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IL FATTORE T NELLE URNE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 31 maggio 2006
LA VERA differenza fra il voto del 10 aprile e questo di fine maggio non l´ha fatta l´astensionismo, o almeno non solo, ma il «fattore T». T come territorio ma soprattutto come televisione. La campagna delle amministrative si è combattuta quasi per intero nelle piazze dell´Italia reale, sulle questioni concrete. Quella politica non era mai uscita dagli studi televisivi, dalla scena virtuale. La distanza fra i due mondi si allarga. Perfino nei commenti di questi giorni. Nel regno televisivo, virtuale, il centrodestra può ancora sostenere nei telegiornali amici di non aver perso le amministrative. Nell´Italia reale, le piazze festeggiano la vittoria dell´Unione, che non ha compiuto il miracolo di strappare Milano ma intanto ha stravinto a Roma, Torino e Napoli.
Il fattore T nelle urne
conquistando pezzi di Nord, Centro e Sud che parevano inespugnabili. Anche stavolta le previsioni del centrosinistra erano sbagliate ma per difetto. La vittoria di Veltroni a Roma era scontata ma non nelle dimensioni e nessuno sperava nel plebiscito di Chiamparino a Torino o nei venti punti di vantaggio di Rosa Russo Iervolino a Napoli, dove Berlusconi puntava al sorpasso e si è speso in tre comizi.
Dov´è finita l´Italia spaccata in due dell´ossessivo slogan berlusconiano? Nel totale dei voti, il centrosinistra mostra un deciso vantaggio sull´opposizione. Forza Italia, protagonista della rimonta di aprile, arretra ovunque, nelle roccaforti come nelle zone «rosse», perde qualcosa come dieci punti nella capitale, cinque a Torino, Napoli e perfino a Palermo, tiene con fatica a Milano. Paradossalmente il voto amministrativo, con quaranta giorni di ritardo, restituisce la fotografia politica che per mesi era stata dipinta da tutti i sondaggi, con un centrosinistra in vantaggio di quattro o cinque punti e il partito di Berlusconi in forte calo rispetto al 2001. Tutti smentiti, come si sa, la notte del 10 aprile. I sondaggi naturalmente sbagliano. Però è strano che sbaglino tutti insieme e nelle identiche percentuali. Ed è interessante che il voto delle amministrative, a soli quaranta giorni dall´altro, confermi alla virgola le previsioni di allora. Non sarà perché stavolta si è votato «a video spento»?
Le elezioni di aprile sono state le più mediatiche della storia, molto di più che nel 2001. Berlusconi ha puntato tutta la campagna sull´uso di una televisione per metà di sua proprietà e per l´altra metà sotto controllo ed epurata dagli elementi di «disturbo», ovvero d´indipendenza, di cinque anni fa, da Biagi a Santoro. Del pannicello caldo della par condicio, per rispetto all´intelligenza dei lettori, non staremo a discutere. Con questa televisione sotto gli stivali, il Cavaliere è andato a caccia di tre obiettivi. Primo, demonizzare gli avversari e imporre la propria agenda, che partiva dallo stravolgimento del programma dell´Unione. Si è parlato per due o tre mesi soltanto di tasse sui Bot, tasse sulle seconde case e dei Pacs, forse le uniche tre cose che non figurano nel pur monumentale programma di trecento pagine stilato dai consiglieri di Prodi. Secondo, infliggere una massiccia presenza quotidiana del leader e di Forza Italia, anche a danno degli alleati, come testimoniano le ricerche dell´Osservatorio di Pavia e di altri istituti. Il terzo obiettivo, un po´ più nobile, è stato di portare al voto una fetta di elettorato «impolitico», in prevalenza pensionati e casalinghe, che in condizioni normali si sarebbe astenuto ma risulta il più sensibile al condizionamento televisivo. E infatti, sono andati a votare in massa.
Altro che brogli nei seggi. Questo uso contundente, illegittimo e padronale della televisione è il vero, gigantesco broglio italiano, come del resto sostengono da anni giornali e televisioni di mezzo mondo.
Quanto vale allora il berlusconismo senza la forza urto di un apparato mediatico sotto controllo? Lo si è visto il 28 e 29 maggio in tutta Italia. In particolare a Napoli, il cuore della battaglia e della possibile e poi sfumata rivincita del centrodestra. Berlusconi ha seguito tutta la campagna napoletana, ha preso casa in città, si è candidato al consiglio comunale, si è appeso in manifesto in ogni angolo cittadino, ha organizzato tre grandi manifestazioni e la chiusura della campagna elettorale. Il risultato concreto di tanti sforzi, una volta contate e ricontate anche queste schede, è l´aver consegnato alla «zia» Rosa una seconda giovinezza politica e un trionfo personale. E il celebrato carisma del signore di Arcore? Si è spento con lo spegnersi della lucina rossa della diretta, svanito appena varcato l´uscio amico, lontano dal calore servile che lo circonda in ogni salotto televisivo.
Il confronto fra il voto a video spento e quello della campagna televisiva dovrebbe far riflettere il Cavaliere ma anche i suoi alleati, che per la verità lo fanno da tempo sia pure in segreto, e soprattutto la maggioranza. Una riforma del sistema televisivo, l´abolizione dei monopoli, il ritorno a un servizio pubblico di qualità e non lottizzato, non sono richieste da estremisti o, secondo lo stupidario corrente, «vendette personali». Costituiscono una questione democratica fondamentale e purtroppo rinviata da oltre vent´anni. Riguardano il futuro civile del Paese. La democrazia mediatica non nasce con Berlusconi e non morirà con lui. È un processo irreversibile, si tratta di costruire regole per governarlo, com´è in tutti gli altri sistemi politici democratici, oppure inchinarsi ancora una volta al Far West. Per quieto vivere, convenienze più o meno confessabili, deficit di cultura liberale e democratica, per le solite ragioni di sempre. Ma almeno, la prossima volta, abbiano la decenza di non voler sostenere a tutti i costi che «la televisione non conta».
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Ferrante: avrei vinto io
ma i partiti non ci credevano
RODOLFO SALA
da Repubblica - 31 maggio 2006
Un mazzo di fiori e un biglietto: «Congratulazioni vivissime, auguri di buon lavoro». Bruno Ferrante li ha mandati ieri mattina a Letizia Moratti. Nessuna telefonata, però: «È stato un gesto carino, mi sembra che basti». Basta e avanza anche il j´accuse ai partiti della sua coalizione: «Hanno dato per persa la gara dopo il risultato delle politiche». Ferrante si consola con il lusinghiero risultato della sua lista civica, 7,5 per cento e quattro eletti. Ma fa capire che potrebbe rinunciare a guidare l´opposizione a Palazzo Marino: «Da quando mi sono dimesso da prefetto non ho più un lavoro, qualcosa dovrò fare». Poi la confessione: «È stata una bella esperienza, la gente mi ha conosciuto per quello che sono e ho anche imparato a sorridere un po´ di più».
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Il giorno dopo la sconfitta l´ex prefetto si sfoga contro i partiti e minaccia di non guidare l´opposizione
Ferrante: mi hanno lasciato solo altrimenti avrei vinto la sfida
"Adesso dovrò cercarmi un nuovo lavoro"
penati A un certo punto si è messo a parlare di ballottaggio e a giocare sulla difensiva. Lì ho capito che qualcosa non andava perché bisognava attaccare
gli errori Dopo le Politiche è calata la tensione. Tra 25 Aprile e Primo Maggio la sinistra non ha saputo reagire alle strumentalizzazioni della Moratti
RODOLFO SALA
(segue dalla prima di cronaca)
«Io ci ho creduto, dall´inizio alla fine. Ci avessero creduto un po´ di più anche i partiti, forse non sarebbe andata così».
Ferrante, la colpa della sconfitta è dei partiti del centrosinistra?
«Si sono impegnati. Ma in una campagna elettorale come questa l´impegno non basta, avrebbero dovuto trasmettere maggiore entusiasmo. A un certo punto l´ho capito».
Quando e che cosa?
«Subito dopo le elezioni politiche. Erano davvero pochi quelli che pensavano si potesse vincere».
Secondo lei perché?
«Hanno misurato la distanza tra le due coalizioni a Milano, e più in generale in Lombardia. Devono aver pensato: "Abbiamo vinto a Roma, ma qui è impossibile". E hanno cominciato a dare per persa la sfida milanese».
Era questo il motivo della sua strigliata, alla riunione del 9 maggio?
«Sì. Ho detto in modo chiaro che avvertivo un calo di tensione. Però i problemi con i partiti erano cominciati prima: il 25 aprile, con i fischi a Letizia Moratti».
In che senso?
«I comunicatori della mia avversaria sono stati geniali, hanno costruito un caso sulla prevedibile contestazione al ministro del´Istruzione da parte di mamme, insegnanti, studenti. Ma la sinistra non ha saputo reagire, non ha colto la strumentalità di questa passerella della Moratti, c´è stata una gara a esprimerle solidarietà».
Lo ha fatto anche lei.
«Certo, avevo anche rivolto un appello ai manifestanti prima del corteo: "Non fischiate". Però due giorni dopo la Moratti si è alleata con i fascisti della Fiamma Tricolore e della Mussolini. A quel punto il suo gioco era scoperto: io l´ho capito, la sinistra no. Poi è arrivato il 1° maggio... «.
E la sua battuta sulla Moratti padrona.
«L´ho fatta per smarcarmi. Mi ero reso conto del processo di beatificazione in corso e volevo concentrare l´attenzione su di me, mentre lei stava monopolizzando tutti gli spazi mediatici. Avrei gradito, da parte di partiti e sindacati, un atteggiamento meno appiattito sulla Moratti. Ma invece di seguirmi, invece di capire che quella era una trappola, mi hanno lasciato solo».
Il motivo?
«Una specie di sudditanza psicologica. L´idea che tanto a Milano la battaglia era persa. È tirata aria di "sconfittismo". Io l´ho detto, loro hanno criticato, mugugnato».
Chi, in particolare?
«Un po´ tutti, anche se devo dire che con i Ds il rapporto è stato molto positivo: Fassino mi è stato sempre vicino, ho appena ricevuto una sua bellissima telefonata. Lo stesso i responsabili di Milano, Mirabelli e Majorino, che sentivo tutti i giorni».
E Penati?
«Mah, a un certo punto il presidente della Provincia si è messo a parlare di ballottaggio, mentre io sostenevo che la partita si sarebbe risolta al primo turno. Mi sono stupito, era come se sminuisse la portata di questo confronto, invitando a giocare sulla difensiva. Io invece sapevo, se non altro per la sproporzione dei mezzi, che bisognava giocare all´attacco. Anche da questa uscita ho capito che qualcosa non andava».
E adesso? Lei sembra parecchio deluso, se la sente di trascorrere cinque anni a guidare l´opposizione in consiglio comunale?
«La mia idea è continuare a impegnarmi per la città, come sto facendo dal 4 novembre quando mi sono dimesso da prefetto per candidarmi. Ma devo guardare anche al mio futuro».
E cioè?
«Non ho più un lavoro, qualcosa dovrò fare».
Quindi?
«Dedicherò i prossimi giorni a un´attenta riflessione, deciderò insieme ai miei familiari. In ogni caso il consiglio comunale sarà presidiato dalla mia lista, che ha avuto un ottimo risultato, mentre quella della Moratti si è rivelata una semplice dépendance di Forza Italia. E dietro la lista ci sarò sempre io: rimane solo da stabilire se il mio impegno sarà dentro o fuori l´assemblea di Palazzo Marino».
La sua lista è al 7,5 per cento, un exploit che sembra penalizzare l´Ulivo, sceso in due mesi dal 28 delle Politiche al 22 per cento.
«Non si può ragionare in termini puramente matematici. Chi lo fa, dovrebbe invece guardare le cose in casa propria. Insomma, io e la mia lista abbiamo portato valore aggiunto alla coalizione, questo è difficile da negare».
Quindi è l´Ulivo che dovrebbe interrogarsi sulle cause di questo mancato successo?
«L´Ulivo e anche gli altri partiti».
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Presidenza UE : Irlanda batte Italia 4 a 0
di Giulia Alliani
Il "Journal of Common Market Studies" ha pubblicato uno studio di due ricercatori, Lucia Quaglia dell'Universita' di Bristol ed Edward Moxon-Browne dell'Universita' di Limerick. L'articolo mette a confronto la gestione della Presidenza dell'Unione Europea di Silvio Berlusconi nel 2003 (Italia), e quella, immediatamente successiva, del 2004, di Bertie Ahern (Irlanda), analizzandole da quattro punti di vista:
1) gestione dei Consigli, degli incontri, dei gruppi di lavoro,
2) mediazione e negoziazione, consapevolezza degli interessi di ogni singolo stato componente,
3) iniziative politiche tese a favorire il processo di integrazione europea e il buon funzionamento dell'Unione,
4) funzione di liaison tra il Consiglio e altre istituzioni europee, e funzione di rappresentanza presso organismi esterni all'Unione.
La gestione irlandese e' risultata migliore di quella italiana sotto tutti i punti di vista. Molti gli appunti mossi alla gestione italiana.
La ricerca sostiene che il primo ministro Berlusconi influenzo' negativamente l'IGC (Intergovernmental Conference, Riunione Intergovernativa, in questo caso per l'accordo sulla Costituzione europea) con il suo "atteggiamento eccessivamente ottimista, l'enfasi posta sulle proprie qualita' di negoziatore pratico negli affari, e sulla sua personale abilita' nel concludere accordi" (FRA GLI ESEMPI SI CITA: "In approaching the final summit Berlusconi was on the record as saying that he had a formula up his sleeve that could work", Financial Times, 11 December 2003).
I due ricercatori citano anche un precedente studio ("ITALY, EUROPE AND THE EUROPEAN PRESIDENCY OF 2003") di Roberto Di Quirico: "L'impressione diffusa era che il Primo ministro Berlusconi non avesse una sufficiente contezza ed esperienza delle questioni europee, ne' l'abilita' diplomatica e la credibilita' personale per concludere un accordo nel corso di difficili negoziati". "Inoltre - proseguono gli autori dell'articolo - parecchi governi europei tenevano in considerazione piuttosto modesta il Primo ministro Berlusconi, un'opinione che alcuni leader avevano resa pubblica quando egli aveva vinto le elezioni nel maggio 2001, e un atteggiamento che, col tempo, non era mutato in meglio".
Analizzando i rapporti piu' significativi avuti dai presidenti italiano e irlandese con governi esterni all'Unione, lo studio cita, per il presidente italiano, i contatti con la Russia. Anche in questo caso il giudizio e' disastroso: "Durante l'incontro Russia/UE del 7 novembre 2003, Berlusconi, nel suo ruolo di Presidente dell'Unione, si pronuncio' in modo contrario alla politica europea concordata, dopo mesi di preparazione da parte della Commissione, tutti indirizzati ad esercitare una pressione sul Presidente russo Vladimir Putin sul tema del rispetto dei diritti umani in Russia. Sminuendo l'importanza delle divergenze d'opinione sul protocollo di Kioto, e prendendo le difese del comportamento di Putin in Cecenia, la Presidenza italiana ruppe con la consolidata politica dell'Unione, che ha sempre ritenuto la promozione dei diritti umani una condizione per lo sviluppo dei rapporti con la Russia. Tutto cio' ha suscitato fastidio nelle capitali europee e si e' risolto in un pubblico dissenso con la Commissione Europea (Financial Times, 7 novembre 2003)... e il governo russo ha sempre saputo sfruttare abilmente i dissensi nell'ambito dell'Unione".
Le cose non vanno meglio quando vengono esaminati i rapporti del Presidente italiano con gli altri organismi dell'Unione e gli altri Stati membri: si comincia con il citare i rapporti con il Parlamento Europeo, iniziati tempestosamente paragonando un europarlamentare tedesco a un kapo nazista, e si prosegue con il tentativo del ministro del Tesoro Tremonti, appoggiato da rappresentanti di altri stati membri, di contenere i poteri del Parlamento Europeo sul budget.
Neppure le relazioni tra l'Italia e gli altri Stati membri vengono considerate tra le migliori: dopo la gaffe di Berlusconi, i rapporti con il governo tedesco si guastarono ulteriormente grazie alle dichiarazioni inopportune di un sottosegretario della Lega Nord. I rapporti con il governo francese, che non erano mai stati buoni, continuarono a non esserlo, e quelli con il governo inglese, inizialmente amichevoli, nel 2003 avevano raggiunto un livello molto basso. Da questo punto di vista, lo studio giudica molto significativo delle tiepide relazioni fra l'Italia e gli altri principali attori sulla scena europea, il fatto che "in materie di grande importanza, come la difesa e la sicurezza, il Governo italiano, che pure deteneva la Presidenza dell'Unione, venisse sistematicamente escluso dalle consultazioni che avevano luogo tra Francia, Germania, e Gran Bretagna".
Lo studio completo in lingua inglese e' reperibile sul "Journal of Common Market Studies" Volume 44, Issue 2, Page 349-368, Jun 2006 TITOLO: What Makes a Good EU Presidency? Italy and Ireland Compared* AUTORI LUCIA QUAGLIA, EDWARD MOXON-BROWNE.
www.osservatoriosullalegalita.org
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cantieri e cantieristi
Forse non lo avevate notato oppure, come me, ci avevate fatto caso solo di sfuggita, ma in questa infinita campagna elettorale è capitato più volte che Berlusconi abbia usato degli imprenditori dell'edilizia come promoter di sé medesimo.
Adesso, con le dichiarazioni di Padoa Schioppa, sorge inevitabilmente un pensiero: non sarà per caso che il governo Berlusconi ha speso e spanso in cantieri piccoli e grandi sapendo che quando sarebbero scattati i meccanismi di controllo la palla l'avrebbe avuta il centrosinistra e ciò avrebbe ulteriormente rafforzato il malriposto consenso di certe categorie imprenditoriali nei confronti della destra? http://foglie.ilcannocchiale.it/
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Le dighe della discordia
Gli indios Kayapò protestano contro la costruzione delle dighe sul rio Xingu, nell'Amazzonia brasiliana
“Le popolazioni indigene del Brasile subiscono aggressioni, omicidi, sfollamenti forzati dalle proprie terre e il governo federale non ha ancora portato a termine l’obiettivo dichiarato di demarcazione di tutte le terre ancestrali”. È così che Amnesty Internacional, nel suo Report 2006, punta il dito anche contro Brasile. “I maltrattamenti delle minoranze e dei settori esclusi continuano e gli indios soffrono di gravi violazioni dei diritti umani”.
Quello che sta accadendo ai Kayapò, infatti, è solo uno delle migliaia di casi denunciati dalla ong britannica.
No alle cinque dighe sul Rio Xingu in Amazzonia. E' quello che vanno ripetendo chiaro e forte da mesi. Hanno anche indetto un’assemblea con i rappresentanti di tutte le tribù per decidere il da farsi. Il progetto voluto dall’impresa Eletronorte, una concessionaria di servizio pubblico di energia elettrica sussidiaria della statale Eletrobras (Centrali elettriche brasiliane), è visto dagli abitanti della foresta come pericolo per l’ambiente, qualcosa di devastante. Inondazioni e distruzione, questi i timori.
A peggiorare la situazione è stata la mancanza di comunicazione. Nessuno, né il governo né l’impresa, si è preso la briga di mettere al corrente gli indigeni, violando così la Costituzione brasiliana che protegge a tutti gli effetti le terre ataviche.
Una storia che si ripete. Già nel 1989 i Kayapò si trovarono a dover affrontare una situazione simile. Anche allora si tentò di costruire una diga e anche allora gli indigeni si ribellarono. Organizzarono un grande incontro ad Altamira e riuscirono a sensibilizzare la stampa, locale e internazionale ricevendo un appoggio generalizzato. Adesso, dunque, sanno come muoversi.
Strategie. Trovare alleanze vicine e lontane è il primo passo. La prima cosa da fare era una riunione, e così è stato. Luogo: l’ormai simbolica Altamira. “Convochiamo tutti gli abitanti della Valle Xingu, in modo che si uniscano a noi in una grande manifestazione contro la diga del Monte Belo e le altre che l’Eletronorte intende costruire nella nostra valle, e per proteggere e sviluppare la nostra forza produttiva, le nostre culture e comunità”. Queste le parole usate per lanciare la protesta.
In difesa dell'Amazzonia. “Quelle dighe potrebbero provocare effetti catastrofici sull’ecosistema e inondare grandi aree del territorio indigeno”, spiegano i portavoce indigeni. E qualcuno ha anche detto che se il Governo continuerà su queste posizioni, solleverà una vera e propria guerra con i Kayapò. “Siamo stati ingannati”, aggiungono, dato che l’impresa e il presidente Lula non hanno rivelato le loro vere intenzioni, bensì hanno presentato il progetto come un’unica barriera, senza dire che invece sarebbero state cinque gigantesche dighe. Per questo violano la legge nazionale, che stabilisce che tutti i progetti di sviluppo con possibili effetti dannosi per i territori indigeni devono essere discussi con le comunità che vi abitano. E loro hanno la possibilità di portare la discussione al Congresso Nazionale.
Chi fa da sé... Le proteste indios non terminano qui. Con l’occasione, sono stati messi sul piatto della bilancia tutti i problemi derivanti dalla noncuranza governativa. L’inquinamento del fiume Xingu, per esempio, dovuto alla coltivazione massiccia della soia e alle attività collegate all’allevamento del bestiame. “Esigiamo che lo Stato regoli queste attività per impedire la distruzione dell’ecosistema del fiume”, esordiscono, aggiungendo anche lo spinoso problema del confine della riserva, che non sembra venir rispettato dai coltivatori di terre. E la Funai, organo federale preposto a salvaguardare i loro interessi, non muove un dito per aiutarli. Così i Kayapó sono stati costretti a collocare più di sessanta posti di guardia in punti strategici delle frontiere, con uomini di fiducia che pattugliano. E infine una denuncia sulle attività non ecologicamente sostenibili, da sostituire subito, pena un degrado ambientale senza ritorno.
In cerca di soluzioni. “Noi Kayapò siamo coscienti che i problemi che minacciano la vita delle nostre comunità minacciano anche molta altra gente, anche non indigena, che vive nella valle – spiegano - La soluzione è lottare insieme, un fronte unico con i coloni del Bajo Xingù e della Transamazzonics, in nome dell’alternativa economica, basata sulla forza produttiva dei locali, solo grazie a risorse sostenibili”. Quindi l’invito a unirsi ad Altamira, in nome della vita della valle e dei suoi abitanti. www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5427
Stella Spinelli
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Europa post-referendum, la causa comune dimenticata
Un anno dopo il “No” francese ed olandese la maggioranza dei politici sembra incapace di rilanciare l’integrazione. E chi era contrario non fornisce alternative concrete ad un’Europa neoliberale.
Nel maggio scorso Atene ha accolto il quarto Social Forum Europeo (Aschwin Prein) E se questa impasse politica in Europa non riguardasse il Trattato Costituzionale ma fosse il sintomo di un male più profondo? Per esempio un sintomo dell’assenza di una visione comune e della dissoluzione del progetto europeo. Ritenere che questo sia il “mercato comune” è evidentemente confondere un mezzo con un fine. E credere che lo spazio di prosperità condiviso, che attualmente costituisce l’Unione Europea, potesse bastare ad unire dei popoli storicamente divisi è una pia illusione. Certo questo spazio è un acquisto prezioso. Ma molto fragile. E soprattutto se lo confrontiamo con la Storia precedente non diventa lo spazio di un progetto collettivo condiviso.
Negli anni Cinquanta il motore del progetto iniziale era duplice: il desiderio di pace in Europa e, nel contesto della Guerra Fredda, la volontà di dare vita nell’Europa occidentale ad un modello sociale più efficace, un’alternativa al modello sovietico imposto all’Est europeo.
Un motore in panne
Con il crollo del muro di Berlino nell’89 e gli eventi all’inizio degli anni Novanta divenne evidente che questi due motori non fossero più gli assi fondanti della costruzione europea. Fondato sulla combinazione dei meccanismi di mercato e sulle esigenze di maggiore solidarietà e libertà, il “modello sociale dell’Europa occidentale” non aveva più il comunismo da fronteggiare, ma un neoliberismo economicamente concorrenziale, in grado di provocare l’accrescimento delle disuguaglianze e la dissoluzione della solidarietà. E si è imposto come modello sociale. Da quel momento in poi il trattato costituzionale non è più stato visto come un compromesso accettabile dai difensori di un’Europa liberale e sociale, in ogni caso favorevoli all’Unione europea.
Riguardo alla pace nessuno negli anni Novanta avrebbe mai pensato ad una guerra tra Francia e Germania. Ma l’incapacità dei Paesi dell’Unione Europea di impedire i massacri nell’ex Jugoslavia e di sostenere il processo di pace in Medio Oriente, così legato alla storia del Continente, hanno dimostrato la mancanza di una volontà europea e di cause comuni.
L’Europa dal basso
A prescindere dal “No” alla Costituzione, la dinamica europea può ripartire? L’adesione passiva ma reale della maggioranza degli europei allo spazio comune è uno dei punti di partenza di questo rilancio. Una rinascita che non avverrà nel consenso, ma nel dissenso, nel bel mezzo di contraddittori dibattiti europei. I peggiori nemici dell’Europa di domani sono oggi quelli che iscrivono l’Europa in uno «scontro di civiltà» come il Primo Ministro danese Fogh Rasmussen, il Ministro olandese per l’Integrazione Rita Verdonck e qualche volta perfino Nicolas Sarkozy. Che in realtà vogliono risvegliare i fantasmi del nazionalismo e della xenofobia, all’origine delle catastrofi europee del secolo scorso.
È contro tali personalità che sarà necessario costruire la dinamica politica, sociale e culturale della nuova fase dell’integrazione europea. Essa è pronta e già si sviluppa parzialmente, a partire “dal basso”, per esempio nei Forum Sociali Europei (Fse), malgrado la presenza degli euroscettici http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7015
Bernard Dréano - Paris
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Jahanbegloo, il mondo protesta
Daniele Castellani Perelli
Anche i riformisti iraniani fanno sentire la loro voce. Il 16 maggio, 132 esponenti dell’opposizione hanno aggiunto con coraggio il proprio nome alla lista di quanti, nel mondo, chiedono la scarcerazione di Ramin Jahanbegloo, il filosofo iraniano arrestato senza motivo, il 28 aprile scorso, dalle autorità di Teheran. Tra loro l’ex vicepresidente Mohammad Ali Abtahi, il leader del partito riformista Mohammad Reza Khatami e l’ideologo del gruppo, Saeed Hajjarian. Ma ci sono anche, come segnala la francese Afp, il professore universitario Hashem Aghajari, condannato a morte per apostasia e poi rilasciato l’anno scorso, e il leader nazionalista Ebrahim Yazdi. Tutti concordano che l’arresto di Jahanbegloo, membro del comitato scientifico di Reset Dialogues on Civilizations, è “contro le legali procedure e contrario alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo”: “Chiediamo agli ufficiali giudiziari iraniani di annunciare ufficialmente la lista delle accuse portate contro di lui – aggiungono – e di concedergli libero accesso alla rappresentanza legale”. L’arresto è stato comunicato ufficialmente dalle autorità soltanto il 3 maggio. Da allora Jahanbegloo ha potuto prendere contatto solo occasionalmente con la famiglia, che rimane all’oscuro dei particolari della vicenda.
Il ministro dell’Intelligence Mohseni Ejeie ha dichiarato che il filosofo è stato arrestato per non precisate relazioni con stranieri, mentre il quotidiano di destra Jomhouri Eslami, legato all’Ayatollah Ali Khamenei, sostiene che egli sia legato ai servizi segreti americani e israeliani, e asserisce addirittura che il pacifico Ramin sia un uomo-chiave del complotto con cui l’America intende far cadere il regime (partendo dalla recente richiesta di stanziamento di 75 milioni di dollari, avanzata al Congresso dal segretario di Stato Condoleezza Rice per favorire la democrazia a Teheran). Il giornale Keyhan, vicino ai servizi segreti, lo ha invece accusato di essere «un agente straniero legato ai monarchici». Le notizie rimangono volutamente vaghe, circondate da un tradizionale sospetto che genera ancora più angoscia. Si dice che Jahanbegloo sia stato trasferito in ospedale, alla corsia 209 del carcere di Evin, a nord della capitale. Secondo il sito internet Farda, vicino alla destra, avrebbe già fornito decine di pagine di confessioni. A questo proposito, Human Rights Watch fa notare come questo tipo di “confessioni” fasulle di prigionieri iraniani sia regolarmente estorto tramite tortura, soprattutto nella prigione di Evin. Solo pochi mesi fa, la stessa organizzazione umanitaria aveva accusato il ministro Ejeie di aver ripetutamente violato i diritti umani.
Il governo del Canada, paese del quale Jahanbegloo possiede la cittadinanza (ha vissuto a insegnato, al Trinity College dell’Università di Toronto), si è già mosso diplomaticamente. Ma il ministro degli Esteri di Toronto, Peter MacKay, ha già ammesso le difficoltà, anche perché c’è il terribile precedente di Zahra Kazemi, la fotoreporter iraniana con passaporto canadese uccisa nel 2003 proprio nella prigione di Evin. Ai funzionari canadesi non è stato permesso di vedere il prigioniero. L’agenzia di notizie Fars, citando fonti interne al mondo giudiziario di Teheran, ha scritto che il filosofo sarebbe accusato di avere un contratto con il governo degli Stati Uniti. Tesi completamente priva di qualunque plausibile fondamento. La ragione sta, molto più probabilmente, nell’atteggiamento serenamente e pacificamente critico di Jahanbegloo verso il regime di Ahmadinejad, nel suo impegno per la democrazia e la libertà che lo ha reso noto all’estero, anche grazie agli articoli scritti per il quotidiano spagnolo El Paìs (in uno di questi criticava il suo presidente per aver negato l’Olocausto).
La situazione è grave, e i familiari del filosofo hanno scelto di mostrare cautela. La moglie preferisce non parlare con i giornalisti, per evitare di irritare il regime. La madre, direttrice di una Ong per le donne senzatetto, è stata ricoverata il 14 maggio all’ospedale della capitale. In una democrazia liberale ogni tipo di oppositore, anche il più violento, avrebbe diritto di cittadinanza. Il regime di Teheran non tollera e ha paura persino di un riformista moderato come Ramin Jahanbegloo, con la fama di non-violento gandhiano persino negli anni in cui da giovane, alla Sorbona, era circondato da rivoluzionari marxisti. Della sua sorte si stanno occupando i principali media internazionali, dalla Bbc alla Cnn, da Die Zeit a OpenDemocracy. Le associazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme, e tra queste si è fatta sentire anche l’organizzazione diretta dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Hanno condannato l’arresto, in una lettera aperta a Khamenei, i centri di ricerca internazionali Middle East Studies Association of North America (MESA) e International Society for Iranian Studies (ISIS).
Sono già due gli appelli internazionali che hanno chiesto la sua scarcerazione. Uno lanciato dalla rivista italiana Reset, diretta da Giancarlo Bosetti. E l’altro dalla rivista francese Esprit, diretta da Olivier Mongin, in collaborazione con il network Eurozine. Vi aderiscono nomi come Giuliano Amato, Michael Walzer, Umberto Eco, Richard Rorty, Edgar Morin, Anthony Giddens, Michael Ignatieff, Olivier Roy, Timothy Garton Ash, Otto Schily, Emma Bonino, Daniel Cohn-Bendit, Fred Dallmayr, Krzysztof Michalski, Nasr Abu-Zayd, Abdullahi An-Na’im, Seyla Benhabib, Mohamed Salmawi, Bassam Tibi, Navid Kermani, George Steiner, Toni Negri, Bernard Cassen, Claude Lefort e Driss El Yazami.
caffeeuropa.it
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KERRY HA VINTO
DI GREG PALAST
Eccentrici e folli: Kerry ha vinto nel 2004... Ascoltate uno di loro - Larry David - che racconta l'agghiacciante verità per cui, sì, nel 2004 George Bush ha rubato le elezioni. Di nuovo.
Da Armed Madhouse,il nuovo libro di Greg Palast
Ascoltate Larry David, autore di "Curb Your Enthusiasm" della HBO e principale scrittore della serie "Seinfield", mentre legge il nuovo libro di Greg Palast, Armed Madhouse, capitolo 4: I CONTRO-KERRY HANNO VINTO. Leggete un estratto qui di seguito:
ATTENZIONE: Ci sono stramberie, su Internet, secondo le quali George Bush ha perso le elezioni del 2004, come una intitolata "Kerry ha vinto", pubblicata dal sito TomPaine.com due giorni dopo le elezioni. L'ho scritta io.
L'undici novembre,una settimana dopo la pubblicazione sul sito TomPaine.com, ricevetti un'e-mail dalla redazione del New York Times di Washington. Surriscaldato dall'inchiesta sulla veridicità del voto,il giornalista del Times mi pose le seguenti domande:
Domanda #1: Sei un "perdente stizzito"?
Domanda #2: Sei un "fanatico della cospirazione"?
Non c'era una terza domanda. L'inchiesta sul voto,in ogni caso, era conclusa, secondo il Times. Il giorno successivo, analizzando le prove, il giornale uscì con una prima pagina che titolava "LE TEORIE SULLA FRODE DEI VOTI, SOSTENUTE DAI BLOG, SONO STATE VELOCEMENTE SEPOLTE".
Dato che l'auto-proclamatosi giornale dei record degli Stati Uniti non aveva spazio per i fatti, pensai che avrei dovuto condividerli qui con voi.
"Kerry ha vinto" non era un'inchiesta di due giorni alla maniera del Times. Era l'ultima di una serie d'inchieste prodotte in quattro anni di lavoro di squadra, cominciato per il TG serale della BBC, per il giornale Britain's Guardians e per il periodico Harper's Magazine, setacciando quella poltiglia gelatinosa chiamata democrazia elettorale statunitense.
Ad ogni modo, la risposta alla domanda #1: Non avevo perso, perciò non ero stizzito. Questa inchiesta non riguardava Jhon Kerry. Da giornalista, non lancio la moneta per stabilire quale ricco bambino bianco abbia vinto il gioco. Ma non sono così blasè da non curarmi della scomparsa della democrazia statunitense. E voglio davvero sapere come abbiano mangiato la foglia, i Bush.
Come ci sono riusciti? Di nuovo. E come lo rifaranno nel 2008? La risposta arrivò appena dopo la mezzanotte dell'8 ottobre 2004, tre settimane prima del voto ufficiale, in una serie di straordinarie e-mail. Le e-mail erano indirizzate al segretario della campagna elettorale per la rielezione del Presidente a Washington. Parecchio strano, ma erano andate perse, e finirono nella mia casella di posta elettronica. A volte,cose così succedono.
La notte dei non conteggiati: come far sparire tre milioni di voti
Ma le e-mail ed il loro contenuto non avrebbero alcun significato, se voi non conosceste alcuni dei misteri sullo stile elettorale statunitense.
Innanzitutto, considerate l'esito degli exit-poll della CNN in Ohio, appena dopo la mezzanotte, al termine della giornata elettorale. Mostravano Kerry in vantaggio su Bush, fra le elettrici, del 53 % contro il 47 %, e fra gli elettori, del 51 % contro il 49 %.
E allora ecco la vostra domanda: quale terzo sesso ha conferito la vittoria, in Ohio, a Bush, consegnandogli la Casa Bianca?
Risposta: il Non Conteggiato.
In Ohio c'erano 153.237 schede semplicemente buttate via, molto più del margine di vittoria di Bush. Nel New Mexico i voti non conteggiati erano cinque volte superiori all'esiguo margine di vittoria di Bush di 5.988 voti. In Iowa,il trionfo di Bush per 13.498 voti era soverchiato dai 36.811 voti contestati. In tutto, ci sono più di tre milioni di voti scrutinati ma non conteggiati nelle elezioni presidenziali del 2004. La stima ufficiale è di molto inferiore (1.855.827 voti contestati, riportato dalla Commissione d'Assistenza Elettorale del governo federale). Ma i calcoli hanno trascurato i dati di molte città o di stati interi, troppo imbarazzate per riportare i voti non conteggiati. Correggendo la sotto-stima del sotto-conteggio, il numero di voti non conteggiati va a 3.600.380. E ce ne saranno certamente molti altri che non abbiamo potuto verificare.
Perché il vostro governo non ve ne ha parlato? Hey,lo ha fatto. Nero su bianco, in un comunicato dell'ufficio federale del Census, pubblicato sette mesi dopo le elezioni, in una nota a margine sul rapporto della tornata elettorale. Il calcolo dei votanti del Census "si discosta" dal numero di schede vidimate dalla Segreteria della Casa dei Rappresentanti per la competizione elettorale alla presidenza del 2004, di 3,4 milioni di voti.
Questo è il conteggio celato che, ad eccezione della sommessa nota a margine del rapporto del Census, non è mai stato reso pubblico.
Sfortunatamente, non è tutto. In aggiunta ai tre milioni di schede non conteggiate a causa di "inconvenienti" tecnici, altri milioni vennero dispersi perché fu impedito agli elettori di imbucare le schede nelle urne. Questo gruppo di non voto include elettori illegalmente rifiutati alla registrazione, o erroneamente estromessi dai registri.
Fra le bizzarrie elettorali, la maggior parte di questi voti viene definita "scarto". Lo "scarto", non gli elettori, ha eletto il nostro presidente. Joe Stalin, ci insegna la storia, disse: "Non è la gente che vota a contare, ma chi conta i voti". Se questo poteva essere vero nella vecchia Unione Sovietica, negli USA il gioco è molto, molto più sottile: Colui il quale si assicura che i voti non vengano conteggiati decide i nostri vincitori.
Nella competizione elettorale del 2004, milioni di Statunitensi, non senza ragione, temevano che i terminali computerizzati per il voto, le "scatole nere", potessero far rimbalzare il voto da John Kerry a George Bush. Desolate immagini di un hacker geniale e diabolico nel bunker di Dick Cheney, che riscrive codici e falsa i conteggi. Ma non è andata così. Lo spauracchio dei computer era il diversivo usato dai prestigiatori per distrarre la vostra attenzione dalle loro mani.
Le nuove scatole nere hanno giocato il loro ruolo, sebbene secondario, ma il significato principale dell'enorme quantità di schede annullate, soprattutto quelle di poveri e neri, non vi fu spiegato, non vi fu reso noto, e, cosa più importante, non venne corretto ed è pronto a ripresentarsi in grande scala nel 2008.
Andai a dormire,la notte delle elezioni, con gli exit poll che davano Kerry vincente anche negli stati traballanti. Ma fra l'1:05 di notte e le 6:41 del mattino seguente,i folletti si erano messi al lavoro. Dalle prime ore del giorno,gli exit poll delle reti televisive, per l'Ohio, mostravano Kerry battuto da Bush fra le donne,e addirittura sotto di 5% fra gli uomini.
Cos'era successo? C'erano centinaia di elettori di Bush rinchiusi nelle cabine elettorali,e liberati alle due di notte, che reclamavano la loro scelta? Certo che no. Le società d'indagine delle televisioni applicarono un fantasioso algoritmo,la bacchetta magica del matematico, per avvicinare le proiezioni ai dati ufficiali.
E c'è di peggio. Per manipolare deliberatamente gli exit poll, i network soffocarono la voce che voleva segnalare l'enorme errore nel conteggio dei voti.
Cercando un democratico che difendesse la zona d'ombra fra gli exit poll e le stime "ufficiali", i media incapparono in Dick Morris, il vecchio consigliere di Bill Clinton. Un esperto nel camminare sul filo sottile che separa la criminalità di second'ordine e l'ambizione psicopatica, Morris sa in quale direzione soffia il vento del suo prossimo cliente.
Morris disse: "Gli exit poll sono quasi sempre veritieri. Sono tanto attendibili le interviste fatte all'uscita dai seggi agli elettori, che molti paesi del terzo mondo li interpretano come indicatori dell'onestà dell'elezione stessa. Non si è mai sentito dire di exit poll distorte. Ma dimenticare sei seggi,è addirittura incredibile".
La premessa era promettente, ma poi ritornò il vero Morris: "E' inammissibile che gli addetti alle rilevazioni siano così incompetenti, e ciò favorisce la speculazione sul dubbio che possa trattarsi più che di un onesto errore".
Allora, Dick, ci stai dicendo che una setta satanica composta da sei addetti agli exit poll, che nemmeno si piacevano l'un l'altro, aveva cospirato nella notte buia per far apparire Bush un ladro di voti.
C'è un'altra spiegazione: Kerry ha vinto.
Abbiamo il corpo (l'elezione ferita), abbiamo i fori dei proiettili (i voti persi), allora dove sono le pistole fumanti? Come ha fatto sparire quei voti il Partito Repubblicano? E perché lo spoglio delle schede dei democratici era pronto molto prima di quello dei repubblicani? Come è stato fatto?
Ma il piccolo Bill O'Reilly [famoso giornalista Usa, ndt] nelle vostre teste sta urlando: Facciamola finita; Muoviamoci, oramai.
Ciò che testarono nel 2000 e attuarono nel 2004, sono pronti a far esplodere nel grande appuntamento del 2008.
Greg Palast
Fonte: http://www.gregpalast.com/
Link: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=501&row=1
10.05.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SELENE MILITELLO
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Internet, i regolamenti ed una nuova empatia (di Barcollo)
Da alcuni mesi, nel silenzio indifferente dei mass media, si sta discutendo di una questione molto importante: la neutralità della rete Internet.
La questione si pone in tali termini.
Da più parti,in America, molteplici interessi stanno da qualche tempo spingendo per ottenere una legislazione che autorizzi il varo di una rete a due o più velocità.
Si vuole introdurre una legislazione che permetta ai provider di connettività di differenziare la banda offerta agli utenti in funzione di una propria offerta di contenuti.
In pratica per avviare uno sviluppo specifico di servizi quali la tv su internet, richiedono di poter privilegiare certi tipi di contenuti a danno di altri, ritagliando per i primi una specifica quantità di banda di accesso.
Il partito per la Internet a due velocità vede schierati da una parte i più importanti fornitori di connettività come AT&T, Verizon, BellSouth e Comcast. Si preme sul Congresso americano perchè rimuova il principio di neutralità della rete.
E' un rischio molto grande e poco compreso dai più.
Anzi, molti invocano una regolamentazione e, anche da noi, spesso si sente invocare la necessità di "regolamentare" la rete.
Rodotà ha più volte parlato della necessità di una "costituzione" di Internet, idea rilanciata dai Verdi e che trova simpatie sia a sinistra come a destra.
Ciò viene generalmente motivato con l'asserzione che "Internet e' il piu' grande spazio pubblico che l'umanita' abbia conosciuto, dove ogni giorno milioni di persone si scambiano messaggi, producono e ricevono conoscenza, costruiscono partecipazione politica e sociale, giocano, comprano e scambiano beni e servizi. Puo' tutto questo essere abbandonato alle prepotenze dei regimi autoritari o alle convenienze del mercato?"
Regole, regole, si chiedono regole per Internet.
Ma, mi chiedo e dobbiamo chiederci, è vera questa asserzione?
E' vero che Internet è uno "spazio pubblico"?
No, non è vero e dietro ci sono interessi diversi.
In realtà la Rete è un accordo ed i diritti umani, i virus, lo spamm e via dicendo sono un'altra questione.
Internet è una cosa semplicissima, è un patto per tenere connesse tra di loro le varie Reti.
Internet non esiste se non come un accordo di inter-connessione prettamente tecnico. Non c'è nessuno "spazio". Non c'è nessuna valenza politica, non c'è nulla che necessiti di essere regolamentato nella rete. Per i comportamenti delle persone, ci sono già mille e più leggi.
Internet, per definizione è del tutto neutrale in sè. Internet trasporta qualunque cosa in maniera del tutto neutrale, la sua struttura permette di creare sopra di essa reti private virtuali e farci cose lecite ed illecite.
Come lucidamente evidenziano Doc Searls e David Weinberger In "World of ends", il valore di Internet è che:
- nessuno la possiede
- tutti la possono usare
- tutti la possono migliorare.
Queste tre qualità non sono affatto scontate e banali nella nostra società.
Nessuno la possiede.Le aziende si misurano per ciò che possiedono, così come i governi si misurano per ciò che controllano.
Tutti la possono usare. Nel business, vendere beni significa trasferire diritti esclusivi da chi vende a chi acquista; per i governi fare leggi vuol dire imporre restrizioni alla gente.
Tutti la possono migliorare. Aziende e governi adorano i ruoli e le autorizzazioni. Fare certe cose o apportare certi cambiamenti dev'essere cosa strettamente concessa a ristretti gruppi di persone.
Internet è dunque da considerare come un patrimonio dell'umanità, come l'aria e l'acqua.
Per la prima volta nella storia dell'Uomo esiste una infrastruttura planetaria nata fuori dal controllo dei governi, per permettere ai popoli di stare in contatto, senza alcuna mediazione.
La sua esistenza è un evento storico di portata epocale.
Ogni giorno una quantità crescente di informazioni del tutto libere circola tra tutte le persone connesse. Un patrimonio di idee, conoscenza, opinioni che piano piano sta contribuendo alla costruzione di una cultura planetaria comune e ci sta avvicinando gradatamente ad una coscienza condivisa.
Già per la nostra generazione, io ho 42 anni, Internet è una memoria storica, è un mezzo per recuperare informazioni dal nostro vicino passato. Nel tempo, essa diverrà il deposito della storia umana, scritta e commentata da milioni di persone, con testimonianze, immagini, suoni, filmati accessibili in ogni momeneto da tutti. Una storia che nessuno controlla o revisiona.
Una opportunità che avrà un impatto decisivo sul processo di formazione delle opinioni.
Già oggi, dove neppure il 10% dell'umanità ha il privilegio di accedervi, essa esprime un potenziale spettacolare. Si prenda a titolo di esempio il movimento del software open source a la sua eccezionale dimostrazione del potenziale del modello collaborativo rispetto al modello basato sulla competizione ed il mercato. Immaginate di ampliare quell'approccio alla produzione di beni di consumo...
Un nuovo modello di sviluppo?
Pensate al gesto quotidiano che fate nell'andare a cercare una informazione, nel condividere un pensiero tramite Internet. Pensate alla aggregazione di gruppi di individui su scala planetaria in funzione dei soli interessi, senza discriminazione per sesso, età, religione, credo politico o nazionalità.
Quando miliardi di persone porteranno il loro contributo, cosa potrà accadere?
Accadrà una cosa meravigliosa. Alla fine accadrà che la razza umana sperimenterà un nuovo livello di empatia. Questo è il reale seme di cambiamento che è insito in questo "accordo" che è Internet.
Per questo è un nostro preciso dovere verso i nostri figli e nipoti, consegnare a loro una internet neutrale, accessibile, migliorabile perchè questo cambiamento possa compiersi.
Perchè la nostra non sia ricordata come la generazione che ha permesso di mettere il lucchetto alla rete.
Dobbiamo tutti fare del nostro meglio perchè le tre virtù della rete siano preservate da tutti i tentativi, anche quelli animati dalle migliori intenzioni, di mettere "controlli" alla rete, regolamenti e "costituzioni" che ne comprometterebbero irreparabilmente la neutralità.
Solo una rete neutrale garantisce tutti, anche le future generazioni.
Vogliamo proprio fare una legge per Internet?
Allora facciamo una legge che stabilisca che l'"accesso" alla rete sia un diritto fondamentale dell'essere umano. :-)www.liblab.it
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I mondiali di Serbia-Montenegro
Ai mondiali di Germania si è qualificata la squadra di calcio di uno stato che (probabilmente) non esiste più. Chi giocherà? Le conseguenze del referendum montenegrino nello sport
Da Politika, 23 maggio 2006; traduzione di Persa Aligrudic per Le Courrier des Balkans e di Carlo Dall'Asta per Osservatorio sui Balcani
La squadra della Serbia Montenegro Tutte le rappresentative sportive che hanno fatto domanda sotto il nome di Serbia e Montenegro scenderanno in campo sotto questo nome, lo hanno confermato lunedì 23 maggio i dirigenti sportivi internazionali. I mondiali di calcio, che inizieranno il prossimo 9 giugno in Germania, saranno la prima grande competizione giocata dalla rappresentativa di calcio dell’Unione Serbia e Montenegro (USM), sotto questo nome e con l’inno e la bandiera che erano ancora in vigore la sera di domenica 21 maggio.
«Noi non faremo altro che rispettare le decisioni adottate il 27 dicembre scorso nella Federazione di football (FF) serba», ha dichiarato Zvezdan Terzic, presidente della FF serba, aggiungendo poi: «Noi avevamo già deciso quello che avremmo fatto nei due casi – se il Montenegro fosse rimasto unito alla Serbia, o se avesse scelto l’indipendenza – dunque per il momento non facciamo che applicare le decisioni prese. Il successore ufficiale della FF dell’Unione Serbia Montenegro (USM) è la Serbia, e la rappresentativa nazionale giocherà sotto questo nome nel prossimo settembre per le qualificazioni del Campionato europeo».
Zvezdan Terzic ha spiegato che il Montenegro avrebbe dovuto fare domanda d’adesione alla FF, e che a causa di ciò non parteciperà a certe competizioni. «La prossima stagione del campionato serbo comprenderà 12 club di football, e le tre squadre meno valide saranno retrocesse in seconda divisione», ha precisato.
Separazione prima dell’inizio della prossima stagione?
Il direttore della Federazione di basket dell’USM, Predrag Bojic, ha tenuto a ricordare all’agenzia Beta, lunedì 23 maggio, che la rappresentativa nazionale dovrà presentarsi tale e quale ai campionati del mondo in Giappone, ma che anche le squadre giovanili di basket devono ancora partecipare a sette competizioni. «Le squadre parteciperanno secondo la domanda che è stata fatta, vale a dire sotto il nome di Serbia e Montenegro. Solamente dopo il campionato ci metteremo d’accordo. Non dovrebbero esserci problemi a metter fine alla Lega basket. Noi ce lo aspettiamo, e la separazione è imminente a tutti i livelli», ha spiegato aggiungendo che l’assemblea della Federazione basket dell’USM e della Federazione basket di Serbia si sarebbe tenuta nel giugno di quest’anno. «La cosa più urgente sarebbe sapere quale sarà il sistema di competizione per la prossima stagione, affinché noi possiamo informare i club in tempo utile. Il resto può attendere ed essere regolamentato in un po’ più di tempo», ha detto.
Il segretario generale della Federazione di pallavolo (FH), Bozidar Djurkovic, ha dichiarato che la FH serba avrebbe tenuto una seduta giovedì 25 maggio al fine di esaminare la situazione dopo il referendum in Montenegro. «È certo che le rappresentative giocheranno sotto i colori dell’USM, conformemente alla domanda di partecipazione. La squadra femminile di pallavolo giocherà per le qualificazioni del Campionato europeo e la squadra maschile per il Campionato del mondo, entrambe sotto il nome di Serbia e Montenegro», ha dichiarato Djurkovic.
Secondo lui, non ci saranno problemi nell’organizzazione dei campionati per la prossima stagione, perché certe partite di quest’anno sono state giocate separatamente, ma con una finale congiunta. «La Lega comune deve d’ora in avanti essere giocata fino in fondo, e i club che avranno un buon piazzamento nella prossima stagione giocheranno nelle coppe europee», ha precisato.
La separazione, «una formalità d’ordine tecnico»
«La questione del nome della rappresentativa non è un problema unicamente nostro», ha dichiarato il segretario generale della Federazione pallavolo (FV) dell’USM, Slobodan Milosevic. Secondo lui, sta alla Confederazione mondiale ed europea di volleyball decidere in merito. «La squadra giocherà per le qualificazioni del campionato d’Europa sotto il nome di USM, e avremo probabilmente due diverse rappresentative nazionali per i Campionati del mondo in Giappone, dato che da qui al Campionato del mondo c’è tempo a sufficienza per operare il cambiamento dei nomi», ha precisato prima di aggiungere che ci vorrà del tempo per costituire una Federazione in accordo con l’opinione nazionale.
«Il campionato non è più il nostro unico problema. Noi giocheremo separatamente ma non prenderemo decisioni alla leggera. Abbiamo delle relazioni eccellenti con i nostri amici del Montenegro e così sarà per l’avvenire», ha spiegato Slobodan Milosevic. Ha sottolineato anche che le squadre che hanno ottenuto un piazzamento nella lega comune dell’USM giocheranno la prossima stagione per le coppe europee.
Il presidente del Comitato Olimpico di Serbia e Montenegro, Predrag Manojlovic, ha dichiarato che il cambio di nome è «di ordine tecnico» e si avrà nel momento in cui il Paese avrà aderito alle Nazioni Unite, ottenendo così il riconoscimento della comunità internazionale. «Esistono molte questioni tecniche, ma l’opzione fondamentale di ogni sportivo è scegliere il Paese che egli vuole rappresentare», ha concluso Manojlovic.
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Forbice e i numeri dell'immigrazione
da Claudio Giusti
Aldo Forbice scrive (Il Resto del Carlino 25 maggio 2006): "Si dice che almeno tre milioni di lavoratori africani e le loro famiglie potrebbero imbarcarsi dai porti libici diretti in Sicilia".
Mi chiedo da dove possa arrivare una tale notizia. La Libia ha meno di 6 milioni di abitanti e la presenza di 3 milioni di migranti la getterebbe nel caos.
Credo che, tanto per cambiare, si siano presi fischi per fiaschi oltre che lucciole per lanterne e che 3.000 clandestini siano stati miracolosamente moltiplicati.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Sulla tua pelle, sulle tue palle
Domani vai in edicola e compri la tua copia del Corriere della Sera. Lo leggi con piacere come al solito, Prodi, Berlusconi, Moggi, Iraq, Iran e via dicendo finché arrivi a pagina 24 allorquando resti sgomento. Metà di questa è occupata da una bizzarra pubblicità: Bevi. Punto.
Mica quest'acqua o quell'altra, quella che fa plin plin o quella che fa din don dan, no. Bevi. Punto.
Ti avvicini al giornale per guardare bene, pensando che non possa che essere una campagna di sensibilizzazione salutistica da parte della Presidenza del Consiglio o del Ministero della Salute. No. E' proprio pubblicità.
E allora ti chiedi ma che cazzo. Mica posso scegliere di non bere. Cioè, potrei anche farlo, ma morirei ed al momento preferirei di no. E allora? Che senso ha pagare per convincermi a fare una cosa che non posso non fare? E dopodomani? Respira? Mangia?
Insomma, o son dei pirla o c'è qualcosa sotto. C'è qualcosa sotto.
Oggi, a pagina 24 del Corriere della Sera compare la pubblicità del Consiglio Nazionale del Notariato nella quale una vecchina dalla faccia imbolsita si chiede retoricamente "Caro notaio, mettiamo su casa insieme?" mentre il payoff recita "Il Notaio: dalla tua parte, sopra le parti".
Nel caso tu non lo sappia notai non possono farsi pubblicità. Nel caso tu non lo sappia non puoi non affidarti ad un notaio per acquistare una casa. Così come non puoi non andare in farmacia per comprare un'aspirina. Quindi perché? Perché?
Perché, come i farmacisti che han comprato pagine e pagine di pubblicità sui quotidiani, i notai temono che finalmente un governo si decida a rimuovere i loro privilegi corporativistici. Perché non si possono vendere le aspirine al supermercato? Va bene che un farmacista è preparato, ma "mai capitato che un farmacista si sia rifiutato di vendermi un’aspirina". Ed è anche giusto che atti importanti siano validati da ufficiali pubblici quali sono i notai. Ma perché deve costare tanto? Perché devono essere a numero chiuso? E perché tanti sono figli di, guardacaso come i farmacisti? E perché non ne ho mai visto uno girare, non dico in Trabant, ma con una Fiat? E perché invece gli insegnanti, che forgiano i nostri giovani e quindi il futuro stesso dell'Italia, devono fare la fame?
Ecco, io me lo immagino Francesco Giavazzi che oggi in sala professori dà di matto, sberciando il quotidiano e portando quella pagina alla toilette per il suo più consono uso. Leggerla con attenzione, ovviamente.
/fratelliditalia.iobloggo.com
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Adesso c'è molto da fare
«Possiamo essere tristi, ma non possiamo abbatterci, perché adesso abbiamo molto da fare». Ricordiamo le parole con cui l'allora direttore di Radio Popolare, Piero Scaramucci, aprì il suo commento alla vittoria di Silvio Berlusconi nel 2001 e le facciamo nostre, perché al di là di tutti gli arzigogoli con cui la politica dirà che sì, Letizia ha vinto, ma noi non abbiamo perso, sostanzialmente conta un dato: Milano sale da 15 a 20 anni di governo di destra, con le pesantissime conseguenze che questo comporterà sulla cultura, l'ambiente, la coesione sociale, la qualità della vita. Saranno anni duri soprattutto per chi ha tentato di fermare l'assalto che la politica degli affari e della Compagnia delle opere ha portato - ahimè con successo - alla città.
Ragioneremo a lungo su queste amministrative milanesi. Abbiamo la ferma intenzione di partecipare attivamente - da queste pagine sempre più affollate - alla ricostruzione di una coscienza civile e politica che consenta a Milano di chiudere a quota 20 anni l'era delle destre. I dati di cui disponiamo, ancora incompleti, sono già significativi e dimostrano con chiarezza che l'opportunità di un candidato di valore come Bruno Ferrante è stata sprecata. Ma per questo aspettimo i dati definitivi. Oggi riteniamo giusto concentrarci sugli aspetti positivi, anche per rendere un po' meno amara la pillola che dovremo inghiottire nelle prossime ore, quando Letizzia verrà consacrata (è il caso di dirlo) sindaco.
Bruno Ferrante, "il questurino", comparso sulla scena all'ultimo momento per sostituire l'impresentabile Umberto Veronesi, ha fatto tutto quanto poteva e anche qualcosa di più, raccogliendo un consenso ampio e trasversale, che va dalla sinistra antagonista dei centri sociali alla borghesia del centro storico. Al suo impegno - cominciato con le dimissioni da prefetto, continuato con le primarie e completato con la campagna elettorale - deve andare la riconoscenza di tutta la città che lo ha sostenuto. Bruno è stato il primo candidato vero e credibile da 15 anni a questa parte e sarebbe stato un eccellente sindaco. Con tutta probabilità non si fermerà in consiglio comunale ed è un peccato, perché quasi metà dei milanesi ha avuto fiducia in lui. Lo invitiamo a ripensare il suo futuro e a restare all'opposizione, perché c'è bisogno di persone per bene e di valore, capaci di arginare i maneggii della politica e aggregare forze fresche per ricostruire il futuro. A proposito di forze fresche, Davide Corritore raccoglie un risultato eccezionale. Lo diciamo con grande soddisfazione, perché l'abbiamo sostenuto apertamente fin dalle primarie (e proprio sabato abbiamo pronosticato per lui i 2mila voti che mentre scriviamo sembrano a portata di mano). Andrà in consiglio comunale e potrà mettere la sua esperienza, la sua onestà e il suo valore umano a servizio della città. Successo anche per altri due "candidati di OMB", l'esperta Marilena Adamo (nostra candidata vice-sindaco in caso di vittoria) e Pierfrancesco Maran (giovane leva di valore), che sfuggono al tracollo dei partiti tradizionali.
Ulivo e Rifondazione pagano pesantemente miopia e incapacità politica dei loro dirigenti. Ci diranno che «la lista Ferrante ha sottratto», affermeranno che «le liste civiche fanno perdere», oppure che «se c'era Veronesi si vinceva» (questo in realtà c'è uno che ha avuto la spudoratezza di dirlo già), faranno conti astrusi per dimostrare che loro avevano ragione, che la responsabilità della sconfitta è solo degli elettori che non capiscono oppure «demonizzano». Per favore, restiamo seri. Non diamo retta, non ci facciamo abbindolare un'altra volta. Da oggi abbiamo "solo" cinque anni per prepararci a costruire la possibilità di un governo diverso per la città, ma dovremo ripartire da zero. Senza di loro. Perché una cosa è chiara: con questi leader, non vinceremo mai.www.onemoreblog.org
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Il Polito Margherito
di Marco Travaglio
Dev'essere una bella fortuna, per un politico, non avere elettori. Un po' come, per un giornalista, non avere lettori. Antonio Polito assomma su di sé entrambe le fortune. Come direttore del Riformista, giornale programmaticamente sprovvisto di lettori, poteva scrivere tutte le corbellerie che gli passavano per la testa, ed erano parecchie, senza che nessuno gliene chiedesse conto. Ora, come senatore eletto, anzi nominato nella lista bloccata della Margherita in Campania, può metterle in pratica in Parlamento senza il fastidio di doverle spiegare ai suoi eventuali elettori, che nemmeno lo conoscono. Per cominciare col piedino giusto, s'è messo in testa di riformare, lui da solo, con le nude mani, la legislazione sulle intercettazioni. Ma deve avere il sospetto che gli italiani non comprendano la pur meritoria iniziativa. Così, per nasconderla meglio, l'ha comunicata al Foglio, garanzia di assoluta clandestinità. «Il punto di partenza dell'iniziativa - spiega Polito Margherito - è lo stato di totale illegalità di tutta la vicenda, sia nella sua prima ondata sulle banche, sia adesso che è finito sotto accusa il calcio». Illegali, dunque, non sono le scalate bancarie dei Fiorani, Consorte, Ricucci & C., e nemmeno la cupolona di Lucianone & C. No, illegali sono le intercettazioni disposte dai giudici e quelle pubblicate dai giornali: «Il rischio più grave che corre l'Italia dai tempi delle leggi speciali del fascismo». Ecco, i tentati golpe, le stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia, Italicus, treno 904, Bologna, Ustica, il terrorismo rosso e nero in combutta con i servizi segreti, per non parlare di quelle politico-mafiose a Palermo, Roma, Milano e Firenze, sono acqua fresca a confronto dei giudici che intercettano i furfanti e dei giornali che ne informano i lettori. Bisogna cambiare la legge. E qui c'è un salto logico davvero ardito: se, come sostiene Polito Margherito, l'uso che pm e giornalisti fanno delle intercettazioni è «abusivo e illegale», vuol dire che la legge attuale lo proibisce. E allora che bisogno c'è di cambiarla? Sarebbe come dire: visto che ogni giorno si commettono tanti furti, bisogna cambiare le leggi sul furto. In realtà le telefonate dei furbetti del quartierino erano pubblicabilissime, in quanto contenute nei provvedimenti restrittivi notificati a decine di indagati e avvocati, dunque non più segrete. Idem per la gran parte delle intercettazioni su Calciopoli (e quelle non ancora contestate agli indagati erano segrete in base alla legge vigente: se qualcuno le ha pubblicate, bisogna farla rispettare, non cambiarla).
Ma Polito Margherito va capito: ha appena scoperto, con sua grande sorpresa, che i giudici intercettano «per cercare gli indizi di reato». Capito come siamo ridotti? Abbiamo magistrati che, in ossequio alla legge, cercano le notizie di reato, anziché restarsene in ufficio ad aspettare che piovano dal cielo. E, quel che è peggio, le trovano pure. Il piccolo giureconsulto campano ne fa una questione di «fair play». Come dargli torto? È inelegante che un giudice possa intercettare un delinquente mentre il delinquente non può intercettare un giudice. Non è sportivo. Perciò cambiare la legge, limitando «lo strumento investigativo in mano ai pm» e «sanzionando i giornali che pubblicano telefonate», non basta. Lui sogna una commissione parlamentare d'inchiesta sull'uso delle intercettazioni. Non sa che la Costituzione proibisce al Parlamento di sindacare l'attività dei magistrati. Si chiama divisione dei poteri: forse non era un riformista, ma deve averla inventata un tale Montesquieu.
È un vero peccato che Polito Margherito sia arrivato in Parlamento solo ora. L'avessero eletto nel 2001, Bellachioma avrebbe trovato un valido alleato quando, in pieno scandalo Bancopoli, tentò di tagliare le mani ai pm e ai giornalisti. E oggi Fazio sarebbe governatore di Bankitalia, Fiorani titolare di Antonveneta, Consorte&Sacchetti della Bnl e magari Ricucci del Corriere, mentre Moggi continuerebbe a spadroneggiare su arbitri e designatori, giornalisti e moviolisti, ministri e alti ufficiali, pilotando i campionati dalla serie A alla promozione. Prospettive non troppo avvincenti per milioni di risparmiatori e di sportivi. Dei quali però, comprensibilmente, Polito Margherito non si occupa. Almeno finché, nella passeggiata quotidiana tra il Riformista e Palazzo Madama, non ne incontrerà uno che lo riconosca. Ma è così piccino, tenero e indifeso che non glielo augureremmo mai, per nessuna ragione al mondo.www.unita.it
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«Ho lottato contro le oligarchie
Danni dai ministri esternatori»
Ferrante: Berlusconi mi disse che avrebbe voluto candidare me
Prodi torni presto, qui l'Unione ha un problema di classe dirigente
«La sinistra non è un'entità remota per me A Pisa partecipai ai cortei con Sofri ma cambiai aria alle prime molotov»
Aldo Cazzullo
dal Corriere - 30 maggio 2006
«Io ad Arcore a baciare la pantofola, come racconta Berlusconi? Se dice così, è perché ho colto nel segno, perché mi teme, perché vede in me un ostacolo al suo disegno: affidare Milano a un'oligarchia. Io ad Arcore ci sono andato. Ma non per chiedere; su richiesta di Berlusconi. Che mi offrì di fare il capo della polizia. Era appena diventato presidente del Consiglio, eravamo alla vigilia del G-8 di Genova, luglio 2001. Fui io a farlo riflettere: "Presidente, non cambi il capo della polizia adesso; se a Genova accadesse qualcosa, tutti darebbero la colpa a lei...».
È l'ora del primo exit-poll, si rincorrono le notizie che danno Bruno Ferrante testa a testa con Letizia Moratti, ma lui non vi presta troppa attenzione. Più o meno sa come andrà a finire: all'ultimo voto, con un vantaggio naturale per la sua avversaria; e non solo perché Milano da oltre dieci anni premia il centrodestra. «Io vengo da una famiglia normale, del Sud, che si è sacrificata per farmi studiare. Il nonno aveva delle terre, ma morì giovane nella Grande Guerra, mio padre dovette impiegarsi alle Poste. La mia rivale, lei è una Moratti. Ha un cognome pesante, uno dei più importanti di Milano. L'ha portato avanti in tutta la campagna elettorale. Ha rifiutato ogni confronto, persino a Porta a Porta; ha accettato solo Telelombardia e Matrix, chissà perché... da Mentana è arrivata in studio piena di volumi, era chiaro che sapeva già le domande, si era documentata... Quando l'ho chiamata "padrona", intendevo dire che ha tenuto un atteggiamento padronale: arrogante. Una abituata a decidere da sola, prima al ministero, poi magari in Comune: il potere deve restare nelle mani di poche famiglie, sempre le stesse, le loro. L'oligarchia».
Arrivano le prime proiezioni: la spallata non c'è, neppure a Milano; la candidata di Berlusconi è avanti, ma di poco. «Berlusconi l'ho conosciuto quand'era già presidente del Consiglio — dice Ferrante —. I nostri erano rapporti istituzionali, da premier a prefetto. Era sempre lui a chiamarmi ad Arcore, e sempre per chiedermi qualcosa. L'estate scorsa mi chiese di non candidarmi con il centrosinistra. "Ormai ho puntato sul ministro Moratti, ma se avessi saputo della sua disponibilità avrei candidato lei...". Il giorno stesso aveva invitato ad Arcore anche Umberto Veronesi». Vi incontraste in anticamera? «No, ma io ero prefetto, certe cose le sapevo. Era chiaro che Berlusconi cercava di disinnescare le candidature di centrosinistra in grado di infastidirlo». Non hanno mai sortito risultati, quegli incontri ad Arcore. Neppure nel 2001. «Dopo il disastro di Genova, dove la polizia aveva attaccato anche manifestanti pacifici, Berlusconi era molto seccato con De Gennaro. Ma non fece, o non poté fare nulla. Se devo essere sincero, neanch'io sono amico di De Gennaro. Abbiamo idee diverse. Diventammo entrambi vicecapi della polizia ai tempi del primo governo Berlusconi. Io non portavo la pistola, lui sì. Io coltivavo l'idea della "sicurezza partecipata", di una polizia in stretto rapporto con i cittadini, lui l'idea dei presidi militari nelle città. Io venivo dal civile, lui dalla polizia giudiziaria, dai luoghi dove si conoscono le cose della storia del Paese. De Gennaro divenne capo della polizia; io capo di gabinetto al Viminale con Napolitano, con cui ho un rapporto splendido».
Sono le 17, prima di spostarsi al comitato elettorale Ferrante attende notizie certe, che tarderanno a lungo. Siamo nei locali di Ad Hoc, lo studio di comunicazione che l'ha consigliato in campagna elettorale, a due passi dalla prefettura e dalla casa di via Conservatorio, i suoi luoghi milanesi. Nella sala a fianco ci sono immagini di Francesco Giuseppe; qui invece un ritratto di Stalin e una tela del realismo sovietico, La consegna del trattore al kolkhoz.
«La sinistra per me non è affatto un'entità remota — sorride Ferrante —. Ho studiato legge a Pisa, nella seconda metà degli Anni Sessanta. C'erano Sofri, il vero leader, Pietrostefani, Mussi, D'Alema. Condividevo alcune richieste del movimento, i baroni universitari non mi piacevano. Ho partecipato ai cortei. Non ho mai tirato molotov però. Gli ultimi esami li ho dati nel '69, nell'aria c'era l'odore dei lacrimogeni, per terra le bottiglie incendiarie. Non era più il mio posto. Io dovevo laurearmi in fretta, per rispetto della mia famiglia». Racconta Ferrante che un prefetto non dev'essere necessariamente un nemico del popolo. «Altri pensano che si debba decidere in una riunione a tre, questore prefetto e carabinieri. Io sono per ascoltare i cittadini. Ai mercati ci vado. Parlo con la gente, e i milanesi lo sanno. Se oggi avanziamo rispetto alle Politiche, è anche per questo».
Dice Ferrante che la questione settentrionale per il governo Prodi esiste, eccome. «Ma non perché c'è un solo ministro lombardo. Berlusconi aveva lombardi nei ministeri chiave, da Tremonti a Urbani, ma per Milano ha fatto poco o nulla. Ho parlato con Prodi, gli ho chiesto di venire in città, come ha fatto giovedì scorso, gli ho raccomandato di tornare presto. Anche se il sindaco sarà la Moratti, il centrosinistra sbaglierebbe a trascurare i milanesi, compresi quelli che oggi non hanno votato. Prodi deve trasferire risorse, impegnarsi per le infrastrutture: la Pedemontana, le nuove tangenziali, la linea 4 della metro dal centro a Linate, e poi la linea 5. Certo, le esternazioni dei ministri in questi giorni non mi hanno aiutato, ma è normale che un ministro appena nominato dia un'intervista, non è questo che mi disturba. Il centrosinistra milanese ha un problema di classe dirigente, fatica a parlare a una città di moderati». Eppure, secondo Ferrante, Milano ha capito. «La Moratti non ha sfondato perché si è compreso ad esempio che nella guerra dei fischi se c'era una vittima ero io. Io sono stato aggredito dai militanti di An, ma non ho fatto tante storie. Io ho celebrato ogni anno il 25 aprile nel campo della gloria, dove sono sepolti partigiani e militari caduti nella guerra di liberazione, e lei non è mai venuta. Ha sfilato quest'anno per la prima volta, e io le ho espresso solidarietà per i fischi. La Moratti a Milano non l'abbiamo mai vista. Dice che è interista, ma allo stadio non c'è mai stata. Anche in Duomo non l'ho vista mai, né per Sant'Ambrogio né per i morti di Linate. Tante volte mi sono trovato a fare da sindaco supplente. Nel '93 fui commissario ai tempi di Tangentopoli, quando venne inferto un colpo alla corruzione ma si cadde anche in gravi eccessi. Ai tempi di Albertini mi sono trovato ad affrontare lo sciopero Atm, con i cittadini in rivolta e i sindacati che trovavano Palazzo Marino sbarrato e venivano da me. Forse è per questo che, dovendo trovare un sindaco, son venuti a cercarmi...».
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Massimo Moratti: Bruno aveva di fronte la corazzata Potemkin
Il patron dell'Inter: 5 anni fa Silvio mi voleva con lui. E bacia tre volte Milly, moglie-candidata
Giangiacomo Schiavi
MILANO — Ultima proiezione: è avanti Letizia. Massimo Moratti cerca lo sguardo di Milly. Partita persa. Lei accenna un sorriso triste: «Per Milano speravo nel ballottaggio». La sede di «ChiamaMilano» è come lo spogliatoio dell'Inter, dopo una sconfitta annunciata. Arrivano i primi dati della lista civica a sostegno di Ferrante. C'è Milly in testa. «Bravi, siete stati bravissimi», dice il patron nerazzurro. Ma Ferrante non ce la fa. «È stato bravo anche lui, ha fatto il possibile. Ma doveva essere sostenuto di più». Massimo consiglia: understatement. «In questi casi bisogna fare come gli inglesi: ci sono i risultati delle votazioni e basta. E c'è una città da governare».
L'altra metà dei Moratti si tiene per mano e ragiona su un voto che tocca la famiglia. «Il dato è interessante», spiega Massimo, «Milano non accetta uno che dica "mia", manda un segnale che è giusto raccogliere». Ferrante non sfonda, ma la partita è stata aperta. «Che cosa poteva fare di più? Non era una star e aveva contro la corazzata Potemkin». Milly si è battuta contro la cognata, sportivamente. «Conosce bene questa città, ci ha messo tutta la sua passione», dice Massimo, il suo primo tifoso. Ha anche accettato di non essere capolista nella lista dell'ex prefetto: «Da questa campagna ho cercato di far uscire di più i contenuti, speravo nel ballottaggio per questo, per far emergere le vere questioni da affrontare e non soltanto gli slogan». Amareggiata? Un po' delusa. Anche se la sua lista cresce, Milly chiedeva di più. Massimo invece sdrammatizza. Ripensa alle parole che un giorno gli disse il cardinal Martini: «Ci sono cose che richiedono tantissimi sforzi e danno pochissimi risultati, ma vale la pena di farli». Milly ha una fiammata: «Vedi l'Inter...».
In casa Moratti un sindaco in famiglia era nell'aria. Doveva toccare a Massimo. E' accaduto a Letizia. Con lui due volte il centrosinistra ha sfiorato la candidatura per Palazzo Marino. Cinque anni fa ci provò anche Berlusconi a sfilarlo alla concorrenza per portarlo dalla sua parte, quando Albertini non si decideva a sciogliere la riserva. Massimo Moratti venne invitato ad Arcore. Solito pressing: «Lei deve essere il nostro candidato». Fu allora che Albertini si lasciò andare al cattivo gusto: «Non vedo un candidato rivale ma solo una candidata first lady». Ci fu un faccia a faccia con il Cavaliere. Ricorda Moratti: «Avevo già preso un impegno con il centrosinistra, la mia parola non era in discussione. Gli dissi no».
Piccola pausa al Sant'Ambroeus. Aperitivo nel deserto. Massimo e Milly Moratti ragionano di questa città che si affida alla cognata Letizia. Ce l'hanno nel cuore, Milano. Lui vede i segni di una decadenza che riassume in tre parole: mancanza di coraggio. E Milly suggerisce: «Bisogna andare oltre la quotidianità e trovare il modo di migliorare la vita un po' per tutti. In questi anni la giunta Albertini ha progettato solo per l'eccellenza...». E' diventata più brutta Milano, sporca e trascurata, una città divisa, frammentata, dominata spazialmente dalle sue enormi, piatte e sconfinate periferie, dicono. «C'è molto da lavorare, per un sindaco», spiega Massimo «e il segnale che mi sembra venire da questo voto è quello di trovare più unità. Non c'è stata un'onda, bisognerà tenerne conto».
Un consiglio a Letizia? «Essere il sindaco di tutti i milanesi», si lascia andare Milly. Che da anni, con «ChiamaMilano», denuncia i guasti ambientali e chiede misure più severe contro il traffico e lo smog. «Moriremo eleganti», è il titolo di un editoriale affidato al creativo Oliviero Toscani: «Se penso a Milano, penso ad un'occasione persa, ad una città che rischia di morire d'inquinamento e di mancanza di cultura, ma coi vestiti griffati».
Telefona la figlia. «Vuole sapere come stai», riferisce Massimo. Milly non sa ancora quale sarà il suo futuro: tornerà in consiglio comunale sui banchi dell'opposizione o si getterà con più impegno nelle battaglie ambientaliste? Massimo la incoraggia: « Vi siete battuti, avete fatto bene, hai avuto un buon risultato». Tre baci sulla fronte. Comunque sia andata e comunque andrà.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Avviso di sfratto a Berlusconi
Antonio Padellaro
da l'Unità - 30 maggio 2006
Due dati saltano agli occhi. L’Unione non solo vince nella maggior parte delle città, ma con i suoi candidati raccoglie dei veri e propri plebisciti. La Cdl prevale in Sicilia e Letizia Moratti è in vantaggio a Milano ma quasi dappertutto il centrodestra arretra rispetto a cinque anni fa. Due conclusioni si possono già trarre. Dal punto di vista amministrativo, l’Italia è sempre più di centrosinistra. Dal punto di vista politico la spallata a Prodi, che Berlusconi aveva chiesto a gran voce, non c’è stata. Mentre, nel centrodestra, sono molte, adesso, le voci che contestano il cavaliere azzoppato e la sua strategia del muro contro muro. Ma vediamo meglio cosa è successo.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni, quello di Torino Sergio Chiamparino, quello di Napoli Rosa Russo Jervolino, quello di Ancona Fabio Sturani, per citare le città più importanti, vengono confermati con percentuali a dir poco imbarazzanti. Nella capitale, l’ex ministro Alemanno (tra i più presentabili della stagione berlusconiana), subisce una memorabile sconfitta; e ciò in una metropoli dove in passato la destra è sempre stata ben radicata e in grado di competere per il successo finale. Merito certamente della grande popolarità, trasversale, accumulata dal sindaco che rafforza in questo modo una leadership che supera i confini del Campidoglio.
Colpisce la dichiarazione dello sconfitto («abbiamo evitato lo sgretolarsi del centrodestra»), quasi soddisfatto che il suo insuccesso non abbia raggiunto dimensioni catastrofiche. Contento lui.
A Torino si registra l’umiliazione elettorale di un altro ex ministro, Rocco Buttiglione, mandato alla sbaraglio dal capo supremo in maniera perfino ingiusta, gettato sul ring all’ultimo momento. Il candidato della Cdl è finito al tappeto, quasi doppiato da Chiamparino che al termine dello spoglio ha cercato cavallerescamente di non infierire. A Napoli, malgrado gli sforzi profusi da Berlusconi la Jervolino ha prevalso bene e al primo turno sull’ex questore Malvano, uomo d’ordine ma in qualche caso sostenuto da personaggi non esattamente integerrimi. Sono risultati che mettono in evidenza la diversa consistenza delle due classi dirigenti. Quella del centrosinistra, che rafforza la propria credibilità nel governo delle città candidandosi per ruoli nazionali. Quella del centrodestra, maltrattata dal Crono miliardario che invece di investire sui migliori li divora.
Letizia Moratti è l’unico ex ministro che sembra farcela a Milano. Ha rischiato, però, visto che i sette punti di vantaggio che l’ex sindaco Albertini le ha lasciato in dote si sono ridotti a non più di un paio. Nella capitale industriale l’Unione dell’ex prefetto Ferrante ottiene un risultato al di sopra delle aspettative; ma non abbastanza per annullare quell’effetto Nord che da più di un decennio consente alla destra una sorta di rendita di posizione. Ma è dalla Sicilia che arriva il segnale più inatteso. Nell’isola dove soltanto cinque anni fa la destra aveva preso di tutto e di più, il presidente Cuffaro, formidabile collettore di preferenze, festeggia fino a un certo punto una vittoria che dovrà condividere con gli esigenti autonomisti di Lombardo. La novità è il 43 per cento di Rita Borsellino, candidata-simbolo della lotta per la legalità e in grado di condurre l’Unione alla riscossa e a un risultato di forte valenza politica.
Sono elezioni amministrative ed era impensabile che potessero avere conseguenze politiche (nel bene e nel male) sul governo Prodi al lavoro da soli dieci giorni. Di politico resta lo smacco di Berlusconi che ancora una volta non ha risparmiato insulti e minacce alla controparte sperando in un recupero bis, come alle politiche. Questa volta, tuttavia, quegli stessi elettori che il 10 aprile egli aveva quasi materialmente convinto a seguirlo ai seggi hanno preferito restarsene e casa. L’accentuato astensionismo di queste elezioni va ricercato soprattutto a destra. Gente che non se la sente più di dare retta alle isteriche invocazioni di guerra civile e che non ritiene affatto che il centrosinistra abbia preso il potere con i brogli e con l’inganno.
Nella Cdl si cominciano a fare i conti e se anche il referendum del 25 giugno sulla devolution dovesse andare male la coalizione potrebbe cominciare a perdere i primi pezzi, come del resto già preannunciato dalla Lega. E così queste elezioni che dovevano dare lo sfratto a Prodi sembrano destinate a creare molti problemi a Berlusconi.
apadellaro@unita.it
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Berlusconi ha riperso
Il vero sconfitto di queste elezioni amministrative è il cavaliere. Forza Italia arretra dappertutto. La Cdl perde terreno anche in Sicilia e a Milano. È iniziata la corsa alla successione
Angelo Notarnicola
Soltanto un uomo ha perso queste elezioni amministrative: Silvio Berlusconi. Il cavaliere era convinto di poter dare, con il voto di queste consultazioni, una "spallata" al governo Prodi. "Le elezioni hanno un significato politico nazionale" amava ripetere l’ex premier. Ma, questa volta, la realtà si è rivelata più crudele del previsto. In Sicilia, Totò Cuffaro ha vinto su Rita Borsellino, ma rispetto alle regionali del 2001 la distanza tra centrodestra e centrosinistra è diminuita di 13 punti in percentuale. Nell’isola Forza Italia ha indietreggiato del 6%, passando dal 25,1 al 19,1%. A Milano, la capitale dell’impero berlusconiano – mentre scrivo è ancora in corso lo spoglio delle schede –, Letizia Moratti è in vantaggio di soli 7000 voti, pari al 2,9%, su Ferrante. Nel 2001, il distacco tra le due coalizioni è stato di 27 punti in percentuale. Anche qui Forza Italia, pur avendo Silvio Berlusconi capolista, ha perso il 6% dei voti. A Roma e Torino il centrosinistra ha stravinto. Valter Veltroni e Sergio Chiamparino, nel 2001, vincenti solo dopo il ballottaggio, hanno stracciato i rispettivi avversari, Gianni Alemanno e Rocco Buttiglione, due ex ministri. Il partito del cavaliere perde nella Capitale il 9,2% dei voti e nella città della Mole addirittura il 17,6%.
Ma il risultato, per molti versi più bello, lo ha riservato Napoli. L’ex premier si è addirittura candidato nelle liste di Forza Italia del capoluogo partenopeo. E ha fatto una violentissima campagna elettorale. È andato nelle piazze, nei vicoli, nei mercati ad urlare contro i comunisti, i brogli della sinistra. Ha delegittimato il presidente della Repubblica. Un imbonitore disperato. E la furba Napoli lo ha prima ascoltato, dopo capito e infine punito. Severamente. Rosa Russo Jervolino, che alle precedenti elezioni è riuscita a battere il suo avversario solo al secondo turno, ha polverizzato Franco Malvano, ottenendo un vantaggio di 21,2 punti, in percentuale 58,2% a 37%. Napoli ha bocciato definitivamente Berlusconi.
E ora? Dopo tutte queste legnate cosa farà il cavaliere? Per prima cosa dirà che ha vinto. In seconda analisi dichiarerà, magari con una conferenza stampa, che il risultato siciliano e milanese è stato superiore alle aspettative. E che in città come Roma, Torino e Napoli la Cdl non ha potuto fare di più perché danneggiata dall'alta percentuale di astensione. Forse le parole non saranno proprio queste, ma il senso sì. Nella sfera pubblica il cavaliere non rivelerà di aver perso o di essere in difficoltà, ma in privato si getterà disperatamente nella preparazione della campagna per il prossimo referendum costituzionale. Quest’ultimo costituirà la sua ultima spiaggia. L’ultima ancora a cui aggrapparsi. Se la Cdl perdesse di nuovo e la riforma costituzionale non fosse approvata dal popolo sovrano, la Lega nord sarebbe obbligata a sfilarsi dalla coalizione. Il partito leghista non potrebbe fare altrimenti. Come giustificherebbe agli occhi della base la coabitazione, per cinque lunghi anni, con democristiani e nazionalisti in un governo di stanza a "Roma ladrona" senza essere riusciti a portare a casa la tanto desiderata devolution? La Lega cercherà prima un capro espiatorio e dopo abbandonerà la Cdl. A quel punto, la leadership del cavaliere sarà in grave pericolo. Messo sotto scacco costantemente dai due “giovani” scalpitanti, Roberto Formigoni e Pierferdinando Casini, il cavaliere capitolerà.
Si avvicina, quindi, la fine di un’epoca politica. Il berlusconismo è finito e gli stessi disperati tentativi del cavaliere di riciclarsi – attraverso l’utilizzo di citazioni bibliche - come "nuovo messia" sono falliti miseramente. Berlusconi, da uomo intuitivo qual è, ha colto il nuovo trend politico-culturale. Ha percepito il rinnovato bisogno di sacro che anima il popolo e ha cercato per tutta la campagna elettorale di trasformarsi da mito consumistico della Milano da bere a uomo della Provvidenza. Non ce l'ha fatta. www.aprileonline.info
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È meglio che scendiate dalle barricate
Prima di tutto, onore ai sindaci del centrosinistra. Quelli uscenti, riconfermati, e quelli nuovi (Arezzo, Grosseto, Crotone...). Come dovrebbe essere ovvio per tutti, le elezioni amministrative seguono logiche proprie e premiano il lavoro dei protagonisti senza concedere nulla alle invasioni di campo.
Veltroni e Chiamparino conquistano il proprio secondo e ultimo mandato con risultati portentosi, sfondando una volta di più le barriere tra cittadini di centrosinistra e centrodestra, dimostrando grande capacità egemonica. Due uomini e due squadre che giocheranno ruoli importanti nel futuro.
Rosa Russo Jervolino fa rimangiare a Berlusconi le sue cafonaggini e l’arroganza delle sue discese in città. Vedremo come si manifesterà, il grande amore giurato dal Cavaliere a Napoli, ora che proprio Napoli ha stroncato le sue velleità di rivincita nazionale.
Non è neanche escluso che quei giri per i vicoli si siano trasformati in un gigantesco regalo al sindaco uscente, che aveva avuto grossi problemi e a passare già al primo turno ci sperava poco.
La frenesia da rivincita finisce qui. Se Letizia Moratti non fosse ancora aggrappata a quei pochi decimi di punto che ieri sera sembravano risparmiarle un terribile ballottaggio, il “dato nazionale” di queste elezioni sarebbe il pensionamento definitivo del leader della Casa delle libertà.
Perfino il risultato siciliano reca in qualche modo questo segno: a parte che Cuffaro s’è mangiato otto punti in cinque anni di clientelismo, e che Rita Borsellino ha compiuto un’opera mirabile, la vittoria di Totò e dell’Udc rafforza casomai i potenziali avversari di Berlusconi a Roma.
Da stamattina nel centrodestra è “liberi tutti”. Il ricatto che era implicito nella reazione berlusconiana al 10 aprile (tutti sulle barricate con me) non può più funzionare. Fini e Casini non sono più frenati da obblighi elettorali e, se vogliono emanciparsi dal ruolo di perdenti per conto terzi, il momento si avvicina. Il referendum costituzionale di fine mese potrebbe non essere più l’ultima, estrema trincea da difendere tutti insieme, ma anzi l’occasione per cominciare a pronunciare parole diverse dalle urla di guerra di Berlusconi.
Si parla molto di lui e del centrodestra perché si sono imposti in questa tornata amministrativa con una pretesa di rivincita nazionale. Ma la giornata di ieri va riconsegnata soprattutto ai sindaci, che se la sono sudata e meritata.
Per Prodi e l’Unione, cambia alla fine poco: se avevano dei problemi nello start-up del governo, continueranno ad averli. Sanno di disporre di una classe dirigente locale vincente e sanno che l’opposizione ha solo armi spuntate, che il “miracolo” berlusconiano del 10 aprile non è replicabile.
Da oggi, più che mai, il centrosinistra ha il destino nelle proprie mani.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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La lunga ombra degli Stati Uniti
Succedono cose strane quando un reporter esce dal ritmo stabilito. Succede che le vaste regioni della Terra hanno priorità diverse. La più recente teoria della cospirazione per spiegare l'uccisione dell'ex primo ministro libanese Rafiq Hariri - hanno a che vedere con questo avvenimento i criminali implicati nell'esplosione di una banca a Beirut - non compare nel New Zeland Dominion Post.
La settimana scorsa, quando arrivai nell'enorme, disordinata e caotica città di San Paolo, uno scandalo di corruzione macchiava la reputazione di un deputato, e faceva notizia la bancarotta della spaventosa compagnia di linea Varig (assicuro che era peggiore di qualsiasi compagnia di linea dell'est europeo o dell'Unione Sovietica). Ciò che aveva fatto maggiormente notizia era la recente nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia e le sue conseguenze per le petroliere brasiliane.
Certo, qualcosa si è detto sulla lunga lettera inviata dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a George W. Bush. L'International Herald Tribune ha definito la missiva come "divagante", usando un termine che non ha mai impiegato per descrivere il presidente degli Stati Uniti. Ma il quotidiano Folha de Sao Paulo ha presentato le assurde sanzioni statunitensi contro il governo democraticamente eletto della "Palestina". Peccato! Si trattava di un'informazione proveniente dalle agenzie.
Il Brasile, con sua immensità geografica, con la sua straordinaria storia di colonialismo e democrazia, con il suo miscuglio di razze, con la sua strana versione di portoghese, sembra molto lontano dal Medio Oriente.
Il Brasile? Certo, l'Amazzonia, la foresta tropicale, il caffé e le spiagge di Río. Anche questa Brasilia, questa falsa capitale disprezzata, come l'ugualmente falsa Canberra in Australia e la fraudolenta Islamabad in Pakistan, con l'unica finalità di fare in modo che i politici del paese possano nascondersi dal loro popolo.
Risulta che una cosa che questo paese ha in comune con il mondo arabo è la costante presenza, influenza e pressione degli Stati Uniti e ciò succede da quando, negli anni '40 e '50, i governanti di destra del Brasile ricercavano comunisti, che non erano affatto difficili da individuare.
Nel 1941 dei nuovi e belligeranti Stati Uniti, coinvolti in una guerra mondiale a causa di un attacco che fu ugualmente privo di scrupoli come quello dell'11 settembre del 2001, si interessarono a questa grande parte di Brasile che si estende verso l'Atlantico e decisero di istallare basi militari nel nord del paese, senza aspettare che il governo brasiliano lo autorizzasse. Vediamo, cosa mi ricorda?
Bene, Washington non aveva di che preoccuparsi. L'affondamento di cinque navi mercantili brasiliane, da parte di sottomarini tedeschi, provocò grandi manifestazioni pubbliche che obbligarono il governo antidemocratico di destra di Getulio Vargas a dichiarare guerra ai nazisti. Alzino la mano i lettori che sanno che più di ventimila soldati brasiliani lottarono dalla nostra parte, al fianco delle truppe italiane, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Sospetto che ancora meno lettori alzeranno la mano se chiedo quanti soldati brasiliani morirono. Secondo l'eccellente storia del Brasile di Boris Fausto, vennero uccisi 454 soldati nel conflitto contro la Wehrmacht.
Il ritorno della forza di spedizione del Brasile aiutò a introdurre la democrazia in questo paese. Vargas si uccise, sparandosi, nove anni più tardi e lasciò una drammatica lettera di suicidio, nella quale lasciava intendere che le "forze straniere" avevano causato la recente crisi economica della sua nazione. Una moltitudine di gente attaccò, allora, l'ambasciata statunitense a Río.
Bene, dunque, tutto sembra diverso ora che il presidente brasiliano di sinistra, Luiz Ignacio Lula da Silva - anche lui minacciato da "forze straniere" dopo la sua elezione popolare -, sta cercando di mettere ordine nella nazionalizzazione boliviana dell'agglomerato petrolifero brasiliano, portata a termine a La Paz dall'amico di Lula, Evo Morales, anche lui di sinistra.
Devo dire che l'esplosione dentro i governi di sinistra, molto in voga in America Latina, ha certe affinità con le riunioni della Lega Araba, in cui le promesse di unità vengono sempre annientate da questioni di odio. Non stupisce che Folha de Sao Paulo intitola l'articolo "Le Arabie".
Posso dimenticare realmente questo luogo? O, invece, è vero che il Medio Oriente tiene in pugno le sue vittime, facendogli voltare le spalle proprio nel momento in cui uno pensa di essere al sicuro, immerso in una città immensamente distante dall'Arabia?
Dopo due giorni in Brasile ho ricevuto un pacco postale dall'ufficio di Londra e mi sono disteso sul letto per leggere le mie lettere. La prima era di Peter Metcalfe, di Stevenage, che aveva allegato una pagina fotocopiata del libro I sette pilastri della sapienza, di Lawrence d'Arabia. Lawrence scrive sull'Iraq degli anni '20, sul petrolio e sul colonialismo.
"Paghiamo troppo per queste cose, il cui prezzo è l'onore e le vite innocenti", dice. "Sono andato sul Tigri con 100 nativi della contea inglese di Devon... Dei tipi carismatici, pieni di potere, allegria, e capacità di rendere felici le donne e i bambini. Osservandoli, uno poteva provare realmente quanto è grandioso essere uno di loro, essere inglese. Ma stavamo tormentando col fuoco milioni di loro affinché avessero la peggiore delle morti. Non per vincere una guerra, ma perché il mais, il riso e il petrolio della Mesopotamia potessero essere nostri".
Il giorno dopo, il mio quotidiano brasiliano mostrò l'immagine di un soldato statunitense ucciso in una via di Bagdad; era scoppiata una bomba per la strada. Sicuramente, l'abbiamo tormentato col fuoco per dargli la peggiore delle morti.
Nella mia posta trovai anche una lettera di Antony Lowenstein, un mio vecchio amico giornalista di Sidney. Mi aveva inviato un editoriale di The Australian, che ha cessato di essere il mio giornale preferito da quando non fa altro che elogiare George W. Bush.
Ma sentite questo: "Tre anni fa delle truppe di elite australiane lottavano nel deserto occidentale dell'Iraq per neutralizzare i luoghi dove venivano fabbricati missili Squd. Ora, tre anni più tardi, siamo venuti a conoscenza che, nel momento in cui i nostri uomini rischiavano la vita affrontando le forze di Saddam Hussein, navi cariche di grano australiano arrivavano nei porti del Golfo Persico e il loro contenuto veniva scaricato e inviato in Iraq attraverso una compagnia giordana legata a...Saddam Hussein".
Ricordo che una delle ragioni date dal primo ministro australiano come giustificazione per partecipare alla guerra contro l'Iraq era che il regime di Hussein era "corrotto". Non ha mai detto che le armi di distruzione di massa non sono mai state trovate, ma chi era quello che stava corrompendo?
Mi preparai così per uscire dall'hotel Maksoud Plaza de Sao Paulo. Maksoud? In arabo significa "il luogo dove uno ritorna". E, certamente, il proprietario è brasiliano-libanese. Controllo il mio itinerario. "Sao Paulo/Frankfurt/Beirut", dice il mio biglietto. Continuo con questo ritmo ineluttabile.
di Robert Fisk
da La Jornada
traduzione per Megachip di Laura Nangano
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Qualche considerazione sul piano Marshall
di William Blum (Counterpunch)
Ai paesi beneficiari il piano Marshall imponeva una lunga serie di restrizioni; erano stabiliti criteri economici e fiscali a cui bisognava attenersi, che avevano come unico scopo quello di assicurare un grosso ritorno economico alla libera impresa. Più che una “distribuzione di ricchezza” si trattava di un’ accordo tra governi – con gli avvocati di Washington che fissavano le regole – e spesso di negoziazioni d’affari tra le classi al potere negli Stati Uniti e in Europa
Negli anni trascorsi a scrivere e a parlare dei danni e delle ingiustizie inflitte al mondo dall’eterno interventismo degli Stati Uniti, sono spesso stato accusato di dar voce solo alle ripercussioni negative della politica estera americana ignorandone il gran numero di aspetti positivi. Se chiedo ai miei accusatori di darmi qualche esempio del volto virtuoso dell’America moderna nei suoi rapporti col resto del mondo, una delle cose che viene menzionata più di frequente è il piano Marshall con commenti del tipo: “Dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo ricostruito economicamente l’Europa con altruismo – anche per quanto riguarda quei paesi che durante il conflitto erano nostri nemici – e abbiamo permesso a diverse nazioni di farci concorrenza”. Anche coloro che oggi mostrano un certo cinismo verso la politica estera degli Stati Uniti, coloro che diffidano dei motivi che hanno portato la Casa Bianca in Afghanistan, in Iraq e in altre parti del mondo, non hanno problemi a bersi l’altruismo dell’America nel periodo che va dal 1948 al 1952.
Dopo la guerra, gli Stati Uniti, vittoriosi all’estero e senza difficoltà di ricostruzione in patria, videro spalancarsi le porte della supremazia mondiale, verso cui si frapponeva un unico ostacolo, allo stesso tempo politico, militare e ideologico: il “comunismo”. Tutto l’establishment che si occupava della politica estera degli Stati Uniti venne mobilitato per affrontare questo “nemico”, e il piano Marshall divenne parte integrante di questa campagna. Avrebbe potuto essere altrimenti? Già dall’epoca della rivoluzione russa, e fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’anticomunismo era stato al centro della politica estera del paese, accantonato soltanto durante il periodo bellico fino agli ultimi mesi della campagna del Pacifico – quando Washington stabilì che sfidare il comunismo era più importante che combattere i giapponesi. Il lancio della bomba atomica sul Giappone, in quanto segnale per l’Unione Sovietica, faceva parte di questa politica.
