ulivo velletri


aprile 30 2006

né governo né opposizione bifo Ho atteso a lungo prima di scrivere questo messaggio perché non mi piace essere identificato come un annunciatore di disgrazie. Ciò non corrisponde né al mio spirito né alla mia intenzione. Oggi, due settimane dopo, mi permetto di condividere con ricombinanti e neuroverdi la mia opinione, le mie previsioni e anche la mia proposta. IMHO il risultato delle elezioni politiche in Italia inaugura una situazione in cui non solo sarà molto difficile governare per la maggioranza di centrosinistra, ma sarà quasi impossibile fare opposizione sociale, esercitare una pressione che restituisca al lavoro ciò che il profitto e la rendita gli hanno sottratto negli ultimi quindici anni (non solo negli ultimi cinque). Persino gli aspetti più brutti introdotti nella passata legislatura saranno difficili da rimuovere. Qualcuno può credere che ci saranno le forze per rovesciare la logica delle legge 30? Per cancellare l'infamia dei CPT? O che si potranno ridurre i finanziamenti alla scuola privata per restituire risorse alla scuola pubblica e alla ricerca? O che ci saranno le condizioni di modificare il sistema comunicativo cancellando la legge Gasparri e introducendo il principio della comunicazione come diritto sociale? Mi fermo qui, ma se volete potete continuare. Il problema non è che non esistano i numeri in Parlemento (che sono esigui ma grazie alla porcata Calderoli potrebbero bastare). Il punto è che la coalizione di mafia dopo cinque anni di governo (di quel governo), ha mantenuto le sue posizioni del 2001, mentre negli altri paesi europei chi governa perde voti. In questo senso sarebbe opportuno riconoscere, (per un problema di igiene mentale e di realismo politico) che la destra ha costruito un'egemonia culturale profonda, e quindi vinto sostanzialmente le elezioni, anche se il centro-sinistra le ha vinte formalmente e quindi ha diritto a formare un governo e provare a governare. La previsione è che il rapporto di forza sociale non renderà possibile una (indispensabile) politica di redistribuzione del reddito, di democratizzazione del sistema di comunicazione, di accoglienza e di integrazione dei migranti. Questo rapporto di forza è frutto della subalternità alle politiche liberiste che da venti anni paralizza l'iniziativa della sinistra, ed è frutto di decenni di dittatura mediatica di fronte a cui la sinistra non ha mai mosso un dito, e di cui si è anzi fatta a più riprese complice attiva. E' tale la fragilità del governo Prodi, e a tal punto l'aggressività della destra è destinata a crescere (attenzione alla piazza di destra, nei prossimi mesi, soprattutto nel nord-est e a Roma), che non ci sarà spazio per un'offensiva sociale sul reddito, né ci sarà spazio per uno spostamento di risorse dal monopolio televisivo verso il circuito di comunicazione sociale. Insomma se non vogliamo che il governo Prodi crolli (con quel che segue) dovremo starcene buoni. 2. un problema europeo E allora? La mia conclusione non è pessimista come l'analisi. Al contrario, dato che non tutto il male vien per nuocere (e chi si loda s'imbroda e chi fa da sé fa per tre), da questa debacle della sinistra italiana potrà venire fuori un risultato straordinariamente positivo se sapremo cambiare lo scenario, uscendo dal perimetro come suggerisce Watzklawicz. Dopo venti anni di mutazione antropologica pilotata da Dell'Utri Previti e Confalonieri, questo paese non ha più le risorse intellettuali, sociali e politiche per reagire all'infezione. Ma questo è un problema europeo, non italiano. L'Italia è un paese che, dopo l'infamia del suo ventesimo secolo si avvia nuovamente a diventare (come negli anni venti) l'infezione d'Europa. L'infezione dell'economia europea e soprattutto l'infezione della democrazia europea. Io penso che dobbiamo abbandonare ogni pretesa di vincere la battaglia di democrazia e di giustizia sociale in Italia, ma penso anche un'altra cosa: che la debacle italiana può aprire la strada a un processo di riscrittura della Costituzione europea. Penso che l'energia dei movimenti, costretti a rinunciare a un'offensiva sociale che potrebbe far crollare il fragile governo che fa da diga contro il dilagare definitivo della destra italiana, vada canalizzata in una direzione cento volte più appassionante: riaprire la questione costituzionale europea che il NO dei francesi e degli olandesi ha posto in sospensione. E' all'Europa che il movimento italiano deve porre il problema di una regolazione democratica del sistema comunicativo. E' all'Europa che si deve porre il problema di un salario di cittadinanza e di un minimo salariale garantito da Timisoara a Liverpool. Sono esigenze che il movimento italiano ha posto da tempo ma non troveranno nessuna risposta nel contesto italiano. Da tempo vediamo sovrapporsi due prospettive, due narrazioni: da una parte la narrazione dominante è quella del liberismo infinito, quella dell'Economist e dell'IMF. Questa narrazione dice che bisogna riformare riformare riformare, nel senso che occorre ridurre il costo del lavoro, aumentare il tempo di vita sottoposto al lavoro, incrementare la produttività, la competitività, in una parola lo sfruttamento. E quanto più questa cura (a cui il pianeta è sottoposto da quasi trent'anni) produce devastazione e miseria, tanto più occorre somministrare la cura medesima. Dall'altra parte c'è invece una narrazione emergente, sotterranea, implicita: la narrazione di un paradigma posteconomico, la narrazione di una postmodernità finalmente liberata dall'obbligo della crescita infinita, finalmente libera di porsi il problema della felicità secondo parametri che non siano soltanto economici. 3. per un riscrittura collettiva della costituzione europea come prima costituzione post-economica La creazione d'Europa va vista dal punto di divaricazione e momento di scelta tra queste due narrazioni. La Costituzione europea è stata bocciata perché la maggioranza della società francese e olandese l'hanno sentita come una riaffermazione (anzi come una eternizzazione) del paradigma economicista e liberista. E al momento un'alternativa non c'è. Ricominciare da capo la scrittura della Costituzione europea significa costruire questa alternativa, a partire da un principio post-economico. Solo un processo che coinvolga milioni di uomini e donne, e che riproponga i principi della democrazia moderna all'altezza postmoderna dei problemi può scrivere la Costituzione europea La Carta costituzionale proposta dal ceto dirigente europeo (e bocciata dall'opinione pubblica) riproponeva, in forme più o meno adeguate, le soluzioni politiche dell'epoca moderna a problemi che l'epoca moderna non conosceva. Le Costituzioni moderne non si posero mai il problema della televisione, perché quando furono scritte non esisteva la comunicazione elettronica. Le costituzioni moderne non si posero il problema di governare la globalizzazione perché quando furono scritte la globalizzazione non esisteva. Né si posero il problema della precarizzazione perché non esistevano le tecnologie capaci di ricombinare il processo produttivo in condizioni di delocalizzazione spazio-temporale del lavoro. Non si posero il problema dell'estinzione probabile della vita umana sul pianeta perché quando furono scritte questa prospettiva non si intravvedeva all'orizzonte. Oggi sì. La soluzione del problema italiano consiste nel riconoscere che l'Italia non ci interessa più, perché il campo è ormai un altro, ed è possibile cambiare la regola politica solo a partire da questo diverso campo. La disfatta italiana potrebbe allora divenire occasione del processo appassionante di costruzione collettiva di un governo della globalizzazione che sfugga alla dittatura dell'impresa. Le energie e le risorse che il governo di centrosinistra può mettere a disposizione della società andrebbero rivolte verso questo scopo: dalla disfatta italiana può nascere un'Europa capace di indicare una nuova prospettiva al mondo intero. -------------------------------------------[ RK ] + http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant + http://www.rekombinant.org

Non ripetere il 2005 Giuseppe Pisauro Lo squilibrio dei conti pubblici, quasi dimenticato durante la campagna elettorale, sta tornando prepotentemente nell’agenda politica. Senza scorciatoie La previsione della Relazione trimestrale di cassa (pubblicata venti giorni fa), un disavanzo 2006 al 3,8 per cento del Pil, è stata già corretta dal Fondo monetario internazionale che, con considerazioni tutt’altro che "peregrine", stima un 4 per cento con un margine di errore che potrebbe portare al 4,25 per cento. Tutto ciò dando per ampiamente realizzate le misure di correzione (quasi 28 miliardi, tra maggiori entrate e minori spese) previste dalla legge finanziaria 2006. In effetti, un maggiore realismo nel valutare il successo di queste misure, anche sulla scorta di quanto avvenuto negli ultimi anni, porterebbe la stima del disavanzo almeno al 4,5 per cento. Il pericolo, insomma, è che si ripeta nel 2006 la stessa micidiale sequenza di revisioni delle previsioni che ha costellato tutto il 2005, quando dal 2,9 per cento della Relazione trimestrale di cassa si è arrivati al risultato del 4,1 per cento. Il 2005 è stato un anno di record negativi per i conti pubblici: ha registrato il livello più alto della spesa corrente primaria e quello più basso delle entrate fiscali dal 1992. L’avanzo primario – il disavanzo al netto della spesa per interessi - si è quindi azzerato e il rapporto tra debito e Pil è cresciuto per la prima volta dal 1994. La via di uscita da questa situazione passa necessariamente per la ricostituzione dell’avanzo primario distrutto tra il 2001 e il 2005.(1) Scorciatoie praticabili non ve ne sono. Non lo è l’ipotesi di abbattere in tempi brevi il debito con la creazione di una holding cui trasferire cespiti di proprietà pubblica per centinaia di miliardi. A questo proposito, la lettura del recente rapporto della Corte dei conti sui risultati delle cartolarizzazioni è istruttiva. Riguardo al patrimonio immobiliare, dall’esperienza di questi anni si trae un duplice insegnamento. Da un lato, vendere effettivamente gli immobili pubblici è un’operazione complessa e richiede tempo (l’insuccesso di Scip 2 che, ricordiamo, valeva meno di 7 miliardi). Dall’altro, trasferire solo formalmente la proprietà allettando gli acquirenti con un rendimento garantito è molto costoso, ben più del normale servizio del debito (il 7,5 per cento l’anno per l’operazione vendi e riaffitta realizzata attraverso il Fondo immobili pubblici). Dalla gestione del patrimonio può venire un contributo – riprendendo un programma di privatizzazioni (da Enel ed Eni alle società di proprietà degli enti locali), ma anche valorizzando e mettendo a reddito il patrimonio immobiliare e aumentando i proventi delle concessioni – alla riduzione del livello del debito, che non potrà però essere risolutivo. Un ministero dedicato Per riportare la dinamica del rapporto tra debito e Pil su un sentiero sostenibile è necessario intervenire sulle entrate e sulle spese per ricondurre l’avanzo primario sui livelli della fine degli anni Novanta. Ciò richiede innanzi tutto capacità di governo. Dal lato delle entrate, bisognerà nel medio periodo recuperare almeno un punto di Pil di gettito, riparando ai danni della stagione dei condoni e conducendo una incisiva azione di contrasto dell’evasione. È un compito fondamentale che richiederà una buona dose di autorevolezza politica e, perciò, un ministro interamente dedicato al compito. L’integrazione tra Tesoro e Finanze può essere rimessa in discussione. Non ha prodotto, in questi cinque anni, i vantaggi che ci si poteva attendere, essendo le due amministrazioni nei fatti rimaste completamente separate. L’obiezione principale – garantire l’unitarietà della rappresentanza della politica economica italiana nelle sedi internazionali – può essere facilmente superata prevedendo una delega al ministro del Tesoro. Del resto, l’assetto con un ministro del Tesoro e uno delle Finanze è quello che ha guidato l’ingresso nell’euro, senza dubbio il successo più importante della politica economica italiana negli ultimi vent’anni. Dal lato della spesa, è fondamentale che il Tesoro migliori la sua capacità di controllo e monitoraggio dei flussi finanziari e delle caratteristiche reali dei programmi pubblici. È necessario un rafforzamento del ruolo della Ragioneria generale dello Stato come centro di raccolta delle informazioni e di valutazione, anche nei confronti della finanza regionale e locale. La scommessa della riduzione della spesa pubblica, che occorre riportare in relazione al Pil verso i livelli di cinque anni fa, si gioca anche nell’amministrazione e nella capacità di individuare tagli selettivi e realizzabili, che dovranno intervenire sui meccanismi di formazione della spesa, abbandonando finalmente l’illusione dei tetti finanziari e delle regole automatiche. Il tempo a disposizione non è molto. A legislazione vigente, l’Italia non rispetterà gli impegni presi nel luglio 2005 in sede europea (disavanzo al 3,8per cento nel 2006 e sotto il 3 per cento nel 2007). Così stando le cose, sarebbe necessaria una manovra in corso d’anno per il 2006 per almeno mezzo punto di Pil e, immaginando che il tendenziale 2007 non si discosti molto da quello 2006, di una manovra per il 2007 per 1,5-2 punti. Si potranno, forse, rinegoziare quegli impegni, ma occorreranno un assetto istituzionale e una politica di bilancio ben più credibili di quelli del passato recente. Innanzi tutto, un Governo il più presto possibile. Questo è l’interesse comune, di entrambe le metà dell’elettorato. Occorre poi migliorare la trasparenza dei conti pubblici italiani, che come notava qualche mese fa il Fondo monetario internazionale, è "ben al di sotto degli standard dei paesi industrializzati". È un problema complesso che richiede un approccio sistemico, senza illudersi che la costituzione di un’Autorità indipendente sui conti pubblici – una proposta che sta acquistando popolarità – possa bastare a risolverlo. A monte c’è il problema della tempestività e qualità dei dati di consuntivo, prodotti dall’Istat sulla base dei bilanci degli enti pubblici. La volatilità dei dati di consuntivo è oggi eccessiva e a volte riserva sorprese, come quella della revisione, dopo un anno, del consuntivo 2004 della spesa pubblica per consumi intermedi: da una diminuzione dello 0,3 per cento a un aumento del 5,4 per cento rispetto al 2003. Qui va garantito il massimo possibile di indipendenza dal Governo (intervenendo, ad esempio, sulle modalità di nomina del presidente dell’Istat) e va attribuito all’Istat in materia di redazione dei conti di tutte le amministrazioni pubbliche, incluse quelle locali, un ruolo simile a quello che oggi svolge Eurostat nei confronti dei singoli Stati nazionali. La responsabilità della politica di bilancio – ovvero previsioni e programmi per il futuro – deve restare, invece, interamente nelle mani dell’esecutivo e del suo braccio operativo, la Ragioneria generale dello Stato. Vi è lo spazio (e, anzi, la necessità) per un centro autorevole e indipendente di verifica tecnica della politica di bilancio. Il luogo ovvio nel quale collocarlo resta comunque il Parlamento, unificando i Servizi bilancio di Camera e Senato, rafforzandoli in modo robusto anche con apporti esterni e garantendo un effettivo status di autonomia dal Governo e dalla maggioranza parlamentare. (1) Nella seconda metà degli anni Novanta l’avanzo è sempre oscillato tra il 4 e il 5 per cento del Pil, con una punta eccezionale, oltre il 6 per cento, nel 1997. Nel 2000 l’avanzo era ancora al 4,3 per cento. Ha iniziato a contrarsi a partire dal 2001, a un ritmo compreso tra mezzo punto e un punto di Pil l’anno.www.lavoce.info/

MA LA CDL ANCORA NON CI STA EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 30 aprile 2006 SE VOGLIAMO stare ai fatti, la prima domanda riguarda la tenuta della nuova maggioranza che la nuova opposizione riteneva impossibile specie al Senato, dato il piccolissimo scarto tra i due schieramenti. Su questa scommessa la Casa delle libertà aveva puntato tutte le sue carte, coadiuvata da un vasto spiegamento mediatico che ha cercato in tutti i modi di tessere la tela delle larghe intese tra le opposte sponde, rese necessarie dalla presunta ingovernabilità del Parlamento e del Paese. La condizione per realizzare quest´obiettivo era la vittoria di Giulio Andreotti, il rinvio dell´incarico a Prodi, infine il pareggio elettorale reso visibile nelle aule del Parlamento. I fatti hanno invece portato alla sconfitta di questa strategia. La maggioranza, sia pure di due soli voti, non è mai venuta meno. Sulla carta (esclusi i senatori a vita) il centrosinistra aveva al Senato 158 seggi e il centrodestra 156. Nella prima votazione di venerdì scorso ha avuto 157 voti contro i 140 di Andreotti e i 15 di Calderoli (155 in totale). Sono mancati un voto al candidato dell´Unione e un voto al candidato della Cdl. Nelle successive votazioni (quelle funestate da «Francesco-tiratori») Marini non è comunque mai sceso sotto ai 159 voti validi, fino ai 165 della votazione di ieri mattina, quella della vittoria, con una maggioranza di 9 voti sull´avversario. Questi sono i numeri. Lo sbando del centrosinistra non c´è mai stato e l´Unione ha tenuto in tutte le sue componenti. Ciò non significa che non vi siano stati episodi disdicevoli, schede volontariamente manomesse, ricostruibili, taroccate. Quante? Anche qui stiamo ai fatti. Ce ne sono state 3 nella seconda votazione annullata da Scalfaro e 2 nella successiva. I famosi «Francesco-tiratori» si sono manifestati quando però i voti di Marini erano già al di sopra dei seggi elettoralmente attribuiti al centrosinistra. Ma la Cdl ancora non ci sta Gli autori di quel taroccamento sono stati variamente indicati: senatori dell´Udeur, senatori votati dagli italiani residenti all´estero, senatori a vita, senatori del centrodestra che, invece di votare Andreotti, avrebbero "scherzato" sul nome di Marini storpiandolo a volontà per provocare l´annullamento delle loro schede e gettare il marasma del sospetto nel fronte avverso. Quest´ultima ipotesi non è stata fin qui formulata ma a me sembra la più probabile tenendo conto che Andreotti non ha mai superato i 155 voti nella giornata di venerdì. Avrebbe dovuto averne 156 stando ai risultati elettorali, più 3 senatori a vita (Cossiga, Pininfarina e lo stesso Andreotti) e così 159. Sono stati dunque 4 i voti mancanti all´appello. Che fine hanno fatto questi voti? Ecco un piccolo rebus che propongo alla riflessione di chi ha inneggiato o si è messo le mani nei capelli durante le votazioni senatoriali del 28 aprile. La "bagarre" sorta attorno alle schede taroccate non può certo essere ignorata. Marini e Andreotti ne hanno fatto entrambi le spese (alle schede intitolate a «Francesco Marini» hanno infatti fatto riscontro quelle compilate per «Andreotti senatore Giulio», «Andreotti G.» e «senatore Andreotti Giulio» destinate alla riconoscibilità del voto segreto). Ma chi, come me, ha seguito per dovere professionale decine e decine di siffatte votazioni sa che esse sono sempre avvenute e sempre purtroppo avverranno intrecciando le votazioni per cariche istituzionali con la formazione dei governi, i programmi politici, le correnti interne ai partiti, l´intreccio tra affari e politica. Sono i difetti della democrazia parlamentare che non è certo un sistema perfetto anche se non se ne è ancora inventato uno migliore. * * * Bertinotti e Marini, appena insediati nei loro scanni presidenziali, hanno pronunciato due buoni discorsi. Misurati, equilibrati, insistentemente al di sopra delle parti, volutamente rassicuranti e con la mano tesa verso gli avversari di un minuto prima. Hanno riscosso molti applausi della loro parte e anche della parte avversa. Nel momento dell´insediamento è sembrato che le due Camere fossero completamente diverse da come erano apparse poche ore o appena pochi minuti prima. Piaccia o non piaccia, questa è la politica. Non sempre è ipocrisia, spesso si tratta di cambiamento di ruolo, quando dal virtuale si passa alla realtà. Un solo personaggio non ha manifestato cambiamenti: Silvio Berlusconi. Durante l´insediamento di Bertinotti il suo viso era terreo, la mascella serrata, lo sguardo cupo, a volte smarrito ma sempre iroso e vendicativo. Nello spazio di ventiquattr´ore ha visto franare la sua strategia così puntigliosamente preparata. Affinché riuscisse, tutto era stato predisposto, dalla candidatura di Andreotti agli insulti e alle contestazioni contro Scalfaro, dal probabile taroccamento di alcune schede al martellamento sull´inevitabilità della «grande coalizione», dal voto sul nome di D´Alema contrapposto a quello di Bertinotti fino al costante dileggio sparso a piene mani contro Prodi. Non sono serviti. Per poche ore è sembrato che il fantasma d´un grande ritorno prendesse corpo, ma alle tre del pomeriggio di ieri la partita si è chiusa. Chi si illudesse che l´uomo di Arcore abbia deposto le armi e voglia collaborare alla pacificazione, prenderebbe però un grosso abbaglio. Non ha deposto un bel niente. Secondo la prassi avrebbe dovuto convocare immediatamente il Consiglio dei ministri e andare ieri sera al Quirinale a dimettersi. Non lo ha fatto; resta ancora abbarbicato come l´edera a Palazzo Chigi fino a martedì. Nel frattempo continua ad ingiungere a Ciampi di non dare l´incarico a Prodi che invece, se Ciampi lo considerasse necessario o semplicemente opportuno, rientra senza ombra di dubbio nei poteri costituzionali del presidente della Repubblica. Da questo punto di vista è bene chiarire che non c´è e non ci può essere alcun problema di ingorgo parlamentare. Se Ciampi deciderà di incaricare Prodi e se subito dopo avrà inizio il dibattito sulla fiducia, l´ingorgo tra quel dibattito e l´elezione del nuovo Capo dello Stato è puramente immaginaria. Il presidente della Repubblica infatti viene automaticamente prorogato fino a quando il nuovo governo da lui nominato abbia ottenuto la fiducia delle Camere ed è comunque, dopo il giuramento, già nella pienezza dei suoi poteri. Il «plenum» del Parlamento viene convocato dal presidente della Camera non appena adempiuti gli impegni di calendario. Non si verifica alcun vuoto costituzionale perché la "prorogatio" del Capo dello Stato è automatica e dura fino all´elezione del suo successore. Ma l´improntitudine del presidente del Consiglio uscente va ancora più in là, molto più in là. Come leader di Forza Italia ieri ha lanciato la candidatura di Gianni Letta per il Quirinale mentre i suoi portavoce aggiungevano i nomi di Pera e di Casini formando così una rosa sottoposta alla valutazione della nuova maggioranza parlamentare. Incredibile ma vero. La prassi consolidata vuole che, per la massima istituzione dello Stato sia la nuova maggioranza parlamentare a proporre all´opposizione una rosa di nomi per realizzare un´auspicabile convergenza di forze. Qui accade l´incontrario. E poiché la risposta non potrà che essere negativa, Berlusconi ne trarrà nuova legna per alimentare il fuoco del ribellismo alle regole e trasformare una legislatura già di per sé difficile in una rissa continua e permanente. * * * Chi dei suoi lo seguirà in questo comportamento consapevolmente eversivo? I tre da lui candidati al Quirinale erano preventivamente informati di quella mossa estremamente spericolata? Si rendono conto del significato e degli effetti che ne derivano? Ma ancora più interessante è capire come sarà accolta l´ennesima provocazione berlusconiana da quella metà di italiani che lo ha ancora una volta votato, a cominciare dal Nord delle piccole imprese. Gli interessi dei ceti produttivi sono di avere un governo in grado di governare e non paralizzato da un´emergenza permanente. E poiché un governo tra pochi giorni ci sarà e nascerà poggiandosi ad una squadra di persone serie e preparate a cominciare da Tommaso Padoa Schioppa all´Economia, l´Italia produttiva si farà coinvolgere in un ribellismo continuo e paralizzante o manderà segnali visibili a chi ha ricevuto i suoi voti il 10 di aprile? Questa è la questione che i comportamenti di Berlusconi, ma anche quelli di Fini e di Casini, pongono a tutto il Paese. Naturalmente il frullatore mediatico di cui il padrone delle televisioni dispone è tale da far presagire una presentazione distorta dei fatti. Per questo è tanto più necessario il ruolo di chiarimento della libera stampa e del servizio pubblico televisivo se si riuscirà a liberarlo dall´ipoteca di Arcore senza peraltro indulgere a ipoteche di altro colore. * * * Non posso però chiudere queste note senza soffermarmi brevemente sui due personaggi che sono stati al centro delle vicende nelle ultime quarantott´ore. Parlo dei due senatori a vita Andreotti e Scalfaro. Il primo ha accettato la candidatura del centrodestra alla presidenza del Senato. Essa è stata presentata come "super partes". Non lo era e Andreotti lo sapeva benissimo. Sapeva anche che tra i personaggi eminenti del quarantennio democristiano della Prima Repubblica lui è stato ed è il più discusso di tutti. Andreotti non è un nome che unisce ma un nome che divide. Abbiamo sperato (per lui, per la sua dignità e infine per l´età veneranda cui è arrivato e per la carica onorifica che ricopre) che dopo le votazioni di venerdì decidesse di ritirarsi da un confronto cui non avrebbe mai dovuto offrire il suo nome. Invece ha proseguito fino alla sconfitta finale. Esempio quanto mai disdicevole d´una passione per il potere e per le cariche che ha caratterizzato l´intera sua esistenza e che non può certo esser camuffata da spirito di servizio cristiano. Alla sua età poi... Oscar Luigi Scalfaro è stato aggredito a freddo da una metà del Senato e anche da persone – fuori dal Senato – che l´hanno insultato con livore e faziosità. Parlo specificamente di Gianfranco Fini, da alcuni mesi regredito di nuovo al fascismo di origine. Scalfaro ha presieduto una sessione tumultuosa di quell´assemblea. Ha giustamente rifiutato d´intervenire nella disputa tra i sei segretari provvisori ai quali, per regolamento, spetta in esclusiva il controllo delle schede di voto e della loro correttezza formale e sostanziale. Ha annullato la seconda votazione proprio per rispettare le obiezioni dei due segretari di centrodestra alle quali si opponevano i quattro segretari di centrosinistra. Nella terza votazione ha letto male una scheda. Se n´è scusato dinanzi all´assemblea ricordando con molta umiltà che alla sua età presiedere un consesso di quell´importanza e così tumultuoso per quattordici ore di fila lo aveva ridotto allo stremo delle forze. Avrebbe dovuto essere applaudito per questa sua dichiarazione, viceversa è stato sommerso da critiche impietose ad opera principalmente del senatore D´Onofrio, polverosa figura di vecchio democristiano ora portavoce dei desideri del padrone. Infine è stato redarguito con vociferazioni da stadio per aver spostato dalle 20 alle 22 della sera di venerdì la terza votazione per dar modo di poter votare ad alcuni membri dell´assemblea che si erano allontanati non prevedendo che la seduta sarebbe ripresa. Osservo che in votazioni importanti è interesse di tutti (o dovrebbe essere) che il maggior numero di aventi diritto al voto possa esercitarlo. Osservo che il presidente Pera ha postergato innumerevoli volte l´inizio delle votazioni quando veniva richiesta la verifica del numero legale. Infine osservo che c´è modo e modo di criticare un ex presidente della Repubblica che ha avuto il solo demerito di aver fatto rispettare la Costituzione anche a Silvio Berlusconi, il che non è certo un risultato di facile realizzazione. Se c´è stato un comportamento indecoroso in quanto è accaduto venerdì al Senato, è a mio avviso quello di una parte dell´assemblea nei confronti di un uomo di tarda età, ex presidente della Repubblica e senatore a vita, ex membro dell´Assemblea costituente del 1946, che ha servito il suo Paese per sessant´anni. Questo penso e questo scrivo. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Il dialogo e il muro Antonio Padellaro da l'Unità - 30 aprile 2006 Nel giorno di Santa Caterina l’Unione ha portato al vertice del Senato il cattolico Franco Marini mentre il comunista Fausto Bertinotti si accomoda sulla poltrona di Montecitorio celebrando il Primo Maggio. È il sabato dei sorrisi che segue il venerdì del nostro scontento quando a palazzo Madama si metteva davvero male e a Montecitorio ad ogni votazione si scivolava più giù. No, non c’è stato il caos che tanti giornali annunciavano perdendo di vista il dato politico fondamentale di una maggioranza che pur sotto assedio e tormentata da qualche Francesco tiratore si è sempre mantenuta compatta soffrendo, pazientando ma capace di assestare il colpo decisivo al momento giusto. E non si dica che il voto su Bertinotti era il più scontato: primo perché non c’è mai niente di scritto nello scrutinio segreto; e secondo perché se l’illustre eletto il primo saluto lo rivolge alle operaie e agli operai non è certo un personaggio per tutte le stagioni e per tutti i palati. E poi chi avrebbe detto che, alla fine, Marini avrebbe preso tre voti più del necessario, e l’applauso di tutto l’emiciclo? Dando così ragione al presidente Scalfaro e a chi ha preferito non vincere al secondo round con un verdetto contestato per stravincere al terzo con un risultato inattaccabile. Noi non eravamo tra questi giudicando insopportabile l’arroganza di quel manipolo dei destri che tutti abbiamo visto premere quasi fisicamente sul presidente provvisorio, e quasi sorvegliarlo affinché annullasse e cancellasse. È andata bene così perché ogni cosa ha il suo tempo e adesso che l’Unione ha trovato un rassicurante assetto istituzionale (Prodi, Marini, Bertinotti), forse la scelta più accorta non è andare al muro contro muro ma attendere che l’altro muro magari cominci a sgretolarsi. Questioni di potere, certo, ma strettamente legate a ciò che adesso gli italiani, tutti gli italiani, soprattutto si aspettano. Un governo che governi i loro tanti problemi e un parlamento che sia un punto di sicurezza nella loro vita. Non più scontro, dunque, ma dialogo. Non più barricate, ma confronto. Non più accuse ma comprensione. Questo intende dire il nuovo presidente della Camera quando sottolinea il rispetto delle regole e il ruolo dell’opposizione. Questo ci propone il nuovo presidente del Senato che senza «evocare intese che non ci sono» si appella a un più maturo senso di responsabilità tra i due schieramenti. Sarebbe meraviglioso. Ma purtroppo c’è un problema: come si può parlare a tutto il paese quando chi ha la rappresentanza politica di metà del paese non vuole parlare con te? E, anzi, come ha fatto ieri Silvio Berlusconi, ti accusa di voler schiacciare la nazione sotto la «dittatura della minoranza» (che nel suo particolare linguaggio significa comunismo più brogli). Però, siamo d’accordo, qualcosa per rasserenare il paese sbalestrato da cinque anni indimenticabili bisognerà pure farla. Con qualche modesta avvertenza. Primo di tutto, non sottovalutare l’avversario. È l’errore che è stato commesso, che tutti abbiamo commesso, quando si è pensato che la destra fosse definitivamente battuta, e in rotta. Sappiamo come è andata a finire, e se non fosse, diciamolo, per una serie concatenata di colpi di fortuna (alla Camera la loro legge elettorale boomerang, al Senato il soccorso degli italiani all’estero), pur avendo l’Unione conquistato il record dei consensi a quest’ora staremmo a qui a piangere sul secondo regno del caimano. Che ha dato prova di enorme resistenza e vitalità smentendo ancora una volta chi ne preannunciava il prepensionamento dalla politica e il volontaria esilio alle Bermude. L’uomo invece è ancora qui tra noi deciso a riprendersi, meglio se con le cattive, quello che ritiene essere di sua esclusiva proprietà: l’Italia. Sulla sua profumata scia di miliardi e di televisioni c’è una nomenklatura di guastatori decisi a tutto. Li abbiamo visti all’opera in queste ore proprio al Senato. Strenuamente mobilitati in un ostruzionismo assillante e, nel loro qualunquismo, non privi di argomenti che possono fare presa sul cittadino qualunque (l’Unione descritta come un’armata Brancaleone dedita al mercato delle poltrone e alla violazione del regolamenti). Ma c’è anche il pericolo opposto: sopravvalutare la Cdl come se l’idea del superpartito formato da Forza Italia, An e Lega possa sopravvivere alla sconfitta. Non era così prima delle elezioni quando la favola delle tre punte è servita a mascherare il progressivo allontanamento di Casini e Fini da palazzo Grazioli. A maggior ragione non può esserlo più oggi con un cavaliere all’opposizione e dunque con molto meno appeal. Sempre di più la Lega vuole giocare per conto suo, e averla costretta a votare per Andreotti (emblema della vecchissima Dc e di quella Roma Ladrona che fomentò la rivolta padana) non ha certo migliorato i rapporti con gli ex alleati. Nell’Udc, Follini, Tabacci e il gruppo delle Formiche si comportano sempre di più come corpi estranei e non nascondono il loro favore per le larghe intese. Dentro il partito azzurro è scoppiata la grana Tremonti, un Fenomeno troppo ambizioso per accontentarsi di fare il vice di Elio Vito. Quelli di An, infine, non sembrano più disposti a fare i donatori di sangue per la maggior gloria di un premier, che da martedì prossimo non sarà più tale. Infine, il Quirinale. Certo che va ricercato il candidato più condiviso possibile per la più alta carica dello Stato, per il garante della Costituzione, per colui che rappresenta l’unità della nazione. Ma siamo sicuri che Berlusconi sia disposto a un’intesa? Quando propone come successore di Ciampi il suo braccio destro Gianni Letta, quando afferma che non spetta alla sinistra proporre la rosa dei nomi per il Colle la sua è normale tattica preventiva o il tentativo di estremizzare lo scontro in un quadro di guerra a tutto campo? Sarà bene, perciò, che l’Unione si prepari ad ogni evenienza. Anche a votare a maggioranza il nuovo capo dello Stato. Indicando un proprio nome. È già successo altre volte. E la Repubblica è ancora qui. apadellaro@unita.it -------------------------------------------------------------------------------- Un giorno in Senato Furio Colombo Aprile 28, aprile 29, Aula del Senato. In mezzo alle macerie di una campagna elettorale distruttiva, che non vuole finire, Calderoli passeggia nell’emiciclo incitando ad applausi ironici quando passa Rita Levi Montalcini, come gli ufficiali nazisti in una celebre satira londinese degli anni Sessanta (Anthony Newly, «Stop the world. I want to get off»). Anche Castelli ha un ruolo in quella satira. E il sen. Andreotti si presta a un malinconico “cameo role” (o partecipazione speciale) da thriller in bianco e nero. Purtroppo noi non siamo spettatori. Purtroppo le espressioni di disprezzo dirette a Scalfaro («Lei è troppo vecchio per non sapere queste cose», apostrofa Castelli) sono state dette davvero. P urtroppo le macerie che incombono di fronte a noi sono ciò che resta di Berlusconi: imbaldanziti, incattiviti, vocianti, non credono in niente se non nel loro dominio. Il fatto che il dominio gli sfugga, o stia per sfuggirgli, li offende. E si sentono in diritto di offendere. Scambiano buona educazione e rispetto dei regolamenti per timidezza, trovano ridicolo lo scrupolo legislativo di Scalfaro. I suoi «chiedo scusa», il suo riconoscere di avere commesso un errore, sono segno di debolezza (Castelli dice «da vecchio», con la consueta eleganza). È irrisa la mite pretesa dell’ex Presidente della Repubblica (per anzianità presiede l’Aula mentre si elegge il Presidente del Senato) che finge di non sentire gli insulti. Lo so che sembra impossibile, ma, dal centrodestra, tutti insieme, gli gridano «fazioso, fazioso». Essere titolari di metà del Senato (metà meno due) dovrebbe dare un grande senso di responsabilità al centrodestra, perché si tratta di essere parte di rilievo, e dunque co-garante, di una istituzione essenziale della Repubblica. Loro invece sembrano apprezzare l’aspetto ludico della loro rilevanza numerica. Sembrano intenzionati a cacciarti in un vicolo per canzonare, divertiti dalla loro capacità numerica di tenerti in ostaggio. Usano volentieri scherno, rumore e persino intonazioni arbitrariamente sgarbate per far perdere un altro quarto d’ora, un’altra mezz’ora, un’altra ora, un altro giorno. Hanno scorrazzato su e giù in auto blu nel Paese ridotto a crescita zero, e ora che sono appiedati non gli va di cambiare gioco. Il mobbing resta il loro principale impegno politico. A meno di piegarsi all’idolatria e riconoscere che il sole gira intorno a Silvio Berlusconi. Che imbarazzo passare alle postazioni delle Tv europee e americane, Paesi dove la differenza di un voto non ha mai bloccato un Senato ma anzi (è il caso degli Usa) la differenza è di uno o due voti, che oscillano da una parte e dall’altra in successive elezioni, non intacca il rispetto, il funzionamento, la continuità della istituzione. Bloccare non diventa un vanto, e inondare l’Aula con grida, sarcasmi e manifestazioni di sfida sprezzante non diventa l’ambizione di una carriera parlamentare. Ormai (dopo il risultato finalmente raggiunto, che affida la presidenza del Senato a Franco Marini) sappiamo che la liberazione avverrà lentamente, un processo di disintossicazione che durerà a lungo, dopo la presidenza di Marcello Pera. Il problema più delicato è il seguente: come si fronteggia il gioco distruttivo di chi considera segno di debolezza accettare le regole, e anzi viola le regole ogni volta che le invoca? Come si risponde a una tecnica aggressiva (molto vitale, di questo va dato atto) che non esita a dare spallate devastanti all’istituzione pur di impedire che la maggioranza funzioni regolarmente? Una risposta adeguata richiederebbe di non esitare a tenere testa. Ma a testate non si protegge e non si garantisce una istituzione. E si corre il rischio mortale di fare il gioco della distruzione. Macerie e crescita zero. Macerie e isolamento in Europa. Macerie e politica estera subordinata e servile. Macerie e immagine del Paese devastato. «Far below the democratic standard», molto al di sotto della normalità democratica, è l’Italia così ridotta da Berlusconi e dalla sua gente, nel giudizio della stampa del mondo e dei centri di monitoraggio internazionali. Confesso che mi ha colpito, in queste prime sedute dedicate all’elezione del Presidente del Senato, le maleducazione un po’ teppistica nei confronti dell’ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. È un comportamento che sarebbe considerato volgare e fuori posto anche in un istituto scolastico in crisi, fra quegli adolescenti disadattati a cui si dedicano libri e film. La nostra controparte è apparsa disadattata alla democrazia. Tanti che, senza Berlusconi, sarebbero state persone normali, e forse esemplari, qui sono stati abituati e invogliati da cinque anni di spadroneggiamento, fra voti di fiducia e leggi ad personam, al dominio del territorio. Illustri avvocati che ci stanno di fronte hanno personalmente votato la legge che ha appena esentato Berlusconi da un gravoso e rischioso processo d’appello. «Come è uscito il vostro ex primo ministro da quel processo?». Vi domandano i colleghi della stampa estera. E quando rispondete che ne è uscito con una legge che prima non c’era e che è stata fatta dai suoi avvocati, che sono anche deputati, mentre si svolgeva il processo, per esentare da conseguenze ulteriori il principale imputato - che era anche primo ministro - attraverso la sua maggioranza succube, con voti a cui si sono prestati tutti, non solo il partito di Berlusconi, con una straordinaria disciplina, mentre l’Italia, governata solo in televisione, andava a ramengo, fatalmente vi arriva la solidale manata sulle spalle e lo sguardo di compatimento. Dunque sarà un lavoro lento. Per impedire una spaventosa Chernobyl della democrazia, un fuoco di vendetta che continua a bruciare sotto le macerie delle Istituzioni di un’Italia moralmente ed economicamente ferita. Sarebbe esemplare in un film (un film più duro e sinistro del film di Moretti) l’immagine, che abbiamo visto davvero, di Castelli che si alza per accusare Scalfaro e lo fa in modo che si veda bene chi comanda. Naturalmente non è vero. Castelli, senza la sua incredibile prestazione come ministro della Giustizia, nella vita italiana non lascerebbe alcuna traccia. Ma il suo modo tipico di intervenire, da lite tra automobilisti, la provocazione come dire «sta attento, con me non si scherza» e il “body language” che suggerisce botte, per lui è irresistibile. Si sente - chissà come ha vissuto - che non può correre il rischio di apparire gentile. Nella sua tribù deve essere una cosa da donne e da anziani. E purtroppo non è solo. C’è una immagine della vita come potere (meglio come strapotere) allergico al “check and balance” (ai controlli e alle verifiche) della normale vita democratica. E purtroppo non è solo stile. Mai è apparsa tanto calzante la metafora usata da Romano Prodi «Chi sono? Sono quelli che parcheggiano in doppia fila» e aggrediscono il vigile, se osa iniziare a scrivere una multa. La multa come oltraggio intollerabile e la doppia fila come diritto, non sono una grande filosofia della vita. Ma questa filosofia ha governato il Paese, espandendosi di televisione in televisione, anche se - sul territorio - i cittadini li hanno spinti indietro di Comune in Comune, di Regione in Regione, in quasi tutte le elezioni locali. Non resta che ripetere: sarà un lavoro lento e anche cauto e non solo per colpa loro, ma per la decisione di restituire tutto il rispetto alle istituzioni della democrazia, di permettere che le “good vibrations”, le vibrazioni buone del governo Prodi si espandano, raggiungano, leniscano, unifichino, rasserenino un Paese che è stato lacerato in modo brutale. Non è una speranza, è un progetto. Difficile? Molto. Ma è il solo possibile. furiocolombo@unita.it -------------------------------------------------------------------------------- Franco & Fausto La strana coppia Bruno Ugolini Una strana coppia ai vertici dello Stato. Il primo è eletto presidente del Senato. Il secondo è eletto presidente della Camera. Sono: Franco Marini e Fausto Bertinotti. L'uno è stato per anni segretario generale della Cisl. L'altro è stato per anni segretario confederale della Cgil. Una sorte mai capitata per due dirigenti sindacali, abituati alle piazze, ai cortei, ai comizi, agli scioperi, alle trattative e ai negoziati. Solo Luciano Lama, indimenticabile leader della Cgil, aveva potuto, se non ricordiamo male, essere eletto vice presidente del Senato. Un segno dei tempi nuovi? Speriamo. Fa una certa impressione ascoltare le loro biografie, il tragitto dal mondo del lavoro alle istituzioni. Li ascoltiamo mentre rievocano, con parole comuni, il 25 aprile e il primo Maggio. Anche questa è una novità: la festa dei salariati (o dei produttori?) che entra nelle gloriose aule parlamentari, cariche di storia. Qualcuno potrebbe ricordare che però sono due personaggi dalle caratteristiche diverse, a volte opposte. Fausto appare come l'uomo dalle grandi passioni ideali, nella ricerca continua di un nuovo mondo possibile. E che non rinuncia a confessare che uno sciopero, una manifestazione operaia ancora oggi lo emoziona, perchè intravede i germi positivi di una ribellione alla subalternità. Franco appare come l'uomo che si emoziona se un duro negoziato porta ad un accordo utile e fa scaturire le proprie scelte da un pragmatismo intelligente. Ho incontrato il giovane Bertinotti a Torino, molti anni fa, quando faceva l'allievo di dirigenti dalla schiena dritta come Emilio Pugno e Sergio Garavini. Oppure quando guidava l'ala della sinistra sindacale nella Cgil e fronteggiava le rampogne pesanti di Bruno Trentin. Marini l'ho visto intento a guidare la Cisl accanto a dirigenti come Pierre Carniti, Eraldo Crea, Emilio Gabaglio, Mario Colombo. Non corrisponde al vero la leggenda di un Bertinotti che non ha mai firmato accordi in vita sua. Certo, però, Marini aveva come stella polare la ricerca della mediazione a tutti i costi, l'arte del compromesso, il rifiuto al puro ruolo di testimonianza e alla lotta per la lotta. Persino nello stile di vita sembrano diversi. Fausto non disdegna le occasioni mondane, accetta il confronto in qualche salotto, magari suscitando le critiche di qualche compagno. Franco lo possiamo immaginare più intento a giocare a scopone con gli amici. Una strana coppia: così diversi, eppure anche così cambiati. Quella incredibile scuola che è il sindacato li ha fatti avvicinare. La loro personalità si è plasmata in mezzo ad un mondo del lavoro dove albergano opinioni diverse e devi saperle ascoltare e rispettare. Il sindacato spesso costringe a mantenere insieme differenze e unità. Un allenamento di vita. Prendete Bertinotti. Ha incontrato i cattolici, i torinesi della Fim-Cisl come Adriano Serafino o Cesare Del Piano, ha imparato persino a leggere l'Osservatore Romano e non solo per civetteria. Ha convinto il proprio partito che la non violenza è una virtù e forse vuol traghettare i No Global nel cuore dello Stato. Prendete Franco Marini. È cresciuto alla scuola di Donat Cattin, anche lui torinese, in una Dc dominata dagli schemi della guerra fredda e dove l'anticomunismo della sinistra aveva feroci elementi competitivi. Nel sindacato però, un po' più distaccato dalle ideologie, ha incontrato comunisti in carne ed ossa, come Luciano Lama e molte barriere sono cadute. Ha capito che non era il regno dei cattivi. Così, entrato poi in politica, ha perfino cooperato all'ipotesi di dar vita ad un unico partito con i nipoti degli antichi nemici. Ora eccoli in qualche modo insieme, Franco e Fausto. Un bel modo per festeggiare il primo maggio. Proviene da quegli scranni un messaggio di fiducia, dopo tante angosce. Si può. Bruno Ugolini -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Una voce fuori dal covo PIERO RICCA Non ho più voce. L’ho lasciata a Roma, dove ieri ho manifestato per poco più di quindici ore davanti al Senato contro la candidatura del prescritto per mafia Giulio Andreotti a seconda carica dello Stato. Arrivati a Roma di buon’ora, il mio amico Jerry e io dapprima facciamo una puntata a Montecitorio. I neo-nominati deputati, nel piazzale antistante, si preparano al primo giorno di scuola. Comincio a distribuire qualche volantino, titolo: "Andreotti visto da vicino". Jerry scatta foto a ripetizione e si diverte come me ad ammirare certe facce e certi riporti tinti dei rappresentanti del popolo sovrano. Poi ci spostiamo a palazzo Madama. Capannelli di senatori sono in attesa davanti all’entrata, nel tramestio di reporter e fotografi. Inizio il volantinaggio. Poi i guardiani mi fermano: "Non si può per motivi di ordine pubblico". O di quieto vivere? Mi consentono di stare sul marciapiede antistante, dietro una transenna. Non conoscono la mia voce. Indosso uno dei due cartelli gialli che avevo preparato: "Un presidente colluso con la mafia?". E’ il medesimo concetto dei manifesti affissi all’alba in tutta Roma dai fascisti di Forza Nuova. Le altre formazioni politiche, con poche virtuose eccezioni, per esempio Di Pietro, preferiscono sorvolare. Eccolo, il regime collusivo. L’altro cartello ("Andreotti mafioso prescritto") gli amici della Digos me lo sequestreranno nel corso della giornata. Motivo: "Questa è un’accusa, non si possono fare nomi". Cerco di spiegare che si tratta dell’esito di una sentenza definitiva. E che in democrazia si devono fare i nomi. Ma è tutto vano. Mentre nel palazzo i nostri dipendenti eletti per nomina di partito si preparano alla prima votazione per darsi un degno presidente, dietro la transenna inizio il mio comizio. Alla fine parlerò per sette-otto ore, divertendomi un mondo e rimpiangendo di non aver portato con me Ikarus, il mio megafono. C’è un gran via vai di gente: turisti stranieri, scolaresche in gita, passanti, cittadini angosciati all’idea del tartarugone alla presidenza del Senato. In gran parte sono solidali con noi. Gli stranieri soprattutto, incuriositi da quell’assembramento di uomini in divisa e auto blu. M’interessa parlare con i giovanissimi. Mi ascoltano con attenzione. Li incoraggio per quel che posso a una volontà di riscatto. Passano le ore, mentre dall’interno del palazzo giungono notizie surreali di "pizzini" e votazioni annullate, dietro la transenna intrattengo gli astanti parlando di ipocrisia e impunità del potere, connivenza con la mafia, perdita della memoria, censura e manipolazione dell’informazione. Jerry volantina e fotografa, ogni tanto mi porta una bottiglietta d’acqua e va a fare nuove fotocopie. Ricordo nomi, fatti, date, circostanze, e il loro contesto. Nascono conversazioni interessanti, si susseguono impagabili siparietti. A un certo punto s'alza un coro: "Ma-fio-so! Ma-fio-so!". Arrivano i fotografi e gli operatori di ripresa. Sfido Andreotti con voce di tuono a scendere in strada e a venire a parlare con noi. Lui preferirà entrare e uscire da una porta laterale. Sfilano Cuffaro, Ghedini, Guzzanti, Biondi, Cossiga e tanti altri consimili gentiluomini. Li contesto duramente, uno a uno, in modo specifico. Ogni mezz’ora leggo per intero, scandendo ogni sillaba, una sintesi della sentenza del processo Andreotti. Alcuni si affacciano alle finestre del palazzo. Molti scattano foto con il videotelefonino. Rimaniamo fino all’esito notturno dell’ultima votazione: Marini sotto per due maledette schede nulle. Gli autisti vengono a complimentarsi per la "resistenza". Poi ce ne andiamo a bere una birra. Ps: apprendo ora dalla radio che Marini è stato eletto presidente del Senato. Almeno una vergogna ci è stata risparmiata.http://www.centomovimenti.com/

Non è Francesco. Franco o Francesco Marini o Marini Sen. Franco o Franco o Francesco o Marini ma non Marini Giulio o quell'altro che non era Andreotti ce l'ha fatta. Stranamente l'opposizione (per qualche giorno, prima della caduta di Prodi) grida all'illegittimità: l'ultima invenzione (Schifani) è che i senatori a vita non dovrebbero essere conteggiati. Però possono essere candidati alla seconda carica dello stato, meglio se mafiosi. Di spogli e spogliarelli ne ho visti tanti, ma lo spoglio delle schede al Senato sicuro li batte tutti. La voce erotica e la R trillante di Scalfaro, i primi piani sul deforme Andreotti, fino all'orgasmico applauso e la vittoria dell'alpino cislino pipaiolo. Il bis è arrivato alla prima frase del neo-presidente: «Permettetemi un ricordo commosso per le vittime di Nassiriya». Mi ha già conquistato. Ah, l'ho già detto che dopo che un democristiano (della Margherita) è venuto alle mani con un democristiano (Nuccio Cusumano dell'Udeur) - prima che tra i due si frapponesse un democristiano (Mastella) - finalmente un'assemblea presieduta da un democristiano (Scalfaro) - accusato di faziosità dai democristiani del centrodestra - è riuscita ad eleggere a presidente del Senato un democristiano (Marini) che correva contro un democristiano (Andreotti) per conto della coalizione capeggiata da un democristiano (Prodi)? Non ricordo.http://cacofasia.splinder.com/

L'asilo della politica Giuliano Le notizie della settimana che si concludeva con venerdì 28 aprile erano queste: l'Iran di Ahmadinejad che minaccia una nuova guerra; il FMI che esprime preoccupazione per il deficit pubblico italiano; il ritorno dall'Iraq delle bare dei soldati italiani morti in un attentato. Eppure, venerdì 28 aprile il Senato è rimasto bloccato su una questione che non s'era mai vista prima: se il senatore Marini si chiamasse Francesco oppure Franco. Per tre schede con su scritto il nome sbagliato, il nostro Parlamento ha perso più di dodici ore di seduta: un giorno intero perduto, considerando anche la mattina del sabato successivo. Nel momento in cui scrivo, l'onorevole Bertinotti è stato appena eletto Presidente della Camera, cioè ha preso il posto che fu di Irene Pivetti (altro che Cicciolina!); per la presidenza del Senato si sta ancora discutendo, con toni aspri, su quel Francesco che non era Franco. Le riprese televisive di ieri evidenziavano la presenza in aula, tra i neo senatori, di Alessio Butti, deputato di Como e quindi mio compaesano, che so ben riconoscere perché il quotidiano locale (chissà come mai) ne parla sempre con toni entusiastici. Butti era particolarmente attivo, nel contestare le tre schede: sembrava che si trattasse di una questione vitale per l'economia, per la sicurezza, per il turismo o per chissà cosa, e invece era la solita, l'ennesima, questione di lana caprina della politica italiana, però affrontata con un fuoco e con un ardore inusitati, e anche con soddisfazione (presumo) per il proprio ruolo e per la propria importanza. "Chissà se a casa mi vedono", avrà pensato il fiero senatore Butti, impegnato severamente a combattere in una trincea così dura e fondamentale: ebbene, sì, io l'ho visto. E ho subito pensato a una discussione vista tra uno zapping e l'altro, in tv, dove si discuteva dell'età veneranda dei nostri politici attuali rispetto a quello degli altri paesi: a Clinton che "andò in pensione" a 54 anni, per esempio. Ho pensato che il senatore Butti è più giovane di me, e ha quindi poco più di 40 anni, il limite minimo per essere eletto senatore. Ho pensato ad altri politici italiani sotto i 50 anni, e mi sono venuti in mente nomi terrificanti, soprattutto nel partito di Butti. Dopo questi pensieri, non dico Ciampi, ma perfino Scalfaro, perfino le antiche fattezze egizie del senatore a vita Giulio Andreotti mi sono sembrate confortanti, e ho augurato loro lunga vita: soprattutto politica. Perché, se riguardate il filmato con il senatore Butti (è quello bruttino e pelato, col pizzetto e la faccia scura), vi renderete conto che i problemi d'Italia non sono i rigassificatori dell'Enel, come si diceva un mese o due fa. Non è la scuola, non è la sanità, non è la guerra, non è l'industria, non è il PIL, non sono i cinesi, non è Bin Laden, non è niente di tutto quello che avete pensato: il problema vero d'Italia, quello per il quale combattere per giornate intere, è decidere se tre voti dati al signor Francesco siano attribuibili al signor Franco. Insomma, il vero problema, a Como come a Roma, è "fargliela vedere a quelli là", con tanti saluti all'Italia e agli italiani tutti: compresi i parenti delle vittime dei caduti di Nassiriya (quelli di ieri, e anche quelli dei mesi scorsi).http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Ma e' vera questa notizia sul padre della Moratti ? da Gustavo D., USA A proposito dell'intervento di Francesca Russo, ho trovato su Paolo Brichetto questa informazione: "Letizia Brichetto, sposata con Gian Marco Moratti, è figlia di Mimina e Paolo Brichetto, uno dei fondatori assieme a Edgardo Sogno dei Comitati di resistenza democratica, nati nel 1971 con lo scopo di "impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni". I Comitati si assumevano l’impegno di "compiere personalmente e singolarmente l’esecuzione degli esponenti politici di partiti democratici, responsabili di collaborazionismo con i nemici della democrazia e di tradimento verso le libere istituzioni" (dal libro Testamento di un anticomunista, intervista ad Edgardo Sogno di Aldo Cazzullo)". Sarebbe interessante sapere quanto c'è di vero. Non ho trovato nessun'altra fonte per questa notizia. Risponde Rita Guma Ci risulta che nel dicembre 1990 Sogno abbia rilasciato un'intervista a Panorama nella quale ha rivelato che i suoi comitati di resistenza democratica avevano preso "...l'impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti...". Paolo Brichetto entro' a far parte dell'Organizzazione Franchi della resistenza fondata da Sogno (che aveva combattuto in Spagna sul fronte nazionalista e franchista) dopo l'8 settembre. Brichetto fu poi arrestato dalla Gestapo e internato a Dachau. Anche Sogno fu arrestato. Sogno sara' medaglia d'oro per la resistenza, Brichetto d'argento. La brigata era in contatto con le forze britanniche, da cui riceveva aiuti di ogni genere e i messaggi di Radio Londra. Con gli angloamericani Sogno restera' in contatto e ne sara' finanziato anche in seguito, secondo il volume "Il partito del golpe", di Gianni Flamini, ed. Italo Bovolenta, 1982 (vedi NOTA in calce). Sogno era monarchico ed anticomunista. Fondò nel 1971 i Comitati di Resistenza Democratica. Secondo il Manifesto del 9 dicembre 1990, Sogno rivelo' anni dopo i nomi dei suoi "magnifici 20" che «finanziati da Fiat, Confindustria, ministero della difesa e degli esteri avevano assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti». Fra i componenti dei "Comitati di resistenza democratica", il cui obiettivo era «di impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni», Sogno cito' "Paolo Bricchetto". Sogno mori' a Torino il 5 agosto del 2000. Paolo Brichetto e' alla commemorazione di Sogno, qualche anno dopo: i giornali parlano di "due compagni della Organizzazione Franchi, di cui Sogno era comandante: il generale Aldo Li Gobbi e Anniboldi Brichetto, padre di Letizia Moratti". NOTA Sogno si impegno' nel 1953 ad organizzare la sezione italiana del movimento anticomunista transnazionale Paix et Liberté. Nel 1974, a Torino, il giudice istruttore Luciano Violante apri' un'inchiesta per un complotto facente capo a Edgardo Sogno, ed altri fra cui il braccio destro di Junio Valerio Borghese. Due anni dopo Violante accuso' Sogno di aver preparato, usando il movimento anticomunista "Pace e libertà", il progetto di un "golpe bianco" che sarebbe dovuto scattare proprio nell'agosto del 1974, in caso di vittoria delle sinistre, con lo scopo di costruire una repubblica presidenziale. Intervenne il capo dei servizi segreti, il generale Vito Miceli, chiedendo al governo di mantenere il segreto di Stato sui documenti del SID su Sogno richiesti dal giudice. L'inchiesta fu trasferita a Roma. Il 24 Maggio 1976 la magistratura romana confermo' le accuse del giudice Violante. In seguito pero' il p.m. chiedeva il proscioglimento di Sogno per insufficienza di prove e di altri imputati per non aver commesso il fatto. Il 12 Settembre 1978 il giudice istruttore Francesco Amato firmo' una sentenza di proscioglimento per tutti gli imputati "...perché il fatto non sussiste...". Amato si lamento' degli omissis che segnarono l'inchiesta, ma in seguito si Aldo Moro che Francesco Cossiga affermarono che gli omissis riguardavano l'attivita' spionistica di Sogno nell'europa dell'est. Secondo il dossier dei Ds nella Commissione Stragi: "I punti programmatici del suo "golpe bianco" costituirono i momenti fondanti del piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli". www.osservatoriosullalegalita.org

Unioni gay, malumori anche nell'atea Praga Anche in Repubblica Ceca sono state introdotte le unioni omosessuali: e il dibattito nella società civile si fa aspro. Anche i gay della Repubblica Ceca hanno motivo di festeggiare (Maw Schmitt) Praga, 14 marzo 2006. «La famiglia si basa solo sull’unione tra uomo e donna!», scandisce un gruppetto di dimostranti in una delle più frequentate strade di Praga, Na Příkopech, nel Fossato dei cervi. Un piccolo gruppo di cittadini, accompagnati dalle loro mogli e figli, hanno manifestato il loro malumore contestando la legge sui Pacs, le coppie di fatto omosessuali. La seduta del Parlamento è fissata nei prossimi giorni. I deputati supereranno il veto del presidente conservatore? In questa giornata di marzo, non solo gli omosessuali sono preoccupati da questa domanda. Superare i pregiudizi Improvvisamente due giovani uomini si fermano per strada di fronte ai dimostranti. Lukáš e Jakub iniziano a baciarsi davanti ad una folla irritata e sono sommersi da una valanga di insulti e indignazione. Da dove viene questa avversione verso gli omosessuali? «Io penso che derivi dagli stereotipi che ancora sono ancorati nella società», dice Slavomír Goga, il portavoce di Gay a lesbická liga, la lega dei gay e delle lesbiche. «Nel diciannovesimo secolo era inimmaginabile che le donne avrebbero ottenuto il diritto di voto. Considerate la loro situazione oggi». Senza dubbio esistono pregiudizi dentro la società. L’idea che il matrimonio tra uomo e donna debba diventare la norma ha profonde radici anche nell’Europa liberale di oggi. Le leggi sulle unioni omosessuali sono perciò discusse con preoccupazione in ogni paese, si tratti di Francia, Germania o Spagna. Carosello in Parlamento La legge sui Pacs è stata discussa più volte in Parlamento: un primo tentativo di introdurre la parità di diritti per le unioni dello stesso sesso divise il governo già nel 1995. Negli anni successivi non successe nulla di nuovo. La legge sulle unioni registrate è stata un tema politico che tutti i deputati del partito cristiano-democratico della Kdu-Čsl hanno costantemente rimandato nel tempo. Anche i deputati del liberal-conservatore Ods (Partito Civico Democratico) si sono opposti, anche se i cristiano-democratici restavano i più rigidi in materia. Siccome fino al 2002 la Kdu-Čsl è stato l’ago della bilancia nella coalizione di governo, la legge sulle unioni registrate è stata accuratamente messa nel dimenticatoio. Solo il 15 marzo di quest’anno il lavoro è stato portato a termine. Nonostante il veto del presidente Václav Klaus la legge è passata in parlamento con una maggioranza risicata: 101 su 200 deputati hanno votato in favore del provvedimento. Oggi i cechi dell’associazione Gay Iniziative possono rallegrarsi per avere, insieme alla Slovenia, una delle leggi più progressiste in difesa dei diritti della minoranza omosessuale che si possono trovare nei dieci nuovi Paesi membri dell’Unione europea. Persone dello stesso sesso possono vivere insieme e il partner può ereditare. In breve: possono vivere come una coppia a tutti gli effetti. «La famiglia si fonda sull’unione tra un uomo e una donna!» La maggioranza dei cittadini cechi sono a favore di questa liberalizzazione; in ottobre il 62% di loro era d’accordo con la legge. Ciò è sicuramente legato anche al fatto che, secondo un’inchiesta dell’istituto Stem, il 59% di loro si considera ateo. La Chiesa cattolica oppone resistenza protestando forte contro la legge. In una comunicazione della conferenza dei vescovi cechi si legge che «non c’è nessun fondamento per riconoscere diritti speciali a qualche gruppo sulla base dei rapporti sessuali intrattenuti. La famiglia e la vita costituiscono una unità che devono essere difese dalla società; le autorità pubbliche non dovrebbero istituzionalizzare forme di unione che non sono motivate dalla procreazione di figli e dalla loro educazione. Queste unioni non possono assomigliare al matrimonio e alla famiglia.» Per la Chiesa le unioni omosessuali sono un pericoloso precedente. La lenta erosione dei modelli tradizionali di vita comunitaria è un argomento forte anche per i non credenti. I dimostranti nel fossato non hanno risposto alla chiamata della conferenza dei vescovi. Sono cittadini comuni, che hanno semplicemente paura di qualcosa che non conoscono, mentre i bambini cresciuti all’interno di unioni omosessuali rappresentano per loro una fosca prospettiva che tramite la legge sulle unioni registrate si avvicina pericolosamente. Di fronte a ciò Slavomír Goga può solo alzare le spalle: «Cos’è oggi una famiglia? Per centinaia di anni è stata un padre, una madre e un nugolo di bambini. Oggi anche una madre sola è considerata una famiglia». Perciò guarda con ottimismo alla cultura e ai cambiamenti che può portare: «I concetti si sviluppano. È solo una questione di tempo, fino a quando anche gli uomini accetteranno il nostro diritto di vivere insieme». http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6729 Filip Capanda - Prage

C'è del marcio nell'8 per mille di Mirko Fabbri È tempo di dichiarazione dei redditi, ed è quindi tempo di 8 per mille. Vi siete mai chiesti che fine fa quella montagna di soldi (quasi 2000 miliardi delle vecchie lire) raccolti sommando le briciole dei nostri 8 per mille? E soprattutto dove siete convinti che finiscano i vostri soldi se siete una di quelle 6 persone su 10 che al momento della scelta del destinatario non scelgono affatto? L’argomento è regolato dal Concordato del 1984-85, in cui è previsto che il contribuente destini tale percentuale del suo reddito “ad attività sociali ed umanitarie”. Il diabolico meccanismo messo a punto allora da Craxi e dalla CEI prevede che in realtà nessuno destini direttamente il proprio gettito: il perverso marchingegno assomiglia di più ad un sondaggio e prevede che si contino le scelte, si calcolino le percentuali ottenute da ogni soggetto e in base a queste vengano poi ripartiti tutti i fondi, compresi quelli dei contribuenti che tale scelta non hanno espresso. Questo ha fatto sì che nel 2004 alla chiesa cattolica siano andati poco meno di 1000 milioni di euro, ovvero più dell’85% dell’intero gettito dell’8 per mille, nonostante tale scelta fosse stata espressa esplicitamente soltanto dal 33% dei contribuenti. Allo Stato sono andati circa 100 milioni; alle altre confessioni gli spiccioli. Nonostante gli spot strappalacrime che nei prossimi giorni invaderanno i nostri teleschermi, sembra che la chiesa cattolica spenda soltanto una piccolissima parte (tra l’8 e il 20% a seconda delle diverse fonti) di questi soldi per gli aiuti al terzo mondo; il grosso serve invece per il sostentamento del clero e per vaghe “esigenze di culto”. I valdesi, per dirne un’altra, spendono tutto in “progetti culturali, assistenziali e di solidarietà in Italia e all’estero”, sostengono i loro pastori con offerte volontarie dei fedeli, e soprattutto non accettano le risorse che non siano state destinate esplicitamente a loro. In questo modo nel 2004 hanno rinunciato a qualcosa come 7 milioni di euro. E lo Stato come li spende quei soldi? Scartabellando nel sito del Governo si scopre che gli ultimi dati disponibili in questa materia sono quelli del 2001, quando dei 220 miliardi di lire che quell’anno andarono allo Stato per “attività sociali ed umanitarie”, 70 servirono per finanziare la missione militare in Albania (niente male come attività sociale ed umanitaria!), mentre i 150 rimanenti diventarono 66 in un amen per “assestamento del bilancio”, e furono spesi in buona parte per restauri di chiostri, organi, oratori, campanili e facciate di chiese. Oltre a questi, furono finanziati anche alcuni progetti presentati da amministrazioni locali per riqualificare piazze, palazzi ed ogni altro intervento che ricada sotto la definizione di “conservazione dei beni culturali”. Fin qui i dati. Oltre a chi vorrebbe proprio abolirlo questo sistema dell’8 per mille, c’è anche chi, forse più realisticamente, vorrebbe ampliare il numero dei soggetti che ne possono beneficiare. È normale, per esempio, che in un paese normale la ricerca scientifica debba essere finanziata con la vendita delle arance e delle begonie nelle piazze? Un giornalista convinto che così non possa continuare ad essere, è Enzo Mellano, il quale nel suo sito promuove una campagna che propone di inserire la possibilità di destinare alla ricerca il proprio 8 per mille. Un recente sondaggio commissionato da La Stampa, oltre a quantificare in 2/3 la parte di italiani favorevoli ai pacs, alle convivenze ed al mantenimento della legge sull’aborto (con buona pace di Ruini & C.), ha anche evidenziato che nel caso la scelta dell’8 per mille lo consentisse, una percentuale significativa di italiani destinerebbe la propria quota alla ricerca scientifica. Tutti soldi che verrebbero meno alla CEI. Forse anche per questo motivo l’ultima legge Finanziaria ha introdotto una novità, ovvero la possibilità di destinare un ulteriore 5 per mille delle proprie tasse alla ricerca o alle associazioni di volontariato, senza intaccare il vecchio buon 8 per mille. Quello deve continuare ad andare dove è andato finora… E comunque nel frattempo ricordate: scegliendo di non indicare il destinatario del “vostro” 8 per mille in sede di dichiarazione dei redditi, scegliete comunque. Quindi meglio scegliere per il meglio…http://www.carmillaonline.com/archives/2006/04/001759.html

Vittime della vergogna I morti per i pesticidi usati dalle multinazionali della frutta si moltiplicano. La storia di Will e José scritto da Giorgio Trucchi "Dammi un passaggio fino a Chichigalpa. Dormo lì questa notte, perché domani mi tocca partire all'alba". Era appena finita la marcia dei bananeros ammalati per il Nemagón a Chinandega. Era una marcia per celebrare il ritorno di migliaia di persone alle loro case, dopo più di otto mesi accampati a Managua, e la firma degli accordi con il Governo e il Parlamento. Wilfredo Martínez, "Will" per gli amici, era salito sulla camionetta che ci riportava nella capitale. Come sempre, aveva partecipato alla marcia in qualità di leader di uno dei tanti gruppi di ammalati a causa degli agrotossici. Non stava bene. Era magro, pallido e più debole del solito, ma continuava imperterrito nella sua attività minuziosa, come una formica operaia dalla gran tenacia. Il passato. Era stato cañero (coltivatore di canna da zucchero ndr.) e si era ammalato a causa dell'uso irrazionale dei pesticidi nelle piantagioni. Aveva anche iniziato a sostenere la lotta dei bananeros ammalati per il Nemagón, mettendoci l'anima. Insieme a Doña Coquito era stato delegato a mantenere i contatti con i parlamentari, affinché cominciassero seriamente a dare delle risposte alle richieste presentate dai settori in lotta. Sempre in prima fila nelle marce, parlava di questa lotta che, presto o tardi, avrebbero vinto. Non aveva dubbi, nonostante le malattie che lo colpivano severamente e sono sicuro che abbia lottato fino agli ultimi momenti della sua vita. Il presente. Quando ho saputo che era morto, a soli 42 anni, per una serie di complicazioni che avevano bloccato la funzione renale, mi è rimasta l'amarezza di non averlo potuto salutare. Era già da un paio di mesi che non lo vedevo. Ho cominciato a pensarlo, a ricordarlo e a cercare una sua foto. Alla fine ne ho trovata una, la più significativa, in testa al corteo mentre entra a Managua. Era la "Marcia senza Ritorno" del 2005. È bello ricordarlo così, alla testa, marciando, con lo sguardo in alto, aprendo una breccia per le future generazioni. Altra storia. Con José Luis Suarez, invece, ho parlato a casa sua, a Chichigalpa. L’Asociación Nicaraguense de Afectados por la Insuficiencia Renal Crónica (Anairc) mi avevano invitato per scrivere un reportage sulla drammatica situazione dei cañeros. La Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación (Uita) era interessata al progetto e io passai due giorni con loro, ascoltando le loro esperienze, guardandoci negli occhi, raccogliendo ogni dettaglio di queste dolorose storie e ogni particella di quell'orgoglio che fluiva dalle quelle parole. Stesso copione. José Luis era steso in una branda nel cortile di casa sua. Aveva 59 anni, 38 dei quali passati lavorando come bracciante nei cañaverales del Ingenio San Antonio. Avvicinandomi, mi afferrò la mano con le sue dita cotte dal sole e dal lavoro e mi salutò con poche deboli parole. Aveva voglia di parlare, nonostante la difficoltà a respirare e a proferire parola. Aveva voglia di denunciare al mondo intero non solo quello che era successo a lui, ma quello che avevano dovuto soffrire le migliaia di compagni ammalati per i pesticidi. Mi nominò a memoria i 33 posti all'interno del Ingenio San Antonio dove si trovavano le acque inquinate. Ricordo che con estrema difficoltà si alzò e volle accompagnarci nei cañaverales, affinché potessi vedere con i miei occhi lo stato di inquinamento della zona, le acque putrefatte con le quali irrigano la caña e la vicinanza delle case ai campi, innaffiati costantemente di pesticida per via aerea. Ci obbligò a fermarci nella clinica del Ingenio, affinché vedessi la ridicola assistenza che danno agli ammalati di Insufficienza Renale Cronica (Irc). Sette anni fa gli avevano diagnosticato Irc ed è morto dopo due mesi dall'intervista. Parole velenose. Le sue parole e il suo corpo erano una denuncia. "I padroni dell'impresa hanno portato la morte in questo paese - raccontò - Da tre mesi sono steso in questo letto e faccio fatica ad alzarmi. Quando nel 1999 mi presentai per lavorare nel raccolto della caña, mi fecero degli esami medici e risultai ammalato di Irc. Mi rifiutarono il lavoro e mi buttarono in strada a morire.Mi diedero una pensione di 1.500 córdobas mensili (85 dollari) che non bastano nemmeno per una settimana. Abbiamo bisogno che si denunci tutto quello che ci sta accadendo, perché spargere tutti questi pesticidi e infettare l'acqua è stata una manovra criminale. Non sono solo i lavoratori a essere stati avvelenati, ma tutto il paese, perché le falde acquifere percorrono centinaia di chilometri e i pozzi da cui la gente della regione attinge l'acqua sono inquinate. Questi signori proprietari dell'impresa sono ricchi e potenti, godono dell'appoggio del Governo e dei politici e anche i mezzi di comunicazione li coprono". Logica inumana. Wilfredo e José Luis li ho avuti vicino e ho potuto condividere con loro, come con tanti altri e anche se per poco tempo, il sentimento di disperazione di una malattia terminale e contemporaneamente la capacità di andare oltre la quotidianità e di vedere un orizzonte di giustizia, pur nella consapevolezza di non poterlo assaporare. Sono due vittime in più della vergogna che ha inondato questo paese e della logica inumana di sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5258

Kurt Vonnegut, scrittore senza patria Libri. L’editore ''Minimum fax'' raccoglie dodici interventi del grande scrittore americano, pubblicati in questi ultimi anni sulla rivista ''In These Times'' Woland Per intenderci subito, Kurt Vonnegut è quello di “Mattatoio n.5”, scritto nel 1968 e pubblicato in Italia da Feltrinelli. E anche di questo suo libro parla uno dei più grandi scrittori americani viventi, nella raccolta intitolata “Un uomo senza patria”, di prossima uscita nelle librerie per i tipi di “Minimum fax”. Di origini tedesche, nato a Indianapolis nel 1922, Vonnegut diviene autore di culto in tutto il mondo dopo il racconto della personale esperienza di sopravvissuto al bombardamento di Dresda, che ispira la narrazione del suo romanzo più famoso. Ma anche in “Ghiaccio-nove”, “Piano meccanico”, o “La colazione dei campioni”, quello che più colpisce il lettore-cultore di Vonnegut, è la sua capacità di mescolare con assoluta naturalezza l’alternanza di comico e tragico, l’umorismo e l’analisi antropologica, mitologia e storia, letteratura e polemica politica. In questa dozzina di interventi scritti per la storica rivista radicale “In These Time”, alla quale collabora da molti anni, ancora una volta Vonnegut non smentisce le sue attitudini, come ben dimostra lo stesso titolo scelto per la raccolta. “Un uomo senza patria” racchiude infatti perfettamente quelli che sono gli attuali sentimenti politici e sociali dello scrittore, giunto dopo quasi 83 anni all’amara conclusione di non riporre più fiducia nell’essere umano (che malgrado tutto aveva costituito gran parte del suo pensiero), in virtù di un “disfacimento globale” non soltanto etico e morale, ma soprattutto di carattere ambientale, che riguarda direttamente il rapporto di convivenza con il pianeta stesso, a causa del catastrofico impatto ecologico che negli ultimi due secoli l’uomo si è ostinato a produrre: “Qual è stato l’inizio della fine? Qualcuno potrebbe dire Adamo ed Eva e la mela proibita: un caso lampante di istigazione a delinquere. Io dico che è stato Prometeo, un Titano, un figlio degli dei, che secondo la mitologia greca rubò il fuoco a Zeus per donarlo agli esseri umani. Gli dei si arrabbiarono così tanto che lo legarono a una roccia con la schiena nuda, e gli fecero divorare il fegato dalle aquile. “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”. E adesso è evidente che gli dei avevano ragione. I nostri cugini di primo grado, gorilla, oranghi, scimpanzé e gibboni, hanno campato felici e contenti per tutto questo tempo cibandosi di vegetali crudi, mentre noi non solo prepariamo pasti caldi ma in meno di duecento anni abbiamo quasi distrutto questo pianeta, che prima era un sanissimo sistema di sostentamento della vita, principalmente dandoci a una gran baldoria termodinamica a base di combustibili fossili. L’inglese Michael Faraday costruì il primo generatore elettrico solo 172 anni fa. Il tedesco Karl Benz costruì la prima automobile alimentata da un motore a combustione interna solo 119 anni fa. Il primo pozzo di petrolio degli Stati Uniti, che ora è un buco secco, fu scavato a Titusville, in Pennsylvania, da Edwin L. Drake, solo 145 anni fa. I fratelli Wright, americani anche loro, ovviamente, costruirono e fecero volare il primo aeroplano solo 101 anni fa. Andava a gasolio. Vogliamo chiamarla una baldoria irresistibile? Piuttosto un tranello micidiale… …Tutte le luci si stanno per spegnere. Niente più elettricità. Tutti i mezzi di trasporto stanno per fermarsi e il pianeta Terra ben presto sarà ricoperto da una crosta fatta di teschi, ossa e macchinari morti. E nessuno può farci niente. Il gioco ormai si è spinto troppo oltre. Non per fare il guastafeste, ma la verità è questa: abbiamo sperperato le risorse del nostro pianeta, ivi comprese l’aria e l’acqua, senza minimamente preoccuparci del futuro, e ora un futuro non ci sarà”. Ma Kurt Vonnegut è un uomo senza patria non solo per la catastrofica visione del mondo che lo contraddistingue. Volgendo lo sguardo al suo paese, e in particolare al governo del suo paese, lo scrittore statunitense descrive senza alcuna pietà le scelte e i comportamenti del moderno sistema politico americano: “In caso non l’aveste notato, in seguito a delle elezioni sfacciatamente truccate in Florida, nelle quali migliaia di afroamericani sono stati privati in maniera arbitraria dei loro diritti, adesso gli Stati Uniti si presentano al resto del mondo come una massa di spietati guerrafondai dalla mascella quadrata superbi e ghignanti, dotati di un arsenale militare mostruosamente potente e privi di oppositori. In caso non l’aveste notato, i nostri leader irregolarmente eletti hanno privato della dignità umana milioni e milioni di persone solo a causa della loro fede e della loro razza. Li feriamo, li uccidiamo, li torturiamo e li imprigioniamo come e quando ci pare. Una passeggiata. In caso non l’aveste notato, priviamo della dignità umana anche i nostri soldati, non a causa della loro fede o della loro razza, ma per via della loro estrazione sociale. Mandateli in qualunque posto. Fategli fare qualunque cosa. Una passeggiata. Perciò io sono un uomo senza patria, fatta eccezione i bibliotecari e un giornale di Chicago che si chiama In These Times. Prima che attaccassimo l’Iraq, l’autorevolissimo New York Times ci aveva garantito che vi erano nascoste armi di distruzione di massa”. Dall’assedio e il bombardamento di Dresda sino all’invasione dell’Iraq, l’avventura della vita di Kurt Vonnegut tenta di rimanere legata a un filo di speranza, nel corso degli anni divenuta sempre più esile. Di certo, non per colpa sua. (Kurt Vonnegut, “Un uomo senza patria”, 2006, Minimum fax, pp.116, € 11,50) /www.aprileonline.info

Dubravka Ugresic: nessuno in casa Una breve antologia di brani tratti dal libro “Non c’è nessuno in casa”, pubblicato lo scorso anno a Belgrado. Selezione a cura della redazione della rivista belgradese “Republika”. Nostra traduzione Di Dubravka Ugrešić, Republika, 1-30 aprile (tit. orig. Pustoš) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Luka Zanoni Lo spettro del comunismo Dubravka Ugresic Già da tempo lo spettro del comunismo non volteggia più sull’Europa. Nessuno sa dire quando, in effetti, il comunismo sia spirato: alcuni sostengono una cosa, altri un’altra. Alcuni si compiacciono di essere stati loro in persona ad abbatterlo (questo solitamente lo dicono gli ex detentori delle tessere di partito), altri dicono che è crollato da solo, e altri ancora, gli scettici, dubitano ancora e chiedono che il cuore morto del comunismo, per essere più sicuri, venga trafitto con un paletto di legno. Al cadavere del comunismo è servito parecchio tempo per essere trasferito dalla vasca di formalina all’accademica sala dell’autopsia. Oggi piano e con molta cautela si avviano studi anticipatori (e speriamo emancipatori) postcomunisti, studi sul comunismo comparativo, in prevalenza in paesi che col comunismo non hanno avuto strette relazioni. Un dipartimento americano di slavistica reclamizza i suoi servizi intellettuali su web con uno slogan di incoraggiamento adeguatamente comunista Studiate (Uchites) il post comunismo! E per quanto riguarda le ricerche antropologiche, sociologiche, storiche e politiche, non è che prima non ce ne fossero. Al contrario. Ma dal momento che lo stesso oggetto di interesse - il grande sistema ideologico, che aveva i suoi seguaci e si suoi detrattori - è stato letto per anni o dalla posizione dei seguaci o dagli oppositori, nemmeno i ricercatori del comunismo sono riusciti, né qualcosa li aveva obbligati a farlo, a rimanere scientificamente scrupolosi. In questo senso della ricerca persino i Boscimani se la sono passata meglio. E per quanto riguarda i cittadini dei paesi ex comunisti, non gli è andata meglio. Perché finché il comunismo era vivo, i suoi abitanti erano gente vispa e spiritosa. Appena il comunismo è crollato e sui mercati sono arrivate quelle che un tempo erano le banane deficitarie, è imperversato un catastrofico deficit di humor. Oggi a Mosca, Bucarest e Praga si possono acquistare le scarpe di Prada, ma inspiegabilmente sono scomparse le barzellette. (…) Nazionalismo Copertina del libro Evidentemente la dolente questione jugoslava non era il comunismo ma il nazionalismo. Il comunismo e la sua caduta sono serviti agli jugoslavi come un’interpretazione che sarebbe stata comprensibile agli interpreti e ai politici stranieri, e quindi come un alibi accettabile per la guerra. Il crollo della Jugoslavia (benché sia difficile da determinare cosa è venuto prima, l’uovo o la gallina) era il momento opportuno per il proseguimento della Seconda guerra mondiale e per la modificazione del suo esito. In questo senso, gli “ustascia” e i “cetnici” da perdenti sono diventati vincitori. Mentre i partigiani, cinquanta anni dopo, hanno definitivamente perduto la battaglia. In Croazia dal 1990 al 2000 sono stati distrutti tremila monumenti antifascisti. È stato abbandonato e devastato il monumento di Jasenovac, uno dei più conosciuti lager ustascia in cui al tempo della NDH (Stato croato indipendente, ndt.) furono uccise decine di migliaia di ebrei, serbi, rom e croati. I nomi delle vie, delle scuole, delle istituzioni – tutto ciò che riportava i nomi antifascisti – sono stati cambiati. Secondo le istruzioni del ministero croato per la Cultura e l’Educazione, le biblioteche croate sono state ripulite a fondo dai libri antifascisti, comunisti e in cirillico. Alcuni libri sono stati bruciati, altri gettati nella spazzatura. La fotografia di Biserka Legradic, la donna che abbassa le mutande e orina su una tomba partigiana, è stata pubblicata su molti giornali. A modo suo la donna aveva deciso di festeggiare la definitiva vittoria sull’antifascismo. Il 27 dicembre del 2004, infine, è stato distrutto pure il monumento di Tito a Kumrovac, un’opera antologica di Augustincic, che rappresenta Tito in uniforme partigiana. A Tito è stata mozzata la testa. Due giorni dopo, dal club degli ex combattenti partigiani di Dubrovnik, è stata rubata la testa del combattente, opera dello scultore Krsinic, parte del monumento distrutto alcuni anni prima. Nello stesso periodo a Zara sfilavano in corteo gli “ustascia” vestiti con le nere uniformi ustascia e portavano la fotografia di Ante Pavelic e di Ante Gotovina, “eroe” della recente “guerra patriottica” e accusato dal Tribunale dell’Aja. Nello stesso periodo si è tenuta a Zagabria una messa di commemorazione per il capo degli ustascia Ante Pavelic, e a Zara per Jure Francetic, comandante della famigerata Legione nera degli ustascia. E da qualche parte, nello stesso periodo, il parlamento serbo adottava la decisione sulla equiparazione dell’importanza tra partigiani e cetnici. E secondo questa decisione alcuni cetnici ancora vivi avranno il diritto alla pensione militare (…) Senza alternativa Con la morte del comunismo è giunto pure il crollo dell’”immaginazione sociale”, salutato come l’“ingresso nel maturo periodo post-ideologico”. Oggi nessuno pensa più in modo serio a possibili alternative al capitalismo (F. Jameson), viviamo in un tempo “post-storico”, “non conflittuale”, o “tempo dell’apatia”. Proprio come se l’orizzonte dell’immaginazione sociale non ci permettesse di essere trasportati dall’idea della possibile morte del capitale – perché, possiamo dire, tutti in modo tacito accettano che il capitalismo sia qui per rimanere: l’energia critica ha trovato una via di scambio nella lotta per la differenza culturale che lascia intatta l’omogeneità fondamentale del sistema capitalistico mondiale. Il prezzo che paghiamo per questa depoliticizzazione dell’economia è un tipo di depoliticizzazione della stessa sfera politica; la vera lotta politica si è trasformata in una lotta culturale per il riconoscimento delle identità marginali e della tolleranza delle differenze. (…) La morte del comunismo ha recato delusione anche a coloro i quali hanno sentito di essersi ritrovati in un mondo dal quale è stata cacciata l’utopia. (…) L’umiliazione della ragione La sostanza della quotidianità del comunismo – almeno per quel che riguarda le persone comuni – non risiedeva nella mancanza di democrazia, nelle limitazioni politiche, religiose, sessuali e di altre libertà, nella paura di fronte al volto invisibile del totalitarismo, o nelle visibili lunghe file e nei mercati semi vuoti, ma nella costante, quotidiana umiliazione del semplice intelletto umano. L’incubo del comunismo è fatto della ripetitività dell’umiliazione delle individualità umane nelle situazioni di tutti i giorni, nella insolubile mistica del divieto, nell’impossibilità del dialogo e della mediazione, nel quotidiano spaccare la testa contro il muro cieco dell’assurdo. Perché la vita quotidiana non era vissuta, ma la si faceva: la gente assomigliava a quei corridori sudati che corrono la propria corsa della vita con un peso il doppio più pesante di loro stessi. Niente, proprio niente era fatto facilmente, niente poteva essere svolto senza fatica e attrito: il più delle volte le porte erano chiuse. (…) Capitalismo Oggi il capitalismo è profondamente immerso nel comunismo. L’idea che il lavoro ha creato l’uomo è profondamente comunista. Oggi l’uomo è davvero il “padrone del proprio corpo” e “artigiano di se stesso”: fa tutto da solo, non sfrutta nessun altro. I servizi, che un tempo per lui svolgevano gli altri, l’uomo di oggi li svolge da solo. Compra da solo i biglietti da viaggio: sullo schermo del computer sceglie la destinazione e la tariffa più conveniente, trasferisce il denaro dal suo conto corrente al conto dell’agenzia di viaggio, da solo controlla il biglietto all’aeroporto. Grazie ad internet può comprare di tutto, “da un ago a una locomotiva”. Nei grandi centri commerciali – che sono pensati per essere un luogo di socializzazione – oggi è difficile trovare dei venditori: l’acquirente sceglie da solo i suoi vestiti, all’uscita lo attende la cassa, e vive ciò come un male necessario della comunicazione. In America esistono dei computer medici da strada, simili ai bancomat. Se un uomo per strada ha mal di testa, può premere un tasto e ricevere le prime informazioni sul mal di testa. È del tutto possibile che in futuro spariscano i fornitori di servizi più complicati: è facile pensare ad un uomo che va all’ospedale, entra nello scanner, legge i risultati e con l’aiuto di istruzioni computerizzate esegua da solo un’operazione su se stesso. Certamente, se tutto va come deve andare e se i computer globalmente non ritardano. E gli interessati potranno cercare informazioni nei musei su come appariva un tempo il mondo del lavoro e lo scambio del lavoro. Lì, per esempio nel museo della cultura industriale, potranno attaccarsi alla play station, premere un bottone, lasciarsi andare sul fondo di una miniera, prendere in mano dei picconi virtuali, grattare col piccone virtuale giacimenti di carbone e sentire come dietro la schiena scorre il sudore virtuale. Se di tutto questo ne avrete abbastanza, premerete un altro bottone, si solleverà una rivoluzione virtuale e farete piazza pulita degli odiati sfruttatori e allora, rimanendo per un attimo nel buio del cunicolo della miniera, potrete pensare a come gli sfruttatori di un tempo avessero un loro volto, nome e cognome, e necessariamente chiedersi che ne è di questi, di oggi. Quelli di oggi sono invisibili e forse è per questo che a tutti sembra che non esistano. Ma esistono davvero? Esistono le classi? E a quale classe appartengo? Chi sono, davvero, i suoi nemici? E che ne è degli amici, dove sono? Ma è possibile che sia rimasto solo in questo mondo?! Dicono che negli ultimi anni la Groenlandia sia diventata un’ambita destinazione turistica. Gente dai nervi sottili e dai grossi portafogli vi giunge per osservare i ghiacciai. Molto letamente, inseguiti dagli sguardi ammirati degli osservatori nella penombra, passano immensi blocchi di ghiaccio, brillano di una magica luce blu lattiginosa, galleggiano come un albume montato a neve nella crema di tuorli. Trattenendo il respiro, la gente guarda le immensità di ghiaccio. L’aria è pungente, il cielo è punteggiato di infinite grosse stelle. E là da qualche parte, tra le stelle, la segreteria telefonica di dio ripete un messaggio vecchio di chissà quando: All our operators are currently busy… Al zone medewerkers zijn op dit moment in gesprek… Nygdo neni domu… Nobody’s home… Non c’è nessuno in casa (Nikog nema doma)… I brani sono tratti da Dubravka Ugrešić, Nikog nema doma, Fabrika knjiga, Beograd 2005, pp. 230-231, 238-239, 242, 244, 246, 252-254. A cura della redazione del mensile Republika.

