ulivo velletri


giugno 30 2006

Riformare si può Vincenzo Galasso Nelle interviste ai giornali, negli interventi ai convegni e finanche nei programmi elettorali, diversi politici si dichiarano apertamente favorevoli ad attuare alcune riforme strutturali. Eppure, malgrado tale dichiarazione d’intenti e i reiterati inviti da parte di istituzioni internazionali (Ocse, Banca Mondiale, Fmi) e del mondo accademico ad attuare interventi che consentano alle economie europee di essere più efficienti, più produttive, in altri termini, di crescere di più, poco è stato fatto (si pensi solo alla direttiva Bolkestein). Le richieste di riforme e i suggerimenti di policy sembrano arenarsi invariabilmente nelle secche della politica. I costi elettorali di riformare il mercato dei beni o del lavoro e di ristrutturare il welfare state costituiscono un valido disincentivo anche per i politici più seriamente intenzionati a perseguire la loro agenda, come dimostra la mancata riforma del sistema pensionistico statunitense voluta da George W. Bush nel 2005, o il fallimento della proposta di riforma del mercato del lavoro francese sostenuta da Dominique de Villepin solo poche settimane fa. Le ricette per le riforme Ma riformare si può. Un recente lavoro dell’Ocse analizza le (molte) liberalizzazioni sui mercati dei beni europei e le (poche) riforme del mercato del lavoro. Alcune dinamiche dei processi di riforma emergono con forza. In molti paesi, gli sforzi di riforma si concentrano nei momenti di maggiore crisi economica (bassa crescita o elevata disoccupazione) e nei periodi in cui è necessario far fronte a vincoli esterni – come ad esempio l’introduzione del mercato unico europeo nel processo di liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni e del trasporto aereo. Vincere le resistenze politiche ed elettorali alle riforme strutturali è dunque possibile. Ma come? Un lavoro svolto da un gruppo di economisti europei - Vincenzo Galasso, Micael Castanheira, Stéphane Carcillo, Giuseppe Nicoletti, Enrico Perotti, Lidia Tsyganok - per la Fondazione Rodolfo Debenedetti e appena pubblicato dalla Oxford University Press suggerisce alcune ricette politiche, sulla base di un’analisi di alcuni processi di riforma avvenuti nei paesi Ocse negli ultimi venti anni. Una ricetta unica non emerge. I suggerimenti su come ottenere il sostegno politico per le riforme dipendono da molti fattori – politici, economici, e legati allo status quo nei mercati da riformare – che finiscono per determinare il successo o il fallimento dei processi di riforma. Governi con forti maggioranze parlamentari e internamente coesi (tipicamente non di coalizione), che godono dunque di un forte potere decisionale, possono imporre alle opposizioni parlamentari riforme strutturali che interessino un vasto strato dell’economia e che favoriscano, nel medio periodo, il loro elettorato. Se lo scenario economico e sociale non garantisce potere di veto ad altri attori non-politici, quali ad esempio i sindacati o le organizzazioni corporative o di categoria, anche riforme radicali, come la riforma delle pensioni e dalle privatizzazioni degli anni Ottanta nel Regno Unito di Margaret Thatcher, possono essere implementate. Per Governi meno forti, per numero di seggi o coesione interna, la strada delle riforme passa per una fase di costruzione del consenso politico attraverso la concertazione tra le diverse forze in campo. Questo è l’esempio delle riforme pensionistiche Amato e Dini in Italia e della riforma del lavoro negli anni Novanta in Danimarca. In Italia, il prezzo del consenso politico è stato rappresentato da un lungo periodo di transizione volto ad evitare che parte del costo economico ricadesse su alcuni gruppi politicamente rilevanti, ovvero i lavoratori anziani e i pensionati. In Danimarca, il modello di flexicurity – caratterizzato da un’elevata flessibilità del mercato del lavoro e da generosi sussidi di disoccupazione – è stato modificato nel 1993 per fronteggiare un forte aumento della disoccupazione. In questo caso, il consenso per ridurre la generosità dei sussidi di disoccupazione è stato acquisito attraverso la concessione di misure attive nel mercato del lavoro finalizzate ad aumentare l’occupabilità dei disoccupati di lunga durata. Le liberalizzazioni nel mercato dei prodotti In alcuni settori, però, questo processo di costruzione del supporto politico è più difficile e oneroso, in termini di concessioni ai diversi gruppi di pressione, poiché l’opposizione alle riforme attraversa gli schieramenti politici. È il caso soprattutto dei processi di liberalizzazione del mercato dei prodotti, in cui lavoratori e management sono uniti nella difesa del potere di mercato della loro impresa o settore. In tali occasioni, la ricetta è "divide et impera": gradualità delle riforme e divisione degli interessi in gioco rappresentano dei pre-requisiti per avviare processi di riforma efficaci e duraturi. Così è stato, ad esempio, per la liberalizzazione del mercato della telefonia in Italia, preceduto dalla privatizzazione di Telecom, a cui va comparata la più complessa esperienza di liberalizzazione in Francia, in un mercato dominato dalla pubblica France Telecom. Come evidenziato anche dallo studio dell’Ocse, molte esperienze di liberalizzazione del mercato dei prodotti e di privatizzazione sono riconducibili all’esistenza di vincoli esterni. I diktat di Bruxelles e – per i paesi ex-socialisti – l’opportunità di entrare nell’Unione Europea hanno consentito ai Governi di adottare importanti misure di riforma senza dover pagare costi politici o elettorali. Ma i recenti episodi in Francia e Olanda, con la mancata ratifica della Costituzione europea mostrano le difficoltà di continuare a utilizzare questi vincoli esterni per ridurre il costo politico delle riforme meno popolari. L’ultimo, importantissimo suggerimento che scaturisce da questa analisi è la necessità di informare sui costi e i benefici presenti e futuri delle riforme. In molte circostanze, l’opposizione alle riforme nasce dalla mancanza di informazione su chi ne beneficerà e dalla percezione talvolta erronea che le rendite di posizione possano essere difese ad infinitum. Informare sul costo dello status quo per le generazioni presenti e future – ad esempio in termine di minor competitività internazionale, crescita ridotta e minori possibilità di occupazione giovanile – rappresenta un esercizio di realismo politico a cui è bene non sottrarsi. /www.lavoce.info

Una grande vittoria della democrazia Usa ANTONIO CASSESE da Repubblica - 30 giugno 2006 La decisione della Corte Suprema statunitense nel caso Hamdan, sui diritti dei detenuti di Guantanamo, è una grande vittoria per la democrazia americana, e una cocente sconfitta per l´amministrazione Bush. Dopo l´11 settembre Bush e i suoi consiglieri avevano disegnato una strategia incentrata su due postulati essenziali. Primo, la guerra al terrorismo era ormai una guerra planetaria e all´ultimo sangue, una guerra quasi simile a quelle tra Stati e che quindi, come quelle guerre, giustificava misure eccezionali. Quando l´emergenza calpesta il diritto Secondo, ne conseguiva la necessità di ampliare i poteri del Presidente per fronteggiare l´emergenza, con la correlativa compressione dei poteri del Congresso e dei diritti fondamentali sanciti nella Costituzione statunitense, nonché una reinterpretazione delle norme internazionali che le rendesse "sensibili" alle nuove esigenze della lotta al terrorismo. Per mandare ad effetto queste premesse, Bush tra l´altro, emise una serie di ordinanze con cui si consentiva di considerare i presunti terroristi catturati in Afghanistan ed in altri Stati non più come appartenenti ad una delle due categorie previste dalle Convenzioni di Ginevra (civili o combattenti legittimi o illegittimi), ma come rientranti in una terza categoria, quella dei "combattenti nemici", che consentiva di sottrarre quei combattenti, se catturati, alla protezione che la III Convenzione di Ginevra accorda ai prigionieri di guerra. Bush inoltre istituì "Commissioni militari" che avrebbero dovuto giudicare quei detenuti, al posto delle normali Corti Marziali, senza rispettare tutti i principi dell´equo processo. Con queste misure Bush aveva anzitutto inferto un duro colpo al principio della separazione dei poteri: egli infatti, creando le "Commissioni militari", si era arrogato poteri che la Costituzione statunitense attribuisce al Congresso. Egli aveva anche violato tutte le norme internazionali sui diritti delle persone catturate nel corso di un conflitto armato. Ora per fortuna la Corte Suprema ha ristabilito il principio della supremazia del diritto e riaffermato la necessità che anche in situazioni di emergenza vengano rispettati non solo i principi costituzionali inderogabili ma anche le norme internazionali universalmente accolte. In particolare, la maggioranza dei giudici ha tenuto ad affermare che le "Commissioni militari" sono illegittime, tra l´altro perché consentono di basare una condanna su prove che l´accusato non può esaminare. E´ questa una violazione gravissima del principio in virtù del quale l´accusato ha sempre il diritto di conoscere le prove a carico, contestarne l´attendibilità, e controinterrogare chi le ha prodotte o ne è l´autore. Un altro punto importante della sentenza è la riaffermazione del diritto di Ginevra. L´amministrazione Usa aveva fatto valere che, quando le forze armate statunitensi avevano catturato Hamdan (il detenuto di Guantanamo che aveva sollevato il caso), erano in guerra non con uno Stato ma con Al Quaeda, un´organizzazione terroristica che non ha sottoscritto le Convenzioni di Ginevra; perciò la condizione giuridica di Hamdan era del tutto singolare e sottratta alla normativa delle Convenzioni. La Corte Suprema ha invece ritenuto che le Convenzioni di Ginevra rimanessero comunque applicabili, perché esse contengono una norma comune, l´Articolo 3, che riguarda conflitti armati non internazionali, in cui una delle parti (i ribelli) non ha sottoscritto le Convenzioni. Questo importantissimo Articolo richiede tra l´altro che le persone catturate siano processate da "corti regolarmente costitutite" e cioè da corti militari ordinarie, non speciali, "che accordino tutte le garanzie giudiziarie riconosciute come indispensabili dalle nazioni civili". Secondo la Corte Suprema, nel caso di specie le "Commissioni militari" palesemente contrastavano con quella norma di Ginevra. Un altro principio assai importante enunciato dalla Corte Suprema riguarda le accuse formulate contro Hamdan (e la maggior parte dei detenuti di Guantanamo). Hamdan era stato accusato di "conspiracy" (complotto) come crimine di guerra. Egli cioè non era stato incriminato per omicidio o altri crimini di guerra, ma solo per "complotto" come crimine di guerra, per il fatto di essersi addestrato in campi terroristici, e di essere stato l´autista di Bin Laden; non vi erano prove che avesse partecipato ad azioni di guerra. Non potendo incriminare le persone in questione di specifici delitti, e dovendo procedere sulla base del diritto internazionale penale (per punire "violazioni del diritto della guerra"), le autorità statunitensi avevano "inventato" la categoria del "complotto" come crimine di guerra, una categoria finora inesistente e la cui eventuale affermazione avrebbe dato la stura ad arbitrii assai pericolosi per il diritto della guerra. In breve se le autorità giudiziarie statunitensi continueranno a smantellare il sistema creato arbitrariamente da Bush, con tutte le sue pericolose ramificazioni, la prima a guadagnarne sarà proprio l´immagine stessa degli Stati Uniti. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Dieci ragazze per me posson bastare di Marco Travaglio Dieci giorni fa il pm Woodcock doveva «cambiare mestiere» (Fini), era «matto» (Gasparri), imbastiva «rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone» (Ostellino), mentre la Procura di Bari che chiedeva l’arresto di Fitto per le mazzette di Angelucci costituiva un’«emergenza democratica» (Bondi) e, avendo indagato pure un vescovo, una minaccia «per la religione cattolica» (Biondi), insomma l’intera magistratura preparava «l’assedio a Berlusconi» (Berlusconi) per «influenzare il referendum» (Gabriella Carlucci) in un «clima da manette fascili» (Villetti). Poi Angelucci ha confessato di aver dato soldi a Fitto, mentre la «bolla di sapone» di Potenza raccoglie una confessione al giorno. Confessa il faccendiere Migliardi (con la g): «Ho dato 60 mila euro al principe». Confessa il faccendiere Bonazza. Confessa il signor Savoia, checché ne dica la solita avvocatessa Bongiorno: ammette di aver corrotto i doganieri per non pagare l’Iva alla frontiera; ammette di aver pagato «commissioni» (in Italia si chiamano tangenti) al sindaco di Campione; ammette di essersi rifornito di prostitute dal duo Rizzani & Bonazza; ammette di aver ricevuto 10 mila euro di «intermediazione» (che in Italia di solito vuol dire corruzione) da Migliardi dopo averlo messo in contatto col faccendiere De Luca, che corrompeva i Monopoli di Stato. E quel che non confessano, gli indagati l’hanno già confessato al telefono. Inseguire le centinaia di intercettazioni sarebbe impossibile. Ma va detto che l’ottimo Salvo Sottile, già portavoce di Fini addetto a «certi bei tipi di porcelle» nel suo ufficio alla Farnesina, s’è buttato un po’ giù, facendo onore al suo cognome francamente riduttivo, quando ha detto ai giudici che al telefono lui millantava prestazioni fisicamente impossibili: «Ma lei pensa che sono Mandrake? Io prendo sette pillole al giorno per il cuore... ». Ecco, la qualità e il colore delle sue pillole appartengono alla sua privacy. Ma il suo amico Lorenzo Di Dieco, funzionario Rai fra i migliori dell’ultima gestione, gli ha subito restituito la giusta fama di maschio latino: «Sottile mi usava come procacciatore di donne. Gliele portavo perché lui desse loro una mano...». E lui gliela dava, in un certo senso, una mano. Anche due, alle volte. E anche di più, se è vero quel che diceva al telefono, in perfetto stile diplomatico, come si conviene a un inquilino della Farnesina: «Lore’, chi ci trombiamo oggi?». Un altro procacciatore gli sottoponeva il curriculum delle visitatrici, perché Sottile va piuttosto per il sottile, è per la meritocrazia: «Elisabetta m’ha mandato il suo curriculum: un metro e 70, molto carina, bionda: insomma, è preparata». Curiosi come sono, i magistrati han chiesto a Di Dieco quante gliene abbia portate, e dove. Lui prontamente ha risposto: «Mah, credo una decina... Lui diceva: “Porta”, e io portavo». Dove? Sempre alla Farnesina, che si sta rivelando come un luogo insospettabilmente erogeno e particolarmente pruriginoso. In effetti, un conto è dire a un certo bel tipo di porcella: «Cara, oggi ti porto alla Farnesina», e un altro è dirle: «Andiamo al ministero dell’Attuazione del programma», o magari «Che ne diresti di una fuitina alla Funzione pubblica?». Saranno le volte affrescate, sarà il viavai di feluche, sarà il personale in livrea, ma alla Farnesina è tutt’un altro ricevere. C’è proprio un’atmosfera afrodisiaca. Uno non sarà Mandrake, uno si chiamerà Sottile, e al seguito di Fini per giunta, ma il contesto ambientale aiuta. Ci si aggrappa a tutto, anche ai cognomi: e Bonazza, Rizzani, Sabbatani Schiuma non sono niente male in quei momenti lì. Aiutano anche quelli. Soprattutto se l’offerta abbonda, se i bei tipi di porcelle arrivano dieci alla volta e bisogna «dare una mano» a tutte, roba che neanche la dea Kalì. Dopo una settimana di confessioni, Ostellino, quello della «bolla di sapone», ha ripreso carta e penna. Non per chiedere scusa dell’ennesimo abbaglio, o per annunciare che, visto che non ne azzecca una, ha deciso di andare a nascondersi. No, ha scritto sul Corriere che «dalle domande dei giudici traspare una certa morbosità, tanto anomala quanto ingiustificata» da «frati porcaccioni nel chiuso di un confessionale medievale». Capito chi sono i porcelloni? I magistrati. Infine Ostellino ha tirato fuori l’esempio virtuoso degli Stati Uniti, dove certe inchieste e certe domande sarebbero impensabili. Infatti Bill Clinton e Monica Lewinsky erano neozelandesi. www.unita.it

La Caporetto della Lega Nel tentativo di lenire i dolori della sconfitta nel referendum confermativo di domenica e lunedì scorsi, gli esponenti della Lega sostengono che il Nord ha votato sì. Non è vero. Degli oltre ventuno milioni di votanti nelle regioni del nord Italia, si sono recati alle urne il 60,3% degli aventi diritto: hanno votato no il 52,6%, sì il 47,4%. Gli esponenti della Lega sostengono che la parte più produttiva del nord ha votato sì. Anche questo non è vero. Nelle regioni del Nordovest, dove sono diffuse le maggiori ricchezze patrimoniali (Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta e Lombardia) e dove votano oltre 12 milioni, i cittadini che si sono recati alle urne sono stati il 57,9%. Il no ha vinto col 50,5%. Nelle regioni del Nordest, dove si concentrano le più importanti piccole e medie imprese italiane (Veneto, Trentino, Venezia Giulia e Emilia Romagna) e dove votano oltre 8 milioni, i cittadini che si sono recati alle urne sono stati il 64,5, il no ha vinto con il 55,4%. Gli esponenti della Lega dicono che a nord del Po ha vinto il sì. Non è vero neanche in questo caso. In Piemonte, l'affluenza alle urne è stata del 58,2%, il no ha vinto col 56,6%. Il no vince a Torino, Asti e Alessandria, il sì a Cuneo, Vercelli e Verbano. La differenza a favore del sì a Biella è di soli 645 voti, la differenza a favore del sì a Novara è di soli 288 voti. In Valle d'Aosta il no vince con il 64,3%. In Lombardia ha votato il 60,6%: il sì vince con il 54,6%. Hanno votato per il sì 2.445.512 cittadini e per il no 2.036.635. Il vantaggio del sì è pari a soli 408.877 voti che si spalmano, con percentuali diverse, su tutte città della Lombardia, escluse Milano e Mantova, dove il no ha prevalso. Rimanendo oltre il Po, come dicono gli esponenti della Lega, nel Trentino il no vince con il 64,7%: a Trento col 57,4, a Bolzano col 76,4. Nella Venezia Giulia, il no vince con il 50,8. A Gorizia il no prevale col 62,6%, a Trieste col 57,5%. La differenza a favore del sì a Udine, dove vince col 51,9% è di soli 9.539 voti. La differenza a favore del sì a Pordenone, dove il sì vince col 52,3% è leggermente più consistente con 14.805 voti. E veniamo al Veneto, altra e ultima regione sopra il Po. Qui si sono recati alle urne il 62,2% gli aventi diritto. Il sì vince col 55,3%, pari a 1.270.314 voti. Il no arriva al 44,7 con 1.027.819. Il vantaggio del sì è di 242.495 voti, che si spalmano, con percentuali diverse su tutte le città del Veneto, tranne Venezia e Rovigo dove ha vinto il no. Gli esponenti della Lega Nord hanno sostenuto che dove la Lega era più radicata, l'elettorato ha compreso la bontà della riforma, rigettata invece dal resto dei cittadini italiani. Però se riassumiamo, abbiamo un vantaggio di soli 408.877 voti in Lombardia e di soli 242.495 voti in Veneto, le uniche due regioni in cui il sì ha prevalso. Il che significa che, anche volendo aggiungere i cittadini delle città del Piemonte e della Venezia Giulia dove ha prevalso il sì, non è vero che gli italiani che vivono oltre il Po hanno sostenuto il progetto federalista. Dopo cinque anni di governo, con tre ministri, con il sostegno del ministro Tremonti al Tesoro, coccolata dell'asse Bossi-Berlusconi, nonostante la diffusa presenza nelle amministrazioni locali, la Lega ha preso una batosta elettorale oltre ogni aspettativa. Una batosta che, aggiungendosi alle sconfitte elettorali precedenti, diventa una secca sconfitta politica per tutto il polo di centrodestra. Trucchetti e sotterfugi, millanterie e folklore, cene ad Arcore e strapotere televisivo non hanno potuto più nulla. Il no era nell'aria, ma non con questa rilevanza politica: è diventato il no a tutta la cosiddetta casa delle libertà. Con il risultato del referendum, il declino del berlusconismo ha bruciato il suo terzo e ultimo stadio. di Marco Petti www.megachip.info

Germania 2006, i conti non tornano Il governo tedesco spera che i Mondiali stimolino una crescita economica duratura. Ma la maggior parte degli esperti rimane scettica. Berlinom, Marx e Engels guardano un garnde pallone (pixelquelle.de) Dieter Wagner ha perso la partita ancor prima che il campionato del mondo inziasse: «Abbiamo provato tramite diversi gruppi di lavoro a coordinare le attività in vista del mondiale, ma il settore alberghiero è rimasto senza grossi benefici». Dieter Wagner è promotore economico a Ennepe-Ruhr-Kreis. Il suo compito è catturare i tifosi che viaggiano in auto tra gli stadi di Colonia, Gelsenkirchen e Dortmund, offrendo loro economiche soluzioni per il pernottamento. Questi i risultati: in giugno non un ospite in più del solito ha dormito a Ennepe-Ruhr-Kreis. I re del pallone non hanno fatto nessun miracolo economico. Un’immagine vincente attraverso i Mondiali Si sperava che il mega evento sportivo potesse rimettere in cammino la zoppicante economia tedesca. Ci si aspettava una crescita pari al 50% ed il Governo aveva profetizzato una spinta economica di miliardi di euro cosicché i quattro miliardi di euro investiti per gli stadi avrebbero trovato una ragione. «La decisione di ospitare i Mondiali sosterrà sensibilmente l’economia tedesca», esultava anche la Camera di commercio e dell’industria tedesca. Il mondiale creerà 60.000 posti di lavoro. «Molte imprese trarranno un beneficio durevole che andrà oltre il limitato periodo di tempo degli eventi sportivi» si rallegravano gli esperti della Camera di commercio pensando all’immagine vincente che la Germania e il made in Germany avrebbero potuto avere. I maggiori beneficiari saranno il settore turistico, del tempo libero, del commercio all’ingrosso, del divertimento e della sicurezza. Stesso pronostico anche per gli agenti federali del lavoro. Questi manager del mercato del lavoro si augurano di perdere qualcuno tra i loro “clienti” grazie al mondiale. Peter Weger, portavoce per l’agenzia del lavoro di Düsseldorf, recita perfettamente il copione. La città si propone come un importante punto turistico grazie al suo ampio centro storico, l’aeroporto e la vicinanza di luoghi chiave come Colonia, Dortmund e Gelsenkirchen. Perciò anche il mercato del lavoro può beneficiarne. «Gli effetti positivi arriveranno, sebbene sia difficile quantificarli» spiega un raggiante Peter Wege. «Solo un fuoco di paglia» Tra i rappresentanti dell’industria di Düsseldorf non c’è tutto questo ottimismo. «Gli albergatori dovrebbero fare la loro parte con 400 assunzioni da tutta Europa» dice Thorsten Hellweg, portavoce dell’Unione degli albergatori e ristoratori del Nordrhein-Westfalen, che non crede nella creazione di posti di lavoro duraturi. Per la maggior parte degli economisti i Mondiali avranno l’effetto di un fuoco di paglia sulla ripresa del mercato interno. Quest’idea trova fondamento nell’analisi delle conseguenze economiche registrate dopo i mondiali degli ultimi decenni. Nell’anno successivo al mondiale nessuno dei paesi ospitanti riuscì ad ottenere una crescita economica paragonabile con quella ottenuta l’anno della manifestazione. Lo confermano anche molti esperti tedeschi. «Il mondiale non è un programma anti-congiunturale» dice Michael Grömling dell’Istituto di economia tedesca di Colonia. Inoltre crede anche che i consumi possano crescere grazie ai soldi spesi dai tedeschi durante la manifestazione. «Ma rimane da valutare se il denaro speso in più non sarà poi risparmiato più tardi». Della stessa opinione è anche Markus Kurscheidt, esperto di economia dello sport. Esaminando gli effetti economici dei Mondiali sulla Germania, è giunto alla conclusione che «naturalmente qualche settore ne trarrà vantaggio: dove cresce la domanda, là ci sarà autentico sviluppo». Lo studioso vede un vincitore su tutti: la lega calcistica della Fifa, che possiede i diritti televisivi e le licenze commerciali. Qualche città tedesca risplenderà perché sede delle gare, anche se rischia un brusco risveglio. Per esempio Lipsia, dove c’è una nuova e scandalosamente costosa arena sportiva priva di prospettive di utilizzo dopo mondiali. «Così potrebbero venire spesso i Rolling Stones in concerto per riempire gli stadi tedeschi» aggiunge Kurscheidt. La congiuntura tedesca non sarà superata da una ripresa economica trainata dalla crescita dei consumi. Come dimostrano i Mondiali questo scenario va dimenticato. In definitiva ci potrà essere solo una redistribuzione della ricchezza perchè le entrate nette dei tedeschi sono calate negli ultimi anni. Come dice Ralph Solvee, consulente economico bancario, «si può spendere un euro solamente una volta». Solo in un caso anche gli scettici pronosticano una crescita: la Germania campione del mondo. «Allora le cose possono andare diversamente» crede Markus Kurscheidt. «Ci sarà un effetto euforia che si trasferirà anche all’economia». In quel caso tutto sembrerebbe più economico. Sven Prange - Düsseldorf http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7282

Un motore economico d’oltre confine Edoardo Pollastri con Mauro Buonocore Per la prima volta siedono sui banchi del Parlamento, ed è un esordio pieno di polemiche. A due mesi dalle elezioni, il voto degli italiani all’estero fa ancora discutere; nell’occhio del ciclone ci sono soprattutto le modalità in cui si è svolto, la scelta del voto per corrispondenza, che non avrebbe garantito la segretezza del voto, e l’invio dei certificati a domicilio di chi ne avesse fatto richiesta, operazione nella quale molte schede sarebbero andate disperse. La polemica, iniziata già nei giorni dello spoglio elettorale, quando le schede provenienti dall’estero erano state raccolte nel centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto a pochi chilometri da Roma, è divampata nei giorni immediatamente successivi all’esito delle elezioni, quando si è visto che il voto degli italiani all’estero ha svolto un ruolo importante per la vittoria dell’Unione, addirittura determinante. Ma chi sono questi elettori che hanno così direttamente lasciato il segno sulla sconfitta del centro destra? “Sono persone che vengono da culture differenti – risponde Edoardo Pollastri, eletto al Senato nella circoscrizione dell’America Meridionale – ma hanno tutti una cosa in comune: l’amore verso l’Italia, un attaccamento radicato all’orgoglio di vedere, dall’estero, il proprio paese ripartire dalle macerie politiche sociali ed economiche lasciate dalla guerra fino a diventare una potenza mondiale”. Il primo pensiero va agli emigranti che, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, lasciarono l’Italia per rincorrere fortuna, lavoro, nuove possibilità; persone che cercavano una via di fuga dalla povertà delle campagne. Limitarci a questa immagine significherebbe abbandonarsi all’idea quasi oleografica degli emigranti con la valigia di cartone che inseguivano lavoro e fortuna nelle acciaierie tedesche, nelle miniere del Belgio, nelle lontane Americhe. Ma l’emigrazione è cambiata col tempo, come sono cambiati motivi e modi che portano i nostri connazionali lontano dai confini. “Gli italiani che vivono all’estero appartengono almeno a tre diversi momenti storici dell’emigrazione italiana”, continua Pollastri: “Ci sono figli o nipoti dei primi emigranti, ci sono poi i protagonisti di una seconda ondata migratoria che si è sviluppata nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, e ci sono infine persone che in epoca più recente si sono mosse verso l’estero guidate dal business, dal senso degli affari”. Manager e operai, discendenti di contadini e imprenditori, figli di minatori e giovani laureati che, non trovando modo di mettere a frutto in Italia la loro preparazione, hanno spostato all’estero il loro sguardo e i loro bagagli, protagonisti di quel fenomeno ormai celebre che chiamiamo “fuga di cervelli”. “Si mette sempre troppo poco l’accento su quanto i nostri connazionali all’estero producano per la nostra economia”, chiarisce Pollastri parlando di quanto lavoro “questi italiani facciano per promuovere all’estero i prodotti di casa nostra, i nostri marchi: rappresentano e testimoniano una presenza viva e dinamica dal nostro paese. Ma dall’Italia se ne sa poco, a causa di una scarsissima informazione di ritorno che poco o niente permette di far conoscere di queste realtà e lascia l’immagine degli italiani all’estero vittima di stereotipi e pigrizie mentali”. Una comunità varia, composita, che tocca i cinque continenti e che, anche dagli angoli più remoti della Terra ha fatto pesare la propria scelta politica. Eppure, da così lontano non hanno seguito la nostra campagna elettorale, non hanno visto, almeno non tutti, i famosi faccia a faccia tra Berlusconi e Prodi, non hanno potuto verificare l’onnipresenza mediatica dell’ex premiere nel mese che ha preceduto le elezioni. In tempi in cui la battaglia per i voti si combatte sempre più sui media, e sulla tv in particolare, questa parte di elettorato ha scelto in maniera diversa. “La scelta televisiva è molto modesta per gli italiani che vivono all’estero – sottolinea Pollastri – a volte, come ad esempio in Brasile, la Rai è addirittura inesistente. La campagna elettorale è si sviluppa attraverso una rete complessa e ramificata all’interno delle comunità, dove le associazioni, la camere di commercio e i patronati legati alle istituzioni italiane mantengono vivi i rapporti tra i membri e con l’Italia”. L’equazione viene alla mente fin troppo semplice: dove la tv italiana non è arrivata, Berlusconi ha perso, ma il neo senatore puntualizza: “Io credo che la scelta degli elettori sia stata influenzata dall’immagine non positiva che stampa e tv straniere trasmettono di Silvio Berlusconi, piuttosto che dalla mancata promozione televisiva del leader di Forza Italia all’estero”. Ancora una volta la tv, sembrerebbe, a giocare un ruolo determinante. Ma almeno un’altra tv, diversa da quella di casa nostra. caffeeuropa.it

Filastrocche proibite Canzoncine in inglese verranno sostituite da testi indù, in nome del patriottismo Scritto per noi da Ernesto Galli Lo stato del Medhya Pradesh ha bandito l'insegnamento di qualunque filastrocca o canzoncina inglese negli asili. Il ministro dell'Educazione dello stato, Narottam Mishra, ha incaricato alcuni autori, rigorosamente indiani, di scrivere nuovi versi che rimpiazzino quelli vietati. Cattiva influenza. In India, oltre a circa 2000 dialetti, si contano almeno 30 lingue, 22 delle quali, ufficialmente riconosciute ed elencate in un registro, possono essere utilizzate dai singoli stati per gli atti ufficiali e le comunicazioni con il governo centrale. A livello nazionale sono 2 le lingue riconosciute: l'hindi e l'inglese. Dal 1965 l'hindi sarebbe dovuto rimanere l'unica lingua ufficiale, con l'inglese destinato gradualmente a perdere la sua importanza. A causa di proteste da parte di alcuni stati in cui l'hindi non è fortemente diffuso, e, più tardi, del rapido sviluppo del paese che ha portato l'India ad assumere un ruolo importante nell'economia globale, l'idea di accantonare la lingua dei colonizzatori è stata sempre meno presa in considerazione. Dal 19esimo secolo, quando Lord Macaulay introdusse l'educazione inglese nelle scuole indiane, i bambini del Medhya Pradesh imparano canzoncine come "Twinkle twinkle little star", ma ora il ministro Mishra ha deciso di mettere fine a quella che considera "cattiva influenza occidentale". Patriottismo. Le nuove rime da insegnare nelle scuole dovranno, sempre secondo Mishra, "infondere un senso di patriottismo" nei piccoli. Non è certo la prima volta che il Partito del Popolo Indiano (BJP), nazionalista, conservatore e primo oppositore del Partito del Congresso, ordina che sia riscritto il materiale su cui si formano i giovani indiani: nel vicino stato del Gujarat, il partito, da sempre paladino dei valori socio-religiosi della maggioranza indù, ha imposto modifiche ai testi scolastici, dove ora musulmani, cristiani e appartenenti ad altre minoranze religiose sono catalogati come "stranieri", e vengono rivalutati nazismo e fascismo. Diversamente da quanto avvenuto per simili episodi, la nuova iniziativa del Bjp non è stata accolta da forti critiche da parte della sinistra indiana. Anzi, c'è chi, tra gli oppositori, vede di buon occhio l'ingresso negli asili di nuove canzoncine, frutto esclusivamente dell'ingegno indiano. Dubbi. Così, mentre in tutto il mondo ci si preoccupa di avvicinare i bambini all’inglese il prima possibile, nel Medhya Pradesh si è deciso di andare nella direzione opposta, ma questo, in un paese che annovera l’inglese come lingua ufficiale, non preoccupa più di tanto. A infastidire parte dei genitori e degli insegnanti è stata principalmente l’assenza di un dibattito che precedesse la decisione, il mancato coinvolgimento dell'opinione pubblica e degli esperti in educazione infantile sulla questione. Tra questi ultimi, c'è chi sostiene che l'adozione e la lunga permanenza dei versi inglesi negli asili sia dovuta ad una ritmica e ad una facilità di apprendimento difficilmente replicabili. Soprattutto se sostituiti da versi che, come primo obiettivo, hanno quello di trasformare bambini di 5 anni in piccoli patrioti.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5741

GLI STATI UNITI, L'ARMAMENTARIO GLOBALE E UNA MAREA DI BAMBINI MORTI DI GIDEON POLYA Mwc News Durante la prima guerra mondiale i giovani dell’Impero Britannico erano esortati ad “arruolarsi per combattere l’Unno” (“Unno” oppure “Boche” era il nome con cui comunemente si definivano i Tedeschi di allora). Abbiamo tutti presente il famoso poster in cui un serissimo Lord Kitchener punta il dito e dichiara: “La Gran Bretagna ha bisogno di te”. Ad ogni modo un ulteriore impulso per l’arruolamento veniva dallo slogan propagandistico che diceva: “I tedeschi baionettano i bambini belgi”, frase usata anche per tirare in ballo l’America nel conflitto mondiale (vedi: CounterPunch). Una versione a grandi linee simile a questa fu usata nel 1991 durante la Guerra del Golfo, quando gli Stati Uniti propagandavano assolute falsità circa i soldati iracheni che, si disse, “uccidono centinaia di bambini del Kuwait buttandoli giù dagli incubatori” (vedi: qui). Queste bugie “per commissione” sono comunque diventate bugie per omissione – infatti i bugiardi e razzisti media anglo-statunitenso semplicemente NON descrivono l’orrenda e largamente evitabile strage di bambini che sta ACCADENDO ADESSO in Palestina, Iraq e in Afghanistan, causata da indecenti violazioni delle Convenzioni di Ginevra per la Protezione dei Civili in Tempo di Guerra da parte di Israele, Usa, NATO e della “Coalizione”. L’ultimo annuario dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma, l’Annuario SPIRI 2006, ha pubblicato gli ultimi dati sulla spesa militare globale. Gli Stati Uniti rimangono i più spendaccioni, con circa il 48% della spesa militare del mondo nel 2005 (circa 1.1 trilione di dollari). I primi 15 al mondo per spesa militare sono, in ordine decrescente, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Giappone, Cina, Germania, Italia, Arabia Saudita, Russia, India, Corea del Sud, Canada, Australia, Spagna ed Israele (i dettagli e MWC News). La DOMANDA IMPORTANTE da farsi è semplicemente: quali sono le conseguenze di questa spesa militare globale? La risposta potrebbe essere una qualsiasi di quelle descritte sotto, ma la più plausibile è semplicemente che la spesa militare globale è inevitabilmente collegata ad un’orrenda, ma EVITABILE CARNEFICINA DI BAMBINI. 1.1 trilione di dollari all’anno potrebbe eliminare in gran parte le morti evitabili nel mondo. La morte evitabile (tecnicamente la morte in eccesso) è la differenza tra i reali decessi in un paese in guerra e le morti che naturalmente succedono in un altro paese dello stesso tipo, ma senza guerre. Usando i parametri delle Nazioni Unite si può calcolare che dal 1950 la mortalità mondiale evitabile è stata di 1 miliardo e 300 mila persone (di cui circa il 60% bambini sotto i 5 anni). La mortalità evitabile annua è ZERO (0) nelle nazioni del Primo Mondo, ma è anche ZERO in alcuni dei più poveri paesi del Terzo Mondo nonostante un reddito procapite annuale di appena 1.000 dollari (dati del 2003) – gli esempi più eclatanti sono Cuba, Paraguay, Siria e Sri Lanka, dove si sono potuti ottenere questi risultati grazie al buon governo, una buona assistenza sanitaria e la forte riduzione del livello di analfabetismo. Il costo per elevare TUTTE le nazioni ad un introito annuale di 1.000 dollari è di circa 1.4 trilioni di dollari. La mortalità evitabile annua globale è di circa 16 milioni. 2.La dozzina di Stati che spendono molto sugli armamenti e che hanno a che fare con gli Stati Uniti sono coinvolti in atti criminali di omicidio di massa nei territori che occupano. Dei 15 Paesi “spendaccioni”, solo tre, Russia, Cina ed India NON sono coinvolti nella criminale ed illegale occupazione e violazione di altre nazioni sovrane, tutti gli altri lo sono o lo sono stati di recente. Perciò possiamo dire che USA, Gran Bretagna, Giappone, Italia, Corea del Sud, Australia e Spagna hanno tutti partecipato illegalmente all’occupazione militare dell’Iraq (complice l’Arabia Saudita), che gli Stati Uniti, i suoi sodali della Coalizione Gran Bretagna ed Australia e i suoi alleati NATO Francia, Germania e Canada hanno fornito contingenti per la criminale occupazione dell’Afghanistan (ancora con l’aiuto dell’Arabia Saudita che ha fornito mezzi e provvigioni), e Israele è stato in vari modi coinvolto nell’occupazione illegale di Paesi limitrofi (Egitto, Libano, Siria, Giordania e i cosiddetti Territori Occupati) per quasi 40 anni ed ancora adesso occupa illegalmente i Territori Palestinesi e parte della Siria. Il totale delle morti evitabili dalla post-invasione in Palestina, Iraq e Afghanistan ammonta a 0.3, 0.5 e 1.8 milioni rispettivamente (di cui il 60% sono bambini sotto i 5 anni). 3.Gli “spendaccioni” europei sono colpevoli di atti di colonialismo o neo-colonialismo apportatore di mortalità globale evitabile. Dalla liberazione, verso la metà degli anni '40, rispettivamente dal Giappone e dalla Gran Bretagna, Cina ed India hanno fatto molto per ridurre la mortalità evitabile. Perciò da quando nel 1947 la mortalità annuale nell’India Britannica rasentava il genocidio (era infatti del 3.5%), è stata ridotta adesso allo 0.9% (ancora dalle 2 alle 3 volte superiore alla media, ma pur sempre un miglioramento). Mentre la “mortalità evitabile annuale” in India è di circa 3.7 milioni, in Cina, che ha avuto maggior successo dell’India post-coloniale nel ridurre l’indigenza, è ZERO (0). L’India e la Cina, nonostante abbiano spese militari importanti, hanno DEFENESTRATO l’imperialismo e si sono concentrate nel migliorare la qualità della vita dei loro rispettivi cittadini. La Corea del Sud ed il Giappone sono stati meno coinvolti nelle guerre asiatiche statunitensi, particolarmente in Vietnam (la Corea del Sud) e Iraq (il Giappone) ed hanno ottimamente risolto il problema della mortalità annuale portandola allo zero e di molto diminuito la mortalità infantile a cifre tra le migliori al mondo. Invece, se usiamo i parametri delle Nazioni Unite si può calcolare che la mortalità evitabile post-1950 (di cui il 60% si riferisce a morti di bambini sotto i 5 anni) in Paesi che sono stati parzialmente o totalmente occupati nel dopoguerra dalle seguenti sette Nazioni “spendaccione” come MAGGIORI occupanti sono: 82 milioni (Stati Uniti), 727 milioni (Gran Bretagna), 142 milioni (Francia), 37 milioni (Russia), 2 milioni (Australia), 9 milioni (Spagna) e 24 milioni (Israele). L’antico asse Germania-Italia-Giappone risalente alla Seconda Guerra Mondiale ha deciso di ripudiare il militarismo e l'imperialismo nel 1945, ciononostante questi Paesi sono ancora tra i primi 15 per la spesa militare e sono stati persuasi a SPORCARE la loro reputazione internazionale coinvolgendosi nelle guerre statunitensi in Asia, cioè in Afghanistan e Iraq. L’Italia sta cercando di ritirarsi dall’Iraq, ma la Germania ed il Giappone sono ancora dentro fino al collo a NUOVI crimini di guerra – in totale la mortalità annuale di bambini sotto i 5 anni nei territori occupati dell’Iraq e dell’Afghanistan è di 0.5 milioni (1.300 al giorno, 1 al minuto – ed evitabile al 90%), principalmente per la violazione delle Convenzioni di Ginevra da parte della Coalizione. Cosa possono fare le persone oneste di fronte a questo orrendo e criminale genocidio passivo guidato dagli Stati Uniti, a questi omicidi ed infanticidi di massa? Devono (a) informare quanti più possono e (b) comportarsi eticamente nei loro affari quotidiani e nei loro rapporti con le nazioni guidate dagli Stati Uniti e coinvolte in questo continuo e passivo omicidio di massa di quasi mezzo milione di bambini perpetrato ogni anno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Il dottor Gideon Polya, Caporedattore politico alla MWC News, ha pubblicato circa 130 lavori in 40 anni di carriera scientifica, tra cui di recente un importante testo sui “Bersagli biochimici degli impianti bioattivi” (CRC Press/Taylor & Francis, New York & London, 2003) e sta attualmente completando un libro sulla mortalità globale. Potete contattare iil dottore via mail Gideon Polya Fonte: http://mwcnews.net/ Link: http://mwcnews.net/content/view/7563/26/ 13.06.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

Giustizia nei Balcani: aumenta la cooperazione regionale È una vittoria della giustizia dei Balcani, ma è stata poco celebrata: funzionari di Serbia, Bosnia e Croazia stanno condividendo informazioni e prove. Un articolo di Drago Hedl per IWPR Di Drago Hedl* per IWPR (Tribunal Update), 23 giugno 2006 (tit. or.: "Regional Cooperation helps bring war criminals to justice") Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Gaia Baracetti La stampa ha dedicato scarsa attenzione ad un incontro a Belgrado, la scorsa settimana, tra il procuratore per i crimini di guerra serbo e il procuratore di stato bosniaco. Ma è un ulteriore segnale di un'importante tendenza nei Balcani: l'aumento della cooperazione negli ultimi anni tra funzionari di Serbia, Bosnia e Croazia, per la consegna alla giustizia di coloro che si macchiarono di crimini nei cruenti conflitti degli anni '90. Fino a poco tempo fa, un tale lavoro di squadra tra questi ex nemici sarebbe stato impossibile. Nel passato, i procuratori di stato hanno fatto fatica ad accedere agli archivi di guerra degli altri stati, e i testimoni che si recavano nei paesi vicini per testimoniare subivano in alcuni casi maltrattamenti e umiliazioni da parte di nazionalisti del posto. Oggi invece gli osservatori notano che la cooperazione regionale è diventata un pilastro della giustizia transizionale nei Balcani. La cooperazione di questo tipo tra Serbia e Croazia è fondata sugli accordi firmati nel 2001 e nel 2005, pensati per sostenere gli sforzi volti a contrastare il crimine organizzato e a punire i crimini di guerra. Mentre il primo accordo delinea i principi base che governano la cooperazione tra i due paesi, il secondo stabilisce una struttura più precisa all'interno della quale procede la cooperazione. Nei termini fissati da questi accordi, Zagabria e Belgrado si impegnano a scambiarsi informazioni e altri documenti che possono aiutare nelle indagini sui crimini di guerra. Dal momento che tanti accordi regionali sono falliti miseramente in passato, l'opinione generale era che questi segnali esteriori di collaborazione fossero poco più che una foglia di fico per accontentare la comunità internazionale. Questa impressione è stata rafforzata dalle circostanze che hanno portato alla stesura di un ulteriore accordo chiave tra Croazia e Serbia e Montenegro nel 2004, che prevedeva cooperazione diretta tra le rispettive procure. In questo caso, il documento ha visto la luce all'incontro di esperti sul lago Palic, sotto lo sguardo attento dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l'OSCE. Tuttavia, nonostante i dubbi, i funzionari e gli osservatori oggi sostengono che tutto questo lavoro ha portato a risultati notevoli. “Lo scopo principale di questi accordi era di assicurare una cooperazione veloce ed efficiente, specialmente nello scambio di intelligence, informazioni e documenti”, ha detto a IWPR Martina Mihordin, portavoce del procuratore generale croato Mladen Bajic. “Questi accordi hanno permesso agli uffici dei procuratori di lavorare assieme. I risultati che abbiamo raggiunto finora sono straordinari, e comunichiamo quotidianamente.” Questo tipo di cooperazione ha giocato un ruolo importante nell'indagine croata sui presunti crimini di guerra commessi da combattenti croati contro i serbi nella città orientale di Osijek nel 1991. Nel novembre scorso, il procuratore del distretto di Osijek si è potuto recare a Belgrado per partecipare a udienze convocate per raccogliere prove da testimoni che ora vivono in Serbia, prove che potrebbero poi essere usate dai procuratori croati. I testimoni hanno deposto davanti a un giudice serbo, ma anche il procuratore di Osijek ha potuto fare loro domande. “Senza questa cooperazione, sarebbe impossibile punire i crimini di guerra”, sostiene Ivo Josipovic, un professore di diritto dell'Università di Zagabria. “Si sa che spesso ci sono i testimoni in un paese e gli indagati e le prove in un altro. Quindi, senza il pieno appoggio dell'altro stato, che comprende lo scambio di informazioni e l'individuazione dei testimoni, non ci possono essere processi efficenti per crimini di guerra.” Il che è apparso chiaramente nel processo in corso alla corte distrettuale di Vukovar contro 17 persone accusate di aver partecipato a un episodio nell'ottobre del 1991 che è considerato una delle peggiori atrocità commesse durante il conflitto in Croazia. Alcuni soldati dell'Armata Popolare Jugoslava, la JNA, sono accusati di aver costretto dei croati di Lovas a camminare in un campo minato, con il risultato che 21 persone sono morte e 14 sono rimaste ferite. L'imputato principale, Milos Devetak, e alcuni degli altri imputati vivono fuori dalla Croazia, e il processo arranca, data la loro assenza. Inoltre, i procuratori croati sono stati costretti a procedere senza avere accesso agli archivi della JNA, che si trovano in Serbia. Il processo è al quarto anno e la preoccupazione è che, se va avanti così, non si arrivi a nessuna conclusione. Ma l'anno scorso, alcuni procuratori serbi per i crimini di guerra sono intervenuti. Un esperto funzionario della corte di Vukovar ha detto a IWPR che si aspetta che la loro assistenza sarà molto preziosa. Un portavoce della procura per i crimini di guerra di Belgrado, Bruno Vekaric, conferma che la cooperazione è preziosa anche dal punto di vista serbo. “La corte per i crimini di guerra di Belgrado al momento ha in esame 20 cosiddetti 'casi regionali'”, spiega. “Molti sono il risultato della cooperazione tra Serbia e Croazia.” Come primo esempio, cita i processi in cui un video è stato reso pubblico attraverso il Tribunale per l'ex-Jugoslavia all'Aia, l'ICTY, l'anno scorso, che sembra mostrare l'assassinio di sei Musulmani bosniaci di Srebrenica da parte di membri della tristemente nota unità paramilitare degli Scorpioni. Da quella volta, ex membri degli Scorpioni sono stati processati a Belgrado e a Zagabria. Vekaric nota anche “una cooperazione molto ampia” in relazione agli ultimi processi in Croazia in cui degli ex poliziotti militari croati sono stati trovati colpevoli di violenze nei confronti dei detenuti nella prigione militare di Lora a Spalato nel 1992. La colpevolezza degli imputati è stata accertata dopo che la Corte Suprema croata ha capovolto la sentenza precedente, che li proscioglieva. I processi precedenti erano incorsi in una serie di gravi difficoltà - risolte dalla ripetizione del processo - tra cui la mancata disponibilità di testimoni serbi a venire a deporre. Oltre alla cooperazione tra Belgrado e Zagabria, funzionari serbi e croati hanno anche stabilito buoni rapporti con l'ufficio del procuratore pubblico a Sarajevo, come hanno affermato rappresentanti della magistratura di tutti e tre i paesi. Secondo un rapporto dell'Associated Press sull'incontro, tenutosi la settimana scorsa, tra il procuratore per i crimini di guerra serbo Vojislav Vukcevic e il procuratore di stato bosniaco Marinko Jurcevic, i due si sono trovati d'accordo sul fatto che la cooperazione in relazione alle indagini sui crimini di guerra rivesta un'importanza cruciale. L'ufficio di Vukcevic a quanto pare sostiene che Jurcevic si è detto soddisfatto degli sforzi fatti fino ad ora per lavorare insieme su casi “ad alto rischio” sia a Belgrado che a Sarajevo. Il portavoce della procura dell'ICTY, Anton Nikiforov, ha confermato che la cooperazione è migliorata negli ultimi anni e ha raggiunto un livello a cui “secondo noi, è molto buona”. “In parte è merito nostro”, ha aggiunto, spiegando che i funzionari del Tribunale dell'Aja da tempo spingono per aumentare la cooperazione, invitando funzionari dei paesi del'ex-Jugoslavia a vari forum e, due anni fa, spingendoli ad aiutarsi a vicenda al di fuori del tribunale. Tuttavia, Nikiforov riconosce che ci sono ancora questioni da risolvere in questo ambito, come per esempio il rifiuto da parte di Serbia e Croazia in particolare di estradare i cittadini sospetti di crimini di guerra ai paesi vicini, dove verrebbero processati. “Temiamo che ci saranno casi irrisolti se non vengono presi provvedimenti adeguati”, ha detto, aggiungendo che una possibile soluzione in situazioni simili è che il materiale relativo al caso sia trasferito al paese di cui l'individuo in questione è cittadino, così che lo/la stesso/a sia processato lì. La cooperazione tra stati nel campo della giustizia nei Balcani non si limita alla condivisione di informazioni e prove a livello ufficiale. L'anno scorso, a Belgrado sono stati processati numerosi individui coinvolti nel tristemente noto massacro di persone prelevate dall'ospedale di Vukovar dalle truppe della JNA nel novembre del 1991. Grazie agli sforzi congiunti di ONG serbe e croate, i parenti delle vittime sono riusciti a raggiungere Belgrado per essere presenti ai processi. Con un gesto apprezzato dalla Croazia, il Fondo legale umanitario di Belgrado ha rimborsato loro il viaggio. Inoltre, due gruppi di giornalisti serbi si sono recati in Croazia a maggio e a giugno di quest'anno per visitare gli uffici del pubblico procuratore e le corti locali, come quelle di Vukovar e Spalato, in cui si tengono i processi per crimini di guerra. Lo scopo di questi tour, uno dei quali è stato finanziato dall'OSCE, l'altro dall'ambasciata americana in Croazia, è stato di mostrare ai giornalisti come procede il processo di giustizia transizionale dall'altra parte del confine. Quest'autunno, di nuovo con il sostegno dell'OSCE, alcuni giornalisti croati faranno un viaggio simile in Serbia. Drago Hedl è corrispondente di Osservatorio sui Balcani e collabora con IWPR da Osijek

Guantanamo : Corte Suprema , illegali tribunali militari di Bush di Rico Guillermo La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito oggi che Bush ha abusato della sua autorita' ordinando processi in Corti militari per presunti crimini di guerra commessi dai detenuti del carcere di Guantanamo. La sentenza e' tutta una reprimenda per l'amministrazione Bush e le sue politiche aggressive anti-terrorismo ed e' stata estesa dal giudice John Paul Stevens. Vi e' scritto che i procedimenti proposti sono illegali in virtu' della legge degli Stati Uniti e delle convenzioni internazionali di Ginevra. Gli stessi ufficiali incaricati della difesa legale degli imputati si erano ribellati, sottolineando che quanto voluto da Bush e Rumsfeld contraddiceva anni di insegnamento di legge cui essi si erano sottoposti nelle universita' americane per divenire avvocati. Il caso e' stato generato da un ricorso contro Donald Rumsfeld di Salim Ahmed Hamdan, uno Yemenita che ha lavorato come autista e guardia del corpo di Osama Bin Laden. Hamdan, che è stato arrestato in Afghanistan nel mese di novembre del 2001, ha passato in carcere a Guantanamo quattro anni della sua vita per cospirazione contro gli Stati Uniti. Ha sempre negato di aver cospirato in atti di terrorismo e nega di essere stato membro di al-Qaida. La decisione della Corte Suprema e' passata con cinque voti contro tre. Il presidente della Corte Suprema John Roberts, nominato recentemente da George W. Bush, si e' astenuto dal caso perche' in conflitto d'interessi, in quanto se ne era occupato a nome del governo quando operava presso la corte d'appello. Nel suo parere, un giudice ha scritto: "il congresso non ha dato all'esecutivo una delega in bianco", spiegando che Bush dovrebbe chiedere al congresso piu' poteri ove voglia l'autorita' di installare commissioni militari. I tre giudici che hanno espresso dissenso sono Clarence Thomas, Antonin Scalia (amico del presidente) e Samuel Alito (di recente nominato da Bush), che hanno depositato pareri contrari. In particolare, Thomas ha detto che la decisione della Corte toglie a Bush un'arma contro un nemico mortale. Un portavoce della Casa Bianca ha detto che non vi sarebbero stati commenti fino a che gli avvocati non avessero piu' avuto possibilita' di ottenere una revisione della decisione, ma si attende una dichiarazione del Pentagono. In precedenza Bush aveva dato per scontata la legalita' delle Corti, istituite in spregio ad una precedente decisione della Corte Suprema secondo cui le sedi naturali per discutere i diritti dei prigionieri di Guantanamo sono i tribunali degli Stati Uniti. L'amministrazione Bush aveva invitato l'alta corte a rimandare la decisione a dopo il processo, sostenendo che e' in gioco la sicurezza nazionale e che "le procedure militari prevedono l'applicazione delle leggi di guerra contro una forza nemica che designa i civili come bersaglio per la distruzione di massa". Una settimana fa - dopo le richieste dell'UE e del Consiglio d'Europa - Bush aveva detto che avrebbe voluto chiudere la prigione ma che i detenuti rinchiusi a Guantanamo sono uomini pericolosi ed il posto migliore per trattare con loro e' nelle corti militari. Il presidente USA aveva comunque rimandato la decisione a dopo il pronunciamento della Corte Suprema su questo caso. Dopo i reiterati ricorsi e scioperi della fame da parte dei detenuti e dopo il suicidio di tre di essi - gesto definito da Washington un atto di guerra - Bush aveva ammesso che Guantanamo fornisce una giustificazione per alcuni critici per affermare che gli Stati Uniti non stanno sostenendo i valori che chiedono per il resto del mondo, ma aveva affermato che gli Stati Uniti sono un Paese che osserva le leggi e che gli uomini che sono detenuti a Guantanamo sono stati arrestati sul campo di battaglia. Il presidente USA aveva glissato sul fatto che non vi siano accuse per la maggior parte di costoro e che a tutti per anni non e' stato permesso l'accesso ad un avvocato o la visita dei familiari ed ha solo detti che gli Stati Uniti si stanno impegnando, quando possibile, per rimettere i prigionieri di Guantanamo ai loro Paesi d'origine. Secondo il Pentagono, circa 290 detenuti sono stati liberati o trasferiti nei loro Paesi d'origine. I funzionari della Difesa hanno detto che il dipartimento di Stato USA sta lavorando al rilascio o al trasferimento di altri 120 dei quasi 460 detenuti restanti nella baia di Guantanamo. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 29 2006

Parlamento dirottato Per ore il Senato della Repubblica è stato tenuto in ostaggio come un aereo dai terroristi Non è stato solo il gesto solitario e sconsiderato del senatore di Forza Italia Malan, ma la prova che questa destra, avendo fallito, d’ora in poi non risparmierà gesti di teppismo e di forza Furio Colombo da l'Unità - 29 giugno 2006 Per ore il Senato della Repubblica è stato tenuto in ostaggio con tutti i senatori dentro, come un aereo dai terroristi. L’autore del dirottamento di una delle due Camere è il senatore di Forza Italia Malan. Ha lanciato con forza il volume che contiene il regolamento del Senato. Ha mancato la testa del presidente Marini, ma a quel punto al presidente non restava che espellerlo. Però Malan non è uscito o fatto uscire mentre scrivo. Alle ore 19, è ancora in aula, circondato dai suoi (Malan ha abbandonato l’aula solo alle 20.30, ndr). Chi, tra i lettori, ha avuto l'occasione di vedere la triste, lunga, costosa, inutile seduta del Senato durata un giorno in televisione, sa che il senatore Malan non ha commesso un gesto solitario e sconsiderato, tutti i senatori del centrodestra erano in piedi urlando e insultando all’indirizzo del presidente del Senato e del banco del governo quando Malan ha eseguito il lancio del volume (541 pagine) contro la testa di Marini. La sequenza è questa. Fino alle 12.30 il Senato, in aula da due ore, ha votato la fiducia sul primo dei due decreti del governo (il cosiddetto «spacchettamento» dei ministeri, che si rende necessario perché funzioni prima esercitate da un solo ministro, a volte, nella nuova compagine, prevedono due funzioni). Subito dopo Vannino Chiti, ministro dei Rapporti con il Parlamento, avrebbe dovuto informare l’aula della richiesta di un secondo voto di fiducia. Il regolamento (quello stesso che Malan ha lanciato contro il presidente del Senato) è chiarissimo: il presidente dà la parola al governo, il governo fa il suo annuncio (richiesta di voto di fiducia) e si apre la discussione. Avrebbe occupato l’intero pomeriggio e la mattina di giovedì, dunque, come è naturale, con un ampio spazio per l’opposizione. La destra sa benissimo di avere ripetuto questo rito ben quarantasette volte, mentre l’Unione era all’opposizione. Sempre obiezioni e proteste mai incidenti. Questa volta invece l’urlo, di tipo calcistico, è stato immediato, non appena Chiti si è alzato per parlare. La pretesa, tipica di quel gruppo di persone, era «prima parliamo noi». Poiché il regolamento dice il contrario, Marini ha tenuto duro. Ma Chiti non ha mai potuto parlare. La scenata è stata così violenta, maleducata, strana, inutile (tutti avrebbero potuto parlare subito dopo) che si è sentito dire di un malore che avrebbe colpito Schifani, uno dei più impegnati nel tentativo di paralizzare il Senato. Va notato un fatto che non ha precedenti. Accade che un deputato debba essere espulso, quando, a norma di regolamento, viene ordinato dal presidente di una Camera, e accade a volte che ciò debba avvenire ad opera dei commessi che scortano e - se necessario - forzano il parlamentare riluttante a uscire. Non è accaduto e, benché testimone oculare, non saprei dire perché. Quando la folla urlante (che non era composta da ragazzi scriteriati ma da senatori della Repubblica) si è diradata, Malan era al suo posto, circondato da una falange dei suoi. Sarei tentato di dire «i peggiori dei suoi», visto che si sono resi responsabili di un atto che, da quel momento, paralizzava i lavori. Come accade in ogni gioco, club o regolamento, qualunque adulto sa che non è il torto o la ragione a decidere, ma la persona di chi ha la responsabilità delle regole. Qualunque adulto sa che la sua reputazione è in gioco solo se si ribella, se - come dire - non sta al gioco. In tal caso, infatti, il suo comportamento appare stupido (il comportamento) e ricattatorio (costringe alla presenza inoperosa tutti i colleghi) senza alcuna connessione con le ragioni che intende far valere. Qui, adesso, però non è in discussione il gesto teppistico. Ciò che diventa chiaro è il disegno: avendo fallito nelle urne, avendo appena perduto tutto (era merce avariata, ma non avevano altro) con il risultato schiacciante del referendum, passano a vie di fatto. Non hanno un popolo (che da cinque elezioni gli vota contro) e allora cercano di rendere inagibile, con le urla, le scenate continue, se necessario la violenza fisica, l’aula del Senato. È frequente nel mondo che il Parlamento di un Paese democratico sia diviso da pochi voti. Ma poiché la democrazia è una rete di regole condivise, per funzionare, come in ogni gruppo umano, basta seguire le regole. Nel Senato americano la maggioranza dei repubblicani di Bush è di due voti. Bush non vince sempre, nel suo Senato, ma non perché qualcuno si abbandona a gesti inconsulti e paralizza i lavori (qualcosa che il contribuente americano non perdonerebbe mai, dato il costo di una giornata a vuoto) ma perché accade che in coscienza, di tanto in tanto, non tutti i senatori del partito di Bush votano per Bush. Queste tracce di democrazia non contaminano la Casa delle Libertà. Ricordate i cartelli volonterosi e ingenui che un tempo si vedevano all’ingresso di certi borghi e paesi? In essi si leggeva «zona libera da nucleare». L’opposizione di destra del Senato italiano potrebbe alzare la scritta «zona di bivacco, estranea a tutte le regole». Ci dicono che anche alla Camera i deputati di destra hanno iniziato l’ostruzionismo. Il fatto è nuovo, grave, unico. Costi quello che costi, niente regole e niente democrazia. Altrimenti il Paese, che il popolo italiano gli ha tolto, ricomincia a funzionare. È inaudito - loro pensano - che funzioni senza quelli che si erano abituati a decidere persino quale ragazza dovesse andare alla Rai, e dopo quali prove di talento. Il Parlamento è dirottato, fermo ore in un parcheggio disordinato nelle mani dei dirottatori della Casa delle Libertà. Ci sta dicendo che d’ora in poi non risparmieranno le prove di teppismo e di forza. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Scelte difficili non pasti gratis Il primo Dpef del governo Prodi dovrà essere radicalmente diverso da quelli passati LUIGI SPAVENTA da Repubblica - 29 giugno 2006 DA UN MESE è tutto un succedersi di grida di dolore sullo stato della nostra finanza pubblica: il ministro dell´Economia, a più riprese, esponenti politici, tecnici; e da ultimo, con voce concitata, la Corte dei conti. Abbiamo capito; anzi, lo avevamo capito anche prima, perché l´argomento era stato ampiamente (e giustamente) usato dall´attuale maggioranza durante la campagna elettorale. Acquisite dunque le premesse, e rinviando a sedi accademiche la questione se la situazione oggi sia o non sia paragonabile a quella del 1992, si attende con qualche impazienza di conoscere l´agenda delle proposte governative. Scelte difficili, non pasti gratis Di cui per ora sappiamo solo che saranno tali da coniugare rigore, equità e sviluppo. Speriamo di trovarla, quell´agenda, nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2007-2010 – Dpef, in sigla – che il Governo si accinge a presentare al Parlamento, insieme, si dice, a provvedimenti immediati di correzione dei saldi del 2006. Ma, perché quella speranza possa avverarsi, questo Dpef, il primo del governo Prodi, dovrà essere radicalmente diverso da quelli che, ormai da anni, finiscono nel cestino dopo un rapido passaggio per gli scaffali. I Dpef a cui siamo abituati hanno questa struttura. Una prima parte consiste di poche pagine con molte tabelle, dedicate alla finanza pubblica, in cui – sempre – si definisce l´entità degli interventi che dovranno essere operati nei prossimi tre anni per riportare disavanzi e debito (immancabilmente al terzo anno) in linea con gli obiettivi. È buona consuetudine tacere non solo sul contenuto di quegli interventi ma addirittura sulla ripartizione di essi fra entrate e spese. Segue una voluminosa terza parte, di omessa lettura, in cui si dà spazio alle "politiche settoriali": in cui, in chiaro, si consente a ogni ministro e a ogni ministero di pubblicare il proprio libriccino di sogni e di buone intenzioni. Ministri e ministeri (di spesa) solitamente non esprimono una politica, intesa come insieme di scelte (voglio fare questo invece di quest´altro), ma promettono tanti pasti gratis: nessuno mai curandosi di verificare se vi sia coerenza fra questo centone della seconda parte e i numeri apparentemente severi della prima. Come lo vorremmo invece il primo Dpef di un governo appena insediato, che si accinge a guidare il Paese per i prossimi cinque anni? Esso dovrebbe auspicabilmente contenere la definizione operativa delle linee guida di una politica economica di legislatura: non ridotte all´enunciazione di esigenze generiche, quali il rigore, l´equità e lo sviluppo (chi non vuole bene alla mamma?), e neppure al rinvio, ormai stanco, al programma elettorale dell´Unione; ma chiare nella specificazione dei vincoli, dei problemi che ne derivano e delle alternative, necessariamente difficili, che in conseguenza si devono affrontare. Ben al di là della prossima legge finanziaria dovrebbe indicare una rotta pluriennale da percorrere in tappe successive: senza dettaglio eccessivo, certo, ma tale da costituire un punto di riferimento per le verifiche e per gli inevitabili aggiustamenti da compiersi negli anni a venire con i prossimi Dpef. Dovrebbe spiegare agli Italiani le scelte che verranno compiute: dalle quali alla fine tutti possono trarre beneficio, ma che non sono indolori per tutti nell´immediato. La tentazione di rifare un Dpef anodino, come i precedenti, può essere forte: si eviterebbero dissensi nella maggioranza, consentendo a ciascuno di ritrovarsi in qualche enunciazione generica e priva di significato. Ma, così facendo, i problemi verrebbero solo rinviati. Continuerebbe il chiacchiericcio sulle misure probabili, sui dissensi fra i ministri, sul veto dei sindacati. L´orizzonte resterebbe corto e si finirebbe per navigare a vista. Soprattutto, si negherebbe ai cittadini quel po´ di certezza a cui essi hanno diritto e che ad essi manca oramai da anni. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

l vaso di Pandora. Vincitori e vinti Il giorno dopo il referendum rimane il consolidamento definitivo del voto numerico del 9-10 aprile. Questo dato apre scenari per domani contemporaneamente stabilizzanti e incerti. Da una parte, il governo Prodi esce legittimato. L’ipotesi della spallata decade e con essa la questione della legittimità a governare cessa d essere un tema all’ordine del giorno. Dall’altra emerge un quadro di incertezza o di conflitto ancora latente. Il tema e il nucleo del confronto interno al governo sarà rappresentato dalle misure per il risanamento, dalle priorità che quelle misure individueranno e da chi colpiranno. In mezzo c’è un’estate calda in cui non sono solo i problemi del risanamento ad occupare il centro della scena. Da 48 ore è di fatto finita la tregua in medio Oriente tra Palestinesi e israeliani. Un confronto e un conflitto che impone una politica mediterranea e una politica mediorientale che mancano da molti anni. In questo quadro complesso e complicato vanno collocati i malesseri e i malumori che discendono dal risultato del voto di domenica e lunedì. A un esame attento dei voti, di flussi, dei luoghi il quadro che emerge dai risultati referendari individua alcune questioni di frizioni e di malessere. La Lega non esce sconfitta. Certo esce sconfitto il progetto specifico, l’articolato di riforma, ma la Lega tiene nei suoi territori. Questo non implica che non vedremo un probabile ritorno di scenografie e liturgie identitarie, tra cui una probabile nuova marcia lungo il Po dal Monviso all’Adriatico, ma nel complesso prevarrà una logica del doppio binario. Del resto già lunedì pomeriggio a conteggio ancora in corso è andata in scena questa doppia sceneggiatura: da una parte la rabbia di Francesco Speroni e dall’altra le dichiarazioni di Roberto Calderoli e di Roberto Maroni. C’è uno spostamento o uno schieramento non omogeneo rispetto alle dichiarazioni di voto da parte dello schieramento della Casa delle Libertà. Riguarda il corpo elettorale di An e quello dell’Udc. Il dato numerico siciliano è eloquente su questo piano, ma anche il dato del voto a Roma (in questo caso sarebbe un errore cnsiderare quel voto come un automatico plebiscito per Walter Veltroni, mentre sicuramente l’annuncio del Sindaco di Roma a pensare a una legge per Roma e più in generale a una legislazione speciale per le metropoli soddisfa sia il tema del riconoscimento di un’autonomia, ma anche la sottrazione di un terreno identitario e politico a una parte consistente del centro-destra). Questo dunque è il tema in agenda da ieri. Non l’accantonamento dei temi del referendum (su cui peraltro non c’è stata chiarezza), ma lo la loro riscrittura e il riequilibrio tra un fronte secco di presunti conservatori e uno di presunti innovatori. Non solo Il voto impone un cambiamento negli equilibri politici, soprattutto internamente al centro-destra. La Lega tiene nei suoi territori di origine o di prima espansione. Non così Forza Italia. Una crisi che è evidente soprattutto in quei territori periferici, tradizionalmente segnati “in rosso” nelle mappe del voto politico in Italia. Forza Italia non tiene nelle zone dove aveva conteso il primato alla sinistra talora vincendolo (p.e.: Arezzo, Grosseto, Lucca, soprattutto Parma). Se c’è un segnale di arretramento è proprio nella nuova omogeneizzazione del voto che discende dall’Emilia. Perché non è vero che lì ha trionfato il controllo del voto a sinistra. E’ semplicemente emerso che quello a Forza Italia, è un voto di opinione e non di appartenenza, e l’opinione in questo caso non era per uno scontro ideologico “all’ultimo sangue”. Si potrebbe anche malignamente osservare che se l’accusa al fronte dei “conservatori” (di nuovo presunti) è quella di uno Stato protettore contro una richiesta di “autonomia” e libertà” allora questa richiesta di “protezione” non è solo quella dello Stato sociale, radicata nell’elettorato di centro-sinistra, è anche quella di una domanda di contenimento delle spinte alla globalizzazione (merci cinesi e non solo) che può essere soddisfatta con l’offerta di ““più Stato” antitetica a quella di “meno Stato” offerta da Forza Italia e dalla Lega. Un dato che avrà effetti tanto a destra come a sinistra. Ma non è solo di umori è anche quello dei conflitti interni. Dentro Forza Italia c’è un problema di leadership carismatica. Una situazione di dualismi e di scontri in cui il caso Milano costituisce sicuramente l l’indicatore sotterraneo più evidente. A un mese dalle amministrative, il gruppo sostenitore della riforma, sostanzialmente coincidente con la coalizione che ha mandato a Palazzo Marino Letizia Moratti esce sconfitto. Più o meno con le stesse percentuali con cui un mese fa ha vinto. Ciò che cambia, tuttavia, è la composizione. Se un mese fa il peso specifico della Compagnia delle Opere è stato, se non determinante, certo significativo per il buon esito del voto, egualmente è avvenuto, rovesciando le indicazioni, nel confronto referendario. Nella fisionomia del centro-destra il problema è il dualismo di potere e di comando irrisolto dentro Forza Italia. Lì si colloca il prossimo round del confronto politico./www.onemoreblog.org/

Sì, no o zoo? La natura trionfa: l’orso Calderolo torna ai suoi boschi di Lia Celi Lieto fine per la drammatica fuga dell’irrequieto plantigrado padano, scappato anni fa dall’oasi faunistica della Val Brembana e arruolato da un cinico addestratore milanese che lo faceva ballare nelle fiere vestito da ministro per le Riforme. Lunga la serie di accuse a suo carico, dalle aggressioni contro persone di religione islamica alle razzie alla buvette di Montecitorio. I costituzionalisti inferociti volevano la sua testa: «Altro che specie da proteggere, l’orso Calderolo ha tentato di fare a pezzi l’Italia». In suo favore era stato promosso un appello internazionale, primi firmatari Bigfoot, lo Yeti e l’onorevole Borghezio, per una soluzione incruenta e rispettosa dei diritti degli animali. Per fortuna gli è andata meglio che a Bruno, l’orso trentino impallinato in Austria: con una battuta durata due giorni, migliaia di elettori sono riusciti a fare il vuoto intorno al povero bestione, convincendolo a rientrare precipitosamente nelle sue selve lombarde, dov’è stato festosamente accolto dall’anziano e malconcio capobranco, il grizzly Umberto. http://www.liaceli.com/

Message in a slipper Le sedicenni sostano, e non sanno. Ma le ciabattine che la nonna comprava al mercato, adesso stanno in vetrina a venticinque euro. Detto questo, il pezzo di oggi potrebbe finir qui. O dovrei aggiunger qualcos’altro? Per esempio: c’è un limite alla nostalgia? Sarà vero che trasfigura ogni ricordo? Io, per quanto mi sforzi, non riesco ad associare a queste ciabattine un solo pensiero piacevole. Soltanto flash sbiaditi, mobbing infantile in piscine comunali, puzza di zampirone, la molle angosciosa sensazione di avere appena calpestato un chewing gum, polvere e attrezzi arrugginiti in vecchi mastelli di moplen. A noi ci ha fatto male, Anima mia. Abbiamo iniziato a pensare al nostro passato come a una zona franca. Se la serata è fiacca si possono sempre tirar fuori i cartoni giapponesi. Non è vero! I cartoni giapponesi hanno rotto i coglioni! Il nostro passato è anche pieno di cose tristi, polverose e arrugginite! E le ciabattine di plastica della nonna non saranno mai belle. Esse sono il messaggio da una generazione all’altra. Il messaggio dice: Eravamo poveri. Sarete poveri anche voi. E ve lo farete piacere, come ce lo siamo fatti piacere noi. Pagherete fior d’euro per una ciabatta e fingerete che è la moda. O la nostalgia. (Le sedicenni sostano, e non sanno). http://grazia.blog.it/index.php/2006/06/26/message-in-a-slipper/

... a votare sono andati prevalentemente gli elettori di centro sinistra... Con notevole abilità dialettica invece prestigiosi leader come La Russa e Cicchitto hanno sollevato la questione come se questa gettasse una luce fosca e riprovevole sulla frenesia militante del centro sinistra.Tanto che ,a un certo punto,mi sono chiesto se essere andato a votare non costituisca una vera e propria soperchieria ai danni di chi,poverello,aveva ben altro da fare.Avessi avuto maggiore fair-play ,avrei dovuto astenermi e andare in pedalò,tanto per non maramaldeggiare su un avversario che neanche lo sapeva,magari,che c'era il referendum.Perchè comperare un quotidiano o tenersi informati o avere un opinione è la classica scorrettezza della sinistra zelante e prepotente ai danni della destra spensierata e lieta.E' un pò come l'annosa questione dell'egemonia culturale comunista:per porvi fine bisognerebbe che quelli di sinistra la piantassero,una buona volta,di leggere libri.http://sgvelletri.it/guestbook/guestbook.php?offset=15&poffset=0

Resistenza contro Rappresaglia così i poli si tengono l’un l’altro A noi il bipolarismo piace. E ci piace così tanto che quello italiano non ci piace affatto. Perdonate la confusione delle parole, ma è la stessa confusione che regna nel parlamento italiano e nel sistema dei partiti e delle coalizioni. Ieri, ad esempio, il senatore forzista Lucio Malan è stato espulso dall’aula. Ne è nato un parapiglia, René Schifani è svenuto e la Casa delle libertà ha occupato l’aula. Non è stata una bella giornata per le istituzioni. Certe sceneggiate andrebbero lasciate al maestro del genere, Mario Merola. Il bipolarismo non vuole dire rissa. Ma c’è soprattutto il caso Afghanistan a tenere banco. L’accordo tra i ministri incaricati e i capigruppo di maggioranza sul rifinanziamento della nostra missione a Kabul è durato lo spazio di una notte. Otto senatori, quattro di Rifondazione, tre verdi, più uno del Pdci, hanno spiegato ieri, in una lettera, il loro dissenso: «Se il decreto sull’Afghanistan resta così com’è, annunciamo il nostro voto contrario», ha scritto il gruppo degli Otto (e non degli Ottimati), che ha così svelato tutta la debolezza del governo di centrosinistra, la cui sopravvivenza è legata agli umori e ai ricatti di pochi senatori, nemmeno di un intero partito. Spicca in tal senso la dichiarazione di manifesta incapacità a "tenere" i suoi di Alfonso Pecoraro Scanio: se ci sono «singoli parlamentari che non sono d’accordo - ha detto il ministro dell’Ambiente - deve essere il capo della coalizione a convincerli». I comunisti italiani di Oliviero Diliberto, invece, hanno già sotterrato l’ascia di guerra politica. Ma pur di conquistarsi un pizzico di visibilità, tengono ancora fuori terra l’ascia mediatica: dicono «no» al rifinanziamento, parlano sempre di «missione di guerra», però voteranno «sì» al decreto. Insomma, sono passati dalla politica del «senza se e senza ma» a quella del «senza se e senza no» al rifinanziamento. Valli a capire. Ma tant’è. La sostanza della faccenda è che il governo unionista di Romano Prodi, privo di maggioranza a Palazzo Madama, verrà sorretto dai voti dell’Udc, che fino a prova contraria è partito organico al centrodestra. Proprio ieri il segretario Lorenzo Cesa ha annunciato il «sì» centrista al rifinanziamento, denunciando la debolezza unitaria dell’opposizione, speculare a quella della maggioranza, e aumentando la confusione sotto il cielo bipolarista. Solo chi ignora la politica estera può anelare bipolarismi da soccorso rosso o bianco che sia, poco immaginabile al di fuori dei confini italiani. La verità, sopra soltanto accennata, è che da noi si confrontano due debolezze. Quella numerica del centrosinistra è di riflesso politica; la debolezza politica del centrodestra è di riflesso numerica. Per questo prevale la tattica sulla strategia, ad esempio il particolarismo di comunisti e post-democristiani sulle ragioni delle coalizioni. Eppure di strategia avremmo bisogno, di un governo che non punti soltanto alla «resistenza quotidiana» in attesa speranzosa di soccorsi centristi e di una implosione del centrodestra. Ma finché la maggioranza non dimostrerà di essere forte e stabile, l’opposizione tarderà a rigenerarsi, nel tentativo continuo di dare la spallata a Prodi. Da qui la politica della «rappresaglia permanente» disegnata da Berlusconi e le conseguenti sceneggiate alla Merola. Nel frattempo tutto rimane immobile. Insomma, per centrosinistra e centrodestra vale l’immagine dei due ubriachi che si tengono l’uno all’altro per non cadere. Altro che bipolarismo.www.ilriformista.it/

9-11: abbiamo guardato la televisione scrivere la Storia Le immagini del crollo delle twin towers sono le più importanti della nostra storia contemporanea. Non possiamo semplicemente relegarle a cronaca dell'accaduto. Sono proprio quelle immagini ad aver cambiato la storia, anzi ad averla determinata, visto che l'attacco stesso al WTC è stato organizzato principalmente in funzione della spettacolarità delle riprese che ne sarebbero state ricavate. La visione del crollo, ancor più del crollo stesso, è stata l'evento catalizzante, “ la nuova Pearl Harbor ” di cui si parla (si auspica?) nell'ormai noto documento sul nuovo sistema di difesa scritto dai neocons statunitensi, Wolfowitz su tutti, nel settembre 2000. Se il crollo delle torri non fosse avvenuto durante una lunghissima, scioccante, diretta televisiva, e non fosse stato ritrasmesso mille volte già quello stesso giorno, non avrebbe avuto lo stesso enorme impatto emotivo che ha avuto sulla nostra società e, la storia avrebbe potuto seguire un percorso diverso. Meno violento... Ognuno di noi ricorda ancora con chiarezza cosa stava facendo l'11 settembre quando ha saputo la notizia, ricorda da chi l'ha ricevuta e con chi era in quel momento, dove e quando ha visto la prima volta le immagini. Non è stata una giornata qualsiasi. Infatti parlandone non specifichiamo nemmeno più l'anno. E' semplicemente l'11 settembre. Abbiamo vissuto la storia in diretta senza capirla, abbagliati dalla spettacolarità di immagini a cui innumerevoli film di guerra e di fantascienza non ci avevano preparati. E nemmeno lo avevano fatto le stragi, i disastri naturali e le guerre vere “viste” fino a quel momento. Forse niente avrebbe potuto prepararci a vedere quello che abbiamo dovuto vedere quel giorno. Le torri gemelle sono cadute in modo spettacolare ed inquietante, perché non sono state colpite da un'arma, ma da un aereo, cioè da un altro simbolo del progresso e della modernità della nostra civiltà occidentale. Vederlo dirigersi volontariamente contro la torre è sembrato un mostruoso controsenso. Percepivamo il disastro, la tragedia, ma non vedevamo nessun nemico. Ancor più terrorizzante la spiegazione: il nostro aereo (e quindi tutti noi con lui) era prigioniero di un nemico subdolo ed invisibile che si era inflitrato fra noi. Il terrorismo islamico. Nuova icona delle nostre paure. Ma allo stesso tempo anche un nemico da distruggere, da punire. Abbiamo visto il crollo, e di conseguenza non ci siamo posti domande su come sia potuto tecnicamente avvenire. Lo abbiamo visto, quindi così era. Le immagini non mentono. Paradossalmente, infatti, sono proprio quelle stesse immagini, sottoposte ad un'analisi più attenta ed approfondita, a contraddire la tesi ufficiale. Ad evidenziare la menzogna. Ma queste analisi, queste riflessioni, non siamo stati in grado di farle subito. In quei giorni, l'unica domanda era: "chi è stato?", e la risposta, univoca, arrivava da ogni schermo: "è stato Osama Bin Laden". Un mantra ripetuto ossessivamente e che ci è rimasto dentro, indelebile. Non ci siamo chiesti, allora, a che temperatura fondesse l'acciaio o quale temperatura potesse raggiungere il kerosene (combustibile degli aerei) bruciando. Non ci siamo chiesti perché il fumo che usciva dalle torri fosse diventato quasi subito nero, e nemmeno perché le torri siano implose su se stesse, invece che crollare disordinatamente a causa dell'impatto. Ma perché non ci siamo posti nessuna domanda in merito? Perché, inevitabilmente, ci siamo comportati da “homo videns”, cioè ci siamo accontentati di quello che abbiamo visto, dominati dalle emozioni suscitate in noi dalle immagini. Emozioni che hanno sospeso la nostra capacità di analisi razionale, e di osservazione attenta. Il potere della televisione è stato utilizzato coscientemente per terrorizzarci, per manipolare l'opinione pubblica “alla luce del sole”. Nessun filtro, tutto “live”, tutto vero. I media hanno fatto, in piena libertà, quello che era normale attendersi da loro, ed il mondo si è bevuto la verità apparente perché era troppo sconvolto per riflettere. Se avessimo letto la notizia dei crolli, senza poterne vedere le immagini, ci saremmo posti ben più numerose domande, e la corrente versione dei fatti non avrebbe retto tanto a lungo. Riascoltare adesso la voce di Aaron Brown, commentatore della CNN mentre, certamente del tutto ignaro della situazione, affermava nel corso della lunga diretta: “sembra quasi…. sembra quasi una di quelle demolizione pianificate” è davvero inquietante. Simile la descrizione che proponeva Dan Rather dai microfoni della CBS; insomma le numerose similitudini fra i crolli delle twin towers e le demolizioni controllate, di cui si è iniziato a parlare con molto ritardo, erano invece evidenti da subito. Quel giorno, insieme alle torri sono crollate anche le sicurezze di molti americani, e di un po' tutti noi occidentali. La guerra, già asimmetrica, è diventata anche aterritoriale. Cioè globale, in grado di colpire chiunque e dovunque. Abbiamo visto un luogo pieno di gente comune, gente come noi, diventare bersaglio di un'azione bellica, abbiamo sofferto per le vittime ed abbiamo avuto paura. Tanta. Per noi stessi. Abbiamo immaginato infiniti altri possibili obiettivi sensibili per il terrorismo intorno a noi ed abbiamo cancellato migliaia di prenotazioni di voli aerei. Non dimentichiamolo. In quel clima di orrore e sgomento la nostra capacità di giudizio è rimasta sospesa. Siamo rimasti paralizzati dallo shock per giorni interi, al punto che Bush, senza alcuna ironia, ha chiesto ai newyorkesi, e forse al mondo intero, di tornare a fare shopping, di tornare alla normalità. Ci ha chiesto di dimenticare, anzi di archiviare l'accaduto, mentre lui avrebbe risolto il problema per noi. A distanza di qualche anno non sappiamo ancora chi siano i colpevoli, ma è ormai chiaramente dimostrato che l'amministrazione USA ha mentito riguardo agli eventi dell'11 settembre. Questa notizia sta lentamente filtrando nei media, ma non riesce a conquistarsi lo spazio, dirompente, che le sarebbe dovuto per la sua enormità. Di conseguenza ancora oggi la maggior parte delle persone, (comprese molte fra quelle in genere bene informate) ritiene in buona fede che a far crollare le torri sia stato l'impatto con l'aereo che le ha colpite. Nel frattempo due guerre ed una serie di leggi incivili (come il partiot act) sono state giustificate proprio "dalle torri". Dev'essere sottolineato un ultimo punto: abbiamo quasi completamente dimenticato il quarto aereo ed il pentagono. Soprattutto perché non abbiamo visto immagini sufficientemente spettacolari da essere ricordate. Anzi, a dirla tutta, non ne abbiamo proprio viste di immagini. Strano, vero? Stiamo dimenticando anche l'edificio sette del World Trade Center, eppure di quel crollo tardivo, improvviso ed incomprensibile, le immagini ci sono, anche se non le abbiamo viste spesso. Nel rapporto ufficiale il crollo dell'edificio sette non viene nemmeno menzionato, e per quanto riguarda il pentagono l'assurdità della tesi ufficiale è addirittura imbarazzante: un aereo che non abbiamo mai visto si è completamente disintegrato, motori compresi, contro un muro, senza lasciare alcun detrito e lasciando un buco ben più piccolo dell'aereo stesso. Tutte queste assurdità, purtroppo, sembrano non contare niente. La memoria collettiva ha ormai quasi rimosso il pentagono, il quarto aereo, l'edificio sette. Il 9-11, nella memoria di ognuno di noi, è il giorno delle torri gemelle. Dimostrazione lampante del potere di influenzarci che può essere esercitato tramite la televisione. In Italia il “muro del silenzio” si è incrinato il 24 maggio 2006, grazie alla presenza notturna a Matrix di Giulietto Chiesa prima e di Franco Fracassi poi. Una piccola breccia, da allargare subito, prima che il tempo finisca per richiuderla nell'indifferenza generale, magari con l'aiuto del film "United 93", di prossima uscita. La vera storia di quel volo è ancora sconosciuta. Molte domande sono ancora in attesa di risposta: dove sono i resti dell'aereo? Erano tecnicamente possibili le “famose” telefonate che abbiamo sentito? Come facevano le persone a bordo a sapere degli altri avvenimenti che erano accaduti? Sarà più facile, dopo aver visto il film, accusare chi continuerà a porsele, quelle domande, di voler infangare la memoria dei nostri eroi. United 93 ci allontanerà dalla vera storia, che ancora non conosciamo, sostituendola con una una favola epica, sicuramente bella ed emozionante, nonostante la sua inevitabile tragicità. di Riccardo Toniolo www.megachip.info

Il matrimonio turco? In televisione L’emittente di Colonia Dügün Tv trasmette matrimoni in tutto il mondo. A prezzi stracciati. Un matrimonio turco su TV Dügün (Dügün TV) Un dvd bianco con sopra impressi due cuori d’oro tridimensionali: è il logo di Dügün Tv, emittente nata nel febbraio scorso. Il dvd contiene un fastoso matrimonio turco a Bordeaux: in una grande sala decorata a festa, sono riuniti circa mille ospiti seduti a dei tavoli disposti in lunghe file e traboccanti di cibo e bevande, mentre sul palco un gruppo di musica tradizionale riscalda l’ambiente. Si aspettano gli sposi che finalmente fanno il loro ingresso, sotto rose intrecciate e disposte ad arco, sorrette da dozzine di donne e ragazzine. La sposa sembra una bambola di porcellana, con il suo nasino all’insù e le labbra piene. Porta una cintura rossa legata alla vita: un segno dell’abbandono della casa dei genitori. Matrimoni: un affare ignorato In Turchia un matrimonio pomposo, in turco dügün, è uno status symbol. «Più è spettacolare, meglio è» racconta la direttrice di Dügün Tv, Hatice Balaban-Coban, e il gran numero degli invitati dimostra quanto sia amata la famiglia che festeggia. Insieme a suo marito, Mehmet Coban, la quarantenne ha scoperto questa lacuna del mercato e non è rimasta a guardare. Secondo il Centro per gli studi sulla Turchia di Essen in Europa ci sono più di sei milioni di immigrati turchi, che non si lasciano sfuggire un’occasione per festeggiare. I loro parenti dalla Turchia fanno spesso fatica ad ottenere un visto e perciò non possono partecipare ai festeggiamenti. Dügün Tv offre la soluzione: trasmettere il film del matrimonio in televisione. Due ore al costo di trecento euro netti. Dügün Tv trasmette in tutto il mondo tramite il canale satellitare TürkSat 2. Feedback e ordini arrivano anche dall’Australia e dagli Stati Uniti. «Per pochi soldi chiunque può diventare da noi “re per un giorno”» dice il conduttore Kanun Yildirim, ex dj di Istanbul, che vive da quattro anni in Germania, molto conosciuto in Turchia e dai turchi emigrati in Europa. Le famiglie degli immigrati sono orgogliose di vedere la propria festa in televisione. L’emittente vive con gli introiti pubblicitari legati ai vari calling-show (programmi in cui si chiama a casa, ndr) e televendite. Secondo la direttrice Balaban-Coban «i telespettatori guardano volentieri matrimoni. Perciò siamo diventati famosi quasi dalla sera alla mattina, anche senza aver investito in pubblicità». Il fatidico sì. Live su internet I clienti inviano la registrazione del proprio matrimonio ai fornitori di Dugün Tv, presenti in venti grandi città europee, oppure direttamente all’emittente. I montatori dell’emittente ne ricavano poi un film trasmesso spesso anche più volte nell’arco delle ventiquattro ore. Fra un paio di mesi gli invitati potranno festeggiare direttamente presso l’emittente, che sta allestendo una sala per cerimonie ad hoc in un spazio accanto alla sede principale, nel quartiere di Dellbrück a Colonia. Per ora Dugün Tv lavora febbrilmente al proprio sito web: in futuro i matrimoni dovranno essere trasmessi dal vivo su internet. «Da noi tutti sono benvenuti, non importa se europei, africani o arabi: noi trasmettiamo il matrimonio, a meno che non ci siano proclami politici o bandiere ripresi» dice la Balaban-Coban. Chi non riceve TürkSat 2 potrà quindi ricorrere ad internet. Gli spettatori inviano sempre più spesso all’emittente sms che vengono trasmessi in sovraimpressione. «Tu con il vestito rosso e i capelli castani lunghi al matrimonio di Ayse e Halil, mi piacerebbe conoscerti» si legge tra le altre cose. Così Dügün Tv mette in contatto anche gli immigrati in Europa occidentale. Collaboratori di lusso L’emittente dà lavoro a quaranta collaboratori fissi e venti esterni. «I turchi si occupano del lato creativo, i tedeschi di quello amministrativo e tecnico» dice Kanun Yaldirim, il coordinatore del programma dell’emittente. A Dügün Tv non ci sono orari fissi. Ognuno dà il massimo e lavora come se questa fosse la propria ditta di famiglia. L’attività va avanti già da molti anni e «non abbiamo alcuna fluttuazione di collaboratori» dice Balaban-Coban. Chi arriva, resta volentieri. Considerando le lussuose auto parcheggiate davanti alla sede centrale non ce ne meravigliamo affatto. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7263 Srebrina Bognár - Köln

La Russia e l’Iran gettano le basi di una nuova distribuzione energetica mondiale Alla vigilia del vertice del G8 a San Pietroburgo in cui si discuterà la crisi energetica mondiale, le carte sembrano cambiare di mano. A margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, i due più importanti produttori di gas del mondo, la Russia e l’Iran, hanno concluso un accordo strategico che tutela non solo i loro comuni interessi, ma anche quelli del Pakistan e dell’India e, probabilmente, del Turkmenistan e della Cina. Il futuro economico di buona parte dell’Asia sembra assicurato, nel momento in cui quello degli Stati Uniti e, in misura minore, dell’Europa occidentale è minacciato. « Gazprom è pronta a sostenere finanziariamente e tecnicamente la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan-India. È un progetto redditizio e perfettamente realizzabile », ha dichiarato il 15 giugno 2006 il Presidente russo Vladimir Putin, a margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (OCS). Questa iniziativa ha dato il colpo d’avvio a seri cambiamenti sul mercato del gas eurasiatico. L’idea di un gasdotto che colleghi l’Iran al Pakistan e all’India è stata avanzata da Teheran nel 1996. La canalizzazione sarà lunga 2 775 km e costerà 7 miliardi di dollari. Il progetto deve essere completato nel 2009. A partire dal 2010, l’India ed il Pakistan potranno ricevere 35 miliardi di m3 di gas all’anno e 70 miliardi nel 2015. E’ Gazexport, filiale di Gazprom, che si è occupata di questo progetto prima di ricevere il cambio dal dipartimento delle relazioni economiche estere di Gazprom. Sul piano economico, questo gasdotto appare una necessità assoluta [1]. Il progetto promette maggiori vantaggi all’India, perché le permetterà di farsi consegnare gas iraniano a buon mercato : da fonte iraniana, si stima che la costruzione di questa canalizzazione farà risparmiare all’India 300 milioni di dollari di spese energetiche l’anno. Il Pakistan ha anch’esso bisogno di questo gasdotto per ricevere gas naturale (Islamabad sarà obbligata ad importare gas dal 2010) ed il transito gli renderà da 500 a 600 milioni di dollari. Vista la crescita della domanda di materie energetiche in Cina, è previsto l’ulteriore prolungamento della canalizzazione fino all’interno della provincia cinese dello Yunnan [2]. Il Presidente pakistano Pervez Musharraf ha fatto questa proposta durante i suoi incontri a Shanghai con i rappresentanti degli ambienti d’affari dei paesi dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (OCS). I rischi politici del progetto sono in questi ultimi tempi sensibilmente diminuiti. Le autorità indiane avevano a lungo rifiutato questa compartecipazione, nel timore che il Pakistan non fosse capace di garantire la sicurezza del gasdotto. Durante la visita del ministro indiano del Petrolio, Mani Shankar Aiyar, effettuata in Pakistan nel giugno 2005, il Presidente Musharraf dichiarava che Islamabad avrebbe garantito la sicurezza della canalizzazione passante per il suo territorio e si augurava che essa fosse messa in cantiere dall’anno successivo. Le riserve iraniane accertate di gas naturale ammontano a 28 000 miliardi di m3 e la produzione di gas aumenta del 10 % l’anno. Al momento, la quasi totalità della produzione viene consumata nel paese : 100 miliardi di m3 sono forniti ai consumatori commerciali (tra cui le centrali elettriche, che ne bruciano 35 miliardi) e 40 miliardi di m3 sono iniettati nelle falde petrolifere per mantenere il flusso dei pozzi di produzione. La rete di gasdotti iraniani supera i 22 000 km. Le potenzialità di esportazione del paese si accrescono e fanno dell’Iran un forte concorrente della Russia. Non è un caso se l’Europa lega all’Iran buona parte dei suoi piani di diversificazione degli approvvigionamenti di gas. In quest’ottica, la partecipazione di Gazprom al progetto di gasdotto Iran-Pakistan-India può essere considerata un colpo da maestro nella concorrenza per il mercato europeo : il progetto permetterà di avviare buona parte delle risorse iraniane ad est e, quanto meno, di ritardare la loro comparsa in Europa. Nel contesto geoeconomico, un’importanza eccezionale deriva dall’iniziativa sul gas annunciata da Teheran a Shanghai. Nel corso della sua intervista con il Presidente russo Vladimir Putin, il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha proposto di decidere insieme sui prezzi del gas e sui principali flussi del « combustibile blu ». Secondo certi osservatori, questo riavvicinamento tra la Russia e l’Iran nel settore del gas creerà le condizioni necessarie all’emergere di un’organizzazione di paesi produttori di gas, analoga al cartello petroliero. L’unificazione delle reti di trasporto di gas russo e iraniano permetterà a Gazprom di partecipare alla gestione della quasi totalità del sistema di gasdotti asiatici. Tanto più che il Turkmenistan ha in vista l’integrazione in questo sistema (grazie al già esistente gasdotto Turkmenistan-Iran). Seguirà l’Asia centrale e ne risulterà un mercato del gas che riunirà il Turkmenistan, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Cina. L’iniziativa di Teheran significa che l’Iran, che possiede le più importanti riserve di gas dopo quelle russe, non intende fare concorrenza a Mosca in questo settore. Meglio : le propone di coordinare le azioni sul mercato mondiale, comprese quelle riguardati la politica dei prezzi e del trasporto. L’alleanza russo-iraniana in materia di gas potrà, in tal caso, controllare il 43 % (75 500 miliardi di m3 ) delle riserve mondiali accertate e definire a lungo termine i principali parametri di sviluppo del mercato eurasiatico, anzi mondiale. Ma la creazione di un cartello del gas è assai poco probabile in un prossimo futuro. Il Presidente russo ha escluso decisamente tale eventualità. « Il cartello, è l’OPEC ; noi, avremo una co-impresa », ha dichiarato a Shanghai. È evidente che, oggi, iniziative di questo genere sono tali da portare danno alla reputazione della Russia in quanto ospite del vertice del G8 e candidato al ruolo di garante della sicurezza energetica internazionale [3]. Non vanno tuttavia dimenticate le intese bilaterali intervenute con fornitori attuali o potenziali di gas : l’Algeria, la Libia e l’Iran. Questi accordi possono diventare efficaci strumenti di regolazione del mercato del gas nell’interesse dei produttori. La partecipazione di Gazprom al progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India si rivela dunque per la Russia doppiamente vantaggiosa. Un potenziale concorrente (l’Iran) dirige le sue risorse verso Est, diminuendo così sensibilmente le possibilità degli Europei di diversificare le loro fonti d’approvvigionamento di gas. Nello stesso tempo, acquisendo nuovi mezzi per influire sulla distribuzione del gas su scala eurasiatica, la Russia mette in opera la propria strategia di diversificazione dei mercati. Un colpo geopolitico da maestro alla vigilia della riunione del G8 a San Pietroburgo. Igor Tomberg - Centro di studi energetici dell’Accademia delle scienza della Federazione di Russia Agenzia Ria-Novosti Voltaire, édition internationale Fonte: www.eurasia-rivista.org Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/Colpo_di_scena_alla_vigili.shtml 23.06.06 Note: [1] « L’avenir du gaz naturel » di Arthur Lepic, « L’adaptation économique à la raréfaction du pétrole » di Thierry Meyssan, Voltaire, 18 marzo e 9 giugno 2005. [2] « Face aux États-Unis, l’Iran s’allie avec la Chine » di Thierry Meyssan, Voltaire, 17 novembre 2004. [3] « Le déplacement du pouvoir pétrolier » di Jack Naffair, Arthur Lepic, « Les enjeux cachés de la crise iranienne », Voltaire, 10 maggio 2004 e 1 febbraio 2006.