Con l’avvento della pace, poi, l'anticomunismo continuò a fare da sottofondo alla politica estera, come se l'alleanza di guerra con l'Unione Sovietica non fosse mai esistita. Il piano Marshall, assieme alla CIA, alle Fondazioni Rockfeller e Ford, al Council on Foreign Relations [Consiglio per i rapporti con l’estero, NdT], a vari gruppi e istituzioni private, non era che un’altra freccia nell’arco di Washington per ricostruire l’Europa secondo i propri desideri – attraverso la divulgazione del vangelo del capitalismo (per controbilanciare le forti tendenze socialiste del dopoguerra). Il tutto con l’apertura di mercati che portassero nuovi clienti alle aziende statunitensi (motivo determinante per sostenere la ricostruzione delle economie europee: ad esempio quella del tabacco, che ai prezzi del 1948 valeva quasi un miliardo di dollari); con la spinta per la creazione del Mercato Comune e della NATO come elementi integranti del baluardo dell’Europa occidentale contro la presunta minaccia sovietica; con la soppressione della sinistra in tutta l’Europa occidentale, soprattutto sabotando i partiti comunisti di Francia e Italia e i loro tentativi di arrivare a una vittoria elettorale non violenta.
I fondi del Piano Marshall furono segretamente dirottati verso il finanziamento di quest’ultima impresa, dato che le promesse di aiuti a un paese o le minacce del loro ritiro venivano impiegati come mezzi di coercizione; e bisogna dire che sicuramente Francia e Italia non avrebbero ricevuto niente se non avessero acconsentito ad estromettere i comunisti.
Anche la CIA si prese una grossa parte di questi fondi per finanziare in segreto istituzioni culturali, giornali ed editori – tra le mura domestiche e all’estero – che promulgassero l’accesa e onnipresente propaganda della Guerra Fredda; e il piano Marshall venne presentato sia in America che fuori come uno strumento indispensabile per combattere la "minaccia rossa". Inoltre, nel corso di operazioni segrete, gli agenti della CIA occasionalmente lo usarono come copertura, tanto che uno dei suoi ideatori principali, Richard Bissell, in seguito si trasferì alla CIA – dopo aver fatto una breve sosta alla Fondazione Ford, che costituiva da lungo tempo un canale su cui venivano deviati i fondi segreti dell’Agenzia: ma che bella famiglia!
Ai paesi beneficiari il piano Marshall imponeva una lunga serie di restrizioni; erano stabiliti criteri economici e fiscali a cui bisognava attenersi, che avevano come unico scopo quello di assicurare un grosso ritorno economico alla libera impresa. Gli Stati Uniti non solo godevano del diritto di controllare come venivano spesi i dollari assegnati, ma anche di quello di approvare la spesa di una somma equivalente in valuta locale – elemento che garantiva a Washington un considerevole potere di decisione sui piani e progetti interni degli stati europei.
E l’America non gradiva una politica di welfare per le persone bisognose, persino il razionamento veniva considerato troppo vicino al socialismo e doveva essere eliminato o quantomeno ridotto – per non parlare della nazionalizzazione dell’industria, a cui Washington si opponeva con una veemenza ancora maggiore. La maggior parte dei fondi del piano Marshall, se mai lasciarono il paese, tornarono negli Stati Uniti per comprare merci americane, trasformando così i grossi gruppi industriali nei suoi maggiori beneficiari.
Più che una “distribuzione di ricchezza” americana si trattava di un’ accordo tra governi – con gli avvocati di Washington che fissavano le regole – e spesso di negoziazioni d’affari tra le classi al potere negli Stati Uniti e in Europa (molte tra queste ultime fino a non molto tempo addietro erano subordinate al terzo Reich – e magari anche alcune tra le prime).
Ciò dava anche l’impressione di un accordo tra il Congresso e alcuni interessi industriali, che gli erano vicini, a cui rendeva possibile l’esportazione di alcuni beni cruciali, incluso un bel po’ di materiale bellico. In questo modo il piano Marshall ha posto le basi per una ricca industria militare come caratteristica permanente della vita americana.
È quindi molto difficile fornire una descrizione chiara e credibile di come il piano Marshall sia stato determinante nella ricostruzione delle sedici nazioni beneficiarie. La visione opposta, certamente più chiara, è che l’Europa – ricca di cultura, abilità ed esperienza – avrebbe potuto riprendersi da sola dalla guerra, senza bisogno di un gigantesco programma d’aiuti dall’estero (in realtà le nazioni europee avevano già compiuto passi significativi in questa direzione prima ancora che i soldi avessero iniziato ad arrivare).
I fondi del piano Marshall poi non avevano come funzione principale quella di assistere i singoli individui o di costruire nuove abitazioni private, nuove scuole e nuove fabbriche, bensì di rafforzare la sovrastruttura economica generale, soprattutto per quanto concerne le industrie metallurgiche ed energetiche. Infatti, quel periodo fu contrassegnato da una politica deflazionistica, dalla disoccupazione e dalla recessione. L’unico risultato inequivocabile di questa politica è stata la restaurazione dei ricchi al potere.
Il letame del toro
Dalla sede dell’"US Interests Section" dell'Havana continuano a lampeggiare messaggi elettronici, per il beneficio dei passanti cubani. Uno di questi dice che Forbes, il settimanale finanziario, ha stabilito che Fidel Castro è al settimo posto tra i capi di stato più ricchi del mondo, con una fortuna stimata in 900 milioni di dollari. I passanti ne sono stati sconvolti, come è giusto che sia in una società socialista che si vanta di avere la distribuzione della ricchezza più equa del mondo. Non ne è sconvolto anche il lettore?
Di cosa si tratta? Volete sapere su che cosa ha basato le proprie classifiche Forbes? Bene, sembra che due mesi prima che l’Interests Section trasmettesse questo messaggio, Forbes avesse già affermato che le stime costituivano più un "esercizio artistico che un fatto scientifico".
“In passato”, scriveva la rivista, “ci siamo basati su una percentuale del prodotto interno lordo di Cuba per valutare la fortuna di Castro. Quest’anno, abbiamo usato metodi di valutazione più tradizionali, e abbiamo confrontato i beni posseduti dallo stato che Castro controlla con quelli di analoghe aziende pubbliche quotate” (Gli esempi riportati erano quelli di società statali di vendita al dettaglio, case farmaceutiche e anche un centro congressi).
Facile no? Tutto si basava sul nulla. Allora, dal momento che George W. “controlla” l’esercito degli Stati Uniti, dobbiamo considerare i beni del Dipartimento della Difesa tra i suoi beni personali? Come, allo stesso modo, tra le proprietà di Blair c’è la BBC!
Un altro messaggio che lampeggia nell’"US Interests Section" è: “In una nazione libera non servono permessi per lasciare il paese. Cuba è un paese libero?" Anche questo è un tentativo di gettare del fumo negli occhi della gente. Implica che saremmo in presenza di restrizioni poste in essere dal governo cubano nei confronti del proprio popolo, come il divieto di viaggiare all’estero; quindi, una limitazione della loro “libertà”. La realtà è ben più complessa e molto meno simile a quella descritta da Orwell in 1984.
L’ostacolo principale verso gli spostamenti all’estero, per la maggior parte dei cubani, è di natura finanziaria: semplicemente non se lo possono permettere. Se hanno i soldi e un visto possono andare ovunque, ma è molto difficile ottenere un visto per gli Stati Uniti se non si fa parte del programma annuale d'immigrazione. Poiché Cuba è un paese povero che si preoccupa dell'uguaglianza tra i suoi cittadini, cerca di assicurarsi che i tutti adempiano all'obbligo di leva o prestino servizio civile. Prima di emigrare all’estero, i professionisti che hanno studiato e completato un tirocinio devono restituire al governo parte di quello che lo stato ha speso per la loro istruzione, come avviene anche in campo medico. E viste le costanti minacce costituite da una nota nazione del nord, Cuba è obbligata a prendere qualche precauzione. È quindi possibile che alti ranghi militari o dell'Intelligence, o comunque chi è in possesso di informazioni riservate, abbiano bisogno di un permesso per viaggiare – qualcosa che a livelli diversi esiste in tutto il mondo.
Gli stessi americani hanno bisogno di un permesso per recarsi a Cuba. Ma gli Stati Uniti sono un paese libero, vero? Washington rende così difficile ai suoi cittadini recarsi a Cuba che in realtà è come se lo vietasse. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti a me lo ha impedito ben due volte.
Inoltre, gli americani presenti sulla No-fly list [lista di coloro che non possono espatriare, NdT] non possono andare proprio da nessuna parte. Tutti gli americani hanno bisogno di un permesso se vogliono lasciare il loro paese. Il modulo necessario – è opportuno disporne una certa quantità – è verde ed è illustrato con l’immagine di un presidente degli Stati Uniti.
L’"American-Arab Anti-Discrimination Committee" si spaventa e si chiama fuori
In marzo ho preso accordi per partecipare a una tavola rotonda nell’ambito del convegno dell’“American-Arab Anti-Discrimination Committee” [Comitato arabo-americano contro la discriminazione NdT], che si tiene a Washington in giugno. Il dibattito è stato intitolato: “America, impero, democrazia e Medio Oriente”. Presto qualcuno dell’ADC si è reso conto che il sottoscritto era la stessa persona autore di quel libro consigliato in gennaio da Osama bin Laden; così hanno cercato di compromettere la mia partecipazione, con scuse fasulle. Mi sono opposto, definendo loro vigliacchi; hanno cambiato idea, poi l’hanno cambiata di nuovo, e alla fine m’hanno detto che “non c’erano più posti liberi per i giornalisti per la tavola rotonda del congresso dell’ADC". Due mesi dopo i nostri accordi si sono accorti che tutti i posti erano occupati.
I musulmani americani sono molto conservatori. Il 72%, nel 2000, ha votato per Bush – prima di vederne all’opera lo stato di polizia. Adesso, continuano ad essere conservatori; in più, sono spaventati. Anche i funzionari delle università sono conservatori. Si fanno tirare per la giacca dalle organizzazioni conservatrici all’interno dei campus, le stesse che partecipano alle campagne nazionali finanziate con denari pubblici (è il pensiero di David Horowitz) e attaccano la sinistra – sia che si tratti di membri della facoltà che di studenti o oratori esterni.
Da quando bin Laden il 19 gennaio ha parlato in mio favore non mi è più stata offerta la possibilità di tenere un discorso in nessun campus. I tentativi di qualche studente di farmi parlare non hanno portato a nessun risultato, nonostante il periodo tra gennaio e maggio sia di gran lunga il più ricco in quanto a partecipazioni e interventi da parte degli oratori universitari.
William Blum è tra gli autori dell'antologia 'Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi'.
Vedi i libri di William Blum su Nuovi Mondi Shop.
Fonte: http://www.counterpunch.org/blum05222006.html
Traduzione a cura di Antonella Melegari per Nuovi Mondi Media
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Kabul in fiamme
Popolazione in rivolta contro truppe Usa e governo dopo l’uccisione di civili da parte di marines
Alla fine di una giornata di scontri, i bilanci sono ancora confusi, e nessuno riesce a sapere quanti morti, quanti feriti ci sono stati nel giorno della annunciata rivolta. Qualcuno parla di 20 vittime, altri, comela televisione Al-Jazeera, sostengono siano molte di più.
Di certo, 75 pazienti sono stati portati all'ospedale di Emergency di Kabul, tutti con ferite da arma da fuoco. 44 di loro sono stati ricoverati, 27 sono stati trattati in pronto soccorso. Tra i feriti una bambina di 12 anni e una donna di circa 35 anni, incinta. Un paziente è morto all'arrivo, due sono deceduti nel reparto di terapia intensiva altri due sono morti dopo l'intervento dei chirurghi di Emergency per la gravità delle lesioni subite durante gli scontri. E se i morti censiti da Emergency sono 5, c'è da pensare che in città siano molti di più
Settantacinque feriti nell'ospedale di Emergency. A raccontare la giornata di Emergency a PeaceReporter è Andrea Ghidini, logista della Ong italiana nella capitale afgana. "Dei 75 ricoverati, tutti con ferite da arma da fuoco, molti sono gravissimi. Quattro sono giunti qui in fin di vita, e sono morti appena arrivati qui in ospedale".
"E' successo tutto abbastanza all'improvviso. Pare siano stati uomini dell'Isaf a cominciare tutto. 'Americani dell'Isaf', dicono qui. Hanno sparato sulla folla che protestava per un incidente di macchina. Incidenti stradali che coinvolgono mezzi militari stranieri ne capitano spessissimo, perché i militari guidano in modo assolutamente criminale".
"Poco dopo - continua Andrea - sono cominciate manifestazioni in tutta la città. E sono cominciati ad arrivare feriti nel nostro ospedale. La folla dei manifestanti attaccava qualsiasi macchina con a bordo internazionali. Anche intorno al nostro ospedale hanno sparato a lungo, almeno per tre ore. Nessuno di Emergency è stato coinvolto, né nelle sparatorie, né negli attacchi alle macchine".
In città i manifestanti hanno attaccato i check point della polizia afgana. "Parecchi posti di blocco - racconta Andrea - sono stati assaltati e dati alle fiamme. E i manifestanti hanno portato via le armi della polizia. Poi, a un certo punto del pomeriggio, verso le due, anche l'esercito afgano si è messo a sparare sulla gente che manifestava disarmata".
Cronaca di una rivolta annunciata. Gli elicotteri militari Usa sorvolano una Kabul in rivolta, facendo lo slalom tra le colonne di fumo nero che si alzano dal centro della città, dove risuonano raffiche di mitra e urla di morte contro l’America e contro Karzai. I blindati delle truppe Nato sfrecciano per le strade deserte tra le carcasse di auto bruciate dai manifestanti che, nonostante il dispiegamento in forze dell’esercito afgano, dalla periferia sono confluiti verso il centro, hanno fatto irruzione nel parlamento e dato alle fiamme la sede della televisione di Stato spingendosi fino al palazzo presidenziale e all’ambasciata Usa, evacuata e difesa dai marines che sembra abbiano aperto il fuoco con le mitragliatrici. Ci sono morti, sembra almeno una trentina, e decine di feriti. La calma sembra tornata solo dopo ore di scontri.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tutto è cominciato lunedì mattina in un poverissimo quartiere della periferia di Kabul, Khir Khana, quando un enorme autotreno militare Usa scortato da tre Humvee si è schiantato contro un’auto civile ferendone, forse uccidendone i passeggeri. Un incidente dovuto all’alta velocità a cui i convogli Usa viaggiano abitualmente, anche nelle aree civili e trafficate, per timore di agguati. O forse, come ha poi dichiarato il comando Usa, causato da un guasto ai freni del camion. Fatto sta che la gente del quartiere, evidentemente esasperata da simili incidenti, si è rivoltata contro i militari Usa e ha iniziato a lanciar sassi contro le loro camionette, urlando “Morte all’America!” e “Morte a Karzai”. I marines non hanno esitato a sparare, uccidendo e ferendo un imprecisato numero di civili, addirittura 30 secondo al Jazeera.
Kabul a ferro e fuoco. A quel punto,centinaia e poi migliaia di persone inferocite sono scese per le polverose strade sterrate della periferia di Kabul scandendo slogan anti-americani e anti-Karzai, bruciando le auto della polizia e lanciando sassi contro gli agenti subito intervenuti. Che hanno risposto aprendo il fuoco sui manifestanti, che nonostante questo si sono diretti verso il centro, lasciandosi dietro una scia di auto in fiamme. Hanno circondato il parlamento per poi farvi irruzione. Hanno appiccato il fuoco alla sede di Aryana Tv, la televisione di Stato. Hanno circondato l’ambasciata Usa, che nel frattempo era già stata evacuata. Hanno assaltato e bruciato alcuni commissariati di polizia mettendo in fuga gli agenti. Hanno cercato di dirigersi verso il palazzo presidenziale di Karzai. Hanno preso a sassate gli hotel di lusso frequentati dagli occidentali.
I giornalisti stranieri presenti in città riferiscono di raffiche di mitra provenienti da diverse zone del centro, sparate sia dai soldati Usa che dalla polizia e dall’esercito afgano.
Bombardamenti Usa al sud: 50 morti. Mentre Kabul brucia, dal sud del paese continuano a giungere notizie di guerra. Questa mattina l’aviazione Usa ha bombardato una moschea nella provincia di Helmand, distretto di Kajaki, uccidendo “una cinquantina di talebani” che vi stavano tenendo una “riunione”. L’ultimo raid aereo che doveva aver ucciso decine di “talebani”, una settimana fa, in realtà ha provocato la morte di almeno una trentina di civili, comprese donne e bambini.
Le ultime settimane sono state per l’Afghanistan le più sanguinose degli ultimi cinque anni, con centinaia di morti, battaglie campali, bombardamenti aerei, stragi di civili e attentati suicidi, in un clima di crescente insofferenza popolare verso le truppe d’occupazione straniere. L’Afghanistan è una bomba innescata, pronta a esplodere alla minima scintilla. La rivolta di oggi a Kabul lo dimostra al di là di ogni dubbio.
Il commento di Gino Strada. “Nonostante i giochi di parole – ha commentato il chirurgo di Emergency, Gino Strada – l’Afghanistan è una paese occupato da forze militari straniere. E che io sappia, non esiste popolo al mondo a cui piaccia vivere sotto occupazione straniera. Gli afgani non fanno differenza”.
Enrico Piovesana www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5503
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Visto per il futuro
29.05.2006
In una serie televisiva popolarissima in Bosnia la storia di un contadino che, grazie ad un'ascesa sociale irresistibile, diventa primo ministro. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Di Eva Ciuk
Un contadino che diventa ministro? In Bosnia è possibile. Basta non dichiararsi bosniaco, serbo o croato e non schierarsi con nessun partito etnico. Poi non c'è bisogno nemmeno di una formazione degna di un politico, per non parlare di esperienza politica. Insomma, basta convincere gli elettori di avere le caratteristiche necessarie per diventare il leader ideale, capace di rappresentare al meglio l'intera popolazione della Bosnia.
Ci è riuscito il protagonista di "Viza za Buducnost“ una delle serie televisive più seguite in Bosnia Erzegovina. Da contadino diventa ministro. Arrivato a Sarajevo, inizia a lavorare come cameriere. Il caso gli fa conoscere personaggi importanti che riesce a convincere che il vero "visto per il futuro" (Viza za budučnost ppunto) della Bosnia è la creazione del partito dell'Unione dei contadini e dei cittadini, dove ad assumerne la guida è proprio lui, membro di un gruppo etnico inventato, quello degli Indiani.
Viza za budučnost trova ispirazione nella riflessione sulla vita quotidiana e sui fenomeni negativi che si manifestano nella società bosniaca. "Una caricatura dei comportamenti di coloro che stanno creando e manipolando il futuro della Bosnia" ha spiegato la produttrice Suhreta Duda Sokolović che ha precisato che si tratta di "una serie che gioca con i punti deboli del nostro popolo che continua ad essere prigioniero dei nazionalismi. Viza za budučnost guarda con ottimismo verso il futuro: la vita quotidiana ispira la creazione di situazioni comiche che ci fanno ridere e ci allontanano dal risetnimento e dalla voglia di vendetta. Un'eredità emotiva della della guerra dovrebbe iniziare a far parte del passato, di un capitolo chiuso!".
Una buona e sana risata come una delle migliori terapie per chiudere col passato? "Alla gente piace Viza perchè permette di riconoscere la stupidità degli errori che ognuno di noi fa nella vita quotidiana. E la gente inizia a ridere su situazioni che ancora oggi non è capace di affrontare in un contesto più serio".
Ma Viza za budučnost piaceva alla gente anche prima della guerra. La casa di produzione Moebius, i cui titolari sono Suhreta e suo marito, ha scioccato il primo ciak nel 1989 sfidando le minacce che partivano dal mondo politico, la censura e le aggressioni dei media nazionali. Viza za budučnost è riuscita a soppravvivere grazie all'appoggio di un numero record di spettatori e, come spiega Suhreta sul set montato in periferia di Sarajevo, "perchè Moebius è un'impresa indipendente e libera e segue le regole del mercato e non della politica".
Sul set si sta girando una scena in cui il ministro fa finta di non riconoscere un vecchio amico parrucchiere che gli chiede un piccolo prestito. Lo stesso amico che a suo tempo gli aveva fatto conoscere "gente importante" per la sua ascesa politica. Suhreta commenta: "I nostri politici si comportano come il Ministro: ignorano le proprie origini, non si chiedono quali siano i reali bisogni della nostra gente e si umilano assecondando le imposizioni della comunità internazionale che non può conoscere le vere esigenze della nostra popolazione".
Suhreta racconta avendo in mente che poco distante da molte settimane, un gruppo di agrictori bosniaci – e non è fiction – è in sciopero ed ha creato un presidio davanti al palazzo del governo, situato di fronte ad un edificio bombardato che continua ad imporsi ai passanti come un fantasma del passato.
Nel tendone centrale cinque agricoltori ammazzano il tempo giocando a carte. Hajrudin Babajić vive nella provincia di Tuzla e spiega che non vi è intenzione di mollare nonostante i già 137 giorni di sciopero. Con la loro insistente presenza vogliono far capire ai governi delle due Entità che gli agricoltori non avrebbero più tollerato la distruzione dell'agricoltura locale causata dall'insufficienza di sovvenzioni che permetterebbero invece a loro avviso di mettere in moto un reale sviluppo dell'agricoltura locale.
"I prodotti dei nostri agricoltori non possono concorrere con i bassi costi di prodotti stranieri che invadono il mercato bosniaco" spiega Hajrudin Babajić con marcata determinazione. Trasportato da un moto di rabbia aggiunge: "E' da dieci anni che il popolo bosniaco continua a subire le conseguenze dell'attività politica insostenibile di due Entità di governo: quella della Republika Srpska e della Federazione croato-musulmana. Ogni Entità tira dalla propria parte e cerca di imporre i propri interessi ed ovviamente quelli della comunità internazionale. Noi agricoltori chiediamo che sia urgentemente fondato un unico ministero dell'Agricoltura attento alle esigenze dello sviluppo locale che porti avanti una politica di protezionismo nei confronti dei nostri prodotti locali che sono buoni, ecologici e genuini. Senza questi provvedimenti la nostra economia è destinata a sprofondare nel momento in cui solcheremo i mari dell'Unione europea".
Prima di salutare il gruppetto di agricoltori, che avevano interrotto la loro partita a carte per raccontare a noi i motivi della loro protesta, la domanda: "Chi vincera?“ Hajrudin Babajić si volta per un istante verso il palazzo del governo e risponde sorridendo: "La vita è un gioco e nel nostro gioco vincerà il migliore". http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5710/1/51/
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Kurdistan e Turchia : ma il mondo guarda da un'altra parte
di Shorsh Surme*
Sin dagli anni novanta l'esercito turco continua a violare il diritto internazionale oltrepassando il confine con il Kurdistan dell'Iraq senza che nessuno prenda un provvedimento come quello che è stato preso giustamente nei confronti del regime sanguinario di Saddam, per l'occupazione l'Emirato del Kuwait. Proprio in nome del Diritto Internazionale si mobilitarono più di trenta paesi per liberare il Kuwait.
Ora, i generali turchi entrano ed escono con la scusa di seguire i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Infatti, il giornale "Hürriyet" ha sostenuto che, il 20 maggio scorso, unità militari speciali dell'esercito turco hanno sconfinato in territorio iracheno, installando dei check-point in una zona a 8 km di distanza dal confine turco.
Il governo turco non riesce ad accettare la nuova situazione dei curdi dell'Iraq che vivono in uno stato di semi-indipendenza ormai dal 1992, potrebbero essere tentati dall'idea di scindere il proprio destino da quello di un Paese ormai in preda ad una guerra civile strisciante. Il loro stato di semi-indipendenza è stato rafforzato dalla creazione di istituzioni politiche proprie, come il parlamento ed il governo locale. Se poi allarghiamo lo sguardo alle infrastrutture, allo sviluppo economico, ed alle strutture di sicurezza, da una grande speranza del popolo curdo di realizzare un giorno il suo sogno di un Kurdistan indipendente.
Ormai è noto a tutti che Ankara, a seguito delle ripetute pressioni dell'Unione Europea, aveva abrogato lo stato di emergenza nelle regioni curde del Paese, ed aveva annunciato risarcimenti nei confronti di coloro i cui villaggi erano stati distrutti dall'esercito turco. Il governo turco aveva inoltre riconosciuto ai Curdi alcuni diritti culturali e linguistici.
Ciò ovviamente non è sufficiente, soprattutto alla luce delle gravi condizioni economiche in cui sono costretti a vivere i Curdi in Turchia. Alla luce di tali condizioni economiche, un'esplosione della rabbia curda era facilmente prevedibile.
L'impasse turca traspare in ogni direzione, all'interno ed all'estero. Se i rapporti con l'Europa sono minacciati oltre che dalla questione curda, anche dalle controversie legate al genocidio degli Armeni ed all'applicazione dei diritti umani, la continua repressione turca nei confronti della popolazione curda in Turchia, preoccupa molto i Curdi dell'Iraq, perché sono consapevoli che la Turchia da tempo usa strumentalmente la comunità turcomanna che vive nella città curda di Kirkuk - famosa per i suoi giacimenti petroliferi - per realizzare il vecchio sogno del impero ottomano, quello di conquistare una parte del nord dell'Iraq.
* giornalista curdo-iracheno
www.osservatoriosullalegalita.org
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LA TERZA ITALIA
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere - 29 maggio 2006
I primi dati indicano, per le amministrative in corso, una crescita dell'astensione. Naturalmente, per una valutazione definitiva occorrerà conoscere l'entità complessiva dell'afflusso alle urne. Che, specie a fine maggio, può assumere dimensioni significative anche nella giornata di lunedì. Ma, sin d'ora, questa tendenza, se confermata, può suggerire alcune considerazioni di carattere più generale sulla partecipazione politica degli italiani e sulle sue motivazioni.
A prima vista, la crescita delle astensioni sembra «contraddire» quanto è accaduto il mese scorso, alle politiche, ove l'afflusso alle urne è stato relativamente elevato.
Solo la drammatizzazione spinge alle urne la Terza Italia degli apatici
In realtà, contrariamente a quanto alcuni hanno inizialmente affermato, si è comunque manifestata una erosione rispetto alle politiche precedenti: ma la partecipazione è risultata in ogni caso superiore alle aspettative della gran parte degli osservatori. Per quel che riguarda invece l’elezione in corso, si sa che, da sempre, l’astensione alle amministrative è superiore a quella relativa alle politiche e che, ormai da molti anni, vi è, per tutte le elezioni (comprese, come si è ricordato, quelle del 9-10 aprile), una generale tendenza verso una crescente diserzione dai seggi. Ciò nonostante, una così significativa disparità del tasso di partecipazione nell’arco di poche settimane non può non colpire. In realtà, essa è in larga misura legata alla diversa intensità della cosiddetta «mobilitazione drammatizzante» della «terza Italia» politica. Quest’ultima è costituita da una quota sempre crescente di popolazione, scarsamente interessata alla politica e caratterizzata da «lontananza» e, spesso, da ostilità nei suoi confronti. I suoi componenti reputano generalmente eccessivo l’impiego di energie connesso alla partecipazione elettorale (dicono: «non vale la pena di votare» o «un partito vale l'altro») e tendono di conseguenza ad astenersi. Possono però, in certi casi, essere spinti a partecipare: accade se vengono persuasi che l'esito delle elezioni abbia un effetto sulla loro personale condizione di vita o sui loro interessi: ciò avviene assai più facilmente per le consultazioni nazionali che per quelle «locali». Naturalmente, trattandosi di soggetti molto distanti dal linguaggio della politica, la comunicazione loro rivolta non può che essere semplice - talvolta semplicistica - e diretta. Lo fu, ad esempio, il «meno tasse per tutti» adottato con successo da Berlusconi nel 2001. Come lo è stato, qualche settimana fa, l’«abolirò l'Ici» dello stesso Cavaliere. Aiutato, nei suoi effetti comunicativi, dalle paure suscitate, a torto o a ragione, dal centrosinistra riguardo alla tassa di successione e a quella sulle abitazioni: le stime più prudenti suggeriscono che, a seguito del «combinato disposto» di questi stimoli, la settimana precedente il voto si sia «mobilitato» il 2-3% di elettorato, dapprima orientato all'astensione e poi per lo più spinto a preferire il centrodestra. In queste amministrative, viceversa, la comunicazione, pur annoverando promesse palesemente non mantenibili, ha, per fortuna, assunto raramente toni drammatici, né ha evocato, trattandosi di elezioni locali, possibili catastrofi o «regimi» in caso di vittoria dell'avversario. La conseguenza è consistita in un calo della partecipazione, specie da parte della «terza Italia» politica, meno stimolata a recarsi alle urne. Nell'insieme ciò suggerisce nuovamente come la mobilitazione - inevitabilmente «drammatizzante» - di questo segmento di elettorato costituisca, nel bene o nel male, un elemento decisivo nel determinare sia il livello di afflusso alle urne, sia, talvolta, lo stesso risultato delle elezioni. Che, oltre che dalla loro natura, dipende sempre più dalla campagna elettorale, dai suoi slogan, dai suoi messaggi, specie dagli stimoli rivolti alla «terza Italia» politica, la meno partecipe politicamente.
Renato Mannheimer
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AMARO RITORNO NELL´EUROCLUB
ANDREA BONANNI
da Repubblica - 29 maggio 2006
NON È CERTO la nostalgia che riporta oggi Romano Prodi a Bruxelles nella sua prima visita all´estero come capo del governo italiano. È, semmai, la volontà precisa di mandare un segnale forte all´interno e all´esterno su quelle che sono le nuove priorità politiche del Paese. Con la visita di Prodi e Bonino a Bruxelles, l´Italia ritorna in Europa dopo cinque anni di eclissi berlusconiana. Cinque anni durante i quali siamo stati isolati, afoni e spesso umiliati ad un tavolo che, pur essendo comune e condiviso, non è per questo meno competitivo e impietoso.
Romano Prodi, che delle umiliazioni e delle gaffes di Berlusconi è stato spesso testimone diretto e impotente quando presiedeva la Commissione, queste cose le sa bene.
Prodi nell´Euroclub un amaro ritorno
Ma sa anche che la pesante eredità berlusconiana lo pone ora nella doppia morsa di una tenaglia da cui non sarà facile sottrarsi.
Da una parte, infatti, il nuovo capo del governo deve restituire fin da subito all´Italia il prestigio e lo status perduti. Deve ridefinire i rapporti con una Commissione che ci ha spesso trattati alla stregua di "clientes" petulanti ma secondari. Deve riportare il Paese al centro del dibattito sul futuro della costruzione europea creando un ponte con Germania, Belgio, Spagna, Lussemburgo in modo da supplire alla temporanea latitanza politica dei francesi e all´ormai lungo smarrimento degli olandesi. Deve potersi presentare già al prossimo vertice di metà giugno come un attore che ha un ruolo ben definito e di rilievo sulla scena europea, e non come un esordiente che ancora non conosce la propria parte.
Tutto questo sarebbe già di per sé abbastanza difficile. Ma l´altro fardello dell´eredità berlusconiana, il dissesto dei conti pubblici, rende il compito di Prodi ancora più improbo. Con quale credibilità ci si può presentare a reclamare il posto che spetta all´Italia in Europa, quando ci si trova seduti sopra un deficit fuori controllo, un debito in aumento e un avanzo primario che è stato letteralmente divorato dalla «finanza creativa» del governo di centrodestra?
Per cercare di trovare una risposta a questo interrogativo, Prodi ha convocato ieri sera a cena i due vice-premier, Massimo D´Alema reduce dal suo primo vertice dei ministri degli Esteri e Francesco Rutelli, oltre a Padoa-Schioppa, Bersani ed Enrico Letta. Ma è evidente che, al di là di una ferma volontà di rispettare gli impegni assunti in Europa e di rimettere il bilancio in ordine, Prodi oggi non sarà ancora in grado di spiegare a Barroso e al presidente dell´Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quale sarà la strategia italiana in materia di conti pubblici. E questo fino a che non sarà stata completata la verifica sullo stato reale delle finanze e non sarà dunque chiaro il quadro della situazione.
Apparentemente, una volta completata la verifica, il governo si trova di fronte ad un´alternativa. Può lanciare subito una manovra correttiva per recuperare almeno in parte l´extra-buco lasciato da Tremonti e cercare così di rispettare l´obiettivo di risanamento entro il 2007 su cui lo stesso Tremonti si era impegnato. Oppure può rinunciare a contenere lo sbandamento in tempi brevi, accettare che la Ue avvii un´ulteriore fase della procedura di deficit eccessivo, come ha già fatto con la Germania, e cercare di ottenere una proroga fino al 2008 per riportare il deficit sotto il tetto del tre per cento.
La scelta che Tommaso Padoa-Schioppa sarà chiamato a fare in questo campo dipenderà sostanzialmente da due fattori: la reale entità del disavanzo e l´atteggiamento dei mercati internazionali verso il debito italiano. Se lo sfondamento ulteriore del deficit fosse ragionevolmente contenuto rispetto al 3,5 per cento promesso dal piano di stabilità di Tremonti e al 4,1 previsto dalla Commissione, e se le agenzie internazionali di rating si mostrassero disponibili a non declassare il nostro debito pubblico aggravandone così i costi di rimborso, la scelta di una manovra correttiva a tempi brevi potrebbe rivelarsi vantaggiosa. Se invece lo stato dei conti fosse tale da indurre un abbassamento automatico del rating del nostro debito pubblico, all´Italia potrebbe convenire cercare di ottenere dall´Ue un anno in più anche a costo di vedersi aprire una ulteriore fase della procedura per deficit eccessivo.
Purtroppo, però, l´eredità del dissesto berlusconiano potrebbe rivelarsi talmente grave da costringere il governo ad adottare entrambe le soluzioni: varare subito una manovra correttiva per tamponare le falle più urgenti e dimostrare con i fatti la volontà di riportare i conti sotto controllo, e allo stesso tempo affrontare una ulteriore fase della procedura per deficit eccessivo chiedendo all´Europa un anno in più per riportare i conti in ordine senza uccidere i deboli segnali di ripresa dell´economia e senza privarsi del margine di manovra necessario per varare le indispensabili riforme strutturali.
Se i risultati della verifica dovessero rivelare un deficit superiore al 4,5 per cento, cioè oltre un punto al di sopra dei solenni impegni presi dal governo Berlusconi e incautamente avallati dalla Commissione europea, questa potrebbe rivelarsi l´unica strada in grado di salvaguardare la credibilità internazionale di un Paese che eredita dal vecchio governo un dissesto dei conti inferiore soltanto al dissesto della sua immagine pubblica.
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LA STRATEGIA
Romano torna a Bruxelles.
E riapre tutte le partite
DAL NOSTRO INVIATO Ivo Caizzi
dal Corriere - 29 maggio 2006
BRUXELLES — Il primo viaggio all'estero da premier lo fa oggi a Bruxelles per annunciare il ritorno dell'Italia sulla tradizionale linea europeista, molto diversa da quella del precedente governo di Silvio Berlusconi. Romano Prodi, partendo dalla città dove dal 1999 al 2004 ha presieduto la Commissione europea, intende mostrare che è iniziato il riavvicinamento del suo esecutivo (affollato di ministri europeisti) all'Unione europea e al «motore» tedesco- francese, mentre la maggioranza di centrodestra aveva amplificato le sue componenti «euroscettiche» e privilegiato l'asse anglo-americano, sostanzialmente ostile al rafforzamento di un potere politico europeo centralizzato. Non a caso ha già appuntamento con il cancelliere tedesco Angela Merkel il 14 giugno, vigilia del vertice dei capi di governo dell'Ue.
Il programma di Prodi a Bruxelles inizia con l'accoglienza del vicepresidente italiano della Commissione Franco Frattini. Poi è previsto il «ministro degli Esteri» dell'Ue, lo spagnolo Javier Solana. Il pranzo è con il suo successore alla Commissione, il portoghese José Manuel Barroso. Nel pomeriggio è atteso da due premier super-europeisti, il lussemburghese Jean-Claude Juncker e il belga Guy Verhofstadt. Quest'ultimo lo avrebbe gradito sulla sua ex poltrona di Bruxelles al posto di Barroso (imposto dal Partito popolare europeo).
Prodi trova un'Europa semiparalizzata e in grave crisi da quando il «no» nei referendum in Francia e in Olanda ha bloccato la Costituzione europea. Oggi intende far sapere che l'Italia appoggia la Carta Ue e le altre politiche dei suoi anni a Bruxelles (l'allargamento dell'Ue, l'Agenda di Lisbona a base di innovazione, ricerca e riforme per favorire l'occupazione, gli accordi energetici comuni, l'applicazione del Patto di stabilità). Il rispetto dei limiti di deficit pubblico imposti dal Patto appare fondamentale se l'Italia vuole partecipare al rilancio dell'Europa, annunciato dalla Merkel per il 2007, quando la Germania assumerà la presidenza di turno dell'Ue. Si prevede che l'azione tedesca sarà sviluppata con il nuovo governo francese (espresso dalle elezioni in primavera) e con altri Paesi-guida. L'Italia difficilmente sarà ammessa in questo gruppo se sarà sotto accusa per i conti pubblici. L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva dilazionato le procedure sanzionatorie della Commissione promettendo di rientrare nei parametri di deficit nel 2007. Ma l'eredità lasciata dal governo Berlusconi (quattro anni di deficit eccessivi, debito al 108% del pil in risalita dopo oltre un decennio di contenimento, avanzo primario quasi azzerato) rende difficile rispettare la scadenza. Più realistico appare un rinvio al 2008, offrendo in cambio un piano pluriennale di risanamento della finanza pubblica. L'Italia ha anticipato alla Commissione che di deficit si parlerà alla fine della verifica in corso a Roma sui conti pubblici. Prodi con Juncker, che è il presidente dei ministri finanziari dei 12 Paesi della zona euro (Eurogruppo), farà un'analisi politica. Sonderà anche Verhofstadt. Ma intende delegare al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, la ricerca del decisivo consenso dei ministri finanziari dei Paesi più influenti a partire dall'Eurogruppo/Ecofin del 6 e 7 giugno. Con Barroso e Frattini si apre la partita del riequilibrio dei posti direttivi a Bruxelles, che vede l'Italia svantaggiata rispetto agli altri grandi Paesi Ue.
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Un Papa revisionista
Furio Colombo
da l'Unità - 29 maggio 2006
Per la prima volta un Papa riflette sul passato del suo Paese e del mondo con parole che non sono di religione, non sono di magistero e non sono - non vogliono essere - universali.
Benedetto XVI, cresciuto in Germania sotto il nazismo, e ieri in visita alla più tremenda reliquia dell’invasione nazista in Europa - ciò che resta dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau - ieri ha parlato da tedesco che ricorda la storia tedesca, probabilmente al modo di molti altri tedeschi della sua generazione.
Bisogna pur convivere col passato, anche quando quel passato è assurdo e impossibile da guardare in faccia come la memoria di una grande, efficiente, meticolosa macchina di sterminio. I governi tedeschi del dopoguerra, e la gran parte degli intellettuali di quel Paese, hanno scelto la strada dura del guardare in faccia l’impossibile verità, e anzi di impedire - per legge, con l’insegnamento, con intere biblioteche di testimonianza - che la tremenda verità possa essere negata. Hanno lavorato molto (più intensamente, con più tenacia di altri governi e altre culture europee) per impedire che si potesse dare una versione mite, riduttivistica del nazismo. E hanno tenuto ferma in tutti questi anni la cruda e incancellabile definizione: un regime di sterminio, una meticolosa politica di sterminio, largamente sostenuta e condivisa anche attraverso poderosi apparati di indottrinamento e di propaganda, diretta contro molti nemici ma soprattutto contro il popolo ebreo di tutta Europa.
Mai nessuno avrebbe potuto dire in Germania ciò che si è detto con disinvoltura in Italia: che i fascisti non erano poi tanto cattivi e mandavano gli avversari a prendere il sole nelle isole.
D’altra parte è probabile che molti cittadini tedeschi abbiano trovato, in privato, una scorciatoia per non convivere con un passato vergognoso e inaccettabile. Per esempio, non parlare (o parlare il meno possibile) di Shoah, per esempio mettere insieme le tante sventure di quel massacro che è stata la Seconda guerra mondiale. E - se possibile, quando è possibile - parlare più di Stalin che di Hitler.
Benedetto XVI, di fronte ai cancelli di Auschwitz e Birkenau, ha usato due sole volte la parola che rappresenta il destino assegnato dai nazisti agli Ebrei, la Shoah. Ha nominato Stalin fra i mali del mondo (ha certamente ragione, ma ha dimenticato che sono state le truppe sovietiche ad abbattere i cancelli del luogo di sterminio tedesco-nazista da cui stava parlando). Non ha mai nominato Hitler.
Ha voluto lui stesso avvertire il mondo della differenza rispetto al suo predecessore. Giovanni Paolo II era polacco. Questo Papa è tedesco. Ha parlato da cittadino medio, nato e per un po’ vissuto nell’epoca spaventosa del nazismo. Come tanti della sua generazione ha usato i due più diffusi argomenti per rendere la memoria meno invivibile, per neutralizzare l’immagine che da sessant’anni è impressa nella memoria del mondo e che è stata nitidamente rappresentata dal titolo del non dimenticabile libro di Goldenhagen, «I volenterosi carnefici di Hitler».
Evidentemente il cittadino tedesco settantanovenne Josef Ratzinger, come molti altri tedeschi della sua età, non ha apprezzato quella descrizione di un passato di cui ha fatto parte, nell’unico Paese d’Europa senza alcuna Resistenza al nazismo e al fascismo. Qualcuno ricorderà che c’è un eccezione, nella storia tedesca: il piccolo ed eroico gruppo cattolico della «Rosa Bianca» . Purtroppo quel gruppo, nel discorso del Papa, non è stato ricordato.
E allora il cittadino tedesco Ratzinger ha detto che la Germania, nel periodo che noi chiamiamo nazismo, è stata vittima di un imbroglio. Cercava onore e dignità per la patria ed è caduta nelle mani di un gruppo di criminali. È finita sotto un governo cattivo e dispotico. Ecco, secondo Ratzinger la storia della Germania e dell’Europa dal 1933 al 1945 è tutta qui. E poiché il tremendo progetto dominante di distruggere gli ebrei, fino all’ultimo vecchio, fino all’ultimo bambino (un progetto così dominate da mettere la Germania in condizioni di perdere la guerra pur di portarlo a compimento) è troppo grande da sopportare, facciamo seguire una lunga lista di tante diverse nazioni e popoli e vittime, una lista in cui gli ebrei non sono neppure al primo posto. Tutti travolti da una brutta guerra e da un governo cattivo che ha agito da solo.
Seguendo questo percorso, in cui la responsabilità è di «un gruppo di criminali» la cui cattiveria tutti noi (tedeschi e ucraini, ebrei e rom, e tanti, tanti altri) abbiamo subito, il cittadino tedesco Ratzinger si è messo accanto ad un modo di pensare raramente dichiarato, ma forse largamente condiviso da tanti altri tedeschi che hanno vissuto il nazismo e - comprensibilmente - non amano ricordarlo così come era: una perfetta e totale macchina di consenso ubbidiente.
Seguendo questo percorso Benedetto XVI non solo si è scostato dal suo predecessore, che ha guardato in faccia il male del mondo, senza distinzioni, e senza citare un male piuttosto che un altro. Benedetto XVI si è scostato da se stesso, dal suo frequente e solenne mettere in guardia contro le propagande, le persuasioni, le seduzioni pericolose.
Può il male di Auschwitz essere spiegato come una disavventura tragica ma senza altri colpevoli che alcuni criminali che lo hanno voluto?
Il cittadino tedesco Ratzinger con una memoria spiegabilmente solidale con la sua patria e con tanti suoi coetanei concittadini, ha preso e guidato, per un momento la mano di un Papa. Dal Papa, da quel luogo e in quel giorno tanti nel mondo si aspettavano parole più grandi.
E così una giornata nata per essere memorabile (un Papa tedesco ad Auschwitz) non lo è stata.
furiocolombo@unita.it
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QUEI SILENZI DI RATZINGER
MARCO POLITI
da Repubblica - 29 maggio 2006
Dal cuore delle tenebre Benedetto XVI lancia la domanda lacerante: «Dov´era Dio ad Auschwitz? Perché ha taciuto?». Un interrogativo drammatico, che il pontefice tedesco affronta con la forza intellettuale e la finezza che gli sono proprie, avendo il coraggio di rivolgersi direttamente al Signore per chiedergli di non permettere mai più che si ripetano simili orrori.
La barbarie di ieri serva da monito per impedire gli orrori di oggi, commessi dai nuovi corifei della violenza e dell´odio, perpetrati da chi abusa del nome divino per uccidere innocenti.
La memoria di questo inimmaginabile cumulo di crimini contro Dio e contro l´uomo sia d´impegno per favorire pace e riconciliazione, sapendo che violenza genera solo violenza. Convincendosi che la vittoria è del perdono e del ravvedimento, non dell´odio.
Benedetto XVI si è recato ad Auschwitz e Birkenau come figlio del popolo tedesco e confessa apertamente di sentirne tutto il peso.
Per questo, dall´inferno dei lager, gli sale rafforzata e convinta l´invocazione alla pace e nel silenzio di Dio, acutamente, egli vede anche una sfida ai cuori degli uomini e delle donne perché nell´ora della prova non si lascino affondare nel fango dell´egoismo, della paura, dell´opportunismo.
Ogni riga del discorso da lui pronunciato è soppesata e cesellata fino all´ultimo, al punto che lo stesso tipo di carta usato nelle copie distribuite dai giornalisti rivela che Joseph Ratzinger è stato a lavorare sul testo, quando già era partito da Roma.
C´è un passaggio nel suo intervento, pronunciato dinanzi al Memoriale di tutte le vittime provenienti da ventidue nazioni, che assume un significato cruciale. «Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio. Vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia». È un pensiero tipico di Benedetto XVI. Ma se il mistero di Dio è tale per definizione per credenti e non credenti, non così per la Storia. È dai tempi di Tucidide che gli uomini giudicano fatti, omissioni, scritti e pensieri di chi ha partecipato in qualche modo alle vicende storiche. Si tratti del re o del semplice fantaccino.
Alcune delle parole di Ratzinger ad Auschwitz – luogo simbolico dell´Olocausto, della barbarie nazista e di tutto ciò che si è fatto o non fatto per arrestare la follia di Hitler e del suo sistema – aprono interrogativi su cui vale la pena di riflettere.
E anche alcuni dei suoi silenzi.
Il Papa tedesco non parla mai di anti-semitismo. Eppure è un veleno fluito attraverso secoli di storia. Negli anni Trenta il primate polacco August Hlond (candidato alla beatificazione) proclamava: «Il problema ebraico resterà aperto finché ci saranno degli ebrei... Sono l´avanguardia dell´empietà, del bolscevismo, della sovversione». Si può dimenticarlo? Si può ignorare la virulenza dell´antisemitismo popolare diffuso in Germania e in Austria ben prima che l´imbianchino Hitler salisse al potere? E poiché un interrogativo tira l´altro: fino a che punto Ratzinger può mettere tra parentesi l´antigiudaismo cristiano che ha nutrito l´odio anti-ebraico sfociato nella «soluzione finale» perseguita dal nazismo? Sarebbe sbagliato, con una persona di livello intellettuale come Benedetto XVI, semplificare il suo discorso. Ma proprio perché è un pensatore sottile, non guardare le sfumature dei suoi interventi o le sue omissioni sarebbe fargli torto. Fatto sta che la parola antisemitismo non c´è e l´unico accenno alla Shoah è stato inserito all´ultimo momento poche ore prima di andare ad Auschwitz.
Fa problema anche la descrizione del popolo tedesco come fuorviato dal nazismo, manipolato da una banda di criminali, in ultima istanza ingannato. Lo si voglia o no, finirà per essere letto come una forma di deresponsabilizzazione. Nessuno pensa certo a colpe collettive, ma l´impressione è che l´intervento di Auschwitz rimuova mezzo secolo di riflessione autocritica in Germania e nella Chiesa sul ruolo e la responsabilità che ciascuno ha potuto avere nell´aprire la strada al sistema sfociato nella macchina di morte dei lager. «Abbiamo fatto abbastanza per impedire l´ascesa del nazismo? Abbiamo tollerato in qualche modo o favorito l´estendersi dell´antigiudaismo». Sono due delle domande cruciali che in Germania e nella Chiesa circolano da decenni.
Non se ne trova traccia nel pellegrinaggio del pontefice tedesco ad Auschwitz.
Poiché tutti conoscono la ferma posizione contro l´antisemitismo di Ratzinger e il suo profondo legame con l´ebraismo, porsi questi interrogativi è ancora più giustificato.
È come se ci fossero blocchi di Storia che qualcuno nella gerarchia cattolica fatica a elaborare. Come se dinanzi alla radicalità dell´Olocausto ci fosse in certi strati ecclesiastici la tentazione di inserire il progetto nazista di liquidazione degli ebrei nel novero più ampio delle «altre persecuzioni» contro le vittime più diverse.
Alla fine emerge la sensazione che la coraggiosa stagione wojtyliana degli atti di pentimento sia finita per davvero.
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VLADIMIR PUTIN E L'ASCESA DEL PETRO-RUBLO
DI MIKE WHITNEY
“Se, un giorno, i maggiori produttori di greggio domandassero euro in cambio dei loro barili, avremmo l'equivalente finanziario di un attacco nucleare”.
Bill O' Grady, A.G. Edwards.
La Russia ha in mente un attacco preventivo agli Stati Uniti, di tale portata da far innescare un crack del mercato ed un disastro economico in America.
Il 10 di maggio, durante il suo discorso al Parlamento sullo Stato della Nazione, il Presidente Vladimir Putin ha annunciato che la Russia renderebbe il Rublo “internazionalmente convertibile”, così da poterlo utilizzare nelle transazioni riguardanti petrolio e gas naturale. Al momento, il petrolio viene esclusivamente valutato in dollari. L'annuncio di Putin risuona come un annuncio di guerra.
Se la Russia dovesse proseguire il suo progetto di conversione, le banche centrali, attraverso l'Europa e l'Asia, ridurrebbero i loro depositi in dollari spedendo miliardi di biglietti verdi in surplus verso gli Stati Uniti. I contraccolpi sull'economia americana non possono che essere catastrofici, gettando il paese in profonda depressione se non in recessione: gli Stati Uniti non sarebbero in grado di ri-assorbire i miliardi di dollari al momento in circolazione per le transazioni legate al petrolio senza entrare in un violento circolo di iper-inflazione.
”Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni internazionali” ha detto Putin. “A questo punto, abbiamo bisogno di aprire una borsa in Russia per il commercio di petrolio, gas ed altri beni da pagare in rubli.”
Il piano di Putin è simile a quello dell'Iran, che ha annunciato l'apertura di una “Borsa del Petrolio” nell'isola di Kish entro due mesi; tale borsa permetterebbe la transazione del petrolio in petro-euro, a scapito del dollaro. L'azione iraniana ha intensificato la belligeranza dell'amministrazione Bush ed ha messo i due paesi sulla strada della Guerra. E' il caso di ricordare che Saddam venne attaccato appena sei mesi dopo aver adottato la conversione in euro. L'Iran dovrebbe aspettarsi un simile destino.
Gli Stati Uniti sono obbligati a proteggere il monopolio del dollaro nel mercato del greggio, o perderà il vantaggio di costituire di fatto la “riserva di valuta del mondo”. Fintanto che rimarrà tale, gli Stai Uniti potranno mantenere il loro vertiginoso debito nazionale a quota 8.4 trilioni (ed il deficit di scambi a circa 800 milioni di $) senza paura di altalenanti tassi di interesse o iper-inflazione. La Federal Reserve, semplicemente, stampa valuta che i paesi esteri accettano in cambio di beni di prima necessità e prodotti artigianali. La supremazia economica dell'America dipende interamente dalla sua abilità nel forzare le altre nazioni ad effettuare le loro cruciali acquisizioni energetiche tramite biglietti verdi. Questo permette a Washington di spostare il peso della spesa della sua Guerra in Iraq (e degli enormi tagli fiscali di Bush) sulle spalle dei paesi in via di sviluppo. E' questo il sistema che gli Stati Uniti intendono far perdurare all'infinito.
Il monopolio Americano nel commercio del petrolio rappresenta la più grande frode nella storia: il dollaro è l'equivalente di un assegno scoperto su un conto in rosso di 8,4 trilioni. Tristemente, l'amministrazione Bush ha tutte le intenzioni di difendere il suo racket estorsivo eliminando ogni concorrente del dollaro. Questo significa che la crescente coalizione di stati (Venezuela, Russia, Iran) che stanno minacciando di allontanarsi dall'aura del biglietto verde può aspettarsi solamente di dover affrontare tutta la rabbia dello Zio Sam.
Sventolare la bandiera di guerra potrebbe essere un'opzione con l'Iran, ma come la mettiamo con la Russia? L'amministrazione Bush rischierebbe un'armageddon nucleare per proteggere il suo flaccido dollaro?
L'amministrazione sta enucleando tutte le possibili alternative e sta sviluppando una strategia in grado di schiacciare la ribellione di Putin. (Questo spiegherebbe perché Fareed Zacharia, editore di Newsweek e portavoce del Consiglio per le Relazioni Internazionali, ha chiesto al suo ospite della rubrica “Foreign Exchange” di questa settimana se ritenesse plausibile pensare che Putin potrebbe essere “assassinato”?!?)
Nell'articolo di Dave Kimble "Collapse of the petrodollar looming" , recentemente pubblicato, l'autore fornisce i dettagli dell'importanza della Russia nel mercato globale del greggio.
“Le esportazioni russe di petrolio rappresentano il 15,2% del totale mondiale, rendendolo un giocatore molto più significativo dell'Iran, con un volume di esportazioni pari al 5,8%. La Russia inoltre produce il 25,8% delle esportazioni mondiali di gas, mentre l'Iran al momento è ancora in fase di ingresso nel mercato in veste di esportatore. .. ed il Venezuela ha il 5,4% del mercato dell'esportazione.”
Ovviamente, non è interesse della Russia trattare con i suoi partner europei ancora in dollari, tanto quanto non lo sarebbe per gli Stati Uniti trattare con il Canada in rubli. Putin può rafforzare l'economia russa e dare lustro al prestigio del paese, da superpotenza energetica, grazie alla transizione verso il rublo.
Ma Washington permetterà a Putin di riuscirci?
Il Consiglio per le Relazioni Internazionali (CFR), la riservata organizzazione di 4.400 Americani d'elite provenienti dai campi dell'industria, finanza, politica e industria bellica (che guidano il macchinario statale dietro la maschera della democrazia) ha già emanato un conciso attacco verbale a Putin (“La direzione sbagliata della Russia”; Manila Times), sottolineando cosa ci si aspetta dalla Russia affinché si ri-allinei agli standard di condotta americani. Il testo sostiene che la Russia è “volta verso la direzione sbagliata” e che “una partnership strategica non sembra più possibile”. L'articolo ripropone le solite accuse: Putin sta diventando troppo “autoritario” e sta “minando le possibilità di crescita della democrazia in Russia” (nessun riferimento alle crescenti democrazie in Arabia Saudita o in Uzbekistan?). Il CFR cita la “resistenza di Putin verso l'accesso militare degli USA e della NATO nelle basi centro-asiatiche” (le quali rappresentano una baionetta puntata al collo di Mosca), l'impedimento alla libertà di azione dei gruppi operativi volti al “cambio di regime” appartenenti a Washington (Fondi dell' “Atto in supporto della Libertà”), ed il continuo supporto fornito dalla Russia al pacifico sviluppo di energia nucleare dell'Iran.
L'America non è mai stata amica della Russia. Essa ha approfittato appieno della confusione che ha fatto seguito alla caduta dell'Unione Sovietica per applicare le sue strategie neoliberali, i cui effetti hanno distrutto il rublo, schiacciato l'economia, e trasferito le vaste risorse dello stato ad una manciata di oligarchi corrotti. Putin, autonomamente, ha rimesso la Russia su basi solide, riprendendo la Yukos dal venale Khordukovsky e puntando sulla riduzione di povertà e disoccupazione. Ora gode di una percentuale di consensi del 72% e non ha bisogno dei consigli dell'amministrazione Bush o del CFR circa la miglior strategia politica per la Russia.
Gli USA stanno assumendo il loro tradizionale ruolo di antagonista della Russia installando altre basi militari nell'Asia Centrale, contribuendo all'instabilità in Cecenia, isolando la Russia dai suoi vicini europei, ed interferendo direttamente nelle sue elezioni.
Al prossimo summit del G-8, la prossima settimana, dovremmo aspettarci un attacco a tutto campo dei media per far apparire Putin come l'ultima incarnazione di Adolf Hitler. (E' il caso di sottolineare che l'annuncio della volontà di Putin di convertire le transazioni petrolifere in rubli non è apparso in NESSUN media occidentale. Come il rapporto di Downing Street, il bombardamento di Fallujah, o le “artefatte” elezioni del 2004, i media occidentali evitano scrupolosamente qualsiasi argomento che possa gettare luce sulle reali operazioni del governo USA).
La sfida di Putin al dollaro è la prima cartuccia di una guerriglia che finirà con la distruzione del biglietto verde e la restaurazione della parità tra le nazioni della terra. Essa rappresenta un tacito rifiuto ad un sistema che ha bisogno di coercizione, torture e guerre senza fine per mantenere la supremazia globale. Quando il dollaro inizierà il suo inevitabile declino, il paradigma economico-globale collasserà, la macchina da guerra americana si arresterà, ed i soldati torneranno a casa.
A quel punto, dovremo dire grazie a Vladimir Putin ed all'ascesa del petro-rublo.
Mike Whitney
Fonte: http://www.uruknet.info
Link: http://www.uruknet.info/.?p=m23442&hd=0&size=1&l=e
22.05.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AMIR AHMADI
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Beslan, ingiustizia è fatta
Ergastolo all’unico terrorista sopravvissuto. Così si chiude il processo sulla strage del 2004
In un'affollatissima aula del tribunale di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, il giudice russo Tamerlan Aguzarov ha emesso questa mattina la sua sentenza conclusiva del processo sulla strage di Beslan del settembre 2004. L’unico imputato, il manovale ceceno venticinquenne Nurpashi Kulayev – il solo superstite del commando terrorista di 32 uomini che prese in ostaggio un migliaio di persone alla scuola n. 1 – è stato condannato alla pena di morte, convertita in ergastolo per la moratoria in vigore nella Federazione Russa. Subito dopo la proclamazione del verdetto, gli agenti hanno portato via Kulayev dalla gabbia di vetro in cui il giovane ha assistito all’udienza finale, mentre i parenti delle vittime presenti in aula si gettavano contro le pareti della gabbia, tempestandola di pugni.
Un capro espiatorio. Ma, al di là dello sfogo momentaneo, i parenti delle 330 vittime, in maggioranza bambini, della tragedia di Beslan sanno bene che Kulayev è solo il capro espiatorio in una vicenda che, dopo la sentenza di oggi, sembra destinata a non vedere mai puniti i veri responsabili di quel massacro, generato ovviamente dalla follia terrorista, ma perpetrato grazie alla connivenza della corrotta polizia locale, che consentì al commando terrorista di arrivare indisturbato a Beslan, e grazie al fondamentale contributo della follia militarista delle forze armate russe che, su ordine diretto del Cremlino, compirono contro quella scuola stipata di bambini non un blitz volto a salvare gli ostaggi ma una vera e propria azione di guerra condotta all’unico scopo di annientare il nemico, senza badare agli “effetti collaterali”.
Il primo colpo. Le testimonianze dei sopravvissuti, mai prese in considerazione dalla autorità russe, hanno fatto emergere gran parte di quella verità che il Cremlino ha sempre voluto nascondere: a sparare il primo colpo non furono i terroristi ma qualcuno da fuori e, soprattutto, a causare il crollo del tetto della palestra – in cui rimasero uccisi 300 bambini – non fu una bomba dei terroristi ma le granate incendiarie e i razzi sparati dalle forze armate russe.
“Ho parlato con molti ex ostaggi – raccontava a PeaceReporter Tamara Gestelova, insegnante della scuola fuggita subito, all’arrivo dei terroristi – e molti mi hanno detto di ricordare che uno di loro, che era stato costretto a sedersi su una bomba a libro, improvvisamente si accasciò come se fosse stato colpito da uno sparo proveniente dall’esterno. E cadendo fece scattare l’ordigno, che esplose innescando quella guerra”.
Il crollo del tetto. “Lo scoppio di una delle bombe piazzate dai terroristi – ci raccontava la piccola Inna Zamaieva, una bambina sopravvissuta – non fece crollare il tetto della palestra ma scatenò un inferno di spari”. “I primi colpi”, aveva detto alla Novaya Gazeta Marina Karkuzashvili, una sopravvissuta, riferendosi alle cannonate sparate dai carri armati russi T-72 appostati in via Komintern, “danneggiarono i muri e mandarono in frantumi le vetrate della palestra, uccidendo molti ostaggi che stavano lungo le pareti. Non si scatenò però nessun incendio e il soffitto rimase intatto. Prese fuoco solo dopo, quando cominciarono a bombardarlo da fuori: in un attimo i pannelli di plastica s’incendiarono cadendo sulla gente, che prese fuoco all’istante. Bruciavano tutti come torce”.
Su quel tetto i russi spararono razzi da un elicottero da guerra Mi-24 (una corazzata volante assolutamente inadatta per operazioni ‘chirurgiche’) e granate incendiarie sparate con bazooka ‘Bumblebee’ da soldati appostati sul tetto del condominio n. 39 che sovrasta la scuola.
“Qui nessuno mette in dubbio – aveva raccontato a PeaceReporter Visarion Aseiev, un altro insegnante di Beslan – che la colpa di tutto sia dei terroristi e di chi li ha mandati e aiutati. Ma tutti hanno capito anche che quel giorno l’obiettivo delle forze russe era uccidere trenta banditi, non salvare centinaia di bambini e civili innocenti”.
Enrico Piovesana http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5489
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Gotovina, icona pop
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Partite di calcio, magliette dal nuovo design. Mobilitazione in Croazia per raccogliere denaro per sostenere la difesa, all'Aja, dell'ex generale Ante Gotovina. Il tutto tra mito, nazionalismo e business
Il generale Ante Gotovina, che per l'accusa di crimini di guerra aspetta all'Aja l'avvio del suo processo, potrà mai diventare un'icona pop pari a Che Guevara e Jim Morrison? I designer assoldati dalla “Fondazione per la verità della Guerra patriottica”, impegnati nel raccogliere denaro per la difesa del generale Gotovina, ritengono sia possibile. Nuove magliette, azzurre, con il viso di Gotovina e con la scritta “Eroe” sono state lanciate durante una recente partita di calcio Dinamo Zagabria – Hajduk Spalato. Grazia alla partita, organizzata a favore del fondo per la difesa del generale, sono state raccolte un milione di kune (circa 137.000 euro).
Le magliette azzurre con il volto di Gotovina sono simili ad altre che si potevano già trovare in Croazia e presso molti rivenditori ambulanti nelle città. Ante Zidic, che le ha disegnate, non nasconde però che sono state ideate sulla falsariga delle famose icone pop Che Guevara e Morrison.
In un'intervista al quotidiano di Zagabria Jutarnji list spiega che ha scelto quel design perché meno “patetico degli esempi che abbiamo avuto sino ad ora”, convinto che avrebbe reso Gotovina più “attraente” per i giovani.
Zidic poi ha spiegato come in questo modo Gotovina abbia voluto raggiungere i giovani che “per la giovane età o per la mancanza di interesse, non sanno nulla di lui se non che è stato un generale e che adesso è all'Aja”.
Secondo il rinomato sociologo di Spalato Drazen Lalic sarà invece un compito duro per Gotovina arrivare al livello di Che Guevara o Jim Morrison: “Il culto di Che Guevara è nato spontaneamente, mentre nel caso del generale Gotovina è un mito che si cerca di creare calandolo dall'alto. Oltre a questo il Che è morto combattendo per un ideale nella selva boliviana, mentre Gotovina è stato arrestato nel ristorante di un hotel mentre tentava di nascondersi tra turisti internazionali. Tutto questo mentre metteva a repentaglio lo status del proprio Paese”.
La “Fondazione per la verità della Guerra patriottica” che è stata recentemente costituita, oltre a raccogliere denaro per la difesa di Ante Gotovina, sostiene tutte quelle attività di promozione per rafforzare l'immagie di Gotovina come eroe, nonostante sia indagato per crimini di guerra presso il Tribunale dell'Aja.
Una di queste attività è stata proprio l'organizzazione della partita di calcio tra due dei club di calcio più conosciuti della Croazia, la Dinamo Zagabria e l'Hajduk Spalato. In tribuna d'onore il figlio di Ante, di soli otto anni, molti membri del parlamento, due ex primi ministri croati (Franjo Greguric e Nikica Valentic), Dragan Primorac, attuale ministro per le Scienze, l'Educazione e lo Sport del governo di Ivo Sanader e poi anche il sindaco di Zagabria, Milan Bandic. Tutti ad ascoltare il coro che arrivava dalle gradinate: “Ante Gotovina è nei nostri cuori”.
La partita è stata giocata il 13 maggio, giorno in cui, 16 anni fa, nello stesso stadio, alla vigilia della dissoluzione della Jugoslavia e della guerra, che già si respirava nell'aria, si giocava una partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, che allora facevano parte dello stesso campionato, quello jugoslavo. Vi furono duri scontri tra le tifoserie, quella della Stella Rossa era guidata da Zeljko Raznjatovic Arkan, che più tardi sarebbe stato a capo di uno dei gruppi paramilitari serbi attivi anche nella guerra in Croazia. Raznjatovic non è finito all'Aja perché morto prima: è stato ucciso in circostanze non ancora chiarite agli inizi del 2000 mentre sedeva al bar dell'Hotel Intercontinental di Belgrado. La data per la partita in onore di Gotovina è stata scelta con attenzione in modo da riscaldare le passioni nazionali ed avere più pubblico possibile.
Il milione di kune raccolto grazie alla partita è solo una parte di quando raccolto dalla Fondazione per la verità sulla Guerra patriottica sino ad ora. Il suo presidente, Ivan Curkovic, spiega come sino ad ora siano arrivati a 2,5 milioni di kune e come si auguri che per l'inizio dell'anno prossimo si raggiunga il milione di euro.
I cittadini hanno assicurato grazie a donazioni 100.000 euro e solo dalla città di Zara, della cui zona è originario Gotovina, ha versato 500.000 kune (circa 65.000 euro). Tra le città ed i comuni croati è partita una sorta di gara di prestigio per chi raccoglieva più fondi per la sopracitata Fondazione. E' il caso ad esempio della città di Obrovac, dove vive un numero significativo di cittadini serbi, che ha versato nel fondo della Fondazione 50.000 kune.
La "Fondazione per la verità sulla Guerra patriottica", sembra, non sarà l'unica a raccogliere fondi per la difesa di Gotovina ed altri generali incriminati all'Aja. Infatti un altro fondo creato per lo stesso scopo è nato quale costola del Fondo per i veterani croati. Quest'ultimo si occupa di migliorare lo status dei veterani e dei membri delle loro famiglie. Ora si sta discutendo se fare in modo che un terzo di quel fondo venga utilizzato per la difesa del generale. L'anno scorso per le famiglie dei veterani erano stati raccolti 126 milioni di kune e quindi, nel caso quest'anno si riuscisse a raccogliere la stessa cifra, circa 30 milioni di kune (circa 4,1 milioni di euro) andrebbero nel fondo per la difesa del generale.
Alcuni analisti e commentatori hanno però contestato questa raccolta fondi ricordando che si tratta di un'azione del tutto inutile dato che il governo croato già assicura con una voce specifica di bilancio i fondi necessari alla difesa di Gotovina come quella di altri che siedono davanti al Tribunale dell'Aja.
Gli analisti aggiungono anche che non è per nulla chiaro per cosa verranno spesi i soldi raccolti e come potrà essere assicurata trasparenza nelle spese fatte. Dunque tutto questo potrebbe trasformarsi in un grande business nel quale Ante Gotovina, grazie alla popolarità di cui gode in una significante fetta di popolazione, potrebbe servire da copertura.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5739/1/51/
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TESTIMONIANZE: MEDEA BENJAMIN COLLOQUIA CON DIANE WILSON
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per
averci messoa disposizione nella sua traduzione l'intervista che segue,
realizzata da Medea Benjamin con Diane Wilson, in cui si spiegano
dettagliatamente le ragioni dell'inziiativa di digiuno contro la guerra
promossa da Codepink.
Medea Benjamin vive a S. Francisco, e' fondatrice e direttrice di Global
Exchange e co-fondatrice del gruppo pacifista femminista "Codepink". Opere
di Medea Benjamin: (a cura di, con Jodie Evans), Stop the Next War Now:
Effective Responses to Violence and Terrorism, Inner Ocean Publishing.
Diane Wilson e' madre di cinque figli e una spina nel fianco delle compagnie
chimiche sulla costa del Golfo del Texas; attraverso scioperi della fame ed
altre azioni dirette nonviolente, ha fatto pressione sulle compagnie sino a
costringerle spesso a smettere di inquinare la baia; ambientalista e
pacifista di lunga data, e' cofondatrice del gruppo pacifista femminista
"Codepink"; e' stato recentemente pubblicato il suo nuovo libro, "An
Unreasonable Woman" (Una donna irragionevole)]
- Medea Benjamin: Eravamo insieme in Iraq con la delegazione di Codepink
prima che la guerra cominciasse. Come hai vissuto quell'esperienza?
- Diane Wilson: Non la dimentichero' mai. Le persone erano cosi' amichevoli
e gentili con noi, sebbene il nostro paese stesse minacciando il loro.
Abbiamo girato per Baghdad giorno e notte, e quando mi perdevo c'era sempre
qualcuno, un bambino o un adulto, che mi rimetteva sulla strada giusta. Non
riesco ad immaginare come sia la vita quotidiana per gli iracheni, oggi, con
tutte le morti e la violenza che li circondano. Mi spezza il cuore pensare
che i bambini che ho incontrato sono morti o stanno morendo.
*
- Medea Benjamin: Prima della guerra, gli iracheni distinguevano molto
nettamente il governo americano dal popolo americano. Dopo tre anni di
guerra, pensi che sia ancora cosi'?
- Diane Wilson: No. Non vedono gli statunitensi contrastare questa guerra
basata sulle menzogne, cosi' la distinzione fra il governo e il popolo si e'
dissolta. Non abbiamo mostrato di essere davvero contro la guerra, e sarebbe
ora di farlo. I loro corpi sono sulla linea del fuoco ogni giorno, cosi'
come quelli dei soldati. Percio', perche' non dovremmo mettere in gioco i
nostri, di corpi? Dovremmo essere determinati nel costruire pace, cosi' come
altri sono determinati nel fare guerre.
*
- Medea Benjamin: Il digiuno e' anche a sostegno dei soldati in Iraq?
- Diane Wilson: Si', perche' sono vittime anche loro. Io l'esercito lo
conosco bene, e ho toccato con mano cosa la guerra fa ai giovani. Durante la
guerra del Vietnam ero medica. Nei campi d'addestramento ho visto come si
prende un ragazzino di 17 anni e se ne fa un assassino. Li indottrinano a
odiare, a odiare altre persone, e a uccidere, uccidere, uccidere. Gli si
insegna anche ad eseguire gli ordini e a non pensare mai con la propria
testa. Quando mi prendevo cura dei feriti tornati dal Vietnam, li vedevo
questi ragazzini che si muovevano come zombie, si drogavano, e non sarebbero
mai usciti dalla rovina in cui erano piombati. Il mio ex marito torno' dal
Vietnam vivo, ma era una persona diversa. Ancora oggi ne soffre: dice che ha
un nodo in gola che non se ne vuole andare. Stessa cosa per mio fratello.
Adesso stiamo rovinando un'intera nuova generazione di giovani con la guerra
in Iraq.
*
- Medea Benjamin: Hai parenti fra i soldati che sono in Iraq?
- Diane Wilson: Ho dei nipoti la', e il fidanzato di mia figlia e' un
fuciliere che e' gia' stato in Iraq e non vuole tornarci. Mi ha raccontato
di un checkpoint in cui hanno ucciso un'intera famiglia innocente. E'
completamente traumatizzato. Quando gli ho detto del digiuno, mi ha
incoraggiata. Ne' lui ne' il suo intero plotone vogliono tornare in Iraq.
Detesto vedere questi ragazzi forzati a rischiare la vita per nulla.
*
- Medea Benjamin: Tu hai gia' digiunato per protesta altre volte. Come
furono quelle esperienze?
- Diane Wilson: Ho imparato dalle mie lotte contro le compagnie chimiche che
un digiuno puo' essere un'azione davvero incisiva. Ho digiunato per due
settimane per indurne una a condurre uno studio sull'impatto ambientale, e
l'ho ottenuto. Il digiuno piu' lungo che ho fatto duro' 31 giorni. Era il
1998 e stavo cercando di indurre la Dupont a riciclare le acque di scarico
della sua industria. Ho cominciato da sola, poi altri si sono uniti a me, e
ce l'abbiamo fatta. Ho digiunato per 29 giorni in solidarieta' con la gente
di Bhopal. Mi sostennero le donne di Codepink, e oltre mille persone in otto
paesi. Inducemmo il governo indiano a cambiare le sue politiche nei
confronti della Union Carbide.
*
- Medea Benjamin: Questa volta per quanto tempo digiunerai?
- Diane Wilson: Il mio scopo e' portare a casa le truppe, affinche' gli
omicidi degli iracheni finiscano. Non so ancora per quanto tempo posso
farcela, lascio il termine aperto. Mi propongo di protrarre il digiuno il
piu' a lungo possibile, spingendomi oltre quanto abbia mai fatto nei miei 58
anni di vita. Penso che tutto, nella mia vita, mi abbia condotto a questo
punto. Sento che il nostro futuro e' in gioco, e sono pronta a intraprendere
un sacrificio anche grande.
*
- Medea Benjamin: Come puo' sostenerti chi volesse farlo?
- Diane Wilson: Chi vuole sostenermi puo' digiunare almeno per un giorno, o
quanto a lungo si sente. Potrebbe anche provare a testare i propri limiti.
Se pensa di poter digiunare per un solo giorno, provi per due. E'
disagevole? Si', ma siamo rimasti nell'agio troppo tempo, ormai.
*
- Medea Benjamin: Occorre venire a Washington per unirsi al digiuno?
- Diane Wilson: Ci piacerebbe che le persone venissero in qualunque momento,
durante l'estate, davanti alla Casa Bianca. Ma possono pure digiunare a
casa, la cosa importante e' renderlo visibile. Gli americani hanno bisogno
di vederci. I turisti che verranno alla Casa Bianca devono vederci. Chi non
puo' venire a Washington si sieda davanti ad un palazzo federale, a un
centro di reclutamento. Le persone possono digiunare a staffetta,
coinvolgendo la comunita', con ogni individuo che digiuna per 24 ore. E
chiediamo alle persone di altri paesi di farlo in special modo il 4 di
luglio, davanti alle ambasciate Usa.
*
- Medea Benjamin: Cosa fornisce la forza spirituale per condurre un digiuno
a lungo termine?
- Diane Wilson: Gandhi parlava del digiuno come di una cosa "mentale". Non
devi preparati fisicamente, ma mentalmente. Lui lo chiamava "potere
dell'anima". Digiunare trasforma sia l'individuo sia in senso lato la
societa'. Non mangiare riduce le tue funzioni corporee e ti permette di
andare alla profondita' di te stesso, di sentire li' la tua connessione con
il mondo. La Bibbia dice che per trovare te stesso devi perdere te stesso.
Io trovo me stessa, digiunando. Gli scioperi della fame mi hanno cambiata,
totalmente. Mi hanno dato piu' fiducia nel mio corpo. Mi hanno permesso di
liberarmi dalle piccole trappole di ogni giorno, dalle illusioni, dalla
paura.
*
- Medea Benjamin: Alcuni distinguono fra il digiuno, dando ad esso una
dimensione religiosa, e lo sciopero della fame, a cui attribuiscono una
dimensione politica. Questa azione cos'e', digiuno o sciopero?
- Diane Wilson: Io sono solo una pescatrice, al massimo mi arrovello con i
pesci, non con le parole. Non entro in questa faccenda dell'arrampicarsi
sulle parole. Non mi importa molto come vogliono chiamare il fatto che
smettero' di mangiare. Sono solo una pescatrice che smettera' di mangiare
per far finire la guerra.
*
- Medea Benjamin: Sei religiosa?
- Diane Wilson: Sono cresciuta in una famiglia pentecostale, ed una delle
cose che mi ha sempre colpito e' che per i pentecostali ognuno e' il garante
di ogni altro fratello umano. In questo ci credo, davvero. Ma la definizione
di "fratello" per me non ha confini. Mentre Bush dichiara che il suo dio gli
ha detto di fare la guerra, il mio dio mi dice che dovremmo fare tutto il
possibile per fermarla, per proteggere sorelle e fratelli in pericolo. In
questo periodo sembra che tutti parlino di religione. Ero alla fiera del
libro di New York, a firmare copie del mio libro, e ho visto tutti questi
testi su dio, religione e politica. E c'e' tutto questo dibattito a sinistra
sul non lasciare la fede alla destra religiosa. Non capisco: siamo coinvolti
in una sanguinosa guerra d'aggressione, con l'apocalisse proprio davanti
agli occhi, e continuiamo a parlare e parlare. E' ora di finirla di parlare
di religione e di praticarla, se si e' religiosi.
*
- Medea Benjamin: C'e' gia' gente che scrive a Codepink dicendo che non
vuole che ci ammaliamo per questo digiuno. Alcuni dicono che il movimento
pacifista e' per la vita, e che noi attiviste dobbiamo rimanere forti e in
salute.
- Diane Wilson: E sono preoccupati per questi ragazzini che mandiamo in
guerra? Scrivono loro che potrebbero ferirsi o ammalarsi? Ogni volta in cui
mi viene un dubbio sul correre qualche rischio, penso ai bambini iracheni, e
ai ragazzi che mandiamo in guerra. Non c'e' paragone fra i rischi che loro
corrono e quelli che corro io. Guarda, per come la vedo, la nostra nazione
e' a un punto di svolta. Se permettiamo a questa guerra di continuare,
l'invasione di un altro paese sara' solo questione di tempo: l'Iran, o
magari il Venezuela. Non possiamo rimanere sdraiati come tappetini e
permettere che il nostro governo ci calpesti. Lo sai anche tu, no, che tutto
quello che serve al male per trionfare e' che gli onesti non facciano nulla.
Dobbiamo fare qualcosa per arrestare il male.
*
- Medea Benjamin: E usare altre tecniche?
- Diane Wilson: Lo facciamo. Abbiamo sfilato, fatto campagne di pressione,
siamo state arrestate. Io ho appena finito di scontare tre mesi di prigione
per aver srotolato uno striscione: 120 giorni e 2.000 dollari di multa.
Abbiamo fatto una veglia davanti alla Casa Bianca che e' durata quattro
mesi. Ma questo non ha fermato la guerra, percio' dobbiamo andare avanti. E
durante il digiuno non smetteremo di lavorare ad altre campagne: Elettori
per la pace, Citta' per la pace, Dichiarazione di pace, e non smetteremo di
chiedere alle persone di unirsi a questi sforzi. La "Dichiarazione di pace"
dice che se entro il 21 settembre prossimo, Giorno internazionale della
pace, il governo non avra' stabilito un soddisfacente piano d'uscita
dall'Iraq, noi ci impegneremo nella disobbedienza civile di massa. Io dico
sempre: le donne ragionevoli si adattano al mondo, le donne irragionevoli
adattano il mondo a se stesse. E' ben venuta l'ora di essere
"irragionevoli".
*
- Medea Benjamin: Pensi davvero che il digiuno otterra' qualcosa?
- Diane Wilson: La storia ci insegna come le persone hanno usato lo sciopero
della fame: Gandhi ottenne l'indipendenza per l'India senza sparare un
colpo. Le suffragiste ottennero il voto. Certo, alcuni digiuni raggiungono
lo scopo e altri no. Non lo sai mai con sicurezza. Ma quello di cui io sono
dannatamente sicura e' che se non facciamo nulla, nulla cambiera'. Il mare
mi ha insegnato a fidarmi del mio istinto, delle sensazioni "di pancia". E
la mia pancia mi dice che con questo digiuno possiamo creare lo spazio per
il cambiamento. Non so cosa accadra', ma so che la fiducia puo' essere
magica. Credo possiamo creare miracoli, quando i nostri intenti escono da
noi in questo modo. E sono lieta di mettermi in gioco per questo.
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Rifugiati : l'immenso popolo dei senza diritti
di C. Amato e R. Guma
"Un rifugiato non ha diritti... e' come un pacco postale che puo' essere sposato da una parte all'altra". Sono le parole della vera Maria Von Trapp, che con il marito barone Georg e i 9 figli sfuggi' ai Nazisti attraversando le Alpi rifugiandosi dapprima in Italia e la cui storia straordinaria fu in seguito portata sul grande schermo da Julie Andrews e Christopher Plummer nel classico "Tutti insieme appassionatamente". I Von Trapp furono poi rifugiati negli Stati Uniti.
Oggi nuove paure - quella del 'diverso', quella del terrorismo e quella della crisi economica e quindi del rischio di vedersi portare via il lavoro da un immigrato - hanno inciso sulla capacita' di accoglienza dei diversi Paesi occidentali e di conseguenza hanno fatto restringere le maglie anche per la concessione del diritto d'asilo. Questa tendenza e' stata in pratica irreversibile in Occidente dall'11 settembre 2001 e con il pretesto della regolamentazione sia l'Unione Europea che i singoli Paesi UE - per non parlare degli USA - hanno stabilito regole piu' severe per l'accesso di coloro che fuggono dalle guerre civili e dalle persecuzioni.
Ancora molto aperte restano le frontiere dei Paesi africani, dove spontaneamente o sotto l'egida delle Nazioni Unite milioni di profughi sono raccolti in campi rifugiati ali confini con i Paesi d'origine travagliati dalla guerra intestina. I Paesi africani ospitanti pero' lamentano difficolta' nel provvedere al fabbisogno ed alla sicurezza della propria stessa popolazione e quindi di non potersi far carico anche di tali masse di rifugiati. I quali ultimi sono poi senza vera protezione e senza diritti, e sono frequentemente vittime di incursioni, razzie, violenze e rapimenti da parte dei guerriglieri e dei predoni. Le giovani donne non si salvano nemmeno dagli abusi di alcuni Caschi blu, tanto che sono nati scandali in vari Paesi, fra cui Repubblica Democratica del Congo e Liberia.
La nozione dell'asilo e' una costante della storia umana e nelle diverse epoche persone di tutte le eta' e di ogni luogo hanno riconosciuto l'obbligo etico di fornire sicurezza e rifugio a sconosciuti perseguitati. Nel ventesimo secolo, questa idea e' stata recepita progressivamente nel diritto internazionale, culminando nell'istituzione della convenzione dei rifugiati del 1951, che con il relativo protocollo precisa i diritti e gli obblighi degli Stati verso chi sia stato costretto a lasciare il suo Paese e necessiti di protezione internazionale a causa "di un timore riconosciuto di persecuzione" a causa della sua "razza, religione, nazionalita', appartenenza ad un particolare gruppo sociale particolare o di una opinione politica".
Secondo l'Alto commissariato per i rifugiati, nel secondo semestre del 2005, non meno di 146 dei 191 Stati membri delle Nazioni Unite hanno utilizzato tali strumenti internazionali. Molti Paesi inoltre hanno riconosciuto i loro obblighi verso i rifugiati sottoscrivendo accordi regionali, compresa la convenzione 1969 dell'Unione Africana, che regola le funzioni specifiche dei problemi dei rifugiati in Africa, la dichiarazione 1984 sui rifugiati in America Latina e vari accordi europei. Ma mentre il principio dell'asilo e' ormai ben regolato a livello legislativo ed istituzionale, la sua applicazione pratica rimane imperfetta.
Alcuni Stati in via di sviluppo lamentano infatti problemi reali, come l'incapcita' di soddisfare le esigenze delle masse di rifugiati e i problemi sanitari e di sicurezza conseguenti alla loro presenza, e chiedono aiuto alla Comunita' internazionale. In Occidente invece alcuni politici cercano di ottenere sostegno elettorale proprio promuovendo sentimenti xenofobi, esagerando l'effetto negativo dell'ospitalita' ai rifugiati. In realta' il numero dei richiedenti asilo e' diminuito significativamente negli ultimi anni e tende ancora a diminuire, ma nella descrizione di alcuni il problema appare accresciuto e di conseguenza e' cresciuto nell'opinione pubblica il sospetto nei confronti dei rifugiati.
Forse potrebbe aiutare la riflessione sull'apporto dato alle nostre societa' da alcune persone che nel corso della storia ebbero la necessita' di tramutarsi in rifugiati. Fra queste - solo per ricordare i i piu' famosi fra quelli della nostra epoca - il premio Nobel per la letteratura Nadine Gordimer, la cantante sudafricana Miriam Makeba e i cecoslovacchi Milos Forman, regista, e Milan Kundera, scrittore. Cecoslovacca, sfuggita ai nazisti e poi ai comunisti dopo il colpo di Stato del 1948 e' anche Madeleine Albright, prima donna ad assurgere alla carica di segretario di Stato USA.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Roma-Palermo, lo stesso riscatto - Intervista a Rita Borsellino
La Chiesa smetta di "nascondersi" dietro una presunta neutralità elettorale e sappia schierarsi a fianco di "un'etica generale della politica", perché è tempo di "ristabilire la democrazia in tutto il Paese". A chiederlo è Rita Borsellino - sorella del magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, per anni vicepresidente di Libera (l'associazione contro le mafie fondata da don Ciotti) e ora candidata dell'Unione a presidente della Regione Sicilia. Nell'intervista rilasciata ad Adista infatti, la candidata presidente spiega come "Sicilia e Italia, a distanza di pochi giorni, hanno la possibilità di riscattarsi insieme", attraverso un voto, nazionale e regionale, destinato ad esprimere, o meno, una comune volontà di liberazione: dal "berlusconismo" e dal "cuffarismo", legati a filo doppio da "una politica in cui l'etica purtroppo è messa molto in secondo piano".
Il suo avversario è appunto il presidente uscente della Regione, Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento alla mafia e difeso a spada tratta dai vertici nazionali del suo partito, quella Udc che in Sicilia smette i panni del ‘berlusconismo dal volto umano' e vanta un nutrito gruppo di indagati per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa tra i suoi cattolici esponenti e tra i suoi altrettanto cattolici consiglieri regionali.
"Se io sarò eletta - chiarisce Rita Borsellino - vorrà dire che la maggior parte della Sicilia si vuole liberare del controllo mafioso", vorrà dire che i cittadini italiani di Sicilia bocceranno quella destra che in Parlamento ha provveduto solo "a tutta una serie di leggi che danno chiaramente privilegi a chi ha il potere" e che, contro il Meridione, "ha votato perfino la devolution".
Si tratta dunque di ristabilire "un principio morale" di legalità, da porre a salvaguardia della cittadinanza democratica, un principio morale che renda impensabile, per esempio, un "presidente del Consiglio che dice che non pagare le tasse è una cosa che si può fare", o "una pratica di governo per cui sembra che le tangenti si possono pagare": fatti realmente accaduti, e che avrebbero richiesto da parte della Chiesa "una condanna molto chiara". Quella condanna, d'altronde, che non c'è stata nel momento in cui invece ci doveva essere: "in Sicilia per anni la Chiesa non ha fatto nulla, nel senso che non ha neanche riconosciuto l'esistenza della mafia", e anche nel resto dell'Italia, quando avrebbe dovuto dire che "la mafia è peccato", o che un fenomeno come "tangentopoli è stato peccato", denunciando quella corruzione politica, quella "immoralità che poi coincide spesso" con "interessi mafiosi", "questa indicazione netta, chiara non c'è stata". Di seguito la nostra intervista a Rita Borsellino. (maria rita rendeù)
D: Rita Borsellino, la tua candidatura a presidente della Regione Sicilia rappresenta il senso di una sfida politica nazionale. Nel 2001, infatti, il centro-destra suggellò in Sicilia, con 61 collegi vinti su 61, quelle singolari affinità elettive tra ville brianzole e cupole mediterranee che avrebbero poi marchiato la XIV legislatura al di qua e al di là dello Stretto. Da questa Sicilia è ripartita la sfida elettorale dell'Unione ma, al di là della più che auspicabile sua vittoria, rimane diffusa una certa sfiducia sul fatto che i guasti culturali e morali di certe prassi politiche, come quelle simbiotiche del berlusconismo e di certa Udc siciliana, possano essere riparati a breve. E allora, Italia "irredimibile" come la Sicilia , o Sicilia capace di riscatto e simbolo di una possibilità di riscatto anche per l'Italia?
R: Io credo che la Sicilia non sia affatto irredimibile e credo che lo abbia anche dimostrato in diverse occasioni. Non mi riferisco soltanto a tempi recenti, ma parto da molto lontano, pensiamo per esempio alle lotte contadine.
Il problema è che troppe volte, quando la Sicilia ha mostrato la sua capacità, non solo la sua voglia, ma innanzitutto la sua capacità di reagire, di redimersi appunto, è stata lasciata sola. Ecco perché è importante legare insieme Sicilia e Italia, soprattutto ora: la Sicilia sta rialzando la testa da situazioni difficili e com-plesse, mi riferisco agli intrecci tra certa Udc, cuffarismo, berlusconismo e tutto l'ambiente che ruota loro intorno, intrecci di una politica in cui l'etica purtroppo è messa molto in secondo piano. Attenzione, qui non si tratta soltanto di un problema di schieramento politico. Il problema è più a monte, il problema è che qui spesso di politica c'è ben poco: la gestione concreta della ‘politica' si è troppo ispirata a cose che con la politica non avrebbero dovuto avere a che fare. Ripeto, è importante legare Sicilia e Italia in un nuovo patto, in una nuova stagione politica. L'importanza di questo test elettorale, sia nazionale che regionale, è proprio che Sicilia e Italia, a distanza di pochi giorni, hanno la possibilità di riscattarsi insieme.
Questa volta la Sicilia , con la voglia di reagire e di redimersi che sta mostrando, può farcela. Già basterebbe come segnale quello della partecipazione alle primarie sia per le elezioni politiche che per le elezioni regionali: a livello nazionale, in particolare, la Sicilia è stata la terza Regione per numero di partecipanti dopo Emilia Romagna e Toscana.
Un segnale importantissimo, questo della voglia di partecipazione, e che fra l'altro è quello che mi ha spinto a prendere la decisione personale di mettermi in gioco in questa congiuntura straordinaria, dove forte è la voglia di redimersi sia a livello nazionale che a livello locale. Tutto ciò ci fa sperare che la reazione della Sicilia possa essere sostenuta, affiancata, sospinta, incoraggiata da quello che avverrà a livello nazionale: un'occasione unica, che spero non verrà sprecata come in tutti gli altri casi, quando invece la Sicilia è rimasta sola.
D: Ma tra i poteri di mafia e la voglia di partecipazione chi vince? La domanda potrebbe sembrare troppo schematica, ma ci tornano in mente parole come queste: la mafia "mette addirittura in forse l'esercizio della democrazia". Sono parole di Paolo Borsellino… sì, perché contrariamente ad altri noi non abbiamo problemi a citare il tuo cognome, a ricordare il significato del tuo cognome…
R: Oh, meno male… anche se il problema non è per gli altri, il problema è che lo cito io il mio cognome e qualcuno non vuole!
D: Ecco, appunto, come se essere segnati a vita per mafia fosse un incidente di percorso, sia per le persone che per la politica. Essendo invece che la mafia è un'ipoteca invalidante l'esercizio e la compiutezza della democrazia, al punto che lo Stato italiano democratico è a sovranità limitata, ti chiediamo: come farai a governare in presenza di mafia? Ovvero: come farai a superare il voto di scambio e vincere così questa sfida elettorale? E se vincerai, quale sarà il tuo stile di governo per tentare di contrastare l'ostacolo all'esercizio della democrazia che comunque la mafia costituirà?
R: Certo, l'anomalia è proprio il fatto che ci siano dei territori interi della nazione italiana che ancora oggi sono sotto controllo mafioso, questo significa una democrazia limitata, una democrazia amputata. Questo è un dato di fatto. Dobbiamo partire proprio dall'idea che bisogna ristabilire la democrazia in tutto il Paese. Ricordo che quando siamo entrati in Europa c'erano degli osservatori attenti che dicevano: ma come farà l'Italia ad assumere davvero una statura europea se parti del suo territorio sono controllate al Sud dalla camorra, dalla ‘ndran-gheta, da Cosa nostra?
Ora, tornando alla mia candidatura, i mafiosi sanno perfettamente che cosa significa. Sanno che questa candidatura è anche in contrapposizione a loro, nel senso che io cercherò di contrastare questa loro sovranità recuperando allo Stato democratico il territorio. Certo, non io da sola, ma forte del consenso di chi mi vota.
Se io sarà eletta, vorrà dire che la maggior parte della Sicilia si vuole liberare del controllo mafioso, vorrà dire che la maggior parte dei siciliani avranno scelto di riprendersi il proprio territorio e che mi chiederanno di rappresentarli in questo percorso. Questo è un fatto: lo sa la mafia, lo sa chi mi vota, lo sa il resto d'Italia, lo sa il Governo italiano.
Veniamo al come si farà a governare: scegliendo persone che questo percorso incarnino, che questo percorso interpretino.
Chi è stato eletto in altre tornate elettorali, decisamente, ha interpretato un altro certo tipo di voto, ha interpretato un altro certo tipo di mandato, se è vero come è vero che i 61 deputati che sono andati al Parlamento italiano a rappresentare la Sicilia non solo non hanno fatto niente per la Sicilia , ma hanno votato perfino la devolution, e che il presidente uscente, Cuffaro, ha accettato questa scelta tant'è vero che, addirittura, non si è schierato per il referendum, segno che ha accettato questa scelta dei parlamentari siciliani, anche contro la Sicilia.
Allora , quelle persone hanno fatto queste scelte. Le persone che lavoreranno con me faranno scelte diverse, dovendo interpretare un voto che dice: noi a maggioranza ci vogliamo riprendere la nostra terra, ci vogliamo riprendere la nostra dignità e vogliamo fare un percorso diverso da quello che fino adesso è stato fatto. Ciò significherà avere già superato il voto di scambio, almeno a maggioranza, e la mafia con questo dovrà fare i conti, la mafia con questo si dovrà rapportare (certo, non sarà molto contenta, ne sono perfettamente consapevole). Dobbiamo raggiungere qualcosa che non si può più procrastinare, soprattutto ora che i siciliani hanno mostrato di essere maturi per questo percorso. Basti pensare a quello che sta accadendo in questo momento, durante la campagna elettorale: la voglia di democrazia partecipata, di programma costruito dal basso, di percorsi diversi a cui stanno partecipando anche persone che ormai si erano allontanate da qualsiasi impegno o che addirittura non votavano più da tanto tempo. Segni di una voglia di cambiamento che mi sembra molto chiara. Tutto sta a vedere cosa vincerà, se vincerà questa voglia di cambiamento, questa presa di coscienza, questa voglia di legalità, oppure se avrà la meglio il voto di scambio, un voto che esprime voglia di continuare nelle politiche di clientele, nelle politiche di servitù.
Politiche di servitù come quelle che hanno contrassegnato l'ultima finanziaria della Sicilia, con finanziamenti a pioggia, condoni, ecc. Oppure come quelle che si stanno svolgendo adesso, con assunzioni, stabilizzazioni, promesse, che due giorni prima delle elezioni, chissà perché, raggiungono i tanti precari che in questi cinque anni sono stati lasciati a marcire nel bisogno e nella precarietà.
D: La scelta di una Sicilia diversa: sembrava un sogno, ma in questa stagione per molti sta diventando una speranza per cui lottare concretamente. Dal sogno alla speranza: puoi indicare un cammino concreto, anche a livello simbolico, un'idea precisa che dia il senso di una speranza reale, capace di trasformare l'umiliazione della servitù in una nuova democrazia dei diritti?
R: Intanto è importante che siamo passati alla speranza, ovvero la speranza che il sogno di realizzi, quindi dobbiamo fare di tutto per realizzarlo, altrimenti diventa un incubo. Il primo passo lo stiamo facendo con i cantieri per il programma, dove ognuno ha la possibilità di mettere a frutto la propria capacità, la propria professionalità, ma anche la propria storia politica perché anche i partiti stanno entrando in questo cammino a servizio della nostra terra. È da questo lavoro comune che viene fuori il programma per la Sicilia , che non sarà come nel passato calato sulla testa delle persone.
Ma in questo programma non diremo soltanto che cosa non va, come vogliamo trasformarlo, ma anche quali saranno i mezzi che intenderemo usare. I cantieri, poi, nel nostro progetto resteranno sul territorio e si trasformeranno in laboratori municipali, diventando un luogo della partecipazione, in cui i cittadini avranno la possibilità di continuare a incontrarsi, informarsi, partecipare e controllare quello che accade.
La democrazia partecipata è una attuazione della democrazia, essenzialmente, e ciò è già una grande conquista, e che viene avvertita così, tant'è vero che c'è una grande partecipazione, un grande entusiasmo, una grande attenzione a quello che sta accadendo. Ora per esempio sto andando a Caltanissetta, dove c'è uno dei cantieri più importanti, quello sulla sanità. La sanità riguarda in modo speciale la persona, nel momento della sua maggiore fragilità, il momento del bisogno, il momento del dolore, e noi vogliamo sottolineare che al centro del nostro programma ci sarà la persona. Da questo cantiere emergeranno indicazioni preziose per la salute, quindi per la parte più importante della vita di una persona (i proverbi insegnano: "quando c'è la salute c'è tutto!"), anche sotto l'aspetto finanziario, economico e quindi dello sviluppo della nostra terra. La sanità, infatti, assorbe più della metà del bilancio regionale, eppure la sanità è oggi in condizioni terribili, e intorno ad essa dilaga l'illegalità.
Ma forse non basta più appellarsi alla legalità, in tempi come questi in cui girano certe ‘leggi'…Occorrerebbe tornare a parlare del principio morale che deve reggere la legalità.
D: Certo, il senso della legalità è quello della "legge uguale per tutti", come metafora della convivenza umana in parità di dignità e diritti. Ma dove trovare la formazione al principio morale, alla cultura democratica della legalità? Adista è una testata che approda dentro le insenature di tanti credo. Cosa vorresti chiedere alle varie agenzie educative, e in particolare cosa chiedi alla Chiesa cattolica, perché sia possibile ancora coltivare un senso dello Stato democratico, con lungimiranza, non solo nelle emergenze, perché venga coltivato il senso della giustizia che sembra andare perduto?
