera competente?
La senatrice Feinstein ha ribadito che, in merito alla guerra in Iraq, è importante per il governo statunitense “fare del proprio meglio”.
Come si può pensare di fare del proprio meglio in una guerra che di giorno in giorno provoca sempre stragi sempre più cruente? L’unico modo per fare del proprio meglio in questa guerra è non farla proprio.
Venerdì scorso, riportando la notizia di un nuovo assalto dell’esercito statunitense in Iraq, il San Francisco Chronicle in prima pagina commentava: “Iraq: offensiva aerea più intensa dal 2003, come a dare un preciso messaggio”.
Come a dare un preciso messaggio. Quarant’anni fa, il Segretario della Difesa Usa Robert McNamara disse che era necessario sganciare bombe sul Vietnam del Nord per dare un preciso messaggio ai leader comunisti di Hanoi. L’ex corrispondente di guerra Chris Hedges, nel suo libro ‘War is a force that gives us meaning’, ricorda che quando riportava da El Salvador, una mattina si svegliò e scoprì che di fronte all’albergo dove risiedeva con alcuni colleghi le squadre della morte locali nella notte avevano scaricato alcuni cadaveri, nelle cui bocche erano stati posti messaggi di minacce contro i giornalisti.
Nella ex Jugoslavia, durante la primavera del 1999, gli ordini sganciati dalle forze Usa guidate dalla Nato volevano dare un messaggio. Quando, a mezzogiorno di un venerdì di quel periodo, nella città di Nis, alcune bombe a grappolo – fornite grazie ai contribuenti statunitensi – piombarono sul corpo di una donna che aveva appena acquistato alcune carote al mercato, anche in quel caso si trattava di un messaggio.
Anno dopo anno, i potenti inviano messaggi causando morte. L’11 settembre del 2001, Osama bin Laden ha inviato un messaggio al World Trade Center. Nell’autunno del 2001, i militari americani hanno inviato un messaggio all’Afghanistan, dove il numero delle vittime tra i civili – se vogliamo fare operazioni di conteggio – è stato almeno pari a quello dei tanti che morirono a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle.
Tuttora, George Bush continua a inviare messaggi per mezzo di bombe e proiettili. E noi veniamo spronati – se non all’avido sostegno – a rimanere passivi. A differire. A rimanere inermi.
Quando le persone negli Stati Uniti si riuniscono per opporsi a questa guerra, si rifiutano di partecipare all’invio dei messaggi di morte.
Quasi quarant’anni fa Martin Luther King parlò di ciò che egli chiamava “la follia del militarismo”. Egli è con noi, qui e in questo momento; è con noi ogni volta che un bambino negli Usa è malnutrito, ogni volta che qualcuno ha bisogno di assistenza medica ma non la ottiene e qualche volta ne muore – mentre il budget militare Usa, più della metà di mille miliardi di dollari all’anno, non viene impiegato per la difesa, bensì per spese che non corrispondono a nulla che possa essere chiamato attività di difesa.
La follia del militarismo di cui parlava Martin Luther King viene espressa quotidianamente da gente come la senatrice Feinsten, che per la guerra richiede “competenza”, e dice che deve essere fatta al meglio.
Ciò di cui abbiamo bisogno dagli Stati Uniti è un impegno di pace, non un impegno di guerra. Invece di svolgere al meglio un lavoro di morte, in giro per questo paese esiste un movimento che vuole costringere quello che chiamano il governo degli Stati Uniti d’America a sforzarsi al massimo per sostenere la vita – invece di prendersela.
Il punto non è che questa guerra non può essere vinta. Il punto è che la guerra è stata, è e sarà sempre sbagliata, e perciò deve essere fermata.
Perché partecipiamo ad ogni dimostrazione per la pace e la giustizia sociale? Perché questi sono i valori per cui vogliamo vivere. E perché siamo qui su questo pianeta? Perché ci troviamo qui? Non è una domanda semplice.
Tuttavia, la partecipazione è un modo per dire che noi non siamo qui per prendere parte alla macchina di guerra. Non siamo qui per prendere parte agli omicidi, non siamo qui per sostenere e incoraggiare George Bush che guida un gioco al massacro in nome della libertà per servire la logica del profitto.
Noi siamo qui per una missione diversa.
L’ultimo libro di Norman Solomon, ‘War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death’, è appena uscito. Nuovi Mondi Media ne ha pubblicato la versione italiana, ‘MediaWar. Dal Vietnam all'Iraq, le macchinazioni della politica e dei media per promuovere la guerra'
Fonte: http://www.alternet.org/columnists/story/33811/
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
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Iraq : inchieste USA su uccisioni di civili da parte dell'esercito
di Rico Guillermo
L'esercito USA ha disposto ieri un'inchiesta su un attacco costato la vita ieri a diversi civili a nord di Baghdad, l'ultima di una serie di azioni dei soldati americani che hanno prodotto vittime civili (spesso senza nessun altro esito) in tre anni di guerra in Iraq.
L'indagine e' stata ordinata dal comando della Forza multinazionale e riguarda un'operazione contro una casa occupata da un uomo supposto appartenente di Al Qaida vicino a Balad. Lo ha detto un portavoce, precisando che per l'esercito USA solo quattro civili sono stati uccisi, mentre la polizia locale dice che si tratta di 11 persone.
Secondo il portavoce, le forze USA erano state prese di mira da spari provenienti da una casa e l'aviazione ha risposto distruggendo l'abitazione ed un veicolo. Il colonnello ha detto che gli Stati Uniti hanno sempre tarato le loro tattiche e procedure alla luce dei vari incidenti di percorso e per questo e' stata disposta l'inchiesta per stabilire l'andamento dei fatti.
Lunedi', Time aveva reso noto che il Pentagono ha aperto un'inciesta sulla morte di 15 civili iracheni che erano stati uccisi dai Marines nel novembre 2005 vicino alla citta' di Haditha, nell'ovest dell'Irak, dopo che un loro veicolo era stato fatto segno di una bomba. Fra essi sette donne e tre bambini.
Secondo la rivista americana, un rapporto del corpo scritto all'indomani dall'incidente affermava che un soldato USA e 15 civili erano stati uccisi dall'esplosione, ma invece i civili sarebbero stati uccisi per rappresaglia dopo l'attacco. Secondo Time, le organizzazioni dei diritti dell'uomo ritengono che l'eventuale conferma di tali accuse porterebbe alla ribalta il caso piu' grave di omicidio deliberato da parte delle forze americane in Iraq.
Martedi' George W. Bush ha detto che le forze USA resteranno nel Paese per anni e che sara' forse il futuro presidente a deciderne l'eventuale ritorno, aggiungendo pero' di essere ottimista sul futuro del Paese.
Pochi giorni fa il Tribunale europeo per i diritti dell'uomo, respingendo un ricorso di Saddam Hussein, aveva argomentato che eventuali violazioni dei diritti commessi in Iraq sono da ritenersi responsabilita' degli Stati Uniti, essendo questi a detenere il comando ed il controllo di sicurezza nel Paese mediorientale.
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Il mestiere (e il business) più antico del mondo
Dalla prostituzione alle adozioni illegali, il traffico di esseri umani rappresenta un giro d'affari enorme e in continua crescita.
Spesso le vittime sono abbandonate dalle autorità (Yarick Mission) Centoventimila persone. Secondo un rapporto della Commissione Europea del 2001, in Europa occidentale ogni anno sarebbero circa 120.000 le donne e i bambini oggetto di tratta di esseri umani. È un'industria dalle molte ramificazioni, che sfrutta le proprie vittime in aree come l'accattonaggio organizzato, l'adozione illegale e il commercio di organi umani. Ma è alla prostituzione che la tratta di esseri umani viene sempre più spesso associato.
Una merce ad alto profitto
Secondo il Ministero degli Esteri francese, il traffico di esseri umani è al terzo posto tra le attività illegali dopo il traffico di stupefacenti e di armi, con profitti annuali a livello mondiale tra i 7 e i 13 miliardi di dollari. Gli esseri umani hanno un "valore duraturo" in quanto possono essere rivenduti per profitto. A differenza di armi e droghe, i carichi di esseri umani non possono essere sequestrati, il che li rende una merce ad alto profitto, a fronte di rischi relativamente bassi.
I cambiamenti politici dell'ultimo decennio hanno contribuito alla crescita del traffico di esseri umani dagli Stati dell'Europa centrale e orientale verso l'Ue. La caduta dell'Unione Sovietica e le guerre nei Balcani hanno costretto un gran numero di lavoratori ad emigrare. Secondo il Consiglio d'Europa, il reddito pro-capite in Europa centro-orientale è calato del 30% rispetto al 1989, nonostante una parziale ripresa economica nella regione. In nazioni come la Moldova, l'Ucraina e la Romania, tra il 20 e il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Spesso queste persone guardano all'Ue come ad una speranza di condizioni di vita migliori. Non è raro che i trafficanti manipolino chi si trova in situazioni difficili con la promessa di condizioni "migliori" in Occidente.
L'allargamento dell'Ue ha facilitato il traffico di esseri umani avvicinando i suoi confini a Paesi economicamente instabili come l'Ucraina, l'Albania e la Bielorussia. Per gli abitanti di questi Paesi più poveri l'Ue è una meta vicina e attraente. Tuttavia l'inasprirsi della politica europea sull'immigrazione ha reso più difficile per i migranti entrare legalmente nell'Ue, aumentando così il fenomeno dell’immigrazione clandestina.
Criminalità organizzata e contromisure dell'Ue
Secondo il Computer Crime Research Center, la globalizzazione della tecnologia e il miglioramento delle infrastrutture informatiche hanno esacerbato la situazione, permettendo ai criminali di creare industrie del sesso altamente sofisticate. La Commissione Europea riconosce il ruolo della tecnologia nella cosiddetta «invisibilità dello sfruttamento» e ritiene che vadano «ulteriormente sviluppate forme di partenariato tra settore pubblico e privato con i fornitori di servizi Internet».
La criminalità organizzata controlla spesso l'intera catena che va dal reclutamento fino allo sfruttamento sessuale, passando per la rete di trasporti. È più facile che siano le prostitute ad essere arrestate, piuttosto che i loro sfruttatori. Questi ultimi sono soliti confiscare i passaporti delle loro vittime e spingerle a pagare per il trasporto e i documenti: questo le obbliga a rivolgersi ad attività illegali e remunerative come la prostituzione.
Nel passato l'Ue si è interessata più all'applicazione della legge e alla cooperazione giudiziaria che alla prevenzione dei traffici e alla protezione delle loro vittime. La Convenzione europea sulla lotta contro la tratta degli esseri umani, approvata nel 2005, espone gli obblighi degli Stati di rispettare e proteggere i diritti delle vittime dei traffici. Si concentra sulla prevenzione, sull'attività investigativa, sulla prosecuzione e sulla cooperazione internazionale. Amnesty International ha apprezzato la Convenzione ma ha anche auspicato che i Paesi dell'Ue prendano «misure concertate, da soli o in cooperazione tra loro, per affrontare le cause alla radice dei traffici» e assistano le vittime in una «migrazione sicura e legale».
Mondiali in Germania, la domanda di sesso aumenterà
Una nuova priorità dei ministri dell'Ue è la prevenzione del traffico di esseri umani, finalizzata alla prostituzione durante eventi sportivi di grande richiamo. Secondo un recente rapporto di una parlamentare europea, la socialista austriaca Christa Prets, in occasione dei Mondiali di calcio del 2006, si attende in Germania un afflusso di prostitute dall'Europa orientale, ed è necessario prendere «misure appropriate». Si prevede che la domanda di sesso a pagamento in Germania crescerà del 30% durante le quattro settimane del torneo. È stimato in 40.000 il numero di donne e ragazze che saranno condotte in Germania in occasione dell'evento.
La prostituzione è legale in Germania, ma non è equiparata a una professione regolare. Per fronteggiare l'accresciuta domanda si preparano nuove case chiuse e nuovi distributori automatici di preservativi. L'ong Coalizione contro la tratta delle donne (Coalition Against Trafficking in Women) obietta che tali preparativi incentivano il traffico di esseri umani, e sta conducendo una campagna contro il turismo sportivo-sessuale: "Comprare sesso non è uno sport" recita il loro slogan. Nell'ottobre 2005, alla conferenza stampa di presentazione del Manifesto dei sopravvissuti alla prostituzione e al traffico di esseri umani, le vittime hanno dichiarato che «i governi devono smetterla di legalizzare e depenalizzare l'industria del sesso, dando a protettori e clienti il permesso legale di abusare delle donne tramite la prostituzione».
Sullo sfondo di una sempre maggiore tolleranza verso la prostituzione, gruppi come il Collettivo internazionale prostitute ritengono che, legalizzandola, si rompano i suoi legami col crimine, facendo in modo che le prostitute siano più propense a denunciare abusi e sfruttamenti. Coalition Against Trafficking in Women e Christian Action ribattono che le barriere etiche scompaiono con la scomparsa delle barriere legali, e che depenalizzare l'industria del sesso non fa che abbassare la soglia per chi è in cerca di prostituzione. Si inventano sempre nuovi trucchi per tenere in vita il mestiere più vecchio del mondo. Ciò che è difficile trovare sono nuove soluzioni al problema.
Nathalie Harris - Leeds http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6330
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La laicità? Roba
dell’altro mondo.
David Bidussa
Tratto da Secolo XIX del 6 marzo 2006
Alle volte viviamo di strani strabismi o comunque di eccessi.
Nei giorni scorsi la visita del Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, negli Stati Uniti è stata vissuta come un fatto di politica interna. Probabilmente lo è, pur rimanendo soprattutto un fatto di politica estera. In ogni caso ci si è spaccati (magari anche con buone motivazioni) su qualcosa che accadeva fisicamente molto lontano da qui.
Ci sono, invece, altri fenomeni e “fatti” che avvengono anche qui, che riguardano la qualità della nostra vita quotidiana, e nei cui confronti rimaniamo sostanzialmente indifferenti o che rubrichiamo come “politica estera”, come non interessanti per noi, in ogni modo come “non qui”. Nessun fatto misterioso. C’è una spiegazione e ovviamente un perché. Ma analizzarli è un dato interessante anche perché dice che cosa davvero vogliamo per noi.
Prima di tutto il fatto. Domenica 26 febbraio 2006 il “Corriere della sera” pubblica a pagina 12 nella rubrica “il Documento”, con richiamo in prima pagina, stralci di un lungo saggio dell’economista indiano e Premio Nobel 1998 per l’economia Amartya Sen dal titolo “In bagno lei stinge Mr. Sen?”. Un Nobel e lo scontro di civiltà.
In quel testo Sen pone essenzialmente due ordini di problemi: il primo concerne la questione del multiculturalismo; il secondo riguarda il peso e il ruolo che rispetto al multiculturalismo hanno le appartenenze originarie.
“Occorre distinguere - precisa Sen - tra multiculturalismo e “pluralità di monoculturalismi”. E si chiede: “L’esistenza di una diversità di culture che si passano accanto come navi nella notte, può considerarsi un caso di multiculturalismo riuscito? La sua risposta è negativa. “La difesa del multiculturalismo che spesso si fa in nome della rivendicazione di una propria autonomia è solo una difesa di un monoculturalismo plurale”.
In particolare Sen esprime dubbi e perplessità sulla connessione tra multiculturalismo e appartenenza, quest’ultima rivendicata come libertà di scelta. Essere nati in un particolare ambiente sociale non è un esercizio di libertà culturale, in quanto non è una scelta. “Al contrario insiste Sen – la decisione di rimanere all’interno della tradizione sarebbe un esercizio di libertà se la scelta fosse fatta prendendo in considerazione delle alternative”.
Bene fermiamoci qui.
Vorrei fare due osservazioni. Perché questo testo di Sen una volta deciso che non è inseribile nella pagina cultura (forse una pagina ancora troppo selettiva e “per pochi”, in ogni modo ancora una pagina che “intimorisce” il lettore medio) è inserito in una pagina di esteri? E non, per esempio, in una pagina di commenti e analisi (che pure il “Corriere” ha nella sua foliazione)? Forse perché parla dell’Inghilterra? Le considerazioni di Sen, a parte alcuni accenni al dibattito inglese non sono estendibili a ciascuna realtà sociale e politica dell’Unione Europea? E’ l’Unione europea politica estera? Se sì, allora perché scandalizzarsi e protestare per la questione dell’elettricità francese? Se invece - come a me sembra più opportuno per le domande che pone - questo testo riguarda anche noi, qui, perché non presentarlo magari con una nota redazionale che inviti a riflettere anche sulla realtà italiana?
Qui si innesta la seconda osservazione. Sen in fatti non si limita a porre delle domande su cosa debba intendersi per multiculturalismo, ma connette questa domanda con il laicismo, una questione su cui Sen da anni invita a riflettere contro molto senso comune radicato in Occidente, sia rispetto al caso indiano (Laicismo indiano, Feltrinelli 1999), sia rispetto al confronto Oriente/Occidente (La democrazia degli altri, Mondadori 2004).
Ma connettere multiculturalismo e dimensione laica dell’identità, ovvero possibilità di scelta (rispetto a appartenenze e adesioni dalla nascita) implica aprire in Italia, nella discussione pubblica che oggi noi abbiamo in Italia, un contenzioso in controtendenza con molto senso comune.
Il multiculturalismo, infatti, se inteso come libertà di scelta e come esercizio di libertà culturale, vedrebbe le sue pretese morali e sociali entrare in crisi se in suo nome (o meglio abusando del suo nome) si sostenesse l’idea che l’identità di una persona debba essere definita dalla sua comunità d’appartenenza o dalla sua religione di nascita, senza tener conto di tutte le altre affiliazioni a cui potrebbe appartenere, dando precedenza automatica alla religione d’origine o alla tradizione. Ovvero non dando uno spazio alla riflessione e alla scelta.
Non è il caso della situazione italiana dove il confronto con una società nel difficile passaggio da realtà percepita e vissuta come uniconfessionale (più spesso secolarizzata e colpita da progressivo abbandono cui corrisponde un ritorno militante pur minoritario) a realtà pluriconfessionale e plurireligiosa tende a produrre un senso comune d’appartenenza neocorporativa dove si nasce, si vive, si muore, ma non si cambia e soprattutto “non si sceglie”.
E tuttavia, non potendo non dichiararci anche multiculturali si produce una sovrapposizione (più spesso una confusione) di linguaggi. Così in nome di un presunto multiculturalismo (necessariamente associato ad una scelta che è spesso intravista come “tradimento”) si predispone una sorta d’incerto pluralismo monoculturale. Il risultato è una realtà che nello stesso momento in cui celebra la modernità e pensa alla laicità come un “ferro vecchio” riducendola spesso alla sua caricatura anticlericale ottocentesca e dunque, per questo, dichiarandola “superata nelle cose”, si appresta a costruire un’ideologia in cui la nazione è intravista come un raggruppamento d’isole senza comunicazione – e soprattutto senza ibridazione - dove ai cittadini è assegnato un posto in segmenti predeterminati.
La questione della laicità, di questa laicità dei “moderni”, non è un optional in Inghilterra. Forse da noi lo è, o meglio si presenta come una questione che non ci riguarda e perciò come una curiosità da leggere nella pagina degli Esteri. Ne consegue che è giusto e corretto aver collocato la riflessione di Sen tra le pagine dei “problemi del mondo”, e soprattutto “degli altri”. Forse potevamo anche rubricarla come “note dall’“altro mondo”. O sarebbe stata una scelta troppo imbarazzante?
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Macedonia: dilemmi elettorali
Le prossime elezioni parlamentari saranno cruciali per l’integrazione della Repubblica macedone nell’UE. Skopje, però, tergiversa a fissare la data delle consultazioni elettorali e l’opposizione accusa il premier Vlado Buckovski di giocare con la Costituzione. Coalizione di governo e partiti di opposizione abbisogneranno di accantonare le divergenze e di lavorare insieme per garantire che vengano poste in essere le adeguate misure elettorali.
Angelita La Spada
Equilibri.net
Trovare una data
In ciò che l’Unione europea considera come un prodromo lungo la strada dell’integrazione, la Macedonia eleggerà il suo quinto Parlamento. Bruxelles ha stabilito che condurre delle elezioni libere e democratiche sia uno dei requisiti indispensabili per l’avvio di negoziati di adesione, pertanto la Commissione europea ha deciso di adottare una politica a tolleranza zero verso eventuali irregolarità e incidenti elettorali, evitando così di reiterare situazioni e brogli che hanno funestato votazioni passate. Per tale motivo, le prossime consultazioni verranno monitorate dalla presenza di osservatori dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Malgrado, le raccomandazioni di Bruxelles e dell’OSCE-ODIHR, il premier Vlado Buckovski non ha ancora annunciato la data elettorale. Dapprincipio, l’opposizione aveva chiesto delle elezioni anticipate per aprile o maggio e il Primo ministro aveva rilanciato, proponendo come prima data possibile il 9 luglio, giustificando l’impraticabilità di elezioni anticipate a causa della imminente approvazione della nuova legge elettorale, che dovrà essere varata alla fine del mese di marzo.
Scettica la reazione da parte del principale partito di opposizione, l’Organizzazione rivoluzionaria interna macedone-Partito democratico per l’unità nazionale macedone (Vmro-Dpme), e del secessionista Vmro-Narodna, che hanno avanzato obiezioni in merito alla data di luglio, quando i macedoni saranno in vacanza. E per questa ragione, la prima metà di settembre sarebbe a loro dire l’unica opzione pragmatica. Considerato, comunque, che il rapporto dell’UE sulla Macedonia sarà redatto in autunno, se le elezioni venissero indette a settembre, gli osservatori di Bruxelles non farebbero a tempo a fornire le loro valutazioni. È anche vero che, se fosse confermata quella data, parte della campagna elettorale si svolgerebbe nel periodo delle vacanze estive, e in caso venisse confermata la data di luglio, una bassa affluenza alle urne potrebbe svilire la legittimità del governo eletto. Laddove vi fossero delle elezioni anticipate si correrebbe il rischio di paralizzare il Sobranje (il Parlamento). L’Assemblea legislativa macedone sospende le sedute una volta che è stata fissata la data delle consultazioni per non influenzare la campagna elettorale.
Correggere le anomalie elettorali
La nuova legge elettorale affronta parecchie delle questioni sollevate dopo le precedenti elezioni e incorpora pressoché tutte le raccomandazioni presenti nel documento redatto dall’ODIHR (l’Ufficio per le istituzioni democratiche e per i diritti umani) nel 2005 sulle elezioni amministrative tenutesi nella scorsa primavera. Il premier Buckovski ha lavorato alacremente per ottenere il consenso di tutti i partiti a favore della nuova legge. Il governo ha rigettato le richieste dell’opposizione di adottare un modello maggioritario che rimpiazzi quello proporzionale. Il Vmro-Dpme considera il proporzionale inutile, dal momento che una sentenza della Corte Costituzionale permette ai legislatori di votare “secondo volontà” perfino quando ciò significa cambiate partito. In seguito a questa decisione, il Vmro-Dpme ha perso metà dei parlamentari, che hanno lasciato il partito per formare due correnti: il Vmro-Narodna e il Partito del Popolo e degli Agricoltori. Ma il punto focale del contenzioso tra governo e opposizione resta, comunque, la composizione della Commissione elettorale. Essa è diventato un organismo del tutto indipendente, dotato di un proprio bilancio e di uno staff di professionisti. L’Unione socialdemocratica (SDSM) ha accarezzato l’idea, cogliendo i suggerimenti dell’ODIHR, di avvalersi di membri imparziali come funzionari pubblici piuttosto che rappresentanti di partiti che si limiterebbero a monitorare le elezioni. Di contro, il Vmro-Dpme, guidato da Nikola Gruevski, si è schierato a favore del mantenimento dello status quo.
Cessare le ostilità
Oltre a fare concessioni all’opposizione nel disegno di legge elettorale, il premier Buckovski ha deciso di lavorare insieme ai partiti di etnia albanese. Uno dei problemi basilari dell’esplicazione di voto è costituito dai voti di gruppo o per procura (ad esempio, è il capofamiglia a esercitare il diritto di voto a nome degli altri membri) e l’ODIHR ha chiesto espressamente di scoraggiare fermamente questa pratica. Buckovski ha discusso della questione con il suo partner di coalizione Ali Ahmeti, leader del DUI (Unione democratica albanese) e al contempo sta giocando la carta del tentare la strada della cooperazione con il DPA, il partito democratico degli albanesi che siede all’opposizione. Questo ultimo ha scelto, a partire dalle amministrative del 2004, di porre in essere un boicottaggio parlamentare, accusando il DUI di brogli elettorali. Per sedare gli animi il capo del governo ha incontrato i leader del DPA Arben Xhaferi e Menduh Thaci, che a loro volta hanno avuto un incontro con il Vmro-Dpmne, vecchio partner di coalizione, per proporre un nome da inserire nella commissione elettorale. In seguito a ciò, il DPA ha annunciato che avrebbe posto fine al boicottaggio parlamentare.
Esaminando i programmi elettorali del DUI e del DPA si legge che l’Unione democratica albanese ha adottato la medesima piattaforma politica scelta dal congresso del partito. Le questioni prioritarie riguardano la coesione sociale e la parità di diritti agli albanesi; la lotta alla corruzione e alla criminalità e il supporto al processo di integrazione nell’UE. Il programma elettorale del DPA punta, invece, alla riforma del sistema scolastico che incentivi l’insegnamento della lingua albanese specie in Lipkovo, Kondovo, Aracinovo e Studenicani, dove risiedono 100.000 albanesi.
Nuovi attori politici
Tre nuovi blocchi politici sono emersi sulla scena politica macedone: il Nuovo Partito Socialdemocratico (NSDP), il Partito per Rigenerazione Democratica (DOM) e il Partito per la Ricostruzione Economica (PEC). Ognuno di essi spera di guadagnarsi l’appoggio di quegli elettori macedoni indecisi, dubbiosi e scontenti. I tre partiti sono essenzialmente in competizione per accaparrarsi il supporto dell’elettorato di etnia macedone piuttosto che di quello albanese che costituisce un quarto dell’intera popolazione, che ammonta a di 2,1 milioni di cittadini. L’esperienza passata ha mostrato il fallimento del tentativo di stabilire un cosiddetto terzo blocco di partiti, alternativo all’SDSM e al principale partito opposto a questo ultimo (il nazionalista Vmro-Dpmne), e la maggior parte di questi piccoli partiti non è riuscita perfino a ottenere il quorum di preferenze necessarie per aggiudicarsi i seggi parlamentari. Si consideri, inoltre, che dalla proclamazione dell’indipendenza, sono stati registrati ufficialmente 140 partiti politici, e di essi oltre la metà continua ad esistere. Nelle precedenti elezioni parlamentari, solo l’SDSM e il Vmro-Dpmne hanno potuto contare su 25.000 voti ognuno, a fronte di un elettorato di 1,6 milioni di aventi diritto al voto. L’SDSM, che nasce dall’ex partito comunista e che consta di un elettorato di sinistra perlopiù di moderati, ha appoggiato il processo di riforme volto ad assicurare l’integrazione nell’UE. Il nazionalista Vmro-Dpmne crede fermamente nella necessità di limitare le concessioni nei confronti della minoranza di etnia albanese.
L’NSDP è guidato da Tito Petrovski, uno dei fondatori dell’SDSM. Dopo innumerevoli schermaglie con la leadership del partito, egli ha finito per costituire un proprio raggruppamento politico. Liljana Popovska è invece a capo del DOM, da lei fondato una volta che ha abbandonato i Liberaldemoratici di Macedonia, uno dei partner di coalizione del governo. La Popovska ha duramente criticato la politica di governo attuata nei confronti della minoranza di etnia albanese. Secondo il leader del DOM, l’SDSM e il DUI hanno fatto parecchie concessioni agli albanesi, come ad esempio il permettere che la bandiera albanese sventoli in cima agli edifici governativi nelle zone dove gli albanesi costituiscono oltre il 50% della popolazione. Infine, quanto al terzo nuovo partito, il PEO, il suo principale obiettivo consiste nell’ottimizzare l’economia macedone. Tutti e tre gli schieramenti assicurano che, una volta eletti, garantiranno alla Repubblica macedone una rinascita democratica ed economica. Grandi speranze a cui diversi esperti ed analisti replicano con scetticismo che i nuovi attori politici – essendo i leader lungi dall’essere dei nuovi volti, ma dei navigati politici – non riusciranno ad apportare dei drastici cambiamenti in seno al paese.
Conclusioni
I leader politici macedoni dovranno forgiare un consenso su un pacchetto di riforme onde assicurare che le prossime elezioni ottemperino alle condizioni imposte da Bruxelles. Come è accaduto più volte dacché la Macedonia ha ottenuto l’indipendenza, il paese si trova davanti a una svolta. Se le elezioni dovessero finire male l’UE non avvierà i negoziati di adesione. Un paese in affanno e bisognoso di progresso e di investimenti stranieri questo non può permetterselo.
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Slovenia: verso lo stato di polizia?
Da Capodistria, scrive Franco Juri
In Slovenia si prevedono modifiche di legge atte a regolare l’operato dei servizi segreti e della polizia. Questi ultimi potrebbero godere di ampi poteri di controllo sulle telecomunicazioni e sulle intercettazioni. Indignata e preoccupata l’opposizione
Una scena del film Minority report E siamo arrivati al Patriot Act made in Slovenia. L'allarme è scattato dopo che alcuni giorni fa il “Dnevnik”e la “Mladina” - unici media stampati sloveni ancora indipendenti - hanno pubblicato i contenuti confidenziali, filtrati alla stampa da una talpa, delle modifiche di legge preparate dal governo che in un futuro molto prossimo dovrebbero regolare, agevolandolo, l'operato dei servizi segreti e della polizia.
Che i poteri di quest'ultima si stessero incrementando notevolmente lo si era capito dalle recenti modifiche alla legge sul diritto d'asilo di cui anche OB (Osservatorio sui Balcani) ha di recente riferito. Ma gli ampi poteri della polizia e dei servizi segreti ora toccano direttamente tutti, non solo i potenziali rifugiati o immigrati extracomunitari.
Non si è ancora sopita la polemica sul drastico taglio ai diritti dei richiedenti asilo che il governo ha già approntato e proposto un pacchetto di importanti modifiche alla legge che regola le attività della SOVA, i servizi segreti sloveni. Le modifiche investono uno degli aspetti più delicati del lavoro dell'intelligence; le intercettazioni telefoniche e on-line, cioè il controllo delle telecomunicazioni tra singoli individui. Il governo si appella alla peculiarità della situazione indotta dalla lotta al terrorismo e alle questioni di sicurezza che fanno seguito alla partecipazione della Slovenia nelle operazioni Nato in Iraq e propone di estendere a tempo indeterminato il mandato giudiziario per le eventuali intercettazioni.
Il sistema attuale concedeva alla SOVA un primo mandato giudiziario di tre mesi, da rinnovare, se reputato necessario, ogni mese ma al massimo per tre volte. La pratica dell' intercettazione era quindi consentita per un periodo di tempo limitato; un massimo di 6 mesi. Stando alla modifica di legge i servizi segreti potranno rinnovare il proprio mandato ogni tre mesi, senza limiti di tempo, all'infinito. La novità preoccupa perché sotto tiro non ci sono solamente i potenziali terroristi, bensì chiunque sia sospettato o sospettabile di ledere con una »attività segreta gli interessi strategici della Slovenia«.
Nel mirino, insomma potrebbero finire tutti quanti non condividono alcune delle scelte »strategiche« del paese. Un esempio? La partecipazione slovena alla guerra in Iraq. Ma c’è chi avverte che le modifiche proposte fanno a pugni con la costituzione dove il garantismo venne tutelato proprio grazie al nefasto ricordo del potere illimitato esercitato, in tempi jugoslavi, dai servizi segreti civili e militari (UDBA, KOS e VOS). La proposta di legge, formulata dal ministro della giustizia Lovro Šturm, alto dignitario dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, potrebbe perciò finire ben presto nel setaccio della Corte costituzionale.
Ma le controverse modifiche riguardanti la SOVA sono solo il primo, anzi il secondo atto della nuova strategia di »sicurezza preventiva« messa a punto dal governo Janša. Quasi contemporaneamente il “Dnevnik” pubblicava una seconda rivelazione, questa volta sui piani del ministero degli interni guidato da Dragutin Mate. Classe 1963, croato di Čakovec, Mate è un veterano della guerra dei 10 giorni col grado di colonnello dei reparti speciali. Nel 1996 venne indagato per un misterioso caso di spionaggio a danno dell'ambasciatore sloveno a Sarajevo Drago Mirošič. A quel tempo l'attuale ministro era l'aggregato militare presso l' ambasciata slovena in Bosnia Erzegovina. Venne esonerato in tronco dall'incarico dopo la scoperta, diventata pubblica, che aveva informato a più riprese l'intelligence militare (OVS) e il ministero della difesa sugli incontri e la vita privata dell'ambasciatore e degli altri diplomatici sloveni a Sarajevo.
Ora il ministro Mate è per il premier Janša il collaboratore più fedele e affidabile. Ed è proprio lui che ha firmato la proposta di legge che aumenta drasticamente i poteri della polizia anche sul fronte della »prevenzione« della criminalità e del terrorismo. L'11 settembre sloveno si chiama Silvo Plut, un serial killer che ha ucciso tre persone e ne ha ferito una quarta, lasciato incomprensibilmente libero di portare a termine i suoi omicidi, nonostante a Lubiana fosse già da tempo arrivato un mandato di cattura serbo per l'uccisione di una donna a Belgrado. Solo dopo il terzo omicidio, particolarmente raccapricciante, consumato in Slovenia, la polizia si è mossa con una caccia all'uomo senza precedenti, consegnando infine l'omicida alla giustizia ma suscitando accese polemiche sull'ambiguità dell'operato delle forze di sicurezza e della giustizia.
Ora, secondo quanto è trapelato, la polizia otterrà per legge un mandato permanente con la facoltà di raccogliere dati personali, spiare e controllare quanti, »con il proprio comportamento legittimino il fondato sospetto che intendano commettere o preparare un reato punibile, secondo il codice penale, con una pena minima di tre anni di reclusione«. Ma sì, un »Minority report« di spielberghiana ispirazione tutto sloveno. Indagini e forse anche azione repressiva »preventiva«.
Incalzato dai media (ancora) indipendenti Mate è uscito allo scoperto e ha cercato di tranquillizzare in TV i cittadini: niente paura, quanto propone il governo è solo una misura necessaria, richiesta dal trattato di Schengen nel suo articolo 99. Insomma, sarebbe di nuovo l'Unione Europea a reclamare il controllo e le intercettazioni preventive.
Indignata l'opposizione con la solita eccezione dell'ultras nazionalista Zmago Jelinčič che applaude ai provvedimenti governativi reputandoli persino troppo timidi. Ma il contesto in cui si profila lo scivolone verso uno stato di polizia vero e proprio non allevia certo le preoccupazioni. Il governo ha messo ormai le mani sui principali media del paese; la TV, grazie alla nuova legge, è controllata dalla maggioranza politica e nel maggiore quotidiano del paese, “Delo”, si è appena consumata la sostituzione forzata del direttore e del caporedattore responsabile. A guidare la redazione è ora Peter Jančič, osteggiato dai giornalisti ma protetto e confermato senza se e senza ma dal consiglio d'amministrazione scelto da Janša e che ha subito esordito con delle colonne al vetriolo rivolte al suo collega del “Dnevnik”, Miran Lesjak.
Sul “Dnevnik”, quotidiano la cui struttura del capitale è preservata da un'ingerenza diretta del governo, le pressioni sono economiche. La grande catena commerciale austriaca Hofer, ad esempio, i cui annunci fruttavano al “Dnevnik” lauti guadagni, ha dovuto ritirare la sua pubblicità dalle pagine del quotidiano in cambio dei permessi governativi. Solo dopo una tiratina d'orecchi da Vienna, la Hofer ha ripreso gli annunci sul quotidiano disobbediente. Ma sotto attacco dei media governativi sono un po’ tutti i commentatori e persino i vignettisti critici. Il noto politologo, docente e commentatore del “Dnevnik” Vlado Miheljak è sotto tiro dalle pagine di “Demokracija”, la rivista ufficiale del SDS, il partito di Janez Janša. Per lui nel dossier pubblicato c’è persino la richiesta di un approccio psichiatrico.
La cosa più curiosa comunque e che la doccia più fredda, per un governo che si ispira alle metodologie della destra neoconservatrice americana, è arrivata paradossalmente proprio da Washington. Nel rapporto annuale dello State department sulle violazioni dei diritti umani nel mondo, al governo sloveno vengono rimproverati la nuova legge sulla TV e l'atteggiamento nei confronti dei media, gli abusi della polizia e il mancato rispetto dei diritti dei Rom e dei cancellati. Una critica che certo non arriva da sinistra. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5433/1/51/
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Giovanamsterdam
Marco Travaglio
Mancava giusto l'Olanda. In questi cinque anni il governo Bellachioma era riuscito a litigare con tutti i governi d'Europa e del Mediterraneo. Tutti tranne uno: i Paesi Bassi. Fortuna che il sagace Carlo Giovanardi se n'è accorto e ha provveduto da par suo proprio sul filo di lana, a tre settimane dalla fine della legislatura, definendo «nazista» la legislazione olandese in materia di eutanasia. Il Fernandel modenese, che è il più astuto fra i ministri dopo la prematura dipartita di Gasparri e Calderoli, ha detto proprio così: «nazista». Che cosa c'entri il nazismo con l'eutanasia, lo sa solo lui: non risulta che nel Terzo Reich vigesse l'eutanasia, a meno che lui non la confonda con l'eugenetica, che è proprio il contrario. Ma questa maggioranza di spensierati allegroni è fatta così: si allea con i nazisti, poi va in giro per l'Europa a dare dei nazisti agli altri che il nazismo lo proibiscono e i nazisti li arrestano. Intanto il gruppo più estremista del Parlamento europeo espelle la Lega perché troppo estremista. Naturalmente gli olandesi non hanno idea di chi sia Giovanardi: leggono che in Italia fa il ministro dei Rapporti col Parlamento da 5 anni, e lo prendono sul serio. Così convocano l'ambasciatore per chiedere spiegazioni. Ora il povero diplomatico dovrà spiegare alle autorità locali che, sì, in teoria Giovanardi sarebbe ministro, ma insomma, non bisogna esagerare. Mostrarne una foto in primo piano potrebbe aiutare.
In ogni caso, ci siamo giocati anche l'Olanda. Il Belgio se n'era andato da tempo, da quando Bossi e Calderoli lo dipinsero rispettivamente come «la patria della pedofilia» e la «terra dei culattoni». La Francia ci ha inquadrati da quando Bellachioma definì «clown» il presidente Chirac e lo accusò di intelligenza con Al Qaeda e Saddam. Un po' come quando Zapatero vinse in Spagna, e il nostro governo salutò il suo successo come «la vittoria del terrorismo» (ma Bellachioma s'era già segnalato nel vertice di Caceres levandosi le scarpe davanti ai grandi del mondo). Il governo inglese traballa grazie al nostro premier e ai suoi presunti versamenti all'avvocato Mills, marito della ministra Jowell, che per sopravvivere ha dovuto fingere di divorziare. Poi c'è la Germania, dov'è ancora vivo il ricordo delle nobili parole del premier al socialdemocratico Shultz («Stanno girando un film sui lager nazisti, la proporrò per il ruolo di kapò») e di quelle del sottosegretario Stefani a tutti i tedeschi («si ubriacano di birra per fare le gare di rutti»).
Ma i nostri sgovernanti non trascurano nemmeno i particolari, riuscendo a molestare anche i paesi più piccoli. In Estonia, Bellachioma elogiò le bellezze dell'«Estuania». In Liechtenstein piombò all'improvviso un giorno della primavera 2003, per evitare di doversi presentare al tribunale di Milano: il premier Juncker, convocato a sorpresa per un summit sul nulla, non la prese bene e gli restituì lo sgarbo facendogli «tap tap» sul capino neocrinito a un vertice europeo. Poi i paesi nordici. Dalla Danimarca Bellachioma s'è fatto conoscere raccontando, nella conferenza stampa con l'allibito premier Rasmussen, la presunta liaison fra Veronica e Cacciari. In Norvegia ha fatto chiedere all'ambasciatore italiano di cancellare dal festival del documentario il reportage della Pbs americana «Citizen Berlusconi» (ottenendo, in cambio, una tripla proiezione). Poi ha proseguito il tour protestando con l'ambasciata di Svezia per uno spot della tv di Stoccolma («Siamo una tv pubblica e dunque libera, non come quelle dell'Italia di Berlusconi e della Russia di Putin»): l'ambasciatore svedese gli ha spiegato che, dalle sue parti, un conto è il governo e un conto la tv. Infine la Finlandia: «Per portare a Parma l'Agenzia europea dell'alimentazione ho dovuto rispolverare le mie doti di play boy e far la corte alla presidente Tarija Halonen». La poveretta è stata crocifissa dall'opposizione, scandalizzata all'idea che avesse ceduto un pezzo di sovranità in cambio di coccole, e ha avuto il suo daffare per spiegare agli ignari finlandesi chi è Bellachioma. Lui intanto riparava alla gaffe peggiorando la situazione. Mostrava, in una convention forzista, una foto della Halonen: «Ma pensate che abbia fatto la corte a una così?».
Ora, per completare l'opera, siamo all'Olanda «nazista». Senza dimenticare la Libia di Gheddafi che, essendo notoriamente intimo di Bellachioma, batte cassa minacciandoci di attentati. Non si esclude un inedito asse anti-italiano fra Amsterdam e Tripoli. Basta mettere un microfono sotto il naso di Giovanardi. www.unita.it
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Servi loro
di Antonio Tabucchi
I servi. Cosa ne sarà dei servi? Di noi, lo sappiamo. Siamo uomini incerti, sicuri per un attimo, ma di norma perplessi, anzi, indecisi, pronti a contraddirci, a inciampare miseramente nel pensiero che appena ieri pareva darci sicurezza. Un dubbio ci perseguita: sarà proprio così? Ma no, avevamo preso una cantonata. E subito dopo: e se invece fosse proprio così? Talvolta, raro, uno squarcio si apre: ah, abbiamo capito. Ma più spesso siamo al buio, procediamo a tentoni, ci pare insensato tutto, anzi, più che tutto, il mondo, anzi, più che il mondo, l’universo, anzi più che l’universo, noi stessi. E allora, dàgli con le eterne domande che ci eravamo ripromessi di non farci più. Perché, arrivati a una certa età, certe domande non te le puoi più fare, non è serio. Ma che senso ha tutto ciò? Cosa ci faccio qui? E se cambiassi tutto proprio ora? E se fossi sempre in tempo? E se... e se. Il mento appoggiato alle mani, i gomiti sul tavolo, lo sguardo perso oltre la finestra, a guardar lontano senza vedere nulla: ce la faremo a passare il pomeriggio? Oltretutto è domenica.
Che fatica, i dubbi! E invece, i servi, loro! È pur vero che esistono da quando esiste il mondo, immutevoli come apparvero il primo giorno della creazione, quasi affermassero l’immutabilità dell’Essere; ma ci sono momenti in cui abbondano, come certe annate per le arance. Hanno in mano la Storia. Perché, contrariamente a quello che si pensa, non sono i padroni che creano i servi, sono i servi che creano i padroni. Ne hanno bisogno come linfa vitale per poterli sconfessare al momento opportuno, e così eleggere un altro padrone per poi sconfessarlo ed eleggerne un altro e un altro ancora e ancora, all’infinito, così potranno continuare a essere sempre servi. I padroni, invece, sono caduchi.
(Antonio Tabucchi http://www.ilcantiere.org/blogs/
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Elezioni: il Centro-sinistra attrae di più il mondo del no profit
ASCA - 21 Marzo 2006
Anche se con toni meno aspri di quelli della ''politica'' anche il variegato mondo del volontariato e dell'associazionismo in Italia, il cosiddetto Terzo settore, ha da tempo iniziato le sue manovre di avvicinamento all'appuntamento del 9 aprile prossimo. E lo ha fatto, almeno questa volta, con molti meno pudori di precedenti consultazioni, schierandosi cosi', piu'o meno apertamente, con uno dei due schieramenti in campo dimostrando di essere attratto maggiormente dalla coalizione guidata da Romano Prodi.
Ed e' cosi' che l'Arci, una delle prime realta' associative del nostro paese ha fatto apertamente la sua scelta di campo per il Centro-sinistra. ''La priorita', soprattutto in questo momento - ha affermato il presidente, Paolo Beni - e' quella di mandare a casa il governo Berlusconi. Per questo la nostra sara' una scelta schierata con Prodi ed il Centro-sinistra''.
Le stesse Arci che hanno poi prodotto una sorta di ''Decalogo'' dal titolo: ''Cambiare si puo''', che di fatto rappresenta una dura reprimenda delle politiche del Centro-destra parlando di ''devastazioni ecomociche, sociali e culturali prodotte in questi anni dalle destre''.
''Il nostro paese - si legge nel documento - ha bisogno di un disegno sociale ed economico radicalmente diverso, soprattutto alle logiche del liberismo e del profitto, capace di produrre risorse e3 di distribuirle in modo equo, di imporre una dimensione sociale ed etica al consumo e alla produzione''.
Un documento sottoscritto da piu' di sessanta persone, molte delle quali responsabili di realta' associative quali l'Ics, Legambiente, Libera, Beati i costruttori di Pace, Pax Christi e Sdebitarsi.
Altro documento ufficiale ed altra opzione pro-Centro sinistra per un'altra realta' quale quella delle Acli che hanno se da un lato hanno chiesto il ricostruirsi di un ''quadro etico condiviso'' hanno indicato come unica strada quella ''del dialogo, e delle larghe intese tra le componenti della nostra societa'''.
E se il dimissionario presidente Luigi Bobba correra' in Piemonte sotto le insegne della Margherita, l'associazione dei lavoratori cristiani, con un ''Manifesto'' di nove punti definiscono, ad esempio, la flessibilita' nel lavoro cosi' come impostata dall'attuale esecutivo ''politicamente insostenibile ed eticamente inaccettabile'' e chiedono di ''salvare la Costituzione'', criticando nel contempo la nuova legge elettorale. Sullo stesso fronte anche il Forum del Terzo settore, citato addirittura nel programma dell'Ulivo come ''parte sociale importante'' e con il quale ''un percorso si e' interrotto con il Governo Berlusconi.
Un percorso - si sottolinea - che deve essere ripreso con il nuovo Governo''.
''Va immaginato - ha affermato recentemente Edoardo Patriarca, uno dei Portavoce del Forum (che raggruppa le piu' importanti realta' associative italiane)- un welfare non piu' residuale, ma risorsa indispensabile per lo sviluppo economico dell'intero paese'' chiedendo ''di aprire con coraggio alle politiche di sostegno alla famiglia ed alle categorie sociali piu' deboli''.
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Un attentato elettorale? Qualcuno ci pensa
Milano, 30 marzo 2006. Una bomba esplode a Villa S. Martino, residenza del presidente del Consiglio. Berlusconi rimane ferito a una gamba, insieme a due passanti colpiti dalle schegge del muro di cinta. Un sito arabo vicino ad Al Qaida esprime giubilo per l'attentato, che colpisce i fedeli alleati di Bush. La notizia fa il giro del mondo, le Tv e i giornali non parlano d'altro. Tutto il paese si stringe compatto intorno al presidente del consiglio, leader di maggioranza e opposizione si dichiarano “solidali e preoccupati”. Il calendario elettorale è stravolto, salta di fatto la par condicio, si aprono consultazioni con Ciampi per capire se è il caso di rinviare il voto. Le elezioni si tengono in un clima tesissimo, Forza Italia è il primo partito, e così la CdL vince di stretto margine alla Camera. A Berlusconi rimane la scelta se fare di nuovo il presidente del Consiglio o puntare alla presidenza della Repubblica.
Questo, per ora, è uno scenario di fantapolitica, forse l'unico che potrebbe portare il premier a rovesciare i pronostici. Un'ipotesi anticipata peraltro da Cossiga, grande esperto di ombre e occultismo politico, già il 1° marzo, quando dichiarava: “ L'unico modo che Berlusconi ha per vincere è che qualcuno gli organizzi un attentato contro ”.
Però invece l'idea che sia plausibile un attentato elettorale non è fantapolitica, ma cronaca.
Ieri, infatti Martino, ministro della Difesa, dichiarava: “Attentati in Italia alla vigilia delle elezioni? E' una eventualità che non può essere esclusa - ha spiegato il forzista, secondo l'agenzia Adnkronos - quanto accaduto in Spagna ci ha insegnato che il terrorismo internazionale ama influenzare gli esiti politici dei nostri confronti democratici.(…).
Se questo accadesse, ricompatterebbe il paese senza nessuna esitazione".
Contemporaneamente, Gheddafi gettava benzina sul fuoco: "Altre Bengasi o attentati in Italia? È da aspettarselo, purtroppo". Lo afferma il leader libico in un'intervista esclusiva a Sky Tg24 curata da Ilaria D'Amico.
Insomma, c'è qualcuno che ci sta pensando. Da oggi l'ipotesi di un attentato elettorale (con il dichiarato fine di influenzare il risultato delle urne ) è nell'agenda ufficiale di questo paese. Alla stregua delle violenze di piazza a Milano, delle commissioni Mitrokhin e Telekom Serbia, dei servizi paralleli di Saya, dello spionaggio elettorale dei collaboratori di Storace.
In molti si sono esercitati, in questi anni, a discettare della natura eversiva di Berlusconi. Questa è la prova del nove. Che farà il premier quando - come probabilmente sta capitando adesso - i sondaggi gli diranno che nemmeno l'uso del suo corpo come kamikaze mediatico, introdottosi e fattosi “esplodere” nella tana del nemico, in Confindustria, è sufficiente a vincere?
Quale sarà la sua arma da “fine del mondo” che molti s'aspettano che tiri fuori ?
Tra le tante anime di servizi segreti, c'è un'ipotesi che si fa strada. C'è qualcuno che si sta muovendo secondo sperimentati schemi del passato, pensando a un attentato – magari più dimostrativo che sanguinario – con Al Qaida al posto delle varie brigate rossonere . Contando magari su una “captatio benevolentiae” ovviamente non dichiarata da parte di chi avrebbe vantaggi da questo sviluppo. Rimane il problema di capire a chi – dopo le magliette di Calderoli – gli italiani attribuirebbero la “colpa” politica di un attentato islamico.
Certo se l'attentato non fosse islamico, ma mafioso – magari dopo la cattura di Provenzano – allora il quadro diventerebbe decisamente diverso. E le affermazioni di Martino sarebbero un presagio abbastanza inquietante, già colto da qualcuno, come Jacopo Venier, del Pdci, che ha commentato: "Le parole del ministro Martino sono di una gravità assoluta: parlare in termini generici di attentati in Italia ed associarli al periodo elettorale e ai tempi del ritiro delle nostre truppe dall'Iraq, è un gesto di totale irresponsabilità”. Giusto. A meno che non sia una previsione fatta sulla base di informazioni che noi non abbiamo. E i servizi della Difesa invece sì.
Ps – Nell'intreccio di fantapolitica abbozzato sopra, dopo circa un anno dall'ipotetico attentato a Berlusconi, sul Washington Post esce un trafiletto nella pagina esteri: “Pentito di mafia: così ci accordammo col premier per l'attentato a Villa S. Martino”.
di Giulio Gargia www.megachip.info
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Al castello dell’Olgiata folla in sala e tante donne per Melandri e Visco
Stefano Olivieri
E’ uno dei quartieri più esclusivi di Roma, ma della tipicità urbana conserva ben poco per l’abbondanza di verde in cui le residenze si immergono discretamente. L’Olgiata fino a trenta anni fa era il posto esclusivo dove professionisti e imprenditori romani si costruivano la seconda casa, la villa in una campagna ben curata ancora abbastanza vicina a Roma per poterla raggiungere facilmente ma al tempo stesso abbastanza lontana da garantire un weekend in completo relax.
La privacy garantita dalla recinzione e dalla sorveglianza ha attratto molti vip dello spettacolo, dell’economia e della politica. Ma anche gente normale, professionisti e impiegati che tanti anni fa fecero la scelta del verde preferendo l’olgiata a Casalpalocco nella loro fuga dalla metropoli.
Che la si consideri come si vuole, una buona fetta della popolazione olgiatina in età di voto ieri pomeriggio alle 18 era lì, al castello dell’Olgiata, ad ascoltare con attenzione Giovanna Melandri, Vincenzo Visco e Giulio Santagata. Le due sale centrali al primo piano del castello erano stipate all’inverosimile e pochi minuti dopo le 18 già non c’era più posto a sedere.
Giovani pochi, e tante teste bianche. Soprattutto femminili, e bene ha fatto Giovanna Meandri a sottolineare come proprio il voto femminile ha costituito la lunga inesorabile risalita del centrosinistra in tutte le ultime tappe elettorali, augurandosi che il trend non si interrompa alle prossime elezioni. Del resto, come ha sottolineato la deputata diossina ex ministro per i beni culturali, da parte della CdL nel suo complesso pochissima attenzione è stata riservata alle donne, che Berlusconi ha definito “categoria” non certo protetta, se andiamo a vedere come è finito il provvedimento sulle quote rosa in parlamento. E le poche, pochissime presenze femminili nelle liste del centrodestra sono nella maggior parte collocate in posizione tale da essere difficilmente elette, soprattutto in caso di prevedibile sconfitta della coalizione governativa. L’unica candidata in posizione sicura è Mara Carfagna, soubrette televisiva, quarta nel collegio di Campania 2, e questo la dice lunga sull’opinione del premier sulle donne.
Se in politica si vive anche di segnali, quello di ieri all’Olgiata è importante. Nel cuore del collegio elettorale di Cesare Previti, nel cuore di una classe sociale ed economica che il centrodestra ha sempre ascritto di diritto nelle sue fila, è probabilmente in corso una presa di consapevolezza rispetto a quanto il governo Berlusconi prima ha promesso e poi ha fatto in questi cinque anni. Forse per Previti questo collegio non è più tanto sicuro come in passato. http://www.liblab.it/portale/cronaca/al_castello_dell_olgiata_folla_in_sala_e_tante_donne_per_melandri_e_visco
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Petrolio low cost: una via alternativa
di Cynthia Tucker (The Baltimore Sun)
"Se agli americani non piace lo scenario del loro paese illustrato dal film ‘Syriana’, ne possono uscire semplicemente: cambiandolo. È ora di invertire la tendenza: stop all’esercizio di un potere grezzo per garantirsi petrolio a buon mercato"
I conservatori Usa hanno criticato il thriller ‘Syriana’, un film sulle politiche machiavelliche adottate per il petrolio in Medio Oriente.
Il “sapientone” Charles Krauthammer, ad esempio, ha affermato che in ‘Syriana’ si trovano “le più viziose e pericolose menzogne sull’America rivolte a un mondo oggi particolarmente sensibile e ricettivo”.
Il film, per il quale George Clooney ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista, è una versione hollywoodiana dello scenario politico internazionale. E costituisce un puntuale riepilogo della recente storia statunitense: le amministrazioni Usa che si sono recentemente succedute – sia democratiche che repubblicane – hanno fatto tutto quello che era necessario per garantirsi una fornitura continua di petrolio a basso costo. Si tratta dell'arrogante ragione per cui George Bush ha invaso l’Iraq.
Sebbene molti presidenti statunitensi si siano mostrati abbastanza accorti da evitare di ricorrere a guerre illegali, secondo Andrew J. Bacevich – professore dell’Università di Boston e autore di ‘The New American Militarism: How Americans Are Seduced by War’ – la politica Usa di usare la forza per assicurarsi forniture energetiche a costi accessibili dura da decenni.
“La preferenza era quella che corrispondeva a un basso profilo, alle tattiche celate… Washington sceglieva azioni velate piuttosto che l’uso della forza diretto”, ha scritto Bacevich – diplomato all’accademia militare Usa di West Point – in un capitolo intitolato ‘Blood for Oil’.
Nel marzo del 2003, il Presidente Bush ha radicalmente invertito questa tendenza, spedendo la forza militare più imponente del pianeta a spodestare Saddam Hussein.
Dopo che il Presidente Usa ha sbandato, in merito alla guerra, contro la sua serie di giustificazioni, nessuna delle quali – i rapporti con al-Qaeda, le armi di distruzione di massa, i relativi programmi di armi di distruzioni di massa, la democrazia, ecc. – sorretta da valide prove, come noto, è tempo di chiedersi che cosa realmente l’amministrazione Bush sperava di ottenere dall’avventura irachena.
Gli stessi sostenitori della dottrina Bush tempestivamente hanno suggerito come il motivo di una tale folle invasione fosse la conquista dei siti petroliferi iracheni. Hanno ragione. Di più, la Casa Bianca ha voluto garantire la presenza di una piattaforma militare nell’area con l’obiettivo di rimpiazzare le basi Usa nell’Arabia Saudita; la Casa Reale saudita, infatti, teme sempre più la minaccia islamista, insofferente per la presenza americana sul proprio territorio.
Ma allora perché non facciamo dell’Iraq un vero e proprio negozio, che ci consenta di avere accesso all’intera regione del Golfo Persico?
Mentre il generale John P. Abizad, comandante delle forze Usa in Medioriente, dichiara che gli Stati Uniti non hanno piani per basi permanenti in Iraq, il Pentagono spende un miliardo di dollari in attività di ricostruzione delle stesse sia in Iraq che in Afghanistan, e vuole impiegare presto per questi fini altrettanti fondi.
I funzionari dell’amministrazione Bush non hanno escluso la possibilità di erigere basi militari Usa permanenti sul territorio iracheno, sebbene ciò non farebbe altro che fomentare ulteriormente l’odio dei ribelli – almeno però chiarirebbe le nostre [degli americani, NdT] intenzioni. In realtà, gli Usa hanno sempre avuto in mente di rimanere in Iraq.
Naturalmente, il petrolio non è l’unico aspetto. Diverse sono le motivazioni in agenda che che hanno condotto il vagone di guerra in Iraq: Donald H. Rumsfeld voleva mettere alla prova le sue teorie in merito ad attività militari più snelle e veloci; i neoconservatori come Paul Wolfowitz credevano ingenuamente che avrebbero potuto impiantare democrazie “jeffersoniane” sul duro suolo mesopotamico; Dick Cheney intendeva esercitare potere allo stato puro. Ma, fondamentalmente, l’Iraq è diventato il centro di gravità di tutti questi progetti perché, più di ogni altra cosa, ognuno dei personaggi di cui sopra aveva in mente lo stesso scopo: l’accesso alle risorse energetiche.
Non è ancora troppo tardi per placare la sete di petrolio degli Stati Uniti prima di precipitarsi in una guerra contro la Cina nei prossimi dieci o vent’anni, quando le riserve Usa saranno agli sgoccioli. La fase politica in cui si sarebbe potuto intervenire modificando le nostre abitudini di consumo è alle spalle: Bush avrebbe potuto ottenere un incremento delle imposte federali del gas – ad esempio di un dollaro a gallone [3,785 litri, NdT] – appena dopo l’11 settembre. Gli americani sarebbero stati pronti, allora, a fare sacrifici.
Ora sarebbe molto più difficile, ma magari non impossibile. I sondaggi mostrano che più della metà degli americani accetterebbero un incremento delle tariffe del gas se ciò significasse allentare la morsa della dipendenza energetica straniera del loro paese. Mentre i rialzi petroliferi si diffonderebbero nell’economia, noi [gli americani, NdT] ci potremmo adeguare – più trasporti pubblici, più condivisioni delle stesse auto, meno gite in auto a caso.
Se agli americani non piace lo scenario del loro paese illustrato dal film ‘Syriana’, ne possono uscire semplicemente: cambiandolo.
È ora di invertire la tendenza: stop all’esercizio di un potere grezzo per garantirsi petrolio a buon mercato.
Fonte: http://www.baltimoresun.com/news/opinion/oped/bal-op.tucker20mar20,0,985598.story
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
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Afghanistan, democrazia esportata
La legge afgana condanna a morte un uomo perché si è convertito al cristianesimo
Stando alla propaganda occidentale, l’intervento militare occidentale in Afghanistan (costato finora la vita a circa 35 mila persone) è servito a liberare quel paese dal fanatismo di un regime che calpestava i diritti umani e la libertà degli uomini e delle donne, e a trasformarlo in un mirabile modello di ‘democrazia esportata’ (con le bombe) in cui tutti vivono finalmente liberi e felici, in cui le ingiustizie del passato sono solo un lontano ricordo. Beh, un risultato importante per cui è valsa la pena fare una guerra – dicono i sostenitori della ‘guerra giusta’.
Peccato che siano tutte fandonie, perché l’Afghanistan di oggi è un regime integralista al pari dell’Iran (o dell’Afghanistan talebano), un paese in cui, nonostante le messe in scena elettorali, comandano i fondamentalisti religiosi e vigono le medievali norme dell’antica legge coranica, la sharìa. Un paese in cui un uomo che decide di abbracciare una fede diversa da quella islamica viene sbattuto in galera e condannato all’impiccagione.
Il processo Rahman. Abdul Rahman è un afgano di 41 anni. Sedici anni fa, mentre lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che assisteva i profughi di guerra afgani, ha deciso di convertirsi al cristianesimo. Pensava di avere la libertà di farlo, vivendo ora nella democrazia afgana ‘made in Usa’. Sbagliato.
Il mese scorso, Abdul è stato denunciato per apostasìa da suo suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da un infedele. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del suo crimine: una Bibbia nella sua borsa.
Dopo un paio di settimane di galera, l’apostata è stato portato davanti alla Corte Suprema, dove ha candidamente confessato di aver abbracciato la religione cristiana.
"Ha rinnegato l'islam, merita la morte". Il giudice Ansarullah Mawlavezada ha quindi spiegato all’imputato che il ripudio della religione islamica è un atto grave, un inammissibile attacco all’islam per cui la sharìa, su cui la Costituzione afgana si basa, prevede la pena capitale.
A quel punto è intervenuta la pubblica accusa, rappresentata dal giudice Abdul Wasi: “L’islam è la religione della tolleranza e quindi offriamo all’imputato la possibilità di venire perdonato se accetta di rinnegare la sua conversione e di riabbracciare la religione musulmana”.
Ma Abdul ha rifiutato: “Sono cristiano e lo sarò sempre”, ha risposto.
Tra due mesi il giudice Mawlavezada emetterà la sua sentenza: condanna a morte per impiccagione.
Chissà cosa pensa Abdul Rahman della ‘guerra giusta’ che ha portato la democrazia e la libertà nel suo paese.
Enrico Piovesana http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5016
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Perché ci piace guardare
in faccia la verità
Guido Rampoldi
Questo articolo è l’intervento dell’autore al convegno “Beyond Orientalism and Occidentalism”, organizzato al Cairo dall’Associazione Reset-Dialogues on Civilizations dal 4 al 6 marzo 2006.