Il maestro Manchette di Valerio Evangelisti E’ uscito un libro di un’importanza decisiva per chiunque si interessa alla narrativa di genere e alle sue problematiche. Si tratta di Jean-Patrick Manchette, Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero, a cura di Doug Headline e François Guérif, ed. Cargo, Napoli, pp. 338, € 16,00. Il titolo originale era Chroniques. Si tratta della raccolta delle note critiche che Manchette scrisse, su varie testate, dal 1976 al 1995, anno della sua morte: in prevalenza recensioni librarie, ma con incursioni nel cinema e continui riferimenti alla vita politica e sociale. Non ci sono parole sufficienti per raccomandare questo libro. Dalle sue pagine emergono la statura intellettuale di Manchette, l’estrema coerenza che ne improntò la vita, il rigore che ispirò la sua visione della letteratura e, più in generale, della società. Pungente, disincantato, aggressivo, sempre ironico, Manchette offre una lezione tuttora preziosa a chi si occupa di scrittura, non necessariamente di genere. Degno complemento a questa raccolta sarebbe The Hidden Files di un altro grande, Derek Raymond, non a caso tra i migliori amici di Manchette. Purtroppo non è ancora stato tradotto in italiano. Propongo un breve assaggio de Le ombre inquiete: le battute finali dell’intervista a Manchette che apre l’antologia. Si ritroveranno temi che Carmilla ha trattato più di una volta, anche di recente. Va solo precisato che il bravo traduttore, Marco Bellini, non ha potuto far altro che tradurre con “giallo” il francese “polar”. In realtà, nella lingua originale il termine ha valenze più complesse, e non indica solo il romanzo d’indagine, tanto da includere, almeno in parte, anche ciò che oggi si usa chiamare noir. Cosa pensa dei nuovi giallisti francesi, visto che spesso vengono paragonati a lei? Escono molti libri, che alcuni (io per primo) chiamano neogialli e che vengono paragonati occasionalmente ai miei per il contenuto: perché vengono uccisi preti, borghesi, poliziotti, perché i cattivi sono promotori finanziari, industriali eccetera. È chiaro che sono libri di sinistra dal messaggio esplicito; ma questo non basta a fare un buon libro. È la moda, il mercato: qualunque libro violento, di sinistra e scritto in un francese passabile trova un editore, ma ho l'impressione che la maggior parte sia robaccia: gli autori saranno anche simpatici dal punto di vista politico, ma credo che si tratti soprattutto di carta straccia, come diceva mia nonna... Secondo me non è sufficiente che quelli di destra siano i cattivi e quelli di sinistra i buoni per fare un buon libro, è evidente. D'altra parte, ritengo che il pubblico dei neogialli sia molto esiguo. Invece, sta succedendo qualcosa che mi sembra interessante, anche se non mi appassiona: la contaminazione del giallo con la letteratura alta, la fusione dei generi... Per esempio, Vautrin che scrive come Queneau o come Céline; anche Prudon ha uno stile molto elaborato. Non è il mio genere, ma è interessante... Possiamo prendere Nada come punto di riferimento, ma a parte che si tratta di una cosa un po' fortuita, anche Alain Fournier andava nella stessa direzione, per quanto sia un erede di Simonin; e Raf Vallet, Bastid e altri ancora, specialmente Siniac che, anche se non è decrepito, è una specie di Grande Antenato del giallo "da letterati". Cosa pensa del giallo in quanto genere e in rapporto al neogiallo? Ci ho riflettuto molto. Cos'è il giallo? Cosa significa scrivere un giallo? Sono un inguaribile intellettuale, e non me ne vergogno. Rifaccio come i grandi americani; ma rifare i grandi americani significa fare un'altra cosa rispetto a loro: è il problema di Pierre Ménard, autore del Don Chisciotte! Cosa succede quando si rifà qualcosa a distanza di tempo e non è più il suo momento? L'epoca del giallo all'americana c'è già stata. Scrivere nel 1970 voleva dire tener conto della nuova realtà sociale, ma anche del fatto che la forma del giallo era sorpassata, perché la sua epoca era tramontata: riutilizzare una forma sorpassata significa adoperarla come riferimento, onorarla criticandola, esagerandola, deformandola per gli scopi più diversi. Anche rispettarla implica il deformarla, è quanto cercherò di fare in futuro: rispettare fino all'eccesso, rispettare la forma del giallo al duecento percento, per così dire. In confronto a questo aspetto, che riguarda l'estetica, la questione dei contenuti di sinistra, che i critici pasticcioni vogliono far passare per la questione essenziale, rivela tutta la sua inconsistenza. In conclusione? Continuiamo, gli uni e gli altri, nel nostro artigianato, anche se siamo braccati dal mercato, dalla critica e da duemila anni di cultura ammucchiati sulle nostre teste. Si può morirne o restarne menomati. Si può anche impazzire, è più moderno. La mia prognosi è decisamente sfavorevole.http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001819.html

Il gay pride divide i rumeni Estrema destra e cristiani ortodossi attaccano il gay pride di Bucarest, ma la polizia interviene. “Vogliamo entrare nell’Unione Europea, non a Sodoma e Gomorra”, afferma un vescovo. L’eredità del periodo comunista Di Vlad Telibasa, Bucarest, per BIRN, Balkan Insight, 8 giugno 2006 (titolo originale: “Gay Pride Parade Divides Romanians”) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta "Andatevene dalla Romania, nessuno vi vuole qui", urlava un gruppo di circa cento tra attivisti di destra e cristiani ortodossi all’indirizzo degli attivisti gay che sfilavano per Bucarest il 3 giugno scorso. Mentre i manifestanti, che brandivano crocifissi e cartelli su cui si leggeva "L’omosessualità è peccato", cercavano di impedire la sfilata, gli attivisti gay rispondevano col suono dei fischietti, cantando canzoni patriottiche e scandendo "Basta con l’omofobia!" Quando alcuni militanti hanno iniziato a gettare uova, sassi e bottiglie di plastica, la polizia è intervenuta per proteggere la sfilata, lanciando gas lacrimogeni e arrestando circa 15 persone. Un agente è rimasto ferito. Anche se la violenza che ha segnato la seconda marcia del gay pride a Bucarest è un segno evidente delle passioni che questo argomento ha il potere di suscitare, il fatto che la polizia sia intervenuta – e dalla parte di chi sfilava – sta invece ad indicare quanti passi avanti abbiano fatto in Romania le rivendicazioni di uguaglianza dei diritti per ogni genere e orientamento sessuale, rispetto anche solo a pochi anni fa. "Fortunatamente la polizia che ci proteggeva è stata estremamente responsabile e ha fatto un buon lavoro", ha detto Octav Popescu, uno degli organizzatori. "Altrimenti, sarebbe potuto succedere di tutto, perché la Romania ha ancora dei problemi ad accettare le minoranze". Nonostante la virulenta omofobia incontrata, gli attivisti gay sostengono di aver raggiunto un obiettivo chiave. "Siamo riusciti a renderci visibili e a mostrarci al mondo, alla luce del giorno", ha dichiarato a Balkan Insight Florin Buhuceanu, leader del gruppo per i diritti degli omosessuali Accept. Buhuceanu ha sostenuto che la marcia ha anche attirato l’attenzione sul tema della legalizzazione delle unioni omosessuali, che la Romania non riconosce. In un gesto simbolico, il 4 giugno, Buhuceanu ha sposato il suo compagno spagnolo, in una cerimonia religiosa tenuta da un pastore protestante degli Stati Uniti. Mentre gli organizzatori delle marce del Gay pride suggeriscono che la Romania sta lentamente accettando l’esistenza di gay e lesbiche, a cinque anni di distanza dalla depenalizzazione dell’omosessualità, il pubblico nel suo insieme vede ancora come offensivi i matrimoni gay e le convivenze civili. Uno dei principali oppositori delle manifestazioni pubbliche dei gay - e specialmente dell’idea di matrimoni tra persone dello stesso sesso – è la Chiesa ortodossa rumena, cui appartiene più dell’80 per cento dei 22 milioni di rumeni. "Una marcia come quella organizzata dalle organizzazioni omosessuali è un oltraggio alla morale e alla sacra istituzione della famiglia, e costituisce un reale pericolo per i più giovani, esponendoli alla corruzione morale", ha detto il vescovo Ciprian Campineanul commentando la parata. La Chiesa ha severamente criticato le autorità per aver autorizzato la sfilata, definendola "incostituzionale" e "offensiva per la maggioranza dei cittadini". La Chiesa ha esortato le autorità a mantenere leggi che proibiscano quella che essa definisce “la propaganda omosessuale”, e ha attaccato l’Unione europea per aver fatto pressione sulla Romania affinché cambiasse le sue leggi sull’omosessualità. "Noi vogliamo entrare nell’Unione europea, non a Sodoma e Gomorra", ha affermato recentemente un importante vescovo della Chiesa rumena. La Chiesa ha una grande influenza sulle opinioni della gente comune. Secondo la maggioranza dei sondaggi, più del 90 per cento dell’opinione pubblica ha più fiducia nella Chiesa che in ogni altra istituzione pubblica. Le posizioni della Chiesa in materia di sesso sono condivise entusiasticamente dai movimenti di estrema destra, specialmente da un gruppo chiamato Nuova destra, che il 3 giugno ha organizzato la sua contromanifestazione, a sostegno dei valori della famiglia e della religione. "Non abbiamo nulla contro gli omosessuali, solo non li vogliamo vedere" ha spiegato un ventenne partecipante alla marcia, che reggeva uno striscione con simboli neonazisti e aveva un distintivo appuntato al petto. "Che se ne vadano dalla Romania. Sono una minoranza, devono obbedire alla maggioranza". Da parte loro, gli attivisti gay imputano alla Chiesa il fatto che la maggioranza dei rumeni ancora veda l’omosessualità come un peccato e una malattia. "L’atteggiamento della Chiesa è inappropriato, come il suo messaggio che, come si è visto, legittima la violenza nelle strade", ha detto Florin Buhuceanu. Un recente rapporto del gruppo per i diritti umani Amnesty international ha dipinto un quadro fosco, di diffusa intolleranza in Romania in materia di orientamenti sessuali. Il rapporto, pubblicato in maggio, sostiene che il 40 per cento dei rumeni vorrebbe bandire l’omosessualità dal Paese. Ha ritratto livelli di ostilità e di discriminazione pari solo a quelli rilevati contro la vasta e impopolare comunità Rom del Paese. Csaba Asztalos, responsabile del Consiglio nazionale contro le discriminazioni, CNCD, ha affermato che la Romania ha aspettato troppo a lungo prima di affrontare questa spinosa materia. "L’omosessualità era un soggetto tabù nella Romania del periodo comunista, e tale è rimasto nel corso degli ultimi 15 anni", ha detto. "Noi abbiamo depenalizzato l’omosessualità molto tardi, in confronto alla maggior parte degli altri Stati ex comunisti, perciò la Romania ha bisogno di discutere apertamente di questo tema sensibile, per far sì che la gente accetti le differenze". Il sociologo Mircea Kivu concorda. Confondere le questioni morali e religiose sull’omosessualità con i diritti umani degli omosessuali in quanto cittadini ha creato dei problemi. "Mentre i gay chiedevano normali diritti civili, la Chiesa assumeva il ruolo dello Stato e cercava di imporre il suo punto di vista religioso", ha detto. "Questa non deve diventare la norma. Ma ci vorrà del tempo prima che i rumeni diventino più tolleranti". Vlad Telibasa è un giornalista della testata web HotNews.ro. Balkan Insight è la pubblicazione online di BIRN

Kuwait, la prima volta delle donne Elezioni politiche nel ricco emirato del Golfo Persico. A suffragio universale Domani la popolazione del Kuwait si recherà alle urne per eleggere, tra i 340 candidati, i 50 deputati del Parlamento. E per la prima volta ci andranno proprio tutti a votare, donne comprese, come elettrici e come candidate. Una riforma sofferta. In realtà le donne in Kuwait hanno già votato, il 4 aprile scorso, per le elezioni suppletive di uno dei Consigli municipali di Kuwait City, ma il 29 giugno 2006 passerà alla storia come il vero debutto del suffragio universale nel paese. Le elezioni di domani sono il punto di arrivo di un cammino tortuoso, cominciato a maggio del 2004, quando lo sceicco Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah, padrone assoluto del Kuwait, aveva presentato al Parlamento un disegno di legge per estendere il diritto di voto alle donne. L’ostruzionismo dell’Assemblea aveva bloccato la legge, passata esattamente un anno dopo, il 17 maggio 2005. Le associazioni di donne del Kuwait hanno esultato, come molti osservatori internazionali. Ormai sembrava fatta, ma lo sceicco architetto della riforma, al potere dal 1978, è morto a gennaio di quest’anno. La sua successione è stata tutt’altro che indolore. Al trono doveva salire il principe ereditario Saad al-Abdullah al-Sabah, 75 anni. Il Parlamento, con una decisione senza precedenti, non ha ratificato l’ascesa al trono e Saad, ufficialmente per motivi di salute, ha rinunciato alla corona. In realtà, morto lo sceicco simbolo del paese, si era aperta una violenta lotta tra le fazioni dell’immensa famiglia al-Sabah, che ha visto trionfare il più giovane Sabah al-Ahmad al-Sabah, il quale ha subito sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni anticipate. Il rischio poteva essere quello che il nuovo emiro, per non inimicarsi i settori più conservatori del paese, non avendo il carisma del defunto monarca, potesse bloccare l’introduzione del suffragio universale. Ma non è andata così, e le donne domani andranno a votare, rappresentando la maggioranza degli aventi diritto, in quanto sono il 57 percento della popolazione. Una società divisa. Non tutta la società kuwaitiana ha accettato la novità con gioia. Ne sa qualcosa Aisha al-Rashid, giornalista di al-Watan, una delle 32 donne candidate alle elezioni. A marzo è stata minacciata di morte con una lettera nella quale veniva invitata a tornare “a occuparsi del sacro Corano e a non mischiarsi agli uomini”. Aisha non si è fermata, forte dell’esempio ricevuto da Jenan Bushehri, la prima donna kuwaitiana a candidarsi già alle suppletive di aprile. La Bushehri, ingegnere chimico di 33 anni, risultata alla fine la prima dei non eletti, aveva sfidato i pregiudizi sociali tenendo anche comizi politici pubblici nel suo collegio. In questo senso bisogna riconoscere al nuovo emiro una certa determinazione nel tenere fede alla riforma del suo predecessore. Lo sceicco poteva rimandare il voto per le donne, con il trucco delle elezioni anticipate, ma non l’ha fatto. E per sgomberare il campo da equivoci, ha fatto diramare al ministero degli Affari Religiosi una nota molto chiara, che annullava una fatwa (sentenza) religiosa secondo la quale un marito aveva il diritto di indicare alla moglie il candidato da votare. Si presentavano anche problemi tecnici: come si sarebbero dovute comportare, per esempio, nei seggi elettorali le donne che indossano il niqab, la versione araba del burqa, di fronte all’obbligo di mostrare i documenti e il volto agli scrutatori? A risolvere la questione è arrivata una nota del ministero degli Interni, che ha specificato come “non va considerata un’offesa alla morale delle donne la richiesta di mostrare il volto”. Non sono mancati neanche i tentativi di corrompere le nuove elettrici. Un candidato, denunciato dai suoi avversari, ha tentato di corrompere alcune donne elettrici del suo distretto promettendo, in cambio del voto, mille dinari kuwaitiani e una borsa pregiata. Lo hanno denunciato le stesse donne, mostrando di tenere davvero a questa opportunità. Altre invece, rappresentanti di alcuni gruppi di preghiera, hanno boicottato il voto, ritenendolo una forma di ‘libertinaggio’ delle donne. Insomma, anche se divisi tra favorevoli e contrari, domani in Kuwait comunque le donne potranno decidere se votare o meno e questa libertà è già una vittoria. Christian Elia http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5728

Dall'Iraq in Italia 52 bimbi curdi per ricevere cure mediche di Shorsh Surme* Ime-Istituto Mediterraneo di Ematologia ha portato in Italia 52 bambini kurdi - del Kurdistan dell'Iraq - affetti da gravi patologie ematiche e cardiache. I bimbi con le rispettive mamme sono giunti venerdì sera a Roma all'aeroporto di Ciampino. I 52 piccoli pazienti sono stati mandati per le cure necessarie in alcuni ospedali romani, milanesi e genovesi. Nei giorni scorsi, una missione della Fondazione, guidata dal cardiologo e commissario straordinario Ime, Ilja Gardi, ha visitato il Kurdistan iracheno per elaborare, con le massime autorità curde, un progetto a sostegno della sanità pubblica della regione. I 52 bambini, durante la loro permanenza in Italia, saranno accompagnati dai loro familiari e da 12 medici curdi che parteciperanno ad un training organizzato dall'Ime negli ospedali di Roma e Milano. ''E' stato un grande successo per l'Italia - ha detto all' arrivo Ilja Gardi - perché si tratta di un'operazione che ha visto la partecipazione ai massimi livelli istituzionali di Italia e Iraq e quindi un primo passo estremamente importante per i futuri rapporti tra i due paesi''. L'assistenza ai ricoverati e ai loro familiari sarà fornita dall'Ime con le strutture del Progetto ARIME, appositamente creato a Roma per questo impegno. Questi piccoli sono stati individuati già precedentemente dai medici curdi nella città di Erbil, che erano impossibilitati curarli in Kurdistan e per questo si sono appellati alla comunità Internazionale per aiutare questi bambini. L'appello è stato accolto da IME e nei giorni scorsi, Gardi e gli altri specialisti Ime hanno visitato i bambini più bisognosi di cure, in collaborazione con il referente della Fondazione nella Regione. Al termine di questi primi controlli, il quadro clinico complessivo si e' però rivelato più critico di quanto previsto: alcuni dei piccoli malati (inizialmente era previsto dovessero arrivare in Italia 70 bimbi) sono infatti dovuti restare a casa, poiché le loro condizioni non permettevano di affrontare il viaggio in aereo. Obiettivo della missione, anche quello di valutare le esigenze sanitarie della popolazione della Regione e delle strutture esistenti. A questo scopo, il commissario Ime ha incontrato il Presidente del Parlamento della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno, Adnan Mufti, Sarbaz Haurami rappresentante del primo ministro kurdo e il Ministro della Salute Idris Hadi. Incontri positivi, ha sottolineato, che hanno segnato una nuova e importante tappa nella realizzazione del progetto ideato dall'Ime e voluto sia dal governo regionale curdo sia dal governo italiano. Ma la cosa più importante è la costruzione di un ospedale pediatrico proprio accanto all'attuale ospedale di Rizagari ad Erbil, con una stretta collaborazione con la Fondazione. I media locali curdi hanno dato molta importanza a questa iniziativa dell'Italia per salvare la vita di questi piccoli. * giornalista curdo-iracheno www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 28 2006

Forza Italia di Marco Travaglio Se domenica prossima, visto che ci abbiamo preso gusto, si votasse un referendum sul quesito: “Preferite si annunci il prossimo ‘tavolo’, o ‘bicamerale’, o ‘convenzione’, o ‘costituente’ per ‘riformare insieme’ la Costituzione, oppure le dichiarazioni di Prodi sull’evasione fiscale e la decisione di Di Pietro di decapitare l’Anas e denunciarne il presidente alla Procura?”, la risposta del popolo italiano sarebbe plebiscitaria: “Le seconde che hai detto”. L’idea che un premier, anziché praticare l’evasione, elogiarla e incentivarla a suon di condoni, la definisca “antidemocratica” e si proponga di combatterla, e l’idea che un ministro, anziché infarcire il ministero di massoni e pregiudicati, li cacci via, sono decisamente più accattivanti di vent’anni di dibattiti sotto il totem della “grande riforma”. Nessuno, nel Palazzo, si aspettava il 53% degli elettori alle urne, né tantomeno il 61% di No (che sarebbe salito di 10 punti senza la vergognosa campagna Rai-Mediaset). Come nessuno, otto mesi fa, si aspettava 4 milioni e mezzo di elettori alle primarie. Nessuno si aspetta mai, dalla gente, comportamenti normali. Perché il concetto di “normalità”, nel Palazzo, è deformato da decenni di dibattiti autoreferenziali su mirabolanti “grandi riforme” che nessuno vuole e nessuno capisce, oltrechè da decenni di disinformatija televisiva che ci mostra un Paese inesistente: non come è, ma come lo vorrebbero lorsignori. Dicono che è un Paese conservatore: embè, anche se fosse? Dopo 12 anni dominati da una presunta “destra” eversiva, che ha fatto a pezzi la Costituzione, il codice penale, la logica e il buonsenso, che male c’è se gli italiani vogliono conservare quel poco di buono che ci han lasciato i nostri padri e nonni? Ci sarà un motivo se, appena sente “grande riforma”, la gente mette mano alla fondina, o almeno al portafogli? Non sarà perchè in questi anni hanno riformato, peggiorandolo, ciò che andava bene così (scuola, università, magistratura, legge elettorale…) e non hanno riformato ciò che va cambiato (pubblica amministrazione, fisco, procedura penale, forze di polizia…). Ancora l’altra sera, in tv, gli eletti parlavano lingue del tutto sconosciute agli elettori. Quasi tutti d’accordo sulla necessità di “aumentare i poteri del premier” (ottima idea, in un paese che produce due o tre duci per secolo: figurarsi Craxi o Berlusconi con qualche altro potere in più) e di “attuare il federalismo fiscale” (abbiamo già dato con le esattorie, che in Sicilia erano appaltate ai cugini Salvo, cioè alla mafia). Ma non capiscono che è bastata la faccia di Calderoli per spazzare via secoli di studi sul federalismo e suscitare una certa nostalgia per i prefetti giolittiani, se non per lo Stato bismarkiano? Il Paese normale che esce dalle urne non è quello“normalizzato” che sognano lorsignori. E’ un Paese vaccinato, che sa distinguere le cose importanti dalle batracomiomachie ideologiche. Che tiene alle cose che contano, come la Costituzione, la divisione dei poteri, l’equilibrio fra controllori e controllati. Chiede un’ amministrazione più efficiente. Insomma piccole riforme di manutenzione, non salti nel buio. Adora il “cacciavite” di cui parla Prodi senza mai mostrarlo, e teme i caterpillar. Non sopporta l’invadenza dei partiti nella società, nella Rai, nelle Asl, nei concorsi, nelle università, nella giustizia. Vuole contare qualcosa non solo il giorno delle elezioni, ma prima, nella scelta dei candidati. E, dopo, vuole sapere che uso si fa del suo voto. Non riesce a comprendere perché mai il cardinal Ruini o la signorina Rice dovrebbero decidere che cosa dobbiamo fare in Italia, né per quale maledizione del cielo il padrone di Mediaset o l’onorevole Petruccioli dovrebbero decidere quali giornalisti e attori devono lavorare in Rai e quali no. Dopo la grande sbornia, chiede politici anzitutto onesti (nessuno ha ancora capito perché mai i condannati e gli imputati non possano fare i vigili urbani, ma i parlamentari e i ministri sì), e poi seri, silenziosi, poco televisivi, magari noiosi ma possibilmente esperti delle cose che fanno. E’ persino disposto ai sacrifici, ma a patto che li facciano tutti, in proporzione, a cominciare da chi le tasse non le paga mai e i soldi li arraffa violando le leggi.Quando il pm Francesco Greco ha proposto di “mettere le mani in tasca ai delinquenti”, seminando il panico in Parlamento, il Paese normale ha respirato meglio per qualche minuto. E ha pensato, vergognandosene un po’: ecco, questa sì sarebbe una Grande Riforma. www.unita.it

Gli alleati inquieti nella Casa ostile ILVO DIAMANTI da Repubblica - 28 giugno 2006 HA TENTATO, timidamente, la Destra, di ripetere la favola del Paese diviso. Il Nord riformatore contro il Centro conservatore e il Sud assistito. Però un semplice colpo d´occhio rivela che l´unica ad essere divisa, da questo voto referendario è proprio la Destra. La Casa delle Libertà. I cui inquilini a fatica potranno proseguire la coabitazione, come prima. Alle condizioni dettate dal padrone di casa. Perché il voto referendario rende evidenti – e anzi accentua – le distanze fra i partiti della coalizione. Le trasforma in fratture. Tanto più critiche perché si riflettono nella geografia e negli interessi. Il referendum. Complicato e astratto. È stato riassunto, percepito, dalla gran parte degli elettori, attraverso la "devolution". Che richiama la questione settentrionale. La rivolta del "piccolo Nord": le province pedemontane del Nord, costellate di "piccole" città, popolate da "piccole" imprese. SEGUE A PAGINA 5 -------------------------------------------------------------------------------- l´analisi IL REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE Devolution tradita dal voto "amico" Cdl sconfitta anche dove era maggioranza, la Lega regge in provincia Il territorio è tornato al centro della politica e ha spezzato la Destra Per Berlusconi il problema sarà tenere insieme l´Italia "azzurra" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) ilvo diamanti E da una "piccola" borghesia, da una base di ceti medi ("piccoli"). Il "piccolo Nord", diventato "grande", sul piano del mercato e dello sviluppo, negli anni Ottanta. Ma frustrato, perché costretto ai margini del potere politico ed economico. La Lega, a partire dagli anni Ottanta, gli ha dato voce. Una voce roca, come quella di Bossi, con cui ha gridato la sua insofferenza e la sua protesta. La sua voglia di contare. Fino ad approdare a Roma. Passando dall´antagonismo al governo. Dalla rivoluzione e dalla secessione alla devoluzione. Dalla società al palazzo. Questo referendum era, anzitutto, un fatto suo. Riguardava la Lega e il Piccolo Nord. Era alla base del patto fra Berlusconi e Bossi. L´asse del Nord, costruito, a fine anni Novanta, da Tremonti. La Lega più realista del re, accanto a Berlusconi. Sempre. Berlusconi disposto e disponibile verso la "devolution". La bandiera che avrebbe legittimato i compromessi della Lega di governo di fronte agli elettori delle valli pedemontane. Lega e Berlusconi. Sempre insieme. Contro gli stessi alleati della Cdl: An e Udc, ancorate, per geografia e interessi, nel Mezzogiorno. A costo di generare tensioni nello stesso "partito personale" di Berlusconi. Forza Italia: la cui base elettorale è concentrata in zone opposte, Lombardia e Sicilia. Ebbene, dopo la lunga campagna elettorale che ha preceduto le elezioni politiche di aprile, totalmente condotta in tivù. Totalmente giocata sulla figura di Berlusconi. Personalizzata e mediatizzata. Il territorio è tornato al centro della politica. E ha spezzato la Destra, oltre ad averla ridotta in spazi politicamente angusti. Come dimostra il risultato del referendum. Il No ha vinto largamente, superando il 60% dei voti validi. Ha prevalso ovunque. Perfino nel Nord, con il 52%. Anche se, a questo proposito, ritorna la favola della "questione settentrionale". Visto che la Destra, e soprattutto la Lega, insistono a "tagliare" dal Nord l´Emilia Romagna. Perché è rossa. O perché, "descrittivamente", sta al di sotto del Po. Tuttavia, a parte il fatto che anche la Liguria (oltre a una parte di Piemonte) sta al di sotto del Po, nel Nord, anche prescindendo dall´Emilia Romagna, le due posizioni risultano molto vicine. E il Sì prevale di un soffio. Ciò suggerisce, semmai, che non sia l´Italia ad essere divisa, ma, semmai, proprio il Nord. Dove, peraltro, la costituzione fondata sulla devolution è stata approvata solo in due regioni, Lombardia e Veneto. Il LombardoVeneto. Che, infatti, la Lega e una parte della destra, oggi, celebrano, come "patria dei produttori". Luogo dell´innovazione politica ed economica. Ma, se osserviamo con attenzione il Nord padano - e perfino il LombardoVeneto - scopriamo che non è un unicum, omogeneo. Non solo perché circa metà dei votanti, in quest´area, si è espressa contro il referendum, ma anche perché lo spirito devoluzionista alita soprattutto nelle periferie e nelle province. Il No ha, infatti, prevalso nelle città maggiori. Nelle capitali. Tutte: da Milano a Venezia. A Torino a Trieste. Da Trento a Genova a Bolzano. Ma anche in gran parte dei capoluoghi di provincia. Ha prevalso, il No, in 37 capoluoghi su 47, nel Nord "naturale". In 28 su 38, nel Nord padano (senza l´Emilia Romagna). In 11 su 19, nel LombardoVeneto. Infine, in 13 capoluoghi delle 23 province dove ha vinto il Sì (Padova, Vicenza, Treviso, Brescia e Cuneo, tra le altre). Il che rende evidente quanto abbiamo sottolineato in partenza. Questo referendum sancisce il trionfo del localismo. La Repubblica fondata sulla "devoluzione": è stata approvata dove la Lega "era" forte. Ieri. Anche se oggi lo è molto meno. Nelle province pedemontane. Ma questo referendum costituisce, al tempo stesso, una sconfitta, per la Lega di governo. E un evento lacerante per la Destra. Perché la Costituzione è stata bocciata sonoramente dagli elettori "amici". In molte aree di forza della Cdl. Dove An, Udc e la stessa Fi hanno ottenuto, solo due mesi fa, un risultato molto positivo. Nel Sud. In Sicilia, soprattutto, ma anche in Puglia. Dove la Cdl dispone di oltre il 50% dei consensi. Ma il Sì ha ottenuto intorno al 30% dei voti validi. Il che significa, se teniamo conto della marea grigia dell´astensione, circa il 13% degli elettori. Per cui, se la geografia divide gli elettori della Destra, è lecito pensare che i soggetti politici e i leader della CdL saranno sottoposti, da domani - forse già da ieri - a spinte centrifughe particolarmente violente. 1. An e l´Udc. Che, negli ultimi anni, hanno partecipato alla definizione di un progetto costituzionale approssimativo intorno alla devolution. In nome dell´unità della Casa delle Libertà. E, soprattutto, per conto del suo proprietario e Padrone. Cosa faranno, ora, che i loro elettori hanno deciso diversamente - li hanno lasciati soli? Ora, che gli alleati padani insisteranno. Caricheranno i toni. Agiteranno le loro Bandiere. Lanciando, magari, nuovi proclami indipendentisti. 2. Il padrone di casa, Silvio Berlusconi. In questo clima di tregua mediatica, dopo mesi di guerra elettorale. Senza l´aiuto della televisione che fa sparire il territorio dal dibattito politico. Lo riassume per intero negli studi di "Porta a Porta" e "Ballarò". Che farà? Riuscirà ancora a sopire, ad addomesticare gli alleati inquieti? fini e casini: ridotti al silenzio. Trattati come rompiscatole presuntuosi. Manco fossero tabacci e follini. E riuscirà, Berlusconi, a tenere ancora insieme la "sua" Italia azzurra, che riunisce, sotto lo stesso tetto, Lombardia e Sicilia? Il Sud che teme di diventare "autonomo" dallo Stato. E il Nord, il Piccolo Nord. Che, due mesi fa, a Vicenza, aveva accolto con entusiasmo i suoi proclami antagonisti e anticomunisti. Ora che lui sta davvero sta all´opposizione e i comunisti governano. Il Piccolo Nord: lo amerà come prima? 3. Infine e soprattutto: la Lega. Che popola la parte "più devoluta d´Italia". Perché dovrebbe restare chiusa in una Casa ostile? Con le finestre rivolte a Sud? Come potrà spiegare ai suoi elettori pedemontani, la Lega, di aver lavorato a Roma per cinque anni. E di avere agito da alleata fedele e complice di Berlusconi. Accettando tanti compromessi. Fino a fare una lista comune, alle recenti elezioni, con i dc siciliani della Lega Lombardo (nel senso di Raffaele…). Con una sola missione: conquistare la "devolution" per il Nord. Per vedere incenerita questa bandiera, in un solo giorno, dal caldo vento del Sud, sospinto dagli elettori della sua stessa coalizione? Non sorprende, in questo clima, che sia stato annullato il mitico, tradizionale appuntamento di Pontida. Per shock progettuale. La Lega dopo la devoluzione. Che farà? Che sarà? Facile immaginare una ripresa dell´antimeridionalismo. Facile immaginare che Roma Capitale, votata con i voti della stessa Lega, torni ad essere "Roma ladrona". Facile immaginare che torni la voglia di mandare "a quel paese" i terroni, gli italiani, i (neo)democristiani, i (post)fascisti. E riemerga, neanche troppo sommessamente, la minaccia secessionista. Focalizzata, magari, sull´indipendenza del LombardoVeneto. Solo che, dieci anni dopo la marcia sul Po. E dopo questo referendum. Converrà alla Lega cercare un fiume meno impegnativo…in2minuti - rassegna stampa

Dialogo, ma con chi? Gianfranco Pasquino da l'Unità - 28 giugno 2006 La vittoria del no deve essere gustata, anche nelle sue apprezzabili dimensioni numeriche, e analizzata nelle sue differenziazioni regionali. Non deve in nessun modo essere «spesa» frettolosamente. Le gatte del centrosinistra che decidessero di interpretare il voto referendario esclusivamente o prevalentemente come un «NO, ma...», e quindi ingaggiassero subito una battaglia, pardon: un dialogo buonista con gli sconfitti, per riformare la Costituzione insieme a loro (su quali tematiche?), dimostrerebbero di non avere capito il messaggio. Dialogo, ma con chi? E finirebbero per fare delle riformette, sottospecie di gattini ciechi. Anzitutto, il no dell'elettorato si è manifestato sicuramente come una ripulsa della riforma della Casa delle Libertà, nel merito, molto prima e molto più che nel metodo: le riforme fatte a colpi di maggioranza (che, incidentalmente, è una delle modalità con le quali funzionano le democrazie). Le riforme della Casa delle Libertà rimarrebbero, infatti, deprecabili nei loro contenuti, quasi tutti, quand'anche, malauguratamente, come qualcuno nel centrosinistra ha suggerito più o meno sommessamente di fare, avessero trovato una sponda parlamentare per l'appunto nel centrosinistra. E costoro hanno già ricominciato. No, per il momento, di dialogo non si deve proprio parlare con chi sostiene che gli elettori fanno schifo e non hanno capito la «modernità» delle riforme della Casa delle Libertà targate Lega Nord, oppure Berlusconi. Ha ragione Bertinotti: primum, una bella pausa di riflessione che serve anche a non tradire l'esito referendario che ha detto che a cattive riforme la maggioranza degli italiani non fa nessuna fatica a ritenere preferibile la Costituzione vigente che esce opportunamente ri-legittimata. Non merita proprio di essere immediatamente delegittimata con la creazione/elezione di nessuna Assemblea Costituente e nemmeno di nessuna Convenzione costituzionale sull'infelicissimo precedente di quella europea (che, se non ricordo male, non ha proprio dato frutti copiosi e gustosi). Tuttavia, la pausa di riflessione non deve essere infinita; all'incirca, un anno e mezzo, che il governo e la sua maggioranza impegneranno utilmente a rimettere in sesto il sistema economico-sociale, può bastare. Dopodiché, sarà compito preciso e prioritario dei dirigenti del centrosinistra dettare l'agenda dei tempi e dei temi sui quali eventualmente fare ripartire un processo riformatore. Al primo punto dell'agenda sta sicuramente la legge elettorale, «un bel tipo di porcella», secondo l'immaginifico linguaggio diffuso nel Paese reale. Non c'è nessun bisogno di pensare a ricorsi referendari che fallirebbero inesorabilmente per mancanza di quorum e che sarebbero inevitabilmente limitati negli esiti. Meno che mai è il caso di fare salire il quorum per la riforma elettorale ai due terzi e addirittura inserirla nella Costituzione (sono soltanto un paio di sciagurate proposte contenute nel programma dell'Unione, evidentemente pensato per chi avrebbe perso le elezioni). È dalla buona riforma della legge elettorale che potrebbero derivare poteri politici veri, concreti, applicabili per un capo di governo che sia altresì capo della coalizione che ha vinto le elezioni e che, per essere «forte», non avrebbe affatto bisogno di trucchetti giuridici e di aiutini istituzionali a scapito dei poteri del presidente della Repubblica e del Parlamento. La legge elettorale è la priorità, non soltanto perché è particolarmente sgangherata, ma soprattutto perché una sua riforma efficace, consente di ristrutturare il sistema dei partiti e di incidere significativamente sul parlamentarismo senza sacrificarne, come farebbe il cosiddetto premierato forte, la sua grande qualità ovvero la flessibilità. Infine, continuo a pensare che le riforme costituzionali debbano servire essenzialmente a migliorare il funzionamento delle istituzioni e i loro rapporti con i cittadini. Credo, di conseguenza, che chi ha l'intelligenza istituzionale e il potere politico per fare riforme efficaci non debba affatto preoccuparsi di raggiungere grandi inutili costosi accordi. L'art. 138, nella sua formulazione attuale, è un monumento alla cultura politica e costituzionale dei Costituenti. Se esiste una maggioranza dei due terzi che approva «le leggi (al plurale, segno che i Costituenti auspicavano riforme chiaramente e precisamente delimitate, non sovvertimenti in blocco e bloccati) di revisione della Costituzione», allora è corretto pensare che quella maggioranza parlamentare sia adeguatamente rappresentativa delle opinioni e delle preferenze dell'elettorato. Se la maggioranza è «soltanto» assoluta allora la garanzia che le riforme riflettano o no la maggioranza dei cittadini sta nella possibilità (non nell'obbligo) di richiedere un referendum confermativo che, appunto, cerca nell'elettorato la conferma dell'operato e delle scelte dei parlamentari. Ritoccare al rialzo il quorum significherebbe stravolgere un percorso riformatore tanto abilmente disegnato dai Costituenti. Dunque, un NO chiaro e netto, alto e forte, inequivocabile e definitivo anche a questa infelice proposta del centrosinistra. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

E ora il governo fa sul serio Prodi annuncia la guerra agli evasori: «I poveri non devono pagare per colpa loro» Di Pietro denuncia alla Procura il disastro Anas: «Neanche una lira a questi manager» Turco lancia il ticket contro gli sprechi: «Pagheranno medici e pazienti negligenti» da l'Unità - 28 giugno 2006 «L’evasione fiscale è contro la democrazia» Prodi: «Livelli inaccettabili». Il premier ai sindacati: «Abbiate il coraggio di osare» di Ninni Andriolo / Roma ABBIAMO VINTO le regionali, le politiche, le comunali e il referendum. Prodi elenca con orgoglio, ma senza enfasi. «Un bel colpo» la valanga di «no» che sotterra la devolution del centrodestra. «Abbiamo superato tutte le prove possibili e immaginabili - insiste il premier, davanti ai delegati Uil riuniti a congresso - abbiamo fatto il salto triplo carpiato». L’avvertimento all’opposizione e alla maggioranza, quindi. «Adesso abbiamo il diritto e il dovere di governare per cinque anni». La platea applaude. Non sono stati molti, per la verità, i tributi riservati ieri al Presidente del Consiglio al Palazzo dei congressi di Roma. I sindacati temono una politica che si limiti ai sacrifici e ai tagli alla spesa pubblica. Alla vigilia dell’incontro con Cgil,Cisl,Uil - che si svolgerà domani a Palazzo Chigi - il premier chiede alle confederazioni di «guardare al futuro», le esorta al «coraggio di osare», ma lancia anche segnali di distensione. «Dopo 5 anni di letargo abbiamo bisogno di una nuova concertazione, perché quella di adesso non funziona», spiega. È troppo «macchinosa», sembra «l'espressione di buoni sentimenti», finisce per portare tutti i nodi sul tavolo del governo, mentre «a Palazzo Chigi dovrebbero arrivare solo i grandi problemi». Ma le assicurazioni di Prodi ai sindacati vanno anche oltre. Non ci sarà alcuna politica dei «due tempi», torna a promettere. Risanamento e sviluppo andranno di pari passo fin dalla manovra economica che l’esecutivo si appresta a varare. Parole che tranquillizzano le organizzazioni sindacali? Epifani, Bonanni e Angeletti mostrano cauta soddisfazione, ma attendono di verificare in concreto le parole del premier. Prodi, da parte sua, spiega il «vincolo» del risanamento non come fine, ma come «strumento» per raggiungere l’obiettivo «della crescita e dell’equilibrio sociale del Paese». Ma senza conti pubblici in ordine «non riusciamo ad approfittare del ciclo economico e delle condizioni favorevoli, che non sappiamo quanto dureranno». Inutile imputare a Padoa-Schioppa (oggetto di critiche da parte sindacale) velleità catastrofiste, quindi. Quello del ministro dell’Economia, infatti, è solo il tentativo di «far prendere coscienza della reale natura» di una situazione dei bilanci dello Stato che pone «un vincolo nell'azione del governo». E a proposito di spese fuori controllo Prodi lancia accuse precise al governo Berlusconi. «A poco più di un mese dall'insediamento dell'esecutivo cominciamo a capire perché la spesa pubblica negli ultimi anni sia andata fuori controllo - spiega -. Ogni ministro ha trovato nel suo dicastero una situazione che va oltre l'immaginabile: strutture duplicate, o a volte triplicate, e consistente ricorso a realtà esterne alla pubblica amministrazione per l'erogazione di servizi inutili». Porre rimedio «ai guasti prodotti dal centrodestra», quindi. Ma crescita ed equilibrio sociale, secondo Prodi, si raggiungono anche mettendo mano a una seria politica di contrasto all’evasione fiscale, che ha raggiunto livelli pari «a quelli dell’intera spesa sanitaria». E la domanda del premier cerca risposte ben oltre la platea di sindacalisti che lo ascolta. «Cosa dovremmo fare? Chiudere gli ospedali per salvare gli evasori? - chiede - Questi livelli inaccettabili di evasione sono incompatibili con la democrazia, equivalgono al 7% del Pil, come l'intera spesa sanitaria». Ed è per questo che il governo intende «mettere in cantiere misure per il recupero del gettito dell'Iva, con nuovi controlli e facendo rispettare la legge». Rigore, ma anche sostegni però. Al nord, ad esempio, «che deve sentire lo Stato vicino e ha bisogno di semplificazione amministrativa e di un governo che lo aiuti». Sono quattro le linee guida che il premier indica per rilanciare lo sviluppo: fisco, riqualificazione del sistema produttivo, infrastrutture e liberalizzazioni. Parla, così, di «interventi in materia fiscale per le imprese, così da recuperare competitività», di misure che andranno a incidere «sul costo del lavoro, su ricerca e sviluppo e sulla collaborazione fra aziende, università e centri di ricerca», di taglio di 5 punti del cuneo fiscale in Finanziaria, di «riqualificazione del sistema produttivo» attraverso «la diffusione delle nuove tecnologie», di recupero delle «risorse necessarie per evitare che i cantieri vengano chiusi». Il premier, infine, annuncia un Disegno di legge che accompagnerà la Finanziaria «per avviare le liberalizzazioni in settori economici di scarsa concorrenza» e di costi non sostenibili, a partire da quello dell'energia. L’obiettivo è quello di dare una scossa al Paese facendogli recuperare «la prospettiva perduta», visto che si era addormentato nell’attesa di «sogni pericolosi», cullandosi «nell’illusione». Ma anche ai sindacati Prodi chiede di non volgersi «solo al passato per riproporlo intatto». «A al futuro che bisogna guardare - dice il premier - elaborando con senso critico il passato stesso». «Mantenete libertà di analisi e una buona dose di fantasia», quindi. E «abbiate anche voi il coraggio di osare...». -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

L'ora dei fatti “Che facciamo, bisogna forse chiudere gli ospedali per salvare gli evasori?”. Questo l’interrogativo che il presidente del Consiglio Romano Prodi ha rivolto alla platea della Uil riunitasi ieri al Palacongressi dell’Eur di Roma per il XIV Congresso nazionale del sindacato, e in cui erano presenti oltre al segretario Luigi Angeletti anche quelli della Cgil e della Cisl, Guglielmo Epifani e Raffaele Bonanni. Una domanda retorica volta a sottolineare gli enormi danni scaturiti dalla diffusa pratica dell’evasione fiscale, la quale, secondo Prodi, non solo avrebbe raggiunto “livelli inaccettabili”, ma sarebbe anche espressione di un costume “moralmente deprecabile”. “In passato – ha aggiunto - in molti ne hanno beneficiato in maniera esplicita e, riprendendo anche alcuni calcoli del precedente governo, l'evasione fiscale ammonterebbe a 200 miliardi di euro”. Una cifra, ha spiegato, pari a circa il 7% del Pil, che a sua volta equivale all'intera spesa sanitaria del nostro paese. Da questa allarmante riflessione, l’interrogativo ironicamente rivolto alla platea: “Che facciamo, bisogna forse chiudere gli ospedali per salvare gli evasori? Questo non lo possiamo certamente fare...”. Ma non c’è stata solo l’evasione fiscale al centro dell’intervento di Romano Prodi all'assise della Uil, anche lo spreco dei ministri è stato messo all’indice. Ed anche in questo caso, il precedente governo di Silvio Berlusconi è stato un esempio massimo in negativo: “Ci siamo insediati da poco più di un mese. Ciò che ciascun ministro ha trovato nel proprio ministero va al di là dell'immaginabile: strutture duplicate e triplicate; soprattutto ricorso consistente a strutture esterne alla pubblica amministrazione per erogazione di inutili servizi. Ora capisco perché con questa situazione - ha sottolineato - negli ultimi anni la finanza pubblica sia andata fuori controllo”. E sui conti pubblici la situazione non è meno allarmante, come ha denunciato lo stesso ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, il quale ha comunque evitato, secondo Romano Prodi, di cedere spazio a qualsiasi forma di eccessivo allarmismo, che del resto sarebbe contrario anche alla sua impostazione: “Il ministro dell'Economia – ha ricordato il leader dell’Unione - ha giustamente insistito su questo ma non per fare dell'inutile catastrofismo che, tra l'altro, è estraneo alla mia natura emiliana, ma per fare prendere coscienza al paese e alle forze sociali della reale situazione''. Una contingenza, quella dello stato dei conti pubblici, che deve essere risolta non “perchè qualcuno ce lo impone, siano i mercati internazionali o l’Europa” ma perchè altrimenti “non riusciamo ad approfittare del ciclo economico e delle condizioni favorevoli, che non sappiamo quanto dureranno”. Sul programma poi, Romano Prodi ha confermato quanto stabilito nello stesso documento dell’Unione: “Ci sarà la riduzione del cuneo fiscale in cinque punti” e “il decreto che accompagnerà il Dpef, conterrà provvedimenti che avvieranno le liberalizzazioni in molti settori ora scarsamente concorrenziali, a partire dal mercato energetico”. Anche in relazione all’emergenza vissuta dai cantieri, con la recente minaccia dell’Anas di bloccarne l’attività già dal mese di luglio per la mancanza di fondi, Prodi si è detto ottimista: “Il governa sta reperendo le risorse necessarie per evitare che i cantieri vengano chiusi. Eviteremo questo aspetto”. Dal punto di vista sindacale, il premier ha assicurato la propria disponibilità a riattivare “dialogo e confronto nel rispetto delle prerogative di ciascuna delle parti sociali”, tentando di riavviare quella concertazione caduta nell’oblio “dopo cinque anni di governo Berlusconi”. Ma da parte loro i sindacati dovranno dimostrarsi disponibili perchè “i problemi oggi sono molto più raffinati e complessi” e perciò si rende necessario che essi per primi diano prova di una certa dose “di fantasia: presentate idee e proposte innovative che superino impostazioni e logiche ormai superate” è stato l’appello di Prodi. Insomma, “osate”, per usare un’espressione forte che lui stesso ha ricordato appartiene sporadiamente al suo vocabolario. Ma è una nuova concertazione quella che solletica maggiormante Prodi perchè "la vecchia (concertazione, ndr) porta tutti i problemi davanti alla presidenza del Consiglio invece di utilizzare le competenze dei singoli ministeri e portare a palazzo Chigi solo la sintesi dei grandi problemi". Nel suo intervento, a chiusura, non poteva mancare un riferimento all’attualità politica e al recentissimo successo incassato dal governo nel referendum sulla riforma costituzionale. “Un bel colpo” lo ha definito, evidenziando come sia stato il punto di arrivo di una serie di importanti vittorie: “Abbiamo superato tutte le prove politiche possibili e immaginabili, abbiamo fatto il salto triplo carpiato: mi riferisco alle elezioni regionali, a quelle politiche, alle comunali e infine il referendum. C'è stata anche la nomina del presidente della Repubblica. Tutto abbiamo fatto, abbiamo vinto tutto, con fatica e modestia”. Già, proprio quella fatica e quell’impegno che “deve essere la vita di un sistema democratico” perchè “non c’è mai nulla di facile, tutto è faticoso. La discussione democratica è questa”. "Adesso però - ha rimarcato - abbiamo il diritto e il dovere di governare per cinque anni". E su questa necessità di agire governativamente si è anche guadagnato l’applauso della platea. Un Prodi che non fa sconti alla vecchia maggioranza che sedeva a Palazzo Chigi fino ad aprile dunque, ma che pure la riconosce come referente per il dialogo politico futuro, soprattutto allo scopo di portare avanti le riforme costituzionali e la legge elettorale. Un confronto, però, precisa il premier, che deve avvenire in un clima civile perchè è il paese a richiederlo, perchè sono gli italiani che "hanno bisogno di serenità". Proprio una nazione coesa e rasserenata è ciò che permetterà un riscatto dell’Italia perfino sul piano internazionale. Prodi in questo è stato molto chiaro: l’obiettivo è "rimettere l’Italia tra i paesi che hanno più tasso di sviluppo". Del resto, il rischio che il sistema Italia non riesca a tenere il passo dell'economia europea è ben presente e per questo "Serve una spinta immediata al sistema per ridare fiducia alle imprese e per offrire un quadro di riferimento stabile agli operatori internazionali". La relazione di Romano Prodi però non basta a calmare le anime dei sindacati: troppi gli allarmi e le voci che si sono susseguiti in questi giorni in relazione a possibili tagli alla spesa sociale (scuola, ricerca, cooperazione ecc.). La domanda per loro rimane ancora senza risposta: dove intende il governo reperire le risorse necessarie non solo a risanare le magre e sconquassate finanze statali, ma anche a rigenerare lo sviluppo economico del paese? La preoccupazione è che la manovra finanziaria possa andare a colpire la categoria dei lavoratori, già duramente provata nell'ultimo quinquennio. Per questo, si attendono una convocazione ufficiale da parte del governo, sulla cui urgenza è ritornato lo stesso Guglielmo Epifani: "Sono circolate tante voci, tante ipotesi, tanti allarmi. Quello che chiediamo al Governo è di fare un pò di chiarezza, di presentarsi con un proprio punto di vista ed ascoltare ciò che ha da dire il sindacato". Dunque non ci sarà carta bianca per l'esecutivo di Romano Prodi, segno evidente che per lui non basta invocare la concertazione come linea guida del suo mandato per fugare ogni dubbio della platea ieri presente: "i sì sono condizionati alle risposte che ci aspettiamo dal Governo" ha detto il leader della Cgil. "Importante infatti - secondo Epifani - è fare chiarezza anche su cosa significa concertazione". Bonanni ha sottoscritto, mentre Angeletti, padrone di casa, si è dichiarato soddisfatto per la disponibilità al confronto e l'impegno per lo sviluppo ribaditi da Romano Prodi. Insomma, al di là delle chiacchiere il cambiamento di rotta promesso dal governo di centro-sinistra dovrà essere testato sul campo, concretamente testimoniato. Per ora, le tre sigle confederali rinnovano la loro luna di miele con l'esecutivo, ma il divorzio è sempre in agguato qualora l'altro consorte decida di non rispettare i patti coniugali. www.aprileonline.info

La televisione col centrosinistra fa schifo proprio come quella (la stessa) di prima FEDERICO ORLANDO RISPONDE Cara Europa, nei dibattiti televisivi che hanno commentato il risultato del Referendum abbiamo visto tutti gli esponenti dei partiti, di destra e di sinistra, anche dei partiti che non solo non hanno creduto nella necessità, ma non si sono impegnati nella campagna referendaria. Non abbiamo visto la cosiddetta società civile: tutte quelle associazioni che hanno dato il loro apporto alla campagna per quasi due anni. Communitas 2002 è sconcertata: non vogliamo diventare partito, vogliamo lavorare per rendere i partiti meno sordi alla voce e alle ragioni degli elettori. SIMONA GIOVANNOZZI Gentile Signora, non so se l’associazionismo non è stato chiamato a commentare il referendum in tv perché, dandogli volto e voce, potrebbe esser tentato di farsi partito. Personalmente, non credo a questa spiegazione. I girotondi, che pure portavano in piazza (San Giovanni) un milione di italiani, non furono mai tentati di farsi partito, sia perché i loro dirigenti assimilarono subito i morbi della partitocrazia, a cominciare dall’esibizionismo, sia perché i girotondini per primi non avrebbero voluto il partito dei girotondi. Così come gli associati non vorrebbero il partito delle associazioni. Hanno altre finalità e vincono la loro battaglia finché non vanno oltre. Se la loro presenza, e perfino il loro protagonismo nella società civile non viene rilevato dalla Rai e in generale dalla tv, è perché la Rai e la tv non sono lo specchio della società civile, ma organizzazioni di interessi privati. Mediaset è di Berlusconi e figurarsi se ha voglia di raccontare la realtà: essa ci rappresenta un’altra società, inventata, colorata di soldi, guadagni facili, isole dei famosi e guardoni del grande fratello, una società che produca desideri, e quindi consenso anche politico e non solo commerciale a chi glieli insinua nel cervello. La Rai, a sua volta, è un affare privato dei partiti, della loro casta dirigente, e non cambia mai, governi il centro, la destra o la sinistra. La Rai ci truffa esattamente come la tv commerciale, fino al punto da inventarsi e sostenere per quasi un’ora, come abbiamo scritto ieri in prima pagina, una presunta vittoria del Sì nell’Italia del Nord. Lei mi chiederà perché la Rai possa permettersi di offenderci così volgarmente? Perché il circuito della visibilità – che esclude le associazioni – garantisce presenza ogni sera a tutti i boss della politica, da Pecoraro Scanio a Rotondi. Anche per questo è da anni che non guardo più la tv, salvo eccezioni come elezioni o referendum. Talvolta, come ieri mattina, divento iconoclasta, non m’è riuscito di sopportare sul Tg5 ancora la faccia di Cicchitto, un incubo che durava dal pomeriggio di lunedì: prima su Rai3 dalle 16 alle 17, poi sui telegiornali dalle 19 alle 20,30, e infine per altre due ore dalle 21 a notte nel dibattito su Raiuno. Una grande abbuffata di cui credo siano stati vittime per primi gli elettori di Forza Italia, che forse avrebbero preferito altre facce, pur nella modestia della scuderia. Cara signora, questa è la Rai, questo è il summit Petruccioli- Confalonieri-Saccà, e nessuno cambierà nulla, perché è una multiproprietà che fa comodo a tutti i perpetui vacanzieri della politica.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Messico: è la fine del neoliberismo? A pochi giorni dalle elezioni presidenziali e politiche tutto ancora è indeciso; i sondaggi continuano alternativamente a dare in vantaggio Calderon del Pan (partito adesso al potere con il presidente Fox) e Lopez Obrador del Prd, mentre Madrazo, del Pri appare leggermente in ritardo. La campagna elettorale segue con accuse, denunce, colpi di scena e colpi bassi e quindi con una fluidità che non può garantire punti fermi; quello che appare evidente è che il Pri (il partito al potere praticamente dalla rivoluzione al 2000 quando vinse appunto il Pan con Fox), seguirà nel nuovo ruolo di oppositore, ma nonostante ciò la situazione interna del partito risulta tanto poco tranquilla da meritare un'analisi. Gli esponenti del Pri non si sono ancora arresi a ed essere comprimari nella politica nazionale in quanto, dopo più di 70 anni di potere, hanno ancora in mano tutti i settori chiave della macchina istituzionale; per questo nella legislazione ancora in corso hanno giocato un ruolo chiave nelle scelte del governo, accettando o rifiutando le proposte del governo, visto che il Pan non aveva la maggioranza assoluta. Alcune delle figure di spicco del partito sono fuoriuscite, in piena campagna elettorale, per entrare nelle fila del Pan o del Prd, o addirittura per fondare un partito (Nueva Alianza, finanziato, peraltro dal Pan), che partecipa alla tornata elettorale in tutte e tre le competizioni (presidenziali, Senato e Camera); di quelli che sono rimasti, una parte considerevole preme per un'alleanza strategica con il Prd, contro la politica neoliberista, filo-ecclesiastica e filo-Usa del Pan. Il sindacato (unico, diviso in categorie) completamente controllato e sostenuto dal Pri, è in questo momento in piena attività nello stato di Oaxaca, e soprattutto nell'omonima capitale, con lo sciopero ad oltranza (ormai iniziato più di un mese fa) degli insegnanti che chiedono un aumento salariale e condizioni lavorative più dignitose. A questa lotta si è saldata quella del popolo del villaggio di Atenco (vicino al Distretto Federale e da alcuni anni in lotta contro le autorità per difendere il territorio sul quale dovrebbe essere costruito un aeroporto internazionale che sostituirà l'attuale Benito Juarez e dove il mese scorso a causa di una manifestazione sono scoppiati incidenti sedati brutalmente dalla polizia che ha ucciso un giovane manifestante), famosi per essere armati di machete; questo sciopero rischia di sovrapporsi alle elezioni e sta quindi causando sgomento e paura nei settori moderati della popolazione. I nostri canoni di sinistra, centro, destra non possono essere traslati in Messico ed una prova è quella appena citata dove un sindacato di (ex) regime manifesta con una frazione semi-rivoluzionaria di popolazione; un altro fatto sicuramente più interessante per chi è interessato alla politica formale è quello che vede a fianco di Lopez Obrador (il candidato della sinistra), alcune personalità in passato ultraliberiste ed intime del ben poco amato ex presidente Salinas; ora lavorano nello staff del candidato del Prd, avendo apparentemente accettato la politica del candidato che propugna, tentando di applicare in grande quello che ha già applicato con ottimi risultati nel Distretto Federale quando ne era governatore, una politica sociale, di supporto agli strati poveri della popolazione ed una politica di drastico ridimensionamento dei benefici della classe politica, nonché di una tassazione delle rendite e dell'applicazione di una sorta di tassa patrimoniale. Il rifiuto della ricetta neoliberista (in vigore dal 1982, ed ora applicata dal Pan su invito degli Usa, appellandosi ai dettami economici del Nafta) è stata anche rigettata con veemenza dal candidato del Pri Madrazo che ha addirittura criticato i 3 periodi presidenziali priisti in cui è stata dapprima varata e poi applicata tale politica economica (nel 1982 con De La Madrid, il 1988 con Salinas, il 1994 con Zedillo), promettendo agli elettori di tornare alla vecchia politica sociale del Pri-Partito-Stato. Da ciò si intravede un punto di contatto con Lopez Obrador (con la sua coalizione “por el bien de todos”, formata dal Prd dal Pt e da Convergencia) e con la candidata Patricia Mercado della Alianza Socialista, su una politica anti-neoliberista che potrebbe essere interessante in futuro. Nell'ultimo dei due dibattiti pre-elettorali Calderon ha di fatto impattato con Lopez Obrador, ma dopo la denuncia di quest'ultimo che il cognato del candidato del Pan, grazie alle connessioni con l'attuale governo, ha in corso affari poco chiari con l'Ife (Istituto Federale per le Elezioni), i rapporti di forza si sono un po' ridimensionati ed ora Lopez Obrador riappare in alcuni sondaggi in testa; questo argomento, rigettato chiaramente da Calderon, ha però portato alla firma di un patto da parte di 4 dei 5 partiti in lizza (eccetto Nueva Alianza), per accettare senza recriminazioni il risultato elettorale del 2 luglio. Ciò non sarebbe altro che un'iniezione di fiducia e di riconoscimento per la massima autorità (formalmente indipendente, ma in realtà occupata a mano armata dai partiti che in tal modo controllano il sistema elettorale e si controllano a vicenda), se non ci fosse stato il tragico precedente del 1988 quando, al momento dello spoglio, con il candidato della sinistra in netto vantaggio, si ebbe un provvidenziale black out dei computers che elaboravano i dati, alla fine del quale risultò invece vincitore il candidato del Pri Salinas. Adesso l'Ife non è come in quel momento (completamente controllato dal Pri), ma molti evidentemente temono dei brogli, questa volta a favore del Pan, e da ciò è quindi scaturito il suddetto accordo. Il sistema elettorale non permette errori in quanto le presidenziali sono a turno unico come del resto le elezioni di Camera e Senato (sistema maggioritario uninominale); si prospetta invece una necessità di un accordo post-elettorale per sostenere il futuro governo, quale che sia, perché si prevede un Parlamento esattamente ripartito in tre, con le briciole in mano a Nueva Alianza (accreditata dell'1%) e all'Alianza Socialista (accreditata del 3%). Quello potrebbe essere il momento di una “sacra” alleanza tra il Pri e il Prd contro la politica neoliberale del Pan (qualora vincesse Calderon), oppure di un appoggio alla politica sociale del Prd (con la vittoria di Lopez Obrador); di certo non credo, come molti analisti declamano, alla morte del Pri; sia perché dopo 70 anni di potere, appare evidente che le istituzioni non possono funzionare senza gli uomini della vecchia politica (il Pan dopo la sua vittoria del 2000 non ha applicato quella sorta di spoil system che gli avrebbe permesso di nominare i suoi uomini nei posti chiave dello stato), sia perché le manovre di avvicinamento con il Prd sono da tempo in moto; infine perché questo è l'unico modo, dopo il rifiuto del neoliberismo, per rientrare in gioco nelle politiche di medio termine del 2009 e per le successive presidenziali del 2012. La campagna elettorale in corso è incentrata dal Pan e dal Pri quasi tutta sul problema della risoluzione della micro-delinquenza con il pugno durissimo, mentre il Prd ha optato per un profilo sociale: lavoro per il massimo numero di messicani, miglioramento delle condizioni di vita, sanità gratuita, case per tutti, educazione pubblica gratuita e valida; questa dopo anni di mercato selvaggio sembra essere l'unica possibilità di salvataggio per il popolo messicano, del quale il 70% secondo stime ufficiali Onu risulta al di sotto della soglia di povertà. Il Pan ha percezione di questo ed ha messo in campo tutte le armi in suo possesso dell'apparato statale per cercare di vincere le elezioni: la campagna continua del presidente Fox per il candidato Calderon (vietata dalla legge elettorale), la brutale repressione della polizia federale nella manifestazione della popolazione di Atenco, lo spazio fisico e mediatico dato alla “otra campaña” di Marcos (che ha criticato e segue criticando il solo candidato del Prd) al quale è stato permesso di andare in tour per il paese per pubblicizzare il proprio astio contro il candidato della sinistra, e soprattutto, gli è stata offerta un'intervista (accettata) di un'ora a Televisa (uno dei due network privati di informazione) che nessuno mai prima di quel momento aveva ricevuto. Le elezioni del 2 luglio quindi sono fondamentali per il futuro del Messico: continuare con la politica neoliberista del Pan o intraprendere la politica tranquilla e morigerata di Lopez Obrador, sempre più idolo dei poveri e degli oppressi e che potrà dare (come ha dato a più di 10 milioni di cittadini del Distretto Federale), dignità e un minimo di stato sociale. Queste elezioni saranno importanti anche perché il Messico potrebbe essere un altro tassello nel continente, della politica anti-neoliberista ed anti-imperialista portata avanti da Chavez e Castro in primis seguiti dai governi di Bolivia, Cile, Argentina, Brasile ed Ecuador ai quali appunto si potrebbe aggiungere il Messico; il Messico con il Venezuela producono più dell'86% del petrolio dell'intera regione e gli Usa non vorranno certo lasciare andare “verso il socialismo” come l'ambasciatore statunitense in Messico, Garza, ha detto recentemente. A ciò si aggiunge un altro problema molto sentito negli Usa, ossia l'immigrazione di cittadini messicani. A seguito di immense ed inaspettate manifestazioni organizzate da associazioni di immigrati latinoamericani regolari e non (soprattutto messicani) è stata accettata dal Senato una legge sull'immigrazione presentata dal liberale Edward Kennedy, che dà alcuni diritti agli immigrati e la possibilità di regolarizzarsi pagando le imposte ed una multa. A queste manifestazioni hanno partecipato anche associazioni di cittadini statunitensi e soprattutto alcune autorità locali, prima fra tutte la municipalità di Los Angeles, il cui sindaco, Antonio Villaraigosa, conosce e sente molto bene il problema essendo cittadino messicano, e figlio di una domestica messicana clandestina, poi legalizzata. La posta in gioco è quindi molto alta ed aperta, non solo per quanto riguarda la politica interna, ma anche e soprattutto per la politica internazionale. Con la vittoria di Lopez Obrador si potrà dare un altro piccolo scacco alla politica imperiale del Fmi e del Banco Mondiale, difese e supportate con ogni mezzo dall'amministrazione Bush. di Jeshua Valentini www.megachip.info/

Hooligans, una specie in via d’estinzione Nonostante la cattiva reputazione dell’Inghilterra – patria degli hooligans – dietro le quinte ci sono stati dei cambiamenti: gli inglesi stanno cominciando a comportarsi bene... Hooligans, episodi archiviati? (Rob Colonna) Le tristi immagini sugli schermi televisivi e sui giornali degli ultimi trent’anni sono fin troppo familiari: i tifosi di calcio dell’Inghilterra che si conquistano a forza un varco attraverso l’ennesimo campionato calcistico. Il culmine è stato raggiunto durante i Mondiali di Francia del 1998, quando migliaia di tifosi inglesi infuriarono in tutto il paese. Due anni dopo, durante gli Europei in Olanda e Belgio, i tifosi inglesi sembrarono confermare nuovamente che Inghilterra e violenza vanno di pari passo. Proprio come fish and chips. Hooligans si diventa Un’immagine realistica dei tifosi dell’Inghilterra all’estero? Forse no. Molti esperti adesso ritengono che sia possibile constatare un cambiamento radicale. La “malattia inglese” – come è stato spesso definito il fenomeno degli hooligans – potrebbe non essere più così inglese. Gli arresti legati al calcio in Inghilterra sono diminuiti dell’11% nel 2004/05 rispetto alla stagione precedente secondo quanto sostiene il Governo britannico. La stagione 2004/05 ha visto la maggiore frequenza di spettatori alle partite dal 1970 ma un 10% in meno di arresti rispetto al campionato 2002-2003. Inoltre prima dell’inizio dei Mondiali la polizia tedesca sembrava maggiormente preoccupata dai problemi che avrebbero potuto causare gli hooligans provenienti dall’Europa dell’Est. E in effetti circa 400 tifosi sono stati arrestati durante la partita Germania-Polonia del 14 Giugno. Questo significa che è possibile che ormai il gran numero di tifosi inglesi costituisca una svolta esemplare dalla quale le altre associazioni calcistiche nazionali e i legislatori possono trarre esempio? Stephen Thomas, vicecommissario della polizia di Manchester, è il rappresentante dell’Associazione degli Ufficiali di Polizia per quanto riguarda la sicurezza relativa al football in Inghilterra. Con più di quaranta funzionari di polizia inglesi in uniforme, il commissario Thomas è in Germania per assistere la polizia tedesca nel vigilare i sostenitori dell’Inghilterra. Per quanto riguarda i potenziali problemi che i 100.000 tifosi inglesi previsti potrebbero causare, il commissario Thomas è ottimista. E pensa di riuscire ad evitare le inquietanti immagini a volte associate ai tifosi inglesi all’estero: «Agli Europei del 2000 in Belgio ed Olanda 958 tifosi inglesi sono stati arrestati. Nel 2004 in Portogallo ci fu un solo arresto in una giurisdizione e fu per droga. E negli ultimi nove incontri in cui ha giocato l’Inghilterra solo cinque persone sono state arrestate». Dunque, a cosa si deve il cambiamento? In breve, dato il problema senza precedenti degli hooligans in Inghilterra durante gli anni Settanta e Ottanta, un cambio netto di direzione era necessario per poter salvare il calcio. Come spiega il commissario Thomas: «Quindici anni fa gli stadi in Inghilterra avevano pochi servizi e zone di ristoro, e i tifosi erano ingabbiati dietro le transenne. Questo creava un’atmosfera che era particolarmente fertile per l’hooliganismo e per comportamenti antisociali. Ho imparato in seguito che le persone si comportano in maniera diversa se si trovano in un buon stadio con servizi dignitosi. L’atmosfera generale in quel caso è diversa». Questo cambiamento decisivo si deve al fatto che invece di considerarli come trasgressori da tollerare, le autorità calcistiche cominciarono a trattare i tifosi come clienti paganti apprezzati, che avevano tutto il diritto di assistere alle partite di calcio. Tutti a casa… Si può dire che un buon posto ed un hamburger tra i due tempi abbiano trasformato un hooligan in un tifoso rispettabile? Ma trattare i tifosi come clienti apprezzati è solo un aspetto della strategia a due punte. L’altro è una misura sostenuta dal Governo chiamata football-banning orders (ordini di interdizione calcistica) che assicura che circa 3.800 hooligans siano a casa in Regno Unito piuttosto che in Germania a godersi i Mondiali di calcio. Il Commissario Thomas spiega che se qualcuno è allontanato gli è «proibito assistere a qualsiasi partita di campionato in Inghilterra e non può lasciare il Paese quando l’Inghilterra gioca all’estero. Significa che devo consegnare il proprio passaporto e che non può nemmeno andare in vacanza». Questa strategia non avrebbe potuto ottenere il successo che indubbiamente ha senza l’appoggio del Governo sotto forma di una concreta legislazione. «Abbiamo ricevuto un sostegno incredibile dal Governo britannico e questo si può vedere nella legislazione che è passata negli ultimi cinque anni» ammette Stephen. Chiunque riceva un ordine di allontanamento deve pagare una multa di 5.000 sterline e fino a sei mesi di carcere. «La gente in Europa chiama l’hooliganismo la malattia inglese». Forse abbiamo trovato la cura! Prima dei Mondiali di calcio le autorità tedesche hanno lanciato un messaggio simile sia ai tifosi inglesi che al pubblico tedesco: gli inglesi stanno arrivando, e sono i benvenuti! La marea sembra essere cambiata. In effetti, Dougie Brimson, autore di numerosi libri sul fenomeno, pensa che il più grande problema per i tifosi inglesi potrebbe essere ricevere l’etichetta di hooligans dagli altri paesi. Di recente ha raccontato al quotidiano The Guardian che «gli altri hooligans considerano gli inglesi “the best”, così c’è la tentazione di cercarli e uniformarsi a loro». Se le cose così stanno la prossima volta che accendete la televisione e vedete le consuete immagini di tifosi che “festeggiano” in un centro cittadino, non traete conclusioni affrettate. Forse è solo l’Inghilterra che esporta in Europa un prodotto di cui non dispone più così abbondantemente: gli hooligans! Paul Wheatley - Munich -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7283

I massacri "alla My Lai" in Iraq non si contano Non sono le "mele marce" i responsabili dei massacri iracheni. Dahr Jamail Non possiamo dare la colpa allo 0,1% dei soldati sul campo in Iraq per aver ammazzato fino a duecentocinquantamila Iracheni, quando è in primo luogo la politica del Governo Bush che ha causato questa occupazione fallita. -------------------------------------------------------------------------------- L'orgia mediatica su quella che è stata chiamata "la My Lai dell'Iraq" si è fatta frenetica. L'attenzione data ai Marines per aver massacrato almeno 20 civili ad Haditha nel novembre scorso ricorda gli spasmi dei media sullo "scandalo" di Abu Ghraib ad aprile e maggio 2004. E proprio come è successo per Abu Ghraib, mentre i riflettori dei media sono puntati fissi sul massacro di Haditha, atrocità innumerevoli continuano ad aver luogo, ogni giorno, opportunamente lontane dalla coscienza dell'opinione pubblica. La tortura non è finita solo perchè i media, seppure con orribile ritardo, hanno deciso di dare spazio alla notizia, e neanche il massacro quotidiano di civili iracheni da parte di forza USA e forze irachene "di sicurezza" appoggiate dagli USA si è mai fermato. Alcuni giorni fa ho ricevuto un dispaccio dall'Iraq, che diceva "Sabato 13 maggio 2006, alle 10 di sera, militari USA accompagnati dalla Guardia Nazionale Irachena hanno attaccato le case di Iracheni nel quartiere Al-Latifya, a sud di Bagdad, con un intenso bombardamento da elicotteri. Questo ha spinto le famiglie a fuggire verso Al-Mazar e i canali per cercare riparo dagli intensi bombardamenti. Poi sette elicotteri sono atterrati per inseguire le famiglie, e le hanno uccise. Il numero delle vittime è di più di 25 martiri. Forze USA hanno arrestato sei persone, tra cui due donne, di nome Israa Ahmed Hasan e Widad Ahmed Hasan,e un bambino di nome Huda Hitham Mohammed Hasan, il cui padre è stato ucciso durante i bombardamenti". Il dispaccio, proveniente dall'ONG di nome The Monitoring Net of Human Rights in Iraq (MHRI) continuava: "I militari non si sono fermati a quel punto. Hanno condotto un attacco il 15 maggio 2006, appoggiato anche dalla Guardia Nazionale Irachena. Hanno anche attaccato le case in cui abitavano le famiglie, e hanno arrestato diverse persone mentre altre sono fuggite. I cecchini USA hanno poi usato le case per colpire altri Iracheni. La ragione per questo crimine è stata l'abattimento di un elicottero in un'area vicina a quella in cui i militari hanno attaccato". L'esercito USA ha preferito riportare l'accaduto come un'offensiva in cui hanno ucciso 41 "insorgenti", una linea scimmiottata dalla maggior parte dei media. Nello stesso giorno MHRI ha anche riportato che nel quartiere Yarmouk di Bagdad, forze USA hanno preso d'assalto la casa di Essam Fitian al-Rawi. Al-Rawi è stato ucciso con suo figlio Ahmed; i soldati hanno poi rimosso i due corpi insieme al nipote di Al-Rawi, che è stato imprigionato. In modo analogo, nella città di Samara il 5 maggio, secondo MHRI, "Soldati americani sono entrati nella casa del Sig. Zidan Khalif Al-Heed dopo che un attacco a soldati USA era stato lanciato vicino alla casa. Soldati americani sono entrati in questa casa e hanno ucciso la famiglia, tra cui il padre, la madre, la figlia che faceva la prima media, e il figlio che soffriva di malattie mentali e fisiche". Lo stesso gruppo, MHRI, ha anche stimato che tra 4000 e 6000 civili iracheni sono stati uccisi nell'assalto USA a Fallujah del novembre 2004. Sono numeri che rendono il massacro di Haditha una cosa da poco, al confronto. Invece di dare spazio ad episodi come questi, i media a maggiore diffusione parlano della strage di Haditha come uno dei pochi casi che "presentano la sfida più seria alla gestione USA dell'Iraq dai tempi dello scandalo della prigione di Abu Ghraib". Marc Garlasco, di Human Rights Watch, ha detto di recente ai giornalisti: "Quello che è successo ad Haditha sembra essere omicidio puro e semplice. Il massacro di Haditha sarà ricordato come la My Lai dell'Iraq". Poi c'è la realtà quotidiana della pulizia etnica e settaria in Iraq, portata avanti da forze "di sicurezza" irachene, appoggiate dagli USA. Un esempio recente di ciò è stato formito da un rappresentante del Voice of Freedom Association for Human Rights, altra ONG irachena che registra le atrocità che continuano ad avere luogo per l'occupazione USA. "Il rappresentante ha visitato il villaggio di Fursan (Bani Zaid) con la Mezzaluna Rossa irachena, ramo Al-Madayin. Il villaggio di 60 case, abitato da famiglie sunnite, è stato attaccato il 27 febbraio 2006 da gruppi di uomini vestiti di nero, e che guidavano auto del Ministero dell'Interno. La maggior parte degli abitanti è scappata, ma otto sono stati presi ed uccisi immediatamente. Uno di loro era l'imam della moschea del villaggio, Abu Aisha, e un altro era un bambino di dieci anni, Adnan Madab. Sono stati ammazzati a sangue freddo nella stanza dove erano nascosti. Anche molti animali (pecore, mucche e cani) sono stati ammazzati dagli uomini armati. La moschea del villaggio e gran parte delle case sono state distrutte e incendiate". Il rappresentante è venuto a sapere della cosa quando quattro uomini che erano riusciti a scappare dal massacro sono tornati a fornire i dettagli. Gli altri sopravvissuti sono tutti andati a cercare rifugio a Bagdad. "I sopravvissuti che sono ritornati per fornire dettagli hanno guidato il rappresentante e la Mezzaluna Rossa al luogo in cui i corpi erano stati sepolti. I corpi erano di uomini, donne, e uno dei bambini del villaggio". Il direttore di MHRI, Muhamad T. Al-Deraji, dice di questo episodio: "Questa situazione è una piccola parte di un problema più grande che è stato causato dal governo [...] il ritardo nel proteggere altri abitanti dei villaggi non farà che aumentare il numero di queste tragedie". Arun Gupta, giornalista investigativo e redattore del giornale New York Indypendent e del New York Independent Media Center, ha scritto a lungo delle milizie appoggiate dagli USA e delle squadre della morte in Iraq. È stato anche redattore del settimanale Guardian di New York e scrive spesso per Z Magazine e Left Turn. "Il fatto è che, mentre credo che i militanti in una certa misura siano fuori dal controllo degli USA, sono gli USA che addestrano, sovvenzionano e riforniscono tutte le forze militari e di polizia, e danno loro un appoggio logistico critico", mi ha detto questa settimana. "Per esempio, ci fu la notizia all'inizio dell'anno che un'unità dell'esercito USA aveva scoperto una "squadra della morte" che operava nella Polizia Stradale irachena. Ci furono i soliti proclami che gli USA non avevano niente a che fare con loro. Ma questa è una grossa bugia. I giornalisti americani sono scansafatiche. Se scavassero soltanto un po', troverebbero una montagna di materiale là fuori che mostra che gli USA hanno fondato la Polizia Stradale, hanno messo su una scuola apposta per formarli, li hanno equipaggiati, armati, costruito tutte le loro basi, e così via. È tutto nei documenti del Governo, non può essere smentito. Ma poi dicono ai media che non hanno niente a che fare con loro, e i media non controllano neanche i fatti. In ogni caso, credo che la storia sia significativa solo nella misura in cui mostra come gli USA cercano di negare il fatto che sono coinvolti". Ancora una volta, come ad Abu Ghraib, un piccolo numero di soldati USA vengono indagati per quello che è successo ad Haditha. Lo scenario delle "poche mele marce" viene ripetuto per coprire il fatto che gli Iracheni vengono massacrato ogni santo giorno. L'approccio "prima spara, poi fai domande", che è stato adottato quasi fin dall'inizio in Iraq, crea soldati americani che sparano troppo e squadre della morte appoggiate dagli USA che non hanno rispetto per la vita degli Iracheni. Eppure, invece di processare i membri di più alto rango del Governo Bush, quelli che danno gli ordini, incluso Bush stesso, per i crimini di guerra di cui sono quasi sicuramente colpevoli, abbiamo la "pubblica impiccagione" di rito di alcuni soldati da poco per i loro crimini commessi sul campo. In un'intervista con CNN il 29 maggio sul massacro di Haditha, il Capo di Stato Maggiore Gen. Peter Pace ha commentato: "Ci vorrà un altro paio di settimane prima che queste indagini finiscano, e non dovremmo pregiudicarne il risultato. Ma come leader, di fatto, dovremmo prenderci la responsabilità di andare a parlare alle nostre truppe e assicurarci che capiscano che quello che il 99.9 per cento di loro sta facendo, e cioè combattere con coraggio ed onore, è esattamente quello che ci aspettiamo da loro". Questo sarebbe lo stesso Peter Pace che, alla domanda di come stessero andando le cose in Iraq posta da Tim Russert a Meet the Press il 5 marzo scorso, disse: "Direi che stanno andando bene. Non ci metterei su un faccione sorridente, ma direi che stanno andando molto, molto bene, in qualsiasi modo la si voglia vedere...". Le cose non vanno "molto, molto bene" in Iraq. Ci sono stati innumerevoli massacri alla My Lai, e non possiamo dare la colpa allo 0,1% dei soldati sul campo in Iraq per aver ammazzato fino a duecentocinquantamila Iracheni, quando è in primo luogo la politica del Governo Bush che ha causato questa occupazione fallita. Z-Net.it

Per una fenomenologia dell’intercultura Fred R. Dallmayr Tratto da Reset Viviamo in un’epoca in cui gli scontri tra culture o gli «scontri di civiltà» (per usare l’espressione di Samuel Huntington) appaiono incombenti e, indubbiamente, viviamo in un’epoca di «guerre del terrore» che comportano il continuo alternarsi di terrore e antiterrore. Ciò significa che viviamo anche in un’epoca di politica di potenza su scala globale. La potenza sembra essere l’unica «moneta» riconosciuta nel mondo e la politica tende a essere identificata con la politica di potenza. Inutile dire che si tratta di una ricetta per scontri di civiltà e guerre del terrore. Ma «politica» e politica di potenza sono davvero la stessa cosa? Non c’è nient’altro nella politica? La tradizione non ci insegna un’altra politica? Aristotele la definiva come l’impegno per la giustizia e la «buona vita». Alfarabi scrisse di una «città virtuosa». E come troviamo la giustizia e la città virtuosa? Non con la potenza, ma con la saggezza e la comprensione – e la comprensione dipende dall’ascolto e dal dialogo. Il mio scopo è duplice. Innanzitutto vorrei discutere dell’idea del dialogo interculturale, e lo farò evidenziando forme diverse di interazione dialogica. In secondo luogo, vorrei esaminare alcune implicazioni del dialogo come strumento contro gli scontri di civiltà. Di certo, non tutti i rapporti tra società e culture sono dialogici o comunicativi. Come minimo, il dialogo richiede una certa reciprocità o un vicendevole scambio di idee. Verosimilmente i rapporti interculturali possono essere organizzati lungo uno spettro ampio che va dal monologo assoluto al dialogo genuino, dall’unilateralismo radicale al multilateralismo compiuto (o forse cosmopolitismo). In uno dei miei scritti, intitolato Beyond Orientalism: Essays on Cross-Cultural Encounter, ho esaminato questo spettro ponendo particolare attenzione al lato «monologico» di questa scala dove si possono trovare importanti esempi di non-reciprocità come conquiste militari, conversioni forzate e indottrinamento ideologico. Non mi soffermerò qui su queste modalità unilaterali di relazione interculturale. Vorrei piuttosto concentrare la mia attenzione sull’aspetto dialogico delle interazioni. In questa sezione dello spettro si possono distinguere tre diverse possibilità, o forse tre e mezzo. Partirò da un saggio del sociologo tedesco Jürgen Habermas intitolato «On the Pragmatic, the Ethical, and the Moral Employments of Practical Reason» (che è il capitolo di apertura del suo libro Justification and Application). Nel suo saggio, Habermas distingue tre diversi usi o impieghi della «ragione pratica» ovvero di una ragione volta all’interazione pratica: gli usi pragmatici, etici e morali. La prima tipologia deriva dall’utilitarismo e trova espressione nel confronto tra – e nella possibile accumulazione di – interessi individuali. Il secondo tipo («etico») trae la propria ispirazione dall’etica aristotelica filtrata attraverso la filosofia dialettica di Hegel. Questi pensatori che enfatizzano l’uso «etico» – nota Habermas – fanno propria «l’eredità hegeliana nella forma di un’etica del bene aristotelica» abbandonando allo stesso tempo «l’universalismo della legge naturale razionale». Infine, il terzo tipo («morale ») opera «in uno spirito kantiano» e accentua «le inevitabili presupposizioni» di argomentazione e la necessaria «imparzialità» di chiunque giudichi da un «punto di vista morale». Per Habermas, che adotta una posizione razionalista, il terzo tipo è «radicato nella struttura comunicativa del discorso razionale in quanto tale». La sua stessa teoria morale, definita «etica del discorso», – secondo la sua opinione – «si impone intuitivamente a chiunque sia aperto a questa forma riflessiva di azione comunicativa». In questa maniera, l’etica del discorso «si colloca direttamente nella tradizione kantiana». Fin qui la mia sintesi della spiegazione habermasiana. In quanto segue farò mio in parte, ma modificherò anche significativamente, questo schema tripartito con l’obiettivo di esplorare differenti forme o modalità di dialogo interculturale. Il mio fondamentale allontanamento da Habermas dipende dalla sua rappresentazione dell’uso «etico» della ragione. A quanto mi sembra, la sua interpretazione implica una lettura radicalmente erronea sia di Aristotele che di Hegel (e si potrebbe includere Alfarabi). Cosa più importante, l’etica in senso aristotelico e hegeliano è ridotta da Habermas a una serie di costumi prevalenti o pratiche situate puramente empiricodescrittive – una lettura che bypassa completamente o ignora la qualità del «dovere» intrinseca alla nozione aristotelica di virtù e all’impegno hegeliano per la sittlichkeit. Tralascio i problemi presenti in questa lettura. Adattando, ma anche modificando lo schema habermasiano, distinguo fra tre tipi principali di dialogo interculturale, o forse tre e mezzo. Elencherò innanzitutto le differenti modalità per poi commentare brevemente ciascuna di esse. Le tre forme basilari sono: 1) comunicazione pragmatico-strategica; 2) discorso morale-universale; 3) dialogo etico-ermeneutico. A queste si può aggiungere un quarto tipo – ma preferisco trattarlo come una sottocategoria della terza forma: dialogo antagonistico o contestazione. Nella comunicazione pragmatico-strategica ogni partner cerca di portare avanti i propri interessi in una negoziazione con gli interessi delle altre parti. Finché si può descrive tale comunicazione come un «dialogo », quest’ultimo prende perlopiù la forma di una contrattazione reciproca che a volte implica la manipolazione e persino l’inganno. Questo tipo di scambio comunicativo è ben noto nelle relazioni internazionali o intersociali e costituisce il centro focale delle cosiddette scuole «realiste» e «neo-realiste» di politica internazionale. Importanti esempi di una comunicazione di questo genere sono i negoziati commerciali, quelli sul riscaldamento globale e sugli standard ecologici, quelli sul disarmo, gli accordi su dispute di confine, i negoziati di pace, e così via. Gran parte della diplomazia tradizionale è condotta infatti lungo questa direttrice. Nel discorso morale-universale i partner cercano il consenso su regole e norme di comportamento fondamentali vincolanti per tutti i partner, potenzialmente a livello globale. In questo campo, conservano la loro importanza i lasciti della legge naturale moderna e della filosofia morale kantiana. Regole fondamentali di valore (potenzialmente) universale sono quelle del diritto internazionale moderno; le norme internazionali riguardo la guerra, i crimini di guerra e quelli contro l’umanità, le convenzioni di Ginevra, la dichiarazione niversale dei diritti umani e altre ancora. Non c’è bisogno di essere un kantiano in senso stretto per riconoscere l’importanza e persino il carattere «categoricamente » vincolante di queste norme (che sono state accettate dalla grande maggioranza dei governi e approvate dalla vasta maggioranza dell’umanità). Di sicuro, non è il momento di sminuire o alterare la qualità ingiuntiva delle normative internazionali. Perciò le regole delle convenzioni di Ginevra sono vincolanti, non importa quale terminologia i singoli governi scelgano di adottare. Allo stesso modo, dare inizio a una guerra senza essere stati provocati è un crimine contro l’umanità come lo è anche l’uccisione arbitraria di civili. Qui la coscienza collettiva dell’umanità ha raggiunto un certo livello al di sotto del quale non osiamo regredire. Nel dialogo etico-ermeneutico i partner cercano di comprendere e apprezzare le storie di vita e i background culturali di ciascuno, comprese le tradizioni culturali e religiose (o spirituali), le espressioni letterarie e artistiche e le sofferenze e aspirazioni esistenziali. È in questo modo che avviene in primo luogo l’apprendimento cross-culturale. È a questo livello anche che si vede l’importanza dell’insegnamento di Aristotele e di Alfarabi sulle virtù e della pratica hegeliana della sittlichkeit. Qui l’etica è orientata verso la «buona vita» – non nel senso di un «dovere» astratto ma come ricerca di un’aspirazione implicita in tutte le forme di vita, sebbene capace di assumere espressioni molto differenti in culture diverse. Poiché l’etica a questo livello parla a motivazioni umane più profonde, questa è davvero la dimensione che con tutta probabilità plasma la condotta umana nella direzione del riconoscimento etico reciproco e della pace. Perciò c’è un urgente bisogno nella nostra epoca di enfatizzare e coltivare questo tipo di pedagogia etica. Su scala limitata, in questo senso il dialogo cross-culturale è già praticato oggi: ne sono un esempio il dialogo tra fedi, il Parlamento delle Religioni del Mondo, il World Public Forum, il World Social Forum, vari centri per il «dialogo tra civiltà », i programmi di scambio di studiosi e studenti, e così via. Ai tre tipi principali che ho menzionato finora potrei aggiungere come quarta categoria quella del dialogo antagonistico o della contestazione. Preferisco però trattarlo come una sottocategoria del dialogo etico, e ne spiegherò il motivo. Nella situazione antagonistica, i partner cercano non solo di comprendere e apprezzare le forme di vita dell’altro, ma anche di comunicarsi a vicenda esperienze di sfruttamento e persecuzione, ovvero motivi di malcontento che hanno a che fare con ingiustizie e sofferenze passate e persistenti. A una migliore comprensione, il dialogo antagonistico aggiunge la dimensione di una possibile ricompensa e rettifica dei motivi di malcontento. Eppure la ricompensa non implica necessariamente il desiderio di «mettersi pari», di vendicarsi e possibilmente di ricambiare l’ingiustizia con altra ingiustizia trasformando gli oppressori in vittime. Questa è la ragione per cui preferisco considerare il caso antagonistico come una sottocategoria del dialogo etico-ermeneutico. Situati in questo contesto, il confronto e la contestazione non sono dei fini in se stessi ma vengono messi al servizio della riconciliazione e del risanamento etico. Nella nostra epoca ci sono esempi importanti di un’ermeneutica antagonistica di questo tipo. Mi riferisco alle grandi commissioni di inchiesta istituite in varie parti del mondo al termine di conflitti etnici e/o dittature: le cosiddette commissioni «Verità e Giustizia» o «Verità e Riconciliazione». L’obiettivo di queste commissioni era sia di stabilire un archivio di azioni criminali e ingiustizie passate sia di promuovere un processo di risanamento sociale che impedisse il ritorno della vittimizzazione. Alla luce delle terribili forme di oppressione e ingiustizia presenti nel mondo di oggi, si può solo sperare che l’umanità un giorno avrà la saggezza e il coraggio di istituire una commissione «Verità e Riconciliazione» globale incaricata sia di rivelare che di rettificare gli abusi esistenti e di gettare le fondamenta per un futuro globale più giusto e vivibile. A questo punto, vorrei ricordare le parole del vescovo Desmond Tutu che è stato presidente della Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica (questo passo si trova nel suo libro God Has a Dream: A Vision of Hope for Our Time): «Ho visto il potere degli insegnamenti di Cristo quando ero presidente della commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica [...]. La commissione diede a coloro che avevano perpetrato crimini politici l’opportunità di fare appello per l’amnistia dicendo la verità riguardo le loro azioni e offrì loro anche un’opportunità per chiedere perdono [...]. Mentre ascoltavamo i racconti di atti veramente mostruosi di tortura e crudeltà, sarebbe stato facile congedarli come mostri perché le loro azioni erano davvero mostruose. Ma ci viene ricordato che l’amore di Dio non esclude nessuno». Il vescovo Tutu parlava in qualità di ministro cristiano. Ma la dichiarazione poteva essere stata scritta anche da un musulmano – qualsiasi musulmano che ricordasse i versi di apertura di ogni capitolo del Corano: «Nel nome di Allah, il compassionevole e misericordioso». Lasciatemi concludere con alcune parole sul dialogo interculturale come antidoto agli scontri di civiltà e alle guerre del terrore. A quanto mi sembra, oggi nel mondo si parla in maniera estremamente eccessiva di «guerra» e di «missione», e c’è un enorme deficit di civiltà o di dialogo interculturale o «dialogo di civiltà». All’inizio dell’agosto 2004 lo scrittore Salman Rushdie parlò a una conferenza internazionale organizzata da Pen a New York. Non difenderò tutto quello che Rushdie ha fatto, ma quello che disse in quell’incontro coglieva perfettamente l’obiettivo. «Vorrei iniziare dicendo che credo che nessuno di noi si illuda riguardo il terrorismo. Il terrorismo esiste. Lo sappiamo. Sappiamo quando ha colpito, cosa ha fatto, cosa cerca di fare. Sappiamo che esiste e che va combattuto. Credo che nessuno lo metterebbe in dubbio, ma secondo me il modo in cui lo combattiamo sarà il grande test di civiltà della nostra epoca. Diventeremo come i nostri nemici o no? Diventeremo intolleranti come lo è il nostro nemico? O no? Combatteremo con armi diverse, le armi dell’apertura e dell’accettazione, e cercando di far crescere il dialogo tra popoli anziché sminuirlo? È un esame importante [...]. Negli ultimi mesi, a molti di noi, a Pen, è sembrato che non lo stiamo superando granché bene». Oggi è questo l’esame più importante. Per come la vedo io, il grande punto in discussione è se riusciamo a sviluppare un contrappeso alla cultura dominante della violenza, del terrorismo e dell’antiterrorismo. Possiamo sviluppare una politica che miri al welfare, al benessere o all’eudaimonia dei popoli di questo mondo invece di una mera politica di dominazione e guerra? Possiamo sviluppare una politica che promuova il bene nelle persone ovunque anziché controllare o sradicare semplicemente i mali percepiti? Possiamo avere una civiltà globale, anziché una guerra civile globale? Una «città virtuosa globale» nel senso di Alfarabi, anziché una politica globale dominata dai signori della guerra dotati di armi in grado di annullare più volte il mondo? Traduzione di Martina Toti

Coalizione delle donne di Serbia e Kosovo È una novità senza precedenti. La Rete delle donne kosovare e le Donne in nero della Serbia si sono unite in una Coalizione pacifista per intervenire nei negoziati sullo status del Kosovo. La Coalizione richiama la risoluzione 1325 dell’Onu sul ruolo delle donne nei processi postbellici Di Jelena Bjelica, Danas, 3 giugno 2006; traduzione di Persa Aligrudic per Le Courrier des Balkans e di Carlo Dall'Asta per Osservatorio sui Balcani La Coalizione pacifista femminista ha da poco pubblicato il suo primo comunicato, a proposito dei negoziati sulla protezione del patrimonio culturale. Il comunicato sottolinea tra le altre cose che le autorità di Serbia e Kosovo hanno passato sotto silenzio la risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che invita i governi a coinvolgere un maggior numero di donne nei processi politici postbellici, e che la Coalizione appena costituita ha deciso di tenere dei negoziati paralleli. È la prima volta, in questi ultimi quindici anni di attivismo femminista sul territorio dell’ex Jugoslavia, che viene formata ufficialmente una coalizione tra due importanti organizzazioni di Serbia e Kosovo. Certo durante tutti questi anni è stata a più riprese espressa solidarietà tra le donne del Kosovo e quelle serbe, ma non c’era mai stata una collaborazione istituzionale così forte. Cosa rivendica la Coalizione pacifista femminista nei negoziati sullo status del Kosovo? - Il rispetto della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite «Le donne, la pace, la sicurezza» - La partecipazione delle donne ai negoziati sullo status del Kosovo - Il riconoscimento e il rispetto delle pacifiche iniziative delle donne legate ai negoziati sullo status del Kosovo - Un seguito ai negoziati pacifici sotto forma di valutazione da parte delle reti pacifiste di donne (di Serbia e Kosovo) - Il sostegno alla sua piattaforma da parte delle reti femminili internazionali - Il riconoscimento e il rispetto da parte degli attori importanti della comunità internazionale, non in quanto soggetto «complementare» o «ornamentale» nei negoziati, ma come attore di estrema rilevanza nel processo di pace e di pacifica negoziazione. La serie di riunioni che si è tenuta tra le Donne in nero serbe e la Rete delle donne kosovare ha dato l’avvio ad una iniziativa civica indipendente fondata sulla solidarietà delle donne. La coordinatrice della Rete delle donne kosovare, Igbala Rogova, e le rappresentanti delle Donne in nero, Stasa Zajovic, Jovana Vukovic e Vera Markovic, si sono incontrate all’inizio di marzo 2006 a Belgrado nel quadro di una riunione regionale della fondazione svedese Kvinna till Kvinna, per discutere della situazione politica in Serbia, della sicurezza, della pace nella regione e della partecipazione delle donne in questo processo. In quell’occasione si sono occupate della loro futura collaborazione: riunioni comuni, tavole rotonde, comprensione femminista delle implicazioni della sicurezza, partecipazione delle donne alla costruzione della pace e nei processi pacifici, organizzazione di negoziati paralleli delle donne in cui saranno commentate e criticate le posizioni e le conclusioni ufficiali (serbe e kosovare) delle équipe di negoziazione. Negoziati paralleli Un mese e mezzo più tardi, il 23 maggio, queste due organizzazioni hanno pubblicato il loro primo comunicato sotto il nome comune di Coalizione pacifista femminista, a proposito dei negoziati sulla protezione del patrimonio culturale. Il comunicato annuncia che le autorità di Serbia e Kosovo non hanno tenuto conto della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che invitava i governi ad includere un maggior numero di donne nei processi politici postbellici, e che questa nuova Coalizione delle donne ha deciso di tenere dei negoziati paralleli e di presentare delle valutazioni in merito a tutte le questioni affrontate a Vienna. Benché la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne sia un documento giuridico ratificato dalla maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite, la risoluzione 1325 rappresenta il primo documento giuridico obbligatorio concernente la partecipazione delle donne nelle questioni della pace e della sicurezza. Essa è stata adottata il 31 ottobre 2000 dal Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, e sottolinea soprattutto l’importanza della partecipazione delle donne nei processi pacifici, come pure nelle regioni di crisi e di guerra, la protezione delle donne contro la violenza, soprattutto la violenza sessuale, così come l’integrazione di queste prospettive all’interno dei meccanismi di applicazione degli accordi pacifici. La Coalizione pacifista femminista propone di escludere dalla politica i monumenti culturali e religiosi, e d’includere nei negoziati tutte le comunità che vivono in prossimità di questi monumenti, di fondare una organizzazione professionale e indipendente per la protezione dei monumenti, così come di coinvolgere i cittadini del Kosovo nella protezione del patrimonio culturale attraverso dibattiti, discussioni e riunioni pubbliche. La Coalizione pacifista femminista sottolinea nel suo primo comunicato ufficiale che «le chiese, le cattedrali, i minareti e gli altri edifici sono legati al patrimonio culturale ed alla storia di tutti i gruppi etnici», e che «questa è la ragione per cui tutti i gruppi etnici hanno il diritto di condividerli, conservarli e proteggerli». Le donne, attrici della pace È vero che a livello internazionale le donne non sono visibili praticamente che come vittime della guerra, come oggetti passivi del nazionalismo e del militarismo. In quanto attrici della pace, in quanto promotrici di iniziative pacifiche, esse sono quasi invisibili. Ciò è confermato dalla composizione delle missioni di pace in ogni parte del mondo e naturalmente anche in Kosovo. Non ci sono donne nelle alte sfere decisionali della Unmik, della KFOR, dell’OCSE e delle altre istituzioni internazionali. Nei negoziati sullo status del Kosovo le donne sono presenti solo come «decorazione»: non si conta che una donna nelle due delegazioni. Questo fatto, insieme alla reviviscenza delle resistenze nazionaliste ai negoziati, rende questi negoziati di pace ancora più fragili e incerti. «I gruppi di donne che in questi anni hanno tenuto dei contatti coi gruppi del Kosovo sono quelli che devono essere consultati nel momento dei negoziati, ma c’è il pericolo che gli incontri alternativi che intercorrono costantemente tra i gruppi femministi di Serbia e Kosovo diventino il segno di un parallelismo dei negoziati sociali», avverte Borka Pavicevic, direttrice del Centro per la decontaminazione culturale di Belgrado. Aggiunge che è indispensabile che la via della società civile e la via degli Stati si incontrino, si riconoscano, si rispettino e siano produttive. «Chi portava il cambiamento in Kosovo erano le donne, esse si sono emancipate attraverso una vera rivoluzione. Naturalmente, bisogna che le donne siano incluse da entrambe le parti, il che non succede nel caso della politica. Tutta la regione è inquinata dal maschilismo. È il segno di una chiusura delle società, l’annuncio di ciò a cui esse vogliono assomigliare. Le donne possiedono un istinto per le fasi di cambiamento, perché la domanda centrale è: come vivremo, come sarà organizzata la società? Le donne, nelle équipe di negoziazione, devono rappresentare gli interessi dei cittadini, della popolazione. Bisogna affrontare la realtà e il virtuale, il reale e la mitologia», conclude Borka Pavicevic. Piattaforma della Coalizione pacifista femminista I diritti della persona umana, ed in particolare quelli delle donne, e la qualità della vita dell’individuo devono stare al di sopra del territorio e delle frontiere. Il diritto all’autodeterminazione per noi donne sottintende il controllo sulla nostra vita, il nostro corpo, il nostro spirito; il diritto all’integrità e all’autonomia (economica, politica, morale, emotiva, sessuale). Come donne attiviste della società civile, femministe e pacifiste, noi sosteniamo il diritto all’autodeterminazione, che respinge qualsiasi forma di omogeneizzazione e di esclusione etnica. Noi ci impegniamo senza riserve per la separazione di Stato e Chiesa, il che significa che le comunità religiose non possono prendere decisioni sulle questioni di Stato, sui sistemi educativi o sanitari. Il diritto all’autodeterminazione non deve minacciare alcun diritto acquisito fino ad ora. La legge consuetudinaria, che più di tutte minaccia i diritti delle donne, non deve essere riabilitata col pretesto di preservare l’«identità culturale», indipendentemente dal fatto che si tratti di comunità religiose maggioritarie o minoritarie. I diritti della persona umana, e soprattutto quelli delle donne, sono sottoposti alla sovranità degli Stati: tutti i Paesi firmatari dei documenti internazionali sui diritti della persona umana devono in primo luogo sostenere gli interessi di cittadini e cittadine, anziché quelli dello Stato. La sicurezza delle persone è soggetta alla sovranità dello Stato: ciò significa la sicurezza di cittadini e cittadine (economica, politica, personale, sanitaria, etc.), il rispetto dei diritti umani, soprattutto quelli delle donne; il sanzionamento di ogni forma di violenza contro le donne, tanto sul piano privato quanto su quello pubblico; la smilitarizzazione della società. La sicurezza delle persone sottintende una piena collaborazione col Tribunale dell’Aja, la condanna di tutti coloro che hanno commesso crimini di guerra nei territori dell’ex Jugoslavia, e l’esigenza che tutti quelli che hanno commesso dei crimini, per primi quelli che l’hanno fatto in nostro nome e in nome di tutti gli altri, se ne assumano la piena responsabilità. Il diritto e l’obbligo per noi di partecipare ai processi pacifici, d’influenzare i negoziati pacifici: in quanto donne, noi paghiamo il prezzo più caro della guerra, del militarismo e di ogni forma di violenza. In quanto cittadine, noi abbiamo il diritto di esigere che il Paese in cui viviamo e la comunità internazionale rendano conto del modo in cui i fondi sono spesi: si tratta del denaro di tutti i cittadini/cittadine e noi abbiamo il diritto e l’obbligo di esigere che essi siano investiti per la pace, lo sviluppo e il benessere anziché nella guerra. Noi esigiamo da ogni attore importante della comunità internazionale che essi considerino i diritti delle donne come una questione internazionale essenziale, e che ci riconoscano e ci rispettino in quanto attrici della pace.