R: Chiedo alla Chiesa cattolica quello che d'altro canto avrei voluto da cristiana, da cattolica, che la Chiesa avesse fatto anche negli anni passati: una condanna molto chiara di quello che è stato ed è la mafia per esempio per la Sicilia o di quello che è l'immoralità, la mancanza del rispetto delle regole per il resto dell'Italia, immoralità che poi coincide spesso con atteggiamenti mafiosi o con interessi mafiosi. In Sicilia per anni la Chiesa non ha fatto nulla, nel senso che non ha neanche riconosciuto l'esistenza della mafia. Io ricordo le parole del cardinale Ruffini quando diceva: "la mafia non esiste". Non credo che il cardinale Ruffini fosse colluso o complice, ma credo che non abbia avuto la lungimiranza, proprio nel suo rappresentare la Chiesa , di indicare questo male come male fondamentale che poi ispira e racchiude anche tutti gli altri. Perché in una situazione in cui la mentalità mafiosa si forma, si radica, il rispetto delle regole non esiste, perché la mafia è la negazione delle regole, figuriamoci poi del rispetto per le persone. Ma se la mafia è la negazione delle regole, se si stabilisce una mentalità mafiosa significa che è mancata l'educazione, significa che è mancata l'individuazione e la stigmatizzazione di quello che era il problema vero da affrontare. Questo è stato e non ci sono dubbi. Faccio un esempio più ampio: in Italia, quando è scoppiata Tangentopoli, la Chiesa non si è schierata in maniera chiara e netta, dicendo che quello, diciamolo in termini ecclesiastici, era peccato.
La mafia è peccato, Tangentopoli è stato peccato, e invece questa indicazione netta, chiara non c'è stata, lasciando senza guida troppe persone, che spesso poi si sono ispirate, invece, a quelle che sono state, diciamo così, le indicazioni ‘laiche' che arrivavano dai governi, che arrivavano da una certa politica, e arrivavano anche da un certo, come dire, lassismo diffuso, il lassismo del "va beh, fanno tutti così".
E in questi ultimi cinque anni tutto ciò si è aggravato enorme-mente, perché se addirittura è il presidente del Consiglio che dice che non pagare le tasse è una cosa che si può fare, se c'è una pratica di governo per cui sembra che le tangenti si possono pagare - tanto è vero che si fa l'ultimo condono in cui tu pratica-mente pagando il 20%, l'80% della tangente però te la tieni - se addirittura ci sono tutta una serie di leggi che danno chiaramente privilegi a chi ha il potere, tutto questo fa diventare criterio di ispirazione per le scelte il potere, il denaro e l'emergere nella società a partire da altri valori rispetto a quelli morali. Quindi sicuramente la Chiesa , sempre per parlare il linguaggio ecclesiastico, ha peccato di omissione in troppi casi.
Allora adesso farebbe bene veramente a dare delle indicazioni chiare, senza nascondersi dietro la necessità di non schierarsi politicamente (uno schierarsi che comunque è avvenuto, non dimentichiamo tutta la storia della Democrazia Cristiana). Qui non si tratta di schierarsi politicamente, oggi si tratta di scelte etiche. Si tratta di recuperare un'etica generale della politica. Poi, per carità, se riescono a dimostrarmi che si trova anche dall'altra parte, questa etica, io sono ben contenta di scoprire che non è tutto così perso come sembra, ma la Chiesa indichi, educhi la gente a distinguere chiaramente l'etica dalla mancanza di etica.
D: Sicuramente un'agenzia formativa in tal senso è costituita da Libera. La passione civile, e quindi politica, che hai vissuto con Libera, in cosa costituirà la cifra del tuo essere presidente della Regione Sicilia? Da presidente della Regione potrai individuare strategie per dare impulso a tutta la lotta di Libera per la restituzione del maltolto ai cittadini attraverso l'utilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi?
R: Libera è stata la mia formazione. Mi sono formata a questo modo partecipato di lavorare e ora anche di far politica proprio grazie a Libera, con le scelte che abbiamo fatto, con i metodi che abbiamo adottato. Se oggi scelgo di fare un programma partecipato è perché la mia abitudine è quella di lavorare insieme, dove ognuno mette il meglio di sé, delle sue conoscenze, delle sue capacità, delle sue esperienze, al servizio di un percorso comune. Riguardo ai beni confiscati ai mafiosi, abbiamo già individuato la possibilità di una prima legge, forse proprio la prima che approveremo, che, sul modello di quella già approvata dalla Regione Campania, preveda un fondo di rotazione, di sostegno per chi si impegna ad assumersi il carico di un bene confiscato alla mafia. Un fondo di rotazione è un mezzo per accedere praticamente a un credito (per le ristrutturazioni, per le sementi, per i lavori di bonifica ecc.) che invece le banche non darebbero, perché le realtà che gestiscono un bene confiscato non possono dare nulla in garanzia, in quanto non sono proprietarie del bene. Le cooperative che lavorano i terreni confiscati alla mafia sono bersagliate, non a caso in particolare in questo momento, da attentati e da minacce, perché la mafia capisce bene che cosa significa il cambiamento, e allora cerca di intimorire chi questa scelta di cambiamento ha fatto per dire agli altri: "guardate cosa gli succede, è meglio che lasciate perdere". Occorre che lo Stato, che la Regione , in questo caso, si faccia carico di tutto questo e non gli dica "adesso arrangiati".
D: Sempre rimanendo dentro l'alveo tracciato da Libera, vorremmo concludere richiamandoci alla Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie, organizzata appunto dall'organismo guidato da don Ciotti per il 21 marzo a Torino. La memoria è fondamentale per dare radici alla speranza, al futuro. La memoria delle vittime di mafia come seme di fertilità di vita, come speranza di una democrazia segnata dal senso della giustizia?
R: Credo infatti sia importante ricordare che questa Giornata si chiama della memoria e dell'impegno. Anzi, don Luigi negli ultimi anni ha precisato che forse bisognerebbe chiamarla Giornata dell'impegno e della memoria. Dell'impegno: perché in questo elenco di persone c'è la vita, oltre che la morte. Perché ci sono non solo i magistrati, i poliziotti, i giornalisti, i medici, i professionisti, ma c'è anche la gente comune: c'è l'immagine di una vita vera, di una società in cui ognuno ha svolto la sua parte e a un certo punto si è trovato a cozzare con gli interessi di una altra società che ha messo invece l'interesse e il profitto al centro di tutto, tanto da difenderlo addirittura con la violenza. E l'impegno di oggi deve essere un impegno a tutto campo, in difesa dell'etica di una vita normale. Sottolineo, normale. Perché i magistrati non erano eroi, perché i poliziotti non erano eroi, non lo era il bambino che giocava all'angolo della strada, non lo era il giornalista che faceva cronaca cercando la verità. Quell'elenco di persone è l'elenco di persone che rappresentano la società sana, persone che quando non sono sostenute abbastanza dalle istituzioni – perché di questo si tratta - trovandosi isolate soccombono. Allora a noi spetta il compito di essere una società sana che espella la scelta della violenza e dell'utilitarismo, anche nelle concezioni che vedono le persone ridotte a consumatori, a clienti, a strumento di profitto. Ma questo deve essere rappresentato da istituzioni che siano garanti di questo percorso. Perché nessuno più si trovi ad essere eroe soltanto perché sta facendo la sua parte, in maniera corretta.
D: Questo trovare risposte di vita nella testimonianza di chi è stato ucciso solo perché, appunto, difendeva la dignità della cittadinanza umana richiama alla mente il senso dell'andare di tanti a vivere a livello personale questa memoria…
R: Sì, sai quante persone all'indomani degli attentati del ‘92 sono venute a Palermo proprio per questo! Persone che sentirono questo bisogno, il bisogno di testimoniare la vita. La mia nipotina il 19 di luglio, quando vede le manifestazioni che facciamo, con i bambini, con le persone, mi dice: questa è la festa dello zio Paolo. Ha ragione. Ha 7 anni la mia nipotina. Paolo è stato ucciso 14 anni fa. (m.r.r.)
di Maria Rita Rendeù
da Adista
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Media e potere
Furio Colombo
da l'Unità - 28 maggio 2006
C’è ancora in Italia chi ti spiega che la televisione non conta. È come dire a Newton che la mela cade dall’albero per capriccio e non per la legge di gravità.
Eppure un segnale dovrebbe pur venire da uno che se ne intende, l’ex premier Berlusconi, che per apparire dovunque in televisione ha violato (e disprezzato ad alta voce) leggi, consuetudini, pratiche consolidate delle democrazie dei Paesi avanzati, occupando per tutto il tempo, tutti gli spazi, ora dopo ora di illegale invasione delle reti, guadagnando voti fino a una quasi vittoria.
Il segnale dovrebbe venire dalla stampa internazionale che, senza alcuna eccezione, non separa mai l’immagine di Berlusconi, e la tremenda e umiliante campagna elettorale che abbiamo appena vissuto, dal fatto, clamoroso e unico, che in questo Paese qualcuno ha governato (e cercato fino all'ultimo di farsi rieleggere) disponendo di tutte le televisioni e usandole. Il segnale dovrebbe venire da una incontrovertibile evidenza: avendo molti avversari in tutti i settori della vita pubblica, Berlusconi ha scelto di colpire giornalisti, direttori di giornali e leader di opinione. Ha cominciato subito, con il fare fuori Indro Montanelli, prima ancora del famoso editto di Sofia contro Enzo Biagi, prima ancora di chiudere fuori Santoro e di stroncare ogni forma di satira. Dove? Fra i leader di opinione dei grandi giornali. E subito dopo in televisione.
Certo, per Berlusconi è venuto alla fine anche il momento di attaccare con furore gli industriali. Ma persino il caso Della Valle è stato celebrato in televisione. Un presunto avversario è stato accusato e dileggiato, senza alcuna possibilità di risposta, con tutto il clamore di una “diretta” televisiva, di fronte a milioni di spettatori. Esemplare, anche per future lezioni di giornalismo televisivo, il modo in cui Berlusconi ha scelto di usare la sua dichiarazione conclusiva dopo il secondo dibattito con Romano Prodi.
A causa di un curioso “errore” mai verificato, l’ultima parola è toccata a Berlusconi. In qualunque dibattito l’ultima parola serve a enfatizzare e confermare gli argomenti dibattuti.
Ciò fa parte delle regole e della decenza, ma anche della fermezza con cui una televisione indipendente impone l'osservanza delle regole. Alla fine del dibattuto di cui stiamo parlando Berlusconi ha barato sapendo di poter barare. Lo ha fatto in quanto controlla il mezzo che, in ogni altro Paese, gli si sarebbe rivoltato contro.
Invece, in questa Italia, in questa campagna elettorale, in questa televisione uno dei due contendenti, al momento di chiudere un dibattito (che vuol dire ripetere, confermare o chiarire il proprio pensiero) ha improvvisamente introdotto un argomento del tutto nuovo. Ha lanciato un annuncio non discusso e non più discutibile. Ha detto che il governo eliminerà una tassa che non è di governo ma comunale.
Lo ha annunciato mentre era ancora primo ministro, senza spiegare coperture o meccanismi di compensazione e mentre ancora non si conoscevano gli spaventosi dati di bilancio.
Ora in nessun dibattito è consentito di cambiare argomento e di dire, nell'ultima battuta, una cosa grave e diversa da tutto ciò che si è discusso. La trovata è brillante, se volete. Ma anche le grandi truffe, quando riescono, sono trovate brillanti. Il fatto è che il padrone della Tv ha potuto usare la Tv perché la violazione grave e totale delle regole è stata accettata come il colpo di genio di un genio delle comunicazioni. Si è trattato invece di un gravissimo abuso che avrebbe meritato lo stop, la cancellazione del tempo usato per quel pezzo di intervento non discusso e non più discutibile. Sarebbe stato necessario riaprire il confronto.
È stato efficace il colpo di mano Ici? L'opinione prevalente assegna un buon peso a quella trovata. Ma se si omette di notare che quella trovata costituisce un abuso grave, amichevolmente tollerato, in stato di vera e propria complicità, nella trasmissione Rai che avrebbe dovuto essere calibrata dalle regole fino ai dettagli, si perde il senso di tutta la campagna elettorale.
Il senso è questo. Un governo fallimentare e disastroso che ha portato l’Italia a zero è stato battuto con uno scarto di pochi voti non perché metà degli italiani siano tuttora travolti dall’amore per Berlusconi. Ma perché per metà degli italiani - o almeno per molti di essi - il vero stato delle cose è stato quasi del tutto oscurato, camuffato, contraddetto, da un uso latino-americano (ma parliamo di una vecchia America Latina golpista) della televisione. E questo uso golpista della televisione è stato reso possibile dal dominio privato e dal controllo pubblico di tutti i mezzi di comunicazione. Gli stessi che sono stati usati per ondate successive di dati falsi, notizie false e calunnie personali.
Nessun dettaglio è stato trascurato in alcuna edizione del Tg1 e del Tg2. Ciascuno di noi ricorda che durante tutte le settimane della campagna elettorale il candidato Prodi è sempre apparso brevemente e in strada (sempre, senza eccezioni, come se vivesse camminando con carte sottobraccio e una frase neppure finita da mandare in onda con sonoro imperfetto. Intanto Berlusconi aveva a disposizione larghe folle, lunghe frasi e i cieli azzurri degli interni preparati con cura dalle regie personali che il premier è sempre stato in grado di imporre a tutti i suoi media, privati e di Stato.
* * *
Ora proprio coloro che negano che la televisione abbia avuto un peso (posizione bizzarra che si riscontra esclusivamente in Italia e quasi solo nelle aree giornalistiche in cui si è cavallerescamente pronti a offrire tutte le carte possibili e tutta la comprensione possibile a favore del primo ministro più vendicativo della storia d'Europa) ti chiedono con la dovuta severità che cosa pensi della Rai e del come va riformata. E ti intimano che, se è vero quello che stiamo dicendo (in compagnia della stampa del mondo) allora l'unica soluzione è vendere tutto ai privati.
Poiché in questo Paese i mitici “privati” che dovrebbero garantire una nuova e libera televisione sono tutti residenti nella stessa area d'affari del gruppo privato Mediaset (e Diego Della Valle ha sperimentato quale trattamento ti spetta, in pubblico e senza replica, se ti scosti dall’abitudine di stare vicino a Mediaset) è dubbio che si possa ottenere una nuova stagione di rinascita liberale della Rai attraverso la svendita all’ingrosso di impianti e persone.
E poi, se mai, il problema è che troppe persone di una grande e rispettabile azienda pubblica sono già state parte di una vasta e accurata campagna acquisti da parte del servizio privato che fa capo all’ex presidente del Consiglio. È vero che Berlusconi non è più a Palazzo Chigi, e sta dimostrando in modo esemplare, come in un dramma di Brecht, quanto sia vera e palpabile quella estraneità alla democrazia che tanti, da questo giornale ai girotondi, da Sabina Guzzanti a Nanni Moretti, avevano denunciato preannunciando il pericolo anti-democratico con cui stiamo ancora vivendo.
Ma se - come dobbiamo risolutamente credere - ha vinto la democrazia (e infatti c’è un nuovo capo del Governo, c’è un nuovo Capo dello Stato) si pone il problema di riportare subito fuori dall'area infetta i mezzi di comunicazione di massa in Italia.
Questo impegno viene prima di riforme e cambiamenti, al modo in cui la cura di una malattia grave che minaccia la vita di una persona viene prima dei consigli sul come dovrà in seguito, se sarà salvo, cambiare il suo stile di vita.
L’Italia è al momento sotto la minaccia di televisioni ostili che hanno consentito a un candidato fallimentare di accumulare voti (sia pure perdenti) che non avrebbe mai avuto se la pura e semplice immagine giornalistica di ciò che ha fatto e distrutto in questi anni fosse apparsa, come è in realtà, come la raccontano la stampa e le televisioni del mondo: ridicola e tragica. Si veda, infatti, il voto degli italiani all’estero che, di fronte a un’altra stampa e a un’altra televisione, si sono ben guardati dal votare per Berlusconi. Si tenga conto di un prodotto, se volete marginale, ma molto importante della televisione ostile. Per tutti questi anni ha rovesciato la scena e ha fatto apparire strani, fuori posto, esagerati gli oppositori, li ha messi in condizione di essere irrisi.
E - se oggetto di persecuzione - quella persecuzione non appariva così assurda perché essi erano visti come la contraddizione ostinata e stupida alla verità.
Viene introdotto l’orrendo concetto di “verità” che ha sempre segnato le dittature. Quante volte Berlusconi l’ha invocata contro Prodi, intendendo per “verità” ciò che aveva fatto vedere lui in televisione?
Quando Berlusconi ha rotto clamorosamente le regole concordate per il “faccia a faccia” televisivo con Prodi e, in luogo di un “appello finale” ha lanciato un argomento estraneo al dibattito e senza possibile risposta dell’avversario, ha violato il principio stesso del contraddittorio. La domanda è: avrebbe potuto farlo qualcuno che non fosse proprietario, o controllore di tutti i mezzi di comunicazione di massa e agente attivo di pesanti intimidazioni sull’intero mondo giornalistico italiano?
* * *
Evidente dunque la necessità di agire subito, prima di presentare piani di eventuale riforma della televisione pubblica. Il problema è nella situazione di monopolio che blocca la democrazia italiana (la definizione è di Romano Prodi). In apparenza si tratta di duopolio, Rai e Mediaset che controllano tutto il mercato. In realtà le due grandi strutture formano un cartello nelle mani di una sola persona che, a lungo, si è riservato di utilizzare indifferentemente l’una o l’altra struttura sia nelle notizie che nella scelta dei programmi.
Questo cartello è stato cementato sia dal forte interesse politico di dominio sia dal controllo di quasi tutta la pubblicità in tutti i settori che si servono del mercato pubblicitario.
Dunque sono necessari interventi immediati, diretti però a restituire democrazia, non ulteriori forme di controllo, sia pure con il buon proposito di far finire il dominio assoluto di Berlusconi, che altrimenti non sarebbe finito per il solo fatto di avere perso le elezioni.
Può essere utile riflettere sui punti che seguono.
Primo. Nessuna epurazione, neppure quelle più clamorose richieste dal pubblico esasperato, dovranno avvenire alla Rai. Con questa legislatura deve finire il ballo umiliante delle finte affinità politiche, delle sottomissioni dei nuovi credenti. Ciò vale tanto più per i conduttori di talk show radio e tv vistosamente compromessi col passato regime.
È giusto desiderare che, nella televisione di Stato di un Paese tornato libero persino il conduttore di «Zapping» , che ha passato cinque anni a svillaneggiare in diretta chiunque osasse mostrarsi anche cautamente ostile a Silvio Berlusconi e ai suoi associati, resti al suo posto e nella sua trasmissione.
L’unico augurio è che i giornalisti del passato regime evitino di diventare improvvisamente sensibili al cambio di governo. Restino dov'erano. I conduttori di talk show americani, conservatori o liberal (in quel Paese è di cattivo gusto ingannare i telespettatori con la pretesa di essere miracolosamente “sopra le parti”) continuano tranquillamente a condurre i loro popolari programmi, senza mutare un accento del loro credo politico, quando si passa da Reagan a Clinton, e quando si passa da Clinton a Bush.
Secondo. È inevitabile che tornino subito, e tornino senza nessun tipo di condizione, ma anzi con scuse - e, se del caso, risarcimento del danno subito - tutti coloro che sono stati cacciati per clamorose (e del resto dichiarate e vantate) ragioni politiche, durante e a causa del conflitto di interessi di Berlusconi, da Biagi a Santoro a Guzzanti e senza alcuna esclusione. Qualche ritorno è già in corso, ma noi ci crederemo quando li vedremo sullo schermo. Questi ritorni, dovuti e urgenti, ovviamente si accumuleranno con incredibili assunzioni, avvenute dopo.
Ma questo è un danno dovuto al regime mediatico, che - speriamo - si potrà ammortizzare un po’ per volta nel corso degli anni.
Terzo. Smettiamola di parlare di punizione, penalizzazione o vendetta nei confronti di Mediaset. Nessuna buona impresa televisiva del mondo ha mai beneficiato di essere allo stesso tempo proprietà privata e riserva di potere del capo del governo. E nessuna impresa televisiva del mondo è mai stata danneggiata dal non essere protagonista di un clamoroso conflitto di interessi come quello italiano.
Tutto ciò che è accaduto a Mediaset non ha nulla a che fare con i professionisti che vi lavorano. Ma sanno tutti, in Europa e fra gli specialisti di media nel mondo, che i proprietari di Mediaset hanno immensamente beneficiato della condizione di doppio domino, commerciale e politico. È questo beneficio indebito e pericoloso che dovrà cessare, non il buon lavoro, del resto radicato sul mercato, delle reti Mediaset.
Quanto al numero e alla dislocazione delle reti, per l’uno o per l’altro protagonista del duopolio ci sono state sentenze della Corte costituzionale che non sembrano di carattere vendicativo o eversivo, e corrispondono alle regole nel resto del mondo. E ci sarà una legge sul conflitto di interessi che sarà doveroso fare subito, con la migliore esperienza giuridica e mediatica, italiana e internazionale. Gli esperti di indiscussa qualità non mancano (basti citare un politologo come Giovanni Sartori che alla Columbia University è titolare di una cattedra prestigiosa come un premio Nobel).
E non mancheranno coloro che si vorranno unire al grande progetto di ritorno alla legalità, anche se eletti a destra. Chi ha detto che tutta la destra italiana debba fare il tifo per sempre per la illegalità personale e imprenditoriale di Silvio Berlusconi, una illegalità che la destra conservatrice del mondo rifiuta di riconoscere (si vedano l’«Economist», il «Financial Times», il «Wall Street Journal»)?
Si tratta di urgenti impegni preliminari. Poi si dovrà ricostruire un Paese che è stato giuridicamente, economicamente, moralmente vandalizzato e deliberatamente spaccato in due, in modo da poter continuare a reclamare il potere perduto.
Credo che, a questo punto, si possa osare una scommessa.
Date all’Italia un anno di pace e di normalità nel sistema delle informazioni, dei telegiornali, fate finire i commenti guidati, i falsi incontri stampa senza domande, i monologhi di autocelebrazione un po’ ridicola e un po’ esaltata dell’ex premier. Date questo intervallo di pace al Paese. E il Paese, pur restando legittimamente arricchito da una visione e da un progetto conservatore che si contrappongono al progetto di solidarismo e riforme, che adesso guida il governo, non sarà più spaccato. Si potrà tornare a definirlo semplicemente “democratico”.
In questi cinque anni e in questi ultimi giorni si è fatto di tutto perché cessasse di esserlo.
furiocolombo@unita.it
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CHE COSA VUOLE LA BORGHESIA ITALIANA?
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 28 maggio 2006
LE ELEZIONI amministrative di oggi e di domani sono un´altra cosa dalle elezioni politiche di un mese e mezzo fa. Non rappresentano una conferma o una rivincita di quel risultato. Così pure il referendum costituzionale del 25 giugno: non è in gioco il governo ma una proposta di riforma da alcuni considerata mirabile e da altri esecrata.
Così sostengono Prodi e i partiti dell´Ulivo.
Berlusconi (ma non lui soltanto, anche Bossi, Fini e Casini) sostengono stentoreamente l´esatto contrario: il voto di oggi (venti milioni di italiani alle urne) e quello referendario del 25 giugno serviranno in primo luogo a stabilire da che parte sta la vera maggioranza, il paese reale. Serviranno ad uscire dall´incertezza su chi deve comandare. Perciò tutti alle urne e se la spallata sarà confermata dai voti, allora tutti in piazza, tutti a Roma per imporre all´imbalsamato Napolitano lo scioglimento delle Camere e il ritorno al potere dell´Uomo della Provvidenza.
Del resto lui, quell´Uomo, non ha forse scritto una lettera personale a tutti i capi di Stato e di governo d´Europa per informarli che le elezioni del 9 aprile le ha vinte lui e che ritornerà al potere entro poche settimane dopo che alcuni controlli burocratici saranno stati adempiuti? Un fatto simile non si era mai verificato. Non era mai accaduto che un candidato sconfitto si rivolgesse alle cancellerie straniere per comunicare che lui è ancora lì, presente e vittorioso.
L´altro ieri Giuliano Ferrara nella sua ultima trasmissione "Otto e mezzo", ha chiesto a Massimo D´Alema con una buona dose di malizia se sarebbe stato permesso al centrodestra di organizzare pacifiche manifestazioni di piazza.
Ovviamente D´Alema ha risposto sì. «Vogliamo metterlo per iscritto?» ha proposto Ferrara mellifluo, «un patto tra gentiluomini, non si sa mai...».
Un patto scritto tra un vicepresidente del Consiglio e un conduttore televisivo de La7? Veramente il comune senso del pudore ha fatto fagotto. Del resto nelle stesse ore Berlusconi (con Fini e Casini che si spellavano le mani con applausi entusiastici) apostrofava il suo pubblico a Milano e subito dopo a Roma adottando la retorica mussoliniana: «Siete pieni di rabbia contro questo governo?». «Sì» urlava la platea. «Siete favorevoli a non trattare su niente con quella gente?». «Sì» rispondeva il coro. «Siete pronti a muovervi senza paura? Siete pronti a venire tutti a Roma al mio primo richiamo?». «Sì, a Roma». «Non ho sentito bene, ripetete ancora». «Sì, a Roma, senza paura».
Cosa vuole la borghesia italiana?
Nel frattempo alcune camionette gremite di giovanotti in camicia nera, stendardi con fiamma tricolore e fasci littori, percorrevano le vie di Roma cantando inni e minacciando vendette.
Questo è il clima. Forse sarebbe utile rasserenare l´atmosfera, distinguere i diversi appuntamenti elettorali, avviare un riconoscimento reciproco dei diversi ruoli costituzionali e politici, ma per arrivare a questo risultato bisogna essere in due come nei matrimoni.
Berlusconi ha preso un´altra strada. I suoi alleati lo seguono senza alcun distinguo. In questa situazione il rasserenamento è una favola.
Sandro Viola, in un gustoso articolo di qualche giorno fa su queste pagine, prevedeva che i giornalisti italiani, avvezzi da anni alle sciabolate antiberlusconiane dovessero ora morire di noia dopo l´uscita di scena del Cavaliere.
Purtroppo non potremo goderci questa noia riposante perché il nostro uomo è sempre lì, più vociante e aggressivo che mai. Più demagogo ed eversivo di prima. Il finale del Caimano ripreso alla lettera. Altro che annoiarsi, caro Sandro...
* * *
Avevo pregato un mio amico imprenditore di raccontarmi il «matinée» della Confindustria dell´altro giorno nella grande sala dell´Auditorium di via dell´Architettura gremita in ogni ordine di posti. Secondo il suo resoconto (del resto confermato da tutti i giornali) il momento di maggior rilievo è stato il lunghissimo applauso, anzi la «standing ovation» tributata a Gianni Letta. Più lungo e più intenso del battimano a Montezemolo. Più che al nome di Ciampi. Più di quello alla memoria di Biagi e della intoccabile legge ribattezzata con il suo nome.
Il mio amico mi ha proposto alcune e diverse interpretazioni di quell´applauso. 1. Hanno applaudito Letta per la sua candidatura al Quirinale, poi ritirata in corso d´opera. Quasi un applauso polemico nei confronti di Napolitano. 2. Un applauso al "factotum" di Silvio Berlusconi indirizzato dunque a quest´ultimo per interposta persona. 3. Un applauso a Letta mediatore per eccellenza, contro la linea dura e avventurosa che Berlusconi sta portando avanti e che non si sa dove ci porterà.
Tu - gli ho chiesto - quale interpretazione dai? Mi ha risposto «Le prime due, la terza è fuori discussione». E credo che le cose stiano esattamente così. Ma se stanno così la questione merita attenta riflessione perché quei duemilasettecento plaudenti, anzi osannanti, non sono persone qualunque. Sono i delegati delle associazioni territoriali e di categoria degli industriali di tutta Italia; imprenditori piccoli, medi, grandi; del Nord, del Centro, del Sud; gente che sa leggere i bilanci, conosce il mercato nazionale e quello internazionale; gente che viaggia, esporta, importa, conosce i congegni del credito e delle Borse, lavora e dà lavoro, discute con la pubblica amministrazione, paga le tasse, i contributi, assume e licenzia lavoratori.
Insomma rappresenta l´Italia produttiva. Il «business». Il fatturato. Infine la borghesia, quale che sia il significato che si voglia dare a questa parola.
La borghesia produttiva.
Ebbene, questa borghesia sa le seguenti cose:
1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po´ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d´un governo munito d´una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell´Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell´Anas.
2. Nel 2001 l´avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.
3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007.
La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l´intera Eurolandia.
4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.
5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.
* * *
Mi limito a ricordare questi cinque indiscutibili dati di fatto come consuntivo dei cinque anni del trascorso governo, ma dovrei ancora aggiungere le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell´immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef.
Sulla base di questo consuntivo si vorrebbe capire quali siano le ragioni di nostalgia del passato governo da parte dell´Italia produttiva, borghese, moderata, pragmatica.
Esiste una questione settentrionale? Sì, esiste. È nata dopo il voto di due mesi fa? Non direi proprio, ci vogliono anni se non decenni per far nascere problemi di quella portata. Questa questione è stata affrontata negli ultimi cinque anni? Non sembrerebbe. Però avete nostalgia del Cavaliere.
Poiché manca ogni spiegazione logica, ogni rapporto causale, ogni riscontro economico che possa spiegare quella nostalgia, mentre tutti i dati a consuntivo dovrebbero suscitare un senso di liberazione; allora bisogna cercarla, quella spiegazione, in qualche cosa di irrazionale, in un sentimento, in una ideologia, ma quale?
* * *
Il governo di centrodestra non è stato né liberale né liberista, su questo punto sono tutti d´accordo a cominciare da Tremonti. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla.
Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l´antiparlamentarismo e l´antipolitica, ma poi, d´un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema. Avete nostalgia di tutto questo?
Oppure vi piace il Berlusconi di oggi (che poi non è diverso da quello di sempre, con la differenza per lui non piccola di non essere più a Palazzo Chigi)? Vi piace il Berlusconi eversivo che mima una sorta di marcia su Roma per riconquistare il Palazzo? Di questo avete voglia? Sembrerebbe impossibile che i rappresentanti della borghesia produttiva, moderata, pragmatica, siano disposti a seguire l´avventurismo d´un demagogo che vuole tornare in sella subito. Rifare subito le elezioni.
Subito. Vuol dire sospendere per almeno altri sei mesi ogni possibilità di governare. Niente politica economica, Camere di nuovo latitanti, congelamento dell´Italia all´interno dell´Unione europea, rating sul debito ai minimi termini.
Sapete bene che gli effetti di quell´avventura sarebbero questi. Ed è questo che volete?
* * *
Post Scriptum. I voti della Val d´Aosta e gli italiani all´estero non entrano nel computo per l´attribuzione del premio di maggioranza, ma fanno parte dei voti di schieramento politico. Ne consegue che la maggioranza di centrosinistra non è di 24 mila voti come finora si è detto ma di 130 mila.
Non saranno moltissimi ma nemmeno tanto pochi.
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Campagna elettorale permanente
ILVO DIAMANTI
da Repubblica - 28 maggio 2006
Si torna a votare. Per eleggere i sindaci di molte importanti città, fra cui: Roma, Milano, Torino, Napoli. E ancora: il governatore della Regione Sicilia. Oltre ai presidenti di otto province. Nel complesso: venti milioni di italiani chiamati alle urne. La campagna delle elezioni politiche, che si sono svolte lo scorso 9 aprile, non si è mai chiusa. Come, d´altronde, l´esito di quelle elezioni. Che non è accettato dai leader della coalizione sconfitta, la Cdl. Anzitutto dal "leader dei leader". Silvio Berlusconi.
Che, in questo modo, si propone ancora come leader non solo di FI e della Cdl: ma del governo. E del Paese. Perché rifiutare il verdetto delle elezioni politiche, considerarlo fasullo, frutto di brogli e di inganno; in contrasto con la "volontà popolare": significa rifiutare la legittimità di ciò che è avvenuto "dopo". Il governo guidato da Prodi. Finanche le maggiori cariche dello Stato. Presidente della Repubblica incluso. Tutti abusivi. Inquilini morosi del Palazzo. Per cui Berlusconi agisce come il Presidente legittimo, deposto da un golpe. E continua, per questo, a intrattenere rapporti con i governi stranieri. Da Presidente. Diffida il governo abusivo dal mettere mano alle leggi approvate dal "suo" governo. Minaccia, in caso contrario, di mobilitare il "suo" popolo, la maggioranza del Paese. Di scendere in piazza, per assediare il Palazzo, oggi occupato da un manipolo di squatter, capeggiato da Prodi. Usiamo un linguaggio colorito, da "piazza". Appunto. Che però riflette piuttosto fedelmente quello adottato, in questa fase, dal leader del centrodestra e dai suoi assistenti. Nella forma e nei contenuti. Un linguaggio, dunque, da "campagna elettorale permanente". Come se il voto del 9 aprile non ci fosse stato. Oppure, in realtà, fosse solo il primo - contestato - turno di una contesa elettorale lunga. Destinata a chiudersi, provvisoriamente, solo il prossimo 25 giugno, con il referendum confermativo sulle riforme istituzionali. Per cui il voto di oggi diventa, nelle parole di Berlusconi, l´occasione per dare "un primo avviso di sfratto alla sinistra". All´inquilino abusivo di Palazzo Chigi. Cui far seguire l´atto definitivo, fra un mese. Una "campagna elettorale permanente". È lo stesso leader della Cdl ad aver usato questa formula, nelle scorse settimane. Più volte. Evocando una formula nota, negli Usa. (Coniata da Sidney Blumenthal, poi divenuto consigliere di Clinton, nel 1980). Che sottolinea la tendenza degli attori politici, soprattutto di chi governa, a orientare il clima d´opinione "giorno per giorno", attraverso il ricorso continuo agli strumenti del marketing e della comunicazione. In Italia, invece, è il leader dell´opposizione, Silvio Berlusconi, a invocare la "campagna elettorale permanente". Forse perché si sente ancora lui, il Presidente. Ma, soprattutto, per due ragioni.
1. Alimenta il clima di instabilità politica, in cui opera il governo di centrosinistra. E rafforza i "risultati" ottenuti nel corso degli ultimi mesi di campagna elettorale. In particolare: la frattura fra i cosiddetti "ceti produttivi" e il centrosinistra. Aperta dall´irruzione di Berlusconi nel convegno degli industriali a Vicenza, lo scorso marzo. Confermata, nei giorni scorsi, all´Assemblea di Confindustria. Dove si è percepito che il cuore degli imprenditori (come ha scritto Alberto Statera su questo giornale) "batte ancora a destra". Ma, soprattutto, che in questa fase il "potere è liquido" (come ha suggerito Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, parafrasando Baumann). Perché non ci sono - o almeno non si vedono ancora - "autorità politiche" che appaiano in grado di "comandare" davvero. E a lungo. L´immagine di un "potere liquido", e quindi instabile, fluido, non è solo effetto della "campagna permanente" di Berlusconi. Ne è altresì la condizione, il moltiplicatore. Perché se il governo è incerto, come la sua durata, allora non c´è bisogno di prepararsi a una opposizione di lungo periodo. Di negoziare e contrastare, garantendo riconoscimento e legittimità al governo. Meglio usare l´ariete, cercare comunque e dovunque la "spallata" decisiva, per spazzare via Prodi e la sua compagine, affollata e ciarliera. In fretta.
2. La seconda ragione, non meno importante della precedente, è tutta interna al centrodestra. Che, da quando è partita la campagna elettorale in vista delle elezioni politiche, nello scorso autunno, più che una coalizione, appare un "partito unico". Il Partito del Popolo (Pdp), annunciato da Berlusconi, il cui processo fondativo dovrebbe avvenire nel prossimo autunno. C´è già. Da mesi, ormai, il Cavaliere agisce, parla, interviene, comunica, decide: da solo. Per tutti. Coloro che appena un anno fa ne discutevano la leadership, Follini e Tabacci, sono considerati e trattati, nella loro stessa coalizione, nel loro stesso partito, alla stregua di estremisti, infiltrati e traditori (come va ripetendo, da tempo, Carlo Giovanardi). Mentre i leader dei partiti alleati, Casini e Fini, hanno assunto, progressivamente, l´immagine di sottufficiali. Al più di "capicorrente". Mentre la Lega, da tempo, appare affine e coerente, per stile e contenuti, alla leadership di Berlusconi.
Il Partito Unico di centrodestra, il Pdp: c´è già, nei fatti. Senza bisogno di lunghe ed estenuanti discussioni. E di passaggi complessi e bizantini, come avviene a centrosinistra. Dove da dieci anni si dibatte di Ulivo, Partito Democratico e si sperimentano aggregazioni seguendo una geometria variabile, di elezione in elezione. Nel centrodestra non ce n´è bisogno. Il soggetto politico unitario è nei fatti. Da mesi. Unificato dalla figura del leader. Costruito attraverso riti di identificazione, come è avvenuto a Vicenza. E attraverso una campagna elettorale "permanente": fatta di proclami, comizi, invettive. Legittimata da una presenza "permanente" in video. Nei tigì, nei talk show, a Porta a Porta. Da solo. Senza gli inutili e illiberali vincoli imposti dalla par condicio. Tanto che, se si guarda la televisione, in queste settimane, non sembra essere cambiato nulla rispetto a prima del 9 aprile. Le sfide elettorali delle città appaiono piccoli confronti locali, piccoli conflitti di teatro, sullo sfondo della vera, unica, grande sfida. Che oppone Berlusconi e il suo PP (Partito del Popolo, ma anche Partito Personale) alla Sinistra.
D´altra parte, è difficile per tutti, avversari e alleati, oggi, contrastare questo percorso. Mettersi di traverso. Invitare ad abbassare i toni. Al confronto misurato e riflessivo. Come sembra difficile disinnescare questa strategia, mettendone in luce i pericoli, i limiti e i rischi. Perché il suo principale artefice e interprete, Berlusconi, ne ha dimostrato l´efficacia. Perché, contro ogni previsione, sondaggio, profezia: ha colmato un distacco incolmabile. Ha trascinato la Destra a ridosso della Sinistra. In pochi mesi. (Anche se, alla fine, ha perso; anche se FI è calata del 5%. Ma la sua strategia è riuscita, fra l´altro, a occultare questi aspetti). Berlusconi. Ha trasformato la "campagna permanente" in un campo di battaglia. Tacitando tutti. Amici e nemici. Politici, commentatori, opinionisti e analisti. Per cui non c´è speranza. Per un altro mese, almeno. Le elezioni, la campagna elettorale. Continueranno ad apparire la prosecuzione della guerra con altri mezzi (ma con un linguaggio molto simile). La strategia del ritiro, chiamarsi fuori, in questo caso, non sembra possibile. Al centrosinistra resta una sola strada. Vincere. Queste elezioni e, soprattutto, il prossimo referendum. Che investono direttamente il governo, le istituzioni e il sistema partitico nazionale. La Politica, per ora, può attendere.
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Partito Democratico: Parisi, per la prima volta sembra a portata di mano
Asca - 25 Maggio 2006
Roma - La meta del Partito Democratico solo poco tempo fa definita futuribile e illusoria ''sembra a portata di mano''.
Ad affermarlo in una lunga e articolata intervista al settimanale 'L'Espresso' e' il professore Arturo Parisi, ministro della Difesa, ma soprattutto l'ideatore dell'Ulivo e il teorico del Partito Democratico.
E Parisi ricordando quante volte gli era capitato di ''denunciare il ritardo dei fatti rispetto alle parole'' giudica la situazione attuale ''rovesciata'' perche' ''a essere in ritardo sui fatti sembrano le parole e i ragionamenti''. Tra i fatti, Parisi annovera la nascita dei gruppi parlamentari dell'Ulivo che solo un anno fa sembravano impossibili.
- Prodi ha ripetuto che dieci anni fa fu un errore limitarsi a governare senza costruire il soggetto politico dell'Ulivo. ''Ora dovremo fare le due cose insieme'', ha detto. In che modo?.
PARISI - ''Continuando sui binari sui quali ci siamo incamminati gia' da due anni. A livello di Unione e, dentro l'Unione, per l'evoluzione dell'Ulivo verso la costruzione di un vero e proprio partito dei democratici''.
- Tutti dichiarano di lavorare per il partito democratico, professore, ma intanto sono rispuntate le delegazioni dei partiti al governo. E due vice-
premier, D'Alema per i Ds e Rutelli per la Margherita. Non sembra incoraggiante...
PARISI - ''Spesso, nel passato, di fronte alla retorica ulivista, mi e' capitato di denunciare il ritardo dei fatti rispetto alle parole. La situazione attuale e' invece per certi versi rovesciata. A essere in ritardo sui fatti sembrano le parole e i ragionamenti. Dopo le primarie si e' messo in moto un processo con movenze impetuose. Penso allo straordinario evento della nascita dei gruppi dell'Ulivo in tutti e due i rami del Parlamento in una forma superiore a ogni mia speranza. Penso alla promozione festosa sabato scorso a Bologna del primo tesseramento del partito democratico per iniziativa dei due principali partiti.
Dall'altra parte non posso tuttavia non vedere anch'io il ritorno del passato e, in qualche caso, perfino del trapassato. Siamo strattonati da corse in avanti e controcorse all'indietro. Ci vengono chieste una consapevolezza e una disponibilita' della quale non disponiamo ancora''.
- Fassino chiede le primarie per scegliere il leader dell'Ulivo. E' una accelerazione utile?.
PARISI - ''L'importante e' delineare un percorso. Pur guidato dalla speranza, a differenza di altri, io ho sempre immaginato che il processo per arrivare al nuovo partito sarebbe stato un processo lungo. Ricordo ancora l'ultimo congresso della Margherita del 2004, nel quale mentre io non osavo avanzare una previsione, Marini ipotizzava un biennio e Franceschini un quadriennio. Impaziente nel partire e paziente nell'arrivare mi trovavo contrapposto a chi sembrava invece paziente nel partire e impaziente di arrivare.
Nonostante l'enormita' dei fatti accaduti non credo che tutte queste difficolta' si siano annullate d'improvviso. Se all'insegna dell'Ulivo il partito democratico e' nato tra la gente da anni, lo stesso non si puo' dire ne' per i quadri ne' per i militanti... I partiti sono realta' complesse e non possono certo essere annullati con un tratto di penna''.
- Detta da lei suona come una novita'. Per anni nell'immaginario e' stato raffigurato come l'uomo che vuole sciogliere i partiti... E' preoccupato che parlare di Ulivo possa creare problemi al governo?.
PARISI - ''Nel 2000, alla vigilia del congresso Ds di Torino, un titolo di giornale mi fece passare per uno che intimava ai Ds di sciogliersi, quasi fossi un commissario di Polizia. Ma io in quell'intervista proponevo, detto in politichese, di assumere un orizzonte comune nel quale tutti i democratici potessero ritrovarsi in uno stesso partito democratico. Il momento di sciogliersi forse non e' ancora arrivato, ma la risposta di Fassino sta a dimostrare che il nostro orizzonte e' ormai comune. Io so che le primarie per l'elezione del leader di partito debbono fare i conti con l'obiezione non infondata che le vede piu' adatte a scegliere il leader della coalizione. So tuttavia anche che esse sono ormai iscritte stabilmente nel nostro dna comune come strumento che consente ai cittadini di mescolarsi a prescindere dalle provenienze e ai partiti di aprirsi oltre i confini sempre piu' ristretti degli elenchi dei tesserati''.
- Nel centrosinistra si e' gia' aperta la questione laici-cattolici dopo le dichiarazioni del ministro Rosy Bindi sui Pacs. Il governo dovrebbe tenersi alla larga da questi temi, come suggerisce qualcuno? O dovrebbe mediare tra le diverse anime? E in che modo?.
PARISI - ''Prima del come viene il perche'. E il perche' deriva dal riconoscimento che nella nostra societa' convivono sempre di piu' ispirazioni ideali diverse che debbono essere chiamate al confronto per governare le cose comuni. Questa e' la fatica, ma e' anche la grandezza della politica. Il riconoscimento delle diversita', la costruzione dell'unita'.
Se i partiti, l'Unione e il governo non riescono a mediare al proprio interno le diverse ispirazioni ideali, a cominciare da quella tra credenti e non credenti che segna la storia del nostro paese, come possono poi costruire l'unita' del Paese?
E se non riescono a servire l'unita' del Paese a che cosa servono?''.
- Lei e' considerato il padre dell'Ulivo e regista di tante svolte, dalla lista unitaria alle primarie. Lascera' la presidenza della Margherita, per dedicarsi a tempo pieno alla nuova attivita' di ministro? O fara' il doppio lavoro?.
PARISI - ''Ma lei pensa che mi sia possibile abbandonare l'impresa e separarmi dai miei compagni proprio ora che la meta sembra a portata di mano?''.
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Giulietto Chiesa - Il peso della leadership
Post-scriptum in coda. Un chiarimento necessario. Segue Messaggio da parte di Giulietto Chiesa
Giulietto Chiesa è stato grandioso. Giulietto Chiesa ha sbagliato tutto. Giulietto Chiesa ha polverizzato Marco Taradash. Marco Taradash ha fatto polpette dl Giulietto Chiesa. Matrix è stato un trampolino di lancio formidabile. Matrix è stato una trappola mortale.
Come vedete, di ciascun evento si può sempre dire tutto e il contrario di tutto. Ma le opinioni vanno e vengono, mentre i fatti rimangono. E i fatti oggi ci dicono che in Italia, dopo Matrix, ci sono almeno tre milioni e mezzo di persone (il picco di ascolto della puntata di ieri notte) che sanno che esiste una questione 11 settembre. A questo va aggiunto almeno un milione di persone (butto là una cifra a caso, ma sicuramente in errore per difetto) che hanno saputo della stessa questione grazie alla lettera di Chiesa a Grillo. Mentre fino a una settimana fa ...
... le persone in Italia che fossero al corrente di un problema undici settembre - indipendentemente da come ciascuno la pensi - erano sicuramente meno di un decimo. E questo, innegabilmente, è stato merito di Giulietto Chiesa.
Se non fosse esistita una persona che avesse insieme la credibilità per dare voce a questo discorso delicato, e la voglia e il coraggio di rischiare la propria reputazione nel farlo, oggi non saremmo nemmeno qui a parlarne.
Dopodichè, tutto nella vita si può sempre fare meglio (si può fare anche molto peggio, volendo, non dimentichiamolo), ma per arrivare a quel meglio è indispensabile partire dalla metà del bicchiere che è già piena, e non da quella che è ancora vuota.
Di sicuro gli anni di siccità sono finiti, e da oggi nessuno morirà più di sete. Non sappiamo ancora bene fin dove si arriverà, nè come ci si arriverà, ma di certo, da qui non si torna più indietro. Il sospetto sull'undici settembre, visto lo spessore mostruoso della bugia che ricopre quei fatti, è difficile da insinuare, ma una volta entrato nell'organismo attecchisce con forza, e prolifera a una velocità pari al tempo di incubazione che lo ha preceduto. Quando uno si accorge di essere stato preso in giro per cinque anni, in altre parole, invece che per cinque mesi, si incazza dieci volte di più.
Nello stesso modo, lo sconforto che coglieva fino a ieri chi di noi non riusciva a vedere luce in fondo al tunnel, stava diventando ogni giorno più profondo e scoraggiante. Talmente profondo e scoraggiante, che nel frattempo si è fatto giorno pieno, e molti ancora non se ne sono nemmeno accorti.
A questo punto, vogliamo davvero metterci a fare le pulci a Giulietto Chiesa, per come ha condotto il dibattito in TV? E' vero che molti di noi, almeno una volta nell'arco della trasmissione, hanno avuto in bocca una risposta con cui avrebbero potuto dare una tal legnata al buon Taradash, da fargli schizzare la dentatura direttamente dal fondoschiena, ma questo in termini relativi, i nostri, gente cioè avvezza a ogni battaglia sull'argomento, affinata ad ogni più piccola sfumatura, che spesso convive serenamente con un Morbo di Ashcroft al terzo stadio avanzato.
Ma Chiesa non è andato da Mentana per appagare noi, ci è andato proprio per portare verso di noi quella grande maggioranza di persone che invece non sa ancora nemmeno che le Torri cadute fossero tre.
Molto significativi, in questo senso, sono apparsi i disperati tentativi di Taradash - e spesso anche di Mentana, che purtroppo non è riuscito sempre a rimanere al di sopra delle parti - di aggrapparsi a quello che vorrebbero tanto essere una verità acquisita: "Ma come - continuavano a dire - lo sanno tutti che cosa è successo quel giorno, lo abbiamo visto tutti in diretta TV, no?"
No, evidentemente, e la gente non è scema. Potrà non capire nulla di demolizioni controllate (che all'esperto sono evidenti da un miglio di distanza), o di guida di un 767 (che in condizioni normali non poteva assolutamente fare il "banking" finale che ha fatto UA175), ma quando un problema esiste lo capisce eccome.
Specialmente quando lo stesso Mentana si tradisce, verso la fine, dicendo che lo scontro fra le parti è stato violento, "ma non poteva che essere così". Perchè mai, Enrico? Se non esiste un problema, perche mai dovremmo scannarci come galli da combattimento? E perchè mai ci tieni sveglio fino all'una del mattino, tutto agitato e pure in ritardo, se "lo abbiamo visto tutti cosa è successo quel giorno"?
Queste contraddizioni magari non vengono decodificate razionalmente, ma passano come sensazioni di pelle, a livello inconscio, e spesso determinano da sole il verdetto "emotivo" nel pubblico meno preparato. Chissà perchè io, pur non sapendo niente di quello che ha combinato, ogni volta che vedo Andreotti in TV non riesco a credere a una parola di quello che dice?
Diciamo quindi che Chiesa ha scelto un approccio semplice e diretto, obbligando Taradash a fare ricorso a tutti i più infimi trucchi del mestiere, per contrastare la forza dirompente della verità. Abbiamo così rivisitato, nell'arco di poche battute, l'intero repertorio di scorrettezze dialettiche, dalla fallacia ad hominem ("antisemita"), alla fallacia di composizione (siccome il tale complottista era anche negazionista, e tu Chiesa sei un complottista, anche tu sei un negazionista); da una reiterata fallacia ad ignorantiam (siccome non sai dirmi chi l'ha fatto, non è vero che è stato un autoattentato), a quella più subdola di tutte della falsa premessa, dove tu stesso, senza fartene accorgere, inserisci la conclusione a cui vuoi arrivare nella premessa stessa (siccome c'è stata una commissione indipendente, democratica e bypartisan, che è quindi al di sopra delle parti…). La cosa, gentile Taradash, potrà anche essere vera nei libri di Bambi, ma comunque andrebbe esclusa a priori nel caso si sospetti cospirazione governativa, non crede? Visto che in questo caso si accusano proprio loro di averci ingannato, come si fa a partire dal presupposto - già tutto da dimostrare comunque - che "i governi non ci mentono"?
Lo stesso Chiesa è stato fulmineo a evidenziarne una simile, in cui Taradash partiva dal presupposto che tutti i servizi segreti del mondo siano un corpo unico di gente dedita solo al bene della nazione, "quindi non possono essere stati loro a farselo".
Al che Chiesa prontamente ha replicato, col giusto velo di sarcasmo, "come se Taradash non sapesse che nei servizi segreti di tutto il mondo ci siano quasi sempre due blocchi contrapposti, che agiscono proprio l'uno contro l'altro".
E chiaro quindi, se proprio si cerca un verdetto, che dialetticamente Chiesa ha sepolto Taradash sotto chilometri di vergogna. Non sono però così certo che questo sia stato recepito da tutti, specialmente fra coloro che di undici settembre sanno poco o nulla.
Qualche "sciura Maria" alla sceneggiata del Taradash scandalizzato, che "io di fronte a queste cose me ne vado", avrà pure abboccato.
°°°
Se infatti c'è un appunto che a Chiesa vorrei fare - pur sapendo di apparire saccente e presuntuoso oltre ogni limite (cercherò di spiegare in seguito perchè lo faccio comunque) - è di tipo strategico, e non dialettico:
A mio parere Chiesa ha riportato, al massimo, una vittoria risicata, quando aveva la possibilità di infliggere una sconfitta indimenticabile alla causa avversaria, e ciò è accaduto proprio all'inizio, quando non ha saputo approfittare al meglio della splendida palla che onorevolmente Mentana gli ha offerto.
Se c'è un solo momento infatti, in una trasmissione che si prevede infida e burrascosa, in cui puoi far passare con chiarezza assoluta il tuo messaggio, è quello iniziale, dove la gente ti ascolta con la massima attenzione, mentre il Taradash di turno non può certo mettersi a fare la Callas alla prima parola che ti esce di bocca. Bene o male, anche un pessimo attore come lui ha bisogno di un pò di rincorsa, prima di potersi aggrappare ai tendaggi e urlare scandalizzato "ma io me ne vado, qui non si può continuare cosi!" Se no rivela troppo chiaramente le sue intenzioni, e perde la partita prima ancora di giocarla.
Invece Chiesa è partito con una marcia troppo lunga, che denunciava sì la consapevolezza di avere ragione - e la cosa è molto importante, per il famoso "verdetto emotivo" - ma che l'ha portato nel frattempo a consumare quei 90 preziosi secondi iniziali su un solo aspetto del problema, quello del Pentagono. Mentre Mentana gli aveva offerto l'occasione d'oro per snocciolare in un colpo solo tutti i punti deboli più importanti della versione ufficiale.
La storia non si fa con i se, lo sappiamo, e nessuno può dire oggi come sarebbe andata, se Chiesa avesse adottato un incipit diverso. Noi però siamo gente che su questa materia ha ormai i calli sulla lingua, dal tanto discutere che abbiamo fatto, in tutti questi anni, con i debunker di ogni razza e dimensione. E noi sappiamo bene che col debunker, con qualunque debunker, se non piazzi subito i paletti al punto giusto, dopo non lo blocchi più. Lo stoppi sul buco nel Pentagono, e lui ti entra sui crolli delle Torri; lo stoppi sulle dinamiche di caduta, e lui ti entra con l'aereo caduto in Pennsylvania; lo stoppi anche su quello, e quando ti sembra di aver finalmente ripreso il controllo della situazione, ti senti falciare da dietro con una bella entrata al sapore di Olocausto.
Il debunker in azione è come una scimmia impazzita, che ti scappa e ti morsica da tutte le parti, pur di non farti parlare. Ma è anche come mille biscioni insaponati, che non sai dove finisce uno e dove comincia l'altro, e non riesci a tenerne fermo nessuno nemmeno a pagarlo.
Alle scimmiette bisogna quindi legare le manine fin dall'inizio, mentre i biscioni bisogna sparpargliarli sul selciato larghi abbastanza da poterli bastonare uno per uno.
Si - dirà qualcuno - ma in termini pratici, cosa vuol dire?
Premesso che Chiesa avrà sicuramente fatto i suoi ragionamenti, e che noi non possiamo conoscerli, qui possiamo raccontare quello che noi solitamente facciamo, sul sito, di fronte al debunkrer che si presenta in assetto di guerra.
Prima ancora che spari un solo colpo (che equivale alla palla iniziale offerta da Mentana), gli diciamo:
Sappi che siamo davanti a una lunga serie di indizi, riscontrabili e verificabili da chiunque, che puntano tutti il dito verso l'amministrazione Bush. Se quindi vuoi sostenerne la tesi ufficiale, dovresti gentilmente offrire una risposta valida almeno ai più pesanti interrogativi che essi pongono:
UNO. Sulla facciata del Pentagono c'è soltanto un buco rotondo di quattro metri, e quasi tutte le finestre conservano ancora i vetri intatti dopo l'impatto. Mentre un Boeing 757 è largo quaranta metri, alto quattordici, e sul prato non c'è assolutamente nulla che si possa far risalire a quel tipo di aereo. Anzi, caso mai ci sono pezzi che è molto difficile che gli appartengano.
DUE. Dei quattro dirottatori, nessuno aveva mai guidato un jet nella sua vita, e soltanto due di loro avevano il patentino per guidare piccoli aerei da turismo. Che sarebbe come fare la patente per il motorino, per poi saltare sulla Ferrari di Schumacher e battere, al primo tentativo, il record di Maranello, visto che questa gente non solo ha saputo portarsi a spasso i Boeing come fossero docili cagnolini da passeggio, ma gli ha pure fatto fare manovre che riescono solo alle migliori pattuglie acrobatiche del mondo. Mentre gli altri due piloti avrebbero addirittura fatto le stesse identiche cose, senza nemmeno aver ottenuto quel patentino. Roba da licenziare tutti i nosti piloti dell'aviazione civile, che ci è costato una cifra allenare e istruire a dovere, e mettere al loro posto i primi beduini che passano per strada, che a quanto pare la guida dei Boeing "ce l'hanno nel sangue".
TRE. Nonostante i jet della difesa americana di solito raggiungano un qualunque aereo fuori rotta nell'arco di pochi minuti, quella mattina per ben due ore nessun jet è riuscito a intercettare uno solo dei quattro aerei dirottati.
QUATTRO. Le 3 Torri sono tutte crollate in un tempo assolutamente incompatibile con le più note leggi della fisica, per cui o qualcuno ci ha mentito, o quelle leggi vanno riscritte daccapo.
CINQUE - Le Torri si sono completamente polverizzate nel crollo, cosa assolutamente incompatibile con i cedimenti strutturali ipotizzati dalla versione ufficiale.
SEI - Nelle macerie sono state trovate, a sei settimane dagli attentati, pozze di acciaio fuso, con temperature fino a 800° C. Questo è palesemente incompatibile con dei cedimenti strutturali.
SETTE - Ci sono almeno settanta testimonianze documentate, di poliziotti, pompieri, giornalisti, e comuni passanti, che hanno sentito, o vissuto personalmente, numerose esplosioni alla base delle Torri, pochi istanti prima o durante i crolli stessi. Queste esplosioni sono assolutamente incompatibili con dei cedimenti strutturali.
Questi sono solo alcuni fra i più importanti indizi che suggeriscono che la versione ufficiale sia un falso clamoroso. A te la palla Taradash.
Tempo totale di enunciazione: un minuto e mezzo circa (dipende dai polmoni che hai, e da quante volte devi riprendere fiato durante la tirata).
Ma in ogni caso, ora puoi anche andare al bar a berti un buon caffè, che il gentile Taradash avrà fatto appena in tempo a riorganizzarsi un pò le idee per il tuo ritorno. Non hai assolutamente vinto, sia chiaro, ma ti sei preso un tale vantaggio sull'avversario che ora devi solo più gestirlo con oculatezza, evitando i tranelli più grossolani, per portare a casa tutta la posta in palio.
Perchè? Perchè la partita adesso l'hai impostata tu, ed è lui che deve inseguire.
Il bianco a scacchi non è solo avvantaggiato perchè "parte prima", ma perchè facendolo ha la facoltà di determinare il tipo di partita che si va a giocare. Se apro di gambetto, per fare un esempio, la tua difesa siciliana per questa volta te la scordi. E se vuoi provarci comunque, rischi davvero che "il bianco vince in tre mosse."
Questo è il vantaggio che Mentana aveva onorevolmente offerto a Chiesa, e che Chiesa, a mio parere, non ha saputo sfruttare al meglio. Nulla è facile, siamo d'accordo, ma proprio per quello bisogna riuscire a posizionare subito certi precisi paletti, in modo da costingere il Taradash di turno alla partita che vuoi tu.
Proviamo a continuare con l'esempio pratico: una volta impostati quei sacri paletti, se solo il buon Taradash, non riuscendo a districarsi, prova a tirare di mezzo, ad esempio, l'Olocausto, tu gli puoi sempre rispondere: se ti fa piacere, dopo parliamo anche dell'Olocausto, ma prima ti dispiace provare a darmi una qualche spiegazione per quei sette punti che ho elencato prima? Mi sembra che fosse questo, dopotutto, ciò che Mentana mi ha chiesto, no?
E se Taradash a quel punto commette l'errore che molto probabilmente commetterebbe, non avendo in verità molte vie d'uscita, e dice "non sta a me dare quelle risposte, ci sono i tecnici e le apposite commissioni governative per quello", tu lo siluri definitivamente dicendo: "giustissimo, hai perfettamente ragione. Siccome però il rapporto ufficiale della Commissione indipendente non è riuscito a darci una sola di quelle risposte, vuole dire che io e te ci mettiamo qui seduti, in paziente attesa che qualcun altro ce le dia, e poi casomai ne riparliamo. Noi le domande le abbiamo poste, e mi sembrano tutte più che legittime. Dicevi dell'Olocausto?"
Io naturalmente l'ho fatta facile, ma c'è una differenza fondamentale che va riconosciuta, nel mettere i paletti iniziali in quel modo: da lì in avanti potrai sempre permetterti il lusso di rispondere con una domanda, invece di essere costretto ad una risposta.
Chiesa invece, dopo qualche giro in cui ha resistito egregiamente agli attacchi di quel tipo, è lentamente crollato sotto le continue picconate del "dicci tu chi è stato", "dicci tu perchè lo hanno fatto", e alla fine si è comunque ritrovato a parlare del Mossad. Cioè di nulla, poichè ìn quel campo nulla è dimostrabile, ed è proprio quello a cui puntava Taradash.
Mi rendo perfettamente conto, come dicevo, di quanto arroganti e presuntuosi si possa apparire, nel voler dare, non essendo nessuno, questa specie di "lezione" ad un oratore esperto e preparato come Giulietto Chiesa.
Che qui non siamo nessuno, non ho problemi a riconoscerlo, e non ci interessa in ogni caso diventare "qualcuno", ci basta riconoscerci tutti nel sito che abbiamo costruito. Ma di fatto qui dentro ci siamo fatti le palle quadre, nel corso degli ultimi anni, a discutere con i debunker ogni minimo possibile aspetto della faccenda, al punto che è già da tempo che qui non se ne presenta più uno che sia degno di quel nome. Come avete visto proprio in un articolo recente, per riuscire ad avere un Attivissimo con cui discutere ancora un pò, bisogna ormai urlare a squarciagola.
Il perchè lo sappiamo tutti, e si sintetizza nella nostra sezione undici settembre, di cui siamo tutti giustamente orgogliosi. C'è una mole enorme di lavoro, dietro a quelle pagine, che riguarda sia ciò che vi viene presentato, sia soprattutto ciò che non lo è. Bisogna essersi confrontati a fondo almeno una volta, su ciascuno dei mille argomenti a disposizione, per sapere con tranquillità quali trattare e quali invece lasciare da parte.
Sarà infatti un caso, ma la nostra suddetta sezione, per quanto si tratti ancora della versione iniziale che ora finalmente potremo revisionare), risulta già ben difficle da perforare così com'è, da parte di chiunque.
In tutte le estenuanti visite che Attivissimo deve aver sicuramente fatto, travestito da un pincopallino qualunque, tutto quello che è riuscito a trovare è che abbiamo chiamato "gasolio" quello che invece correttamente si chiama kerosene. Al punto che l'errore l'abbiamolasciato, in bella vista, in onore della sua fatica.
Presuntuosi? Certamente. Ma non ci siamo spaccati la schiena in tutto questo tempo per nulla, e pretendiamo che il nostro lavoro, che oggi è a disposizione di tutti quelli che arrivano dopo di noi - come lo sarà il nostro DVD, di prossima uscita - siano giustamente riconosciuti.
Ed è in base a quel lavoro, e all'esperienza che ci ha permesso di accumulare in questi anni di dibattito acerrimo, che ci permettiamo di offrire a Giulietto Chiesa i nostri suggerimenti, anche a rischio di apparire presuntuosi.
Nessuno, per quanto robusto, esperto o preparato che sia, è in grado oggi di condurre da solo una battaglia come quella che si preannuncia, ormai imminente, sull'undici settembre. E visto che lui, volente o nolente, ormai è diventato l'alfiere ufficiale del nuovo "truth movement" italiano, non possiamo che accodarci con entusiamo e sostenerlo con tutte le forze che abbiamo, buttando sulla bilancia tutto quello che gli può servire nei duri scontri che lo attendono.
Vai Giulietto, sei tutti noi! In fondo, pur senza sapere chi fossi, ti aspettavamo da sempre.
Massimo Mazzucco
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P.S.: UN CHIARIMENTO NECESSARIO
Questo post scriptum, inserito a poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, ne considera alcuni commenti apparsi nel frattempo, e intende completarlo con dei chiarimenti in merito.
Luogocomune non stringe nessuna "alleanza" con nessuno. In passato Luogocomune non si è mai ufficialmente alleato con altri siti, e molto difficilmente in futuro lo farà. Tanto meno con personaggi legati alla politica o direttamente in essa coinvolti.
Non solo la profonda avversità del suo responsabile al mondo della politica, chiaramente espressa in tempi non sospetti, e reiterata in modo particolare nel recente periodo pre-elettorale, glielo impedirebbe, ma associarsi ufficialmente a qualunque entità di colorazione politica tradirebbe l'essenza stessa di Luogocomune.
Al riguardo, ricordiamo a tutti coloro che non lo conoscessero, il caso emblematico, avvenuto oltre un anno fa, in cui il sottoscritto si battè a morte, arrivando a perdere alcuni degli iscritti più validi, per garantire il diritto ad una giornalista di dichiarata fede fascista di scrivere sul sito in piena libertà. Questo principio, di cui l'episodio è chiaramente la pietra miliare, nel tempo non ha fatto che rafforzarsi, arrivando a diventare l'essenza stessa di questo spazio comune.
Quello che il sito fa, in questo caso, è di offrire il suo supporto - tutt'altro che incondizionato, fra l'altro - ad una persona che stimiamo per i motivi già espressi nell'introduzione a questo articolo. Con questa persona condividiamo una causa comune, della quale oggi, volente o nolente, egli si ritrova ad essere percepito come pubblico leader.
Questo non significa affatto che siamo contenti che le cose siano andate così. Un movimento all'americana, nel quale non esistono leader dichiarati, ma entità distinte e indipendenti - per cui non è possibile "impallinarne" una a discapito di tutte - sarebbe stato di certo preferibile. Ma evidentemente in Italia la mancanza assoluta di personaggi di un certo livello, con un minimo di attributi al posto giusto, ha fatto sì che Giulietto Chiesa restasse evidenziato, nel bene e nel male, come uno che chiaramente ne possegga.
A questo punto, a noi non resta che una decisione da prendere: lasciare che marci da solo verso il fuoco nemico, oppure offrirgli comunque il nostro appoggio, come abbiamo scelto di fare.
Ma non lo facciamo certo perché Chiesa è di dichiarata appartenenza alla sinistra, lo facciamo perché Chiesa condivide con noi, come individuo, lo scopo per cui lottiamo quotidianamente da tre anni a questa parte.
A riprova di quello che diciamo ricordiamo che, alcuni mesi fa, abbiamo apertamente difeso Maurizio Blondet - che di certo di sinistra non è - nel momento in cui fu attaccato come "complottista" sull'undici settembre dal Giornale di Feltri.
Ma se solo un giorno Giulietto Chiesa, o chiunque altro, volesse tentare di "associare" in qualunque modo (leggi tranquillamente, senza nessuna falsa modestia, "cavalcare") la nostra purchè minima valenza pubblica, la nostra dissociazione sarebbe tanto immediata quanto assoluta.
°°°
Ci si perdoni quindi una scelta che in questo momento può apparire come crudo pragmatismo, ma sinceramente non ci sembra più il caso di fare dell'accademia ideologica. Non solo su quel fronte abbiamo già ampiamente dato - e respinto - ma ci sembra giunto il momento di passare finalmente a quell'azione pratica tanto lungamente invocata nei "mesi di siccità" di cui sopra. E giunto il momento di chiudere il famoso gap, spesso lamentato in passato, fra il mondo "virtuale" della rete, è quello, più tangibile e reale, in cui tutti viviamo.
Forse non a caso esce proprio in questo momento il nostro DVD, che cerca di sintetizzare, in un'ora e mezza di audiovisivo, tutto il lavoro da noi svolto fino ad oggi.
È questo lavoro che noi mettiamo a disposizione di Giulietto Chiesa - la persona, non il politico - poichè lo riteniamo ampiamente meritevole di un gesto iniziale di completa fiducia. Saranno poi gli eventi a determinare, in base ai principi qui espressi, quella che sarà l'eventuale posizione ufficiale di questo sito.
Massimo Mazzucco
**********************
Messaggio da parte di Giulietto Chiesa
Caro Massimo,
grazie per le tue considerazioni, tutte molto utili. Anche le osservazioni critiche.
Ma rivelo il mio "piano". Fin da prima dell'inizio avevo deciso che non avrei dovuto mettere tutta la carne al fuoco. Non per Taradash, che sapevo a memoria cosa avrebbe detto, parola per parola. Ma per il grande pubblico. Potevo recitare, forse (ma c'era comunque Mentana da tenere a bada) tutto in due minuti, senza tirare il fiato. Ma milioni di persone (quasi tutti all'oscuro) non avrebbero potuto recepire che alcune cose, e per giunta male. Commetti tu un errore di sottovalutazione del mezzo.
Rispondere in tv non e' la stessa cosa che scrivere una risposta sul computer a un debunker. Sono tempi diversi, mezzi diversi, velocita' diverse.
Ho scelto cosi', mi sembrava piu' giusto ed efficace. Alla luce del risultato credo di avere avuto ragione io.
Inoltre i filmati mostrati non li ho scelti io. E questo lo sapevo fin dall'inizio: gli spettatori avrebbero potuto vedere solo un pallido esempio di cio' di cui io e te (tu molto piu' di me) sappiamo. Avevo previsto anche questo. E mi ero preparato a giocare, per forza di cose improvvisando, su quello che non io e te ma gli spettatori avrebbero visto.
Ho fatto bene, ho fatto male?
Non so. Ma la televisione la conosco abbastanza bene e non ci sono andato alla leggera. Questo e' certo.
Cari saluti
Giulietto
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Grazie a te per il messaggio. Trovo che sia comunque bello essere in disaccordo sul modo migliore di vincere una battaglia, che comunque intendiamo vincere tutti e due con la stessa totale determinazione.
Inoltre, questa non era certo tutta la battaglia, ma solo una piccola scaramuccia iniziale.
A presto
Massimo
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I tre paperini della finanza globale
Galapagos
Avete presente Qui, Quo e Qua? Anche nelmondo della finanza ci sono tre fratellini, che, come i nipotini di Paperino, parlano uno appresso all'altro. Si chimano Standar&Poor's, Moody's e Ficht: sono le tre multinazionali che danno i voti, il rating come dicono i bene informati, sulla solvibilità di chi si indebita emettendo obbligazioni. Il compito che si sono auto-attribuito le tre società è di valutare la solvibilità di stati e imprese. Se danno brutti voti sono dolori: gli interessi da pagare sulle obbligazioni rischiano di crescere un maniera esponenziale. Per l'Italia ogni punto in più di interessi sul debito pubblico costa circa 13 miliardi di euro. Una manovra. Un lavoro importante, quello delle agenzie di rating. Anche se spesso non mancano i clamorosi scivoloni. Come nel caso della Enron, ad esempio. Ora, sotto il mirino delle agenzie di rating è finita l'Italia. Perché? Certo, i conti pubblici italiani non fanno faville, ma cosa è cambiato rispetto a due mesi fa? Asolutamente nulla. Salvo una cosa: il governo. La cosa bizzarra è che le società di rating hanno in mano, per i loro giudizi, solo le informazioni che danno i governi. Risultato: si sono molto allarmate quando Prodi ha rivelato che i conti pubblici italiani, eredità di Berlusconi, sono come la gruviera, pieni di buchi.Ma non si sapeva? Sono mesi cheUe, Fmi, Ocse lo dicevano. Ma Qui, Quo e Qua stavano zitti. Ora che Padoa Schioppa ha deciso di cercare di fare luce sullo stato dei conti i tre paperini si scatenano e gridano in coro: «vi teniamo sotto osservazione». Come dire: se attestate che il buco è grande e non provvedete, noi vi abbassiamo il rating. E così, il governo Prodi appena insediato si trova in un cul de sac: se denuncia lo sfascio di Berlusconi poi dovrà varare una manovra aggiuntiva da parecchimiliardi; o pagare pegno conmaggiori interessi sul debito pubblico. Un consiglio a Prodi: faccia come Temonti: per 5 anni ha negato l'evidenza per fare la sua politica economica. Con una avvertenza: cambi la politica economica senza dare ascolto alle sirene confindustriali.www.ilmanifesto.it
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Il cattivo karma di Telecom Italia
Il cattivo karma di Telecom Italia sta diventando un serio problema per tutti noi. Basta leggere la Repubblica negli ultimi giorni per capire come sia scoppiato un secondo bubbone. Che amplifica la fase di accesa tensione sul mercato, e nei confronti dei concorrenti, acutizzatasi dal gennaio dell'anno scorso.
Cerchiamo di capire, innanzitutto, che cosa stia succedendo nella maggiore azienda italiana di servizi. E quale sia l'origine delle pratiche anticompetitive, predatorie, e ora delle attività di intercettazione e di schedatura illegali che le erompono dentro. E infine sui pesanti sospetti di uso diretto, anch'esso illegale, dei dati riservati degli utenti di tlc per operazioni di marketing mirate contro i concorrenti. In breve: concorrenza sleale su cui la magistratura milanese sta indagando.
Un dato è da tempo sotto gli occhi di tutti. Telecom Italia ( Ti ), causa due scalate successive, volute e coperte anche dal potere politico, è oggi un gruppo sotto un fardello pesante: 49 miliardi di euro di debiti. Ed è una società quotata, che deve rendere conto ai suoi azionisti (in particolare ad un milione di risparmiatori italiani) ogni trimestre.
Quando, nel 1999, il governo D’Alema (e Gianni Consorte con connesso giro Unipol) decisero di appoggiare la grande Opa su Telecom Italia (da parte di Roberto Colaninno, di Hopa-Gnutti e dei residui di Olivetti) Telecom Italia era sì un gestore tlc ex-monopolista, ma era anche, per quegli anni, uno dei migliori carrier europei.
Aveva debiti inferiori a Bt, Deutsche Telekom e France Telecom che, a differenza di Ti, avevano partecipato allegramente alla grande abbuffata acquisitiva (e illusoria) detta New Economy. Era ben proiettata in Francia, America Latina (dal Brasile fino al Cile) e nel Mediterraneo. E Tim, prima protagonista mondiale della carta prepagata sul telefonino, vendeva consulenze e servizi persino in Asia. Oltre ad aver generato un nuovo business pari al 5% del pil nazionale, con alti tassi di profitto.
Dopo due acrobatici passaggi di mano azionari successivi (con conseguente accumulo di debiti) Ti è oggi un’azienda che ha dovuto vendere asset su asset, restringere progressivamente il suo perimetro internazionale, asciugare non solo ciò che comunque si sarebbe dovuto asciugare.
Le due scalate successive hanno aggiunto al suo bilancio circa 50mila miliardi in vecchie lire di debiti aggiuntivi, da remunerare. In questa cifra si può misurare l’insipienza di chi ha governato negli scorsi decenni l’economia e l’industria italiana. E che oggi è tornato bellamente, ancora con gli stessi nomi e cognomi (e nel caso di Bersani nella stessa posizione), al timone di comando.
Telecom Italia dei tempi di Tommasi di Vignano e poi di Bernabè era un ex-monopolista mediamente arrogante, mediamente predatorio, mediamente chiuso in se stesso ma anche connotato da una solida cultura tecnica e tecnologica, da una propensione agli accordi e compromessi, e persino alle spartizioni di mercato.
Ti è stato il carrier europeo che per primo ha avviato un backbone internet (interbusiness, ex-C-lan, rete sperimentale rapidamente riconvertita dal solo utilizzo universitario all'uso generale tcp-ip). Gli ingegneri di Telecom Italia, ai tempi, ascoltavano anche le voci dell'industria. Spesso di buon senso. E spesso capivano.
Interbusiness, in pochi mesi, riuscì a connettere oltre 400 piccoli isp, appena nati su tutto il territorio nazionale. Fu un gioco win-win.
Insomma, un tipico ex-monopolista europeo che una solida autorità di regolazione (che tuttora non esiste, di fatto) non avrebbe avuto insormontabili difficoltà a pilotare verso un assetto e una mentalità via via più aperta e moderna.
Come ha fatto l'Ofcom con Bt.
Ti sarebbe potuta divenire anche, agevolmente, la prima e più redditizia public company nella storia d’Italia. Fu deciso altrimenti, purtroppo, da un capitalismo italiano iper-conservatore (leader Enrico Cuccia) e da un gruppo di potere dalemiano intenzionato a correre per scorciatoie (illusorie) e così dare la spallata al vecchio salotto. E la spallata, invece, se la prese in pieno proprio Telecom Italia. Sta scritta nei suoi debiti.
Poi vi fu la contro-spallata. Pronube Berlusconi, Colaninno dovette gettare la spugna a favore di Tronchetti Provera, il nuovo campione del salotto, con il suo equilibrio a scatole cinesi con le banche. Non ritengo Tronchetti Provera un male di per sè. L'errore strategico fu fatto nel 1999, lui forse era solo la migliore alternativa su piazza. In una situazione già pesantemente politicizzata (nel modo sbagliato) e finanziariamente compromessa.
Ad ognuno dei due passaggi però c'è stata moltiplicazione dei debiti, e quindi necessità impellente, per il management, di spremere in ogni modo possibile il mercato. Andando anche a 310 all'ora sulla pubblica strada. Poveretti. Non li invidio.
Soprattutto oggi, di fronte al rischio (ripeto rischio) che il core business delle telecomunicazioni, ovvero la fonia, divenga una commodity a bassissimo prezzo (vedi Voip, vedi Skype).
Da oltre un anno e mezzo Telecom Italia ha quindi nettamente accelerato il suo profilo di aggressività. Ben lo sanno i suoi concorrenti e le numerose riunioni all’Agcom (l’Autorità sulle tlc) finite a scenata, o persino (ultima) con tutti i gestori alternativi presenti usciti per protesta dalla sala. Ancora nel 2003 non succedeva, il clima si è progressivamente invelenito.
Circa otto offerte commerciali in 18 mesi da parte di Ti non replicate o replicabili per i concorrenti (che non dispongono dell’infrastruttura nazionale). Tronchetti li ha pure chiamati parassiti. Fastweb, che invece la rete ce l’hà si vede attaccata con l’uso illegale dei dati riservati dei suoi utenti. E apre un contenzioso legale, finito oggi sui giornali.
Poi, oggi, il lancio di una Ip Tv non interoperabile con alcuno e infine la prossima trasformazione della rete (sull’architettura delle Next Generation Networks) in direzione sempre più proprietaria, discriminatoria verso i concorrenti e forse anche non più neutrale come è sempre stata Internet.
Ciliegina sulla torta: lo sviluppo all’interno del corpo di Telecom Italia di un grosso bubbone, a partire da fin troppo incisive e capillari attività di intercettazione.
Oggi, con i 100mila files riservati di Cipriani, il digitale italiano entra a vele spiegate nei grandi campi di gioco di Furbolandia. Un tempo sembrava un'isola pulita. Ora fa paura a tutti.
Tutto questo insieme dà l’idea del cattivo Karma che si sta accumulando e riverberando su quello che un tempo era chiamato il genio civile dei telefoni. Un monopolista anche mite, molto democristiano. Anche con una sua onestà tecnica di fondo, non priva a volte di genialità.
Allora, non oggi.
Che fare? Per rispondere a questa domanda va fatta preliminarmente una minima analisi di scenario.
Mi vengono in mente tre opzioni. La prima la chiamerò, per comodità, il disastro verso cui Ti sta correndo. La seconda il suo trionfo neomonopolistico. La terza: un assetto all’inglese anche in Italia.
Una piccola premessa tecnologica: Ti cambierà molto nella sua infrastruttura nei prossimi mesi e anni. La sua rete diverrà diversa (e altrettanto stanno facendo tutti i grandi carrier tlc del pianeta). Diverrà una Ngn, New Generation Network.
La vecchia rete tlc digitale di prima generazione, con le sue centinaia di costose centrali di commutazione e di transito nelle città, è ormai tecnicamente obsoleta. Al suo posto avanza una rete con pochi punti di controllo centrali, una grande infrastruttura ottica di trasporto (routing e commutazione a decine di gigabit, sulle frequenze di luce Dwdm) e fibre che arrivano direttamente alle strade, fino ad armadi dove si tende a integrare tutto: routing fine, interfacce dslam ad attacchi Dsl2+ fino a 50 megabit – detto Dsl a rame cortissimo – e batterie di dischi locali proxy-cache con vari terabyte di contenuti online, televisivi in primis, da erogare così alla massima velocità e minimo costo di rete.
Quello che costa, dice un vecchio detto degli ingegneri tlc, sono due cose: i palazzi per metterci le centrali (real estate urbano a volte pregiatissimo) e lo scavo delle strade per metterci nuovi fili, o fibre. E la Ngn elimina o minimizza ambedue i costi, a fronte di una rete digitale generale allo stesso tempo più potente, più versatile, più flessibile, scalabile e meno costosa.
Ovvio che oggi il gruppo Telecom-Pirelli abbia un forte business immobiliare sui vecchi siti di centrali, logico e comprensibile. Ok.
Agli scatolotti (in ingresso ottici e un uscita Dsl2+) per le strade peraltro ci sono arrivati pressoché tutti. Deutsche Telekom che li sta progettando gialli e supercorazzati (tipo panzer), Bt che li mette in condivisione anche dei concorrenti (via OpenReach), France Telecom, At&T-Verizon....in Cina, Corea, Giappone. Tutti.
Ritornano sulla scena gli investimenti sulla fibra (per il nuovo core). Ma non fino a casa degli utenti, un po’ prima. Dove davvero servono.
L’Ngn però comporta un problemuccio non piccolo. I vecchi armadi Dslam in centrale, con i doppini in rame che i concorrenti potevano in caso affittare (unbundling) di fatto spariranno. Perché obsoleti.
Telecom Italia, sotto casa, ti offrirà 50 megabit. Mentre il concorrente, dalla vecchia centrale (residua), al massimo potrà rispondere con dieci o venti. Legittima domanda, quindi: di nuovo il monopolio?
Non è detto. Se un’Autorità (degna di questo nome) saprà imporre al Ti la fornitura di circuiti virtuali completi (bitstream) a prezzi ragionevoli verso i concorrenti, il pluralismo potrebbe in qualche modo (ripeto, in qualche modo e a costo di conflitti continui) persistere. Peccato però che Ti fino ad oggi non abbia ancora cominciato ad offrire un bitstream degno di tal nome, e intanto spinge a più non posso sulla Ip-tv a 20 megabit (non replicabile oggi da nessuno).
Nella sua fame di nuovo valore aggiunto e di redditività cerca di attaccare gli spazi di mercato (e pubblicitari) di Rai, Mediaset e delle emittenti locali. Buona fortuna.
Magari alla fin della fiera si alleerà strettamente a qualcuna di queste. Nessuno lo sa.
Non lo so, ma spero vivamente di no (circola su Internet, oggi)
Tra i vecchi di internet molti credono che anche questo ennesimo tentativo sul video on demand sulla rete Ip si risolverà in un ennesimo fallimento, più o meno sanguinoso, quale fu il progetto Socrate (un faraonico piano di cablaggio ottico-coassiale di Ti nei primi anni 90), quindi l’avventura di Stream (poi defunta) e infine il non propriamente clamoroso successo, negli scorsi anni, del portale Alice.
Vuole andare a sbattere la testa un’altra volta contro il muro?
Ti faccia pure, dicono i vecchi di internet. Peccato però che la testata potrebbe prendersela non solo Ti ma tutta Italia, già da più di un anno bloccata, nell’innovazione
e nel dinamismo in Tlc e informatica, dal neomonopolismo aggressivo di Ti (chiedere all’Agcom il grafico storico sulla crescita nel numero di proteste dei concorrenti, dal gennaio 2005 ad oggi).
Poi ci si lamenta del declino...ipocriti.
L’Ngn, in versione Deutsche Telekom, implica, nelle sue intenzioni e dichiarazioni, la fine della neutralità di Internet. Sta facendo infatti pressione sul governo tedesco perché possa imporvi i suoi pedaggi. Altrettanto vorrebbe Ti (e forse France Telecom). Tutti e tre sono gestori che oggi controllano il 70-75% del mercato locale della larga banda. Mentre Bt, che invece controlla solo il 30%, ha finito per scegliere, sotto pressione di Ofcom, la strada opposta, quella dell’azienda aperta di rete, OpenReach, che vende imparzialmente servizi Ngn a tutti.
Il nemico da battere è Google, che lavora anche lui per una piena fioritura del video su Internet, ma su un modello tutto diverso: aperto, dal basso, anche autoprodotto, diffuso e quindi riunito logicamente sotto la potenza del suo motore di ricerca. Fino a un telecomando intelligente e aperto (dimmi cosa posso vedere stasera in tema di....intercettazioni, e lui mi cataloga da Report fino ai video autoprodotti).
Wint Cerf, un papà di internet (peraltro un gran signore simpatico, ex fumatore di pipa...;-), che ho appena ho avuto il piacere e il privilegio di incontrare a Pisa per moderargli (a lui e a Bob Kahn, l'altro padre del tcp-ip) il convegno post laurea honoris causa, che lavora per Google ma l'ha spiegata così. E dice che i Carrier hanno paura, come al solito.
Wint (primo socio Isoc, ovvero Internet Society) che si becca la laurea in faccia (e piena approvazione, presumo) di Galileo nella sala grande della torre d'avorio pisana ...
del resto, in toscano...
La presente banda dell'Isoc italiana (di cui faccio parte) con il mitico Alessandro Berni dietro al webmaster (maglietta bianca) di cui tocco taumaturgicamente la pancia...
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Ci credo. Detto da blogger (eravamo in mille nel 2002, oggi siamo centomila e passa nel web 2.0)
La prima strada è foriera di una rivolta della internet europea. La seconda no.
Ma non congetturiamo troppo. Ti potrebbe anche avere un suo clamoroso successo, con la Ngn e la Ip-tv. Potrebbe persino riuscire a bloccare Skype sulla sua rete, farsi pagare i pedaggi a Google, Yahoo o E-bay, discriminare persino il traffico di email (come pare Verizon stia cominciando a fare). E alla fine spremere dalla Ngn quote di mercato più alte, telefonia convergente fisso mobile ad alto profitto (?), abbonamenti televisivi e introiti pubblicitari. Ma questo è uno scenario realistico? Davvero l’Italia sarà tanto docile da permetterglielo e, soprattutto, pagare per questi servizi?
Soprattutto in un contesto di illegalità diffuse, sul digitale, anche per le più elementari libertà, e il rispetto dei cittadini…
No, ritengo questo scenario di alto successo piuttosto improbabile. Se non altro perché reti alternative, ottiche e wireless alla fin della fiera sono sempre possibili, e finirà per erompere da lì la concorrenza compressa sui vecchi dslam. le stanno facendo alcune amministrazioni pubbliche illuminate (Firenze, Brescia...) altre seguiranno. Abbiamo il 20% dell'Italia tagliato fuori dalla Dsl, peraltro. Ricordiamocelo.
Alla fine convergo su uno scenario triste e paludoso. Senza grandi fallimenti né grandi successi, ma comunque caratterizzato da un melmoso Vietnam contro i concorrenti, da un sostanziale blocco all’innovazione digitale italiana, da un barcollante andamento finanziario di Ti. Sempre e comunque artificialmente aggressiva.
Che fare? Pochi giorni fa un economista della Bocconi e un analista finanziario di Paribas si sono prodotti in un esercizio. Che hanno presentato in un apposito seminario rivolto ai loro più qualificati colleghi. Titolo: conviene a Tronchetti la separazione di Ti in un’azienda di rete (aperta a tutti, in stile OpenReach) e un’azienda di servizi (in competizione alla pari con tutti gli altri)? La risposta è: sì, conviene a Tronchetti anche sul piano finanziario, e anche subito.
Il documento lo troverete a breve, credo, sul sito di Equiliber.
Nella sostanza dice: oggi un’azienda che fornisca esclusivamente a a tutti servizi di rete (a partire da una struttura Ngn) può essere altamente profittevole, una sorta di gallina dalle uova d’oro, nonostante la si carichi di tre quarti del debito Ti, pari a 34 miliardi di euri.
Per due motivi. Uno tecnologico e uno di mercato.
Il primo è che sulla Ngn il bit costa poco, anzi pochissimo. E più bit gireranno, più saranno poco costosi e quindi a margine elevato (dai prezzi politicamente fissati per tutti dall'Autorità).
Il secondo è che una Ngn italiana aperta a tutti, in condizioni di fiducia e di gioco a guadagno condiviso con gli altri gestori (Ti e alternativi), indurrà un po’ tutti a servirsi il più possibile di questa infrastruttura, evitando reti duplicate o altri onerosi investimenti. Quindi con l’effetto di scala positivo sulla redditività sopra ipotizzato.
Il gruppo dirigente di Telecom Italia, Renato Ruggiero in prima fila, sta quindi facendo un errore strategico madornale. Anche contro gli stessi interessi degli azionisti di Telecom Italia.
Non vado oltre. Il punto mi pare sufficientemente chiaro.
Vale la pena invece di riflettere un attimo sulle possibili conseguenze di un uno scenario caratterizzato da una Ti Uno, azienda di rete aperta, e di una Ti Due (o Ti-servizi) competitiva.
La prima sarebbe regolata dall’Agcom, La seconda no. Come nel caso inglese di Bt.
La prima sarebbe focalizzata, per suo stesso business model, nell’ottimizzazione dei servizi di rete, quindi nella tecnologia e nella massima innovazione (redditizia) possibile. Potrebbe divenire una sorta di Mecenate, a confronto della grettezza attuale.
Quindi aiuterebbe a sbloccare e rilanciare una ricerca e un’industria digitale manifatturiera e software italiana oggi in difficoltà e a rischio.
Mentre la Ti Due sarebbe libera di muoversi, se vuole anche su un Ip tv (ma in caso ben più pluralista) ma soprattutto su servizi professionali tlc oggi piuttosto arretrati verso le imprese.
Non solo: Ti Uno affronterebbe meglio il problema del digital divide interno, con maggiori risorse, meno preoccupazioni monopolistiche, efficienza ed efficacia superiori rispetto allo scenario conflittuale-frammentato.
E veniamo infine alla questione della privacy e della crescente furbolandia nelle tlc italiane. Il ritorno al suo centro di qualcosa di simile allo spirito del vecchio genio civile dei telefoni forse farebbe bene un po’ a tutti.
Un’azienda di rete indipendente dai gestori potrebbe essere un contropotere e un controllore di ultima istanza contro gli abusi.
Una forza positiva, anche di trasparenza e serietà per l’intero digitale italiano. Di innovazione, di sviluppo e persino di partecipazione remunerativa alla crescita del Paese.
Un semplice e antico gioco a guadagno condiviso.
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Immaginari postdemocratici. Nuovi Media, cybercultura e forme di potere
Tommaso Ederoclite,
Voler oggi descrivere lo stato delle democrazie occidentali è impresa ardua e rischiosa. Lo è ancor di più se tra le ambizioni teoriche si desidera esplorare il vasto - e sempre più articolato – rapporto con la crescente complessità tecnologica. Un contesto in cui crisi democratica e invasività tecnologica diventano gli estremi di un continuum dentro il quale si scatena il dibattito, coinvolgendo diverse discipline e fornendo una fitta trama di fattori di difficile intrepretazione. Concetti come potere, opinione pubblica, cittadinanza, partecipazione e la stessa democrazia cominciano ad esaurire il loro significato storico e – per dirla con Formenti – a non produrre senso politico. Un orizzonte fatto di nuovi significati sul quale va ridefinito il ruolo stesso dell’intellettuale, oggi più che mai figura chiave capace di oggettivare quelle forme elementari del vivere associato fondamentali per una rinascita democratica dell’occidente. Un guado nel quale giocano un ruolo fondamentale le nuove forme di socialità che emergono attraverso la sperimentazione di piattaforme comunicative volte a riorganizzare l’intero assetto della politica, del diritto, del quotidiano. Una ripresa del dibattito pubblico che ha una eco globale, dove nuove identità politiche propongono nuove regole e dove le vecchie riconfigurano le proprie. E’ da queste basi che “Immaginari postdemocratici. Nuovi Media, cybercultura e forme di potere” (a cura di Alberto Abruzzesee e Vincenzo Susca, Franco Angeli, 2006) articola i suoi inteventi, fornendo un mosaico ricco di prospettive ed orientamenti, uniti da un sottile intento comune: quello di dare una direzione di ricerca volta a comprendere ciò che Colin Crouch definì “postdemocrazia”. Il libro è frutto di un convegno dal titolo “Democrazia, new media, postmodernità: scenari possiibli” tenutosi a Roma il 18 Novembre del 2003 organizzato dall’ISIMM in collaborazione con la cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di massa della Facoltà di Scienze delle Comunicazioni (Università degli studi di Roma “La Sapienza”) durante il quale molti interrogativi furono sollevati e che, attraverso la pubblicazione articolata degli interventi, si propongono direzioni volte a suggerire prospettive di ricerca. Il libro è diviso in cinque differenti sezioni: Scenari, Note, ComunicAzioni, Dall’America e Nodi Critici. La sezione Scenari raccoglie i contributi di Michel Maffesolì (Dall’astrazione all’emozione), Giacomo Marramao (I nuovi volti del potere), Carlo Formenti (La cyberdemocrazia tra utopia e realtà), Roberto Grandi (Postmodernità e diritti di cittadinanza), Paolo Mancini (Semplificazione e controllo della campagna permanente) e Stefano Cristante (Esiste l’opinione pubblica mondiale?). La sezione Note si avvale dei contributi di Mario Morcellini (Parabole della comunicazione e comunicazione delle parabole) e Antonio Pilati (Verso nuovi equilibri democratici). La sezione ComunicAzioni è affidata a Vincenzo Susca (La politica nell’epoca della riproducibilità digitale. Verso la comunicrazia), Federico Casalegno (Atlas di comunicazione aurale: mappa dei flussi di comnicazione), Edoardo Fleischner (Media/polis. I media si fanno polis) e Rosanna De Rosa (La blogosfera come strumento di riappropriazione della politica?). Nella sezione Dall’America sono presenti i saggi di Derrick de Kerckhove (La democrazia in America nell’era dei blog) e Joschua Meyrowitz (Media mainstream e media alternativi: narrative americane in contrasto). I Nodi Critici vengono discussi da Ugo Volli (Scenari mediatici: democrazie o barbarie), Sebastano Bagnara (La perdita del passato), Pierre Musso L’utopia tecnologica della Rete a soccorso della democrazia) e Stefano Rodotà (Dieci tesi sulla democrazia continua). Le conclusioni sono di Alberto Abruzzese. Come osserva Enrico Manca nell’introduzione, il libro non ha pretese manualistiche “né di fornire una definizione univoca dell’orizzonte postdemocratico” esso vuole solo strutturare una serie di piste e prospettive di ricerca avvalendosi di preziosi interventi. Inevitabilmente però “Immaginari Postdemocratici” si pone come una antologia di saggi con innumerevoli implicazioni teoriche e risvolti epistemologici di forte caratura. Un testo nel quale condensano diversi atteggiamenti e opinioni – delle volte anche in contrapposizione – ma che evidenziano il bisogno intellettuale e scientifico di comprendere, descrivere e “provare” ad interpretare il disincanto politico tracciando una direzione, a partire dall’immaginario.
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FINALMENTE LO STATO
SI È RICORDATO DI LORO
Sabrina Marcacci, appoggiata dal deputato Marco Boato, è riuscita a far varare una legge che prevede il risarcimento.
«Ecco una ricostruzione controllata e sicura dell’agghiacciante vicenda; ogni notizia proviene da fonte direttamente informata. Secondo testimoni oculari, i prigionieri furono schierati dinanzi alla prigione di Kindu, già pesti e insanguinati, e uccisi a colpi d’arma da fuoco; poi vennero fatti a pezzi dalla soldataglia scatenata…».
Chissà quante volte Sabrina Marcacci avrà letto e riletto queste ormai sbiadite righe datate 18 novembre 1961. È il primo pezzo inviato alla Stampa dal primo inviato giunto in Congo, Alberto Ronchey, all’indomani dell’eccidio dei 13 aviatori italiani a Kindu. Ronchey ne aveva mandati diversi, di reportage, fino al 1° dicembre 1961. E aveva ricostruito quasi tutto quello che oggi la storia ci consegna come la verità sulla strage di Kindu.
Verità che coincide in tanti particolari con quanto racconta oggi Georges Mbula, tranne per ciò che allora era stato messo in giro dai soldati congolesi per giustificare la strage, ossia che gli italiani fossero diretti nel Katanga per portare armi ai secessionisti e che fossero stati fatti atterrare a Kindu con l’inganno dagli addetti alla torre di controllo. Ronchey, già pochi giorni dopo l’eccidio, aveva accertato che la torre di controllo era fuori uso da mesi.
Un papà mai conosciuto
Queste righe della Stampa riguardano, tra gli altri, il sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, papà di Sabrina. Papà che lei che non ha mai conosciuto se non attraverso le foto e i ricordi della mamma. Sabrina le rilegge ancora una volta per fornirci alcuni dei documenti che conserva nel suo personale archivio, e per ricordare per noi una storia che dura da tutta una vita: allora, l’11 novembre 1961, quando il padre venne trucidato, a 27 anni, a Kindu, Sabrina aveva neanche un anno e mezzo, la madre appena 20.
«Quello che ho di mio papà», racconta, «sono solo i racconti di mia madre. E un vaghissimo ricordo: che mi arrampicavo su una credenza per prendere delle arachidi salate, portate da un lungo viaggio da papà. Ho il ricordo che poi quelle arachidi non c’erano più, e che mia madre piangeva sempre. Nessuno di noi figli degli aviatori ricorda quei giorni, ma abbiamo dentro il dolore delle nostre madri, nonni, zii, che è cresciuto con noi. Le nostre vite e la nostre famiglie sono state spezzate».
«Perciò», aggiunge, «ho sempre sognato di riuscire a fare qualcosa per mio padre e per i suoi colleghi. Ora, dopo 45 anni, ci sono riuscita. Per me è una grande soddisfazione morale, dopo tanto oblio per quelle tredici vittime». Difatti, nell’ultimo giorno della legislatura che si è appena chiusa è stata votata una legge, in due soli articoli, che sancisce, dopo quasi mezzo secolo, il risarcimento alle famiglie degli aviatori.
Davvero vittime dimenticate, quelle di Kindu. Nonostante sia stata la prima strage del dopoguerra, nonostante che i militari italiani fossero in Congo come caschi blu in missione di pace per l’Onu, lo Stato se ne dimenticò totalmente. Solo nel 1994, a distanza di 33 anni dall’eccidio, fu riconosciuta loro la medaglia d’oro al valor militare.