Sudan : visita del commissario ONU per i diritti dell'uomo di Carla Amato L'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell'uomo Louise Arbour visitera' il Sudan, compresa la regione del Darfur ed il sud-Sudan dal 30 aprile a 5 maggio, incontrando al suo arrivo i funzionari dal Ministero degli esteri e i rappresentanti delle organizzazioni non governative per i diritti dell'uomo. In Darfur l'alto commissario incontrera' invece rappresentanti delle ONG ed i leader locali e visitera' i campi profughi, mentre tornando a Khartoum dovrebbe incontrare alcuni membri del governo. La visita nel Sudan del sud sara' la prima per l'alto commissario, mentre Arbour e Juán Méndez, il rappresentante speciale ONU per la prevenzione deil genocidi erano gia' stati a Khartoum e nelle tre province del Darfur per verificare le notizie sulle violazioni dei diritti dell'uomo conseguenti al conflitto nella regione. In un rapporto di gennaio sulla situazione nel Paese, l'ufficio dell'alto commissario aveva fatto un certo numero di raccomandazioni per favorire la fine della frattura fra governo e movimenti ribelli e per far cessare gli attacchi ai civili e la cultura dell'impunita' nel Paese. www.osservatoriosullalegalita.org

LUTTI. GRAZIA BELLINI E FLAVIO LOTTI: IL DOLORE E LA SOLIDARIETA' [Dalla Tavola della pace (per contatti: e-mail: segreteria@perlapace.it, sito: www.tavoladellapace.it) riceviamo e volentieri diffondiamo. Grazia Bellini e Flavio Lotti sono coordinatori nazionali della Tavola della pace, il principale network pacifista italiano, che organizza la marcia Perugia-Assisi] Ci stringiamo attorno alle famiglie e ai familiari di Nicola Ciardelli, di Franco Lattanzio e di Carlo De Trizio uccisi oggi in Iraq e di Enrico Frassinito ferito nello stesso attentato. Il loro dolore e' anche il nostro. A loro va la solidarieta' nostra, della Tavola della pace e di tutti gli operatori di pace. Una solidarieta' sincera rafforzata da un deciso impegno contro la guerra, il terrorismo e la violenza. Riflettiamo. L'Iraq e' stato trasformato in un impressionante campo di battaglia dove la vita, la dignita' e i diritti umani hanno perso ogni valore. Immense sono le responsabilita' di chi ha scatenato questa guerra e di coloro che continuano ad alimentarla. Assordante e' il silenzio dei governi e delle istituzioni internazionali che si dicono "per la pace". Scandalosa e' l'inazione di coloro che avrebbero i mezzi per intervenire. Allarmanti sono i proclami di coloro che pretenderebbero di aggiungere altra guerra alla guerra che continua. Apriamo gli occhi sulla realta'. L'Italia deve cambiare politica: rompere ogni complicita' con la guerra e investire, senza indugi, nella difficile, difficilissima, ricostruzione di una politica di pace che riconsegni davvero l'Iraq agli iracheni e il Medio Oriente alla pace. Ritirare i nostri soldati dall'Iraq, chiamare l'Europa alle proprie responsabilita', ridare forza all'Onu non sara' che il primo, piccolo, passo.


aprile 29 2006

Il pallone é mio, Silvio dixit Berlusconi che presenzia all'arrivo delle salme dei 3 carabinieri da Nassyria standosene in disparte onde non "mischiarsi" a Bertinotti e Marini, neo-eletti presidenti delle camere, é l'ennesima squallida dimostrazione dello spessore morale del personaggio, statista nano. Non riconosce la sconfitta e come il bimbo all'oratorio urla "il pallone é mio" se lo infila sotto la maglietta e torna a casa imamginando d'impedire agli altri di giocare. Non sa che Prodi, con meno del 50% dei fondi, se n'é comprato un altro. http://ordinatocaos.ilcannocchiale.it/

GLI ANONIMI DI PALAZZO CHIGI da Repubblica - 29 aprile 2006 Il racconto di Wissam Al Zahawie conferma che, a proposito del Nigergate, le smentite del governo hanno un difetto, un pregio e un molesto mistero. Il difetto è che mai propongono una testimonianza responsabile, un riferimento certo, l´indicazione di una circostanza verificabile. Il pregio, si fa per dire, è che quando Palazzo Chigi offre - di questa storia - un qualche dato appena controllabile, questo si scopre essere una moneta falsa. È accaduto un´ultima volta il 25 aprile scorso. Già è stupefacente che un governo, per dimostrare la sua estraneità all´affare del dossier fasullo del Nigergate pasticciato da collaboratori dell´intelligence italiana, si aggrappi come un naufrago al legno al Sunday Times. Ma è due volte stupefacente che quel legno si scopra storto e che le confidenze delle «fonti Nato» al giornale inglese si rivelino false: già accertate come documentalmente "non autentiche" nel febbraio del 2003 dall´Aiea del premio Nobel Mohammed El Baradei. Una figura barbina. Bene, ma a chi addebitarla? È il molesto mistero dei comunicati del governo, a proposito del Nigergate. Chi li scrive e chi li sottoscrive? Berlusconi o il suo portavoce Bonaiuti? Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Gianni Letta o il ministro della Difesa Antonio Martino o, di suo pugno su carta intestata di Palazzo Chigi, Nicolò Pollari, la spia più amata dalla politica italiana di destra e di sinistra? È ora che l´opinione pubblica finalmente sappia chi, a fronte della tragedia di una guerra, produce con regolarità canovacci da commedia dell´arte. -------------------------------------------------------------------------------- "Io al centro del Nigergate per una lettera contraffatta" L´ex ambasciatore: il governo italiano sa che è un falso Chiamato in causa, replica: "Già nel 2003 ho dimostrato all´Onu che i documenti contro di me erano falsi" Wissam Al Zahawie, ex rappresentante iracheno presso la Santa Sede, è l´alibi del Sismi contro le accuse sul Nigergate i risultati della perizia Il 7 marzo 2003 El Baradei comunicò al Consiglio di Sicurezza che una perizia indipendente aveva riscontrato anomalie nei documenti concludendo per la loro non autenticità convocato a bagdad Di questa lettera falsa ho saputo l´11 febbraio del 2003, quando fui convocato a Bagdad d´urgenza Al mio arrivo in città venni informato che ispettori dell´Onu dovevano "intervistarmi" Un anno dopo un documento con la sua firma "dimostra" all´Occidente le ambizioni atomiche di Saddam Hussein Nel febbraio del 1999 il diplomatico iracheno fa un viaggio in Niger, Burkina Faso, Benin e Congo CARLO BONINI, GIUSEPPE D´AVANZO ROMA - «Trovo incredibile che, a tre anni dai fatti, ci sia ancora un qualche mistero e speculazione sul mio presunto ruolo nel Nigergate». Wissam Al Zahawie, già ambasciatore iracheno a Roma presso la Santa Sede, doveva essere in Italia a metà maggio per tenere ad Udine una conferenza su "Media e guerra". «Temo che la mia presenza dovrà essere cancellata perché ad oggi non ho ancora ottenuto il visto e sto partendo per Ankara». Ha tempo per rispondere a qualche domanda? «Certo. Come ho sempre fatto in questi anni, offrendo più volte la mia disponibilità a tutte le autorità pubbliche che fossero interessate alla mia testimonianza. In tre anni però non si è fatto vivo nessuno». Il governo italiano in un comunicato ufficiale del 25 aprile ritiene «difficilmente comprensibile come non venga presa in considerazione la ricostruzione del Sunday Times che dimostrerebbe «l´infondatezza dell´intero caso Nigergate». Secondo il quotidiano inglese, una lettera datata 6 luglio 2000 e da lei firmata, in possesso dei servizi segreti francesi e inglesi, sarebbe stata la prova della volontà di Saddam di procurarsi uranio grezzo in Niger da arricchire in Iraq per il piano di riarmo atomico iracheno. Soltanto a quella lettera avrebbe fatto riferimento Bush nelle sue famose 16 parole del discorso sullo stato dell´Unione, che diventano l´annuncio della guerra. Insomma, Washington, Londra e Roma sarebbero state in buona fede. Di più: avrebbero colto Saddam con le mani nella marmellata. «So quel che ha scritto il Sunday Times riproponendo una faccenda già documentalmente dimostrata falsa, e infatti ho risposto a quel giornale con una lettera del 12 aprile. Ora che cosa dice il governo italiano a questo proposito?». Il governo italiano suggerisce che la storia della lettera è la conferma che Saddam aveva ripreso il suo programma nucleare. Che è quella lettera all´origine della guerra e non i documenti del falso dossier costruiti da agenti italiani nell´ambasciata nigerina di Roma. «Ma quella lettera, che io avrei scritto quando ero ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, era falsa come il dossier. È già stata dimostrata falsa e il tempo non può renderla vera. Quella lettera spiega forse soltanto come l´intelligence italiana è rimasta coinvolta nella vicenda. È una storia di cui ho parlato anche pubblicamente già il 10 agosto 2003 con l´Independent on Sunday. Da allora, nonostante fossi pressato dalla stampa, ho rifiutato molte sollecitazioni in attesa che qualche governo occidentale mi chiedesse come erano andate le cose». Ora però il governo italiano la chiama di nuovo in causa. Dunque. Lei ha firmato una lettera nel luglio 2000 in cui dava conto dell´accordo raggiunto con il governo nigerino per l´acquisto di uranio? «Non ho mai firmato quella lettera o qualunque altro documento di questo genere. Di questa lettera falsa ho saputo l´11 febbraio del 2003, quando fui convocato a Bagdad d´urgenza - allora già vivevo ad Amman. Al mio arrivo in città, venni informato che ispettori delle Nazioni Unite dovevano "intervistarmi". Erano ispettori dell´Aiea (Agenzia Internazionale per l´energia atomica): tre uomini e due donne. Ci incontrammo nella conference room dell´allora ministero degli Esteri iracheno, alle spalle dell´hotel Rashid. L´incontrò durò poco meno di due ore. Nella sala non era presente nessun funzionario iracheno. Insistetti e ottenni di poter registrare il nostro colloquio. Lo dico francamente, non avevo nessuna fiducia nei metodi dei governi americano e inglese. Durante quest´intervista, che definirei più un interrogatorio, parlarono solo due ispettori, un britannico e un canadese. Gli altri tre non spiccicarono letteralmente una sola parola. L´interrogatorio cominciò da lontano. Mi vennero fatte molte domande sulla mia carriera diplomatica e sulla mia vita. Spiegai che ero entrato al ministero degli Esteri nel 1955 ai tempi della monarchia e che non ero mai stato iscritto al partito Baath. Poi, cominciarono le domande sulla questione a cui gli ispettori erano davvero interessati: l´uranio nigerino». Che cosa le venne contestato? «Venne contestato il mio viaggio in Niger del febbraio 1999. Mi fu chiesto quali erano i motivi reali della mia visita, di che cosa avevo discusso con il presidente nigerino, se ero al corrente dei contatti ufficiali tra Niger e Iraq e quale ne fosse l´oggetto. Risposi che motivo della mia visita in quattro Paesi africani (Niger, Burkina Faso, Benin, Congo Brazzaville) era quello di invitare a Bagdad i capi di Stato per allentare la pressione dell´embargo delle Nazioni Unite. Spiegai che durante quell´incontro non si parlò mai di uranio. Del resto, se l´obiettivo del viaggio fosse stato trattare l´acquisto di uranio grezzo, io per Bagdad sarei stato il funzionario meno adatto. Ero soltanto un diplomatico, nemmeno iscritto al Baath. Per queste cose Saddam Hussein si sarebbe affidato ai suoi fedelissimi e certo non avrebbe annunciato la missione con un telegramma. Ma le mie risposte non convincevano chi mi interrogava». Perché? «All´improvviso mi venne chiesto se avessi mai firmato una lettera datata 6 luglio 2000, indirizzata al governo nigerino, concernente l´uranio. Risposi di no e aggiunsi che se esisteva un documento di quel genere era certamente un falso». Le mostrarono il documento? «No». Le lessero il contenuto? «No. Mi dissero soltanto che riguardava l´acquisto di uranio. Chiesi ripetutamente che mi fosse mostrato, ma non ci fu nulla da fare. Di rimando, gli ispettori vollero sapere chi custodiva nella mia ambasciata il sigillo diplomatico, e se normalmente firmavo per esteso o con le sole iniziali le lettere diplomatiche. Risposi che io ero l´unico custode del sigillo - lo proteggevo nella mia cassaforte - e che la prassi diplomatica non era diversa da quella di ogni altro Paese». Quale è questa prassi? «Dove viene usato il sigillo non c´è la firma per esteso dell´ambasciatore. Mi sembrarono sorpresi da questa mia spiegazione. Certo, non ne furono convinti, perché la mattina dopo, 13 febbraio, ricevetti una telefonata dal generale iracheno Husam Amin, ufficiale di collegamento con l´Aiea. Mi disse che il direttore dell´Agenzia delle Nazioni Unite, Mohammed El Baradei, era profondamente contrariato dalle risposte che avevo dato, perché convinto che io sapessi molte più cose di quelle che avevo raccontato. Decisi allora di fare una mossa». Che cosa fece? «Chiesi e ottenni di incontrare la sera stessa, nuovamente, gli ispettori dell´Aiea. L´incontro durò tre quarti d´ora e questa volta si svolse nel quartier generale degli ispettori nella zona dell´Università di Bagdad. Chiesi senza successo, di nuovo, che mi venisse mostrata la lettera, ma ottenni soltanto di poter produrre una serie di lettere che avevo scritto quando ero ancora ambasciatore a Roma presso la Santa Sede. Pensavo che un esame calligrafico avrebbe potuto convincerli che il documento in loro possesso era un falso. Acconsentirono, perché le mie lettere furono inviate a Vienna e il 7 marzo 2003 El Baradei comunicò al Consiglio di Sicurezza dell´Onu - lo cito testualmente - che "una perizia indipendente aveva riscontrato anomalie nelle firme, nell´intestazione della lettera e nel format dei documenti concludendo per la loro non autenticità"». Ricapitoliamo. È acclarato perlomeno dal 13 febbraio del 2003 e autorevolmente confermato dalle perizie autonome dell´Aiea e dalle dichiarazioni di El Baradei al Consiglio di sicurezza, che quella lettera del 6 luglio 2000 è un falso. «Esatto. E mi sorprende molto che oggi salti ancora fuori questa storia. Naturalmente non ne conosco la ragione. Posso soltanto confermare che, se le autorità italiane sono interessate a raccogliere la mia testimonianza, mi dichiaro ancora una volta disponibile a deporre». Anche alla magistratura di Roma che ha un´inchiesta aperta sui falsi documenti del Nigergate? «Assolutamente si. Di più che cosa posso fare? Di certo non voglio trasformarmi in un ospite fisso di talkshow giornalistici». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Offresi professore di italiano per Parlamentari Di sinistra e non. Modiche cifre. Prima lezione: come scrivere il proprio nome. Seconda lezione: come scrivere quello di FRANCO MARINI. Due lezioni potrebbero bastare per far eleggere il nuovo Presidente del senato. O no? Cmq, a parte gli scherzi certo che abbiamo a rappresentarci al Senato dei deficienti. Mi sa che Berlusconi sbagliavaa chiamare noi elettori del centrosinistra "coglioni". I Coglioni sono quelli che abbiamo eletto, non noi. Però, certo che dopo Mariti, Marino e la data dopo il nome ci mancava solo sbagliare il nome di battesimo. Ricordate: sbagliare è umano, perseverare è diabolico http://ilnuovozibaldone.blogspot.com/2006/04/offresi-professore-di-italiano-per.html

Ci tocca stare in un paese in cui le cose come stanno capita che siano i peggiori fascisti a dirle? Ci sarà mai un limite alle oscenità proposte da Berlusconi e il suo centrodestra? 09:09 Forza Nuova contro Andreotti Un primo piano del senatore a vita Giulio Andreotti ed in rosso la scritta: "L'Italia non vuole un presidente colluso con la mafia". E' quanto si legge sul manifesto realizzato dal movimento di estrema destra "Forza Nuova" ed affisso stamani all'alba in molti punti del centro di Roma. p.s. peraltro si registra una curiosa convergenza fra i fascisti e la perfida albione, vedi i commenti dell'Economist.http://foglie.ilcannocchiale.it/

Blackwater down La compagnia di sicurezza viene denunciata per la morte di 4 suoi contractor a Falluja Fu l’episodio che ispirò, o almeno accelerò, l’offensiva delle forze Usa su Falluja: quattro contractor statunitensi, uomini della sicurezza al soldo di una compagnia privata, furono linciati, bruciati e appesi a un ponte da una folla inferocita nella città roccaforte della ribellione sunnita. Era il 31 marzo 2004: le immagini fecero il giro del mondo provocando la reazione dell’esercito di Washington, che da quel giorno strinse Falluja in una morsa letale. Due anni dopo quell’episodio assume un altro significato. I familiari delle quattro vittime hanno fatto causa alla Blackwater, la compagnia che aveva assunto i servigi dei contractor caduti nell’imboscata. E per il settore delle compagnie di sicurezza private, che ha vissuto il suo boom con la guerra in Iraq, una sconfitta della Blackwater sarebbe un colpo durissimo. La denuncia. L’accusa delle famiglie di Stephen Helvenston, Mike Teague, Jerzo Zovko e Wesley Batalona è questa: la Blackwater avrebbe mandato i quattro allo sbaraglio in un posto dove il rischio di morire era altissimo. E l’avrebbe fatto non per incompetenza, ma con l’intento di risparmiare fino a 1,5 milioni di dollari (1,2 milioni di euro) sui costi, nel tentativo di fare una colossale cresta sui conti dichiarati al dipartimento della Difesa. Le disposizioni iniziali, contenute in un contratto ottenuto dalla rivista statunitense The Nation, prevedevano infatti che nel “pericoloso” teatro iracheno i veicoli della Blackwater dovessero essere blindati, con tre persone a bordo: una alla guida, una a fare da navigatore, e una pronta a sparare con un fucile mitragliatore. La responsabilità della compagnia. In realtà, delle clausole aggiunte in seguito tra la Blackwater e altre compagnie operanti in Iraq eliminarono la parola “blindati” dal riferimento ai veicoli. E almeno uno dei quattro contractor seppe di essere stato assegnato a Falluja solo un giorno prima: alle sue rimostranze, sarebbe stato minacciato di licenziamento in tronco. Helveston, Teague, Zovko e Batalona, secondo i loro familiari, furono quindi mandati nella roccaforte dei ribelli a bordo di due veicoli (quindi in due su ognuno, non tre come previsto) non blindati e senza una mappa dettagliata. La prima notte si persero, e trovarono rifugio in una base dei Marines. Il giorno successivo, attraversarono il centro della città, si imbottigliarono nel traffico e furono circondati da decine di uomini armati, che aprirono il fuoco da dietro i veicoli. “La Blackwater ha mandato mio figlio e gli altre a Falluja, sapendo che c’era una buona possibilità che ciò potesse accadere”, dice Katy Helvenston, la madre di uno dei quattro contractor. “Fisicamente mio figlio l’hanno ucciso gli iracheni. Ma ritengo responsabile la Blackwater, al mille per cento”. La versione della Blackwater. La compagnia del North Carolina non è d’accordo. Nei contratti con i suoi uomini, è specificato il rischio di morte, tra le altre, per “sollevamenti popolari” e “attività terroristica”. Secondo la Blackwater, chiunque firmi quel contratto “capisce pienamente i pericoli e sa che questi rischi, non che altri, fanno parte dell’impegno che si apprestano ad accettare”. La linea difensiva della compagnia è che, siccome lavora in appoggio alle forze armate statunitensi, non può essere denunciata per la morte o il ferimento dei suoi uomini. I familiari delle quattro vittime, e quindi anche di tutti gli almeno 428 contractor morti fino ad oggi in Iraq, avrebbero quindi diritto solo a un risarcimento assicurativo da parte dello Stato. Legata ai repubblicani. La denuncia è stata presentata già nel gennaio 2005, la conclusione del processo è prevista a breve. Secondo Marc Miles, uno dei legali delle famiglie, si tratta di “un caso che creerà un nuovo precedente, come lo furono le prime cause contro l’industria del tabacco. Una volta perso il primo processo, temeranno che possano seguire altre denunce”. La Blackwater ha però degli amici influenti: il suo fondatore, Erik Prince, è un donatore storico del partito repubblicano (ha contribuito con 276mila dollari in 17 anni), ed è stato ampiamente ripagato da quando l’amministrazione Bush è al potere. “Altri quattro anni di Bush, yu-huu”, ha scritto in una mail collettiva uno dei responsabili della compagnia, dopo la rielezione del presidente. E in una conferenza di poche settimane fa, alla domanda di regolamentare il settore dei contractor, Bush ha risposto prendendo in giro lo studente che gliel’aveva posta. “Guarda, domani telefono a Donald Rumsfeld e gli dico che hai sollevato una questione importante, per vedere cosa possiamo fare. E’ così che lavoro”, ha risposto il presidente, ridendo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5301 Alessandro Ursic

Tre anni di (piccola) guerra al Terrore Piangere i propri morti è giustissimo; stupirsene, un po' meno. In Iraq muore molta gente, tutti i giorni (per la maggior parte iracheni): e noi italiani siamo in Iraq da tre anni. Ecco, questo dovrebbe stupirci di più: la nostra piccola guerra compirà tre anni in maggio (e tre anni fa, il primo maggio 2003, Bush proclamò che le ostilità erano cessate). Tre anni sono tanti per una guerra, anche se piccola. Pensiamo alla nostra di liberazione, che tanto ci fa discutere: per alcuni è la Resistenza antifascista, protocostituzionale; per altri è una guerra civile, madre di tutte le nostre divisioni; in entrambi i casi resta il momento fondante della nostra coscienza di italiani. Ed è durata due anni scarsi: 8/9/1943 – 25/4/1945. Certo due anni devono esser lunghi, coi tedeschi in casa. Nei racconti dei vecchi, e nei film in bianco e nero, sembra una guerra interminabile. Per contro tre anni di italiani in Iraq, non so voi, ma a me sono volati. Saranno le tv a colori (ma ormai di Nassiryia non si vede più niente), saranno i blog. Sarà che l'Italia della Resistenza era un'Italia bambina, e ai bimbi basta un pomeriggio di gloria per costruirsi, anni dopo, il ricordo di mesi e mesi di felicità. Mentre Italia di oggi è vecchia, e ai vecchi il tempo vola. Sono tre anni che siamo a Nassiriya. Abbiamo risolto qualcosa? Quand'è che ce ne andiamo? Se allarghiamo un po' il campo, dalla casella Iraq allo scacchiere mondiale, ci accorgiamo che l'11 settembre di quest'anno la Guerra al Terrore compie cinque anni. Sono tanti. Per me, una soglia psicologica: cinque anni duravano, di solito, le Guerre Mondiali. Quella al Terrore è a suo modo una Guerra Mondiale – si combatte in Afganistan, Medio Oriente, New York, Madrid, Londra – ma rischia di durare parecchio di più. Del resto ce lo aveva detto lo stesso Bush: "sarà una guerra lunga". Quanti anni ancora, due? Tre? Venti? Ci abitueremo all'idea di una guerra infinita di bassa intensità? Ci siamo già abituati (teniamo sempre conto che in tre anni la campagna in Iraq ha fatto meno morti italiani di un qualsiasi ponte di Pasquetta). Ci siamo talmente abituati che l'idea non ci impensierisce. Quello che un po' ci spaventa è la prospettiva di un'escalation – la crisi con l'Iran. Ma anche in questo caso, forse ci sfugge la dimensione del problema. Nei discorsi di Bush e compagnia, Ahmadinejad è paragonato spesso a Hitler. Anche se è dura credere a Pierino ogni volta che grida al Führer al Führer, l'accostamento non è del tutto campato in aria. Quello che forse ci sfugge è che si tratta di una stima per difetto: Ahmadinejad è un avversario più temibile di quanto fosse Hitler nel 1940. Non vi pare? Qualche cifra. Su quanti sudditi ariani poteva contare il folle tiranno tedesco? Cinquanta milioni? L'Iran ne fa settanta. Ma i tedeschi, per quanto bene organizzati, potevano contare soltanto su due alleati di rilievo in tutto il mondo, uno dei due neanche troppo affidabile. L'Iran avrebbe dalla sua parte la solidarietà di tutto il mondo sciita, e forse buona parte delle masse islamiche – se si tratta davvero di un conflitto di civiltà, e la civiltà in guerra è l'Islam, parliamo di un miliardo di avversari virtuali. Non sono probabilmente tutti disposti a immolarsi per i loro fratelli, ma sono tanti. Una guerra contro un miliardo di persone non è stata ancora combattuta. È una prima mondiale. Su un piano Ahmadinejad sembra meno temibile di Hitler: il fattore tempo. Gli esperti dicono che non avrà uranio necessario ad una bomba per dieci anni almeno – Hitler probabilmente c'è andato più vicino. D'altro canto dieci anni passano in un lampo, nella Guerra al Terrore. Non è escluso che gli americani comincino ora a parlarne per abituarci all'idea – il training per rendere accettabile al pubblico l'invasione all'Iraq durò più di un anno, e fu estenuante. Quello che alla fine stupisce – o perlomeno, dovrebbe stupire – è la sproporzione tra l'entità delle accuse e la mobilitazione. Nel dicembre del 1941 Roosvelt si rese conto definitivamente che l'Asse era una minaccia per il mondo intero e per l'America: tre anni e mezzo dopo Hitler si suicidava, Hiroshima e Nagasaki venivano distrutte. L'undici settembre 2001 Bush si è reso conto della necessità di una guerra mondiale al Terrore; sono passati quattro anni e mezzo, e il Terrore bene o male è ancora in sella. Certo, in Afganistan e in Iraq il regime sta cambiando. Ma si tratta di un processo maledettamente lento – chi ha tutto questo tempo? E cosa impedisce Bush, Blair (ma persino Berlusconi, che nei giorni migliori si professava loro alleato) da accelerare i tempi? Un motivo per cui la Guerra al Terrore non finisce mai, è che gli angloamericani la combattono (almeno in Iraq) con un quarto del contingente necessario. Per tacere degli italiani e della loro collaborazione omeopatica (per pattugliare un pezzo di strada a Nassiriya tutti i cittadini italiani del mondo sono virtualmente esposti ad attacchi terroristici). Si obietterà che una mobilitazione più massiccia rischierebbe di affossare le carriere politiche di Bush e Blair. Ma i due sono al culmine della loro carriera, ineleggibili ormai, nel momento in cui dovrebbero preoccuparsi più della loro gloria di statisti che delle preoccupazioni elettorali (proprio come Roosvelt nel 1941). Possibile che nessuno faccia loro notare l'incredibile discrepanza tra i proclami di Guerra al terrore e l'effettiva entità del sacrificio che hanno chiesto ai loro connazionali? Se la minaccia è così grave, se è paragonabile al nazismo, cosa trattiene il Comandante in capo da portare in Medio Oriente tutti gli uomini che servono, ripristinando se necessario la leva militare? Vien fatto di pensar male. Forse la minaccia non è così grave. Oppure sì, è grave, ma fino a che punto Bush e Blair sono interessati a debellarla davvero? Il Terrore si combatte per sconfiggerlo, o non piuttosto per amministrarlo? Per me è una domanda retorica, da più di tre anni in qua. Ma voi siete liberi di rispondere come preferite.http://leonardo.blogspot.com/

Il Parlamento Europeo veste la camisa negra Lo scorso 19 aprile il cantante colombiano Juanes ha cantato e suonato la chitarra. Davanti ad europarlamentari scatenati dal suo travolgente ritmo. E meno cerimoniosi del solito. Il cantante colombiano Juanes al Parlamento Europeo (EPP-ED Group) Era la giornata dedicata alla lotta contro le mine antiuomo. Il lampadario azzurro alle spalle della stella latino-americana ricordava che il concerto aveva luogo proprio nel Parlamento Europeo. Si potrebbe ingenuamente pensare che l’apparizione televisiva del binomio Juanes-Assemblea europea sia stata certamente a tutto vantaggio dell’immagine del cantante. Ma la realtà parla chiaro. Al contrario qualcuno ha trovato nell’evento altre ragioni oltre quella della promozione del cantante. E quel qualcuno non era Juanes, ma l’Ue. Molto di più che dinosauri della politica «Dobbiamo trovare nuove soluzioni politiche per avvicinare il nostro progetto ai cittadini. E la realtà è che la presenza di Juanes ci dà nuovo impulso, una visione rinnovata nella nostra relazione con i giovani», ha argomentato uno degli organizzatori del concerto, l’europarlamentare spagnolo José Ignacio Salafranca. Ed ha aggiunto entusiasta che «persino nelle cabine gli interpreti si scatenavano». Quello che è certo è che le immagini del concerto sono servite a scoprire un fatto sorprendente: non ci sono solo dinosauri della politica a Bruxelles, come spesso si ritiene. Al contrario le poltrone blu del Parlamento sono occupate da una buona percentuale di giovani, più o meno disinibiti. Urgono riforme, con o senza Costituzione Tutti gli europarlamentari, quelli giovani come quelli più esperti, hanno convenuto che il modo migliore per avvicinare l’Ue ai cittadini è quello di dare più spazio al Parlamento. In questo senso l’idea di organizzare incontri originali con artisti e altri personaggi famosi può aiutare a far conoscere i parlamentarti alla cittadinanza. È molto importante fare in modo che la voce dei cittadini si senta a Bruxelles nel modo più diretto possibile. E questo è possibile solo accelerando il passaggio dei poteri dal Consiglio europeo al Parlamento. Sicuramente i problemi legati alla Costituzione rendono questo percorso molto difficile. Ma non è una scusa sufficiente. Al contrario i molti “no” dei cittadini europei alla Magna Charta costituzionale sono una conseguenza del deficit democratico dell’Unione europea, un’argomentazione usata da molti antieuropeisti. E dunque, se l’Europa è stata costruita durante gli ultimi decenni sulla base di accordi politici scesi dall’alto, perché non agevolare nuove forme di patti tra governi che avvicinino l’Unione Europea ai suoi cittadini? Non sarebbe questo il vero piano D – dove D sta per Democrazia – di cui l’Europa ha davvero bisogno? http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6711 Xavier Hervás

Dichiarazione antimilitarista -------------------------------------------------------------------------------- L'antimilitarismo non è né uno stato della mente né un dominio simbolico, ma solo il risultato della logica applicata all'analisi della realtà. I tre militari italiani morti oggi a Nassirya non erano eroi più di quanto lo siano tre operai edili che, nel perfetto anonimato e la più completa indifferenza dei media, muoiono in un cantiere (peraltro in numeri assai più cospicui di quanto accade ai professionisti in armi). Si dirà che i soldati servono lo stato. Anche il bidello di una scuola elementare o il neurochirurgo di una clinica universitaria servono lo stato e, a prima vista, svolgono mansioni la cui utilità sociale mi è assai più evidente di quella dei militari, almeno da quando il nostro paese ha iniziato ad ignorare l'articolo 11 della Costituzione ed ha preso la via dell'avventurismo militare all'estero. Si dirà che occorre coraggio per fare i soldati. Ma la storia patria, negli opposti episodi dell'eccidio di Cefalonia e del fuggi fuggi a sud delle alte sfere militari insieme al re vigliacco, l'8 Settembre 1943, dimostra che la miscela di coraggio e viltà è tra i soldati la stessa che si trova in tutti gli altri strati della popolazione. E ai partigiani non occorrevano le stellette per rischiare e perdere la propria vita in combattimento. Non fatevi giocare. La tremenda elaborazione mediatica del lutto che si sta preparando per i prossimi giorni è puro oppio dei popoli. Serve a stornare l'attenzione dal fatto che quegli uomini non dovevano essere lì. Per il nostro sistema politico -- tutto intero -- è essenziale che ORA voi smettiate di pensare. Gianluca Bifolchi Fonte: http://anzetteln.splinder.com/ Link: http://anzetteln.splinder.com/post/7884675/DICHIARAZIONE+ANTIMILITARISTA 27.04.2006

Prendere esempio dal Brasile di David G. Victor (Mother Jones) La necessità di petrolio è una condizione che deve essere controllata, non deve rappresentare una dipendenza. Sono necessarie efficienza, politiche moderate nei confronti delle energie alternative e una maggiore produzione. Il Brasile può mostrare la via da seguire a chi dispone di risorse energetiche Il governo brasiliano sta celebrando la sua vittoria nella battaglia decennale per l'autosufficienza sul fronte petrolifero. Questo traguardo storico è motivo di festeggiamenti in un paese che ha lungamente pagato l’ingente costo dell’energia importata. Le ripercussioni si fanno sentire anche negli Stati Uniti, dove gli attori politici stanno cercando di ridurre le importazioni più costose, svincolando il paese da un mercato altalenante e dall’approvvigionamento estero. Dobbiamo imparare la lezione. Il Brasile deve il suo successo non al fatto di aver considerato il petrolio come un elemento aggiuntivo, ma dall’averne aumentato la produzione e dall’essersi reso ancora più dipendente dal mercato mondiale. Negli Stati Uniti buona parte dell’attenzione che è stata data all’approvvigionamento di combustibile dal Brasile si è focalizzata essenzialmente sull’ambizioso programma di sostituzione del petrolio con l’etanolo – ottenuto facendo fermentare lo zucchero prodotto localmente. La stampa Usa è stata invasa da storie sui famosi veicoli flex fuel che rendono possibile l’utilizzo dell’etanolo al posto del carburante convenzionale. Spronati in parte dall’apparente successo del Brasile, i politici statunitensi stanno cercando di ottenere nuovi permessi per l’utilizzo dell’etanolo e i veicoli flex fuel stanno iniziando a prendere piede. L’impressione è che l’etanolo sia il vero protagonista di questo processo. In realtà, l’etanolo ricopre un ruolo abbastanza marginale nell’offerta energetica del Brasile. Rappresenta meno di un decimo di tutte le risorse energetiche liquide del paese. La vera fonte dell’autosufficienza brasiliana è stata la sua straordinaria capacità di produrre più petrolio. Dopo la crisi petrolifera degli anni '70, quando la spesa del Brasile per le importazioni energetiche salì alle stelle, il governo spinse la Petrobras, la compagnia petrolifera statale, a cercare autonomamente nuove risorse energetiche. La Petrobras ebbe successo, specialmente a livello nazionale, perchè aprì la strada alle tecnologie che rendono possibile l’estrazione del petrolio dai giacimenti che si trovano sotto il fondo marino, in acque molto profonde. A metà degli anni '70, il Brasile arrivava a malapena a produrre 180.000 barili di petrolio al giorno, importandone quattro volte tanto. Attualmente ne produce circa 2 milioni, riuscendo così ad essere autosufficiente. Il recente traguardo di autosufficienza viene ora celebrato con l’inaugurazione di una piattaforma, la P50. Quando la P50 raggiungerà la sua produzione massima, fra qualche mese, al Brasile apporterà da sola più di quando riesca a fare l'intero programma dell'etanolo. L’autosufficienza brasiliana offre tre lezioni alla politica energetica degli Stati Uniti. La prima è che l’etanolo, con le attuali tecnologie a disposizione, non sarà certo l’elemento determinante per recidere la nostra dipendenza dall’energia importata. L’attuale approccio è quello di coltivare lo zucchero in Brasile e il mais negli Stati Uniti, per poi farli fermentare e ottenere il combustibile. Le piante di zucchero nel clima brasiliano riescono a convertire meglio la luce del sole in biomassa rispetto al mais nel Midwest. Tuttavia, la politica statunitense incentiva la coltivazione di grano (e impone tariffe sullo zucchero importato) perché il programma mira ad ottenere voti vitali per il paese – piuttosto che produrre un combustibile commercialmente proficuo. Nonostante il clima del Brasile ed una conformazione del suolo adatta alla coltivazione di zucchero, la produzione di etanolo sta raggiungendo la sua soglia massima. Questo perché la terra e le risorse utilizzate per la produzione di etanolo potrebbero essere investite per altri scopi, quali la coltivazione di alimenti e di prodotti agricoli destinati al mercato. Attualmente il governo brasiliano sta riducendo la quota di etanolo da mescolare alla benzina perché i coltivatori di zucchero preferiscono guadagnare di più vendendo il loro prodotto sul mercato mondiale, piuttosto che farlo fermentare nell’alcol. Le nuove tecnologie, che lavorano sulle “biomasse cellulosiche”, potrebbero incentivare l’uso dell’etanolo da sostituire al petrolio. La biomassa cellulosica è interessante perché taglia i costi facendo fermentare tutta la pianta nel combustibile, la cellulosa presente nello stelo, il chicco o lo zucchero. I promotori di tale tecnologia, tra cui figura anche il presidente Bush grazie al suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, hanno confuso l’allettante promessa di questo nuovo approccio nei confronti dell’etanolo con la realtà concreta del mercato energetico. I programmi di produzione della biomassa cellulosica, al momento, possono essere attuati solo in determinate circostanze. Nessuno è finora riuscito a produrre su scala industriale la quantità di combustibile necessaria a rendere commerciabili tali tecnologie. Seconda lezione: dovremmo imparare fin da ora che la forza principale per allentare il mercato petrolifero mondiale è il petrolio stesso. Possiamo ottimizzare lo sfruttamento del petrolio con una tassa sul carburante o con un’oculata economia energetica. Ma possiamo anche riuscire a produrre più petrolio, come ha fatto il Brasile con la sua Petrobras. Il problema principale degli attori politici statunitensi è che le risorse più ricche per la nuova produzione si trovano al di fuori degli Stati Uniti e del loro diretto controllo. Infatti, il governo brasiliano ha reso la Petrobras più produttiva, allentando il controllo su di essa. Quando lo stato ha venduto parte della azioni della compagnia, automaticamente ha accettato le procedure di contabilità occidentali e le relative restrizioni, dando a Petrobras autonomia e affidandone la contabilità ai nuovi azionisti, che in cambio hanno contribuito a rendere la Petrobras più efficiente. Abbiamo interesse a vedere altri paesi intraprendere lo stesso percorso: l’Algeria, il Messico, l’Iran e la Russia. Ma non possiamo trascurare il fatto che il Brasile abbia agito autonomamente, in risposta alle pressanti richieste interne di riforma, e con una minima influenza da parte dei governi stranieri. Abbiamo interesse a vedere altri paesi intraprendere lo stesso percorso: l’Algeria, il Messico, l’Iran e la Russia. Ma non possiamo trascurare il fatto che il Brasile abbia agito autonomamente, in risposta alle pressanti richieste interne di riforma, e con una minima influenza da parte dei governi stranieri. Terzo, dovremmo prendere esempio dal Brasile per non confondere una maggiore autonomia energetica con l’illusione di una totale indipendenza. Il Brasile, pur essendo autosufficiente, paradossalmente è diventato sempre più dipendente dai mercati mondiali. Questo perché il governo brasiliano ha diminuito il controllo sui prezzi, in modo da renderli più accessibili al mercato mondiale. Perciò i brasiliani si rendono conto di quali sono i prezzi reali quando si trovano ad un distributore di benzina. Le loro decisioni su quale vettura acquistare e su quanta strada percorrere riflettono i costi reali e il rendimento del carburante che consumano. Questo è il motivo per cui, anche se il paese è autosufficiente, i brasiliani devono prestare sempre più attenzione al consumo del carburante, perché i prezzi della benzina aumentano ogni giorno di più. La necessità di petrolio è una condizione che deve essere controllata, non deve rappresentare una dipendenza. Sono necessarie efficienza, politiche moderate nei confronti delle energie alternative quali l’etanolo, e una maggiore produzione – tutti strumenti di chi gestisce le risorse, non di chi ne è dipendente. Il Brasile può mostrarci la strada, ma solo se impariamo la lezione. David G. Victor è un Membro Senior per la sezione Scienza e Tecnologia presso il Comitato sulle Relazioni Estere (CFR - Council on Foreign Affairs). Fonte: http://www.motherjones.com/commentary/columns/2006/05/learning_from_brazil.html Traduzione a cura di Maria Chiara Parollo e Martina Giorgi per Nuovi Mondi Media

Bulgaria: torna la tubercolosi Da Sofia, scrive Francesco Martino Una malattia che da alcuni decenni veniva considerata domata, almeno nel vecchio continente, ha ripreso invece a manifestarsi con sempre maggiore frequenza. Nostro reportage tra le strutture sanitarie bulgare che si confrontano con questa malattia Ivan, malato di tubercolosi - foto di Francesco Martino Uno spettro silenzioso si aggira per le strade d'Europa, la tubercolosi. La malattia, che da alcuni decenni veniva considerata domata, almeno nel vecchio continente, ha ripreso invece a manifestarsi con sempre maggiore frequenza. Questo fenomeno, che nei paesi dell'ex Unione Sovietica è diventato una vera emergenza, non risparmia nemmeno gli altri paesi dell' Europa orientale, Bulgaria compresa. Nel 1990, ad esempio, nella città di Sofia, si registravano 10,7 casi di tubercolosi su 100mila abitanti. Nel 2003 erano diventati 30,8. Nel 2005 siamo arrivati a 37,5 casi. Questo brusco aumento è dovuto soprattutto al peggioramento delle condizioni di vita di alcune fasce della popolazione. La tubercolosi, infatti, è una malattia legata alla povertà, ad una alimentazione di scarso valore nutritivo ed alla mancanza di igiene. “Lo stato immunologico di alcune fascie della popolazione è peggiorato” ci dice la dottoressa Todora Petrova, direttrice del dipensario cittadino di Sofia per le malattie respiratorie e la tubercolosi, “ e assistiamo al ritorno, anche se ancora sporadico, di forme più gravi della malattia, come la meningite. Alcuni pazienti sviluppano una forma resistente della malattia, e non rispondono alle cure farmacologiche”. Se la tubercolosi è una malattia che colpisce soprattutto i poveri, non significa però che i ricchi possano dormire sonni tranquilli: la tubercolosi si trasmette per via aerea, anche con un semplice colpo di tosse, e negli ultimi anni sono aumentati i casi anche tra le persone di medio e alto ceto economico. La cura è rimasta la stessa da alcuni decenni, ospedalizzazione del malato per impedire ulteriori contagi, un coctail di antibiotici e una buona alimentazione. Chi ha avuto la malattia viene poi monitorato dai dispensari per parecchi anni, per evitare recidive. “Molti pazienti, però, semplicemente scomapaiono nel nulla”, racconta Valentina Toscheva, infermiera del dispensario da vent'anni, “soprattutto quelli della cosiddetta “fascia a rischio”, composta da alcolisti, tossicodipendenti e persone senza fissa dimora.” Un'altro problema è dato dalla “tubercolosi invisibile” ovvero dal numero, imprecisato, di persone che contraggono la malattia e che non vengono mai a contatto con le strutture sanitarie. Questi casi, secondo il dottor Velichko Dimitrov, direttore del dispensario zonale, che si occupa dei malati della regione intorno a Sofia “sono tanti, almeno quanti quelli che riusciamo a diagonsticare e a curare”. Due leva al giorno! Il dottor Dimitrov è a capo del dispensario zonale di Sofia da quindici anni. Volto gioviale ed aperto, non smette di fumare sigarette “Haskovo” nonostante i cartelli impolverati che invitano a prendersi cura dei propri polmoni. “Il ritorno della tubercolosi è un fenomeno mondiale, ma basta pensare che l'80% dei bulgari non mangia in modo corretto e soddisfacente, oppure è sottoposto a vari tipi di stress, per capire come mai da noi il problema cresce così in fretta”. Nel dispensario ci sono 35 letti riservati ai malati di tubercolosi, sempre tutti pieni. L'anno scorso qui sono stati ricoverati circa 570 pazienti. “Le richieste, però, sono così forti che talvolta siamo costretti a mandare a casa persone non ancora del tutto guarite per far posto ai casi più gravi”, ci dice allargando le braccia il dottor Dimitrov. I problemi più gravi, denuncia il dottore, sono però la mancanza di una vera politica di intervento e di fondi adeguati a combattere la malattia. Le strutture del dispensario aspettano di essere rimodernate da almeno quindici anni. “Lo stato ci dà 420 leva per ogni malato, e con questi soldi devo pagare le ottanta persone che lavorano nel centro, più le spese. Ogni malato ha a disposizione circa due leva al giorno per mangiare, due leva! Con questa cifra possiamo permetterci riso e patate, ma non è questa l'alimentazione che serve ai malati per rimettersi in salute”. Gli specialisti della lotta alla tubercolosi si lamentano del fatto che, con la riforma del 2001, la profilassi della malattia nei bambini e nei giovani in Bulgaria sia stata affidata ai medici di famiglia. In molti ritengono che, vista la specificità delle procedure legate alla verifica del contatto con la malattia e all'eventuale vaccinazione, queste debbano essere svolte dal personale dei dispensari. “Vista la situazione”, sostiene il dottor Dimitrov, “ temo che tra qualche anno il 50 percento dei casi di tubercolosi saranno riscontrati nei giovani sotto i 20 anni”. Una gita a Iskretz Il villaggio di Iskretz, piccolo centro sulle falde dei Balcani occidentali, a circa 60 chilometri da Sofia, in Bulgaria è da quasi un secolo sinonimo di cura della tubercolosi. Vista la sua invidiabile posizione geografica, lo tzar Ferdinando I lo scelse per realizzare un sanatorio per la cura della malattia che, all'epoca, era il principale problema sanitario europeo. A pieno regime il sanatorio poteva ospitare fino a 600 malati, e dava lavoro a 3-400 persone. Oggi il sanatorio ha assunto la denominazione di “ospedale specializzato”, ma dei sei padiglioni del complesso, immerso nella pace e nel verde dei Balcani, soltanto uno è ancora funzionante. “Oggi abbiamo 50 letti per tubercolotici e 50 per altri malati con problemi respirtatori” ci dice il dottor Gavrilov, uno dei medici che lavora nel sanatorio, “e anche se ufficialmente dovremmo occuparci solo della convalescenza, spesso i pazienti che arrivano qui sono ancora malati e contagiosi”. Facciamo una breve passeggiata nel sanatorio. I malati dormono in grandi stanzoni grigi, isolati dagli altri degenti. Tutto sa di vecchio e di bisogno di lavori di ristrutturazione. “Non c'è molto da fare qui, si aspetta, si gioca a carte” ci dice Ivan, un paziente cronico malato dal 1997. “Se c'è la televisione è perché l'abbiamo portata noi”, continua, “ma è vecchia, e riusciamo a malapena a vedere due canali, magari potessimo guardare il campionato italiano!”. Tutti si lamentano del cibo. Andiamo a controllare in cucina. Una cuoca corpulenta e simpatica ci mostra il menù che bolle in alcuni pentoloni: zuppa di verdura, fagiolini e frittata. “La settimana scorsa però avevamo solo patate, e per una settimana abbiamo cucinato solo quelle”. Ancora una volta il problema principale sembra essere la mancanza di fondi. Molti degli appartamenti che una volta ospitavano il personale sono stati affittati a terzi, ma questo non basta. “Questo inverno ci siamo riscaldati grazie alla generosità di una famiglia italiana” dice Ljudmila Todorova, direttrice amministrativa del sanatorio, "e abbiamo potuto tenere accesi i riscaldamenti per almeno otto ore al giorno. Siamo grati ai nostri donatori, ma lo stato non sembra prendere sul serio questo problema. Se non si agisce in fretta, però, il prezzo da pagare sarà molto, molto più alto”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5540/1/51/

USA : oggi giorno contro la violenza sui bambini di Carla Amato Si tiene oggi negli Stati Uniti la giornata della Bandiera in Memoria dei Bambini, tesa a favorire la prevenzione degli abusi sui minori. Secondo segnalazioni e denunce, nei soli Stati Uniti quasi 3 milioni di bambini all'anno subiscono abusi o vengono trascurati. L'iniziativa della bandiera ha quasi vent'anni, essendo stata lanciata nel 1998 dalla Lega Americana per il Benessere dei Bambini, che raggruppa 900 organizzazioni impegnate in campi che vanno dall'adozione alla difesa legale dei diritti dei minori. Nel 2001, una legge del Congresso ha fissato la Giornata Nazionale della Bandiera in Memoria dei Bambini come commemorazione nazionale il quarto venerdi' di aprile. Il disegno della bandiera e' realizzato da un sedicenne californiano. Oggi parlamentari e amministratori locali, forze dell’ordine, educatori, associazioni e famiglie espongono la bandiera ed organizzano iniziative correlate per chiedere la fine delle violenze. www.osservatoriosullalegalita.org


aprile 28 2006

Oggi alla prima riunione del nuovo Parlamento della XV legislatura ci sarò anch'io Buongiorno a tutti, Nei giorni scorsi due o tre amici mi hanno chiamato con apprensione per sapere se ero stato eletto, visto che la mia sorte, come quella di molti altri dipendeva dalle opzioni dei diversi capilista. Altri due o tre, incerti sul tono della telefonata, hanno preferito rimandare l´appuntamento. Oggi posso tranquillizzare tutti. Le opzioni sono state esercitate verso altri lidi e quindi anche per me inizierà la nuova legislatura alla Camera dei deputati. E´ inutile che in questo momento ripeta quanto ho già detto sugli effetti perversi di questa legge elettorale che non ci ha consentito di fare campagna vera tra la gente e che ha spostato ogni decisioni nelle mani dei vertici dei partiti e della televisione. E poi qualcuno ha il coraggio di dire che il centrosinistra ha avuto un vantaggio in ragione del premio di maggioranza! E´ tutto da dimostrare che cosa sarebbe successo se la campagna elettorale fosse stata quella tradizionale e se il sistema fosse stato ancora quello della legge Mattarella. Tutti fortunatamente ripetono che dovremo cambiare questa cosa orribile. Mi permetto anch´io di prendere sul serio questo impegno e cercare un accordo in Parlamento prima di arrivare ad un referendum altrimenti inevitabile. Un saluto, Roberto Zaccaria

Autostrade, toccata e fuga di Nicola Cacace La tempistica e le caratteristiche dell'operazione tra Autostrade e la spagnola Abertis somigliano più ad una vendita che ad una fusione. Tutto si può fare nell'Europa della concorrenza con la chiarezza necessaria fronteggiando le conseguenze. La soc. Autostrade, Monopolio naturale, non opera in regime di concorrenza ma di concessione pubblica, stipulata il 4/8/1997 col ministro dei trasporti Paolo Costa con allegato Piano di investimenti, perciò non può agire, nell'interregno tra due governi e senza un progetto trasparente (fusione paritaria che tale non appare) come se vendesse giocattoli! Tanto più che la soc. concessionaria appare largamente inadempiente secondo il collegio sindacale dell'Anas, la società controllante, «al 2005, per circa 6 miliardi di investimenti non fatti», sui quasi 9 concordati. Ma l'Anas, presieduta da Vincenzo Pozzi, ex dirigente di Autostrade non ha ad oggi contestato ad Autostrade le inadempienze accertate dai suoi sindaci né penalizzato in alcun modo la concessionaria. Perciò gli interrogativi senza risposta della società «più beneficiata d'Europa e d'Italia» - possiede il record europeo degli aumenti azionari, +300% - sono molti. Il primo: perché il baricentro della nuova società - sede centrale a Barcellona, consiglio d'amministrazione con 12 membri spagnoli e 11 italiani, comitato esecutivo con 5 spagnoli e 4 italiani, amministratore delegato spagnolo, etc. - tra due entità di cui l'italiana è di gran lunga la maggiore, per ricavi, utili e dimensione di rete, viene collocato in Spagna? La spiegazione fornita del «regime fiscale più efficiente» è ridicola e anche un po' offensiva per lo Studio Vitali ed associati, ex Studio del prof. Tremonti, Studio oggi consulente fiscale di Autostrade. Anche perché non è ancora definito: «Dove pagherà le tasse il nuovo gruppo? In Spagna?». Quì non si tratta di nazionalismo, ma di rispetto degli impegni sanciti dalla concessione oltre che dei diritti dei milioni di cittadini-contribuenti-utilizzatori-lavoratori della rete che sinora hanno pagato due volte, con l'aumento dei pedaggi malgrado l'aumento del traffico e con le cattive condizioni della rete. Un secondo interrogativo verte sulla logica imprenditoriale: perché i Benetton rinunciano alla proprietà di una gallina dalle uova d'oro quando dopo la fusione (considerando che gli spagnoli sono già presenti nella holding dei Benetton col 13,3%) saranno presenti in Auto-Abertis col 22% contro il 30% e più dei soci spagnoli? In sei anni la famiglia Benetton ha moltiplicato da 3 a 4 volte il capitale iniziale. La soc. Autostrade dal 1999 al 2005, con ricavi aumentati del 45% ha triplicato gli utili con pochi investimenti, meno di quelli per cui si era impegnata. Le inadempienze di Autostrade, sempre coperte dal governo Berlusconi, sono molte, denunciate da più parti, dal Collegio sindacale della società (supposta) controllante Anas alla Corte dei Conti e vanno dal sistema di calcolo degli aumenti tariffari, che considerano gli investimenti programmati e non quelli reali (i capitalisti, come sempre, sono trattati meglio degli operai), che utilizzano la sinistrosità della rete a favore e non contro gli aumenti tariffari, che non considera gli aumenti del traffico a riduzione dei pedaggi. Questi ultimi invece sono aumentati continuamente quasi come l'inflazione. Ed i dirigenti di Autostrade hanno avuto il «coraggio» di lamentarsi più volte «che i pedaggi sono aumentati meno dell'inflazione» e «che l'inflazione considerata non è quella reale ma quella programmata». Poiché le inadempienze di Autostrade erano state già denunciate da Prodi, Bersani, Letta, molti sospettano che i Benetton abbiano deciso di cedere la gallina dalle uova d'oro, profittando anche, con discutibile stile, dell'interregno tra i governi Berlusconi e Prodi. Per concludere, privatizzare senza liberalizzare significa fregare i cittadini e lo Stato a vantaggio di pochi. Nel caso di privatizzazione di Monopoli naturali o quasi Monopoli (Eni, Enel, etc.) procedere nell'interesse degli Shareholder (azionisti) senza tutelare anche gli interessi degli Stakeholder (lavoratori, consumatori, territorio, ambiente) è operazione sbagliata economicamente e socialmente, quasi sempre in perdita per la collettività, per il paese e per lo Stato.unita.it

Il rilancio dei Beni Culturali SALVATORE SETTIS da Repubblica - 28 aprile 2006 Nel gioco di società che va sotto il nome di "toto-ministri", i Beni Culturali sono relegati (c´era da aspettarselo) a un ruolo marginale. Ma prima che si cominci a disputare se la scomoda poltrona del Collegio Romano debba andare "in quota" a questo o a quel partito, sarebbe il caso di riflettere sulla miglior collocazione di questo dicastero nella mappa istituzionale. Sempre più chiaro è infatti che il patrimonio culturale può e deve avere una posizione-chiave nello sviluppo del Paese. La sua vera "redditività" non è negli introiti diretti e nemmeno nel turismo e nell´indotto che esso genera, bensì nel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato. Qualità della vita, identità culturale, solidarietà sociale, sono (lo ripetono sempre più spesso economisti e sociologi in tutto il mondo) fattori di produttività ed economicità non dei musei o dell´industria culturale, bensì della società nel suo insieme. Questo tema è nuovo solo in apparenza: con grande lungimiranza, già lo indicava l´art. 9 della nostra Costituzione, che prescrive la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», in stretta correlazione con lo «sviluppo della cultura scientifica e tecnica» e con «il pieno sviluppo della persona umana» richiamato all´art. 3. Come ha detto il presidente Ciampi in un lucido discorso (Mantova, novembre 2002), «gli insigni monumenti ereditati dai padri, le bellezze artistiche e ambientali, protette, riscoperte e restaurate, non sono soltanto una sorgente di rinnovata fiducia nella propria identità e nelle proprie capacità, ma sono risorse che costituiscono patrimonio e stimolo per la stessa crescita economica». Questa risorsa straordinaria, che nessun Paese al mondo possiede nella stessa misura del nostro, non è appannaggio di nessuna parte politica, ma richiede una strategia condivisa, purtroppo mortificata negli ultimi anni da efferati tagli di bilancio e dall´irresponsabile blocco delle assunzioni. Ma quale è la corretta collocazione istituzionale dei "beni culturali"? In principio fu il ministero della Pubblica Istruzione, con varie direzioni generali, fra cui quella per l´Università e quella per le Antichità e Belle Arti. Ma "antichità" e "belle arti" parvero espressioni antiquate, e la creazione di un nuovo ministero (1975) introdusse la nuova etichetta, vagamente mercantile, di "beni culturali". Le intenzioni erano ottime: puntare sul valore monetario del patrimonio culturale per ottenere più finanziamenti per la tutela. Mancò tuttavia da subito ai Beni Culturali una sufficiente consapevolezza istituzionale della loro centralità nelle strategie di sviluppo del Paese, e dunque una mirata crescita e gestione degli investimenti nel settore. I Beni Culturali nacquero come un dicastero "minore", affidato quasi sempre a figure deboli e inadeguate, di corta visione istituzionale, con scarsa o nulla capacità di iniziativa, ansiose di spostarsi su un ministero più importante. A questa dannosa marginalità volle porre rimedio Veltroni, che da ministro e vicepresidente del Consiglio trasformò profondamente il suo ministero accorpandolo con Sport e Spettacolo e rinominandolo "dei Beni e delle Attività Culturali" (1998). Esperimento generoso, ma che (otto anni dopo) appare molto mal riuscito: se già grande è la distanza fra, poniamo, il cinema e gli archivi di Stato, proprio niente hanno di comune fra loro i musei e il calcio, i circhi equestri e le aree archeologiche. Affidare ambiti tanto difformi alle cure di un solo ministro ha avuto effetti negativi, ha accentuato anziché diminuire la marginalità del patrimonio culturale e dei suoi problemi. Come altri accorpamenti ministeriali della riforma Bassanini messi alla prova durante il governo di centrodestra (per esempio quello di Tesoro, Bilancio e Finanze), anche questo andrebbe dunque ripensato. Della riforma Veltroni va salvaguardata l´idea centrale, fortificare i Beni Culturali mediante l´accorpamento non con sport e spettacolo, ma con altre competenze. Assai più appropriato e costruttivo sarebbe congiungere i Beni Culturali con Università e Ricerca, riprendendo una vecchia proposta di Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante. Si darebbe in tal modo un gran segno: che la ricerca conoscitiva è l´asse portante, la vera e sostanziale «attività» che dev´essere il cuore della tutela e della gestione del patrimonio culturale. L´intersezione fra campi del sapere, fra strutture della tutela e università potrebbe diventare la spina dorsale di un progetto vincente, lo stesso che dovrebbe informare l´organizzazione della ricerca in generale (si pensi alle interazioni fra fisici, medici, ingegneri). Si recupererebbe il nesso vitale fra l´università con le sue istanze di ricerca e il valore educativo del patrimonio culturale; si potrebbe favorire la mutua permeabilità fra ricerca sul campo e didattica (per esempio del restauro), fra strutture pubbliche della tutela e università. È questo un nuovo esperimento, che varrebbe la pena di tentare, tanto più che l´accorpamento di Università e Ricerca alla Pubblica Istruzione è anch´esso fra i meno riusciti nell´ultima legislatura. Rispondendo sul "Corriere della Sera" del 29 marzo a un appello del Fai, Romano Prodi ha impegnato il suo governo a riportare il bilancio dei Beni Culturali al livello del 2001, «approntando un piano di recupero del patrimonio, con allocazione di risorse adeguate, anche ricorrendo a misure di incentivazione fiscale e tax shelter. L´obiettivo sarà quello di raggiungere nel medio-lungo periodo la destinazione di una quota pari all´1 % del Pil alla Cultura». È una dichiarazione importante, ma non basta: se tale quota dovesse esser destinata in prevalenza allo sport e allo spettacolo, lo stato di acuta sofferenza dei nostri beni culturali non ne risulterebbe alleviato. La crescita ragionata delle risorse deve accompagnarsi a una ripresa delle assunzioni, che miri all´altissima professionalità degli addetti sottraendoli al ricatto delle pressioni politiche esercitato con lo spoils system; al ripensamento dei ruoli di Stato, regioni, enti locali, privati mettendo ordine nella confusione generata dalla sciatta distinzione di tutela e valorizzazione inserita purtroppo nel nuovo Titolo V della Costituzione; all´organico collegamento delle tematiche della tutela con quelle della ricerca e dell´ambiente. Un ultimo punto resta da chiarire. Per realizzare un programma come questo (se Prodi e il suo governo vorranno farlo) è preferibile un ministro tecnico o un ministro politico? Non ho alcun dubbio che un ministro politico, che abbia statura culturale e rispetto per il parere dei tecnici (e il ministero ne ha ancora di ottimi) sia la soluzione vincente, anzi l´unica. Quello dei Beni Culturali non deve, non può essere scenario per discorsi teorici o per un qualche apprendistato politico, ma esige un´azione immediata, forte e mirata, non marginale bensì collocata nel cuore stesso dell´azione di governo. Senza cedimenti a superficiali economicismi, ma con grande attenzione ai problemi della gestione del patrimonio. Solo un politico di provata esperienza può metterli adeguatamente a fuoco, con l´aiuto dei suoi tecnici, e segnare quel riscatto del nostro patrimonio culturale che i cittadini hanno il diritto di aspettarsi. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Le elezioni del 9 e 10 aprile hanno dimostrato ancora una volta che il centrosinistra vince quando è unito e che la lista unitaria dell’Ulivo ha un forte valore aggiunto. L’elettorato ha premiato infatti la prospettiva del Partito Democratico nonostante la timidezza con cui i partiti l’hanno finora promossa. Siamo convinti che una parte significativa dell’elettorato del centrosinistra abbia fiducia che il Partito Democratico possa realizzare il completamento della transizione politica italiana iniziata quindici anni fa. Possa riuscirci creando appunto una grande forza riformista capace di superare gli steccati identitari che ancora fanno capo alle ideologie del novecento e di pilotare l’Italia verso l’approdo di una democrazia dell’alternanza matura e consolidata. Per questo obiettivo si è costituita l’Associazione per il Partito Democratico. Che non è e non vuole essere l’embrione di un ennesimo partito. Al contrario, nello spirito delle primarie del 16 ottobre scorso, vuole favorire il tragitto imboccato dai partiti del centrosinistra e offrire un patrimonio di energie, intelligenze ed entusiasmo del quale il processo costituente del Partito Democratico può giovarsi. La sua ragione sociale è rappresentata dalla nascita di un partito nel quale confluire e sciogliersi naturalmente, senza concessioni all’antipolitica e al populismo confuso che contrappongono società civile e partiti. C’è nei suoi promotori la consapevolezza che non possa esistere una democrazia forte senza partiti forti e al tempo stesso c’è la convinzione che l’impegno politico dei cittadini meriti la considerazione in particolare dei leader e dei partiti dell’Ulivo, in condizioni di pari dignità e in un quadro di regole certe e trasparenti. Perché si raggiunga l’obiettivo del Partito Democratico ci sono a nostro avviso due condizioni, che saranno gli obiettivi prioritari della nostra azione politica: la costituzione immediata dei gruppi unici dell’Ulivo, la riforma della legge elettorale. I promotori dell’Associazione, riuniti in un coordinamento nazionale, lanciano un appello affinché fin da domani vengano formati gruppi parlamentari unitari in entrambe le Camere, ciascuno con il proprio presidente e con portavoce unici su macro-aree tematiche. Dovrà essere questo uno schema comune a tutte le assemblee rappresentative: consigli comunali, provinciali e regionali con un’anagrafe completa degli amministratori. Così come il metodo delle primarie – che tanto interesse ha suscitato negli altri paesi europei – dovrà essere la regola, accanto alla formazione di albi degli elettori (iscritti e non iscritti ai partiti), a comitati promotori sulla base dei collegi elettorali per la Camera e a organismi locali formati dagli eletti a ruoli istituzionali e da esponenti espressi dagli albi stessi. Spetterà a un comitato nazionale costituente, selezionato con elezioni primarie dai cittadini registrati negli albi, redigere lo statuto e il manifesto culturale e programmatico del nuovo partito. In questo modo, il Partito Democratico sarà al tempo stesso il partito degli eletti e il partito degli elettori o, se si vuole, il “partito delle primarie”. Il processo costituente non potrà pertanto limitarsi ai confini delle istituzioni elettive, ma rappresentare una grande occasione di mobilitazione democratica e di dibattito culturale in tutto il paese. Il Partito Democratico del 21° secolo dovrà essere un soggetto post-ideologico, post-identitario e inclusivo: non può nascere cioè dalla semplice fusione degli apparati dirigenti di due o tre partiti. Dovrà invece essere aperto alla società civile fin dalla fase della sua costituzione, cioè nella definizione dei propri indirizzi e della propria classe dirigente. Solo per questa via si può costituire un soggetto politico veramente nuovo, capace di definire i propri obiettivi e programmi in modo pragmatico, e capace perciò di attrarre quegli elettori che fino ad oggi, pur delusi dalla pratica politica della destra, non hanno avuto fiducia nello schieramento opposto. I promotori dell’Associazione chiedono inoltre all’Ulivo di tener fede all’impegno preso in campagna elettorale: l’eliminazione della legge elettorale imposta con la forza dalla destra negli ultimi giorni della passata legislatura e il ripristino di un metodo maggioritario che dia effettiva stabilità al sistema politico e ne favorisca l’evoluzione verso un modello europeo. Occorre trovare un punto di incontro su una proposta condivisa da approvare in Parlamento. Ma l’Associazione per il Partito Democratico si farà comunque promotrice di un referendum che colpisca al cuore il meccanismo del sistema elettorale vigente. E’ di lì che occorre partire, dal momento che l’ibrido proporzionale che è stato introdotto ha già chiaramente dimostrato di non poter funzionare: perché favorendo la frammentazione, impedisce la semplificazione del quadro politico e mette in pericolo la stabilità di guida politica di cui il paese ha disperatamente bisogno. Senza maggioritario, del resto, non può esserci il Partito Democratico. Le scadenze elettorali dei prossimi mesi ed anni rappresenteranno altrettanti test. Ma sarebbe ragionevole e realistico individuare nelle elezioni europee del 2009 il traguardo cui puntare. Entro quella data sapremo se saremo riusciti a costruire un partito forte e moderno, dotato di una sua personalità e di un suo messaggio, in grado di conquistare la fiducia e il sostegno di almeno il 40 per cento degli italiani: un obiettivo ambizioso che, una volta raggiunto, potrebbe consentirci di guardare con maggiore ottimismo al nostro futuro. Roma, 27 aprile 2006

...Fatti più in là IVAN DELLA MEA Ho chiaro, rettifico, credo di avere chiaro che chi ha votato per qualsisia partito dell'Unione abbia votato per Romano Prodi presidente del consiglio del nuovo governo. Posto che così sia stato e sia io non so se chi ha votato Ds lo abbia fatto per D'Alema o presidente della Camera o della Repubblica o ministro degli Esteri. Nemmeno so se chi ha votato Margherita lo abbia fatto per Marini o chissisia presidente del Senato. Nemmeno so se chi ha votato Rifondazione comunista lo abbia fatto per Bertinotti presidente della Camera e presidente della Camera e presidente della Camera. Eccetera. Mi piace pensare che chi ha votato per qualsisia partito del centrosinistra l'abbia fatto per cambiare governo e forse anche per cambiare le ritualità consolidate che da sempre informano il modo di fare i governi. Mi piace pensare che i votanti «nostri» non avessero in mente nomenclature da rispettare, poteri da distribuire, poderosi scranni da occupare. Se la logica e la pratica dell'affidamento delle cariche istituzionali resta la solita, valida per il centrosinistra come lo è stata per il centrodestra io davvero fatico a cogliere il segno della diversità: che ci sarà a programma, non lo metto in dubbio, ma che, a parer mio, dovrebbe essere segnata, subito - fin dai primi passi, dalle prime scelte - proprio dal fatto che si vuole rompere la ritualità spartitoria figlia delle ragioni di partito e, dunque, di potere. Una logica diversa, affrancata per esempio dai nomi summenzionati, sarebbe un segnale altro e alto: sarebbe come dire agli italiani che non si hanno greppie da gratificare, mangiatoie da distribuire, scambi da portare a casa, ricatti da evadere: non per il governo, non per le sue istituzioni, per nulla e per nessuno. Vorrebbe dire che tutti i partiti dell'Unione sono disposti a fare passi indietro, tanti quanti ne occorrono per arrivare, insieme, a proporre donne e uomini, ancorché onorevoli, onorabili perché di grande spessore morale e culturale e umano prescindendo dalla loro posizione nella graduatoria di questo o quel partito di questo o quello schieramento: se davvero si ha a cuore la res publica e il bene comune, mi parrebbe assai meschino tentare di farli coincidere ad personam con una carica istituzionale di particolare prestigio. Il mio invito alle segreterie e alle direzioni dei partiti dell'Unione è di superare i paletti e le griglie e i mixer di palazzo e di guardare con occhio lungo e generoso a chi da tempo, tra gli eletti onorevoli e senatori, si è adoperato per la costruzione di una cultura sociale altra e diversa mettendo al primo posto - sempre, cittadini tra cittadini con i cittadini e per i cittadini - le giuste contrarie alla cultura del chi fa da sé fa per tre e a quella del farsi i fatti propri e a quella del lei non sa chi sono io e a quella del mio dio che è più dio del tuo e a quella del siamo tutti uguali ma c'è sempre chi è più uguale degli altri; dentro queste giuste contrarie prendono sostanza il rispetto reciproco tra i cittadini, la coscienza dei diritti e dei doveri, la tensione verso quella reciproca conoscenza che soltanto così può crescere a coscienza diffusa per un cittadino finalmente partecipe e protagonista di una democrazia da costruire insieme, una vera e propria etica della liberazione di tutti e per tutti.www.ilmanifesto.it

Moratti : il ministro e il nazismo nei nuovi programmi di storia da Francesca Russo Ho letto dei fischi alla Moratti che partecipava alla manifestazione della liberazione ed ho appreso con stupore che la signora Brichetto e' figlia di un ex deportato. Dico stupore perche' credo nel valore della coerenza. Penso che chi vuole affermare certi valori e flirta con la comunita' ebraica italiana non possa allearsi con chi nega le camere a gas. Inoltre come nonna ho seguito la vicenda della *rivisitazione* della storia che il ministero guidato dalla Letizia Moratti ha imposto alle nostre scuole, ed ho notato che il nazismo e la resistenza sono stati riletti e presentanti in modo annacquato. Anche diversi storici hanno rilevato come la riforma Moratti abbia taciuto su vari aspetti bui del passato (oscurantismo medievale, caccia agli Ebrei, Inquisizione, guerre di religione, colonialismo, imperialismo), accomunando invece ad esempio nell'unica voce 'totalitarismi' il nazismo e i regimi comunisti che ebbero storie, metodi, origini ed effetti ben diversi, ancorchè colpevoli entrambi di reati gravissimi (ma una cosa è teorizzare l'esistenza e l'annientamento di una *razza inferiore*, un'altra assassinare i dissidenti o chi ostacola i propri piani politici). Sono una cattolica moderata e non sono una acritica ammiratrice dei partigiani, in quanto consapevole che a fianco di gesta encomiabili come quelle premiate ieri dal capo dello Stato con la medaglia d'oro ci furono alcuni che - evidentemente animati da personali rivincite - compirono atti forse isolati ma indegni di un liberatore d'Italia. Però non si puo' accettare una mescolanza che mistifichi i fatti storici che stanno alla base di ciò che poi il ministro si è premurato di celebrare - dopo cinque anni di governo - nella sola occasione della sua candidatura a sindaco. Fra l'altro ho letto sul vostro sito della manifestazione fascista a Cagliari (e so di altre analoghe che sono accadute ad esempio nel Lazio, dove vivo) proprio il 25 aprile. Forse sbaglio, ma mi risulta che l'apologia del fascismo e la tentata ricostituzione del partito fascista siano reati, ma non ho letto in prima pagina ne' un leader della sinistra moderata ne' un ministro della destra sedicente moderata (i.e. la Moratti) condannare questi episodi almeno a livello morale come invece è stato fatto con i fischi alla signora. www.osservatoriosullalegalita.org

Giornalismo finanziato: schifezza o salvezza? - Immaginiamo che ci sia un gruppo di giornalisti molto bravi, votati all'inchiesta televisiva. Idee ne hanno. Tante e buone. Le ferrovie che non funzionano, carni italiane in scatola vendute avariate al Terzo Mondo, soldi pubblici che finiscono a testate pseudo-giornalistiche. Ora devono realizzarle, queste buone idee. Si accorgono che l'inchiesta costa parecchio. Specialmente quella televisiva. In tanti del pubblico forse sarebbero disposti anche a pagare per vederle realizzate, quelle buone idee. Ma prima di incontrare il pubblico, in qualche modo bisogna partire, ci vuole un capitale da investire. Propongono l'idea a chi i soldi ce li ha. Niente da fare: dinieghi o accettazioni con troppi paletti. Quel gruppo di giornalisti alla fine deve rinunciare. Niente inchieste. La storia, per fortuna, è andata diversamente. Quel gruppo di giornalisti in gamba, guidati da Milena Gabanelli, i soldi li ha trovati: quelli dei cittadini che pagano il canone, e, una volta tanto, non si è trattato di soldi buttati. Soldi pubblici che finanziano la miglior trasmissione giornalistica televisiva degli ultimi anni: Report. Che, coi soldi pubblici, realizza un'inchiesta molto approfondita su altri soldi pubblici che finiscono ad altre testate giornalistiche (giornalistiche?): in questo caso, diversamente purtroppo, si tratta di soldi quasi sempre buttati, come ha capito chi domenica sera ha visto la puntata in questione. Peccato che la conclusione un po' qualunquista lasciata maturare da Gabanelli e soci con la loro necessaria e in certi punti illuminante inchiesta è che il finanziamento pubblico al giornalismo debba ritenersi uno dei tanti scandali italiani. Conclusione affrettata: così, si finisce col buttar via il bambino insieme all'acqua sporca. Senza soldi pubblici, Report non esisterebbe. Quest'ultima osservazione è stata fatta niente meno che da Vittorio Feltri, intervistato da Bernardo Iovene (l'autore dell'inchiesta), ma non si doveva lasciare certo a lui il compito di farla. La Gabanelli ha risposto che i soldi per la Rai vanno a finanziare un servizio pubblico, quelli per Libero no. Che quello di Libero non sia servizio pubblico ci sono pochi dubbi. Ma dove sta scritto che il servizio pubblico coi soldi pubblici debba farlo solo la Rai? Di questo presunto monopolio non ero a conoscenza. Per servizio pubblico in ambito giornalistico credo si debba intendere un giornalismo che cura l'interesse generale: dove sta scritto che non possa farlo pure un privato coi soldi che la collettività decida di dargli per questo? Il finanziamento statale limita l'indipendenza della testata. Altro luogo comune lasciato intatto dall'inchiesta di Report, per bocca di un lettore de il manifesto intervistato da Iovene davanti ad un'edicola romana. “Lei sapeva che ‘il manifesto' prende soldi dallo Stato?”. “No, non lo sapevo”. “E cosa ne pensa?”. “Credo non vada bene – ha risposto il lettore – questo ne limita l'autonomia”. Ma come? È limitata l'autonomia anche di Report, allora? Chi è lo Stato? Lo Stato sono (dovrebbero essere) i cittadini. È la collettività che ha deciso (dovrebbe aver deciso) di finanziare la Rai perché faccia servizio pubblico e il giornalismo privato perché la democrazia tragga giovamento dal pluralismo informativo, e l'attività di informare non dipenda solo dal possesso di capitali privati, ma soprattutto da quello di idee e opinioni. Poco importa che poi la Rai servizio pubblico non lo faccia quasi mai, e che l'informazione di questo Paese dipenda ancora, come sempre, dal possesso di capitali privati (o, al limite, di conoscenze in Parlamento). L'applicazione è certo profondamente sbagliata, ed è questa che bisogna denunciare. Ma il principio resta comunque sacrosanto: il giornalismo ha tutto il diritto di essere finanziato dalla collettività. Solo che, con la puntata di Report dell'altra sera, è stato gettato via anche il bambino, ed ora ci saranno un paio di milioni di persone in più che penseranno la decisione di finanziare il giornalismo coi soldi pubblici sia “il solito schifo all'italiana”. E, se il finanziamento verrà abolito sull'onda della solita indignazione temporanea, ci sarà qualche giornalista in più ad avere qualche speranza in meno di poter fare informazione anche senza avere capitali privati alle spalle. di Marco Niro www.megachip.info

Un passo avanti verso la legalità Diritti. Pubblicato il rapporto del comitato europeo per la prevenzione della tortura. Per superare i problemi più urgenti serve una legge chiara contro gli abusi Patrizio Gonnella Finalmente! Il Governo italiano ha dato il proprio consenso alla pubblicazione del rapporto del comitato europeo per la prevenzione della tortura. Un rapporto stilato in occasione della visita del Consiglio d’ Europa effettuata in Italia dal 21 novembre al 3 dicembre 2004. Il Comitato ha ampi poteri ispettivi, unici in Europa. Un esempio per tutti. Nell’immediatezza della visita ha ottenuto la chiusura del Centro di assistenza e permanenza temporanea (CPTA) di Agrigento, viste le condizioni di degrado in cui versava. Tra gli altri luoghi detentivi visitati: i centri per espellendi di Caltanissetta, di Lampedusa e Trapani, la Questura di Roma, il Commissariato di polizia di Civitavecchia, il Commissariato della polizia ferroviaria di Roma-Termini, la Questura di Verona, la caserma della Guardia di Finanza di Civitavecchia, il Comando dei Carabinieri di Verona, il Posto dei Carabinieri di Lampedusa, la Casa Circondariale di Civitavecchia e quella di Verona, la Casa di Reclusione di Parma, il Servizio psichiatrico e diagnostico e di cura dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, le Camere di sicurezza per detenuti all’Ospedale Generale di Verona. Non sempre le autorità italiane hanno collaborato in modo proficuo. A volte si sono messe di traverso. È stata definita quasi totale l’assenza di cooperazione presso il Commissariato di polizia di Civitavecchia e presso il Commissariato della polizia ferroviaria di Roma-Termini. Proprio a Termini la prima sorpresa: la delegazione ha trovato al binario 13 un box di 2,70 m² privo di qualsiasi arredo usato quale camera di sicurezza per i fermati. Lì ci si può immaginare quanto sia alto il rischio di subire maltrattamenti. Gli ispettori del Comitato di Strasburgo sono venuti a conoscenza di svariati episodi di maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine al momento dell’arresto e del susseguente interrogatorio di giovani immigrati. In particolare ha avuto notizia di insulti rivolti a stranieri a sfondo razzista e xenofobo. Le forze dell’ordine, a differenza delle autorità penitenziarie, sono poco avvezze al controllo esterno. Non in tutte le camere di sicurezza dei commissariati e delle caserme viene compilato dalle forze dell’ordine un registro di detenzione nel quale segnalare tutto quello che accade nelle ore o nelle giornate di privazione della libertà (dal nome del fermato sino ai problemi medici riscontrati o alle persone incontrate). Le ore immediatamente successive all’arresto sono ad alto rischio e in quelle ore tutto deve essere pubblico. Anche per questo il comitato incoraggia in Italia l’istituzione di organismi indipendenti di controllo dei luoghi di detenzione. L’Italia, nonostante gli obblighi internazionali e decine di progetti di legge pendenti, non ha ancora istituito tale organismo di controllo dei luoghi detentivi. Speriamo che il prossimo parlamento, nonostante i numeri risicati di vantaggio dell’Unione, sopperisca in tempi brevi a questa lacuna. Tra i problemi verificati nel settore penitenziario vi sono: il regime duro cosiddetto 41 bis, la salute dei detenuti, il sovraffollamento. Smentendo appieno il governo italiano il Comitato suggerisce per contrastare il sovraffollamento soluzioni non di edilizia penitenziaria bensì provvedimenti di depenalizzazione e decarcerizzazione. I quasi 61 mila detenuti reclusi nelle carceri italiane vivono in luoghi che potrebbero al massimo contenere 43 mila persone. Tutti gli istituti sono sovraffollati oltremisura. Un carcere sovraffollato significa: spazi ridotti, vita insalubre, assenza costante di intimità, servizi sanitari insufficienti, attività di intrattenimento limitate, tensione alta tra detenuti e tra detenuti e personale. Così capita che a Civitavecchia alcuni poliziotti indagati per violenze ai detenuti continuano a lavorare nello stesso carcere a contatto con coloro che li hanno denunciati o che, come a Verona, in celle di 11,5 metri quadri (+ 4,5 di bagno annesso) vivano sino a tre o quattro detenuti con docce in uno stato di notevole degrado. In quelle celle dovrebbero vivere non più di due persone. Si tratta di un rapporto che conferma un quadro allarmante della condizione di vita nelle carceri e dello stato dei diritti umani nel nostro paese. Ora si tratta di voltare pagina. La scorsa legislatura si è aperta con le violenze di Genova. Speriamo che la prossima si apra con la codificazione del crimine di tortura.http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9941&numero='150'

Ancora sangue Uccisi tre soldati italiani in Iraq Tre militari italiani e uno romeno sono rimasti uccisi oggi in un attentato in Iraq. Un convoglio di 4 mezzi del contingente italiano viaggiava verso un commissariato della polizia irachena quando uno dei veicoli che comprendeva la colonna, con a bordo 4 militari italiani e il soldato del contingente romeno, è saltato su una bomba artigianale, chiamata IED (Improvised Explosive Device), nascosta sul ciglio della carreggiata. La ricostruzione. Dopo le prime contraddittorie notizie, il ministero della Difesa italiano ha diffuso una nota alle 10.30: le vittime sono il capitano Nicola Ciardelli, del reggimento Artiglieria paracadutista di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, del comando provinciale di Chieti, e il maresciallo capo dei carabinieri Carlo De Trizio, effettivo nel nucleo radiomobile di Roma. La vittima romena è Hancu Bogdan, di 28 anni, che faceva parte del corpo di polizia militare romena di stanza al Camp Mittica, la base della Coalizione a Nassirya. Nella stessa struttura è stato trasportato il quarto italiano che era a bordo del veicolo colpito, rimasto gravemente ferito, il maresciallo del comando provinciale carabinieri di Padova, Enrico Frassinito. E' l’episodio più grave di violenza contro il contingente italiano in Iraq dopo la strage del 12 novembre 2003, 'giorno nero' per la missione italiana in Iraq. Quel giorno, in un attacco alla base Maestrale a Nassiriya, morirono 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati e due civili). La missione italiana era iniziata pochi mesi prima, a giugno. A provocare la strage, due automezzi imbottiti di esplosivo lanciati a tutta velocità contro la palazzina di tre piani che ospitava i carabinieri della Msu (Multinational specialized unit). Molte furono allora le polemiche, in particolare rispetto alla più o meno elevata capacità di prevenire un attacco di quel tipo. L’Iraq a pezzi. "La tristezza per la strage di oggi conferma quello che diciamo da tre anni a questa parte: via dall'Iraq! Questa non è una missione di pace". Il maresciallo Ernesto Pallotta, punto di riferimento del movimento Carabinieri per la pace e animatore del Giornale dei Carabinieri, raggiunto telefonicamente, trattiene a stento la rabbia e l'amarezza per la morte di due commilitoni e dell'ufficiale dell'esercito italiano. "Sia la destra che la sinistra hanno più volte dichiarato che il contingente italiano lascerà l'Iraq", continua Pallotta, "la differenza è che la destra aveva parlato di fine anno, mentre la sinistra è divisa tra una parte che vuole un ritiro immediato e una parte che vuole un ritiro più calendarizzato. Questa ultima tragedia ha rafforzato in noi dell'associazione Carabinieri per la pace la necessità di un ritiro immediato!". E' strano che un militare come il maresciallo Pallotta parli di ritiro immediato, visto e considerato che tutti i fautori del ritiro 'graduale' dall'Iraq parlano di problemi logistici e tempi tecnici. "E' normale che esistano delle procedure da seguire in casi come questo", spiega il maresciallo dei Carabinieri, "ma nulla che non sia superabile in un mese al massimo. Pensi a Zapatero: il contingente spagnolo ha smobilitato in una settimana!". Ma come mai lei ritiene che il ritiro sia un'urgenza impellente? Solo per la sicurezza dei militari? "Io credo che non ci siano e non ci sono mai stati i presupposti per una missione di pace", conclude Pallotta, "i militari italiani e degli altri contingenti sono impossibilitati a proteggere se stessi, figurarsi in che modo possono proteggere la popolazione civile irachena.Non si può lavorare neanche alla formazione di una polizia o di un esercito iracheno, perchè mancano le condizioni per operare. L'Iraq è un Paese che sta scivolando verso una guerra civile e, paradossalmente, credo che il ritiro delle truppe straniere possa agevolare la ripresa di un dialogo nazionale visto che il loro arrivo ha alimentato il terrorismo". http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5307

Zagabria sotto le pressioni degli USA Da Osijek, scrive Drago Hedl Gli USA vorrebbero che Zagabria firmasse l’accordo in base al quale i cittadini americani sospettati di crimini di guerra non verrebbero estradati al Tribunale penale internazionale. Finora la Croazia si è rifiutata di assecondare le richieste degli USA, riuscirà a farlo ancora? Firmerà la Croazia, in occasione dell'imminente visita di Dick Cheney, il vice presidente degli Stati Uniti d'America, l’accordo che si riferisce all'articolo 98 dello Statuto di Roma sulla non consegna di cittadini americani al Tribunale internazionale penale (ICC)? Questo tema scottante, incitato dall'imminente arrivo di Cheney, che soggiornerà a Dubrovnik dal 5 al 7 maggio per la riunione dei paesi firmatari della Carta dell’Adriatico, (Croazia, Macedonia, Albania), si è trovato in cima alle priorità della politica estera croata. I rapporti dei due paesi sono aggravati dai ripetuti rifiuti della Croazia di firmare l’accordo che obbligherebbe Zagabria a non consegnare i soldati americani, sospettati di crimini di guerra, al Tribunale internazionale penale. Per questo motivo gli Stati Uniti in più occasioni, in misura minore o maggiore, hanno esercitato pressioni sulla Zagabria ufficiale, e adesso si specula che la ripetizione del “no” croato, potrebbe significare anche un ulteriore rinvio dell'ingresso nella NATO. Per il premier Ivo Sanader, la firma dell'articolo 98 è quasi un problema irrisolvibile. Esistono come minimo tre buoni motivi per cui il suo governo non lo può fare. Il primo è in che modo spiegare all’opinione pubblica croata che il Paese, che ha insistito così tanto per la fondazione del Tribunale internazionale dell’Aia, e poi ha accettato di consegnare i propri cittadini sospetti per detti crimini, adesso si opponga alla consegna degli americani, a un tribunale simile, fondato con lo Statuto di Roma il 1° maggio 2002. Il secondo, con la firma dell'articolo 98, il premier croato giungerebbe allo scontro diretto con il presidente della repubblica, Stjepan Mesic, che si oppone fortemente a una cosa del genere. E il terzo, Sanader mettendo la firma sull’accordo di non consegna degli americani si troverebbe a scontrarsi fortemente con l'Unione europea, che con la sua politica ufficiale si oppone alla non consegna degli americani. Dall'altra parte, se l'accordo con gli americani non venisse firmato, Sanader si esporrebbe ad un rischio, perché è possibile che durante la riunione del Patto atlantico nel 2008 gli Stati Uniti non mandino alla Croazia l'invito per l’ingresso nella NATO, come non lo manderanno nemmeno quest'anno a Rigi. Per la politica estera di Sanader, il cui scopo principale era l’inclusione della Croazia nell'integrazione euro-atlantica (l’ingresso nell'Unione europea e nella NATO), ciò poterebbe essere un serio colpo politico. Prima di tutto perché le elezioni regolari in Croazia sono previste per la fine dell'anno prossimo e poi perché il premier, se le cose rimangono come sono fino ad ora, non avrà una carta da giocare davanti agli elettori. Perciò per Sanader sarebbe importante almeno ricevere l'invito per la NATO, visto che non è ancora certo quando la Croazia diventerà membro dell'Unione europea. “Adesso che l’ingresso nell’Unione europea nel 2009 sembra troppo ambizioso e non reale, anche una più veloce integrazione nella NATO aiuterebbe politicamente la Croazia per accelerare il processo di diventare membro dell'UE”, dice il commentatore di politica estera del quotidiano di Zagabria “Jutarnji list”, Augustin Palokaj. Consapevole di questo fatto il premier croato negli ultimi mesi ha lasciato andare dei “palloncini di prova” fornendo a due dei suoi più stretti collaboratori di un tempo, Miomir Zuzul e Andrija Hebrang (rispettivamente l’ex ministro degli esteri e l'ex vice premier) il compito di iniziare durante le uscite pubbliche a sostenere il bisogno del consenso croato per la non consegna degli americani al Tribunale internazionale penale. Zuzul, che a gennaio del 2005 ha dovuto dare le dimissioni per uno scandalo di corruzione e Hebrang che è uscito di scena poco dopo a causa di una grave malattia, nelle ultime settimane hanno sul serio sostenuto la tesi che la Croazia dovrebbe firmare l'articolo 98. Una cosa simile l’ha fatta anche il “collaboratore silenzioso” di Sanader, il presidente del Partito croato del diritto (HSP), Anto Djapic, che dopo il recente soggiorno negli Stati Uniti ha iniziato anche lui a sostenere questa tesi. Sanader ovviamente ha lasciato che gli altri facessero questo lavoro al posto suo, perché non lo può fare lui stesso apertamente, per non disturbare i rapporti con l'Unione europea. “Noi in Croazia crediamo che la partnership e l’amicizia dell'Europa e dell'America non abbiano alternative. Si tratta della nostra politica in Croazia, e si tratta anche della politica dell'UE. Sul cambiamento dei nostri punti di vista che abbiamo avuto fino adesso ci consulteremo con l’Unione europea”, ha detto in modo indiretto Sanader, quando la settimana scorsa i giornalisti gli hanno chiesto se Zagabria a breve apporrà la firma sul discusso articolo 98. Secondo i sondaggi che col tempo hanno svolto i media croati, i cittadini croati in grande misura si oppongono all'ingresso del paese nella NATO. Quasi il 60 per cento degli intervistati crede che la Croazia non dovrebbe diventare membro del Patto del Nord Atlantico, e la loro paura dalla NATO prima di tutto la spiegano col fatto che in quel caso i militari croati dovrebbero partecipare alle azioni della NATO come quella in Afghanistan o in Iraq. A dire il vero la Croazia ha un piccolo contingente di militari in Afghanistan, ma siccome le pressioni degli USA sono sempre più accentuate e siccome si chiede a Zagabria di aumentare questo contingente, la ministra degli Esteri Kolinda Grabar Kitarovic, durante una recente visita a Kabul, ha detto che, nonostante il peggioramento della situazione relativa alla sicurezza in loco, il contingente croato presto sarà aumentato e passerà a 150 soldati. Ma, il presidente croato Stjepan Mesic, è deciso sulla sua posizione che Zagabria non può firmare questo accordo con gli americani, e rifiuta ogni possibilità che ciò venga fatto durante la visita del vice presidente americano in Croazia. “Mentre noi consegnamo i nostri cittadini al Tribunale dell’Aia, non potrebbe essere in nessun modo possibile che in Croazia il pubblico acconsentirà alla decisione che i cittadini stranieri non vengano consegnati (al Tribunale internazionale penale). Questa mia opinione è nota”, ha detto Mesic. La maggior parte degli osservatori crede che la Croazia con la firma dell'accordo con gli Stati Uniti sulla non estradizione dei cittadini di questo paese al Tribunale internazionale penale perderebbe parte della sua stima internazionale come stato difensore delle istituzioni internazionali legali alla cui fondazione ha partecipato lei stessa. Ma, già durante l’imminente visita di Dick Cheney a Dubrovnik si vedrà se la pressione degli americani sarà più forte di questo principio. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5601/1/51/