Mauritania, voglia di cambiare Al referendum costituzionale stravince il “sì”. Un passo avanti verso la democrazia Vittoria doveva essere, e vittoria è stata. Ma neanche i più inguaribili ottimisti avrebbero potuto immaginare un sostegno così massiccio, oltre il 97 percento, alle modifiche costituzionali che dovrebbero aprire la strada alle elezioni parlamentari di novembre. La Mauritania prosegue nel suo cammino di transizione alla democrazia, con il sostegno della popolazione e della comunità internazionale. Numeri eloquenti. I numeri confortano i promotori del nuovo corso: a recarsi alle urne è stato il 77 percento degli aventi diritto, e il referendum è stato sostenuto da quasi tutte le forze politiche. Grazie alle modifiche apportate alla Costituzione, la Mauritania diventerà uno stato presidenziale, ma senza derive autoritarie: il mandato del capo di stato, rieleggibile una sola volta, è stato infatti ridotto a 5 anni. Il presidente nominerà il Primo Ministro, che potrà però essere sfiduciato dal Parlamento. Cosa ancora più importante, la nuova Costituzione sarà blindata, non potendo né il Parlamento, né il presidente, modificarla a loro piacimento, come è successo fin troppe volte nella storia del Paese. Basteranno queste modifiche a far cambiare direzione alla politica locale? Fine delle dinastie? Se non altro, i principali ostacoli alla transizione democratica sono stati tolti: il fatto che il presidente, prima di domenica, potesse a suo piacimento modificare la Costituzione e rimanere in carica per un numero illimitato di mandati, ha avuto effetti pesanti sul Paese. Non è un caso che, in 46 anni di indipendenza, la Mauritania abbia conosciuto solo due presidenti, il primo dei quali rovesciato con la forza dal secondo, Maaouiya Ould Taya, a sua volta spodestato, lo scorso agosto, da una giunta militare ancora al potere. In mezzo, un processo politico fatto di elezioni farsa e giri di vite contro le opposizioni. Buone nuove. Ora la palla passa alla giunta militare, presieduta dal colonnello Ely Mohamed Ould Vall, che dovrà organizzare in fretta le prossime elezioni, con uno sguardo alle presidenziali di primavera. Accolta con molto scetticismo dalla comunità internazionale, la giunta è riuscita a guadagnare credito grazie alla scarcerazione dei prigionieri politici, al ritorno dei profughi rifugiati da anni in Senegal e alla cancellazione totale del debito con il Fondo Monetario Internazionale, ottenuta pochi giorni fa. Tutti i suoi membri, compreso il presidente, si sono impegnati a lasciare la vita politica alla fine del periodo di transizione. Solo il mantenimento di questa promessa sarebbe un grande risultato per il Paese. L’incognita Taya. Per ora, i militari si godono il più che soddisfacente risultato di domenica. La percentuale quasi eccessiva di preferenze per il “sì” potrebbe far pensare a uno svolgimento non regolare del referendum, che è stato però avallato dagli osservatori internazionali inviati dall’Unione Africana, dalla Lega Araba e dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia. Resta invece l’incognita sul perché non siano stati accettati osservatori locali, provenienti dalle Ong mauritane, una questione sulla quale le autorità non hanno fatto luce. L’unico a non essere soddisfatto dell’esito del referendum è l’ex-presidente Taya, costretto a fare da spettatore dal lontano Qatar, dove è in esilio da quasi un anno. Le autorità mauritane lo ritengono inoltre l’organizzatore di un fallito golpe che si sarebbe dovuto tenere pochi giorni prima del referendum. Solo e isolato, Taya ha dovuto incassare un risultato referendario che, oltre che una speranza per il futuro del Paese, è una sonora bocciatura dei suoi 22 anni di regno incontrastato. Matteo Fagotto http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5725

Voli CIA : Marty chiede legalità , Frattini dialogo con gli USA di Gabriella Mira Marq Presentando oggi al Consiglio d'Europa il suo rapporto sui presunti voli e prigioni CIA in Europa, il senatore ed ex magistrato svizzero Dick Marty ha invocato la legalita' e l'assemblea ha approvato il rapporto con 95 voti a favore, 16 contrari e 9 astenuti. In base al documento approvato, i Paesi membri dovranno spiegare il loro eventuale ruolo nelle operazioni clandestine, garantire protezione legale alle persone arrestate ed evitare che la collaborazione con Washington nella lotta al terrorismo possa violare i diritti umani. A questo fine l'Assemblea parlamentare plenaria del Consiglio ha auspicato il lancio di una "strategia comune contro la sfida del terrorismo". Al consesso - che riunisce 630 parlamentari dei 46 Stati membri cui si e' aggiunto ospite in questa occasione il commissario europeo alle liberta', sicurezza e giustizia Franco Frattini - Marty ha detto che la lotta al terrorismo va fatta "con i nostri amici e alleati Stati Uniti, ma dobbiamo farla in base ai valori che sono stati sviluppati nel corso degli anni". Marty aveva gia' presentato il suo rapporto di 67 pagine in una precedente conferenza stampa e all'apposito comitato del Consiglio d'Europa a conclusione dell'inchiesta condotta sulle accuse di voli e prigioni della CIA in Europa. Egli aveva messo in evidenza che almeno sette Stati membri del Consiglio - fra cui l'Italia - potrebbero essere giudicati responsabili, a diverso livello, di violazioni dei diritti dell'uomo, essendo collusi con la pratica delle extraordinary rendition, consegne straordinarie (illegali). Marty aveva detto che fra le prove usate c'e' il controllo delle autorita' nazionali ed internazionali sul traffico areo, così come fonti all'interno dei servizi di intelligence, inclusi quelli degli Stati Uniti. L'ex magistrato svizzero aveva detto che "anche se la prova, nel significato classico del termine, non e' finora disponibile, un certo numero di elementi coerenti e convergenti" indicano anche l'esistenza di centri segreti di detenzione in Europa. Il caso italiano e' quello emerso dall'inchiesta condotta dal pool antiterrorismo della procura di Milano guidato da Armando Spataro sul rapimento dell'imam egiziano Abu Omar a Milano nel 2003 da parte - secondo le accuse - di 22 agenti CIA. La procura italiana ha concluso che Abu Omar era poi stato trasferito - passando per la base USA di Aviano e la base di Ramstein, in Germania - in Egitto, dove sarebbe stato torturato. Sulla vicenda dei voli e delle prigioni CIA indaga anche un comitato temporano guidato dal portoghese del PPE Coelho e il cui relatore, Claudio Fava (Italia, PSE), ha gia' mostrato in un rapporto parziale alcune conclusioni concordi con quelle del rapporto Marty. Dick Marty ha proposto di istituire una sottocommissione ad hoc del Consiglio per proseguire le ricerche, mentre la commissione temporanea del Parlamento europeo ha espresso l'intenzione di continuare i propri lavori per altri sei mesi. Il segretario generale del Consiglio di Europa, Terry Davis, ha detto che "al contrario di quanto si crede, la convenzione europea sui diritti dell'uomo non e' una collezione di principi inefficaci e di lassismo utopista. È un corpo solido di diritto internazionale, che è stato progettato durante periodi difficili ed incerti e d allora e' stato messo alla prova nei tribunali di tutta Europa e nella Corte europea dei diritti dell'uomo. La convenzione equilibra i diritti e le liberta' degli individui contro l'interesse di una Comunita' piu' grande". Davis ha detto che la Convenzione "Tiene conto una risposta robusta, efficace e giusta a tutte le minacce alla societa', compreso il terrorismo" ed ha aggiunto che "Coloro che sostengono che la convenzione erige ostacoli nella lotta contro il terrore, non l'hanno letta, o non hanno capito che cosa hanno letto". Davis ha annunciato che suggerira' che il comitato dei ministri prepari una nuova guida di riferimento del Consiglio di Europa che contenga i principi e le azioni pratiche per una struttura legislativa ed amministrativa che regoli l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi di sicurezza. Inoltre chiedera' ai governi di introdurre misure di sicurezza per l'aeronautica civile. Davis ha detto che le conclusioni del rapporto di Marty - che "ha analizzato una quantita' di informazioni impressionante", sono contestate da alcuni governi, ma, ha commentato, "non penso che smentite generiche siano una risposta sufficiente. Il modo piu' efficace di confutare le accuse di detenzione e di resa segrete e' con indagini ufficiali rapide, complete e trasparenti". Davis ha detto che occorre assicurarsi che cio' che e' accaduto non accada ancora e che chi ha subito danni venga risarcito proporzionatamente. Avra' certamente provato imbarazzo il vice presidente della Commissione Europea, gia' membro e poi espressione di un governo - quello di Silvio Berlusconi - il cui guardasigilli Roberto Castelli non ha voluto firmare la richiesta di estradizione per i 22 agenti sottosposta dalla procura milanese per il caso di Abu Omar (che peraltro ha promesso richieste di risarcimento) a causa di un presunto antiamericanismo del pm milanese. Il governo affermo' invece piu' volte di non aver mai saputo nulla del rapimento, con stupore degli inquirenti europei, data la dimensione dell'operazione. In un passaggio del suo intervento, Frattini e' sembrato riferirsi alla vicenda italiana, dicendo che e' evidente "che soltanto nel quadro di garanzie processuali rigorose e affidate – ove sussistano i presupposti – a magistrati indipendenti e liberi da condizionamenti politici, si potrà continuare l’accertamento delle singole eventuali resposanbilita'". Frattini ha detto che la Commissione ha dato sostegno alle inchieste di Marty e del parlamento UE (ad es. presso Centro satellitare dell’UE e a Eurocontrol per avere accesso alle immagini satellitari e ai dati relativi ai voli) e continuera' a darlo. Frattini ha parlato di "coordinamento esemplare inter-Europeo" dimostrato nell'occasione ed ha detto che ciascuna istituzione deve, nell'ambito dei suoi poteri, esaminare quali misure sono necessarie e fattibili. Per quanto concerne i servizi di intelligence, Frattini ha detto che "si tratta di un settore sensibile che rientra nelle competenze dei singoli Stati" e vi e' "poco margine di manovra ad eventuali azioni a livello di UE". Per quanto riguarda il controllo dello spazio aereo e degli aeroporti dei paesi europei, Frattini ha parlato di eventuale "estensione della legislazione comunitaria in materia di aviazione civile". Frattini ha detto che "gli accordi del 2003 tra l’UE e gli USA in materia di estradizione e di assistenza giudiziaria rappresentano, per l'UE, un altro importante terreno d'azione". In un altro passaggio del suo intervento, il commissario UE ha sottolineato che un aspetto che emerge dal lavoro di Marty e' che "il suo obiettivo non è preparare un 'atto d’accusa' contro un Paese in particolare, ma evitare che le attivita' illecite in questione non si producano nuovamente in futuro". Frattini ha sottolineato la necessita' di dialogare con l'alleato di vecchia data dell'Europa, gli Stati Uniti: "non è pensabile, dinanzi alla minaccia permanente e grave del terrorismo internazionale, che UE e USA si trovino su fronti non coincidenti... È importante inoltre ricordare alle due sponde dell’Atlantico la nostra determinazione a lottare contro il terrorismo nel rispetto dei diritti fondamentali. Le due cose devono andare di pari passo". Con tono fermo, ma in realta' mostrando difficolta' con risposte contraddittorie, gli Stati Uniti hanno in diverse occasioni negato le extraordinary rendition, le hanno ammesse parzialmente o hanno parlato di etica da adattare ai tempi. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 27 2006

La Procura di Don Abbondio di Marco Travaglio Bisogna ringraziare il procuratore capo di Potenza, Giuseppe Galante. Senza di lui sarebbe più difficile comprendere la Castelli sull’ordinamento giudiziario che ha iniziato a entrare in vigore il 19 giugno grazie al ministro Mastella, che dopo aver promesso un decreto per bloccarla, ha ripiegato sul disegno di legge, preferendo riservarsi la carta del decreto per il vero problema che ammorba l’Italia: i giornali che raccontano gli scandali. Dal 19 giugno l’azione penale, che fino al 18 era affidata a tutti i pm (circa 2500 magistrati), è concentrata nelle mani dei procuratori capi (una cinquantina). Se il capo non è d’accordo, le inchieste non si aprono, e non si chiedono arresti, perquisizioni, rinvii a giudizio. Insomma l’azione penale non è più obbligatoria se il capo non è d’accordo. Basta un don Abbondio, o un Gattopardo, o un insabbiatore al vertice di una Procura, e non si comincia nemmeno a indagare. Non sappiamo quale sia il caso di Potenza, anzi tendiamo a escludere che il dottor Galante possa essere iscritto in una delle tre suddette categorie antropologiche. Sappiamo però che l’altro giorno, 20 giugno, ha deciso di denunciare al Csm il sostituto Henry John Woodcock per una presunta “violazione formale”: il pm chiese l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, di Salvatore Sottile & C. senza chiedere il visto del capo. In effetti, secondo la boiata Castelli, quel visto è obbligatorio. Il problema è che la boiata è entrata in vigore il 19 giugno e le richieste di Woodcock al gip Alberto Iannuzzi sono partite il 29 maggio, venti giorni prima. Il gip le ha accolte il 16, tre giorni prima. Dunque, qual è il problema? Potenza risente di un fuso orario particolare, per cui lì le leggi entrano in vigore un mese prima del resto d’Italia? Il procuratore Galante, sulle ali dell’entusiasmo, ha deciso di portarsi avanti col lavoro, o magari non possiede un calendario? Pare che in quella Procura una circolare organizzativa preveda il visto del capo per ogni richiesta. Ma è certo che in passato, non esistendo un obbligo di legge, le richieste sono spesso partite anche senza quel visto. Perché solo questa volta non va bene? Forse che il signor Savoia e il signorino Sottile sono cittadini più uguali degli altri? Secondo alcuni giornali, a segnalare la fantomatica infrazione del pm è stato il procuratore generale Vincenzo Tufano, che inaugurando l’ultimo anno giudiziario si era già scagliato contro certi pm e certi gip “colpevoli” di indagare e arrestare troppo. Insomma, la denuncia di Galante al Csm non sarebbe stata spontanea, ma spintanea. E la consecutio degli avvenimenti avvalora questa ipotesi, anche perché non si capisce come mai il procuratore, se voleva firmare quella richiesta, non l’abbia firmata in uno dei suoi numerosi colloqui con Woodcock (i loro uffici sono a due passi, al quarto piano del palazzo di giustizia). E’ stato lui stesso a dichiarare nei giorni scorsi che “Woodcock è un bravo magistrato e un fine segugio, mi ha tenuto costantemente informato del progresso delle indagini, ha lavorato bene, ci sono le prove di reati gravi, ero d’accordo con le richieste di custodia cautelare”. Perché allora non si è mai lamentato di non aver potuto firmare quelle carte? Perché non ha chiamato Woodcock per firmarle? Perché non gli ha detto della sua intenzione di denunciarlo al Csm? Lo sa o non lo sa che, se ogni pm che non fa vistare una richiesta al suo capo finisse davanti al Csm, Palazzo dei Marescialli sarebbe alluvionato di processi disciplinari e alzerebbe bandiera bianca? In attesa che qualcuno risponda, questa prima “prova su strada” della boiata Castelli dovrebbe innescare fra i migliori magistrati italiani una corsa a offrirsi come difensori di John Henry Woodcock, un cane sciolto non iscritto ad alcuna corrente dell’ Anm, isolato politicamente dagli attacchi della destra, dai silenzi della sinistra, dalle critiche del ministro della Clemenza, dalla strana richiesta del suo dossier da parte del Quirinale, e ora scaricato anche dai suoi superiori. Quel che oggi accade a lui accadrà domani a centinaia di magistrati onesti che si sentiranno dire dal don Abbondio di turno: “Questo processo non s’ha da fare”. E se oseranno opporsi, indagando lo stesso su qualche potente o denunciando ai giornali le pressioni subìte, finiranno dritti e filati davanti al Csm. La magistratura ha resistito, resistito, resistito con la schiena dritta a cinque anni di regime dell’impunità. Continui a farlo anche nel sesto, sperando che sia l’ultimo.www.unita.it

Missione compiuta Antonio Padellaro da l'Unità - 27 giugno 2006 Con la grande vittoria della Costituzione repubblicana ieri, 26 giugno 2006, la democrazia italiana ha concluso il lungo, difficile viaggio cominciato il 13 maggio 2001 con la sonante vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. In questi cinque anni, giorno dopo giorno, voto dopo voto, il centrosinistra ha riguadagnato la fiducia della maggioranza dei cittadini e ha riconquistato il governo del Paese, sia pure con un margine minimo. Nello stesso periodo di tempo il centrodestra ha provveduto a dilapidare il suo vantaggio, impiegato in operazioni di vero e proprio avventurismo politico (oltre che a scassare i conti pubblici). Come definire altrimenti il tentativo di costruire attorno al padrone quel monumento che doveva farne un sovrano intoccabile e assoluto. Prima assicurandogli la più totale impunità e immunità davanti alla legge. Quindi, garantendogli il ferreo controllo della pubblica opinione, opportunamente orientata e manipolata attraverso il dominio delle televisioni. Infine, attribuendogli un potere mai posseduto prima da nessun altro presidente del Consiglio in sessant’anni di storia della Repubblica. A ciò soprattutto mirava la controriforma di Lorenzago, fondata sul patto scellerato che l’uomo di Arcore aveva firmato dal notaio con Umberto Bossi. Cioè con il capo di un movimento aggressivo impegnato in un lucido disegno di eversione: separare la Lombardia e il Veneto (la cosiddetta Padania) dal resto d’Italia. Oggi possiamo dire con certezza che quel duplice attentato al cuore della democrazia è fallito. Silvio Berlusconi appare così ripetutamente sconfitto che viene da chiedersi se possa ancora essere considerato un leader. E di cosa poi, viste le condizioni in cui versa la disastrata Casa delle Libertà? Con gli inquilini An e Udc pronti a fare i bagagli per giocarsi la partita politica dei prossimi mesi e anni, ognuno badando a sé. Quanto alle camice verdi, parafrasando Cadorna le vediamo risalire in ordine sparso quelle stesse valli nelle quali, dall’inizio degli anni ‘90 in poi, avevano progressivamente dilagato. Soprattutto a nord di Milano e in ampie porzioni del Triveneto la Lega gode ancora di un profondo radicamento popolare. Dovrà decidere cosa farne adesso che si è dissolto il progetto separatista che la controcostituzione doveva innescare. È il rinnovarsi o perire di fascista memoria: una citazione che ad alcuni esponenti del Carroccio sicuramente non dispiacerà. Il tracollo del centrodestra impone tre riflessioni sul ruolo passato, presente e futuro dell’Unione. La prima considerazione riguarda la leadership del centrosinistra: da Prodi a Fassino, da Rutelli a Bertinotti fino ai segretari dei partiti minori che un ruolo niente affatto minore hanno avuto nell’ampliare i confini della coalizione. A essi va dato atto di aver condotto al successo un esercito che cinque anni fa appariva irrimediabilmente deluso e diviso. Ora però (questa è la seconda riflessione) l’Unione potrà e dovrà concentrarsi sull’azione di governo che nei primi cinquanta giorni non è apparsa così chiara e determinata come ci si augurava. Con la positiva conclusione della lunga stagione elettorale non esistono più gli incubi (e gli alibi) che ancora ieri alle 14 e 59 angustiavano i vertici della maggioranza. La possibilità di una spallata in extremis della destra non esiste più. Completamente sventata appare l’ipotesi di un governo Prodi colpito alle gambe dalla vittoria del Sì; costretto, ha scritto Eugenio Scalfari come quel «cavaliere che andava combattendo ed era morto». Finisce la lunga stagione elettorale. Comincia quella delle decisioni, anche coraggiose, per il bene del Paese. La terza osservazione riguarda il risultato del referendum. Esso ci dice con chiarezza che la partecipazione al voto, il 54 per cento, è stata la più alta da dieci anni a questa parte, in controtendenza rispetto ai molti altri referendum disertati dagli elettori. Ciò significa che il No è stato rappresentativo delle opinioni degli italiani. E che il voto è stato anche omogeneo in tutta la penisola. Se si eccettuano il Lombardo-Veneto e 23 province, nel resto d’Italia il No ha vinto con percentuali spesso schiaccianti. Se sommiamo il 61,6 di chi ha votato contro lo stravolgimento agli altri due dati, abbiamo una certezza: la grande maggioranza degli italiani vuole conservare e difendere la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Nel momento in cui Prodi offre alla destra sconfitta l’ulivo del dialogo, la voce di quel 61,6 per cento si leva alta e forte e dice di sì alle riforme veramente necessarie. Ma dice anche no ai pasticci. Insomma, va bene ricercare le riforme condivise purché i tavoli non servano soltanto a rianimare la destra barcollante. È già successo un’altra volta e la lezione c’è bastata. Quanto a noi dell’Unità che abbiamo ricominciato proprio cinque anni fa quando era notte buia, sempre battagliando, senza mai perdere la speranza, oggi finalmente possiamo dire: missione compiuta. apadellaro@unita.it -------------------------------------------------------------------------------- L’Italia è salva Furio Colombo Hanno tentato di assestare all'Italia una paurosa botta di secessione, ducismo e caos. Lo hanno fatto coloro che volevano la secessione, coloro che volevano il caos (se non altro per il bene del malaffare) e chi voleva proclamarsi duce. Era la cosiddetta riforma Bossi-Berlusconi. Chi non frequenta la politica non aveva che i Media per capire e per decidere. Chi non legge i giornali (la maggioranza) non aveva che radio e televisione. Le televisioni di proprietà di Berlusconi hanno mentito sempre. La televisione di Stato, con l'eccezione del TG3, ha trasmesso «schede» che avrebbero reso plausibili anche le leggi razziali. In tali schede si dicevano in rapido elenco i cambiamenti della Bossi-Berlusconi, senza che si potesse capire in cambio di che cosa o a confronto con che cosa. E niente sulle ragioni di votare NO. Nei dibattiti «tagliati su misura come un vestito» (cfr. Bruno Vespa nelle note intercettazioni) i rappresentanti della Casa delle Libertà ripetevano una ventina di volte per sera la storia del taglio dei deputati (appena duecento, e solo nel 2016) spacciandolo per un risparmio. Mai nessuno ha fatto notare che il costo di una inutile e pericolosa polizia regionale di migliaia di uomini e mezzi per ogni regione sarebbe costata mille volte di più del presunto risparmio dei deputati, e per sempre. L’imbroglio è stato immenso, il pericolo grande perché gambizzare la Costituzione avrebbe significato rendere zoppo e squilibrato il Paese. Ma il Paese ha ripetuto certi miracoli che avvengono silenziosamente e quasi da soli in Italia. Come in quegli inspiegabili girotondi in cui i cittadini si presentavano da soli a centinaia di migliaia per dire NO alle leggi di Berlusconi (e infatti sono diventati la bestia nera delle destre, anche se non solo delle destre) come quelle inattese e inspiegabili code per votare, pagando un euro, nelle primarie di Prodi (quattro milioni e mezzo di elettori volontari). Accade adesso che, nel giorno più caldo dell'anno e forse del decennio, a scuole chiuse, in una data calcolata apposta perché il più possibile degli elettori, per giunta stanchi e sfiancati da elezioni politiche ed elezioni locali, si trovassero al mare, c'è stato l'afflusso più alto di ogni referendum della storia repubblicana. C' è stato un risultato che è clamoroso non solo per la cifra assoluta (una valanga di NO che supera il 60 per cento) ma perché quella clamorosa, inaspettata, appassionata corsa al NO e alla salvezza della Costituzione è stata guidata da un vecchio signore - Oscar Luigi Scalfaro, già presidente della Repubblica - che è stato oggetto di isolamento, di scherno, di insulti, di gesti di teppismo (anche al Senato) che non hanno precedenti, salvo che nell'epoca che ha preceduto il fascismo. Per fortuna hanno portato un frutto. Tra Berlusconi e Scalfaro, fra Bossi e Scalfaro, fra Fini e Scalfaro, fra Cicchitto e Scalfaro, gli italiani senza esitazione hanno scelto Scalfaro. E poiché i referendum sono elezioni un po' astratte in cui non tutti e non sempre possono avere sottomano il senso complessivo della materia in discussione, il simbolo visibile e umano di una vita spesa per la Costituzione, dalla Resistenza agli insulti dei dipendenti di Berlusconi, ha immensamente giovato, e spinto tanti italiani alla scelta giusta. Dunque, il primo pensiero, un pensiero di immensa gratitudine, oggi va a Scalfaro che ha capito subito il pericolo, lo ha fatto senza risparmiarsi un giorno e un'ora di fatica e di impegno, e ha tenuto testa all'insulto con la dignità di chi non ha mai perduto il senso di ciò che ha significato la resistenza. Per capire che cosa intendo dire fermatevi per un istante a pensare all'Italia e alla televisione italiana in cui avessero vinto Bossi, Berlusconi e i dipendenti di Berlusconi. Pensate alle loro frasi, alle espressioni che avrebbero dedicato agli sconfitti, alla Costituzione battuta e al Paese sottomesso alla legge "schifo" (definizione limpida del politologo Sartori), alla legge "porcata", (secondo l'espressione autorevole ed efficace dell'ex ministro Calderoli, quello della maglietta che è costata quattordici morti in Libia), alla legge caos (descrizione del costituzionalista Leopoldo Elia). Ma forse lo ha capito bene chi ha sostato, nel pomeriggio di ieri, di fronte allo schermo di Sky TG 24, nel corso della trasmissione condotta da Maria Latella. Nel suo studio, nonostante la decisione di Roberto Zaccaria (uno degli ospiti) di essere buon testimone di una vittoria storica, prevaleva il lutto. Era espresso dal volto grave e scontento del direttore del Secolo XIX Vaccari, da una scarmigliata Jole Santelli, già dello studio Previti e dello studio Castelli, da un silenzioso e preoccupato Paolo Franchi, nuovo direttore del Riformista, a cui probabilmente è sembrato di cattivo gusto manifestare un pur minimo segno di festa. In quell'ambiente cupo, in cui il principale problema sembrava essere di accertare davvero se Zaccaria e Paolo Cento, pur essendo della stessa parte politica, condividevano o no il proposito di fare "adesso" una cosa insieme con gli illustri perdenti (e chi non ha visto la trasmissione non può sapere con quanto impegno e tenacia la conduttrice è tornata su questo punto essenziale, mentre la cifra del NO, sovrastampata alla sua immagine, raggiungeva e superava il 60 per cento) improvvisamente è apparso, pallido, il fantasma di Tajani, ex di tutto di Forza Italia. Tajani ha dato un drammatico annuncio: "ancora una volta si stanno verificando brogli nel seggio elettorale di Castelnuovo di Porto, dove confluiscono i voti degli italiani all'estero. Ricominciamo con i brogli e le manomissioni di voti e nostri deputati sono già accorsi sul posto. Si ricomincia come nelle elezioni politiche, la stessa storia". In un film di Aldo, Giovanni e Giacomo (o in uno dei loro ottimi spot pubblicitari) la gag avrebbe potuto funzionare. Infatti, è una gag basata sulla presa in giro del protagonista del "dramma". Gli spettatori (che avendo appena votato, per il sessanta per cento, un clamoroso NO a Bossi e a Berlusconi, saranno certo stati inclini a una bella risata) hanno visto però la conduttrice seriamente colpita dalla denuncia volgersi verso gli ospiti in studio e dire esattamente queste parole: "ma è possibile, è accettabile che in ogni elezione un Paese civile e democratico debba vivere in una atmosfera di brogli, paura di brogli, brogli oscuri e misteriosi?". Nel silenzio preoccupato dello studio c'è stata solo la voce di Zaccaria che ha chiesto: "ma signora, dice sul serio? Ad ogni elezione? Quando?" Una buona via d'uscita è stato di chiedere a Bassanini, entrato in collegamento con lo studio, una sua opinione sulla formazione con cui avrebbe giocato la squadra italiana contro l'Australia. Ora bisogna sapere che Bassanini, ex senatore DS, è stato, con Stefano Passigli e Sandra Bonsanti uno degli infaticabili organizzatori del Comitato per il NO, e dunque uno dei vincitori, uno da congratulare insieme a Scalfaro e insieme al sessanta e più per cento della massa di italiani che ha partecipato al voto. E infatti Bassanini ha risposto con gentilezza: "beh, adesso mi faccia pensare al trionfo del NO. Dopo penserò alla partita". Però la pesante eredità di cinque lunghi anni di regime berlusconiano, in cui devi sempre partire da qualcosa che dicono loro (in genere una accusa) per poi passare al resto del tempo a difenderti da quella accusa inventata per l'occasione, lascia ancora il suo segno. Uno dei loro slogan prediletti era: o votare SI e approvate la Bossi-Berlusconi o la Costituzione non si potrà più cambiare. Falso, naturalmente. Ma il peso deformante di questo modo di "dialogare" si è sentito, forse inconsciamente, persino in una domanda di Bianca Berlinguer, nello speciale TG 3 dedicato al referendum rivolta a Franco Giordano e Willer Bordon chiede: «quali garanzie date voi che non lascerete tutto come prima?». C'è un istante di brivido, perché la domanda implica che "tutto come prima" sia peggio della "porcata" dei quattro di Lorenzago. Per fortuna c'è in collegamento, proprio in quel momento, Oscar Luigi Scalfaro che risponde netto: "non confondiamo". Primo, salvare la Costituzione. E l'abbiamo fatto. La Costituzione , così com'è, nella sua integrità, funziona. Secondo, prima di toccarla ancora, si assicurino coloro che pensano di farlo, di avere una larghissima adesione e condivisione in Parlamento, altrimenti si dovrà tornare al referendum. Il referendum lo abbiamo fatto oggi. E abbiamo detto che, senza consenso largo e condiviso, la risposta è NO». Come si vede, per gli studi TV, su cui grava ancora l'afosa nebbia berlusconiana, la parola "conservatori" per definire chi ha salvato la Costituzione. Per fortuna, forse a causa di una intercettazione fra diversi canali, non si sa dove e perché, entra in video un certo Rotondi che viene definito "la Democrazia Cristiana", benché non abbia voti, non abbia deputati ma, presumibilmente, soltanto un biglietto da visita e un passaggio dentro Forza Italia. Dichiara durissimo Rotondi che lui non è disposto ad alcun dialogo con chi ha detto NO alla Bossi-Berlusconi (che lui naturalmente chiama "riforma"). E' la fine di un incubo. Ma è inevitabile una riflessione. Questo Rotondi è in televisione ogni due giorni. Possibile che nei media italiani basti auto-definirsi "la Democrazia Cristiana" per occupare un simile spazio di comunicazione, anche senza Dossetti, De Gasperi, La Pira e Fanfani? Le dichiarazioni sdegnate dei grandi italiani non sono finite. Sentite che cosa ha da dire Speroni, già capo di gabinetto di Bossi, quando Bossi era ministro delle Riforme (rassegnatevi, è vero, Bossi è stato davvero ministro delle Riforme della Repubblica italiana e Speroni è stato davvero il suo capo di gabinetto): "gli italiani fanno schifo e l'Italia fa schifo perché non vuole essere moderna". Adesso capisco perché da Torino, in una affettuosa telefonata dalla Casa di Riposo delle anziane signore ebree, Giorgina Arian Levi, anni novantacinque e una straordinaria vita di antifascista, mi ha detto felice:" qui c'è una festa. Tutte le signore hanno votato. Sai che cosa ha unito tanta gente? Hanno votato contro il marciume". Ha pensato - credo - alle intercettazioni di casa Savoia e di casa Fini. Io in quel momento avevo davanti il televideo, pag. 101, ore 17.32 e ho pensato al rischio di cui si è liberata l'Italia. Il rischio di personaggi al governo come Bossi, come Speroni. L'abbiamo scampata bella. E abbiamo scoperto che la modernità sono coloro che non dimenticano e non si vendono. La modernità è stare lontani dalla televisione dove "tagliano i dibattiti politici su misura" e dove le conversazioni partono dalle verità di regime. Gran Paese l'Italia. Che ne abbia schifo uno come Speroni è una garanzia. furiocolombo@unita.it -------------------------------------------------------------------------------- Dopo referendum Tre vittorie una sfida Stefano Ceccanti Adesso non abbiamo più scuse. Tre erano le prove elettorali e tutte e tre sono state vinte. Prima il governo nazionale, con grande e prolungata sofferenza. Poi un'ampia vittoria alle amministrative che, sommandosi ai risultati delle regionali dell'anno precedente, ha dato un radicamento di governo diffuso che mai era stato così cumulato col governo nazionale. Infine il voto referendario di ieri, con oltre il 50% di partecipazione, largamente maggioritario ovunque, tranne in Veneto e Lombardia, che ha spazzato via dal tavolo una brutta riforma costituzionale. Nessuno ignora il peso demografico, economico e culturale di queste due regioni, ma esse da sole non sono il Nord: al di là del risultato nazionale non c'è stato quindi un Paese diviso come si era augurata la Lega. Amministrare una tripla vittoria non è facile perché quanto maggiore è il Paese tanto maggiore è la responsabilità. Cinque anni di governo a tutti i livelli danno la forza di plasmare un intero ciclo, ma tolgono qualsiasi alibi per i possibili fallimenti. Tre sono anche i livelli di impegno. In primo luogo quello dei soggetti politici, perché il riformismo dall'alto è insufficiente sempre, anche quando si cumulano Palazzo Chigi, giunte regionali, province e municipi. Il partito democratico è stato annunciato, promesso, per certi versi già visto all'opera con i gruppi parlamentari comuni. L'inizio non può essere differito pena l'ulteriore frammentazione delle iniziative in quest'area politica maggioritaria della coalizione. Complementare sarà anche la riorganizzazione delle forze della cosiddetta sinistra radicale, che le richiama al dovere di mediare la loro ispirazione con una cultura di responsabilità e di lungo periodo e di dare una cornice collettiva al protagonismo di gruppi e personalità, senza spinte allo scavalcamento reciproco. Differenze e tensione all'unità sono messe in comune da tempo nel governo locale e regionale, non si vede perché ciò non possa accadere anche su quello del governo nazionale, il secondo livello di azione. Il terzo, quello delle riforme, è qualitativamente diverso: non spetta all'iniziativa autosufficiente di una sola parte. Ma sarebbe sbagliato, proprio da parte di chi ha responsabilità diffuse di governo, interpretare il No di ieri a quella specifica riforma, sbagliata anche perché di parte, utilizzare l'argomento delle riforme condivise per dare per insuperabile la linea divisoria di ieri e ritenere che basti un'ampia vittoria a maggioranza per ignorare non solo le ragioni di chi ha votato Sì, e sono comunque vari milioni di italiani che vanno rispettati e non considerati estranei ai principi della Costituzione, ma di larga parte dello stesso retroterra che ha votato No. Per affermare cioè, in modo colpevolmente semplicistico, che in astratto sarebbero preferibili riforme condivise, ma che in concreto con quegli specifici interlocutori non è possibile, che i conti sarebbero già regolati con quel voto. Sarebbe una scelta unilaterale di inerzia tanto grave quanto quella di arroganza del centrodestra nella scorsa legislatura. Vogliamo alcuni esempi di questi problemi aperti? Anzitutto la legge elettorale: una parte dei No di ieri sono arrivati anche perché coloro che hanno votato da soli quella riforma costituzionale avevano anche votato allo stesso modo quella legge da loro stessi definita poi una «porcata». La percentuale dei votanti di ieri ci dice che l'iniziativa referendaria già annunciata per la prossima primavera su due quesiti elettorali (per mantenere solo gli sbarramenti più alti, dare il premio alla lista anziché alla coalizione e impedire le candidature multiple) potrebbe raggiungere il quorum. Per questo la loro semplice presentazione, a cui i partiti del centrosinistra sono chiamati a dare una risposta per primi, visto che sono stati i più decisi oppositori della legge, potrebbe sbloccare il sistema, realizzando un compromesso parlamentare alto, migliorativo rispetto ai quesiti. Così accadde per la legge sull'elezione diretta del sindaco, che fu suscitata da un quesito abrogativo che non si votò mai perché il Parlamento riuscì a fare prima il suo dovere. Secondo esempio: il rapporto centro-periferia. Tra le realtà difese dal No c'è stato anche il ruolo di una esemplare istituzione di garanzia, la Corte costituzionale, che sarebbe stata colpita in vari modi dalla cattiva riforma. Sarebbe però sbagliato non segnalare che per difenderla attivamente occorre anche eliminare le cause del contenzioso tra Stato e regioni che la affliggono sin dalla riforma del Titolo Quinto. Qualcosa di importante si può fare sin da subito ed è l'integrazione della commissione bicamerale per le questioni regionali con rappresentanti delle autonomie regionali e locali, prevista proprio da quella riforma e poi inattuata dal centro-destra che per perseguire un obiettivo più radicale ha intanto ignorato quello a portata di mano. Sarebbe anche la premessa, l'esperimento-pilota per la più complessiva riforma del Senato, che è il terzo esempio (non esaustivo) delle modifiche da introdurre e che sarebbe estremamente utile sia dal punto di vista della forma di governo (per evitare il rischio di maggioranze opposte) sia da quello del tipo di Stato (per trovare la sede parlamentare stabile di cooperazione di un federalismo realmente cooperativo). Non a caso ad un'analoga riforma sta lavorando in Spagna il Governo Zapatero. Quando si raggiunge questa soglia di complessità e di soggetti coinvolti, vale allora la pena di utilizzare l'oggettiva pausa di riflessione delle vacanze estive non come sospensione sine die delle riforme, ma come pausa operosa per trovare gli strumenti, i percorsi per un'innovazione condivisa non solo dai due poli, dai No e dai Sì di ieri, ma anche dalle autonomie regionali e locali e dal vasto e plurale mondo associativo e culturale che non è stato secondo a nessuno nel promuovere le iniziative più partecipate di questo referendum e che non merita certo di essere ora emarginato dal percorso che si apre. Anche sulla Costituzione nessun riformismo dall'alto, ma pronta e decisa risoluzione dei problemi reali. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

LA SCONFITTA DEL PROGETTO POPULISTA EZIO MAURO da Repubblica - 27 giugno 2006 NEL Paese indeciso, diviso e indecifrabile che la politica fatica da più di un decennio a governare, i cittadini hanno compiuto in una domenica di fine giugno una scelta netta e precisa, che è la più importante svolta culturale degli ultimi anni in Italia. Un voto forte e partecipato (con il 53,6 per cento degli elettori alle urne), ha risposto all´appello del presidente Napolitano e ha riportato il referendum sopra la soglia del quorum, mai più raggiunta negli ultimi undici anni. Un voto positivo, perché bocciando una riforma confusa e pasticciata, che sarebbe stata pericolosa per il Paese, ha scelto la difesa della Costituzione e del suo disegno istituzionale. Un voto, infine, politicamente consapevole e rivelatore, perché non ha soltanto sconfitto la destra, ma ha spazzato via il falso presepio televisivo di un´Italia spaccata a metà, con il nord e la modernità in mano al Cavaliere, pronti a pretendere o imporre a forza le larghe intese: e invece dietro i muscoli berlusconiani di cartapesta c´è una destra a pezzi, senza più una politica, con un progetto delle istituzioni bocciato senza rimedio dal popolo, con un´alleanza senza leader e senza ragioni. Vediamo le cose per ordine. Prima di tutto, l´interesse del Paese. La posta in gioco era molto alta, con i cittadini chiamati a confermare o bocciare una legge che manometteva la Costituzione più che riformarla, senza un disegno organico, un piano istituzionale, uno spirito costituente, sia pure aggiornato ai tempi. Dal soffio dello Spirito Santo laicamente invocato da Croce alla baita di Lorenzago apparecchiata da Tremonti: il passo era troppo lungo, e i cittadini hanno scelto di dire no. Per farlo, hanno votato con una partecipazione che nessuno aveva previsto, dimostrando la validità dell´istituto referendario, la volontà di prendere parte nelle questioni che davvero contano, la capacità di scegliere e di decidere, anche davanti a quesiti complicati. La sconfitta del progetto populista Non è una scelta conservatrice, come dice il futurismo arditista dei falsi modernizzatori. Sono ormai abbonati alle sconfitte e reagiscono con un curioso – anche se sterile – tic lessicale: chiamano "noia" la politica altrui, incidentalmente premiata dal voto e appoggiata dai cittadini ad ogni consultazione negli ultimi anni, e battezzano come "riforma" la spinta disordinata che il mondo berlusconiano dà periodicamente e casualmente alle istituzioni, secondo le sue private necessità. In questo caso, il "no" viene dipinto come un arroccamento e una chiusura ad ogni cambiamento. È invece un sì alla Costituzione e all´equilibrio dei poteri che la Carta disegna, con la precisa indicazione alla politica di cercare altrove – e in se stessa – la causa delle disfunzioni, dei ritardi e dei vuoti della nostra democrazia. La Costituzione, com´è ovvio, è riformabile. Ma il referendum dice che per gli italiani la Costituzione non si cambia per aderire all´ideologia di una piccola fazione che ricatta politicamente la metà del Parlamento, né – ancor peggio – per aderire ad una biografia titanica e incompiuta che cerca nel ridisegno dei poteri quella forza politica che ha smarrito anno dopo anno. Ecco perché (e siamo al secondo punto, dopo l´interesse del Paese) il voto è una svolta culturale. Con questo referendum tramonta infatti l´idea che tutto – anche i principi e le norme costituzionali – sia strumentale ad un´avventura politica, e che ogni cosa – anche le istituzioni dello Stato – sia disponibile pur di compiere quell´avventura come un destino della nazione. Non è così, fortunatamente per il Paese. I cittadini hanno messo al riparo i poteri dello Stato, il loro equilibrio, un quadro istituzionale che ha retto la prima e la seconda Repubblica. Non per blindare la Costituzione, ma per sottrarla ad un uso politico contingente, per non trasformarla da cornice a semplice mezzo estemporaneo di parte. La destra televisiva predicava la parola d´ordine del cambiamento, e la coniugava nel qualunquismo del taglio dei parlamentari. Una miscela che poteva essere esplosiva, unita alla leadership ferita di Berlusconi, alla ricerca di un plateale risarcimento da parte del suo popolo dopo la sconfitta, e all´insediamento ideologico della Lega, ormai arroccato tutto nella parola d´ordine della devolution, sfocata e confusa, ma unica bandiera concreta di una forza in ritirata. Ciò che è stato sconfitto, invece, è proprio l´asse culturale tra Bossi e Berlusconi, quel cemento pre–politico, di vera destra "naturale", che è un´intesa anche umana e antropologica, ed è sempre prevalso sulle tentazioni moderate o istituzionali – peraltro intermittenti – di Fini e Casini. Oggi quell´asse è saltato, facendo saltare nello stesso tempo l´equilibrio e il baricentro che reggeva la Casa delle libertà. In quella Casa risuona la libera uscita, perché va in pezzi non solo una politica, non tanto una leadership, ma molto di più: l´inedito esperimento del populismo applicato ad una moderna democrazia, come via originale ed inedita per la semplificazione della politica. Il no al referendum, un referendum complesso, di natura costituzionale, nega proprio quest´illusione diabolica, figlia della modernità. La politica deve sciogliere i suoi nodi, anche i più complicati: la spada populista che li taglia è un´illusione, non la soluzione. Il referendum dunque ci racconta finalmente un Paese diverso da quello narrato da Berlusconi e manda in frantumi anche la sua stessa rappresentazione della sconfitta, dopo le elezioni politiche. Una rappresentazione di comodo, – come la stanza imbandierata in cui il Cavaliere si fa riprendere dalle sue televisioni, senza accorgersi ormai che sembra la scena di un re in esilio – quasi una partnership di governo, con un Paese spaccato, la forza politica divisa in due, la sinistra nel Palazzo vuoto, e la destra nell´Italia produttiva e moderna. Tutto questo non c´è più. Una coalizione con il 49,7 per cento dei voti alle politiche ha mobilitato nel referendum appena il 38,7 per cento dei cittadini, mentre la sinistra ha portato alle urne il 61,3 degli elettori. La destra parla a vuoto, con il suo leader indeciso se insultare gli avversari (come puntualmente ha fatto) o ritirarsi nel silenzio per paura della sconfitta e soprattutto per il timore, mostrandosi, di mobilitare l´elettorato avversario, con un talento rovesciato. Come la Lega di Bossi, ormai forza locale non del Nord ma del Lombardoveneto, che ieri ha registrato il fallimento della sua avventura politica di governo. Quando più di 15 milioni di elettori votano contro un tema programmatico della destra, fondativo, addirittura identitario, e solo 9 milioni lo sostengono, il giudizio è senza appello, ed è il giudizio di un Paese tutt´altro che diviso: un Paese deciso. Soprattutto, nel paesaggio berlusconian–bossiano si spegne la luce del Nord, unica stella cometa di questa destra in declino. Anche nel Nord, infatti, vince il no alla riforma della Costituzione. E lo stesso Nord si fa spaccare in due dal referendum, con Piemonte, Liguria, Valle d´Aosta, Trentino, Friuli ed Emilia–Romagna a favore del no, e soltanto Lombardia e Veneto per il sì: con le eccezioni delle due capitali, Milano e Venezia, per la prima volta ribelli ed eretiche, come ad anticipare un´inversione di tendenza, un cambio di clima e forse di stagione. Dunque, dopo il referendum non c´è più una questione settentrionale. O meglio: c´è, ma da oggi interroga in ugual misura destra e sinistra, è un problema per entrambi i Poli, com´è giusto che sia quando una parte del Paese fortemente dinamica lamenta sottovalutazioni, inadempienze, ritardi nella modernizzazione. Un problema per tutta la politica che in quanto tale cessa di essere un´arma della destra contro la sinistra. Il referendum ridisegna dunque il profilo del quadro politico, due mesi dopo il voto. I numeri del governo Prodi restano certamente fragili e ancor più fragile resta l´identità culturale del centrosinistra, pronta a dividersi su ogni questione, grande e piccola. Ma dopo la partenza difficile, dopo gli errori dei partiti nell´assemblaggio dell´esecutivo, il referendum poteva essere per il governo una prima sanzione, e invece è stato un successo. Tocca a Prodi usare quel successo per trasformarlo in politica. Il premier ha già detto che sonderà ufficialmente la destra, per verificare la disponibilità ad un percorso comune di riforme. Non pensa a Bicamerali, semmai ad un comitato di saggi che identifichi poche questioni urgenti cui mettere mano nella Costituzione, su un percorso condiviso, che necessariamente viaggia insieme alla riforma della legge elettorale. È una proposta saggia e utile, anche perché il referendum dimostra da un lato che la Costituzione non si cambia con i voti di una sola parte, e dall´altro che l´equilibrio istituzionale della Carta non va sovvertito da "grandi riforme" ideologiche, ma può essere rivisto in uno spirito condiviso di aggiornamento, alla luce dei principi fondamentali. Infine, a mio parere, c´è un´ultima lezione da trarre, e forse è la più importante. Da oggi esiste la possibilità che una larga parte dell´Italia si ritrovi su una piattaforma politico–culturale comune e condivisa. Io non so definirla altrimenti che così: una piattaforma costituzionale, repubblicana, europea. Non sarebbe affatto poco, per ricostruire e ripartire. Se il Paese lo volesse, se la sinistra lo sapesse. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

L’era di Berlusconi è finita di FEDERICO ORLANDO Con un risultato di proporzioni imprevedibili, che ha seppellito la Mala Costituzione della destra, è finita l’era del berlusconismo. Ed è finita nel modo più radicale: con la bocciatura – in un referendum che per la prima volta dopo anni è tornato a superare il quorum, stavolta solo ideale – di quel che la destra aveva pensato come il coronamento del suo malgoverno: istituzionalizzare quel malgoverno, piegando alle sue comodità tutte le istituzioni della repubblica ridotte a corte o servitù del premier assoluto, che nel paese dell’anomalia Raiset è stato ribattezzato e temuto come premier assoluto a reti unificate. Quell’anomalia ha provato a truffare gli italiani ancora ieri pomeriggio. Per un’ora la Nexus ha attribuito a un Nord inesistente una inesistente vittoria dei Sì, dopo aver espulso l’Emilia-Romagna dal suo contesto storico-geografico per aggregarla al Centro, e così alleggerire il Nord di un bel mucchio di No. Con un giro di parole irresponsabile, non denunciato dai parlamentari di destra e di sinistra presenti nella studio Rai, il direttore della Nexus ha definito il ridisegno della carta geografica d’Italia «canonica segmentazione per affinità politica ». A casa mia si chiama truffa, canonica o no, che è durata anche dopo l’accorata precisazione della giornalista dal ministero dell’Interno. Una truffa per consentire alla destra di dire che almeno al Nord avevano vinto i Sì; e che la devolution a Bossi, ripagata col premierato assoluto a Berlusconi, era dunque una spartizione di spoglie rispondente alle reali volontà dell’“Italia produttiva”. Quella parte d’Italia è produttiva e importante, ma non è “il Nord”, è il Lombardo-Veneto, le due sole regioni dove abbia vinto il Sì, ma non a Milano e a Venezia. Tutte le altre, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, hanno bocciato la Mala Costituzione. Segno che demolizione dello Stato democratico in Stato autoritario, ribaltamento dei valori solidali della Costituzione in “valori” egoistici, devolution che moltiplica costi di gerarchie e clientele locali e s’inventa allo scopo perfino la decima o quindicesima polizia, quella regionale, non stanno bene alle regioni del Nord: che non intendono identificare la “questione settentrionale” con la mala cultura dell’egoismo, dello sfascio istituzionale, del salazarismo senza stivali. Il centrosinistra ha diritto di cantare vittoria, perché gli italiani hanno dimostrato di non credere più – dopo l’estremo fuoco fatuo sprigionato da Berlusconi nella campagna elettorale del 9-10 aprile – ai suoi ulteriori giochi di prestigio: la spallata per i brogli elettorali, la spallata con le elezioni amministrative, la spallata col referendum. Tre spallate in due mesi per mandare a casa il governo Prodi e la maggioranza di centrosinistra, e che invece si sono trasformate in altrettanti ricostituenti per un governo che resta un “malato di ferro”. Ora il risultato di ieri ne rende più delicata la situazione, perché, decretando la fine del quindicennio berlusconiano iniziatosi nel 1992 con la liquidazione del Caf e con Mani Pulite, sbalza tutte le responsabilità civili dall’ex premier al centrosinistra e dall’estrema avventura costituzionale alla dura politica, fatta di produzione, di lavoro, di conti: in una parola, di affrontare la crisi italiana riconoscendola come somma della questione settentrionale e della questione meridionale. Liquidati prima il malgoverno e poi la malacostituzione, non è più di loro che può parlare il centrosinistra, ma solo di ciò che esso stesso saprà fare. A cominciare dalla necessaria piazza pulita di tutti i protagonismi, i particolarismi, gli esibizionismi, i folklori che sono stati protagonisti delle scorse settimane e non sono finiti. Adesso è Prodi che, deve mettere sotto scacco i suoi egocentrici sostenitori: ai quali sarà opportuno ricordare che, se da ieri Berlusconi non è più in grado di chiedere un nuovo appello elettorale, Prodi potrebbe esserlo abbastanza presto, non appena il partito democratico e il dialogo con altre forze ragionevoli in Parlamento amplieranno la sua indipendenza e libertà di manovra. Basta questo accenno agli attuali limiti del presidente del Consiglio per rilanciare il discorso sul suo rafforzamento: che anche noi, come Sartori, pensiamo sia conseguibile inserendo in Costituzione tre parole: la “revoca” dei ministri (affianco al già esistente potere di nomina) e la “sfiducia costruttiva” made in Germany. Allo stesso modo, basta il richiamo alla diversa distribuzione dei Sì e dei No fra le regioni del paese a sollecitare le norme di attuazione del Titolo V sulle autonomie. Il centrosinistra deve completare l’opera che aveva avviato nella legislatura 1996-2001 e aggiungere le altre riforme, tante volte qui richiamate, attraverso il procedimento dell’articolo 138. Si mettano l’anima in pace i nostri amici che parlano di bicameralina, di convenzione, di costituentina o addirittura di costituente per una riforma “condivisa” della Costituzione. Meglio pensare che, attraverso la scomposizione della destra, dove Udc e Lega sono in movimento, e non solo loro, si coagulino volta a volta maggioranze capaci di individuare alcune riforme e realizzarle attraverso le Commissioni ordinarie (affari costituzionali) di Camera e Senato. È in quelle commissioni che si confrontano le proposte di maggioranza e di minoranze e si elaborano i testi da mandare in aula. Se questo accordo nelle ordinarie commissioni fosse arduo, sarebbe impossibile cercarlo in convenzioni e costituenti, peraltro da creare attraverso procedimenti lunghissimi. Vogliamo dire che il discorso istituzionale è tutto politico. E forse stavolta, a differenza della prima legislatura ulivista, si può sperare di farlo fino in fondo: perché il centrodestra è alla libera uscita e noi non abbiamo più i miti bicamerali. Qui si parrà la capacità politica di Prodi, dell’Ulivo e di chi nel centrosinistra ci vuole stare //www.europaquotidiano.it/

Ipotesi di lavoro per un nuovo “paradigma informatico” Epistemologia della Rete I limiti dell’attuale paradigma informatico Mark Pesce (inventore del VRML) in un recente articolo ha sostenuto che oramai l’informatica si basa su modelli di software obsoleti. La prima domanda che viene in mente è: ma come è possibile? non vi sono sempre più programmi, sempre nuovi sistemi operativi, sempre più applicazioni? Ad un primo sguardo potrebbe sembrare che sia così; poi volendo approfondire la questione ci rendiamo conto che i principali applicativi software attuali hanno assunto la forma sostanziale ritroviamo già alla fine degli anni sessanta. I programmi di videoscrittura, i fogli di calcolo, la struttura dei database relazionali sono strutture di programmi figli di un felice incontro tra un portato linguistico strutturalista ed alcune menti di prim’ordine che vollero definire il massimo delle potenzialità per i calcolatori di quel periodo. Per comprendere l’ordine di grandezza del salto tecnologico compiuto dagli anni sessanta ad oggi (quando la parte software è rimasta sostanzialmente invariata) potremmo dire che siamo nell’ordine di potenze di calcolo di decine di migliaia di volte superiori ai computer dell’epoca. Basti pensare che il computer che mandò sulla luna gli astronauti era molto meno potente e veloce della più banale calcolatrice per le quattro operazioni elementari oggi in commercio. Dai progetti di sviluppo di software sono nati e poi minimamente evoluti i programmi che oggi conosciamo: “word”, “excel” “access” etc…. Possiamo dire che la nascita di Internet/ArpaNet (1968) e di Unix (inizi anni ’70) costituiscano gli ultimi bagliori di creatività informatica. Solo l’invenzione dell’ “html” (metalinguaggio descrittivo delle pagine internet e creatore del concetto dell’iperlink) ha costituito un portato innovativo nell’ambito informatico. Nonostante tutto: Il paradigma di fondo è rimasto invariato! Da allora, il miglioramento del software è stato una gara ad ottimizzare i prodotti e sfruttare in maniera più o meno valida la velocità di calcolo dei nuovi computer aggiungendo funzionalità minime. Volendo usare una metafora è come se ci fosse un corpo (hardware) di un adolescente in piena crescita con la capacità mentale (software) di un bambino di due anni. Perché si è arrivati a tutto questo? Sicuramente per ragioni economiche e di mercato in quanto la ricerca di base non frutta nel breve periodo e la concorrenza sempre più accanita lascia poco spazio a tentativi che potrebbero essere infruttuosi, ma soprattutto perché ci si è messi sempre nell’ambito di un solo paradigma: la macchina di Turing. L’approccio teorico della macchina di Turing è risultato geniale per l’epoca (intorno agli anni ’40), poiché ha dato un nuovo impulso allo sviluppo della teoria dei calcolatori distaccando il dominio descrittivo e di pertinenza e rendendolo totalmente autonomo dalla materia trattata. Con una macchina (teorica e virtuale, quindi slegata dai concetti di prestazione e velocità) di Turing rispettandone i parametri si può calcolare tutto il calcolabile senza doversi confrontare con la realtà. Paradossalmente se il contenuto inserito autoreferenzialmente è esatto il risultato è sempre e necessariamente coerente con le strutture logiche di inserimento dati. In tale approccio l’errore è dovuto sempre e comunque a problemi di calcolabilità e computabilità (cioè alla definizione e creazione degli algoritmi di calcolo). La domanda seguente diventa quindi: perché per quanti sforzi si facciano nella creazione di algoritmi fedeli all’impostazione della macchina di Turing ci sono problemi teoricamente risolvibili ma che praticamente non si riescono a risolvere? L’esempio più evidente che chiunque navighi su internet ha avuto modo di constatare è l’incongruità dei risultati di una ricerca inserendo parole chiavi su un motore di ricerca (Google , Yahoo, Msn Search etc..). Essi, in un gergo tecnico mutuato dal campo medico, sono spesso pieni di “Falsi Positivi” o “Falsi Negativi” cioè risultati non attesi o non corrispondenti alle aspettative. Per quanto si affinino gli algoritmi di ricerca delle informazioni, ed anche introducendo criteri di schematizzazione (i cosiddetti domini “Ontologici” e “Semantici” delle parole) il problema rimane ineludibile teoricamente e sostanzialmente. Lo stesso governo americano (spesso come accaduto per internet primo finanziatore di ricerca) in alcuni tentativi di voler applicare dei filtri di ricerca ad alcune parole, ad esempio di tipo sessuale, si è reso conto in momenti successivi di dover escludere dalla ricerca migliaia di documenti presenti nello stesso archivio del Congresso per le proposte di legge in materia sessuale. In questo caso come in moltissimi analoghi non si trattava di cercare un qualcosa ma, operazione che risulta già più semplice, solo di escludere dei termini nel contesto di ricerca. La risposta degli informatici teorici, come accennato, è stata la creazione di Ontologie (sic!) di significato, intendendo con questo termine dei macroinsiemi di contesto a cui vengono associati dei termini, per determinare i cosiddetti alberi di conoscenza. Il passaggio successivo sarebbe costituito dai cosiddetti Web semantici, cioè una serie di “decrittori” che consentono di contestualizzare i termini ed i significati e quindi migliorare la comprensione del testo e soprattutto renderlo significativo rispetto agli argomenti presentati. Il problema rimane quindi sempre e comunque all’interno del paradigma di Turing: se ci sono delle cose che non funzionano esse sono sempre dovute alla mancanza di affinamento nella creazione degli algoritmi di calcolo oppure al voler calcolare l’incalcolabile. In realtà il progetto di Web Ontologico e Semantico già teoricamente definito da almeno dieci anni si sta rivelando complesso e sostanzialmente ingestibile: il tempo di definizione e gestione dei decrittori per il mondo internet supera il tempo di creazione dei contenuti stessi. Negli studi di ricerca linguistica computazionale avanzata ad esempio, per la definizione del contesto di uso di termini per la letteratura italiana del 1200, possiamo vedere che vi sono progetti di ricerca di durata almeno decennale con l’impiego di decine di ricercatori. Immaginiamo di voler imbrigliare in queste maglie logiche tutti i termini della lingua italiana e definirne i contesti d’uso moderni, in tutti i campi del sapere, poi moltiplichiamolo per tutte le lingue, cercando i contesti di applicazione e possiamo immaginare immediatamente gli enormi e insuperabili problemi di catalogazione. Lo stesso tipo di problema si evidenzia anche per altri contesti: il riconoscimento del parlato da parte del computer, dei software di OCR, ma soprattutto nell’interfaccia uomo macchina dove vi è sempre la necessità di apprendere quale logica di funzionamento utilizza il computer ed adeguarsi ad essa. Per risolvere questi problemi si pone l’acceleratore sulla velocità di calcolo hardware e sulla capacità associativa dei software, rimanendo tuttavia nell’ambito del paradigma di Turing. La felice stagione teorica degli anni sessanta oltre il notevole contributo di Turing, ha avuto un’altra gamba per muoversi e svilupparsi: la ricerca Chomskyana sul linguaggio. Seguendo questo approccio teorico, se i linguaggi si basano su elementi comuni razionali e lo sviluppo degli algoritmi può descrivere praticamente ogni cosa (nell’ambito dei limiti di computazionalità definiti e dimostrati in maniera matematica), non sarebbe rimasto che il doverne crearne sempre più di nuovi ed efficienti che insieme alle sempre maggiori potenze di calcolo non avrebbero potuto fallire nella missione di informatizzazione del mondo. Purtroppo come tutti i paradigmi anche questo di Turing-Chomsky sta cominciando a mostrare i suoi punti di debolezza. L’approccio per Ontologie ha mostrato i suoi limiti teorici e soprattutto pratici, tant’è che gli algoritmi di calcolo dei motori di ricerca più efficaci (Google) si basano su concetti di “Ranking” ripetitività e “brute force” (forza bruta) di calcolabilità. La macchina di Turing, anch’essa, si basa su concetti di calcolo computazionale definiti a “tempo discreto”, cioè il tempo di passaggio da uno stato di lettura e/o scrittura ad un altro deve avvenire sempre ad un tempo differente. Oggi i moderni calcolatori quantici (con il relativo concetto di Qbit –Quantum bit- e la sua matematizzazione) stanno andando oltre il concetto di calcolo sequenziale e parallelo per introdurre calcoli vettoriali che presuppongono nuovi algoritmi. E’ questa l’unica possibilità per avviare un vero rinascimento informatico che consenta di superare i problemi evidenziati in precedenza e avviare la nascita di realmente nuove generazioni di software dato che l’attuale si avvia alla soglia dei cinquanta anni in un settore in piena esplosione tecnologica. Come per il binomio teorico Turing –Chomsky che ha fatto da guida alla progettazione dei tools di sviluppo degli anni sessanta e di teoria generale dell’approccio informatico, così oggi manca una riflessione umanistica che consenta lo sviluppo di nuove ipotesi teorico per lo sviluppo dei software. La creazione dei principi primi teorici per la soluzione dei problemi del paradigma e la creazione, quindi, di nuovi paradigmi necessita di riflessioni teoriche che esulano dal campo dell’informatica pura per coinvolgere matematici, statistici, linguisti, psicologi, logici, filosofi. Una ipotesi di ricerca in questo campo dovrebbe riuscire a considerare modelli di visione del mondo che esulano dall’informatica, anzi che avviino il processo inverso: oggi che se ne conoscono potenzialità e i limiti (ne è stato tracciato un primo paradigma) si dovrebbe adattare l’informatica di base al pensare umano e non viceversa. Il pensiero associativo, le capacità di sintesi e di riconoscimento di una realtà non codificata e del suo contesto non sarebbero lontani seguendo nuove strade di sviluppo del software. Le ipotesi di attività. La possibilità di coinvolgere umanisti che si occupino di informatica pare sempre più scarsa: informatica e scienze umane sono state per molto tempo due discipline completamente distanti e che non hanno comunicato realmente tra loro. Nella consapevolezza che sia necessario una riflessione totale sulla necessità di rendere l’informatica uno strumento, come ad esempio il motore a vapore nell’economia ottocentesca utilizzato nelle svariate applicazioni aperte alla creatività degli utilizzatori e per i più svariati fini, potremmo pensare un circolo virtuoso nel rapporto tra utilizzatori e in futuro “umanisti-progettisti-architetti dei sistemi informatici” rispetto ai “tecnici ingegneri dei processi”. Lo scambio informativo prevede la condivisione della conoscenza in ambito informatico, ma anche la progettazione congiunta degli applicativi rispetto alle esigenze. Spero che sia sentito il bisogno di confrontarsi su questi temi. http://www.politicaonline.it/?p=458#more-458

URANIO IMPOVERITO IN INDIA: SI STA SPARGENDO NEL MONDO DI KARL W B SCHWARZ Quello che segue mi è stato mandato da un membro della mailing list, e l’autore dell’articolo qui sotto mi (e vi) ha autorizzato a diffonderlo in lungo e in largo. In India stanno cercando di documentare l’estensione dell’inquinamento da uranio impoverito (UI) che proveniva dall’Afghanistan e che si è riversato sul popolo indiano. Stanno seguendo lo stesso percorso che seguiamo noi qui negli Stati Uniti, innanzitutto per dimostrarlo, e poi per riuscire ad interromperlo e ottenere cure mediche per gli abbandonati e gli emarginati. Questo recente Accordo Urgente tra Bush e l’India potrebbe essere una mossa preventiva per interrompere gli sforzi in India che vertono a dimostrare che l’urano impoverito (UI) ha colpito anche questo paese. [Cfr. India and U.S.A. work toward nuclear fuel agreement, ndt.] Stiamo ancora aspettando di vedere se qualcuno dei paesi in Europa si rende conto del fatto che sono stati “bersagliati” anche loro con l’UI, dal momento che l’UI trovato ad Aldermaston deve essere passato attraverso di loro per essere arrivato nel Regno Unito. [Cfr. DAI CAMPI DI BATTAGLIA IN MEDIO ORIENTE: TROVATE TRACCE DI URANIO IMPOVERITO NELL’ATMOSFERA IN INGHILTERRA , ndt.] Questo è l’articolo dall’India e alla fine aggiungerò commenti e ulteriori informazioni. È interessante vedere in che modo persone di altri paesi vedono gli Stati Uniti e l’uso cabalistico di Bush-Cheney delle armi all’UI. Inizio dell’articolo: CI UCCIDONO PER SPORT DI ARUN SHRIVASTAVA CMC L’uranio impoverito è un giocattolo mortale nelle mani delle discendenze reggenti. Una particella di UI ingerita o inalata può causare uno o più delle oltre 90 patologie seriamente debilitanti, fatali o termporaneamente non fatali. [1] [vedi la lista di 91 patologie, Annesso 1] L’emivita dell’UI è di 4,5 miliardi di anni, e può distruggere gli esseri viventi e l’ambiente; fatto ancora più importante, può distruggere vite perfettamente sane. [2] L’uranio impoverito è stato usato almeno nelle ultime quattro guerre da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati: nella prima guerra del Golfo, in Bosnia e in Kosovo nei Balcani, in Afghanistan e nella seconda guerra del Golfo. Le ultime due di queste quattro guerre, tutte illegali, sono avvenute nel 2001 (Afghanistan) e nel 2003 (Iraq). Gli effetti della contaminazione si manifestano nel giro di qualche ora fino a cinque anni dopo , . Le prove indicano chiaramente che l’uranio impoverito è trasportato dal vento in tutto il mondo. [3] I suoi effetti sulla salute stanno affiorando in paesi lontani. Prima ad essere colpiti erano i veterani del golfo e i civili locali; ora, fra tutti i posti, pure gli Stati Uniti stanno mostrando un aumento di sei volte superiore anche solo nei casi di cancro al polmone. [4] La proporzione che sta emergendo La popolazione degli USA era di 298.298.906 il 14 marzo 2006, praticamente 298 milioni. [5] I 172.000 casi di cancro al polmone registrati a gennaio e febbraio del 2006 equivalgono a 34 casi su 10.000 persone – uomini, donne e bambini – rispetto alla tendenza normale precedente di 5,8 casi all’anno ogni 10.000 persone, il che implica che in breve tempo si sono aggiunti 28,2 casi registrati ogni 10.000 persone. Sicuramente non può essere ricollegato ad un numero maggiore di statunitensi che fumano sigarette e sicuramente non è dovuto a “altri fattori inspiegabili” quali mutamenti nello stile di vita, che cambiano nel giro di decenni, non in qualche anno. Il motivo più plausibile è che l’aria che respiriamo sia contaminata con uranio impoverito e che in tutto il mondo stia uccidendo persone sane. Se nella popolazione degli Stati Uniti d’America si riscontra un aumento tanto esplosivo di cancro al polmone, che cosa implica questo per il resto del mondo? La popolazione mondiale quello stesso giorno era di 6.503.376.192. Assumendo la stessa proporzione degli Stati Uniti, cioè 28,2 casi aggiuntivi ogni 10.000 persone, il mondo vedrà, o sta già affrontando 18,34 milioni di casi di cancro incurabile all’anno, o 1,52 casi al mese. Lo sa? Tabacco e Cancro al Polmone “Nel 20esimo secolo, nel mondo circa 100 milioni di persone sono morte per malattie associate all’uso di tabacco (cancro, malattia polmonare cronica, malattie cardiovascolari e ictus)”, secondo un resoconto dell’OMS. [6] Questo significa circa un milione di morti all’anno, anche se è comprensibile che ci fossero meno casi nel 20esimo secolo rispetto a dopo, quando la cifra ha raggiunto quasi 1,5 milioni. Nel 2001 ci sono stati 1,5 milioni di morti per cancro al polmone nel mondo, o 125.000 al mese. [7] Ora, se i dati statunitensi parlano di 172.000 nuovi casi nel gennaio - febbraio 2006, una media di 86.000 casi al mese, deve essere successo qualcosa di terribile. I cancri indotti da radiazione nucleare sono peculiari: con delle strutture adeguate ed un protocollo di esame corretto, gli assassini non possono nascondersi. Con cautela tutte le 91 malattie indotte dalla radiazione identificate da Leuren, possono essere ricondotte all’avvelenamento da radiazione impoverita. La cartina parla da sola La contaminazione peggiore avviene chiaramente intorno al teatro di guerra, ma la zona all’interno del raggio di 1000 miglia potrebbe trovarsi di fronte ad una grave contaminazione da uranio impoverito. [1] Un raggio di 1000 miglia significa un’area totale di 3,14 milioni di miglia quadrate. I due cerchi nella cartina rappresentano un’area di 6,28 miglia quadrate e, escluso diciamo un 20% dell’area sovrapposta, la zona netta contaminata è di oltre 5 milioni di miglia quadrate. L’area totale terrestre delle zone emerse è di circa 57,3 milioni di miglia quadrate, il che significa che circa l’8% delle zone emerse totali della terra in questo momento è gravemente contaminata. E non sto prendendo in considerazione i teatri di guerra di Bosnia e Kosovo, che hanno gravemente colpito i Balcani e le truppe della NATO. [8] (Il mio commento: mi chiedo se gli israeliani si rendono conto che la politica desiderata dal loro governo, e cioè che gli Stati Uniti attacchino i paesi arabi, ha inquinato anche la loro nazione con l’UI? E poi si può disegnare lo stesso tipo di cerchi intorno alle zone bersaglio statunitensi, alle zone per le esercitazioni e alle basi militari nelle quali i cittadini statunitensi sono stati esposti. Inoltre, il vento che ha soffiato dall’Iraq al Regno Unito ha portato la contaminazione da UI su gran parte dell’Europa, ndr. -KS) Facendo riferimento alla cartina, e posizionando la capitale dell’Afghanistan, Kabul al centro, la zona colpita dall’uranio impoverito comprende il Pakistan, l’intero nordovest dell’India, alcune parti del Nepal, della Cina, regioni principali delle Repubbliche dell’Asia Centrale, l’Iran, e i paesi del Golfo, compresi Dubai e Abu Dhabi, due importanti centri finanziari e commerciali. Se consideriamo come centro Baghdad, le regioni colpite comprendono l’intera Asia Occidentale, parti dell’Egitto, parti della Grecia, Cipro, le regioni intorno al Mar Caspio e le isole nel Mediterraneo orientale. Va notato che l’Iran ed alcuni stati litorali del Mar Caspio sono stati colpiti due volte (vedi l’area sovrapposta dei due cerchi) nel giro di due anni: nel 2001 e ancora nel 2003. Quindi gli effetti peggiori ricadrebbero sull’Iran, qualche paese del Golfo e qualche stato dell’Asia Centrale. Popolazione colpita La popolazione totale stimata all’interno dei due cerchi era di circa 857 milioni (Cfr. tavola) nel luglio 2005. Se negli Stati Uniti c’è stato un importante aumento di sei volte superiore alla normale incidenza del solo cancro al polmone, quale sarà il destino di questi oltre 857 milioni di persone nelle zone centrali? Washington dista esattamente 6193,94 miglia dalla radioattiva Baghdad; e anche Kabul, altamente radioattiva è solo poco più distante, circa 6922,93 miglia. [9] Le capitali di 19 paesi si trovano all’interno del raggio di 1000 miglia e includono Nuova Delhi (621 miglia), Islamabad (232), Bishkek (651), Beirut (515), Cairo (806), Ankara (785), Gerusalemme (546), Damasco (468), Quwait City (347), Nikosia (643), Teheran (429), Abu Dabi (856), Aman (503), Riyadh (615), Ashqabat (645) eccetera. E gli statunitensi stanno ammalandosi di cancro al polmone a migliaia? Paesi come India, Pakistan, Nepal, Afghanistan, Iraq, e alcuni stati dell’Asia Centrale non hanno neanche strutture adeguate e affidabili per la diagnosi del cancro, per capire se la malattia è dovuta all’uranio impoverito o all’aver maneggiato senza precauzioni pesticidi tossici nelle aziende agricole. I governi continueranno ad ingannare Ci sono alcuni studi che confermano chiaramente una correlazione tra cancro ed esposizione ad un decotto di pesticidi utilizzati sui terreni agricoli in India e in alcune di queste regioni (specialmente nel Punjab) l’incidenza del cancro (del sangue, del sistema linfatico, dell’esofago, osseo, del collo dell’utero ecc.) varia dalle 5,12 alle 10,3 persone ogni 10.000. Negli stessi Stati Uniti, l’analisi svolta dal Centre for Disease Control and Prevention (CDC) [Centro per il controllo e la prevenzione della malattia], dei dati sui residui dei pesticidi condotta su 9282 persone su tutto il territorio nazionale, ha rivelato che fra coloro ai quali sono stati analizzati campioni di sangue e di urine, il 100% presentava residui di pesticidi. [10] Adesso questo è un fenomeno globale ed ha causato senza dubbio gravi problemi di salute (disturbi immunitari, nascita di bambini sottopeso, e molte altre malattie degenerative). Ma manca un impulso. “Ci possiamo aspettare di vedere cancri multipli in un’unica persona. Questi cancri multipli non correlati fra loro presenti nello stesso individuo sono stati riportati in Yugoslavia e in Iraq in famiglie che non avevano mai avuto una storia di cancro. Non si è mai verificato nei precedenti studi sul cancro”, “un nuovo fenomeno”, dice Leuren Moret. Ma la debolezza nella gestione dei dati, nelle tecniche investigative e nella formazione di personale medico e paramedico verrà impugnata dai governi nei paesi colpiti, corrotti dall’amministrazione USA e dagli interessi delle corporation e cullati dalla ninnananna dei media mainstream, per convincere la popolazione che l’avvelenamento da UI è uno dei tanti rischi ambientali benigni con i quali dobbiamo vivere, come è stato fatto da analisti con “materia grigia impoverita” in quattro studi appoggiati (direttamente o indirettamente) dal governo USA. [11, 12, 13, 14] Conseguenze a lungo termine Ancora vivo nella nostra memoria è l’esempio di Chernobyl. Gli scienziati dicono che Chernobyl non è stata un’esplosione nucleare; è stato solo un alto, caldissimo fuoco nel combustibile nucleare. Comunque il fallout radioattivo di Chernobyl ha contaminato per molto tempo terreni e bestiame in tutta Europa e in Scandinavia, e la radiazione si può ancora tracciare nella terra e in alcuni esseri viventi. Le regioni intorno a Chernobyl dovrebbero rimanere inabitate per un tempo stimato che va dai tre ai seicento anni! [15] L’uranio impoverito è orribile; caratteristica comune ai maniaci omicidi che controllano l’amministrazione USA. Ora, proiettiamo questo fatto scientifico su un solo paese, l’India. È stata colpita l’intera regione nordoccidentale, compreso l’Himalaya. Tutti i fiumi perenni che scorrono dall’Himalaya nelle pianure del Gange (il Gange e lo Yamuna con centinaia di affluenti) e nel Pakistan (i cinque fiumi: Indus, Satluj, Jhelum, Ravi e Chenab), contamineranno la più vasta e antica zona agricola alimentare del mondo. Questa regione ha un’alta popolazione di bestiame che contribuisce al fabbisogno agricolo, di combustibile e di cibo e di India e Pakistan che a causa della contaminazione moriranno o dovranno essere distrutti. La regione nordoccidentale è anche la regione che economicamente sta crescendo più velocemente, e si prevede che raggiunga l’Europa nel 2020. La migrazione da regioni orientali con una crescita più lenta ha gonfiato la popolazione transitoria nell’India occidentale, e stiamo parlando di migrazione stagionale di milioni di lavoratori in soprappiù senza azienda agricola/terra, quasi 5 milioni vivono nella sola Delhi cercando in qualche modo di sopravvivere. Povere, fisicamente deboli a causa di un’alimentazione inadeguata, senza accesso ad appropriate strutture mediche, queste persone saranno colpite gravemente. Quando contraggono una delle 90 strane malattie indotte dalle radiazioni, non sanno neanche che cosa li ha distrutti, che cosa ha distrutto le loro famiglie, e che cosa a volte li ha uccisi. Sto parlando di numeri nell’ordine dei milioni, ogni mese, nelle regioni identificate. Distruzione delle civiltà più antiche del mondo Tornando alle due regioni come insieme, non bisogna dimenticare che questa zona ha dato al mondo tutte le religioni moderne: induismo, buddismo, giainismo, ebraismo, cristianesimo, islam, Sikhism, the Baha'i faith, e centinaia di fedi. Persone da tutto il mondo confluiscono in queste regioni per portare omaggio ai loro messia e i loro dei, tranne il papa, chiaramente. E nonostante tutte queste strane cose, queste regioni hanno sostenuto la vita, hanno creato ricchezza, e sostenuto gran parte della popolazione finché sono arrivati i coloni europei all’inizio del XVIII secolo che, anno dopo anno, hanno distrutto la sostenibilità di questa regione, saccheggiato il popolo e le sue risorse naturali. E quando il loro impero è caduto, hanno passato il controllo su queste regioni agli USA. E cos’ha fatto il governo statunitense? Ha distrutto non solo alcune delle maggiori civiltà che il mondo abbia mai conosciuto, ma stanno distruggendo il loro popolo. La dottoressa Rosalie Bertell dice, “I veterani e i civili (in queste guerre) SONO STATI esposti all’UI; e questo UI inalato rappresenta un rischio gravemente aumentato di danno al sistema immunitario e di cancri letali”. “Quelli immediatamente sottovento muoiono (o moriranno) velocemente, nel giro di ore o giorni. Quelli più lontani ci metteranno di più” [15] Il resto del mondo potrà soffrire di una morte prematura con dolori inimmaginabili. Cosa possono fare le persone? Non c’è tempo per stringere le mani di qualcuno. Le persone di questo villaggio globale devono unire le forze in una non-cooperazione pacifica e non violenta coi governi che mentono e uccidono. Formiamo tutti dei piccoli comitati locali e chiediamo ai nostri governi di liberarsi dell’UI. Mobilitazioni per aiutare i veterani e i civili che stanno soffrendo senza differenze di razza, classe sociale, credo o religione. Diciamo a qualsiasi persona in qualche modo connessa col governo, alla società civile, alla polizia e ai membri delle forze armate che ci sono dentro tutti fino al collo. E per finire informatevi, educate la vostra famiglia e il vicinato; leggete le centinaia di documenti autorevoli scritti dagli scienziati. C’è motivo di aver paura se siamo tutti condannati a morte per un crimine che nessuno di noi ha commesso? Se continuiamo a cooperare con questi maniaci omicidi, questo li renderà più arroganti. Il potere è nelle vostre mani. Arun Shrivastava è consulente aziendale di fama riconosciuta. Si può contattare all’indirizzo: arun1951@yahoo.com Referenze [articolo continua sotto!!!] [1] Depleted Uranium: The Trojan Horse of Nuclear War, LEUREN MORET / World Affairs ¬ The Journal of International Issues; 1July, 2004. http://www.mindfully.org/Nucs/2004/DU-Trojan-Horse1jul04.htm [2] "Blowing in the wind", produced by xxxx, a must see documentary [3] Documenti della Dr. Rosali Bertell: (i) Depleted Uranium as a Weapon of War, August 1999 and (ii) Update on Depleted Uranium and Gulf War Syndrome, Parts 1 to 3; Human Studies; 1 January 2005 [4] "This is not just a little spike on the charts and much worse is coming," says Karl WB Schwarz, www.rense.com/general69soar.htm [5] http://www.census.gov/main/www/popclock.html [6] http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2003/pr27/en/ [7] Khuri FR, Herbst RS, Fossella FV; Emerging therapy in non-small call lung cancer; Ann Oncol; 12:739-44; 2001. [8] (i) "Military Toxics Project: Information Sheet ¬ June 2003; (ii) Heads roll at Veterans Administration: Mushrooming depleted uranium (DU) scandal blamed"; Bob Nichols; Project Censored Award Winner; www.sfbayview.com/012605/headsroll012605.shtml (iii) Cfr. anche "It Turns out Depleted Uranium Is Bad for NATO Troops in Kosovo; [What About Everyone Else?]"; di Felicity Arbuthnot; 26 October, 2000. [9] http://www.wcrl.ars.usda.gov/cec/java/capitals.htm [10] Analisi di residui di pesticidi nei campioni di sangue dai villaggi nel Punjab; CSE/PML/PR-21/2005; condotta dal Centre for Science and Environment in collaborazione con il Pollution Monitoring Laboratory, New Delhi; 2005. Questo documento si riferisce al rapporto CDC. I seguenti 4 articoli dal nr 11 al nr 14, perlomeno sottovalutano i problemi dell’UI o peggio sono fuorvianti. Quindi siete avvertiti. [11] Toxicological Profile for Uranium. Washington, DC: ATSDR, US Public Health Service, US Department of Health & Human Services, September 1999. [12] Harley N, Foulkes E., Hilbourne L, Anthony R, Hudson A., A Review of the Scientific Literature As It Pertains to Gulf War Illnesses, Volume 7: Depleted Uranium, RAND Corporation, National Defense Research Institute, Santa Monica, CA, 1999. [13] Institute of Medicine, National Academy of Science. Committee on Health Effects Associated with Exposures During the Gulf War, Gulf War and Health, Volume 1. Depleted Uranium, Sarin, Pyridostigmine Bromide, Vaccines, 2000. [14] Office Of The Special Assistant To The Deputy Secretary Of Defense For Gulf War Illnesses. Environmental Exposure Report: Depleted Uranium, December 13, 2000. [15] Nuclear Bunker Buster Bombs against Iran: This Way Lies Madness; Stephen M. Osborn, 14 March, GlobalResearch.ca http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=OSB20060314&articleId=2093 Annesso 1 Patologie generali conosciute causate dall’interiorizzazione di particelle di uranio impoverito; lista stilata da Leuren Moret in seguito aD interviste con i veterani della Guerra del Golfo e le loro famiglie (lista parziale) 1. parti anormali e difetti alla nascita 2. metabolismo anormale del seme: contiene amine e ammonium alkaline; Sintomi acuti autoimmunitari (scompenso polmonare, epatico, renale); leucemia mileoide acuta (letale nel giro di giorni o settimane) 3. depressione acuta del sistema immunitario 4. scompenso respiratorio acuto 5. asma 6. deficienze autoimmunitarie 7. Sindrome dei Balcani – sangue nelle feci e nelle urine 8. perdita del controllo delle funzioni corporee 9. cancro osseo 10. danno cerebrale 11. tumori cerebrali 12. Sindrome del seme urente 13. sensazioni ustionanti 14. perdita di calico nel corpo 14. segni o sintomi cardiovascolari 15. sensibilità chimiche 16. Sindrome da Affaticamento Cronico 17. disturbi cronici renali ed epatici 18. leucemia mileoide cronica 19. infezioni respiratorie croniche 20. cancro del colon 21. confusione 22. diarrea 23. problemi di digestione 24. vertigini 25. Sindrome di Epstein Barr 26. incremento dei fluidi 27. fibromialgia 28. segni/sintomi gastrointestinali 29. affaticamento generale 30. alterazioni genetiche 31. carcinoma ghiandolare 32. Sindrome della Guerra del Golfo 33. cefalea (grave) 34. patologie/attacchi cardiaci 35. pressione sanguigna alta 36. minzione molto frequente 37. linfoma di Hodgkin 38. deficienza immunitaria 39. infezioni 40. insomnia 41. movimenti involontari 42. dolori alle articolazioni/muscoli/gambe 43. insufficienza/danno renale 44. leucemia 45. carcinoma del fegato 46. perdita di sensibilità alle dita 47. Morbo di Lou Gehrig –ALS 48. bassa saturazione dell’ossigeno nel sangue (HbO2 bassa) 49. basso volume polomonare 50. danno polmonare 51. cancro al polmone 52. cancro linfatico 53. linfoma 54. melanoma 55. perdita della memoria 56. gusto/sapore metallico 57. agenti fermentanti nel microplasma/infezioni sconosciute 58. violenti sbalzi dell’uomore 59. omicidio/suicidio 60. cancri multipli 61. mieloma multiplo 62. mieloma 63. dolore muscolare 64. danno nervoso 65. malattia degenerativa neuromuscolare 66. linfoma non-Hodgkin 67. altri tumori maligni 68. carcinoma del pancreas 69. morbo di Parkinsons 70. grande e piccolo male 71. rash cutanei 72. disfunzione reattiva delle vie aeree 73. QI ridotto 74. disturbi respiratori 75. fiato corto 76. patologia del seno frontale 77. cancro della pelle 78. danno della pelle: ghiandole sudoripare che contengono particelle di UI 79. infezioni della pelle 80. macchie cutanee 81. perdita dell’olfatto 82. disturbi del sonno 83. irrigidimento delle dita 84. sgretolamento dei denti 85. cancro della tiroide 86. malattia tiroidea 87. incapacità di camminare 88. febbri insolite/sudori notturni 89. insolita perdita di capelli 90. problemi della vista 91. perdita di peso (Fine dell’articolo) La nostra affiliata per la disinfestazione da UI di recente ha analizzato alcune persone in Bahrain e in effetti sono state esposte all’UI. Non sono stati in grado di costituire un gruppo abbastanza ampio per ottenere una proiezione della percentuale della popolazione del Bahrain che è positiva all’UI, ma sarà comunque abbastanza alta. Inoltre è un’esposizione all’UI che non sarebbe dovuta mai avvenire. Il Bahrain rientra nella cartina sopra, e nella tabella si può vedere quante persone sono potenzialmente affette anche solo in quell’unico paese. Nel campione di popolazione analizzato, circa l’80% è risultato positivo all’UI. Le implicazioni sono molto superiori però, se si considera l’Aldermaston Report (cfr. TROVATE TRACCE DI URANIO IMPOVERITO NELL’ATMOSFERA IN INGHILTERRA, ndt.) che ha individuato tracce di UI addirittura nel Regno Unito dopo i bombardamenti in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. La questione del Desert Storm non è mai finita perché durante i 12 anni di sanzioni e di No-Fly Zone, sia l’amministrazione Clinton Gore che quella Bush¬ Cheney hanno continuato a bombardare con armi all’UI, addirittura colpendo obiettivi non militari, come centrali per il trattamento dell’acqua, discariche, ecc. per “bombardare l’Iraq e farlo tornare all’età della pietra”, per citare il sionista neocon Edward Luttwak. La lista sopra di effetti negativi sulla salute a causa dell’esposizione all’UI può essere riprodotta praticamente dovunque negli Stati Uniti, intervistando veterani di qualsiasi gruppo dell’esercito o della marina statunitensi, e facendo le appropriate analisi mediche. Questi sono gli stessi tipi di test che la Veteran Administration (VA) non vuole eseguire, non informando accuratamente il paziente veterano sulle sue reali condizioni di salute. Perché? Perché diventerebbe una prova schiacciante contro il governo degli Stati Uniti. Se il governo USA lo ammettesse e cominciasse a fornire le cure adeguate ammetterebbe di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un singolo atomo di UI può sconvolgere la salute di un corpo umano ed è ancora peggio se questa persona è stata esposta in particolare allo Stronzio 90, U-236, Plutonio 239 o Nettunio 239 che decade in Plutonio. Sono tutte particelle create dall’uomo e vengono prodotte solo attraverso di reazioni nucleari all’interno di centrali nucleari. Ognuno di questi isotopi è conosciuto per essere estremamente mortale e dannoso per la salute di chiunque vi entri in contatto. Esperti medici e scientifici sanno da anni che il radon è pericoloso per la salute, si concentra nelle fondamenta degli edifici e causa cancro del polmone e altri tipi di tumori maligni. Il governo USA però non dice nemmeno che il radon non sia dannoso. Ma allora cos’è il radon? http://www.epa.gov/RadonPubs/physic.html 2. Cos’è il radon? Il radon-222 è un gas radioattivo rilasciato durante il decadimento naturale di torio e uranio, che sono elementi comuni e naturali che si trovano in dosi variabili nelle rocce e nel suolo. Inodore, invisibile e insapore, il radon non viene percepito dai sensi umani. Il radon-222 decade in elementi radioattivi, due dei quali (il polonio-218 e il polonio-214) emettono particelle alfa che sono altamente efficaci nel danneggiare i tessuti polmonari. Questi prodotti del decadimento del radon alfa-emettenti sono implicati in una relazione causale con cancri del polmone negli esseri umani. Il radon si crea durante il lento decadimento dell’uranio che si trova normalmente nell’ambiente. È un gas mortale senza odore né colore. http://www.epa.gov/radon/ “Sappiamo che il radon è cancerogeno. Questa ricerca conferma che l’inalazione di bassi livelli di radon può portare al cancro del polmone”. Ora, se è mortale come gas in cantina, quanto più pericoloso e mortale sarà, se il decadimento accade nel corpo umano? Come rivelato nella ventunesima edizione di Uranio Impoverito, l’uranio è un metallo nella classe degli actinidi che riesce a legarsi ad altri elementi creando ibridi, fluoridi, cloridi, idruri, ossidi, uranati, una forma solubile in acqua conosciuta come uranile e organometalli. Si sa anche che ha un’affinità per i fosfati e nel corpo umano può emettere particelle alfa che possono rompere entrambe le catene del DNA perché va per cosí dire "a colpo sicuro" all’interno del corpo umano. Sono rimasto sbalordito ed infuriato quando a Landstuhl, in Germania, i medici e gli infermieri hanno confermato che stavano trovando dei soldati positivi all’UI e che gli era stato ordinato di non fare nessuna registrazione scritta, di prendere campioni di sangue, di congelarli e che il Pentagono li avrebbe analizzati fra due o tre anni. Questa signori non è altro che negligenza criminale, tanto per chiamarla col suo nome… Bisognerebbe fermarsi a riflettere che i leader del paese della libertà e la casa dei prodi in realtà sono semplicemente un gruppo di codardi e criminali di guerra, che rifiutano di affrontare le conseguenze delle loro stesse azioni. I nostri soldati sono tra le persone nelle condizioni fisicamente migliori di tutto il pianeta quando cominciano il loro servizio, ma tornano a casa malati cronici. Questo è un dato di fatto ed è qualcosa che il governo USA non vuole si sappia. Preferirebbero ignorare il problema, ma diciamo che troppo è troppo nel negare il problema fino alla morte, sia in senso figurato che letterale. Ci stiamo muovendo per usare un arsenale di metodi di disintossicazione, medicina interna e nanotecnologia e una nuova generazione di apparecchi medici per il corpo umano. In un certo modo, sarà un tipo diverso di guerra, ma questa sarà per salvare coloro che sono stati trascurati ed abbandonati dal loro stesso governo. La prossima volta che vedete uno degli idioti di D.C. che sorride di fronte alle telecamere insieme alle truppe, ricordatevi tutti che siete appena venuti a sapere dell’UI. Non sono dei grandi leader; sono persone dure e disumane in tutti i sensi. Sono criminali di guerra colpevoli di genocidio e dovrebbero essere visti e trattati come tali. L’UI, lo stronzio 90, U-236, il plutonio 239 e il nettunio 239 che decade in plutonio causano il genere di anormalità elencate sopra, e alcune altre, che non sono presenti nella lista. Anche il vaccino antiantrace causa un inizio precoce di amiloidosi in percentuali largamente superiori rispetto alla popolazione adulta normale, e questo può causare il melanoma, una forma mortale di cancro. Loro (democratici, repubblicani, industria della difesa) stanno distruggendo le vite e la salute di decine di milioni di persone e quindi non sono in grado di governare questa repubblica. L’unica cosa che si meritano è un tribunale, una giuria e che si faccia giustizia per le loro azioni. Cordiali saluti, Karl Karl W B Schwarz (kwbschwarz2@snet.net) Fonte: http://www.rense.com/ Link: http://www.rense.com/general70/deple.htm 20.03.2006 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da OLIMPIA BERTOLDINI VEDI ANCHE: TRAPOCK PEACE CENTER DEPLETED URANIUM TURNS TO POISON GAS HORROR OF US DEPLETED URANIUM IN IRAQ THREATENS WORLD DEPLETED URANIUM - A KILLER DISASTER

L'occhio europeo sull'Iran E' noto che nel mondo tripolare che sta emergendo dalle ceneri del mondo bipolare, l'Iran insieme all'altopiano iranico come centro dell'area dove sono concentrate la maggior quantità delle risorse energetiche, non ha trovato ancora una collocazione definitiva. E' altrettanto noto che l'Iran, viste le dimensioni, deve trovare per forza una collocazione per poter avere un ombrello protettivo e le necessarie garanzie di sicurezza per non essere attaccata. Gli Usa non avendo necessari mezzi culturali e diplomatici per intavolare le trattative e avendo la ferrea volontà di perpetuare il dominio sul globo attraverso il controllo delle risorse energetiche, dicono, pensano e lavorano per attaccare l'Iran. Il Senato e il Congresso Usa nell'approvare l'astronomica cifra di 94,5 miliardi di dollari per la “regione”, e non più per l'Iraq, fanno comprendere le loro reali intenzioni . Di questa cifra da 20 a 22 miliardi sono destinati per tecnologie sofisticate - leggi miniatomiche da usare contro l'Iran -. Il presidente Bush dopo il discorso alla Ronald Reagan Center di Washington dell'ottobre 2005 e il discorso alla accademia militare di West Point anche nel suo viaggio lampo iracheno, ha voluto parlare di quel che lui chiama il pericolo terrorista, riferito agli stati come l'Iran. L'Europa unificata alla luce della sua stessa natura cioè l'unificazione volontaria dei popoli e degli stati basata sul diritto, che ripudia la guerra come mezzo di persuasione, punta sul dialogo e cerca di continuare le trattative per trovare una soluzione non bellica nelle controversie internazionali. Questa Europa dopo l'uscita della coppia Fisher–Schroder ha un presidente della Commissione come Barroso che continua a muoversi sulla linea del vertice delle Azzorre (Bush, Aznar, Barroso) trascinando l'Unione in un immobilismo che favorisce la politica dell'amministrazione Bush. Accanto a Barroso vediamo un Blair che continua a lavorare per un'Europa subalterna agli interessi Usa e una Francia gollista che per amore di grandeur e per apparire grande a guisa di un adolescente che si mette i vestiti del genitore, quando si accorge di non avere le dimensioni necessarie, si accoda. Questa Europa nell'ultima fase delle trattative con l'Iran in materia di nucleare ha ceduto di fronte alle posizioni americane. L'autorevole richiesta del ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema di voler partecipare alle trattative con l'Iran va vista soprattutto come una saggia decisione per correggere il passo europeo e portarlo in una prospettiva di autonomia e di autorevolezza.Questa idea serve anche per far ragionare gli Usa e coinvolgerli nelle trattative diplomatiche per evitare la belligeranza e cercar di dare garanzie di non essere attaccato all'Iran. In questa chiave diventa indispensabile rafforzare i movimenti democratici all'interno del paese islamico. Il potere conservatore in Iran che ha fatto uscire dalle urne il nome di Ahmadinejad, a sua volta cerca l'alleanza nel gruppo di Shanghai sul quale per ora gravita il nascituro polo geopolitico asiatico. Il Shanghai Cooperation Org. “Sco” che raggruppa Cina, Russia, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – e vede India, Iran, Pakistan e Mongolia come osservatori, nelle settimane scorse si è riunito al suo quinto summit annuale in presenza del presidente iraniano Ahmadinejad che ha avanzato la richiesta di diventarne membro a pieno titolo. Una richiesta dovuta a ragioni di sicurezza e per avere l'ombrello protettivo della Cina e della Russia in vista della battaglia diplomatica con Washington. La partecipazione di Ahmadinejad e la sua richiesta d'inclusione dell'Iran nello Sco, ha scatenato le furiose proteste di Washington. Rumsfeld ha sostenuto: “l'assurdità che un Paese che tutti sanno essere da tempo il principale stato terrorista al mondo, - basta pensare al sostegno che ha sempre dato ad Hamas e Hezbollah -, venga accolto in un'organizzazione che si prefigge tra l'altro di lottare contro il terrorismo”. Lo straordinario interesse verso il summit di Shanghai mostrato dai media dei paesi industrializzati, che normalmente non parlano della Sco, definita “la Nato dell'Est”, “il nuovo Patto di Varsavia”, “il Club dei dittatori” è dipeso proprio dalla richiesta iraniana. Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno reagito secondo il peso che potrebbero avere, pronunciando un “ni”. La Russia non si è espressa per non irritare troppo la Casa Bianca che è già furiosa per la recente vendita russa all'Iran del sofisticatissimo sistema di missili antiaerei Tor-M1. Una accoglienza favorevole è stata invece mostrata dal regime uzbeco di Islam Karimov, che l'anno scorso, opponendosi al desiderio di Washington per un'ulteriore penetrazione nell'Asia Centrale, con il sostegno e la benedizione della Sco, chiuse la base Usa di Karshi-Khanabad come risposta polemica alle critiche di Washington sul massacro di Andijan. Anche il governo cinese, assetato del petrolio e del gas naturale iraniano, ha difeso a spada tratta l'Iran dalle accuse e dalle minacce statunitensi. Infatti il Segretario Generale della Sco, il vicepremier e ministro degli Esteri cinese, Zhang Deguang, ha risposto dichiarando che “l'Organizzazione di Shanghai non tollera simili accuse dirette ai propri membri”, e affermando che “la Sco non avrebbe mai concesso lo status di osservatore a un paese che sponsorizza il terrorismo”. Ufficialmente non si è parlato dell'Iran. Il presidente cinese Hu Jintao, il russo Vladimir Putin, l'uzbeco Islam Karimov, il kazaco Nursultan Nazarbayev, il kirghizo Qurmanbek Baghiyev e il tagico Imamgholi Rahmonov hanno discusso di politica energetica e di cooperazione economica e militare. Mentre Putin nel quadro delle alleanze basate sulla gestione dell'energia a scopi geostrategici nel colloquio bilaterale con Ahmadinejad ha proposto una joint venture energetica. Ufficialmente l'argomento Iran non è stato nemmeno affrontato. Ma nei colloqui a margine dell'incontro, e soprattutto nel faccia a faccia tra Hu Jintao e Ahmedinejad, è chiaro che l'ingresso dell'Iran nella Sco è stato profilato. E' noto che in Iran ci sono sostanzialmente 3 posizioni. 1-I ceti meno abbienti cioè le masse urbane ma soprattutto quelle suburbane di provenienza contadina manovrate dalle destre di stampo militare e religioso vengono trascinate verso il sostegno alla membership nella Sco trovandovi un ombrello protettivo. La Sco non può vantare tradizioni e istanze democratiche, e le destre in Iran puntano a limitare e annientare del tutto le conquiste dei diritti civili avvenute negli ultimi 200 anni, neutralizzando la società civile e il riformismo di ogni matrice. 2- Le alte sfere di un certo militarismo iranico -ex generali dello Shah-, insieme ad un gruppo di illusi sulle reali intenzioni americane, in accordo con un certo clero sciita (Hasan Sadr in Iraq, Hossein Khomeini nipote del fondatore della Repubblica islamica in Iran) insieme ai ceti benestanti eredi della monarchia Pahlavi, guardano tuttora verso gli Usa per ripristinare i vecchi privilegi . Ma gli Usa di fronte agli alti prezzi petroliferi, con il pantano iracheno e la difficile situazione afgana dove con il sostegno dell'Isi (i servizi pakistani) stanno riemergendo i talibani portando la produzione dell'oppio da 200 mila a 4600 mila kg, nonostante le apparenze non possono avventurarsi nel vasto altopiano iranico, anche se da questa amministrazione Usa ci si può attendere un colpo di testa in qualsiasi momento. Gli Usa, nonostante la richiesta avanzata da diverse parti –anche dall'interno del proprio establishment - non credendo al multilateralismo, non hanno maturato una diplomazia tale da poter trovare una soluzione non bellica per le controversie internazionali per risolvere i problemi bilaterali con l'Iran e tenere il paese nel quadro delle sue tradizioni civili che negli ultimi 2-3 secoli ha guardato con simpatia alla civiltà europea e che se non fosse che si sente minacciato, non avrebbe nulla da spartire con i paesi dell'Sco. 3 - I ceti illuminati, le istanze democratiche e il riformismo di ogni matrice e provenienza, da quella seguace di Khatami fino ai movimenti della società civile, del mondo femminile, giovanile e del lavoro fino all'opposizione democratica che nelle sue varie anime risiede tuttora come decenni fa in Europa, guardano all'Europa con favore. Un fattore del tutto normale visto che l'intellighenzia iraniana degli ultimi 200-300 anni si è formata in Europa. E' necessario che l'Europa venga in soccorso a quest'Iran che nonostante tutto continua a lottare (vedi la manifestazione delle donne il 12-06-2006).L'Europa in questo momento è sbilanciata a destra e perciò è priva di quel coraggio necessario per lanciare un'offensiva in questa direzione. Conoscendo il ministro degli esteri italiani Massimo D'Alema (è stato un sostenitore del riformismo in Iran e presente a molte iniziative di sostegno al movimento studentesco iraniano) la sua richiesta di entrare nelle trattative con l'Iran in materia nucleare ha tutto il sapore e l'intenzione di correggere il passo europeo per venire incontro al riformismo in Iran. Un sforzo che va salutato e sostenuto con tutte le forze. Di questo passo l'Italia nel quadro dell'Europa ritornerebbe alle sue tradizioni diplomatiche del dopoguerra che sapeva mediare anche tra le due superpotenze del tempo. di Amir Modini www.megachip.info