Meglio tardi che mai
E solo adesso è stata varata la legge per il risarcimento. Frutto della tenacia di Sabrina e di quella del deputato Verde Marco Boato che, preso a cuore il caso, ha proposto la norma e l’ha seguita passo passo fino alla sua approvazione (peraltro con voto unanime).
«Tutto è nato quando venni a sapere che era stata fatta una legge apposta per le vittime di Nassiriya», racconta Sabrina, «per risarcire le famiglie dei militari uccisi fuori dai confini nazionali. La norma risultava applicabile solo dal 1° gennaio 2003. In un moto di rabbia, scrissi allora al presidente della Repubblica Ciampi e a quello del Consiglio Berlusconi. Quest’ultimo non mi ha risposto, Ciampi mi mandò una lettera di cortesia, e nulla più. Allora scrissi a tutti i cinquanta deputati e senatori che avevano promosso la legge per i militari di Nassiriya. Mi risposero in tre: gli onorevoli Biondi, Mazzoni e, appunto, Boato, il quale mi disse di non farmi illusioni, ma che avrebbe fatto tutto il possibile. Beh, ha mantenuto la parola».
Già, una grossa soddisfazione morale, dopo essersi sentiti familiari di vittime di "serie B". Sabrina Marcacci racconta che la madre seppe della morte del marito per radio, cinque giorni dopo l’eccidio, il 16 novembre 1961. Solo molti mesi dopo fu recuperato ciò che restava delle salme, e i responsabili – pure se individuati – non furono mai processati.
«Per me è importante averli ricordati, perché facevano del bene. Era giusto fare qualcosa per loro», continua Sabrina. «Erano in missione di pace e nel carico di quei due aerei non c’erano solo le autoblindo, l’armamento e i materiali per la missione Onu. C’erano anche giocattoli per i bambini congolesi, che gli aviatori raccoglievano di loro iniziativa. Mio padre amava quei luoghi e quella gente, che considerava tanto sfortunata, al punto che voleva portarci laggiù, per conoscere quella realtà».
Sabrina, però, a Kindu, non c’è ancora andata: «È un altro piccolo sogno che mi porto dentro. Prima o poi realizzerò anche questo».
Luciano Scalettari
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S'è rotto l'Occidente -
C'era una volta l'Occidente, con la “O” maiuscola. Adesso non c'è più. Qualche tempo fa uno dei filosofi neo-con, un certo Robert Kagan, era emerso dall'oscurità per dirci questa verità, anzi per sbattercela in faccia, a noi europei della “vecchia Europa”: siete fuori dal mondo, non avete capito niente di cosa è successo l'11 settembre, le regole sono cambiate e voi continuate a parlarvi addosso in base alle vecchie regole, al diritto internazionale consolidato da Yalta, al vecchiume della guerra fredda, al mondo bipolare.
Mi è capitato recentemente di sentirmi dire la stessa cosa, ma con un tono dimesso, un sospiro sconsolato, un'interpretazione di significato opposto a quello di Kagan, da un senatore, nel suo ufficio di Washington. Richard Durbin, democratico dell'Illinois, constatava che su tutta una serie di questioni cruciali, di giudizi fondamentali sui temi caldissimi della contemporaneità, l'atteggiamento degli americani è ormai diverso, anche radicalmente, da quello degli europei.
Ci metteva in guardia, Richard Durbin, sul fatto che i motivi che ci avevano portato (me e un gruppo di deputati europei) a Washington non facevano nemmeno parte delle priorità che angustiano la maggioranza degli americani. Le priorità – ci disse – sono la sicurezza, la salute, le questioni sociali, non i diritti umani. Così ripetendo quello che, poco prima ci aveva fatto capire il membro del Congresso, anche lui democratico, della Florida, Robert Wexler. La gran parte degli americani, ci aveva avvertito Wexler, non sa nulla delle questioni che state sollevando e non è nemmeno in grado di capire gli effetti che i voli della Cia e le carceri segrete hanno avuto sull'opinione pubblica europea. Solo un piccolo strato di persone, “molto sottile” (e qui aveva fatto un gesto con la mano, lasciando tra il pollice e l'indice appena una fessura), considera importante il diritto dei presunti terroristi di essere giudicati regolarmente. Poi aveva aggiunto: “penso che la maggioranza, non so esattamente ma potrebbe essere più del 51%, non sarebbe d'accordo con voi. Tra quello strato sottilissimo, che ragiona all'europea, e questa maggioranza, c'è uno strato variegato che si colloca a metà strada, che condivide alcune cose di questa Amministrazione, e altre no, ma che non desidera essere costretto a scegliere. Perché se lo si costringe a scegliere, allora starà - “come farei io stesso”, aveva aggiunto – dalla parte di George Bush.
Ero andato a Washington come membro di una delegazione del Parlamento Europeo incaricata di approfondire l'indagine, promossa dallo stesso Parlamento sui voli segreti della Cia in Europa, sulle cosiddette “extraordinary renditions”, sulle modalità con cui gli Stati Uniti hanno condotto la loro guerra al terrorismo internazionale in esplicita violazione di tutte le norme fino a questo momento in vigore, regolanti i rapporti tra stati.
Il fatto stesso che il Parlamento abbia deciso, a larga maggioranza, di istituire una commissione d'indagine sulla materia, già dice molto sullo stato delle cose tra le due rive dell'Atlantico. A dare il via alla decisione erano state fughe di notizie, emerse dalla stampa americana e raccolte da alcune organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani fondamentali. Si parlava di carceri segrete della Cia in Polonia e in Romania, di decine e decine di atterraggi di aerei Cia in molti aeroporti europei, di prigionieri, presunti terroristi, prelevati segretamente in numerosi paesi esterni all'Unione Europea, trasferiti in paesi terzi, ma transitati, sempre segretamente, in Europa verso destinazioni nelle quali sarebbero poi avvenuti interrogatori in cui si è fatto ampio e variegato uso della tortura, insieme a una serie di trattamenti inumani e degradanti.
L'elenco dei crimini contro l'umanità, che veniva evidenziato da quelle fughe di notizie, sicuramente – come si accertò – di fonti informate e attendibili, era ed è impressionante. A commetterli non erano i terroristi, ma coloro che affermano di dare la caccia ai terroristi.
E la prima domanda che i parlamentari europei si posero fu molto semplice: tutto questo è avvenuto all'insaputa dei governi europei, dei servizi segreti europei, dei diversi livelli istituzionali europei, oppure qualcuno sapeva?
Domanda essenziale, perché se si scoprisse con precisione che c'erano (ci sono) in Europa, coloro che davano (danno) il beneplacito per queste azioni, o che vi partecipano, saremmo di fronte alla violazione dell'articolo 6 del trattato dell'Unione Europea, così come della Convenzione Europea per la protezione dei Diritti Umani e della Libertà Fondamentali. E il fatto che tra i paesi indicati ci sia la Romania, paese candidato all'ingresso nell'Unione, complica le cose : perché non si entra in Europa se non si rispettano le norme dell'Europa. Questa, per lo meno, è la regola, anche se non è detto affatto che verrà seguita, in caso si accertasse, dati alla mano, che la Romania ha ospitato carceri segrete della Cia, e non solo ha dato ospitalità e rifornimento agli aerei Cia che vi transitavano portando i prigionieri altrove.
La Commissione d'inchiesta ha già accertato una quantità notevole di cose: tra cui la deportazione di due cittadini egiziani, Mohammed Al Zary e Ahmed Agiza da un aeroporto svedese alla volta dell'Egitto. I due erano stati arrestati dalle autorità svedesi e furono consegnati nelle mani di un gruppo di agenti della Cia, che li portarono in Egitto, dove subirono torture.
Del rapimento dell'imam Abu Omar, avvenuto in pieno centro a Milano, sapevamo già quasi tutto grazie alle indagini condotte dal procuratore di Milano Armando Spataro. Ben 22 mandati di cattura contro altrettanti agenti della Cia sono stati spiccati dalla magistratura italiana. Adesso emerge che agenti italiani presero parte all'operazione, insieme a quelli della Cia.
Si è scoperto che le autorità bosniache consegnarono sei algerini agli agenti della Cia. Il loro luogo di detenzione successivo non è noto, forse sono tra i prigionieri di Guantanamo Bay.
Particolarmente importante il caso del cittadino tedesco di orgine libanese Khaled el Masri, arrestato in Macedonia, consegnato alla Cia e da qui trasferito in Afghanistan, dove fu interrogato e torturato. E la commissione ha potuto ascoltare direttamente la testimonianza di Maher Arar, cittadino canadese, arrestato all'aeroporto di New York, trasportato in Siria, via Roma Ciampino, e quivi trattenuto in un carcere segreto, torturato per dieci mesi e infine, inspiegabilmente liberato senza neppure aver saputo quali erano i capi d'imputazione, sempre che ve ne fossero.
In sintesi: fino ad ora si è scoperto (ma è solo la punta dell'iceberg) che gli Stati Uniti hanno effettuato tra 30 e 50 veri e propri sequestri di persona in paesi terzi; che hanno dislocato i rapiti in almeno 8 carceri segrete, tra cui certamente alcune in Europa, altre in Africa e in Asia. Alcune di queste carceri sono successivamente state chiuse, ma altre, in luoghi segreti, esistono tutt'ora. Lo prova il fatto che numerosi “terroristi” arrestati, alcuni dei quali hanno confessato e le cui confessioni sono state rese pubbliche (senza che gli autori delle confessioni fossero mostrati al pubblico) sono tuttora in detenzione senza processo, senza avvocati difensori, in condizioni di totale isolamento. E non si sta parlando di Guantanamo Bay, il caso “ molto particolare” di oltre 600 detenuti incarcerati del tutto illegalmente, non processati, sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, sotto la denominazione, inventata dal Pentagono, di “nemici combattenti” e, come tali, trattati senza rispettare le regole della Convenzione di Ginevra, ma senza neppure le garanzie delle leggi statunitensi (con il cavillo fantastico che Guantanamo Bay si trova fuori dal territorio degli Stati Uniti d'America)
Si è anche saputo, direttamente dai giornalisti americani autori delle rivelazioni, sentiti a Washington, che l'Amministrazione americana ha esercitato fortissime pressioni, in parte con successo, per impedire – in nome della sicurezza nazionale - che venissero resi noti i paesi europei che hanno ospitato le prigioni segrete.
Dettagli, si dirà. Ma non è un dettaglio la dichiarazione sibillina che, nell'ottobre 2001, poco dopo l'11 settembre cioè, l'allora Segretario generale della Nato, lord Robertson, rivelò l'esistenza di un accordo Nato, invocato dagli Stati Uniti, perché gli alleati concedessero agli Usa tutta l'assistenza necessaria per le operazioni antiterrorismo, ivi incluse operazioni segrete, atterraggi di aerei in aeroporti Nato e civili, scali tecnici e rifornimenti di carburante.
Del resto - come ha rilevato anche Carlos Coelho, che presiede la Commissione d'Inchiesta, ma come ho ascoltato io stesso - i funzionari del Dipartimento di Stato ci hanno detto perentoriamente che “gli Usa non hanno mai violato la sovranità di stati membri dell'Unione Europea”. In altre dichiarazioni meno ufficiali, si è detto esplicitamente che i governi europei “sapevano” o “non potevano non sapere”.
Con la qual cosa possiamo concludere, per il momento, che gli alleati europei degli Stati Uniti hanno preso parte, come minimo nel ruolo di complici e comprimari, allo stravolgimento completo di una serie sterminata di regole fondamentali dello stato di diritto. L'Occidente, quello di una volta, quando c'era da combattere il comunismo, non c'è più. Quello è andato in pezzi, e una parte di esso è regredita alla legge della jungla, molto prima di Cesare Beccaria, sicuramente fino al punto da ritenere lecita la tortura come mezzo per estorcere confessioni.
Ma c'è un altro Occidente, pronto a violare tutti i principi sui quali dichiara di fondarsi, mentre pretende di impartire lezioni a destra e a manca, e magari a esportare la democrazia senza diritti.
di Giulietto Chiesa
da Galatea
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INCONTRI. "VIA LE BOMBE". OGGI A PORDENONE
[Da Tiziano Tissino (per contatti: t.tissino@itaca.coopsoc.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo. Tiziano Tissino e' impegnato nel movimento
nonviolento dei "Beati i costruttori di pace" ed in numerose altre
esperienze ed iniziative nonviolente; e' tra i promotori dell'azione legale
contro la presenza delle bombe atomiche americane ad Aviano]
Domenica 28 maggio si costituisce ufficialmente il comitato "Via le bombe".
Tale comitato nasce con lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare la
popolazione e le istituzioni sulla presenza di armi atomiche sul nostro
territorio. Tale presenza e' non solo pericolosa ed immorale, ma anche
illegale ai sensi del vigente diritto internazionale (in particolare, essa
viola il Trattato di non proliferazione, che - essendo stato ratificato
dall'Italia - e' legge dello Stato a tutti gli effetti), e trasforma
l'intera area circostante Aviano in obiettivo dichiarato di eventuali
attacchi.
Rifacendosi a queste considerazioni, nello scorso dicembre cinque pacifisti
pordenonesi hanno presentato un atto di citazione in Tribunale per chiedere
la rimozione delle atomiche presenti nella Base Usaf. La costituzione del
Comitato permettera' a tutti i cittadini di partecipare a questa iniziativa,
tramite il Comitato stesso che interverra' nell'azione legale a nome di
tutti i suoi aderenti.
*
L'assemblea costituente si svolgera' nell'oratorio della parrocchia di
Vallenoncello (Pordenone Sud), a partire dalle ore 9,30.
Verra' aperta con gli interventi dell'avvocato Joachim Lau, esponente di
Ialana (Associazione internazionale dei giuristi contro le armi nucleari),
che illustrera' le motivazioni giuridiche alla base dell'atto di citazione
contro il governo Usa, e dei promotori dell'azione legale, che si
soffermeranno invece sugli aspetti etici e politici di questa iniziativa.
Seguira' un dibattito e quindi la costituzione ufficiale del comitato, con
l'approvazione dello Statuto e l'elezione del primo Consiglio Direttivo.
*
Per informazioni: Tiziano Tissino, e-mail: tiziano@tissino.it, tel.
3492200890.
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Col fiato sospeso
Domenica al via le presidenziali. Fiato sospeso. Occhi puntati sullo sfidante più quotato: Carlos Gaviria
Scritto per noi da
Simone Bruno
Comunque vada, Carlos Gaviria ha vinto. E Uribe ha perso. Questo lo possiamo dire anche prima delle elezioni di domani, domenica 28 maggio. Gaviria ha vinto perché partendo dallo zero percento nei sondaggi è arrivato al 23, e considerando il modo in cui i sondaggi si fanno in Colombia, l’intenzione di votarlo potrebbe essere anche superiore.
Uribe ha invece perduto, su molti fronti. A livello percentuale, in pochi mesi è passato dal 70-80 percento al 53, dato ufficiale e quindi dubbio in un Paese come questo.
Almeno in apparenza. Sembra quindi inevitabile un secondo turno, un ballottaggio dove le tendenze attuali potrebbero far avvicinare ancor di più i due contendenti. Non sprechiamo altre parole per Serpa, il candidato liberale, il perdente di sempre, che sin dall’inizio della bagarre elettorale avevamo dato per spacciato. Dopo il sorpasso nei sondaggi da parte di Gaviria è infatti precipitato sotto il 10 percento.
Caduta libera. Ma come mai la luna di miele tra i colombiani e Uribe sta finendo? Solo due mesi fa il presidente annunciava la fine delle negoziazioni del Trattato di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti, vale a dire la trasformazione del paese in un fornitore di prodotti tropicali ed esotici e la distruzione dell’industria nazionale, nonché dell’agricoltura di sussistenza. Data la situazione del continente e il livello dello scontro su questi temi nei paesi confinanti, il buon senso avrebbe sconsigliato di introdurre questo scottante tema nella campagna elettorale. Ma Alvaro Uribe non si è fatto intimorire. Forte della sua popolarità lo aveva addirittura sbandierato ai quattri venti, fiero del patto. Poi però le cose sono cambiate.
L'ascendente. La reazione del Venezuela ha ottenuto all'interno della Colombia un effetto inaspettato per Uribe. Il paese di Chavez, per reazione al Tlc colombo-statunitense, è uscito dalla Comunità Andina delle nazioni, dichiarandola "assassinata" proprio da quegli accordi con gli Usa. E nel Paese è stato il delirio. Una dietro l'altra si sono susseguite manifestazioni di massa che hanno confermato l’ascendente di Hugo Chavez su molti settori della società colombiana.
Scandali. Non ha inoltre aiutato il presidente in carica nemmeno lo scandalo di Noguera, ex capo della polizia segreta del Das, accusato di aver dirottato 300mila voti sul candidato Uribe nelle elezioni del 2002, facendolo vincere così al primo turno contro Serpa. Costretto a dimettersi prima dal Das, per le accuse di essere il mandante dell’omicidio di 24 attivisti sociali, Noguera è poi stato nominato Console a Milano, da dove l’ultimo scandalo lo ha strappato via.
Fatti che hanno travolto anche il presidente, trovatosi ad affrontare un aspro scontro con i mezzi di comunicazione. La rivista Semana, da sempre la più autorevole del paese, diretta da Alejandro Santos, che appartiene a una delle famiglie più potenti della Colombia, è stata definita un giornaletto. Forse perché aveva seguito accuratamente tutta la vicenda? Per non parlare della serie di sgarri e ripicche del presidente nei confronti di molti giornalisti, rifiutandosi di presentarsi all’ultimo momento in dibattiti televisivi con gli altri candidati.
Mai visto prima. Ma la situazione descritta dai sondaggi sulle intenzioni di voto non è dovuta solo ai demeriti e ai fallimenti dell’attuale presidente in carica, ma anche alle capacità di Carlos Gaviria. Intorno a lui si è creata una nuova sinistra, che ha raggiunto livelli mai visti in Colombia. Dietro di lui si sono schierati tutti coloro che sentono il profumo del vento del cambiamento, che sta percorrendo in lungo e in largo l’America Latina. Finora qui è mancato un vero leader, capace di radunare speranze e voglia di pace. E Carlos Gaviria lo è diventato. Ha dunque vinto la sua battaglia personale, al di là di tutto quello che accadrà nella battaglia elettorale. Il suo schieramento, il Polo Democratico, è una forza reale. Si basa su uno zoccolo duro ampio e radicato, molto meno influenzabile di quanto lo siano gli elettori di Uribe. Gli uribisti sono un piccolo gruppo che ha tratto benefici diretti dalle sue politiche unito a un gran numero di persone ammaliate dai sui discorsi e da quella mano sul cuore che mette ogni volta che scatta sugli attenti di fronte alla bandiera nazionale.
Tragedia. La campagna elettorale di Uribe è stata molto aggressiva. La violenza crescente e incontrollabile delle forze armate, evidente nelle recenti aggressioni subite dagli indigeni Nasa, si è rivolta verso oppositori politici, verso organizzazioni non governative colpevoli di lavorare con la gente martoriata dalla guerra, verso chiunque abbia un’idea della Colombia e del mondo diversa. Tragico l’omicidio della sorella dell’ex presidente, Cesar Gaviria, e dell’assistente della senatrice Pia Cordoba, omicidi che hanno colpito persone impegnate nella campagna elettorale contro il presidente Uribe.
La paura. La paura più grande in caso di un secondo mandato Uribe è che si ripeta quanto avvenne con l’Union Patriottica, l’alleanza politica completamente cancellata dalla furia paramilitare. Quattromila rappresentanti falcidiati e decine di migliaia minacciati. Le relazioni tra i due periodi sono inquietanti. Solo un anno fa una lista di gente da eliminare appartenente al Polo democratico di Gaviria finì nelle mani degli inquirenti e molte di queste persone sono ancora oggi sotto minaccia. In Colombia, gli oppositori non si sconfiggono, si eliminano fisicamente.
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L'IMPERO SI E' FERMATO A BAGHDAD
PREFAZIONE
Un rompighiaccio dell’informazione giusta
DI FULVIO GRIMALDI*
La maggior parte dei crimini contro l’umanità hanno per origine e alibi una menzogna e per scopo la costruzione di una società gerarchica che garantisca il dominio dei pochi sui tanti. La negazione della verità e l’imposizione di una soggezione generale all’inganno sono i meccanismi di potere che ogni lotta di massa, nelle forme che vanno dalle elezioni alle rivoluzioni, deve smascherare e neutralizzare se vuole avere possibilità di affermazione. Non è una scoperta di tempi recenti. Si pensi alle verità rivelate delle varie religioni, in particolare monoteistiche, alla falsa "donazione di Costantino" che garantì alla Chiesa la base materiale per puntare al potere temporale universale, alle demonizzazioni di interi popoli e credenze alla base delle crociate e delle persecuzioni di massa succedutesi nel secondo millennio, agli apodittici assunti "scientifici" che, negando qualità umane e spirituali ai nativi di terre e risorse da conquistare, di popoli da soggiogare e di civiltà da obliterare, giù giù fino ai falsi pretesti per le guerre, o per i consumi di hamburger.
Si pensi alla manipolazione di concetti come patria, o democrazia e progresso con i quali si sono imposti, rispettivamente, la guerra imperialista del '15-’18, del tutto ingiustificabile se non per l’interesse degli industriali delle armi, perché il contenzioso era già risolto dalla disponibilità austro-ungarica, e gli eccidi, le devastazioni e rapine coloniali ai danni di popolazioni da "civilizzare" o, addirittura, di popoli "inesistenti", come nel caso dei palestinesi. L’esito essendo quello risolutore dello scambio dei carnefici con le vittime.
Spostatasi dalla politica all’economia, la tecnica dell’inganno ha visto la parte dell’umanità con disponibilità di offrire profitti, perlopiù a proprio pesante discapito, precipitare nell’attuale vortice di un consumismo patologico, autodistruttivo non solo sul piano economico, ma altamente remunerativo per i produttori del superfluo e del nocivo, mimetizzati dai noti "persuasori occulti". Esemplificano in modo drammatico questa evoluzione il farmaco AZT che, fino a quando, verso la fine degli anni ’90, non venne ritirato dal commercio, fu responsabile della massima parte dei decessi da presunto Aids conclamato, oppure la megatruffa della benzina "verde" che, al prezzo per la cittadinanza del rinnovo del parco automobilistico, sostituì al piombo, relativamente innocuo, i killer benzene, policlici aromatici e polveri sottili. Immersi in un oceano di bugie, propagandate ormai dalla quasi totalità di una rete di comunicatori del tutto sinergica con i poteri costituiti, se non a essi economicamente integrata, manteniamo quel tanto di sensibilità verso valori innati come la solidarietà, la compassione, l’aspirazione alla giustizia, per la decostruzione dei quali occorrono campagne particolarmente virulente e totalizzanti. E’ il caso del ciclo di guerre continue e globali che, iniziato sul morire del secolo dei grandi sconvolgimenti per l’emancipazione degli oppressi e alienati e contro forme di dittature particolarmente efferate, puntano al rovesciamento di quei processi e al ristabilimento, con lo strumento dello sterminio armato e dell’annichilimento repressivo, di forme non dissimili, nella sostanza, di dominio e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ancora una volta la truffa si avvale di minacce inventate, o autoprodotte, come il terrorismo, le armi di distruzioni di massa, i genocidi, e della correlata necessità di reagirvi nel nome della democrazia e dei diritti umani.
Protagonista di questo imbroglio planetario il conclamato progetto statunitense, esplicitato in vari documenti ufficiali da una elite economico-politico- militare dotata di un cinismo forse senza pari nella storia umana, di imporre il proprio dominio sull’universo mondo, vuoi attraverso la guerra guerreggiata, vuoi attraverso la guerra economica perpetrata con la collaborazione decisiva di organismi apparentemente sopranazionali quali l’ONU, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Nato ed i suoi affini in continenti come l’America Latina e l’Asia. Progetto al quale partecipano, per quote di maggiore o minore minoranza, Stati del tutto complici come il Regno Unito, l’Australia, Israele e, in forma a volte sommessamente competitiva, Stati europei dalle rinnovate ambizioni colonialiste all’esterno e autoritarie all’interno. Si veda, dopo le divergenze sulla guerra all’Iraq, la sincronia con gli Stati Uniti di Germania e Francia in operazioni di intervento colonialista come nel Sudan (la grande bugia del genocidio in Darfur), Haiti (la presunta "dittatura" di Aristide), o Siria (dove si sono montati in funzione di destabilizzazione antisiriana e antilibanese, con le solite mani, l’assassinio del premier Rafiq Hariri e la successiva ennesima "rivoluzione colorata" fomentata e foraggiata dall’articolazione Cia National Endowment for Democracy). Più scoperta, tanto da risultare una preziosa cartina di tornasole, anche perché contrastata da una insolitamente efficace controinformazione, nonché da un terrorismo statunitense in questo caso ripetutamente smascherato e provato, l’operazione di questo segno da mezzo secolo diretta contro Cuba e che ora incomincia ad articolarsi contro i paesi latinoamericani di democrazia progressiva, antimperialista, se non rivoluzionaria, come il Venezuela di Hugo Chavez e la Bolivia di Evo Morales.
Abbiamo subito la tragedia balcanica che, in virtù di un complotto eurostatunitense di lunga lena, con alfiere per l’Italia il governo di centrosinistra di Massimo D’Alema, ha smembrato la Jugoslavia spezzettando la regione in minifeudi etnico-confessionali, propizi al controllo geostrategico delle regioni asiatiche e del progressivo assedio a Russia e Cina. Viene in mente in questo contesto, a proposito di truffe totalizzanti, la vicenda, di cui sono stato interprete duramente represso dal quotidiano di sinistra per il quale scrivevo, dell’associazione serba Otpor (assai affine alla Lega Nord negli scopi assegnati di destabilizzazione nazionale) e della Radio privata di Belgrado B-92, entrambe riconosciute sia da destra che da sinistra come autentica espressione di un movimento di contestazione democratica e progressista al governo di Slobodan Milosevic e poi scoperte e dimostrate strumenti eversivi al diretto servizio delle potenze occidentali impegnate nella distruzione della Jugoslavia non allineata, socialista e multietnica. Il disvelamento di Radio B-92, filiale serba della rete di propaganda USA in Europa Radio Liberty e di Otpor, prodotto della solita National Endowment for Democracy e del Quantum Fund dello speculatore George Soros, portò anche all’identificazione delle complicità e subalternità di tante realtà politiche e associative, soidisant umanitarie, solidaristiche e pacifiste, che in Italia contribuirono alla mistificazione balcanica. Consapevolezza giunta purtroppo fuori tempo massimo e, del resto, poi scrupolosamente sepolta sotto una coda di paglia lunga dal Tirreno fino al Danubio.
Le poche ricerche e controanalisi che hanno portato, seppure tardivamente, a incidere nel tessuto già compatto della menzogna imperialista sulla Jugoslavia, menzogna articolata lungo elementi portanti come la "città martire di Sarajevo", la "strage di Sebrenica", la "pulizia etnica in Kosovo", la "dittatura di Milosevic", "l’ultranazionalismo serbo", sono finora del tutto mancate, salvo gli isolati tentativi di pochissimi (in Italia) informatori onesti e scrupolosi, in relazione a quello che è sicuramente il nodo politico, strategico, mediatico, culturale al centro del mondo in questo inizio millennio: l’Iraq, il suo ruolo nel mondo arabo, nel terzo mondo e nel contesto internazionale a partire dalla rivoluzione anticolonialista del 1958, il lungo assedio israelostatunitense, la prima Guerra del Golfo, i 13 anni di embargo del milione e mezzo di morti, la seconda aggressione del 18 marzo 2003, le successive inenarrabili efferatezze delle forze occupanti, una Resistenza che a ragione ha richiamato alla memoria il Vietnam e le grandi lotte di liberazione nazionale nel Terzo Mondo e contro il nazifascismo. Il lavoro di Valeria Poletti è, da questo punto di vista, "epocale". Rompendo una blindatura del silenzio e della disinformazione embedded, sostenuti dall’ignavia senza precedenti di coloro che avrebbero dovuto assumersi precise responsabilità giornalistiche, Valeria ha saputo, con un lavoro ineccepibile dal punto di vista di fonti, documentazione, probità di giudizio, offrire alla tragico-eroica vicenda del popolo iracheno un quadro inoppugnabile di verità e di giustizia. E’ questa un’opera che non potrà non responsabilizzare in maniera spietata chiunque da questo momento in poi vorrà perseverare in un inganno – o subirlo passivamente - che è costato la vita, la libertà, il benessere, la sovranità, la storia e, diononvoglia, il futuro al popolo portatore della più antica civiltà del mondo e oggi autentico garante della possibilità di resistenza e di vittoria di tutti gli oppressi.
Le informazioni, gli approfondimenti di questo libro, autentiche rivelazioni per la maggioranza dei lettori, capovolgeranno, a chi in buonafede si appresta alla lettura di questo impareggiabile e ricchissimo documento, quanto finora aveva ritenuto credibile e condivisibile dell’immane tsunami di falsità e imposture con cui l’imperialismo occidentale, coadiuvato dall’opportunismo e dalla passività di chi avrebbe dovuto saper reagire, ha letteralmente lobotomizzato l’opinione pubblica. Per noialtri operatori dell’informazione che, in quasi totale isolamento e contro il complice boicottaggio dei mezzi d’informazione, pur sedicenti imparziali e "democratici", abbiamo riferito nel corso di decenni e fino all’aggressione in corso su vicende, popolo, protagonisti della più importante storia del nostro tempo, questo lavoro appare un autentico vindice del diritto alla verità e una rivalsa sacrosanta nei confronti delle diffamazioni e degli ostracismi subiti, ancor prima che da noi, da un intero, valoroso e nobile popolo e dalla sua dirigenza.
E qui mi sia consentito un ricordo personale e, peraltro, assai significativo. Allora inviato speciale al Tg3, alla mia direttrice, reporter ed editorialista prima e dopo di quelle che vengono definite le più prestigiose testate nazionali e addirittura presidente della Rai, proposi intorno al 1997 di andare in Iraq per qualche reportage su un paese che, pur bombardato quotidianamente e strangolato da un embargo totale, non appariva più da tempo in nessuna cronaca o inchiesta. La risposta, che riassume quanto andiamo scrivendo qui, fu: "Vai pure, ma guai a te se mi fai vedere un solo bambino iracheno ammalato di uranio o moribondo per fame. Mica voglio fare un favore a quel delinquente di Saddam e criminalizzare l’Occidente". Una deontologia, questa, peraltro condivisa da quasi tutti, che la pose in singolare sintonia con l’allora segretaria di Stato Madeleine Albright quando, interrogata da studenti americani se fosse valsa la pena aver ammazzato mezzo milione di bambini iracheni con l’embargo, rispose: "Si, mi pare che fosse un prezzo giusto". Quando le ricordai l’episodio nella trasmissione di Michele Santoro, la direttrice se la cavò rampognandomi: "Avresti fatto meglio a occuparti della frana di Sarno".
Quella che Valeria Poletti narra è, senza retorica e senza intenti apologetici, l’epopea di una nazione che si è posta di traverso a un gigantesco tentativo di ricupero del dominio coloniale perduto grazie alle esemplari lotte del secolo scorso, riferita con il taglio scrupoloso del ricercatore di razza. Tale tentativo, esplicitato con chiara protervia nel Programma per un nuovo secolo americano (PNAC, Program for a new American century), formulato fin dagli anni '90 dal gruppo cristiano-sionista pervenuto al potere con i brogli del 2001, con il concorso, se non su ispirazione, di un Israele che tale obiettivo racchiudeva già nelle sue carte fondanti, e poi racchiuso nei piani strategici ufficiali del governo Bush, ha oggi assunto la formula del "Grande Medio Oriente". Un progetto geopolitico e geostrategico che riesuma in chiave imperialistica e di capitalismo ultraliberista la politica colonialista delle potenze europee dei secoli scorsi, sradicando definitivamente quello che già allora ne fu il nemico principale e alla fine vittorioso, negli anni che vanno dalla rivoluzione dei Giovani Ufficiali di Nasser all’affermazione di governi laici e progressisti nell’arco tra Algeria e Iraq, passando per quello che è rimasto il nodo centrale, simbolico e strategico, dello scontro: la rivoluzione nazionale palestinese. Sotto la cortina fumogena della "democratizzazione" degli Stati della regione, il progetto si propone di smantellare ogni realtà statuale araba, a partire da quelle non rimaste, dalle loro origini post-ottomane, nella sfera di dominio anglo-franco-americana come lo sono rimasti Arabia Saudita, Emirati, Oman, Kuwait, Qatar, Marocco e da quelle successivamente non ancora ricuperate come lo sono stati Egitto, Yemen e, tra contraddizioni, Algeria, Libia e Libano. Cioè eminentemente Iraq, Siria e Sudan.
Lo scenario che ne dovrebbe emergere sarebbe una nazione araba frantumata in microrealtà pseudostatali lungo linee etniche e confessionali. Una realtà araba che, immemore della millenaria unità culturale, linguistica e religiosa di popoli rimasti relativamente omogenei e sinergici sotto gli ottomani, ma arbitrariamente frazionati dal colonialismo europeo dall’accordo Sykes-Picot, si presti docilmente a essere terra di rapina, di mercato e di manodopera a basso costo per le transnazionali occidentali e piattaforma militarizzata euroamericana in vista della penetrazione verso i grandi rivali Russia e Cina.
Inevitabilmente, nel piano israelo-euro-statunitense un destino analogo non potrà non spettare all’Iran, contro il quale il ricorrente agitar di sciabole imperialista si deve considerare in buona misura virtuale finché Teheran resterà, con le sue formazioni politico-militari sciite in Iraq, il collaboratore e garante principale della permanenza degli occupanti in quel paese.
È al di là di ogni dubbio, a dispetto delle fandonie su Saddam "uomo degli americani", che l’ostacolo principale a tale progetto era costituito dall’Iraq. Un paese che, dall’esaurirsi del ruolo egiziano e dalla rivoluzione anticolonialista del 1958, salvo una breve interruzione filo-angloamericana sotto il dittatore Aref negli anni ’60, fino all’attuale sbalorditiva resistenza di popolo, civile e militare, ha rappresentato un polo nazionale e progressista la cui influenza si estendeva ben oltre lo spazio arabo e diventava punto di riferimento per i popoli in lotta in misura paragonabile a Palestina, Cuba e Vietnam. Forza demografica, posizione geostrategica di cerniera tra i due continenti emergenti Africa e Asia, travolgente sviluppo economico, industriale, agricolo, culturale, potenza militare sostenuta dal campo socialista e collaudata nella lunga guerra contro l’Iran, un avanzatissimo assetto sociale che fungeva da magnete ideologico per milioni di diseredati e senza-diritti dei paesi circostanti, nonché il ruolo politico di coagulo delle istanze progressiste e nazionali, antimperialiste e antisioniste, facevano dell’Iraq baathista la mina letale sul cammino dell’espansionismo israeliano, degli appetiti egemonici iraniani e, soprattutto, della riconquista imperialista.
Le aggressioni militari ed economiche, succedutesi ininterrottamente dal 1991 attraverso l’embargo genocida e gli ininterrotti bombardamenti sulle no-fly zones, fino all’attuale repressione stragista della Resistenza e della popolazione in genere, con l’impiego costante di armi di distruzione di massa e degli squadroni della morte sponsorizzati dai fratelli sciiti al potere in Iran, hanno dovuto essere accompagnati da una guerra psicologica senza precedenti nella storia, superiore perfino alla demonizzazione di ogni cosa serba o, prima, comunista. Il fatto tanto stupefacente quanto desolante è che a questo bombardamento mediatico, che ha poi escluso addirittura dalla curiosità professionale degli informatori e studiosi ogni pur minima attenzione alle voci che provenivano dal campo opposto, hanno completamente ceduto anche le forze di sinistra, con particolare ignavia quelle italiane.
Tragicamente, non meraviglia più da tempo che, per esempio, sull’esplosione di proteste, ben pianificate in Occidente dai lucidi fautori dello "scontro di civiltà", contro un’islamofobia planetaria (vignette, magliette, propaganda denigratoria dei musulmani e del loro profeta) al cui confronto il tanto deprecato antisemitismo fa la figura del sedicesimo, si abbiano nel principale talk-show televisivo italiano titoli come "La persecuzione del cristiani nel mondo". O si faccia governare il dibattito della rubrica radiofonica Rai di massimo ascolto da noti corifei di Israele come Giuliano Ferrara e Gad Lerner, finti contradditori sotto la compiaciuta conduzione di un sodale dell’ "ultraisraeliano" e postfascista ministro degli esteri Fini.
Nel giro di poche ore le geremiadi di presunto segno illuministico per l’insensibilità islamica verso quella che una pubblicistica razzista, truculenta e ingiuriosa pretendeva di far passare per "libertà d’espressione", sullo sfondo da imbrattare della sacrosanta indignazione di masse già sbeffeggiate, perseguitate, diffamate e aggredite al di là di ogni sopportazione, si mutò acrobaticamente in vituperio ferocissimo nei confronti di chi, in una manifestazione per Palestina e Iraq, aveva osato impegnare la sua di "libertà d’espressione" in striscioni di sostegno alla resistenza di questi popoli. Sarebbe stato più facile scoprire un corano in tasca al ministro leghista Calderoli, truculento rilanciatore delle vignette anti-Maometto pubblicate in Danimarca e poi, lungo una ben elaborata catena di provocazioni, in vari altri paesi fino a giungere sulla biancheria intima del più ardimentoso dei crociati padani, che trovare in una qualsiasi "libera espressione" dei media, da destra a manca, un pur flebile accenno a ciò che questa operazione con ogni evidenza era. Cioè la mossa, tempestiva come tutte le volte che urgeva neutralizzare una delle ininterrotte debacles politiche, militari, etiche o umanitarie degli aggressori, che, partendo da una provocazione ben studiata, avrebbe scatenato, anche con l’uso di agenti in loco, quello che sugli schermi occidentali sarebbe stato presentato come la solita visione di turbe barbare dissennate, fanatiche, violente. Con ciò raggiungendo lo scopo strategico di rinfocolare lo "scontro di civiltà", condizione decisiva per la continuazione della guerra globale e quello tattico di stornare l’attenzione dall’ennesimo orrore angloamericano. In questo caso le nuove foto delle torture ad Abu Ghraib, il video del massacro di bambini a Basra per mano di lanzichenecchi di Sua Maestà, lo scandalo da impeachment delle illegittime intercettazioni di Bush. E chissà che altro.
Naturalmente tutto questo è la nota, deprecatissima "dietrologia" (e chissà se Valeria, sottraendo alle intossicazioni e agli occultamenti la storia dell’Iraq di Saddam, non diventi bersaglio della stessa stigmate). "Dietrologia" come lo è quella che sospetta, tra le voragini e le toppe della versione ufficiale, come l’11 settembre possa aver a che fare qualcosa sia con la fragilissima posizione di Bush dopo i brogli in Florida che lo elessero presidente, sia con la necessità, per lanciare la famosa guerra globale e permanente e uno stato di polizia all’interno, di un "grande evento traumatico che scuotesse l’opinione pubblica statunitense" e le facesse metabolizzare mezzo trilione di spese militari in cambio della morte della pace e dello svaporamento di ogni sicurezza sociale. "Evento traumatico tipo Pearl Harbour" espressamente auspicato nei documenti PNAC e, pubblicamente, da Condoleezza Rice.
Ubbie, naturalmente. Proprio come quelle di chi mette in discussione i tableau gotici nei quali l’Occidente cristiano inserisce i leader suoi nemici, da Ho Ci Min a Fidel, da Mao a Ben Bella, dal Saladino a Saddam. Ciò che, però, resta tuttora difficile da accettare, nonostante i deprimenti precedenti del "Milosevic dittatore" o di "Osama, autore dell’11 settembre", "Al Qa’ida, nemico globale degli USA", è il totale allineamento della sinistra tutta, politica e mediatica, a dispetto della ricchissima e inoppugnabile pubblicistica inversa, soprattutto statunitense, dei paradigmi delle centrali di disinformazione dei servizi occidentali. Una dimostrazione di subalternità che, insieme a quello di un provincialismo prono alle potenze, anche mediatiche, reca il segno della complicità oggettiva e di cui dovrebbero chiedere conto sia le popolazioni aggredite e sterminate, sia i partigiani delle nuove resistenze, sia coloro che avrebbero potuto e voluto, se informati, offrire a costoro la propria solidarietà, simultaneamente avanzando sul cammino della propria emancipazione.
Ricordo, da inviato speciale nella seconda guerra del Golfo nel 2003, le grasse risate e i termini spregiativi che rispondevano, dagli schermi della CNN e della BBC, ai resoconti del conflitto che faceva l’allora ministro dell’informazione iracheno Mohammed Saeed al-Sahaf. Ma quando il buon ministro smentiva la caduta di Umm Kasr, il porto sul Golfo, vantato otto volte in otto giorni dai media embedded, era lui che aveva ragione. Quando annunciava che l’arrivo delle truppe dell’invasione a Baghdad avrebbe coinciso con l’inizio della loro sconfitta, era lui che aveva ragione e da ridicolizzare erano piuttosto coloro che avallavano le sparate di un presidente travestito da top gun, dichiaratosi vincitore il 1 maggio, quando già ci si avviava verso il millesimo morto statunitense. Coerentemente il mio quotidiano, "Liberazione", spaventato dall’alterità delle mie corrispondenze rispetto a quanto raccontavano "affidabili inviate" come Botteri o Gruber, pensò prudente minimizzare i miei articoli dal fronte sotto forma di "lettere al direttore"…
Non stupisce, quindi, per quanto umili, se, a parte qualche spiraglio ne "il manifesto" dell’ottimo Stefano Chiarini, rara avis, siano rimaste in Italia senza obiezione, addirittura senza la più elementare verifica che ne avrebbe rivelato il carattere menzognero e strumentale, autentici stereotipi della criminalizzazione dell’avversario come "la dittatura sanguinaria di Saddam, con il suo seguito grand guignol di fosse comuni, abitudini efferate del capo e dei suoi famigliari; lo sterminio degli sciiti nella rivolta del Sud (protagonisti terroristi iraniani); i militari iracheni che strappavano i neonati dalle incubatrici in Kuweit (bufala raccontata da una finta infermiera, vera figlia dell’ambasciatore in USA); lo "sterminio" dei comunisti (al governo con il Baath fino al 1979 e, quando Mosca ordinò al suo partito in Iraq di schierarsi con l’integralista Khomeini, messi davanti alla scelta tra esilio e ingresso nel Baath; con 140 giustiziati per alto tradimento per aver combattuto al fianco del nemico); la repressione dei curdi (destinatari nel 1975, per la prima volta nella loro storia e in questo solo paese, di una piena autonomia, di autogoverno e di partecipazione al governo centrale, ma ribellatisi per istigazione di due feudatari, Talabani e Barzani, al soldo di Israele); e, crimine massimo, il Saddam "gassatore delle proprie genti" nel villaggio curdo di Halabja nel 1988 (strage dimostrata poi da testimoni oculari, come dai servizi segreti anche occidentali, incidente bellico degli iraniani, mai rettificato dalla stampa occidentale).
La più insidiosa di queste operazioni di diffamazione, tanto classiche da poter essere individuate, volendo, a prima vista, è stata quella che aveva come evidente destinatario l’opinione pubblica di sinistra o, quanto meno, democratica. Quella che, in assenza di un’accusa tanto infamante, avrebbe potuto offrire una ben più consapevole ed efficace opposizione alla guerra e al genocidio degli iracheni. Una leggenda iniziata a circolare dopo l’inizio del conflitto tra Iraq e Iran, quando, con Henry Kissinger autore della frase "vogliamo che i due paesi, minacce a Israele, si dissanguino a vicenda", si volle far apparire Saddam come il vendicatore della sconfitta subita dagli USA con la cacciata dello Shah e, soprattutto, l’occupazione dell’ambasciata da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Occupazione che umiliò e favorì la sconfitta nelle presidenziali del moderato Carter a vantaggio dell’ultrà Reagan. E a conforto di ciò si addusse una singola fotografia in cui l’allora inviato di Reagan, Donald Rumsfeld, stringe la mano a Saddam Hussein. Come se la stretta di mano a Parigi tra Le Duc To e Kissinger avesse avuto un significato superiore al mero convenevole diplomatico. D’altronde nessuno dette un peso altrettanto politico alle fotografie della distruzione di Osiraq, centrale nucleare civile irachena, ad opera di pirati aerei israeliani che così colpivano "l’uomo degli americani".
L’Iraq sovrano ed antimperialista ha avuto quel che ha avuto perché durante quasi mezzo secolo, più di ogni altro paese arabo, ha sostenuto materialmente e politicamente la Resistenza palestinese. Ricordo che due giorni prima dell’arrivo degli invasori a Baghdad, il 9 aprile, vidi a Baghdad i mandati firmati da Saddam per il consueto pagamento di 20.000 dollari a ciascuna delle famiglie di martiri palestinesi. Perché, unico governo ad aver resistito su tale posizione, nazionalizzò i suoi idrocarburi cacciando dal paese i monopolisti angloamericani. Perché non si è mai fatto ricattare da offerte di consegne militari statunitensi (mai un’arma pesante nordamericana ha raggiunto l’Iraq). Perché nel 1979, dopo la resa di Sadat a Begin con l’accordo di Camp David, che abbandonava la Palestina al suo destino, riuscì a costruire il Fronte del Rifiuto che raggruppa13 va non meno di 17 Stati arabi su 21 e impegnava tale fronte alla resistenza contro Israele.
Perché aveva promosso un modello sociale, una distribuzione della ricchezza, un’emancipazione delle donne, una sanità, un’istruzione, una dignità e un’autostima che non avevano paragoni nella regione e oltre e che, già per questo, rappresentavano un pericolo mortale per il progetto del Grande Medioriente costruito nel segno del pensiero unico. Perché, infine, in tutti quegli anni Baghdad era il centro di raccolta, progettualità, coordinamento, organizzazione delle forze progressiste e antimperialiste dell’area e al di là dell’area. Quanto al Saddam "armato dagli americani", si pensi piuttosto agli stanziamenti del Congresso USA a Teheran per tutta la durata dello scontro Iraq-Iran, o ai piloti e agli armamenti israeliani offerti in aiuto all’Iran all’inizio della guerra e con il cui ricavato una banda criminale poté, all’ombra di Reagan, sostenere i contras contro il legittimo governo del Nicaragua.
Si deve dedurre da tutto questo che Saddam era un governante ineccepibile e democratico ai sensi di quello che in Occidente, grazie a elezioni neppure più tanto trasparenti, si opina essere democrazia? Certamente no. Saddam ha governato in coalizione con altri partiti progressisti finché assedi e conflittualità fomentate dall’esterno non hanno infranto questo pluralismo. Poi l’Iraq è diventato uno Stato monopartitico e con un rigoroso controllo sociale, matrice anche di repressioni e di vittime, ma non certo nella misura di massa propalata in Occidente.
Del resto, come Cuba insegna e come mi ripeté Uda Hammash, biologa e membro del Consiglio di Comando della Rivoluzione, diffamata come "Dottoressa Antrace" per aver rivelato gli spaventosi effetti dell’uranio USA, rimane assai difficile aprire porte e finestre di un Paese, lasciare illimitate libertà individuali, quando un nemico mortale, oltremisura cinico e possente, lavora incessantemente a infiltrarti, sovvertirti, sabotarti, affamarti, ucciderti, mettendo così a rischio la prosperità e il futuro dell’intero popolo. In quasi mille anni di dominio assoluto ottomano, gli arabi hanno imparato a difendere spazi di autonomia e di identità mediante la loro struttura tribale. Una struttura di cui il membro più autorevole, saggio, valente era il capo riconosciuto. Altro, ieri e subito dopo, non datur. E noi postrinascimento, postriforma, postilluminismo, postrivoluzione francese e russa arriviamo lì, belli belli, e come il grillo parlante dall’alto della parete nella bottega di Geppetto, esigiamo "democrazia!". Quella di Bush e Berlusconi, magari.
A tutto questo il lavoro di Valeria pone ampio rimedio. Anche se non si pone l’obiettivo di rivalutare. La rivalutazione sta nella verità della sua accuratissima ricostruzione storica. Una ricostruzione in parte a ritroso che, partendo da quanto ai contemporanei è relativamente noto, i tre lustri delle guerre, percorre la vita, le vicende di questo popolo e delle sue istituzioni lungo un filo che, sorvolando a bassa quota la fase coloniale, successiva all’estinzione dell’impero ottomano, via via ricostruisce una storia nazionale nell’autenticità dei fatti, delle politiche e dei personaggi. Nulla viene trascurato in questa ricostruzione se non, necessariamente visto lo scopo del libro, il racconto dell’Iraq erede cosciente e non filologico di una civiltà quadrimillenaria e di una rinascita culturale che, nel Terzo Mondo, ha per parallelo solo quella della Cuba postrivoluzionaria. Potrà essere il tema per un futuro impegno, di Valeria o di altri. Nel frattempo abbiamo abbastanza da fare e da guadagnare seguendo Valeria nella sua traversata irachena delle rivoluzioni, della costruzione nazionale, del petrolio, delle guerre e delle alleanze, dei conflitti interni, dei complotti, delle menzogne e delle verità. Per arrivare a quel riscatto che la più proterva delle operazioni di mistificazione vorrebbe ora spacciarci come mero terrorismo, cercando di confondere la Resistenza con le squadre della morte create dal noto John Negroponte (di centroamericana sanguinaria memoria), chiamate al Qa’ida e reclutate, oltreché tra i mercenari delle forze occupanti, tra i seguaci più obnubilati della gerarchia sciita filo-iraniana a fini di guerra civile e di spartizione del Paese.
Sembrerebbe incredibile, alla luce di un Paese che vanta una storia di grande solidarietà con le forze della liberazione in tutto il mondo, ma è la triste e anche turpe realtà: da oltre tre lustri l’Italia è intimamente legata al destino di un paese che è un vero ombelico della geopolitica e della geoeconomia mondiale. Da oltre tre lustri i suoi governi, le sue società e ora anche suoi cittadini in armi sono direttamente – sanguinosamente, da quando partecipammo ai bombardamenti del 1991 – coinvolti nelle vicende di un popolo i cui antenati ci hanno dato il diritto, la scrittura, la ruota, la città, la musica e i cui contemporanei hanno fornito al mondo degli sfruttati uno degli esempi meno discutibili di liberazione e emancipazione. Da oltre tre lustri la nostra informazione, di ogni segno, ripete superficiali, falsi e criminogeni stereotipi su quel Paese, su quel popolo. Per il resto lo annega nel silenzio. La nostra opinione pubblica, da oltre tre lustri, si vede negare la verità. A quel popolo sono stati negati la nostra conoscenza, il nostro rispetto. Eppure il nostro futuro ne dipende in una misura che nessun sa immaginare. Ora Valeria Poletti ha posto, per prima in Italia, rimedio a tutto questo.
E credo che vada anche ricordata una presenza in rete che le è stata di prezioso ausilio e che, seppure vox clamantis in deserto, con i suoi precisi resoconti e commenti sull’Iraq di oggi, è in grado di gettare enormi fasci di luce nel buio: www.uruknet.info . L’opera di Valeria è il rompighiaccio dell’informazione giusta. Un giorno, quando l’Iraq avrà sicuramente vinto, meriterà un’insegna a Baghdad, in piazza Al Tahrir. Il "Cavalierato della Repubblica" lo lasciamo ad altre.
Fulvio Grimaldi è stato corrispondente di guerra per varie testate e giornalista RAI. Fonte:www.uruknet.info
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I diritti umani, i Balcani, l'Europa
È uscito il rapporto 2006 sui diritti umani nel mondo di Amnesty International. Critica la situazione nei Balcani, ma non si salvano neanche i paesi occidentali, accusati di ipocrisia e doppi standard
di Gaia Baracetti
Il 23 maggio Amnesty International ha pubblicato il suo “Rapporto 2006: Lo stato dei diritti umani del mondo”, con un resconto dettagliato per ognuno dei 150 paesi analizzati.
Per quanto riguarda i Balcani, nei paesi dell'ex-Jugoslavia si trascinano ancora questioni irrisolte dalle guerre degli anni '90. All'Albania Amnesty rimprovera soprattutto gli abusi delle forze dell'ordine e il traffico di donne e bambini, a Romania e Bulgaria il maltrattamento di rom e malati mentali.
In Slovenia, il problema principale è quello dei cosiddetti “cancellati”: 18.305 persone rimosse nel 1992 dal registro di residenti permanenti. Tra queste persone, alla fine del 2005 un terzo non aveva ancora la cittadinanza o residenza permanente in Slovenia. Tra gli altri due terzi, molti non sono tuttora stati del tutto compensati, denuncia il rapporto. Discriminazioni anche nei confronti dei bambini rom in Slovenia, destinati a un'istruzione segregata o di serie B.
Per la Croazia, il rapporto elenca i processi in corso o appena conclusi, a livello sia internazionale che nazionale, per crimini compiuti durante le ultime guerre. Il problema principale in questo senso è il “pregiudizio etnico” che “continua ad influire sulle indagini e i processi portati avanti dalla magistratura croata”; e l'impunità di cui godono membri della polizia e dell'esercito croato responsabili di crimini di guerra.
Il rapporto denuncia anche la difficile situazione dei serbi di Croazia che hanno deciso di tornare: mancanza di alloggi, violenze e omicidi.
Infine, la Commissione delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione contro le donne ha espresso preoccupazioni per la violenza domestica e il traffico di donne in Croazia.
Nel capitolo sulla Bosnia-Erzegovina, si parla ancora di guerra. La Repubblica Srpska (RS) non ha adempiuto ai suoi obblighi, scegliendo di incoraggiare le “consegne volontarie” all'Aia dei sospetti criminali di guerra, invece di arrestarli.
I processi in corso nei tribunali della Bosnia-Erzegovina non soddisfano Amnesty International. Ci sono comunque stati dei progressi: è stata creata una Camera per i crimini di guerra nel Tribunale di stato della Bosnia-Erzegovina, e per la prima volta un processo per crimini di guerra contro un serbo di Bosnia nella RS si è concluso con una condanna. Inoltre, in base alle documentazioni raccolte dalla Commissione di Srebrenica, la RS ha fornito al Tribunale dell'Aia una lista di individui che avrebbero partecipato al massacro di Srebrenica.
Infine, per la metà dei profughi che sono tornati alle proprie case in zone in cui costituiscono la minoranza, uno dei problemi principali è la mancanza di posti di lavoro, che riguarda tutti i bosniaci, ma è nel caso delle minoranze aggravata dalla “discriminazione su basi etniche” e, in alcuni casi, da attacchi e violenze.
Nella sezione sulla Macedonia si ripresentano problemi già visti, come i diritti delle minoranze o i processi in corso per crimini di guerra, ma si parla anche della “guerra al terrorismo”. Un cittadino tedesco sospettato di terrorismo è stato illegalmente consegnato dalla Macedonia agli Stati Uniti, che l'hanno interrogato e poi liberato ammettendo un'erronea identificazione. Tre ex ufficiali di polizia accusati dell'omicidio extra-giudiziale di un indiano e sei pachistani nel 2002 sono stati assolti.
Chiudendo la carrellata dei paesi della ex-Jugoslavia, riassumiamo la situazione dei diritti umani in Serbia-Montenegro, secondo Amnesty grave da molti punti di vista. Anche qui, il governo preferisce “incoraggiare” le consegne volontarie piuttosto che arrestare sospetti criminali di guerra.
Come in Croazia, la cooperazione con il Tribunale all'Aia è un prerequisito per l'accesso alla UE, e la mancata consegna dei principali ricercati, Karadzic e Mladic, rischia di compromettere i negoziati tra Serbia e UE.
Continuano i processi e le condanne, a livello sia interno che internazionale, per criminali di guerra serbi. Brevemente, il rapporto nota anche l'avvenuta riforma della leva e della legislazione riguardante gli obiettori di coscienza.
Molto difficile in Serbia la vita dei rom, vittime di violenza, discriminazione, e povertà; dei rifugiati, la cui situazione rimane precaria; degli attivisti per i diritti umani, spesso minacciati e aggrediti; e delle donne, soggette a violenza domestica e trafficking, contro cui si fa ancora troppo poco.
Continuano in Kosovo gli attacchi contro comunità serbe. Alcuni responsabili sono stati individuati e puniti, mentre, secondo l'OSCE, intimidazioni nei confronti dei testimoni e scarsa cooperazione tra la polizia e l'accusa mettono a repentaglio il successo delle indagini. Cominciano ad essere trovati e consegnati all'UNMIK i corpi di albanesi uccisi e poi occultati in Serbia nel 1999, ma, anche qui, si fatica ancora ancora a fare giustizia.
All'Albania, Amnesty International rimprovera l'impunità di cui godono ufficiali di polizia e guardie carcerarie accusati di tortura e grave maltrattamento di individui arrestati o detenuti. Lo stato delle carceri rimane allarmante: tra i problemi riportati, affollamento e cattive condizioni igeniche e alimentari.
Di nuovo, le donne sono soggette a una diffusa violenza domestica, scarsamente riportata e punita. “Povertà, mancanza di istruzione, dissoluzione della famiglia e reti criminali domestiche e internazionali hanno contribuito al traffico di donne e bambini destinati allo sfruttamento sessuale e al lavoro minorile”, denuncia il rapporto, aggiungendo che il governo sta prendendo provvedimenti per combattere il traffico dei minori.
“La Bulgaria ha fatto progressi nel rispetto dei diritti umani allo scopo di soddisfare i criteri per l'entrata nell'Unione Europea, prevista per il 2007”, scrive Amnesty. Tra i problemi che persistono, le cattive condizioni di detenzione e gli abusi della polizia.
Soprattutto, però, il rapporto denuncia la discriminazione “in molte sfere della vita pubblica” nei confronti dei rom, citando casi specifici, e il maltrattamento delle persone con malattie mentali, spesso tenute in condizioni “disumane e degradanti”, vittime di violenze e negligenza.
Simili preoccupazioni riguardano i diritti dei rom e dei malati mentali in Romania, nonostante i progressi nel campo dei diritti umani riconosciuti dalla Commissione Europea. La società, la classe politica e i media rumeni sono pervasi dal razzismo nei confronti dei rom, nonostante gli impegni del governo. Persistente anche l'omofobia, e difficile la situazione dei minori, a cui il rapporto dedica solo un breve paragrafo.
Questa quindi la situazione dei diritti umani nei Balcani secondo Amnesty International: aggressioni su base etnica, violenza contro le donne, abusi delle forze dell'ordine contro svariate categorie tra cui minori e senzatetto, discriminazioni, sparizioni di massa di persone per cui non è ancora stata fatta giustizia... la strada da percorrere è ancora lunga.
Si è visto che la promessa dell'accesso alla UE può convincere governi recalcitranti a consegnare criminali di guerra o a promulgare legislazioni che tutelino i diritti umani. Sorgono però dubbi quando si leggono le pagine del rapporto di Amnesty dedicate a paesi che nella UE sono già da un pezzo: anche qui razzismo, violenze della polizia, prigioni sovraffollate, oltre a durissime misure anti-terrorismo, per non parlare del trattamento spesso disumano di immigrati e di rifugiati... Se ora l'Unione Europea e i suoi organismi possono promuovere i diritti umani nei paesi balcanici con promesse e pressioni, vi saranno gli strumenti e soprattutto la volontà di fare lo stesso una volta che questi paesi nella UE ci saranno entrati?
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5740/1/51/
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OSCE lancia allarme antiislamismo e propone soluzioni
di Gabriella Mira Marq
Dopo l'Unione Europea, anche l'OSCE lancia l'allarme sul pregiudizio e l'intolleranza nei confronti dei Musulmani ed attribuisce la responsabilita' agli stereotipi diffusi anche dai media, che pero' costituiscono per questo anche la soluzione del problema.
In Europa vivono 20 milioni di Musulmani, ed alcune comunita' si reputavano perfettamente integrate, ma dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti ed i successivi attacchi di Madrid nel marzo 2004 e Londra (luglio 2005), il sentimento di sospetto e' cresciuto in modo consistente e molte comunita' musulmane in Europa ed in America del Nord si trovano oggi in un ambiente sempre piu' ostile.
Secondo l'Unione Europea, il pregiudizio contro i Musulmani e' pericolosamente elevato in Europa e puo' condurre ad un circolo vizioso di isolamento e di radicalizzazione dei giovani immigrati, ma l'ambasciatore Ömür Orhun - rappresentante personale dell'Presidente in carica dell'OSCE per la lotta all'intolleranza e alla discriminazione contro i Musulmani - ha ricordato anche che "l'Islamofobia, che si presenti come intolleranza e discriminazione o come violenza, e' una violazione dei diritti dell'uomo ed una minaccia alla coesione sociale e politica".
L'ultima riunione sul tema, organizzata a Varsavia dall'OSCE il 9 maggio, ha messo a fuoco la rappresentazione pubblica dei Musulmani ed ha discusso di come affrontare tali stereotipi negativi. Data la diversita' dei problemi da affrontare per le Comunità musulmane nella regione OSCE, trovante un modo unico di procedere e' operazione difficile.
Negli Stati Uniti e' molto piu' facile che in Europa esprimere l'appoggio per l'Islam e per i Musulmani che in Europa, come spiegato dal Dott James Zogby, presidente dell'istituto americano-arabo di Washington, "tuttavia, e' molto piu' duro avere un dibattito aperto circa il conflitto Arabo-Israeliano", poiche' - in base alla posizione assunta - si rischia di essere bollati come estremisti. L'Islam viene sempre piu' identificato nei media, nella politica e nel discorso accademico come religione intrinsecamente violenta. "Il problema non e' l'ignoranza pura, ma cio' che passa per conoscenza", ha aggiunto Zogby.
Un'analisi dei giornali effettuata dal Consiglio musulmano della Gran-Bretagna nel marzo 1999 ha indicato che la presentazione dell'Islam e dei Musulmani era così in modo schiacciante negativa che neppure i direttori della carta stampata hanno creduto inizialmente che i risultati fossero basati sulle proprie pubblicazioni. E gli effetti dell'immagine negativa si cominciano a vedere - hanno rilevato gli esperti - "anche nella cosiddetta stampa liberale".
Per contribuire ad identificare e combattere tali tendenze, l'OSCE ha riconosciuto l'esigenza di un coordinamento dei media con le organizzazioni e fra vari Paesi. Nel contempo, occorre preparare i giornalisti a riconoscere l'islamofobia per consigliare cambiamenti nel tono. Progetti simili sono stati gia' portati avantio con successo per altre discriminazioni contro gruppi quali i Rom.
Un'altra proposta e' che le organizzazioni musulmane sviluppino proprie strategie nei media per migliorare la presentazione dell'opinione musulmana tradizionale. Nuzhat Jafri, del Consiglio canadese delle donne musulmane, ha spiegato come la sua organizzazione ha usato i media per cambiare la Legge di arbitrato in Ontario - che ha permesso che le leggi religiose fossero applicate nelle dispute familiari - per accertarsi che le donne musulmane godessero gli stessi diritti di altre donne.
E' stata noltre evidenziata la necessita' di un maggiore coordinamento fra le organizzazioni musulmane e con altri gruppi per imparare specialmente dall'esperienza delle Comunita' ebraiche in Europa e dagli Afro-Americani negli Stati Uniti.
www.osservatoriosullalegalita.org
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L´EMERGENZA DEL PROFESSORE
EDMONDO BERSELLI
da Repubblica - 27 maggio 2006
Fino a poche ore fa si sentivano soltanto baruffe di ministri, in un concerto stonato; adesso si fa sentire il governo, che manda alle Camere un´agenda che si propone come un programma. Almeno per ora, un programma tutto imperniato sull´assenza di costi. Si tratta dichiaratamente di provvedimenti «che non incidono sui capitoli di spesa», in attesa della verifica sui conti pubblici che fra qualche giorno dovrebbe mettere in chiaro la cornice finanziaria in cui dovrà collocarsi l´azione del ministro Padoa-Schioppa e dell´intero governo Prodi. Ma nei primi cento giorni le riforme e le leggi, anche se a costo zero, fatte con i fichi secchi, assumono un valore particolare.
L´emergenza del Professore
Possono conferire infatti una tonalità all´azione dell´esecutivo, rendendo più chiare alcune finalità e mettendo allo scoperto attriti e mediazioni fra i partiti della maggioranza. Anche se può apparire estemporanea in alcuni passaggi, l´agenda prodiana costituisce un documento impegnativo. Quello guidato da Romano Prodi è un governo che per ora non ha conosciuto nessuna luna di miele, come tradizionalmente si concede ai vincitori delle elezioni: al proprio interno ha infilato un errore dopo l´altro, di misura e di coordinamento, a testimonianza della difficoltà di fare convivere le disparate rappresentanze politiche coalizzate nell´Unione; mentre all´esterno sopporta l´accanimento anarco-populista di Silvio Berlusconi, che sta cercando di bloccare il confronto politico dentro una specie di «Cayman story» infinita, fatta di recriminazioni e minacce, anche con l´intento di tenere alleati ed elettori in piena mobilitazione guerrigliera.
La luna di miele mancata si è registrata con evidenza particolare nell´assemblea della Confindustria, con larga parte del mondo imprenditoriale schierato in posizione fra il trasognato e il nostalgico, come se l´establishment economico faticasse a fare i conti con la realtà e volesse continuare a gingillarsi con le care memorie (che poi sarebbero la crescita zero nell´economia reale e qualche sfacelo nei conti pubblici, per chi coltiva un diverso concetto della memoria).
Se non altro, il pre-programma mandato da Prodi a Bertinotti e Marini sembra significare che la ricreazione è finita e si comincia a lavorare. Non solo: l´agenda disegna anche un perimetro operativo che dovrebbe tutelare l´autonomia del governo rispetto ai partiti. A leggere il decalogo prodiano si può anche rimanere stupiti per l´ampiezza degli obiettivi dichiarati: ma evidentemente anche Prodi deve avere percepito che la farraginosità della sua maggioranza può essere corretta esclusivamente alzando immediatamente il tiro del governo. In modo che appaia evidente che questo è un esecutivo senza alternative e che non può essere messo in tensione dalle diatribe interne.
È per questo che alcuni argomenti segnalati dal documento governativo contengono un esplicito contrassegno politico, che fuoriescono dalla routine amministrativa. La tempistica del ritiro dei militari dall´Iraq, i disegni di legge sulle quote rosa, la riforma della legge sulla cittadinanza mostrano infatti un´esplicita tonalità politica, che si accentua nel momento in cui vengono indicati due target polemici del governo di centrosinistra. In primo luogo la «riforma della riforma» scolastica, con la rimodulazione dei tempi di attuazione del secondo ciclo (verosimilmente una presa di tempo in vista di una revisione della macchina messa caoticamente in moto dall´ex ministro Letizia Moratti). E subito dopo l´intervento su una delle più sgangherate riforme scassagiustizia della Cdl, ossia la legge sull´inappellabilità delle sentenze di proscioglimento.
L´altro aspetto essenziale del documento di Palazzo Chigi è nelle brevi note che illustrano la definizione del Dpef: in cui compatibilmente con il «fattore deficit», si segnala che il documento di programmazione conterrà la riduzione del cuneo fiscale, nonché l´introduzione di misure per favorire la stabilizzazione del lavoro precario. Insomma il governo prova a mettere nero su bianco ciò che Prodi ha esposto davanti a Luca Cordero di Montezemolo e alla sua platea ipnotizzata dai rimpianti: per il governo non ci sono i «due tempi», prima il risanamento poi la crescita. Ci vuole una ripartenza congiunta.
È questa la scommessa principale, su cui Prodi ha deciso di giocarsi la faccia. Evidentemente avverte anche una certa aria emergenziale che potrebbe perfino aiutarlo: come accade ad esempio per il disegno di legge di riforma dei criteri di assegnazione dei diritti sportivi, che tenderà a riportare a una cessione complessiva dei campionati di calcio (togliendo cioè i diritti tv dalla disponibilità delle singole società: si mette in vendita il campionato di serie A, non sono il Milan o l´Inter a trattare ciascuno in proprio).
Si tratta di un progetto che in altri tempi avrebbe scatenato chissà quali discussioni e pressioni lobbistiche; mentre oggi, con il calcio sconvolto dalle intercettazioni, può apparire come una riforma che risponde implicitamente a una funzione equilibratrice, e quindi moralizzatrice.
Sta di fatto che l´emergenza, per il governo Prodi, è duplice: riguarda la tenuta dell´Unione, messa a rischio quasi ogni giorno dalla varietà politica interna; e concerne la qualità del controllo sul binomio crescita/risanamento. Una certa riscontrabile radicalità delle misure proposte, con un´intenzione visibilmente programmatica, non esente da qualche venatura ideologizzante, potrebbe costituire una prima segnaletica per tutto il centrosinistra, e un messaggio all´opinione pubblica, ma soprattutto agli establishment, che Palazzo Chigi ha intenzione di andare per la sua strada, senza l´obbligo di piacere a tutti i costi e senza la necessità di mediare su tutto.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Lady Business
di Paola Baiocchi
Nel 1992 Letizia Moratti fonda una società per l'ottimizzazione dei servizi dell'amministrazione pubblica. Nel ’93 è vicepresidente dell’Ente nazionale italiano di unificazione. Nel ’94 presidente Rai, carica da cui si dimette nell’aprile ’96. Non senza aver prima, di fatto, provocato le dimissioni dei direttori generali, Gianni Billia e Raffaele Minicucci.
Sempre nel ‘94 attraverso la finanziaria di famiglia, la Securfin SpA, acquisisce Nikols, il gruppo che, prima diventa leader in Italia del brokeraggio assicurativo e che si espande, poi, in Europa e in America Latina. Dopo varie operazioni di fusione in 12 paesi, nel ’97 si allea con il gruppo Sedgwick. Nel ‘99 il cento per cento delle quote è acquisito dal colosso americano Aon Corporation. Ovviamente della filiale italiana, Aon Italia spa, fino al 200, è Letizia a ricoprire la carica di presidente non esecutivo.
Mediazione, Mediobanca, media
Nel ’96, Donna Letizia pare abbia fatto incontrare D’Alema con l’allora amministratore delegato di Mediobanca Vincenzo Maranghi e con Luigi Fausti della Comit, magnificando «l’onestà intellettuale e la modernità dell’esponente Ds» che poi nel suo governo le offrirà un ministero, che lei però non accetta.
Seguirà, d’allora in poi, la sua performance al grido di “spezzetta, rileva e vendi”. Così in Rai cede, per esempio, i mensili Moda e King, che raccoglievano pubblicità per decine di miliardi di lire, ad una srl con capitale sociale venti milioni, della vecchia valuta. I proprietari sono i fratelli Cinzia e Mario Palmonella coinvolto quest’ultimo nello scandalo Intermetro e nessuna esperienza nell’editoria. Risultato: nel giro di un anno le due testate falliscono e la pubblicità migra verso la concorrenza.
È il momento giusto per collaborare con Rupert Murdoch come presidente e amministratore delegato della News Corporation Europe. Ma resta sotto padrone solo dal novembre ‘98 al settembre ’99. Segue in quel periodo il piano di espansione in Europa del gruppo, che prevede il rilancio produttivo e commerciale di Stream, piattaforma digitale e lo sviluppo di TM3 Gmbh, pay-Tv tedesca. Per non perdere tempo Moratti partecipa al Consiglio di Amministrazione della News Corporation Ltd USA e della società televisiva britannica BSkyB.
Nozze d’oro greggio
Dal matrimonio con Gian Marco Moratti nascono Gilda e Gabriele. Ma della famiglia fanno parte anche i due figli di Moratti, nati dal primo matrimonio con Lina Sotis.
L’holding di famiglia è la Saras, petrolio ed energia, con sede a Sarroch vicino a Cagliari. La società è stata fondata da Angelo Moratti, padre di Gian Marco e Massimo, acquistando una raffineria nel Texas. L’ha fatta smontare e poi trasportare ad Agusta, in Sicilia.
Lo ricordano come padrone dell’Inter, sua dal 1955, ma Angelo è stato anche uno degli avversari di Enrico Mattei (Eni) e noto, all’epoca, come uno dei capi del neofascismo. Racconta Aldo Ravelli, il grande vecchio della Borsa di Milano intervistato da Fabio Tamburini in Misteri d’Italia (Longanesi & C., 1996): «Io abitavo, e abito ancora oggi, dietro Piazza San Babila. In quegli anni era la roccaforte dei neofascisti, che la presidiavano giorno e notte per l’intera settimana. Per molto tempo il Movimento sociale italiano ha avuto sede proprio qui sotto, in via Borgogna. E in piazza San Babila, come ricorderai, le aggressioni contro militanti della sinistra e democratici di passaggio erano numerose quanto casuali. Insomma sotto casa mia bivaccavano gli esponenti più aggressivi delle squadre di picchiatori. Io ero amico fin da ragazzo di Angelo Moratti, il petroliere, uno dei capi del nuovo fascismo. I picchiatori, a quel tempo, erano ai suoi ordini».
Sempre con i più forti
Nonostante la girandola di cariche, la Moratti siede dal 2001 nell’advisory board del Gruppo Carlyle, come risulta dal Who’s Who in Italy (edizione aggiornata al 2005). Il Gruppo Carlyle nasce a New York per iniziativa di tre navigati signori del mondo degli affari: David Rubinstein, Bill Conway jr e Daniel D’Aniello, che nel 1987 mettono insieme cinque milioni di dollari ed iniziano a lavorare. Nel 2003 dalla loro sede di Washington in Pennsylvania Avenue, a metà strada tra la Casa Bianca e il Congresso, gestiscono 14 miliardi di dollari, distribuiti in 23 fondi con interessi economici in 55 Paesi e filiali in 21 nazioni. Carlyle investe e ricava profitti solo in settori strategici: industria aerospaziale, farmaceutica, difesa, telecomunicazioni, energia, media. La struttura dell’advisory board non è ufficiale, ma qualche nome circola: Karl Otto Poehl, ex presidente della banca centrale tedesca, l’ex segretario di Stato Colin Powell, Etienne Davignon, il finanziere George Soros e l’ex presidente delle Filippine Fidel Ramos. Tra gli italiani risulterebbero: Marco De Benedetti, Chicco Testa e, dal 2001, Letizia Moratti. L’ex ministro dell’Istruzione non ha difficoltà a introdurre in Italia il gruppo ai suoi primi affari. Si comincia con l’acquisizione di due aziende leader: la Riello di Verona, produttrice di bruciatori e la Tecnoforge di Piacenza, specializzata nei raccordi per oleodotti.
Nel 2003 Carlyle acquista dal ministero dell’Economia, retto da Tremonti, 36 edifici di valore storico di proprietà dello Stato, cartolarizzati attraverso la società Scip 1. Per poco più di 230 milioni di euro, con sconti anche del 32 per cento sui prezzi di mercato, vengono venduti beni vincolati come villa Manzoni sulla via Cassia con un parco nell’area della tomba di Nerone.
Mentre in Francia l’acquisizione e poi la vendita da parte del gruppo Carlyle del giornale Le Figaro, provoca un acceso dibattito, in Italia l’unica a protestare è Giovanna Melandri.
Non fa scandalo neanche il fatto, in realtà poco noto, che Letizia, considerando i suoi interessi, possa discutere in sede di governo di riforma previdenziale e Tfr. Promiscuità ai limiti del conflitto d’interessi tipico d’altronde della Carlyle. Quando la società acquista l’intero patrimonio immobiliare del San Paolo-Imi, consulenti dell’affare sono i legali della Clifford Chance, che si avvale della consulenza fiscale dello studio Vitali creato da Tremonti.
Sempre nel 2003 il Gruppo in Italia arricchisce il suo portfolio e il know-how con l'acquisizione di Fiat Avio, in partnership con Finmeccanica. Fiat Avio, che partecipa con i satelliti ai programmi di difesa europei, , passa sotto il controllo di un gruppo americano, connesso con quel complesso militare-industriale che porta diritto al Pentagono.
Bush padre è stato advisor ed è speaker della Carlyle; anche Bush figlio ha lavorato per Carlyle, dopo aver venduto le sue azioni della Arbusto, partecipate com’è risaputo dai sauditi Bin Laden.
Donna strategica
L’ultima creatura di Letizia Moratti è la Syntek Capital AG, di cui è socio di maggioranza e presidente onorario dell'advisory board. È una società di investimenti che opera nell’area dell’intelligence communications: internet security, wireless. Come reclama il sito dei farmacisti Pharmaidea: «con sedi a Monaco, Milano, Londra, New York e Tel Aviv, Syntek è nella posizione ideale per supportare i business provenienti da Israele e dagli Stati Uniti che intendono svilupparsi in Europa”. Sono nel supervisory board: Antoine Bernheim, Assicurazioni Generali e Lazard Frères, Oliver de Givenchy di Jp Morgan Chase, Eckard Pfeiffer, Martin Schoeller, H. Count Metternich e Lorenzo Pelliccioli del Gruppo De Agostini con qualche interesse nell’editoria scolastica. Si fa infine notare peraltro come fra i proprietari della Syntek ci sia anche il gruppo francese Marcel Dassault, noto per i cacciabombardieri Mirage.
DE LUTIIS: “RENDETE PUBBLICI QUEI DOCUMENTI”
Professor Giuseppe De Lutiis, lei è un esperto di servizi segreti. Come giudica le contestazioni a Letizia Moratti e a suo padre Paolo, avvenute a Milano il 25 aprile scorso?
È abbastanza sorprendente che il signor Paolo Brichetto, ex partigiano con Edgardo Sogno nell’organizzazione “Franchi”, di ispirazione liberale, non abbia mai partecipato, come pare, alle manifestazioni degli anni e dei decenni precedenti, e abbia scelto di aderire solo ora che è in precarie condizioni di salute. Se fossimo maliziosi potremmo sospettare che la signora Moratti abbia deciso di partecipare alle manifestazioni per accrescere i suoi sostenitori in vista delle elezioni comunali di Milano, dove lei è candidata.
Il senatore Andreotti dice che ad essere maliziosi si fa peccato, ma di solito si indovina.
Lei ha appena sostenuto che il padre della Moratti è stato legato ad Edgardo Sogno. Ci vuole raccontare chi era Sogno?
Edgardo Sogno era un diplomatico di fede monarchica, che durante la Resistenza guidò un suo gruppo, l’organizzazione “Franchi”, appunto, che godette di generosi aiuti da parte degli Inglesi.
All’inizio degli anni Cinquanta, Sogno fondò un’associazione fortemente anticomunista, “Pace e Libertà”, che si distinse per una campagna denigratoria dei dirigenti del Pci, con la fabbricazione di autentici falsi storici e fotomontaggi fotografici. Ufficialmente “Pace e Libertà” era un’associazione privata, ma un appunto del Sifar, il servizio segreto dell’epoca, svela compiti e finanziatori: «Il movimento si dovrebbe persino sostituire alla polizia, specie nello schedare gli attivisti del Pci e le maestranze comuniste. Risulta in modo certo che il conte Sogno ha già ricevuto finanziamenti dal prof. Valletta della Fiat e dal noto industriale Viberti di Torino».
Quali rapporti tra i gruppi legati a Sogno e l’eversione?
Nel 1974 l’allora giudice Luciano Violante aprì un’istruttoria contro Sogno, Cavallo ed altri con l’accusa di aver «programmato un’iniziativa diretta a sovvertire violentemente le istituzioni dello Stato». Due anni dopo, il 5 maggio 1976, lo stesso giudice fece arrestare Sogno e Cavallo, per aver organizzato un atto eversivo, che poi la stampa definì 2golpe bianco”. La vicenda si concluse nel 1978, con il proscioglimento degli imputati.
Il gruppo legato a questo nobile piemontese aveva collegamenti internazionali?
I legami internazionali furono accertati per “Pace e Libertà”: l’organizzazione faceva capo ad un omologo movimento francese fondato da un’ex funzionario della Nato, Jean Paul David. Esistevano organizzazioni parallele anche in Belgio, Olanda e Germania. “Pace e Libertà” fu la prima struttura parallela sovranazionale dell’Alleanza Atlantica.
Tra gli uomini di Sogno c’erano anche ex partigiani o uomini provenienti da formazioni di sinistra? Quali i loro compiti?
Molti uomini vicini a Sogno provenivano dalle formazioni partigiane liberali e monarchiche. Poi vi erano alcuni ex comunisti come Luigi Cavallo e Roberto Dotti. Sull’attività di provocatore di Luigi Cavallo esistono interi libri, il più importante dei quali è intitolato appunto Il provocatore di Alberto Papuzzi.
In quali vicende troviamo coinvolto Roberto Dotti?
La figura di Roberto Dotti è ancora da esplorare: Alberto Franceschini, l’unico ex brigatista che abbia svelato gli aspetti oscuri delle Br, racconta che Corrado Simioni, dirigente dell’Hyperion di Parigi, una centrale eversiva internazionale che si presentava come una scuola di lingue, aveva accompagnato Mara Cagol ad un incontro con Roberto Dotti e le disse che «era a lui che avrebbe dovuto rivolgersi nel caso in cui avesse avuto bisogno di soldi o di altri aiuti». Come mai un uomo vicino a Sogno era pronto ad aiutare le Brigate Rosse? Anche il generale Dalla Chiesa sospettava che vi fosse un legame tra l’ambiente di Sogno e le Br, e chiese all’allora colonnello Nicolò Bozzo di indagare. Poi il generale Dalla Chiesa fu ucciso e il colonnello Bozzo trasferito in Calabria.
Edgardo Sogno aveva fatto nascere i Comitati di resistenza democratica (Crd). Qual era il loro scopo?
Instaurare una repubblica presidenziale, una proposta che è presente anche nel Piano di rinascita democratica di Licio Gelli del ‘75. Ma nel mandato di cattura spiccato contro Sogno nel 1976, il giudice Violante affermava che l’iniziativa appariva «dotata di notevoli finanziamenti e di legami di carattere internazionale, diretta a sostituire con la violenza all’attuale sistema costituzionale e di governo un sistema incentrato su un governo composto da tecnici e militari, il quale avrebbe dovuto assicurare la “stabilizzazione” in senso anticostituzionale della situazione politica ed economica del Paese». In alcune interviste successive, Sogno ha ammesso che: «uno dei modi per dissuadere il Partito comunista italiano era creare il “complesso cileno”: era bene che i comunisti sapessero che ci sarebbe stata una risposta. E noi allora avevamo preso l'impegno di colpire anche gli italiani traditori che avessero fatto un governo con i comunisti. Oggi la Dc si guarda bene dal dire queste cose, perché ha paura. Ma noi prendemmo l'impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti». Gli uomini legati a Sogno siano dei sinceri democratici in sintonia con i valori della nostra Costituzione? Sogno e i suoi amici sono stati prosciolti, quindi la magistratura non ha individuato reati. C’è da aggiungere che, poiché Sogno nel 1971 era ambasciatore in Birmania e fu richiamato in patria, probabilmente la costituzione dei Comitati di resistenza democratica fu decisa in una sede più alta. Come del resto la fondazione di “Pace e Libertà”, di cui ormai abbiamo documenti che attestano la sua nascita negli ambienti Nato. È augurabile che anche i documenti sui Comitati di resistenza democratica siano desecretati, in modo che si possa chiarire questa vicenda e collocarla correttamente in quel periodo tormentato della nostra storia. Andrea Montella
QUELLA VOLTA CHE MARA RICONOBBE L’UOMO DI SOGNO
Alberto Franceschin, come capo storico delle Brigate rosse, si è mai imbattuto in personaggi che avessero contatti con Edgardo Sogno?
Sono stato condannato per un’incursione armata nella sede del Comitato di resistenza democratica di Milano, un’organizzazione che faceva capo a Edgardo Sogno. Nei primi anni Settanta fiancheggiava quella che si chiamava la Maggioranza silenziosa, un movimento di cittadini di destra, che chiedevano una riforma autoritaria dello Stato e che propugnavano per l’Italia delle soluzioni di tipo gollista, quindi un rafforzamento dell’esecutivo, togliere l’indipendenza alla Magistratura, il controllo sui mezzi di comunicazione.
Sembra il progetto della P2.
Esatto, il programma era molto simile, diciamo che molti dei punti centrali del piano di rinascita democratica della loggia massonica P2 li ritrovavi anche nel programma dei comitati di resistenza democratica.
Nel libro-intervista Cosa sono le Br, realizzato con Giovanni Fasanella (Bur, 2004), c’è una figura interessante: Roberto Dotti, uno degli uomini di Edgardo Sogno. Ci vuole dire come è venuto a conoscenza di questa persona?
È una storia complicata e, per certi aspetti, inquietante. Durante il sequestro del giudice Mario Sossi, era il 1974, facemmo due incursioni armate: una alla sede del Crd di Milano e un’altra in una sede di Maggioranza silenziosa a Torino. Nella sede di Milano portammo via una lista di iscritti al Crd. Quando andammo a spulciare i nomi trovammo tra le carte un necrologio per la morte di Roberto Dotti. Andammo verificare il necrologio sul Corriere della Sera e vedemmo che questo Roberto Dotti era uno degli uomini di Edgardo Sogno.
Con Mara Cagol facemmo il lavoro di controllo e, a un certo punto, lei disse: «Io conoscevo un Roberto Dotti. Mi era stato presentato da Corrado Simioni come un ex partigiano, un compagno. E mi era stato detto che potevamo considerarlo il nostro punto di riferimento per tutti i problemi che ci si potevano presentare, dalla richiesta di documenti falsi, a altra roba del genere». A noi questo fatto sembrava strano, perché il Roberto Dotti trovato nell’elenco doveva essere uno di destra, e non poteva essere un ex partigiano di sinistra. Per sicurezza prendemmo la foto dalla tomba per mostrarla a Mara, che poi fu ritrovata in uno dei covi. Lo stesso giudice Caselli riportò questo dettaglio della foto che si faceva risalire a Dotti. La vicenda finì nell’istruttoria finale, quella in ci rinviò a giudizio, e fu ritenuta come uno dei punti da chiarire nella nostra vicenda.
Quasi vent’anni dopo, leggendo il libro-intervista ad Edgardo Sogno di Aldo Cazzullo Testamento di un anticomunista, l’ex ambasciatore parla di Roberto Dotti come di un uomo fondamentale e ne rifà la storia: dice che era stato a Praga, che era un ex comunista, che era uno della Volante rossa, e la biografia che lui traccia è identica a quella che Mara mi aveva indicato. Era sicuramente la stessa persona, anche se per noi negli anni Settanta era impossibile pensare che un ex partigiano comunista fosse poi collegato organicamente alla destra.
Che ruolo ricopriva?
A Milano era l’organizzatore del Crd e ne curava tutti gli aspetti organizzativi.
Che idea ti sei fatto di questa persona e dei suoi rapporti con le Br?
Tenga presente che questi rapporti erano precedenti alla nascita delle Br. Avvenivano all’epoca del Cpm, il collettivo politico metropolitano, quando tutta quella galassia che darà in parte origine alle Br era ancora insieme. Però già allora, all’interno del Cpm, c’era chi pensava alla lotta armata e si preparava a questo possibile sviluppo. Uno dei riferimenti principali era Corrado Simioni, ed era lui che aveva i contatti con Dotti e lo presentò a Mara.
Corrado Simioni è un’altra figura ambigua.
Certo. Quando ci fu la rottura all’interno del Cpm, coloro che facevano riferimento a Renato Curcio, a Mara Cagol e a me formò le Brigate rosse, Corrado Simioni, invece, fece un’organizzazione ambigua, che noi chiamavamo Superclan, che poi divenne a Parigi il Centro di lingue Hyperion.
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Spagna : riprende processo a Berlusconi per Telecinco ?
di Rita Guma
Potrebbe riprendere in Spagna il processo a Silvio Berlusconi per Telecinco. Il procedimento penale era stato sospeso perche' il giudice (allora Baltasar Garzon) aveva ritenuto non doversi procedere momentaneamente contro il premier italiano.
Tuttavia ora la situazione e' cambiata, e in Spagna si va profilando la ripresa del processo per volazione sulla legge relativa al divieto di posizione dominante, ovvero di acquistare una quota superiore al 25% di una rete TV.
I fatti sono definiti nell'accusa che il procuratore spagnolo ha formulato i 5 di febbraio del 2003 contro altri imputati. Secondo l'accusa, Berlusconi e alcuni soci di RTI (Fininvest) avrebbero aggirato il divieto acquisendo singolarmente quote di telecinco (la maggiore rete privata della Spagna) la cui somma supererebbe il 25%.
Oltre a Berlusconi, secondo la stampa spagnola sarebbe implicato nella vicenda - iniziata nel 1997 - anche Marcello Dell'Utri, all'epoca della denuncia eurodeputato come pure l'ex premier.
Il 27 di ottobre 1999 il giudice istruttore ha chiesto quindi al Parlamento Europeo di revocare l'immunita' parlamentare al fine di giudicare gli accusti, ma Berlusconi si oppose tenacemente, dichiarando peraltro la sua innocenza.
L'europarlamento non ha preso alcuna decisione prima delle elezioni italiane del 2001, dopo le quali come capo di un governo straniero Berlusconi ha acquistato una posizione di immunita'. La Audiencia Nacional ha deciso la sospensione la procedura relativa a Berlusconi, ma oggi vi sono nuovamente le condizioni per cui, in Spagna o in Italia, Silvio Berlusconi risponda penalmente dei crimini di cui viene accusato.
Ancora una volta, concludeva la stampa spagnola qualche giorno fa, i tribunali hanno davanti a se' la sfida di dimostrare se sono allineati con il potere. E la procura anticorruzione di Madrid ha risposto ieri con la ripresa della pratica.
Tuttavia le sollecitazioni sulla vicenda erano nate in Spagna gia' qualche giorno fa, mentre e' recente una lettera dell'ex premier al primo ministro spagnolo Zapatero nella quale Belusconi anticipa il suo presunto prossimo ritorno a capo del governo a seguito del riconteggio delle schede elettorali. Sarebbe forse malevolo vedere un collegamento fra le due cose.
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Consumi in caduta libera
Male anche l'export: l'Istat fa sapere che continua a peggiorare il deficit commerciale con i paesi extra Ue
Ernesto Geppi
Se pure qualcosa si muove nell'economia italiana in questa prima parte del 2006, non si tratta di sicuro dei consumi. Nel mese di marzo l'andamento delle vendite al dettaglio, secondo quanto comunicato ieri dall'Istat, è stato infatti pesantemente negativo registrando una diminuzione dell'1,8% rispetto allo stesso mese del 2005. Si tratta di una diminuzione pesante, tenuto conto del fatto che viene misurata a prezzi correnti e che il tasso di inflazione misurato con l'indice armonizzato europeo a marzo era pari al 2,2%. E' la prima variazione tendenziale negativa dallo scorso mese di luglio, mentre cumulando le informazioni relative al primo trimestre si registra una striminzita crescita dello 0,5% rispetto all'anno precedente.
Anche se il segnale che manda è estremamente chiaro, il dato delle vendite va comunque interpretato con qualche cautela. Il confronto con il marzo 2005 è in parte condizionato dal fatto che lo scorso anno marzo coincideva il periodo pasquale, tradizionalmente caratterizzato da un aumento dei consumi. E infatti, la variazione tendenziale calcolata sui dati destagionalizzati - che cercano di isolare i confronti da questi effetti di calendario - è positiva e si colloca a +0,4% a marzo e a +1% nel primo trimestre: incrementi comunque modesti e che implicano una caduta dei consumi reali.
L'andamento delle vendite al dettaglio mostra inoltre una notevole diversificazione territoriale. Nelle regioni del sud la riduzione tendenziale di marzo è stata particolarmente pesante (- 3,3%), mentre il primo trimestre ha fatto segnare crescita zero. Nelle altre regioni il dato trimestrale mostra segni positivi, ma molto modesti e abbondantemente al di sotto dell'1%. Continuano inoltre a diminuire le vendite nelle piccole superfici (-0.2 nel primo trimestre), soprattutto nei comparti dei prodotti alimentari (-0.9%). L'unica eccezione alla diminuzione tendenziale delle vendite si registra invece in alcune tipologie commerciali della grande distribuzione: negli hard discount, ad esempio, le vendite a marzo sono cresciute quasi di quattro punti percentuali a marzo, mentre negli ipermercati la crescita si è fermata poco al dio sotto dell'1%. Perdono invece colpi i supermercati, i grandi magazzini e gli altri punti vendita del dettaglio specializzato.
Sempre ieri l'Istat ha diffuso i dati sul commercio con i paesi extra Ue, che confermano nel mese di aprile il netto peggioramento degli scambi registrati nei primi tre mesi dell'anno. Il disavanzo di 1.8 milioni di euro è pari al doppio di quello registrato nell'aprile del 2004 e porta a 9.4 milioni il saldo negativo dall'inizio dell'anno. Continua a essere molto sostenuto il ritmo di crescita delle importazioni: gli 11,9 milioni di euro di merci importate ad aprile rappresentano il 10% in più rispetto a un anno prima. Per contro, il ritmo di crescita delle esportazioni è fortemente rallentato rispetto ai mesi precedenti: il +2.8% di aprile rappresenta la crescita tendenziale più bassa dal novembre 2004.
A rallentare sono state soprattutto le esportazioni verso gli Usa e verso gli stati del Mercosur, mentre il pur ragguardevole incremento registrato nelle nostre vendite verso la Russia e i paesi produttori di petrolio non è riuscito a controbilanciare l'incremento delle importazioni di prodotti energetici. Nei primi quattro mesi dell'anno supera i 6.5 milioni di euro il disavanzo verso l'area Opec, contro i 4.2 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Verso la Russia il disavanzo nel quadrimestre supera i 2.9 milioni di euro (erano 2 milioni un anno fa). Aumenta anche il deficit verso la Cina, che supera nello stesso periodo i 3.6 milioni di euro, rispetto ai 2.9 dei primi quattro mesi del 2005.
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Lo Zimbabwe in caduta libera
Inflazione al 2000 percento, il Paese è in ginocchio
E’ stata accolta con sgomento, la scorsa settimana, la notizia che in Zimbabwe l’inflazione aveva toccato il 1000 percento. Stipendi polverizzati, una cronica mancanza di cibo, energia e valuta straniera, con lo stato costretto ad aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici del 200 percento per far fronte alla crisi. Ma al peggio non c’è mai limite: secondo gli analisti finanziari, già tra due settimane l’inflazione potrebbe raggiungere il 2000 percento, mentre lo stato è costretto a usare le maniere forti per bloccare le proteste sindacali.
Sciopero generale. Gli esperti di economia sono tutti d’accordo: la crisi che sta vivendo lo Zimbabwe è la più grave dal 1980, anno in cui salì al potere Robert Mugabe. Strangolata da una politica a dir poco miope portata avanti dalle autorità, e da un embargo (imposto da Unione Europea e Usa) che ha contribuito a peggiorare una situazione già disastrosa, l’economia dello Zimbabwe è ormai al collasso. A gettare benzina sul fuoco, il mancato accordo tra lo Zimbabwe Congress of Trade Unions (l’unione dei sindacati) e il governo per un aumento degli stipendi, di cui hanno beneficiato solo i dipendenti pubblici. Il Zctu è intenzionato a dichiarare lo sciopero generale, paralizzando di fatto il Paese. Ma le autorità di Harare vogliono impedirlo a tutti i costi.
Ipotesi Onu. Per prima cosa, è stato bloccato l’accesso al Paese dei leader sindacalisti di Sudafrica e Ghana, che avrebbero dovuto partecipare al congresso delle Trade Unions. Mugabe ha inoltre già fatto sapere che proclamare lo sciopero generale sarebbe come giocare con il fuoco. I periodici tagli di corrente e la penuria di benzina condizionano le attività economiche, e l’inflazione galoppante sta costringendo le autorità a stampare sempre più banconote che in due settimane, se non spese tempestivamente, diventano carta straccia. La situazione è talmente disperata che il presidente sudafricano Thabo Mbeki, nei giorni scorsi, ha ventilato la possibilità di un intervento delle Nazioni Unite per salvare il salvabile.
L’anniversario. Un’ipotesi che ha messo in imbarazzo lo stesso Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, e comunque immediatamente rifiutata dalla presidenza zimbabwana. A peggiorare un quadro già fosco è arrivato, la scorsa settimana, il primo anniversario dell’operazione Murambatsvina, che portò alla demolizione delle baraccopoli attorno alle principali città del Paese. Un provvedimento che causò circa un milione di sfollati, che a dodici mesi di distanza vivono per la maggior parte nei campi provvisori allestiti in fretta e furia dalle autorità. I programmi per la costruzione di nuove abitazioni sono stati avviati, ma vanno a rilento, anche a causa della situazione economica generale. Il governo non ha trovato di meglio da fare che reprimere le manifestazioni di protesta organizzate per l’anniversario a Harare e Bulawayo. Risultato, più di 100 persone arrestate, mentre il livello di tensione nel Paese si alza pericolosamente.
Senza prospettive. Il problema maggiore è però la mancanza di prospettive per il Paese: un tempo il granaio dell’Africa e ora costretto a importare due terzi del proprio fabbisogno alimentare, lo Zimbabwe ha un tasso di disoccupazione reale che si aggirerebbe attorno all’80 percento, anche se secondo le autorità di Harare sarebbe solo del 10 percento. Il regime di Mugabe continua ad addossare la responsabilità dei propri fallimenti a un complotto portato avanti dalle nazioni occidentali (beninteso, non esenti da colpe). La riforma agraria ha portato al crollo della produzione, tanto che nelle scorse settimane lo stesso Mugabe avrebbe ripreso i contatti con i farmers bianchi per convincerli a fare ritorno nel Paese. Ad Harare, il peggio potrebbe non esser passato. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5494
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Un voto colmo di novità dal Latinoamerica
Di Martin. E. Iglesias
Presidente Osservatorio Latinoamericano - Selvas.org
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Innanzitutto ci racconti brevemente la storia e obiettivi della Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione, che diffusione e valore ha tra i nostri connazionali
:: RODOLFO RICCI ::
:: Rodolfo Ricci è coordinatore nazionale della FILEF e Segretario generale della FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione), collegata alla CGIL nazionale, che raccoglie oltre 400 associazioni federate in Italia e in tutti i paesi di emigrazione.
Dal 1986 al 2001 ha vissuto in Germania, lavorando nell'ambito di attività sociali, formative, di sostegno scolastico a favore degli italiani e di altre collettività straniere emigrate in questo paese.