Il futuro della rivoluzione in mano a benzinaie adolescenti di Richard Gott (The Guardian) Le trabajadores sociales a Cuba non si limitano a gestire le stazioni di servizio, ma vanno anche di casa in casa per distribuire lampadine a basso consumo e per controllare che tutti possiedano le nuove pentole a pressione elettriche cinesi. Castro sa bene che il retaggio del suo governo dipende dalla sua continua capacità di reinventarsi Ad una stazione di servizio fuori dalla cittadina di provincia di Cienfuegos, a Cuba, una mezza dozzina di ragazze adolescenti sostano vicino alle pompe di rifornimento in una languida posa, e ritornano sull'attenti quando si ferma un’auto o un camion. Queste ragazze gestiscono le pompe di benzina con grande efficienza, incassano e registrano i pagamenti in un grosso modulo ufficiale; sono accuratamente vestite in jeans e maglietta, sul cui retro compare la scritta trabajadores sociales (lavoratrici sociali) che attesta la loro identità. Sono l’ultimo esercito di guerriglieri di Fidel Castro schierati nella lotta alla corruzione – flagello che ha sempre reso le economie di stato particolarmente vulnerabili – ma costituiscono anche l’avanguardia della generazione dalla quale dipende il futuro della rivoluzione cubana. Durante le mie precedenti visite a Cuba, ho potuto osservare da vicino – o meglio, ne sono stato direttamente coinvolto – il problema dei carburanti. Guidando per le campagne si riusciva sempre a trovare qualcuno disposto ad accompagnarti a prendere una tanica di benzina nel retro del giardino di qualche abitazione, dove era venduta sottocosto – oppure semplicemente oltre la quantità contingentata. Questa veniva spillata dalle riserve dello stato e nonostante la pratica sembrasse interamente innocua, essa aveva iniziato a creare un buco nell’economia dell’isola. Infatti, Castro lamentava: “Viene rubata altrettanta benzina di quanta ne viene venduta”. L'anno scorso il suo governo è intervenuto con una nuova soluzione: circa 10.000 giovani attivisti, più della metà donne, hanno preso il controllo delle pompe di benzina del paese, mentre i vecchi benzinai sono stati lasciati a casa a stipendio pieno. I lavoratori sociali non si limitano a gestire le stazioni di servizio, ma vanno anche di casa in casa per distribuire lampadine a basso consumo, per controllare che tutti possiedano le nuove pentole a pressione elettriche cinesi e per promuovere lo scambio dei vecchi frigoriferi ad alto consumo degli anni ‘50 con nuovi modelli a risparmio energetico. Altri ancora esaminano le pratiche finanziarie aziendali, dalle panetterie all'edilizia. Circa 30.000 di questi giovani rivoluzionari, in età compresa fra i 16 e i 22 anni, sono stati schierati in tutto il paese. Indicati alcuni anni fa come potenziale classe controrivoluzionaria, ora studiano contabilità – e le strategie per mantenere vivo il mistero della rivoluzione. Una delle caratteristiche più affascinanti della rivoluzione cubana è stata la sua capacità di reinventarsi. In origine, Castro era un guerrigliero rivoluzionario animato dall’utopistico programma di creare una società nuova. Poi, negli anni ’70, divenne una pedina dei russi con un’impostazione comunista tradizionale. Negli anni ‘90, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, si ritrovò a essere un semplice e precario sopravvissuto, malgrado il costo ideologico di tale condizione. Ora, nel ventunesimo secolo, mentre l’economia si sta riprendendo da anni di disastri, Castro si dice ancora socialista, ma è soprattutto un attivista verde in piena regola. Gli sforzi per frenare la corruzione, risparmiare energia e promuovere l’agricoltura organica, fanno tutti parte della nuova lotta per riaccendere il fuoco rivoluzionario nelle nuove generazioni, quelle che non ricordano i bei tempi dell’era sovvenzionata dai sovietici – e figuriamoci gli istinti rivoluzionari di mezzo secolo fa. Castro, 80 anni, ha la stessa età della regina d’Inghilterra e, nonostante abbia governato Cuba per quasi altrettanto tempo, è in apparenza più attivo che mai. Lo scorso novembre ha tenuto un discorso di 5 ore all’università e poi si è intrattenuto con gli studenti fino all’alba. Tuttavia, non sembra stia molto bene: le persone che gli stanno vicino dicono che a volte gli riesce difficile sostenere una discussione. I suoi discorsi, intelligenti ma a volte sconclusionati, tendono ad essere piuttosto rimaneggiati prima di andare in stampa. Mentre prima pensavo che sarebbe potuto durare per un altro decennio, ora sospetto che potrebbe non andare molto oltre le celebrazioni dei 50 anni della rivoluzione, nel 2009. Anche Castro stesso forse la pensa così. Parlando agli studenti universitari ha affrontato il problema di cosa succederà dopo la sua morte, e ha posto loro una serie di domande retoriche: “Cosa accadrà quando i veterani inizieranno a scomparire per far spazio alle nuove generazioni di leader? Può il processo rivoluzionario essere reso irreversibile”? Castro ha avvertito gli studenti che, per quanto sia difficile immaginare che la rivoluzione venga rovesciata dall’esterno, è comunque possibile che il paese vada incontro all'autodistruzione. Ha aggiunto che spetterà alle nuove generazioni far sì che questo non avvenga – ammettendo che il suo governo è stato tutt’altro che perfetto. “Dopo tutto, abbiamo assistito a tanti errori che a quel tempo non avevamo semplicemente notato”. Uno di questi è stato il non essersi accorti che la produzione nazionale di zucchero stava diventando drammaticamente antieconomica. "Disponevamo di tanti economisti e non ho intenzione di criticarli, ma vorrei sapere perchè non abbiamo capito prima che mantenere i nostri livelli di produzione abituali sarebbe stato impossibile. L’Unione Sovietica crollò, il costo del petrolio era di 40 dollari al barile, il prezzo dello zucchero era a livelli bassissimi, perchè non abbiamo razionalizzato l'industria?" – invece di continuare a seminare migliaia di ettari all'anno. "Nessuno dei nostri economisti sembrava aver notato nulla di ciò, e noi siamo stati praticamente costretti a ordinare il blocco della produzione”. In realtà, gli economisti sapevano esattamente cosa stava succedendo, ciò che mancava era una stampa libera grazie alla quale discutere delle varie possibilità. Nonostante i dibattiti privati siano spesso aggiornati e a volte anche esplosivi, quelli pubblici circa le strategie economiche a Cuba sono quasi completamente inesistenti. Cuba, che un tempo produceva 8 milioni di tonnellate di zucchero l’anno, ha ora abbandonato questa attività, tagliando i ponti con 300 anni di propria storia storia. Ora ne viene prodotto appena un milione di tonnellate, quantità sufficiente al fabbisogno interno. Le entrate di oggi derivano dal turismo, dalla vendita del nichel, dall’“esportazione” di medici e manager sportivi in Venezuela. Quest’ultimo progetto, unito alla produzione locale del 50% del fabbisogno nazionale di petrolio, per la prima volta ha dato ossigeno all’economia cubana dal crollo dell'Unione Sovietica, 15 anni fa. Nonostante le città dell’isola versino ancora in uno spiacevole stato di ricostruzione, molti prodotti alimentari trovano una loro collocazione e un loro prezzo nel libero mercato. La popolazione si lamenta meno di quanto non facesse alcuni anni fa, ma rimane il problema principale della mancanza di mezzi di trasporto. Le ragazze alle stazioni di servizio rappresentano parte di un progetto che mira a contrastare l’alienazione giovanile. Castro attualmente sta cercando di ovviare alla crescente disuguaglianza dei redditi che ha caratterizzato lo scorso decennio. Ha criticato i “nuovi ricchi” che, procurandosi denaro da parenti a Miami o dal lavoro nel settore turistico, riescono a guadagnare 20 o 30 volte quello che guadagna un medico o un insegnante. Castro non sta muovendo verso un’economia di mercato, ma verso una società che sia più consapevole del valore di ciò che consuma. Mentre la sanità e l’istruzione a Cuba rimarranno gratuite, i sussidi per l’elettricità e gli alloggi verranno ridotti e il razionamento del cibo verrà infine gradualmente eliminato. Si tratta di cambiamenti radicali, sebbene le pensioni e gli stipendi siano stati aumentati per attenuare il colpo. Tutto ciò rientra nell’intenzione di Castro di salvaguardare il suo lascito rivoluzionario. “Le rivoluzioni sono destinate a fallire?”, ha chiesto l’anno scorso agli studenti. “Può la società evitare che crollino”? Nessuno ha in mano una risposta definitiva, ma la posizione personale di Castro nella storia è assicurata. Gli europei sembrano credere che il Líder Máximo abbia di gran lunga superato la sua data di scadenza, che sia ora una specie di dinosauro della remota era comunista. Tuttavia, grazie all’attuale svolta a sinistra dei governi dell’America Latina, Cuba ha ripristinato il contatto con il continente, instaurando legami diplomatici e commerciali inimmaginabili nell’ultimo cinquantennio. Castro stesso è visto dai sudamericani come una delle figure più popolari e rispettate, ed è riconosciuto dalle nuove generazioni come una delle più grandi personalità del ventesimo secolo. Richard Gott è autore di 'Cuba: a new history'. Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,,1755563,00.html Tradotto da Anna Lucca per Nuovi Mondi Media

Voli CIA : alcuni governi sapevano ma non sono intervenuti di Gabriella Mira Marq Risulta provato che alcuni tra i paesi membri o associati all'Unione Europea, come l'Italia, abbiano avuto responsabilità dirette nei voli CIA. "Le extraordinary renditions non furono episodi ma una pratica diffusa e condivisa anche da molti paesi europei", ha affermato Claudio Fava, relatore della Commissione d'inchiesta sulla CIA del Parlamento Europeo, nella risoluzione interinale presentata ieri a Bruxelles per esporre i risultati dei primi quattro mesi di indagini. "Dopo l'11 settembre, nel quadro della lotta al terrorismo internazionale, la violazione dei diritti umani fondamentali non è stata un fatto episodico né un eccesso riferibile solo a pochi paesi ma una pratica diffusa, con un concorso di colpa generalizzato che ha risparmiato pochi Paesi dell'Unione Europea" ha detto Fava, "con più di mille voli gestiti dal servizio segreto americano, spesso direttamente utilizzati in operazioni di extraordinary renditions. Senza che mai nessuna autorità nazionale di sicurezza o di polizia - tranne poche eccezioni - si sia preoccupata di verificare quale fosse il vero scopo di quei voli, il loro equipaggio, i loro passeggeri (o i loro prigionieri)". Di questi voli ci sono prove sui registri dell'aviazione britannica e altre. Il coinvolgimento dell'Italia e' emerso - dice Fava - "dopo aver ascoltato in Commissione la puntuale ricostruzione del Procuratore Spataro e la vaga testimonianza offerta dal generale Pollari, capo del Sisde" a seguito delle quali " è apparso a tutti assolutamente inverosimile che le autorità italiane non siano state a conoscenza del rapimento dell'imam di Milano organizzato ed eseguito da ben ventidue agenti della Cia". La Svezia ha invece "consegnato alla CIA due cittadini egiziani perché venissero rimpatriati in Egitto, nonostante il rischio altissimo che i due detenuti fossero torturati e, comunque, detenuti senza alcuna effettiva garanzia giudiziaria" e la Bosnia ha consegnato alla CIA a Sarajevo, sei indiziati nonostante la decisione contraria della Corte Suprema e della Camera per i Diritti Umani. Claudio Fava ha ricordato, tra le molte audizioni di questi mesi, la drammatica testimonianza dell'ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, Craig Murray, che ha parlato della detenzione e della tortura di centinaia di oppositori politici uzbeki sbrigativamente etichettati come "sospetti terroristi" e delle informazioni cosi' estorte ed utilizzate dalla CIA e dall'MI6 britannico. "In ultima analisi - ha concluso il relatore - le extraordinary renditions si sono rivelate uno strumento inutile, oltre che illegale, nella lotta al terrorismo", dato che le confessioni estorte con quei sistemi sono da ritenersi totalmente prive di ogni fondamento. Il lavoro della Commissione proseguira' per verificare se e dove vi siano state prigioni clandestine in Europa. Oggi a Skopje, in Macedonia, il comitato temporaneo indaghera' sul sequestro e la successiva consegna alla CIA del cittadino tedesco Kaled El Masri, detenuto per cinque mesi in Afghanistan ed infine liberato senza alcuna accusa a suo carico. La Commissione sara' anche a Washington per raccogliere informazioni e opinioni, tra gli altri, di alcuni ex funzionari della CIA che hanno lasciato l'agenzia in aperta polemica con i metodi dell'amministrazione Bush nella lotta al terrorismo. Prove sui voli sarebbero emerse anche da pagine on line della CIA come rivelato da un'inchiesta del Chicago Tribune sui nomi e le coperture degli agenti dell'intelligence. Anche il segretario generale del Consiglio d'Europa Terry Davis, che ha preso in mano i risultati dell'inchiesta parallela condotta dal parlamentare del Consiglio Dick Marty, hanno detto di aver trovato prove del fenomeno, che avrebbe interessato piu' di 100 detenuti in Europa. Marty ha parlato di possibile coinvolgimento delle autorita' nazionali ad uno o piu' livelli", mentre Davis sta completando il giro di ricognizione dei vari governi che ha gia' dato informazioni preoccupanti. www.osservatoriosullalegalita.org

Il risveglio del gigante (Mezzadra) From: Matteo Pasquinelli gmx.it> Subject: Il risveglio del gigante (Mezzadra) Newsgroups: gmane.culture.internet.rekombinant Date: 2006-04-27 21:53:19 GMT http://www.carmillaonline.com/archives/2006/04/001755print.html Aprile 25, 2006 IL RISVEGLIO DEL GIGANTE di Sandro Mezzadra Il gigante addormentato si sta svegliando: era uno degli slogan della gigantesca manifestazione di migranti che il 18 marzo di quest’anno ha invaso le vie di Los Angeles. Non è difficile riferire questo slogan alla situazione complessiva di quell’America latina da cui proviene la stragrande maggioranza dei protagonisti di quella manifestazione. Un’aria nuova spira in quella parte del mondo. L’elezione di Lula alla presidenza del Brasile, nel 2002, è soltanto un tassello di un insieme di eventi che ci parlano della fine del «Consenso di Washington» in America latina, di una nuova stagione politica che si sta aprendo, senza che sia ancora possibile valutarne a pieno la direzione di sviluppo. In fondo, retrospettivamente, si può ben indicare nella sollevazione zapatista del 1994 il momento di avvio di questa nuova stagione politica, senza che ciò significhi sostenere alcuna lineare continuità tra quell’evento e le molteplici esperienze di governo “popolare” inaugurate negli ultimi anni: dal Brasile di Lula all’Argentina di Kirchner, dall’Uruguay di Tabare Vásquez al Venezuela di Chavez, dalla Bolivia di Evo Morales allo stesso Cile di Michelle Bachelet. Sarà bene anzi dire subito che queste esperienze sono profondamente eterogenee, che ciascuna di esse esprime contraddizioni e limiti specifici, una concezione anche molto diversa della politica economica e sociale, un peculiare modo di immaginare e praticare il rapporto tra azione di governo e movimenti sociali. Se tuttavia ha un senso il riferimento all’insurrezione di tipo nuovo dell’EZLN in Chiapas, lo ha prima di tutto a livello di metodo: ci ricorda cioè che in America latina, in questi anni, le lotte e i movimenti sono venuti prima delle nuove esperienze di governo di cui stiamo parlando. Gli spazi al cui interno queste esperienze si collocano sono stati aperti dalla continuità, su scala continentale, di un’azione di movimento che non di rado (ad esempio in Venezuela nel 1989, in Argentina nel 2001, in Bolivia nel 2004) ha assunto un vero e proprio carattere insurrezionale. Anche questa azione di movimento è ben lungi dal poter essere descritta in termini di omogeneità per quel che concerne la sua composizione e le sue forme di espressione. La mobilitazione dei piqueteros argentini non comunica necessariamente con le lotte operaie nell’ABC paulista; le lotte degli indigeni in Chiapas e in Bolivia non si pongono sullo stesso piano delle iniziative sui “diritti umani” che in molti paesi latinoamericani hanno denunciato la continuità tra le dittature militari e le politiche dei governi neoliberali; i movimenti metropolitani che hanno infiammato gli slum di Caracas e le favelas di Rio hanno caratteri distinti dalle occupazioni di terra nelle campagne. Tuttavia, proprio l’eterogeneità di queste lotte e di questi movimenti (a cui molti altri potrebbero essere aggiunti) esprime la ricchezza di comportamenti e pratiche di insubordinazione sociale che sono cresciuti sul terreno stesso materialmente costruito tra gli anni Ottanta e Novanta da quelle politiche neoliberali che in America latina hanno conosciuto uno dei loro terreni privilegiati di sperimentazione. La crisi di queste politiche è stata determinata proprio dai movimenti: la continuità della loro presenza sulla scena continentale è l’elemento fondamentale alla base dell’enorme potenzialità di innovazione che oggi l’America latina presenta, e lo stesso avvenire delle nuove esperienze di governo dipende in buona misura dalla capacità che avranno di costruire in modo nuovo un rapporto con i movimenti e con le lotte, facendone la base di una riqualificazione della stessa democrazia. Da questo punto di vista, non mancano segnali poco incoraggianti. Se è ancora presto per valutare le iniziative di Morales in Bolivia, sono note le difficoltà di Lula, mentre il rapporto di Kirchner con i movimenti dei disoccupati sembra spesso riproporre modalità di cooptazione e di mediazione corporativa fin troppo note nella storia del peronismo argentino e il governo di Chavez si muove tra i caratteri indubbiamente innovativi dei planes di intervento sociale e l’esasperazione carismatica della figura del presidente. Più in generale, circola in America latina lo spettro dello «sviluppismo», di quella che fu a partire dagli anni Sessanta la specifica variante di «compromesso keynesiano» in quest’area del mondo: il lavoro salariato, industriale, come via privilegiata di accesso alla piena cittadinanza politica e sociale, lo Stato come centro e monopolista incontrastato della stessa azione di contrasto al neoliberalismo. I limiti di questa concezione della politica, a fronte della grande trasformazione che, anche attraverso le politiche neoliberali, ha investito l’intera America latina negli ultimi vent’anni sono evidenti, e molti governi ne stanno facendo diretta esperienza. In America latina, tuttavia, è aperto un grande cantiere di sperimentazione democratica, e non mancano – spesso all’esterno, ma non di rado anche all’interno dei nuovi governi – tentativi di immaginare soluzioni realmente nuove sia sul piano del rapporto tra movimenti e istituzioni, sia su quello di una politica economica e sociale che interpreti positivamente, senza ripiegare sul mito di un impossibile ritorno alle politiche «sviluppiste» - la crisi del neoliberalismo. Una grande chance, da questo punto di vista, è offerta dall’inedita congiuntura mondiale: non mancano, evidentemente, ingerenze statunitensi nella politica latinoamericana, ma altrettanto evidente è che l’impegno – e le difficoltà – in Medio Oriente, la sconfitta di fatto dell’unilaterialismo USA in Iraq, aprono spazi di autonomia e potenzialità per un progetto politico su scala continentale impensabili fino a pochi anni fa. Le difficoltà incontrate dal progetto dell’ALCA ne sono un segno che non è possibile ignorare. Si tratta di spazi e di potenzialità che devono essere conquistati. Ma ad onta delle plateali differenze tra i nuovi governi “popolari” in America latina, la consapevolezza di condividere questa nuova congiuntura politica mondiale, di rappresentare varianti interne di un’unica scena latinoamericana in tumultuosa evoluzione, si va diffondendo. Le opportunità rappresentate, per lo stesso modello di sviluppo economico e sociale, da una prospettiva di governo dell’interdipendenza, al di là delle ricorrenti tentazioni nazionaliste e «sovraniste», ancora attendono di essere esplorate concretamente, ma cominciano quantomeno a essere chiaramente percepite.


aprile 27 2006

Sme, Berlusconi salvato dalla sua legge: non ci sarà il processo d'appello di red Non ci sarà il processo d'appello a Silvio Berlusconi accusato di corruzione giudiziaria nell'ambito della vicenda Sme. E questo grazie alla legge ad personam fatta durante l'ultima legislatura: la legge sull'inappellabilità delle sentenze di primo grado scritta dall'avvocato del premier e deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella. I giudici della II sezione della Corte d'appello di Milano hanno ricettato l'eccezione di costituzionalità propiro in merito alla legge proposta dalla Procura generale della Repubblica di Milano. I giudici della Corte d'appello hanno anche rigettato le richieste della difesa di Berlusconi che chiedeva di considerare inammissibile il ricorso della Procura generale. Questo significa la fine del processo Sme per Berlusconi : il secondo grado era stato fissato dalla Corte d’appello dopo le elezioni del 9-10 aprile ma adesso non si potrà fare. L'accusa potrà proporre ricorso solo per Cassazione. Che la legge Pecorella (approvata nel febbraio scorso dopo essere stata rinviata al Parlamento dal presidente della Repubblica per «manifesta incostituzionalità» di alcuni suoi punti) fosse stata scritta su misura per il premier era sempre stato uno dei punti di maggiore critica da parte del centrosinistra. Ma anche l'Associazione nazionale magistrati ha criticato la legge, sostenendo che porterà a un incremento smisurato di ricorsi alla Cassazione. E lo stesso Berlusconi aveva ammesso che quella legge riguardava lui e un «processino» che aveva in corso a Milano. Quello che è certo è che, per il momento, la storia di quel processo finisce qui. Infatti Berlusconi è stato assolto il 10 dicembre 2004 con formule diverse in primo grado nel processo Sme, in cui gli si contestava la presunta corruzione sistematica dell'ex capo dei gip romani Renato Squillante e la presunta corruzione dello stesso Squillante (più altri magistrati romani) per ottenere sentenze favorevoli nella contesta legale con la Cir di Carlo De Benedetti per l'acquisizione del gruppo agroalimentare pubblico Sme dall'Iri a partire dalla metà degli anni 80. In particolare il premier uscente è stato assolto dall’accusa di aver corrotto nel 1988 il giudice Filippo Verde per ostacolare la Cir ed è stato prosciolto perché il reato nel frattempo è divenuto prescritto (grazie alle attenuanti generiche accordate al Cavaliere) per la corruzione nel 1991 di 434 mila dollari a Renato Squillante. La sentenza era stata impugnata dalla procura perché le attenuanti accordate a Berlusconi erano state invece negate al coimputato Cesare Previti, condannato a 5 anni. unita.it

confermiamo decisioni sul riti ro. E' con profondo dolore che apprendo la notizia della morte dei nostri militari a Nassiriya. Questa tragedia colpisce tutta l'Italia. In questo momento di dolore e di lutto sono vicino alle famiglie delle nostre vittime, a cui invio le mie piu' sentite condoglianze. Il numero dei morti e' elevato e credo che questo si inserisca in una tensione crescente in Iraq, tensione che e' aumentata in questi mesi e che oggi si fa ancora piu' forte in vista dei problemi politici interni. Quanto a lasciare l'Iraq, e' da parecchio tempo che noi abbiamo una politica molto precisa. Romano Prodi _______________________________________________ News-Volontari mailing list News-Volontari@perlulivo.it http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/news-volontari torna indietro

Le vere ragioni della mezza vittoria Campagne elettorali E' stato l'uso della tv e il poco coinvolgimento delle persone a caratterizzare le elezioni politiche. Ed è qui che sta la più grande differenza con le elezioni amministrative FRANCESCO INDOVINA La constatazione di un Italia «spaccata in due» fa parte dell'inconsistenza del dibattito politico; un sistema bipolare fornisce in genere risultati risicati (se ne hanno esempi numerosi), il che sollecita l'accusa di brogli, errori, irregolarità ecc. Qualora fornisse risultati molti distanti (da 60 a 40 per cento, come per esempio in Toscana) si ripeterebbero le accuse di brogli, errori e irregolarità per un «risultato coreano» (l'insulto politico si aggiorna, prima la Bulgaria ora la Corea). Ma lasciamo stare queste vacuità e guardiamo ai risultati. Il Polo ha perso per pochissimo, un dato di fatto non discutibile. Come mai una sconfitta di misura mentre era annunziato un tracollo? Come mai una divergenza così forte tra il convincimento generale di una vittoria certa e consistente per l'Unione e il misero risultato? Come mai una differenza così marcata tra i risultati amministrativi e quelli politici? Ciascuno ha da portare qualche punto di riflessione poiché si tratta di questione non priva di implicazioni sulla tenuta del governo e sulla possibilità di portare avanti il programma dell'Unione (e non ci si riferisce agli scarsi margini del Senato, ma al rapporto con la società). Il risultato è tutto attribuibile alla grande capacità di Berlusconi? Ma Prodi non ha sempre vinto nei confronti? E poi l'errore madornale dei «coglioni per chi vota l'Unione», dove lo mettiamo? Sono gli astenuti che hanno determinato il risultato? Non credo. Tutta colpa di una sbagliata e non coordinata comunicazione dell'Unione agli elettori? Certo la questione delle tasse così maldestramente gestita ha influito. Ma la questione credo sia ancora un'altra. Il convincimento di una vittoria ampia e secca nasceva da un errore di fondo: la non percezione della mutazione antropologica che ha investito il paese; ci siamo voluti illudere che il berlusconismo fosse argomento di sociologia politica e non radicamento nelle coscienze della gente. Il veleno sociale seminato dal Polo ha inquinato le coscienze di molti e un po' di tutti. Un paese che ragiona con lo stomaco; che si sente colpito quando sente parlare di aumento delle tasse, coinvolto o meno che sia; che ha sentito «giustificata» l'evasione fiscale; premiato chi non rispetta le regole; spinto a negare ogni valenza di convivenza regolata. Un paese corrotto dalla televisione in attesa del colpo di fortuna spacciata per abilità (quale è la principale città del Giappone tra Tokyo, Mosca e Sidney? Mmm... Tokyo. Bene ha vinto 100 mila euro), abbrutito da spettacoli che fanno della volgarità e dell'aggressività lo loro cifra di successo. Un paese clericale e, ovviamente, satanista, ma si crogiola nei peccati e vizi privati e pubblici, tanto un perdono e un condono non si nega a nessuno. Un paese così non può votare a sinistra. In un paese così il Polo ha fatto il miracolo di perdere e l'Unione quello di vincere. È solo il malgoverno portato all'eccesso della destra, l'impoverimento di fasce consistenti di popolazione, la mancanza di prospettiva dei giovani, l'emergere che la "flessibilità" non era un'opportunità ma una fregatura, cioè il rifiuto di Berlusconi non l'adesione al centro sinistra e una certa e sempre più risicata fedeltà politica, hanno spinto un po' le vele dell'Unione, con pochi meriti dell'equipaggio. E questo senza dimenticare dell'appoggio di cui ha goduto l'Unione da parte dell'intellighenzia (ma chi l'ascolta), dei maggiori giornali (ma chi li legge), di settori consistenti del potere economico (ma quale potere). In una paese immerso in questo brodo di coltura la sinistra (anche se di centro) non avrebbe dovuto vincere, a meno che non si aiutasse la gente a riflettere, a svegliarsi dal sonno della ragione. La gente è avvelenata, frastornata, ma può tornare a ragionare, può tornare con i piedi per terra, può tornare ad aspirare al meglio come costruzione faticosa, può smitizzare speranze infondate. Ma come? Questo è il punto. È possibile partire dallo scarto tra i risultati delle elezioni amministrative e politiche; si tratta di un indizio importante. Si rifletta che la differenza più rilevante tra la campagna elettorale delle amministrative e quella delle politiche sta tutta nell'uso della tv e nel coinvolgimento delle persone. Gli aspiranti sindaci si sono mossi nel tessuto sociale, hanno dialogato con le persone, hanno cercato di convincere i singoli, i partiti sono stati costretti a curare gli elettori, i singoli elettori, non solo i convinti. Insomma, per le elezioni amministrative, per lo più, si è fatto quello che un tempo si chiamava lavoro politico di base. L'intervento attraverso la tv è stato modesto, per ovvie ragioni. Insomma la campagna per le amministrative è stata radicata tra la gente, partecipata; il confronto ravvicinato è stato lo strumento per svelenire le coscienze, per aiutare a ragionare a guardare la realtà. Tutto diverso per le elezioni politiche dove la tv è stata non lo strumento principale, ma l'unico strumento. Le riunioni pubbliche, poche, sono state tra i convinti; nessun lavoro politico di base. Con la tv vincono gli ideali, si fa per dire, di Berlusconi. E adesso siamo a fare i conti con una risicata maggioranza, non tanto in parlamento, ma, e la cosa è più preoccupante, tra la gente. Se si volesse che il «programma del centro sinistra» trovasse un tessuto sociale di accettazione (anche se non unanime) allora bisognerebbe rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare lavoro politico di base, il che non esclude l'utilizzo parsimonioso della tv. Solo con un radicamento nel tessuto delle città, tra le diverse categorie sociali, tra i giovani e gli anziani, sarebbe possibile ricostruire un ambito di riflessione comune, non tanto un'omologazione, quanto una disponibilità raziocinante, il rifiuto delle mitologie, la presa di coscienza che l'impegno collettivo è il fondamento di una società sana e la possibilità di affermare l'individualità. Ci arrovella il dubbio che i partiti non siano più in grado di un lavoro politico di base, che non ripeta i riti antichi, ma rinnovi le modalità di un'esperienza fondamentale.www.ilmanifesto.it/

E adesso il ritorno al maggioritario La legge elettorale varata in extremis dal centrodestra prima delle elezioni è stata aspramente criticata quando fu approvata, e ancora oggi è oggetto di polemiche dopo l’incerto risultato uscito dalle urne. L’Italia nella prima Repubblica ha avuto per quasi cinquant’anni un sistema elettorale proporzionale, per poi arrivare nel ‘93 ad un sistema misto (75% maggioritario, 25% proporzionale) dopo che il referendum abrogò la vecchia legge elettorale. Il sistema misto aveva molte peculiarità: grazie all’alta quota di maggioritario permetteva una maggioranza stabile, ma allo stesso tempo la parte proporzionale garantiva la rappresentanza delle minoranze attraverso i rispettivi partiti. Con il ritorno ad una legge elettorale basata su un sistema proprozionale puro abbiamo avuto un sostanziale ritorno alla prima Repubblica: coalizioni spaccate in tanti partiti e partitini, liste dei candidati bloccate, maggioranze instabili che necessitano spesso di appoggi improbabili per poter governare. Tutto merito della “porcata” di Calderoli, come lui stesso ha definito la sua legge. Dopo la vittoria di misura su Berlusconi, il leader dell’Unione Prodi ha promesso che il suo governo si impegnerà a tornare al precedente sistema elettorale. Ma dato che del centrosinistra non ti puoi fidare, ecco che Mario Segni si prepara ad un nuovo referendum, nel caso Prodi si “dimentichi” della promessa fatta. Le prime riunioni ci sono già state, e sembra proprio che ci sia la volontà di cancellare un pessimo sistema elettorale che ci ha portato alla delicata situazione che stiamo vivendo queste settimane. http://ez3kiel.altervista.org/

L'Unione ha vinto di misura. E se fosse stato merito del web? ELEZIONI. IL RAPPORTO TRA I 24.755 VOTI CHE HANNO CONDANNATO LA CDL E I FRUITORI DI INTERNET È l'Unione ad aver vinto le elezioni. Per 24.755 voti. Di fronte a questa situazione alla fatidica domanda "che ruolo ha avuto Internet" si potrebbe rispondere che in realtà tutto ha potuto fare la differenza. Anche un'influenza. Qualcosa comunque è cambiato. Basta scorrere le dichiarazioni dei commentatori. Se nel 1994 studiosi come Ricolfi si divertivano a calcolare quanti milioni di voti aveva spostato la televisione, oggi c'è già chi indica in Internet il mezzo vincente di questa campagna elettorale. Lo fa per esempio Mario Morcellini, in un'intervista all'Unità, dove commenta: «Mentre questi ultimi (gli adulti, ndr) tendono a tenere un sistema comunicativo centrato sulla vecchia tv con un po' di ruolo per i giornali, e i mezzi minori come la radio e internet in modo marginale, nel caso della cultura giovanile il vero mezzo generalista è Internet». Internet e giovani, dunque, come le due grandi novità di questa campagna, con un'importante precisazione: se nei media tradizionali il flusso di comunicazione è prevalentemente verticale, avere a che fare con Internet significa confrontarsi con un mezzo che gli utenti possono usare autonomamente per organizzarsi. Quindi in questa situazione non è tanto merito dei partiti e dei candidati (che al massimo possono fare da facilitatori), quando della forza di mobilitazione degli utenti, in questo caso dell'elettorato giovanile. Nonostante in Italia gli utenti siano tutto sommato una minoranza, quando la differenza tra vittoria e sconfitta la può fare un margine così risicato significa che sono i gruppi più partecipativi che possono essere determinanti, specialmente se sono in grado di influenzare il voto altrui. Segnali sull'importanza di Internet nella campagna si erano già sentiti alla fine dello scorso anno, con la pubblicazione della Ricerca sulle nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica on-line condotta da CE&Co per conto di Blogosfere. La ricerca aveva riguardato un campione di mille fra uomini e donne tra i 18 e 55 anni d'età, utenti domestici di Internet. Secondo la ricerca corrispondono al 43 per cento gli internauti che rispondono positivamente alla comunicazione politica via videoblog, social networking o sms interattivo, contro un 42 per cento di incerti e un 15 per cento ai quali non interessa nulla. E il web è tra le fonti di informazione politica alle quali si accede più spesso e conmaggiore interesse. Analoghi risultati sono stati raggiunti in un recente un sondaggio fatto da Repubblica.it in collaborazione con l'Osservatorio Politica e Media della cattedra di Teorie delle comunicazioni di massa dell'università la Sapienza. L 80% degli intervistati ha dichiarato di visitare tutti i giorni i siti dei media tradizionali, ben il 50% di aver visitato il sito della coalizione di centrosinistra, contro il 20% che ha dichiarato di visitare quelli di centrodestra. Sono numeri rilevanti, se si pensa che fino a pochi anni fa il numero di visitatori dei siti delle forze politiche rappresentava una minoranza. Un'altra ricerca condotta da Nextplora ha rilevato che il 47% delle persone interrogate non ha mai visitato il sito del candidato di riferimento, mentre il 44% lo ha fatto almeno di rado. Anche questi sono dati non trascurabili se si pensa alla scarsa presenza on line dei candidati in queste elezioni. La ricerca si è anche interrogata sulle richieste degli utenti. Al primo posto, e un po' a sorpresa, arrivano i sondaggi elettorali, seguiti da forum e blog. I programmi raggiungono solo il quarto posto. Tutti comunque chiedono facilità di caricamento e navigazione, con una grande attenzione verso l'aggiornamento delle informazioni. Anche la studiosa Sara Bentivegna, in un'intervista a Repubblica.it (31 marzo 2006) concorda nel trovare inadeguata la risposta delle forze politiche di fronte a questa situazione: «Rispetto al '98 l'attenzione per il web è cresciuta e, con qualche cautela, si può anche parlare della prima e-campaigning italiana. Ma resta il fatto che la politica continua a tenersi lontana da internet realizzando siti connotati da una forte staticità». Ciò che soprattutto è mancato è stata la capacità di usare il web per guidare l'agenda dei temi della campagna. I temi sono stati dettati da altri mezzi, la televisione e i giornali. Ma anche il web ha le carte in regola per ridare ai candidati controllo su questo decisivo aspetto della campagna. Di sicuro, dopo questo appuntamento, nessuno potrà più ignorare Internet nelle sue strategie di comunicazione politica. Dl MATTIA MIANI Il Riformista

MOZIONE – COORDINAMENTO CITTADINI PER L’ULIVO DEL LAZIO ROMA 12 APRILE 2006 All’indomani delle ultime elezioni, le peggiori del dopoguerra a causa di una pessima legge elettorale senza neppure le preferenze, ma senza alcuna partecipazione popolare nella formazione delle liste, il coordinamento di Roma e del Lazio si è riunito il 12/4/06 e ha deliberato di sollecitare l’esecutivo nazionale a prendere posizione e ad intraprendere iniziative urgenti. Occorre sostenere il Governo Prodi impegnandolo a essere fedele al patto con gli elettori, che sono generosi ma anche esigenti. I cittadini si attendono un’azione rapida ed incisiva per il rilancio socio-economico ed etico culturale del Paese. Per raggiungere questo obiettivo è necessaria una forte unità, anche visibile, di tutte le forze politiche,evitando di turbare la serenità e le aspettative dei cittadini con quotidiane manifestazioni di disaccordo, che fanno temere vecchie pratiche spartitorie. I cittadini segnalano due priorità: - il referendum sulla Costituzione, che deve impegnare Partiti, Associazioni e cittadini in questa battaglia fondamentale; - la legge elettorale in senso maggioritario prevedendo meccanismi di partecipazione, come le Primarie; - una legge sul conflitto di interessi e la riforma del sistema radiotelevisivo. Riguardo alla Rete dei Cittadini per l’Ulivo ci sembra necessario come sempre muoverci secondo una duplice modalità di azione: verso tutti i partiti dell’Unione occorre continuare ad essere aperti per favorire la più ampia partecipazione popolare. Per coinvolgere però sul territorio i cittadini singoli o associati è urgente trovare luoghi comuni dove far politica insieme. Ma per questo occorrono sedi che sorgano in ogni municipio o collegio in cui tutto il popolo di centro-sinistra possa ritrovarsi per discutere ed elaborare linee politiche. Questo l’aspetto forse più trascurato: bisogna rilanciarlo al più presto iniziando per esempio a richiamare tutti coloro che hanno sottoscritto la loro adesione in occasione delle Primarie. Infine riguardo all’Ulivo si pone oggi il problema del Partito Democratico come soggetto politico nuovo. E’ bene che i gruppi parlamentari si unifichino anche al Senato per parlare con una sola voce. Ciò costituirebbe un primo passo significativo verso il Partito Democratico, ma ciò vale solo a livello degli eletti. Occorre anche sotto questo aspetto coinvolgere la base dei cittadini lanciando l’appello per partecipare al processo della costituente del Partito Democratico secondo un programma operativo per la sua nascita. Diverse realtà si stanno muovendo in ordine sparso verso questa meta: occorre indicare percorsi comuni nella chiarezza delle modalità partecipative. Anche qui occorre far presto: se sono urgenti i problemi del Paese a livello governativo, non meno urgenti sono quelli che definiscono il radicamento e l’allargamento della democrazia. D’altra parte solo così si consolida l’azione del Governo. Per mettere a fuoco tutto questo e soprattutto per svolgere il progetto dell’Ulivo, è urgente come già annunciato, trascorrere una giornata seminariale, possibilmente prima dell’estate lasciando la determinazione della data e delle modalità all’esecutivo nazionale.

Tra cultura e politica cresce la Spagna plurale Esteri. Un reportage attraverso il paese a due anni del governo Zapatero, impegnato nel dialogo con l'Eta Elena Marisol Brandolini, inviata La mattina presto sulla Platja de la Fragata, a Sitges, una scultura di sabbia raffigura S. Giorgio a cavallo mentre calpesta il drago, una rosa rossa sul petto, sullo sfondo una città fortificata su cui sventola una piccola bandiera catalana a righe gialle e rosse. E’ il 23 di aprile, il giorno di Sant Jordi, patrono della Catalogna. E’ una festa nazionale cui i catalani tengono moltissimo, quest’anno poi la festa è doppia, perché cade di domenica. Sul lungomare aprono le prime bancarelle ricolme di libri e di rose, perché nella giornata di Sant Jordi è usanza comprare e regalare rose, preferibilmente rosse, e libri. Sarà così per tutto il giorno, oggi, nella Catalogna tutta. Trenta chilometri più a Sud, la festa vive il suo culmine nella capitale catalana, Barcellona. Nell’elegante Passeig de Gràcia, i marciapiedi sono invasi da banchi stracolmi di libri scontati del 10%, davanti ai quali si formano immediatamente lunghe interminabili code di persone allegre che pazientemente fanno il loro turno, e da chioschi di rose di tutti i colori, rosse, azzurre, gialle, arancioni, rosa, dorate. I locali di tapas e le “terrazze” sono invasi dai clienti. Scendendo verso Plaça Catalunya, El Corte Inglés, la catena spagnola di grandi magazzini è tutto per la strada, i magazzini sono chiusi, ma lì fuori la vendita è aperta al pubblico, di libri naturalmente, e per chi ne compra c’è una rosa rossa in regalo. Sulla piazza vi è un enorme palco allestito, da dove più tardi cominceranno ad esibirsi musicisti rappresentanti di diverse culture e provenienze. Percorrere la Rambla in direzione del mare non è impresa agevole; entrambi i lati della strada, già normalmente occupati da chioschi di fiori e di volatili, sono tutta una libreria a cielo aperto. I Partiti al Governo della Catalogna partecipano alla festa con i loro stand, è un’occasione per iniziare la campagna referendaria che porterà i catalani a pronunciarsi sulla nuova proposta di Statut, prima dell’estate. ICV, la formazione ambientalista catalana collegata ad Izquierda Unida e il PSC, versione catalana del PSOE, propongono materiale a sostegno del Si al referendum, spillette, adesivi, segnalibri, testi dello Statuto commentati; ERC, la formazione nazionalista di sinistra - che non ha votato a favore del testo di Statuto uscito dalla Camera del Parlamento spagnolo e non ha ancora deciso come comportarsi al Senato e quindi al referendum - si limita a rilanciare lo slogan “Siamo una nazione”. Continuando il cammino, da una parte si accede alla piazza dove ha sede il Governo della Catalogna, l’interno del palazzo della Generalitat è oggi aperto al pubblico; dall’altro lato, si va verso l’Università barcellonese, dove si tengono un concerto di musica classica ed una lettura di brani. Il Presidente della Generalitat, Pasqual Maragall, nel suo discorso ufficiale in occasione della festa, afferma che il nuovo Statuto approvato farà compiere “un passo da gigante” all’autogoverno catalano, rispetto a quello oggi in vigore, del 1979. Molti gli scrittori convenuti all’evento, sovrastati dalle richieste di dediche. E’ già così da alcuni giorni in città, nelle librerie che hanno iniziato a fare sconti sull’acquisto di libri durante tutta la settimana precedente. Ha ragione José Saramago, che partecipa per la terza volta alla festa di Sant Jordi, nel dire che è un evento unico, differente dalle fiere dei libri, perché “questo è un incontro cittadino”, dove “La gente scende per la strada a comprare libri”. Effettivamente a guardare Barcellona, questo 23 di aprile, ornata di rose e di parole scritte, sembra di leggervi un grande atto d’amore, per la città, per la cultura e la bellezza. Nello stesso giorno, a Madrid, il leader del PSOE e Presidente del Governo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, celebra i primi due anni di governo socialista, assieme a 20.000 persone convenute da tutta la Spagna, presenti i Ministri e i dirigenti del Partito. Zapatero ricorda le iniziative intraprese dal suo Governo, cominciando dal primo dei suoi atti, quello più simbolicamente importante, come fu l’annuncio, a poche ore dal suo insediamento, del ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq; e poi le numerosi leggi già in vigore o in via di approvazione finale, tra le altre, quella sul matrimonio omosessuale, sulla promozione dell’uguaglianza tra donne e uomini e sull’attenzione alle persone non-autosufficienti; l’avvio di un processo di riforma statutaria delle Autonomie per il riconoscimento della Spagna plurale, con l’importante risultato dell’approvazione da parte della Camera del Parlamento spagnolo di un nuovo Statuto per la Catalogna; infine, la scommessa di pace aperta con il “cessate il fuoco” proclamato dall’organizzazione terrorista basca ETA, lo scorso 22 di marzo. E proprio su un futuro di pace possibile in Euskadi e in tutta la Spagna, Zapatero reitera la sua convinzione che il terrorismo etarra sia alla sua stagione conclusiva, anche se il processo sarà lungo, esigendo “tanta fermezza come generosità, tanta unità come lealtà, tanto coraggio come prudenza”. Il giorno prima c’è stato un attentato terroristico contro una piccola impresa in una località della Navarra, con alcuni feriti; ce ne sarà un altro il giorno seguente, nella provincia di Vizcaya. Entrambi sembrano richiamare la tanto famigerata kale borroka, la violenza di strada, una delle forme più usuali di espressione del terrorismo basco. Ma Zapatero si mostra fiducioso sulla fine del terrorismo e, allo stesso tempo, fermo nel respingere qualunque tipo di violenza. E a conferma di come il popolo socialista confidi nell’apertura di un processo di pace, l’accoglienza per il nuovo Ministro dell’Interno, recentemente nominato da Zapatero in quella carica, Alfredo Pérez Rubalcaba - cui si deve anche la positiva conclusione del confronto sullo Statuto catalano – è entusiasta. La novità vera arriva il giorno seguente, quando, per la prima volta, l’organizzazione abertzale (letteralmente, patriottica) Batasuna, da sempre considerata contigua al terrorismo basco, condanna i fatti di violenza avvenuti nei due giorni precedenti, qualificandoli come “molto gravi” e solidarizza con le vittime. Nonostante nelle dichiarazioni di Batasuna vi sia una rivendicazione anche nei confronti dello Stato nel superamento della violenza da parte di tutti i soggetti in causa, il chiamarsi fuori nettamente dagli ultimi episodi di violenza terrorista, viene accolto come la conferma che si sia trattato di atti sostanzialmente isolati, non ordinati dall’ETA. Perciò, il Presidente del Governo spagnolo non trova ragioni per far saltare il calendario definito per la verifica della tregua permanente proclamata dall’ETA, confermando di volersi presentare in Parlamento nel mese di giugno e, successivamente, iniziare in modo ufficiale il dialogo con l’organizzazione terroristica basca. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9911&numero='149'

Nessun intento punitivo, ma regole chiare per tutti - Non si confondano le regole doverose per il sistema italiano delle comunicazioni così concentrato, con qualche velleità punitiva. A meno di non considerare anche i semafori delle città come un attacco alle libertà di movimento. E' bene ricordare a Fedele Confalonieri che l'anomalia italiana si è aggravata ulteriormente in questi anni a causa della legge Gasparri. Il richiamo di Confalonieri ai tragici eventi della fine della seconda guerra mondiale mi pare, francamente, fuori luogo. Comunque si tranquillizzi, dopo le elezioni piazzale Loreto continuerà semplicemente ad essere una piazza di Milano ingorgata dal traffico. Non è nel programma e nelle aspirazioni dell'Unione la liquidazione delle aziende Mediaset, che sono una realtà economica importante del Paese e occupano migliaia di lavoratori. Non mistifichiamo però come un attacco al Palazzo d'inverno la necessità di affrontare e risolvere una anomalia che non ha eguali nel resto del mondo. Peraltro, è lo stesso Confalonieri nella sua intervista a parlare di ''aziende del Premier''. E a tale proposito è bene rammentare che le incombenze della par condicio, trattate con irrisione dal Presidente di Mediaset come pratiche da speziale, sono necessarie per l'anomalia italiana, che fortunatamente non investe la carta stampata. Non si può per di più dimenticare che il mondo della comunicazione è in una fase di grandi cambiamenti per le possibilità offerte dalle tecnologie digitali, che permetteranno ad esempio la trasmissione di film sui telefoni cellulari, nella totale assenza di regole. E che anche la legge che avrebbe dovuto regolare il sistema delle comunicazioni approvata nella passata legislatura presenta aspetti che rafforzano il duopolio e impediscono nella sostanza – con l'introduzione del SIC - la verifica delle posizioni dominanti. Occorrerà pertanto introdurre norme e regole chiare, che non condannino aziende, ma favoriscano lo sviluppo e la concorrenza – che significa anche pluralismo dell'informazione – e che evitino il prodursi di un nuovo far west in un settore decisivo per la stessa democrazia. E' questa l'urgenza. Per tutti. di Vincenzo Vita da articolo 21.info

Università e capitalismo I criteri aziendali ed il loro effetto sulla ricerca Andrea Licata Per un universitario di area pacifista è divenuto difficile trovare appoggi negli atenei italiani in termini di riconoscimenti, mezzi e docenti di riferimento. Non mancano invece gli stimoli all’esterno, segnale di possibili importanti cambiamenti: basti pensare all’enorme diffusione mondiale d’autori vicini ai movimenti di base, come gli intellettuali americani contro la guerra Howard Zinn e Noam Chomsky. -------------------------------------------------------------------------------- Chiediamoci quali possibilità concrete, a livello teorico e pratico, vengano offerte dalle università italiane nell’attuale contesto democratico di approfondire seriamente le grandi questioni dell’ecologia, denunciare pubblicamente problemi sociali come la povertà estrema, discutere in maniera laica della necessità di progetti di disarmo o sperimentare forme solidali di economia… o anche solo di studiare il capitalismo in maniera indipendente e non ideologica. E diciamolo subito: non ci si può fare troppe illusioni sull’andamento della situazione universitaria italiana e sulla volontà politica dei suoi dirigenti di ragionare su cambiamenti utili e lungimiranti, vista la scarsità di progetti su questi temi (a parte rare eccezioni ed iniziative sporadiche, che tuttavia meriterebbero un’adeguata critica in grado di valutarne caratteristiche e risultati). Bisogna analizzare con onestà intellettuale i ristretti spazi di libertà concessi dall’attuale organizzazione degli studi. Il sistema universitario italiano è fatto di “filtri” preventivi (commissioni per la valutazione e l’ammissione di studenti e ricercatori, numeri chiusi o programmati, test d’ingresso, concorsi solo formalmente aperti per l’assegnazione di borse di studio), condizionamenti nascosti in aggiunta alle direttive ministeriali (comprendono i legami politici ed economici dell’università con le altre istituzioni, i vari rapporti di forza esterni ed interni ed un luogo che si caratterizza anche per privilegi, quote, concorsi dai risultati già stabiliti e raccomandazioni molto diffuse), gerarchie consolidate dai toni medievali ed una rigida divisione del potere (a capo di un ateneo c’è un Rettore, detto Magnifico, che non è eletto dagli studenti, i quali però pagano le tasse, ma ha molto potere nelle scelte che li riguardano), controlli più o meno espliciti (esami, pressioni, colloqui, richiami, il sospetto per chi esprime idee o ha posizioni di dissenso), punizioni (rischio di esclusioni, giudizi negativi e bocciature, ricatti occupazionali o relativi alla carriera, perdita di lavori, mancato rinnovo di finanziamenti per ricercatori e docenti), una situazione di competizione frenetica, obblighi per tutti di “produrre” e l’invito a partecipare alla messa cantata del capitalismo… e un conseguente sfinimento collettivo. Il linguaggio degli atenei italiani è oggi spudoratamente commerciale e poco comprensibile a chi ama ragionare (crediti e debiti come in una banca, risorse umane, capitale culturale (?), studenti definiti nei Consigli di Amministrazione come materie prime, pubblicità dei corsi in televisione, rincorsa delle mode, materie che si moltiplicano assumendo nomi difficili da decifrare). Prevale l’impostazione cattedratica tradizionalista e potenzialmente autoritaria dell’insegnamento, sempre la stessa da decenni, e il poco tempo concesso agli studenti per la ricerca libera, le domande (spesso relegate all’ultimo minuto), l’esercizio della scrittura e la frequentazione delle biblioteche: l’insieme fa impressione. Le amministrazioni delle università di Stato tollerano alcune iniziative marginali non completamente allineate alle esigenze del capitalismo privato, ma senza appoggiarne il rafforzamento; esse appaiono molto distanti dalle esigenze/emergenze reali, come l’analisi delle cause delle guerre e della rapida distruzione ambiente, oggi globali e preoccupanti. I dirigenti degli atenei italiani si sono arroccati assumendo una posizione rischiosa e vivono un certo isolamento rispetto all’esterno. Bisogna moderare i toni se si vuole essere ammessi a lavorare negli atenei, che sembrano aver scelto ancora la via più semplice, quella del basso profilo: non c’è tempo per riflessioni che vadano alla radice nelle facoltà di economia o scienze politiche, troppo compromesse con il potere. Bisogna giustificare, andare avanti, correre e produrre (anche in tempo di guerra o di possibile catastrofe ecologica). A storia, filosofia o lettere, considerate meno strategiche e redditizie, facciano eventualmente come gli pare: si tratta di descrizioni e visioni lontane dal qui e ora, ma non s’illudano di essere valorizzate o di guadagnarci se non sapranno adattarsi o se aumenteranno le voci fuori dal coro. Non è curioso che siano così rare le critiche degli esperti ad un sistema economico evidentemente aggressivo? L’impoverimento culturale è notevole: qui si insegna e pratica la cantilena del capitalismo e la difesa fino alla morte della proprietà privata, chi resta indietro è perduto. Siamo di fronte a studiosi laici o ai nuovi adulatori dello status quo? Il dibattito negli atenei è ridotto al minimo indispensabile a salvare la parvenza democratica, anche a causa (ed attraverso) dei ritmi elevati imposti, degli obblighi a cui gli studenti e i docenti sono sottoposti e della progressiva piega aziendale degli atenei, che sono alla costante ricerca di fondi. L’idea degli industriali e proprietari di imprese organizzati, semplice ed efficace, è di utilizzare a fini privati un’istituzione che si finanzia con soldi pubblici, scegliendo i prodotti come al supermercato. Le aziende spiegano al Rettore e agli Organi centrali come uno studente deve essere “formato”, ma sono pronte a farsi avanti e a elargire finanziamenti se gli serve, valutati i programmi, i docenti e le ricerche. Anche i militari sono sempre più interessati alla “formazione” ed avanzano pretese. E l’incompatibilità fra cultura libera e militarismo? E la libertà della ricerca? Intanto, anche in Italia, cresce la presenza di iniziative “della Difesa”. Alcuni docenti, una minoranza, sono impegnati nel “sociale”, ma perlopiù a titolo personale e come attività del tempo libero e del volontariato, ossia in aggiunta agli impegni accademici per i quali sono retribuiti: svolgono queste attività extra in maniera spesso trafelata e poco efficace, talvolta slegata al proprio insegnamento. L’università, non a caso, non è al centro delle riflessioni dei movimenti per la pace ed il progresso sociale.(1) Il fenomeno può essere spiegato storicamente: se un considerevole numero di docenti di Sinistra ha fatto ingresso negli atenei dopo le proteste degli anni Sessanta, questi stessi, avendo accettato l’organizzazione gerarchica subiscono ora la restaurazione conservatrice e la riduzione della loro presenza da parte del sistema che hanno a suo tempo accettato. L’università si propone come luogo affidabile di formazione ed appoggio della classe dirigente per le imprese private e le istituzioni, non come luogo aperto di discussione. Possibilmente niente riflessioni eccessive sulla pace o altre idee strane, sembra essere il messaggio. Eventualmente se ne può parlare, ma in termini molto concreti e possibilmente in collaborazione con i militari. Per il resto, avanti tutta. “Comunque vada sarà un successo”: una posizione pericolosa, quasi religiosa, di delega ed appoggio nei confronti della classe dirigente. Per un universitario di area pacifista è divenuto difficile trovare appoggi negli atenei italiani in termini di riconoscimenti, mezzi e docenti di riferimento. Non mancano invece gli stimoli all’esterno, segnale di possibili importanti cambiamenti: basti pensare all’enorme diffusione mondiale d’autori vicini ai movimenti di base, come gli intellettuali americani contro la guerra Howard Zinn e Noam Chomsky. In assenza di movimenti universitari significativi, il panorama è quello di un progressivo appiattimento ed adattamento al progetto neoliberista, il fiato sul collo delle imprese e la paura di perdere i finanziamenti in un futuro prossimo di privatizzazione totale, dall’acqua … all’informazione.(2) Con tutti questi progetti ambiziosi l’ultima cosa di cui il capitalismo ha bisogno è la libera elaborazione di analisi critiche ben argomentate. -------------------------------------------------------------------------------- (1) L’attività degli atenei si concentra sulla ricerca cosiddetta scientifica, che però, spesso e volentieri, non è neutrale o indipendente, in quanto subisce i ricatti del potere politico-militare ed economico attuale evitando i temi scomodi, compresa, appunto, la questione del militarismo, il rapporto fra capitalismo e guerre, la voracità del sistema economico dominante, il divario fra nord e sud, la distruzione ambientale ad alta velocità, la privatizzazione della natura. 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Non è finita Ancora due attentati suicidi in Egitto Ancora terrore in Egitto, dopo l’attentato a Dahab che ha causato la morte di 18 persone. Questa mattina, poco dopo le 11, un attentatore suicida si è fatto esplodere al passaggio di una pattuglia della Mfo (la forza d’interposizione internazionale per il Sinai), nei pressi dell’aeroporto di Gura. Due militari, un neozelandese e un norvegese, sono rimasti feriti. Poco dopo, un secondo kamikaze a bordo di una moto si è fatto esplodere nei pressi del commissariato di polizia di Sheikh Zuwayed, vicino al villaggio di El Arish, poco distante da Rafah, nella striscia di Gaza. Anche in questo caso l’unica vittima è stata l’attentatore. Ancora terrore. Non è chiaro se l’obiettivo fosse proprio la pattuglia, è più probabile che l’attentatore mirasse alla base del Mfo a Gura, ma incrociata l’auto con i militari a bordo ha deciso di farsi esplodere. Il messaggio degli attacchi sembra però piuttosto evidente: colpire la polizia egiziana significa colpire il presidente Mubarak che mantiene il suo potere su un Paese che controlla sempre meno e solo attraverso l’apparato repressivo gestito dalle forze di sicurezza. Rispetto all’attacco al Mfo, corpo di osservatori internazionali composto anche da militari italiani, che vigilano sul mantenimento della smilitarizzazione del deserto del Sinai seguita al trattato di pace tra l’Egitto e Israele, è un modo simbolico di colpire la comunità internazionale. L’impatto reale dei due attentati è sicuramente meno profondo delle bombe di Dahab che, assieme a quelle di Taba del 2004 e di Sharm el Sheik nel 2005, che causarono rispettivamente 40 e 90 vittime, hanno scosso profondamente l’opinione pubblica egiziana e minacciato quella che pare l’unica reale ricchezza del Paese: il turismo. Le leggi speciali. Il vero obiettivo della rinascita del terrorismo in Egitto però sembra essere uno solo: il presidente Mubarak. Il ‘faraone’, com’è chiamato dai suoi detrattori, salito al potere nel 1981 dopo l’omicidio di Sadat, per la prima volta dopo 25 anni di governo appare davvero in difficoltà. L’Egitto, da quando è governato da Mubarak, ha sempre tenuto una linea filo – occidentale, reprimendo brutalmente ogni forma di opposizione interna. In particolare quella più forte, più radicata tra la popolazione: i Fratelli Musulmani. Negli ultimi anni però la situazione comincia a sfuggire di mano. I problemi sono cominciati per il faraone quando, in tempi di democrazia esportata, gli Stati Uniti hanno cominciato a fare pressioni sull’alleato storico per delle riforme democratiche. A quel punto, il presidente egiziano si è dovuto minimamente aprire a tenui riforme di facciata che sono sfociate in una riforma costituzionale grazie alla quale, per la prima volta, le elezioni presidenziali non sono più state con un unico candidato. Nonostante tutti i paletti inseriti nella riforma per limitarne la reale capacità di cambiare le cose, a settembre 2005, le elezioni hanno confermato la vittoria di Mubarak, ma hanno mostrato al mondo il volto più brutale del regime del grande amico dell’Occidente: brogli evidenti, pestaggi e assassini ai seggi elettorali e così via. Ma soprattutto hanno dimostrato come un partito ufficialmente fuorilegge (dal 1981), come i Fratelli Musulmani, sia la reale prima forza politica del Paese. E hanno anche dimostrato come, per quando rinchiusa in carcere e perseguitata, esiste un’opposizione a Mubarak in Egitto che sembra sempre più forte. Un futuro cupo. Il problema sembra quindi quello, per Mubarak, di non riuscire più a controllare la situazione e il clima potrebbe peggiorare. Lo strumento chiave attorno al quale ruotava tutto l’apparato repressivo è infatti il pacchetto di leggi speciali che, dal giorno dell’omicidio di Sadat, sono in vigore in Egitto. Hosni Mubarak era il vice di Sadat e, salito al potere, non ha mai sospeso o abolito lo stato d’emergenza. Ma dopo 25 anni la scadenza materiale e politica di quelle leggi, anche e sempre per rispondere alle richieste di democrazia degli Stati Uniti, si avvicina. L’ultima trovata del faraone pare quella di trasformare le leggi speciali in misure anti – terrorismo. Questo permetterebbe da un lato di poter presentare la decisione all’estero come la fine dello stato d’emergenza, dall’altro permetterebbe al governo del Cairo di mantenere un controllo assoluto sulla situazione. In questo clima gli attentati finiscono per dar ragione a Mubarak, e non si riesce a capire che convenienza possano trarre i suoi oppositori da questi atti di violenza. Non pochi commentatori mediorientali vedono il ritorno del terrore in Egitto come una manna dal cielo per Mubarak, in quanto la tensione gli permette di mantenere lo stato di polizia. E’ anche vero però che il turismo è la principale fonte di reddito per il Paese e ogni attentato rischia di danneggiare gravemente le casse dello Stato. La situazione è confusa insomma, ma un dato fa riflettere, almeno rispetto alla tesi degli oppositori di Mubarak. Ammesso che non sia vero che i mandanti degli attentati vadano cercati al Cairo, come sostengono le opposizioni, perché mai il governo Mubarak ha rilasciato, l’11 aprile scorso, 950 miliziani del gruppo Jamaa Islamica, ritenuto responsabile di aver pianificato e eseguito l’attentato mortale a Sadat? Un modo perlomeno eccentrico di combattere il terrorismo. In realtà è probabile che siano in corso delle trattative tra il governo Mubarak e tutte quelle parti della società che si oppongono all’assolutismo poliziesco che ha caratterizzato l’Egitto del faraone, ma l’unica certezza è che, purtroppo, non è finita. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5297

La Serbia sott’acqua Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić I fiumi in Serbia si stanno poco a poco ritirando, ma il pericolo di nuove inondazioni non è ancora passato. Si iniziano a stimare gli ingenti danni causati dalle alluvioni, che hanno compromesso la stagione agricola soprattutto in Vojvodina Serbia alluvione (Beta) In Serbia il livello di tutti i fiumi è in diminuzione, ma il pericolo di inondazioni non è ancora passato. Il periodo critico durerà fino alla metà del mese di giugno, per quando è atteso lo scioglimento della neve delle montagne e un nuovo innalzamento del livello dei fiumi della Serbia. Tuttavia, le istituzioni competenti sperano che non ci saranno nuove inondazioni perché ciò potrebbe arrecare dei seri problemi al paese. Il livello delle acque è stato il più alto mai registrato negli ultimi cento anni in Serbia. I danni lasciati dalle inondazioni non sono ancora stati calcolati con precisione, ma gli organi competenti si aspettano che la somma complessiva potrà essere determinata solo alla fine di giugno quando si ritireranno tutti i fiumi e si stabilizzerà il livello delle acque sotterranee. Tuttavia, fino ad ora i danni arrecati dalle inondazioni e dalle frane in 120 luoghi della Serbia e nella città di Belgrado, secondo le stime della Direzione per le acque, ammontano a 3,11 miliardi di dinari (circa 38 milioni di euro), cifra che rappresenta l’intero ammontare del budget di quest’anno che il governo aveva previsto per gli indennizzi delle inondazioni. Secondo i dati raccolti sarebbero oltre 3.000 le case danneggiate e oltre 220.000 ettari di terreni coltivabili sono stati inondati. La situazione peggiore è in Vojvodina, granaio della Serbia, dove sarà praticamente impossibile organizzare la semina di primavera. Sull’intero territorio della Vojvodina, ma anche in altre zone del paese è tuttora in vigore lo stato d’emergenza perché gli organi competenti hanno ritenuto che è necessario attendere ancora tre settimane per scongiurare il pericolo di nuove inondazioni e fuoriuscite delle acque sotterranee. Il pericolo maggiore proviene dal Danubio e dalla Sava che per adesso si trovano in lieve ma costante diminuzione nell’intero corso che attraversa la Serbia, mentre si teme pur sempre l’aumento del livello del Tisa in Vojvodina e della Mlava nel distretto di Macva. In questo momento uno dei maggiori problemi è rappresentato dalla valutazione dei danni causati dalle inondazioni. Perché non esiste un’istituzione centrale che abbia le risorse e le capacità di prendere per le corna questo problema e di censire i danni reali. I dati vengono raccolti sulla base dei rapporti delle commissioni comunali, il che molto di frequente non fornisce un’immagine del tutto precisa della situazione. Secondo le parole della ministra per l’agricoltura Ivana Dulic Markovic i comuni denunciano i danni secondo il principio di denunciare molto di più del danno effettivo per far sì che ottengano dallo stato almeno una parte di denaro necessario al risanamento. Questo paradosso indica la mancanza di fiducia dei poteri locali nei confronti di quello centrale, ma anche l’abitudine di fare le cose parzialmente e senza indicazioni concrete. Le inondazioni in Serbia hanno suscitato nuovi problemi per il governo e per le altre istituzioni, e la maggior parte delle attività sono state indirizzate proprio a trovare i modi e le finanze per far fronte più adeguatamente ai danni. In questo momento l’attenzione maggiore è rivolta alle cosiddette misure di contenimento delle conseguenze delle inondazioni, ma sempre più insistentemente si sentono le richieste di adottare una nuova strategia per la difesa dalle calamità naturali e di miglioramento di un sistema decisamente obsoleto. Il governo serbo ha aperto un conto corrente speciale per l’aiuto dei cittadini danneggiati dalle inondazioni, che dovrebbe essere solo un parte di aiuto per il risanamento degli ingenti danni materiali. Tenendo presente che si è già sforato il budget previsto per far fronte ai danni delle inondazioni, il governo sta cercando delle fonti alternative per far sì che le regioni inondate si riprendano il prima possibile. Nonostante il ministro delle finanze abbia annunciato un eccedenza del budget, i segnali che in questi giorni giungono dal governo indicano che il sovrappiù non riguarderà il risarcimento dei danni, ma che oltre al resto l’aiuto verrà cercato all’estero. In una dichiarazione rilasciata all’emittente B92, la ministra per l’agricoltura Ivana Dulic Markovic ha detto che il governo è pronto a far fronte a questo problema, ma che è stata adottata una strategia secondo la quale l’eccedenza del budget sarà indirizzata agli investimenti, e non continuamente per i vari pagamenti. Allo stesso tempo, la ministra ha dichiarato che non è possibile realizzare una strategia del tutto efficace per la lotta alle inondazioni, e che nemmeno gli stati economicamente forti sono in grado di lottare contro le inondazioni, come illustrano gli esempi della Repubblica Ceca, la Germania e l’America, le quali negli ultimi anni hanno anche esse avuto problemi con le calamità naturali. Allo stesso tempo, numerosi funzionari annunciano l’adozione di una serie di misure che dovrebbero contribuire ad una migliore difesa dalle calamità naturali, e in particolare dalle inondazioni. Una di queste misure è l’adozione di una nuova legge sulle acque che dovrebbe sistematicamente risolvere questo problema. Il presidente serbo Boris Tadic, durante la recente visita in Vojvodina, ha dichiarato che la Serbia deve necessariamente investire nella costruzione di dighe di sbarramento, e che bisogna creare un piano unitario e onnicomprensivo per il risanamento dei danni delle alluvioni di quest’anno, mentre il ministro per gli investimenti di capitale Velimir Ilic ha già stanziato 83 milioni di dinari (circa 1 milione di euro) per le spese di costruzione della diga sul Tisa. Il ministro degli esteri Vuk Draskovic la scorsa settimana ha discusso col suo collega ungherese e con quello romeno e ha annunciato una comune lotta contro le alluvioni attraverso il finanziamento di un team di esperti dei tre paesi, l’introduzione di piani di azione e la ricerca di finanziamenti dell’UE. La generale valutazione che la Serbia non sia adeguatamente preparata per far fronte alle inondazioni risalta nelle conclusioni del londinese Times, il quale mostra che né in Serbia, né in Ungheria e in Romania esiste una infrastruttura di base per la lotta alle alluvioni. Anche la città di Belgrado durante le ultime due settimane è stata coinvolta dai danni dell’esondazione della Sava e del Danubio. I punti più critici sono le zone sotto la fortezza di Kalemegdan dove il traffico è rimasto chiuso, i quartieri che si trovano nelle immediate vicinanze del fiume e dove risiedono le categorie di cittadini più socialmente deboli, e Ada Ciganlija, ambito luogo di riposo e di ricreazione dei belgradesi. Negli ultimi giorni il governo di Belgrado ha rivolto costanti appelli ai cittadini dicendo di non recarsi ad Ada Ciganlija perché si tratta di uno dei punti più critici, contrassegnato con il pericolo di morte. Come misura preventiva l’Azienda elettrica belgradese ha tolto la corrente sull’Ada Ciganlija, e all’ingresso la polizia identifica tutti i cittadini che a propria responsabilità decidono di entrare in questa zona. Il comune di Belgrado ha deciso di adottare questa misura dal momento che non esistono le condizioni legislative per vietare completamente l’ingresso ad Ada Ciganlija. Un’altra attesa conseguenza delle alluvioni è la possibilità di epidemie. Secondo le parole della dottoressa Snezana Dejanovic, specialista in igiene dell’Istituto Batut di Begrlado, è necessario adottare alcune misure compresa la pulizia meccanica dei terreni, l’eliminazione delle impurità e dei corpi degli animali morti, e poi condurre una sistematica disinfezione, disinfestazione e derattizzazione. Il comune ha già iniziato a far fronte ai danni in alcune parti dove l’acqua si è ritirata, e il sindaco di Belgrado Nenad Bogdanovic ha stanziato 12 milioni di dinari per la distruzione di larve e zanzare, dal momento che si attende che questo sarà un grosso problema per i cittadini d Belgrado. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5600/1/51/

"Cernobyl, tragedia nascosta dall'ONU" di Stefania Maurizi (da Peacelink) Così Richard Garwin, il fisico consigliere di praticamente tutte le amministrazioni da Kennedy a Clinton: "Il comportamento dell'industria nucleare ricorda quello delle multinazionali del tabacco, che negavano la dipendenza da nicotina. Semplicemente inaccettabile. L'industria nucleare dovrebbe ammettere onestamente le conseguenze di Cernobyl" Una cospirazione per nascondere dati cruciali su Cernobyl, un terribile scandalo. Se a usare parole così pesanti fosse Greenpeace, non farebbe notizia, ma se a usarle è un fan sfegatato dell'energia nucleare come Richard Garwin – un'autorità assoluta, consigliere di praticamente tutte le amministrazioni da Kennedy a Clinton – allora le cose cambiano. E stupisce che i media internazionali non abbiano raccolto la sua denuncia. Vent'anni fa, il mondo assistette al più grave disastro nucleare della storia, e dal 1986 esperti, ambientalisti e organizzazioni internazionali litigano sulla conta dei morti e dei danni e usano i dati di Cernobyl per riabilitare il nucleare, ridimensionando la portata dell'incidente, o per condannare senza appello i reattori di tutto il mondo, dimenticando, per esempio, che quello di Chernobyl non era il tipico reattore civile, ma, come ci dice il fisico Carlo Bernardini dell'università La Sapienza, «era un reattore senza "coperchio"», ovvero senza protezione, per permettere l'estrazione del plutonio 239 per le armi nucleari. Al diluvio di cifre e dossier, nel settembre del 2005 si è aggiunto il rapporto del «Cernobyl Forum», un team internazionale che includeva i governi delle aree più colpite, tipo la Bielorussia, e ben 8 agenzie Onu, tra cui l'Oms, l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, ma soprattutto l'Aiea, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Elaborato nella speranza di poter mettere fine alle polemiche, il rapporto conclude che sì, l'incidente di Cernobyl è stato serio, ma non una catastrofe: nelle aree più colpite dalle radiazioni si prevedono «soltanto» 4.000 casi di cancro. «Un messaggio rassicurante», secondo il funzionario Oms Michael Repacholi, «uno scandalo», insiste invece Garwin, ricostruendoci i fatti. Nel 1993, l'Unscear, il Comitato Onu che stabilisce i livelli globali e gli effetti delle radiazioni, documentò che la dose totale di radioattività dovuta all'incidente di Chernobyl era di 600.000 sievert-persona. Dopo però, questo dato sparì completamente: non ce n'è traccia né nel successivo rapporto Unscear del 2000, né in quello del Cernobyl Forum, di cui l'Unscear è parte. Se non fosse stato «nascosto», come insiste Garwin, la conta dei morti salirebbe decisamente e dovremmo aspettarci 34.200 casi di cancro, di cui oltre 12.000, anziché 4.000, nelle aree più colpite. Ovviamente, ci spiega Garwin, «questi morti non saranno mai identificati come vittime di Cernobyl, rimarranno nel calderone delle decine di migliaia di persone che nello stesso periodo di tempo moriranno di cancro per altre cause, ma rimane il fatto che sono dovute a Cernobyl». Si potrebbe obiettare che la parola «cospirazione» forse è un po' forte: i comitati scientifici di tutto il mondo introducono e scartano dati a discrezione, appellandosi a metodologie opportune. «Il punto è proprio questo», spiega Garwin, «il dato dei 600.000 sievert non è stato contestato, ridimensionato o comunque discusso con rigore scientifico: è caduto nel dimenticatoio di ben 8 agenzie Onu, perciò parlo di cospirazione». Ma perché l'Aiea e il Forum l'avrebbero fatto? «Probabilmente i paesi più colpiti, come la Bielorussia, vogliono ridurre le spese per Cernobyl e l'industria nucleare vuole ridimensionare la paura che la circonda». Garwin è una testa d'uovo al di sopra di ogni sospetto: è un fan della prima ora dell'energia nucleare, proprio per questo è tanto rigoroso. «Il comportamento dell'industria nucleare ricorda quello delle multinazionali del tabacco, che negavano la dipendenza da nicotina. Semplicemente inaccettabile. L'industria nucleare dovrebbe ammettere onestamente le conseguenze di Cernobyl, perché ha una storia che depone a favore della sicurezza e i vantaggi dell'energia nucleare superano di gran lunga gli svantaggi». Fonti: http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_16061.html

Nepal : maoisti fermano violenze ma esercito uccide civili di Mauro W. Giannini I guerriglieri maoisti hanno sospeso il blocco attorno a Katmandu e ad altre citta' del Nepal fino a venerdi', giorno in cui si riunira' l'Assemblea nazionale, tuttavia si registra l'uccisione di sei civili da parte di soldati nepalesi che hanno aperto il fuoco su una folla di dimostranti nell'est del Paese. Rilevando che la sovranita' appartiene al popolo, l'unione europea aveva accolto con favore le dichiarazioni del re nepalese Gyanendra il 21 e 24 aprile 2006 ed aveva invitato a mettere in pratica rapidamente la decisione di reintegrare la Camera dei rappresentanti. L'Europa - disponibile a fornire aiuti alle future istituzioni democratiche del Paese - spera che l'alleanza dei sette partiti (SPA) sappia gestire in modo responsabile la situazione, dopo aver nominato quale primo ministro Girija Prasad Koirala, che ha promesso l'indizione di nuove elezioni ed una nuova costituzione. In considerazione della riunione della Camera dei rappresentanti annunciata per il 28 aprile, l'UE - che ha dichiarato di sostenere "in toto il popolo nepalese nelle sue aspirazioni di pace e democrazia" - ha invitato la SPA a ristabilire senza ritardi la pace e mettere in piedi un governo democratico e responsabile. L'UE, che sollecita il governo ad astenersi dall'uso della forza, sollecita la transizione del partito comunista del Nepal (Maoisti) nell'alveo della politica democratica, con il disarmo e la rinuncia alla violenza. Intanto il gruppo di lavoro dell'alto commissario per i diritti umani dell'ONU, riunito in sessione dal 24 al 28 aprile, ha espresso preoccupazione per le sparizioni forzate nel Paese asiatico. Il gruppo di lavoro sui desaparecidos - team di cinque esperti indipendenti fondato nel 1980 con una risoluzione della Commissione per i diritti umani - ha rilevato di recente un aumento del fenomeno delle sparizioni forzate e comunque non volontarie in Nepal. In via generale, mentre in passato il fenomeno e' stato associato con le politiche dei regimi autoritari, oggi si presenta nel contesto di situazioni piu' complesse come conflitti e tensioni interne che generano violenza, crisi umanitarie e violazioni dei diritti dell'uomo. La situazione drammatica annovera ai primi posti per allarme nazioni come la Colombia, la Russia, il Sudan e appunto il Nepal, in cui la prevenzione delle scomparse e' direttamente collegata alla risoluzione dei conflitti interni. Il gruppo di lavoro ha visitato il Nepal gia' nel mese di dicembre 2004 ed ha fornito diverse raccomandazioni al governo per chiarire i casi di scomparsi e prevenirne di ulteriori. Diversi casi precedenti erano gia' stati stati chiariti, ma anche fatti recenti dimostrano che la politica di prevenzione e' stata quantomeno inefficace. www.osservatoriosullalegalita.org


aprile 26 2006

E Letizia ha fatto Bingo Antefatto. Ieri a Milano si è svolta una grande manifestazione popolare. Non è stata allegra, troppa preoccupazione per le sorti di un governo appeso a un filo alla Camera e alle fole di qualche ottuagenario al Senato. Ma è stata intensa, partecipata e si è conclusa con un episodio che la dice lunga: piazza Duomo piena, sotto la pioggia, che dopo l'ultimo intervento non si svuotava. Il popolo del 25 aprile voleva sentire Romano Prodi, restava lì e scandiva il nome che per molti resta una speranza di Italia decente. Oltre a Romano sono stati applauditi gli altri personaggi "belli" della politica e della società. Bruno Ferrante, applaudito da tutti i milanesi, l'hanno accompagnato con incoraggiamenti e auguri lungo ogni metro che ha percorso. Poi Dario Fo, Gino Strada, Davide Corritore, Gerardo D'Ambrosio, Marilena Adamo e tanti altri personaggi che per un verso o per l'altro riescono ad fiducia e ottimismo nelle persone per bene. Il fattaccio. A metà manifestazione, è sbucata nella zona da piazza San Carlo la signora Letizia Moratti, il più contestato ministro dell'istruzione nella storia della Repubblica e candidata sindaco alle comunali milanesi. Letizia spingeva una sedia a rotelle su cui stava seduto il padre ottuagenario, pare reduce da Dachau. La signora Moratti ha percorso alcune decine di metri circondata da altrettanti gorilla, tra Digos e scorta privata, dopodiché è sparita (attenzione: "come da programma" ha detto lo staff) da via San Paolo. Nel breve percorso signora e carrozzella sono stati circondati da una folla che le ha urlato soprattutto "scuola pubblica". Qualcuno (pochi) hanno fischiato e pochissimi l'hanno insultata (principalmente "troia" e "puttana", nulla di più di quello che la professoressa di latino si sente dire a ogni verifica). Una precisazione: noi eravamo lì, in tre, e abbiamo assistito a tutta la sceneggiata. Il giorno dopo. Tutta la stampa di oggi - salvo forse l'Unità - non parla d'altro che di questo episodio. Ci sono gli indignati tout court e gli indignati per l'insufficiente indignazione di Prodi. Le 150mila persone che hanno sfilato pacificamente, le dichiarazioni politiche intelligenti sui problemi gravissimi del Paese, i momenti allegri e colorati di una giornata importante, passa tutto in secondo piano. L'informazione si è arenata sulle poche decine di metri percorsi dalla Moratti dietro la carrozzella. Considerazioni. Un ministro della Repubblica che è anche candidato sindaco a Milano di vita privata ne ha ben poca. ma è chiaro e sacrosanto che se decide di partecipare a un momento profondamente politico come la manifestazione del 25 aprile lo fa in veste politica. E in questo contesto, anche spingere una carrozzella con sopra il vecchio padre male in arnese è un gesto politico di cui a Letizia Moratti - che è una reazionaria filocorporativa e una potenziale iattura per Milano, ma non è una scema - sono ben chiare le conseguenze. A margine: con tutto il rispetto per il vecchietto, non ci sentiamo di compatirlo. Delle due l'una: o è incapace di intendere (e allora ha subito solo un po' di trambusto) o è sceso in piazza per dare una mano alla figlia e allora l'ha fatto volentieri. Il risultato. La Moratti ha fatto "Bingo!" ancora una volta. la sua campagna elettorale è perfetta, soprattutto perché sfrutta (1) l'inadeguatezza dell'informazione, che si butta su ogni idiozia e perde di vista le cose importanti e (2) la faciloneria tipicamente italiana, per cui basta buttarla un minimo sul patetico che si riesce a scatenare trambusti di proporzioni inusitate. Tante persone intelligenti (Romano Prodi, Piero Ingrao, Bruno Ferrante, Gian Antonio Stella, Armando Cossutta e tanti altri) che non erano lì e non hanno visto, hanno comunque commentato e stigmatizzato. A prescindere. Facendo il gioco di Letizia, perché da condannare non c'è nulla, né la Moratti (che ha fatto benissimo il suo mestiere di politico campagna elettorale) né tutte le persone che le hanno fatto capire - con i toni tipici della piazza e tutto sommato senza troppa enfasi vista la situazione - quello che pensano di lei. E' il classico gioco delle parti, che in un Paese dotato di un sistema di informazione seria e di una classe politica adeguata non dovrebbe oscurare una giornata in cui i contenuti che contano sono ben altri.http://www.onemoreblog.org/archives/010832.html

Il cinismo senile della Repubblica EDMONDO BERSELLI da Repubblica - 26 aprile 2006 Con la candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato si chiude un cerchio. Forse è la prima Repubblica che cerca di vendicarsi della seconda. Ma nello stesso tempo, e senza forse, è un´operazione politica distruttiva, esplicitamente volta a fare implodere la legislatura, a produrre il meltdown della politica italiana. Il cinismo senile della Repubblica La fusione del nocciolo come a Three Mile Island e a Chernobyl, una reazione nucleare che sciolga appartenenze e identità nelle larghe intese future. Non si è mai assistito a un esercizio politico così spregiudicato e nichilista, e non stupisce che al centro dell´operazione si profili la figura del divo Giulio, motore immoto di una manovra in cui sembra esprimersi senza inibizioni e tabù il cinismo senile della Repubblica. Qui non è il caso di richiamare le vecchie battute andreottiane sul «meglio tirare a campare che tirare le cuoia» e il primo comandamento della tavola della legge democristiana, ossia «tutto s´aggiusta». Non è questione di colore o di folclore, non c´entra l´antropologia politica all´italiana: siamo in presenza di un artificio politico maligno, pensato per produrre la destabilizzazione e poi una stabilizzazione concertata dall´alto. Una piccola carica di esplosivo che può far cadere tutto l´edificio del bipolarismo come se si trattasse dell´ecomostro di Punta Perotti. E tutto questo fra molteplici sogghigni di soddisfazione: da parte di Silvio Berlusconi perché annullerebbe l´esito elettorale che lo ha dato per sconfitto, e che lo aveva indotto a pronunciare la frase infelicemente minacciosa per cui «il risultato deve cambiare»; e quanto al senatore a vita Giulio Andreotti, ecco una vendetta quasi postuma, come se a vendicarsi fosse tutta la Dc spazzata via da Tangentopoli e dal maggioritario. Non stupisce dunque che alle spalle del senatore Andreotti si intraveda una folla di "revenant", di fantasmi della Repubblica d´antan, un balletto scandaloso di zombie come nello storico videoclip Thriller di Michael Jackson. Altro che «senectus ipsa morbus», come ammonivano gli antichi, la vecchiezza come malattia di per sé. Qui è la decrepitezza che affligge pensieri, parole e azioni della civitas politica, come se il tempo si fosse fermato e servisse soltanto per consumare revanscismi interni al ceto politico. Che la scaltrezza politicante di Andreotti possa invischiare la legittimazione a governare di Romano Prodi, suo ministro quasi trent´anni fa, può appartenere a un fondale narrativo di malizie democristiane. Solo che le perfidie correntizie di ieri erano al servizio dell´eternità democristiana, quando Ciriaco De Mita annunciava «la Dc farà quadrato» e il divo Giulio si permetteva di rispondere: «Ai quadrati di De Mita manca sempre un lato». Piccole storie, echi di un piccolo mondo antico. Mentre oggi siamo davanti a un uso strumentale dei grandi vecchi, evocati o agitati per schiudere o sbarrare strade politiche altrimenti impercorribili. È una strumentalizzazione, inutile nasconderlo, che non esclude dai giochi tattici neppure il Quirinale, se è vero che negli ambienti della politique politicienne più esasperata si accenna a Carlo Azeglio Ciampi come un possibile presidente rinnovato "a tempo", cioè speculando sulla sua età come un´ulteriore risorsa negoziabile nelle strategie generali. E che diventa vistosamente opportunistica nel caso di Andreotti, in via di trasformazione nel cavallo di Troia del fallimento di sistema. D´altra parte, lo stesso Andreotti dipinge se stesso per il Senato come il candidato a una presidenza di transizione, esibendo senza infingimenti la propria età come un elemento aggiuntivo del progetto: votatemi, tanto è evidente che durerò poco e i giochi si riapriranno, al momento immaginabile. Eppure, al di là della necrofilia implicita, si gioca la figura di Andreotti per provocare il fallimento di quello schema bipolare che ha prodotto la sconfitta, pur strettissima, della Casa delle libertà e quindi di Silvio Berlusconi. Non dovrebbe sfuggire a nessuno che l´uso politico di Andreotti, vecchia volpe sfuggita alla pellicceria (nonostante i vaticini di Bettino Craxi), riporta al suo seguito una milizia di suoi spregiatori che allignano dentro il centrodestra, in Alleanza nazionale ma più in particolare dentro la Lega, a testimonianza di una manovra tanto spudorata da non avere neanche più bisogno di mascherature. E da parte di Andreotti c´è l´uso di se stesso, l´ostensione della propria durata da De Gasperi a Salvo Lima, dalla ricostruzione alla fine della Dc, come il simulacro di un´Italia immobile, che rifiuta processi di alternanza politica, e mette la propria condizione ottuagenaria al servizio di un ricongiungimento patologico al passato. Larghe intese, grande coalizione, scomposizione dei poli, ricomposizione neodemocristiana, niente sarebbe precluso se l´immolarsi di Andreotti dovesse consentire l´annullamento del risultato delle urne (e della legge elettorale). È il suo personale cinismo, in questo caso, che si sposa al cinismo altrui, in un connubio volutamente non casto, e in un intreccio di cinismi che si intensificano ed esaltano a vicenda, fino alla possibile mortificazione del confronto e della dignità della politica. Viene da chiedersi se questo processo di senescenza cinica non sia in realtà la condizione coatta e fisiologica di un paese senile per attestazione dell´Istat, ma anche per irrigidimento e sclerosi dei suoi processi interni. Sarà un´osservazione banale, ma nella vecchia e stagnante Europa si è assistito alla vicenda politica di young leader come Tony Blair e poi José Luis Zapatero, alla traiettoria della cinquantenne Angela Merkel, e adesso all´apparizione della nuova star dei Tories, il non ancora quarantenne David Cameron. Da noi, a osservare il profilo anagrafico del nuovo Parlamento, non soltanto la durissima competizione che ha coinvolto il sessantasettenne Prodi con il settantenne Berlusconi, ci si fa l´idea che si siano inceppati tutti i meccanismi di reclutamento del personale politico, tutti i congegni di selezione, tutte le modalità di formazione e di ricambio di una classe dirigente. Ed è in questo quadro allora, in questa condizione di immobilità rancorosa, di posizioni occupate in modo semifeudale, nella paralisi generazionale, che acquista un senso anche l´operazione Andreotti: con il gusto amaro e annichilente che ogni esercizio di cinismo rivela di una comunità, del suo pessimismo, della sua assenza di speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Brutta ciao! Il padre di Letizia Moratti: "L’ho fischiata io" di Lia Celi Meno male! Ci sarebbe davvero di che vergognarsi, se durante il corteo milanese del 25 aprile qualcuno avesse fischiato un vecchio invalido partigiano ed ex deportato. Per fortuna il signor Brichetto ha fugato l’equivoco: "Se c’è qualcuno che ha il diritto di fischiare mia figlia, sono io: è da anni al governo insieme agli eredi di quelli che hanno contribuito a mandarmi a Dachau. Pur di farsi eleggere sindaco, ha dato il giorno di libertà alla badante e mi ha accompagnato alla manifestazione. E comunque, tengo a precisare: sono il padre di Letizia Moratti, ma non il nonno di Riforma Moratti". Scusi ministro, ma chi semina vento, raccoglie fischi: se nella sua scuola si studiasse di più la Resistenza, ci sarebbero meno deficienti che confondono gli eroici combattenti della Brigata Ebraica con i falchi della destra israeliana. La Cdl diserta come sempre le celebrazioni della Liberazione: "Stiamo ancora ricontando i risultati del ‘45. Abbiamo ragione di credere che il fascismo non abbia perso".http://www.liaceli.com/

Chi ha paura di Mediaset? Invece di fare quadrato sulla posizione fin troppo moderata espressa da Bertinotti sul conflitto di interessi e sullo strapotere commerciale di Mediaset, l'Unione si è fatta prendere la mano da distinguo, prese di distanza e precisazioni. Il centrodestra – che rappresenta metà del paese - ha reagito compatto e ha parlato di “regime” (la parolina magica). Quello che emerge in questo breve riassunto di citazioni è un quadro surreale: alcune divertono, perché dimostrano come sia diffusa una radicale ignoranza della questione; altre rattristano, in quanto testimoniano l'inconsistenza della coalizione e le scarse probabilità di cambiamento in tema di comunicazione che si profilano. Sullo sfondo c'è un grande rumore di inciucio. Levata di scudi (crociati) “Bertinotti di qui a poche ore assumerà la presidenza della Camera. Farebbe bene perciò ad anticipare, nelle parole e nei comportamenti, la discrezione e la misura, rispetto ai nodi politici e di governo, prescritte dal ruolo che si appresta ad assumere”. - Franco Monaco, Margherita Radical Choc “Ho sempre ritenuto arretrata l'idea che la televisione debba essere pubblica, perché educativa” - Antonio Polito, Senatore della Repubblica Italiana Senza fretta “La posizione di Bertinotti è nota ed è diversa da quelle delle forze riformiste, dei Ds e della Margherita. Non credo che siano all'orizzonte espropri proletari ai danni di qualcuno o di qualcosa. Si sapeva che Rifondazione era su posizioni più favorevoli ad una conferma dell'attuale assetto della televisione pubblica, mentre le forze riformiste guardano al processo di liberalizzazione. Bertinotti conserva una visione molto "statalista" della Rai che non è condivisibile nella logica del periodo medio-lungo, una logica per cui bisogna invece mettere in ordine il sistema. Certo -conclude- non è una questione di oggi, nè di domani.” - Enzo Carra, Margherita Per il bene dell'Italia “Nel programma dell'Unione è già previsto che una rete sia venduta. E noi siamo fedeli a quel progetto. E poi credo che mantenere tre reti sia anche superfluo. Di quelle due che resteranno in mano pubblica una resterà a carattere regionale e una nazionale. Ma comunque credo che alla fine, discutendo tutti insieme, un punto di incontro su questo si potrà trovare.” - Antonio Di Pietro, Italia dei Valori La forza della chiarezza “Noi siamo per un allargamento del mercato. Cosa questo significhi in termini di reti o di altro è tutto da stabilire. Ci sono invece due cose che vanno fatte subito. Innanzitutto senza riferimento a singoli casi, una regola generale sul conflitto di interessi. Poi norme antitrust che consentano lo svilupparsi di un effettivo pluralismo.” - Renzo Lusetti, Margherita Excusatio non petita “Distinguerei dal punto di vista temporale il tema del conflitto di interessi che può, e a mio avviso andrebbe approvato, nel primo anno di legislatura. Anche per tagliare alla radice il sospetto che si voglia colpire qualcuno o avvantaggiare qualcun altro. Mentre il riassetto del sistema Tv è un processo più complesso che, oltre a un'intesa nella maggioranza – già raggiunta nei pilastri fondamentali – comporterà un confronto parlamentare e con le forze produttive”. - Paolo Gentiloni, Presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza I conti non tornano Un conto è garantire nei mezzi di informazione, pubblici e privati, il pluralismo. Un conto è applicare a Mediaset e agli altri un'idea comunista che non è la nostra. Consiglieremmo molta cautela e invitiamo gli alleati a rispettare il programma che si era concordato. - Clemente Mastella, Udeur Faccia di bronzo “La posizione di Bertinotti è sembrata unicamente ritorsiva verso Mediaset, una vendetta ad personam” - Oscar Giannino, commentatore riformista del Messaggero Bonus track “Mediaset deve dimagrire? Bene, allora io dico che deve dimagrire Fausto Bertinotti perchè mi sembra proprio che stia diventando un grasso borghese.” - Carlo Rossella, direttore del Tg5 a cura di Francesco De Carlo www.megachip.info