Gesù, un ribelle politico? Rev. William E. Alberts (Counterpunch) "Gesù non disse quale prossimo amare, non ne specificò razza, religione, nazionalità o orientamento sessuale. La religione è liberare i popoli, non imporre loro credenze settarie o politiche; è onorarli chiamandoli con il proprio nome e vivere la loro realtà, non interpretarla. L’amministrazione Bush non sta diffondendo 'libertà', ma imperialismo americano" La vera cospirazione attorno alla figura di Gesù non riguarda l’occultamento del suo matrimonio con Maria Maddalena, bensì la sua teologica trasformazione in “sposo” della Chiesa cristiana (Marco 2: 18-22). Gesù era ebreo, non cristiano. La sua morte non è avvenuta per fare sì che tutti i credenti potessero ricevere vita eterna, ma per liberare gli ebrei dall’occupazione di Roma nella sua terra. La sua crocifissione non ha significato la resurrezione dei morti, piuttosto la rianimazione dei vivi. Il suo sacrificio non ha riguardato paradiso o inferno per tutti coloro che verranno, ma liberazione e rinascita per il popolo ebreo in questa vita. Il grande complotto sta nel fatto che l’antica Chiesa cristiana ha trasformato il modello di liberazione di Gesù da uno stato oppressivo ad una condizione che si conformasse allo Stato. È meno rischioso oggi rispetto al passato credere che Gesù sia morto per i peccati del mondo piuttosto che unirsi nel cercare di liberare lo stesso mondo dai peccati politici, corporativi e militari che negano agli individui il proprio diritto alla libertà e al benessere. È meno rischioso perché molte confessioni cristiane hanno permesso a se stesse di essere integrate, "benedette" ed elette dallo status quo dominante. Il vero inganno di cui si è resa protagonista la cristianità tradizionale è l’aver reinterpretato la salvezza come questione individuale, lontano dalle realtà istituzionalizzate politiche ed economiche che determinano in larga misura chi, usando le parole del Vangelo di Gesù, potrebbe realmente "avere la vita, e averla in abbondanza” (Giovanni 10:10). Ironicamente, lo stesso Gesù sembra rappresentare la più grande minaccia per le Chiese cristiane: in particolare, il suo “pericoloso” modello di intervento – il dire la verità alle strutture di potere ed esprimere ciò attraverso i fatti – nell’esclusivo interesse delle persone oppresse. Questo rischio sembra in parte stare alla base della più ingannevole cospirazione perpetrata dalla cristianità istituzionalizzata: ovvero, consacrare Gesù allo scopo di paralizzare il suo pericoloso modello di liberazione. Trasformare la sua croce in un’effigie da venerare annulla la minaccia che la croce stessa pone come modello. Un’indiretta identificazione con la sua lotta potrebbe essere sostituita da un coinvolgimento in attuali lotte etiche simili dei nostri giorni. Qui il potere sta nella preghiera. L’imponenza nella statua. Il diritto nel rito. La richiesta personale del salvare la propria anima per l’eternità sostituisce il più altruista e impegnativo dei comandamenti, quello dell’amare il prossimo tuo come te stesso. Un principio di redenzione personale potrebbe anche impedire di capire come le proprie benedizioni istituzionalizzate possano diventare una maledizione lanciata da qualcuno a spese di qualcun’altro. Un ulteriore “rischio” per il prossimo sta nel fatto che un unico vero e solo salvatore del mondo attrae le persone insicure. Il bisogno di queste ultime di assoluta certezza e rettitudine, e la loro intolleranza verso l’ambiguità, le differenze e la complessità, incoraggia e razionalizza il potere sugli altri e la dominazione degli stessi. Si è venuta a creare un’altra cospirazione: l’oppressione del proprio prossimo in nome della stessa persona la cui missione era quella di liberare un popolo. Tali cospirazioni, tutte, dipendono da come viene riscritta la storia. La necessità tipica degli antichi cristiani di trascendere la realtà della croce li ha evidentemente portati a cancellare la storia. La realtà storica è che gli ebrei hanno subìto una brutale oppressione sotto l’occupazione romana, e che Gesù era semplicemente uno dei tanti profeti messianici crocifisso secondo lo stile dell’impero per ragioni di insurrezione politica. La sua morte non è avvenuta per fare in modo che tutti i credenti potessero ereditare vita eterna, ma per liberare gli ebrei dall’occupazione di Roma nella proprie terre – che aveva violato la loro sovranità nazionale, occupato il loro paese e crocifisso migliaia di ebrei "rivoltosi” e astanti. Il credere nel Messia si fondava non in paradiso, ma sulla terra: sovranità nazionale, libertà e pace. Da quel che si dice, Gesù considerava la sua come una missione caratterizzata da una dimensione politica fondamentale. Era "consacrato… per annunziare ai poveri un lieto messaggio… [e] per rimettere in libertà gli oppressi" (Luca 4:18). Come Paula Fredriksen, storica del Nuovo Testamento, scrive nel suo From Jesus to Christ (lett. “da Gesù a Cristo” – NdT), Gesù ha condiviso un primo secolo di consenso ebreo "su ciò che era religiosamente importante: il popolo, la Terra, Gerusalemme, il Tempio e la Torah … La situazione politica era di interesse religioso perché", come la Fredriksen ha ripetutamente notato, “il Giudaismo non tracciò una distinzione tra le due sfere: una forza di occupazione idolatra ha posto un problema religioso"1. Il potere di occupazione di Roma, a sua volta, vedeva Gesù come un problema politico, e prontamente l’ha crocifisso dopo la sua "trionfante" entrata in stile messianico a Gerusalemme in occasione della Pasqua ebraica. Un’iscrizione venne posta sulla sua testa: "Questi è il re dei Giudei” (Luca 23:38). La missione di Gesù era quella di conferire potere al popolo, non imporglielo – un altro aspetto etico del suo modello stravolto nei secoli dai costruttori del regno cristiano evangelico. Assieme ai propri discendenti, questi hanno dichiarato di rispondere alla chiamata di un Cristo risorto, un Gesù risorto che apparve agli undici discepoli e disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Matteo 28: 16-20). Non importa che la Santa Trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo corrisponda a una formulazione cristologica dell’antica Chiesa cristiana creata molto dopo che Gesù e i suoi discepoli erano vissuti. Gli antichi cristiani hanno stravolto la storia per porre un Gesù risorto sui propri piedi – e dargli delle gambe. L’hanno trasferito da un regno politico ad uno teologico per sopravvivere e prosperare nel mondo romano. Gli ebrei credevano in un Messia vivente e non risorto. Il vero Messia li avrebbe salvati dalla dominazione romana, avrebbe ristabilito la loro sovranità nazionale e la loro libertà. Quindi, per la maggior parte degli ebrei, qualsiasi fede in Gesù come Messia é venuta meno dopo che la loro oppressione è andata avanti negli anni dopo la sua crocifissione. La loro continua lotta contro l’occupazione di Roma si conclude con una violenta insurrezione tra il 61 e il 73, una rivolta che ha visto Roma distruggere Gerusalemme, massacrare più di un milione di ebrei e schiavizzare e imprigionare decine di migliaia di persone. (Christians and Anti-Semitism: A Calendar of Jewish Persecution). Gli antichi seguaci di Gesù hanno trovato più sicuro dissociarsi dai disprezzati ebrei e perseguitati dai romani. Meno rischioso reinterpretare la messianicità di Gesù in termini teologici ed evangelici anziché in quelli politici ed istituzionali. Meno rischioso appellarsi ai pagani, dato che la sopravvivenza degli antichi seguaci fa scorta della diffusione di un Vangelo cristiano ai romani, il Vangelo di un Messia risorto e salvatore del mondo, la cui resurrezione miracolosa prova, piuttosto che negare, il suo essere il Messia e il solo Figlio di Dio. Pertanto, i suoi seguaci abbracciano l’unica vera religione nel palmo della propria fede. La conversione di Gesù da ebreo a cristiano è vista nel suo dissociarsi dal Giudaismo e accogliere le preghiere dei romani. Questa distorsione della realtà storica coinvolge anche l’attribuire la colpa della crocifissione di Gesù agli ebrei, anziché ai romani. L’anti-semitismo nel Nuovo Testamento è visto nell’ipotetico crudele prefetto romano Ponzio Pilato, angosciosamente solidale ad un sedicente liberatore degli ebrei dalla confessione romana, e nell’atto drammatico di Pilato di lavarsi le mani della responsabilità per la morte di Gesù – anche se era egli stesso ad avere il potere di vita e di morte su quest’ultimo (Giovanni 19:10). La distorsione della realtà storica è anche riscontrabile nel fatto che gli ebrei sono etichettati come “assassini di Cristo". Una "moltitudine, eppure insicura, Pilato che cede al "volere" di sacerdoti soggiogati e impotenti, ufficiali religiosi del popolo ed altri ebrei che ripetutamente gridano: "Crocifiggetelo!" (Marco 15: 12-16). Dipingere l’Impero Romano in maniera così positiva nei libri del Nuovo Testamento, scritti dai 50 ai 100 anni dopo l’episodio, può aver favorito l’evangelizzazione dei romani da parte degli antichi seguaci di Gesù, ma ha gettato un tremendo anatema sul popolo ebreo. Così nelle bocche dei loro discendenti oppressi: "Il suo [di Gesù] sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli" (Matteo 27:25). Circa 300 anni più tardi, l’evidente conversione dell’Imperatore Romano Costantino ha portato la Cristianità non solo ad essere riconosciuta, ma anche a godere dei favori dello Stato. Alla fine, la persecuzione e il martirio dei cristiani è cessato, ma non quello degli ebrei. La costante oppressione di questi ultimi è suggerita dal fatto che Costantino abbia sostenuto la separazione della Pasqua cristiana da quella ebraica. Egli definì gli ebrei "totalmente depravati" e "assassini di nostro Signore", e ha scritto: "È sembrato indegno che nella celebrazione di questa festa, tra le più solenni, dovessimo seguire il rito degli ebrei, che si sono empiamente sporcati le mani con enormi peccati e sono, quindi, meritatamente afflitti da cecità d’animo… cerchiamo di non avere nulla in comune con la detestabile folla ebrea poiché abbiamo ricevuto dal nostro Salvatore una strada diversa (Eusebio, Vita di Costantino, Vol. III Capitolo XVIII [1]) (Constantine 1 (emperor) – Wikipedia, the free encyclopedia). "Abbiamo ricevuto dal nostro Salvatore una strada diversa?" Da ebreo liberatore a cristiano salvatore. I cristiani oppressi sono stati legittimati ed accettati dallo Stato, e, nel nome di Gesù, si sono uniti allo Stato nell’opprimere gli stessi discendenti di coloro che Gesù ha cercato di liberare dallo Stato. Questa è la cospirazione che è tutt’oggi in atto. L’attuale controparte è facilmente riconoscibile nel “cristiano” dichiaratosi tale, colui che ha manipolato la propria strada all’interno della Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti George Bush ha usato anche la religione per mascherare e giustificare l’invasione e l’occupazione criminale dell’Iraq. "La libertà non è il regalo dell’America al mondo, è il regalo di Dio a ogni uomo e donna nel mondo”, ha dichiarato Bush tra gli applausi dei delegati repubblicani nel corso della national convention del 2004 (The New York Times, 3 sett. 2004). La guerra preventiva contro l’Iraq da parte dell’amministrazione Bush non riguarda "Dio" e la "libertà", riguarda le menzogne. Le chimeriche minacciose armi di distruzione di massa irachene a guisa di fungo atomico; gli inesistenti legami di Saddam Hussein con gli orribili attacchi dell’11 settembre; "combattere i terroristi in Iraq in modo da non doverli combattere qui" – i cosiddetti "terroristi" che prima non esistevano ma ora sì, a causa dell’aggressione militare dell’amministrazione Bush contro l’Iraq. L’amministrazione Bush non sta diffondendo "libertà", ma imperialismo americano; non si tratta di "Dio" che "consacra il popolo iracheno con "l’olio di esultanza" (Lettera agli Ebrei 1:96), ma di conquistare il controllo del petrolio sul suolo iracheno; non si tratta di ricostruire l’Iraq, ma di riempire le casse di tutte le “Halliburton”2 dell’amministrazione. La grande cospirazione contro il popolo americano è che l’amministrazione Bush ha reinterpretato i propri crimini di guerra contro la popolazione irachena come un atto di "Dio". La cospirazione alla base della guerra criminale dell’amministrazione Bush contro l’Iraq e l’occupazione di questo paese hanno raggiunto un livello persino più menzognero. Recentemente si è fatto luce sull’occultamento della deliberata uccisione di 24 civili iracheni – uomini, donne e bambini – avvenuta lo scorso 19 novembre, nella cittadina di Haditha, da parte di marines statunitensi. Il massacro di Haditha è chiaramente solo uno dei tanti episodi di atrocità commesse contro i civili iracheni da parte delle truppe Usa. Queste orribili rivelazioni, in ascesa, apparentemente hanno portato il primo ministro iracheno Nuri Kamal el-Maliki a scagliarsi contro l’esercito americano, "denunciando ciò che egli ha definito come “attacchi abituali” da parte delle truppe della coalizione contro civili iracheni. Nuri Kamal el-Maliki ha dichiarato che la "violenza contro civili è diventata una 'quotidianità', perpetrata da truppe della coalizione che non rispettano il popolo iracheno'" (The New York Times, 2 giugno 2006). Il fatto che l’esistenza del governo di el-Maliki dipenda dall’esercito statunitense suggerisce il livello di gravità con cui egli percepisce tale "fenomeno quotidiano". La risposta dell’amministrazione Bush ai percepiti "attacchi 'quotidiani' contro civili [iracheni]" (Ibid) contiene la propria ironia menzognera. La reazione è diventata notizia da prima pagina: "Gli Stati Uniti ordinano addestramento etico per le proprie truppe in Iraq". L’espressione "addestramento etico" si riferisce a "truppe alle quali viene insegnato quali siano i valori militari, le aspettative culturali irachene e la condotta professionale disciplinata", che include "l’importanza di attenersi a standard legali, morali ed etici sul campo di battaglia" (The Boston Globe, 2 giugno 2006). Se si trattasse di etica, tanto per cominciare, le truppe statunitensi non si troverebbero in Iraq. Questa montatura non ha lo scopo di conquistare le menti e i cuori del popolo iracheno, ma di sostenere il decrescente favore del popolo americano per una guerra e un’occupazione che sempre più tradiscono il proprio tratto criminale. Allestimento delle vetrine per una cospirazione corrotta – e che corrompe – o "addestramento etico"? La vera cospirazione non è l’occultamento del matrimonio di Gesù con Maria Maddalena, ma il suo matrimonio con la Chiesa cristiana – e i matrimoni delle chiese cristiane con lo Stato. È il legame di corruzione tra Chiesa e Stato che necessita di essere decodificato. Molti ecclesiastici cristiani tendono spesso a non turbare lo status quo, asservendo il potere per timore di essere tagliati fuori. Nella cristianità istituzionalizzata, il clero solitamente si fa strada alla meno peggio – il che spesso significa essere costretti a condividere determinate vedute. Le strutture gerarchiche determinano i loro progressi e, quindi, tendono a preservare la propria coscienza. Non può esistere una gerarchia senza una non-gerarchia. Allo stesso modo, numerosi vescovi e funzionari ecclesiastici tendono spesso a non turbare lo status quo per timore che gli altri componenti abbandonino il gruppo – e non semplicemente i membri ecclesiastici repubblicani. L’enfasi principale è sulla predicazione del Vangelo, non sull’etica; sul fare di tutti dei "discepoli di Gesù Cristo", non sul fare giustizia per tutti. È la politica della religione che spesso tiene la religione fuori dalla politica – fuori da questioni politiche scottanti. L’evidente cospirazione qui è trasformare un profeta in un profitto. In altre parole, una caratteristica fondamentale del tipico leader ecclesiastico cristiano di successo sembra ormai essere la capacità di mantenere e accrescere l’istituzione così come si presenta. Di nuovo, la minaccia più grave per la cristianità istituzionalizzata è Gesù stesso – il suo modello di liberare gli oppressi anziché evangelizzarli e opprimerli in suo nome – o in nome della "libertà". Tuttavia, esistono alcune eccezioni. Uno di queste è Jim Winkler, capo della 'United Methodism's General Board of Church and Society', un’agenzia Usa di azione sociale della Chiesa. Winkler ha recentemente fatto appello al Congresso affinché accusasse il presidente Bush, anch’egli Metodista Unito, per aver promosso una "guerra illegale di aggressione" contro l’Iraq, "basata su menzogne" e contraria ai Principi sociali della Chiesa che dichiarano: "La guerra è incompatibile con l’insegnamento e l’esempio di Cristo". Non sorprende il fatto che Mark Tooley, direttore del Comitato dei Metodisti Uniti presso l’Institute of Religion and Democracy, da quel che si dice avrebbe dichiarato che Jim Winkler era una copertura per la "Sinistra Religiosa", e sarebbe stato un ottimo "portavoce per un’organizzazione di azione politica di sinistra come MoveOn.org", poiché Winkler "non rappresenta l’opinione mainstream nella confessione per la quale ha la pretesa di parlare" ("Blow-back for Methodist attack on Bush," UPI Religion and Spirituality Forum, 1 giugno 2006). Lo stesso Tooley sembra presumere di rappresentare l’”opinione mainstream” della confessione. Il modello di liberazione di Gesù non riguarda "sinistra" e "destra", ma giusto e sbagliato. È giunto il momento per i vescovi della Chiesa dei Metodisti Uniti di seguire l’esempio di Jim Winkler e dire la verità al potere con maggiore vigore. Lo scorso novembre, 95 vescovi Usa hanno firmato una "Dichiarazione Morale" nella quale "ci siamo pentiti di essere stati complici di ciò che crediamo essere un’invasione e un’occupazione ingiusta ed immorale dell’Iraq". Hanno lamentato il fatto di "avere taciuto di fronte alla fretta dell’amministrazione statunitense di muovere all’azione militare basandosi su informazioni fuorvianti". Hanno ammesso "preoccupazione per l’aumento istituzionale [corsivo aggiunto] e i programmi limitati mentre uomini e donne americani sono mandati in Iraq ad uccidere ed essere uccisi, mentre migliaia di iracheni soffrono e muoiono inutilmente". Il loro impegno finale era di “obiettare con coraggio quando i poteri governativi offrono soluzioni di guerra che sono in antitesi al messaggio evangelico di amore". La “soluzione” finale dei "poteri governativi" è offrire "addestramento etico” alle truppe, la cui stessa presenza di occupazione e d’invasione in Iraq viola la legge internazionale – e quella di qualsiasi "messaggio evangelico di amore". È tempo per i 95 vescovi dei Metodisti Uniti di presentare una risoluzione al loro stesso Consiglio Episcopale, chiedendo la censura dei loro due membri ecclesiastici più prestigiosi e criminali: il presidente Bush e il vicepresidente Cheney. I motivi della loro censura sono contenuti nella “Dichiarazione Morale” dei 95 vescovi". Si dice che Gesù insegni che la vita eterna non è qualcosa che si eredita, ma qualcosa che ci si guadagna. Non riguarda fondamentalmente la fede, ma il comportamento, proprio come la verità è riflessa in ciò che uno fa. Quando un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova e gli chiese: ""Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?", Gesù confermò che i due più grandi comandamenti sono: Amare il Signore Dio tuo e il prossimo tuo come te stesso. "fa' questo [corsivo aggiunto], e vivrai” (Luca 10:25-28). Gesù non disse quale prossimo amare, non ne specificò razza, religione, nazionalità o orientamento sessuale. Ciò portò il dottore della legge a mettere Gesù ancora più alla prova, chiedendogli: "E chi è il mio prossimo?" Qualsiasi persona derubata e bisognosa di un Buon Samaritano, disse Gesù. E non c’erano clausole restrittive di conversione (Luca 10:29-37) La religione è capire e vincere le cospirazioni. È liberare i popoli, non imporre loro credenze settarie o politiche. È dare potere ai popoli, non imporlo loro. È onorare i popoli chiamandoli con il proprio nome e vivere la loro realtà, non interpretarla. È amare il prossimo tuo come te stesso. E il tuo prossimo è qualsiasi persona in qualsiasi posto. La religione non è venerare ciò che i profeti hanno fatto, bensì fare ciò che i profeti hanno venerato. 1. Seconda Edizione, pag. 93, Yale University Press (Traduzione di William E. Alberts) 2. Nota impresa di costruzione e infrastrutture, un tempo diretta dal vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney (NdT). Il Reverendo William E. Alberts, Ph.D. è cappellano d’ospedale. Ministro sia degli Unitariani Universalisti sia dei Metodisti Uniti, è autore di rapporti di ricerca, saggi e articoli su razzismo, guerra, politica e religione. Fonte: Couterpunch Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media

Il rischio di scrivere La cultura non si rassegna alla violazione della liberà di pensiero ed espressione Sabato 17 giugno si è svolta al palazzo delle Stelline di Milano la seconda “Cattedra dei diritti umani dello Scrittore”, dal titolo “Libertà di Espressione, Potere e Terrorismo”, organizzata dal Pen Club sezione Italia, un’associazione che promuove la libertà d'espressione e è contraria a qualsiasi tipo di oppressione delle libertà intellettuali La manifestazione aveva lo scopo di fare il punto della situazione sulla libertà di espressione degli scrittori e dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo quanto riportato dalle statistiche del Writers in prison Committee, l’organo di tutela della libertà di opinione del Pen Club, nel solo 2005 sono stati 26 i giornalisti/scrittori uccisi, 12 i giornalisti scomparsi e dei quali non si hanno notizie, 79 le denunce per minacce e maltrattamenti e ben 157 i casi di aggressione. Il dato che maggiormente fa riflettere, però, è quello che riguarda i giornalisti/scrittori incarcerati: sono 140. Le lista che comprende scrittori e giornalisti perseguitati è molto lunga. Dal Benin al Camerun, dalla Mauritania alla Liberia, il continente africano è quello che maggiormente racconta storie di abusi e oppressioni nei confronti del mondo della cultura e dell’informazione. Non meno lunga la lista dei perseguitati nelle americhe, dove fra Argentina, Brasile, Cuba, Colombia, Panama e Nicaragua spunta anche il nome di Judith Miller, corrispondente del New York Times, reo di aver svelato l’identità di un agente della Cia. Ovunque nel mondo. Testimonianze sono arrivate dai quattro angoli del pianeta. Scrittori provenienti dallo Zimbawe, da Cuba, dalla Turchia e dalla Cecenia, hanno raccontato storie, spesso drammatiche, di scrittori e giornalisti perseguitati dai regimi nei rispettivi paesi. Come ad esempio Jorge Luis Arzola, scrittore cubano. “Sono stato maltrattato, incarcerato e accusato dalla polizia”, racconta. “La dittatura che da decenni attanaglia Cuba ha trasformato il paese in uno dei luoghi più arretrati del mondo, dove si violano i diritti umani. Non solo quelli dei giornalisti o degli scrittori”. “Un giorno di settembre del 2003 arrivò nella nostra redazione la polizia armata di pistole” riferisce nella sua relazione Maxell Sbanda, scrittore dello Zimbawe. “A tutt’oggi non ce li hanno restituiti. Il giornale per il quale lavorava Maxell in Zimbawe, il Daily News, è stato accusato più volte di essere una seria minaccia alla sicurezza nazionale. “Nell’aprile del 2000 un attentato distrusse parte degli uffici del giornale. Era chiaramente un’intimidazione. Molti giornalisti furono costretti a scappare, seguiti dalle minacce del governo”. Per gli attentati (anche la tipografia dove veniva stampato il Daily News è stata distrutta dalle bombe) nessuno ancora è stato condannato. Non diversa la storia della scrittrice cecena, Mainat Kuyrbanova, costretta a lasciare la Cecenia e a riparare in Russia dopo la pubblicazione dei suoi racconti sulla situazione della guerra e le nefandezze compiute dall’esercito in quella regione. Alessandro Grandi Il rischio di scrivere La cultura non si rassegna alla violazione della liberà di pensiero ed espressione Sabato 17 giugno si è svolta al palazzo delle Stelline di Milano la seconda “Cattedra dei diritti umani dello Scrittore”, dal titolo “Libertà di Espressione, Potere e Terrorismo”, organizzata dal Pen Club sezione Italia, un’associazione che promuove la libertà d'espressione e è contraria a qualsiasi tipo di oppressione delle libertà intellettuali La manifestazione aveva lo scopo di fare il punto della situazione sulla libertà di espressione degli scrittori e dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo quanto riportato dalle statistiche del Writers in prison Committee, l’organo di tutela della libertà di opinione del Pen Club, nel solo 2005 sono stati 26 i giornalisti/scrittori uccisi, 12 i giornalisti scomparsi e dei quali non si hanno notizie, 79 le denunce per minacce e maltrattamenti e ben 157 i casi di aggressione. Il dato che maggiormente fa riflettere, però, è quello che riguarda i giornalisti/scrittori incarcerati: sono 140. Le lista che comprende scrittori e giornalisti perseguitati è molto lunga. Dal Benin al Camerun, dalla Mauritania alla Liberia, il continente africano è quello che maggiormente racconta storie di abusi e oppressioni nei confronti del mondo della cultura e dell’informazione. Non meno lunga la lista dei perseguitati nelle americhe, dove fra Argentina, Brasile, Cuba, Colombia, Panama e Nicaragua spunta anche il nome di Judith Miller, corrispondente del New York Times, reo di aver svelato l’identità di un agente della Cia. Ovunque nel mondo. Testimonianze sono arrivate dai quattro angoli del pianeta. Scrittori provenienti dallo Zimbawe, da Cuba, dalla Turchia e dalla Cecenia, hanno raccontato storie, spesso drammatiche, di scrittori e giornalisti perseguitati dai regimi nei rispettivi paesi. Come ad esempio Jorge Luis Arzola, scrittore cubano. “Sono stato maltrattato, incarcerato e accusato dalla polizia”, racconta. “La dittatura che da decenni attanaglia Cuba ha trasformato il paese in uno dei luoghi più arretrati del mondo, dove si violano i diritti umani. Non solo quelli dei giornalisti o degli scrittori”. “Un giorno di settembre del 2003 arrivò nella nostra redazione la polizia armata di pistole” riferisce nella sua relazione Maxell Sbanda, scrittore dello Zimbawe. “A tutt’oggi non ce li hanno restituiti. Il giornale per il quale lavorava Maxell in Zimbawe, il Daily News, è stato accusato più volte di essere una seria minaccia alla sicurezza nazionale. “Nell’aprile del 2000 un attentato distrusse parte degli uffici del giornale. Era chiaramente un’intimidazione. Molti giornalisti furono costretti a scappare, seguiti dalle minacce del governo”. Per gli attentati (anche la tipografia dove veniva stampato il Daily News è stata distrutta dalle bombe) nessuno ancora è stato condannato. Non diversa la storia della scrittrice cecena, Mainat Kuyrbanova, costretta a lasciare la Cecenia e a riparare in Russia dopo la pubblicazione dei suoi racconti sulla situazione della guerra e le nefandezze compiute dall’esercito in quella regione. Alessandro Grandi www.peacereportere.net

Bulgaria: cieli aperti Da Sofia, scrive Francesco Martino Assieme ad altri paesi balcanici, la Bulgaria sottoscrive l'accordo "open skies" per un libero spazio aereo comune europeo. Le conseguenze dell'apertura del mercato Dopo dieci anni di tentennamenti, ritardi e ripensamenti, anche la Bulgaria entra a far parte dei paesi con regime di libero spazio aereo comune. Il 9 giugno, durante un incontro ufficiale con rappresentati e ministri dell'Unione Europea tenutosi in Lussemburgo, il ministro dei trasporti Petar Mutafchiev ha sottoscritto, insieme ai ministri di numerosi altri paesi europei, l'accordo sullo spazio aereo comune noto con il nome di “cieli aperti” (open skies). L'accordo, nato nel 1996 e sottoscritto originariamente dagli allora dieci membri dell'Unione Europea, con questo ultimo allargamento arriva a comprendere 35 paesi e circa 500 milioni di utenti. “Cieli aperti” prevede che tutte le compagnie aeree che rispondono ai requisiti di sicurezza, e che hanno i necessari certificati, licenze e assicurazioni, possano operare negli stati che hanno sottoscritto il trattato, senza più dover sottostare alla complicata procedura che richiedeva che, per operare tra due paesi, una compagnia dovesse essere ufficialmente nominata dalle rispettive autorità aereonautiche. Con la firma dell'accordo vengono a cadere anche i permessi operativi, le limitazioni nel numero e nella frequenza di voli e i prezzi concordati tra le compagnie autorizzate al volo. Insieme alla Bulgaria, “cieli aperti” è stato sottoscritto dai ministri dei trasporti di Albania, Croazia, Macedonia, Romania, Serbia, Montenegro e dall'autorità dell'Unmik in Kosovo, oltre che da Norvegia e Islanda, così che l'attuale allargamento dell'accordo assume un significato particolare per la regione dei Balcani. Adesso il documento dovrà essere ratificato dai vari parlamenti, ma potrebbe entrare in vigore già a partire dal prossimo settembre. Secondo le aspettative il primo risultato dell'accordo sarà la comparsa sul mercato bulgaro di nuove compagnie “low-cost”(oltre alle due già operative, la ungherese Wizz Air, e la slovacca Sky Europe), che fino ad oggi sono state limitate dagli accordi bilaterali, come quello che permette solo alle due compagnie di bandiera, “Alitalia” e “Bulgaria Air” di collegare l'Italia e la Bulgaria. “Mi aspetto l'arrivo di almeno quattro-cinque nuove compagnie low-cost, come è già successo negli altri paesi dell'Europa centro-orientale, dopo di che la concorrenza le ridurrà a due o tre”, ha dichiarato al settimanale Kapital Emil Delibashev, manager commerciale della British Airways in Bulgaria. Che succede alla Bulgaria Air? L'accordo “cieli aperti” non è limitato solo alle compagnie straniere che vogliono operare in Bulgaria ma, almeno in teoria, anche a quelle bulgare che volessero espandere la propria attività in altri paesi firmatari. Il direttore della “Hemus Air”, Dimitar Pavlov, ha reso noto che la compagnia sta già ragionando sulla possibilità di aprire nuove rotte europee. Le cose al momento sembrano più difficili per la compagnia di bandiera, la “Bulgaria Air”, che in questo momento è sottoposta a procedura di privatizzazione. Non è un segreto che le autorità bulgare hanno ritardato la firma di “cieli aperti” soprattutto per proteggere dalla concorrenza le rotte garantite alla compagnia grazie al mercato chiuso e agli accordi bilaterali. Questo atteggiamento aveva portato a casi limite, come quello, avvenuto ad aprile, della revoca improvvisa dei permessi alla compagnia low-cost italiana My Air, che aveva annunciato l'apertura di due collegamenti per Sofia dagli aereoporti di Bergamo e Bologna e venduto molti biglietti. L'improvvisa retromarcia delle autorità bulgare aveva lasciato sulla pista numerosi passeggeri, che erano stati poi trasportati a Sofia dalla “Bulgaria Air” con uno speciale sconto. Al momento sarebbero più d'una le compagnie interessate ad acquisire la “Bulgaria Air”. Secondo il quotidiano economio russo Vzglyad, anche la compagnia “Ilyushin finance”, controllata dall'oligarca e deputato Aleksandar Lebedev avrebbe iniziato a sondare il terreno per un'eventuale acquisto. Altri predendenti sarebbero la stessa compagnia bulgara “Hemus Air”, la compagnia austriaca “Austrian Airwais” e il consorzio greco-americano formato da “Olympic Investors” e “York Capital Managment”. L'unica cosa sicura, per il momento, sono i problemi organizzativi della “Bulgaria Air”. Dopo l'ennesimo ritardo, dodici ore rispetto all'orario previsto per il volo per Sofia da Mosca dello scorso 11 giugno, reso ancora più amaro per i passeggeri dall'imprevisto atterraggio all'aeroporto di Burgas, a più di 400 chilometri dalla capitale, il quotidiano Dnevnik ha titolato “ Volare con la Bulgaria Air, una condanna”. La causa dei frequenti ritardi, sempre secondo il quotidiano, sarebbe nell'insufficiente numero di aerei, otto invece degli undici necessari, utilizzati per coprire le varie linee. La battaglia per gli aereoporti Se da una parte la “Bulgaria Air” è in difficoltà, dall'altra il traffico aereo nel paese continua a crescere, in particolare negli scali di Varna e Burgas, che servendo le località turistiche sulle coste del Mar Nero sono attivi soprattutto durante i mesi estivi. Gli arrivi nello scalo di Varna sono più che raddoppiati dal 2001, arrivando a 1.8 milioni l'anno, mentre per Burgas i passeggeri nello stesso periodo sono triplicati, passando da 600mila a quasi due milioni. Non è un caso quindi che in molti si siano dichiarati interessati alla gestione dei due aereoporti, che lo stato bulgaro ha deciso di dare in concessione per 35 anni. A spuntrarla, dopo una lunga procedura durata due anni, è stato il consorzio tra la tedesca “Fraport”, società che gestisce gli aereoporti di Francoforte, e la bulgara “BM Star”. Fino al 2041 sono stati previsti investimenti complessivi per 403 milioni di euro, che dovrebbero mettere entrambi gli aereoporti nelle condizioni di accogliere i circa 5 milioni di passeggeri l'anno previsti per questo periodo. La gara, in realtà, in un primo momento era stata aggiudicata alla danese “Copenhagen Airports”, ma la decisione, approvata all'epoca dal governo di Simeone di Sassonia, era stata impugnata di fronte al tribunale amministrativo, che aveva riscontrato irregolarità e ordinato che l'intera procedura fosse azzerata. Alcuni mesi dopo il cambio del governo, il nuovo ministro dei trasporti Mutafchiev, dopo ulteriori discussioni, rendeva noto il nome del consorzio “Fraport-BM Star” quale vincitore della gara. La decisione aveva creato malumore, e a dicembre 2005 l'ambasciatore danese a Sofia aveva dichiarato che il fallito accordo con la “Copenhagen Airports” poteva mettere in discussione gli investimenti danesi in Bulgaria, anche se la stessa società ah annunciato che non ricorrerà ulteriormente in tribunale.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5868/1/51/

Forum mondiale migrazioni : accuse alla UE e richieste di Gabriella Mira Marq Si e' concluso ieri in Spagna il forum mondiale delle migrazioni, che ha chiesto ai Paesi del 'primo mondo' la firma della Convenzione dei Diritti dei migranti e ha criticato duramente la politica economica dell'Unione Europea. I delegati del forum - prevalentemente Africani - hanno chiesto che sia ampliata la definizione di 'rifugiato' sotto il profilo giuridico in caso di migrazioni provocate da fenomeni come la distruzione dell'habitat d'origine o la violenza contro le donne, fenomeni caratteristici di questi anni. Altra richiesta la cessazione dell'inasprimento delle politiche di espulsione dei migranti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La presidentessa del Forum Sociale dell'Africa e ex ministro della Cultura del Mali, Aminata Traore, si e' poi rivolta ai membri dell'Unione Europea perche' cessino di chiedere ai governi africani politiche favorevoli ai propri interessi, con quella che viene chiamata 'esternalizzazione delle frontiere', cioe' fornendo aiuti economici in cambio dell'impegno di impedire l'emigrazione verso i Paesi UE. Ella ha ricordato che tale comportamento contravviene l'articolo 13 della Carta dei diritti umani: "tutte le persone hanno diritto di uscire dal proprio Paese e di ritornarvi". Peraltro, ha osservato Traore, l'esternalizzazione genera l'istituzione di campi di rifugiati nei Paesi di transito (ad es la Libia). Infine ha osservato che spesso la fuga dai propri territori d'origine deriva dalla distruzione dell'habitat naturale determinata proprio dai Paesi del 'primo mondo', che sfruttano le materie prime senza farsi scrupolo di distruggere l'equilibrio di quei territori, trasformando gli Africani in "cittadini poveri di Paesi ricchi". www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 26 2006

Privatizzare la Rai la ricetta anti-porcelle di ALBERTO STATERA Narra la leggenda che ai tempi di Ettore Bernabei un dirigente della Rai venne sorpreso ad amoreggiare nottetempo nel suo ufficio con una dipendente. Il giorno dopo entrambi trovarono sulla scrivania una busta gialla contenente una richiesta aziendale di permesso matrimoniale e, volenti o nolenti, convolarono a nozze. Un vicepresidente socialdemocratico che di notte si recò da una cara amica con l´Alfa Romeo aziendale, che disgraziatamente gli fu rubata, si vide trattenere sul compenso il valore dell´auto. Era il tempo dei "mutandoni" stile Vaticano alle ballerine. Ma già qualche lustro dopo, ai tempi dei nani e delle ballerine, quando Bettino Craxi fece ottenere a Moana Pozzi una parte in un programma per bambini, un dirigente di Rai-2 raccontava a Filippo Ceccarelli: «Un tempo il politico apriva alla sua morosa una lavanderia. Poi un bar con tabaccheria. Con il boom, la boutique e la profumeria. Oggi le porte della Rai». Da allora poco è cambiato, se non forse l´età e l´avvenenza più sbarazzina delle aspiranti, "tipo velina" invece che "tipo annunciatrice", e l´approccio, ora all´insegna del "metodo Sottile", dal nome di quel portavoce dell´ex vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Gianfranco Fini che nelle intercettazioni telefoniche ha praticamente dettato il nuovo manuale del seduttore di potere: non più fiori e corteggiamenti alle "porcelle" in cerca di raccomandazioni per scritture e celebrità, ma autoblù con autista, lampeggiante e sirena ululante. Se non verso viale Mazzini, direttamente verso i pied a terre della Farnesina o di Palazzo Chigi. Spiace dirlo, ma è questa la Rai che il nuovo direttore generale Claudio Cappon trova tornando qualche anno dopo averla lasciata. Una Rai nella quale il suo presidente Claudio Petruccioli segnala "presenze femminili imbarazzanti, ragazze sul trespolo per far vedere le cosce, un brutto mercimonio", il precariato, con una parola che va di moda, di "ragazze che vengono dalla provincia per far fortuna e che una volta chiedevano un portierato, ora un passaggio in Rai". Naturalmente ai "protettori" politici o aziendali. Va da sé - ne è paradigma il caso Sottile - che l´intreccio politica-riflettori-spettacolo-celebrità-denaro è un cocktail che contribuisce in misura rilevante allo scemare di ogni pur vago codice etico e che la totale dipendenza della Rai dalla politica esalta inevitabilmente il cortocircuito. Ergo, chi crede nelle funzioni regolatrici del mercato invoca: privatizzare, privatizzare, privatizzare. Non che a Mediaset, privatissima, non viga il "mercimonio" delle veline, figurarsi. Ma una scossa al duopolio potrebbe forse contribuire a innescare un venticello di liberalizzazione e, scusate il termine, di necessaria moralizzazione. La biografia ufficiale del nuovo direttore generale Cappon, pupillo di Romano Prodi che tuttavia gli avrebbe preferito la "discontinuità" rappresentata da Antonello Perricone, dice che egli «ha gestito i processi di privatizzazione di società come Italimpianti, Condotte d´Acqua e Italstrade». Passeggiate, a occhio e croce, rispetto a quello che l´aspetta in viale Mazzini sulla via della privatizzazione, se è vero quanto realisticamente dice il presidente Petruccioli: nella maggioranza del centrosinistra sulla privatizzazione della Rai non c´è ed è difficile che si trovi uno straccio di accordo. Salvo che questa volta, dopo lo "sfregio" della direzione generale, Prodi non s´imponga. a.staterarepubblica.it Affari & Finanza >

L´Alitalia, le nomine e il Sistema-Paese MASSIMO RIVA da Repubblica - 26 giugno 2006 Il governo Prodi si accinge ad aprire uno dei dossier più spinosi di ogni nuova stagione politica. Quello delle nomine ai vertici delle aziende tuttora controllate dallo Stato. A quanto si sa la campagna dovrebbe cominciare con un´impresa - l´Alitalia - i cui conti da tempi lontanissimi sembrano afflitti da un male incurabile. Ma poi l´onda di rinnovamento dei manager dovrebbe estendersi alle Ferrovie dello Stato e alle Poste per raggiungere poi, alle naturali scadenze, anche società dai bilanci più solidi come Finmeccanica, Enel ed Eni. Scandalizzarsi perché una nuova maggioranza voglia praticare quello "spoils system" cui anche i predecessori hanno fatto ricorso in passato senza remora alcuna sarebbe un esercizio di inutile ipocrisia. Viceversa è opportuno che le prossime nomine segnino un salto di qualità, soprattutto nel metodo, rispetto alla pessima tradizione di scelte ispirate a criteri di semplice familiarità politica. Le nomine e il sistema-paese Questo è logico e giusto pretendere da chi ha sollecitato il mandato di governo nel nome di un recupero della credibilità delle istituzioni. In questa chiave essenziale interessa poco, per esempio, se sarà il signor Pinco ovvero il signor Pallino a sostituire il dottor Cimoli alla guida di Alitalia, posto ovviamente che sia Pinco sia Pallino siano persone dal solido curriculum manageriale. Quel che importa veramente è conoscere in modi trasparenti il senso e gli obiettivi della missione che il governo intende affidare alle persone prescelte. Al riguardo, insisto, il caso di Alitalia è davvero una sorta di cartina di tornasole delle buone o cattive intenzioni che il nuovo governo vuole dimostrare non soltanto per affrancarsi dall´accusa di appropriazione delle poltrone pubbliche, ma soprattutto in materia di gestione del denaro di tutti i contribuenti. Ormai credo che si sia perso il conto di quanti soldi pubblici, in anni e anni di vane promesse di risanamento, sono stati bruciati in quella vera e propria fornace di carta moneta che è stata la nostra compagnia di bandiera. Ciò di cui, invece, non si è perso il ricordo sono l´incredibile quantità di interventi governativi (da destra come da sinistra) per spingere una volta in direzione di un´alleanza con gli olandesi e, la volta dopo, per revocarla. E così via nel premere dapprima per un´intesa con Air France ma per smentirsi poi in nome della salvaguardia di chissà quale mai prestigio nazionale. Il risultato di questa irresponsabile altalena è oggi sotto gli occhi di tutti. L´Alitalia è da anni tenuta in vita con mille (e costosi) artifizi terapeutici, ma non riesce a uscire dal suo profondo coma contabile. Perduti sono ormai i momenti nei quali i bilanci erano già periclitanti ma non così disastrosi e, dunque, si sarebbero potuti negoziare accordi con altre compagnie su basi più soddisfacenti in termini di peso e di potere del partner domestico. In questo scenario la sostituzione dell´attuale management della compagnia sarà pure la classica condizione necessaria, ma essa risulta anche largamente insufficiente. Prima di tutto occorre che il governo si assuma in pieno le responsabilità che gli sono proprie. Insomma che a Palazzo Chigi si decida, una volta per tutte a chiudere questa partita o staccando la spina a un malato che si riconosca ormai incurabile ovvero, se si ritiene che esista ancora qualche margine terapeutico, applicando una cura radicale che abbia però tempi di riscontro molto, molto brevi. Di sacrifici all´insegna di un malinteso patriottismo di bandiera il paese in proposito ne ha già fatti fin troppi e altri - ahinoi - sarà presto chiamati a farne per la ben più pressante emergenza del dissesto del bilancio pubblico lasciato in eredità dal prodigioso Cavaliere di Arcore. Naturalmente quel che vale per il caso drammatico di Alitalia si può e si deve fare anche per le altre aziende controllate dallo Stato. Di certo per le Ferrovie, i cui conti hanno poco da insegnare ad Alitalia, ma anche per quelle dove i bilanci non chiudono in rosso. E´ il caso di ricordare che, fra i paesi industrializzati, il nostro è il più vulnerabile sul versante vitale dei rifornimenti energetici. In materia non c´è nemmeno da aspettare che giungano a scadenza gli attuali amministratori di Enel ed Eni. Ciò che conta è che il governo faccia chiaramente intendere quali obiettivi conta di perseguire a beneficio del paese con queste due rilevanti partecipazioni di controllo. Senza tali indicazioni ogni ricambio di uomini suonerebbe e comunque di fatto sarebbe l´ennesima puntata del serial «Lottizzazione» che gli italiani ormai conoscono fino alla nausea. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa


giugno 25 2006

Il grande equivoco del federalismo ILVO DIAMANTI da Repubblica - 25 giugno 2006 Ecco, infine, l´ultimo appuntamento di questa lunga stagione di campagna elettorale permanente. Il referendum sulla riforma della Costituzione votato dalla maggioranza di destra, nello scorso autunno. E, dopo tanto fragore, dopo tanta passione, stupisce il tono dimesso delle ultime settimane. Favorito dalla prudenza della Cdl e soprattutto di Berlusconi, dopo che il voto amministrativo di maggio aveva sortito un risultato deludente, per loro. Che lo avevano presentato come una rivincita "contro il governo di sinistra". Il referendum costituzionale, per questo, è stato "deflazionato" dalle attese. L´equivoco del federalismo Ricondotto al suo significato originario, di referendum costituzionale. Il limitato tasso emotivo di questa campagna elettorale, però, riflette un altro problema. Questo referendum. Non ha un oggetto preciso, un tema dominante. Non importa se comprensibile e chiaro: il divorzio, l´aborto, il nucleare, il finanziamento ai partiti, il maggioritario. Oppure più complesso: la fecondazione assistita. No. Affronta materie diverse. Difficili da comprendere. E da riassumere. Anche perché il tema originario della riforma ha perduto centralità e chiarezza. Ci riferiamo alla materia devolution. Argomento condiviso e dibattuto da tempo. Alla base delle tensioni che hanno provocato la crisi e il successivo sfascio della prima Repubblica. La devolution. Residuo linguistico e polemico della "questione settentrionale": la sfida all´identità e all´integrazione nazionale lanciata dalle aree economicamente più dinamiche. Le zone di piccola impresa del Nord. Il "piccolo Nord", in conflitto con Roma e Torino. Capitali del potere politico ed economico. La QS. Interpretata, fin dagli anni Ottanta, dalla Lega. Veicolo e amplificatore della protesta di quest´area. Contro lo Stato centrale. Perché, dell´autonomia – e, anzi, dell´indipendenza – del Nord, la Lega ha fatto la propria "missione". La propria bandiera, da agitare nell´agone politico ed elettorale. Da ciò i limiti, oltre che il significato, di quasi vent´anni di dibattito "istituzionale" sulla redistribuzione dei poteri fra centro e periferia. Fra Stato e autonomie territoriali. Perché, da un lato, questa rivendicazione riflette l´esigenza di adeguare le istituzioni alla diversità di modelli culturali ed economici presenti nel Paese. Ma, dall´altro, diviene, fin dall´origine, un´ideologia. Uno strumento di lotta politica. Usato per attrarre il consenso degli elettori del Nord. Sempre più instabili – e insoddisfatti – dopo la fine della Dc. Da ciò il sussultorio andamento della riforma dello Stato, in Italia. Avviato dalla Lega. E, quindi, accolto da altre forze politiche. Per interesse, più che per convinzione. Per necessità, più che per scelta consapevole. Inseguendo la Lega sul suo terreno. Così, a ogni fiammata indipendentista, a ogni provocazione leghista corrisponde una fase di iniziativa politica e istituzionale, da parte degli altri soggetti politici. Al successo della Lega, nel 1992, e alla fine della prima Repubblica, segue la legge 81 del 1993, che istituisce l´elezione diretta dei sindaci. Mentre l´ulteriore crescita elettorale e la sfida secessionista della Lega, nel 1996, innesca le riforme del centrosinistra, disegnate da Bassanini, che redistribuiscono le competenze dal centro alla periferia. E favorisce l´avvio, in sede bicamerale, della riforma federalista. Ancora, alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, l´approvazione, da parte del centrosinistra, della riforma del titolo V della Costituzione è incentivata, almeno in parte, dal tentativo di rispondere all´insoddisfazione del Nord. Poi, negli ultimi cinque anni, prende avvio l´era della devolution. Che coincide con il ritorno della Lega al governo. La Lega. Che aveva imposto il tema del federalismo, quando era impronunciabile. Per abbandonarlo, quando è divenuto patrimonio politico diffuso. E lo ha sostituito, via via, con altre parole. Indipendenza, secessione. Per ritagliarsi uno spazio antagonista e irriducibile. Fino a ritrovarsi da sola, alla fine negli anni Novanta. Con il rischio di diventare inutile. Fenomeno politico periferico e declinante. Insediato e assediato nelle valli del Nord. Da ciò la scelta di Umberto Bossi di ricucire i rapporti con il Polo. E di entrare nella Casa delle Libertà. Da inquilino esigente. Trasformando la "Lega di lotta" in "Lega di governo". Associando il linguaggio populista e la pratica politica tradizionale. Non più portabandiera del Nord che assedia Roma. Ma lobby del Nord a Roma. Dove agisce per garantirsi il consenso del Nord. Ecco: il processo riformista, su una materia calda e critica, come l´assetto dei rapporti fra centro e periferia, ha risentito profondamente di queste tensioni. E di questo vizio d´origine. Dove le logiche del consenso politico prevalgono su quelle del progetto istituzionale. Le spinte particolari e congiunturali condizionano ogni progetto. Ne è uscito una sorta di riformismo involontario. Incerto e ondivago. Dai contorni mobili e dai contenuti fluidi. Un "federalismo preterintenzionale", abbiamo detto altre volte. Dove le regole mantengono ampi margini di indeterminatezza. Dove le parole più che definire suggeriscono. Dove i titoli contano più dei testi. Devoluzione. Piace, forse, alla Lega perché fa rima con "rivoluzione". Oppure "dissoluzione". Anche se questa riforma, con buona pace dei suoi critici, oltre che dei suoi estensori e sostenitori, nulla ha di rivoluzionario. Non spezza, non frantuma il Paese, più di prima. È solo confusa. Frutto di compromessi e di particolarismi. La devoluzione. Che attribuisce competenze "esclusive" alle Regioni. In materie sulle quali le regioni avevano già poteri preponderanti. Scuola e sanità. E istituisce il "Senato federale", a cui spetterà il compito di legiferare nelle materie di interesse territoriale. La devoluzione. Reintroduce il limite dell´interesse nazionale (abrogato dalla riforma del 2001) che permette alla Camera e al governo stesso di intervenire sulle decisioni del Senato federale. E, reciprocamente, dà la possibilità al Senato federale di intervenire sulle iniziative della Camera ritenute in contrasto con gli interessi regionali. In più: questa riforma prevede l´istituzione di commissioni paritetiche, fra Camera e Senato, quando e dove si manifestino conflitti irrisolti, fra i due rami del Parlamento. Perché, evidentemente, nonostante le intenzioni dichiarate dal legislatore, persiste un´ampia zona di materie concorrenti, fra Stato e regioni. Insomma: questa riforma non differenzia compiti e ambiti delle Camere. Ma li complica. Li intreccia. Fino al rischio della paralisi. E la rappresentanza delle Regioni... Difficile immaginare che possa venire espressa davvero da senatori eletti più o meno come avviene oggi, direttamente dai cittadini e in numero proporzionale alla popolazione. Contemporaneamente ai consigli regionali. Ma in modo distinto. Insomma, una sorta di elezione nazionale, anche se regionalizzata. Ancora: l´autonomia finanziaria, il federalismo fiscale... Previsto, ma al tempo stesso vincolato, in modo da non generare «incremento della pressione fiscale complessiva». D´altronde, in questa fase assistiamo al ritorno dello Stato nazionale. Che accentua i controlli finanziari e normativi sugli enti territoriali (come denunciano da tempo comuni e regioni). Per rispondere ai problemi di bilancio interni, all´instabilità economica, finanziaria e all´insicurezza globale. Per tutte queste ragioni, è difficile non provare qualche brivido di fronte a questa devoluzione. Che investe il linguaggio, oltre alla forma dello Stato. Solo che il rischio non è la secessione, ma la confusione. Tanto che (Indagine nazionale del LaPolis dell´Università di Urbino, appena conclusa; 1500 interviste) assistiamo a una significativa dissociazione semantica, tra "federalismo" e "devoluzione". Circa il 30% di coloro che approvano il "federalismo" non amano la "devoluzione". Ad una quota analoga di quanti approvano la "devoluzione" non piace la parola "federalismo". Qui sta il problema. A (molti di) coloro che, come noi, si definiscono, da sempre, "federalisti", sentirsi chiamare "devoluti" fa una strana impressione. Non ci piace. Come il "nuovo-ad-ogni-costo". E non ci spaventa l´accusa di essere dei conservatori. Tanto più – tanto meno – dopo quindici anni di riforme involontarie e incidentali. Noi, cittadini di uno Stato di necessità. Precipitati in una "Repubblica preterintenzionale". Vorremmo avere il modo e il tempo di capire. Quale Stato stiamo diventando. Siamo diventati. E in che stato siamo ridotti. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Costituzione incostituzionale e Antimafia mafiosa di Marco Travaglio Mentre, con rara tempestività, l'Authority blocca gli spot-vergogna di Mediaset sul referendum a tre giorni dal referendum, e mentre molti leader dell'Unione replicano con un efficacissimo "Votiamo No per difendere la Costituzione da Bossi e Berlusconi e Bossi, poi la riscriviamo con Berlusconi e Bossi", il Venerdì di Repubblica azzecca il miglior manifesto per il No. Foto dell'acuto Calderoli e titolo: "Comprereste una Costituzione usata da quest'uomo?". All'interno, l'album di famiglia dei padri ricostituenti nella baita del Cadore: oltre al Gianduja di Bergamo Alta, svettano il piccolo Nania (An), il medio Pastore (FI), il quasi alto D'Onofrio (Udc) e il molto alto Brancher (FI). E' a questi cinque pensatori rupestri che dobbiamo la controriforma che fa dell'Italia una repubblica dittatoriale di stampo caucasico-bananiero. E che, come scrive Michele Ainis sulla Stampa, è una "legge illeggibile": 8.533 parole, per giunta in sanscrito-ostrogoto, con danni irreparabili non solo alla democrazia, ma anche alla grammatica e alla sintassi. L'articolo 70 dei costituenti veri, quelli del '48, è di 9 parole; quello dei ricostituenti al grappino ne conta 585. Per giunta incomprensibili. Figurarsi gli sforzi intellettuali dei Magnifici Cinque per partorire concetti alati quali "gli enti autonomi hanno iniziativa autonoma", "lo statuto è approvato con legge approvata","la regione interessata ratifica le intese della regione medesima", "l'espressione del parere che ogni Consiglio può esprimere". Roba da ernia al cervello. Ma, oltrechè con le leggi della lingua, alcuni di loro hanno rapporti conflittuali con le leggi penali. Brancher pagava tangenti al Psi e al Pli e, condannato in primo e secondo grado, l'ha fatta franca in Cassazione per prescrizione e abolizione del falso in bilancio. Nania ha una condanna definitiva per lesioni e una in primo grado per la sua villa abusiva a Barcellona Pozzo di Gotto. Calderoli, a parte i processi per le camicie verdi e le botte alla polizia in via Bellerio, deve ancora spiegare insieme a Brancher i generosi fidi di Fiorani, che derubava i clienti vivi e morti, ma i leghisti e i forzisti li trattava coi guanti. Ora la domanda è: chi eventualmente viola la legge può riscrivere la Costituzione? Pare un gioco di parole. Ma non lo è. Nei giorni scorsi, in commissione Affari costituzionali, s'è tenuto un appassionante dibattito sul tema: può un imputato di mafia far parte della commissione Antimafia? Già il fatto che qualcuno abbia posto il problema, significa che il no è tutt'altro che scontato. Infatti alla fine è passato il sì. Tenetevi forte, perché questa è strepitosa. Angela Napoli,deputata calabrese di An e persona seria,propone di escludere dall'Antimafia i parlamentari sotto processo per mafia. Orazio Licandro, noto giurista catanese eletto nel Pdci, sgrana gli occhi: "Perché, non sono già esclusi?". Scorre il testo base delle legge istitutiva della nuova commissione Antimafia e scopre che no, non lo sono. Così propone un emendamento ad hoc. Ma il rifondatore comunista Francesco Forgione, che pure in Sicilia ha condotto battaglie solitarie contro mafia & politica, obietta: "Non sarà un affievolimento delle prerogative del parlamentare?". Il ds Luciano Violante, altro antimafia con le stimmate, concorda: "La materia è delicata, meglio lasciarla al buon senso del singolo parlamentare e dei presidenti delle Camere". Il meglio però lo dà Giampiero D'Alia (Udc): "C'è il rischio di creare una disparità inaccettabile: il pericolo è che possa far parte dell'Antimafia un condannato, ad esempio, per falso in bilancio". Si potrebbe stabilire che è escluso qualunque condannato e imputato, ma la soluzione viene scartata a priori: poi si faticherebbe a coprire gli organici. Dunque la proposta non passa: se ne riparlerà martedì in aula. Presto sapremo pure chi è l'imputato di mafia che aspira a far parte dell'Antimafia. Esclusi Provenzano e Messina Denaro, che non sono (almeno per ora) in Parlamento, il cerchio si stringe intorno ai 6 parlamentari indagati o imputati per concorso esterno: Romano (Udc), Malvano, Firrarello, Giudice e Dell'Utri (FI), Cusumano (Udeur).Ora analogo dibattito si accenderà in altre commissioni. Escludere gli imputati di pedofilia dalla commissione Infanzia? Precedente pericoloso. Escludere gli imputati di stupro dalla commissione Pari Opportunità? Allora chiamiamola Dispari Opportunità. Escludere gli evasori fiscali dalla commissione Finanze? Si rischia di favorirebbe gl'imputati di abigeato. Escludere i rapinatori dal Comitato per l'Ordine e la Sicurezza? Attentato alle prerogative parlamentari. Escludere i ladri e i loro avvocati dalla commissione Giustizia? Sarebbe la prima volta, pare brutto. www.unita.it

La nuova sfida liberale si vince col network multimediale di Paolo Della Sala In sintesi il convegno di Sestri Levante è stato questo: serve una struttura (un consorzio?) che comprenda le diverse realtà che operano nel campo dell’informazione e della cultura. Con ciò si avrebbe la possibilità di avere l’attenzione di investitori e finanziamenti, e si avrebbe una “forza d’urto”più ampia. Definisco ciò “transmedialità”: oggi non si vince facendo comunicazione nel solo web o nella sola carta stampata, ma attraverso la capacità di operare contemporaneamente sui diversi livelli dei media. Se ben capisco, è questo il punto sul quale concentrarci. Il tutto va tradotto sul piano economico: abbiamo concordato una agenda di lavori, e raccolto la disponibilità a investire in un progetto in grado di “camminare con le proprie gambe”. Senza questa crescita sul piano informativo e organizzativo la nostra presenza e le nostre idee non potranno crescere e non potranno imporsi nell’agenda politica. Adinolfi (talking head e writer della Margherita) liquida il convegno Informazione e Libertà come un “fallimento”, dicendo che Tocqueville e gli altri hanno perso l’occasione per “avviare un dibattito”, in quanto abituati a ubbidire alle gerarchie, in quanto bloggare “è di sinistra”… In realtà i “liberali” che ruotano tra Ideazione, Tocqueville, Opinione… sono divisi anche troppo tra loro. Il nostro problema è organizzarci e trovare risorse, senza Gentiloni, Caracciolo, De Benedetti, RCS, e nonostante Mediaset e Mondadori e compagnia bella. A Sestri Levante non c’erano le migliaia di fedeli che vanno alle convention dei sindacati o di Beppe Grillo e c’erano piccole organizzazioni, giornali e riviste. Ma le masse e le loro dinamiche ci preoccupano seriamente (Adinolfi e i fedeli di sinistra dovrebbero leggere il bellissimo “La ribellione delle masse” di Ortega y Gasset). Cortei e psicoraduni ci ricordano i Balilla rossi e neri. Il fatto è che noi lavoriamo alquanto (a volte siamo anche disoccupati), e riusciamo ad essere presenti in quantità solo via web. Il fatto è che noi non siamo mai stati dei “credenti” né dei “militanti”. Non siamo eredi dei grandi “partiti di massa”: Forza Italia stipendia forse una ventina di persone in tutta Italia... Ciò non toglie che al voto metà del Paese si schiera contro le sinistre, nonostante le miserie, le incapacità, la cupidigia di troppi nostri politici (soprattutto locali), che sono i primi responsabili del vostro successo… Adinolfi, noi dibattiamo anche troppo: froci contro omofobici, cristiani contro radicali, laici credenti contro laicisti, statalisti (pochissimi) contro “salmoni” e tutti gli altri... Non se ne può più: è il momento del fare (forse è questo che vi fa paura?). Attenti a non seguire quello che a sinistra è il dannunzianesimo di Beppe Grillo: declamare verità universali dall’alto del terrazzo di una piazza, parlando come un Vate, se non come un duce, non è esattamente ciò che io definisco bloggare. Eppure è quello il vostro insanabile modello di riferimento: il pensiero molecolare, alias “collettivo”, è solo apparentemente “autoprodotto”. Noi “lib/con/catt/etc” siamo troppo pipparoli. Dibattiamo e dibattiamo senza quadrare, anche per mancanza di mezzi... Voi fate bene social networking... i milioni raccolti da Howard Dean in america sono tanti, le pagine di La Repubblica sul social networking e sulla convention dei bloggers “democratici” a Las Vegas le ho lette. Ma la talpa collettiva neocom resta una macchina fantastica, e tuttavia cieca... forse in qualcosa siamo più bravi noi: almeno ci proviamo a essere liberi. Voi avete letto “The age of the access” già 6 anni fa, i “berlusconiani” più tardigradi invece manco sanno dove sono girati. I diessini liguri stanno applicando Rifkin e trasformano il milione e mezzo di mq della ex fabbrica Ilva in una area di consenso economico (riaffittando il terreno a Riva), e riservandosi 300.000 mq come industria di consenso, un soviet dello spettacolo e della cultura di proprietà statal-locale, in un gulag antimercato, in un lager della libertà individuale, in un Colosseo ammazza-umani solo apparentemente gratuito. Aggiungo pure che Veltroni forse si mangerà il festival di Venezia. Queste cose le sappiamo. Come mai i margherito/radicalchic/diessin/tallerosi sono arrivati a questi straordinari successi nel marketing cultural-territoriale? Oggi ero in riunione con dei giovanotti leftisti-chic: io pensavo ai miei debiti da saldare, e quelli alle loro ville al mare. Io ho un portatile di otto anni fa, loro dei megaApple e degli ultraAcer, io ho un cellulare a vapore, loro quelli della Nasa. Mentre discutevamo insieme, se ne stavano al tavolo coi portatili sotto mano e con quelli finivano il loro lavoro (industria culturale, naturalmente), mentre rispondevano al cell senza soluzione di continuità, mentre parlavano con me, mentre mangiavano e mentre scrivevano a mano, oltre che col laptop. Naturalmente nell'operazione che prospettavano bisognava includere anche “quelli dei centri sociali”, che ora fanno arte. O giù di lì. Ripensavo ai libri di Philip Dick: i giovanotti davanti a me erano mutazioni molto cool e fiche, e attorno/dietro le loro iniziative ci sarà sempre senz'altro un gran numero di ragazzi trendy, sfigati o griffati. Forse il mondo si è rovesciato e io sto vivendo a testa in giù. Forse non siete voi i migliori, i “più tanti”. Fate tante convention a Pescara, a Capalbio e Ventotene, con 38 radio collegate ed esponete sapientemente agli occhi dei vostri militi le Flavia Vento “da non perdere”, come scrive Adinolfi. Voi diessin-margheritin-neocom etc siete più bravi a “scendere in piazza”, ad essere attori di voi stessi, a mettervi in scena. Infatti i situazionisti vi avevano “preso a calci” già nel 1967. Lo dico da persona che ha vissuto il movement, ma con l’occhio di Guy Debord... Peccato che adesso la “società dello spettacolo” sia dominata dal pop system unionista -più che dall'entertainement di Mediaset. Il pop sì che fa consenso e raccoglie corpi e “numeri”. Veltroni docet. Noi lib/con -sul piano dello spettacolo e delle sue società- non ci stiamo: amiamo essere piacevolmente intrattenuti e affascinati, ma con ciò non vendiamo la nostra libertà e indipendenza di giudizio. Non ci piace il collettivismo, la massa, la recita del sé, il pennivendolismo, il tarantolismo pop. Anche a noi piacciono i ralphlauren, i calvinklein, gli armani e l'Ipod. Solo che non ce ne rivestiamo, non li mixiamo con un pizzico di neomarxismo, con una punta di euronazionalismo, con la pretesa di autoassolverci in permanenza partecipando agli eventi pop-politico/mediatici. La libertà non è partecipazione. http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=136&id_art=2766&aa=2006

Un popolo di calderoli? I cittadini sono chiamati a scegliere se convalidare una controriforma costituzionale nell'elaborare la quale ha avuto un ruolo determinante colui che ha definito "una porcata" la legge elettorale che aveva contribuito a varare. Passato il referendum, però, il governo dovrà mostrare cosa è capace di fare Eravamo (o almeno dicevamo di essere) un popolo di navigatori, di santi, di eroi. Diventeremo un popolo di calderoli? Di seguaci di colui che ha definito la "sua" legge elettorale "una porcata", così fatta solo a fini politici pret-a-porter? E di certo non sembra diverso, né nelle motivazioni né negli esiti, il cambiamento della Costituzione di cui è stato uno degli artefici e su cui domenica e lunedì gli Italiani sono chiamati a pronunciarsi. Non ripeteremo qui i tanti motivi che impongono di votare "NO" al referendum a chi voglia evitare un pesante sconvolgimento dei meccanismi della nostra democrazia. Chi ritenesse opportuno un piccolo ripasso trova sulla home page di E&L i contributi che abbiamo pubblicato nelle scorse settimane e che spiegano chiaramente quanto sarebbe dannosa una conferma popolare della controriforma costituzionale varata dalla ex maggioranza di centro destra. Ci sostiene la fiducia che, nei momenti delle scelte davvero importanti, di solito la coscienza collettiva è capace di capire quale sia la strada migliore, come fu per il divorzio e per l'aborto. Una volta che ci si sia lasciati alle spalle questo ennesimo scontro, il governo potrà finalmente dedicarsi a tempo pieno al lavoro che gli è proprio. Dovrà riparare i danni fatti da Berlusconi e dai suoi, certo. Ma non è solo questo che si aspetta chi ha votato per il centro sinistra, resistendo alle mirabolanti promesse di riduzione delle tasse, eliminazione dell'Ici, aumenti delle pensioni, biglietti gratis per gli ultrasessantacinquenni, ricchi premi e cotillons per tutti. Gli elettori vogliono più equità, più rispetto delle regole, meno scandali e un paese che riprenda a crescere. E qualche segnale chiaro che la musica è cambiata lo vorrebbero, possibilmente, in tempi rapidi.http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=664

VITE AI MARGINI Appartengono a diverse minoranze etniche. Vivono come ombre, spesso privi di diritti, in Thailandia, al confine con Laos e Myanmar. Tra chi li aiuta, i Camilliani. Che ora lanciano una Campagna. Chiang Rai (Thailandia) Misò ha 27 anni, sta a Ban Pong, 45 chilometri da Chiang Rai, è istruita, coordina la produzione di oggetti artigianali confezionati dalla gente della sua etnia, gli akha, e guadagna bene: circa 8.000 baht al mese, su per giù 160 euro. I suoi genitori e il resto della famiglia Möele (9, tra fratelli e sorelle) vivono invece tra la polvere e l’aspra bellezza montana di un villaggio – Ban Là – che da Chiang Rai dista 115 chilometri, molti dei quali di strada sterrata, ripida, pericolosa, spesso interrotta, durante la stagione dei monsoni, da piogge torrenziali. Due mondi separati da spigolosità geografiche oltreché dalla differenza che corre tra modernità e sottosviluppo, ma saldamente uniti dall’amore, il cui linguaggio supera d’un balzo le cime più impervie. Grazie ai soldi che Misò ha mandato e continua a mandare a casa, tutti i Möele studiano. E anche lì, nel Sud-est asiatico, come d’altra parte un po’ ovunque nel mondo, chi sa leggere, scrivere e far di conto gode di un rispetto maggiore. L’Asia povera che irrompe Sono volti e storie di un’altra immigrazione. Non narrano l’Africa, l’America latina o l’Europa orientale, che tentano di fuggire dalla miseria aggrappandosi agli scogli di Lampedusa, sfidando i manganelli spagnoli a Tenerife, oppure le pattuglie italiane su quella che fu un tempo "la soglia di Gorizia", o sulle spiagge pugliesi. Raccontano l’Asia povera che irrompe nell’Asia ricca o, se si preferisce, l’Asia oppressa che sconfina là dove intravede bagliori di libertà. Karen, akha, lahu, lisu, h’mong, yao: sono i nomi delle "tribù dei monti". Originarie alcune del Tibet o della Cina sudoccidentale, altre dell’ex Birmania, oggi Myanmar, altre ancora del Laos, si sono spostate a più riprese nella parte più settentrionale della Thailandia, edificando le loro palafitte su terreni sottratti alla foresta pluviale, a ridosso del Triangolo d’oro. Si tratta di gruppi un tempo nomadi, incapaci di vivere – fino a un recentissimo passato – in unità sociali che eccedessero la misura del villaggio. L’autosufficienza era la regola. Fagioli, cetrioli, zucche, granturco venivano integrati dalla raccolta dei frutti della foresta, dalla selvaggina cacciata con archi e frecce, dal pesce preso nei torrenti. I contatti con i thai si sono a lungo limitati all’acquisire sale. I vestiti, no. Quelli venivano prodotti localmente, ciascuna tribù secondo un proprio stile, le proprie tecniche, i propri colori. Anche per curarsi, ci si arrangiava. Le comunità si affidavano alle erbe; allo scopo veniva usato pure l’oppio, prima che qualcuno pensasse di coltivarlo per fare i soldi (cosa questa ormai cessata quasi del tutto) e prima che diventasse piaga sociale, visto l’inquietante diffondersi della tossicodipendenza. D’altronde, il viaggio per capire chi siano e come vivano, oggi, le "tribù dei monti", non può che partire da un antico incrocio di narcotrafficanti e comunque da un posto estremo, dal Triangolo d’oro, da dove cioè il fiume Mekong rappresenta il confine tra Thailandia, Myanmar e Laos. La polizia di frontiera thailandese c’è e si vede, mischiata a monaci buddhisti e a stranieri desiderosi di foto-ricordo (tra gli europei abbondano i francesi). Controlla chi entra. Qualche chilometro più a Sud, a Mae Cian, un robusto posto di blocco, questa volta dell’antinarcotici, filtra camion, autobus e fuoristrada. Ma le rotte vere dell’immigrazione battono i sentieri in quota. È da lì, per esempio, che i genitori di Misë, 7 anni, hanno fatto arrivare dall’ex Birmania la loro piccola bambina a Ban Là, un grumo di 27 modeste capanne abitate dagli akha. Misë, ospitata da parenti, non è registrata da nessuna parte, non ha documenti d’identità. Dunque, non ha diritti. È un’ombra. Come tanti. Quando la malinconia l’assale, si consola con la speranza che lei è lì, lontana da mamma e papà, per costruirsi un domani migliore rispetto ai giorni grami toccati in sorte ai suoi cari. In un altro villaggio, Pakia, la piccola Mibia, 12 anni, custodisce nel cuore una pena diversa, ma purtroppo sempre più comune: suo padre è morto di Aids. Da un’altra parte ancora, invece, c’è chi festeggia. Nella chiesa dedicata a Maria Immacolata, nel villaggio di Muang Gnam (che potremmo tradurre: "bel paese", "bella città"), don Ugo Donini, 64 anni, 38 dei quali spesi vivendo in mezzo ai karen, benedice le nozze di Virapong, 24 anni, e di Marie-Diè, 23 anni, maestra. I due giovani karen, proiettati nel futuro, concedono alla tradizione il corteo nuziale, preceduto da strumenti e impreziosito da tanti fiori. I bambini più sfortunati A Kiusatai, villaggio rigorosamente akha, Virà, 9 anni, ringrazia suor Lucia, una religiosa di etnia lahu e di origini birmane, che gli dona uno zainetto, una camicia e un paio di pantaloncini, tutto materiale utile per la scuola che da quelle parti apre a maggio e termina a febbraio. La religiosa continua a fare altrettanto con una manciata di allievi delle elementari più sfortunati, cui strappa un sorriso: c’è chi ha il papà in carcere e c’è chi, orfano di madre, è stato ripudiato dal resto della famiglia, costretto in tal modo a dipendere dal buon cuore del villaggio. «Le vicende personali di Misò e della famiglia Möele riflettono i rapidi cambiamenti di quest’originale porzione di società», ragionano padre Armando Te Nuzzo, 68 anni, nato a San Severo (Foggia) e fratel Gianni Dalla Rizza, 63 anni, di Bessica (Treviso), due attivissimi camilliani che ci accompagnano per giorni in montagna, di villaggio in villaggio. «Misò, infatti, immigrò in Thailandia con i suoi genitori quand’aveva tre anni. Posto che le date, da queste parti, poggiano sulla memoria dei protagnosti e non su documenti ufficiali certi, possiamo dire che parliamo più o meno del 1982, mica tanto tempo fa. Misò visse i suoi primi 12 anni senza scendere a valle, senza imparare a leggere e a scrivere. Quindi, la svolta». La crescita del "paradiso terrestre" «Le prime ondate migratorie risalgono con ogni probabilità alla fine dell’800 o agli inizi del ’900», aggiunge Dalla Rizza, «ma i flussi si fecero più consistenti dal 1945 in poi, dall’avvento dei regimi comunisti in Cina, in Vietnam e nel Laos (dove gli h’mong vengono ancora discriminati, se non addirittura perseguitati), nonché dalla salita al potere dei militari birmani in Myanmar, contro cui i karen continuano a combattere. Il tutto contrappuntato dalla tumultuosa ma costante crescita economico-sociale della Thailandia che l’ha resa, agli occhi di tanti, un "paradiso terrestre"». Difficile dare cifre esatte proprio perché non esiste l’anagrafe. I karen sono sicuramente più di 100.000 (c’è chi dice 300.000); gli akha circa 50.000, come gli h’mong e, forse, gli yao. I lahu non dovrebbero essere meno di 40.000, mentre i lisu oscillano, a seconda delle differenti stime, tra le 30 e le 40.000 unità. «Fino a qualche anno fa, questo è certo, non c’era una strada degna di questo nome che portasse a molti villaggi, così come non c’erano luce elettrica o telefono, tutte "conquiste" recentissime», prosegue fratel Gianni Dalla Rizza. «Alle spalle delle cosiddette "tribù dei monti" ci sono identità culturali specifiche e diverse, tenacemente difese, in via di estinzione o irrimediabilmente perdute», insiste fratel Gianni. «Da un lato abbiamo la politica del Governo thailandese, che – nonostante vari progetti in senso opposto sponsorizzati dal re, da alcune agenzie Onu e da qualche organismo di cooperazione – punta all’inserimento tramite l’omologazione culturale e che, poggiandosi sul diritto, chiede certificati di nascita e di residenza per concedere la cittadinanza; dall’altro, resiste la tradizione di popolazioni seminomadi prive di leggi scritte e di registri. Il risultato è che soltanto una persona su due ha ottenuto il pieno riconoscimento dei propri diritti. I risvolti pratici sono la fatica a veder assicurate istruzione e sanità, la certezza di stipendi inferiori, l’alto rischio di sfruttamento, sessuale ma non solo». Risultati che premiano gli sforzi Da sempre, a occuparsi con costanza delle "tribù dei monti" sono i missionari cattolici, tra cui i camilliani. Del loro centro di Sri Vichien, a una ventina di chilometri da Chiang Rai, parliamo a parte. Così come, qui a fianco, si rende ragione della campagna che lanciano ("Adotta un villaggio") per cercare – a fronte di una spesa contenuta: 22.500 euro all’anno – di rendere più capillare l’istruzione elementare, creando collegamenti regolari con le scuole nei villaggi meno sperduti, con l’obiettivo di lasciare un maggior numero di bambini nelle proprie case, alleggerendo così l’afflusso nella struttura di fondo valle, in modo da accogliere, finalmente, tutte le richieste che vengono fatte dagli insediamenti più remoti. Restano i risultati che premiano gli sforzi di fratel Gianni, di padre Armando e degli altri religiosi camilliani che operano nel Nord della Thailandia, gente tosta che ama senza possedere, convinta che l’Amore basti all’amore. Resta, ad esempio, la gioia di Cirasak che, ritornato nel villaggio di Pa Teek, consegna la pagella al papà analfabeta (e ancora tossicodipendente), dicendogli con orgoglio: «Quest’anno sono stato il primo della classe. Ho anche vinto un premio. L’ho scelto io, sai. È un mestolo per mamma». E restano, finalmente sgombri di lacrime, i bellissimi occhi di Allò che suo padre, davanti alla moglie deceduta da poco, aveva affidato a fratel Gianni: «Occupatene tu, per favore, fallo crescere. Donagli un futuro». Alberto Chiara www.famigliacristiana.it

L'assegno in bianco tra le mani di Uribe Con la vittoria di Uribe, annunciata abbondantemente e della quale tutti erano consapevoli, si apre la fase più cupa della reazione in Colombia. Forse in tutta l'America Latina, considerando le ripercussioni delle elezioni colombiane e peruviane su quell'equilibrio di dipendenza e terrore che gli USA da sempre le hanno imposto e che da qualche tempo vacilla. Per la Colombia si apre invece un periodo buio e pieno di interrogativi come anche di speranze. Da un lato ci si aspetta che, forte della conferma elettorale, Uribe riprenda con ancora più forza la sua politica di militarizzazione del paese, dall'altro il paramilitarismo, ormai terminata la fase della legalizzazione, completi definitivamente l'opera di sterminio di ogni forma di opposizione politica e sociale. Tanto più forte è questa preoccupazione quanto più forza va accumulando la coalizione della sinistra elettorale: il Polo Democratico Indipendente. Ma andiamo con ordine. Uribe vince essenzialmente per due ragioni: La prima è che il paramilitarismo ormai si è sedimentato come potere economico, politico e anche sociale in moltissime regioni. La sconfitta dei partiti tradizionali è figlia di questa appropriazione da parte delle AUC di ogni spazio possibile in lungo e in largo del paese. E, dove si è affermata questa forza politico militare, è praticamente scomparsa qualsiasi alternativa politica. Il metodo è stato uguale per tutti, liberali e sinistra: minacce, desapariciones, omicidi. Forte di questo controllo territoriale e delle enormi possibilità economiche acquisite il partito paramilitar-uribista ha gestito de padrone la campagna elettorale. La seconda ragione consiste nel fatto che, dove non era certo né assoluto questo potere, è intervenuta la macchina elettorale ritardando la distribuzione dei certificati elettorali ai milioni di profughi del conflitto e centralizzando i seggi nei municipi. L'annullamento di circa 200 seggi disposti nelle zone rurali ha impedito concretamente la partecipazione elettorale nelle zone tradizionalmente più favorevoli alla sinistra. Impossibilitati a recarsi nei municipi per via di operativi militari, della presenza paramilitare, nonché degli alti costi economici degli spostamenti, molti possibili e probabili elettori del Polo non sono andati a votare. Anche a questo, oltre alla radicata sfiducia nei governanti e nel sistema elettorale colombiano, è da attribuire un tasso di astensione così forte (circa il 55%) da delegittimare la rappresentatività del presidente recentemente rieletto. Come se non bastasse un ondata di minacce paramilitari rivolte alle organizzazioni che hanno appoggiato il Polo ha intorpidito ulteriormente la vigilia delle elezioni. Le minacce firmate “Braccio armato delle smobilitate Auc” (armate o smobilitate?) fanno esplicito riferimento alla questione elettorale minacciando i sostenitori della sinistra, avvertendo che, in caso di una futura possibilità di vittoria del Polo sarebbero disposti a fare una strage e ammettendo esplicitamente che la loro smobilitazione reale non avverrà fino a quando non avranno cancellato dalla Colombia qualsiasi espressione della sinistra. Nello stesso testo esplicitano il loro totale e incondizionato appoggio alla politica di Uribe. Il timore diffuso è che i paramilitari, avendo superato la fase di moderata quiete necessaria a legittimare la loro falsa smobilitazione (durante la quale hanno comunque continuato ad assassinare impunemente chi si è opposto alla loro sedimentazione nel tessuto sociale, politico ed economico della società), operino ora nella direzione della cancellazione dell'opposizione politica di sinistra. D'altronde il polo è stato protagonista di una ascesa incredibile passando dai 600 mila voti attribuiti a Lucho Garzon 4 anni fa a 1 milione 200 mila voti nelle elezioni del congresso ed oggi a 2 milioni e mezzo di preferenze per Carlos Gaviria. Una simile prestazione elettorale rappresenta una minaccia non solo per l'oligarchia colombiana e per gli interessi stranieri nel paese ma anche per l'intero continente già scosso dall'inconformità al capitalismo neoliberista manifestata da molti governi recentemente eletti. Risulta chiaro, quindi, che il polo non può vincere e non può continuare ad accumulare forza fino a diventare una opzione reale al cambiamento da qui alle prossime elezioni. Il pensiero va necessariamente all'esperienza dell'Union Patriotica, coalizione di sinistra che venne sterminata non appena fu chiaro che avrebbe potuto rappresentare una alternativa allo status quo. Uribe, dal canto suo, approfitterà dell'enorme margine di manovra attribuitogli dalla vittoria elettorale per riprendere con ancora più forza la sua campagna di militarizzazione del territorio, l'annullamento di tutte le garanzie democratiche e la stigmatizzazione di chiunque, nazionale o internazionale denunci la sistematica violazione dei diritti umani, sociali ed economici. Fronteggiare tutto questo e costituirsi come un movimento forte e unito di opposizione sarà la sfida sella sinistra per i prossimi 4 anni, non solo e non necessariamente dal punto di vista elettorale. REDHER, Red Hermanedad è un coordinamento di organizzazioni europee che a partire da una prospettiva internazionalista accompagna politicamente organizzazioni colombiane sociali, sindacali, indigene, nere e contadine facenti parte della sterssa rete. Il lavoro prevalente è quello di denunciare le violazioni dei diritti umani e di rafforzare tali processi organizativi. E-Mail: redeuropea@redcolombia.org

Intervista a Nico Casagrande: Basaglia gli anni di Gorizia……. A cura di Francesco Bollorino e Lisa Attolini. Il "periodo" di Basaglia a Gorizia secondo noi rappresenta veramente un momento rivoluzionario per la psichiatria mondiale. Ci interesserebbe sapere innanzitutto come Franco Basaglia è arrivato a Gorizia? Franco era nell’università di Padova, una delle più potenti scuole neuropsichiatriche, perché allora non c’era la psichiatria separata dalla neurologia, infatti io stesso sono specialista delle malattie nervose e mentali. A Padova ci si specializzava in neuropsichiatria. Franco si era sempre più occupato della parte psichiatrica più che di quella neurologica ed era uno dei più giovani della covata e come tu sai, l’università aveva delle regole ben precise, si andava in cattedra non per meriti scientifici ma per tutta una serie di altri motivi: se eri il più anziano, se eri quello di una certa parte, ecc. A Franco essendo uno dei più giovani, fu detto che difficilmente sarebbe arrivato in cattedra e che quindi gli conveniva andare a fare il direttore di ospedale psichiatrico. Fu così che nacque la scelta di direttore a Gorizia. Certo non credo che facesse molto piacere allora a Franco anche perché era uno studioso, era un fenomenologo, era stato quello che aveva portato la fenomenologia in Italia anche con articoli originali. Quindi lui avrebbe continuato la ricerca, ma si trovò improvvisamente sbattuto in questa realtà del manicomio. Io credo sia molto importante in questo l’esperienza personale di Franco, cioè Franco durante il periodo finale della guerra è stato messo in carcere a Venezia perché giovane socialista e aveva rischiato di essere fucilato, fu invece salvato. Però aveva fatto questo periodo di carcere alle spalle e quando è capitato nell’ospedale psichiatrico ha constatato che il manicomio era molto simile al carcere, non c’era nessuna differenza tra il carcere ed il manicomio allora ha cominciato ha farsi delle domande del tipo: " Cosa ci faccio qui?" ovvero ciò che viene ovvio pensare ad una persona sbattuta dal mondo universitario in un mondo clinico, in un mondo diverso, in una realtà così tragica. Bisogna inoltre tenere conto di una cosa di cui probabilmente non si tiene mai conto, ovvero che negli anni sessanta la realtà psichiatrica italiana era molto arretrata, c’era il manicomio da un lato e la clinica psichiatrica dall’altro, non c’era nient’altro in mezzo. Io ricordo che ero alla clinica di Bologna e ricordo che avevamo il cortile del nostro reparto che confinava con l’ospedale psichiatrico. Noi sentivamo le persone urlare, pensavamo ad un mondo diverso ed invece erano le stesse persone che venivano ricoverate in clinica: quando andava bene tornavano a casa ma spesso andavano dall’altra parte del cortile. Non c’era situazione intermedia: Basaglia cominciò a pensare che o doveva venirne via o doveva cambiare quel mondo perché quel mondo non era la modalità terapeutica che poteva dare una risposta al malato, era una cosa diversa e la sua esperienza in carcere gli aveva fatto capire in che condizione erano queste persone, cosa potevano vivere queste persone nel mondo concentrazionario. Quindi il primo impatto è stato quello col mondo concentrazionario, cioè il manicomio come mondo concentrazionario. Oggi a noi sembra ovvio tutto quello che c’è nell’assistenza psichiatrica, ovvio che ci sia il territorio, ovvio che ci sia l’SPDC, ovvio che ci siano le comunità, ci sembra normale, non viene neanche in mente che ci possa essere qualcosa di diverso. Franco si è trovato di fronte a due ovvietà: la prima ovvietà era quella che lui ha colto che gli sembrava ovvio che l’istituzione non funzionasse così come era perché era entrata in crisi anche per colpa degli psicofarmaci, ho l’impressione. L’altra ovvietà era che il mondo intorno a lui pensava che i manicomi avrebbero dovuto esserci per sempre. Vogliamo incominciare un po’ da qui…... Se vogliamo parlare di ovvietà, la prima ovvietà trasformare questo mondo concentrazionario, questa istituzione totale, questo carcere in ospedale. Questo è stato un passaggio ovvio di Franco Basaglia, cercare di dare una funzione, la sua vera funzione, quindi il primo passaggio l’umanizzazione di questa situazione. Ecco questo è stato il primo passaggio. Quale è stato l’impatto interno di questa ovvietà, da parte del personale, prima ancora che dei ricoverati, lui ha trovato terreno fertile, una disponibilità oppure no? Ha dovuto combattere perché molti erano abituati a vivere in un certo modo l’istituzione e parlo del personale? Ecco se io devo dire quale è stato il mio impatto su questo anche se è stato successivo, qualche anno dopo, però dava conto di chi c’era prima, bisogna dire che Franco è arrivato lì insieme ad Antonio Slavich come suo assistente giovane con l’aura di professore universitario quindi ben accettato e diciamo che l’impatto iniziale è stato di grande aspettativa ma di aspettativa di mantenimento della situazione: il luminare che arriva, giovane e di buone speranze con già un nome alle spalle. So che allora c’era anche un assessore bravo che lo sosteneva che aveva capito un po’ le sue idee di rinnovamento che però poi è morto. Poi quando lui ha cominciato la sua azione ha cominciato ad avere le sue resistenze all’interno quando io sono arrivato le resistenze c’erano e c’erano eccome. Probabilmente erano maggiori nel periodo in cui siamo arrivati io, Pirella e Gervis; c’erano proprio due fronti: da un lato persone che avevano cominciato ad aver fiducia in Franco Basaglia come persona che avrebbe portato qualcosa di nuovo di interessante, di scientifico, di importante per cui ad esempio ricordo il caposala che quando veniva qualcuno a visitare l’ospedale e gli chiedevano cosa pensava di Franco diceva: "Sa noi non sappiamo dove vuole arrivare però lui lo sa!". Cioè non capivano bene la sperimentazione che c’era, lo vivevano come una persona che aveva un piano ben preciso e sapeva dove stava andando senza saper che il cambiamento che avveniva nell’ospedale psichiatrico non si sapeva dove potesse arrivare, perché non c’era nessuna esperienza tale che ci potesse predire il risultato. C’erano quelli che invece vivevano questa esperienza in modo molto intenso anche dal punto di vista politico e quindi aggregandosi a favore di questa esperienza e andando avanti fino a quando sono stato direttore io. Pian piano si era organizzata anche la frangia contraria; i primi anni c’era un po’ questo disorientamento: da un lato l’uomo nuovo che arriva, senza sapere dove si poteva andare. Quando io sono arrivato iniziava un discorso diverso: il momento dell’umanizzazione cioè il cominciare a dare delle risposte diverse, ad adoperare gli psicofarmaci in modo diverso, a diminuire l’intervento con l’elettroschok terapia: L’elettroschok terapia a Gorizia si è continuata a fare fino abbastanza avanti anche se man mano che noi in qualche modo conquistavamo i reparti, se così si può dire, si terminava con tale terapia. Certo c’erano anche dei medici tradizionali che continuavano a fare l’elettroschok e ad adoperare dei metodi costrittivi. Quando sono arrivato io però in Italia i metodi costrittivi erano praticamente terminati, ma l’elettroschok era ancora praticato: certo veniva fatto in un certo modo mentre prima venivano utilizzati dei metodi un po’ artigianali, comunque veniva fatto. L’altro elemento erano gli ospiti. Che impatto ha avuto questa umanizzazione nei confronti dei ricoverati? Quale è stato l’impatto sugli ospiti, di questo arrivo e di questi cambiamenti? Direi che gli ospiti sono stati molto più accettanti di quanto può essere stato forse il personale, ci sono stati dei problemi perché quando io sono arrivato c’erano ancora dei reparti chiusi. Agostino Pirella era in un reparto chiuso che era il più difficile in cui era concentrato un po’ di tutto poi ha aperto anche quello. Però direi che i pazienti amavano Basaglia. Alcuni episodi siano stati episodi importanti: C’era un certo C. che era nel reparto dove c’era Slavich che era considerato il peggiore paziente perché aveva una forza non indifferente: se lo chiudevano in un bagno lui sradicava il lavandino, era uno di cui tutti avevano paura. Poi ha cominciato a essere liberato e è diventato una persona gentile, una specie di vecchio saggio; questi sono stati episodi molto importanti anche per gli altri ricoverati. Se devo dire nel corso del tempo c’erano i maniacali che erano i più difficili perché erano coloro che tendevano a "mangiare lo spazio" in tempi e in modi così intensi che "mangiavano" anche il personale nel senso che per non recludere le persone c’era bisogno di avere persone; c’era bisogno di avere delle persone vicino e questi cercavano sempre di alzare il prezzo della loro richiesta stancando il personale. Ecco un’altra situazione significativa: una persona mandata in manicomio criminale, a un certo punto facciamo la riunione con Pirella e con gli infermieri che dicevano: "Non ce la facciamo più, questo ha fatto delle cose, che le sconti come è giusto che faccia", allora è andato in manicomio criminale poi dopo sei mesi è tornato e quando è tornato la prima cosa che ha fatto è ringraziarci perché solo stando in manicomio criminale aveva capito quali sforzi avevamo fatto noi per lui ed è diventata una persona diversa. Dico di questi due casi perché se ancora oggi si parla con gli operatori di Gorizia, li ricordano tutti. I pazienti sono quelli che hanno reagito meglio di tutti che hanno capito meglio di tutti, proprio questo S. una volta in una riunione disse: "Basaglia ha infilato le chiavi nella porta, noi le abbiamo girate". Ecco come veniva vissuto Franco Basaglia che non era il papà buono diciamo, non era il liberatore, era la persona che aveva dato l’opportunità. Dicevamo che oggi i giovani, ma spesso la gente comune non sa cosa era il manicomio e non sa nemmeno cosa era successo in un epoca tra l’altro in cui si agiva in barba alla legge, perché voi agivate nelle pieghe della legge italiana che vi permetteva di fare certe cose perché era una legge vecchia ma non era poi tanto malaccio rispetto al resto del mondo. Ecco vediamo un attimo questi passi: parlavamo di rivoluzione quali sono stati i passi topici di questa rivoluzione goriziana. Il primo passo è stato l’umanizzazione, quindi all’interno del manicomio era cambiare i rapporti umani o se vogliamo il potere dal potere medico; Franco lo scrive in un articolo del 64: si passa ad un rapporto più comunitario, più paritario: siamo insieme abbiamo un problema comune da risolvere, naturalmente uno è medico , l’altro paziente e su questo non credo ci fossero dubbi. Questa è una fase che però è ancora prima di quello che sarebbe il dire che la porta ha una serratura ma poi il passaggio successivo sarebbe quello di mettere la chiave dentro e insieme girare e aprire. Ecco quali sono stati i momenti importanti? Allora due cose, primo mi rifarei un attimo alla legge, la legge era una legge abbastanza precisa, parlava di cura e custodia; allora il manicomio era la rappresentazione della custodia non della cura ma della custodia intesa in un certo modo e questo allora è stato il primo passo: l’umanizzazione ha dovuto agire all’interno di questa contraddizione cioè riportare l’ospedale alla cura e interpretare diversamente la custodia; custodia non vuol dire che io per custodire una persona devo chiuderlo dentro; per custodire una persona mi devo prendere cura di lui, anziché chiuderlo gli metto una persona vicino. L’umanizzazione è stata questa: rivalutare la cura e interpretare diversamente la custodia custodia come prendersi cura e non come reprimere. Questo direi che è stato il momento cruciale che ha portato a cosa, all’abbattimento delle mura dei cortili quindi alla liberazione all’interno dell’ospedale delle persone. Che non stavano più chiuse nei reparti e potevano muoversi Il primo muro di cinta che è stato abbattuto…ricordo che, abbattuto questo muro, c’era un paziente che continuava a girare per il cortile non andando oltre il muro abbattuto finché piano piano ha incominciato a mettere un piede dall’altra parte e a guardarsi attorno ma non nella stessa giornata, in giornate successive finché ad un certo punto ha visto che andando al di là non succedeva niente e ha cominciato ad andare: è la riconquista della libertà però non può bastare, l’abbattimento del muro è un momento importante, è un simbolo che tutti colgono e la persona ricomincia a riconquistare il proprio spazio insieme ad altre cose. Noi abbiamo dato dei tavolini per porre le proprie cose, degli armadietti, abbiamo imbandito le tavole, dato i coltelli, cioè tutti passaggi che sono stati importanti per l’umanizzazione, che sono stati il recupero dello spazio e del tempo della persona quindi direi un momento fondamentale, quindi umanizzazione ha voluto dire questo riconquista di uno spazio e di un tempo perduto. Quindi avviene la necessità di un secondo movimento cioè come gestire questa situazione: sono incominciate le riunioni di reparto, le prime furono quelle del reparto di Slavich, sono incominciate per discutere su cosa fare durante la giornata, su come si mangiava, su come tener pulito… Queste persone che hanno continuato a tacere per vent’anni come si sono trovate nel momento in cui hanno avuto questa possibilità? Parlando di cose così concrete le persone parlavano, hanno cominciato a occuparsi di queste cose: se si mangiava male a protestare e non solo… Pian piano si costruivano dei gruppi con dei leader, pian piano si proponevano e direi che pian piano è sorta una dinamica abbastanza simile. I primi a venir fuori erano le personalità psicopatiche erano quelli che si ponevano come leader che poi distruggevano loro stessi la leadership e poi venivano fuori gli psicotici, a distanza venivano fuori loro come vere persone. Era abbastanza particolare come tipo di situazione e direi che questo è stato un momento molto importante perché ha fatto partecipare della vita dell’ospedale molte persone, cioè allora si è dato un po’ gambe a quello che era uno slogan. Viviamo tutti sullo stesso piano, siamo tutti uguali, viviamo tutti sullo stesso piano pur nella diversità dei ruoli, cerchiamo di far scomparire queste situazioni di disuguaglianza almeno all’interno della situazione, logicamente nell’ambito sociale bisogna tacere, cercando di cogestire la situazione. Allora viene messa in crisi la figura dell’infermiere, qui cominciano le grosse resistenze: " Voi tenete più conto del paziente e non dei nostri problemi", data la situazione bisogna dire che noi siamo qui per i pazienti. È facile dirlo oggi, ma in passato questo ha portato non solo discussioni, sindacati… oggi è una cosa normale ma non lo poteva essere in quei tempi, non avevamo esempi. Direi quindi che il momento delle assemblee di reparto è stato un momento molto importante che ci ha posto di fronte ad un problema: il problema psicoanalisi si o no. Leggiamo queste dinamiche attraverso una lettura psicodinamica solo? ma nessuno di noi era psicoanalista, oppure anche noi cresciamo insieme a questa esperienza? E questa è stata la nostra scelta, la diversità… In quel periodo io e Pirella facevamo dei gruppi, li facevamo insieme perché nessuno dei due era analista e scoprivamo un po’ le cose che trovava Laing dall’altra parte. Però con delle diversità, cioè avevamo visto che il fantasma persecutorio che descriveva Laing, nel momento in cui noi avevamo aperto il reparto scompariva, allora ci siamo resi conto che eravamo noi i persecutori, non erano fantasmi era la realtà, aperto il reparto non c’era più il fantasma persecutorio. Noi continuiamo a tener conto del momento psicodinamico ma anche del metro sociale, sociale e politico: il fatto di domandarsi chi siamo, quale compito abbiamo, la psichiatria cos’è, noi psichiatri siamo dei medici, dei curatori o siamo delle persone che anche recludono, opprimono? La psichiatria è una scienza medica, una scienza che cerca di spiegare la malattia oppure è una scienza del controllo? Queste sono le domande che venivano fuori pian piano e noi abbiamo dato la nostra risposta fino a dire: " Basta l’ospedale deve essere chiuso" però a quel punto lì non è più Gorizia ma diventa Trieste. Direi che Gorizia è il momento che ci impone queste domande e ci dà queste risposte. A un certo punto a Gorizia scopriamo che la comunità terapeutica non ci basta nel senso che la comunità terapeutica rischia di far diventare il manicomio un bel manicomio ma riperpetuare la necessità del manicomio, cioè un posto buono dove stare. L’umanizzazione, la compartecipazione e quindi la comunità terapeutica, la scoperta che l’ospedale comunque è un luogo di malattia e non di cura, è un luogo di oppressione, di allontanamento e allora la malattia deve essere riportata nel suo luogo naturale, dove nasce. In realtà a Gorizia Franco fa la rivoluzione, immagina giustamente di riportare il malato nel luogo dove vive, un principio che per noi è normale, ma… Non era per nulla normale allora Ecco ma tra la gente fuori, e mi riferisco ai famigliari, al milieu sociale di Gorizia e a i politici, questa rivoluzione che voi stavate facendo dentro con la voglia di portarla fuori, di andare oltre, che effetto ha fatto? Che reazioni ci sono state? Direi che per quanto riguarda i familiari è stato anche in questo caso un processo che si è messo in moto, logicamente i familiari i primi tempi erano contrari. Però non bisogna vedere questo non come un "adesso tutti fuori". No, si è cominciato un rapporto con l’esterno molto forte con partecipazioni all’interno… Prima voi avete fatto entrare la società dentro? Sono stati anni molto belli e molto pesanti, belli perché eravamo in contatto con molte persone, a Gorizia sono venuti anche personaggi importanti , Facchinelli ad es. mi ricordo che dopo aver partecipato ad una riunione di reparto disse a me e ad Agostino Pirella "Qui fate un trattamento psicoanalitico perfetto": Anche nella quotidianità avevamo stabilito un po’ di attività diverse, cioè quando visitavamo le persone, facevamo visite domiciliari, continuavamo a seguire gente all’esterno, facevamo igiene mentale nel senso che aprivamo l’ambulatorio all’interno dell’ospedale per vedere le persone. In questo senso c’era una quotidianità di rapporti col territorio, avevamo preso contatti anche con sindaci, per chiedere se si potevano aprire all’esterno dei centri di salute mentale e qui comincia la vera resistenza, grossa resistenza politica, mentre sugli altri piani vi fù più dialettica. Eravate una dannata cricca di comunisti. Questa situazione di Gorizia è sempre andata di pari passo, si è sempre incontrata con i movimenti sociali in qualche modo ma non perché Gorizia voleva essere così ma perché quello che andavamo proponendo andando avanti si sposava per forza con lo spirito del tempo. Perché Gorizia nasce negli anni 60 perché negli anni 60 c’è una modifica totale del mondo italiano si passa da un mondo agricolo ad un mondo industriale, non si può più permettere la società italiana di avere i manicomi, parliamoci chiaro. Franco diventa l’interprete di quel momento. Franco è uomo del suo tempo non è fuori dal tempo e interpreta perfettamente il suo tempo. Se si volesse essere gramsciani è organico al suo tempo. Quando noi diciamo vogliamo portare il malato di mente là dove nasce la sua malattia, la dove nasce la sua situazione, là dove lui è radicato.. sono gli stessi anni in cui i sindacati cominciano a dire vogliamo curare la malattia nel territorio, cioè sono gli stessi concetti ma non è che ci siamo messi d’accordo: questa stupidità di pensare da parte della destra che la sinistra si voglia mettere d’accordo è una polemica che sorge anche in questi giorni…molti di noi non erano mica comunisti, Slavich leggeva il Corriere della Sera, il Corriere della Sera di allora. E’ interessante notare che Basaglia non ce ne sono più lui è stato un leader, cioè il ragionamento è molte persone hanno avuto delle buone idee ma spesso sono morte con loro e non hanno avuto se non dopo molto tempo riconoscimento postumo. Il caso di Basaglia è invece il caso di un leader che ha modificato, è riuscito a modificare alla fine una realtà a livello nazionale partendo da un piccolo posto. All’inizio vi sentivate soli e che ruolo ha avuto il suo carisma? Per uscire da Gorizia e far diventare questo un fenomeno più grande? Sembra semplice però è complessa perché pone in campo numerose questioni, allora cerchiamo di vederle un momentino. Il mondo esterno, il mondo politico, era contrario logicamente perché la rivoluzione basagliana mette in discussione delle dinamiche consolidate: cioè chi sono queste persone? Perché queste persone devono star fuori dal mondo? Perché il mondo non le vuole? E se queste persone mostrano anche di poter vivere nel mondo cosa è che portano con loro che sconvolge tanto? Al di là che possa esserci più o meno lo schizzococco? Anzi magari ci fosse lo schizzococco così risolviamo il problema…. invece è per loro comportamento che non sono accettati perchè mettono in discussione il sistema di potere costituito che non vuole essere messo in discussione da qualsiasi parte lo si veda. Questo è lo sconvolgimento che porta Gorizia in sè e lo porta su tutti i piani: mondo politico ma anche mondo universitario: riconoscono Franco ma non quello che Franco fa perché sono due cose diverse infatti ad un certo punto gli si offre la cattedra psichiatrica a Pavia, ma senza letti in modo che lui parli ma che il suo parlare sia ideologico senza riflesso pratico perché si capisce che la forza di Franco Basaglia non è solamente quella di un teorico ma quella di una persona che agisce la cui forza è l’utopia non l’ideologia, intendendo per ideologia quell’insieme di situazioni che cercano di coprire la realtà e l’utopia quella che smuove la realtà, che smuove in qualche modo le situazioni, in questo senso Basaglia dà fastidio. Non è casuale che oggi i giovani specialisti in psichiatria non sappiano nulla di Gorizia se non parole al vento che "la malattia mentale non esiste" cosa non vera ecc. e non capiscono invece che c’è stata una profonda rivoluzione del cercare di capire in modo diverso il malato e la malattia. Partendo dal malato e non dalla malattia perché partendo dal malato tu scopri una contraddizione con cui ti devi confrontare se hai la malattia ti confronti con niente, non ti metti in discussione metti in discussione solamente l’altro anzi cerchi di costringere l’altro in un angolo che è quello dell’etichetta che tu gli dai dentro la quale lui deve stare. Questa è la situazione che ha messo in discussione la psichiatria. Allora che cosa è la psichiatria? Perché ancora oggi è una domanda, è una domanda che ha una risposta più articolata per certi aspetti di quanto non fosse 40 anni fa però è ancora una domanda. Cioè questo uomo spostato dal manicomio al territorio perché il territorio vuole ancora cercare di circoscrivere di recludere in uno spazio altro, è ancora una volta una persona scomoda pur avendo fatto vari passi in avanti sulla ricerca scientifica, perché ancora questo uomo non è un oggetto che tu prendi e cataloghi una volta per tutte è una complessità che è un divenire è questo il problema, quindi tu devi avere degli strumenti che sono in divenire non degli strumenti che cercano di fissarlo, per fissarlo un momento ma per quel momento ma poi si deve divenire insieme con lui. È anche la tua tecnica che è importante che tu abbia deve essere duttile, deve modificarsi insieme con l’altro. Io credo che Freud sia stato questo: la psicoanalisi non è questo, questo è il probema, o certa psicoanalisi. È questo il problema importante. Diciamo che Gorizia è intervenuta su diverse cose, mettendo in crisi troppe cose. La reazione dei colleghi? Della psichiatria delle altre zone d’Italia? Quale è stata? Diciamo che ci sono stati pochi colleghi che hanno cominciato ad avvicinarsi, molti giovani. Perché è più facile andare dietro al potere, più difficile creare delle situazioni alternative. Io dico sempre che il potere ce l’hai lo stesso se agisci in un certo modo, però è più facile in un certo modo che in un altro. È più facile seguire la carriera universitaria, ma anche andare nei servizi e fare quello che ci ha insegnato l’Università piuttosto che fare quello che si deve fare. Gli psichiatri che ho sono il risultato dell’università di oggi. Questa è la realtà ed è con questa realtà che noi ci dobbiamo confrontare, certo se mi date cartalibera qualcuno lo trovo in giro per l’Italia, però questo è il risultato anche della situazione di allora. Quando è successo il caso di una persona che uscendo ha ucciso la moglie, non aspettavano altro per attaccare Gorizia. Noi eravamo 4 gatti allora, entravamo al mattino alle 8 uscivamo alle 4 del mattino e alle 8 eravamo di nuovo lì. Però siamo stati bravi noi e Franco soprattutto a coinvolgere le persone e più che in Italia, all’estero. Diciamo pure che se in Italia c’è una grossa ignoranza su Gorizia, questa ignoranza non c’è all’estero. Se uno va in Francia, in Belgio, Spagna, Franco è molto conosciuto . Io non dico che gli psichiatri devono essere Basagliani io dico che non si può, come non si può non conoscere Freud, non si può non conoscere Franco Basaglia perché non è una persona comune, è stato un leader. Siamo stati delle persone normalissime credo con una discreta intelligenza però non avevano il carisma di Franco, lui aveva una grossa capacità intanto di entrare in contatto con le persone, e di coinvolgerle. Aveva una grossa capacità di tradurre in pratica quello che pensava e di coinvolgere gli altri sulla pratica non solo sull’ideologia, io credo che il più bello scritto di Franco siano le Conferenze Basagliane in cui si vede chi era, si capisce tutto Franco nella capacità di prendere la platea ma di prenderla per qualcosa. Franco aveva la capacità di mettersi costantemente in discussione sul piano concreto come uno che viveva sul rapporto, nel rapporto, non era capace di rimanere fuori dal rapporto quindi questo lo traduceva in tutte le sue forme di vivere. C’era una domanda che facevano ogni tanto a Franco: ma se lei non avesse fatto il direttore di ospedale psichiatrico, lo psichiatra, cosa avrebbe fatto? Lui rispondeva: per me anche se avessi fatto il venditore di noccioline per me sarebbe stato uguale. Avrei avuto il problema di come vendere le noccioline. Il problema è che nulla è mai un atto passivo ma deve essere sempre attivo, sempre domandarsi chi sono, cosa faccio, chi è l’altro? Cosa vede e cosa vuole l’altro. Questa era la sua costante che gli ha permesso di passare dal mondo universitario al ruolo di direttore di un piccolo ospedale di provincia nella parte più sperduta d’Italia….. Lui arriva nel 63 e va via nel 69. Arriva con l’ospedale psichiatrico come era come uno dei tanti ospedali ospedali psichiatrici di allora e nel 69 cosa lascia. La vera rivoluzione è stata Gorizia, trieste è stata la conseguenza, tutti parlano di Trieste ma Trieste viene dopo draaticamente, senza Gorizia non ci poteva essere Trieste. Tu hai attraversato la psichiatria di questi ultimi 40 anni e hai avuto la fortuna di vivere la rivoluzione dall’interno ma che cosa è rimasto nella psichiatria di oggi? Io ti dico sinceramente ho l’impressione che non sia rimasto quasi più niente. Non è vero che non è rimasto niente. È la domanda che mi faccio tutti i igiorni. Molto probabilmente se ci fosse qualcosa di diverso io non sarei qui a 65 anni. Perché non c’è un altro giovane di 30 anni come me o meglio di me? Sarebbe meglio di me, io potrei dargli una mano, avrebbe più spirito, perché non ci deve essere ? È vero che ci sono poche persone però è vero che lo spirito è passato, se non si costruiscono nuovi manicomi, se la Burani Procaccini ha così difficoltà ad essere messa in moto se io quando sono solo in mezzo a una serie i primari italiani alla prima presentazone della legge e quando io metto il dito sulla piaga e mi dice che sono ubriaco, è segno che qualcosa è passato, l’idea che il manicomio non ci debba più essere, l’idea che anche il territorio può essere il manicomio. La rivoluzione culturale che noi abbiamo fatto è ancora una rivoluzione culturale all’interno di uno specifico, che ha avuto anche dei riglessi più generali ma che non può essere accettata da questo mondo e che non può essere quindi diffusa da questo mondo. Il mondo non è fatto di diversi è fatto di uguali e i diversi rimangono sempre fuori dalla porta quindi può essere un’idea vincente un’idea che bisogna che vada avanti. Franco Basaglia è un intellettuale del nostro tempo che ha agito per cambiare il nostro mondo. C’è stato una demonizzazione in Italia e molti suoi epigoni hanno distorto il suo pensiero in slogan che non hanno certamente aiutato la rivoluzione. POL.it