Dal 1989 al 2001 ha diretto il Centro di Formazione e Cultura della CGIL Germania a Francoforte sul Meno, realizzando azioni di formazione, orientamento e di creazione di impresa in ambito transnazionale che hanno avuto riconoscimenti ufficiali da parte di diverse istituzioni tedesche, italiane e comunitarie.
Dal 1997 al 2004 ha progettato e diretto per la FILEF interventi di ricerca, formazione, sviluppo locale e cooperazione in Brasile, Argentina, Uruguay, Canada, Australia, Belgio, Francia, Svizzera, Svezia e Gran Bretagna.
EMIGRAZIONE NOTIZIE
Tutte le notizie e aggiornamenti su italiani all'estero e immigrazione sono presenti sul sito www.emigrazione-notizie.org
La FIEI è nata nel 1999 ed è stata promossa da due storiche organizzazioni dell'emigrazione Italiana, cioè la FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie), fondata nel 1967 da Carlo Levi e l'Istituto Fernando Santi. Ad essa aderiscono diverse altre federazioni regionali in Italia e all'estero, complessivamente oltre 400 associazioni diffuse in tutti i principali paesi meta dei flussi di emigrazione italiana, dal Nord Europa, all'Australia, dal Canada all'America Latina, che sono impegnate sia sul versante degli italiani all'estero che su quello dell'immigrazione nel nostro paese. Gli organismi rappresentativi della FIEI vedono infatti al loro interno sia emigrati che immigrati e direi che l'obiettivo specifico per cui è nata, è proprio quello di saldare e far valere i diritti degli immigrati e degli emigrati come un unicum; noi crediamo che al di là dello svolgimento diacronico di questi fenomeni, c'è un'unità sostanziale e strutturale dei problemi che i migranti hanno di fronte: i problemi del riconoscimento di pari diritti con i cittadini autoctoni, dell'integrazione paritaria nei luoghi di lavoro e nella società, sono più o meno gli stessi per un italiano in Svizzera o per un extracomunitario in Italia.….
Naturalmente, ci sono situazioni differenti da paese a paese; il multiculturalismo australiano o il modello di integrazione canadese continuano ad essere un esempio per molti altri paesi di immigrazione; mentre i modelli tedesco e svizzero e ancor più il nostro, sono modelli che riteniamo molto inadeguati e da superare rapidamente. Inoltre non si deve dimenticare che ci sono differenze di classe e di status consistenti all'interno delle stesse comunità di migranti: per esempio quando si parla di “italiani all'estero” si parla di un'entità molto astratta e generica; pur essendo tutti cittadini, vivono situazioni e condizioni di vita molto diverse sia tra i paesi di arrivo, che all'interno degli stessi paesi…
In questo senso, la FIEI intende rappresentare e rappresenta quella parte maggioritaria della popolazione migrante che vivendo, o meno, situazioni di disagio e marginalità, si batte tuttavia per la piena integrazione nei paesi di accoglienza come per il giusto riconoscimento dei diritti che l'Italia “deve” a coloro che hanno lasciato il suo territorio: tra questi c'è anche il diritto ad essere riconosciuti e valorizzati in quanto risorsa sociale, economica e politica “transnazionale” nell'epoca della globalizzazione: attraverso le comunità migranti è possibile immaginare modelli di cooperazione bilaterale o tra aree continentali (es. Europa/Mercosur) più democratica e anche più efficace. Come è possibile immaginare una crescita delle relazioni politiche tra paesi che siano improntate alla solidarietà e alla pace, alla redistribuzione delle risorse e delle ragioni di scambio….
- Avete avuto la posibilità di "tastare il polso" degli italiani all'estero in occasione della loro partecipazione alle loro prime elezioni... Relativamente al Latinoamerica, come hanno vissuto questo appuntamento con la nostra democrazia, ma anche la burocrazia esportata per l'occasione?
Anche qui, direi che bisogna evitare l'errore di generalizzare; ci sono settori della nostra emigrazione che sono, se così si può dire, attardate su una visione vecchia e nostalgica del rapporto con l'Italia. Ciò, per la verità, riguarda a mio parere, più alcuni leader di comunità che le masse dei nostri emigrati; tuttavia, in questa occasione, questi ambienti riconducibili alla destra hanno ricevuto uno scarso riconoscimento elettorale. Poi, ci sono ambiti che invece hanno reagito dimostrando particolare competenza e conoscenza della situazione politica del nostro paese ed hanno votato per la lista dell'Unione in modo consistente. Infine, un altro settore ha optato per le “liste indipendenti” di cui, la principale è l'AISA (Associazioni Italiane del Sud America), dell'industriale argentino Luigi Pallaro, ha ottenuto un risultato molto significativo; in questo caso ha giocato a suo favore, la capacità di aggregare un numero importante di leader di comunità riconosciuti nei diversi paesi della ripartizione del Sud America, che avevano più o meno tutti la prerogativa di non essere prioritariamente schierati né a destra né a sinistra, anche perché, magari, erano stati trascurati dalle varie parti politiche…
Inoltre c'è da dire che, da quanto si è visto, l'investimento di questa lista nella campagna elettorale, è stato decisamente superiore alle altre.
Quanto al gradimento dell'occasione elettorale, io direi che la gente ha reagito con molto interesse, anche al di sopra delle aspettative, se si considerano le difficoltà oggettive, ma soprattutto la insufficiente azione di informazione istituzionale e il fatto che circa un milione di persone sono state escluse dal voto per il mancato aggiornamento degli elenchi elettorali, una responsabilità questa, a totale carico del Governo, del Ministero dell'Interno, degli Esteri ed evidentemente dello stesso Tremaglia.
- Quali sono stati i motivi di lamentela, se ce ne fossero stati, dei nostri connazionali con diritto di voto e quali, invece, i riconoscimenti per l'iniziativa?
Le lamentele riguardano il fatto che le indicazioni per il voto erano di difficile comprensione, che i plichi sono arrivati spesso in ritardo e in molti casi non sono affatto arrivati, che l'informazione istituzionale su liste e programmi è stata insufficiente, che in troppi sono rimasti di fatto esclusi dal voto.
Il riconoscimento riguarda essenzialmente il fatto che per la prima volta un numero comunque consistente di elettori (oltre il 42%) ha potuto esprimersi ed eleggere propri rappresentanti in Parlamento, cosa non da poco, se si pensa che per decenni, le nostre comunità all'estero (circa 4 milioni di persone con cittadinanza) sono state quasi del tutto ignorate.
- E la scelta dei candidati delle circoscrizioni estere com'è stata definita?
Io penso che in Europa, in Australia e in Nord America, la definizione dei candidati è stata, almeno a sinistra, abbastanza soddisfacente, cioè ha tenuto conto in buona parte, del tessuto sociale e della società civile organizzata che ha effettivamente lavorato a favore dei nostri emigrati negli ultimi decenni.
Meno soddisfacente, dal mio punto di vista, in America Latina, dove credo sarebbe stata opportuna una maggiore presenza di figure più in sintonia con l'attuale quadro evolutivo di questo continente, un contesto che riguarda anche le nostre comunità le quali hanno subito in gran parte la stessa sorte dei cittadini autoctoni, alle prese con le diverse crisi economiche e sociali susseguitesi negli ultimi anni, e che esprimono visioni e culture politiche spesso molto avanzate. Diverse candidature invece, mi pare rappresentino circoli abbastanza ristretti e fuori da questi processi.
- A questo proposito: quanto e in che modo hanno influito le cosiddette “corporazioni” d'italiani, o addirittura interessi imprenditoriali, nella scelta dei rappresentanti elettorali?
Credo che un problema sia stato, alla fonte, trovare un accordo tra gli otto partiti dell'Unione, ognuno dei quali rivendicava una propria visibilità; poi, come ho detto, c'è forse un deficit generale di conoscenza delle concrete dinamiche politico-sociali, almeno dell'America Latina. In tale contesto, alcuni hanno pensato che personaggi importanti sul piano imprenditoriale, potessero risultare decisivi. Io credo che l'esito del voto dimostri invece come il centrosinistra abbia acquisito i propri consensi contando essenzialmente sul patrimonio e sulla capacità di mobilitazione delle organizzazioni sociali e di servizio che sono attive sul campo da molti anni.
Per quanto riguarda invece le altre liste, è certo che le candidature siano state espresse in grande maggioranza proprio dal mondo dell'impresa o da quello che lei chiama dalle “corporazioni”.
- Per era pensabile, come qualcuno ha chiesto, che si tenessero, almeno per i candidati vicini all'Unione, le primarie anche tra i nostri connazionali all'estero?
Credo di sì; o quantomeno, credo che la discussione e il coinvolgimento delle aggregazioni di base, potesse essere decisamente più ampio. Una maggiore partecipazione nelle scelte avrebbe consentito una più efficace collaborazione e mobilitazione e, probabilmente, avrebbe anche consentito di eleggere qualche parlamentare della sinistra in più, anche se complessivamente si può essere soddisfatti dell'esito del voto.
- Ha influito, secondo lei, la storia attuale di rinnovamento democratico del continente latinoamericano, sul risultato del voto per Camera e Senato?
Sì, ne sono certo; dieci anni fa, il risultato conseguito dall'Unione, sarebbe stato molto improbabile; in questi ultimi anni, la partecipazione consapevole degli italiani alla vita politica dell'America Latina è andata via via crescendo e gli orientamenti verso le sinistre dei diversi paesi altrettanto; ciò è stato agevolato dalla forte presenza di oriundi italiani in importanti partiti come il PT brasiliano, i partiti socialisti o quelli che discendono dai movimenti rivoluzionari degli anni '60 e '70 come il MPP uruguayano, nei sindacati dei diversi paesi (CUT, CTA, PNCT, ecc.), in movimenti sociali come quello dei Sem Terra, negli stessi governi, dove, dal Venezuela all'Argentina, sono molti i ministri che portano cognomi italiani. Durante la campagna elettorale, moltissimi oriundi (che non avrebbero votato), hanno partecipato attivamente alla mobilitazione per l'Unione di centrosinistra.
Nell'ottica latino-americana, quella del “cambio”, poter contribuire alla sconfitta di Berlusconi e delle destre in un paese importante come l'Italia, era un risultato per cui valeva la pena impegnarsi.
- Insomma gli italiani all'estero potrebbero portare una qualche novità politica e di idee all'interno dei Palazzi nostrani?
Oppure c'è una consapevolezza di non poter esportare verso l'Italia le peculiarità latinoamericane comprese le tante proposte democratiche innovative?
Ogni processo storico ha bisogno dei suoi tempi: cambiare una cultura politica spesso provinciale e allo stesso tempo italo-centrica come quella italiana, non è una cosa semplice. Dipende molto dai parlamentari eletti, dalle loro qualità e dalle loro capacità; dalla visibilità positiva che sapranno conquistarsi presso l'opinione pubblica “stanziale”. Ma io credo che sia possibile; anche perché molti temi e pratiche inaugurate in America Latina dopo il tragico periodo delle dittature cominciano ad affermarsi in molti luoghi d'Europa; il tema della partecipazione, del bilancio partecipato, per fare solo un esempio; quello dei gravi danni sociali ed ambientali indotti dalla globalizzazione neoliberista, per farne un altro; della oggettiva necessità di un nuovo rapporto nord-sud, della necessità del multipolarismo…; io penso che potenzialmente il rapporto tra America Latina ed Europa sia uno dei più fecondi. E in un certo senso, ciò che arriva da questo continente può essere visto come una sorta di regalo inatteso, del ritorno, rivitalizzato, di qualcosa che ci riguarda e che storicamente ci appartiene…che proviene in buona misura da due secoli di lotte sociali e di battaglie civili nate nel grembo stesso dell'Europa …
Penso che in questa direzione, ci sia molto da fare, ma ciò riguarda molto di più le organizzazioni che i singoli eletti. La sollecitazione verso un nuovo rapporto tra America Latina ed Europa è un compito che ci possiamo dare per il futuro prossimo, per i prossimi 5 anni….
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Il pianeta degli slum
Mike Davis
Per la prima volta nella storia, tra breve la maggioranza della popolazione mondiale vivrà nelle città. Ma grandi porzioni di questa popolazione urbana vivono in condizioni di assoluta povertà. Mike Davis, scrittore e attivista sociale, descrive questa tendenza nel suo nuovo libro Planet of Slums. Ha parlato con Lee Sustar delle conseguenze economiche, sociali, politiche ed ambientali della marea crescente della povertà urbana.
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La questione della crescita delle megaslum è stato escluso dal panorama del dibattito politico corrente. Perché?
Devo confessare di essere stato sorpreso dal pressoché totale silenzio da cui è stata salutata la pubblicazione di uno studio fondamentale delle Nazioni Unite, La sfida delle slum, tre anni fa. Oltre ad un panorama della povertà urbana su scala globale, i ricercatori dell'Onu ci hanno fornito un bilancio complessivo dei danni prodotti da trent'anni di aggiustamenti strutturali, politica del debito e privatizzazioni.
Immagino che questo sia proprio il genere di notizie che i tifosi della Banca mondiale e, più in generale, del "Washington consensus" non vogliono sentire.
L'eccezione, ovviamente, è rappresentata dal Pentagono. Il disinteresse degli esperti del National Security Council verso i ghetti urbani contrasta con l'avido interesse mostrato dai più pragmatici strateghi militari dell'Army War College e del Warfighting Laboratory dei Marines.
Gli strateghi militari sono ben coscienti del fatto che, mentre le loro bombe intelligenti sono estremamente efficienti contro le città gerarchiche quali Belgrado, con le loro infrastrutture centralizzate e i distretti economici, le armi super-tecnologiche americane possono poco per il controllo degli agglomerati di povertà sottosviluppati, come a Mogadiscio in Somalia e Sadr City a Bagdad.
Le grandi baraccopoli in crescita caotica nei sobborghi città del terzo mondo neutralizzano buona parte dell'arsenale barocco di Washington.
L'analisi attenta di questo problema ha condotto gli strateghi militari ad una visione geopolitica del mondo diversa da quella del resto dell'amministrazione Bush. Invece che su una cospirazione terrorista mondiale o su un asse del male, gli strateghi militari si focalizzano sulla supremazia del territorio, le baraccopoli stesse.
Il nemico, che il Pentagono concepisce come un insieme eclettico di potenziali oppositori, dalle gang di strada ai gruppi radicali alle milizie etniche, è meno importante che il labirinto in cui si nasconde.
Nel tuo libro tracci una distinzione tra l'urbanizzazione "d'attrazione" prodotta dall'industrializzazione del XIX e XX sec., e quella "di espulsione" portata dai programmi di aggiustamento strutturale nel terzo mondo odierno.
Nel XIX sec., ovviamente, la teoria sociale classica ha messo l'accento sulle città industriali come Manchester, Berlino e Chicago per individuarvi un modello del futuro. Invece, le città cinesi, prodotto della maggiore rivoluzione urbano-industriale della storia, rientra ancora nello schema immaginato da Marx e Weber.
Molte città del terzo mondo hanno più in comune con la Dublino vittoriana o con Napoli, con le loro gigantesche concentrazioni di povertà e deindustrializzazione. La crescita urbana si è sganciata dall'industrializzazione, finanche dallo sviluppo economico per se.
I fattori di "espulsione" allontanano la popolazione dalle campagne in maniera indipendente dai fattori di "attrazione" quali l'offerta di lavoro nelle città assicurando la continuità dell'esplosione della popolazione urbana. Al di fuori della Cina, inoltre, le ex metropoli industriali del Sud, tra cui Mombai, Johannesburg, Sao Paolo e Buenos Aires, hanno sofferto massicce deindustrializzazione nel corso degli ultimi venti anni.
» per questo che la teoria della "modernizzazione" è crollata.
Ciò ha conseguenze importanti sia per la teoria sia per l'azione sociale rivoluzionaria. In nessuna parte del canone marxista, neppure nelle pagine visionarie dei Grundisse, si può trovare anticipazione del proletariato informale odierno: una classe sociale globale costituita da almeno 2 miliardi di abitanti delle città, sconnessi radicalmente e permanentemente dall'economia formale mondiale.
Quali sono le caratteristiche comuni a quanto sta accadendo in Cina e, all'altro estremo in Africa, con l'urbanizzazione?
Prima di tutto, è importante sconfessare la credenza che le città siano cresciute in maniera lineare o unidirezionale.
Le megabaraccopoli di oggi in molti casi sono il risultato non della lenta e incrementale accumulazione di povertà, ma del "big bang" prodotto dalle politiche del debito e degli aggiustamenti strutturali della fine degli anni 70 e degli anni 80. Imponenti fenomeni di esodo dalle campagne si sono trovati di fronte ad una riduzione degli investimenti sociali nelle infrastrutture urbane e nei servizi pubblici.
I nuovi poveri urbani sono stati lasciati da soli ad improvvisarsi un rifugio e delle strategie di sopravvivenza. La loro ingegnosità è di fatto riuscita a spostare le montagne, ma solo per un periodo di tempo limitato.
Oggi, in tutto il mondo, è del tutto chiaro che la famosa frontiera tra la terra che può essere liberamente o quasi liberamente occupata si è chiusa, e lo spazio dell'economia informale è tragicamente sovrappopolato, con troppi poveri che competono in nicchie di sopravvivenza. Soprattutto in Africa questo "miracolo" di urbanizzazione autosostenuta rassomiglia oggi più alla lotta per la sopravvivenza in uno squallido campo di concentramento che a qualunque visione romanticizzata di eroici occupanti e micro-imprenditori.
La Cina, ovviamente, è una parziale eccezione, giacché lo stato continua a costruire milioni di alloggi decenti. Eppure l'offerta è in grande ritardo sulla domanda e la disuguaglianza è cresciuta di più nelle aree urbane cinesi che in qualunque altro luogo nell'ultimo decennio.
Le baraccopoli, per esempio, hanno fatto la loro ricomparsa in grande stile. La popolazione tradizionale della città è stata espulsa dai suoi vecchi quartieri, soprattutto a Pechino, per fare spazio a megaprogetti con finanziamenti stranieri e ad alloggi di lusso. Nel frattempo, i migranti rurali - una gigantesca classe perimetropolitana di almeno cento milioni di persone - si ammassa in sobborghi squallidi alla periferia delle città.
Sono, assieme alle povere famiglie contadine, le maggiori vittime della trasformazione capitalistica della Cina.
Hai scritto a proposito degli immensi costi ambientali di queste tendenze.
In astratto, le città sono la soluzione alla crisi ambientale mondiale. Da Patrick Geddes a Jane Jacobs, i teorici urbanistici hanno correttamente sottolineato che la città, e non l'idealizzata piccola fattoria, è la nostra salvezza: il sistema potenzialmente più efficiente per riciclare l'energia e la materia tra noi e Gaia.
Inoltre, solo la città - attraverso la creazione di una ricchezza democratica di spazio pubblico e lussi in comune - può far quadrare il cerchio della sostenibilità ambientale e un alto standard di vita globale.
Però l'urbanizzazione contemporanea, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, sta paradossalmente distruggendo le precondizioni stese di ciò che è propriamente urbano.
Negli Usa, l'impronta ecologica sempre più grande dei quartieri benestanti - quelli dedicati allo stile di vita a base di McMansion(1) e di Hummer<(2)> - fa apparire le Levittowns(3)degli anni 50 delle vere e proprie utopie verdi.
Nei paesi poveri, nel frattempo, la crescita dell'urbanizzazione informale supera di gran lunga le possibilità dei consorzi idrici e degli spazi aperti che costituiscono le città, infrastrutture ambientali fondamentali. I bacini vengono prosciugati o compromessi, concimi e sostanze tossiche contaminano ogni aspetto della vita quotidiana, e i poveri, alla ricerca continua di un rifugio, scommettono con i disastri nel costruire lungo versanti instabili o le rive in disfacimento di fiumi inquinati (in India centinaia di migliaia di persone dormono a pochi metri dai binari delle ferrovie).
La povertà amplifica continuamente i rischi urbani e, in combinazione con i cambiamenti climatici, promette un mondo in cui il progresso incrementale verso gli obiettivi dello sviluppo e della salute pubblica saranno spazzati via dai costi sempre maggiori delle inondazioni, dei terremoti, delle frane e delle epidemie.
In che modo le baraccopoli dei paesi occidentali - compresi gli Usa - rientrano in questo quadro?
Il terzo mondo urbano è tra noi. Oltre alla fatiscenza crescente dei quartieri centrali e delle vecchie periferie, negli Usa sud-occidentali stanno spuntando come funghi insediamenti informali che sono praticamente indistinguibili da quelli attorno ad una qualunque città dell'America latina.
Ad un palmo dalle case da milioni di dollari di Palm Springs, in California, per esempio, sul territorio della riserva indiana, si trovano slum che ospitano migliaia di agricoltori locali. Le colonie povere di Juarez si rispecchiano oggi nei loro doppioni al confine tra Texas ed il Rio Bravo.
Anche l'Europa ha le sue slum da terzo mondo, soprattutto nei dintorni di città come Lisbona e Napoli. Il peggior slum europeo è probabilmente la "Cambogia", a Sofia in Bulgaria, dove 35 mila rom vivono come i Dalit [gli intoccabili, ndt] in India.
Ma il quadro più scioccante è fornito dalla ex Unione Sovietica, dove le baraccopoli hanno proliferato più velocemente dei milionari.
Dal 1989 molti dei servizi urbani indispensabili (come il riscaldamento a livello cittadino), così come di quelli ricreativi e culturali (tutti legati alle fabbriche) sono crollati, lasciando gli anziani a morire di freddo in inverno.
A Mosca, inoltre, immense popolazioni di squatter [occupatori abusivi di costruzioni in disuso, ndt], soprattutto immigrati privi dei documenti o minoranze nazionali, occupano le fabbriche abbandonate e costruzioni residenziali, ammazzandosi di lavoro nell'economia degli sweatshop che è l'orgoglio del nuovo ordine. Gorky deve star rigirandosi nella tomba.
Alcuni considerano i tuoi libri come la prova di una nuova classe - descritta da Michael Hardt e Toni Negri come la moltitudine - che è superato, se non sussunto la classe operaia.
Non sono affatto d'accordo.
Rivisitiamo per un attimo il Manifesto comunista. Marx ed Engels sostenevano che il proletariato industriale fosse una classe rivoluzionaria per due ragioni fondamentali. Primo perché aveva una natura radicale - non aveva cioè interesse alcuno al mantenimento della proprietà privata su larga scale. E secondo perché la sua collocazione nella produzione industriale moderna le conferiva capacità straordinarie - che mai un gruppo subalterno aveva posseduto in precedenza - per l'auto-organizzazione, in campo scientifico e in campo culturale.
Anche il proletariato informale di oggi possiede questa natura radicale, ma è stato espulso dalla produzione sociale (almeno, in senso marxistico) e, in molti casi, dalla cultura tradizione e dalla solidarietà delle città. Costretto nei sobborghi fatiscenti, tagliati dal lavoro formale ed esiliati dal tradizionale spazio pubblico, questo proletariato va alla ricerca della fonte dell'unità e del potere sociale.
Inoltre, ciò che si vede in tutto il mondo, oggi, è un vasto processo di sperimentazione, in cui i giovani che vivono nelle slum - a volte in alleanza con la classe lavoratrice tradizionale, ma spesso no - cercano soluzioni radicali alla loro perifericità.
Dove esiste una qualche trasmissione o ereditarietà della tradizione della classe lavoratrice - come, diciamo, a El Alto, la versione slum di La Paz, a maggioranza Quechua, dove gli ex minatori si mettono spesso alla testa delle mobilitazioni - il risultato può essere la reinvenzione della sinistra.
La popolazione urbana cittadini sta scoprendo che gli dei del caos stanno dalla loro parte: che possono bloccare, spegnere ed assediare l'economia della città della classe media formale. La mobilitazione creativa e il sabotaggio con tecniche di guerriglia delle varie reti di servizi e forniture possono compensare la perdita di forza nel processo produttivo.
Ma troppo spesso l'economia informale va mano nella mano della lotta darwiniana che conduce alla divisione dei poveri e al controllo delle slum da parte dei boss e dagli suprematisti etnici.
Un esempio tragicamente famoso è Bombay. Un quarto di secolo fa, quando l'industria tessile era ancora molto forte, Bombay era celebrata per la sua forte sinistra e per i movimenti sindacali. Le differenze di setta (hindù contro musulmani o maratha contro tamil) erano in gran parte subordinate alla solidarietà sindacale.
Ma dopo la chiusura delle fabbriche, le slum sono state colonizzate dalla politica di setta - in particolare dal fanatico Shiv Sena, il partito maratha e hindù. Il risultato sono stati scontri, massacri e una divisione all'apparenza insanabile.
Credo, perciò, che le forze centrifughe all'interno della classe dei lavoratori informali sono nel complesso maggiori di quelle della competizione sul mercato del lavoro all'interno della classe tradizionale dei lavoratori industriali.
Ma l'intera storia del movimento dei lavoratori nel corso degli ultimi due secoli non è stata altro che il superamento di divisioni ipoteticamente insuperabili. Nel frattempo non serve a molto - come fanno Hardt e Negri - giocare a fare i prestigiatori con i concetti metafisici.
Il metodo di Marx consisteva nel cominciare con lo studio di un caso concreto prima di giungere ad un qualunque concetto generale, e chiaramente, ciò che occorre oggi è lo studio di casi concreti di politica urbana nella sua grande diversità - dai nuovi movimenti sociali rivoluzionari di Caracas agli inferni della concorrenza settaria a Karachi o Bagdad.
Ma sarebbe errato intraprendere questa ricerca comparativa senza riconoscere che molti conflitti apparentemente intrecciati e molte identità sono probabilmente solo transitori.
La "guerra di civiltà", che i neoimperialisti credono rappresenti la missione dell'uomo bianco oggigiorno, è ovviamente solo una illusione autoconsolatoria. Il vero nocciolo della storia contemporanea restano le contraddizioni strutturali di un capitalismo globale che non sa creare lavoro, alloggi o il futuro per la popolazione urbana terrestre in espansione.
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(1) McMansion è un'espressione del gergo architettonico che è entrata in uso negli Usa negli anni 80. È un termine peggiorativo che descrive uno specifico stile di costruzioni che, come il nome suggerisce, sono a metà strada tra una magione e i McDonald ormai presenti ovunque. Da WikipediA. [NdT] (
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Quando i monsignori diventano lobbisti
scrive Franco Juri
Il neocardinale sloveno Franc Rode intercede su richiesta di un collega per un'impresa di costruzione italiana. Ma non è abbastanza discreto, e la notizia trapela suscitando interrogativi imbarazzanti. Quali sono i legami tra governo, chiesa e imprese in Slovenia?
Foto: Dare Čekeliš per 24ur.com Erano passati solo cinque giorni dalla nomina cardinalizia di Franc Rode, il primo prelato sloveno a guadagnarsi la berretta scarlatta e a poter finalmente partecipare a pieno titolo ai concistori. Per la Slovenia, secondo la sua chiesa ed il governo, si trattava di un evento storico: Franc Rode avrebbe finalmente affermato, dal prestigioso pulpito cardinalizio in Vaticano, “gli interessi sloveni” anche lì, a Roma, aveva sottolineato nell'occasione con particolare enfasi il premier Janez Janša.
La Chiesa slovena sta diventando, giorno dopo giorno, un protagonista particolarmente attivo e presente nelle diverse sfere sociali del paese. Il suo pieno appoggio alle riforme neoliberali del governo Janša ne fa uno degli alleati strategici più importanti della coalizione attualmente alla guida del paese. Scuole private, denazionalizzazione, banche e istituzioni finanziarie, organizzazioni umanitarie, una forte presenza nei media, sempre più controllati dal governo, e due forti “reti” paraecclesiastiche presenti sul territorio: l'Ordine dei Cavalieri di Malta, con influenti adepti tra i ministri e nella diplomazia, e l'Opus Dei, coadiuvato dal nunzio apostolico a Lubiana, lo spagnolo Santos Abril y Castillo, in cerca anch'essa di un suo ruolo attivo nell'opera di sistematica desecolarizzazione in corso nella Slovenia membro dell' Unione Europea.
Ma cinque giorni dopo la sua “storica” promozione Rode viene abbordato dal ben navigato cardinale genovese Tarcisio Bertone che di punto in bianco gli chiede un favore né sacro, né liturgico, bensì molto profano e legato agli appalti italiani in Slovenia. E così lo convince ad intervenire presso il governo di Lubiana per sbloccare l'impasse venutasi a creare nel contenzioso tra l'impresa di costruzione italiana Grassetto e la DARS, l'agenzia statale slovena per le autostrade.
Una vecchia storia di soldi che si trascina dal 1999, da quando cioè la Grassetto ottenne l'appalto per il traforo della galleria di Trojane, tra Lubiana e Celje, esibendo al bando di concorso un preventivo estremamente competitivo, un “prezzo stracciato” pari a 14 miliardi di talleri sloveni (circa 60 milioni di euro) che gli altri concorrenti giudicarono, a ragione, irreale, in quanto non considerava la difficile struttura geomorfologica del monte da perforare.
La Grassetto ottenne l'appalto, ma poi, nel corso dei lavori che procedettero tra mille intoppi, aumentò i costi fino a raggiungere e a ottenere un prezzo molto più elevato di quello preventivato. Ma le spese per l'impresa italiana continuarono ulteriormente a lievitare, e - saldato il conto pattuito - la Grassetto richiese altri 54 milioni di euro “per danni”, il che avrebbe praticamente raddoppiato la spesa iniziale. Visto il categorico rifiuto della DARS, l'impresa Grassetto si rivolse al tribunale dove la causa si è impantanata, non essendoci gli estremi per un'interpretazione plausibile delle clausule del contratto.
Ma ecco che l'occasione di smuovere il tutto si presenta con l'apparizione di un cardinale sloveno a Roma. Che i cardinali fossero importanti mediatori e lobbisti di grossi interessi economici e finanziari in Italia e altrove, è cosa più che risaputa. Il dettaglio trascurato da Rode è stato però che il lobbing cardinalizio si fa seguendo regole precise; prima di tutto quella di non lasciare tracce dei propri “favori”. Franc Rode invece, seguendo un'etica un tantino teutonica, le cose le fa in regola, rispettoso dell' ufficialità e nella piena fiducia nel destinatario del suo intervento. E il 3 aprile scrive a Janez Janša su lettera intestata, con tanto di firma orgogliosamente completa: Franc Kard. Rode, C.M. prefekt.
Nella missiva si richiama alla richiesta del cardinale Bertone che propone, in nome della Grassetto, un patteggiamento che eviti ulteriori lungaggini giudiziarie. Rode sposa la causa di Bertone e della Grassetto e consiglia al premier di far accettare alla DARS il pagamento di un risarcimento pari alla metà della somma richiesta.
Passa un mese e la lettera viene integralmente pubblicata sulle pagine di Mladina. Chi l'ha spedita alla redazione del settimanale sloveno più “disobbediente”? Una talpa? Qualche imbronciato funzionario della DARS? C' è chi sostiene che una lettera di questo calibro possa uscire dall' ufficio di Janša solo con il consenso dello stesso. Che l'astuto Janša sia interessato a ridimensionare nella coalizione il peso ingombrante dei clericali? Troppo complicato. E così il mistero s'infittisce e l'imbarazzo monta. Un cardinale che porta la zucchetta color porpora da soli cinque giorni fa già il lobbista? E per giunta senza rispettare le sacre regole della discrezione?
La TV di stato e il quotidiano Delo, controllati ormai dal governo e dalla chiesa, censurano o “ignorano” la notizia. A scriverne sono solo le due testate slovene ancora indipendenti: Mladina e Dnevnik. L'inviato a Roma di quest'ultimo cerca inutilmente di strappare a monsignor Tarcisio Bertone una risposta, un commento. È stato veramente lui a chiedere a Rode il favore per la Grassetto? Bertone non si espone e il suo ufficio risponde laconico; il cardinale non ha scritto o firmato alcun documento. L'ingenuo novizio sloveno si arrangi. Nel frattempo però le cose si sono mosse e dal gabinetto di Janša è già partita una lettera che induce gli organi competenti a risolvere il caso, informando in merito sia il premier che il cardinal Rode.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5726/1/51/
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Va preso sul serio
Antonio Padellaro
da l'Unità - 26 maggio 2006
Un uomo stravolto dalla rabbia lancia chiare minacce eversive contro il governo e promette lo scatenamento della piazza. Sono parole che non si erano mai ascoltate nella storia della Repubblica. Quell’uomo, che fino a qualche giorno fa era il premier del nostro paese, non scherza affatto. Non accetta i risultati elettorali. Non accetta la perdita del potere. Non accetta che al posto suo sieda il leader della coalizione avversaria. Quell’uomo, livido e agitato, annuncia in tutti i tg della sera che andrà fino in fondo, costi quel che costi. Ha già detto quel che farà. Dopo il riconteggio, i suoi uomini nella Giunta elettorale di Montecitorio denunceranno l’esistenza di brogli in misura tale da ribaltare il verdetto del 10 aprile. Quindi, egli si recherà al Quirinale per chiedere l’invalidazione del voto e l’immediato ritorno alle urne. Non potendo sperare che qualcuno creda a una simile montatura, ha già deciso la mossa successiva: il ritiro dei suoi deputati e senatori dalle aule parlamentari che sararnno cinte d’assedio da una folla tumultuante giunta da tutta Italia: una nuova marcia su Roma. Ma la maggioranza non si mostra impressionata e minimizza e ci ride su, come si fa con un comiziante che ha alzato troppo il gomito. Eppure quell’uomo che ha della democrazia la stessa concezione di un despota caucasico ha già dimostrato cosa significa prenderlo sotto gamba. Nel 1994, quando fu liquidato come un «impresario», e sappiamo come andò a finire. Nel 2001, quando (tranne lui) nessuno pensava che avrebbe stravinto. Un paio di mesi fa quando sosteneva di avere con sè metà del paese e fu sommerso dalle risate degli avversari (noi compresi), e ora ci tocca ringraziare quei 24mila voti.
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Ora minaccia di scatenare la piazza
Berlusconi contro il centrosinistra: attenti, la gente è stufa, sarà male per voi
E mentre attacca il Colle, Bush scrive a Napolitano: «Lieto di lavorare con lei»
di Enrico Fierroinviato a Napoli
Berlusconi-Masaniello che da Napoli invoca la piazza contro i comunisti Prodi, Rutelli, Fassino e D’Alema. È la svolta “rivoluzionaria” dell’ex leader dei moderati. «Devono aver paura. Devono stare attenti a non tirare troppo la corda, perché siamo vicini alla rottura. E se questa Italia che sto conoscendo perde la pazienza, peggio per loro».
segue a pagina 4
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A DUE GIORNI DAL VOTO L’ex premier a Napoli per le elezioni amministrative sostiene di vedere in giro «molta rabbia» e minaccia di «portarla in piazza». Ma al comizio non vanno neanche in mille. Sul Quirinale: «Perché non parla bene di noi?» Fassino: «Fa la voce grossa perché ha paura di perdere»
«Sono pronto a scatenare la piazza...»
Berlusconi chiude la campagna elettorale a Napoli minacciando: «La sinistra incita all’odio»
di Enrico Fierro inviato a Napoli / Segue dalla prima
«MI AMANO» Sì, l'Italia che «lo ama», che dovunque lo accoglie con un affetto «imbarazzante, da rock star o da divo del pallone», è pronta a menar le mani. «E sarà peggio per loro». Loro che hanno vinto le elezioni «con i brogli». Che hanno «occupato» lo Stato.
Perché il Presidente della Repubblica «rappresenta la storia del Partito comunista», «la seconda carica dello Stato quella del sindacato». E poi c'è Bertinotti «che vuole resuscitare il comunismo». E' troppo. Basta: "Tutti a Roma". «Perché noi siamo moderati, ma se continuano così, finiremo di esserlo».
È un Berlusconi incontenibile. Da Napoli cancella con un colpo solo i residui elementi di moderatismo della sua coalizione e parte all'attacco. Il tema è sempre quello: il risultato elettorale. «Ancora non mi rendo conto di come dalle urne non sia venuta fuori la vittoria dell'Italia buona. È un risultato fasullo. Dove sono finite le schede?». E' un tormentone. Un chiodo fisso. Che spinge il Cavaliere a disegnare scenari futuri di moti di piazza e di contrapposizioni frontali, che neppure Moretti nel suo "Caimano" aveva osato immaginare.
Cambia stile Berlusconi a Napoli. Da pazzariello populista - che usa l'armamentario della più bieca napoletanità - a Masaniello. Sarà per gli incontri avuti in mattinata a Palazzo Cellammare con alcuni esponenti della nobiltà partenopea, e per le bandiere della Vandea agitate da un parroco di Castellammare - don Beniamino Di Martino - nella piazza Matteotti, che il tono è quello della chiamata alle armi. I forconi in mano e tutti a Roma. La piazza, invocata, però non c'è. Il comizio che chiude la campagna elettorale per le comunali di Napoli inizia un'ora dopo le 18,30. Piazza Matteotti è semivuota. Il palco è stato spostato molto in avanti rispetto allo storico palazzo delle Poste, ma la gente è poca e si vede. E Berlusconi si incattivisce. Prima di lui hanno parlato Cesa e Fini. Imbarazzatissimi. Lui li stoppa. Li corregge. «Io sono più napoletano e radicale di loro. Quei signori (il governo, ndr) li chiamo comunisti», ripete più d'una volta. «Loro odiano, noi siamo l'Italia del bene. L'Italia prevalente». Si appella ai napoletani, perché dallo loro città "parta la riscossa". «Qui non si sceglie solo un sindaco e una buona squadra di governo. Qui inizia la nostra rivincita». Poi le promesse: vinceremo al primo turno. Franco Malvano sarà il nuovo sindaco». Lui, l'ex questore, è visibilmente imbarazzato da quelle troppe, tante braccia tatuate che fanno il saluto romano. E che impazziscono quando Fini, saluta la piazza non chiamandola Matteotti, ma "piazza della Posta, perché così la chiamano i napoletani". Sì, così la chiamavano. Ma durante il fascismo.
Se la piazza è tristemente vuota (a voler essere buoni mille persone), lo show Berlusconi lo ha assicurato in giro per i vicoli di Napoli. A San Gregorio Armeno, la stradina dei presepi e delle statuine. Alla bottega di don Peppino Ferrigno. Così, per consolarsi di qualche fischio ricevuto per strada. Si è lamentato col maestro: «Ma perché mi raffigurate sempre così basso. Io sono alto. Molto più alto». Il lamento è stato un altro dei leit motiv della giornata partenopea. I fischi «sono frutto dell'odio seminato dalla sinistra». Quella ragazza che a Caserta lo ha chiamato "omm'o e m…". La sconfitta alle politiche: «Mi hanno cacciato dal governo. Un calcio e via». E i giornali. Che oggi, ovviamente, sono a rischio censura molto più che durante i suoi cinque anni di governo. «Ma ci pensate - dice ai cronisti parlando di come i direttori fanno i giornali -: prima ridicolizziamo e demonizziamo Berlusconi: ora un cono d'ombra su Berlusconi e la conseguenza è che su questi giornali non c'è più niente in prima pagina che riguarda Berlusconi». «Dove andiamo proprio non lo so. Io comincio a preoccuparmi».
L'appello alla piazza, imbarazza sia Cesa che Fini. Anche il leader di An parla di «ferma opposizione in Parlamento» e di una «autentica mobilitazione». Perché la sinistra non ha «il monopolio della presenza popolare». Fini annuncia più volte che la Cdl mobiliterà la piazza contro quello che definisce il «governo della restaurazione», ma sempre sottolineando che «lo faremo in modo democratico». Berlusconi non lo ascolta. Se il leader di An dice che per la Cdl un ballottaggio a Napoli è già una vittoria, lui si dice sicuro che l'ex questore Malvano vincerà al primo turno. Perché lui conosce Napoli più dei napoletani. E perché la città «tornerà la capitale del centro». Una volta Napoli era la capitale del Sud. Fa niente. Masaniello è tornato.
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Prodi : " Basta inseguire la Tv, non vado da Vespa, ha violato la "par condicio
Non andrò da Vespa. Il dietrofront di Romano Prodi è piovuto all´improvviso. A Porta a Porta martedì davano per scontata la partecipazione del premier alla puntata programmata per il giorno dopo. Immaginabile, quindi, lo sconcerto del conduttore Rai. La telefonata di Palazzo Chigi, che annunciava il diniego del capo del governo, è giunta in via Teulada in mattinata. Un Vespa «furibondo», a quel punto, si vedeva costretto a sostituire in fretta e furia il primo appuntamento Rai del nuovo premier con l´ennesimo salotto tv sullo scandalo del calcio. Le brutte notizie, però, sono come le ciliege, l´una tira l´altra senza clemenza. Poche ore dopo, infatti, le agenzie di stampa battevano la notizia che «ambienti dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni» annunciavano il procedimento aperto nei confronti della Rai per la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta.
L´ospite di Vespa, in quell´occasione, era stato Silvio Berlusconi. Il suo show tv «senza contraddittorio», a pochi giorni dalle amministrative - con il Cavaliere capolista di Forza Italia a Napoli e Milano - non era passato inosservato all'Authority. Per vie diverse, nel frattempo, lo staff del Professore non si spiegava il perché di quel «Berlusconi da solo in tv» trattato con «tanto di riguardi come fosse ancora lui il premier» dal solito Vespa.
Ed è stato proprio il presidente Rai Claudio Petruccioli a scrivere l´altro ieri a Bruno Vespa e al direttore del Tg1 Clemente Mimun una formale richiesta di chiarimenti sulla - a suo avviso evidente - violazione della legge sulla par condicio nella puntata di «Porta a Porta», che ha visto ospite Silvio Berlusconi, impegnato in campagna elettorale e senza contestuale contraddittorio. Petruccioli avrebbe anche segnalato la questione all´Authority.
Perché quindi «fare il favore» al conduttore di un Prodi ospite di Porta a Porta che avrebbe legittimato, di fatto, la violazione delle regole consentita due giorni prima a Berlusconi? Dietrofront, quindi, concordato anche con gli altri leader dell´Ulivo.
«La sinistra ha ancora paura di Berlusconi e vuole impedirgli di andare in tv - mette in guardia il solito Bonaiuti, per conto del Cavaliere - Prodi evita il confronto perché teme di avere meno spettatori di Berlusconi. E mentre l'Authority colpisce Porta a Porta, l'Unione vuole stabilire regole per mettere bavagli al capo dell'opposizione. Siamo di fronte a prove di regime».
Lo schema della puntata dedicata al premier sarebbe stato identico a quello organizzato per il Cavaliere. Niente contraddittorio nemmeno per Prodi. Tre giornalisti in studio a fare le domande e lui a rispondere a loro e a Bruno Vespa. Con la preoccupazione che Prodi avrebbe potuto salire sul banco degli imputati - tre giorni prima dal voto amministrativo - per via delle dichiarazioni in libertà dei suoi ministri su Pacs, Ponte di Messina e dichiarazioni di Visco sulla necessità di tassare rendite e successioni.
Parole, quelle del viceministro dell´Economia, che hanno lasciato perplessi molti ambienti della maggioranza. «Certo la battuta di Visco non ci aiuta a vincere», commentavano ieri mattina, alla Quercia, i membri della segreteria diessina riuniti da Fassino dopo il via libera delle Camere al nuovo governo e alla vigilia del voto.
Il diluvio di dichiarazioni sulle decisioni che dovrebbe assumere il nuovo esecutivo aveva provocato, martedì scorso, l´altolà di Prodi. Il premier aveva chiesto ai propri ministri di «non esprimere opinioni» ma di limitarsi a rendere note soltanto «le decisioni» assunte. Un invito al riserbo che - spiegano dallo staff di Prodi, dopo il dietrofront su Porta a Porta - deve valere innanzitutto per il premier.
L´appello a «pedalare a testa bassa, a lavorare, cioè, più che a stare in tv, impegna innanzitutto il Presidente del Consiglio».
Prodi, in sostanza, ha già parlato «al Senato e a Montecitorio e non serve una terza Camera tv per dialogare con il Paese». Parole che descrivono lo stile che il Capo del governo vuole mantenere. Simile - a ben vedere - a quello della campagna elettorale. Il no al salotto di RaiUno, in realtà - sottolineano i collaboratori di Prodi - «è la testimonianza che non vogliamo andare all´inseguimento della tv».
Un segnale per i ministri, ma anche per quelle trasmissioni che mettono in vetrina «i politici in modo esasperato», snaturando così «le sedi istituzionali deputate innanzitutto al dibattito democratico». Da questo punto di vista, spiegano dallo staff del premier, dicendo no a Porta a Porta vuol lanciare un segnale.
da www.unita.it
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A Napoli liste pregiudicate
Sono molti i candidati con precedenti penali che se eletti dovranno essere sostituiti
La Camorra controlla con la violenza intere zone della città. In alcuni quartieri è impossibili affiggere manifesti «sgraditi»
Francesca Pilla
Napoli
Si conoscono i nomi e ci sarebbero anche le prove, ma al momento sulle infiltrazioni camorristiche tra i candidati delle amministrative napoletane resta tutto bloccato. Complice l'ambiguità della legge che differenzia «incandidabili» e «ineleggibili», colpevole anche il ritardo della magistratura che ha dovuto passare al setaccio oltre 8.000 aspiranti consiglieri tra comune e municipi per scovare i camorristi presenti nelle liste elettorali. Attualmente sono 12 gli incandidabili al comune, una trentina alle municipalità, quelli cioè che hanno dichiarato il falso presentando il proprio nome e assicurando che non vi erano motivi di impedimento (giudiziari e altro) all'eleggibilità. Sono rappresentanti di entrambi gli schieramenti anche se Ds, Margherita e Prc ne contano uno a testa.
Salirebbero a circa duecento invece gli ineleggibili, quelli cioè che hanno in corso un procedimento per reati particolarmente gravi (imputazioni che vanno dal traffico d'armi e di droga fino all'associazione camorristica), ma che essendo presenti nelle liste già pubblicate saranno dichiarati incompatibili solo ex post. I loro voti, anche se «inquinati» non saranno dispersi, bensì usati dai partiti che potranno attribuirli al primo dei non eletti. Così al di là delle assicurazioni di procura, questura e prefettura, il voto di domenica e lunedì sembra diventare da inquinato a molto sporco. La camorra ha puntato gli occhi sulle istituzioni e anche deciso di guadagnare su tutta la macchina elettorale: «Quanto denunciato dal sindaco Iervolino è sotto gli occhi di tutti - spiega Gianfranco Nappi, segretario regionale dei Ds -. Ai nostri è stato detto più volte 'in questo quartiere non vi presentate e non attaccate i manifesti, in questi altri invece fate propaganda solo se pagate'. Non si può fare finta di nulla».
Le denunce sono state messe nero su bianco in procura dalla stessa Rosa Iervolino, ma per il momento vige il riserbo su «nomi» e «clan». Nel frattempo si susseguono le violenze in città ultime in ordine di tempo a danno dei Verdi: quattro attacchini sono stati picchiati nella zona del porto di Napoli.
Ma questo sarebbe il male minore in confronto a candidati legati alla camorra, ma che essendo incensurati non sono perseguibili. Lo ammette anche il vice questore di Napoli Antonio De Iesu: «Può succedere che si presentino dei soggetti che sono riconducibili, pur non avendo precedenti di camorra, ai clan. Ci può essere il caso di un nipote, di un parente di un camorrista, magari illibato e cristallino, ma che la camorra vuole utilizzare per qualcosa». La bufera è scoppiata per la candidata di Fi, Nunzia Stolder, parente del clan legato all'omonima famiglia, l'accusa è stata lanciata da Corrado Gabriele, assessore regionale al lavoro: «Sono stato il primo a parlare d'inquinamento delle candidature, ora ritengo assurdo che la prefettura non voglia dichiarare i nomi dei camorristi nelle liste. Gli elettori devono sapere chi poter votare. Per esempio - continua l'assessore - c'è un tal Carmine Pace dell'Udc che ha una condanna di 7 anni per associazione a delinquere. In stragrande maggioranza sono presentati dal centrodestra. Questo significa che avere Franco Malvano, un ex questore, candidato sindaco non è una garanzia di legalità».
Sono, in ogni caso numerosi i legami tra camorra e politica e interessano i clan Misso, Licciardi, Mazzarella. All'ingresso di Forcella - il quartiere dove due anni fa è stata assassinata per errore la tredicenne Annalisa Durante - uno striscione invita a votare Fulvio Mazzarella che corre per la lista di Salvatore Lauro, indipendente del centrodestra.
Eppure ieri Silvio Berlusconi, capolista al comune di Napoli, ha dichiarato ad una radio locale che quello della camorra è «un alibi precostituito» dal centrosinistra che ha paura di perdere una sua roccaforte.www.ilmanifesto.it
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Il lavoro precario secondo Zapatero
In Spagna governo e parti sociali hanno firmato un accordo di riforma del mercato del lavoro che mette paletti contro l'eccessiva flessibilità e incentiva il tempo indeterminato. E' urgente farlo anche in Italia, anche se non si tratta di copiare ricette altrui. Alcune proposte specifiche
Luigi Mariucci
La reforma laboral nell'acuerdo social spagnolo del maggio 2006
Il governo Zapatero, molto attivo e coraggioso in una serie di settori (dalla politica estera ai diritti civili, alle autonomie nello Stato) era stato fin qui alquanto inerte sulle politiche del lavoro.
Anche in questo caso tuttavia Zapatero ha applicato puntualmente quanto scritto nel suo programma, dove aveva annunciato che il nuovo governo avrebbe adottato le misure di contrasto alla precarietà del lavoro concordate sul piano della concertazione sociale. Ci sono voluti quasi due anni di negoziazione. Ma ora l'acuerdo social c'è (vedi il testo, in spagnolo, nella sezione Documenti). Alcuni amici spagnoli dicono che "la montagna ha partorito il topolino". Il punto di vista italiano, dopo cinque anni di governo Berlusconi e di enfasi sulla flessibilità del lavoro intesa come valore in sé e taumaturgico fattore di sviluppo, è alquanto differente.
Di quell'accordo va infatti colto il messaggio essenziale. Lo stesso che è venuto dalla rivolta degli studenti della Sorbona contro il contratto di "primo impiego", fondato sulla libera licenziabilità per due anni dei neo-assunti, che il governo francese ha dovuto poi ritirare (vedi J.Freyssinet, La rivolta in Francia e le origini del CPE). Lo stesso messaggio venuto dal "no" del referendum francese alla proposta di nuova Costituzione europea, largamente fondato sulla preoccupazione che dietro a quel testo si celasse la politica di dumping sociale espressa dalla direttiva Bolkestein, quella di prima versione fondata sulla normativa del "paese d'origine", e simbolicamente espressa nella figura dell'"idraulico polacco".
Tutti questi messaggi hanno un significato univoco: l'Europa continentale non tollera la destrutturazione del suo modello sociale. Questo modello può essere riformato, ma non distrutto. All'Europa serve quindi una politica di valorizzazione e stabilizzazione del lavoro, non una politica di generalizzata flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, ad imitazione del modello americano, per un motivo anzitutto culturale e poi materiale: l'Europa può vincere la sfida della competitività globale solo puntando sul livello alto, della qualità del lavoro, della qualità sociale e produttiva, mentre la competizione bassa, fondata sul taglio delle garanzie e dei diritti sociali la vede perdente.
In questa direzione si collocano le misure di contrasto alla precarietà e di incentivo alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro previste nell'acuerdo social, che possono essere riassunte nei seguenti termini. In sostanza vengono stabiliti una serie di interventi diretti a favorire la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Si introducono vari incentivi, in termini di fiscalizzazione degli oneri contributivi e anche di diretto finanziamento alle imprese che assumono lavoratori con contratti a tempo indeterminato ovvero convertono rapporti a termine in rapporti stabili. A questo fine si introduce la regola per cui se un contratto di lavoro temporaneo è stato reiterato per più di 24 mesi entro 30 mesi con la stessa impresa e per lo stesso posto di lavoro, quel contratto viene obbligatoriamente trasformato in un contratto a tempo indeterminato.
Si prevede poi, per contrastare le politiche di esternalizzazione fraudolenta, oltre a introdurre una serie di previsioni in materia di diritti sindacali nelle unità produttive coinvolte nella catena dei subappalti, di introdurre nello Statuto dei lavoratori una norma sulla cession illegal de los trabajadores che assomiglia come una goccia d'acqua al divieto delle "mere prestazioni di lavoro" contenuto nella legge italiana n.1369/1960, e poi abrogato dalla legge n.30/2003. Infine si prevedono una serie di interventi diretti a potenziare l'attività dei servizi pubblici dell'impiego, degli ispettorati del lavoro e le politiche di intervento attivo sul mercato del lavoro, a partire dalla formazione.
Da segnalare è il fatto che nessuna misura è prevista rispetto al lavoro parasubordinato o para-autonomo, cosiddetto sans prhase. Tutti gli interventi riguardano il lavoro subordinato, che è il vero oggetto della precarietà, non solo in Spagna, dove l'attività economica è trainata soprattutto dalla edilizia e dal settore turistico, e dove quindi fioriscono i lavori subordinati nelle forme più tradizionali, compreso l'impiego clandestino dei lavoratori extracomunitari, a dispetto delle eleganti disquisizioni sul post-fordismo. Resta invece nel cassetto una proposta di intervento legislativo sul "trabajo autonomo dependiente", talora enfatizzata in Italia, mentre procede alle Cortes un disegno di legge di regolamentazione degli appalti in edilizia, fondato tra le altre cose sul divieto di superare tre subappalti nella catena del decentramento delle imprese edili.
Dalla Spagna all'Italia
Con questo non si vuole dire che dalla Spagna venga un insegnamento da applicare meccanicamente. E' del resto sbagliata ogni attitudine scolasticista nel diritto del lavoro comparato. Non faremo quindi ciò che abbiamo rimproverato agli altri quando ci raccontavano la favola della flessibilità come panacea, ammonendoci che "in Olanda, in Gran Bretagna e più in generale in Europa si fa così".
Va segnalata, intanto, una prima rilevante differenza tra Italia e Spagna. Zapatero ha atteso per quasi due anni, quindi forse troppo a lungo, l'acuerdo social. Ma lì l'accordo, pure preceduto da una lunga e complessa negoziazione, è stato firmato dal governo, dalla Confindustria spagnola e da due sindacati, Commissiones Obreras e UGT, perché in Spagna esiste una legge sulla rappresentatività sindacale tale da legittimare al tavolo della concertazione, appunto, solo due grandi confederazioni sindacali. Quante associazioni sindacali e di interessi si devono convocare invece in Italia nelle sedi della concertazione? Il governo D'Alema nel 1999 ne convocò ben 40, e altrettanto ha fatto poi il governo di centrodestra, avendo quindi buon gioco nel dividere gli interlocutori e nel togliere ogni effettività a una prassi seria di concertazione.
Se ne deduce, a contrario, che in Italia una seria concertazione può essere rilanciata solo da una forte decisione politica del governo. Tocca quindi in Italia alla politica assumersi una specifica responsabilità, da esercitarsi tempestivamente anche in ragione delle molte attese suscitate dal programma sulla base del quale è stato eletto il nuovo governo.
A giudizio di chi scrive la decisione politica essenziale del governo Prodi dovrebbe quindi consistere in questo. Non fare intanto nessun nuovo "libro bianco del lavoro", ma semmai riassumere in un documento sobrio e succinto le intenzioni di fondo del governo in materia di politica del lavoro per la corrente legislatura. Quindi adottare subito, per decreto-legge, alcune misure abrogative delle parti della legge n. 30 del 2003 più segnate dalla criterio della flessibilità indiscriminata del lavoro: il lavoro a chiamata, la somministrazione a tempo indeterminato, la liberalizzazione del lavoro straordinario nel part time, la definizione degli enti bilaterali come "soggetti privilegiati nella gestione del mercato del lavoro", tanto per limitarsi ad alcuni esempi.
In questo stesso decreto-legge occorrerebbe adottare la misura essenziale per contrastare l'uso eccessivo dei contratti di lavoro precario e per riabituare le imprese a considerare che il fattore lavoro è il primo, e non l'ultimo, requisito di una efficace gestione aziendale: l'innalzamento del costo, in termini anzitutto contributivi, per i contratti a termine e precari, nelle varie tipologie, comprese le collaborazioni coordinate e continuative e i lavori a progetto, come annunciato nel programma elettorale del centrosinistra.
Poi presentare un disegno di legge in cui affrontare alcune questioni di fondo delle politiche del lavoro per cui si richiede una riscrittura e non una semplice abrogazione. Di tali questioni si possono qui citare solo i titoli: ridefinizione del campo di applicazione del diritto del lavoro (art.2094 c.c.), riforma del lavoro a termine, del lavoro interinale e in generale del lavoro in appalto, delle esternalizzazioni e dei trasferimenti d'impresa, dei servizi pubblici dell'impiego (per approfondimenti rinvio alla mia Introduzione a "Dopo la flessibilità, cosa? Le nuove politiche del lavoro", Il Mulino, 2006). In ogni caso non si dovrebbe presentare un ennesimo disegno di legge-delega: la tecnica del legge delega, con il successivo reiterarsi di pletorici decreti legislativi, poi sottoposti a successive modifiche, va scongiurata una volta per tutte, essendo all'origine della sviluppo caotico delle normative.
Su questo disegno di legge e sul documento politico che lo accompagna andrebbe aperto il confronto in sede di concertazione sociale e di Parlamento. Fare entro l'anno una buona legge di riforma del lavoro, scritta in 30-40 sobri articoli, e stipulare un nuovo accordo di concertazione: questo mi sembra un buon programma di governo.
www.eguaglianzaeliberta.it/
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Megachip e Beppe Grillo rompono il muro del silenzio sull'11 settembre -
Beppe Grillo pubblica sul suo Blog, uno dei più visitati al mondo, una lettera di Giulietto Chiesa che invita a rompere il muro di silenzio che circonda l'11 settembre (link: http://www.beppegrillo.it/2006/05/911_senza_verit_1.html - comments ). Chi naviga in rete con assiduità, chi la privilegia come fonte d'informazione, sa che la versione ufficiale dei fatti è dimostrabilmente falsa in decine di punti. Il video rilasciato di recente dal Pentagono ha solo alimentato i dubbi. Ora l'iniziativa di Megachip rilanciata da Grillo ha aperto una crepa in quel muro di silenzio, con la forza della credibilità: le prime firme al manifesto (link:http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1927&op=viewarticle&artid=1927 ) annoverano i nomi del direttore di Rainews24 , Roberto Morrione, di Oliviero Beha, Franco Cardini , Claudio Fracassi , Gianni Minà , Lidia Ravera e altri ancora.
La reazione dei bloggers di Grillo è diversificata, ma in essa sembra prevalere l'entusiasmo. «Vai Beppe finalmente ne hai parlato! Adesso inizia a farlo anche nei tuoi spettacoli!», dice Alessio; «Sono lieto di vedere questo post sul sito di beppegrillo.it... lo attendevo da tempo… era ora!!» , è l'entusiasta commento di Luca. Sono in molti a confessare di aspettare da tempo che Grillo parlasse di tale argomento. Queste le parole di Davide: «Caro Beppe i miei più sinceri complimenti per il gesto “audace” di pubblicare la lettera di Giulietto Chiesa...non poco scomoda. Non si tratta di essere terroristi o pazzi visionari complottisti. Si tratta di avere domande che chi dovrebbe dare non dà (politici e amministratori) e chi dovrebbe sforzarsi di chiedere non fa (giornalisti). Lo speciale Rai del TG1 sul Pentagono è pure stato tolto dagli archivi Rai...dice poco o nulla ma l'hanno tolto ugualmente!!! Hai aperto un piccolo varco su quell'orrendo crimine dell'11 settembre 2001…» . L'entusiamo di alcuni li spinge a cercare di far pressione sulla politica e sull'informazione, perché venga abbandonata ogni remora. Giovanni propone: «Bombardiamo di e-mail la redazione di Primo Piano (rubrica di approfondimento del TG 3) affinché finalmente facciano uno speciale sull'argomento!» . Un altro suggerisce di puntare più in alto: «Scriviamo al neoministro per le Comunicazioni Paolo Gentiloni e informiamolo noi! ( http://www.paologentiloni.it/scrivimi/grazie.html ). Io ho ricopiato il post di Beppe e spedito» .
Non mancano ovviamente i commenti più scettici, se non addirittura contrariati e ostili all'argomento. Scrive un blogger: «Ok, sicuramente ci saranno delle divergenze (come sempre accade) fra versione “ufficiale” e realtà. Questo, però, non significa che tutto quello che si trova sul web sia la realtà. Il sito che qualche giorno fa veniva continuamente proposto mi sembra, lo ripeto, un insulto alla scienza. E mi spiace che il mitico Giulietto Chiesa invece che fugare i nostri dubbi ci chieda un parere su di un paio di siti» . A dire il vero Chiesa chiede qualcosa di più che un parere su un paio di siti. Ma i commenti negativi all'iniziativa non si fermano qui, non mancano le persone che chiudono automaticamente occhi e orecchie solo perché sentono odore di “sinistra” : «Ma finitela di farvi seghe mentali, ma possibile che voi di sinistra trovate complotti e mostri dappertutto, ma guardatevi dentro i vostri armadi che sono pieni zeppi di scheletri» . Qualcuno, invece, non si fida di chi si riterrebbe il detentore della “Verità” assoluta: «Ma che razza di persone siete voi che vi vantate di aver capito tutto??» , accusa Paola. Altri ancora liquidano l'argomento con sarcasmo ( «Le torri gemelle le ha tirate giù nonna Abelarda» , ironizza Massimo) o introducono temi del tutto inopportuni ( «Con Borrelli e Rossi in campo il problema se il Milan è colpevole o meno non esiste, il Milan sarà colpevole e basta!» , ammonisce Umberto Luigi).
Tutto sommato, la maggior parte degli interventi si può raggruppare in due categorie: la categoria di chi non ha o non vuole avere un approccio realmente critico alle problematiche evidenziate da Chiesa, e la categoria di coloro che, ognuno a modo proprio e spesso partendo da posizioni diametralmente opposte, intendono ragionare in maniera costruttiva. Probabilmente, è solo da queste persone che può alimentarsi l'aspirazione ad un'informazione migliore. «La verità sull'11 settembre non si saprà per i prossimi cent'anni» , ha affermato Noam Chomsky. In effetti, il dossier 9-11 e tanti volenterosi che provano a fare chiarezza su quei tragici eventi non sono immuni da tutti i limiti che l'onestà intellettuale pone, e non riusciranno a darci delle risposte definitive, né, a maggior ragione, la verità. Riempiranno però di domande le menti di chi non sarà aprioristicamente prevenuto e le accoglierà criticamente. « Beppe Grillo ha aperto un piccolo varco sull'orrendo crimine dell'11 settembre» , ha scritto un blogger. Ebbene: quel piccolo varco sarà attraversato da tutti i dubbi che ciascuna domanda genererà. I dubbi sveglieranno le coscienze dal torpore della ragione e le renderanno inquiete e nervose; in cambio, le attrezzeranno dei migliori anticorpi contro la disinformazione arrecata da ogni perentoria Verità di parte.
di Paolo Jormi Bianchi e Roberto Fierro
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Ritorno al Far West
Bugie di guerra. Amnesty International denuncia la presenza di 25.000 contractors in Iraq e Afghanistan, che agiscono liberamente nel caos della lotta al terrorismo
Stefano Rizzo
Se ne parla poco, anzi per nulla, ma sono tra i protagonisti della guerra al terrore. Non sono militari e non sono civili, se muoiono non entrano a far parte delle statistiche ufficiali, se – come capita abbastanza spesso - uccidono qualcuno, non ne debbono rendere conto a nessuno, sono al di sopra dei codici civili e militari. Sono i circa 25.000 mercenari, pudicamente chiamati “contractors”, che operano alle dipendenze di potenti società multinazionali specializzate nel fornire “servizi di sicurezza”, quali la DynCorp, la Blackwater, la Kellog, Brown and Root e altre.
Dispongono di armamenti sofisticati, elicotteri, blindati, armi leggere e pesanti. Vestono uniformi che somigliano a quelle dei corpi speciali, con giubbetti antiproiettile e pistole alla gamba. Svolgono prevalentemente mansioni di scorta (in Afghanistan forniscono la guardia personale del presidente Hamid Karzai), ma operano anche all’interno delle carceri per “interrogare” i prigionieri e, se ne necessario, per “ammorbidirli” prima degli interrogatori.
Sono numerosi gli “incidenti” in cui questi mercenari sono rimasti coinvolti. Amnesty International, nel suo rapporto presentato martedì a Londra li ha denunciati. Ha denunciato le uccisioni, i casi di tortura e di violenza sessuale di cui si sono resi responsabili, senza rendere conto a nessuno, dal momento che i comandanti militari, che pure ne conoscono l’esistenza e li usano, ufficialmente non ne sanno nulla. Un chiaro esempio di “outsourcing” delle operazioni militari, in violazione, ancora una volta, del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra.
E poi ci sono i cacciatori di taglie. E’ noto che il governo americano è disposto a ricompensare chi fornisce informazione per catturare i terroristi ricercati. Le taglie vanno dai 25 milioni di dollari per Osama Bin Laden e Musab al-Zarkawi (quest’ultima recentemente aumentata, a conferma dell’importanza del capo terrorista giordano) ai “soli” 5 milioni di dollari per figure minori (si veda a questo proposito il sito ufficiale www.rewardsforjustice.net, disponibile per chi è interessato anche in italiano). Soldi che fanno gola a molti e che hanno attratto come api al miele migliaia di avventurieri in Iraq e Afghanistan.
Anche in questo caso non se ne sa molto, se non quando scoppia un caso. Uno è scoppiato un paio di anni fa quando la polizia afghana ha fatto irruzione in una prigione clandestina di Kabul, dove ha trovato una dozzina di prigionieri afghani con evidenti segni di tortura. La vicenda ha portato alla incriminazione e successiva condanna di tre “bounty hunters”, o cacciatori di taglie, americani: Jonathan K. Idema, Brent Bennet e Edward Caraballo.
Idema era il personaggio più noto dei tre. Aveva fatto parte dei corpi speciali dell’esercito e aveva alle spalle una carriera non limpida come istruttore di arti marziali e commerciante di armi. Al processo aveva dichiarato di agire nell’ambito di una operazione clandestina di antiterrorismo, il cui compito era di trovare Osama Bin Laden. Per questo aveva sequestrato quei poveracci di afghani e li aveva torturati: per estrarne informazioni utili a catturare Bin Laden. Aveva tirato anche in ballo il dipartimento della Difesa, che naturalmente ha smentito qualunque contatto (ma agli atti risulterebbero colloqui e messaggi e-mail con vari personaggi del Pentagono, tra cui la responsabile della sicurezza Heather Anderson).
Niente da fare. Assieme agli altri è stato condannato a dieci anni di carcere. La storia non finisce qui, perché un paio di settimane fa Hamid Karzai, in occasione della festa per l’anniversario della nascita del Profeta, ha graziato uno dei tre, Edward Caraballo, un misterioso regista free-lance che aveva sostenuto di essersi unito al gruppo dei cacciatori di taglie per raccogliere materiale per un film. Appena liberato, Caraballo è stato prontamente preso in consegna dalle forze di sicurezza americane e spedito negli Stati Uniti senza consentire alla stampa di avvicinarlo.
Se la storia non vi convince, avete ragione. La ragione vera della liberazione, intanto di Caraballo e (presumibilmente) presto degli altri, sta nel fatto che l’esercito americano si sta preparando a lasciare l’Afghanistan, dove è prevista nei prossimi mesi una riduzione di un terzo degli effettivi con il passaggio delle consegne alle truppe ISAF della NATO, che da compiti di “peace-keeping” dovranno passare ad attività di “peace-enforcing”, cioè di guerra. Assieme alle armi e alle salmerie gli americani dovranno fare piazza pulita, portandosi via oltre ai soldati anche quei “contractors” - mercenari, spie e agenti doppi - più o meno apertamente al loro servizio, e che per i diversi motivi denunciati da Amnesty International sono incappati nelle maglie della giustizia. Non riconoscere uno che lavora per te è una cosa, lasciarlo nelle mani degli “indigeni” è un’altra.
Quando se ne saranno andati, dall’Afghanistan prima e dall’Iraq poi, questa guerra sporca non finirà. Ormai, come ha detto l’ambasciatore americano a Baghdad, Zalmay Khalilzaid, e hanno confermato numerosi comandanti militari americani, “il vaso di Pandora è scoperchiato” e prima che la regione ritorni in una condizione di stabilità e cessino le violenze passerà molto tempo. E non è neppure detto che sia la fine per i mercenari e i cacciatori di taglie. Anzi, la nuova strategia del Pentagono, che consiste nel colpire dall’alto e compiere rapide azioni di incursione con le truppe speciali (se ne sono visti i risultati l’altro giorno a Kandahar, dove in un attacco aereo sono stati uccisi 24 civili con una bomba intelligente gettata su un villaggio), potrebbe aprire una nuova stagione d’oro per gli avventurieri alla ricerca di soldi e di emozioni forti. Che, come i cacciatori di scalpi ai tempi del Far West, in “terra indiana” possono fare quello che vogliono, nella più totale impunità. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=10495&numero='170'
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Vertice Ue-Russia: urgenza gas prima di tutto
Mente il vertice Ue-Russia si prepara alla fase più impegnativa si moltiplicano i punti all’ordine del giorno. Ma i timori dell’Ue relativi al rifornimento di energia dalla Russia minacciano però di oscurare tutte le altre questioni.
Il 2006 è un anno chiave per il futuro dei rapporti tra Ue e Russia. Per prima cosa proprio quest’anno l’Ue dovrà adottare un nuovo programma europeo a lungo termine con la Russia, dal momento che il precedente quadro strategico – il Country Strategy Paper 2002-06 – necessita di urgenti aggiornamenti.
Il secondo motivo riguarda il Partnership e Cooperation Agreement (Pca): il primo documento che sancisce le relazioni tra Ue e Russia, infatti, scadrà l’anno prossimo e al summit di Sochi le due parti daranno il via ai lavori di rinnovo dell’accordo. Questo documento definirà il quadro di riferimento entro il quale si svolgeranno le future negoziazioni.
Inoltre sembra che quest’anno le due parti siano finalmente giunte ad un compromesso sulle facilitazioni per l’ingresso e la riammissione degli immigrati illegali, questioni molto spinose, queste, che per diversi anni avevano creato scompiglio nelle agende di passati vertici. Sochi dovrebbe rappresentare il luogo di definitiva risoluzione di entrambe le questioni.
Contrariamente all’agenda ufficiale, quella ufficiosa è complessa e più impegnativa: ci sono parecchi punti che minacciano il futuro delle relazioni tra Unione europea e Russia.
Correva l’anno 1939…
Il punto principale più importante riguarda la sicurezza energetica. Il vertice di Sochi rappresenterà l’anticamera dell’incontro del G8 che sarà interamente dedicato ai problemi energetici. Tra i vari membri del G8, proprio i paesi europei sono maggiormente interessati al rifornimento di energia dalla Russia. È probabile quindi che L’Unione europea sfrutti il vertice di Suchi per saggiare il terreno e capire che cosa sia possibile ottenere.
L’ostacolo maggiore per un dialogo costruttivo è costituito dal fatto che alcuni paesi europei – tra i quali la Germania – preferiscono negoziare direttamente con Mosca, aggirando così l’Unione europea.
Rispetto a questo punto non c’è consenso all’interno dell’Ue, mentre l’intera questione rimanda alla spaccatura tra la Vecchia e la Nuova Europa soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro della difesa polacco Radek Sikorski che ha paragonato il gasdotto russo-tedesco al patto Ribbentrop-Molotov del 1939. Il gasdotto nordeuropeo nasce da un progetto di cooperazione tra la russa Gazprom e le tedesche E.On e Basf per fornire il gas direttamente alla Germania passando attraverso il mar Baltico. L’affaire irrita non poco stati come la Polonia e i Paesi Stati Baltici coinvolti dal passaggio,del gasdotto, che non sono stati consultati sull’argomento e rischiano di perdere potenziali introiti.
Un caso aperto e chiuso?
Un altro punto di acceso dibattito è il tentativo di Gazprom di lanciare offerte per l’assorbimento di compagnie energetiche europee. Le proteste relative ad un potenziale assorbimento di Centrica, compagnia che detiene un’importante fetta del mercato energetico inglese, da parte di Gazprom, hanno addirittura permesso a Vladimir Putin di minacciare una ridestinazione del gas europeo a favore dell’Asia.
La risposta di Tony Blair è stata molto moderata e non ha escluso la possibilità di questo assorbimento. Tuttavia, mentre Gazprom è diventata la terza società al mondo, grazie alla capitalizzazione del mercato, Centrica non sembra essere l’ultima vittima di questa smania di acquisizioni. Quale sarà la risposta degli altri paesi europei? Alla luce delle recenti ondate di protezionismo che stanno investendo il continente, i pronostici non sono affatto favorevoli.
Due sono le opzioni: bloccare i tentativi di Gazprom o richiedere un uguale accesso al gas russo da parte delle compagnie europee. Non ci sono dubbi che la seconda sia la migliore, in quanto non crea una confrontazione con la Russia e potrebbe incontrare il favore degli uomini d’affari europei. Per realizzarla l’Unione europea dovrebbe però convincere la Russia a ratificare l’Energy Charter Treaty, sottoscritto nel 1994.
Il trattato prevede la più grande liberalizzazione del settore energetico russo e include una serie di misure come la de-monopolizzazione e l’apertura del mercato alle compagnie straniere. Il Cremlino però ha più volte comunicato che al fine di assicurare la stabilità dei rifornimenti energetici russi, la strada da seguire è quella di uno stretto monopolio. L’Unione europea ha poco spazio di manovra e la mancata ratifica del trattato da parte della Russia lascerebbe il mercato europeo alla mercè delle acquisizioni da parte di società russe protette.
Compagni prepotenti
Un’altra questione che l’Unione Europea sta per sollevare è quella di assicurare che la Russia non utilizzi la sua energia per fare pressione sui propri vicini. Lo scorso gennaio la Russia ha tagliato la fornitura di gas all’Ucraina, mossa che ha provocato scarsità di gas in molti paesi europei. Potrebbe accadere di nuovo e molto presto sia in Ucraina che in Bielorussia. L’Unione europea ha scarso potere decisionale e sempre meno argomenti per evitare che la Russia aumenti il prezzo dell’energia per i suoi vicini.
E poi c’è una lunga serie di questioni sulle quali Russia e Unione Europa non si trovano d’accordo. Le misure da intraprendere nei confronti dell’Iran, di Hamas e del dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, nonché le modalità per accelerare il processo di annessione della Russia nel Wto, sono punti che potrebbero non essere previsti nell’agenda del vertice. Ma anche se lo fossero, le preoccupazioni dell’Unione europea rispetto all’energia sarebbero tali da portare l’attenzione sulle più delicate questioni legate al monopolio energetico della Russia.
Evgeny Morozov - Berlin -://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6969
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Africa, il continente invisibile
David Model
La verità è che per ogni dollaro andato in riduzione del debito, i paesi africani ne hanno perso uno nel campo degli aiuti, il cui aumento è stato subordinato alle politiche liberistiche e alle privatizzazioni. Questa illusione ha di fatto rimosso le nazioni povere dagli schermi radar.
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Giornalmente siamo inondati dalle notizie concernenti la miriade di questioni sull'Iraq e l'Iran, ma sul quadro radar è assente il dramma della popolazione africana, che soffre degli effetti della guerra, della povertà e delle malattie da oltre cento anni, la gran parte dei quali si possono ricondurre alle politiche imperialistiche del Nord. La risposta alle crisi in Africa ha preso corpo solo di fronte, per esempio, all'immagine di un bambino etiope sul punto di morire per denutrizione, che ha suscitato la generosità e la compassione del pubblico.
Anche i concerti del Live8, organizzati da Bob Geldof per stimolare la consapevolezza e spingere le nazioni del G8 ad impegnarsi a fornire maggiori aiuti e per la riduzione del debito, sono stati controproducenti per la causa della giustizia sociale. Infatti Geldof e Bono hanno legittimato il piano del G8 per la riduzione del debito e della povertà e hanno rassicurato le persone sull'esistenza, finalmente, di una luce alla fine del tunnel. La verità è che per ogni dollaro andato in riduzione del debito, i paesi africani ne hanno perso uno nel campo degli aiuti, il cui aumento è stato subordinato alle politiche liberistiche e alle privatizzazioni. Questa illusione ha di fatto rimosso le nazioni povere dagli schermi radar.
Per esempio, attualmente, una catastrofe di dimensioni enormi minaccia l'Africa orientale, dove oltre sei milioni di persone sono a rischio di morire di fame in Etiopia, Somalia, Kenya e a Gibuti. Il World Food Program riferisce che l'assistenza del resto del mondo è tristemente carente, e dei 314 milioni di dollari che sono necessari per alleviare la crisi 225 mancano ancora.
Una delle cose che maggiormente mancano nella copertura informatica dei media istituzionali è la mancanza di contesto o l'analisi approfondita. L'Organizzazione per lo sviluppo industriale delle Nazioni unite (Unido) ha affermato nel 2004 che "l'Africa sub-sahariana è l'unica regione in cui è cresciuto il numero delle persone che vivono nella povertà più abietta negli ultimi venti anni". Secondo un altro rapporto dell'Onu del 19 dicembre 2005, "la disoccupazione media è rimasta attorno al 10% dal 1995, il secondo più alto al mondo dopo il Medio oriente. La conseguenza più visibile di questo elevato tasso di disoccupazione è la povertà crescente. Sono almeno 61 milioni in più gli africani che soffrono la fame dal 1990".
Sfortunatamente, le statistiche sulla povertà e sulla disoccupazione sono troppo generali per cogliere appieno la reale drammaticità degli effetti della povertà. Nel 2001, per esempio, nell'Africa sub-sahariana il 46,4% della popolazione viveva con meno di un dollaro al giorno, rispetto al solo 3,6% della popolazione dell'Europa e dell'Asia centrale. In maniera simile, il 76,6% nell'Africa sub-sahariana viveva con meno di 2 dollari al giorno, rispetto al 19,7% di Europa e Asia centrale.
Una delle spaventose tragedie prodotte dalla povertà nell'Africa sub-sahariana sono i 175 bambini ogni mille che non hanno raggiunto l'età di cinque anni rispetto alla media di 6 bambini dei paesi industrializzati nel 2003. Contribuisce alla cifra sulla mortalità infantile il fatto che solo il 57% delle persone che vivono nella regione hanno accesso ad acqua potabile.
Inoltre, la povertà riduce fortemente la capacità dei bambini dell'Africa sub-sahariana di proteggersi da malattie quali il morbillo a causa della carenza alimentare, in particolare di vitamina A, e di vaccini. L'Organizzazione mondiale della sanità riferisce che nel 2006 tra i 216 mila ed i 279 mila bambini sono morti per il morbillo, che si sarebbe potuto prevenire con un vaccino oppure dimezzato con supplementi di vitamina A. La malaria è un altro dei maggiori fattori di morte nella regione, dove almeno 900 mila persone muoiono ogni anni, di cui un 70% sono bambini. Il "Rapporto sulla malaria in Africa" denuncia come "l'Africa sub-sahariana si trovi di fronte ad una continua devastazione malarica a meno di un'azione decisa. La malaria [...] è il maggior fattore individuale di morte tra i bambini di meno di 5 anni e una minaccia grave per le donne in gravidanza e i loro nati".
Approssimatamente 30 milioni di persone in Africa sono sieropositive e la malattia conseguente, l'Aids, ha ucciso almeno 15 milioni di persone. Benché la pressione pubblica abbia costretto le case farmaceutiche a ridurre il prezzo dei medicinali che rallentano la malattia, solo 50 mila africani vi hanno avuto accesso.
Un'altra malattia sono le guerre civili in molte nazioni africane. La Repubblica democratica del Congo ha sofferto del maggior disastro umanitario dalla seconda guerra mondiale per effetto della guerra civile che ha coinvolto altre otto tra nazioni africane e potenze straniere. Oltre tre milioni di persone sono morti e molti altri sono stati trasferiti, eppure pochi sono consapevoli di questa tragedia in corso. Il conflitto nella regione del Darfur del Sudan occidentale da solo ha fatto duecentomila vittime e ha prodotto oltre un milione di rifugiati. L'Uganda, l'Angola, la Sierra Leone, la Liberia, il Ruanda e la Nigeria hanno anch'esse conosciuto la guerra civile negli ultimi dodici anni.
L'oltraggiosa ironia di questo disinteresse dei media è la complicità delle nazioni imperialistiche nelle crisi per via dello sfruttamento delle risorse naturali, come il petrolio, l'oro e il coltano e quello della manodopera a basso costo, come la schiavitù in Congo. Per garantire il successo dello sfruttamento, paesi come gli Stati Uniti ed il Belgio hanno fatto ricorso alla loro schiacciante superiorità militare, al controllo di forze interne ed al sostegno agli insorti per assicurarsi la terra su cui si trovano il risorse o per costringere gli abitanti recalcitranti a lavorare come schiavi.
Z-Net.it
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Il sorpasso
Per la prima volta, l'Afghanistan supera l'Iraq per numero di morti: 392 contro 174, in una sola settimana
Ogni giovedì, in redazione, siamo tutti mobilitati per produrre quei maledetti bollettini di guerra che sono War is over? e Cessate il fuoco, elenchi sempre troppo lunghi delle disgrazie che la guerra causa settimanalmente nel mondo. Elenchi fatti sempre di morti civili più che di perdite militari.
Oggi, facendolo, siamo saltati sulle sedie. Domani avrete i dettagli, quando pubblicheremo i bollettini. Ma il dato che non si può non anticipare è che per la prima volta, l'Afghanistan supera l'Iraq per numero di morti. 392 contro 174, in una sola settimana, e sempre parlando di statistiche ufficiali che, ce lo dice l'esperienza concreta, non dicono la verità perché i morti civili non si contano mai tutti.
Guerra mai finita. In Afghanistan, nel sentire comune degli italiani, la guerra è finita. E invece non è così. Lo dicono i numeri, e lo dice anche il diritto internazionale: la missione Enduring Freedom, a differenza di Iraqi Freedom, non è mai stata dichiarata conclusa.
L'Europa, e l'Italia in particolare, sono sempre più coinvolte nel conflitto afgano. L'Italia vuole mandare in quel teatro di guerra sei cacciabombardieri Amx, han detto per fare fotografie ai campi di oppio. Ma quegli aerei, non vogliamo essere pedanti, son fatti più per cacciabombardare che non per fare ritratti alla natura. I militari dicono che eventualmente, prima di mandare gli aerei in Afghanistan la questione dovrà essere discussa alle Camere. Vediamo che piega prenderà quella discussione. Potrebbe anche succedere che gli aerei partano senza il permesso dei nostri parlamentari: è già capitato. Ma si dovrà discutere sul rifinanziamento delle missioni. Si abbia il pudore di non chiamarle missioni di pace. In questi giorni si parla di ritiro dall'Iraq. Ma sarebbe bene, per una volta, rinunciare all'ipocrisia e cominciare a portare a casa i nostri soldati anche dall'Afghanistan. Prima di ritrovarci, ancora una volta, a piangere chi ha perso la vita perché qualcuno, a Roma, aveva da fare un favore agli amici di oltreoceano. Prima che i nostri militari si trasformino definitivamente in macchine portatrici di lutti e disperazione.
L'escalation. Tenendo conto che non manca molto: l'Italia è sempre più coinvolta nei conflitti che ogni giorno insanguinano il sud del paese. E, ripetiamolo, i numeri afgani parlano chiaro: nel 2002, anno dell'invasione, ci sono stati millecinquecento morti. Mille nel 2003; settecento nel 2004. Poi hanno cominciato a crescere: duemila lo scorso anno e oltre milleduecento dall’inizio del 2006: 208 civili (come al solito, sono statistiche ufficiali, da prender con le pinze), 618 presunti talebani, 384 militari afgani, 37 soldati Usa e 17 del contingente Isaf-Nato per un totale di oltre 1.260 morti in nemmeno 5 mesi. Facendo una proiezione si arriva a più di tremila morti al prossimo dicembre.
Ma le proiezioni non tengono conto del fatto che il fuoco della guerra divampa in fretta, ed è sempre molto più difficile estinguerlo che appiccarlo.
Maso Notarianni http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5483
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Diritti tagliati
di Tiziana Cavallo (da Nigrizia.it)
È stato pubblicato il rapporto annuale di Amnesty International. Lo stato di salute dei diritti umani nel mondo, per l’anno 2005, non è buono. Tutto in nome della "guerra al terrore" che ha tagliato le risorse
È arrivato, puntuale e tagliente. Come sempre. Il Rapporto 2006 di Amnesty International fotografa la situazione dei diritti umani nel globo terrestre. L’analisi e i dati si riferiscono all’anno scorso ma non molto sembrano discostarsi dalla situazione attuale.
“Un anno pieno di contraddizioni, durante il quale segnali di speranza per i diritti umani sono stati indeboliti dagli inganni e dalle false promesse dei governi che hanno più voce in capitolo. L’agenda della sicurezza, promossa da chi ha potere e privilegio, ha sviato le energie e l’attenzione del mondo dalle gravi crisi dei diritti umani in corso”. Parola di Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di AI.
In Africa si sottolinea come Unione Africana e Nazioni Unite si siano mosse in modo inadeguato nella situazione del Darfur, regione del Sudan da anni sottoposta a guerriglia, morti e campi profughi.
Si parla di speranze e frustrazioni, di governi troppo concentrati a fare quadrare i conti sulla questione sicurezza – guerra al terrorismo e al terrore – senza tenere presente che i diritti umani devono stare sopra tutto e tutti.
Ma ci sono anche segnali positivi come la Corte penale internazionale che ha emesso i suoi primi mandati d’arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Uganda. E lo stato d’animo dell’opinione pubblica sembra essere cambiato: basta abusi. “Si deve trasformare l’attuale irresponsabilità internazionale in azione concreta in favore dei diritti umani – aggiunge Pobbiati – i governi che hanno potere stanno giocando in modo pericoloso con i diritti umani. Il punteggio ottenuto, attraverso il proseguimento dei conflitti e il crescendo di violazioni dei diritti umani, è sotto gli occhi di tutti”.
Molte da parte di Amnesty le richieste per il presente, in coda all’analisi dei dati:
- alle Nazioni Unite e all’Unione Africana, si chiede di affrontare il conflitto e gli abusi dei diritti umani nel Darfur;
- alle Nazioni Unite, si chiede di avviare i negoziati per un Trattato internazionale che regolamenti il commercio delle armi, in modo che queste non possano essere usate per commettere abusi dei diritti umani;
- all’amministrazione Usa, si chiede di chiudere Guantánamo Bay e rendere noti i nomi e i luoghi di detenzione di tutti i prigionieri della “guerra al terrore”;
- al nuovo Consiglio Onu dei diritti umani, si chiede di insistere nel pretendere i medesimi standard di rispetto dei diritti umani da parte di tutti i governi, che si tratti del Darfur o di Guantánamo, della Cecenia o della Cina.
Il rapporto di Amnesty International in inglese
Fonte: Nigrizia.it – il sito dell'Africa e del mondo nero
Sul tema dei diritti umani:
'Prigionieri di Guantánamo – Quello che il mondo deve sapere', di Michael Ratner e Ellen Ray
'Sulla tracce della tortura', a cura di Nuovi Mondi Media
I libri di Nuovi Mondi Shop
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Pochi ma buoni, Balcani e dintorni a Cannes
Da Cannes, scrive Nicola Falcinella
In concorso a Cannes, "Iklimer" del turco Ceylan; nella sezione "Un certain regard", "Taxidermia" dell'ungherese Palfi. Due opere di qualità che hanno in comune un tentativo, nascosto dietro a storie intime e personali, di fare i conti con il passato e il presente dei due paesi
Pochi ma buoni, i film di Balcani e dintorni che stanno passando al Festival di Cannes. A cominciare dall’unico in concorso, il turco “Iklimler – Climi”, presentato a Cannes domenica e con le carte in regola per vincere un premio. L’Antonioni turco non ammette vie di mezzo, prendere o lasciare, o lo si ama o non lo si sopporta. Nel nostro caso si ama Nuri Bilge Ceylan, regista nato a Istanbul nel 1959 (l’anno delle riprese de “L’avventura”), autore finora di quattro lungometraggi, tra i quali “Uzak – Lontano”, Gran premio della giuria a Cannes nel 2003 e premiato in molti festival. Ma purtroppo non distribuito in Italia.
“Iklimler”, è “L’avventura” in due stagioni, estate al mare, inverno in montagna. Una coppia in crisi: lei affascinante scenografa che lavora nelle serie televisive, lui ricercatore universitario con la passione per la fotografia. Basta ricordare che il protagonista di “Uzak” era un fotografo e quello di “Nuvole di maggio” un regista che tornava al villaggio dei genitori in cerca di ispirazione, per capire che Bilge Ceylan si muove dentro coordinate precise con la forza della convinzione delle proprie idee e del proprio sguardo. È uno dei casi in cui forma e contenuto diventano inscindibili, con inquadrature lunghe fisse e dialoghi ridotti. L’inizio con i due, Isa (lo stesso regista) e Bahar (interpretato dalla moglie Ebru Ceylan), in visita a un’area archeologica, ricorda sequenze del taiwanese Tsai Ming-Liang, non a caso l’altro più vicino ad Antonioni del cinema contemporaneo. L’autore turco ha, al contrario di Antonioni, l’ironia: non cerca la risata ma dissemina qua e là elementi (come il gioco con il pistacchio nella scena d’amore del tradimento) che accorciano la distanza fra lo schermo e la platea e creano la partecipazione dello spettatore.
Dopo la vacanza al mare, la crisi emerge dirompente. La donna lascia l’uomo per lavorare su un set all’estremo est, non lontano dal monte Ararat. Il paesaggio innevato (e i fiocchi che cadono quasi in continuazione) diventano parti in causa della relazione fra i due quando Isa cerca il riavvicinamento: come le isole di Lisca Bianca e Panarea e la città di Noto nel film di Antonioni. Le immagini (girate con un digitale in alta definizione di qualità sorprendente) sono molto curate e belle, ma sempre necessarie per la storia: sono presenze imprescindibili per gli stati d’animo dei protagonisti. Un film in apparenza intimo e privato (lui, lei e l’altra) ma ben contestualizzato. Come gran parte dei film turchi degli ultimi anni, è come se avesse due cuori, come se il Paese stesso avesse due cuori. Uno è quello moderno, razionale che batte a Istanbul e a volte fa star male. L’altro è quello troppe volte dimenticato o rimosso delle regioni orientali. Che ricordano la questione kurda e il massacro degli armeni, conti non conclusi che i registi continuano a riproporre al pubblico affinché i politici sentano.
Su corde estetiche del tutto diverse si muove l’ungherese Gyorgy Palfi in “Taxidermia”, opera seconda di un trentunenne che si è proposto con uno dei “film scandalo” del Festival (nella sezione “Un certain regard”). Membri maschili a profusione (che si trasformano addirittura in lanciafiamme che illuminano delle baracche isolate), autoerotismo, necrofilia, vomito, sono solo alcune delle cose che riempiono una pellicola barocca e ipertrofica. Tre storie, tre uomini, tre generazioni, tre epoche diverse dell’Ungheria. Anche qui l’intento di fare i conti con il passato non è esplicito e dichiarato ma forte, esplode dall’inconscio e non dal razionale. Il nonno cerca disperatamente l’amore in epoca precomumista e quando lo trova muore. Il padre cerca il successo partecipando alle Spartachiadi (le competizioni sportive tra i Paesi del vecchio blocco sovietico) potendo mangiare chili di cibo prima di vomitare. Il figlio, al giorno d’oggi, cerca l’immortalità con il suo laboratorio di tassidermia. Conserva le sembianze degli animali morti attraverso le loro pelli, ma a lui preme di più l’umano. Tre epoche diversissime, nessuna felice.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5724/1/51/
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Etiopia, la vergogna italiana : mille morti nella foiba abissina
Così nel '39 i fascisti massacrarono donne e bambini
di Paolo Rumiz*
Addis Abeba - Fucilati dopo la resa o avvelenati con i gas nella grotta dove si erano rifugiati. Mille morti, come minimo. Peggio di Marzabotto, perché non fu rappresaglia. Peggio di Srebrenica perché morirono anche donne, vecchi e bambini. Unico paragone possibile, le foibe, ma con un´esecuzione concentrata in un unico luogo.
Le prove di un efferato crimine italiano riemergono in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell´impero, gettano luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale. Le ha trovate in queste settimane Matteo Dominioni, 33 anni, dottore di ricerca dell´università di Torino. Prima le carte, documenti inoppugnabili. Poi le ossa umane, nella grotta dell´infamia, ancora avvolte da fosche leggende. La conferma definitiva di quanto avvenne in quelle ore tra il 9 e l´11 aprile 1939.
Tutto comincia per caso, con un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo «Varie» all´ufficio storico dello Stato maggiore dell´Esercito. Dentro, un manoscritto senza firma, con una mappa della zona di Debra Brehan, 100 km a Nord di Addis Abeba, nell´alto Scioa. Il contenuto, confermato da altri documenti, è agghiacciante. Una carovana di «salmerie» dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione, si è rifugiata in una grotta dopo essere stata individuata dall´aviazione italiana, e non accenna ad arrendersi pur essendo circondata da un numero soverchiante di uomini.
La sproporzione è totale: le «salmerie» della resistenza etiope sono in prevalenza vecchi, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e il sostentamento dei partigiani alla macchia (ad Adua, mezzo secolo prima, dietro ai 100 mila combattenti c´erano 80 mila persone di supporto). L´ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione che perdura sulle montagne a tre anni dall´ingresso di Badoglio ad Addis Abeba. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d´arsina e con la micidiale iprite che devastò le trincee della Grande Guerra.
L´Italia ha firmato il bando internazionale di queste armi letali, ma ormai le usa in grande stile su autorizzazione di Mussolini. Nella grotta il «bombardamento speciale» - gli eufemismi sulle bombe intelligenti si inaugurarono allora - è portato a termine dal «plotone chimico» della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più «nobili» delle nostre Forze Armate. La notte dopo, una quindicina di ribelli armati tenta una sortita e riesce a scappare. Molti cadaveri vengono gettati fuori dalla grotta. Gli altri muoiono avvelenati o si arrendono all´alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, che il mattino stesso vengono fucilate, «d´ordine del Governo Generale». Come dire del generale Ugo Cavallero o dello stesso Amedeo di Savoia, pure lui di nobile reputazione. Un massacro, contro ogni norma della convenzione di Ginevra.
Ma non è finita. Dentro c´è chi resiste ancora - uomini, donne e animali - e i nostri chiedono i lanciafiamme per «bonificare» l´antro, ramificatissimo. I meticolosi telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall´inferno. «Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche». La prevalenza di inermi disarmati tra i ribelli è ormai chiara. In quegli stessi giorni, in un´altra grotta della zona, ne vengono uccisi 62, di cui due donne. Ma vengono «risparmiate 62 donne et 58 bambini», poi sono «catturati 33 muli, 3 cavalli et 23 asini denutriti dal lungo digiuno», e successivamente altri «27 uomini, 16 donne e 4 bambini».
Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato di Dominioni. Ma mancano ancora i riscontri sul terreno, così il ricercatore organizza un blitz col supporto dell´Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Va in Africa dove viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle. Siamo a fine aprile, in tempo per evitare le grandi piogge equatoriali. La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un terreno crivellato di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, alta sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E´ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme («non ottocento, ma migliaia di morti») e l´indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi - per altri 30 chilometri fuori pista - fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell´inferno.
Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All´imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell´esercito italiano. La gente del posto ha già elaborato magicamente l´evento, racconta che gli scheletri trovati davanti alla grotta sono «caduti dal cielo come monito» e poi sono stati spostati nella chiesa di Jigem, ora irraggiungibile perché infestata di briganti. Dentro la caverna non c´è più andato nessuno, da allora. Si dice che sia piena di spiriti, pronti a spegnerti la candela con un soffio per inghiottirti nel buio.
Ma Dominioni ha una dotazione di torce elettriche che nessun Grande Spirito può toccare, così molti giovani del villaggio si fanno coraggio e decidono di accompagnarlo nella caverna, in una missione scientifica che per loro diventa esorcismo. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce incerta delle torce per dare conferme. «Ossa dappertutto - racconta il ricercatore - quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie». E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all´aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l´imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. Era quasi certamente l´iprite, il gas che corrode la pelle e brucia le pupille. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta.
«Fu colpa degli ascari, le truppe indigene inquadrate nell´esercito italiano» è l´obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. «Ma gli ascari - ribatte Dominioni - non si muovevano mai senza l´ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell´esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio». No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra «missione civilizzatrice»?
L´Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di «buono» - Italo Balbo governatore della Libia - fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza. «Ambaradan», per esempio. Sa noi è una parola che fa ridere; vuol dire «allegra confusione». Ma quando sai cosa accadde nella battaglia dell´Amba Aradam, montagna fatale dell´Etiopia, quel termine sembra coniato apposta per coprire l´orrore. Migliaia di tonnellate di iprite per stanare i nemici arroccati nelle grotte, cioè morte orrenda, inflitta vigliaccamente con sofferenze inaudite. Badoglio fece agli etiopi ciò che Saddam fece ai Curdi. Solo che Saddam è alla sbarra, e l´Italia non ha risposto dei suoi crimini.
«C´è bisogno di parlarne - spiega Dominioni - il vuoto storico e morale da riempire è enorme. A ottobre sarà prima volta che italiani ed etiopi dibatteranno insieme ad un convegno, a Milano, sull´Africa orientale italiana sotto vari aspetti, organizzato dall´Insmli. Prima non s´era fatto mai». La cosa, ovviamente, dà fastidio. Chissà che agli etiopi non venga in mente di chiederci danni di guerra, cosa che finora non hanno fatto. «Gli etiopi non hanno mai capito perché l´Italia ha voluto quella guerra dopo innumerevoli trattati di pace, fratellanza e promesse di coesistenza pacifica» va giù duro il professor Abebe Brehanu, uno dei massimi storici di Addis Abeba. «E che sia chiaro - insiste - la vostra non fu una colonizzazione, ma una semplice invasione, contro tutti i trattati internazionali. Un atto di illegalità totale di cui ci chiediamo ancora il senso».