La terra dell'ignoranza Il vero problema dell'Alta Italia è il fascismo, e il vero fascismo in Alta Italia non è quello di quattro sfigati in bomber. Prima dello squadrismo, molto prima, c'è la scuola dell'arroganza. L'Alta Italia ha inventato il fascismo, e continua a essere la maggiore produttrice di fascismo in Europa; tanto peggio se ormai l'articolo in Europa non se lo fila più nessuno: c'è sempre domanda interna, oh se ce n'è. Ora vi state chiedendo: cos'è quest'Alta Italia? Di che fascismo sta parlando? Si è bevuto, infine, il cervello? L'Alta Italia, che alcuni chiamano padania, è la valle in cui il fascismo è stato inventato e vent'anni dopo debellato, casa per casa e cortile per cortile. Ma certe scritte nere si leggono ancora sotto gli intonaci. Il fascismo. Mi piacerebbe ora prendervi per mano tutti e venticinque e portarvi in una secondary school di Spokane, Stato di Washington, USA, è lì che si è fermato il dito sul mappamondo. Quello che vi mostrerò non è il fascismo. Entriamo in classe. Non serve bussare, non possono sentirci. E dunque. Ecco un ragazzino con gli occhiali spessi e l'apparecchio per i denti, che di nascosto dalla prof sta provando a fare un'equazione di secondo grado – quelle di primo ormai lo annoiano. I suoi sforzi sono disturbati dai proiettili di carta sputacchiata provenienti da cerbottane di terza fila: due bulletti di seconda categoria, uno dei due è ripetente. È uno stereotipo, mi rendo conto. Vi ho portato dall'altra parte del mondo per mostrarvi uno stereotipo. Torniamo a noi. Entriamo in una qualunque media inferiore dell'Alta Italia. Ecco un altro ragazzino – questo ha l'asma e la scoliosi, e sotto il banco legge i Buddenbrook di nascosto. La cultura ha mille forme, il sapere è inesauribile. Ma i proiettili di carta sputacchiata sono gli stessi di Spokane; e anche i bulletti si assomigliano. Ora, una domanda: se lo stereotipo non cambia, se i bulletti arroganti ci sono dappertutto, perché la nostra scuola media inferiore produce fascismo, e quella di Spokane, Washington, no? Per rispondervi ho bisogno della mia vecchia macchina del tempo. Ecco. Sono passati dieci anni, e il nerd di Spokane, Washington, ha trovato un lavoro in un'azienda di Seattle. Ingegnere informatico – come vedete non mi discosto dallo stereotipo. In cantina sta ancora lavorando a un'idea che potrebbe diventare un brevetto e sistemarlo per tutta la vita – nel frattempo è un membro stimato della società. A volte per scherzo porta i fuoristrada all'autolavaggio dove lavorano i due bulli ex compagni di classe, che guadagnano un sesto di quello che prende lui. Il bello è che tutto questo è davvero uno stereotipo. Non fa notizia. Tutti sapevano che sarebbe andata così: lo sapeva il nerd (per questo era così paziente), lo sapevano i bulletti (per questo erano così rancorosi). Non è né giusto né sbagliato: è il mondo. Il bullismo scolastico è un modo per reagire a una società che ti sta per lasciare a terra. Non è fascismo, è disperazione. Al limite, il super-bullo prende l'intera scuola in ostaggio e fucila tutti quanti. Ora torniamo in Alta Italia – ma attenzione, siamo ancora dieci anni in avanti. Il ragazzino che leggeva i Buddenbrook abita ancora coi suoi, e sta per addottorarsi con una tesi sulle opere giovanili di Th Mann scritta t u t t a in t e d e s c o! Per il resto, è un disadattato. Esce poco la sera, non ha niente da mettersi, e la macchina della mamma è un catorcio. A Tubinga, in Erasmus, conobbe una ragazza fiamminga, ma non poteva funzionare. Quando incontra i suoi ex bulli di classe, li saluta ancora con affetto e una sfumatura reverenziale: uno è vice-titolare della concessionaria del padre, l'altro dirige una catena di autolavaggio. Credo di avere risposto alla domanda: cos'è il fascismo? Il fascismo è l'arroganza dell'ignoranza. I balilla contro i quattrocchi. Il bullismo che esce dalla scuola e diventa struttura sociale. L'ignoranza è premiata, accudita, festeggiata; la cultura per contro produce solo alienazione. Continuare a studiare, in Alta Italia, significa autoemarginarsi. Non c'è nessun premio al termine del tuo percorso di studi: tutt'intorno l'ignoranza è al lavoro. Come facciamo a sorprenderci della crisi della piccola industria italiana, quando la maggior parte di queste piccole industrie sono state lasciate in mano a eredi incompetenti, senza laurea o con una laurea inutile? Gente che ha creduto in Tremonti, e magari in buona fede. Gente che non crede, e non crederà mai, in paroloni come "innovazione" o "cultura d'impresa", perché appunto sono solo paroloni, quando tutti sanno che la cultura non serve a niente, è roba da quattrocchi asmatici e invertebrati. L'altra faccia della medaglia è il Liceo. E qui le responsabilità non sono tutte settentrionali. C'è molta Bassa Italia nell'invenzione gentiliana del Liceo – la scuola dei ricchi impostata sull'apprendimento di materie inutili, possibilmente lingue morte e strasepolte. C'è una diffidenza tutta borbonica verso la cultura del lavoro – il lavoro è roba da servi, i padroni nulla fanno, tutto il giorno. Ma in Bassa Italia chi studia è perlomeno rispettato. Il vero fascismo nasce quando il Liceo gentiliano mette le radici in Alta Italia. È a quel punto che la scuola per nobili diventa una scuola per alienati. I figli dei metalmeccanici che hanno imparato le declinazioni non vorranno più fare i metalmeccanici. Ma non riusciranno nemmeno a riconvertire le declinazioni in un gradino superiore del ciclo produttivo. Quello succede nel resto del mondo: in Alta Italia la laurea non l'appendi neanche al muro. Puoi bruciarla, o usarla come passaporto per l'estero. Una terza strada c'è: puoi restare in Alta Italia, e fare l'insegnante. Passerai il tempo tra bulli e secchioni. Senza sapere da che parte stare, a questo punto.http://leonardo.blogspot.com/

Il Partito della Televisione " A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca" dice sempre il candidato Presidente del Senato della CdL Giulio Andreotti. Mai come in questo caso il Giulio nazionale ha ragione: perendiamo ad esempio il caso Autostrade, in cui un grande gruppo nazionale che opera in regime di monopolio naturale, si fonde con un gruppo spagnolo come quello di Autostrade. Per questa fusione l'azionista Benetton riceve un miliardo di euro che però non vuole impegnarsi in reinvestire nella stessa azienda pur smentendo le voci che vorrebbero preso i Benetton uscire dall'affare e cedere tutto agli spagnoli. Intanto la dede del Gruppo nuovo sarà in Spagna a Barcellona, i presidenti saranno 2 mentre il direttore generale sarà uno solo e, ovviamente, spagnolo. Il Gruppo Autostrade fa tutto questo mentre non c'è ancora il nuovo Governo, mentre la politica è impegnata sul dopo elezioni, senza avvisare nemmeno l'Anas che è l'ente pubblico che gli ha rilasciato la concessione e dopo aver intascato un recente aumento delle tariffe autostradali, senza aver investito ancora i 6 miliardi di euro promessi al momento dell'aumento tariffario e mentre è sempre più forte la critica delle associazioni dei consumatori per la mancanza di sicurezza della Rete autostradale, certificata anche dal capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, nominato da Berlusconi. Il CentroSinistra critica l'operazione mentre il CentrOdestra la difende a spada tratta, soprattutto Forza Italia, il cui Capo Silvio Berlusconi, in piena campagna elettorale aveva accusato i giudici di aver favorito l'acquisizione da parte degli stranieri di Banca Antonveneta, un'azienda molto più piccina di Autostrade e in non in un monopolio. Sempre il CentrOdestra è quello che è insorto sulle dichiarazioni di Bertinotti di voler un dimagrimento di Mediaset, perché Mediaset sarebbe un patrimonio nazionale. A questo punto c'è da chiedersi perché Berlusconi regge il cordone a Gilberto Benetton? La chiave è forse nell'accordo tra Benetton/Tronchetti Provera, azionisti e soci in Telecom Italia, e Berlusconi, proprietario di Mediaset. Benetton non è più tanto interessato a sostenere Tronchetti in Olimpia-Telecom Italia e tra gli italiani, forse, solo il Gruppo Mediaset ha i soldi e l'interesse, per via della convergenza Tlc/Tv, a prendere il posto dei "magliari" di Treviso in Telecom Italia, come non ha mai nascisto di voler fare lo stesso "Fidel" Confalonieri e come ha sempre dichiarato che gli piacerebbe interessarsi di telefoni lo stesso Berlusconi. E così: via libera del Governo e del CentroDestra a Benetton per vendere Autostrade agli spagnoli in cambio dell'ingresso nell'affare Telecom Italia. Pier Luigi Tolardo Pier Luigi Tolardo _______________________________________________ Gargonza mailing list Gargonza@perlulivo.it http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza

Il software libero e la sinistra José G. Arribas Tuttavia, è un grave errore considerare la decisione di utilizzare il software libero come un argomento estraneo alla politica (qualcosa di simile ad una discussione sulle mazze da golf) poiché, piaccia o meno la cosa, nel secolo XXI la comunicazione, l'informazione e la conoscenza si sviluppano e si espandono utilizzando basi informatiche, e questo è ciò che conta. -------------------------------------------------------------------------------- Un po' per volta, l'utilizzo di sistemi operativi ed applicazioni "libere", cioè, non appartenenti a nessuna impresa, si va configurando come una fattibile alternativa non solo per esperti di informatica -- come accadeva fino a poco tempo fa -- ma anche per persone senza alcuna preventiva conoscenza sul tema. Dato che tanto la nascita di questo tipo di programmi che la loro successiva diffusione sono state accompagnate da un sentimento di "rivoluzione", visto che in fondo significano la liberazione degli utenti dalla mercato-tecnica imprenditoriale, è abituale identificare il movimento per il software libero con ambienti, partiti politici e persone di "sinistra". Questa identificazione, tuttavia, è molto lontana dal poter essere considerata del tutto valida dato che, sebbene nel software libero esistono molti valori che da una prospettiva di sinistra possono essere considerate tali e pertanto da difendere e divulgare, d'altra parte il software libero non è alieno da manovre affaristiche e a tergiversazioni, che debbono essere scoperte ed evitate se vogliamo che l'imporsi del software libero sia realmente un trionfo della sinistra, e non una moda tecnologica. Il software libero, secondo la definizione del suo creatore, Richard Stallman, è quello che permette non solo di eseguire il programma per svolgere un compito, ma anche di poter studiare il suo funzionamento, adattarlo mediante modifiche del suo codice sorgente e poi ridistribuirlo. Questa definizione, essendo sorta in ambienti tecnici, potrebbe portare le persone poco o niente versate in programmazione ad un dubbio iniziale: perché voglio avere la libertà di poter modificare qualcosa, se non ho idea di come farlo? Sembra allora che il concetto di software libero rimanga relegato ad ambienti universitari o professionali, essendo pertanto la decisione di usare o no il software libera un dilemma non precisamente politico. Adottare, pertanto, una posizione di indifferenza o lontananza rispetto al tema potrebbe così apparire corretto in principio, considerando la questione da una prospettiva politica. Tuttavia, è un grave errore considerare la decisione di utilizzare il software libero come un argomento estraneo alla politica (qualcosa di simile ad una discussione sulle mazze da golf) poiché, piaccia o meno la cosa, nel secolo XXI la comunicazione, l'informazione e la conoscenza si sviluppano e si espandono utilizzando basi informatiche, e questo è ciò che conta. La sinistra non può volgere via lo sguardo da questo argomento, poiché appoggiare il software libero significa appoggiare non solo la prospettiva che tutti possano modificare liberamente il contenuto del proprio computer, ma anche che nessuno controlli il contenuto dei computer altrui, e questo, in fondo, significa evitare che qualcuno possa venire ingannato o manipolato. Nel secolo ventesimo i movimenti e i partiti di sinistra si impegnavano nell'alfabetizzazione del proletariato, perché sapevano perfettamente che i lavoratori che sapevano leggere e scrivere potevano così evitare la alienazione ed aggiungersi al movimento operaio. Saper leggere significava abbandonare la condizione di chi può essere ingannato, poiché leggere permetteva l'accesso all'opuscolo, al volantino, al libro di Marx... insomma: alla conoscenza e alla informazione. Oggi, quando nella società occidentale praticamente tutti sanno leggere e scrivere, i canali di comunicazione e della conoscenza sono sempre più basati sull'informatica, nel bene e nel male. Permettere e facilitare l'accesso a questo mondo a tutta la società, facilitare la utilizzazione di sistemi operativi gratuiti, stimolare la creazione e distribuzione del software libero, dovrebbe rappresentare per la sinistra di questo secolo un impegno simile all'alfabetizzazione della classe operaia nel secolo passato, poiché tra breve non saper utilizzare con disinvoltura un computer sarà una forma di analfabetismo. E ancor più, se in qualche luogo l'informazione alternativa e le notizie scomode ai regimi al governo hanno spazio e possibilità d'essere, questo luogo è sicuramente Internet. Per dirlo in una maniera plastica e semplice: la sinistra non deve permettere che il capitale si appropri delle chiavi della biblioteca. E' importante dare enfasi, inoltre, all'idea che questo sostegno al software libero deve realizzarsi con cautela oltre che con entusiasmo, poiché precisamente la sua praticabilibità ha fatto sì che alcune imprese del settore informatico stiano sfruttando la situazione per conseguire fini propri, di scuro estranei a ciò che il movimento per il software libero significa (si veda la proliferazione di pubblicità e la profusa presenza di imprese al settimo Forum sul sotware libero di Porto Alegre). Non è libero tutto ciò che così si autoproclama, e non tutto ciò che si muove attorno al software libero si può considerare vicino all'attivismo della sinistra. E' per questo che prima di applaudire la maggiore utilizzazione di software libero, sarebbe necessario riflettere su ciò che è accettabile e ciò che non lo è, se si vuole utilizzare il software libero e il suo potenziale tecnico come strumento di lotta politica. Oltre a questo sostegno misurato ma deciso al software libero, è importante che la sinistra collabori nell'aprire ed appoggiare nuovi fronti di battaglia che sorgono nella società digitale: un hardware libero e di basso costo per i paesi in via di sviluppo (qualcosa come un "kalashnikov" digitale) e una Internet non sotto il controllo degli Stati Uniti sono due degli obiettivi che ancora devono essere realizzati, e dei quali la sinistra non può dimenticarsi. Z-Net.it

La resa dell'Onu La questione del Sahara Occidentale pare uscire dall’agenda di Annan “Negoziati diretti per cercare una soluzione mutuamente accettabile per prevenire all’autodeterminazione del Sahara mi sembra una proposta inaccettabile. Sembra un racconto di Kafka…che senso avrebbero questi negoziati sull’autodeterminazione, se la stessa continua a essere negata dal Marocco?”. Ahmed Bujari, rappresentante del Fronte Polisario (l’organizzazione politico – militare che rappresenta la popolazione saharawi) alle Nazioni Unite, commenta così la proposta del segretario generale dell’Onu Kofi Annan di dar vita a negoziati diretti tra saharawi e Marocco, finalizzati al riconoscimento dell’autonomia del Sahara Occidentale (l’ex colonia spagnola occupata dal Marocco a metà degli anni Settanta). Gioco delle parti. Il 20 aprile scorso Annan e Peter Van Walsum, il rappresentante dell’Onu per il Sahara Occidentale, hanno diffuso un documento nel quale invitano il Fronte Polisario, affiancato dall’Algeria, e il Marocco, affiancato dalla Mauritania che nel 1975 partecipò all’invasione del Sahara Occidentale ritirandosi poco dopo, a “trovare una soluzione politica giusta, duratura e mutuamente accettata, che preveda l’autodeterminazione del Sahara Occidentale”. La richiesta pare per lo meno eccentrica. Le Nazioni Unite, dal cessate il fuoco ottenuto nel 1991, hanno sempre tentato di trovare una soluzione che non ha mai dato un risultato concreto, e adesso chiedono praticamente alle parti in causa di risolversi da soli la vicenda. La disputa territoriale per il controllo del Sahara Occidentale nasce nel 1975. Il territorio africano era una colonia spagnola, ma il governo di Madrid, impegnato a gestire il tramonto del franchismo, si ritira senza chiarire il futuro del territorio. Il Marocco dal nord e la Mauritania dal sud occupano immediatamente il Sahara Occidentale tentando l’annessione. L’invasione costringe migliaia di saharawi a rifugiarsi nella vicina Algeria, in 5 campi profughi nel deserto, mentre il Fronte Polisario comincia una guerriglia di resistenza contro gli invasori e riuscendo a liberare una parte del Sahara Occidnetale. Nel 1979 la Mauritania, alle prese con un colpo di stato interno, ritira la sue truppe, ma è solo nel 1991 che l’Onu riesce a far tacere le armi. Il Palazzo di vetro istituisce la missione Minurso, che ha il compito di vigilare sulla cessazione delle violenze e d’istituire un referendum con il quale la popolazione del Sahara Occidentale deciderà per l’indipendenza o per l’aggregazione al Marocco. Il cessate il fuoco, dopo 15 anni, resta l’unico risultato ottenuto dalla Nazioni Unite rispetto alla questione del Sahara Occidentale. Il referendum infatti non si è mai tenuto. Ogni volta che la Nazioni Unite fissavano una data, il Marocco provvedeva a stravolgere gli equilibri demografici della regione con massicci trasferimenti in massa di cittadini per alterare la maggioranza dei votanti. Intanto la monarchia marocchina ha provveduto a isolare le zone occupate da quelle liberate del Sahara Occidentale costruendo, nel mezzo del deserto, un muro di circa 2500 chilometri. Senza che l’Onu potesse impedirlo. Graduale disimpegno. In questo senso, dopo tanti anni, la proposta di Annan pare una sorta di resa diplomatica. Non è infatti credibile l’ipotesi secondo la quale il Marocco e il Fronte Polisario, dopo decenni di contrapposizione, riescano a risolvere la questione da soli. I primi segnali di una sorta di presa di distanza dalla questione del Sahara Occidentale da parte dell’Onu erano arrivati nell’ultimo anno e mezzo, quando il rinnovo del mandato della Minurso, che viene rinnovato ogni 6 mesi, si è fatto progressivamente meno scontato. Le Nazioni Unite, dall’inizio della guerra in Iraq, vivono un periodo tra i più difficili della loro storia. Gli scandali che hanno travolto lo stesso figlio di Annan e gli sprechi finanziari dei quali vengono accusate le missioni Onu, ha portato l’Onu a voler dare un segnale di austerità economica che potrebbe portare all’eliminazione delle missioni non strettamente necessarie. La Minurso, secondo le Nazioni Unite, sarebbe una di queste, ma la situazione dei profughi è ancora drammatica e, dopo anni di relativa calma, l’ultimo anno è stato caratterizzato da una serie di scontri e violenze nel Sahara Occidentale. La questione è tutt’altro che risolta e lo scambio di prigionieri tra saharawi e Marocco, con gli ultimi 48 miliziani del Fronte Polisario liberati dal re Mohammed VI proprio in questi giorni, non sembra un segnale sufficiente di apertura al dialogo. In un discorso a El Aiun, la principale città del Sahara occupato, lo stesso re ha ribadito che l’unica soluzione possibile per Rabat è la concessione di una forte autonomia ai saharawi, ma all’interno della monarchia marocchina. Il Fronte Polisario insiste invece per l’applicazione del cosiddetto Piano Baker, dal nome dell’ex inviato di Annan, che prevedeva un’amministrazione transitoria di 5 anni fino al referendum sull’autodeterminazione. La situazione è dunque bloccata, ma le condizioni dei profughi saharawi che vivono nel deserto algerino da 30 anni e le violazioni dei diritti umani dei quali si macchiano le truppe marocchine nel Sahara occupato continuano. Solo che alle Nazioni Unite hanno altro a cui pensare. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5280

La seconda vita degli abitanti di Chernobyl Costruita a cinquanta chilometri dalla centrale di Chernobyl, la città di Slavutich accoglie gli abitanti sfollati dopo la catastrofe del 1986. E cerca di riconvertire gli operai della centrale. Una nuova speranza? (Sébastien Daycard-Heid) A vent’anni dalla tragedia di Chernobyl, Ochsana Naumovich non ha dimenticato niente di quel giorno, il 26 aprile 1986. La sua famiglia abitava da dieci anni a Pripjat, a qualche chilometro dalla centrale nucleare, quando l'esplosione del reattore numero 4 ha cambiato la loro vita : «Mio marito era un operaio nella centrale, ma quel giorno non lavorava. Stava aggiustando la cucina» ricorda Ochsana. «Io lavoravo nella fabbrica di transistor. Abbiamo saputo della catastrofe soltanto il 27. Quando ci hanno annunciato che dovevamo evacuare». Con i suoi figli di quattro e otto anni in braccio prese l'autobus e lasciò la città senza voltarsi indietro. Come loro, cinquecentomila abitanti hanno dovuto fare i bagagli. Non sarebbero mai più tornati nella loro Pripjat, ormai una città fantasma nella zona di esclusione di Chernobyl. «Ci sono tornata il 26 aprile 2000 con mia figlia. La città era stata devastata. Tutto era distrutto, in rovina, i vetri rotti». Ochsana ci era andata per superare il trauma. Ma ora si rifiuta di tornarci. «Credo che questo dolore non potrà mai essere cancellato». Città pioniera È per tutti gli sfollati che Slavutich fu costruita a cinquanta chilometri da Chernobyl, in una zona poco toccata dalla “nube”. Nell'ottobre del 1986 l’Unione Sovietica voleva cancellare l'immagine disastrosa dell'incidente causato dai suoi malfunzionamenti. L'Ucraina visse un momento pieno di emozione. Operai e giovani arrivarono da tutta l'Unione Sovietica per restituire un tetto agli sfollati. Lidija Leonets faceva parte di questi pionieri. Da un vecchio armadio di metallo tira fuori, emozionata, un album di fotografie sbiadite, l'album della storia della città: «Otto repubbliche vennero ad aiutare nella costruzione e le loro capitali hanno dato il nome ai nostri quartieri: Kiev, Tallin, Riga, Vilnius, Erevan, Baku, Tbilisi e Mosca. E hanno costruito secondo le loro diverse architetture». Il 23 marzo 1988, cinquecento famiglie di Pripjat si stabilirono insieme agli operai. «Per noi era la città del ventunesimo secolo. Ogni quartiere ha un asilo, una piscina, una palestra» ricorda Lidija. Attualmente un quarto degli ventiseimila abitanti della città ha meno di sedici anni. La nuova città non ha subito una difficile fase di transizione nel 1989: i servizi sociali e la città funzionavano bene. «Grazie alla qualità della vita, la più alta in Ucraina per quanto riguarda i bambini, siamo riusciti ad attirare numerose nuove imprese. Tutto si trova a dieci minuti di distanza e abbiamo ripreso a costruire delle abitazione per poter accogliere gli impiegati delle nostre aziende», precisa il sindaco Volodymyr Udovychenko. I soldati e il dottor Stranamore Ironia della sorte, l'incidente di Chernobyl ha creato un ambiente di sperimentazione unico per trovare il modo di diminuire i rischi e gli effetti di una eventuale catastrofe nucleare. Dopotutto il terrorismo potrebbe colpire qualsiasi città con una cosiddetta “bomba sporca” (arma radiologica). E succede che delle truppe, solitamente americane, usino la città di Pripjat come terreno d'esercitazione. Senza dimenticare la ricerca scientifica. Ai lati della piazza centrale qualche pino sopravvissuto della vecchia foresta, che fino a qualche anno fa ricopriva ancora questo territorio, circonda i nuovi laboratori, finanziati dalla comunità internazionale e dall'Ucraina. Dopo la sua creazione, il Centro di Chernobyl per la sicurezza nucleare è il primo motore dello sviluppo economico della città. «Abbiamo puntato sulla nostra mano d'opera qualificata nel campo del nucleare per sviluppare altre imprese» spiega il sindaco. Se a Slavutich la disoccupazione è del 4,4%, oggi i pionieri di ieri devono tuttavia affrontare una nuova minaccia: il declino della centrale. Bloccata nel 2000 per le pressioni dell'Unione europea, Chernobyl continua ad impiegare degli operai per la propria dismissione. La costruzione di un secondo “Sarcofago”, finanziato per 710 milioni di euro dalla Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) e dal Governo ucraino e previsto per il 2006, dovrebbe creare dei nuovi posti di lavoro. Ma Victor Tonkikh, ex ingegnere di Chernobyl oggi a capo di una impresa di riparazione della centrale, sa che ciò non basterà a ridare slancio alla città. «Quando sarà terminata la costruzione del Sarcofago non ci sarà più lavoro in questo settore. La centrale è passata da 12.500 a 3.800 impiegati, ovvero un terzo dei lavoratori di Slavutich. Bisogna che ci si diversifichi ancora, perché riceviamo aiuti soltanto per chiudere la centrale». Un tema scottante La responsabile degli aiuti sociali Lidija Leonets chiede maggiore sostegno: « Dopo la chiusura della centrale, sento le difficoltà. Qualcuno ha trovato un lavoro. Altri sono andati in pensione a quarantacinque anni. Prendono una pensione come gli ex combattenti. Ma come tenerli occupati? Se alcuni coltivano il loro orticello, altri si perdono nell'alcolismo». Nell'ufficio accanto, Ochsana Naumovich, impiegata al comune, cerca di finire presto di lavorare. Suo marito, andato in pensione dalla centrale, l'aspetta a casa. Le due figlie se ne sono andate. Una studia e l'altra, campionessa di judo, fa l'avvocato a Kiev. «La maggiore ha dei problemi alla tiroide, ma cerchiamo di essere ottimisti», confida Ochsana timidamente. Il 26 aprile, come ogni anno, una delegazione di Slavutich si recherà a Mosca per raccogliersi sulla tomba dei pompieri di Pripjat, il cui sacrificio aveva permesso al tempo di costruire il primo Sarcofago per proteggere la zona. I Naumovich commemoreranno questo giorno di fronte al monumento della città, su cui sono incisi nel granito, fissati per l'eternità, i volti delle trenta vittime di Pripjat. Dietro il monumento, si ergono due grandi stele. Sulla prima sono raffigurati degli uomini in tenuta anti-radiazioni che fanno cenno di non avvicinarsi. Sulla seconda un elettricista fedele al mito edificante del comunismo lancia questo appello con un filo elettrico in mano: “Dalle ceneri del passato ricostruiremo un mondo nuovo!”. A Slavutich, però, le ceneri non riescono ancora a spegnersi. Sébastien Daycard-Heid -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6651

LA BORSA PETROLIFERA DELL'IRAN DI FUBAR Needlenose Oggi il San Francisco Chronicle ha pubblicato un articolo sulla Borsa pertolifera dell’Iran, firmato da David R. Baker, intitolato “Una rete di intrighi petroliferi – Il piano dell’Iran circola su innumerevoli blog”. E’ un argomento di cui abbiamo parlato su questo sito lo scorso settembre (e per la verità, non ci aveva particolarmente colpito), tuttavia l’articolo di Baker è pieno di inesattezze e di dichiarazioni da parte di persone che sembrano essere rimaste al diciannovesimo secolo. Ecco qualche esempio: “L’Iran ha un piano per distruggere gli Stati Uniti, e non ha niente a che vedere con la bomba. In realtà, la repubblica islamica userà il petrolio e l’euro per distruggere il Grande Satana, come avverte un numero imprecisato di siti internet. L’attacco sarà così strutturato: l’Iran costituirà una borsa petrolifera che opererà in euro invece che in dollari, finora unica valuta usata nel mondo per acquistare il greggio. Gli altri paesi, le cui banche centrali si tengono ben strette le loro riserve di dollari per poter comprare il petrolio, si libereranno in massa di questa valuta. Il valore del dollaro crollerà, e l’economia degli Stati Uniti arriverà al collasso. Il Nuovo Ordine Mondiale voluto dagli statunitensi scomparirà in un turbinio di scambi monetari. Questa storiella circola sulla rete da mesi, e ovviamente i blogger si scatenano con commenti apocalittici. Persone che si auto-definiscono economisti, si infervorano in dettagliati quanto oscuri dibattiti, e alla fine, come ogni buona storia che circola su internet, la saga della borsa petrolifera iraniana si è animata di vita propria, e si è diffusa come un virus”. Consigliamo al signor Baker di dare uno sguardo alla nostra versione della storia, e di piantarla di prendersela con noi poveri e indifesi blogger ;-). Scrive ancora Baker: “Prima di tutto, l’Iran avrebbe bisogno della collaborazione degli stati produttori di petrolio suoi vicini per mettere in piedi una borsa, e con molti di loro le relazioni sono piuttosto tese”. In realtà questo non è affatto vero. L’Iran potrebbe tranquillamente istituire una borsa petrolifera basandosi solo sul suo petrolio e su quello dell’alleato Venezuela. Secondo il Financial Times, il Venezuela ha chiesto all’Iran di aiutarlo a spostare le sue vendite verso il mercato cinese, sottraendolo agli Stati Uniti. L’Iran sarebbe anche in grado di influenzare con discrezione alcuni dei suoi maggiori partner nel commercio di petrolio e gas, come Cina ed India, affinché partecipino attivamente all’attività della borsa. Per la verità non c’è neanche bisogno di tutto questo, basta molto meno per rendere fattibile quest’iniziativa (per una lista completa di chi possono far salire a bordo date un'occhiata aquesto post. [L'ex presidente iraniano Mohammad Khatami, a sinistra, e il presidente venezuelano Hugo Chavez, a destra, tengono una conferenza stampa congiunta vicino a Caracas (Jorge Silva – Reuters)] Se l’Iran riesce a dimostrare che i venditori possono spuntare alla sua borsa migliori prezzi al barile, o che i compratori possono avere accesso ad un petrolio che non sia già contrattualmente pre-assegnato ad imprese petrolifere, questa borsa riscuoterà un gran successo. Continua Baker: “Inoltre, spostare gli affari da New York e Londra alla repubblica teocratica dell’Iran potrebbe rivelarsi difficoltoso. All’Iran mancano molti degli elementi indispensabili a far sì che una borsa petrolifera abbia successo, inclusi stretti legami con istituzioni finanziarie internazionali, operatori di borsa, economisti e tecnici informatici”. Invece, proprio come il NASDAQ [1], la Borsa Petrolifera Iraniana sarà totalmente informatizzata, e non richiederà dunque la presenza di operatori sudati e drogati di caffè, con i loro strani gesti e sommersi da fogli di carta. Hossein Talebi, il direttore della Borsa, ha dichiarato “la maggior parte degli affari verrà conclusa attraverso internet”. Qualcosa di simile a quello che la NYMEX ha fatto nel 2000 con l’istituzione dell’eNYMEX [2]. Non che interessi più di tanto, ma se qualcuno sentisse l’insopprimibile desiderio di accedere fisicamente ai servizi finanziari, le società si trovano a pochi chilometri di distanza, negli Emirati Arabi. La borsa dell’Iran nascerà con l’aiuto di un consorzio di consulenti tecnici europei (documento PDF), in possesso di una profonda conoscenza dell’industria petrolifera, e che si occuperà anche delle perizie informatiche ed economiche. Nel suo articolo, Baker cita un professore di Stanford, John Taylor, il quale afferma che “non si può fondare una borsa petrolifera ad Omaha”. Il professor Taylor probabilmente è poco informato sul funzionamento dell’outsourcing [3], sui collegamenti internet con fibre ottiche ad alta velocità, o sui terminali per il trading. Infatti, è molto probabile che anche le banche dati del NYMEX siano da qualche parte lontano da New York, magari perfino nel midwest, mentre gli uffici di New York si occupano dei servizi amministrativi e di marketing. Quindi in definitiva si potrebbe fondare una borsa petrolifera anche ad Omaha. Benvenuti nel 21esimo secolo. Baker scrive anche: “Molta gente non crede che i commercianti di petrolio internazionali, ora sprofondati nelle loro confortevoli poltrone a New York o Londra, siano impazienti di stabilirsi in Iran. Queste persone e le loro società potrebbero non essere così entusiaste di entrare in affari con un paese noto per il suo governo evanescente, per la sua rigida applicazione della legge coranica e per la sua ostilità nei confronti dell’occidente” Quest’affermazione è alquanto stupida. Forse è il caso di ripeterlo: Internet Trading, commercio via internet. Non c’è bisogno che qualcuno vada a piantare le tende al centro del Golfo Persico, si possono fare affari stando tranquillamente seduti in mutande a casa o mentre ci si sposta in metropolitana. “Molti economisti considerano totalmente irragionevole l’ipotesi che un’eventuale borsa iraniana possa distruggere il dollaro. Sostengono che le valute possono facilmente essere scambiate sui mercati internazionali, e che non c’è bisogno di avere enormi riserve di banconote per poter comprare petrolio. I paesi conservano o vendono dollari per molte altre ragioni oltre al commercio del petrolio. "C’è differenza fra la moneta di fatturazione e la moneta che di fatto la gente vuole possedere.” dice Richard Lyons, preside della Haas School of Business di Berkeley”. La ragione per cui molti economisti ritengono quell’ipotesi irragionevole è perché quell’ipotesi è fottutamente irragionevole! Non è un gioco a somma zero [4]. E’ un modo per distribuire i rischi, utile a coloro che non hanno voglia di puntare tutto su una sola carta. Si chiama hedging [5]. Certo, farà defluire parte del mercato dalle borse basate sul dollaro, ma anche se la borsa iraniana ottenesse un successo clamoroso, non potrà che fungere da alternativa, utile a ridurre i rischi di perdite finanziarie. Chris Cook, ex direttore dell’IPE [6], il quale, come abbiamo fatto notare in un altro articolo, è immerso fino al collo nella progettazione della borsa iraniana, usa toni prudenti: “L’idea dell’Iran, a medio o a lungo termine, sarebbe quella di entrare nel commercio del greggio, ma sappiamo quanto sia delicata la questione”. [Alla Cina manca l'energia per finanziare il proprio Boom] Il mondo, in contrasto col fervore iperbolico dell’Iran, tende ad un’evoluzione, più che ad una rivoluzione, soprattutto il mondo dei mercati finanziari. Il signor Baker confonde la retorica sbandierata dai politici iraniani (più che altro ad uso e consumo domestico) con la realtà economica. Per quanto possano dire di voler “distruggere gli USA”, il dollaro non corre alcun pericolo. L’articolo di Petrov a cui Baker fa riferimento parte come un convincente, sebbene isterico, esame della situazione (“Il governo iraniano ha infine sviluppato l’arma ‘ nucleare’ definitiva in grado di distruggere rapidamente il sistema finanziario che costituisce le fondamenta dell’Impero Americano”). Sembra un’analisi ragionevole, finché non inizia a parlare di cosa faranno gli Stati Uniti per bloccare la nascita della borsa iraniana. Da quel punto in poi deraglia rapidamente verso la pura paranoia: # Sabotare la Borsa – possibili virus informatici, attacchi alle reti di comunicazione e ai server, varie violazioni ai sistemi di sicurezza, o un attacco stile 11 settembre alle strutture centrali e di supporto. # Colpo di Stato – questa è di gran lunga la migliore strategia a lungo termine che gli Stati Uniti possano mettere in pratica. # Negoziare Termini e Limitazioni Ragionevoli – un’altra eccellente soluzione per gli Stati Uniti. # Risoluzioni di Guerra Congiunte dell’ONU – … # Attacco Nucleare Unilaterale – … # Guerra Totale Unilaterale – … Lo scenario non prende in considerazione la cosa migliore che gli Stati Uniti possono fare, almeno a breve termine, cioè niente. Per quanto gli Statunitensi abbiano demonizzato il governo iraniano, il petrolio dell’Iran continua a scorrere nei mercati mondiali, e parte di esso arriva in un modo o nell’altro anche negli Usa (per esempio attraverso le materie plastiche Made in China, o i tessuti sintetici che arrivano dalla Corea), quindi è improbabile che gli Stati Uniti vogliano pregiudicarsi le loro forniture (a meno che gli amici petrolieri di Dick Cheney non inizino a sentire l’impellente desiderio che il petrolio raggiunga i 100$ al barile). L’articolo finisce menzionando la Dubai Mercantile Exchange, ma omette di ricordare che il suo progetto di commercio petrolifero si sta realizzando grazie all’aiuto del NYMEX, e che il suo successo è dovuto al fatto che commercerà in dollari e che non aggiungerà nemmeno un centesimo ai prezzi stabiliti dal NYMEX e dall’IPE. Vale la pena ripeterlo: non è un gioco a somma zero. L’Iran non sembra essersi imbarcato in questa impresa per tagliare fuori il dollaro, ma per offrire un’alternativa a chi non vuole dipendere dalla valuta statunitense. E’ una classica strategia di copertura, e non ci sarebbe da sorprendersi se alla fine i concorrenti degli Usa sul mercato globale (e sappiamo chi sono) entrassero in una borsa basata sull’euro per tenersi le spalle coperte, giusto nel caso in cui succedesse qualcosa e fossimo tutti costretti a pagare i nostri debiti di miliardi di dollari. Note del traduttore: [1] NASDQ = National Association of Securities Dealers Automated Quotation (Quotazione automatizzata dell'Associazione Nazionale degli Operatori in Titoli). Istituito il 5 febbraio 1971, negli Stati Uniti, si tratta del primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer. [2] ENIMEX = New York Mercantile Exchange, il Mercato di New York specializzato in petrolio e prodotti energetici. [3] Outsourcing = affidamento a terzi di specifiche funzioni o servizi. [4] Un gioco a somma zero descrive una situazione dove, perché uno possa vincere, uno o più devono perdere. [5] Hedging = espressione anglosassone che indica un'operazione di copertura effettuata per cautelarsi contro eventuali perdite derivanti da fluttuazioni di cambio o di prezzo. [6] IPE = International Petroleum Exchange (Borsa Petrolifera Internazionale), con sedee a Londra. Fubar Fonte: Link: http://www.needlenose.com/ Link: http://www.needlenose.com/node/view/2809 04.04.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

IRAN INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO DI TEHERAN GHOLAM ALI HADDAD ADEL «SIAMO DIVERSI, NON NEMICI» L’Olocausto degli ebrei? «Se c è stato lo condanniamo». Il nucleare? «Usarlo per scopi civili è un nostro diritto». Gli Usa? «Hanno paura di un Paese forte e indipendente». Teheran Sono diverse settimane che l’Iran domina le prime pagine della stampa internazionale. In un’intervista concessa a Famiglia Cristiana il presidente del Parlamento iraniano Gholam Ali Haddad Adel ha affrontato tutte le questioni più scottanti del momento. Sessantun anni, laureato in Fisica, poi in Filosofia, Haddad Adel, considerato uno degli esponenti politici più influenti del Paese, insegna filosofia all’Università di Teheran ed è direttore esecutivo della Fondazione dell’Enciclopedia islamica. Alla recente Conferenza di solidarietà con i palestinesi, tenutasi qui a Teheran, lei ha detto che Auschwitz è in Europa, chiedendosi perché degli arabi palestinesi siano chiamati a pagarne il prezzo... «Da quando Israele è stato creato, americani ed europei hanno continuamente evocato la catastrofe e la tragedia accadute agli ebrei ai tempi del nazismo, proteggendone così il ricordo. La contraddizione in questa campagna di propaganda è che il crimine è stato commesso da uno, ma la punizione colpisce un altro. Questa è la domanda fondamentale posta dal nostro presidente, ma sinora non abbiamo ricevuto in materia nessuna risposta ragionevole o logica, né dagli europei, né dagli americani. In compenso hanno lanciato una campagna per screditarci, per provare che gli iraniani vogliono uccidere o massacrare gli ebrei. Al contrario, noi non abbiamo mai voluto incoraggiare alcuna repressione nei confronti dell’ebraismo o di altre religioni. La nostra storia in Iran prova che qui nessun genocidio è stato commesso contro una minoranza o contro i fedeli di una qualsiasi religione. Gli ebrei residenti in Iran hanno buoni rapporti con la nazione e con il Governo». Se interpreto correttamente quanto da lei affermato alla stessa Conferenza, l’Iran chiede il diritto di poter svolgere delle ricerche sull’Olocausto? «Io non voglio confermare o smentire nulla sull’Olocausto, non sono uno storico. Se qualcosa del genere è accaduto, noi lo condanniamo, lo denunciamo. Ma perché gli europei non consentono inchieste sul tema e perché fare ricerche è considerato un crimine?». In Iran vive un’importante comunità ebraica che è anche rappresentata in Parlamento. Gli ebrei iraniani possono recarsi in Israele, visitare i propri parenti e rientrare in patria? «Perché non chiede a loro se ci sia mai stato un ebreo che tornando è stato sottoposto a un’inchiesta per essersi recato là? Non ho mai sentito che nessuno sia stato condannato, imprigionato». Significa che possono? «Significa che lo fanno». Considera più o meno confortevole la situazione in cui si trova l’Iran, senza i talebani in Afghanistan e senza Saddam Hussein in Irak (entrambi nemici mortali di Teheran), ma con gli americani come nuovi vicini di casa? «Non è stata confortevole ieri e non lo è oggi. Ieri ci tormentavano i talebani e Saddam, oggi registriamo la presenza degli americani all’Est e all’Ovest. Noi crediamo che i talebani e Saddam siano stati usati dagli americani contro di noi, e ora che non possono manovrare le marionette sono presenti di persona». Perché all’Iran, ricco di petrolio e gas, serve il ciclo nucleare completo? «Io vorrei porre la domanda in modo diverso: perché l’Iran non dovrebbe aver bisogno del ciclo nucleare completo? Tutti sanno che prima o poi il petrolio si esaurirà. Se oggi non cerchiamo di avere accesso a questa tecnologia che permette di produrre energia, domani, di fronte alla crescita delle nostre esigenze energetiche, dovremo mendicare l’energia da altri. Questo orientamento si sta affermando in tutto il mondo, persino in Russia e negli Stati Uniti, entrambi ricchi di petrolio». Papa Benedetto XVI ha chiesto a Pasqua una soluzione onorevole nella questione nucleare attraverso negoziati onesti. Cosa significa per voi una soluzione "onesta" del problema? «Abbiamo apprezzato la dichiarazione del Papa. Dal nostro punto di vista una soluzione onesta è che i nostri diritti a questa tecnologia vengano rispettati nell’ambito del Trattato di non proliferazione nucleare (di cui l’Iran è firmatario). Non dobbiamo essere privati dei nostri diritti legittimi stabiliti da regole internazionali. Abbiamo anche espresso la nostra disponibilità a continuare i negoziati. Riteniamo che la Santa Sede debba andare oltre, prendere ulteriori iniziative per sostenere la nostra posizione. Qualcosa che abbia l’effetto di produrre un’azione positiva e concreta, non solo esprimere un sentimento. Il Papa deve mobilitare i cristiani, che sono il suo esercito, per tutte le cause giuste. La Santa Sede deve avere un ruolo ancora più attivo di quello che ha oggi nelle questioni internazionali». Il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha affermato che verranno tagliate le mani a ogni aggressore. Di recente l’Iran ha organizzato una grande manovra militare nel Golfo persico. Si tratta di messaggi al mondo per dire: siamo pronti a difenderci? «Non abbiamo intenzione di intraprendere una guerra con nessun Paese e non vediamo nessuna ragione perché qualcuno ci venga ad aggredire. Siamo una delle nazioni più pacifiche del mondo. Negli ultimi due secoli e mezzo, mai l’esercito di questo Paese ha attraversato le frontiere di altri Stati. I precetti dell’Islam e le caratteristiche iraniane non ci consentono di invadere o di aggredire altri popoli. Ma nello stesso tempo, pur essendo dei pacifisti, noi adoriamo la nostra indipendenza. Da settemila anni la nostra sovranità e la nostra civiltà hanno sede qui». Ma lei teme degli atti ostili contro la Repubblica islamica? «Il mio sentimento personale è che l’aggressore dovrebbe essere preoccupato delle conseguenze. Gli americani forse sono in grado di decidere di lanciare l’assalto all’Iran, ma non saranno in grado di concludere l’assalto come immaginato. E il loro destino in Iran sarà decisamente peggiore che in Irak». Perché a suo avviso i Paesi occidentali ripetono spesso: "Non possiamo fidarci della Repubblica islamica"? «Gli americani aspirano al ruolo di signori delle nazioni, ma noi non vogliamo essere schiavi degli americani, che si considerano i maestri. Mi domando: ma che tipo di minaccia possiamo costituire noi per gli americani, che sono dall’altra parte dell’Oceano? Personalmente credo che diritti umani, democrazia, questione nucleare siano dei pretesti. In realtà, gli Stati Uniti non gradiscono vedere un Paese autenticamente indipendente in Medio Oriente. Temono che l’Iran possa diventare un modello per altri. Quando parlo dell’America, ovviamente intendo l’amministrazione e non il popolo. Gli americani dovrebbero correggere la propria visione del Medio Oriente. Dovrebbero riconoscere che noi siamo una nazione, abbiamo il diritto di essere indipendenti e di governarci da soli. Siamo diversi, ma non siamo dei nemici». Carlo Remeny www.famigliacristiana.it

Osama Bin Laden , il Sudan e la questione islamica di Carla Amato Nel suo messaggio registrato diffuso ieri, Osama Bin Laden ha parlato diffusamente della situazione nel Darfur, la travagliata regione del Sudan, dove le milizie arabe filogovernative da anni commettono violenze ai danni della popolazione nera cristiana e animista. Il leader di Al Qaida, che ha accusato gli occidentali di condurre una crociata contro l'Islam, oltre ad aver citato come sintomo di questo la negazione dei fondi ad Hamas da parte di "crociati e sionisti" ed aver criticato l'Arabia Saudita e la vicenda delle caricature di Maometto, si e' rivolto ai combattenti in Darfur esortandoli a prepararsi ad una "guerra di lunga durata". Le atrocita' commesse dalle milizie Janjaweed hanno indotto l'ONU a parlare di genocidio e chiedere la traduzione dei responsabili davanti al tribunale criminale internazionale e gli USA hanno chiesto in piu' occasioni di intervenire con sanzioni verso il governo sudanese e con truppe internazionali. Il governo centrale della federazione sudanese e' islamista, mentre non lo sono le popolazioni di alcuni Stati, come buona parte del Darfur, dove due gruppi di ribelli hanno cercato di ottenere una maggiore autonomia anche religiosa. Sembra questa la ragione per cui sono state scatenate le truppe arabe Janjaweed. Khartoum ha sempre negato l'appoggio ai 'ribelli' arabi e si e' appellata alla Lega Araba e all'Unione Africana contro gli interventi occidentali paventando un nuovo Iraq (la regione e' ricca di petrolio). L'UA ha inviato quindi solo truppe africane nel Paese, ma gli attacchi non sono cessati, mentre alle difficolta' gia' gravi per il milione di sfollati si e' aggiunto l'effetto del brigantaggio. Nel frattempo le truppe di pace dell'Unione Africana hanno terminato i fondi per l'operazione e quindi subentreranno loro fra poche settimane i caschi blu. Tale decisione del Consiglio di Sicurezza non ha prodotto fino ad ora reazioni negative della Lega Araba, mentre interviene ora il nuovo fattore Al Qaida. In effetti gia' era stata denunciata la presenza di nuclei della rete terroristica di Bin Laden nel Paese africano. Osama bin Laden ha vissuto per diverso tempo in Sudan, che ha lasciato alla fine degli anni '90 per rifugiarsi in Afghanistan al tempo del regime dei Talebani. Ora la voce di Osama (sempre che ne sia verificata l'autenticita') si e' appellata "ai mujahidin ed i partigiani del Sudan e nei dintorni e compresa la penisola araba, a preparrsi con tutto quanto e' necessario ad una guerra di lunga durata contro i ladri crociati nell'ovest del Sudan". Intanto il leader islamista sudanese Hassan al-Turabi e' stato accusato ieri di aver abbandonato la sua fede per aver dichiarato che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini. In un articolo egli si era dichiarato favorevole alla preghiera in comune fra uomini e donne a condizione che essi si tenessero ad una distanza adeguata ed aveva in particolare definito retrograda l'interdizione ad una musulmana di sposarsi con un cristiano od un ebreo. Un comunicato dei teologi musulmani gli ha chiesto di pentirsi, minacciando in caso contrario una pena in applicazione della Sharia. www.osservatoriosullalegalita.org


aprile 25 2006

In Sicilia Cuffaro è un candidato «senza volto» La faccia del governatore uscente scompare dai manifesti del centrodestra. Riconferma sempre più incerta Unione, la «grana» Grillo Alle politiche il centrosinistra è finito sotto di 14 punti anche se il «valore aggiunto» Rita Borsellino può fare la differenza. Nei partiti però è maretta sulle liste e l'ex dirigente Udc MASSIMO GIANNETTI PALERMO Totò Cuffaro è nervoso, scalpita. Da qualche giorno si arrovella cercando di capire cosa stia succedendo dentro la sua coalizione, soprattutto tra gli azzurri di Gianfranco Miccichè, il proconsole siciliano di Berlusconi tornato alla carica in Sicilia prenotando a brutto muso la poltrona più alta dell'Assemblea regionale (che qui equivale alla presidenza di Montecitorio). Alleanza nazionale, che a quello scranno è molto affezionata (lo detiene da dieci anni), scarica veleno contro l'arroganza dell'ancora per poco ministro dello sviluppo. La sua improvvisa discesa in campo per le regionali, annunciata con gigantografie che coprono palazzi a dieci piani, ha messo in subbuglio tutta la Casa delle libertà. Ma non è soltanto lo scontro, anzi la prova di forza lanciata dal «principe azzurro» nella Cdl a preoccupare il neosenatore Cuffaro, governatore ricandidato alla guida della regione. Il suo cruccio preelettorale, legato al processo in cui è imputato per favoreggiamento di Cosa nostra, sono anche tutte quelle facce dei candidati del centrodestra che imperversano sui muri della Sicilia senza la scritta «Cuffaro presidente». «Ma sono davvero io il candidato della Cdl?», si è chiesto e richiesto in questi giorni il padrone dell'Udc siciliana, maledicendo il giorno in cui, con grande spavalderia, se ne uscì dicendo che se fosse stato eletto senatore si sarebbe subito dimesso per rinunciare all'immunità. Dopo aver conquistato il seggio a Palazzo Madama ha tentato di fare marcia indietro, ma le bordate che gli sono piovute addosso lo hanno indotto a confermare quanto promesso: «Mi dimetterò da senatore e resterò nella mia Sicilia», ha detto ieri smentendo le «illazioni». Quanto agli alleati che lo snobbano sui manifesti, se ne è fatta una ragione: «Ho la certezza che là dove non appare il mio nome è solo per distrazione. Sono assolutamente convinto che tutta la Cdl mi supporta con affetto e fiducia e ho la certezza che nel materiale elettorale i candidati faranno precedere alla loro candidatura quella del presidente». Forza Italia fa buon viso a cattivo gioco. «Non c'è dubbio che la candidatura di Cuffaro imbarazza un po' molti nostri elettori - dicono nel quartier generale azzurro - ma quella dei manifesti è stata una svista da parte di candidati troppo frettolosi. Cuffaro, anche se in questi cinque anni ha pensato più a se stesso che al gioco di squadra, resta il candidato scelto dal centrodestra. Il suo nervosismo è dovuto ad altro: dall'opposizione che lo incalza, dalla sentenza che incombe, dai suoi manifesti elettorali trovati nel covo di Provenzano e dalla sfida con Rita Borsellino che non pare una passeggiata. Il voto disgiunto potrebbe sortire brutte sorprese». Lo scontro è durissimo. Tra Rifondazione e il governatore in questi giorni sono volate parole pesantissime. E anche da parte dei Ds, solitamente poco inclini all'affondo, l'attacco al politico sotto processo per mafia è pressante. La richiesta di farsi da parte e la sollecitazione alla Cdl di trovare un altro candidato nasconde però anche la debolezza del centrosinistra. Sulla carta, in base ai risultati del 10 aprile, l'Unione è sotto di 14 punti rispetto al centrodestra. Il miracolo è nelle mani di Rita Borsellino, il cui «valore aggiunto» è fuori discussione. Per recuperare l'enorme divario - mentre il correntone Ds sollecita la candidatura di tutti i big nazionali dell'Unione in Sicilia - il suo entourage punta a una lista del presidente composta solo ed esclusivamente da persone autorevoli della società civile o che comunque non abbiano etichette di partito. Un criterio deciso in partenza ed è l'unico che consentirebbe di attrarre elettori trasversali. Ma gli alleati, dai più grandi ai piccolissimi, temono che la lista Borsellino possa penalizzarli e quindi premono affinché venga aperta ai partiti. La discussione è accesissima e in queste ore si susseguono incontri e riunioni per cercare di far quadrare il cerchio. I Ds, ma anche la Margherita, che diversamente dalle politiche presentano liste separate, sollecitano in particolare la collocazione nella lista Borsellino di Massimo Grillo, l'ex parlamentare trapanese dell'Udc entrato in rotta di collisione con Totò Cuffaro e ora sostenitore della candidata del centrosinistra. Ma la richiesta, per i motivi sopracitati, è stata ritenuta «irricevibile». La controproposta è stata la candidatura di Grillo nella lista oggi più debole dell'Unione, quella capeggiata dall'Udeur e che rischia di non raggiungere il quorum del 5% previsto dalla legge elettorale siciliana. Ma Grillo, pur confermando il suo impegno per la Borsellino, proprio ieri ha fatto sapere che non intende candidarsi con nessun partito. A questo punto l'Udeur, che non ha trovato spazio nella lista dell'Aquilone (Prc, Verdi, Pcdi, Sdi e Primavera siciliana) non sembra avere molte altre chance: continuare a bussare inutilmente alla lista del Presidente o sfidare la buona sorte insieme a Psdi, Movimento repubblicani europei, Partito dei pensionati e Democrazia cristiana. Ma al 28 aprile, data ultima per la presentazione delle liste, mancano ancora cinque giorni. Cinque giorni per continuare a farsi del male?//www.ilmanifesto.it/

Buon 25 aprile Il 25 aprile non può essere la festa di tutti. E’ la festa di chi si riconosce in valori non mutuabili a seconda delle convenienze. Non è un dramma e noi ci abbiamo fatto l’abitudine. E’ accaduto che questa abitudine si sia rafforzata proprio in questi ultimi cinque anni; anni in cui il centro-destra e il suo leader non hanno mai partecipato a una sola ricorrenza del 25 aprile. I primi a dirci che questa non è la festa di tutti sono stati, perciò, proprio loro, che non sanno di averci fatto un piacere. Il nesso tra 25 aprile e Costituzione non lo ha stabilito Prodi, ma la storia; chi ha stabilito un nesso tra nuova costituzione e intento di cancellare l’antifascismo, invece, sono stati loro. Che vadano dunque a cagare. E ci lascino questa festa. La nostra festa.http://www.insolitacommedia.it/

La verità sull´intelligence GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 25 aprile 2006 L´EX CAPO della Divisione Operazioni Coperte in Europa della Cia, Tyler Drumheller, ammette ai microfoni della Cbs/60 minutes che dietro il Nigergate c´è l´intelligence italiana, il Sismi. Da quando questa storia è stata raccontata da Repubblica, è la prima volta che un alto funzionario di Langley dichiara, senza proteggersi con l´anonimato, che sono stati "gli Italiani" a consegnare, e successivamente a confermare, a Washington i documenti falsi del dossier che consente alla Casa Bianca di "vendere" la bubbola di una minaccia nucleare irachena. È la prima volta che una spia di rango, alla Cia per 26 anni, conferma pubblicamente quel che già i lettori di Repubblica conoscono: alla base delle ormai sedici celebri parole di Bush nel discorso sullo Stato dell´Unione (28 gennaio 2003, «… il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall´Africa…») ci sono soltanto i documenti pasticciati da un informatore del Sismi, da una fonte del Sismi, sotto il controllo di alti funzionari del Sismi. Quelle sedici parole, si sa, valgono una guerra. È il capolavoro di affermazioni misleading (ingannevoli), con cui Bush si copre le spalle. In realtà, dice Tyler Drumheller, gli inglesi hanno tra le mani la stessa robaccia distribuita dagli Italiani. E adesso la verità sui Servizi Le ammissioni dell´agente smentiscono Palazzo Chigi Bisogna chiedersi cos´è accaduto alla vigilia della guerra in Iraq (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) GIUSEPPE D´AVANZO Probabilmente il capo della Divisione Operazioni Coperte in Europa è soltanto il primo degli alti funzionari della Cia che si preparano, nei prossimi mesi, a vuotare il sacco su quanto di storto è accaduto alla vigilia dell´invasione in Iraq, su quanto di truccato è stato proposto all´opinione pubblica per "conquistare il cuore e la mente" dell´Occidente. Si vedrà quel che ora accadrà negli Stati Uniti. Per intanto è necessario chiedere che qualcosa accada anche da noi. Le ammissioni pubbliche di Drumheller smentiscono una mezza dozzina di comunicati diffusi da Palazzo Chigi e la maligna "operazione di influenza" con cui il Sismi ha avvelenato l´informazione nazionale, inquinato il dibattito parlamentare, azzittito il comitato di controllo sui servizi segreti (il Copaco presieduto da Enzo Bianco). Se il governo ha sempre escluso qualsiasi trasmissione di documenti a Washington, infatti, l´intelligence di Nicolò Pollari ha negato di aver allungato la sua "manina" nell´affare accusando con avventurosa impudenza i francesi della «Direction Générale de la Sécurité Extérieure» (Dgse). Entrambi, governo e Sismi, hanno mentito al Parlamento per coprire il ruolo ancillare svolto dal nostro Paese, subalterno ai metodi e alle opzioni politiche di Washington. È questo il nocciolo della questione: il lavoro della nostra intelligence è stato "politicizzato" e messo al servizio del pensiero strategico degli Stati Uniti; il nostro controspionaggio si è mosso nell´interesse del nostro alleato e lungo scelte di politica estera (il regime change) mai discusse e approvate dal Parlamento e non nell´interesse della sicurezza nazionale e dell´impegno alla "non belligeranza" imposto dalla Costituzione. Nonostante la palese grossolanità, in questo disegno è finita prigioniera anche la stampa e soprattutto l´opposizione di centrosinistra: i suoi uomini nel Copaco (Enzo Bianco e Massimo Brutti, soprattutto) sono apparsi sordi, muti e ciechi anche di fronte alle evidenze. È vero che il comitato parlamentare di controllo non ha poteri d´inchiesta, ma purtroppo è altrettanto vero che, in assenza di ogni riscontro o indagine, il Copaco - incapace di verificare ma disposto ad assolvere - ha "benedetto" politicamente, senza un dubbio, senza un "ma", senza una domanda decente, le frottole rovesciate a San Macuto dal governo e dal direttore del Sismi. Bisogna girare pagina e chiedersi finalmente che cosa è accaduto alla vigilia della guerra in Iraq? Qual è stato il ruolo della nostra intelligence? Quali sono stati gli indirizzi politici imposti dal governo? Che cosa non ha funzionato nei meccanismi di controllo parlamentare? Sono domande che, a tre anni dall´invasione in Iraq, meritano una risposta inequivoca, per lo meno un elenco condiviso di fatti. Tocca al nuovo Parlamento mettersi al lavoro. La si può chiamare come si vuole - inchiesta, indagine, rapporto conoscitivo o Filippo - ma è giunto il tempo che una commissione parlamentare, "senza cedere alla tentazione di una caccia di capri espiatori", racconti al Paese che cosa è accaduto in questi anni così confusi per la nostra democrazia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

"Così spiego il 25 Aprile agli alunni" La maestra: è sparito dai programmi, ma io ne parlo lo stesso l´olocausto I bambini anche piccoli capiscono benissimo il senso di quello che accade: sono rimasti molto colpiti dal fatto che un intero popolo sia stato sterminato Marco Paolini, e Paolo Rossi sul prato, film all´Obraz, jazz al Piccolo, poesia con Majorino alla Palazzina Liberty TERESA MONESTIROLI da Repubblica - 25 aprile 2006 Amanda Pacher, da 25 anni insegnante di italiano e storia nella scuola elementare, ha spiegato ai suoi alunni cos´è la Festa della Liberazione? «Purtroppo quest´anno non ne ho avuto il tempo, ma mi riprometto di farlo appena finiscono le vacanze». Come mai non è riuscita? Vacanze troppo lunghe? «Questi lunghi ponti non hanno di certo aiutato. Ieri in classe avevo 8 bambini su 20 e non mi sembrava il caso di trattare un argomento così importante». Ma la Seconda guerra mondiale non è stata esclusa dai nuovi programmi previsti dalla riforma Moratti? «È vero. La riforma della scuola ha diviso la storia in tre grandi blocchi e alle elementari il programma termina con la caduta dell´Impero romano». Eppure lei spiegherà lo stesso la Resistenza e la fine della Seconda guerra mondiale? «Certo, lo faccio sempre. È impossibile rispettare il programma ministeriale. Ci sono date talmente importanti per la storia del nostro paese che non si può far finta di niente. Prendiamo l´Olocausto. In classe se ne parla quando c´è l´occasione, come si può trattare un argomento così complicato con dei bambini delle elementari. O la Giornata della donna: l´8 marzo abbiamo discusso dei diritti delle donne, della prima volta in cui sono andate a votare, dell´emancipazione femminile. È importante che loro sappiano che, neanche tanti anni fa, le cose in Italia erano molto diverse». Dal momento che i nuovi programmi di storia non prevedono l´età contemporanea come si fa a spiegare a un bambino che cos´è il 25 Aprile o l´Olocausto se non ha la minima idea di cosa sia successo nel Novecento? «Ci sono dei momenti storici che non si possono non affrontare. È vero che i bambini spesso non capiscono, o non ricordano facilmente, chi siano gli alleati nelle guerre mondiali, chi i vinti, chi i vincitori. Ma comprendono perfettamente l´aspetto sociale, il senso di quello che è accaduto. Ad esempio, quando abbiamo parlato della persecuzione degli ebrei loro sono rimasti molto colpiti dal fatto che ci fossero delle persone che non erano libere, che ci fosse stato un intero popolo sterminato. Questo i bambini, seppur piccoli, lo capiscono». Come fate a spiegare questi argomenti se i vostri libri di testo si fermano ai romani? «Il materiale didattico viene continuamente integrato. Personalmente tengo sempre in classe dei testi che si usano nella scuola media in modo da potervi attingere ogni volta che ne ho la necessità. Poi si usano molto i quotidiani». Quindi lei non rispetta il nuovo programma introdotto da Letizia Moratti? «Non condivido la riforma, è vero, ma questo non vuol dire che io segua la vecchia impostazione. Prima della riforma il programma di storia era effettivamente una follia. Decisamente troppo lungo, ci costringeva a correre tutto l´anno per cercare di arrivare alla fine». Meglio il nuovo? «No, è troppo rigido. I bambini per natura sono portati a fare continui confronti con loro stessi, con l´epoca in cui vivono. E ti costringono a fare enormi salti temporali per dare risposte alle loro domande. Non si può rimanere chiusi nella preistoria e nell´antica Roma». Quindi lei come si comporta? «Non seguo né l´uno né l´altro metodo. Procedo cronologicamente cercando di arrivare fino ai conflitti dell´era moderna, ma facendo molta attenzione a fare continui riferimenti tra i periodi storici. Ora stiamo studiando l´età del Neolitico: è una buona occasione per parlare di villaggio globale, di differenza tra Occidente e paesi in via di sviluppo». Secondo lei come dovrebbe essere il programma di storia alle elementari? «Penso che in tutti e tre i gradi di istruzione si dovrebbe studiare tutta la storia, dalla preistoria al Novecento, perché non ha senso che uno studente, dopo le elementari, non prenda più in mano l´antica Roma. Solo che ogni grado di scuola dovrebbe approfondire i periodi storici in modo diverso. Alle elementari bisognerebbe limitarsi a spiegare le strutture sociali per far capire ai bambini come ha vissuto l´uomo in oltre duemila anni di storia. Alle medie si possono studiare le guerre e i conflitti fra le popolazioni. E alle superiori si può fare un discorso più approfondito». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Impossibile non toccare Mediaset Perché il centro sinistra critica Bertinotti? Roma 24 aprile 2006 L'associazione Megachip considera estremamente strumentale e falso il dibattito che si è aperto all'interno del centrosinistra sul tema del conflitto di interessi e della proprietà del sistema radiotelevisivo. Bene ha fatto Bertinotti a rilevare una condizione di squilibrio nel mercato delle frequenze e della pubblicità, una condizione che per cinque anni l'opposizione ha giustamente denunciato . Risultano invece incomprensibili le posizioni di Rizzo e di altri esponenti della nuova maggioranza che, invece di sostenere una linea richiesta a gran voce dalla società civile, colgono l'occasione per dare fiato a inutili beghe tra partiti . Come si può pensare di ripristinare il pluralismo nel mercato di reti e pubblicità senza toccare Mediaset? In che modo l'Unione intende realizzare il suo programma di governo in tema di comunicazione? Qual è la posizione dell'Unione sulla proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Tana de Zulueta per costruire un sistema radiotelevisivo democratico, aperto e partecipato? L'effetto dello strapotere di Berlusconi sulle televisioni, pubbliche e commerciali, sull'esito delle elezioni è sotto gli occhi di tutti: occorre tornare a una situazione di normalità. Non si tratta di punire i lavoratori Mediaset, ma di riordinare le risorse di un mercato gravemente violato da posizioni dominanti , più volte denunciate anche dalla Corte Costituzionale. La trasparenza nelle proprietà è una prerogativa essenziale del pluralismo dell'informazione e dunque della democrazia: il centrosinistra ha intenzione anche stavolta di salvaguardare gli interessi di coloro che hanno violato le regole e la democrazia? Di inciuci e lottizzazioni ne abbiamo abbastanza. Associazione Megachip

Elezioni per pochi Solo il 12 per cento della popolazione si è recata ai seggi scritto per noi da Francesco Fantoli Il 21 aprile 2006 si è svolto in Haiti il secondo turno elettorale, quello legislativo, che segue le presidenziali del 7 febbraio 2006. Incertezza. La partecipazione è stata molto bassa (12%) ben al di sotto delle previsioni. Nonostante le dichiarazioni ufficiali della vigilia, che promettvano sicurezza e trasparenza, la giornata elettorale è stata macchiata da una sparatoria all'interno di un seggio di provincia (1 morto e vari feriti) e da vari episodi di intimidazione e violenza. Il cammino verso la democrazia non è mai facile, ma questa triste e per molti versi inutile giornata segna un momento di incertezza per il futuro di Haiti. I trenta senatori ed i 99 deputati che saranno eletti non potranno avere la necessaria credibilità, mentre gtli sforzi delle Nazioni Unite e delle molte organizzazioni internazionali appaiono al popolo sempre più finalizzati sopratutto a garantire migliaia di stipendi faraonici più che ad un reale progresso verso la democratizzazione di Haiti. Cosa accadrà?. I risultati sono comunque attesi per il 28 aprile 2006. Cosa è successo dunque nel Paese? Lasciamo la parola ai diretti interessati, i cittadini: Winter, 23 anni, taxi driver dichiara: "sono rimasto a casa, non so esttamente cosa sia una Camera e un Senato, so solo che volevo un Presidente e l'ho avuto. Adesso aspetto solo che René Preval prenda il potere". Chantal studentessa del quartiere bene (Petion Ville) della capitale Port au Prince, sorridendo dice: "Approfitto della giornata di non scuola per andare al mare, tanto a cosa serve eleggere dei ladri?". Wilberta, 28 anni, contabile in una grande ditta di import/export si sfoga: "non vado al seggio, sono ancora traumatizzata dall'elezione del Presidente, ho fatto quattro ore di fila sotto il sole e c'era una tale confusione che ho preferito tornare a casa senza votare". Queste brevi ma eloquenti dichiarazioni dimostarno per diverse ragioni la disaffezione e lo scetticismo della popolazione haitiana. Le reazioni. Le reazioni ufficiali sono di diverso tenore: il Presidente del Cep, il Comitato organizzatore, deprecando "l'unico" episodio di violenza, esalta la perfetta macchina organizzativa ed i progressi verso la Costituzione dello Stato, mentre il capo degli osservatori internazionali, l'eurodeputato belga Johan Van Henke, imputa la deludente partecipazione alla mancanza di un'intensa campagna elettorale e alla disabitudine del popolo haitiano ai normali passaggi della vita democratica. Il neo eletto Presidente, René Garcia Preval ha preferito evitare ogni commento, mentre voci insistenti gli attribuiscono uno sfogo contro l'inutilità delle prossime elezioni amministrative, previste in giugno 2006, elezioni utili solo a spendere altre montagne di soldi quando il Paese deve risolvere emergenze urgenti e drammatiche. Questa seconda giornata elettorale in Haiti, complessivamente negativa, lascia pochi segnali positivi e rimanda alla prossima investitura del Presidente (14 maggio 2006) per un commento più articolato, mentre il Paese continua a vivere in una situazione di calma sostanziale e tutti gli indici di violenza e di delinquenza restano ben al di sotto del terribile 2005. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5281

Stati Uniti d’Europa, l’utopia possibile Daniele Castellani Perelli Due cerchi concentrici: “Un nucleo politico, ossia gli ‘Stati Uniti d’Europa’ fondati sulla zona euro, con attorno una confederazione di paesi che potremmo definire ‘Organizzazione degli Stati europei’”. Di fronte al fallimento dei referendum olandese e francese, di fronte a un’Europa in crisi, al centro di “una tempesta non passeggera”, il premier belga Guy Verhofstadt rilancia il progetto dell’Europa politica. Lo fa in un libro dal titolo emblematico (Gli Stati Uniti d’Europa, Fazi Editore, pagine 80, 8,50 euro), in cui avverte: “E’ il progetto stesso dell’Ue che oggi viene messo in discussione”. L’Europa politica è un sogno che era vivo già in letterati come Victor Hugo e in politici come Winston Churchill (che nel 1946 invocava “la necessità di una sorta di Stati Uniti d’Europa”) e Jean Monnet (“Abbiamo intrapreso un viaggio di sola andata per gli Stati Uniti d’Europa”). L’ex candidato alla presidenza della Commissione europea ricorda le sfide principali che stanno indebolendo il progetto europeo, dall’invecchiamento della popolazione alla concorrenza globale, dalla crisi dell’economia (tra il 1992 e il 2002 l’occupazione nella zona Euro è cresciuta del 6,5%, contro il 17% degli Usa) alle paure che si diffondono tra i cittadini del continente (l’idraulico polacco, l’allargamento, la perdita dei diritti assicurati dal modello sociale europeo). Per rispondere a queste sfide, serve, secondo Verhofstadt, più Europa. Il suo messaggio non è del tutto federalista, come quando ammette, fedele al principio di sussidiarietà, che Bruxelles “deve lasciare agli Stati membri le questioni che possono affrontare meglio da soli”: “In determinati settori l’Unione è troppo presente. L’Ue non deve esprimersi in materia di cultura o di sport. Né deve intraprendere iniziative in settori quali la struttura dell’assistenza sanitaria, la previdenza sociale, l’istruzione, la gestione dei servizi pubblici o dell’apparato giudiziario”. Nel libro abbondano, comunque, proposte concrete e coraggiose per una maggiore integrazione europea. Su temi decisivi come la pressione fiscale e la protezione sociale (rigidità del mercato del lavoro, lunghezza della carriera lavorativa), Verhofstadt auspica che sia Bruxelles a definire una “fascia di fluttuazione”, valori minimi e massimi cui devono attenersi le politiche degli Stati membri, un po’ come già succede con il patto di stabilità e di crescita. Chiede che si crei, all’interno della Commissione, un gabinetto socioeconomico, composto dai commissari competenti, che guidi la politica dell’Ue. Propone la nascita di un brevetto europeo, e che si sposti l’1% del Pil dalle imposte dirette a quelle indirette per aumentare l’occupazione. Il capo dell’esecutivo liberal-socialista belga sottolinea l’importanza delle risorse finanziarie, del cui prelievo chiede la riforma: “Vanno aboliti i versamenti nazionali, calcolati in base al reddito interno lordo. Sarebbe preferibile ricavare le entrate dell’Unione dalle imposte sul consumo o dalle ecotasse. Come negli Usa, ogni famiglia deve poter vedere, ad esempio sullo scontrino fiscale, che percentuale delle tasse è destinata al finanziamento dell’Europa e quale alle casse dello Stato membro. Così tutti si renderanno conto di quant’è ridotto il bilancio europeo rispetto a quello dei singoli Stati, e sarà chiaro che l’Europa che naviga nell’oro è solo un mito”. Europol, inoltre, dovrebbe diventare un ufficio d’investigazione europeo e Eurojust un tribunale europeo. L’“eurogergo” dovrebbe farsi più vicino ai cittadini: la commissione diventi “governo”, il “presidente del Consiglio europeo” diventi il “presidente dell’Europa”. Verhofstadt rilancia inoltre la necessità di una vera politica di difesa, con un esercito comune, e di una vera politica estera, con un ministro competente, con un seggio unico all’Onu e con un unico corpo diplomatico (un’ambasciata europea in ogni paese terzo). Le istituzioni siano più semplici: come in tutte le democrazie parlamentari il governo europeo dovrebbe ottenere la fiducia di un Parlamento bicamerale ed essere guidato da un presidente, il quale a sua volta dovrebbe essere eletto direttamente dai cittadini. Il progetto è ambizioso e arduo, ma per confortare gli europeisti si può forse ricordare, come fa l’autore, che anche la federazione degli Stati Uniti non nacque in un giorno o senza ostacoli. La Costituzione entrò in vigore solo grazie all’articolo VII, che stabiliva che per l’approvazione bastava il sì di 9 dei 13 Stati, e per oltre un secolo gli Usa “furono governati sotto molti aspetti come una confederazione”. Fino al 1861 l’esercito federale americano non ebbe mai più di 15mila soldati, e nel 1929 “solo l’1% del Pil americano andò al governo federale”, un dato paragonabile alle risorse finanziarie dell’Ue nel 2005. Verhofstadt cita diversi rilevamenti di Eurobarometro, secondo cui i cittadini del continente vogliono più Europa, un’Europa più forte e più efficace: 3/4 dei cittadini vogliono una difesa comune, 2/3 una politica estera comune, una grande maggioranza invoca una Europa politica, una Costituzione e più poteri al Parlamento. Sottotraccia si avverte, va detto, un atteggiamento vagamente retrò. Più che un protagonista dell’Europa a 25 (verso l’allargamento l’autore non spende mai parole di grande entusiasmo, neanche retoricamente), si sente che Verhofstadt, oltre ad essere un tipico europeista funzionalista (il metodo concreto dei piccoli passi), è anche in fondo un nostalgico dell’Europa dei 6, quell’Europa concreta, lenta ma solida del “nocciolo duro”. Nonostante questo particolare un po’ anacronistico, il suo manifesto non può che essere benvenuto, in un momento di crisi non solo dell’Europa, ma dello stesso dibattito intorno all’Europa. “La via verso quest’Europa politica va nuovamente incoraggiata”, implora Verhofstadt. “C’è un grande bisogno di forti slanci e idee coraggiose per scuotere l’Europa”, gli fanno eco Giuliano Amato e Romano Prodi nella prefazione, invocando “visione, idee forti e uomini che abbiano la coscienza di cosa significa l’interesse comune europeo”. “E’ necessario che i paesi come l’Italia, tradizionalmente europeisti, ritornino ad essere protagonisti del suo rilancio”, spiegano, e dopo le elezioni nessuno più di loro possono far avverare quella speranza. “Si tratta forse dell’ultima grande Utopia: la nascita dell’Europa politica e democratica – concludono Amato e Prodi, in armonia con il manifesto di Verhofstadt – Si tratta di un progetto possibile”. caffeeuropa.it

Europa: zona radioattiva? L’Europa si divide sul nucleare. Il Governo tedesco chiude le centrali, quello inglese esamina la possibilità di costruire nuovi reattori. Il ricorso al nucleare si è diffuso in seguito alla crisi petrolifera degli anni Settanta, che vide il prezzo del petrolio quadruplicarsi. L’energia nucleare si presentava infatti come la più conveniente alternativa al petrolio. L’uranio è reperibile in abbondanza ed il suo impiego non sprigiona emissioni di carbone inquinante. Negli anni Ottanta il suo impiego inizia a scontrarsi con un crescente movimento d’opposizione dovuto alle pressioni degli ambientalisti, all’innalzamento dei tassi d’interesse ed alle preoccupazioni sulla sicurezza delle centrali. Oggi l’Europa è divisa: l’energia atomica fornisce un terzo dell’elettricità europea, ma la distribuzione geografica degli impianti non è omogenea. Dalla Francia con amore: il nucleare d’Oltralpe Fra tutti gli Stati appartenenti all’Ue, il piùentusiasta nei confronti dell’energia nucleare è la Francia. Attualmente conta 59 reattori in attività ed un consumo annuo di 8.568 tonnellate d’uranio. Inoltre l’energia atomica francese copre il 77% della produzione elettrica nazionale. È improbabile che la Francia perda la fiducia nel nucleare. Lo stesso Presidente Jacques Chirac ha annunciato di recente l’avvio di un programma di ricerca su reattori nucleari di quarta generazione, che sarebbero in grado di riutilizzare parzialmente le scorie radioattive come ulteriore fonte d’energia. Gran Bretagna: il dilemma nucleare A differenza della Francia, la Gran Bretagna si trova profondamente divisa sulla questione nucleare. Attualmente un quarto dell’energia elettrica britannica è prodotto dalle centrali nucleari, che stanno diventando obsolete e dovranno esser chiuse entro breve. Se la Gran Bretagna mantenesse attivi i propri reattori, entro il 2023 questi contribuirebbero solamente al 4% della produzione energetica interna. Il dibattito sull’energia nucleare si trova quindi ad un punto critico. Altre fonti di produzione alternative non sarebbero in grado di soddisfare il fabbisogno energetico interno, e di conseguenza la costruzione di nuove centrali nucleari è all’ordine del giorno nel dibattito politico. Una missione davvero difficile per il Governo britannico, che dovrà tener conto di un’opinione pubblica fortemente schierata contro una fonte energetica ritenuta generalmente poco sicura. Nucleare: se lo conosci, lo eviti. Il caso tedesco. In Germania il dibattito sul nucleare si è fermato già da sei anni. E nel 2006 il Governo tedesco ha finalmente approvato un decreto che impone la chiusura graduale di tutti i reattori entro il 2020. Ma mentre il partito del Cancelliere Angela Merkel, l’Unione cristiano democratica (Cdu), ne vorrebbe posticipare il termine ultimo, il Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd) – che nel Governo di coalizione ha il controllo del Ministero dell’Ambiente – ha dichiarato di non voler rivedere la decisione. Nonostante l’energia nucleare copra ancora il 30% del consumo elettrico nazionale, la Germania è intenzionata a modificare il proprio sistema di produzione energetica, aumentando l’utilizzo di fonti rinnovabili. È quindi molto probabile che le crescenti possibilità di applicazione di fonti energetiche alternative ed i problemi di smaltimento delle scorie radioattive (che preoccupano non solo la Germania, ma l’Europa intera) allontanino sempre di più la possibilità di un futuro nucleare per la Germania. E la Svezia cavalca l’onda idroelettrica… Anche in Svezia è in atto un processo di denuclearizzazione. Negli anni Settanta, in linea con il resto degli Stati europei, la Svezia ha incrementato l’utilizzo di energia atomica, ma in seguito al disastro di Chernobyl il Governo svedese ha preso la decisione di disattivare progressivamente tutti i reattori. Il termine ultimo per la loro disattivazione è già stato posticipato diverse volte e ancora oggi il nucleare fornisce circa il 52% dell’energia svedese. Nel processo di transizione verso fonti d’energia rinnovabili la Svezia ha molto da guadagnare. Infatti – a differenza di altri Stati europei come Francia, Gran Bretagna e Germania – la Svezia non dipende dall’importazione di riserve energetiche, perché può fare affidamento sulle grandi risorse interne di energia idroelettrica. Nel 2003 l’utilizzo di fonti rinnovabili ha contribuito al 23% della produzione energetica nazionale, contro una media europea del 6%. E recentemente il Governo si è impegnato a realizzare entro il 2020 una politica energetica indipendente dal petrolio. Per la Svezia si prospetta quindi un futuro verde. Un futuro verde anche per l’Europa? Nel recente Libro Verde sull’energia, la Commissione Europea ha affermato la necessità di snellire la politica energetica comunitaria per essere in grado di reagire adeguatamente alle gravi emergenze derivanti dalle crisi del gas e del petrolio. Il Libro Verde si appella ad un migliore coordinamento delle politiche energetiche fra gli Stati membri e promuove l’investimento di maggiori risorse nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. Tuttavia il rapporto ha sostanzialmente una «posizione neutrale nei confronti dell’energia nucleare. L’opzione nucleare […] è a totale discrezione della politica energetica dei singoli Stati membri». In conclusione, considerando l’incrollabile fede europea nel nucleare e la continua dipendenza dall’utilizzo di combustibili fossili, la realizzazione di una politica energetica comunitaria come auspicato dal Libro Verde sembra ancora molto lontana. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6648

Pena di morte : non si preoccupi , e' un uomo morto da Claudio Giusti "Non si preoccupi: è un uomo morto" disse la donna, accompagnando la frase con un eloquente gesto della mano sul collo. Ho sempre saputo che, nei casi capitali, le giurie sono portate ad essere favorevoli alle tesi dell'Accusa, ma leggere quello che disse un giurato (donna) al marito della vittima, durante un intervallo del processo, mi lascia lo stesso di sasso. Derrick Frazier (nero) era imputato in un processo capitale per l'assassinio della Signora Nutt (bianca), il suo avvocato era palesemente incompetente e la giuria tutta bianca. Questi non sono fatti rari in Texas e nel resto degli Stati Uniti d'America e spiegano perché i neri chiamino "linciaggio legale" la pena di morte: ma che un giurato abbia l'impudenza di dire cose del genere è un fatto inusuale persino nello stato di Giorgino Bush. www.osservatoriosullalegalita.org

PER LIDIA MENAPACE AL QUIRINALE [Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace@aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. Nelle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004] E' bastato che alcune persone cominciassero a ragionarci seriamente, al di fuori del palazzo e delle sue alchimie, perche' l'idea scaturisse fuori chiara ed esatta: al Quirinale ci vuole una persona come Lidia Menapace. Ed e' bastato dirlo in giro perche' subito tante altre persone si associassero alla proposta. Proposta che e' bene trovi attento ascolto da parte dei parlamentari, che del Presidente della Repubblica sono gli elettori. * Quali sono i compiti dell'ora? Difendere la Costituzione, lo stato di diritto, la democrazia. E Lidia Menapace e' donna che viene dall'esperienza della Resistenza contro il nazifascismo. Promuovere la pace e il disarmo, il dialogo e la cooperazione, affermare tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani, costruire la convivenza - civile, saggia, solidale - tra le persone come tra i popoli come tra gli esseri umani e la natura. E Lidia Menapace e' una delle voci piu' autorevoli della nonviolenza in cammino. Non permettere piu' che meta' del genere umano opprima e deneghi l'altra meta' del genere umano. E Lidia Menapace e' una delle figure piu' belle del movimento e del pensiero delle donne. * Oggi e' il 25 aprile: oggi noi diciamo che in nome di tutto cio' che il 25 aprile rappresenta noi vogliamo Lidia Menapace Presidente della Repubblica. A tutte le persone che ci leggono, e che condividono questa opinione, noi chiediamo di impegnarsi a sostenere e diffondere la proposta che Lidia Menapace divenga il prossimo capo dello Stato


aprile 24 2006

Ballismo (di Marco Travaglio) Quattrocentosessantanove voti. È questo il formidabile recupero concesso dalla Cassazione alla Casa delle Libertà. Quattrocentosessantanove voti. È questo il formidabile recupero concesso dalla Cassazione alla Casa delle Libertà. Per questa cifra da capogiro siamo andati avanti per dieci giorni a discettare del «vero risultato» delle elezioni. Naturalmente la sentenza non placa le proteste dei berluscones, che annunciano con l’ottimo avvocatoGhedini una raffica di ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato e, perché no, all’Alta corte di Strasburgo e al Tribunale dell’Aja. Così magari, complice la Cirielli, va in prescrizione pure il voto. E poi, che sarà mai questa Cassazione? Chi si crede di essere? Di che s’impiccia? Quando c’è di mezzo Bellachioma, non c’è nulla di più provvisorio di una sentenza definitiva. Certo, non erano queste le aspettative. Uscendo dal Quirinale, il Caimòna aveva parlato chiaro: «Ho buone notizie: brogli, molti brogli, e unidirezionali. Il risultato dovrà cambiare». E Prodi, che diceva di aver vinto, era «un golpista» (Scajola dixit). Sulle cifre del Grande Broglio, però, è mancato il necessario coordinamento. Ciascuno sparava le sue, in ordine sparso. Per Bellachioma, c’era «più di unmilione di schede contestate» e poi «vanno verificati i verbali di 60 mila sezioni, oltre almilione e 100 mila schede nulle». Gli altri della Cdl, più modestamente, si attestavano sulla linea del Piave delle 43.028 schede contestate per la Camera e 39.822 per il Senato. Fonte autorevole: il Viminale. Tutte schede di centrodestra, assicura il sagace Paolo Guzzanti, che nella sua qualità di presidente della commissione Mitrokhin irrompe nella sala verifiche, accerchiato da giudici e scrutatori del Kgb che lo guardano «non storto, ma stortissimo». E, quel che è peggio, fingono di non riconoscerlo. Lui allora si qualifica: «Ho i poteri della magistratura». Potrebbe arrestarli, volendo. Ma preferisce galvanizzare la truppa: prende da parte il rappresentante forzista e intima: «Tieni duro!». Titolo del suo autoreportage sul Giornale: «Ho visto le schede contestate: tutte del Polo ». Poi l’autorevole “Libero” rivela a tutta pagina: «La Cdl annuncia: recuperati 8mila voti». E Andrea Ronchi, portavoce di An, annuncia trionfante: «Il vantaggio dell’Unione s’è già ridotto a 18 mila voti». Senonchè, con calma, Pisanu ammette che c’è stato un piccolo «errore materiale, sommando le schede contestate alle nulle e alle bianche»: le schede in bilico alla Camera non erano 43 mila, ma 2.131, al Senato non 39 mila, ma 3.135. Una svista, che sarà mai. Ma chissà Ronchi dove ha visto quegli 8 mila voti in più, su un totale di appena 5.266. Miraggi? Funghi allucinogeni?Mistero. Intanto Bellachioma smette di dire che ha vinto lui e comunica: «Non ha vinto nessuno ». James Bondi, che dev’essersi fumato l’impossibile, dà i numeri sul Senato: «Abbiamo 450 mila voti di vantaggio » (in realtà sono un terzo: 131.500). Letizia Moratti delira: «Al Senato abbiamo 2 milioni di voti in più dell’Unione». Alla Totò: abbondantis abbondandum. Quanto alla Camera, Bellachioma annuncia: «In un seggio in Sicilia abbiamo preso 1086 voti e ne han segnati 96». Purtroppo non esistono seggi con mille votanti, ammesso e non concesso che in quello votassero tutti per lui (difficile, anche in Sicilia). La pugnace Bertolini chiede la riconta dei voti «in tutte e 4200 le sezioni dell’Emilia Romagna», perché lì gli scrutatori sono «degli sciattoni incredibili». Lei da sola, con le nude mani, ha «già recuperatomille voti». Non se ne saprà più nulla, come pure dei terribili brogli segnalati in tutto il Piemonte dal forzista Crosetto in una lettera al prefetto ancor prima che si aprissero le urne (i celebri brogli preventivi). Poi c’è la piaga degli italiani all’estero: «Non hanno nemmeno ricevuto le schede», denunciaTremaglia, che è solo il ministro degli Italiani all’Estero, dunque non c’entra. «Bisogna farli rivotare», con comodo, finchè non vince lui. Ma riecco Paolo Guzzanti, che una ne fa e cento ne pensa. In extremis elabora una teoria pregevole e avveniristica: «Il voto del Trentino Alto Adige, per le sue caratteristiche di tutela delle minoranze linguistiche, non andrebbe sommato al resto d’Italia». Ecco: visto che in Trentino è andata male, aboliamo il Trentino, anzi diamolo via: Tremonti potrebbe cartolarizzarlo e cederlo all’Austria (ormai Guzzanti è talmente comico che persino il Giornale, di cui è condirettore, lo confonde col figlio: «Il sen. CorradoGuzzanti - vi si legge l’11 aprile - si concede con pazienza a microfoni e telecamere della stampa estera, passando abilmente dall’inglese al francese»). A quel punto entra in scena persino Elio Vito, scongelato per l’occasione dopo anni di oblio: «Mancano all’appello 122 mila voti», garantisce. Dev’essere il suo pallottoliere che non funziona. Ma Il Giornale, puntualmente, rilancia a caratteri cubitali: «L’ultimo pasticcio: sparite 122 mila schede». Ci prova anche Bossi: «Pisanu è complice dei brogli: ha autorizzato liste di disturbo». Quelle non schierate con la Cdl. Non resta che l’arma segreta, cioè Calderoli: «La legge l’ho fatta io, saprò bene cosa ho scritto, il mio è un parere pro veritate. I 45 mila voti della Lega per l’autonomia lombarda non valgono perché la lista si presentava in una sola circoscrizione, e la legge dà di premio di maggioranza alla coalizione vincente formata da liste che “sommano” i voti delle varie circoscrizioni: come si fa a sommare quelli di una lista presente in una sola circoscrizione?». Peccato che nemmeno questa tesi, davvero avvincente, abbia commosso la Cassazione. Altrimenti, come segnala un forumista dell’Unità, si potrebbero calcolare così anche i risultati di calcio. Il Barcellona batte il Milan 1-0? Niente paura. Il regolamento parla chiaro: «Per determinare il risultato della partita, l’arbitro segnerà nel referto tutti i gol realizzati dalle due squadre». Ora, siccome non a caso il regolamento usa il plurale, è evidente che non si dovrà tener conto dell’unico gol segnato dal Barcellona Marco Travaglio - l'Unita'