È il momento degli anni Settanta Massimiliano Panarari Voglia di anni Ottanta, dalla musica all’abbigliamento alle mode in genere: questo è quello che ci dicono le riviste di settore e i rotocalchi, i quali urlano a gran voce la nostalgia degli Eighties. Ma se si dà un’occhiata all’ambito del mercato editoriale e dell’industria culturale (termine che le figure di cui stiamo per parlare, pur avendola in parte inventata, aborrirebbero), pare di assistere, soprattutto, a un certo ritorno degli anni Settanta… Toni Negri, inserito nelle classifiche dei pensatori più influenti del pianeta dai mass media mondiali di punta, dal quotidiano statunitense New York Times all’hebdo francese Nouvel Observateur. Technikart, il mensile parigino bibbia dei trentenni branchés e modaioli (anche e soprattutto in senso culturale), rispolvera e aggiorna tendenze anni Settanta, con la capitale francese – in quegli anni vetrina della cultura mondiale grazie al post-strutturalismo – che sforna a getto continuo idee e “situazioni” riprese direttamente da quell’epoca. Sempre Oltralpe, continua poi a imperversare e far discutere un libro piuttosto interessante di François Cusset French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze & Cie et les mutations de la vie intellectuelle aux États-Unis (La Découverte), un lungo e dettagliato resoconto dell’immediata “corrispondenza d’amorosi sensi” esplosa nel 1970 a New York (e da lì irradiatasi in tutti gli States, con in testa, ovviamente, la California) tra la controcultura a stelle e strisce e i filosofi francesi, adottati in chiave di resistenza alla controrivoluzione reaganiana alle porte e destinati a esercitare un’influenza durevole e profonda sulla cultura tanto accademica (tra gender e cultural studies) e pop (dal fumetto alto alla fantascienza, sino a una certa cinematografia) – un volume di cui ha diffusamente parlato anche il Manifesto, attentissimo, ça va sans dire, ai fermenti e alle reminiscenze di quel mondo. Insomma, l’antagonismo è à la page, anche perché sembra impossibile pensare, riflettere o discutere della “Rivolta” o di qualunque manifestazione di ribellismo senza ricorrere al lessico e al gergo degli anni Settanta, come se là si fossero cristallizzate ed espresse per l’ultima volta le forme della ribellione, prima del “Grande freddo” anni ‘80. Analogamente, il pensiero della sinistra radicale postfordista pare impossibile senza le suggestioni degli anni Settanta, basti vedere il volume Capitalismo cognitivo sulla conoscenza e la finanza nell’attuale temperie neoliberista – un parallelismo centrale per questo tipo di argomentazioni – curato da Carlo Vercellone (docente alla Sorbona) e composto da saggi di studiosi prevalentemente francesi (Manifestolibri). E in Italia, dove la nomea degli anni Settanta risulta per lo più irrimediabilmente negativa? Oltre a quello che rimane della galassia no global, molto disponibile a raccogliere il testimone dell’epoca, il fenomeno pare avere un côté significativo (in primis, editoriale) anche da noi, non soltanto per il proliferare della memorialistica e dei libri sul terrorismo – da Prospero Gallinari (Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Bompiani) al giornalista Paolo Pergolizzi (L’appartamento, Aliberti) – ma per l’arrivo in libreria di una serie di volumi che restituiscono il mood e il clima di quel decennio, apparentemente archiviato e pieno di tensioni (alcune delle quali irripetibilmente creative). Due dei pesi massimi del periodo vengono ripubblicati da noi proprio ora. Si tratta del Panegirico di Guy Debord (Tomo primo e Tomo secondo riuniti insieme, Castelvecchi) e del Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni di Raoul Vaneigem (Castelvecchi). Debord, il papa del situazionismo (l’ultima avanguardia), morto suicida nel ‘94, e Vaneigem, inquieto anche all’interno dell’inquietudine situazionista, al punto da venirne allontanato per troppa irregolarità (anche gli “agitatori” si innamorano delle ortodossie…), ci parlano con un linguaggio che suona distante, dopo la sterilizzazione degli anni ’80 e della loro rivoluzione conservatrice, ma proprio per questo suggestionano ancora e, anzi, ancor più. Autentica poesia rivoluzionaria, infatti, è quella contenuta nel libro di Vaneigem, piena degli ardori di quella stagione irripetibile della vita di ogni individuo che coincide con la gioventù (soltanto oggi, in questi tempi grigissimi, divenuta tanto faticosa e, a volte, plumbea per l’assenza di speranze e per il dilagare dell’estrema precarietà lavorativa). Mario Perniola, sempre per Castelvecchi, dedica un libro di ricostruzione complessiva a I situazionisti. Il movimento che ha profetizzato la “Società dello spettacolo”, tra psicogeografia e urbanistica unitaria, rizoma e critica del maoismo e dell’ideologia terzomondista. Insomma, come direbbero i detrattori degli anni Settanta, il lupo perde il pelo, ma non il vizio di provocare (e in questo caso anche di continuare a seminare idee irriverenti e provocatorie, che ci sfidano a tornare ad essere più creativi)… caffeeuropa.it

RIMESCOLANDO LE CARTE IN IRAQ DI GHALI HASSAN Il recente insediamento di un governo fantoccio in Iraq sotto l'Occupazione statunitense prova che il ruolo messianico del "diffondere la democrazia" è in rovina. La fraudolenta "legge" elettorale imposta dall'Occupazione, e il fatto che gli Stati Uniti siano dipendenti dalla violenza per proteggere i propri interessi imperialistici ed aziendali a spese della popolazione irachena, offre una prova schiacciante contro l'agenda imperialista degli Usa in Iraq. E questo contrariamente al mito recitato e promosso dalle cosiddette "Destre" e "Sinistre" occidentali, oltre che dai media mainstream, per cui "gli Stati Uniti hanno fallito [in Iraq] a causa di "poca pianificazione" ed "incompetenza". Infatti, la "Sinistra" sta sostenendo che l'invasione e la distruzione dell'Iraq "finirà con avere anche delle conseguenza positive". Ovviamente, la "Sinistra" non fornisce alcuna prova per la propria farsa. Al contrario, gli Stati Uniti hanno pianificato la distruzione e l'Occupazione militare ed economica dell'Iraq molti mesi prima che avesse luogo l'illegale invasione. Gli Stati Uniti hanno fallito in Iraq per le seguenti ragioni: 1) In Iraq gli Stati Uniti stanno favorendo i propri interessi imperialistici ed aziendali, non quelli del popolo iracheno. Prove schiaccianti dimostrano che a partire dall'invasione, l'Amministrazione Bush e i suoi alleati hanno tratto enormi benefici dal depredare la ricchezza dell'Iraq; 2) L'obbiettivo degli Stati Uniti era distruggere l'Iraq; 3) la consapevolezza anti-imperialista ed anti-Occupazione del popolo iracheno; 4) l'imperterrita Resistenza del popolo iracheno all'agenda imperialista degli Stati Uniti. Tre anni dopo l'illegale invasione Usa, l'Iraq è un paese distrutto sotto un'Occupazione fascista, non ci sono "conseguenze positive". Gli Iracheni non hanno acqua, elettricità, lavoro (la disoccupazione è al 70 %) e sono privi di servizi sanitari di base. Gli Iracheni – a tutti i livelli – stanno molto peggio che prima dell'invasione e dell'Occupazione. Non c'è sicurezza e non ci sono diritti umani. Centinaia di migliaia di Iracheni, per la maggior parte donne e bambini, sono stati uccisi dalle forze statunitensi. Gli Iracheni continuano ad essere arrestati senza accusa, torturati e maltrattati dalle forze Usa e dalle loro milizie e squadroni della morte che hanno addestrato. Dovrebbe essere notato che pochi mesi dopo la guerra degli Stati Uniti all'Iraq, nel 1991, che devastò le infrastrutture del paese ed uccise centinaia di migliaia di innocenti civili iracheni, il Governo di Saddam Hussein fu in grado di ripristinare i servizi di base e rifornì la popolazione con cibo, acqua ed elettricità. L'Iraq era una nazione molto sicura ed unita. Tutto ciò fu ottenuto nonostante l'illegale interferenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna negli affari iracheni e le criminali sanzioni genocide imposte dalle Nazioni Unite e rafforzate dagli eserciti di Usa e GB Molto prima dell'invasione, Stati Uniti e Gran Bretagna addestrarono, armarono e finanziarono elementi criminali tra gli espatriati iracheni negli Usa, in GB ed Iran. Una volta entrati in Iraq a seguito dai tank statunitensi, gli espatriati e i loro mentori si sono imbarcati in un processo criminale di "de-baathificazione", che implica l'uccisione di chiunque sia associato al Partito Ba'ath e di chiunque abbia opinioni anti-Occupazione. La "de-baathificazione" è semplicemente uno strumento di morte per incitare la violenza e distruggere la società irachena. Decine di migliaia di innocenti iracheni sono stati uccisi a sangue freddo dalle milizie addestrate ed armate degli Stati Uniti, mentre altri sono semplicemente scomparsi. Nessuna di queste stragi quotidiane di civili innocenti fu commessa durante il precedente regime di Saddam Hussein. L'etichetta di "Sunniti" e "Sciiti" è una creazione degli Stati Uniti per fornire una cortina fumogena e distogliere l'attenzione della gente dai crimini dell'Occupazione. La relazione tra le milizie armate e l'Occupazione può essere descritta solo come simbiotica. E' una campagna di terrore finanziata ed implementata con il pieno apporto degli Usa e dei loro agenti. Se si esaminano gli espatriati che gli Stati Uniti hanno portato in Iraq e piazzato nelle posizioni più alte per servire le loro agenda imperialista-sionista, si avrebbero grandi difficoltà a trovare qualcuno con opinioni nazionaliste ed anti-Occupazione. L'Amministrazione Usa continua a rimescolare gli espatriati come carte per spolverarli da ogni slealtà all'Occupazione. In altre parole, sono riciclati per lo stesso obbiettivo. Dal primo giorno in cui sono arrivati in Iraq, si sono stabiliti con le forze occupanti nella fortificata "Zona Verde" , completamente isolata dalla popolazione irachena. Hanno una cosa in comune con l'Amministrazione Bush: rubano la ricchezza dell'Iraq e distruggono l'unità del paese. E' nei piani degli Stati Uniti colonizzare l'Iraq e renderlo subordinato e dipendente. Durante le elezioni irachene inscenate dagli Stati Uniti nel 2005, non c'erano candidati o partiti politici con ideologie politiche, ma solo liste di candidati religiose o etniche portate in Iraq con le forze di invasione. In aggiunta all'illegittimità delle elezioni – condotte sotto Occupazione militare straniera – la "legge" elettorale imposta dagli Stati Uniti o Legge Amministrativa di Transizione (Transitional Administrative Law, TAL) nega agli Iracheni il loro diritto al principio di "una testa, un voto". La TAL è stata concepita per essere al servizio degli interessi statunitensi e per limitare il potere della nuova assemblea "eletta". La TAL offre ai Curdi un effettivo potere di veto, e crea quindi una situazione di stallo, come si è visto poi. In aggiunta, la Costituzione stesa dagli Stati Uniti era lì per rinsaldare e legittimare queste varie divisioni etniche e settarie. Ci si chiede perché gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non abbiano lo stesso sistema "democratico" in patria. L'Amministrazione Bush ha bisogno di questa propaganda dei "punti di svolta" per dimostrare al mondo che la sua politica imperialista è ancora in vita, che qualcosa di positivo viene dall'Iraq e che sta "diffondendo la democrazia". La realtà è che gli Stati Uniti stanno diffondendo l'odio e la violenza. Quello che hanno portato all'Iraq non è la "democrazia", ma massacri, gravi violazioni dei diritti umani e una cultura di corruzione priva di precedenti, in Iraq. Il paese continua ad essere occupato militarmente da oltre 200.000 soldati Usa e dai loro mercenari, ed occupato economicamente dalle aziende statunitensi. Allo stesso tempo, l'Amministrazione Usa manca della volontà di concedere agli Iracheni (sotto Occupazione) il diritto a governarsi da sé mediante un processo democratico in grado di dimostrare che l'obbiettivo dell'Amministrazione Bush è controllare l'Iraq da dietro una facciata di criminali capaci solo di soggiogare la popolazione irachena al terrore quotidiano. Dopo tre anni di violenza e furto generati dall'Occupazione, gli Iracheni hanno rinunciato alla versione statunitense della democrazia. Ora è chiamata la democrazia statunitense di depredazione dell'Iraq. In una parola, il governo imposto dagli Stati Uniti è solo un sottile velo per coprire l'Occupazione. Nella sua cronaca dei passati attacchi criminali degli Stati Uniti contro nazioni indifese, Stephen Kinzer nota che i paralleli tra l'invasione Usa delle Filippine e l'invasione Usa dell'Iraq sono identici. In Overthrow (Times Books, 2006), Kinzer scrive: "All'inizio del ventunesimo secolo, dieci anni dopo che gli Stati Uniti invasero le Filippine e pochi anni dopo che invasero l'Iraq, quei due paesi erano tra i più volatili ed instabili di tutta l'Asia". Entrambe le nazioni restano povere, sfruttate e non democratiche. Infatti, l'Amministrazione Bush è nel processo di governare l'Iraq secondo il modello filippino. [Stephen Kinzer – Overthrow] Chiunque sia famigliare con il retaggio degli Stati Uniti nelle Filippine non avrà difficoltà ad identificare il ruolo criminale giocato dall'amministrazione statunitense nel terrorizzare la popolazione civile delle Filippine, sin da quando sono state invase dalle forze Usa oltre cento anni fa. L'Occupazione dell'Iraq ricorda quella delle Filippine. Come l'Occupazione dell'Iraq, l'Occupazione delle Filippine fu difesa come una guerra per la "civiltà" e la "libertà". Le forze Usa trattarono la popolazione civile con brutalità. Usarono la forza bruta, che comprendeva dare alle fiamme interi villaggi, torturare ed abusare di prigionieri e detenuti. Dopo decenni di occupazione militare, gli Stati Uniti continuano ad avere enormi diritti sulle basi militari nelle Filippine ed accordi militari con il governo locale. Oggi, gli Stati Uniti governano le Filippine dietro un'alleanza di facciata civile-militare de facto – rimescolando gli stessi oligarchi – e tutto questo sin dalla "indipendenza" dagli Stati Uniti. Sotto il dittatore Ferdinando Marcos (1972-1986), la popolazione civile delle Filippine fu terrorizzata dal terrore sostenuto dallo stato. La campagna di terrore dell'esercito e degli squadroni della morte nelle Filippine ha tutte le caratteristiche dell'attuale campagna di terrore in Iraq. Inoltre, le Filippine continuano a restare indietro quanto a sviluppo economico. La povertà e la disoccupazione hanno raggiunto i livelli più alti del mondo. Oggi il comune slogan delle Filippine è: "Meglio morire lavorando in Iraq, che stare a casa e guardare morire la tua famiglia". Il popolo iracheno accetterà il modello filippino? Non è probabile. L'amministrazione Usa è diventata così dipendente dalla guerra e dalla violenza che ha aumentato il pericolo per ogni essere vivente sul pianeta. L'uso della democrazia come strumento per servire i propri interessi imperialistici ed aziendali, da parte degli Stati Uniti, ha aumentato i rischi sia della povertà che della violenza, creando e sostenendo un sistema elitario di corruzione e avidità. Esso incoraggia e premia i criminali e il comportamento criminale. A meno che gli Stati Uniti siano costretti a ritirarsi dall'Iraq immediatamente, nessun rimescolamento delle stesse carte cambierà la situazione sul terreno. L'unica opzione rimanente è che i popoli del mondo forniscano sostegno morale alla Resistenza del popolo iracheno per l'auto-determinazione e l'indipendenza nazionale. Ghali Hassan Fonte: http://www.countercurrents.org/ Link: http://www.countercurrents.org/iraq-hassan120506.htm 12.05.2006 Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI

Riaffiora la nostalgia Mentre si apre il primo processo a un aguzzino della dittatura, i militari omaggiano le vittime della guerriglia Mentre l’Argentina dei desaparecidos, dei torturati, delle madri in cerca dei corpi dei figli scomparsi, e delle nonne in attesa di trovare i nipotini strappati dal petto delle madri in carcere, si commuove per il primo processo a un esponente della dittatura - finora protetto da leggi che ne garantivano l’impunità - i nostalgici del regime, gli autori di sparizioni e assassini, i torturatori di un’intera generazione falcidiata, brindano alla memoria delle vittime della guerriglia. E le polemiche con il governo si sprecano L’Argentina è questo. Gli stessi che hanno criticato Kirchner per il suo rispetto verso i diritti umani, per il suo inseguire una riconciliazione, una politica della memoria che riesca a curare ferite profonde e ancora sanguinanti, quegli uomini in divisa che rimpiangono i metodi repressivi che garantivano l’ordine e ripulivano il Paese dalle “ideologie devianti”, adesso si mettono pure a festeggiare i loro morti. Quegli agenti delle forze di sicurezza, quegli aguzzini che arrivavano la notte per rapire e rubare, e che torturavano e uccidevano, per poi disfarsi dei cadaveri gettandoli da aerei in volo radente. Nel Collegio militare di Buenos Aires, in centinaia hanno commemorato con picchetto d’onore i caduti nelle imboscate della resistenza argentina. E il giorno prescelto non può essere frutto del caso. Le due facce. Lo stesso giorno in cui il tribunale di La Plata ha aperto la prima udienza a un esponente della dittatura (grazie alla cancellazione, avvenuta nel giugno 2005, delle leggi di Obbedienza Dovuta e Punto Finale fatte ad hoc per lasciare impuniti i colpevoli di 13mila omicidi), la forza armata ha messo in scena un “atto di rivendicazione” per le “vittime della guerriglia”. In particolare, è stato reso omaggio all’ex capo della polizia federale, il generale Cesario Angel Cordoso ammazzato nel 1973 dall’organizzazione dei Montoneros, e ad altri 3 caduti, una maniera per tornare a chiedere al governo una “memoria completa” di quanto avvenne negli anni Settanta. Teste canute. Così mentre un grappolo di parenti dei desaparecidos e alcune decine delle migliaia di torturati sedevano nelle aule del tribunale per assistere all’udienza inaugurale di quello che sarà un lungo e doloroso dibattimento di oltre 3 mesi, con 130 testimoni a deporre, i militari osavano gridare all’ingiustizia. Il presidente della Promocion 76, fazione trainante del gruppo “Memoria completa”, colonnello Daniel Garcia, ha coordinato le celebrazioni del circolo militare, denunciando una “verità offuscata da chi ha interesse a farne vedere solo una parte”, tacciando per arbitrario e irrazionale il modo con il quale si tenta di ricordare il passato. “Oggi ci troviamo di fronte a una realtà che ci addolora, ci scuote. E davanti a tanta arbitrarietà non ci resta che riflettere, in modo che la ragione abbia la meglio sull’istinto. Che le nostre teste canute ci permettano di fornire esperienza e sapienza alle generazioni che vengono dopo la nostra e ci aiutino a contenerci davanti a tanta irrazionalità”. Di generazione in generazione. Chissà se anche l’imputato, Miguel Etchecolatz, capo storico della polizia di Buenos Aires e accusato di almeno 6 omicidi e 11 sparizioni, farà appello alla stessa saggezza ed esperienza quando, i giudici di La Plata, lo accompagneranno, come previsto, nei centri di detenzione e tortura e nelle case dove vivevano quei giovani, quella generazione ormai scomparsa per sempre. Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5698

Mondiali: cronaca di una squadra che non c'è più Un articolo del settimanale belgradese “Vreme” ripercorre le tappe della ultra ottantenne storia calcistica della squadra jugoslava, uscita definitivamente di scena con la sconfitta ai mondali Di Vladimir Stankovic, Vreme, 22 giugno 2006 (tit. orig. Odlazak voljenog pokojnika) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak La squadra della Serbia Montenegro Per quanto riguarda il calcio, tutto iniziò il 28 agosto 1920 alle Olimpiadi di Anversa: Cecoslovacchia - Jugoslavia 7:0. Va bene, ogni inizio è difficile, ma perché lo deve essere anche la fine? Agli africani è toccato il compito di fissare l'ultimo chiodo sulla bara del nostro caro defunto che negli ultimi 86 anni con la palla ci ha rallegrato (di più) e rattristato (di meno) e soltanto di rado ci ha lasciato indifferenti. Quando si tireranno le somme, tutte quelle Jugoslavie, tutti i regimi che essa ha rappresentato, tutte le bandiere sotto le quali ha giocato e tutti gli inni sotto i quali ha esordito, allora non sarà un ricordo così brutto perché i risultati, soprattutto finché eravamo un paese normale, non erano niente male (cinque medaglie olimpiche, due titoli da vice campioni più una semifinale nel campionato europeo, due semifinali ai campionati mondiali, tre quarti di finale ecc.). Il problema è che mai, o quasi mai, abbiamo imparato qualcosa dalla precedente partecipazione ad una competizione così importante quale i mondiali e che ogni volta eravamo i principali avversari di noi stessi. Tralasciando la partecipazione ai tre campionati del dopo guerra, 1950, 1954 e 1958, quando giocare per la squadra nazionale era veramente una questione d'onore, di prestigio, di vero patriottismo e quando non c'erano né polemiche né scandali (e ci sono stati i risultati, due presenze ai quarti di finale), tutte le altre partecipazioni avevano dei retroscena. Da Montevideo al Billerbeck In Uruguay nel 1930 ufficialmente giocò la Jugoslavia ma sarebbe stato più esatto se fosse stata chiamata Serbia, perché le squadre croate si erano rifiutate di dare i giocatori per la nazionale, in segno di protesta perché un anno prima la sede dell'Unione calcistica era stata spostata da Zagabria, dove fu fondata nel 1919, nella capitale cioè a Belgrado. In Cile 1962 per la prima volta si è presentato il problema del premio, dopo essere arrivati in semifinale (cosa che oggi sembra così irreale!) l'amministrazione chiese il permesso di premiare i giocatori con 5.000 dollari. La risposta del Paese fu un energico “no” perché, per dio, lo sanno questi nostri giocatori e questa amministrazione “quanto guadagnano i nostri minatori”. Quando dopo i campionati mancati del 1966 e del 1970 ci siamo qualificati per Germania 1974, di nuovo comparve il problema del premio. Fu promesso qualcosa che non fu mantenuto, sufficiente per tirare avanti fino ad oggi. In Spagna 1982 c'è stata la guerra per le scarpe da calcio, l'Associazione aveva il contratto con una ditta, i giocatori (generalmente) con un'altra. In Italia 1990, già in un'atmosfera da sfacelo del Paese, ci furono situazioni di ogni tipo, come tifare per i “propri”, il sensazionalismo a basso costo e sputare sull'allenatore Ivica Osim a causa del suo jugoslavismo. Anche in queste condizioni si è arrivati al quinto posto, e quando oggi si parla di mancanza di fortuna, per esempio, nella sfida con l'Olanda a Leipzig all'inizio di questi mondiali, mi chiedo come bisognerebbe chiamare tutte quelle disgrazie che ci hanno accompagnato nella sfida con l'Argentina a Firenze nel 1990, inclusa anche la serie di rigori. In tempi recenti, dopo il crollo del Paese, le sanzioni, l'isolamento, ecc. sotto il nome di SRJ la nostra squadra nazionale si è qualificata ai mondiali di Francia nel 1998 ed è arrivata con onore agli ottavi di finale perdendo con l'Olanda 2:1. Il secondo goal è stato subito all'ultimo minuto e sull' 1:1 è stato sbagliato un rigore. Francia 1998 è stata l'unica eccezione nella triste storia degli autogol ai mondiali, dal 1962 in avanti. Non ci sono stati scandali, non ci sono state polemiche, avevamo una buona squadra (Stojkovic, Mijatovic, Savicevic, Jugovic, Mihajlovic, Jokanovic, Milosevic, Kovacevic, D. Stankovic...). Adesso, anche quella qualifica agli ottavi sembra un grande risultato a confronto col risultato di Germania 2006. E non si tratta solo di sconfitte ma della sensazione generale, dell'arrivo con un giocatore in meno e della partenza con quattro in meno, perché nel frattempo Kezman, Koroman e Vidic sono stati mandati a casa “per risparmiare” (il presidente Tomislav Karadzic dixit), cioè a causa del mantenimento del “tono di gara” (il portavoce Aleksandar Boskovic). Per quanto ne so, la FIFA paga per 45 persone la pensione completa dal giorno dell'arrivo fino al giorno della partenza e non è proprio chiaro cosa si voglia risparmiare. Tranne che chiedere agli organizzatori la paga giornaliera in “contanti” per quattro posti non sfruttati... Il capitano Savo Milosevic ha detto che i giocatori non hanno chiesto da soli di andarsene, il che vuol dire che sono stati mandati via. E sono stati minacciati con sanzioni in denaro nel caso avessero fatto una brutta figura (anche) contro la Costa d'Avorio... Una cosa più bella dall'altra, in particolare dopo le storie sullo “splendido lavoro”, sulla “squadra unita”, su un'“atmosfera buona come non mai” ecc. Forse alcuni tabloid hanno veramente inventato tutti quegli scontri e litigi, la cui smentita ha portato via molto più tempo che il parlare dei rivali, della tattica e del calcio in generale, ma è ovvio che nemmeno l'atmosfera era poi così incantevole come è stata presentata. Cosa è cambiato nel gruppo di persone che per due anni e mezzo si è allenato ed è arrivato alle qualificazioni, forse lo sanno solo loro. Purtroppo, è cambiato particolarmente anche l'allenatore Ilija Petkovic. La chiamata e poi la partenza del figlio Dusan l'ha scosso completamente, alcuni giornalisti lo hanno portato all'esaurimento nervoso, ha speso energia per la smentita, per dimostrare che c'è stato o non c'è stato qualcosa... E su un piano puramente calcistico si trattava di un Petko completamente diverso. Sapevamo tutti della sua “tendenza difensiva”, ma nelle qualifiche non abbiamo mai giocato l'1-9-1 che, secondo lui, abbiamo dovuto adottare contro l'Argentina. Petkovic ha incolpato se stesso perché ha ceduto davanti alla pressione dell'opinione pubblica e ha rinunciato al suo principio, secondo il quale la cosa più importante nel calcio è non subire goal. Il problema è che noi non abbiamo preso 6 goal perché i nostri giocatori tutti insieme sono andati all'attacco lasciando lo spazio agli argentini per spadroneggiare davanti alla nostra rete. Il problema è che quasi non abbiamo superato il centro, che non abbiamo creato nemmeno una mezza possibilità di quelle che abbiamo avuto alcune volte contro l'Olanda, e abbiamo preso 6 goal... Mondiali senza sorprese Ilija Petkovic Alla fine dei primi dieci giorni di Mondiali, anche con le migliori intenzioni, non abbiamo visto una squadra che gioca con l'1-9-1. La grande maggioranza delle squadre nazionali gioca un calcio d'attacco, l'idea è fare un goal in più e non prendere un goal in meno. Petkovic, naturalmente, ha diritto al suo “credo” calcistico, ma ci deve essere qualcuno che gli dica, come minimo, che questa sua decisione non è la tendenza più attuale nel calcio moderno. Avete visto il Ghana contro la Repubblica Ceca? Vincono 1:0 e, pensate, attaccano con l'idea di fare un altro goal. Sbagliano il tiro di rigore e continuano ad attaccare per vincere alla fine 2:0. Forse che sono ancora troppo ingenui dal punto di visto calcistico per capire che l'attacco inizia dalla difesa e che primo bisogna difendere la propria rete? Oppure l'allenatore gli insegna in modo sbagliato che bisogna attaccare? Dalla sera di martedì 20 giugno, con la parziale eccezione del risultato della partita Ghana - Rep. Ceca, tenendo presente che il Ghana anche nella sconfitta con l'Italia nella prima partita aveva lasciato un'ottima impressione, non abbiamo visto nessuna grande sorpresa, e ancora meno qualcosa di sensazionale. Tutti giocano, tutti avanzano, non ci sono partite facili e vittorie facili, ma la gerarchia calcistica del mondiale non è ancora minacciata. Si sa chi sta sopra, chi in mezzo, chi è in basso. Forse nel gruppo A la qualifica dell'Equador contro la Polonia potrebbe essere stata una certa sorpresa, ma niente affatto grande. Nel gruppo B Trinidad e Tobago e Paraguay non hanno avuto quasi nessuna possibilità ancora prima dell'inizio, nel nostro gruppo C, Argentina e Olanda a ragione sono state nominate le principale favorite, Portogallo e Messico all'inizio hanno avuto più probabilità dell'Iran e dell'Angola che è riuscita a strappare un punto al Messico, nel gruppo E (Italia, Rep. Ceca, Ghana, USA) tutto era aperto fino all'ultimo goal, con generale simpatia per il Ghana e per il suo allenatore Ratomir Dujkovic, che, fra l'altro, ha detto che “guiderebbe volentieri la nazionale della Serbia”. Il Brasile non è stato brillante nel gruppo D, ma ha vinto le prime due partite e ha prolungato la serie di vittorie fino 9 partite di seguito (7 erano in Giappone e Corea), mentre i croati hanno dovuto cercare il passaggio per il secondo girone contro la loro “squadra B”, l'Australia. Svizzera e Corea del Sud hanno reso il gioco difficile ai francesi, ma persino la loro uscita di scena non è stata sensazionale. Perché, quattro anni fa non erano usciti dal primo girone senza una vittoria e senza aver segnato un goal, e per di più come i campioni del mondo? La crisi, quando arriva, non passa in una notte. La Spagna ha lasciato un'ottima impressione nel gruppo H e c'era da aspettarsi che passasse anche l'Ucraina, nonostante il 4:0 subito all'inizio contro la Spagna. Dunque, agli ottavi di finale si sono trovati tutti, o quasi tutti, i favoriti fra i quali non c'era la nazionale della Serbia e Montenegro, sicché l'uscita di scena è una semplice realtà. Il modo in cui è uscita e il caotico ritorno a casa sono tutta un'altra storia. Guardiamo un buon calcio, ce la godiamo nell'ambiente dei fantastici stadi, nell'irripetibile atmosfera che c'è nelle strade e nelle piazze dove si giocano le partite dei Mondiali. Non ci sono mai stati così tanti turisti, così tante divise delle nazionali e segni di tutti i tipi dipinti sul corpo dei pellegrini del calcio. Non abbiamo mai visto un mondiale così pacifico e tollerante. La polizia c'è a ogni passo ed è facilmente visibile, ma, almeno per adesso, è soltanto preventiva. Il calcio ha unito il mondo e buona parte del colore lo hanno fatto anche i nostri tifosi, lontani dalla nostra squadra. Per quanto riguarda l'organizzazione i tedeschi hanno superato se stessi e probabilmente hanno spaventato il Sud Africa che, nonostante tutta la buona volontà del mondo, difficilmente potrà offrire condizioni simili a quelle offerte dalla Germania. Bilancio Dopo 109 partite come Regno di Jugoslavia (1920-1941), 412 come FNRJ/SFRJ (1946-1992), 89 come SRJ (1994-2003) e 36 come SCG (2003-2006) finisce nella storia un Paese il cui indice di gradimento, calcistico e generale, è sempre stato molto al di sopra di quello dei suoi politici, in particolare negli ultimi quindici anni. In futuro, giocherà la Serbia come erede della unione statale scomparsa, mentre il Montenegro prenderà parte alle qualificazioni per il campionato del mondo del 2010. La Serbia farà il suo debutto ufficiale il 16 agosto a Praga nell'amichevole contro la Rep. Ceca. Una cosa interessante, anche la FNRJ il 9 maggio 1946 era partita da Praga. A dire il vero con una vittoria, 2:0.

ONU : niente pace senza giustizia , no ad impunita' postconflitti di Carla Amato La giustizia non dovrebbe essere sacrificata mai dalla concessione dell'amnistia alla fine dei conflitti. Lo hanno detto i consiglieri legali delle Nazioni Unite ieri al Consiglio di sicurezza, sottolineando che concedere l'impunita' per i perpetratori dei crimini contro umanita' e' uno degli orientamenti piu' seguiti nella cultura nel mondo e nel diritto internazionale in questi ultimi 15 anni. Secondo l'esperto Nicolas Michel, che ha parlato davanti a trenta delegati, fra cui il presidente della Corte di Giustizia internazionale, ha detto che "la giustizia e la pace dovrebbero essere considerate come richieste complementari" ed ha parlato di rafforzamento del diritto internazionale. "Non ci può essere pace durevole senza giustizia" ha evidenziato. Michel ha precisato che l'amnistia per i crimini internazionali ora e' considerata inaccettabile nella pratica internazionale, ed ha citato come esempio il recente trasferimento dell'ex presidente liberiano Charles Taylor nei Paesi Bassi per essere sottoposto a processo davanti alla corte speciale per la Sierra Leone per le accuse di crimini commessi durante la guerra civile in quel Paese. In aprile, l'alto commissario ONU per i diritti dell'uomo, l'ex magistrato per i diritti umani Louise Arbour, ha detto che la battaglia contro l'impunita' e' un elemento vitale per portare la pace: "Molti continuano a sostenere che la concentrazione eccessiva sui diritti dell'uomo compromette la possibilita'" di un accordo di pace, ha detto. "Al contrario - ha sottolineato il commissario ONU - suggerisco che i diritti dell'uomo sono centrali ad indispensabili sia per la pace che per la giustizia". Proprio in Liberia, ma anche in molte altre regioni del mondo, come in Darfur e in Kosovo, le vittime delle violenze - molte delle quali donne - sono ancora in attesa di veder processati i propri aggressori e i brutali assassini dei propri congiunti. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 24 2006

COSTITUZIONE VIOLATA ANDREA MANZELLA da Repubblica - 24 giugno 2006 Perché voterà "no" Ciampi, il presidente che ha rifondato il patriottismo degli italiani? Perché voteranno "no" costituzionalisti famosi di ogni scuola, gente che ha passato la vita nelle università sul testo e sul contesto della nostra Carta costituzionale e di quelle, così vicine, delle altre democrazie dell´Occidente? È mai possibile che uomini di tanto alto e lungo prestigio professionale lo mettano a rischio per una causa politica di parte? Oppure decidano di schierarsi così duramente contro una semplice revisione tecnica, di ammodernamento di una Costituzione "invecchiata"? No, non è possibile. Se questo avviene è perché non di un "aggiornamento" si tratta, ma di una radicale negazione di principi su cui quella Costituzione è nata e su cui continua a vivere. Quali sono questi principi violati, volutamente o per imperizia? Basta saper leggere per vederli. Il primo principio costituzionale che il progetto Bossi-Berlusconi rompe è il principio di unità nazionale. Questa non significa solo indivisibilità territoriale: ma anche, e soprattutto, coesione sociale. È in essa il vero collante di uno Stato. Anzi, con l´Unione europea (con il fondo sociale, con i fondi strutturali) la ricerca di coesione è diventata il vero legamento fra gli Stati. Quando con il progetto si chiede esclusività di leggi e di risorse regionali, e si agita il cupo slogan "padroni in casa propria", la coesione della Repubblica è fatta a pezzi. Ognuno per sé. E chi per tutti? Il secondo principio che il progetto getta via è quello del governo parlamentare. Con lo slogan dell´"antiribaltone" si toglie, non solo all´opposizione ma alla stessa maggioranza della Camera, la possibilità di sostituire un primo ministro incapace. Secondo il progetto, basterà al capo del governo mantenere il controllo su un numero piccolissimo di deputati (l´estrema minoranza della sua maggioranza...) per bloccare qualsiasi azione contro di lui. La Costituzione violata e le ragioni del no A questo si aggiunge, come condizionamento e minaccia ultima contro i "suoi", il potere di scioglimento, strappato al Presidente della Repubblica. Si può considerare ancora in vita e valida una rappresentanza parlamentare ridotta così? Certamente no. In questo modo rinasce il "vincolo di mandato" sui deputati che da secoli non è più nelle mani del corpo elettorale, a difesa dell´autonomia del parlamento. Ma rinasce nelle mani di un "nuovo principe": che regnerà, tra un´elezione e l´altra, tenendo a guinzaglio un Parlamento, ormai solo di tipo ornamentale. Con un Parlamento così degradato è facile promettere (ma fra 10 anni) una riduzione del numero dei parlamentari. Questa è diventata infatti il cavallo di battaglia populista e qualunquista cui ormai si affidano quasi esclusivamente i sostenitori del "sì". Così tutti i sacri ideali celtici e il rito delle ampolline del Po si rifugiano sotto il vecchio antiparlamentarismo di pancia, diventato anche formalmente punto primo del "decalogo leghista". In realtà, a risultati molto più drastici di riduzione si arriva con la proposta del centrosinistra: di copiare, per la Camera "su base regionale" il modello tedesco del Bundesrat. Dove la rappresentanza delle autonomie è, come in ogni Camera rappresentativa dei territori, tendenzialmente paritaria e contenutissima nel numero. Da 3 a 6 rappresentanti per regione: e dunque una quota sui 120 senatori (che si trascinerà una corrispondente riduzione anche del numero dei deputati). Ma quel che importa è che questa riduzione "da sinistra" deriva dalla logica di una mutazione di funzioni dell´impianto parlamentare e non da un taglio solamente quantitativo, quale quello proposto "da destra". Essa nasce cioè dalla condivisa necessità di avere al centro del sistema, un´assemblea che, per composizione e compiti, realizzi il necessario coordinamento tra governo centrale e governi territoriali. Al contrario, il "Senato federale" di cui parla il progetto, non è "federale" dato che i rappresentanti delle regioni non vi hanno diritto di voto. Ma non è neppure un Senato: cioè un´assemblea, con dignità di autonomia. Le sue competenze legislative potranno infatti essere sempre requisite dalla Camera dei deputati, posta come si è visto, sotto vincolo del governo. Il terzo principio costituzionale leso è quello della cittadinanza eguale. Non è solo per l´indimenticabile opting-out berlusconista contro l´idea "bolscevica" di «rendere uguale il figlio del professionista al figlio dell´operaio». Non è solo per l´attacco obliquo che dalla parte organizzativa della Costituzione si muove contro la parte dei diritti. Il deperimento delle due garanzie che circondano quei diritti (la legge parlamentare e l´indipendenza dei giudici) li rendono inevitabilmente "diritti di carta", enunciazioni senza tutela. C´è qualcosa d´altro. Ed è che tutto il macchinario legislativo, nell´intreccio tra leggi regionali e leggi statali e nell´acrobatico incrocio di questo intreccio con quello tra leggi della Camera, leggi del Senato e leggi miste, secondo il progetto, è un groviglio da cui non si riesce a venire a capo. C´è in proposito una fotografia implacabile: quella del confronto testuale tra l´attuale art. 70 sulla «formazione delle leggi» e il corrispondente art. 70 che si vorrebbe introdurre. Ora, l´art. 70 è fatto di due righe: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». L´art. 70, "pensato" dai neo-progettisti costituzionali, di righe ne ha 86 ed è un labirinto in cui ci si può muovere solo con l´aiuto di un avvocato. Il bene della certezza del diritto, fondamento della cittadinanza uguale, risulta così scomparso e irraggiungibile. Sono queste incertezze, queste opacità, che preoccupano in questi giorni cittadini e imprese, persone e associazioni e sindacati. Ed è qui la rottura del principio di uguaglianza, sotto l´aspetto civile, economico e sociale. Sono queste le ragioni (e le altre che si richiamano alle radici e alla identità di questo Stato, splendidamente dette da Pietro Scoppola, Claudio Magris, Gustavo Zagrebelsky), sono questi i moventi per cui la cultura e le coscienze alte del Paese si sono mobilitate per dire "no". Eppure, paradossalmente, le condanne tecniche più severe al progetto sono venute da un´esigua pattuglia di costituzionalisti che si sono dichiarati, invece, per il "sì". Essi hanno infatti accompagnato il loro "manifesto" per il "sì" (il Giornale, 8 giugno) con pesanti riserve sul progetto, riserve che finiscono per spiegare con perfetta precisione accademica, le opposte ragioni del "no"... Ecco il loro giudizio sul nuovo meccanismo per fare le leggi: «Il complesso procedimento legislativo appare farraginoso e rischia di determinare conflitti di competenze tra le due Camere paralizzando l´iter formativo della legge». È dunque da questo blocco normativo annunciato che dovrebbero scaturire efficienza e slancio alla parte "più produttiva" del Paese? Ecco le loro obiezioni alla forma di governo proposta: «Alcune rigidità finiscono per attribuire poteri di veto e di ricatto a componenti minoritarie della maggioranza». È così, dunque, che si dovrebbe dare stabilità e maggiori poteri al "governo del primo ministro"? Ecco la loro pagella sul nuovo "Senato federale": «Non pienamente rappresentativo delle Regioni e dotato di poteri decisionali che pregiudicherebbero la funzione di indirizzo del governo». È dunque così che dovrebbe essere costruito il punto di congiunzione tra Stato centrale e regioni, il luogo di composizione dell´interesse nazionale? Ci sono insomma, giudiziosamente ammessi, grandi buchi in quei "sì". Sono gli stessi buchi che convincono, per coerenza, al "no". Ma accanto ai difetti di tecnica giuridica, vi è, soprattutto, un vuoto d´anima in quel progetto di contro-costituzione. È questo vuoto che il 25 giugno si porrà in alternativa ai principi storici fondativi della Repubblica. Così la lontana saggezza delle origini rischia di essere perduta nella proterva confusione di un giorno qualsiasi. Contro questo pericolo sarà degno e giusto votare "no". -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

"Vittorio Emanuele ha confessato" Il gip: ammissioni su tangenti e prostitute. È fuori dal carcere Secondo i magistrati di Potenza il quadro indiziario si è rafforzato Il principe sconterà i domiciliari a Roma. Potrà uscire solo se autorizzato Tutti i telefoni della casa, anche i cellulari, isolati per ordine del giudice DAL NOSTRO INVIATO DARIO DEL PORTO da Repubblica - 24 giugno 2006 POTENZA - Il principe può tornare a casa ma il quadro indiziario raccolto nei suoi confronti esce «consolidato e rafforzato» dagli interrogatori. Così, in tre pagine dattiloscritte, il giudice Alberto Iannuzzi ha motivato l´ordinanza che concede gli arresti domiciliari a Vittorio Emanuele di Savoia, indagato a Potenza per corruzione, associazione a delinquere e sfruttamento della prostituzione. Il gip ha accolto l´istanza degli avvocati Giulia Bongiorno, Luigi Isolabella e Donatello Cimadomo sulla quale il pm Henry John Woodkock aveva espresso parere favorevole. Nell´abitazione romana scelta per trascorrere la custodia cautelare saranno staccate le linee telefoniche. Il principe potrà parlare solo con avvocati e familiari più stretti. Le esigenze cautelari, scrive il giudice, «possono ritenersi affievolite» dopo le «dichiarazioni parzialmente confessorie» dell´indagato. Torna libero l´imprenditore siciliano Rocco Migliardi, difeso dall´avvocato Diego Busacca, al quale il gip ha applicato l´obbligo di dimora a Messina. Migliardi, spiega il magistrato, «ha ammesso esplicitamente di aver pagato una tangente destinata ai funzionari dei Monopoli» in cambio dei nulla osta per le macchine da gioco. Arresti domiciliari per il segretario del principe, Gian Nicolino Narducci, e per l´imprenditore veneziano Ugo Bonazza. Sulla presunta corruzione legata alla gestione del casinò di Campione d´Italia, il giudice definisce «rilevanti e fondamentali» le dichiarazioni «sostanzialmente ammissive» di Vittorio Emanuele, il quale «ha confermato – si legge - la conclusione dell´accordo corruttivo stipulato» insieme a Ugo Bonazza, che avrebbe dovuto assumere la veste di prestanome di Migliardi, e al sindaco di Campione, Roberto Salmoiraghi. Il sindaco sarebbe stato il destinatario di una «commissione» che secondo i magistrati, «data l´estrema circospezione adoperata nelle conversazioni intercettate», rappresentava invece una tangente. Le dichiarazione del principe, scrive inoltre Iannuzzi, «comprovano in modo più che lineare» l´accordo che avrebbe consentito di offrire ai clienti del casinò un «pacchetto completo»: prostitute comprese. Il principe ha ammesso la corruzione di agenti della polizia di frontiera: una tangente versata, ha detto, per «evadere il pagamento dell´Iva sulle cose trasportate». Ieri intanto c´è stato un primo contatto fra il pm Woodcock e i magistrati romani ai quali sono stati trasmessi per competenza territoriale i 42 faldoni dell´inchiesta potentina relativi al filone che vede agli arresti domiciliari il portavoce di Gianfranco Fini, Salvatore Sottile, indagato per concorso nella corruzione per i videopoker e per l´episodio della cosiddetta concussione sessuale ai danni della showgirl Elisabetta Gregoraci. Con ogni probabilità gli inquirenti romani ripeteranno alcuni degli atti istruttori compiuti a Potenza. E dunque potrebbe essere risentita la Gregoraci, che attraverso il suo legale aveva ritrattato le dichiarazioni riportate nell´interrogatorio sostenendo di aver subito pressioni da parte del pm. Dichiarazioni che ambienti della Procura hanno smentito ricordando che il colloquio è stato interamente registrato. -------------------------------------------------------------------------------- IL VERBALE Tra reticenze e rivelazioni, ecco cosa è successo durante le cinque ore di interrogatorio di martedì scorso Così il principe decise di collaborare "Ma non dite certe cose a mia moglie" mi piace sparare Sono cacciatore e di tanto in tanto mi piace sparare... Così, paga e chiuso. Non ci sono amanti, non c´è niente diecimila euro Ho ricevuto quei soldi da Migliardi, diecimila euro Ma poi li ho dati in beneficenza al Gaslini l´iva sui vestiti griffati Avevo un amico alla dogana, mi garantiva un passaggio privilegiato, così non pagavo l´Iva sui vestiti di mia moglie DAI NOSTRI INVIATI dario del porto, cristina zagaria POTENZA - Si preoccupa di cosa penserà la moglie e se la sua vita finirà sulla stampa rosa. Fa parziali ammissioni sul business delle slot, ma solo in Russia e in Libia («I Monopoli a Roma non so neanche dove sono»). Parla delle «tangenti»: quelle che pagava per un «passaggio privilegiato» alla frontiera, quelle che devolveva invece in «beneficenza» e quelle legate al Casinò. Un principe con i difetti, i vizi e i sotterfugi di un uomo qualsiasi, anche se con orgoglio regale: «Cosa?... Io a chiedere 2-3-4-10 mila euro?». È questo il Vittorio Emanuele (V), erede di Casa Savoia, che si presenta davanti al giudice per le indagini preliminari, martedì scorso, per l´interrogatorio di garanzia che lo ha portato verso i domiciliari. Si definisce un «imprenditore», «cittadino italiano da poco», «con la maturità scientifica». Un uomo all´inizio reticente, poi collaborativo e a tratti tra l´assente e l´irridente davanti al gip Alberto Iannuzzi (I), alla presenza del pm John Woodcock (W) e del legale Lodovico Isolabella. Cinque ore di interrogatorio e un verbale di 143 pagine. Le donne I: Principe, queste donne che lei chiedeva, queste prostitute.... come mai questa ossessione? V: Sono un sessomaniaco. I: Dava anche delle preferenze: bionda, bruna… V: Mi lasci raccontare: il 99% non c´era niente perché non funzionava... I: Che cosa non funzionava? V: No, no... non funzionava perché non era a punto, portarla dove, c´era mia moglie; poi una volta una... mi ha portato uno scorfano tale che gli ho detto: «La Madonna. Grazie signorina, va benissimo»... I: Preferiva incontrarle in un posto piuttosto che in un altro? V: Sì, perché io sono sposato da 45 anni con mia moglie e sono molto contento; sono cacciatore e di tanto in tanto mi piace anche sparare... Così, basta; paga e chiuso. Non ci sono amanti, non c´è niente. La stampa rosa Alla fine di un lungo botta e risposta sull´accusa di sfruttamento della prostituzione il principe cerca rassicurazioni. V: Poi le volevo chiedere una cosa in parentesi, che non ha niente a che vedere qui, io spero che queste storie rimangano qui. Perché non è che domani mattina dice Vittorio andava a p… tutto il tempo con questo e con quello, vero? W: Per quanto ci riguarda è ovvio che sia scontato, certamente noi non l´andiamo a dire a sua moglie. V: No, ma neanche... che lo va a dire a sua moglie o lo va a dire a Novella 2000 è la stessa cosa. La beneficenza I: Se Rocco Migliardi (imprenditore messinese scarcerato ieri ndr) le ha dato diecimila euro e lei li ha dati in beneficenza sicuramente risulterà? V: Sì, li ho ricevuti a Villa d´Este. I: Quella è beneficenza? V: Sì. Noi li diamo in beneficenza…. Facciamo quello e va nell´Ordine Mauriziano, e noi facciamo la beneficenza al Gaslini... Come la Gestapo La parte più dura dell´interrogatorio è quella sul Casinò di Campione d´Italia. I: Può ripetere chi c´era in questo affare? V: L´ho già detto... non facciamo gli interrogatori «alla Gestapo» qui, e lei non urli tanto…. Commissioni e tangenti I: Le commissioni le diamo noi, ci prendiamo nell´angolo Roberto Salmoiraghi... (sindaco di Campione) perché dovevate prendere nell´angolo Salmoiraghi? V: Nell´angolo... I: Perché bisognava prendere nell´angolo Salmoiraghi al capitolo? V: Eh! Perché forse ci voleva vedere. Non lo so. I: Non sa dare una spiegazione? V: No, perché non l´ho visto, tra l´altro. I: A parte il fatto che non l´ha visto; però c´era questa intenzione? V: No, non c´è stato nessun incontro. I: Lasciamo stare. C´era, da parte sua, la disponibilità a portare avanti...? V: Da parte mia? No, perché non ci sono andato, e poi... I: Però queste conversazioni...? V: Se va, va. Lo sconto per i vestiti Sugli episodi di corruzione degli agenti di polizia di frontiera, il principe fa parziali ammissioni: W: il giudice vuole sapere che necessità c´era di fare un passaggio privilegiato. I: Come mai c´era bisogno di questo amico? V: Per non pagare tutta l´Iva sui vestiti di mia moglie. I: Solo l´Iva, solo questo aspetto? V: Sì, le assicuro. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa


giugno 23 2006

«Italia malato grave, la manovra sarà pesante» Padoa-Schioppa alle Regioni: interventi urgenti. Attenzione ai cecchini d'estate Enr. Ma. dal Corriere - 23 giugno 2006 ROMA — Ci avevano provato già qualche giorno fa. E anche ieri, i rappresentanti degli enti locali, a più riprese, hanno tentato di sapere dal ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, su quali spese calerà la scure e quali misure di risanamento verranno prefigurate nel Dpef (Documento di programmazione economico-finanziaria) e quindi attuate con la Finanziaria 2007. Come l'altra volta il ministro ha garbatamente resistito, spiegando che non era quella la sede per anticipazioni o fughe di notizie. Concetto che ieri ha illustrato con una battuta: «I cecchini girano d'estate e spesso sono quelli che uccidono le buone idee». La battuta non ha però nascosto la sostanza delle cose e cioè che la situazione dei conti pubblici è grave e che per questo serve «una cura pesante» che colpirà quattro settori: previdenza, enti locali, pubblico impiego e sanità. Magari non subito, ma insomma si tratta di quattro comparti dove certamente bisognerà intervenire, perché presentano «squilibri strutturali», ha spiegato Pa- doa-Schioppa. Concetti che hanno allarmato non poco i vertici degli enti locali seduti intorno al tavolo di Palazzo Chigi presieduto da Romano Prodi. Preoccupato anche il vicepremier e ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, che ieri è intervenuto contro eventuali tagli al suo dicastero: «La cultura non può essere più penalizzata di così». Certo, il ministro ha confermato che ci saranno anche misure per lo sviluppo, a partire dal taglio del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro, ma a prevalere è l'annuncio di nuovi sacrifici per tutti. Il governo non ha ancora deciso se aumentare leggermente le aliquote Iva mentre è certo che, a luglio, parte della manovra da 10 miliardi di euro verrà da una serie di norme per impedire evasione, elusione e truffa sull'Iva. Allo studio, anche se non è chiaro cosa arriverà a luglio e cosa slitterà alla Finanziaria 2007, la moratoria sul rinnovo dei contratti pubblici, il taglio delle spese ministeriali e delle consulenze, una revisione del sistema di compartecipazione alla spesa sanitaria (ticket) per legarlo al reddito, un miglior utilizzo del personale scolastico. Qui il ministro ha fatto l'esempio di classi di 12 alunni con 3 insegnanti. Leonardo Domenici, presidente dell'Anci (Comuni), e Fabio Melilli, presidente dell'Upi (Province,) hanno chiesto di essere coinvolti nel merito delle misure in preparazione. Sul vertice di ieri è arrivato anche il commento del presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo: «Condivido le parole di Padoa- Schioppa». Il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, ha invece incontrato Prodi al quale ha chiesto che il commercio non sia escluso dal taglio del cuneo sul lavoro.

Moriremo intercettati e felici GIUSEPPE D´AVANZO da Repubblica - 23 giugno 2006 Le cose sollecitano un ragionevole presagio: moriremo intercettati e felici. C´è molto frastuono – è vero – ma non succede niente, in fondo. Non c´è da preoccuparsi. Come sempre quando si parla di politica e giustizia, siamo divisi in Polemici e Apologetici e recitiamo l´ordinaria, insensata commedia tenendoci ben lontani dal cuore del problema. Che, coram populo, a quanto pare è: intercettare, sì o no? E come, con quale intensità? Che farne di quelle frasi rubate? Pubblicarle tutte o con modica quantità? Come punire gli eccessi? Con il carcere, forse? Che abusi ci siano, tra la bulimìa istruttoria e il voyeurismo mediatico, nessuno lo nega. Ma – si dice – ben vengano anche gli abusi, se ci svelano lo stato di salute del nostro Paese. Anche un campione dei diritti come Marco Pannella si adegua. Le intercettazioni, dice, "possiedono una forza invasiva potenzialmente democratica: quei colloqui danno un grande contributo alla conoscenza delle cose che accadono". Chi può negarlo? Ha ragione Pannella. Ma è proprio, in questa triste logica, che affiorano un paio di questioni irrisolte, molto più serie dell´ardore sessuale-estorsivo di un minuscolo potente. Non scuote alcuno che la comprensione del nostro Paese debba essere affidata all´origliamento. Non c´è chi si chieda perché ci siamo ridotti così, con l´occhio al buco della serratura per osservare che cosa accade dalle nostre parti. SEGUE A PAGINA 20 -------------------------------------------------------------------------------- Moriremo intercettati e felici Fini pare non avvertire la sua responsabilità nella catastrofe dei comportamenti etici e pubblici della combriccola che lo assiste (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ammesso, poi, che sia vero che le intercettazioni ci facciano scoprire la realtà. La potenza rivelatrice delle intercettazioni è soltanto un luogo comune utile a mediocri commedie. Le intercettazioni, in realtà, non ci dicono nulla di più di quanto non sappiamo già. Permettono di punire, non di sapere. Non c´era bisogno di origliamenti per sapere che abusivamente il governatore della Banca d´Italia tenesse bordone a Fiorani nell´assalto ad Antonveneta. Che il presidente dell´Unipol consultasse, tra un affare e l´altro, il segretario dei ds. Che la giostra della plusvalenze di Stefano Ricucci fosse moneta falsa. Che l´arbitro De Santis "lavorasse" per la Juve. Che Moggi condizionasse il campionato e Galliani l´affare dei diritti televisivi. O che "il divano" fosse il miglior trampolino di lancio per soubrette, veline e letterine. Si fa fatica a credere che in giro ci sia un candido che ha scoperto come vanno le cose – nel sistema bancario, negli affari, nel calcio, alla Rai - soltanto dopo aver letto quelle intercettazioni. Sapevamo già prima. Tutti, tutto. Sono le ragioni di questa consapevolezza impotente, dunque, che vanno vagliate. Interrogano la debolezza della politica nel dare risposte alle degenerazioni. Ci mostrano il rifiuto (della politica e della società) di avvertire anche soltanto la responsabilità di far fronte al degrado. Danno un senso non disprezzabile, addirittura necessario, infine, alla straripante attività della magistratura (anche intercettatoria). Quel che accade in queste ore, non sfugge allo schema, ormai noto da Mani Pulite in poi. Osservate Gianfranco Fini. Ha intorno una moglie e una cognata che trafficano in appalti della sanità regionale; un segretario personale che lubrifica la macchina delle concessioni pubbliche; un portavoce che copula nella stanza accanto a Palazzo Chigi, dopo avere saputo che uno del suo partito (del partito di Fini) ha truccato le carte alla vigilia delle elezioni contro gli avversari politici. E come reagisce il leader di An? Si irrita per le intercettazioni. Non per la meschina e dubbia compagnia di cui si è circondato e di cui è il capo assoluto. Chiede rispetto e solidarietà e, curiosamente (o naturalmente), li ottiene. Anche dagli avversari politici. Gianfranco Fini pare non avvertire (ma nemmeno i suoi avversari) la sua personale responsabilità nella catastrofe dei comportamenti etici e pubblici della combriccola che lo assiste. È l´evidenza più imbarazzante di questa storia. Anche perché Fini non è solo in questo atteggiamento. L´elenco può essere lungo. L´Ifil non avverte la responsabilità delle manovre di Moggi. La comunità degli affari, degli intrighi di Ricucci. Il parlamento, di una legge sul risparmio che ha protetto Fazio, e dubito che, dopo lo smarrimento pre-elettorale, il segretario dei ds non sia tornato a discutere dei destini della cooperazione con il nuovo presidente di Unipol. Un esempio ancora più nitido ce lo offre quell´anima distratta di Claudio Petruccioli, presidente della Rai. Come tutti, anche Petruccoli sa che nel sottobosco politico c´è chi pretende uno jus primae noctis per indirizzare ai funzionari della Rai bellezze da ingaggiare. Ora che le benedette intercettazioni gli hanno fatto esplodere il problema sul tavolo, potrebbe (dovrebbe) sentire da "presidente di garanzia" la responsabilità pubblica di denunciare, correggere o almeno temperare quel meccanismo che ha avvilito la maggiore industria culturale del Paese a teatrino di tette, cuochi e commercio sessuale. Non è così. Petruccioli, impegnato nella battaglia del potere per la direzione generale, non trova il tempo per dire una sola parola su come intende impedire, da oggi, che la sua azienda continui a essere, nelle stanze più illuminate, una "casa malfamata". In questo vuoto di parole, di gesti, di idee, di responsabilità e doveri pubblici c´è un nodo che si tarda a sciogliere ormai da due decenni: il sistema politico e sociale appare incapace di autoriformarsi e autoregolarsi. È troppo debole e contaminato per dare risposte politiche e soluzioni amministrative alle cause genetiche del suo degrado. È troppo "malato" per proteggere i meriti e le capacità, la concorrenza, la libertà, la correttezza dei comportamenti pubblici. È troppo fragile per rafforzare un sistema di controlli intermedi che sappia curarne la depressione. Di tanto in tanto così, il "lavoro sporco", enfatizzato presso l´opinione pubblica dal discredito della politica, sarà affidato a giudici che, come è ovvio, finiranno per interpretare se stessi come i custodi della salute pubblica. Con il sostanzialismo che ne segue e che, a volte, tracima perché il potere punitivo ha sempre, come tutti i poteri, una vocazione ad espandersi oltre i limiti definiti dalle norme che lo regolano. Questa politica che non riesce a rendersi presentabile - che pare non sapere nemmeno di doverlo essere - meriterà sempre l´intervento giudiziario, piaccia o meno agli appassionati del palio tra Polemici e Apologetici. Quindi, tranquilli. Moriremo, intercettati e felici. A quanto pare, è l´unico modo per tenere pulito il cortile di casa. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Utili strumenti Rowena Sempre sulla questione delle veline. Ora, che una signora la usi per raggiungere un suo scopo, per esempio quello di lavorare in tv, può essere poco commendevole, ma è logicamente comprensibile. Ma l’uomo che sa che lei lo usa a questo scopo, crede proprio di essere un irresistibile conquistatore? E’ una domanda che avrei sempre voluto fare agli uomini, soprattutto a quelli di potere, che non sanno mai se la donna che si concede loro, lo fa perché li trovano gradevoli, belli, simpatici, interessanti, magari anche intelligenti, o perché sono utili strumenti per raggiungere un qualche scopo. Come un ferro da stiro, o un mestolo. Magari, però, non gliene importa niente di saperlo. Qualcuno di voi uomini sa rispondere http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

LE PROVETTE DI HITLER Il patto col diavolo degli scienziati del Führer. Alla vigilia dell’avvento al potere di Adolf Hitler (il 30 gennaio del 1933), la Germania era una superpotenza scientifica e tecnologica senza rivali nel mondo. I suoi scienziati primeggiavano nelle più svariate discipline, dalla medicina alla chimica, dalle scienze naturali alla fisica. Un gruppo di biologi e antropologi aveva affermato che le popolazioni, la società e la storia si potevano spiegare in base a una teoria biologica della razza, tanto falsa quanto pericolosa, distorcendo le teorie di Darwin e Mendel. Il fior fiore della scienza tedesca si mise al servizio del Führer, contribuendo nella teoria e nella prassi a portare avanti l’ideologia razziale e l’antisemitismo, fino alle estreme conseguenze. La dimostrazione di quale abisso venne raggiunto è la sperimentazione su uomini, donne e bambini durante l’Olocausto. Il resto lo fece la tecnologia militare, che diede ai tedeschi l’illusione di sentirsi invincibili. Il saggio di Cornwell ricostruisce la storia di questa escalation che portò i migliori cervelli d’Europa a collaborare (con poche eccezioni) con uno dei dittatori più sanguinari e spregiudicati della storia, fino alle famigerate bombe V1 e V2 e al tentativo di costruire l’"arma finale" atomica. Le questioni sollevate non riguardano solo il passato, ma investono i rapporti di sempre tra scienza, etica e potere. Non mancano paralleli con la situazione attuale: col nuovo disordine mondiale e la minaccia del terrorismo la ricerca del sapere rischia anche oggi di essere asservita alla latente malvagità dell’uomo. Una straordinaria testimonianza di dove può condurre l’uso distorto della scienza e delle abissali potenzialità demoniache nascoste nell’animo umano. http://www.sanpaolo.org/fc/0626fc/0626f100.htm Francesco Anfossi

Rilanciare la costruzione europea Perché è auspicabile l’esistenza di un’Europa politica? Perché questo favorirebbe l’interesse di tutti. Ecco come la pensa lo storico e saggista francese di origine bulgara, Tzvetan Todorov. È tempo di alleggerire la Costituzione (Georg Mayer) L’Unione Europea, contando su una popolazione di 450 milioni di persone, può avviare una politica economica che nessuna delle nazioni componenti sarebbe capace di imporre, far fronte a problemi di approvvigionamento energetico che coinvolgono tutti gli Stati mebri, adottare una politica comune nei confronti dell’immigrazione e sviluppare dei centri di ricerca di eccellenza che nessun Stato isolato potrebbe permettersi. Non solo. I Paesi europei devono trovare l’unità necessaria per fronteggiare con più efficacia gli avversari comuni. Attualmente i terroristi circolano da un Paese all’altro più facilmente di quanto non facciano i giudici di indagini preliminari. E anche le minacce ecologiche ignorano le frontiere. Così la nube di Chernobyl non si è fermata sul Reno, mentre degli effetti del raffreddamento del pianeta risentono allo stesso modo l’Italia e la Danimarca. Ciò nonostante le politiche di protezione restano nazionali. La necessità della politica In un mondo molto più unificato e interconnesso di quanto non lo sia mai stato, l’Europa avrà un ruolo che nessuno degli Stati membri può aspirare isolatamente: difendere i propri interessi di fronte alle altre potenze mondiali e nello stesso tempo difendere un insieme di principi che possano servire da modello a tutti. Scottati dalle esperienze dolorose che hanno contraddistinto i secoli scorsi (colonialismo, totalitarismo, guerre mondiali), gli europei aspirano oggi a diventare una “potenza tranquilla” che si imponga al resto del mondo per i suoi valori piuttosto che per il suo esercito. Ma senza per questo rinunciare alla propria difesa, I popoli europei non sognano più un avvenire radioso, tuttavia non possono accontentarsi di gestire i loro affari nella routine. Per ritrovare uno slancio hanno bisogno di un progetto, di un “grande disegno”: esprimere e difendere i valori europei. Se il progetto europeo è auspicabile, come uscire dall’attuale vicolo cieco? In teoria ci si trova di fronte a tre opzioni: rinunciare al trattato, proporne un altro o adattare il testo esistente per renderlo accettabile a tutti. La prima risulta impraticabile. Il funzionamento dell’Unione è paralizzato dai trattati in vigore inadatti per un’Europa a 25 e la costruzione europea non funzionerebbe anche ribattezzandola “L’Europa dei progetti”, per ragioni sia psicologiche – lo slancio vitale spezzato ci ha riportato indietro e bisogna rovesciare la corrente – sia per ragoni tecniche. Il progetto di Costituzione permetterebbe di risolvere questi problemi attraverso riforme relative alla maggioranza qualificata, alle cooperazioni rinforzate e alla presidenza stabile del Consiglio. Presentare un nuovo testo non è più concepibile. Non perché quello già esistente sia perfetto (non lo è affatto), ma perché è già stato votato da sedici paesi e non c’è alcun motivo di chiedere loro di ricominciare. Inoltre questo testo è già il risultato di un compromesso ed è poco probabile trovare di colpo l’unanimità per una nuova proposta. Adattare il testo costituzionale Dunque non resta che la terza soluzione: adattare il testo. Per fare ciò è necessario partire dal principio per cui non si dovrà votare nulla che sia già nel testo iniziale, applicando così piccole ratifiche. Ciò significa dare ai nuovi Paesi che non l’hanno ratificato la possibilità di adottare una versione breve del trattato limitata alle parti I (le istituzioni), II (i diritti fondamentali) e IV (disposizioni generali), escludendo la parte III (politiche e funzionamento) e gli Annessi. Questa riduzione – che farebbe passare il testo da 183 a 23 pagine – è giustificata non solo dal fatto che le reticenze francesi e olandesi erano motivate dalla terza parte, ma anche perché quest’ultima si focalizza su scelte politiche che dipendono dalle diverse maggioranze nazionali, piuttosto che dal quadro legale che invece deve rimanere stabile. Si darebbe a questo testo conciso un nome nuovo, per esempio Trattato Fondamentale, e la sua adozione sarebbe condizione indispensabile per tutti i Paesi che volessero continuare a far parte dell’Unione Europea. Per questa ragione e per le implicazioni che potrebbero esserci nel futuro politico del paese, la decisione dovrebbe essere presa da coloro che hanno la responsabilità dei destini politici del paese, cioè il suo Parlamento o la riunione delle sue due Camere. Affinché questa soluzione prenda il via basterebbe prendere in considerazione la proposta durante il prossimo Consiglio europeo, che inoltre rifiuterebbe la data limite della ratificazione al 1° novembre 2007: ciò lascerebbe ad ognuno dei governi coinvolti la scelta del momento più propizio per il voto. Una volta acquisita questa ratificazione comune e ritrovato lo slancio europeo, l’Unione Europea potrà rimettersi in marcia servendosi in particolare di disposizioni concernenti le cooperazioni rinforzate. È evidente che in un’Europa a 25 o a 27 è solo in questa maniera che si potrà andare avanti. L’Unione Europea non manterrà sempre la stessa piattaforma politica, ma opterà per un funzionamento “a geometria variabile” a seconda dei casi in cui sarà utile una collaborazione. Del resto è proprio quello che sta già avvenendo: lo spazio Schengen include quattordici paesi, la zona euro dodici, l’Eurocorps riguarda direttamente sei paesi, indirettamente altri cinque, ma questi non sono mai esattamente gli stessi. Seguendo questo modello possono essere fissati altri schemi: la protezione sociale, la collaborazione giuridica o l’armonizzazione fiscale. L’Europa non è una nazione La Francia ha un interesse particolare a vedersi direttamente coinvolta nel rafforzamento dell’Europa politica. Se vuole avere ancora voce nella politica internazionale la sua unica possibilità è di farlo attraverso l’Unione Europea: la Francia può essere forte in Europa e l’Europa sarà forte nel mondo. E perciò è necessario che gli altri europei la vedano agire nell’interesse comune piuttosto che solo per il proprio. Potrà mettersi alla prova per mezzo di gesti decisi, per esempio lasciando che il Parlamento Europeo si insedi a Bruxelles piuttosto che mantenerlo a Strasburgo, dove aumenta il budget dell’Unione ma non la grandezza della Francia. Potrebbe coinvolgere di più l’Unione Europea all’interno delle posizioni che la Francia difende in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza, impegnarsi ad usare tutti i suoi mezzi militari per proteggere l’integrità del territorio europeo, piuttosto che evocare in questo contesto alcuni indefiniti “paesi alleati”. Contrariamente a quanto lasciano immaginare le paure espresse qua e là, il rafforzamento dell’identità europea non nuoce all’identità nazionale: l’Europa non è una nazione e non lo sarà mai. Queste due identità non sono incompatibili. Basta osservare che ognuno di noi, che ne sia consapevole o meno, ha già diverse appartenenze. Innanzitutto abbiamo un’identità culturale, nel senso generale del termine, e la riceviamo durante la nostra infanzia e la nostra crescita. Essa comporta innanzitutto una lingua materna e la concezione del mondo che in essa si inscrive, una religione o la sua assenza, dei ricordi di paesaggi, delle abitudini alimentari o gestuali. Ma anche degli elementi di cultura in senso stretto: libri, immagini, melodie. Inoltre abbiamo un’identità nazionale e civica, la cui base è la solidarietà, e non più i sentimenti condivisi. Essa è fondata sulla nostra interdipendenza economica e sociale, che passa per il bilancio statale e le imposte, e che si traduce nei nostri sistemi pensionistici o di sicurezza sociale, nelle nostre scuole o nei nostri trasporti pubblici. Abbiamo inoltre, un’identità derivante dalle nostre scelte politiche e morali, perché partecipiamo a certi principi di vocazione universale come il regime democratico, lo stato di diritto, il rispetto dei diritti dell’uomo. È a questo insieme di identità collettive che va ad aggiungersi oggi l’identità europea. Essa deriva dall’inevitabile presa di coscienza della pluralità di nazioni in seno ad un’unica entità, l’Europa. Essa consiste dunque nel trasformare l’assenza di unità in un’unità di livello superiore, ovvero nel convertire la differenza in identità. Vi si arriva impegnandosi nella solidarietà, nella comparazione e nel dialogo con quelli che non pensano né sentono sempre come noi, praticando la tolleranza e rinunciando alla tentazione di imporre il bene con la forza, incoraggiando la stimolazione e al tempo stesso lo spirito critico, imparando, come diceva Kant, a “pensare mettendosi nei panni di tutti gli altri esseri umani”. Tzvetan Todorov - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7247

Praga, incertezza sovrana Luca Sebastiani L’incertezza regna sovrana sul futuro prossimo della Repubblica Ceca. Almeno dal punto di vista politico. Alle elezioni che si sono svolte il 2 e 3 giugno, gli elettori cechi hanno determinato una situazione di patta eleggendo un parlamento esattamente spaccato in due. Peggio che in Germania, peggio che in Italia: alla Camera bassa è finita 100 a 100, destra e sinistra con lo stesso numero di parlamentari. Dopo la Rivoluzione di velluto del 1989 queste sono state le quarte elezioni politiche della Repubblica Ceca, ma mai si era venuta a creare una situazione tale. Negli ultimi otto anni a governare, seppur con una maggioranza relativa che più volte si era dovuta avvalere in parlamento dei voti dei comunisti (Kscm), erano stati i socialdemocratici del Cssd con una coalizione che comprendeva anche i due partiti di centro destra dei popolari (Kdu-Csl) e dei liberali (Us-Deu). Questa volta in testa si sono piazzati i conservatori del Partito civico democratico (Ods) che hanno ottenuto il 35,38% dei consensi. Il presidente della Repubblica Vaclav Klaus ha conferito l’incarico di avviare le consultazioni per la formazione del governo al suo successore alla testa dell’Ods, Mirek Topolanek, che non avrà certo vita facile. L’ipotesi di una coalizione che comprenda il Kdu-Csl (7,22%) e i Verdi, entrati per la prima volta in parlamento con un 6,29% dei suffragi, non sembra molto praticabile, dato che in totale riceverebbe l’appoggio di 100 dei duecento parlamentari. Solo una grande coalizione alla tedesca tra Ods e Cssd (32,32%) potrebbe garantire una maggioranza stabile al nuovo governo, ma anche questa strada è abbastanza impraticabile data la campagna elettorale “all’italiana” condotta dai due partiti. All’uscita di un incontro con Topolanek, il leader dei socialdemocratici e primo ministro uscente Jiri Paroubek, ha dichiarato in maniera netta che il Cssd “non sosterrà un governo di coalizione di centro destra”. Oggetto di critiche feroci e d’accuse di responsabilità in alcuni scandali finanziari che hanno reso turbolenta e rissosa la campagna elettorale, Paroubek aveva presentato alla popolazione un bilancio positivo del suo esecutivo, con una crescita del 6% l’anno scorso, un’inflazione controllata e una disoccupazione stabile intorno all’8%. Aveva anche promesso di mantenere alta la protezione sociale nonostante il deficit di bilancio e di dar corpo alla sua politica decisamente proeuropea prevedendo l’entrata nella zona euro nel 2010. I socialdemocratici sembrano oggettivamente lontani dalle posizioni dei conservatori vincenti che oltre alla riforma del sistema pensionistico e al ridimensionamento della protezione sociale per riassestare i conti, esprimono delle posizioni marcatamente euroscettiche se non antieuropee. Rifiutando la soluzione tedesca, Paroubek ha proposto un governo di tecnici scelti da tutti i partiti e ha suggerito al presidente della Repubblica di “designare il capo del partito arrivato in seconda posizione al fine di trovare una soluzione, qualora il rappresentante della formazione vittoriosa non pervenga a formare il governo”. Non si capisce come possa riuscire lui laddove l’altro dovesse fallire. I socialdemocratici si erano presentati alle elezioni promettendo, qualora avessero vinto, un governo appoggiato esternamente dai comunisti. Ora il Partito comunista di Boemia e Moravia, panslavista, più euroscettico dei conservatori, è l’unico partito comunista dell’Europa centrale non riformato. L’unico ritocco ha riguardato il simbolo, in cui la falce e il martello sono stati sostituiti da due ciliegie. Per il resto sembra difficile che un esecutivo minoritario possa reggersi sull’appoggio del Kscm, anche se questo, con il 12,8% si conferma il terzo partito ceco. Per il momento a Praga regna una gran confusione e si può immaginare che per molto tempo la situazione rimarrà tale. La via d’uscita all’impasse in cui si sono infilati i cechi avrà bisogno di tempo per essere abbozzata, ma alla fine un’alchimia politica sarà trovata, poiché l’economia ceca, in pieno e continuo sviluppo, ha bisogno di un quadro politico che le permetta di continuare il suo corso. caffeeuropa.it

Alla ricerca dei bambini soldato Sono 11mila i minorenni coinvolti nella guerra colombiana e nessuno compare fra gli smobilitati “Subiamo continue minacce e pressioni dai paramilitari. Cercano di reclutarci e non abbiamo scelta. Chi ha la forza di opporsi alla loro prepotenza?”. Ha 15 anni, cappellino azzurro, rosario al collo. Esita a dirci il suo nome. È alto e la sua pelle è scura: “Sono afrodiscendente, vivo qui a Ciudad Bolivar con la mia gente. Questo è il nostro quartiere”. Siamo nella periferia di Bogotà, un’immensa distesa di casupole misere in nudo mattone, spesso coperte da tetti arrangiati in lamiera. È il luogo di raccolta di tutti coloro che fuggono dalle loro terre, dalle loro vite, magari per mischiarsi nella folla e cercare un po’ di tranquillità. Ma la miseria è tanta. Bambini dovunque si rincorrono fra le strade sterrate e costellate di buche. Anche l’aria è povera, rarefatta: siamo su uno degli altopiani che circondano la capitale colombiana. Qui si superano i 3000 metri d’altezza. “Ma basta farci l’abitudine”, sorride il giovane. Migliaia di bambini-soldato. Le frotte di ragazzini che si rincorrono in cerca di diversivi sono veri e propri bersagli per i gruppi armati che da oltre 40 anni si fanno la guerra, coinvolgendo chiunque serva. Reclutare bambini è la norma. I modi cambiano da zona a zona. “Qui a Ciudad Bolivar ci costringono a entrare nelle loro fazioni criminali. Si comincia con la droga e si finisce per impugnare un fucile. Se un paras ti adocchia è finita. Non hai scelta. Più ti vedono vagabondare in giro più ti avvicinano”. E sono molte organizzazioni non governative a confermare il racconto del giovane dal cappello azzurro. Secondo le stime di Human Rights Watch e dell’Unicef, i paramilitari minorenni sono oltre 4mila. E se si contano quelli coinvolti dai gruppi rivoluzionari, Farc ed Eln, la stima sale bruscamente a 11mila. Eppure da ogni parte si tende a negare l’evidenza. Questioni di punti di vista. “Eh no. Non reclutiamo bambini – ci aveva raccontato Pastor Alape, uno dei nove comandanti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, capo del blocco del Magdalena Medio, un'ampia regione che si estende dal centro al nordest del paese - Sono generalizzazioni inculcate dalla stampa che manipola la verità. La nostra legge parla chiaro: reclutiamo persone dai 16 ai 30 anni. Con eccezioni, naturalmente. Se ci troviamo di fronte a bambini orfani per la violenza di esercito e paramilitari, li prendiamo con noi, formandoli, facendoli studiare e insegnando loro la lotta per un futuro migliore. Diamo loro una speranza. Ma non li costringiamo”. Però, parlando con le donne e gli uomini del blocco, nessuno nascondeva di essere entrato nelle Farc poco più che bambino: “Ero stanca di vedere i miei genitori far la fame e subire le prepotenze dei paramilitari che erano soliti arrivare e distruggere tutto, con mitra spianati e occhi pieni d’odio – ci ha spiegato Andrea, guerrigliera 35enne – quindi ho deciso molto presto di unirmi alle Farc. Per cambiare le cose”. E le storie come questa si sprecano. Storie di povertà e disperazione. La guerra in Colombia ha ucciso oltre 300mila persone, molte delle quali civili, contadini, intere famiglie, mettendo il Paese in ginocchio. Denunciarli. A lanciare l’allarme “sull’invisibilità” dei bambini-soldato è stato il procuratore generale, Edgardo Maya, massima autorità per la difesa dei diritti umani in Colombia, il quale, riferendosi alla smobilitazione dei paramilitari in atto da mesi grazie alla legge Giustizia e Pace voluta da Uribe, si è chiesto: “Ma cos’è successo ai minorenni che erano nelle Autodifese unite della Colombia?”. Dato che sono stati registrati 30mila smobilitati e solo 212 erano bambini, “che fine hanno fatto gli altri?”. Mentre è praticamente impossibile avere notizie veritiere sui minori che militano nelle file di Farc ed Esercito di liberazione nazionale (Eln), farli uscire allo scoperto si impone invece come un dovere per tutti coloro che hanno deciso di aderire al cosiddetto processo di pace, rinunciando, almeno a parole, alla lotta armata. Che dimostrino la loro buona volontà denunciando tutti quei ragazzini, che solo così potranno aderire al programma di protezione e reinserimento sociale a cui hanno diritto. Stella Spinelli www.peacereporter.net