* da Repubblica, 22 maggio 2006
www.osservatoriosullalegalita.org
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Nei secoli Fidel
di Marco Travaglio
Chi ha visto “Otto e mezzo” di martedì ha potuto capire meglio il discorso di Nanni Moretti sul berlusconismo dopo Berlusconi. Il neoministro alle Comunicazioni Paolo Gentiloni duettava da pari a pari col presidente di Mediaset Fedele Confalonieri dinanzi a un arbitro disinteressato: Giuliano Ferrara. Si parlava di conflitto d’interessi, antitrust, legge Gasparri, cosine così. Il ministro informava che gli editori di tv non saranno dichiarati ineleggibili (come peraltro stabilisce la legge del 1957): tutto verrà risolto con un comodo blind trust che non risolverà nulla (come ha ammesso lo stesso Confalonieri). Ma, a prescindere dalle cose dette, bastavano le facce, ad audio spento, per intuire come andrà a finire anche stavolta. Ormai, come dice Luttazzi, il conflitto d’interessi è diventato ambiente. Gentiloni non è uomo da inciuci e, probabilmente, è in assoluta buona fede. Ma trova del tutto normale che chi dovrebbe smantellare il conflitto d’interessi e il trust ne discuta col presidente dell’azienda che incarna il conflitto d’interessi e il trust. Da quando è passata la balzana idea che Mediaset è «un grande patrimonio del Paese» (in realtà è un patrimonio del suo maggiore azionista, che incidentalmente è pure il capo dell’opposizione), Confalonieri è assurto al rango di monumento nazionale. Un’istituzione. Il rappresentante di un gruppo privato che da 12 anni viola due sentenze della Corte costituzionale continuando a occupare le frequenze di tre reti su terra potendone possedere solo due (una spetterebbe a Europa 7 di Francesco Di Stefano, ma Ferrara s’è dimenticato di invitarlo e Gentiloni s’è scordato di citarlo), per non parlare del Codice penale, s’è trasformato in un oracolo da consultare nei momenti-chiave della vita pubblica. C’è da nominare il presidente della Rai, cioè della concorrenza? Confalonieri vedrebbe bene Petruccioli. C’è da eleggere il capo dello Stato? A Confalonieri non dispiace D’Alema. Prodi offre le Comunicazioni a Di Pietro? Confalonieri non gradisce. C’è da rimpiazzare il dg della Rai, cioè della concorrenza? Confalonieri ha il suo candidato, ma «non lo dico per non bruciarlo». C’è da cambiare la Gasparri? Confalonieri avverte: «Non ci provate». È bello sapere che, su ogni dilemma della nostra vita quotidiana, possiamo contare su una voce amica. Slip o boxer? Chiediamo a Confalonieri. Vacanze al mare o ai monti? Interpelliamo Confalonieri. Rasoio elettrico o lamette? Facciamo decidere a Confalonieri.
La privatizzazione delle istituzioni è giunta al punto che anche i più insospettabili hanno imparato a conviverci. Naturalmente Confalonieri fa benissimo a difendere gl’interessi della sua azienda/lobby, e se lo fa alla luce del sole tanto meglio per tutti. Il problema non è lui. Sono gli altri. È l’idea che i problemi si risolvano mettendosi d’accordo, mediando, facendo compromessi con chi quei problemi rappresenta. Come se la cosa pubblica fosse la frazione matematica fra interesse generale e interessi di bottega. Negli Stati Uniti l’Antitrust è più volte intervenuta a sanzionare il gruppo Microsoft per abuso di posizione dominante, imponendogli di cedere i rami eccedenti il tetto massimo consentita. Ma non s’è mai sognata di invitare Bill Gates a dibattiti tv o a negoziati bilaterali per trovare un accordo a metà strada: i rappresentanti dello Stato ascoltano le parti, ma alla fine impongono la potestà della Legge, che non è trattabile. E alla fine il privato obbedisce. Certo, gli Usa sono agevolati dal fatto di avere uno Stato e, dunque, di non conoscere “Otto e mezzo”. Hanno chiaro il confine fra pubblico e privato.
A proposito. La Velina Rossa ha lanciato l’idea di nominare senatore a vita Bellachioma, quello che disconosce il risultato delle elezioni, minaccia lo sciopero fiscale e il ritiro dal Parlamento di tutti gli eletti dell’opposizione. Per completare l’opera, si potrebbe promuovere Confalonieri presidente della Corte costituzionale, sostituire l’inno di Mameli con quello di Forza Italia ed erigere, al Vittoriano, un monumento allo stalliere.
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Sì, meglio le primarie. E addio ai bilancini
di FILIPPO ANDREATTA
dal Corriere - 25 maggio 2006
L'accelerazione sul Partito democratico registrata negli ultimi giorni è stata autenticamente significativa, in quanto si è espresso un coro unanime di consenso sul progetto. Sembra ora venuto il momento di affrontare non tanto la questione del «se», ma quella del «come». Non si tratta però di una questione tecnica o secondaria perché la differenza può essere tra un Partito democratico «vero» e uno «falso», una formazione politica autenticamente innovativa e adatta alle sfide del XXI secolo, oppure un travaso di vino vecchio in otri seminuovi senza una rinuncia ai bizantinismi tipici della nostra tradizione politica o alla tendenza (non propria dei soli eredi del Pci) a quello che una volta si chiamava «centralismo democratico». Il rischio maggiore è oggi quindi quello «che tutto cambi perché tutto rimanga come prima».
È particolarmente importante in questo senso la dichiarazione «senza se e senza ma» del segretario del maggiore partito di centrosinistra, Piero Fassino, che ha ribadito con coraggio che — dopo la scelta di Prodi — anche il prossimo candidato premier dovrà essere scelto con le primarie. Come ha giustamente ricordato il leader dei Ds, che al Partito democratico crede davvero, dopo il 16 ottobre 2005 non si può più tornare indietro. Stabilito il traguardo del processo, è logicamente necessario identificare il percorso per arrivarvi.
La scelta delle primarie come metodo per individuare il candidato premier comporta anche una strada obbligata per la fase costituente del nuovo soggetto politico. Se infatti il punto d'arrivo dev'essere una formazione aperta e leggera, che coinvolge direttamente nelle scelte cruciali i propri elettori senza le classiche mediazioni delle tessere, delle correnti e dei conclavi tra segretari, allora anche i passi precedenti — a fortiori — non possono prescindere dallo stesso criterio. Un «vero» Partito democratico potrà quindi nascere solo da un'Assemblea di delegati eletti, come fu per le primarie 2005 e come sarà per le primarie 2010, da un'ampia partecipazione popolare di aderenti che sottoscrivano una Carta dei principi e paghino una quota di partecipazione.
Già circolano in filigrana ipotesi alternative rispetto a questo progetto. Cofferati ad esempio propone in processo basato su platee eterogenee. In passato questa idea ha portato al principio dei tre terzi: un terzo ai partiti, un terzo agli eletti e un terzo alle associazioni. Ma queste opzioni più complesse, seppur apparentemente ragionevoli, sollevano problemi che rischierebbero di compromettere il parto della nuova formazione. I più farraginosi e meno trasparenti criteri di scelta, la difficoltà a misurare la rappresentatività delle associazioni, l'arbitrarietà della rappresentanza (perché un terzo, un terzo e un terzo? perché non un quarto, un quarto e metà?), la scelta dei delegati in base a divisioni che si vogliono superare, il rischio di una doppia o tripla rappresentanza (un eletto iscritto sia a un partito sia a un'associazione) impedirebbero all'Assemblea di deliberare liberamente per limitarla a un foro meramente celebrativo, magari a voto palese o per applauso. Decisioni a maggioranza, anche qualificata, verrebbero infatti legittimamente messe in discussione dalla minoranza.
Se il punto di riferimento del nuovo partito è il «popolo delle primarie» allora l'unico modo per coinvolgerlo è quello di richiamarlo alle urne per esprimersi direttamente, come hanno dimostrato di voler fare con passione e senso di responsabilità 4.311.139 elettori mettendosi in fila, «insieme» e non «contro» ai partiti, di fronte ai gazebo organizzati dall'Unione in quella storica domenica d'ottobre. L'Assemblea eletta con questo metodo sarebbe legittimata dal più basilare dei principi democratici, «una testa, un voto», senza bilancini o quote riservate.
La ragione per cui si deve costituire una formazione politica autenticamente nuova è proprio perché si vogliono recuperare quelle funzioni originarie di partecipazione, di discussione e di confronto aperto che i partiti devono svolgere per una democrazia efficace. Funzioni che nell'emergenza della «transizione continua» sono state troppo spesso dimenticate e che il nuovo partito deve invece poter essere messo in grado di svolgere, per il bene del centrosinistra e del sistema politico italiano.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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E’ VERO, MA INTANTO RESPIRIAMO
E’ vero i primi passi del nuovo governo sono difficili. Le prime differenze tra i molti soggetti cominciano ad affiorare. I rapporti con la destra restano duri.
Al nostro “neo-buonismo” – un po’ obbligato e un po’ innato – si contrappone la cauta apertura iniziale di qualcuno e la chiara, coerente, chiusura di chi, per l’egocentrica e distorta visione della realtà, non vuole la convivenza e la crescita, ma la presa del potere fine a se stessa.
I problemi da risolvere sono molti e più difficili del previsto e provocano già alcuni distinguo sulle strategie.
Come negli anni scorsi – prima dell’esperienza del governo della destra - si parlava dei “due tempi” per risolvere i problemi dell’economia (prima le soluzioni strutturali e poi la ricaduta sull’occupazione), oggi la disputa è tra chi intende spingere sulla ripresa, salvaguardando i diritti dei lavoratori e soprattutto dei giovani e chi invece vorrebbe privilegia il lavoro e la sua dignità in un percorso graduale verso il recupero di competitività e rilancio.
E’ vero, i problemi con la destra non sono certamente finiti con i 24000 voti in più: resta un’opposizione forte, guidata dal “difuori” (della politica, della ragionevolezza istituzionale e della semplice educazione) da S.B..
L’immagine internazionale dell’Italia è ancora opaca. Importanti giornali stranieri sono cauti nel riconoscere il “nuovo” anche perchè i danni provocati dallo scadimento della politica estera “creativa”, attuata dalla destra dopo l’eliminazione di due ministri presentabili (Ruggero e Frattini), sono ancora enormi.
In Europa non esistiamo più: ormai quando c’è da discutere e decidere sui veri grandi problemi del mondo a partire (oggi) dai rapporti con l’Iran e il Medio Oriente, si riuniscono solo Francia, Germania e Regno Unito. Una Troika, evidentemente, sui generis alla quale si unisce, a volte, un’altra figura molto poco “comunitaria”, Xavier Solana.
Fino al 2000 la politica estera dell’Unione era invece gestita – ancora con un po’ d’incertezza – da una vera troika europea formata dal ministro degli esteri del paese presidente di turno, dal suo predecessore e dal successore, in una visione dinamica e rappresentativa della U.E.. C’era poi il forte rapporto tra i paesi “fondatori”, tra cui naturalmente l’Italia.
Ora l’Unione è invece solo sullo sfondo: i tre nuovi “grandi”, non sono “espressione” dell’Unione Europea, ne fanno solo parte e la rappresentano solo in virtù della loro influenza.
In sostanza, negli ultimi anni, l’Italia è stata sostituita, nel vertice operativo dell’Unione, dalla meno europeista, ma più affidabile, Gran Bretagna.
Non solo, anche a livello mondiale nella disputa per l’accesso al Consiglio di sicurezza dell’ONU che fino a poco tempo fa vedeva l’Italia e la Germania confrontarsi – quasi alla pari – il problema è stato ora risolto a favore della Germania che è stata accettata (e costantemente invitata ai lavori) dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Mentre del nostro paese e delle sue velleità ormai non si parla neppure.
Tutto questo è vero e sconsolante e richiede molto impegno, tenacia e saggezza da parte di tutti.
Ora abbiamo ottenuto la fiducia al Senato per pochi voti tra tanta “caciara”, ma l’abbiamo ottenuta con chiarezza. E poi abbiamo avuto quella, ancora più netta, della Camera dei Deputati.
Ma restiamo col fiato sospeso, inseguiti dalla minaccia del nuovo conteggio dei voti: dalla vittoria senza festeggiamenti, al governo senza riconoscimento.
Questo è invece il momento di respirare a pieni polmoni; un respiro liberatore.
Pensiamo infatti a cosa sarebbe oggi l’Italia senza quei 24000 voti. Se, per azzardo, avesse di nuovo vinto il centro destra.
Avremmo un diverso Presidente della Repubblica: non parliamo nemmeno dell’ipotesi di un confronto. Ci avrebbero chiesto di scegliere tra B. equalche altro personaggio senza storia e senza cultura istituzionale.
I conti pubblici sarebbero definiti “ottimi” grazie anche all’incredibile superficialità della Commissione europea. A commissariare il calcio avrebbero messo Galiani e perseguito i giudici che hanno aperto l’inchiesta.
Insomma, la situazione è difficile, difficilissima. Ma pensiamo al rischio che abbiamo passato (per un soffio) e respiriamo a pieni polmoni quest’aria difficile, ma che almeno ci lascia sperare in un prossimo ritorno alla normalità.
G.Credazzi
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Inciuci o compromessi?
I dalemiani vogliono Berlusconi senatore a vita. Sullo sfondo l’anomalia del nostro sistema politico e la lotta per l’egemonia nel centrosinistra e nel centrodestra
Angelo Notarnicola
Ci risiamo. A destra e a sinistra sono in corso le grandi manovre trasversali. Due i grandi assi: D’Alema-Berlusconi da un lato e Rutelli-Casini dall’altro. Fini e Bertinotti restano ai margini, spettatori interessati. Le prove generali si sono avute con l’elezione del presidente della Repubblica. Come non ricordare le dichiarazioni di Fedele Confalonieri, Giuliano Ferrara e di Vittorio Feltri in favore del presidente diessino durante la sua corsa al Colle. Silvio Berlusconi in quell’occasione non si fida completamente. Scivola sulla minaccia dello sciopero fiscale. E finisce così per ridare coraggio all'azione di Casini e Rutelli che, estremamente preoccupati dal risorgere dello spirito della Bicamerale, non consentono a D'Alema di salire al Quirinale. Solitamente queste operazioni politiche trasversali sono definite “inciuci”. Ma dietro l’inciucio c'è qualcosa di più profondo e preoccupante: l’anomalia del nostro sistema politico.
Il bipolarismo italiano garantisce alle forze politiche collocate al centro della propria coalizione un potere tattico notevolissimo. Niente può essere deciso senza l’avvallo del partito-baricentro. D’Alema e Berlusconi lo sanno bene. E hanno interpretato questa regola implicita del sistema con risultati più che lusinghieri in termini di potere ottenuto. In un meccanismo siffatto si finisce paradossalmente per aiutarsi anche in modo involontario. Tradotto. Più tu sei forte da una parte, più divento forte io dall’altra. La tristemente famosa Bicamerale del 1997, per il clamore da cui è accompagnata, rende visibile ciò che già in realtà esiste. I due leader finiscono per essere speculari l’uno all’altro. Un po’ come lo sono J.W.Bush e Osama Bin Laden. E infatti il presidente americano si guarda bene dal catturare lo sceicco saudita.
Dopo il fallimento politico della Bicamerale, Massimo D’Alema fa una “dolorosa auto-critica” per aver ceduto alla tentazione di legittimare, con l’incarico di vicepresidente della commissione, la leadership di Berlusconi nel centrodestra. Nel centrosinistra in molti gli credono. Nessuno – neanche lo stesso D’Alema - può immaginare i danni che Berlusconi arrecherà al Paese nei successivi 9 anni. Un errore di sottovalutazione, di presunzione? Chi è senza peccato scagli la prima pietra. E così in molti, dopo la battaglia di Pesaro, concedono al presidente diessino una seconda possibilità. E D’Alema lavora sodo per ripagare la fiducia che il suo popolo gli riconosce. Dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, aspetta quasi un anno prima di rientrare in punta di piedi nell’agone politico. Si candida solo all’uninominale nel suo collegio a Gallipoli rifiutando la possibilità di un paracadute nel proporzionale. Studia, va avanti. È in prima fila nell’opposizione al governo Berlusconi. Stravince le elezioni europee. Irride il leader della Cdl in una puntata di Ballarò subito dopo la debacle del centrodestra alle elezioni regionali. Nell’ultima campagna elettorale è sempre in prima fila negli attacchi al cavaliere. Dopo aver visto gli exit poll si lancia in una dichiarazione carica di livore contro Berlusconi: “Sarà seppellito da una valanga di voti e la sua uscita di scena accompagnata da una grande risata”. Dopo i due passi indietro sulla presidenza della Camera e sul Quirinale, D’Alema riesce finalmente a ridare pieno slancio alla sua figura di politico responsabile e realista. Bisognerebbe fare un salto nel passato di dieci anni per ritrovare un’immagine pubblica così tirata a lucido.
Sarebbe un errore imperdonabile vanificare tutto questo lavoro. E allora perché tornare a lanciare messaggi “concilianti” verso Berlusconi? Perché un elettore di sinistra deve ingoiare - dopo una campagna elettorale in cui l'ex presidente del Consiglio l'ha definito "coglione" - un articolo come quello del Corriere della Sera di ieri? Il titolo del pezzo è: “I dalemiani: Silvio senatore a vita? Sarebbe giusto”. Nel testo si cita la proposta avanzata dalla Velina rossa - molto vicina a D'Alema - di nominare Silvio Berlusconi senatore a vita. Seguono i commenti dei dalemiani doc. Peppino Caldarola, Fabrizio Rondolino e Nicola Latorre. Sono tutti d’accordo. Questo il commento dell’ex direttore dell’Unità: “La proposta attrae, politicamente attrae. E direi che, valutata così, è chiaro che potrebbe sancire un primo importante passo verso un più generale clima di pacificazione nei rapporti tra i due schieramenti”. Politicamente attrae? Caldarola, ma cosa dici?
Non resta, quindi, che provare a capire perché una persona dotata di cultura e intelligenza politica possa trovare “attraente” questa proposta. La risposta è rintracciabile nei due processi politici in atto. Il partito democratico da una parte e il partito del popolo italiano dall’altra. In questo momento Massimo D’Alema è in difficoltà. Il leader diessino teme il binomio Prodi-Rutelli. Quest’ultimi, al momento di scegliere la collocazione europea del partito democratico gli chiederanno di uscire dal Pse (Partito socialista europeo) e di rinunciare definitivamente al sogno di essere l’uomo che, in pochi anni, ha trasformato il Pci in una moderna forza socialdemocratica. D'Alema non vuole arrivare al 2009 senza avere la possibilità di gestire il processo. Un'uscita dal Pse sarebbe traumatica per i Ds. Nella peggiore delle ipotesi potrebbe significare la consegna delle chiavi di un sistema collaudato. Il quadro adesso è chiaro. E D'Alema sa come si gioca a scacchi. Se Berlusconi resistesse e conservasse la sua leadership nel centrodestra, Rutelli resterebbe bloccato nel centrosinistra, sarebbe spalle al muro. In questo modo la pressione diessina per portare il partito democratico nel Pse potrebbe avere la meglio sulle resistenze del leader diellino. Contro questa tattica si scaglia lo stesso Rutelli che, a sua volta, gode del supporto pieno di Casini, interessatissimo alla leadership del partito dei “moderati” del centrodestra.
Gli effetti collaterali di queste pericolose “intese” trasversali si scaricano chiaramente sull’attività del governo (c'è un nesso tra le dichiarazioni di Vincenzo Visco e le ultime dichiarazioni contro le tasse di Berlusconi?) con i rutelliani contro i dalemiani, sulla capacità da parte dell’opposizione di vigilare attentamente sulla maggioranza, sulla credibilità delle istituzioni, sulla fiducia nella politica da parte dei cittadini e sullo stesso futuro del nostro Paese. Sono un cancro sistemico. E di cancro, fino a prova contraria, si muore.
È ora di dire basta. Fermatevi. Non si può sbagliare ancora. In qualsiasi azione politica, ci dovrebbe sempre essere una linea di confine, dettata dai propri valori di riferimento, da non superare mai. In passato tra Pci e Dc, questa linea esisteva ed era rispettata anche dall’avversario. Oggi non esiste più. Questo è il motivo perché certi accordi non hanno la dignità di chiamarsi “compromessi” e meritano l’epiteto di “inciuci”. Risollevare Berlusconi adesso sarebbe folle. La tattica può rivelarsi vincente, ma l'azione è strategicamente fallimentare. Da tutti i punti di vista. Come se ciò non bastasse, l’obiettivo di realizzare una forza riformista socialdemocratica iscritta nel Pse è superato dalla Storia. I partiti socialdemocratici sono in crisi in tutta Europa. A sinistra le strade sono altre, nuove, diverse. Se non si rintracciassero le condizioni politiche per intraprenderle, si dovrebbe avere la dignità di arrendersi all'idea di diventare, a tutti gli effetti, un partito liberale. Di sinistra, ma liberale. È vero, in questo caso, alcuni pezzi del partito potrebbero abbandonare la nuova forza politica. Ci sarebbe un ridimensionamento. Ma questo è senza dubbio uno scenario preferibile a quello di scendere nuovamente a patti con Berlusconi.
Farà D’Alema un nuovo passo indietro? Nessuno per il momento lo sa. Se lo facesse, sarebbe un grande gesto di responsabilità. Lo farebbe per il Paese. Per la Politica /www.aprileonline.info/
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Rosy non è una lesbica e l’imbecille fascista non è solo. È la destra
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
Cara Europa, ho seguito un po’ la diretta televisiva da Montecitorio sulla fiducia al governo Prodi, e sono rimasto disgustato nel vedere Berlusconi capeggiare i cori da stadio contro il governo e la maggioranza.
Capisco che la paura fa novanta (gli mancava solo Borrelli per la tangentopoli del calcio), ma quando poi ho sentito che un ignoto fascista aveva definito «lesbica» Rosy Bindi ho capito da dove viene la protervia della destra: dalla cultura violenta dei conservatori, che armano di manganello la mano dei teppisti e di insulti la voce degli imbecilli. Non è cambiato nulla in un secolo.
SILVIA BARBERIS, MILANO
Cara signora, se la memoria non m’inganna, lei scriveva di tanto in tanto lettere al nostro Giornale, ed ebbe anche qualche risposta da Montanelli, che curava la posta coi lettori con la stessa passione che riservava all’editoriale e alle pagine culturali. Mi spiace che a risponderle, oggi, sia solo io; ma, per renderle meno triste il salto di qualità, mi rifarò proprio al suo Montanelli, che al problema della destra violenta ha dato risposte definitive e sulle quali, mi permetto, farebbe forse bene a riflettere anche il presidente Fini: soprattutto in questo momento in cui si trova schiacciato tra un duce affarista della Brianza, che «sta in politica non senza utilità personale», per dirla con Cossiga, e una parte di Alleanza Nazionale, che non è proprio quella pensata a Fiuggi insieme a Fisichella. Dunque, cara signora Barberis, per dirle che Rosy Bindi è in buona compagnia nel girone dei calunniati dalla destra (a proposito, cosa scriverannoAvvenire,L’Osservatore Romano, e altri fogli impegnati nel demonizzare la medesima ministra ed altre come “femministe fuori tempo”, per la gioia machista?), le ricorderò quello che dalle tv Mediaset dicevano i tirapiedi di Berlusconi, quando Montanelli non si decideva nel 1993 a lasciare il Giornale al padrone: «stupratore di bambine» in Abissinia, «bigamo con mogli a Roma e a Milano», plagiatore di libri e articoli altrui.
E otto anni dopo, nelle elezioni del 2001, quando Montanelli dichiarò che avrebbe votato per il centrosinistra perché «questa destra mi fa paura», come reagivano i teppisti di destra, sui quali oggi non si soffermano più i commentatori “liberali” del Corriere della Sera? Reagivano riempiendolo di insulti e minacce il telefono della “moglie di Milano”: sicché dovettero staccarlo e limitarsi a usare il telefonino, affidato però all’autista-carabiniere Enzo Maimone, che rispondeva secco da ex carabiniere. Allora portarono la minaccia direttamente al ristorante, lasciandogli sul tavolo riservato a lui lettere di ingiurie squadriste. Ferruccio De Bortoli, che dirigeva il Corriere e che, buon per lui, non discendeva dai c.
di Aronne di un presunto liberalismo doc, ne scrisse in prima pagina, come testimone oculare. Le racconto cose note, cara signora, ma sempre dimenticate, anche dal centrosinistra, che ha da pensare ai suoi flagelli, tipo Visco e consimili castighi di Dio. Ora io credo che l’onorevole Fini, definendo imbecille quel senatore che, se fosse stato di Forza Italia, avrebbe avuto baci e abbracci da Berlusconi, guadagnerebbe in ulteriore prestigio se ricercasse nei comportamenti dei suoi “alleati” forzisti e leghisti i legami con lo squadrismo padano originario. Potrebbe così provare a ripulire quel che c’è da ripulire anche nel suo partito e creare quel nucleo di “destra storica” che getti a mare il tardofascismo dei Paperoni e dei valligiani. E, naturalmente, degli imbecilli, i meno pericolosi di tutti.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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L'imperfetta Letizia
Non avrò il piacere di commentare su questo blog, come avevo promesso, l'incontro tra Civicum e Letizia Brichetto in Moratti al circolo della Stampa di Milano, previsto per oggi. Sempicemente perchè non c'è stato.
La signora Letizia si è infatti graziosamente e furbamente (e un po' vergognosamente) sfilata dalle domande dei cittadini, adducendo a scusa le fatiche e gli impegni, sempre improrogabili, della campagna elettorale in conclusione. Come se la sede succitata fosse una partita di canasta, invece. Peraltro concordata, con tanto di magnifica sala serbellonica, da oltre un mese.
Mi dicono che abbia optato a precipizio per la festa leghista di chiusura della campagna elettorale padana. Una presenza per Lei presumo decisiva al fine di conquistare nuovi e difficili voti. Non certo il mio, ora.
Se Ferrante mi aveva deluso per la sua vaghezza, ma almeno a viso aperto, qui abbiamo a che fare con un'altra replicante dell'icona plastificata alla Berlusconi. Un essere virtuale e muto, che vedi solo nei manifesti ritoccati. E che oggi girava per asili con il suo eccelso mentore al fianco (anche se un po' obnubilato, ultimamente, da certi fantasmi, che solo lui vede, e che periodicamente gli erompono da alcune funebri urne elettorali).
Un soggetto letizio che mostra leonino coraggio sotto le telecamere nelle sue provocazioni mediatiche. Ma poi, al raro, ma serio dovere civico e democratico, si conferma peggiore dell'autocratico Albertini. Per diserzione aggiuntiva.
Temo quindi seriamente per la mia città. E dire che Civicum non è esattamente un covo di comunisti. E' presieduto da un gentile aristocratico e da una squadraccia di ordinari di vari atenei.
Narici tappate, voterò per Ferrante, quindi. Non mi piace molto, ma almeno esiste.
E bene o male (anzi maluccio) rappresenta, comunque, una Milano che amo. Quella non furba.
Voterò pertanto (come prevedevo) in imperfetta letizia. Ma proprio contro la su-innominata.
www.caravita.biz
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SICILIA A UN BIVIO: CONFERMARE IL PRESIDENTE CUFFARO O SCRIVERE UNA PAGINA NUOVA CON RITA BORSELLINO?
IL REGNO DELLE DUE SICILIE
BORSELLINO
LA CAMPAGNA DEL SORRISO
Gli uomini la chiamano invariabilmente "signora", per le donne che affollano i suoi appuntamenti elettorali, la candidata presidente della Regione siciliana del Centrosinistra, è semplicemente Rita, la prima donna che aspira a guidare un’isola dove i maschi, alla fine, contano poco, ma occupano i posti di comando.
Stupiscono, di Rita Borsellino, la dignità, l’eleganza del tratto, la compostezza dei gesti, l’assenza del rituale tutto siciliano del saluto, quel bacio che le manca per pudore e che invece il suo antagonista Totò Cuffaro dispensa a chiunque. Ma è anche vero che il rito del bacio è essenzialmente maschile. Le donne racchiudono i messaggi nel lampo veloce di uno sguardo; quello di Rita Borsellino, ad esempio, è di una dolcezza disarmante. Ed è anche merito di questa donna, che ha vinto la sua sterminata timidezza il giorno in cui la mafia le ha portato via Paolo Borsellino, il fratello preferito, che la battaglia che si sta combattendo per la conquista della Regione si sta svolgendo con un’assenza di toni infuocati sconosciuta in passato.
Il futuro nelle mani delle donne
A Racalmuto, terra di Leonardo Sciascia, c’è tanta gente ad accoglierla, ma nessuno si fa avanti per invocare un piacere, un posto, insomma, una raccomandazione. Si parla di occupazione che manca nell’Agrigentino, 140.000 i senza lavoro su 400.000 abitanti. Una giovane mamma le ricorda quando quindici anni fa cominciava a girare nelle scuole siciliane raccontando di un mondo diverso. «Adesso sono mamma», sorride, «mi sono sposata, ma non arriviamo alla fine del mese. Però ci hai fatto capire che noi donne possiamo salvare questa terra». E Alessio Alfonso, contadino e poeta, è «Fiduciusu ca ciava a pigliari la prima donna ca va a la rigione. / Sti paroli li scrivu cu lu cori, mi chiamu Alessi, eru zappaturi, / nascivu ni la terra di lu sali; politica la fazzu cu passioni / aspiru l’eguaglianza quannu veni».
È persino noioso che negli incontri elettorali dell’opposizione la situazione che si dipinge è sempre così drammatica, mentre nel campo opposto si parla di meraviglie. «Né a Canicattì né a Ribera c’è un reparto di rianimazione», lamenta Salvatore Pedrotto, candidato del Centrosinistra, «ogni settimana muore una persona. Cuffaro nomina i primari e i direttori delle Asl, ma la sanità piange e la gente per curarsi va altrove».
Gli interventi rimandano sempre alla cultura della legalità, ed è anche ovvio, vista la tragedia che ha colpito la sua famiglia, ma lei parla soprattutto di Fondi europei sprecati, di disoccupati, di cultura e di radici.
La certezza dei diritti e dei doveri
«I commercianti impoveriti», ricorda, «i forestali ingannati, i precari stabilizzati, i 61 deputati e senatori della Casa delle Libertà che cinque anni fa sono stati mandati in Parlamento e tornano con quella devolution che arricchirà solo le Regioni settentrionali».
Rita Borsellino è in campo – e ci tiene a farlo sapere – perché vuole un’altra Sicilia, non una lotta alla mafia fine a sé stessa: «Perché ogni posto di lavoro in più è un uomo rubato alla malavita». Negli ultimi sei mesi ha percorso 44.000 chilometri: 8.000 per le "primarie" che l’hanno vista prevalere sull’altro candidato del Centrosinistra, Ferdinando Latteri, e 36.000 in questa lunghissima campagna elettorale. In auto, mentre lasciamo Palma di Montechiaro tappezzata dai lenzuoli con i tazebao antimafiosi, la Borsellino ci racconta che lei è così: «Mi piace la dignità, questo valore antico dei siciliani che può ridiventare la risorsa per il futuro. La certezza dei propri diritti e dei propri doveri».
Contesta chi le ricorda che fino a ieri ha fatto la farmacista: «La mia scelta l’ho fatta quel 19 luglio del 1992 quando mi tolsero Paolo. Lui era il mio tramite con il mondo. Stavo bene con i miei tre figli, ero timidissima e non mi dispiaceva. La nostra famiglia è stata sempre la nostra forza, soprattutto mia madre che ci invogliava a leggere, a parlare fra di noi. Poi arrivò quella sera della fiaccolata in occasione del trigesimo dell’assassinio di Giovanni Falcone. Mio fratello mi disse che per ragioni di sicurezza non lo lasciavano venire, mi chiese di andare io per la famiglia. C’erano 30.000 giovani quella sera, e infine arrivò anche lui, per la prima volta lo sentii parlare in pubblico; commentò le Beatitudini. Morì poco tempo dopo. Io superai la timidezza, e da allora, sono passati quindici anni, non ho fatto altro che andare dovunque, invogliare i giovani, occuparmi dei problemi dell’isola. Dunque, perché dicono di me: "Quella lì che fino a ieri faceva la farmacista"?».
È stato bello vedere come Canicattì ha accolto Rita Borsellino: erano tanti, tutti in cerchio nel parco comunale e in mezzo i vecchi della cittadina, seduti solo loro in segno di rispetto. «La legalità», racconta ancora Rita Borsellino, «è il fondamento. Ma io non sono d’accordo con chi vuole che io sia il candidato dell’antimafia. Quel lavoro lo debbono fare i giudici e le forze dell’ordine. A noi tocca fare altro: affrontare i problemi, non distribuire l’illusione di posti che non ci sono, lavorare invece perché ci siano davvero, far partire l’economia ferma da troppo tempo, dar risposta ai giovani laureati che non vogliono andarsene altrove per cercare lavoro e mettere su famiglia».
Scuola, sanità e lavoro: ecco le priorità
Agrigento ci accoglie con le prime ombre della sera che nascondono finalmente i tanti scempi edilizi. Sul palco, gli oratori ripetono ancora che c’è bisogno di legalità e lei, con quella sua serietà che incute rispetto pure al suo antagonista Cuffaro, ripete: «La mafia sottrae 8 miliardi di euro alla Sicilia e questo è il danno vero, stragi a parte; le strade siciliane sono le peggiori del Sud e invece si parla di megaponti. Scuola, sanità e lavoro sono le prime priorità».
C’è infine una legge non scritta, una sorta di congiunzione astrale che la Borsellino invoca e nella quale spera. «Cinque anni fa Berlusconi vinceva a Roma e Cuffaro in Sicilia, gridando che iniziava una "nuova storia". Prodi ha vinto a Roma e ora vinceremo in Sicilia perché noi vogliamo "un’altra storia"».
Guglielmo Nardocci
famigliacristiana.it
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E' da oggi in libreria: "Il Broglio" scritto da un pool di giornalisti sotto lo pseudonimo collettivo di: "Agente Italiano". Casa editrice: Aliberti, pp. 252 prezzo 14 euro.
Racconta una storia (fantastica ?) di un colossale broglio elettorale.
La vicenda.
Tutti i sondaggi davano alla coalizione sfidante un vantaggio di 5 punti percentuali. Il dato era pressochè stabile da molte settimane. Memorizzate ora la percentuale: 5%.
Procediamo.
Chiuse le urne iniziano gli exit poll che confermano i 5 punti di vantaggio per la coalizione sfidante, tanto che questa si prepara a festeggiare già nel pomeriggio.
Verso sera invece la situazione cambia improvvisamente. Il flusso dei risultati elettorali comunicati dal Ministero degli Interni prima si arresta, inspiegabilmente, poi riprende, ma con molto lentezza. Da quel momento in poi arrivano solo voti a favore della coalizione al governo. I 5 punti si riducono a 4, poi a 3, poi a 2, poi a 1 poi........ Sembra che vengono pescate dalle urne solo schede a favore della coalizione di governo e quasi più nessuna della coalizione sfidante.
Nelle fila della coalizione sfidante cresce il panico. La festa viene prima rinviata poi annullata. Ma come è possibile ? Che tutti i sondaggisti abbiano sbagliato (meno quelli pagati dal leader della coalizione di governo) ? E poi che abbiano errato per ben 5 macroscopici punti di differenza ? Altra stranezza: hanno sbagliato nel risultato complessivo finale, ma curiosamente hanno invece "azzeccato" quello dei partiti minori della coalizione di governo. Avevano stimato il partito cristiano per un 6 o 7% ed è esattamente quello che è avvenuto. Avevano attribuito al partito della destra storica un 12% ed anche questo è effettivamente avvenuto. Avevano stimato il partito del Nord attorno al 4% ed anche questo si è poi rivelato corretto.
Dove è allora che hanno sbagliato quel tanto da allontanarsi di ben 5 punti percentuali dalla realtà ? L'errore è tutto concentrato sul partito del premier ! Lo davano al 19% ed invece risulterà al 24%. Quanta è la differenza ? Cinque punti percentuali ! Come l'errore dei sondaggi.
Veniamo ora ad un altro aspetto: le schede bianche. Nelle votazioni degli ultimi 15 anni il loro numero è sempre stato oscillante fra il 7 e l'8%. Questa volta no. La percentuale delle schede bianche è crollata al 3%. Quanta è la differenza ? Cinque punti percentuali ! Come l'errore dei sondaggi. Due milioni di schede statisticamente bianche in tutte le votazioni dei 15 anni precedenti che improvvisamente questa volta vengono invece compilate !!!
Si pongono altre domande inquietanti. Che ci faceva il Ministro degli Interni a casa del leader della coalizione di governo durante lo spoglio ? E come mai la "rimonta" della coalizione di governo si arresta ad un passo dalla vittoria che sfuma per poche migliaia di voti ?
Qualcuno ha "fermato" i brogli proprio all'ultimo minuto ? E se lo ha fatto perchè ?
Chi sono coloro che ad un certo punto hanno detto basta ed hanno arrestato il flusso di schede (taroccate) favorevoli alla coalizione di governo a sole poche migliaia di voti dal "traguardo" ?
E' perchè mai il leader della coalizione di governo ai sarebbe fatto fermare da costoro ad un passo dalla sua clamorosa vittoria ?
Ed ancora. Come mai il Ministro degli Interni, che certamente sapeva per competenza specifica della imminente cattura del più importante latitante (da oltre 40 anni) della storia della mafia ha dato il via alla cattura solo a urne ormai chiuse ?
Per saperlo dovete ora comprarvi il libro.
Vi è sorto qualche dubbio ??
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L’ultima chance dell’Europa
Agli europei converrebbe una soluzione diplomatica della crisi in Iran. Un giorno non lontano, infatti, potrebbero dipendere dalle loro enormi riserve di gas.
Una foto di tempi migliori. Prodi con la delegazione Ue-Iran nel 2004 (Commissione Europea) Davanti alla crisi irachena l’Europa ha dato di sè un’immagine patetica. Il Presidente francese Jaques Chirac e l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schroeder si sono schierati con decisione contro la guerra mentre i loro colleghi di Spagna, Italia e Danimarca hanno dato il loro appoggio alla politica di Bush. L’Europa si è dunque divisa e la politica estera comune è diventata una farsa.
Rara unità
Un nuovo fronte di crisi si presenta oggi sul programma atomico dell’Iran che a molti ricorda la situazione precedente alla guerra in Iraq. Ancora una volta gli esperti confermano il pericolo che un regime minaccioso possa trovarsi in possesso di armi atomiche. Ed ancora una volta il Governo americano non vuole escludere l’opzione militare. E l’Europa? Non sembra esserci molta unità di intenti. Già dalla fine del 2003 l’Ue ha messo le trattative con l’Iran nelle mani di Gran Bretagna, Francia e Germania. E se questa troika, che sta lavorando come delegazione europea, si è ben collocata sulla scena internazionale è soprattutto grazie al lavoro svolto da Javier Solana, portavoce della politica estera del Consiglio Europeo, che è riuscito a portare dalla propria parte Usa, Russia e Cina e ad isolare l’Iran.
Ma una linea comune dell’Ue in materia di politica estera è possibile. Diversamente dalla guerra in Iraq l’Europa ha in Iran un interesse comune. L’Iran persegue un programma atomico non solo ad uso civile. Ai servizi segreti sono noti i piani del Paese sulla costruzione di missili a largo raggio che potrebbero raggiungere l’Europa. E la potenza atomica iraniana potrebbe non solo sostenere più facilmente i terroristi, ma anche scatenare una corsa agli armamenti in Medio Oriente. In sintesi la stabilità di questa regione al confine con l’Europa sarebbe minacciata.
Il gas dall’Iran all’Austria
D’altra parte in Iran ci sono enormi giacimenti di gas e di petrolio di cui l’Europa vorrebbe approfittare. Il Paese è il secondo al mondo per giacimenti di gas e il quarto per riserve di petrolio. Quasi un quarto dell’export del petrolio è diretto in Europa. Ma anche il gas rientra negli interessi degli europei. Al momento il 54% del gas utilizzato in Europa è importato. Se le riserve britanniche dovessero terminare il gas importato salirebbe ai tre quarti del fabbisogno totale: non ci si può certo affidare ai rifornimenti provenienti dalla Russia il cui Presidente, Putin, cerca di utilizzare a fini politici. Le grandi multinazionali europee di energia lo hanno messo in conto da tempo. Lo scorso anno il colosso dell’energia tedesco E.On ha preso contatti con i Mullah iraniani a Teheran per avere accesso alle riserve di gas. Già dal 2002 l’Iran trasporta gas in Turchia attraverso un gasdotto. Attraverso l’Europa dell’Est grandi quantità di gas dovrebbe arrivare un giorno fino all’Europa Occidentale. L’impresa austriaca di gas minerale Omv pianifica la costruzione di un gasdotto del valore di 4 miliardi di dollari che dalla Turchia, attraverso Bulgaria, Romania ed Ungheria, arrivi fino in Austria.
Non a caso le potenze commerciali europee hanno cercato di agganciare l’Iran con delle promesse economiche. Infatti nell’agosto dello scorso anno venne offerta a Teheran l’allettante offerta che prevedeva dei privilegi commerciali ed un’ampia cooperazione tecnologica. Ma i Mullah rifiutarono bruscamente le trattitive con l’Europa. Da allora si riflette sulle possibili alternative che si prospettano per l’Iran. Gli europei hanno a disposizione molte carte da giocare. Un embargo sul petrolio sembra improbabile vista la dipendenza dell’Europa e degli Stati Uniti. Inoltre il prezzo del petrolio salirebbe alle stelle. Embarghi in altri campi sarebbero ugualmente controproducenti per gli europei. L’Ue è il principale partner commerciale dell’Iran e ne rappresenta il 44% degli import. Inoltre, gli esperti suppongono che il regime abbia da tempo creato delle riserve di cibo e medicinali che dovrebbero essere sufficienti per diversi anni.
Tecnologia: il tallone d’Achille dell’Iran
Rimane la possibilità di un attacco americano alle centrali atomiche o addirittura un’invasione. Ma l’Iran è molto diverso del debole regime di Saddam Hussein e le conseguenze di una tale operazione potrebbero essere troppo rischiose. Per questo gli europei cercano di utilizzare ancora la diplomazia. «Noi possiamo aiutare l’Iran con le tecnologie avanzate» ha annunciato Javier Solana lunedì scorso. La nuova offerta dovrebbe andare persino al di là delle offerte dell’agosto scorso. Come prima cosa gli europei vorrebbero consentire all’Iran l’uso civile dell’energia atomica perché permetterebbe ai Mullah di avere l’appoggio del popolo. In effetti l’arretratezza nello sviluppo tecnologico rappresenta il tallone di Achille dell’Iran. La popolazione cresce, il Governo deve creare 1 milione di nuovi posti di lavoro e non può affidarsi solo all’industria del gas e del petrolio.
E qui entrano in gioco gli europei. Che sperano, da parte loro, che l’Iran non rifiuti una nuova offerta e che si possa unire di nuovo alla comunità internazionale. Gli americani al momento non si sono ancora decisi sulla posizione da tenere nei confronti di Teheran. Nel caso l’Iran rifiutasse la favorevole proposta dell’Ue, la politica iraniana dell’Ue si troverà davanti ad un bivio: c’è infatti il pericolo che il consenso all’interno dell’Unione Europea si rompa. Alcuni stati potrebbero proporre dei provvedimenti più duri, altri insistere sulla via diplomatica. Una rottura dell’unità europea sarebbe comunque pericolosa. Perché gli Stati membri potrebbero conservare i propri interessi in Iran soltanto restando uniti. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6932
Martin Schneider - Paris -
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I SEGRETI DEL POTERE
DI PATRICIA VERDUGO
El Mundo
Agenti segreti nordamericani hanno fatto sparire 55.000 pagine dell'Archivio nazionale che raccoglievano la registrazione delle operazioni clandestine realizzate dai successivi governi statunitensi a partire dagli anni '50.
Dall' Archivio nazionale degli Stati Uniti sono sparite cinquantacinquemila pagine. Il calcolo è approssimativo. Potrebbero essere di più. Gli agenti della CIA e quelli di altre organizzazioni di servizi segreti, trascorrono infatti il tempo curiosando nella biblioteca principale della National Archives and Records Adminitration (NARA) alla ricerca di frasi e paragrafi che possano mettere in pericolo la “sicurezza nazionale”. E quando trovano ciò che pensano di stare cercando, eliminano l'intera pagina.
Gli agenti hanno già un nome. Sono chiamati securocrats, burocrati della sicurezza. E stanno lavorando segretamente dall'ottobre 2001, quando era massimo il terrore dopo l'attacco alle Torri gemelle e al Pentagono. Obiettivo: controllare i documenti dalla guerra di Corea (anni 50) fino a quelli ultimamente desecretati. E particolare attenzione è stata dedicata ai documenti che il presidente Clinton ordinò di rendere pubblici alla fine degli anni 90, poiché si tratta di centinaia di migliaia di pagina che sono andate ad ingrossare gli archivi degli Stati Uniti nel corso di un programma speciale di desecretazione durato cinque anni.
L'ordine del presidente Clinton fu quello di “aprire” al pubblico tutti i documenti “segreti” che avessero più di 25 anni. Ovviamente ci furono delle eccezioni che riguardarono, tra gli altri, tutti i documenti che avrebbero potuto rivelare i metodi dei servizi segreti o essere d'aiuto ai terroristi.
E se Clinton si è occupato di desecretazione, il presidente Bush ha ordinato “un'operazione di nuova secretazione”.
Tutto si è svolto in segreto fino a che la notizia non è scoppiata provocando, nelle ultime settimane, le proteste dei congressisti e degli storici. Il nuovo responsabile dell'Archivio Nazionale, Allen Weinstein, era furioso e ha promesso che farà tutto il possibile per fermare questa operazione clandestina che va contro il diritto di sapere. Perché tutti abbiamo diritto di sapere ciò che è successo nelle nostre storie nazionali. E di sapere quale è stato il ruolo giocato dagli Stati Uniti.
Ho scavato negli archivi desecretati all'inizio di questo secolo per sapere che cosa fosse successo con il Cile. Il risultato è stato agghiacciante. Ho trovato, descritta nei minimi dettagli, l'intera Operazione Fubelt messa in moto per impedire che l'eletto Salvador Allende diventasse presidente ed entrasse nel Palazzo della Moneta, nel 1970. A capo dell'operazione, il presidente Richard Nixon, il suo consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger e il direttore della CIA Richard Helms. E' inutile dire che a questa operazione furono assegnati i migliori agenti della CIA.
Il cosiddetto Track Two di questa operazione cercava di provocare un golpe militare per impedire che Allende diventasse presidente. Si corruppero generali e ammiragli, eppure si presentò un grave ostacolo. Il capo dell'Esercito, il generale René Schneider, dichiarò ripetutamente che avrebbe rispettato la Costituzione. Se Allende avesse ricevuto l'approvazione del Congresso, disse, sarebbe stato presidente.
La soluzione della Casa Bianca? Assassinare il capo dell'Esercito cileno. Telegramma dell'ambasciatore Edward Korry alla Casa Bianca (21 settembre 1970): “ Il generale Schneider deve essere neutralizzato, eliminandolo se necessario”. Telegramma 628 (8 ottobre) del quartier generale della CIA alla propria base a Santiago del Chile: “C'è qualcosa che possiamo fare per eliminare Schneider? Comprendiamo che si tratta di una domanda retorica, però intendiamo ispirare le riflessioni sul tema sia lì, sia qui”.
Tramite valigia diplomatica la CIA inviò tre pistole mitragliatrici, abbondanti munizioni e granate lacrimogene per l'attacco. Messaggio del quartier generale della CIA (datato 18 ottobre 1970): “Immediato Santiago. Si stanno inviando per posta [cancellato] normale, pistole mitragliatici e munizioni, partono da Washington alle ore 07.00 del 19 ottobre”. L'aggregato militare dell'ambasciata, colonnello Paul Wimert, distribuì decine di migliaia di dollari agli assassini e consegnò le armi. Anni più tardi confessò il fatto innanzi a una commissione del Senato: “Fu il capo locale della CIA, Henry Hecksher, a consegnarmi 250.000 dollari da dare ai militari cileni che ci avrebbero aiutato a liberarci del generale Schneider. Quello era il punto cruciale, liberarci di Schneider”.
Fu così che il capo dell'Esercito Cileno, rispettoso della democrazia e della legge, fu attaccato il 22 ottobre 1970 e morì dopo quattro giorni di agonia. Il colonnello Paul Wimert - aggregato militare - andò con il comandante locale della CIA a gettare le armi sul fondo del mare nella rada di Valparaiso. Confessò poi al Congresso degli Stati Uniti che il crimine “fu una faccenda sporca, immonda. Mi vergognai di me stesso e addirittura non sopportavo la mia immagine riflessa nello specchio quando mi radevo”.
La cosa si ritorse contro il presidente Nixon e il consigliere Henry Kissinger. Quel crimine convinse molti oppositori della necessità di rispettare la tradizione democratica cilena e pertanto Salvador Allende divenne presidente del Cile.
E' possibile che tutti i documenti che coinvolgono la Casa Bianca in questo assassinio siano legati all' “operazione di nuova secretazione” ordinata da Bush. Motivo? La famiglia del generale Schneider ha presentato a Washington una denuncia contro Henry Kissinger nel settembre 2001. Questa denuncia è stata inoltrata lentamente dai tribunali. E pochi giorni fa, la Corte Suprema l'ha definitivamente respinta.
Che cosa ha detto il tribunale massimo degli Stati Uniti? Ha accolto le argomentazioni del Governo Bush (Dipartimento di Giustizia) a difesa dell'ex funzionario Henry Kissinger. Ha detto che se si aprisse un caso giudiziale si dovrebbe giudicare se, nel contesto della guerra fredda, “fu appropriato che un funzionario di alto livello ( ) appoggiasse azioni segrete contro un marxista dichiarato [Allende] che avrebbe assunto il potere in un paese dell'America Latina”.
Quando si riflette su questi fatti, è inevitabile aggiungere anche il fattore TPI. Mi riferisco al Tribunale Penale Internazionale che opera dal luglio del 2002, con sede nella città dell'Aja, nonostante la forte opposizione dei tre potenti del pianeta (Stati Uniti, Cina e Russia). Il TPI giudicherà i crimini di genocidio, di lesa umanità, di guerra. Nessuno commesso prima del luglio 2002. L'ex funzionario Henry Kissinger non può essere portato innanzi ai suoi 18 giudici. L'assassinio del generale Schneider resterà impunito. Ma quali saranno i crimini commessi e che si continueranno a commettere senza che sia possibile accusare gli agenti degli Stati Uniti?
Per il momento la minaccia è aperta. Il paese che appoggia il TPI perde l' “appoggio militare” degli USA. Con un'eccezione: al paese in questione non accadrà nulla se, parallelamente, firmerà con la Casa Bianca un trattato bilaterale che abbia effetto unilaterale. Quale? L'impegno a non portare mai un cittadino degli Stati Uniti innanzi al TPI, indipendentemente dal crimine di cui è accusato.
Tutti i paesi latinoamericani hanno sottoscritto il TPI. Il Cile rappresenta l'eccezione, perché ancora non osa farlo. E il crimine del suo capo dell'Esercito, un generale democratico, sprofonda nel labirinto di impunità della Casa Bianca.
Patricia Verdugo, giornalista cilena, è autrice di “Salvador Allende. Anatomia di un complotto organizzato dalla Cia” 2004, Baldini & Castoldi
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=31207
9.05.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FLORA BONETTI
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Guerra civile in agguato
Tornano gli scontri fra ex soldati ed esercito intorno a Dili, capitale di Timor Est
Sono scesi dalle colline intorno a Dili, dove si erano nascosti nelle scorse settimane, per attaccare nuovamente l’esercito di cui facevano parte fino a marzo. Gli ex soldati, licenziati dopo aver scioperato per un mese chiedendo migliori condizioni di lavoro, continuano a seminare il terrore nella capitale di Timor Est, la più giovane repubblica del mondo, uscita solo nel 1999 dalla brutale occupazione indonesiana che ha provocato 200mila vittime fra la popolazione. Il bilancio degli ultimi due giorni di scontri è di almeno 2 morti e nove feriti.
Situazione in bilico. Il presidente Xanana Gusmao, leader dell’indipendenza da Giacarta proclamata il 20 maggio 2002, ha promesso che l’esercito darà la caccia ai responsabili della rivolta e in particolare a Major Alfredo Reinado, che ne potrebbe essere il capo. “Dobbiamo fermarli affinché la gente di Timor Est non viva nella paura e nel panico”, ha detto Gusmao. Ventimila persone, infatti, hanno già lasciato Dili in seguito agli scontri del 26 aprile scorso, in cui 5 persone furono uccise e diversi edifici distrutti. Altre migliaia, che non hanno potuto andare dai parenti nelle campagne, si sono rifugiate nelle case di religiosi e missionari.
Si teme il ritorno alla guerra civile, dopo quella che per venticinque anni ha visto contrapposti il movimento indipendentista Fretilin e l’esercito indonesiano. Gli Stati Uniti hanno già chiesto di evacuare la loro ambasciata e hanno invitato gli altri cittadini americani ad andarsene “alla luce dell’attuale situazione di sicurezza”. E su medesime richieste, stanno lasciando l’isola anche gli impiegati “non strettamente necessari” del governo australiano. L’Australia ha un legame importante con Timor Est: è stata alla guida del contingente Onu, inviato per pacificare il paese dopo il referendum sull’indipendenza del ’99, e oggi sfrutta gran parte delle risorse di gas naturale presenti nel mare fra Timor e le sue coste settentrionali.
Governo in difficoltà. Il governo timorese, intanto, sta considerando le offerte di Sidney e Camberra di inviare truppe in aiuto. Alcune navi da guerra australiane sono state già posizionate lungo le coste del nord, mentre un plotone di 30 soldati neozelandesi è già pronto a partire. Ma nessuno si muoverà, finché non arriverà la richiesta ufficiale di Dili: “Dobbiamo rispettare l’indipendenza di Timor Est”, ha spiegato il primo ministro australiano John Howard.
Ieri i soldati ribelli hanno teso un’imboscata nella periferia della capitale ad alcuni militari regolari, chiedendo di consegnare i loro stipendi. Oggi, invece, gli scontri cominciati a ovest della città si sono poi estesi anche a sud, vicino alla casa del generale di brigata Taur Matan Ruak. La situazione sembra incontrollabile. Non è chiaro che decisioni prenderà il governo, guidato dal primo ministro Mari Alkatiri, appena riconfermato nel suo incarico nel congresso della maggioranza conclusosi venerdì scorso. Alcuni leader anziani del Fretilin (oggi partito alla guida del Paese) avevano chiesto le sue dimissioni perché non era riuscito a gestire la ribellione di un terzo dell’esercito e gli altri gravi problemi della giovane nazione: primi fra tutti povertà e disoccupazione. E c’è chi dice che il malcontento nei suoi confronti non cenni a diminuire.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5469
Francesca Lancini
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cevapi e il faraone
scrive Massimo Moratti
Tre antiche piramidi nascoste sotto le colline della Bosnia centrale: bufala o scoperta sensazionale? In Bosnia non si parla d'altro, e attorno alle piramidi comincia già a fiorire il turismo, tra folklore bosniaco e echi dell'antico Egitto...
È uno dei pochi eventi che riesce a scuotere l’opinione pubblica in Bosnia ed Erzegovina. Non stiamo parlando dei cambiamenti costituzionali, dell’indipendenza del Montenegro, delle prossime elezioni o del numero di persone indiziate per crimini di guerra che progressivamente finiscono nelle mani delle varie polizie. Stiamo parlando di quanto sta avvenendo a Visoko, una cittadina a circa 30 kilometri da Sarajevo, dove l’autunno scorso, un archeologo dilettante, Semir Osmanagic ha annunciato al mondo di avere scoperto le prime piramidi bosniache.
Una conferma?
La settimana scorsa, un geologo egiziano, Aly Abd Barakat, inviato dal Cairo per verificare l’autenticità della scoperta sembra aver dato una prima importante conferma alla scoperta di Semir Osmanagic. “Secondo me ci troviamo di fronte ad una piramide primitiva di un tipo finora sconosciuto.... è difficile per la natura creare blocchi di pietra simili”. Il geologo egiziano sembra dunque aver confermato che le pietre trovate sul sito della piramide sono opera umana e non naturale, tale conferma viene sia dalla forma delle pietre che dalla loro inclinazione. Inoltre, la sabbia trovata tra i vari strati di roccia sembra essere simile al cemento che era stato usato nelle piramidi di Giza.
La scoperta delle piramidi a Visoko, cittadina famosa per le salsiccie e la pelletteria, ha i contorni tipici di una storia bosniaca, perennemente in bilico tra la scoperta sensazionale e la farsa di periferia. La piramide di Visoko è tutt’altro che invisibile: semplicemente è la collina che sovrasta la città: sono gli occhi di tutti da sempre. La cittadina è infatti adagiata ai piedi di una collina che ha una forma piramidale, sorprendentemente regolare, foto e stampe d’epoca l’hanno ritratta da sempre così.
Le prime ricerche
È su questa collina che si è concentrata l’attenzione di Semir Osmanagic nell’agosto del 2005, quando ha cominciato i primi sondaggi. In breve questa è divenuta la Piramide del Sole. Ma non basta, poco dopo, Osmanagic ha scoperto altre due piramidi, la piramide della Luna e quella del Dragone, più piccole e meno evidenti. Osmanagic, che ama indossare un cappello da cowboy è ben presto stato rinominato l’”Indiana Jones bosniaco”. Le piramidi, secondo Osmanagic sono vecchie di circa 12,000 anni ed appartengono ad una civiltà che fioriva in Bosnia, mentre il resto d’Europa era coperto di ghiaccio. La stessa piramide del sole è alta 220 metri, notevolmente più alta delle piramidi in Egitto.
Tutte queste piramidi sono ora coperte di terra e vegetazione, che le fanno assomigliare alle innumerevoli colline bosniache.... ma gli scavi, iniziati nell’aprile scorso hanno portato ben presto alla scoperta di lastroni di pietra squadrati e inclinati verso l’alto. Oltre a ciò tutta una serie di indizi e prove che sembrano indicare che qualcosa in effetti ci sia sotto la terra e gli alberi: le colline-piramidi sembrano dissipare il calore in modo maggiore che le aree vicine, indizio dell’esistenza di una serie di tunnel, che dopo esser stati esplorati sembrano indicare anch’essi di essere opera dell’uomo. Ben presto, è stata creata una fondazione, “La fondazione del parco archeologico delle piramidi del Sole bosniache” (www.piramidasunca.ba), che con un sito aggiornatissimo tiene informati sugli sviluppi degli scavi e raccoglie l’interesse dei possibili donatori.
Ma la comunità scientifica dice no...
La comunità scientifica bosniaca si mostra più che scettica della scoperta di Osmanagic e in Aprile in una lettera aperta pubblicata sui maggiori giornali bosniaci, 21 scienziati e esperti hanno messo in dubbio la scoperta di Osmanagic, definendo l’intera vicenda un brutto circo. Più di recente, Blagoje Govedaric insegnante di archeologia dell’Europa orientale, dalle colonne di Dani ha smentito ancora una volta la tesi di Osmanagic, tacciandolo di dilettantismo e dicendo sostanzialmente che prima o poi l’opinione pubblica mondiale si renderà conto dell’insensatezza delle teorie di Osmanagic e ciò potrebbe coprire di ridicolo l’interao paese. I detrattori di Osmanagic sostengono che le pietre trovate sul fianco della montagna non sono altro che pietre tombali di un’antica necropoli medievale collegata ai resti medievali presenti in cima alla “piramide”. E qui, dicono, nulla di nuovo, perchè tale cittadina medievale è conosciuta da sempre.
Una copertura mediatica mondiale
Ma la storia, ha ricevuto una copertura mediatica mondiale. Le maggiori testate hanno coperto la vicenda: CNN, BBC, ZDF, CBS, il New York Times, l’International Herald Tribune, il National Geographic hanno coperto la storia dando risonanza mondiale alle scoperte di Osmanagic. Il tono dei media è doverosamente scettico senza sbilanciarsi, ma ogni servizio dei media finisce puntualmente sul sito web della Fondazione.... In Italia, solo l’Ansa e l’Osservatorio dei Balcani sembrano avere coperto la storia. La presenza dei grossi media internazionali e della CNN sembra dare un crisma di ufficialità alle scoperte di Osmanagic, che nel frattempo è assurto a personalità mediatica, grazie anche alla telegenicità del suo look e al perfetto inglese che può sciorinare di fronte alle telecamere.
La visita alle piramidi
La città di Visoko sta vivendo un momento senza precedenti nella sua storia. L’area attorno alle piramidi è divenuta infatti il teatro di visite domenicali di frotte di turisti/curiosi attratti dalla vicenda. Così la visita alle piramidi ha sostituito il tradizionale pic nic sul fiume. Venditori di magliette, di cappellini, piramidi in miniatura hanno popolato le strade di Visoko e le zone adiacenti agli scavi. Il pendio della piramide è infatti costellato di case e le strade che portano agli scavi sono strette e estremamente trafficate. Gli abitanti del villaggio hanno trasformato i propri giardini in parcheggi e chi aveva un frigorifero lo ha riempito di bibite da offrire agli accaldati curiosi che si inerpicano lungo i ripissimi sentieri che portano agli scavi. La trovata più geniale sono forse i “Cevapi del Faraone”: a metà strada della salita verso gli scavi, un’improvvisato ristoratore prepara i cevapi sulla sua griglia personale e li serve ai passanti in un’improvvisata “cevabdzinica” a cielo aperto. I più ingegnosi sono probabilmente dei bambini rom, di età tra i 8 e i 12 anni che si improvvisano guide turistice e accompagnano i turisti verso la zona degli scavi, mostrando cosa sta succedendo e spiegando gli svilupppi futuri della “valle delle piramidi bosniaca”. Nella salita verso la parte sommitale della collina-piramide, accanto al sito principale, si possono facilmente rinvenire altre aree di scavo che hanno portato alla luce ulteriori strati di pietre sovrapposte. Negli ultimi giorni, gli scavi sono inizati anche sulla cosiddetta “piramide della Luna”.
Fiaba o barzelletta, le piramidi di Visoko sono uno dei temi dominanti della quotidianità bosniaca. A molti bosniaci non pare vero che nella loro terra vivesse una popolazione antichissima precedente alle altre civilizzazioni europee. Questa teoria ben si accompagna con alcune teorie simili che erano circolate durante il conflitto. La scoperta, o presunta tale delle piramidi, sembra avere un effetto decisamente benefico sui cittadini bosniaci e da loro la possibilità di sognare e di distogliere il pensiero dalle problematiche della Bosnia di Dayton che non sembra poter uscire dalla crisi economica e impasse politica. L’atteggiamento è generalmente prudente, ma ognuno in cuor suo nutre la speranza che Semir Osmaganic sia nel giusto. E se alle prossime elezioni si presentasse il “partito delle piramidi”?http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5728/1/51/
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Strage del treno 904 : premiati gli studenti che ricordano
di osservatoriosullalegalita.org
Il 25 maggio a Napoli, presso l'Istituto Italiano di Studi Filosofici si terrà la premiazione del concorso regionale per le scuole superiori dal titolo "La memoria della strage sul treno Rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984", promosso dall 'Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage presieduta da Antonio Celardo. Le tre borse di studio, dell'importo di 500 euro ciascuna, sono state assegnate agli studenti del Liceo Statale "G. Albertini" di Nola e IPSSAR "V. Telese" di Ischia.
Gli studenti vincitori verranno ufficialmente premiati nel corso della cerimonia dai rappresentanti di Regione, Provincia e Comune, che hanno patrocinato l'evento. La manifestazione sarà condotta dal Presidente dell'Ordine dei giornalisti della Campania Ermanno Corsi. Interverranno fra gli altri il dott. Antonio Greco, Presidente del Tribunale di Torre Annunziata, il Prof. Guido Trombetti, Rettore dell'Università Federico II di Napoli, dott. Geppino Fiorenza, Presidente onorario Associazione G. Siani.
Alla stesura del progetto, nell'ambito del quale è stato indetto il concorso, hanno partecipato rappresentanti del mondo accademico, esperti, ricercatori, giornalisti e gli stessi familiari delle vittime. Nell'ambito del progetto si è svolta anche una rassegna cinematografica sulle stragi italiane e le strategie eversive denominata "Segreti di Stato: Il cinema racconta le stragi italiane". L'iniziativa è stata un'occasione di riflessione e analisi sulla memoria storica, e di conoscenza delle vicende della"Strage di Natale" del 23 dicembre 1984 nella quale persero la vita 16 persone e ne rimasero ferite 267.
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La partecipazione (su internet), interessa?
Scritto da Enrico Maria Milic
A parte qualche sito che vagamente attingeva al caso Howard Dean, nessun partito ha avuto una strategia di comunicazione basata in rete. Forse è la partecipazione dei cittadini che non interessa più ai partiti?
Qualcuno è riuscito a dire che le elezioni si sono vinte grazie a internet. A guardare in faccia i siti su cui si è fatto campagna in queste politiche 2006 proprio non si direbbe.
L'elenco di quelli per cui il web è solo un luogo virtuale dove riproporre brochure cartacee è ampio quanto una strabordante maggioranza parlamentare.
Se la via delle buone intenzioni è lastricata d'inferno, i sostenitori della democrazia elettronica devono accontentarsi della consulenza di Joe Trippi per Romano Prodi, che ha partorito null'altro che un topolino per l'organizzazione autonoma dei cittadini sul territorio, e del sito della Rosa nel Pugno, basato sul software usato da Howard Dean che propone solo alcuni forum e poco altro rispetto alle potenzialità teoriche della piattaforma.
Forse, allora, la scelta più coraggiosa in questa campagna l'ha fatta Antonio Di Pietro che si è cimentato a farsi commentare ogni giorno da decine e decine di cittadini sul suo blog.
Non i partiti, ma il veloce e solitario guizzo del blog "sonouncoglione" ha dimostrato le potenzialità politiche della mobilitazione dei cittadini basata su internet: il blog di risposta all'insulto di Berlusconi in 6 ore dalla sua apertura ha spostato 200 mila utenti e, in varie piazze d'Italia, gli smart mob dei cittadini.
Ai partiti mancava consapevolezza su come far accendere la partecipazione per le loro campagne? Forse è proprio l'interesse a far partecipare i cittadini alla politica che manca. Internet o non internet. www.postpoll.it/
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Mani Pulite sul pallone
Marco Travaglio
Non basterebbe un plotone di neuropsichiatri, né un manipolo di criminologi, per spiegare le reazioni della Casa della Libertà Provvisoria alla nomina di Francesco Saverio Borrelli a capo dell’Ufficio indagini della Federcalcio. Reazioni decisamente più dure di quelle che avrebbero accolto la nomina di Al Capone. Il fatto è che, per la prima volta nella sua storia, il calcio italiano scivola via dalle mani della politica, che fin dai tempi del Duce l’aveva sempre usato come “instrumentum regni” e gestito come il cortile di casa.
Scivola via, il calcio, e si dà un vertice totalmente sganciato dai partiti. Il commissario Guido Rossi e il procuratore Borrelli sono due marziani: hanno un’età, una storia, un prestigio, un peso specifico e un orgoglio financo un po’ snobistico della propria autonomia da garantire assoluta libertà di movimento, al riparo da ogni condizionamento, ammiccamento, accomodamento. Con due così, l’italica arte della strizzatina d’occhio, del darsi di gomito, dell’ “aumma aumma”, del ricattuccio non attacca. E tanto basta a spiegare lo sgomento di chi quell’italica arte ha elevato a programma di vita e poi di governo. Quelli che tuonano contro Borrelli sono gli stessi che 12 anni fa volevano Previti ministro della Giustizia e 10 anni fa avevano pronto un collegio sicuro per Dell’Utri e uno per Squillante (il primo fu eletto, il secondo fu arrestato appena in tempo). Pretendere da questa gente un giudizio sereno su Borrelli è come stupirsi se la Banda Bassotti detesta il commissario Basettoni. L’idea, poi, che a guidare le indagini sul calcio sia uno che sa guidare le indagini getta gli intoccabili nel più cupo smarrimento: all’ex procuratore di Milano avrebbero preferito di gran lunga un procuratore della Gea.
In fondo, bisogna capirli. Già duramente provati dalle indagini sui furbetti, dalle elezioni politiche, dalla cattura di Provenzano, dall’arresto di Previti e dalla condanna di Vanna Marchi, stanno vivendo come un incubo questa strana aria di legalità che si respira da qualche settimana. Il centrosinistra non c’entra, anzi: Prodi aveva pensato bene di offrire la Federcalcio a Gianni Letta, il quale ci aveva fatto la grazia di declinare, e solo a quel punto era saltato fuori Guido Rossi. Quel che si dice, per la politica politicante, un marziano. Un odioso e odiato “moralista” che parla di «etica negli affari» e «conflitto d’interessi», e che con la sinistra ufficiale c’entra poco o nulla (basti pensare alla sua fiera opposizione alla scalata Unipol a Bnl e all’immortale battuta sulla «merchant bank» di Palazzo Chigi ai tempi di D’Alema). Esattamente come Borrelli, protagonista di epici scontri con il centrosinistra ai tempi della famigerata Bicamerale e delle leggi-vergogna della legislatura dell’Ulivo. Per questo Berlusconi li detesta: sa benissimo che la sua litania sulla «sinistra che ha messo le mani sul calcio» è una balla sesquipedale, visto che né Rossi né Borrelli rispondono ad alcuno se non alle proprie coscienze e alle leggi penali e sportive. Ed è proprio questo che lo preoccupa. È più forte di lui. Quando sente parlare di legge, e peggio ancora di coscienza, mette mano alla fondina. O allo stalliere.
Come diceva Bossi quand’era lucido, «se Berlusconi piange, state allegri: vuol dire che non ha ancora messo le mani sulla cassaforte». Dunque stiamo allegri. Godiamoci questa boccata d’ossigeno, ovviamente passeggera, finchè dura: due uomini di legge di specchiata fama ai vertici del calcio. E ringraziamo l’ingorgo istituzionale, il vuoto di potere a Roma, le intercettazioni di Torino e di Napoli e le congiunzioni astrali che han consentito ad alcune pericolose schegge di legalità di insinuarsi proditoriamente nel corpo marcio del Paese, rischiando fra l’altro di creare un pericoloso precedente. Se non si provvede per tempo, queste tracce di Stato potrebbero contaminare irrimediabilmente l’Antistato e disorientare l’opinione pubblica non più avvezza a emozioni così choccanti.
È bello leggere, mentre le acque del Mar Rosso restano ancora miracolosamente aperte, i commenti di Cicchitto, Rotondi, Mantovano e altri giureconsulti di fama mondiale sul ritorno di Borrelli. Non potendo tirar fuori la solita menata delle toghe rosse, anche perché il Comintern non ha squadre nel campionato di serie A, sono a corto di argomenti. Detestano Borrelli, ma non riescono a trovare un solo motivo (confessabile, s’intende) per cui non dovrebbe diventare procuratore della Figc. E per di più sanno che i tifosi di tutt’Italia non capiscono a quale titolo i politici continuino a pontificare sul pallone e, auspicando una giustizia rapida e inflessibile, non comprendono perché mai Borrelli non va bene. È forse un dirigente di qualche squadra? Lo manda forse l’Inter, o la Juve, o il Peretola? Non sanno che dire, e allora delirano, dicendo cose che una persona normale si vergognerebbe di pensare. Berlusconi seguita a blaterare di «mani della sinistra sul calcio», ma solo perchè vorrebbe tenercele ancora lui («Ho detto a Galliani di non dimettersi»: come se la Lega Calcio la nominasse il capo dell’opposizione o il padrone di Milan). Intanto Fabrizio Cicchitto, con grave sprezzo del ridicolo, intravede «una manina che vuole recuperare il giustizialismo» e parla di «nomina incredibile e tutt’altro che innocente»: e lui, venendo dalla P2, di colpevoli se ne intende. La manovra, prosegue il boccoluto muratorino, punta a «riprendere a sparare a raffica in molteplici direzioni, e aumentare il potere di ricatto e di interdizione di alcuni ben precisi ambienti milanesi collocati a cavallo fra alcuni grandi studi legali, alcune banche, qualche potere editoriale». Parole incomprensibili, da cifrario esoterico. «È un’altra prova del regime dell’Unione», tuona Isabella Bertolini, farfugliando di «uso politico della giustizia sportiva contro Berlusconi». Anche Alfredo Mantovano di An, magistrato-deputato («toga nera»?), sostiene che questa è «la risposta più adeguata all’intenzione di Berlusconi di tornare presidente del Milan». Capìta l’antifona? Borrelli potrebbe disturbare il conflitto d’interessi politico-sportivo di Berlusconi, dunque è meglio che si faccia da parte (a proposito: ma perchè Mantovano e Bertolini, a proposito del nuovo capufficio indagini, pensano subito al Milan? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?). Sempre acuto l’ex ministro Gasparri: «Io non ho problemi perché sono romanista, ma se fossi milanista sarei preoccupato. Perché gli ex procuratori di Milano non vanno in pensione a fare i nonni?». Parola del responsabile di un partito che, all’Authority della Privacy, ha nominato un condannato definitivo per violazione della privacy. Il meglio lo dà l’on. avv. prof. Gaetano Pecorella: «Se Borrelli farà al calcio italiano quello che ha fatto alla politica, sarà la fine del calcio italiano». Tre cazzate in una: il calcio italiano è finito a causa degli scandali, ben prima che arrivasse Borrelli; la politica non è mai finita, anche se la presenza di Pecorella in Parlamento potrebbe farlo supporre; Borrelli non s’è mai occupato di politica e ora non si occuperà i calcio: s’è sempre occupato di reati, e se questi hanno attinenza con la politica e con il calcio, è colpa della politica e del calcio, non di Borrelli.
Un certo Ciocchetti dell’Udc vaneggia di «ferite che si riaprono» e di nomina che «spacca ulteriormente il Paese». Evidentemente ha notizia di moti di piazza fra borrelliani e antiborrelliani che, per il momento, non abbiamo notato. Per il segretario, con rispetto parlando, della Nuova Dc, Gianfranco Rotondi, la nomina di Borrelli è «un’operazione politica contro Berlusconi», addirittura «un ghigno mafioso»: parola di uno che ha portato in Parlamento due pregiudicati, De Michelis e Cirino Pomicino (ieri molto critico anche lui). Ora Rotondi minaccia di «lasciare il Paese», per la gioia dei più. E pare che si lamenti anche Mario Pescante di An, quello che dovette dimettersi da presidente del Coni perché nel laboratorio dell’Acquacetosa era vietato cercare il doping, onde evitare il rischio di trovarlo.
Politici a parte, gli unici commenti normali arrivano da due calciatori azzurri. Alberto Gilardino: «Borrelli è uomo di grande competenza, mai come ora ci aspettiamo molto dalla giustizia sportiva perchè il calcio torni pulito» (Gilardino è, o almeno era fino a ieri, l’attaccante del Milan). E Simone Perrotta: «Se Borrelli è riuscito a fare pulizia nel mondo politico, ci riuscirà anche nel calcio. Speriamo che ci riesca come ha fatto a suo tempo con il pool di Mani pulite». Ecco: quel che sperano gli sportivi è proprio quel che temono lorsignori.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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BERLUSCONI
Deroga alla par condicio?
Per ogni giornalista che segue la politica italiana, vedere Silvio Berlusconi in televisione è sempre un toccasana. Soprattutto, aggiungiamo noi, quando l’ex presidente del Consiglio fa capolino nel salotto di Bruno Vespa, che gli ha spesso portato tanta fortuna. Ma dopo i commenti di rito sui molti spunti che il Cavaliere ha regalato durante Porta a porta di ieri l’altro (dall’ipotesi Aventino al Napolitano comunista), ci siamo domandati: vuoi vedere che, zitto zitto, il Caimano ne ha combinata un’altra delle sue? Vuoi vedere che la puntata di Porta a porta, in cui Berlusconi ha parlato senza che vi fossero rappresentanti dell’altro schieramento, è andata in onda in barba (o, se preferite, in deroga) alla legge sulla par condicio? Per chi se lo fosse dimenticato, Berlusconi è candidato alle elezioni amministrative dei comuni di Milano e Napoli. E le disposizioni sulla «parità di accesso» ai media durante le campagne elettorali (legge 28/2000) chiariscono, all’articolo 4, che «la comunicazione politica radio-televisiva si svolge nelle seguenti forme: tribune politiche, dibattiti, tavole rotonde, presentazione in contraddittorio di candidati e di programmi politici, interviste e ogni altra forma che consenta il confronto tra le posizioni politiche e i candidati in competizione». Nella puntata di Porta a porta di lunedì, di «confronto» tra i candidati in competizione non v’era traccia. C’erano solo tre autorevoli giornalisti e un solo candidato: Silvio Berlusconi. E se domani altri candidati dell’Unione ai consigli comunali di Napoli o Milano pretendessero una passerella in solitario in Rai? Altra domanda che rigiriamo a tutti, ivi compresa una sinistra in tutt’altre faccende affaccendata. www.ilriformista.it/
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Saia (An): «La Bindi è lesbica, che ne sa della famiglia?»
«Non credo che sia un segreto, non ho nulla contro le lesbiche, ma va chiarito che Rosy Bindi è lesbica. Per ciò non mi è sembrato, sul piano politico da parte di Rosy Bindi, corretto assumersi non il ruolo dell'economia o dell'istruzione, dove pure già avrei avuto delle difficoltà ad accettarla, ma il dicastero della Famiglia ad una persona che di famiglia non sa niente». Anche se qualche ora dopo (in piena bufera) il senatore di An Maurizio Saia proverà a correggere il tiro sulla neo ministra della Famiglia («Lesbica non è un´offesa» preciserà poco convinto) la dichiarazione davanti alle telecamere di Canale Italia scatena la reazione delle varie forze politiche.
Prima di tutto la replica ironica della stessa ministra e poi parole di indignazione (quasi) bipartisan. fino alla richiesta di espulsione del parlamentare di An dal partito. «Mi dispiace per il senatore Saia – sottolinea col sorriso dAlle labbra la diretta interessata Rosy Bindi - ma anche se, per scelta personale, ho rinunciato a sposarmi mi piacciono gli uomini educati, rispettosi delle donne, intelligenti e possibilmente belli Tutte qualità che il senatore di An non possiede».
Di «insulti inqualificabili e semplicemente vergognosi» parla invece il vicepresidente di Montecitorio Pierluigi Castagnetti: «Non bastano, quantunque siano indispensabili, le scuse personali – dice l´esponente della Margherita - ci attendiamo un provvedimento disciplinare da parte del gruppo di An per non pensare ad una sorta di complicità politica».
Gli fa eco, stavolta dalle fila del centrodestra, Franco de Luca, responsabile enti locali della Dc, che fa un paragone col "caso Priebke" (ndr. quando il senatore di An Antonio Serena inviò a tutti i deputati un video di Priebke): «Come in quel caso Alleanza nazionale smentì con l'espulsione un suo parlamentare (peraltro persona di grande spessore culturale caduta in un tranello) questo è un caso classico in cui non bastano le classiche scuse ».
Dure anche le parole del parlamentare dei DS Franco Grillini, fondatore dell´Arcigay, : «L'onorevole Saia, non avendo argomenti per contestare l'istituzione di un ministero per le famiglie che riconosca anche i diritti delle famiglie di conviventi, spara a zero su di una presunta omosessualità di Rosi Bindi» sottolinea Grillini e quindi aggiunge e rilancia: «Sappiamo che Rosi Bindi non è lesbica, e che se lo fosse non avrebbe problemi a dirlo. Hanno problemi, al contrario, tutti quei parlamentari omosessuali di An e del centro-destra costretti a nascondersi e ad avere una doppia vita».
La polemica cresce durante tutta la giornata di martedì. «La stupidità non ha limiti. Del resto la botte offre il vino che ha. Puro stile fascista, volgare e violento. Non è la prima volta» dice la senatrice dell'Ulivo, Albertina Soliani. Intanto si moltiplicano le dichiarazioni di solidarietà e di indignazione. Alla fine tocca a Gianfranco Fini chiedere ufficialmente scusa. Il leader di An, a fine serata, attraversa il cortile di Montecitorio e si dirige verso il neo ministro alla Famiglia. Con Rosi Bindi ha una breve conversazione, al termine della quale, ai giornalisti dice: «Non avete visto? Sono andato a scusarmi. Il senatore Saia è stato un imbecille». www.unita.it
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Gli esperti concordano: Moro fu ucciso da un'intelligence straniera
Il 9 maggio scorso si è tenuta un'importante conferenza sul caso Moro a Oriolo Romano, indetta dall'”Archivio Flamigni”, un centro di documentazione sponsorizzato dall'amministrazione provinciale di Viterbo. L'Archivio contiene i documenti raccolti negli anni dall'ex senatore Sergio Flamigni, il massimo esperto sulla vicenda Moro. Oltre allo stesso Flamigni, i relatori erano il giudice Rosario Priore e lo storico Giuseppe De Lutiis. L'Archivio Flamigni organizzerà ogni anno due conferenze, negli anniversari del rapimento e della morte dello statista democristiano. Lo scopo dell'iniziativa è quello di tenere vivo il ricordo del più grave attacco terroristico contro lo stato italiano e esercitare pressione perché la verità venga a galla.
Come il sen. Flamigni ha sottolineato, nonostante tutti i processi finora celebratisi sul caso Moro, numerosi sono i misteri ancora da chiarire. Alla luce del lavoro compiuto dalla Commissione Stragi, presieduta dal sen. Giovanni Pellegrino, gli esperti sono convinti che negli ultimi giorni del rapimento, un “servizio segreto straniero” prese in mano la faccenda, allo scopo di trattare con le Brigate Rosse il rilascio di Moro e la consegna delle carte, con il memoriale e i documenti probabilmente trafugati dallo studio di Moro e dal ministero della Difesa. Ma poi, all'ultimo momento, fu presa la decisione di uccidere Moro. “Mi avevano promesso che l'avrebbero salvato”, disse Cossiga sbiancando in volto, all'annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro, il 9 maggio. In seguito, Cossiga ha rivelato al sen. Pellegrino che il servizio segreto in questione era il Mossad.
Il dott. Priore, che condusse diverse inchieste sul caso Moro, oltre a quelle famose su Ali Agca e su Ustica, ha smesso le vesti del magistrato per suggerire l'adozione di un “approccio storico-politico”. In primo piano, ha sottolineato Priore, c'è certamente la “conventio ad excludendum” che Moro intendeva sciogliere, nei confronti di una partecipazione del PCI ad un governo democratico. Nel contesto della divisione del mondo nei due blocchi, le potenze occidentali vedevano con “terrore” l'idea che qualche ministro comunista potesse consegnare segreti militari a Mosca. Allo stesso tempo, sarebbe infantile continuare a sostenere un approccio manicheo, secondo cui “è stata la CIA” o “è stato il KGB”. Ad esempio, persino un leader delle BR come Senzani aveva indicato l'esistenza di “un terzo giocatore” nel terrorismo italiano, e cioè la Francia di Mitterrand. E la politica filoaraba di Moro aveva trovato nemici in Israele, il che spiega perché una fazione del Mossad fosse ostile a Moro. “Se vi faccio l'elenco di tutti i i tentativi degli israeliani di compiere attentati sul nostro territorio, voi restate sconcertati”, ha affermato Priore, sottolineando la continuità della politica estera e di intelligence perseguita dalle potenze europee nei secoli XIX e XX.
Il terzo relatore, il prof. De Lutiis, ha esplorato altri aspetti oscuri del caso Moro, riguardanti le complicità tra le BR, la criminalità organizzata e i servizi segreti. Egli ha collocato l'assassinio di Moro nel contesto di una lunga catena di omicidi politici: a partire dalla morte di Enrico Mattei nel 1962, “che oggi sappiamo con esattezza trattarsi di un assassinio”, seguita da quella di Kennedy, di Lumumba, Martin Luther King e Robert Kennedy. “Tutte queste persone avevano raggiunto un livello di governo o di influenza che avrebbe potuto cambiare la politica di grandi maesi nella direzione di autonomia nazionale e a favore dei diritti dei paesi più poveri”, ha detto De Lutiis.
Due ospiti tra il pubblico, il regista Giuseppe Ferrara, che ha girato il famoso film con Gian Maria Volontè, e l'ammiraglio ed ex parlamentare Falco Accame, hanno consegnato all'Archivio Flamigni la loro documentazione. L'archivio contiene anche le pubblicazioni dell'EIR e il famoso dossier del POE del 1978, intitolato “Chi ha ucciso Aldo Moro”.http://www.movisol.org/moro2.htm
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Il cosmopolitismo riformista
di Ulrich Beck
Massimiliano Panarari
È uscito per i tipi di Carocci Lo sguardo cosmopolita, l’ultimo libro di Ulrich Beck, il pensatore della modernità riflessiva (o “Seconda modernità”), il sociologo della Risikogesellschaft che ci ha raccontato meglio di chiunque altro quanto Chernobyl e la minaccia ambientale globalizzata abbiano cambiato le nostre vite, il docente della London School of Economics e della Ludwig Maximilian Universität di Monaco che ha consigliato agli esordi il governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer.
Beck muove i suoi passi a partire da una riconsiderazione del significato della categoria concettuale cui ha dedicato una porzione considerevole della sua opera sino ad oggi, il cosmopolitismo, a proposito del quale evidenzia la genealogia e l’evoluzione nei termini di un’idea razionale piuttosto controversa, sin dalle sue origini nella Grecia classica, passando per il conflitto con la nozione di patriottismo, per giungere infine al Secolo breve, nel corso del quale i totalitarismi nazista e sovietico hanno giocato sulle ambiguità costitutive dell’ideologia cosmopolita allorché perpetuavano i loro massacri. Si tratta del segnale più evidente di una revisione e di un ripensamento in corso ad opera dello stesso Beck, passato (come emerge con sempre maggiore chiarezza nei due precedenti volumi usciti in italiano, L'era dell'e e La società globale del rischio) dall'esaltazione tout court di quella che ha definito la "modernizzazione riflessiva" a un atteggiamento sempre più critico invocante correttivi e raddrizzamenti di rotta – in primis l’elaborazione di una politica effettivamente globale a fronte delle meschinità antropologiche e delle rigidità strutturali del Vecchio ordine.
In un mondo sempre più incline a “securizzarsi” e a rinserrarsi in anacronistiche forme di nazionalismo o patriottismo delle frontiere, nel quale vengono messe a repentaglio quelle fondamentali conquiste della civiltà occidentale – di cui siamo figli – che rispondono al nome di diritti civili e libertà personali e in un pianeta dove l’interdipendenza rappresenta una straordinaria risorsa, ma anche un grande ricettacolo di rischi (dalla crisi ecologica al terrorismo globalizzato), l’antidoto consiste, necessariamente, nello sguardo cosmopolita, con la sua carica di disillusione, ironia (e autoironia) e scetticismo. Il cosmopolita autentico, quello studiato e caldeggiato da Beck, ci pare quasi l’erede della grande tradizione scettica e “pirroniana”, aggiornata all’età globale e alla società delle reti. Lo Stato nazionale arranca di fronte ai nuovi, continui conflitti che fioriscono rigogliosi, mentre l’opinione pubblica progressista ricerca con insistenza delle alternative. E, allora, se il cosmopolitismo non è, di per sé perfetto, di là passa la via per emancipare definitivamente l’Europa dalle “spirali” della postmodernità, recuperando quel progetto illuministico e sviluppando quell’”apertura radicale” che costituiscono il senso più autentico e auspicabile dell’avventura europea. Il realismo cosmopolita è una realtà e non un’utopia, senza la quale l’Occidente va alla deriva e perde la sua funzione fondamentale, che non consiste nella cosiddetta “missione civilizzatrice” invocata dagli Stati Uniti di Bush jr., ma nel rimboccarsi le maniche per costruire un mondo migliore, più solidale e sicuro per tutti.
Eppure, questo rimane il libro più problematico sinora letto del sociologo tedesco (e, lui sì, davvero, cosmopolita); un testo denso di interrogativi e che cerca di rimettere ulteriormente in discussione le poche certezze che ci eravamo faticosamente costruite all’interno di quest’epoca della globalizzazione. La guerra può anche essere pace (come nel caso dell’interventismo umanitario), ma introduce necessariamente una cesura tra popoli e nazioni (un’eredità del passato, che sopravvive in questi tempi globalizzati…) che trovano o meno negli human rights un ambito essenziale della loro visione del mondo. Questo e altri cortocircuiti della nostra esperienza quotidiana – non di rado drammatica – nella contemporaneità rendono indispensabile, per l’appunto, lo sguardo cosmopolita. Sono lontani i tempi delle sorti “magnifiche e progressive” della Terza, di una cui variante (ovviamente sofisticata) Beck era stato apprezzato e riconosciuto “ideologo”. Oggi, come scrive, lo “sguardo cosmopolita significa che in un mondo di crisi globali e di pericoli generati dalla civiltà le vecchie distinzioni tra dentro e fuori, nazionale e internazionale, noi e gli altri perdono il loro carattere vincolante, e che per sopravvivere c’è bisogno di un nuovo realismo, un realismo cosmopolita”. The Times are changing anche per il nostro Beck, come avrebbe cantato qualcuno, in un’altra stagione…
Ulrich Beck
Lo sguardo cosmopolita
Carocci, pp. 262, euro 18,00
caffeeuropa.it
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La furia di chi rischia di perdere
I Nasa denunciano l'aggressione e Uribe perde i consensi. Intanto Carlos Gaviria guadagna punti
“Voglio esprimere a nome mio e del Servicio Paz y Justicia in America Latina la solidarietà e l’appoggio a fronte della barbara aggressione del governo colombiano, della polizia e dell’esercito contro i rappresentanti indigeni in La María Piendamó, Territorio di Pace. Inviamo i comunicati in tutto il mondo e reclamiamo che il governo colombiano ponga fine alla repressione e rispetti il diritto dei popoli originari. Invio loro il fraterno abbraccio solidale che infonda forza e speranza. Fraternamente, Pace e Bene”. E’ questo il messaggio che il premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, ha indirizzato alla popolazione indigena Nasa, aggredita dalle forze dell’ordine durante una manifestazione pacifica sulla Panamericana, nei pressi di Popoyan, regione del Cauca.
Stavano occupando la strada principale della cordigliera andina per protestare contro la pioggia di pesticidi lanciata dagli aeroplani governativi sui campi coltivati, per dire no a un Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti che penalizza la produzione locale colombiana, per dire basta al presidente Uribe, in corsa per essere rieletto proprio domenica prossima.
La testimonianza. “Erano le 2.30 del pomeriggio del 17 maggio – racconta Ligna, una nasa dell’Associazione Cabildos indigenas del Cauca – quando la polizia ha fatto irruzione nel gruppo degli organizzatori, intenti a sistemare le ultime questioni organizzative dell’incontro annuale che stavamo preparando avanti da giorni. Stavamo aspettando la commissione governativa, era un’occasione importante. Sarebbe dovuta arrivare all'una, poi hanno posticipato alle 3. Ma al posto loro sono arrivati mille poliziotti delle forze speciali (Esmad), aggressivi e armati. Alcuni si sono diretti verso i leader riuniti e molti altri sono entrati nella folla radunata sulla Panamericana. Insieme agli insulti hanno iniziato a lanciare lacrimogeni da ogni lato. Poi botte, colpi di manganello. Era il panico. Eravamo 19mila persone. Immaginate che caos. Gente ferita e ammaccata caricata sulle camionette e portata via chissà dove. Solo a pochi è toccata un’ambulanza. Poi la tragedia. A terra, senza vita, quattro corpi: Pedro Escue, 25 anni, con un foro di pallottola nel polmone, un altro uomo adulto di cui non si conoscono ancora le generalità e due bambini. Capite? Avevano meno di cinque anni. Erano lì coi loro genitori, gli amici, altre centinaia di piccolini festanti e sorridenti. Un attimo e la festa è finita. C’erano donne, bambini e anziani che gridavano e fuggivano, nascondendosi dove capitava. Quasi tutti sono stati colpiti dai lacrimogeni”, Ligna è arrabbiata. Incredula. Il suo popolo da sempre lotta per essere rispettato, ma ha scelto di dire no ad armi e arroganza per abbracciare non violenza e dialogo. Episodi del genere, dunque, lasciano disperazione e incredulità. “Hanno distrutto l’ambulatorio medico di La María, rubando le medicine, bruciando le valigette dei dottori. Hanno preso persino il denaro dalla cassa e lo hanno bruciato”. Poi è toccato alle case del paese, appollaiato sulla Panamericana. Materassi, tende, computer, dvd, televisori. E poi la cucina collettiva, i dormitori, le sedie, i tavoli, gli utensili, i bagni , le motociclette e un camper. Tutto, hanno fatto tutto in mille pezzi, “anche le proprietà della guardia indigena – incalza Ligna – bruciate con accurata precisione. Hanno distrutto tutto quello che incontravano nella loro folle incursione”.
La denuncia. “Per il momento si è tentato di stabilire una comunicazione con il governo del Cauca e con la commissione capeggiata dal ministro Sabas Pretelt de la Vega – spiegano dal Consiglio regionale indigeno del Cauca - che non sono venuti all’appuntamento, hanno autorizzato questa aggressione e poi se ne sono lavate le mani dicendo di aver obbedito a ordini dall’alto. Denunciamo che il governatore del Cauca, Juan Jose Chaux Mosquera e il governo del presidente Uribe sono i diretti responsabili della morte di quattro persone e del ferimento di altre 50. Vogliamo chiarire che se continueremo a essere governati da gente che ha una tale capacità di violare i diritti umani, non si potrà che aspettarci che i massacri continuino”.
Quindi un appello alla solidarietà internazionale e nazionale: “Esigiamo che il governo nazionale e regionale ponga fine all’ostilità e la violenza contro i popoli indigeni”.
Gli ultimi colpi. Tutto questo mentre il presidente Uribe è impegnato a chiudere la campagna elettorale con feste, balli e whiskisito, organizzate in suo onore negli ultimi giorni di campagna elettorale. Niente sembra turbare la sua convinzione di stravincere e restare per altri 4 anni a Palazo Nariño, nonostante la sua vittoria non sembri così assoluta. Il candidato più temuto è ora Carlos Gaviria. Ex magistrato della Corte Costituzionale, professore universitario, intellettuale rispettato, sta riscuotendo la simpatia della parte più umile e oppressa della società. Chi è stanco della guerra e della prepotenza, della corruzione e delle bugie sembra che voterà Gaviria, il politico per il quale si è espresso anche lo scrittore e premio Nobel per la Letteratura Josè Saramago, sostenendolo in una lettera aperta: “Se fossi colombiano voteri Gaviria”. E domenica, in plaza Bolivar, cuore di Bogotá, dopo aver pubblicamente condannato i fatti di La Maria, il candidato del Polo Democratico ha imposto un minuto di silenzio alla folla accorsa per ascoltarlo: un segno di lutto e solidarietà per le vittime Nasa uccise dalla polizia.
L'atmosfera. “Per le strade si respira Gaviria – racconta Simone Bruno, giornalista italiano che vive a Bogotá – Se non ci saranno brogli si andrà al ballottaggio. Moralmente dunque Gaviria ha già vinto. Fino a poco fa Uribe sembrava imbattibile”.
Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5454
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«Se l’Iran venisse attaccato, ritornerei per difendere il mio Paese»
Mohammed, studente iraniano all’estero, si gode la vita a Londra. Anche se in disaccordo con la politica di Ahmadinejad, resta attaccato alla sua patria.
La ex-ambasciata americana a Teheran (Bertil Videt) Mohammad Hossein è un giovane studente iraniano di ventitré anni. Cresciuto a Teheran, si è diplomato in Amministrazione pubblica. Nel settembre 2005 ha deciso di lasciare il suo Paese e di partire per il suo primo viaggio all’estero. È arrivato nel Regno Unito per ulteriori studi presso la London School of Economics.
Perché hai deciso di venire nel Regno Unito?
Sono venuto a Londra perché volevo allargare i miei orizzonti e le mie esperienze verso altre culture. Anche se non sono potuto ritornare subito in Iran per svolgere il servizio militare, non sono un rifugiato politico. Ho lasciato l’Iran perché ero ansioso di viaggiare e studiare all’estero, non perché ero costretto a lasciarlo.
Come ti sei trovato nel Regno Unito?
La mia permanenza nel Regno Unito è stata molto positiva e non ho avuto nessun tipo di “shock culturale” nonostante fosse la mia prima volta in Occidente. Questo è stato possibile grazie ad internet: un mezzo di comunicazione che ha fortemente influenzato il mio modo di vedere le società occidedentali.
È stato come se conoscessi già il posto prima ancora di andarci. E poi Londra è una città piuttosto sorprendente grazie all’eterogeneità della gente che vive qui. Ognuno si sente parte della società perché essa è ricca di nazionalità e culture diverse. Questo è esattamente quello che stavo cercando.
Come spieghi le elezioni del 2005? Un sostenitore della linea dura come Mahmoud Ahmadinejad diventa Presidente della Repubblica dell’Iran?
Una delle ragioni è che Rafsanjani, il candidato moderato, è in politica da molti anni. È anche stato Presidente tra il 1989 e il 1997. In un contesto del genere la gente non aveva molta fiducia nella sua abilità di portare un cambiamento.
Inoltre molti anni di crisi e di sanzioni economiche hanno danneggiato l’economia e influito sulla vita della gente. Questo è il contesto in cui è stato eletto Ahmadinejad. Durante tutta la sua campagna elettorale ha descritto se stesso come un uomo semplice e facendo demagogia si è attirato il favore delle masse.
Considerando la storia del coinvolgimento dell’ostile Occidente in Iran, la retorica aggressiva di Ahmadinejad rispecchia di fatto quello che molti iraniani pensano dell’Occidente. Anche i moderati credono che se abbiamo un presidente che sostiene la linea dura si deve in parte all’ostilità occidentale verso l’Iran. Personalmente, nonostante io abbia sostenuto Rafsanjani, posso comprendere l’esasperazione della popolazione iraniana.
Data la tua attuale immersione in un ambiente multiculturale, cosa pensi delle dichiarazioni del Presidente Ahmadinejad riguardanti Israele?
Le dichiarazioni di Ahmadinejad sono politicamente motivate. Nel 1979, il leader della Rivoluzione, l’Ayatollah Khomeini, ebbe le stesse parole dure per Israele. Ahmadinejad sta semplicemente camminando sui suoi passi. Sta esprimendo un parere tradizionale della Repubblica iraniana: e cioè che lo Stato di Israele fu imposto dall’Occidente al mondo islamico senza il suo consenso e che gli israeliani dovrebbero ritornare da qualsiasi luogo essi siano venuti. Credo che la strategia di Ahmadinejad nei confronti di Israele sia contro-produttiva e che nuocia alla sua reputazione nel mondo. Tuttavia, in termini di politica nazionale, è una richiesta che ha senso perché urta la sensibilità di molti iraniani.