Esiste la possibilità di abbandonare il modello dell’Occidente contro l’Oriente, dell’Islam contro il cristianesimo o del noi contro loro. Proveniamo da culture e civiltà differenti – se vogliamo utilizzare questo termine scivoloso: ma una cultura è un sistema di valori e comportamenti e, secondo quanto discusso qui, nella tre giorni al convegno “Beyond Orientalism and Occidentalism”, sono molte le persone che condividono un sistema di valori e comportamenti molto simile. Potrei definirla una cultura del dialogo, della curiosità, del rispetto, della conoscenza, dell’interesse reciproco e della reciproca convenienza, dello scambio, di un certo tipo di solidarietà, dell’empatia, di identità dinamiche e, last but not least, dello stato di diritto kelseniano.
Ma se ho ragione, se la maggior parte di noi, che siamo qui presenti, condivide la stessa cultura politica o almeno una cultura molto simile, siamo l’Occidente o l’Oriente? In altre parole, esistono culture che non possono essere spinte all’interno dello schema Est-Ovest? Sono sicuro che questa conferenza è una resa all’Islam per le persone in Occidente e una resa all’“imperialismo ideologico di stampo occidentale” per le persone d’Oriente. Entrambe le fazioni condividono la stessa logica: quella del dialogo come capitolazione. Non hanno in comune gli stessi valori e comportamenti, ma pensano allo stesso modo: con identità rigide, paura anziché curiosità, tradizione anziché scoperta, odio anziché dialogo, “narcisismo delle differenze” anziché solidarietà.
Ovviamente non voglio negare l’esistenza di un Est e di un Ovest, di un centro e di una periferia, di una storia differente, di una struttura sociale diversa, di diversi interessi e diversi comportamenti. Ma lasciate che chieda: perché non usiamo il “noi” e il “loro” all’interno di cultura del dialogo contro una cultura dell’indifferenza e dell’odio? Perché accettiamo così facilmente la pericolosa idea secondo cui i conflitti sono principalmente culturali e religiosi, in altre parole quasi inevitabili, e non principalmente politici ed economici ovvero aperti al compromesso?
Quello che sto dicendo è che coloro che condividono una cultura del dialogo non dovrebbero accettare di essere invisibili. Dovrebbero essere più coraggiosi e organizzati forse attraverso qualche tipo di network globale che attraversi l’Est e l’Ovest. Dovrebbero sempre riuscire a dimostrare che, quando due “culture” si scontrano, o due progetti politici nascosti confliggono, esiste sempre una terza opzione: quella di coloro che credono che dobbiamo garantire all’altro il rispetto e la comprensione anche quando non si riesce a trovare un compromesso, o almeno non facilmente.
Cercherò di spiegare perché la terza opzione, la posizione asimmetrica e politica, è così decisiva. Sono stato un corrispondente di guerra per lungo tempo e ho coperto molti dei cosiddetti conflitti etnici. La mia tesi è che uno “scontro di civiltà” o un “conflitto etnico” operano nella stessa direzione. Si tratta di conflitti politici ed economici rivestiti da una maschera mitologica. Le due parti in conflitto sono nemiche ma allo stesso tempo alleate. Si rafforzano reciprocamente e hanno lo stesso obiettivo: distruggere e dividere il terreno nel mezzo, l’area di dialogo e mediazione, di scambio e soluzioni comuni. Quest’area è lo spazio politico rappresentato dalla terza opzione. E’ lo spazio di coloro che rifiutano la logica dei due poli, della dicotomia “noi o loro”. Ad esempio: serbi o croati. E se si rifiutano ambedue i nazionalismi perché si ritiene che la propria identità appartenga a un’entità non-nazionalista come l’Europa o la federazione jugoslava si è considerati perdenti. Ciò significa che si verrà colpiti da ambedue le fazioni e, dal momento che non si è massacrato nessuno, non si verrà mai invitati a una conferenza internazionale. Le due fazioni diranno che si è dei traditori della propria nazione, cultura, religione, del proprio sangue. Non si può esistere. Non si può essere visibili. Scegli o muori.
Questa è la logica del “conflitto etnico”. Nel cosiddetto “scontro di civiltà”, i media elettronici a volte fanno il lavoro delle milizie: cancellano la terza opzione. Mi trovavo a Copenhagen poche settimane fa. Un giorno, una domenica, c’era una bella manifestazione di danesi e immigrati musulmani. Tremila persone, molto amichevoli tra loro. Ma non c’era nessuna televisione. Tutte le televisioni, infatti, stavano cercando 20 idioti che – a quanto pare – avevano promesso di bruciare il Corano. In quei giorni noi europei, guardando la nostra tv, traevamo facilmente l’impressione che tutti i musulmani del mondo stavano bruciando bandiere danesi. E probabilmente voi orientali, guardando la vostra tv, avevate l’impressione che a quasi tutti gli europei piace disprezzare e umiliare i musulmani. In altre parole, in quei giorni la terza opzione era diventata pressoché invisibile. E questo è esattamente il risultato che si aspettano coloro che stanno cercando di costruire uno “scontro di civiltà” in modo da trarre vantaggio da questo tipo di agitazione.
I media sono fondamentali per i costruttori del cosiddetto conflitto “culturale”. Volenti o nolenti, essi possono creare il quadro ideologico di un’aggressione invertendo i ruoli della vittima e dell’aggressore. La vittima deve essere mostrata come aggressore che sta ordendo qualche piano oscuro e disgustoso. Spesso la vittima è dipinta come un invasore, come qualcuno che vuole invadere l’Europa fingendo di essere un immigrato, o come qualcuno che cerca astutamente di invadere la cultura orientale per dominarla. O quantomeno come qualcuno che appartiene a una cultura aggressiva che non può convivere con la nostra. Perciò l’idea secondo cui “l’islam sta attaccando la cristianità” sta diventando popolare nell’Occidente almeno quanto l’idea secondo cui “gli occidentali cristiani stanno attaccando l’islam” lo è in Oriente.
Il male è sempre nell’altro campo, mai nel nostro. Questa è l’idea più pericolosa che generalmente va assieme ai conflitti etnici e agli scontri di civiltà. L’idea che noi siamo innocenti. E che restiamo innocenti anche quando l’Altro viene pestato o ucciso. Allora, chi lo ha ucciso? Non è colpa nostra: è morto nello scontro di civiltà, annientato dalle forze invisibili della storia. E poiché apparteneva a una civiltà aggressiva, è stata colpa sua. Noi avevamo il diritto di restare indifferenti davanti alla sua sofferenza.
Questo mondo virtuale è costruito su concetti che non vengono mai spiegati. “Civiltà”: nel libro “Lo Scontro di Civiltà” di Samuel Huntington non si trova una definizione chiara di questo termine. O anche: “i nostri valori”. Molti politici europei in genere dicono “dobbiamo proteggere ‘i nostri valori’ minacciati dagli immigrati”. Ma quali sono questi valori? Non è mai chiaro. E quando si ascolta un politico che non ha alcuna dignità etica parlare dei ‘nostri valori’ ci si chiede quali siano davvero.
La mia conclusione è questa: per il dialogo è essenziale trovare un linguaggio. Necessario per smontare la mitologia e l’incomprensione implicati negli “scontri di civiltà”. Necessario anche per costruire una posizione comune tra Est e Ovest. Ad esempio, se esaminassimo cosa significa il termine terrorismo e cosa è il terrorismo in Medioriente, probabilmente non riusciremmo a trovare un accordo, almeno non facilmente. E probabilmente alcuni di noi direbbero: non riusciamo ad accordarci perché abbiamo culture differenti. Non penso che questa sia la conclusione giusta. La conclusione giusta è: diamo alle cose il nome giusto. Come? Una soluzione potrebbe venire dal codice penale della Corte Criminale Internazionale ratificato da paesi orientali e occidentali. Non sto dicendo che la Corte criminale internazionale sia perfetta. Ma in quel codice ci sono, descritti chiaramente, molti tipi di crimini di guerra o crimini contro l’umanità, e all’interno di quella tipologia, ad esempio, possiamo trovare agevolmente un nome adeguato per ciò che accade a Falluja, o a Ramallah, o in Pakistan quando un aereo militare distrugge due famiglie per colpire un terrorista, o a Tel Aviv quando un attentatore suicida uccide civili innocenti. Potremmo. Possiamo. E se ci riuscissimo, potremmo definire la terza opzione in una nuova maniera: come l’opzione di coloro che osano affrontare la verità.
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Giornata internazionale contro la discriminazione razziale
di Carla Amato
Si celebra oggi la giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale. In questo giorno, nel 1960, la polizia apri' il fuoco uccidendo 69 persone durante una pacifica manifestazione contro le leggi sull'apartheid a Sharpeville, in Sud Africa. Sei anni dopo l'assemblea generale dell'ONU scelse questo giorno per ricordare alla comunita' internazionale ogni sforzo per combattere tutte le forme di discriminazione razziale.
Lo scopo viene perseguito cercando di rimuovere i pregiudizi e le credenze erronee - come quelle della superiorita' di una razza rispetto ad un'altra - che generano le pratiche discriminatorie attraverso un'opera culturale in cui scuola e media giocano un ruolo importante. Tuttavia, a dispetto dell'impegno istituzionale ma anche di organizzazioni della societa' civile, il razzismo resta una delle ombre e dei pericoli del nostro tempo, ed, oltre alle forme tradizionali, oggi si ripresenta sotto nuove vesti e con una nuova violenza a causa dei problemi economici globali da un lato e della guerra al terrorismo dall'altro.
E l'odio razziale va dalle discriminazioni sul lavoro e nella vita quotidiana agli omicidi alle persecuzioni etniche o religiose. Anche Internet e' usata per propagandare il razzismo, mentre gli argomenti discriminatori e xenofobi tornano ad essere temi di discussione politica in diversi Paesi che pure si ritengono civili e democratici.
Come e' stato invece dimostrato anche dalla FAO, il dialogo e l'incontro fra culture sono elementi di crescita e fertilizzazione. Anche per questo l'ONU incoraggia la tolleranza, il dialogo e i progetti di cooperazione fra etnie e culture differenti.
Quest'anno il tema delle manifestazioni e' "Combattere il razzismo ogni giorno". Ne parleranno al Palazzo delle Nazioni, Sergei A. Ordzhonikidze, Direttore generale dell'Ufficio di Ginevra dell'ONU, Louise Arbour, Alto commissario ONU per i diritti umani, Manuel Rodríguez-Cuadros, presidente in carica della Commissione dei diritti umani, Nimalka Fernando, presidente del Movimento internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo, e Juan Martabit, presidente del gruppo di lavoro intergovernativo per l'attuazione della dichiarazione di Durban. Titolo della tavola rotonda "il razzismo ha molte forme".
Nell'occasione saranno premiati gli studenti che hanno partecipato al concorso "parlami dei diritti dell'uomo?" del festival internazionale del cinema dei diritti dell'uomo di Ginevra. I progetti sono stati basati sul tema "Qual'e' la differenza? Razzismo, esclusione, pregiudizi".
www.osservatoriosullalegalita.org
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Nostalgici di tutto il modo, unitevi!
Da Skopje, scrive Risto Karajkov
La copertina del menu è una copia del vecchio passaporto jugoslavo, quello che "ti portava dappertutto". Il whiskey è "solo per i direttori", gli unici in passato a permettersi beni d'importazione e l'insalata è dedicata all' "unità e fratellanza". "Dal Maresciallo" è un risorante dedicato a Tito nel centro di Skopje. Fin dall'apertura un luogo cult
Foto R. Karajkov Molte scuole e vie della ex Jugoslavia portano ancora il nome del Maresciallo Tito, ed il suo ritratto è ancora appeso in alcune pasticcerie e sulle pareti di qualche barbiere. Ma, dallo scorso anno, in centro a Skopje vi è qualcosa di più speciale, che prepotentemente fa ritornare ai tempi passati. “Dal Maresciallo” è il luogo del ricordo e della nostalgia, il luogo della memoria in onore dell’ex leader, intriso di profumi della cucina tradizionale dei Balcani: un ristorante, dedicato al Maresciallo ed al Paese che fu il suo.
Se “Dal Maresciallo” volete un insalata mista dovrete ordinare “Unità e fratellanza” (Bratsvo i Jedinstvo), in ricordo dello slogan che guidò il modello di multiculturalità della ex Jugoslavia.
E’ una citazione che ben si accorda con altri riferimenti al multiculturalismo (oggi di moda), come “melting pot” al posto di “insalatona” e altre finezze divertenti.
"Volevamo creare un ristorante per tutti”, racconta Ilija Despotovski, il direttore “per questo abbiamo esposto la scritta ‘’Proletari e capitalisti del mondo intero, unitevi’’.
Fin dall’apertura il locale si è rivelato una vera e propria “bomba”. Ha occupato le prime pagine della stampa macedone e di altri Paesi dei Balcani. Ne hanno scritto il settimanale croato Globus e quello serbo Vreme. Ed è stato solo l’inizio.
Il 29 novembre era una data da celebrare nella ex Jugoslavia: il Giorno della Repubblica. “Dal Maresciallo” si è ritornati a festeggiarla con la pop star Tijana Dabcevic. Originaria di Skopje è famosa in tutto il sud est Europa. Non è mancato il suo ultimo successo, che mai fu più appropriato: “E’ rimasto tutto lo stesso, solo che lui se ne è andato”.
“Abbiamo celebrato come nei vecchi tempi” ha raccontato più tardi ai giornalisti Tijana “l’unica differenza è che non abbiamo più quei cinque giorni di vacanza per il 29”.
E’ una posto allegro “Dal Maresciallo”. “Piace a molti ma soprattutto a chi ricorda i tempi passati, a chi ha mantenuto buoni ricordi”, continua Despotovski.
Foto R. Karajkov Il posto è zeppo di souvenir jugoslavi. Grandi statue e gigantografie di Tito nel giardino, fotografie a testimonianza dei suoi incontri con altri grandi del suo tempo, Gandhi, Nehru, Castro. Enormi stampe di banconote jugoslave sul soffitto e poi ritratti, medaglie, libri. Slogan che significavano molto un tempo, scritti sui vetri delle finestre.
Molti tra gli oggetti più piccoli che decorano le sale sono regali. “Alcuni vengono solo per vedere il posto, e non perché vogliono mangiare. Ne hanno sentito parlare e sono curiosi” racconta Despotovski “e la cosa più interessante è che portano anche regali. Un uomo viene un giorno e ci dice che ha dieci volumi di Edward Kardelj (ndt, teorico dell’autogestione, uno dei più stretti collaboratori di Tito) che ci vuole donare. Altri portano monete, vecchie medaglie, dipinti”.
In realtà è molto più di un posto dove si mangia. E’ un piccolo museo, con la sua libreria, con l’angolo internazionalista, quello marxista, e quello sulle tradizioni macedoni. Un luogo sovraccarico di ricordi. Ogni pezzettino del mosaico rappresenta una nuova tematica. I camerieri sono vestiti da “pionieri di Tito” e posano a richiesta di fronte al suo enorme ritratto, salutando con il saluto dei pionieri.
Foto R. Karajkov Il menu poi fa storia a sé, mescolando divertimento e ricordo. Sulla prima pagina una stampa del vecchio passaporto jugoslavo. “Un passaporto che poteva portarti ovunque senza necessità di visti”, commenta Despotovski, riferendosi alla triste realtà dei Balcani di oggi.
La grappa tradizionale macedone, Zolta, viene chiamata “prva udarna”, “primo assalto” dal nome delle brigate speciali d’assalto durante la Seconda guerra mondiale, definizione poi estesa alle migliori brigate volontarie dei giovani utilizzate nei grandi programmi di opere pubbliche.
I nomi dei primi piatti presentano sfumature che solo le orecchie locali capiscono appieno. E così la cosiddetta “salata di campagna” viene chiamata invece “znanje-imanje”, sapere-avere, da un famosissimo programma TV per gli agricoltori, andato avanti per decenni. C’è poi un’altra insalata il cui nome deriva da una famosa canzone dedicata a Tito e il whiskey è dedicato “esclusivamente ai direttori” in ricordo di quando i beni di importazione erano un lusso a cui avevano accesso esclusivamente i più privilegiati, tra i quali i direttori delle aziende pubbliche. Ma dal menu non mancano riferimenti ai tempi nostri, vi è una salata, composta da ingredienti poveri, la “Salata di transizione” e poi il “Schengen grill”, che è molto laborioso e occorre aspettare a lungo prima che venga portato in tavola.
A meno di un anno dalla sua apertura “Dal Maresciallo” è diventato uno dei locali in centro a Skopje che attira i clienti più eterogenei: attori, accademici, studenti, uomini d’affari. E poi persone che vengono dall’intera regione dei Balcani.
E sta già facendo tendenza. Poche vie più in là ha aperto il “Caffè Broz”, una copia carbone di “Dal Maresciallo”.
Tito ha ancora molti fan a Skopje. Un’associazione della capitale macedone che ha come scopo statutario di preservare la memoria di Tito recentemente ha offerto sostegno finanziario al vedova di Tito, Jovanka Broz, che vive a Belgrado.
Il successo de “Dal Maresciallo” sta ad indicare come Tito rimarrà un cult per molti anni nella ex-Jugoslavia. Ed è l’unico tra i suoi colleghi, leader comunisti dei Paesi dell’est, ad esserlo diventato. Un mito positivo e rispettato. Sul perché si è verificato questo è una lunga storia. E “Dal Maresciallo” ne viene raccontata almeno una parte, in modo accogliente e divertente.
Occorre andarci, visitarlo e naturalmente … ordinare un’insalata. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5394/1/51/
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Bielorussia, elezioni in bianco e nero
“Né libere, né eque”. Per i cinquecento osservatori dell’Osce inviati alle elezioni bielorusse del 19 marzo scorso, la vittoria di Lukashenko è tanto netta quanto sospetta.
La netta vittoria raccolta dal Presidente bielorusso Lukashenko non ha potuto essere controllata dagli osservatori internazionali, che per legge non potevano essere presenti allo scrutinio dei voti. Per l’opposizione, guidata da Alaksander Milinkevic, la percentuale dei voti destinati a Lukashenko non sarebbe superiore al 45%. Con questo risultato ci sarebbe stato un ballottaggio.
«Zhivie Belarus!»
La Piazza d’Ottobre, dopo la pubblicazione degli scrutini da parte del Comitato elettorale centrale, ricordava la Piazza di Kiev della Rivoluzione arancio, nell’inverno 2004. In quest’ultima occasione, però l’arancione è stato sostituito da una marea di bandiere nazionali bianche e rosse, proibite dal governo, e da distintivi con le stelle dell’Unione Europea. Tra le esclamazioni “Ganbà!” (vergogna!) e “Zhivie Belarus!” (Viva la Bielorussia!), diecimila persone hanno sfidato temperature gelide. E le minacce dello stesso Lukashenko, che qualche ora prima aveva dichiarato che avrebbe trattato come “terroristi” coloro che avessero manifestato dopo la proclamazione del vincitore delle elezioni. Circondati da camion della polizia e dal Kgb (il Servizio Segreto di Sicurezza bielorusso conserva ancora l’inquietante nome dell’era sovietica), la protesta popolare è stata la più grande del Paese. Anche se le cifre dei manifestanti si sono già dimezzate della metà il pomeriggio del lunedì, e anche senza gli accampamenti e i blocchi del traffico che avevano caratterizzato l’inverno di Kiev.
Tempesta internazionale
Ma se le proteste a Minsk si sono già placate, una tempesta è scoppiata all’interno della comunità internazionale. L’Ue non è rimasta indifferente di fronte all’evolvere degli eventi e alle manifestazioni contro il potere, liquidate con l’arresto di dozzine di attivisti e con la deportazione di osservatori, oltre al sequestro di media, come il quotidiano Narodnaia Volia (Volontà del popolo). Il Presidente del consiglio europeo, Terry Davis, non ha esitato a definire le elezioni “una farsa elettorale”, mentre il Ministro degli Esteri austriaco, paese che detiene la presidenza di turno dell’Ue, Ursula Plassnick, ha dichiarato che i bielorussi hanno votato in un chiaro clima di “terrore”. Mentre dall’America, che nel 2005 aveva inserito la Bielorussia tra i paesi del cosiddetto “Asse del Male”, arriva l’appello a nuove elezioni da parte del portavoce della Casablanca, Scott McClellan.
Dall’altra parte del pianeta, nel frattempo, la Russia e la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) si sono affrettati a “complimentarsi con il presidente”, ricordando la legittimità del suo mandato ed elogiando la trasparenza della giornata elettorale.
Alcuni paesi, quali Germania e Polonia, preferirebbero la linea dura contro il governo di Lukashenko. Ma gli intenti dell’Unione Europea sarebbero volti alla semplice proibizione dei visti ai responsabili del governo e all’isolamento nella comunità internazionale. Nelle istituzioni europee non è contemplata la possibilità di non riconoscere il Presidente come “eletto”, né quella di applicare sanzioni economiche (nel 2005 la Bielorussia ha ricevuto più di nove milioni di euro in aiuti europei). Con queste prospettive, per coloro che aspettavano con ansia una nuova rivolta a colori, il ritratto di queste elezioni si tinge di grigio.
Ana Soriano - Sevilla http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6354
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Guzzanti-Travaglio, kermesse sulla Silvio-story
L'attrice lo imita e cita le gaffes sui semafori in Iraq e sui consigli a Sharon
Fabrizio Roncone
ROMA — Campagna elettorale, Silvio Berlusconi, gente che si tiene la pancia, risate. Teatro Ambra Jovinelli, ieri sera. Ma lui, il Cavaliere, non c'è. Però c'è la sua voce (Sabina Guzzanti: timbro, pause. Quasi uguale). E poi ci sono Marco Travaglio e Peter Gomez, giornalisti e storiografi riconoscenti al premier. «Abbiamo firmato un libro che, però, ha scritto lui». Titolo del libro: Le mille balle blu (Bur, 475 pagine, 11,50 euro).
Per capire la serata, l'atmosfera, questo teatro che diventa libreria: «Presentiamo un libro di balle e figuracce, promesse e smentite, leggi vergognose e telefonate segrete dell'uomo che, da dodici anni, prende in giro gli italiani». Scenografia scarna, sedie e microfoni, sipario nero alle spalle. Platea militante ed eccitata, ingresso gratuito. Il primo applauso è per una citazione, del 2001, di Indro Montanelli: «Berlusconi è il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l'allergia alla verità, una voluttuosa propensione alle menzogne».
Segue riepilogo di tutte le 17 grane giudiziarie accumulate, negli anni, dal Cavaliere, con il loro esito di condanne e assoluzioni. C'è l'elenco di quelle che gli avversari definiscono «leggi ignobili», dalla ex Cirielli al tentativo di cambiare le norme napoleoniche sulla sepoltura nei cimiteri, fatto per portare nel mausoleo di Arcore il papà Luigi. Quindi, le intercettazioni: quelle in cui Bettino Craxi definisce Montanelli «merdolina» e quelle poi, da Gomez e Travaglio definite «fondamentali», tra Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano (ex fattore di Arcore e boss mafioso) e Gaetano «Tanino» Cinà, palermitano, proprietario di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi, imparentato tramite la moglie con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi («Cinà — spiega Gomez — verrà condannato nel 2005 dal Tribunale di Palermo per partecipazione diretta a Cosa Nostra, insieme a Dell'Utri, condannato però per concorso esterno, come "uomo d'onore" del clan Malaspina»).
Il libro, tuttavia, non è solo inchiesta, ricostruzione giudiziaria. Le risate, gli sghignazzi che diventano ovazioni, arrivano infatti quando i due autori e Sabina Guzzanti (che, a un certo punto, imita anche Lucia Annunziata) ricordano alcune memorabili uscite del premier. Sull'Iraq: «Lì c'è ormai una vita normale, anche se, certo, i semafori a Bagdad non funzionano». Sull'ictus di Sharon: «Gli ho consigliato di rimettersi in forma con una bella dieta mediterranea» (È il 23 dicembre — ricorda Travaglio — e, dieci giorni dopo, Ariel Sharon entra in coma»). A Roma, l'11 giungo del 2002, vertice mondiale della Fao: «Bisogna accorciare i tempi degli interventi perché la nostra non sarà una tragedia, ma anche noi abbiamo fame...». A Washington, con George Bush, il 21 maggio del 2004: «Vorrei ricordare l'attacco del comunismo alle Due Torri...».
Poi, a seguire, altre frasi celebri del premier. 13-9-1993: «Un partito di Berlusconi non ci sarà mai». 29-3-1994: «Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta». 10-10-1995: «Sono un grande estimatore della magistratura». 18-3-1995: «Ho dato mandato irrevocabile di vendere le mie tv». 13-3-2003: «Il primo a non volere la guerra in Iraq è Bush». 26-1-2006: «Io odio andare in tv». 13-2-2006: «Io sono il Gesù Cristo della politica».
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Berlusconi ora va allo scontro permanente
Il premier insiste: «Rifarei quello che ho fatto. Ho rotto la gabbia in cui volevano chiudermi»
I suoi sondaggi sono pessimi e non li cita più. L’Olanda venerdì gli chiederà spiegazioni
di Marcella Ciarnelli/ Roma
GOVERNARE ha molti aspetti positivi. E Berlusconi li ha sfruttati tutti, innanzitutto per sé. Ma un gran fascino, specialmente in campagna elettorale, ce l’ha lo stare all’opposizione. Il premier, visto che ormai avverte che non gli sta riuscendo di convincere la mag-
gioranza degli italiani a rivotarlo, sembra deciso a riproporre il copione della sceneggiata mandata in onda a Vicenza davanti allo sguardo attonito dei vertici confindustriali. E non solo.
Occupare tutti gli spazi televisivi. Mostrarsi. Farsi vedere vincente mentre la sconfitta prossima ventura sembra che in queste ore gli sia confermata anche dai suoi sondaggisti di fiducia. Tant’è che non ne fa più cenno. Parlare senza regole. In una sorta di comizio mediatico ripetuto in modo ossessivo dalle reti di famiglia, sulla falsariga di quelli del ventennio dal balcone di piazza Venezia, che, ricorda la «Velina rossa», si trova a pochi passi da via del Plebiscito.
E ora? Colpo di scena efficace cercasi. Il premier consulta l’agenda dei diciannove giorni che mancano al voto, per trovare la chiave della cassaforte. È passato dalle promesse (non è riuscito a mantenere quelle di cinque anni fa, figuriamoci le prossime) all’indiscriminata semina del terrore nei confronti degli avversari bollati tutti come comunisti per impaurire i moderati.
Intanto cerca di correre ai ripari sugli errori compiuti in questa campagna elettorale. E così questo pomeriggio si andrà ad intrattenere nello studio di Maria Latella, «Sky24», per parlare in amicizia del suo blitz al Voltaren compiuto a Vicenza, anche ieri difeso dal portavoce Bonaiuti, che ancora insiste sui «vertici degli industriali schierati a sinistra mentre la base non ci sta» ma innanzitutto della sua politica per le donne dopo lo scivolone del primo confronto con Prodi, per rispondere alla domande delle direttrici di alcuni tra i più noti settimanali femminili. Poi via a Genova, dove ad attenderlo c’è una di quelle manifestazioni elettorali in cui i supporter gli danno l’illusione che non tutto volga al peggio e gli aprono il cuore alla speranza come se l’Italia fosse tutta nel chiuso di una sala. Niente cena, però. Solo un aperitivo, perché «il premier ha troppi impegni».
Intanto non arretra di un millimetro su Vicenza. «C'è - afferma - un accordo fra le grandi imprese che si aspettano favori dalla sinistra e dai sindacati, usano le istituzioni degli imprenditori non per aiutare le imprese, ma per i propri interessi, sono abituati a pubblicizzare le perdite e a privatizzare gli utili». Berlusconi, in un'intervista concessa a Odeon Telereporter si difende: «Io non l'ho trovato duro il mio discorso - osserva - e lo rifarei; è stato un intervento di verità, ho detto quello che penso, che avevo già detto; forse l'eccezionalità del fatto è stato di rompere la gabbia in cui si cercava di contenermi, che va di moda oggi».
E lui non si può trattenere. In Campania nel fine settimana, e poi Bari, ed un’altra fitta serie di impegni per raccattare un po’ di voti in attesa del «Faccia a Faccia» con Prodi che è fissato, e tale resta, per il 3 aprile. Incombe il chiarimento con l’Olanda dopo la sortita del ministro Giovanardi sulla legge sull’eutanasia. «Consideriamo totalmente inaccettabile che si facciano dei confronti con i nazisti o con Hitler», ha ribadito ancora ieri il ministro degli Esteri olandese, Bot. Berlusconi è atteso al varco del Consiglio europeo che si terrà giovedì e venerdì a Bruxelles. In quella sede non potrà sfuggire alla più che giustificata arrabbiatura del primo ministro Jan Peter Balkenende che non ha nascosto la sua intenzione di «parlarne con Berlusconi» per spiegargli «che l’Olanda non prende a cuor leggero l’eutanasia», ma che «fare confronti sulla situazione in Olanda e il nazismo non risponde al vero». E per chiedere, innanzitutto, conto e ragione delle esternazioni di Giovanardi. Un altro ministro che ha creato un altro caso diplomatico. Per restringere al minimo la durata del colloquio per giovedì mattina è previsto un Consiglio dei ministri. Così Berlusconi arriverà in ritardo, se non salterà proprio, la riunione dei Popolari. Che, peraltro, saranno a Roma, la settimana successiva per partecipare al trentennale della costituzione del gruppo. La riunione culminerà con l’omaggio a Benedetto XVI. Berlusconi è stato stoppato sulla soglia della Santa Sede. Non ha titolo a partecipare perché non è parlamentare europeo. Ma date le estemporanee iniziative di questi giorni chissà se il premier non cerchi di recuperare all’ultimo momento uno spot al fianco del Papa. Le guardie svizzere sono avvertite.
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LA MANOVRA
I berluschini potrebbero presentare una mozione di sfiducia alla riunione di giunta
Giovedì attacco bis a Montezemolo
di Marco Tedeschi/ Milano
«No, nessun pericolo. Il presidente Montezemolo ha una solida maggioranza e non si farà intimidire da nessuno, Nonostante Vicenza..».
In viale dell’Astronomia prevale il silenzio e il desiderio di non alimentare altre polemiche con Berlusconi e il centrodestra, ma non si può far a meno di rilevare una diffusa preoccupazione per le prossime mosse degli interessi confindustriali più vicini al premier. Vicenza sarebbe stata solo la fase uno, adesso si prepara la seconda offensiva dei berluschini confindustriali contro Montezemolo e il vertice. Come? Sfruttando le prossime scadenze. Mercoledì è in programma il direttivo, giovedì tocca alla giunta di Confindustria: due occasioni importanti per mettere in discussione o almeno contestare il ruolo di Montezemolo, accusato dal premier di esser ormai un compagno di strada della sinistra.
Ieri qualche voce incontrollata ipotizzava addirittura che un gruppo di membri della giunta
sia pronto a presentare una mozione di sfiducia nei confronti del presidente nella riunione di giunta di giovedì. Probabilmente non si arriverà a tanto, anche perchè Montezemolo ha i voti dalla sua parte. Ma certo l’effetto Vicenza si farà sentire e non macheranno i Perini, i Tognana, i Confalonieri a ricordare da che parte batte il loro cuore berlusconiano.
Il premier claudicante ha scosso gli industriali veneti enfatizzando l’allarme “rosso”, rappresentato dall’abbraccio tra Prodi ed Epifani, spargendo minacce e paure ingiustificate ma che hanno fatto breccia in un pubblico tradizionalmente orientato a destra. Inoltre l’estremismo berlusconiano potrebbe allearsi anche con qualche imprenditore moderato che giudica poco convincente, e senza risultati apprezzabili, le aperture di Montezemolo ai sindacati e in particolare alla Cgil. Che ci sia aria di fronda lo testimoniano anche alcune svolte molto significative. Ad esempio le parole di Andrea Riello, presidente degli industriali del Veneto, ritentuo un imprenditore aperto e moderato. Il solitamente silenzioso Riello ieri ha detto che Prodi non ha certo soddisfatto gli imprenditori del Nord est. «Mi riferisco - spiega Riello - alla flessibilità ottenuta con la legge Biagi che il centrosinistra dichiara di voler modificare, verbo che per noi non vuol dire tornare indietro; alla schiettezza nel dire che non si può toccare l'Irap; al fatto che non ha spiegato come vogliono ridurre il costo dell'energia allontanando dal loro vocabolario la parola nucleare; o a quello di aver sentito parlare di tassazione di rendite finanziarie e di velata patrimoniale e di tasse di successione». Riello riserva anche un attacco a Diego Della Valle, bersaglio del premier, responsabile, a suo dire, di non aver saputo «mantenere il giusto equilibrio prendendosela con il nostro ospite».
Pur seccato del rimbrotto del premier alle troppe vacanze di certi industriali («io alle Barbados non ci sono mai andato»), a ricordare come votano gli imprenditori è anche il leader di Federmeccanica Massimo Calearo, che a Vicenza era il padrone di casa.«Sicuramente - dice - Prodi si è dimostrato una persona pacata, però non mi può convincere quando va al convegno della Cgil e quando ha dei compagni di avventura che non condivido. Quello di Tremonti è stato un discorso tecnico, ben fatto da persona preparata. Mi è piaciuto». Di fronte a questa offensiva Montezemolo sta lavorando in queste ore per ricompattare le fila dei suoi associati, facendo leva sulla difesa dell’autonomia e dell’indipendenza dalla politica. Lo show di Berlusconi, se è possibile, va messo in archivio al più presto.
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Epifani: il ruolo di Berlusconi è sempre quello di dividere il Paese
Le confederazioni preoccupate per le conseguenze degli attacchi alle parti sociali. Santini (Cisl): il premier sta facendo solo danni
di Felicia Masocco/ Roma
DIVIDE ET IMPERA Con i sindacati gli è riuscito fino ad un certo punto, il tempo per Cisl, Uil e gli altri firmatari del Patto per l’Italia di verifi-
care che questo governo i patti non li rispetta. A verifica avvenuta e di fronte al disastro dell’economia le confederazioni si sono ricompattate, ma Berlusconi il vizio di incunearsi nel corpo delle parti sociali non lo ha perso. Lo ricorda Guglielmo Epifani commentando i fatti di Vicenza: «Ho sempre detto che questo governo agisce per dividere, non per unire - afferma -. E oltre ad averlo fatto con il sindacato adesso prova a farlo con il sistema delle imprese, ma non gli riesce». Non un fare estemporaneo, dunque, ma una «modalità di agire» per i leader della Cgil, il sindacato che - come gli altri - al premier ha sempre dato del «lei» ma che nel quinquennio è stato senz’altro la sua principale spina nel fianco. Basti ascoltare i berluscones di questi giorni che ogni due per tre agitano lo «spauracchio» della Cgil. Per Epifani questo modo di fare, il produrre continue divisioni, «rappresenta il limite più forte che ha portato alla grave crisi in cui oggi versa il paese». Berlusconi non capisce come Prodi possa dare ragione a Confindustria e a Cgil? «Vorrei ricordargli che Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno raggiunto un accordo su Mezzogiorno e infrastrutture e avevano chiesto un incontro al governo, ma il governo non ci ha neanche convocato», risponde Epifani giusto per fare un esempio.
Anche Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, individua nell’«idea di puntare sulle divisioni la cifra di questa legislatura». «Il governo ha teso a dividere il Sud dal Nord, i Comuni dalle Regioni, i sindacati, i magistrati dall’esecutivo, i giornali, e oggi punta a delegittimare la Confindustria. È chiaro - afferma Pirani - che questo tipo di intendimento fa capire che se loro dovessero tornare a governare considererebbero un ostacolo ogni forma di confronto con le parti sociali». Durissimo il commento su quanto avvenuto al convegno vicentino. Per il sindacalista della Uil «lì c’è stato il richiamo agli “spiriti animali” del popolo delle partite Iva, dei piccoli padroncini, alla ricerca del consenso». L’auspicio è che anche questi imprenditori «riflettano», perché «non solo quella strada non li ha portati da nessuna parte in questi cinque anni, ma rischia anche di compromettere il futuro». Paolo Pirani si dice per nulla convinto, anzi «stupito» per le parole di Pierferdinando Casini e quanti come lui criticano Prodi perché avrebbe detto «le stesse cose» a Confindustria e al sindacato: «Dimenticano - fa notare - che questo paese nel corso di un decennio è uscito dalla crisi ed entrato in Europa cercando il consenso di Confindustria e dei sindacati».
«Confindustria ha fatto le sua analisi, Prodi ha preso i suoi impegni, Berlusconi ha parlato d’altro cercando di recuperare con gli imprenditori. Non è così che si governa», taglia corto il segretario confederale della Cisl Giorgio Santini che, come aveva già detto Savino Pezzotta sintetizza: «Così Berlusconi fa solo danno al Paese». «Il premier, forzando, sta cercando di recuperare un rapporto con le imprese che sente logorato e così facendo si mostra incurante di dividere la platea. Un ritornello che conosciamo».
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Firme false, Accame indagato
Il portavoce di Storace sotto inchiesta anche per il caso Mussolini
Il procedimento è parallelo a quello riguardante lo spionaggio ai danni di Marrazzo
MARINO BISSO, ELSA VINCI
da Repubblica - 21 marzo 2006
ROMA - Firme false per boicottare la Mussolini alle regionali: di questo ora è accusato anche Nicolò Accame. Il braccio destro di Francesco Storace, attuale direttore generale del dipartimento della Comunicazione al ministero della Salute, è indagato a Roma per violazione della legge elettorale. Gli inquirenti puntano ora a verificare l´eventuale coinvolgimento dell´ex governatore del Lazio ed ex ministro della Salute. Si è già allungata la lista degli indagati: oltre ai nomi dei detective privati Pierpaolo Pasqua e Gaspare Gallo sono appena stati registrati quelli di altre sei persone, tutte vicine allo staff elettorale di An nel 2005.
Dopo le accuse della procura di Milano per il presunto spionaggio contro Piero Marrazzo, i magistrati romani formalizzano e aggiungono altri reati: accesso abusivo ad un sistema informatico, ovvero l´incursione on line all´anagrafe del Comune di Roma per "affondare" la lista di Alternativa sociale, e violazione dell´articolo 90 della legge elettorale del 2004. La norma prevede che «chiunque formi falsamente, del tutto o in parte, le schede o altri atti destinati alle operazioni elettorali o alteri uno di tali atti veri, o sostituisca o distrugga uno dei medesimi, è punito con la reclusione da uno a sei anni. È punito con la stessa pena chiunque faccia uso dei "falsi"». In breve, secondo i pm, Accame in concorso con altri avrebbe organizzato una trappola per boicottare la Mussolini candidata-rivale. La procura ipotizza che qualcuno abbia manomesso le firme nella lista di presentazione di Alternativa sociale e poi con una forzatura al sistema informatico del Comune di Roma si sia procurato la prova del "falso", con lo scopo di presentare un esposto alla magistratura e far saltare la concorrente.
Per le nuove accuse è stato decisivo l´interrogatorio di uno degli esponenti dell´équipe elettorale di An nel 2005. Dario Pettinelli ha raccontato ai pm romani: «Dai computer di Accame partì l´incursione all´anagrafe del Comune di Roma per affondare la lista della Mussolini. Fu lui a gestire tutto...». I magistrati lo hanno voluto ascoltare due volte nelle ultime quarantotto ore per chiarire l´eventuale ruolo di Storace nell´incursione all´anagrafe del Comune. Ed è su questo aspetto che si concentra l´attenzione dei procuratori Italo Ormanni, Achille Toro e del pm Francesco Ciardi.
Secondo il racconto di Pettinelli, Accame chiamò Mirko Maceri, direttore di Laziomatica, e gli chiese di entrare nel sistema anagrafico del Campidoglio. Maceri cercò di resistere, dicendo che si trattava di un accesso illegale. Dopo mezz´ora di discussione, cedette e tornò nel suo ufficio per cercare di schermare l´incursione on line. Più tardi - ha aggiunto Pettinelli - fu dal computer nella stanza di Accame che Maceri si collegò. Così lo staff «controllò la lista di Alessandra Mussolini e la banca dati del Comune».
Sull´incursione all´Anagrafe capitolina, la procura di Roma ha idee abbastanza chiare. Contro Maceri e un suo sottoposto, Daniele Caliciotti, e l´avvocato Romolo Reboa, che firmò l´esposto contro la Mussolini, c´è già una richiesta di rinvio a giudizio. Il giudice dell´udienza preliminare dovrebbe pronunciarsi a breve. Ma adesso la "confessione" di Pettinelli dà corpo ad altri scenari.
Accame, difeso dall´avvocato Paolo Colosimo, passa al contrattacco. «Ho appreso di essere indagato dai telegiornali - protesta - e mi sembra una procedura davvero strana. Paradossalmente approfitterò del fatto di essere indagato per chiarire la mia posizione». E Storace: «In giro ci sono troppi calunniatori. Almeno adesso Accame conoscerà le accuse».
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L'accusa: intrusione nell'Anagrafe di Roma. L'ex ministro: troppi calunniatori
Spionaggio, indagato lo staff di Storace
«Accame e altri 3 coinvolti nel caso Mussolini»
dal Corriere - 21 marzo 2006
ROMA — Il blitz nell'Anagrafe del Campidoglio serviva per avere la certezza che le firme presentate dalla lista di Alessandra Mussolini fossero false. Lo scopo era di far estromettere Alternativa Sociale dalle consultazioni per il rinnovo della giunta regionale del Lazio, nella scorsa primavera. L'operazione clandestina e lo spionaggio sull'allora sfidante Piero Marrazzo e sulla nipote del Duce sono stati ideati, gestiti e commissionati dallo staff di quello che all'epoca era il Governatore e che poi, dopo aver perso le elezioni, è stato ministro della Salute, Francesco Storace: è il sospetto dei magistrati romani che, nel pieno dell'indagine-bis sulla vicenda, hanno iscritto sul registro degli indagati per il reato di abusiva intrusione in un sistema informatico al fine di violare la legge elettorale almeno altri quattro nomi, oltre a Pierpaolo Pasqua e Gaspare Gallo, gli investigatori privati arrestati dalla procura di Milano.
EX PORTAVOCE — Il personaggio di maggiore spicco tra quelli finiti ufficialmente sotto inchiesta nelle ultime ore è Niccolò Accame, ex portavoce di Storace sia alla Regione Lazio sia al dicastero. «Ho appreso di essere indagato dai tg, mi sembra una procedura strana. Ne approfitterò per chiarire la mia posizione», ha sottolineato Accame, che sarà interrogato nei prossimi giorni. «Di certo — ha aggiunto — non ho ricevuto alcuna notifica. L'unica certezza è che domani partiranno le prime denunce per calunnia».
E anche l'ex ministro si è fatto subito sentire: «Credo che sia un atto che almeno consentirà ad Accame di sapere qual è il motivo per cui lo si accusa e di cosa», ha osservato Storace. «In giro ci sono troppi calunniatori che ne risponderanno in tribunale». Secondo Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dell'esecutivo dei Verdi, «quanto accaduto si va configurando come una pagina vergognosa per la democrazia italiana».
I SOSPETTATI — Nell'inchiesta dei procuratori aggiunti Italo Ormanni e Achille Toro e del pm Francesco Ciardi sono diventati così perlomeno sei i personaggi sospettati di aver avuto un ruolo attivo nell'attività illegale degli 007 privati che collaboravano con i vertici della Regione Lazio. Pasqua, Gallo e Accame. Ma non solo. Chi sono gli altri?
Non c'è alcuna certezza, né tantomeno voci che attribuiscono all'uno o all'altro la scomoda posizione di doversi difendere dalle accuse per il Laziogate. Tra gli investigatori c'è però chi ricorda il contenuto degli interrogatori di Gallo e e Pasqua. Mentre quest'ultimo ha sostenuto (senza essere creduto dai pm) di essere stato ingaggiato per la bonifica degli uffici della Regione e di aver spiato Marrazzo e la Mussolini per sua iniziativa, Gallo ha detto che i committenti erano nello staff di Storace.
L'INVESTIGATORE — Pasqua ha poi chiarito di aver avuto rapporti con Andrea Straziota (ex addetto stampa della Regione) e con Mario Carnevale, l'ex direttore amministrativo del Comitato elettorale di Storace che gli consegnò un assegno da diecimila euro per la ricerca delle «cimici» nelle stanze occupate dagli uomini di fiducia dell'esponente di An. Un altro personaggio su cui si sono concentrati gli inquirenti è Dario Pettinelli, anche lui ex membro dell'equipe che collaborava con Storace: ha detto che le intrusioni nell'anagrafe del Comune sarebbero avvenute dal computer di Accame. E ieri è stata ancora una giornata di interrogatori: sono stati sentiti come persone informate sui fatti Pierluigi Sassi (aiutava Accame durante la campagna elettorale) e Antonella De Pasquale, ex collaboratrice della Mussolini.
Flavio Haver
L'inchiesta milanese sullo spionaggio ai danni di Mussolini e Marrazzo, candidati alle Regionali del 2005 in Lazio, per ora ha portato all'arresto di 16 persone I pm romani che si occupano della vicenda hanno iscritto Niccolò Accame, l'ex portavoce di Storace, al registro degli indagati per «abusiva intrusione in un sistema informatico».
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Un uomo con la lombosciatalgia
lamarce ha scritto per OneMoreBlog:
Premessa: avere a che fare con un uomo (il vostro) colpito dalla lombosciatalgia (o che vuole fare il malato per sfuggire alle incombenze quotidiane) può essere pericoloso per la vita di coppia e quella democratica. Ma con un po' di astuzia, unita a un pizzico di pazienza potrete riuscire a liberarvi di lui. E' un esercizio che comprende poche, ma precise regole. Valide anche per sloggiare un premier in disfacimento. Fisico.
Punto 1
Come sta male lui non è mai stato male nessuno. Davanti ai suoi lamenti è inutile ricordare il vostro parto trigemino. Coccolatelo e dategli ragione. Non è difficile. basta dire che è tutta colpa del lavoro (lui di sbatte troppo, anche per gli altri. Quegli ingrati dei suoi colleghi che poi gli voltano le spalle nel momento del bisogno), che ha accumulato troppi stress (tutte quelle cene di lavoro, quei convegni, quel faccia a faccia...) e che non ha dato retta alle avvisaglie (quelle continue dissenterie, quel calo di zuccheri a casa di Clemente J). Insomma persuadetelo che l'avete bevuta e che lo credete malato.
Punto 2
Convincetelo ad annullare i suoi impegni, compresa quella gita del week end a cui sembrava tenere tanto (shopping all'outlet, partita a san Siro, scampagnata con oi vecchi amici a Vicenza). Lui fingerà di esserne spiaciuto, ma sotto sotto è quel che voleva. Non datevene per inteso, ma insinuate il dubbio che chissà. forse per un giorno il mondo sarà felice fare a meno di lui. Ostentate felicità per la bella giornata romantica che state per vivere assieme (gli uomini odiano far felice una donna, se non c'è di mezzo la soddisfazione sessuale. E visto che di sesso non se ne fa causa lombosciatalgia.. )
Punto 3
Se a questo punto non è ancora fuggito, dopo essersi fatto una pera di Tachidol, sfoderate l'arma segreta. Aggiornatelo in continuazione su quel che si sta perdendo a causa del suo malessere. Fate un report completo sulla giornata calcistica, chiedendo la sua opinione sui limiti del centrocampo a rombo di Ancellotti. Lamentatevi con tristezza per quella svendita di ville abusive che vi siete persi. Leggetegli gli sms che vi mandano gli amici in gita a Vicenza.
Punto 4
A questo punto è già in auto. Pronto agli staordinari lavorativi. Incurante della giornata ancora freddina per un pomeriggio allo stadio. Disposto a macinare chilometri pur di raggiungere gli amici per fare baldoria assieme. Lui è fatto così. Pensa che una festa non sia tale se non c'è lui a scaldarla.
Punto 5
Ora che finalmente siete riuscita a sloggiarlo rilassatevi anche voi. Per qualche ora potrete tirare il fiato. Certo è orribile sperare che siano altri a gestire l'effetto collaterale dei farmaci.. ma quel Tachidol lo rende così su di giri..
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E il Cda Rai? Tace
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Berlusconi è forse impazzito? Comparirà davvero in Tv con lo scolapasta in testa come un tempo aveva ipotizzato Massimo D'Alema? Dopo l'esibizione di Vicenza tutto è davvero possibile, ma il Berlusconi di oggi non è affatto diverso da quello che nel 2002 aveva chiesto ed ottenuto dalla Rai la testa di Enzo Biagi, di Michele Santoro, di Daniele Luttazzi.
Il Berlusconi di oggi è lo stesso che, in questi anni, ha minacciato ed oltraggiato la Costituzione, la magistratura, il Parlamento, i sindacati, il popolo della pace, gli insegnanti delle scuole pubbliche.... e chiunque, persino a destra, si sia permesso di non obbedire al padre padrone del governo.
Milioni di italiani, a turno, si sono cosi ritrovati nell'elenco dei comunisti, dei disfattisti, dei traditori.
Questa volta, qui sta la novità, l'anatema è stato scagliato direttamente contro la Confindustria. Il presidente Masaniello, travestito per l'occasione da Blu-block ha chiesto le dimissioni di Montezemolo e ha bollato come "giornali dei soviet" La Stampa, il Corriere della Sera, il Sole 24 ore, il Messaggero e persino la radio della Confindustria.
Questo "delirio" va considerato insolito solo per la sede nella quale si è svolto ma non certo per i modi e per i toni usati. Adesso anche gli industriali avranno modo di riflettere attentamente su quanto sia stato miope, anche da parte loro, non alzare un immediato e robusto argine contro le degenerazioni costituzionali ed istituzionali, e contro i tanti conflitti di interesse tipici del berlusconismo. Tra queste degenerazioni c'è il controllo quasi assoluto delle principali reti pubbliche e private. In queste ore si è avuto l'ulteriore e vergognosa riprova. I Tg, con il Tg1 in testa e con pochissime consuete eccezioni, hanno addirittura cancellato od omesso le repliche dei rappresentanti della Confindustria. Berlusconi ha potuto insultare Diego Della Valle, ma Della Valle non ha potuto replicare. Berlusconi ha aggredito giornali e giornalisti ma i principali Tg non hanno dato la parola ai direttori e alle redazioni incriminate.
Il gruppo dirigente dalla Rai e l'autorità di garanzia che prima avevano "sanzionato" Lucia Annunziata per aver osato fare qualche domanda al Capo supremo, non hanno ancora trovato il modo di dire alcunché di comprensibile su questo squallido episodio di squadrismo politico e mediatico.
Se nelle prossime ore non dovesse accadere nulla sarà necessario che l'intera Unione ai massimi livelli faccia sentire con forza la sua voce presso le autorità istituzionali e di garanzia prima che la campagna elettorale possa essere ulteriormente condizionata dai brogli mediatici.
Giuseppe Giulietti http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9299&numero='126'
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Contrapasso dantesco
Gialiano
Ho visto una sottile ironia del destino, nel lamento disperato di Berlusconi sul "tempo limitato" concesso dai dibattiti di questi giorni: lamento che è iniziato con Lucia Annunziata, proseguito nel dibattito con Prodi e culminato nell'incontro di sabato davanti alla Confindustria. Un lamento tutto suo, visto che tutti gli altri si sono adattati: più o meno volentieri, ma senza fare tante storie visto che le regole erano davvero uguali per tutti.
Una sottile ironia, quasi un contrappasso immaginato da Dante: perché vent'anni fa (chi se lo ricorda ancora?) un simile lamento, quello del non poter vedere le proprie idee esposte in modo appropriato e nei tempi appropriati, fu emesso dal povero Federico Fellini, che aveva visto scempiare, sulle tv di Berlusconi, il suo "Otto e mezzo" e anche "La dolce vita". Anni di lavoro, compiuti con collaboratori di prim'ordine, per vedere poi tutto tritato e tagliato a capocchia dalle tv di Berlusconi, al solo scopo di metterci dentro più pubblicità possibile. Gli spot portano soldi, si sa: e tanti. E' questo l'unico motivo che spinse, a suo tempo, l'imprenditore Berlusconi ad entrare nel business nascente della tv: ed è un'aspirazione legittima, per un imprenditore, ma bisognerebbe sempre avere un po' di riguardo per il lavoro degli altri, soprattutto per il lavoro dei grandi artisti che hanno tenuto alto il nome dell'Italia, e che andrebbe tramandato alle future generazioni.
Questo riguardo verso Fellini (e verso Scola, Monicelli, Antonioni, Kubrick, Leone, Hitchcock, Kurosawa…) non ci fu allora e non c'è più stato in seguito. Oggi, le tv di Berlusconi trasmettono i film di Fellini alle due di notte. "Hanno i diritti", si dice: nel senso della proprietà legale per la trasmissione tv delle pellicole. Li hanno loro, le tv Mediaset, i "diritti" e gli altri non possono trasmetterne nemmeno un pezzettino, neanche nei programmi culturali e per le scuole. E' un po' come quelli che rubano i quadri dalle chiese, dove sono visibili a tutti, per poi tenerli nascosti in soffitta o in cantina, buttati là ad ammuffire. Il che aprirebbe un interessante discorso su questi benedetti "diritti" , magari sul diritto di vedere e conoscere come si deve un capolavoro, ma il discorso diventerebbe troppo ampio. Per oggi, mi limito a segnalare questo curioso contrappasso: non è un gran che, e penso che sia troppo tardi per Berlusconi per imparare un po' di educazione e di rispetto per il prossimo; ma per oggi mi può anche bastare. (Mi accontento di poco, sono fatto così; e chissà se è un pregio o se è un difetto: una volta lo sapevo, oggi non lo so più, dopo aver visto in che mani sono finiti il nostro patrimonio culturale e le nostre tradizioni).http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
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Riunione del Comitato *Salviamo la Costituzione*
Un intervento di Italo Buono che, nel Comitato, rappresenta i Cittadini per l'Ulivo
Cari amici,
mercoledì scorso a Roma ho partecipato alla riunione del Comitato promotore per il referendum sulla riforma della parte II della Costituzione che si è riunito sotto la Presidenza di Scalfaro, per discutere le future iniziative in vista della imminente campagna referendaria. Il clima che si respirava era certamente di grande soddisfazione: la Cassazione, terminato il controllo sulla correttezza formale delle firme depositate, confermava proprio in quelle ore il raggiungimento del quorum delle cinquecentomila firme. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la richiesta di referendum costituzionale da parte dei cittadini si affianca a quelle dei parlamentari, 112 senatori e 249 deputati, e dei consigli regionali, ben 15.
Introducendo i lavori, Scalfaro ha ringraziato tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato. Ottocentotrantamila firme depositate in Cassazione il 17 febbraio, altre ancora che sono affluite al Comitato nei giorni seguenti, fino a giungere ad un milione di firme, raccolte nel “silenzio assordante” dei mezzi di informazione e talvolta in solitudine. Un’esperienza che testimonia la capacità di stare insieme tra diversi, senza mai fare un passo fuori dalla strada intrapresa, con l’obiettivo comune di dire NO ad una legge che stravolge profondamente la Costituzione. E’ un fatto importante, dice Scalfaro, perché si è affermato un autentico spirito unitario tra partiti, sindacati, associazioni e tanti cittadini che hanno animato i comitati. Dunque anche nei prossimi mesi si deve proseguire per questa strada, per creare il fronte più ampio e unitario possibile.
Il primo passo è stato compiuto. Ora occorre che gli italiani vadano a votare a votino in modo consapevole, sapendo che è in gioco il destino della Costituzione, ovvero i diritti dei cittadini, i tratti distintivi della nostra democrazia.
Ma quando si andrà a votare? Sarà il governo a fissare la data ed è bene che esso non si assuma anche la responsabilità, ha sottolineato Scalfaro, di rendere difficile l’esercizio del voto da parte dei cittadini. Questo non sarebbe lecito. Il riferimento è alla scelta di una data che intervenisse nel pieno del periodo estivo. Per questo, il Comitato promotore ha chiesto un incontro al Ministro degli Interni. In ogni caso, è stata la valutazione di tutti gli intervenuti, è bene che il referendum si svolga entro i termini di questa stagione politica di importanza straordinaria, che inizia con le politiche del 9 aprile e prosegue in molte città con le amministrative
Sul piano politico, ha precisato Bassanini, portavoce del Comitato, si aprono sostanzialmente due scenari, che evidenziano comunque l’importanza del voto al referendum. In caso di vittoria dell’Unione, è essenziale che vi sia un’alta partecipazione al referendum attraverso la quale dimostrare che non si è smarrito tra i cittadini il senso profondo della Costituzione. Sarebbe un errore sottovalutare il referendum confidando, in questo caso, sul probabile disimpegno di alcuni partiti, ad esempio An e Udc. Se, invece, malauguratamente vincesse il centrodestra, la campagna referendaria sarebbe difficilissima; la Lega porrebbe subito con forza l’approvazione della “devolution” come condizione per la sua permanenza nella maggioraza e nel governo. L’intero centrodestra si mobiliterebbe per il SI.
Il tema del referendum non può rimanere ai margini della campagna elettorale per le politiche. Del resto, nel programma dell’Unione è prevista la modifica dell’art. 138 che, elevando all’80 per cento dei parlamentari il quorum necessario per approvare una legge costituzionale, vuole evitare che si possa mutare la costituzione ad ogni cambiamento di maggioranza. I comitati non devono parteggiare per questo o quel partito, per questo o quel candidato ma certamente devono richiamare la centralità del referendum costituzionale per il futuro della democrazia e della politica italiana. Non sarà facile, perché non dappertutto in Italia, non in tutte le città, si è registrata una adeguata mobilitazione per la raccolta delle firme.
Viene da chiedersi cosa si direbbe oggi se le cinquecentomila firme non fossero state raggiunte. E quale sarebbe nel paese l’informazione e la sensibilità su questi temi se non ci fosse stata, attraverso quella raccolta, la mobilitazione di un milione di persone. Con a raccolta delle firme è iniziato un processo che via via ha preso corpo. Il vicepresidente delle Acli ha usato l’immagine della neve che si fa valanga. Guai ad interrompere proprio ora questo processo che vede la partecipazione di tanti soggetti. Là dove vi sono state iniziative, là dove i cittadini sono stati coinvolti la risposta è stata pronta e adeguata. Per questo è importante il ruolo dei comitati territoriali che costituiscono la base di un’unità davvero operosa tra partiti, sindacati, associazioni, cittadini.
Con questo spirito è stata proposta, dopo il 9 aprile, una giornata di riflessione a livello nazionale alla quale tutti i soggetti che si sono impegnati nella campagna referendaria saranno invitati a partecipare. Particolare attenzione sarà dedicata, inoltre, dal Coordinamento Nazionale Salviamo la Costituzione alle giornate del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno per sottolineare il loro profondo legame con la Costituzione.
Intervenendo a nome della Rete, ho ripreso in particolare tre punti già emersi peraltro nel dibattito: primo, mantenere lo spirito unitario che fin qui ci ha caratterizzato; secondo, evitare, per quanto è possibile, che la data del referendum slitti oltre la metà di giugno; terzo, proseguire l’esperienza delle giornate della Costituzione in modo da suscitare la mobilitazione dei cittadini attraverso indirizzi chiari e comuni per tutti ma da realizzare in modo autonomo nel territorio. A tale riguardo vorrei richiamare ancora una volta l’attenzione di tutte le associazioni della Rete perché ovunque sono presenti, città o piccoli centri, si attivino in vista della campagna referendaria. Proprio per la sua caratteristica di associazioni diffuse nel territorio, la nostra Rete può dare un utile contributo. Ritengo infine che se verrà confermata la giornata nazionale di incontro e riflessione tra tutti i soggetti che partecipano alla campagna referendaria la nostra Rete debba intervenire in modo visibile e qualificato.
Infine è stato nominato un gruppo di lavoro del coordinamento nazionale del quale fa parte anche la Rete dei Cittadini per l’Ulivo.
Un cordiale saluto a tutti
Italo Buono
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Padre Sorge: Salviamo il Paese da Berlusconi e dai suoi supporters clericali
La campagna elettorale impazza e la democrazia è in bilico sul ciglio del baratro, ma i cattolici dove sono?
La campagna elettorale impazza e la democrazia è in bilico sul ciglio del baratro, ma i cattolici dove sono? Assenti, muti o allo sbando, e questo non già per un processo di laicizzazione della società, bensì di clericalizzazione e verticizzazione populistica.
Incalzante e lucida l'analisi, stringente la prosa, militante il progetto di un "riformismo nuovo" : è il "vademecum per i cattolici in politica" che p. Bartolomeo Sorge propone nel suo Quale Italia vogliamo? (Áncora Editrice, Milano, pp. 173, euro 13), libro che raccoglie dell'autore alcuni dei principali editoriali - aggiornati - apparsi sul mensile dei gesuiti da lui diretto Aggiornamenti Sociali.
Un vademecum per buttarsi in prima persona nella campagna elettorale, innanzitutto, perché leggerlo e sentire il brivido della posta in gioco con le prossime elezioni politiche è tutt'uno. L'analisi sul "rischio che il 'cattolicesimo democratico' divenga politicamente irrilevante", infatti, è condotta all'interno della "grave emergenza in cui versa oggi la democrazia italiana": "siamo in una crisi gravissima" - denuncia p. Sorge -, "tutti se ne rendano conto, a cominciare da quei non pochi benpensanti per i quali invece 'va tutto bene'. In particolare è necessario che aprano gli occhi i molti cattolici delusi, tentati di abbandonare la politica".
Crisi gravissima che Sorge ripercorre a partire dalle radici più profonde, come "la caduta di senso della socialità e di cultura della legalità" ("basta vedere come è stata pericolosamente abbassata la guardia nei confronti della criminalità organizzata. Al punto che un partito - l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro - continua ad avere responsabilità di governo in Sicilia, nonostante che il Presidente della Regione in persona e 10 dei suoi 17 consiglieri regionali siano indagati o arrestati per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa"), una "concezione individualistico-libertaria", una "concezione privatistica dell'economia", una mancata considerazione del "bene comune": radici che hanno trovato fertile proliferazione e suggello nel "berlusconismo".
Ma il berlusconismo non è solo una concezione politica da contrastare, il berlusconismo è nefasto per la democrazia: "la sua pericolosità per la stessa vita democratica" deriva dal fatto che "una sola persona ha in mano tutti i poteri: da un lato, dispone direttamente del legislativo e dell'esecutivo, dall'altro condiziona l'economico e il mediatico. L'unico potere che finora le sfuggiva era quello giudiziario; ma anch'esso è stato messo sotto controllo, attraverso la legge di riforma dell'ordinamento giudiziario".