NORMALIZZARE L'IMPENSABILE DI SOPHIE MCNEILL John Pilger, Robert Fisk, Charlie Glass, e Seymour Hersh sul fallimento della stampa mondiale Il 21 aprile l'ex-giornalista Edward R. Murrow si deve essere rivoltato nella tomba. Quel giorno, a Washington DC, la segretaria di stato Condoleeza Rice ha tenuto una conferenza stampa per i giornalisti in un reparto del Dipartimento di Stato chiamato "Programma per i giornalisti Edward R. Murrow". E' quanto meno ironico che l'amministrazione Bush sfrutti il ricordo di una persona che si opponeva alla propaganda di governo. La Segretaria Rice ha detto ai giornalisti riuniti: "senza una stampa libera che riferisca sulle attività del governo, ponga domande ai funzionari, rappresenti un luogo in cui i cittadini possano esprimere sé stessi, la democrazia semplicemente non potrebbe funzionare". Una settimana prima, a New York, la Columbia University ha ospitato un convegno sullo stato dei media nel mondo, ed è stato molto più nello stile di Murrow rispetto al simposio tenuto dal Dipartimento di Stato. Il reporter e regista John Pilger, il corrispondente britannico dal Medio Oriente per l'Independent Robert Fisk, il reporter freelance Charlie Glass ed il giornalista investigativo del New Yorker Seymour Hersh erano tutti presenti a questo evento. Prima che iniziasse l'incontro, nel pomeriggio, mi sono incontrata con John Pilger nel suo hotel. Era appena arrivato da Londra e sarebbe rimasto a New York solo per la tavola rotonda, prima di volare a Caracas, in Venezuela, il giorno dopo. Giornalista da oltre 30 anni, Pilger ha scritto da paesi come Vietnam, Cambogia, Timor Est, Palestina e Iraq - per menzionare solo alcuni dei luoghi in cui lo hanno portato le sue indagini giornalistiche e televisive. Pilger mi ha detto che non è mai stato preoccupato dello stato dei media come oggi. "Penso ci siano molti motivi per essere molto preoccupati riguardo l'informazione, o la mancanza di informazione che abbiamo. Non c'è mai stato un tale interesse, più che un interesse quasi un'ossessione, nel controllare ciò che i giornalisti devono dire". Nonostante il fatto che la guerra in Iraq sia presente quotidianamente nella maggior parte dei giornali e delle televisioni statunitensi e mondiali, Pilger non pensa che la stampa mondiale riporti esattamente la realtà della vita per i civili iracheni. "Ci illudiamo di vedere che cosa starebbe accadendo davvero in Iraq. Ma ciò che stiamo vedendo è un'enorme censura per omissione; si sta omettendo davvero molto", ha detto. "In Iraq abbiamo una situazione in cui sono stati uccisi ben più di 100.000 civili e non abbiamo virtualmente immagini. Il controllo di tutto ciò da parte del Pentagono è stato davvero efficace. E come risultato non abbiamo idea dell'ampiezza delle sofferenze dei civili in quel paese". Ho chiesto a Pilger che cosa non riuscisse a passare dall'Iraq "Beh, la storia non raccontata dell'Iraq dovrebbe essere evidente", ha detto Pilger, "ma non lo è mai. La storia non detta del Vietnam era che si trattava di un'invasione e che sono stati uccisi un enorme numero di civili. Ed in effetti era una guerra contro i civili, non lo si è mai detto ed è esattamente ciò che avviene anche per l'Iraq". Con la maggior parte della stampa mondiale rintanata dietro 4.5 miglia di barriera di cemento nella zona verde, sembra impossibile che lo standard dell'informazione migliori in un qualunque momento dell'immediato futuro. Ho chiesto a Pilger se desse la colpa ai giornalisti di non voler rischiare le loro vite. "No, non posso", ha detto, "ma non vedo il senso di stare nella zona verde. Non vedo il senso di indossare un giubbotto antiproiettile e stare in un hotel protetto come una fortezza da un invasore". Ma ci sono stati giornalisti - ed altri - che effettivamente sono andati dai ribelli; che hanno parlato di loro. Una, per esempio, è una giovane donna di nome Jo Wilding, una britannica che opera nel campo dei diritti umani. Era a Fallujah durante tutto il periodo del primo attacco (aprile 2004). I resoconti di Jo Wilding erano tra le cose più straordinarie che io abbia letto, ma non sono mai stati pubblicati da qualche parte". Pilger ha detto che la stampa convenzionale dovrebbe smetterla di appoggiarsi al "nostro uomo a Baghdad" e dare invece la priorità a qualsiasi informazione ottenuta da chiunque sia abbastanza coraggioso o abbia i migliori contatti. "Ci sono fonti di informazione per ciò che sta accadendo in Iraq. La maggior parte sono sul web. Penso che chi non sia interessato alla stampa tradizionale debba guardare a quelle fonti e finirla con il pregiudizio nei loro riguardi, e dire che abbiamo bisogno del lavoro di quel reporter perché lui o lei ci ha detto qualcosa che noi probabilmente non potevamo ottenere da soli. E io penso che questo sia l'unico modo per servire davvero l'opinione pubblica". Avevamo parlato troppo ed abbiamo dovuto prendere rapidamente un taxi per arrivare in tempo alla conferenza. La sala era gremita di studenti universitari, professori e pubblico. L'evento è iniziato subito con Charlie Glass come primo relatore. Ex corrispondente in Medio Oriente per ABC America, Glass ha scatenato le risate dalla folla confrontando la sua esperienza con quella degli altri partecipanti. "Quando ho iniziato col giornalismo, mi ci sono avvicinato nel modo in cui lo fanno molti giovani ingenui, come una vocazione, una chiamata dall'alto a raccontare la verità. I miei tre colleghi qui sono riusciti a farlo nelle loro carriere. Io ho cercato duramente di farlo nella mia carriera... il problema è che lavoravo per un'emittente statunitense. Non è facile", ha scherzato Glass. Glass ha parlato della censura che aveva incontrato quando era un corrispondente televisivo dal Medio Oriente, rifacendosi ad una storia di cui aveva parlato durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. C'erano state voci che squadroni della morte israeliani dello Shin Bath avessero assassinato dei civili libanesi nel sud e Glass e la sua squadra erano riusciti a filmare le prove di queste uccisioni. "Abbiamo inchiodato questa storia. Scoprimmo uno degli squadroni della morte. Arrivammo nel palazzo dove avevano assassinato un uomo, solo mezz'ora dopo che lo avevano ucciso. Filmammo un testimone oculare e i soldati delle Nazioni Unite, che avevano visto le stesse cose, ne parlavano", ha ricordato Glass. "La ABC News non lo ha trasmesso. Ma non vi diranno che non lo trasmettono perché hanno paura di perdere pubblicità. Non vi diranno che non lo trasmettono perché hanno paura della reazione del pubblico. Vi dicono che non avevano abbastanza spazio quella sera o la sera dopo o quella dopo ancora. Le cose vanno così. Ecco perché molta poca gente in questo paese ha idea di cosa stia accadendo in Medio Oriente". Glass pensa che questo genere di censura abbia portato ad un'abissale ignoranza nell'opinione pubblica statunitense. "Non capite cosa sta succedendo in Iraq perché siete stati ingannati di nuovo. Proprio come quando eravate in Vietnam. Proprio come quando eravate in Libano e proprio come quando eravate in Cisgiordania e a Gaza", ha detto. "Nessuno ha un indizio sul perché le cose sono andate male in Iraq. Bene, vi dirò io perché. Vanno male da sempre in Iraq. Non dipende dal fatto che Bremer abbia fatto casino. Non dal fatto che gli Stati Uniti abbiano rubacchiato il tesoro iracheno, il che è vero. Non per il fatto che alcuni soldati si siano comportati male e abbiano sparato a delle persone in auto. Era perché non vrebbe mai potuto andare bene in Iraq" ha insistito Glass "Nessun Iracheno si è fidato degli Stati Uniti, prché la storia degli Usa in Iraq è stata troppo riprovevole - dal tradimento dei Curdi nel 1975, quando Henry Kissinger li ha venduti e sono stati massacrati a decine di migliaia da Saddam, dalla volta che hanno aiutato Saddam nella guerra Iran/Iraq, da quando hanno tradito le ribellioni dei Curdi e degli Sciiti nel 1991, dal regime di sanzioni che è seguito. "Chi si fiderebbe di una potenza che li vuole liberare, che si era già comportata in quel modo? Non è una questione di cosa è accaduto dopo; ma di cosa è accaduto prima. Avevamo l'obbligo di dire cosa è accaduto prima e non l'abbiamo fatto" ha detto Glass, prima di fare un momento di pausa "Ho perso la mia vocazione. In effetti non amo davvero più questa professione" ha ammesso tristemente. Il successivo intervento è stato quello del corrispondente per il Medio Oriente Robert Fisk, decisamente il reporter occidentale al mondo con più esperienza su quella regione. Fisk ha estratto una copia del New York Times e l'ha sparsa sul leggio. "Questo è il giornale di questa mattina: l'uomo di Al-Qaeda in Iraq ottiene sostegno dal suo Quartier Generale", Fisk ha letto ad alta voce. "Un funzionario del ministero dell'interno ha detto, dei funzionari hanno detto, militari statunitensi hanno detto, il governo iracheno ha detto, alcuni funzionari americani hanno osservato ed alcuni ufficiali hanno detto, due funzionari dell'intelligence Usa hanno detto, un funzionario pakistano ha detto, e sono appena alla colonna due", ha esclamato Fisk. "Ho sempre pensato che il vostro giornale principale dovrebbe essere chiamato 'i funzionari statunitensi dicono'. Potete scartare tutte le notizie ed avrete il Pentagono che parla direttamente". Fisk si è espresso sull'oltraggio alla semantica del linguaggio che si presenta in gran parte della corrispondenza dal Medio Oriente. "Nella stampa statunitensi i territori palestinesi occupati si trasformano in territori contesi, una colonia si trasforma in un insediamento o in un quartiere o in un avamposto. Semanticamente, stiamo costantemente degradando le ragioni della rabbia palestinese. Il muro si trasforma ogni volta in una recinzione. Come la recinzione di Berlino - se fosse stata costruita dagli israeliani, si sarebbe chiamata così. Quindi per chiunque non conosca la reale semantica di questo conflitto, i Palestinesi sono genericamente violenti. Cioè, chi mai protesterebbe per una recinzione da giardino o di quartiere? Lo scopo di questo genere di giornalismo è di minimizzare i reali motivi che stanno dietro al conflitto in Medio Oriente". Fisk ha continuato a spiegare perché pensa che la manipolazione del linguaggio nei servizi giornalistici distorca la verità. "Ora stiamo introducendo un'altra frase. Avete notato come continuino a saltar fuori nei servizi da Baghdad queste straordinarie creature? 'Uomini in uniforme della polizia' hanno partecipato al rapimento. 'Uomini in uniforme della polizia' hanno rapito Margaret Hassan. 'Uomini in uniforme dell'esercito' hanno assediato le stazioni di polizia", Fisk ha detto, piuttosto esasperato. "Ora, i reporter che scrivono questa immondizia credono davvero che a Fallujah ci sia un magazzino con ottomila uniformi della polizia fatte su misura per i ribelli?" ha chiesto Fisk, quindi ha risposto "naturalmente non ci sono, sono i poliziotti stessi". La critica principale di Fisk era riservata alla copertura televisiva del conflitto. "La televisione è connivente con la guerra perché vi non mostrerà la realtà. Se un Iracheno è abbastanza fortunato da morire in una posizione romantica, allora andrà in onda" ha detto Fisk. Poi ha aggiunto "ma se non ha la testa o se è come la maggior parte delle vittime, fatto a pezzi, voi non lo vedrete". Fisk ha parlato delle immagini di un suo collega della televisione censurate per routine dai produttori e dai redattori. "Li ho sentiti dire proprio questo: `E' pornografico mostrare queste immagini. C'è gente che fa colazione; vomiterebbero sui loro cornflakes... Non possiamo mostrarlo'. Il mio favorito è `Dobbiamo rispettare i morti'. Possiamo ucciderli tanto e quanto vogliamo, ma una volta che sono morti, dobbiamo rispettarli, giusto? E così voi sarete schermati da questa guerra. Sarete protetti da questa realtà". Fisk crede che tenere i giornalisti rintanati nella zona verde sia conveniente per le forze militari in Iraq. "Agli Statunitensi e con un grado inferiore ai Britannici, questo piace. Non vogliono che andiamo in giro. Non vogliono che andiamo negli obitori a contare i morti". Fisk ha raccontato una sua esperienza durante una visita ad una camera mortuaria di Baghdad nel mese di agosto 2005. "I funzionari dell'obitorio, contro la legge Irachena, che non conta molto al momento, mi hanno lasciato vedere il PC del ministero della sanità, a cui i funzionari statunitensi i e britannici hanno ordinato di non far accedere giornalisti occidentali... e questo indicava che solo nel luglio dell'anno scorso 1.100 Iracheni sono morti violentemente, nella sola Baghdad". Fisk ha sfidato le convenzioni standard sulle corrispondenze, conficcate a martellate nelle teste degli studenti di giornalismo in tutto il mondo. "Ce n'è una che viene dal sistema scolastico del giornalismo secondo cui voi dovete dare lo stesso spazio ad entrambe le posizioni", ha spiegato Fisk. "A lui io rispondo: Ok, se stessimo parlando del commercio di schiavi del diciottesimo secolo, dareste lo stesso spazio al capitano della nave degli schiavi? No. Se state riferendo sulla liberazione di un campo nazista, date lo stesso spazio al portavoce delle SS? No. Quando io ho riferito di un attentato suicida palestinese in un ristorante israeliano a Gerusalemme Ovest nell'agosto del 2001, ho dato lo stesso spazio al portavoce della jihad islamica? No. Quando 1.700 palestinesi sono stati macellati negli accampamenti per rifugiati palestinesi di Sabra e Shatila nel 1982, ho dato lo stesso spazio al portavoce israeliano, il quale stava naturalmente rappresentando un esercito che ha guardato il massacro mentre il suo alleato falangista libanese lo stava commettendo? No. I giornalisti dovrebbero stare dalla parte delle vittime" ha detto Fisk. Ha poi chiuso con un sobrio avvertimento agli spettatori ed ai lettori che seguono con attenzione le notizie sulla guerra in Iraq. "Abbiamo un vero disastro nelle nostre mani perché il progetto statunitense in Iraq è morto. Dovere fare a meno di credere a qualsiasi cosa chiunque vi dica in qualsiasi giornale. È una catastrofe, ed ogni reporter che lavora in Iraq lo sa, ma non ve lo dice" ha detto Fisk, facendo una pausa. "E quella è la nostra vergogna". John Pilger John Pilger ha parlato subito dopo al pubblico sfidando l'idea stessa che gli Stati Uniti ed i suoi alleati siano in guerra. "Non siamo in guerra. Invece, le truppe statunitensi e britanniche stanno combattendo delle insurrezioni in paesi in cui le nostre invasioni hanno causato caos e dolore... ma voi non lo dovreste sapere. Dove sono le immagini di queste atrocità?" Pilger si è riferito alle prime guerre di cui ha scritto, in Vietnam ed in Cambogia, affrontando il tema del ruolo dei giornalisti da allora ad oggi. "L'invasione del Vietnam era intenzionale e calcolata - come lo erano le politiche e le strategie che rasentavano il genocidio e sono state destinate a forzare milioni di persone ad abbandonare le loro case. Armi sperimentali sono state utilizzate contro i civili. Tutto questo raramente faceva notizia. Il compito non detto del reporter in Vietnam, come in Corea, era di normalizzare l'impensabile. E ciò non è cambiato". Pilger ha continuato a spiegare la sua reazione alle attuali cronache degli eventi in Iraq. "L'altro giorno, nel terzo anniversario dell'invasione, un giornalista (letteralmente: lettore di notizie) della BBC ha descritto l'invasione come 'errore di calcolo'. Non illegale. Non ingiustificata. Non basata su bugie. Ma un errore di calcolo. Quindi, l'impensabile è normalizzato. Concentrandosi sulle dichiarazioni militari. Facendo sembrare che sia una guerra rispettabile, voi normalizzate ciò che è impensabile. E una guerra contro i civili è impensabile. È una guerra che esige decine di migliaia di vittime. Ci sono stime che dicono oltre 100.000. Quando i giornalisti lo indicano come rispettabile atto geopolitico e sostengono l'idea che si è fatta per portare la democrazia in questo paese, allora stanno normalizzando l'impensabile". Pilger ha rivolto la sua attenzione alla BBC. Normalmente riconosciuta ovunque come fonte di informazioni stimata ed indipendente, Pilger ha completamente rifiutato questa tesi. "In Gran Bretagna, dove vivo, la BBC, che si promuove come una specie di paradiso dell'obiettività, dell'imparzialità e della verità, gronda sangue dalle sue mani aziendali". Pilger ha citato uno studio condotto dalla scuola di giornalismo dell'Università di Cardiff secondo cui nelle circostanze che hanno portato alla guerra, il 90 % dei riferimenti della BBC alle armi di distruzione di massa suggeriva che Saddam Hussein le avesse davvero. Pilger ha aggiunto "Ora sappiamo che la BBC ed altri media britannici sono stati usati dal MI-6, il servizio segreto. In ciò che hanno chiamato "Operazione di Approvazione di Massa", gli agenti MI-6 hanno piazzato delle storie sulle armi di distruzione di massa di Saddam, come armi nascoste nei suoi palazzi ed in bunker sotterranei segreti. Tutte queste storie erano false. Ma non è quello il punto. Il punto è che il ruolo del MI-6 era abbastanza inutile perché una sistematica auto-censura dei media ha fornito lo stesso risultato". Per Pilger il modo più significativo in cui i giornalisti sono usati dal governo è in ciò che chiama "un processo di indeboliemnto" prima dell'operazione militare programmata. "Li indeboliamo disumanizzandoli. Attualmente i giornalisti stanno indebolendo l'Iran, la Siria e il Venezuela" ha detto Pilger. "Alcune settimane fa Channel 4, considerato in Gran Bretagna come un buon notiziario liberal, ha trasmesso un servizio di apertura che potrebbe essere stato diffuso dal Dipartimento di Stato. Il reporter ha presentato il presidente del Venezuela Chavez come un personaggio dei fumetti, un sinistro buffone il cui folkloristico atteggiamento latino mascherava un uomo e qui cito testualmente `a rischio di unire una parata di furfanti tra cui dittatori e despoti - l'ultimo incubo latino di Washington'. "Rumsfeld si è permesso di chiamare Chavez "Hitler" senza che nessuno lo contestasse. Secondo quel reporter, il Venezuela sotto Chavez sta aiutando l'Iran a sviluppare armi nucleari. Ma non è stata data alcuna prova per questa stronzata". Ha citato un rapporto recente del FAIR, l'organo di controllo dei media, il quale ha riscontrato che 95 editoriali su 100 nei media hanno espresso ostilità a Chavez, con termini quale "dittatore" "uomo forte" e "demagogo" usati regolarmente in pubblicazioni come il Los Angeles Times ed il Wall Street Journal. "L'indebolimento del Venezuela è molto avanzato negli Stati Uniti. Cosicché se o quando l'amministrazione Bush lancerà l'Operazione Bilbao, un programma contingente per spodestare il governo democratico del Venezuela, chi si preoccuperà? Avremo soltanto la versione dei media, un altro schifoso demagogo avrà ottenuto ciò che si meritava. Un trionfo della censura per omissione e per giornalismo", ha concluso. Seymour Hersh L'ultimo speaker, Seymour Hersh, ha da poco pubblicato un rapporto sui programmi segreti dell'amministrazione Bush per un attacco all'Iran, e ne ha voluto parlare. "Abbiamo una situazione, che è davvero unica nella nostra storia. Questo è un presidente che è totalmente assuefatto alla stampa. Non importa cosa scriviamo o diciamo. Ha la sua visione, sia che stia comunicando con Dio o che stia facendo le cose per conto di ciò che suo padre non ha fatto o qualunque cosa si tratti. Ha suo punto di vista messianico su ciò che va fatto e non va fatto", ha avvertito Hersh. Il moderatore ha chiesto a Hersh sul suo uso di fonti anonime e della possibilità che la sua storia sull'Iran provenisse da un infiltrato governativo. "E' una domanda appropriata" ha rilevato. "La gente potrebbe dire: voi siete parte del processo, provando ad esercitare pressioni sugli Iraniani usando la guerra psicologica ed insinuando questa storia? Vorrei davvero che possedessero quel genere di astuzia... vorrebbe dire pensarla alla Kissinger" ha detto ridendo. "Ma il fatto è con George Bush, ed è stato molto costante. Ciò che vedete è ciò che ottenete" "Non era un infiltrato" ha spiegato Hersh. "Questo [rapporto] proviene da gente che si è voluta prendere delle pallottole per noi... che ha voluto mettere la propria vita a rischio, che capisce il combattimento e che è spaventata a morte da questo tipo alla Casa Bianca". Hersh ha continuato avvertendo il pubblico su ciò che pensa accadrà con l'amministrazione Bush in 'Iran: "Amici, non scommetteteci contro, perché probabilmente stanno per farlo; perché qualcuno lassù gli sta dicendo che è la cosa giusta da fare". Hersh ha considerato le aspre critiche dei suoi colleghi. "Sì, è importante pestarci fra di noi. Come sempre ce lo meritiamo. Come sempre vi abbiamo completamente abbandonato" ha rilevato stancamente Hersh "Ma sopra ed oltre tutto ciò, amici, da un mio conteggio sono rimasti qualcosa come 1.011 giorni al regno di Re George il Minore, e questa è la cattiva notizia. Ma c'è una buona notizia. E la buona notizia è che domani, quando ci sveglieremo, mancherà un giorno in meno". Con un grande giro di applausi, il pomeriggio si è concluso. Ho chiesto a Pilger i suoi pensieri finali. Ha fatto una pausa e poi ha risposto "I giornalisti, come i politici, come chiunque in effetti, dovrebbero essere chiamati a giustificare le conseguenze delle proprie azioni. I giornalisti hanno svolto un ruolo cruciale sostenendo le guerre. Iniziandole e sostenendole. E dobbiamo affrontare questo tema. Non c'è niente di sbagliato nel giornalismo, è un meraviglioso privilegio, è a tutti gli effetti un mestiere ed io sono molto fiero d'essere un giornalista. Ma è il modo in cui lo si pratica. È come se fosse stato dirottato dalle aziende e noi dovremmo riportarlo indietro". Sophie McNeill è una video-giornalista freelance il cui lavoro compare regolarmente nel programma "Dateline" della televisione australiana SBS. Vive a New York. Fonte: http://www.informationclearinghouse.info Link: http://www.informationclearinghouse.info/article13492.htm 03.06.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI

Minacce sui media francesi Da alcune settimane, una serie di casi clamorosi scuote i media francesi, sia privati che pubblici, sollevando la questione dell'indipendenza delle redazioni. Nei media privati, la crisi di diffusione di un buon numero di testate, anche di quelle tra le più prestigiose, accresce l'influenza del proprietario chiamato a riassorbire i debiti delle stesse. Il fondatore di Libération, Serge July, ha dichiarato di essere costretto ad andarsene a causa del principale proprietario della testata, il banchiere Edouard de Rothschild, spaventato dalle perdite del giornale. Anche il caso Eads riguarda un industriale proprietario di media: Arnaud Lagardère. Sospetti, infatti, di insider trading colpiscono alcuni azionisti importanti dell'azienda aeronautica, tra cui il copresidente di Eads, Noël Forgeard, i suoi figli e il gruppo Lagardère. Tutti hanno venduto numerosi titoli poco prima che l'annuncio di un ritardo nella consegna di Airbus A-380 provocasse il crollo del valore borsistico di Eads (26% di abbassamento del titolo il 14 giugno). Infine, il caso della sostituzione di Zacharias alla testa del gruppo Vinci, conseguente alle smisurate pretese finanziarie dell'ex dirigente (un totale di oltre 200 milioni di euro), chiama in causa un altro attore dei media, Alain Minc. Quest'ultimo, nella funzione di membro del consiglio d'amministrazione di Vinci, ha appoggiato Zacharias e s'è opposto alla sua sostituzione. Il caso Eads, senz'altro il più grave, coinvolge direttamente il gruppo Lagardère. Ora, questo controlla numerosissime pubblicazioni (da Paris Match al Journal du Dimanche ), diverse radio (tra cui Europe 1, il cui studio principale si chiama Lagardère) e ha partecipazioni nel capitale di alcune testate indipendenti (fra cui Le Monde ). In queste condizioni, non è forse soltanto l'attualità della Coppa del mondo di calcio che può spiegare come gli sviluppi del caso Eads abbiano suscitato nei media meno febbre –e meno commenti indignati da parte degli editorialisti- rispetto a questa o a quell'altra dichiarazione secondaria di un dirigente politico o di un qualche burlone. E non è forse neppure un caso che Forgeard, copresidente di Eads, abbia scelto il microfono (amico) di Europe 1 per affidare le sue prime spiegazioni a Jean-Pierre Elkabback, giornalista, ma anche consigliere, di Arnaud Lagardère. Qualche settimana prima, Forgeard, che aveva appena realizzato l'opzione di vendita per milioni di euro sulle proprie riserve, aveva scelto Europe 1 per giustificare i massicci licenziamenti alla Sogerma di Mérignac. Di fronte a una tale situazione nei media privati, si poteva sperare che l'audiovisivo pubblico sarebbe rimasto al riparo dalle pressioni dei suoi “azionisti”, nella fattispecie il potere politico. Un anno prima delle elezioni presidenziali, niente di tutto ciò, almeno in apparenza. A Radio France, sarebbe minacciata Là-bas si j'y suis, la trasmissione prodotta da Daniel Mermet su France Inter, di cui tutti sanno la capacità di critica sociale. Interpellato da Le Monde diplomatique , il direttore delegato di France Inter, Frédéric Schlesinger, ha effettivamente confermato che aveva in animo di spostare questa trasmissione in una fascia oraria (alle 15 e non più alle 17) che l'avrebbe quasi automaticamente privata della metà della sua audience. A sentire Schlesinger, la decisione non sarebbe ancora stata presa. Ma è già nota la sua motivazione (ufficiale). Non si tratterebbe, evidentemente, di una misura politica... Schlesinger, che ha in passato esercitato delle funzioni importanti in seno al gruppo Lagardère, preferisce invocare « gli ultmi risultati di Médiamétrie » anche se, in una ripartizione dei risultati segnata da un arretramento generale dell'indice d'ascolto di France Inter, Là-bas si j'y suis ha conservato, anzi, persino accresciuto, il numero degli ascoltatori. Comunque sia, è un po' sorprendente che una radio pubblica ammetta (o pretenda) di determinare i suoi programmi in funzione di sondaggi di audience, dall' incerta affidabilità, senza preoccuparsi del contenuto di ciò che è diffuso. E delle “mission” di servizio pubblico che sono state impartite alla stazione radiofonica. Al punto che Schlensider confida: “E se Daniel [Mermet] fosse capace di aumentare di 0,2 punti; e se la squadra che lo sostituisce fosse capace di aumentare di 0,2 punti, allora, France Inter avrebbe guadagnato 0,4 punti” Forse l'idea di permettere a Là-bas si j'y suis di far risalire un'audience molto debole –“un challenge”, una sfida”, secondo il direttore delegato di France Inter – non è del tutto senza rapporto con la prossima campagna elettorale. Infatti, liberi di “aumentare di 0,2 punti” da qualche parte, perché non aver scelto per Daniel Mermet e la sua squadra la “ sfida” di far risalire una fascia oraria più popolare ancora di quella delle 17? Migliaia di ascoltatori di France Inter, che si pongono questa stessa domanda, hanno già firmato una petizione di sostegno ai giornalisti di Là-bas si j'y suis da Monde diplomatique traduzione per Megachip di Anna Manao

Il prezzo della vita di un minatore negli Usa di Jeffrey St. Clair (Counterpunch) Un esame dei registri della Mine Safety and Health Administration Usa rivela che, a partire dal 2002, questo ente ha sanzionato l’industria mineraria statunitense, in seguito ad incidenti mortali sul lavoro, con multe per un totale di 9,1 milioni di dollari. Ad oggi però è stato pagato meno del 30% dell’importo totale sanzionatorio L’unica cosa più tristemente prevedibile della morte dei 12 sventurati minatori della miniera di carbone di Sago, nella West Virginia, avvenuta lo scorso 12 gennaio, è stata la prontezza con cui i responsabili dell’amministrazione Bush hanno strumentalizzato la tragedia – una tragedia che proprio loro hanno contribuito a causare. Negli ultimi cinque anni, il Big Coal [le grandi compagnie di estrazione del carbone, NdT] ha beneficiato dell’indifferenza dimostrata dagli agenti di controllo di Washington nei confronti degli scempi compiuti nei monti Appalachi. Le conseguenze di questo lassismo da parte delle autorità sono evidenti: montagne deturpate, fiumi letteralmente seppelliti o inquinati; ma, soprattutto, centinaia di minatori feriti o uccisi da un’industria dispensata dalle più elementari normative inerenti la sicurezza sul lavoro e la tutela ambientale. I minatori di Sago non godevano neppure di quel minimo di diritti garantiti dall’appartenenza ad un sindacato. Data la dilagante disoccupazione nella West Virginia, data la prospettiva del lavoro in miniera come unica possibile fonte di reddito per molti in questo Stato Usa, è difficile che qualcuno si sogni di azzardare richieste di delucidazione sui rischi del mestiere, o sulle misure di sicurezza adottate dalle compagnie del carbone. Le compagnie del Big Coal, in questa omertà, ci sguazzano alla grande. Dall’inizio del mandato Bush ad oggi, si contano negli Usa più di 206 incidenti nelle miniere di carbone. Vi hanno perso la vita più di 230 minatori. A questo inquietante bilancio vanno ad aggiungersi centinaia di minatori che hanno riportato ferite più o meno gravi, e diverse migliaia afflitti da malattie croniche dell’apparato respiratorio, dovute a condizioni di lavoro del tutto precarie. La miniera di Sago era una bomba ad orologeria. Nel solo 2005, la Mine Safety and Health Administration [MSHA – Amministrazione USA per la salute e la sicurezza nelle miniere, NdT] aveva inviato alla dirigenza di questa miniera ben 208 denunce per violazioni delle norme di sicurezza – dall’eccessiva quantità di monossido di carbonio altamente infiammabile fino ai cedimenti di soffitto. La miniera di Sago deteneva già uno spaventoso record di incidenti. Nel 2004, a Sago, la percentuale di infortuni era del 15,90% su 200.000 ore lavorative – cifra quasi tre volte superiore rispetto alla media nazionale Usa (5,66%). L’anno scorso il macabro primato si è aggravato ulteriormente: nel 2005, Sago ha raggiunto il picco del 17,04% di infortuni, con almeno 14 minatori coinvolti. Ma ai numeri e alle percentuali non hanno mai fatto seguito seri provvedimenti normativi. La maggior parte dei doli si sono risolti spesso in multe irrisorie da 60 dollari. L’ammontare totale delle varie penali a carico della miniera di Sago è di appena 24.000 dollari, spesa che i dirigenti della compagnia sembrano di gran lunga preferire rispetto agli onerosi costi di manutenzione di una miniera – malgrado questa versi in condizioni di sicurezza disastrose. Lo stesso scenario per la Jim Walters Resources – una compagnia mineraria dell’Alabama multata nel 2001 di soli 3.000 dollari per un incidente sul lavoro che ha provocato la morte di 15 minatori. Dunque, 230,76 dollari per ogni minatore morto. La compagnia in quell’anno aveva registrato un utile superiore ai 100 milioni di dollari. Altre compagnie hanno pagato anche meno di 200 dollari di multe per incidenti mortali legati alle violazioni delle norme di sicurezza. La beffa ancora maggiore è che queste multe pro forma spesso le compagnie minerarie neppure le pagano. Un esame dei registri della Mine Safety and Health Administration rivela che, a partire dal 2002, questo ente ha sanzionato l’industria mineraria americana, in seguito ad incidenti mortali sul lavoro, con multe per un totale di 9,1 milioni di dollari. Ad oggi però è stato pagato meno del 30% dell’importo totale sanzionatorio. Negli Usa, a una compagnia multata basta presentare ricorso per avere buone probabilità di vedersi ridotta la penale. Infatti, oltre 5,2 milioni di dollari di contravvenzioni sono stati ridotti a 2,5 milioni di dollari a seguito dei ricorsi in appello. Altri 2,2 milioni di dollari sono ancora da pagare per i ricorsi pendenti. Nell’elenco degli evasori dell’MSHA figurano più di 1,1 milione di dollari di multe insolute; e quasi tutte le miniere degli Stati Uniti sono ancora in piedi. Sotto l’amministrazione Bush, al Big Coal è stato finora permesso di fare il buono e il cattivo tempo; pochissimi i controlli nell’industria del carbone. Persino all’indomani della tragedia di Sago sono mancate le richieste di audizione al Congresso, o sanzioni criminali contro i boss del settore e i capi miniera a loro servizio. Lo scandalo più grave è stato compiuto nell’ultimo atto di questa tragedia annunciata: allorché il monossido di carbonio aveva ormai raggiunto un livello pari a 1,300 parti per milione (più del triplo del massimo sostenibile), le famiglie dei minatori rimasti intrappolati sono state persino illuse dalla notizia, smentita nel giro di alcune ore, del salvataggio di dodici di loro. Nemmeno i Democratici, dal canto loro, sono riusciti ad alleviare questa spaventosa situazione. Durante la campagna presidenziale del 2004, quando l’esito elettorale dipendeva dai risultati delle aree minerarie, John Kerry non tenne in conto l’Ohio dell’est e la West Virginia, le due contee su cui pesa il tasso di disoccupazione più alto di tutti gli Stati Uniti; proprio in quelle zone, Kerry è stato clamorosamente sconfitto da Bush. Chiunque pensi di andare ad appendere un nastro nero in segno di lutto ai cancelli della Casa Bianca, deve appenderne uno anche davanti ad una delle residenze della coppia Kerry-Heinz: a nessuno dei due partiti è importato nulla della vita di quei minatori. Jeffrey St. Clair, giornalista d’inchiesta, ha scritto diversi libri su tematiche politiche e ambientali. È co-autore con Alexander Cockburn de Il libro nero della polvere bianca – Droga: Trafficanti, CIA e stampa. Fonte: Counterpunch Traduzione a cura di Silvia Levato per Nuovi Mondi Media

Albania-UE: siglata la grande sfida scrive Indrit Maraku Festeggia l’Albania per la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’UE, ma secondo gli analisti la vera sfida - attuare le necessarie riforme - è appena iniziata Durante la firma dell'ASA, Berisha e Plassnik Lo scorso 12 giugno l’Albania ha siglato a Lussemburgo l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (Asa) con l’Unione europea, diventando così il terzo Paese dei Balcani occidentali ad impegnarsi con Bruxelles in profonde riforme, dopo la Croazia (attualmente Paese candidato all’adesione) e la Macedonia. La politica si è unita per un giorno ai festeggiamenti di ciò che è stato definito “un evento storico”, anche se l’UE ha subito messo in chiaro che d’ora in poi Tirana dovrà darsi parecchio da fare. I media locali invece si sono assunti il compito di spiegare alla popolazione, che ancora appare disorientata, i cambiamenti effettivi che comporta l’Asa. Tre anni difficili Ad aprire i negoziati con l’UE fu l’ex primo ministro socialista, Fatos Nano, nel gennaio 2003. Per tre lungi anni Bruxelles e Tirana hanno condotto le trattative, consumate in ben 18 round, fino allo scorso 8 febbraio, quando in seguito all’ultimo incontro nella capitale albanese i negoziati si dichiararono chiusi: a porre la firma preliminare questa volta c’era l’acerrimo nemico di Nano, l’attuale premier democratico Sali Berisha. La vera cerimonia invece si è svolta lo scorso 12 giugno a Lussemburgo, a margine del Consiglio dei ministri degli Esteri dei 25 Paesi membri dell’UE. Questa volta il premier ha voluto con sé anche l’opposizione del centro sinistra, come segno di grande tolleranza politica, anche se una piccola vendetta personale non se l’è risparmiata: Berisha non ha invitato a far parte della delegazione albanese il leader dei socialisti, Edi Rama, limitandosi al suo vice, Pandeli Majko. Poco dopo mezzogiorno, il commissario UE per l’allargamento Olli Rehn, il ministro degli Esteri austriaco e presidente di turno dell’Unione Ursula Plassnik, e il primo ministro albanese Sali Berisha hanno firmato l’Accordo: un documento lungo più di 500 pagine piene di condizioni che i 25 Paesi membri hanno imposto a Tirana. Nel suo discorso Berisha ha definito la firma dell’Asa “un grande passo verso la realizzazione del sogno [degli Albanesi] di ritornare nella loro famiglia europea. Ritornare, perché il secolo scorso ha riservato alla mia nazione disgregazioni ingiuste, occupazioni, razzismo, pulizia etnica e una feroce dittatura che la hanno totalmente isolata dall’Europa”. Berisha, Solana, Plassnik e Rehn “Sono consapevole – ha detto il premier albanese – che firmiamo questo Accordo mentre nella vostra memoria e in quella dei cittadini dei vostri Paesi si trovano ancora notizie, immagini ed eventi non piacevoli provenienti dall’Albania; e mentre la sindrome della stanchezza da allargamento dell’UE è una realtà. Ma io sono oggi qui per garantire a voi, ai vostri governi e alle vostre nazioni che la criminalità organizzata e il sistema della corruzione [in Albania] si stanno sgretolando rapidamente e che l’Albania sarà uno dei Paesi più sicuri nella regione [balcanica]”. L’intera cerimonia è stata trasmessa in diretta da diverse emittenti televisive. Anche i deputati di entrambi gli schieramenti si sono uniti per seguirla nell’aula del Parlamento dove era stato posto appositamente un maxi schermo. In seguito, sempre insieme, hanno partecipato alla festa organizzata per l’occasione dal capo del Parlamento, Jozefina Topalli. Il Presidente della Repubblica, Alfred Moisiu, ha voluto invece fare il bis con una seconda festa organizzata il giorno dopo la firma, dove partecipava anche la delegazione albanese tornata da Lussemburgo. La sfida inizia adesso Ma se la politica “in festa” cercava di approfittare della grande attenzione mediatica per “vendere” l’evento come il frutto del loro lavoro, i media non si sono lasciati usare. La parola “traguardo” infatti è stata sostituita dai giornali con “inizio”: quasi tutti gli analisti intervenuti sull’argomento hanno cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica e la politica stessa che la firma dell’Asa indica solo l’inizio di una strada tutta in salita per il Paese. È toccato ai giornalisti spiegare all’opinione pubblica i veri cambiamenti che comporta l’Asa, a partire dalle imposte doganali che cessano di esistere immediatamente a quelle che entreranno in vigore più in là. Così, la gioia dei commercianti albanesi si traduce in un grattacapo per lo Stato nelle cui casse mancheranno nei prossimi mesi circa 60 milioni di dollari poiché l’83% degli articoli importati in Albania dai Paesi UE rientrano nella fascia a “dogana zero”. Lunghe interviste dei “big” di Bruxelles, pubblicate dai giornali locali, hanno fatto un po’ da guastafeste ricordando ai politici albanesi che il documento firmato non è composto da elogi, anzi. “Con la sigla dell’Asa inizia la grande sfida per l’Albania. L’Accordo consiste in più di 500 pagine, fatte di regole e obblighi che l’Albania dovrà adempiere. Si devono fare riforme e si devono realizzare le priorità imposte dall’UE per trasformare lo stato albanese in uno stato moderno”, ha detto il capo della diplomazia austriaca Plassnik che ha anche la presidenza di turno dell’Unione. Secondo Olli Rehn, il commissario UE per l’allargamento, Bruxelles si aspetta dalle autorità di Tirana la “messa in atto precisa, effettiva e senza errori di questo accordo”. D’ora in poi, per Rehn “l’Albania dovrà dare prove concrete dell’esecuzione dell’accordo, prima che si prenda in considerazione qualsiasi altro tipo di passo avanti del processo di adesione”. Non solo champagne, quindi, per la delegazione albanese a Lussemburgo: i 25 Paesi membri sembrano aver seguito il motto “patti chiari, amicizia lunga” nel chiedere a Tirana profonde riforme a tutto campo, una rapida crescita economica, più rispetto per le istituzioni indipendenti (come la procura generale, con il cui capo Berisha è in aperto conflitto), la restituzione dei beni terrieri confiscati durante il comunismo, rispetto dei media e delle minoranze. Altro che solo lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, come ha tentato di far credere il premier. In grosso ritardo Più di 15 anni fa gli albanesi scendevano in piazza contro il comunismo gridando a squarciagola “Vogliamo l’Albania in Europa”. Da allora l’Europa è stato l’obiettivo maggiore di tutti i governi democratici che si sono susseguiti, ma nonostante ciò la classe politica locale non si è mostrata all’altezza e il “grande sogno” è continuato a rimanere lontano. È un parere diffuso tra gli analisti albanesi che questo accordo si doveva siglare diversi anni fa. Secondo alcuni, ora l’Albania avrebbe potuto avere lo stesso status della Romania e della Bulgaria. Nel 1996, la rapida crescita economica aveva fatto sembrare l’adesione all’UE più vicina, ma le truffe finanziarie del 1997 e i disordini interni che seguirono fecero svanire le speranze. Si è dovuto aspettare fino al 2003 per aprire i negoziati e altri tre anni per concluderli. Per tutto ciò l’Europa ha declinato ogni responsabilità. Secondo l’europarlamentare Doris Pack, l’UE ha aspettato a lungo che gli albanesi si dessero da fare. “Va bene aspettare, ma il tuo lavoro non lo possono fare gli altri. E gli albanesi devono fare il proprio lavoro. Forse c’è stato un ritardo e si è perso tanto tempo per via degli inutili dibattiti tra loro”, ha sintetizzato l’europarlamentare. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5849/1/51/

USA : Marines incriminati per omicidio di un Iracheno di Rico Guillermo Sette Marine e un marinaio USA sono stati accusati ieri di rapimento, omicidio e cospirazione in relazione alla morte di un civile iracheno ad Hamdania, in Iraq, verso la fine di aprile. Fra gli altri reati contestati, false dichiarazione ufficiali e ostacolo all giustizia. L'annuncio e' stato dato ieri in una conferenza stampa dell'esercito in California. Sono stati gli Iracheni a portare l'avvenimento all'attenzione della direzione della Marina durante un incontro periodico il primo maggio. A seguito di un'inchiesta preliminare dalle forze multinazionali in Iraq, il servizio investigativo criminale navale ha lanciato una indagine. I Marines ed il marinaio dichiarati coinvolti sono stati rimossi dalla loro unita' e sono stati riassegnati alle sedi del battaglione dell'accampamento di Falluja. L'ufficiale che ha tenuto la conferenza stampa ha detto le accuse sono molto serie e che il corpo dei Marines si ripromette di studiarle seriamente. Il corpo dei Marines ritiene responsabili per le loro azioni i suoi e promette un procedimento giudiziario imparziale e completamente conforme al codice di giustizia militare. Tuttavia e' stato ricordato che gli accusati sono innocenti fino a condanna al di la' di ogni ragionevole dubbio. I funzionari dell'esercito hanno anche annunciato ieri che un quarto soldato e' stato incriminato in relazione alle morti di tre detenuti maschi durante vicino al canale di Thar Thar nella provincia di Salah e Din in Iraq. Le accuse sono omicidio premeditato, tentato omicidio, cospirazione per commettere l'omicidio e rilascio di una dichiarazione ufficiale falsa. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 22 2006

Il diktat dei partiti sulla tv di Stato di Curzio Maltese, la Repubblica - 22 Giugno 2006 D´accordo che il coraggio uno non se lo può dare e Don Abbondio si conferma un punto di riferimento sicuro per il centrosinistra. Ma almeno alla Rai, dopo cinque anni di urla e strepiti sull´occupazione berlusconiana e nel mezzo della solita «emergenza morale». ci si poteva aspettare dalla maggioranza un guizzo riformista, qualcosa di sinistra, il segnale di una svolta. E´ invece arrivata la nomina di Claudio Cappon alla direzione generale. Un ritorno all´insegna del meno peggio e di quel democristianissimo «tirare a campare» che è già diventato lo slogan della maggioranza, a soli settanta giorni dalla vittoria elettorale. Naturalmente non è in questione la persona. Claudio Cappon è un manager serio, onesto, capace, che non è poco nel quadro di devastante squallore offerto dalla classe dirigente nazionale, sempre più simile al cast di un film dei fratelli Vanzina (ma più volgare). E´ terrificante piuttosto il metodo. Un´orgia partitocratica, si sarebbe detto un tempo. Un´orgetta di partiti e soprattutto partitini, puniti dagli elettori ma più arroganti che mai, ben rappresentata dal teatrino di un consiglio d´amministrazione formato parlamentino, incaricato dalle segreterie di silurare i candidati troppo «movimentisti» (si fa per dire: Perricone, Minoli e altri) per approdare infine al solito inciucio sul nome più innocuo, almeno sulla carta. Quello che piace a tutti, da Sgarbi a Bertinotti, da La Russa a Rutelli, da Confalonieri a Petruccioli, insomma al salotto trasversale che poi si ritrova la sera da Vespa e non vuole sorprese, perché la Rai indipendente non s´ha da fare. Prodi puntava su Perricone, che aveva il torto di essere sgradito a Mediaset, per come aveva diretto la Sipra. Il Cda pur di non candidarlo si è inventato una falsa rosa di nomi, aggiungendo a quello di Cappon quello di un´improbabile Lorenza Lei, quasi uno sfregio al Tesoro. La cosiddetta società civile ha ragione di sentirsi presa per i fondelli. Per cinque anni i leader del centrosinistra hanno condannato il selvaggio spoil system della destra, le segretarie di Berlusconi e Bossi nominate sul campo dirigenti della prima azienda culturale, gli amici e i parenti, meglio se cretini, piazzati ovunque a rubare stipendi e consulenze. Per cinque anni hanno partecipato a dibattiti nazionali e internazionali, sono scesi in piazza a protestare con Moretti e i girotondi, hanno giurato che quando sarebbe toccato a loro governare non avrebbero lottizzato. Si sono uniti allo slogan «giù le mani dei partiti dalla Rai», che oggi le intercettazioni di qualche portaborse hanno reso meno metaforico. Non ci voleva un gran coraggio allora per cambiare davvero la Rai, per nominare un Draghi a viale Mazzini, senza che la destra, travolta dagli scandali, potesse obiettare nulla. Ma non s´è trovato neppure quello. Con il ritratto di Don Abbondio in una mano e il manuale Cencelli nell´altra, il nuovo potere si prepara a lottizzare come prima, a moltiplicare le poltrone, nominando magari un bel torpedone di direttori e vicedirettori, un centinaio sul modello dei sottosegretari. Anzi duecento, visto che bisogna accontentare anche l´opposizione che in Rai è maggioranza nel consiglio d´amministrazione e comanda ancora, come si è capito dalla campagna refendaria. A questo punto lanciare l´ennesimo appello alla politica sarebbe patetico. Si può soltanto sperare nelle persone. Per esempio nel fatto che Claudio Cappon trovi lui il coraggio di guidare la Rai come condurrebbe un´altra azienda. Con scelte trasparenti, professionali, libere. Senza rispondere alle chiamate dei portaborse, che oltretutto di questi tempi è pericoloso. Riportando sulla tv pubblica i censurati come Santoro, il giornalismo indipendente di Enzo Biagi. Provi a stupirci con effetti speciali. Scoprirà che si può fare, perché poi questa partitocrazia bipartisan è bollita, insensata, antistorica, insopportabile alla grande maggioranza dei cittadini, che non sono soltanto audience. Certo, sarebbe meglio appellarsi a qualcosa, piuttosto che a qualcuno. Ma la politica italiana sembra davvero troppo vecchia per riuscire a esprimere qualcosa che assomigli a un valore. Bisognerà forse aspettare un altro ceto politico, più giovane ed europeo, meno provinciale e vanziniano di questo, avido di sottogoverno, sottobanco, sottocultura.

Fitto, donazioni dalle imprese Si indaga su 382 mila euro Le accuse al vescovo Ruppi, sotto inchiesta per corruzione «Appoggi all'ex governatore in cambio di fondi agli oratori» DAL NOSTRO INVIATO dal Corriere - 22 giugno 2006 BARI — Un arcivescovo che fa campagna elettorale per una lista civica e un lungo elenco di imprenditori che a quella stessa lista civica fanno arrivare 382 mila euro in donazioni e finanziamenti. La lista in questione è ovviamente «La Puglia prima di tutto», quella che faceva capo a Raffaele Fitto e con la quale l'ex governatore della Puglia — oggi deputato di Forza Italia — tentò inutilmente di guadagnarsi la riconferma al vertice della Regione nella sfida contro Nichi Vendola. Dopo la richiesta di arrestare Fitto presentata alla Camera, e i provvedimenti di arresti domiciliari eseguiti nei confronti dell'imprenditore Giampaolo Angelucci e dell'editore televisivo Paolo Pagliaro — accusati il primo di aver ottenuto appalti in cambio di tangenti, e l'altro di essere stato favorito nella concessione di spot pubblicitari pagati dalla Regione — l'inchiesta della Procura di Bari lascia aperti altri capitoli importanti. Che monsignor Cosmo Francesco Ruppi fosse indagato per corruzione era trapelato già nel giorno degli arresti. Ora viene fuori che l'arcivescovo di Lecce, secondo i magistrati, avrebbe dato il proprio appoggio politico a Fitto in cambio dei finanziamenti regionali per la realizzazione di oratori, centri sportivi e altre strutture. Che tra Ruppi e Fitto ci fosse un forte legame è cosa risaputa, a Lecce e in tutta la Puglia, e Ruppi ha più volte pubblicamente elogiato l'ex governatore anche in campagna elettorale. Ma i finanziamenti approvati dalla Regione quando era guidata dal centrodestra, non sarebbero mai arrivati alla Curia leccese, perché la Guardia di Finanza, cui era affidata l'inchiesta culminata con gli arresti dell'altro giorno, acquisì le delibere, bloccando di fatto la liquidazione dei fondi. Per ottenere quel denaro, monsignor Ruppi dovette aspettare che il finanziamento venisse approvato ex novo dal governo regionale di Nichi Vendola, che l'arcivescovo di Lecce non ha assolutamente mai amato e con il quale si è più volte scontrato, seppure a distanza. «Si è fatto un polverone su un finanziamento lecito» commenta il leader della Cdl, Silvio Berlusconi. E' sarcastico Francesco Cossiga: «Questa idea di arrestare un arcivescovo mi sembra bella». Oggi l'avvocato Pasquale Corleto, difensore di Ruppi, incontrerà i magistrati e chiederà che il prelato venga ascoltato al più presto. Ma un calendario di interrogatori è già fissato, e oggi prevede che davanti al gip compaia Pagliaro, mentre Angelucci sarà ascoltato la prossima settimana. Nell'ordinanza del gip Giuseppe De Benedictis c'è infatti un ampio riferimento ai quasi quattrocentomila euro di finanziamenti arrivati alla lista di Fitto (ieri è stato ascoltato il tesoriere Aurelio Filippi Filippi, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere) da imprenditori che, nota il giudice, risultano anche vincitori di appalti assegnati dalla Regione o da società da essa controllate. Per adesso si tratta di un particolare che il gip si limita a sottolineare, ma è chiaro che quelle donazioni stanno diventando materia di indagine. La scadenza più importante, resta l'autorizzazione o meno della Camera all'arresto di Fitto. Ne parla il procuratore Emilio Marzano: «Che l'ufficio ritenga necessari gli arresti è evidente, ma il nostro dovere, ora, è soltanto investire della questione il Parlamento». Fulvio Bufi -------------------------------------------------------------------------------- LE INTERCETTAZIONI Cinque bonifici in un giorno. «Tutto a posto. Li vedrai sul conto» Carlo Vulpio BARI — La politica costa, e costa per tutti. Non è un mistero. Per ogni sagra, festival o convention, per la pubblicità su tv e giornali, per le cene e i rinfreschi, fino ai dépliant, ai manifesti e ai palchi attrezzati per i comizi, la domanda è sempre la stessa: «Chi paga?». Il finanziamento pubblico, certo, che continua a far piovere un bel po' di quattrini sui partiti («La Puglia prima di tutto» di Fitto, per esempio, ha ottenuto 357.000 euro), nonostante sia stato bocciato dagli italiani con un referendum. Ma i soldi pubblici sembrano non bastare mai, né hanno mai evitato i finanziamenti illeciti. E così all'erogazione di denari pubblici si accompagna quasi sempre un sistematico drenaggio di «fondi privati». I 5 bonifici È il 22 aprile 2005, le elezioni sono alle spalle, ma bisogna far quadrare i conti. Fitto chiama Aurelio Filippi Filippi, il tesoriere del suo movimento-partito «La Puglia prima di tutto», che lo rassicura sui bonifici in arrivo alla filiale del «San Paolo Banco di Napoli» di Maglie (la sua città, ndr). Fitto: «Pronto, dove cazzo stai?». Filippi Filippi: «Io sto a Lecce». F: «Ma abbiamo novità su quel fronte?» .FF : «Sì, sì...». F: «Tutto a posto?». FF: «Ma proprio dieci minuti fa l'ho avuta…». F: «Tutto a posto?». FF: «Così mi è stato detto...». F: «Da lui, da lui ti è stato detto…». FF: «Da chi aveva avuto l'incarico…». F: «Da Maglie?». FF: «No, no, da Maglie ancora no perché è stato fatto oggi, quindi lo vedo tra un paio di giorni…». Il «paio di giorni», sostengono i magistrati, è il tempo necessario a «vedere» l'accredito dei bonifici bancari sul conto della filiale di Maglie. Bonifici che infatti vengono disposti tutti nello stesso giorno della telefonata, il 22 aprile. Tutti sulla stessa filiale. Tutti con la stessa causale, «erogazione liberale». Tutti da società del gruppo Angelucci, ma di importi diversi: 50 mila euro dalla Cooperativa editoriale Libero, 40 mila euro dalla TGS 2004 srl, 40 mila euro dalla Santa Lucia 2000 srl, 30 mila euro dalla Casa di Cura Santa Lucia srl, 40 mila euro dalla Giada srl. In tutto, 200 mila euro. Che sommati ai precedenti 100 mila erogati dalle stesse società e ai 200 mila transitati sui conti dell'Udc, «quantificano il contributo finanziario del gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci alle spese della campagna elettorale del governatore uscente in ben 500 mila euro». Le spese L'associazione politica e la lista elettorale di Fitto presentano rispettivamente, come vuole la legge, la dichiarazione delle spese per la campagna elettorale e quella delle fonti di finanziamento per il candidato Fitto. La campagna elettorale, dichiara il mandatario di Fitto, è stata interamente finanziata dai partiti della coalizione, mentre il candidato Raffaele Fitto «non ha percepito alcun contributo da parte di soggetti o enti pubblici e/o privati, spendendo personalmente meno di 2.582 euro, avvalendosi unicamente di denaro pubblico». Il movimento-partito «La Puglia prima di tutto» allega 95 dichiarazioni e attesta di aver ottenuto finanziamenti e contributi per 1.277.600 euro. Osservano però i magistrati: «I contributi dichiarati non comprendono quelli erogati direttamente dalle società del gruppo Tosinvest (pari a complessivi 300 mila euro), peraltro percepiti a campagna elettorale chiusa». Anche se va detto che alla Camera dei Deputati risultano comunicati e protocollati, in data 6 luglio 2005, nove versamenti effettuati dalle medesime cinque società del gruppo Angelucci per complessivi 300 mila euro. «Che botta» Per portare dalla propria parte il consigliere regionale Leonardo Maffione dell'Udeur (come poi avverrà: Maffione si candiderà con l'Udc), Fitto lo «raccomanda» a Domenico Di Paola, anch'egli indagato, amministratore unico della Seap (la società che gestisce l'areoporto ed è per il 95% di proprietà della Regione Puglia). Fitto ritelefona a Di Paola: «Questo è consigliere regionale dell'Udeur, io sto tentando di portarlo nella mia lista. Lui ha un'azienda di piante... queste cose qua... e voleva fare qualche cosa là all'areoporto, insomma vedi... massima disponibilità. È una delle cose che può farlo decidere a favore o contro l'accettazione, perché sarebbe una bella botta il capogruppo dell'Udeur che se ne viene nella lista mia. Sai che bella botta!». E Di Paola: «Va bene, io... faremo del nostro meglio». La tv Sempre con Di Paola, questa volta Fitto parla della tv di Lecce «Telerama», per la quale Paolo Pagliaro (proprietario e conduttore tv, anch'egli indagato) aveva chiesto a Fitto un interessamento per ottenere pubblicità: Pagliaro: «Raffaele, se vuoi fare una chiamata alla Seap che sta prevedendo una campagna pubblicitaria... ». EFitto chiama l'amministratore unico della Seap, Di Paola: «Nella programmazione che stai facendo, seguimi con attenzione Telerama». Di Paola: «Ho capito, seguire nella programmazione». F: «Comunicazione Telerama Lecce, che ci tengo». «Va bene, va benissimo. Faccio altro? Posso fare altro?». -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Me la rai o no? Simona Ventura, confessione choc: «Per lavorare ho dovuto andare a letto con me stessa» di Lia Celi Chi l’avrebbe mai detto? Perfino la grintosa conduttrice dell’Isola dei Famosi ha dovuto cedere alle profferte di un’onnipotente e rapace Vip della rete pubblica. L’accusata, Simona Ventura, sporge querela e minimizza: «L’ho solo invitata a cena, sapevo che era una vecchia conoscenza del mio ex marito». Trionfo del Kamasutra in viale Mazzini: c’è chi riesce a dar via la figa e contemporaneamente a leccare il culo. Sospetti sul cavallo morente simbolo della Rai: si è ridotto così a forza di notti di sesso con Salvo Sottile? Le vallette rifiutano l’invito di Bruno Vespa per un Porta a porta dedicato alla concussione sessuale: «Così, davanti a tutti? Non se ne parla, meglio un alberghetto romantico». Splendori e miniserie delle cortigiane: una comparsata in una fiction dura infinitamente meno del pompino che l'ha procurata. http://www.liaceli.com/

Non pagare le tasse danneggia anche te Monterosso Dopo molti tentativi ho smesso di fumare… di nuovo. Anche questa volta non è facile, ma so che ce la posso fare, dopotutto l’ultima volta che avevo ricominciato, due anni fa, venivo da un periodo di non fumo di 13 anni. Questa volta lo stop mi è arrivato da una frase, sparatami da un ragazzotto. Camminavo tossendo e tossendo, nel disperato tentativo di abbassare il livello di ostruzione bronchiale, che mi metteva in affanno, e lui, per dimostrare la forza malevola, che deriva dalla mancanza di rispetto, ed esibirla a quella ragazza di passaggio, davanti alla scuola, mi fa alle spalle: “Fuma! Fuma!”, e se la ride. Certo che fumare è una cosa stupida, penso io, lo sanno tutti, quasi duemilaquattrocento euro in due all’anno che se ne vanno in fumo! Soprattutto lo vedi quando sei in coda dal tabaccaio. Davanti hai centinaia di pacchetti di sigarette di ogni marca e su ognuno leggi “Il fumo uccide” e poi invecchia la pelle, non si fa in gravidanza, accorcia la vita, e chi fuma danneggia anche te! E così una mattina ho smesso, senza riti e senza promesse, ho fumato l’ultima del pacchetto e poi… ho smesso. Ma se mai avessi avuto qualche recondito ed inconscio dubbio, due giorni dopo ecco che arriva, come ogni anno, “la giornata nazionale senza fumo”. Ma guarda, mi dico questa volta, qualcuno mi pensa, vogliono proprio che smetta! E’ stato a quel punto che ho sentito sulla pelle l’importanza dell’approvazione sociale sulle scelte individuali. Funziona! Quando la tribù ti fa la morale fai fatica a resistere, e troppo grande è il desiderio di approvazione dal nostro prossimo perché alla lunga non prenda il sopravvento sui comportamenti individuali, a maggior ragione se la disapprovazione di un determinato comportamento sia motivata dal buon senso. E’ per questo che dal giorno che ho smesso di fumare, mi immagino una costante campagna pubblicità/progresso che inviti a pagare le tasse. Un pronto soccorso chiuso, il paziente nell’autoambulanza muore, “non pagare le tasse uccide”. Alla mattina tiro fuori il latte dal frigo e sulla busta c’è scritto: “Non pagare le tasse danneggia anche te”. E poi sul tram, ”Pagare tutti, pagare meno”, oppure sullo scontrino: “tasse per tutti, consumi più alti”. Penso che un governo come il nostro lo potrebbe fare e martellare sul tema per 10/15 anni, assieme a qualche intelligente provvedimento legislativo. Prima o poi anche gli italiani potrebbero diventare sani e normali.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Alle amiche e agli amici naviganti segnalo il sito: http://chitifaitaliavotano.ilcannocchiale.it/ che in tempi di mondiali di calcio mi sembra proprio uno slogan indovinato e che repubblica.it così commenta: Dall'idea di due internauti nasce "Chi tifa Italia vota No" il blog che raccoglie le "missive dei navigatori" alla Costituzione "Cara Costituzione", le lettere dei blogger in difesa della Carta di CLOTILDE VELTRI "Cara Democrazia, cara Costituzione...". Inizia così la lettera aperta dei blogger che dicono No alla riforma voluta dalla Cdl. La Rete offre il proprio contributo alla battaglia referendaria e lo fa dando voce ai tanti giovani che il web lo masticano più della carta stampata o che non hanno mai messo piede in una sezione di partito. I tanti che amano la politica e la comunicazione. Ma, sopra ogni cosa e quasi a sorpresa, amano la Costituzione. Questo è lo spirito di "Chi tifa Italia vota no", un we-blog nato a inizio giugno dalla fantasia e dall'impegno di alcuni blogger. Valter Gallo, inventore del navigatissimo Penna Rossa e Sergio Ragone che cura il blog omonimo. I due, pur non conoscendosi personalmente e vivendo il primo a Roma, il secondo a Potenza, hanno scoperto online la rispettiva passione politica e il desiderio di contribuire alla causa referendaria. Unendo sforzo creativo e idee hanno dato vita al blog che ruota intorno alla lettera "condivisa" indirizzata alla Costituzione. In sostanza, ai naviganti si chiede di scrivere una missiva che poi viene pubblicata su web. In pochi giorni "Chi tifa Italia vota no" è stato travolto dai commenti. Duemila blogger si sono collegati al sito postando proposte, ragionando, schierandosi. Una vera community politica alla quale si partecipa dal basso, senza gerarchie, senza una linea imposta dai partiti, solo per il gusto di dire la propria su un argomento che, evidentemente, è molto sentito. E che il blog funzioni e catturi l'attenzione dei più giovani, quelli che di solito sfuggono alla comunicazione tradizionale dei partiti, se ne sono accorti anche i politici di professione, almeno i più sensibili alla tecnologia: Antonio Bassolino, Cesare Salvi, Piero Lacorazza, Gianni Pittella hanno già inviato messaggi di adesione all'iniziativa. Ma anche noti blogger come Mario Adinolfi o i ragazzi di Mr. Pol., gli stessi che lanciarono alle politiche, dopo l'insulto di Berlusconi agli elettori dell'Unione, la campagna "Anche io sono un coglione". Spiega Gallo: "Già nel periodo delle elezioni politiche prima, e amministrative poi, ci eravamo accorti di quanto fosse prepotente il bisogno di comunicare e di partecipare alla cosa politica nella Rete. Da qui l'idea di creare una piazza virtuale, ma comune". Non solo sciocchezzaio web, dunque, ma tanta, tanta voglia di esserci e di contare. "Ecco perché abbiamo unito il tifo per i Mondiali al tifo per la Costituzione" - racconta Sergio Ragone - che della toolbar del blog è inventore. La lettera congiunta che compare sul blog - e alla quale si può continuare a contribuire inviando la propria missiva - dà la dimensione esatta di quanto orgoglio nazionale, per non dire patriottismo, circoli tra gli under 30. Leggete Dome: "La nostra Costituzione non sarà mai senatore a vita e non otterrà mai una laurea Honoris Causa ma voglio ugualmente rivolgerle il mio grazie. Grazie per averci dato la sovranità educandoci agli insegnamenti che, giorno dopo giorno, ci fanno essere soggetti pensanti proiettati verso un mondo libero da pregiudizi ideologici e ostruzioni dittatoriali". E se c'è chi cita De Gregori ("la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso"), c'è anche chi si emoziona "ascoltando l'inno di Mameli". "Chi posta sul blog non è solo di sinistra - puntalizza Gallo che pure è militante diessino -. Proprio per lasciare spazio alle diverse intelligenze, abbiamo evitato di legarci a partiti o ideologie. Non è un caso che tra le adesioni c'è anche quella di un gruppo di ragazzi di centrodestra che vogliono difendere la Carta". Resta da capire cosa ne sarà di questa grande piazza virtuale a campagna referendaria conclusa: "Le idee sono tante, sicuramente non lasceremo morire tutta questa partecipazione. Lanceremo altre iniziative e campagne. Perché i giovani amano la politica e il web è un luogo fantastico per coltivarla", concludono all'unisono Ragone e Gallo.

Le ragioni di un NO Appello del Comitato Scientifico Il referendum del 25-26 giugno è una decisiva occasione per azzerare una riforma che investe parti essenziali della Costituzione repubblicana. Il nostro proposito, dichiarato due anni fa, è stato: aggiornare, non demolire la nostra Carta costituzionale: ma le riforme coerenti con i principi fondamentali della Costituzione possono realizzarsi solo se viene cancellata questa pessima controriforma. Il testo sottoposto a referendum, indicato con l’improprio nome di “devolution”: a) ferisce l’unità nazionale attribuendo alle Regioni la competenza esclusiva in materie che riguardano i livelli essenziali delle prestazioni per i diritti alla salute ed alla istruzione. Oltre ai costi mai precisati di questa operazione, che sarebbero comunque molto alti, è chiaro che soluzioni dissociative di questa natura si risolverebbero in un ulteriore depotenziamento delle Regioni finanziariamente più deboli, rendendo vano ogni sforzo di perequazione nell’ambito del federalismo fiscale. In più, il sistema sanitario tenderebbe a differenziarsi per il diverso rapporto tra sanità pubblica e sanità privata. Bisogna poi tener conto dei pesanti effetti di differenziazione derivanti dalla attribuzione del carattere esclusivo alle competenze regionali nelle altre materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato (agricoltura, industria e turismo, tra le altre): in queste materie potrebbe diventare impossibile la determinazione di principi generali unitari e di qualunque politica nazionale; b) concentra nel Primo ministro poteri che rendono del tutto squilibrata in senso autoritario la forma di governo dell’Italia, isolandola dagli Stati liberal-democratici. La blindatura del vertice del governo è praticamente assoluta, perché la sua sostituzione con un altro Primo ministro appartenente alla stessa maggioranza (che eviterebbe lo scioglimento della Camera), è resa impossibile dall’altissimo quorum richiesto. Il Presidente della Repubblica perde il potere di scioglimento della Camera, che passa integralmente al Primo ministro: la Camera dei deputati è degradata ad una condizione di mortificante inferiorità: o si conforma alla richiesta di approvazione di un testo legislativo su cui il Premier ha posto la questione di fiducia o, se dissente, provoca lo scioglimento dell’Assemblea e il ritorno di fronte agli elettori. La finalità “antiribaltone” non giustifica queste scelte estreme, perché la stabilità del governo dipende soprattutto dal “fatto maggioritario”, realizzabile anche con l’attribuzione di un premio di maggioranza, come è già avvenuto nelle XIV e XV legislature; c) Il superamento del bicameralismo paritario (escludendo il Senato dal rapporto di fiducia) non è giustificato dalla creazione di un vero Senato federale rappresentativo degli enti e delle comunità territoriali. La riduzione del numero dei parlamentari è un espediente puramente demagogico perché sarebbe operativa solo dal 2016, quando gli attuali parlamentari saranno per lo più in pensione; d) La distribuzione delle attribuzioni legislative tra Camera e Senato in base alle diversità delle materie (quelle di competenza esclusive dello Stato, le altre di competenza concorrente con le Regioni) rende del tutto incerto l’esercizio del potere di legiferare, anche perché il Primo ministro può spostare dal Senato alla Camera la deliberazione in via definitiva sui testi ritenuti fondamentali per l’attuazione del programma di governo; e) da ultimo, ma non per ultimo, il testo sottoposto a referendum viola l'art. 138 della Costituzione, che non prefigura “riforme totali” della Carta, e viola i diritti degli elettori, radicati negli artt. 1 e 48 Cost., elettori che con un solo "si" o "no" vengono costretti a prendere contemporaneamente posizione sulle modifiche delle funzioni del Presidente del Consiglio, delle funzioni del Presidente della Repubblica, del procedimento legislativo, della composizione e delle funzioni di Camera e Senato, delle competenze legislative regionali, della composizione della Corte costituzionale, del giudizio di legittimità costituzionale in via diretta e del procedimento di revisione costituzionale. Se vincesse il sì diventerebbe impossibile per molto tempo cambiare un testo approvato dal popolo; mentre se vince il no, c’è solo il rifiuto di “quella” riforma (votata nella passata legislatura) restando aperta la strada per emendamenti migliorativi puntuali coerenti con i principi ed equilibri fondamentali dell’impianto costituzionale: emendamenti da approvare a maggioranza qualificata, in forza della auspicata riforma dell’art. 138 della Costituzione, volta a mettere fine una volta per tutte all’epoca delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza. Firmato da : Presidenti o Vice-Presidenti emeriti della Corte costituzionale (17) Leopoldo Elia Giovanni B. Conso Guido Neppi Modona Antonio Baldassarre Fernanda Contri Valerio Onida Enzo Cheli Mauro Ferri Gabriele Pescatore Riccardo Chieppa Francesco Guizzi Giuliano Vassalli Piero Alberto Capotosti Renato Granata Gustavo Zagrebelsky Francesco Paolo Casavola Carlo Mezzanotte Professori universitari di diritto costituzionale, diritto pubblico e diritto amministrativo (184) Franco Bassanini Alessandro Pace Gianni Ferrara Alessandro Pizzorusso Federico Sorrentino Sergio Stammati Lorenza Carlassare Gaetano Azzariti Massimo Luciani Umberto Allegretti Fulco Lanchester Paolo Caretti Salvatore Prisco Antonino Spadaro Mario Dogliani Maurizio Fioravanti Giorgio Pastori Roberto Bin Paolo Ridola Giancandido De Martin Adriana Vigneri Roberto Zaccaria Pietro Ciarlo Luisa Torchia Renato Balduzzi Vincenzo Cerulli Irelli Domenico Sorace Stefano Grassi Enzo Balboni Carlo Amirante Giuseppe Ugo Rescigno Antonio Ruggeri Augusto Cerri Aldo Loiodice Mauro Volpi Angelo Mattioni Michele Scudiero Adele Anzon Massimo Villone Marco Olivetti Roberto Toniatti Gregorio Arena Paolo Carrozza Massimo Carli Maurizio Oliviero Alfonso Di Giovine Bernardo G. Mattarella Alessandro Torre Angelo Antonio Cervati Annamaria Poggi Ernesto Bettinelli Giulio Vesperini Vittorio Angiolini Tania Groppi Gianfranco D’Alessio Silvio Gambino Alfonso Celotto Alberto Massera Cesare Pinelli Giovanni Serges Giuseppe Di Gaspare Enrico Grosso Gladio Gemma Roberto Pinardi Agatino Cariola Andrea Pugiotto Massimo Siclari Anna Chimenti Eduardo Gianfrancesco Angela Musumeci Francesco Rimoli Nicola Colaianni Gianluca Gardini Stefano Sicardi Auretta Benedetti Carla Barbati Paolo Carnevale Gianni Sacco Andrea Gratteri Roberto Oliva Francesco Vella Mauro Renna Ernesto Sticchi Damiani Bruno Dente Emanuele Conte Marco Bombardelli Alberto Lucarelli Maria Paola Guerra Nicola Lupo Stefano Passigli Maria Alessandra Sandulli Maria Cristina Grisolia Lorenzo Chieffi Giovanni Cocco Giorgio Grasso Antonio D'Aloia Riccardo Guastini Joerg Luther Filippo Pizzolato Emanuele Rossi Camilla Buzzacchi Anna Marzanati Aldo Sandulli Gianmario De Muro Fernando Puzzo Barbara Marchetti Francesco Bilancia Paolo Giangaspero Leopoldo Coen Daria De Pretis Giovanni Di Cosimo Giuditta Brunelli Antonio Cantaro Rosanna Tosi Claudio De Fiores Saulle Panizza Giuseppe Campanelli Pietro Pinna Omar Chessa Elena Malfatti Sandro Staiano Francesco Rigano Matteo Cosulich Filippo Donati Maria Stella Righettini Valeria Piergigli Luisa Azzena Nicola Vizioli Giampaolo Gerbasi Luca Baccelli Paola Marsocci Laura Ronchetti Roberta Calvano Sergio Congiu Renato Pescara Giovanni Saracino Diego Corapi Giulia Tiberi Giulio Enea Vigevani Pio G. Rinaldi Alessandra Valastro Luigi Cozzolino Luca Castelli Vincenzo Tondi della Mura Roberto Romboli Pasquale Costanzo Barbara Pezzini Carlo Colapietro Raffaele Bifulco Filippo Satta Roberto Cavallo Perin Guido C. di San Luca Fabio Francario Antonio Romano Tassone Giorgio Cugurra Luigi Volpe Paolo Veronesi Marina Calamo Specchia Giovanni Duni Alessandro Mazzitelli Gianluca Bascherini Giovanna Endrici Walter Nocito Paolo Sabbioni Sergio Gerotto Maurilio Gobbo Enrico Caterini Guerino D'Ignazio Laura Rainaldi Marco Ruotolo Andrea Piraino Andrea Giorgis Edoardo Chiti Rodolfo Lewanski Nicoletta Rangone Felice Besostri Mario Ganino Caterina Cittadino Professori universitari di materie giuridiche (102) Pietro Rescigno Stefano Rodotà Nicolò Lipari Luigi Ferrajoli Paolo Zatti Enrico Di Nicola Gabrio Forti Arianna Fusaro Leopoldo Tullio Anna Maria Pagliei Mario Losano Eligio Resta Francesco Trimarchi Maria Vittoria Cozzi Clemente Santillo Mario Fiorillo Federico Carrai Alberto Oliverio Luigi Berlinguer Lucia Serena Rossi Anna Lazzaro Valentina Prudente Alessandro Dal Piaz Francesco Domenico Pietro Mancini Sergio Caruso Domenico Gallo Fausta Guarriello Carlo Cester Giuseppe Pera Giancarlo Guarino Marco De Cristofaro Gilberto Lozzi Antonio Mantello Giuliano Crifò Mauro Catenacci Oronzo Mazzotta Massimo Coccia Maria Luisa Alaimo Piero Antonio Bonnet Maria Grazia Campari Fausto Granelli Pia Acconci Antonio Marchesi Carlo Renoldi Mauro Meucci Francesco Maisto Riccardo Fuzio Antonella Salomoni Claudio Di Turi Francesco Sbordone Severino Nappi Giorgio Giraudi Roberto De Luca Renate Siebert Massimo Fragola Sabina Licursi Fabrizio Amato Silvia Albano Emilio Siriani Alessandra Facchi Thomas Casadei Silvia Bozzelli Franco Batistoni Ferrara Giuliano Lemme Lucio Lanfranchi Antonio Carratta Maria Donata Panforti Professori universitari di altre discipline (184) Pietro Scoppola Giuseppe Alberigo Pippo Ranci Salvatore Settis Alessandro Pizzorno Augusto Graziani Guido Formigoni Massimo Bordignon Arnaldo Bagnasco Marcello Messori Elisabetta Lamarque Giancarlo Montedoro Francesco Cerrone Fabio Corvaja Marco Giampieretti Giovanni Tarli Gustavo Gozzi F. Zanchini Castiglionchio Ermanno Vitale Angela Del Vecchio Lia Biscottini Anna Cardiota Alessandra D’amico Nadia Del Frate Giovanna Fava Fabrizio Frasnedi Samuela Frigeri Fausto Gardini Giuseppe Giampaolo Maria Elena Guarini Raffaella Lamberti Claudia Landi Irene Mazzone Rosa Mazzone Elena Merlini Elena Passanti Patrizia Ravellini Carlo Ronconi Maria Grazia Scacchetti Maria Teresa Semeraro Elena Tasca Stefania Tonini Pierangela Venturini Maria Virgilio Vincenzo Ferrari Sergio Mattone Luca Lo Schiavo Massimo Basilavecchia Fabio Botta Giovanna Mancini Mario Sarcinelli Riccardo Mussari Gianluigi Beccaria Francesca Zajczyk Silvia Giannini Claudio Nunziata Lorenzo Caselli Valerio Speziale Luciano Benadusi Adriana Topo Paola Tornaghi Giuseppe Marotta Giana Antonio Mian Marcello Piazza Luciano Corradini Franco Russo Giovanbattista Zorzoli Umberto Mazzone Michele Emmer Mariuccia Salvati Michele Lalla Adele Maiello Luciano Hinna Stefano Tortorella Maria Giulia Amatasi Marina Torelli Joan FitzGerald Silvia Carandini Eugenia Equini Schneider Ferruccio Marotti Elena Pierro Francesco Romeo M. Teresa Spagnoletti Zeuli Fulvio Rino Valentina D’Urso Stefano Trinchese Mario Vietri Giovanna Bianchi Livio Triolo Marco Rossi Silvana Saiello Paolo Bosi Alberto Bugio Francesca Bettio Maria Cecilia Guerra Corinna Papetti Ennio Bertolucci Achille Flora Carlangelo Liverani Vincenza Orlandi Federico Albano Leoni Geminello Preterossi Carmine Ampolo Anna Oppo Paolo Ramat Gaetano Arfè Marcello Cini Giovanna Grignaffini Wilma Labate Raniero La Valle Simona Pergolesi Aurelio Picchiocchi Stefania Pastore Enrico Pugliese Gabriella Turnaturi Antonella Tabacchini Giorgio Vecchio Claudio Pavone Anna Rossi-Doria Antonello Sotgiu Antonio Bertacca Carlo Cerotto Cristiana Peroni Enrico Giusti Ernesto Lamanna Fernando Ferroni Giuseppe Marchesini Marta Cucciolini Maurizio Benfatto Pier Maria Gaffarini Pier Raimondo Crippa Renzo Vaccarone Roberto Bartolino Roberto Bellotti Roberto Cirio Sergio Ratti Giuseppe Catalano Mario Regini Tazio Pinelli Wanda M. Alberico Patrizia Mentrasti Maria G. Lo Duca Bruno Anatra Maria Barbara Ponti Leonida Pandimiglio Danilo Giulietti Leopoldo Milano Maria Itala Ferrero Barbara Caccia Amedeo De Dominicis Fabrizio Bertinetto Cristina Burani Arnaldo Stefanini Michele Livan Sofia Casula Davide Caramella Ubaldo Bottigli Marco Salis Paola Benincà Tommaso Pizzorusso Anna Laura Zanatta Carla Varese Giuliana Giusti Roberto Antonelli Sandra Di Majo Anna Antonini Marco Budinich Paolo Bufera Giunio Luzzatto Giovanni Bachelet Mario Calvetti Laura Sannita Carlo Bernardini Giorgio Parisi Giorgio Gallo Emanuele Menegatti Andrea Zanella Claudio Natoli Francesco Di Matteo Amalia Signorelli Giancarlo Monina Paola Crucci Alberto Melloni Marzolini Bartolini Bussi Ferdinando Arzarello Iaia Masullo Alessandro Lenci Mauro Belli Arnaldo Vecli Ennio Gozzi Luca Fanfani Daniele Zedda Michelangelo Bovero Filippo Zerilli Giancarlo Gialanella Lucia Re Mirella Enriotti Giuliana Chiaretti Carla Bazzanella Maria Concetta Dentoni Federico Butera Luigi Mazza Paolo Rossi Gabriele Pasqui Daniela Lepore Enrico Rebeggiani Luciano Vettoretto Gian Paolo Caselli Giorgio Prodi Giorgio Zanetti Giulio Conticelli Giuseppe Dell’Agata Francesco Fidaleo Donatella Barazzetti Carlo Donolo Laura Di Nicola Lucia Saguì Luciano Mariti M. Luisa Cerrón Puga Paolo Gramolino Franco Benigno Maurizio Donato Franco Eugeni Giorgio Caravale

L’inesorabile tic tac demografico In Europa gli anziani abbondano. Ma anche nell’intraprendente Cina si cominciano a intravedere le prime rughe. Un'Europa raggrinzita (Ginny Warner) 1° gennaio 2050. L’ultimo quotidiano europeo, Club 38, dedica la sua prima pagina all’imminente estinzione della razza umana, l’ultima delle specie animali viventi. Con i suoi titoli evocatori e ad effetto come “Morte annunciata di una civiltà di 9.865.124.456 anime”, “Fine della corsa per un bambino troppo viziato dalla natura”. E ancora “L’Arca di Noè assomiglia sempre di più al Titanic”, l’ultimo numero della rivista paneuropea firma l’atto di decesso dell’umanità. Come si potrebbe immaginare una simile testata giornalistica oggi? Perché questa rovina demografica non sarebbe possibile? Dopotutto non c’era già chi negli anni Ottanta aveva predetto che saremmo divenuti più di 20 miliardi nel 2050? Tra allarmismo e relativismo l’invecchiamento demografico oggi più che mai fa discutere, non tanto sulle cifre, ma riguardo alle sue conseguenze socio-economiche. Vecchio Continente o continente di vecchi ? Se la tendenza attuale rimane invariata la popolazione dell’Ue nel 2050 sarà allo stesso tempo la più vecchia e la meno numerosa dei grandi paesi o insiemi di paesi. Le ragioni sono diverse: debolezza del tasso di natalità nella maggior parte degli Stati membri, allungamento della speranza di vita, baby-boom e movimenti migratori. Da qui alla metà del Ventunesimo secolo il numero delle persone aventi tra i 15 e i 64 anni dovrebbe diminuire di 48 milioni, mentre quello di chi ha più di 65 anni aumenterà di 58 milioni. L’Europa conterà allora 18 milioni di bambini in meno di oggi. Da qui al 2030 mancheranno al mondo del lavoro dell’Unione europea circa 20,8 milioni di persone in età lavorativa, ovvero il 6,8 della popolazione totale. Buone notizie invece per quanto riguarda l’aumento della speranza di vita: se oggi si situa sui 76,8 anni (media tra uomini e donne), dovrebbe raggiungere gli 81 anni per gli uomini e gli 86 per le donne verso il 2050. Cronaca di un declino annunciato Per Michel Loriaux, professore di demografia all’Ucl (Università cattolica di Louvain) non è tanto l’invecchiamento demografico a destare timori quanto la capacità di adattamento delle nostre strutture istituzionali e dei nostri sistemi di organizzazione a questa evoluzione. Loriaux non esita a criticare l’Unione Europea che si ostinerebbe a ripetere «tesi sorpassate e mai dimostrate su una presunta relazione esistente tra il tasso di crescita demografica e quello dell’economia». Qual è dunque il segreto per un invecchiamento felice? Di certo è conservare la solidarietà tra le generazioni. Cina, un esempio da seguire? A livello demografico l’impero cinese sembra essere vittima della sua stessa storia. Dalla rivoluzione del 1949 alla morte di Mao (1976) la Cina ha conosciuto tassi di natalità eccezionali, dovuti ad una politica di natalità molto forte. A partire dagli anni Ottanta si è imposta invece la legge del “figlio unico”, facendo passare nel giro di pochi anni il tasso di natalità dal 5% all’1,5%. Proiettandoci in avanti la Cina sembra seguire la stessa traiettoria dell’Europa: secondo la Banca Mondiale intorno al 2050 il numero di anziani si triplicherà, passando dai 100 milioni di oggi ai 300 milioni. Sulla base di queste statistiche nel 1997 le autorità cinesi hanno dato il via ad una riforma del sistema pensionistico ereditato dal periodo di economia pianificata. Ma dieci anni dopo, mancando un capitalismo reale, il sistema continua a dimostrarsi difettoso. Va da sé che tra la necessità di fornire una pensione decente ad una popolazione in via di invecchiamento e l’esigenza di ricoprire una posizione competitiva a livello internazionale, la Cina è spinta verso un grande scarto economico. L’invecchiamento: un problema di portata mondiale La sfida demografica non ha più frontiere. E anche se le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo sono attualmente relativamente giovani un gran numero di questi Stati, secondo le previsioni, andranno incontro ad un invecchiamento senza precedenti. Secondo alcune stime il numero di persone anziane nei Paesi in via di sviluppo sarà più che quadruplicato, passando dai 374 milioni del 2000 ai 1.570 milioni del 2050. Al contrario nei Paesi sviluppati le persone anziane rappresenteranno il 33% della popolazione, contro l’attuale 19%, mentre l’età media sarà di 46 anni, contro i 37 di oggi. Rispetto a questo fenomeno ci saranno tuttavia molte differenze tra le varie regioni del globo. L’Asia e l’America Latina registrano il tasso di invecchiamento più rapido e conteranno da qui al 2050 dal 20 al 25% di anziani. L’Africa subsahariana invece – sempre alle prese con la pandemia dell’Aids, combinata con altre difficoltà economiche e sociali – raggiungerà solo la metà di questa percentuale. Laurent Van Brussel - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7203

FUORI DAL PARADISO DI JOHN PILGER Il paradiso di Diego Garcia nell'Oceano Indiano una volta era la casa di oltre mille felici cittadini britannici. Nel 1966, il governo di Harold Wilson lo vendette agli Stati Uniti con un accorso segreto ed illegale, terrorizzando la popolazione che ci viveva. Nei grandi archivi dimenticati di Londra e delle Mauritius c'è un raro video di una comunità felice. Le immagini granulate e tremolanti ritraggono dei bambini mentre giocano sulla spiaggia, giovani madri orgogliose che mostrano i neonati pronti per il battesimo, uomini che si preparano per la pesca e cani che nuotano nei dintorni, dei barlumi di vero paradiso. Ci sono prosperosi villaggi, una scuola, un ospedale, una chiesa, una semplice ferrovia, costruita in mezzo alla fenomenale bellezza della natura: linee di atolli di corallo, che galleggiano nel turchese Oceano Indiano. Erano alcune delle 2000 persone che una volta vivevano nell'arcipelago delle Chagos, la maggioranza su Diego Garcia, un atollo dalla forma stretta come l'Italia, lungo 14 miglia lungo e largo 6. La loro antichità risale al 18° secolo, quando i Francesi portarono schiavi dal Mozzambico e dal Madagascar per lavorare nelle piantagioni di cocco. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1815, le isole passarono dalla Francia all'Inghilterra; venti anni dopo, la schiavitù fu abolita. La società di Chagos continuò a crescere con l'arrivo di lavoratori a contratto dall'India a metà del diciannovesimo secolo. Verso il ventesimo secolo avevano sviluppato un particolare linguaggio che era una variazione cadenzale del Creolo Francese. C’erano tre fattorie di copra [1], che fornivano olio di cocco ai lampioni stradali di Londra, e la fabbrica di carbone per le navi in rotta da e per l'Australia; verso la metà degli anni sessanta, c’erano già degli stabilimenti turistici. I lavoratori ricevevano un piccolo salario o pagamenti in natura con merci quali riso, olio e latte. Aggiunsero a questo la pesca nelle abbondanti riserve d'acqua costiera, la coltivazioni di pomodori, peperoncini rossi, zucche e melanzane, e l'allevamento di polli ed anatre. Quasi celebrando una visione perfetta dell'impero in un tale posto, il video dell'Ufficio Coloniale degli anni cinquanta descrive la popolazione come “ nata e cresciuta….nelle condizioni più tranquille e favorevoli"". La videocamera riprende una donna sorridente che mette ad asciugare i vestiti in un frutteto di cocco mentre i suoi figli giocano intorno a lei. Si chiama Charlesia Alexis. Ho incontrato Charlesia di recente, 50 anni dopo che fu filmata. Era seduta all'ombra della sua piccola, stretta casa sul ponte di Port Louis, la capitale delle Mauritius, più di 1000 miglia lontano dalla sua vera casa. Le ho chiesto quali sono i suoi migliori ricordi di Diego Garcia. “Oh, tutto!”, ha risposto. “Il senso di felicità é il mio miglior souvenir. La mia famiglia poteva mangiare e bere ciò che voleva; non ci mancava mai niente, non compravamo mai niente, eccetto i vestiti. Puoi immaginartelo?” “Perché te ne sei andata?” “Sono partita nel 1967. Mio marito era molto malato e io decisi di portarlo a Port Luois perché ricevesse le cure necessarie. Quando erava,o pronti a ritornare, andammo alla Rogers & Company [2], e chiedemmo i biglietti. Mi dissero che avevano ricevuto istruzione non far ritornare indietro nessuno. Dissero che l'arcipelago di Diego Garcia era stato venduto”. “Venduto?” “Sì, e quello che dissero. Fummo ingannati. Tornando indietro, al giorno prima che partissimo, l'amministratore ci disse di portare molta frutta. Ci ingannarono in molti modi, e quando il gioco gli riusci, deportarono tutti quanti, proprio così. Io facevo parte della quarta generazione. Diego era il mio angelo custode strappatomi via. Fui spedita a vivere nei bassifondi, in camere prima abitate da capre e maiali. Ci vedevano in quel modo”. Ciò che accadde nelle Isole di Chagos fu così pazzesco, che può essere difficile da credere. In realtà La Lotta, così come i Chagossiani chiamano la loro battaglia per la giustizia e la libertà, nacque a seguito di un crimine che ci permette di intravedere il grande potere che lavora dietro una facciata rispettabile e democratica e come i governi giustifichino le loro azioni con le menzogne. [Aereo statunitense nella base presso le isole Chagos] Durante gli anni '60 e '70, il governo britannico, sia i Laburisti che i Conservatori, ingannò ed espulse l'intera popolazione delle Chagos, una colonia britannica, in modo che la loro terra potesse essere data ad una potenza straniera, gli Stati Uniti, come sito per una base militare. Questo “atto di rapimento di massa”, come lo descrive un testimone, fu condotto in perfetta segretezza, insieme a tutta la cospirazione che lo precedette. Per quasi un decennio, né il Parlamento né il Congresso Usa seppero di questo, e nessun giornalista lo rivelò. I giornalisti della BBC danno ancora poca importanza all’aereo Usa che decolla per bombardare l'Afghanistan e l'Iraq dalla “inabitata” Isola di Diego Garcia. Non solo ai Chagossiani fu rubata la propria terra, ma furono anche cancellati dalla storia. Questo scandalo ad oggi rimane irrisolto – anche se l'Alta Corte di Londra per ben due volte ha sentenziato che la “totale estirpazione“ degli abitanti dell'atollo fu un “indegno fallimento giudiziario”. Era il 1961. Due uomini salirono sulla banchina del porto di Diego Garcia, filmati da missionari inconsapevoli del significato della loro visita. Uno era l'ammiraglio Grantham della Marina Usa, direttore del team statunitense di indagine preventiva, il cui obiettivo era trovare un'isola adatta ad una base Usa che permettesse a Washington di dominare sull'Oceano Indiano e oltre. Per i tre giorni successivi, i pianificatori e gli ingegneri statunitensi e britannici ispezionarono l'atollo Chagos. Alla fine, scelsero la vicina isola di Aldabra. La loro decisione segreta trapelò fino agli scienziati della Royal Society di Londra, che ne rimasero inorriditi. Insieme al Smithsonian Institution di Washington [3], questo formidabile corpo istituzionale montò una campagna che scoraggiò il Ministro della Difesa e l'Ammiraglio Grantham. Il prezioso mondo naturale dell'isola, inclusa le tartarughe giganti e gli ultimi uccelli impossibilitati a volare, erano salvi. La seconda scelta, comunque, non lo fu. Questa fu che l'isola di Diego Garcia, sebbene ricca di vita terrestre e marina, non era abbastanza unica da incitare l'indignazione collettiva dei naturalisti. La presenza di una prolifica popolazione umana non fu “un insormontabile”, rese noto l'Ufficio degli Esteri, perché la gente poteva essere “rimossa”, presentando “al mondo esterno uno scenario nel quale non c’erano abitanti permanenti sull'arcipelago”. Nel febbraio 1964, si tenne una conferenza segreta anglo-statunitense a Londra, durante la quale fu presa la decisione finale. Di nuovo, il Parlamento non fu informato. Il successivo mese di aprile, Anthony Greenwood, il segretario coloniale del governo laburista di Harold Wilson, volò alle Mauritius, e poi verso una colonia britannica che includeva le Isole Chagos. Greenwood spiegò i termini per assegnare l'indipendenza alle Mauritius. Nonostante la Risoluzione 1514 delle Nazioni Unite prevedesse che tutti gli abitanti delle colonie avessero l'inalienabile diritto all'indipendenza senza condizioni, Greenwood la offrì a delle condizioni. Le Mauritius poterono essere libere fin tanto che l’Inghilterra avesse potuto tenere l’arcipelago delle Chagos. La misera tangente fu di 3 milioni di sterline, insieme alla promessa di supportare il mercato dello zucchero mauritano. Così la terra di Charlesia fu “ venduta”. L'8 Novembre del 1965, al tramonto della sua era coloniale, l'Inghilterra creò una nuova colonia, il Territorio Britannico dell'Oceano Indiano (BIOT), la cui regione principale furono le Isole Chagos. Fu un trucco del quale forse solo l'ancien régime Britannico era capace; per la nuova colonia fu un falso, un'entità creata al solo scopo di cederla per scopi d’uso all'esercito statunitense. Questo fu reso possibile usando l'antico potere del privilegio reale, un regredire al divino diritto dei Re. ù [Diego Garcia nell'Oceano Indiano] Sebbene scarsamente riportato dalla stampa, alcune voci di tale manovra raggiunsero le Nazioni Unite a New York, incoraggiando l'Assemblea Generale a passare la Risoluzione 2066, che chiese al governo Britannico “di non intraprendere alcuna azione che avrebbe potuto smembrare il territorio delle Mauritius e violarne l'integrità“. Fu ignorata. Nel dicembre 1966, Lord Chalfont, un Ministro dell'Uffico degli Esteri, firmò un contratto a Washington concedendo al Pentagono una durata “d’affitto” di 50 anni su Diego Garcia con rinnovo automatico di 20 anni. Documenti declassificati del Dipartimento di Stato ottenuti grazie al Freedom of Information Act nel 2005 rivelano che Washington voleva l'espulsione dell'intera popolazione; come osservò un'ufficiale, le isole sarebbero state “rase al suolo” e “ bonificate”. Questo fu descritto in un archivio segreto come “un accurato, ragionevole impianto pronto per l'installazione”. Nel 1974, un manuale introduttivo a domande e risposte sulle “verità ufficiali” redatto congiuntamente da Inghilterra e Stati Uniti per le ambasciate attorno al mondo riportava la domanda: ”C'è forse una popolazione nativa alle Isole Chagos?”. La risposta fu “No”. Un portavoce del Ministero alla Difesa negò che questa fosse una menzogna, attraverso un processo di divulgazione che rappresento forse la più incredibile menzogna. “Non c'è niente nei nostri archivi”. egli disse, “ riguardo abitanti o un'evacuazione”. Solo nel 1975 il Senato Usa rivelò che il governo britannico fu segretamente “ricompensato” per le Chagos con uno sconto di 14 milioni di dollari sul prezzo del sottomarino nucleare Polaris. Illegalmente, in quanto non fu mai presentato al Congresso per l'approvazione; ed il documento che Chalfont firmò riportava falsamente che gli Stati Uniti non avrebbero pagato un affitto per acquisite “diritti sulla base“. Non c'è stato nessun riferimento alla popolazione. Anche Lizette Talate é nel film dell'Uffico Coloniale. Aveva 14 anni a quel tempo e ricorda il produttore che disse a lei e alle sue amiche, “Continuate a sorridere, bambine!”. Seduta nella sua cucina di Port Louis, dichiara, “ Non avevamo bisogno che ce lo dicessero. Ero una bambina felice, perché le mie radici erano a Diego. La mia bis-nonna nacque a Diego, così come mia nonna, mia madre ed io. Ho avuto sei figli là. Solo gli Inglesi potevano fare un video che mostrava come la nostra comunità era fortemente stabilita, e poi negare la loro stessa prova ed inventare la menzogna che noi eravamo solo dei lavoratori di transito. Questo perché non potevano legalmente mandarci via dalle nostre case; dovettero spaventarci od obbligarci a partire”. “Come vi hanno spaventato?”, le ho chiesto. “Provarono a farci morire di fame. Le barhe per i rifornimenti alimentari smisero di arrivare, e tutto diventò scarso. Non c’era latte, né prodotti caseifici, né zucchero né sale. Quando si resero conto che non ci potevano affamare, sparsero la voce che saremmo stati bombardati, poi attaccarono i nostri cani. [Lizette Talate] I Chagossiani amano i loro cani, sono inseparabili. Il piano di uccidere tutti i cani sull'isola – con l'ovvia conseguenza che gli essere umani potevano essere i prossimi – fu architettato da Sir Bruce Greatbatch, l'allora Governatore delle Seychelles di sua Maestà.”All'inizio provarono ad avvelenarli con polpette di pesce”, disse Lizette. “Questo ne uccise pochi e ne lasciò molti in agonia. Allora pagarono un uomo per andare in giro con un asta di legno a colpirli fine alla morte. Infine, i soldati statunitensi, che avevano già iniziato ad arrivare, li gassarono, ed i loro corpi – molti ancora in vita – furono gettati sul banco dove di solito vengono raccolte le bucce del cocco mentre viene cucinato…I bambini ascoltavano i gemiti dei loro animali mentre venivano bruciati”. Insieme ad altri 180, Lizette e la sua famiglia furono costretti a salire sulla nave Nordvaer, che a lungo aveva navigato tra le Chagos, le Mauritius e le Seychelles, trasportando copra [4] e riprendendosi le forniture consegnate sulle isole. Gli uomini furono raggruppati sul ponte della nave e dovettero stare in piedi od accovacciarsi in dure condizioni atmosferiche; le donne ed i bambini furono fatti dormire nella cella di un carico di fertilizzanti. La gente vomitò e soffrì di diarrea; due donne abortirono. “Anche l’acqua era scarsa”, dice Lizette. “Ciò che non posso dimenticare é la paura e l'incertezza per me stessa e la mia famiglia. Quando arrivammo alle Seychelles, la polizia ci stava aspettando. Ci scortarono alla prigione dove ci tennero nelle celle fino a che la nave non fosse pronta per portarci alle Mauritius. “Presumo che la nostra speranza risiedeva nella promessa che alle Mauritius avremmo ricevuto una casa, un pezzo di terra, animali ed una somma di denaro. Non ricevemmo niente”. L'ex presidente delle Mauritius, Cassam Uteem, che aveva difeso i diritti dei Chagossiani, mi disse: “Non può immaginare quanto erano disorientati e terrificati…erano persone piene di gioia per il loro stile di vita, e qui stavano versando lacrime per il loro stile di vita, e lo stanno ancora facendo. “So di una donna che perse due figli in due o tre mesi, e non poté neppure celebrarne il funerale perché non aveva denaro, i bambini furono portati dall'ospedale direttamente al cimitero. Quella donna sta ancora piangendo”. Lizette é quella donna. Perse Jollice, di otto mesi, e Regis, di 10 mesi. Suo marito morì poco dopo. “Morirono di tristezza”, mi dice. “é vero, perché il dottore gli disse che non poteva curare la tristezza. Lizette é una donna forte e molto intelligente, che indossa una maschera di dolore e determinazione. “Tornerò a casa”, mi dice. “Non avrò pietà, lotterò”. Verso il 1975, i Chagossiani in esilio iniziarono a morire a causa della povertà che gli fu imposta. Molti erano disoccupati e senza soldi e dividevano i quartieri poveri o dormivano sulle pietre. Nella lettera ad un membro del Parlamento, un ufficiale dell'Uffico degli Esteri scrisse: “Sebbene non abbiamo alcuna informazione sulle morti, alcune di queste fanno parte del normale corso degli eventi”. Fu una menzogna. L'Ufficio degli Esteri spedì un alto funzionario, ARG Prosser, ad investigare, ed egli fece pervenire un rapporto graficamente dettagliato sulle condizioni di vita degli abitanti dell'isola e consigliò che “doveva essere fatto qualcosa”. La risposta del governo fu quella di offrire una misera indennità di 650.000 sterline per l'intera popolazione. Anche questo denaro non arrivò prima fino al 1978, cinque anni dopo che l'ultimo abitante era stato deportato. Nel 1981, diverse centinai di donne Chagossiane si riunirono di fronte alla British High Commission su Port Louis, sedute a cantare, e a chiedere una giusta indennità. Grazie alle loro proteste, sembrò che si arrivasse ad un risarcimento. Il 27 marzo 1982, un gruppo tra gli abitanti più poveri dell'isola accettò un “pieno e finale“ accordo per 4 milioni di sterline – meno della metà del minimo stimato con il quale avrebbero potuto sopravvivere. Ma su ciò che gli abitanti volevano di più, il diritto al ritorno, ci fu un assordante silenzio. Negli anni novanta, la lotta degli isolani subì un drammatico mutamento quando una serie di documenti ufficiali declassificati fu scoperta nell'Archivio Nazionale a Kew, Londra. Questi fornirono la descrizione di una cospirazione tra i due governi per compiere, nelle parole dell'articolo 7 dello statuto della corte per il crimine internazionale, la “deportazione od il trasferimento forzato di una popolazione….un crimine contro l'umanità”. Il 28 luglio 1965, un ex ufficiale dell'Ufficio degli Esteri, TCD Jerrom, scrisse al rappresentante Britannico alle Nazioni Unite, FDW Brown, istruendolo a mentire all’assemblea generale dichiarando che le Isole Chagos erano “inabitate quando il governo del Regno Unito le raggiunse per primo”. Così fece Brown il 16 Novembre del 1965. Inoltre egli definì la popolazione come “ lavoratori dalle Mauritius e le Seychelles” per i quali gli obblighi Britannici sotto la Carta Costituzionale dell'ONU “ non erano applicabili”, e mentì affermando che I “ nuovi accordi amministrativi” erano stati “liberamente raggiunti con i rappresentanti eletti della gente coinvolta”. Nel memorandum segreto, un uffciiale dell'Ufficio Coloniale, KWS MacKenzie, spiegò la verità. “Una delle cose che vorremmo fare nel nuovo territorio", scrisse, "é convertire tutti i residenti attuali in residenti temporanei, a breve termine, concedendo loro un temporaneo permesso di emigrazione, descrivendoli come abitanti delle Mauritius o delle Seychelles". Leggendo gli archivi, é chiaro che il governo britannico fece quanto gli fu detto da Washington. La Deportazione di massa, scrisse il funzionario dell'Ufficio degli Esteri, ebbe l'effetto in una condizione per un accordo [con gli Statunitensi] quando lo negoziammo nel 1965”. Ciò che rivelano inoltre questi archivi é un'imperiosa attitudine alla brutalità e al disprezzo. Il 24 agosto 1966, Sir Paul Gore-Booth, sottosegretario permanente all'Ufficio degli Esteri, scrisse: ”Sicuramente dobbiamo essere molto severi al riguardo. L'oggetto della questione é impadronirsi di un pezzo di terra che rimarrà nostro. Non ci sarà nessun’altra popolazione eccetto i gabbiani”. Alla fine della pagina c'é una nota scritta a mano da DA Greenhill, un altro alto anziano, che divenne il Barone Greenhill di Harrow. “Sfortunatamente”, egli scrisse, “Tra gli Uccelli ci sono alcuni Tarzan o Man Friday [5] le cui origini sono oscure, che si spera siano rifilati alle Mauritius etc. Sono d’accordo che dobbiamo essere severi al riguardo affinché sia fatto”. La cospirazione arrivò molto in alto. Il 5 e l'8 novembre 1965, il Segretario Coloniale, Anthony Greenwood, scrisse due rapporti segreti al Primo Ministro Harold Wilson, nei quali descrisse il problema di una “popolazione di 1000 abitanti” che viveva alle Chagos. Egli suggerì che la Regina approvasse velocemente “la legge per l'allontanamento dalle isole promossa dal governo in nome della Regina” in modo che potesse essere dichiarata la nuova colonia e “noi dovremmo poter presentare all'ONU il fatto compiuto”. [Harold Wilson] Così quando Wilson dette il benestare per quell'ordine, fu consapevole che stava ignorando i diritti umani e legali dei cittadini britannici. Stava rubando il loro paese ed ignorando il rischio di “Incrementare pesantemente la disoccupazione sulle sovrappopolate Mauritius”, come fece notare un onesto funzionario dell'Ufficio Estero, non menzionando l'incalcolabile sofferenza che questo atto avrebbe causato. Il Segretario del Esteri Michael Stewart, un pacato nonno di bell’aspetto con i capelli grigi, prese il controllo della situazione. Scrivendo segretamente a Wilson il 25 luglio 1968, propose che il governo mentisse al mondo sul fatto che “non era una popolazione indigena", anche se aveva firmato un memorandum che circolava all'interno del governo nel quale ammetteva: “c’era una popolazione indigena e l'Ufficio degli Esteri ne era consapevole”. Il 26 aprile 1969, il segretario privato di Wilson scrisse a Stewart per dirgli che il primo ministro aveva approvato il “progetto”. I successivi sette governi – per ricordare l'espressione memorabile di un consigliere legale dell'Ufficio degli esteri nel 1969 – mantennero la finzione. Nelle sue due autobiografie, Denis Healey, che fu segretario alla difesa durante il governo Wilson e responsabile per aver concesso Diego Garcia al Pentagono, non fa alcun riferimento all'espulsione della popolazione. Nel 2004, chiesi a Healey di concedermi un'intervista. Egli mi rispose, “Ho paura di non ricordare niente dell'Arcipelago Chagos. Mi dispiace”. Il 6 maggio 1969, il segretario privato di Healey scrisse a Downing Street, confermando che il Segretario alla Difesa aveva letto il progetto di Stewart ed “era d’accordo con i suoi suggerimenti”. Haeley chiese anche di sapere il costo per espellere la popolazione e volle assicurarsi che ogni “eccesso” sopra i 10 milioni di sterline non sarebbe stato imputato al suo dipartimento. La “politica della dissimulazione” (così come é chiamata nell'archivio dell'Ufficio degli esteri) fu in vigore fino alla fine del secolo – fino a momento in cui i documenti custoditi a Kew [Londra] furono liberati dal segreto. Armato con la sua straordinaria testimonianza, Richard Gifford, l'instancabile avvocato che rappresenta gli abitanti dell'isola, andò ai tribunali. Nell'ottobre del 2000, Lizette Talete, Charlesia Alexis ed altri, guidati dal coraggioso Olivier Bancoult, volarono a Londra per fornire all'Alta Corte la prova che mise in discussione la legalità del loro spossessamento. Il governo lo aveva temuto e, prima dell'udienza, l'ufficio degli esteri montò una campagna di disinformazione, guidata da Peter Hain. "Le isole esterne", disse Hain alla Camera dei Comunei, "sono state inabitate per 30 anni, dunque ogni nuovo insediamento presenterebbe seri problemi, sia a causa fattibilità pratica, sia in relazioni ai nostri obblighi di trattato". Un "trattato" implicato da un accordo esaminato dal parlamento. Non c'è un trattato; solo un accordo segreto e criminale. Il 3 novembre 2000, presso la Alta Corte, i signori Lord Justice Laws e Justice Gibbs allibirono il governo. Citando la Magna Carta [6], che prescriveva “Esilio dal Regno“ senza dovuto processo, essi fecero tacere all'unanimità l'ordinanza del 1965 usata per deportare gli abitanti dell'isola in quanto illegittima. Alla fine sembrava che Lizette e Charlesia potessero andare a casa. Ma il governo Blair aveva un’altra idea. Quel pomeriggio, l'Ufficio degli Esteri pubblicò una nuova ordinanza di immigrazione che bandiva gli abitanti dell'isola dal ritornare a Diego Garcia. Ancora una volta, “gli obblighi del trattato” con Washington furono citati. Nel 2003, gli abitanti dell'isola ritornarono dall'Alta Corte, questa volta cercando il risarcimento. Ma questa volta affrontarono un giudice che descrisse il caso come “senza metodo “ e “senza speranza”, e non riconobbe agli isolani neppure un penny – decisione che fu “ben accolta” da Bill Rammell, il ministro dell'Uffico degli Esteri responsabile per le Chagos. L’anno seguente, Rammell applicò lo stesso stratagemma che il governo Wilson usò per espellere gli isolani negli anni sessanta, quando spedì una legge alla Regina per l’approvazione con sigillo reale. Questo capovolse la vittoria dei Chagossiani all’Alta Corte del 2000 nella sua interezza e bandì per sempre gli isolani dal far ritorno a casa. La legge apparve sulla lista dei decreti innocui, tra un emendamento per una licenza reale del College di optometrista e gli appuntamenti degli ispettori scolastici per la Scozia di Sua maestà. Non fu data nessuna ragione; il cancelliere incaricato lesse solo ad alta voce la sorte di quei mille cittadini più maltrattati, defraudati e indifesi di Sua Maestà Richard Gifford e gli isolani rifiutarono di accettare questo e ritornarono dall'Alta Corte lo scorso anno. L'11 maggio, due giudici diedero loro completamente ragione, descrivendo il comportamento del governo come illegale, ripugnate e irrazionale. Il governo sta considerando di ricorrere in appello, sapendo che gli Statunitensi, avendo attaccato l'Iraq e l'Afghanistan da Diego Garcia, sono furiosi. Il bombardamento dell'Iran é programmato per avvenire da territori britannici. Sembra che entrambi i governi credono ancora di poter “logorare” la determinazione degli isolani. Si sbagliano. Glielo posso garantire. Questo articolo è un estratto ridotto dal nuovo libro di John Pilger, Freedom Next Time. Note del traduttore: [1] Coca = noci di cocco disseccate per la produzione di olio [2] Rogers & Company = Servizio di trasporto navale. [3] Smithsonian Institution di Washington = Iistituto nazionale della cultura fondato nel 1846 a Washington D.C. grazie a un lascito di James Smithson. [4] Copra = Noci di cocco disseccate per la produzione di olio. [5] E' uno dei principali personaggio del racconto di Daniel Defoe, Robinson Crusoe. Il suo nome, nel datoglio nel racconto da Robinson Crusoe, divenne più tardi un’espressione usata per descrivere un lo staff maschile di assistenti o servi, in particolare quelli leali e con capacità [6] La Magna Carta (Magna Charta Libertatum) è la carta delle libertà che il Re inglese John Lackland (Giovanni Senzaterra) fu costretto dai baroni a concedere, firmandola, nel 1215. Rappresenta il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti dei cittadini, e tra i suoi articoli ricordiamo il divieto per il Sovrano di imporre nuove tasse senza il previo consenso del Parlamento e la garanzia per tutti gli uomini di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo. La Magna Charta Libertatum rimase per secoli un modello per i cittadini inglesi. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Magna_Carta John Pilger Fonte: http://www.johnpilger.com Link: http://www.johnpilger.com/page.asp?partid=351 29.05.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MANRICO TOSCHI