Possibile che nel centro-sinistra siano diventato tutti buonisti per merito e vocazione? nel dibattito politico del 'dopo-vittoria' del centrosinistra interviene il sacerdote Paolo Farinella Possibile che nel centro-sinistra siano diventato tutti buonisti per merito e vocazione? Ho appena finito di prendermi l'ulcera tripla con ripasso e doppio nodo aggroppato dopo avere visto Report di questa sera, Domenica 23 aprile, h. 21,30. Miserevole la via crucis dei moralisti accattoni come Libero, Padania, Unità, e giù una sfilza di giornalucoli, giornaletti e nottaletti, compresi Avvenire, il Campanile, Sportman, ecc. ecc che prendono contributi a perdere dallo stato per oltre 600 milioni di euro all'anno. Signori, diconsi seicentomilioni di euro cioè 1.200 miliardi di lire all'anno: una mangiatoia aperta a tutti perché basta che due deputati garantiscano che quel giornale ecc. ecc. entri nella congregazione degli Spartitori liberi e associati. Con quella cifra si potrebbe aumentare la pensione a di altre 500,00 euro a ben 1.200.000 pensionati alla fame. Feltri come direttore di Libero prende 15.000,00 euro al mese, Padellaro come direttore dell'Unità prende 9.000.000,00, tranne quello di Liberazione che prende un'elemosina, e tutti tengono famiglia, ma poi vengono a fare la morale sugli sprechi...degli altri. Alla faccia di Berlusconi che doveva eliminare gli sprechi, mentre li ha decuplicati e quasi tutti alla stampa di destra. Quelli di centro e sinistra non sono stati e da meno e siccome pecunia non olet, visto che si trovavano nei paraggi ne hanno approfittato. A questo si aggiunga che è bastato che Bertinotti dicesse che Mediaset va ridimensionata e subito a sinistra si sono tutti dileguati e distinti: Mediaset è una risorsa... lo ha detto anche D'Alema, come se fosse un Padre della Chiesa autorevole come Origene. Mi pareva di avere capito che uno dei primi provvedimenti del nuovo governo dovesse essere quello dell'abolizione delle leggi ad personam, senza distinguo, ma forse avevo capito male e probabilmente s'intendeva (intendevano) che avrebbero fatte altre leggi ad personam per equilibrare quelle a favore di Berlusconi perché in una democrazia che si rispetti bisogna bilanciare i contrappesi: tanto a destra tanto a sinistra e tanto al centro. O no? La butta male, sora Maria, la butta maluccio e oggi che è domenica anche Dio ha preso l'influenza e non gli passa nemmeno con lo sciroppo. E' appena finita l'ignobile sceneggiata dei posti al peggiore stile domocristiano e berlusconiano, ma forse non sapete che non si tratta di arroganza e di appetito, - ma quando mai! - qui si parla si pluralismo, signori, non è solo una distribuzione di posti e prebende, si tratta di alta politica, di plu-ra-li-smo. Non bastava, fra poco ci ritroveremo Andreotti a presidente del Senato: colui che ha contribuito alla corruzione dello Stato, alla sfacelo, che ha colluso, mangiato e sniffato con la mafia, che alle ultime elezioni ha fatto eleggere il suo avvocato da an e che ha votato an, ora dobbiamo averlo anche come prima carica istituzionale dopo il presidente della repubblica? Sapete che cosa significa? In caso d'impedimento del capo dello stato o se questi va all'estero per un lungo periodo, lui lo sostituisce. Dio mio, non c'è limite all'abiezione! Hanno fatto una pessima campagna elettorale da dilettanti e da presuntuosi e ora continuano ancora peggio: possibile che non imparino mai una lezione che sia una dagli avvenimenti e dalla rabbia della gente che la vota ancora per disperazione e non per stima? Prima delle elezioni avevo preintuito che dal 10 aprile sarei stato all'opposizione del governo Prodi. Sono stato troppo ottimista: sono già all'opposizione prima ancora che il governo Prodi cominci e mi vergogno già di averli votati. Per la mia città non vedo altro che delusione, amarezza e senso di nausea. Sto mettendo per iscritto sentimenti diffusi e gli unici a non sentirli sono proprio i politici o sedicenti tali. Già Prodi non si sente più e lavora nell'ombra: parla Bertinotti che pontifica, parla D'Alema, parla Pecoraro, parla Mastella che minaccia dall'alto del suo 1%, ognuno parla per sé perché chi fa da sé fa per tre, però Prodi è il leader di un programma di 280 pagine. Ho la sensazione che prenderanno accordi con il Caimano per tutelarlo nei suoi interessi, ho il sentore che ci faranno morire d'asfissia. Dobbiamo imporre al nuovo governo alcune certezze certe e il massimo del rigore morale dentro e fuori, di sopra e di sotto, di fianco e di traverso. Questa e solo questa è la differenza tra destra e sinistra. Solo questo: il rigore morale, il bene comune anteposto a qualsiasi altro diritto pure legittimo. Con le primarie e le politiche abbiamo chiesto unità e questi straccioni ci danno sempre ogni giorno di più spettacolo di divisione, di frammentazione, di litigi che la gente non solo non capisce, ma disprezza e condanna senza appello. Noi vogliamo ciò che era nei patti: 1. Abolire tutti i contributi alla stampa finta di finti partiti e di cooperative inesistenti, lasciando un contributo ai partiti rappresentati nei gruppi parlamentari (questo non era nei patti, ma potrebbe entrarci ora perché è solo vergogna e insulto alla gente che non arriva alla quarta settimana, nevvero onorevoli?). 2. Nessun accordo con Berlusconi, di nessuna natura e per nessun motivo. Deve solo andarsene da dove è venuto e deve pagare le tasse che non ha mai pagato. 3. Nessun accordo istituzionale: in democrazia vale la legge del 50% +1 voto. 4. Abolizione di tutte le leggi ad personam, specialmente la Gasparri. Subito. 5. Freno fortissimo alla raccolta pubblicitaria in tv. 6. Due reti mediaset devono andare al mercato e fare iniziare questo benedetto pluralismo. 7. Rai: un canale sul mercato e uno senza pubblicità come canale pubblico con regole certe e senza lottizzazione. 8. Rai: esclusione per legge dell'ingerenza dei partiti e gestione su stile CBC. 9. Far pagare da subito le tasse a Berlusconi e compagni di merende. 10. Reintrodurre il criterio costituzionale delle gradualità impositiva per cui si pagano le tasse commisurate al reddito. 11. Abolizione di tutti gli enti inutili e del magistrato del ponte sullo stretto che sta mangiando un mare di denaro pubblico senza alcun beneficio o ritorno. 12. Assunzione di personale qualificato nei tribunali con lo scopo di dimezzare i processi penali e civili portando tutti e tre i gradi di giudizio al massimo a 5 anni. 13. Eliminazione dell'ici alle attività lucrative in gestione agli enti religiosi. 14. Abolizione della controriforma scolastica della Moratti. 15. Abolizione del segreto di Stato sulla villa berlusconiana in Sardegna (quella dei 4000 cactus). 16. Abolizione dell'autorizzazione ad edificare un cimitero interno alla villa di Arcore (lo scultore Cascella sta scolpendo un mausoleo). 17. Ritiro immediato, entro un mese dei soldati dall'Iraq (o vi resteremo anche dopo che se ne saranno andati gli americani?). 18. Applicazione del 41bis rafforzato per Giuliano Ferrara & C. (ne ho un elenco lungo quanto la pagine gialle). 19. Primo atto di governo, dopo il giuramento: decreto legge per "Tremaglia Santo Subito" e sconto del 50% sulle esportazioni dall'Italia a favore degli Italiani all'estero. 20. Apporre una targa ben visibile all'ingresso di Palazzo Chigi: "Si sacrificò tanto che volle fare anche il furbo - e il grullo ci lasciò il grugno. Gli Italiani memori della legge elettorale, posero". Si potrebbe continuare, ma vi sembra possibile che dobbiamo essere noi a fare il programma di governo, mentre questa gente prende 15.000,00 euro al mese solo per litigare e dividersi poltrone e disattendere anche il voto sovrano del popolo sovrano? Quando capiranno che sono nostri dipendenti? Forse è bene fargli sapere che questa è e sarà la prima e l'ultima volta che si credono furbi. Credevo che bisognava salvare l'Italia dalla pazzia di un folle, invece abbiamo solo liberato appetiti di bestie voraci. Con speranza che un altro mondo possibile è possibile e su con la vita perché Berlusconi non piangerà miseria, ma forse arruolerà mezza sinistra alla sua greppia per arrotondare lo stipendio a questi proletari in doppio petto. Paolo Farinella, prete che è sicuro di parlare a nome di un mare di gente /www.cittadiniperlulivo.com

Le nomine in extremis di Berlusconi La legislatura è finita, si guarda al futuro e al nuovo governo ma i colpi di coda della partita delle nomine si fanno ancora sentire. Nei giorni scorsi è stato il «Sole 24 Ore» a realizzare una dettagliata indagine sulle cariche attribuite più o meno in zona Cesarini a esponenti delle segreterie tecniche e politiche di importanti esponenti del governo Berlusconi. Arriva, ad esempio nel consiglio di amministrazione della società pubblica Aermacchi, dal 13 febbraio del 2006, Claudio Gorelli, capo della segretaria tecnica del sottosegretario Letta: è stato lui a seguire per Palazzo Chigi le più delicate pratiche nell’ambito dell’industria di Stato. Recente anche la nomina dell’avvocato Flavio De Luca, capo della segreteria tecnica del ministro per la Funzione pubblica Baccini: è stato nominato presidente dell’Istituto Luce il 23 febbraio del 2006. Per Raffaele Lauro, capo di gabinetto del ministro per le Attività Produttive Scajola, si apre invece la prospettiva di un ingresso nel consiglio di amministrazione della Banca Carige. Invece Paolo Togni, consigliere di Stato, capo di gabinetto del ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, è stato confermato il 13 ottobre del 2005 nel consiglio di amministrazione della Sogin. Marco Pinto, vicecapo di gabinetto del ministero dell’Economia e consigliere di Stato, è stato nominato nel consiglio di amministrazione dell’Eni il 28 maggio del 2005. Per il capo della segreteria del ministero delle Comunicazioni, Fabrizio Penna, si è prospettata invece la presidenza della Poste Italiane Trasporti, assegnata il 6 giugno del 2005. Mentre per Roberto Petri, segretario particolare del sottosegretario alla Difesa Filippo Berselli, la nomina è più antica: da due anni siede nel consiglio di amministrazione di Fintecna e dal luglio del 2005 in quello di Finmeccanica. Sandro Cacchiarelli, capo dell’ufficio del viceministro dell’Economia Mario Baldassarri, è consigliere di Nucleco (60 per cento di Eni e 40 per cento di Enea). Continuando a scorrere l’elenco si trova Giovanni Paolo Gaspari, capo segreteria del ministro delle Infrastrutture Piero Lunardi, che dal 3 luglio del 2003 è consigliere di Dicke Aedifica. Saldi di fine stagione? La partita passa ormai nelle mani del prossimo governo che dovrà affrontare in modo chiaro la questione dello spoils system e delle nomine nelle aziende di Stato. Nel frattempo non resta che ricordare che per un soffio nelle ultime battute della passata legislatura non è passata una norma assai peggiore: prevedeva di trasformare automaticamente in dirigenti dello Stato tutti coloro che avevano fatto parte a vario titolo degli staff di ministri e sottosegretari. Affari & Finanza

Le due facce dell’Unione che piacciono al Nord di ALBERTO STATERA Vai in giro per il Nord a vedere cos'è questa questione settentrionale che impiomba elettoralmente il centrosinistra da Torino a Trieste, facendone una megaregione praticamente di un solo colore, e senti un alto lamento: " I candidati, i candidati! Se ci fossero stati quelli giusti". E tutti, imprenditori grandi e piccoli, artigiani e operai, snocciolano due soli nomi: Enrico Letta e Pierluigi Bersani. I Dioscuri del centrosinistra. Letta e Bersani, Bersani e Letta: perché questa coppia ha tanto successo nel Nord, a sinistra ma anche a destra? L'uno, quarantenne, responsabile economico della Margherita è stato giovanissimo ministro delle Politiche comunitarie, dell'Industria e del Commercio con l'estero; l'altro, cinquantenne, responsabile economico dei Diesse, è stato presidente della Regione Emilia Romagna, ministro dell'Industria e dei Trasporti. Passati all'opposizione nel 2001 con la vittoria di Berlusconi, invece di inseguire le comparsate televisive, si sono messi in marcia e hanno percorso di 8 mila chilometri, non un tour propagandistico per i rispettivi partiti, ma una sorta di "viaggio di studio", che li ha portati praticamente in tutti i 124 distretti industriali del Nord, sui 199 censiti in tutta Italia, nei quali vivono quasi dieci milioni di persone e che producono dal tessile e abbigliamento alle pelli e calzature, dai prodotti per la casa agli alimentari e alla meccanica. Non hanno delibato statistiche, ma hanno guardato in faccia centinaia di imprenditori e di addetti pieni di rabbia e di sconcerto per un fatto semplicissimo: perché il tessuto dell'industria manifatturiera italiana rischia di chiudere i battenti se, di fronte alla globalizzazione e alla concorrenza internazionale, non si agevolerà sensibilmente, con opportune misure, la trasformazione del modello distrettuale, nel quale si sta stemperando la vocazione manifatturiera, con effetti rilevanti sulla tenuta dell'occupazione e della coesione sociale. Ciò che rischia di trasformare l'Italia in una Disneyland archeologica. Questo viaggio ha fatto dei Dioscuri i maggiori detentori dei "saperi territoriali", secondo l'espressione di Aldo Bonomi, a giudizio di Riccardo Illy, industriale del caffè e presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, di Mario Carraro, industriale dei trattori ed ex presidente della Confindustria del Veneto e di tanti altri che abbiamo incontrato nel nostro più modesto viaggio nella questione settentrionale. Questa "scienza" è stata riversata dai due in un saggetto assai pragmatico pubblicato da Donzelli, che non molti devono aver letto, ma che poteva egregiamente sostituire gran parte del monumentale programma stilato dalla coalizione di centrosinistra alla vigilia delle elezioni del 9 e 10 aprile, vinte per un soffio proprio a causa dei sentimenti del Nord. Bersani e Letta: che sarà adesso di queste "risorse" del centrosinistra così evocate nella "Padania". Si dice che Bersani potrebbe tornare al ministero dell'Industria e che Letta potrebbe prendere il posto di suo zio Gianni a palazzo Chigi, nel ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che può valere più di qualunque altro dicastero. Perché, invece, visto gli applausi a scena aperta che riscuotono da Bologna in su, non metterli, magari insieme, alla guida di un ministero del Nord, di nuova istituzione, con l'obiettivo di affrontare e risolvere in tempi rapidi la questione settentrionale? a. statera@repubblica.it

Difendere la democrazia Furio Colombo «Silvio Berlusconi proclama brogli nel conteggio dei voti e rifiuta di riconoscere la vittoria di Romano Prodi. Non ci sarebbe niente di male a chiedere verifiche della regolarità dei conteggi. Ma i brogli sono cominciati in Italia prima della apertura dei seggi elettorali: il 70% del tempo televisivo dedicato a Berlusconi contro il 30% lasciato all’opposizione, sul modello della Ucraina e della Russia. Spaventa che tuttora il problema non sia stato notato e denunciato. La legge elettorale è stata cambiata dalla destra all’ultimo istante. In una democrazia fragile ci devono essere buone ragioni per farlo, mai ad opera di una parte sola, mai mentre si sta per votare. Per queste ragioni la situazione italiana è oggi al di sotto degli standard democratici. Ed è ragione di grave imbarazzo per l’Unione Europea perché uno Stato membro può contaminare l’intero sistema della democrazia dell’Unione. Il problema italiano intacca la credibilità europea in quanto promotrice di democrazia nel mondo». Ho citato quasi per intero l’editoriale apparso sullo International Herald Tribune del 21 aprile scorso, basato sul rapporto di “Democracy Reporting International”, centro di studi tedesco che si occupa di monitoraggio degli standard democratici nei Paesi membri dell’Unione Europea. A giudizio di quel Centro - che ha pesato moltissimo in passato per la denuncia delle condizioni non democratiche delle elezioni in Bielorussia e in Ucraina, l’Italia si trova adesso in condizioni di “deficit democratico” che viene denunciato in quanto problema della Unione Europea, della sua credibilità, della sua immagine. Rileggete il testo. Tutti hanno notato gli incredibili abusi sia mediatici che politici, vere e proprie offese alla democrazia inferte dal centrodestra (da tutto il centrodestra) in questo Paese, esattamente nei termini di allarme e di scandalo con cui tali abusi sono stati denunciati in modo solitario da questo giornale. Ma il punto che mette in movimento la denuncia all’Unione Europea da parte del Centro berlinese, è stato il rifiuto di Berlusconi di riconoscere la vittoria di Romano Prodi. Sono state le incredibili e incivili dichiarazioni di guerra alla nuova maggioranza, le parole di scherno alla democrazia del capo del partito e della coalizione perdente. Ciò che fa diventare clamoroso e insopportabile il caso Italia agli occhi neutrali di osservatori europei è il fatto che Berlusconi, autore di brogli clamorosi nell’uso e nel controllo delle Camere, nella conduzione della campagna elettorale, di altrettanto clamorose violazioni di ogni regola di decenza democratica nell’uso sia delle televisioni personali sia di quelle di Stato, denunci adesso brogli dei voti controllati dal suo ministro dell’Interno. Sorprende il suo rifiuto di riconoscere l’esito delle elezioni, pur falsato gravemente a suo favore. Avrebbe perso immensamente di più senza il dominio delle televisioni, in condizioni di normalità democratica. E’ con quel rifiuto che Berlusconi attrae sull’Italia l’attenzione e la costernazione del mondo democratico. Attrae attenzione sulla disgrazia di un Paese perseguitato dalla ricchezza eccessiva e autoritaria di una sola persona che per ragioni personali non vuole perdere. Anzi, non vuole avere perso. Il danno, non solo di immagine ma anche economico per l’Italia è immenso. Diventa più grande per ogni ora che passa senza una decente conclusione di una vicenda che da infezione può diventare cancrena. Se dovessimo continuare a parlare di Berlusconi diremmo, con tutta l’evidenza di ciò che sta accadendo e della brutta sorpresa che stiamo creando nel mondo: vedete? Lo sa anche lui di non avere reputazione. Lo sa anche lui che nessuno in Europa rispetta o prende sul serio la sua immagine. Nessuno che si aspetti di avere un futuro dignitoso nella vita pubblica del mondo si comporterebbe in modo così indecoroso. La notorietà non gli manca. Ma è la notorietà di chi, in Europa, si è fatto protagonista della prima negazione della democrazia dal 1945. «Requisito essenziale della democrazia è che il perdente riconosca colui che ha vinto. Berlusconi ha un brutto passato per quanto riguarda l’economia italiana, che ora langue al punto più basso dell’Europa. Sul fronte politico è autore di una legge elettorale a suo vantaggio e disastrosa per il Paese, presentata all’ultimo istante. Ha usato il suo impero mediatico e il suo potere di controllo per darsi una visibilità sproporzionata. Sembra persuaso che continuando a negare il risultato elettorale riuscirà a destabilizzare la coalizione di Prodi fin dall’inizio. Berlusconi crea in tal modo allarme internazionale sulla stabilità politica dell’Italia. Mostra arroganza e preoccupazione solo per il suo interesse personale». Questo è l’editoriale del Financial Times del 21 aprile scorso. Gli elementi del paesaggio disastrato che è diventata l’Italia a causa di Berlusconi - sia il suo modo di governare sia il suo modo di perdere rifiutando di avere perso - ci sono tutti. E c’è il drammatico segnale di allarme. Non lo nota nessuno in Italia? *** Noi non abbiamo niente da chiedere a Berlusconi, neppure che si comporti con decenza davanti a Prodi e alla coalizione dell’Unione. Ma abbiamo da chiedere all’Unione: perché tanto silenzio? L’opinione pubblica del centrosinistra è restata sotto le finestre dei leader che ha votato, in cui ha avuto fiducia. Lo ha scritto ieri Padellaro su questo giornale, ce lo dicono migliaia di lettere che arrivano come un fiume in piena. A nessuno di loro, a nessuno di noi importa che si levi la voce magnanima di Berlusconi. Sapevamo che nel programma della P2 la destabilizzazione del Paese era prevista, come era annunciata l’occupazione e l’uso senza scrupoli della televisione. Ma coloro che hanno votato, e portato altri voti, vogliono sentire la voce di coloro che hanno eletto con fiducia per essere liberati da Berlusconi. Sanno benissimo le immense difficoltà. Moralmente sostengono e psicologicamente partecipano. Ma la solitudine in cui sei abbandonato ai retroscena giornalistici, e alle continue invenzioni di Berlusconi e della sua corte, che sparge ogni ora nuovi messaggi di destabilizzazione della democrazia del Paese, è un peso ingiusto, troppo grave da reggere per i cittadini da soli. A molti di noi sembrerebbe normale adottare il consolidato modello americano dei più delicati momenti di transizione: una conferenza stampa, anche breve, ogni giorno, per tutto il periodo della transizione, fino alla composizione di un nuovo governo. Tutto ciò per dire costantemente ai cittadini - ovvero all’opinione pubblica di cui questo nuovo governo democratico avrà continuamente bisogno - dove siamo, per far sentire ad alta voce la risposta ad accuse indecenti, per smentire le più clamorose affermazioni false, per dire che cosa stiamo facendo e ci proponiamo di fare fra oggi e domani. Per condividere le ansie sulla parte misteriosa della vicenda che è: fino a quando? E qui il problema è il conferimento dell’incarico al leader della coalizione che ha vinto. Qui, infatti, si situa qualcosa che sfugge a molti di noi, forse per incompetenza costituzionale. Perché non parla in modo diretto a tutti gli italiani il Presidente della Repubblica, a cui tutti riconoscono l’autorità rarissima, e non necessariamente legata alla carica, di parlare per tutti? La gravità del caso italiano, riconosciuta da fonti internazionali non sospette di partigianeria, e molto ascoltate in Europa perché autorevoli, chiede che la voce dell’Italia si senta. Sappiamo bene che il silenzio della più alta carica dello Stato in certi casi è dovuta. Sappiamo bene di invocare un intervento che alcuni, forse, con buone ragioni, potranno ritenere improprio dal punto di vista costituzionale. Ma non credo si possa dubitare della gravità di ciò che sta accadendo, del pericolo che la guida senza scrupoli di un presidente del Consiglio, che non intende essere ex, sta facendo correre all’intero Paese e alla nostra reputazione. Credo che non sia irragionevole dire, con immenso rispetto, al Presidente della Repubblica: impossibile che il Paese ordinato, democratico, civile che Ciampi per fortuna rappresenta nel mondo, in queste ore non abbia una voce. Vorremmo poterci vantare di quella voce. La gravità di ciò che sta accadendo non è nella discordia fra cittadini, che anzi, nel silenzio, si stanno comportando con serenità e civismo da ogni parte degli schieramenti politici. La gravità di ciò che sta accadendo è nella contrapposizione, estranea alla democrazia, fra un vincitore legittimo e un perdente che continua la campagna elettorale, aggravando ogni giorno le accuse all’avversario. Al di sopra e al di là di un comportamento brutalmente destabilizzante vi sono regole, le regole democratiche che contano di più del disegno distruttivo messo in atto dalla parte perdente. I cittadini, nel vuoto in cui stanno vivendo, hanno bisogno di una conferma netta delle regole, quelle specifiche, quelle che si devono applicare qui e adesso, come esito logico, giuridico e politico di ciò che è accaduto. E’ urgente liberare questo Paese civile, laborioso e ansioso di rimettersi al lavoro dal fumo di false denunce e di inganni che altrimenti non se ne andrà via da solo. Se dura, avvelena il Paese. Si può permettere che accada? furiocolombo@unita.it

La seconda carica dello Stato a un prescritto per mafia? di Marco Travaglio da l'Unità - 24 aprile 2006 Il giovin virgulto individuato dalla Casa delle Libertà per la presidenza del Senato, in nome del rinnovamento della politica, si chiama Giulio Andreotti. Molti eccepiscono che l’ex (sette volte) presidente del Consiglio ha pochi tratti in comune con Silvio Berlusconi. Ma almeno uno ce l’ha: una prescrizione. Nella sentenza più agghiacciante (e dunque più sconosciuta) pronunciata nella storia della giustizia occidentale, è scritto che Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere (Cosa Nostra, per la precisione) fino al 1980, e se l’è cavata solo grazie al fattore-tempo. E’ la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo nel 2003 e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. I giudici di appello parlano di “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi” fino alla “primavera del 1980”. Nel dettaglio, ritengono provate le “amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra”; i “rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze ­ di per sé, non sempre di contenuto illecito - dell’ imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”;”la travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate”. Insomma “il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”. Conclusione: “La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, ... incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza; appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; … dia a detti esponenti mafiosi segni autentici ­ e non meramente fittizi ­ di amichevole disponibilità, idonei... a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”. Quanto basta per affermare che “il reato è concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti”, anche se “estinto per prescrizione”. -------------------------------------------------------------------------------- Senato, Andreotti ci crede. Marini ha i voti Il senatore a vita candidato dalla Cdl sottolinea: sono al di sopra delle parti. Un po’ difficile con Berlusconi che non riconosce l’esito del voto. C’è tempo fino al 28 per capire di Marcella Ciarnelli/ Roma SI PROPONE come «la goccia d’olio» che in questo momento può servire per rimettere in moto gli ingranaggi del confronto tra centrosinistra e centrodestra e consentire di arrivare a venerdì con una soluzione per la presidenza del Senato. Rivendica «il valore aggiun- to» della sua figura e dichiara di non vivere la candidatura a seconda carica dello Stato come una rivincita dopo «il lungo calvario giudiziario». Non ce l’ha con i giudici. Anzi, «se non avessi fatto il politico mi sarebbe piaciuto fare il magistrato». Parla così Giulio Andreotti, l’inaffondabile senatore a vita che ha già compiuto 87 anni, di fronte alla primavera di questo nuovo e inaspettato incarico, che ancora una volta -nei fatti- incrocia il suo destino con quello di Romano Prodi. Accade nel ‘78, quando chiamò il Professore a far parte del suo quarto governo per 116 giorni, come ministro dell’Industria. In quello successivo, il quinto, non lo confermò. Il tecnico sacrificato alla politica reagì con amarezza: «Se mi vuoi silurare fallo in modo più virile» Andreotti non nasconde la sua soddisfazione per il suo rientro in prima squadra, assieme alla consapevolezza che di qui a venerdì il confronto è aperto e che, alla fine, potrebbe anche dover decidere di fare un passo indietro. Anche se la sfida gli piace. E all’avversario Franco Marini ricorda che «può aspettare per un po’», lui che «è senatore per la prima volta». L’idea di una staffetta, ne è consapevole per primo Andreotti, è però improponibile. Anche perché sulla carta il senatore della Margherita ha i voti per riuscire, anche alla prima votazione, con i 162 voti che ha a disposizione sulla carta. La sua mancata elezione si abbatterebbe come uno tsunami politico sulle successive scadenze. «Uno schiaffo a Marini sarebbe un grave errore non un incidente di percorso», sottolinea il diessino Caldarola. Di questo ne è consapevole per primo Giulio Andreotti che ha accettato la candidatura avanzata dalla Cdl, una insidia che preoccupa il centrosinistra, ma ha avanzato determinate condizioni. «La mia deve essere una candidatura al di sopra delle parti» ha detto il senatore. Per diventarlo Silvio Berlusconi (ed anche i suoi) dovrebbero riconoscere l’esito del voto, la vittoria di Prodi, senza continuare ad appellarsi al pallottoliere. Il «riconoscimento reciproco» per un politico di lungo corso è indispensabile per il dialogo. A momento non c’è. E non ci sarà. C’è poi la posizione della Lega con cui fare i conti. Gli uomini di Bossi non ci stanno ad appoggiare una candidatura di cui loro non erano stati neanche avvertiti. «Marini è un novizio, Andreotti non è certo uno nuovo. Abbiamo deciso che il candidato sarò io che ho dimostrato di saper far funzionare il Senato» ha annunciato l’ineffabile Calderoli, l’autore della «porcata». Però i voti della Lega sono lì e potrebbero contare, anche se solo per sottrazione. E nella situazione che si è creata al Senato non sono indifferenti come non lo è quello dell’indipendente, eletto all’estero, Luigi Pallaro, che ancora ieri diceva che deciderà entro oggi sul come schierarsi «nell’interesse dell’Italia» ma non ha mancato di sottolineare che «conosco Andreotti da moltissimi anni e sono democristiano come lui». Importanti sono quelli dei senatori a vita. Marini può contare su quello di Giorgio Napolitano e Oscar Luigi Scalfaro. E non dovrebbero mancargli quello di Rita Levi Montalcini e di Emilio Colombo, anche lui democristiano di antica tradizione. Francesco Cossiga propenderebbe per Andreotti come Sergio Pininfarina, che, però, in questi giorni non ha parlato. Peseranno anche gli intensi contatti che in queste ore Romano Prodi sta avendo con i suoi alleati. Anche Clemente Mastella (l’Udeur ha due senatori) ha mostrato disappunto per come stanno andando le cose a proposito degli incarichi. Confermando, però, la lealtà nei confronti della coalizione di centrosinistra. Andreotti, alla fine, potrebbe dunque rinunciare. Facendo, forse, tirare un sospiro di sollievo anche allo stesso Cavaliere che dentro di sè teme il ritorno in primo piano di un simbolo della Balena bianca. Con l’incubo del “grande centro” a riprendere fiato. Il risultato elettorale ha appena ridimensionato le aspirazioni di Casini&c. Ci macherebbe ridargli ossigeno. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

La cattiva eredità MASSIMO RIVA da Repubblica - 24 aprile 2006 I conti non tornano. E, per giunta, non sono neppure trasparenti. Questo il lapidario e assai increscioso giudizio espresso dai notai del Fondo monetario internazionale sull´eredità che il duo Berlusconi-Tremonti lascia dietro di sé dopo cinque anni di mirabolante governo della finanza pubblica. La cattiva eredità Un lascito pesante che cade sulle spalle dell´intero paese prima ancora che su quelle del costituendo governo Prodi. Perché se è a quest´ultimo che gli esperti di Washington chiedono ora di rimediare ai guai al più presto con una manovra-bis sul bilancio 2006, è pacifico che il costo dell´intervento d´urgenza non potrà che ricadere sulle tasche di tutti i cittadini. Compresi quelli, per giusta legge del contrappasso, che si sono lasciati irretire dalle fantasiose promesse di sgravi fiscali del Cavaliere e hanno votato affinché il governo del centrodestra potesse continuare nella sua opera di sfascio del bilancio pubblico. I dati del Fmi, infatti, sembrano purtroppo confermare le peggiori riserve che erano state avanzate anche in Italia sulle cifre esibite dal ministro Tremonti con la sua ultima relazione trimestrale di cassa. Altro che deficit 2006 al 3,8 per cento, che già costituiva un passo indietro rispetto ai primi impegni assunti con l´Europa. Ora dall´osservatorio di Washington si stima che si stia correndo verso quota 4 per cento e con una chiosa micidiale. Quella sì di un possibile margine d´errore nella previsione nell´ordine di un quarto di punto, ma più probabilmente verso l´alto che verso il basso. Un modo elegante per non dire con brutale franchezza che il nostro deficit sta volando sopra il 4 per cento e, quindi, la manovra correttiva immediata dovrà essere di almeno sette miliardi di euro. Una ministangata alla quale dovrà seguirne una ben più robusta (tra i 20 e i 25 miliardi) per il 2007, anno il cui deficit viene calcolato al 4,3 per cento. E le cattive notizie non sono finite. Perché gli attenti notai del Fmi soggiungono di non essere riusciti a capire che cosa si nasconda dietro l´oscurità di alcuni passaggi fondamentali della Trimestrale tremontiana. In particolare, per quanto riguarda le spese in conto capitale e il finanziamento di alcuni enti statali come le Ferrovie. Come dire, insomma, che ci sono anche parecchie poste ballerine, dietro le quali sono in agguato altri buchi contabili oggi non ancora quantificabili. Ma che potrebbero rendere ancora più amara la medicina che il professor Prodi sarà costretto a far bere agli italiani per tamponare i guasti lasciatigli graziosamente in eredità dal governo Berlusconi. Per parte sua il prossimo presidente del Consiglio si è affrettato a dichiarare che primo passo del suo governo sarà proprio quello di affrontare l´emergenza di bilancio, in stretto contatto e collaborazione con la Commissione di Bruxelles e con il Fondo monetario. Una presa di posizione giusta, ma soprattutto obbligata. Con questi conti pubblici l´Italia – alla faccia dei proclami berlusconiani sul prestigio internazionale riconquistato – è tornata ad essere la Cenerentola d´Europa e la grande malata nel gruppo dei maggiori paesi industrializzati. Quindi un paese che dovrà negoziare, soprattutto a Bruxelles, le condizioni di un non breve periodo di amministrazione controllata. Unica strada per scongiurare la fallimentare deriva sudamericana sulla quale ci stava sospingendo clandestinamente l´allegra brigata berlusconiana. Ora il Fmi fischia la fine della ricreazione. Ed è un segnale comunque positivo per almeno due risvolti politici immediati. In primo luogo, perché fa giustizia dei lunghi tempi del trapasso a Palazzo Chigi, sottolineando l´urgenza di arrivare al più presto all´insediamento del governo Prodi in modo che questo abbia almeno un intero semestre a disposizione per far agire la sua terapia d´urgenza sui conti del 2006. In secondo luogo, perché i dati aggiornati da Washington spazzano via ogni residuo tentativo o tentazione di grossa coalizione all´italiana. L´idea di associare alla dura e indispensabile opera di risanamento del bilancio proprio coloro che lo hanno disastrato sarebbe il definitivo colpo di grazia per la credibilità del nostro paese. Quel che Bruxelles e Washington (nel senso di Fmi) si attendono dall´Italia è una svolta di serietà e verità nella politica di bilancio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

BERLUSCONI HA PERSO, GLADIO NON RICONOSCE LA SCONFITTA DI RESEAU VOLTAIRE Le elezioni italiane del 10 ed 11 Aprile 2006 hanno, infine, reso il loro verdetto definitivo il 19 Aprile, allorché la Corte di Cassazione italiana ha rigettato le doglianze della coalizione di Silvio Berlusconi sulla validità dello scrutinio. La coalizione di centro – sinistra di Romano Prodi ottiene una maggioranza di 63 seggi alla Camera dei deputati e di solamente due seggi al Senato. La decisione della Corte di Cassazione mette, in teoria, definitivamente termine alle azioni della maggioranza uscente per contestare il risultato delle elezioni, con grande sollievo della stampa internazionale che si era schierata dalla parte del già presidente della Commissione Europea Romano Prodi contro il Primo Ministro uscente. Prima delle elezioni, l’ufficio di diffusione di dibattiti Project Syndicate, vicino a George Soros, s’era occupato di dare la parola a esperti di economia molto critici verso Silvio Berlusconi. E’ Fernando Targetti, ex membro della commissione Finanze del parlamento italiano e deputato dei Democratici di Sinistra italiani, che ha avuto a disposizione la maggior diffusione. Infatti, è pubblicato in Der Standard (Austria), L’Orient le jour (Libano), Korea Herald (Corea del Sud), El Tempo (Colombia) Daily Times (Pakistan), Taipei Times (Taiwan) La Libre Belgique (Belgio) e sicuramente altri titoli che abbiamo omesso. L’autore denuncia la politica economica del Cavaliere, la sua corruzione, il suo affarismo, il suo dominio dei media e le manipolazioni pre elettorali che la coalizione “di centro destra” di Silvio berlusconi ha orchestrato. Ciò facendo, l’autore si pone all’unisono con la maggior parte degli editorialisti della stampa dominante, che, davvero all’unanimità, criticano il passato presidente del consiglio italiano su questi precisi punti. Luigi Spaventa, già ministro italiano del Tesoro e delle Finanze, vede anch’egli la sua opinione diffusa da Project Syndicate ma non ha diritto che ad una pubblicazione nel Daily Times e Korea Herald. L’autore vi si mostra critico nei confronti delle politiche economiche seguite dall’Italia negli ultimi 10 anni, più o meno da che non è più ministro. Ritiene che il governo Berlusconi abbia, innanzitutto, come primo torto quello di non aver a sufficienza deregolamentato l’economia italiana e di non averla privatizzata. Conseguentemente, esorta implicitamente il governo Prodi a praticare queste politiche. Gli ambienti atlantisti europei danno prova di una reale unanimità nel denunciare Silvio Berlusconi, senza dubbio perché divenuto, con fin troppa evidenza, la caricatura di un sistema politico. Inoltre, Prodi è uomo apprezzato in questi ambienti. Già Presidente della Commissione Europea fra il 1999 ed il 2004, non era in carica quando gli accordi di cooperazione fra l’Unione Europea e Washington sulla “guerra al terrorismo” sono stati negoziati, e siglati? Non era, ancora, lui a presiedere la Commissione che redasse e accettò la “direttiva Bolkestein”? Prodi non può apparire come un ostacolo alla riforma del funzionamento dell’ economia europea ed al suo adattamento al modello anglosassone, non più di quanto sia avversario dei legami transatlantici. Tuttavia, oggi, per la sinistra atlantica, questa dimensione dev’essere mascherata in nome della celebrazione della disfatta di Silvio Berlusconi, associata in una medesima esecrazione, da una larga parte della popolazione europea, alla figura di George W. Bush Passato ministro socialista francese della Sanità e già amministratore dell’ONU in Kosovo, Bernard Kouchner percepisce la vittoria di Romano Prodi come un segno di speranza. Proponendosi quale grande rappresentante unitario della sinistra francese, egli chiama all’adozione del modello italiano per costruire il programma della sinistra e designare colui che potrebbe essere il candidato unico all’elezione presidenziale del 2007. Con questa scappatoia, elimina ogni elemento di programma concreto, e maschera gli elementi più imbarazzanti al passivo di Romano Prodi agli occhi dei suoi elettori potenziali. Stranamente, questo grande richiamo al popolo della sinistra francese per ricorrere al modello italiano appare su Le Figaro, quotidiano conservatore francese. Romano Prodi non ha, a priori, nulla di molto inquietante per Washington. Tuttavia, ciò non significa che la disfatta dell’alleato Silvio Berlusconi sia una buona notizia per i falchi, negli Stati Uniti. Infatti, a giudicare dalle sue azioni passate, nulla lascia presagire una qualunque volontà reale di indipendenza da parte del nuovo Primo Ministro italiano. Ma Prodi ha ugualmente difeso la sua idea di rilancio del progetto europeo grazie ad un nocciolo duro che rappresenti l’Italia, la Germania, la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e la Spagna. Prodi ha, ugualmente, espresso il suo augurio di vedere questi Paesi sviluppare una politica di difesa. Ciò facendo, Prodi cerca senza dubbio un riequilibrio delle posizioni italiane, divenute pro – statunitensi fino alla caricatura, sotto la direzione del suo predecessore. Inoltre, a cagione della ristrettezza della sua vittoria, Romano Prodi dipende da movimenti, quali Rifondazione Comunista, molto desiderosi di allontanarsi da Washington. E’ in questo contesto che il giornalista neo conservatore e ricercatore all’American Entreprise Institute, Michael A. Ledeen , ritorna sulle elezioni italiane nel Wall Street Journal,in un testo implicitamente carico di minacce. Ledeen si compiace del flebile margine di manovra che possiede Prodi, del fatto della sua vittoria risicata. Ricorda che, nella coalizione di Prodi, esistono partiti che sostengono una politica neo conservatrice, indica i Verdi ed i radicali italiani, ed altri che non la sostengono. L’autore insiste sul fatto che Prodi potrebbe perdere la sua maggioranza facilmente e pretende, da questo momento, che il ministro degli Affari Esteri sia una personalità apprezzata negli Stati Uniti. Pretende, inoltre, che la nomina di questo “amico dell’America” sia immediata ed anticipa anche la designazione del resto del governo. In un parola, Ledeen esige garanzie da parte del governo Prodi. Infine, conclude sul fatto che un resoconto dei bollettini litigiosi dell’elezione italiana potrebbe permettere una vittoria inaspettata di Silvio Berlusconi, un’ipotesi ormai esclusa dalla Corte di Cassazione italiana ma che, al momento della pubblicazione, poteva apparire credibile. Il tono minaccioso di Ledeen o le sue esigenze possono apparire derisorie. Dopotutto, qual è il peso di un giornalista statunitense nelle decisioni concernenti le nomine in un governo sortito d’una maggioranza e appena eletto? Questo editoriale non deve, comunque, esser preso alla leggera. Infatti, Michael Ledeen fu, al tempo degli “anni di piombo” in Italia, un uomo chiave della rete occulta dell’Alleanza Atlantica in Europa. Negli anni Settanta, era consulente al seguito dei servizi segreti italiani e del commendatore supremo della NATO. Come legame tra gli uni e gli altri, era membro della loggia massonica Propaganda Due, più nota sotto l’acronimo di loggia P2, che fomentò diversi attentati, falsamente imputati all’estrema sinistra e esitò a perpetrare un colpo di stato per impedire ai comunisti di partecipare al governo. In questa loggia, alla stessa epoca, troviamo un certo Silvio Berlusconi, così come molti responsabili dei servizi segreti italiani. Alla fine degli anni Settanta, ritornò negli Stati Uniti per dirigere il Jewish Institute for National Security Affaire (JINSA), organizzazione che serviva da legame fra Tsahal ed il Pentagono ed al Consiglio di amministrazione della quale abbiamo trovato Dick Cheney o Richard Perle. L’articolo di Michael Ledeen proviene, dunque, da un individuo vicino ai clan al potere negli Stati Uniti e che ha già, in passato, partecipato all’organizzazione di una destabilizzazione terrorista in Italia. Non bisogna, dunque, prenderlo alla leggera. La nomina che verrà del Ministro per gli Affari Esteri italiano dovrà essere seguita con la più grande attenzione. L’analista italiano del Center For Strategic & International Studies Raffaello Cantucci, anche lui partigiano di una stretta alleanza italo – statunitense, si mostra ben meno minaccioso, nel Boston Globe. E’ sicuro del fatto suo, l’Italia rimarrà vicina agli Stati Uniti. Afferma, così, senza mostrarsi molto preciso su cosa intenda, che Silvio Berlusconi non era un alleato stabile e che da molto tempo, sulle due coste dell’Atlantico, si era preparati all’eventualità della sua sconfitta. Così, sembra acquisito, per il ricercatore, che il governo Prodi resterà legato agli Stati Uniti….almeno se Romano Prodi mantiene la sua maggioranza. L’autore afferma che il governo Prodi ritirerà, certo, le sue truppe dall’Iraq ma che, in compenso, dispiegherà nel paese dei servizi civili collaboranti con le truppe di occupazione. Ricordiamo che Prodi non brillò per coraggio, allorché Michael Ledeen ed i suoi amici destabilizzarono l’Italia. Prese l’iniziativa d’informare la polizia del luogo di detenzione del suo predecessore Aldo Moro ma rifiutò di rivelare la fonte della sua informazione, adducendo che proveniva dai sogni di una veggente. Poiché quest’informazione non era originata da una fonte credibile, non fu verificata dalla polizia. Però era esatta, e Aldo Moro fu assassinato dai suoi rapitori. La stampa araba tenta, da parte sua, di comprendere il voto italiano e sembra appassionarsi al principio delle grandi coalizioni. Così Alhayat riproduce un articolo del giornalista italiano Massimo Giannini, già pubblicato ne La Repubblica, sulla possibilità di una coalizione che associ Forza Italia ai partiti del centro sinistra. Per l’autore, questa proposta non ha senso e non è che l’ultima manovra berlusconiana per tradire il senso dello scrutinio e conservare un’influenza sul potere. La possibilità di una grande coalizione è esclusa, oggi. Tuttavia, in un editoriale pubblicato all’indomani dello scrutinio, era l’ipotesi privilegiata dalla redazione del giornale Asharq Al Awsat. Il quotidiano arabofono si interroga su questi Europei che non sembrano più poter scegliere fra i partiti, come se per loro non ne convenisse alcuno. Comparando i casi italiano e tedesco, purtuttavia poco comparabili in termini di partecipazione, predicevano, a torto, la costituzione di una grande coalizione. Reseau Voltaire Fonte: www.voltairenet.org Link:http://www.voltairenet.org/article138143.html Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIORGIA

COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI, I SUNNITI LASCIANO L'IRAQ DI KHALID JARRAR Giornalista Freelance, Giordania Una volta giunto al confine iracheno, sono stato colto dal panico vedendo quanti Iracheni se ne stiano andando, come se non ci fosse un domani - quantità enormi di persone che aspettano in code lunghe, senza fine. Potreste impiegare 48 ore al confine Iraq-Giordania per avere il vostro passaporto timbrato e la vostra auto controllata. E' una scena che non avrei mai voluto vedere. Mi sono trasferito in Iraq 15 anni fa. Ero giovanissimo e non ne sapevo molto, ma ero così desideroso di visitare quel paese che in seguito iniziai a chiamare "casa". Alcuni mesi fa, me ne sono dovuto andare - una decisione che pensavo non avrei mai preso - perché è diventato semplicemente troppo pericoloso rimanere ancora. A partire dal 2003 e dall'inizio dell'occupazione, le condizioni di sicurezza, tra le altre cose, hanno iniziato a deteriorasi. "Divide et impera" è forse il più vecchio dei trucchi e l'occupazione lo ha usato in ogni modo fin dall'inizio. La strategia dell'occupazione Usa era sostenere gli Sciiti e i Curdi e favorirli rispetto ai Sunniti nella formazione di un governo iracheno e, allo stesso tempo, applicare tutti i modi possibili di oppressione ed attacco contro i Sunniti. L'occupazione sperava, in questo modo, di creare dei conflitti interni tra sette differenti in modo da tenere chiunque troppo occupato per preoccuparsi dell'occupazione o della richiesta di ritiro. Gli Iracheni non sono più Iracheni: sono diventati Sunniti, Sciiti o Curdi - nei media, nel processo politico, nelle notizie, ed ovunque. A partire dalla guerra, quando le persone mi chiedevano, "Da dove vieni?" e rispondevo dall'Iraq, seguiva automaticamente un'altra domanda: "Sei Sunnita, Sciita o Curdo?". Una tendenza che è stata totalmente adottata dai media mainstream, in Occidente, facendo sembrare un dato di fatto che non ci sia nulla come l'Iraq ma piuttosto molti gruppi che combattono sul suo suolo, un suolo a cui capita di contenere una delle maggiori riserve petrolifere del mondo, un suolo che aveva una della più antiche civiltà della storia. Dunque ecco perché ho lascito l'Iraq: per il crimine di essere un sunnita, sono stato arrestato dal corpo di spionaggio del ministero degli interni e detenuto per un paio di settimane. Sono riuscito ad andarmene dopo che non poterono provare nulla contro di me e non riuscirono a farmi confessare crimini che non avevo commesso. Non sono stati in grado di farmi dire il nome della "mia cellula terroristica" o "da dove vengono i loro fondi". Sono stato etichettato "terrorista" nel momento in cui sono entrato lì, persino prima che iniziassero ad interrogarmi. Ma come ho detto, poiché non sono stati in grado di torcermi alcuna informazione, mi hanno liberato per alcune migliaia di dollari. [Poliziotti iracheni guardano i rottami di un veicolo dopo un attacco bombarolo a Baghdad. 1 marzo 2006 – L'Iraq è diventato troppo pericoloso per rimanerci (foto Reuters)] Dopo aver pagato loro quello che volevano, ho lasciato la prigione, e sotto minacce loro e di altre milizie, anche l'Iraq. Durante i giorni che ho passato nel settimo piano del ministero degli interni, dove vengono trattati tutti i casi di "terrore", ho potuto vedere cosa significhi davvero il settarismo e come persone innocenti siano arrestate, torturate, picchiate, uccise e etichettate come "terroristi" - per nessun altro crimine che essere Sunniti. I raid nei quartieri sunniti si risolvono nell'arresto di molti uomini; praticamente ogni uomini tra i 18 e i 40 anni può essere arrestato: e di solito pochi giorni dopo alcuni di questi corpi sono trovati vicino a Baghdad o tra la spazzatura, torturati a morte o giustiziati. Non c'è una grande banda bene organizzata che stia attualmente controllando l'Iraq - il ministero dell'interno, la polizia, e la cosiddetta guardia nazionale - sono tutti controllati da estremisti o affiliati di estremisti che vengono dall'Iran, dal partito Daawa, e dal Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (Supreme Council for Islamic Revolution in Iraq, SCIRI). Questi sono i partiti ora al potere, e vogliono assicurasi che qualunque iracheno capisca questo messaggio. "Cooperando" con l'occupazione, ottengono di fare letteralmente quello che vogliono. Le terribili condizioni di sicurezza portano alla comparsa di queste BNG, il nome che ho dato alle Bande Non Governative, che sono nei loro giorni d'oro, rapendo innocenti, manomettendo auto, e rubando proprietà pubbliche e private. Moltissime persone sono disoccupate a causa degli errori amministrativi commessi dall'Occupazione, e se vuoi ottenere un lavoro nel settore pubblico, è meglio che tu abbia una buona raccomandazione dal Partito Dawwa, lo SCIRI, o dagli uffici di Sadr; altrimenti, non contare sul tuo diploma o curriculum - raramente hanno importanza. Un gran casino - ecco com'è la situazione in Iraq. Scappare è rimasta l'unica opzione moltissimi Iracheni. A seguito il resoconto di R, una ragazza irachena di 24 anni che mi ha chiesto di non pubblicare il suo nome. E' ancora a Baghdad, ma ci sentiamo via mail. Durante lo scorso anno, i Sunniti non erano sicuri se fosse una buona idea lasciare l'Iraq perché chiunque credeva che l'attuale governo SCIRI/Daawa fosse provvisorio e che sarebbero stati coinvolti nelle prossime elezioni. Ora i Sunniti sentono che questo governo è permanente, pensano di lasciare il paese. Questo è il caso della mia famiglia. Non ci consideriamo Sunniti o Sciiti; ci consideriamo Iracheni Musulmani istruiti. Per degli Iracheni istruiti, la situazione è insopportabile - non perché gli Sciiti siano al potere, ma perché le persone attualmente al potere vogliono diffondere le differenze settarie e gli Iracheni non vi sono abituati. I Sunniti sentono che non sia sicuro per loro rimanere nel paese - specialmente a Baghdad - perché sono perseguitati dalle milizie Badr e da quelle di Sadr semplicemente per essere Sunniti. Con l'aiuto delle forze di occupazione Usa, i Sunniti sono stati catturati molte volte a centinaia e gettati in cella e qualche volta assassinati - i loro corpi sono stati trovati in seguito in aree fuori Baghdad. Ora che gli Iracheni istruiti - Sunniti, Sciiti e Cristiani - sanno che l'attuale governo sarà qui per almeno altri quattro anni, stanno cercando di trovare un modo di andarsene. Per i cristiani, i gruppi della Chiesa stanno provvedendo per la loro migrazione in paesi come l'Australia, l'Olanda etc. Ma i musulmani stanno cercando rifugio in paese come la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti, la Siria ed altri paesi arabi. Lee persone secondo cui lasciare il paese non è la soluzione... i loro bambini sono stati rapiti ed essi vengono terrorizzati da persone del ministero degli interni. Molti Iracheni istruiti sono minacciati quando decidono che vorrebbero rimanere nel paese e sono effettivamente costretti a lasciare le loro case e il proprio lavoro per la situazione più sicura di un paese confinante. [Miliziani delle Brigate Badr] Inoltre sono ancora in contatto con AnaRki13, un blogger iracheno di 23 anni che mi ha parlato della fuga di cervelli, o "migrazione di cervelli", come la chiamano i giornali iracheni in arabo. Ecco un estratto di una mail che mi ha mandato: Non tanto una migrazione quanto un esodo forzato. Scienziati, ingegneri, dottori, architetti, scrittori, poeti, l'hai detto - chiunque sta lasciando la città. Perché? Semplice: 1. Non c'è un vero mercato del lavoro in Iraq. 2. Anche se hai un buon lavoro, ci sono altrettanto buone possibilità che tu venga rapito o ucciso. Semplicemente non vale la pena stare qui. Sunniti, Sciiti o Cristiani - chiunque, ce ne stiamo andando tutti, o ce ne siamo già andati. Uno dei miei amici continua a rimproverarmi poiché dovrei amare questo paese, la terra dei miei antenati, dove sono nato e cresciuto; di come dovrei essere grato e ritornare al luogo che mi ha dato tutto. Gli dico sempre la stessa cosa: "l'Iraq, come io e te lo conoscevamo una volta, è perduto. Quel che ne rimane, non lo voglio". Conosco così tante famiglie che (al completo o in parte) se ne sono andate, si preparano per andarsene, o vogliono andarsene. Stare equivale al pericolo: rapimenti, minaccia e, per alcuni, persecuzioni. Ora in Iraq non puoi essere iracheno. Puoi essere Sunnita o Sciita. E questo sventra in due il mio cuore. I dottori e i professori universitari più famosi hanno già lasciato il paese perché molti di loro, compresi alcuni che conosco personalmente, sono stati assassinati o uccisi, e il resto ha capito l'antifona – e si sono trovati dei lavori in occidente, dove sono stati accolti calorosamente e sono stati dati loro alti incarichi. Altri milioni di Iracheni, semplicemente Iracheni comuni, se ne sono andati o se ne stanno andando – senza piani e con molta speranza. In Giordania, per esempio, il governo rifiuta di fornire i numeri ufficiali degli Iracheni nel paese. Secondo stime non ufficiali, ci sono circa un milione di Iracheni in Giordania e un altro milione in Syria. E nonostante per essere un residente legale in Giordania si chieda agli Iracheni di tenere 150.000 $ in una banca del paese per un anno senza usarli, le cifre stimate di appartamenti acquistati dagli Iracheni a partire dalla guerra superano i 50.000, per non parlare dell'enorme numero di Iracheni che non può permettersi di compare una casa e deve stare nel paese illegalmente, come Marwan, un farmacista iracheno che ho incontrato in Giordania. Sta lavorando part-time in una farmacia ad Amman. Quando gli ho parlato, ha ripetuto quello che avevo sentito prima: minacce da milizie sciite, le pessime condizioni di sicurezza, la mancanza di opportunità lavorative, etc. Tutti gli Iracheni con cui ho parlato in Giordania dicevano la stessa cosa e ora speravano di ottenere un visto per qualsiasi paese che gli accolga, sperando di integrarsi ed essere in grado di vivere le loro vite normalmente, qualcosa che hanno perso la speranza di avere, in Iraq. Najma, un'altra giovane blogger irachena che vive nella città di Mosul, nel nord dell'Iraq, mi ha raccontato di due dei suoi zii che hanno lasciato l'Iraq, uno quest'anno, l'altro più di 10 anni fa: "Entrambi non vogliono tornare. Non li biasimo, e allo stesso modo in cui vorrei che tornassero a lavorare per l'Iraq anziché per chiunque altro stiano lavorando ora, voglio anche che stiano lì, e fuggirei non appena possibile, semplicemente perché odio stare qui". Molte voci ragionevoli da entrambe le parti, Sunniti e Sciiti, si stanno appellando per la co-esistenza pacifica in Iraq, come hanno vissuto gli Iracheni per centinaia di anni. Ci sono appelli per l'unità tra gli Iracheni in modo da accelerare il processo che ponga fine all'occupazione, ripristini la stabilità e migliori la situazione economica, così che gli Iracheni smettano di lasciare l'Iraq, e in modo che quelli andati via tornino. Un recente sondaggio condotto in Iraq mostra che il 70 % degli Iracheni è favorevole a stabilire dei tempi per il ritiro delle forze Usa, il che indica come gli Iracheni siano consapevoli che la vera fonte di pericolo che minaccia il loro presente e futuro è l'occupazione illegale straniera. Gli Iracheni che hanno lasciato l'Iraq a milioni potrebbero avere mete e piani differenti, diversi livelli di istruzione e capacità finanziarie, ma di certo hanno tutti una cosa in comune: stanno aspettando il giorno in cui il loro paese sarà libero in modo che possano tornare dai loro amati, alle loro case, al Tigri e all'Eufrate. ** Khalid Jarrar è uno studente iracheno-palestinese che ha vissuto in Iraq dal luglio 1991 fino a luglio 2005 e si è recentemente trasferito in Giordania. Khalid gestisce anche un blog, Secrets in Baghdad, dove scrive di Iracheni comuni e della vita quotidiana nel dopo-guerra. Khalid Jarrar Fonte: http://www.islam-online.net/ Link: http://www.islam-online.net/english/In_Depth/Iraq_Aftermath/2006/03/article01.shtml 15.03.2005 Traduzione a cura di CARLO MARTINI per www.comedonchisciotte.org

Scatti al cuore dell’Africa Alessandra Spila Narrazione e documento, esotismo e mistero si fondono insieme negli storici scatti in bianco e nero della mostra La crociera nera, a cura di Maria Mancini, in scena a Roma presso la Società Geografica Italiana (Palazzetto Mattei, Villa Celimontana) dall’8 aprile al 7 maggio, inserita nell’ambito del festival internazionale FotoGrafia. Sono una settantina le immagini destinate a ricostruire il senso di un’avventura straordinaria, quella di Andrè Citroen, l’emergente tycoon dell’automobile, che guidò dall’ottobre 1924 al luglio 1925 la prima spedizione automobilistica attraverso il cuore selvaggio del continente nero a bordo di otto veicoli cingolati. Obiettivo? Dimostrare la superiorità dell’automobile sull’aereo, collegare le colonie francesi dall’Algeria al Madagascar con un viaggio inedito che coinvolse oltre a nove meccanici, un ingegnere ed un comandante, pure un pittore, un medico e soprattutto un regista, Leon Poirier, che realizzò il giornale “cinegrafico” (nella mostra è prevista la visione di venti minuti del filmato), grazie all’aiuto dell’operatore Georges Spech. Frutto della collaborazione tra i due: 27.000 metri di pellicole e 8.000 foto, riprova non solo del desiderio di gloria, ma anche del desiderio di conoscenza scientifica, artistica ed antropologica volto a documentare luoghi e popoli ancora immersi, nell’immaginario collettivo degli anni ’20 del Novecento, in un fascino misterioso. Un fascino che non lascia indifferente il visitatore di questa mostra. Non solo per i paesaggi ancora oggi, all’occhio dell’occidentale contemporaneo, ineguagliabili, come la cascata M’Bali. Né soltanto per i villaggi o le scene di caccia con leoni ed ippopotami-trofei, immortalati in una dimensione rarefatta di passato perduto per sempre. A colpire l’attenzione sono subito, e soprattutto, i ritratti. E, nello specifico, i ritratti femminili: non si può che rimanere impigliati nei volti di donne lontane nel tempo e nello spazio, avvicinate in una selezione di scatti che unisce popoli e paesi diversi (dal Niger al Ciad, dal Congo allo Zambia) con l’effetto di annullare ogni distanza, compresa quella tra fotografia e visitatore. Diffidenza, pudore e orgoglio segnano le espressioni di questi volti che osservano, rimanendo estranei, la macchina fotografica che intende invece coglierne l’anima. Una fra tutte, la “donna Targui a Tessalit (Mali)”, il cui viso, rivolto in basso quasi per sfuggire all’indiscrezione dell’uomo esploratore, è immortalata isolata e chiusa nel suo mantello. Il repertorio della mostra regala però anche altre sfumature delle donne africane incontrate dalla spedizione che, secondo le cronache, s’imbatté in popolazioni ancora sconosciute come i Sara. In alcuni casi a prevalere è, infatti, una sorta di superiore indifferenza, al limite della sfida, evidente in “Nobasodrou, donna Mangbetu” e nella donna Logo a Faradje. Ed emerge, sia pure con minore prepotenza e dunque con maggiore fascino, anche la sottile vena di una sensualità profonda quanto inconsapevole, resa con perizia nelle fotografie della donna Toubou (Niger) e della donna Mangbetu di Tuba. Molto diversa invece la galleria dei ritratti maschili, pressocché tutti sotto il segno della fierezza e della virilità esibita. Spiccano i ritratti, quasi celebrativi, di Arungura, capo Mangbetu e di Gaba, cacciatore Sara. Oppure del cacciatore armato di lancia del villaggio di Vogpo o di Luhao, capo Wagénia. Un’aria indiscutibile di padronanza ed inavvicinabilità che viene però smentita, fino ad arrivare alla soggezione ed all’esclusione, dalle immagini in cui ruba la scena a cacciatori e capitribù l’uomo bianco. Nella sua divisa da esploratore dai toni chiari, vestito di tutto punto, l’esploratore toglie vigore all’esplorato. Danno quest’impressione due scene di caccia, quella al leone ad Am-Dafok e soprattutto quella all’ippopotamo nello stagno di Ouandja: i due uomini “bianchi” esibiscono la vittoria sugli animali mentre un gruppo di nativi rimane in disparte. Sulla stessa linea anche l’incontro tra la spedizione ed i cacciatori alle falde del Kilimangiaro. Una fotografia, quest’ultima, piena di suggestione grazie all’abilità con cui è colto lo sguardo di uno dei tre cacciatori. Rivolto indietro, osserva l’obiettivo alle sue spalle mentre due vetture trasportano la tecnologia europea dei primi decenni del secolo scorso al centro di un paesaggio ancora incontaminato, raggiungendo così un singolare effetto straniante. La Crociera Nera Roma, Società Geografica Italiana Palazzetto Mattei, Villa Celimontana Via della Navicella, 12 8 aprile - 7 maggio 2006 Ingresso libero Orario 10,30-18,30 Chiuso il 16 aprile Per informazioni: tel. 06/7008279 caffeeuropa.it

Assedio al re Almeno tre morti nella capitale, ma la mobilitazione continua anche oggi Scritto per noi da Barbara Monachesi* 23 aprile. E così come c'era da aspettarsi l'ennesimo coprifuoco è arrivato anche oggi. Dalle 9 alle 20 non si potrebbe uscire, ma la gente si sta già radunando. C'è ormai una diffusa consapevolezza che non e' il momento di lasciarsi intimidire, tanto dai fucili e dai bastoni di esercito e polizia, quanto dalla carenza di verdure, acqua e gas. Ieri, per ore, ho atteso fuori dalla casa di Mr. Koirala (laeder del Nepali Congress) dove i leader dei partiti dell'alleanza di opposizione al sovrano si sono incontrati per decidere sulla proposta avanzata dal re. Abbiamo visto sfilare le auto degli inviati speciali di diverse nazioni, dell'ONU e dell'Unione Europea. La gente sospettava che si trovassero lì per convincere i partiti ad accettare l'offerta del Re Gyanendra, quella di nominare un primo ministro di loro gradimento, ed è stata fuori per ore, anche sotto pioggia e grandine, perché non ci fossero dubbi: non basta questo timido tentativo di accomodare le cose. E ormai si è capito che non si tratta più di una "semplice" politica di vertici, non è più una questione riservata ai leader, è la gente del Nepal che non accetta alcun compromesso con un sovrano che si è dimostrato oltremodo dispotico. Così, mentre alcune centinaia di persone si radunanvano nel luogo del summit, a decine di migliaia sfidavano il cordone creato dalle forze dell'ordine con autocarri e carriarmati per evitare che la protesta si avvicinasse al palazzo reale. A centinaia sono stati feriti e ancora non si sa quanti siano i morti (sembra che si tratti di tre persone), ammazzati da soldati che hanno aperto il fuoco sui loro stessi connazionali. Quando è giunta notizia che i leader dei partiti non hanno ceduto alle facili lusinghe di un monarca che appare sempre più isolato, si sono aperti i festeggiamenti. La decisione ormai è ufficiale: si continua con proteste e dimostrazioni. Il futuro del piccolo regno himalayano è ancora incerto, ma la gente del Nepal vuole farlo da sé. 22 aprile. Dopo 16 giorni di proteste, sciopero e coprifuoco, re Gyanendra ha parlato ai nepalesi dichiarando il ritorno alla democrazia. In un discorso televisivo il sovrano ha offerto ai partiti politici di nominare di comune accordo un nuovo primo ministro, ma non ha fissato alcuna data per le future elezioni, né parlato di abbandonare il trono. Per le strade è stata data una tiepida accoglienza al proclama reale e molti dimostranti si sono detti disposti a continuare le agitazioni per le strade del regno fino a quando il re non deciderà di abbandonare lo stato. Per gran parte della gente che si è riversata per strada, sfidando il coprifuoco con ordine di sparare a vista, il discorso del monarca sembra essere poco credibile e arrivato in ritardo. Opposizioni insoddisfatte. ll discorso di ieri del re Gyanendra continua a lasciare insoddisfatte la folla di protestanti che anche oggi è scesa per strada. Gli slogan pro-democrazia intonati nelle oltre due settimane di sciopero generale indetto dall'alleanza dei sette partiti politici, si sono negli ultimi giorni trasformati in slogan antimonarchici e non sembrano affatto sedati dall'intervento televisivo del sovrano. Le reazioni iniziali quindi continuano a non essere di benvenuto ed i partiti politici, a lungo allontanati dalla scena politica del paese, non sembrano soddisfatti dei risultati appena ottenuti. In molti, infatti, dubitano della genuinita' della decisione reale, considerandola l'ennesima mossa strategica per mantenere il potere e calmare gli animi. Da mesi ormai i leader dei maggiori partiti nepalesi si battono affinche' venga eletta un'assemblea costituente capace di modificare la costituzione del 1990 ed eventualmente anche l'ordinamento monarchico. Domande queste che non hanno trovato alcuna risposta nelle parole del monarca dell'unico regno induista del mondo. Inoltre e' prevedibile che ci saranno grosse difficolta' nell'indicare unanimamente un candidato da parte di partiti politici che han trovato punti di contatto solo nel far fronte al "nemico" comune. Anche i maoisti hanno fatto sentire la loro voce, complimentandosi con il popolo nepalese per la determinazione dimostrata fino ad oggi e chiamando martiri coloro che hanno perso la vita nelle agitazioni di questi giorni. Cosi', pregando il popolo di non desistere, hanno suggerito di cominciare ad distruggere tutte le foto e le statue raffiguranti il sovrano. 200 mila manifestanti verso il palazzo il re. Sabato, all’indomani delle aperture del re rigettate dai partiti d’opposizione come insufficienti, sfidando il coprifuoco reimposto dalle autorità, almeno 200 mila manifestanti sono confluiti dalle periferie della capitale Kathamndu per convergere verso il palazzo reale, in quello che orami appare un vero e proprio assedio a re Gyanendra. La folla urlava: "Il discorso del re è una vergogna", "Nessun compromesso con il re", "Vogliamo la democrazia completa", “Gyanendra deve lasciare il paese”. La polizia ha reagito con durezza, impiegando blindati e lacrimogeni, sparando sui manifestanti e bastonandoli con pertiche di bambù. Fonti mediche locali parano di centinaia di ferite, di cui decine – colpiti dai proiettili – versano in gravissime condizioni. Per il piccolo regno himalayano sembra arrivato il momento della resa dei conti. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5268

Italia, un lavoro sporco In Francia infuriano le proteste contro il Contratto di primo impiego. A Bruxelles si dibatte su come ampliare i mercati europei. Ma il mercato del lavoro più rigido d’Europa non subisce scossoni. Non fa più paura l'idraulico polacco.. (Ufficio del turismo polacco) L’Italia ha soffiato alla Germania il ruolo di “malata” d’Europa e resta il Paese in cui è più difficile trovare lavoro. Il discorso è valido sia per gli italiani che per gli europei occidentali residenti in Italia. Le leggi che permettono il licenziamento sono talmente dure che i datori di lavoro faticano ad assumere. Tali difficoltà si estendono anche ai cittadini d’Europa centro-orientale. E a chiunque sia alla ricerca di un lavoro legale nel Paese. Ma gli italiani sembrano non interessarsi molto. I sondaggi di opinione rivelano un ampio appoggio alle misure protezionistiche e molti pensano che non valga la pena dibattere su questo argomento. «La metà delle persone che conosco è in cerca di lavoro», ha dichiarato Aldo Constanzo, un muratore romano di 34 anni. «Ovviamente la situazione non migliorerà se molti lavoratori stranieri vengono a competere per gli stessi lavori». Rita Cattelan, un’insegnante di 49 anni, concorda: «Dobbiamo preoccuparci prima di tutto per gli italiani». Politici deboli e cittadini disinteressati? Le elezioni del 9 e 10 aprile hanno visto come principali protagonisti il Presidente del Consiglio in carica e magnate dei media Silvio Berlusconi contro lo sfidante Romano Prodi, già Presidente del Consiglio e della Commissione Europea. Da entrambe le parti si sono organizzati comizi e dichiarazioni riguardo a progetti fiscali futuri, alla strategia di ritiro delle truppe dall’Iraq e ad altre questioni politiche. Ma quasi nulla è stato detto circa una possibile modifica alle leggi sul lavoro. «Le questioni lavorative sono troppo controverse per i politici per poterne parlare adesso. Quando c’è ancora così tanto in gioco», ha dichiarato Mario Morcellini, autore specializzato in questioni politiche e Preside della facoltà di Scienze della comunicazione presso l’Università La Sapienza di Roma. «Forse dopo le elezioni ne parleranno». Si possono fare delle ipotesi considerando ciò che i leader politici hanno fatto in passato, ma nessuno dei due poli vuole fare dichiarazioni sulle future riforme della legge sul lavoro. La ragione principale risiede nel rapporto con i potenti e irriducibili sindacati che controllano un gran numero di elettori. I tre sindacati più importanti – Cgil, Cisl e Uil – pensano che l’unico modo per prevenire l’erosione del sistema lavorativo italiano sia una politica protezionistica. «L’economia italiana ha bisogno di maggiori posti di lavoro e non di un maggior numero di lavoratori», ha affermato Kurosh Danesh, coordinatore dell’immigrazione per la Cgil. L’economia immobile In Italia la forza lavoro sta invecchiando e sta sopportando in misura sempre crescente il peso del sistema pensionistico più caro d’Europa in termini di pro capite. Le spese per le pensioni rappresentano la voce più significativa delle spese totali del governo. I salari relativamente elevati degli operai del settore industriale sono in parte responsabili della perdita di competitività della penisola, una crisi aggravatasi nel 2002. Periodo durante il quale l’Italia ha adottato la moneta unica, perdendo così l’opportunità di svalutare la propria moneta e vendere meglio i prodotti italiali all’estero. «I problemi economici dell’Italia possono essere risolti solo con una serie di cambiamenti che includono una forza lavoro giovane ed intraprendente, un’economia che paghi le pensioni e crei prodotti e servizi richiesti dal pubblico», così ha dichiarato Tilio Bataglia, economista dell’università di Bologna e noto opinionista sui problemi legati alle pensioni. «C’è una grande quantità di forza lavoro che aspetta ai margini dell’Italia ma che non è la benvenuta». Sottobanco Si potrebbe ribattere che ci sono moltissimi lavoratori in nero il cui salario non va ad aggiungersi ai fogli di bilancio per le tasse e le pensioni. Nel 2003 -ultime cifre disponibili- il Governo italiano ha stimato che tra il 12 e il 20 percento dell’economia italiana è rappresentata da lavoro in nero. Se prendiamo per buona la cifra più alta, calcolando nel Pil italiano anche il mercato nero, l’economia del Paese supererebbe quella di Francia e Inghilterra per diventare la più grande economia europea, seconda solo a quella tedesca. Queste cifre includono una grande percentuale di 2,4 milioni di immigrati che vivono nel Paese. Ed altre migliaia arrivano ogni giorno, attirati dalle lunghe coste italiane, dagli scarsi controlli costieri e da città importanti che rendono l’Italia una facile destinazione per gli immigrati provenienti dal Nord Africa, dai Balcani e dall’Europa centrale ed orientale. La maggior parte dei clandestini vuole essere messa in regola. Nel marzo scorso il governo offrì 170.000 permessi di soggiorno legali agli stranieri ed in 24 ore si sono presentati mezzo milione di lavoratori. Questo fatto provocò i commenti di due ex ministri della Lega Nord, secondo i quali i lavoratori in attesa del permesso dovevano essere arrestati. «Avevamo immigrati illegali in fila all’ufficio postale e nessuno aveva intenzione di arrestarli» ha dichiarato l’ex Ministro della giustizia Roberto Castelli. «Era molto semplice. Erano tutti nello stesso posto». Ma l’arresto di tutti quegli immigranti non avrebbe comunque risolto la crisi lavorativa italiana. Eric J. Lyman - Roma http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6603

Il memoriale di Omarska: un’occasione da non sprecare Omarska, Bosnia settentrionale. Durante la guerra un campo di concentramento dove sono state uccise 900 persone. La popolazione serba locale ha raramente ammesso le atrocità che vi erano avvenute. Ora il faticoso tentativo di dedicare alle vittime un memoriale Il progetto del memoriale A cura dell'ICHR* Nel campo della “transitional justice”, il nuovo campo di studi che si occupa della giustizia nelle società in transizione, i monumenti commemorativi fanno parte di quegli strumenti che servono alle società per rielaborare il proprio passato. Tali monumenti fanno rivolgere l’attenzione sulle ingiustizie, rendono merito a coloro che hanno sofferto e obbligano le società a rivedere il proprio passato e porre fino al diniego e all’omertà. Ma come funzionano tali monumenti in una società che è ancora divisa lungo linee etniche e dove le memorie sul passato sono ancora divise, così come accade in Bosnia ed Erzegovina oggi? Inevitabilmente al giorno d’oggi i monumenti sono un altro fattore controverso e rispecchiano le divisioni della società bosniaca. In ogni zona i gruppi etnici di maggioranza sono pronti a riconoscere la sofferenza della “loro” gente e tendono a negare le sofferenze degli altri gruppi. Come risultato i monumenti commemorativi servono più a dividere le divisini etniche che a promuovere la riconciliazione tra i popoli della Bosnia ed Erzegovina. E così mentre fioriscono in tutto il paese monumenti dedicati ai soldati caduti in combattimento, solo il memoriale di Srebrenica è dedicato alla memoria di vittime che appartengono ad un altro gruppo etnico. Tale memoriale, più che per la riconciliazione, serve per rompere il muro di omertà e ricordare a tutti i crimini avvenuti a Srebrenica. È questo l’unico memoriale di questo genere esistente al giorno d’oggi in Bosnia ed Erzegovina. Al momento vi sono comunque due altre iniziative miranti a costruire simili monumenti in Bosnia ed Erzegovina. Uno è il monummento che dovrebbe ricordare il massacro di Koricani iniziativa ad opera del sindaco serbo di Knezevo/Skender Vakuf, su cui l’Osservatorio ha già riportato. L’altra è il memoriale di cui è prevista la costruzione alla miniera di ferro di Omarska, che durante la guerra fungeva come campo di concentramento per i bosgnacchi musulmani di Prijedor. La miniera di Omarska è stata comprata nel 2004 dal gigante dell’acciao anglo-indiano, Mittal Steel che al momento è il maggior produttore d’acciaio mondiale e il più importante investitore straniero in Bosnia ed Erzegovina. Subito dopo l’acquisto, le associazioni di vittime ed internati nel campo di Omarska hanno contattato la Mittal Steel richiedendo la costruzione di un monumento commemorativo. La Mittal Steel, dopo un intenso processo di mediazione tra le popolazioni locali da parte di un’organizzazione non governativa inglese, Soul of Europe, aveva dato il suo consenso alla costruzione di un memoriale e promesso di pagarne le spese. La mediazione mirava ad ottenere il sostegno di tutte e tre i gruppi etnici presenti a Prijedor. Prijedor, che fu teatro di alcune delle peggiori atrocità del conflitto in Bosnia ed Erzegovina ha visto il ritorno di circa 25,000 bosgnacchi-musulmani che erano stati espulsi durante la pulizia etnica della città. Molti di loro infatti erano stati internati ad Omarska e dove si calcola che circa 3,000 persone siano state imprigionate e circa 900 persone siano state uccise. La popolazione serba locale ha raramente ammesso le atrocità avvenute ad Omarska e ha invece prevalso l’omertà. Il libro “La memoire a vif” di Isabelle Wesselingh e Arnaud Valerin descrive in modo estremamente corretto quest’atmosfera. Ad ogni modo, dopo una nutrita serie di incontri e mediazioni, e con il supporto di una parte della comunità serba, ma senza il sostegno della municipalità, la Mittal Steel aveva reso noti i piani per la costruzione di un memoriale. A tal scopo, il 30 novembre scorso, durante una conferenza stampa, Mittal Steel, Soul of Europe e i sopravvissuti di Omarska avevano presentato i piani ed alcune foto del memoriale in progettazione. Questa poteva essere una buona chance per rompere l’omertà. Ma, subito dopo l’annuncio dei piani, si sono levate alcune voci di dissenso che protestavano contro la costruzione del memoriale. Il sindaco serbo di Prijedor, Marko Pavic, che a Prijedor aveva occupato posizioni importanti durante il conflitto, aveva dichiarato che la costruzione del memoriale avrebbe aumentato le tensioni interetniche e aveva quindi rifiutato di sostenerne la costruzione. Secondo Pavic, queste questioni andrebbero risolte per via legislativa a livello nazionale e non di singola municipalità. La sua posizione non ha comunque sorpreso molti. La sorpresa è giunta invece da una petizione online di circa 1,200 persone, iniziata dai membri della diaspora bosgnacca che ha enunciato dei principi su come il progetto dovrebbe essere formulato e aveva lanciato alcune proposte per la gestione del memoriale. Tale iniziativa sembrava indicare uan spaccatura tra le vittime che vivono all’estero e coloro che hanno fatto ritorno a Prijedor. Messi di fronte a tali espressioni di dissenso, provenienti da tutte e due le parti, la Mittal Steel lo scorso febbraio ha annunciato la sospensione del progetto dal momento che deve riconsiderare la sua posizione nella speranza che i popoli di Prijedor ”possano trovare una soluzione accettabile per tutti”. È paradossale che la petizione di alcuni gruppi di vittime abbia fatto il gioco di coloro che sono contrari alla costruzione di un memoriale e tale petizione ritarda il processo di rielaborazione del passato a Prijedor. Se da un lato ottenere il supporto di tutte le comunità può essere un approccio lodevole, dall’altro è irrealistico aspettarsi che tale supporto possa arrivare dai rappresentanti ufficiali della municipalità dato il ruolo che essi hanno avuto durante il conflitto. La Mittal Steel non dovrebbe aver paura di negoziare da una posizione di forza e di usare il suo peso economico e la sua influenza per promuovere la costruzione del memoriale e renderlo accessibile a tutte le vittime. * International Committee on Human Rights http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5583/1/51/

Voli CIA : ex ambasciatore parla di informazioni estorte con torture di Gabriella Mira Marq Un ex ambasciatore britannico ha detto che la CIA e l'MI6 usano testimonianze ottenute sotto tortura. Durante l'audizione presso il Comitato temporaneo del parlamento europeo che indaga su voli e prigioni CIA Craig Murray ha dichiarato che USA e Gran Bretagna hanno preso una decisione politica sul fatto che le intelligence useranno testimonianze ottenute sotto tortura in paesi terzi. "Lo dico con rammarico e con certezza", ha detto Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan dal 2002 a 2004. Il diplomatico aveva avuto gia' problemi per queste sue dichiarazioni e per il fatto di aer messo in rete le prove di quanto affermato. Ai parlamentari UE egli h detto ieri di aver avuto serie prove che i servizi segreti uzbechi torturano spesso i detenuti ed ha detto che la CIA ed il servizio di intelligence britannico MI6 non hanno partecipato a tali interrogatori ma hanno condiviso le informazioni ottenute. Il diplomatico ha parlato di prove su torture atroci come "persone bollite a morte, foto di lesioni serie, mutilazioni dei genitali, violenza su individui davanti ai loro parenti... finche' non firmavano una confessione". Ha detto che quando ha provato a condividere la sua preoccupazione con il Foreign Office trasmettendo parecchie lettere e fax, Jack Straw aveva discusso con il capo dell'MI6 ed aveva raggiunto la conclusione che occorreva continuare a ricevere il materiale di intelligence ottenuto dalle confessioni sotto tortura, in quanto cio' non sarebbe contrario alle Convenzioni dell'ONU contro la tortura poiche' il governo britanico non ha direttamente perpetrato le sevizie. "In questo modo, la posizione convenzionale britannica puo' essere mantenuta quando dicono che 'non perdoniamo, non usiamo o non istighiamo la tortura" , ha detto Murray, che ha continuato a protestare, il che lo ha indotto a lasciare l'amministrazione civile. Murray ha commentato che questi eventi hanno lasciato "una mancanza di credibilita' del materiale di intelligence ottenuto, progettato per dare la falsa immagine che l'opposizione dell'Uzbekistan sia collegata ad Al Qaeda". Richiesto di notizie sull'esistenza presunta dei centri di detenzione in Bulgaria o in Romania, Murray ha detto di non essere mai venuto a conoscenza di prove sulla loro esistenza, ma ha detto di essere informato dell'uso della tortura in altri Paesi terzi come la Siria, l'Algeria, l'Egitto ed il Marocco. I membri del comitato hanno anche sentito il coordinatore UE antiterrorismo Gijs de Vries, il giornalista spagnolo del Diario Mallorca Matías Vallés (in Spagna e' stata aperta un'inchiesta giudiziaria sui voli CIA a Maiorca) ed il peacekeeper dell'ONU Edward Horgan. Non sono stati resi noti molti particolari della testiminianza di questi testi, ma de Vries avrebbe sottolineato la mancanza di prove concrete per sostenere le accuse di voli segreti della CIA e di trasferimenti dei prigionieri fuori dei Paesi dell'UE e sarebbe stato criticato da membri del comitato per il suo scetticismo, stanti i voli registrati sui libri dei vari aeroporti europei, che mostrano centinaia di spostamenti di aerei di copertura, e le conclusioni parziali cui e' giunto il Consiglio d'Europa, che sta conducendo una inchiesta parallela. Sia il segretario generale del Consiglio d'Europa Terry Davis, sia il parlamentare del Consiglio Dick Marty, primo incaricato dell'inchiesta sulla vicenda dall'organizzazione per i diritti umani paneuropea, hanno detto di aver trovato prove del fenomeno, che avrebbe interessato piu' di 100 detenuti in Europa. Marty ha parlato di possibile coinvolgimento delle autorita' nazionali ad uno o piu' livelli", mentre Davis sta completando il giro di ricognizione dei vari governi che ha gia' dato informazioni preoccupanti. Prove sarebbero emerse dai registri aerei britannici, da documenti rumeni e da un'inchiesta del Chicago Tribune sui nomi e le coperture degli agenti della CIA. www.osservatoriosullalegalita.org


aprile 23 2006

La mafia al quirinale ” «La candidatura di Andreotti può essere una soluzione importante ma non è di parte. Non è una candidatura del centrodestra anche perché, come tutti sanno, Andreotti non ha votato a favore del governo Berlusconi. Si tratta al contrario di un senatore di grande esperienza, che in un momento difficile per le istituzioni può rappresentare una scelta super partes». Dunque questo bel tomino, uno che da presidente della Camera telefonò la sua solidarietà a un presunto mafioso (Marcello Dell'Utri) il giorno prima della sentenza che eliminava l'aggettivo "presunto" e lasciava "mafioso", oggi propone un altro mafioso (Giulio Andreotti) come presidente della Repubblica. Per i deboli di memoria ricordiamo che il malefico vecchietto gobbo proposto da Casini, oltre a inquinare la politica italiana da mica tanto meno di un secolo, ha «commesso il reato di associazione per delinquere con Cosa Nostra, concretamente ravvisabile a suo carico fino alla primavera del 1980, ma estinto per prescrizione» (testo della sentenza resa definitiva dalla Corte di Cassazione nel novembre del 2004). Casini conferma che lui, comunque, "c'entra". Possiamo aspettarci dal centrosinistra un NO secco e granitico, magari anche qualche pernacchia, anziché sentire «l'obbligo di discutere», come propone il campione dalemian-inciucista Peppino Caldarola (cfr Repubblica)?http://www.onemoreblog.org/archives/010796.html

Il problema fisico Quello che la scena finale del Caimano lascia balenare, un Berlusconi tranquillamente capace di supportare una guerra civile italiana se giudicasse la cosa meritevole per i propri fini, corrisponde esattamente all'immagine che mezza Italia ha di lui. Il mancato riconoscimento della vittoria elettorale prodiana ha sicuramente rafforzato questa convinzione. Ma c'è un problema fisico ad impedirlo. I vecchi rimbambiti che costituiscono la solida base del suo elettorato riescono a malapena a trascinarsi fino al seggio per fare una croce. Prendere fucile e pitale e scappare in montagna no, non è possibile. Escluse a priori le casalinghe di Voghera che "io di politica non mi interesso", rimarrebbero come unica risorsa realmente disponibile gli arzilli commercialisti della Brianza metaforica. I quali però avrebbero troppo sommerso da perdere in cambio di una misera Ici da guadagnare. Quindi ciccia.http://piste.blogspot.com/

DA DOVE RIPARTIRE di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA dal Corriere - 23 aprile 2006 Il motivo per cui, in ogni consolidata democrazia, le formazioni politiche concorrenti (partiti, coalizioni, alleanze, secondo i casi) tendono a essere due e non più di due ha assai poco a che vedere con i problemi di cui si deve occupare un governo e con il numero delle loro soluzioni possibili, che è di solito superiore a due. Il motivo ha a che fare non coi problemi, ma col potere: è bina la distinzione tra maggioranza e opposizione, tra chi governa e chi non governa. E se per potere legittimamente governare occorre vincere le elezioni (come la democrazia richiede, pur con diverse e sempre imperfette tecniche elettorali), la reductio ad duos è solo conseguenza del dover costituire schieramenti capaci di vincere. Ma quando si passa dalla scelta del chi governa a quella del come governare, lo schema da bino diviene plurimo. Non basta più lo spartiacque maggioranza-minoranza, governo-opposizione, vincitori-vinti; ognuna delle due formazioni si stende su un proprio ventaglio di soluzioni concepibili per quasi ogni questione e deve trovare in se stessa capacità di decisione e di sintesi. Poiché più soluzioni sono possibili per ogni questione (di giustizia, sicurezza sociale, immigrazione, infrastrutture, fiscalità), la matematica ci dice che il numero delle combinazioni possibili è quasi infinito; non è affatto detto che due persone concordi nel volere il ponte sullo Stretto di Messina concordino anche sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e giudicanti o sulle unioni di fatto. Non riduzione a due, ma tot capita tot sententiae . Ciò che è bino e ciò che è plurimo hanno ragioni d'essere ugualmente forti. È per questo che, nella sua intelligenza, la lingua inglese ha coniato parole diverse per i due diversi significati della politica: conquista del potere (politics ) ed esercizio del potere (policy ). Il cittadino non si deve spazientire. Che la convivenza tra i due termini della politica sia difficile non è una patologia o il difetto di una particolare architettura istituzionale: è la vita stessa della polis . Vale per i compiti del Parlamento: ogni governo che abbia bisogno di un voto di fiducia assembleare (come è il caso di tutti i Paesi europei) implica che il Parlamento eletto dal popolo combini il taglio netto tra maggioranza e opposizione con il possibile dialogo su singole questioni. Vale per i sistemi elettorali: né il proporzionale né il maggioritario risolvono la tensione tra il dualismo governo-opposizione e il pluralismo delle culture politiche presenti in ogni schieramento. Vale per la scelta tra partito unico e coalizione: quale che sia la forma organizzativa degli schieramenti contrapposti, entrambi ospiteranno una certa varietà di punti di vista. Gli anni Novanta hanno visto due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Sono due cambiamenti che riguardano ciò che è bino, non ciò che è plurimo nella politica. Ciò che nella politica è plurimo rimane e deve rimanere, senza mettere a repentaglio ciò che è bino e imporre il ritorno agli elettori. Non è venuta infatti meno l'esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di trovare accordi entro la formazione vincente, di fare una sintesi che qualifichi e renda coerente l'azione di governo. Questa è materia non di architettura istituzionale ma di leadership , ed è il compito di chi, vincitore nella parte bina del gioco, si accinge a entrare in quella plurima, compiendo il passaggio dalla politics alla policy. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Ma la vittima di questo inghippo è il Parlamento Paolo Natale con Mauro Buonocore “Siamo alle prese con l’ultimo regalo avvelenato di Berlusconi”. La sera del 10 aprile scorso, mentre le previsioni continuavano a fallire e la tensione saliva, il sistema elettorale sembrava il vero protagonista. Dalle parole di Daniele Capezzone tutta l’amarezza e il disappunto per quella legge che aveva provocato tante polemiche nel momento in cui venne promossa dal governo. Proporzionale pieno, liste bloccate, premi di maggioranza diversi, nazionale alla Camera e regionale al Senato. Alla fine il risultato è venuto fuori, l’Unione ha prevalso di pochissimo al Senato, ma si è sfiorato un clamoroso nulla di fatto se le due coalizioni si fossero aggiudicate ciascuna una maggioranza. E se la legge elettorale è stato il protagonista del thriller elettorale, il Parlamento ne è forse la vittima principale. Così spiega Paolo Natale, docente Metodologia della ricerca sociale e Analisi dei sondaggi alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano, che prima delle elezioni ha analizzato con attenzione questo proporzionale sulle pagine del quotidiano Europa, e noi abbiamo cercato per analizzare il risultato elettorale. “Il sistema elettorale è stato un vero protagonista perché ha determinato la composizione di Camera e Senato in maniera significativa, direi addirittura stravagante. Pensiamo ad esempio a quanto è successo per il Senato: prima che fossero conteggiati i voti degli elettori residenti all’estero una piccolissima maggioranza di voti aveva conferito una minima maggioranza, di un solo seggio, al centro destra. Alla Camera, invece, una vittoria conseguita ugualmente con un minimo scarto di consensi ha dato all’Unione un’ampia maggioranza. Nei fatti il nuovo Parlamento è un po’ la vittima di questa legge un po’ balzana che si sono inventati”. Certo non si può dire che il nuovo sistema, con tutte le sue peculiarità, abbia favorito una parte politica o l’altra. Certamente, sostiene il prof. Natale, era strutturato per avvantaggiare la Casa delle Libertà che “è meno capace di portare a sé voti di coalizione di quanto non sappia fare il centro sinistra; però gli effetti pratici hanno portato un risultato del tutto opposto: l’Unione ha vinto, mentre con il vecchio sistema misto, maggioritario e proporzionale, avrebbe certamente ottenuto di meno. La cosa si fa un po’ ingarbugliata. La Casa delle Libertà ha fatto una riforma elettorale in tutta corsa a pochi mesi prima delle elezioni, mentre invece gli sarebbe convenuto votare con la vecchia legge? “Noi adesso basiamo il nostro ragionamento sui partiti e non sulle coalizioni – spiega Natale – ma se parlassimo soltanto delle due coalizioni che stanno dietro ai due candidati premier, il potenziale del centro sinistra è molto più elevato e quindi credo che avrebbe vinto lo stesso, ma con un margine di seggi molto più limitato alla Camera e, al contrario, assai più ampio al Senato”. Una delle chiavi per capire gli effetti dei questo sistema elettorale sul risultato finale sta nel premio di maggioranza, nazionale alla Camera e regionale al Senato. “Da una parte, il premio su base nazionale ha consentito all’Unione di raggiungere almeno 340 seggi alla Camera, una solida maggioranza con pochi voti di differenza sugli avversari” sottolinea il prof. Natale, e continua: “Al Senato però, il premio calcolato su base regionale ha consentito all’Unione di giungere anche lì a una vittoria, se pur risicata. Ma se invece il premio fosse stato nazionale, la Casa delle Libertà, che al Senato ha avuto più voti in assoluto degli avversari, avrebbe vinto provocando due maggioranze diverse nelle diverse camere e quindi sarebbero state necessarie nuove elezioni”. E se guardiamo ai numeri dei partiti che cosa possiamo notare? “Si parla molto spesso del fatto che il centro destra abbia tenuto bene, ma io non sono molto d’accordo” risponde Paolo Natale invitando a leggere i numeri: “Confrontando le ultime elezioni con i risultati del 2001, vediamo che Forza Italia ha perso un milione e mezzo di voti, e molti sono gli elettori che hanno cambiato il loro voto. Certo – continua il professore – dobbiamo sottolineare una buona tenuta del voto di coalizione, superiore a quella del voto intracoalizionale, in altre parole possiamo notare un passaggio di voti tra partiti dello stesso schieramento. Questa, però, è da un po’ di tempo una caratteristica dell’elettorato italiano che si sente più vicino a una coalizione che a un partito. Questa caratteristica era presente già cinque anni quando privilegiò Forza Italia, mentre quest’anno se ne è giovata l’Udc. Ma il fatto più interessante di queste elezioni – conclude il prof. Natale – è il ridimensionamento del centro destra”. caffeeuropa.it