Per non parlare delle leggi ad personam studiate per salvare il premier e i suoi accoliti da eventuali guai giudiziari (come la ex Cirielli che accorcia i tempi di prescrizione di determinati reati), nonché del vulnus mortale inferto alla convivenza democratica dalle "ultime leggi": "la riforma costituzionale", che costituisce "una vera e propria manipolazione della Carta fondamentale e della democrazia rappresentativa" (perché "altera l'equilibrio fra i poteri dello Stato, depotenzia il Parlamento nei confronti del Governo, rende più complesse le relazioni tra Camera e Senato, deprime il ruolo del presidente della Repubblica"), e la "riforma elettorale in senso proporzionale", che con un premio di maggioranza del 55% e con l'abolizione delle preferenze (con l'effetto di liste di eletti decisi preventivamente dai partiti) trasforma "il Parlamento in un insieme di feudi in mano al 'monarca'".
C'è dunque una "democrazia da ricostruire", secondo alcune linee programmatiche quali "la difesa della Costituzione e della legalità democratica", "la difesa dello Stato sociale", "la priorità dello sviluppo del Sud", il "globalizzare la solidarietà, i diritti e la democrazia". Tale "riformismo nuovo - afferma p. Sorge - interpella in modo speciale i cristiani", e in particolare "gli eredi del cattolicesimo democratico", che dovrebbero tornare ad essere capaci di politica per parteciapare, insieme ad altre culture politiche 'compatibili', alla costruzione di una nuova "Area delle Solidarietà" .
Ma tale assunzione di responsabilità storica richiede credenti "liberi e forti", capaci di una "laicità" che "non degeneri in omologazione (al 'pensiero unico') e non favorisca la deriva neoliberista", capaci di opporsi a "una visione utilitaristica della politica, che usa il potere a difesa di interessi corporativi o addirittura personali, relegando in secondo piano le ragioni dei deboli che non godono di diritti sociali".
Ciò richiede una nuova formazione ecclesiale del laicato cattolico, ispirata all'insegnamen-to del Concilio, ovvero una Chiesa capace di "annunziare profeticamente, con la Parola e con la vita, che 'il potere di Dio - afferma p. Sorge citando Benedetto XVI - è diverso dal potere dei potenti del mondo'".
Nulla a che vedere con l'attuale congerie della Chiesa nazionale dove sembrano "tornati i toni da 'crociata' e da 'storici steccati'", mentre è sempre più urgente che "collaborino, piuttosto, cattolici e laici, Chiesa e Stato", in difesa di una "democrazia matura, fondata - finalmente dal Nord al Sud - sulla legalità, sulla correttezza democratica e sui valori della nostra Costituzione".
da Agenzia Adista
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Bielorussia, la falsa vittoria di Lukashenko
Le opposizioni non riconoscono il risultato e l’Osce critica duramente la regolarità del voto
“L’ultimo dittatore europeo”, l’autoritario filo-russo Aleksandr Lukashenko, è stato rieletto alla presidenza della Bielorussa con l’83 per cento dei voti. Il candidato dell’opposizione democratica filo-occidentale, Aleksandr Milinkevich, ha preso solo il 6 per cento.
Lukashenko canta vittoria: “Le pressioni e gli ordini internazionali non ci hanno spezzato. Il nostro popolo ha dimostrato chi è che comanda. I progetti rivoluzionari delle opposizioni sono miseramente falliti”.
Ma Milinkevich, che già domenica sera aveva portato in piazza a Minsk, sotto una tormenta di neve, quasi diecimila sostenitori che contestavano la legittimità del voto, ha definito la vittoria di Lukashenko “una presa del potere incostituzionale” e ha invitato i democratici bielorussi a tornare a protestare in piazza.
Ma quello che pesa di più è il giudizio negativo sul voto espresso ufficialmente dai 500 osservatori internazionali dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). Giudizio ribadito anche dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani di Helsinki (Ihf).
E duramente respinto da Lukashenko: “Assurdità prive di fondamento”, fa commentato.
Dopo il responso dell'Osce, Casa Bianca e Unione europea hanno chiesto nuove elezioni, minacciando addirittura sanzioni contro il regime bielorusso.
Una lunga lista si irregolarità e abusi. L’Osce e l’Ihf sostengono che queste elezioni non sono state regolari per il clima di repressione e intimidazione in cui si sono svolte e per le gravi irregolarità che le hanno caratterizzate. Ecco quelle principali evidenziate dagli osservatori internazionali.
Gli arresti di massa dei sostenitori e perfino dei candidati presidenziali dell’opposizione.
Il vietato accesso per l’opposizione a spazi pubblici e mass media, tutti controllati dal regime, per fare campagna elettorale (Lukashenko ha avuto il 95% dello spazio televisivo e le rare apparizioni in video di Milinkevich sono state censurate).
L’ordine di votare Lukashenko dato all’interno degli uffici pubblici, delle aziende di Stato, delle scuole e delle università, con conseguente possibilità di ricatto dell’elettorato legato allo Stato (che quindi, pur di non essere penalizzato nello studio, pur di non perdere il posto di lavoro, la casa popolare o l’assistenza statale, ha votato Lukashenko).
La sistematica violazione della libertà di associazione e assemblea delle forze d’opposizione (la polizia ha regolarmente disperso con la forza ogni assemblea e manifestazione dell’opposizione).
La criminalizzazione e la delegittimazione delle opposizioni, accusate di cospirazione sovversiva contro lo Stato con il sostegno di potenze straniere.
L’intimidazione verso i sostenitori delle opposizioni, minacciati di morte in caso di contestazione dei risultati elettorali (il Kgb aveva avvertito che i manifestanti sarebbero stati considerati ‘terroristi’ e quindi puniti con la pena di morte).
Il voto anticipato del 40-50% dell’elettorato (il 90% dei soldati e dei poliziotti) al di fuori di ogni controllo e monitoraggio, quindi con elevata possibilità di frodi.
L’esclusione dei rappresentanti dell’opposizione dalle commissioni elettorali, completamente manipolate dal regime.
La non trasparenza delle operazioni di voto e di scrutinio dovute al divieto di monitoraggio delle operazioni di voto e di scrutinio imposto agli osservatori indipendenti e internazionali (che non sono stati ammessi nei seggi o ne sono stati cacciati).
Per l’Osce e l’Ihf, la vittoria di Lukashenko è inoltre illegale in quanto lo era la sua stessa candidatura, avvenuta in violazione della norma costituzionale che vieta il terzo mandato presidenziale: infatti il referendum del 17 ottobre 2004, con cui il regime aveva emendato questo articolo era stato ritenuto fraudolento e quindi invalido dall’Osce e dalla comunità internazionale.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5008
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Le lezioni sull'Iraq cominciano dalla storia degli Usa
di Howard Zinn (The Progressive)
Se gli americani valutassero se stessi in maniera più onesta in quanto nazione – e se conoscessero un po' di più la storia del proprio paese – sarebbero preparati alla raffica di menzogne che accompagnerà la prossima proposta di imporre il potere Usa su qualche altra parte del mondo
In occasione del terzo anniversario della débacle irachena del presidente Bush, è importante considerare il perché l’amministrazione Usa abbia ingannato con tanta facilità così tante persone in merito al sostegno alla guerra in Iraq.
Credo esistano due ragioni, radicate nella cultura nazionale statunitense: da una parte, l’assenza di una prospettiva storica, dall’altra l’incapacità di pensare oltre i confini del proprio nazionalismo.
Se non conosciamo la storia, diventiamo carne fresca per i politici carnivori e per gli intellettuali e i giornalisti che forniscono i trincianti. Ma se abbiamo una minima idea di ciò che è successo in passato, se sappiamo quante volte i nostri presidenti ci hanno mentito, difficilmente verremo ingannati di nuovo.
Il presidente Polk mentì agli Stati Uniti in merito alle motivazioni della guerra dichiarata al Messico nel 1846. La ragione non fu che il Messico "ha sparso sangue americano su suolo americano"; piuttosto che Polk, e l’aristocrazia proprietaria degli schiavi, desideravano ardentemente impossessarsi di metà del territorio messicano.
Il presidente McKinley mentì nel 1898 sulla ragione dell’invasione di Cuba, dichiarando che lo scopo era di liberare i cubani dal controllo spagnolo. La verità è che egli voleva realmente che la Spagna se ne andasse da Cuba, ma solo con l’obiettivo di rendere l’isola accessibile alla 'United Fruit Company' (Ufco) e ad altre multinazionali Usa. McKinley ingannò anche sulle ragioni dell’occupazione statunitense delle Filippine, affermando che lo scopo era semplicemente quello di "civilizzare" i filippini, mentre invece la ragione reale era entrare in possesso di una fetta importante di beni immobiliari nel lontano Pacifico – anche a costo di uccidere centinaia di migliaia di filippini per raggiungere tale obiettivo.
Il presidente Wilson ha mentito sulle ragioni dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale, dichiarando che bisognava entrare a far parte di un conflitto il cui scopo era di "rendere il mondo sicuro per la democrazia", quando invece si trattava veramente di una guerra per spianare la strada all’ascesa del potere americano nel mondo.
Il presidente Truman ha mentito nel dichiarare che la bomba atomica fu lanciata su Hiroshima in quanto "bersaglio militare".
E tutti quanti hanno mentito riguardo la guerra del Vietnam: il presidente Kennedy sulla misura del proprio coinvolgimento, il presidente Johnson sull’incidente del Golfo del Tonchino(1) e il presidente Nixon sul bombardamento segreto della Cambogia. Tutti quanti hanno dichiarato che lo scopo della guerra era quello di liberare il Vietnam del sud dal comunismo; volevano, invece, mantenere il paese come avamposto americano al confine del continente asiatico.
Il presidente Reagan ha mentito in merito all’invasione di Grenada, dichiarando falsamente che rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti.
Bush Sr. ha mentito sull’invasione di Panama, che causò la morte di migliaia di cittadini in quel paese. E ha mentito di nuovo sul motivo dell’attacco all’Iraq nel 1991 – difficilmente per difendere l’integrità del Kuwait, piuttosto per affermare il potere statunitense in Medioriente, paese ricco di petrolio.
C’è persino una bugia ancora più grave: l’idea arrogante che l’America sia il centro dell’universo, e che sia un paese straordinariamente onesto, encomiabile e superiore.
Se il punto di partenza per analizzare il mondo che ci circonda è la ferma convinzione che l’America sia in qualche misura provvidenzialmente dotata di qualità che la rendono moralmente superiore a qualsiasi altra nazione sulla Terra, è improbabile verranno messe in dubbio le intenzioni del presidente quando afferma che l’America sta inviando le proprie truppe qui o là, o sta bombardando questo o quello, con lo scopo di diffondere i propri valori – democrazia, libertà e, non dimentichiamolo, libera iniziativa – in qualche posto del mondo (letteralmente) abbandonato da Dio.
Tuttavia, è necessario affrontare alcune realtà che guastano l’idea dell’America come nazione puramente virtuosa.
Dobbiamo considerare il lungo passato statunitense di pulizia etnica, durante il quale i governi Usa hanno costretto milioni di indiani ad allontanarsi dalle proprie terre attraverso massacri ed evacuazioni forzate. Dobbiamo affrontare il lungo trascorso, ancora percettibile, di schiavitù, segregazione e razzismo. E dobbiamo affrontare il ricordo di Hiroshima e Nagasaki.
Non è certo un passato di cui andare fieri.
I leader americani l’hanno dato per scontato, e hanno radicato nelle menti di molte persone la convinzione che l’America abbia il diritto, per via della propria supposta superiorità morale, di dominare il mondo. Sia il partito repubblicano sia quello democratico hanno abbracciato questa tesi.
Ma su cosa si basa l’idea della superiorità morale americana?
Se gli americani valutassero se stessi in maniera più onesta in quanto nazione, sarebbero preparati alla prossima raffica di menzogne che accompagnerà la prossima proposta di imporre il potere Usa su qualche altra parte del mondo.
Ciò potrebbe anche stimolare a scrivere una storia diversa per gli americani, strappando il paese ai bugiardi che lo governano e rigettando l’arroganza nazionalista, in modo da potersi unire a tutto il mondo nella causa comune della pace e della giustizia.
1. Breve scontro a fuoco (1 agosto 1964) tra la torpediniera statunitense Maddox e un gruppo di siluranti vietnamite. Fu colto dal presidente L.B. Johnson come pretesto per far adottare dal Congresso Usa una risoluzione che permettesse un maggiore coinvolgimento militare Usa nella guerra del Vietnam [NdT].
Howard Zinn prestò servizio come bombardiere nell’Air Force durante la Seconda Guerra Mondiale; è autore di 'Storia del popolo americano. Dal 1942 ad oggi'. È co-autore, con Anthony Arnove, di 'Voices of a People's History of the United States' (Seven Stories Press, 2004).
Di Howard Zinn Nuovi Mondi Media ha pubblicato 'Dissento – Storie di artisti in tempo di guerra'.
Fonte: http://www.progressive.org/media_mpzinn030806
Tradotto da Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
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Borsellino: « La Mafia non è più un problema nazionale»
La sorella di Paolo Borsellino, noto giudice ucciso dalla mafia, spiega come la Piovra ha cambiato volto. Puntando sui traffici internazionali. E scavalcando le frontiere d’Europa.
Rita Borsellino ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia (Giuseppe Gerbasi) Rita Borsellino, sessantunenne, è una delle figure più popolari della lotta contro la mafia in Sicilia. Dalla Mafia è stata toccata personalmente, quando un’autobomba ha ucciso il fratello Paolo, notissimo giudice antimafia, nel 1992. Ex Vicepresidente di Libera, associazione con lo scopo di combattere la cultura della mafia tra i giovani siciliani, è oggi impegnatissima anche in politica. È infatti gettonatissima candidata del centro-sinistra alla Presidenza della Regione Sicilia nelle elezioni di fine maggio 2006 e, per il momento, è in testa ai sondaggi. Cafebabel.com l’ha intervistata.
La Mafia ha segnato profondamente la sua esperienza di vita. Cosa rappresenta per lei oggi?
Naturalmente la prima cosa a cui penso per identificare la Mafia è ‘violenza’. Una violenza che mi ha colpito personalmente e profondamente. Una violenza che è il primo e più direttamente tangibile segno dell’azione della Mafia. La mafia che produce violenza è da intendere come una ‘cultura’ o ‘sotto-cultura’. La Mafia è un fenomeno che controlla le menti, che plasma la percezione delle cose, che controlla le coscienze ed il territorio, soprattutto e più direttamente in Sicilia.
La Mafia è un problema sociale o politico-economico?
La Mafia è un insieme di tutti questi elementi: è, alla base, un problema di cultura; parte dalle radici della società e si sviluppa, diramandosi nei campi sociale, politico, economico. Non s’infiltra solamente in uno o più di questi campi, separatamente. Essi sono tutti parte integrante della sua esistenza e della sua sopravvivenza e rendono la Mafia un fenomeno complesso ed estremamente ramificato.
Che cos’è la mafia oggi: la stessa delle stragi del 1992 o un fenomeno in mutamento?
La Mafia non è un fenomeno statico. Dopo le stragi del 1992 che tanto hanno segnato l’Italia e scosso l’opinione pubblica, la Mafia è mutata ancora, cambiando il suo rapporto con il territorio e sviluppando nuove modalità per il suo controllo. La Mafia ha provato a farsi dimenticare, ad andare dietro le quinte. In parte bisogna ammettere che vi è riuscita: se ne è parlato molto meno negli ultimi anni, sia a livello mediatico che di opinione pubblica. Ha anche cambiato strategia: è una mafia che non uccide e quindi fa meno parlare di sé, ma che controlla capillarmente il mondo dell’economia.
La mafia non è più un problema locale o nazionale. Può essere visto come un problema europeo, tenendo conto che l’Europa è potenzialmente un quadro per le attività di differenti tipi di Mafia?
La Mafia non è più un problema nazionale italiano, assolutamente. Essa è divenuta certamente un problema Europeo, ma direi anche mondiale, internazionale. In questi anni sono, infatti, cambiati i traffici e le rotte, i contatti fra gruppi, i rapporti finanziari e commerciali. A simboleggiare questo cambiamento, oggi non si parla quasi più di Mafia, ma di “Mafie”. L’Europa rappresenta un livello da cui possiamo e dobbiamo agire contro il problema delle Mafie. Tuttavia è opportuno rilevare e tenere bene a mente che la Mafia è un fenomeno internazionale, mondiale, e che l’Europa è solo una sua zona d’attività.
Quindi lei ritiene che l’Unione Europea possa essere importante per combattere le Mafie.
Io credo che l’Europa debba innanzitutto prestare molta più attenzione al fenomeno delle Mafie e devolvere più risorse per combatterlo. L’Europa dovrebbe agire su più piani, dal generale al particolare, dal momento che ultimamente si è registrato lo sviluppo di molte mafie locali, come quella albanese, che poi creano tutte insieme reti internazionali. L’azione europea dovrebbe essere repressiva ma soprattutto e prima di tutto preventiva: i collegamenti tra Stati Membri, tra polizie ed enti sono fondamentali per combattere un fenomeno come le reti mafiose internazionali.
E quale ruolo immagina quindi per una politica europea anti-mafia?
Il ruolo che l’Unione Europea può esercitare è fondamentale. Una sua azione è indispensabile, assolutamente necessaria. Il suo ruolo dovrebbe essere soprattutto di check, di controllo, nell’intento di creare un quadro di collaborazione e di collegamento che assicuri lo sviluppo di un’azione concertata ed efficace.
Giovanni Campi - Frankfurt am Main http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=1709
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India - Bangladesh: sale la tensione fra i due stati
India e Bangladesh pur essendo paesi vicini, sono in realtà molto lontani su diversi temi. I principali motivi di contesa sono il terrorismo di matrice islamica e l'immigrazione clandestina dal Bangladesh in India. Ma esistono anche dispute nel settore economico e nella gestione delle acque comuni. I due governi non sembrano impegnarsi a fondo nel miglioramento dei rapporti politici ed economici.
Andrea Carbonari
Equilibri.net
Gli attentati avvenuti nella città santa di Varnasi (l'antica Benares) del 7 marzo scorso hanno riportato all'attenzione dei media internazionali la questione dell'operato del terrorismo di matrice islamica in India. I commentatori occidentali sono soliti collegare l'azione dei terroristi ai contrasti che esistono fra India e Pakistan, suo nemico storico. E questo è corretto, ma solo in parte. Va infatti detto che agli occhi di molti analisti, non solo indiani, anche il Bangladesh è una incubatrice del terrorismo islamico attivo nell'area asiatica in generale e in India in particolare. I rapporti fra i due paesi sono dunque turbati dalla percezione crescente nella classe politica indiana che il Bangladesh stia diventando un nuovo Afghanistan.
Un nuovo Afghanistan?
Il mese di marzo si è aperto con una serie di operazioni compiute dalle forze di sicurezza bengalesi contro le organizzazioni terroriste islamiche attive nel paese. Le azioni più significative sono state l'arresto di Sheikh Abdur Rehman, capo del Jamaat ul Mujahideen Bangladesh (JMB), avvenuto il 2 marzo a Sylhet, e la cattura, avvenuta pochi giorni dopo, di Siddiqul Islam, alias Bangla Bhai, comandante in seconda del JMB e capo del Jagrata Muslim Janata Bangladesh. Il JMB, che mira alla trasformazione del Bangladesh in uno stato islamico, è considerato responsabile di una serie di attentati suicidi avvenuti nel paese a partire dallo scorso novembre, nei quali sono morte una trentina di persone.
Tali interventi, giudicati ufficialmente con favore della comunità internazionale, sono considerati poco più che pure operazioni di facciata a Nuova Delhi. Alcuni analisti indiani, come Mahendra Ved in un suo articolo sul “New Kerala”, hanno fatto notare che le autorità di Dacca lanciano operazioni del genere ogni anno nei mesi di febbraio e marzo. Questo perché in tale periodo le istituzioni internazionali, quali l'Unione Europea e la Banca Mondiale, sono solite riunirsi per discutere della situazione dello stato asiatico e decidere degli aiuti economici a esso destinati. Dal momento che tali soggetti da tempo chiedono con forza al governo bengalese un impegno maggiore nella repressione dell'estremismo interno e internazionale, nei giorni immediatamente precedenti tali meeting Dacca lancia delle campagne antiterrorismo volte a tacitare anticipatamente le critiche dei donatori e a conquistarne la benevolenza. Questa tattica, peraltro comune presso le classi politiche di tanti paesi non solo asiatici, viene ritenuta assolutamente inutile dal momento che esistono, secondo gli indiani, precisi legami di patronato fra partiti politici bengalesi membri della coalizione al governo e gruppi terroristici islamici. Tale sostegno, secondo un rapporto che circola da anni in ambienti politici di Nuova Delhi, risalirebbe addirittura al periodo della lotta per l'indipendenza del Bangladesh (in precedenza chiamato Pakistan orientale) dal Pakistan, conquistata nel 1971. In quel periodo, infatti, il Jamaat-e-Islami Bangladesh (JeI-BD) - formazione di ispirazione islamica attualmente al governo all'interno della coalizione che ha espresso la premier Khaleda Zia – avrebbe svolto attività terroristiche contro coloro che sostenevano l'indipendenza (e che erano appoggiati dall'India). Se tali legami fra politici e terroristi non verranno recisi, si sostiene in India, il terrorismo islamico in Bangladesh continuerà a proliferare.
Da tempo gli indiani hanno notato che i miliziani islamici che operano all'interno del loro paese preferiscono infiltrarsi non più dalla frontiera che separa India e Pakistan, nel complesso ben controllata, ma da quella, assai più permeabile, fra India e Bangladesh. In questa nazione i miliziani godrebbero di appoggi logistici tali che alcuni cominciano a parlare del Bangladesh come del “nuovo Afghanistan”. Con tale espressione intendono definire un territorio in cui guerriglieri islamici provenienti da vari paesi si recano per essere addestrati per poi colpire in altri luoghi, com'è avvenuto storicamente in Afghanistan ai tempi della guerriglia contro l'URSS. Per questo motivo a Nuova Delhi si osservano attentamente le dinamiche interne all'estremismo bengalese.
Va anche detto che i bengalesi di rimando accusano l'India di sostenere il terrorismo islamico attivo all'interno del loro paese. Matiur Rahman Nizami, capo del JeI-BD, ha accusato l'India, Israele e il movimento Awami League di aver scatenato l'estremismo bengalese. Prima della loro cattura nel Bangladesh, a Dacca si sosteneva che Sheikh Abdur Rehman e Bangla Bhai fossero latitanti in India. La classe politica nazionale ritiene infatti che Nuova Delhi accolga e armi terroristi e latitanti bengalesi.
La questione del voto nel Bengala Orientale
I rapporti fra India e Bangladesh, come quelli fra India e Pakistan, sono influenzati dalla consapevolezza di Nuova Delhi che all'interno del paese vive una consistente minoranza islamica (secondo alcune stime, la seconda popolazione musulmana al mondo dopo quella dell'Indonesia). Il problema della convivenza fra maggioranza indù e tale minoranza è particolarmente spinoso nello stato dello Jammu e Kashmir, che racchiude nei suoi confini la parte indiana del territorio del Kashmir, conteso fra India e Pakistan. Ma altrettanto problematica, dal punto di vista soprattutto politico, si sta dimostrando la situazione del Bengala Occidentale, stato indiano al confine col Bangladesh.
Da tempo infatti questo stato è interessato da una massiccia immigrazione clandestina dal Bangladesh. Codesto fenomeno rischia di modificare la composizione etnica e religiosa dello stato creando notevoli problemi per Nuova Delhi, preoccupata dall'accesso al voto di persone che non ne hanno diritto. Perciò la Election Commission of India, la Commissione Elettorale federale, ha lanciato una vera e propria campagna di verifica dei registri elettorali nello stato per verificare se vi sono stati iscritti clandestini provenienti dal Bangladesh.
Secondo la stampa indiana il numero di clandestini infiltratisi dal Bangladesh negli anni oscilla fra i quindici e i venti milioni di persone, per la maggior parte stanziatisi nel Bengala occidentale e in particolare nei nove distretti di confine e nell'area ai margini di Kolkata (l'antica Calcutta), capitale dello stato. Alcune stime parlano di 200.000 bengalesi (indù e musulmani) che passano di nascosto attraverso i 2.204 km di confine ogni anno. Le popolazioni di origine bengalese, in costante aumento, hanno cominciato a richiedere per sé la costituzione di un territorio autonomo (chiamato Muslim Bango Bhumi) ricavato modificando il perimetro del Bengala occidentale e quello del Bihar. La questione ha poi un indubbio risvolto politico interno. Secondo R. Upadhyay, del South Asia Analysis Group, il Partito Comunista Indiano-fazione Marxista (CPI-M), al potere nello stato, ha chiuso un occhio su questa situazione per sfruttare l'immigrazione clandestina bengalese come base elettorale.
Gli scambi che dividono
Oltre al terrorismo islamico e all'immigrazione clandestina (e alle dispute sulla gestione delle acque e al contrabbando) anche le divergenze economiche contribuiscono a compromettere i rapporti fra le due nazioni. Il 20 marzo il Primo Ministro bengalese si recherà in visita per tre giorni in India. Nei suoi colloqui con le autorità locali (come il suo omologo Manmohan Singh), oltre che delle reciproche diffidenze in materia di sicurezza, Khaleda Zia discuterà anche dello sviluppo dei traffici.
Da tempo Dacca si lamenta infatti del suo deficit negli scambi commerciali con Nuova Delhi, deficit che sta per raggiungere i due miliardi di dollari USA. Per questo chiede al vicino di riconoscere l'esenzione dalle tasse per l'importazione di un paniere di 20-30 prodotti. Esenzione che le è già stata riconosciuta da Pechino, che ha dichiarato “duty free” (anche se per soli sei mesi) 84 merci bengalesi esportate in Cina, fra le quali abiti, tessuti, pelli, prodotti in iuta e cibi congelati. Questa concessione, fatta all'interno dell'Asia Pacific Trade Agreement, è sintomo della crescente influenza del sistema economico cinese su quello bengalese. Nei primi tre mesi dell'anno fiscale in corso (che va dal luglio 2005 al giugno 2006) Pechino ha infatti superato Nuova Delhi come principale esportatore verso Dacca. Le merci esportate che hanno trainato questo sorpasso sono stati i tessuti, i macchinari e le tinture per tessuti. L'India ha conservato la leadership nell'esportazione di materiali ferrosi, di veicoli e componenti e di minerali. A ciò va aggiunto il fatto che la Cina è il principale fornitore di armamenti del Bangladesh.
In India ci si rende conto di questo attivismo cinese nell'area. Si è consapevoli che i prodotti indiani sono spesso più costosi di quelli cinesi di pari standard. La Cina offre una gamma di beni più varia, consegnati in tempi più brevi e con minori formalità burocratiche. Il problema è che non sembra che Nuova Delhi abbia messo in opera misure per contrastare queste dinamiche.
I prossimi colloqui potrebbero risultare nei fatti poco produttivi dal momento che la Zia si trova nell'ultimo anno del suo mandato (il nuovo esecutivo entrerà in carica nell'ottobre 2006). Ciò potrebbe minarne la credibilità agli occhi dell'India, che giudicherebbe più favorevolmente un premier appena nominato. D'altro canto Dacca ha definito questa una “visita di buona volontà”, trasmettendo l'immagine di un evento più di rappresentanza che realmente operativo.
Conclusioni
Le relazioni politiche e economiche fra India e Bangladesh sono sottoposte a tensioni da tempo. Non sembra che Nuova Delhi si stia impegnando a fondo per invertire questo trend, e sembra subire l'attivismo di Pechino. La Cina sta agendo su più fronti per imporsi come potenza militare ed economica nell'Asia.
La questione del terrorismo di matrice islamica non è che la punta dell'iceberg della crisi che si sta aggravando fra Dacca e Nuova Delhi. Se non ci sarà un deciso mutamento di rotta da entrambe le parti la situazione di sicuro si deteriorerà.
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La transizione secondo Vladimir Gligorov
Un’intervista a tutto campo con l’economista Vladimir Gligorov. Il percorso europeo dei Balcani occidentali e la transizione economica della regione. Il caso della Macedonia. Nostra traduzione da Transitions Online
Di Biljana Stavrova*, Transitions Online, 2 marzo 2006 (titolo originale: “A decisive year for integration”)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall’Asta
Giardini in Tunisia (Paul Klee) Skopje, Macedonia - Vladimir Gligorov è titolare di una cattedra di Economia presso l’Istituto per gli studi economici internazionali di Vienna ed è uno dei massimi esperti sulla situazione economica e politica dei Balcani. Ha scritto numerosi studi su questioni economiche dell’Europa sudorientale; è autore di una dozzina di libri di economia e scrive regolarmente per le riviste della regione. Attualmente è anche consulente del presidente macedone Branko Crvenkovski.
TOL: Professor Gligorov, mentre stavamo preparando questa intervista una nuova iniziativa della Commissione europea sul Sud-est Europa ha sconvolto molti politici locali. L’idea di formare un’area regionale di libero scambio è stata respinta dalla Croazia ed è vista con sospetto dalla Macedonia. Qual è la sua opinione?
Vladimir Gligorov: Questa non è un’iniziativa nuova. Si tratta del processo di costruire un trattato di libero commercio multilaterale, cioè regionale, a partire dagli accordi di libero commercio bilaterali già esistenti. Avrebbe avuto un impatto molto maggiore se fosse stato messo in atto quattro o cinque anni fa, ma ciò non fu possibile a causa degli stessi sospetti che stanno emergendo adesso. C’è il timore che questo sia un sostituto per l’integrazione nell’Unione Europea (UE) o che rallenti il processo di annessione all’UE per i Paesi più avanzati [come la Croazia]. Come conseguenza, l’area di libero scambio si applicherà ora solo ai Balcani occidentali, nonostante in origine l’intenzione fosse quella di coprire tutto il Sud-est Europa. Nel frattempo la Slovenia e l’Ungheria si sono unite all’UE e Bulgaria e Romania si uniranno con ogni probabilità all’inizio dell’anno prossimo, così rimangono solo i Balcani occidentali, più forse la Moldavia.
Ci sono molti problemi rispetto a questa iniziativa, anche se molto probabilmente un accordo verrà raggiunto e la regione di libero scambio sarà creata entro la fine di quest’anno. Il problema principale è che le tariffe verso l’UE e verso il resto del mondo saranno differenti da Paese a Paese. Ciò porterà all’introduzione di varie barriere non tariffarie e non commerciali allo scambio intra-regionale, per compensare le altre distorsioni. Questo potrebbe essere mitigato da un maggiore coordinamento delle politiche, che però potrebbe sfociare in problemi politici. Al di là di questo, il commercio intra-regionale è relativamente limitato e consiste per lo più in esportazioni verso la Bosnia ed Erzegovina e il Kosovo, fatta eccezione per gli scambi tra Serbia e Macedonia. Questi ultimi sono già regolati dal trattato bilaterale di libero scambio.
Questa iniziativa non vuole essere un sostituto all’integrazione nella UE. Proprio all’opposto, essa è mirata a proporre la regione agli investitori europei e al pubblico europeo, che non è per niente consapevole del fatto che l’allargamento dell’UE ai Balcani è ormai in vista. Infine, questa iniziativa è intesa anche a dare l’opportunità ai capofila della regione nell’integrazione nella UE - Croazia e Macedonia - di migliorare la propria posizione all’interno dell’UE supportando l’integrazione regionale e aiutando in tal modo l’UE nel suo sforzo di stabilizzazione e trasformazione dei Balcani.
Funzionerà il mercato comune dell’energia che sta emergendo nella regione? Chi ne trarrà beneficio?
Dovrebbe funzionare. Si suppone che il beneficiario sia il consumatore. Perché sia davvero così sono necessarie significative riforme nei mercati energetici locali. In linea di principio, un mercato regionale dovrebbe incrementare la competizione e consentire una allocazione efficiente dell’energia in tutta la regione. Ciò dovrebbe portare a un calo dei prezzi e ad eliminare le deficienze nella fornitura. Niente di tutto ciò può avvenire senza la ristrutturazione dei settori energetici nei singoli Paesi.
Kosovo e Serbia
Come vede la situazione in Kosovo dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova? Si è creato spazio per una maggiore instabilità che potrebbe colpire il Kosovo e i Paesi vicini?
I negoziati in corso sul futuro status del Kosovo e sulla sua organizzazione interna dovrebbero avere un’influenza stabilizzatrice. Alla fine, l’acquisizione da parte del Kosovo di elementi di sovranità verso l’esterno andranno di pari passo con le richieste di una maggiore responsabilità, cosicché anche questo dovrebbe avere un effetto stabilizzatore. Nondimeno, un rischio sulla sicurezza esiste e non sempre è chiaro se il governo del Kosovo sia in grado di controllarlo in maniera soddisfacente. Ma questo è un processo che richiederà un certo tempo. Anche la regione dovrà dimostrare perseveranza nel rapportarsi in modo democratico e costruttivo col processo di formazione di uno Stato e di una nazione in Kosovo.
Come giudica l’attuale scandalo Mobtel in Serbia [le autorità serbe hanno temporaneamente posto l’operatore di telefonia mobile sotto amministrazione controllata, mentre la compagnia è indagata per avere – secondo le accuse - messo in pericolo la sicurezza nazionale]: potrebbe danneggiare il clima economico e politico del Paese?
Questa è una soluzione a breve termine che potrebbe aprire un problema a lungo termine. Il fatto che lo scandalo sia saltato fuori ora e sia stato trattato politicamente invece che attraverso la legge indica che l’intenzione è dare stabilità al governo, e forse rafforzarne la posizione presso l’opinione pubblica. Per il momento questo sembra funzionare. Una volta che l’intera questione arriverà in tribunale, se mai questo dovesse accadere, le cose potrebbero cambiare. In ogni caso il potere discrezionale del governo si è accresciuto significativamente e se i tribunali non vi pongono dei limiti ciò potrebbe costituire la base per uno sviluppo in senso autoritario.
L’integrazione nell’UE
Si aspetta dei progressi nella politica dell’UE verso i Balcani occidentali durante la presidenza austriaca, nei primi sei mesi di quest’anno?
Sì, io mi aspetto che per la fine della presidenza austriaca diverrà chiaro che l’UE si è definitivamente impegnata ad allargarsi ai Balcani. Dovrebbe diventare chiaro che la Bulgaria e la Romania stanno per aderire all’UE [in gennaio 2007] e che i Balcani occidentali saranno i prossimi. Anche la creazione dell’area regionale di libero scambio per quella data dovrebbe essere a buon punto. Infine, in quel momento, i termini della soluzione della questione del Kosovo dovrebbero essere già stati stabiliti. Soprattutto io vedo la presidenza austriaca come una fase preparatoria per l’inizio dell’allargamento ai Balcani che dovrebbe aver luogo, se non ci saranno seri ostacoli, il 1 gennaio 2007.
Lei ha stimato che la Macedonia potrebbe diventare membro dell’UE nel 2013. Ci può spiegare la sua valutazione?
Vladimir Gligorov Se i negoziati partono nel 2007, ci vogliono circa quattro anni per chiudere tutti i capitoli e un altro anno o due per ratificare il trattato [d’accesso], il che vuol dire il 2012 o il 2013. Inoltre prima di quel periodo l’UE avrà rivisto le sue prospettive finanziarie e ciò darà all’UE l’opportunità di includere la Macedonia nel suo bilancio all’incirca proprio in quel periodo.
Quali sono le possibilità per gli altri Paesi?
La Croazia potrebbe diventare Stato membro nel 2010, dato che sta già negoziando. Tutti gli altri non possono sperare di aderire prima del 2015. D’altro canto io mi aspetto che tutti i Balcani saranno nell’UE all’incirca per il 2015. Il Kosovo potrebbe arrivare più tardi, e l’entrata della Turchia dipenderà dagli sviluppi interni dell’UE.
In futuro i Paesi verranno valutati individualmente oppure quelli più progrediti dovranno attendere gli altri?
Saranno giudicati sulla base dei meriti individuali. Potrebbe accadere, all’atto pratico, che Serbia e Montenegro, Bosnia ed Erzegovina e Albania entrino nello stesso momento. Ma a nessuno sarà chiesto di aspettare gli altri, a meno che non stia rallentando già di suo.
Macedonia: redistribuzione anziché crescita
Perché la regione, Macedonia, Kosovo, e Bosnia in particolare, sembra incapace di attrarre più di tanto gli investimenti provenienti dall’estero?
La ragione fondamentale è l’incertezza sulle prospettive di integrazione nell’UE dei Balcani occidentali. Una volta che questo aspetto sarà chiarito, le aspettative degli investitori si stabilizzeranno. Ci sono altre ragioni per cui gli investimenti sono cresciuti solo recentemente, ma questa è la principale.
Dove vede le principali limitazioni delle economie della regione?
L’errore di fondo è nella strategia di transizione. L’intento principale è la redistribuzione delle risorse esistenti e le politiche economiche sono state adeguate a questa strategia. Ciò spiega l’affidarsi ai tassi di cambio fissi, la privatizzazione verso elementi interni e l’insensibilità verso l’alta disoccupazione. In un certo numero di questi Paesi c’è anche un certo aggravio del debito. Questi problemi possono avere conseguenze a lungo termine e i Paesi dei Balcani potrebbero trovarsi a fronteggiare problemi sociali per una generazione o più.
Le strade di Macedonia hanno visto recentemente susseguirsi blocchi da parte di vari attori sociali: coltivatori di tabacco, viticoltori, gruppi svantaggiati che protestano contro la vendita della compagnia energetica, lavoratori portatori di handicap, minatori, operai delle ferrovie... Questo è l’inizio di una rivolta che potrebbe portare il Paese nel caos e nel disordine sociale? Come può il governo far fronte a tutte le domande che provengono da questi gruppi?
Io non credo che quello dei disordini sociali sia un rischio serio in Macedonia. Ma il governo deve essere più aperto al dialogo e alle concessioni. Ciò significa che deve cercare modi per favorire una più rapida crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Come pure deve dare una forma istituzionale al dialogo sociale e rafforzare le istituzioni civili e sociali di modo che le proteste abbiano una concreta influenza sulle politiche che vengono adottate e seguite.
La Macedonia ha ottenuto lo status di candidato all’UE in dicembre 2005. Quali saranno gli effetti economici di ciò? Lo status basta da solo a cambiare il clima economico?
Certamente è un ottimo punto di partenza. È necessario assicurarsi che i negoziati incomincino il prima possibile. La chiave è mantenere la spinta delle buone notizie che vengono dalla Macedonia e la più importante è che si fanno costantemente progressi nel processo dell’integrazione nell’UE.
La strategia della transizione e delle riforme
Dopo averle assicurato lo status di candidato, l’UE ha consegnato alla Macedonia una lunga lista di raccomandazioni per riforme in vari settori. Come valuta la capacità del governo macedone di garantire queste riforme? Lei condivide l’ottimismo delle autorità?
Parlando della creazione di istituzioni nel contesto dell’armonizzazione con l’UE, io credo che sia realistico attendersi che il governo macedone si mostrerà capace di adottare la legislazione necessaria e di implementarla. Riguardo alle riforme strutturali che dovrebbero trasformare i vari mercati e settori ed anche modernizzare la politica economica del Paese, ciò richiederà del tempo e non ci si può aspettare troppo nel breve periodo.
Quali sono le misure più urgenti che il governo dovrebbe prendere per migliorare l’economia?
Penso siano tre: un’ulteriore modernizzazione della politica monetaria, cambiamenti della politica fiscale atti a supportare la crescita e lo sviluppo, e politiche attive sul mercato del lavoro per accrescere la formazione e aumentare le opportunità di impiego.
Per più di 10 anni l’approccio della Macedonia è stato basato sulla stabilità macroeconomica con un tasso di cambio fisso e bassa inflazione ma alti tassi d’interesse. Nei suoi recenti studi lei ha scritto che questo andava bene per la stabilità ma non per la crescita. La sua strategia basata su una maggiore spesa pubblica in infrastrutture, tassi di cambio flessibili e liberalizzazione dell’economia non è stata bene accolta dal ministro delle Finanze macedone e dal governatore della Banca centrale, che ha detto che la stabilità non ha prezzo. Essi hanno chiesto misure alternative per velocizzare la crescita. Lei prevede che queste misure saranno prese dal governo?
Io vedo un’intenzione di introdurre riforme strutturali. Queste hanno bisogno di tempo per essere concepite e implementate. Io penso che siano importanti. Ma i cambiamenti nelle politiche economiche e le riforme strutturali non sono gli uni alternativi alle altre, bensì complementari. C’è bisogno di riformare il mercato del lavoro, il mercato dei prodotti e quello finanziario, e alcune di queste riforme sono in ogni caso richieste dall’integrazione nella UE. Ma una crescita sostenuta è l’ambiente migliore per le riforme e se la crescita è incerta la stabilità può essere difficile da mantenere.
L’FMI e la Banca mondiale
Come vede il ruolo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale nella transizione in Macedonia, come pure nella regione? Sembra che l’unica transizione coronata da successo sia stata quella slovena. Eppure, diversamente dai restanti Paesi del Sud-est europeo, la Slovenia non ha seguito le indicazioni dell’FMI…
L’FMI è sempre meno importante nei Balcani. La Slovenia è riuscita a sostenere presso l’FMI la tesi che essa non proveniva dallo stesso sistema degli altri Paesi [ex] socialisti. L’FMI e la Banca mondiale non avevano afferrato questo concetto nel caso della Slovenia e di altri Paesi dell’ex Jugoslavia, e alcune delle loro raccomandazioni erano semplicemente basate su informazioni errate. Comunque, altri Paesi dell’ex Jugoslavia hanno creato una gran confusione nel loro processo di state-building e nella transizione, e così sono diventati i tipici candidati per l’assistenza dell’FMI e della Banca mondiale. Il rapporto in tutti i casi non è stato molto felice. La maggior parte dei programmi non sono stati portati a termine in modo soddisfacente per entrambe le parti, e quelli che si sono conclusi con successo, come il più recente programma in Serbia e Montenegro, lasciano più l’impressione di un matrimonio finito con un divorzio che con un lieto finale. Ma in definitiva le responsabilità rimangono principalmente dei governi [della regione], non delle istituzioni finanziarie internazionali.
Lei concorda che la principale priorità dell’FMI e della Banca mondiale è quella di mantenere ogni Paese nella condizione di poter pagare i propri debiti? Anche nel caso della possibile vendita della compagnia energetica macedone queste istituzioni raccomandano che i proventi della vendita siano usati per pagare i debiti del Paese anziché per investimenti
Sono due cose diverse. L’FMI ha il mandato di sorvegliare l’affidabilità esterna di un Paese. La Banca mondiale è un’altra cosa, e dovrebbe sostenere le riforme strutturali e gli investimenti per lo sviluppo. Comunque, la Banca mondiale considera la stabilità macroeconomica come una precondizione per lo sviluppo e ha una definizione di “stabilità” piuttosto rigida, ed è in questo senso che le due istituzioni si ritrovano unite. Un tema completamente differente è cosa fare col denaro guadagnato attraverso le privatizzazioni. Potrebbe essere una buona idea pagare i debiti, nella prospettiva di riuscire ad ottenere dei nuovi prestiti sulla base di condizioni migliori, perché meno debiti [preesistenti] si traducono in un minore rischio sui nuovi debiti. In aggiunta, la maggioranza dei nuovi debiti sarebbero privati anziché pubblici, il che sarebbe un miglioramento nella struttura del debito. Infine, un minore debito pubblico dovrebbe comportare una inferiore spesa pubblica, perché si ridurrebbe il costo degli interessi dovuti sul debito pubblico, e ciò dovrebbe permettere al governo di investire in infrastrutture o in capitale umano o in qualsiasi obiettivo di sviluppo che esso scelga. Siamo quindi nel terreno della pratica. Potrebbe avere un senso pagare i debiti ed accrescere la solidità finanziaria del Paese, sia che l’FMI lo raccomandi sia che non lo faccia. Un’altra ragione per farlo, ironicamente, è quella di stabilizzare la posizione esterna del Paese, per non avere più bisogno del supporto dell’FMI.
Un nuovo contratto sociale per la Macedonia?
La Macedonia ha iniziato la sua riforma pensionistica in un momento in cui la maggior parte del bilancio dello Stato va ai trasferimenti sociali. Come si può riformare la sicurezza sociale e il sistema delle pensioni nella regione col minimo sacrificio e il massimo beneficio?
L’equità intergenerazionale è un tema molto difficile nella transizione. La riforma del sistema pensionistico dovrebbe basarsi sulla comprensione da parte degli anziani che una certa redistribuzione a favore dei giovani è necessaria. Questo è il contratto sociale chiave che dev’essere accettato. Per semplificare, il Paese ha bisogno di spendere di più nell’istruzione che nelle pensioni. Oltre a ciò, un sistema pensionistico non può essere sostituito con un altro dall’oggi al domani, anche se l’introduzione di nuovi criteri potrebbe avere un utile ruolo da giocare.
Il sistema bancario macedone affronta permanentemente l’instabilità, con ogni tanto qualche piccola banca che collassa. Allo stesso tempo non c’è penetrazione da parte di grandi e credibili banche straniere. I tassi d’interesse in Macedonia sono molto superiori alla media regionale. Siamo di fronte ad un monopolio supportato politicamente, a favore degli operatori locali?
Un incremento della competizione è certamente desiderabile. Non c’è dubbio che l’intento dovrebbe essere quello di supportare più bassi tassi di interesse, e questo richiede appropriate correzioni nella politica monetaria e anche una maggiore competizione.
Cosa ne pensa della privatizzazione della compagnia energetica macedone? Lei condivide il timore che possa diventare un altro monopolio, come è accaduto con le telecom [nella regione], portando ad un massiccio rialzo del prezzo dell’elettricità?
Questo è un pericolo. Una pressione pubblica in senso contrario potrebbe essere utile. In generale, io penso che la politica antimonopolistica potrebbe essere utilizzata molto di più in Macedonia. O forse è meglio dire che “dovrebbe” essere utilizzata, dato che finora non lo è stata quasi per nulla.
*Biljana Stavrova è corrispondente di TOL da Skopje http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5380/1/51/
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Anniversario Iraq : marce della pace in tutto il mondo
di Mauro Giannini
Il terzo anniversario della guerra in Iraq e' stato caratterizzato da proteste in Italia e in tutto il mondo, da Portland a Londra a Seul.
I pacifisti hanno sfilato in massa nelle capitali europee. In Italia e Gran Bretagna il maggior numero di manifestanti. Decine di migliaia di persone a Roma, con un corteo lungo diversi chilometri, centinaia di persone a Milano. Nella capitale la marcia era caratterizzata da striscioni con le scritte "No alla guerra del petrolio", "Fermate la guerra in Iraq" e "non in nostro nome". Particolarmente imponente la presenza delle forze dell'ordine, soprattutto in prossimita' della residenza del premier, particolare notato dai giornali internazionali.
A Londra, secondo la polizia circa 15.000 persone hanno marciato sabato dal Parlamento e dal Big Ben verso Trafalgar Square. Poster con il ritratto del primo ministro recitavano "Blair vattene!". In altre citta' ristratti di Bush erano corredati dalla scritta "Bush, il primo terrorista". A Copenhagen circa 3000 persone hanno manifestato sabato contro la presenza militare danese in Iraq e l'occupazione del Paese mesopotamico da parte degli Stati Uniti. Centinaia di persone a Stoccolma ed oltre 2.000 ad Atene concerto e marcia verso l'ambasciata USA, protetta da un ingente schieramento di polizia. Manifestazioni anche nelle altre citta' alleniche. Migliaia di manifestanti anche in Turchia. 2000 persone secondo la polizia, almeno il doppio secondo gli organizzatori, hanno manifestato a Barcellona e centinaia a Lisbona.
In America sono state convocate piu' di 400 manifestazioni. Nella citta' di Portland hanno sfilato circa 10.000 pacifisti. Non vi sono stati arresti. "E' tempo di riprenderci il Paese" ha detto Steven DeFord, il cui figlio soldato e' stato ucciso in Iraq da una bomba a bordo della strada nel mese di settembre del 2004. A Boston, alcune centinaia di studenti ed intellettuali ha sfilato chiedendo l'impeachment di Bush e la fine della guerra. Una poetessa ed attivista ha dichiarato: "sembra che stiano combattendo Re George allo stesso modo in cui il Generale Washington combatte' un Re Giorgio".
Manifestazioni anche a San Francisco e Los Angeles. In Luisiana, 200 veterani di guerra e superstiti di Katrina si sono riuniti domenica al cimitero nazionale di Chalmette per protestare su come la guerra abbia compromesso la capacità del Paesead intervenire in caso di catastrofi interne. Anche qui e' intervenuto il padre di un soldato ucciso in Iraq nel 2004, affermando "abbiamo attaccato un Paese che non ci aveva fatto niente" sulla base di bugie. A Concord, durante la manifestazione di 300 pacifisti in prossimita' di un arsenale dello Stato, un giovane ex Marine che partecipo' ai primi mesi di guerra ha detto di sentirsi "tradito" per aver rischiato la propria vita "per una bugia".
Qualche centinaio di persone anche a New York sulla quinta Avenue con cartelli di protesta ed inviti a non arruolarsi ed a ritirare i soldati dall'Iraq. Anche un rappresentante dell'Unione araba americana ha preso la parola parlando di "ipocrisia". Cindy Sheehan, la madre del soldato morto in Iraq gia' autrice di proteste clamorose e gia' tratta in arresto, ha convocato la marcia sulla riva del Mississippi venerdi', per essere domenica a Washington, dove ha detto che "il sostegno a questa guerra e' diminuito drammaticamente" ed anche l'America ne vuole la fine.
Oltre 1000 persone hanno sfilato a Seul, la capitale della Corea del Sud, alleata USA. I manifestanti hanno invitato il governo a riportare a casa i propri soldati. Raduni pacifisti anche in Giappone, dove vi sono stati canti di "fermare la guerra" e tamburi battenti che hanno marciato pacificamente attraverso Tokyo verso l'ambasciata degli Stati Uniti. Uno dei promotori dell'iniziativa - che ha raccolto migliaia di adesioni - ha detto che "la guerra dell'Iraq e' un grande errore del presidente Bush ed il mondo intero e' contro di lui" ed ha sottolineato il diritto all'autodeterminazione dell'Iraq.
Nella piu' grande citta' della Malesia, Kuala Lumpur, circa 600 persone hanno protestato pacificamente, diversamente dall'anno scorso, quando la polizia ha utilizzato un cannone ad acqua per disperdere i dimostranti. A Puerto Rico centinaia di pacifisti hanno marciato silenziosamente portando urne simboliche dei soldati uccisi in Iraq e in Afghanistan. Manifestazioni anche in Australia, nelle Filippine ed a Nicosia.
Il segretario alla difesa USA Donald Rumsfeld ha risposto ai critici della guerra dalle colonne del Washington Post di domenica, asserendo che se gli Americani dovessero andare via adesso dall'Iraq, sarebbe "l'equivalente moderno del passare la Germania del dopoguerra di nuovo ai Nazisti".
www.osservatoriosullalegalita.org
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Gangi libero è anche una nostra vittoria
Akbar Gangi, dopo sei anni di carcere, dopo aver scontato in pieno la ingiusta condanna, dopo varie minacce di rinvio della scarcerazione e l'apertura di nuovi processi giudiziari a suo carico, finalmente è libero. Una liberazione avvenuta alla luce di una massiccia campagna dell'opinione pubblica internazionale e sotto la costante pressione della società civile interna. L'associazione Megachip, dopo aver aderito alle varie iniziative nel chiedere la liberazione di Gangi, è stata promotrice di alcune proprie. Nei mesi scorsi con una richiesta ufficiale a firma del suo presidente Giulietto Chiesa aveva chiesto ufficialmente al Consiglio Comunale di Roma di concedere la cittadinanza onoraria della città di Roma al dissidente iraniano. Lo stesso Giulietto Chiesa si era impegnato a portare il caso nuovamente all'attenzione dell'europarlamento.
Akbar Gangi è un giornalista proveniente, anche ideologicamente, dal regime, cioè un riformista di tendenza islamista che con molto coraggio ha abbracciato la causa della democrazia. Provenendo dagli ambienti della sicurezza dello stesso regime, e perciò un loro profondo conoscitore, ha sapientemente cominciato a denunciare i fautori della corruzione e della violenza assassina (Fallayian ex ministro dell'informazione...) . Una campagna che ha avuto il pieno appoggio della società civile e ha contribuito in modo determinante alla elezione del riformista Khatami. Gangi è stato uno degli artefici più coraggiosi del movimento per la democrazia in Iran. E per allargare gli orizzonti della democrazia e consolidare le conquiste ottenute ha partecipato alla "Conferenza di Berlino" promossa dalle opposizioni repubblicane iraniane all'estero che da decenni sono bandite dalla vita politica e dal paese. Gangi, come uno degli artefici della “Conferenza di Berlino”, aveva cercato di costruire un ponte tra i repubblicani di provenienza islamista e i repubblicani laici dell'opposizione democratica. Di ritorno in patria è stato arrestato e, dopo un processo farsa, è stato condannato a sei anni per aver svolto attività contro la sicurezza nazionale e messo nel famigerato carcere di Evin. Il regime non potendo piegare la resistenza di Gangi, che nonostante il carcere duro chiedeva apertamente la fine del regime e lo svolgimento di libere elezioni, divenendo un simbolo, l'aveva trasferito in una località ignota vietando ogni visita.
Nel mese di agosto 2005 Gangi, dopo un lungo periodo di sciopero della fame, è stato trasferito all'ospedale Milad di Tehran. I pochi visitatori clandestini avevano visto diverse fratture e ferite sul suo corpo. Nonostante lo stato vegetale in cui era precipitato chiedeva agli amici di lottare contro la dittatura e per la democrazia. Uscito dall'ospedale, di Gangi non si è avuta più notizia. Neanche Shirin Ebadi premio Nobel, che è il suo avvocato, l'aveva potuto incontrare. La coraggiosa moglie Masumeh Shafii che l'aveva potuto incontrare dopo un lungo periodo per pochi minuti aveva sostenuto: le sue condizioni sono peggiori di quello che si immaginava. Gangi è divenuto simbolo di un popolo che lotta su due fronti. Da un lato contro chi vuole invadere il paese dall'esterno – (Gangi stesso ha detto: gli Usa pensano ai loro interessi non alla democrazia per noi) - e dall'altro contro un regime che non solo non lascia margini per l'espressione politica ma punisce con l'esclusione fisica ogni diversità e ogni allineamento che non sia pieno. Gangi è stato difeso da tutte le organizzazioni umanitarie e dagli attivisti per i diritti. L'europarlamento in più di un'occasione ha chiesto la sua libertà e sulla sua linea si è espresso anche il Congresso Usa. La liberazione del giornalista è una importante vittoria per la società civile iraniana, per l'opinione pubblica mondiale e per tutte le associazioni e attivisti dei diritti compresa Megachip.
di Mir Mad http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1657
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Il capitalismo di burro non sa difendersi da solo
ALBERTO STATERA
Mentre si cianciava di italianità delle banche, di reciprocità europea nelle acquisizioni e nelle concentrazioni, di protezionismi e barriere nazionali, l'Enel e il governo italiano vendevano Wind a un signore egiziano, Naguib Sawiris, detto il Faraone, che ripetutamente si è dichiarato il più grande finanziatore di Arafat e dell'Olp.
Ora, con qualche mese di ritardo, la politica si accorge che quell'operazione può mettere a rischio la «sicurezza nazionale», come hanno lasciato intendere all'unisono il presidente della Commissione Difesa della Camera Luigi Ramponi (An) e il presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi Segreti Enzo Bianco (Margherita).
Si dà infatti il caso che alcune comunicazioni «strategiche» del paese, quelle di carabinieri e polizia, transitino su linee InfostradaWind. E si sospetta che il Faraone, il quale ha anche vinto la gara per la telefonia mobile in Iraq e che si muove quasi sempre di conserva con Nadhmi Auchi, cugino di Saddam Hussein ben noto alle intelligence di mezzo mondo, non sia il gioiello di affidabilità cui consegnare una società considerata «strategica».
Men che meno lo sarà se, come sembra, Hamas entrerà indirettamente in Wind attraverso il Palestine Investment Fund, che ha una partecipazione in Orascom, la società di telecomunicazioni di Sawiris.
Il caso Wind è la prova di quanto italianità e reciprocità europea, evocate nelle partite Popolare di LodiAbn Amro, BnlBbva e EnelSuez, siano concetti provinciali e obsoleti che avvolgono in una nube autoconsolatoria il capitalismo italiano fatto di burro, la preda più indifesa che c'è in Europa.
Altro che olandesi, spagnoli e francesi, le manovre sono ormai intercontinentali, planetarie e non sarà l'invocazione della reciprocità o, tantomeno, la retorica dell'italianità a fermarle.
A fare shopping nel mondo sono ormai i grandi gruppi dei paesi emergenti, indiani, cinesi, arabi, che con prontezza, orgoglio, determinazione e soldi, si sono trasformati da prede in predatori.
Paul Kennedy, professore di storia alla Yale University, in un intervento pubblicato in Italia sul "Internazionale" invita i politici europei e americani a meditare su una notizia passata piuttosto inosservata nell'inseguirsi di scalate e controscalate in giro per il mondo: il Gruppo Dp World di Dubai ha acquistato la P&O, acronimo della leggendaria Peninsular and Oriental Steam Navigation Company, che è come dire uno dei pezzi più importanti nella storia dell'industria occidentale e del suo assalto colonialistico all'oriente.
E' il segno che gli equilibri economici globali stanno cambiando rapidamente, molto più rapidamente che in qualsiasi altra epoca.
«Bisogna davvero avere i paraocchi ammonisce Kennedy per negarlo; e sono molti i politici europei, e ancor più quelli americani, che ce li hanno».
Da noi i Mordashov, con Lucchini, e i Sawiris, con Wind, sono entrati come sciabole nel burro, nel quasi totale disinteresse, salvo le successive preoccupazioni per motivi «strategici». Chissà se quando busserà Al Makhtoum, emiro del Dubai e appassionato di caccia col falcone, magari per prendersi con Emirates, l'Alitalia abbandonata da anni al dissesto, o pezzi del mercato Telecom, la politica e il capitalismo italiano sapranno solo gridare ancora alla lesa italianità.
a.statera@repubblica.it
Affari & Finanza
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Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, la famiglia l’aiuti
di Marco Bucciantini / Firenze
da l'Unità - 20 marzo 2006
«Un uomo stanco, distrutto, sull’orlo di una crisi di nervi. La famiglia lo faccia riposare per qualche mese». La sua Fiorentina ha appena battuto in rimonta l’Ascoli, a Diego Della Valle chiedono di Brocchi, mediano a perdifiato capace di un gol importante, «un ottimo uomo, ce ne vorrebbero in Italia...», risponde Della Valle e si vede, al sole, la ferita aperta da rimarginare. L’accusa infamante del premier Berlusconi di avere scheletri negli armadi, di cercare l’appoggio della sinistra e la conseguente protezione dei magistrati. Della Valle stava già salendo sulla monovolume Toyota Previa, diretto all’areoporto di Roma, quando l’urgenza di sanare quella ferita lo ha riportato dai giornalisti. «Non è più lucido, Berlusconi. L’ho visto in faccia, mi ha fatto un brutto effetto, un’espressione cattiva che non si può riconoscere in un uomo normale. Fa paura pensare che deve guidare l’Italia ancora per venti giorni. Avrà bisogno di un periodo di riposo lungo per metterlo in condizione di tornare una persona che si può permettere un dialogo normale con chiunque»
Si aspettava un così duro attacco personale?
«Non mi aspettavo quell’attacco e quelle parole da parte di un Presidente del Consiglio. Oddio, da Berlusconi però mi aspetto di tutto, e un ragazzo così folkloristico che ci ha abituato a sortite di questo rango...».
Quali scheletri ci sono nei suoi armadi, Della Valle?
«Mi viene da sorridere, ma è un’insinuazione calunniosa. Le nostre aziende hanno molti anni di storia, di lavoro, di sudore. Senza mai chiedere un regalo a nessuno, perché siamo una famiglia onesta. Non ho la vocazione della vittima ma in casa mia non abbiamo nemmeno gli armadi. Altro che scheletri...»
A parte il passaggio che l’ha vista chiamata in causa direttamente, cosa pensa dell’arringa del premier agli industriali?
«Le solite parole, il solito fumo. E invito tutti a smetterla di parlare di Berlusconi: parliamo dei problemi del Paese, della gente. Bisogna dare un futuro ai ragazzi, assicurare il lavoro alle persone, riaprendo le fabbriche, dando loro certezze per garantirne lo sviluppo. Bisogna fare in modo che i pensionati arrivino alla fine del mese, situazione che attanaglia anche molte famiglie: di questo si deve parlare. E gli italiani hanno il diritto di sperare in un avvenire migliore».
Ma l’accusa di Berlusconi è che sono guai fasulli, artifici dell’opposizione e dei giornali di sinistra per guadagnare il potere...
«Credo che andare in televisione e dipingere un paese che va bene, sano, senza problemi sia offensivo nei confronti degli italiani. La Banca d’Italia ha messo sul piatto i numeri della crisi: i numeri non sono né di destra, né di sinistra».
Le è piaciuto l’intervento a Vicenza di Prodi, il giorno prima di Berlusconi?
«Non c’ero, non l’ho sentito. Gli imprenditori sono stufi delle parole, sono persone abituate ai fatti concreti e non alle trame cinematografiche, alle comparsate. Chiedete in Confindustria, fate un sondaggio su chi è piaciuto di più fra Berlusconi e Prodi...»
Gli industriali con chi stanno?
«Confindustria è un’organizzazione seria, che - ripeto - si aspetta risposte adeguate dalla politica. E non può essere ridicolizzata da irruzioni con la claque al seguito come quella di sabato del premier».
I vertici di Confindustria confermano un improvviso aumento di persone durante l’intervento del premier, che si sarebbe portato dietro un centinaio di prezzolati sostenitori pronti all’applauso. In generale, che impressione ha avvertito fra gli altri imprenditori presenti?
«Un grande imbarazzo. È stata - davvero - un’invasione sgradevole che ha interrotto un convegno serio. Stava parlando il ministro Tremonti, era importante ascoltare le parole del ministro dell’economia, stava dicendo cose serie ed era stato ben accolto dagli industriali. Poi è arrivato Berlusconi. Io, come gli altri - a parte la claque che si porta abitualmente dietro - abbiamo ritenuto l’invasione un fatto di grande violenza e di mancanza di rispetto».
Perché?
«Perché la tattica è questa: alzare la polvere, ridurre tutto a scontro, a due verità l’una contro l’altra e nascondere così i problemi del Paese».
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IL PERSONAGGIO
E Diego il combattente prepara iniziative clamorose
Raffaella Polato
dal Corriere - 20 marzo 2006
MILANO — Adesso il problema è: usano lui per attaccare l'altro, prendono l'amicizia e si inventano una regia politica. Soprattutto: sparano su Confindustria. «Inaccettabile. Inesistente. Parlo da libero e privato cittadino, la posizione è mia, lascino fuori Luca», ripete da tempo Diego Della Valle. Ma questa volta, dopo gli attacchi frontali di Vicenza, lo scontro con Silvio Berlusconi è ad alzo zero. E posizioni del tutto personali finiscono «intollerabilmente strumentalizzate». Per cui sì: Mr Tod's non ha nulla di cui pentirsi, non rinuncerà a rispondere a quell'accusa violenta, «o è fuori di testa o ha scheletri negli armadi», ma sta riflettendo su come farlo. E nessuno può escludere nemmeno iniziative clamorose che mettano al riparo Confindustria e gli consentano di difendere le proprie ragioni nel duello con il premier. Senza che qualcuno possa coinvolgere «strumentalmente» Luca Cordero di Montezemolo.
Primo flashback. Sabato, Vicenza, una del pomeriggio o poco più. C'è Giulio Tremonti, sul palco, che dice al premier ancora qualcosa, e se il qualcosa di poco prima era stato «hai fatto bene», ora suona tipo: «Su questo hai un po' esagerato». E c'è la risposta di Berlusconi, quell'immagine passata in tv: la mano sul gozzo, «ce l'avevo qui», il braccio che torna giù, il gesto di chi manda a quel paese. Non Tremonti, ovviamente. Della Valle, ovviamente. Con il suo scuotere la testa al monologo del presidente del Consiglio. Con il suo «vergognati» urlato dalla prima fila davanti agli attacchi frontali: ai giornali, alla Confindustria e miratamente personali. Raddoppiati nella foga requisitoria perché anche i giornali e la Confindustria c'entrano. Se l'imprenditore e il leader del centrodestra, ormai, proprio non si prendono più, non è solo questione di diverse idee e differenti concezioni della politica, dell'etica, degli affari, delle istituzioni. C'entrano anche la quota che Della Valle ha nel Corriere e il suo essere, appunto, l'amico più stretto di Montezemolo. Così va in scena l'ennesimo scontro. Consumato in diretta. Mr Tod's, salvo qualche stilettata a distanza, si è tenuto (lì) la replica agli attacchi del premier. Berlusconi se n'è andato, soddisfatto e più che sorridente, senza salutare nessuno. Ma il bello viene qui, dietro le quinte. E' certo che, dell'attacco, Della Valle chiederà conto. Qualcuno si aspetta una querela come quella che il premier preannunciò a lui due mesi fa, dopo il «bugiardo» lanciato su una questione di calcio e tv, patron della Fiorentina paladina dei piccoli club contro patron del Milan portabandiera delle multinazionali del pallone. Di sicuro ci sarà un invito a onorare la sfida a un pubblico confronto, evocato (per sbaglio?) dallo stesso premier in un famoso «Porta a Porta» («Silvio, basta con i foglietti». «Confrontiamoci: io Della Valle lo distruggo»). E però, mentre medita sul «che fare» in quella che sarebbe davvero solo una questione a due se non ci fossero di mezzo l'amicizia con il presidente di Confindustria, chi s'immagina un Mr Tod's abbacchiato, messo a terra o anche solo un po' ammaccato si ricreda. Altrettanto faccia chi pensa che le ire del premier siano le ire di tutto un mondo politico. Perché, guarda un po', il duello con il presidente del Consiglio e presidente di Forza Italia era finito da pochissimo e il trasversale imprenditore marchigiano era lì in amabile conversazione con il vicepresidente del Consiglio e vicepresidente di Forza Italia. Una mezz'ora con Tremonti tra i tanti capannelli vip del postconvegno vicentino. Normali chiacchiere, alcune serie, altre di puro divertissement, tra due che si conoscono e si stimano. Un replay delle cene sull'Altair che Della Valle tiene a Santa Margherita quando, in giugno, a entrambi capita di partecipare al meeting deiGiovani imprenditori.
Certo Berlusconi, sullo yacht, non lo inviterebbe. Né Berlusconi ci andrebbe. Oggi. Ieri non era così. Correvano gli anni '93-'94 e Sua Emittenza annunciò la discesa in campo. Della Valle non solo gli diede una mano per la prima convention di Forza Italia nelle Marche: fu anche tra i suoi finanziatori. Pubblicamente. «Perché ci avevo creduto. Mi era sembrato una bella novità politica. Mi aveva convinto con "sono l'uomo del fare, con me le cose cambieranno". Poi l'ho visto all'opera...». L'ha visto all'opera e, da allora, la cosa più gentile che dice di lui è indiretta: «I politici seri, quelli che io rispetto, sono Fini, Casini, Tremonti, Alemanno, Urso. E Mastella, che è un vero amico, Prodi, Rutelli, Enrico Letta, Bersani, la Melandri, Chiti». Schieramento perfettamente bipartisan. Ma fate caso ai nomi del centrodestra.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Un paese andato indietro
il punto
GIUSEPPE TURANI
La grande (e forse un po' inutile) fatica del professor Ricolfi, il quale ha calcolato che Berlusconi avrebbe tenuto fede a più del 60 per cento del suo contratto con gli italiani firmato davanti alle telecamere, poco a poco viene sepolta sotto macigni di ben altro spessore e rilevanza. Ha cominciato la Banca d'Italia, rilevando che qui siamo di fronte a una caduta dell'occupazione e una salita del debito pubblico. Entrambi trend molto preoccupanti e molto gravi.
Poi si è andati avanti con l'Economist. Meno istituzione di Bankitalia, il settimanale inglese è andato giù a colpi di randello e ha scritto, per chi vuole capire, che qui in Italia si sente già un certo profumo di Argentina, cioè di tango bond. Berlusconi, insomma, avrà pur rispettato il 60 e oltre per cento del suo contratto con gli italiani, ma forse era un contratto sbagliato o demenziale, visto che ci ha portato sull'orlo di una catastrofe argentina.
A Vicenza, infine, gli industriali hanno detto che, avanti di questo passo si finisce fuori dal G8 e si comincia una discesa che può portare chissà dove.
Insomma, viene confermato quanto in questa rubrica si va scrivendo ormai da moltissimi mesi. Il declino italiano non è un'invenzione, ma una evidente realtà. E, anzi, probabilmente si è andati già un po' oltre, nel senso che l'Italia sembra oggi un paese addormentato e che non sarà facile risvegliare. Nel quale alcuni meccanismi del fare e dell'intraprendere probabilmente si sono rotti. Anche per questo il nuovo governo (che si spera non sia affatto dello stesso genere di quello precedente) di fatto non avrà una vita facile. Fra l'altro bisogna ricordare che non avrà nemmeno un euro per organizzare il rilancio del sistema. I soldi sono già spesi tutti dalla coppia BerlusconiTrermonti. Dovrà quindi lavorare soprattutto di fantasia e di fiducia. E ben sapendo che la ripresina che si sta affacciando in Europa non sarà tale da trascinarci fuori dalla crisi da sola. Sarà infatti una ripresina abbastanza modesta e che quindi dovrà essere agganciata con opportune misure.
Insomma, in questi cinque anni siamo andati progressivamente a fondo, al punto che, come ricordavo all'inizio, ci ritroviamo con crescita zero, occupazione in calo, debito in aumento. Tutte cose che fanno crescere i sospetti sulla nostra possibilità di "tenere" nei prossimi mesi senza sfasciarci.
In queste condizioni, l'ultima cosa che ci interessa (ma davvero) è sapere quanti cantieri ha aperto Berlusconi o quante riforme ha fatto (36 o 42?). La verità è che ormai stiamo andando a fondo e che bisogna cambiare rotta.
Affari & Finanza
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Fascisti indagati per la marcia di Milano
Ci sono già alcuni indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sulla manifestazione della Fiamma Tricolore che si è tenuta nel pomeriggio di sabato 11 marzo a Milano. Le indagini, affidate ai pm Piero Basilone e Luisa Zanetti, quest'ultima magistrato del Dipartimento eversione e antiterrorismo, ipotizza un reato specifico: «manifestazione fascista». Sono in corso accertamenti su tutti gli organizzatori della manifestazione del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore e contro la quale sabato scorso, prima dello svolgimento, c'era una contromanifestazione non autorizzata dei centri sociali culminata nei disordini in corso Buenos Aires. I pm Basilone e Zanetti stanno esaminando i filmati e le registrazioni della manifestazione della Fiamma Tricolore per accertare chi, tra i partecipanti, gli organizzatori e i promotori abbia pronunciato frasi o compiuto gesti, in particolare il saluto romano, inneggianti al partito fascista o abbia srotolato le bandiere con croci celtiche e fascio littorio.
Alcune di queste persone sono già state identificate e nei giorni scorsi iscritte nel registro degli indagati con l'accusa di «manifestazioni fasciste». Si tratta di un reato specifico previsto dall'articolo 5 della legge Scelba n.645 del 1952, che recita: «Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da euro 206 a euro 516».
Non si è fatta attendere la reazione di Luca Romagnoli, segretario di Fiamma Tricolore. «Ha ragione Berlusconi: è sempre la solita magistratura... Ringrazio questa solerte magistratura - ha aggiunto l'eurodeputato - per la persecuzione assicurata alle idee e non a chi mette a ferro e fuoco la città e minaccia donne e bambini. Vediamo se i giudici dimostreranno altrettanta severità con gli esponenti dei centri sociali o cercheranno altri alibi per tirarli fuori di galera. Preferiscono prendersela con qualche ragazzino che goliardicamente ha fatto un saluto romano piuttosto che con chi ha incendiato e seminato il panico a corso Buenos Aires».
«Anche se non ho fatto saluti romani, se vorranno denunciarmi sono a loro disposizione. L'unico incubo che ho - ha concluso Romagnoli - è il ritorno della sinistra al governo, lo stesso incubo che ha la maggior parte degli it
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Di liberalizzazioni e neomonopolismi
Autore: supramonte
Per i nuovi lettori (sempre che ce ne siano) chiariamo subito un punto: il sottoscritto è favorevole ad una "rivoluzione liberale" nel nostro paese. Le liberalizzazioni infatti, se ben fatte e portate avanti con costanza, beneficiano tutti, o quasi. In primis i consumatori, cioè tutti noi, poichè aumentano il loro surplus. In secondo luogo il sistema-paese ed il mercato del lavoro: perchè più concorrenza vuol dire più imprese, più posti di lavoro ed un continuo ricambio di imprese garantisce che quelle più inefficienti e non competitive escano dal mercato, mentre quelle più vitali ed innovative continuino a concorrere, a tutto vantaggio dei consumatori. Chi ci perde sono ovviamente le imprese che, monopoliste od oligopoliste, "vivono di rendita": non essendo incentivate a innovare i processi produttivi per rimanere sul mercato, esse scaricano le proprie inefficienze sui consumatori. Chi ci perde sono anche i lavoratori di tale imprese che, specialmente se occupati in aziende pubbliche e quindi tutelati da un presidio sindacale forte, vedono i propri posti di lavoro "sicuri" messi in forse dalla concorrenza di altre aziende più efficienti (esempio: Alitalia). Appare quindi evidente che le liberalizzazioni siano un interesse generalizzato che si scontra con interessi particolaristici (ancorchè legittimi).
Negli anni '90 i governi di centrosinistra hanno, anche grazie agli obblighi europei e ad alcuni fattori favorevoli come la crisi dei partiti e l'indebolimento degli attori di veto, tagliato il nastro delle liberalizzazioni in Italia. Con una serie di interventi legislativi, spesso in recepimento di direttive europee, si sono create le condizioni legislative per le liberalizzazioni del mercato del lavoro (pacchetto di riforme Treu), dell'elettricità (decreto Bersani), del gas (decreto Letta), dei trasporti (decreto Burlando) e delle public utilties. Contestualmente sono state privatizzati gli ex monopoli di stato della telefonia, dell'elettricità, del gas e plasmate, su modello anglosassone, delle autorità indipendenti che vigilassero in questi anni di transizione con l'obiettivo di aprire gradualmente questi mercati.
A coloro che asseriscono che le privatizzazioni siano state in realtà delle "svendite" del patrimonio pubblico, con la trasformazione di monopoli pubblici in monopoli privati, rispondo con un'argomentazione ed alcuni dati. L'argomentazione è la seguente: le liberalizzazioni non sono processi istantanei, alla politica spetta la creazione di un disegno di regole che permetta ed incentivi la concorrenza e la creazione di organi che supervisionino tali processi, possibilmente correggendo successivamente eventuali anomalie del disegno legislativo o dei poteri delle autorità. I dati: dal 1999 al 2005 le tariffe reali di telefonia fissa sono diminuite del 30%, dal 1999 al 2003 il calo delle tariffe aeree è stato del 30%. I prezzi del'energia per l'industria sono invece diminuiti fino ad un massimo del 10%. Certo, si può fare di più e meglio, ma è innegabile che la svolta liberale in Italia sia iniziata sotto il governo Prodi, di cui si incomincia ad intravedere qualche risultato.
Sotto il governo Berlusconi invece il processo delle liberalizzazioni si è sostanzialmente interrotto, con alcune eccezioni: la legge Biagi, che completa il processo di adeguamento della legislazione del mercato del lavoro intrapreso da Treu (senza peraltro discostarsi visibilmente da quest'ultima), e la felice intuizione dell'introduzione dei farmaci generici (ovvero "non di marca"), che, a titolo esemplificativo, hanno fatto crollare il prezzo dell'Aulin di più del 50%. Di privatizzazioni invece se ne ricorda solo una: quella dei Tabacchi di stato. Ma a parte questi sporadici episodi, il processo si è interotto. E' stata varata la legge Gasparri, che consolida la posizione dominante di Mediaset nel mondo dei media. Sono state sistematicamente ignorate le relazioni e le proposte di legge presentate delle Autorità. Si sono implementate politiche "neomonopolistiche" nel campo dell'energia, i cui effetti sono stati ben visibili quest'inverno, col calo delle forniture di gas. In pratica si è permesso ad Eni di restare "pivotale", credendo, per ignoranza o malafede, al teorema della "bolla del gas" e quindi bloccando la costruzione di altri rigassificatori nella penisola. Infine, in ottemperanza agli obblighi europei sulla riduzione delle emissioni inquinanti in seguito alla ratifica del trattato di Kyoto, il governo ha varato dei decreti attuativi concepiti per avvantaggiare Eni ed Enel (in pratica il governo ha obbligato un taglio delle emissioni del 6% suoi vecchi impianti a carbone e petrolio, gestiti dalle ex-monopoliste, e del 35% sui nuovi impianti a ciclo combinato, così facendo è stata sospesa la costruzione da parte della concorrenza di molti impianti di nuova generazione, il che ha, di rimessa, contribuito all'aumento delle emissioni in violazione agli accordi presi e aumentato la nostra cronica dipendenza energetica). Infine nulla è stato fatto per incentivare gli enti locali a privatizzare e fondere le proprie utilities, col risultato che ad oggi solo il 7% delle utilities è stato privatizzato e che dimensionalmente non possono ancora competere con i colossi europei. I risultati di queste miopi politiche sono registrati nei bilanci delle aziende in questione (Eni, Enel, Telecom, utilities), le quali, negli ultimi due-tre anni, hanno stabilizzato i propri margini di profitto (sempre oscillanti tra il 20% ed il 30%) ponendo fine all'erosione continua che si registrava dall'apertura del mercato. Da ultimo non sono stati intrapresi provvedimenti di liberalizzazione del mercato bancario ed assicurativo, nonostante questa esigenza si sia fatta in questi anni impellente.
Di fronte a tutto questo, c'è chi ancora crede nel presunto liberalismo Berlusconiano? http://www.bloggers.it/supramonte/index.cfm?blogaction=permalink&id=E587A6B1-D2E1-57EB-7F40AC87DAACBF68
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Eletto-choc
ALESSANDRO ROBECCHI
Un sondaggio americano tranquillizzò il capitano del Titanic. Diceva: la falla di babordo non esiste. Ma i topi sapevano, volevano abbandonare la nave, correvano di qua e di là, nervosi. Esclamavano: ah!, se la finanziaria non avesse tagliato le scialuppe!http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Marzo-2006/art10.html
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Berlusconi in Confindustria, è stato un blitz mediatico con la claque
Ecco i fatti:
-Confindustria convoca un'assemblea e invita i due candidati a rispondere ai quesiti dei suoi aderenti
-Prodi va e risponde alle domande
-Berlusconi non va nel giorno stabilito, accampando una lombosciatalgia, e manda Tremonti
-il giorno seguente ci sono 300 richieste di accredito al convegno (chi sa come mai così in ritardo)
-lo stesso giorno, Berlusconi fa un blitz, non risponde ad alcuna domanda, urla, insulta e scredita, fra gli strepiti dei suoi manipoli, che lo seguono appena lui ha finito lo show
-le tv non danno notizia degli accrediti "improvvisi" nè delle precise dichiarazioni di Pininfarina e Montezemolo
E Pininfarina, rispondendo a una giornalista de LA7, che gli chiedeva perchè molti dopo lo show di Berlusconi se n'erano andati: "Lei con questa domanda mi conferma che quelli NON erano industriali, perchè gli industriali sapevano CHI doveva chiudere il convegno e l'hanno aspettato".
Sabato intorno alle 12,30, si sono registrati Circa 250 nuovi ingressi al convegno degli industriali a Vicenza. La piccola folla che è arrivata alla Fiera della città veneta non avendo accrediti ha dovuto farli sul momento, poco prima, quindi, dell'intervento a sorpresa del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, salito sul palco intorno alle 13.00.
Un affollamento improvviso e secondo alcuni sospetto visti i timori espressi già alla vigilia della convention, anche dalla stessa Confindustria, circa la possibilità della presenza di una sorta di claque per gli ospiti.
A conclusione dell'intervento di Berlusconi, sia Diego Della Vale, principale obiettivo degli strali berlusconiani, che il vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, avevano entrambi parlato di claque.
Del resto qualcosa di simile era già accaduto nel 2001 a Parma in occasione del faccia a faccia tra Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi. Come si ricorderà venerdì il premier aveva declinato l'invito degli industriali a causa di una lombosciatalgia che lo costringeva al riposo.
Ma già dalle prime ore della mattinata di ieri si era diffuso al convegno il tam tam di un intervento a sorpresa di Berlusconi
da www.unita.it
da www.canisciolti.info
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Quei cinque anni di troppo
Fortunato Musella, ore 12:40.
Osservatorio
Anche se sembra difficile crederlo, la campagna elettorale di Berlusconi ripropone le scelte compiute cinque anni prima. Un secchio in faccia all’avversario ogni giorno, la puntuale costruzione del nemico comunista, il vittimismo, l’ottimismo trionfale, le promesse plateali: tutti elementi che il leader di centrodestra metteva in campo nel 2001, con una padronanza delle tecniche comunicative mai vista nelle precedenti consultazioni italiane. Un armamentario che solo uno staff con una decennale esperienza in una azienda televisiva avrebbe potuto sfoderare. E che si traduceva poi nell’uso efficace di slogan tanto brevi quanto martellanti, in grado di rivolgersi a precisi target elettorali come se si trattasse di classi di consumatori. Da questo tipo di marketing politico-commerciale scaturiva così un populismo dell’outsider che ben poteva essere interpretato da una nuova proposta della politica italiana.
Peccato però che ora, rispetto alle ultime elezioni, cambi – e drammaticamente – il contesto, e il primo a rendersene conto sia proprio il cavaliere.
Chi liquida il recente faccia a faccia televisivo come noioso, per le regole troppo stringenti del confronto, certo non è avvezzo a leggere il linguaggio non verbale. Nella grande serata tutti hanno potuto vedere un Berlusconi quanto mai teso impegnato a scrivere bruscamente cifre su un pezzo di carta, per chiudere un conto che forse non portava al risultato sperato. Molti studenti hanno vissuto la stessa esperienza davanti ad un difficile compito di matematica, quando l’unica via di uscita sembrava quella di cambiare qualche numerino. E non finiscono qui i segni di difficoltà mostrati dal candidato. A tratti quasi dimenticava il pubblico, tanto da non preoccuparsi di guardare la telecamera o non riconoscendo quella in funzione. Si aggiungeva poi una forte insofferenza per il contingentamento dei tempi e l’irritabilità per ogni intervento non gradito, fattori che spingevano il telespettatore a chiedersi cosa fosse cambiato dai tempi in cui il cavaliere mostrava tutta la sua sicurezza.
Eppure i temi del leader restavano più o meno gli stessi, a partire dalla coppia meno tasse più posti di lavoro, per finire con il riferimento alla necessità-impegno delle grandi opere. E’ però difficile comunicare messaggi rassicuranti quando si ha a carico un bilancio discutibile, e non ci si può presentare come l’alternativa alla politica tradizionale. Una posizione scomoda che di fatto si può fronteggiare solo ricorrendo a monologhi senza la possibilità di contraddittorio, e senza le domande del giornalista di turno che richiamino l’attenzione sulle tante leggi ad personam o sulla cattiva salute della nostra economia.
Nelle ultime ore si è appreso l’episodio che ha visto il presidente assumere toni aspri anche davanti all’assemblea degli imprenditori italiani, luogo nel quale qualche anno fa si sarebbe sentito come a casa. Anche se l’evento può essere visto da un certo punto di vista come un colpo di teatro per attirare visibilità a campagna elettorale avviata, un intervento quindi studiato a tavolino, emerge ancora una volta l’immagine di un candidato che non riesce a controllare il proprio nervosismo. E che consegna l’impressione di un politico che si scaglia con stizza contro i suoi avversari vecchi e nuovi, dalla magistratura ai vertici di Confindustria. Ma fino a che punto questa strategia paga per un candidato che è stato presidente del consiglio per un intero lustro? Il sospetto è che la conflittualità che il cavaliere mostra nei confronti di svariati settori della politica italiana possa testimoniare il deficit di consenso a cui è andato incontro il suo governo.
E’ vero, il duello Prodi-Berlusconi sembra costituire un confronto fra la politica spettacolo fatta per l’homo videns e la politica ragionata che parla di problemi reali. La difficoltà del primo ministro si ritrova però nell’appartenere culturalmente al primo mondo, dovendo però dopo cinque anni di governo rispondere per il suo operato. La crisi di Forza Italia si misura nell’incapacità di rinnovarsi nel momento in cui non può più presentarsi come forza anti-sistemica, né il suo capo raccontare la frottola del tutto e subito. Ancora l’attenzione rimane sullo slogan, sulla gestualità violenta e sulla denigrazione dell’avversario. Ma siamo sicuri che l’elettore fra una scena e l’altra non guardi anche il suo portafoglio? http://www.politicaonline.it/?p=374#more-374
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studio americano su criminali
ta e immigrazione
Mi sono imbattuto in questo articolo del New York Times dell 11 marzo
a
firma Robert J Simpson, vorrei inoltrarvelo tradotto e con un link
all'originale.
Visto come l'immigrazione viene strumentalizzata dalla destra non
sarebbe
male cominciare anche noi a fare studi precisi sul fenomeno invece di
rischiare di correr dietro a percezioni pregiudiziali.
Un saluto
claudio
LE PORTE APERTE NON SONO UN INVITO PER I CRIMINALI
Giuristi, politici, sociologi hanno tentato varie spiegazioni per dar
ragione del sorprendente calo del tasso della criminalita'
nell'America
dell'ultimo decennio, e tuttavia restiamo ancora perplessi.
Alcuni studi hanno mostrato che i soliti fattori - il declino
nell'uso del
crack, una politica piu' attiva, li''aumento della
popolazione carceraria,
un'economia relativamente forte, una maggiore disponibilita'
della pratica
dell'aborto - pur avendo probabilmente avuto un ruolo, nessuno di
essi si e'
pero' dimostrato di essere il fattore determinante come supposto
inizialmente.
Forse abbiamo trascurato qualcosa di ovvio - qualcosa che i nostri
pregiudizi nascosti ci hanno impedito di notare. Il mio sospetto
stravagante
e' che questo qualcosa siano gli stranieri: i fatti indicano che
l'aumento
dell'immigrazione costituisce un fattore fondamentale da associare
all'abbassamento del tasso della criminalita' negli anni
'90 (e al suo
recente stabilizzarsi).
Prendiamo in considerazione cio' che i sociologi chiamano il
"paradosso
latino": gli ispano-americani presentano dati migliori in
relazione a vari
indicatori - inclusa la propensione alla violenza - di quanto ci si
aspetterebbe sulla base deli loro svantaggi economici. I miei colleghi
e io
abbiamo completato uno studio nel quale abbiamo esaminato gli atti
violenti
di quasi 3000 maschi e femmine, dagli 8 ai 25 anni, dal 1995 al 2003.
Lo
studio ha riguardato bianchi, neri e ispanici (principalmente di
origine
messicana) di 180 quartieri di Chicago, sia di quelli ad alta
segregazione
che di quelli a forte integrazione. Abbiamo anche analizzato i dati
della
polizia, del censimento e quelli relativi a una indagine separata di
oltre
8000 residenti ai quali erano state fatte domande sulle caratteristiche
dei
loro quartieri.
Sorprendentemente abbiamo trovato un tasso di violenza
significativamente
piu' basso fra gli ispanici che fra i neri e i bianchi. Una ragione
importante e' che un quarto di tutti gli ispanici era nato
all'estero e piu'
della meta' viveva in quartieri la cui maggioranza residenziale era
pure
composta da ispanici. Per la verita' gli immigranti di prima
generazione
(quelli nati fuori degli Stati Uniti) dimostravano un 45 per cento in
meno
di inclinazione alla violenza rispetto agli americani della terza
generazione con variazioni relative a fattori familiari o al contesto
del
quartiere. Gli immigranti di seconda generazione presentavano il 22 per
cento in meno di propensione alla violenza rispetto a quelli di terza
generazione.
Questo modello 'protettivo' fra gli immigranti resta vero anche
per i
bianchi e neri non-ispanici. Il nostro studio ha mostrato anche che
vivere
in un quartiere ad alta concentrazione di immigrati e' direttamente
associato a minor violenza (anche qui prendendo in considerazione una
serie
di fattori, inclusa la poverta' e lo status di immigrato a livello
individuale).
Ora consideriamo che l'immigrazione negli Stati Uniti e'
cresciuta
bruscamente negli anni '90, specialmente dal Messico e in
particolare verso
enclave di immigranti delle grandi citta'. Soprattutto la
popolazione nata
all'estero e' cresciuta piu' del 50 per cento in dieci
anni, fino a 31
milioni di persone nel 2000. Un rapporto del Pew Hispanic Center ha
accertato che l'immigrazione e' cresciuta in modo piu'
significativo a meta'
degli anni '90 e ha raggiunto il suo apice alla fine del decennio
quando il
tasso nazionale di omicidi e' sceso a livello mai visti dopo gli
anni '60.
Il flusso di immigrazione si e' frenato a partire dal 2001 mentre
il tasso
di omicidi si e' stabilizzato e ora sembra risollevarsi.
La storia che ne vien fuori va contro gli stereotipi popolari. Fra la
popolazione, i politici e anche gli studiosi, la percezione comune
e' che
una concentrazione di immigranti e un invasione di stranieri faccia
salire i
tassi della criminalita' a causa della supposta propensione di
questi gruppi
a commettere crimini e stabilirsi in comunita' povere e
verosimilmente
anarchiche. Questa opinione e' talmente pervasiva, come rivelano
gli studi,
che la concentrazione di ispanici in un quartiere spinge fortemente a
predire la percezione di disordini indipendentemente dall'effettivo
ammontare di crimini e disordini.
Cio' malgrado il nostro studio ha scoperto che gli immigranti si
rivelano in
generale meno violenti dei nativi, particolarmente quando vivono in
quartieri con un alto numero di altri immigranti. Stiamo cosi'
assistendo a
un modello diverso da quello dell'America dell'inizio del
ventesimo secolo
quando la crescita dell'immigrazione europea era collegata
all'aumento della
criminalita' formando un blocco strutturale divenuto famoso come
teoria
della 'disorganizzazione sociale'.
Nel mondo attuale, quindi, non e' piu' sostenibile assumere che
l'immigrazione porti automaticamente al caos e al crimine. New York
e' un
magnete per l'immigrazione, tuttavia si e' posta per un
decennio fra le
citta' americane piu' sicure. Citta' di confine come El
Paso e San Diego
hanno mostrato vantaggi simili rispetto alla criminalita'. Forse la
lezione
e' che se vogliamo continuare a ridurre il crimine chiudere le
porte
d'ingresso non rappresenta la risposta giusta.
http://www.nytimes.com/2006/03/11/opinion/11sampson.html
_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
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La «nuova» strategia di Bush: «guerra preventiva» e pedalare
MAURIZIO MATTEUZZI
Neo-conservatori fanatici alla Paul Wolfowitz o neo-realisti pragmatici alla Condi Rice, la linea non cambia: colpisci prima e poi verifica se eventualmente c'erano armi di distruzione di massa. come accadde con l'Iraq giusto tre anni fa, o armi nucleari in costruzione, come potrebbe accadere per l'Iran in un prossimo futuro. L'Iran, dipinto ormai come la sfida prossima e più grande per gli Stati uniti, che appoggia il terrorismo, che minaccia di estinzione Israele, che ostacola l'avanzata della democrazia in Iraq, che vuole l'energia nucleare per costruire la bomba, che deve essere fermato a ogni costo. Con i mezzi della diplomazia se possibile, «se si vuole evitare la confrontation». Questo, in estrema sintesi, il succo della «National Security Strategy of the United States of America» che Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale di George Bush ha presentato ieri a Washington. Hadley, che era il vice della Rice quando era Condi il consigliere per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Bush, ha detto - e lo si evince anche dalla lettura delle 49 pagine del rapporto - che gli Stati uniti per fermare la proliferazione delle armi nucleari e delle altre armi infami (quelle degli altri, non quelle degli amici, come Israele e India, o dei vassalli utili, come il Pakistan) preferiscono in linea di principio la diplomazia (anche se la «transformational diplomacy» assomiglia molto al già sperimentato «regime change»). Ma «se necessario, in nome dei consacrati principi dell'autodifesa, noi non escludiamo l'uso della forza prima di essere attaccati, anche se ci sia incertezza sui tempi e i luoghi dell'attacco nemico». E' il principio della «guerra preventiva», applicato, dopo l'attacco alle Torri gemelle newyorkesi dell'11 settembre, prima con l'Afghanistan degli ex amici taleban nell'ottobre 2001 e poi definitvamente sancito con la «guerra di liberazione» dell'Iraq (liberazione dal tiranno Saddam e dalle sue famose «armi di distruzione di massa») nel marzo 2003. Il principio che il Bush 2 intende portare avanti e consacrare come la nuova dottrina politico-militare Usa, al posto della «deterrenza» e del «contenimento» che era la linea americana durante la Guerra fredda. Anche se il rapporto non lo dice apertis verbis, è chiaro cosa potrebbe accadere nel caso la diplomazia fallisca nel convincere l'ostinato Iran di Ahmadinejad. E' tanto chiaro che la parola «confrontation» non compare rispetto a un altro dei «rogue states» sulla lista nera, la Corea del Nord, che si merita una dura reprimenda da Washington - «deve cambiare la sua politica, aprire il suo sistema politico e garantire la libertà al suo popolo» - ma non rischia la «confrontation» (sarà perché Pyongyang la bomba forse ce l'ha già?). Come, per ora, non la rischiano gli altri «stati canaglia» che con Bush alla Casa bianca sono aumentati di numero: in origine erano in 3a costituire «l'asse del male» - Iraq, Iran e Corea del nord - e adesso gli stati «dispotici», secondo la nuova definizione, sono già 7 nonostante nel frattempo dalla lista nera siano stati depennati l'Iraq, liberato e democratizzato, e la Libia, rinsavita e riammessa in società: oltre all'Iran e il Nordcorea, la Siria, Cuba (che non poteva mancare), la Bielorussia, la Birmania e lo Zimbabwe (con il Venezuela di Chavez, bollato come «un demagogo» che destabilizza l'America latina, che sarà il prossimo).
Nonostante l'evidenza cruda della realtà, che l'ha fatto precipitare al minimo storico nei sondaggi interni, Bush riconferma nel rapporto 2006 le stesse linee-guida del rapporto 2002, aggiornati con alcune delle novità sopravvenute in questi 4 anni. Come i severi rimproveri alla Russia (di cui lamenta «una diminuzione nell'impegno alle libertà e istituzioni democratiche» e con cui «il rafforzamento delle relazioni recirpoche dipenderà dalle politiche, esterne e interne, che adotterà») e alla Cina (che si muove con «i vecchi modi di pensare e di agire»). Come quando, per far fronte alle «sfide della globalizzazione», accenna alla necessità di recuperare una parvenza di multilateralismo, con la servizievole Nato e una Onu però «riformata» secondo l'American-style. Per il resto è sempre la solita minestra riscaldata: le strategie per «fare avanzare la democrazia» nel mondo secondo i consolidati metodi di intrusione: dare soldi e appoggi per «libere elezioni», i diritti delle donne, le libertà religiose, per fermare il «traffico di uomini» (magari con il muro in costruzione lungo i 3 mila km del confine con il Messico); l'appoggio incondizionato alla «democrazia» israeliana esigendo che Hamas riconosca Israele, rinuncia «alla violenza» e getti le armi. La conclusione del rapporto è in linea con il suo contenuto: «L'America deve continuare a essere la guida». Non è questo questo il New American Century? http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Marzo-2006/art25.html
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Il difficile addio alle armi del mondo
Diritti. Amnesty International ed altre Ong denunciano all’Onu la violazione dell’embargo sulle armi. Una pratica illegale che uccide una persona al minuto
Marzia Bonacci
Amnesty International, Oxfam International e Iansa (International Action Network on Small Arms, la rete internazionale di azione contro le piccole armi) non demordono nella loro battaglia, e così mercoledì 15 marzo hanno presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un rapporto-denuncia sulla violazione, ormai continuativa, dell'embargo sul commercio di armi imposto dalla stessa organizzazione internazionale ad alcuni paesi del mondo.
Le tre Ong sono da anni impegnate nella campagna "Control Arms", promossa nel 2003 allo scopo di porre un limite all'importazione e all'esportazione incontrollata di armi, soprattutto se indirizzata verso quegli stati riconosciuti responsabili della violazione dei diritti umani o caratterizzati da una situazione di conflitto civile. Per questo, il documento presentato alle Nazioni Unite può vantare una certa attendibilità circa i dati raccolti, i quali fanno riferimento a ben 13 situazioni di embargo (Cina, Sierra Leone, Congo sono alcuni dei nomi) promosse nell'ultimo decennio e sistematicamente violate dai paesi europei. Una realtà allarmante che, secondo la stessa campagna pacifista e le sue formazioni promotrici, potrebbe trovare un contenimento soltanto attraverso la creazione di un Trattato internazionale sulla commercializzazione delle armi (Arms Trade Treaty Att).
Il documento oltre a denunciare i casi di inadempienza dell'embargo e a proporre una regolamentazione mondiale del problema, punta l'indice anche sulle condizioni di difficoltà materiale in cui si trovano a lavorare gli ispettori Onu che vigilano sul rispetto della applicazione degli embarghi di armi nel mondo. Lo scarso tempo concesso e le modeste risorse che gli vengono riconosciute rendono l'operato ispettivo un'operazione difficile, spesso quasi impossibile. Ad aggravare il quadro contribuisce anche l’assenza nei paesi sottoposti ad embargo di una legislazione adeguata, che punisca penalmente quegli stessi paesi qualora non rispettino il divieto di acquistare armi estere. Il fatto poi che i peacekeeper dell’Onu non siano in grado, per indisponibilità di mezzi, di poter produrre una propria autonoma documentazione sullo status di legalità delle zone sotto embargo, rende il controllo ancora più complicato.
La realtà del commercio illegale di armi ha assunto negli ultimi anni una consistenza preoccupante: 700 milioni di armi sono in circolazione senza controllo e 8 milioni vengono prodotte ogni anno. Di queste sono vittime annualmente 500 mila esseri umani, cioè un morto ogni minuto, mentre 300 mila bambini soldato vengono costretti ad imbracciarle, e spesso proprio contro altri coetanei. 22 sono invece i miliardi di dollari spesi per l’acquisto di armi nei quattro continenti, una cifra che potrebbe bastare a combattere l’analfabetismo (la spesa stimata per cancellarlo è di 10 miliardi di dollari l’anno) e ridurre la mortalità infantile e materna (12 miliardi di dollari l’anno).
Proprio per la gravità del fenomeno Amnesty, Oxfam International, Iansa e tantissime altre organizzazioni mondiali si sono mobilitate dal 2003 nella campagna internazionale “Control Arms-Million Faces Petition”, conosciuta in Italia come “Mettici la faccia”, che sta tentando di raccogliere un milione di firme e di foto da consegnare alla Conferenza dell’Onu, prevista questa estate a New York, per chiedere ai leader mondiali di sostenere una politica di maggiore controllo sul commercio illegale di armi e la sottoscrizione di una Trattato internazionale che ne vieti l’esportazione e l’importazione clandestina. Un milione di foto che rappresentano simbolicamente il milione di persone che sono state uccise dalle armi dall’ultima conferenza svoltasi sullo stesso tema nel 2001.
Fino ad ora all’appello hanno risposto oltre 800 mila persone di 160 paesi, di cui oltre 28 mila in Italia. Fra i partecipanti anche moltissimi personaggi famosi come Beppe Grillo e Walter Veltroni, Alex Zanotelli e Fiorella Mannoia.
Un Trattato internazionale rimane per Amnesty e le altre organizzazioni la più efficace delle risposte per contrastare l’emergenza della commercializzazione illegale delle armi, perché vincolerebbe gli stati sottoscriventi a rispettare lo statuto firmato. Purtroppo però in Europa soltanto la Gran Bretagna si è dichiarata disponibile alla sua istituzione -se si esclude il parere positivo incassato da alcuni paesi più piccoli come la Slovenia. Secondo Francesco Vignarca, responsabile della campagna “Control Arms” in Italia, “alla base della resistenza europea alla formulazione di un Trattato ci sarebbe il desiderio del Vecchio Continente di rendersi anche militarmente un contro altare alla potenza americana; non a caso una delle prime agenzie europee ad essere stata creata è stata proprio quella destinata all’armamento. Un Trattato renderebbe più difficile la corsa agli armamenti, soprattutto nella sua forma illegale, che la Comunità europea sta portando avanti. A questo, si devono aggiungere gli interessi economici dei governi U.E., sempre più protagonisti e soggetti di maggioranza dell’industria bellica. Il governo italiano, per esempio, è il maggior azionista di Finmeccanica e lo stesso dicasi per il governo francese”.
Il limite che viene manifestato dalla struttura delle Nazioni Unite è proprio in questa incapacità di garantire l’effettivo rispetto dell’embargo, sebbene anche la tempistica dei suoi interventi presenta profonde carenza. Dal 1990 al 2001 solo in 8 conflitti su 57 l’Onu è intervenuta al tempo debito nella promulgazione del blocco dell’esportazione delle armi, per il resto la sua azione si è sempre dimostrata tardiva. Per questo un Trattato si dimostra necessario.
Tra le realtà geopolitiche coinvolte nel “commercio armato” spicca il nostro paese. L’Italia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di armi (secondo produttore al mondo e quarto esportatore), eppure possiede una legislazione che, considerata in riferimento agli altri stati, le consente di vantare un certo successo in materia.
Nel 1990 è stata infatti varata la legge 185 che regola l’export di materiale bellico e indica gli stati verso cui è legittima l’importazione, inoltre fornisce un quadro chiaro della commercializzazione delle armi che dal nostro stato fluiscono verso il mondo. In base a questa legge, ogni anno nel periodo di marzo, viene presentato un rapporto che monitorizza l’export italiano. E’ un sistema di regolamentazione che ci pone all’avanguardia rispetto al resto d’Europa, ma il cui limite è nell’effettiva applicabilità. In base alla 185 infatti il nostro paese non potrebbe esportare materiale bellico verso stati in conflitto, che violano i diritti umani o siano sotto embargo, ed invece l’Italia ha esportato per anni verso il Kosovo, il Pakistan, l’India e la Cina e la Turchia. Si comprende quindi la schizofrenia fra la il principio legale sancito ufficialmente e la sua reale applicazione. Come del resto accade anche a livello internazionale per la politica delle Nazioni Unite. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9269&numero='125'
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Un'eredità pesante
Licenziato un terzo dei soldati regolari a Timor Est, il paese più povero d'Asia
Il degrado sociale e l’instabilità che continuano ad affliggere Timor Est, a quasi quattro anni dalla proclamazione di indipendenza dall’Indonesia, si riscontrano anche nello stato delle sue esigue forze armate. Il 17 marzo oltre un terzo dei soldati regolari (circa 600 persone) sono stati licenziati in massa dopo che non si erano presentati per un mese in caserma. Un assenteismo giustificato, secondo questi militari, da bassi salari, nepotismo e mancanza di riconoscimenti per i “sacrifici” compiuti quando erano guerriglieri e combattevano contro l’occupazione indonesiana. Per 25 anni, infatti, la parte orientale dell’isola di Timor, all’estremità dell’arcipelago indonesiano, è stata teatro di un’insurrezione contro l’esercito di Giacarta nella quale un quarto della popolazione (200mila persone) è scomparso, da vittima o da prigioniero. Dopo l’intervento delle Nazioni Unite, nel 1999, i timoresi hanno votato un referendum a favore dell’indipendenza, ma l’evento ha segnato l’inizio di un inferno di guerra. Giacarta non ha accettato il risultato della consultazione popolare, scatenando una repressione che ha provocato almeno mille morti subito dopo il referendum.
Povertà estrema. Questa pesante eredità ha marchiato la repubblica più giovane del mondo. Gli ex ribelli inglobati nell’esercito faticano ad adattarsi alla disciplina militare e sono profondamente delusi delle loro attuali condizioni. Questo malcontento, del resto, riguarda la maggior parte della popolazione, che si aspettava di più dal presidente, un tempo leader della rivolta indipendentista, Xanana Gusmao. Secondo un recente rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (United Nations development programme, Undp) il 40 per cento degli abitanti di Timor est è povero. L’accesso a educazione e cure mediche è inadeguato e 60 bambini su mille muoiono entro il primo anno di età. L’aspettativa di vita è di 55 anni e metà della popolazione non ha l’acqua potabile. Nonostante questo disastro umanitario, la comunità internazionale sta progressivamente dimenticando la nazione più povera d’Asia: i peacekeeper se ne sono andati nel maggio 2005 e l’assistenza dall’estero è diminuita.
La situazione nelle campagne. L’Undp evidenzia che la situazione è drammatica soprattutto nelle aree rurali, dove l’80 per cento delle famiglie vive grazie ai proventi dell’agricoltura di sussistenza. Per raggiungere gli obiettivi del Millennio entro il 2015, l’economia di Timor Est dovrebbe registrare una crescita tra il 5 e il 7 per cento, e ciò può avvenire solo attraverso progetti di sviluppo che coinvolgano le campagne. Per ora gli investimenti riguardano solo la capitale Dili e non più di un terzo della spesa pubblica e di un quinto dei beni e dei servizi sono rivolti al resto del Paese. I giovani hanno poche opportunità di trovare lavoro e manca la manodopera qualificata. Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. Lo scorso gennaio Timor Est e l’Australia hanno siglato un accordo che permetterà a Dili di guadagnare fino a 10 miliardi di dollari dalle risorse di gas e petrolio nei fondali marini fra i due Paesi. Sempre l’Onu, intanto, ha diffuso un rapporto che accusa l’Indonesia di essere responsabile della morte di 180mila persone durante la colonizzazione, ma né Dili né Giacarta, impegnate a ristabilire le relazioni diplomatiche, vogliono istituire un tribunale internazionale che faccia giustizia.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=4995
Francesca Lancini
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Faccia a faccia con Bankitalia
Dopo l'orgia di numeri esibiti nel confronto con Prodi, su Berlusconi si sono abbattuti quelli del Bollettino di Bankitalia: da una fonte non di parte arriva la certificazione del suo fallimento
Dopo l'orgia di cifre, alcune "accomodate", del "faccia a faccia" con Prodi, Berlusconi ha dovuto subire quelle, difficilmente contestabili come "di parte", del Bollettino di Bankitalia. Numeri che testimoniano il totale fallimento del suo governo, anche a prescindere (ma si può prescindere?) dalle tante leggi perniciose per favorire i suoi interessi o per accontentare alleati turbolenti quanto impresentabili, come la Lega.
Quei numeri dicono che l'occupazione (in termini di unità di lavoro standard) nel 2005 è diminuita per la prima volta dopo dieci anni; e non solo nell'agricoltura, come si è premurato di dichiarare l'economista "organico" Renato Brunetta: l'industria in senso stretto perde quasi 80.000 unità (contro le 110.000 dell'agricoltura), i servizi aumentano di un soffio e solo l'aumento nelle costruzioni (oltre 42.000 unità) impedisce la débacle. Senza contare che un lavoratore su quattro è precario e tra i neo assunti addirittura uno su due.
Dicono ancora, quei numeri, che la finanza pubblica è allo sbando. Il rapporto debito/Pil è tornato ad aumentare, anche in questo caso dopo dieci anni, di ben 2,6 punti percentuali; la spesa è salita del doppio esatto del 2% sbandierato lo scorso anno; e in compenso la pressione fiscale, dal 2000 al 2005, è scesa solo di un misero 0,7%, dal 41,3 al 40,6. Si potrebbe continuare, naturalmente, ma non vale neanche la pena, perché sono tutte cose che qualsiasi osservatore non ciecamente schierato con l'attuale maggioranza aveva detto e ripetuto da tempo.
E' il caso, invece. Di sottolineare un'altra delle "perle" del presidente, la risposta sulla scarsità di donne in politica data nel corso del confronto con Prodi. Il fatto è, ha detto il Cavaliere, che le donne preparate non sono molte, e tra quelle quasi nessuna accetta l'idea di trasferirsi a Roma trascurando il bucato da fare e il rammendo dei calzini. Lui la buona volontà ce la metterebbe, ma proprio non ne trova. Chissà, forse, abituato com'è a mandare in Parlamento i suoi dipendenti, concentra le sue ricerche fra "veline", "letterine" e aspiranti al "Grande fratello"…
Sorvoliamo su Francesco Storace, l'ennesimo ministro perso per strada per essere inciampato in una bazzecola come l'accusa di aver fatto spiare illegalmente gli avversari politici e sul fatto che, non avendo trovato scandali da sollevare, uno zelante "investigatore" aveva pensato di crearne uno assumendo un viado che avrebbe dovuto confessare una rovente storia con Piero Marrazzo. E ricordiamo di sfuggita come il brillante costituzionalista Roberto Calderoli ha definito, con termine scientifico, la legge elettorale dal lui scritta: "Una porcata", fatta con l'unico scopo di rendere difficile la governabilità nella prossima legislatura che evidentemente, al di là dei proclami ufficiali di avere la vittoria in tasca, il Polo ha da tempo data per persa.
Questo governo e questa maggioranza sono davvero impresentabili al di là di ogni limite. Bisogna sopportarli per altri venti giorni. Basta che siano gli ultimi.http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=603
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Il mondo visto dai bambini invisibili
Alessandro Russo
Cinema e solidarietà s’intrecciano nell’opera All the invisibile children, film già in programmazione nelle sale italiane. “Il Programma Alimentare Mondiale assiste sedici milioni di bambini nel Sud del mondo con i programmi di alimentazione scolastica. Dar da mangiare a un bambino a scuola costa solo circa 30 euro all’anno - spiega Vichi De Marchi, Portavoce italiana del World Food Programme - Mandare i bambini a scuola significa anche creare generazioni più istruite, una molla potente per poter uscire dalla povertà. Cercheremo di replicare questo in modo più mirato e complesso, abbracciando vari settori, proprio con il fondo All the invisibile children. Il primo paese in cui abbiamo scelto di intervenire è il Niger, che vive una situazione drammatica da un punto di vista sia dell’alimentazione che della salute”. Questa la missione di un progetto, in collaborazione con la Cooperazione Italiana per lo Sviluppo, che punta a intensificare l’azione internazionale e a sensibilizzare il mondo tramite un racconto cinematografico.
Silenziosi e invisibili, ridotti a numeri vertiginosamente pericolosi. Vichi De Marchi dà le proporzioni della crisi. “Trecento milioni di bambini in forme diverse non hanno i diritti fondamentali, quello del cibo, dell’istruzione, della salute. Cento milioni di bambini non sono mai entrati in un’aula scolastica. Si tratta di numeri imponenti. Sia nel mondo occidentale che nel mondo dello sviluppo ci sono bambini che non hanno diritti. Parliamo fondamentalmente di questo”. E a far parlare le storie di tutti i bambini invisibili si sono impegnati sette registi provenienti dal panorama internazionale. All the invisibile children è un film a sette episodi, in cui i protagonisti sono proprio loro. Un’idea nata quattro anni fa a cui hanno partecipato Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott, Stefano Veneruso e John Woo.
Poliedriche rappresentazioni in cui emergono diversi sentimenti e la differenza nel disagio comune. “Il film è a sostegno di questo progetto, ma i registi hanno avuto la libertà di raccontare l’infanzia invisibile, quella priva di diritti che non vediamo”, aggiunge Vichi De Marchi. E’ inutile nasconderlo, il risultato è commuovente e centra perfettamente l’obiettivo di muovere le coscienze attraverso un viaggio, a tratti ironico, in altri consapevole, in altri ancora drammaticamente realistico, in un evidente disagio che appare, ai giovani protagonisti di queste storie, fin troppo naturale. Si parte dal cuore dell’Africa, con Tanza di Mehdi Charef, e sulla poesia del paesaggio e dei colori del deserto in controtempo corrono i bambini soldato. Non è un gioco, né una guerra di bottoni, ma la guerriglia per la liberazione nazionale.
Il regista traspone nel film i ricordi della propria infanzia in Algeria e così per conoscere Tanza, il giovane protagonista, seguiamo un elmetto che galleggia spinto dalla corrente di un fiume. Due i nuclei fondamentali del racconto: un’infanzia serena dimenticata, che ritorna alla memoria nel momento più drammatico del film, e la guerra che distrugge la differenza tra adulto e bambino, portandosi via prima la paura di morire e poi la vita stessa.
L’ironia e l’apparente ambiguità del giudizio sono invece il velo che Emir Kusturica strappa in questo suo Blue Gypsy. Il preludio alla condizione del protagonista è nella spassosa scena iniziale: lo scontro chiassoso tra un funerale e un matrimonio. Nel corto si ritrovano i suoi motivi poetici principali, quasi si riscoprono, incarnati dal piccolo Uroš che, appena uscito da una casa di correzione per giovani criminali, viene costretto dal padre sornione e violento a un altro furto. L’unica alternativa è quella di tuffarsi nuovamente, senza alcuna metafora, nel penitenziario che, nel disperato paradosso della vita di strada, da luogo di detenzione diventa porto sicuro per tutti quei ragazzi in balia di un futuro senza speranze. Una forte verve comica corre nel ritmo delle immagini: la chiassosa corte dei miracoli del penitenziario e la famiglia del protagonista, banda musicale organizzata per la piccola truffa, portano alla luce una realtà di sole sfumature, tra il bene e il male, l’onestà e corruzione. Uroš è, come un equilibrista, in bilico nel circo della sopravvivenza.
Il dolore dell’infanzia non riguarda solo quei territori segnati dalla fame e dalla guerra, ma anche le pieghe di povertà dell’industrializzazione, delle metropoli del benessere. Spike Lee in Jesus children of America racconta un nuovo ghetto di Brooklyn , quello di una bambina, Blanca, che inconsapevolmente ha contratto il virus Hiv dai genitori tossicodipendenti. E’ una storia pregna di riconoscimento, di autocoscienza, di violenza nella violenza, di grande impatto e commozione. “E’ una realtà drammatica che c’è nel mondo occidentale come nel Sud del mondo, dove le proporzioni sono ancora maggiori. Ha raccontato questa storia per mostrare uno spaccato dell’infanzia, di un’infanzia di una comunità di immigrati”, commenta Vichi de Marchi. E di capitale in capitale, di ghetto in ghetto, si scende con Katia Lund nel cuore delle favelas di San Paolo dove Bilu e João corrono nella loro giornata senza fine, raccattando i residui della civiltà, dalle lattine al cartone. La coregista dell’indimenticabile City of God, non perde il ritmo e segue il tempo irrefrenabile del lavoro minorile. Compone un film sensibilissimo e divertente nelle ambientazioni, nelle interpretazioni vivaci dei due piccoli attori protagonisti, seguiti dalla camera e da una musica incessanti e frenetiche, approfondisce e amplifica la folle corsa dell’infanzia, motivo comune a tutti i racconti di questo film.
La chiave di All the invisibile children, lo spirito che ha accomunato il lavoro di questi sette autori nell’impegno, sembra invece essere racchiusa in Jonathan di Ridley e Jordan Scott, cortometraggio diretto a quattro mani dal regista inglese e da sua figlia. Un fotografo di guerra, attraverso gli incubi generati dal lavoro, si riconosce bambino davanti al terribile dovere di raccontare attraverso le immagini la brutalità del mondo. Ne esce un racconto onirico che spiega chiaramente le motivazioni profonde di chi ha scelto per lavoro la ricerca della testimonianza. Un film sensibile e profondo. E poi c’è Napoli e le sue mille periferie attraversate in lunga corsa da Ciro. Una storia in flashback di Stefano Veneruso, con la partecipazione alla fotografia di Vittorio Storaro, in cui compare, tra i luoghi comuni di Piazza del Plebiscito, anche Maria Grazia Cucinotta, coproduttrice di tutto il progetto insieme al regista.
Una piccola opera di denuncia che punta il dito sui diritti negati anche nel nostro paese: “Racconta la difficoltà di crescere per un ragazzino napoletano che vive una condizione familiare anche di grande disagio. Chiaramente il Programma Alimentare Mondiale non interviene in quelle situazioni perché il suo ambito è quello del Sud del mondo, ma sicuramente anche in Occidente ci sono molti bambini invisibili e sono molti gli interventi che vanno fatti” spiega la Portavoce del World Food Programme. A chiudere John Woo che in Song Song and Little Cat aggiorna i temi della favolistica per comporre un cortometraggio dalle tinte melò. Due bambine, una ricca e una povera, le cui tristi storie si intrecciano legate da due disagi differenti eppure comuni. Sullo sfondo la nuova Cina e lo sfruttamento del lavoro minorile in Oriente.
All the Invisibile Children
Regia: Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott, Stefano Veneruso e John Woo.
Con: (Tanza) Adama Bila, Elisée Rouamba, Rodrigue Ouattara, Ahmed Ouedraogo, Harouna Ouedraogo, (Blue Gypsy) Uroš Milovanovic, Dragan Zurovac, Vladan Milojevic, Advokat Goran R. Vracar, (Jesus children of America) Hanna Hodson, Andre Royo, Coati Mundi, Hazelle Goodman, Damaris Edwards, (Bilu e João) Vera Fernandes, Francisco Anawake De Freitas, (Jonathan) David Thewlis, Kelly macDonald, Jordan Clarke, (Ciro) Daniele Vicorito, Emanuele Vicorito, Maria Grazia Cucinotta, Peppe Lanzetta, Ernesto Mahieux, (Song Song and Little Cat) Zhao Zicun, Qi Ruyi, Wang Bin, Jiang Wen Li.
caffeeuropa.it
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Iran : liberato giornalista dissidente Akbar Ganji
di osservatoriosullalegalita.org
E' libero dopo cinque anni Akbar Ganji, giornalista dissidente iraniano. Ganji era stato imprigionato nel 2001 con l'accusa di per offese ai leader islamici ed alle autorita' governative dell'Iran, per aver scritto articoli in cui ha collegava i funzionari di Teheran all'omicidio di dissidenti. Aveva infatti indagato dal 1998 l'uccisione di cinque dissidenti e concluso che gli autori erano agenti dell'intelligence.
Ottimo giornalista investigativo, Ganji e' anche l'autore del best seller "Dungeon of Ghosts", una raccolta di suoi articoli pubblicati nel 2000, nel quale coinvolgeva l'ex presidente, Akbar Hashemi Rafsanjani, e altri leader conservatori negli "omicidi seriali" di cinque scrittori ed intellettuali nel 1998. Si disse che il libro avesse seriamente danneggiato la reputazione di Rafsanjani e che avesse pesantemente inciso sugli esiti delle elezioni parlamentari iraniane del febbraio 2000.
Ha fatto un lunghissimo sciopero della fame che lo ha ridotto in fin di vita lo scorso anno e molti leader mondiali, premi Nobel ed altri intellettuali avevano chiesto il suo rilascio. Ha trascorso molto tempo in cella di isolamento ed e' molto provato, secondo i familiari e l'avvocato. Ganji ha detto di essere stato picchiato ma per questo ha ricevuto minacce. La moglie ha detto che non rilascera' interviste per evitare di dare nuovi appigli alle autorita' per arrestarlo.
Gli arresti di giornalisti in Iran non sono stati rari nemmeno durante presidenze piu' moderate di quella attuale. Fra gli episodi piu' brutali si ricorda quello della morte della giornalista irano-canadese Zahra Kazemi, uccisa per i colpi ricevuti durante un interrogatorip nella prigione di Teheran e sul quale non e' stato fatto ancora piena luce.
Il rilascio di Ganji giunge alcuni giorni prima della data in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affrontera' il tema del programma nucleare del Paese.
www.osservatoriosullalegalita.org
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L'ultimo saluto del popolo di Slobo
Da Belgrado, scrive Francesco Martino
Sono venuti dall'intero paese ma anche da Bosnia, Croazia e Macedonia. Per rendere omaggio a colui che considerano ancora la loro guida. Sono convinti che sia stato ucciso e che sia morto innocente. Un reportage da Belgrado
(da B92) “Sine (figliolo)! Basta con le bugie, ti prego, racconta la verità, dillo quante persone sono venute oggi, dillo in quanti eravamo a salutare il nostro presidente! Alla televisione minimizzano, dicono che siamo appena due-trecento, maledetti, ma tu la vedi la fila, vedi quanto è lunga, noi aspettiamo qui da più di due ore, e vedi quanto dovremo aspettare ancora!”
Mezzogiorno. E’ un cielo grigio e pesante quello che sovrasta Belgrado nel secondo giorno di veglia funebre a Slobodan Milošević. La lunga fila di persone si dipana intorno al piccolo parco, coperto da larghe macchie di neve, che circonda il museo “25 maggio”, dove da ieri alle 13.30 è stata esposta la salma dell’ex presidente serbo.
Il resto della città sembra quasi non accorgersi di quello che succede qui, alle porte del quartiere residenziale di Dedinje. In centro, la vita continua frenetica, nessun manifesto, nessun indizio che oggi sia un giorno diverso da tanti altri. Sembra quasi che una parte della società serba voglia seppellire anzitempo la salma di Milošević con l’indifferenza, prima che le sue spoglie siano definitivamente tumulate nel giardino della villa di famiglia a Pozarevac.
Per un’altra parte della società, invece, per alcuni giorni questo museo è diventato il vero centro del Paese, il posto dove poter piangere e ricordare. Ieri, all’ingresso dell’improvvisata camera ardente, ci sono stati momenti di tensione, che la folla ha scaricato minacciando alcune troupe giornalistiche. Oggi invece, nella fredda atmosfera ancora invernale che avvolge Belgrado, tutto si svolge nella più completa tranquillità.
Sono soprattutto anziani quelli che aspettano pazientemente, infagottati in cappotti pesanti e berretti di lana, di poter dare un’ultimo saluto al loro eroe, alla loro guida. Gli portano in dono garofani e rose rosse, in tanti mostrano orgogliosamente le sue foto e portano al petto gagliardetti listati di nero.
Vengono da Belgrado e da molte alter città della Serbia, e anche dell’ex Jugoslavia, dalla Bosnia, dalla Macedonia, alcuni dalla Croazia. Hanno viaggiato in gruppo, ma in tanti assicurano di essere partiti da soli, ore di autobus e di attesa pur di poter essere qui oggi.
Quando arriva Momir Bulatovic, ex Presidente del Montenegro, la folla ha un sussulto, applaude, qualcuno da lontano grida “ce l’hanno ammazzato, il nostro presidente!”, ma poi tutto ritorna tranquillo come prima.
(da B92) “I veri serbi sono quelli che sono venuti qui ieri e oggi, e che vedete con le lacrime agli occhi” dice un uomo sulla sessantina, che chiede di restare anonimo, perché “questo paese è diventato molto pericoloso”. “Chi comanda oggi”, continua, visibilmente emozionato, “non è altro che una cricca di venduti ai governi dell’Occidente, non hanno niente a che fare con la democrazia. Hanno venduto la Serbia per un piatto di lenticchie, e solo col tempo tutti i serbi capiranno che cosa significava veramente Slobodan Milošević per questo Paese”.
Pavle Simić invece non ha paura. Operaio in pensione, è venuto da Zemun per regalare le sue poesie a “chi ha difeso con onore la sua patria dall’imperialismo delle grandi potenze”. Sulla morte di Milošević ha le idee chiare, come tutti qui, del resto. “L’hanno ammazzato nel modo più bestiale. Come non ha importanza, se con qualche veleno, oppure con le medicine sbagliate. Io credo che in realtà l’abbiano ammazzato con quattro lunghi anni di maltrattamenti disumani“.
Quando, più tardi, nella colonna silenziosa si diffonde la voce che i risultati dell’autopsia non hanno rilevato nessun elemento che possa far pensare all’avvelenamento, si leva un mormorio persistente, e su molte faccie si dipinge una smorfia eloquente, sarcastica.
“L’uomo Milošević però“, conclude Pavle, prima di rimettersi in fila “è morto da innocente, perché nessuno ne ha dimostrato le colpe. Ed è una vergogna per l’umanità che tutto questo sia stato permesso“.
(da B92) L’astro politico di Milošević è nato in Kosovo, e i serbi del Kosovo non hanno dimenticato il “loro“ presidente. “E’ stato l’unico ad averci davvero difesi“ mi dice Olga, fazzoletto intorno ai lunghi capelli grigi e lacrime agli occhi. “In Kosovo non si potrà vivere in pace con gli albanesi finché loro non decideranno di diventare davvero persone. Quello che sono oggi lo devono a noi, tutta la federazione li ha aiutati, e questo è il loro ringraziamento. Pristina dopo la seconda guerra mondiale era un villaggio, noi l’abbiamo trasformata in una città moderna, e poi siamo dovuti scappare. Adesso siamo rimasti anche senza il nostro presidente, che dio ci aiuti!“.