EXTRA OMNES. L'INFINITA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI DI GAIA CENCIARELLI Editrice Zona, pp. 160 ASSAGGI - Ogni settimana, in esclusiva per i lettori di Information Guerrilla, anteprime ed estratti dalle migliori novità della saggistica. #2 - 16 giugno 2006 - 7263 iscritti - www.informationguerrilla.org Uno dei misteri più inquietenti e mai risolti della nostra storia attraverso il racconto di chi - all'epoca dei fatti - aveva la stessa età, gli stessi sogni, le stesse paure di Emanuela. La storia, l'inchiesta, fino ai più recenti sviluppi, i drammatici interrogativi ancora aperti... Introduzione dell'autrice Il caso Orlandi è stato, sin dalle prime ore della scomparsa di Emanuela, un magistrale esempio di disinformatya. Ma, soprattutto, per chi, come me, si è addentrato nel mare magnum dei documenti, delle sentenze, delle interviste, degli articoli, dei libri, ha rappresentato una sorta di trauma. Perché il labirinto che si è andato creando a partire dal 22 giugno 1983, alle ore 19 - giorno e ora della scomparsa di Emanuela Orlandi - è un percorso a ostacoli in cui mi sono trovata davanti sempre le stesse logiche di potere, gli stessi personaggi, gli stessi criminali, le stesse lobby. Casi che apparentemente sembrano distanti anni luce l'uno dall'altro (l'attentato al Papa, il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro, il rapimento di Emanuela Orlandi) sono legati dalla presenza di personaggi, di mandanti e di organizzazioni terroristiche ricorrenti. Credo sia stato questo l'aspetto che più mi ha sconvolto. La definitiva presa di coscienza che l'Italia sia sempre stata territorio di scambi, di contrattazioni, di do ut des, di colonizzazione politica. La consapevolezza che una ragazza di quindici anni potesse trovarsi al centro di interessi economici, politici e pseudoreligiosi. In breve: di un macabro tiro alla fune. Nel caso Orlandi non manca nulla: il SISDE, presente in casa di Emanuela sin dalle prime ore della sua scomparsa, il KGB, la STASI, la CIA, lo SDECE (i servizi segreti francesi) Ali Agca, i Lupi Grigi e la Bulgarian Connection, il Vaticano - soprattutto - con il suo inspiegabile (o forse spiegabile?), vergognoso ostracismo, Calvi, lo IOR, Marcinkus, il caso Moro e, last but not least, la banda della Magliana (probabile esecutrice materiale del sequestro). Non mancano gli avvistamenti di Emanuela in giro per il mondo, puntualmente rivelatisi falsi. Non mancano le intercettazioni telefoniche tra i dipendenti della polizia vaticana che dimostrano, quantomeno, che all'interno delle Mura Leonine c'era chi sapeva più di quanto ha detto e ha taciuto. Non mancano le persone scomparse e i delitti irrisolti. Mirella Gregori, a detta del criminologo Francesco Bruno, è stata la cavia che ha permesso agli esecutori del sequestro Orlandi di "cronometrare" i tempi di reazione delle autorità. Del presunto omicidio perpetrato da Cédric Tornay ai danni di Alois Estermann - colonnello e comandante della guardia svizzera pontificia - e della moglie Gladys Meza Romero si è dato conto nel libro. Si sa molto poco della tragedia. Perché, anche in questo caso, il Vaticano non ha concesso allo Stato italiano la possibilità di svolgere qualsiasi indagine. Il libro approfondisce tutto quanto scritto sopra: i legami, gli intrecci, i personaggi. Le ricostruzioni, le citazioni, le sentenze sono tutte rigorose, documentate e tratte da fonti pubbliche (libri, quotidiani, ecc.). Detto questo, due precisazioni importanti. Chi acquista Extra Omnes sostiene "Libera. Associazioni, nomi, numeri contro le mafie". La collana "900storie", delle Edizioni Zona - che, e questo va ribadito, mi ha lasciato la massima libertà di scrivere qualsiasi cosa ritenessi giusta e fondata - diretta da Carlo D'Amicis, ha come sua caratteristica distintiva la fusione tra cronaca e autobiografia. In genere si sceglie di parlare di un "mistero d'Italia" che, come un amo gettato nell'anima, ci tiri fuori tutte le emozioni e i pensieri che pensavamo sepolti o rimossi. Perciò, nel libro, c'è - e deve esserci - anche una componente autobiografica. La mia storia personale è strettamente legata alla scomparsa di Emanuela Orlandi. In altre parole, Extra Omnes non è un libro asettico. E sono felice che non lo sia. Per gentile concessione dell'autore e dell'editore pubblichiamo un estratto da "Extra Omnes" di Gaia Cenciarelli Partiamo da un se. Alteriamo l'ordine della "fabula", e peschiamo dall'intreccio di fatti e speculazioni. Se il teschio trovato il 14 maggio 2001, da padre Giovanni Ranieri Lucci, nel confessionale della chiesa di San Gregorio VII, a Roma fosse quello di Emanuela Orlandi - come pensa il criminologo Francesco Bruno - questo libro finirebbe qui. Il cerchio si chiuderebbe. Perché il se può essere raggelante. Paralizza. È una porta socchiusa dietro cui potrebbe nascondersi di tutto, è il terrore fatto parola. È la somma delle possibilità cui è appesa la nostra vita. Un se. Ma, d'altro canto, se quel teschio non appartenesse a Emanuela Orlandi, i fili di questa vicenda continuerebbero a penzolare, le parole si moltiplicherebbero, la fabula sarebbe infinita. E, a sua volta, genererebbe un'ennesima serie di se. E di perché. [...] Molteplici sono le ipotesi che sono state fatte per spiegare il rapimento di Emanuela, numerosi sono stati gli interventi - più che autorevoli - che hanno tentato di risolvere il mistero della sua scomparsa. C'è chi sostiene che la sparizione di Emanuela sia un evento ben distinto da ciò che poi è stato orchestrato (i comunicati, le telefonate, i ricatti) e costruito sulla sua scomparsa. In altre parole: i comunicati potrebbero essere stati scritti da chi ha inteso strumentalizzare la tragica vicenda di Emanuela (attirata in un tranello da qualche malintenzionato che nulla aveva a che vedere con i servizi segreti dell'Est o dell'Ovest) per ricattare la Santa Sede. Quali dovessero essere state - in tal caso - le richieste dei rapitori, non è dato sapere: la sentenza definitiva del giudice Adele Rando, del 19 dicembre 1997, ha escluso qualsiasi collegamento (malgrado sia stata la pista più battuta e quella che ha riscosso maggior attenzione dagli organi di stampa) tra Alì Agca - e la sua eventuale scarcerazione - e la scomparsa di Emanuela. In effetti, Agca è tornato in patria, ha ottenuto la grazia dal Presidente Ciampi il 13 giugno 2000, ma di Emanuela non si è più saputo nulla. Quel che è certo, però, è che i comunicati, come risulta dai libri di Imposimato e di Nicotri venivano "fabbricati" dalla STASI, il servizio segreto dell'ex Germania dell'Est. C'è chi sostiene, al contrario, un legame tra l'attentato al Papa e la scomparsa di Emanuela, nella quale sarebbero coinvolti la STASI, il KGB e, in generale, i servizi segreti dei paesi dell'Est, di cui Alì Agca sarebbe stato membro attivo, un provocatore infiltrato nei Lupi Grigi. La ragazza sarebbe stata rapita per ricattare il Pontefice, per farlo desistere dalla sua intenzione di sconfiggere e umiliare il comunismo. Operazione fallita, comunque. C'è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all'interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L'oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all'interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L'8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: "Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini". A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c'era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far "rimbalzare" le telefonate da un apparecchio all'altro. Quindi, prosegue Purgatori, l'organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali. Il giornalista afferma anche che gli inquirenti, già dai primi, messaggi in cui si legava la sorte di Emanuela alla scarcerazione di Agca, si erano fatti un'idea ben precisa dei fatti, e avevano dedotto l'esistenza di due possibili finali: "Il primo probabilmente chiuso tragicamente a poche ore dalla scomparsa. Il secondo voluto da qualcuno che aveva interesse a ricattare il Vaticano per recuperare parte della somma perduta nel crac del Banco Ambrosiano (cui lo IOR di Marcinkus era strettamente collegato). Nella ipotesi del secondo finale, un'organizzazione potente si sarebbe impossessata del dolore degli Orlandi per trovare il giusto contatto con il Vaticano e trattare un indennizzo". C'è anche chi sostiene che Ercole Orlandi non fosse un semplice messo pontificio, una sorta di postino del Papa, ma un personaggio con ben altri - e più importanti - incarichi e depositario di informazioni preziose e segreti compromettenti. Per questo Emanuela sarebbe stata rapita: per ricattare, e tenere sotto "controllo", suo padre. Ma, d'altro canto, c'è chi, come Francesco Bruno intravede - come accennato in precedenza - nell'attentato al Papa, che sarebbe inscindibilmente legato alla sorte di Emanuela Orlandi, una "collaborazione" tra servizi segreti dell'Est e dell'Ovest, appoggiati da basisti e fiancheggiatori di questa e dell'altra parte. E, nel caso della scomparsa di Emanuela, anche dagli ambienti della malavita romana. Della Banda della Magliana, per la precisione. Bruno sostiene che dopo la scomparsa di Emanuela, dal 1983 al 1986 - ossia dopo lo scandalo Irangate, le dimissioni di MacFarlane, e la dissoluzione di una potente lobby politica dell'amministrazione Reagan - i sequestratori della ragazza riescono a tenere sotto schiaffo la politica del Papa, che fino ad allora si era posta in potenziale conflitto con quella statunitense. Solo dopo il 1986, Giovanni Paolo II riprenderà la sua missione apostolica - dai forti connotati politici - in tutto il mondo. Vero è che, nel marzo 1983, il Papa si recò nel Salvador, guidato all'epoca dal maggiore Robert D'Aubuisson, finanziato dagli Stati Uniti. Il pontefice ribadì il suo impegno in favore dei diritti umani e contro le violenze del regime, che aveva eliminato monsignor Oscar Arnulfo Romero mentre celebrava la messa sull'altare della cattedrale di San Salvador. Monsignor Romero era stato accusato da D'Aubuisson di spalleggiare la sinistra filomarxista ai danni del governo di estrema destra. Giovanni Paolo II stravolse i suoi programmi e volle recarsi a pregare sulla tomba di Romero, in una cappella all'interno della cattedrale. Il regime non poteva tollerare che il Santo Padre compisse un gesto dai risvolti politici tanto eloquenti, per questo il Papa fu costretto ad aspettare ben dieci minuti davanti alla porta sbarrata della chiesa, prima di poter entrare. Secondo il criminologo l'attentato al Papa sarebbe stato un avvertimento, cosa che fu chiara fin dall'inizio agli addetti ai lavori. Se Agca, killer professionista, avesse voluto uccidere il pontefice avrebbe usato una P38 e non una Browning, e non avrebbe puntato verso il basso, come si vede chiaramente dalle foto che lo ritraggono mentre impugna l'arma. E in questo, le dichiarazioni di Bruno combaciano con quelle rese da Oral Çelik, esponente di spicco dei Lupi Grigi: "Agca è un tiratore formidabile. Se avesse voluto, quel pomeriggio del 13 maggio 1981 non avrebbe davvero fallito un bersaglio così facile da quella distanza. La verità è un'altra: Agca non doveva uccidere il pontefice. Il suo compito era fare esattamente quello che ha fatto: ferirlo. È questo ciò che volevano le persone della Santa Sede che hanno organizzato l'attentato". Negli Stati Uniti, intanto, Ronald Reagan era succeduto a Jimmy Carter, l'Unione Sovietica aveva collocato i suoi missili e ci si trovava in piena guerra fredda. Lo squilibrio politico a favore dell'Occidente sarebbe potuto essere devastante. Bruno dichiara: "Penso che a commissionare l'operazione siano stati spezzoni deviati della CIA che coltivavano interessi anche personali e che si sono serviti della complicità di altri servizi segreti. I mandanti dovrebbero essere ricercati in alcuni circoli di potere dell'amministrazione Reagan, quelli che facevano capo al Consiglio nazionale per la sicurezza, alla George Town University, al colonnello Oliver North, al capo della CIA di allora, William Casey. Dopo l'attentato si è cercato di far ricadere la colpa sull'Est, che può anche avere condiviso, almeno in parte, la responsabilità organizzativa dell'attentato perché, a livello di servizi segreti internazionali, certe azioni sono portate a termine con il beneplacito di tutte le parti. Ma la cosiddetta Bulgarian Connection [cui lo stesso Papa disse di non credere, n.d.r.] nasce scientificamente all'interno del National Security Council. Lo stesso Casey [...] rivelò che la pista bulgara era stata confezionata dalla CIA. Al depistaggio della matrice dell'attentato partecipano il colonnello North e Michael Leeden, appoggiati in parte da una struttura della CIA, il Centro Studi Strategici di Washington, molto vicina alla politica del segretario di Stato Alexander Haig [concordando, così, con le dichiarazioni rese da Agca nel 1995, n.d.r.]. Molte delle foto dell'attentato casualmente vennero fornite dalla CIA... Ciò significa che in piazza San Pietro forse non c'erano molti fotografi ufficiali ma ve n'erano di ufficiosi". Bruno prosegue dichiarando che gli attentatori del Papa - o meglio, il gruppo cui questi facevano capo - individuarono in una ragazza indifesa, cresciuta sotto gli occhi del pontefice, l'ostaggio ideale per piegare Giovanni Paolo II alle esigenze strategico-politiche dei primi anni Ottanta. Ma l'organizzazione aveva bisogno di complici in loco, di persone che conoscessero alla perfezione l'ambiente romano e sapessero muoversi nel centro di Roma. Per questo ipotizza la partecipazione dei membri della Banda della Magliana, che finiranno poi ammazzati, come ad esempio Enrico "Renatino" De Pedis, sepolto nella chiesa di Sant'Apollinare, a due passi dall'Istituto Ludovico da Victoria dove Emanuela studiava musica. Ma i sequestratori dovevano contare anche su una serie di appoggi e di complicità - "molto estese", a detta di Bruno - all'interno del Vaticano. "Lo stesso Amerikano poteva essere interno al Vaticano. Magari quel padre Morlion...". Il coinvolgimento di Enrico De Pedis, e della Banda della Magliana, può essere spiegato alla luce del comunicato arrivato il 17 ottobre 1983 all'Ansa di Milano, a firma di un certo Dragan. Nella missiva si leggeva che Emanuela era stata giustiziata da un tale Aliz e che sulla sorte della ragazza avrebbero dovuto chiedere spiegazioni a un calciatore della Lazio. Lo sportivo in questione risultò essere totalmente estraneo alla vicenda, ma pare che la moglie di un suo compagno di squadra fosse diventata l'amante di Renatino. Di recente in televisione si è parlato molto di Enrico De Pedis. Grazie alla trasmissione Chi l'ha visto, che ha ritenuto di dover rialzare il sipario sul caso Orlandi, ricostruendo il sequestro di Emanuela, si è venuti a conoscenza di alcuni dettagli inquietanti sulla sepoltura di Renatino a Sant'Apollinare. Una telefonata anonima ha annunciato: "Volete risolvere il caso di Emanuela Orlandi? Guardate dentro la tomba di Enrico De Pedis". La voce alludeva anche a presunti favori che Renatino aveva fatto al cardinal Poletti. Dagli atti risulta che la sepoltura nella Basilica di Sant'Apollinare di uno dei criminali più sanguinari degli anni Ottanta, colluso con la mafia, (morto ammazzato nel febbraio 1990 e tumulato nell'aprile dello stesso anno, dopo esser stato riesumato in fretta dalla tomba del Verano dove era stato inizialmente sepolto), era stata caldeggiata da Monsignor Piero Vergari, che aveva sottolineato le doti di benefattore e di fervente cattolico di De Pedis, cui sarebbe andato il merito di aver aiutato i ragazzi in difficoltà e di aver versato consistenti offerte alla chiesa. Alla richiesta di Vergari, l'allora cardinal Ugo Poletti firmò il nulla osta del Vicariato perché Renatino venisse sepolto in territorio vaticano. Alla protesta della polizia e di tanti cattolici, lo Stato italiano rispose di non avere giurisdizione su una basilica protetta dall'extraterritorialità. Infatti, in base al regime concordatario, la cripta è inaccessibile per lo Stato. Durante la trasmissione del 12 settembre 2005 di Chi l'ha visto, è arrivata la replica del Vicariato di Roma. In sostanza vi si dichiarava che la salma di De Pedis non poteva essere spostata perché la sua tumulazione era stata decisa a suo tempo dal cardinal vicario Poletti e perché, secondo il Vicariato stesso, non esistono motivazioni per una estumulazione dei resti di Renatino. Negli anni Ottanta, la Banda della Magliana era la padrona incontrastata di Roma. Trafficava in droga, faceva affari con la mafia, era coinvolta nelle stragi e dei delitti più cruenti della storia d'Italia: l'attentato alla stazione di Bologna e il sequestro Moro, tanto per citarne solo due. Nessuno meglio di chi ne faceva parte sapeva muoversi per le vie del centro storico (e non solo), e dissolversi nel nulla, in pieno giorno (dato che era estate e le giornate, come si sa, sono lunghissime), potendo contare su una rete di conoscenze e di complicità potente ed estesa. A tutti i livelli. Maurizio Abbatino, durante la già citata intervista a Chi l'ha visto, ha sostenuto che nel libro paga della Banda della Magliana comparivano politici, medici, infermieri, imprenditori, magistrati di grande levatura. Aldo Semeraro, ad esempio, era il loro psicologo e criminologo "di fiducia": stilava perizie false ogni volta che qualcuno di loro finiva in carcere ed era a conoscenza delle collusioni e degli affari più sporchi della banda. (La sua morte fece scalpore: fu trovato nel 1982 morto - decapitato - nella sua auto). Quindi nessuno avrebbe potuto portare a termine un'impresa così rischiosa - rapire una ragazza nel cuore della città e nel bel mezzo del traffico del centro storico - senza che la Banda della Magliana ne fosse perlomeno al corrente. C'è da ricordare che Pierluigi e Mario - i due telefonisti, le persone che per prime contattarono la famiglia Orlandi per far credere loro che Emanuela si fosse allontanata volontariamente - erano italiani, e che Mario parlava con un forte accento romano. È plausibile, quindi, che i mandanti del sequestro Orlandi avessero scelto come "interfaccia" proprio la Banda della Magliana? A quanto pare, più che plausibile è probabile. Sempre Chi l'ha visto, lunedì 20 febbraio, manda in onda l'intervista realizzata da Fiore De Rienzo ad Antonio Mancini, amico fraterno di Renatino De Pedis. Mancini riconosce in "Pierluigi" (uno dei primi due "telefonisti" che si misero in contatto con la famiglia Orlandi), la "voce della Magliana", e fa il nome e lo pseudonimo con cui sarebbe conosciuto il responsabile della telefonata del 25 giugno. Il pentito sostiene che si tratti del killer di fiducia di De Pedis, proprietario di un ristorante (il che spiegherebbe anche il rumore di piatti che fa da sottofondo alla conversazione tra Pierluigi e lo zio di Emanuela) e tuttora in vita. Il pm Italo Ormanni ha già individuato, tra le carte del processo, la persona cui si riferisce Mancini. Le indagini stanno battendo anche questa strada. Quanto a padre Felix Andrew Morlion, frate domenicano belga, era uno dei più abili 007 del Vaticano e viveva a Via Pola, dove risiedevano anche Antonov e la moglie, in un primo tempo chiamati in causa da Alì Agca come corresponsabili dell'attentato al Papa ed esponenti di primo piano della "pista bulgara": Andreotti, che non aveva mai creduto alla suddetta Bulgarian connection, per dimostrare che le dichiarazioni di Alì Agca erano state pilotate da un servizio segreto occidentale, parlò dello schizzo che aveva fatto Agca per dimostrare di essere stato davvero a casa di Antonov. Nel disegno compariva una porta scorrevole tra la sala dove mangiavano e il salone in cui si incontravano. Dopo un sopralluogo venne appurato che quella porta scorrevole non esisteva nell'appartamento degli Antonov, ma che si trovava a casa di Padre Morlion6. Il frate belga era un vero e proprio agente segreto a contatto con la CIA ma anche con Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Verso la fine del 1991, poi, Melvin A. Goodman, membro della CIA nella sezione che si occupava dell'Unione Sovietica, rivelò che l'intelligence americana aveva infiltrato alcuni agenti nel servizio segreto bulgaro e sapeva che il Vaticano e il Cremlino si stavano tenendo in contatto nell'eventualità che il Papa potesse svolgere un ruolo da intermediario nei problemi politici della Polonia. Alla luce di questi fatti, la pista bulgara, con cui si attribuiva la responsabilità dell'attentato al Papa ai sovietici, non era credibile. Ma lo studio della CIA venne distorto, in modo che i servizi segreti dell'Est risultassero gli unici colpevoli. Il 10 aprile 1994 Ercole Orlandi dichiarò: "Siamo vittime di un'oscura ragion di stato. Un tarlo ci rosicchia: non capiamo il perché di questa tragedia. Ci devono dire qual era la trattativa. Chi erano le parti in causa? [...] Quel personaggio con l'accento americano, sapendo che il nostro apparecchio era sotto controllo, non faceva durare la telefonata più di sei minuti. Doveva avere un timer. Spaccava il secondo e agganciava. Nostra figlia è stata rapita da un'organizzazione così potente, così efficiente, che non aveva nessun timore degli inquirenti italiani. È un intrigo internazionale. Dietro la scomparsa di Emanuela si sono mossi grossi apparati. Servizi segreti ma non italiani. Centrali di spionaggio straniere, ben organizzate, ben protette, con infinità libertà di movimento. Che dire... CIA, KGB...". Quanto alle telefonate, Ercole Orlandi ricordò che l'Amerikano gli aveva detto che era inutile tentare di registrarle perché, se avesse voluto, avrebbe potuto far apparire le chiamate in quindici posti diversi. Secondo indiscrezioni riportate dall'Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall'Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all'ambasciata oppure riusciva a far "rimbalzare" le chiamate sul suo centralino. Comunque, quale che sia la teoria "giusta", è indubitabile che la sera del 22 giugno 1983, in casa Orlandi, tutto finì. La vita si fermò. E cominciarono le parole. Ilario Martella, il giudice istruttore che ha seguito il caso Orlandi dal 1985 al 1990, dopo Domenico Sica, a sua volta subentrato a Margherita Gerunda, dichiarò invece, ad Aldo De Luca, del Messaggero: "Tra la straordinaria capacità criminale manifestata nell'attentato al Papa e quella emersa nel caso Orlandi, io non so quale delle due è più grande e più potente... dietro la scomparsa di Emanuela c'è un fatto così grosso che probabilmente solo il tribunale della storia sarà in grado di giudicare. Se le dicessi le cose che ho scoperto le verrebbe la pelle d'oca, come è venuta a me. Ci sono elementi agli atti dell'istruttoria che devono restare riservati, perché sono cose che fanno pensare... è un solco molto misterioso, che porta molto in alto. [...]. Posso dire solo una cosa: il caso Orlandi è stato tenuto in piedi finché è stato celebrato il processo per l'attentato al Papa, poi il silenzio [...]: è una circostanza che non va sottovalutata, che io non sottovaluto". [...] Il criminologo Francesco Bruno è convinto che il caso Orlandi sia strettamente legato alla scomparsa di Mirella Gregori. Che Emanuela Orlandi sia stata uccisa poco dopo essere stata sequestrata, il tempo di carpirle le informazioni che avrebbero tenuto sulla corda e alimentato le illusioni dei familiari e dell'opinione pubblica. E che Mirella - cittadina italiana, attraverso cui, oltre al Vaticano, poteva essere ricattato anche lo Stato italiano - sarebbe stata fatta scomparire perché i rapitori di Emanuela dovevano fare una prova. Vedere dopo quanto si sarebbero mosse le forze dell'ordine, come avrebbero reagito. Una cavia, quindi. [...] Il SISDE, alla luce dei "komunicati" ricevuti, delinea un profilo della regia - unica - che avrebbe elaborato tutti questi messaggi e avrebbe poi fatto le telefonate. Precisa che solo una minima parte dei documenti ricevuti è attendibile, e cioè quella che rivela dettagli su Emanuela che solo lei o i suoi parenti più stretti potevano conoscere. "Dal 5 luglio 1983 il servizio è venuto in possesso di trentaquattro messaggi relativi alla scomparsa della Orlandi (tale numero è stato ottenuto sommando le comunicazioni telefoniche, quelle pervenute per mezzo postale e i messaggi rinvenuti). Il 18 per cento circa (numero real sei) di tali comunicazioni è stato prodotto quasi sicuramente da mitomani inseritisi nella vicenda. Il 12 per cento (quattro) è di difficile attribuzione. La maggior parte degli elementi, infatti, sembra far escludere che anonimi interlocutori o estensori siano in contatto con la presunta organizzazione di sequestratori ma alcuni fattori lasciano inalterati i dubbi sull'attribuzione. Otto comunicati (23 per cento) sono stati firmati da due sedicenti gruppi (il Fronte anticristiano Turkesh e Phoenix) che, allo stato delle indagini non sembrano essere implicati nella scomparsa della ragazza, ma soltanto nella gestione del caso. Numerosi elementi contenuti nei quattro comunicati del Turkesh e negli altrettanti di Phoenix, infatti, portando ad acclarare l'ipotesi che gli estensori siano a conoscenza di fatti inerenti a Emanuela Orlandi o relativi alla sua vicenda, sconosciuta sia agli organi di stampa che agli stessi presunti rapitori. I restanti messaggi (sedici) provengono con molta probabilità dal gruppo che ha operato e gestito direttamente il sequestro, oppure che è riuscito a mettersi in contatto con i veri responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi. A livello analitico e operativo, questi ultimi sedici messaggi possono, quindi, essere considerati quali materiale da utilizzare. Occorre rilevare che il numero dei messaggi potrebbe rappresentare solo una parte delle comunicazioni, in quanto spesso si è avuta la sensazione che vi siano stati altri contatti (tra i familiari, l'avvocato e i presunti sequestratori) di cui non si è a conoscenza. [...]. Verosimilmente, il soggetto in esame [ovvero la regia dei messaggi ritenuti attendibili dal SISDE, n.d.r.] è un profondo conoscitore della lingua latina, anzi possiamo affermare che Mister X conosce meglio la lingua latina che quella italiana. E ciò è solamente possibile nel caso che il soggetto sia uno straniero che in un primo tempo ha acquisito l'idioma latino e, successivamente, quello italiano. Infatti un italiano con profonda conoscenza del latino manterrebbe inalterato il suo background stilistico-linguistico (al limite ne verrebbe migliorato) e non si sognerebbe mai di usare 'traslare', al posto di 'trasferire', 'novello' al posto di 'nuovo', 'veridicità' al posto di 'vero' [...]. Un possibile profilo del personaggio in esame può complessivamente tener conto dei seguenti tratti: 1) straniero, verosimilmente di cultura anglosassone; 2) livello intellettuale e culturale elevatissimo; 3) conoscitore della lingua latina e, successivamente, di quella italiana; 4) appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale; 5) formalista, ironico, preciso e ordinato nelle sue modalità comportamentali, freddo, calcolatore, pieno di sé, sicuro del proprio ruolo e della propria forza, sessualmente amorfo; 6) ha domiciliato a lungo a Roma. Conosce bene soprattutto le zone della città che rappresentano qualche cosa per la sua attività; 7) ben informato sulle regole giuridiche italiane e sulla struttura logistica del Vaticano". Il professor Francesco Bruno, docente di psicologia forense alla Sapienza di Roma e funzionario dal 1978 al 1987 della divisione tecnico-scientifica del SISDE, condivise il contenuto del rapporto e dichiarò che con quella descrizione si voleva individuare - come già accennato in precedenza - Monsignor Paul Casimir Marcinkus, direttore dello IOR. [...] Nel febbraio del 1990, l'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi passa da Ilario Martella ad Adele Rando. Emerge comunque un anello di congiunzione, così lo definisce il giudice Rando, tra la scomparsa di Mirella e quella di Emanuela: le telefonate che arrivarono di seguito alla loro scomparsa sarebbero state fatte dalla stessa persona, l'Amerikano. [...] Il 9 febbraio 1994, il giudice Rando ascolta il prefetto Vincenzo Parisi (allora vicedirettore del SISDE) che ricorda benissimo di aver incontrato, l'11 luglio 1983, Monsignor Dino Monduzzi (reggente della Prefettura della Casa Pontificia presso cui lavorava Ercole Orlandi) nella speranza di ricavarne qualche spunto interessante. Parisi ebbe subito l'impressione che il Monduzzi fosse reticente e che, più in generale, il Vaticano avesse mantenuto un atteggiamento di riserbo ingiustificato con gli investigatori, non rivelando mai il contenuto di alcuni contatti telefonici che sarebbero potuti essere fondamentali. Adele Rando, spinta dalle parole di Parisi, si convince della necessità di ascoltare alcuni prelati: Agostino Casaroli, Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Dino Monduzzi ed Eduardo Martínez Somalo. Il 2 marzo 1994 presenta una seconda rogatoria all'autorità giudiziaria vaticana - a otto anni di distanza dalla prima, avanzata dal giudice Ilario Martella. Alla richiesta di Martella, il Vaticano aveva risposto - in soldoni - che lo stato italiano avrebbe dovuto cavarsela da sé: "1): Nessuna inchiesta giudiziaria è stata esperita dalla magistratura vaticana, trattandosi di fatti avvenuti al di fuori del territorio dello Stato; 2): Le notizie relative al caso, occasionalmente pervenute agli uffici della Santa Sede, sono state trasmesse a suo tempo al Pubblico ministero dottor Sica". Ma il sostituto procuratore Malerba accerterà che di quelle notizie, agli atti, non c'è traccia. La richiesta di rogatoria del giudice Rando viene respinta: il Vaticano motiverà questo rifiuto affermando che secondo gli accordi internazionali, il magistrato italiano non doveva necessariamente essere presente all'interrogatorio e che, inoltre, non avendo il giudice specificato quali fossero le domande da porre ai prelati, l'interrogatorio non aveva potuto avere luogo. Un anno dopo, il 7 marzo 1995, il giudice Rando presenterà una seconda richiesta di rogatoria. Il Vaticano la respingerà, pur inviando le risposte alle domande che stavolta il magistrato si era premurata di far arrivare alle autorità vaticane. I "chiarimenti" saranno insoddisfacenti: il Vaticano, secondo quanto affermano le autorità d'Oltretevere, non avrebbe mai avuto né alcuna registrazione, né alcuna trascrizione delle telefonate provenienti dall'Amerikano. E, ancora più sconfortante, arriva la smentita di monsignor Monduzzi, il quale dichiarerà di non avere mai incontrato il prefetto Vincenzo Parisi. Tutto ciò porterà la giudice Adele Rando a scrivere, nella sua sentenza: "L'apporto istruttorio delle rogatorie introdotte davanti all'autorità giudiziaria della Città del Vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti per i quali le stesse erano state proposte, si traduce nella conferma di alcuni interrogativi". E, sulla reticenza del Vaticano, anche Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dirà la sua al Corriere della Sera: "Trovo pazzesco che ci sia qualcuno che sa ma non parla... Nelle vicende che lo riguardano, il Vaticano non vuole esporsi, non vuole rischiare... Non so quali informazioni raccogliesse il Vaticano sulla scomparsa di mia sorella: se hanno fatto un'indagine interna, non ce l'hanno fatto mai sapere. Loro ci sono sempre stati vicini con la preghiera, ma non è assolutamente sufficiente... Mettiamola così: il Vaticano non ha aiutato una sua cittadina... I magistrati hanno lavorato, ma trovandosi di fronte il Vaticano hanno incontrato parecchie difficoltà: è un ambiente impenetrabile". Ma non solo il Vaticano fu responsabile di aver opposto un muro di gomma alle richieste degli inquirenti italiani. Anche la Francia ostacolò per un lunghissimo periodo di tempo le procedure di identificazione e di estradizione di Oral Çelik in Italia. Davanti al giudice Priore, De Marenches, il direttore dello SDECE, che già dal 1979 aveva avvertito le autorità vaticane della possibilità di un attentato al Papa, confermò tutto. Ma i cardinali Achille Silvestrini, Eduardo Martínez Somalo, e Agostino Casaroli negarono di essere stati messi a parte di quell'informazione. Priore, sconsolato, dichiarerà: "La collaborazione tra gli stati, anche per un delitto sì grave, unico da più secoli a questa parte, e definito il crimine del secolo, in un contesto internazionale che fa continui proclami, è stata minima, e con alcuni stati, di fatto, nulla. Per citare, la Francia e la Città del Vaticano. La prima ha ostacolato per anni l'estradizione di un personaggio prezioso per l'inchiesta, nascondendone persino l'identità e accettando per queste sue condotte un costo elevato in perdita di credibilità e prestigio. Anche lì ove ha mostrato di collaborare, come quando ha consentito l'escussione del direttore dello SDECE, di fatto con la protezione delle fonti ha impedito di appurare l'origine, e quindi gli ambienti che avevano generato il piano, dell'informativa sull'attentato. Così come la Città del Vaticano, che con una formale esecuzione delle rogatorie, ha di fatto impedito che di questa notizia si accertassero fonti, natura e destinatari. [...]. Da ultimo, una forte percezione - ma questo non è elemento di giudizio - che in più parti, nelle più alte sedi degli stati vi fosse, oltre a una istintiva protezione dei proprio arcani, una diffusa volontà di porre una definitiva e inamovibile pietra sulla vicenda". Per iscriversi alla mailing-list: http://gm-link.com/s.asp?m=l&i=80D.3664

Effetto domino Anche l’entità bosniaca a maggioranza serba pensa alla secessione “Per essere chiaro faccio un paragone: la secessione della Repubblica Srpska dalla Bosnia - Erzegovina è paragonabile a quella della Padania dall’Italia. In una parola, una buffonata. La Repubblica Srpska non esiste, è un’invenzione degli accordi di Dayton”. Una storia lunga. Non lascia spazio ai dubbi Dario Terzic, giornalista croato che vive e lavora a Mostar, ma nella zona a maggioranza musulmana. Faceva lo stesso anche quando le due parti della città si sparavano addosso, durante la guerra e, invece di sparare ai suoi concittadini, Dario fondava Radio Mostar e la portava avanti durante la guerra. Croato tra i musulmani assediati. La Repubblica Srpska è un prodotto della guerra dei Balcani ed è stata creata dai criminali di guerra serbi, Mladic e Karadzic, che tanti lutti hanno lasciato dietro di loro. Alla fine della guerra, la Repubblica viene riconosciuta ufficialmente e la Bosnia Erzegovina viene divisa in due entità territoriali confederate: la Federazione croato-musulmana, che detiene il 51 percento del territorio bosniaco, e la Repubblica Srpska, che ne ha il 49 percento. In quest’ultima resta la minoranza serba di Bosnia. Il dopoguerra è caratterizzato dalle difficoltà gestionali di un potere tripartito (quasi in ogni carica pubblica convivono un croato, un serbo e un musulmano) che rendono elefantiaca la burocrazia, i profughi non rientrano a casa ma le violenze restano solo un brutto ricordo. La Repubblica Srpska elegge un suo premier e, il 4 febbraio scorso, vince le elezioni Milorad Dodik. Il suo primo discorso è rassicurante, parla di aumentare la cooperazione con il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, che continua a dare la caccia a Karadzic e Mladic. Circa un mese fa Dodik parla in modo preoccupante, di diritto alla secessione della Repubblica Srpska, da affidare a un referendum popolare. Un premier controverso. “Dodik è un personaggio inaffidabile”, dice Terzic, “cambia continuamente posizione sulle questioni e non è mai fermo nelle sue dichiarazioni. Adesso questa storia del referendum farà un po’ di clamore, ma ormai sono 15 anni, da quando è finita la guerra, che in Bosnia ognuno si alza la mattina e dice la sua”. Sarà anche così, però a fine maggio una organizzazione non governativa bosniaca, chiamata Movimento popolare serbo, ha annunciato di aver raccolto 50mila firme per il referendum sulla secessione. L’episodio si ricollega alle dichiarazioni rese alla stampa da Dodik, subito dopo l’esito del referendum che ha segnato a fine maggio la divisione tra Montenegro e Serbia, quando per la prima volta aveva parlato d’indipendenza della Repubblica Srpska. Quindi qualcosa si muove. “Il presupposto è completamente diverso”, spiega Terzic, “il referendum per la divisione tra Montenegro e Serbia è sempre stato previsto, fin dalla Costituzione jugoslava del 1973. Erano stati federati e potevano, con una consultazione popolare, separarsi. La Repubblica Srpska no, è nata dalla guerra ed è stata sancita dagli accordi di Dayton del 1995. Possiamo decidere che la Bosnia che è nata dai trattati di pace non ci piace, ma questo è un altro discorso. Tra qualche tempo nessuno si ricorderà delle esternazioni di Dodik, anche se non nego che una parte della popolazione della Repubblica Srpska sarebbe favorevole a separarsi dalla Bosnia. In definitiva, per quanto la storia insegni che in Bosnia Erzegovina non si può mai dire mai, non credo che la parte serba della Bosnia possa realmente staccarsi dal paese”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5696

Teheran Times per una nuova Bretton Woods Un articolo di prima pagina dell'edizione inglese del Teheran Times del 19 giugno ha proposto la convocazione di una conferenza internazionale per fondare “una nuova Bretton Woods”. L'ultimo crollo dei mercati azionari è da considerarsi, secondo l'autore Abbas Bakhtiar, “un monito per i guai in vista”. A proposito del deficit dei conti correnti USA, Bakhtiar scrive che la Cina, “con più di 800 miliardi di dollari di riserve, ha già iniziato a rallentare la sua dipendenza dal dollaro per convertirne parte in altre valute. Se altri paesi asiatici che hanno molti titoli in dollari faranno altrettanto, per il valore del dollaro sarà un disastro … Il deficit corrente americano e i suoi obblighi finanziari a lungo termine, se lasciati correre, condurranno presto o tardi ad un deciso aumento dei tassi d'interesse o ad una sostanziale svalutazione del dollaro. Da una parte, un aumento sostanziale nei tassi d'interesse condurrà ad una più grave recessione negli USA, che si ripercuoterà immediatamente sul resto del mondo. D'altra parte, una svalutazione sostanziale provocherà il caos finanziario globale”. “Ciò che occorre - continua Bakhtiar - è riconsiderare seriamente il ruolo internazionale del dollaro come riserva mondiale. In altre parole, abbiamo bisogno di un nuovo accordo di Bretton Woods. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, 45 nazioni si riunirono nella Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite a Bretton Woods, nel New Hampshire, per affrontare i problemi della ricostruzione, della stabilità monetaria e dei tassi di cambio. I delegati concordarono di stabilire un sistema monetario internazionale … I problemi sopra menzionati e gli squilibri commerciali nel mondo debbono essere affrontati in un consesso di questo tipo. Presto o tardi, sia gli Stati Uniti che il resto del mondo debbono affrontare i problemi esistenti. Non è solo un problema degli Stati Uniti. Non possiamo ignorare la più grande economia della terra. Si dice che se gli Stati Uniti starnutano, il mondo si becca il raffreddore. Dobbiamo fare in modo che gli Stati Uniti non si becchino un raffreddore oppure dobbiamo vaccinarci prima”, conclude l'articolo del Teheran Times. http://www.movisol.org/znews117.htm

Simeone e Vittorio, cugini anche nello scandalo? Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova Nello scandalo che ha coinvolto casa Savoia entra anche Simeone di Sassonia, ex premier bulgaro e cugino di Vittorio Emanuele. In cambio di soldi e favori avrebbe favorito quest'ultimo in gare d'appalto in Bulgaria Il nome di Simeone di Sassonia Coburgo Gotha sarebbe stato inserito nella lista degli indagati dai magistrati di Potenza, nell'ambito dell'inchiesta per corruzione, frode e sfruttamento della prostituzione in cui l'accusato chiave è il cugino dell'ex monarca ed ex premier di Bulgaria, il pretendente al trono d'Italia Vittorio Emanuele di Savoia. Simeone, che oggi guida il partito Movimento Nazionale Simeone II (NDSV), uno dei partner principali della coalizione di governo in Bulgaria, sarebbe stato inserito dai magistrati italiani nel registro degli indagati insieme ad altre venti persone. Secondo il Corriere della Sera, una delle accuse che pesa su Simeone, figlio di Giovanna di Savoia, sorella dell'ultimo re d'Italia Umberto II, è quella di aver tentato di procurare gare d'appalto in Bulgaria per il cugino Vittorio Emanuele nel campo della sanità e della comunicazione ai tempi del suo governo, nel periodo 2001-2005. Secondo il quotidiano, nel corso dell'indagine sarebbe emerso che Vittorio Emanuele, insieme al bussinessman Pierpaolo Cerani, avrebbe promesso in cambio soldi e altri favori. La campagna di Simeone è stata finanziata da Cerani? In una delle intercettazioni rese pubbliche, Cerani racconta di aver finanziato la campagna elettorale di Simeone, pagando inoltre le spese per i viaggi di lavoro di Simeone e dei suoi ministri. Dalla telefonata inoltre emerge che in cambio Simeone di Sassonia avrebbe dovuto assicurare allo stesso Cerani e a Vittorio Emanuele la vittoria in una gara d'appalto pubblica per la costruzione di un complesso ospedaliero in Bulgaria. Sempre secondo il Corriere, il 25 giugno 2005 Simeone avrebbe ricevuto una somma in contanti da Cerani. “Vittorio in prigione, Simeone sconvolto” Politici ed ex ministri del partito di Simeone si sono affrettati a respingere tutte le accuse. Simeone si è barricato dietro le mura del suo palazzo di Vranya, a Sofia. Fedele alla sua abitudine di rilasciare interviste ai media stranieri piuttosto che dare spiegazioni all'opinione pubblica bulgara, Simeone ha affidato le sue prime reazioni alle pagine de “La Stampa". “Sono davvero offeso per i riflessi di questa vicenda sul mio nome. Ho sempre tentato di tenermi lontano da tali scandali, e non si dovrebbe infangare la reputazione di un uomo così facilmente. Non bisogna trarre conclusioni affrettate”, ha dichiarato Simeone al quotidiano di Torino. “Simeone parlerà quando ci saranno maggiorni informazioni”, ha detto ai media bulgari Tsvetelina Uzunova, portavoce del “partito del re”. Nikolai Svinarov, ex ministro della Difesa, e deputato dell'NDSV, ha negato che i suoi viaggi e quelli di altri colleghi del governo fossero pagati da terze persone. “La procura dovrebbe investigare sullo scandalo in cui è stato coinvolto il nome di Simeone, e dovrebbe farlo in modo pubblico e trasparente, altrimenti il caso potrebbe diventare uno scheletro nell'armadio per il partito. Credo che queste accuse siano dirette contro il giovane Movimento Nazionale Simeone II e contro il suo leader”, ha dichiarato Miglena Kuneva, anch'essa deputato dell'NDSV e attualmente ministro per gli Affari europei. Vittorio Emanuele di Savoia voleva concludere affari a Sofia, ed è venuto a trovare il cugino Simeone nel palazzo di Vranya, ha scritto Troud, uno dei maggiori quotidiani del paese, sottolineando che in Italia, contrariamente a quanto avvenuto in Bulgaria, lo stato non ha alcuna intenzione di restituire le proprietà sequestrate a suo tempo alla famiglia reale. Quando poi i ministri del governo bulgaro andavano a Roma, venivano alloggiati all'hotel Excelsior, dove una stanza costa almeno 700 euro, e il tutto veniva pagato da Pierpaolo Cerani. Secondo il quotidiano bulgaro, durante le visite dell'allora premier Simeone in Italia veniva discussa la costruzione di un ospedale infantile a Sofia attraverso la società caritativa “ Elena del Montenegro”. (Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III, è la nonna di Simeone e Vittorio). Lo scandalo dell' “ospedale del re” Mentre gli ex ministri del governo di Simeone invitavano a non dare giudizi affrettati, l'opposizione ha riproposto i fatti, a tutti noti in Bulgaria, sullo scandalo, scoppiato nel 2004, dell' “ospedale del re”, in cui era stato coinvolto anche il nome di Pierpaolo Cerani. Simeone aveva tentato di forzare il parlamento per approvare il progetto di un nuovo ospedale pediatrico attraverso un provvedimento governativo. Il parlamento però non solo rigettò la proposta, ma decise di dare vita ad una commissione d'inchiesta, che appurò che al progetto era legato un gruppo criminale implicato nella sottrazione di fondi pubblici e nel riciclaggio di denaro sporco in Italia. I risultati dell'indagine furono consegnati all'allora procuratore generale Nikola Filchev. La commissione incaricò il procuratore di investigare anche sul prestito di 42.7 milioni di euro garantito allo stato dalla banca austriaca “Creditanstalt” per la costruzione dell'ospedale. Risultava che i costi di costruzione erano stati drasticamente gonfiati. Secondo l'Ordine degli architetti bulgaro, il prezzo di costruzione dei locali ammontava a non più di due milioni di euro, ma l'accordo prevedeva un costo di 7.3 milioni. L'opposizione di destra all'epoca protestò anche per il fatto che l'appalto era stato assegato senza nessuna gara. Secondo il rapporto commissionato dall'attuale procuratore generale Boris Velchev, il suo precedessore Filchev avrebbe deliberatamente rallentato le indagini a riguardo. In Bulgaria Pierpaolo Cerani è co-manager, insieme all'ex ministro dei trasporti Plamen Petrov della “Diako Medical Care BG” Ltd. Inoltre Cerani è partner al 50 % nella “FO Consulting” Ltd. L'altro 50 % è proprietà dello stesso Petrov. In un'intervista rilasciata a Troud il 18 giugno scorso, Cerani ha detto di aver visitato la Bulgaria almeno trenta volte, ma di non aver venduto “neanche un chiodo”. “In modo onesto” Nel 2001 Simeone tornò in Bulgaria dell'esilio e riusci a trionfare alle elezioni promettendo una rivoluzione morale. “In modo onesto“ divenne il suo slogan e mentre rivolgeva dure critiche al sistema di corruzione radicato nella vita politica bulgara. Ma a quanto pare l'ex re ed ex premier non ha fatto altro che aggiungere nomi nuovi, tra cui quello del cugino Vittorio Emanuele a quelli già noti del panorama politico-affaristico bulgaro. Lo scandalo che lo coinvolge in questi giorni mostra Simeone sotto la luce sinistra di un uomo che ha governato il paese soprattutto per realizzare progetti personali in cambio di appoggi politici. La maggioranza dei bulgari è convinta che Simeone sia tornato in Bulgaria solo per tornare in possesso delle proprietà che erano state confiscate alla sua famiglia dal regime comunista. “Basta con le catastrofi provocate dai Coburgo!” ha titolato Standart nella sua edizione del 19 giugno. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5848/1/51/

Giornata mondiale rifugiati : quelli del Kosovo aspettano ancora di Gabriella Mira Marq Anche l'Europa ha i suoi rifugiati. Fra questi, preoccupano l'OSCE in modo particolare quelli del Kosovo. L'ambasciatore Werner Wnendt, capo della missione nella regione, ha voluto ricordarli oggi, in occasione della giornata internazionale dei rifugiati proclamata dall'ONU nel 2000. Egli ha detto che queste persone sradicate da anni dalle proprie terre all'interno del Paese sognano ancora di tornare a casa. Wnendt ha reso omaggio alla "resistenza, la pazienza e le speranze" dei rifugiati del Kosovo ed ha chiesto loro di perseverare. "Stiamo contribuendo a preparare la terra per il vostro ritorno - ha dichiarato l'ambasciatore - di modo che i vostri sogni possano essere realizzati nell'immediato futuro". La missione OSCE in Kosovo ricorda che fin dalla conclusione del conflitto, sette anni fa, ha fatto pressione costantemente per lo sviluppo delle istituzioni democratiche sostenibili, per il rispetto della legge e la conformita' agli standard internazionali dei diritti dell'uomo. In quest'ambito, la missione sta operando attivamente con il Primo Ministro Agim Ceku e le istituzioni provvisorie di autogoverno su progetti che mirano a rendere il Kosovo un ambiente piu' ospitale per i rifugiati e per le minoranze. Il Primo Ministro ha lanciato un gruppo di esperti e un Consiglio di sicurezza delle Comunita' per valutare e rispondere ai bisogni delle minoranze, che rimangono la maggior parte delle popolazioni a rischio di violazioni dei diritti dell'uomo in Kosovo. L'Istituzione di autogoverno ha inoltre firmato di recente un protocollo di ritorni volontari e sostenibili. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 21 2006

La vera posta in gioco Stefano Ceccanti da l'Unità - 21 giugno 2006 Non è un sondaggio quello di domenica e lunedì, è un voto che decide direttamente la sorte di larghe parti della Costituzione solo ed esclusivamente sulla base dei Sì e dei No. Per questo ha fatto bene ieri il Presidente Napolitano a richiamare il diritto-dovere di partecipare a una decisione che in ogni caso avrà conseguenze importanti. Spicca certo il paradosso dell'assenza di quorum rispetto a quello ormai inarrivabile del 50% + 1 del referendum abrogativo, da quando chi vorrebbe votare No in quel caso ha scoperto la strada dell'astensione. Un motivo in più per avvicinare le due discipline, portando anche quello abrogativo a un livello raggiungibile. Il quorum è un'eccezione nel diritto comparato: tutti stiamo commentando l'importantissimo referendum catalano dove per l'appunto il quorum non c'era e dove la posta in gioco era di rilievo costituzionale e che segnerà in profondità e in positivo la storia di quel paese, nonostante che abbia votato poco meno del 50% degli eventi diritto. L'assenza di quorum responsabilizza al massimo l'elettore, come in una qualsiasi elezione amministrativa e politica. Chi tace acconsente, delega agli altri. Alle Politiche solo ventimila elettori hanno fatto la differenza: non scordiamocelo. Trasmettere questo messaggio semplice è doveroso, ma non è di immediata ricezione e per questo Napoletano si è sentito in dovere di segnalarlo. Il Paese arriva stanco di politica a questo appuntamento dopo troppe domeniche elettorali. Per questo coinvolgere non è facile, al di là delle minoranze impegnate, ed è difficile decodificare come l'interesse che si manifesta nelle iniziative di questi ultimi giorni possa tradursi nella scelta tra il voto e il non voto e anche tra il Sì e il No, oltre agli slogans demagogici diffusi a piene mani. I dibattiti più partecipati sono stati per me (ma non so se è un'esperienza generale) quelli dove si è avuto un contraddittorio e dove esso si è svolto con pacatezza: ma quali esiti abbia ciò nel corpo profondo del Paese nessuno può prevedere. Prevarrà la stanchezza oppure lo sforzo dell'associazionismo, anche di quello che non ha preso posizione ma che ha organizzato dibattiti a voci plurali, in cui si è distinto in questo caso, non essendovi una posizione ufficiale di parte, l'associazionismo cattolico? Soprattutto nel Nord colgo una domanda di innovazione, quella stessa che si manifestò in forme del tutto impreviste nel referendum abrogativo del 9 giugno 1991 e la richiesta di chiarire come il voto al No possa essere importante in questo senso. C'è una prima risposta da dare, anche se va oltre l'oggetto del referendum e che colpisce sia il No sia l'astensione. La maggioranza che ha approvato questa legge è la stessa che ha disincentivato la partecipazione, il rapporto effettivo di rappresentanza con la pessima legge elettorale con cui abbiamo votato l'ultima volta e che sta dispiegando i suoi perniciosi effetti anche sull'attività di Governo, incentivando l'esibizione di logiche micro-identitarie. Astenersi o votare Sì significa accettare o comunque assecondare anche la logica oligarchica che abbiamo sperimentato con quella legge e che il Parlamento dovrà invece cambiare radicalmente, anche sotto la pressione del prossimo quesito abrogativo. Votare No oggi è anche un modo per esprimere a posteriori un giudizio su quella scelta, anch'essa compiuta in modo blindato, sordo al dialogo. C'è poi una seconda osservazione di buon senso specificamente contro l'astensione: essa disconosce l'importanza del tema del rinnovamento delle istituzioni, i cui princìpi e valori possono indebolirsi non solo per riforme sbagliate, ma anche per il peccato di omissione delle mancate riforme. C'è infine un paradosso da segnalare contro la scelta del Sì: la riforma su cui votiamo è intimamente incoerente, assemblando principi e logiche di funzionamento opposti, per cui chi tenti di difenderla dentro un dibattito, ragionando, senza limitarsi a slogan demagogici non può comunque fare a meno di segnalare vari limiti. Così ha fatto anche il manifesto degli studiosi per il Sì. Ma se per il referendum abrogativo, nel caso di successo del Sì, abbiamo sempre affermato che eventuali leggi successive dovessero sempre approvarsi «sotto dettatura del corpo elettorale», questo non è ancor più vero per eventuale la prevalenza del Sì in un referendum che confermerebbe il precedente lavoro parlamentare? Si potrebbe modificare in profondità un testo varato già sotto la duplice dettatura del Parlamento precedente e degli elettori? Per questo se l'appello del Presidente Napolitano a ritrovare le strade del dialogo, non solo tra i poli, ma anche con le autonomie locali e regionali, con le forze sociali e culturali, a prescindere dai risultati, va comunque accettato, senza riserve, è evidente che esso potrebbe trovare esiti migliori da un tavolo sgombro anziché da uno pieno di proposte già approvate anche col crisma del popolo sovrano. La vittoria del No e il quesito abrogativo sulla legge elettorale possono rilanciare la prospettiva delle riforme nel modo più proficuo per il Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Referendum/2 Il sì sbanca lo Stato Ferdinando Targetti Molte sono le ragioni di ordine costituzionale per votare no al prossimo referendum sulla modifica della Costituzione (vedasi il «Manifesto per il No» primo firmatario Leopoldo Elia, l'Unità 17.06.06). Io vorrei concentrare l'attenzione solo su alcuni aspetti economici della «devolution» e più in generale del federalismo. Primo: efficienza nell'attribuzione di competenze. La teoria economica del federalismo (Musgrave) afferma: a. che devono essere gestite a livello centralizzato le politiche di stabilizzazione e di redistribuzione del reddito (e quindi le politiche di welfare); b. che a livello decentrato vanno attribuite le funzioni allocative; c. che queste stesse funzioni restano a livello accentrato nel caso in cui siano presenti delle esternalità. A motivo di quest'ultimo punto discende la prima considerazione circa il caso italiano e cioè che la riforma del Titolo V attuata dal centrosinistra (art 117) va corretta perché vanno riportate alla sfera di esclusività dello Stato le funzioni seguenti: le politiche relative alle reti di trasporto e navigazione; la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia; l'ordinamento delle comunicazioni; le normative sugli ordini professionali; gli incentivi alla produzione (Ricerca e Sviluppo) e alla internazionalizzazione delle imprese. Tutto questo è presente nel Programma di governo dell'Unione. Seconda considerazione: si diceva che è opportuno che le politiche di welfare restino a livello centrale. Le tre principali politiche di welfare riguardano, come è noto, pensioni, educazione e sanità. In tema di sanità in Italia si è già decentrato molto (forse troppo) e la «devolution» presente nella proposta di riforma costituzionale del centrodestra accentua le competenze esclusive a livello regionale di questa materia e inoltre aggiunge tra le materie di competenza esclusiva anche l'istruzione. Dalle analisi dell'Ocse (Learning from Tomorrow's World: First results from Pisa 2003, Parigi 2004) e di Foresti-Pennisi (Fare i conti con la scuola, in www.lavoce.info, 2005) si rileva che la percentuale di studenti 15enni con capacità matematiche tali da risolvere problemi complessi è del 50% in Finlandia e Giappone, del 33% nella media Ocse, del 20% in Italia, valore che, a sua volta, è una media di più del 30% al Nord e di meno del 10% al Sud. Il problema dell'Italia è quindi quello di aumentare l'efficacia dell'insegnamento secondario e di ridurre le differenze territoriali. Non conosco studi che inducano a pensare che si possano fare passi avanti in questa direzione attribuendo l'ordinamento scolastico come esclusiva competenza regionale. Secondo: costi del processo decisionale. Il processo decisionale democratico, sulla cui preferibilità nessuno nutre alcun dubbio, è tuttavia più lungo di quello non-democratico (si pensi alla rapidità con cui in Cina si decide di allagare una vallata per farvi una diga e di allontanare senza compensazione i residenti). Tuttavia se in un sistema democratico si eccede in lentezza e in complessità delle strutture decisionali intermedie i costi possono diventare intollerabili. In Italia abbiamo due situazioni anomale. Una riguarda i numerosi livelli decisionali: Unione europea, Stato nazionale, Regione, Provincia, Città metropolitana, Comune (e a volte comunità montana). Opportuno sarebbe lo sfoltimento e l'aggregazione e non la moltiplicazione di questi livelli, ma di questo si parla troppo poco. La seconda peculiarità negativa riguarda il bicameralismo perfetto che comporta alti costi e tempi lunghi nel varo delle leggi. Il Programma dell'Unione prevede il superamento dell'attuale bicameralismo con l'attribuzione di competenze differenziate ad un Senato rappresentativo delle Regioni e delle autonomie locali, ma la Camera può sempre legiferare anche nelle materie di competenza regionale per garantire l'unità giuridica ed economica del Paese. La riforma del centrodestra invece, attribuendo competenze esclusive alle regioni, determinerà costanti ricorsi alla Corte Costituzionale che bloccheranno e rallenteranno ulteriormente il processo decisionale. È vero che nel testo di riforma del centrodestra viene concesso al Governo la possibilità, attraverso una specifica procedura, di rimuovere una legge regionale che pregiudichi un «interesse nazionale della Repubblica», ma siccome questo interesse non è (né può essere una volta per tutte) specificato l'inserimento di questo principio sarà solo destinato ad alimentare ulteriormente la conflittualità tra stato e regioni. Terzo: responsabilità di spesa e federalismo fiscale. Il sistema a multilivello di cui si diceva deve comportare una stretta corrispondenza tra spese che sono nella potestà degli enti territoriali e risorse (date dal prelievo fiscale) con le quali finanziare quelle spese. Per lungo tempo gli enti locali italiani hanno avuto un vincolo di bilancio assai morbido perché avevano ampia autonomia di spesa, ma non dovevano andare a imporre le tasse ai loro cittadini, perché ricevevano le risorse finanziarie dallo Stato (la cosiddetta finanza derivata). Il cosiddetto federalismo fiscale tende ad ovviare a questa asimmetria, che è una delle ragioni dei problemi della finanza pubblica del nostro paese. Oggi siamo a metà del guado: esistono tributi statali destinati alle regioni (ad esempio l'Irap), compartecipazioni (all'Iva), addizionali regionali (all'Ire e all'Irap), tributi propri (l'Ici dei Comuni) eccetera, ma una grossa parte delle risorse degli enti territoriali è ancora rappresentata da trasferimenti erariali. Dal lato della spesa c'è un impegno al rispetto di un Patto di stabilità interno, e sono previste delle sanzioni (come quelle scattate in questi giorni sulla base di norme dell'ultima Finanziaria) in termini di maggiorazione delle aliquote Irap e Ire che gravano su imprese e cittadini di quelle regioni che non stanno rispettando i piani di rientro del debito sanitario. Il percorso sarà portato a compimento quando sarà data attuazione all'articolo 119 della Costituzione sul federalismo fiscale, che prevede la completa corrispondenza tra spese e risorse. Questo processo è tuttavia complesso e delicato. Un'attuazione immediata e radicale può sconvolgere la finanza pubblica a detta della stessa «Alta commissione di studio sul federalismo fiscale» presieduta dal prof Vitaletti. Quarto: costi della trasformazione federale e della «devolution». È stato fatto uno studio (Isae, L'attuazione del Federalismo, marzo 2006) che ha quantificato l'ammontare di risorse finanziarie che dovrebbero essere trasferite dallo Stato alla Pubblica Amministrazione locale in ottemperanza all'attuazione della riforma del titolo V della Costituzione. La spesa decentrata aggiuntiva per servizi e prestazioni finali, come previsto dall'attuazione dell'articolo 117, ammonterebbe a 70 miliardi di euro, di questi ben 44, cioè i due terzi, per le competenze in tema di istruzione. Se il complesso delle spese (le nuove spese di cui si diceva sopra e le la quota delle vecchie spese già finanziate con trasferimenti erariali) fosse coperto da risorse proprie (tributi locali o compartecipazioni al gettito di tributi erariali) da assicurare alle Pubbliche Amministrazioni locali, come previsto dall'articolo 119, l'aumento lordo delle risorse autonome ammonterebbe a 169 miliardi di euro. In sintesi, nell'ipotesi di costanza sia di spesa pubblica, sia di pressione fiscale complessiva, l'attuazione dell'articolo 117 determinerebbe un aumento della massa complessiva amministrata dalla Pubblica Amministrazione locale dal 15 al 21% del Pil, mentre l'attuazione dell'articolo 119 determinerebbe un aumento della pressione fiscale locale dal 6,7 al 17,7% del Pil, una quota assai superiore a quella media dell'UE e superiore anche a quella di stati federali come la Germania (12,2%). È mio parere che su questo terreno la riforma del centrosinistra del titolo V abbia fatto il passo più lungo della gamba. E ora, invece di fare dei passi indietro, la «devolution» del centrodestra vuole fare un passo ancora più lungo: il capitombolo sarebbe probabilmente inevitabile. Ad esempio allo stato attuale delle cose è dubbio che l'attuazione dell'articolo 117 comporti la devoluzione dell'istruzione alle regioni, mentre il dubbio non si pone nel caso del nuovo testo approvato nel 2005. Si noti poi che le cifre sopra riportate si riferiscono all'ipotesi di costanza della spesa complessiva. È facile immaginare che questa costanza non avrà luogo e tanto maggiore saranno i trasferimenti locali e tanto maggiore sarà la parte della spesa che verrà compiuta sia a livello centrale, sia a livello locale. Il compito del Ministro Padoa-Schioppa di ridurre la spesa pubblica diventerebbe titanico. Quinto: tensioni perequative. Nel disegnare un sistema di finanziamento ottimale per i governi subnazionali ci si trova di fronte a due obiettivi contrapposti. Da un lato bisogna responsabilizzare gli enti territoriali nella gestione finanziaria delle loro ampie competenze di spesa, riconoscendo la possibilità di differenziare il prelievo tra i diversi territori: il federalismo fiscale non può che prevedere entrate procapite diverse a secondo dei diversi livelli di reddito procapite regionale. D'altro lato tuttavia si vuole garantire al sistema della finanza decentrata un adeguato grado di solidarietà, che significa garantire il soddisfacimento di bisogni standard che non siano di livello minimo anche alle regioni più povere. Come ha recentemente scritto Alberto Zanardi «il passaggio per pervenire ad una soluzione in qualche modo soddisfacente è oltremodo stretto» (Un federalismo fiscale responsabile e solidale, il Mulino, 2006). Questo passaggio è tanto più stretto quanto più il dualismo è ampio e quanto più la quota di spesa decentrata (e quindi il grado di federalismo fiscale) è rilevante. Siccome il grado di dualismo italiano è tra i maggiori dell'Unione, non dovremmo rincorrere chimere di accelerazioni autonomiste e procedere con un sano principio di sperimentazione, che preveda anche dei passi indietro considerando che, per citare (dal libro di Zanardi) Wallace Oates, uno dei massimi studiosi del federalismo fiscale, in Italia «il movimento verso la decentralizzazione si è spinto talmente in là da prevedere una vera e propria proposta di separazione della nazione in due stati indipendenti». Non credo che gli italiani, né settentrionali, né meridionali, vogliano questo. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

Vespa, " le sottilette" e il tradimento dell'informazione Intervista a Roberto Natale, segretario Usigrai Partiamo dal comunicato diffuso dall'Usigrai sullo scandalo sessuale. Veline ora soprannominate ‘sottilette', ossia vallette accontentate a comparire sullo schermo in cambio di prestazioni sessuali. La solita vecchia storia? Questo è un tema serissimo che finora non è stato affrontato, non dico nel modo dovuto ma tout court. L'Usigrai ha scritto questo comunicato perché vuole che lo scandalo non svanisca dopo un po', come spesso succede. Deve essere l'occasione per un rinnovamento complessivo delle regole che riguardano l'intrattenimento e lo spettacolo. Il vertice della Rai deve cambiare rotta da oggi in poi, per modificare le modalità di accesso e selezione di queste ragazze che vogliono fare televisione e per contribuire a modificare il ruolo e l'immagine della donna. Finora il tema è stato poco trattato, lo ha fatto Lucia Annunziata all'epoca in cui era presidente della Rai quando si scagliò contro la valletta di Amadeus, ne L'Eredità. La scossa, la versione riveduta e corretta della mossa napoletana, fu indicata dall'Annunziata come simbolo del modo in cui la televisione trattava e tratta tuttora la donna. Cosa successe dopo le sue posizioni? Molto poco, Amadeus ribattè addirittura in modo polemico. Poco sono riuscite ad ottenere anche le commissioni per le pari opportunità che ci sono in Rai. Ma questo rimane un tema di fondo e anche una sfida perché la Rai riguadagni la sua posizione di servizio pubblico e si differenzi dalle logiche della televisione commerciale. Il problema è attuale, a prescindere dalle intercettazioni telefoniche. Basti pensare a Notti Mondiali, il programma di approfondimento in seconda serata: la telecamera indugia sulla valletta, sui suoi vari primi piani e solo sullo sfondo si vede, anzi si sente, il giornalista che commenta le partite. Parliamo invece di Vespa. Finalmente le intercettazioni telefoniche confermano quanto si è sempre sospettato ma di cui mancavano le prove. Per usare un gioco di parole connesso alle sue dichiarazioni (“Gli costruiamo un programma su misura” pronunciato da Vespa a Salvo Sottile in relazione alla presenza di Fini in trasmissione), quello di Vespa è un linguaggio da sarti e non da giornalisti. Qui occorre ribadire l'autonomia dell'informazione dal potere politico. Vespa ha ribattuto che si fa così con tutti, che tutti fanno così. A parte il fatto che per fortuna non tutti i giornalisti si comportano allo stesso modo, in secondo luogo il punto non è la par condicio, se così vogliamo chiamarla. Il punto è che non devono esserci più situazioni in cui l'informazione si accorda con la politica, questo è tradimento dell'informazione. Che provvedimenti avete chiesto al Cda della Rai in proposito? Abbiamo chiesto che il Cda assuma una posizione netta per porre fine all'informazione accordata al sistema politico. E riteniamo che questo cambio di rotta sia giusto e opportuno farlo ora, con la nuova legislatura, che non deve rifare e copiare gli errori della precedente. Il ceto politico si è abituato a mettere bocca nelle scalette dei programmi e nella scelta dei giornalisti oltre la soglia dell'immaginabile. Ne è un esempio il faccia a faccia elettorale nell'ultima campagna, in cui Prodi e Berlusconi si sceglievamo i tre giornalisti a cui sottoporsi. Questi sono i giornalisti sarti. Dal calcio alla tv. I meccanismi sono gli stessi e stanno inquinando dappertutto. Verso Mimun che posizione avete assunto? Sulla base di quanto è emerso finora, né l'Usigrai né il Cdr della Rai hanno espresso posizioni. Lì risulta che Mimun parlando con Sottile gli avesse detto di voler ospitare due ambasciatrici appena elette per aiutare la coalizione, ma questo non sembra motivo di compromissione. Vi siete confrontati con l'Ordine dei Giornalisti? Spero che l'ordine intervenga seriamente, come ha fatto per lo scandalo del calcio. Dobbiamo muoverci su tutti i fronti. Se un giornalista giovane e inesperto finisce a lavorare con Vespa, l'azienda lo tutela qualora avverta di star violando la deontologia professionale? No, purtroppo. I giornalisti dipendenti dalle reti non godono delle stesse tutele previste dal contratto giornalistico per i giornalisti dipendenti dalle testate. di Giulio Gargia e Paola Manduca www.megachip.info

Lando e la destra che non distingue l’artista dalla sciacquetta «Questi cinque anni di Rai governata dalla destra sono stati un fallimento tremendo, cinque anni in cui alla cultura si è preferito il più scadente dei cabaret. E sa perché? Perché la destra non ha mai avuto una cultura dello spettacolo, e non sa distinguere tra l’artista e la sciacquetta. Così, alla squinzia che vuole lavorare si chiede di passare prima dal divano. Del resto a destra una politica dello spettacolo non c’è, non c’è organizzazione: la Rai di destra non ha mai avuto dirigenti, ma solo caporali. Che vanno a vedere tette e culi al Salone Margherita, mentre i generali andavano al Teatro dell’Opera, all’Argentina, all’Eliseo. Che esercitano quel poco di potere che credono di avere pretendendo favori sessuali, sapendo bene che una volta finito quel potere per il sesso saranno costretti a pagare». Così Lando Buzzanca, cui tutto si può dire fuorché d’essere un uomo di sinistra, commenta il mercimonio Rai che emerge dalle intercettazioni.www.ilriformista.it/

Fratelli d’Italia Rowena Non si fa carriera in tv se non la dai. Non si è assunti alle Poste (alle Poste, santo cielo, come se fosse chissà quale posto!) se non si chiedono favori in alto. Al di là del fatto che in questa faccenda sono implicati i protagonisti di annosi - e rugosi – gossip, l’Italia poverella, familista, provinciale quant’altre mai, maleducata e prepotente, appare in tutta la sua miseria: a farlo risaltare ancor di più, i discendenti di una stirpe che già di suo non era tanto gloriosa, ridotti a commettere reati che non hanno niente di reale, piuttosto adatti a clandestini albanesi (e mi scusino tutti quelli che, fra costoro, delinquenti non sono per niente, ma piuttosto sfortunati). Eppure l’Italia è così, abituata a vincere perché compra l’arbitro, a far carriera perché papà ti aiuta, a raccomandarsi al vescovo, o al ministro diessino, comunque a raccomandarsi, a chicchessia abbia un qualche potere. E’ l’Italia in cui se non appartieni a qualche camarilla non sei nessuno: quella degli ordini professionali (ché persino i bibliotecari hanno un ordine!) e delle associazioni di consumatori che fanno ricorso contro chi fa le multe per eccesso di velocità, invece del contrario. E’ l’Italia in cui, ahimé, non ci si stupisce di nulla, tanto tutti teniamo famiglia, dalla subrettina al principe di sangue. E’ la stessa Italia in cui ministri del nuovo governo chiamano i militanti in un teatro, come è successo a Roma, domenica scorsa,e poi si alterano perché questi stessi militanti li contestano (e a ragione!): evidentemente li avevano chiamati al solo scopo di esserne acclamati (altro che la partecipazione), come le folle ai sabati fascisti (viva il nostro nuovo straordinario panciutissimo governo, ehia ehia alalà). Queste persone qualsiasi, che pretendono di avere uan loro opinione, di criticare, e di essere ascoltata, non appartiene alla cerchia dei grandi elettori, non fa parte di nessun ordine, di nessuna famiglia, di nessun clan. Quindi, non ha voce in capitolo. Quindi se ne stia zitta (possibilmente applaudendo). Quando mia figlia mi ha annunciato che voleva vivere all’estero, non ho saputo cosa dire per convincerla a restare.//www.ulivoselvatico.org/

PIU' TIFO, MENO COSCIENZA SOCIALE DI CARMELO R. VIOLA Calcio e criminalità Il capitalismo è di per sé un’entità patologica (con buona pace di quanti ancora dal governatore di Bankitalia in giù, ne parlano senza turarsi il naso) che si copre di pustole – come nella terribile malattia del pèmfigo – che scoppiano una dopo l’altra. Ogni volta è uno “scoppio di scandalo” e ci si chiede come sia potuto avvenire. Non si vuole ammettere che il capitalismo è questo: un “trinario” di criminalità: una legale (vedi chi si arricchisce “nel rispetto delle regole” e viene perfino insignito del titolo onorifico di “cavaliere” - sic!); una paralegale (dalla “mafia” alla cosiddetta criminalità economica comune, per fame e/o emulazione); la terza “intralegale” (del tipo “tangentopoli”). La pustola (o bubbone, se si preferisce) calcio sarebbe scoppiata prima o poi perché si tratta del “normale andamento” del fenomeno di vocazione (da induzione contestuale) a possedere e ad essere potenti sempre di più. Il sufficiente è quanto meno noioso. L’organizzazione del calcio è tutto fuorché un gioco e per comprenderlo non occorre conoscerne la tecnica. Un gioco è un’attività fisiologica che s’inserisce fra tutte le altre attività del soggetto e, come ognuna di esse, “nella giusta misura” con la sola eccezione della creatività che fa l’artista. Non è un mestiere e soprattutto non può essere l’espediente per camuffare, attraverso competizioni agonistiche, il fine di una “predazione”. Ma in un contesto capitalistico – competitivo per definizione (l’agonismo è un modus di derivazione animale, molto in auge nelle prime civiltà, comprese quelle greca e romana) è difficile l’esistenza di un gioco soltanto dilettantistico-ricreativo e affratellante. Nel caso in questione siamo al nonplusultra. Il calcio, di cui si parla, è lo spettacolo pubblico di un gioco, giocato da professionisti, non fine a sé stesso ma ad una successione di conquiste in ragione delle quali aumentano i compensi degli attori fino a raggiungere cifre da capogiro: un vero impudico insulto alla povertà e al senso di giustizia. Pertanto, le squadre non hanno l’obbligo della rappresentatività locale, nel senso che una di Milano può ingaggiare dei giocatori torinesi o dei sudafricani. Questi sono vendibili come merce (vedi il calcio-mercato). A loro volta, le società “sportive” sono imprese affaristiche, ora di stampo neoliberista finalizzate ai profitti parassitari, che, nei livelli più alti della gerarchia calcistica, fanno soldi a palate. I loro titolari sono dei veri “padreterni” ancora più ricchi e potenti dei “giocatori” che usano come pedine. Il tutto avviene in nome dello sport! In tale contesto, il calcio, come semplice gioco sportivo (certamente utile alla buona salute) non viene diffuso (popolarizzato), al contrario, viene negato ai più, i quali ripiegano nel cosiddetto “tifo”, che è un gioco “per partecipazione mentale-emotiva” (cerebrale, insomma). Accanto all’affarismo esasperato, che porta alla tentazione del doping sui campi dello spettacolo e ai brogli nelle sfere della regia, avvengono almeno altre quattro fenomeni negativi: a) una crescente espansione nel tempo di uno pseudo-sport che, dalla cadenza settimanale è passato pian piano alla quotidianità; b) la generale assenza di pratica sportiva sostituita dal “tifo” che alimenta l’inerzia; c)la crescente ostilità fra le “tifoserie”, che superano di molto le antiche contrapposizioni campanilistiche e producono violenze fino all’aggressione e all’omicidio (come da cronaca locale e mondiale); il tifo è un surrogato psicodinamico dell’eterofobia, dell’odio sociale e, per estensione, dello spirito bellico. Siffatto sport non affratella – come bugiardamente dicono i manovratori dei favolosi giri d’affari del settore: a smentirli basta il crescente ricorso alle forze dell’ordine per prevenire o arginare le scene da vera guerriglia urbana. d) il tifo distoglie larghe masse del popolo dagli interessi sociali. Spesso si tratta dei cittadini bisognosi che nel tifo cercano una compensazione psicologica alle frustrazioni esistenziali o uno sfogatoio della loro “rabbia” di cittadini non tutelati dal pubblico potere (il che in altre circostanze diventa vandalismo). Questa è la dimensione demagogica molto utile ai vari governi di un sistema che non può realizzare la giustizia distributiva secondo il diritto naturale e che quindi non può andare fino in fondo nella prevenzione-repressione della violenza dei tifosi per il rischio di privarsi di una comoda copertura “democratica “ (sic); inoltre, spiega la crescente occupazione di spazi nelle televisioni – vergognosamente anche in quelle pubbliche – per meglio coinvolgere ed ottundere (ubriacare-drogare) milioni di “cittadini sovrani” distogliendoli dai propri interessi vitali. Il gioco del calcio – così ridotto a strumento affaristico-demagogico – è uno dei principali “ottundori sociali” di paesi alla mercé di impostori che chiamano calcio un’attività profittifera aculturale e socialmente forviante. Trattandosi di una delle pustole del corpo del capitalismo, niente di straordinario che alla fine è scoppiata come una grossa bolla di pèmfigo, lasciando scorrere fuori il fetido pus di un organismo pietosamente ammalato. Processi sportivi e giudiziari non potranno andare fino in fondo (fino a dare un calcio ai responsabili mandandoli a lavorare!) e quindi non serviranno perché la causa principale è e resta il solo capitalismo. Per concludere, accenno ad un avvenimento recente e reale. Il Catania è passato in serie A mentre l’Acireale (la squadra rappresentativa del comune catanese, da dove scrive) è stato retrocesso. Ebbene, a comprova che “il calcio affratella” (sic!), decine di migliaia di tifosi catanesi sono venuti più volte in questo comune per gridare ad alta voce la “gioia antropozoica” di essere superiori ai tifosi acesi insultando e, ove possibile, picchiando gli stessi e abbandonandosi ad azioni vandaliche. Interventi ripetuti e massicci delle forze dell’ordine, con arresti (ma anche con feriti!) sono serviti solo a condire un pandemonio degno di scene di “invasioni barbariche” di altri tempi. Resta la grande inesprimibile verità, comoda ai bugiardi di questo pubblico potere: “più tifo, meno coscienza sociale”! Carmelo R. Viola Fonte: http://www.rinascita.info/ Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_attualita/Calcio_e_criminalit.shtml 15.06.2006

L’esercito dei blogger cresce e fa gola al partito democratico NEW YORK Quando Markos Moulitsas Zuniga, detto Kos, dal suo nome di battaglia negli anni in cui indossava la divisa dell’esercito americano, entra nel salone delle feste del Riviera hotelecasino di Las Vegas, si sentono applausi e urla di gioia, come se la folla avesse visto il fantasma di Elvis Presley o l’erede di Frank Sinatra, due habitué della capitale del gioco d’azzardo. Kos, 34 anni (ma ne dimostra anche meno), madre salvadoregna padre greco, saluta i mille bloggers arrivati da ogni angolo degli States e va subito al sodo: "Siamo nel 2006 dice e siamo arrivati a destinazione. Entrambi i partiti ci hanno deluso: i repubblicani perché non sanno governare, i democratici perché non sanno farsi eleggere. Adesso è arrivato il nostro turno". I bloggers di Las Vegas, per lo più giovani liberals, ricominciano a battere le mani. E’ quello che volevano ascoltare. Si sentono infatti i protagonisti di una nuova stagione politicomediatica, che assicurano avrà risvolti su ogni campo dell’attività umana, a cominciare dalla gestione della cosa pubblica e dell’economia privata. Di sicuro trovano interlocutori attenti e interessati. Al Riviera hotel, infatti, arrivano anche esponenti di punta del partito democratico, come il presidente Howard Dean e un manipolo di candidati presidenziali (Bill Richardson, Mark Warner, Wesley Clark). Blog, come ormai sanno tutti, è un’abbreviazione del termine weblog, coniato da Jorn Barger nel 1997, che significa inserimento in un sito Internet. Si riferisce a commenti, pettegolezzi, notizie, diari, scritti e diffusi da milioni di navigatori della rete. Il fenomeno è cominciato spontaneamente agli albori del web e ora si è allargato a macchia d’olio diventando una componente essenziale della civiltà informatica. Technorati, uno dei maggiori motori di ricerca di blog, assieme a Google, Yahoo, PubSub e IceRocket, ne ha indicizzati 44,1 milioni. E la cifra si riferisce solo al mese in corso, perché il numero raddoppia ogni cinque mesi e mezzo. Secondo qualche guru, la "blogosfera", come viene chiamato il mondo dei blog, è destinata a sostituire i vecchi media, relegando in un angolo la televisione e la carta stampata. E’ una previsione azzardata, come ha spiegato Gianni Riotta sul "Corriere della sera". I nuovi strumenti di informazione tendono ad aggiungersi ai vecchi, non a eliminarli. Eppure il "Blogging boom" ha ripercussioni di grande portata. "Cambierà il modo in cui farete gli affari", ha scritto il settimanale economico più diffuso negli States, Business Week, consigliando a manager e imprenditori di non sottovalutarlo, perché diventa uno strumento di marketing e di finanza, se non altro da parte della concorrenza. I blog stanno soprattutto trasformando il modo in cui il pubblico informatico, specie tra le giovani generazioni dal clic facile, forma le sue opinioni, sceglie gli orientamenti e coordina le iniziative. Proprio per questo il suo ruolo politico è destinato a crescere, come conferma l’interesse dei democratici per la convenzione dei blogger di Las Vegas, dieci giorni fa, intitolata YearlyKos, cioè "Kos annuale", per distinguerla dal sito www.dailykos.com, cioè "Kos giornaliero" fondato da Markos Moulitsas. Quel sito è tra i più seguiti negli ambienti politici washingtoniani. Lì, ad esempio, dopo che l’expresidente del consiglio Silvio Berlusconi andò a parlare al Congresso, alla vigilia delle elezioni di aprile, un deputato democratico si affrettò a riportare in un blog le sue impressioni (tutte negative) e a ironizzare sul fatto che il discorso era stato pronunciato in italiano, senza traduzione simultanea, costringendo i parlamentari americani ad applaudire per ragioni di cortesia, senza capire nulla dell’intervento. E proprio sull’onda del successo di dailykos, Moulitsas che secondo il New York Times è il blogger più influente d’America ha chiamato a raccolta i suoi fans promettendo che la conferenza diventerà un appuntamento annuale. Invitato al Riviera Hotel, Howard Dean, l’exgovernatore del Vermont ed excandidato presidenziale che ora presiede il partito democratico, ha parlato dei bloggers come "il futuro della politica americana". Dean aveva un debito di riconoscenza. Proprio loro, infatti, lo aiutarono nel 2004 a raccogliere 59 milioni di dollari per finanziare la sua campagna per la "nomination", che però fu vinta da John Kerry. A Las Vegas Dean ha sottolineato il ruolo dei blog nella formazione dell’opinione pubblica e ha chiesto una mano per sconfiggere i repubblicani. Indubbiamente la "blogosfera" è più di sinistra che di destra. Mentre i repubblicani ruotano attorno a stazioni radio conservatrici e a conduttori arrabbiati come Rush Limbaugh, i democratici si affidano sempre di più ai blog. Senza rendersi conto, spesso, che la "blogging community" è molto indipendente, volubile, refrattaria alla disciplina di partito e agli ordini di scuderia. E lo si è visto chiaramente nelle elezioni del 2004: la mobilitazione a favore di Dean non si è poi tradotta in una sconfitta per George W. Bush. Anche adesso molti bloggers sembrano più attratti dal progetto di trasformare il mondo politico e il suo linguaggio, che non dalle prospettive di vittoria dei democratici nelle elezioni di novembre di "midterm", quando sarà rinnovata tutta la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, o nell’appuntamento presidenziale del 2008. D’altra parte i leader democratici non possono prescindere dalla "blogosfera": di qui un rapporto intenso, ma anche pieno di ambiguità e ipocrisie. "Siete una voce essenziale della politica americana", ha detto ai mille bloggers di Las Vegas Bill Richardson, exministro di Bill Clinton, exambasciatore alle Nazioni Unite, e ora governatore del New Mexico e candidatoombra per la Casa Bianca. In un primo momento Richardson aveva deciso di restarsene a casa, ma all’ultimo minuto è arrivato alla "convention" con l’obiettivo ufficiale di salutare il "potere dei blog" e la speranza segreta di trovare alleati per il suo sogno presidenziale. Lo stesso approccio, metà celebrativo metà strumentale, ha caratterizzato la presenza a Las Vegas di altri papabili democratici. "Il vostro ruolo si rafforza di giorno in giorno", ha detto alla platea Harry Reid, senatore del Nevada e capogruppo democratico. "Ammiro la vostra capacità di dire la verità e il vostro impegno, che ci ha permesso di fermare il tentativo di Bush di privatizzare la social security". I bloggers sono già stati i protagonisti (e vincitori) di tante battaglie del genere. Hanno anche avuto una funzione di primo piano negli scandali americani, diffondendo le notizie e organizzando lo sdegno popolare. Ne è rimasto vittima anche Dan Rather, l’exanchorman della "Cbs", costretto dalla insurrezione dei blog a chiedere scusa per una notizia non corretta sul passato di Bush. A corteggiare i bloggers liberal di Las Vegas sono venuti anche l’exgenerale della Nato (e della guerra del Kosovo) Wesley Clark, che ha intenzione di candidarsi per la nomination nel 2008. Un altro papabile, Mark Warner, l’exgovernatore della Virginia, ha invitato tutti i convegnisti a un ricevimento a un altro albergocasinò, lo Stratosphere. Ma nei quattro giorni della conferenza tra i tavoli verdi e le roulette c’è un volto che non si è fatto vedere mai: quello di Hillary Clinton. L’exfirst lady, ora senatore di New York, è in pole position per il 2008, ma ha deciso di tradire i bloggers. "Aveva altri impegni", ha spiegato la portavoce Lorraine Voles. In realtà la Clinton aveva paura dei fischi per la sua posizione favorevole alla guerra in Iraq, che trova ben pochi consensi nella "blogosfera". "Nel nostro ambiente spiega Kos senza peli sulla lingua non è amata per niente". Affari & Finanza

Strage di donne Guatemala, 135 donne ammazzate in cinque mesi. Ma le forze di polizia non indagano di Mario Polanco Tra gennaio e maggio di quest’anno sono state sequestrate circa 150 donne: 135 sono state torturate, minacciate, violentate e poi ammazzate. Le poche sopravvissute preferiscono tacere, non denunciare l’accaduto per timore di rappresaglie. E’ la tragica realtà del Guatemala, dove le autorità preferiscono far finta che tutto ciò non avvenga. Anche Messico ed El Salvador. E a comportarsi come se niente fosse non sono soltanto le forze dell’ordine guatemalteche: le autorità di molti altri paesi, come Messico ed El Salvador, fanno lo stesso, nonostante nel loro territorio si commettano gravi crimini, rivolti in particolar modo contro la popolazione più povera. E questo scenario si fa più grave quando si tratta di donne. E’ usuale che questi casi siano addirittura lasciati irrisolti a priori, come se si trattasse di esseri inesistenti. Gli assassinii delle donne vengono semplicemente occultati, non si denunciano e quando si apre qualche caso viene, poi, insabbiato la maggior parte delle volte. Guatemala. Le 135 donne uccise in soli cinque mesi si vanno ad aggiungere alle 2.600 ammazzate dal 2001. Eppure, esaminando gli archivi dei tribunali, la lista dei detenuti è vuota: non una sola persona è stata detenuta o almeno indagata per questi crimini. Le autorità, per la maggioranza composte da uomini, vedono queste morti con indifferenza e hanno cominciato a far qualcosa solo nel momento in cui le pressioni internazionali sono aumentate. A partire dalle campagne in altri paesi e di fronte a organizzazioni come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), hanno cominciato a darsi da fare, a incarcerare qualche responsabile, a fare statistiche sugli arresti, basandosi per lo più su dati gonfiati. Le diverse informazioni che le autorità guatemalteche danno alla comunità internazionale sono solo sulla carta. Dicono che esistono leggi o politiche di protezione della donna contro gli abusi o che si sta investendo a favore delle bambine, ma nonostante le leggi siano molto promettenti, il problema non è la loro carenza, ma il loro rispetto. Echi lontani. La preoccupazione per la strage di donne ha investito diversi paesi. Alcuni membri del congresso degli Stati Uniti hanno inviato lettere a parlamentari e ministri del governo del Guatemala. Jan Schakowky, parlamentare democratica dell’Illinois, ha lanciato al Congresso una campagna per esigere dalle autorità guatemalteche di indagare e punire con la detenzione l’uccisione delle donne. Il problema è assai complesso. E’ necessario cambiare l’intera realtà delle donne guatemalteche, non solo evitare che si verifichino ancora omicidi. Il Guatemala ha bisogno di campagne di sensibilizzazione che parlino alla donna nubile o vedova, indigena o latina, cattolica o evangelica, giovane o anziana, e le racconti i suoi diritti e a quali istituzioni rivolgersi per salvaguardarli. In questo paese, la violenza domestica è all’ordine del giorno. Nonostante le poche denuncie e le poche indagini, si sa di abusi e violenze dei mariti sulle mogli, che subiscono in silenzio poiché dipendono economicamente dai loro uomini. Il Guatemala è una società altamente maschilista, pertanto è estremamente necessario che si facciano valere i diritti delle donne. La comunità internazionale deve supervisionare la situazione delle donne del Guatemala e di altri paesi giocando il ruolo di vigile: solo globalizzando le lotte a favore della giustizia si otterrà un avanzamento nel rispetto di tutte le cittadine del mondo.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5669

L'Iraq ''segreto'' in un dossier Confidential. Il quotidiano britannico Indipendent pubblica il rapporto riservato inviato dall'ambasciatore statunitense a Baghdad a Condoleezza Rice *** “Il personale iracheno dell'ufficio relazioni pubbliche si è lamentato che gruppi di islamici e di miliziani hanno avuto un effetto negativo sulla loro routine quotidiana. Le molestie circa il modo di vestire e le abitudini diventano costantemente più persuasive. Anche i black-out e i prezzi del carburante contribuiscono a diminuire la qualità della vita...”. Comincia così il rapporto confidenziale inviato dall'ambasciatore statunitense a Baghdad, Zalmay Khalizad, al segretario di stato Condoleezza Rice e pubblicato ieri dal quotidiano britannico Independent. Il documento, datato 6 giugno, offre un quadro sconfortante della situazione in Iraq, smentendo clamorosamente i proclami ottimistici lanciati dal presidente George W. Bush in occasione della sua recente visita a Baghdad. Malgrado l'insediamento del primo governo costituzionale guidato da Nuri al-Maliki, le condizioni di vita degli iracheni peggiorano costantemente e, scrive Khalizad, “così l'oggettività, la civiltà e la logica necessarie a un ambiente di lavoro funzionale se le pressioni sociali al di fuori della Zona Verde non si allentano”. Gli spazi di libertà per le donne che lavorano si riducono sempre di più: “Una sciita che preferisce abiti occidentali si è sentita consigliare da una sconosciuta nel suo quartiere di portare il velo e smettere di guidare la macchina ... Alcuni gruppi spingono le donne a coprirsi persino il volto, un livello non raggiunto nemmeno in Iran nel periodo più conservatore”. Anche per gli uomini indossare i jeans o pantaloncini corti in pubblico è diventato pericoloso. La violenza settaria è fuori controllo, con rapimenti e episodi di pulizia etnica in tutti i quartieri. Khalizad racconta di un membro del suo staff che ha scelto di emigrare dopo una serie di minacce mentre un altro, una sciita, “non può più vedere il telegiornale con la madre, una sunnita, perché questa accusa gli sciiti al potere di tutti i fallimenti del governo”. Gli standard della vita materiale non accennano a migliorare nella maggior parte dei quartieri: l'energia elettrica c'è solo un'ora ogni sei e, in un paese ricchissimo di petrolio, manca il carburante. Ma, racconta l'ambasciatore, se un ministro viene ad abitare nella zona, immediatamente la corrente elettrica è assicurata 24 ore al giorno. Khalizad racconta che un atteggiamento “da milizia” si è insinuato persino tra le guardie che proteggono la Zona Verde: “Un'impiegata ci ha chiesto di procurarle documenti da giornalista, perché le guardie cui ha mostrato la sua tessera hanno proclamato ad alta voce 'Ambasciata!'. Un'informazione del genere equivale a una sentenza di morte se sentita dalle persone sbagliate”. Dal rapporto si evince anche che il controllo del territorio esercitato dal governo è pressoché nullo: in ogni quartiere ci sono “alasa”, informatori “che tengono d'occhio chi arriva da fuori” e ogni zona ha il proprio specifico modo di vestire e di parlare, da rispettare scrupolosamente se si vuole stare fuori dai guai. “La sicurezza personale dipende dai buoni rapporti con i governi di “quartiere”, che bloccano le strade e impediscono l'accesso agli “esterni”. Non ci si fida più della maggior parte dei propri vicini”.www.aprileonline.info

Spagna, la nuova Florida europea Pensionati tedeschi ed inglesi prediligono sempre di più le coste spagnole per la pensione. Clima gradevole, copertura sanitaria e basso costo della vita: ecco la Florida mediterranea. Alcuni tedeschi in Spagna (Ivan Sánchez) Nonostante i suoi settanta anni appena compiuti e diverse operazioni gravi di cui preferisce non parlare, Geraldine ha ancora tutta la sua vitalità. Prima delle nove di mattina arriva con agili passi insieme al cane Keny per una passeggiata in riva al mare. «Ora un buon caffè al bar del mio amico Antonio e poi a casa» commenta tutta contenta in uno spagnolo tutto suo, che ha bisogno di qualche gesto per essere compreso. Vacanze per sempre Quasi tutti nel quartiere conoscono Geraldine Riemer e suo marito, una coppia tedesca in pensione che ha comprato casa in Spagna. In un primo momento casa per le vacanze, poi residenza permanente. Così decisero di vendere il loro albergo a conduzione familiare in Germania e scelsero come località Denia, un piccolo comune della costa orientale spagnola. E non sono gli unici. Del 1.352.000 immigranti europei residenti in Spagna nel 2005, i tedeschi sono la terza comunità più numerosa (133.000), dietro soltanto alla Romania (317.000) e all’Inghilterra (227.000), secondo l’Ine (Istituto Nazionale di Statistica spagnolo). Ma qual è l’attrattiva principale? Con un gran sorriso e le braccia aperte Geraldine esclama: «Il sole e il mare!». Certo era questo che cercavano quando arrivarono, ma la verità è che hanno trovato qui uno stile di vita a cui ora non rinuncerebbero più: «La siesta? Tutti i giorni! ». Sopra il tavolo di tanto in tanto una paella. La madre di Geraldine vive in Germania e ha 97 anni. «Vado a trovarla, ma dopo qualche giorno tutto questo mi manca: non mi trovo più a casa in Germania». Un ambiente pieno di facilitazioni Il caso della Riemer non è isolato, anche se lei è una dei pochi tedeschi che parlano spagnolo. Le strade di Denia sono piene di anziani di tutte le nazionalità, ma i tedeschi sono la maggioranza in questa cittadina di 42.000 abitanti. Paz Collado, impiegata in una farmacia del centro, riceve i suoi clienti in tedesco, inglese e francese. «Non ho trovato altra soluzione che imparare altre lingue» commenta servendo una coppia olandese. «Non capivo cosa mi chiedevano». Questa è una delle ragioni per cui molti tendono a socializzare tra loro anche se non è l’intenzione principale all’arrivo in Spagna. Un signore sulla settantina arriva in bicicletta nella piazza principale, scende, compra il giornale e saluta in tedesco un gruppo che fa colazione. Nonostante non parli spagnolo e faticando a parlare inglese, gli riesce difficile pensare a qualcosa che gli manca del suo paese. «Di sicuro non il clima!» scherza. Per molti l’estate, i mesi di massima concentrazione turistica, è il momento di fare una pausa e tornare nel proprio paese. Per altri invece è la possibilità di ricevere visite dai familiari. Questo fenomeno negli ultimi anni è in grande crescita. I progressi nell’integrazione europea favoriscono la mobilità di tutti i fattori (moneta, sanità, assicurazioni, etc.). Secondo Paz Collado «molti di loro sono soli e alcuni nemmeno autosufficienti, ma la copertura sanitaria funziona senza problemi, sia quella privata che quella pubblica». Basta fare una passeggiata in città per rendersi conto dell’enorme quantità di centri di assistenza medica i cui cartelli sono scritti sia in spagnolo che in tedesco. Pflege Siggi è un altro buon esempio. Medico a domicilio a Denia e dintorni (Jávea, Moraira, Benissa, Calpe), offre assistenza 24 ore su 24. Un impegno di questo tipo disimpegna l’Associazione di trasporto sanitario Amigos Europeos de Jávea, con duemila soci e seimila beneficiari, che copre anche il comune di Denia. «Perché faccio la coda con gli extracomunitari?» Secondo le statistiche la popolazione straniera di Denia è aumentata di più del 140% dal 2001 al 2006. E c’è da aggiungere anche che negli ultimi vent’anni Denia è cresciuta dell’88%. Probabilmente questa eccessiva crescita della popolazione ha conseguenze nel paesaggio urbano, ma Denia conserva il suo carattere di piccolo paese. A differenza di altre cittadine del Mediterraneo spagnolo si può dire che Denia ha saputo conciliare l’invasione dei turisti con la propria identità e tradizione. Alla fine di aprile si continua a celebrare la tradizione di moros y cristianos, una messinscena di uno sbarco ed una lotta nel castello nel più tradizionale stile medievale. Inoltre Denia non rimane deserta d’inverno come succede invece in altri paesini della costa. È probabile che tutte queste circostanze la facciano diventare il luogo privilegiato per i più anziani, che vogliono approfittare della pensione per godersi la tranquillità del mare e del clima del Mediterraneo. Ma rimangono questioni irrisolte: per Geraldine è scandaloso che, pur essendo europea, debba andare cinque volte all’anno a Valencia a fare ore di coda per rinnovare la sua carta di residente. «Perché faccio la coda con gli extracomunitari?» si domanda indignata. Cristina Barroso Durán - Denia (Valencia) -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7208