IL GOVERNO DI PRODI AI PRIMI 100 GIORNI EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 23 aprile 2006 VADO per esclusione. Non parlerò di Berlusconi e delle sue tigne para-eversive: Antonio Moresco ha ragione quando scrive (Repubblica di ieri) che bisogna far sgonfiare con il silenzio la bolla mediatica gonfiata dall´ex premier attorno alla sua persona. Ma neppure parlerò delle beghe interne al centrosinistra sulla ripartizione delle cariche istituzionali se non per dire che gli accordi in materia avrebbero dovuto esser fatti prima; ci saremmo risparmiati un disdicevole balletto dal quale il solo ad uscire con dignità è stato alla fine Massimo D´Alema. Il tema che mi sembra oggi più urgente, a pochi giorni ormai dall´incarico a Prodi e dalla formazione (spero fulminea) del nuovo governo, è quello di delineare quali dovranno essere le primissime mosse di Prodi, alcune per libera scelta in conformità al programma proposto agli elettori, altre per stato di necessità dovuto al lascito del precedente governo e alle sfide che esso lascia sulle spalle di chi sta per subentrargli. Sfide già definite «terribili» dal Fondo monetario internazionale che ha diffuso appena tre giorni fa la pagella all´Italia a conclusione d´una legislatura tra le peggiori della nostra storia repubblicana. *** Ho scritto varie volte su questo giornale e lo ripeto oggi con convinzione ancora maggiore, che la prima iniziativa di Romano Prodi e del suo ministro dell´Economia (tanto più se sarà Tommaso Padoa-Schioppa che mai come ora si presenta come l´uomo giusto al posto giusto) dovrebbe consistere in una trasferta a Bruxelles per concordare con la Commissione europea e con i maggiori partner dell´Unione il programma di raddrizzamento finanziario e di crescita produttiva e competitiva del nostro sistema industriale. Questa scelta è dettata dallo stato di necessità perché cinque anni di gestione Berlusconi-Tremonti lasciano l´Italia in una situazione appunto di «libertà vigilata». Al di là delle improbabili chiacchiere del politichese nostrano, questa è la pura e amarissima realtà. Ricapitolo le cifre del lascito perché è da quelle che bisogna partire; cifre desunte e certificate dall´Istat, dalla Banca d´Italia, dalla Corte dei Conti, dalla Commissione di Bruxelles, dall´Ocse e dal Fondo monetario. Dunque a prova di qualunque falsificazione di parte. Due anni di crescita a zero e quasi zero (2004-5). Ristagno dell´occupazione (2005). Aumento del rapporto deficit-Pil al 4 per cento quest´anno (previsione del governo al 3,5) e al 4,5 nel 2007. Azzeramento dell´avanzo primario nel 2005 (dal 2,5 a zero). Il governo Prodi ai primi cento giorni Aumento dello stock di debito pubblico (106,7 del Pil quest´anno, 108 se non di più l´anno prossimo). Stasi dei consumi (meno 0,2). Questo è il lascito dopo cinque anni di governo con una maggioranza parlamentare di cento deputati alla Camera e cinquanta senatori. E non parliamo del precariato dilagante nel mercato del lavoro e del potere d´acquisto dimezzato per i ceti medio-bassi. Di fronte a queste cifre il responsabile numero uno, l´ex ministro dell´Economia che continua a sfarfalleggiare nei vari e ripetitivi salotti televisivi, dovrebbe soltanto tacere. Siamo dunque, economicamente e finanziariamente, in libertà vigilata, ma non per vocazione persecutoria delle autorità europee nei nostri confronti bensì per il semplice fatto che il debito pubblico italiano, essendo espresso in euro, costituisce parte integrante del debito pubblico dell´Unione europea, ne rappresenta addirittura il 25 per cento del totale, influenza con la sua enormità tutte le grandezze finanziarie dell´Unione, influisce inevitabilmente sulla politica della liquidità, del cambio e dei tassi d´interesse. Di qui la libertà vigilata di cui parlavamo. Di qui la necessità per Prodi e per il suo ministro dell´Economia di concordare con Bruxelles il raddrizzamento e insieme il programma di crescita: due obiettivi che debbono essere perseguiti contemporaneamente, pena la bancarotta e la deflazione. Vale qui la pena di ricordare che l´ex premier e i suoi sodali, tra le altre favole raccontate nei mesi scorsi agli italiani, hanno anche affermato che gran parte dei nostri malanni attuali dipendono dal livello del cambio lira-euro fissato nel 1998 da Prodi e da Ciampi. Non doveva essere (dicono) 1.936 ma 1.500 lire per un euro. Cioè un cambio da rivalutazione selvaggia, una pacchia per gli esportatori esteri e una catastrofe per tutte le imprese italiane. È semplicemente stupefacente che un governo di dilettanti che propina al pubblico questo po´ po´ di panzane si proponga ancora come interlocutore valido per continuare la gestione o co-gestione d´un paese che è stato ridotto allo stato di pecora nera di tutto l´Occidente industriale. * * * Le risorse necessarie per il raddrizzamento finanziario ammontano, alla grossa, in due punti di Pil; in cifre assolute a circa 30 miliardi. Le risorse necessarie al rilancio dell´economia reale (cuneo fiscale, abolizione graduale dell´Irap sul lavoro) sono nell´ordine di un punto e mezzo di Pil pari a circa 20 miliardi. Le risorse destinate ad alcune riforme sociali urgenti, tra le quali primeggia una rete congrua di ammortizzatori sociali, richiedono un altro punto di Pil ai quali vanno aggiunti gli investimenti necessari e urgenti per la scuola e per la ricerca scientifica. Tirando le somme e sia pure in modo approssimativo non si è lontani ai 60-65 miliardi, naturalmente gradualizzati fino al 2009. Le fonti alle quali attingere sono: l´evasione fiscale che potrebbe dare almeno 10 miliardi; il contenimento della spesa (ma non certo adottando il metodo Siniscalco-Tremonti che è stato un colossale flop ed ha consentito un aumento della spesa di due punti e mezzo di Pil), dal quale si possono e anzi si debbono ottenere almeno altri 10 miliardi; una moderata revisione degli accordi con i lavoratori autonomi; tassazione su grandi patrimoni e plusvalenze di Borsa; allineamento delle rendite a livello europeo. Il complesso di queste ultime misure è stimabile intorno ai 5 miliardi. Siamo dunque complessivamente a 25 miliardi di risorse da destinare al rilancio e al raddrizzamento finanziario. Se il sistema si rimette in moto e riesce ad intercettare la crescita della domanda internazionale ed europea e se a queste risorse si aggiunge un programma di emersione dal sommerso, si possono generare nuove fonti capaci di pareggiare le esigenze che abbiamo prima elencato. È chiaro che una manovra di queste proporzioni ha bisogno di tempo. E di credibilità. La credibilità può venire in parte dalla serietà degli interlocutori che ci rappresentano ma soprattutto dalle prime mosse della manovra stessa e dalla loro efficacia. L´orizzonte non può che spaziare fino al 2009, come prevede il documento di programmazione triennale (Dpef), ma la prova effettiva consisterà nella finanziaria del 2007, forse da anticipare addirittura di un trimestre. * * * Il governo, d´accordo con l´Europa, dovrà scegliere le voci di quella finanziaria in entrata e in uscita sicché essa sarà blindata con il sigillo europeo. L´opposizione dal canto suo dovrà decidere se appoggiarla o contrastarla ricordando, se possibile, che in gran parte essa è determinata dagli errori di cinque anni da dimenticare. Sarà dunque quello il banco di prova per la tenuta della nuova maggioranza da un lato e per la riqualificazione della nuova opposizione (o di alcuni suoi settori) dall´altro. Su questa duplice performance si gioca il destino della legislatura e soprattutto il rango internazionale del nostro paese. La sfida, come ha preconizzato il Fondo monetario, sarà terribile. Lo è sempre quando ci si sveglia da una sbronza di quelle proporzioni. Spesso è in simili circostanze che gli italiani danno il meglio di loro. Ma occorre che gli si parli con onesta chiarezza e gli si indichino obiettivi realizzabili di ripresa dello sviluppo e di miglioramento reale. Quanto al debito pubblico, ricreare l´avanzo primario è un proposito doverosamente incluso nella manovra di raddrizzamento, ma agisce con molta lentezza. Anche qui ci vuole dunque una scossa che può venire soltanto da un´alienazione di beni patrimoniali appetibili sul mercato. Basterebbe riguadagnare un punto di Pil entro il 2007 e sarebbe già un buon passo avanti per cominciare. Niente è impossibile se si capovolgono le aspettative ed è a questo che fin dal primo giorno bisognerà puntare. * * * Ci si chiedono da molte e molto autorevoli istituzioni riforme di liberalizzazione. Del mercato del lavoro. Delle corporazioni professionali. Dei servizi. La questione del mercato del lavoro è uno dei punti più chiari nel programma dell´Unione: flessibilità anche spinta, incentivi che orientino le imprese verso percorsi virtuosi in vista di buon lavoro a tempo indeterminato. Altre liberalizzazioni anticorporative sono molto auspicabili, specialmente nei settori dell´intermediazione bancaria, assicurativa, televisiva, commerciale. Ma soprattutto occorre una politica industriale che orienti il sistema delle imprese verso lo sviluppo di settori ad alto valore aggiunto, senza di che non reggeremo al confronto con il mercato globale. Si sa che Prodi sta anche riflettendo su possibili mutamenti nella struttura ministeriale. Ci permettiamo di segnalargliene tre che ci sembrano di tutta evidenza: un ministero dell´Economia reale con larghe e importanti attribuzioni a cominciare dalla proprietà delle partecipazioni in imprese pubbliche ancora esistenti e oggi di competenza del Tesoro; un ritorno all´autonomia del ministero dell´Entrata. Ne ha già fatto cenno ieri su queste pagine Marcello De Cecco. Se gran parte della manovra è basata sulla lotta all´evasione e al ricupero del sommerso è evidente che sarebbe un errore sovraccaricare con questa pesantissima incombenza il ministro dell´Economia, già impegnato da compiti oltremodo gravosi. Infine Ricerca e Università. Sdoppiandolo rispetto alla Scuola non si appesantisce ma anzi si snellisce l´azione di governo e l´incisività di riforme urgenti come non mai. C´è da sperare che nei pochi giorni che ci dividono dall´incarico a Prodi, questi problemi siano risolti dal premier e dai suoi alleati con la chiarezza e la compattezza necessarie. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Elezioni : CdL , maggiori controlli , ma quale informazione ? lettera firmata La Corte di Cassazione dopo aver espletato il controllo formale che la legge elettorale gli impone, ha decretato la vittoria delle recenti elezioni politiche alla formazione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi per un vantaggio di circa 25.000 voti. Mi sento di condividere totalmente le affermazioni fatte dall'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, il quale, sinteticamente, ha affermato la necessità di procedere ad un "supplemento di controllo" in considerazione dell'esiguo scarto di voti tra i due poli. D'altra parte, in un regime di democrazia avanzata come quella vigente nel nostro Paese, non mancano gli strumenti legiglativi che offrono la possibilità di esercitare tutti i controlli necessari per dipanare anche un qualsiasi dubbio di incertezza sul risultato finale del voto. Le dichiarazioni che si intrecciano tra i vari leaders politici del centro-sinistra in queste ultime ore e che fanno seguito alla decisione della Corte di Cassazione, non sono finalizzate a porre la parola "fine" alla diatriba, ma, fanno parte solo di una dialettica sterile che diventa utile solamente ad inasprire il clima politico tutt'ora teso.. Risponde Rita Guma Appunto, la legge garantisce i diversi tipi di controllo, eccetto il riconteggio di tutte le schede annullate, che possono essere verificate a campione dalle Giunte parlamentari per le elezioni solo su motivata richiesta. Per questo riconteggio globale sarebbe necessario un apposito decreto. E' tuttavia interessante - per spiegare il clima politico teso - riportare il comunicato ufficiale di FI che recita: "avevamo chiesto alle Corti d’Appello ripetutamente che il conteggio ufficiale dei voti avvenisse nel pieno rispetto della legge; cioè con la massima precisione e trasparenza... Purtroppo ciò non si è verificato in tutti gli uffici, perché l’esigenza di concludere rapidamente i lavori è stata soddisfatta a scapito della puntualità dei controlli e dei conteggi". Questa e' una affermazione indimostrata con i crismi della diffamazione, perche' accusa qualcuno - che al controllo del rispetto della legge e' preposto - di non aver rispettato la legge. Non sara' dovuto a questo il clima politico teso? O magari alle accuse di brogli fatte da Silvio Berlusconi e poi ritrattate (nelle parole ma non nelle allusioni) o alla propaganda fatta sul controllo che era necessario fare ma che la legge gia' prevedeva di fare, o alle accuse di Rivolta sulla sparizione delle schede svizzere, mai ritrattate anche in presenza di dati ufficiali? Infatti ho letto le diverse dichiarazioni dei leader dell'Unione e non mi pare che facciano "parte solo di una dialettica sterile che diventa utile solamente ad inasprire il clima politico", se non si vuole intendere con questo la mancata accettazione delle 'larghe intese' proposte da Berlusconi. Per questo, riportando la sua mail con la dichiarazione di Tremonti, per correttezza dovrei riportare anche le dichiarazioni dei leader della sinistra, perche' il lettore possa giudicare. Capisco che sia un metodo ignoto ad alcuni stili di propaganda che si limitano a riportare i commenti senza i fatti, ma e' quello che usiamo. Tuttavia come precisato nell'apposita pagina del nostro sito, non facciamo da altoparlante per le dichiarazioni dei politici, cui mi pare venga dato ampio spazio gia' sui TG nazionali. Ecco perche' mi limitero' a riportare qualche 'notizia' e commento di giornali del centrodestra che forse spiegano questo clima teso: L'Opinione: "L’Unione decidendo tutta soletta l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, e lo fa ben sapendo che proprio a palazzo Madama non ha più i numeri per dirsi forza di governo: i senatori di centro-destra e quelli di centro-sinistra sono ormai pari (157 contro 157)". Ovviamente un simpatizzante della CdL che legga questo (o le analoghe dichiarazioni del ministro Tremaglia) si innervosisce di fronte alla 'pretesa' di Prodi di avere piu' senatori che la CdL, tuttavia il dato riportato nell'articolo e' sbagliato, poiche' i senatori dell'Unione sono 158, in quanto il sen. Pallaro era conteggiato come indipendente, quindi il totale dei senatori era 158+156+1, e l'Unione resta con 158 senatori anche qualora la CdL ne avesse 157. La Padania: "Tutto come previsto. Affossato, quasi senza motivazioni e in tutta fretta, il ricorso di Calderoli e verificati i voti ottenuti alla Camera da centrosinistra e Cdl, la Corte di Cassazione non ha fatto molta fatica a confermare la vittoria dell’Unione". Ma invece le motivazioni ci sono, e sono quelle necessarie. La rapidita' con cui sono state scritte e' dovuta al fatto che i rilievi erano gia' stati trasferiti da vari giorni alla Cassazione tramite l'ufficio elettorale circoscrizionale Lombardia 2 e anche sui giornali (meritando peraltro le risposte dei costituzionalisti). Il ricorso formale di Calderoli - anche se presentato molto dopo aver reso ampiamente edotta la stampa e i simpatizzanti delle sue argomentazioni - era solo una forma 'leguleia' di quanto gia' detto, quindi non cambiava la risposta. Peraltro da piu' esponenti della CdL sono state lanciate dichiarazioni relative ad una pretesa maggioranza assoluta al Senato (si e' parlato di differenze dal mezzo milione di voti a due milioni, ma sono poche decine di migliaia, e comunque la legge elettorale scritta dalla CdL rende irrilevante tale dato, come avviene negli USA), mentre non si arriva al 50%. Certo se un elettore della CdL si limita a leggere articoli ed scoltare 'informazioni' come queste, senza verificare i contenuti, si sentira' frustrato e persino inviperito e il normale corso degli eventi politico-istituzionali gli sembrera' un'ingiustizia e un sopruso, con la conseguenza che si generera' un clima politico teso. Il diritto all'informazione corretta non e' meno importante, ma anzi direi propedeutico, a quello all'esercizio del voto con piena consapevolezza. www.osservatoriosullalegalita.org

Due pesi e due misure Il centro destra vuole la verifica delle schede bianche e nulle. Io non ho nulla in contrario. L’ho detto in televisione in un paio di contraddittori. Non ci devono essere ombre sulla vittoria dell’Unione. Due argomenti del centro destra sulla verifica sono però totalmente inaccettabili. Il primo sono le insinuazioni su comportamenti irregolari da parte dei presidenti di seggio e degli scrutatori. Insinuazioni basate sul nulla che criminalizzano cittadini che hanno svolto il loro dovere. Il secondo è la presunzione di una vittoria a priori dopo il riconteggio, anche questa basata sul nulla. Nessuno può ragionevolmente affermare che una rilettura delle schede cambi il risultato attuale. Inoltre, queste richieste di trasparenza e di legalità, in sé legittime e di cui finalmente mi congratulo, dovrebbero essere accompagnate da un comportamento responsabile da parte del leader della coalizione del centro destra, che rappresenta ancora An, Udc e Lega, e che ieri ha fatto la seguente affermazione: “Siamo i vincitori morali e politici di elezioni dove sono emerse clamorose irregolarità”. Quali? Chi le ha commesse? Il ministero dell’Interno? La Corte Costituzionale? Chi? Qui si criminalizzano le istituzioni. Una coalizione che permette al suo portavoce di rilasciare queste dichiarazioni non è credibile quando chiede il rispetto della legalità, se ne renda conto.http://www.antoniodipietro.com/2006/04/due_psei_e_due_misure.html

Un patto equo contro la precarietà Nei primi cento giorni occorre subito una misura negoziale Creato il consenso, si potranno studiare norme di legge di MAURIZIO FERRERA dal Corriere - 23 aprile 2006 La precarietà del lavoro sarà uno dei temi più scottanti per il nuovo governo. A giudicare dalle dichiarazioni del dopo elezioni, sulla riforma della legge Biagi si sta già profilando un clima di radicalizzazione, che rischia di essere esasperato dalla retorica dei «cento giorni». È giusto aspettarsi che il nuovo governo lanci subito dei segnali concreti. Ma sui temi del lavoro la fretta può indurre a passi falsi. Il segnale che può essere dato rapidamente riguarda la direzione di marcia, lo stile di riforma: gli interventi legislativi, se necessari, verranno dopo, senza bruciare i tempi. Le esperienze europee più riuscite di riforma del mercato del lavoro forniscono alcuni utili spunti di riflessione. In Olanda, in Danimarca, in Spagna la realizzazione della flexicurity (una combinazione di flessibilità per le imprese e di sicurezze per i lavoratori) è avvenuta per gradi, costruendo il consenso dal basso, sperimentando soluzioni diverse. Le riforme hanno poi coinvolto un ampio numero di stakeholders: non solo governo nazionale e parti sociali, ma anche governi regionali e locali, agenzie di collocamento, università e centri di formazione, organizzazioni del terzo settore e così via. Chi riduce la «precarietà» a una semplice questione di contratti «senza garanzie» commette una terribile semplificazione. La precarietà è una sfida sociale a largo raggio, alla quale va data una risposta mobilitando un'ampia gamma di attori e strumenti. Interessanti spunti di metodo provengono anche dalla Francia. Certo non dalla politica di questo Paese, vista la fallimentare vicenda dei «contratti di primo impiego». Gli spunti provengono piuttosto da un recente Rapporto dell'Istituto Montaigne sulla precarietà e l'esclusione, redatto da un gruppo di esperti e di rappresentanti del mondo industriale e sindacale ( www.institutmontaigne.org). Il Rapporto parte da una condivisibile constatazione: la precarietà non conviene a nessuno, neppure alle imprese. Nel nuovo contesto produttivo e competitivo alle imprese serve flessibilità. Ma questa può e deve essere inquadrata all'interno di un qualche «patto equo», in modo che le esigenze delle imprese non producano spirali di precarizzazione. Questo patto equo — e qui sta lo spunto più interessante — deve essere di natura negoziale piuttosto che legislativa. Il Rapporto arriva a proporre la stipula di veri e propri accordi collettivi contro la precarietà e l'esclusione (a livello europeo, nazionale, locale e settoriale) in cui si indichino le regole da rispettare, gli obiettivi da raggiungere, le responsabilità e le eventuali sanzioni. Oggetto principale di questi accordi dovrebbero essere naturalmente le condizioni contrattuali: ad esempio il potenziamento del lavoro interinale «garantito» come risposta naturale alle esigenze di flessibilità (e non, come spesso avviene oggi, il ricorso a contratti a termine). Ma gli accordi dovrebbero riguardare anche il ruolo di attori esterni. Scuole e università potrebbero ad esempio impegnarsi a svolgere seriamente il ruolo di tutoring nei percorsi di apprendistato. I comuni potrebbero fornire agevolazioni tariffarie o facilitare l'accesso all'abitazione nel caso di nuovi insediamenti industriali. Il tutto in un quadro di incentivi e finalità negoziate. Qualche critico potrebbe osservare che l'Italia ha già avuto una lunga stagione di concertazione, a livello nazionale e locale, e che molti «patti» sono rimasti inattuati. Ma innanzitutto nessuno di questi patti ha avuto per oggetto specifico la lotta alla precarietà, che è la grande sfida di oggi. In secondo luogo, in Italia il deficit di attuazione riguarda anche le leggi e non solo i patti. Infine: se ben orchestrato, un patto serve a produrre una diagnosi condivisa, a creare consenso, a individuare il cammino di successive misure legislative. Se il nuovo governo riuscisse a conseguire questi obiettivi nei suoi primi cento giorni sarebbe già un bel risultato. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Facciamoci due risate Sissi Per 24.000 voti Autori: A. Celentano – S. Marina vattene, che ti conviene con ventiquattromila voti oggi lo sai chi è il vincitore ritorna a casa dai nipoti lasciaci in pace qualche ora con ventiquattromila voti felice corre l'elettore è un giorno splendido perché l'ha messo in culo proprio a te non più menzogne disgustose promesse assurde e mignottate ma solo voti contro te yeh yeh yeh yeh yeh yeh yeh con ventiquattromila voti così il volubile elettore t'ha congedato in allegria ora il governo è tutto mio non più menzogne disgustose promesse assurde e mignottate ma solo voti contro te yeh yeh yeh yeh yeh yeh yeh con ventiquattromila voti così il volubile elettore t'ha congedato in allegria ora il governo è tutto mio con ventiquattromila voti felice corre l'elettore è un giorno splendido perché con ventiquattromila voti t'ha congedato in allegria con ventiquattromila voti ora il governo è tutto mio con ventiquattromila voti l'ho messo in culo proprio a te con ventiquattromila voti l'ho messo in culo proprio a teh ttp://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Barbara Berlusconi:" Non farei mai vedere ai miei figli certi programmi Mediaset "E' vero che ho regalato il mio posto nel mausoleo di famiglia a Sandro Bondi - ha poi confermato. - Ormai gliel'ho regalato e i regali non si riprendono indietro. "Se mio padre debba o meno telefonare a Prodi? Sara' lui a decidere, se dovro' dargli un consiglio lo faro' in privato". Lo ha detto Barbara Berlusconi, terza dei cinque figli del premier uscente, a Daria Bignardi, che l'ha intervistata per Le invasioni barbariche. "Prima o poi se la sentira'?", ha domandato la Bignardi. "Credo di si'", ha risposto lei. "Non voglio esprimermi sulle elezioni se non dicendo che ne e' uscito un Paese diviso - ha osservato Barbara. - Io penso che in questa fase ci sia bisogno di dialogo e quindi sono per la coalizione". Tra i politici, "Bertinotti e' un politico che stimo, capace, abile nel parlare", ha aggiunto. Quanto alle proprie capacita' domestiche, la giovane Berlusconi ha detto: "So cucinare le verdure, l'uovo al tegamino, la pasta e rifaccio il letto. Porto anche giu' la spazzatura, soprattutto ogni volta che sono a casa del mio fidanzato a Londra e lui lavora. Non so cambiare una gomma dell'auto". "Io ho dormito l' ultima volta con mio padre parecchi anni fa, - ha aggiunto - ma mia sorella Eleonora e mio fratello Luigi qualche volta lo fanno ancora oggi. In famiglia e' vero che ogni tanto trattiamo mio padre come un peluche e gli facciamo le coccole". Barbara Berlusconi ha poi detto che ai propri figli non farebbe vedere ne' Buona domenica ne' i reality, "e nemmeno il Bagaglino: sono programmi che non mi piacciono. Non ne ho mai parlato con Piersilvio, ma la mia e' e rimane un'opinione personale". da www.canisciolti.info

Good News. AAA picciotti cercansi Buone notizie, nonostante tutto. Trovo meravigliosa la notizia che ci sia una crisi di vocazioni dei picciotti. Così risulta almeno dai celebri "pizzini" di Provenzano, che lamenta la difficoltà di reclutare nuovi adepti in Cosa Nostra. Dice addirittura il Viminale che i "militanti" di Cosa nostra sarebbero oggi 2700, circa la metà di due anni fa. Ma la ragione della mia soddisfazione non nasce solo dal calo dei numeri assoluti. Nasce anche dal fatto che il crollo delle vocazioni è avvenuto nel pieno di una crisi economica che ha inasprito la disoccupazione giovanile nel sud. Insomma, si è infranto un tabù mentale: la mafia non nasce solo dalla mancanza di lavoro, come una pigra sociologia giustificazionista ha amato sostenere. Altrimenti in questi anni avrebbe reclutato a man bassa. Evidentemente c'entra anche dell'altro, dall'educazione nelle scuole alla fine del mito dell'impunità. Anche di questo ho parlato ieri mattina con i giovani di Giurisprudenza democratica della facoltà di Legge a Bologna. "La mafia e la Chiesa" era il tema del confronto, svolto con il bravissimo don Pino, prete di trincea nonché esponente di Libera a Gioia Tauro. Ho trovato stupendo il motto dei preti calabresi per segnare il loro impegno antimafia: "annunciare (il Vangelo), denunciare (i mafiosi e le complicità), rinunciare (ai privilegi che nascono dal silenzio)". Perché non l'avevo mai letto sui giornali? http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=content&task=view&id=211

L'internet italiana sotto controllo con la scusa del gioco d'azzardo? Il blocco degli indirizzi Ip relativi ai siti di giochi e scommesse on line sancisce il principio che lo Stato possa decidere a priori cosa si debba vedere o no sul web. Dopo averci provato senza risultato per oltre dieci anni, le lobby dei censori hanno fatto sì che il Parlamento italiano ordinasse il filtraggio di Internet. Lo scorso 23 gennaio 2006 è stata approvata definitivamente la legge Prestigiacomo che — dopo la firma del Presidente della Repubblica — imporrà agli Isp il filtraggio dei siti a contenuto pedopornografico (che invece potrebbero essere filtrati lato client e comunque oscurati dalla magistratura). Dalla mezzanotte del 24 febbraio 2006 l'Azienda autonoma monopoli di Stato (AAMS) ha applicato l'art. 536 della legge finanziaria che inibisce gli accessi ai siti degli operatori di giochi e scommesse, compresi quelli che esercitano legalmente la propria attività negli altri Paesi dell'Unione europea. Al di là dell'odiosità dei reati contro i minori e della liceità o meno del gioco on line, i provvedimenti sanciscono per la prima volta il principio che lo Stato possa decidere a priori cosa si può vedere e cosa no sul web, invece di limitarsi a punire chi si assume la responsabilità di violare la legge, conformemente ai principi di civiltà del diritto occidentale. Questa azione di repressione delle libertà civili è condotta in modo estremamente subdolo. Usa fenomeni criminali come lo sfruttamento sessuale dei minori — ai quali tutti siamo estremamente sensibili — come “cavallo di Troia” per far passare delle restrizioni (i filtri on line) che altrimenti sarebbero state impossibili, per poi estenderle anche a altri fatti meno gravi (le scommesse clandestine) o addirittura leciti ma sgraditi (le scommesse gestite legalmente da aziende inglesi). Senza entrare troppo nel merito legale di una questione molto complessa, basta dire che la Corte di giustizia dell'Unione europea e moltissimi tribunali penali italiani hanno riconosciuto fin dal 2004 che le società di giochi e scommesse legittimamente autorizzate in un Paese dell'Unione hanno il diritto di esercitare la propria attività anche in Italia senza necessità di licenze o concessioni. Ciò nonostante, il Parlamento italiano continua a emanare norme — come quelle citate all'inizio di questo articolo — che vanno esattamente nella direzione opposta e impongono ai provider multe salate (fino a 180.000 euro) se non “inibiscono” l'accesso anche ai siti legali di scommesse. Non potendosela prendere con società di altri Paesi perché operano secondo la legge di un'altra giurisdizione, e nemmeno — direttamente — con gli utenti (che senza questa norma non erano identificabili) il legislatore e AAMS hanno pensato bene di mettere sotto scacco le compagnie telefoniche e i provider. Costoro diventano, in pratica, dei veri e propri “poliziotti coatti” perché sono obbligati a svolgere azioni di prevenzione, indagine e segnalazione che spetterebbero alle istituzioni pubbliche e non a imprenditori privati. Applicando questa logica, mi aspetto una legge che imponga alle società che gestiscono le autostrade di indagare se le automobili che accedono tramite i caselli siano occupate da persone che stanno per compiere (o lo hanno appena fatto) una rapina o altro fatto illecito, denunciandoli immediatamente alla polizia. Ora è evidente che — a prescindere dalla gravità del reato di cui si discute — nessuno accetterebbe una norma di questo tipo perché è chiaro che non spetta a chi gestisce la rete stradale controllare chi e perché la attraversa. Curiosamente, quando si parla di reti di comunicazione l'approccio cambia radicalmente e tutto sembra lecito e giusto. Anche schedare indiscriminatamente gli utenti. Su imposizione di AAMS, infatti, il blocco degli accessi ai siti di scommesse deve avvenire intervenendo sui Dns. Per cui quando un utente cerca di collegarsi a uno dei siti “incriminati” viene reindirizzato automaticamente verso una pagina residente sui server di AAMS che lo “informa” di avere cercato di raggiungere un contenuto illecito. Fin qui nulla di male, si potrebbe dire. Peccato — però — che così facendo AAMS può loggare le sessioni di chi accede e inviare la Guardia di finanza a “fare accertamenti” presso gli Isp e poi a casa degli utenti. E poco importa se l'utente volesse soltanto curiosare o —trattandosi di un giornalista — verificare di prima mano informazioni e contenuti. Ora non ci vuole molto a capire che questo modo di agire diventerà lo standard per controllare le attività on line di qualsiasi tipo. Grazie a questi precedenti — tra l'altro — sarà più facile per le lobby dell'audiovisivo ottenere l'estensione degli obblighi di filtraggio anche alle violazioni — o supposte tali — del diritto d'autore (obiettivo per il cui raggiungimento stanno lavorando alacremente già in sede comunitaria). Tutto questo avrà la probabile conseguenza — oltre alle gravissime limitazioni per la privacy dei cittadini — di frenare ulteriormente il mercato Internet e Ict senza offrire alcuna reale protezione dai delinquenti veri che sentitamente ringraziano l'Italia per avere emanato leggi che spingono le forze di polizia a lasciarli tranquilli e a occuparsi di “pericolosi” cittadini. di Andrea Monti da "Pc professionale"

Se l'Europa non si muove in Iraq - La tragedia dell'Iraq occupato continua all'insegna della tripartizione etnico confessionale in uno scenario di piena balcanizzazione dove la violenza della guerra d'occupazione ed il terrorismo di ogni provenienza, ma soprattutto di stampo salafita-wahabita, prendono di mira gli innocenti alimentando e radicalizzando anche la guerra religiosa. L'Iraq è divenuto un territorio dove comandano le forze d'occupazione applicando la violenza programmata di Shock and Awe, i gruppi invisibili della violenza terrorista, varie milizie e innumerevoli squadroni della morte legati a differenti centri di potere. Ogni gruppo etnico ha la sua milizia o meglio le sue milizie. Il presidente iracheno Talabani si è trasferito dal Kurdistan a Baghdad portandosi 3000 peshmargha kurdi di protezione. I kurdi, oramai da tempo, lavorano per consolidare uno stato indipendente. Il Kurdistan – iracheno - divenuto alleato regionale dello stato d'Israele suscitando sensibilità arabe, vive de facto già uno stato di indipendenza quasi piena, anche se non dichiarata. Una indipendenza che ha già sollecitato desideri di irredentismo su uno scenario più ampio prospettando cambiamenti dei confini dalle conseguenze imprevedibili. La Turchia dei generali ha ripetutamente dichiarato che un Kurdistan indipendente ai suoi confini meridionali è inaccettabile. La comunità sunnita (15% in Iraq ma 85% nel mondo islamico) che ai tempi del dittatore Saddam aveva il potere assoluto e i rispettivi privilegi, poggiandosi sul tessuto tribale dell'Iraq centrale dove vige la regola del sangue e dell'onore è divenuta il cemento di varie guerriglie e gruppi di terroristi di ogni provenienza. Questa minoranza dove si annida la maggior parte degli ex ufficiali del Ba'ath, parla del bisogno di una roadmap per il ritiro delle forze d'occupazione per voce di Iyad Samarrai portavoce del “ partito Islamico Iracheno” maggior raggruppamento sunnita. Dunque si mostra a volte disponibile ad alleanze anche con le forze d'occupazione, nonostante sia in pieno scontro armato con le forze Usa contro i kurdi e sciiti. Alcune anime estreme dei sunniti, godendo del sostegno di vari regimi arabi alleati degli Usa e da sempre in crisi di legittimità e terrorizzati dalle proteste sociali e dalle prove elettorali, per attenuare i propri problemi interni, invece di combattere il terrorismo interno, lo esportano verso l'Iraq. Questi gruppi hanno scatenato una guerra totale contro la inerme comunità sciita. I terroristi salafiti provenienti dal bacino culturale del wahabbismo sostenuti da estremisti locali hanno compiuto massacri e crimini più orrendi: hanno massacrato 1000 pellegrini del ponte degli imam per opera dei kamikaze suicidi, hanno trucidato i bambini della città di Mossayeb e assassinato gli abitanti della città di Madaen… Con l'esplosione dei simboli religiosi cioè i mausolei degli imam sciiti (asqariyah) sono questi solo alcuni esempi di una violenza quotidiana. La maggioranza sciita - 65%, 70% della popolazione - che ha vinto le elezioni e sotto la guida del leader moderato ayatollah Sistani cerca la fine dell'occupazione per vie non armate, da tre mesi non può formare un governo per le ingerenze Usa che si esprimono attraverso l'ambasciatore Khalilzad sostenuto dal Segretario agli Esteri Condoleeza Rice. Gli Usa pretendono cinque ministri chiave del nuovo governo e paralizzano ogni tentativo. Khalilzad, cittadino americano di origine afgana, un mix di khan-brigante e il simbolo del nuovo servitore dell'era globale succeduto a John Negroponte, conoscitore degli squadroni di morte nell'america latina degli anni 80, parla apertamente della necessità di un governo che sia l'espressione degli interessi Usa in Iraq e nell'intera regione. Il premier sciita Jafari, l'espressione del partito Dawa, anche se è sostenuto dalla maggioranza della popolazione, è ostacolato dagli Usa. Dopo una resistenza durata vari mesi dichiara la propria disponibilità a farsi da parte. Mentre Hakim, leader del maggior partito sciita, accusa Khalilzad di essere “parzialmente” responsabile della catena di violenza che attraversa l'Iraq. Una violenza che sta generando una guerra confessionale e civile piena che finora, nonostante tutto, è stata evitata per l'attenzione e la responsabilità dimostrata dai leader moderati delle comunità sciita e sunnita. Il Grande ayatollah Sistani riconoscendo l'origine di tutta la spirale di violenza che investe la popolazione dell'Iraq, invitando ripetutamente e costantemente tutti i propri seguaci sciiti in particolar modo ad evitare la guerra settaria e confessionale, secondo fonti attendibili, non ha fatto neanche aprire la busta per visionare il messaggio che gli ha inviato J.W.Bush. Un Bush che secondo vari sondaggi è in una caduta libera di popolarità. Ma nonostante ciò continua a difendere l'indifendibile Donald Rumsfeld e ricorre ai rimpasti. Un Bush che, dopo l'annientamento di innumerevoli vite civili irachene e la caduta di più di 2000 giovani Usa in una guerra che ha ignorato ogni legalità e dopo il disonore di Abu Ghraib, cerca una exit strategy accettabile per l'opinione pubblica - soprattutto interna - per poter cambiare forse le sorti di un imperatore che la sua amministrazione insieme al proprio impero rischia di esplodere. Un imperatore che ha scaricato i costi economici e umani della guerra sui civili inermi di un paese sovrano e sui cittadini delle province non ricche degli Usa per garantire gli interessi dei propri amici tra i quali e soprattutto i petrolieri texani che con il prezzo del barile alle stelle sono i beneficiari diretti della sua politica. Mentre il consumatore finale paga alla pompa un alto prezzo, i profitti prendono la via stabilita dalle multinazionali del settore petroliero. L'Iraq e la sua popolazione hanno tutti i mezzi umani, culturali, economici e politici per uscire dalla crisi e dalla spirale della violenza. L'unica via d'uscita da questa tragedia perpetua non è solo un governo di larghe coalizioni come sostiene The Internatinal Herald Tribune (http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1808), dando voce agli interessi nazionali della Francia gollista per far entrare nel gioco gli arabi sunniti, ma la fine dell'occupazione e la non ingerenza delle grandi potenze. Il governo di larghe coalizioni che potrebbe essere una delle soluzioni se deciso dagli iracheni, nell'attuale contesto e vista la incapacità Usa di trasformare la schiacciante vittoria militare in una vittoria politica, significa dare all'amministrazione Bush la possibilità di creare quelle condizioni e quegli equilibri che consentano agli Usa di restare arbitri finali e decidere le sorti e il futuro del paese. In Iraq sono presenti quasi tutti: dalle forze d'occupazione fino ai gruppi terroristi di ogni matrice e provenienza, dai paesi limitrofi che hanno comprensibili preoccupazioni e interessi fino a diverse milizie legati ai vari gruppi di potere… L'unica grande assente che può e deve dare un importante contributo per una soluzione che favorisca le forze moderate è l'Europa unita. La sua assenza è incomprensibile, viste le dimensioni planetarie del dramma, la vicinanza geografica e la necessità di una presenza moderatrice. Il suo immobilismo è incomprensibile e potrebbe avere conseguenze non poco gravi per l'intera collettività. Se la presidenza Prodi aveva distinto l'Europa per il suo attivismo all'insegna di una politica europea differenziata dalla linea Usa, la presidenza Barroso continua a segnalarsi per l'immobilismo che fa cadere i devastanti effetti della politica dell'amministrazione Bush anche sull'Europa. di Mir Mad http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1810

RUSSIA, GENOCIDIO E LA CONDIZIONE DEL NUOVO MONDO DI MIKE da DALLAS La Russia di Eltsin La suddetta frase è il titolo di un nuovo libro diffuso dall’ Executive Intelligence Review. ”Russia,Genocidio e la condizione del Nuovo Mondo” è stato scritto dal Dr.Sergei Vlazyev,il consigliere economico di Boris Yeltsin fino al 1993. Se vi ricordate il 1993 era l’anno in cui in Russia alcune fazioni contrarie allo smembramento economico del loro paese si chiusero all’interno del palazzo del Parlamento Russo per protesta. Boris Yeltsin reagì chiamando in azione carri armati e unità corazzate. Boris ordinò ai carri armati di abbattere l’edificio e naturalmente gli occupanti all’interno. Il battaglione blindato eseguì il compito con entusiasmo. Il Dr.Sergei Vlazyev diede le dimissioni disgustato da quest’ incidente. Il libro del Dr.Vlazyev è una vera cannonata, sapevo già abbastanza di quanto dichiara nel libro. Ho un amica russa insegnante che è in questo campo adesso. E’ riuscita ad andar via dalla Russia quando era ancora chiamata Unione Sovietica nel 1988. Dal momento che non si chiede mai l’età di una donna,io non l’ho fatto,ma immagino che Irena abbia all’incirca 35 anni e devo aggiungere anche è davvero molto bella. Mi diverto a chiamarla “compagna Irena” secondo il vecchio luogo comune dell’ Unione Sovietica,ride sempre quando lo faccio. Irena ha fatto ritorno in Russia nel Dicembre del 1998,era la prima volta che tornava in Russia dal 1988,quando si trasferì negli U.S.S.A. (scherzavo volevo dire U.S.A.). Quando tornò nel gennaio del 1999 ebbi la possibilità di parlare con lei del viaggio. Irena mi ha raccontato che è riuscita a trascorrere 2 settimane con sua zia a Leningrado (ora chiamata San Pietroburgo in onore di Pietro Il Grande e in disonore di Vladimir Lenin). Irena la chiama ancora Leningrado perché questo è il nome con cui l’ha chiamata per 20 anni. In seguito ha preso un treno per Mosca per stare con la madre altre 2 settimane. Guardando avidamente Irena nei suoi occhi blu,le ho chiesto com’era ora la situazione dalle sue parti. ”Bè”,mi ha risposto, “Fa davvero schifo”. “Come mai?” ho chiesto. Mi ha spiegato che 12 anni fa quando lei se ne andò,tutto era ordinato e curato. Le case e gli appartamenti erano piacevoli da guardare. Le strade erano pulite e ben tenute. Adesso dice che Leningrado e Mosca sono disastrate. Rifiuti sparsi ovunque,quartieri andati in rovina,appartamenti in cattivo stato e così via. Ma ciò che più l’ha scioccata,dice,è stato vedere lo straordinario numero di senzatetto e accattoni per le strade. E persino più scioccante è stato il gran numero di prostitute per le strade. Ricordando i giorni dell’Unione Sovietica mi ha detto che mai e poi mai aveva visto alcun senzatetto o prostituta. Mai! La prostituzione è una malattia del capitalismo. Allora le ho dato il benvenuto nel capitalismo. La mia domanda successiva è stata quindi qual ’era secondo lei l’età delle prostitute. Qualsiasi età,ha detto. Spostandosi in metropolitana ha avuto la possibilità di conversare con alcune di loro che le hanno spiegato che la prostituzione sembrava essere l’ultima risorsa. Ha scoperto che si trattava di studentesse collegiali,casalinghe che lo facevano per arrotondare e Irena giura che c’erano persino ragazze del liceo e delle scuole medie. Ancora più terrificante delle giovani donne che vendono sé stesse sulle strade era il gran numero di senzatetto. Ora tenete a mente che Irena ha fatto questo viaggio a Dicembre. Anche durante il suo soggiorno a Leningrado la temperatura era scesa a meno 20 gradi Fahrenheit. Per quelli di voi che non lo sanno,Leningrado è sul 60esimo grado di latitudine Nord. Il che la pone alla stessa latitudine di Fairbanks,Alaska. Mosca è sul 55esimo parallelo di latitudine Nord. Quello che sto cercando di dire è che fa freddo laggiù a quelle latitudini. I senzatetto senza sufficiente cibo,vestiti e riparo davvero non ce la fanno a passare gli inverni lì. Irena mi ha confessato che secondo lei i Russi stavano mille volte meglio quando la Russia era l’Unione Sovietica piuttosto che nella “così-definita” democrazia in cui vivono adesso. Il che mi porta al mio punto di partenza,il libro che il Dr.Vlazyev ha scritto. Sergei Vlazyev afferma che un vero e proprio genocidio è stato commesso sulla popolazione Russa dal FMI (Fondo Monetario Internazionale). Nel suo libro afferma che almeno 5 milioni di Russi sono morti negli ultimi 8 anni dal giorno in cui Boris ordinò alle unità motorizzate di distruggere il palazzo del parlamento. Il Dr.Vlazyev dichiara che durante i mesi estivi almeno 250,000 senzatetto Russi si accumulano tra Leningrado e Mosca in cerca di cibo e riparo. Trovano ben poco cibo e assolutamente alcun riparo. Perchè non ci sono ripari. Quando i mesi invernali sono finiti,dopo aver raggiunto basse temperature a volte di meno 40 gradi Fahrenheit,tutti i senzatetto sono scomparsi. In altre parole sono morti. Allora un nuovo ciclo di senzatetto inizia ad ammassarsi per le strade nei mesi primaverili ed estivi. Poi un altro orribile inverno gelido. Ed un altro ciclo di genocidio. In realtà 5 milioni di morti Russi in 8 anni sono da mettere sullo stesso piano dell’olocausto degli Ebrei per mano dei Nazisti. Mi spaventa il fatto che l’ FMI abbia ancora una volta preparato la scena a qualcosa di orribile che può ancora accadere. L’incredibile inflazione causata dalle sanzioni da parte del Fondo Monetario Internazionale sulla popolazione Russa,facendola così presumibilmente adeguare alle finte democrazie dell’Unione Europea, ha completamente saccheggiato i risparmi economici e i guadagni della classe media che riesce ancora a sopravvivere grazie alla coltivazione di patate nei propri giardini e alla vendita di cassette di fiori. Le classi operaie non hanno altra alternativa se non andare in strada o diventare senzatetto. Coloro che sono soggetti alle estreme condizioni di freddo non hanno altra scelta che morire. Ricevo a volte alcune preziose riviste di metallurgia,essendo interessato nell’investimento sull’oro in lingotti e su altri metalli. Ho ricevuto circa 2 anni fa un mensile che ricevo dalla Blanchard&Co di New Orleans in cui si afferma che Boris Yeltsin possegga adesso il 20% del platino mondiale. In quanto a valuta il platino è più alto dell’oro. Sempre secondo la stessa rivista il costo dell’oro ammonta adesso a 290 dollari all’ oncia (mentre quello del platino a 365 all’oncia.) In caso vi siate addormentati durante quest’ ultimo mio paragrafo,lasciate che ve lo ripeta ancora. Boris Yieltsin e sua moglie (la figlia di 33esimo grado del massone Josef Stalin) insieme alla loro figlia posseggono attualmente non il 20% del platino della Russia,ma il 20% del platino mondiale. Quindi capite che la popolazione Russa è stata derubata non solo dall’esterno dal Fondo Monetario Internazionale ma anche dagli stessi traditori che si trovano negli uffici alti in Russia. Il risultato di tutta questa perfidia si ha nella scomparsa della classe media in Russia e in un genocidio commesso ai danni della popolazione Russa causando la morte di 5 milioni di persone. Aggiungiamo poi anche l’affronto lanciato ai Russi con il pesante bombardamento della Serbia (i loro fratelli e sorelle slavi) da parte dell’aviazione delle Nazioni Unite e potremmo dire che i Russi non sono esattamente dei “campeggiatori felici”. L’aviazione delle Nazioni Unite che dovrebbe piuttosto chiamarsi “dei Nazisti Uniti” ha completamente cancellato un minuscolo paese che stava cercando di difendere i suoi interessi nazionali. Per questo adesso nella federazione russa iniziamo ad assistere al risveglio di una nuova rabbia. Una rabbia che si è manifestata proprio recentemente nella distruzione della città di Grozny in Cecenia. Grozny è stata ridotta in macerie dall’esercito russo che è stato poi decimato dai cosiddetti appartenenti alla finta democrazia. I ribelli hanno provato a sottrarre la città di Grozny alla Russia,ma come ci ricorda la storia Grozny è sempre stata e rimarrà sempre russa. Il nuovo olocausto della popolazione russa è stato compiuto dai leccapiedi dell’organizzazione che hanno agito nella città di Londra e dai loro colleghi a Wall Street e Washington D.C. Perciò adesso dobbiamo stare col fiato sospeso qui in occidente mentre delle nuove elezioni si terranno nella prima settimana di Marzo del 2000. La popolazione russa odia di nuovo quella americana adesso. E forse più che mai! Quindi la scena ora è pronta per una personalità forte,qualcuno che sistemi gli errori delle democrazie occidentali. Proprio come fece Adolf Hitler nel 1933. E gli americani dormono profondamente come struzzi con le teste ben piantate sotto la sabbia,guardando le loro partite di football,di basket,le loro insignificanti sit-com,Oprah Winfrey e Jerry Springers. Mentre l’inferno si sta per scatenare. Sinceramente io sono un Americano cui piacerebbe chiedere scusa ai Russi per l’olocausto commesso ai loro danni. Principalmente perché ho amici russi e so quanto siano ottime persone. Ma sfortunatamente sono solo 1 persona in una nazione di 270 milioni di sonnambuli. Le mie scuse non contano poi molto. Mike da Dallas Fonte: www.anycities.com Link: http://www.anycities.com/user/conrad/english/library/articles/article_1.htm Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DARIA DI MASCIO

RUSSIA, GENOCIDIO E LA CONDIZIONE DEL NUOVO MONDO DI MIKE da DALLAS La Russia di Eltsin La suddetta frase è il titolo di un nuovo libro diffuso dall’ Executive Intelligence Review. ”Russia,Genocidio e la condizione del Nuovo Mondo” è stato scritto dal Dr.Sergei Vlazyev,il consigliere economico di Boris Yeltsin fino al 1993. Se vi ricordate il 1993 era l’anno in cui in Russia alcune fazioni contrarie allo smembramento economico del loro paese si chiusero all’interno del palazzo del Parlamento Russo per protesta. Boris Yeltsin reagì chiamando in azione carri armati e unità corazzate. Boris ordinò ai carri armati di abbattere l’edificio e naturalmente gli occupanti all’interno. Il battaglione blindato eseguì il compito con entusiasmo. Il Dr.Sergei Vlazyev diede le dimissioni disgustato da quest’ incidente. Il libro del Dr.Vlazyev è una vera cannonata, sapevo già abbastanza di quanto dichiara nel libro. Ho un amica russa insegnante che è in questo campo adesso. E’ riuscita ad andar via dalla Russia quando era ancora chiamata Unione Sovietica nel 1988. Dal momento che non si chiede mai l’età di una donna,io non l’ho fatto,ma immagino che Irena abbia all’incirca 35 anni e devo aggiungere anche è davvero molto bella. Mi diverto a chiamarla “compagna Irena” secondo il vecchio luogo comune dell’ Unione Sovietica,ride sempre quando lo faccio. Irena ha fatto ritorno in Russia nel Dicembre del 1998,era la prima volta che tornava in Russia dal 1988,quando si trasferì negli U.S.S.A. (scherzavo volevo dire U.S.A.). Quando tornò nel gennaio del 1999 ebbi la possibilità di parlare con lei del viaggio. Irena mi ha raccontato che è riuscita a trascorrere 2 settimane con sua zia a Leningrado (ora chiamata San Pietroburgo in onore di Pietro Il Grande e in disonore di Vladimir Lenin). Irena la chiama ancora Leningrado perché questo è il nome con cui l’ha chiamata per 20 anni. In seguito ha preso un treno per Mosca per stare con la madre altre 2 settimane. Guardando avidamente Irena nei suoi occhi blu,le ho chiesto com’era ora la situazione dalle sue parti. ”Bè”,mi ha risposto, “Fa davvero schifo”. “Come mai?” ho chiesto. Mi ha spiegato che 12 anni fa quando lei se ne andò,tutto era ordinato e curato. Le case e gli appartamenti erano piacevoli da guardare. Le strade erano pulite e ben tenute. Adesso dice che Leningrado e Mosca sono disastrate. Rifiuti sparsi ovunque,quartieri andati in rovina,appartamenti in cattivo stato e così via. Ma ciò che più l’ha scioccata,dice,è stato vedere lo straordinario numero di senzatetto e accattoni per le strade. E persino più scioccante è stato il gran numero di prostitute per le strade. Ricordando i giorni dell’Unione Sovietica mi ha detto che mai e poi mai aveva visto alcun senzatetto o prostituta. Mai! La prostituzione è una malattia del capitalismo. Allora le ho dato il benvenuto nel capitalismo. La mia domanda successiva è stata quindi qual ’era secondo lei l’età delle prostitute. Qualsiasi età,ha detto. Spostandosi in metropolitana ha avuto la possibilità di conversare con alcune di loro che le hanno spiegato che la prostituzione sembrava essere l’ultima risorsa. Ha scoperto che si trattava di studentesse collegiali,casalinghe che lo facevano per arrotondare e Irena giura che c’erano persino ragazze del liceo e delle scuole medie. Ancora più terrificante delle giovani donne che vendono sé stesse sulle strade era il gran numero di senzatetto. Ora tenete a mente che Irena ha fatto questo viaggio a Dicembre. Anche durante il suo soggiorno a Leningrado la temperatura era scesa a meno 20 gradi Fahrenheit. Per quelli di voi che non lo sanno,Leningrado è sul 60esimo grado di latitudine Nord. Il che la pone alla stessa latitudine di Fairbanks,Alaska. Mosca è sul 55esimo parallelo di latitudine Nord. Quello che sto cercando di dire è che fa freddo laggiù a quelle latitudini. I senzatetto senza sufficiente cibo,vestiti e riparo davvero non ce la fanno a passare gli inverni lì. Irena mi ha confessato che secondo lei i Russi stavano mille volte meglio quando la Russia era l’Unione Sovietica piuttosto che nella “così-definita” democrazia in cui vivono adesso. Il che mi porta al mio punto di partenza,il libro che il Dr.Vlazyev ha scritto. Sergei Vlazyev afferma che un vero e proprio genocidio è stato commesso sulla popolazione Russa dal FMI (Fondo Monetario Internazionale). Nel suo libro afferma che almeno 5 milioni di Russi sono morti negli ultimi 8 anni dal giorno in cui Boris ordinò alle unità motorizzate di distruggere il palazzo del parlamento. Il Dr.Vlazyev dichiara che durante i mesi estivi almeno 250,000 senzatetto Russi si accumulano tra Leningrado e Mosca in cerca di cibo e riparo. Trovano ben poco cibo e assolutamente alcun riparo. Perchè non ci sono ripari. Quando i mesi invernali sono finiti,dopo aver raggiunto basse temperature a volte di meno 40 gradi Fahrenheit,tutti i senzatetto sono scomparsi. In altre parole sono morti. Allora un nuovo ciclo di senzatetto inizia ad ammassarsi per le strade nei mesi primaverili ed estivi. Poi un altro orribile inverno gelido. Ed un altro ciclo di genocidio. In realtà 5 milioni di morti Russi in 8 anni sono da mettere sullo stesso piano dell’olocausto degli Ebrei per mano dei Nazisti. Mi spaventa il fatto che l’ FMI abbia ancora una volta preparato la scena a qualcosa di orribile che può ancora accadere. L’incredibile inflazione causata dalle sanzioni da parte del Fondo Monetario Internazionale sulla popolazione Russa,facendola così presumibilmente adeguare alle finte democrazie dell’Unione Europea, ha completamente saccheggiato i risparmi economici e i guadagni della classe media che riesce ancora a sopravvivere grazie alla coltivazione di patate nei propri giardini e alla vendita di cassette di fiori. Le classi operaie non hanno altra alternativa se non andare in strada o diventare senzatetto. Coloro che sono soggetti alle estreme condizioni di freddo non hanno altra scelta che morire. Ricevo a volte alcune preziose riviste di metallurgia,essendo interessato nell’investimento sull’oro in lingotti e su altri metalli. Ho ricevuto circa 2 anni fa un mensile che ricevo dalla Blanchard&Co di New Orleans in cui si afferma che Boris Yeltsin possegga adesso il 20% del platino mondiale. In quanto a valuta il platino è più alto dell’oro. Sempre secondo la stessa rivista il costo dell’oro ammonta adesso a 290 dollari all’ oncia (mentre quello del platino a 365 all’oncia.) In caso vi siate addormentati durante quest’ ultimo mio paragrafo,lasciate che ve lo ripeta ancora. Boris Yieltsin e sua moglie (la figlia di 33esimo grado del massone Josef Stalin) insieme alla loro figlia posseggono attualmente non il 20% del platino della Russia,ma il 20% del platino mondiale. Quindi capite che la popolazione Russa è stata derubata non solo dall’esterno dal Fondo Monetario Internazionale ma anche dagli stessi traditori che si trovano negli uffici alti in Russia. Il risultato di tutta questa perfidia si ha nella scomparsa della classe media in Russia e in un genocidio commesso ai danni della popolazione Russa causando la morte di 5 milioni di persone. Aggiungiamo poi anche l’affronto lanciato ai Russi con il pesante bombardamento della Serbia (i loro fratelli e sorelle slavi) da parte dell’aviazione delle Nazioni Unite e potremmo dire che i Russi non sono esattamente dei “campeggiatori felici”. L’aviazione delle Nazioni Unite che dovrebbe piuttosto chiamarsi “dei Nazisti Uniti” ha completamente cancellato un minuscolo paese che stava cercando di difendere i suoi interessi nazionali. Per questo adesso nella federazione russa iniziamo ad assistere al risveglio di una nuova rabbia. Una rabbia che si è manifestata proprio recentemente nella distruzione della città di Grozny in Cecenia. Grozny è stata ridotta in macerie dall’esercito russo che è stato poi decimato dai cosiddetti appartenenti alla finta democrazia. I ribelli hanno provato a sottrarre la città di Grozny alla Russia,ma come ci ricorda la storia Grozny è sempre stata e rimarrà sempre russa. Il nuovo olocausto della popolazione russa è stato compiuto dai leccapiedi dell’organizzazione che hanno agito nella città di Londra e dai loro colleghi a Wall Street e Washington D.C. Perciò adesso dobbiamo stare col fiato sospeso qui in occidente mentre delle nuove elezioni si terranno nella prima settimana di Marzo del 2000. La popolazione russa odia di nuovo quella americana adesso. E forse più che mai! Quindi la scena ora è pronta per una personalità forte,qualcuno che sistemi gli errori delle democrazie occidentali. Proprio come fece Adolf Hitler nel 1933. E gli americani dormono profondamente come struzzi con le teste ben piantate sotto la sabbia,guardando le loro partite di football,di basket,le loro insignificanti sit-com,Oprah Winfrey e Jerry Springers. Mentre l’inferno si sta per scatenare. Sinceramente io sono un Americano cui piacerebbe chiedere scusa ai Russi per l’olocausto commesso ai loro danni. Principalmente perché ho amici russi e so quanto siano ottime persone. Ma sfortunatamente sono solo 1 persona in una nazione di 270 milioni di sonnambuli. Le mie scuse non contano poi molto. Mike da Dallas Fonte: www.anycities.com Link: http://www.anycities.com/user/conrad/english/library/articles/article_1.htm Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DARIA DI MASCIO

Hanna Arendt, donna del XX secolo Paola Casella Esiste uno specifico genio femminile? E se esiste, in che cosa consiste? A questa domanda cerca di dare una risposta Julia Kristeva, la scrittrice, semiologa e psicanalista bulgara che proprio alla genialità al femminile ha dedicato una trilogia pubblicata da Donzelli, che è iniziata con un ritratto della scrittrice francese Colette e che prosegue ora con una biografia della filosofa e politologa Hanna Arendt, per concludersi, in un prossimo futuro con il profilo della psicanalista Melanie Klein. "Due ebree di lingua tedesca che hanno esplorato in inglese, a New York e a Londra, la gravità della politica e le frontiere dell'umano; e una contadina francese che ravviva la fiamma dei materialisti e del libertinaggio sofisticato", le descrive Kristeva. "I molti volti dei Tempi moderni ci vengono restituiti dal loro genio, nella loro complessità e nelle loro verità complementari". "Il genio è un'invenzione terapeutica che ci impedisce di morire di eguaglianza in un mondo privo di aldilà", scrive Kristeva, lei stessa degna rappresentante della capacità "alta" del pensiero femminile. E, da donna, qualche riga più in là aggiunge che tuttavia "la vita si giustifica in modo più umile", rifiutandosi, nel modo olistico che hanno le donne, di tracciare un divisorio fra vita e pensiero, sentimento e razionalità, che collochi l'una in una categoria superiore rispetto all'altro. Perché il genio femminile, secondo Kristeva, sta proprio nella compenetrazione dei vari aspetti della vita, di cui il pensiero razionale è solo una parte, e non necessariamente la più nobile. Così, nel raccontare Hannah Arendt (che indubbiamente con il pensiero razionale ci sapeva fare), non crea cesure fra i suoi scritti e la sua personalità, ricordando che, per la Arendt, l'oggetto di studio era e sarebbe sempre rimasto proprio la vita nella sua totalità, non scorporabile (e uso il termine non a caso, perché della corporeità soprattutto una donna non può fare a meno, quando si appresta a conoscere e a comunicare), perché "la vita della giovane filosofa si confonde con la storia del suo popolo e dei popoli del XX secolo, senza comunque che Hannah smetta di condurre un'esistenza di donna che prova desideri e che racconta le sue passioni". Per questo, ai testi politici sull'antisemitismo e il totalitarismo che resero celebre l'autrice, si alternano senza soluzione di continuità altri suoi scritti assai più personali. Perché "Hannah Arendt non si riduce alla 'banalità del male' e al 'processo Eichmann', o all'identificazione fra nazismo e stalinismo", impedendo "di vedere insiemi assai più attraenti, ma anche pericolosamente più complessi". “In particolare, Kristeva punta il suo interesse sul legame fra Arendt e la lingua, che è sempre la lingua materna", ha detto Nadia Fusini nel corso della presentazione di questo secondo volume del trittico sul genio femminile, "nel tentativo di rompere con una certa immagine della lingua femminile che la cultura imponeva. Hannah, che si difese da ogni identificazione dichiarando sempre di aver fatto solo quello che desiderava fare, ha cercato in tutta la sua opera di ricostruire la vita delle parole, anzi, una vita che si è fatta parola". "Nessuno ignora che le donne ereditano dalla loro osmosi con la specie, che le distingue radicalmente dagli uomini, rilevanti difficoltà a manifestare il loro genio", osserva Kristeva. Ma nessuna delle tre protagoniste raccontate nel trittico pensato da Julia Kristeva lascia che questo impedisca loro di rivelarsi geniali. "Non proprio escluse, non proprio marginali, Arendt, Klein e Colette sono però fuori dal coro", scrive ancora l'autrice bulgara. "Realizzano la loro libertà di esploratrici fuori dalle correnti dominanti, dalle istituzioni, dai partiti e dalle scuole". E il compito è semplicemente (sic) quello di "ricostruire la particolarità di ciascuna". Julia Kristeva Hannah Arendt - La vita, le parole Collezione Il genio femminile Donzelli Editore Pagg. 296 Euro 23,00 caffeeuropa.it

Ungheria, elezioni all’ultimo voto La coalizione di governo di sinistra e l’opposizione conservatrice si sono ritrovate con quasi lo stesso numero di voti alle elezioni del 9 aprile. Dopo una campagna a dir poco originale. Per l’Ungheria sono le quinte elezioni legislative dopo la fine del comunismo nel 1989, e le prime dopo l’adesione all’Ue nel maggio 2004. È stato un voto deciso da una popolazione di otto milioni di indecisi. Le due formazioni principali in lizza per la presidenza erano il partito socialista (Mszp), guidato dall’attuale Presidente Ferenc Gyurcsany, e il partito conservatore di opposizione (Fidesz), condotto dall’ex Presidente del Governo Viktor Orban. Il risultato? Un testa a testa tra l’Mszp, che ha ottenuto il 43,21% delle preferenze (2.336.705 voti) e il Fidesz, a quota 42,04% (2.272.979 voti). Al momento i dibattiti per formare una coalizione maggioritaria sono in corso e la composizione della nuova Assemblea non è ancora nota. E sono stati inutili i sondaggi condotti fino al 9 aprile. Infatti i sostenitori di entrambi i partiti erano molto numerosi. Il tema di queste elezioni non compare nei programmi dei due candidati, visto che ognuno dei due schieramenti si impegna a risolvere i problemi interni al paese, ma nei metodi di risoluzione. L’Ungheria deve affrontare principalmente due problemi: un tasso di disoccupazione in continua crescita, passato dal 6,7% nel 2005 al 7,6% oggi, e di un deficit del budget molto elevato, che deve ridurre della metà – al 3% del Pil – se vuole entrare nella zona euro. Per rimediare a questi problemi la sinistra, condotta da Ferenc Gyurcsany, si è ripromessa di aprire il mercato agli investimenti stranieri aprendo le frontiere. Al contrario la destra ha insistito per rendere il paese meno dipendente dall’Ue e da altre istanze economiche. Preghiere e lavatrici La campagna elettorale è stata molto accesa. Le strade e le metropolitane di Budapest sono state invase dai cartelloni dei conservatori che proclamavano che «il livello medio di vita ungherese è peggiorato rispetto a quattro anni fa», quando l’opposizione era al potere. Al contrario la sinistra ha optato per una pubblicità più ottimista attaccando ai muri della città un presidente sorridente che promette ai suoi elettori di «vedere l’avvenire, di crederci e di volerlo». I piccoli schieramenti, come il Forum democratico (Mdf) e l’Alleanza dei democratici liberi (Szdsz), partner dei socialdemocratici al potere, hanno fatto ricorso a diverse strategie. L’obiettivo? Ottenere il traguardo del 5% dei voti necessario a mantenere le loro poltrone in Parlamento. L’Mdf, facendo riferimento ai continui battibecchi tra i due “grandi” partiti, ha preso di mira il loro comportamento infantile mostrano lavatrici in tutta la capitale, promettendo di lavare i panni sporchi in pubblico. Il partito Szdsz ha basato la sua campagna sul personaggio di Pistike Kovács, un bambino di cinque anni, simbolo dell’ungherese medio a cui il partito vuole dare attenzione. È un “venga il tuo regno” dal sapore tutto cristiano a fare da slogan alla loro campagna elettorale. In effetti le due strategie si sono rivelate efficaci e i due partiti hanno superato il 5% dei voti. Nulla è perduto Dopo il primo turno c’è una sola certezza. Il Parlamento ungherese sarà formato da quattro partiti per i quattro anni a venire. Il secondo turno, previsto per il 23 aprile, dovrà designare il numero dei mandati attribuiti a ogni partito. L’Mszp e il Fidesz fanno di tutto per mobilitare le loro forze e convincere gli astensionisti del primo turno delle elezioni (circa il 32,17% della popolazione) ad andare a votare. L’attuale Presidente Ferenc Gyurcsány e il suo predecessore Viktor Orbán continuano a moltiplicare i loro incontri in provincia per sedurre gli elettori, e non esitano a lasciare dei messaggi vocali nella segreteria telefonica dei loro sostenitori. «Abbiamo vinto il primo turno ma le elezioni continuano!» ha affermato Ferenc Gyurcsany la notte del 9 aprile. Il numero delle promesse di voto aumenta vertiginosamente e gli ungheresi sembrano essere convinti che con l’arrivo del nuovo governo vedrà la luce una sorta di età dell’oro. Ma quello che i cittadini si aspettano davvero da queste elezioni è una maggiore trasparenza nelle questioni politiche ed economiche, recentemente sconvolte da numerosi scandali pubblici. Se i socialisti riusciranno ad ottenere la maggioranza dei voti, il prossimo 23 aprile, la coalizione socialista-liberale uscente potrà mantenere la sua posizione per i prossimi quattro anni. E per la prima volta nella storia della politica ungherese dopo il 1989 si succederebbero due legislature socialiste. Dora Haller - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6625

Lo strano baratto Armi in cambio di denaro. Chavez dice no alla violenza Anche in Venezuela è iniziata la corsa al disarmo della popolazione. Il governo della Repubblica Bolivariana ha infatti deciso di destinare circa due milioni di euro per il piano di disarmo di parte della popolazione. Missione disarmo. Si chiama ‘Mision Desarmo’ il progetto del governo di Chavez che prevede la consegna di denaro alla popolazione, in cambio di armi. E non solo. Il progetto vuole anche cercare di annullare la vendita illegale delle armi e, una volta recuperate quelle in circolazione, distruggerle. ‘Mision Desarmo’ dovrebbe avere il suo inizio (una specie di progetto pilota) nella capitale Caracas, città molto violenta e pericolosa. Duecentocinque euro in cambio di una rivoltella riconsegnata, la metà (circa) per la restituzione di un’arma automatica. Lo scopo di tale sforzo, anche economico, è quello di diminuire in modo considerevole le violenze e i morti causati dalle armi da fuoco e a questo proposito stanno lavorando il Banco de Desarrollo Economico y Social de Venezuela e la Subcomisión de la Fuerza Armada Nacional. I dati, confermati anche dalle forze dell’ordine di Chavez, dimostrano che ogni anno muoiono in scontri a fuoco circa 10mila persone. Ma la cosa impressionante sono i dati degli ultimi sette anni. In questo periodo in Venezuela hanno perso la vita in modo violento almeno 67mila persone. Ma esiste anche un’oggettiva difficoltà nel recupero e nella classificazione delle armi. Il programma entrerà in vigore non appena si decideranno i termini e i modi della cessione delle armi. Ma se dovessero essere consegnate armi “sporche”, utilizzate ad esempio per compiere omicidi irrisolti, o senza il numero di matricola? A questo il governo di Chavez deve pensare abbastanza in fretta. Hernandez Behrens, del Banco de Desarrollo Economico y Social de Venezuela, ha fatto sapere di essere felicissimo e di “ringraziare Dio” per l’accettazione del progetto di disarmo e di essere anche soddisfatto dell’appoggio ottenuto dai ministeri dell’Interno e della Giustizia, ma anche di quello di tutti gli organismo di sicurezza venezuelani. Armi e petrolio. Ma non è solo il disarmo della popolazione civile a turbare il sonno di Hugo Chavez. Un altro problema sembra affacciarsi sulla stabile democrazia venezuelana. Dal Paraguay, dove era in visita, Chavez ha fatto sapere di essere disposto a bruciare i giacimenti petroliferi se gli Usa decidessero di attaccare il Venezuela. Nella popolazione venezuelana c’è un filo di timore: “Considerando quello che è successo in Iraq, e presumibilmente quello che accadrà in Iran, a questo punto iniziamo a preoccuparci anche noi venezuelani che abbiamo moltissimo petrolio. Pensiamo che gli Usa vogliano il nostro petrolio”, racconta Hector, gestore di un ristorante, dal Venezuela. Anche lo stesso presidente Chavez, commentando dal Paraguay il dispiegamento delle navi da guerra Usa nel Mar dei Caraibi, è dello stesso avviso “Non avremmo alternative, faremo saltare in aria i nostri campi petroliferi, non si impossesseranno del petrolio”. Gli Usa smentiscono le notizie riportate anche dai quotidiani di Caracas. Gli esempi. Guardano anche oltre confine i venezuelani, e cercano di capire cosa è successo negli altri paesi latino americani in merito al tema del disarmo. L’esempio più importante è stato quello riferito al Brasile. Alla corte di Lula, nello scorso mese di ottobre, il 70 per cento dei brasiliani ha detto no al disarmo della popolazione civile. Milioni di brasiliani, una volta alle urne, si sono schierati a favore della legittima difesa e del diritto a difendersi. E’ stata monitorata anche la situazione colombiana, molto diversa da quella del resto del continente, ama allo stesso tempo molto importante. La Colombia vive una guerriglia e il disarmo dei paramilitari potrebbe essere solo una mossa politica in previsione delle prossime elezioni presidenziali. Alessandro Grandi http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5253

Skopje, Bruxelles e il caso El Masri scrive Risto Karajkov Con il caso di Khaled El Masri, cittadino tedesco arrestato in Macedonia due anni fa e trattenuto illegalmente dalla CIA prima di essere deportato in Afghanistan, Skopje rischia di compromettere la sua posizione di fronte a Bruxelles e il conseguente processo di integrazione Khaled El Masri Esiste un detto che afferma che se provate ad ignorare un problema per un tempo sufficientemente lungo, esso cesserà di esistere. È una ovvietà metafisica. E' un approccio spesso presente nella cultura politica dei Balcani. Lo è di sicuro in Macedonia. Questa è l’esatta strategia che il governo macedone ha osservato nel caso di Khaled El Masri, l’uomo che ha posto la Macedonia al centro dello scandalo delle “prigioni segrete della CIA”, e che potrebbe diventare un serio ostacolo alle prospettive di integrazione internazionale del Paese. El Masri cittadino tedesco di origine libanese era stato arrestato dall’intelligence macedone il giorno di capodanno del 2004; ipoteticamente (come dichiarato dallo stesso El Masri) preso in consegna dalla CIA che lo aveva tenuto illegalmente in un luogo segreto per tre settimane in Macedonia interrogandolo; e in seguito trasportato in Afghanistan con un volo della CIA per poi essere rilasciato perché vittima di uno scambio di persona. Dopo che la storia è diventata di dominio pubblico - riportata per la prima volta sui media USA - si è scatenato l’inferno sulla Macedonia che si è trovata a rispondere alle richieste europee di svelare tutte le informazioni rilevanti sul caso. Alle autorità macedoni è stato chiesto ripetutamente di consegnare dei rapporti sulla vicenda e le informazioni in proprio possesso, cosa che hanno fatto. Le istituzioni europee hanno dichiarato ripetutamente che però avevano bisogno di maggiori informazioni e il governo macedone ha ribattutto sostenendo di aver dato tutto quanto poteva. L’Europa comunque non è ancora convinta. La scorsa settimana il primo ministro Vlado Buckovski è andato a Strasburgo, per parlare davanti all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (CoE). Prima di partire però si è presentato davanti ai media macedoni per affermare che non esisteva più alcun caso “El Masri”. Ai suoi occhi, il caso è stato chiuso. “Sono stato invitato alla sessione primaverile [dell’Assemblea parlamentare] per parlare della Macedonia e della regione. El Masri è una questione che è giunta al termine: il rapporto esiste; non ho altro da aggiungere come primo ministro”, ha dichiarato Buckovski poco prima della sua partenza per Strasburgo. La replica è giunta solo il giorno successivo con le parole del Presidente dell’Assemblea parlamentare del CoE, Rene Van Der Linden. Parlando alla stampa Linden ha inviato un forte messaggio al primo ministro Buckovski. “Naturalmente abbiamo parlato di El Masri. Se la Macedonia vuole diventare un membro dell’UE, la più vicina famiglia europea, deve rivelare tutte le informazioni al Consiglio d’Europa per la preparazione del rapporto finale”, ha detto Van Der Linden. Sia il CoE che il Parlamento dell’UE stanno procedendo con i rapporti sulle prigioni segrete della CIA in Europa. I media hanno interpretato le dichiarazioni di Van Der Linden come un serio avviso al paese. Buckovski ha preferito sminuire la rilevanza di quanto è stato detto commentando che la domanda di Vand Der Linden su El Masri, durante la sessione dell’Assemblea parlamentare, era di importanza marginale e che egli ha persino dovuto ricordare, grazie ad uno suo membro dello staff, di portarla all’attenzione. I media macedoni hanno riportato pure che Buckovski sostiene la tesi che sia sbagliato che il caso El Masri minacci le prospettive di integrazione della Macedonia e persino che Van Der Linden non è molto informato su questa questione. “È mia impressione che ci sia più interesse in El Masri in alcuni dei nostri media che non nel Consiglio d’Europa”, ha dichiarato Buckovski, esprimendo evidentemente una certa animosità rispetto all’interesse dei media per questo caso. La posizione delle istituzioni europee può essere riassunta in questo modo: la Macedonia non è onesta e non sta fornendo tutte le informazioni sul caso. Agli occhi di Bruxelles, secondo il punto di vista di alcuni diplomatici, sembra che la Macedonia sia più vicina agli USA che all’UE. “È chiaro a chiunque che la Macedonia non ha potuto dire ‘no’ agli USA e ai suoi agenti quando probabilmente hanno chiesto un favore alle autorità macedoni nella lotta contro il terrorismo. Si tratta di una circostanza attenuante per la Macedonia. Ma non gioca a suo favore il comportamento che induce a pensare che Skopje riponga più fiducia in Washington che in Bruxelles. Potete anche pensarlo, ma non provate a dirlo in faccia all’Europa”, ha scritto un diplomatico dell’UE rimasto anonimo in un commento uscito lo scorso marzo sulla stampa macedone. Un comitato di indagine del Parlamento europeo arriverà alla fine di aprile a Skopje per esaminare ulteriormente il caso. “Questo comitato si aspetterà che tutte le istituzioni rilevanti presentino tutte le informazioni in loro possesso”, ha dichiarato recentemente Ervan Fuere, ambasciatore dell’UE in Macedonia. Il comitato parlerà col ministro dell’Interno, Ljubomir Mihajlovski e con l’ex ministro degli Esteri, Slobodan Casule. Mihajlovski di recente era stato erroneamente citato dalla stampa, che gli aveva attribuito il rifiuto di parlare al comitato, fatto che aveva suscitato un’ulteriore piccola bufera a Bruxelles. Replicando prontamente a quanto (erroneamente) riportato dai media, secondo i quali il ministro macedone non desiderava cooperare, Giovanni Fava, presidente del comitato, aveva detto che la cooperazione con il comitato è sia un dovere morale che politico per tutti gli interessati. Più tardi l’incomprensione è stata corretta, ma erano evidenti i segnali che Bruxelles iniziava a spazientirsi su questa vicenda. Nel frattempo Mihajlovski ha testimoniato davanti al Consiglio d’Europa, alla fine di marzo. Secondo il Presidente del Parlamento europeo, Josep Borell, le possibili conseguenze del caso El Masri nei confronti della Macedonia non possono essere discusse prima del termine delle indagini. Il comitato dovrebbe terminare il proprio rapporto a giugno. Il segretario generale del CoE, Terry Davis, ha fatto riferimento alla questione El Masri durante la visita di Buckovski, anche se con una nota positiva – per ringraziare il primo ministro macedone per la cooperazione mostrata fornendo una ulteriore risposta la scorsa settimana. “È una risposta dettagliata e la stiamo analizzando. L’analisi non è stata completata e questo è il motivo per cui non posso riferire di ogni punto su cui abbiamo discusso con il primo ministro. Ma ho espresso il mio rispetto per aver ricevuto la risposta in tempo e in modo dettagliato”, ha dichiarato Davis alla stampa. Il mese scorso il caso di Khaled El Masri era diventato in modo evidente un ulteriore elemento di condizionalità per la Macedonia, il governo macedone era il solo a non essere disposto ad ammetterlo. L’Europa non cede nella sua insistenza e la Macedonia sta sentendo tutta la pressione della frustrazione europea per non aver ricevuto risposte adeguate. Ci saranno delle conseguenze? Evidentemente si, si sono già fatte sentire. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5570/1/51/

LaRouche sugli aspetti centrali della crisi iraniana Il 18 aprile Lyndon LaRouche è stato intervistato da Fahri Hassan alla trasmissione “Prime Talk” della Radio 786 di Cape Town in Sud Africa, che è principalmente seguita dalla comunità musulmana. Di seguito riportiamo qualche stralcio dell'intera intervista, tradotta in alcuni punti in forma riassuntiva: Hassan: Parliamo della crisi iraniana, magari risalendo anche all'Iraq per avere un quadro di che cosa sta accadendo nella regione. Come ha reso noto Seymour Hersh negli USA ci sono dei piani di attaccare l'Iran con armi nucleari. Tutto questo ovviamente è contro la legge internazionale. Ma qual è il vero il motivo di ciò che sta accadendo nella regione? Porre fine alle attività nucleari? Oppure c'è qualche altro motivo? LaRouche: Per comprendere la situazione occorre partire da alcune chiarificazioni tutt'altro che diplomatiche. In primo luogo il presidente degli Stati Uniti è matto. E' un pazzo da legare. Non si rende conto di che cosa sta facendo ... Ma lui essenzialmente è un fantoccio di forze come George Pratt Shultz e di circoli bancari internazionali, gli stessi che furono dietro il progetto di Hitler tra gli anni Venti e Quaranta. Hassan: Mi consenta: si tratta dello stesso George Shultz del Gruppo Carlyle, parte della cricca di George Bush senior? LaRouche: Certo Hassan: Il gruppo dei grandi investimenti finanziari? LaRouche: Proprio così. Shultz in effetti è colui che coordinò quel gruppo di elementi che poi scelsero George Bush affinché diventasse il presidente degli Stati Uniti, facendone il loro fantoccio. Vari elementi entrarono in gioco come controllori di George Bush. Adesso lui ha il potere di fare certe cose: ad esempio oggi ha detto, nel corso di una intervista televisiva di cui hanno parlato i mezzi d'informazione internazionali, che lui non è contrario al ricorso alle armi nucleari contro l'Iran. Lo ha detto per difendere il suo segretario alla Difesa Rumsfeld che è sotto attacco da parte degli alti ufficiali, tra cui quelli in servizio che hanno minacciato di dimettersi, e che denunciano il suo atteggiamento verso l'Iran. Ormai Bush segue la strada dell'Imperatore Nerone, va verso l'autodistruzione, e Shultz e la sua banda gli stanno dietro. Come ho detto, il fattore della follia dev'essere tenuto nel debito conto. Ma questo non si limita al suo stato emotivo personale, no, la cosa più importante è che il raggruppamento che rappresenta, che pilota la sua politica, è composto da folli criminali! E questo è il vero problema! E c'è allora da chiedersi se c'è il coraggio che occorre per fermarli. Sono in tanti a condannare le iniziative dell'amministrazione Bush, ma chiediamoci: basterà questo a fermarla? Nessuno in Europa è pronto ad intervenire per fermare questo! Sono pronti a dichiarare la propria opposizione, ma non sono pronti a prendere le dovute iniziative per fermarlo. Negli Stati Uniti c'è chi lo vuole fermare; specialmente i militari che si rendono conto di dove va a parare tutto questo, e che hanno capito che bisogna fermarlo. Ed essi non sono i soli che vogliono fermarlo. Nei rapporti che ho con ambienti parlamentari, istituzionali, ecc., mi rendo conto che c'è una volontà di fermarlo. Ma occorre mettere insieme le forze sufficienti per farlo, non per lagnarsi, ma per riuscire a fermarlo! Hassan. C'è però un'altra tesi, sostenuta ormai da diversi commentatori, secondo cui la causa o la ragione sottostante sta nel fatto che l'Iran vorrebbe costituire una propria quotazione petrolifera denominata in euro, e questo terrorizzerebbe il regime americano ed i suoi alleati perché questa denominazione in euro non farà che incoraggiare i paesi europei ed altri ancora a investire il proprio denaro in euro, indebolendo così il dollaro che s'incamminerebbe verso un tracollo. Che cosa ne pensa lei di questa tesi? LaRouche: Non ha senso, la ritengo una tesi decisamente infantile, senza un'effettiva corrispondenza nella realtà. Anche se l'obiettivo non è la distruzione completa dell'Iran, ma ciò che s'intende fare è un intervento con le bombe nucleari contro i siti protetti e cose del genere, promuovendo poi un MEK previamente sottoposto a riconversione. L'Iran non sarà eliminato ma piuttosto trasformato, da ciò che è oggi, nell'occhio di un ciclone che distruggerà l'intero sistema. Che ne sarà del prezzo del petrolio, ad esempio, se un tale attacco avverrà davvero? Non si sa dove finirà per arrivare: si parla di 150 o 200 dollari il barile. Il sistema dell'euro d'altro canto è fritto: non c'è nulla da attendersi dagli europei. Essi non rappresentano una potenza. Non c'è un solo governo che abbia il coraggio di fare qualcosa di decisivo. Lì comandano i banchieri e gli interessi finanziari, mentre i governi sono completamente impotenti. Se parte un attacco questo sprofonderebbe l'intero sistema in un'epoca buia. Ed è questo che ci porta al nocciolo del discorso. Quelli che portano avanti questa strategia contano di scatenare un'epoca buia! Non sono completamente stupidi! Sono dei folli criminali ma non sono completamente stupidi. Se il petrolio arriva a 200 o 250 dollari il barile sicuramente non ci sarà un impero dell'euro, ma si avrà sicuramente una distruzione globale della civiltà! Al tempo stesso siamo in una situazione in cui oggi non è possibile proseguire nel cammino della civiltà senza ricorrere in maniera diffusa all'energia nucleare. Tutte le vecchie storie di una rivoluzione verde sono lettera morta. Occorre rimettere in piedi un sistema capace di fornire i mezzi economici per una popolazione che ha superato i 6 miliardi, per una popolazione che cresce, soprattutto in paesi come India e Cina. C'è tanta gente povera che aspira a condizioni di vita migliori per le prossime generazioni ed è necessario creare le opportunità economiche fisiche che soddisfino queste aspirazioni. Oggi stiamo dando fondo a certe risorse naturali, che sono le più ricche o dense, e lo stiamo facendo rapidamente. Non è un problema giacché se nei processi di produzione s'impiegherà energia ad alta intensità saremo in grado di risolvere i problemi; il problema delle risorse si può facilmente risolvere soprattutto con la fusione. A livello mondiale facciamo già i conti con la scarsità d'acqua. Stiamo dando fondo all'acqua fossile, e va bene così, ma dobbiamo anche iniziare a dissalare l'acqua del mare in grandi quantità per risolvere il problema. (su questo tema vedi «World's Water Wells Are Drying Up!» by Professor Lance Endersbee AO) Allora, da questo punto di vista, vediamo che c'è una categoria di forze che conosciamo, che scherza con il fuoco, spinge l'intero pianeta in una nuova epoca buia. Per loro va benissimo. ... Basta essere matti come il Presidente e la sua coorte per farlo. Questi sono quelli che non si rendevano conto delle conseguenze dell'invasione dell'Iraq. ... Seguono le proprie passioni e le proprie ideologie. Poi però ad un livello superiore ci sono quelli della grande finanza, gente come Felix Rohatyn - colui che aiutò Pinochet a prendere il potere e che adesso è uno di quelli che usano gli eserciti privati per controllare il mondo - questi sono quelli che sanno che cosa stanno facendo. Hassan: A proposito di eserciti privati, questi interessi finanziari internazionali, attraverso corporations come la Halliburton, la Bechtel e altre imprese, oggi in effetti finanziano eserciti privati, per combattere le battaglie per loro conto. ... E questo ha anche altri aspetti: mi pare che fosse un paio di mesi fa, delle bombe furono trovate addosso ai soldati britannici [per compiere atti di “terrorismo” - ndr]. E poi le attività di queste squadre della morte sono state registrate nel bombardamento di Samarra. Che cosa si può prevedere per il futuro? Come si risolve questo problema? LaRouche: Basta guardare all'esempio della Compagnia delle Indie Orientali britannica, tra il XVIII e XIX secolo: l'esercito inglese non era quello del governo britannico, ma quello della Compagnia delle Indie. Il fenomeno ha dei precedenti che risalgono alle Crociate: chi erano i Crociati? Principalmente era la cavalleria Normanna, ma questi cavalieri erano al soldo dei banchieri veneziani che finanziavano tutte quelle operazioni, e gestivano quindi le Crociate. Oggi c'è la Halliburton, che è diventata un esercito privato, e intanto ha messo in tasca, fino ad ora, intorno ai 12 miliardi di dollari nella guerra in Iraq. La politica seguita da personaggi come Rohatyn e Cheney mira a distruggere le regolari forze militari, così come fece Hitler usando le SS. Hitler decapitò la Wehrmacht per sostiturla con le sue SS. Oggi sta succedendo la stessa cosa. Infatti un impero non lo si può gestire con dei soldati legati al proprio paese dal patriottismo. Si fa piuttosto come si faceva con le legioni romane, reclutando gente in ogni parte del mondo, inquadrandola nelle legioni da spedire poi ovunque, per le campagne di sterminio contro intere popolazioni. L'Impero Bizantino faceva qualcosa di simile ai Crociati. Un soldato animato dal patriottismo verso il proprio paese è qualcosa di ben diverso da un mercenario. Quelle che vengono impiegate sono sempre di più forze mercenarie. E Felix Rohatyn è uno dei principali promotori della politica mirante a sostituire le forze armate regolari con le schiere mercenarie. Ed è contro tutto questo che i generali americani si stanno ribellando, con la loro rivolta contro Rumsfeld: si stanno in realtà ribellando al presidente Bush, per il quale Rumsfeld è solo uno che prende ordini. Hassan: Torniamo alla crisi iraniana. Consideriamo ciò che si sta sviluppando attorno al braccio di ferro per il nucleare. Osservatori e commentatori notano come il regime americano abbia allestito basi militari in tutta la regione, soprattutto in Iraq. Sembra evidente che non si voglia ritirare le truppe e che l'intenzione sia piuttosto quella di restare. In ciò mi sembra evidente l'intenzione di destabilizzare il mondo musulmano; a tale proposito cito gruppi come la Rand Corporation, che ha prodotto diversi documenti al riguardo. E questo solleva il problema della lobby israeliana, con i suoi collegamenti nel regime degli Stati Uniti, dove alcuni individui hanno prodotto il documento intitolato "The Strategy of the Realm" [Clean Break]. Si tratta di un documento politico per lo stato di Israele, e di come, in sostanza, sarebbe stata destabilizzata la regione mediorientale, allo scopo di garantire gli interessi di Israele. Secondo lei quanto è forte l'influenza della lobby israeliana nel formulare e pilotare la politica estera USA? LaRouche: Vista in sé la lobby israeliana non è molto potente. È molto potente soltanto nel senso che rappresenta un guanto in cui qualcun altro tiene la sua mano. Quella mano non è israeliana. La mano è in primo luogo anglo-americana, anglo-americana-francese. Se si considera la storia dell'intera regione, risalendo al 1905-1915, il periodo successivo ai fatti del Sudan del 1889, sotto lord Kitchener, si può capire che le operazioni di Kitchener in Iran ed altrove ridefinirono la regione. Da ciò si arrivò poi all'accordo di spartizione Sykes-Picot: che riguardava l'Iran e l'intera regione del Sudovest asiatico. L'intera regione fu ridefinita sulla base di un accordo tra la monarchia britannica e la Francia, e che riguardava la Turchia e l'Iran, nella spartizione dell'Impero Ottomano. E questo portò anche all'accordo tra lo zar Nicola II e gli inglesi per la spartizione delle aree d'influenza in Iran. Questo ha mantenuto degli strascichi fino al presente. E' dal tempo delle Crociate che intorno alla politica mediorientale si giostra per la supremazia globale. Dunque l'obiettivo e i motivi per le basi nella regione non riguardano la regione direttamente e gli israeliani sono soltanto dei fantocci in quest'operazione: l'obiettivo è distruggere la Cina, l'India, il Pakistan, la Russia e i suoi vicini. Questo è l'obiettivo e questo spiega il perché di quelle basi. Non sono basi permanenti, sono concepite “a perdere” e non si sa che cosa ne sarà di esse. Ma il problema è che si sta spingendo verso un'epoca buia per l'intera umanità giacché la guerra che si sta cercando di innescare non può essere vinta da nessuno. Perderà l'umanità nella sua totalità.http://www.movisol.org/znews087.htm


aprile 22 2006

Berlusconi contesta l'1 -0 col Barcellona Sezione “satira” "Con un solo goal di scarto non si può parlare di vincitori e perdenti". Berlusconi ha fatto ricorso alla Cassazione per contestare il risultato di Milan-Barcellona. Il Cavaliere ha detto che con un solo goal di scarto non si può parlare di vincitori e perdenti. "È vero che il Barcellona ha segnato al 57' minuto - ha aggiunto Berlusconi - ma è anche vero che in tutti gli altri 89 minuti non ha mai segnato". Berlusconi propone una "Grosse Risultaten" che assegnerebbe ad entrambe le squadre un punto e mezzo ciascuna, ma grazie allo scorporo dei calci d'angolo ed un premio di maggioranza per via del maggior numero dei tifosi milanisti sugli spalti, i rossoneri dovrebbero aggiudicarsi il match. Intervistato da Tosatti all'uscita dello stadio alla domanda "Cavaliere pensa che il risultato cambierà?" Berlusconi ha risposto: "Sono fiducioso, Galliani sta verificando i tacchetti dei giocatori avversari e il risultato DEVE cambiare!" Bonaiuti nel frattempo ha dichiarato che il festeggiamento di Giuly e degli altri spagnoli è anticostituzionale e farà un esposto al Parlamento Europeo per far rimuovere i clacson alle auto con targa spagnola. Calderoli nel frattempo ha messo in discussione la partecipazione stessa del Barcellona alla Champions League. "Io avevo chiaramente indicato nella legge, che ho scritto io stesso tra una vignetta e l'altra, che s'intendeva Barcellona in Sicilia e non quella spagnola che si scrive Barcelona. Quindi bisogna rimuovere tre goals al Barcellona e quindi il Milan ha vinto 0 a -2". Bondi si è dichiarato sbalordito dal fatto che truffaldinamente il Barcellona spagnolo si sia spacciato per quello siciliano e dichiara che gli spagnoli vogliono mettere il bavaglio alla UEFA. http://www.onemoreblog.org/archives/010788.html

Berlusconi contesta l'1 -0 col Barcellona Sezione “satira” "Con un solo goal di scarto non si può parlare di vincitori e perdenti". Berlusconi ha fatto ricorso alla Cassazione per contestare il risultato di Milan-Barcellona. Il Cavaliere ha detto che con un solo goal di scarto non si può parlare di vincitori e perdenti. "È vero che il Barcellona ha segnato al 57' minuto - ha aggiunto Berlusconi - ma è anche vero che in tutti gli altri 89 minuti non ha mai segnato". Berlusconi propone una "Grosse Risultaten" che assegnerebbe ad entrambe le squadre un punto e mezzo ciascuna, ma grazie allo scorporo dei calci d'angolo ed un premio di maggioranza per via del maggior numero dei tifosi milanisti sugli spalti, i rossoneri dovrebbero aggiudicarsi il match. Intervistato da Tosatti all'uscita dello stadio alla domanda "Cavaliere pensa che il risultato cambierà?" Berlusconi ha risposto: "Sono fiducioso, Galliani sta verificando i tacchetti dei giocatori avversari e il risultato DEVE cambiare!" Bonaiuti nel frattempo ha dichiarato che il festeggiamento di Giuly e degli altri spagnoli è anticostituzionale e farà un esposto al Parlamento Europeo per far rimuovere i clacson alle auto con targa spagnola. Calderoli nel frattempo ha messo in discussione la partecipazione stessa del Barcellona alla Champions League. "Io avevo chiaramente indicato nella legge, che ho scritto io stesso tra una vignetta e l'altra, che s'intendeva Barcellona in Sicilia e non quella spagnola che si scrive Barcelona. Quindi bisogna rimuovere tre goals al Barcellona e quindi il Milan ha vinto 0 a -2". Bondi si è dichiarato sbalordito dal fatto che truffaldinamente il Barcellona spagnolo si sia spacciato per quello siciliano e dichiara che gli spagnoli vogliono mettere il bavaglio alla UEFA. http://www.onemoreblog.org/archives/010788.html