Il tempo passa lentamente, inizia a cadere qualche sparuta goccia di pioggia, chi ce l’ha apre l’ombrello, in tanti si mettono un sacchetto di plastica in testa, come cappuccio. La fila però non accenna a diminuire, anzi inizia a comparire anche qualche ragazzo e ragazza in più. Uno di loro, trent’anni, capelli corti, ben piantato, esclama: “Voi giornalisti dovete dire a tutto il mondo che ci sono due Serbie. Noi siamo la Serbia numero uno, quella vera. Gli altri invece, quelli che non sono qui oggi, quelli sono la Serbia numero due” e fa un gesto sprezzante con la mano.
Davanti all’ingresso del museo, su un cumulo semicircolare di neve che circonda un massiccio blocco di cemento dove sono state poste due grandi foto di Milošević, continuano ad ammucchiarsi candele e mazzi di fiori. Rade, un anziano originario di Rijeka, in Croazia, si ferma a lungo davanti a questo altare improvvisato, la cui sacralità è disturbata dal ronzio dei generatori delle numerose troupe televisive presenti sul posto.
“Quante bugie sono state dette sulla Serbia e su quest’uomo” dice dopo aver acceso un apiccola candela gialla, “tutto il mondo è stato ingannato. Ne’ il popolo ne’ Milošević sono colpevoli, gli americani lo sanno bene. Hanno fatto loro stessi un film che mostra la verità e tutte le loro colpe, ma si sono guardati bene dal mostrarlo al mondo. Perchè se lo avessero fatto vedere oggi sarebbero loro sul banco degli imputati a l’Aja, e non Milošević, che é morto innocente“.
“Adesso,” mi dice mentre scende la sera su Belgrado, “dovremo abituarci a vivere senza di lui, la vita va avanti. Ma oggi è un giorno triste, e noi non lo dimenticheremo mai”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5417/1/51/
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Innovazione per tornare ad essere competitivi nel mondo
Intervento di Romano Prodi il 16 marzo alla Camera del Lavoro di Milano.
Quando abbiamo iniziato il processo di elaborazione del programma di governo, ci e’ stato chiesto perché non vi fosse un capitolo specifico dedicato alla Innovazione.
Una domanda legittima perché è ben chiaro che un profondo e diffuso ricorso alla innovazione è indispensabile per uscire delle condizioni estremamente critiche in cui ci troviamo dopo cinque anni de governo Berlusconi.
La nostra risposta è stata che l’Innovazione non poteva essere un capitolo a parte, per i semplice motivo che è a pieno titolo uno dei fili conduttori di tutto il nostro progetto di governo del paese.
E se avrete la pazienza di leggere il programma vi accorgerete che così è stato.
Se vogliamo governare nello straordinario cambiamento che stiamo vivendo, dobbiamo stimolare l’innovazione in ogni aspetto della società.
E dobbiamo farlo sapendo bene che partiamo da condizioni difficili.
Il Governo Berlusconi che doveva fare della innovazione la sua carta vincente, non ne ha affrontato in modo sistemico e coordinato la promozione e lo sviluppo, lasciandola isolata dagli altri contesti. E quando ha ‘Innovato’ lo ha fatto o stravolgendo e snaturando la nostra costituzione,, o infilando qua e la leggi ‘ad personam’ che con il bene di tutti non hanno nulla a che fare.
Il consuntivo della ‘innovazione a la carte’ di questo governo e’ una inutile lista di risultati finti, che la cosiddetta ‘operazione verità si affanna a spiegare senza successo perché nessuno si accorto di loro...
Abbiamo perso cinque anni.
Siamo rimasti indietro nel mondo e ce lo dicono tutti gli indicatori:
- I csi di innovazione prodotta da nostra ricerca sono rarissimi;
-Non c'è stata una politica efficace di trasferimento tecnologico alle imprese manifatturiere;
- La diffusione della banda larga è una rete con molti buchi, pur avendo ricevuto una forte spinta dalla domanda privata;
- L'applicazione alla pubblica amministrazione delle nuove tecnologie, non ha migliorato i processi burocratici perché le risorse sono state disperse in troppi progetti di scarsa efficacia;
-L'istruzione tecnica è stata affossata dalla la riforma Moratti.
-Gli investimenti pubblici sono andati tutti a sostenere i consumi delle famiglie che presentano già una dinamica spontanea ( vedi i decoder per payTV, o i PC) anziché sostenere la produzione di tecnologie.
Come conseguenza vi è stato anche un impatto negativo sui settori industriali coinvolti.
Abbiamo ad esempio circa 80.000 imprese italiane nel settore del software, dei contenuti digitali, delle telecomunicazioni, con quasi un milione di addetti, ma molte di queste sono in crisi e negli ultimi 2 anni gli occupati sono calati di oltre il 10%.
La domanda pubblica non ha funzionato come strumento di rafforzamento delle aziende del settore.
Vi sarebbe stato bisogno di promuovere grandi gruppi capaci di operare nella competizione globale. e si è assistito invece al fenomeno opposto, con la nascita di piccole società a monopolio territoriale partecipate da enti pubblici.
Non è stato fatto nessuno sforzo serio per far crescere una industria Italiana dell’Innovazione su scala almeno Europea in quei campi in cui la nostra creatività meglio potrebbe esprimersi come i Contenuti Digitali.
Il risultato è che nel Networked Readiness Index del World Economic Forum (che molti citano per la classifica generale sulla competitività l'Italia è scesa dal 28° al 45° posto, ultima fra i 25 partner europei e perfino dopo la Tailandia, la Tunisia, il Cile, la Giordania.
Ci aspetta quindi un grande lavoro.
Siamo ben consapevoli del fatto che la competizione e la libertà di iniziativa sono forze fondamentali nello sviluppo del processo innovativo.
Ma sappiamo anche che questo processo non è né spontaneo né simmetrico e politiche pubbliche intelligenti sono indispensabili, soprattutto quando si deve recuperare tanto terreno.
Si tratta quindi di fare una politica che collega le imprese, l’amministrazione, i luoghi della formazione e della ricerca, la società civile nel suo complesso, modificandoli profondamente.
La diffusione dell’innovazione tecnologica è fatta di azioni che devono toccare tanti settori assieme, e quindi le misure che noi proponiamo hanno sì carattere di urgenza, ma devono comunque essere impostate in un’ottica sistemica.
Ma si tratta anche di considerare l’ecosistema dell’innovazione un vero e proprio stato della mente collettivo.
Un fenomeno sociale dove , anche quando si parla di tecnologie, l’atteggiamento positivo dei singoli rimane il perno fondamentale e deve essere profondo il senso che si sta realizzando e condividendo qualche cosa di importante.
Il Governo deve sentirsi responsabile di tutto questo processo di cambiamento , ma vi sono alcuni settori nei quali il suo sforzo diventa determinante:
-La pubblica amministrazione
-Il rilancio dello sviluppo industriale
-La ricerca e la rete con il mondo della produzione
Vediamoli rapidamente uno ad uno.
La pubblica amministrazione
Le nostre proposte prevedono una azione di rilancio dell’amministrazione italiana, come determinante fattore di impulso e sostegno allo sviluppo
Intendiamo rilanciare l’ e-government per una radicale semplificazione e ridefinizione dei rapporti tra utenti e cittadini, e per superare la frattura tra innovazione tecnologica ed innovazione amministrativa.
Serviranno molteplici strumenti: innovazione organizzativa, uso delle tecnologie, formazione e motivazione del personale, responsabilizzazione della dirigenza, comunicazione.
Svilupperemo l’e-government parallelamente e strumentalmente ai processi di razionalizzazione , con particolare riguardo alla semplificazione deille procedure, all’ e-procurement e alla condivisione degli archivi e delle informazioni tra le amministrazioni.
Servirà una ’azione di sistema finalizzata al rafforzamento e all’immediata fruibilità dei diversi sistemi informativi.
A muoversi dovranno essere le informazioni , non i cittadini!
Questo disegno di modernizzazione della pubblica amministrazione va realizzato a tutti i livelli di governo.
In particolare a quello degli enti territoriali minori, titolari di gran parte dei servizi alla persona.
E dal centro un’azione condivisa di coordinamento in grado di monitorare e guidare tutto il processo
Prevediamo quindi la stipulazione di un Patto per l’Innovazione tra Governo, Regioni, Enti Locali e Parti Sociali, che permetta di coordinare e condividere le azioni e i progetti per l’innovazione.
Serve, per fare ciò un rafforzamento delle infrastrutture per assicurare lo sviluppo della banda larga su tutto il territorio nazionale, fino ai piccoli comuni
Sarà necessario incentivare gli operatori privati perché rendano disponibili su tutto il territorio nazionale servizi di connettività a banda larga, e prevedere, un obbligo di servizio pubblico nelle aree disagiate, dove il mercato non riesce ad operare.
Sarà altrettanto importante arrivare ad una apertura delle reti senza fili che consenta una reale concorrenza senza operatori dominanti delle nuove piattaforme tecnologiche.
Infine, dovremo attuare in modo diffuso una valutazione puntuale delle opportunità offerte dalla diffusione dell’Open Source nelle amministrazioni.
Il rilancio dello sviluppo industriale
La qualità della nuova economia si fonda sulla conoscenza e sull'innovazione.
La sfida dello sviluppo richiede che si investa di più non solo nella ricerca ma anche nella educazione diffusa dei cittadini.
Dobbiamo intervenire immediatamente
Ma, come non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: (prima i sacrifici e poi la crescita,) . così pure non possiamo ottenere la ripresa di competitività del paese senza mettere in atto, da subito, assieme alle riforme che incidono sui vari fattori dello sviluppo, anche profonde innovazioni nel sistema produttivo .
La sfida della concorrenza globale non può essere affrontata con successo sfruttando solo la riduzione dei costi.
Nel quadro dell'economia della conoscenza e della qualità si collocano, indispensabili, gli interventi del programma finalizzati: ad aumentare il tasso tecnologico dell’industria, dell’agricoltura e dei servizi e a sviluppare i settori di avanguardia con una particolare attenzione alle opportunità del Mezzogiorno.
Occorre imboccare con decisione una "via alta alla competitività" che faccia leva sulla ricerca, sulla diffusione delle conoscenze, sulla coesione sociale e sulle risorse dei nostri territori.
Perché l’ambiente e il territorio non sono solo ‘condizioni di compatibilità’ per la crescita economica: sono fattori di sviluppo.
E questo vale in modo particolare per l’Italia.
In particolare , crediamo che il nuovo indirizzo di politica industriale debba prevedere un sistema di incentivi per la ricerca, l’innovazione di prodotto, ed il sostegno ai settori emergenti (biotecnologie, nanotecnologie, tecnologie dell’informazione..)
Ci serve inoltre una nuova politica dei distretti che consenta ad almeno alcuni di essi la trasformazione in distretti tecnologici di livello europeo (per esempio nel settore aerospaziale) o la riconversione in produzioni a più elevato valore aggiunto.
A questo fine, i distretti dovrebbero essere aiutati ad evolversi mediante la promozione di consorzi delle imprese e di condivisione dei servizi .
Serve il traino della domanda pubblica in settori che richiedono lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia : Sanità, Poste, Difesa , Giustizia e soprattutto l’ Energia
In particolare per l’Energia , crediamo che il Protocollo di Kyoto rappresenti non solo un’opportunità per l’innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall’importazione di combustibili fossili.
Riteniamo anche che possa diventare uno straordinario elemento di accelerazione per la ricerca e la sviluppo industriale nelle Energie Rinnovabili
Dobbiamo sviluppare progetti Europei per fare dell’Italia , nell’ambito della UE un effettivo centro propulsore dell’innovazione, della crescita economica e della coesione economica e sociale.
Avvieremo in ambito europeo azioni concrete (cooperazioni rafforzate “aperte”) nei settori della ricerca, delle infrastrutture transfrontaliere, della formazione.
Promuoveremo una sostanziale revisione della struttura del bilancio Europeo, che preveda risorse adeguate verso i programmi di ricerca, sviluppo, anche attraverso l’individuazione di nuovi strumenti finanziari quali, ad esempio, l’emissione di eurobond finalizzati agli investimenti necessari per nuove politiche di innovazione
Dobbiamo infine attuare una nuova politica della concorrenza che miri a favorire l’emergere di nuove attività di servizi avanzati in settori a forte domanda e aperti a grandi innovazioni tecnologica
Per realizzare tutto ciò sarà necessario un nuovo modello di ‘Governo della Politica per la crescita e la competitività’ secondo tre direttrici.
La prima è il rafforzamento delle capacità di programmazione, attraverso la definizione di un numero limitato di progetti strategici da parte di una struttura dedicata
La seconda è la creazione di sedi di confronto con i diversi attori sociali e di cooperazione tra tutti i soggetti economici coinvolti nei progetti
La terza è il riequilibrio delle competenze all’interno del Governo affiancata dalla creazione di un forte centro di competenze sui temi dell’economia reale. ( con funzione di guida e di indirizzo, ma senza le funzioni di gestione proprie di altre istituzioni.)
La ricerca e la rete con il mondo della produzione
L’Unione Europea ha fissato un obiettivo di spesa in ricerca e sviluppo pari al 3% del PIL, per due terzi di origine privata.
Oggi l’Italia è all’1,1%, tra gli ultimi posti in Europa e nell’Ocse.
Di questa spesa, il 40% proviene dalle imprese, il 60% dallo Stato.
Le imprese che fanno ricerca in Italia sono poche: metà dell’intera spesa privata è compiuta in Italia da appena sei gruppi industriali, mentre negli USA sono centosettanta.
Parte del problema e’ legato alle piccole dimensioni della maggior parte delle imprese italiane.
Si tratta di un problema strutturale che non può essere ignorato.
Dobbiamo sviluppare allora una politica complessiva della ricerca che punti ad aumentare la qualità e la quantità della ricerca nel nostro Paese.
A tal fine, riteniamo che gli interventi debbano essere mirati, senza aiuti a pioggia indifferenziati, e che il quadro normativo debba rimanere stabile nel tempo per consentire alle imprese di programmare investimenti e strategie di crescita.
Vi sono vari strumenti da utilizzare tutti descritti in modo dettagliato nel nostro Programma
Il primo è il finanziamento discrezionale di grandi progetti.
Il secondo è il credito di imposta automatico sulle spese di ricerca.
Il terzo è il riconoscimento di agevolazioni automatiche per le assunzioni di ricercatori.
Il quarto è il credito di imposta sulle commesse esterne.
Il quinto è lo sviluppo di una politica di trasferimento tecnologico (TT).
La diffusione sul territorio di iniziative dedicate al TT (centri servizi, parchi, BIC, agenzie di sviluppo territoriale, servizi di associazioni di Pmi e di distretti, ecc.) è ricca, ma frammentata e non sempre dotata delle necessarie strutture e competenze. Non si tratta di spendere di più, ma spendere meglio.
Inoltre riteniamo necessario aiutare le piccole e medie imprese italiane a sostenere l’onere della brevetto europeo e delle certificazioni più accreditate e riconosciute a livello internazionale, ma ben più costose di quelle italiane.
Trasparenza, informazione e controllo devono essere le caratteristiche di queste politiche.
E’ comunque essenziale rilanciare immediatamente il ruolo della ricerca pubblica, umiliata dal centro destra da una sistematica serie di commissariamenti e ristrutturazioni di tipo aziendalista, dopo che noi avevamo dedicato grande attenzione al ruolo centrale del ricercatore introducendo regole condivise per la gestione non clientelare delle risorse.
Uno strumento fondamentale per rilanciare la ricerca e la competitivita’ del Paese sarà’ quindi un forte impegno legislativo per riorganizzare e rafforzare l’ intero settore della ricerca pubblica rilanciando l’Università.
La competitività economica del Paese richiede un grande salto in tutti i settori della ricerca e dell’innovazione tecnologica: eppure noi perdiamo i giovani migliori.
Pochi laureati e ricercatori, bassi investimenti in ricerca e innovazione, scarso impegno nella formazione continua sono tutti segni di difficoltà.
Il sistema nel suo complesso soffre di scarsa internazionalizzazione e di un reclutamento non sufficientemente orientato dai meriti scientifici.
Anche per la nostra posizione geopolitica e per affrontare positivamente i problemi dell’immigrazione, dobbiamo impegnarci per fare delle università italiane un polo d’attrazione, particolarmente per la formazione dei giovani e dei ricercatori del bacino del Mediterraneo e di quelli dei Paesi emergenti.
Non mi soffermerò sulle misure per accelerare la convergenza europea del istema universitario italiano.
Il nostro programma di governo le analizza in modo completo
Desidero solo ricordare un principio , che è quello far crescere la dimensione europea della scuola italiana, perché il futuro dell’Italia è in Europa.
Formeremo in questo modo le nuove generazioni alla cittadinanza europea e mondiale, ricorrendo alla comparazione internazionale, agli scambi d’insegnanti e di studenti, per rendere l’Italia un Paese leader nell’innovazione educativa.
Servono risorse. È ovvio.
E noi sosterremo la riqualificazione e il rafforzamento del ruolo del bilancio europeo per investimenti in ricerca, in innovazione, in formazione, in infrastrutture materiali e immateriali
E lo faremo proponendo tra l’altro l’adozione di un Documento europeo di programmazione pluriennale focalizzato sugli investimenti mirati alla costruzione del nuovo modello di sviluppo europeo
Solo un cenno infine alla nostra debole adesione al Consiglio Europeo della Ricerca
L’ Italia ha vissuto al margine dei processi politici che hanno portato alla sua creazione..
Si tratta di una Istituzione molto importante perché valorizza nell’ambiente europeo quel grande volano di innovazione che è la ricerca di base.
Lo scarso interesse del Governo ha mostrato una incredibile mancanza di sensibilita’ politica e pratica.
Ci siamo trovati praticamente da soli a remare contro un’azione sostenuta dalla stragrande maggioranza dei partner europei
Alla fine abbiamo aderito tardivamente, malamente (al punto che uno dei due italiani nominati nel comitato dell' ERC e’ stato segnalato da un altro Paese) e con risorse limitatissime..
Nel caso dell' ERC dobbiamo tornare a pilotare un processo europeo e non a subirlo.
La nostra ricerca nazionale ha grande bisogno di riferimenti internazionali, per crescere e rimanere competitiva.
L’ ERC sarà uno strumento importante in questa direzione.
In questo senso ritengo che la CRUI e i rappresentanti dei principali Enti Pubblici di Ricerca debbano giocare un ruolo di coordinamento visibile e autorevole.
Un cenno infine a due argomenti ‘traversali e a mio parere assai critici per qualunque politica dell’innovazione.
I Nuovi Media ed i Giovani.
Nuovi Media :
Parliamo qui della rivoluzione digitale in tutte le sue forme, un comparto cruciale per promuovere e diffondere la cultura dell l’innovazione,
Noi sosterremo l’innovazione tecnologica in questo vastissimo settore con senza discriminare tra le diverse tecnologie.
Sosterremo la ricerca, la formazione, la nascita di nuove imprese, la creazione di reti e distretti.
Rafforzeremo i poteri di intervento e sanzione affidati all’Authorità indipendente.
Ribadiremo la natura aperta di Internet, garantendo la libertà di accesso e di espressione, evitando forme indiscriminate di controllo. Perché non può esistere una economia della rete senza una società della rete aperta nelle tecnologie e nei diritti di accesso.
E con un forte senso di appartenenza e partecipazione.
Difenderemo la libertà di Internet anche a livello internazionale.
Avranno un ruolo importante le biblioteche e le multimediateche, non solo come deposito di conoscenze ma come strumento attivo di accesso e produzione di contenuti.
Dobbiamo valorizzare il sistema, specialmente nel Sud del Paese, per aiutare a colmare gli svantaggi nell’alfabetizzazione informativa.
Anche qui per il dettaglio dello scenario di Innovazione e Media che noi vogliamo rendere realtà rinvio al programma che è il risultato di una analisi profonda , condivisa e anche molto concreta di tanti di voi.
Mi soffermo solo su un punto: Il servizio pubblico che è oggi importantissimo per la promozione dell’accesso e della partecipazione.
Dobbiamo dare una nuova dimensione anche alla RAI, spingendola a sviluppare in modo vigoroso, e non timido come fino ad ora è stato, i nuovi media e valorizzando le nuove competenze che sono tante e preziose.
Dispiace citare sempre BBC, che è diventata uno dei leader mondiali in tutto l’insieme delle nuove tecnologie, dalle presenze su internet con news e programmi ad hoc, al digitale terrestre, al blogging e al podcasting.
Però serve a capire che fare tutto ciò è possibile, ed io credo doveroso.
Ed infine i giovani.
Dobbiamo dare loro tanto coraggio e tante opportunità.
Abbiamo da imparare dal mondo anglosassone a non essere troppo severi nei confronti di quelli che hanno provato ed hanno fallito.
Molti imprenditori dell’innovazione, quelli che pescano le idee nelle grandi università sono disposti ad investire in qualcuno che ha avuto un insuccesso in un precedente tentativo. E sono comunque sempre molto disponibili ed attenti ad ascoltare i giovani.
Nella nostra cultura si tende invece a considerare l’esperienza più importante della fantasia e a pensare che i ragazzi bisogna guardarli e non ascoltarli.
I ragazzi hanno tanto da dire e spesso sono assai più interessanti per gli errori che fanno che non per i successi che raggiungono.
La scomposizione la analisi dei concetti errati è una delle strade migliori per arrivare alle idee nuove. Si aprono orizzonti nuovi
La difficoltà più grande nello stimolare una cultura creativa è trovare il modo per incoraggiare la molteplicità dei punti di vista.
Ma perché questo stato della mente cresca e dia i suoi frutti, parlarne non basta.
Ci vuole qualche cosa di visibile, concreto, che coinvolga direttamente il più presto ossibile i giovani migliori
Il tentare la strada dell’innovazione deve essere invitante.
Penso al ruolo importantissimo di una innovazione per noi ma già in fase di sviluppo in altri paesi ; quella dei ‘campus’ universitari in ambiente aziendale. Soprattutto di quelli all'interno di realtà industriali capaci di offire un humus organizzato alla creatività.
Farne nascere un cero numero che ospitino decine e decine ragazzi l’anno, con le loro tesi, da sviluppare in ambienti dove si respira l’eccellenza dell’ambiente circostante.
Una atmosfere di eccellenza e curiosità che sia contagiosa , motivo di vanto e di visibilità.
Lo stato o gli Enti locali mettono fondi per le borse di studio, l'azienda contribuisce alle infrastrutture ma soprattutto offre ed accesso al suo patrimonio tecnologico ed organizzativo.
I migliori vengono premiati e valorizzati pubblicamente.
Si creano occasioni di incontro con investitori interessati al loro lavoro.
Un po’ di ‘star system’ aiuta anche nel mondo della innovazione non solo nella moda e nel design.
Serve infine una riflessione generale sul ruolo della tecnologia nel nostro futuro e sul valore che le viene attribuito dalla pubblica opinione.
Tanti, di quelli che guardano con paura al futuro , indicano tra i motivi dei loro timori la scienza senza confini, il troppo sviluppo tecnologico fuori controllo.
Dobbiamo esserne coscienti e avere la pazienza di discutere con tutti e spiegare, piegare, spiegare, senza che nulla venga dato per scontato
‘Dobbiamo aiutare gli italiani ad innamorarsi di nuovo della scienza, e della tecnologia.
Non c’è innovazione senza amore per il nuovo
Queste mie riflessioni finali non sono scritte nel nostro programma come lo era tutto ciò che vi ho detto finora, ma sono un sogno che vorrei assieme a voi far diventare realtà con tutto il coraggio di cui un sogno, per avverarsi ha bisogno.
postato da ulivovelletri |
berlusconi
bush default italia germania mondo nano obama primarie prodi soru ulivo velletri veltroni zapateroclass="linkmenu">07:34 | commenti
Il commissario nero
di Valerio Evangelisti (da L'Unità del 17 marzo 2006)
Il genere noir, in Italia, gode di buona salute solo apparente. E’ vero che riscuote i favori di una larga fetta di pubblico (anche se minori di quanto credono i detrattori per partito preso della narrativa di genere), è vero che ha espresso una non tanto piccola scuderia di fuoriclasse di cui ormai nessuno contesta il valore. Permane però l’equivoco, molto italiano, della confusione tra noir e giallo – dove il primo, di taglio pessimistico, apre squarci di crisi individuale o sociale che si prolungano oltre la conclusione della storia, mentre il secondo, più consolatorio, si riduce alla soluzione di un enigma, magari orrido, affascinante, problematico, senza però riverberi duraturi che si proiettino oltre il finale.
D’altra parte si moltiplicano le figure di commissari bonaccioni alla Maigret, di donne poliziotto straordinariamente intuitive alla Kay Scarpetta (si deve ancora vedere, per quanto mi consta, una poliziotta autenticamente bastarda: guai a mettere in scena una donna cattiva!), di magistrati dubbiosi ma non tanto da porre in discussione il mestiere che esercitano, di investigatori che brontolano contro il “sistema” ma si guardano dal sospettare che sia la stessa legalità che il “sistema” impone a essere criminogena.
Tutto ciò è legittimo, ovviamente, ma il suo prodotto naturale non è il noir, quale definibile attraverso le opere di James Ellroy, Jean-Patrick Manchette, Derek Raymond ecc., per non risalire a Dashiell Hammett o, in Italia, a Loriano Macchiavelli, “giallista” solo in superficie. E’ invece una variante ammodernata del romanzo poliziesco, la cui ovvia estensione sono serie televisive su squadre, squadrette, carabinieri, nuclei di polizia scientifica ecc., tese a glorificare l’ordine contro il disordine, in sintonia con i gusti del pubblico medio e moderato. Con un’appendice ulteriore rappresentata dalle uscite balzane del ministro Giovanardi che, visionato “ripetutamente” il filmato del pestaggio di un immigrato a Sassuolo, trova normale che un agente si aggrappi a una macchina per saltargli a piedi uniti sul ventre (o sul torace, non so). Tanto, l’operato delle forze dell’ordine gode di assoluzione preventiva, e per di più il disgraziato non ha sporto denuncia. Non si è visto, nelle serie televisive, che è addirittura costume della polizia offrire il caffè agli arrestati?
Personalmente spero che, di qui a poco, l’elettorato salti sulla pancia di Giovanardi e della turpe coalizione che ne condivide la cultura, in modo che sentano idealmente cosa si prova. Temo però che questo non eliminerà ipso facto la fiction law and order dal piccolo schermo (né il suo complemento costituito dagli sceneggiati edificanti su Padre Pio, santa Rita da Cascia, Teresa di Calcutta e papi assortiti, fino al fascistissimo Il cuore nel pozzo), né sbarazzerà del poliziesco consolante la scena letteraria. In cui può restare, è ovvio, purché non si definisca “nero”.
L’unica speranza mi viene dal fatto che uno dei pochi veri autori italiani di noir sia un commissario di polizia. Si chiama Piergiorgio Di Cara, è palermitano. Nel 1990 fu, all’università, uno dei leader del movimento studentesco detto “della Pantera”. Subito dopo divenne agente per passione antimafia, partecipò all’arresto di Brusca. Era tra i poliziotti esultanti e mascherati che tutti quanti vedemmo sui teleschermi. Sua moglie fa lo stesso mestiere, ed è tanto dolce quanto agguerrita. Divenuto scrittore, Di Cara si è collocato, forse involontariamente, più probabilmente per vita vissuta, al polo opposto della consolazione.
Per capire in che modo Di Cara appartenga al campo del noir e non a quello del poliziesco spacciato per noir bisogna passare oltre le apparenze. Sì, in tre dei cinque romanzi finora scritti c’è un unico protagonista, l’ispettore Salvo Riccobono (mentre il romanzo d’esordio, Cammina, stronzo, 2000, Derive / Approdi, era di fatto una storia corale). Sì, al centro della trama ci sono uno o più delitti, nel caso di Hollywood, Palermo (2005, Colorado Noir) addirittura di taglio apparentemente classico. Sì, si sa bene da che parte stia la giustizia. Però l’esito di tutto questo non reca con sé alcuna consolazione, anzi, la chiusura dell’inchiesta è persino più inquietante della vicenda delittuosa.
Prendiamo Isola nera (2002, e/o). L’isola immaginaria di Lipanusa (che più che a Lampedusa fa pensare a Pantelleria) è descritta, nei primi capitoli del libro, a tinte vivaci e con quadri compositivi da cartolina. Poco a poco, però, i colori dell’isola si scuriscono, come se una marcescenza nascosta stesse emergendo, fino a tramutarsi, nel finale, in un autentico verminaio senz’altra tonalità che quella della notte più fonda. Non sono marcite le piante, non è marcita la terra. E’ l’anima degli isolani a essere marcia nel profondo.
Ma Lipanusa non è che un condensato della piaga più vasta che deturpa società meno ristrette. Di romanzo in romanzo Salvo Riccobono si rende conto di questa verità. Lui non è affatto un santo, tutt’altro: a volte la linea di demarcazione che lo separa dalla criminalità, pur non svanendo mai del tutto, si affievolisce. Lo salva una sensibilità superstite che poco ha a che fare con i ruoli istituzionali e molto, invece, con la sopravvivenza in lui, pur così duro, a volte feroce, di pietà e giustizia. Ciò è la sua condanna, perché l’ispettore, messo a confronto con l’intollerabile, gradualmente si autodistrugge. Era molto chiaro in L’anima in spalla (e/o, 2004), in cui gli eccessi tabagistici del protagonista rappresentavano esplicitamente una voluttà di degrado, a fronte della fatica di vivere. Lo è ancor di più nel recentissimo Vetro freddo (2006, e/o), dove Riccobono, inviato in Calabria e costretto a immergersi in un universo criminale di violenza barbara e inaudita, ne esce tanto scosso da doversi affidare a una psicanalista, per cercare di mantenere una parvenza di equilibrio.
Non siamo in presenza di un detective alla Philip Marlowe, in cui il ricorso all’alcool ha molto di romantico e ha più a che vedere con una condizione individuale che con una situazione collettiva. Anche riferimenti ad altri classici del noir (il giallo, è chiaro, l’ho già scartato) sarebbero impropri, salvo uno: Derek Raymond. Condito però col rigore sociologico di due scrittori di noir nostrani come Biondillo e Macchiavelli. A cui Di Cara unisce un tocco quasi desunto dalla filosofia, esplicitato nello splendido Vetro freddo.
La crisi di Riccobono, che genera in lui l’impulso all’autodistruzione e lo spinge al gabinetto di psicoanalisi, è di tipo esistenziale. Si è accorto, col mestiere che fa, che gli uomini non sono affatto buoni di natura. Sopravvive in loro un animo ferino domato a stento, che se scatenato può farsi società criminale, o società tout court. Da cui il senso di impotenza di chi sa che, eliminate le malepiante dal fusto più alto, continueranno a proliferare intere praterie di erbacce invasive e pericolose, costantemente tese a prendere il sopravvento tramite una lotta sempre più feroce .
Ecco il tocco che fa di Di Cara uno degli uomini di punta del noir italiano. Ecco ciò che fa sì che i suoi romanzi lascino in bocca un senso di amaro difficile da cancellare, a differenza di tanti noir di plastica deglutibili con la stessa facilità di una Coca Cola light.
E lo stile? grideranno a questo punto i soliti rompicoglioni. Va bene i contenuti, ma la forma?
Dico subito che, siciliano in maniera profonda e viscerale, Di Cara non somiglia per niente a Camilleri, cui pure lo legano (credo) stima e amicizia. Condisce i suoi scritti di termini dialettali ma, realista (anzi, verista) com’è, non cerca affatto di costruire un dialetto mezzo inventato e tuttavia comprensibile. Al contrario, non fa minimamente caso alla comprensibilità, fuori dell’isola di origine, dei termini che impiega. Né si preoccupa se il largo uso del turpiloquio può preoccupare le anime candide.
Duro, sincero, in apparenza cinico, Di Cara procede per frasi e paragrafi brevi, dotati di grande efficacia visiva. Il suo forte sono i dialoghi, praticamente perfetti. I monologhi interiori sono interrotti nel punto in cui si presterebbero alla condiscendenza. Meglio descrivere la ricerca compulsava dell’ennesima sigaretta piuttosto che dilungarsi sulle motivazioni del gesto.
Il risultato è tutt’altro che anafettivo. Se c’è qualcosa che è dipinto bene in Di Cara sono i sentimenti. Ma con un tocco qui e là, pieno di pudore. Come usano fare, oggi, gli scrittori davvero grandi.
Un’ultima notazione personale. Per tutelare la mia sicurezza preferirei, oggi, mille volte un Riccobono, tormentato e pieno di dubbi, ad altri poliziotti, letterari e non, sicuri della coerenza etica del loro agire. E mi conforta che un Piergiorgio Di Cara sia commissario. Non me lo vedo saltare a piedi pari sulla pancia di un povero diavolo.
postato da ulivovelletri |
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Appunti per capire Internet
In questi giorni mi è capitato spesso di discutere di Web 2.0. e di sostenere che quanto chiamiamo Web 2.0 non è un cambiamento del web ma, piuttosto, un passo avanti nostro: finalmente cominciamo a capire come si usa la Rete e vendiamo questa cosa come una seconda release del web.
Altrove (ma è presto per parlarne, uscirà a giugno) ho affrontato in circa duecento pagine un ragionamento più strutturato. Ma per semplificare, la logica è questa:
a) i network digitali aumentano esponenzialmente la complessità delle nostre culture e delle nostre società. Il loro funzionamento non lineare è di per sè una complessità mai affrontata prima nella nostra storia. Ed è una complessità che si può affrontare (e si deve affrontare) da molti punti di vista complementari. Non basta mai un singolo approccio disciplinare a descriverla. Ma, tenendoci sul problema, possiamo fare un esempio classico: la complessità che in termini di gestione di informazioni tutti possiasmo riconoscere è quella dell'information overload.
b) non esistendo un centro regolatore ed ordinatore, nei network digitali tutte le soluzioni devono essere fondate sulla collaborazione degli utenti. Non c'è verso di fare altrimenti. E da questo punto di vista, se ci facciamo caso, possiamo osservare che:
1. tutte le cose che funzionano in Rete (e che risolvono problemi o incontrano bisogni) sono collaborative;
2. il concetto di Web 2.0. è nato a posteriori osservando le cose che funzionano e cercando di analizzarle. Come dire, una mattina ci siamo svegliati e improvvisamente ci siamo resi conto che chi corre da solo è molto più lento ed è meno efficace.
c) se la complessità ha soprattutto soluzioni collaborative, per capire la Rete bisogna familiarizzare con una parte della nostra storia culturale che apparentemente c'entra poco o niente con la tecnologia. Da un lato tutte le teorie sul concetto di bene pubblico (il commons degli anglofoni), dall'altro sui due approcci fondamentali alla gestione politica e sociale: quello di derivazione hobbesiana (ci vuole un Ente superiore per gestire gli uomini cattivi, un governo o, per citare il filosofo, un Leviatano) e quello che nasce con Locke, secondo cui è possibile una società con delle regole condivise.
Anche parlando tra noi, quasi sempre, le differenze di visione su quanto abbiamo intorno nascono tutte dalla considerazione di partenza: chi crede che l'uomo sia fondamentalmente buono, e chi crede che sia fondamentalmente cattivo. E' qui la radice ultima delle amichevoli litigate che ho quasi quotidianamente con Zetavu, qui la mia differenza di visione con chi mi definisce ottimista, qui la distanza tra chi vede nella rete una occasione e chi un problema.
Naturalmente i punti di partenza hanno mille declinazioni. La semplificazione l'uomo è buono non rende: è solo un'alternativa all'homo homini lupus di Hobbes, ma non implica che la gestione del bene pubblico (Internet) non vada progettata e difesa, attraverso le regole, da idioti digitali e interessi contrari a quello comune. Qui entra in ballo la grammatica delle reti e la teoria dei giochi, che spiegano il come, ma il discorso si farebbe troppo lungo.
Da questi due punti di vista (Hobbes e Locke) parte in effetti tutta la filosofia politica moderna. E la Rete, il cui risultato deriva dalla gestione sociale, sta creando una cosiddetta terza via, che ci obbligherà a profonde rivisitazioni del nostro pensiero comune. E qui arriviamo alla ragione di questa mia lunga introduzione: vorrei segnalarvi questa intervista a Pierre Omidyar, fondatore di eBay:
Focalizziamoci sull'ambiente. Io ho fondato eBay sulla nozione che la gente è basicamente buona, e 10 enni più tardi possiamo notare l'evidenza della ragione...
Vale davvero la pena di leggerla tutta. Grazie a Ross per averla pubblicata.http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=427
postato da ulivovelletri |
berlusconi
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Piccoli germogli di espatrio, ovvero: Fare cultura nell'Italia post-coloniale
di Wu Ming 2
Estratto da un'intervista apparsa sulla rivista "Lo spazio bianco".
Doppio botta-e-risposta: pars destruens con omaggio a Remo Remotti; pars construens senza illusioni.
Che cosa significa "fare cultura"? E che significato date al "fare cultura" in un contesto come quello italiano?
Minchia. Nel contesto italiano, niente ha significato. Le poche cose sensate che si riescono a partorire nascono a prescindere dall'Italia, come se il Mediterraneo arrivasse fino alla Svizzera. Per vivere in questo paese bisogna sottoporsi a una ginnastica mentale estenuante, la cosiddetta "fuga di cervello". Ripetere come un mantra: "Qui fuori c'è Godthab, Groenlandia". Appena ho finito con queste domande mi metto la tuta termica e vado allo spaccio del mio amico eschimese a comprare merluzzo e renna affumicata. Non voglio dire che bisogna abbandonare il paese a sé stesso, ma il giardino che ci è stato affidato è più ampio. L'Italia è solo una vecchia aiuola, piccola e nascosta, giusto dietro i cessi. Cureremo l'aiuola prendendoci cura dell'intero giardino, non certo standocene lì a contare le spine sulle rose e a pestare merda di cane. La fuga di cervello è l'unica soluzione non-violenta per il paese (l'altra sarebbe un pogrom da venti milioni di persone). Ogni giorno coltivo la speranza di poter fuggire anche con il corpo, per non condannare i miei figli ad un'adolescenza italiana. Ma forse avverrà il contrario. I bambini sono nomadi per natura, si addormentano al ritmo dei passi. Saranno loro a salvarci, a portarci via.
Via da quest'Italia di leccaculo, yes-men e sissignori. L'Italia monarchica che parla di leader, ma vuole solo un capetto, un duce in sedicesimo, un re pastore. L'Italia che va da Che Guevara a Madre Teresa, passando per San Patrignano. Quest'Italia di cocainomani contro la droga, papa boys contro il fondamentalismo, emigranti contro immigrati. L'Italia uniti contro il terrorismo, prendiamo le distanze, sono d'accordo a metà col mister. L'Italia del campionato più bello del mondo e dei calciatori che non cantano l'Inno. L'Italia con l'elmo di Scipio, te lo faccio vedere io come muore un italiano. L'Italia che va tutto bene, siamo brava gente, non è colpa di nessuno e se c'ero dormivo. L'Italia che si beve il sangue dei vinti, ventimila infoibati, le Fosse Ardeatine per colpa dei partigiani. L'Italia strapaese, quartierino, tuttinfamiglia. L'Italia che se ne frega, l'Italia impaurita, l'Italia no grazie. L'Italia dei tormentoni, allegra come un DJ, depressa per noia. L'Italia dei nonni al potere, il cinquantenne giovane scrittore, mai fidarsi di uno sotto i sessanta. L'Italia che va da Firenze a Bologna in trenta minuti, venti cimici, tre scorpioni, un'ora di ritardo indipendente dall'azienda e grazie per la preferenza accordataci. Via dall'Italia del Maresciallo Rocca, Distretto di Polizia, Ros, Carabinieri 5, Bolzaneto 50, Genova -1, Lampedusa – 20. L'Italia del volemose bbene, gli amici degli amici, tutte puttane tranne la mamma. L'Italia che crepa di parto, di anestesia e di lavoro ma la pillola del giorno dopo è un omicidio e l'influenza aviaria una pandemia. L'Italia Sua Emergenza, la pista anarchica, i satanisti, gli Anni Settanta e il reato d'opinione. L'Italia di Beccaria contro la pena di morte che annega i clandestini nel canale d'Otranto. Via dall'Italia dei sondaggi, 30% di analfabeti, 60% di ana-alfabeti, 90% di anal-fabeti che parlano col culo. L'Italia senza elezioni, solo share. L'Italia a sovranità limitata, col Vaticano, Porto Marghera e il Cermis. L'Italia di don Mazzi, don Benzi, don Gelmini, don Giussani, don Calogero e Padre Pio. L'Italia della maggioranza e dell'arroganza. L'Italia Cenerentola, Terra dei Cachi travestita da G8 . L'Italia che non c'è la censura, sei tu terrorista, antisemita, frocio e assassino. L'Italia che ce l'ha sempre duro, ma casto e puro. Quest'Italia che le gallerie sono Grandi Opere ma dormire per strada è degrado. L'Italia con la busta paga in lire e la verdura in euro. L'Italia che per staccarle il culo dalle automobili ci vorrà il greggio a cento dollari il barile. Via da quest'Italia porca e infame. Quest'Italia dimmerda.
Hai dato un'immagine tremenda dell'Italia, un'immagine che nasce senza dubbio dall'osservazione, dall'esperienza e da un confronto con quello che accade fuori da qui. Ma allora, esiste un luogo fuori dall'Italia, in cui abbia senso "fare cultura"?
Questa domanda investe il senso stesso del termine "utopia" e il nostro rapporto con l'idea di avvenire. Roba grossa, insomma. Cosa succede se il contesto dove vivo è talmente lontano dal mio ideale di territorio e di comunità da rendere quell'ideale un'utopia distante, tanto dal qui ed ora che dal futuro remoto? Ci provo lo stesso? Cerco la via d'uscita? Mi sforzo di coltivare piccoli germogli di un'esistenza diversa? Da sempre mi trovo a mio agio con la terza ipotesi – e la chiamo "fare cultura" – convinto che la "via d'uscita" non esista mai (o conduca, a lungo andare, a progettare la fuga su un altro pianeta) e che il "ci provo lo stesso" (a ribaltare il contesto come un calzino), porti a perdere di vista la dimensione individuale e immediata del desiderio, in nome delle magnifiche sorti dell'umanità. Il problema è che questa terza via ha senso se il contesto che intendo criticare è spacciato ma decente, inumano ma ancora sostenibile. L'Italia non è più nemmeno questo. Ecco allora che prende vita una quarta opzione, figlia della precedente: coltivare piccoli germogli di espatrio, quella che ho chiamato "fuga di cervello". Scrivere romanzi pensando al pubblico inglese, spagnolo, delle Isole Figi. L'Italia viene dopo il Botswana nella graduatoria della libertà di stampa, quindi smettiamo di tirarcela da "potenza culturale". Contiamo quanto il Burundi e Capo Verde. Uno scrittore del Burundi, di solito, anche se parla del suo paese, cerca sempre un pubblico più vasto, quantomeno anglofono. Noi dobbiamo entrare in questa logica post-coloniale e trasformarci da consumatori globali in produttori globali. La rete ce lo permette, e non solo lei. Però attenzione: logica post-coloniale non significa sudditanza nei confronti dell'Impero di turno (americano, cinese o marziano che sia). Significa ottica globale. Ti faccio un esempio: oggi molte band della scena indie italiana riescono a proporsi all'estero, a fare tournée. Parlo di Settlefish, Afterhours, Yo Yo Mundi, Forty Winks, Death of Anna Karina, Yuppie Flu, Franklin Delano...Molti di loro hanno scelto di cantare in inglese, influenzati da milioni di ascolti in quella lingua e per rivolgersi a un pubblico internazionale. È una scelta che non mi convince. Voglio dire: o sei bilingue (come molti autori delle ex-colonie) oppure dovresti cogliere l'occasione di sperimentare, con l'italiano, una sonorità rock diversa, aliena. Se il pubblico inglese può innamorarsi di una band come i Sigur Ros, che canta in finto islandese, allora puoi provarci anche tu con l'italiano, o con l'ostrogoto [...]http://www.carmillaonline.com/archives/2006/03/001712.html
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Ancora su FUCKED UP
di Giuseppe Genna
C'è un elemento extratestuale su cui vale la pena di ragionare a proposito di Fucked Up (edito da BUR, 8.60 euro), di cui abbiamo segnalato qui l'uscita, con annessa intervista al curatore Gianluigi Ricuperati. L'elemento storico in questione, che fa di questo libro una testimonianza fondamentale, è che il materiale iconografico contenuto nel testo sta scomparendo, senza che la Rete svolga una funzione che è diventata una delle funzioni più devastanti contro ogni conato di censura.
Brevissimo riassunto a uso di chi fosse nuovo alla questione: in Fucked Up sono raccolte foto che militari Usa di stanza in Iraq hanno scattato in loco e spedito a un sito porno a libero accesso; il gestore el sito è stato sepolto da capi d'imputazione, fino a giungere a un compromesso che gli salva il conto in banca e il sistema nervoso, cioè chiudere il sito. Le foto in questione sono un materiale rivoltante, una testimonianza diretta di una guerra che sarà pure postmoderna, ma offre scorci di ancestralità cruenta. Le foto non si sono diffuse sul Web: Fucked Up rimane l'unica testimonianza al mondo degli scempi idioti commessi da killer di Stato, sotto l'egida di un presidente che non è così jr come i suoi G.I.
E' un caso, quello di Fucked Up, che sembra invertire una tendenza acclarata nella nuova età dei media: prova a censurare un sito e mirror appariranno ovunque. Qui la carta interviene a salvare un patrimonio che non avremmo mai desiderato possedere. E' un accumulo, ordinato secondo sezioni a intensità d'orrore crescente, di vomitevoli carnacialate da nonnismo a stelle e strisce, soldatesse con le poppe fuori che sfregano tra le cosce il fucile automatico, file di militi accasciati sulle tazze del water con maschere antigas in testa. Fino all'immagine più sconvolgente: un'automobile iraqena colpita da un colpo di bazooka, l'obbiettivo si avvicina e inquadra lo spiaccichìo sanguinolento al posto della testa dell'autista (un terrorista?, un altro Calipari?, un panettiere di Baghdad?).
Ricuperati, nella sua trattazione sulla vicenda che ha portato, dal sito Nowthatsfuckedup.com, simili scorci in una testimonianza cartacea, sottolinea tutti gli strati geologici che rendono vergognosa questa saga di scempi e leggerezze via ftp: la gerarchia degli accessi al sito, che resta erotico, l'incredibile volgarità che offende l'intelligenza nei commenti degli utenti (che non sono in Iraq, ma davanti al pc di casa, a residenza statunitense), l'assolutezza crudele di immagini che stimolano il desiderio di conoscere la storia di cui le foto costituiscono un fermoimmagine assoluto e, per così dire, assolutorio.
A corroborare l'analisi di Ricuperati, il saggio finale di Marco Belpoliti ricostruisce, con un'acribia affilata come una lama, la storia della visione quando essa si posa sulle immagini di morte, arrivando a citare l'abnormità del paradosso enunciato dal filosofo sloveno Slavoj Zizek, che sostiene che l'immagine dell'incappucciato collegato a fili elettrici gli ricorda una performance artistica a Manhattan. Insomma, entrambi gli autori riescono a determinare come la guerra, con la sua devastazione dell'umano che è identica a quella scatenata dalle guerre di ogni tempo, è una filiazione coerente di un occidente americano che manifesta, nel verminaio del suo ventre molle, le cause e i sintomi che ritroviamo, confermati e intatti, nell'allucinante sequenza iconografica che è il corpus del libro.
L'interpretazione di questo corpus è ora soltanto un carattere genetico di Fucked Up: e sarebbe sufficiente. A questo gene, si aggiunge purtroppo un altro carattere: quello di testimonianza che andrebbe perduta, stritolata, metabolizzata dallo stomaco indecente di chi ha organizzato il grand guignol che apre il Millennio.
Per questo motivo, non intendo qui concludere una recensione, ma un appello: perché questa testimonianza non vada perduta.http://www.carmillaonline.com/archives/2006/03/001708.html
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CHI HA DECISO LE SORTI DEL MONDO ?
Con una decisione amministrativa clandestina, il voto del 2008 in California (e dunque negli Usa) è stato deciso il mese scorso. Vincerà Bush, con un broglio già pronto. Non ha importanza chi sarà a correre per i Democratici - Hillary Clinton, Barack Obama, John Edwards, George Clooney o Gesù Cristo vestito da Zio Sam - perché questo non farà un'unghia di differenza.
DI CHRIS FLOYD*
Tre settimane or sono, un oscuro funzionario repubblicano dello stato di California, non eletto ma nominato dal partito, ha deciso il futuro del mondo. Questo futuro sarà - almeno per i prossimi 6-7 anni a venire - un crescente incubo di guerra, corruzione, repressione, dissesti, atrocità e terrore. E questo perché il leale apparatchik, con un tratto di penna, ha garantito la permanenza al potere della fazione militarista di George W. Bush nel 2008 e oltre.
Una delle poche certezze nelle moderne faccende di politica interna statunitensi è che nessun candidato democratico può sperare di vincere la corsa alla Casa bianca senza vincere in California. Grazie al sistema da asilo infantile dei Collegi Elettorali messo in piedi dagli Oligarchi Fondatori per tener lontana la gente di bassi natali dal votare direttamente per il presidente, la grossa sporta di voti elettorali della California è decisiva per i Democratici per superare la moltitudine di piccoli e spopolati stati che votano sempre con sicurezza per i Repubblicani.
Mettere in saccoccia la California non garantisce ovviamente la vittoria democratica; ma senza la California, i conteggi elettorali mozzafiato delle taroccate elezioni del 2000 e del 2004 non sarebbero stati neanche necessari. E dunque: la decisione del segretario di stato della California Bruce McPherson, presa in segreto e all'improvviso, di passar sopra le obiezioni avanzate dai suoi stessi esperti e di certificare come valide per uso ufficiale in tutto lo stato delle «macchine per votare» Diebold - completamente aperte all'intervento di hackers e prodotte da un'azienda privata politicamente schierata - significa molto semplicemente che per le presidenziali del 2008 l'imbroglio è già fatto.
Non ha importanza chi sarà a correre per i Democratici - Hillary Clinton, Barack Obama, John Edwards, George Clooney o Gesù Cristo vestito da Zio Sam - perché questo non farà un'unghia di differenza. La California è già perduta, la presidenza è già perduta, i Bushisti sono già in sella. I giochi sono fatti. Risultati impressionanti Dopo che le macchine di Diebold avevano fallito miseramente in una serie di test l'anno scorso - scrive il giornalista investigativo Brad Friedman - questo McPherson aveva pensato di tenere in sospeso la loro certificazione fin quando una commissione di esperti, da lui stesso scelti uno per uno, non avesse esaminato ben bene il sistema prima di dirgli addio.
La commissione ha consegnato il suo parere conclusivo il mese scorso e i risultati sono impressionanti, molto al di là dei peggiori timori del più ardito «teorico della cospirazione». La commissione in sostanza ha trovato che le macchine Diebold sono letteralmente crivellate di curiose anomalie, «buchi» strutturali che in pratica «lasciano il completo controllo del sistema» a eventuali hackers, che dall'esterno potrebbero «cambiare i totali dei voti, modificare i rapporti, cambiare i nomi dei candidati, cambiare la competizione che si sta votando».
E non basta: quel che è più importante, per fare il loro lavoro sporco gli hackers non avrebbero bisogno di conoscere password o chiavi crittografiche, o di avere accesso ad altre parti del sistema», come ha riportato all'epoca il Los Angeles Times. «Elettori, candidati e osservatori delle elezioni non saprebbero di esser stati imbrogliati». Si potrebbe immaginare a fatica un mezzo più perfetto per truccare un'elezione. E la faccenda non richiederebbe nient'altro che un pugno di fedeli zeloti high-tech, non una larga e facilmente scopribile cospirazione.
Naturalmente, dopo una simile, rovente condanna, questo McPherson ha fatto quello che avrebbe fatto ogni funzionario cui è stata affidata la responsabilità di garantire la serietà e la credibilità delle elezioni nel suo stato: ha approvato lo scalcagnato sistema alla luce della luna, nelle ultime ore di un venerdì prima di un weekend festivo, senza nessuna discussione pubblica - addirittura senza aspettare i risultati di controllo federale in corso sui codici infestati di «cimici» delle macchine Diebold. E adesso questi aggeggi - i cui cronici «guasti» hanno fatto da protagonisti in numerose elezioni contestate degli ultimi anni e nelle vittorie-miracolo dell'ultima ora di candidati repubblicani in giro per il paese - avranno il controllo della pentola d'oro elettorale californiana.
Un buon esempio di come questo controllo effettivamente funziona può essere visto nel caso dell'Alaska. Lì, il partito democratico dello stato ha cercato lungamente di ottenere una verifica di alcuni dei risultati del 2004 «contati» dalle macchine Diebold, che avevano presentato una serie di strane anomalie - tra cui l'omaggio a George Bush di centomila voti extra che erano poi risultati inesistenti. Dapprima, dei funzionari dello stato avevano bloccato la richiesta perché questo tipo di informazioni - il conteggio dei voti di un'elezione pubblica - era un «segreto aziendale » che apparteneva esclusivamente alla Diebold. Poi decisero che i risultati potevano in effetti essere verificati - ma solo a condizione che alla Diebold e ai funzionari repubblicani fosse consentito di «mettere le mani nei dati» prima di lasciarli verificare.
Alla fine, persino questa sporchissima trasparenza è apparsa eccessiva per gli sgranocchiatori di schede bushisti: il mese scorso, i funzionari dell'amministrazione dell'Alaska ci hanno ripensato e hanno improvvisamente dichiarato che verificare i risultati avrebbe posto un terribile ma non precisato «rischio per la sicurezza» dello stato. Teocrazia totalitaria
Le votazioni in America sono sempre più controllate da un piccolo numero di corporations legate tra loro: Diebold, Es&S, Sequoia, tutte aziende che hanno strettissimi legami politici e finanziari con la fazione di Bush - e con altre forze oscure allo stesso tempo. Diebold e Es&S sono state entrambe finanziate dal tycoon Howard Ahmanson, che è stato anche uno dei principali fondatori del movimento cristiano «Dominionista» - un organismo che reclama apertamente una teocrazia totalitaria per l'America, con tanto di pena di morte per gli omosessuali, riduzione in schiavitù dei debitori insolventi, lapidazione per i peccatori e privazione della cittadinanza per i non credenti.
Come riferisce Max Blumenthal, questi estremisti sono stati accolti con entusiasmo come parte integrante della «base» bushista fatta di evangelici politicizzati, i cui quadri hanno silenziosamente riempito i posti di governo negli ultimi cinque anni. E da parte sua Sequoia - le cui macchine contavoti hanno prodotto qualcosa come 100.000 «errori» in una sola contea della Florida nelle elezioni del 2004, secondo una recente verifica - è un'azienda di proprietà di una consociata del gruppo Carlyle, la holding finanziaria i cui traffici di insider e profitti di guerra hanno portato milioni di dollari di guadagno alla famiglia Bush.
E così dunque le elezioni del 2008 saranno condotte in larga misura attraverso macchine per votare totalmente aperte, programmate da partigiani dichiarati e da finanziatori di una gang spietata che ha già commesso provati brogli elettorali su larga scala per costruire le risicate «vittorie» nel 2000 e nel 2004.
E allora non ha importanza chi gareggia; non conta chi vota; non interessa quanto profondamente impopolare sia diventata la fazione di Bush con il disastro omicida dei suoi programmi militar-aziendali. Il «consenso dei governati» sarà annegato comunque nel fiume di denaro che ha comprato il processo elettorale della nazione.
Chris Floyd
Giornalista americano. Fonte: www.ilmanifesto.it
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I danesi e l’Ue: meno
se ne parla, meglio è
Anne Knudsen
In più occasioni la Danimarca e i danesi si sono fatti notare, in maniera piuttosto vistosa, nell’ambito dell’Ue. L’esempio più eclatante è stato il referendum sul Trattato di Maastricht, svoltosi più di dieci anni fa, dove lo scetticismo nei confronti dell’architettura della collaborazione europea ha prodotto un “no” al Trattato. Ma anche in tempi recenti, quando i danesi hanno rifiutato di entrare a far parte dei paesi dell’eurogruppo. Inoltre, i sondaggi fatti all’inizio del 2005 hanno mostrato che c’era da dubitare che i danesi avrebbero votato a favore del Trattato Costituzionale dell’Ue. In quei casi è stato sottolineato come il popolo danese sia stato più informato sulle strutture reali, sui rapporti di potere e sulle procedure decisionali dell’Ue rispetto alla maggioranza degli altri popoli europei. Tutta una serie di governi del passato e una stampa quasi all’unisono filoeuropea hanno, nel corso degli ultimi 33 anni, compiuto un impegno colossale per informare il popolo danese su ogni possibile dettaglio della costruzione europea. Si potrebbe aggiungere che la partecipazione al voto in Danimarca ai referendum comunitari si è mostrata allo stesso livello (e a volte perfino a un livello più alto) della partecipazione alle elezioni parlamentari nazionali, il che vuol dire considerevolmente al di sopra dell’80%. In Danimarca la partecipazione al voto si basa su un concetto di volontarietà. Questo significa che quasi tutti i danesi desiderano partecipare al voto, quando c’è da esprimersi su importanti questioni comunitarie.
In base a questa premessa è lecito presupporre che in questo momento il Trattato Costituzionale dell’Ue sia oggetto di intense discussioni in Danimarca, insomma che “la pausa di riflessione” venga usata, appunto, per riflessioni, discussioni, informazioni e argomentazioni. Nulla di tutto questo. A parte le consolidate istituzioni Ue, (tra cui soprattutto la rappresentanza, che svolge un lavoro eroico per mantenerne vivo il dibattito), letteralmente nessuno discute più questioni relative all’Ue. I politici non discutono, i partiti non discutono, i giornali non discutono, le radio e la TV non discutono – e i cittadini non sognerebbero neppure di discutere né l’Ue, né il Trattato Costituzionale o altri argomenti simili durante i loro pasti. In altre parole, non si prevede, neanche minimamente, che i danesi, alla fine della “pausa di riflessione”, produrranno proposte originali, ben pensate e ampiamente discusse volte a migliorare, accettare, rifiutare, peggiorare oppure in qualche altro modo modificare la bozza per il Trattato Costituzionale. Di quest’argomento i danesi non se ne occupano. L’argomento è morto. Morto e sepolto. Le spiegazioni di tutto ciò possono essere suddivise in due categorie principali, che illustrerò qui di seguito. Infine cercherò di indicarne le conseguenze.
In primo luogo i danesi appaiono piuttosto soddisfatti dell’Ue e del modo in cui l’Unione funziona. È passato molto tempo dal primo voto nel 1972. La maggior parte dei giovani, che allora erano contro l’Ue, ha raggiunto la maggiore età ed è diventata adulta e più ragionevole, e nuove generazioni di elettori sono nate e cresciute in un mondo in cui l’Ue (e i suoi predecessori) costituisce qualcosa di naturale e scontato. Nella vita quotidiana non è che l’Ue dia più fastidio rispetto ad altri organi amministrativi con i quali bisogna convivere (lo stato, le regioni, i comuni). Si potrebbe dire che l’Ue costituisce una parte di quelle “condizioni-cornice” di una vita normale nella Danimarca di oggi. Uno lavora in un altro Paese membro, uno ha studiato in un altro Paese dell’Ue, si hanno clienti e fornitori in altri Paesi membri, si partecipa a diversi progetti che sono finanziati, parzialmente o per intero, dall’Ue, e una gran parte della legislatura che regola il proprio ambito di lavoro è costituita da direttive comunitarie. L’Ue è normale – e per questo non è una cosa che si discuta. Il clima che, come si sa, per antonomasia costituisce la cornice per la vita umana, viene discusso molto di più dell’Ue, probabilmente perché le condizioni meteorologiche della Danimarca sono molto più imprevedibili e fastidiose che in altri Paesi dell’Ue. Questa normalizzazione dell’Ue come parte integrante di un mondo scontato ha, in maniera inequivocabile, un legame con un aspetto temporale, e cioè il tempo che è passato.
È da notare che i partiti danesi più euroscettici, in maniera piuttosto sistematica si sono dichiarati grandi sostenitori del precedente trattato ogni volta che un nuovo elemento è stato presentato agli elettori europei. Quindi, i partiti si sono abituati ai trattati in vigore. In questo caso è quasi banale, ma anche veritiero, sostenere che meno si parla dell’Ue, più popolare è la collaborazione europea. Dall’altra parte, quando la questione Ue verrà di nuova messa sull’agenda perché ci saranno importanti decisioni da prendere, tutti quelli che sono piuttosto soddisfatti coglieranno un’altra volta l’opportunità di dare voce alla loro insoddisfazione. Soltanto finché non si parla dell’Ue, c’è soddisfazione. Si potrebbe fare un esempio simile, immaginandosi che cosa i cittadini voterebbero, se fosse varato un referendum sulla costruzione del sistema elettorale per il Parlamento, sul numero di sedi nei consigli comunali oppure sulla suddivisione dei dipartimenti dei ministeri nazionali. È più che probabile che anche la costruzione di queste normali strutture sarebbe stata criticata. Ciò, ovviamente, costituisce un grave potenziale problema per l’Unione che si potrebbe sintetizzare così: solo quando l’Ue non si cambia, e perciò non richiede una presa di posizione, l’Unione avrà un supporto da parte dei danesi.
In secondo luogo la maggior parte del dibattito sull’Ue in Danimarca ha avuto come argomento principale le sue strutture e i suoi sistemi, e cioè quelli che potrebbero essere definiti gli organigrammi. Questo, da una parte, è il motivo per cui tale discussione non è mai diventata veramente popolare, e, dall’altra, il motivo per cui i danesi appaiono così bene informati per quanto riguarda l’Ue. L’elevato tasso di istruzione in quel campo, però, riguarda cose che solo i pubblici funzionari ritengono interessanti. Solitamente le relazioni strutturali vengono giudicate completamente prive di interesse ed estranee alla maggioranza degli esseri umani. Essi, casomai, s’interessano agli altri essere umani, all’arte, allo spettacolo, al teatro, alla letteratura e a tutti quegli argomenti nei quali è possibile rispecchiarsi. È una specialità per pochi iniziati essere capaci di immedesimarsi in una struttura astratta, amministrativa oppure politica, e perfino trarne piacere.
In quest’ottica l’Ue è ancora meno interessante come argomento di dibattito rispetto alla recente riforma sulla struttura comunale della Danimarca e la sua successiva realizzazione nelle nuove regioni. In pratica, anche se quest’ultimo argomento coinvolge attivamente, al livello locale, un notevole numero di persone, detta riforma comunale non è in alcun modo fra gli argomenti preferiti nella vita quotidiana dei danesi. Al contrario, è un argomento che appare noioso, soporifero, senza interesse.
Ovviamente, si può sempre contribuire a una discussione su certe cose, se uno per forza deve – ma privi, però, della voglia di partecipare. Infatti, queste discussioni, solitamente, si svolgono in brutte stanze con una cattiva illuminazione, seduti su sedie scomode. Non in forme private, come quando si sceglie liberamente di cosa parlare.
Ciò costituisce un altro fastidioso e fondamentale problema nel progetto europeo. In Danimarca abbiamo sviluppato una tradizione secondo cui le questioni comunitarie importanti vengono trattate attraverso referendum popolari. In altre parole, usiamo uno strumento politico per trattare argomenti che, per natura non sono politici, bensì amministrativi e organizzativi. È quasi spaventoso che questa procedura, così poco giusta, si stia diffondendo anche ad altri paesi membri. E non è probabile che, in quei paesi, le esperienze saranno diverse rispetto alle esperienze che si stanno vivendo in Danimarca da decenni. Il referendum sul Trattato Costituzionale, svoltosi in Francia l’anno scorso, indica chiaramente come la natura umana in certi casi sia più o meno uguale in tutta Europa.
(traduzione di Jesper Storgaard Jensen)
Qesto scritto è un estratto dall’intervento che l’autrice ha tenuto a “Transeuropaespress 2006 – L’Europa alla prova del consenso” organizzato a Roma dalla Fondazione Ratti e dalla Casa delle Letterature di Roma.
caffeeuropa.it
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Occupazione e salari, la realtà svelata dai numeri
Gli ultimi dati Istat spiegano molte contraddizioni. Se si fa il conto dei posti ad orario di lavoro completo, l'occupazione è diminuita (e dunque il Pil non cresce). Insomma più persone lavorano, ma dividendosi la torta di prima. C'è stata inoltre la dimostrazione che non era la flessibilità il problema delle imprese
Alfredo Recanatesi
Ora i conti tornano. Se si considera la quantità di fattore lavoro impiegata nel sistema produttivo anziché il numero dei lavoratori che la forniscono, le cifre nelle quali si riassume l'andamento dell'economia italiana diventano coerenti e riducono la possibilità del governo di menare il can per l'aia come, proprio sull'occupazione, ha fatto finora.
Nel pubblicare i dati sul consuntivo dell'economia italiana nel 2005, l'Istat ha quantificato il lavoro non nei termini consueti degli occupati, intesi come numero di quanti traggono un reddito dal proprio lavoro, o dei disoccupati, intesi questi come coloro che cercano un lavoro e per un qualsiasi motivo non lo trovano. Ha, invece, quantificato la quantità di lavoro impiegato nell'intero sistema produttivo considerando il totale delle ore effettivamente lavorate e dividendolo per il numero di ore che un lavoratore regolare a tempo pieno avrebbe lavorato nell'arco dell'intero anno.
In questo modo è stata rivelata l'alchimia sulla quale punta il governo quando afferma, come unico aspetto positivo che può vantare nella gestione dell'economia negli ultimi cinque anni, che l'occupazione è salita. In effetti è cresciuto il numero di quanti hanno un reddito da lavoro, ma questa crescita è stata ottenuta ripartendo la quantità di lavoro richiesta dal sistema produttivo su un maggior numero di persone, col risultato ovvio di una riduzione delle ore mediamente lavorate da ciascun lavoratore. Si spiega così l'arcano, al quale il governo non ha mai dato una risposta, di una occupazione che crescerebbe senza un riscontro in un aumento della produzione di reddito: la produzione (il Pil) ristagna per il semplice motivo che la quantità di lavoro impiegato diminuisce (e viceversa). Lo sapevamo, certo, ma ora l'avallo dell'Istat rende tutto più chiaro e meno esposto alle interpretazioni soggettive e strumentali.
Il calcolo della quantità di lavoro così come è stato fatto dall'Istat rivela che nel 2005 l'impiego del fattore lavoro è diminuito dell'equivalente di 102 mila posti di lavoro regolari ed a tempo pieno.
Si potrebbe rilevare ancora una incoerenza nel fatto che la quantità di lavoro è diminuita ed il prodotto no. Questa incoerenza si risolve osservando che il prodotto in realtà è diminuito, ossia che siamo in una recessione bella e buona. La crescita zero, infatti, è quella del Pil, ossia del prodotto lordo. E se questo è rimasto invariato, quello al netto degli ammortamenti è senz'altro diminuito, coerentemente con la diminuzione della quantità di lavoro che vi è stata impiegata per produrlo. Insomma, il segno negativo è stato evitato solo perché è stata messa in conto una erosione del capitale investito.
Sarebbe interessante calcolare alla luce di queste considerazioni l'effettivo andamento della produttività del lavoro. Ma due conclusioni si possono comunque trarre. La prima è che l'aumento dell'occupazione è un fatto positivo se e quando il sistema produttivo richiede più lavoro a fronte di maggiori opportunità di produrre a condizioni remunerative. Evidentemente non è questo il caso dell'economia italiana nel 2005, trovandoci piuttosto in presenza di una operazione solidaristica per ripartire più ampiamente una minore quantità di lavoro e, beninteso, il relativo reddito.
Si risolve così un'altra incoerenza, ossia la tenuta delle retribuzioni a fronte del deterioramento avvertito dai più del loro tenore di vita. Le retribuzioni hanno mediamente tenuto, certo, ma occorre anche vedere quanti lavoratori percepiscono quelle retribuzioni. Se si lavora part-time, o con interruzioni, o con contratti a progetto, o con lavori finto-autonomi, quelle retribuzioni sono solo una chimera. Come si spiegherebbe altrimenti che la spesa delle famiglie (tutte, comprese quelle a reddito medio-alto) sia complessivamente aumentata appena dello 0,1 per cento con una occupazione che sarebbe cresciuta e con retribuzioni aumentate più dell'inflazione?
Altra conclusione: il divario tra l'aumento dell'occupazione e la diminuzione delle ore effettivamente lavorate è la conseguenza della flessibilità introdotta dalla legge Treu e poi moltiplicata dalla legge impropriamente individuata col nome di Biagi. Ebbene, la stagnazione del Pil dimostra che il problema dell'economia non è li. Questa flessibilità era stata chiesta dalle imprese per poter razionalizzare l'impiego dei fattori della produzione, per poter meglio seguire la dinamica della domanda, per essere più elastiche nel cogliere le opportunità del mercato, insomma per essere più efficienti e competitive, insomma per crescere. Invece, considerando l'intero sistema produttivo, è servita solo per ridurre l'impiego della quantità di lavoro e la sua remunerazione media. E se qualcuno ancora obietta che è cresciuta l'occupazione a tempo indeterminato chieda al Censis quanta ne rimane dopo aver escluso il lavoro domestico e gli altri simili. http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=595
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Unite dalla vita, divise dalla legge
La storia di due gemelle fuggite dall'Uganda a Londra. E ora rispedite in patria
Torturate e violentate dai ribelli, con i genitori uccisi e senza più nessuno su cui appoggiarsi, Mariah e Judith Rugobya contavano almeno di rimanere insieme ad affrontare un futuro pieno di incognite. Tre anni fa queste due gemelle di 20 anni sono fuggite dall’Uganda in cerca di salvezza. Hanno chiesto asilo politico alla Gran Bretagna, che dopo un lungo procedimento gliel’ha rifiutato. E ora, dopo essere uscite e rientrate dal centro di permanenza temporanea, si preparano a essere rispedite in patria. Ma dopo essere state divise. La loro storia, uno dei tanti drammi dei rifugiati, è però diventata un caso. Che per una di loro potrebbe finire stasera, 18 marzo, con la deportazione in Uganda.
Gli appelli. Per la causa di Mariah e Judith si sono mobilitati gruppi studenteschi e associazioni per i diritti dei rifugiati, che hanno lanciato una petizione da sottoporre al ministro per l’immigrazione. Finora, invano. Stasera, di fronte all’aeroporto londinese di Gatwick, andrà in scena l’ultimo presidio: alle 21 dovrebbe partire il volo che riporterà Mariah in Uganda. La speranza è che tutto si blocchi all’ultimo momento, come d’altronde è già successo – con prevedibili effetti psicologici – altre quattro volte: un ripensamento del ministero, un aereo che ufficialmente non arriva, sono tra i motivi per cui l’espulsione delle due gemelle è stata rimandata in passato. Se Mariah invece partirà, Judith non sa ancora se e quando potrà raggiungerla: la sua data di rimpatrio non è ancora stata fissata e loro non capiscono perché il loro caso sia stato diviso in due. “Ogni volta che abbiamo chiesto, qualche funzionario ci ha risposto che non era lui a prendere le decisioni”, racconta Judith a PeaceReporter dalla loro camera nel centro di detenzione di Yarl’s Wood.
La loro storia. L’inferno delle due gemelle è cominciato quattro anni fa. La famiglia Rugobya viveva in condizioni relativamente agiate a Kasese, nel sud-ovest del Paese. Il padre, un ufficiale dell’esercito in disaccordo con il governo, lasciò le armi per unirsi ai ribelli delle Forze Alleate Democratiche (Adf) e fu ucciso in uno scontro a fuoco. Nel tentativo di spingere il fratello – in possesso di informazioni riservate – dalla loro parte, i ribelli rapirono Mariah e Judith (all’epoca sedicenni) insieme alla madre. Le tre donne furono portate nella foresta dell’Ituri, in Congo, dove furono torturate e stuprate. La madre fu uccisa davanti a Maria perché era “troppo vecchia” per correre insieme ai ribelli, in fuga dall’esercito sconfinato in Congo. Catturate dai soldati ugandesi, Mariah e Judith subirono di nuovo abusi e violenze sessuali. Riuscirono a fuggire con l’aiuto di un amico di famiglia. Grazie a uno zio, ebbero l’opportunità di salire su un aereo per la Gran Bretagna. Era il gennaio 2003.
L’asilo negato. Le due gemelle contavano di ottenere l’asilo politico. Così non è stato, anche per colpa dell’avvocato pubblico che le sosteneva: fondò la richiesta su basi legali sbagliate, dicono, e una volta si dimenticò di presentare ricorso entro i termini previsti. Il loro procedimento è stato chiuso nel 2004, e da allora Mariah e Judith vivono nell’incertezza totale: mesi di detenzione a Yarl’s Wood, sette in tutto, si sono alternati a periodi di libertà. “Ma così la nostra vita è stata un inferno: ci siamo iscritte all’università ma come si fa a studiare, andando dentro e fuori dalla prigione?”, si chiede Judith. Sostenute da alcune organizzazioni di beneficenza, in qualche maniera hanno tirato avanti. Ma l’ansia per il futuro ha procurato loro attacchi di panico, insonnia, perdita di appetito e di peso.
Un futuro incerto. “Il pensiero di tornare in Uganda ci fa rabbrividire”, dicono. Neanche loro possono prevedere cosa succederebbe. Temono rappresaglie per il ruolo avuto dal padre, laggiù non hanno nessuno che possa aiutarle: del fratello e dello zio non hanno più notizie, potrebbero anche essere morti. “E’ tutto un’incognita, in Uganda: dipende dal funzionario di polizia che incontri. Potremmo venire rinchiuse nel carcere dell’aeroporto, o anche liberate se fossimo disposte a pagare”, spiegano. Almeno, però, vorrebbero rimanere insieme. Così stasera, quando Judith saluterà Mariah in partenza per l’aeroporto, entrambe spereranno che non sia per l’ultima volta.
Alessandro Ursic http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5001
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Funerali di Milosevic, tra il dramma e la farsa
Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Gli elogi dei suoi accoliti, le tiepide reazioni del governo timoroso di perdere il supporto del partito di Milosevic, il senso di frustrazione e le proteste dei cittadini che si sono opposti con forza al governo dell’ex presidente. Una cronaca della nostra corrispondente alla vigilia dei funerali
L'annucio comparso sul quotidiano Politika La salma dell’ex presidente della Serbia e della SRJ, nonché imputato presso il Tribunale dell’Aia Slobodan Milosevic è stata esposta al Museo della rivoluzione nel quartiere belgradese di Dedinje. Fino ad ora il numero complessivo di cittadini che sono giunti a portare l’ultimo saluto a Milosevic, secondo le stime dei media locali e stranieri, si aggira attorno alle 50.000 persone. Il più grande raduno si aspetta oggi, giorno in cui ci sarà il corteo funebre che seguirà il feretro, davanti al palazzo del parlamento fino a Pozarevac, dove si terrà la sepoltura. Secondo le ultime notizie, la famiglia di Milosevic non parteciperà ai funerali, innanzitutto, come hanno annunciato, a causa di “insufficienti garanzie” sul fatto che Mira Markovic non verrà arrestata al suo arrivo a Belgrado.
Come atteso, la morte di Milosevic ha suscitato un grande interesse tanto tra l’opinione pubblica locale che straniera. Già da giorni i media locali senza diminuire d’intensità riportano tutti i dettagli relativi alla sua morte, al funerale, ma anche alle conseguenze politiche sulla stabilità del paese. Situazione che è rappresentata al meglio dall’editoriale di Dragoljub Zarkovic, caporedattore del settimanale “Vreme” pubblicato sul quotidiano “Politika” sotto il titolo “148 ore di funerale”. Nell’editoriale, tra il resto, si dice che “il funerale è più vicino alla farsa che al dramma. Se fra i dispiaciuti e quelli che si atteggiano a dispiaciuti esistesse il sentimento della dignità e del pudore avrebbero organizzato un funerale di famiglia, e non un contro meeting alla maggioranza della Serbia e al Tribunale dell’Aia”.
La verità è che differenti attori cercano di raccogliere punti politici creando un’immagine di Milosevic come politico saggio e magnanimo, vero difensore del bene della Serbia e grande sofferente che ingiustamente è stato ucciso nell’odiata Aia. All’SPS in questo momento, più forte che mai, è in corso una lotta tra la cosiddetta corrente dura guidata da Vucelic e gli altri quadri anziani e la corrente di Dacic che da tempo ha preso le distanze dall’eredità di Milosevic. Con la decisione di Mirijana Markovic di lasciare l’intera organizzazione del funerale a Vucelic si è cercato di ammorbidire la corrente estrema e di rinforzare la posizione degli “autentici eredi” di Milosevic. Però fino ad ora né l’una né l’altra corrente hanno annunciato di ritirare l’appoggio al governo, sicché, almeno per il momento, non si annunciano imminenti elezioni.
Dall’altra parte, il Partito radicale tenta di posizionarsi come il maggior difensore degli interessi nazionali serbi e come difensore contro le forze occidentali incarnate dal Tribunale dell’Aia. Interessanti sono anche le mosse del governo serbo, che dalla morte di Milosevic fino ad oggi cerca di trovare, come dichiarato, la soluzione ottimale per il funerale e per tutte le questioni connesse, con l’intento primario di mantenere la stabilità dello stato. Tradotto in parole povere, ciò significa che non desiderano opporsi troppo all’SPS, innanzitutto per paura che questo partito possa ritirare l’appoggio al governo. In questo senso i rappresentanti della coalizione di governo cercano con tutte le forze di spiegare ai cittadini che in questo momento, decisivo per la Serbia, è più importante preservare la pace e la stabilità, ripetendo il già consumato mantra della soluzione dello status del Kosovo e del referendum in Montenegro, ma ancora più di frequente accennano alla tesi che nel caso in cui dovesse cadere il governo la Serbia verrà guidata dai radicali. Anche l’SPO che nei primi giorni dopo la morte di Milosevic si è riferito duramente ai crimini che l’ex presidente ha commesso, adesso si è calmato ed ora è su posizioni molto più moderate. Il DS, come al solito, se ne sta in disparte. Il presidente Tadic ha subito dichiarato che non abolirà la famiglia Milosevic, ma, a parte qualche sporadica dichiarazione, non si sono sentite voci rilevanti provenire da questo partito.
L’opinione pubblica è stata investita da trasmissioni e talk show in cui vari analisti, politici, amici, compagni di Milosevic hanno portato le loro opinioni sulla vita e la morte dell’ex presidente. Giovedì sera sulla Televisione BK, è stata trasmessa un’intervista con Momir Bulatovic, ex presidente del montenegro, durante la quale egli ha parlato dell’ultima visita fatta a Milosevic al Tribunale dell’Aia, della felpa che gli ha spedito Marija, la figlia di Milosevic, e della sua gioia quando ha ricevuto il regalo. Tale immagine mediatica ha suscitato un sentimento di frustrazione presso la maggior parte di quei cittadini della Serbia che hanno lottato attivamente contro il regime di Milosevic durante gli anni ’90, e molti si sono chiesti se si sta parlando dello stesso uomo o forse si tratta di qualcun altro. Allo stesso tempo, alcune emittenti televisive di Belgrado hanno cercato di modificare questo discorso, trasmettendo documentari sul governo di Miloseivc, sulle guerre, sui cambiamenti e sul movimento del 5 ottobre, desiderando evidentemente ricordare tutto il male che il regime di Milosevic ha portato.
Fino a ieri non c’è stato un grande movimento e attività di quella parte di Serbia che si è accanitamente opposta al regime di Milosevic, e ciò soprattutto a causa del desiderio che il dramma dei funerali finisca e venga dimenticato quanto prima. Alcuni organizzazioni e personalità pubbliche hanno ricordato i successi del governo di Milosevic, ma senza sollevare tensioni e senza richiami a raduni.
Invece, da ieri gira per la Serbia un messaggio sms che contiene quanto segue: “Sabato 18.03. Ore 15.00, Piazza della Repubblica. Tre giorni prima della primavera. Venite per scongiurare che Milosevic non ci capiti di nuovo. Segno di riconoscimento: un pallone. Fai passare.” Benché nessuno con certezza possa dire chi stia dietro questo messaggio, è evidente che i cittadini hanno in modo disciplinato fatto passare il messaggio, lo testimonia il fatto che a chi vi scrive questo testo sono arrivati almeno quindici messaggi sms identici.
Però, è del tutto certo che esiste un gran numero di cittadini che sono indignati dagli eventi connessi ai funerali di Milosevic e dal comportamento dei leader politici. Alla polizia non è stato annunciato alcun raduno per sabato alle 15.00, e le interpretazioni su chi possa aver scritto quel messaggio sono divise. Alcuni credono che si tratti di una giustificata rivolta dei cittadini serbi democraticamente orientati, mentre altri temono che ci sia sotto il tentativo di partiti minori, come il GSS e LDP, di attirare l’attenzione degli elettori. Ad ogni modo tutti sperano che la giornata di sabato trascorra senza incidenti.
Altre due cose attirano una grande attenzione e parlano della Serbia che non piange per Milosevic e che si ricorda del male del periodo del suo governo. Sulle colonne del quotidiano “Politika”, ieri è stato pubblicato un annuncio funebre che diceva: “Grazie per tutte le chimere e le ruberie, per ogni goccia di sangue che a causa tua hanno versato in migliaia, per la paura e l’incertezza, per le vite e le generazioni fallite, per i sogni che non abbiamo realizzato, per il terrore e le guerre che, senza chiedercelo, hai condotto a nome nostro, per tutto il peso che ci hai caricato addosso. Ci ricordiamo dei carri armati nelle vie di Belgrado e il sangue sui marciapiedi. Ricordiamo Vukovar. Ricordiamo Dubrovnik, Ricordiamo Knin e la Krajina. Ricordiamo Sarajevo. Ricordiamo Srebrenica. Ci ricordiamo dei bombardamenti. Ci ricordiamo del Kosovo. E lo ricorderemo ancora per un po’. E lo sogneremo. Ci ricordiamo dei morti, dei feriti, degli sfortunati e dei profughi. Ci ricordiamo delle nostre vite distrutte. Lo terranno a mente i cittadini della Serbia”.
Un altro importante fatto riguarda il comunicato dei fondatori di Otpor, che ieri è uscito sui media e nel quale si dice che “siamo delusi e ci vergogniamo delle reazioni del potere in Serbia, della parte di opinione pubblica e di media che già da sei giorni aiutano ad ingrandire la figura di Slobodan Milosevic e partecipano al progetto dell’abolizione dei crimini che ha commesso durante gli anni novanta soprattutto nei confronti dei cittadini della Serbia, ma anche ai cittadini degli altri stati della regione”, aggiungendo che “il cinque ottobre è il giorno in cui i cittadini della Serbia hanno condannato Milosevic, e questa condanna non può in alcun modo essere annulata. Il cinque ottobre il nostro compito era di buttarlo giù dal potere, oggi il nostro compito è di non permettere che questa politica si riversi di nuovo in Serbia. Lui è FINITO, ma i suoi accoliti cercano di tornare. Noi non lo accettiamo”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5416/1/51/
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CAPACI DI FUTURO - Documento finale della IV assemblea nazionale di Rete Lilliput
Ecco il documento finale della IV Assemblea Nazionale della Rete Lilliput, che si è svolta a Roma dal 10 al 12 marzo 2006. Il testo è nato da una scrittura collettiva, è stato approvato per acclamazione alla fine dei lavori, e viene proposto a tutti i lillipuziani per ristabilire un nuovo patto per la Rete Lilliput.
Nel sito della rete Lilliput potrai sottoscrivere anche tu il documento e vedere l'elenco dei lillipuziani che hanno già aderito.
In un momento caratterizzato da profonde contraddizioni e ingiustizie sociali, gravissime tensioni internazionali e urgenti problemi ambientali, è necessario ideare e praticare nuovi percorsi di resistenza e progettazione.
Dalla nascita di Rete Lilliput abbiamo compiuto un percorso di trasformazione che oggi ci ha portato ad essere una rete di persone, nodi, organizzazioni e reti collegati e coordinati tra loro.
Dopo sei anni di vita, la Rete mostra di essere ricca di risorse, capace di seguire i mutamenti della società, di sperimentare nuove prassi e raggiungere obiettivi concreti.
La Rete ha sognato e definito una propria agenda e propri metodi che hanno coinvolto e contaminato molti altri soggetti. Progetti che qualche anno fa sembravano irrealizzabili ora sono processi in atto.
Abbiamo cercato di praticare il metodo del consenso che, pur nella sua complessità, ci ha permesso di sperimentare l’orizzontalità, la leadership diffusa, i metodi partecipativi. Abbiamo perseguito la coerenza tra mezzi e fini, tra forma e contenuto; abbiamo imparato a ragionare collettivamente.
Il modello a "rete", pur nella difficoltà della sua gestione, si è dimostrato in grado di interpretare il disagio emergente dalla società civile e di sviluppare nuove prassi e forme di riflessione.
Abbiamo superato la fase della semplice resistenza e siamo stati capaci di progettualità. Siamo di fatto un soggetto politico che mette in discussione le forme attuali della politica basata sostanzialmente su un ceto politico autoreferenziale e del tutto privo di ricambio, incapace di ascoltare e dialogare con la società civile.
Ci opponiamo alla società di mercato che riduce persone e cose a pura merce, alla finanziarizzazione dell’economia, alla crescita illimitata dove il benessere viene misurato unicamente con il PIL, all’uso della violenza come strumento per dirimere le questioni internazionali e alla diffusione delle armi, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Ci opponiamo alle attuali politiche sull’immigrazione e a tutte le forme di razzismo e intolleranza.
Perseguiamo il cambiamento delle regole che governano le istituzioni finanziarie ed il commercio internazionale. Proponiamo il cambiamento dei comportamenti e degli stili di vita, un modello diverso di gestione integrata del territorio, delle risorse naturali (acqua, energia e materia) e dei beni comuni basato sulla partecipazione, sulla consapevolezza dei limiti delle risorse e sulla riduzione dell’impronta ecologica. Riconfermiamo la nostra prospettiva e il nostro impegno per una economia di giustizia e solidarietà, in netta opposizione al modello economico e di sviluppo dominante.
Siamo per una politica orientata al disarmo, per un modello di difesa popolare nonviolenta e per la gestione nonviolenta dei conflitti, per il recupero della solidarietà sociale e per l’interazione paritetica delle culture.
A fronte di un numero sempre crescente di cittadini sfiduciati, frustrati ed emarginati dai meccanismi della competitività e del profitto, la Rete è in grado di proporre una prospettiva di vita basata sul recupero delle relazioni umane e di un rapporto armonioso con la natura. Rete Lilliput, consapevole della propria identità e della propria responsabilità, si mette in relazione con la società civile per essere Rete tra le Reti.
Domenica 12 marzo 2006
Per approfondimenti: http://www.retelilliput.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=326
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L'economia, è un gioco o la realtà?
di Lyndon LaRouche
Ogni tentativo di misurare in termini puramente monetari l'economia reale crea un'immagine di questa molto simile al gioco del “monopoli”. E cercare di interpretare le cifre ottenute giocando a monopoli produce dei risultati che nulla hanno a che vedere con il mondo reale. Non di meno, l'economia reale ha in effetti dei valori che sono reali, e di conseguenza cercare di gestirla secondo le regole di quel gioco da bambini, quello dei “soldi”, produce presto o tardi un disastro nel mondo reale.
Per tale motivo, mentre gli studi sulle economie nazionali che usano i sistemi lineari di input-output, che negli USA hanno come pioniere Wassily Leontief, possono servire ad organizzare i dati in maniera utile, i metodi lineari che contraddistinguono i sistemi intrinsecamente incompetenti di John von Neumann per gestire i processi economici sul medio e lungo termine sono stati peggio che inutili. Questo è evidente nel tracollo del mercato dei titoli GKO che avvenne tra l'agosto e il settembre 1998, manifestando la follia del culto dei derivati finanziari.
Di contro, come dimostrato dal sistema del credito costituzionale degli USA nei suoi momenti migliori, l'impiego del denaro come mezzo di scambio e di investimento nell'economia reale può essere efficacemente regolamentato in maniera da minimizzare le deviazioni del valore monetario da un'effettiva corrispondenza col funzionamento dell'economia reale, ricorrendo ai controlli appropriati sui prezzi, sul sistema di tassazione, e regolando le operazioni del credito.
Dal un punto di vista economico non c'è niente di intrinsecamente legittimo nel profitto come margine commerciale. Il profitto reale, che è solo fisico, è un guadagno nel totale della produzione in rapporto al totale dei costi, un guadagno che si genera applicando il progresso scientifico, ed aspetti ad esso connessi, al modo di produzione ed a come questa è socialmente organizzata. In ultima analisi l'unica fonte effettiva che produce un margine di guadagno per l'economia reale nel suo complesso sono le idee che nascono dall'impatto della scoperta e dell'applicazione di nuovi principi universali della fisica. E' dunque in primo luogo nella scoperta di un valido principio universale della fisica che si verifica tutto il progresso del potere dell'uomo nella e sulla natura, e questo costituisce un guadagno che non è ottenibile in nessun altro modo.
Nel periodo 1945-1966, la pratica regolatoria che si rifaceva ai precedenti dell'amministrazione del presidente americano Franklin D. Roosevelt, consentì all'economia americana ed europea di resistere agli effetti peggiori degli abusi a cui furono fatte segno su altri fronti. Quella pratica era volta a promuovere le misure necessarie a realizzare un guadagno netto nelle capacità produttive del lavoro nel complesso dell'economia. A seguito dell'introduzione del sistema a tassi fluttuanti, dopo la fluttuazione della sterlina da parte del governo britannico di Harold Wilson nel 1967 e la fluttuazione del dollaro decisa dell'amministrazione Nixon nel 1971, lo sfascio del sistema di Bretton Woods alla conferenza delle Azzorre del 1972, e l'orgia deregolatoria nel periodo tra il 1977 e il 1981, quando Zbigniew Brzezisnki fu consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, l'economia USA e quella mondiale sono state sottoposte ad una demolizione generalizzata che è continuata fino all'attuale crisi finale del sistema finanziario e monetario mondiale.
Come economista che opera sulla scorta delle conclusioni scientifiche in merito all'economia fisica che raggiunsi nel periodo 1952-1953, nell'interpretare il comportamento del sistema finanziario faccio riferimento agli standard propri della misurazione degli andamenti economici di cui si può disporre esclusivamente dal punto di vista dell'economia fisica. I movimenti dei relativi valori monetari debbono essere poi giudicati in rapporto ai valori di riferimento stabiliti dal processo economico fisico.
Un'interpretazione lineare dell'economia fisica non è però ammissibile. Un successo effettivo dell'economia fisica esige un aumento cumulativo dell'intensità dell'investimento capitale fisico, procapite sul totale della popolazione e per chilometro quadrato dell'intera superficie. Quest'aumento dell'intensità di capitale è conseguenza dei cambiamenti nella pratica derivanti dall'applicazione di scoperte e dai miglioramenti nell'applicazione dei principi della fisica sia nella produzione dei beni per il consumo sia nel potenziamento delle infrastrutture economiche di base. E' il tasso di cambiamento così espresso dal miglioramento crescente dell'intensità di capitale a definire ciò che si può considerare il break-even, il punto in cui da una fase di sfruttamento si passa a quella di vero progresso economico.
Questa scienza dell'economia fisica permette di capire al meglio come lo sfascio dell'economia mondiale non sia nulla di misterioso, dopo che l'America del Nord e l'Europa occidentale e centrale hanno rinunciato al progresso scientifico e tecnologico ad alta intensità di capitale e sono entrate nella decadenza dell'economia fisica propria della “economia dei servizi” ora prossima al fallimento.
Allo stesso modo, pur riconoscendo l'importanza dei progressi scientifici e tecnologici che si stanno verificando nelle principali economie asiatiche, resta il fatto che la vulnerabilità di queste economie è aumentata come conseguenza del fatto che la loro crescita si articola in quei settori di produzione che sono rivolti ai mercati mondiali che attualmente stanno andando verso il più grave tracollo che si sia mai verificato dall'epoca buia in cui l'Europa sprofondò nel XIV secolo. I mercati mondiali da cui queste economie asiatiche sono venute a dipendere non soltanto versano sull'orlo di un tracollo che potrebbe risultare molto prolungato, ma ai guadagni che le economie asiatiche sono riusciti recentemente ad ottenere corrisponde una dipendenza eccessiva da prodotti esclusivamente mirati ai mercati dell'America e dell'Europa.
Al tempo stesso, il mondo complessivamente deve fare i conti con ciò che si vuol definire una crisi delle materie prime, giacché le crescenti esigenze delle più popolose economie asiatiche creano un aggiuntivo fattore di costo fisico di produzione pro capite, come questo è implicito nelle teorie del biogeochimico russo Vladimir Vernadsky sulla biosfera e noosfera. L'inevitabile aumento delle aspirazioni nelle sempre più numerose popolazioni asiatiche fa capire nella maniera più diretta come le prospettive di una carenza di risorse primarie nella biosfera richiedano dei cambiamenti rivoluzionari sia nel modo in cui queste risorse si acquisiscono sia nella forma degli aumenti rivoluzionari nella produttività relativa del lavoro. La crisi in questione è più che oltrove evidente nella rapidità con cui si sta dando fondo alla disponibilità di acqua potabile di origine fossile del pianeta.
Sono considerazioni che ci troviamo ad affrontare in un momento in cui l'economia mondiale è sul punto di entrare nel peggior collasso finanziario della storia moderna. Quando questo si verificherà resta ancora incerto, potrebbe esplodere domattina, o essere posposto ancora per un po', ma non molto più a lungo. Soltanto dei cambiamenti fondamentali e un abbandono radicale dell'idea di “economia dei servizi” consentirebbe ora di evitare una crisi globale da sfascio altrimenti inevitabile. Gli esempi da considerare sono, in primo luogo, il modo in cui il presidente Franklin Delano Roosevelt trasformò un'economia, che sotto il suo predecessore Herbert Hoover era implosa riducendosi di oltre la metà, per dare vita, in circa 12 anni, al maggiore sviluppo economico che il mondo abbia conosciuto. C'è poi lo sviluppo ventennale dell'Europa dopo il 1945, particolarmente quello della Germania, e l'impeto dei programmi scientifici adottati da Charles de Gaulle nei primi anni della sua presidenza.
Se tornassimo in noi stessi, potremmo subito varare un programma di sviluppo eurasiatico di tipo nuovo. Il primo ciclo di questo sviluppo si estenderebbe a due generazioni, cioè circa 50 anni. In questo periodo l'Europa, e in particolare l'Europa continentale, e gli Stati Uniti darebbero la massima priorità ad un nuovo sistema di credito a lungo termine e a tassi fissi per i miglioramenti capitali che occorrono per sviluppare l'economia dell'Asia, una sfida la cui urgenza è posta in rilievo dai bisogni crescenti della Cina.
Ad esempio, negli Stati Uniti stessi, ho persentato ai parlamentari ed ai sindacalisti un vasto programma di investimenti nelle infrastrutture economiche di base per i grandi trasporti e la produzione di energia. Tutto punta a reindirizzare le capacità del settore della macchine utensili, attualmente concentrato nel settore dell'auto, verso altri prodotti per le infrastrutture, una domanda qualitativa a cui può far fronte solo un settore delle macchine utensili molto robusto, flessibile ed altamente sviluppato. Ricorrendo ai metodi sperimentati sotto Roosevelt le possibilità sono grandi, l'importante è fare in modo di impedire che il potenziale produttivo ancora esistente non vada perso.
Niente di tutto ciò potrà essere realizzato se permangono le tendenze attuali della cosiddetta “globalizzazione”. Questo fenomeno, che non sarebbe stato in alcun modo tollerata negli anni Cinquanta e Sessanta, altro non è che una forma di imperialismo, come quello esercitato dall'alleanza tra l'oligarchia finanziaria veneziana e la cavalleria normanna dei crociati. La civiltà moderna poté emergere in Europa solo dalla rovina del sistema veneziano-normanno che avvenne nell'epoca buia del XIV secolo. Le culture nazionali popolari, che naturalmente si esprimono nelle norme istituzionali dello stato nazionale sovrano sono indispensabili perché nel futuro si possa evitare di sprofondare in una nuova epoca buia di dimensione planetaria.
Intanto il problema dello sfruttamento crescente delle cosiddette risorse primarie non può essere affrontato in altro modo se non in virtù di una economia che faccia primariamente leva sulle conquiste scientifiche, abbandonando rapidamente la “economia dei servizi” di questa epoca. Grazie ad un tale programma di ripresa economica l'ideologia del monetarismo dovrebbe essere accantonata come un episodio di follia culturale di massa che ha afflitto l'intera storia moderna. I sistemi monetari dovranno essere subordinati alle funzioni che sono loro proprie, quelle dei sistemi regolati che facilitano lo scambio dei beni, e nient'altro. La fisica, come applicazione del cambiamento che avviene come giusta conseguenza della scoperta delle leggi dell'universo, sostituirà la teoria monetaria quale base su cui definire la politica economica.http://www.movisol.org/monopoli.htm
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Prodi convince gli industriali
E Berlusconi dà forfait: niente incontro con gli imprenditori
da Repubblica - 18 marzo 2006
ROMA - Prodi illustra agli imprenditori la ricetta dell´Unione per rilanciare l´economia, dal taglio del cuneo fiscale alla riduzione (ma non l´abrogazione) dell´Irap. Incassa gli applausi dalla platea dei cinquemila di Vicenza e la «benedizione» del presidente Montezemolo che, pur predicando indipendenza dai poli, si è detto «soddisfatto» dell´intervento. In serata, il colpo di scena. Berlusconi annulla il suo intervento di oggi al convegno di Confindustria. «A causa di una lombosciatalgia» fa sapere Palazzo Chigi.
SERVIZI ALLE PAGINE 2, 3 e 4
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VERSO LE ELEZIONI
Prodi-industriali, parte il dialogo
Il Professore: "Non ho fatto comizi, molti punti in comune"
Il ricordo di Parma 2001: "Berlusconi promise un vero cambiamento, ma non l´ha realizzato"
Gli applausi più convinti sul maggioritario e l´energia. Gelo sulle modifiche alla legge Biagi
Il leader dell´Unione espone la sua ricetta agli imprenditori riuniti a Vicenza
DAL NOSTRO INVIATO MARCO MAROZZI
VICENZA - Il gelo è sulla legge Biagi. Platea silenziosa. Ma è l´unica volta in cui la distanza viene marcata. Sul resto partono applausi. Brevi, la standing ovation è lontana anni luce. Però si ripetono per venticinque volte. Segno di occhi ed orecchie puntate. Sapendo di avere forse lì davanti il futuro.
E´ un certificato di pragmatica, reciproca attenzione quella che Romano Prodi è andato ieri a proporre e conquistare al convegno della Confindustria. Lui non ha ceduto su punti fondanti del suo programma, la «concertazione», il valore dell´Irap anche se da ridefinire per adeguarsi alle decisioni Ue, il cuneo fiscale. Non ha cercato l´applauso, è riuscito ad ottenere un´accoglienza onorevole. Da esame comunque passato. Anche se mancherà il confronto con Berlusconi, che ieri sera ha comunicato il suo forfait e la sostituzione con Tremonti. Lontana l´apoteosi del 2001, a Parma, Antonio D´Amato presidente di Confindustria e il Cavaliere lanciato verso la riscossa. E pure la primavera di un anno fa, quando Prodi si presentò a un convegno imprenditoriale a Bari con un discorso sommerso dal disinteresse. «Non affiderete l´Italia a un professore?» lo irrise il giorno dopo il Cavaliere. Era l´alba della corsa verso Palazzo Chigi.
Prodi ieri doveva superare quel ricordo e un altro scoglio.
L´abbraccio di Rimini, alla Cgil, un paio di settimane fa. A Vicenza ha cercato un rapporto fondato su un leit motiv: «A voi chiedo di...». «Aiutatemi a spingere per avere, al passaggio di consegne, dei conti precisi» lancia, evocando un cambio di inquilini a Palazzo Chigi e la possibilità di tagliare la tassazione sul lavoro e aumentare i salari reali. «Datemi un aiuto. In trenta o quaranta imprenditori mettetevi insieme e facciamo una grande catena alberghiera» propone sul rilancio del turismo. «Chiedo agli imprenditori di essere attivi, non solo come elettori, ma come manager ed attori di questo processo» dice a proposito di liberalizzazioni. Parla di correggere «insieme» l´Irap. «Dialogo», «concertazione», è la conclusione. Con una «Confindustria forte e un sindacato forte, anche se poi è il governo a decidere». Stesse parole di Rimini.
«Ci sono tante coincidenze. - commenta scendendo dal palco - Ma io sono venuto qui per rivolgere il mio invito agli imprenditori a prendere decisioni indispensabili per il futuro del Paese». Dieci industriali lo hanno appena finito di intervistare, sotto la regia di Ferruccio De Bortoli, direttore del «Sole 24 ore». In prima fila, con Montezemolo, ci sono Tronchetti e Passera, De Benedetti e Merloni, Marzotto e Colaninno, Pininfarina e Abete, Fossa, Scaroni, Conti, Catania, Catricalà, Pezzotta. L´Italia dell´economia, del sindacato, delle autorità di controllo che, dice Prodi, «sono state umiliate».
Fassino e Tabacci per la politica. Cinquemila in platea. «Non è stato un comizio» si autocommenta il leader dell´Unione. «Sono soddisfatto. Su alcuni punti ci incontriamo, su altri no. Però il tavolo della discussione è aperto».
Il primo intervistatore parte dall´Irap. Prodi ricorda che dà un gettito di 35 miliardi di euro. «Sarà corretta, soprattutto sul costo del lavoro. Ma cancellarla non ha senso e non ve lo prometto. Sostituisce sette imposte, tra cui alcune infami come la tassa sulla salute». Si arriva subito al cuneo fiscale e il Professore insiste: «Un taglio di cinque punti nel primo anno». Agli imprenditori che vogliono di più, lancia responsabilità del governo attuale e promesse future: «Più in là non escludo tagli ulteriori. Ma bisogna vedere bene i conti pubblici. Sono andati tanto fuori controllo che per rimetterli in ordine chiederò un patto di stabilità interno, una Maastricht italiana». Cita i «furbetti del quartierino». «Per loro una tassazione più alta sarebbe stata opportuna» e si becca l´applauso più grosso. L´altro è sulla promessa di ristabilire la legge elettorale maggioritaria. «Per la stabilità».
Il freddo più totale è sulla correzione della legge Biagi. «La flessibilità è estremamente importante, ma si è andati oltre. Bisogna prendere delle misure per avvicinare il costo del lavoro a tempo indeterminato a quello determinato». Agli imprenditori non va. Il termometro sale quando si parla di energia e dell´obiettivo «realistico» di abbassarne il costo del 20% in cinque anni. Appare pure il nucleare. «Si riprenderà la ricerca, ma non si deciderà nessuna centrale».
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IL TEST
I giudizi e le aspettative della base confindustriale in 25 interviste. Il 44% indica il centrosinistra come vincitore delle elezioni
Irap e costo del lavoro, priorità delle aziende
DAL NOSTRO INVIATO GIORGIO LONARDI
VICENZA - C´è chi come Angela Picco, industriale veneto delle macchine utensili, si augura che «vinca la destra per il nostro bene». E chi, invece, è convinto che «purtroppo ce la farà Prodi».
In ogni caso il popolo di Confindustria riunito qui a Vicenza, questa «platea del disincanto» verso la politica come la definisce Andrea Tomat, presidente degli industriali di Treviso, dà per scontata la vittoria del Professore. Secondo un test condotto da Repubblica su un campione casuale composto da 25 imprenditori, il 44% è sicuro dell´affermazione di Prodi contro il 12% che scommette su Berlusconi. Certo, il campione non ha una pretesa scientifica. Tuttavia offre un´indicazione utile per svelare gli umori dell´industria. A confronto dell´apoteosi di Parma, quando nel 2001 il Cavaliere venne osannato da migliaia di industriali, sembra passato un secolo.
Allora un analogo test di Repubblica, sempre su un campione casuale di 25 imprenditori, aveva registrato un plebiscito: 22 a favore di Berlusconi, un incerto e due pro Rutelli. «Per fortuna rispetto a Parma - osserva l´ex vicepresidente di Confindustria Pietro Marzotto (nella foto) - il clima è differente». Incalza ironicamente Vittorio Merloni: «Cosa c´è di diverso fra Parma e Vicenza? Tutto».
Intendiamoci, la passione viscerale nei confronti del Cavaliere non è scomparsa. Gli stessi che scommettono sulla vittoria di Prodi, alla richiesta di dare un voto da 1 a 10 alla politica economica del governo promuovono Berlusconi con una media di 6,2. Ad una seconda domanda, sulla «politica economica a favore delle imprese», però, segue una sonora bocciatura: il voto è 4.
«A Parma c´era un grande entusiasmo», ricorda Adriano Aureli, macchine per il legno, «credevamo che ci fosse un bello spazio per il cambiamento nella politica e nell´economia. Ma le promesse non si sono avverate». Non mancano le critiche da destra nei confronti di Berlusconi. Alberto Zamperla, veneto, l´uomo che esporta giostre in tutto il mondo: «Quando vinci le elezioni affermando che vuoi fare una politica di destra poi ti devi comportare di conseguenza. Perché hai detto che avresti abolito l´Irap e poi non l´hai fatto?». E in effetti l´abolizione dell´Irap è una delle richieste più gettonate (12%) dagli industriali come prima mossa del nuovo governo da «chiunque sia guidato». A precederla infatti c´è solo la riduzione del cuneo fiscale promessa da Prodi (24%) e la richiesta di generiche misure a favore delle imprese (20%).
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Bipartisan cosa?
Antonio Padellaro
da l'Unità - 18 marzo 2006
Nell’Italia di Berlusconi è difficile non considerare la parola bipartisan quanto mai equivoca e pericolosa. Mutuato dalla tradizione anglosassone il termine definisce l’accordo dei partiti della maggioranza con quelli dell’opposizione, su questioni di interesse generale per il Paese. È a tutti noto quanto il governo cha sta per lasciarci abbia avuto dimestichezza con una simile, nobile visione della politica: quelle rare volte che il premier e i suoi ministri hanno offerto accordi stile bipartisan si è trattato di pacchi belli e pronti a cui l’opposizione avrebbe dovuto graziosamente apporre il suo timbro. È accaduto nelle ripetute votazioni sul mantenimento del nostro contingente in Iraq. O quando è approdata in Parlamento la Costituzione stravolta nella baita di Lorenzago. E che dire della riforma elettorale, con la Cdl che in puro spirito bipartisan chiedeva tranquillamente all’Unione perché mai non volesse sottoscrivere la “porcata” di Calderoli?
Niente, tuttavia, in confronto al piattino (anche questo rigorosamente “bipartisan”) confezionato l’altra sera a Milano. La motivazione era altamente condivisibile: solidarizzare con la cittadinanza e i commercianti dopo il raid degli autonomi che sabato scorso hanno portato la devastazione nel centro cittadino. Aderiscono prontamente Prodi e Fassino, insieme a un ampio fronte del centrosinistra, alla Cgil, al candidato sindaco Ferrante. Stanno per raggiungere corso Buenos Aires quando giunge notizia che il tragitto del corteo bipartisan è stato tappezzato di manifesti firmati An. Nei quali Prodi e gli autonomi sono accomunati, sullo sfondo di auto incendiate e di individui con il passamontagna. Che tutto era stato predisposto come un agguato ai leader dell’Unione ci penserà Berlusconi a confermarlo più tardi: «Li avremmo coperti di fischi». Alla fine, per evitare l’imboscata Prodi e Fassino sono costretti a non sfilare in un corteo rovinato dai fascisti e dagli insulti.
Fermiamoci un attimo e torniamo a martedì sera quando, durante il duello televisivo con Berlusconi, Prodi offre all’avversario, e agli elettori tutti uno scenario imprevisto.
È una frase che va letta per intero: «Tra venticinque giorni io inviterò lei e il dottor Letta a palazzo Chigi non solo per il passaggio di consegne ma per vedere insieme cosa possiamo fare per il nostro Paese perché io non voglio essere il presidente solo di un pezzo dell’Italia ma di tutta». Berlusconi non replica e sul momento il suo sembra il silenzio assenso di un uomo che sia pure al tramonto di un’esperienza disastrosa rammenta improvvisamente i suoi doveri istituzionali. Possibile che davanti all’ipotesi (sempre più probabile) di una sconfitta egli possa, per una volta, mettere da parte i propri interessi per vedere, insieme al nuovo premier, «cosa fare per il nostro Paese»? Lo spirito bipartisan, truffato e vilipeso in tutti questi anni potrebbe riprendere slancio nel nuovo Parlamento, sia pure con Unione e Cdl in ruoli scambiati? Difficile pensarlo, e non solo perché l’agguato di Milano ha dimostrato ancora una volta di che pasta è fatta certa la gente. Perché se anche quello fosse stato un episodio condizionato dal clima elettorale, è dall’Europa che viene il giudizio più duro e forse più irrimediabile sulla natura della destra italiana.
La prima sentenza è quella del Guardian, uno dei più autorevoli quotidiani britannici, indipendente, ma da sempre vicino al Labour. Titolo dell’editorale (16 marzo): «Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l’Europa se ne accorgano». C’è scritto che il premier italiano «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento ha avvelenato la vita pubblica italiana». Ma il cuore del ragionamento riguarda il nuovo fascismo di cui il «discendente diretto di Mussolini» è considerato portatore. Un fascismo che si ripresenta in un nuovo abito che riflette le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo, osserva il Guardian: «Mostra disprezzo per la democrazia, ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti, pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell’opposizione e descrivendoli come comunisti». Conclusione: cosa aspettano Blair e l’Europa a liberarsi di un simile pericolo?
La seconda sentenza viene da Stasburgo dove, il 17 marzo, «Indipendenza e Democrazia», il gruppo più estremista e antieuropeista del Parlamento europeo ha deciso l’espulsione della Lega di Bossi. Le accuse: insopportabile rozzezza politica ma, soprattutto, pericolose tendenze xenofobe dopo le vignette anti Islam esibite in tv dal ministro Calderoli. Il terzo verdetto europeo porta la firma di Martin Schulz, capogruppo dei socialisti europei (quello aggredito da Berlusconi con il termine «kapò») che in una lettera inviata ai premier del Ppe e al presidente della Commissione Josè Barroso scrive che «una partecipazione di negazionisti dell’Olocausto» ad un eventuale governo di centrodestra in Italia «non rimarrebbe senza serie conseguenze per l’Europa e, in particolare, per la Germania». Chiaro riferimento agli esponenti che si richiamano al fascismo e al nazismo arruolati direttamente da Berlusconi.
Il quarto segnale risale a poche ore fa: l’ambasciatore italiano convocato dal governo dell’Aja dopo che il moderato ministro Giovanardi (Udc) ha definito «nazista» la legislazione olandese sull’eutanasia. Minacciati sia dall’Islam, sia dall’Europa. Un vero capolavoro dei ministri italiani.
Davanti a un quadro del genere, una domanda, tra le tante, sorge spontanea. Come mai farà Prodi, una volta presidente del Consiglio, a dialogare con una destra rappresentata da questa gente?
apadellaro@unita.it
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Outing
Pitio16
Il voto spesso assomiglia ad un messaggio affidato ad una bottiglia lanciata nel mare, per quanta razionalità, per quanto si faccia uso di righello e calcolatrice, non si è mai sicuri che la decisione, per quanto meditata, che con il voto si voleva esprimere venga recepita. Nella politica italiana, che si caratterizza d’altra parte per irrazionalità e autoreferenzialità, un voto espresso per un motivo può essere preso per tutt’altro, interpretato secondo codici lunari o antiquati, vanificando qualsiasi ragionamento per quanto lucido. Un voto emotivo, di cuore, senza riflessioni può alla fine essere più razionale, in una situazione irrazionale come quella italiana, di un voto pesato e dato con il bilancino.
Tutta questa premessa, quasi una captatio benevolentiae, per giustificare razionalmente il mio voto, anzi i miei voti. Alla Camera voterò Ulivo, pur non credendo nel Partito Democratico, anzi non credendo più nella forma Partito, e sentendomi come qualcuno che affronta i raggi cosmici con un ombrellone da mare, voterò comunque Ulivo per una illusione di stabilità, per quanto precaria e aleatoria, facendo finta che ci sia ancora il maggioritario e affidandomi, ad occhi ben aperti però, al Partito pivot della coalizione. Sperando, il contrario della lucida analisi, che in qualche modo questo voto sia prodromo ad una nuova stagione del maggioritario, con primarie che, finalmente, disarticoleranno i Partiti facendo affluire le, poche, energie vive della società. Al Senato, invece, starò il più lontano possibile da D.S. e Margherita, se infatti in alcune Regioni del sud era ancora plausibile presentarsi divisi i dati, specie per le Regioni del nord, sono univoci: nei territori metropolitani in particolare l’Ulivo attrae più dei Partiti divisi, creando un effetto idrovora nei confronti di una parte marginale, ma decisiva dell’elettorato della Destra. L’ostracismo contro l’Ulivo al Senato non si spiega ne con utilità di coalizione, una presentazione a macchie di leopardo sarebbe stata più comprensibile, e neppure per utilità partitica, i dati delle Europee ci indicano che l’operazione è quantomeno neutra. L ‘unica logica, dunque, non può che essere che quella di strozzare l’Ulivo in culla, l’unica flebile possibilità di bipolarismo adulto, puntando magari ad un risultato D.S. Margherita che divisi al Senato prendono più voti dell’Ulivo alla Camera.
Se questa analisi è giusta al Senato l’ unica possibilità ragionevole è non votare gli Ulivisti per caso e rivolgersi magari a qualche lista, che so il P.S.D.I. la lista consumatori che con certezza non eleggerà nessuno e di fatto nemmeno esiste, personalmente, ma è solo una questione di sfumature, voterò Di Pietro, voterò il Partito in franchaising perché dopo l’ approvazione della “porcata” elettorale, avendo scritto a tutti i Partiti del centrosinistra, è l’unico che mi ha risposto che intende fare qualcosa per contrastare questa legge indecente e distruttiva, ma come detto è unicamente questione di sfumature i Pensionati vanno altrettanto bene.
Il 10 aprile oltre a vedere Berlusconi uscire di scena, di gran lunga la cosa più importante, spero di vedere la faccia da pugili suonati, come dopo le primarie, di Fassino e Rutelli che annunciano la nascita dell’Ulivo, dopo che l’Ulivo alla Camera ha preso più voti dei loro due Partiti al Senato.http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
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Il «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l'Europa se ne accorgano
di red
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive all’opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour.
Duro il giudizio contenuto nell’editoriale firmato da Martin Jeacques. Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini».
Ma l’aspetto forse più interessante della polemica lanciata dal Guardian è un altro: la prospettiva tradizionale del giornale estero che da lontano distilla giudizi sull’Italia viene rovesciata. E si dice chiaramente che se Berlusconi è un pericolo per la democrazia, questo è un problema che deve essere compreso e affrontato, prima ancora che in Italia, in Europa e nel Regno Unito.
È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair, accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica filo-Bush di fronte alla rottura dell’Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato l’impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l’uomo con cui avere a che fare».
Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia».
Il problema che c’è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare». Ma a un patto: «C’è sempre stata una tendenza privilegiata a credere che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell’opposizione e descrivendoli come «comunisti».
Insomma, al New Labour come all’Europa non resta che una scelta: riconoscere che «Berlusconi è il diavolo» e liberarsene. Per il loro bene www.unita.it
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In Italia esiste da tempo un elettorato di centrosinistra privo di rappresentanza. E' formato da cittadini che hanno diverse esperienze e diversi orientamenti politici ma sono uniti da alcune convinzioni comuni che le vicende degli ultimi anni hanno rafforzato.
Non hanno condiviso la scelta della maggioranza di centrosinistra di scassare la Costituzione insieme al centrodestra nella Commissione Bicamerale, tra il '96 e il '98.
Non hanno capito perchè il centrosinistra, in cinque anni di legislatura tra il '96 e il 2001, non ha fatto una seria legge sul conflitto d'interessi e una legge per regolare le reti televisive analoga alle altre vigenti in tutta Europa.
Hanno subito come una ferita alla democrazia la caduta del governo Prodi nel '98.
Non hanno capito perchè nel 2001 il centrosinistra ha dato per scontata una sconfitta evitabile e ha rinunciato a battersi aprendo la strada a un'anomalia che nessun paese democratico avrebbe tollerato.
Non hanno apprezzato dopo il 2001 la debolezza dell'opposizione e la ripetuta assenza dei suoi parlamentari quando era possibile fermare leggi incostituzionali.
Hanno dato vita a una mobilitazione di massa senza precedenti per la libertà di informazione e l'autonomia della magistratura.
Hanno riempito il Palavobis a Milano il 23 febbraio 2002, un mese dopo erano tutti insieme ai tre milioni del Circo Massimo a Roma, e il 14 settembre hanno colmato piazza San Giovanni .
Hanno animato nei mesi e anni successivi enormi manifestazioni contro la guerra preventiva.
Non hanno capito perchè i partiti, invece di accogliere e rafforzare la mobilitazione popolare, si sono ingegnati per fermarla, ingabbiarla, deluderla. Hanno assistito increduli all'inerzia del centrosinistra di fronte alla truffa della nuova legge elettorale.
E ora assistono sbigottiti all'arruolamento di numerosi, imbarazzanti transfughi dal centrodestra cui vengono attribuiti gratis ruoli di rilievo.
Sono i cittadini che vogliono difendere la Costituzione, ricostruire la salute istituzionale del paese, affermare la supremazia dell'interesse pubblico sull'utile privato, rinnovare lo stato sociale, affrontare con idee nuove il difficile tema del lavoro, rafforzare la difesa dei beni comuni, garantire la laicità dello stato, costruire un'Europa strumento di pace. Considerano la libertà e il pluralismo dell'informazione, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura condizioni necessarie e insostituibili per la democrazia.
A questi cittadini è stato ora impedito di contribuire alla selezione della propria classe dirigente: è stato negato lo strumento delle primarie, è stato vietato il tentativo di liste indipendenti.
Tra questi cittadini molti sono sempre più tentati dall'astensionismo, altri andranno a votare solo per senso del dovere. E per senso del dovere coloro che andranno a votare cercheranno di convincere chi ancora non vuole farlo. Questi cittadini non si identificano in alcun partito, anche se nel passato molti vi hanno militato, e faranno fatica a mettere la croce sul simbolo di partiti in cui non hanno più fiducia. Avrebbero molto pi volentieri votato per la coalizione ma è stato loro impedito.
Voteranno per necessità . Voteranno solo per battere il peggior governo dell'età repubblicana, per cancellare l'anomalia che ha inquinato la politica italiana.
Questi cittadini non saranno rappresentati nel futuro parlamento. I partiti del centrosinistra riceveranno il loro voto ma non potranno vantarlo come un'adesione incondizionata ai loro programmi.
Questi cittadini delusi e impegnati sanno che dovranno da soli rianimare le loro energie e trovare nuovi strumenti per manifestarle. E vogliono esprimere questa convinzione prima del voto perchè non ci siano dubbi sul senso del loro impegno civile. Faranno tutto il possibile perchè prevalga il centrosinistra, ma dopo le elezioni eserciteranno tutta la loro vigilanza critica affinch&eacuto; la vittoria elettorale non venga svuotata da trattative e compromessi col centrodestra.
Sollecitiamo tutti coloro che vivono questo profondo disagio a dare il loro personale, insostituibile contributo a un'opera di conoscenza reciproca, a una rete di relazioni paritarie per dare origine a una nuova fase di protagonismo civile e politico. E così forse si potrà dare rappresentanza politica ai moltissimi che anche dopo le elezioni continueranno ad esserne privi.
Prima che il potere delle oligarchie costruisca un nuovo conformismo: parlate, scrivete, fate sentire la vostra voce.
Dario Fo, Pancho Pardi http://www.liberacittadinanza.it/
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Riflessioni di fine legislatura
Cari amici,
ormai lo sapete, non sarò candidato alle prossime elezioni politiche. I DS del Trentino hanno preso questa decisione e quelli di Roma si sono ben guardati dal cambiare le cose, come avrebbero potuto fare facilmente. Anzi, hanno resistito agli interventi -anche molto autorevoli- di chi ha cercato in questi giorni di rendere quella lista più forte elettoralmente con la mia presenza.
Il 20 febbraio la direzione dei DS trentini ha ratificato una decisione presa poche ore prima dal segretario e da alcune persone a lui vicine: quella di candidare il sindaco di Borgo, tirata fuori dal cilindro all’ultimo istante, per sostituire la candidata originariamente designata, ritenuta impresentabile. L’importante era non perdere la ghiotta occasione offerta da questa legge elettorale che affida alle segreterie dei partiti il potere di “nominare” i deputati. E poiché delle due candidature a disposizione dei DS di Trento una era stata consumata dalla “nomina” romana di Tonini, io ho fatto le spese della volontà del segretario di avere un “suo” deputato. Che poi per fare questo si sia calpestato il regolamento sulla selezione delle candidature che la stessa direzione si era dato un mese prima e che si siano platealmente prese in giro tutte le persone che hanno partecipato al “confronto prima del voto” è un dettaglio di cui nessuno nel partito si è curato.
Nei giorni in cui è maturata la decisione non ho fatto altro che mettere ciascuno di fronte alle proprie responsabilità politiche: a chi proponeva falsi e pretestuosi criteri “uomo-donna” e “cattolico-laico” (che orrore!) ho parlato di democrazia, di rispetto della volontà degli elettori e di lista per far vincere l’Ulivo. Non è servito a nulla: la pura logica di affermazione del proprio (piccolo) potere di partito è stata ben più forte. Chi di voi ha assistito all’intervento del segretario all’incontro di Trento del 17 febbraio capisce bene cosa voglio dire Non ho usato altri argomenti o altri mezzi per influenzare la decisione: non ho chiamato nessuno, non sono ricorso all’aiuto di “protettori” politici (che non ho).
Da Roma fino ad oggi nessuno si è fatto vivo, per spiegare, chiedere o anche solo per salutare. Con una sola (importante) eccezione: Romano Prodi, che mi ha manifestato più volte in questi giorni il suo sconcerto per la mia esclusione.
Molti di voi -assieme a tanti altri che nemmeno conosco- hanno cercato di partecipare alla decisione, facendo sentire in vari modi la propria voce. Ci voleva ben altro per cambiare quanto era già stato deciso fin dall’inizio, ma è servito a smascherare il carattere antidemocratico della decisione e a far capire che gli elettori (quelli che con il loro voto danno il potere ai partiti) non sono ciechi e sciocchi. Vi vorrei ringraziare uno ad uno per aver partecipato a questa battaglia, ne sono stato davvero commosso.
La partecipazione e le richieste di tantissima gente anche in questi giorni mi fanno sentire ancora più forte la responsabilità della rappresentanza politica. E l’amarezza per la decisione che vorrebbe impedirmela. Tanto più che per me, considerata la mia professione, un incarico istituzionale come quello parlamentare è condizione necessaria per poter fare politica. Anche per questo non è stato facile per me rifiutare le proposte di candidatura da parte di Leoluca Orlando ed Antonio Di Pietro. Alla fine ho preferito evitare di dare anche solo l’impressione di assumere un’altra appartenenza o di cercare un’altra casa, quando io, come sapete, credo nel superamento di questi partiti e nella creazione di una casa comune dei democratici.
È questo ora l’obiettivo su cui lavorare, il mio destino personale e professionale non è così importante. C’è molto da fare a Trento come a Roma, e visto come vanno le cose, non c’è da contare su questi partiti. È desolatamente chiaro come Romano Prodi sia lasciato solo ed usato come un’icona da partiti che cercano prima di tutto l’affermazione di se stessi. Ma l’occasione elettorale è comunque un’opportunità per esercitare il limitato potere che una pessima legge elettorale ancora ci lascia.
Giovanni Kessler
http://www.giovannikessler.it/documento.php?id=1163
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"... la scena più comica è quando la Guardia di
Finanza è costretta a presentargli le armi."
Enzo Biagi
Un clamoroso successo
Dopo cinque anni di follie, oggi gli italiani sono pronti a credere a
tutto.
Il successo del foglio con i finti appunti di Berlusconi durante il
confronto con Prodi è dovuto anche a questo.
La prova? Diario rilancia e vi propone in esclusiva una sequenza della
lite
di Berlusconi al Parlamento europeo di Strasburgo con Martin Schulz. Il
filmato integrale può essere visto sul dvd Quando c'era Silvio.
Storia del
periodo Berlusconiano, di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani in vendita
nelle
librerie Feltrinelli, nelle edicole, ma anche online con uno sconto del
29%.
Il finto foglietto berlusconiano viene cliccato in queste ore da
milioni di
persone. C'è chi ha riso, riconoscendone immediatamente il
carattere
satirico, e chi, invece, a destra e a sinistra, ha pensato a un vero
scoop.
All'origine del vertiginoso passa parola c'è la somma di queste
due
reazioni. Nel pubblicare il foglio, non pensavamo di trarre in inganno
qualcuno. Nessun intento alla Orson Welles, per intenderci. Eppure
questo è
accaduto. Perché?
La risposta non può che essere una: in questi anni Silvio Berlusconi ha
abituato gli italiani a tali e tante mattane che tutti siamo pronti ad
accettare da lui qualunque cosa. Anche che scriva durante un faccia a
faccia
con Prodi: "Coop bastardissime", "Cribbio, come fa a non
sforare?", "La
prossima volta trucco i cronometri". È il contrario della fiaba
del bambino
che gridava al lupo al lupo.
http://www.quandocerasilvio.com
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Bombe per la tv
Gli Usa lanciano una grande offensiva a Samarra, per rispondere alle critiche
“Siamo rimasti sorpresi dall’operazione statunitense a Samarra. Mentre in Parlamento si discuteva delle difficoltà attuali e del futuro dell’Iraq, mentre insomma si cercava una soluzione politica al conflitto, ecco che gli Stati Uniti decidono per un’opzione militare di queste proporzioni”. Questo il commento di Saleh al-Mutleq, un politico sunnita di lungo corso.
In grande stile. Al-Mutleq non è l’unico a essere stupito dall’operazione e, in particolare, quello che lascia perplessi è la pubblicità data all’attacco dai militari Usa. Non era mai accaduto prima che il comando militare statunitense in Iraq desse tanta pubblicità a un’operazione e ne fornisse tanti dettagli. Ieri i generali Usa hanno diffuso un comunicato alle testate giornalistiche dove specificavano, con una certa enfasi, che sarebbe cominciata l’Operazione Swarmer, per rendere l’idea di un covo di termiti da sterminare, “la più grande offensiva in Iraq dall’inizio della guerra nel marzo 2003. L’azione è finalizzata a stanare i guerriglieri, in particolare quelli stranieri che si nascondono nei villaggi attorno alla città di Samarra, e arrestarli, oltre a distruggere i loro nascondigli e i loro depositi di armi e munizioni. L’offensiva è destinata a durare diversi giorni”. A questo scopo, è stata approntata una forza d’assalto composta da circa 70 elicotteri, formata dagli UH-60 Black Hawk, dai Chinook per il trasporto truppe e dagli AH-64 Apache d’assalto. La copertura aerea garantirà il trasporto nella zona di 1500 militari, Usa e iracheni, e di 200 veicoli, in massima parte Humvee. La Cnn ha interrotto le trasmissioni per un’edizione speciale, con immagini delle truppe Usa che partivano all’assalto. In particolare è stata trasmessa la partenza della squadriglia di elicotteri che si alzavano in volo all’unisono, come in una scena di Apocalypse Now, il grande film di Francio Ford Coppola sulla guerra del Vietnam.
Caccia a Zarqawi. Obiettivo dell’attacco è la zona di Hamreen, a nord – ovest di Samarra, la città che rappresenta il vertice alto del famigerato ‘triangolo sunnita’ (gli altri due sono Baghdad e Ramadi). Secondo il comando Usa in Iraq, è qui che si nasconde l’Organizzazione di al-Qaeda per la Jihad nella terra dei due Fiumi, quella comandata, secondo Washington, da Abu Musab al-Zarqawi. Il centro da dove si muovono i cosiddetti ‘arab fighters’, cioè gli stranieri che sono affluiti in Iraq nel 2003 per combattere la loro guerra santa contro gli invasori. L’attentato alla moschea sciita al-Askarya del 22 febbraio scorso, a Samarra, è stato il detonatore di una serie di brutali rappresaglie tra sunniti e sciiti. Le violenze interconfessionali non erano una novità, ma la distruzione di un simbolo del credo sciita ha peggiorato la situazione, portando il Paese sull’orlo di una guerra civile. In questo senso non aiuta la paralisi del Parlamento iracheno che, a tre mesi dalle elezioni, non è riuscito ancora a eleggere un Presidente dell’Assemblea, un governo e un Primo Ministro.
Riflettori sull’attacco. Tutte le informazioni fornite dal comando statunitense in Iraq rispetto a questa operazione, iniziata in contemporanea con la prima fallimentare seduta del parlamento iracheno, sembrerebbe fornire una spiegazione allo stupore di Saleh al-Mutleq: dare all’opinione pubblica, soprattutto interna, un segnale forte di risolutezza. Proprio ieri un sondaggio della Gallup constatava che l’appoggio dell’opinione pubblica alla guerra in Iraq è ai minimi storici. La paralisi del Parlamento iracheno, la cui elezione era il fiore all’occhiello dell’amministrazione Bush e rappresentava il più grande successo dell’operazione Iraqi Freedom, ha fatto aumentare ancora di più la pressione sull’amministrazione Bush da parte degli elettori Usa, che vedono aumentare il numero dei morti statunitensi in Iraq, ma non vedono risultati. In particolare è Donald Rumsfeld, il capo del Pentagono, a essere nell’occhio del ciclone, essendo diventato l’obiettivo degli attacchi dei neo-con Usa. Gli intellettuali di destra che hanno voluto il rovesciamento di Saddam ritengono Rumsfeld il principale artefice di quello che, nel terzo anniversario dell’inizio della guerra, sembra sempre più un fallimento. Questo spiegherebbe la grande pubblicità data all’attacco, al contrario di operazioni come l’assedio di Falluja, molto più dure, sulle quali è stato imposto un vero e proprio black-out dell’informazione. Questa volta bisognava dimostrare che gli Usa si danno da fare e soprattutto bisognava farlo vedere in tv, il mezzo decisivo per vincere le battaglie contemporanee. Quelle elettorali.
Christian Elia
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=4997
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La banca del Giappone ridurrà drasticamente la liquidità
L’edizione del 10 marzo del Sueddeutsche Zeitung, uno dei tre quotidiani nazionali tedeschi, ha dedicato un ampio articolo all’insolvenza di Lion Advisors, un hedge fund di Monaco di Baviera. A sostegno della tesi della rischiosità di queste strutture finanziarie il quotidiano correda l'articolo con la foto di un cartello elettorale del Movimento Solidarietà tedesco: “Ciò che nessun al di fuori di noi ha il coraggio di dire: gli hedge funds implodono! Crolli da 40%! Siamo nel pieno della crisi sistemica delle banche! BüSo 2005”.
Il 9 marzo, in quello che è un primo passo per porre fine alla politica dei tassi zero, la Banca del Giappone ha deciso una drastica riduzione della liquidità che tiene a disposizione del mercato interbancario giapponese. Dalla primavera 2001 erano disponibili dai 30 ai 35 mila miliardi di yen, pari a circa 300 miliardi di dollari, mentre adesso è iniziata una manovra per ridurre questo volume dell'80%. Resteranno così 6 mila miliardi di yen, pari a circa 50 miliardi di dollari. Si tratta di una riduzione graduale per la quale occorreranno alcuni mesi in maniera da evitare grossi scossoni. La riduzione della liquidità disponibile dovrebbe spingere in alto i tassi di mercato, anche se la Banca del Giappone manterrà i suoi tassi a zero, almeno per il momento.
Quest'ultima decisione è un compromesso su cui hanno pesato le pressioni del governo del Sol Levante, che è pesantemente indebitato, e quelle della comunità finanziaria internazionale.
Mentre i tassi tenderanno ad aumentare e si contrarrà la liquidità delle banche centrali in Giappone, Europa e USA, si assottiglieranno rapidamente nel corso dell'anno i margini del “carry trade” (vedi qui).
I rendimenti dei titoli di stato e delle obbligazioni societarie sono già aumentati sui principali mercati mentre il volume delle emissioni di questi bonds sono aumentate in vista di nuovi aumenti dei tassi. Nelle ultime settimane il panico ha già determinato due tornate di svendite di azioni, obbligazioni e valute che hanno interessato quasi tutti i cosiddetti “mercati emergenti”. Il primo è stato provocato dal “crac islandese” di febbraio, ed occorre a questo punto rilevare che le ripercussioni internazionali della crisi islandese sono tutt'altro che finite. La seconda tornata si è verificata il 7 marzo, quando le azioni dei mercati emergenti hanno complessivamente subito la caduta più grave degli ultimi due anni. Quel giorno i mercati azionari di Russia, Turchia e dei paesi latinoamericani hanno perso dal 3 al 6 per cento, spingendo in alto i premi di rischio sui bond dei rispettivi governi. Le valute di Brasile, Turchia e Sud Africa hanno perso quota. La svendita è stata accompagnata da liquidazioni sui mercati delle commodities che hanno colpito in particolare rame, zinco e alluminio che avevano raggiunto prezzi record sotto la spinta speculativa degli hedge funds.
Pronta a scoppiare la bolla dei mercati emergenti
L'ultimo rapporto trimestrale della Banca per i Regolamenti Internazionale (BRI) sottolinea la situazione precaria in cui versano i titoli dei mercati emergenti che hanno registrato un forte apprezzamento sotto il “carry trade” internazionale degli ultimi anni, tanto che l'introduzione del rapporto è intitolato: “I mercati emergenti raggiungono massimi storici”.
La BRI nota: “Il prezzo degli assets nei mercati emergenti ha raggiunto massimi storici all'inizio dell'anno. Investitori stranieri hanno rastrellato azioni e obbligazioni dei mercati emergenti spingendo gli indici verso il margine superiore del loro ambito storico, in alcuni casi superandolo”. In aggiunta ai “già impressionanti aumenti del 2005”, obbligazioni, azioni e valute dei mercati emergenti “sono andati forte a gennaio e febbraio … Le azioni hanno registrato gli aumenti maggiori. Quasi tutti i mercati azionari emergenti hanno registrato nel 2005 aumenti a due cifre, guidati da Egitto, Colombia e Arabia Saudita, dove il prezzo delle azioni è più che raddoppiato”. Questa corsa agli acquisti “è stata alimentata soprattutto dall'afflusso di capitali stranieri”. Al tempo stesso i mercati emergenti hanno potuto vendere 231 miliardi di dollari di azioni sui mercati internazionali nel 2005, un massimo storico e il 52% in più dell'anno precedente. Queste obbligazioni hanno mediamente offerto quasi il 12%, secondo alcune stime private.
L'altro mercato ad alto rischio ed alto rendimento in cui si sono riversati enormi capitali nel 2005 è quello delle obbligazioni societarie, compresi i junk bond. “Negli ultimi mesi non è diminuita la rapidità delle fusioni e acquisizioni, comprese le acquisizioni ad alto tasso d'indebitamento (leveraged buyout - LBO). Le acquisizioni annunciate nel 2005 ammontano a 3,2 mila miliardi, circa il 30% in più rispetto al 2004 e il massimo dal 2000. La cosa più preoccupante per i credit investors [chi investe ricorrendo all'indebitamento - ndr], è che i LBO hanno raggiunto nel 2005 il livello massimo dall'epoca della frenesia delle acquisizioni alla fine degli anni Ottanta, una frenesia che contribuì subito dopo ad un drastico aumento delle insolvenze societarie. Inoltre, diversamente dagli anni Ottanta, il recente aumento delle LBO non si limita agli Stati Uniti. In effetti, più della metà dei contratti riguarda imprese al di fuori degli USA, soprattutto in Europa ma anche in Asia”, nota la BRI.http://www.movisol.org/znews048.htm
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Mi chiamo Leonardo, ho 32 anni, e non vi odio più
La prima cosa che mi viene in mente, davanti al nuovo libro di Aldo Nove (Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese) è: che titolo triiiste, non lo venderanno mai.
Si tratta naturalmente di un'impressione sbagliata. All'Einaudi-Stile-Libero sanno il fatto loro.
E poi andiamo, non si è ancora capito? La lagna tira. Non facciamo che lamentarci di quanto poco guadagniamo. I nostri padri esploravano i mondi artificiali, e noi sappiamo solo prendercela perché ci aumentano l'affitto e la benzina, e ci rinnovano il contratto (forse) ogni due mesi. Non sappiamo vedere più in là. Generazione gretta e venale.
Del resto io, se non si è ancora capito, la mia generazione l'ho odiata, sin dalle elementari, sin dalle prime pubblicità Mattel che interrompevano i cartoni animati su Telesanterno. Odiavo la bimbetta bionda che si circondava di miniaccessori di plastica rosa fluorescente. Odiavo anche la sua versione con autopista e big jim. Con l'autopista ci ho giocato e credo persino col big jim, ma i ragazzini viziati e leccati delle pubblicità li ho odiati di un odio viscerale, etnico. Il consumismo mi stava sulle palle molto prima di aver mai sentito la parola "consumismo", e forse anche la parola "palle". Non so il perché. Forse è semplicemente genetico: c'è una percentuale di persone che nasce refrattaria allo shopping. Non vi resta che sterminarci – o smettere di riprodurvi con noi – ma non è facile, perché siamo rudi e tenebrosi.
Un altro picco di odio l'ho avuto da matricola universitaria. Credo che avesse a che fare con le tare congenite dell'università di massa – lezioni oceaniche e vacue, sedersi sui gradini, le orazioni dei ciellini e i bonghi dei pancabbestia, vaffanculo, morite tutti, e dire che ho fatto pure due occupazioni. La cosa incredibile è che nello stesso periodo c'erano scrittori – più o meno della stessa mia età o anche più giovani – che scrivevano di questa università di massa oceanica e vacua e andavano forte, erano la nuvelvàg della letteratura italiana, e io li odiavo; senz'altro c'era invidia perché da un mondo così grigio sapevano tirarci fuori storie vendibili, e uscivano con ragazze più carine delle mie, ma c'era anche quel problema genetico di cui sopra.
In realtà non è così vero che li odiassi, suvvia. Erano ragazzi come me, evidentemente più bravi di me, che non se la tiravano nemmeno tanto. Quello che non sopportavo ero i loro lettori. Sia quelli più giovani, che vedevano mondi meravigliosi e cannibalismo selvaggio dove c'era soltanto un po' di sfiga medioborghese; sia i più vecchi. I vecchi. I vecchi che leggono gli scrittori giovani e s'informano. Sugli usi e sui costumi. I vecchi che vogliono sapere la musica che ascoltiamo, le sostanza che assumiamo, e soprattutto se scopiamo. Io ho odiato la mia generazione, soprattutto quando pubblicava i suoi diari e ammiccava lubrica alle altre generazioni bavose. Sì, era pieno di p e d e r a s t i in giro, ma se andate in giro conciati in quel modo ve la state cercando.
Dieci anni fa apriva Einaudi-Stile-Libero, con un libro che ho odiato intensamente, ai tempi suoi. Era un reportage sulle camerette dei ragazzini. Le camerette. Dei ragazzini. Che invece di uscire di casa restano in famiglia e si fanno la cameretta. E si sa che gli adulti ne vanno matti, per queste cose. Gli adulti vogliono sapere come si chiama il cantante del poster. Vogliono eccitarsi davanti alla tua originalissima collezione di CD. Non vedono l'ora di sfogliarti la smemoranda e andare in deliquio davanti alle foto dell'interrail dell'estate scorsa – quando dovevate girarvi tutta la Francia la Germania e invece vi siete piantati quindici giorni in un campeggio ad Amsterdam. (io comunque amavo immaginare che sull'armadio ci fosse ancora il vecchio big jim, o qualche accessorio in plastica rosa, perché non vedevo nessuna vera soluzione di continuità tra la vostra infanzia di plastica e la vostra adolescenza: la cameretta era la stessa, e voi eravate gli stessi, solo con qualche smorfia in più). Il ggiovanilismo, il lolitismo, l'ipocrisia melliflua di chiamare Fuori tutti un libro che invece invitava tutti dentro la propria vita privata… vi ho odiato, maledetti, non ve l'ho detto perché nelle camerette delle vostre sorelle cercavo spesso di entrarci, ma vi disprezzavo. No, non avevo nessun piedistallo da cui disprezzarvi, lo facevo e basta. Ero giovane anch'io, va bene?
Ci pensavo l'altro giorno e mi chiedevo: chissà che fine hanno fatto, quei ragazzini. Se in media avevano sedici anni, quando posavano aprivano il loro sancta sanctorum giovanile ai vecchi curiosi, adesso in media ne hanno ventisei; in qualsiasi altra nazione occidentale avrebbero finalmente lasciato la loro cameretta, ma sarebbero ancora i protagonisti assoluti dello spettacolo del consumo, il target più ambito perché è quello che compra di più.
In qualsiasi altra nazione occidentale, ma in Italia no. Da noi la generazione più consumista è quella over 35. Sono loro che si divertono a comprare l'Ipod nuovo ogni volta che ne lanciano uno. Sono loro a spassarsela con l'high tech e la parabola. Invece il ventiseienne-tipo, oggi, è il più delle volte un neolaureato nel panico, che scopre con angoscia di essere stato sovraqualificato: vale a dire che il mondo del lavoro aveva bisogno di persone meno laureate di lui, da pagare meno e da mandare a casa ogni due mesi.
Il mondo cambia. E Stile-Libero si adegua. Dieci anni fa s'invitava nella vostra cameretta, adesso viene a misurarvi il monolocale. Dieci anni fa vi chiedeva la boy band preferita. Adesso s'informa su quanto prendete in busta. Certo, se ha 40 anni, Roberta non può aver posato per Fuori tutti. Ma mi piace pensare che tra le persone intervistate da Aldo Nove ci sia anche qualche reduce del libro di dieci anni fa. E mentre lo penso, dovrei provare un gusto sadico. Perché continuate a sembrarmi di plastica come i vostri giocattoli – vent'anni fa vi vendevano bambole, dieci anni fa scrittori giovanilisti e cannibali, poi c'è stato il revival della plastica anni Ottanta (vi hanno rivenduto gli stessi giocattoli usati, a prezzo maggiorato) e adesso siete pronti per l'industria culturale della lagna. E quindi io dovrei detestarvi, sono nato per farlo. Programmato per farlo.
Ma qualcosa non va – ieri sera per esempio in tv ho visto Aldo Nove, con quelle borse sotto gli occhi, così terribilmente adulto – e pensate un po? mi stava simpatico. E pure voi, con le vostre lagne, e il parlar sempre di affitti e banche che non ti fanno il mutuo – non vi ho mai voluto tanto bene come adesso. Vorrei venirvi a trovare in tutti i vostri monolocali, fare la pipì in tutti i servizi delle vostre mansarde-con-servizi.
Non vi odio più, questa è la verità. Sì, c'è stato un tempo in cui vi ho odiato, vi ho amato; ma adesso stiamo semplicemente invecchiando assieme.http://leonardo.blogspot.com/
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11 settembre: Processo Moussaoui sull'orlo del disastro
La maledizione che da anni accompagna la causa di Zacarias Moussaoui non sembra esaurita. I pubblici ministeri sono sull'orlo di una clamorosa disfatta che farebbe sentire i propri effetti anche sull'amministrazione Bush, per la quale lavorano. Una violazione delle regole processuali ha provocato una battuta d'arresto nel processo all'unica persona incriminata negli Usa per l'attacco dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, che rischia di venir annullato con la conseguenza di cancellare la possibilità di una condanna a morte. «Con il disastro che è stato fatto fino a ora, è difficile che potremo andare avanti», ha dichiarato la furibonda Leonie Brinkema, il giudice federale che presiede il processo ad Alexandria, in Virginia, e che da oltre quattro anni è alle prese con la vicenda giudiziaria di Moussaoui.
Il giudice ha aggiornato il processo a domani, mandando a casa per due giorni la giuria popolare. Prima che i giurati si ripresentino in aula, discuterà a porte chiuse la situazione con accusa e difesa. Ed è probabile che volino parole grosse.
A provocare l'irritazione del giudice è stato l'operato di una avvocatessa del governo, Carla Martin, che lavora per la Transportation Security Administration, l'agenzia federale che si occupa della sicurezza dei voli. La donna in questi giorni ha seguito il processo nell'aula della Corte a pochi chilometri dal Pentagono e ha chiesto e ottenuto copie delle trascrizioni degli interventi di accusa e difesa e degli interrogatori dei primi testimoni, una serie di agenti dell'Fbi. Fin qui niente di strano. Ma nel fine settimana la Brinkema ha scoperto che l'avvocatessa ha usato i verbali per "addestrare" sette funzionari della Federal Aviation Administration (Faa), l'ente per i voli americano, che devono ancora testimoniare.
Il processo ad Alexandria si svolge senza la presenza di telecamere e tra rigide misure di sicurezza. Una delle regole imposte dal giudice era che nessuno dei testimoni potesse venir informato di ciò che accade in aula. Invece è proprio quello che sarebbe accaduto con i testi della Faa.
«In tutti i miei anni sui banchi di tribunale - ha detto la Brinkema, furiosa con i pm del ministero della Giustizia - non ho mai visto una violazione così clamorosa di una regola sui testimoni. È il secondo errore significativo che fa il governo e ora è molto difficile per questo caso andare avanti».
Il riferimento è a una precedente strigliata fatta dal giudice la settimana scorsa ai pm, quando ha sostenuto che hanno messo in piedi un caso molto debole per ottenere una condanna a morte.
Edward MacMohan, uno dei difensori dell'imputato francese, si è subito fatto avanti per chiedere che il processo venga annullato e sparisca la possibilità della pena capitale. Un esito che appare sempre più possibile, visto che anche i procuratori dell'accusa hanno riconosciuto che l'avvocatessa della Tsa ha commesso un errore clamoroso, rendendo in pratica non utilizzabili dei testi che rappresentavano buona parte delle armi a disposizione dei pm.
da www.corriere.com
edizione on line del Corriere Canadese
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Sudan : nuovi morti e violenze nel sud , vittime ONU
di osservatoriosullalegalita.org
Due uomini armati hanno attaccato ieri nottetempo un centro per rifugiati delle Nazioni Unite nel Sudan meridionale, uccidendo una gurdia e ferendo gravemente un membro del personale internazionale e un'altra guardia locale.
Scioccato l'alto commissario dell'ONU per i rifugiati António Guterres. L'agenzia ONU e' stata costretta a sospendere il rimpatrio previsto di alcune delle centinaia delle migliaia di Sudanesi che sono scappati dalla guerra civile. Sono 350.000 i rifugiati del sud-Sudan che si trovano in paesi limitrofi e circa 4 milioni si sono spostati all'interno dello stesso Sudan.
Lo speciale rappresentante di Kofi Annan per il Sudan, Jan Pronk, ha espresso preoccupazione a seguito dell'attacco ad un convoglio di ex soldati del sud con le loro famiglie che si dirigevano a KHartoum e che ha generato 32 morti e piu' di 30 feriti.
E' inaspettato il ritorno di violenze nel sud, dove una guerra ventennale e' stata conclusa da un accordo di pace patrocinato dall'ONU.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Romania: sieropositivi ed emarginati
scrive Mihaela Iordache
La metà dei bambini europei sieropositivi vivono in Romania. Sono stati nella maggior parte vittime di trasfusioni con sangue infetto. Negli anni '80 si nascondeva il problema che solo ora si inizia, con difficoltà e pregiudizi, ad affrontare
Bambino in un ospedale di Bucarest (Internet) Nel 2005 si stima che sono morte a causa dell’AIDS tre milioni di persone, il 70% delle quali solo in Africa. Si muore però anche in Europa dove la Romania resta il paese con il numero più alto di pazienti affetti da HIV\AIDS nell'Europa Sud Orientale.
All'inizio degli anni novanta si scoprì che oltre il 50% dei bambini sieropositivi europei vivevano in Romania. Secondo una statistica pubblicata dalla Commissione per la prevenzione dell'AIDS di Bucarest, il 31 dicembre 2005 erano registrati 9825 malati di AIDS dei quali 7263 bambini ed adolescenti. Ora si parla di oltre 11.000 persone colpite.
Solo l'anno scorso più di 360 bambini sono deceduti a causa della malattia. Negli ultimi cinque anni invece oltre 4300 persone malate di AIDS sono scomparse. La maggior parte dei giovani ha contratto l'infezione alla fine degli anni ottanta attraverso trasfusioni di sangue eseguite negli ospedali della Repubblica Socialista di Romania. Soprattutto negli orfanotrofi: molti bambini sottonutriti infatti e con resistenza immunitaria debole venivano spesso sottoposti a trasfusioni di sangue e quindi erano più esposti.
Dell'esistenza del virus si è saputo in Romania quando le autorità comuniste decisero che si potesse sapere, alla fine degli anni ottanta, mentre in altri paesi era già noto dal 1981, quando fu diagnosticato per la prima volta. E da allora i medici si sono confrontati con migliaia di casi di bambini infetti, che non rispondevano ad alcun trattamento e che in molti casi erano già ridotti a pelle ed ossa, in stadi avanzati della malattia. Molte di queste immagini shock hanno fatto il giro del mondo. Per la stessa gente comune fu una scoperta da brividi.
Le autorità guardarono con fastidio alla campagna internazionale che mostrava i bambini romeni malati di AIDS perché ritenevano ingiusto mostrare solo i problemi del paese. Ma quest'atteggiamento andò a discapito dell'individuazione di strategie e piani di azione per aiutare le migliaia di giovani infettati in tenera età con una siringa non sterilizzata.
I primi casi di AIDS nei minori sono stati riferiti all'Organizzazione mondiale della sanità nell'89 ma ancora poco si sapeva nel paese su quante persone erano state colpite dal virus.
Nei giorni scorsi, nell'ambito di una riunione regionale tenutasi a Bucarest tra i rappresentanti dell'Europa del Sud-Est, il ministro romeno della Salute, Eugen Nicolaescu, ha dichiarato che “paghiamo ora, con risorse importanti, gli errori fatti per la maggior parte dal regime comunista, errori in seguito ai quali 10.000 persone, soprattutto bambini, sono stati infettati probabilmente nelle unità sanitarie”. Il ministro ha ricordato che “l'intera regione attraversa un periodo di transizione, con molte priorità che derivano dalla necessaria riforma economica o dalle situazioni di post conflitto e che aspettano una soluzione”.
Il ministro romeno ha affermato che nell’attuale contesto “problemi come HIV/AIDS trovano comunque un posto sulla nostra agenda di priorità. Anche se non mancano le difficoltà”.
In effetti, secondo le stime della Banca Mondiale, se non si prendono misure efficaci, entro il 2010, l'1% della popolazione della Romania potrebbe essere infetta da HIV. Nel 2000, l’HIV/AIDS è stata dichiarata priorità nazionale e in questo senso è stato varato il Programma nazionale di accesso accelerato al trattamento e cure mediche.
Nelle sue prese di posizione, il presidente della Commissione nazionale per la lotta all'AIDS, Adrian Streinu Cercel, ha dichiarato che “in Romania i bambini infettati con HIV hanno diritti che nessuno al mondo ha”. Un'affermazione ardita: questi “diritti” constano di un supplemento nutrizionale di 54.000 lei al giorno (circa 1 euro e mezzo), una somma mensile di due milioni di lei (circa 58 euro) che i genitori o un parente possono ricevere come accompagnatore, ed infine di cure gratuite che costano allo stato annualmente 28 milioni di dollari.
L'anno scorso Cristian Traicu dell'Organizzazione “Angeli Custodi-Medgidia” - membro dell'unione nazionale delle organizzazioni per le persone affette di HIV/AIDS, UNOPA - aveva fatto un appello alle autorità chiedendo di rispettare il diritto alla vita, alle cure e ad un posto di lavoro, quindi il diritto “ad una vita decente”.
I giovani ammalatisi dal canto loro riportano che l'80% di loro sono stati infettati non per loro causa ma per trasfusioni di sangue infetto o con siringhe non sterili. “Se nessuno ha pagato per il male che mi hanno fatto quando avevo 2-3 anni, allora lo stato ha l'obbligo di assegnarci una somma mensile che ci assicuri una vita decente”, ha dichiarato un giovane malato di AIDS, citato dalla stampa di Bucarest.
Nell’ottobre del 2002 è entrata in vigore la legge 584 relativa all'adozione di misure contro la diffusione della malattia in Romania nonché alla tutela delle persone sieropositive o affette dall'AIDS. Secondo la legge le persone in causa hanno diritto alla vita, a non essere discriminate, alla libertà di movimento, al lavoro. Inoltre i funzionari che hanno accesso ai dati privati devono per legge mantenere la riservatezza.
Ma non accade sempre così. Ci sono casi in cui una persona ha perso il lavoro perché sieropositiva oppure perché aveva un bambino malato di AIDS. I pregiudizi sociali nei confronti di queste persone persistono e conducono all’isolamento. Molti genitori hanno dovuto cambiare più volte la casa o la scuola dove studiava il figlio malato. Altri hanno preferito abbandonare il figlio malato invece di lottare per lui.
Nella Valle del Jiu, una regione mineraria sommersa dalla povertà, vivono 97 minori sieropositivi, in maggior parte nati tra il 1989 e il 1990. Negli ultimi due anni almeno dieci bambini sono morti a causa del virus. Le mamme continuano ancora a chiedere come sia stato possibile che da genitori sani siano nati bambini malati. I giovani sanno di essere “diversi” ma vogliono vivere come se non lo fossero. Hanno una volontà di ferro, anche se il loro corpo può essere abbattuto da un semplice raffreddore. Le autorità e le ONG cercano di spiegare alla gente come si diffonde la malattia e perché i piccoli devono essere accettati. Compito non facile. Molti di questi bambini non hanno mai seguito un corso scolastico.
Un esempio dei molti pregiudizi ancora presenti è stata la costruzione del Centro Santa Maria per bambini sieropositivi abbandonati dai genitori nel villaggio Golesti della contea di Vrancea. La gente del posto ha protestato contro la presenza dei bambini nelle loro vicinanze ma alla fine gli spiriti si sono calmati anche grazie alle spiegazioni, ai depliant e all’informazione circa la trasmissione della malattia dati rgazie ad una campagna che ha avuto eco nazionale. Qualcuno dei giovani del centro ha anche potuto essere inserito nella scuola del villaggio e frequentare i corsi.
La gente di Golesti considerava i bambini affetti dall'AIDS come un pericolo, anche se vivevano confinati in un centro privi di contatto con l'ambiente esterno. I minori sono coscienti che la gente non li vuole, e non riescono a darsene una ragione spesso ritenendo di aver sbagliato qualcosa. Presso la Fondazione Romanian Angel Appel sette bambini sieropositivi elaborano una banca dati con testimonianze dirette che riguardano la discriminazione sociale. E’ un progetto a cui partecipano Romania, Russia, Italia, Spagna e Portogallo. Forse le loro testimonianze dirette riusciranno a cambiare qualcosa nella percezione delle persone nei loro confronti. Forse molti capiranno che questi hanno bisogno d'aiuto ma soprattutto d'affetto. Perchè per loro ogni istante della vita conta. E si conta.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5399/1/51/
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Qatar: il petrolio come risorsa primaria
Piccolo paese affacciato sul Golfo Persico, il Qatar ha fatto del petrolio il traino della propria economia. La nazionalizzazione della risorsa e le successive joint ventures con le maggiori compagnie petrolifere private hanno permesso uno sviluppo progressivo e molto redditizio per il sistema economico del paese mediorientale. Nuovi progetti mirano all'aumento della capacità produttiva e ad un maggiore sviluppo tecnologico.
Mariadele Di Blasio
Equilibri.net
La produzione petrolifera: i giacimenti
Le prime prospezioni a dare esito positivo risalgono al 1939 anche se il pieno sfruttamento del petrolio ha coinciso con lo sforzo bellico durante la Seconda Guerra Mondiale ed è proseguito a pieno ritmo negli anni Cinquanta quando è stato portato avanti un processo di espansione e modernizzazione delle infrastrutture petrolifere.
Oggi il Qatar è uno dei membri dell' Organization of Petroleum Exporting Countries (OPEC) e ha una produzione che si attesta intorno ai 1,068,000 barili al giorno, dei quali 783,000 barili sono di petrolio grezzo. Il 62,2% dell'intero Prodotto Interno Lordo deriva dall'esportazione del petrolio e dei suoi derivati e grazie al costante aumento del prezzo mondiale del greggio il PIL è cresciuto dal 2004 al 2005 del 6,7%. Ciò che rende il Qatar ancor più un attore strategico all'interno del quadro energetico mediorientale è l'ammontare delle riserve certe: 15,2 milioni di barili. In più non si può ignorare la tipologia di petrolio che riempie le riserve qatarine, infatti considerando l' API (American Petroleum Unit), unità di misura espressa in gradi utilizzata per indicare il peso specifico del petrolio, ci troviamo di fronte a valori che oscillano tra i 24° e i 41°.
La produzione petrolifera qatarina si muove su due fronti: onshore e offshore.
Per quel che riguarda l'onshore è presente un unico giacimento petrolifero lungo la costa occidentale della penisola, Dukhan, il più produttivo e il primo in cui sono cominciate le operazioni di estrazione nel biennio 1939-1940, anche se la produzione vera e propria è iniziata nel 1949. E' formato da tre riserve di petrolio grezzo e una da cui si estrae il gas non associato: è lungo approssimativamente 60 chilometri e largo 25. La capacità di produzione del campo di Dukhan si aggira intorno a 335,000 barili al giorno. Certamente i giacimenti offshore rivestono il ruolo centrale nello sviluppo del settore petrolifero e lo Stato del Qatar ne ospita ben otto.
Il primo ad essere costruito è stato il campo denominato Idd Al Sharqi. Si trova ovviamente all'interno delle acque territoriali del paese, trend che riguarda in generale tutti i paesi produttori, in quanto al di fuori di queste acque vige il diritto internazionale e dunque lo sfruttamento di eventuali giacimenti diverrebbe ovvio motivo di contesa. E' situato a circa 85 chilometri dalla costa orientale e attesta una produzione di 86,000 barili al giorno al Idd Al Sharqi Nord e 10,000 barili al giorno al Idd Al Sharqi Sud. Altro campo è denominato Mydan Mahzam che copre una superficie di 30 chilometri quadrati e la sua produzione ha raggiunto i 338,000 barili per giorno. Il giacimento di Bul Hanine è il più esteso tra quelli offshore (80 chilometri quadrati) ed è diventato di proprietà qatarina a partire dal 1969 dopo una ridefinizione dei confini marini tra Doha e Abu Dhabi. Ha una capacità produttiva di 67,800 barili al giorno. Anche Al Bandaq si divide tra il Qatar e gli Emirati arabi Uniti perché si estende a cavallo dei confini dei due paesi, per cui la sua produzione viene condivisa sulla base di un accordo che lega i due produttori.
Il giacimento di Al Shaheen è stato prospettato solo nel 1992 e sulla base delle ultime stime effettuate nel 2003 ha una capacità di 780,000 milioni di barili di petrolio. La produzione iniziata con un ritmo di 30,000 barili al giorno nel 2003 si è praticamente sestuplicata raggiungendo un picco di 182,000 barili al giorno. Al Rayyan ha visto la sua produzione quotidiana scendere nel 2003 di 12,000 barili rispetto a quella dell'anno precedente a causa della sua chiusura per tre mesi dovuta all'installazione di una nuova unità produttiva permanente. Sulla base di questo innovativo piano di sviluppo ci si aspetta un output giornaliero di 25,000 barili. Al Khaleej è un giacimento particolarmente ricco: la sua capacità secondo statistiche risalenti al 2003 si attesta intorno ai 334 milioni di barili mentre ad oggi la sua produzione supera i 10,000 barili al giorno. I due giacimenti di Al Karkara e l'A Structure nonostante siano state scoperte durante gli anni Settanta, hanno iniziato la propria produzione nel 2004. Stime risalenti al 2003 rivelano come i due campi posseggano riserve che superano i 42,200,000 di barili. Un attenzione particolare va dedicata all'isola di Halul, situata a circa 80 chilometri a nord-est della capitale Doha, che è stata dotata di tutte le infrastrutture necessarie per fungere da terminale internazionale del petrolio. L'isola ospita, infatti, 11 tanks adibiti allo stoccaggio del petrolio con una capacità complessiva di 5 milioni di barili. Il greggio da qui viene lavorato ed esportato. Halul ha un personale che si aggira giornalmente tra i 750 e i 900 dipendenti e ai quali viene fornito ogni genere di facilitazione ( case, ristoranti, aree ricreative...).
Compagnia statale e compagnie private
Esattamente come il resto dei paesi produttori di petrolio anche il Qatar gestisce le proprie riserve attraverso una compagnia statale, la Qatar Petroleum, e mediante joint ventures con le cosiddette multinazionali del petrolio. La Qatar Petroleum (QP), fondata nel 1974 a seguito del grave shock petrolifero dell'anno precedente, è interamente proprietà dello stato. Quest'organo controlla tutte le fasi che riguardano il petrolio: dalla prospezione all'estrazione, dalla raffinazione alla commercializzazione. La Qatar Petroleum è suddivisa in dipartimenti ognuno dei quali è specializzato nella gestione di un particolare giacimento petrolifero. I campi che afferiscono esclusivamente alla gestione della Qatar Petroleum sono l'onshore Dukhan, gli offshore Bul Hanine e Maydan Mahzam e per la produzione di gas il North Gas Field. Questa corporation statale formalmente ha il compito di utilizzare la più recente tecnologia per aumentare le riserve di petrolio.
Nonostante la nazionalizzazione della risorsa petrolio, il Qatar continua la propria produzione anche grazie alle numerose joint ventures che la Qatar Petroleum ha negoziato con le più importanti compagnie petrolifere esistenti. Infatti per quel che riguarda i giacimenti come Al Shaheen, Al Rayyan, Al Khaleej, Idd al Sharqi e Al Karkara sono gestiti sulla base di sharing agreements sullo sviluppo e l'esplorazione (DPSA) e sharing agreements sull'esplorazione e la produzione (EPSA) con tali multinazionali. Secondo gli accordi stipulati le compagnie private investono nello sviluppo dei giacimenti qatarini e poi ne dividono la produzione con lo Stato. Attualmente sette dei giacimenti offshore sono gestiti anche da compagnie estere private:
Al Shaheen: Maersk Oil Qatar
Al Rayyan: Anadarko Qatar Energy Co.
Al Khalij: Total
Idd El Shargi North Dome: Occidental Petroleum Qatar
Idd El Shargi South Dome: Occidental Petroleum Qatar
Al Karkara / A Structure: Qatar Petroleum Development Co.
El Bunduq: Bunduq Company Ltd.
Ad oggi le compagnie private che operano in Qatar sono responsabili di più di un terzo dell'intera capacità produttiva petrolifera dello stato del Golfo.
Accordi e progetti di sviluppo
La politica energetica del Qatar nell'ultimo decennio sta sviluppando nuove tendenze che hanno come unico obiettivo l'aumento dell produzione petrolifera. Tale goal viene perseguito attraverso la prospezione di nuove riserve, prima che il petrolio in quelle già esistenti diventi troppo costoso da estrarre, e lo sviluppo di nuove tecnologie di estrazione per rendere i giacimenti produttivi più a lungo. Come abbiamo già visto lo stato del Qatar sta cercando di estendere il numero di sharing agreements con le compagnie petrolifere private proprio per dare nuovo impulso agli investimenti stranieri.
Il Qatar ha firmato un accordo di esplorazione petrolifera onshore con la ChrevonTexaco: è un EPSA quinquennale che copre virtualmente tutta la penisola eccetto il giacimento di Dukhan.
Riguardo i campi offshore la danese Maersk Oil Qatar ha reso il proprio giacimento il più produttivo dello stato del Qatar grazie ai propri piani di sviluppo. Inoltre la compagnia nordeuropea ha concluso un accordo con la Qatar Petroleum nell'aprile 2004 per lo sviluppo dell'area adiacente a questo giacimento, le cui aspettative di capacità produttive si aggirano intorno ai 20,000 barili al giorno. L'Andarko che gestisce il campo Al Rayyan ha acquisito l'esplorazione della superficie nel maggio del 2004 e ha piani per condurre trivellazioni per nuove esplorazione nel medio periodo (cinque anni). La Total ha completato i propri piani di espansione nel giacimento di Al Khalij a metà del 2004. Il campo Idd El Shargi North Dome scoperto dalla Shell e oggi gestito dall' Occidental Petroleum che ha firmato nel 1994 un EPSA per 25 anni con la Qatar Petroleum nel quale ha deciso di inevestire $ 700 milioni di dollari per lo sviluppo, le riparazioni delle riserve, sistemi di iniezioni di gas e acqua e esplorazioni aggiuntive. Anche l' Idd El Shargi South Dome è sotto la gestione di un EPSA firmata nel 1997 tra l'Occidental e il QP. Questo giacimento funge da satellite dell' Idd El Shargi North Dome e la quota che appartiene alla compagnia danese è del 44%.
L'ultimo progetto riguardante il petrolio è la costruzione di un petrolchimico, Q-Chem, ad opera della Chevron Philips Chemical Company con il QP completato nel 2002. In realtà ad oggi si sta discutendo un progetto teso all'espansione della struttura già esistente con la costruzione della Q-Chem II da completare nel 2007.
Conclusioni
Lo Stato del Qatar grazie allo sfruttamento della risorsa petrolio si è trasformato da uno dei paesi più poveri del Golfo Persico ad uno nel quale oggi la popolazione ha uno dei pi alti tassi di guadagno più alti del mondo. La politica energetica dell'Emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani cerca di aumentare la produzione di petrolio in modo da poter reinvestire i guadagni in progetti di sviluppo e prospezione di nuovi giacimenti. La crescita del PIL di quasi sette punti percentuali dimostra come tali orientamenti stiano dando risultati più che positivi, grazie anche alla collaborazione con le compagnie estere.
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LA BOCCIATURA DEL CAVALIERE
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 17 marzo 2006
CI VOLEVA la Banca d´Italia per sbattere, finalmente, in faccia a Silvio Berlusconi quelle drammatiche verità contabili che il premier si ostina a nascondere, nelle sue sempre più noiose apparizioni televisive, dietro una grandinata di cifre l´una più campata in aria dell´altra. Altro, dunque, che prendersela con la slealtà delle critiche di Fini o con le accuse di quei comunisti dell´Unione come ama fare il Cavaliere, il re stavolta è nudo perché i dati del bollettino di Via Nazionale non lasciano spazio a espedienti interpretativi: i conti pubblici sono fuori controllo e l´economia italiana naviga in un mare in tempesta. Questo il formidabile consuntivo del glorioso quinquennio berlusconiano.
Bankitalia e la bocciatura del Cavaliere
Si può cominciare dal dato di fondo più dolente di tutti. Quello del debito pubblico, che il presidente del Consiglio ha il cattivo vezzo di lamentare come un macigno ereditato dagli altri e per il quale respingere così ogni responsabilità. Ebbene, su questo punto il giudizio di Bankitalia è sferzante: nel 2005 per la prima volta – contraddicendo una linea di risanamento avviata dieci anni fa dalla salda mano di Carlo Azeglio Ciampi – il rapporto fra debito e Pil ha ripreso a salire fino al 106,4 per cento, oltre due punti e mezzo sopra quello dell´anno precedente. In parole semplici: quel che il Cavaliere ha saputo fare con la montagna del debito è soltanto di farla crescere ancora.
E non basta. Non sono saliti soltanto i debiti dello Stato, ma anche quelli privati degli italiani che dal 18 per cento in rapporto al Pil del 1996 hanno raggiunto lo scorso anno la rispettabile quota del 30 per cento. Se si voleva un´ulteriore controprova delle difficoltà che le famiglie incontrano, mese dopo mese, nel far quadrare i conti dei bilanci domestici, questo dato taglia, come s´usa dire, la testa al toro. Dunque, il paese di Bengodi che il presidente del Consiglio descrive in televisione esiste soltanto nella sua immaginazione ovvero si tratta – per dirla con le parole del Cavaliere – di un plateale rovesciamento della verità.
Un´altra vanteria berlusconiana che il bollettino di Bankitalia manda letteralmente in pezzi è quella riferita alla continua e ininterrotta crescita dell´occupazione. Al contrario: lo scorso anno i posti di lavoro a tempo indeterminato – come già certificato dall´Istat – sono diminuiti di quasi mezzo punto percentuale. Ed è la prima volta che questo accade dal 1995. Vero è che si sono offerte più occasioni di lavoro ai giovani, ma anche questa medaglia ha il suo rovescio: oggi un giovane su due è assunto con un contratto a termine, dunque è costretto a sopravvivere nell´ansiosa condizione di chi sa che potrebbe ritrovarsi disoccupato da un giorno all´altro. Dunque, anche quando in parte si realizzano, le promesse di Silvio Berlusconi rivelano un vizio fondamentale: hanno le gambe corte, come le bugie.
Un ulteriore pilastro delle fantasticherie del Cavaliere viene poi abbattuto sul fronte decisivo della spesa pubblica. Chi non ricorda le declamazioni berlusconiane sui tagli alle uscite all´insegna di uno Stato più leggero per le tasche dei cittadini?
Ebbene anche qui il consuntivo Bankitalia è quello di un´autentica Waterloo per il prodigioso provvedimento che avrebbe dovuto bloccare entro il tetto del due per cento ogni aumento delle spese ministeriali nel 2005. Altro che limite perentorio e invalicabile, le uscite pubbliche sono cresciute l´anno scorso di un tondo quattro per cento: il doppio di quanto previsto e conclamato ai quattro venti.
Ma è proprio con il giudizio complessivo sull´andamento dell´economia italiana, negli ultimi anni, che gli esperti della Banca d´Italia lanciano il siluro più pesante agli alibi dietro i quali il governo Berlusconi ha cercato e ancora sta tentando di nascondere il fallimento delle proprie promesse.
Dice, infatti, il bollettino di Via Nazionale che lo sviluppo della nostra economia ha rallentato fino ad arrestarsi «indipendentemente dal ciclo economico». Virgolettato che spazza via d´un colpo tutte le miserevoli giustificazioni messe in campo dal Cavaliere per non assumersi la responsabilità della crescita zero a cui in finale ha ricondotto l´economia nazionale.
Insomma, altro che alzare i paraventi dell´11 settembre, della guerra in Iraq, della concorrenza cinese, della «escalation» dei prezzi petroliferi e così via raccontando panzane. La Banca d´Italia, come chiunque sappia guardare alla congiuntura internazionale, non può non constatare che l´Italia ha comunque fatto peggio di tutti gli altri paesi industrializzati, tanto nell´intero mondo occidentale quanto in Europa. Cosicché anche la penosa scusa dell´euro – largamente abusata dal Cavaliere – finisce alle ortiche perché, pure in Eurolandia, siamo finiti in coda al gruppo. Per giunta, con magre speranze di risalire la china dato che anche per il 2006 le previsioni di Bankitalia non si spingono oltre una crescita di poco più dell´un per cento, comunque inferiore alle prospettive che si aprono agli altri paesi.
Questa impressionante diagnosi della Banca d´Italia termina con un pressante appello affinché chi governa riprenda con urgenza il risanamento dei conti pubblici come necessaria premessa al rilancio dell´economia nazionale.
Conclusione logica, ma che suona oggi vagamente tragicomica perché – almeno per il momento – indirizzata proprio a chi ha la piena responsabilità politica di un simile documentato disastro. Si può sperare, per l´avvenire del paese, che la raccomandazione di Bankitalia sia almeno raccolta dal corpo elettorale nel voto ormai imminente.
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Se scoppia la Casa
Lo scioglimento della Casa delle libertà non è una buona notizia per il bipolarismo
Ma chi ha voluto questa legge elettorale?
di Gianfranco Pasquino
da l'Unità - 17 marzo 2006
Che gli alleati del Presidente del Consiglio Berlusconi fossero degli ingrati si era già capito almeno negli ultimi sei mesi quando era cominciata la corsa a prendere le distanze da chi, tutto sommato, li aveva portati e, non del tutto meritatamente, tenuti al governo. Che la loro ingenerosità potesse spingersi fino alle critiche, fra l'acidulo e il querulo, alla, sicuramente non entusiasmante, prestazione televisiva nel duello con Prodi, non era, invece, facile prevedere.
Dopo tutto, se mai volessero tornare al governo, Alleanza Nazionale, Lega Nord e persino l'Udc, se non si prepara a qualche salto della quaglia, continueranno ad avere bisogno di Forza Italia e del suo leader. Adesso, addirittura, decisamente fuori tempo massimo, il giustamente ex-Ministro Roberto Calderoli si accorge che la legge proporzionale da loro fermamente voluta è, con finezza padana, «una porcata», peraltro avallata a suo tempo dalla nota competenza dello stesso ministro. Sicuramente lo sarà per la Lega che, correndo da sola, dovrà contarsi e finirà per contare il suo declino, impossibile da arrestare persino rivendicando gli improbabili meriti della devolution. Naturalmente, se il centro-destra esplode anche a causa delle sue contraddizioni, il centro- sinistra (sperando che le sue contraddizioni esplodano soltanto dopo la vittoria elettorale...) non ha che da rallegrarsene. Berlusconi metteva il coperchio sui dissensi interni ed è stato in questi anni furbescamente generoso con i suoi alleati, ma, forse, i sentimenti profondi di populismo e antipolitica non mentono, un pochino di più con la Lega. Gli alleati, incoraggiati e favoriti dalla proporzionale, di cui, forse, si stanno tardivamente pentendo, separano il loro destino da quello del leader della Casa delle Libertà nella speranza di ridurre le dimensioni della propria sconfitta. Qui si pone il problema del dopo, vale a dire del funzionamento della democrazia italiana se la destra si sparpagliasse. Berlusconi era sicuramente stato «bipolarista» soltanto per pura convenienza volendo fare il pieno dei voti di tutti coloro che non vogliono la sinistra. Alla prova del fuoco, prima con l'opposizione ai due referendum elettorali (1999, 2000) poi con la confusa riforma proporzionale partitocratica, ha fatto semplicemente l'opportunista. La conseguenza del suo opportunismo elettorale, avallato dalla miopia e dalla partigianeria dei suoi alleati, è che sta fallendo anche il suo secondo obiettivo che, peraltro, continua a rimanere condivisibile: costruire una destra europea emoderna. Vero è che il compito, anche se il Cavaliere non èmai riuscito a capirlo, era difficilissimo per chi sguazza nel suo conflitto di interessi negandone acrobaticamente l'esistenza. Una qualsiasi destra europea, magari si inguaia negli affari,ma è perfettamente consapevole che la sua modernità e il suo europeismo dipendono anche dall'accettazione del principio portante delle democrazie liberali: separazione della politica dall'economia, degli interessi privati dai doveri pubblici e, non tanto incidentalmente, rule of law (che non traduco perchè una destra moderna conosce adeguatamente l'Inglese, oltre all'Impresa e a Internet). Tuttavia, rallegratici della probabile disintegrazione della Casa delle Libertà, se siamo, come dovremmo effettivamente essere, interessati al buon governo della sinistra, ci tocca interrogarci se questa disintegrazione sia feconda per la qualità della democrazia italiana. La risposta, non buonista, ma fondata sulla conoscenza delle modalità di funzionamento delle democrazie contemporanee, è nettamente negativa. Non soltanto una destra brutta e cattiva peggiora, comprensibilmente, la qualità del sistema politico; ma una destra frammentata non dà nessun contributo al buongoverno. Incidentalmente, Berlusconi ha governato male anche perché, almeno per i primi due anni del suo mandato, il centro- sinistra tramortito dalla sconfitta elettorale, andava in ordine sparso. Il rischio è che il governo di Prodi e dei suoi alleati, se non ha a che fare con un'opposizione che lo controlla e che contropropone, che lo chiama a rispondere delle sue promesse e delle loro attuazioni, se la prenda comoda e che alcuni dei soliti soggetti in cerca di visibilità non sentano il dovere politico della coesione. In assenza di una destra decente un governo di centro-sinistra finirebbe per governare al di sotto delle sfide e delle sue capacità. Questo non significa che il centro-sinistra debba intraprendere anche un'ennesima fatica di Ercole: la costruzione di una destra politica italiana efficace, solida, alternativa e non compromissoria. Sono fatti loro. Interrogandoci sul dopo Berlusconi, però, è possibile recriminare su un'altra occasione perduta dal Cavaliere per eccesso di politicismo di basso cabotaggio, ma, senza fare sconti a nessuno, neppure perseguita da coloro che, nella casa delle Libertà e fuori, continuano a vaneggiare di più o meno grandi Centri. Meglio un serio e duro confronto bipolare. L'avremo mai? GIANFRANCO
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Un barlume di civiltà - - Nicola
Ho
scelto di scrivere le mie ragioni su quanto accaduto due giorni fa in TV per avere il tempo di sentire cosa pensava la gente.
Innanzitutto una cosa: la gente ha pensato.
Di questo mi sono accorto sin dalle prime ore gel giorno successivo. A cominciare dallo stesso confronto con il mio compagno di appartamento, il Goretti, con cui abbiamo discusso a caldo le nostre considerazioni fino alla persona che per prima ho visto il giorno successivo, Maurizio, chiamiolo pure "il capo", e seguendo Claudia (la mia "capa") per continuare con i miei amici fino ad arrivare ai miei genitori che, come saggiamente loro si conviene, richiamavano quel detto latino per cui la verità sta nel mezzo.
Sicuramente la verità sta nel mezzo. Il problema però è che non si è sentita nessuna verità durante tutto il dibattito. O meglio, un interlocutore affermava qualcosa e l'altro rinnegava, in maniera automatica, tutto. Quindi se la verità stesse nel mezzo dovrei credere che Berlusconi ha solo pochi interessi da tutelare o che Prodi vuole ascoltare poco Confindustria e poco i sindacati. Dovrei capire che Prodi è un pò uomo di facciata e che Berlusconi ha fatto un pò di riforme e un pò no. Che queste non sono né buone né cattive.
Dibattiti come quelli cui abbiamo assistito non servono ad ascoltare quali proposte questi uomini abbiano per il futuro, o cos'hanno ancora da ricusarsi per il passato.
Confronti come questo servono a permettere quei 3-4 milioni di indecisi di sedersi comodamente davanti un video e, senza "interlocuzioni" continue da parte di uno sopra le parole dell'altro, farsi un'idea su chi dei due risulterà più simpatico. Abituati come siamo a non sperare più in cambiamenti concreti.
Io, da uomo medio quale sono, ho seguito nella sua interezza tutta la trasmissione.
Secondo me è più simpatico Berlusconi. Non ho dubbi.
Però dico che sono stanco di sentirmi preso così spudoratamente per il culo. Perchè offende la mia intelligenza.
Preferisco non accorgermene mentre succede
E per questo voterò per Romano Prodi.
Lui sa farlo con garbo. http://www.nicolalicata.it/blog/index.php?title=un_barlume_di_civilta&more=1&c=1&tb=1&pb=1
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Il «rompete le righe» della destra
A. CO.
Non lo ammetterebbero neppure sotto tortura, ma da martedì sera Fini e Casini sanno di essere destinati a perdere le elezioni. Salvo miracoli, sempre possibili però improbabili. Sono tornati allo stato d'animo che dominava nella Cdl qualche mese fa, prima che il cavaliere si lanciasse nella sua folle corsa mediatica riattizzando speranze che parevano perse in partenza. La ripresa di quei giorni aveva indotto le altre due punte del «tridente» di destra ad accettare un ruolo sempre più dimesso. Il successo del premier li aveva spinti a mettersi senza troppe proteste in una relativa ombra (Casini con qualche sussulto in più, Fini senza incrinatura alcuna).
La disastrosa serie iniziata con le dimissioni di Calderoli e conclusa con la sconfitta nel match con Prodi ha cambiato tutto. I leader alleati hanno ricominciato a muoversi pensando a un futuro nel quale Berlusconi o non ci sarà più o non sarà più sovrano indiscusso. L'obiettivo della loro sortita di ieri non era certo modificare la strategia del cavaliere di qui alle elezioni: nessuno meglio di loro sa che non è possibile. Si trattava piuttosto di prendere le distanze nel modo più vistoso, di chiarire, a futura memoria, che una cosa è Silvio Berlusconi, tutt'altra i leader di An e dell'Udc.
D'ora in poi, senza aspettare che il capo si smuova, i due faranno campagna elettorale a modo loro, puntando, come dice La Russa a proposito di Fini, «su una strategia diversa». Un investimento i cui dividendi si vedranno non il 9 aprile, bensì nei mesi seguenti.
La defezione dei due terzi del tridente non è l'unico segnale di smottamento della Cdl. La violentissima polemica del ministro Maroni contro il collega Pisanu sugli immigrati clandestini è un chiaro segno della rapidità con cui anche la Lega sta riprendendosi una totale autonomia.
Ancor più lo è il giudizio di un altro leghista, Roberto Calderoli, sulla legge elettorale: «La ho scritta io, però è una schifezza fatta apposta per mettere nei guai i partiti sia di destra che di sinistra». E' una stoccata a fondo contro l'Udc, colpevole di aver imposto «la schifezza», ma anche contro il premier. Chi se non lui aveva infatti interesse a «mettere nei guai destra e sinistra»? Infine è un segnale chiaro rivolto all'Unione, la cui ostilità nei confronti di questa legge elettorale è sin troppo nota. Segnale ricevuto e bene accolto. Prodi si è affrettato a rispondere: «La cambieremo a larga maggioranza e con l'appoggio dell'opposizione».
Nel centrodestra, dunque, il rompete le righe è già iniziato. Verrà tenuto più o meno faticosamente a freno sino alla chiusura delle urne, perché tutti hanno interesse a evitare una rotta. Ma, in caso di sconfitta, la resa dei conti inizierà un attimo dopo le elezioni e per una volta non potrà finire con uno dei tanti compromessi fragilissimi che hanno costellato la vita del centrodestra nel corso della legislatura.
L'incognita tuttavia c'è e si chiama Silvio Berlusconi. Di qui al voto il cavaliere non modificherà di una virgola la sua strategia. Continuerà a imperversare oscurando tutti gli alleati, anche se da domani gli sarà un po' meno facile. Continuerà a sbandierare ottimismo e trionfalismo, nonostante i moniti del vicepremier e del presidente della camera, perché è quel che sa fare e non si può chiedere di più a un leader che ha la genialità del grande venditore ma non quella del politico di razza. Cercherà di limitare il danno, nella sconfitta, vampirizzando gli alleati per sedersi poi al tavolo delle trattative come leader del partito d'opposizione di gran lunga più forte. E probabilmente ci riuscirà.
Tutto lascia pensare che a quel punto il proprietario di Mediaset userà la forza consegnatagli dagli elettori per garantirsi una via d'uscita che non lo penalizzi né penalmente né economicamente, senza imbarcarsi in una nuova ed estenuante «traversata del deserto». http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Marzo-2006/art41.html
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SORPRESE
E' tornato il subgoverno
A che gioco stanno giocando Fini e Casini? Questa è la domanda che molti - a cominciare da Berlusconi - si sono posti dopo aver letto le loro pesanti critiche al premier, pronunciate all’indomani del faccia a faccia con Prodi. Ma forse sarebbe più utile dire: pronunciate dopo l’orgogliosa affermazione del Cavaliere, il quale davanti ai militanti di Forza Italia ha assicurato che rimarrà il leader della coalizione anche in caso di sconfitta. La clamorosa sconfessione della leadership berlusconiana in piena campagna elettorale è infatti chiaramente mirata a modificare gli equilibri interni al centrodestra dopo il voto.
La pessima performance televisiva del Cavaliere, evidentemente, per Fini e Casini è stata solo l’ultima dimostrazione del fatto che queste elezioni la Cdl le perderà, e le perderà anche di brutto. Dunque sarebbe inutile, per non dire suicida - devono essersi detti i due nelle loro telefonate dell’indomani - continuare a subire la polarizzazione dello scontro, con il drenaggio di consensi, certificato da tutti i sondaggi, da An e Udc verso Forza Italia. Se in premio non c’è non diciamo la vittoria, ma nemmeno la speranza di un mezzo pareggio, perché donare il sangue al Cavaliere? Per permettergli domani, come già ha annunciato egli stesso, di restarsene saldamente al comando della coalizione? Così è improvvisamente risorto, forse fuori tempo massimo, quel famoso subgoverno che già tanti grattacapi procurò al premier a suo tempo. Ragion per cui c’è da aspettarsi che le polemiche interne continueranno, fiaccando ulteriormente le già deboli capacità di resistenza della maggioranza, incalzata da un’opposizione che sembra ormai condannata a vincere.
Questo è dunque il gioco a cui stanno giocando Fini e Casini. Si chiama competition e punta a costruire un nuovo centrodestra all’indomani della sconfitta. Un centrodestra senza Berlusconi e probabilmente senza Forza Italia, in un rimescolamento da cui potrebbe anche nascere un partito conservatore di tipo europeo. Ma forse a questo Fini e Casini non hanno ancora nemmeno pensato, intenti a giocare quel gioco che la Cdl avrebbe dovuto cominciare per tempo, chiamandolo con il suo nome: primarie. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=60454
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Berlusconi, uno showman della postmodernità
L'Italia è uno stato così potente, sia culturalmente che politicamente, che può permettersi di avere come primo ministro Silvio Berlusconi, una delle anomalie più significative dell'Unione Europea. Forse perchè quello italiano è uno stato molto giovane, con poco più di centoquaranta anni di esistenza dalla sua unificazione, avvenuta nel 1870. O forse perchè lo stato italiano non esiste o, al massimo, è una caricatura di ciò che sono gli stati europei. Quando lo stravagante Francesco Cossiga era presidente dell'Italia, fece una visita ufficiale in Francia e, prima di ritornare a Roma, rispose laconicamente che ciò che più lo aveva impressionato della Francia era “lo Stato”. L'Italia è un paese che si regge sulle spalle di uno stato poco articolato, disorganizzato e con una scarsa tradizione.
È un paese che funziona come uno stato debole. È impensabile, per esempio, che il primo ministro Berlusconi possa presiedere un governo a Londra, Parigi, Madrid o Berlino. Per varie ragioni. È l'uomo più ricco del paese, la persona che ha il controllo delle principali televisioni pubbliche e private ed è colui che continua a governare pur sapendo che il giorno in cui perderà l'immunità potrà essere processato immediatamente.
E, inoltre, ha proposto leggi approvate dalla maggioranza di cui dispone nel potere legislativo con il proposito di blindare le sue future responsabilità penali. La cosa più interessante è che Berlusconi, principale azionista del club calcistico del Milan, è il primo ministro la cui carica governativa è durata per un periodo di tempo più lungo dalla seconda guerra mondiale.
Berlusconi può permettersi il lusso di essere la creatura e il creatore della politica postmoderna italiana. Ma non è importante tanto ciò che sta succedendo o ciò che è successo, quanto ciò che la gente pensa che stia succedendo. È per questo che controlla televisioni e radio pubbliche e private e che può contare sull'appoggio di un esercito di giornalisti che difendono la sua leadership.
Nella campagna elettorale in corso che deciderà la sua sorte i prossimi 9 e 10 aprile si è paragonato a Napoleone, Gesù Cristo e Churchill senza nessun pudore. Ha introdotto una novità programmatica per le campagne elettorali quando ha annunciato pubblicamente che non avrà rapporti sessuali fino al giorno in cui gli italiani accorreranno alle urne.
La politica, per Berlusconi, è come una impresa e come uno show televisivo. Da quando è entrato in politica nel 1994 ha sempre parlato di sé in terza persona come se fosse già un personaggio storico, un Dante o un Botticelli. È memorabile la fotografia durante un summit europeo in cui ha fatto il gesto delle corna con le dita dietro Joseph Piquet, l'allora ministro degli Affari Esteri del governo Aznar.
Sicuramente, i rapporti fra il presidente della Faes [fondazione presieduta da Aznar n.d.t.] e il primo ministro Berlusconi sono molto cordiali, si scambiano regali e trascorrono fine settimana insieme in alcune delle molte ville che ha in Italia e che non hanno nulla da invidiare a quella che l'imperatore Tiberio fece costruire, per esempio, nell'isola di Capri.
Si diceva che Berlusconi può essere l'emblema dell'uomo politico della postmodernità italiana nel senso che rompe con tutte le regole e le tradizioni stabilite. I politici sono legati ai loro partiti, a un programma o a un'ideologia. Non hanno bisogno di essere molto carismatici perchè è la struttura ciò che li porta al potere.
Lui mette in gioco il suo carisma personale. Più vedono la televisione, più gli italiani arrivano alla conclusione che Berlusconi sia il politico adeguato. Nel 2001, il 75% delle donne italiane che vedono la televisione con una media di quattro ore al giorno hanno votato per “il Cavaliere”.
Sotto i suoi governi la crescita dell'economia italiana è stata dello 0,8%. Nessun problema. La causa di questi mediocri risultati è stata attribuita da Berlusconi agli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Il prossimo governo erediterà un deficit del 4,3% del prodotto interno lordo e un debito pubblico che equivale al 108,5% del Pil.
Si permette di criticare i giornalisti che non lo sostengono, gli impresari e, naturalmente, l'opposizione guidata da Romano Prodi che accusa di essere pericolosamente sinistroide e comunista. Le inchieste gli danno uno svantaggio di cinque punti rispetto alla candidatura dell'opposizione. Ma poco importa. Berlusconi continua con il suo obiettivo di essere riconfermato alle urne.
Forse siamo entrati in un periodo in cui la storica lotta fra destra e sinistra non ha più rilevanza in Italia e ciò che conta è la prova di forza fra il potere e i media. Berlusconi ha il potere e i mezzi di comunicazione. Sarà difficile scalzarlo dal potere. Ma gli italiani sono gente viva e molto intelligente. Sapranno giudicare alle elezioni nonostante una personalità tanto attendibile come Indro Montanelli non scriva più note mordaci contro la farsa grottesca costituita da Berlusconi.
La cosa più prodigiosa e sorprendente è che, nonostante Berlusconi, l'Italia è un paese affettuoso, sveglio, colto e divertente, con troppa storia alle spalle per lasciarsi impressionare da questo impresario olimpico che ha disprezzato le regole fondamentali dell'etica e della politica.
Un giudice di Milano gli ha lanciato una nuova accusa legata a quella del marito di un ministro britannico che si è separata quando è venuta a conoscenza che aveva ricevuto molto denaro da Berlusconi per testimoniare a favore del primo ministro in due processi. Ma è stato prosciolto da peggiori scontri con la magistratura.
da La Vanguardia
Traduzione per Megachip di Laura Nangano
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Non poterci fare nulla, ogni mattina
E' successa una brutta cosa a un mio alunno.
Succede spesso, nella scuola in cui insegno, che capitino brutte cose ai ragazzi. Certe volte mi chiedo se non finisca con l'indurirti il cuore, questo mestiere mio. E però devi difenderti, devi avere barriere, devi concentrarti sul capitolo del libro da spiegare, non puoi morire.
Ho il mal di testa fisso, non ricordo nemmeno più da quando.
Spettatrice di dolori, errori, superficialità, e certi piccoli e grandi desideri di gioia che fanno vittime, che creano dolore su dolore, ed è che siamo tutti pure un po' struggenti, noi adulti, nel nostro irrimediabile essere, alla fine, degli speranzosi carnefici; e nemmeno tanto inconsapevoli da poterci dire innocenti.
Dice la collega che non ce la fa più, a insegnare.
"Non è sano. Un essere umano non può passare tutte le mattine della sua vita a confrontarsi, per ore, con la propria impotenza."
Sono stanca anche io.
Non si arriva da nessuna parte, se non al fine mese.
E allora alleggerisci, ti si sfilacciano obiettivi e combattività e ti ritrovi a non sapere più cosa dare ma, questo sì, scopri che sai benissimo cosa prenderti: i sorrisi. Gli scherzi. Le battute delle ragazze che ti vedono in corridoio col cellulare sempre in mano e fanno la faccia severa per sgridare la prof innamorata. La voglia di ridere a fior di pelle, comunque e perché sì. Me la berrei, e pazienza se manca tutto il resto.
"Ragazzi, tirate fuori dei volontari ché vi devo interrogare. E non voglio storie, ché sono le 8 del mattino e ho pure sonno!"
"Oh, ma prof! Dorma, non indugi! La vegliamo noi, chini il capo sulla cattedra, non respireremo nemmeno. Si fidi, schiacci un pisolino!"
"Non provateci. De' Lazzaronis, vieni fuori"
"Argh. Lei però sonnecchi almeno un po', prof. Non mi ascolti con troppa attenzione."
E le allunghi la mentina rituale e ti prepari ad ascoltare frasi tipo: "Madrid è in Europa e confina con..."
Un tempo mi ci disperavo, su queste cose.
Ormai, più che altro, ti aumenta la voglia di dormire. Appunto.
Esercizi di seduzione in corridoio.
"Prof, noi l'abbiamo scoperta: lei ride!"
"E' un abbaglio, vi confondete, non potevo essere io."
"Sì, invece: lei un attimo fa rideva!"
"E' stato un terribile errore. Una debolezza momentanea. Non succederà più."
"Non è vero, prof, le sta già risuccedendo: le trema l'angolo dela bocca, le scappa da ridere! La prof ride, l'abbiamo beccata!"
Ed io mi ci rotolo, dal ridere, con la coscienza che mi rimorde un po' perché, dicevo, prendere è tanto più facile che dare e non c'è nulla che mi serva più di queste risate che arrivano all'improvviso, niente che mi riporti più a me stessa, in questo scombinatissimo anno, dello starmene là con le mani in tasca a giocare un po', a gigioneggiare e a dimenticarmi che esistono gli adulti, da qualche parte, assieme alla loro strutturale necessità di fare del male.
L'incontenibile ragazzino arabo che abbiamo sospeso per due settimane, alto un metro e una latta e sempre col berretto in testa, ché gli hanno rapato i capelli e si vergogna.
Era fuori dalla scuola, all'intervallo, con le grate del cancello che lo separavano dai compagni, come un carcerato all'incontrario, e ha preso le mani di una compagna e gliele ha baciate, tra le grate, e, in quel momento, sono arrivata io con la mia bici.
E che gli dovevo dire, che gli dici.
"Ezzayak, ya Mohi?"
E lui sorride di sorpresa, anche se è stato beccato in timido, flagrante baciamano: "Alhamdulillah".
Già.
Ed io mi allontano, con tutte le domande che non gli faccio: "Ma davvero stai bene? Cosa farai, se non vieni a scuola? Cosa farai se ti bocciamo? Che fai, che futuro hai, quali possibilità hai, che si può fare per te?"
Mi porto via un mucchio di impotenze, oggettive e soggettive, del mondo e mie, e gli lascio là l'unica vicinanza che sono capace di esprimergli: "Ezzayak", come stai.
Come stiamo.
Fa freddo, in questa parte del mondo.
Tutti questi desideri piccoli in cui ci si perde e si annega e non rimangono energie per avere un desiderio grande.
Una meta.
Poco dolore fuori, troppo dentro e perdi la capacità di guardare.
E al freddo ti ci abitui, come ti abitui a questo silenzio riempito di chiacchiere. Finisce che non ci provi nemmeno più, a scaldarti.
Pensavo a questo ragazzo a cui è successa una cosa tanto spaventosa che non riesco a pensarci, e nemmeno a non pensarci, e pensavo che è terribile essere ragazzi e avere il proprio destino in mani altrui. La propria possibilità di essere felici alla mercè di tanta distrazione. E tutta quella voglia di ridere che ancora non ti è passata, il bisogno di fare del male che ancora non ti è venuto.
E' pericolosissimo, essere ragazzi.
Rimanerlo, poi, non ne parliamo.http://www.ilcircolo.net/lia/
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Nuovi equilibri in Asia e America Latina
di Noam Chomsky (Guardian)
L’integrazione regionale in Asia e America Latina è un fattore cruciale e sempre più importante: dal punto di vista di Washington, rappresenta il fosco presagio di un mondo che si sottrae al suo controllo
Sin dalla fine della seconda guerra mondiale, la prospettiva che l’Europa e l’Asia si muovessero verso una maggiore indipendenza ha preoccupato gli strateghi americani. E i timori non hanno fatto altro che crescere, parallelamente all’evoluzione di un “ordine tripolare”: Europa, Nordamerica e Asia.
Ora, anche l’America Latina sta diventando di giorno in giorno più indipendente. Le Americhe e l’Asia stanno cementando i propri legami, mentre la superpotenza sovrana, l’auto-esclusa del gruppo, si consuma in disavventure mediorientali. L’integrazione regionale in Asia e America Latina è un fattore cruciale e sempre più importante: dal punto di vista di Washington, rappresenta il fosco presagio di un mondo che si sottrae al suo controllo. Le risorse energetiche, naturalmente, rimangono ovunque un punto cardinale, l'oggetto del contendere.
La Cina, a differenza dell’Europa, si rifiuta di farsi intimidire dagli Stati Uniti; e questo, per gli strateghi di Washington, è un buon motivo per temerla. La situazione, peraltro, presenta un punto critico: il cammino verso un confronto diretto è ostacolato sia dalla speranza americana che la Cina diventi una piattaforma per le esportazioni e un mercato in grande crescita, sia dalle ingenti riserve economiche cinesi (ormai, prossime a pareggiare quelle giapponesi).
In gennaio, il re saudita Abdullah ha fatto visita a Pechino. Secondo il Wall Street Journal, questo incontro è destinato a portare a un’intesa di massima per “una maggiore cooperazione tra le due nazioni, per quanto riguarda petrolio, gas naturali e investimenti”. Già ora, la maggior parte del petrolio iraniano va a finire in Cina, e la Cina sta fornendo all’Iran armamenti che presumibilmente entrambe le nazioni intendono come deterrente ai piani americani. L’India potrebbe scegliere di diventare cliente di Washington, o potrebbe anche preferire di far parte del blocco asiatico che sta prendendo forma oggigiorno, con legami ancora più stretti col Medio Oriente. Siddarth Varadarjan, direttore di The Hindu, osserva che “se davvero il 21esimo secolo sarà il ‘secolo asiatico’, la passività dell’Asia nei confronti del settore energetico sta volgendo al termine”.
La chiave è la cooperazione sino-indiana. Come sottolinea ancora Varadarjan, l’accordo firmato in gennaio a Pechino “indica la strada verso una collaborazione tra Cina e India, non solo nel settore tecnologico ma anche nell’esplorazione e nella produzione di idrocarburi: una collaborazione che potrebbe successivamente alterare le equazioni fondamentali del settore energetico mondiale”.
Un passo successivo, peraltro già contemplato, è la creazione di un mercato petrolifero asiatico fondato sull’euro. L’impatto sul sistema finanziario internazionale e sull’equilibrio di potere globale potrebbe risultate significativo. Non sorprende, dunque, la recente visita ufficiale di Bush in India, nel tentativo di mantenerla sotto la sua ala – offrendo, come esca, collaborazione nucleare e altri incentivi.
Nel frattempo in America Latina, dal Venezuela all’Argentina, stanno prevalendo gli schieramenti di centro-sinistra. I gruppi indigeni sono diventati molto più attivi ed influenti, in particolare in Bolivia ed Ecuador, dove stanno premendo per riportare petrolio e gas naturale sotto il controllo nazionale; o, addirittura, opponendosi alla produzione stessa. Apparentemente, molte popolazioni autoctone sembrano non capire perché le loro vite, le loro società e le loro culture debbano essere mandate in frantumi, per permettere ai newyorchesi di immergersi nel traffico seduti nei loro SUV (Sport Utility Veichles, NdT).
Il Venezuela, il più grande esportatore di petrolio nell’emisfero, ha probabilmente stretto le più forti relazioni con la Cina di tutta l’America Latina; inoltre, sta progettando di vendere a Pechino quantità sempre crescenti di petrolio, in modo da ridurre la sua dipendenza dal governo americano, che gli è apertamente ostile. Il Venezuela è entrato a far parte del Mercosur – il mercato comune dell’America del Sud – una mossa che il presidente argentino Nestor Kirchner ha definito “una pietra miliare”, per quanto riguarda lo sviluppo di questa unione commerciale, e che è stata accolta dal presidente brasiliano Lula da Silva come “un nuovo capitolo nella nostra integrazione”.
Il Venezuela, oltre a rifornire l’Argentina di petrolio, si è fatto carico di un terzo del debito argentino del 2005. Ciò simboleggia al meglio gli sforzi dell’intera regione di liberarsi dal controllo del Fondo Monetario Internazionale, dopo due decenni di perniciosa conformità alle regole imposte loro dalle istituzioni finanziarie internazionali, dominate dagli Stati Uniti.
Passi in avanti verso l’integrazione del Sud America sono stati fatti in dicembre con l’elezione in Bolivia di Evo Morales, il primo presidente indigeno della nazione. Morales si è subito dato da fare per raggiungere una serie di accordi col Venezuela, per quanto riguarda il settore energetico. The Financial Times ha scritto che “ci si aspetta che questi accordi puntellino le prossime radicali riforme nell’economia boliviana e il suo settore energetico” – che, con le sue enormi riserve di gas naturale, è secondo in Sud America solo a quello del Venezuela.
Le relazioni Cuba-Venezuela stanno diventando perfino più solide, dal momento che entrambe le nazioni confidano di trarvi importanti vantaggi reciproci. Il Venezuela rifornisce l’Avana di petrolio a basso costo, mentre Cuba, di converso, organizza programmi di alfabetizzazione e sanità, mandando migliaia di professionisti altamente specializzati (medici e insegnanti) a lavorare nelle aree più povere e dimenticate del Venezuela, come già fanno dappertutto nel Terzo Mondo.
L’assistenza medica cubana è ormai benvenuta da ogni parte del mondo. Una delle più spaventose tragedie degli ultimi anni è stato il terremoto in Pakistan, nell’ottobre scorso. Oltre all’enorme numero di morti, bisognava prestare soccorso ai moltissimi sopravvissuti, costretti ad affrontare il tremendo inverno privi di riparo, cibo e medicine. Scrive John Cherian sulla rivista India’s Frontline (citando Dawn, uno dei quotidiani più venduti in Pakistan): “Cuba ha provveduto al più vasto contingente di dottori e paramedici inviati in Pakistan”, facendosi carico di tutte le spese – forse grazie anche ai fondi venezuelani. Il presidente Pervez Musharraf ha espresso la sua profonda gratitudine a Fidel Castro per “il coraggio e la compassione” del personale medico cubano – oltre 1000 componenti, 44% donne, che sono rimasti a lavorare in remoti villaggi di montagna, “accampati in un clima gelido e in una cultura aliena”, dopo che le squadre di soccorso occidentali erano già state ritirate.
Questi crescenti movimenti popolari, attivi principalmente nel sud del pianeta ma con una partecipazione sempre più estesa anche nelle ricche società industriali, stanno servendo come base per molti di questi sviluppi: diretti verso una maggiore indipendenza delle nazioni e una maggiore sensibilità per i bisogni delle grandi masse.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,,1731009,00.html
Tradotto da Paolo Cola per Nuovi Mondi Media
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Il vento sta cambiando
Il governo iracheno è paralizzato e si continua a morire, mentre negli Usa prendono coscienza del fallimento
Oggi si è tenuta la prima seduta del Parlamento iracheno eletto il 15 dicembre scorso. E' durata meno di un’ora ed è stata aggiornata a data da destinarsi. E’ stata una sessione puramente formale, visto che manca l’accordo sulla formazione del governo. Il Parlamento ha 60 giorni per eleggere il suo presidente e approvare la nomina del nuovo governo e del nuovo premier.
Paralisi politica. “Se il mio popolo me lo chiede, sono pronto a farmi da parte”, ha detto oggi Ibrahim al-Jaafari, primo ministro uscente. Il suo nome era stato indicato dall’Alleanza sciita che ha stravinto le elezioni come candidato premier, ma le divisioni all’interno del nuovo Parlamento hanno consigliato a Jaafari di fare un passo indietro. Il ritardo dell’accordo sul futuro mette in luce tutte le forzature che il voto del 15 dicembre scorso aveva mascherato. I 275 deputati riuniti nella sala del Parlamento, nella blindata ‘zona verde’ di Baghdad, sembravano l’orchestra del Titanic che suona mentre la nave affonda. Isolati e divisi tra loro, chiusi in una stanza a litigare mentre l’Iraq va in pezzi. Per questioni di sicurezza, dalle ore 20 di ieri sera e fino alle 16 di oggi, le autorità hanno imposto il blocco della circolazione nella capitale, ma questo non ha evitato che accadessero episodi di violenza. Solo nell’ultima settimana, sono stati ritrovati centinaia di cadaveri, legati tra loro, soffocati o assassinati brutalmente. La tensione tra sunniti e sciiti, dopo l’attentato di Samarra è sempre più evidente. Le comunità religiose si auto - organizzano in milizie di difesa, sulle quali il governo e i deputati non hanno alcun controllo.
Insorgono anche i curdi. Anche zone che parevano più tranquille, come il Kurdistan iracheno, danno segnali d’insofferenza. Oggi ricorre l’anniversario del massacro di Halabja, dove il 16 marzo 1982 gli aerei di Saddam usarono il gas contro la popolazione civile, uccidendo migliaia di innocenti. La commemorazione di Halabja era sempre stata un momento di aggregazione per i curdi, vessati da Baghdad. Ma oggi i dirigenti curdi giunti nella cittadina per la cerimonia sono stati accolti da centinaia di dimostranti inferociti. “Siamo stanchi delle promesse dei politici”, ha dichiarato Zacharia Mahmood, uno dei leader della protesta, “vengono qui solo per farsi pubblicità, ma non sono stati capaci di mantenere nessuna promessa. Sono tre anni che aspettiamo dei risultati, ma a Baghdad non sanno che pesci prendere”. La manifestazione è stata sciolta con la forza e la polizia ha sparato sui più facinorosi uccidendo un dimostrante. Ma si tratta di forme di protesta, mai viste in Kurdistan, verso gli stessi politici curdi. La rabbia è tanta che, dopo gli scontri, è rimasto danneggiato un simbolo del Kurdistan: il monumento che ricorda i curdi massacrati. L’insofferenza pare fuori controllo dopo tre anni di guerra che hanno portato alla caduta del regime di Saddam, ma che non hanno portato pace e sicurezza.
Il fronte occidentale. Anche gli Stati Uniti, dopo tre anni di guerra, sembrano essersi resi conto, a tutti i livelli, di aver sbagliato tutto in Iraq. “Abbiamo un dialogo con gli uomini armati che hanno come obiettivo gli interessi dell’Iraq, ma che si oppongono anche alla nostra presenza qui”. Zalmay Khalilzad, ambasciatore Usa a Baghdad, ha confermato il 12 marzo scorso in un’intervista quello che oramai era di dominio pubblico: gli Usa trattano con la guerriglia. Troppi militari Usa hanno perso la vita in Iraq e la situazione non sembra migliorare. La carenza di risultati nella campagna d’Iraq ha spinto molti personaggi favorevoli all’invasione a cambiare idea. Che il vento negli Stati Uniti abbia iniziato a cambiare, lo si era capito nei mesi scorsi quando, per la prima volta, i neo-con hanno cominciato ad avere dubbi sull’invasione dell’Iraq, che caldeggiavano dal 1998. "La democrazia non può essere imposta con la forza a un paese che non la vuole", ha dichiarato Francis Fukuyama il mese scorso. Al suo intervento sono seguiti una serie di ‘ripensamenti’ da parte di giornalisti, storici e intellettuali che avevano sempre sostenuto il rovesciamento forzato dei regimi mediorientali avversi.
La delusione a stelle e strisce. Un cambiamento che non riguarda solo i pensatori dei salotti culturali, ma che coinvolge anche la gente comune in Usa. Questa settimana un sondaggio effettuato dall’istituto Gallup, su richiesta del network televisivo Cnn, ha indicato che solo il 38 percento dei cittadini Usa sono convinti che le cose in Iraq stiano andando per il verso giusto. A gennaio 2006 erano il 46 percento. Un crollo verticale, dovuto anche alla mancata formazione del nuovo governo iracheno dopo l’entusiasmo mediatico suscitato dalle elezioni in Iraq del 15 dicembre scorso. Ma non è solo l’opinione pubblica ad aver perso la fiducia nella gestione della guerra in Iraq da parte dell’amministrazione Bush. “La nascita di questa Commissione è stata caldeggiata da alcuni membri del Congresso, che sentivano la necessità di una valutazione onesta sulla situazione attuale in Iraq”. Con queste parole James Baker, ex segretario di Stato ai tempi di Bush padre, ha commentato la nascita di un gruppo di lavoro composto da funzionari di primo piano della politica Usa, che si occuperanno di studiare politiche alternative per l’Iraq. Il gruppo, composto da 5 repubblicani e 5 democratici, ha cominciato a lavorare ieri e si avvarrà del contributo di personaggi di spicco della politica statunitense, come l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, Lee Hamilton (che ha co-presieduto la commissione d’inchiesta per l’11 settembre) e l’ex direttore della Cia Robert Gates. A loro si affiancheranno, come tecnici, militari e diplomatici. Baker non ha voluto esprimere un giudizio sulla guerra in Iraq, né positivo né negativo, ma il solo fatto che il Congresso prenda un’iniziativa del genere è indicativo di un certo clima di sfiducia verso la banda Bush.
Christian Elia http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=4984
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Uranio impoverito: conclusi i lavori della commissione
Nicole Corritore
Lo scorso primo marzo la Commissione d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito, ha chiuso i lavori con l'approvazione della relazione finale. Un'intervista di Osservatorio sui Balcani al senatore Luigi Malabarba, del Partito della Rifondazione Comunista, membro della commissione
Proiettile all'uranio impoverito La Commissione d'inchiesta del Senato, che ha votato la relazione finale dei lavori lo scorso primo marzo, era stata chiamata ad indagare sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impegnato nelle missioni internazionali di pace e sulle loro cause, ma anche sulle condizioni della conservazione e sull'eventuale utilizzo di uranio impverito nelle esercitazioni militari sul territorio italiano. Dopo nemmeno dieci mesi di indagine, costellati di difficoltà, si è arrivati alle tanto attese conclusioni. Mentre il Presidente della Commissione Paolo Franco ha dichiarato che “non sono emersi elementi per affermare una responsabilità diretta dell'uranio impoverito” pur ammettendo il ritrovamento di “nanoparticelle che potrebbero essere state prodotte dall'esplosione dei proiettili”, tutti i componenti di opposizione della stessa si sono dichiarati non soddisfatti. Tra essi il senatore Luigi Malabarba che a seguito della prima seduta di voto, interrotta a causa di forti divergenze tra i membri della Commissione, aveva diramato un comunicato dai toni accesi. Proprio Malabarba spiega a Osservatorio sui Balcani i motivi di questa insoddisfazione e quali possibili sviluppi si auspicano in futuro.
Senatore, Lei si è dichiarato insoddisfatto delle conclusioni della Commissione d'inchiesta di cui ha fatto parte e che è arrivata alla sua istituzione dopo notevoli difficoltà. Perché?
La valutazione dell'attività della commissione deve essere rapportata agli obiettivi che erano stati indicati nel disegno di legge di istituzione della commissione stessa. Questi erano di per sé autolimitanti, tanto da rendere complicato il tentativo di affrontare in maniera esaustiva la questione delle malattie dei militari e delle conseguenze dei bombardamenti sulle popolazioni civili locali. Voglio ricordare che l'istituzione della stessa era stata proposta alla fine della scorsa legislatura, ma allora non si era arrivati alla definizione neppure dei termini che avrebbero dovuto comportare quel tipo di lavoro.
Una volta formata la commissione, c'è stato poi un sabotaggio chiarissimo da parte del ministero della Difesa, ma anche da parte di alcune lobby delle gerarchie militari dentro i vari partiti, soprattutto della maggioranza. Esiste tutta la documentazione relativa ai passaggi che denotano il blocco dell'attività attraverso il nucleo sopratutto di Forza Italia, da un lato il ministro Martino, dall'altra il Presidente del Senato. Essi hanno fatto un lavoro concertato per impedire alla commissione di lavorare, seppure nel luglio di due anni fa si fosse arrivati ad una posizione unanime per istituire una commissione.
In effetti anche dai resoconti delle sedute della Commissione emerge che è stato difficile reperire i dati di cui parla...
I limiti statistici sono stati tali, non penso casualmente, da impedire alla commissione qualsiasi definizione approfondita di vario tipo. Per cominciare dalle relazioni Mandelli. Laddove invece esistono dei dati, vi è stato un boicottaggio diretto del ministero della Difesa che non ha permesso ai distretti militari di fornirceli, dati dei quali avevamo bisogno per poter avanzare sulla strada dell'approfondimento.
Sottolineo che una commissione d'inchiesta ha potere inquirente. Se la commissione fosse stata più coesa avrebbe dovuto, giustamente, prendere un'iniziativa di carattere penale, indicare dunque sanzioni nei confronti di chi non rispondeva alle richieste. Ma non c'erano le condizioni per pretenderlo, ed è anche per questo che la relazione finale è stata votata dalla maggioranza mentre noi ci siamo ovviamente astenuti.
Una proposta da parte nostra di rafforzamento del documento finale avrebbe comportato la vanificazione di qualsiasi conclusione. La tattica parlamentare della maggioranza sarebbe stata quella di far mancare il numero legale necessario al voto del testo conclusivo, non obbligatorio invece durante le sedute di lavoro dove su 21 membri le presenze non hanno mai superato le 3-4 persone e tutte dell'opposizione. Dunque se in sede di voto avesse votato solo l'opposizione, la relazione non sarebbe arrivata neppure agli atti del Senato.
Nonostante tutto, avete pensato fosse utile istituire la Commissione e avviare i lavori. Si sono comunque raggiunti dei risultati?
Infatti. Tutto lasciava intendere che non sarebbe stato facile il lavoro che ci era richiesto e non era chiaro se valeva la pena istituire la commissione con le autolimitazioni di cui ho già paralto. Abbiamo optato per farlo, perché abbiamo valutato che la produzione di documentazione sarebbe stata comunque utile a fronte, nel giro di un anno, della possibilità di avere una nuova maggioranza.
Da questo punto di vista credo si possa fare un bilancio abbastanza positivo, sia rispetto alle consulenze sebbene non siano state tutte quelle che avremmo voluto, sia rispetto al materiale prodotto. Il lavoro fatto ha rappresentato un'occasione importante per un'inchiesta futura, da realizzarsi in seno ad una nuova commissione ad inizio legislatura.
Ci sono degli aspetti contenuti nella relazione finale che riguardano prettamente i militari e che sono importanti. Nella relazione infatti è scritto un tracciato chiaro, per cui le conseguenze delle esplosioni, non solo all'uranio impoverito, si manifestano con una scansione abbastanza lineare. C'è un'esplosione ad alta temperatura, poi una dispersione nell'aria del particolato (polveri sottili) che inalato o ingerito passa nei tessuti. E la provocazione dei tumori ne è la conseguenza.
Naturalmente la prova che anche queste nanoparticelle trovate nei tessuti dei malati costituiscono elemento di creazione di patologie lo dobbiamo ancora dimostrare, nel senso che non abbiamo avuto la possibilità di produrre una serie di ricerche, ma rappresenta uno studio sostanzialmente in corso che porterà a tali conclusioni.
In che senso questo tracciato diventa già importante per i militari? E le ricerche di cui parla, una delle quali è allegata alla relazione finale in forma di proposta, rappresentano indicazioni per una prossima commissione oppure si realizzeranno prima di allora?
Mi riferisco all'accenno contenuto nella relazione rispetto al fatto che l'uranio impoverito ha effetti indiretti sulla patologia, e che dal punto di vista giuridico potrebbero diventare addirittura diretti. Nelle parti che possono servire al contingente militare, la relazione contiene una serie di indicazioni sufficienti per rafforzare le iniziative legali in corso e a quelle che si stanno aprendo legate ai malati e ai familiari dei militari deceduti. Cioè, in essa sono indicate nero su bianco delle indicazioni per rivendicare risarcimenti e garantire protezione e tutela a chi la richiede. Sia gli avvocati che stanno seguendo il personale militare, sia i magistrati, in particolare il magistrato Raffaele Guariniello (procuratore aggiunto di Torino) stanno lavorando su questo terreno.
Abbiamo fin qui parlato di due piani di lavoro, quello istituzionale/parlamentare e quello di coloro che hanno lavorato in qualità di consulenti della commissione. Anche se non va mai dimenticato il terzo livello, che personalmente ritengo fondamentale, cioè quello della mobilitazione delle associazioni, delle persone, delle popolazioni che abitano intorno alle basi in Sardegna, ma anche i contatti diretti che ci sono con i teatri di guerra, importantissimi per mantenere l'attenzione sull'argomento.
Ma torniamo ai consulenti. Essi rimangono in contatto con alcuni di noi parlamentari e sebbene non ci sia più la commissione si continua a fare ricerca direttamente, in qualità di singoli cittadini e rappresentanti di istituzioni diverse da una commissione. Quindi anche nei mesi che ci separano da una nuova commissione, potrà esserci una continuità di attività che permetterà alla futura commissione di riprendere sperimentazioni già in corso.
Rispetto alla nuova commissione sarà importante definire bene gli obbiettivi, quindi non solo l'inserimento della popolazione civile come ambito di ricerca, ma anche aprire lo scenario dei teatri di guerra successivi ai Balcani. Ad esempio, sappiamo che ci sono già dei malati che tornano dall'Iraq. Ma anche la questione dei poligoni di tiro in Italia, le modalità di stoccaggio dell'uranio impoverito, facendo indagini più pregnanti e a tutto campo.
Ha nominato la questione dei civili. A fine novembre 2005, in prossimità della pubblicazione della relazione finale della Commissione d'inchiesta bosniaca sul caso DU, siete stati in missione nei Balcani. Avete incontrato la Presidente della Commissione - Jelena Durkovic, oltre ai contingenti militari italiani di stanza in Bosnia Erzegovina e Kosovo. Quali sono stati i risultati dell'incontro?
L'incontro da parte nostra era doveroso perché non era possibile fare un'inchiesta sulle conseguenze dell'uso dell'uranio impoverito senza avere nemmeno un contatto formale con la realtà dei Balcani, sia con il contingente militare in Bosnia e in Kosovo, sia con i parlamentari della commissione di Bosnia Erzegovina.
La missione è durata un giorno e mezzo e dunque si è trattato di un primo contatto, che aveva l'obiettivo di sottolineare che questa è una realtà fondamentale, centrale per continuare l'inchiesta. La conoscenza e lo scambio con coloro che hanno lavorato come noi a livello istituzionale, ma anche con i medici, gli ospedali, tuttele realtà della comunità locale, avrebbe richiesto un maggior livello di apprfondimento.
Nel caso si aprirà con una nuova commissione il campo di ricerca sulle popolazioni, noi saremo in grado di interloquire con coloro che possiamo dire di avere già incontrato. L'incontro di novembre rappresenta dunque una traccia di lavoro che potrà dare i suoi frutti solo in una seconda fase. Inoltre, considerando la difficoltà di reperire statistiche prima, durante, e dopo i bombardamenti sia a causa di massicci esodi della popolazione sia della distruzione degli archivi, mi auguro che l'Italia possa in futuro dare delle risorse affinché i paesi dei Balcani producano quelle importanti evidenze statistiche che oggi hanno difficoltà a raccogliere. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5397/1/51/
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Stati Uniti pronti ad altri attacchi preventivi ; Iran nel mirino
di Rico Guillermo
Gli Stati Uniti sono pronti a lanciare attacchi preventivi contro coloro che ritengono minacce, nonostante la vicenda irachena. La notizia appare in un documento della Casa Bianca.
"Se necessario... non escludiamo l'uso della forza prima che si produca un attacco, anche se vi e' incertezza sulla data e il luogo dell'attacco del nemico", afferma la nota di strategia della sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush. Uno studio del Pentagono di alcuni mesi fa parlava di attacchi nucleari preventivi anche contro gruppi terroristici che costituissero una minaccia.
Nel documento odierno si parla della cooperazione internazionale come scelta prioritaria per superare le crisi, "in particlare con i piu' antichi e i piu' vicini dei nostri amici e alleati" ma si conferma la precedente politica aggressiva. L'Iran richiamato esplicitamente nel documento, e' uno dei Paesi a rischio.
Mentre il segretario di Stato, Condoleezza Rice ha definito tale Paese come "banca centrale del terrorismo", il documento della Casa Bianca assicura che la Repubblica Islamica mira ad ottenere l'arma atomica in maniera clandestina, minaccia Israele, appoggia il terrorismo, mira a frustrare il processo di pace in Medio Oriente e il suo popolo comprime le aspirazioni di liberta'. L'unica soluzione citata nel documento, e' che il regime degli Ajatollah prenda la decisione strategica di cambiare politica.
Ma nel frattempo Bush deve difendere il suo staff, sommerso dalle critiche degli stessi parlamentari repubblicani per gli errori dell'amministrazione, fra cui proprio quello della guerra in Iraq. Oggi Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca, ha dovuto prendere posizione dichiarando che si tratta di un team "in gamba, capace ed esperto". Egli si e' detto "stanco di tutta questa questione" quando e' stato sollevato il discorso della possibile sostituzione di alcuni collaboratori anziani da parte di Bush: "il presidente ha un grande staff ed apprezza il lvoro che questi stanno facendo".
Le critiche del suo stesso partito riguardano anche la gestione dell'emergenza Katrina, il programma di spionaggio segreto ai danni di Amricani, la fallita nomina di Harriet Miers alla Corte suprema ed la mancata realizzazione del fulcro del programma elettorale di Bush, una revisione della previdenza sociale.
Intanto un nuovo scandalo rischia di toccare l'amministrazione Bush, questa volta tramite il vicepresidente Dick Cheney, e cioe' il fatto che l'Halliburton, la compagnia miliardaria che ha ottenuto un gigantesco appalto per le forniture all'esercito USA durante la guerra in Iraq, non sia riuscita a proteggere il rifornimento idrico di acqua purificata per i soldati USA in Iraq, e che una contaminazione potrebbe causare "la malattia o la morte" di molti soldati, come riporta un rapporto interno dell'azienda.
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Sudafrica: verso la stabilizzazione economica
Il Sudafrica è uno dei paesi più ricchi ed economicamente più importanti del continente africano, ma la situazione economica e sociale risente ancora delle ripercussioni del sistema dell'apartheid che, per decenni, ha impedito al paese di impiegare al meglio il suo potenziale di sviluppo. I suoi punti di forza sono rappresentati dalle infrastrutture produttive, dalle risorse naturali, dal settore manifatturiero e dai servizi.
Mariangela Tommasone
Equilibri.net
Economia in crescita
Alla fine del periodo dell’apartheid e con la transizione verso la democrazia, il governo del Sudafrica ha compiuto dei balzi notevoli nella stabilizzazione dell’economia e nel tracciare delle solide basi per la crescita economica ed il miglioramento degli standard di vita: durante tale fase ascendente il tasso annuale di crescita economica è stato in media del 3.5%, una cifra significativa se si pensa che nel decennio precedente al 1994 tale tasso era inferiore all’1% all’anno; la crescita del Pil, invece, ha raggiunto il 4.8% nel secondo quarto del 2005 (è stata del 3.7% nel 2004 e del 2.8% nel 2003) e l’inflazione continua a rimanere all'interno del target ufficiale di 3-6% della SARB (South African Reserve Bank, la Banca centrale sudafricana).
Il paese è leader del continente nella produzione industriale (40% del totale) e mineraria (45%) e genera la maggior parte dell’elettricità africana (oltre il 50%).
Tale crescita è stata confermata nel 2005 anche dal FMI (Fondo Monetario Internazionale), il quale ha però sottolineato che il Sudafrica soffre ancora delle conseguenze di un tipo di economa dualistica. Essa appare caratterizzata, da un lato, da un sofisticato sistema produttivo che gode di stabili infrastrutture e buone prospettive di sviluppo, e, dall'altro lato, da settori che, pur presentando presenta delle potenzialità non ancora del tutto sfruttate, rimangono nel sommerso, comportando l'esclusione dal mercato di una larga parte della popolazione. La distribuzione delle entrate in Sudafrica presenta forti squilibri: il paese ha vissuto il passaggio dalla predominanza del settore agricolo e minerario, ad una situazione dove le manifatture e i servizi finanziari hanno assunto un peso sempre maggiore sul Pil: il settore manifatturiero, in particolare, rappresenta oggi un quinto del Pil, ma ha dovuto affrontare, nell'ultimo periodo, ingenti rischi legati all’apertura dell’economia alla competizione globale. Il settore minerario, invece, continua ad essere rilevante nella composizione delle entrate: oltre all’oro – che rappresenta più di un terzo delle esportazioni – i maggiori prodotti estratti sono manganese, cromo, platino, carbone e diamanti.
Per quanto riguarda l’agricoltura, essa rappresenta un'importante fonte di lavoro per molti sudafricani, anche per le attività di trasformazione e conservazione dei prodotti coltivati; tra questi, il principale è il mais, ma la produzione da esportazione è supportata anche da vino e frutta. Solo un quarto del 13% della terra ad uso agricolo è completamente arabile; il fattore che maggiormente limita l'agricoltura è la disponibilità d'acqua, distribuita irregolarmente lungo la superficie del paese. Questo fattore determina, così, la presenza di vaste aree che soffrono la siccità: in Sudafrica, il 50% dell'acqua disponibile viene utilizzata per il settore agricolo, irrigando1,3 milioni di ettari.
Tuttavia è stato notato che negli ultimi mesi la fiducia nell'economia sudafricana è calata sensibilmente in seguito alle preoccupazioni suscitate dall’impatto del rafforzamento del rand sulle esportazioni, considerato dagli analisti un possibile fattore di danno per le attività commerciali rivolto all'estero.
La SACOB (South African Chamber of Business - Camera Sudafricana del Commercio) ha affermato che sebbene ciò possa essere considerato un fenomeno stagionale, è comunque da temere a causa del deficit sul conto commerciale. “Il volume delle esportazioni e i prodotti manifatturieri stanno influenzando notevolmente l’andamento del commercio”, ha affermato l’economista della SACOB Richard Downing. “Si spera che l’improvviso e brusco calo degli indici sia un fenomeno di breve durata”. Le esportazioni, infatti, sono declinate del 30%. La bilancia commerciale sembra resterà sotto pressione nei mesi prossimi ma gli economisti affermano che il costante accumulo di riserve è rassicurante e l'accumulo di capitale dovrebbe essere sufficiente a finanziare il deficit, che nell’ultimo quarto dell’anno scorso, ha raggiunto il 4.7% del Pil: si tratta di una delle cifre più alte sin dal 1983, e ci si aspetta che continui a crescere nei prossimi mesi.
I risultati della Black Economic Empowerment
Si è detto che l'economia sudafricana risente notevolmente della storia che ha caratterizzato il paese nei decenni precedenti alla democratizzazione, quando il governo ha sistematicamente escluso africani, indiani e gente di colore – allora catalogati come “neri” – dalle principali attività economiche del paese. Ciò ha inevitabilmente provocato l’impoverimento di buona parte della popolazione e creato profondi ostacoli allo sviluppo economico. La strategia intrapresa dal Governo per affrontare questa situazione è conosciuta come BEE (Black Economic Empowerment), un'iniziativa avente lo scopo di favorire la crescita puntando sul pieno potenziale dell’economia sudafricana. Tuttavia, nonostante passi significativi compiuti in tal senso, le sperequazioni tra ricchi e poveri restano alte, continuando, allo stesso tempo, a dipendere su una divisione di tipo razziale. Il Governo ha riconosciuto il rischio che la BEE semplicemente rimpiazzasse la vecchia élite bianca con una nuova nera, lasciando le disuguaglianze fondamentali intatte: per questo motivo la strategia contempla le varie dimensioni economico-sociali del paese senza tralasciarne alcuna. Ad esempio, le società private che intendano entrare in relazioni commerciali con una qualsiasi impresa statale sono obbligate ad applicare le normative espresse nell'Atto della BBE promulgato nel 2004.
Un indice di successo di tali politiche è stato individuato da recenti statistiche nella crescita del benessere della classe media nera: si sarebbe, infatti, determinata al suo interno un aumento degli acquisti di beni di consumo, di servizi finanziari, di beni di proprietà e di attività turistiche. Tuttavia, è ancora elevato il numero di persone – il 23,8% della popolazione (che in termini assoluti significa più di 10 milioni di persone, la maggior parte delle quali nera), che vive con meno di 2 dollari al giorno.
Il Governo sudafricano si sta impegnando a fornire strutture e opportunità alle comunità svantaggiate dal sistema dell’apartheid, e a permettere a questi gruppi di condividere equamente le risorse del paese e le sue attività economiche. La strategia governativa di Crescita, Impiego e Redistribuzione (GEAR) è stata ideata, appunto, per la promozione del libero mercato e dei regolamenti finanziari e fiscali, puntando alla crescita economica, alla creazione di posti di lavoro e alla garanzia di servizi di base a tutti i sudafricani. Il Governo ha altresì sottolineato l’importanza degli investimenti per accrescere e supportare lo sviluppo non solo del commercio e del settore industriale, ma anche della piccola industria.
Recenti iniziative di collaborazione internazionale
Il Sudafrica è attivo nel contesto regionale in quanto fa parte dell’Unione Africana, del NEPAD (New Partnership for Africa’s Development) e della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa del Sud (SADC). Il paese gioca un ruolo chiave nella promozione della pace e della stabilità nel continente e si è impegnato per risolvere i conflitti nella Repubblica Democratica del Congo, in Costa d’Avorio, in Ruanda e Burundi.
Proprio nel contesto degli sforzi per la promozione di una veloce crescita economica per sé e per l’intero continente africano, una delle strategie è quella di instaurare relazioni amichevoli e partnership economiche con altri soggetti internazionali. A tal proposito il Presidente Thabo Mbeki si è recato il 9 marzo scorso a Lisbona per discutere con il Primo Ministro portoghese Jose Socrates riguardo alla revisione dello status delle relazioni bilaterali tra il Sudafrica e il Portogallo, tra questo e l’Unione Europea e sull’andamento delle attività di peace-keeping in Africa. In tal senso è da leggere anche la visita compiuta dal Ministro degli Esteri Dlamini Zuma al presidente della Francia Chirac il 27 febbraio scorso, per rappresentare il Sudafrica alla Conferenza su “Finanziamenti Innovativi per lo Sviluppo e contro le Pandemie”;la sua partecipazione è da inserirsi nel contesto della cooperazione Nord-Sud e della promozione dell’Agenda africana. I paesi che hanno partecipato alla conferenza hanno firmato una Dichiarazione nel 2005 per promuovere la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, in particolare attuando nuove misure di finanziamento allo sviluppo e riservando le entrate provenienti dalle “tasse di solidarietà” alla lotta contro le pandemie, specialmente l’HIV, un male che ha ancora un alto impatto sulla popolazione sudafricana. La rapida diffusione di tale virus, infatti, ha raggiunto un'incidenza del 27,9% nelle donne incinte (fonte: USAID, 2005); con 5,6 milioni di cittadini che hanno contratto il virus, il Sudafrica ha il maggior numero di persone infette da HIV al mondo. La vulnerabilità è particolarmente elevata nelle comunità rurali, dove la povertà, la violenza domestica, gli stupri sono fattori che sicuramente contribuiscono alla sua diffusione. Solo nel 2004 il Governo sudafricano ha iniziato una politica di vasta portata per combattere l’HIV, inclusi i trattamenti anti-retrovirali.
Conclusioni
Dopo 14 anni dalla transizione pacifica del paese dall’apartheid alla democrazia, il Sudafrica ha raggiunto un livello di stabilità macroeconomica mai visto prima, riuscendo ad imporsi sugli altri Stati dell'Africa del Sud come leader nello sviluppo. Molto, però, resta ancora da fare per rimuovere del tutto gli strascichi delle restrizioni e delle disuguaglianze passate. Il Governo sta cercando di stabilizzare la crescita economica annuale fino al 2009, e di portarla, in seguito, al 6% . Ma oltre ad assicurare la stabilità raggiunta, sarà importante che il paese riesca a consolidare le strutture democratiche e ad affrontare con realismo le sfide cruciali della disoccupazione, del crimine e dell’HIV puntando, principalmente, a creare delle solide basi per una crescita degli investimenti.
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Per convincerti ho due minuti
Questa mattina, mentre ero in auto alla volta di casa, una signorina di GR Parlamento mi ha fatto il gentile favore di leggere per intero gran parte degli editoriali dei quotidiani di oggi, dedicati ovviamente al confronto televisivo che tutti sappiamo. Le opinioni più diffuse non si discostavano molto dal classico finale di Casa Vianello: che noia che barba, che barba che noia.
In mezzo a tutta questa noia, la cosa più saggia l'ha detta forse Curzio Maltese: «Berlusconi e le regole non sono compatibili». In effetti, con due minuti e mezzo a disposizione per rivolgersi all'elettorato, utilizzare metà di quel tempo per contestare -ripetendosi per l'ennesima volta- le regole del dibattito appena svolto sarebbe una scelta suicida in qualsiasi paese del mondo.
Da noi, probabilmente, non sarà così. A casa nostra l'idea di dibattito politico si fonda su capisaldi ben chiari, dai quali non possiamo prescindere: soliloqui tracimanti, sarcasmo fuori luogo, interruzioni a cascata e altri dispettucci da terza elementare. Il tutto preferibilmente alla presenza di uno o più ospiti che non c'entrano niente, ai quali dare la parola quando è il momento di stemperare la tensione.
Ovvio che davanti a un confronto che si proponesse di evitare, mediante regole ben precise, simili comportamenti ci si potesse annoiare, esattamente come la lotta grecoromana risulterebbe una rottura di palle infinita agli occhi di un amante del wrestling.
Perciò, se siete persone che tendono ad annoiarsi durante un dibattito politico, state tranquilli: siete perfettamente normali. Ma se siete giornalisti e ritenete doveroso esternare la vostra noia sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, forse è il momento di farsi da parte e occuparsi di qualcosa d'altro. Perché ieri sera siamo stati messi, tutti quanti, alla prova. Liberi da qualsiasi motivo di distrazione saremmo stati capaci, semplicemente, di ascoltare? Oppure tutto questo egualitarismo sarebbe andato stretto anche a noi, che per tradizione in qualsiasi disputa tendiamo a parteggiare per il più simpatico dei contendenti? Pensateci. E se non avete capito la domanda, tornate pure a guardare Biscardi. http://stark.diludovico.it/archivi/000646.html
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L´ira del Cavaliere: affogheranno con me
CLAUDIO TITO
da Repubblica - 16 marzo 2006
roma - «PENSANO di abbandonare la nave come i sorci, pensano che stiamo affondando. Ma non hanno capito che se affondo io, affondano anche loro. Dovrò fargli capire che io, anche se perdo le elezioni, non me ne vado. Resto e le carte per il futuro della Cdl, le darò comunque io». Dopo il duello televisivo tra Berlusconi e Prodi, il centrodestra sembra una scialuppa in balia delle onde. Con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini rapidi nel prendere le distanze dal premier, Umberto Bossi silenzioso nella sua degenza e il Cavaliere infuriato con gli alleati.
SEGUE A PAGINA 3
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IL RETROSCENA
Il Cavaliere infuriato per le critiche degli alleati non esclude di rinunciare al match di ritorno e pensa di rilanciare il partito unico
"Stanno abbandonando la nave ma affogheranno anche loro"
"Vogliono farmi le scarpe dopo il 10 aprile, ci fosse almeno Umberto ad aiutarmi"
"Mi ero liberato di Follini e adesso me ne ritrovo due. Che bella figura"
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
claudio tito
Alla ricerca di una ricetta per rimettere la campagna elettorale sui binari sperati e per scovare le contromisure più adatte per sfidare il Professore nel faccia a faccia decisivo, quello del 3 aprile.
Sta di fatto che a meno di 24 ore dallo scontro con il leader dell´Unione, il Cavaliere non si aspettava un «voltafaccia» così esplicito dai due principali partner, ossia dal leader di An e da quello dell´Udc. Così, prima di assistere a San Siro alla partita di addio dell´ex milanista Gabriele Albertini, si è fatto leggere le loro dichiarazioni. E a quel punto è scattato. «Sono stati in silenzio fino ad ora e parlano adesso. Bella figura. Mi ero liberato di Follini e adesso me ne ritrovo due». Una situazione inaccettabile per l´inquilino di Palazzo Chigi. Che è deciso a ingabbiare politicamente gli alleati per affrontare gli ultimi 25 giorni di campagna elettorale. La scorsa settimana aveva già fatto commissionare un sondaggio per verificare l´impatto sull´elettorato di un eventuale rilancio del progetto del partito unico. Da ieri quell´idea è tornata sul tavolo del premier. «Diciamo subito che il giorno dopo le elezioni ci sarà una sola formazione nel centrodestra, annunciamo che ci saranno i gruppi unici. E vediamo che succede». Nel piano del premier, questo progetto non serve solo a sterilizzare le polemiche interne e a improntare i rapporti interni nel segno della «coesione indispensabile per vincere». Ma è anche una sorta di «assicurazione» sulla vita in caso di sconfitta. Sarebbe il contenitore nel quale bloccare tutte le spinte centrifughe che si azioneranno nel Polo davanti al governo Prodi e, in più, confermare la leadership berlusconiana anche all´opposizione. «È chiaro che quei due stanno facendo una corsa per il dopo 10 aprile. Entrambi pensano di prendere il mio posto, di farmi fuori. Evidentemente ancora non hanno imparato a conoscermi». Insomma, Berlusconi vuole costruire fin da ora una barriera che alzerà dopo il voto se la rincorsa non si concluderà con la vittoria. Il Cavaliere vuole essere comunque il «king maker» della Cdl e il referente quando si intavoleranno le trattative per scegliere il nuovo capo dello Stato. Con un occhio agli interessi delle aziende che, a suo giudizio, «si tutelano meglio se si è al vertice di una forza politica di rispetto».
Di certo, in una giornata delicata per il centrodestra, non può essere un caso che Berlusconi non abbia sentito né Fini, né Casini. Avrebbe voluto, semmai, parlare con Bossi. «Se Umberto riuscisse a fare un po´ di campagna elettorale, molto cambierebbe. L´ho anche detto ai suoi: "fategli fare qualche uscita alla radio o in tv"». In questo clima, invece, le uniche telefonate sono intercorse tra il presidente della Camera e il ministro degli Esteri. Concordando di fatto le loro uscite. «La verità - ha spiegato Casini al suo staff - è che serve un rinnovamento generazionale. È la campagna elettorale a dircelo. Vale per noi come per l´Unione. Il duello in tv ha mostrato due esponenti di una politica vecchia». Non solo. Già qualche settimana fa, il capo dei centristi aveva avvertito che se il Cavaliere non fosse riuscito a riacciuffare Prodi almeno nei sondaggi, avrebbe cominciato a sferrare «calci». E ieri, in effetti, ha iniziato. Anche perché con la sovraesposizione berlusconiana, «noi siamo di fatto cannibalizzati. Finchè c´era la possibilità di arrivare alla vittoria, va bene. Ma se non è così, dobbiamo difenderci. Se Silvio vuol fare tutto da solo, noi siamo costretti a farci sentire. In gioco, ormai, è il futuro. E non il presente». Fini è meno tranciante. Ma il discorso è analogo. «Noi dobbiamo rilanciare l´attacco a tre punte. Abbiamo capito che ci sono elettori che non voteranno mai l´Unione e non vogliono nemmeno votare il presidente del consiglio. Ecco, vogliamo far sapere che possono dare a noi la loro preferenza. Noi, e non Forza Italia, possiamo intercettare il voto dei delusi».
Riflessioni che Berlusconi conosce perfettamente. E per questo si sta preparando a rintuzzare gli assalti, degli alleati e degli avversari, senza scartare neanche l´ipotesi di rinunciare al match di ritorno con Prodi: «Da oggi - ha annunciato ai suoi - si cambia registro. Si passa all´attacco su tutto. Il prossimo faccia a faccia deve essere diverso. Altrimenti tanto vale non farlo. Tutte le cartucce le utilizzerò lì, ad una settimana dal voto quando quel 25% di incerti inizia davvero a valutare se schierarsi». Si vuole giocare tutte le carte di riserva. Sfoggiare proposte nuove. «Gli italiani vogliono sognare e devo farli sognare». Ed entro il 3 aprile, il Cavaliere spera anche in «un aiuto esterno». Perché, dicono a Via del Plebiscito, «le inchieste giudiziarie sui vertici del centrosinistra che si erano fermate, nei prossimi giorni potrebbero ripartire. Se si tratta di questioni pesanti, allora cambierà tutto».
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Calderoli: legge elettorale porcata
Follini: provo imbarazzo per lui
Bossi si prepara al ritorno in tv: forse la settimana prossima a "Porta a porta"
PAOLO BERIZZI
MILANO - «La legge elettorale? L´ho scritta io, ma è una porcata. Una porcata fatta volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti con il popolo che vota». Roberto Calderoli torna in tv, ospite di Matrix, e cala un nuovo affondo che gela la Casa delle libertà. Un mese dopo lo show al Tg1 - quando esibì la maglietta con la vignette anti-Islam e creò un caso politico conclusosi con le sue dimissioni da ministro - l´ex titolare del dicastero per le Riforme, protagonista ieri sera della trasmissione di Enrico Mentana, ha spiazzato tutti ripudiando la legge di cui egli stesso è stato autore materiale. Quando il conduttore gli ha chiesto di quali leggi fosse contento, Calderoli ha risposto senza esitazioni: «La legge sui reati di opinione e ovviamente quella sulla legittima difesa». Poi ha aggiunto: «Un po´ meno orgoglioso sono della legge elettorale. Che si dovrà riscrivere. Anzi, lo dico francamente: è una porcata». La dichiarazione è un autentico choc per la Cdl. Calderoli rinnega la sua "creatura", quella riforma del sistema di voto che, da ministro delle Riforme, aveva difeso dall´opposizione dell´Unione e che insieme a Silvio Berlusconi aveva condotto in porto malgrado i forti mal di pancia dello stesso centrodestra. La sua uscita mette in grossa difficoltà l´intera coalizione. In particolare suona coma un insulto per quegli alleati che alla riforma si erano opposti. Uno su tutti, Marco Follini. Che ha dichiarato: «Provo imbarazzo per Calderoli, per il fatto che è stato ministro della Repubblica per quasi cinque anni e per la scelta sconsiderata della Cdl di affidargli il compito di scrivere la legge elettorale». (Follini si dimise da segretario dell´Udc dopo che era fallito ogni tentativo di modifica della legge, ndr)». La partecipazione di Calderoli a Matrix è stata preceduta da quella di un altro ministro leghista, Roberto Maroni, ospite di Mimum su Rai Uno. «A queste trasmissioni di solito vengono i segretari di partito - ha precisato Maroni - Io non sono segretario. Sono qui perché me l´ha chiesto Bossi. Anche se oggi è il mio compleanno». I "colonnelli" della Lega, di fatto, hanno aperto la strada al momento più atteso: il ritorno del Senatur sugli schermi televisivi. Dovrebbe essere questione di pochi giorni. La prossima settimana, secondo indiscrezioni, Bossi sarà ospite di Porta a Porta. Con un´intervista esclusiva registrata da Bruno Vespa. L´appuntamento, tenuto ancora segreto dai responsabili del programma, segnerà l´appuntamento mediatico pre-elettorale più importante per il Carroccio.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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bush default italia germania mondo nano obama primarie prodi soru ulivo velletri veltroni zapateroclass="linkmenu">12:57 | commenti
Ci scusi Professore, lei ci ha sorpreso
Dobbiamo chiedere scusa a Romano Prodi. Lo facciamo con gran soddisfazione. Le cinque previsioni messe per iscritto alla vigilia del duello le abbiamo azzeccate tutte (compreso il fatto che lui sarebbe stato brillante e avrebbe vinto) tranne la più importante, che era quella che implicava un giudizio critico sulla campagna dell’Unione: che cioè neanche Prodi, per non dire di Berlusconi, avrebbe cercato di parlare all’altra metà dell’Italia, quella a lui ostile. Era un pronostico negativo basato su una costante del centrosinistra come del centrodestra, che per anni non si sono posti il problema di capire le ragioni degli elettori altrui e di dialogare con loro in qualche modo.
Prodi invece, almeno a parole e comunque smentendo Europa, il tentativo lo ha fatto. Ha detto una cosa semplice ed efficace, che infatti è suonata insopp o r t a b i l - mente demagogica alle orecchie stropicciate dei supporters berlusconiani: che l’Italia non ce la farà se non unirà le forze, non supererà il clima di divisione costante, non la pianterà con questa parodia di guerra civile permanente.
Non sappiamo se fra i tredici milioni abbondanti di elettori della Casa delle libertà questo discorso abbia fatto breccia, forse no.
Però ha stabilito una differenza: Berlusconi si ripropone come l’uomo del contrasto, della divisione, del conflitto; Prodi tenta un’altra strada, non perché sia buonista ma perché è consapevole di parlare a un paese stressato, esausto, che non apprezza più i toni alti e le risse, tant’è vero che rimane appiccicato a un televisore per un’ora e mezza di dibattito non al cardiopalma.
Questo è l’aspetto di Prodi che Berlusconi e i berlusconiani soffrono di più. Li manda in bestia. Ne denunciano ipocrisia e falsità. Dai giornali della destra ieri traboccava la bile, per questa precisa ragione.
In realtà, colgono l’insidia di un modulo comunicativo che il Cavaliere non possiede, quello della rassicurazione.
Quello che suggerisce che l’Italia, se governata dal centrosinistra, potrà andare più o meno bene ma non sarà il saloon western degli ultimi cinque anni.
L’appello di Prodi a ritrovarsi è una novità nella linea del centrosinistra, che per molto tempo si è distinto per un atteggiamento di suf- ficienza e di disinteresse verso “l’altra Italia”. È un passo avanti, che non dovrebbe essere solo tattico (per quanto sia tatticamente efficace).
Una nuova e diversa strategia dovrebbe seguire, adeguati strumenti politici dovrebbero interpretare quest’ambizione di parlare a tutti, che è poi un progetto di inedita egemonia politica e culturale sulla società italiana. Nell’agenda dei riformisti del centrosinistra strategia e strumento ci sono. Si chiamano Partito democratico.www.europaquotidiano.it/
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La politica al ribasso di quel dibattito non fa per noi
Questa riflessione sarà veemente e cattiva; uomo avvisato, mezzo salvato.
La maggior parte dei lettori del nostro sito con tutta probabilità segue la vita democratica del paese con interesse, si tiene informata sulle vicende della politica e ha intenzione di andare a votare alla prossima consultazione elettorale. Bene, il faccia a faccia di ieri sera non era rivolto a loro. Nulla di nuovo è uscito dalla bocca dei due candidati alla guida del paese, e quel poco di nuovo che si è sentito, in particolare da parte del professor Prodi, a tratti è stato deludente o irritante.
I veri destinatari del dibattito sono gli indecisi, o meglio gli indifferenti alla politica. Scriveva Gramsci:
“...L'indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza...”
È tutta colpa di quella parte della società fatta di persone che non ha sufficiente amor proprio per informarsi sul mondo che la circonda, quella parte della società che vive alle spalle dell'impegno civile di quei pochi che si preoccupano della collettività, che si preoccupano anche degli indifferenti. È tutta colpa di questi ingrati, di questi “scrutatori non votanti” – come canta tanto deliziosamente quanto amaramente Samuele Bersani – se la politica gioca al ribasso.
L'ideale di Berlusconi è se stesso, il suo patrimonio e il suo agognato posto nella storia (vedere mausoleo di Arcore), ma gli ideali della sinistra sono ben altri, e piange il cuore a vederli annacquare sull'altare del 30% di popolazione italiana composta di indecisi e indifferenti parassiti della vita civile, che debbono essere sempre rassicurati, rassicurati e ancora sempre e comunque rassicurati.
È colpa loro se Prodi ieri sera ha detto cose aberranti, come:
“Vogliamo un cambiamento in continuità (...) Con Berlusconi e Letta avrò colloqui per il passaggio di consegne. Il nostro metodo sarà quello del dialogo. Non vogliamo un governo che divida.”
Di cosa vuole parlare, che dialogo vuole avere con persone che non hanno alcun senso dello Stato? In cinque anni di governo hanno unicamente perseguito in primis l'interesse del loro leader, in secondo luogo l'interesse di tutte le aggregazioni che sono salite sul carro del leader stesso. Non c'è una riforma, una sola, che non sia totalmente lontana dall'interesse del paese e vicina all'interesse di pochi, a partire da quella delle pensioni (favorisce le imprese di assicurazioni proprietà del premier), quella della scuola (è classista, è per i figli dei ricchi) quelle in materia economico-finanziaria (depenalizzano, e modificano i codici per permettere gli illeciti del premier e di chi vuole seguirne l'esempio) e via continuando per pagine e pagine. Di quale dialogo parla Prodi?
Se Prodi sa chi ha di fronte, se sa che c'è poco da dialogare, se lo sa ma ieri sera ha detto tutte queste cose perché il povero e vigliacco elettore indeciso e indifferente deve essere tranquillizzato, è anche peggio. Perché guidare un paese non vuol dire solo assecondare, chiamatelo elitarismo se volete, ma un governo che persegue il bene comune, tale bene sa anche insegnarlo. Sa educare. Ci sono cose fatte da questo governo che vanno fatte a pezzi, “spaccate”, distrutte, annichilite, perché sono la vergogna di un paese civile.
di Paolo Jormi Bianchi http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1642
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Milosevic, la morte del primo post-titoista Non è stato solo l'imputato eccellente a tradire, in profondità, l'eredità di Tito Il potere esplosivo del movimento che fece riferimento a Milosevic ebbe il suo detonatore nella fusione di due ingredienti originariamente scollegati l'uno dall'altro, addirittura opposti: la nomenklatura comunista in lotta per conservare il potere, e il nazionalismo anticomunista coltivato soprattutto da poeti e scrittori conservatori L'ex presidente jugoslavo aveva ragione quando, all'Aja, accusava l'occidente di «due pesi e due misure». Un esempio? La schizofrenica pressione Usa sulla Serbia per avere la consegna all'Aja dei sospetti criminali di guerra e insieme la firma del tratt |