Le violenze nello Sri Lanka Reuters, BBC, Council on Foreign Relations I ribelli delle Tigri di Liberazione Tamil sono sospettati di aver sferrato l'attacco dinamitardo che la settimana scorsa ha ucciso 64 persone nello Sri Lanka. Chi sono le Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil? Hanno legami con al-Qaeda o altri gruppi terroristici? dall'agenzia Reuters I ribelli delle Tigri di Liberazione Tamil sono sospettati di aver sferrato l’attacco dinamitardo che la settimana scorsa ha ucciso 64 persone a bordo di un autobus nello Sri Lanka. Si tratta dell’atto più violento dalla tregua del 2002, che aveva provocato un’ondata di attacchi aerei contro le posizioni dei ribelli. Il governo ha dichiarato che i ribelli hanno fatto esplodere due mine di tipo “spadone” piazzate una accanto all’altra: queste, armate di biglie, chiodi e bulloni che vengono espulsi in tutte le direzioni dal dispositivo, hanno crivellato di proiettili l’autobus sovraccarico di passeggeri mentre viaggiava su una strada isolata vicino al territorio dei ribelli. All’ospedale della città di Anuradhapura, nella zona centro-settentrionale del paese, si piangeva la perdita di intere famiglie. “L’autobus è stato spazzato via,” ha detto all’agenzia Reuters Chintha Iraniani, sopravvissuta all’attentato: la donna di 37 anni stava accompagnando in una clinica i suoi tre figli, che sono invece fra le vittime. “C’erano sangue e parti umane ovunque. Sono svenuta. Ho visto i corpi dei miei figli all’ospedale”. Un cameraman della Reuters Television ha riportato che la strada accanto all’autobus rovesciato era piena di vetri e di sangue. All’ospedale dichiara di aver visto cadaveri lacerati e bruciati compresi quelli di donne e bambini: questi ultimi sarebbero 13 secondo fonti ufficiali. La maggior parte dei passeggeri apparteneva alla comunità cingalese, la più numerosa dell’isola. Il governo ha asserito che le Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil (LTTE) volevano provocare una reazione violenta contro la minoranza etnica Tamil a supporto delle loro richieste di uno stato autonomo. “Dobbiamo tenere in seria considerazione l’accordo del cessate il fuoco e se possibile rafforzarlo,” ha commentato il portavoce del governo Kehilya Rambukwella in una conferenza stampa. Il presidente Mahinda Rajapakse dopo l’attacco si è subito recato a Anuradhapura per far visita alle vittime e ha tenuto un breve discorso ribadendo l’impegno per la pace del governo. Le Tigri hanno negato il loro coinvolgimento nell’attacco, ma pochi hanno creduto a questa smentita per la somiglianza di questo attentato ad altri contro obiettivi militari. Dall’inizio di aprile sono morte più di 500 persone e molti temono che l’isola rischi un ritorno alla guerra civile. “Non siamo in nessun modo coinvolti in questa strage di civili innocenti,” ha detto S. Puleedevan, capo delegazione per i negoziati di pace delle Tigri. “Il governo dello Sri Lanka ha il dovere di indagare sul rispetto della legge e dell’ordine nel territorio”. La borsa dello Sri Lanka ha chiuso in ribasso di quasi il 3% nei notiziari, e gli operatori temono che un ritorno alla guerra possa portare ad attacchi suicidi delle Tigri Nere nella capitale. “Il messaggio che emerge è che non si fermeranno davanti a niente,” ha detto Jehan Perera, direttore nazionale del think-tank National Peace Council. “Ci stanno dicendo che colpiranno anche obiettivi civili se le loro richieste non verranno soddisfatte. O forse stanno cercando di spingere il governo ad intraprendere una guerra”. I ribelli hanno riferito che il governo ha sferrato attacchi aerei nelle zone costiere nord-orientali del loro territorio. Ci sono state delle vittime, hanno detto, ma non hanno fornito ulteriori dettagli. Il governo ha rifiutato di commentare qualsiasi rappresaglia, ma una fonte militare ha riferito che cacciabombardieri israeliani sono stati usati per colpire obiettivi ribelli. Si tratta dei primi attacchi aerei contro i ribelli dal mese di maggio. Molti temono che il processo di pace stia giungendo alla fine. Le Tigri sono uscite dalle trattative di pace in aprile, ma hanno accettato di partecipare al dialogo la settimana scorsa ad Oslo per discutere del controllo della sicurezza della tregua. Tuttavia una volta arrivati si sono rifiutati di incontrare i funzionari dello Sri Lanka. La settimana scorsa il mediatore norvegese ha scritto alle due parti chiedendo loro di impegnarsi nuovamente nella tregua. Il governo ha risposto di essersi impegnato, ma di non avere ricevuto risposta dalle Tigri. Tuttavia, i diplomatici affermano che né le Tigri, né il governo hanno dimostrato sufficiente flessibilità e paura che la violenza possa rigettare il paese in una guerra che finora ha già ucciso più di 64.000 persone. dalla BBC Le forze aeree dello Sri Lanka intensificano i raid Le forze aeree dello Sri Lanka hanno attaccato nuovamente alcune posizioni tenute dai ribelli Tamil come ritorsione dopo il disastroso attacco all’autobus di giovedì scorso. Almeno 5 bombe sono state sganciate vicino a una pista delle Tigri Tamil nei pressi di Kilinochchi: pare non ci siano state vittime. L’attacco all’autobus ha ucciso almeno 60 persone, molti di loro erano bambini. Nonostante le Tigri Tamil abbiano negato qualsiasi coinvolgimento, il governo li ritiene colpevoli e ha lanciato una prima ondata di raid sulle loro postazioni lo stesso giovedì. Gli attacchi aerei sulle periferie di Kilinochchi sono durati circa mezzora, costringendo coloro che sono impegnati in attività di assistenza e i giornalisti a nascondersi nei bunker. Le Tigri Tamil hanno avvisato che un attacco diretto alla città sarebbe considerato come una “dichiarazione di guerra”. Dumeethra Luthra, inviata della BBC a Kilinochchi afferma che si teme un’escalation di violenza su larga scala. Violenza in aumento Il portavoce del governo Keheliya Rambukwella ha affermato che l’amministrazione dovrebbe “prendere seriamente in considerazione” il cessate il fuoco firmato nel 2002. La violenza in Sri Lanka è cresciuta sin da aprile, quando il dialogo fra i ribelli e il governo si è interrotto. L’attacco all’autobus, che è avvenuto in un’area di maggioranza etnica cingalese vicino al territorio dei ribelli, è stato il più disastroso che abbia coinvolto civili da quando la tregua è stata firmata. Le Tigri hanno negato un coinvolgimento dicendo che le mine potrebbero essere l’opera di un gruppo paramilitare legato al governo. Le forze aeree dello Sri Lanka hanno bombardato anche postazioni a Sampur, nella parte orientale dell’isola. dal Council on Foreign Relations Chi sono le Tigri di Liberazione dell’Eelam Tamil? Le Tigri di Liberazione dell’Eelam Tamil (LTTE) sono un gruppo separatista che vuole uno stato indipendente nelle aree dello Sri Lanka abitate dall’etnia Tamil (Eelam significa appunto patria in lingua Tamil). Le LTTE, note anche come Tigri Tamil, a questo scopo si sono servite della guerriglia convenzionale, e strategie terroristiche, mettendo in atto 200 attentati suicidi nella sanguinosa guerra civile che in venti anni ha spezzato 60.000 vite e sfollato centinaia di migliaia di persone. Il Dipartimento di Stato americano colloca le Tigri Tamil fra le organizzazioni terroristiche straniere. Le LTTE hanno legami con al-Qaeda o altri gruppi terroristici? No, gli esperti sostengono che le laiche e nazionaliste Tigri al momento non abbiano legami né con al-Qaeda né con le loro affiliazioni radicali islamiche né con altri gruppi terroristici. Tuttavia, alcune delle innovazioni delle Tigri, come ad esempio il congegno a “giacca” indossato dai kamikaze, sono state copiate da al-Qaeda, dalle milizie libanesi degli Hezbollah e da gruppi Palestinesi quali Hamas e le Brigate Martiri di al-Aqsa. Secondo gli esperti, agli inizi le LTTE si sono addestrate insieme all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il gruppo potrebbe ancora venire a contatto con altre organizzazioni terroristiche attraverso il commercio illegale di armi. Chi sono i Tamil? I Tamil sono un gruppo etnico che vive nel sud dell’India (soprattutto nello stato di Tamil Nadu) e in Sri Lanka, un’isola di 19 milioni di persone al largo dell’estremità meridionale dell’India. I Tamil costituiscono circa il 18% della popolazione totale e vivono per lo più nelle aree settentrionali e orientali dell’isola. La religione e la lingua (la maggioranza è induista e la lingua parlata è il Tamil) li differenziano dai tre quarti della popolazione dello Sri Lanka che appartiene invece al gruppo etnico cingalese, buddista nella maggior parte dei casi e parlante la propria lingua (il cingalese). Quando lo Sri Lanka era una colonia britannica, la minoranza Tamil godeva di un trattamento preferenziale. Tuttavia, dal 1948, anno in cui lo Sri Lanka è divenuto uno stato indipendente, a governare il paese è la maggioranza Cingalese. Il resto della popolazione comprende anche gruppi musulmani, e minoranze cristiane Tamil e Cingalesi. Le LTTE hanno avuto un ruolo attivo dall’11 settembre? No, l’ultimo attacco di una certa importanza risale a luglio 2001 quando un kamikaze ha ucciso 14 persone all’aeroporto internazionale. Nel febbraio 2002, le LTTE hanno firmato una tregua permanente con il governo; da marzo a maggio dello stesso anno ha avuto inizio il disarmo e nel dicembre 2002 il governo e i ribelli si sono accordati per la condivisione del potere. I negoziati nel 2004 sono stati ostacolati da diverse violenze, ma dopo il terremoto e lo tsunami di dicembre che ha ucciso più di 30.000 persone vi è stata una relativa pausa negli scontri fra governo e ribelli. Tuttavia, ad agosto 2005 l’assassinio di Lakshman Kadirgamar, Ministro degli Esteri dello Sri Lanka - del quale sono sospettati i ribelli che hanno però negato ogni coinvolgimento - ha nuovamente rallentato il già precario stato dei negoziati. Che tipo di atti terroristici sono stati messi in atto dalle Tigri? Le Tigri sono note per gli attacchi suicidi: dalla fine degli anni ’80 sono stati 200 gli attentati kamikaze, ben piú di ogni altro gruppo terroristico. In questi attacchi sono stati colpiti i civili nei luoghi più affollati, nei templi buddisti e negli edifici pubblici. Nell’ottobre del 1997, un camion carico di esplosivo ha ucciso 18 persone nell’edificio alto 39 piani del World Trade Centre di Colombo, la capitale dello Sri Lanka. Oltre agli attacchi suicidi, le LTTE hanno utilizzato cariche esplosive contro obiettivi civili e politici e freddato funzionari e semplici cittadini dello Sri Lanka. I combattenti delle LTTE portano delle capsule di cianuro intorno al collo per essere in grado di suicidarsi in caso di cattura. Le Tigri hanno provato ad uccidere politici di alto livello? Si, lo hanno fatto. Ci sono stati attentati kamikaze delle Tigri contro leader politici sia dello Sri Lanka che dell’India: maggio 1991 assassinio dell’ex-Primo Ministro indiano Rajiv Gandhi durante una manifestazione elettorale in India; maggio 1993 omicidio del Presidente dello Sri Lanka Ranasinghe Premadasa; luglio 1999 omicidio di un membro del Parlamento dello Sri Lanka, Neelan Thiruchelvam, di etnia Tamil coinvolto nelle trattative di pace promosse dal governo; dicembre 1999 un paio di attacchi suicidi a Colombo hanno ferito il Presidente dello Sri Lanka Chandrika Kumaratunga e nel giugno 2000 omicidio del Ministro per l’Industria dello Sri Lanka C.V. Goonaratne. Traduzione a cura di Anna Lucca per Nuovi Mondi Media Sul tema vedi 'A cena con i terroristi – Incontri con gli uomini più ricercati del mondo', di Phil Rees – regista di numerosi documentari per la BBC e autorevole collaboratore di 'The Independent', 'The Guardian' e di 'The New Statesman'. Rees ha speso buona parte della sua ventennale carriera di inviato di guerra raccontando storie di militanza armata in giro per il mondo. Di seguito un estratto del suo libro. Lo scontro di definizioni “Una definizione di terrorismo è impossibile; il terrorismo è solo la violenza che non vi piace”. Professore Richard Rubinstein, Center for Conclict Analysis and Resolution, George Mason University, Virginia La strada che conduce da Tangalle a Matara nello Sri Lanka meridionale passa accanto ad alcune delle spiagge più incantevoli del mondo. Erano circa le sette del mattino, l’aria era tersa e frizzante, la cappa di afa non era ancora scesa sul giorno. Sulla strada tortuosa si era riunito un capannello di persone con i sarong colorati. Ai loro piedi giaceva disteso il cadavere di un uomo, colpito alla testa con un singolo proiettile. Un segno intorno al collo rivelava che era membro di un’organizzazione marxista ribelle che colpiva poliziotti e rappresentanti del governo. Io stavo andando a fare visita all’ispettore capo Ronnie Gunasinge, alla stazione di polizia di Matara. Quando gli dissi che avevo visto un morto, reagì come l’ispettore Clouseau. “Mi sta parlando di un omicidio! Il primo da mesi in questo distretto”. Tirò su la cornetta del telefono e gridò a un sottoposto: “Sguinzaglia i cani antidroga. Fai l’impossibile. Dobbiamo trovare questo killer”. La verità era che Gunasinge sapeva esattamente chi era il killer: un collega dei servizi di sicurezza. Magari era stato lui stesso a impartigli quell’ordine. Questo fu il primo di molti cadaveri di giovani che vidi, scaricati al lato della strada di notte, spesso in pile di cinque o più persone. La vita quotidiana proseguiva mentre scolari e passanti superavano i cadaveri ammucchiati. La notte successiva, intorno al collo dei morti venivano sistemati dei copertoni poi dati alle fiamme. La mattina si sarebbe trovato un mucchietto fumante di ossa e fuliggine. Nel 1988 lo Sri Lanka meridionale era un paesaggio di carneficina e silenzio. Tra il 1988 e il 1990, le squadre della morte appoggiate dal governo assassinarono tra le quarantamila e le sessantamila persone sospettate di appartenere allo JVP (Janatha Vimukthi Pereamuna, o Fronte di liberazione del popolo), un movimento nazionalista cingalese di sinistra che si opponeva alle concessioni fatte alla minoranza tamil dello Sri Lanka. Più tardi venni condotto lungo un sentiero in mezzo alla giungla a un appuntamento con cinque o sei membri dello JVP che si erano raccolti sotto un grande albero Bo. Portavano tutti dei sarong senza camicia ed erano equipaggiati con armi artigianali. Nessuno mostrava più di venticinque anni. Uno di loro mi offrì del tè da un thermos. “Siamo patrioti”, mi disse. “Stiamo combattendo gli indiani che occupano il nostro territorio”, proseguì riferendosi alla forza di peacekeeping inviata per fare da moderatrice in un altro conflitto tra il governo e le Tigri del Tamil. “Stiamo combattendo una guerra patriottica. Siamo come i combattenti che hanno liberato Cuba o il Vietnam”. I media descrivevano i giovani coinvolti nel movimento rivoluzionario, responsabile della morte di decine di poliziotti, come terroristi. Le forze di sicurezza sembrava avessero ricevuto l’ordine dal Primo Ministro, Ranasinghe Premadasa, di “frantumare le palle” ai rivoltosi e ricevevano ricompense quotidiane in denaro in base al numero di giovani uccisi. Il regime usava il termine “terrorismo” per diffamare lo JVP. Ronnie Gunasinge mi disse che la strategia delle forze di sicurezza era quella di “mostrare le atrocità commesse dai terroristi allo scopo di dividerli dal popolo”. Questo significa spesso incolpare il gruppo di omicidi commessi dalle forze di sicurezza. Un poliziotto impegnato nella repressione anti-JVP mi fece una dichiarazione illuminante: “Se ammazziamo un centinaio di giovani e sei di questi sono terroristi, allora l’operazione è stata un successo”. La polizia terrorizzava la popolazione cingalese dello Sri Lanka meridionale e, ciononostante, i media parlavano degli omicidi utilizzando in larga parte il linguaggio delle autorità. Il Primo Ministro, che in seguito divenne Presidente, Ranasinghe Premadasa, sapeva bene che il “terrorismo” aveva acquisito un potere quasi magico e manipolava rozzamente il linguaggio al fine di rafforzare la controinsurrezione. Ameno che non si sia disposti a credere che un governo non potrebbe mai essere responsabile di una simile violenza omicida, l’utilizzo unilaterale del termine “terrorismo” da parte dei media è privo di senso. L’unica alternativa per i giornalisti è quella di espandere la loro definizione di “terrorismo” fino a includere tutte le azioni organizzate di terrore e assassinio, comprese quelle commesse dai governi. Ci sono voluti degli anni prima che la verità su conflitti come quelli nello Sri Lanka, in America Centrale e persino in Irlanda del Nord, dove reparti dell’esercito inglese si sono resi responsabili di decine di omicidi, venissero a galla. Il ruolo dei servizi di intelligence nelle violenze politiche segrete filtra solo quando i giornalisti, gli attivisti delle associazioni per i diritti umani o la gente del posto sfida la versione ufficiale e accettata degli eventi. Alcune recenti indagini condotte in Guatemala hanno stabilito che il 90 per cento degli omicidi commessi durante la guerra civile (1960-96), molti dei quali attribuiti all’epoca ai gruppi di sinistra, furono in realtà perpetrati dal governo. Se tattiche e azioni fossero sufficienti nella definizione di “terrorismo”, allora i servizi di sicurezza dello Sri Lanka, in base ai criteri di oggi, dovrebbero essere proscritti come organizzazione terrorista. Nei servizi giornalistici più recenti, un’accezione simile imporrebbe di descrivere gli attacchi di Israele contro i civili palestinesi come “terrorismo di Israele”. I soldati turchi hanno minacciato e massacrato civili curdi e dovrebbero essere etichettati come “terroristi dell’esercito turco”. Privilegiare l’utilizzo tecnico, piuttosto che quello morale, dell’etichetta, vorrebbe dire anche applicarla direttamente ai governi inglese e americano. Nel corso dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, che fu considerata illegale per la legge internazionale, missili e bombe tolsero la vita a migliaia di civili innocenti come quelli che morirono l’11 settembre. Se il termine “terrorismo” viene utilizzato in maniera imparziale per includere la violenza compiuta dagli stati e dai loro rappresentanti, allora sono questi, non i gruppi come al Qaeda, a mostrarsi come i più assetati di sangue del mondo. È difficile stabilire il numero di perdite registrate tra la popolazione civile nei recenti conflitti (il Pentagono non rilascia stime) ma resta incontrovertibile il fatto che Stati Uniti e Israele sono killer molto più sanguinari dei loro nemici “terroristi”. Nel conflitto israelo-palestinese, tra l’inizio dell’intifada (1987) e la fine di gennaio del 2002, le forze di sicurezza israeliane e i coloni hanno ucciso 2.166 palestinesi, mentre i palestinesi hanno ucciso un totale di 454 civili israeliani. Israele afferma che molti dei palestinesi morti non erano civili ma uomini armati, ma anche prendendo per buone le statistiche più favorevoli a Israele, si arriverebbe comunque alla conclusione che le forze israeliane hanno ucciso un numero di civili di tre volte superiore a quello dei palestinesi. Nella guerra tra al Qaeda e l’Occidente, il numero di civili uccisi durante le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq è di almeno quindicimila. Alcune stime calcolano in centomila il numero di civili morti nel solo Iraq. È difficile ottenere stime accurate perché le Forze alleate cercano di tenere le cifre segrete. al Qaeda e i gruppi a essa affiliati sono responsabili della morte di almeno quattromila civili. La controinsurrezione è invariabilmente più brutale del movimento che cerca di schiacciare. La rivolta dei Mau Mau in Kenya (dal 1952 al 1959) è ricordata in Gran Bretagna per l’uccisione selvaggia di agricoltori bianchi da parte degli anticolonialisti. Soltanto trentadue civili europei furono uccisi rispetto a una cifra ufficiale di diecimila e cinquecento ribelli, dei quali almeno un migliaio vennero impiccati. I Mau Mau furono altresì responsabili della morte di circa duemila civili africani e asiatici; ma questo numero appare ulteriormente ridimensionato da recenti prove che suggeriscono che il totale di coloro che sono stati uccisi perché sospettati di “terrorismo” è superiore ai ventimila. Non abbiamo nessuna intenzione di descrivere America e Gran Bretagna come nazioni terroriste, la sola alternativa è eliminare la parola dal lessico giornalistico. In Medio Oriente, Bush viene ripetutamente chiamato terrorista. Il termine è diventato semplicemente un’aggiunta ingiuriosa. Molti musulmani sostengono che la “guerra al terrore” è una crociata, utilizzando il termine terrore come un eufemismo simile a quello impiegato dalle forze anglo-americane durante l’attacco all’Iraq. Quel conflitto veniva descritto come una guerra piuttosto che un’invasione, una liberazione piuttosto che un’occupazione, e le città venivano protette e non conquistate. Nel mondo arabo veniva impiegato un linguaggio parallelo. La “guerra al terrore”, tuttavia, porta dei benefici, quando vengono confiscati i fondi di un’organizzazione militante e il gruppo viene indebolito a tal punto da rinunciare alla violenza e cercare il negoziato? Possiamo restare nella tormentata isola dello Sri Lanka e vedere come le Tigri della liberazione del Tamil Eelam (LTTE) furono costrette a negoziare la loro richiesta di una patria per la minoranza tamil dopo che la loro capacità di raccogliere denaro e pianificare operazioni dal Canada e dal Regno Unito, nonché acquistare armi, venne efficacemente limitata. Le Tigri erano un’organizzazione spietata i cui membri si portavano con sè delle pastiglie di cianuro, poiché preferivano suicidarsi anziché arrendersi. Essi perfezionarono il ricorso agli attentatori suicidi con la stessa efficacia delle altre organizzazioni musulmane. La loro disponibilità a terrorizzare e uccidere per raggiungere il loro obiettivo aveva una determinazione che non avevo riscontrato in nessun’altra organizzazione musulmana. Ricordo di avere stretto la mano a Seta, un ventenne con i baffi sottili e la barba che poco tempo prima era entrato in una moschea nello Sri Lanka orientale e aveva freddato trentuno fedeli. Mi fissava con lo sguardo vuoto, come se gli avessero fatto il lavaggio del cervello e fosse staccato da qualunque morale. “Sto combattendo una guerra”, disse. In un modo simile ai khmer rossi in Cambogia, le Tigri credevano all’idea di educare da subito i bambini ai valori della rivoluzione e del sacrificio. Le Tigri uccidevano i rivali tamil e i loro oppositori cingalesi senza alcun cruccio di ordine morale. Era certamente un bene costringere un’organizzazione tanto spietata a deporre le armi confiscando i suoi fondi? Forse. Io penso anche che sia importante che un giornalista abbia la possibilità di visitare l’ufficio delle Tigri in Tavistock Place nel centro di Londra e discutere di politica nel caffè di fronte con un membro di spicco dell’organizzazione. È quello che feci in diverse occasioni negli anni ‘80 e ‘90 e che mi permise di conoscere le richieste e le posizioni del movimento. A seguito della loro proscrizione, l’ufficio di Londra delle Tigri venne chiuso e per i giornalisti diventò più difficile qualunque contatto con il gruppo. da 'A cena con i terroristi – Incontri con gli uomini più ricercati del mondo', di Phil Rees (Nuovi Mondi Media, 2006)

Febbre da mondiali per la Croazia Da Osijek, scrive Drago Hedl La febbre calcistica dilaga nel paese, facendo dimenticare problemi sociali e aumenti dei prezzi. Metà governo in Germania per la sfida con il Brasile, mezzo milione in ferie o malattia per seguire le partite. Un paese in trance I quattro bambini venuti al mondo all'ospedale di Rijeka poco dopo la partita di calcio Croazia-Brasile, Klea, Emili, Doroteja e Adrijan, invece che con le magliette bianche di cotone che di solito si mettono ai neonati, sono stati vestiti con delle minuscole divise bianche e rosse della nazionale croata di calcio. Così, grazie al personale dell'ospedale e con il permesso delle madri, si sono aggregati ai molti croati che in questi giorni, invece dei soliti vestiti, camminano per strada con la maglia della nazionale. Il paese è in preda alla follia del calcio, una vera febbre da tifosi, e l'unico tema delle conversazioni è il calcio. I tassisti di Zagabria hanno addobbato le loro macchine con delle piccole bandiere croate, le cassiere nei grandi centri commerciali, durante il lavoro, portano le bandane con i colori nazionali croati; le terrazze dei bar non si riescono ad immaginare senza i grandi schermi al plasma, e in alcuni ristoranti i camerieri che servono gli ospiti sono vestiti con la divisa della nazionale. I croati hanno dimenticato tutti i problemi che affrontano quotidianamente: la grande disoccupazione, il prezzo della benzina che aumenta al galoppo, la riforma della sanità che significa meno diritti e più spese per i servizi sanitari. Si sono dimenticati anche che in molti quest'anno non avranno i soldi per fare le vacanze al mare e che con molta difficoltà quest'autunno pagheranno ai loro bambini i libri scolastici. Tutti parlano solo di calcio. Quasi metà governo, con a capo il premier Ivo Sanader, ma anche un significativo numero di parlamentari, visto che il Parlamento nel periodo dell'euforia calcistica non si ritrova, ha partecipato alla partita tra Croazia e Brasile. A dire il vero non tutti hanno avuto l'onore, come il premier Sanader, di seguire la partita dalla tribuna vip in compagnia del cancelliere tedesco Angela Merkel, ma i 20mila croati, quanti erano venuti ad incoraggiare la loro nazionale, in qualche modo si sono sistemati sulle tribune. Per numero i tifosi croati non erano inferiori a quelli brasiliani, e fra essi c'era persino Branimir Glavas, deputato del parlamento, il cui nome negli ultimi mesi viene messo in relazione con i crimini di guerra commessi a Osijek nel 1991. Proprio il giorno della partita col Brasile, il Tribunale distrettuale di Zagabria ha preso la decisione di avviare le indagini contro Glavas, ma il giudice istruttore gli ha consentito di andare a vedere la partita. Glavas è stato anche alla partita col Giappone e ha già annunciato che rimarrà in Germania anche per la partita con l'Australia. I giornali hanno scritto che mezzo milione di croati, durante i mondiali di calcio in Germania, hanno preso le ferie o la malattia, che è, avvertono gli analisti, un male per un paese che spera che l'aumento della produzione interna di quest'anno potrebbe essere del 4 per cento. I croati, ha reso noto l'agenzia di sondaggi “Optimum media direction”, sono i primi – davanti ai serbi e ai tedeschi - per il tempo che passano davanti al televisore, guardando i mondiali di calcio. Dal 9 all'11 giugno, secondo i sondaggi di questa agenzia, in media il 17,8 per cento della popolazione della Croazia tifava davanti ai televisori. Dei mondiali di calcio sono particolarmente contenti i commercianti, in particolare i venditori di televisori. Nei giorni prima dell'inizio dei mondiali è stato segnato un aumento delle vendite di televisori addirittura del 30 per cento. Si fregano le mani anche i produttori di birra, che fra l'altro sono anche i più grandi inserzionisti le cui pubblicità non scompaiono dagli schermi e dalle pagine dedicate agli annunci dei media croati. Alcuni venditori hanno accompagnato la vendita dei televisori, inclusi i modelli più cari, con una furba campagna di marketing: hanno promesso agli acquirenti che gli avrebbero restituito i soldi se la squadra croata avesse vinto contro il Brasile. Un buon lavoro lo hanno fatto anche le agenzie turistiche che organizzano treni e pullman speciali per i tifosi, e fra Croazia e Germania è stato creato un vero ponte aereo. Si lamentano solo gli albergatori e gli operatori turistici sull'Adriatico, temendo che i mondiali di calcio possano danneggiare gli ottimi risultati turistici dell'anno scorso. Una storia a parte riguarda i media, che sulle loro pagine d'apertura, fra l'altro riservate ai temi politici e di attualità, hanno spostato le notizie dello sport. Il giorno della partita col Giappone, lo “Jutarnji list” di Zagabria in prima pagina ha pubblicato il grido di guerra: “all'attacco”, scritto in lingua croata e giapponese, e il suo concorrente, “Vecernji list”, su tutta la prima pagina ha riportato il titolo in una parola: “Vincete!”. Come se si trattasse di una vera guerra, e non di uno spettacolo di calcio. Del resto i media hanno ceduto all'euforia calcistica generale, così la stella del giorno, con tanto di status d'eroe nazionale, è diventato il tifoso croato Ante Zuanic, il quale durante la partita col Brasile è riuscito a rompere il cordone della sicurezza tedesca ed apparire sul campo di gioco. Nonostante si tratti di un classico gesto da hooligans, la maggior parte dei giornali croati hanno trasformato quell'incidente in un raro gesto da eroe, e lo scatto di Zuanic in una mossa che ha “distrutto la sicurezza tedesca”. I giornali hanno pubblicato anche la sua ampia biografia dalla quale si vede che è stato nella Legione straniera, e si vanta che dopo la fine dei mondiali andrà in Iraq. Il commentatore di “Novi list”, Branko Mijic, prendendo in giro l'atteggiamento glorificatore dei media nei confronti di Zuanic, ha scritto: “La Croazia ha avuto un nuovo eroe! Le sue foto dominano sulle prime pagine dei giornali, e di lui si scrive e parla negli elogi. Non è un generale, nonostante il suo nome sia Ante (fra l'altro, sul destino di Gotovina i media croati da tanto tempo non dicono più niente), né un politico, tycoon, stella di una soap opera o modella arrivata dalla macchina della televisione per rendere ottusi”. Ma, il gesto da hooligan di Zuanic è stato soltanto l'introduzione a quello che è accaduto sulle strade di Mostar, in Bosnia ed Erzegovina, dove dopo la partita ci sono stati forti scontri fra i bosgnacchi e i croati di Mostar. I primi tifavano per il Brasile e i secondi, naturalmente per la nazionale del paese confinante, così le scene della città divisa assomigliavano alle immagini del medio oriente. L'euforia calcistica in Croazia non sembra arrestarsi, nonostante i magri risultati che la nazionale ha realizzato fino ad ora durante gli incontri col Brasile e il Giappone. Quell'unico punto vinto, che offre almeno la speranza teorica di arrivare in finale, continua a mantenere lo stato febbrile e tiene i croati in una specie di trance calcistica. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5842/1/51/

Bielorussia: Lukashenko , sanzioni da USA e altri Paesi di Gabriella Mira Marq Gli Stati Uniti hanno congelato i beni di Aleksandr Lukashenko, ma anche altri Paesi di area UE hanno deciso di interrompere i rapporti con il presidente bielorusso e altri funzionari della Bielorussia. La Bielorussia, che e' l'unico Paese del continente europeo a non far parte di alcun organismo paneuropeo (UE, OSCE, Consiglio d'Europa), e' accusata di aver commesso pesanti violazioni delle liberta' civili, prima durante e dopo le recenti presidenziali, ai danni di dissidenti e di esponenti dell'opposizione. L'amministrazione USA ha quindicongelato i beni di Lukashenko e lo ha inserito in una lista di persone con le quali i cittadini americani non devono intrattanere rapporti d'affari, insieme al ministro della Giustizia e dell'Interno, al consigliere per la Sicurezza nazionale, al capo dei servizi segreti, al capo della Commissione centrale elettorale e al presidente della Radio-tv di stato. Aanche l'UE aveva stabilito un mese fa pesanti sanzioni per Lukashenko ed altri dirigenti bielorussi, e qualche giorno fa anche Bulgaria e Romania, Paesi in via di adesione, Croazia e Macedonia, Paesi candidati, Albania, Bosnia-Herzégovina e Serbia, nonche' Islanda, Liechtenstein e Norvegia, partner economici europei si sono impegnati a controllare che le loro politiche nazionali siano conformi a questa posizione comune. Dieci giorni fa, la Bielorussia ha messo al bando diversi funzionari dell'Unione europea, degli Stati Uniti e di altri Paesi che appoggiano le misure restrittive imposte al Paese. www.osservatoriosullalegalita.org


giugno 20 2006

Il Grande Bordello di Marco Travaglio Pare di sognare. C’è un partito, An, con una dozzina di dirigenti e faccendieri indagati per associazione a delinquere per avere spiato e intercettato illegalmente due avversari politici per sputtanarli in vista delle regionali nel Lazio, a base di firme false e viados a buon mercato. Ebbene, questo partito alza il ditino contro le intercettazioni, assolutamente legali e legittime, consacrate da tutti i crismi di legge, del Tribunale di Potenza. Pare di sognare. C’è un ministro della Giustizia, Clemente di nome e di fatto (almeno per lorsignori), che dice «basta con questo Grande Fratello», denuncia l’«indebita divulgazione del contenuto di intercettazioni» e annuncia l’immancabile «riforma bipartisan». Come se non sapesse che quelle conversazioni sono contenute nelle 2 mila pagine di mandato di cattura, a disposizione di una ventina di imputati e di altrettanti avvocati, dunque assolutamente pubbliche e pubblicabili per legge. Si può discutere sull’opportunità di riportarle tutte, integralmente, o magari di lasciarne fuori qualcuna che scredita indirettamente le vittime, come le starlet reclutate dal portavoce di Fini in cambio di comparsate nel gran lupanare Rai, previo ius primae noctis. Ma è possibile che, anziché farfugliare di Grande Fratello, non si trovi un politico che dica basta al Grande Bordello? Urgono lezioni di diritto e procedura penale a una classe politica, e in certi casi giornalistica, che parla di cose che non conosce. Un piccolo Bignami potrebbe bastare a sfatare alcune leggende metropolitane che si ripetono pari pari a ogni inchiesta che sfiori personaggi eccellenti. Anzitutto quella dei pm che si svegliano la mattina e decidono di mangiarsi un vip a colazione, uno a pranzo, uno a cena. È una balla sesquipedale: anche perché solo un pazzo andrebbe a caccia di vip, visto quel che accade a chi ha la sventura di incappare, nel suo lavoro, in uno di questi. Se si raccontasse come nascono le inchieste sui potenti si scoprirebbe che non dipendono mai dalla prava volontà di un magistrato, ma quasi sempre dal caso, indagando su tutt’altro. Tangentopoli nacque da una mazzettina al Pio Albergo Trivulzio. Andreotti saltò fuori dall’inchiesta sul delitto Lima. Stefania Ariosto fu convocata in un’indagine sui libretti al portatore di Berlusconi, e cominciò a parlare di Previti e toghe sporche. Il nome di Cuffaro uscì da una cimice piazzata nel salotto del boss Guttadauro. Lo stesso vale per le indagini di John Henry Woodcock, che qualche buontempone vorrebbe sempre insonne a caccia di vip. È colpa sua se, scavando nei videogiochi di un casinò, vengono fuori Sua Bassezza Reale, il portavoce e il segretario e la moglie di Fini? Per evitare che i vip finiscano nelle intercettazioni e nelle inchieste, una soluzione ci sarebbe: che i vip la smettano di delinquere o di frequentare delinquenti. Sarebbe un buon inizio. Altra balla: il complotto anti-An. Woodcock s’è preso persino la briga di scrivere agli atti che Fini non c’entra nulla. Poteva non farlo, ha avuto l’onestà intellettuale di metterlo nero su bianco. Per tutta risposta, Fini chiede che «cambi mestiere» e sia radiato dal Csm. Il fortunatamente ex vicepremier forse non sa che ci aveva già provato il suo ex collega Roberto Castelli, trascinando Woodcock a procedimento disciplinare. Il Csm l’assolse. Castelli ricorse in Cassazione, ma questa a sezioni unite confermò l’innocenza del pm e condannò il ministro a pagare le spese. Poi c’è, con rispetto parlando, Maurizio Gasparri. Invece di dare un’occhiata a certi suoi camerati o magari, se sapesse leggere, a qualche pagina dell’ordinanza di Potenza, non trova di meglio che dare del pazzo a Woodcock. Tre anni fa, indagando sullo scandalo Inail, il giovane pm s’era imbattuto in una telefonata in cui un indagato diceva di aver saputo dell’inchiesta da Gasparri. Che doveva fare, il pm? Spegnere il registratore? Mangiarsi la bobina? Fingere di aver sentito Catarri, o Tamarri, o Magalli? La notizia di reato fu doverosamente iscritta, con i suoi possibili autori, sul registro degl’indagati. Poi Gasparri fu doverosamente prosciolto, non essendo emerse prove a suo carico. Forse Gasparri non lo sa, ma la legge dice così: l’obbligatorietà dell’azione penale significa che ogni notizia di reato dev’essere perseguita. Non sono previste eccezioni, nemmeno per Gasparri. Prima o poi, dovrà farsene una ragione. Basta che qualcuno, con calma e con parole semplici, glielo spieghi. www.unita.it

L'accusa di Borrelli: c'era anche il sistema Milan Relazione di 193 pagine. Le responsabilità della Juve. Lazio e Fiorentina, casi meno gravi Marco Imarisio dal Corriere - 20 giugno 2006 ROMA — In questi anni il calcio italiano è stato «un grande inganno ai danni dei tifosi». Così scrive Francesco Saverio Borrelli nelle 193 pagine di conclusioni che costituiscono il riassunto della relazione consegnata ieri al Procuratore federale Stefano Palazzi. Con diversi livelli di responsabilità, ma il grande inganno ha prodotto una lunga serie di «illeciti strutturati» che non dipendevano soltanto dalla rete moggian- giraudiana. «Esisteva solo il sistema Juve» disse Adriano Galliani il 3 giugno, frase ripetuta più volte. L'Ufficio indagini la pensa diversamente. E dopo averla evitata per due settimane, la parola «sistema» viene usata da Borrelli per definire due realtà. Juventus, ovviamente, ma anche Milan, un gradino più sotto. Se vogliamo, è l'unica vera sorpresa della relazione consegnata dall'Ufficio indagini al procuratore federale Stefano Palazzi: il Milan ne esce male, peggio di Fiorentina e Lazio. Nella ricostruzione fatta dell'Ufficio indagini, la società bianconera e il «sistema Moggi» sono al vertice di questo potere occulto del calcio, controbilanciato da un «sistema Milan» che ha nel carneade Leonardo Meani, l'addetto agli arbitri, un mero esecutore. L'ex procuratore di Mani pulite fa ovviamente distinzioni sui diversi gradi di responsabilità. La rete moggiana aveva innumerevoli ramificazioni e un maggiore potere di penetrazione all'interno del mondo del calcio grazie alle conoscenze accumulate dall'ex direttore generale della Juventus e all'uso che ne faceva. Si era creato un ombrello sotto al quale cercavano di ottenere vantaggi e prebende altre società e altri tesserati. L'arbitro Massimo De Santis viene considerato a tutti gli effetti un esponente di spicco della rete moggiana. Per l'Ufficio indagini, il sistema Milan è molto più «autoreferenziale»; la società rossonera badava insomma soltanto ai propri interessi e alla propria tutela. Ma si faceva forza di un implicito potere di persuasione che derivava dal peso politico dei propri dirigenti. Nella parte della relazione che riguarda i rossoneri ci sono riferimenti espliciti alla questione dei diritti televisivi. In controluce, senza essere mai nominato, emerge il conflitto di interessi tra l'Adriano Galliani vicepresidente del Milan e il Galliani presidente della Lega calcio. Una situazione capace di condizionare designatori, arbitri, e anche l'ex presidente della Federcalcio Franco Carraro. La posizione di Galliani è decisiva ai fini di stabilire una responsabilità diretta del Milan. Di sicuro, sia lui che Meani non hanno convinto Borrelli, che ha rilevato alcune discrepanze e incongruenze tra le loro dichiarazioni. Galliani ha sostenuto che il suo addetto agli arbitri era inquadrato con un contratto da co.co.co., ma Meani risulta in carica fino al 30 giugno 2006 in un ruolo delicatissimo e soprattutto unico. Nessun'altra società dispone di un dirigente con tali mansioni. Tira aria di deferimento per Meani, ma anche per Galliani, Palazzi dovrà valutare per quale tipo di reato. La relazione dell'Ufficio indagini disegna una specie di griglia delle responsabilità. Se Juve e Milan sono in prima fascia, Fiorentina e Lazio vengono dopo. Vengono inquadrate come società più deboli rispetto alle due «corazzate», che prima vengono concusse e poi accettano di farsi coinvolgere dal sistema. È un'altra piccola sorpresa di questa relazione. L'Ufficio indagini in qualche modo tiene conto della situazione subalterna delle due società, però sottolinea anche come i massimi dirigenti di Fiorentina e Lazio fossero al corrente del malaffare esistente, ma si siano ben guardati dal denunciarlo nelle sedi competenti e vi abbiano poi aderito, seppur con diverse gradazioni (le intercettazioni riguardanti la Fiorentina vengono ritenute oggettivamente più gravi di quelle della Lazio). La posizione della Sampdoria viene ritenuta molto marginale. La relazione, che conta 7.000 pagine di allegati, è divisa in sei capitoli. Il più corposo è quello riguardante il sistema delle designazioni e gli arbitri. L'Ufficio indagini lascia capire che nel 2004-2005, il sistema di suddivisione delle partite in fasce era facilmente infiltrabile e vulnerabile. Tra le giacchette nere non si salva quasi nessuno, e i silenzi davanti a Borrelli hanno finito per trasformarsi in un boomerang. Dall'inchiesta escono in pochi, figure di secondo piano. La ricostruzione del ruolo e delle responsabilità degli ex designatori Bergamo e Pairetto è tra le parti più dure del testo. Nessuna attenuante. Stesso trattamento per il designatore dei guardialinee Gennaro Mazzei, considerato subalterno al Milan, sul quale pesa l'aggravante dell'assoluto potere discrezionale di cui disponeva, essendo la scelta degli assistenti arbitrali sottoposta soltanto al suo libero arbitrio. Dalle pagine riguardanti Franco Carraro emerge la sua conoscenza del sistema di potere sul quale si basava il calcio. L'Ufficio indagini lo riterrebbe responsabile non soltanto di omesso controllo, ma di una certa connivenza, dovuta alla necessità di mantenere intatti gli equilibri politici che gli consentivano di rimanere in sella alla Federcalcio. Poteva vigilare, ma non lo ha fatto per convenienza, il senso è questo. Anche la posizione del segretario della Figc Francesco Ghirelli (deferibile in quanto anche segretario del consiglio federale) sembra compromessa. «Il mondo del calcio — ha detto Borrelli prima di rientrare a Milano — non è malato alla radice, è malato in certe sue ramificazioni». A provocare certe anomalie, ha aggiunto, è il modo di porsi di alcune persone e di determinati interessi. La sua relazione finale è una fotografia del calcio italiano. Un atto di accusa che si tirerà dietro una valanga di deferimenti, per illecito. Luciano Moggi non è più un tesserato, e quindi ritiene di non dover essere giudicato dalla giustizia sportiva. In caso di deferimento, i suoi avvocati si appelleranno al precedente di Emiliano Salvarezza, ex dirigente della Sampdoria, che nel 2001 fu deferito per la vicenda dei passaporti falsi nonostante si fosse dimesso dalla propria carica. Fece ricorso alla magistratura ordinaria che gli diede ragione, condannando la Figc a pagare anche le spese legali. Al processo, Luciano Moggi non vuole proprio esserci, neppure in spirito. -------------------------------------------------------------------------------- in2minuti - rassegna stampa

E Vespa concordava con An il palinsesto di Porta a Porta reDaZIONE Le intercettazioni telefoniche relative all'inchiesta che ha fatto finire in manette Vittorio Emanuele di Savoia hanno messo nei guai illustri personaggi del mondo della politica e del giornalismo. Il primo di questi a farne le spese è stato Salvatore Sottile, portavoce del leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, che si è guadagnato gli arresti domiciliari. Sono davvero inquietanti i colloqui telefonici intercettati dai Magistrati. In particolare sono molto gravi quelli tra Sottile e alcuni giornalisti Rai. Nell'occhio del ciclone per esempio è finito Bruno Vespa. I Giudici lo hanno "ascoltato" mentre concordava con Sottile il palinsesto di una puntata della sua trasmissione "Porta a Porta". Fini poteva scegliere persino chi doveva essere il suo "avversario" del centrosinistra in studio. In un'occasione Vespa gli chiede se preferisce il diessino Piero Fassino o il dielle Francesco Rutelli. A scelta del leader di An anche gli altri ospiti, per intenderci quelli che a metà trasmissione suonano il celebre campanello. Ma un po' tutta la trasmissione è al servizio del politico della Casa delle Libertà, Bruno Vespa assicura infatti che la trasmissione "gliela strutturiamo, confezioniamo addosso". Vespa non è però l'unico ad essere coinvolto. Anche il direttore del Tg1 Clemente Mimun è stato registrato dai microfoni dei Magistrati. Durante una telefonata Mimun promette un servizio "dai risvolti mediatici favorevoli all'on. Fini e all'intera coalizione di governo". Ma è legale un comportamento di questo tipo? Le Toghe non hanno dubbi, si tratta di un "modus operandi ben lontano dal rispetto dei principi e, in particolare, da quella imparzialità e da quella trasparenza che dovrebbero essere i canoni ai quali deve ispirarsi un servizio pubblico". Anche il sindacato dei giornalisti Rai è certo che non sia questo il modo in cui la tv di Stato deve comportarsi. "Dalle intercettazioni telefoniche emerge un quadro che coinvolge pesantemente anche la Rai - si legge in un comunicato dell'Usigrai - macchia tutta l'azienda. Certa informazione Rai esce malconcia dai tabulati. Leggere che una trasmissione come Porta a Porta venga confezionata addosso ad un esponente politico fa pensare più al lavoro del sarto che a quello del giornalista".www.centomovimenti.com

minuscolo principe Sissi Quel pirla senza coraggio, rampollo del Re di Maggio, passando la notte in guardina precipita dalla brandina. Di lui, Maria Gabriella, sebbene gli sia sorella, ha detto fuori dai denti che è il principe dei deficienti. Non pago di aver ammazzato, in preda a un etilico sballo, quel povero malcapitato vicino di barca a Cavallo, da quando i fasci di AENNE lo han fatto tornare da fuori, convinto di essere indenne da tutti i legali rigori, s'è messo in pasticci inauditi in lega con dei banditi. La stampa c'inzuppa il pane la televisione lo stesso perché le disgrazie e le grane di un principe - ancor più se fesso – si spera che faccian scordare all'italiano coglione di andare alle urne a portare in salvo la Costituzione www.ulivoselvatico.org/

Comunali di Milano 2011 Nonostante tutto, abbiamo perso Milano per la quarta volta in vent'anni. Una vittoria annunciata si è trasformata in una sconfitta umilante, che ha lasciato annichiliti quanti ci avevano creduto fino all'ultimo. Letizia Moratti è diventata sindaco di Milano e forse riuscirà a far rimpiangere uno come Gabriele Albertini. La vicenda misura con chiarezza l'inadeguatezza della politica e la debolezza dei partiti, che hanno affrontato elezioni determinanti senza un candidato espresso da un progetto serio e condiviso. Ancora una volta, come già alle precedenti comunali e regionali, si è creduto di battere il berlusconismo usando le sue stesse armi, puntando sulle facce anziché sui contenuti. S'è fatto in modo maldestro, scegliendo facce quasi a casaccio e sostenendole senza convinzione. Le conseguenze sono evidenti, un distacco tra Forza Italia e Ulivo che smentisce con crudeltà ogni tentativo di minimizzare la sconfitta da parte degli sconfitti. OMB non ha mai fatto mistero della propria sfiducia nei confronti della sua classe politica di riferimento. Non è un caso se nel corso della campagna elettorale ha scommesso su candidati indipendenti. Non vogliamo accampare meriti che magari non ci spettano, ma i risultati di Davide Corritore, Lista Ferrante, Pier Maran, Giorgia Mamè e Filippo Maraffi sono sotto gli occhi di tutti. OMB si è speso per loro (così come si è speso contro candidature ritenute inaccettabili) e intende continuare a spendersi con loro, per affrontare le prossime scadenze elettorali in condizioni di armi pari. Per questo - dopo aver versato una cospicua dose di bile ascoltando le presunte autocritiche dei maggiorenti del centrosinistra, che ancora si parlano addosso, più ancorati che mai a sedie e certezze - chiudiamo l'argomento "Comunali 2006" con il nostro punto di vista sulla sconfitta, per poi cominciare a dare una mano per spalare le macerie. Facce senza contenuti Così com'era già successo con Dalla Chiesa, Fumagalli, Antoniazzi, Sarfatti, anche alle comunali 2006 è stata messa al centro della strategia la faccia di un candidato, con l'idea che potesse spostare voti tra gli schieramenti. L'uscita di scena di Veronesi è stata commentata dai maggiorenti come un'occasione persa, l'entrata di Ferrante come una mossa vincente per raccogliere voti "dei moderati", "al centro" o addirittura "degli scontenti di destra". Gli studi sui risultatti confermano quello che in molti sapevamo, ovvero che nelle condizioni di radicalità a cui Berlusconi ha portato il confronto politico, i voti "moderati" sono una chimera. Esistono invece fasce socio-culturali ben definite, che rispondono a input specifici. Il centrosinistra ha fatto presa su alcune di esse, per esempio l'elettorato giovane e scolarizzato, ma non su altre, per esempio casalinghe, anziani, periferie, eccetera. Questo significa - lo diciamo soprattutto ai maggiorenti che vantano "il miglior risultato del centrosinistra negli ultimi anni" - che i piccoli successi nel grande insuccesso non sono venuti per loro merito, ma grazie alle facce nuove e incontaminate, soprattutto se portatrici di contenuti, che hanno aggregato interesse e consenso. Dovrebbe far riflettere - per esempio - la distanza tra la somma delle preferenze dei due capolista diessini Adamo e Majorino e quelle di Silvio Berlusconi (un ordine di grandezza), così come il grande successo della lista Ferrante a Milano centro e il tracollo in periferia. Facili illusioni Corriere della Sera e Repubblica non sono la chiave per la vittoria politica a Milano. Il centrosinistra si è fatto schiavizzare dalla stampa quotidiana - anche qui sfidando il berlusconismo sul suo terreno - anziché giocare in casa, sul territorio, tra le persone. La tensione costante a voler comparire, la gara a superare in centimetri quadrati la concorrenza (nel vecchio esercizio in cui la sinistra resta imbattibile: farsi la guerra in casa) ha imposto ai lettori dei quotidiani dichiarazioni schizofreniche, stile "qualunque cosa, purché mi diano spazio". Ma chi non legge i giornali (la maggior parte degli elettori) non vede relazione tra i faccioni dei manifesti e il proprio mondo quotidiano. Questo totale distacco tra il palazzo e il sentire della società, è culminato nella triste festa di fine campagna, consumata in una piazza Duomo semideserta e disinteressata alle banalità dei maggiorenti nazionale. Osserviamo che Davide Corritore, da solo, portando con costanza e pazienza i suoi contenuti tra le persone vere, ha raccolto oltre 2mila preferenze, superato solo da pochi big. La nuova "Cosa" Gli elettori vogliono unità. A questa volontà - chiara e pressante, urlata ogni volta che è stato possibile - i partiti hanno dato la peggior risposta: infinite masturbazioni mentali e politiche sul Partito democratico, un'entità inflazionata nei discorsi, discussa nella struttura, egemonizzata prima ancora che nasca, ma vuota di contenuti e pragmaticità. Una follia che riesce a far rimpiangere le atroci "Cose" di d'alemiana memoria. Ogni intervista a un maggiorente del centrosinistra ha sempre al centro la necessità di "accelerare sul Partito democratico", magari sottolinenando che "lo chiedono gli elettori". Eppure i maggiorenti sanno (e se non lo sanno vuol dire che non studiano) che a Milano non è così, che la nuova scatola costruita col bilancino tra DS e Margherita non sposterà un briciolo di consenso (se non ne farà perdere). Soprattutto, che il "coinvolgimento della società civile" come lo intendono loro (la partecipazione alle riunioni di presunte associazioni di cittadini che in realtà sono emanazione diretta di questo o quel politico) è una bufala che non incanta più nessuno. Il processo di rinnovamento potrà avvenire solo fuori dal palazzo dei partiti, sulla base di un rapporto nuovo e paritario tra cittadini e forze politiche. Unità, questa sconosciuta L'assurdità del dibattito sul Partito democratico è evidenziata anche dal costante clima di rissa sotterranea della campagna per le comunali. Non mancava giorno senza che le "talpe" di OMB nelle sedi dei partiti ci raccontassero dell'ennesima sfuriata di un maggiorente contro Ferrante, delle frustrazioni di Ferrante abbandonato dai partiti, delle liti tra maggiorenti per spartirsi una pelle dell'orso non ancora ucciso (e tuttora ahimé vivo e vegeto). La tristezza dei tre mesi trascorsi a litigare su chi avrebbe fatto il vicesindaco, anziché a scrivere programmi, non si deve ripetere. Le ostilità in famiglia si sono viste anche in strada. In più di un'occasione, ai gazebo dell'Ulivo dove andavamo con aria da tonto per avere il polso della campagna, siamo stati consigliati di non votare per la Lista Ferrante, ma per l'Ulivo, "che tanto è lo stesso". Unità non è fare il Partito democratico, ma saper partecipare con lealtà a una sfida comune. A questo proposito ci piacerebbe che Bruno Ferrante contribuisse con un segnale importante di coerenza, fare la sua parte in consiglio comunale. Troppi candidati sconfitti hanno abbandonato la barca lasciandola affondare con i passeggeri. Una persona rispettosa di cittadini e istituzioni (e riteniamo che Bruno lo sia) ha il dovere preciso di onorare il mandato che quasi la metà degli elettori gli ha dato. Trasparenza Presupposto imprescindibile su cui si dovrà basare ogni iniziativa è che il cittadino possa conoscere sempre quello che sta accadendo. Questo non è avvenuto fino a oggi: dalla scelta del candidato all'allocazione dei soldi incassati con le primarie, tutto si è svolto nelle stanze, fuori dalla portata di occhi e orecchie estranei. Al tempo delle primarie, sorpresi da alcune cifre che non ci convincevano, abbiamo chiesto lumi. Nessuno si è degnato di rispondere, salvo spiegarci che il silenzio derivava dal fatto che le domande "non erano state poste con la dovuta cortesia". Riteniamo che tutti - cortesi e ruvidi - debbano essere messi in condizione di conoscere in ogni istante quel che bolle in pentola (e che per inciso ha una notevole influenza sulle vite loro e dei loro figli). Last but not least Si è parlato di tutto, in campagna elettorale, tranne che di contenuti. Ci siamo presentati senza un progetto politico. Nell'estate del 2005 i maggiorenti dichiaravano "prima il programma, poi il candidato", in realtà già litigavano sulle poltrone. Il "cantiere" è stata una bufala totalemte priva di senso e di risultati, un'idea nata male e finita peggio. E' vitale cominciare subito a lavorare per il futuro. Sul territorio e in Rete, per costruiure una credibilità di governo per il centrosinistra milanese. Ma la credibilità può nascere solo da progetti veri e seri, da contenuti, da un'innovazione che coinvolga e sconvolga ruoli e rapporti. In questo senso, se nelle sedi dei partiti si parlasse un po' meno di persone e un po' più di città, potrebbe essere un buon inizio. /www.onemoreblog.org/

I SOLITI AFFARI DI JERRY MAZZA Online Journal L'11 Settembre e la caduta dell'America Considerate le enormi stranezze nei mercati azionari che, sotto l'apparenza di soliti affari, passarono inosservate prima e subito dopo l' 11-9-2001, contribuendo al terribile successo degli attacchi e al successivo declino dell' America. Sto parlando dell' insider trading [1] dietro agli scandali delle “ call e put options” che hanno permesso ad alcuni individui di incamerare grandi profitti. Per spiegare la cosa nella maniera più semplice possibile, le put options furono usate su azioni che sarebbero state danneggiate dall'attacco, e le call options furono usate su azioni che ne avrebbero beneficiato. Nel caso delle put options si scommette sulla caduta nel prezzo delle azioni; nel caso delle call options si scommette sull'aumento del prezzo delle azioni. Le put options furono piazzate sulle linee aeree e sulle compagnie assicurative e le banche colpite, prima e durante l'11-9, come se qualcuno avesse previsto che stesse per accadere qualcosa di negativo che avrebbe abbassato il prezzo delle azioni. Un resoconto di 9-11 Researchsull' Insider Trading si intitola: Pre-9/11 Put Options on Companies Hurt by Attack Indicates Foreknowledge [Le put options su compagnie danneggate dall'attacco indicano una conoscenza anticipata n.d.t.] Ci furono grandi e improvvisi aumenti nell'acquisto delle put options su azioni delle due compagnie aeree, cioè la United e l' American, usate e abusate nell'attacco. Infatti, l' American e la United Airlines, ognuna delle quali ebbe due aerei scomparsi quel giorno, subirono enormi picchi nell'acquisto di put options già dal 6 Settembre in giorni in cui i prezzi delle azioni erano stabili. Bloomberg News ha riferito che le put options sulle compagnie aeree aumentarono al livello incredibile di 285 volte la loro media. Ciò che è interessante è che nel periodo precedente all'11-9 nessuno ha notato la cosa o si è preoccupato di unire i punti in questi andamenti di acquisto/vendita. Erano “i soliti affari” mentre invece qualche gruppo stava conducendo un enorme attacco di insider trading che ha alla fine devastato finanziariamente le compagnie aeree, danneggiato l'America, ucciso 2749 persone, e si è rivelato molto redditizio ai perpetratori, a breve e lungo termine. Chi ai posti di comando stava osservando? O quelli ai posti di comando erano parte del problema? Quando la borsa ha riaperto dopo gli attacchi, le azioni della United Airlines caddero del 42% da 30,82 a 17,50 dollari l'una. Il titolo dell' American Airlines cadde da 20,7 a 18 dollari l' azione. E dai delinquenti vennero fatti milioni, per profitto personale o per finanziare l'operazione. Più di tre giorni prima degli eventi che hanno raso al suolo l' World Trade Center, e danneggiato un settore del Pentagono scarsamente occupato e recentemente fortificato, ci fu uno scambio superiore di 25 volte allo scambio giornaliero medio delle put options Morgan Stanley che resero denaro quando le azioni del gigantesco istituto finanziario caddero sotto i 45 dollari. Naturalmente Morgan Stanley occupava 22 piani della Torre Nord. Le sue azioni caddero del 13 percento alla riapertura del mercato. Le azioni della vicina Merrill Lynch caddero dell' 11.5 percento. La Bank of America, all' 81esimo piano della Torre Nord, la terza più grossa banca USA, ha mostrato un incremento di cinque volte nello scambio di put options il Giovedì e il Venerdì precedenti all'attacco, più di 5900 contratti che avrebbero guadagnato quando il titolo cadde sotto i 60 dollari ad azione. In più ci fu un enorme aumento nell'acquisto di put options su titoli di compagnie assicurative tenute a scucire miliardi per coprire le perdite dovute agli attacchi, cioè Munich Re in Germania e l' AXA Group in Francia. Pensate davvero che furono quei dementi con i taglierini a fare ciò, Osama dalla sua grotta? O potrebbero essere dei sofisticati personaggi di casa nostra, legati alla nostra Compagnia [2]? Alcuni dei vincitori Forse non è sorprendente, ma la Raytheon, produttrice dei missili Patriot e Tomahawk, vide le sue azioni decollare dopo gli attacchi. Gli acquisti di contratti di call options sul titolo della Raytheon aumentarono di sei volte il 10 Settembre 2001. I contratti di opzione della Raytheon avrebbero guadagnato se le azioni fossero costate più di 25 dollari l'una. Il prezzo aumentò di quasi il 37 percento sino a 34,04 dollari durante la prima settimana di scambi dopo l'11-9. Per essere più chiari, la Raytheon era anche stata colpita dai milioni di dollari di ammende per i costi di rivestimento dell'equipaggiamento che aveva venduto all' esercito USA. La Raytheon ha anche una sussidiaria, la E-Systems, tra i cui clienti vi sono la CIA e la NSA, ed essa è prossima a fare zitta zitta una scalata ostile dell'altra. E, parlando di vincitori, bisogna includere i Buoni del Tesoro USA quinquennali. Essi furono comprati in quantità insolitamente elevate prima dell' attacco. I compratori dopo l'attacco realizzarono i sensibili incrementi del valore dei Buoni. Ma anche questi sono i soliti affari. Alcune cose salgono e altre scendono - con un piccolo aiuto da parte della coincidenza e dei suoi responsabili. Non sorprendentemente ciò generò sospetto e poi un' inchiesta. Ciò che significava era qualcos'altro. [Wall Street il giorno dell'anniversario dell' attentato] La SEC indaga Dopo gli attacchi, la SEC [3] mandò la lista delle seguenti compagnie in tutto il mondo in cerca di informazioni su di esse: American Airlines, United Airlines, Continental Airlines, Northwest Airlines, Southwest Airlines, US Airways airlines, Martin, Boeing, Lockheed Martin Corp., AIG, American Express Corp, American International Group, AMR Corporation, AXA SA, Bank of America Corp, Bank of New York Corp, Bank One Corp, Cigna Group, CNA Financial, Carnival Corp, Chubb Group, John Hancock Financial Services, Hercules Inc., L-3 Communications Holdings, Inc., LTV Corporation, Marsh & McLennan Cos. Inc., MetLife, Progressive Corp., General Motors, Raytheon, W.R. Grace, Royal Caribbean Cruises, Ltd., Lone Star Technologies, American Express, the Citigroup Inc., Royal & Sun Alliance, Lehman Brothers Holdings, Inc., Vornado Reality Trust, Morgan Stanley, Dean Witter & Co., XL Capital Ltd., and Bear Stearns. La lista venne fuori da una Inchiesta Segreta della SEC sulle compagnie usate da un gruppo di speculatori che erano cittadini Israeliani e che vendettero “improvvisamente” queste azioni, che ci si poteva aspettare perdessero valore a seguito degli imminenti attacchi. Gli speculatori operarono dalle borse di Toronto, Canada, e Francoforte, Germania, e i loro profitti si disse furono di “milioni di dollari”. Un' interessante citazione da questo articolo ci dice che “è perfettamente noto che la CIA usa il software Promis per monitorare abitualmente gli scambi azionari come un possibile segnale di avvertimento di un attacco terroristico o di un sospetto comportamento economico. Una settimana dopo gli attacchi dell' 11 Settembre, il London Times riferì che la CIA aveva chiesto ai regolatori della Financial Services Authority di Londra di investigare le sospette vendite di milioni di azioni appena prima degli atti terroristici. Si sperava che la pista dei documenti commerciali potesse portare ai terroristi.” Perciò, dopo l'evento, questo enorme numero di scambi finalmente fece suonare un campanello di allarme alla CIA. Hmmm. E poi… Un altro fatto interessante venne da un articolo del San Francisco Chronicle del 19 Ottobre 2001 in cui si diceva che la SEC, dopo un lungo silenzio, prese l'iniziativa senza precedenti di nominare centinaia di funzionari privati per questa indagine. Se pensate che questa banda di giocatori di alto livello del settore privato avrebbe preso i cattivi, rifletteteci ancora. Come fa notare l'ex Detective del LAPD [4] e autore di Crossing the Rubicon Michael Ruppert, “Ciò che accade quando nomini come sostituto qualcuno in una indagine criminale o di sicurezza nazionale è che rendi illegale per loro di esporre pubblicamente ciò che sanno. Mossa furba. Di fatto, essi diventano agenti governativi e sono controllati dal regolamento del governo più che dalla loro coscienza. Di fatto possono essere gettati in galera senza un' udienza se parlano pubblicamente. Ho visto questa minaccia usata più e più volte con indagini federali, agenti dell' intelligence e persino membri del Congresso degli Stati Uniti, che sono tenuti così strettamente dai giuramenti e patti di riservatezza che non sono nemmeno capaci di svelare attività criminali dentro al governo per paura di essere incarcerati.” In breve quella banda era legata e imbavagliata. Poi, come fa notare Ruppert, la storia fu silenziosamente sepolta in un articolo del New York Times del 30-9-2001 che affermava che “vengono fuori spiegazioni benigne” nelle indagini della SEC. L' attività nelle put options fu imputata al “pessimismo del mercato,” ma non si spiegò perché i prezzi delle azioni delle compagnie aeree non riflettevano lo stesso pessimismo del mercato. Nemmeno il fatto che tra i milioni fatti in queste transazioni, qualcosa come 2,5 milioni di dollari di put options non furono riscattati dopo l'11-9. A qualcuno venne paura. Ovviamente gli acquirenti sapevano di far parte di una congiura criminale e a quel punto non volevano essere beccati con le mani nel sacco a riscuotere i profitti. Ruppert punta il dito contro i papaveri della CIA Sul sito Here in Reality, c'è un articolo intitolato “Dettagli Eliminati sull' Insider Trading Criminale Portano Direttamente ai Più Alti Gradi della CIA.” Altrettanto importante è il sottotitolo “Il Direttore Esecutivo della CIA 'Buzzy' Krongard Gestiva la Compagnia che Trattò le 'PUT' Options sul Pacchetto United Airlines.” Il pezzo è ancora una volta scritto da Mike Ruppert. ['Buzzy' Krongard] Nel suo inimitabile stile da rapporto di polizia egli ha scritto “Sino al 1997 A.B. 'Buzzy' Krongard è stato Presidente della banca d' affari A.B. Brown. A.B. Brown fu acquistata dalla Banker's trust nel 1997. Krongard allora divenne, come parte nell'unione, Vice Direttore della Banker's Trust - A.B. Brown, una tra le 20 maggiori banche USA citate quest' anno dal Senatore Carl Levin per essere connesse al riciclaggio di denaro sporco. “L'ultimo impiego di Krongard alla Banker's Trust (BT) era di supervisionare le 'relazioni con i clienti privati'. Con questa capacità aveva relazioni dirette con alcune delle persone più ricche al mondo in un tipo di specializzate operazioni bancarie che sono state identificate dal Senato USA e da altri investigatori come strettamente connesse al riciclaggio del denaro della droga. “Krongard si unì alla CIA nel 1998 come consigliere del Direttore della CIA George Tenet. Fu promosso a Direttore Esecutivo della CIA dal Presidente Bush nel Marzo di quest'anno [2001]. La BT fu acquistata dalla Deutsche Bank nel 1999. La società risultante è la più grande singola banca d' Europa. E, come vedremo, la Deutsche Bank ha giocato diversi ruoli chiave negli eventi legati agli attacchi dell' 11 Settembre.” Infatti la Deutsche Bank fu pesantemente coinvolta negli scambi dell'11-9 di “put options” . L' edificio della Deutsche Bank è ancora in piedi oggi sul sito del WTC, pesantemente coperto da uno schermo di metallo nero, forse per la vergogna, pronto ad essere buttato giù e non da una demolizione controllata. Questa ricorderebbe a troppa gente delle Torri 1, 2, 6 e 7. La CIA, i Brokers e le Banche Questo legame peccaminoso di “soliti affari” di brokers [5] di Wall Street, banche e CIA, include altri giocatori fondamentali del governo, come sottolinea Ruppert: John Foster Dulles e Allen Dulles furono i progettisti della CIA. Allen si incontrò con leaders nazisti come capo-stazione a Berna, Svizzera, e si occupò dei loro investimenti. Era anche il capo della CIA licenziato dal Presidente John F. Kennedy per il fiasco della “Baia dei Porci” [6]. John Foster Dulles era Segretario di Stato sotto Esenhower. Entrambi i fratelli Dulles furono avvocati nel maggiore studio legale di Wall Street il Sullivan, Cromwell. Politica, CIA e Wall Street, che terzetto. Il direttore della CIA di Ronald Reagan, Bill Casey, un veterano dell' OSS[7], era capo-segugio durante gli anni dell' Iran-Contra[8]. Sotto Nixon, era presidente della Securities and Exchange Commission. Professione: avvocato a Wall Street, agente di borsa. L' ex vicepresidente della Stock Exchange, David Doherty, era anche un generale in pensione consigliere della CIA: George HW Bush, presidente dal 1989 al 1993, direttore della CIA per 13 mesi dal '76-77, è ora un ben retribuito consulente del Carlyle Group, in cui condivide investimenti comuni con la famiglia bin Laden. Il Carlyle è anche uno dei maggiori appaltatori nazionali della difesa. Buzzy Krongard, ex direttore esecutivo della CIA, era ex presidente della banca d'affari A.B. Brown, ed ex vice presidente della Banker's Trust. John Deutch, direttore della CIA in pensione, era un membro del consiglio di amministrazione della Citigroup (della quale si è più volte documentato che riciclasse il denaro della droga, e che ha acquistato nel 2001 la Banamax riciclatrice Messicana dei guadagni della droga) Nora Slatkin, direttore esecutivo della CIA in pensione era un membro del consiglio di amministrazione della Citibank. L' irriducibile Maurice “Hank” Greenburg, ex Amministratore Delegato della compagnia di assicurazioni AIG, gestisce ancora a distanza una delle maggiori società di investimento di capitali, fu addirittura proposto come possibile direttore della CIA, ed è stato mostrato da Miachael Ruppert che ha legami di lunga data col traffico di droga della CIA e con le operazioni segrete. Inoltre la AIG è riuscita a riprendersi molto bene dagli attacchi dell' 11-9. E così via. Il resto è storia, la più grande storia del secolo, con i soliti affari che hanno il loro ruolo, che include insider trading, riciclaggio di denaro sporco e persino finanziamento del terrorismo come uno stile di vita e di morte. E l'11-9 ha innescato la caduta dell' America da democrazia a stato di polizia teocratico manipolato dai gestori del denaro e dai grandi capi delle aziende multinazionali. Rete Rete Essendosela cavata per strage, è stato un saltello per i nostri attuali ragazzi di Bush arrivare all' Afghanistan, all' Iraq e alla prossima fermata, l'Iran, e poi? Le vostre ipotesi sono buone quanto le mie, ma probabilmente non quanto quelle di Ruppert, che in questi giorni sta dicendo alla gente di comprare oro come fondo di investimento contro il dollaro morente e dirigersi ad un posto sicuro nell' hinterland. Non so se ciò risponde alla richiesta di sopravvivenza per le persone che vivono di stipendio in stipendio, su introiti fissi, sui debiti con le carte di credito, o che combattono per rimanere aggrappati ai loro risparmi e/o investimenti. Per gli altri, i ricchi, gli schifosamente ricchi e gli ancora più ricchi, quelli che“hanno di più” come W. ama chiamarli, la questione è irrilevante. Bush e i Repubblicani si prenderanno cura di loro. E se non è George, potrebbe essere Jeb come una volta c'era George Herbert Walker, che ha abbracciato Clinton, e così via. Per quei tipi, ci saranno abbondanti tagli alle tasse, e una sempre crescente mobilità verso l'alto, forse sino all' Estasi insieme ai loro alleati Cristiani Conservatori a cucù. Per il resto di noi, bene, avete il quadro. Imbrogli come al solito. Assassinii. Forse deve succedere qualcosa di veramente insolito alla routine e ai suoi imbrogli per cambiare tutto. Qualcuno che grida ”Sono completamente matto e non tollererò più tutto ciò”, come il visionario giornalista Howard Beale nella grande sceneggiatura di Paddy Chayefsky del 1976 Network. Link all'intero monologo. Vi infiammerà. E chi lo sa, tu, si tu, laggiù nel cyberspazio, il prossimo Tom Paine o Tom Jefferson, FDR, JFK, MLK, [9] Signor Anonimo, potresti essere la scintilla di qualcosa di nuovo, e condurre la brigata della giustizia a bussare alle porte del potere e dire ai soliti affari dove se ne devono andare. Jerry Mazza è uno scrittore free-lance che risiede a New York. Lo potete contattare all'indirizzo gvmaz@verizon.net. Fonte: http://www.onlinejournal.com Link: http://www.onlinejournal.com/artman/publish/article_842.shtml 26.05.2006 Copyright © 1998-2006 Online Journal Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO (Marcoc) Note del traduttore: [1] Con il termine inglese insider trading si intende la compravendita di titoli (valori mobiliari: azioni, obbligazioni, derivati) di una determinata società da parte di soggetti che, per la loro posizione all'interno della stessa o per la loro attività professionale, siano venuti in possesso di informazioni riservate non di pubblico dominio (indicate come "informazioni privilegiate") che, per la loro natura, permettono ai soggetti che ne facciano utilizzo una scelta basata su di un'asimmetria informativa, privilegiandoli rispetto ad altri investitori sul medesimo mercato.(Da Wikipedia) [2] Termine usato per indicare la CIA [3] Securities and Exchange Commission, un ente statunitense preposto alla vigilanza della borsa. In Italia l'equivalente è la CONSOB [4] Dipartimento della Polizia di Los Angeles [5] Agenti di borsa [6] Tentata invasione di Cuba condotta nel 1961 da esuli anticastristi addestrati dalla CIA. L'ambiente di esuli cubani, uomini della mafia e agenti CIA agli ordini di Dulles è quasi certamente il responsabile dell' omicidio di John Kennedy. [7] Office of Strategic Services, predecessore della CIA [8]Operazione clandestina della CIA che prevedeva la vendita di armi USA all' Iran e l'utilizzo del ricavato per finanziare i Contras, paramilitari che si opponevano al governo progressista Nicaraguese dei Sandinisti. Nell' affare rientrava anche l'importazione di cocaina sudamericana negli Stati Uniti. [9] Tom Paine: scrittore, rivoluzionario, protagonista dell' indipendenza americana. Tom Jefferson: terzo presidente degli USA ed uno degli autori della Dichiarazione di Indipendenza. FDR: Franklin Delano Roosvelt. JFK: John Fitzgerald Kennedy. MLK: Martin Luther King.

San Suu Kyi festeggia 61 anni agli arresti La paladina dei diritti umani birmana Aung San Suu Kyi ha compiuto ieri 61 anni e, come spesso le è accaduto anche in passato, ha dovuto passare il compleanno agli arresti domiciliari. Il mondo però non si è dimenticato della ricorrenza e manifestazioni contro il regime di Myanmar sono state organizzate in venticinque paesi in Europa, Nordamerica e Asia. Cosa rara, un dimostrante ha urlato "Lunga vita ad Aung San Suu Kyi" per diversi minuti non lontano dall'abitazione in cui l'attivista ha passato dieci degli ultimi 17 anni, prima che la polizia arrivasse a prelevarlo e lo arrestasse. Nella sede della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il movimento di San Suu Kyi, si sono incontrate trecento persone per una giornata di protesta ma anche di preghiera. La leader dell'Nld ha subito nel 2003 un'isterectomia e di recente ha avuto problemi allo stomaco. Cinque monaci buddisti hanno pregato per la guarigione della premio Nobel per la pace e il suo immediato rilascio. Il mese scorso la giunta militare ha prorogato di un altro anno le misure restrittive nei confronti della Suu Kyi. La decisione ha provocato ulteriori critiche al regime. I deputati del gruppo interparlamentare dell'Asean hanno proposto ieri di sospendere Myanmar dalla stessa associazione, se Rangoon non adotterà riforme in senso democratico e non libererà i dissidenti. www.aprileonline.info/

Un nuovo Consiglio per i Diritti Umani Oggi 19 giugno il nuovo Consiglio per i Diritti Umani sostituisce la tanto bistrattata Commissione dei Diritti Umani di Ginevra. E presto si saprà se sarà un successo o meno. Saranno in grado di evitare gli errori del passato? (omega.sunmoon.ac.kr) Si è scritto molto sui vantaggi e gli inconvenienti, fino a che punto si sia riusciti a superare la mancanza dell’antica Commissione dei Diritti Umani dell’Onu in funzione dal 1946. Il Consiglio per i Diritti Umani è stato creato lo scorso 15 marzo con gli unici voti contrari di Stati Uniti, Isreaele, Palau e Isole Marshall. I negoziati che hanno condotto alla sua fondazione a Ney York sono stati frenetici, né sono mancate le occasioni in cui si è decretata la sua scomparsa, ancor prima della sua fondazione. Le prime elezioni del Consiglio – celebrate il 9 marzo scorso – sono state la migliore testimonianza del progresso che il sistema delle Nazioni Unite ha sperimentato con questa riforma: la maggior parte dei nuovi membri sono stati molto competitivi (64 candidature per coprire 47 sedi). Tutti i candidati si sono impegnati a promuovere e a rispettare i diritti umani, e infine resteranno esclusi i trasgressori dei diritti e libertà pubbliche che avevano presentato la loro candidatura, come l’Iran e il Venezuela. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Senza dubbio è facile vedere il bicchiere mezzo vuoto. Paesi come Russia, Cina, Cuba, Pakistan e Arabia Saudita si sono aggregati al nuovo organo dopo aver utilizzato le armi della diplomazia e della loro importanza strategica, per ottenere i 96 voti richiesti. È probabile anche che i negoziati abbiano riabbassato il progetto iniziale presentato da Kofi Annan nel dicembre del 2004: un organo con meno membri eletti per 2/3 dall’Assemblea Generale – che avrebbe reso più difficile l’accesso dei trasgressori dei Diritti Umani. Nonostante ciò bisogna sottolineare l’importanza dell’abile gesto diplomatico dello svedese Jan Eliasson, che dalla presidenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è riuscito a portare avanti questo Consiglio. La cui opposizione da parte del rappresentante statunitense a New York, John Bolton, non ha di certo semplificato le cose. Ora disponiamo di un organo molto più completo e pronto ad affrontare le minacce e le sopraffazioni che i Diritti Umani continuano a subire in pieno Ventunesimo secolo, come segnalano personaggi politici del calibro di Jimmy Carter, Desmond Tute el’ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Mary Robinson. Meno membri (47 contro 53), più riunioni annuali, maggior valore per gli agenti non governativi e la possibilità di sospensione per i suoi membri: sono solo alcune delle caratteristiche che lo rendono più solido dell’organo da cui deriva. Il bicchiere per riempire del tutto L’ormai sorpassata Commissione per i Diritti Umani è stata la responsabile della Dichiarazione del 1948 e una forza chiave nella denuncia dei suoi abusi commessi contro la dignità umana durante gli ultimi decenni di vita. Il suo scarso prestigio, conseguenza dell’aggregazione alle sue fila di paesi come Sudan, Vietnam, Togo, Sierra Leone, Libia e lo Zimbawe di Mugabe, è responsabilità degli stessi membri delle Nazioni Unite che hanno consentito e sollecitato la sua politicizzazione. Negli stessi Paesi si rifiuta oggi la responsabilità di convertire il nuovo Consiglio in promotore e difensore dei Diritti Umani. Se in futuro le democrazie voteranno in blocco si potranno definitivamente espellere dal Consiglio i Paesi che violano i Diritti Umani. Ángel Alonso Arroba - Washington http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7213

'UCCIDO RIDENDO UNA FAMIGLIA IRACHENA': IL VIDEO 'MUSICALE' CHE IMBARAZZA I MILITARI USA GLI STATI UNITI SONO UNA SOCIETA' VIOLENTA ? DI CARLO GAMBESCIA La storia del video-shock del marine che inventa (?) una strage, e poi la canta, accompagnandosi con la chitarra, tra gli applausi dei commilitoni, non può non suscitare almeno due domande: la società americana è una società "costitutivamente" violenta? E se sì, quali sono i rapporti tra violenza "costitutiva" ed espansione imperialistica Usa? Proviamo a rispondere. Soprattutto quando ci si riferisce ai popoli, è sempre pericoloso parlare di attitudini alla violenza collettiva, o addirittura di caratteri nazionali precostituiti. Come invece accadeva in certa letteratura pseudo-scientifica di fine Ottocento che divideva i popoli in superiori e inferiori, in "mansueti" e "feroci", inventandosi presunte differenze antropologiche, che qui è inutile a ricordare. Va però ammesso che esistono delle costanti, come dire, sociologiche, che incarnano la storia, la tradizione e la cultura di ogni popolo. Sotto questo aspetto l’America è stata definita una società violenta e individualistica, quasi hobbesiana, perché sarebbe distinta da una costante guerra di tutti contro tutti. Che c’è di vero in queste affermazioni? La risposta è impegnativa. Cominciamo col dire che in effetti la storia degli Stati Uniti è segnata da quel mito della frontiera, che porta con sé la figura di un pioniere, abituato a farsi giustizia da sé e usare liberamente le armi. Dopo di che vanno ricordate le componenti bibliche: in particolare quella del popolo americano come il nuovo popolo eletto (bianco, protestante e di origine anglosassone). E ciò spiega l’atteggiamento di durezza verso i presunti popoli “inferiori” (nativi e minoranze), e illumina le ragioni culturali di una politica estera, divenuta nel tempo sempre più aggressiva. A questi aspetti vanno poi aggiunti quelli più strettamente economici e sociali. In primo luogo, il primato attribuito all’economia, e in particolare a valori economici come il successo e il denaro. In secondo luogo, l’individualismo del pioniere, una volta coniugatosi, con quello economico, ha dato vita sul piano dei comportamenti collettivi a una società conflittuale e competitiva, o come si dice a somma zero: chi vince prende tutto, chi perde, magari per due volte di seguito, va a fondo. Ovviamente, questi elementi, e in particolare i fili che li collegano, non vanno intesi in chiave di puri automatismi sociali e storici, nel senso dello stereotipo dell’americano eterno cowboy. Tuttavia questa miscela di individualismo aggressivo ed etnocentrismo, che rinvia al Far West, ai pionieri e a una certa lettura della Bibbia, ha prodotto non solo uno straordinario progresso economico (non condiviso però da tutti gli americani…) ma anche una società dura, a tratti spietata, e sul piano esterno, un imperialismo altrettanto privo di riguardi e spesso incontrollato. A queste costanti sociologiche del “carattere” americano, che dunque esistono, vanno poi affiancati quelli che sono gli elementi “circostanziali”: le necessità dell’economia, la qualità e la sete di potere delle élite, il bisogno di trasferire, e quindi sopire i conflitti sociali, dall’interno all’esterno della nazione. Tutti elementi contingenti che di volta in volta possono frenare o accelerare l’aggressivo etnocentrismo individualistico di fondo. Attualmente tutto sembra congiurare verso la crescita esponenziale dell’imperialismo incontrollato: dalla volontà di potenza chiaramente rivendicata dall’amministrazione Bush alla necessità di dare sfogo all‘economia, attraverso le classiche “commesse” militari. Naturalmente, giocano un ruolo decisivo, sia l’assenza di alternative politiche all’amministrazione repubblicana, sia la totale mancanza sul piano internazionale di un potere capace di controbilanciare quello Usa. Ma quel che ripugna, e si tratta di un dato morale più che politico, è la scelta americana di ridurre ogni volta a danno collaterale, o “tragico incidente“, qualsiasi vittima causata dalla marcia trionfale dei “liberatori”, come ad esempio è accaduto per il nostro Calipari. Per non parlare poi delle migliaia di iracheni caduti sotto le bombe “intelligenti“. In tali frangenti gli americani, non fanno distinzioni, e trattano le vittime alla stessa stregua di quei perdenti che la società Usa emargina in modo sistematico: disoccupati, senza casa, poveri, minoranze riottose. Come una specie di prezzo, neanche troppo caro, da pagare al cammino del progresso. Ma in che direzione? Carlo Gambescia Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

Il gigante buono La Wal-Mart medita di sbarcare nel commercio equo-solidale. Con quali effetti? E’ un po’ come se il diavolo, o almeno quello che sempre più persone indicano come tale, intingesse le sue mani nell’acqua santa. Così il gigante statunitense della distribuzione Wal-Mart, la più grande società mondiale di rivendita al dettaglio, sembra ora aver deciso di levarsi di dosso l’immagine negativa che gli è stata appiccicata negli ultimi anni: quella di un colosso commerciale che impone le sue regole al mercato, trainando verso il basso i prezzi dei prodotti ma anche gli stipendi dei suoi lavoratori. Questo fino ad oggi. Perché ora, come è stato anticipato dal Washington Post, Wal-Mart sta progettando il salto in quello che forse è l’unico mercato in cui non ha ancora messo piede: il commercio equo-solidale. Sbarco in un mondo nuovo. Secondo il quotidiano statunitense, la compagnia proprietaria di oltre 6.500 ipermercati al mondo sta lavorando da mesi allo sbarco nel fair trade. Dalla scorsa estate, Wal-Mart ha instaurato legami con centinaia di gruppi del campo, per studiare come muoversi. In particolare Café Bom Dia, un produttore brasiliano di caffè equo-solidale, ha stretto accordi con Sam’s Club, una divisione della Wal-Mart. E in queste settimane i dirigenti della società stanno visitando di persona le cooperative equo-solidali dell’America Latina, per trovare nuove intese.. Il paradosso. La sfida di Wal-Mart è piena di incognite, per chi già opera nel settore e per la stessa società statunitense. Come farà la compagnia simbolo del commercio nell’era della globalizzazione a coniugare la ricerca costante dei costi più bassi con un mercato dove il costo dei beni è volutamente superiore al prezzo di mercato, per garantire ai produttori una retribuzione decente? Ad esempio, all’ingrosso i fagioli ora costano più o meno 1,60 euro al chilo, ma sul mercato equo-solidale il prezzo parte da un minimo di 2,20 euro per la stessa quantità. E la galassia del fair trade, composta finora di piccole realtà, non ha mai dovuto misurarsi con colossi del genere. “Wal-Mart è probabilmente l’ultimo posto al mondo dove raccomanderemmo di fare la spesa”, ha detto al Post Kirsten Muller, direttrice del gruppo no-profit Global Exchange. “Questo complica le cose”. Paure e speranze. Le organizzazioni del settore sono divise. “La nostra più grande preoccupazione è che l’ingresso di Wal-Mart in questo mercato provochi una caduta degli standard di qualità”, dice a PeaceReporter Ryan Zen dell’Organic Consumers Association. “Con la sua forza contrattuale e la sua ricerca del minor prezzo, Wal-Mart farà pressioni in tal senso al dipartimento per l’Agricoltura. E temiamo anche che i produttori piccoli verranno spazzati via”. Nicole Chettero, portavoce della TransFair Usa, il gruppo che certifica i prodotti equo-solidali, è invece ottimista. “L’entrata di Wal-Mart in questo mercato porterà solo benefici, sia agli agricoltori sia ai consumatori”, spiega a PeaceReporter. “I produttori equo-solidali ricevono vendono comunque a un prezzo superiore alla media di mercato, anche se poi il rivenditore finale è Wal-Mart. E il nostro interesse è comunque che più gente possibile compri equo-solidale”, conclude. Una nuova filosofia aziendale. Comunque sia, la filosofia Wal-Mart sta cambiando, come qualche anno fa la McDonald’s – diventata sinonimo di cibo-spazzatura – capì che era il momento di offrire qualcosa di più di hamburger e patatine. La compagnia che nel proprio logo contiene la scritta “Always low prices!”, prezzi bassi sempre, ora parla anche di “energia sostenibile”, “riciclaggio”, “lotta agli sprechi”. L’amministratore delegato Lee Scott, fa notare il Washington Post, guida un’automobile a tecnologia ibrida con motore elettrico, dai consumi ridotti. Alessandro Ursic http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=5637

Ratzinger, Auschwitz e la riconciliazione di David Cesarani (The Guardian) Joseph Ratzinger ha scientemente seguito i passi del suo predecessore, Giovanni Paolo II, alla ricerca della riconciliazione tra oppressi e oppressori. Tuttavia, durante la recente visita ad Auschwitz, Benedetto XVI non ha menzionato i massacri delle crociate, i ghetti, le persecuzioni incitate dalla Chiesa, le reazionarie invettive dei Papi che hanno attribuito agli ebrei una modernità atea La visita del Papa ad Auschwitz qualche settimana fa è stata toccante, ma l’emozione non dovrebbe oscurare alcuni controversi aspetti del discorso che Benedetto XVI ha tenuto dalle rovine delle camere a gas, da dove migliaia di ebrei non sono più tornati. Joseph Ratzinger ha scientemente seguito i passi del suo predecessore, Giovanni Paolo II, alla ricerca della riconciliazione tra oppressi e oppressori. Ma, mentre il Papa polacco aveva parlato per le vittime della tirannia nazista, Benedetto XVI ha dichiarato: “Sono qui come figlio del popolo tedesco”. Ha parlato dei tedeschi come di persone “usate e fatte oggetto di abusi” da parte dei loro gerarchi, che ne hanno fatto strumento “delle proprie follie”. Non c’è stato cenno, in questa elegia, alla complicità dei tedeschi comuni. Questa tattica del due passi in avanti e uno all’indietro, tuttavia, è stata ancor più evidente per ciò che Benedetto XVI ha detto in merito alla sorte degli ebrei. Ratzinger è andato oltre il suo mentore Wojtyla nel caratterizzare questo popolo come membro della grande famiglia cristiana: ha fatto ricorso alla più evocativa e tragica testimonianza storica dell’odio verso gli ebrei. Egli, tuttavia, ha taciuto sulla bencheminima possibilità che possa esistere un legame tra un millennio di ostilità perpetrate dalla Chiesa cattolica nei confronti dell’ebraismo e l’assalto nazista al popolo ebreo. Ratzinger non ha menzionato i massacri delle crociate, i ghetti, le persecuzioni incitate dalla Chiesa, le reazionarie invettive dei Papi che hanno attribuito agli ebrei una modernità atea – il tutto consentito attraverso la legittimazione di un antisemitismo sia politico sia razziale. Benedetto XVI ha tentato di esonerare la Chiesa dal considerare l’Olocausto sul piano della deviazione dai valori cristiani, allo stesso tempo minando alle fondamenta quella che egli considera la decadenza morale della vita moderna. Un obiettivo, quello di Ratzinger, che si addice alla comunità ecclesiastica del clero cattolico, impegnato nella costante lotta nel controbattere l’ondata di indifferenza che ha coinvolto la religione. In ogni caso, questa attitudine non aiuterà la Chiesa polacca a confrontarsi con il ruolo svolto nel pogrom di Kielce del luglio 1946. Il 60esimo anniversario del massacro nella città polacca dei 42 ebrei sopravvisuti alle persecuzioni naziste sarà occasione per la Polonia di riflettere sulle pagine antisemite della propria storia. Una nuova ricerca condotta dallo storico Jan Gross ha mostrato come la Chiesa polacca contribuì indirettamente alla strage fomentando il mito che gli ebrei fossero in combutta con i comunisti. Quando i leader ebrei polacchi si appellarono alla Chiesa per la condanna delle violenze post-belliche perpetrate nei confronti degli ebrei, essa rispose che queste esprimevano la comprensibile ira del popolo polacco contro una “smisurata influenza ebrea”. Già Benedetto XVI, non importa quanto sinceramente egli voglia premere per la riconciliazione tra ebre e cristiani, mise piede sul suolo polacco e mancò di sfidare il sogno secondo cui la Chiesa cattolica non si sia mai macchiata di antisemitismo. Gli ebrei indubbiamente si rammaricheranno per questa omissione, ma anche chi ebreo non è dovrebbe sentirsi coinvolto. Nel suo discorso, oltre ad accusare il moderno materialismo, Benedetto XVI ha attaccato coloro che “abusano del nome di Dio” nel commettere violenze. Presumibilmente, si riferiva ai terroristi che uccidono nel nome di Allah. Ma perché mai i musulmani dovrebbero curarsi di un Papa che persevera nel condannare il cattivo uso della fede in tutti i casi escluso quello della Chiesa cattolica? Da un così lodevole pellegrinaggio, ci si sarebbe potuto aspettare di più. Durante il discorso di Ratzinger, un arcobaleno è apparso in cielo, facendo ricordare la promessa, riportata dalla Bibbia, che Dio fece dopo la tempesta: una catastrofe del genere non si ripeterà. Ma qui la storia è diversa: finita la tempesta, gli uomini torneranno invano a cercare la gloria. Piuttosto che lanciare un messaggio di redenzione all’umanità, l’equivalente teologico di un “mai più”, Benedetto XVI si è così reso protagonista di nulla più che di una languida promessa. Fonte: The Guardian Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media Sul tema vedi 'Habemus Papam – Il potere e la gloria: dalla morte di Papa Luciani all'ascesa di Ratzinger', di David A. Yallop, già autore di 'In nome di Dio – La morte di Papa Luciani' (10 milioni di copie vendute in tutto il mondo), e 'Il libro nero del Cristianesimo – Duemila anni di crimini nel nome di Dio'. Di seguito, un estratto da 'Habemus Papam' 'Controversie ad Auschwitz' Nel 1986, alla sinagoga di Roma, il Papa citò Nostra Aetate, parlò della visita ad Auschwitz del giugno 1979 e del fatto che si era fermato a pregare di fronte all’iscrizione commemorativa in ebraico: “Nessuno può passare davanti a essa con indifferenza”. Tuttavia, proprio in quel preciso istante, ad Auschwitz un gruppo di suore carmelitane stava dimostrando non solo indifferenza, ma anche un’eccezionale insensibilità. Nell’agosto 1984 avevano rilevato un edificio adiacente al campo. Era noto come “il vecchio teatro” ed era il magazzino dove un tempo si conservava lo Zyklon B, il veleno usato nelle camere a gas naziste. Le suore avevano ottenuto dalle autorità locali l’edificio in affitto per 99 anni e nel giro di un mese gli alti esponenti della Chiesa cattolica avevano espresso il loro consenso alla creazione di un convento. In seguito si sostenne che era stata un’idea del Pontefice, espressa per la prima volta quando era Cardinale a Cracovia. In realtà ad Auschwitz l’allora Cardinale Wojtyla voleva molto più di un convento. Durante una trasmissione alla Radio Vaticana, il 20 ottobre 1971, disse: “La Chiesa polacca sente la necessità di un luogo di culto, un altare e un santuario ad Auschwitz. Questo è tanto più necessario dopo la beatificazione di Massimiliano Kolbe. Siamo tutti convinti che il quel luogo di eroica immolazione debba essere eretta una chiesa, così come fin dai primi secoli del Cristianesimo venivano costruite chiese sulle tombe dei martiri, dei beati e dei santi”. L’idea di costruire un convento cattolico in un posto in cui erano stati assassinati oltre un milione di ebrei era profondamente oltraggiosa per gli ebrei di molte nazioni. Il Pontefice non fece nulla per porre fine alla controversia e, quando le suore aggiunsero un’enorme croce alta sette metri presso i cancelli del campo, le parole conciliatorie del Papa nella sinagoga di Roma suonarono false. La controversia di Auschwitz continuò, accompagnata dal silenzio di Karol Wojtyla. Alla croce grande se ne aggiunsero altre, più di 300, più piccole. La controversia dimostrò l’ignoranza - o forse l’indifferenza - dei cattolici nei confronti di una fede diversa che aveva una diversa tradizione. I cattolici venerano e proclamano sacri tutti i luoghi di martirio, ma secondo la tradizione ebraica quei luoghi devono restare abbandonati. Nel maggio 1985 una branca belga di un’associazione di nome “Aiuto alla Chiesa bisognosa” emise un bollettino che chiedeva finanziamenti per aiutare le suore carmelitane ad Auschwitz a convertire e modernizzare l’edificio che volevano utilizzare come convento. Il bollettino fu emesso poco prima che il Papa visitasse il Belgio e definiva i finanziamenti “un dono per il Papa”. Questa ferita aperta nelle relazioni tra ebrei e cattolici si sarebbe potuta rimarginare rapidamente con l’intercessione del Papa. Purtroppo si rivelò un altro esempio della timidezza di Wojtyla, che più volte rifiutò di essere coinvolto nella questione. Pronunciava bei discorsi, incitando i cattolici a “scandagliare in profondità lo sterminio di molti milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e le ferite così inflitte ai sentimenti del popolo ebraico”, ricordando al mondo che “la libertà di religione per l’individuo e per i popoli deve essere rispettata ovunque e da chiunque”. Ci fu un fiume di documenti di riconciliazione da parte della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, tra i quali: “Note sul corretto modo di presentare gli ebrei e l’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica romana”. Ma tutte queste belle parole furono compromesse da due atti irriflessivi: il primo fu la costruzione del monastero ad Auschwitz, il secondo l’udienza del Pontefice (25 giugno 1987) col Presidente austriaco ed ex segretario generale dell’ONU Kurt Waldheim. 'Habemus Papam', l’ultimo lavoro, rigoroso e documentatissimo, dello scrittore d'inchiesta David A. Yallop, ricostruisce con irreprensibile imparzialità gli ultimi 30 anni di Vaticano, da papa Luciani sino a oggi, investigandone tutte le questioni politiche, economiche, sociali e culturali connesse. Un libro che, dunque, diventa così la verità celata su Karol Wojtyla. Si tratta di un’opera che ha richiesto decenni di indagini del più eccelso giornalismo investigativo e il cui risultato è un’analisi stupefacente e definitiva delle scelte operate negli anni dalla Chiesa e ora più che mai cruciali per l'umanità. In nome di Dio', il primo libro di David A. Yallop (tradotto in dieci lingue, 10 milioni di copie vendute in tutte il mondo), ha aperto i casi Calvi, Gelli, Sindona e IOR, e per primo ha sostenuto che Luciani fu ucciso perchè non svelasse i misteri della corruzione finanziaria della Chiesa. Nel corso degli anni, nessuna delle argomentazioni di Yallop è mai stata smontata.

Mostar, un calcio alla convivenza Da Sarajevo, scrive Massimo Moratti La Croazia perde con il Brasile e a Mostar si scatena la guerriglia urbana. Obiettivo dei teppisti anche il liceo multietnico della città. La tensione rimane alta, anche per l'arresto, nelle scorse settimane, di tre croato-bosniaci accusati di crimini di guerra Una serie di incidenti ha scosso Mostar la sera della partita di calcio tra Brasile e Croazia. La sconfitta della Croazia è stata mal digerita dai supporters erzegovesi che hanno inscenato una vera e propria guerriglia urbana, martedì notte subito dopo la sconfitta della nazionale croata ad opera del Brasile. Una serie di teppisti, per lo più teen agers, provenienti da Mostar Ovest hanno iniziatio a saccheggiare edicifici e proprietà nella piazza di Spagna a Mostar e subito dopo si sono scontrati con un gruppo di coetanei provenienti dalla parte orientale della città, che avevano iniziato a tifare per il Brasile, lo scontro tra i due gruppi è stato inevitabile. Un testa a testa tutto erzegovese e, senza offesa per nessuno, la durezza delle cervici erzegovesi è un fatto alquanto noto nei Balcani. Il risultato, secondo quanto riportato dal portavoce del ministro degli Interni del Cantone, Srecko Bosniak, è stato di 18 feriti, tra i quali 6 agenti di polizia. Uno dei feriti versa in gravi condizioni per ferite da arma da fuoco. 26 persone sono state arrestate. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, la polizia si è fatta trovare impreparata di fronte all’esplosione di violenza, a differenza di quanto era avvenuto un mese prima, quando le forze dell’ordine avevano aumentato la loro presenza in occasione della vittoria del Velez, la