La rimozione della sconfitta CURZIO MALTESE da Repubblica - 22 aprile 2006 NEL GIORNO in cui il presidente americano chiama Romano Prodi per congratularsi, il premier uscente italiano annuncia che non telefonerà mai al suo avversario perché considera la vittoria dell´Unione frutto di brogli e quindi illegittimo il prossimo governo. Siamo oltre la natura eversiva del Caimano, siamo alla follia. Si sono viste in questi anni molte vittorie elettorali decise da una manciata di voti, a volte centinaia come nel caso del primo mandato Bush. Quello che non s´era mai visto è uno sconfitto che rinnega il verdetto delle urne anche dopo la sentenza del massimo organo della magistratura. Il messaggio che il presidente del Consiglio in carica lancia alla «sua» metà del Paese è una specie di invito all´insurrezione. La rimozione della sconfitta Il linguaggio è oggettivamente da golpista. Proviamo a prenderlo alla lettera. Se il risultato elettorale è stato rovesciato, con la complicità della Corte di Cassazione, ne consegue che gli elettori di centrodestra sono autorizzati a qualsiasi reazione nei confronti di un simile, gigantesco sopruso, compresa la cacciata del governo con mezzi diversi dal voto. Per fortuna nessuno prende Silvio Berlusconi alla lettera, neppure i suoi elettori. La sua guerra civile è un gioco, per quanto sinistro, il golpismo è da operetta, la «vittoria rubata» è l´ultima favola del berlusconismo e la svolta eversiva è soltanto una strategia di giornata. Berlusconi ha capito che il governissimo non si farà mai e ora è passato dalle lusinghe alle minacce di ostruzionismo per poter meglio trattare con la nuova maggioranza la tutela dei propri enormi interessi economici. In questa logica la telefonata di congratulazioni al vincitore è un atto facoltativo. Un semplice gesto di civiltà, dunque anti economico. C´è da scommettere che se Romano Prodi annunciasse domani mattina di voler cambiare la legge Gasparri sulle televisioni, riceverebbe non una ma molte chiamate. Ma la sopravvivenza di Berlusconi alla stagione del berlusconismo pone anche questioni serie. Nelle democrazie occidentali è costume consolidato che il leader sconfitto si faccia da parte e lasci la guida della sua coalizione a un capo più giovane. Berlusconi ha troppi beni al sole, come dice lui, per prendere in considerazione questa dignitosa scelta. Rimarrà ben piantato alla guida dell´opposizione e a quanto pare con l´intenzione di fare il Ghino di Tacco del Senato. È un problema per tutta la politica, per la sinistra come per la destra, ma rappresenta anche una paradossale opportunità. Quella di sbarazzarsi di un certo modo di concepire la politica. La scelta eversiva di Berlusconi dovrebbe far riflettere chi è tentato dal ritorno all´inciucio. Si può chiamare in modi più eleganti, accordo istituzionale o bipartisan, ma la sostanza rimane la stessa. Ripetere l´errore del ´96 sarebbe fatale e incomprensibile agli elettori dell´Unione. Il Berlusconi di oggi non è diverso da quello che rovesciò di colpo il tavolo della Bicamerale dopo aver allontanato il pericolo della legge sul conflitto d´interessi e d´una riforma televisiva. Un personaggio inaffidabile con il quale non si possono fare accordi. Naturalmente è dovere della maggioranza cercare un´intesa su singoli punti d´interesse generale con le aree più ragionevoli dell´opposizione. Ma stavolta evitando gli umilianti e oltretutto inutili pellegrinaggi nelle residenze berlusconiane, i patti della crostata e i teatrini da Vespa. La ricerca di un´intesa diretta con Berlusconi servirebbe soltanto a indebolire il nuovo governo Prodi, a segare il ramo sul quale siedono tutti i capi e capetti dell´Unione. Il berlusconismo postumo pone un problema ancora più grave all´opposizione. In apparenza la destra fa quadrato come sempre intorno al suo padrone. In pratica, siamo davanti a una scissione non dichiarata. Nell´impossibilità di cambiare la guida della coalizione, alcuni alleati di Berlusconi cercano almeno di prendere le distanze dai vagheggiamenti aventiniani del Cavaliere. È vero che per cinque anni Fini e Casini hanno votato qualsiasi cosa e obbedito a tutti gli ordini. Ma un conto è dover salvare il governo e le poltrone, altro è organizzare l´opposizione con un capo che realisticamente ha ormai un grande futuro alle spalle. Nei fatti, in queste settimane, si sono già viste all´opera due distinte opposizioni. Una è la guardia berlusconiana, composta dai fedelissimi di Forza Italia e dai berluscones sparsi negli altri partiti, da La Russa a Buttiglione a Giovanardi. L´altra è il progetto di una nuova destra post berlusconiana incarnato da Fini, Casini e altri, che sono stati per molto tempo in silenzio ma ora cominciano a parlare e a dire cose molto lontane, nello stile e nella sostanza, dalla parole d´ordine del capo. Il 10 aprile il berlusconismo non è morto, come ci si poteva augurare, ma si è ridotto a uno zombie che offre incubi al posto degli antichi sogni. Può fare paura ancora per qualche tempo, non fermare la nuova stagione. -------------------------------------------------------------------------------- Se si sgonfia la "bolla" Berlusconi ANTONIO MORESCO Caro direttore, in questi anni, in Italia, sotto gli occhi di tutti, è avvenuta una cosa abnorme: non si è parlato d´altro che di un uomo chiamato Berlusconi. Non solo in queste settimane cruciali, non solo per corrette ragioni di informazione e di battaglia civile, non solo nei media da lui pilotati, ma ovunque, continuamente. Televisioni, radio, libri e giornali hanno tenuto avvinti i propri lettori e i propri ascoltatori continuando a martellare su Berlusconi, giocando ogni cosa dentro la stessa dimensione, contribuendo a gonfiare sempre più questa bolla, rafforzando un oscuro vincolo di sudditanza e di subliminale complicità. Questo grottesco e patologico bipede umano si è mangiato non solo parte delle strutture economiche, mediatiche, politiche, pubblicitarie e di governo direttamente o indirettamente controllate, ma anche le vite, il tempo, i pensieri e l´immaginario degli altri bipedi umani di un intero paese. In questa esasperata e calcolata personalizzazione, in questa fascinazione sia positiva che negativa, in questa trappola sono caduti quasi tutti. Gli antichi dicevano: "Gli dei accecano coloro che vogliono perdere". È venuto il momento di liberarci di questa intossicazione, di questa droga. Mentre questa bolla si gonfiava sempre più, in Italia e nel mondo, dentro il sottile strato di atmosfera che ci permette di vivere e che ci divide dall´immensità buia e fredda del cosmo, succedeva questo: appiattimento di ogni cosa sulla sola dimensione economica, precarietà crescente della vita personale e di specie, smantellamento progressivo delle strutture di giudizio e della trasparenza, sudditanza e infantilizzazione crescente di vaste parti della popolazione, riduzione della democrazia al suo solo involucro formale, monopolismo crescente, restaurazione, smottamenti economici e geopolitici planetari, annunci di sempre nuove possibilità tecnologiche decisive, foto di zone ignote dello spazio dove, tra montagne di polveri cosmiche che si estendono per decine di anni luce sono in incubazione sempre nuove stelle, enormi e dittatoriali strutture tecnologiche ed economiche che hanno messo le mani sulla scatola nera della vita, costruzione ingegneristica e fuori da ogni controllo di nuove possibilità e forme di vita postumane, che ridurranno progressivamente tutto il resto della specie al rango di forme inferiori e dall´incerto destino, guerre di religione alimentate criminalmente da una parte e dall´altra per occultare scopi invisibili ai più, surriscaldamento, pericolo di innalzamento della temperatura di questo pianeta sovrappopolato e stremato e di scioglimento delle calotte polari con possibile sprofondamento di intere zone costiere, progressiva mancanza d´acqua ecc… ecc… Mentre succedeva tutto ciò, ogni discorso era risucchiato dal buco nero di Berlusconi. È ora di voltare pagina anche in questo. Questa anomalia è cresciuta anche nutrendosi come un organismo saprofita del nostro immaginario e delle nostre paure. Togliamogli l´acqua nella quale ha nuotato finora. Buttiamolo fuori anche dai nostri pensieri, dai nostri incubi e dai nostri sogni. Non parliamone più così tanto, non parliamone oltre il necessario, non parliamone per niente e vedrete che, un po´ alla volta, questa bolla si sgonfierà. Facciamo emergere da tutto questo spazio sottratto il resto della nostra vita e del mondo che ci circonda, come quando una nuvola di polvere torna a posarsi sul terreno e si ricominciano a distinguere nitidamente i paesaggi, i volti, le cose. Facciamo una sorta di sciopero della parola "Berlusconi", aiutandoci l´un l´altro, se necessario. Togliamo a questa minacciosa presenza la camera d´aria che la tiene in vita, fagocitando ogni cosa che gli sta intorno, togliendogli vita, spessore. Tagliamogli il cordone ombelicale del discorso. Quanto è successo in questi anni ha mostrato ancora una volta l´atrofia, la fragilità civile e morale del nostro paese, l´attitudine al servilismo di interi gruppi politici e umani, la loro capacità di convivere col disonore. Ricominciamo a parlare di tutto il resto, a pensare a tutto il resto. Lasciamolo solo a parlare e a ingannare e a gridare e a minacciare di fronte a uno specchio. Smettiamo di fargli da specchio, di essere noi il suo specchio. L´autore ha scritto, fra l´altro, "Canti del caos" e "Gli esordi" -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Avviso ai naviganti Niente è «normale» in questo passaggio: dunque è nei comportamenti e nelle scelte che va tracciata una riga netta tra ieri e oggi Antonio Padellaro da l'Unità - 22 aprile 2006 In questi giorni accade che numerosi lettori (ed elettori) del centrosinistra chiamino l’Unità, o scrivano al giornale per esternare un giudizio così riassumibile: cominciamo male. Il verbo si riferisce a quello che dovrebbe essere l’avvio di una nuova stagione politica dopo la vittoria dell’Unione e la sconfitta di Berlusconi. L’avverbio definisce uno stato d’animo, chiamiamolo di forte perplessità davanti a come questo inizio si manifesta. La questione delle presidenze delle Camere, con Prodi costretto a scegliere tra D’Alema e Bertinotti per il più alto scranno di Montecitorio; con la Margherita inflessibile su Marini a palazzo Madama; con Mastella che fa le bizze, e così via. Non crediamo neppure che la rinuncia del presidente dei Ds, un gesto che gli fa onore perché antepone la tenuta dell’Unione alle aspirazioni personali, cambierà l’umore dei tanti lettori-elettori. Apprezzeranno, ma non potranno non osservare anche l’altra faccia della medaglia, quella dell’aut aut attribuito al leader di Rifondazione nell’ultimo colloquio con Prodi: o così o appoggio esterno. Perché, si chiederanno, il senso di responsabilità, lo spirito di sacrificio, la lealtà nei confronti della coalizione che Prodi riconosce a D’Alema e ai Ds deve essere a senso unico? Perché queste incomprensioni, e questi comportamenti, da parte di chi fino a ieri marciava unito e compatto per salvare l’Italia e che ora sceglie la linea del fatti più in là perché ci sono io? Senza drammi, noi pensiamo che un giornale, e questo giornale in particolare, davanti al sorgere di un sentimento critico che tocca questa o quella parte di uno schieramento politico sul quale si ripongono tante speranze debba porsi, e debba porre alcune domande. Prima di tutto: si tratta di rilievi realmente fondati? E quanto condivisibili? Probabilmente, lo stato d’animo di chi telefona o scrive per lamentarsi risente in negativo di tutte le ansie, di tutte le complicazioni, di tutte le trappole che il popolo dell’Unione ha incontrato sul suo cammino prima di poter pronunciare la parola vittoria. Avviso ai naviganti Un grido che si è come strozzato in gola la notte del 10 aprile quando tutti stavamo per essere risucchiati nell’incubo peggiore e siamo rimasti aggrappati alla zattera di quei 24mila voti, apparsi per giorni e giorni, sotto il fuoco della destra, troppo pochi e vacillanti per riuscire a festeggiarli davvero. Certamente, poi, dovendosi scegliere le personalità di garanzia al vertice delle istituzioni non appare serio liquidare la ricerca di un legittimo equilibrio tra le forze principali della coalizione come se si trattasse della solita spartizione. E forse, si dirà anche, il rebus degli incarichi, per la cui soluzione il premier in pectore ha chiesto ancora due giorni di tempo, non è in fondo il consueto problema legato alle umane ambizioni e affrontato da tutti i suoi predecessori in sessant’anni di democrazia? Ma è proprio qui che va tracciata una riga netta e invalicabile tra ieri e oggi, poiché tutto o quasi tutto può essere spiegato nella tensione di queste ore tranne una normalità che non esiste. Non stiamo vivendo in un qualunque passaggio di potere da prima repubblica, quando il cursus honorum era scandito dai codicilli del manuale Cencelli. E non siamo neppure in un clima da seconda repubblica, arroventato, di forte contrapposizione ma pur sempre mantenuto nei limiti della legalità repubblicana. Insomma, come si fa a non vedere la condizione di emergenza politica, economica e morale in cui versa l’Italia? Dov’è la normalità in un Paese squassato da cinque anni di autocrazia padronale, con i conti per aria, ridotto alla crescita zero? E cosa c’è di regolare con un premier sconfitto che insiste a non riconoscere il successo dell’avversario e cerca anzi di avvelenare la vita civile della nazione spargendo tra i suoi elettori la calunnia del voto truccato e quindi di una sorta di golpe ordito dalla sinistra per conquistare il potere? E dove e quando mai potrà esserci un ordinato confronto parlamentare se, sempre l’ex premier, da vero caimano, minaccia di mettere in campo tutti gli espedienti possibili per paralizzare l’attività parlamentare del nuovo esecutivo? Con un Paese da risollevare, un margine ristretto al Senato e un’opposizione seduta sulla riva, pronta a creare le condizioni per una immediata rivincita elettorale, come si fa a non rendersi conto di quanto sarà difficile la navigazione che attende Prodi e i ministri dell’Unione? Si può affrontare questo equilibrio delicatissimo tirando di qua e di là rischiando di strappare tutto? Ed è giusto rischiare di mettere in crisi l’unica, vera speranza che ha l’Italia di andare avanti, e di non tornare nelle braccia di Berlusconi, per avere Montecitorio o il ministero della Difesa? E quei 19 milioni di elettori che per l’Unione hanno dato l’anima non meritano una maggioranza dove ciascuno sia capace di rinunciare a qualcosa per il bene di tutti? Sarà retorica ma è l’unico modo per farcela. Questo diciamo, senza polemica alcuna, all’onorevole Bertinotti che stimiamo. Convinti che giorni migliori arriveranno. apadellaro@unita.it -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Le emergenze del governo MARCELLO DE CECCO da Repubblica - 22 aprile 2006 La lista dei ministri che Romano Prodi dovrà presentare al Paese, oltre che al Presidente della Repubblica e al Parlamento, dovrà essere composta da nomi che comunichino immediatamente quali siano i programmi che i ministri intendono svolgere. Questo non può riguardare, naturalmente, tutti i dicasteri, ma vale senz´altro per quelli che dovranno affrontare le "emergenze" che il nostro Paese ha di fronte. Vale la pena elencarle: Emergenza evasione fiscale. Il nuovo governo avrà bisogno di risorse, e non potrà aumentare la pressione fiscale, ormai al punto di rottura per le categorie veramente colpite. Ha promesso di ridurre di cinque punti il cuneo fiscale. Si è impegnato a metter fine alla scandalosa litania di condoni sgranata negli ultimi cinque anni dal governo uscente. Se la lista dei ministri comprenderà un solo nome per il ministero dell´Economia, sarà evidente agli evasori italiani e ai loro autorevoli consulenti che non ci sarà un ministro delle Finanze "tutto per loro", dedicato a recuperare base imponibile e imposte evase. Potranno tirare un respiro di sollievo. L´evasione non sarà sottolineata come emergenza in cima ai pensieri del nuovo governo e del suo premier. I mercati finanziari internazionali sapranno anch´essi che il ritorno all´avanzo primario sarà più problematico. Emergenza istruzione. Se ne parla continuamente, ma non è stata, come doveva essere, al centro della campagna elettorale dell´opposizione e men che meno della maggioranza uscente. Il nuovo governo deve affermare con forza sufficiente che è la più grave emergenza che il Paese ha di fronte. Ci si gioca il futuro, con un sistema educativo inadeguato. E il nostro, se si esclude la scuola elementare, è stato giudicato inadeguato, in confronti internazionali di tutti i tipi, anche molto recenti come le statistiche dell´Ocse. Se non si educano i giovani perché possano essere cittadini di prima serie del mondo globalizzato, e lavoratori forniti di una formazione di base adeguata ad affrontare le grandi trasformazioni che già si manifestano nel mercato del lavoro, il declassamento e il declino divengono inevitabili. Il nuovo presidente del Consiglio deve dare un segnale forte, nominando uno dei suoi ministri di massimo prestigio all´Istruzione, possibilmente uno dei due vice-presidenti del Consiglio. Il nuovo ministro dell´Istruzione deve sapere che sta a lui e al governo del quale fa parte, restare nella storia d´Italia come chi ha messo di nuovo il nostro Paese in serie A o lo ha definitivamente condannato alla serie B. Il ministero dell´Istruzione comanda un esercito enorme di dipendenti, male organizzati, mal pagati, e demotivati da decenni di incuria e di riforme mal disegnate e ancor peggio implementate. Mettere alla sua testa un grosso calibro politico, capace di farsi ascoltare con la massima autorevolezza in Consiglio dei ministri quando busserà a denari e di mettere al servizio dei giovani d´Italia la sua dedizione e le sue capacità organizzative, servirà all´esercito di maestri e professori a capire che è tempo di rimboccarsi le maniche e ridarà speranza a studenti e genitori. Chi vince nelle scuole d´Italia non solo avrà diritto alla gratitudine del Paese, ma si qualifica come degno di servirlo guidandolo come futuro presidente del Consiglio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

I "PALAZZO PAPERS" DI STEVE COBBLE Come si dice "non sa perdere" in italiano? Risposta: Silvio Berlusconi. Un appello agli impiegati pubblici di Steve Cobble, co-fondatore di AfterDowningStreet.org, nella speranza di una versione italiana del Downing Street memo. Nonostante abbia speso molto più del suo avversario, nonostante abbia utilizzato le proprie società di informazione per avere più spazio nei media di quello permesso per legge, nonostante abbia riscritto la legge elettorale per sventrare i suoi avversari, il Primo Ministro Berlusconi è stato sconfitto la scorsa settimana da Romano Prodi e dalla coalizione del centro sinistra. Un risultato risicato - solo 25.000 voti separano le due coalizioni, su 38 milioni di votanti - ma il vantaggio dell'Unione è stato decisivo, guadagnando tutte e due le camere. Inoltre, le elezioni sono state concentrate su Berlusconi - e la maggior parte degli italiani ha detto semplicemente, basta. È una buona notizia per il movimento internazionale contro la guerra - il popolo italiano ha respinto uno dei sostenitori della guerra (Berlusconi è stato uno dei "Killer B", insieme con Bush e Blair), e Prodi ha promesso di portare a casa le truppe "non appena possibile". Però nella scorsa settimana, Berlusconi ha rifiutato di concedere la vittoria; ha promosso la "grande coalizione," ha promesso di "resistere" se negato e ha minacciato di far cadere il governo che non si è ancora installato; ha accusato di imbrogli elettorali nonostante che sia stato il suo governo a gestire le elezioni; ha sostenuto che lui e i suoi partner del centro destra sono i "vincitori morali" (nel caso del scurrile e sfavillante Silvio, una strana scelta di parole); e uno dei suoi alleati ha addirittura accusato gli uffici postali stranieri di aver sovvertito le schede elettorali inviate dall'estero. E George Bush, sempre molto occupato, non ha trovato il tempo per chiamare il Primo Ministro eletto Prodi per congratularsi - neanche questo fine settimana da Camp David, dove si nascondeva perché Cindy Sheehan si trovava a Crawford. Neanche il Papa è riuscito ad alzare il telefono. Hmmm... Essendo uno affezionato di frodi elettorali, lo trovo tutto molto divertente. Però, spero che gli italiani tengano un occhio sul premio elettorale, e l'altro sul periodo di transizione. Ecco perché: quando il partito del Primo Ministro José María Aznar è stato sconfitto in Spagna, i fedeli di Aznar hanno immediatemente stracciato documenti e cancellati i dischi rigidi prima che José Luis Rodríguez Zapatero prendesse il potere. Indubbiamente, Aznar non voleva lasciare tracce della verità delle sue manovre dopo le bombe di Madrid, né dei suoi rapporti con l'amministrazione Bush sulla guerra in Iraq. (www.guardian.co.uk/spain/article/0,2763,1373280,00.html) Può essere che Aznar abbia già chiamato Berlusconi per ricordaglielo, visto che Silvio sicuramente non vorrebbe che documenti nascosti siano rilasciati nei prossimi mesi che ricorderebbero agli italiani e al mondo delle sue fino ad adesso conversazioni segrete con Bush e Blair prima dell'inizio della guerra in Iraq. Fra due settimane, sarà il primo anniversario della rivelazione del Downing Street memo a Londra, grazie al giornalista Michael Smith e qualche anonimo/i ma dedicato/i impiegato/i pubblico/i. Quel memo, e quelli che lo hanno seguito, hanno avuto un impatto enorme sulla percezione pubblica della disonestà e della falsità sia di George Bush che di Tony Blair. Pensa. Un memo trapelato a Londra ha avuto impatto su entrambi i lati dell'Oceano Atlantico-e ancora lo ha, a giudicare dai sondaggi e dalla bassa approvazione di Bush e Blair. Se ci fossero memo simili che dovessero trapelare dal nuovo governo Italiano, consoliderebbe la verità sulle menzogne di questi tre leader per ingannare la propria nazione a far parte di una guerra illegale, immorale, preventiva contro una nazione che non presentava nessuna minaccia imminente. Quindi, ecco il mio appello: Si prega agli impiegati pubblici italiani di fare fotocopie di tutti i memo. Trasferire i file dal disco rigido a dischetti. Creare cartelle alternative. Evitare che la verità venga stracciata e cancellata. Fare sapere se e quando i Berlusconiani ti mettono sotto pressione per cancellare la storia prima della guerra, i documenti contraffatti del Niger, i voli segreti. E poi condividere quella verità, subito, con il resto del mondo. Visto che l'ufficio del primo ministro italiano si chiama Palazzo Chigi, forse chiameremo la versione italiana del Downing Street memo, i Palazzo Paper. Qualsiasi sia il nome, sarebbe davvero interessante vederli pubblicati su qualche sito web italiano. Fonte: http://www.thenation.com/doc/ Link: http://www.thenation.com/doc/20060501/cobble">www.thenation.com/doc/20060501/cobble 18.04.06 Traduzione di Stephanie Westbrook per www.peaceandjustice.it"

Il decalogo dei poteri Parla Marco Vitale «Il berlusconismo non ha inciso sugli assetti economici. Il premier ha pensato agli affari suoi. E' cresciuto l'imbarbarimento e si è perso il senso di legalità. Decisivo il ruolo dei magistrati» BRUNO PERINI «La politica economica di Silvio Berlusconi ha inciso ben poco nell'economia italiana. Certo non è stata una politica liberale. Nessuno degli annunci che ha fatto all'inizio della legislatura è diventato realtà operante. Vuole una mia opinione sincera? Secondo me il capo del governo ha fatto soltanto gli affari suoi, introducendo nel sistema un po' di imbarbarimento e facendoci perdere il senso della legalità. Di questo ne sono convinto. Se invece guardiamo il berlusconismo dal lato della politica direi che dobbiamo registrare dei connotati fortemente negativi che segneranno la storia di questo paese. Ad esempio questo presidente del consiglio, ha avuto la forza di farci allontanare dall'Europa. E' doloroso dirlo ma è così. Ora risalire la china non sarà facile». Marco Vitale, economista d'impresa, vicepresidente della banca Popolare di Milano, presidente dell'Aifi, (associazione delle marchant bank) editorialista e saggista, membro del movimento federalista, è severissimo con Silvio Berlusconi ed è convinto che il peso del berlusconismo sia stato nullo nell'opera di rinnovamento dell'economia italiana. L'intervista non è su questo argomento ma sull'inchiesta che il manifesto ha iniziato nei mesi scorsi sulla metamorfosi dei poteri economici in Italia. Ma Vitale non può fare a meno di accennare, alla fine della conversazione, alla «svolta storica» operata dal governo Berlusconi sul piano internazionale: «Lo ripeto, questo governo usando la sponda Usa ci ha allontanato dall'Europa. E questo lo ritengo un passo indietro molto negativo. Su questo ci sarebbero da dire molte cose ma mi pare tuttavia che non siamo qui per parlare di Berlusconi ma della metamorfosi dei poteri economici. Parlare di trasformazione è complicato ma forse si può fare un decalogo dei poteri che capire la loro trasformazione». D'accordo, proviamo a riscrivere una mappa di questi poteri Forse provocherò qualche perplessità nei vostri lettori ma la mia chiave di lettura è un po' diversa da quella che si usa normalmente: io sono convinto che in Italia il primo potere, quello che è in grado attraverso la coercizione e la determinazione dei rapporti sociali di influenzare l'economia e il territorio di una parte importante del paese sia la confederazione della malavita organizzata. Sì, proprio così. Conosco bene il Mezzogiorno e so che ancora oggi in quelle zone la confederazione della malavita organizzata è in grado di incidere sull'economia e sui destini di migliaia di persone. La definisco non a caso confederazione perché in molti casi non agisce in ordine sparso ma con una sua omogeneità di intervento. Se non ci rendiamo conto di questo tutti i discorsi sullo sviluppo economico diventano fumosi, visto che stiamo parlando di un terzo del nostro paese. E i cosiddetti poteri forti dove stanno? Ci arriviamo ma le dico subito che i cosiddetti poteri forti sono in fondo al decalogo. Al secondo posto metterei i mercati finanziari internazionali. Dal 1992 in poi è chiaro che qualsiasi discorso di carattere economico dentro i confini di uno Stato debba fare i conti, lo si voglia o no, con i mercati internazionali. In futuro ci renderemo sempre più conto di quanto pesino quei mercati sulle scelte politiche. Mi sta dicendo che la politica ha perso il suo tradizionale potere di influenzare l'economia? No, ma credo che sia necessario intendere la politica in modo diverso. Restando nel decalogo che stiamo costruendo passo passo io sono convinto , ad esempio, che un grande potere ormai lo abbiano assunto i sindaci delle grandi città. Sono loro che danno lavoro e in molti casi sono gli "imprenditori" più importanti delle grandi metropoli. In questo senso c'è stata un'evoluzione positiva di alcune grandi città. Qualche esempio? Genova, Torino, Roma. Genova si è trasformata e grazie al denaro pubblico speso bene è tornata ad essere una città vitale , piena di risorse. Una trasformazione identica l'ha subita Torino: una volta era semplicemente una company town, ora è una città piena di iniziative in grado di marciare autonomamente. Lo stesso vale per Roma che è diventata una delle grandi capitali del mondo grazie anche ai sindaci Rutelli e Veltroni. Immagino che cosa accadrebbe se anche a Napoli, Palermo e Bari avvenisse la stessa cosa. Milano? Non è avvenuto lo stesso fenomeno, perché è mancata la sintesi tra capitale pubblico e privato. Proseguiamo nel decalogo. Lei tra i poteri che hanno un peso sull'economia e un'influenza della società mette la magistratura, mi pare. Perché? Prendiamo il caso Antonveneta. Tutti sapevano che ci sarebbe stato il botto. Era coperta dalla Banca d'Italia, dal Vaticano e per sua esplicita dichiarazione dal presidente del consiglio, ma che ci fosse del marcio lo sapevano tutti. Era, insomma, una congregazione ben coperta. Anche i banchieri sapevano che sarebbe finita così ma preferivano non parlare. L'unico potere che si è mosso è stato quello della magistratura. La procura ha fatto leva su grandi professionalità come i due ispettori di Banca d'Italia e su professionisti che hanno fatto bene il loro mestiere denunciando il market abuse e così hanno per la prima volta fermato in anticipo la sicura bancarotta. Non era mai accaduto che si riuscisse a evitare il baratro. Questi sono i grandi cambiamenti , questo significa saper influenzare gli eventi. Naturalmente non ci sono soltanto esempi positivi del potere della magistratura: c'è ad esempio un territorio italiano, di cui preferisco non fare il nome, dove la magistratura non si è mossa malgrado una illegalità diffusa, danni economici, minacce mafiose nell'ambito di una gigantesca speculazione immobiliare. Provo a chiederglielo di nuovo: nel suo schema i tradizionali poteri economici che fine hanno fatto? Direi che un certo potere lo hanno assunto i monopoli pubblici come l'Enel e altre aziende di servizi. In questo caso c'è una forte responsabilità della sinistra nel non aver saputo gestire la liberalizzazione di alcuni mercati. Se poi vogliamo parlare dei poteri tradizionali non possiamo trascurare il ruolo delle banche. Unicredito, Intesa e San Paolo hanno un potere molto forte in alcuni settori dell'economia ma credo ad esempio che abbiano uno scarso potere sugli indirizzi della politica economica. Qualcuno ha parlato delle banche come i nuovi poteri forti ma non mi pare che sia così, non vedo una grande incidenza. Si può dire che le banche hanno svolto un ruolo importante in alcune grandi crisi aziendali come la Fiat ma niente di più. Eppure sono in molti a sostenere ad esempio l'anomalia della presenza delle banche nei gruppi editoriali Sì, questa è un'anomalia ma non mi pare che si possa dire che le banche esercitano per questo un grande potere sulla gente o sull'economia. Certo, siamo di fronte a un sistema bancocentrico, se consideriamo anche l'insieme del sistema della altre banche ma credo che in Italia ci siano imprese che hanno una loro autonomia finanziaria in grado di renderle relativamente autonome dalle banche, grazie ad esempio a un forte cash flow. Nel suo decalogo la Confindustria e i grandi gruppi non compaiono neppure? Come mai? Non è un caso. A mio parere la Confindustria e i tradizionali poteri forti hanno in realtà ben poco potere. E' come se fossero svaniti. Si continua a sostenere che quando c'era Enrico Cuccia e la Mediobanca di una volta, quella che faceva da cerniera tra il capitale pubblico e quello privato, i poteri forti esistevano eccome. Certo che è così. Ma quella Mediobanca non esiste più da tempo. Oggi in piazzetta Cuccia c'è una banca d'affari come tante altre e sappiamo che non è neppure la più importante. La crisi di Mediobanca non è intervenuta soltanto con la morte di Enrico Cuccia ma si è manifestata quando i grandi gruppi sono entrati in crisi. Per anni abbiamo vissuto con quel modello in testa ma ora quella struttura del capitalismo italiano non esiste più, è inutile girarci attorno. Se volessimo definire questa specie di mappa che abbiamo cercato di costruire non potremmo trascurare invece il potere delle grandi lobby professionali come i farmacisti, i notai, gli avvocati e le Regioni. Perché le Regioni? Perché sono le istituzioni che controllano la spesa sanitaria e investono nelle infrastrutture. Tra l'altro questi sono tutti settori molto appetibili sia per la politica che per la malavita organizzata. E' per questo che le Regioni acquistano un potere importante e influente http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Aprile-2006/art120.html

La politica e i nomi Totoministri. Tommaso Padoa Schioppa è favorito per il superministero dell’economia, ma al di là dei nomi quello che conta sono le strategie: la ''soluzione svedese'' Nane Cantatore Ancora non si è sciolto il nodo delle presidenze delle camere e già il totoministri sembra indicare un nome per la fondamentale poltrona dell’economia, quello di Tommaso Padoa Schioppa. A dire il vero, logica vorrebbe che si capisse che cosa succederà a Montecitorio e palazzo Madama, visto che, se andassero a Rifondazione e Udeur, De e Margherita potrebbero voler dare seguito al progetto di dividere il ministerone gratificato, nella scorsa legislatura, dalla persona di Giulio Tremonti; ma, in fondo, i giochini sui nomi con ci entusiasmano poi tanto. Sono senz’altro più interessanti le scelte politiche di fondo, e da questo punto di vista bisogna dire che l’individuazione di un “tecnico” per via venti settembre suscita, di per sé, qualche perplessità. La fase in cui ci troviamo richiede infatti un radicale ripensamento delle strategie di sviluppo, della fiscalità, delle modalità di intervento e di indirizzo dello Stato in economia, del finanziamento e del funzionamento degli ammortizzatori sociali: tutti temi che richiedono una politica di largo respiro, ampiamente affrontati nelle discussioni che hanno portato al programma, ma bisognosi di una guida legittimata dal voto e dal consenso. Il quadro, in altre parole, non è affatto lo stesso della precedente legislatura governata dal centrosinistra, nella quale l’obiettivo era semplicemente quello di rimettere un po’ a posto i conti pubblici per arrivare all’euro, per cui un buon tecnico era la persona più adatta a gestire una strategia ben definita dalla politica. Va detto, però, che Padoa Schioppa una visione strategica ce l’ha eccome, e sarebbe a dir poco rivoluzionaria per questo Paese: si tratta della prospettiva cosiddetta svedese, che rappresenta una buona risposta alle sfide che oggi devono affrontare le economie sociali di mercato del modello europeo. L’approccio in questione unisce un certo liberismo per quanto riguarda l’intervento diretto dello Stato nell’economia, a una forte enfasi sui diritti sociali, per i quali si riconosce l’importanza primaria della spesa pubblica. In altre parole, ci si rifiuta di spendere soldi pubblici per mantenere in vita aziende in crisi, che devono risollevarsi da sole o perire, ma questi stessi soldi vengono spesi in abbondanza per previdenza sociale, formazione, salute, alloggi e, ovviamente, per tutelare i lavoratori colpiti dalle crisi. Si tratta di una prospettiva generale, che ovviamente avrebbe bisogno di una serie di adattamenti radicali per essere importata in Italia; d’altra parte, la classica politica industriale italiana, basata sul sostegno incondizionato ai grandi campioni nazionali, ha prodotto gigantesche perdite pubbliche, enormi profitti privati e un deficit di competitività proprio nei settori in cui si era maggiormente puntato. Da questo punto di vista, l’idea che si smetta di foraggiare, per dirne una, la Fiat, e si spendano i soldi dovuti ai suoi periodici risanamenti in ammortizzatori sociali, formazione e prestiti agevolati per la ricostruzione del tessuto produttivo, avrebbe il suo fascino. A questo si aggiunge un altro aspetto del profilo di Padoa Schioppa, quello venuto in luce con la recente polemica verso il sistema bancario, accusato sostanzialmente di utilizzare la riserva protetta del mercato italiano per lucrare sui costi eccessivi imposti ai consumatori e coprire così le proprie inefficienze; polemica che potrebbe tranquillamente estendersi a tutti i settori che, come quello bancario, hanno assistito a una ristrutturazione dal pubblico al privato che non ha certo creato più concorrenza, e gli esempi più facili sono quelli dell’energia e delle telecomunicazioni. L’idea di fondo è che i mercati siano una bella cosa quando funzionano, ma che il loro funzionamento non è garantito dalle proprie virtù, come vorrebbero gli ultraliberisti ideologici: per far funzionare i mercati ci vogliono idee, regole e poteri, che contrastino continuamente le tendenze al monopolio e alla rendita che la concentrazione di capitali porta inevitabilmente con sé, e ci vuole un accesso universale ai diritti sociali, che corregga le asimmetrie di potere e favorisca lo sviluppo continuo. Rispetto alla mentalità italiana, e anche a buona parte della tradizione socialdemocratica europea, questa prospettiva rappresenta un significativo cambio di paradigma. Il modello tradizionale, infatti, lega l’accesso alle prestazioni sociali con la condizione di lavoro, come è ben rappresentato dal sistema pensionistico, nel quale il trattamento corrisposto è proporzionale (con qualche correttivo) ai contributi versati, i quali a loro volta sono legati al lavoro svolto. Questo sistema, detto “bismarckiano” perché introdotto alla fine dell’Ottocento dal cancelliere del Reich, ha esercitato una fortissima attrazione sulla sinistra europea, legata all’ideologia del lavoro e della piena occupazione, perché di fatto chiariva come il lavoro fosse una forza autonoma di produzione della ricchezza, alla quale riconoscere una piena capacità di produrre diritti. Nelle società odierne, però, sono cambiate un po’ di cose, che rendono la piena occupazione difficile da realizzare e, soprattutto, quasi impossibile da conciliare con l’idea del lavoro ben retribuito, qualificato e tutelato, tanto che proprio in nome della piena occupazione si sono introdotte le peggiori forme di precarietà. A questo punto, per gestire la flessibilità positiva, basata su una quantità di lavoro non necessariamente elevatissima ma di alto valore, diviene necessario ripensare l’accesso alle prestazioni sociali a partire dal cosiddetto modello “beveridgeano”, fondato sulla cittadinanza, che utilizza tutte le risorse disponibili per fornire le massime prestazioni sociali, compatibilmente con la loro sostenibilità. Il punto è che questa sostenibilità non è un dato assoluto, ma viene a sua volta individuata dalla politica; soprattutto, il punto è quanto questa visione, che è stata più volte espressa da Padoa Schioppa, trovi riscontro nelle molte anime della nuova maggioranza. Se non si chiarisce quello che si vuole fare, insomma, è inutile parlare di nomi. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9898&numero='148'

Due anni di fenomeno Zapatero Il 17 aprile 2006 sono già due gli anni di governo del leader spagnolo. Dopo aver ritirato le truppe dall’Iraq, ha dimostrato ancora una volta all’Europa e al mondo un notevole equilibrismo politico. La foto-simbolo del vertice delle Azzorre tra l’ex premier spagnolo Aznar, Bush, Blair e l’allora premier portoghese Barroso, è diventata il simbolo di quattro amici con un obiettivo fin troppo personale per essere condiviso da eventuali successori. Quello della guerra all’Iraq. La linea politica di Zapatero degli ultimi due anni è stata caratterizzata da una buona dose di rischio ma anche da una sostanziale vaghezza. Nonostante la determinazione politica e ideologica si manifesti con un pugno sul tavolo, i grandi gesti hanno sempre conseguenze difficili da controllare. E Zapatero preferisce assumersi i rischi tentando di affrontare le difficoltà con l’astuzia ed un sorriso. “El talante”, un personaggio che lui ha reso famoso e che a sua volta gli ha dato notorietà. A.A.A. Foto cercasi Zapatero è alla ricerca di una foto. Ma gli riesce difficile trovare dei colleghi che posino con lui in un’Europa sempre più soggetta a forze centrifughe. Da un lato una Francia indebolita, dall’altro una Germania , quella di Angela Merkel, che ha saputo conciliare fermezza e cordialità nei confronti dell’America. Adesso si rivolge speranzoso all’Italia, dove è visto come un carismatico leader di sinistra, nonostante il Vaticano non risparmi le sue critiche al politico che ha legalizzato il matrimonio omosessuale. Prodi ritirerà a breve i militari italiani dall’Iraq. Inoltre l’ex Presidente della Commissione Europea potrebbe anche impartire qualche utile lezione a Zapatero ed aiutarlo così a trovare il suo spazio in Europa. Ma a Bruxelles il premier spagnolo ha delegato il suo Ministro degli Esteri Moratinos. A dire la verità Zapatero parla solo spagnolo. E non sembra a suo agio durante gli importanti meeting internazionali. È stato lui ad esercitare pressioni affinché la Spagna fosse il primo paese a ratificare, con un referendum, il Trattato sulla Costituzione Europea. Ed è stato lui a difendere il “sì” a tal punto che il successivo dilungarsi del processo di approvazione lo ha lasciato disorientato. Si è poi battuto per evitare che l’Europa dipendesse dagli aiuti degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Il cessate il fuoco permanente dichiarato dall’Eta lo scorso 22 marzo sembra dargli ragione e infondere speranza. E oltre all’inestimabile aiuto della Francia, il governo spagnolo continua a beneficiare della consulenza del Primo Ministro irlandese Bertie Ahern e, soprattutto, del britannico Tony Blair. E così la Spagna si riconcilia gradualmente con uno dei protagosti della “foto delle Azzorre”. Rimane solo da risolvere il conflitto con la Commissione europea guidata dal terzo protagonista delle foto, Durão Barroso. Il protezionismo spagnolo dimostrato nel caso dell’Opa del gigante tedesco E.On sull’azienda elettrica spagnola Endesa ha infatti indebolito i rapporti tra Spagna e Ue. In bilico tra Europa e… Stati Uniti Ma non si può certamente governare voltando le spalle agli Stati Uniti. Ed è proprio per questa ragione che Zapatero metterà probabilmente da parte il suo appoggio alla causa del Sahara Occidentale nella sua perpetua disputa con il Marocco, storico alleato degli Stati Uniti. Ha ventilato inoltre l’ipotesi dell’invio di più soldati in Afghanistan e ha disposto che non si indaghi sui voli segreti della CIA atterrati in Spagna. All’inizio del 2006 gli Stati Uniti hanno negato alla Spagna l’autorizzazione ad impiegare la propria tecnologia nella costruzione di aerei militari destinati al Venezuela. Nel frattempo Evo Morales, neo-presidente della Bolivia, ha iniziato il suo giro di visite internazionali partendo proprio da Madrid. Ma nemmeno la sintonia e gli accordi politici siglati tra Zapatero e i leader della sinistra nazionalista latinoamericana sono ben visti a Washington. Su una cosa, però, Spagna e Stati Uniti sono d’accordo: l’attuale premier spagnolo ha ereditato da Aznar la volontà che i turchi aderiscano alla Ue. Tra l’altro, Zapatero ed Erdogan, primo ministro turco, hanno intrapreso il promettente ma confuso progetto “Alleanza di Civiltà ” per combattere lo scontro di civiltà. Prodi, Zapatero, Erdogan: sarà questa la nuova foto? Juan Luis Sánchez - redaccion@cafebabel.cohttp://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6608

Indovinello: Resa dei conti in Iraq Indovinate quale, fra queste testate, ha pubblicato l'articolo che segue. La risposta in fondo al testo: Le Monde Diplomatique - L'ufficio stampa di Al Qaeda - La Repubblica - Il Quotidiano del Popolo - Il Manifesto - Al Ahram - Liberazione - The International Herald Tribune - L'Unità - La Pravda 3 aprile 2006 - L'Iraq sta diventando un Paese che gli Stati Uniti dovrebbero vergognarsi di appoggiare; meglio sarebbe limitarsi ad occuparlo. La nazione sta lentamente scivolando verso qualcosa di molto simile ad una guerra civile... Nella capitale, bande di criminali rapiscono e torturano impunemente civili innocenti, ed infine li uccidono per motivi religiosi. I diritti delle donne sono evaporati sotto il sole. A capo del governo si trovano gli alleati dell'ala antiamericana del clero radicale, la quale dispone di una potente milizia privata che è dietro un gran numero d'azioni terroristiche. L'amministrazione Bush non vuole riconoscere la situazione disperata; ma almeno sta spingendo nella buona direzione nell'intento di toccare la corda sensibile, in un frenetico tentativo di convincere il maggior partito sciita ad attuare delle politiche più largamente condivise e a cercare un'ampia base di consensi per governare la nazione. Uno degli obbiettivi vitali è quello di persuadere gli sciiti a rinunciare alla disastrosa nomina di Ibrahim al Jaafari come primo ministro. Jaafari è incapace di formare una larga coalizione di governo e non ha fatto seri sforzi per controllare le squadre della morte. Ora vi sono anche dei leader sciiti che chiedono di metterlo da parte. Se la sua candidatura permane ed è accettata dal Parlamento, sarà ancora più difficile evitare la guerra civile; e dal punto di vista americano ci sarà un governo che nessun soldato vorrebbe sentirsi obbligato di proteggere. Purtroppo dopo tre anni di una condotta costellata di errori grossolani in terra irachena, Washington potrebbe non avere più il peso politico e militare necessario per imporsi. Potrà essere difficile da digerire per gli americani, visto che è stata l'invasione statunitense che ha rovesciato Saddam Hussein e aiutato la maggioranza sciita ad accedere al potere. Ci sono ancora circa 140 mila soldati americani in Iraq, 2000 tra uomini e donne sono morti laggiù da qualche parte e vi sono stati spesi centinaia di miliardi di dollari americani. Eppure i capi sciiti hanno risposto alla «apertura» richiesta da Washington con aperta ostilità, vilipendendo personalmente l'ambasciatore Zalmay Khalilzad e criticando le operazioni militari americane con espressioni secche udite in precedenza solo dalla bocca dei leader sunniti. Nel frattempo Moqtada al Sadr, il religioso sciita risolutamente antiamericano a capo di una sua propria milizia, si è imposto come imprescindibile fautore di sovrani dando il suo appoggio decisivo alla ricandidatura di Jaafari come primo ministro. Faceva venire i brividi leggere l'intervista di Jaafari sul New York Times la settimana scorsa, nella quale preannunciava che gli squadroni che ora stanno terrorizzando le popolazioni civili potrebbero essere integrate nell'esercito regolare e nella polizia. Queste vicende di imprenditori immobiliari e negozianti che sono sottratti alle loro famiglie ed uccisi da quelle che sembrano essere delle milizie sono raccapriccianti, come lo è il solo pensiero che gli Stati Uniti, nella loro arroganza, hanno collaborato perchè ciò si producesse. La situazione può ancora essere capovolta. Khalilzad non deve indietreggiare: la larga colazione di governo che sta cercando di mettere insieme è la sola speranza per l'Iraq di approdare alla democrazia uscendo dal terribile pantano in cui si trova oggi. Ed è anche il solo modo per riscattare il sangue che è stato parimenti versato da parte americana e irachena. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1808

Chirurgo di pace Manuel Rozental è un Nasa, scomodo perché colto e impegnato nel sociale. Per questo è costretto in esilio Scritto per noi da Simone Bruno Due anni fa ricevetti una telefonata di una amica giornalista: bisognava scrivere, e molto velocemente, un articolo su Arquimede Vitonas, sindaco di Toribio, un municipio del Cauca, del sud Ovest della Colombia. Arquimedes era scomparso, probabilmente sequestrato. Arquimedes è un Nasa, la popolazione indigena più numerosa e più organizzata del paese. Quel sequestro sembrava molto strano, per le modalità e per il ruolo rivestito da Arquimedes, tanto che in un primo momento pensammo a un coinvolgimento dell’esercito. Erano state invece le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Poi tutto si risolse bene grazie alla potente macchina organizzativa indigena: centinaia di uomini della tradizionale guardia indigena camminarono una notte intera fino all’accampamento guerrigliero e, senza violenza, si riprendesero in modo pacifico il loro sindaco. Ma questa, anche se molto bella, è un’altra storia. È comunque la storia che mi fece entrare per la prima volta in contatto con Manuel Rozental. Mentre scrivevo l’articolo, e successivamente dopo mentre lo facevamo girare, il mio contatto con il popolo Nasa era questo ragazzone dall’età indefinita, spropositatamente alto, ma con uno sguardo serio e gentile allo stesso tempo. I capelli nerissimi e arruffati e un paio di occhiali poggiato sbadatamente su un naso piuttosto importante. Una di quelle persone con cui ci si intende facilmente e che ti sembra di conoscere da sempre. Un ragazzo timido in apparenza, ma assolutamente risoluto e diretto quando si tratta di organizzare, modesto, al punto che tutto quello che ha fatto è difficile ascoltarlo da lui, ma lo metti insieme parlando con le varie persone che lo conoscono. Parla poco ma fa tanto. Come molti dei suoi amici, mi sento in dovere di far sapere cosa succede a Manuel e di riflesso cercare di spiegare questo paese complesso, violento e ammaliante dove mi ritrovo a vivere. Manuel è nato a Cali, la città nota per la salsa e per il suo “cartello della droga”. Una città tipica colombiana, con la parte ricca della popolazione adagiata sulla pianura e con i poveri e gli emarginati sparpagliati sulle montagne attorno, ammassati in bettole di latta, fango e calcinacci. Durante gli anni 50, a Caracas, in Venezuela, il dittatore Perèz Jimenez decise di costruire un enorme quartiere popolare e fece edificare 38 mostri di 15 piani, per un totale di quasi 10.000 appartamenti. Così, quando proprio in quel periodo, la vicina Colombia venne colpita da un forte terremoto, Jimenez decise di far costruire uno di questi mostri anche nella Cali semi distrutta. A Cacaras i 38 edifici presero il nome di “barrio 23 de Enero”, uno dei quartieri più combattivi e organizzati della città, mentre a Cali il mostro solitario ha visto nascere Manuel, lo ha guardato diventare attivista politico durante gli anni di Medicina e poi chirurgo. Essere un “attivista politico” in Colombia non è mai stato un lavoro facile, spesso bisogna raccogliere le proprie cose al volo e scappare. A volte arriva una voce: “Vogliono farti fuori”; altre volte te lo dicono direttamente “Meglio che te ne vai con le tue gambe fino a che sei in tempo”, ma in ogni caso il messaggio è lo stesso: fuggire. La diversità dei modi dipende da chi stai infastidendo e col tempo impari anche a distinguere le minacce reali da quelle false. Ma sempre è un gioco rischioso. È passato più di un anno da quando i Nasa hanno detto a Manuel “Van a venir por ti”. Era una minaccia reale. Già lo cercavano per farlo fuori. Da quel momento Manuel è di nuovo in esilio, in Canada. Perché è dai primi anni ottanta che di tanto in tanto è costretto a lasciare la sua città, il suo paese, i suoi progetti. Quando vivi come Manuel devi avere sempre uno zaino pronto con il necessario, perché non sai mai quando sarai costretto ad andartene di nuovo. E quando lo devi fare, devi correre. Poche persone hanno l’esperienza maturata da Manuel nel campo del diritto alla salute e delle organizzazioni indigene. Sono innumerevoli gli enti dove ha prestato servizio e lavorato. Uno fra tutti il suo impegno all’Onu per far riconoscere l’approccio alla salute delle comunità indigene. Fu un lavoro che portò alla prima consultazione da parte dell’Onu delle comunità indigene e che sfociò in una risoluzione successivamente approvata. Questo è solo un esempio di come la vita politica e lavorativa di Manuel non siano mai state realmente separate e di come i suoi studi si concilino con il suo impegno e la sua passione: gli indigeni dell’America tutta. Ha fondato e diretto molte organizzazioni di cooperazione internazionale, dato appoggio a comunità minacciate, lavorato in ospedali, visto i sistemi di salute pubblica smantellarsi a colpi di prestiti del banco mondiale. Ha fondato organizzazioni per impedire la privatizzazione della salute in tutto il continente, incontrato i più importanti leader indigeni e lavorato con loro. Poi nel 2003 chiamato dai Nasa è tornato alla sua Cali, a occuparsi di pianificazione, educazione e comunicazione. La seconda volta che l’ho incontrato stava pianificando quella che è stata una delle marce più grandi in Colombia contro il governo di Alvaro Uribe Velez. Sessantamila indigeni a piedi per sessanta chilometri sotto un sole equatoriale che coceva la testa e i piedi. Ma fu un esempio di efficienza, con le donne indigene che di giorno in giorno costruivano accampamenti su terreni abbandonati e cucinavano per tutti, per poi riposare sotto tende di plastica e fiumi che tagliavano il paesaggio offrendo acque generose per bagnarsi e refrigerarsi. Un popolo umiliato da 500 anni che veniva accolto dagli studenti in festa al loro arrivo a Cali. Bambini, vecchi, donne, professori, gente che scendeva in strada per cantare e batter le mani al loro passaggio. Un impatto enorme sull’opinione pubblica che consacrava il movimento Nasa come il movimento leader nelle lotte sociali. Manuel deve tornare in Colombia. Questo è il suo posto. È con i Nasa che deve stare. Deve poter vivere qui senza paura di essere ucciso, senza uno zaino pronto nell’armadio. È importante che riesca a passare le sue esperienze e il suo aiuto pratico agli indigeni giovani e disorientati. Il governo colombiano deve difendere le persone come Manuel, eppure sembra più preoccupato a difendere i corrotti e gli assassini, persone come l’attuale console di Milano. Ebbene sì, Milano ospita Jorge Noguera, ex capo del Das (polizia segreta Colombiana al servizio del presidente) che è accusato di connessioni con il paramilitarismo e in special modo con uno dei comandanti, Jorge40, al quale avrebbe passato una lista di 24 persone tra attivisti politici e leader comunitari da eliminare e puntualmente fatti fuori. Personaggi come Manuel che danno fastidio ai poteri forti e che vengono quindi eliminati dallo Stato, usando i metodi della guerra sporca, servendosi del peggior paramilitarismo che mai conosciuto da questo continente. Uomini come il console di Milano sono il tramite tra il potere e il braccio armato, tra il potere e gli assassini, i sicari, buoni per far fuori i personaggi scomodi e per racimolare voti come i 300.000 che con una frode elettorale il signor Noguera, quando era direttore del Das, ha fatto arrivare nel bottino elettorale durante l’elezione che ha portato Alvaro Uribe Velez a essere l’attuale presidente del paese.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5245

Albania, premier autoritario Indrit Maraku Con una decisione ritenuta da molti analisti autoritaria Sali Berisha destituisce Spartak Ngjela, figura di spicco del Partito democratico e capo della Commissione legislativa del Parlamento. Durissime le critiche dei media locali Sali Berisha Uno scontro durissimo all’interno del Partito democratico (Pd) del Premier albanese Sali Berisha, tra quest’ultimo e il capo della commissione legislativa del Parlamento, Spartak Ngjela, ha svelato l’autoritarismo dello stesso Primo ministro, tornato al potere meno di un anno fa dopo otto anni di opposizione. Ngjela, una figura di spicco del Pd, è stato silurato da tutte le cariche istituzionali e di partito perché recentemente aveva mandato indietro all’Esecutivo sette proposte di legge che a suo avviso erano incostituzionali. La decisione gli è stata comunicata personalmente da Berisha in un colloquio, dove erano presenti alcune tra le più alte cariche dello Stato, che è stato intercettato e divulgato su tutti i media locali. Accanto a Ngjela si sono schierati, oltre all’opposizione, quasi tutti gli alleati del Pd al Governo e gran parte della stampa indipendente. Il Premier è stato definito dagli analisti come “autocrate” e “bolscevico”. Mentre ad accompagnare il caso, sulle pagine dei giornali è rispuntata la cosiddetta “lista nera del Pd”, una lunga fila di illustri personaggi cacciati per opposizione interna al leader. Il caso Ngjela Spartak Ngjela Il primo screzio tra il Premier Berisha e l’avvocato Spartak Ngjela risale a pochi mesi dopo il ritorno dei democratici al potere. Lo scorso 24 ottobre l’ormai ex capo della commissione legislativa del Parlamento ha chiesto al primo ministro di assumersi le responsabilità di portare in Parlamento leggi migliori. Da allora, sette proposte di legge importanti – tra cui la riforma stessa del voto in Parlamento, il blocco per tre anni per le piccole imbarcazioni, la partecipazione della popolazione nella lotta alla corruzione e un condono per le case abusive – sono state mandate indietro all’Esecutivo perché ritenute da Ngjela incostituzionali e spesso in violazione dei diritti umani. Il 3 aprile scorso Berisha ha invitato Ngjela nell’ufficio del capo del Parlamento, Jozefina Topalli, in presenza anche di alcune delle cariche più alte dello Stato, dove nel corso di un dibattito molto acceso gli ha comunicato la decisione di rimuoverlo dall’incarico. Tutto il colloquio è stato intercettato e registrato (da chi, rimane ancora un mistero) facendo il giro di tutti i media. Un fatto che ha infiammato ancora di più lo scontro: Ngjela è stato pubblicamente accusato da Berisha come autore dell’intercettazione, cosa che ha portato alla sua rimozione da ogni incarico. Come hanno fatto notare i media, quest’ultima decisione è stata presa da un ristretto vertice del Pd in chiaro contrasto con lo statuto del partito che in tali casi richiede una decisione di tutta la direzione del partito in presenza anche di alcuni rappresentati del consiglio nazionale. L’avvocato da parte sua ha incolpato il Premier della situazione legislativa in Albania che l’ha definita una “porcheria”. Elencando a Berisha tutti i casi in cui a suo avviso c’è stato un tentativo di violazione della costituzione, Ngjela si è assunto anche qualche responsabilità: “È anche colpa mia che ti ho tollerato […] ti dovevo denunciare penalmente”, gli ha detto. In fine, accusandolo di essere un “comunista”, Ngjela ha chiesto al primo ministro di dare le dimissioni perché ha “bloccato l’economia e l’intero Stato”. Le reazioni e le mancate reazioni Nel dibattito, che ha tenuto banco per più di due settimane, si sono mischiati un po’ tutti. Per prima, l’opposizione di centro-sinistra che ha espresso tutto il suo appoggio all’avvocato. Il leader del Partito socialista, Edi Rama, ha dichiarato di non voler intromettersi nelle faccende interne dei democratici ma tuttavia ha invitato Berisha a confrontarsi in Parlamento sul caso. A sostenere Ngjela sono stati anche gran parte degli alleati del Pd al Governo: se la questione passa nell’aula dei deputati voteremo a suo favore, hanno fatto sapere. Gli unici del centro-destra a non schierarsi sono stati i repubblicani, che tra l’altro recentemente si confrontano con il Premier su un’altra proposta di legge a loro molto cara, i beni immobili. Dal Pd stesso a Ngjela sono arrivati solo inviti di dimettersi per “non creare scompiglio all’interno del partito”. È rimasta invece a tacere quella parte liberal-democratica che aveva fatto ingresso nel partito la primavera scorsa, rappresentante, come si è detto allora, della “società civile”, grazie alla quale Berisha ha convinto molti del suo promesso cambiamento e che gli ha regalato la vittoria alle scorse elezioni dopo ben otto lunghi anni di opposizione. Durissimi nei commenti gli analisti politici e gli opinionisti che dalle pagine dei giornali hanno addossato al Premier definizioni come “autocrate” e “bolscevico paranoico”. Firme prestigiose del giornalismo albanese non hanno esitato ad evocare il passato del leader democratico, puntando il dito su di lui per le promesse mancate di cambiamento nello stile politico. Martin Leka ha parlato di un “fenomeno non sconosciuto nello stile governante di Berisha, che sfortunatamente la stragrande maggioranza dei politici, una parte dei giornalisti e dell’opinione pubblica riteneva che Berisha se ne fosse dimenticato. Il fenomeno si chiama Autocrazia!”. Il più duro di tutti col Premier sembra essere Mustafa Nano che sulle pagine di “Shekulli” scrive: “Tutto ciò è la dimostrazione plateale di una grande verità: Sali Berisha è stato, è e sarà un bolscevico esaltato, patetico e irreparabile, un paranoico che viene trascinato da impulsi feroci, un Premier pericoloso, una macchina che produce nemici uno dopo l’altro e un politico fallito”. Per il noto analista, “si capisce sempre più che con le elezioni del 3 luglio scorso, gli Albanesi sono tornati indietro di 8 anni”. Pd, 16 anni di dissidenti ed esclusi Quello di Spartak Ngjela è solo l’ultimo nome che si aggiunge a quella che la stampa ha battezzato come la “Lista Nera del Pd”. Un elenco composto da illustri personaggi dei democratici che sono stati costretti ad abbandonare il partito, e a volte la politica attiva, dopo scontri avuti con il leader Berisha. Tutto iniziò nel 1991, quando all’interno del partito ci fu la prima spaccatura riguardo al suo organo di stampa. Con una decisione lampo fu licenziato il redattore capo della “Rilindja Demokratike” (RD, Rinascita Democratica), Frrok Cupi. Solo dopo, il vecchio giornalista avrebbe raccontato che si era trattato di un ordine diretto di Berisha. Nell’agosto del 1992 ci fu l’allontanamento di quello che ancora oggi viene chiamato il “gruppo dei mozionisti”. Si trattava di alcuni dirigenti del Pd cacciati con forza dalla sala delle riunioni della sede del partito. Da quella che per molti è una delle pagine più buie di 16 anni di storia del Pd nacque il Partito dell’alleanza democratica (Pad), la “prova materiale” che un pensiero diverso all’interno del Pd non trovava spazio. Poi il controllo politico passò sul governo. Due ministri, Genc Ruli e Dashamir Shehi, considerati dall’allora Presidente della Repubblica, Sali Berisha, come non graditi, vennero rimossi nel 1994, con accuse montate di corruzione. Stessa sorte per Petrit Kalakulla (membro della direzione e ministro dell’Agricoltura) e Abdi Baleta che nello stesso anno vennero mandati via in seguito a contraddizioni continue con il leader del partito. Nel 1995 toccò al capo del Pd, Eduard Selami: da molti visto come il successore di Berisha, presto egli sarebbe diventato un problema per il leader indiscusso dei democratici. Il suo allontanamento segnò la fine di un nuovo progetto politico all’interno del partito che costò un anno dopo l’immunità politica ad Azem Hajdari, uno dei fondatori del partito: un atto ritenuto da molti assurdo ed immotivato. Sarebbero passati due anni dal passaggio del Pd all’opposizione e nel 1999 l’ex consigliere di Berisha, Genc Pollo, avrebbe tentato il posto del numero uno del partito. Cosa che avrebbe pagato con l’allontanamento dalla gara, ma anche dal partito. Da lì nacque il Partito democratico riformato (Pdr), formazione guidata da Pollo che ora si trova accanto a Berisha nella coalizione governativa. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5584/1/51/

Responsabilità sociale delle imprese (di Alberto Castagnola) Più di duemila anni fa Aristotele aveva accuratamente previsto che la distinzione tra il principio dell’uso e quello del guadagno rappresenta la chiave esplicativa della civiltà. Egli infatti denunciava il principio della produzione per il guadagno “come non naturale all’uomo”, sconfinato ed illimitato, che avrebbe portato con il tempo, a quel distacco, oramai evidente ai giorni nostri, tra la motivazione economica di una comunità e i rapporti sociali della stessa. Infatti nelle economie di autosussistenza esisteva un legame organico e sacro tra comunità e le risorse disponibili, fondato sul lavoro e sulla produzione dei beni necessari alla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali. Esisteva una società, una vera società, altra, rispetto alle nostre. Il legame era di tipo economico, sociale ed ecologico. I diversi aspetti erano in perfetto equilibrio. La utilizzazione di risorse naturali era in equilibrio con le capacità riproduttive della natura. Alberto Castagnola in questo testo risponde alla domanda: può una impresa, attraverso la resposabilità sociale, promuovere un meccanismo capace di riequilibrare quegli antichi legami sociali, economici ed ecologici? Vi lascio alla lettura . Un saluto Daniela Degan Prime note sul significato della responsabilità sociale delle imprese (Spunti per il dibattito - di Alberto Castagnola) 1. A mia conoscenza non esiste nel nostro paese un punto di vista ben definito delle componenti più costruttive del Movimento sul valore dell' assunzione, da parte delle imprese, di una qualche responsabilità sociale nei confronti della società nella quale operano. L’esperienza del Movimento, o meglio di quelle piccole parti di esso che hanno reagito in modo molto critico all’operato di grandi imprese multinazionali, parte da un approccio molto diverso, fortemente critico sulle azioni intraprese dalle grandi imprese e che concentra la sua attenzione nel ricercare gravi danni arrecati all’ambiente, alla salute e all’habitat dalle imprese meglio documentate e può arrivare fino ad una campagna diretta contro una singola impresa. Le esperienze di boicottaggio dei prodotti della Coca Cola, della Nike e della Nestlè (per citare solo i casi più noti) nascevano in genere dalla denuncia dei comportamenti più gravi di queste imprese, come ad esempio il coinvolgimento nell’uccisione di sindacalisti in Colombia, gli interventi pubblicitari nelle scuole o il permanere delle strategie di vendita del latte in polvere per neonati nei paesi sottosviluppati. Con i boicottaggi si tentava dunque in primo luogo di far cessare i comportamenti dannosi evidenziati specificamente, mentre le strategie nel campo della produzione e del lavoro restavano più sullo sfondo. In ogni caso non si è mai cercato di far diventare socialmente responsabile una impresa specie se multinazionale, ma soltanto di bloccare azioni delittuose e comportamenti gravemente irresponsabili. In altre parole, si è trattato di azioni e campagne dirette a ostacolare, anche in modo conflittuale, le attività imprenditoriali più dannose e pericolose e non di esercitare decise pressioni per far cambiare strutturalmente i comportamenti delle imprese, obiettivo forse considerato talmente contraddittorio con le finalità delle imprese stesse (ricerca del profitto, spesso a breve termine, ed espansione), da essere praticamente irraggiungibile 2. L’analisi degli 11 criteri adottati nella “Guida al Consumo critico” del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, (EMI, edizione novembre 2003) sembra confermare questa interpretazione: a) Trasparenza. Si riferisce alla disponibilità della società a dare informazioni su di sé e a fornirle veritiere. Costituiscono motivo di valutazione negativa: a) la mancata risposta ai questionari inviati alle capogruppo, b) le iniziative assunte per dare una immagine di sé diversa da quella reale, c) le iniziative per impedire di risalire ai proprietari dell’impresa b) Abuso di potere. Si riferisce alle iniziative assunte dalle imprese, in virtù del loro potere economico, per condizionare l’opinione pubblica e il potere politico rispetto alle scelte politiche,sociali, economiche e tecnologiche di interesse collettivo. Costituiscono motivo di valutazione negativa il possesso di giornali,di radio e di reti televisive, il finanziamento lecito o illecito a partiti, l’adesione a consorzi e campagne organizzate per esercitare una pressione sul potere politico, la creazione e il finanziamento di associazioni che apparentemente hanno finalità di ricerca, ma che in realtà servono a propagandare scelte interessate. c) Terzo Mondo. Si riferisce al modo di gestire le attività produttive e commerciali nel Sud del mondo. Costituiscono motivo di valutazione negativa: • Il trattamento iniquo dei lavoratori (salariale, sindacale e sulle prestazioni di lavoro), sia di quelli occupati alle dirette dipendenze delle società esaminate, sia di quelli occupati nelle imprese appaltate localmente • Il pagamento delle materie prime a prezzi così bassi da mantenere i contadini e altri produttori locali nella miseria • L’appropriazione di terre o di parti delle foreste a scapito dei contadini e delle popolazioni locali • L’invio di rifiuti tossici e il trasferimento nel Sud del mondo di attività produttive inquinanti • Le pratiche produttive inquinanti che degradano l’ambiente d) Ambiente. Si riferisce al comportamento assunto rispetto all’ambiente. Costituiscono motivo di valutazione negativa: • Le condanne o le multe per aver trasgredito le leggi di tutela ambientale • Le critiche argomentate di associazioni ambientaliste e della stampa per violazioni ambientali in qualsiasi parte del mondo • La produzione di pesticidi particolarmente tossici o di altre sostanze, come gli OGM , dannose per l’uomo e per l’ambiente e) Sicurezza e diritti dei lavoratori. Si riferisce alle misure assunte a salvaguardia della sicurezza dei lavoratori e al rispetto dei loro diritti previsti dai contratti e dalle leggi Costituiscono motivo di giudizio negativo: • Gli incidenti gravi o mortali avvenuti negli ultimi cinque anni • Le multe subite da parte delle autorità antinfortunistiche • Multe e condanne per evasione dei contributi previdenziali e per la trasgressione di altre leggi sul lavoro • Licenziamenti senza giusta causa e atteggiamenti antisindacali denunciati dai lavoratori o dai sindacati • Ristrutturazioni che hanno eliminato molti posti di lavoro f) Consumatori e legalità. Si riferisce al rispetto dei consumatori e della legge. Costituiscono motivo di valutazione negativa: • La vendita di prodotti che sono pericolosi in assoluto o che lo sono a causa di difetti tecnici o che lo diventano in particolari condizioni sociali ed economiche • La produzione o l’utilizzo di organismi geneticamente modificati, OGM. • Gli illeciti e le frodi • La pubblicità ingannevole o scorretta • Le accuse motivate di pubblicità irrispettosa di persone, razze, sesso e religione • Le etichette che non contengono informazioni utili per la sicurezza del consumatore, che sono scarsamente leggibili, che non consentono di riconoscere il produttore, che non indicano il gruppo di appartenenza g) Armi ed esercito. Si riferisce alla produzione e alla commercializzazione anche all’estero di armi e alla vendita all’esercito di qualsiasi prodotto, compresi cibo e vestiario h) Regimi oppressivi. Si riferisce al possesso di attività economiche in paesi amministrati da governi oppressivi, cioè che usano abitualmente imprigionamenti per motivi di coscienza, torture, scomparsa di persone, esecuzioni sommarie, violazione delle libertà civili e dei diritti politici, pena di morte i) Paradisi fiscali. Si riferisce alla registrazione della capogruppo o delle sue filiali in paesi che garantiscono alle imprese la più completa segretezza e un regime fiscale molto conveniente j) Animali. Si riferisce alle condizioni in cui vengono allevati gli animali e alla sperimentazione sugli animali k) Boicottaggio. Segnala che contro l’impresa sono in corso un’azione di boicottaggio o altri tipi di campagne di pressione 3. A livello internazionale, inoltre, si verificavano episodi che non incoraggiavano certo il movimento a rinunciare alle sue profonde diffidenze e a passare ad una fase in cui onesti sforzi di miglioramento da parte delle imprese potessero essere presi in seria considerazione. Basta qui ricordare l’iniziativa “Global Compact” lanciata dal Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan. Essa però veniva subito giudicata a livello internazionale come un tentativo di convogliare fondi delle multinazionali sui progetti di assistenza e di sviluppo dell’ONU, come se le imprese potessero, evitando di incorrere in serie penalizzazioni concorrenziali, fornire denaro in misura cospicua senza cerca di trarne dei guadagni, non fosse altro che in campo pubblicitario o di marketing Anche una iniziativa presa nel 1999 in ambito PNUD nel quadro del progetto cosiddetto 2B2M/2020 (cioè due miliardi di persone in più inserite nell’economia di mercato entro il 2020) e che fa chiaro riferimento al programma del segretario generale dell’ONU chiamato Global Compact ha suscitato reazioni molto sfavorevoli. Il progetto mirava a sviluppare nuovi strumenti facendo collaborare Agenzie dell’ONU e imprese multinazionali ed era così giustificato: “Nella prospettiva del mondo degli affari, la visione di uno sradicamento della povertà globale non significa nulla dimeno del rendere possibile per due miliardi di persone povere di uscire dal solo consumo di sussistenza o addirittura da un non consumo, per diventare membri attivi del ciclo che comprende risparmi, investimenti, produzione e consumo. Il successo delle imprese dipenderà sempre di più dalla capacità di conquistare questi nuovi mercati e queste opportunità di produzione. Il ruolo attivo che ha avuto in Sudafrica il mondo delle imprese per garantire un pacifico e non violento passaggio dei poteri può costituire un punto di riferimento e un modello che, a livello globale, possono essere attuati impegnando le imprese in processi transnazionali”. Il progetto GSDF si sarebbe dovuto costituire in organismo autonomo, guidato essenzialmente dalle imprese partecipanti che avrebbero ricevuto dall’UNDP consulenze e sostegno sotto forma di rapporto speciale. IL GSDF doveva essere fondamentalmente finanziato dalle imprese partecipanti, gestito in base a coerenti principi imprenditoriali e avrebbe dovuto fornire a sua volta capitali fissi e correnti, ivi incluse le risorse finanziarie, manageriali e tecniche. Da parte sua l’UNDP sottolineava l’esistenza di suoi uffici in 135 paesi e di programmi operativi in 174 paesi. Un primo gruppo di undici imprese transnazionali si incontrò a New York nel settembre del 1998 con numerosi funzionari ed esperti dell’UNDP, mentre altre 19 stavano discutendo sulle modalità della loro partecipazione. Tuttavia questa iniziativa non era sfuggita all’attenzione delle reti di organizzazioni della società civile che seguivano sia le organizzazioni internazionali, che le imprese multinazionali e un primo rapporto fortemente critico venne messo in circolazione alla fine del 1998, poi il 12 marzo del 1999 una lettera all’Amministratore dell’UNDP, J.G.Speth, denunciava tutti i rischi di questa attività. Era firmata da 150 esperi internazionali e responsabili di organizzazioni non governative e di centri studi indipendenti. Qualche mese dopo la sostituzione del vertice dell’UNDP permetteva di lasciar cadere nel dimenticatoio l’iniziativa, anche se alcune imprese (come la Cisco Systems) erano riuscite nel frattempo a stabilire dei collegamenti con l’UNDP (creando ad esempio un Netaid che opera nei paesi del sottosviluppo) e non è escluso che altre siano ancora interessate a fare altrettanto. Nella stessa direzione andava purtroppo anche l’Iniziativa “Oil for Food”, presentata come un tentativo umanitario di vendere parte del petrolio iracheno per acquistare prodotti essenziali che la popolazione non riusciva ad ottenere durante l’embargo, e risoltosi in pagamenti di danni di guerra a certe imprese e in una complessa storia di tangenti, pagate in parte allo stesso Saddam Hussein , che vedeva coinvolto in qualche modo anche il figlio dello stesso Kofi Annan e che di recente (marzo 2006) vedeva perfino il coinvolgimento di persone vicine al governatore di una regione italiana. 4. Quali sono le origini della diffidenza? In sostanza sono stati in passato molto numerosi i casi in cui perfino imprese che si erano assunti impegni relativi a comportamenti sociali sono state sorprese a perseverare nelle vecchie abitudini, mentre è evidente che il sistema dominante ritiene ancora oggi di non avere alcun interesse economico a modificare i suoi rapporti con il pianeta. Le politiche e le strategie adottate a livello internazionale, in particolare, non danno ancora dei segnali di voler affrontare i drammatici problemi derivanti dagli squilibri ambientali e quindi i tentativi di affrontarli si muovono in una specie di vuoto di autorità estremamente pericoloso, dove le imprese meno interessate agli interessi delle popolazioni si possono muovere con estrema facilità. Il passaggio ad una situazione di maggiore fiducia e confidenza reciproca tra i maggiori protagonisti non si presenta certo facile e richiederebbe delle spinte e delle motivazioni ancora poco diffuse. 5. In prospettiva si possono aggiungere ai vincoli da rispettare delle condizioni in positivo, che tengano conto della urgente necessità di forzare le imprese a modificare i loro comportamenti, in particolare nei confronti dell’ambiente e dell’occupazione, ma senza fornire loro la possibilità attraverso ulteriori mutazioni ( un “product washing” con le stesse caratteristiche negative del “green washing” tante volte denunciato) di mettere in produzione e vendere prodotti solo apparentemente rispondenti alle drammatiche esigenze dell’ambiente o della salute. Alle imprese disponibili potrebbero essere proposti dei cambiamenti di produzione e solo dopo aver avviato da tempo una nuova maniera di produrre potrebbero ricevere eventuali incentivi o agevolazioni. Gli otto comparti qui indicati richiedono sicuramente una maggiore esplicitazione e ulteriori approfondimenti, ma rappresentano in modo altrettanto certo un punto di vista radicalmente innovativo: - 1. Riprogettazione e sperimentazione di nuovi prodotti concepiti per risparmiare risorse naturali scarse, in sostituzione di prodotti attualmente in uso che le utilizzano in misura ritenuta illimitata nei decenni scorsi - 2. Nuovi prodotti progettati per essere facilmente riciclabili e con imballaggi molto leggeri - 3. Prodotti sostitutivi di quelli dannosi per l’ambiente (dei CFC che distruggono l’ozono, della filiera del cloro) - 4. Prodotti che utilizzano fonti energetiche riproducibili, in modo da sostituire gradualmente l’uso di combustibili fossili (produzione su larga scala, ma a prezzi accessibili, di pannelli solari e di rotori eolici) - 5. Prodotti da realizzare su larga scala per interventi di ricostituzione di risorse naturale e di protezione degli ambienti a rischio (riforestazione, arresto dei deserti, naturalizzazione dei corsi d’acqua, sminamento) - 6. Prodotti richiesti da produzioni innovative, come le produzioni di alimenti biologici - 7. Nuove tecnologie compatibili con l’ambiente (dalle biotecnologie alle nanotecnologie, secondo priorità sociali diverse da quelle oggi dominanti) - 8. Prodotti da realizzare su larga scala per paesi che dovrebbero produrre in modo rispettoso per l’ambiente per non accelerare rovinosamente e con effetti diffusi di dimensioni planetarie, le crisi ecologiche già iniziate(frigoriferi senza CFC per la Cina, computer indiani di nuova concezione, auto giapponesi a bassissimo costo) Dovrebbero quindi essere studiati dei rapporti nuovi tra Stato ed enti locali da un lato e delle imprese disponibili a cimentarsi in una imprenditoria rispettosa dell’ambiente e della salute e solidale con le popolazioni deprivate, dall’altro. Nascerebbero forse nuovi settori, retti da principi economici diversi (magari solo parzialmente) da quelli oggi dominanti e sottratti ad ogni limitazione. In ogni caso il sistema di vincoli accettato dalle imprese dovrebbe essere sorvegliato con un monitoraggio continuo e con capacità di intervento rapido, poiché finora gran parte dei danni arrecati alla terra sono stati causati da imprese di fatto libere di operare senza vincoli. In altre parole, la diminuzione della diffidenza richiederà diversi anni e molta attenzione per poter essere avviata.http://www.liblab.it/portale/economia/produzioni/responsabilita_sociale_delle_imprese_di_alberto_castagnola

STATI DI NEGAZIONE – STATI DI TERRORE DI WILLIAM BOWLES Quelli tra voi che ancora si danno la pena di leggere/ascoltare/guardare le notizie dei media mainstream potrebbero essere perdonati se pensano che gli eventi degli ultimi vent’anni siano stati la prova dello schiacciante successo e superiorità della “civiltà occidentale” nella battaglia contro le orde barbare che spingono ai cancelli dell’Eden. Devo ammettere di andare incontro a momenti di estrema depressione che mi portano a non ascoltare o leggere quanto riportato dai vari e molteplici portavoce del governo o delle grandi aziende e a ripromettermi di non assoggettarmi mai più all’interminabile flusso di schifezze che fluisce dagli orifizi di quelli che hanno il compito di sopire le nostre paure più nascoste sulla condizione planetaria, secondo la massima dell’occhio non vede e cuore non duole. In più, naturalmente per mitigare le tacite paure che credo ciascuno abbia riguardo lo stato delle cose, i poteri esistenti devono da una parte aumentare il quoziente di paura (da “al-Quaeda” all’influenza aviaria), dall’altra assicurarci che hanno tutto sotto controllo. Niente di strano, dal momento che significa far quadrare il cerchio, convincerci che il giorno è notte e il nero è bianco. In un tale stato di estrema schizofrenia, dove vivere tra benessere e caos è senza dubbio causa della follia che ci affligge, nonostante l’apparente ricchezza che minaccia di sopraffarci, chiunque sbirci un poco sotto la coperta di “normalità” buttataci addosso da chi governa, ha chiaro non solo che ci sia una crisi di legittimità, ma che la classe dominante non abbia proprio nulla da offrire alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte. Di qui, i loro disperati tentativi di indurci a credere che è una cospirazione globale a mettere a rischio il “nostro stile di vita”. E per quelli fra voi vecchi abbastanza da ricordare il terrore nucleare al quale ci sottopose il governo per mezzo secolo, è utile rammentare che giocarono con noi allo stesso modo in cui fanno oggi. Non vi sovviene che sebbene il “nemico” sia cambiato, tutto il resto non lo è ? Per decenni ci hanno insegnato a pensare che votare ogni tanto è la prova di avere dei governi in grado di rappresentarci, ma siccome molti di noi non si danno la minima pena di votare e quelli che lo fanno agiscono come in preda ad un riflesso condizionato, abbiamo quello che potremmo definire un “responso” negativo. L’allontanamento dalla vita politica, l’assenza di una reale opposizione e l’abbandono di una vera alternativa non hanno fatto altro che rafforzare il controllo del Governo, come dimostrano leggi sempre più repressive. Da un lato si è detto che abbiamo permesso che si verificasse questo stato di cose perché la grande maggioranza crede davvero che siamo sotto un attacco delle “forze delle tenebre” e pertanto tale repressione draconiana è un “male necessario” se si vuole proteggere il nostro stile di vita. Questa assurdità non ha effetto su di me, ma influenza coloro che accettano la sindrome dell' "uccidiamoci per poi salvarci"; d’altronde, si potrebbe ribattere che abbiamo creduto alla bugia proprio perché quella fu l’unica spiegazione che ci è stata fornita. Molti di noi ritengono la spiegazione, il fatto che abbiamo una classe dirigente spietata ed assassina, troppo oltraggiosa per poterla accettare. Come può essere che persone presumibilmente civilizzate ed acculturate riescano a compiere simili inimmaginabili atti? A prima vista sembrerebbe impossibile, dopotutto siamo i difensori della civiltà, andiamo orgogliosi della nostra cultura, del nostro sapere, della nostra compassione. La Storia, tuttavia, ci insegna proprio questo: milioni di persone letteralmente sterminate, intere civiltà spazzate via, il tutto per preservare uno “stile di vita occidentale”, non solo immorale ed ingiusto, ma ora chiaramente insostenibile, a prescindere da quante lampadine spegniamo. È stata l’insostenibilità del nostro stile di vita ad originare la situazione attuale, in cui è semplicemente impensabile che chi ci governa cambi spontaneamente la sua politica; la posta in gioco è troppo alta, non ha importanza se il pianeta vada a puttane. Così, si deve continuamente rilanciare al buio se si vuole tener buona la popolazione, il che spiega l’innumerevole serie di “minacce”, ciascuna costruita sulla base delle precedenti, cui è perennemente soggetto il nostro stile di vita. Prima dell’invasione dell’Iraq, per esempio, ci venne detto che, una volta detronizzato Hussein il tiranno, sarebbero state ristabilite pace e sicurezza (proprio come ci dissero che una volta sistemato il “Pericolo Rosso” avremmo dormito sonni tranquilli); l’occupazione, tuttavia, ha portato alla nascita di minacce ancora più pericolose; ora è l’Iran e senza dubbio seguirà la Corea del Nord, poi la Cina, poi...? La grande ironia della situazione attuale è che l’élite dominante ha creato una situazione paradossale dove, avendo effettivamente privato la popolazione del diritto di voto con lo smantellamento del processo politico, non ha nessun bisogno di ottenere alcun tipo di approvazione del suo operato. È per questo che si stanno preparando le strutture indispensabili al “Giorno Fatidico”, quando sarà necessario governare col pugno di ferro o, in termini più crudi, “Fanculo il popolo e fa come ti è stato ordinato!” La nostra “democrazia” si rivela per ciò che è: una vergogna, una sagoma di cartone buona per fare spot, anche se la pubblicità è sempre meno convincente. Verosimilmente, tireremo avanti ancora per qualche “elezione”, ma alla fine il castello di carte è destinato a crollare, non per qualcosa in particolare che noi faremo, ma perché il resto del pianeta lo farà per noi, e non per salvare il nostro povero fondoschiena, ma per pararsi il proprio. Del resto, Stati Uniti Inghilterra non potranno invadere troppi paesi prima di patire sofferenze ancora più grandi delle attuali. Questo non è il 1870 (o giù di lì), quando tutto ciò che serviva erano un paio di cannoniere, qualche giubba rossa ed alcune tonnellate d’oppio. William Bowles Fonte: http://www.williambowles.info/ 15.04.06 Traduzione dall'inglese di TRIMEGISTO per www.comedonchisciotte.org