Credi che l’Iran dovrebbe avere il diritto di acquisire armi nucleari?
Penso che acquisire la tecnologia nucleare per scopi civili sia un diritto sovrano della Repubblica iraniana. Anche se l’Iran produrrà armi nucleari, queste non saranno mai usate per attaccare gli altri Paesi, saranno usate solo a scopo preventivo.
Inoltre è un’ipocrisia che l’Occidente invochi il Trattato di Non-Proliferazione contro l’Iran. Sono state fatte troppe eccezioni in passato: non solo Israele, ma anche Pakistan e India.
Ma a dire la verità la crisi attuale non riguarda le armi nucleari. Si tratta chiaramente di un problema di principio. È una crisi che riguarda il diritto dell’Iran a determinare da sé il proprio futuro. Gli iraniani pensano che se il Governo cedesse adesso sulla questione nucleare, poi gli Usa interferrebbero nella nostra sovranità in altri modi. Se si considera la nostra storia, non è accettabile.
Nel corso degli ultimi due anni, l’Unione europea – attraverso Gran Bretagna, Germania e Francia – sta cercando di trovare un compromesso. Cosa pensi di questi sforzi della diplomazia europea?
Anche se gli sforzi dell’Ue nel cercare di risolvere la crisi erano i benvenuti, non penso che fossero molto credibili. La situazione attuale è solo l’ultimo capitolo dopo venti lunghi anni di storia che oppone gli Usa e l’Iran. La diplomazia dell’Unione Europea non può risolvere un problema che, secondo me, riguarda solo gli Usa e la Repubblica dell’Iran.
Cosa faresti in caso di un intervento militare contro l’Iran?
La signora Shirin Ebadi, giudice iraniana che ricevette il premio Nobel nel 2003, recentemente ha detto che nonostante il suo disgusto per il Governo, se l’Iran fosse attaccato, lei ritornerebbe per difendere il suo Paese. Io farei esattamente la stessa cosa. Pur non essendo d’accordo con gran parte della politica di Ahmadinejad, tornerei immediatamente per svolgere il servizio militare. Non si dovrebbe sottovalutare il livello di patriottismo presente in Iran. Più l’Occidente fa pressione sull’Iran, più gli iraniani rimangono uniti dietro ai loro leader.
Gregory Mounier - London http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6930
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GUERRA ENERGETICA
DI MICHAEL HIRSH
La nascita della nuova elite dell'energia globale significa che i prezzi del petrolio e del gas non caleranno.
E' il mantra della folla della globalizzazione. Nell'economia globale dei nostri giorni, ci dicono, tutto quello che importa realmente è quale paese produce i cervelli e le qualità migliori. Dopo tutto il mondo è piatto. Il campo di gioco è livellato. Falso, falso, falso. Quello che importa, lo stiamo imparando ora, è anche chi controlla le risorse energetiche mondiali. L'improvvisa recente decisione di Evo Morales, di nazionalizzare le industrie di gas naturale boliviane è stata solo l'ultima preoccupante mossa di una tendenza che esiste da tempo. Morales, presidente di sinistra eletto lo scorso Dicembre, è stato apparentemente influenzato dall'incontro che ha avuto all' Havana lo scorso sabato col presidente venezuelano Hugo Chavez, che è stato lanciato al centro delle attenzioni internazionali facendo la stessa cosa con l'industria petrolifera del suo paese.
Il presidente Chavez, seduto in cima ad una pila crescente di petrodollari, si è allegramente fatto sberleffi dei tentativi di Washington di rimetterlo in carreggiata. Similmente, il presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad sta continuando ad arricchire uranio e si beffa dei ricatti dell'Occidente. Ovviamente crede di poterlo fare, forse per il fatto che nessuno ha mai minacciato di sospendere l'esportazione di petrolio dall'Iran come effetto delle sanzioni.
Lo zar potenziale di questa nuova elite dell'energia è Vladimir Putin. Avendo speso la miglior parte dei suoi sei anni in ufficio strappando il controllo delle vaste risorse di gas e petrolio della sua nazione, il presidente Russo sta ora usando il pugno di ferro coi poteri politici. Quando Putin ha parzialmente tagliato i rifornimenti dei gas all'Ukraina e di conseguenza all' Europa Occidentale all'inizio dell'anno "soprattutto per imporsi sul presidente Ukraino Viktor Yuschenko perchè accettasse un prezzo inferiore" l'Unione Europea è entrata in una situazione di panico quasi totale. Secondo l' Energy Charter Secretariat di Brxelles, entro il 2020 l'Europa Occidentale prenderà la metà del suo fabbisogno energetico dalla Russia, che detiene il 28 % delle riserve mondiali di gas, più di qualunque altro paese al mondo. Improvvisamente gli europei si sono accorti che non ci sono poi molte fonti alternative. Il monopolio del gas controllato dal Kremlino di Putin, Gazprom, ha assunto il predecessore del Cancelliere tedesco Angela Merkel, cioè Goerhard Schroder, come consulente. Il vice amministratore generale di Gazprom, Alexander Medvedev, all'inizio del mese ad un forum economico ha ammesso che persino l'azienda di bandiera britannica, Centrica, poteva essere considerata un possibile obiettivo da rilevare. "Con la nostra attuale potenza finanziaria è molto difficile trovare una compagnia che non sia sulla nostra lista".
Quindi cosa hanno a che fare tutte queste pompose geo-strategie con l'aumento dei prezzi ai distributori? Intanto l'incertezza creata da Iran, Iraq e Venezuela ha aggiunto un premio di rischio di 10-20$ al prezzo del petrolio al barile, secondo gli analisti di Wall Street. Anche le politiche energetiche non mostrano niente di buono per i prezzi futuri, come sembrava suggerire il Segretario all'Energia Americano Sam Bodman la settimana scorsa quando ha detto che gli Americani potrebbero doversi abituare a pagare 3$ in più al gallone per il gasolio.
Oggi, gli esperti di gas e petrolio in giro per il mondo sono in allarme, non tanto per la scarsità delle risorse, il fatto che abbiamo già raggiunto il "picco del petrolio" è assodato, bensì si preoccupano di chi controllerà le preziose risorse. All'aumentare della domanda di energia in tutto il mondo, ce n'è sempre meno disponibilità e sempre meno luoghi ancora da esplorare. Questo è dovuto in parte al crollo degli investimenti creato dal declino del prezzo del petrolio negli anni '90. Ma anche perchè le corporazioni multinazionali come ExxonMobil (nonostante i profitti record) al momento possiedono solo il 6 percento delle risorse, contro l'esorbitante 77 percento che è attualmente posseduto da entità possedute dallo stato, secondo quanto riferito dal Petroleum Finance Corp., un gruppo di consulenza con base a Washington. Il controllo statale garantisce meno efficienza nella ricerca di nuovi pozzi di petrolio, e nell'estrazione e nella raffinazione del carburante. Inoltre, queste compagnie statali non divulgano quanto realmente possiedono, o quali siano i numeri reali di estrazione ed esplorazione. Questi sono diventati i nuovi segreti di stato.
Piano piano a Washington si sta cominciando a comprendere questo slittamento dei poteri mondiali. La botta dei prezzi subito dopo l'Uragano Katrina, per non parlare "dei numeri pesantissimi nei sondaggi riguardanti Bush", ha portato gli ufficiali amministrativi a capire quanto fosse diventata fragile la sicurezza economica Americana per colpa dell'energia. Niente del genere era accaduto dall'embargo dell'OPEC del 1973. Fonti amministrative dicono che l'effetto Katrina, così come la preoccupazione per le mosse di Chavez, era alla base della sorprendente dichiarazione di Bush riguardo ad una America "petrolio dipendente".
Allo stesso tempo, Ufficiali Americani sono arrivati a realizzare che c'è una profonda rabbia e inimicizia al Kremlino nei confronti degli Stati Uniti (specialmente per gli sforzi statunitensi per portare l'Ukraina e la Georgia all'Occidente), e che Putin ha un suo programma. Un esempio: anche se Mosca si è unita agli sforzi occidentali per affrontare Teheran sul programma nucleare, Russia e Iran fanno muro comune contro il tentativo Americano di costruire un oleodotto trans-caspico che dirotterebbe il petrolio fuori dal sistema russo di Baku, Azerbaijan.
Putin ha cullato a lungo l'ambizione di usare le vaste risorse di gas e petrolio della Russia come uno strumento di potere. Alla metà degli anni '90, dopo 15 anni al KGB, Putin è tornato a scuola, frequentando l'Istituto Minerario di San Pietroburgo. Ha scritto la tesi dal titolo "Verso una Compagnia Energetica Transnazionale Russa". L'argomento: come utilizzare le risorse energetiche per ambiziosi piani strategici. C'è motivo di credere che il confronto così pubblicizzato di Putin con Mikhail Khodorkovsky, il precedente proprietario della defunta Yukos "l'ultima delle grandi aziende private dell'energia in Russia", sia stato riguardo a qualcosa di più che lo strappare il potere politico alle così dette oligarchie, ex apparatchiks, funzionari, che guadagnarono il controllo delle risorse russe dopo il collasso dell'Unione Sovietica. Putin non è famoso per essere corrotto o particolarmente affamato di potere. Ciò di cui è affamato, e lo è stato dal 2000, è la restaurazione del potere e dell'influenza della Russia. Alcuni osservatori ritengono che il fragoroso arresto di Khodorovsky, che passerà i prossimi anni nei campi di lavoro della Siberia, sia avvenuto principalmente per prendere il controllo del settore energetico, piuttosto che per tagliare fuori un rivale politico.
Si sta cercando di dire che il petrolio e le risorse di gas sono divenute le nuove armi strategiche del 21esimo secolo. Ma per uno sguardo attento questo non è vero. Come ha imparato Putin dal suo tentativo fallito di tagliare fuori il gas dell'Ukraina, e come sta imparando anche Ahmadinejad, quando minacci di tagliare fuori i tuoi clienti l'unica cosa che tagli è il tuo naso. Devi vendere petrolio a qualcun'altro; altrimenti il greggio è solo melma nera. Il controllo dell'energia conta veramente nell'accumulare ricchezza, e quindi potere ed influenza. Come dice l'ex sottosegretario di Stato Marc Grossman "La domanda è, che cosa ci stiano facendo con tutti quei soldi."
L'amministrazione Bush può pensare di avere un asso nella manica in Iraq. Gli interessi statunitensi ovviamente giacciono nei vasti giacimenti di petrolio Iracheni, che si dice siano i più grandi al mondo. Il Ministero iracheno del petrolio ha firmato circa 40 memorandum di accordi, molti dei quali con compagnie americane, secondo fonti dell'industria. Grazie a questi, le grosse compagnie come ExxonMobil, Chevron e ConcoPhillips danno consulenza tecnica gratuita al ministro (una tipica strategia delle industrie per mettere un piede nella porta). Messo alla prova ad una consultazione congressuale in Marzo, il comandante della CENTCOM il Generale John Abizaid è stato franco nel suggerire che, mentre il petrolio non era la ragione per cui l'America è andata in guerra, fornisce però un valido motivo per restare. "Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno un interesse vitale in questa regione ricca di petrolio", ha detto Abizaid. "Questo interesse consegue direttamente dal libero fluire di ricchezze e risorse sulle quali la prosperità dei nostri paesi e di chiunque nel mondo dipende."
Ma dopo questi tre anni di rabbia esplosiva contro l'occupazione americana, sarebbe folle pensare che il governo Iracheno non sarà affetto dal morbo del nazionalismo che si sta diffondendo in tutto il mondo, in quello che sembra essere la crescita di antiglobalizzazione e sentimenti anti americani. "Credo che ci sia una alta possibilità che le compagnie Americane abbiano una posizione significativa in Iraq," dice J. Robinson West, capo della Petroleum Finance Corp. "D'altra parte credo che sia altamente improbabile che il settore petrolifero sarà dominato dalle compagnie Americane. Noi non siamo andati in guerra per il petrolio, e credo che dopo tutto questo tempo non vorremo che sembri che l'abbiamo fatto per questo." Il portavoce della ExxonMobil Russ Roberts aggiunge, "Il petrolio Iracheno appartiene agli Iracheni, se gli Iracheni decideranno che vogliono l'aiuto delle compagnie internazionali per sviluppare le loro risorse, allora la ExxonMobil sarà certamente interessata a partecipare."
Cosa significa tutto questo? "Benvenuti nell'era dell'insicurezza energetica," dice West, ex ufficiale dell'amministrazione Reagan (e anche amico di Cheney, l'uomo che considerò interrompere la conservazione dell'energia un "merito personale"). "In tutto il mondo la produzione impennerà. Il risultato saranno prezzi astronomici, con un enorme, sostanziale shock economico. Non ci sarà più lavoro. Senza azione, la crisi porterà certamente a rivalità energetiche, se non a vere e proprie guerre energetiche. Vasti capitali si sposteranno, probabilmente via dagli Stati Uniti. Per gli ultimi 20 anni la politica Statunitense ha scoraggiato la produzione ed incoraggiato il consumo. Se continuiamo ad esitare, pagheremo un prezzo terribile, l'equivalente economico di un Uragano di categoria 5. Katrina era 4."
Washington sembra essere altrettanto incompetente nel prepararsi alla crisi quanto lo è stato per Katrina. Come si è visto nelle ultime settimane, il congresso si sta ancora perdendo su proposte sciocche come un rimborso di 100 $ ai consumatori di gasolio. Ma i leader Repubblicani si tirano indietro quando si tratta di sostenere proposte che facciano una reale differenza, come ad esempio una nuova tassa sulla benzina che cambierebbe le abitudini nel consumo Statunitense e aumenterebbe seriamente gli standard del CAFE (corporate average fuel-economy), che richiede che i produttori di automobili raggiungere un chilometraggio medio. Con il Partito Repubblicano che affronta una dura lotta per il controllo del Congresso, misure del genere sono considerate troppo dannose politicamente. Ci sarà, comunque, molto più dolore per gli Americani alla fine di questa strada che mette tutto nelle mani di Putin e dei sui alleati ricchi di energia.
Michael Hirsh
Fonte: http://www.msnbc.msn.com/
Link: http://www.msnbc.msn.com/id/12617717/site/newsweek/
3.05.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AJRAM
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Nestlè minaccia i coltivatori messicani di caffè
Il brevetto concesso dal Governo messicano alla multinazionale è per una pianta di caffè con un enzima bloccato e riguarda il processo tecnico, le piante geneticamente modificate e l'uso dei grani per produrre caffè solubile. La sua coltivazione in Messico minaccerebbe gravemente l'economia di più di 480.000 famiglie di lavoratori del caffè e circa 500 organizzazioni contadine ed indigene che dipendono dal caffè.
Il motto "Caffè con aroma di giustizia" potrebbe sparire prossimamente. Lo scorso 22 febbraio la compagnia Nestlè ha ottenuto in Europa un brevetto su una pianta geneticamente modificata che presumibilmente migliora la solubilità del caffè in polvere.
Questo stesso brevetto è stato richiesto in Messico. Dal conseguirlo, la compagnia otterrà di incrementare il suo controllo sui produttori di caffè mentre porrà a rischio di contaminazione genetica le piantagioni di caffè convenzionale e biologico di cui il Messico è il primo produttore del mondo. Il brevetto concesso è per una pianta di caffè con un enzima bloccato e riguarda il processo tecnico, le piante geneticamente modificate e l'uso dei grani per produrre caffè solubile. La sua coltivazione in Messico minaccerebbe gravemente l'economia di più di 480.000 famiglie di lavoratori del caffè e circa 500 organizzazioni contadine ed indigene che dipendono dal caffè.
"Noi organizzazioni produttrici di caffè biologico e convenzionale del Messico rifiutiamo con forza questa possibilità ed esigiamo dal governo che non conceda questo brevetto e che proibisca la sperimentazione e la semina di caffè geneticamente modificati nel nostro paese", ha detto Fernando Celis Callejas, consulente della CNOC, che raggruppa quasi 70.000 produttori di caffè del nostro paese.
"Per i produttori di caffè dell'America latina rappresenterebbe un duro colpo ai propri processi di miglioramento della qualità e alla conversione ad una agricoltura biologica. Nestlé non dovrebbe porre i suoi interessi economici sopra al benessere di milioni di famiglie contadine che vivono delle entrate che genera la commercializzazione dei grani e che ottengono risorse addizionali per farlo in modo sano", ha detto Victor Perezgrovas, presidente del Coordinamento Latinoamericano e dei Caraibi per un Commercio Giusto.
"Nestlé ha anche chiesto brevetti per transgenici di cacao e di batteri dello yogurt. A beneficio dei consumatori che rifiutano di mangiare organismi geneticamente modificati, Greenpeace invita la Nestlé a rinunciare pubblicamente all'uso dei transgenici, poiché i rischi che questi ingredienti creano per l'economia, l'ecologia e la salute non sono accettabili", ha detto Areli Carreón, coordinatrice della campagna dei consumatori di Greenpeace Messico.
di Greenpeace (traduzione di Gianluca Bifolchi)
da www. z-net.it
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Giornalismo mercantile
di Norman Solomon (Common Dreams)
"Ho pensato ai limiti del lavoro giornalistico, che pure viene spesso condotto con le migliori intenzioni. Per quanto ci provino, i reporter e i redattori spesso non vanno oltre il tran tran da ufficio. La routine del giornalista è un ruota nell’ingranaggio dei media, che tratta le tragedie come altra merce da notizie"
Ci ritroviamo con questo tipo di storie ogni due per tre. A volte proviamo a immaginare le persone al di là dei numeri, le realtà umane al di sotto delle astrazioni della superficie. Ma sono soprattutto le risposte a testimoniare i fallimenti del giornalismo e i nostri.
“La denutrizione provoca la morte di circa 5,6 milioni di bambini ogni anno,” ha detto un comunicato della Associated Press (AP) all’inizio del mese, riportando nuovi dati dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. E ancora: “In questo rapporto l’UNICEF dichiara che un bambino su quattro al di sotto dei 5 anni, compresi 146 milioni di bambini dei paesi in via di sviluppo, è sottopeso.
Per i molti bambini che nasceranno nel prossimo decennio il futuro si presenta fosco. Come ha annotato AP, “il mondo non ha fatto uno sforzo minimamente sufficiente per ridurre della metà la fame prima del 2015”.
Leggendo queste notizie davanti a una lauta colazione, ho pensato ai limiti del lavoro giornalistico, che pure viene spesso condotto con le migliori intenzioni. Per quanto ci provino, i reporter e i redattori spesso non vanno oltre il tran tran da ufficio. La routine del giornalista è un ruota nell’ingranaggio dei media, che tratta le tragedie come altra merce da notizie.
Molte persone sono preoccupate dal delinearsi degli eventi negativi nel mondo. E la fame è fonte di particolari ansie: in un’era di eccezionale abbondanza per alcuni, l’assenza di nutrizione minima per un numero enorme di esseri umani è un’oscenità morale di base. Attraverso gli spettri della cultura, della fede e delle ideologie – sempre che i rimedi debbano trovarsi nella carità religiosa o nelle azioni governative – è molto comune il desidero dal profondo del cuore di ridurre la sofferenza.
I news outlet sono esperti nella produzione di storie forti sulle disgrazie. Queste storie potrebbero essere toccanti dal punto di vista emotivo o addirittura provocare una mobilitazione politica in termini aiuti umanitari. Ma la questione più importante delle priorità non sembra interessare ai media. In generale i giornalisti impiegati in un’azienda non sono molto più inclini a criticare il carattere distorto delle priorità nazionali e globali di quanto non lo siano i capoclan delle aziende o degli ufficiali governativi.
In un mondo in cui coesistono così tanta ricchezza e povertà, il mantenimento di uno status quo iniquo dipende da un senso di proprietà che confina – e addirittura si interseca – con una criminalità morale, se non addirittura pratica. Le realtà istituzionali del potere possono intorpidirci nel nostro senso personale di distinzione tra ciò che è semplicemente accettabile e ciò che non lo è.
Nel 2006 sulla terra non esiste un contrasto maggiore del divario tra la fame umana e le spese militari. Mentre le agenzie internazionale di aiuti riducono i già scarni budget sul cibo a causa dell’insufficienza dei fondi, la prodigalità verso gli armamenti e la guerra continua ad essere grottescamente generosa. Il maggior responsabile mondiale è il governo degli Stati Uniti che, all’attuale tasso di spese portato alle stelle – se si aggiungono tutti i budget standard e le assegnazioni ‘integrative’ per la guerra – si trova vicino al momento in cui le sue spese militari raggiungeranno i 2 miliardi di dollari al giorno.
Questo è ciò di cui parlava Martin Luther King Jr. nel 1967, quando ammoniva: “Una nazione che continua anno dopo anno a spendere più soldi per la difesa militare che per programmi di miglioramento sociale si sta avvicinando alla morte spirituale”. Un tale evento non è improvviso, si impadronisce di noi e diventa parte di uno scenario di normalità.
Il giornalismo, nelle sue incarnazioni più comuni, ha un forte tendenza a mescolarsi a questo scenario. E sia che si lavori in una redazione o si guardi in salotto o si legga durante la colazione, ci vuole un atto cosciente di volontà per guardare alla foto grande – e sfidare le priorità regnanti che sono simultaneamente vere e orrende.
Siamo incoraggiati a vedere il giornalismo di alta qualità come spassionato, in cui i professionisti fanno il loro lavoro senza perorare. Ma l’accettazione passiva di priorità omicide dentro di noi è di fatto una forma di perorazione. È perorazione del tipo più convincente – con l’esempio.
Il vecchio cliché dice che il denaro fa girare il mondo. Si può discutere fino a che punto è vero. Ma ci sono questioni più profonde che si imperniano sulle priorità che dovrebbero determinare profondamente le scelte importanti fatte dagli individui e dalle istituzioni. Il giornalismo non può rispondere a queste domande: dovrebbe farle.
Di Norman Solomon Nuovi Mondi Media ha pubblicato‘MediaWar. Dal Vietnam all'Iraq, le macchinazioni della politica e dei media per promuovere la guerra'.
Fonte: http://www.commondreams.org/views06/0516-35.htm
Tradotto da Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media
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Montenegro, da nord a sud
Da Podgorica, scrive Luka Zanoni
Da Kolasin a Kotor passando per Cetinje. Da nord a sud, un viaggio in Montenegro il giorno dopo il referendum, tra unionisti e indipendentisti
Un sostenitore dell'unione con la Serbia - foto di Luka Zanoni Nord del Montenegro, sperduta tra le montagne e lontana dalla capitale, Kolasin da sempre rappresenta una delle roccaforti degli unionisti, di chi vuole mantenere stretto il legame con la Serbia. Anche i risultati preliminari confermano l’orientamento dei cittadini di questo piccolo paese di montagna: 57.78% a favore dell’unione e 42.22% a favore dell’indipendenza, con un’affluenza del 92.10%, la piu’ alta di tutto il Montenegro.
Anche qui nessun incidente o scontri tra i membri dei due schieramenti. E’ lunedi’ mattina e il piccolo centro di Kolasin e’ gremito di persone. A fatica si trovano simpatizzanti del blocco unionista disposti a rilasciare dichiarazioni. Con indosso un’inequivocabile maglietta rossa con scritto “no”, un ragazzo esulta davanti all’obiettivo della macchina fotografica, alzando la mano destra con le tre dita. “Anche noi abbiamo festeggiato” e’ l’unico commento che riusciamo a strappargli, prima che, visibilmente seccato, si eclissi dietro la porta di casa.
Poco piu’ in la’ una fruttivendola ci invita ad entrare in un bar di indipendentisti che stanno ancora festeggiando. Dentro il bar l’odore dell’alcool si mescola al baccano. Due poliziotti stanno seduti in disparte e osservano indifferenti.
Gli uomini dentro il bar posano davanti alla macchina fotografica, vogliono essere immortalati mentre esultano e alzano le mani con il pollice e l’indice aperti in segno di vittoria. A chi ancora non fosse chiaro, si tratta di segni identificativi: tre dita per l’unione, due per l’indipendenza.
A tre ore di auto lungo la statale che attraversa il Montenegro incontriamo Kotor. Con un’affluenza dell’83,79%, qui ha vinto il blocco indipendentista, 55.70% contro il 44.30% degli unionisti. La situazione e’ piu’ che tranquilla, anzi a dire il vero quasi non si direbbe che si e’ appena concluso un referendum cosi’ sentito. Poche bandiere, nessuna macchina che strombazza, nessuno che esulta per le strade.
L’esatto contrario di Cetinje, l’antica capitale del Montenegro, a meta’ strada tra Kotor e Podgorica. In tarda serata un’interminabile colonna di automobili provenienti da svariati paesi: Stati Uniti, Austria, Belgio, Germania, oltre alle auto con targhe locali, blocca la statale e l’ingresso in citta’. E’ qui che si festeggia il giorno dopo il referendum. L’antica capitale raccoglie migliaia di persone, dalla diaspora e da molte citta’ del Montenegro.
Cetinje e’ inaccessibile. Troppa gente, troppe auto. Camion dei pompieri, forse piu’ avanti un incidente. Dopo oltre un’ora di attesa lasciamo perdere, in lontananza si sentono gli spari e la musica a tutto volume. Il delirio dei festeggiamaneti e’ in corso. Esausti dal viaggio da nord a sud, svoltiamo per Podgorica, e’ ora di andare a letto.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5734/1/51/
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USA : enorme violazione della privacy dei veterani
di Rico Guillermo
I dati personali di piu' di 25 milioni di ex membri delle forze armate USA sono stati rubati dalla casa di un funzionario del dipartimento per i veterani.
Secondo Jim Nicholson, segretario degli affari dei veterani, le informazioni erano contenute in documenti digitali e contenevano nomi, dati di nascita e numeri della previdenza sociale (che negli USA - dove la carta d'identita' non e' sempre obbligatoria - e' un importante identificativo).
Il dipartimento ha dichiarato che il furto delle informazioni sarebbe stato accidentale e che i ladri non stavano cercando quei dati. Inoltre e' stato detto che non dovrebbero esservi conseguenze per gli ex militari. E' stato precisato che la documentazione non include dati medici o informazioni finanziarie degli interessati ne' dettagli sui loro coniugi.
La tv CNN ha definito l'accaduto il maggior furto di informazioni personali della storia. L'FBI ha aperto un'inchiesta. Il nome del funzionario che disponeva in casa di tutti questi dati informatizzati non e' stato reso noto.
Poche settimane fa il dipartimento della difesa degli Stati Uniti aveva annunciato di aver rilevato un'intrusione esterna su un server con banche dati riguardanti la pubblica amministrazione, con compromissione di alcune informazioni.
Il sottosegretario alla difesa per le questioni della sanita' aveva detto che vi era stato come reazione alla violazione un intervento immediato di potenziamento dei controlli e delle difese, ma evidentemente l'accaduto non ha suggerito una condotta piu' prudente alle amministrazioni collegate.
Nella scorsa occasione la pubblica amministrazione interessata aveva recapitato comunicazioni alle 'vittime' mettendole sull'avviso per il fatto che la violazione dei loro dati personali poteva potenzialmente metterli a rischio di furto di identita' e spiegando le possibili precauzioni che gli utenti colpiti dal problema possono prendere per prevenire o limitare le conseguenze. Questa volta si e' preferito minimizzare.
www.osservatoriosullalegalita.org
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LA PESANTE EREDITÀ
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 23 maggio 2006
«La situazione dei conti pubblici, inflazione a parte, è tornata quella dell´inizio degli anni Novanta». La ricognizione sull´eredità lasciatagli da Giulio Tremonti è ancora in corso, ma questo primo giudizio pronunciato ieri dal neo-ministro dell´Economia è già da brividi. Tommaso Padoa Schioppa non è una delle tante figure del teatrino politico, che sovente non resistono alla tentazione del colpo di scena con frasi ad effetto. Alle sue spalle ha uno straordinario "curriculum" di servitore dello Stato in ruoli eccellenti – dalla Banca d´Italia alla Consob fino ai vertici della Banca centrale europea – dove si è guadagnato sul campo la stima e la considerazione dell´intera comunità finanziaria internazionale.
Tanto che proprio ieri perfino Silvio Berlusconi ha esplicitamente riconosciuto la superiore caratura del personaggio, dicendo che si tratta dell´unico ministro senz´altro competente all´interno della compagine governativa guidata da Romano Prodi.
Ragione di più, comunque, perché tutti gli italiani – di destra o di sinistra – accolgano le parole del nuovo responsabile della finanza pubblica con vivo allarme. Dire che siamo tornati indietro di circa tre lustri è un messaggio grave. È il caso di ricordare che nei primi anni Novanta la situazione del bilancio rasentò addirittura la bancarotta, arginata nell´infausto e terribile settembre del 1992 da una pesantissima manovra d´emergenza del governo Amato a seguito di una delle più drammatiche svalutazioni del cambio nella storia del paese. Oggi, per somma fortuna, non c´è più la lira e le minacciose sentenze dei mercati finanziari sulla stabilità dei nostri conti passano attraverso l´ampio e robusto filtro difensivo dell´euro che – come ha detto lo stesso ministro – ci risparmia la gogna di un´inflazione fuori controllo.
Con tutti i benefici del caso.
In realtà, se ne erano già avuti non pochi di avvisi che il duo Berlusconi-Tremonti aveva seriamente deteriorato il bilancio. Dall´estero, appena qualche settimana fa il Fondo monetario internazionale aveva smentito, quasi a stretto giro di posta, le cifre dell´ultima relazione di cassa segnalando per quest´anno un deficit almeno al 4,1 per cento contro il 3,8 delle edulcorate stime governative. Ma anche all´interno, la Corte dei conti aveva ammonito che l´ultimo rapporto tremontiano nascondeva parecchia polvere sotto il tappeto, a cominciare dalla spesa sanitaria e per finire con il debito pubblico che stava crescendo ben più di quanto il governo Berlusconi fosse disposto ad ammettere. Tanto che oggi non appare più così eccessivo pensare a un deficit effettivo prossimo a quota cinque per cento. Mentre l´ipotesi di una manovra-bis per tentare di contenere i peggiori danni sui saldi di quest´anno, spudoratamente negata e irrisa dal Cavaliere e dal suo fido ministro per tutta la campagna elettorale, è diventata una prospettiva che rischia sempre più di doversi materializzare con l´emersione delle verità contabili finora nascoste.
Va detto che in quest´opera di dissimulazione della realtà ha giocato un ruolo di sponda non marginale anche la Commissione di Bruxelles nella persona del competente di settore, Joaquin Almunia. Il quale, vuoi per banale ingenuità vuoi perché preoccupato di non interferire nello scontro elettorale italiano, ha preso per buoni impegni, stime e promesse del governo Berlusconi offrendo l´avallo della sua non secondaria autorità.
Questo serio errore di comportamento da parte di Bruxelles ha contribuito ad aggravare il danno, ma oggi può diventare paradossalmente un elemento di favore per il negoziato che il nuovo governo si accinge ad avviare con la Commissione Barroso sul percorso di risanamento del bilancio: il primo incontro di Prodi al riguardo avverrà il prossimo lunedì.
Con lucida saggezza il ministro Padoa Schioppa ha detto che l´opera di aggiustamento dovrà essere perseguita lungo il doppio binario di una stabilità coniugata con la crescita. Impresa ardua se Bruxelles, immemore delle sue connivenze recenti, dovesse pretendere un adempimento immediato e senza riserve degli impegni di rigore a suo tempo sottoscritti da Tremonti. Ma sono in condizione tanto il presidente Barroso quanto il commissario Almunia di fare improvvisamente con Prodi e Padoa Schioppa quella faccia feroce che non hanno fatto con Berlusconi e Tremonti? La delegazione italiana ha, come si vede, ottimi argomenti da porre sul tavolo per rinegoziare tempi e modi di un nuovo calendario di impegni italiani con l´Unione europea.
È questa l´unica speranza alla quale oggi ci si può aggrappare affinché il terribile annuncio che i nostri conti sono tornati sull´orlo del disastro non significhi anche che la via d´uscita da questa situazione sia quella delle stesse cure traumatiche che si resero necessarie nei primi anni Novanta.
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Economia
I tempi del risanamento
Paolo Leon
da l'Unità - 23 maggio 2006
Ci siamo. Ci siamo? Con la riunione di ieri, convocata da Padoa Schioppa, siamo già arrivati al problema classico dei due tempi, con il primo assegnato al risanamento e il secondo allo sviluppo? La maggioranza l'ha negato con molta convinzione, sia nel Programma dell'Unione sia durante la campagna elettorale.
E poiché - a differenza della destra - è innegabile che non vi sia stata alcuna demagogia nella coalizione vincente, non credo affatto che il governo Prodi sia pronto a rovesciare le proprie promesse.
Supponiamo, come sembra ormai molto probabile, che il vero disavanzo pubblico sia diverso rispetto a quello ufficialmente dichiarato da Tremonti all'UE: il primo problema è scoprire qual è la sua dimensione effettiva, e quant'è il vero debito pubblico. Anche solo studiare questi due aspetti necessita del tempo, professionalità indipendenti, criteri trasparenti. Quando fosse chiaro lo stato della finanza pubblica, e supponendo che sia peggiore di quello offerto all'UE fino a ieri, allora si dovrà discutere con la Commissione i tempi veri del rientro, stabilendo subito due condizioni: la prima, che l'Italia non può essere trattata peggio di Francia, Germania o Regno Unito (tutti paesi che hanno ampiamente superato i parametri di Maastricht); la seconda, che il rientro non deve influenzare negativamente né la crescita del PIL né la bilancia corrente dei pagamenti. La Commissione non può non sapere che qualsiasi manovra di dimensioni tali da raddrizzare la nostra finanza pubblica, ucciderebbe anche la nostra economia. Inoltre, occorre far capire alla Commissione che la sua benevolenza, in piena campagna elettorale, per le cifre poco fondate del governo Berlusconi, era un chiaro segnale di preferenza politica per il governo di destra, e che una maggior severità nei confronti del governo Prodi, renderebbe poco credibile la Commissione, non certo il nostro governo.
La Commissione sa anche che i parametri di Maastricht e la teoria economica sulla quale si fondano sono espressione di una particolare ideologia economica - tant'è vero che le ricette che derivano da quella teoria non hanno funzionato che in casi rarissimi e, direi, per il concorso di circostanze fortunate. Tremonti conosceva bene questa situazione, ma non poteva rivendicare nulla in proposito, sia perché il suo era un governo di destra, sia perché egli rappresentava l'antieuropeismo della Lega Nord: una condizione che non riguarda né il governo Prodi né il nuovo Ministro dell'Economia. Anzi, l'affidabilità di Padoa Schioppa, la sua stessa propensione per il rigore nella finanza pubblica, e soprattutto la sua fede europeista, lo rendono un interlocutore efficace della Commissione, e la migliore carta dell'Italia per evitare i famosi due tempi.
Viviamo, poi, una situazione di pre-emergenza, quando si guarda al crollo ieri dei mercati finanziari: se la causa del crollo fosse l'inflazione americana (3,5%!), e i mercati si attendessero un aumento generalizzato dei tassi di interesse, spinto dal nuovo Governatore della Riserva Federale (che Bernanke sia in realtà un monetarista estremista?) allora i problemi della nostra finanza pubblica rimpicciolirebbero, perché la crescita europea, già bassa, ne sarebbe influenzata negativamente, e deficit e debito di tutti i paesi europei sarebbero destinati a crescere.
Naturalmente, si spera che la Banca Centrale Europea, come ha recentemente auspicato il Governatore Draghi, non segua la Riserva Federale USA nell'aumento dei tassi di interesse, e potrebbe non farlo, visto che il tasso di inflazione in Europa è poco più della metà di quello americano, nonostante i prezzi del petrolio. Ma se lo fa, dimostrerebbe che la politica monetaria europea proprio non basta, perché il problema non sarà più né l'inflazione né la finanza pubblica, ma la politica economica europea. Questa, oggi, è "come l'araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa", ma proprio il nuovo governo italiano, e per i problemi che incontra, può (e forse deve) diventare il suo principale promotore.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Moretti a Cannes: evitiamo un Berlusconi 5
Pasquale Colizzi
Un applauso convinto alla fine della proiezione per i giornalisti nella sala Lumiere. Una conferenza stampa che sfora, per una rara concessione, i tempi strettissimi previsti dall´organizzazione. E una pioggia di domande – poche sul film e tante sull´Italia – per Nanni Moretti. Il regista de Il caimano, in concorso al Festival di Cannes, sulla costa azzurra è vezzeggiato come una star. Già vincitore 5 anni fa della Palma d'Oro per La stanza del figlio (pochi giorni dopo l´affermazione del centrodestra alle elezioni politiche del 2001), oggi si ripresenta sulla Croisette con un film "anche" politico che riguarda Silvio Berlusconi. Stavolta nella veste dello sconfitto (dalla storia, dagli elettori, dalle sue magagne?) ma non domo. Parlando con la stampa estera dell´ex premier, il regista non ha usato giri di parole per descrivere un innaturale competitore politico «che per 15 giorni non riconosce la sconfitta e parla di brogli nel silenzio dei suoi alleati. Facendo così sentire i suoi elettori non sconfitti ma derubati». Un atteggiamento «molto grave in democrazia». Per questo considera il suo film ancora attuale, raccontando di un Cavaliere che scorazza «nelle istituzioni, disprezzandole».
Arrivato a Cannes insieme agli sceneggiatori, gli attori (Margherita Buy, Silvio Orlando, Jasmine Trinca), l´amico e fedele produttore Angelo Barbagallo, Moretti non si è sottratto alla curiosità dei giornalisti stranieri come invece era accaduto in occasione della presentazione italiana. In fondo, avrà pensato, l´argomento dell´«anomalia» che rende l'Italia «un paese unico al mondo» non trova sponde sufficienti per alimentarsi. E infatti non mancano stilettate anche alla nuova maggioranza di centrosinistra. Non è piazza Navona ma poco ci manca. Parla di quei dirigenti che discutevano «sull'opportunità che io facessi slittare l' uscita del film: qualcuno, che stava nel centro sinistra da cinque minuti». Capezzone? «In Italia è accaduta una cosa unica: per quattro volte in dieci anni è stato permesso ad un candidato con un enorme potere mediatico e interessi economici in molti settori di presentarsi alle elezioni e diventare due volte Presidente del Consiglio. Sarebbe il caso che questo non accadesse per la quinta volta, visto che, secondo me, Berlusconi non resisterà cinque anni all'opposizione e farà di tutto per evitarlo». Che fare? «Affrontiamo e risolviamo questo problema. Ma ho saputo da giornalisti della stampa internazionale che hanno intervistato leader del centro sinistra che il problema del conflitto di interessi non rappresenta una priorità di questo governo. Quindi i problemi sono tutti lì».
Amore-odio per la sinistra, che va avanti per slogan, sbagliati secondo Moretti: «"Non demonizziamo Berlusconi"; "Non spaventiamo i moderati" e "Non commentiamo le sentenze". Quindi, in pratica, il risultato è una passività assoluta frutto del principale problema italiano, l'assuefazione». Poi riecheggia una delle scene de "Il Caimano", quando lui rifiuta di fare un film su Berlusconi, il film che il popolo della sinistra vorrebbe vedere: «Ho sempre detestato quelli che fanno battute e si mandano sms e e-mail spiritose su Berlusconi. Secondo me non c'è niente da ridere, è un problema serio e grave. Gli stranieri si godono di più la parte comica del film perchè loro hanno anticorpi, cioè leggi vere sul conflitto di interessi». Ma alla fine questa uscita cinematografica ha spostato voti? Risponde Silvio Orlando: «Perchè a Nanni tutti chiedono se ha influenzato le elezioni con un film e nessuno chiede se Berlusconi le ha influenzate con almeno tre televisioni?».
Intanto il film sta completando anche il suo percorso commerciale ed è stato venduto in Francia (dove esce oggi), in Inghilterra, Paesi Bassi, Sudamerica, Grecia e Svizzera. Fatto eccezione per una prima, tiepida recensione di Deborah Young di "Variety", che ha parlato di un film in cui i vari piani del racconto non riescono a fondersi perfettamente, gli apprezzamenti maggiori arrivano dalla stampa d´oltralpe. Già entusiasta delle opere di Belloccio e Kim Rossi Stuart (passate nei giorni scorsi in sezioni laterali), Le Monde ha definito Il Caimano «ad oggi il film più forte di Nanni Moretti» in un articolo di prima pagina intitolato "Nanni Moretti, l'esploratore senza pietà dell'anima italiana". Si legge: «è un film su Silvio Berlusconi. Ma è soprattutto un film sull'anima italiana. O di come un paese benedetto dagli dei abbia potuto portare alla sua guida il molto controverso industriale».www.unita.it
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Gli iraniani in esilio: vogliamo la libertà, non la guerra
Gli esuli iraniani che vivono in Europa fanno parte di una comunità eterogenea. Ma sono ancora convinti che solo i mezzi pacifici possano tutelare la libertà e i diritti umani.
L'arte di Parastou Forouhars si occupa della violazione dei diritti umani (Parastou Forouhar) Wilmersdorf, quartiere di Berlino. Nella drogheria iraniana vicina alla Kantstrasse si possono trovare spezie fresche, pistacchi, datteri, pane e riso insieme a libri e musica iraniana. Chi giunge fin qui compra prelibatezze made in Iran tra il brusio della clientela che si incontra, scherza, acquista, e fa amicizia.
Abbas Maroufi, una voce contro il regime
Solo una strada più avanti, nella libreria persiana ed orientale Hedayat, è seduto al telefono un noto scrittore iraniano: Abbas Maroufi. Saluta con un cenno del capo e con un’occhiata amichevole. Fin dalla rivoluzione iraniana del 1979 la sua rivista Garduhn (“volta celeste”) è considerata una delle più importanti voci contro il regime. I suoi interventi “contro” hanno infastidito i potenti. E per questo è stato punito con la frusta e la galera. Maroufi lasciò l’Iran e da allora vive in esilio in Germania. Ci dice che non si dovrebbe permettere all’Iran di mettere le mani sulle armi atomiche e che da tempo le violazione dei diritti umani si ripetono frequentemente. Alcuni dei suoi conterranei sono d’accordo con lui. Agli inizi di aprile lui e altri venti si sono incatenati al cancello dell’ambasciata iraniana di Berlino protestando: «No all’Iran potenza nucleare!».
L’Iran in esilio continua la lotta
In Germania vivono circa 120.000 cittadini iraniani. Molti di loro hanno abbandonato la patria all’indomani dell’esplosione della Rivoluzione nel 1979. Ma non c’è a Berlino nessuna enclave iraniana, né un quartiere di soli iraniani. Come nel resto dell’Europa, dove sono ben integrati. Esistono numerose organizzazioni culturali ed associazioni di profughi che con la loro attività politica sostengono gli oppositori del regime. Tra gli esuli non troviamo solo medici, ingegneri ed imprenditori, ma anche molti artisti.
Anche Abbas Maroufi è un artista, ma precisa di essere prima di tutto uno scrittore. Nella sua bottega si trova un’ampia raccolta di quadri e libri: dal noto poeta Rumi fino al fumetto Persepolis di Marjane Satrapi. Persepolis descrive proprio la storia dell’autrice. Una ragazzina che ha vissuto la repressione in Iran e che a quattordici anni è stata mandata in Austria per sfuggire alla Guerra tra Iran e Iraq. È ritornata nel suo paese per poi riabbandonarlo definitivamente a diciotto anni per inseguire la sua voglia di libertà. Oggi questa artista vive a Parigi, è conosciuta in tutto il mondo e disegna per Libération e il New York Times. Anche la sua collega Parastou Forouhar, concept artist che vive a Berlino, ha conosciuto da vicino cosa significhi la violazione dei diritti umani. I suoi genitori, entrambi oppositori politici in Iran, sono stati uccisi nel 1998. Nell’arte di Forouhar spicca la lotta per la libertà della sua terra e per i diritti delle donne.
Ahmadinejad, il volto del nemico
Il nuovo presidente Ahmadinejad rappresenta il bersaglio della maggior parte degli esiliati. Con il suo programma nucleare e la pretesa di cancellare Israele ha sfidato la comunità internazionale e, dice Forouhar: «non rappresenta il nostro bel paese». Più distinto ed elegante nell’aspetto ma identico nei contenuti è Bahman Nirumand. Rinomato pubblicista e direttore di Iran-Report, mensile della fondazione Heinrich-Böll, sostiene in un articolo per la rivista Cicero che Ahmadinejad sarebbe uno strano capo di governo, «pieno di idee radicali lontane da ogni realtà, politicamente inesperto e poco colto». Abdolhassan Bani Sadr, primo Presidente della Repubblica islamica – oggi rifugiato in Francia – si spinge oltre. In un’intervista televisiva afferma che Ahmadinejad, in quanto membro del servizio segreto delle guardie rivoluzionarie, sarebbe responsabile dell’assassinio degli esiliati politici iraniani.
Anche la politica dell’Unione europea viene duramente criticata. Bahman Nirumand è convinto che la censura e la discriminazione delle donne avvenuta in Iran negli ultimi anni sarebbe dovuta essere maggiormente al centro della politica comunitaria. Durante l’Ostermarsch (marcia pasquale per la pace ndr) berlinese di aprile, tradizionale appuntamento pacifista, ha messo in guardia i governi occidentali verso l’Iran e il suo ambiguo programma nucleare. Se in precedenza non si fossero tollerate le ovvie violazioni della democrazia, «la società civile iraniana sarebbe oggi molto più ampia», sostiene Nirumand.
Nessun nuovo Iraq
A Londra la resistenza contro Ahmadinejad prende forma su internet. Appena dopo la nomina presidenziale la scrittrice e giornalista Maryam Namazie ha pubblicato nel suo blog «le nove ragioni per le quali le elezioni presidenziali sono una sciagura». L’autrice sostiene che per rafforzare i diritti umani occorre puntare sull’opinione pubblica. Dal suo blog condanna l’arresto in Iran di oppositori e giornalisti. Giudicando però molto grave l’ipotesi di attacco militare. «Nessun nuovo Iraq», scrive rivolgendosi direttamente a Donald Rumsfeld, Ministro della Difesa statunitense: «Se qualcuno deve portare la libertà in Iran, l’uguaglianza ed il benessere, allora non può essere lei, ma solo il movimento rivoluzionario che si batterà per la caduta della Repubblica islamica iraniana». Anche la scrittrice tedesco-iraniana mette in guardia dalle colonne del Süddeutsche Zeitung contro un attacco all’Iran. Questo rafforzerebbe solo il regime dei mullah. «Nessuna nuova guerra nella regione del Golfo, nessuna guerra contro l’Iran!» chiede Bahman Nirumand col suo discorso durante l’Ostermarsch.
La situazione rimane tesa. Il presidente Ahmadinejad ha annunciato che si recherà in Germania durante i Mondiali di calcio di luglio per seguire la nazionale iraniana. A Berlino è come minimo una presenza sgradita, non solo dalla comunità ebraica ma anche dagli esiliati iraniani. Mahmoud Rafi, Presidente della Lega per la difesa dei diritti umani in Iran, ha una posizione chiara in proposito. Se Ahmadinejad dovesse venire veramente in Germania, andrà in contro a proteste di massa.
Maryam Schumacher - Berlin - 22.5.2006 | Traduzione: Marco Riciputi http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6928
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Riformismi dell’Estremo Occidente
Felice Besostri
Questo articolo è la seconda parte di una ricognizione sui partiti della sinistra dell’America Latina. La prima parte è apparsa sul numero 295 di Caffè Europa con il titolo La sinistra europea e il rinnovamento d’oltre oceano
Il 2006 vedrà numerosi appuntamenti elettorali in America Latina, fgra cui segnaliamo le elezioni presidenziali e legislative di Columbia, Perù ed Ecuador, tra i grandi paesi, e quelle di Haiti, Repubblica Dominicana, El Salvador e Nicaragua, tra le più piccole nazioni dell’America Centrale e del Caribe.
In ordine cronologico si deve, peraltro, cominciare dall’elezione, sospesa nei suoi esiti, del Presidente del Costarica.
Costarica, bipartitismo perfetto
La proclamazione ha dovuto attendere un mese dalla data delle elezioni. Soltanto alle 14.55 del 6 marzo 2006 il Tribunal Supremo delle Elezioni ha proclamato eletto il Presidente Oscar Arias e i due Vice-Presidenti del Partito di Liberazione Nazionale (affiliato all’Internazionale Socialista) per avere conseguito 664.551 voti su un totale di 1.623.992 voti validi, superando di poco il 40% dei voti validi e precisamente il 40,92% contro i 646.382 voti pari al 39,80% accreditati ad Otton Solis di Azione Cittadina.
In Costarica il ballottaggio è previsto soltanto se nessun candidato raggiunge il 40% di voti validi ed in un primo momento il testa a testa con poche migliaia di voti di differenza aveva costretto ad una verifica di tutte le schede.
La verifica chiesta da Solis, perché non convinto dei 3250 voti di differenza, ha comportato invece 18.169 voti di differenza ed il passaggio di Solis dal 40,29%, che gli avrebbe assicurato l’elezione, in caso di riconteggio a suo favore, al 39,80%, cioè alla necessità, comunque, di un ballottaggio.
L’interesse delle elezioni costaricensi consiste nel fatto che ambedue i candidati erano, comunque, espressione di sinistra o centro-sinistra, divisi sull’Accordo di Libero Scambio dell’America Centrale, opposto vivacemente da Solis, che inoltre vuol fare saltare il bipartitismo “perfetto” costaricense. Perfetto in quanto i socialdemocratici e i socialcristiani si alternano alla Presidenza per esplicito accordo.
Haiti, un ballottaggio pieno di dubbi
In febbraio, il giorno 7, si è tenuto il primo turno delle legislative e delle presidenziali di Haiti. René Préval, già presidente nel periodo 1990-1995, della sinistra, erede di Aristide, il controverso Presidente haitiano è eletto al primo turno con il 51,5% dei voti. Le contemporanee legislative hanno permesso di assegnare soltanto un seggio su 99 alla Camera e nessuno al Senato.
Il 21 aprile, al ballottaggio per confermare o meno anche in Parlamento la maggioranza di sinistra, il conteggio dei voti si è rivelato complesso a causa della elevatissima frammentazione politica, tanto che la Commissione Elettorale provvisoria non pubblicherà i risultati prima del 7 maggio. Alla data di chiusura di questo articolo erano noti risultati provvisori soltanto per il Senato in 9 dipartimenti su 10. Il partito Lepswa (la speranza in creolo) del Presidente Préval non avrà la maggioranza in nessuna delle due camere, tuttavia l’affermazione della sinistra appare netta per il successo di Fusion e di OPL, collegate all’Internazionale socialista e del partito Fanmi (la famiglia in creolo) Lavalas dell’ex Presidente Aristide, ma è troppo presto per prevedere un’intesa pluripartitica in un paese dominato dalla logica delle fazioni (alle presidenziali si erano presentati candidati in numero superiore a qualche decina).
L’ondata riformista progressista ha, comunque, conosciuto una battuta di arresto nel poco sviluppato Salvador ($ 4.800 Pil pro-capite con il 36.1% della popolazione sotto la soglia di povertà). La destra progredisce sia alle elezioni legislative, che municipali. La maggioranza nella capitale San Salvador è rimasta, per una incollatura, della sinistra.
In aprile l’avvenimento più importante è stato il primo turno dell’elezione presidenziale peruviana, accompagnato dalle legislative.
Perù, il ritratto delle contraddizioni
Il Perù riassume tutta la problematica del rinnovamento latino-americano, nel senso di riduzione dell’influenza della destra e dei conservatori, ma anche delle sue contraddizioni, ondeggiando tra un riformismo, più o meno radicale, ed un populismo nazional-rivoluzionario, che rischia di essere inghiottito dalla demagogia.
Rovesciando tutti i pronostici che davano certo il ballottaggio tra Ollanta Humala e la candidata del centro-destra Lourdes Flores, il ballottaggio il 18 maggio è, invece, tra Humala e Alan Garcia, già presidente del Perù tra il 1985 e il 1990, leader dello storico partito della sinistra indigenista l’APRA, fondato nel 1924 da Haya de la Torre, come movimento internazionalista e nel 1930 come partito politico peruviano.
L’APRA (Alianza Popular Revolucionaria Americana) è una costante del panorama politico peruviano, molto instabile, basti pensare alle esperienze fatte con il “socialismo militare” di Velasco Alvarado e le delusioni sofferte con il mancato rinnovamento di Alberto Fujimori, el chino (in realtà giapponese), e la delusione di Alejandro Toledano, che pure prima di Morales avrebbe potuto incarnare il riscatto degli indigeni. Toledano è uno dei pochi leader sud americani, insieme ad Uribe della Columbia, a favore dell’ALCA, il trattato di libero scambio, che andrà a firmare malgrado i risultati del primo turno.
Ollanta Humala è in testa con circa il 30,7% dei voti ma Garcia la tallona con il 24,3%. Decisiva al ballottaggio sarà la destra, se cioè convergerà su Humala o su Garcia.
Destra peruviana tra Scilla e Cariddi
Per la destra è scegliere tra Scilla e Cariddi, tra la padella e la brace.
L’APRA è sempre stata la bestia nera della destra e dei comunisti, ma le proposte di nazionalizzazione di Humala possono rendere perplessi i milioni di peruviani, che hanno scommesso sulle privatizzazioni e le liberalizzazioni ed hanno beneficiato della crescita economica degli ultimi due anni (PIL +6,7% con inflazione al 1% annuo).
Alan Garcia e Lourdes Flores erano già candidati contro Toledano nelle elezioni del 8 aprile-3 giugno 2001, con le stesse percentuali ad un dipresso (rispettivamente 25,8% e 24,3%) di quelle scorse (24,3% e 23,6%): in quella occasione l’elettorato della Flores si divise tra Toledano e Garcia.
Il miglior risultato di Garcia rispetto ai sondaggi ed alle prime proiezioni, basate sul voto cittadino, è dovuto al fatto che l’APRA è un partito strutturato, con sezioni disseminate in tutto il Paese. Con lo spoglio dei voti della selva e della serra, la foresta e la montagna, Garcia è arrivato secondo con un certo, per quanto esiguo, margine.
L’APRA è un partito che nelle elezioni legislative ha conseguito un rispettabile 19,7% ed in quelle del 2006 il 20,1%. Tanto per un confronto, una percentuale superiore a quella dei DS al Senato nelle recenti elezioni politiche italiane.
Fujimori dalla prigione cilena, in attesa di estradizione, ha cercato di intervenire nelle elezioni attraverso una sua candidata Marta Chavez (Alianza por el Futuro), che non è andata oltre il 6%.
Il colonnello che piace ai poveri
Ollanta Humala è la novità delle elezioni: colonnello a riposo, malgrado abbia appena 44 anni, è il beniamino dei poveri delle bidonville (ranchitos). Nasce da una famiglia molto politicizzata a partire dal padre Isaac, uno dei teorici dell’etnocacerismo, dal nome del generale Caceres, una sorta di ideologia nazional-razzista basata sulla superiorità della razza andina, erede degli Inca. Come militare si era distinto nella repressione della guerriglia e nella rivolta dell’ottobre 2000 contro i brogli di Fujimori nelle elezioni presidenziali di quell’anno. Per autodefinizione non è né di destra, né di sinistra, perché lui “viene dal basso”.
In base a criteri europei sarebbe difficile collocarlo a sinistra, ma in America Latina basta essere per la nazionalizzazione delle risorse naturali, contro l’ALCA, per l’intervento statale in economia e smarcarsi dagli Stati Uniti, se non proprio confrontarsi con loro, per diventare un campione della sinistra.
Con 48 milioni di peruviani sotto la soglia di povertà è facile ottenere consenso promettendo una politica attiva ed una sovvenzione di stato per mantenere prezzi politici dei beni di prima necessità.
Ollanta è un militare come Chavez e un indigenista, come Evo Morales e perciò ha captato subito le simpatie della sinistra, una sinistra latino-americana per la quale essere antigringos è la cartina di tornasole ed una sinistra europea, per la quale l’esotismo fa aggio sul rigore ideologico.
Imparando da Allende
Alan Rouquié, già analista dei regimi militari latino-americani, scrive in America Latina: introduzione all’Occidente estremo, che la scelta di governare da posizioni di centro-sinistra è «una lezione dell’esperienza di Salvador Allende, in Cile, dove una sinistra minoritaria, che ha voluto passare in forza, è stata rovesciata dal Colpo di Stato del 1973» (Le Monde, 14 aprile 2006, pag. 20).
La scelta di centro-sinistra è quella cilena, uruguaiana e brasiliana, ma si può dire lo stesso di Chavez?
Per Rouquié ci sono punti in comune tra la democrazia plebiscitaria bolivarista ed il peronismo di Kirchner, ma sarebbe sbagliato usare il termine populismo in senso peggiorativo.
In quei paesi, ma anche in Bolivia e forse in Perù, una maggioranza popolare si crea intorno ad un carisma personale del capo. Si sono novità rispetto al caudillismo tradizionale, spesso basato sulla forza più che sul consenso e sulla rottura delle istituzioni democratiche.
Tuttavia siamo sempre nell’ambito di ideologie confuse dove destra e sinistra si incontrano, condite da demagogia e richiamo a valori del passato, sia pure glorioso, con una forte componente nazionalista, che ha bisogno di un nemico esterno, che necessariamente non si limita agli Usa.
Proprio le campagne elettorali di Morales in Bolivia e di Humala in Perù hanno riportato in luce il contenzioso della guerra del Pacifico (1879-1884), vinta al secolo dal Cile contro le forze coalizzate di Bolivia e Perù, privando la prima dello sbocco al mare e della ricca regione mineraria di Antofagasta ed il secondo di due province meridionali della regione di Taraparacá.
C’è da preoccuparsi e da dar ragione al lustrascarpe di Valparaiso, personaggio del romanzo di Roberto Ampuero, per cui dietro ogni mistero c’erano agenti peruviani o boliviani, che tramavano per derubare il Cile della sua vittoria.
Ortega il sandinista ci riprova
Tra Columbia e Venezuela c’è un altro contenzioso territoriale aperto, che può servire da pretesto per mascherare un intervento americano.
Il 3 dicembre ci sono nuovamente elezioni presidenziali in Venezuela, che seguono di poco quelle brasiliane del 1 ottobre, quelle ecuadoriane del 15 dello stesso mese ed infine quelle del 5 novembre del Nicaragua, con l’ex presidente sandinista Daniel Ortega che ritenta di tornare al potere, con il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale.
Per gli Usa si profila una serie di sconfitte e possono sperare soltanto nella rielezione di Alvaro Uribe in Columbia, che ha già vinto le legislative lo scorso 12 marzo, sia pure con un tasso di astensione vicino al 60%.
Le speranze suscitate dalla prima elezione di Uribe sono via via scemate di fronte ad una realtà del paese dove domina la violenza e che ha il triste privilegio di ospitare gli ultimi fuochi guerriglieri di America Latina, alimentati maggioritariamente dalle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e in minore misura dall’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale).
La minaccia dei gruppi armati
A differenza dell’Irlanda e della Spagna, dove un dialogo con Ira e Eta è stato impostato, si conta solo sulla vittoria militare. La Columbia è un paese dove una candidata alla Presidenza, Ingrid Betancourt, è tuttora prigioniera delle Farc, che con quel sequestro hanno eliminato dalla scena politica una delle poche personalità democratiche e fuori dal gioco della corruzione.
Tra i sostenitori di Uribe si contano le formazioni paramilitari dell’Auc (Autodifese Unite di Columbia), in gara con le Farc per i sequestri.
Nel lontano 1984 con la Presidenza Betancourt si erano conclusi gli accordi di La Uribe, che prevedevano il cessato il fuoco ed un inserimento politico delle Farc attraverso un partito, l’Unione Patriottica. In un certo senso sul modello irlandese e basco di un braccio politico legale, che esplorasse la possibilità di una pacificazione.
I paramilitari hanno posto fine all’esperienza facendo più di tremila morti tra i quadri ed i militanti dell’Unione Patriottica (Le Monde Diplomatique, aprile 2004, M. Lemaine, pag. 12).
Da allora lo scenario che si designa è soltanto la soluzione militare.
La guerriglia è in posizione di difesa e riduzione dal danno, ma non è più un’opzione politica vincente in nessun paese in America Latina, neppure in Columbia, dove i poveri sono sempre più miserabili, mentre prosperano l’oligarchia ed i narco-trafficanti.
Dopo Cuba, soltanto in Nicaragua formazioni di lotta armata hanno vinto in America Latina, ma in Nicaragua grazie ad un sostegno internazionale importante, alla delegittimazione dell’Amministrazione Bush per lo scandalo Iran-Contras e la scelta sandinista di accettare la via democratica per la conquista del potere e di avvicinarsi al socialismo internazionale ed europeo. Il Fronte Sandinista è, infatti, membro di pieno diritto dell’Internazionale Socialista.
Paesi in cerca di stabilità.
L’Ecuador è il paese politicamente più instabile: nove presidenti della Repubblica in nove anni. Candidati che suscitano entusiasmo, come l’ultimo presidente, Gutierrez Barbua, visti come salvatori da masse di elettori che dopo poco li cacciano a furor di popolo.
Nella Repubblica Dominicana il confronto è aperto nel centro-sinistra con le elezioni legislative. Il Partito di Liberazione Dominicana del Presidente Leonel Fernández spera di porre fine al predominio del partito rivale, il Partito Rivoluzionario Dominicano, vincitore delle legislative del 2002. Nel 2004 Leonel Fernández vinse con il 57,1% contro il 33,6% di Mejiá Dominguez del Prd. Nel 1996 e nel 2000 lo scontro con alterni risultati contrappose sempre questi due partiti, che nascono dallo stesso filone: il Pld è una scissione del Prd, unico partito, quest’ultimo affiliato all’Internazionale Socialista. Per contrastare il progetto del Pld, il Partito Riformista SocialCristiano (l’erede politico del tre volte presidente conservatore Balaguer), il Partito Rivoluzionario Dominicano ed il Partito Verde di Unità Democratica presenteranno candidature uniche nelle 27 province e nel distretto federale.
Se i processi elettorali si concludessero, a parte la Columbia ed il Salvador, con una vittoria delle sinistre (il plurale è d’obbligo), queste governerebbero l’80% degli abitanti del sub-continente: un fatto senza precedenti.
Nel 2005, per la prima volta nella storia dell’Organizzazione degli Stati Americani, agli Usa non è riuscito di imporre un loro candidato alla Segreteria Generale. Così è stato eletto Josè Miguel Insulza, un socialista cileno.
La crescita economica appare più durevole: 5,9% nel 2004, 4,0% nel 2005 e 4% previsti per quest’anno. Crescita e disuguaglianze si accompagnano a questo è il dramma dell’America Latina e della sua sinistra.
Le strade della crescita economica
Due opzioni di fondo sono aperte, quelle brasiliane di Lula (che è anche quella del Cile e dell’Uruguay) improntata all’equilibrio di bilancio e quella venezuelana di Chavez nazional-populista, cui si è allineato Evo Morales con il decreto di nazionalizzazione delle risorse energetiche dei primi di maggio del 2006.
Nel primo caso la crescita è collegata all’arrivo degli investimenti stranieri e ad una competizione virtuosa in un mercato globale. Nel secondo si distribuisce subito la ricchezza, approfittando della congiuntura favorevole di prezzi del petrolio e delle materie prime.
Nel primo caso si punta all’integrazione latino-americana nel Mercosur, piuttosto che opporsi soltanto all’Alca, nel secondo si preconizzano nazionalizzazioni e chiusura dei mercati. Quest’ultima scelta apre contraddizioni interlatinoamericane, come nel caso boliviano. Argentina e Brasile sono praticamente gli unici acquirenti del gas boliviano e la brasiliana Petrobras ha infatti investito 1,5 miliardi di dollari in Bolivia e pesa per il 15% del suo Pil. .Importanti investimenti sono stati realizzati, anche dalla spagnola Repsol Ypf, che ha chiesto un intervento politico diplomatico del governo del socialista Zapatero. Per evitare uno scontro che indebolirebbe il fronte progressista si sono incontrati nella città di Puerto Iguazù, in Argentina , Kirchner,Lula, Morales e Chavez.
Uno sguardo europeo
L’interesse dell’Europa e delle sue forze progressiste è che vinca la prima sinistra, anche per costituire un asse antiegemonico nelle istituzioni internazionali dall’Onu all’Omc, passando per il Fmi. Questa è una prospettiva interessante, ma ha bisogno di scelte politiche più chiare e di rappresentare per l’America Latina, un’alternativa alla dominazione nord-americana.
Discorsi da fare ragionando in termini economici e politici, cosa più difficile e meno attrattiva che organizzare manifestazioni chiassose e colorate con bandiere e banderuole inneggianti agli zapatisti ed ai bolivariani, ai cocaleros ed alla teologia della liberazione.
Come si è visto, l’Internazionale Socialista, importante sia in Europa che in America Latina, è teoricamente l’unica forza politica in grado di capitalizzare il rinnovamento riformista latino-americano per una nuova politica euro-latinoamericana. Molto teoricamente per una serie di ragioni. La presenza dell’Internazionale Socialista è estesa, ma è assente in Paesi chiave come il Brasile, l’Argentina ed il Venezuela (in quest’ultimo paese dopo la crisi di Azione Democratica di Carlos Andres Perez).
Tuttavia, la ragione principale è un’altra, cioè che l’America Latina (che, detto per inciso, per rispetto ai suoi popoli dovremmo cominciare a chiamare America indiolatina) non appare essere una delle preoccupazioni del Pse e del Gruppo Socialista del Parlamento Europeo, cioè delle uniche organizzazioni del movimento socialista, che dispongono, direttamente o indirettamente attraverso i grandi partiti europei membri, dei mezzi per intervenire.
Aprire il fronte latino-americano tuttavia è argomento di frizione con gli Stati Uniti e dopo la guerra in Iraq si è molto cauti nel deteriorare le relazioni euro-atlantiche.
Per ragioni storiche la Spagna potrebbe essere la capofila, ma il Psoe non potrebbe contare su un altro partito che il Psf, neppure sui Ds, l’altro partito di una nazione fortemente presente con la propria dipendenza nell’America indiolatina.
Questo partito sarà giocoforza incentrato sulle questioni interne, a causa della vittoria fragile dell’Unione, ed anche se non vi fosse questo fattore, la progettata unificazione con la Margherita ne sarebbe di ostacolo.
I partiti latino-americani già affiliati all’Internazionale Democratico Cristiana sono spesso i competitori nazionali di quelli dell’Internazionale Socialista e la Margherita è per un netto miglioramento delle relazioni euro-atlantiche.
caffeeuropa.it
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Quale contropartita per il dossier 'Nigergate'?
di Jeffrey Klein e Paolo Pontoniere (da AlterNet)
Adesso che i numeri nel parlamento italiano sono cambiati, ci si aspetta che si apra un’indagine parlamentare sull’affare Yellowcake One. Per l’Italia la questione principale è scoprire se Berlusconi ha tratto un personale vantaggio dal business degli elicotteri, per gli americani valutare se l’amministrazione Bush ha pagato l'Italia per fornire false informazioni al fine di giustificare l'intervento in Iraq
La stampa e il parlamento italiano sono decisi a scoprire come prima della guerra in Iraq siano stati consegnati alla Casa Bianca i falsi documenti che dichiaravano che Saddam Hussein aveva ottenuto dal Niger l’uranio ossidato noto come yellowcake.
I nuovi elementi che in merito collegano aziende e soggetti vari italiani all’allora primo ministro Silvio Berlusconi fanno sorgere il dubbio che quest’ultimo abbia ricevuto una contropartita per il suo ruolo svolto nella questione – nello specifico, un contratto per costruire la flottiglia speciale di elicotteri del presidente degli Stati Uniti.
In America la storia del yellowcake è legata da diverso tempo all’inchiesta in corso sulle rivelazioni dell’agente della CIA, Valerie Plame, il cui marito, il diplomatico Joe Wilson, investigò sulla 'Niger connection', le cui conclusioni evidenziarono che l’amministrazione Bush travisò i rapporti dell’intelligence per adattarli alla sua volontà di guerra. Al centro delle indagini italiane sul trasferimento del dossier yellowcake dal SISMI alla Casa Bianca ci sono due persone – Carlo Rossella e Giovanni Castellaneta.
Secondo l'influente quotidiano romano La Repubblica, fu Carlo Rossella – all’epoca direttore della rivista Panorama, di proprietà di Berlusconi – a consegnare il dossier all’ambasciata degli Stati Uniti a Roma nell’autunno del 2002. Il fatto suscitò scalpore perchè il reporter d'inchiesta più qualificato del magazine, Elisabetta Burba, aveva manifestato di non voler tener conto del file in questione, considerandolo un clamoroso falso.
Il nome di Rossella – fra l'altro consigliere di Berlusconi per la politica estera – era stato anche preso in considerazione per la direzione della RAI. Ma ad avere un legame ancor più diretto con l'ex premier italiano è Giovanni Castellaneta, attuale ambasciatore italiano negli Stati Uniti ed ex consigliere per la sicurezza nazionale della presidenza del consiglio.
Sempre secondo Repubblica, quando Nicola Pollari, capo del SISMI, cercò invano di rassicurare la CIA sull’autenticità del dossier yellowcake, fu Castellaneta a fare in modo che egli potesse scavalcare l’agenzia e incontrarsi direttamente con l’allora consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice e il proprio ex vice, e attuale consigliere, Stephen Hadley. L’incontro ebbe luogo il 9 settembre 2002 alla Casa Bianca, e fu successivamente confermato da fonti ufficiali.
Fu solo successivamente che prese piede la storia dell'uranio ossidato proveniente dal Niger. Alla fine del settembre di allora, il direttore della CIA George Tenet e il segretario di Stato Colin Powell menzionarono, in udienze segrete separate davanti al Comitato del Senato per le Relazioni con l’Estero Usa, il tentativo di acquistare il yellowcake dal Niger. Hadley quindi chiese alla CIA l’approvazione per includere questa questione nel discorso annuale del presidente Bush del gennaio 2003. Nonostante l’agenzia avesse chiaramente depennato questo punto da un intervento tenuto in precedenza dal presidente Usa e in questa circostanza avesse di nuovo manifestato forti dubbi sull’opportunità di farlo, Bush finì per affermare che: "Saddam Hussein ha recentemente cercato di procurarsi grosse quantità di uranio in Africa", attribuendo queste informazioni al governo inglese. Delle connessioni tra il governo italiano e americano non venne fatto nessun accenno.
Ma cos’ha ottenuto il governo Berlusconi come contropartita per aver fornito all'amministrazione Bush le prove per attaccare l'Iraq? È possibile che in fondo alla pista del yellowcake ci sia quel contratto prestigioso, stipulato da un’azienda italiana, per la fabbricazione della flotta di elicotteri presidenziali Marine One. Nel gennaio 2005, la marina Usa aggiudicò il contratto per la costruzione di 23 nuovi elicotteri alla AgustaWestland – azienda pubblicizzata come italo-britannica, ma in realtà di proprietà al cento per cento di Finmeccanica, il più grosso gruppo italiano del settore.
La scelta di affidare il contratto di Marine One ad AgustaWestland sorprese la maggior parte degli osservatori, in quanto favorita di gran lunga era considerata la statunitense Sikorsky Aircraft Corp. la quale, nel 1939, aveva brevettato il progetto del primo elicottero e dal 1957 ha costruito in pratica tutti gli elicotteri presidenziali. Era infatti un Sikorsky l’apparecchio su cui il presidente Eisenhower volava regolarmente nella sua tenuta di Gettysburg e anche quello su cui viaggiava Nixon quando diede le celebri dimissioni – quest’ultimo velivolo è attualmente in fase di ristrutturazione per essere esposto permanentemente nella Nixon Library. Ma la Sikorsky ha perso l’appalto; non solo, è anche stata battuta da un’azienda straniera che non ha problemi a vendere i propri elicotteri agli avversari degli Stati Uniti.
Come per il dossier yellowcake, la figura chiave del contratto Marine One è Gianni Castellaneta. Quando il Pentagono ne istituì la gara d’appalto, costui era il vicepresidente di Finmeccanica e consigliere per la sicurezza nazionale del governo Berlusconi; quando poi il contratto fu aggiudicato egli diventò ambasciatore italiano negli Stati Uniti. Subito dopo la nomina, dichiarò a Italia Weekly con orgoglio: “A mezzogiorno il presidente Bush mi ha ricevuto per la consegna ufficiale delle credenziali: non mi ha fatto aspettare nemmeno un giorno. Una forma di cortesia straordinaria”.
Il ruolo di Castellaneta nell’ottenere il contratto di Marine One non è mai stato esaminato in precedenza; tuttavia, secondo Affari Italiani, il primo quotidiano italiano in rete, e disarmo.org, un gruppo italiano per il disarmo, egli da tempo gestirebbe tutti i dossier più delicati delle relazioni bilaterali Italia-Usa. Quando in proposito Castellaneta fu interrogato, il portavoce del suo ufficio Stampa, Luca Ferrari, evitò una risposta diretta commentando: “In qualità di ambasciatore, come rappresentante di tutta l’Italia negli Stati Uniti, non desidera parlare ancora di Finmeccanica”.
"Il duplice ruolo di Castellaneta di rappresentante ufficiale del nostro paese e di dirigente di un grosso gruppo è stato messo sotto osservazione in diverse occasioni", dice Carlo Bonini, un giornalista italiano che si è occupato a fondo del Nigergate. "Questa doppia funzione ha scatenato un acceso dibattito nel parlamento italiano, ma, con la maggioranza assoluta in mano a Berlusconi, la questione non è mai stata adeguatamente affrontata".
Adesso che i numeri in parlamento sono cambiati e che Romano Prodi ha formato il nuovo governo, ci si aspetta che si apra un’indagine parlamentare sull'affare Yellowcake One. Per l’Italia la questione principale è scoprire se Berlusconi ha tratto un personale vantaggio dal business degli elicotteri, per gli americani valutare se l’amministrazione Bush ha pagato l'Italia per fornire false informazioni al fine di giustificare l'intervento in Iraq.
Sulle armi di distruzione di massa in Iraq vedi 'Iraq confidential – Intrighi e raggiri: la testimonianza del più famoso ispettore ONU', di Scott Ritter (prefazione del premio Pulitzer Seymour Hersh, prefazione all'edizione italiana di Gino Strada).
Fonte: http://www.alternet.org/story/36183/
Tradotto da Antonella Melegari per Nuovi Mondi Media
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Montenegro: festa per l'indipendenza
Da Podgorica, scrive Luka Zanoni
Pollice e indice alzati in segno di vittoria, macchine riempite all'inverosimile, a Podgorica esplode la festa del si'. Altissima l'affluenza, oggi i risultati ufficiali
15 anni dopo l'inizio della disgregazione della ex Jugoslavia, anche la piccola repubblica del Montenegro ha deciso mediante referendum per la propria indipendenza.
Lasciatosi ormai alle spalle il processo cruento e bellico della separazione delle repubbliche jugoslave, il 21 maggio 2006, i cittadini del montenegro hanno dimostrato tutta la loro maturità politica e civile, fugando il timore che potessero verificarsi incidenti o scontri di piazza. Era questo infatti il timore che tutti avevano, dai giornalisti stranieri agli osservatori internazionali: la possibilità che potessero scoppiare dei disordini durante una decisione così delicata, che vedeva coinvolti in non rari casi membri di una stessa famiglia su posizioni diametralmente opposte, chi per l'unione chi per l'indipendenza.
Qualche minuto dopo le 21.00, ora prevista per la chiusura dei seggi, inizia la diretta con le prime proiezioni sull'affluenza alle urne. Un mega schermo montato su un palco in piazza della Repubblica, la piazza principale di Podgorica, la capitale, trasmette a tutto volume la diretta televisiva dallo studio della Tv montenegrina.
I due istituti indipendenti incaricati di svolgere le proiezioni sono il Centro per la transizione democratica (CDT) e il CEMI (Centro per il monitoraggio) in collaborazione con il belgradese CESiD (Centro per le libere elezioni e la democrazia). L'affluenza è inequivocabilmente alta, oltre il dato dell'85% inizialmente previsto dai sondaggi pre referendum. E mentre la Commissione repubblicana per il referendum presieduta da Frantisek Lipka lentamente inizierà lo spoglio di tutte le schede, alle 21.50 il CDT darà la prima proiezione sul voto: 56.3% a favore dell'indipendenza. Benché il dato non sia ancora ufficiale la gente esulta.
Dietro il palazzo del municipio si accendono ritmicamente i fuochi d'artificio. In piazza poche decine di persone sventolano le bandiere rosse con lo stemma del Montenegro e inneggiano al nuovo stato indipendente. La vera esplosione di gioia dei filoindipendentisti si manifesta duecento metri più in là rispetto a piazza della Repubblica. Lungo il corso che passa davanti alla sede del parlamento un enorme fiume di automobili inizia a strombazzare. Il chiasso è assordante. Macchine stracolme di persone sventolano le lunghe bandiere rosse. Dai bambini agli anziani, tutti sono in preda all'euforia dei festeggiamenti. Poco dopo le 22.00 la prima conferenza stampa del gruppo unionista. Predrag Bulatovic, leader dell'opposizione e del blocco per il mantenimento dell'unione con la Serbia, polemizzando sull'anticipo dei dati degli istituti indipendenti e sullo spettacolo pirotecnico, evidentemente preparato anzitempo dai filo indipendentisti, invita tutti i cittadini a rimanere calmi e tranquilli nelle proprie case ad attendere i risultati ufficiali. Un invito che dalla piazza verrà ampiamente fischiato e che nessuno dei festeggianti è deciso a seguire.
Per le strade la fiumana di persone grida a viva voce "evviva Montenegro". Sul tetto di alcune automobili svetta una gigantografia del premier in carica, Milo Djukanovic, leader del blocco filo indipendenza. La gente per le strade invita fotoreporter e cameramen a riprenderli mentre esultano e baciano la bandiera del Montenegro.
Lungo il corso ci si muove a fatica tra la folla, ma il vero delirio è davanti alla sede del governo. Una massa di persone con le braccia alzate canta e balla sulle note della canzone "Moja ljubavi" (amore mio). Canzone presentata dal gruppo montenegrino "No name" alle selezioni nazionali per il festival della canzone europea "Eurosong", in contrapposizione a quella del gruppo serbo dei "Flamingosi". Una contesa che era sfociata in una polemica tra la Serbia e il Montenegro sul vincitore del festival nazionale, valevole per la qualificazione a quello europeo, e che è costata alla Serbia e Montenegro una squalifica per tre anni per non essere stati in grado di selezionare un partecipante all'"Eurosong". Ora che i due stati sono indipendenti la cosa potrebbe cadere, dal momento che la squalifica era rivolta alla sola Unione SM.
Poco prima della mezzanotte il CDT comunica un altro dato, ridimensionando la distanza tra i due blocchi: 55.3% a favore dell'indipendenza. La folla non sembra accorgersene e imperterrita prosegue le celebrazioni, ma ancora nessuna dichiarazione dei politici indipendentisti.
E' solo dopo le 2.00 di notte che arriva la comunicazione ufficiale di Milo Djukanovic. Dopo la comunicazione dell'ultimo dato sulla base del 99.7% dei voti, Djukanovic dichiara subito che la manciata di voti che ancora mancano allo scrutinio non saranno in grado di influenzare il risultato definitivo. Il quorum del 55% imposto dall'Unione europea è stato oltreppasato, il premier si congratula con i cittadini che gli hanno dato fiducia e saluta il nuovo corso del Montenegro indipendente, senza mancare di fare gli auguri alla Serbia indipendente.
I dati ufficiali della Commissione referendaria verranno comunicati nella giornata del 22 maggio, mentre gli irriducibili dei festeggiamenti continuano imperterriti per tutta la notte a suonare il clacson delle auto.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5722/1/51/
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Turchia : relatore ONU indaga su violenze contro le donne
di osservatoriosullalegalita.org
Da oggi Yakin Ertürk, il relatore speciale della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti dell'uomo sulla violenza contro le donne e le relative cause e conseguenze, condurra' una missione esplorativa in Turchia che si concludera' il 31 maggio.
Yakin Ertürk, docente di sociologia all'Universita' tecnica del Medio Oriente ad Ankara, in Turchia, e' stata nominata relatore speciale nel 2003.
La relatrice speciale ha programmato visite ad Ankara, Batman, Van e Sanliurfa per raccogliere informazioni di prima mano sulla violenza contro le donne nel Paese. Uno specifico punto della missione sara' lo studio sui suicidi delle donne e delle ragazze.
Durante la visita, incontrera' i rappresentanti del governo, le organizzazioni non governative, i funzionari delle Nazioni Unite e le famiglie delle vittime. Alla fine del viaggio la signora Ertürk preveda di presentare un rapporto che conterra' risultati e raccomandazioni al nuovo Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.
Le conclusioni del lavoro della relatrice ONu potrebbero interessare per alcuni versi anche l'Unione Europea, in vista dell'adesione di Ankara.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Montezemolo e il nodo di collocare Confindustria
ALBERTO STATERA
Due mesi dopo quella che passerà alla storia come la "Mattana di Vicenza", giovedì prossimo Luca Cordero di Montezemolo, a metà del suo mandato di presidente della Confindustria, dovrà "ricollocare" ufficialmente l'organizzazione imprenditoriale, ancora in qualche modo scossa dalla gazzarra berlusconiana che alla vigilia delle elezioni riuscì a portare visivamente la "lotta di classe" dentro la stessa classe padronale. Da una parte le "prime file", i "poteri forti", i "grandi salottieri collusi"; dall'altra, dalla seconda fila in poi, la "Confindustria dei Berluschini", come la definì una volta, con qualche borghese supponenza, l'avvocato Agnelli, che peraltro nel 1994, forse per la prima volta nella sua vita, era stato fischiato proprio a Vicenza.
In questi due mesi il quadro di riferimento è alquanto cambiato: il centrosinistra ha vinto le elezioni, ma con un quasi pareggio, al Quirinale è assurto un ex comunista riformista e Romano Prodi si è appena insediato a Palazzo Chigi, con una squadra ministeriale un po' negletta al Nord, in presenza della cogente "Questione settentrionale" che proprio a Vicenza si disvelò, ma equilibrata dalla presenza di due beniamini della piccola industria e dei distretti come Enrico Letta e Pierluigi Bersani.
Lo schiaffo di Vicenza , che ha rischiato di mettere in crisi l'unità psicologica di quello che una volta si chiamava il "padronato", con il coagularsi di una fronda estremista capace di accendere la rivolta, non ha raggiunto il suo scopo. Ma rimane, stentorea, l'accusa del Berlusconi furioso: "Montezemolo non rappresenta la Confindustria". Il che non è vero, come dimostra una maggioranza interna quasi bulgara, ma brucia. Giovedì, nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica, una sorta di tempio romano del veltronismo, il presidente di mezzo termine avrà il destro all'assemblea annuale per restaurare il carisma insidiato dal "collega imprenditore" che nel 2001 lo aveva inserito nella squadra del suo governo senza neanche avvertirlo.
Prodi, alla prima importante uscita ufficiale, si guarderà bene da parte sua dal ripetere lo slogan berlusconiano di Parma: "Cari imprenditori, il vostro programma è il mio programma". Vellicherà un po' il Nord, che ha votato compatto il centrodestra, chiedendogli di trainare la riscossa, cercando di stimolare la capacità, se c'è, del capitalismo italiano di sprigionare qualche residua schumpeteriana forza per affrontare il "declinismo". Montezemolo sfuggirà alle sirene dell' "endorsement", anzi, se possibile, lo farà alla rovescia: una Confindustria "terza, libera, privata", senza "governi amici o nemici", che "non si fa tirare per la giacchetta" e che, se occorre, "non farà sconti" a Prodi e a nessun altro. Perché il collateralismo non ha mai portato bene fin dai tempi di Giolitti e di Louis Benefonne Craponne, il setaiolo francese che della Confindustria nel 1910 fu il primo presidente. Fanno eccezione il "matrimonio di convenienza" che l'organizzazione imprenditoriale siglò col fascismo nel Ventennio e la fase berlusconiana inaugurata a Parma nel 2001 con la presidenza D'Amato, una "coabitazione" che ha allungato i conti dell' "avere" confindustriale e accentuato il "declinismo". Persino Angelo Costa, che nel dopoguerra aveva collaborato meritoriamente con i governi di De Gasperi, poi attaccò a tutto campo la Democrazia cristiana e addirittura il Vaticano.
Per il resto, Montezemolo tornerà sul suo repertorio preferito: flessibilità, infrastrutture, burocrazia, energia. E, anche se l'espressione è ormai un po' frusta e da rinfrescare, sul "fare squadra". Purché, visti i chiari di luna che seguiranno lo scandalo Moggi, non sia una squadra di calcio.
a.statera@repubblica.it
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lenzuoli di Rita Borsellino
contro Cuffaro schiacciasassi
Regione Sicilia, migliaia di consulenze in vista del voto
Nel "comitatone" elettorale del presidente una folla di clientes Megafeste e comizi di condominio "Vincerò con venti punti di scarto"
"Un´altra storia" è lo slogan della sfidante. Ma i big dell´Unione stanno partendo da Roma solo negli ultimi giorni di campagna elettorale
Totò si gioca la riconferma dopo polemiche e un rinvio a giudizio
Negli ultimi mesi distribuiti dal governatore 1223 nuovi incarichi
ATTILIO BOLZONI
da Repubblica - 22 maggio 2006
PALERMO - Sulla strada più bella di Palermo i vigili fanno finta di niente. Qualcuno passa a fatica e impreca per quelle auto posteggiate in terza fila, la sosta selvaggia è solo per lui in via Libertà. Si sono spostati in massa i postulanti, i supplicanti di Totò. Dalla sua casa tra le palme di Villa Sperlinga sono migrati all´ultimo indirizzo conosciuto, lì dove c´è il «comitatone» elettorale, una gigantesca sala ricevimento di sedici stanze una dietro l´altra, percorso obbligato per una folla di siciliani, la giostra per strappare una nomina o un posto o magari solo una promessa. Il governatore ha una buona parola per tutti. E così dal mattino fino a notte fonda, quelli stanno in questua aspettando un suo gesto, un ammiccamento, un suo bacio.
Maggio 2006, in Sicilia è come cinque anni fa, come cinquant´anni fa. Sarà dura anche questa volta poter cambiare in qualche modo un´isola e la sua Regione. Nella caldissima vigilia di voto quella di Rita Borsellino si annuncia la sfida più difficile, una missione impossibile.
Per scoprire cosa presumibilmente accadrà domenica prossima alle elezioni per scegliere i 90 deputati dell´Assemblea e il loro presidente, è inevitabile raccontare cosa è accaduto nel passato più recente nella terra divorata da Salvatore Cuffaro e dalle sue milizie dell´Udc. Soprattutto ricordare cosa ha fatto Totò negli ultimi diciotto mesi, come ha preparato la sua ricandidatura a Palazzo d´Orleans districandosi tra scandali e un pericoloso rinvio a giudizio.
C´è un numero magico. E´ il 1223. Tanti sono gli incarichi e tante le consulenze e le investiture che ha distribuito il governatore in vista della sua desiderata seconda volta, un exploit senza precedenti anche per una Regione abituata ai saccheggi e alle grandi spartizioni, un record assoluto firmato da colui che a tutti i costi non vuole lasciare il suo regno. E´ uno schiacciasassi Totò Cuffaro in questa campagna elettorale dove la Casa delle Libertà parte già con 17 punti e mezzo milione di voti di vantaggio sull´Unione, distacco segnato alle politiche dove il centrodestra qui ha aumentato ancora di più i suoi voti.
Totò Cuffaro ha trasformato funzionari in dirigenti, ha riempito i consigli di amministrazione degli enti con amici e parenti, ha ingaggiato un esercito di «esperti» e di «tecnici» esterni. E raddoppiato l´esercito dei fedelissimi, triplicato le sue presenze come padrino a cresime e battesimi. Non manca mai a una festa di un santo patrono o a una sagra del carciofo. E´ il solito tritacarne Salvatore Cuffaro, l´idrovora che ingoia tutto con i suoi mitici archivi elettorali, gli elettori schedati uno per uno quartiere per quartiere, paese per paese. Campagna all´antica. E un colpo da maestro messo a segno proprio qualche giorno fa.
L´ultimo provvedimento della sua giunta regionale ha «sistemato» quegli 8 impiegati che sino a febbraio lavoravano al centro «Paolo Borsellino», fondazione sciolta su decisione della vedova dopo che il direttore - padre Giuseppe Bucaro - era stato trascinato nell´affaire dell´eredità sporca di don Vito Ciancimino. Totò li ha fatti assumere alla società Multiservizi che li dirotterà in qualche azienda ospedaliera. Posti, posti e ancora posti.
«Sfruttano le clientele, il presidente pensa solo agli affari dei suoi amici e non ai bisogni e ai diritti dei cittadini, ecco la differenza tra noi e loro», reagisce Rita Borsellino che sul simbolo ha scelto lo slogan «Un´altra storia». Le risponde Cuffaro: «A noi siciliani non serve un´altra storia, noi una storia ce l´abbiamo già, è la mia, è la nostra».
Lo scontro si sta consumando in due Sicilie profondamente diverse, lontane. Duello scontato, troppo prevedibile. Con i due contendenti ripiegati su loro stessi, uno a raffozare con i soliti sistemi la sua grande tribù e l´altra rivolta tutta a quella «società civile» che già l´aveva scelta alla primarie con un plebiscito. «Sarò eletta io e non sarà un miracolo», dice lei.
«Vincerò io e con 20 punti di scarto», dice lui. Lei va nelle scuole e riempie cinema e teatri, lui piomba nelle sacrestie delle parrocchie a salutare i preti ai quali ha fatto arrivare i finanziamenti di «Agenda 2000» per restaurare le loro chiese. Lei vola a Siena per incontrare gli studenti che scenderanno a votare domenica con il treno speciale «Rita express», lui è a Roma per l´elezione del capo dello Stato ma torna subito in Sicilia per non perdersi i giochi di fuoco del santissimo crocifisso a Milazzo. E nel frattempo i suoi aprono i saloni delle ville storiche per le mega feste, fanno inviti ai party, organizzano comizi da condominio.
E´ l´ultima frontiera del candidato palermitano della Casa delle Libertà. I primi avvisi li hanno esposti in portineria al villaggio Santa Rosalia per far arrivare l´illuminazione pubblica in quel budello che è via Li Bassi, quasi cento gli abitanti del palazzo, testimonial dell´evento il bomber di Italia ‘90 Totò Schillaci.
I muri di Palermo sono coperti dalla faccia gommosa e dilatata del governatore e dagli altri volti sorridenti dei candidati del centrodestra, ogni trecento metri c´è anche qualche manifesto di Rita. Una sproporzione imbarazzante. Contro lo strapotere mediatico degli avversari la candidata alla Regione dell´Unione ha lanciato la pubblicità elettorale fai-da-te: «Mettete i lenzuoli ai balconi».
Sempre circondato dalla sua sterminata corte di clientes Totò Cuffaro promette, promette e promette sempre. Ha ritirato fuori un´altra volta persino la vicenda dell´acqua che non c´è.
Sfrontato. E´ stato lui negli ultimi 5 anni il commissario straordinario per l´emergenza idrica nell´isola. Sempre sobria, misurata, rassicurante la Borsellino. Ma forse un po´ troppo sola in una campagna elettorale dove i capi dei partiti che sostengono la lista «per Rita» - Ds e Margherita in testa - sono stati prima distratti dal voto nazionale e ora sembrano più preoccupati a portare avanti i loro. Pochi i seggi a disposizione, lotta all´ultimo sangue per conquistarli. Per dare una mano a Rita, i big stanno partendo da Roma solo negli ultimi giorni.
L´unica speranza che resta è il voto disgiunto. E´ quello che in una campagna segnata sulla carta forse può rimescolare i giochi. Gli elettori del centrodestra potrebbero votare i loro candidati di lista ma non Cuffaro presidente, solo così Rita raccoglierebbe qualcosa dall´altra parte. E poi c´è l´incognita del leader di Alleanza siciliana Nello Musumeci, terzo candidato governatore che ha portato via alle politiche 36 mila 160 voti al Polo. E poi ancora c´è una faida furibonda dentro Forza Italia palermitana per impadronirsi della presidenza dell´Assemblea. Da una parte Dore Misuraca legato a Renato Schifani, dall´altra Gianfranco Micciché tornato a Palermo per riprendersela.
Di mafia Rita Borsellino non ha mai parlato in questa primavera che ha preceduto il voto e dove gli avversari l´hanno attaccata anche solo per il suo cognome. Di mafia ha parlato tanto invece Totò, quello che è anche accusato di averla favorita. L´altro ieri ha presentato un libro, in 165 pagine elenca «tutti i miei provvedimenti per l´affermazione della legalità».
Come finirà domenica? Lo abbiamo chiesto a una maga. E´ Maria Stella Greco, in arte Madame Stella. Risponde la signora: «Ho letto le carte e dicono che io sarò tra le più votate». Madame Stella è nella lista che appoggia il governatore. In verità Totò non la voleva. Ma poi i suoi l´hanno convinto a tenerla lì. Anche in Sicilia, non si sa mai.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Il fallimento del calcio senza regole*
Salvatore Bragantini
Il fallimento del calcio senza regole
Questo non è lo scandalo del calcio, ma di un paese intero, che ha lasciato che tutto ciò accadesse: non in un anno, in decenni. Quanti conoscevano lo stato delle cose e non hanno fatto niente? Quanti se ne sono avvantaggiati, impetrando come Pisanu i favori del piccolo zar Luciano? Ora dedichiamo allo scandalo enorme rilievo, ma passata la piena penseremo ad altro, per non sfasciare il giocattolo. Sarebbe un errore, perchè l’inerzia distruggerebbe il giocattolo, ma soprattutto un’immagine nazionale già molto compromessa. Se il calcio grufolava tranquillo nel trogolo della Gea, c’è poco da lamentarsi del protagonismo della magistratura. Meno male che questa, dopo aver subito lunghi anni di assalti, è ancora in grado di fare il suo lavoro, intervenendo quando uno o più soggetti, anche colletti bianchi, commettono reati o danneggiano altri.
Se il calcio è business
Il calcio è soprattutto un business: guardiamo allora lo scandalo e le sue conseguenze in chiave di correttezza contabile e di effetti sui conti dello Stato. Il mondo della politica, lungi dal lavorare per risanare il calcio, gli ha lisciato il pelo, aggravando l’andazzo. All’ennesimo scandalo calcistico Berlusconi se ne uscì a dire: "moralizzazione è una parola grossa". Il suo governo ha agito di conseguenza. Ha sospeso con norma speciale- il decreto "salvacalcio"- il Codice Civile per le società calcistiche: grazie al decreto, le perdite sul parco-giocatori, magari a fine carriera, sono spalmate su 10 anni. Ciò esenta gli azionisti di controllo delle squadre dal tirar fuori soldi per sanare i conti. Una norma eccezionale, di pura cosmesi, valida solo per le società calcisitche, varata senza considerare che tre di queste erano quotate. Commentava profetico all’epoca Franco Carraro: "E’ un importante tassello nell’indispensabile risanamento del calcio professionistico"!
Dopo questo favore- reso alle tasche di una ventina di persone con nome e cognome, non alle società- il governo ha definito la composizione dei campionati 2003-’04, con l’occhio all’audience e ignorando i risultati sportivi. Ha permesso alla Lazio di pagare in 23 comode rate annuali i debiti col fisco per somme trattenute ai giocatori e non versate, sostenendo che almeno così incassava qualcosa, mentre se la società fosse fallita non avrebbe preso nulla. È falso, in luogo della società dovevano pagare i giocatori, percettori del reddito e responsabili in solido; essi potevano insinuarsi al passivo fallimentare e trasformare in azioni il loro credito. Almeno avremmo visto questi strapagati signori rischiare qualcosa sul loro lavoro, e non in scommesse vietate dalla legge e dal buon senso. Soprattutto, se la Lazio fallisse, gli altri pagherebbero di corsa per evitare quella fine, dato che invece paga in un quarto di secolo, la imitano. Così l’ammontare delle imposte arretrate (per Iva e ritenute) dovute dalle squadre ha superato i 650 milioni di euro.
Il calcio è "legibus solutus", i protagonisti dello scandalo (i sommersi e i salvati) lo sanno e ne approfittano: come scrivono Marco Liguori e Salvatore Napolitano ("Il pallone nel burrone"- Editori Riuniti - 2004), le società non pagano Irap sulle plusvalenze da vendita giocatori, contrariamente a quanto stabilito dall’Agenzia delle Entrate, in base ad un semplice parere della Lega. Fra Stato e corporazione, prevale la seconda, siamo il paese della libertà, quella di non pagare: ci si guadagna sempre.
Poi c’è il tema grosso della quotazione dei club. Dopo lunghe riflessioni la Consob, di cui chi scrive faceva parte come commissario, concesse (aprile ’98) il nulla osta alla pubblicazione del prospetto della Lazio, che Borsa Italiana aveva ammesso alla quotazione. Le pur forti "avvertenze" che la Consob impose allora non si sono dimostrate sufficienti. Si potrebbe arguire che i dirigenti di una società possono sempre commettere illeciti, ma non si deve per questo vietare la quotazione di qualsiasi società. Il punto è che il mondo del calcio ha mostrato una tendenza a comportamenti illeciti che non può più essere ignorata. Ne discende che per il futuro va ripensata, forse vietata, la quotazione in borsa. Nulla vale come l’esperienza pratica, e questa ha dimostrato che la quotazione di società di questo tipo non funziona. Interessante invece la proposta di Angelo Rovati ("Corriere" 16 maggio): le squadre cedano marchio e titolo sportivo ai comuni, in cambio dello stadio. La squadra paga royalties al comune, in cambio dell’uso di tali cespiti. Se la squadra fallisce va male solo per gli azionisti, e il titolo sportivo rimane, col marchio, al comune, che individuerà i nuovi proprietari della squadra. Rovati propone anche, come diversi interventi su La voce.info., una superlega europea per i big e campionati nazionali per le squadre "normali". Certamente si deve diminuire la distanza siderale fra le risorse economiche che affluiscono ai club partecipanti al medesimo campionato, come ricordato sempre su La voce.info..
Il calcio ha punito gli onesti e premiato i furbetti. Bisogna fare il contrario, come dice Guido Rossi, ottimo commissario straordinario della Figc; le sue competenze in tema di antitrust verranno utili per pervenire ad un assetto dello sport che sia più competitivo e meno pervaso dai conflitti d’interesse. Ricordiamo che non ci sono solo le violazioni di norme, ma anche i comportamenti osceni. Non è tempo di prudenza, ma di fermezza. Se le vecchie leggi non sono state osservate, nuove norme da sole non risolvono il problema. Non tanto nuove leggi servono, allora, quanto il ripristino di quelle esistenti, troppo a lungo sospese. Lo stato, tanto per cominciare, si faccia pagare 650 milioni di imposte arretrate, lasciando che fallisca chi deve fallire. Entrerà aria nuova, e lo scandalo sarà servito a qualcosa.www.lavoce.info/
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NSA, svelate le chiavi del monitoraggio
Si chiama Semantic Traffic Analyzer ed è prodotto da un'azienda californiana. Wired rivela: era installato nella stanza dei bottoni di AT&T, l'operatore telefonico coinvolto nello scandalo delle intercettazioni governative statunitensi.
Mountain View (USA) - L'onda lunga delle intercettazioni condotte dalla National Security Agency per conto del governo statunitense continua a scuotere l'opinione pubblica. Wiredle più autorevoli testate dedicate al mondo della tecnologia, ha messo a nudo quello che definisce il sistema d'intercettazione telematica definitivo : si chiama Semantic Traffic Analyzer ed è uno sniffer prodotto da Narus, un'azienda californiana.
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Lo scandalo sulle intercettazioni ha coinvolto direttamente Bush e le principali società di telecomunicazione americane: secondo Wired, AT&T avrebbe utilizzato il Semantic Traffic Analyzer per monitorare il traffico Internet di milioni di cittadini e fornire dati sensibili direttamente all'antiterrorismo statunitense. La tecnologia, disponibile sul mercato sin dal 1998, permette la ricostruzione completa di tutti i dati che passano tra le portanti di un ISP.
Come spiega Steve Bannerman, responsabile di Narus: "Tutto il traffico TCP/IP degli utenti che passa attraverso il Semantic Traffic Analyzer viene catalogato ed inseguito ed è possibile ricostruire messaggi di posta elettronica, i loro allegati, vedere quali pagine web sono state visualizzate e persino ricostruire le chiamate VoIP effettuate". Lo strumento è in grado d'identificare i pacchetti dati ad una velocità di circa 10 GBps e gira su server equipaggiati con Linux. Installato sulle macchine che gestiscono i vari servizi di un ISP, dalla posta elettronica fino ai newsgroup, l'apparecchio di Narus permette il controllo totale delle attività degli utenti.
Narus fornisce questo tipo di strumenti ad una molteplicità di grandi clienti: aziende centralissime nel mondo delle telecomunicazioni globali. Oltre ad AT&T, anche Korea Telecom, KPN, KDDO Japan, US Cellular e T-Mobile sono clienti di Narus. Le apparecchiature dell'azienda, ufficialmente, vengono vendute come strumenti per mantenere la sicurezza telematica delle infrastrutture di rete utilizzate dagli operatori telefonici.
Tuttavia, la presenza di Telecom Egypt e Saudi Telecom tra i migliori clienti di Narus fa immediatamente ipotizzare che gli sniffer prodotti da questa azienda vengano effettivamente utilizzati anche per censurare e controllare Internet . L'Arabia Saudita e l'Egitto, stando all'ultimo rapporto compilato da Reporters Sans Frontières, sono tra i nemici numero uno della stampa libera e delle cosiddette libertà digitali.
In definitiva, AT&T sembra essere sempre più alle strette e la sua reputazione è in bilico, come emerge dai commenti apparsi su numerosi blog affiliati ad EFF, l'associazione che ha innescato questo scandalo esplosivo.
Nel frattempo Verizon, uno degli ISP accusati di avere spiato cittadini negli USA e nel resto del pianeta, cerca di tirarsi fuori dal guaio e nega di aver mai avuto rapporti segreti di collaborazione con NSA.
Marc Rotenberg, direttore dell'Electronic Privacy Information Center, ha inviato una lettera alla FCC, l'ente del governo statunitense che vigila sulle telecomunicazioni, affinché "l'amministrazione pubblica indaghi sui dettagli del caso per capire i rischi che incombono sulla riservatezza dei cittadini". Rotenberg non ha apprezzato "l'ambiguità di Verizon" e paventa addirittura che alcuni ISP statunitensi, come hanno suggerito i portavoce di BellSouth, abbiano venduto al governo i dati sensibili sottratti agli utenti. Da parte sua il Dipartimento della Giustizia americano ha esplicitamente chiesto che il caso sia archiviato: ci sarebbero in ballo interessi primari, quelli della sicurezza nazionale.
>> fonte originale: punto-informatico.it
un articolo diTommaso Lombardi distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.0 e riproducibile a patto di citare la fonte e di ridistribuire il lavoro prodotto con la medesima licenza
USA: le Grandi Compagnie telefoniche 'gole profonde' dell'NSA
Privacy e sicurezza degli utenti annullati da un decreto governativo che assegna mandato all'NSA per rafforzare il potere di sorveglianza telematico dopo l'11 Settembre. AT&T, Verizon e le altre grandi compagnie telefoniche, sottolineano limiti di responsabilità definiti ed in linea con le Leggi vigenti, mentre Washingthon preme per far approvare un piano di lavoro che renda operative operazioni di sorveglianza più ampie.
Roma - Le Grandi Compagnie americane, in una dichiarazione comune in risposta alle accuse di violazione della privacy per aver passato dati riservati all'NSA, affermano che la trasmissione dei dati è avvenuta "solo ove autorizzati per legge e per scopi selettivi, se richiesto dagli organi di sicurezza nazionale". Dopo la causa di 50 miliardi di dollari intentata a Verizon dai suoi stessi clienti, le Grandi Compagnie hanno dichiarato che questo è solo l'ultima di una serie di cause civili avvenute e previste dal momento in cui avvallarono la disponibilità a contribuire, qualora richiesto, ala condivisione di dati con l'NSA. Un tema che a breve potrebbe di nuovo tornare ad essere parte delle priorità dell'amministrazione Bush, nel caso di una pressione da parte dei piani alti della CIA; eventualità che molti danno per plausibile e possibile entro l'inizio di Giugno, il che sottende un incremento di cooperazione da parte delle Compagnie telefoniche e un nuovo, probabile, rifiuto da parte dell'unica voce dissonante, Qwest: l'unica compagnia che espresse un deciso no a causa della mancanza di un'authority che appoggiasse ufficialmente la richiesta dell'NSA. Anche i legali della Qwest sono stati attivati per affrontare l'"uragano echelon" che si sta abbattendo in questi giorni sulle Grandi Compagnie.
>> fonte originale: ADV Magazine
un articolo della Redazione - fonte: New York Times
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I PIANI SEGRETI DI GUERRA E LA MALATTIA DEL MILITARISMO AMERICANO
DI FLOYD RUDMIN
Il piano Crimson: Guerra al Canada
Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale--quindi, tra il 1918 e il 1939--gli Stati Uniti avevano sviluppato e approvato, come linea di condotta nazionale, tre principali piani di guerra: un War Plan ORANGE (Piano di Guerra "ARANCIO"), contro il Giappone, un War Plan GREEN (Piano di Guerra "VERDE"), contro il Messico, e un War Plan RED (Piano di Guerra "ROSSO"), contro la Gran Bretagna. (La fonte più utile qui è il libro di R.A. Preston del 1977, The Defence of the Undefended Border: Planning for War in North America, 1867-1939 - La Difesa del Confine Indifeso: Un Piano di Guerra in Nord America, 1867-1939). Ma vi erano anche altri piani di guerra. Il Special Plan VIOLET (Piano Speciale "VIOLA") che venne approvato dalla Commissione dell'Esercito e della Marina nel 1925 per intervenire in America Latina e nei Caraibi per "prevenire eventuali azioni da parte di altri paesi inclusa la Lega delle Nazioni". Vi fu un War Plan WHITE (Piano di Guerra "BIANCO") iniziato nel 1920 per sopprimere ogni insurrezione interna da parte dei cittadini americani, ma non fu mai portato avanti né approvato.
Questi piani di guerra furono tutti declassificati nel 1974 e si possono ottenere presso la U.S. National Archives. La Germania venne classificata codificandola con il colore nero, ma non vi fu mai un War Plan BLACK (Piano di Guerra "NERO"). Il War Plan RED fu quello più esteso, più dettagliato, più modificato e più utilizzato. Il Piano presumeva il possibile inizio di una guerra con l'Inghilterra causato dall'interferenza degli Stati Uniti con l'attività commerciale del Commonwealth britannico, "per quanto si possano intravedere altre cause scatenanti per questa guerra". Il Piano prevedeva che la marina britannica avrebbe preso le Filippine, il Guam, le isole Hawaii e il Canale di Panama. Per compensare questa perdita, gli Stati Uniti avrebbero invaso e conquistato il Canada.
Per quanto apparentemente a favore di una guerra alla Gran Bretagna, il War Plan RED non conteneva degli espliciti disegni per combattere gli inglesi. Il Piano mirava essenzialmente alla conquista del Canada, codificato con il codice colore CRIMSON (cremisi). La missione della marina americana, scritta in caratteri maiuscoli, era quella, "IN DEFINITIVA, DI OTTENERE IL COMPLETO CONTROLLO DI CRIMSON". La bozza del 1924 dichiarava che "le intenzioni degli Stati Uniti sono di tenere perennemente sotto controllo i territori conquistati contrassegnati con il codice CRIMSON e RED... Il Dominion ad autogoverno [del Canada] sarà abolito." Il Piano RED fu approvato nel maggio del 1930 a livello di Gabinetto dal Segretario di Guerra e dal Segretario della Marina. Non era un piano di difesa. Gli Stati Uniti avrebbero cominciato la guerra, e anche se il Canada avesse dichiarato la sua neutralità, avrebbe comunque dovuto essere invaso e occupato.
Nel dicembre del 1930, l'Attaché della Marina degli Stati Uniti ad Ottawa fornì un resoconto spionistico alla Commissione dell'Esercito e della Marina sulla mancanza di preparazione del Canada per un'eventuale guerra: "Poiché il Canada non presagisce problemi con nessun paese, non ha mai ritenuto necessario mantenere una forza aerea adeguata". L'obiettivo statunitense di invadere il Canada fu accelerato negli anni '30. Anche alla fine del 1939, quando la Seconda Guerra Mondiale stava per cominciare e il mondo libero si stava mobilitando per combattere il fascismo, Preston descrive come il Collegio di Guerra dell'esercito statunitense e il Collegio di Guerra Navale avessero stabilito come priorità fondamentale il coordinamento delle forze di terra e delle forze marittime per un progetto dal nome "Overseas Expeditionary Force to Capture Halifax from Red-Crimson Coalition" ("Forze di Spedizione Oltreoceano per Prendere Halifax alla Coalizione Red-Crimson").
Per qualche inspiegabile ragione, il Washington Post e il quotidiano nazionale canadese, The Globe and Mail, hanno recentemente deciso di parlare del War Plan RED. L'articolo di Peter Carlson del 30 dicembre 2005 pubblicato sul Washington Post si intitolava "Raiding the Ice Box" - lett. "Raid sulla Ghiacciaia". L'articolo di Shawn McCarthy del 31 dicembre 2005 pubblicato sul Globe and Mail si intitolava "They'd take Halifax (then we'd kill Kenny)" - Prenderanno Halifax (allora uccideremo Kenny). Entrambi gli articoli sono scritti con buona dose di incredulità, derisione, e qualche volta con una comicità più o meno sguaiata.
Però il War Plan RED non è certo una novità, e non è neanche un ri-reportage di una ri-riscoperta del War Red PLAN... Il primo servizio sul Piano risale al 1935, quando il budget segreto che prevedeva la costruzione di tre basi aeree camuffate, del valore di 19 milioni di dollari ciascuna, e il cui scopo era di compiere attacchi a sorpresa sul Canada, venne erroneamente reso noto dalla tipografia governativa, che pubblicò "Air Defense Bases: Hearings before the Committee on Military Affairs, House of Representatives, Seventy-Fourth Congress" (Basi Aeree da Difesa: Sedute tenute prima della Commissione degli Affari Militari, Camera dei Rappresentanti, 74° Congresso). Venne subito riportato sulla prima pagina del New York Times e anche sul Toronto Globe sotto il titolo di "U.S. Disavows Airport Yarn ("Gli Stati Uniti negano qualunque voce in merito alla presenza di basi aeree"). Il War Plan RED venne riscoperto e ripubblicato nuovamente nel 1975 dall'agenzia stampa Reuters, e venne ripubblicato di nuovo pure dal Globe and Mail. Venne poi ancora riscoperto e ripubblicato come notizia sia nel 1991 che nel 2005. La storia è piena di lezioni, ma non si potranno mai apprendere quando di mezzo c'è incredulità e sterile ironia.
Se i piani di guerra statunitensi per la conquista del Canada possono far sorridere, questo è un commento per color che sorridono, non un commento sui piani di guerra. Ai suoi giorni, il War Red PLAN non venne progettato per far divertire. Nella bozza del 1928 leggiamo che "bisognerebbe ben chiarire al Canada che da una guerra non ne uscirebbe altro che pesantemente afflitto". Nella bozza del 1931 si afferma che "grandi parti del territorio CRIMSON diverranno teatro di operazioni militari, con conseguenti sofferenze per la popolazione e un'ampia distruzione e devastazione del paese...". Nell'ottobre del 1934 il Segretario di Guerra e il Segretario della Marina approvarono un emendamento che autorizzava il bombardamento strategico di Halifax, di Montreal e della città di Québec per mezzo di "operazioni aeree improvvise ed estese sulla massima scala possibile". Un secondo emendamento, approvato anche a livello di Gabinetto, istruiva l'esercito statunitense a "COMPIERE TUTTE LE PREPARAZIONI NECESSARIE PER L'UTILIZZO DI ARMI CHIMICHE AL MOMENTO DELLO SCOPPIO DELLA GUERRA. SARÀ AUTORIZZATO L'UTILIZZO DI ARMI CHIMICHE, INCLUSI GLI AGENTI TOSSICI, ALLO SCOPPIARE DELLE OSTILITÀ..."
L'utilizzo di gas tossici era concepito come un'azione umanitaria che avrebbe portato il Canada ad arrendersi subito e permettere quindi di salvare il massimo numero possibile di vite americane (comandante Carpender, A.S., e colonnello Krueger, W. (1934), appunti della Commissione, 17 ottobre 1934, disponibile presso la U.S. National Archives su documenti annessi al War Plan RED).
Nel marzo del 1935, il generale Douglas MacArthur propose un emendamento che rendeva Vancouver un obiettivo prioritario, paragonabile come importanza a Halifax e a Montreal. Questi venne approvato nel maggio del 1935, e nell'ottobre dello stesso anno suo figlio, Douglas MacArthur jr., cominciò la sua carriera di spionaggio come vice-console di Vancouver. Nell'agosto del 1935 gli Stati Uniti compirono le loro più grandi manovre militari in tempo di pace, con più di 50.000 truppe che simulavano un'invasione motorizzata del Canada, notizia puntualmente pubblicata sul New York Times dal cronista militare più importante del giornale, Hanson Baldwin.
Qual'è la mentalità e il filo illogico che porta militari professionisti di alto grado, funzionari esecutivi di gabinetto e membri del Congresso degli Stati Uniti a pianificare e preparare una guerra contro un alleato e buon vicino? Una base di confine segreta? Attacchi a sorpresa? Un bombardamento strategico delle città popolate? Un immediato primo utilizzo di gas tossici? E nello stesso momento in cui stavano sviluppando questo progetto per il Canada, mancarono di prepararsi per la guerra contro il fascismo tedesco, una grave minaccia per l'America. Chiaramente, c'era qualcosa di sbagliato nel modo di pensare di molti civili e militari di alto livello dotati di potere decisionale. Questi piani di guerra meritano davvero uno studio approfondito, e non derisoriamente liquidati, se l'America ci terrà mai a comprendere e a controllare i suoi impeti militari.
Per esempio, il War Plan GREEN, per l'invasione del Messico, sembra quasi un'immagine allo specchio dell'attuale piano di invasione dell'Iraq. Ecco qui alcune citazioni dirette prese dal Piano di Guerra Messicano, approvato dal Segretario di Guerra nell'agosto del 1919.
"I giacimenti di petrolio di Tampico e Tuxpan sono importanti non soltanto per il commercio degli Stati Uniti e del mondo, ma per il Messico stesso... I giacimenti incontrano un grande interesse sia da parte degli americani che degli inglesi, ma rischiano di essere gravemente danneggiati dai messicani. È dunque importante che siano immediatamente sequestrati...".
"La prima regola per conquistare una nazione è di distruggere il suo esercito. L'esercito messicano, se mai accettasse la battaglia, lo farà di certo per difendere il cuore del suo paese. E il cuore di questo paese è la località di Città del Messico... Un attacco a Città del Messico non solo porterebbe l'esercito messicano a una battaglia decisiva ma, se avrà successo, permetterà agli Stati Uniti di avere a disposizione tutti i mezzi necessari per riorganizzare e ristabilire il governo".
"Il periodo delle operazioni attive sarà breve, confrontabile a quello delle operazioni di guerriglia. Lo sbandamento iniziale delle truppe [statunitensi] provvisorie è altamente auspicabile. Sarebbe la conferma di quanto è già noto in merito al carattere dei messicani; se ne può ingaggiare un qualunque numero e farli combattere contro chiunque e per chiunque li compensi e dia loro da mangiare regolarmente".
"In più, si potrà instaurare un esercito che non sarà antiamericano e che potrebbe, per molti anni in futuro, esercitare sul governo messicano un'influenza favorevole per gli Stati Uniti".
Ecco altre citazioni dirette che provengono dal War Plan GREEN del 1927:
"Lo scopo militare di questo Piano è l'utilizzo delle forze armate degli Stati Uniti per rovesciare l'attuale governo federale messicano e controllare Città del Messico fino a quando non sarà istituito un governo accettabile per gli Stati Uniti".
"... lo scopo innanzi accennato può essere raggiunto nel modo migliore, impedendo al governo federale di fornirsi da fonti esterne delle munizioni necessarie alla guerra, bloccando ove possibile la ricezione di tutte le loro entrate, e spingerli fuori da Città del Messico così da riuscire ad ottenere il loro rovesciamento. Un'ampia pubblicità che abbia come oggetto le operazioni militari potrebbe inoltre ridurre la resistenza messicana, influenzando il popolo e portarlo a dare fiducia a un nuovo governo federale".
"Gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare uno stato di guerra contro il Messico e formare un blocco, in modo da impedire l'ingresso di munizioni e la ricezione delle entrate. Nell'eventualità che si dichiari come non esistente lo stato di guerra, gli assedi si limiteranno alla formazione di "blocchi pacifici" così come autorizzato dal Presidente".
Ora, sostituite la parola "Messico" con la parola "Iraq", cambiate i relativi nomi delle città, e questo piano di guerra potrà essere letto come l'attuale strategia militare americana in Iraq.
In entrambi i piani, l'obiettivo è quello di appropriarsi del petrolio di un'altra nazione.
In entrambi i piani, la priorità fondamentale è quella di proteggere i giacimenti di produzione petrolifera dalle forze di difesa nazionale.
In entrambi i piani, le sanzioni economiche e i blocchi servono a indebolire la nazione prima che gli Stati Uniti procedano con l'invasione.
In entrambi i piani, l'autorizzazione alla guerra da parte del Congresso può essere aggirata da un ordine presidenziale o con la distorsione delle parole.
In entrambi i piani, la propaganda rivendicherà l'invasione come qualcosa di benevolo, intesa a liberare il popolo da un cattivo governo.
In entrambi i piani, la guerra deve essere veloce e facile da vincere, e combattuta contro un esercito nazionale indebolito che si ritrova a difendere un governo eccessivamente centralizzato nella capitale nazionale.
In entrambi i piani, si può notare il disprezzo per le capacità militari e il valore delle forze di difesa nazionale.
In entrambi i piani, gli Stati Uniti hanno l'intenzione di creare un nuovo governo nel paese conquistato che servirà ai loro interessi.
In entrambi i piani, si vuole ingaggiare la milizia armata nazionale in modo da evitare che i soldati rimangano bloccati nel caso di una guerriglia prolungata.
In entrambi i piani, la nazione conquistata pagherà il costo di questa milizia nazionale.
In entrambi i piani, gli Stati Uniti intendono utilizzare la milizia armate per controllare il governo nazionale per molti anni in futuro.
L'attuale piano americano per l'invasione, l'occupazione e il controllo continuativo dell'Iraq non è una novità. È vecchio di circa 100 anni.
Quindi, il nucleo del militarismo americano che sta mettendo in pericolo gli Stati Uniti e ci sta portando alla bancarotta, allo sdegno e al disonore, non rappresenta certo una novità. Le cause fondamentali che hanno portato alla guerra in Iraq non potranno essere rintracciate nel contesto della geopolitica contemporanea, e nemmeno tra le personalità dell'amministrazione Bush, come tanti critici di guerra potrebbero pensare. C'è qualcosa di sbagliato a livello molto più profondo, nella cultura politica americana. La malattia americana del militarismo dura da decenni, generazione su generazione, ed è così radicata nella mentalità che attaccare un'altra nazione sembra ormai una cosa naturale, la spontanea reazione di una scelta.
Infatti, gli Stati Uniti sono il paese meno minacciato di tutto il pianeta. La sua grandezza geografica, demografica ed economica gli offre molta più sicurezza rispetto alla Russia, o all'Olanda, o all'Ungheria, o alla Francia, o alla Finlandia, o all'Iraq, o all'Iran. Questi paesi possono venire facilmente attaccati da vari fronti, e nella storia moderna sono infatti stati attaccati. Questi paesi hanno motivo per nutrire dei timori, ma di fatto sono meno impauriti di quanto lo sia l'America. Di certo è impossibile per delle forze straniere invadere e occupare il territorio americano, pure se gli Stati Uniti disponessero di una difesa minima.
Ma gli americani si sentono minacciati più di chiunque altro sul pianeta. Il budget militare statunitense ora supera quello di tutte le altre nazioni messe assieme. Gli Stati Uniti sono ora l'unica nazione con due dipartimenti della difesa; uno per difendere la loro terra e un altro per... fare che cosa? Per pianificare una "difesa" dell'America fuori dai suoi confini, in altre nazioni? Questa di solito si chiama "aggressione".
La pianificazione potrebbe essere la chiave per dei progetti di marketing militare in America. Potrebbero partire come dei progetti "realpolitik": degli schemi per impossessarsi di risorse economiche, aumentando lo scambio o controllando il petrolio. Ora immaginiamo che altri stiano programmando di fare a noi americani ciò che noi stiamo programmando di fare a loro, una specie di "Golden Rule" all'opposto. Il classico piano da psicopatici. E noi sentiamo la paura. Crediamo di essere realistici e razionali perché i nostri piani e le nostre azioni sono impostate sulla paura che abbiamo immaginato. Normalmente questa si chiama "nevrosi" o "pazzia". Si entra in una specie di giro distorto all'interno dei nostri stessi piani belligeranti, che vengono proiettati su altri, che si pensa abbiano gli stessi piani contro di noi, creando una paura che accresce ulteriormente la nostra ostilità iniziale. E così si entra in un ciclo di belligeranza e paura che aumenta sempre di più; l'una che alimenta l'altra, trasformando l' "aggressione" in "difesa". Ci siamo pure immaginati che i sandinisti nicaraguensi invadessero il Texas. Ci siamo immaginati che il governo socialista di Grenada avrebbe destabilizzato l'emisfero occidentale. Ci siamo immaginati che l'Iraq avrebbe messo delle bombe atomiche nelle metropolitane newyorkesi. Sono tutte assunzioni comiche, magari, ma molti in America non hanno riso. Noi queste nazioni le abbiamo attaccate.
In quella testimonianza del Congresso erroneamente pubblicata nel 1935, dove si parlava della necessità di nuove basi aeree progettate per attaccare il Canada, un esperto americano spiegò che il Canada ha migliaia di laghi, e ognuno di questi laghi può costituire una potenziale base per gli idrovolanti. Questo esperto chiese a un membro del Congresso di provare a figurarsi la visione terribile di un cielo pieno di aerei da pilota per il cabotaggio aereo che discendono dalle foreste canadesi per bombardare Boston e Baltimora:
"... il Creatore ha messo a disposizione innumerevoli basi operative nel raggio d'azione di questo paese, all'interno di aree d'acqua protette, che in Canada sono disponibili in quantità... e da cui tutti i velivoli muniti di pontoni posso intervenire in ogni momento... Non è necessario cercare di fare dei particolari ragionamenti per capire dove andranno a bombardare. Lo sanno già ora che cosa bombarderanno. Sanno dove ogni ferrovia attraversa un fiume. Conoscono l'ubicazione di tutte le raffinerie. Sanno dove si trovano tutte le centrali elettriche. Sanno tutto sui sistemi delle nostre forniture idriche... Ora sono sparsi dappertutto, è molto difficile localizzarle, pure per la nostra l'aviazione militare. Dobbiamo cercarli. Dobbiamo scoprire dove si trovano prima di poterli attaccare".
Nessuno tra coloro che aveva sentito questo discorso rise. Anzi, Wilcox, un membro del Congresso, si complimentò con il relatore, il capitano H. L. George, per avere offerto una "relazione decisamente valida", e Hill, un altro membro, disse: "Capitano, lei ha espresso ciò che per me sono delle argomentazioni molto interessanti, chiare e lucide". Nessuno chiese al capitano George come potesse sapere con tale certezza che il Canada o la Gran Bretagna erano riusciti a localizzare e a prendere di mira i ponti ferroviari, raffinerie di petrolio, centrali elettriche i sistemi idrici statunitensi. Di fatto, furono gli Stati Uniti a localizzare e prendere di mira queste basi in Canada, cosa che faceva parte del War Plan RED. Ci immaginiamo che altri vogliano fare contro di noi ciò che noi stiamo progettando di fare contro di loro. La fantasia che scaturisce dai progetti militari porta alla paraonia.
Poche settimane prima di questa testimonianza, la Commissione aveva inviato una squadra di ricognizione segreta nelle regioni incolte della Baia di Hudson e del Labrador, alla ricerca di idrovolanti canadesi nascosti. Kvale, un membro del Congresso, commentò in questo modo: "tutto ciò che ci interessa è la difesa. Dovrete giustificare la costruzione delle vostre basi come una necessità difensiva, non offensiva"; e il capitano George replicò dicendo che "la miglior difesa contro gli attacchi aerei è l'offensiva diretta verso i luoghi da dove gli attacchi via aerea cominciano". Quindi, anche gli attacchi premeditati non sono una novità. Il comitato venne persuaso, e, il giorno del 6 giugno, la Casa Bianca diede l'approvazione per lo stanziamento necessario alla costruzione delle nuove basi aeree. Il giorno del 10 agosto, il documento acquisì valore legale grazie alla firma del presidente Roosevelt.
Forse la malattia del militarismo americano può essere compresa, diagnosticata e prima o poi magari frenata, o curata. Forse si potrà formare una coalizione di scienziati, disposti a prendere attentamente in esame la storia e la natura sociale e mentale del militarismo americano, e comprendere quanto essa sia radicata nella nostra psiche e nella cultura politica. Una coalizione simile dovrebbe comprendere degli storici, degli psicologi, degli psichiatri, degli strateghi militari e degli antropologi culturali. Considerando il gran numero di persone innocenti che noi americani uccidiamo, mentre agiamo sotto l'effetto delle nostre fantasticherie militarizzate, considerando l'incalcolabile quantità di denaro che sprechiamo costruendo armi e attaccando altri paesi a causa di queste stesse nostre fantasie che ci incutono paura, dovrebbe essere la priorità numero uno cercare di capire cosa sta succedendo, perché ci comportiamo così, e come possiamo smettere di farlo.
La nevrosi collettiva difficilmente si nota, in contesti contemporanei come il nostro. Ci sono pochi punti di riferimento per trovare una normalità che ci permetterebbe di scoprire che le nostre paure sono infondate. Ma in una retrospettiva storica, è facile vedere quanto eravamo nevrotici in questa nostra paranoia proiettata sugli altri, e quanto torto avevamo. I piani di guerra storici degli Stati Uniti offrono un'opportunità quasi unica per addentrarsi nella mente militarizzata americana. Dovremmo darci uno sguardo all'interno e cercare di trarne una lezione.
Floyd Rudmin insegna al Dipartimento di Psicologia all'Università di Troms, in Norvegia. Gli si può scrivere su frudmin@psyk.uit.no
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/rudmin02172006.html
17.02.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RUGGERO ORLAND
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non dorme
Robert Fisk
Ricordate Bogart nei panni di Rick Blaine in Casablanca, quando chiede a Sam il pianista che ora fosse a New York? Sam risponde di avere l'orologio fermo, al che Bogart ribatte «Scommetto che stanno dormendo, a New York. Scommetto che stanno dormendo tutti in America». Dormono tutti, ma non Hersh.
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Sy Hersh è un uomo comune, che però nutre una profonda, intransigente avversione per la stupidità. Al reporter che ha portato alla ribalta la storia di My Lai e le atrocità di Abu Ghraib riconosco il diritto di essere un uomo comune di tanto in tanto, e anche intransigente. A Washington ha a che fare con gente di potere, non da ultimo un certo George W. Bush che tanto volentieri lo toglierebbe di mezzo. Per quel che ha scritto Hersh, un concetto poi ripetuto sul New Yorker di questo mese.
Ossia che «esponenti presenti e passati delle Forze Armate e dei servizi segreti americani» affermano che Bush ha in mano un elenco di obiettivi da colpire per impedire all'Iran di dotarsi di armamenti nucleari, e che «il suo fine ultimo» anche questa volta è quello di rovesciare un regime (ci risiamo!). Non c'è quindi da stupirsi che il Presidente americano sia un tantino indispettito. «Semplicemente folle» è stato il suo commento all'articolo, il che fa pensare che nelle parole di Hersh qualcosa di vero in fondo ci sia.
Avendo chiesto a Hersh, in occasione di una presentazione di Charles Glass alla Columbia University di New York, di concedermi un'intervista, mi aspettavo da lui una certa reticenza. Invece la sua risposta, scribacchiata su un foglietto di carta, fu gentilissima: «Sono a sua disposizione».
Tenne in quella sede una conferenza da brividi, da cui si evinceva che Bush è affetto da un certo `messianismo' che lo porta a voler entrare di forza nella Storia (chissà che non abbia scelto la strada giusta) come colui che avrà `salvato' l'Iran. «Stiamo vivendo una vera e propria crisi dell'America... il Congresso ha fallito... le Forze Armate hanno fallito... la buona notizia è che quando ci sveglieremo domattina avremo dinanzi a noi un giorno in meno da subire Bush. Purtroppo è l'unica notizia buona».
Stando a Hersh, negli Stati Uniti si è inoltre assistito allo sfacelo dell'informazione, un totale decadimento di quella che è stata la scuola di giornalismo dei grandi nomi come Ed Murrow, Howard K. Smith, Daniel Elsworth, Carl Bernstein e Bob Woodward. L'ormai canuto e sboccacciato Hersh è (con la mordace Maureen Dowd del New York Times) tra i pochissimi ancora capaci di incutere timore ai potenti del mondo. Fa piacere sapere che non ha deposto le armi, e che nel suo mirino ci sono anche dei giornalisti. «Conosco alcuni generali degni di fede», dice, «ma non posso costringerli ad esporsi pubblicamente. Verrebbero attaccati prontamente dalla Fox TV; New York Times e Washington Post non sarebbero da meno. È una legge non scritta quella per cui in sala stampa non sono ben viste le voci del dissenso».
I giornalisti che collaborano con i quotidiani americani a maggior diffusione provengono perlopiù dall'ambiente borghese e escono dal college - un iter ben diverso da quello di Hersh e di quanti come lui hanno fatto una dura gavetta passando per la cronaca cittadina. La maggior parte di essi non ha idea di cosa sia, per esempio, il mondo dell'immigrazione. «Non sanno cosa significhi dipendere dall'assistenza sociale. I loro familiari non sono stati in Vietnam allora, né oggi sono in Iraq». E la Bbc stessa «non ha più il rigore di un tempo».
In cosa consiste, dunque, la scuola di giornalismo di Hersh? «In breve: ricevo l'informazione, la verifico e ne accerto la non veridicità. Tutto qui. Mi capita di venire a sapere cose da militari che non conosco, ma le ignoro. Ero in contatto con il presidente Bashar quando fu assassinato l'ex premier libanese Rafiq Hariri. Di certo non scorreva buon sangue tra i due e, stando a Bashar, Hariri voleva impadronirsi del settore telefonia mobile a Damasco. A tutt'oggi non so come sono andate veramente le cose. Era il 14 febbraio 2005, e dalle 11 del mattino all'una di notte Bashar mi ha intrattenuto raccontandomi di quale razza di ladro fosse Hariri. Non ne ho fatto parola nei miei articoli. Niente scoop, mi sono detto, se c'è di mezzo il malanimo».
Ma riguardo all'Iran le cose per Hersh stavano diversamente. Aveva un contatto diretto. «Ho sollevato la questione Iran. Mi è stato risposto `Una sporca storia, dovrebbe andarne a fondo, recarsi a Vienna e scoprire quanto sono ancora lontani dal poter produrre armamenti nucleari'. Poi il contatto mi ha detto di come fosse difficile convincere Bush a ritornare sui propri passi riguardo all'opzione nucleare. Comunque, nessuno osa parlare apertamente – e sono io alla fine a trovarmi nei casini».
Leggiamo nel suo articolo apparso sul New Yorker che in campo nucleare si è ciclicamente costretti ad operare scelte difficili. «Si parla di funghi atomici, radiazioni, ecatombe, contaminazione ambientale per tempi lunghissimi. Ma a chi cerca di sollevare obiezioni viene messo il bavaglio» – sono parole di un addetto ai lavori intervistato da Hersh. Stando a un alto esponente dei servizi segreti americani, la Casa Bianca si scarica della resposabilità, attribuendola in toto ai vertici del settore nucleare. In parole povere, le relazioni tecniche presentate dal settore vengono interpretate come alternative possibili.
Dice Hersh che nel discorso tenuto alla John Hopkins University, in cui Bush criticava aspramente il suo articolo, il presidente americano «esaltava i successi ottenuti in Iraq. Allucinante – eppure c'è gente ad alto livello al Pentagono che non riesce a convincere il Presidente a rinunciare a tutto questo. È pura follia». «Qualche idea folle l'ha avuta anche l'Inghilterra. Ma ne erano consapevoli. Qui a Washington parlano come fossero ispirati dal divino. Bush farebbe bene a prendersi una pausa dall'ispirazione. Ha una visione così infantile, così semplicistica delle cose. Non pensiate che abbia perso la carica, tutt'altro. Purtroppo ha ancora due anni davanti a sé. E abbiamo un Congresso incapace di un'efficace opposizione. E io continuo sperare, nei momenti decisivi, di essere in errore».
La Gran Bretagna non è sfuggita all'osservazione critica di Hersh. «Il vostro paese – scrive – si preoccupa non poco di quelle che potranno essere le scelte di Bush. Il Foreign Office stesso è preoccupatissimo per il fatto che non sia lasciato spazio al dibattito, non vi siano consultazioni».
A Washington «la struttura di potere non tiene in alcuna considerazione valori quali l'umanità, la pace, l'integrità. Il nostro governo non è capace di ritirarsi dall'Iraq. Non sanno come uscire da Baghdad. Non hanno idea di come risolvere la questione. Questa guerra finirà in un gran caos, proprio per la nostra incapacità di venirne fuori. Andrà a finire che dovremo andarcene alla spicciolata, e la sola idea mi terrorizza». Un concetto che trova conferma nelle parole di una delle fonti di Hersh al Pentagono: «Il problema è che l'Iran è consapevole che solo divenendo un paese nuclearizzato può difendersi dagli USA. Le prospettive sono tutt'altro che rassicuranti».
Ricordate Bogart nei panni di Rick Blaine in Casablanca, quando chiede a Sam il pianista che ora fosse a New York? Sam risponde di avere l'orologio fermo, al che Bogart ribatte «Scommetto che stanno dormendo, a New York. Scommetto che stanno dormendo tutti in America». Dormono tutti, ma non Hersh.
Z-Net.it
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I muli africani della coca
Le nuove rotte del traffico di stupefacenti passano per il Golfo di Guinea
Da due anni a questa parte, i Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea sono diventati il crocevia del traffico mondiale di stupefacenti. Merito dei controlli più stretti operati dalle autorità spagnole e olandesi in Europa, che hanno costretto i trafficanti a cercare rotte alternative. Meno sorvegliate e piene di “muli” disperati, che ben volentieri accettano di fare i corrieri per qualche migliaio di euro di ricompensa.
Paradiso della droga. “Nel business africano si sono buttati tutti, dai cartelli colombiani alla mafia italiana, alle organizzazioni criminali spagnole e portoghesi” riferisce a PeaceReporter Antonio Mazzitelli, direttore dello United Nations Office for Drug Control and Crime Prevention a Dakar, in Senegal. Il traffico coinvolge tutti i Paesi del Golfo, ma in particolare la Guinea-Bissau, definito dallo stesso Mazzitelli un caso esemplare. “Basti pensare che a Bissau le forze di sicurezza non hanno mezzi, non esiste nemmeno una prigione. La polizia ha 4 radio per comunicare e mancano le auto. L’unica cosa che abbonda sono le armi, retaggio della guerra civile”. Non stupisce che le organizzazioni sudamericane l’avessero scelta come base di appoggio, travestendo come una fabbrica di pesce un laboratorio per lo stoccaggio e il trasporto della droga, provvisto addirittura di una pista di atterraggio.
Commercio e consumo. A essere trattati e smerciati sono tutti i tipi di stupefacenti: “Cocaina, eroina, crack, cannabis. In Africa passa di tutto”, conferma a PeaceReporter Fabrice Pothier, capo del think-tank Senlis Council, specializzato in studi sul commercio di droga. “Il business maggiore riguarda la cocaina, proveniente dal Sudamerica e destinata all’Europa. I quantitativi di eroina, che vengono dall’Afghanistan e finiscono quasi tutti in Usa, sono molto minori. E il traffico sta facendo aumentare anche il consumo tra gli Africani”. Un dato confermato anche da Mazzitelli, secondo cui “i prezzi degli stupefacenti sono diventati competitivi anche per il mercato africano. Il crack è prodotto localmente e ha un grande successo. Bastano un forno a microonde e qualche reagente chimico e il gioco è fatto”.
Business africano. L’affare ha attirato anche i gruppi criminali locali. “Il traffico di droga in alcuni casi è organizzato dai network esteri, ma ci sono numerosi esempi di collaborazione con criminali africani”, continua Pothier. Sono pochi, per esempio, a sapere che sono stati i Nigeriani, e non i Colombiani, a inventare il sistema dei “muli”, i famosi corrieri che ingurgitano capsule di droga per sfuggire ai controlli. Non a caso, il numero dei “muli” africani arrestati alle frontiere europee aumenta costantemente: solo nel 2004, in Austria furono fermati più di mille Nigeriani. “Per dare l’idea delle quantità, circa il 40 percento del traffico mondiale di cannabis passa per l’Africa”, secondo Pothier. “Per la cocaina e l’eroina, il fenomeno è troppo recente per avere numeri affidabili”.
Gocce nel mare. La comunità internazionale sta lentamente prendendo coscienza del problema. Qualcosa si muove, soprattutto a livello di cooperazione regionale e di operazioni congiunte. “Nel 2004, gli Stati Uniti lanciarono la West Africa Joint Operation, che portò al sequestro di più di 1.300 kg di cocaina in Benin, Ghana, Togo e Capo Verde”, conclude Mazzitelli. “Ma sono gocce nel mare, mentre sarebbe necessaria una collaborazione continua, per la quale mancano le condizioni basilari. In Paesi del genere non è facile organizzare reti di controllo efficienti”. Il Grand Hotel sembra destinato a prosperare. I clienti, in patria e all’estero, non mancano di certo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5442
Matteo Fagotto
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Dieci paesi d’oro
Luca Sebastiani
“L’allargamento a due anni di distanza: un successo economico”. Il giudizio della Commissione Europea non poteva essere più chiaro. Anche nelle sue reticenze.
Il rapporto preparato in occasione del secondo anniversario dell’entrata, avvenuta il primo maggio 2004, dei dieci nuovi paesi dell’Europa centrale e orientale nell’Unione, contiene già nel titolo la risposta esclusivamente economica che la Commissione ha voluto dare alle inquietudini che l’allargamento passato e quelli futuri hanno suscitato e suscitano tra i cittadini europei.
Il no francese e olandese alla Costituzione europea è lì a ricordarlo, a ricordare che la paura del minaccioso idraulico polacco pronto a sottrarre al collega francese salario e garanzie ha giocato un ruolo determinante nel bloccare l’integrazione politica dell’Unione. Come dire: le due direttrici fondamentali sulle quali si è mosso sin qui il processo di costruzione europea, allargamento e integrazione, sono entrati in rotta di collisione portando l’Unione stessa all’impasse che oggi sconta.
Il commissario all’allargamento Olli Rehn non è lontano dal vero quando allo spettro dell’idraulico polacco risponde, dati alla mano, che “gli scenari catastrofici che sono stati immaginati non si sono affatto realizzati”. I flussi migratori provenienti dai nuovi 10 “sono stati in generale molto limitati”, mentre i trasferimenti di attività, le delocalizzazioni, sono stati “minimi”. Anche la concorrenza fiscale, il dumping, in realtà si è dimostrata più immaginaria che reale, in quanto, pur essendo l’imposizione per le società “il 10% più basso ad Est che a Ovest”, le tasse indirette e i contributi sociali “stanno erodendo questo vantaggio”.
Con una crescita media del 3,75% annuo tra il 1997 e il 2005, i nuovi dieci membri hanno ottenuto risultati migliori dei quindici vecchi che si sono attestati su una crescita del 2,5% nello stesso periodo. Certo le disparità Est-Ovest sono innumerevoli, il tasso di disoccupazione nei nuovi paesi membri si aggira in media intorno al 13,4% contro il 7,9 dei paesi Occidentali, ma a buon ragione, in una certa misura, Joaquìn Almunia, commissario degli affari economici e monetari, può sostenere che “la riunificazione dell’Europa è un successo sul piano economico”. Ha ragione altresì a dire che “tutti traiamo vantaggio dal miglioramento del tenore di vita dei cittadini dei nuovi Stati membri” e che “le imprese della Ue beneficiano di nuove opportunità commerciali, rafforzano la loro efficienza e diventano più competitive”. Ha ragione, Almunia, a ricordare che “l’allargamento aiuta l’Unione a far fronte al nuovo ordine economico mondiale”, anche se per ora sembra più un desiderio che una realtà. Il problema rimane quello politico e istituzionale.
Il primo maggio di due anni fa, quando Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia entrarono in un solo colpo a far parte dell’Unione, l’accento venne messo sulla dimensione storica dell’avvenimento. Certo, l’Europa tagliava un traguardo epocale, si riconciliava con se stessa reintegrando paesi che per mezzo secolo erano stati separati dalla cortina di ferro; ma quanto si è ragionato nei mesi seguenti sul cambiamento di natura dell’Ue? L’Unione a venticinque – e l’anno prossimo a ventisette con l’entrata di Romania e Bulgaria – è la stessa di quella a sei o a quindici? E se non lo è, di quale nuova identità e di quali nuovi strumenti ha bisogno?
Cerchi concentrici, differenziazione, velocità molteplici d’approfondimento. Un po’ di realismo, l’unico in grado in questo momento di riconciliare i due assi della costruzione europea, allargamento e integrazione, sta riconquistando terreno in giro per il Continente. Certo bisognerà attendere che gli equilibri politici in singoli stati come Francia e Italia si definiscano meglio o del tutto per cominciare a costruire nuove alleanze e veder nascere proposte concrete.
Per ora la Commissione ha preferito mettere l’accento sul “successo economico dell’allargamento” e rimanere reticente sullo scacco politico dello stesso.
caffeeuropa.it
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Iraq : strage di Haditha , inchiesta USA condanna marines
di Rico Guillermo
Alcuni soldati americani saranno probabilmente giudicati per il massacro di 24 civili iracheni innocenti, compresi 7 donne e 3 bambini. La loro colpevolezza sarebbe emersa in una indagine degli inquirenti del Pentagono.
Tre ufficiali dei marines, un tenente colonnello comandante del battaglione dei marines implicati e due capitani, sono gia' stati sollevati dall'incarico con motivazioni non ben chiarite - ma, e' stato detto, inerenti a fatti successi all'epoca del loro servizio in Iraq - tuttavia si reputa che essi affronteranno il processo quando l'inchiesta sara' conclusa.
Un portavoce del Corpo dei marines al Comando Centrale di Tampa in Florida, il tenente colonnello Sean Gibson, ha commentato che "c'e' in corso un inchiesta del servizio navale di indagine criminale e delle forze multinazionali in Iraq", per cui qualsiasi commento potrebbe pregiudicare il procedimento legale. Egli ha dichiarato che i risultati dell'indagine saranno resi noti "non appena i fatti saranno accertati".
Duncan Hunter, il presidente repubblicano del comitato delle forze armate della Camera, ha dal canto suo assicurato che terra' udienze pubbliche sull'avvenimento, che era stato inizialmente coperto dai militari coinvolti.
Lo scorso novembre le autorita' militari americane in Iraq avevano detto infatti che un marine e 15 civili iracheni che si trovavano su un pullman ad Haditha, nell'ovest dell'Iraq, erano stati uccisi da una bomba a bordo strada e che otto insorti erano stati uccisi in un altro momento a colpi di arma da fuoco, ma l'inchiesta dimostra che le cose sono andate diversamente. I 24 civili - e non 15 - che si trovavano in parte nelle proprie case sarebbero invece stati uccisi in una reazione all'uccisione di un soldato USA.
Negli Stati Uniti la vicenda ha richiamato alla mente il massacro di Lai, in Vietnam, dove nel 1968 diverse centinaia di abitanti di un villaggio vietnamita, pricipalmente donne e bambini, furono sterminati dalle truppe americane. Il parlamentare democratico John Murtha, un ex colonnello dei marines e veterano del Vietnam, oggi pacifista, ha sostenuto che i civili non colpevoli sono stati macellati "a sangue freddo".
L'amministrazione Bush teme che lo scandalo crescente sull'accaduto possa condurre ad accuse di crimini di guerra e alla condanna della Comunita' internazionale. Peraltro, in vista delle elezioni congressuali, ci si aspetta la riduzione del sostegno alla guerra in Iraq.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Amnistia
di Furio Colombo
Forse questa è una parola chiave per leggere il discorso di Romano Prodi che ha presentato il suo governo al Senato, un discorso che si è snodato come un grande, accurato, puntiglioso rapporto sul Paese Italia, con il coraggio pedagogico di non lasciare in ombra nulla, di non sorvolare, di non prendere suggestive scorciatoie. La parola chiave è amnistia.
Nel contesto di giovedì e venerdì scorso al Senato, amnistia è prima di tutto l’impegno a smettere di voltare le spalle, magari con l’aria del manager che ha ben altro da fare, al dramma spaventoso delle carceri italiane. Prodi ha ricordato ai finti credenti con quale calore, di fronte alle telecamere, avevano battuto le mani al Papa (Giovanni Paolo II) che chiedeva di intervenire. E ha indicato ai finti liberali il lungo percorso del progetto amnistia (lanciato, ricordate? dai Radicali) uno dei punti forti di collegamento tra fede religiosa e religione civile.
C’era Emma Bonino seduta al banco del governo, due posti più in là di Prodi, ma a destra nessuno ha raccolto questa parola, questo impegno, questo invito, preferendo parlare di niente in fitto irato politichese.
Il sensibile ex ministro della Giustizia Castelli ha amabilmente interrotto il discorso del presidente del Consiglio con la battuta «Fategli un applauso, se no si offende». Da leghista è certo persuaso di essere stato spiritoso. Il senatore di Forza Italia Emiddio Novi, ha argomentato, come nell’imitazione di un telefilm, sul tema: “ci descrivono cattivi, con classificazioni lombrosiane”. E ha trovato opportuno, per rendere più persuasiva la sua arringa, di citare come colpevole il giornale l’Unità. Probabilmente lo ha fatto perché gli è accaduto di vedermi di fronte, dall’altra parte dell’aula, e gli è venuta l’idea. Restavano lo stesso alcuni minuti da riempire. Ha deciso di leggere i dati elettorali già noti a tutti da quarantadue giorni. Ha cominciato a leggere dai suoi tabulati: «Nelle operose regioni del Nord ...» Ma quando ha esclamato: «E continuo», il presidente Marini si è affrettato a spiegargli: «No, senatore, lei adesso finisce». Diligentemente il senatore ha concluso, ma amnistia niente. Quando è toccato a Berselli, di An, l'espediente è stato la creatività. Si è inventato che «la sinistra estrema che assedia Prodi ha chiesto l'abolizione del 2 Giugno, festa della Repubblica». Ha creduto di poterlo fare in quanto alcuni, da sinistra, effettivamente si erano chiesti se la parata militare alla sovietica fosse davvero l'unico modo per festeggiare la nascita della democrazia e della identità di un Paese.
«Niente armi, niente party», deve avere pensato Berselli. In ogni caso non una parola sullo sfollamento urgente delle carceri, sul gesto umano di ridare respiro a esseri umani.
A parte Castelli, la Lega si è fatta sentire anche con il senatore Stiffoni, che con molta disinvoltura ha proposto: «Approvate la nostra riforma e diventeremo amici». Come incoraggiamento ha aggiunto: «Se la approvate, il Senato diventerà soltanto la Camera delle Regioni, e non dovrà più fare leggi né votare la fiducia ai governi». Voleva che Prodi riflettesse sulla fortuna che gli sarebbe toccata se il Senato della Repubblica fosse già stato ridotto a un rudere alla Piranesi dalla premiata Lega di Borghezio e Gentilini.
Eppure Prodi aveva parlato di guerra da rifiutare, di Europa da rianimare, di Mediterraneo, di America Latina, di Africa che non può essere abbandonata, di grandi economie che nascono in Asia e non possono essere ignorate, di illegalità, di regole, di conflitto di interessi, di informazione televisiva, di futuro dei giovani, di costo del lavoro, di immigrazione, di famiglia, di salute, di scuola, di Università, «dei conti che troveremo».
«Siamo un Paese industriale che deve ricominciare a fare politica industriale». Solo su questo punto c'è stato, da parte della metà di destra del Senato, un profondo forse imbarazzato silenzio. Prima e dopo avevano sempre interrotto. Per esempio hanno interrotto furiosamente sulla guerra, con uno strano e curioso ritorno alla frenesia interventista del 1915. Alla frase sull'errore della guerra in Iraq (versione mite di ciò che dicono ogni giorno al Senato americano Ted Kennedy e John Kerry) è scoppiato un putiferio. Perché? Evidentemente domina ancora - o torna a dominare - il riflesso di una destra primitiva ancora legata all’antica mitologia del combattere come unico gesto degno dell’uomo guerriero.
***
Qualunque primo ministro democratico, in una situazione di emergenza economica, mentre si riaccende furioso il conflitto armato in Afghanistan e diventa ancora più sanguinosa la guerra civile in Iraq, avrebbe fatto il discorso di Prodi: puntigliosi impegni (per ogni domanda una risposta) e chiare affermazioni,senza evitare o glissare su alcuna questione che riguarda l'Italia.
Il riferimento al problema delle carceri, e dunque all’amnistia, come segnale disinteressato e civile per ricominciare, avrebbe potuto essere - e credo che sia stato pensato - come indicazione di un territorio naturale comune. La risposta, invece, è stata interrompere, vociare, gridare a caso sempre due o tre slogan presi dalla loro campagna elettorale infinita. Per esempio: «Quale famiglia? La vostra è una accozzaglia!» (Sen. Cantoni). «Quale legalità? L'opinione della gente, che ho personalmente verificato, ci dice che votare per voi è come dare un voto contro l'Italia» (Senatrice Alberti Casellati). «Quale scuola!» tuona per Alleanza Nazionale il senatore Matteoli. Non si sa con quale orgoglio di partito proclama: «La scuola l'abbiamo fatta noi!».
«Voi - ricorda pacatamente Prodi, voltandosi verso la riottosa parte del Senato schierata a destra - avete fatto la crescita di meno dell'1%».
Fa effetto, anche da un punto di vista cinematografico, vedere Storace che ride, ride non si sa perché quasi sempre, come per un incontenibile spunto di felicità o di euforia, che certo non ha alcun riscontro nei fatti. Il continuo sghignazzo, l’irridere, il gridare parole sgradevoli più o meno in ogni momento sembra la trovata di un regista eccessivo e malevolo.
Prodi: «Vorrei dire una cosa se le vostre interruzioni me lo permettono». E torna a ripetere: «L'industria è ferma, il commercio con l'estero è crollato». A destra si rivoltano con furore, non tutti, ma tanti, con il goliardico impeto del tempo libero. Forse non gli pare vero di essere non più responsabili del disastro. E hanno troppa nostalgia per la loro campagna elettorale di terra bruciata.
Calderoli ha due ruoli. A volte sale al posto di Marini e dirige il dibattito. A volte, con la sua stazza e la sua vistosa cravatta verde, sale e scende le scale dell'emiciclo e, come un domatore, segnala ai suoi - o sottolinea - le interruzioni e le intemperanze più colorite, continuando a muoversi in uno spazio da racconto di Garcìa Màrquez. Un allucinato realismo magico, una visione stravolta che lo fa scivolare nel brutto sogno.
***
La parola chiave resta amnistia, ed è come avere deposto una lampada sul terreno brado e cosparso di macerie che sembra dividere le due parti. È più di un gesto simbolico per dire che, se davvero si volesse fare del lavoro in comune, ci sono impegni nobili, che si possono prendere alla luce del sole, davanti a tutti i cittadini e anzi insieme a loro per alzare almeno un poco la soglia di civiltà di un Paese disorientato dal monopolio e dalla amministrazione controllata delle notizie, incattivito dalla xenofobia della Lega, umiliato dalle cose dette e fatte da chi si è impegnato non solo a spaccare il Paese (brutta realtà che per loro è un vanto, e infatti ridono quando Prodi dice che spera in un po' di rispetto reciproco, se non di armonia e di concordia) ma anche a frantumarlo nella cosiddetta riforma della Costituzione che fra poco sarà cancellata.
E poi Castelli. C'è un nome, una persona, una vita più estranea e indifferente alla parola amnistia? Infatti Castelli è troppo impegnato nella sua tipica attività di "casseur" - mai interrotta neppure al ministero della Giustizia - e troppo preso dal suo metabolismo che lo spinge comunque all'attacco. Come hanno già fatto prima altri suoi colleghi, proclama che la loro riforma di frantumazione del Paese (detta, nel loro dialetto, «devolution») non si tocca.
Troppo poco? No. Accusa il presidente del Consiglio di avere fatto cadere, con le sue dichiarazioni al Senato, importanti titoli in Borsa. Troppo poco? Allora offende i senatori a vita ammonendoli a non votare Prodi. «Non siete mica stati nominati per ragioni politiche», come dire: «Non vi impicciate».
Troppo poco? C’è anche una citazione falsa dal New York Times. Castelli finge di leggere dal quotidiano americano «il governo Prodi durerà poco». L'articolo vero (in prima pagina, continua a pag. 4) elenca con cura non solo i passaggi salienti dell'intervento di Prodi (scegliendo frasi come «Qui non ci sono nemici. Qui ci sono solo persone che vogliono il bene dell'Italia») ma anche le frasi e le grida con cui il discorso di Prodi è stato continuamente interrotto. "Catcalls" dice il giornale per far notare la rudezza della metà berlusconiana dell'aula. Mai, in nessun punto esiste la frase o il senso suggerito da Castelli. Per l'ex ministro della Giustizia una attenuante generica. Legge poco e certo non la stampa internazionale. Ha letto male da una agenzia che citava "il conservatore Times" per indicare il celebre Washington Times, foglio di estrema destra neocon della capitale americana che vende meno di 20mila copie per fans e abbonati.
La passerella tocca infine a una celebrità del «reality» Porta a Porta, noto per l'inclinazione alla simpatia. È il sen. Schifani. La voce ventriloqua di Berlusconi, già resa illustre da alcune tra le più imbarazzanti leggi ad personam, inaugura uno stile da guerra totale con il grido: «Lei ha offeso le Forze Armate. Deve chiedere scusa!». E con lui tutta la destra del Senato precipita in un triste 1920, di penoso interventismo fuori tempo, fuori luogo ed estraneo alla realtà.
Da Schifani apprendiamo con tristezza che il sacco delle istituzioni continua a essere l'obiettivo prediletto, come durante il governo Berlusconi, come durante la più brutta campagna elettorale mai vissuta.
Quando Anna Finocchiaro parla per l’Ulivo, si ha la sensazione di un ritorno alla normalità psichica e politica, come su un aereo dopo un periodo di intensa turbolenza. Ci sono persino momenti di silenzio. Tra poco ci saranno gli umilianti boati e insulti della destra quando andranno a votare i senatori a vita. Tutti i senatori a vita - tutti - votano sì al governo.
Da destra, come in uno stadio nelle giornate a rischio, urlano contro Scalfaro e contro Ciampi. E non è vero che smettono quando Rita Levi Montalcini passa davanti al presidente per dire il suo sì. Solo qualcuno, forse, davanti a lei comincia a provare vergogna o almeno imbarazzo.
La descrizione di ciò che è accaduto nella curva sud del Senato spetta al presidente Marini. «Colleghi, il vostro comportamento è indecente». Seguono altre urla. Come è noto, come i lettori ormai sanno la manifestazione di alto profilo istituzionale inscenata dalla Casa delle Libertà non ha fermato Prodi, che ha avuto il voto di fiducia. Ma ha raggiunto un suo risultato: non si è parlato di nulla. Non si è parlato dell’amnistia. Guerra, dunque, anche sulla pelle dei carcerati.
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Il premier: «Subito al lavoro per rilanciare l’economia»
Prodi: il partito democratico motore della crescita
DAL NOSTRO INVIATO
dal Corriere - 21 maggio 2006
BOLOGNA - «Riaccendere i motori del Paese». Economia, conti pubblici, ripresa industriale. Pensieri fissi. Che accompagnano Romano Prodi in ogni istante di queste prime giornate da premier. Non esiste un’agenda dei primi 100 giorni: «Esiste una priorità: lavorare subito, da ora, per ridare forza all’economia italiana». Sono almeno 18 mesi, da quando è tornato da Bruxelles, immergendosi in un’interminabile campagna elettorale, che il leader dell’Unione batte su questo tasto. E ora che finalmente il governo è fatto e la fiducia della Camera a portata di mano, Prodi scalpita, voglioso di impallinare i tanti gufi che volteggiano attorno al suo esecutivo in Italia, ma anche in Europa: «E’ tutto come nel ’96 - dice con un sospiro -, in molti parlano di missione impossibile, ci concedono poche possibilità di farcela, eppure l’altra volta abbiamo centrato gli obiettivi con relativa tranquillità: lo rifaremo».
Primo fine settimana da presidente del Consiglio. A Bologna, naturalmente. Il rito dei portici. Quello della biciclettata sui colli. E poi un’abbuffata di Ulivo. O meglio, prove tecniche di Partito Democratico: una sorta di festa-raduno nei Giardini del Baraccano, con Ds e Margherita per un pomeriggio sinergici, applausi e brindisi, sperando che un giorno tutto ciò si concretizzi nel nuovo soggetto riformista, «motore di cambiamento».
Il presente però parla la lingua dei numeri, e non è un bel sentire. Prodi e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, vivono praticamente in simbiosi. E dai primi colloqui, il Professore ha tratto la sensazione che «i margini per il recupero ci sono». Lo dice chiaramente agli ulivisti in adorazione: «Abbiamo dei segnali di ripresa, sappiamo che possono indebolirsi, ma dobbiamo essere noi italiani a prenderci cura di noi stessi». I motori sono già accesi: «Appena ottenuta la fiducia alla Camera (il voto è previsto per martedì, ndr.), cominceremo subito con il lavoro di squadra a tempo pieno sul fronte della situazione finanziaria». La verifica dei conti, innanzitutto. Poi le basi per quella che il premier ha già definito «una Maastricht interna», griglia di regole per tenere sotto controllo la spesa pubblica centrale e quella degli enti locali.
Risanamento e sviluppo: corre su binari paralleli la strategia prodiana. Lotta all’evasione, riduzione dei costi della politica, taglio di 5 punti del cuneo fiscale. Zeppa di idee e appuntamenti l’agenda economica del Professore, che non vuole presentarsi impreparato di fronte a Bruxelles, dove si recherà il 29 maggio per incontrare Barroso e di nuovo a metà giugno per la sessione estiva del Consiglio d’Europa. Cammino in salita, inutile negarlo: «I tempi sono stretti, ci vuole uno sforzo da parte di tutti». Non è stagione da solisti: «O facciamo capire agli italiani che stiamo lavorando nell’interesse di tutti o non riusciremo nemmeno a cominciare davvero la ripresa».
Ecco che diventa «fondamentale» il ruolo del futuro Partito Democratico. E’ attraverso il nuovo soggetto, afferma convinto il leader dell’Unione, che «potremo dimostrare agli italiani che c’è una forza politica capace di essere perno del cambiamento». Fucina di «riformismo» e «strumento di contatto con la società». Perché, prosegue Prodi scambiando uno sguardo d’intesa con Arturo Parisi, ministro della Difesa ad altissimo tasso ulivista, «il nostro compito è quello di costruire non solo i rapporti con i partiti, ma anche con l’opinione pubblica, cosa che il precedente governo non ha mai fatto». Tutto questo però sarà possibile solo «se la coalizione dimostrerà compattezza e coesione». E qui il Professore incrocia le dita: «Okay, qualche problemino interno c’è, ma siamo ancora in rodaggio, andrà tutto bene». Anche perché, quanto ad ambizioni di durata, il neo premier non scherza: «Dobbiamo fare insieme un cammino di 5 anni, poi altri 5, poi altri 5...».
Francesco Alberti
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Succede anche questo: esponenti della destra mettono i libri al rogo
Che simpatica iniziativa quella messa in atto oggi a Ceccano, nel frusinate, da due esponenti locali della Casa delle Libertà. Stefano Gizzi di Alleanza Nazionale e Massimo Ruspantini della Democrazia Cristiana - al grido "Gesù Cristo nostra unica Via, Verità e Vita" - hanno dato fuoco in pubblica piazza ad alcune copie del libro "Il codice da vinci", giudicato blasfemo (pardon, "due volte blasfemo") dai due novelli piromani. Per la serie: bentornati nel Medioevo (per non scomodare i nazisti, che com'è noto amavano parecchio l'odore della carta bruciata).
Un vero peccato che lo spettacolo bradburiano non sia per nulla piaciuto a un gruppo di sostenitori di Dan Brown, che altrettanto intelligentemente hanno reagito lanciando alcune decine di pomodori sul pompiere Montag e sul suo socio.
Una scena imperdibile, insomma, da una parte le fiamme della nuova inquisizione, dall'altra i lanciatori di ortaggi.
Un capolavoro. Anzi, un capo-pomodoro. E poi la chiamano "Repubblica delle banane".
centomovimenti.com
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Da Allah a qua: ci ritireremo dall’Iraq, ma l’Iraq si ritirerà dall’Italia?
di Lia Celi
Un ex tiranno assetato di rivincita, un povero premier circondato da capitribù litigiosi, una democrazia fragile, divisioni insanabili, un clero invadente: meno male che non abbiamo il petrolio, altrimenti Bush ci avrebbe già invaso. Ma purtroppo nemmeno il fosforo di tutte le bombe Usa basterebbe a rendere un po’ più intelligente Alfonso Pecoraro Scanio. Il neoministro Clemente Mastella rivendica la sua profonda conoscenza della Giustizia: «E’ una vita che la fotto». Massimo D'Alema smentisce l'accusa di essere lui il vero presidente del Consiglio: «Non ho tempo, sono già il vero presidente della Repubblica». Romano Prodi tranquillizza le donne deluse per la scarsa rappresentanza femminile al governo: «Niente paura, pur di ottenere una poltrona molti ministri maschi mi hanno promesso di cambiare sesso». Ma il secondo governo del Professore può durare sul serio cinque anni: solo il discorso per la fiducia è durato un mese.
http://www.liaceli.com/
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I valori dell'elettore di centrodestra
Scritto da Fabiana Vidoz
Tra moderati, non integrati, qualunquisti, liberali e non liberisti
La campagna elettorale ha subito il forte condizionamento della strategia comunicativa del Premier. Più che le tasse, il welfare, le grandi opere, la politica estera hanno fatto i toni, le contrapposizioni, lo scontro: la ‘pressione mobilitativa’ di Silvio Berlusconi giocata su messaggi evocativo-emozionali a forte impatto, quelli capaci di muovere comportamenti irrazionali e impulsivi. Una strategia che ha colto gli umori di un segmento significativo dell’elettorato di area ‘ri-motivato’ al voto, ma anche consolidato l’afflato della base sociale tradizionalmente vicina a Forza Italia attraverso le paure e i timori generati dagli opposti ‘noi-loro’, ‘negativo-positivo’, ‘libertà-costrizione’, ‘benessere-tasse’, ‘ricchezza-povertà’. Spinte che hanno trovato terreno fertile nei valori di fondo che accompagnano aree e segmenti significativi dell’elettorato di centro destra.
L’analisi dell’incidenza e degli effetti delle istanze e dei substrati valoriali sugli equilibri politici offre un utile supporto all’interpretazione del voto e spiega il successo della strategia comunicativa di Silvio Berlusconi. In generale l’elettorato di centro destra si è caratterizzato nell’ultimo anno per alcuni tratti distintivi, peculiari e divisivi -ossia la chiusura verso l’immigrazione, la sfiducia verso i partiti, il riconoscimento delle centralità dei valori cattolici e la ripulsa del mondo islamico- e per una minor sintonia rispetto a quelli che possono essere definiti trends dominanti, rispetto ai quali cioè si riscontra il convergere di una larga maggioranza del Paese. Tale distanza è emersa con chiarezza in relazione ad alcuni elementi (per citare solo quelli più significativamente attinenti alle dinamiche di voto): nel decisionismo spinto, nella maggior distanza dai valori fondativi della repubblica (resistenza, ruolo del parlamento e dei partiti), nei tratti radicalizzanti con cui si connota lo scontro politico. E’ evidente fin da questa breve sintesi che i toni e l’impostazione complessiva della campagna hanno consentito al Premier di intercettare empaticamente un’ampia area dell’elettorato di centro destra cogliendone gli umori, le pulsioni e le tensioni più viscerali.
E’ possibile evidenziare e profilare più precisamente i segmenti su cui ha potuto far leva Silvio Berlusconi segmentando l’elettorato di destra, centro destra e centro rispetto ai valori condivisi e agli orientamenti di fondo: si individuano cinque distinti ‘sottogruppi’ due dei quali (quelli che chiamiamo ‘I non integrati’ e ‘I qualunquisti’) rappresentano la base di consensi che ha permesso una rimonta, non sufficiente, ma significativa considerato il quadro politico complessivo e gli equilibri iniziali.
I NON INTEGRATI (17%). Un segmento che negli ultimi anni è cresciuto costantemente, caratterizzandosi per un maggior senso di chiusura e minor propensione alle riforme. E’ un’area di forte smarrimento ed incertezza sia sul piano politico che socio-economico. Nostalgica e conservatrice nelle scelte sociali, associa la forte aderenza ai precetti della chiesa cattolica alla forte chiusura verso ipotesi di modernizzazione sociale. I tratti di maggior pessimismo con cui si caratterizza appaiono come ulteriore sintomo dell’antagonismo sociale che esprime. Segmento a forte presenza femminile, dove ridottissima è la componente giovanile a vantaggio di quella più anziana. E’ l’area che presenta -insieme ai ‘qualunquisti’- la percentuale più elevata di soggetti a basso profilo scolare; che vede al suo interno sovrarappresentati pensionati, casalinghe e residenti nelle isole; che identifica meglio delle altre la scarsa apertura alle riforme e lo smarrimento legato alla sfiducia espressa verso il sistema Paese. Si caratterizza per una radicalizzazione crescente, per la crescente tendenza all’astensionismo, per la forte competitività tra Lega Nord e FI, per un minor appeal di AN. E’ il segmento senz’altro più sensibile ai richiami del Premier, quello che maggiormente ha contribuito al recupero di Forza Italia.
I QUALUNQUISTI (30%). Un gruppo numericamente significativo (la maggioranza relativa) che nell’ultimo anno ha evidenziato una lieve tendenza alla riduzione, mantenendo tuttavia i tratti costitutivi maggiormente caratterizzanti. L’area associa il senso di inadeguatezza personale ad un più marcato timore e sfiducia per il futuro e alla forte domanda di modernizzazione socio-economica che si esprime mediante il deciso e stabile orientamento alla gestione privatistica di alcune aree d’intervento pubblico. Sul piano più marcatamente politico e istituzionale si caratterizza per la sfiducia evidenziata nei riguardi dei partiti politici, per una evidente tendenza a radicalizzare lo scontro politico e per certa deriva ‘decisionistica’ che si concretizza nella richiesta di un leader forte, investito dalla volontà popolare. E’ un segmento in cui prevalgono nettamente i soggetti a bassa scolarizzazione e le coorti di età superiore. Alta è la fruizione televisiva (in particolare reti Mediaset, TG 5), mentre al contrario limitato il ricorso all’innovazione e alle nuove tecnologie. Area divisa tra istanze di conservazione politica e modernizzazione economica; già insediamento elettorale di Forza Italia si è aperta ad altre forze politiche, in particolare AN e Lega Nord.
I MODERATI (17%). Area che rispetto al passato ha ridotto, anche se di poco, la propria consistenza numerica e consolidato i tratti valoriali maggiormente caratterizzanti. E’ il segmento che meglio esprime il radicamento al sistema dei valori rappresentato dalla patria e dall’unità nazionale, dai momenti e dai soggetti fondativi e costitutivi la Repubblica: l’evidente contrarietà ad ipotesi leaderiste ne è il riflesso più evidente. Tale ancoraggio si sviluppa e consolida all’interno di un quadro di riferimento caratterizzato da un certo ottimismo per la riformabilità e le possibilità di sviluppo futuro del Paese. Area di forte conservazione evidenzia tuttavia, accanto allo scarso sostegno alle privatizzazioni e allo smantellamento dell’ombrello protettivo del welfare, forti aperture verso gli immigrati cui riconosce il contributo socio-economico offerto. Vede sovrarappresentate le coorti inferiori d’età, i soggetti ad elevata scolarizzazione, i residenti al sud e nelle isole, gli studenti e i dipendenti del pubblico impiego. Si caratterizza per l’acquisto e la lettura dei quotidiani -superiore alla media-, l’orientamento televisivo prevalente sulle reti RAI, la propensione all’associazionismo. Positiva, tradizionalista e costituzionalista in ambito politico, conservatrice in ambito socio-economico. Componente evidente del moderatismo, proiettata verso il centrismo politico -la forte e crescente propensione alla mediazione politica ne è l’espressione più evidente-, legata ai valori costitutivi della Repubblica e timorosa verso ipotesi di innovazione del sistema appare come un’area di crescente interesse per Alleanza Nazionale e Udc, poco incline all’astensione.
I NON LIBERISTI (19%). Il segmento nell’ultimo anno si è consolidato interrompendo una tendenza stabile alla progressiva perdita numerica. E’ un’area in cui appare più radicato il rifiuto allo smantellamento del welfare state e alta la domanda di garanzie e tutela al soggetto pubblico, elevata è l’insicurezza che esprime circa la capacità di reggere il contesto competitivo attuale e la difficile situazione economica. Nel tempo segnala una maggior predisposizione verso la libertà di scelta personale e individuale su temi etici e morali, di fatto non mostra un particolare attaccamento ai precetti della religione cattolica. Il segmento appare maggiormente orientato verso ipotesi leaderistiche-decisioniste, ossia a ridefinizioni della carta costituzionale in senso presidenzialista come antidoto alla scarsa propensione all’ordine e alla riformabilità degli italiani, nel tempo esprime una maggior tendenza alla radicalizzazione politica. Elevata è l’adesione ai valori connaturati al concetto di patria. E’ il segmento che esprime in forma più vistosa la richiesta di maggior interazione con il mondo politico, uno stimolo alla capacità di mobilitazione dei partiti. Oltre che per la significativa presenza di giovani e residenti al nord ovest, si caratterizza per quella di casalinghe e pensionati (sovrarappresentati). Tradizionalista nelle scelte politiche, più conservatore in quelle sociali ed europeista, è un segmento caratterizzato da una forte resistenza alla modernizzazione e a parametri di regolazione del mercato sociale di tipo liberista, è un’area elettorale in cui Alleanza Nazionale appare rappresentata, ma meno che in passato; in cui la tendenza all’astensione è marcata, in cui si affacciano ipotesi alternative che preludono alla mobilità extra blocco.
I LIBERALI (17%). Nel tempo si osserva una progressiva riduzione quantitativa del segmento. E’ l’area che meglio interpreta la domanda di modernizzazione socio-economica anche in ragione di un marcato e stabile affidamento all’Unione Europea vissuta come soggetto garante del processo di normalizzazione e innovazione del Paese. Si caratterizza per un marcato orientamento alla privatizzazione e per il favore espresso verso ipotesi di ridefinizione del welfare state. Dinamica, consapevole del valore attribuibile al singolo nel processo di sviluppo, esprime una certa fiducia per la riformabilità e la capacità del Paese di reggere la sfida con il futuro evidenziando parallelamente un atteggiamento poco nostalgico; ancora elevato, l’ancoraggio ai valori di patria e unità nazionale. Area in cui prevalgono la componente maschile, i profili scolari alti, medio-alti, il lavoro autonomo. Europeista, riformatore, tendenzialmente positivo. Segmento proiettato su una visione sociale volta al progresso e al cambiamento manifesta, tuttavia, alcuni sintomi di disagio. Caratterizzato da un profilo socio-professionale elevato, costituisce un’area in cui l’insediamento di Forza Italia appare significativamente meno solido a vantaggio di Alleanza Nazionale.www.postpoll.it/
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senso delle proporzioni storiche (2)
Non si scappa. Se si vuole invertire il ciclo italiano bisognerà investire. Le svolte non si costruiscono soltanto con i sogni (anche condivisi) e con le regole, anche le più liberali e rispettabili di questo mondo. Ci vogliono anche (ripeto anche) le risorse. Padoa Schioppa ha già trovato, al Tesoro, un buco superiore al previsto: deficit al 4.5% del Pil. Prevedibile.
Comincerà subito, temo, il can can su tasse sì e tasse no. C'è da detassare il lavoro (e con impatto), in primis.
Eppure abbiamo di fronte, per i prossimi cinque anni, una opportunità concreta da 5 o forse 10 miliardi di euro. Si tratta di aver coraggio, serietà, realismo e un po' di immaginazione. Si tratta di riordinare e ridisegnare in modo razionale e efficiente lo spettro radio, il nuovo petrolio delle telecomunicazioni. Un bene pubblico primario.
Certo, non farà piacere a Mediaset, nè forse a qualcuno della Rai, nè soprattutto ai piccoli e grandi speculatori sulle frequenze. E nemmeno ai militari che occupano, da decenni e decenni, preziose frequenze per non farsene in pratica nulla. Ma il passaggio al digitale televisivo significa in tutto il mondo un sostanzioso dividendo digitale (un canale tv digitale occupa un quarto di etere rispetto a uno analogico, e sta sulle frequenze più robuste e pervasive).
Risultato: se nei prossimi cinque anni riusciremo a sbloccare il dividendo digitale, ricavarne risorse e insieme spazi di creatività e di innovazione industriale (e mi riferisco al Wimax diffuso nelle città e nelle campagne, a un netto incremento nella copertura radiomobile a larga banda e soprattutto alle nuove tecnologie radio cognitive su nuove porzioni di spettro non licenziate) otterremo due piccioni con una fava. Quei miliardi di euro necessari a far partire incubatori di nuove imprese, impianti solari distribuiti e non (con un vero conto energia, non quello tarpato dello scorso governo), progetti di ricerca, laboratori sociali, messa in condivisione di conoscenze (alcune straordinarie e ancora celate nei meandri dei nostri scantinati pubblici e in inaccessibili torri d'avorio...).
Per questo motivo abbiamo pubblicato su Nova24 una inchiesta sulle idee possibili in tema di spettro radio, per l'Italia e per i prossimi anni. Non solo io che l'ho scritta, ma l'intera squadra che l'ha approvata, discussa, e alla fine persino non tagliata. Ne sono contento, è venuta bene. Ed è un promemoria, spero serio e sensato, per il nuovo Governo. Un pezzo di programma, per uscire dal dilemma tasse sì o tasse no. Ma che invece parla di corretta gestione di un bene pubblico, e di come tradurlo in leva per una svolta.
Ne riporto il finale, che parte dall'attuale far west delle frequenze televisive:
"Il primo passo – dice Antonio Sassano, ordinario di ricerca operativa a Roma – è procedere a un’autentica mappa delle emissioni, a un catasto aggiornato delle frequenze. Un progetto a cui sta lavorando l’Agcom e che potrebbe durare anche un anno". Si tratta di capire chi davvero trasmette, dove, con quali sovrapposizioni, e quale qualità reale di servizio. Ovvero quanto valgono davvero queste frequenze commerciate, quanto spettro è utilizato e quanto no. E così via.
Sulla base di questa mappa l’Autorità sulle tlc e il Ministero delle Comunicazioni potrebbero così procedere, a ragion veduta, su una strategia per il dividendo digitale. Ma anche così la questione si fa delicatissima, data anche la stazza dei poteri in gioco, su tre grandi gruppi che integrano verticalmente reti di emissione, produzione di contenuti, pubblicità.
Le idee degli esperti oggi vertono su tre scuole di pensiero, in parte alternative. La prima prende atto della situazione esistente (il trading e il controllo delle frequenze) e punta su quella che viene individuata come l’autentica anomalia italiana: l’integrazione verticale tra reti, contenuti e pubblicità che determina assetti proprietari, esclusivi, poco inclini all’innovazione pluralista sullo spettro radio.
La manovra chiave sarebbe quindi ottenere, anche in Italia, un assetto simile a quello francese e inglese. Dove poche aziende (indipendenti) gestiscono le frequenze, ma sono anche esclusivamente specializzate nella fornitura di servizi trasmissivi a tutti i produttori di contenuti (i broadcaster, comprese Bbc e tv pubbliche francesi) secondo logiche di mercato (ovviamente regolate dalle autorità). La separazione verticale, in Italia, vedrebbe la formazione di tre gestori di rete che vivono solo di servizi a terzi. E alla fine, anche in presenza del trading e del possesso delle frequenze, questi gestori finirebbero naturalmente per ottimizzarsi, fornendo al mercato anche trasmissioni innovative, come il Wimax. E già la legge Gasparri prevede qualcosa del genere, ma finora è stata di fatto non applicata.
La seconda scuola di pensiero è quella classica. Lo Stato deve riottenere il controllo sullo spettro televisivo, riassegnare le frequenze sul digitale, tenersi il dividendo digitale.
"Si pensi che soltanto il cosiddetto BackHaul, ovvero le porzioni di spettro assegnate alle tv per i propri servizi interni, formano un complesso di frequenze pregiate pari a quasi metà quelle assegnate per l’Umts, su cui lo Stato ha ricavato circa 2,5 miliardi di euro – osserva Mario Salvadori amministratore delegato di Thinktel – e questo backhaul – ereditato dagli anni 50 – oggi potrebbe andare tutto sulla fibra ottica o sul satellite. Sarebbero oltre 100 megahertz di banda pregiatissima che immediatamente i gestori cellulari comprerebbero in danaro sonante, data la loro fame di frequenze pervasive, quelle che vanno ovunque e stanno sotto il gigahertz".
Lo stato italiano che, per decreto, espropria le frequenze ai grandi gruppi tv? "Irrealistico. Soprattutto nella situazione politica attuale, con una maggioranza molto risicata – osserva caustico Franco Morganti, esperto di tlc – e così anche per la rottura d’autorità dell’integrazione verticale. Ricordiamoci che non esiste solo un partito Mediaset, ma anche un partito Rai, e che si sono scambiati vari compromessi anche in fasi politiche opposte. No, il rischi ravvicinato è il totale nulla di fatto, per almeno un legislatura. A meno di non ideare strade nuove".
E qui entra in gioco una terza ipotesi. "Guardiamo alla situazione dello spettro come davvero è – dice Salvadori - Certo, con i suoi 300 megahert assegnati, la tv fa la parte del leone nelle frequenze più pregiate. Ma va anche detto che i militari controllano una quota di spettro anche più ampia, di almeno tre volte, in una situazione reale in cui ne usano ormai pochissimo, perché, anche per ragioni di crittografia e sicurezza, usano sempre più tecnologie spread spectrum, che trasmettono a bassissima potenza su un’enormità di banda senza interferire con nessuno.
La prima azione strategica che anche un Governo come questo potrebbe fare è quindi un piano di liberazione di frequenze militari, per la loro vendita ai gestori cellulari, e quindi la loro rapida monetizzazione sia per compensare i militari (magari con una nuova portaerei) sia per avviare una seconda fase.
Ovvero il passaggio incentivato del BackHaul televisivo sulla fibra e sul satellite. Lo Stato potrebbe con una mano offrire quattrini per il passaggio e dall’altro dichiarare quelle frequenze non più commerciabili o assegnabili per altri usi. In questo modo le emittenti vedrebbero rapidamente crollare il valore di mercato di quelle frequenze a fronte di un sostanzioso incentivo pubblico a ridarle allo Stato in cambio di servizi sulla fibra o sul satellite".
Come vedete è solo buon senso e buona informazione.
Passo primo: liberare frequenze militari e venderle per il Wimax e il mobile. E insieme per avviare la frontiera delle radio cognitive.
La pianificazione rigida dello spettro è figlia della tecnologia radio analogica degli anni 30. Se uno trasmette su quella banda l’altro deve tacere, altrimenti i segnali si annullano a vicenda in un rumore incomprensibile: l’interferenza.
"Oggi non è più così. Nel 2000 Joseph Mitola ha definito i principi della cosiddetta radio cognitiva. Capace di adattarsi allo spettro libero in ogni momento e di evitare le interferenze, dice Maurizio Decina, ordinario di telecomunicazioni a Milano>. Complici microprocessori sempre più potenti e software via via più accurati, le radio cognitive vengono oggi approvate dalla Fcc, la potente agenzia Usa delle tlc. "Un primo esempio è questo: www.adapt4.com. Una radio che usa tutto lo spettro per comunicazioni d’emergenza, e di pubblica utilità".
Ovviamente la radio cognitiva è anche figlia del wi-fi e Wimax, tecnologie che hanno in sé software avanzati. E l’Italia, sul Wimax (nei laboratori di Cassina dè Pecchi della Siemens) vanta il primato della prima trasmittente su questo standard al mondo. .
Sarebbe quindi cruciale – conclude Decina – riservare un po’ di frequenze radio libere per questa frontiera per sperimentare questa frontiera. Le ricadute per l’Italia potrebbero essere molto positive.
Passo secondo: usando parte delle risorse generate dal primo passo offrire ai broadcaster il passaggio incentivato dei servizi di Backhaul (reti tv interne che consumano inutilmente e malamente banda preziosa) su fibra o satellite. Congelando al contempo la commerciabilità di queste frequenze.
Risultato finale: le stesse frequenze tv effettivamente usate di oggi (per il front end, digitale e anche digitale ad alta definizione, e pure il tanto atteso Dvbh su telefonino) e la connessa libertà di commerciarle. Ma ritorno al pubblico delle frequenze non usate o usate malamente (militari marginali e backHaul). Non è una strategia punitiva verso nessuno, compresa Mediaset, Rai o Telecom Italia.
Ma solo un normale riordino, a guadagno condiviso. Anche per loro, ma soprattutto per noi.
P.s.
Una semplice domanda, a corollario.Come riattivare un'accumulazione sensata, stabile, a guadagno condiviso di capitale, sociale, umano, produttivo, e anche monetario.
Vi può essere una sintesi? Io credo di sì. E che sia ampiamente scritta (ma non in chiaro) nella storia della rete.
Abbiamo avuto (e sopportato) la fallita scommessa di Berlusconi-Tremonti sui soli spiriti animali. Non ha funzionato. Per tanti motivi. A mio avviso in primo luogo perchè era finta. I veri obbiettivi erano altri.
Questa fase ha umiliato le pubbliche amministrazioni italiane. Un male ma forse anche un bene. A patto che reagiscano in avanti, che recuperino il ritardo accumulato negli scorsi cinque anni per cambiare registro, per divenire registi di investimenti sociali a guadagno condiviso. E non per tornare al vecchio modello, obsoleto e corruttore, delle piccole Iri occulte.
Oggi a Firenze e a Brescia (solo per cirtarne un paio) stanno nascendo reti pubblico-private in parte ottiche e in parte wireless. E insieme incubatori di nuove imprese. L'Infocamere, per citarne un'altra, è il leader nazionale sui servizi online alle imprese....
Posso ipotizzare che, su queste isole di buona amministrazione (a differenza di Milano, putroppo) potrebbero anche nascere dei veri e propri laboratori sociali che potranno a loro volta generare, prima o poi, la nascita di public companies di incubazione innovativa allargata, capaci di sostentare i propri bilanci e investimenti con la proprietà intellettuale innovativa indotta (brevetti e oltre, ma non nel software...) e con i servizi avanzati alle imprese. Sto parlando di aziende quotate, e non di nuovo panettone di stato.
Supponiamo che queste esperienze diano risultati tangibili, sui territori circostanti, e che quindi facciano scuola, innescando processi imitativi...
Public companies che vivono e generano innovazione diffusa nel sistema e esportabile. E remunerano correttamente gli azionisti e i risparmiatori. In pratica: un nuovo ciclo di accumulazione, allo stesso tempo, di capitale sociale (aperto), umano (decoroso), intellettuale, industriale e anche finanziario (non speculativo). Basato su regole semplici ma rigorose, e su investimenti controllati da più parti e tra di loro indipendenti.
In breve. La svolta.
E un inizio di guarigione, forse. www.caravita.biz
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da Padre Alex Za
notelli - NO alla DELEGA AMBIENTALE
Ecce Terra
No al Decreto delega ambientale
È grave per me questo lungo silenzio dell'Unione sul Decreto
Legislativo del 10 febbraio 2006, la cosiddetta Legge Delega in campo
ambientale (L. 308/04). Respinta la prima volta da Ciampi ma poi da
lui firmata il 3 aprile questa legge è entrata in vigore il 29 aprile.
Dopo la firma di Ciampi è calato un silenzio quasi totale su questa
legge che costituisce un vero "terremoto ambientale".
"Il 10 febbraio - ha affermato Federambiente - è un giorno nero
per l'ambiente italiano. Questo provvedimento ingestibile renderà
più difficile il governo del sistema dei rifiuti nel nostro
paese".
È un vero attentato all'ambiente e quindi alla salute dei cittadini.
Questo rende ancora più grave e pesante il silenzio dell'Unione.
E' chiaro come sia i partiti dell'Unione come le regioni
(anche di centrodestra) nonché gli enti locali e le principali
associazioni ambientaliste (Legambiente, WWF, Italia Nostra.) abbiano
avversato questa legge. Per questo mi meraviglia e mi fa male
soprattutto questo silenzio dell'Unione, mentre alcuni decreti
della legge delega già sono entrati in vigore.
Quello che più mi preoccupa in questo decreto è come affronta il
problema dei rifiuti. Infatti dei 41 decreti attuativi da parte del
governo, ben 28 hanno a che fare con rifiuti-bonifiche.
Infatti sulla gestione dei rifiuti il decreto è strutturato su due
aspetti fondamentali:
1. Privatizzazione generalizzata del settore con l'introduzione
dell'obbligo di esperire gara pubblica per la gestione del ciclo
integrato dei rifiuti da cui sono escluse le società a capitale
pubblico e probabilmente anche quelle a capitale misto.
2. Disincentivo della raccolta differenziata, riduzione dei controlli
ambientali e riduzione degli obblighi delle dichiarazioni ambientali
da parte delle imprese.
La conseguenza di tutto questo sarà:
a) maggiori costi per il trattamento dei rifiuti che graveranno sui
cittadini mentre solleverà le imprese;
b) la proliferazione delle eco-mafie.
Questo è per me, l'aspetto più grave di questo Decreto Legge che
viola più volte il dettame costituzionale, disattende importanti
normative comunitarie, ignora i risultati di numerose commissioni di
indagine.
Per questo chiediamo all'Unione di:
1. esprimere pubblicamente il ripudio del Decreto Delega così
com'è;
2. appellarsi alla Corte Costituzionale perché si esprima al più
presto sulla costituzionalità del Decreto;
3. di istituire un gruppo di lavoro con rappresentanti di tutte le
forze politiche dell'unione insieme a quello delle regioni di
centro-sinistra che hanno già inoltrato ricorso alla Corte
Costituzionale.
Tutto questo diventa per me così importante in questi giorni in cui il
Comitato Civico contro i Rifiuti Tossici inizia il suo impegno sui
rifiuti che minacciano di uccidere questa meravigliosa città di Napoli.
Questo è il tempo dell'azione e dell'impegno.
Alex Zanotelli
Napoli, 15 maggio 2006
Post Scriptum:
notizia dell'ultima ora
Alex ha incontrato ieri a Napoli Pecoraro Scanio
che ha promesso di fare tutto il possibile
per cancellare al più presto
questo scempio
eb
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Festival di Cannes: riflettori puntati ad Est
Durante gli anni Novanta l’Occidente ha scoperto il cinema asiatico. Oggi le prestigiose sale di Cannes proiettano produzioni polacche, rumene, ungheresi, russe e lituane.
Immagine tratta da www.anna-OM-line.com La maggior parte di questi film è diretta da una promettente generazione di giovani registi che stanno emergendo brillantemente nel panorama cinematografico europeo. Meglio tenerli d’occhio in futuro.
L’avanguardia del cinema est-europeo
Il cinema dell’Europa orientale si è sempre distinto per il suo carattere intellettuale e simbolista. Legato alle correnti avanguardiste ha spesso messo in primo piano le vicende sociali e relative al quotidiano. I cinefili ricorderanno sicuramente le celebri sequenze della rivolta a bordo de La Corazzata Potemkin, il capolavoro di Sergei Eisenstein, specchio della Rivoluzione d’Ottobre che nonostante il carattere propagandistico ha gettato le fondamenta del cinema contemporaneo. Da allora il cinema dell’Est europeo ha fatto passi da gigante. Ma la scarsità di fondi non permette la diffusione che meriterebbero le pellicole prodotte nell’Est.
Un certain regard ad Est
L’Est europeo è presente anche dietro le quinte del Festival. Basti pensare che la giuria della sezione cortometraggi è presieduta dal cineasta russo Andreï Konchalovsky, e che tra i suoi membri figura il compositore polacco Zbigniew Preisner. Ed all'interno della sezione alternativa Un certain regard (alla lettera “un certo sguardo”) – che permette ai giovani registi di debuttare nella categoria ufficiale – gareggiano 22 pellicole provenienti da 20 paesi diversi. L’anno scorso il premio è andato all’opera terza del regista rumeno Cristi Puiu, La morte del signor Lazarescu.
Quest’anno i film Z Odzysku (“Second hand”, Polonia) e Cum mi-am petrecut sfarsitul lumii (“Come ho trascorso l’ultimo giorno del mondo”, Romania) sono in lizza per questo premio. Ma è la pellicola polacca ad essere la favorita. Il film racconta la storia di un diciannovenne innamorato di una madre trentenne che vive in clandestinità. La pellicola rispecchia la "Polonia dei contrasti" di cui parla il suo regista Slawomir Fabicki, originario di Lodz. «È la prima volta che lavoro senza copione. Ho cercato di riprendere gli attori in presa diretta. Quando qualcosa non funzionava davamo uno sguardo ai miei appunti e se non si erano toccati i temi prefissati cambiavamo completamente set e dialoghi. Così ho tolto alcune parti aggiungendone altre sul set…». Ed il risultato è un promettente esempio di freschezza creativa.
Largo ai nuovi Zar!
Quest’anno il cinema russo riscontrerà sicuramente un gran numero di consensi. Secondo Renat Davletyarov, presidente della sezione “Tout le cinéma du monde” (Tutto il cinema del mondo) è «la cinematografia che sta vivendo il momento di maggior sviluppo nel mondo intero». Insieme alla Russia anche Israele, Singapore, Svizzera, Venezuela, Tunisia e Cile gareggiano nella seconda edizione di un’iniziativa il cui obiettivo è dare spazio e visibilità alle diverse realtà cinematografie del mondo.
Le giornate dedicate al cinema russo saranno 19 e 20 maggio. Verrano proiettati tre lungometraggi, poi la quarta ed ultima proiezione sarà dedicata unicamente ai cortometraggi russi. Nonostante la cinematografia sovietica abbia da sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella storia del cinema, lo stesso Davletyarov ha dichiarato che «fino a poco tempo fa il cinema russo ha sofferto per la mancanza di grandi pellicole». Cannes potrebbe essere l’occasione giusta per scoprire i nuovi eredi degli antichi Zar del cinema, come furono ai loro tempi Eisenstein, Bodrov o Tarkovki. Pur essendo un perfetto sconosciuto, Tarkovski ha battuto registi del calibro di Godard, Kubrick o Pasolini nell’edizione del Festival del 1962 con l'opera L'infanzia di Ivan, guadagnandosi all’epoca un posto nell'olimpo dei grandi maestri del cinema.
L’Europa conferma il suo stile
È l’Europa intera – dell’Est come dell’Ovest – la grande protagonista della 59ma edizione del Festival di Cannes. La presenza di registi acclamati come Almodóvar, Kaurismäki, Loach e Moretti rafforza ulteriormente il carattere europeo del 2006. Ma non è un caso. La Commissione Europea è intervenuta e grazie al programma Media ben diciassette lungometraggi sono stati sovvenzionati dai fondi comunitari. Viviane Reding, Commissario europeo alla Società dell’Informazione, ha infatti dichiarato che «siamo senza dubbio di fronte ad un grande successo». Ma nonostante questi sforzi la diffusione del cinema europeo al di fuori delle sue frontiere è ancora bassa (12% del mercato australiano, 8,3% del turco, 6,7% del russo e 4,7% dello statunitense). E questo dimostra che l’Europa continua a produrre un cinema di qualità, ma ancora troppo distante dalle leggi del mercato cinematografico.
Fernando G. Acuña - Bruxelles http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=6901
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Le ombre del nuovo corso polacco
Luca Sebastiani
Ideologo ultranazionalista, cattolico integralista, antieuropeo, omofobo e antisemita, che ci fa Roman Giertych nel governo polacco? E in che posizione poi: vice premier e ministro dell’Educazione!
Con una cerimonia pomposa, lo scorso 5 maggio si è compiuto e ufficializzato in Polonia un percorso politico che desta una certa preoccupazione. Dopo mesi di trattative hanno raggiunto il governo del paese oltre alla formazione di estrema destra guidata dal succitato Giertych, la Lega delle famiglie polacche (Lpr), anche il partito populista e antiliberale Autodifesa (Samoobrona), il cui leader, Andrzej Lepper, ha ottenuto per sé, oltre al vice premierato, anche il ministero dell’Agricoltura.
Si conclude in questo modo una fase della storia polacca post comunista e se ne apre un’altra dai contorni ancora foschi, ma già abbastanza inquietanti. Lo scorso autunno la vittoria non prevista del partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis) di Jaroslaw Kaczynski, ha prodotto una discontinuità rilevante se si pensa che fino ad allora il paese era stato guidato dai socialdemocratici ex comunisti e dai discendenti di Solidarnosc. Discontinuità che i polacchi hanno confermato un paio di mesi dopo eleggendo alla presidenza Lech Kaczynski, fratello gemello del leader del Pis.
La classe dirigente precedente era stata sconvolta da una serie di scandali che palesarono l’esistenza di un sistema di corruzione endemica e i due gemelli ebbero facile gioco a menare una campagna elettorale dai toni ardentemente populisti e di denuncia dei partiti che, secondo l’organizzazione non governativa Trasparency International, avevano collocato la Polonia al 67esimo posto dei paesi più corrotti del mondo, dietro Ghana e Colombia.
Dopo le elezioni il Pis aveva tentato di accordarsi con il partito dei liberali di Piattaforma civica (Po) arrivati solo tre punti percentuali dietro di loro, 24% dei voti contro il 27%, ma non riuscirono a trovare un’intesa sulla spartizione dei dicasteri. Si era allora determinata una fase di fragilità politica, in quanto il governo minoritario del Pis, guidato da Kazimierz Marcinkiewicz, aveva dovuto appoggiarsi in parlamento sui voti delle due formazioni che ora hanno avuto definitivo accesso al potere e che garantiscono una maggioranza parlamentare al governo.
Ma a che prezzo? Certo i due gemelli del potere polacco hanno sempre apertamente espresso posizioni conservatrici, protezioniste, euroscettiche e a volte molto vicine a quelle dei loro alleati – come quando qualche settimana fa Jaroslaw Kaczynski ha difeso Radio Maryja, attaccata sia dall’opposizione che dalle gerarchie vaticane per le sue posizioni scopertamente antisemite.
Ma i due nuovi partiti che hanno guadagnato il potere costituiscono una reale minaccia di deriva radicale a destra. Soprattutto la militanza estremista e xenofoba contro l’omosessualità e l’aborto del signor Giertych sono lontani anni luce dai valori europei a cui la Polonia ha aderito il primo maggio 2004. Come è possibile conciliare l’Ue, la sua identità, i suoi principi costitutivi con chi considera Bruxelles una nuova “Sodoma e Gomorra”? Il ministro degli Esteri Stefan Meller, diplomatico e universitario apprezzato a livello internazionale e ultimo rimasto di Solidarnosc nella compagine governativa, lo ha giudicato impossibile e ha rassegnato le sue dimissioni dall’esecutivo nel preciso istante in cui Giertych vi ha messo piede.
Il silenzio assordante dell’Ue, invece, è segno di grande stanchezza e debolezza. Qualche anno fa, quando i populisti di Jörg Haider entrarono nel governo conservatore austriaco, le sanzioni di cui furono oggetto manifestarono in maniera chiara i “confini” morali dell’Europa. Si può discutere all’infinito sull’efficacia dell’arma a doppio taglio delle sanzioni, ma non si può tacere di fronte allo scempio dei nostri principi fondanti. Quello che sta accadendo in Polonia concerne tutti i cittadini europei
caffeeuropa.it
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