Gli Usa in Iraq: ritorno sulla scena del crimine di Noam Chomsky (da Mother Jones) Crimini di guerra e atrocità in Iraq dall'inizio dell'occupazione straniera: un brano adattato dal secondo capitolo del nuovo libro di Noam Chomsky, "Failed States: The Abuse of Power and the Assault on Democracy" (Metropolitan Books, 2006) Nel 2002, Alberto Gonzales, consulente legale della Casa Bianca, ha passato a Bush un memorandum sulla tortura, sottoscritto dall’Ufficio di consulenza legale del Dipartimento di Giustizia Usa (‘Office of Legal Counsel’ – OLC). Sanford Levinson, professore di Diritto costituzionale, ha commentato: "Secondo l’OLC, ‘le azioni devono essere di natura estrema per essere considerate al pari della tortura… Il dolore fisico associato alla tortura deve equivalere, in termini di intensità, al dolore che accompagna gravi lesioni fisiche, come per esempio danni organici, menomazioni fisiche rilevanti o persino la morte'". Levinson ha proseguito dichiarando che secondo Jay Bybee, l’allora direttore dell’OLC, "infliggere dolori meno intensi rispetto a quelli estremi appena descritti, non sarebbe da considerarsi, tecnicamente parlando, tortura. Si tratterebbe semplicemente di un trattamento disumano e degradante, un tema che apparentemente non preoccupa più di tanto gli avvocati dell’amministrazione Bush". Gonzales ha inoltre consigliato al presidente Bush di uscire dalla Convenzione di Ginevra, che, nonostante rappresenti "la legge suprema della terra" e il fondamento del moderno diritto umanitario internazionale, conterrebbe clausole che agli occhi di Gonzales appaiono "bizzarre" e "obsolete". Abbandonare la Convenzione, ha fatto sapere a Bush, "riduce notevolmente la minaccia di essere perseguiti penalmente in base al War Crimes Act (la legge sui crimini di guerra)". Entrata in vigore nel 1996, la legge prevede punizioni severe per coloro che commettono "gravi violazioni" della Convenzione: la pena di morte è prevista per violazioni che provocano “la morte della vittima". Gonzales è stato in seguito nominato procuratore generale e avrebbe anche ricevuto la nomina per la Corte Suprema se gli elettori di Bush non lo avessero considerato "troppo liberale". Come distruggere una città con lo scopo di salvarla La consulenza legale di Gonzales al fine di proteggere Bush da eventuali accuse ai sensi del War Crimes Act è stata legittimata non molto tempo dopo essere stata impiegata in un caso molto più grave rispetto persino agli scandali delle torture. Nel novembre 2004, le forze di occupazione statunitensi lanciarono il secondo grande attacco alla città di Falluja. La stampa riportò subito i principali crimini di guerra, con il benestare generale. L’attacco era iniziato con una campagna di bombardamenti finalizzati a cacciare l’intera popolazione locale, fatta eccezione per gli abitanti di sesso maschile: gli uomini di età compresa tra i quindici e i quarantacinque anni che avevano tentato di abbandonare Falluja vennero fatti tornare indietro. I piani ricordavano lo stadio preliminare del massacro di Srebrenica, sebbene gli aggressori serbi portarono donne e bambini fuori dalla città coi camion anziché bombardare le loro case. Mentre il bombardamento preliminare stava per iniziare, la giornalista irachena Nermeen al-Mufti lavorava come corrispondente dalla "città dei minareti [che] un tempo echeggiava l’Eufrate nella sua bellezza e tranquillità [con le sue] acque copiose e la lussureggiante vegetazione… un luogo di villeggiatura estivo per gli iracheni [dove le persone si recavano] per trascorrere il proprio tempo libero, per una nuotata nel vicino lago Habbaniya o per un pasto a base di kebab". La reporter ha descritto il destino delle vittime di questi bombardamenti, nei quali qualche volta intere famiglie – comprese donne gravide e neonati, senza possibilità di fuga – sono state uccise perché gli assalitori avevano isolato la città, chiudendo le strade d’uscita. Al-Mufti ha chiesto agli abitanti in merito al coinvolgimento di truppe straniere a Falluja. Un uomo ha dichiarato di “aver sentito che c’erano combattenti arabi in città, ma non ne vide mai uno”. In seguito venne a sapere che avevano lasciato la città. "A prescindere dalle ragioni di quei combattenti, essi hanno fornito un pretesto per distruggere la città", ha continuato, ed "è nostro diritto opporre resistenza". Un altro uomo ha affermato che "alcuni fratelli arabi erano tra di noi, ma quando i bombardamenti hanno cominciato ad intensificarsi, abbiamo chiesto loro di andarsene, e così hanno fatto" e ha posto una domanda personale: "Perché l’America si è arrogata il diritto di chiedere aiuto agli eserciti di Gran Bretagna, Australia ed altri paesi, mentre noi non abbiamo lo stesso diritto?" Sarebbe interessante chiedere quanto spesso tale quesito sia stato posto nelle telecronache e nei giornali occidentali. Oppure con quale frequenza una domanda del genere sia stata formulata dalla stampa sovietica negli anni ottanta del secolo scorso riguardo l’Afghanistan. Con quale frequenza un termine come "combattenti stranieri" è stato utilizzato per riferirsi agli eserciti invasori? Quanto spesso è capitato che la stampa evitasse di chiedersi chi fossero quei “nostri” che stavano andando bene, e quali fossero le prospettive per il "nostro successo"? È a malapena necessario indagare per rispondere a questa domanda. Le premesse sono ben fondate. Persino dubitarne sarebbe impensabile, costituirebbe la prova di "supporto al terrore" o "addossare la colpa di tutti i problemi del mondo al paradigma America/Russia" o a qualche altro ritornello familiare. Dopo diverse settimane di bombardamenti, gli Stati Uniti iniziarono l’attacco di terra a Falluja, inauguratosi con la conquista dell’ospedale generale di Falluja (Falluja General Hospital). Un articolo di prima pagina del New York Times riportava: "I pazienti e il personale ospedaliero sono stati cacciati dalle corsie dai soldati armati e sono stati costretti a sedersi o sdraiarsi sul pavimento, mentre le truppe legavano loro le mani dietro la schiena". Una fotografia che ritraeva la scena accompagnava l’articolo, e la vicenda veniva presentata come una conquista meritevole. "L’offensiva ha anche provveduto a chiudere ciò che gli ufficiali hanno definito un’arma di propaganda per i ribelli: l’ospedale generale di Falluja, con i suoi continui racconti sulle vittime civili". Chiaramente, uno strumento di propaganda del genere è considerato un obiettivo legittimo, soprattutto dopo che "le cifre gonfiate di vittime civili" – ‘gonfiate’ è il termine usato dagli ufficiali Usa – "hanno infiammato l’opinione pubblica in tutto il paese, facendo aumentare i costi politici del conflitto". Il termine "conflitto" è un eufemismo comune per indicare l’aggressione statunitense – come quando leggiamo, sulle stesse pagine, che "ora gli americani si stanno precipitando dagli ingegneri e tecnici vari chiedendo chi inizierà a ricostruire quello che il conflitto ha appena distrutto": solo "il conflitto", senza nessun responsabile, come si stesse parlando di un uragano. Di alcuni rilevanti documenti nulla si è saputo, forse perché considerati anch’essi bizzarri e obsoleti: per esempio, la clausola della Convenzione di Ginevra che afferma che "strutture fisse e unità mediche mobili del servizio sanitario non possono in nessuna circostanza essere attaccate, bensì rispettate e protette in ogni momento dalle parti in conflitto". Pertanto, la prima pagina del quotidiano più autorevole del mondo stava serenamente raffigurando dei crimini di guerra per i quali la leadership politica potrebbe essere condannata a gravi sanzioni in base alla stessa legge americana, persino alla pena di morte se i pazienti strappati dai propri letti e ammanettati al pavimento fossero morti come conseguenza di tali azioni. Queste questioni non sono state degne né un’indagine né una seria riflessione. Le stesse fonti mainstream ci hanno raccontato che le forze armate statunitensi "hanno raggiunto quasi tutti i propri obiettivi, persino ben prima del previsto", lasciando "quasi tutta la città sommersa da rovine fumanti". Tuttavia, non si è trattato di un completo successo. Sono state trovate poche prove di "topi mercanti" morti nelle loro "tane" o nelle strade – che restano, quindi, "un mistero imperituro". L’esercito Usa ha scoperto "il cadavere di una donna su una strada di Falluja, ma non era chiaro se fosse un’irachena o una straniera" – evidentemente l’unica domanda cruciale che ci si pone. Un altro articolo di prima pagina riporta le dichiarazioni di un anziano comandante della Marina, secondo il quale l’attacco a Falluja "merita di essere annotato sui libri di storia". Forse dovrebbe. Se così fosse, sappiamo in quale pagina della storia troverebbe il proprio posto. Magari Falluja apparirà proprio di fianco a Grozny [la capitale della Cecenia distrutta], una città all’incirca delle stesse dimensioni, con una bella immagine di Bush e Putin che si guardano l’un l’altro dentro le rispettive anime. Coloro che elogiano o quantomeno tollerano tutto questo possono scegliere le proprie pagine di storia preferite. Un paese letteralmente bruciato I resoconti dell’assalto forniti dai media non sono stati coerenti. Al-Jazeera, il network televisivo più importante del mondo arabo, di sede nel Qatar, è stato aspramente criticato da alti ufficiali statunitensi per aver "enfatizzato le perdite civili" nel corso della distruzione di Falluja. In seguito, il problema dei media indipendenti è stato risolto nel momento in cui l’emittente televisiva è stata cacciata dall’Iraq, in preparazione delle libere elezioni. Scrutando all’interno della corrente dei media Usa mainstream, scopriamo anche che "il Dr. Sami al-Jumaili ha descritto in che modo i caccia Usa hanno bombardato il Centro Sanitario Centrale nel quale egli stava lavorando", uccidendo trentacinque pazienti e ventiquattro operatori sanitari. Il suo rapporto è stato confermato da un cronista iracheno della Reuters e della BBC, e dal Dr. Eiman al-Ani dell’ospedale generale di Falluja, il quale ha dichiarato che l’intera struttura sanitaria, da lui raggiunta poco dopo l’attacco, era letteralmente crollato sui pazienti. Le forze d’attacco hanno definito il rapporto "infondato". In un’altra madornale violazione del diritto umanitario internazionale, e persino della minima decenza, le forze militari statunitensi hanno negato l’accesso a Falluja alla Mezzaluna Rossa Irachena. Nigel Young, direttore generale della Croce Rossa inglese, ha condannato l’azione definendola "estremamente indicativa". Tale atto costituisce "un pericoloso precedente" e ha affermato che: "La Mezzaluna Rossa aveva ricevuto mandato per soddisfare i bisogni della popolazione locale che stava affrontando un’enorme crisi". Forse questo ulteriore crimine è stato una reazione ad una dichiarazione pubblica piuttosto insolita avanzata dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, la quale condannava in toto la guerra in Iraq per il suo "completo disprezzo dell’umanità". Il Dr. Ali Fadhil, iracheno, ha dichiarato – in quello che sembra essere il primo rapporto di un visitatore di Falluja a operazione completata – di aver trovato una città "completamente devastata". La città moderna ora "sembra una città fantasma". Fadhil ha notato pochi cadaveri di combattenti iracheni nelle strade, poiché era stato ordinato loro di abbandonare la città prima dell’inizio dell’assalto. I medici hanno riferito che l’intero staff sanitario era stato bloccato nell’ospedale principale quando l’attacco statunitense iniziò, "trattenuto" sotto gli ordini statunitensi: "Nessuno poteva entrare nell’ospedale, nel frattempo le persone stavano morendo dissanguate nella città". L’attitudine degli invasori è stata ben riassunta da un messaggio scritto loro col rossetto sullo specchio di una casa in rovina: "Al diavolo l’Iraq e tutti gli iracheni". Alcune delle peggiori atrocità sono state commesse da membri della Guardia Nazionale Irachena, impiegata dagli invasori per perquisire le case, soprattutto di proprietà "poveri sciiti provenienti dal sud... disoccupati e disperati"; l’iniziativa probabilmente aveva il fine di "alimentare il germe di una guerra civile". Reporter embedded ("arruolati" al seguito delle truppe – NdT), giunti alcune settimane più tardi, trovarono diverse persone "tornare alla spicciolata verso Falluja”, città dove "si entra in un mondo desolato di edifici scheletrici, abitazioni bombardate da carri armati, linee elettriche danneggiate e palme distrutte". La città distrutta di 250.000 abitanti era descritta ora "priva di elettricità, acqua, scuole e attività commerciali", sotto un rigido coprifuoco e "visibilmente occupata" dagli invasori che l’avevano appena distrutta e dalle forze locali che essi avevano adunato. I pochi rifugiati che osarono ritornare, sotto stretta sorveglianza militare, si erano trovati davanti a "piccoli laghi di acque putride lungo le strade, l’odore dei cadavere all’interno di edifici carbonizzati, né acqua né elettricità, lunghe attese e morbose perquisizioni compiute dai soldati americani ai checkpoint, segnali di avvertimento per le mine terrestri e le trappole esplosive disperse ovunque, improvvisi scontri a fuoco tra truppe e rivoltosi". Sei mesi più tardi avvenne forse la prima visita da parte di un rappresentante internazionale, Joe Carr, del ‘Christian Peacemakers Team’ di Baghdad, che in precedenza si era già recato nei territori palestinesi occupati dagli israeliani. Giunto il 28 maggio, trovò una situazione dolorosamente simile: parecchie ore di attesa nei pochi punti d’accesso alla città, più per compiere vessazioni che per questioni di sicurezza; regolari distruzioni delle derrate alimentari nelle aree devastate della città, dove "i prezzi degli alimentari sono aumentati in maniera drastica per la presenza dei checkpoint"; ambulanze bloccate, e altre forme di brutalità riportate dalla stampa israeliana. Le rovine di Falluja, ha scritto Joe Carr, sono persino peggiori di quelle di Rafah nella Striscia di Gaza, quasi interamente distrutta dal terrore israeliano guidato dagli americani. Gli Stati Uniti "hanno abbattuto interi quartieri, e distrutto o danneggiato circa un terzo degli edifici". Solo un ospedale con possibilità di curare degenti è sopravvissuto all’attacco, ma l’accesso è stato impedito dall’esercito occupante, il che ha provocato molti decessi a Falluja e nelle zone rurali. In certi casi, dozzine di persone sono state stipate in "strutture completamente bruciate". Solo un quarto delle famiglie le cui abitazioni sono state distrutte hanno ricevuto una sorta di risarcimento, generalmente inferiore alla metà del costo dei materiali necessari per la ricostruzione. Jean Ziegler, relatore speciale dell'ONU per il diritto all'alimentazione, ha accusato le truppe statunitensi e britanniche in Iraq di, mentre danno la caccia ai militanti, "violare il diritto internazionale privando i civili di cibo e acqua", a Falluja come in altre città attaccate nei mesi successivi. La stampa internazionale così informò sulle azioni delle forze capeggiate dagli Stati Uniti: "Hanno sospeso o ridotto la fornitura di cibo e acqua per incoraggiare gli abitanti ad abbandonare la città prima degli assalti, usando la privazione di acqua e cibo come arma di guerra contro la popolazione civile”, un atteggiamento in evidente violazione della Convenzione di Ginevra. Al pubblico americano queste notizie sono state ampiamente risparmiate. Persino a prescindere da efferati crimini di guerra come l’assalto a Falluja, esistono prove più che sufficienti a supporto della conclusione avanzata da un docente di studi strategici del ‘Naval War College’ Usa, ovvero che il 2004 "è stato un anno davvero orribile e brutale il martoriato Iraq". L’odio degli Stati Uniti, ha continuato, sta ora dilagando in un paese soggetto ad anni di sanzioni, che già avevano condotto allo "sfacelo del ceto medio iracheno, al collasso del sistema scolastico laico e all’aumento di analfabetismo, disperazione e anomia : tutto ciò ha favorito una ripresa dei fondamentalismi nel paese, per cui sempre più iracheni ricercano nella religione una fonte di salvezza". I servizi primari sono compromessi persino di più rispetto al periodo in cui erano in vigore le sanzioni. "Gli ospedali regolarmente esauriscono i medicinali più essenziali… le strutture sono in condizioni pietose [e] numerosi specialisti e medici esperti stanno lasciando il paese perché temono di diventare obiettivi della violenza o perché si sono stancati delle precarie condizioni in cui sono costretti a operare". Nel frattempo, riporta il Wall Street Journal, "il ruolo della religione nella vita politica irachena ha stabilmente raggiunto livelli più elevati da quando le forze militari capeggiate dagli Stati Uniti hanno rovesciato Saddam Hussein nel 2003". Dall’invasione, "nessuna singola decisione politica" è stata presa senza la "tacita o esplicita approvazione del Grande Ayatollah Ali al-Sistani”, dichiarano gli ufficiali governativi, mentre “l’allora poco conosciuto giovane clericale ribelle" Muqtada al-Sadr è riuscito a "dare vita a un movimento politico e militare che ha attirato decine di migliaia di seguaci nel sud del paese e nei quartieri più poveri di Baghdad". Simili sviluppi sono avvenuti nelle aree sunnite. Il voto per la bozza della costituzione irachena nell’autunno del 2005 si è trasformato in "una battaglia delle moschee", con i votanti che si conformavano perlopiù agli editti religiosi. Pochi iracheni avevano preso visione del documento perché il governo ne aveva distribuite pochissime copie. La nuova costituzione, fa notare il Wall Street Journal, contiene "pilastri islamici molto più estremi rispetto all’ultima costituzione irachena risalente a mezzo secolo fa, la quale si basava sul [laico] diritto civile francese", e aveva garantito alle donne "parità di diritti" rispetto a quelli di cui godevano gli uomini. Tutto ciò è stato ribaltato da quando gli Stati Uniti hanno occupato il paese. Crimini di guerra e calcoli di vittime Le conseguenze di anni di violenze e oppressioni occidentali diventano fonte di enorme frustrazione per gli intellettuali civilizzati, i quali si sorprendono nel scoprire che, per usare le parole di Edward Luttwak, "la grande maggioranza degli iracheni, assidui frequentatori di moschee e semi-colti, nel migliore dei casi" sono semplicemente incapaci di "credere ciò che per loro risulta completamente incomprensibile: il fatto che gli stranieri abbiano fatto uso in maniera disinteressata del loro sangue e siano davvero grati di aiutarli". Per definizione, nessuna prova è necessaria. I cronisti hanno fatto notare che gli Stati Uniti si sono trasformati "da paese che condannava la tortura e ne impediva il ricorso, a paese che abitualmente esercita questo genere di pratica". La realtà è, se possibile, ancor più tragica. Tuttavia, la tortura, per quanto orribile, difficilmente è paragonabile ai crimini compiuti a Falluja e altrove in Iraq, o alle conseguenze dell’invasione statunitense e britannica in generale. Un esempio, annotato di sfuggita e subito respinto dagli Stati Uniti, è l’attento studio realizzato dagli illustri specialisti americani e iracheni pubblicato sulla rivista medica più autorevole del mondo, The Lancet, nell’ottobre del 2004. Le conclusioni della ricerca attestano che "il conteggio delle vittime associate all’invasione e all’occupazione dell’Iraq tocca quasi le 100.000 unità, ma potrebbe anche essere superiore". Le cifre includono circa 40.000 iracheni uccisi direttamente durante i combattimenti o nel corso di episodi di violenza armata, secondo un successivo resoconto svizzero dei dati ricavati. Uno studio successivo condotto da “Iraq Body Count” ha rivelato che nei primi due anni dell’occupazione si sono registrati 25.000 decessi di individui non appartenenti alle forze della guerriglia – a Baghdad, uno ogni 500 abitanti; a Falluja, uno ogni 136. Le forze armate Usa ne hanno ucciso il 37%, i criminali il 36%, le "forze anti-occupazione" il 9%. Gli omicidi sono raddoppiati nel corso del secondo anno di occupazione. La maggior parte delle morti sono state causate da dispositivi esplosivi, due terzi da attacchi aerei. Il conteggio di “Iraq Body Count” si basa sui resoconti dei media e quindi, sebbene sufficientemente scioccante, è senz’altro al di sotto delle reali stime. Dopo aver esaminato questi rapporti e quello stilato dall’UNDP (United Nations Development Programme), intitolato "Iraq Living Conditions Survey" (aprile 2005), l’analista inglese Milan Rai conclude che i risultati sono in larga misura coerenti, e che l’apparente variazione in termini numerici è sostanzialmente il risultato di trascurabili diversità rispetto agli argomenti specifici trattati e ai periodi di riferimento. A sostegno delle conclusioni raggiunte giunge uno studio condotto dal Pentagono, che ha stimato in 26.000 il numero dei civili iracheni e dei soldati delle forze di sicurezza uccisi e feriti dal gennaio del 2004 dai "rivoltosi". Il servizio del New York Times sullo studio del Pentagono ne menziona anche molti altri, ma omette il più importante, quello condotto da The Lancet. Il quotidiano nota di sfuggita che "non sono state fornite cifre per il numero di iracheni uccisi dalle forze armate Usa”. L’articolo del Times è apparso esattamente il giorno successivo a quello in cui gli attivisti internazionali avevano commemorato tutte le vittime irachene, proprio in occasione del primo anniversario della pubblicazione del rapporto di The Lancet. La misura della catastrofe in Iraq è talmente enorme che a malapena si è in grado di riportarla. I giornalisti sono in gran parte confinati nella zona verde di Baghdad rigorosamente fortificata, oppure viaggiano sempre scortati. Ci sono state alcune eccezioni per quanto riguarda la stampa ufficiale; ad esempio i casi di Robert Fisk e Patrick Cockburn del britannico The Independent, due reporter che affrontano rischi estremi. Ma, generalmente, le opinioni del popolo iracheno vengono riportate solo occasionalmente. Una di queste occasioni è stata un rapporto su una nostalgica riunione di colti membri dell’alta società occidentalizzata di Baghdad, la cui discussione si rivolse verso il saccheggio di Baghdad da parte di Hulagu Khan e le sue cruente atrocità. Un professore di filosofia ha anche commentato che "Hulagu, rispetto a ciò che hanno fatto gli americani, è stato anche umano", strappando qualche risata, ma la "maggior parte degli ospiti sembrava voler evitare di affrontare i temi della politica e della violenza, che qui dominano la vita di tutti i giorni". Al contrario, parlarono dell’impegno profuso per dare vita a una cultura nazionale irachena che superasse le antiche divisioni etnico-religiose alle quali il paese sta ora "regredendo" sotto l’occupazione; discussero inoltre della distruzione dei tesori iracheni e della civilizzazione del mondo, una tragedia mai vissuta dai tempi delle invasioni mongoliche. Tra gli effetti scatenati dall’invasione, troviamo anche la diminuzione del reddito medio degli iracheni – passato da 255 dollari nel 2003 a circa 144 nel 2004 – così come "una notevole scarsità a livello nazionale di riso, zucchero, latte e alimenti in polvere per i neonati", secondo il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU (World Food Program), che da questo punto di vista aveva messo anticipatamente in guardia riguardo l’invasione, ovvero che non sarebbe stata in grado di reiterare l’efficace sistema di razionamento vigente quando Saddam Hussein era al potere. Le testate giornalistiche irachene riportano che le nuove provvigioni contengono limatura di metallo, una delle conseguenze dell’enorme corruzione sotto l’occupazione anglo-americana. I casi di malnutrizione acuta sono raddoppiati nel giro di sedici mesi dall’occupazione, nei termini di una percentuale simile a quelle del Burundi e molto più alta rispetto ad Haiti o Uganda, una cifra che "si traduce in circa 400.000 bambini iracheni che soffrono di tisi, condizione caratterizzata da diarrea cronica e deficienze pericolose di proteine". Si tratta di un paese dove centinaia di migliaia di bambini erano già morti a causa delle sanzioni anglo-americane. Nel maggio del 2005, il relatore speciale all’ONU Jean Ziegler ha pubblicato un rapporto del ‘Norwegian Institute for Applied Social Science’, che ha confermato le cifre di cui sopra. I livelli nutrizionali – relativamente soddisfacenti – degli iracheni durante gli anni settanta e ottanta, persino durante la guerra con l’Iran, iniziarono a decrescere pericolosamente durante il decennio delle sanzioni, con un ulteriore disastroso crollo in seguito all’invasione del 2003. Nel frattempo, la violenza contro i civili si è estesa oltre gli occupanti e la rivolta. I reporter del Washington Post Anthony Shadid e Steve Fainaru hanno riferito che "miliziani sciiti e curdi, spesso operativi come parte delle forze di sicurezza del governo iracheno, si sono resi protagonisti di numerosi rapimenti, uccisioni e altre azioni intimidatorie, grazie ai quali hanno consolidato il proprio controllo sul territorio lungo il nord e il sud dell’Iraq, intensificando la divisione del paese secondo linee etniche e settarie". Un indicatore delle proporzioni della catastrofe è l’enorme ondata di rifugiati "che fuggono dalla violenza e dai problemi economici" – solo dall’inizio dell’invasione Usa un milione si sono diretti verso la Siria e la Giordania – la maggior parte dei quali "professionisti e laici moderati che avrebbero potuto contribuire a far funzionare il paese". Lo studio condotto da The Lancet ha suscitato significativo scalpore in Gran Bretagna, tanto che Londra è stata costretta a diffondere un’imbarazzante smentita; negli Stati Uniti, invece, è prevalso un silenzio virtuale. Solitamente viene definito “il rapporto controverso" che riporta che “non meno di 100.000" iracheni sono morti come risultato dell’invasione. 100.000 era la stima più probabile, su caute supposizioni; sarebbe almeno altrettanto accurato descriverlo come il rapporto secondo il quale "almeno 100.000 persone" morirono. Nonostante lo studio sia stato pubblicato all’apice della campagna presidenziale americana, sembra che nessun candidato influente sia mai stato pubblicamente interrogato sulla questione. La reazione segue lo schema generale, il caso di enormi atrocità perpetrate dal personaggio sbagliato. Un esempio lampante è rappresentato dalle guerre in Indocina. Nell’unico sondaggio (di cui io sia a conoscenza) in cui è stato chiesto alle persone di stimare il numero di vittime vietnamiti, la stima media era stata 100.000, circa il 5% di quella ufficiale; la stima reale è sconosciuta e non interessa più dell’altrettanto sconosciuta stima delle vittime della guerra chimica statunitense. Gli autori dello studio spiegano che è come se gli studenti universitari in Germania stimassero le vittime dell’Olocausto a 300.000, nel qual caso dovremmo concludere che la Germania è affetta da qualche problema – e se la Germania dominasse il mondo, i problemi sarebbero ancora più seri. 1. Termine che letteralmente significa "assenza o mancanza di norme" (dal greco “a-nomos”). In sociologia, indica la mancanza o carenza di norme in determinati campi della società. In senso più generale, è mancanza di regole e disciplina negli individui e conseguente carenza di motivazioni nella vita associata [NdT]. 2. Nel 1248 i Mongoli al comando di Hulagu Khan invasero Baghdad e danneggiarono la città [NdT]. Noam Chomsky, professore presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Massachusetts Institute of Technology, risiede a Lexington, Massachusetts. Vedi i libri di Noam Chomsky su Nuovi Mondi Shop. Fonte: http://www.motherjones.com/commentary/columns/2006/04/iraq_war_crimes.html Tradotto da Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media


aprile 21 2006

guardia alta, nessun relax non mi trovo molto bene nei panni di notista politico, sono più bravo a far bici. ma devo osservare alcune cose che credo fondamentali, per continuare a fare le cose che faccio in un clima se non di normalità, almeno di apparente quiete. 1) trovo assolutamento osceno che ci siano 2 mesi (due!) in cui quel pazzo eversore delinquente sta ancora nella stanza di comando. non riesco a capire il senso di una scelta del genere. la sua pericolosità è ormai acclarata, come si è visto nel dopo elezioni. per chi non l'avese ancora capito, questo è capace di tutto, compreso l'attentato. (la paura, vi ricordo, fa stringere le folle intorno al leader. e lui tirerà fuori la mascella e lo sguardo duro ma saggio di chi sa cosa deve fare, bambini ci penso io). inoltre basta guardare come ha svolto pressing sul ministro dell'interno, che di suo ha dimostrato di non aver sufficiente forza morale da negare subito e decisamente i brogli. un interessante resoconto sulle ore più difficili di pisanu è stato stilato da concita de gregorio su repubblica, leggetelo. 2) si alzano ovunque, soprattutto da destra ma anche dalla parte che trovo difficile e quasi disgustoso chiamare sinistra. le voci e le ipotesi di "dialogo" con la parte uscita sconfitta dalle elezioni. lo fa massimo d'alema sul corriere della sera. lo hanno detto fassino, angius, bonino, boselli nelle ore successive alla proclamazione del risultato, fino ad oggi. e proseguiranno. già oggi bondi e rotondi hanno emesso comunicati di apertura alle posizioni di d'alema che chiede un dialogo con la cdl. buttiglione (scusate il turpiloquio) dice letteralmente: prodi si offra e noi non lo tiriamo giù. non so più quale bestemmia usare, ché le ho reiterate tutte. dobbiamo far arrivare i nostri "no" belli chiari alla parte che abbiamo dolorosamente votato. 1) no ad altri due mesi di berlusconi al governo: indicazione immediata del nuovo capo del governo da parte del presidente della repubblica, anche se in scadenza, e conseguente iter di fiducia. 2) no a qualsiasi ipotesi di dialogo con la destra. per inciso, quando questi parlano di dialogo non vuol dire, come tra noi persone normali, "discussione". vuol dire "scambio". dobbiamo tenere la guardia alta più di prima, e stare molto attenti a quello che succederà nelle prossime, probabilmente atroci, settimane. www.onemoreblog.org/archives/010763.html

L'incombente trasformismo La legislatura non si è ancora aperta e già si stanno verificando campagne acquisti d’ogni sorta. Nei precedenti cinque anni gli spostamenti da uno schieramento all’altro sono stati, tutto sommato, esigui e comunque ininfluenti, grazie all’amplissimo margine di cui disponeva in entrambe le camere il centrodestra. Bisogna stendere un velo pietoso invece su quanto accaduto due legislature fa, quando l’Ulivo saccheggiò a piene mani nel campo avverso pur di far nascere i governi D’Alema e Amato. Oggi, con una maggioranza così anemica, non è difficile prevedere che ci siano ulteriori passaggi di campo, sempre per “motivi ideali” s’intende (una megalomane semisconosciuta parlamentare del Ccd giustificò il proprio passaggio a sinistra con la scusa di voler salvare l’Italia dal comunismo, rendendo ininfluente con la propria presenza il Prc). Quel che però stupisce è che, dalle prime notizie, i contatti per favorire mutamenti di schieramento sono oggi in tutte le direzioni: non solo da parte dell’Unione che vuole rafforzare la maggioranza, ma perfino della Cdl che vuole ribaltare il risultato. Sarebbe un segno di civiltà che entrambi gli schieramenti si mettessero d’accordo per evitare di favorire questi episodi di trasformismo. L’annuncio di Tremaglia, secondo cui un senatore dell’Unione sarebbe in procinto di passare alla Cdl (notizia peraltro dubbia), segnando così la sorte del governo Prodi, non è edificante: se qualche parlamentare eletto con l’Unione non si trova più d’accordo con il proprio schieramento, benché la Costituzione gli conceda questo diritto, per rispetto degli elettori dovrebbe dimettersi e lasciare che a subentrare sia qualcun altro. Se un forte dissenso è infatti comprensibile a legislatura inoltrata, risulta sospetto a lavori parlamentari non ancora cominciati. Viceversa, se casi analoghi dovessero verificarsi in senso opposto, l’Unione dovrebbe rifiutare l’apporto dei professionisti del trasformismo parlamentare. E’ un auspicio, ma sappiamo bene che nessuno dei due schieramenti sarà sufficientemente rigoroso da disdegnare questo o quel senatore che volesse unirsi a loro. Pochi giorni fa su Repubblica campeggiava un’intervista a Paolo Cirino Pomicino, descritto con ammirazione dal giornalista, secondo la peggiore delle attitudini italiane, come un “furbo”, uno che se la cava sempre calpestando ogni principio morale. La sua carriera nella Seconda Repubblica è particolarmente ignobile: passato soltanto negli ultimi tre anni dalla Cdl all’Unione (per cui è stato eletto a Strasburgo) e poi ancora alla Cdl (tramite la Nuova Dc di Gianfranco Rotondi), solo per queste sue abitudini poco edificanti, di cui peraltro incredibilmente si vanta, dovrebbe essere bandito dal Parlamento. Sentirlo poi pontificare a ogni programma televisivo sui conti italiani, dopo il disastro (finanziario e istituzionale) che – personalmente e in quanto rappresentante di un sistema politico, quello della Prima Repubblica – ci ha lasciato, è sconcertante. Oggi Repubblica lo elogia perché dalla Nuova Dc potrebbe ritornare all’Unione, garantendo un voto prezioso in più (benché alla Camera). Ma ne vale davvero la pena?http://harry.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=960638

La mossa del cavallo Gianfranco Pasquino da l'Unità - 21 aprile 2006 Tre uomini per due cariche istituzionali (Presidenza di Camera e Senato) sicure: questo sembra essere il puzzle da risolvere. Vorrei sottolineare e argomentare tutto. Anzitutto, alla faccia delle quote rosa, è giocoforza rilevare che si tratta di soli candidati uomini. In secondo luogo, vediamo si tratta di cariche istituzionali che, una volta acquisite, hanno una buona durata predeterminata, non come le cariche governative, più esposte alla temperie della cattiva politica, alle quali, in questa logica di incertezza, giustamente, due dei candidati dichiarano di non essere interessati, mentre il terzo si limita a tenere la pipa in bocca. La mossa del cavallo Implicitamente, i (in special modo, due di loro) candidati rivelano di temere che il prossimo governo e le relative cariche siano davvero a rischio. E di rischi, ammaestrati da precedenti esperienze, non ne vogliono affatto correre. Infine, la «sicurezza» delle cariche parlamentari istituzionali è data dal fatto che, una volta raggiunto l'accordo nella maggioranza, in particolare alla Camera, non dovrebbero esserci sorprese. Invece, anche se la terza carica istituzionale, ovvero la Presidenza della Repubblica, è, dal punto di vista del coronamento di una carriera e di una vita politica, decisamente la più appetibile e la più prestigiosa, non è altrettanto facilmente nella disposizione di una maggioranza. Tutti sanno, infatti, che le allegre pattuglie di franchi tiratori hanno sempre fatto la loro comparsa nelle prolungate votazioni per la Presidenza della Repubblica, risultando talvolta decisive, non per l'elezione, ma per seppellire alcune ambizioni. E molti, più accorti, sanno anche che alla Presidenza della Repubblica si e' arrivati talvolta proprio attraverso il trampolino della Presidenza di una delle due Camere. Questo è quanto sappiamo della politica italiana che, al riguardo, non è certamente migliorata nel passaggio dalla Prima Repubblica a quell'insieme istituzionale traballante che abbiamo adesso. Anzi, forse, la politica italiana è, al riguardo, addirittura peggiorata se, come sembra, alcune cariche (molto più importanti dei sottosegretariati la cui promessa è stata utilizzata per rabbonire non pochi parlamentari non ricandidati) sono state promesse molto tempo fa, parecchio prima della risicata vittoria elettorale di aprile. Non saprei proprio dire se le ambizioni dei tre candidati siano tutte giustificate e giustificabili. Mi sfuggono, e non lo dico per vezzo, i criteri in base ai quali ciascuno di loro rivendica per se stesso una carica: promesse, che non dovevano essere mai fatte, da mantenere? risarcimenti di promesse fatte in un lontano passato, che, evidentemente, non è affatto passato, e mai mantenute? dimensioni del suo partito, capacità personali e biografia politica di un’autorevolezza inattaccabile? A questo punto, ci vorrebbe, e mi rifaccio ad un suggerimento che viene da Vittorio Foa, uno dei grandi vecchi della sinistra italiana, la «mossa del cavallo», vale a dire la capacità di scompaginare un gioco che si è incartato. Probabilmente, bisognerebbe non, come sarebbe fin troppo facile (da chiedere, molto meno da ottenere), suggerire dei passi indietro ai candidati attuali, quanto, piuttosto, esigere da loro dei significativi passi avanti: l'assunzione di responsabilità importanti nel governo per tutti e tre i candidati che dimostrerebbero in questo modo di credere nel governo, nella sua operatività, nella sua durata, nella sua capacità di migliorare il Paese. Diventerebbe allora possibile pensare ad altri candidati e candidate, nient'affatto di seconda fila, ma per i quali il profilo istituzionale risulti molto più efficacemente delineato rispetto alla loro storia politico-partitica. Più presto detto che fatto, certamente. Ma se il centrosinistra comincia la legislatura con le mosse sbagliate il rischio di uscire rapidamente fuori strada, rischio che né la coalizione né il Paese possono permettersi, cresce pericolosamente. Questo è, invece, il momento non della malintesa magnanimità, ovvero dei cedimenti a pretese e a logiche non motivabili e non condivisibili, ma dell'intelligenza politica. I capi partito facciano politica nelle cariche di governo; donne e uomini di prestigio ottengano le cariche istituzionali. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

La Generazione U deve anche saper dire di no (Archiviato in: politica and giovani and comunicazione politica and campagna elettorale) Il voto del 9-10 aprile e, più ancora, la gestione della campagna elettorale del centrosinistra, hanno dimostrato chiaramente che è giunto il tempo di un ricambio generazionale che porti alla nascita del Partito Democratico a partire dall’eredità dell’Ulivo. Deve essere prima di tutto un ricambio di idee, di modi di concepire la politica e la soluzione dei problemi. Di conseguenza, solo di conseguenza, deve anche essere un ricambio di teste, di persone e, solo alla fine, di poltrone. E deve nascere dal basso, come stiamo dicendo tutti quanti su questo blog e altrove. Ho una modestissima proposta in questo senso. La Generazione U deve cominciare a farsi sentire all’interno della classe politica del centrosinistra e deve sapere dire i suoi “no”. Negli Stati Uniti Daily Kos e MoveOn.org, i cui link campeggiano, assieme a molti altri, alla sinistra di questo sito, si impegnano in fundraising, mobilitazione sul territorio, opinion leadership e comunicazione virale. Nove volte su dieci, difendono candidati e cause democratiche. Una volta su dieci, quando serve, attaccano politici democratici che danneggiano il loro stesso partito. Ad esempio stanno organizzando una campagna alle primarie contro il Senatore Joe Lieberman, politico di rango (fu candidato alla vicepresidenza con Al Gore nel 2000), ma con il vizio di schierarsi molto spesso dalla parte del presidente Bush anziché del suo partito. Lieberman ha annunciato che, se perdesse le primarie come democratico, potrebbe anche candidarsi come indipendente. Questo vuole dire che ha paura di perderle. Il messaggio che questi movimenti danno ai leader del partito è chiaro: “Se siete forti e combattete per le nostre cause, vi daremo una mano. Se aiutate gli avversari e danneggiate il partito, vi presenteremo il conto”. Non illudiamoci di avere la forza e gli strumenti per fare lo stesso e non prendiamo a prestito modelli che nascono da altri contesti, ma ragioniamo sul metodo. Impariamo a dire di no quando la classe dirigente non funziona come dovrebbe e impariamo a farci sentire. Qualcuno di voi è forse contento di quello che sentiamo a proposito dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato? Vediamo un po’. Alla Camera D’Alema e Bertinotti stanno già ampiamente dimostrando che non ci sono abbastanza poltrone per tutti. È già partito il teatrino del politichese, le smentite, le mezze frasi, la comunicazione fatta nei salotti televisivi (non perché lì si parla alla cittadinanza, ma perché lì la cittadinanza non può rispondere, altrimenti sarebbero dolori). Battiamoci pure contro il sentimento antipartitico, ma ricordiamoci anche che finché abbiamo questi partiti e questi dirigenti partitocrati, il dottore rischierà di uccidere l’ammalato. Al Senato i nomi più quotati sono quelli di un settuagenario e di un ottuagenario. Persone degnissime, per carità, ma allora ogni discorso sul ricambio generazionale non è che ipocrita retorica. Per cinque anni ho avuto il mal di stomaco ogni volta che vedevo un telegiornale. Non ho aspettato milleottocento giorni per passare dal mal di stomaco all’ulcera. Il ricambio generazionale, se lo vogliamo, ce lo dobbiamo andare a prendere. E dobbiamo iniziare a dire di no.http://www.blogperlamargherita.com/

presidente dei Ds D'Alema sulla corsa al Colle ha le idee chiare: «Il Quirinale è un bene indisponibile che non può essere lottizzato dai partiti». (dal Corriere della Sera) Tutte le altre cariche istituzionali (e non solo) invece sì. Bontà sua che ce ne lascia almeno una (così pare). Dopo il tormentone delle contestazioni del voto inizia, da parte dei nostri partiti, un indecente, il solito indecente, balletto. La nostra classe politica sta dando, ancora una volta, il meglio di sé. A parlare di governo e del futuro dell'Italia è rimasto solo Prodi, nei pochissimi spazi che la TV e i media gli lasciano, facendolo apparire come un solitario visionario. Loro, i veri politici, sono occupati in questioni molto più serie. Le uniche occasioni nelle quali ci è dato di vederli tutti assieme sorridenti e abbracciati e alle prese con impegnati discorsi programmatici unitari sono quei rari spettacoli, agli inizi delle campagne elettorali, in alcuni teatri e palazzi dello sport di Roma e dell'Italia. Poi basta che varchino gli studi televisivi per dimenticarsi di far parte di coalizioni e anche di partiti. Prevale il loro ego. E non è un bello spettacolo. Nando

La leggenda della «maggioranza assoluta al Senato» L'offensiva della Cdl. Il dato reale è 49,62%. Erano stati esclusi l'estero e due Regioni Si parlava di «mezzo milione di voti in più», sono 141 mila: un vantaggio dello 0,39% sul centrosinistra Gian Antonio Stella dal Corriere - 21 aprile 2006 Dopo quella del purosangue Cigar che fece cilecca con 31 cavalle o di J.L. Roundtree che rapinò la National Bank di Pensacola a 88 anni di età, è nata un'altra leggenda: la destra ha preso la maggioranza assoluta dei voti al Senato con milioni di voti in più. Come sia germogliata, la notte di lunedì 10 aprile, si sa. A un certo punto, nel caos di exit-polls travolti dai numeri veri, arrivò una notizia che pareva certa: alla faccia delle prime proiezioni, il Polo a Palazzo Madama aveva fatto il sorpasso. «La Cdl contesta che il centrosinistra abbia vinto le elezioni», tuonò trionfante Paolo Bonaiuti, «Abbiamo il Senato con oltre il 50% e 350 mila voti di differenza». Mancavano 4 minuti alle tre di mattina, il mondo della politica era stravolto, i rovesciamenti d'umore si abbattevano ora sugli uni, ora sugli altri. Fin qui, ok: in quel casino... Il giorno dopo, però, è già tutto chiaro: basta andare sul sito del Viminale (http://politiche.interno.it) dove, ai piedi della schermata sul Palazzo Madama, dove spicca la vittoria della destra per un totale di 17.153.256 voti (pari al 50,21%) contro i 16.725.077 della sinistra, sta vistosamente scritto: «Sono escluse dal riepilogo le regioni Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige». Contate le quali il totale dei voti della CdL sale, con le liste minori collegate, a 17.367.081 ma il vantaggio sull'Unione cala da 428 a 225 mila voti e la percentuale scende al 49,89%. Non basta: contando anche gli italiani all'estero, il margine sulla sinistra cala ancora fino a 141.116 voti (0,39% di distacco) e la percentuale al 49,62%. Una vittoria non nettissima, ma più larga di quella parallela dell'Unione alla Camera. Più che sufficiente, tra persone serie, per consentire alla destra di dire: fatti salvi i meccanismi elettorali, voi avete più voti da una parte e noi dall'altra. Macché, qui viene il bello: la destra sceglie, a dispetto dei numeri del «suo» ministro degli Interni, di insistere, insistere, insistere. E creare su questa «maggioranza assoluta» un mito che ha lo spessore della bolla di sapone da 32 metri gonfiata nell'agosto 1996 da Alan McKey a Wellington, in Nuova Zelanda. A dare il via è Berlusconi. Che convoca i giornalisti il giorno dopo lo spoglio e denunciando «brogli assolutamente unidirezionali», sentenzia: «Oggi nessuno può dire di avere vinto. Al Senato abbiamo la maggioranza assoluta dei voti». Va da sé che da quel momento parte la corsa a dar ragione al capo. Per giorni e giorni. Fino a far dubitare che si tratti solo di un candido errore dovuto a un'informazione sbagliata. «Non si può non tener conto del fatto che al Senato abbiamo la maggioranza assoluta dei voti», spiega Maurizio Gasparri. «Alla luce dei dati ufficiali avremmo al governo una Unione che non ha la maggioranza del 50% in nessuno dei rami del Parlamento, mentre paradossalmente all'opposizione ci sarebbe una coalizione che invece ha al Senato la maggioranza assoluta dei voti. Un dato che dimostra in maniera palese che la maggioranza degli italiani vuole a palazzo Chigi ancora Berlusconi, autentico vincitore morale», concorda Renato Schifani. «Più della metà del Paese al Senato ha votato per Berlusconi e la CdL», ammonisce Sandro Bondi. «Doveva essere la Caporetto di Berlusconi e se, al fotofinish, non è divenuta la sua Vittorio Veneto, poco ci è mancato», gongola Cesare Campa: «La CdL ha avuto la maggioranza assoluta dei voti al Senato». Emiddio Novi, della Commissione di Vigilanza, è furente: «È incomprensibile perché la Rai e tutto il sistema mediatico non abbiano preso atto di un dato inconfutabile: l'unica coalizione che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei consensi in queste elezioni è la Cdl, che al Senato ha superato lo sbarramento del 50%». Antonio Tomassini s'indigna per «la sfrontatezza di chi, con arroganza, millanta di aver vinto ed una piccola manciata di voti di differenza generata da brogli, imbrogli e irregolarità» quando «la somma totale dei voti data da oltre metà dei cittadini sancisce la nostra vittoria che, ancora una volta, cercano di rubare». «L'Italia è un Paese spaccato in due», spiega Isabella Bertolini, «Anzi: più del 50% dei cittadini ha scelto Berlusconi presidente e la Cdl, come dimostrano gli oltre 400mila voti in più per il centrodestra ottenuti al Senato». Macché 400 mila: «430», scrive Campa. No: «450», rialza Bondi. Di più, lo corregge a «Matrix» Niccolò Ghedini: «Quasi mezzo milione». E no, precisa Ignazio La Russa togliendo il "quasi": «La sinistra al Senato ha mezzo milione di voti in meno». E la leggenda cresce e cresce manco fosse quella che, di steppa in steppa, creò il mito del Prete Gianni. Fino a far dire a Letizia Moratti, ospite di Daria Bignardi, una cosa ancora più gonfia della sua nuova cotonata: «Due milioni di voti in più!». Al che, in un vecchio carosello, entrava una voce fuori campo: cala cala Trinchetto! -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Mentire ai cittadini Nelle trasmissioni televisive in cui sono stato invitato ho sempre notato una grande assente: l’obiettività. Una valutazione dei fatti basata su numeri e analisi certe, oggettive che un tempo erano alla base del giornalismo, sembra scomparsa. I politici, molti di loro, i giornalisti, molti di loro, sono interessati alle battute ad effetto e al gossip. E, aspetto di assoluta importanza, spesso mentono sapendo di mentire. Senza rispondere mai delle loro parole. Io credo che un politico, un rappresentante dei cittadini o, meglio ancora, un loro dipendente, non possa mentire in pubblico senza pagarne le conseguenze. E, altrettanto, credo che un giornalista, a meno di non essere totalmente impreparato, debba immediatamente confutare una menzogna. Altro che i sorrisini a mezza bocca e gli atteggiamenti da chierichetto super partes. Negli altri Paesi occidentali i politici che mentono non sono tollerati, ma eliminati con ignominia dalla vita pubblica. Così dovrebbe essere anche in Italia. Mentire non è una virtù, è vigliaccheria. La prima emergenza di questo Governo (insieme al conflitto di interessi) è l’economia. Il precedente Governo ha indebitato l’Italia, qualcuno del centrodestra, mentendo, vuole forse affermare il contrario? Le previsioni economiche 2006 di oggi del World Economic Outlook: - Pil: area euro 2,0 - Italia 1,2 - Inflazione: area euro 2,1 - Italia 2,5 - Deficit/Pil: area euro 2,3 - Italia 4,0 http://www.antoniodipietro.com/2006/04/mentire_in_pubblico.html

Dl: Parisi, ha vinto Ulivo, subito gruppi unici Agi - 20 Aprile 2006 Roma - "Voglio esprimere il mio consenso alla relazione di Rutelli". Inizia cosi' l'intervento di Arturo Parisi alla Direzione della Margherita. "Innanzitutto - spiega il presidente dell'assemblea federale - per la nitida ed esplicita riaffermazione della scelta di trasformare l'Ulivo in quel Partito Democratico che e' da anni nei nostri sogni. Sono d'accordo poi per l'itinerario da lui delineato e innanzitutto sulla determinazione a dar vita da subito ai gruppi dell'Ulivo nelle due Camere. Sono d'accordo infine- dice Parisi - sui presupposti di questa proposta. La mancata conferma nei fatti della tesi dello scongelamento del blocco berlusconiano, e la conferma invece che la qualita' della dinamica politica puo' travolgere la statica elettorale, cioe' la dimostrazione della infondatezza della presunta regola per la quale in politica 2 piu' 2 fa sempre meno di 4. Tutti punti sui quali in passato ci eravamo divisi anche aspramente e sui quali ci troviamo invece ora uniti. Su questa linea - continua Parisi - e' necessario che le donne e gli uomini della Margherita partecipino da protagonisti alla costruzione del nuovo partito contrastando le descrizioni di chi ci vorrebbe associare alla idea di un partito in discesa e di un partito in difesa. Dobbiamo avere piu' coraggio. E se certo posso riconoscere che la presentazione dei due partiti distinti al Senato ha certificato l'esistenza di un equilibrio interno all'Ulivo che ci mette al riparo da pretese egemoniche e quindi favorisce la nascita del Partito Democratico, non posso non chiedermi e chiedervi quale sarebbe stato il risultato elettorale se ci fossimo presentati come Ulivo anche al Senato in termini di voti e di seggi e di forza della proposta politica".

Il match point del doppio turno Massimo Bordignon Guido Tabellini Se mai ci fosse stata qualche residua incertezza sulla qualità della nuova legge elettorale, i risultati sono lì a fugarla. Abbiamo un vincitore, ma privo della maggioranza sufficiente per governare con tranquillità in una delle due Camere. Per di più, il sistema proporzionale esaspererà il conflitto all’interno di una coalizione di Governo già troppo eterogenea. Ciascun membro della coalizione vincente cercherà di proteggere il proprio elettorato di riferimento a scapito degli alleati. Al Senato, dove letteralmente ogni singolo voto sarà determinate, ciò può significare la completa paralisi dell’attività legislativa. Una paralisi che non ci possiamo permettere, stante la stasi economica e la difficile situazione dei conti pubblici. Il problema Il problema non è la sostanziale equivalenza in termini di consenso delle due coalizioni, la cosiddetta “spaccatura” del paese. Anzi, questa è paradossalmente un bene, perché significa che dopo un decennio di esperimenti, il sistema politico italiano ha ormai trovato un suo schema bipolare e competitivo, con maggioranze di diverso orientamento politico che possono facilmente avvicendarsi al governo del paese. Semmai, il problema è esattamente l’opposto: l’incapacità di governare rischia di mandare in frantumi il sistema bipolare, facendoci ripiombare nel marasma di Governi brevi, coalizioni instabili e trasformismi politici che fino agli anni Novanta hanno di fatto impedito agli italiani di scegliersi chi li governava. La madre di tutti i problemi è la nuova legge elettorale, che non ha consentito alla coalizione che ha ottenuto più voti di avere i numeri per governare, e che non offre ai politici gli incentivi giusti per farlo bene. Non c’è dubbio dunque che debba essere cambiata. Prima del voto, l’Unione si è impegnata a modificarla, e a farlo con il più ampio consenso possibile. È opportuno che tenga fede all’ impegno. E prima il dibattito parte, meglio è. Più si avvicina il momento delle elezioni, più diventa difficile cambiare la legge, perché ogni partito penserà solo all’effetto sui suoi seggi in Parlamento. Inoltre, cambiare la legge elettorale potrebbe accelerare la formazione di nuove aggregazioni politiche (il partito democratico a sinistra, un partito moderato a destra), il che ridurrebbe la conflittualità all’interno delle coalizioni. Infine, se la nuova maggioranza non dovesse reggere alla prova, votare di nuovo con questa legge riprodurrebbe l’impasse attuale. La riforma della legge elettorale deve quindi essere una priorità del nuovo Parlamento. Ma in che direzione cambiarla? La riforma della riforma Ci sono due possibilità concrete. Una è quella di ritoccare la legge elettorale attuale, mantenendone la struttura, ma eliminando i difetti più evidenti. Per esempio, reintroducendo le preferenze nella scelta dei candidati. Questa soluzione andrebbe forse nella direzione di migliorare la qualità della classe politica , ma non risolverebbe il problema della eterogeneità delle coalizioni e del potere di veto dei piccoli partiti, e non garantirebbe una maggioranza conforme nelle due Camere. Una possibile soluzione al primo problema è aumentare in modo rilevante le soglie minime per ottenere la rappresentanza parlamentare dei partiti. Ciò ridurrebbe la presenza delle frange estreme in Parlamento, ma non l’incentivo dei partiti residui a competere all’interno delle coalizioni per gli stessi voti. Questo incentivo è insito nello stesso sistema proporzionale. Inoltre, la riduzione del ruolo delle frange estreme rafforzerebbe il centro dello schieramento politico. Dietro l’apparente seduzione di una moderazione della conflittualità, vi sarebbe il rischio di un ritorno al passato: il “centro” resta eternamente al potere, alleandosi di volta in volta con una parte o l’altra dello schieramento politico residuo. In modo neppure troppo nascosto, è a questo modello che mirano i partiti centristi che hanno sostenuto la riforma elettorale e che adesso sostengono la necessità di una grande coalizione. Ma è uno schema che abbiamo già conosciuto, e le cui conseguenze, in termini di inefficienza nell’azione pubblica e di corruzione politica, sono ben note. Anche l’introduzione della “sfiducia costruttiva” alla tedesca non risolverebbe il problema. La “sfiducia costruttiva” cura l’instabilità, ma non rinforza la capacità di decidere dei Governi e non rimedia all’eterogeneità delle coalizioni. Il ritorno al maggioritario Una soluzione alternativa potrebbe essere il ritorno al sistema elettorale precedente, abolito dal Governo uscente. Ciò avrebbe il vantaggio della semplicità: si tornerebbe al sistema sperimentato nell’ultimo decennio, che ha garantito stabilità alle legislature e la possibilità dell’alternanza. Ma, anche se si trovasse il consenso politico per tornare indietro, il Mattarellum non era esente da critiche. Intanto, i seggi assegnati su base proporzionale (il 25 per cento) mantenevano le tendenze disgregatrici tipiche del sistema proporzionale puro. Inoltre, il sistema maggioritario a turno unico ha aumentato il potere contrattuale dei partiti estremisti. Pur senza disporre di grandi consensi a livello nazionale, questi partiti hanno imposto la propria agenda politica sugli altri membri della coalizione con il ricatto che altrimenti avrebbero presentato un loro candidato nei collegi uninominali. A riprova di quanto fosse credibile, si ricordi che il centrodestra ha perso le elezioni nel 1996, quando si è presentato senza la Lega Nord, e il centrosinistra nel 2001, quando si è presentato senza Rifondazione comunista. Il maggioritario a doppio turno È dunque indispensabile trovare un sistema elettorale alternativo, che riproduca i vantaggi del maggioritario senza offrire potere di ricatto ai partiti estremisti. Questo sistema esiste ed è in parte già praticato in Italia, nelle elezioni per il sindaco nei comuni con più di quindicimila abitanti. È il sistema maggioritario a doppio turno, che consente solo ai due candidati più votati al primo turno di ripresentarsi al secondo. Unisce due pregi. Da un lato, limita la capacità di ricatto dei partiti estremisti. Dall’altro, consolida gli incentivi all’aggregazione tra le forze politiche in due schieramenti contrapposti. Converrebbe senz’altro ai principali partiti, tant’è vero che era stato proposto e quasi accettato nel momento di massimo dialogo istituzionale tra le forze politiche, durante l’esperienza della Bicamerale del 1997. Passata la febbre elettorale, è possibile che se ne possa riparlare. L’abbandono del bicameralismo perfetto Infine, si dovrebbe ammettere che nessuna di queste soluzioni è in grado di garantire la stessa maggioranza nelle due Camere. La difficoltà si è manifestata con chiarezza in questa tornata elettorale, ma si era presentata anche in occasioni precedenti e con un diverso sistema elettorale (il Governo Berlusconi del 1994, privo di maggioranza al Senato). I termini del problema sono in realtà molto semplici. O si rendono esattamente identiche le due Camere (compreso l’elettorato passivo), oppure c’è sempre la possibilità, teorica e pratica, che i risultati possano divergere, quale che sia il sistema elettorale. Ma se si rendono esattamente uguali le due Camere, che senso ha averne due? È chiaro che l’unica soluzione razionale è la “specializzazione” delle Camere per funzioni, abbandonando il bicameralismo perfetto che è ormai una specificità solo italiana nel contesto dei paesi avanzati. Il suo superamento è un’ipotesi continuamente avanzata nel dibattito politico: è presente nella riforma costituzionale approvata dal centrodestra, e anche nel programma elettorale dell’Unione. Sfortunatamente, il problema sembra di ancor più difficile soluzione che una modifica della legge elettorale.http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2127&uid=70feb62b69f16e0238f741fab228fec2

massimiade Pel popol che lavora da sempre lui tenzona. Per sé non chiede nulla; soltanto una poltona... Non con ori e velluti, o baldacchin regale ma semplice, modesta, parca, istituzionale.... [ma val durar pazienza per questa penitenza?] ga _______________________________________________ Gargonza mailing list Gargonza@perlulivo.it http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza

Dietro gli squadroni della morte e la pulizia etnica ci sono gli alleati degli Usa Dal ''Guardian'' del 14 aprile Jonathan Steele, da Baghdad Molto inchiostro, nonché indignazione, sta venendo speso a chiedersi se l’Iraq sia sull’orlo della guerra civile, nel mezzo, oppure neanche lontanamente vicino. Dovunque ci si collochi in questa discussione per lo più semantica, l’unica certezza è che il terreno di coltura per l’autodistruzione del paese è la pletora di milizie in Iraq. Secondo la frase adatta di Zalmay Khalilzad, l’ambasciatore Usa a Baghdad, esse sono l’ “infrastruttura della guerra civile”. Egli non è il primo padrone Usa in Iraq a individuare il pericolo. Poco prima del trasferimento formale di sovranità agli iracheni, l’allora massimo funzionario dell’America, Paul Bremer, ordinò a tutte le milizie di sciogliersi. Alcuni membri avrebbero potuto entrare nel nuovo esercito. Altri avrebbero dovuto cercarsi un lavoro civile. Il suo decreto non venne attuato, e adesso, due anni dopo, questa omissione è tornata a perseguitare l’Iraq. “Stanno morendo più iracheni a causa della violenza delle milizie che a causa dei terroristi”, ha detto Khalilzad di recente. “Le milizie devono essere sotto controllo”. Il suo commento diretto è arrivato sulla scia di oltre 1.000 rapimenti e omicidi in un solo mese, di cui sono state incolpate per la maggior parte le milizie sciite. Gli abitanti terrorizzati delle zone in prevalenza sunnite di Baghdad parlano di automobili che arrivano con fragore dopo che fa buio, senza venire bloccate dalla polizia nonostante il coprifuoco. Entrano nelle case e portano via le persone, i cui corpi vengono scoperti in seguito, spesso strangolati o con i segni di buchi fatti con il trapano elettrico – prova di torture fatte prima che venissero assassinati. La denuncia delle milizie da parte di Khalilzad è stata un voltafaccia straordinario, dato che il focus dell’attività delle forze armate Usa dalla caduta di Saddam Hussein è stata la battaglia contro i jihadisti stranieri e una rivolta nazionalista a guida sunnita. Improvvisamente gli Usa di trovano ad affrontare un maggiore “nemico interno” - le milizie composte dalla comunità sciita, una volta vista dagli Usa come alleata, e gestite da ministri del governo. La nuova linea, se verrà mantenuta, segna una fine dell’ambiguità precedente. Sotto Bremer c’era una tendenza a considerare alcune milizie come buone, ovvero dalla parte degli Usa, come i combattenti Peshmerga che appartengono ai due grandi partiti kurdi, e altre come cattive, come l’Esercito del Mahdi dell’esponente religioso sciita Moqtada al-Sadr, che si oppone all’occupazione. Anche una terza milizia, la Badr Organisation, veniva tollerata. Essa è l’ala armata del Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, un influente partito politico sciita che aveva appoggiato l’invasione, ed è il principale interlocutore di Washington all’interno della coalizione sciita. I funzionari Usa parlavano formalmentedella necessità di sciogliere le milizie, ma non hanno mai mostrato alcuna sensazione di urgenza. Per dirla con un rapporto del Pentagono al Congresso lo scorso anno: “Le realtà del paesaggio politico e di sicurezza iracheno lavorano contro il portare a termine la transizione e il reintegro di tutte le milizie irachene a breve termine”. I leader iracheni lodavano le milizie, sostenendo che erano soggette ai ministeri della difesa e degli interni, e quindi assolutamente non un elemento fuorilegge. Alla Badr Organisation era persino stata affidata la responsabilità di difendere l’abitazione del leader religioso venerato dagli sciiti, il Grande Ayatollah Ali al-Sistani. Il Primo Ministro, Ibrahim Ja’afari, definiva la Badr Organisation l’estate scorsa uno “scudo” che difende l’Iraq, mentre il presidente, Jalal Talabani, sosteneva che la Badr Organisation e i Peshmerga erano patrioti che “sono importanti per portare a termine questo compito sacro, creare un Iraq democratico, federale, e indipendente”. Il difetto nel quadro era che mentre i kurdi e gli sciiti avevano due milizie ciascuno, i sunniti non ne avevano nessuna. I capi sunniti erano in grado di mettere insieme alcuni uomini armati dalle fila della famiglia allargata, in caso di necessità, come era stato fatto per secoli, ma non c’era nulla delle dimensioni della Badr, del Mahdi, o dei Peshmerga. Molti sunniti videro con favore i ribelli che combattevano l’occupazione come un tipo di milizia surrogata. La rabbia dei sunniti aumentò con la prova di prigioni segrete, gestite dal ministero degli interni, nelle quali centinaia di uomini e ragazzi, in maggioranza sunniti, venivano torturati, e di “squadroni della morte” che agiscono contro i sunniti. Come reazione, i quartieri sunniti di Baghdad hanno iniziato a formare gruppi di vigilanti per difendere il loro territorio. I funzionari Usa ora vedono le milizie in modo diverso. Eliminarle gradualmente integrandone i membri nelle forze ufficiali di ordine pubblico è considerato rischioso, a meno che la leadership non cambi. A febbraio di quest’anno, la nuova linea del Pentagono era che l’integrazione potrebbe avere come esito forze di sicurezza che “potrebbero essere più leali all’organizzazione politica che le sostiene che al governo centrale iracheno”, secondo un nuovo studio, Iraq’s Evolving Insurgency and the Risk of Civil War, di Anthony Cordesman, un esperto di Iraq del Centre for Strategic and International Studies di Washington. Ora gli Usa stanno cercando di garantire che il controllo politico sui ministeri degli interni e della difesa sia gestito in modo congiunto da un consiglio di sicurezza composto da tutti i partiti. I segni incoraggianti sono che i leader iracheni stanno denunciando la violenza di tipo confessionale. Provocazioni come l’attacco suicida della settimana scorsa contro una moschea sciita a Baghdad sembrano essere opera di “outsider”. Nessuno ne ha rivendicato la responsibilità, ma esse sono stati probabilmente pianificate da agitatori, stranieri o iracheni, che vogliono spaccare la fragile società irachena per i propri fini politici. Conforta anche il fatto che gli omicidi di strada confessionali hanno origine da milizie che sono controllabili piuttosto che da folle non organizzate. Proprio come fanno i generali, diplomatici e giornalisti tendono a combattere di nuovo l’ultima guerra. Formati in Bosnia e in Kosovo, i funzionari di Washington sono arrivati in Iraq con l’idea che siccome alcuni iracheni erano sciiti e altri sunniti, queste identità erano destinate a scontrarsi. Questa semplificazione è stata accettata da gran parte dei media, influenzati dalle proprie esperienze nei Balcani. Essa ha acquistato peso quando la gente ha osservato il comportamento settario dei leader religiosi iracheni, in particolare fra gli sciiti. Essi avevano guidato la resistenza contro Saddam e non vedevano alcuna ragione per ritirarsi dalla politica una volta che lui era andato via. In realtà l’Iraq non ha alcuna storia di pogrom in stile Balcani, dove i vicini si rivoltano contro i vicini, dando fuoco a case e negozi. Ma adesso potrebbe svilupparsi. La violenza distruttiva da parte delle milizie sciite e l’aumento dei vigilanti sunniti con funzioni di difesa hanno lanciato una pulizia etnica a bassa intensità. Fino a 30.000 persone hanno abbandonato le loro case nelle ultime settimane. La questione cruciale è se le milizie possano essere fatte ritirare in questa fase tardiva. Avendo permesso loro di sfidare gli ordini che inizialmente le vietavano, nonché la nuova costituzione irachena, che le ha messe fuori legge, possono gli Usa convincere o costringere i loro alleati iracheni a scioglierle? Affrontate la rivolta sunnita significa, in termini crudi, affrontare un nemico. Affrontare le milizie maggiori, la Badr e i Peshmerga kurdi, significa che gli Usa devono affrontare i loro amici. Traduzione di Ornella Sangiovanni http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9858&numero='147'&rub=Replay

No alle 'papeleras', Sì alla vita La protesta ambientalista spacca le relazioni diplomatiche tra Argentina e Uruguay Scritto per noi da Adriano Seu I membri delle assemblee ambientaliste di Gualeguaychù e Colòn, in segno di protesta contro la costruzione di due cartiere nella località uruguayana di Fray Bentos, hanno deciso di tornare a occupare i due ponti che collegano le opposte sponde del Rio Uruguay. La rottura dei negoziati tra i governi di Buenos Aires e Montevideo, che hanno annunciato l’imminente ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja, ha fatto da eco all’intransigenza delle imprese costruttrici, riluttanti nell’accordare una sospensione dei lavori per un periodo di novanta giorni, utili per realizzare uno studio indipendente sull’impatto ambientale cumulato. Un nuovo rapporto stilato dalla Corporazione Finanziaria Internazionale (Ifc), organo della Banca Mondiale, getta benzina sul fuoco lasciando, di fatto, la questione ancora aperta. Nel frattempo, l’istituto bancario olandese ING Group, dichiarando di appoggiare e sostenere “esclusivamente progetti gestiti secondo criteri di responsabilità sociale e ambientale”, ha deciso di negare il finanziamento precedentemente accordato alla multinazionale finlandese Botnia. Scontro diplomatico. La soluzione sembrava a un passo. Il presidente uruguayano, Tabaré Vasquez, aveva accettato l’avvio di negoziati col suo omologo argentino, Nestor Kirchner, sulla scia di un accordo che avrebbe dovuto prevedere la rimozione dei blocchi lungo le statali 135 e 136 da parte degli attivisti e la contemporanea sospensione dei lavori di costruzione dei due impianti industriali. Ma l’improvviso cambio di direzione di Botnia, che ha annunciato la sospensione dei lavori solo per dieci giorni, e la conseguente ripresa dei blocchi stradali hanno determinato la rottura dei negoziati tra i due Paesi. Jorge Busti, governatore della provincia argentina di Entre Rios, ha criticato l’atteggiamento delle imprese: “Il loro gesto è stato una presa in giro, dal momento che i promessi dieci giorni di sospensione avrebbero coinciso con le festività pasquali. Dunque, i cantieri sarebbero stati ugualmente chiusi”. Sferzanti commenti sul comportamento assunto dall’esecutivo di Montevideo sono giunti dal ministro degli Interni argentino, Anibal Fernandez: “Il presidente Kirchner dovrebbe discutere direttamente con il presidente di Botnia . E’ evidente l’impotenza del presidente Vasquez, che ha dimostrato di non poter fare assolutamente nulla per dirimere la questione”. Dal canto suo il governo uruguayano, pressato dalla protesta ambientalista e dagli onerosi, nonché vincolanti, accordi commerciali stipulati con le multinazionali, non sembra essere disposto ad alcuna concessione. L’enorme valenza economica e occupazionale che le cartiere rappresentano – si parla di un investimento di 1.800 milioni di dollari che dovrebbe consentire un aumento del pil interno dell’1,5% e garantire occupazione a circa 8 mila persone – spiega la fermezza delle posizioni uruguayane. “Non possiamo contravvenire ai contratti perché sono il nostro biglietto da visita al mondo. Le imprese straniere non verrebbero più a fare investimenti”, ha dichiarato il vice ministro per l’Ambiente uruguayano, Jaime Igorra. Il presidente Vasquez, con maggior fermezza, ha promesso che “le cartiere si costruiranno sicuramente e con la tecnologia precedentemente stabilita dalle imprese”. Denuncia reciproca. Dopo che il ministero delle Finanze uruguayano ha reso noto che i blocchi alle vie di comunicazione hanno causato finora perdite per 450 milioni di dollari, la ripresa dei presidi sulla sponda argentina del Rio Uruguay ha indotto il presidente Vasquez a chiamare in causa il Tribunale Internazionale dell’Aja, per denunciare violazioni al principio della libera circolazione di merci e persone. La decisione è giunta dopo la presentazione di un’analoga istanza presso il Consiglio direttivo del Mercosur (organismo sovranazionale, attualmente presieduto proprio dall’Argentina e integrante le altre tre nazioni sud americane del blocco orientale, cioè Brasile, Paraguay e Uruguay, oltre al Venezuela). Anche l’esecutivo di Buenos Aires ha annunciato che ricorrerà alla corte di giustizia dell’Aja , spinto dall’impossibilità d’instaurare un dialogo con le autorità uruguayane e con i vertici delle multinazionali e incoraggiato dalle conclusioni dell’ultimo rapporto dell’Ifc che, pur definendo “eccessive” le preoccupazioni di parte argentina, ha denunciato la mancanza di attendibilità e completezza nelle informazioni fornite finora dalle imprese. Da semplice protesta a “caso nazionale”. Il carattere pacifico e massiccio delle manifestazioni ambientaliste, che durano ininterrottamente da gennaio, unito al forte appoggio degli attivisti di GreenPeace, ha fatto sì che le rivendicazioni degli abitanti di Gualeguaychù e Colòn balzassero all’attenzione dell’intero Paese. La domenica di Pasqua, Buenos Aires si è svegliata ricoperta da cartelloni su cui campeggiavano le scritte “No a las papeleras, si a la vida” e “Non lasciamo soli i fratelli di Entre Rios”. Allo stesso tempo, vescovi e sacerdoti argentini e uruguayani si sono offerti di fare da mediatori nel contenzioso tra i due governi e le imprese, ma da Montevideo sono giunte reazioni di cauto scetticismo. Mentre gli ambientalisti si apprestano a organizzare campagne di sensibilizzazione nelle principali città, i membri della Asamblea Ciudadana de Gualeguaychù hanno annunciato, per il prossimo 30 aprile, un’imponente marcia pacifica alla quale sono annunciate più di 50 mila persone. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5237

Bulgaria: giallo, dall'autostrada in parlamento Da Sofia, scrive Francesco Martino Due auto si toccano in autostrada. Su una di queste il leader del partito ultranazionalista Ataka. Un ragazzo alla guida dell'altra viene brutalmente picchiato. Ne scoppia un caso che finisce in parlamento e rischia di far sgretolare lo stesso Ataka Il parlamentare Pavel Chernev - SNA Film giallo, soap-opera o teatro dell'assurdo. Il destino politico del partito nazionalista Ataka, nato appena un anno fa, e oggi accreditato da molte fonti come seconda forza del paese, e del suo leader Volen Siderov, sembrano essere appesi agli sviluppi di una vicenda dai risvolti ancora non chiariti, in bilico tra il tragico e la commedia. Venerdì 7 aprile, ore 23. Sull'autostrada “Trakiya” nei pressi di Pazardzhik, due macchine si toccano mentre procedono in direzione Sofia. Una di queste è una macchina della televisione via cavo “SKAT tv” su cui viaggia Volen Siderov, di ritorno da un incontro politico a Stara Zagora. Sull'altra, una “Ford” rossa, il ventiduenne Yavor Dokov accompagna il nonno di ottantaquattro anni, gravemente malato, all'ospedale. Mezz'ora più tardi Siderov contatta il ministro degli Interni Rumen Petkov, sostenendo di essere stato vittima di un attentato, e la mattina seguente sporge denuncia, segnalando il fatto alle autorità di polizia. Molti elementi, però, non tornano. Il giovane Dokov è stato picchiato, e alla sua Ford è stato spaccato il vetro con un pugno e sono state tagliate le gomme con un coltello. Dokov sostiene che, dopo l'incidente, entrambe le macchine si sono accostate sulla corsia di emergenza. La persona alla guida della macchina di Siderov, un individuo corpulento, sarebbe sceso insultandolo, e dopo averlo picchiato, avrebbe spaccato il vetro e tagliato le gomme. Il giorno successivo Yavor Dokov riconosce nel suo assalitore il deputato e vice-segretario di Ataka Pavel Chernev, noto col soprannome “il Pugno”. Mentre Siderov continua a sostenere la tesi dell'attentato, denunciando il ministro degli Interni come “complice e occultatore dei mandanti”, Pavel Chernev in un primo momento si riconosce colpevole, poi ritratta sostendo che, pur viaggiando nella macchina con Siderov ed altre due persone, che però dice di non conoscere, non era alla guida del veicolo e che anzi, essendosi sentito male, dormiva sui sedili posteriori e non si è accorto di quanto accaduto. Mentre la polizia e il procuratore di Pazardzhik, Ivan Daskalov, continuavano le indagini, il caso si è spostato presto dal piano giudiziario a quello politico. Il 12 aprile il parlamento, riunito in sessione plenaria, dopo aver ascoltato la relazione del ministro degli Interni, ha votato con una maggioranza schiacciante una dichiarazione, voluta dai partiti della maggioranza al governo, il Partito Socialista Bulgaro (BSP) il Movimento Nazionale Simeone II (NDSV) e il Movimento per le Libertà e i Diritti (DPS) in cui veniva condannato “il comportamento brutale e violento” e “l'inconcepibile arroganza” dei deputati di Ataka, che dopo aver picchiato un ragazzo si sarebbero dileguati inventando la storia dell'attentato. A votare contro la dichiarazione sono stati soltanto 12 deputati di Ataka. “Voi state tentando di trasformare un caso giudiziario in una questione politica”, ha dichiarato in aula il parlamentare nazionalista Pavel Shopov “ma Ataka saprà rimettervi al vostro posto”. L'opposizione di destra, pur condannando il comportamento di Siderov e Chernev, ha criticato duramente anche l'atteggiamento del ministero degli Interni. “Se il ministero avesse lavorato correttamente, oggi assisteremmo alla richiesta del procuratore generale di privare Siderov e Chernev dell'immunità parlamentare”, ha dichiarato Dimitar Abadzhiev, dei Democratici per una Forte Bulgaria (DSB). Il vero colpo di scena avviene però domenica 16 aprile, quando Chernev esterna di fronte ai media una versione dei fatti, che, oltre a cambiare nuovamente le carte in tavola, provoca un vero e proprio terremoto all'interno di Ataka. Nella sua ultima versione, supportata dalle registrazioni delle telecamere di una stazione di servizio, Chernev sostiene che quella sera, al ritorno dell'incontro a Stara Zagora, non viaggiava in macchina con Siderov, ma in un'altra vettura in compagnia dell'amico e compagno di partito Pelo Stoev, e che il vero responsabile del pestaggio è Ljubomir Bakardzhiev, autista personale del leader di Ataka. Arrivati a Sofia, Siderov l'avrebbe chiamato, ed insieme alla sua compagna e caporedattice del quotidiano “Ataka”, Kapka Georgieva, lo avrebbero convinto ad assumersi la responsabilità di quanto avvenuto “per proteggere il partito”. Ljubomir Bakardzhiev, infatti, ha precedenti penali ed è stato condannato con la condizionale per furto, e nel caso fosse stato scoperto il suo coinvolgimento, sarebbe stato senz'altro arrestato. Una volta in prigione avrebbe potuto parlare dei tanti segreti del partito di cui è a conoscenza, “e nel partito ci sono davvero cose che è meglio non rendere di pubblico dominio”, ha concluso Chernev. Le dichiarazioni di Chernev hanno dato il via ad una serie di accuse reciproche all'interno del partito, che fino ad oggi ha già perso per strada sette dei ventidue deputati eletti nelle sue file. “Fino alla settimana scorsa Chernev non aveva molti soldi, ma ora sembra navigare nell'oro” ha dichiarato ai giornalisti Mitko Dimitrov, deputato vicino a Siderov, accusando così il compagno di partito di essersi venduto. “Siderov non è assolutamente degno di guidare il movimento nazionalista, ed io semplicemente non voglio avere più niente a che fare con lui” ha detto invece davanti alle telecamere della televisione nazionale bulgara Petar Beron, preannunciando la nascita di un nuovo gruppo parlamentare che si chiamerà “Coalizione Ataka”, e di cui faranno parte almeno altri due deputati nazionalisti. Fino ad ora Siderov non ha fatto dichiarazioni sulle varie versioni che si sono accavallate nel corso di questi giorni, continuando a sostenere la tesi dell'attentato. Chernev intanto ha annunciato di non avere alcuna intenzione di lasciare il partito, nonostante la sezione di Sofia di Ataka abbia votato una mozione che ne sollecita l'espulsione. Molti commentatori prevedono che questo scandalo porterà ad una sostanziale perdita di consensi da parte di Ataka, e che le energie anti-sistema che il partito era riuscito a convogliare fino ad oggi verranno assorbite da GERB, il nuovo movimento fondato ad inizio aprile dal sindaco di Sofia Bojko Borisov. Nel frattempo Ljubomir Bakardzhiev è stato accusato ufficialmente di violenza privata e danneggiamento per i fatti accaduto sull'autostrada “Trakiya”, mentre Volen Siderov e Pavel Chernev rischiano di dover rispondere per falsa testimonianza.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5571/1/51/

Stiglitz: "La guerra è un male per l'economia" a cura di Spiegel online (da Osservatorio Iraq) "La seconda guerra mondiale fu un episodio, in quanto l’America veniva dalla Grande Depressione. Così la guerra aiutò l’economia ad uscire dal declino. Questa volta, la guerra è davvero un male per l’economia, sia sul breve che sul lungo periodo. Avremmo potuto spendere migliaia di miliardi di dollari in ricerca o in istruzione, invece..." Spiegel: Professor Stiglitz, all’inizio della guerra in Iraq, l’amministrazione statunitense in termini di bilancio sperava almeno di chiudere in pareggio. Stiglitz: … credevano sul serio che la popolazione irachena potesse usare le rendite petrolifere per pagare la ricostruzione. Spiegel: E ora lei ha stimato che i costi della guerra oscillano tra i mille e i duemila miliardi di dollari. Come spiega questa differenza? Stiglitz: Primo, la guerra è stata molto più difficile di quello che si aspettavano il presidente Bush e il suo governo. Pensavano che fosse una passeggiata, che tutti avrebbero ringraziato, che avrebbero instaurato un governo democratico e poi se ne sarebbero andati. Dato che la guerra sta durando così tanto, il budget deve essere costantemente aggiornato. È cresciuto da 50 miliardi a 250 miliardi di dollari. Oggi [il 4 aprile, NdT], il 'Congressional Budget Office' parla di 500 miliardi di dollari e più per questa avventura. Spiegel: Che è comunque una cifra molto più bassa rispetto ai suoi calcoli. Stiglitz: I numeri riportati non includono neppure la totalità dei costi di budget del governo. E i costi di budget non sono che una porzione dei costi per l’economia nel suo complesso. Paragonateli alla prima guerra del Golfo, quando gli Stati Uniti addirittura conseguirono un profitto! Spiegel: Perché la Germania pagò? Stiglitz: Perché la Germania ha pagato, perché tutti hanno pagato. Abbiamo convinto i nostri alleati a pagare per l’equipaggiamento utilizzato e abbiamo rifornito il nostro apparato militare. Questa volta la maggior parte degli altri paesi non sono stati disposti a comportarsi nella stessa maniera. Spiegel: Bush ha semplicemente sbagliato i calcoli, o ha ingannato il pubblico sui veri costi della guerra? Stiglitz: Penso entrambi. Ha voluto credere che non fosse cara, ha voluto credere che fosse facile. Ma ora ci sono prove evidenti di come i canali di informazione che arrivavano alla Casa Bianca fossero distorti, e sono stati questi le principali fonti d'informazione. Larry Lindsey … Spiegel: … l’ex top consigliere economico della Casa Bianca … Stiglitz: … fornì – nel 2002 – cifre che arrivavano ai 200 miliardi di dollari. Penso che questa sia stata la più accurata stima tra le informazioni di quel periodo. È stato licenziato. Non lo volevano ascoltare. Spiegel: Negli Stati Uniti si discute raramente dei costi finanziari della guerra. È abitudine considerarli un sacrificio per raggiungere uno scopo comune. Perché è diverso oggi? Stiglitz: Questa non è come una guerra mondiale, dove si veniva attaccati. Noi siamo stati attaccati a Pearl Harbour, dovevamo rispondere. Questa volta, noi avevamo facoltà di scelta, dovevamo decidere come e chi attaccare … Spiegel: … e se ve lo potevate permettere. Stiglitz: Beh, ce lo possiamo permettere, non è questo il punto. Il punto è: mille miliardi o duemila miliardi di dollari sono un sacco di soldi. Se il tuo obiettivo è avere un Medio Oriente stabile, garantirti il petrolio, o estendere la democrazia, con questa cifra puoi permetterti una buona "campagna acquisti" per la democrazia. Contestualizziamola: il mondo spende 50 miliardi di dollari all’anno in aiuti. Quindi, quello di cui stiamo parlando è moltiplicare il budget per gli aiuti di 20 volte. Non direste che questo potrebbe fare molto di più per la pace, la stabilità e la sicurezza? Spiegel: Bush risponderebbe che vale la pena spendere così tanto per scongiurare le probabilità di un grosso attentato contro gli Stati Uniti. Stiglitz: Nessuno prende seriamente questa giustificazione. Invece, la maggior parte della gente pensa che la guerra in Iraq abbia aumentato le probabilità di un attacco. Comunque, è difficile valutare questo aspetto in termini finanziari. Spiegel: Come sono stati calcolati i costi della guerra? Stiglitz: Le cifre ufficiali sono solo la punta di un enorme iceberg. Per esempio, uno dei costi della guerra è dato dai soldati che oggi vengono gravemente feriti ma rimangono in vita – e noi possiamo mantenerli in vita, ma con costi enormi. Spiegel: È questa la voce più alta delle sue stime? Stiglitz: È una voce molto importante. L’amministrazione Bush sta facendo tutto quello che può per nascondere l'enorme numero di veterani che tornano gravemente feriti, al momento 17000, compresi circa un 20% di coloro che hanno riportato serie ferite alla testa e al cervello. Perfino la stima di 500 miliardi di dollari non considera la disabilità permanente e quindi i costi per l’assistenza sanitaria che i contribuenti dovranno pagare per gli anni a venire. E l’amministrazione non è neppure generosa con i veterani, le vedove e il loro figli. Spiegel: Ciò cosa significa? Stiglitz: Se rimani ferito in un incidente d'auto, e fai causa all’autista, otterrai molto di più per la tua ferita che non se stai combattendo per il tuo paese. Qui c’è un doppio standard. Se ti capita di mettere la tua vita a rischio combattendo per il tuo paese, prendi poco. Se attraversi la strada e rimani ferito, prendi molto di più. Similarmente, i pagamenti per un soldato morto arrivano appena a 500.000 dollari, che è molto meno del risarcimento standard per una morte. Questo valore statistico per una vita negli Stati Uniti ammonta a circa 6 milioni e mezzo di dollari. Spiegel: Quanto costa al governo americano un soldato con una lesione grave e permanente al cervello? Stiglitz: La mia stima al ribasso è di circa 4 milioni di dollari. Solo per questo gruppo ci sarà un costo totale di 35 miliardi di dollari dei quali nessuno sta parlando. Ma il quadro è più ampio: l’Ufficio per i Veterani dell’amministrazione aveva originariamente preventivato per lo scorso anno che circa 23000 veterani di ritorno dall’Iraq avrebbero necessitato di cure mediche. Ma nel giugno del 2005 ha rivisto la stima portandola ad una cifra di 103000. Nessun dubbio che l’anno scorso l’Ufficio per i Veterani ha dovuto chiedere al Congresso fondi di emergenza per un ammontare di 1.5 miliardi. Spiegel: Se questa è una guerra da mille miliardi di dollari, perché gli Stati Uniti non riforniscono i propri soldati di una buona protezione e di veicoli più corazzati? Stiglitz: Ovviamente gli Stati Uniti possono pagare per migliori giubbotti anti proiettile. Rumsfeld, il nostro segretario della Difesa, ha detto che si deve combattere con le protezioni in dotazione, ma questo è da incoscienti. L’establishment militare sta considerando solo i costi di breve periodo. Se non forniscono protezioni adeguate, risparmiano qualcosa oggi, ma i costi dell’assistenza sanitaria saranno il futuro di qualche altro presidente. Ritengo che sia fisicamente e moralmente irresponsabile. Spiegel: Questa guerra avrebbe potuto essere più sicura per le truppe e più economica per il paese? Stiglitz: Esattamente. Spiegel: La guerra non è più sostenibile neppure per paesi così ricchi come gli Stati Uniti? Stiglitz: Si deve ricordare che abbiamo un’economia da 13 mila miliardi di dollari l’anno. Il problema non è se te la puoi permettere; piuttosto, questo è il modo in cui vuoi spendere i tuoi soldi. Nell’usare le limitate risorse che abbiamo per combattere questa guerra, disponiamo di meno risorse per occuparci di altre cose. Avete visto in televisione cosa è successo a New Orleans dopo l’uragano Katrina. Le riserve o la guardia nazionale sono solitamente le risorse che usiamo per questo tipo di emergenze nazionali. Loro non erano qui, erano in Iraq, e così noi eravamo meno protetti. Spiegel: Prima dell’invasione dell’Iraq, l’amministrazione Usa aveva affermato che il modo migliore per tenere il prezzo del petrolio sotto controllo era quello di una guerra veloce e vittoriosa. Ai tempi un barile di greggio valeva 25 dollari, ora è superiore ai 60 dollari e più. Quanto di questo aumento è dovuto alla situazione irachena? Stiglitz: Nella nostra analisi sui costi della guerra, noi pensiamo che solo una modesta percentuale, dal 5% al 10% dell’aumento, sia dovuta alla guerra. Vogliamo tenere il nostro studio prudente, così nessuno si metterà a discutere le nostre cifre – e nessuno lo ha fatto. Ma ritengo che ci sia una diffusa sottostima dei costi reali. Spiegel: Ma questo perché? Cina e India stanno aumentando la loro domanda, la crescita globale sta procedendo. Ciò significa pilotare i prezzi. Stiglitz: Quando cresce la domanda, cresce anche l’offerta – così funzionano i mercati normalmente. Ora stiamo assistendo ad un aumento della domanda di petrolio ma non c’è un commisurato aumento dell’offerta. E c’è una risposta semplice, l’Iraq. Ma non solo perché la sua produzione è limitata. Spiegel: Cos'altro? Stiglitz: Il Medio Oriente vanta i più bassi costi di produzione del mondo. Possono produrre petrolio a 10, 15, 20 dollari al barile. Ora noi disponiamo della tecnologia per produrre petrolio in altre aree a un costo tra i 35 e i 45 dollari al barile. Ma chi vuole predisporre campi petroliferi o investire in nuove tecnologie altrove se sanno che in cinque anni il Medio Oriente potrà offrire petrolio ai prezzi precedenti? Spiegel: In altre parole, quando in Medio Oriente tornerà pace e stabilità, il prezzo del petrolio potrebbe tornare a 25 dollari, nonostante la grande fame globale di energia? Stiglitz: Si. In ogni caso, questo è il livello di prezzo che i magnati del petrolio stavano speculando sotto forma di future trading prima dello scoppio della guerra. Spiegel: Ci dovrebbero essere forti pressioni economiche su Bush per porre fine a questo conflitto. Stiglitz: Le sole persone che stanno avendo benefici da questa guerra sono gli amici di Bush nell’industria petrolifera. Il presidente ha procurato all’economia americana e all’economia globale un tremendo danno, ma i suoi amici in Texas non potrebbero essere più felici. Il prezzo del greggio è alto e loro fanno soldi quando il prezzo del petrolio sale. I loro profitti hanno livelli da record. Spiegel: Lei non ama molto questo presidente? Stiglitz: Oh, non è un fatto personale. Riguarda la sua politica. Spiegel: C’è un vecchio detto: la guerra è buona per l’economia. Stiglitz: Ascoltate, la seconda guerra mondiale fu un episodio, in quanto l’America veniva dalla Grande Depressione. Così la guerra aiutò l’economia ad uscire dal declino. Questa volta, la guerra è davvero un male per l’economia, sia sul breve che sul lungo periodo. Avremmo potuto spendere migliaia di miliardi di dollari in ricerca o in istruzione, invece... Questo avrebbe portato in futuro a un aumento della produttività. Spiegel: Allora il disastro economico della guerra all’Iraq è perfino peggiore di quello politico? Stiglitz: Siamo ricchi e siamo in grado di resistere perfino a questo livello. Costringere alla fuga altri investimenti, indebolire l’economia nel futuro, questa non è ancora una crisi. Ma è un’erosione. Diventa un problema per i nostri legislatori. E non dimenticate la questione importante della proliferazione nucleare di Iran e Corea del Nord. Sprechiamo la nostra abilità occupandoci di cose serie trattando con qualcosa che è meno serio. Spiegel: Qual è la sua opinione economica sull’Iran? Stiglitz: Stiamo aiutando coloro che Bush definisce ‘cattivi’. Teheran non potrebbe essere più felice rispetto all’alto prezzo del greggio come risultato della guerra all’Iraq. Spiegel: Se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota le sanzioni contro l’Iran e il suo export petrolifero, che cosa significherebbe per l’economia mondiale? Stiglitz: Significherebbe una significativa sospensione, poiché il prezzo del petrolio potrebbe salire oltre i 100 dollari. Si può innalzare il prezzo da 25 a 40 dollari e la gente può assorbirlo. Se il prezzo sale oltre i 60 dollari il consumatore ne soffre. Comincia a rimodellare i consumi, passa a automobili meno care, guida meno velocemente. A 100 o 120 dollari arrivano i grandi cambiamenti nello stile di vita. La vendita di auto crollerebbe. I più poveri dovrebbero affrontare seri problemi di scelta tra riscaldamento e cibo. Spiegel: Il mondo non può permettersi le sanzioni in questo momento? Stiglitz: Stiamo parlando di non rilasciare i visti ai loro funzionari per visitare i nostri paesi. Spiegel: Che non è una misura così dura. Stiglitz: Non è una sanzione. Quindi la risposta è: sì, non siamo di fronte a vere sanzioni. Spiegel: Professor Stiglitz, grazie per l’intervista. L’intervista è stata realizzata da Frank Horning e Georg Mascolo. Jeremy Rifkin è autore di 'The Hydrogen Economy: The Creation of the World Wide Energy Web and the Redistribution of Power on Earth' e consigliere del parlamento europeo per le politiche di energia rinnovabile e per l'economia dell'idrogeno. È presidente della Foundation on Economic Trends di Washington. Fonti: http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=2177 http://service.spiegel.de/cache/international/spiegel/0,1518,409710,00.html Tradotto da Paola Gasparoli per 'Osservatorio Iraq'


aprile 20 2006

L'onorevole Beppe Io le primarie le ho fatte, e posso dire che in quelle settimane e mesi c'è stata una persona che ha lavorato come un dannato per dare alle primarie una visibilità che la Rai e Mediaset non avevano alcun desiderio di amplificare, che ha spiegato con certosina pazienza ai giornalisti come quell'incredibile esercizio di democrazia fatta in casa avrebbe funzionato, e che di quelle primarie è stato la faccia autorevole e imparziale. Quella persona è Beppe Giulietti. Chiunque si sarebbe aspettato che uno così, dopo un lavoro così, dopo un successo così, sarebbe rientrato in Parlamento dalla porta principale. E invece no. In Parlamento c'é spazio per un sacco di gente i cui meriti si riducono spesso ad aver sposato il marito giusto, ma per Beppe Giulietti parrebbe di no. Beppe è appeso alla decisione di Paolo Gentiloni, un rutelliano di ferro, che potrebbe - optando per il collegio dove Beppe era stato candidato, pensate un po', al numero 8! - lasciare a casa il responsabile della comunicazione di un evento che ha portato fuori di casa, a votare, 4 milioni e mezzo di persone. Quando mi chiedono cosa penso del nostro centro-sinistra dico che sono preoccupato. Per l'esile maggioranza di voti e di seggi al Senato, certo. Ma anche per questo tipo di situazioni che, francamente, non capisco, non riconosco e che indicano chiaramente cosa ci manca per governare l'Italia come uno stato efficiente e moderno. Con quale credibilità, con situazioni come questa, il nuovo governo potrà parlare di meritocrazia in questo Paese?http://www.ivanscalfarotto.info/b2evolution/blogs/index.php

Margherita masochista L'analisi dei risultati é chiara. Marini, Rutelli e Parisi non ne hanno azzeccata una. Presentando L'Ulivo anche al Senato e le liste civiche dei Presidenti di Regione, come volevano i Ds, avremmo vinto chiaramente e non staremmo a discutere con Cassazione e Calderoli. In Gran Bretagna, in Francia e nella stragrande maggioranza dei Paesi democratici che fa errori di questo tipo rassegna le dimissioni e torna all'occupazione originale (medico, avvocato, nullafacente) mentre da noi si diventa Ministri. ED' successo anche a destra con Storace e i presidenti regionali perdenti. Una poltrona non si rifiuta a nessuno, soprattutto se manifestamente incapace. http://ordinatocaos.ilcannocchiale.it/

PARIGI, ARRIVIAMO! Ieri sera il Milan si è guadagnato la finale di Coppa, con una maiuscola prestazione dei suoi campioni. La tattica delle tre punte ha funzionato perfettamente, ed il Barcellona, squadra dei catalani anarchici e libertari, è rimasto vittima delle strategie vincenti prefissate dal nostro amato Capo. Una schiacciante superiorità nel primo tempo, culminata in un quasi gol ed in alcune clamorose occasioni delle quali non si può non tener conto ai fini del risultato, è stata parzialmente recuperata dall’avversario con un secondo tempo nel quale i nostri hanno utilizzato la sempre opportuna tattica della ritirata sulla linea di difesa arretrata. Al grido di “tenshin”, parola giapponese che significa “girarsi ed avanzare”, poiché la nostra squadra ignora il termine “ritirata”, abbiamo teso una gigantesca trappola, nella quale il Barca (proprietà di D’Alema?) è ingenuamente caduto. Al prezzo di un solo gol subito, siamo riusciti a condurre in porto il risultato. Non abbiate timore, nostri sempre adoranti tifosi, il fatto che sembri esistere un minimo margine a favore dell’avversario è frutto della solita propaganda della stampa comunista, che sparge veleno e notizie false sulle nostre vittorie. Abbiamo già incaricato squadre di investigatori e di soubrettes per accertare se Ronaldinho abbia tendenze omosessuali, nel qual caso si chiederebbe l’annullamento della partita, perché, ovviamente, la Champions è esclusivamente maschile. Le nostre televisioni sono al lavoro per esaminare il dettaglio di ogni immagine della partita, nel caso appaia qualche evidente tentativo di broglio, tipo uno starnuto diretto a contagiare i nostri con morbi tremendi, dei quali gli avversari sono sicuramente portatori. La UEFA stia bene attenta a cosa farà nella fase di omologazione del risultato, e soprattutto attenda il risultato della partita di ritorno per attribuirlo definitivamente. In ogni caso i nostri avvocati sono disponibili per concordare a tavolino un risultato di parità, che ci è dovuto, in considerazione del fatto che il designatore arbitrale ha scelto un francese con residenza più vicina alla frontiera spagnola che a Ventimiglia, con ovvi riflessi sull’imparzialità della sua condotta (si dice anche che al liceo avesse un compagno di banco di tendenze gauchiste). In conclusione, il Barcellona si è attribuito la vittoria senza alcun riscontro oggettivo e con una spudorata inversione della verità, tipica della sinistra; anche gli ignobili caroselli sulle Ramblas sono destituiti di ogni reale fondamento. Noi sappiamo per certo che la vittoria è nostra, e non potrebbe essere altrimenti http://www.oldman.ilcannocchiale.it/

Sono candidato. Massimo 20 aprile 2006 Ho firmato la dichiarazione di candidatura e accettato il "codice etico": sono un candidato per le elezioni comunali di Roma del 28-29 maggio. Appena uscito dalla sede della Lista Civica Roma per Veltroni, ho sentito un misto di sentimenti; tra la soddisfazione di aver raggiunto una candidatura senza un partito alle spalle e la preoccupazione di non avere un partito alle spalle. E' come se un elicottero mi avesse depistato in un continente sconosciuto. Lo dovrò esplorare palmo a palmo, come già ho iniziato a fare. Da solo, ma con molti amici che mi stanno aiutando. La prima cosa che ho fatto è stata ricordarmi tutte le volte che mi arrivava in casa un volantino politico qual erano le cose che più mi infastidivano: tra tutte, la lunghezza del testo, Così, ho provato e riprovato a buttare giù in poche righe qualche notizia su di me. E' difficilissimo, perché praticamente ti devi fare i complimenti da solo. Ma alla fine ho vinto l'imbarazzo e sono riuscito a far stare tutte le mie "imprese" in un foglio "fronte-retro".E la foto? Con la cravatta o senza?.. Se ce l'hai, sei uno dei tanti politici ingessati; se non ce l'hai, poi rischi d'infastidire l'elettore classico. Molti risolvono stando in camicia (e cravatta) ma con la giacca appesa al dito-gancio, buttata dietro alla spalla. Ridi o sei serio? Se ridi, sembra che te ne freghi dei problemi delle persone; se sei serio, incuti distanza... Il profumo della torrefazione "La tazza d'oro" mi sveglia da questa nuvola di pensieri, entro in questo locale storico dove fanno uno dei migliori caffè di Roma e mi vuoto la tazzina in pochi sorsi. Esco e solo dopo parecchi sguardi mi accorgo che ho ancora la schiuma sul dorso del naso. Meno male che non sanno che sono un candidato.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm