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D’Ambrosio: «Votata una legge devastante Non mi ricandiderei»
L’uomo di Mani pulite: «L’Unione si è piegata ai ricatti. Ma i miei colleghi li leggono i sondaggi?»
di Enrico Fierro/ Roma
«L’approvazione dell’indulto è la sconfitta del partito dei giustizialisti. E’ la fine di un’epoca». Leggo le parole del ministro della Giustizia, Clemente Mastella a Gerardo D’Ambrosio, una vita in magistratura: inchieste contro il terrorismo, rosso e nero, Piazza Fontana, fino a Tangentopoli, infine, l’approdo alla politica. Un seggio al Senato nelle fila dell’Ulivo. «Per ricevere una prima, grande, cocente delusione. Che dire? Se tornassi indietro non mi candiderei più». La voce, al telefono, è calma come chi è abituato a fare critiche forti senza aver bisogno di forzare i toni. Calmo e addirittura rassicurante, era il giudice D’Ambrosio una sera del 14 aprile 1995. Dal giornale lo chiamammo perché avevamo avuto una brutta notizia. Era stato scoperto un tiratore scelto, appostato nei pressi di casa sua. L’attentato non riuscì solo per l’abilità della scorta. Il killer, inseguito, fuggì su una moto. D’Ambrosio ci rispose, ma non fece un commento, meno che mai fornì un particolare in più, si limitò ad augurarci una buona serata. Con calma. Questa era la vita di un magistrato nel pieno della tempesta di Mani pulite. E che oggi si trova iscritto d’ufficio, insieme ad altri che pure nel centrosinistra si sono schierati contro questo indulto, nel partito dei «forcaioli-giustizialisti» e via ingiuriando. «Non capisco cosa intenda il ministro della Giustizia quando parla di fine di un’epoca. Ce lo dirà in un’altra occasione. La mia speranza è che non finisca l’epoca del rispetto della legge. Tutto qui».
Senatore, lei dice di essere deluso e che oggi non si ricandiderebbe più.
«Lo confermo. Mai avevo assistito ad una una discussione su un tema così delicato fatta in fretta e furia, senza ascoltare gli argomenti di chi si diceva contrario. E badi bene: non per motivi di principio - la contrapposizione tra garantisti e giustizialisti è senza senso - ma per ragioni serie, documentate. Sono deluso perché dopo 45 anni passati in magistratura pensavo di poter mettere la mia esperienza al servizio del Paese e invece...».
Invece?
«Sull’indulto nessuno mi ha chiesto un parere preventivo, un contributo, un consiglio. Né a me, né ad altri - avvocati, giuristi, magistrati - presenti nelle fila della Camera e del Senato. Si aveva fretta, ecco».
Perché?
«La ragione è che il provvedimento doveva passare così com’era, altrimenti Forza Italia non lo avrebbe mai votato. Abbiamo subito un ricatto. O l’indulto prevede uno sconto di pena di tre anni e fino ai reati commessi al maggio 2006, oppure non passa».
E la maggioranza ha ceduto.
«Mi pare evidente».
L’indulto, è stato il leit-motiv dei sostenitori della legge, era indispensabile per affrontare la situazione drammatica delle carceri.
«E io sono d’accordo. Ma non era indispensabile approvare una misura così estesa, con uno sconto di pena così ampio e per reati anche gravi, per centrare l’obiettivo. In quanti usciranno dal carcere? Non è ancora chiaro. I rappresentanti del ministero della Giustizia hanno parlato di 12mila detenuti. Io, invece, ho calcolato - facendo una stima proprio sui dati del ministero - che i condannati con pene residue inferiori ai tre anni sono il 61,2% del totale. Se le cose stanno così ad uscire saranno circa 22mila persone. E si tratta non solo di poveri cristi, ma anche di soggetti che hanno commesso reati gravi. A Milano, solo per rapina a mano armata torneranno in libertà 358 condannati. Ma diamo per scontato che i numeri forniti dal ministero siano giusti: lo stesso obiettivo si poteva raggiungere abbassando la soglia della clemenza ad un anno solo. Così avremmo scarcerato lo stesso identico numero di persone (11346) venendo incontro all’esigenza di sfollare le carceri. Invece abbiamo approvato una legge devastante».
Mentre lei diceva queste cose, al Senato, il ministro Mastella era impegnato al telefono.
«Ognuno ha il suo stile. La verità è che con questo indulto abbiamo offerto un bonus di tre anni per i processi in corso. L’Italia è il paese dove un processo dura in media otto anni, queste norme rischiano seriamente di mettere nel nulla 100mila sentenze di condanna. Ma i miei amici del centrosinistra li hanno letti i sondaggi? Hanno capito che la gente è contraria a vedere in libertà estorsori, rapinatori, chi porta l’esplosivo per l’attentato ad un negozio, e poi gli autori di frodi fiscali, chi falsa i bilanci delle imprese...»
Senatore, lei è un forcaiolo giustizialista.
«Sorrido, perché tra le prime proposte che ho presentato c’è quella che riguarda l’immediata depenalizzazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Nel 2005 gli immigrati (i poveri cristi sfruttati, senza contratto) passati per le carceri italiane solo per aver violato quella legge, sono stati 11500, per non parlare delle centinaia di piccoli spacciatori e tossicodipendenti finiti in galera, anche per un solo giorno, in virtù delle norme sulla droga».
Casson: «Ma non chiamatelo colpo di spugna»
L’ex magistrato, senatore dell’Ulivo: «Nelle carceri la situazione è drammatica»
«È stato un intervento tampone, reso necessario da concrete esigenze di umanità, di civiltà e di buonsenso. Non chiamatelo colpo di spugna». Felice Casson, senatore dell'Ulivo,membro della commissione Giustizia, già magistrato, ha detto sì all'approvazione dell’indulto. L'esito del voto sul provvedimento, però, apre un confronto nel centrosinistra. C'è chi è stato subito favorevole, chi no e chi anche votando a favore qualche dubbio l'ha manifestato.
Senatore Casson,con quale stato d’animo ha votato?
Sicuramente un sentimento di forte disagio, l’ho ripetuto più volte in commissione e in aula. Un contrasto condiviso con altri Parlamentari. Se da una parte c’è l'interesse alla sicurezza e alla tranquillità per tutti i cittadini e l’esigenza della certezza della pena, dall'altra ci sono i principi del rispetto umano, della dignità, della considerazione e del tentativo di recupero sociale del condannato. Ma il tempo a disposizione, con l’interruzione dei lavori parlamentari per la pausa estiva, era molto stretto. Ripeto, è stato un intervento tampone.
A chi, tra gli elettori del centrosinistra dissente, è stato detto: approviamo l'indulto per ragioni umanitarie. Con il provvedimento, gli istituti di pena da una dimensione espiativa recupererebbero una dimensione rieducativa.
È così, siamo in ritardo perché la politica per tanti anni non è stata in grado di intervenire e di risolvere in modo adeguato ed efficiente la situazione. La condizione attuale delle nostre carceri è giunta a livelli di vera emergenza con punte di drammaticità non solo per i detenuti, ma anche per gli stessi agenti della polizia penitenziaria. La Costituzione ci richiama ad un concetto civile ed umanitario della responsabilità penale e della pena, un significato non di afflizione, ma di recupero civile e morale del reo attraverso la privazione della libertà personale. Inoltre vorrei ricordare che con l'indulto i processi si fanno e non è, come qualcuno ha detto, una violazione della legalità, perché è una misura prevista dalle norme costituzionali.
Tutto questo va bene, ma quando si attiveranno gli interventi strutturali, questi anche esplicitamente previsti nel programma dell'Ulivo?
Il programma dell’Ulivo prevede interventi più specifici che vanno dall’edilizia carceraria alle nuove norme sostanziali penali o di rito penale. E ancora, penso alla modifica dell'ordinamento penitenziario, alle misure alternative al carcere e quindi alla modifica della 689, all’abrogazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione o della Giovanardi-Fini in materia di sostanze stupefacenti, norme a tutela delle persone offese e all'abrogazione delle leggi vergogna a cominciare dalla Cirielli e dalla Cirami approvate nella passata legislatura. Per questi ultimi due provvedimenti, insieme ad Anna Finocchiaro e Massimo Brutti abbiamo già depositato delle proposte in Parlamento.
E avremo la stessa solerzia e unità di intenti con i quali il Parlamento ha varato l'indulto?
Dovrà essere così. In questo senso è il Governo che deve darsi da fare. In Commissione Giustizia stiamo aspettando le proposte.
Si parla del rischio di reiterazione del reato. Inoltre le strutture sul territorio, i servizi sociali, che dovrebbero recepire e seguire i soggetti che escono dal carcere non sembrano pronte ad assorbire questa nuova domanda. Si è fatto un’idea circa le ricadute sull’ordine pubblico?
A parte il balletto di cifre, anche qui abbiamo avuto, i giorni precedenti la votazione, delle perplessità sul costo sociale del provvedimento. In Commissione avevamo chiesto, il giorno prima, la presenza di qualche esponente del Governo. C’era il ministro Clemente Mastella, il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, ma del ministero dell’Interno non c’era nessuno. Comunque sia sappiamo chi sono coloro che beneficeranno del provvedimento e abbiamo approvato un ordine del giorno che prevede un sistema locale di controllo e sorveglianza.
D'Ambrosio ha detto: "Dopo ciò non mi ricandiderei". E lei?
Avevamo due posizioni diverse, ma per quel che mi riguarda non cambia nulla: confermo la mia candidatura. Ci sono molti nodi da affrontare e sciogliere e la conoscenza specifica di particolari settori e realtà è una risorsa per tutta la maggioranza.
Votando sì...
Certo, ma non chiamatelo colpo di spugna.www.unita.it
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Se non ora, quando?
Nicola Coniglio
Giuseppe De Arcangelis
Laura Serlenga
Dalla metà degli anni Settanta le politiche di accoglienza dei paesi industrializzati sono divenute generalmente più restrittive. Tuttavia, nonostante il calo dei flussi migratori legali, negli anni della globalizzazione il loro inasprimento ha causato una sostituzione di migrazione legale con migrazione illegale o irregolare. L’aumento relativo della clandestinità non è neutrale rispetto al "contenuto qualitativo" dei movimenti migratori. Difatti, i costi associati allo status di clandestino sono relativamente più elevati per i migranti più qualificati.
Diversi paesi, Francia e Stati Uniti in primis, stanno ripensando le loro politiche immigratorie. (1) Anche per noi è arrivato il momento di valutare e rivedere la Legge Bossi-Fini e occorre farlo in fretta - il secondo decreto-flussi con il quale il Governo apre la strada all’opportunità di impiegare ulteriori 350 mila lavoratori extra-comunitari, è un importante riconoscimento dell’inadeguatezza della corrente normativa e del costo in termini di clandestinità che essa produce. Aspettare troppo può avere effetti di diversione proprio sui flussi migratori dei lavoratori più qualificati a favore di altri paesi simili al nostro, ma più pronti ad agire.
Il costo della clandestinità
La migrazione è una delle decisioni più costose e difficili nella vita di un individuo e le politiche migratorie influenzano tale scelta, in particolare dove e come trasferirsi, se in modo legale o illegale. D’altra parte, l’adozione di politiche restrittive è la legittima e consapevole scelta di un paese, ma la loro efficacia e il costo della loro attuazione sono talvolta trascurati. L’effetto collaterale più rilevante è quello di incentivare la clandestinità. E la clandestinità, al di là dei problemi di ordine sociale, rappresenta un "costo" per tutti: i migranti, i paesi di origine e i paesi di destinazione.
Per i migranti, la clandestinità implica che la capacità di impiego delle proprie qualifiche è sensibilmente compromessa, con forti effetti negativi sia nei paesi di origine (meno rimesse, meno opportunità e incentivi ad accumulare capitale umano sia prima della partenza che durante la migrazione, sperpero delle risorse impiegate per la formazione) sia nei paesi di destinazione (il contributo dei migranti è di gran lunga al di sotto del loro potenziale produttivo).
Per i paesi di destinazione, il costo della clandestinità comprende anche il perverso incentivo che induce gli immigrati illegali più qualificati a scegliere di tornare per primi nei loro paesi di origine. Uno studio recente (2) mostra che, in presenza di illegalità, la propensione a tornare è assai più elevata proprio per i migranti più qualificati, gli stessi che le politiche selettive (di altri paesi, non dell’Italia) cercano di attrarre. Il costo opportunità di tornare nel paese di origine è più basso per l’ingegnere egiziano che raccoglie pomodori in Campania, rispetto al suo compagno di viaggio pressoché analfabeta.
Inoltre, il luogo comune che i clandestini abbiano un basso livello di istruzione e siano in prevalenza non qualificati è smentito da alcuni studi recenti. In particolare, una ricerca condotta presso l’università di Bari sugli immigrati illegali intercettati e trattenuti in dieci centri di permanenza temporanea di quattro Regioni nel 2003, e un’altra dell’Università Bocconi sui clandestini che hanno usufruito di assistenza sanitaria a Milano da parte della Onlus Naga nel 2000-2001, evidenziano entrambe l’elevato livello di qualifiche degli immigrati illegali, anche rispetto ai locali. (3)
Cosa fanno gli altri paesi industrializzati e cosa (non) fa l’Italia
In Francia, le rivolte di ottobre e novembre hanno riaperto la questione dell’arrivo di nuovi migranti e della loro integrazione nella società francese. (4) Si è avviato un processo di revisione della disciplina sull’immigrazione, già riformata nel novembre 2003 con l’introduzione del Contratto di accoglienza e integrazione. Ai primi di maggio è stato presentato un progetto di legge che abolisce alcuni principi storici di universalità di accoglienza (dopo dieci anni gli immigrati clandestini vengono regolarizzati), ma allo stesso tempo promuove l’immigrazione qualificata distinguendo tre tipi di visto (per studenti, per famiglie e per lavoratori) e garantendo una politica di accoglienza molto attiva (è previsto che l’immigrato segua corsi di lingua e di educazione civica durante i tre anni di permanenza garantita per "talento"). Il disegno di legge è ancora ampiamente discusso da tutte le parti sociali.
Negli Stati Uniti di un buon bilanciamento tra accoglienza e fermezza si discute in Senato e al Congresso. Anche in questo caso, la politica di accoglienza guarda al forte calo dell’immigrazione qualificata: da 200mila visti H1B nel 2001 ai 65mila odierni. Si teme soprattutto la concorrenza di altri paesi, come l’Australia, il Canada e la Svizzera, che hanno legislazioni a punteggio in grado di favorire l’ingresso dei cervelli.
L’Italia è uno dei paesi che ha visto crescere maggiormente l’ingresso di stranieri, sia regolari che irregolari. L’ultimo rapporto Ocse sull’immigrazione mette il nostro paese al settimo posto in quanto a flussi in entrata di immigrati legali nel 2004 (156.400 persone "a lungo termine", secondo le nuove statistiche armonizzate), ma segnala l’aumento più forte tra il 2003 e il 2004 rispetto a tutti gli altri paesi industrializzati, eccetto gli Usa. (5)
È una realtà che dovrebbe aprire riflessioni approfondite per una revisione della legge sull’immigrazione in vigore, la cosiddetta Bossi-Fini, come previsto anche dal programma elettorale dell’Unione.
Un primo passo è stato fatto: l’adozione del secondo decreto flussi del 21 luglio 2006. Il Governo ora dovrebbe avviare una discussione sull’adozione di una politica immigratoria non più solamente basata sulle regolarizzazioni ma che colga i complessi aspetti del fenomeno migratorio, in particolare quello delle qualifiche degli immigrati su cui è opportuno basare ragionevoli criteri di selettività. Altri paesi a noi vicini, come la Francia, danno particolare attenzione alle capacità e alle potenzialità degli individui, cercando di attirare così i flussi migratori qualificati. Se è vero che la nostra struttura produttiva non è particolarmente propensa all’utilizzo di questi lavoratori, eliminare qualsiasi incentivo dal lato dell’offerta di lavoro, potrebbe far cadere ogni speranza di cambiamento.
Sembra che il nostro paese (ma, più in particolare, la classe di governo degli ultimi anni) non si sia ancora reso conto di essere divenuto un paese di immigrazione. L’esperienza del Canada, dell’Australia, degli Stati Uniti dimostra chiaramente che l’immigrazione, quando governata, è una risorsa fondamentale per il paese ospitante oltre che essere la speranza, di una vita migliore per milioni di persone nel Sud del mondo. Assecondare l’illusione di poter soffocare il fenomeno migratorio unicamente innalzando barriere, o ritardare il necessario processo di ammodernamento delle politiche di accoglienza, può fatalmente ritorcersi contro il nostro paese e soprattutto contro il nostro futuro.
(1) Nei due paesi i tumulti e le manifestazioni di piazza hanno innescato dibattiti accesi su possibili revisioni delle politiche di ingresso e accoglienza. Sulla probabilità di tali sviluppi per l’Italia si veda l’intervento di Marina Murat e Sergio Paba "Perché le periferie non brucino".
(2) Coniglio, N., De Arcangelis G., Serlenga L. (2006), "Intentions to Return of Irregular Migrants: Illegality as a Cause of Skill Waste", Working Paper Series n.11, Università di Bari, http://www.dse.uniba.it/Quaderni/SERIES/WP_0011.pdf.
(3) Vedi Chiuri M.C., De Arcangelis G., D’Uggento, Ferri G. (2004), "Illegal Immigration into Italy: Evidence from a Field Survey", Csef Working Paper n. 121, http://www.dise.unisa.it/WP/wp121.pdf. E Devillanova C., Frattini T. (2006), "Undocumented Immigrants in Milan: Evidence from Naga Records" Econpubblica Working Paper n. 110.
(4) Si veda su La Voce del 17-11-2005 gli interventi di Tito Boeri e di Marina Murat e Sergio Paba per un confronto con la situazione italiana, presente e futura.
(5) Oecd (2006), "International Migration Outlook: Sopemi 2006", giugno 2006.
www.lavoce.info/
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Complesso normativo inaccettabile
Chi ricorda Fabio De Sisti, il PM milanese che si dimise perché non poteva accettare l'obbrobrio della riforma della giustizia di castelli & C? «Sono nipote di partigiano. Io la Costituzione ce l'ho dentro. Queste nuove norme sono incostituzionali e mi viene un subbuglio allo stomaco pensandoci» fu la motivazione con cui spiegò il suo gesto (certo incomprensibile al cosiddetto ministro Castelli e alla banda di incompetenti o peggio che scrisse la riforma). A distanza di un anno dalle sue dimissioni, De Sisti ha scritto a OneMoreBlog. Pubblicare il suo intervento è un piacere e un onore.
Fabio De Sisti ha scritto a OneMoreBlog:
A distanza di quasi un anno dalle mie dimissioni, approfitto della opportunità di inserirmi in questo interessante scambio di vedute suscitato dalla mia decisione, per fornirne la interpretazione autentica, cosi' da fugare ogni dubbio sulle sue reali motivazioni, ma anche da garantire la difesa della mia identità personale che certi toni, inesattezze e coloriture non hanno contribuito a delineare ed anzi piuttosto a distorcere, non rendendo fra l'altro adeguato servizio alla piena comprensione di quanto era ed é tuttora in giuoco.
Auspico vivamente pertanto che questo mio personale, diretto e non filtrato intervento voglia essere integralmente inserito a seguire fra quelli che precedono
Cosi' innanzitutto mi preme di chiarire che le mie dimissioni dalla magistratura non sono state affatto motivate dal timore di non riuscire a continuare a fronteggiare le responsabilità connesse all'incarico per difetto di preparazione o di temperamento personale.
Della mia preparazione e idoneità, oltre che in una vita di studio, sacrificio e di lealtà costose, costosissime in ogni senso, ai principi della rettitudine, è fra l'altro prova nel superamento del concorso e nell'attività professionale (non studentesca, per intendersi) successivamente svolta e quale emerge dai miei provvedimenti, dai miei atti e dal ricordo di tutti coloro che hanno con me interagito.
Le ragioni della mia decisione sono pertanto, tenuto conto del prestigio per tradizione annesso al ruolo, esclusivamente da addebitarsi ad una situazione e ad un complesso normativo inaccettabili.
Ambiguità, dilazioni, alterazioni e silenzi non sono difatti mio costume.
Si é trattato dunque di compiere una scelta di civile profondo legittimo dissenso nei confronti di iniziative che violano i diritti degli individui. Riguardo alla lotta, ammetto di non amare il vocabolo. Continuo a rilevare nondimeno, e con estremo disappunto, che a distanza di un anno ed anche con un nuovo governo alla guida del Paese, nulla è davvero cambiato, salva, in nome di un libero mercato assai vicino allo stato di natura, la liberalizzazione delle licenze pei taxi e la privazione del consiglio dei farmacisti al momento dell'acquisto dei medicinali.
Mi spiace ancora, ed enormemente, che di una questione tanto seria si possa esser da qualcuno ritenuto il caso di fornire anche una descrizione in tono di peculiarità da commedia dell'arte.
Sono certo infine di non avere un cugino pubblico ministero.
Cordialità,
Fabio De Siati
//www.onemoreblog.org/
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La fabbrica degli ospedali
La "questione sanitaria" negli Stati Uniti
di MARCO SIOLI
In un recente seminario dedicato alle trasformazioni delle economie in ambito internazionale, che si è tenuto presso l'Università Bocconi e al quale ho partecipato come relatore, ho messo in rilievo come il più grande paese industrializzato del mondo si stia ormai da tempo deindustrializzando. Le innumerevoli fabbriche che prima insistevano sul territorio statunitense sono state spostate prima in Messico e in Centro America, durante gli anni di Reagan, e nell'ultimo decennio del Novecento sono state portate in Cina (1). A riguardo posso ancora aggiungere che mi ha molto colpito ritrovare durante un soggiorno a Miami lo scorso maggio le scarpe Converse "Chuck Taylor" All Star, un mito della cultura sportiva americana, con il marchio "Made in China".
La riconversione del tessuto economico degli Stati Uniti ha avuto come conseguenza lo sviluppo di altri settori trainanti come quello dei servizi, delle carceri e degli ospedali: settori in forte espansione in cui il sindacato continua a essere un punto di riferimento per i lavoratori, a differenza di altri in cui è in profonda crisi di identità. Un pamphlet di Alessandro Portelli, America dopo, ha ben evidenziato questa trasformazione nella città di Youngstown, Ohio. Un tempo icona dell'industria pesante, Youngstown ha visto spegnersi il suo altoforno – la Jeanette Furnace, meglio nota come la Sweet Jenny cantata da Bruce Springsteen – e con esso anche le speranze per il futuro. Agli occhi di Portelli la città è apparsa quasi deserta, con un'unica presenza in strada: le tende e le sedie dei picchetti delle infermiere in sciopero del Northeast Hospital dove vigono gli straordinari obbligatori senza preavviso: quando escono di casa la mattina, le infermiere non sanno mai se torneranno a casa. Ma le dipendenti del Northeast Hospital non sono le uniche in sciopero, scrive Portelli:
«sciopera il personale dei servizi, dalle pulizie alle cucine, ai barellieri, al St. Elizabeth ... di proprietà delle Sorelle dell'Umiltà di Maria. Mi spiegano al sindacato che le umili sorelle hanno un profitto di quaranta milioni di dollari l'anno, da sette anni non danno aumenti, adesso offrono un'una tantum di duecento dollari, ma vogliono rivalersi tagliando l'assistenza ai dipendenti». (2)
Ma per capire che il numero di medici, paramedici e infermieri si è ormai moltiplicato negli Stati Uniti non è necessario incontrarli in un picchetto sindacale. Basta guardarsi attorno per accorgersi che in molte realtà, come le caffetterie e i luoghi ricreativi, le tute blu con scarpe da lavoro antinfortunistiche sono state sostituite dai camici verdi con zoccoli bianchi. La sanità è divenuta un business con profitti annuali esorbitanti e la possibilità di reinvestire i lauti guadagni in nuove strutture in giro per il paese, scegliendo accuratamente la loro collocazione nelle aree più ricche. Un solo esempio a riguardo, anche se molto esplicativo, riscontrato in un recente viaggio negli Stati Uniti: il Mount Sinai Hospital, uno dei più prestigiosi e antichi ospedali americani con sede a Manhattan tra Madison Avenue e la 98th Street, è sbarcato in Florida, a Miami Beach, per fondersi nel giugno 2000 con il Miami Heart Institute e proporre un centro di eccellenza nelle diagnosi e nelle cure che possa servire non solo i facoltosi abitanti della Florida, ma anche dei Caraibi e del Sud America (3).
Morti di salute
E' stato messo in luce da diversi studiosi come storicamente la Guerra civile, che insanguinò gli Stati Uniti tra il 1861 e il 1865, funzionò come grande laboratorio per le scienze. La guerra servì sia per sperimentare armi e tecniche militari, sia come volano per l'industria manifatturiera del Nord: venne introdotto il sistema delle taglie nei vestiti e nelle uniformi, si avviò la produzione in serie delle scarpe finalmente divise in destra e sinistra, si applicò su larga scala il sistema delle parti intercambiabili nell'industria meccanica dando il via a un "sistema americano" di produzione "a meccanizzazione elevata e con una continua sperimentazione di processi e materiali" (4).
Anche la medicina e la chirurgia hanno fatto passi da gigante negli Stati Uniti proprio durante la Guerra civile che, con il suo esorbitante prezzo pagato in vite umane, ha permesso anche a molti chirurghi di impratichirsi nell'arte di amputare arti e salvare vite umane. Erano lontani i tempi in cui, per esercitarsi, gli studenti di medicina dovevano andare di notte a riesumare cadaveri col rischio di causare delle sommosse, come era avvenuto nel 1788 a New York, quando un giovane garzone aveva riconosciuto tra i corpi sezionati dagli studenti di medicina quello della madre. La folla si riunì davanti all'ospedale e invase la scuola di medicina, depredandola e saccheggiandola. Poi prese in consegna alcuni studenti e dottori che furono affidati alla forza pubblica con la promessa di ottenere per loro una giusta punizione, quindi rimosse i cadaveri per dargli una giusta sepoltura (5).
Oltre che con un balzo in avanti della chirurgia, grazie appunto alle guerre che continuavano nell'Ottocento – da quelle indiane a quella ispano-americana –, il secolo si chiudeva con grandi sperequazioni all'interno della società statunitense che davano fiato al movimento populista (6). Se da un lato agricoltori e nuovi immigrati stentavano a sopravvive – sia nelle campagne dell'Ovest, sia nelle grandi città come New York, Chicago e San Francisco – il ceto opulento, che si era arricchito controllando gli imperi dei trust che emergevano sempre più forti nella società americana, tentava di recuperare la forma fisica curando alimentazione e salute. Proprio in quegli anni faceva la sua fortuna il dottor John Harvey Kellogg, l'inventore – insieme al fratello Will Keith Kellogg – dei famosi cereali in fiocchi per la prima colazione (7).
Sulla saga dei Kellogg è stato girato dal regista Alan Parker un film esilarante quanto cinico. Uscito negli Stati Uniti nel 1994 con il titolo di The Road to Wellville, nell'edizioni italiana il film cambiava titolo per chiamarsi Morti di salute. Ispirato da un romanzo di T. Coraghesaan Boyle, il film ha raccontato l'epopea della fabbrica della salute del dottor John H. Kellogg, la Battle Creek Spa, vista attraverso gli occhi di un fruitore non troppo convinto dei metodi, non proprio ortodossi, del fondatore (8). "Chirurgo, inventore, crociato del vivere biologico", così come amava definirsi, Kellogg gestì la stazione termale (spa) di Battle Creek, nel Michigan, che aveva fondato nel 1876 all'età di 24 anni, sino al 1938, anno della sua morte causata da un infarto mentre si tuffava da un pontile in un laghetto gelato. Corse, esercizi fisici, canti, sublimazione della voce e del movimento, vegetarianesimo, cereali per la prima colazione e continue docce fredde: queste erano alcune delle ricette dei seguitissimi corsi del dottor Kellogg, anche se uno dei personaggi del film si era affrettato a chiosare a proposito della salute: "è il cavallo di Troia del borsellino della massaia" (9).
Spese per la sanità a parte, quello che emergeva negli Stati Uniti dei primi decenni del Novecento erano ancora una volta le distanze abissali tra una massa di diseredati, composta da persone di recente immigrazione oppure da afroamericani, che faceva fatica a sopravvive in un contesto inospitale, e una società opulenta, che controllava i gangli del potere economico. Da una parte dunque i ghetti con i loro ospedali fatiscenti come l'Harlem General Hospital, unico ospedale pubblico della zona nord di Manhattan, noto negli anni '30 come "l'obitorio", in quanto "moriva il doppio delle persone che morivano al Bellevue, l'ospedale pubblico del centro di New York City (10). Dall'altra le ricche enclave abitate da facoltosi cittadini che si avviavano lentamente verso un eccesso di cure nei templi della salute di cui Kellogg era uno dei primi fondatori.
Do you remember ER?
Il corso di Storia dell'America del Nord che ho tenuto lo scorso anno accademico mi ha visto raccogliere le firme degli studenti non tanto per registrare le presenze, quanto per una sottoscrivere una petizione in puro stile anglosassone che convincesse George Clooney a presentare in classe il suo film Good Night and Good Luck che ha raccontato le vicende del giornalista Edward Murrow e del suo programma See it Now! nell'America oppressa dal maccartismo. Impegnato nella registrazione di altri lavori e distante dall'Italia, dove risiede abitualmente nella sua villa a nord di Como, Clooney è stato una "magnifica ossessione" per i miei studenti e per me, che nel frattempo ero costretto a rivedermi il film in diverse occasioni – su un aereo per Cipro, poi su un altro per Miami – e ormai sapevo alcune battute a memoria.
Ma Clooney è stato una "magnifica ossessione" per moltissime persone non tanto per questo suo recente lavoro, quanto per aver interpretato il ruolo di un affascinante chirurgo pediatrico in ER, Emergency Room, una serie televisiva di enorme successo che ha raccontato al mondo intero come funzionava la sanità in America e in particolare a Chicago – che dell'America è sempre stata una delle porte d'ingresso e una delle chiavi di comprensione – negli anni '90 (11). In questo decennio, caratterizzato da un boom economico ben gestito dalla presidenza Clinton, la windy city ha mostrato ancora una volta tutte le sue contraddizioni sociali, espresse da due zone che corrono parallele al lago Michigan: un'area a nord del Chicago River – dove predominano boutique e palazzi disegnati dai più famosi architetti, i locali di blues e i ristoranti etnici più celebrati – e un'altra area più a sud, dove sono i complessi di edilizia popolare a segnare lo skyline della città. Qui il reddito familiare era quaranta volte più basso, la popolazione in prevalenza afroamericana e poteva capitare che un bimbo di otto anni venisse "ucciso da una pallottola vagante mentre traversa la strada da casa a scuola" (12).
ER metteva in scena questi conflitti sociali e nelle numerosissime puntate della serie erano rappresentati i casi più vari che potevano capitare in un pronto soccorso di un ospedale della città: dalle ferite di armi da fuoco alle situazioni famigliari più disparate e disperate. L'unica cosa che rimaneva costante in tutte le puntate era la preoccupazione, per i responsabili amministrativi dell'ospedale, di sapere per ogni persona accettata nel pronto soccorso il tipo di assicurazione sanitaria che la proteggeva e, nel caso non ve ne fosse alcuna, il numero di carta di credito su cui rivalersi per le spese affrontate nel tentativo di salvargli la vita. Non esisteva dunque un modo comune di curare le persone, ma comportamenti e terapie potevano variare a secondo del tipo di assicurazione.
La preoccupazione della tutela sanitaria è rimasta una costante per gli americani. L'assenza di una garanzia mutualistica nazionale ha fatto sì che un buon posto di lavoro non si misuri tanto in funzione dello stipendio mensile o di quello orario, quanto dal tipo di copertura assicurativa generale che il contratto di lavoro garantisce. E questo è anche uno dei discorsi preferiti ai barbecue domenicali e alle riunioni familiari dove spesso ci si confronta sulle garanzie assistenziali dei reciproci lavori: ho una buona assicurazione sanitaria e dunque esisto, o se non altro posso continuare a esistere.
Medicare e medicaid
Ma cosa succede alle persone che non hanno un lavoro, oppure che vanno in pensione? Questo è stato un problema che è affiorato nella società americana nei primi anni '50 del Novecento, quando i funzionari della Social Security Administration (SSA), l'ente voluto da Franklin Delano Roosevelt nel 1935 per gestire la previdenza sociale a livello nazionale, si resero conto che il sistema da essi rappresentato non riusciva più a far fronte alle spese mediche in crescita esponenziale per i propri assistiti. Le cose peggiorarono negli anni successivi: tra il 1950 e il 1963 gli assistititi dalla SSA salirono da 12 milioni a circa 18 milioni, mentre i costi delle cure ospedaliere incrementavano a loro volta alla percentuale di circa il 6,7% all'anno. Il dibattito divenne uno dei punti caldi nell'agenda politica americana, con proposte avanzate sia dal sindacato AFL-CIO, sia dalle associazioni mediche e ospedaliere. Nel luglio 1965 il Congresso approvò Medicaid, un programma federale e statale per l'assistenza medica ai cittadini con bassi redditi, e Medicare, un programma di assicurazione sociale disegnato per provvedere agli anziani con una copertura assicurativa per le spese sanitarie a un costo accessibile. Nel 1972, inoltre, Medicare veniva esteso a due altri gruppi di persone con difficoltà a sostenere i costi sanitari: i disabili e le persone con problemi renali in fase terminale (13).
Che il modello americano poteva essere preso in considerazione anche per l'Europa, e in particolare per l'Italia, lo ha dimostrato un volume di Giuliano Amato pubblicato nel 1992 in cui l'autore si è posto, con il consueto acume, alcune domande sul funzionamento del sistema del Welfare attivo negli Stati Uniti (14). Può quella statunitense essere considerata un'esperienza esemplare? La risposta, così come il tema, è sicuramente complessa e porta l'autore a chiedersi se esiste effettivamente negli Stati Uniti un "diritto alla salute". In questo caso la risposta è no! "Negli Stati Uniti è mancata la stessa materia prima perché si affermasse l'esistenza di un 'diritto alla salute'; mentre, all'opposto, è un mercato assai più ideale che reale quello a cui ci si richiama per giustificare la varietà dei trattamenti offerti in campo sanitario" (15).
Per arrivare a queste conclusioni l'autore ha analizzato Medicare e Medicaid sotto le diverse presidenze: dal sogno kennediano al suo successore Johnson, che ha implementato i due sistemi nell'ambito del suo progetto di "lotta alla povertà"; e poi ancora Nixon, che ha imposto politiche di razionalizzazione e controllo dei costi; sino a Reagan, che ha continuato la politica dei tagli aggiungendo però un riassestamento dei ruoli all'interno del sistema federale. Questo ha portato a un aumento delle quote a carico degli assistiti, alla riduzione dell'area di copertura di Medicaid attraverso la limitazione delle categorie di indigenza, a tagli progressivi dei finanziamenti per i programmi collaterali (tutela preventiva alla salute, tutela della maternità, lotta contro l'alcolismo e pianificazione famigliare) (16). Ancora, l'amministrazione Reagan ha sviluppato un progetto di federalizzazione di Medicaid, moltiplicando i centri burocratici statali, mentre quello federale continua a essere gestito dai Centers for Medicare and Medicaid Service (17).
Come si può immaginare, la complessa burocrazia americana, una volta messa in moto, ha marciato a pieno ritmo anche nelle presidenze successive, che si sono distinte nel cercare di razionalizzare il sistema, arginare le spese e prevenire le irregolarità. Come ci ricorda un articolo della Cornell Law School, soprattutto Medicaid è stato afflitto da frodi – sia da parte dei pazienti, sia da parte degli operatori sanitari – al punto che il Congresso, nel 1996, ha approvato una legge che permette di rendere perseguibile penalmente tutti coloro che approfittano dei benefici di legge senza averne diritto (18). Raggiri a parte, sebbene il sistema non copra tutte le spese mediche integralmente, si è avuto un incremento dell'uso dei farmaci, che si è esteso in tutti gli Stati Uniti. E, in assenza di rimborsi sanitari operanti, ciò ha spinto alcune fasce di cittadini americani a ricercare medicine a prezzi più bassi, che venivano trovati nei supermercati, oppure nel vicino Canada.
I poveri obesi
Il quadro delineato deve tenere conto di una ulteriore variabile: lo strapotere delle case farmaceutiche che solo la presidenza Clinton aveva osato arginare. L'aumento del consumo dei farmaci non è imputabile esclusivamente al sistema sanitario, bensì al ruolo svolto dalle aziende impegnate nella produzione e nella commercializzazione delle medicine. "Hanno in mano la nostra salute, ma pensano solo ai loro profitti" ha denunciato Marcia Angell, autrice del volume The Truth About the Drug Companies (19), in una intervista concessa a un giornalista della rivista americana "Mother Jones". L'articolo, tradotto in italiano da "Internazionale", ha sottolineato come gli alti prezzi dei farmaci non siano tanto motivati dai costi elevati per investimenti in ricerca e sviluppo, quanto dalla necessità di coprire gli alti costi di marketing. Questo anche se spesso le voci a bilancio sono coincidenti e mischiano la ricerca per la produzione del farmaco con le spese per la sua commercializzazione (20).
L'accusa è stata ribadita da Consumers International, la federazione di organizzazioni di consumatori con sede a Londra che si occupa della protezione e della promozione dei diritti dei consumatori in tutto il mondo. Proprio in questi giorni la prima pagina del suo sito Internet è dedicato a una relazione, pubblicata on-line il 26 giugno 2006, sulla mancanza di trasparenza nel mercato dei farmaci: le case di produzione spendono 60 bilioni di dollari all'anno in marketing, facendo crollare la fiducia faticosamente costruita in merito alla loro responsabilità sociale (21).
Risultato finale è la conferma che le aziende farmaceutiche spendono sempre meno in ricerca e sempre più per trovare i modi per diffondere i loro farmaci: finanziando campagne pubblicitarie, sponsorizzando conferenze-vacanze per i medici e influendo sulla loro formazione.
Questa conferma avvalora le tesi del libro della Angell, che tuttavia nella sua analisi si era spostata più in là affermando: "L'industria farmaceutica basata sul mercato è solo un aspetto del problema più grande: un sistema sanitario basato sul mercato" e in questo c'è qualcosa di sbagliato, in quanto "un sistema sanitario basato sul mercato fornisce l'assistenza sanitaria come se fosse un prodotto" (22). Insomma, quella che l'artista Tom Sachs chiama la "militarizzazione dei consumi" si è estesa alle medicine che possono usufruire della gigantesca macchina del consumo – in particolare la pubblicità e i supermercati – per convincere l'acquirente a portarsi a casa una medicina di cui forse non ha una effettiva necessità (23). Farmaci come hamburger dunque, e perciò non c'è da meravigliarsi che gli Stati Uniti siano una delle nazioni in cui poveri sono obesi.
Note
1. Marco Sioli, Love and hate. Gli Stati Uniti e l'Oriente, in "Golem l'Indispensabile", giugno 2006.
2. Alessandro Portelli, America, dopo, Donzelli, Roma, 2002, pp. 152-153.
3. Si vedano i due siti Internet del Mount Sinai Medical Center a Manhattan e Miami Beach: mountsinai.org e msmc.com.
4. Cit. Bruno Cartosio, Gli Stati Uniti contemporanei, Giunti, Firenze, 2002, p. 12.
5. Marco Sioli, Le città della Rivoluzione. Alle origini delle metropoli americane, Selene, Milano, 2000, p. 253.
6. Per l'esplosione dell'ondata populista si veda John L. Thomas, La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920, il Mulino, Bologna, 1988, pp. 72-74.
7. Una breve storia del celebre marchio alimentare, che ha celebrato proprio quest'anno il centesimo anniversario della fondazione, è consultabile al sito kellogg100.com/history.html.
8. T. Coraghessan Boyle, The Road to Wellville, Penguin Books, New York, 1993.
9. Alan Parker, The Road to Wellville, produzione USA, 1993.
10. Dolores Greenberg, "New York City: giustizia ambientale e politiche razziali", in Marco Sioli, Metropoli e natura sulle frontiere americane, Franco Angeli, Milano, 2003, p. 294.
11. Si veda a proposito di Chicago il volume di Marco d'Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago, una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano, 1995.
12. Ibid., p. 11.
13. "The History of Medicare and the Current Debate", al sito Internet medicarerights.org/maincontenthistory.html.
14. Giuliano Amato, Democrazia e redistribuzione. Un sondaggio nel Welfare statunitense, Il Mulino, Bologna, 1992.
15. Ibid., pp. 110-111.
16. Ibid., p. 88.
17. L'amministrazione dei Centers for Medicare and Medicaid Services gestisce il sito Internet cms.hhs.gov che fornisce informazioni, dettagliate quanto farraginose, riguardo alla complessa burocrazia che si incontra per beneficiare dei servizi di assistenza medica.
18. "Medicaid Law: an Overview", al sito Internet law.cornell.edu/wex/index.php/Medicaid.
19. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. Hoe They Deceive Us and What to Do About It, Random House, New York, 2004.
20. Peter Meredith, Medicine. Tutta la verità, "Internazionale", 569 (2004), pp. 40-43.
21. Si veda il sito Internet della federazione: consumersinternational.org
22. Peter Meredith, Medicine. Tutta la verità, op. cit., p. 44.
23. Germano Celant, "Tom Sachs: la militarizzazione dei consumi", in Tom Sachs, Fondazione Prada, Milano, 2006. Il sito Internet fondazioneprada.org ospita la mostra virtuale di Sachs.http://www.golemindispensabile.it/Puntata59/articolo.asp?id=2063&num=59&sez=659&tipo=&mpp=&ed=&as=
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La pace si prepara con la pace
Il prete comboniano aveva scritto all'Ambasciatore israeliano in Italia, chiedendogli un incontro con Olmert per verificare se è vero che Israele abbia utilizzato armi chimiche contro i civili in Libano, contravvenendo alle disposizioni della Convenzione di Ginevra. La richiesta è rimasta lettera morta.
Signor Ehud Gol,
grazie alla mia militanza nel movimento per la pace ed alle relazioni che intrattengo con gli attivisti nonviolenti di tutto il mondo, mi sono state segnalate foto, scattate da giornalisti - riportate sul seguente sito internet - che testimonierebbero l'uso contro civili, da parte di Israele, nelle sue operazioni in Libano, di armi di nuova ed inusitata concezione, vietate dalla Convenzione di Ginevra.
Da Human Rights Watch mi arriva la denuncia per l'uso, da parte di Tsahal, sempre in Libano, di cluster bombs. Vedi report su http://www.hrw.org. Mi comunicano che medici belgi di origine libanese hanno accusato Israele, in una conferenza stampa a Bruxelles, di usare armi chimiche. Dall'Italia, ed in particolare da Camp Darby, partirebbero per Israele, secondo il New York Times del 22 luglio, armi sofisticate e bombe superpotenti - le stesse usate in Iraq e Afghanistan. Tra queste la Gbu-28: una maxi bomba a guida laser da 5.000 libbre (circa 2,3 tonnellate). Questo anche in osservanza di un trattato militare con Tel Aviv siglato e deciso dal governo Berlusconi nel 2005.
Lo stesso presidente del Libano Emile Lahoud - apprendo sul Manifesto di oggi - ha accusato Israele di usare bombe al fosforo bianco e al laser contro i civili libanesi ed ha fatto appello all'ONU affinché si adoperi per un cessate il fuoco immediato.
Sicuro di interpretare le istanze dell'opinione pubblica italiana, di profonda vocazione pacifista, Le chiederei un incontro urgente con il premier del suo Paese, Ehud Olmert, dopodomani, 27 luglio - pare - in visita ufficiale a Roma: vorrei poter ricevere dal suo Primo Ministro spiegazioni su questi terribili e disumani aspetti della rappresaglia israeliana, che violano ogni legalità internazionale. Della delegazione dovrebbero fare parte, oltre ad esponenti pacifisti, anche Parlamentari italiani.
Il governo italiano, nelle persone del Presidente del Consiglio, Romano Prodi, e del Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, è stato informato dell'iniziativa, con l'auspicio che si faccia carico dell'esigenza di fare luce sugli episodi sopra richiamati.
Ringraziando per l'attenzione dimostratami, spero che Ella vorrà attivarsi per procurarmi l'incontro con Olmert. Le porgo i miei rispettosi saluti e, di fronte agli innocenti civili che pagano più di tutti, mi pemetto di avanzare un mio suggerimento: anche tra i governanti di Israele, al pari delle altre parti in causa, deve farsi strada la consapevolezza che la pace si prepara con la pace.
padre Alex Zanotelli
da www.peacereporter.net
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BEIRUT E' FORSE IN FIAMME?
DI URI AVNERY
Information Clearing House
Tel Aviv – "Sembra che Nasrallah sia sopravvissuto", hanno annunciato i quotidiani israeliani, dopo che 23 tonnellate di bombe erano state sganciate in un luogo di Beirut, dove si suppone si stesse nascondendo il leader di Hizbullah.
Una formulazione interessante. Poche ore dopo il bombardamento, Nasrallah aveva rilasciato un'intervista alla televisione Aljazeera. Non solo sembrava vivo, ma anche composto e fiducioso. Ha parlato del bombardamento – prova che l'intervista era stata registrata lo stesso giorno.
Dunque, che cosa significa "sembra che"? Molto semplice: Nasrallah pretende di essere vivo, ma non puoi credere ad un arabo. Chiunque sa che gli arabi mentono sempre. E' nella loro natura, come ha affermato una volta Ehud Barak.
L'uccisione di un uomo è un obbiettivo nazionale, quasi l'obbiettivo principale della guerra. Questa è, forse, la prima guerra nella storia intrapresa da uno stato per uccidere una persona. Fino ad ora, solo la Mafia ha pensato su queste linee. Persino gli Inglesi nella Seconda Guerra Mondiale non proclamarono che il loro obbiettivo era uccidere Hitler. Al contrario, volevano catturarlo vivo, per processarlo. Probabilmente è quello che volevano anche gli Statunitensi, nella loro guerra contro Saddam Hussein.
Ma i nostri ministri hanno deciso ufficialmente che è questo l'obbiettivo. Non c'è molta novità in questo: i governi israeliani hanno già adottato la politica di uccidere i leader dei gruppi nemici. Il nostro esercito ha ucciso, tra gli altri, il leader di Hizbullah Abbas Mussawi, il numero 2 dell'OLP Abu Jihad, allo stesso modo in cui ha ucciso lo sceicco Ahmad Yassin e altri leader di Hamas. Quasi tutti i Palestinesi, e non solo loro, sono convinti che anche Yassir Arafat sia stato assassinato.
E i risultati? Il posto di Mussawi è stato preso da Nasrallah, che è molto più abile. Lo sceicco Yassin è stato succeduto da leader molto più radicali. Al posto di Arafat abbiamo Hamas.
Come in altre questioni politiche, una primitiva mentalità militare governa anche questo ragionamento.
Una persona che ritorna qui dopo una lunga assenza e guarda i nostri schermi televisivi potrebbe avere l'impressione che una junta militare sta governano Israele, alla (ex) maniera sud-americana.
Su tutti i canali TV, ogni sera, si vede una parata di ottoni militari in uniforme. Spiegano non solo le quotidiane azioni militari, ma commentano anche su questioni politiche e dettano legge sulla linea politica e di propaganda.
Durante tutte le ore di trasmissione, una dozzina o giù di lì sono state di generali che ripetevano ancora e ancora il messaggio dei comandanti dell'esercito. (Alcuni di loro non sembrano particolarmente intelligenti – per non dire davvero stupidi. E' spaventoso pensare che queste persone una volta erano in una posizione per decidere che vivrà e chi morirà).
Vero, siamo una democrazia. L'esercito è completamente soggetto alla società civile. Secondo la legge, il Governo è il "comandante supremo" dell'esercito (che in Israele comprende la marina e l'aviazione). Ma in pratica, oggi sono gli alti ufficiali che decidono su tutte le questioni politiche e militari. Quando Dan Halutz dice ai ministri che il comando militare ha deciso su questa o quella operazione, nessun ministro osa esprimere opposizione. Certamente non i sventurati ministri del Partito Laburista.
Ehud Olmert si presenta come l'erede di Churchill ("sangue, sudore e lacrime"). E' piuttosto patetico. Poi Amir Peretz gonfia il petto e spara minacce in tutte le direzioni, ed è ancora più patetico, se possibile. Non sembra altro che una mosca sull'orecchio di un bue mentre proclama "stiamo arando!".
La scorsa settimana il capo ha annunciato con soddisfazione: "L'esercito apprezza il pieno sostegno del governo!". Anche questa è una formulazione interessante. Implica che l'esercito decide cosa fare, e il governo offre "sostegno". E così stanno le cose, ovviamente.
Ora non è più un segreto: questa guerra è stata pianificata per molto tempo. Questa settimana i corrispondenti militari hanno fieramente riportato che l'esercito si è esercitato a questa guerra in tutti dettagli per molti anni. Solo un mese fa, c'era un grande gioco di
guerra per provare l'entrata di forze di terra nel Libano del Sud – ad un tempo in cui sia i politici che i generali stavo dichiarando che "non dovremmo mai ritornare nel pantano libanese. Non dovremmo mai introdurre nuovamente forze di terra lì". Ora siamo nel pantano, e ampie forze di terra stanno operando nell'area.
Anche l'altra parte ha preparato questa guerra per anni. Non solo hanno costruito depositi di migliaia di missili, ma hanno anche preparato un elaborato sistema di bunker, tunnel e cave in stile vietnamita. I nostri soldati stanno ora affrontando questo sistema e pagando un alto prezzo. Come sempre, il nostro esercito ha trattato "gli arabi" con disprezzo e sottovalutato le loro capacità militari.
Questo è uno dei problemi della mentalità militare. Talleyrand non si sbagliava quando diceva che "la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ad uomini dell'esercito". La mentalità dei generali, che risulta dalla loro educazione e professione, è per natura orientata alla forza, semplicistica, unidimensionale, per non dire primitiva. E' basata sulla convinzione che tutti i problemi possono essere risolti con la forza, e che se essa non funziona – allora serve più forza.
Ciò è ben illustrato dalla pianificazione e dall'esecuzione della guerra attuale. Questa è stata basata sull'assunto che causando terribili sofferenze alla popolazione, essa insorgerà chiedendo la rimozione di Hizbullah. Una minima comprensione della psicologia di massa suggerirebbe l'opposto. Assassinare centinaia di civili libanesi, che appartengono a tutte le comunità etnico-religiose, trasformare la vita degli altri in un inferno, e distruggere le infrastrutture vitali della società libanese solleverà un'ondata di furia ed odio – contro Israele, e non contro gli eroi, come li vedono loro, che sacrificano le proprie vite a loro difesa.
Il risultato sarà un rafforzamento di Hizbullah, non solo adesso, ma per anni a venire. Forse questo sarà il principale risultato della
guerra, più importante di tutti i risultati militari, semmai. E non solo in Libano, ma in tutto il mondo arabo e musulmano.
Davanti agli orrori che sono mostrati su tutte le televisioni e in molti schermi di computer, anche l'opinione mondiale sta cambiando. Quella che era vista all'inizio come una risposta giustificata alla cattura di due soldati ora assomiglia all'azione barbara di una brutale macchina da guerra. Un elefante in un negozio di porcellana.
Migliaia di e-mail sono circolate nella mailing list con orribili serie di foto di neonati e bambini mutilati. Alla fine, c'è una foto macabra: gioiosi fanciulli israeliani che firmano con i loro "saluti" le bombe che stanno per essere lanciate. Poi appare un messaggio: "Grazie ai bambini di Israele per il bel regalo. Grazie al mondo per fare nulla. Firmato: i bambini del Libano e della Palestina". La donna a capo dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha già definito questi atti come crimini di guerra – qualcosa che in futuro potrebbe significare guai per gli ufficiali dell'esercito israeliano.
In generale, quando gli ufficiali dell'esercito stanno determinando la politica di una nazione, sorgono seri problemi morali.
In guerra, un comandante è costretto a prendere decisioni difficili. Manda i soldati in battaglia, sapendo che molti non ritorneranno e altri saranno mutilai per tutta la vita. Indurisce il suo cuore. Come il generale Amos Yaron ha detto ai suoi ufficiali dopo il massacro di Sabra e Shatila: "I nostri sensi si erano intorpiditi!".
Anni del regime di occupazione nei territori palestinesi hanno causato una terribile insensibilità per quanto riguarda il valore della vita umana. L'uccisione di dieci o venti Palestinesi al giorno, tra cui donne e bambini, come accade ora a Gaza, non agita nessuno. Non fanno nemmeno i titoli di giornale. Gradualmente, persino espressioni di routine come "Ci dispiace... non avevamo intenzione... l'esercito più etico al mondo..." e tutte le altre frasi trite non sono più ascoltate.
Ora questo torpore si sta rivelando in Libano. Gli ufficiali dell'Aviazione, calmi e a loro agio, siedono davanti alle telecamere e parlano di "fasce di obbiettivi", come se stessero parlando di un problema tecnico, e non di essere umani in vita. Parlando di allontanare centinaia di migliaia di essere umani dalle loro case come imposizione di un obbiettivo militare, e non nascondo la loro soddisfazione davanti ad esseri umani la cui vita è stata distrutta. Adesso la parola più popolare tra i generali è "polverizzare" - polverizziamo, sono polverizzati, i quartieri sono polverizzati, gli edifici sono polverizzati, le persone sono polverizzate.
Persino il lancio di razzi sulle nostre città e villaggi non giustifica questa ignoranza delle considerazioni morali nel combattere la guerra. C'erano altri modi di rispondere alla provocazione di Hizbullah, senza radere al suolo il Libano. Il torpore morale sarà trasformato in un gravoso danno politico, sia immediatamente che a lungo termine. Solo un folle o peggio ignora i valori morali – alla fine, essi si prendono sempre la loro vendetta.
E' quasi banale dire che è più facile iniziare una guerra che concluderla. Si sa come comincia, è impossibile sapere come finirà.
Le guerre hanno luogo nel reame dell'incertezza. Accadono cose impreviste. Persino i più grandi capitani della storia non poterono controllare le guerre che avevano iniziato. La guerra ha le sue leggi.
Abbiamo iniziato una guerra di giorni. Si è trasformata in una guerra di settimane. Ora stanno parlando di una guerra di mesi. Il nostro esercito ha iniziato un'azione "chirurgica" dell'Aviazione. Poi ha mandato piccole un unità in Libano, ora stanno combattendo lì intere brigate, e i riservisti sono stati richiamati in gran numero per un'invasione totale sullo stile del 1982. Alcune persone già prevedono che la guerra potrebbe precipitare verso un confronto con la Siria.
Per tutto questo tempo, gli Stati Uniti hanno usato tutto il loro potere per prevenire la fine delle ostilità. Tutti i segnali indicano che stanno spingendo Israele verso una guerra con la Siria – un paese che ha missili balistici con testate chimiche e biologiche.
Solo una cosa è già certa nell'undicesimo giorno di guerra: non ne verrà nulla di buono. Qualunque cosa accada – Hizbullah ne uscirà rafforzata. Se c'erano state speranze in passato che il Libano sarebbe lentamente diventato un paese normale, dove Hizbullah sarebbe stata privata del pretesto per mantenere una forza militare propria, ora abbiamo fornito all'organizzazione la giustificazione perfetta: Israele sta distruggendo il Libano, solo Hizbullah sta combattendo per difendere il paese.
E' come per la deterrenza: una guerra in cui un'enorme macchina militare non può schiacciare una piccola organizzazione di guerriglia in undici giorni di guerra totale certamente non ha ristabilito il proprio potere deterrente. Da questo punto di vista, non è importante quanto durerà questa guerra e quali saranno i suoi risultati – il fatto che poche migliaia di combattenti abbiano resistito all'esercito israeliano per 11 giorni e più, è già stato stampato sulla consapevolezza di milioni di arabi e musulmani.
Da questa guerra non verrà nulla di buono – non per Israele, non per il Libano e non per la Palestina. Il "Nuovo Medio Oriente" che sarà il suo risultato, sarà un posto peggiore in cui vivere.
Uri Avnery è un giornalista, scrittore e attivista per la pace israeliano.
Uri Avnery
Fonte: http://informationclearinghouse.info
Link: http://informationclearinghouse.info/article14220.htm
26.07.2006
Traduzione a cura di CARLO MARTINI per www.radioforpeace.info & www.comedonchisciotte.org
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Haniye chiama Erdogan
Un'intervista del quotidiano turco Sabah al presidente palestinese Ismail Haniye. La guerra e il tentativo di mediazione della Turchia. L'indifferenza del mondo. Erdogan invitato in Palestina
Di Erdal Simsek e Ugur Can, Sabah, 16 luglio 2006 (tit. or.: „Come può il mondo rimanere in silenzio di fronte a questa tragedia?”)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni
Da giorni luogo e data del nostro incontro con i rappresentanti del governo Hamas vengono modificati all’ultimo minuto. Secondo quanto ci hanno detto i miliziani che ci accompagnavano, il presidente Haniye e la sua scorta non usano cellulari e il presidente cambia ogni giorno il suo ufficio. Nonostante questa situazione di emergenza il presidente non rinuncia mai alla preghiera del venerdì. Nessuno sa però fino all’ultimo momento in quale moschea si recherà. Abbiamo fatto la nostra intervista con il presidente nella sua casa, al momento vuota, per il rischio che essa venga colpita dagli attacchi israeliani.
Ismail Haniye Il presidente Erdogan ha fatto sapere che il suo consulente politico, Prof. Davutoglu, ha fatto pervenire un suo messaggio al rappresentante di Hamas a Damasco, Hamid Mes. Lei ha avuto questo messaggio?
Tayip Erdogan è tra quelli che sono più vicini al mio governo. Con lui ci sentiamo spesso al telefono. E’ stato il primo capo di governo a congratularsi con me dopo la vittoria elettorale, per questo tra noi c’è un’intesa particolare. Non so niente del messaggio che Erdogan ha fatto pervenire ad Hamid Mes. Se volesse farmi sapere qualcosa mi chiamerebbe direttamente. Recentemente ci siamo sentiti due volte, l’ultima 12 giorni fa. Mi ha detto che ci saremmo sentiti dopo che lui avrebbe parlato col presidente israeliano Olmert, ed in effetti dopo mi ha chiamato.
Di cosa avete parlato?
Mi ha chiesto di cosa avessimo bisogno dicendomi che la Turchia voleva fornirci aiuto e sostegno materiale. Mi ha detto anche che voleva fare da mediatore per il primo soldato israeliano rapito ed io ho accettato. Dopo aver parlato con Olmert mi avrebbe richiamato ed infatti mi ha richiamato alcune volte. Anch’io l’ho richiamato ma spesso le comunicazioni si interrompevano.
Quando trasferirete le milizie di Hamas sotto il controllo dell’esercito?
Il nostro paese è occupato e siamo ogni giorno sotto gli attacchi israeliani. Come è naturale le nostre milizie difendono il paese. Hamas però ha scelto il regime democratico parlamentare e lo abbiamo fatto sapere al mondo. Se non lo avessimo fatto del resto non avremmo partecipato alle elezioni. Nonostante gli attacchi di Israele noi abbiamo portato 3.400 miliziani sotto il controllo dell’esercito. Non è possibile in breve tempo fare lo stesso con tutti i miliziani, è necessario creare le condizioni. Lei è da parecchi giorni nel nostro paese e sicuramente nelle vicinanze dell’hotel in cui sta o delle zone che ha visitato ci sono le tracce dei missili e delle cannonate israeliane. In queste condizioni è impresa ardua portare le milizie combattenti tra le file di un esercito regolare.
Attualmente siamo in stato di guerra. Inoltre Israele sta bloccando gli aiuti che provengono dalle Nazioni Unite e dai paesi amici. Abbiamo difficoltà a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. Da mesi chi lavora nei comuni o negli ospedali non riceve lo stipendio. Nella misura in cui riusciremo ad avere una stabilità economica riusciremo anche ad integrare le milizie in un esercito regolare
Attraverso il nostro giornale vuole fare avere un messaggio al mondo esterno?
Noi attualmente siano vittime dell’embargo applicato da Israele. Il governo Hamas è stato formato dopo elezioni democratiche. Voglio dire agli stati ed ai popoli del mondo di rispettare la libertà dei palestinesi. Ci aspettiamo anche che loro facciano pressioni perché Israele metta fine all’embargo e che appoggino il nostro popolo per la libertà delle nostre terre.
Dopo la vittoria elettorale Hamas si è scontrato con Al Fatah, per la prima volta uno scontro tra palestinesi. Quando arriverete alla pace?
Come sapete le ultime elezioni si sono concluse con la vittoria di Hamas. Inizialmente i nostri fratelli di Al Fatah non hanno accettato questa vittoria. Ora però stiamo collaborando non solo con Al Fatah ma anche con la Jihad islamica ed i comunisti. Siamo noi il governo e noi abbiamo le maggiori responsabilità sulle nostre spalle. Ora il popolo palestinese è di nuovo unito.
L’articolo che lei ha pubblicato la scorsa settimana sul Washington Post ha ricevuto una qualche reazione da parte dei leader mondiali?
No, il mondo mantiene un silenzio molto strano. In questo paese i bambini muoiono per la mancanza di cibo e di medicine e voi giornalisti mettendo a repentaglio la vostra vita lo fate sapere al mondo. Le persone però sembra non vogliano vedere questa sofferenza. Penso se il mondo sia mai stato zitto di fronte ad una sofferenza di questo genere. Non ho mai sentito e visto niente del genere. Nonostante questi elementi negativi però non ho ancora perso la speranza. Sono certo che un giorno l’umanità darà ascolto alla voce della coscienza.
Lei da due settimane non ha contatti con il presidente Erdogan. Vuole fargli avere un messaggio?
Voglio far sapere che desidero vederlo il più presto possibile nel nostro paese. Anzi se fosse possibile già la prossima settimana. Sia personalmente sia il popolo palestinese hanno un grande rispetto per lui, il suo governo ed il suo stato. Siatene certi, la venuta del presidente Erdogan nel nostro paese farà felice il popolo palestinese, darebbe una grande forza morale. Voglio sottolineare attraverso il vostro giornale il nostro desiderio di vedere il presidente Erdogan nel nostro paese il prima possibile.
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Libano : condanna internazionale per la strage di Cana
di Mauro W. Giannini
Condanna da tutto il mondo per l'azione israeliana nella citta' di Cana, nel Libano meridionale, costata la vita a decine di civili, fra cui molti bambini.
La cessazione immediata delle ostilita' e' stata chiesta dalla presidenza dell'Unione Europea, scossa dai bombardamenti israeliani su Cana: "Non c'e' giustificazione per gli attacchi che causano morti fra i civili non colpevoli, la maggior parte dei quali donne e bambini"- ha spiegato la Finlandia, presidente di turno dell'UE - "Il fatto che i residenti fossero stati avvertiti ed invitati a lasciare la zona non giustifica questo evento tragico come il fatto che Israele avesse rifiutato la cessazione di 72 ore delle ostilita' chiesta dall'ONU per consentire l'evacuazione dei civili dal Libano del sud".
Si annuncia che "il Consiglio dell'Unione Europea rivedra' alla sua riunione straordinaria del 1° agosto tutti i punti necessari per mettere fine al conflitto, compresa la situazione politica e le forze internazionali da schierare per sostenere un cessate il fuoco permanente".
Il segretario generale dell'ONU Kofi Annan ha chiesto al Consiglio di Sicurezza una condanna della strage di Cana "nei termini piu' decisi possibile". Nel suo discorso Annan ha ribadito la necessita' di un cessate il fuoco immediato ed ha chiesto che venga rispettato il lavoro dei funzionari dell'ONU, di cui quattro sono stati uccisi dagli Israeliani.
Il premier italiano, Romando Prodi, insieme a Chirac, sentito telefonicamente, aveva chiesto una pronta reazione dell'ONU. "Sono profondamente preoccupato per l'andamento di una guerra che vede sempre piu' vittime tra i civili"- ha dichiarato "L'opinione pubblica italiana e' profondamente turbata". Oggi Prodi ha sentito anche il premier spagnolo Zapatero ed altri leader europei. Secondo il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema, "non c'e' possibilita' di creare una forza internazionale in un clima di escalation militare'.
Anche la Gran Bretagna chiede una "immediata cessazione delle ostilita'" in Libano. Lo ha detto poco prima dell'inizio di una riunione del Consiglio di Sicurezza l'ambasciatore britannico Jones-Parry. Venerdi' alla Casa Bianca, Tony Blair era apparso vicino alle posizione USA, ma era stato ferocemnte criticato in patria dal suo stesso partito, che lo aveva definito lo zerbino di Bush.
Intanto anche Washington rivede la sua posizione: mentre il segretario di Stato Condoleezza Rice afferma che e' ora di cessare il fuoco, la Casa Bianca parla della strage di Cana come di "una tragedia" che crea urgenza per definire le condizioni di "un cessate il fuoco duraturo". Dall'altra parte si dice pero' che la strage mostra l'esigenza che Israele eserciti "la massima attenzione" per evitare morti civili.
Ma Israele parla della necessita' di proseguire l'offensiva per altri 10-12 giorni. Il premier israeliano Ehud Olmert ha dato oggi direttive perche' a Cana possano giungere gli aiuti umanitari ed ha espresso "profondo rincrescimento" per la morte dei 57 civili nel bombardamento israeliano.
Tuttavia un portavoce dell'esercito israeliano aveva affermato che "era stato chiesto agli abitanti di questa regione di abbandonarla oggi perche' da li' gli Hezbollah stavano lanciando razzi" in Israele, quindi "la responsabilita' di questo attacco e' degli Hezbollah". E, secondo l'ambasciatore israeliano Gillerman, "la strage non ci sarebbe mai stata se Hezbollah non fosse esistito e se il Libano fosse stato un Paese libero e sovrano".
Intanto, il premier libanese Fuad Siniora ha definito "terrorismo" la strage di Cana ed ha elogiato gli Hezbollah come "martiri che difendono il Libano".
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UNA FORMA NUOVA
PER UN NUOVO PARTITO
Silvio Mantovani su Quaderni Radicali si interroga su quale innovativa forma dare al Partito democratico. Segue il testo integrale del suo articolo.
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“I partiti non nascono a tavolino”. Quante volte abbiamo sentito o letto questa affermazione? In verità, i partiti nascono proprio a tavolino, sono invenzioni di “imprenditori politici” che colgono una domanda inespressa o insoddisfatta e un’ opportunità di corrispondervi con un “prodotto” e un’organizzazione almeno parzialmente nuovi. A questo fine, si associano con altri e creano un’organizzazione, ovvero, se già ne guidano una, la modificano più o meno radicalmente, la fondono con (o la separano da) altre già esistenti. In molti casi, l’innovazione è obbligata – vedi il caso del PDS - o sollecitata da mutamenti politici, sociali ed istituzionali.
Quello di Forza Italia è un caso estremo di progettazione a tavolino di un partito. Dato che aveva dietro di sé la potenza economica di Berlusconi, Forza Italia ha potuto occupare in brevissimo tempo uno spazio “di mercato” che si era repentinamente aperto per la crisi dei partiti del pentapartito: a dodici anni dalla nascita, la sua esperienza mostra appunto che i partiti possono nascere a tavolino, ma che difficilmente prosperano senza un radicamento che dipende in buona misura dalla presenza di una base di “militanti” che si riconoscono in alcuni valori e obiettivi comuni e in regole condivise di selezione della leadership e delle candidature. Si potrebbe dire che il limite di Forza Italia non è tanto di essere un partito-azienda, ma di essere un’azienda gestita in modo autocratico, senza diffusione della proprietà e senza adeguate forme di governance e di partecipazione. D’altra parte, la forma autocratica è stato il rimedio ad un limite di coesione dipendente dalla mancanza di radici.
Anche il PDS-DS è nato a tavolino, ma non su una tabula rasa, bensì attraverso la trasformazione di un’organizzazione esistente: sono cambiati ideologia e programmi, nome, simboli, forme organizzative, collegamenti internazionali, dirigenti. In alcuni casi – ideologia, programmi, collegamenti internazionali – il cambiamento è stato la conclusione di un processo graduale già avviato da tempo, il nome e i simboli sono cambiati radicalmente, i dirigenti quasi per nulla; per quanto riguarda l’ organizzazione e le regole di vita interna, l’attuale forma dei DS è la combinazione di prassi e riti ereditati dal PCI con innovazioni inintenzionali o introdotte in modo più o meno casuale e disordinato per tenere dietro ai cambiamenti sociali. Si potrebbe dire che Forza Italia non può giovarsi di un passato che non ha, mentre il PDS-DS ne ha perfino troppo e non è stato capace, attraverso una sapiente progettazione e innovazione a tavolino, di farne una risorsa anziché un peso.
La domanda da porsi, pertanto, non è se sarebbe troppo azzardato “mettersi intorno ad un tavolino” per progettare un nuovo partito, ma se di ciò c’è necessità e, in caso di risposta positiva, quale profilo, quale programma (il prodotto), quale forma organizzativa (il processo) questo nuovo soggetto politico dovrebbe avere e come le profonde radici di molti dei protagonisti possano essere una risorsa. Per la verità, tutti o quasi quelli che intervengono nel dibattito a sinistra ritengono che gli attuali partiti debbano essere superati, ma i critici del “nuovismo” contrappongono un’innovazione troppo avventata e radicale, quella del partito democratico, ad un’altra più prudente, quella del partito socialista, un progetto troppo distante dalla tradizione e uno più assennato. E’ interessante notare che Luigi Covatta, non criticabile per nuovismo, nel suo libro I menscevichi addebita proprio alla legge della path dependancy ( il condizionamento che il sentiero percorso nel passato esercita sulla scelta di quello per il futuro) la permanente condizione di minorità dei riformisti nella storia repubblicana: non è facile dire chi sia più assennato tra chi non vuole staccarsi troppo dai sentieri noti e chi ha meno timore di perdersi.
L’obiezione sarebbe più convincente se si potesse dimostrare che quella del partito democratico è, per così dire, una scelta contro natura, vale a dire una combinazione di valori, obiettivi e programmi contraddittoria e insostenibile. Non mi sembra che l’esperienza di questi anni mostri questo; anzi, proprio l’esperienza di altri partiti socialisti europei mostra, come sostiene Salvati, che esistono al loro interno e tra di loro – pur tutti membri del PSE – differenze non minori di quelle che riscontriamo tra chi dovrebbe essere chiamato a fondare il partito democratico.
Il tema delle differenze nei partiti e tra i partiti della sinistra, o del centro sinistra, in Italia e in Europa, ci porta alla questione essenziale. Non è vero che i partiti socialisti europei siano tenuti insieme dalla omogeneità dei programmi: sono tenuti insieme da un patto, che come testimonia la vicenda SPD non è indissolubile, ma è stato in questi anni sufficientemente forte, per cui le differenze, ancorché importanti, si risolvono nella competizione interna al partito senza minare la sua compattezza all’esterno e la sua credibilità come forza di governo. La forza vincolante di questo patto è stata garantita dalla storia comune e dalle leggi elettorali, ma di questo si è trattato e di questo ancora di più si tratterà in futuro sia nei partiti nazionali che in quelli transnazionali. E’ chiaro allora che l’enfasi sul fatto che si dovrebbe parlare di contenuti e non di contenitori è perlomeno eccessiva: la sfida del partito democratico non sta nell’incognita se potranno convivere diverse posizioni di programma quanto se i costituenti del nuovo partito avranno la forza di legarsi, e di legare virtualmente coloro che li seguono, in un patto di convivenza e di collaborazione tale per cui le differenze di programma si risolvono nel dibattito e nel confronto interno al partito. Sempre più, nelle grandi formazioni politiche, nazionali e transnazionali, si dovrà distinguere tra manifesto e programma, tra la cornice dei valori e degli obiettivi fondamentali comuni – e a questo livello dovranno porsi alcune discriminanti essenziali come quella sulla laicità dello Stato - e i programmi di governo, scelti nei congressi e all’interno degli organismi di direzione: ciò sarà necessario se si vorrà garantire da un lato la ricchezza del pluralismo interno e d’altro canto l’univocità delle posizioni nelle assemblee elettive, la sicurezza della leadership, la stabilità dei governi e la coerenza delle opposizioni. Non sarà facile in Italia, perché la storia comune – e questo sarebbe vero anche se si volesse aggregare anche solo le forze socialiste – non costituirà quel vincolo che opera in altri paesi. Ma la sfida è questa e per affrontarla, o anche per decidere se vale la pena affrontarla, non c’è altro da fare che “mettersi intorno ad un tavolo” per discuterne con impegno e buona fede.
Se la storia di ciascuno dei futuri contraenti non aiuta (ma per fortuna il condizionamento della storia si attenua col passare del tempo) ancora meno aiuterà la nuova legge elettorale. E’ questo un limite importante e che potrebbe rivelarsi decisivo: non va dimenticato infatti che all’origine del dibattito sul partito democratico sta proprio il vincolo costituito dalla legge elettorale maggioritaria con collegi uninominali vigente fino a pochi mesi fa. Il sistema bipolare prospettato dalla legge elettorale comportava, per funzionare in modo efficiente, la formazione, a destra e a sinistra, di grandi formazioni politiche perno del nuovo sistema, ma l’effetto sperato non si è avuto a causa delle resistenze dei gruppi dirigenti dei diversi partiti. Questa considerazione corre il rischio di essere tacciata di ostilità antipartito o antipolitica: se si trattasse di aziende e di progetti di fusione tra di esse nessuno si stupirebbe se il rischio di fallimento fosse addebitato ai manager che temono di perdere posizioni di potere e di visibilità e rendite di posizione. Per converso, nel caso dell’economia e delle imprese, alla fine le esigenze stringenti della concorrenza in mercati sempre più ampi avrebbero ragione di queste resistenze. Così come in questo caso una modifica delle regole del gioco – ad esempio una liberalizzazione dei mercati – potrebbe imporre il cambiamento, nel caso della politica una modifica delle regole elettorali lo incentiva, ma in modo assai più debole. Ne è la riprova la reazione dei dirigenti dei partiti alla legge elettorale uninominale maggioritaria: anziché cogliere l’occasione per un progetto di accorpamento e fusione e per nuove forme di selezione degli eletti nei collegi, hanno piegato la legge elettorale a fini per certi versi opposti, accentuando la frammentazione, la formazione di partiti personali e la centralizzazione della scelta delle candidature attraverso la spartizione dei collegi uninominali. Di fronte alla evidente crisi dei partiti e del loro ruolo di promozione della partecipazione democratica e formazione della classe dirigente hanno reagito non già con la progettazione di nuove forme-partito, ma accentuando il controllo oligarchico sulle loro organizzazioni in un sistema in cui il peso dei media non è più controbilanciato dalla presenza e dalla iniziativa sul territorio.
Come reagiranno ora di fronte alla caduta dell’incentivo ad unirsi della legge elettorale uninominale maggioritaria? I segnali sono contraddittori: già molti di loro, anche a sinistra, hanno chiarito che non favoriranno un ritorno, sia pure corretto, al sistema precedente e non c’è da dubitare che la loro contrarietà potrà spingersi fino al punto di minacciare la stabilità di un eventuale governo di centrosinistra. D’altro canto, con dichiarazioni impegnative, i maggiori dirigenti dei DS e della Margherita hanno ribadito la loro volontà di procedere in tempi relativamente brevi alla formazione del nuovo partito democratico anche nel caso che permanga un sistema elettorale proporzionale, e non c’è dubbio che, in mancanza del vincolo della legge elettorale, servirà un sovrappiù di volontà politica e di coraggio per mantenere l’impegno. L’esito dipenderà da molte incognite: il coraggio, la lungimiranza e la capacità di leadership di Prodi e dei maggiori dirigenti, la partecipazione al progetto della componente socialista e laica, i rapporti di forza che emergeranno dalle elezioni, la risoluzione delle condizioni poste da Rutelli – collocazione internazionale, fine del cosiddetto “collateralismo”, rapporti con l’estrema sinistra – e da molti DS che temono un’egemonia moderata sul nuovo partito. Questi problemi non sono insuperabili se si ha chiaro che la forma del nuovo partito dovrà essere nuova (sento già l’accusa di “nuovismo”): nuove forme di selezione dei dirigenti e dei candidati, nuove forme organizzate di presenza sul territorio, distinzione tra manifesto e programma, nuove combinazioni tra garanzia del pluralismo e univocità di espressione nelle assemblee elettive e nei governi, forte ruolo degli organi di garanzia. Tutto ciò è necessario non tanto per fare convivere persone e gruppi che vengono da storie diverse, quanto per un aspetto a mio parere decisivo eppure trascurato nel dibattito: la formazione del nuovo partito non serve solo per dare stabilità e governabilità al sistema politico, ma come risposta alla grave crisi della partecipazione e della credibilità delle forze politiche. Quando ci si chiede se la nascita di un nuovo partito è necessaria, si dovrebbe invertire il punto di vista oggi prevalente: partire non dalle posizioni e dalla storia dei dirigenti, ma dalla domanda che proviene dal “mercato”, cioè dagli elettori e da quanti chiedono opportunità di impegno politico. Il nuovo partito è necessario perché quelli attuali, figli e frammenti di quelli della prima Repubblica, non sono in grado di svolgere il ruolo che la Costituzione loro assegna e questa loro incapacità rischia di minare non solo la governabilità del paese, ma la stessa democrazia. Per questo, più che per ragioni di programma, dovrebbe chiamarsi partito democratico.
Fonte : www.quaderniradicali.it
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Quale partito democratico?
di Paola Gaiotti de Biase
La questione se partecipare direttamente alla fondazione del partito democratico ne suggerisce una preliminare. A che serve un partito oggi? E’ ancora una struttura adeguata per attivare la partecipazione politica dei cittadini e cioè una democrazia che non si limiti al voto elettorale una volta ogni cinque anni o è una struttura superata. Di fronte alle prassi di fatto che caratterizzano i partiti attuali, sia quelli più articolati sul territorio, che quelli costruiti intorno a una persona leader, si può capire che la risposta istintiva sia no. Ma è un no che non scioglie il nodo della partecipazione politica.
Certamente la funzione dei partiti è cambiata nel tempo. Dopo i partiti delle nuove oligarchie borghesi, i partiti di massa hanno rappresentato un fattore essenziale di acculturazione politica e civile di grandi masse poco scolarizzate, ricorrendo inevitabilmente alle semplificazioni dell’ideologie, esasperando appartenenze, ma anche svolgendo un ruolo decisivo per radicare il sentimento di una responsabilità collettiva e di una solidarietà estesa. In Italia essi sono stati il tramite principale di un radicamento dei valori della Costituzione, sia pure entro una pratica, teorica o di fatto, di centralismi democratici (“?”), che hanno poi portato a un costante rafforzamento delle oligarchie interne, a un’autoreferenzialità.
E tuttavia essi sono al momento improponibili nella vecchia forma. E’ finita la funzione svolta dai grandi partiti di massa in quanto strumenti della conquista di identità, di accesso alla esistenza sociale, della assunzione di un protagonismo politico di grandi masse: a) perché questo compito è stato svolto ; b) perché è stato svolto fino al punto che nessuno oggi chiede al partito politico la funzione di garantirgli una identità sociale e politica che ritiene di costruirsi in proprio, e questo significa la fine delle "masse"; c) perché comporta in qualche modo la pretesa di rappresentare in toto la coscienza ideale di ogni iscritto, cioè una visione pericolosamente totalizzante della politica; si lega a questi processi la fine della funzione ideologica del partito, cioè la capacità di prevedere e imporre un corso della storia secondo una teoria generale, per la quale il partito assume una funzione storica garantita a priori come levatrice del futuro
Deve essere considerata conclusa quella funzione dei grandi partiti in quanto mediatori del consenso del cittadino alla Costituzione e allo Stato repubblicano, svolta positivamente nel corso del quarantennio, ( che ha avuto però come risvolto negativo l'occupazione partitica dello Stato e che oggi provoca insieme insofferenza e disaffezione verso i partiti e verso lo Stato, inteso come proprietà dei partiti) per riaffermare invece la necessità di recuperare una relazione diretta di fiducia e comunicazione fra Stato e cittadino. L'obiettivo deve essere semmai quello di sostenere e favorire un rapporto diretto fra cittadino e Stato, sulla base di una etica civile di coinvolgimento e di senso di responsabilità, la cui assenza viene indicata da più parti come la debolezza storica della esperienza italiana. Non basta più ( e non a caso é sempre più marginale e debole) la carica ideale, l' assunzione di un protagonismo storico, giocata attraverso l' appartenenza ai partiti o alle grandi famiglie ideali, che rischia invece di favorire distorsione e appropriazione dello Stato.
.Va resa esplicita la consapevolezza che il partito politico e i compiti che esso comunque assolve e deve assolvere non sono tutta la "politica; emergono nella società civile nuove soggettività la cui funzione sebbene non intercambiabile con quella del partito, é anche essa a suo modo politica, (movimenti one issue, volontariato, professionalità consapevoli delle loro dimensioni politiche) ecc; .E' diventata intollerabile, e non ha del resto alcun fondamento teorico accettabile, la pratica lottizzatrice che attribuisce ai partiti un intervento diretto in ogni gestione pubblica e parapubblica, azzerando ogni possibilità di controllo a aprendo il varco a una sistematica privatizzazione del pubblico. .E' un dato incontestabile che la forma partito classica ha consolidato sostanzialmente la tradizione della politica come competenza e prerogativa maschile, anche quando ha ammesso e valorizzato alcune donne.
Il valore della partecipazione, fortemente sottolineato negli anni Settanta, tradito e affossato dall’intreccio di politica e affari e dagli effetti della nuova tv commerciale negli anni Ottanta, si è espresso soprattutto nel volontariato e nell’iniziativa civile, dai verdi all’ antimafia, dalla professionalità responsabile alla pressione riformatrice, come l’unica forma praticabile di servizio alla Comunità.
Questa esigenza del cittadino di riprendersi lo scettro ha portato ai referendum elettorali per un sistema in cui il voto popolare decida del governo del paese, non deleghi ai partiti e ai loro accordi, gli esiti del voto. Tuttavia è stato proprio l’insufficienza del ridisegnarsi del quadro politico a indebolire la strategia bipolare e a condurla agli esiti che sappiamo. Il fallimento del disegno occhettiano di porsi come polo unico della sinistra democratica ( affossato dai rigurgiti di identità del PPI e dagli ideologismi dei comunisti del no), l’incertezza di Segni a costruire il polo decente di una destra democratica, la forza di pressione di interessi personali ha dato al nostro paese un bipolarismo impoverito dalla mancanza di una reciproca legittimazione e da rivalità interne per la leadership.
Può bastare in questo quadro un impegno autonomo di pressione dei cittadini a partire dal loro essere società civile o esso si traduce comunque ( vedi formazione delle liste ) in una delega in bianco ai partiti così come sono, anzi sempre più autoreferenziali?
Dobbiamo partire da un dato: la politica è due cose distinte ma non separate. In primo luogo è certamente consapevolezza del valore della cittadinanza comune, testimonianza ideale e capacità di vivere la convivenza (la professione la famiglia, l’uso delle risorse comuni, il contributo culturale o religioso, il servizio agli altri) sulla base di un sentimento di responsabilità collettiva, anche se in piena autonomia personale. In questa forma ognuno è presente di fatto come può e come vuole, fino al limite dell’ eroismo personale e dell’utopia, responsabile diretto degli effetti del suo agire.
Ma può questo sentimento non assumersi anche l’obiettivo di orientare le forme e i modi del governare formale delle istituzioni? La seconda forme della politica è appunto quella che vuole influire sulle decisioni istituzionali; e lo fa attraverso una elaborazione collettiva maturata in procedure regolate anche quando dialettiche, in ascolto comune delle domande del paese, in selezione democratica coerente della classe politica, in controllo e monitoraggio costante dei suoi comportamenti. E’ attraverso questo complesso impegno che si costruisce anche l’altra funzione, non esclusiva dei partiti ma comune ad essi e alla società civile, che è la diffusione di una cultura politica e di un’ etica della politica basata sulla responsabilità personale. Il partito, che va costruito appunto come luogo e spazio per questa partecipazione per questo compito, che deve essere assunto in modo esplicito.
La politica istituzionale, anche quando svolta dai cittadini non può che essere segnata in questo quadro dalla coscienza del limite della politica, della sua non onnipotenza, proprio perché costruita nell’ equilibrio dei poteri e nel consenso, nel realismo delle compatibilità e nel dibattito sulle priorità: non dunque utopia o esaltazione delle identità e delle testimonianze ma assunzione di responsabilità concrete sempre verificabili o contestabili. Va aggiunto che la distinzione fra società civile e politica, che occorre tenere ferma proprio per evitare improprie dipendenze della società civile dalla politica non è separatezza. Non lo è mai stato storicamente se Duverger ha potuto parlare per alcuni grandi partiti storici, dai laburisti inglesi ai socialisti italiani al la tradizione popolare sturziana di “partiti indiretti”, che nascono cioè da esperienze civili (i sindacati, l’ azione sociale cattolica, l’impegno per la diffusione della cultura) come compimento e condizione della loro efficacia. I partiti dovranno tenere conto dell’autonomia della società civile, sia entro i rapporti diretti che stabiliranno volta a volta, secondo le agende concrete che emergeranno, sia quando la società civile stessa assumerà il compito di farli nascere o rinnovarli. Ma essi restano insostituibili come luoghi unitari di un’elaborazione collettiva la cui sintesi altrimenti resta delegata alla classe politica, secondo le proprie convenienze di fatto.
Vorrei ancora anticipare qui il dato fondamentale della forma partito che emerge ormai dai mutamenti sociali del nostro tempo. Un partito democratico che voglia animare anche in termini di etica civile la società italiana non può non avere una struttura territorialità diffusa e ciò ovviamente tanto più quanto più rapidamente si tornerà al collegio uninominale che garantisce il rapporto democratico sul territorio.
E tuttavia va riconosciuto che in una società complessa come l’attuale, ricca di esperienze diffuse e di competenze, non è pensabile proporre una cosiddetta “militanza” come si sarebbe detto una volta, solo a partire dal territorio. Sempre più la voglia di partecipare e contare è legata per i singoli cittadini a tematiche concrete, dall’ambiente alla pace, dalla difesa del lavoro alla valorizzazione dell’impresa, dalle pari opportunità alla lotta contro la criminalità, dal sistema scolastico a quello sanitario, ecc. ecc. La gente vuole partecipare sempre non da tuttologi più o meno sprovveduti, ma a partire dalle cose che sa e che ha sperimentato.
E’ dunque necessario assumere una seconda forma possibile di adesione, in aggiunta alla prima o esclusiva, attraverso quelle che già alcuni partiti si erano proposti di costruire chiamandole aree tematiche. Andranno certamente regolate le forme del diritto di voto interno per i grandi appuntamenti elettorali interni al partito, ma una tale doppia adesione appare il carattere fondamentale di un partito basato sulla partecipazione qualificata del cittadini informato. Per certi versi una tale struttura potrebbe anche dare spazio non ideologico alle diverse famiglie culturali che sono disposte a confluire nel nuovo partito se esse si sottrarranno alla tentazione di una rappresentanza per identità e sapranno proporsi una rappresentanza per tematiche; il caso più facile è quello dei Verdi. Ci sono molte altre cose da dire ma semmai le riprenderemo in altre occasioni.www.sintesidialettica.it/
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PASSA L'INDULTO ED E' NOTTE FONDA (di Stefano Olivieri)
Segnatevela questa data : 28 luglio 2006, pomeriggio inoltrato. Buona parte degli italiani sono in fuga dalla canicola delle grandi aree metropolitane, incolonnati in auto nelle autostrade a festeggiare – si fa per dire – l’inizio delle agognate ferie. I volti sono sorridenti, rilassati, si pregusta l’ombrellone e i piedi a mollo nel bagnasciuga e si perdona tutto, il brontolìo della suocera che vorrebbe il finestrino chiuso e il sorpasso a destra del solito furbastro che vuole arrivare prima al casello.
E anche in parlamento si perdona, eccome. Al senato passa definitivamente l’indulto, su cui sono stati spesi in queste settimane fiumi di inchiostro. Si perdonano ben tre anni di pena per sfoltire le carceri, ma in realtà si svuotano le carceri per consentire ad altri, che non vi sono entrati ma che potrebbero farlo nei prossimi mesi, di evitarlo. I colletti bianchi e immacolati ma con le mani in tasca piene di mazzette, i corruttori e i corrotti, i falsificatori di bilanci pubblici e privati; coloro che hanno compiuto reati contro la pubblica amministrazione, cioè ancor più contro la comunità; i datori di lavoro che hanno angariato e perseguitato i propri dipendenti sottoponendoli a ogni genere di ricatto; infine coloro che hanno comprato il voto in cambio di favori personali, e sono stati scoperti e condannati. Pare un esercito di galeotti, ma se lo cercate in giro per le affollatissime carceri italiane ne troverete pochissimi, quasi nessuno. Perché sono tutti fuori, in attesa di un giudizio che l’indulto ha strozzato sul nascere. Perché in parlamento oggi pomeriggio si è consumato un reato grave contro la comunità, che prima di essere penale è politico, anzi più propriamente etico : il voto di scambio fra destra e sinistra per chiudere i reciproci armadi e nascondere gli scheletri che tutti conoscono, che tutti hanno già visto. Si poteva e si doveva sfidare davanti al popolo italiano la CDL nell’approvazione di un decreto diverso, ma non lo si è fatto per evidenti ragioni, perché come si dice a Roma il più pulito c’ha la rogna.
Segnatevi questa data, non per farne un dramma ma per futura memoria. Segnatevi i nomi di chi ha votato e ricordatevi di loro, quando li vedrete sfilare nei cortei per i diritti di operai e lavoratori dipendenti, quando li sentirete arringare contro i birbaccioni invocando trasparenza e legalità. Ricordatevi di loro ed esercitatevi nel frattempo nell’arte del pernacchio, che tornerà utile.
Questa è una sera buia per la repubblica. Come le molte altre che segnarono l’approvazione di tante leggi vergogna nella scorsa legislatura, forse anche di più perché stavolta a macchiarsi di vergogna sono state le donne e gli uomini che abbiamo votato e sui quali confidavamo, per seppellire una volta per tutte il berlusconismo. Invece è proprio il cavaliere il vincitore morale – si fa per dire naturalmente – di questa indecorosa partita. Il suo governo ombra funziona perfettamente, e con questo indulto ci ha mandato a dire che la sua schiatta è prolifica e vitale, sono già cominciati i matrimoni misti con l’altra parte. Povera Italia, ti resta solo la rivoluzione per fare pulizia. /www.liblab.it
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DELL’EFFERVESCENZA
Vincenzo Susca,Pensando ad Emile Durkheim
L’estate del 2006 è stata segnata e eccitata dalla vibrazione collettiva sprigionata attorno al Campionato Mondiale di Calcio giocato in Germania – e vissuto nella dimensione estesa del villaggio globale – dal 9 giugno al 9 luglio. Piazze invase dallo zampillio di urla, frizioni di corpi gravide di emozioni, scene di giubilo e disperazione mosse da un’isteria generalizzata: tutto ciò che i nostri sistemi politico-sociali marginalizzano, stigmatizzano o sacrificano sull’altare del progresso, della produzione e della razionalità astratta delle istituzioni, ha trovato nella grande festa del Campionato di Calcio una scusa per esprimersi e invadere la scena, dichiarando la propria volontà di potenza, urlando il bisogno di un’esistenza completa che integri e sappia lasciare esprimere l’ombra, il corpo e le pulsioni più basse che abitano l’ordine della socialità.
Si può dire, come si ha la tentazione di fare, specie in Italia o in Francia, che il calcio è la radice di tutti i mali, e l’ultrà scatenato una sorta di mostro direttamente prodotto da un gioco “violento” o dai suoi protagonisti irresponsabili (Di Canio, Materazzi, Zidane e tutti gli altri divengono così i responsabili degli incidenti e degli eccessi ai quali tifosi danno vita; esempi negativi che misteriosamente, indignando gli osservatori, occupano una posizione privilegiata nell’immaginario collettivo, come era un tempo per Jack lo squartatore). Possiamo anche sposare l’ideologia securitaria scelta da molti politici di vecchio e nuovo corso, all’interno e all’esterno del nostro paese (dall’ex sindaco di New York Giuliani al ministro degli Interni francese Sarkozy, da Cofferati sino a Storace), illudendoci che reprimere la violenza e impedire la sua manifestazione esacerbata possano essere delle soluzioni serie e durature. Ma quanto funzionano queste pie illusioni? La rivolta delle banlieues parigine, i costanti tumulti delle culture giovanili bolognesi, le violenze perpetrate durante le feste dei Mondiali – alibi per lasciar risuonare tra le mura delle città l’eco delle frustrazioni sedimentate nel vissuto, il desiderio di un’esistenza diversa da quella scaturita dall’asepsi, dalla razionalizzazione trionfante e dall’utilitarismo mobilitati da un ordine incentrato sulla produzione e sul lavoro – non sono forse il segno che è arrivato il momento di pensare in modo diverso il sociale, il suo corpo e la sua emozionalità? Che è necessario integrare, omeopatizzare o quanto meno prendere atto della “parte maledetta” (Bataille) che abita l’esistenza collettiva?
Sulle pagine dei grandi quotidiani nazionali e internazionali si è espresso rammarico rispetto all’incapacità delle grandi messe democratiche di mobilitare l’energia popolare e l’effervescenza manifestati durante i mondiali di calcio. Si è sancito che queste ultime sono forme deboli dell’essere-insieme, effimere, perché legate a una passione frivola, incapace di condensare uno spirito collettivo e di “fare corpo”; profane, e quindi in qualche modo inutili a servire la marcia del progresso e le buone ragioni del sistema. Il problema è tuttavia un altro: l’ordine della socialità è ormai disallineato rispetto alle ideologie, agli imperativi categorici e alla morale in cui alcune élite si riconoscono ancora. A emergere è una soggettività che trova nella festa, nel dispendio improduttivo, nel ludico e nell’immaginario il modo di cementare il proprio essere al mondo e di riconfigurarlo sulla base della vita quotidiana, dei suoi affetti e delle sue piccole cose di pessimo gusto, al di là di ogni astrazione e di ogni universalismo. La festa della musica, la notte bianca, la love parade, le scuole occupate, gli stadi brulicanti di passioni più o meno torve, sono altrettanti segnali di un corpo sociale che cerca la sua epifania in luoghi-altri da quelli occupati dalle istituzioni e dai suoi avatar, ormai troppo distanti dal sentire in gestazione.
L’effervescenza sportiva, così come quella musicale e in generale l’ambito della festa, sprigionano nuove “solidarietà organiche”, riconoscimento attorno a emozioni e forme di vita banali quanto essenziali; fondano un sociale che ripone al centro della scena l’ordine e l’immaginario della vita quotidiana contro le astrazioni che hanno segnato la lunga pagina del mondo moderno. Nel nuovo scenario, ogni scusa è buona per corrodere la facciata austera e pedante delle istituzioni. L’importante è esprimere i bisogni multipli di un corpo a disagio nei luoghi in cui è chiamato a muoversi e a “funzionare”. La festa diviene così il momento per mobilitare l’onda emozionale e le pulsioni erotiche di un vitalismo in fermento, bramoso com’è di esprimersi nella propria completezza, nella propria ragione sensibile (Maffesoli).
Possiamo affermare che alle spalle di tali fusioni neo-pagane stia nascendo una nuova identità collettiva? Che essa possa divenire la matrice di un nuovo ordine politico? Difficile da dirsi, giacché ciò che al momento possiamo cogliere è solo il suo aspetto distruttivo, la sua pulsione a corrodere le gabbie in cui è stata inscritta nel tempo e a disarticolarne la razionalità. Il neo-tribalismo postmoderno è fatto di gruppi duraturi così come effimeri, di persone che attraversano molteplici appartenenze collettive, ora per interessi condivisi, ora per passioni ludiche, altre volte per affinità elettive. Tali reti e connessioni orizzontali, al di là del tempo e dello spazio, indicano il ritorno sulla scena di forme di vita arcaiche che al tempo stesso entrano in sinergia e sfruttano le capacità del sistema tecnologico e delle sue piattaforme. Le smart mobs, la critical mass, le tribù del pollice, le comunità virtuali: ecco le figure emergenti dall’incrocio tra l’immaginario postmoderno e i nuovi dispositivi tecno-comunicativi. Se vogliamo comprendere il destino dell’ordine politico, e se siamo interessati a far sì che esso possa corrispondere nuovamente allo spirito del tempo emergente dalla vita collettiva, non possiamo ignorare che, in tutte le manifestazioni e le forme segnalate, è un nuovo corpo, un nuovo senso della corporeità e dell’esserci, a imporsi sulla scena. Il corpo è il messaggio, e il suo contenuto è una nuova transpolitica dell’abitare – al di qua e al di là del politico. http://www.politicaonline.it/?p=464#more-464
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Se mi volessi cimentare nell'impresa di ripercorrere la storia di questo blog con l'accusa di antisemitismo, penso che ci passerei la nottata. Abbiamo avuto di tutto, qua: da una Deborah Fait regolarmente cestinata, nonostante i suoi strepiti, alle minacce di denuncia, di arresto, di epurazione professionale e di ergastolo (e pure di morte, gessù) passando per la pubblicazione di nome e cognome nelle liste di sionisti di sinistra, e poi gli insulti sanguinosi e - anche - gli scontri con filoisraeliani in buona fede seguiti da successivo rispetto reciproco e, qualche volta, amicizia. E il mio iter personale, poi. Poi pubblichi un post su due israeliani che entrano in un bar spagnolo sfoggiando bandierine guerrafondaie e ne vengono scacciati tra gli applausi degli astanti. E succede un miracolo, stavolta. Ed io, dal mio micro-osservatorio, mi sento come una a cui sta cambiando il mondo sotto agli occhi: ma davvero ce ne stiamo liberando, di questo ricatto? Davvero si può cominciare a parlare della questione senza più subirlo? A me piacciono le piccole cose: mi fido più di loro che dei grandi eventi, dei proclami e delle notizione. E questa è una piccola cosa che mi ha colpito moltissimo, in questi giorni. A me non era mai successo, da quando ho questo blog, di avere la sensazione che lo stato d'animo generale, verso Israele, fosse di indignazione pura e semplice. Oltre i distinguo: indignazione sana e decisa, senza più chiedere scusa. E, comunque, qua ci sono un po' di istruzioni per il boicottaggio.http://www.ilcircolo.net/lia/ postato da ulivovelletri |
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BEIRUT: L'ULTIMA SPIAGGIA CONTRO LA GUERRA INFINITA
DI SBANCOR
Rekombinant
Se la guerra infinita è l'obiettivo delle grandi corporations e delle oligarchie militari, la pace è l'arma dei rivoluzionari!
Fermare la guerra infinita è possibile. Ora. Adesso. In Libano. In Libano infatti sta accadendo qualcosa di incredibile che va raccontato. Per la prima volta le diverse comunità stanno facendo un fronte comune contro l'aggressione israeliana. I villaggi a nord di Beirut, le roccaforti cristiano maronite si sono aperte ai profughi, in gran parte vecchi, donne e bambini che vengono dal Sud. 800.000 profughi. La Caritas organizza collette per i profughi. Il Generale Michael Aoun, non nasconde dal suo sito internet una certa simpatia per gli hezbollah.
Il Ministro della difesa libanese, un altro cristiano, sostiene che in caso di attacco in grande stile da parte di Israele l'esercito libanese farà il suo dovere. L'85% della popolazione dopo più di due settimane di bombardamenti sostiene la resistenza all'avanzata di Tshal e non cede alla tentazione di una guerra civile e di un regolamento dei conti con gli hezbollah. Più di vent'anni di guerra fratricida e oltre 300.000 morti qualcosa hanno insegnato.
Ma per comprendere l'intricato gioco mediorientale occorre spostarsi sulle rive del Golfo Persico.
Qui si sta aprendo un nuovo fronte fra i paesi "sunniti" del Golfo e la nuova egemonia "scita" che dall'Iran, grazie agli americani, si sta allargando, attraverso una sanguinosa guerra civile all'Iraq. Non è un mistero, per chiunque eviti con cura di ascoltare i telegiornali italiani, e segua invece con metodo i siti specializzati in Medioriente, che in quest'ultimo conflitto le monarchie "sunnite" del Golfo e l'Arabia Saudita in primo luogo, stiano giocando una partita complessa il cui scopo è scatenare una guerra civile in Libano alle spalle degli hezbollah, aumentare la tensione fra gli USA e l'Iran, liberandosi di quelle assai fastidiose "democrazie estremiste" che da Hamas, all'Iraq, all'Iran si contrappongono alle monarchie assolute e alle autocrazie dei cosiddetti paesi arabi moderati. Bella lotta, direbbero a Roma. Ma questa "contraddizione" quasi mai è rilevata dagli organi di stampa occidentali, e dai suoi opinionisti, da Ferrara a Sofri a Bernard Henri Levy, per i quali la democrazia è esclusivamente quella approvata dal Washington Consensus. E Mubarak o gli Emiri sono, secondo loro, meglio dei parlamentari di Hamas. Ora io non sono un fanatico della "democrazia", coltivo anzi antiche idee platoniche sul governo dei saggi, ma certo la posizione degli ex stalinisti e degli ex maoisti del '68 molto mi preoccupa: è l'unico caso di passaggio diretto dalla demenza precox a quella senile.
La mossa libanese, prevedeva che almeno due personaggi, Walid Jumblatt ed il figlio di Hariri, giocassero il ruolo di guastatori dei fragili equilibri libanesi in funzione anti scita e antisiriana. 1,5 miliardi di dollari sauditi erano, e sono, a disposizione sotto forma di aiuti, per oliare il meccanismo. Ma qualcosa non ha funzionato. La resistenza di Hezbollah sul territorio si è dimostrata molto più forte del previsto. Da fonti locali sembra che anche alcune unità formate da cristiani stiano combattendo con le milizie scite. Anche qui evitare i giornali italiani.
Da un punto di vista strettamente militare gli israeliani pensavano ad una azione combinata di paracadutisti appoggiati da sette divisioni corazzate, per effettuare uno sfondamento del fronte, mentre l'aviazione e le navi impedivano con la distruzioni delle infrastrutture ogni rifornimento ai combattenti. L'errore probabilmente è stata l'ampiezza dei bombardamenti su Beirut. Di fronte all'entità dei danni materiali e al numero delle vittime, ma soprattutto di fronte all'esodo biblico di quasi un terzo della popolazione libanese verso nord, le "quinte colonne" degli USA e dell'Arabia Saudita hanno dovuto, almeno per adesso abbassare i toni. L'arresto di oltre venti "spie" filo-israeliane a Beirut deve aver contribuito all'opera di dissuasione.
Attualmente la testa di ponte israeliana è ammassata fra Maroun er Ras e Bent Jbail, ma gli hezbollah controllano Yaroun ad ovest e a Aitaroun ad est. Un forza corazzata che in oltre due settimane, disponendo del totale controllo aereo, effettua una penetrazione di poco più di 2 km e ha i fianchi scoperti non è come dire l'esempio migliore di una vittoria, né tattica né strategica. Nonostante la propaganda di Israele amplificata dai giornali occidentali e italiani in particolare. C'è da chiedersi se il tiro a segno sulle truppe ONU non sia il tentativo – per altro già sperimentato in Iraq – di liquidare gli "osservatori indipendenti".
A questo punto (28 luglio 2006) la strategia israeliana cambia. Si da priorità alla guerra aerea, rispetto all'avanzata di terra. Terra bruciata. Fosforo bianco. Poi si vedrà. Ancora questa sera si combatte a Maroun er Ras: esattamente il punto di ingresso dell'offensiva israeliana.
E' in questa delicata questione che la "Conferenza di Roma", vissuta dagli incompetenti politici italiani come un "galà", quasi fossero i mondiali di calcio, ha provocato i danni peggiori. Peggiori del pur pessimo inglese sfoggiato da D'Alema. Gli israeliani l'hanno interpretata come una "luce verde" per continuare l'aggressione e i bombardamenti.
Dopo settimane che si metteva la Siria sul banco degli accusati l'atteggiamento di Israele cambia: dichiara comunque di non voler far la guerra alla Siria. Cosa è successo? Fonti interne al regime siriano dicono che una aggressione alla Siria sarebbe ora una catastrofe: se cade Bashyr Assad, di religione scita "alawita", al suo posto nascerà una repubblica fondamentalista whabbita. I Fratelli Mussulmani sono già pronti. Come l'Arabia Saudita si augura. E come anche Al Qaeda spera. E come anche alcune "corporations" americane si augurano per rigenerare all'infinito il modello afghano ed iracheno. La Guerra Infinita approderà dunque sulle sponde del Mediterraneo?
E cosa accadrà nelle banlieus europee? Cosa succederà alla nostra già compromessa democrazia?
Se era giusto morire per Danzica, come molti necrofili - che all'epoca sarebbero state sicuramente camicie nere o Waffen SS -oggi ripetono, è ancor più giusto far vivere il Libano!
E a proposito di necrofili. Ieri Al Zawhiri ha ritenuto opportuno far sentire la sua voce. Non è escluso che qualche esponente dell'ala militare di hezbollah sotto il fuoco israeliano cada nella trappola di Al Qaeda.
Al Qaeda è la traduzione in arabo di "data base", la banca dati dove gli USA avevano censito migliaia di mujhaeddin anti-sovietici per la guerra afghana, come rivelò l'ex Ministro degli Esteri Britannico Robin Cook nel 2005 al quotidiano "Guardian".
Se il "data base" inizia a funzionare nel Libano meridionale sarà difficile evitare che la guerra infinita diventi la III guerra mondiale.
Qualcuno per favore spinga il tasto "format c:" e annulli il "data base", prima che sia troppo tardi.
(spero di poter inviare al più presto un'analisi più approfondita)
Sbancor
Fonte: http://www.rekombinant.org/
Link: permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/1583
28.07.06
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berlusconi
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L’Asean e il Libano
Ci sono diversi buoni motivi per seguire con interesse il forum sulla sicurezza dell’Asean, l’organismo regionale del Sudest asiatico che raccoglie dieci paesi ma che è ormai diventato uno dei grandi motori politici dell’intera area. Il summit avviene in un momento delicato e la Corea del Nord è uno dei grandi temi in agenda. Ma non è l’unico e rischia di essere oscurato (anche perché di fatto la situazione coreana è in stallo) dalle vicende medio orientali che hanno sicuramente avuto un effetto: quello di compattare gli asiatici (forse a eccezione dell’India) verso una posizione fortemente critica nei confronti di Israele. Facendo carta straccia di alcuni piccoli segnali importanti: primo fra tutti il fatto che la Malaysia, che ospita il summit e che è un tassello importante della geografia politica ed economica dell’Asean e dell’Asia, non è più retta dal roboante Mahatir Mohammad, noto per alcuni chiodi fissi: le lobby occidentali finanziarie, il retaggio coloniale britannico e gli attacchi reiterati contro Israele che non mancavano mai nei suoi discorsi e che spesso hanno sollevato polemiche. Ma anche l’assai più mite e morbido Badawi, premier della Malaysia noto per la sua teoria dell’Islam Hadhari (tollerante), è stato, come tutti, tirato per la giacca dall’offensiva contro il Libano. Nell’Asean vi sono tre paesi a maggioranza musulmana (Indonesia, Malaysia, Brunei che assieme totalizzano oltre 250 milioni di credenti) e altre nazioni (Singapore, Thailandia, Filippine) con minoranze musulmane importanti e combattive. Non stupisce così che la dichiarazione finale del 39esimo summit a livello di ministri degli Esteri abbia condannato l’uso "eccessivo e indiscriminato della forza" in Libano, sollecitando un immediato cessate il fuoco sotto la supervisione dell'Onu. Domani il Libano rischia di tornare in agenda al 13esimo summit dell'Arf (Asean regional forum) dedicato alla sicurezza e cui partecipa anche Condoleezza Rice, che proviene dal vertice di Roma. All’Arf partecipano - oltre ai rappresentanti dell'Asean - Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Se si esclude il Giappone e si considera che i cinesi sono incattiviti dall’uccisione di un loro casco blu, per gli americani la riunione si presenta difficile a causa del Libano. E in un momento delicato per un altro motivo
Complicanze mediorientali
Sempre a Kuala Lumpur l’anno scorso a dicembre i dieci paesi Asean più Cina, Giappone, Sud Corea, India, Nuova Zelanda, Australia hanno dato il via al primo passo per la creazione di un East Asian Community. Sorpresa non c’erano gli Usa, ma c’era la Russia come osservatore. Canberra ci si è infilata all’ultimo momento. Gli americani poi si sono pentiti e dunque la presenza della Rice al forum sulla sicurezza va vista anche in questa luce. Ma ad aumentare le sue difficoltà c’è a Kuala Lumpur l’ingombrante presenza del ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki invitato dal suo omologo malaysiano Syed Hamid Albar. Gli asiatici, dall’India alla Cina passando per l’Asean, non vedono con piacere le pressioni su Teheran. E la guerra in Libano tenderà ad avvicinarli alle posizioni iraniane piuttosto che allontanarli
L’Indonesia e il Libano
Sul fronte del contributo alla forza multinazionale che dovrebbe essere dislocata in Libano converrà anche prendere nota della disponibilità dell’Indonesia, il paese musulmano più popoloso del globo. Già evidenziata giorni fa dal Jakarta Post viene reiterata dal settimanale Tempo: un battaglione di truppe terrestri e 300 marine (il totale potrebbe essere di 450 uomini)
India-Stati Uniti
Con 359 voti contro 68 la Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato l’accordo di cooperazione nucleare con l'India. E’ il primo passo per la formalizzazione definitiva di una maratona iniziata un anno fa. Manca solo il voto al senato e la firma del presidente http://www.lettera22.it/showart.php?id=5380&rubrica=77
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TESTIMONIANZE. NOUHAD MOAWAD: LE STRADE IN CUI AMAVO PASSEGGIARE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento.
Nouhad Moawad, laureanda traduttrice all'Universita' di Beirut, dal 2 luglio
e fino al prossimo 5 settembre lavora a New York in un progetto seminariale
di "We News"]
Il network dei professionisti arabo-americani di New York ha invitato i
profughi appena arrivati dal Libano a parlare delle loro esperienze
mercoledi', alla chiesa di S. Bartolomeo. Ci sono andata, sebbene avessi
gia' un'idea di cosa voglia dire essere un profugo, e' una storia che ho
sentito raccontare molte volte dai miei amici che vivono a Beirut.
L'espressione dei volti dei quattro relatori, tre donne (due libanesi e
un'iraniana che era in vacanza in Libano) e un uomo (un universitario
statunitense che viveva a Beirut), rifletteva in modo eloquente cio' che
hanno dovuto affrontare. Una delle donne ha pianto silenziosamente per tutta
la durata della conferenza.
Un'altra veniva dal centro di Beirut, dove ora si trova la mia amica, la
ricorderete, la clown senza lavoro. Ha parlato del terrore, di quando gli
aeroplani hanno sfrecciato accanto al suo appartamento, e l'edificio tremava
e era scosso da ogni bomba lasciata cadere. Mentre lei raccontava, io
pensavo che la mia amica si trova ancora nella stessa situazione, ed e' una
giovane donna che ha gia' vissuto gran parte della guerra civile libanese
(1975-1990): mentre le bombe esplodono di nuovo, e' probabile che lei stia
rivivendo gli eventi orribili di cui e' stata testimone da bambina. Come
vorrei averle potuto evitare questo. Lei non riesce neppure a raccontare nei
dettagli cio' che soffri' allora.
E mi e' anche tornata in mente l'esplosione del 14 febbraio 2004. Quel
giorno ero in classe, all'universita', che si trova a circa 15 chilometri di
distanza dall'esplosione. Al momento dell'impatto il mio banco schizzo'
attraverso il pavimento e colpi' il muro. Io ero terrorizzata e mi
domandavo: "Che succede? Israele sta attaccando il Libano?". Scoprii un'ora
piu' tardi che non si trattava di un attacco israeliano, ma dell'esplosione
che uccise l'ex primo ministro libanese Rafik Hariri e l'ex segretario del
ministero dell'economia Bassel Flayhan, ed altre diciotto persone. Quel che
ho provato io in quel momento e' nulla, se paragonato a cio' che vivono i
libanesi ora. Alcuni esperti hanno valutato che la somma delle bombe
lanciate sul Libano dal 12 luglio ad oggi eguaglia la potenza di una bomba
atomica.
Mi e' difficile immaginare le spiagge blu libanesi diventate nere per le
perdite di petrolio, ma e' cosi'. Mi e' difficile immaginare che il profumo
del Libano sia diventato quello delle pallottole, e che la morte cammini in
quelle stesse strade in cui amavo passeggiare. Ma e' cosi'.Centro di ricerca per la pace"
Per il bene della nazione
Stato igienista e stato razzista
di VITTORIO BEONIO BROCCHIERI
"Tutto non è che sifilide!", proclama angosciosamente Des Essaints, il protagonista di A ritroso, manifesto del decadentismo letterario. A dispetto della sua evidente, prorompente vitalità scientifica, tecnologica, economica e imperialistica, la società europea di fine Ottocento è ossessionata dall'idea della corruzione, della malattia, della degenerazione, fisica e morale, individuale e collettiva.
Sifilide e tisi sono le malattie più emblematiche di questo sentimento di insicurezza. Malattie infettive, contagiose certo, come i grandi flagelli dell'Europa preindustriale – la peste, il vaiolo – ma non così clamorosamente pubbliche. La peste e il vaiolo si manifestavano in devastanti esplosioni epidemiche, e se uccidevano lo facevano rapidamente, con manifestazioni esantematiche vistose, bubboni, pustole. La sifilide e la tubercolosi sono malattie endemiche, uccidono lentamente e chi ne soffre o ne ha sofferto non reca su di sé segni così clamorosi. Sono malattie private, che debilitano e consumano le loro vittime nel corso di anni. Sono malattie che uccidono lentamente. Ma sono anche malattie che si prestano ad essere utilizzate come metafore di una corruzione e di una debilitazione più profonda e più nascosta dell'organismo individuale e collettivo.
L'idea di un legame tra malattia fisica e morale, della malattia come conseguenza di una colpa e come castigo non è certo nuova. Le pestilenze sono state interpretate come castigo divino per una colpa collettiva, la lebbra come castigo di una colpa personale. Questi flagelli hanno quindi dato luogo a rituali pubblici di espiazione, attraverso i quali la collettività chiedeva perdono per le sue mancanze, o a rituali di separazione, con i quali la collettività isolava il malato-repropo, allontanando da sé il rischio di un contagio tanto fisico quanto spirituale. Per il lebbroso veniva celebrato, da vivo, un rito funebre alla fine del quale viene dichiarato "morto per il mondo".
Nell'Europa positivista di fine Ottocento questo nesso si trasforma ma non viene meno. Sifilide e tisi sono malattie che portano con sé una colpa o, quanto meno rivelano una debolezza. Evidente il nesso nel caso della sifilide, malattia trasmessa attraverso i rapporti sessuali. Ma anche la tisi svela una fragilità intima, celata. È il segno che rivela una mancanza invisibile di forza vitale, una vulnerabilità, una inadeguatezza profonda che naturalmente può essere rovesciata in positivo, interpretata come particolare sensibilità, senza però perdere del tutto la sua valenza morale negativa. In una civiltà dominata dall'idea della concorrenza e della lotta fra individui, imprese, classi, stati e razze, chi soccombe è sempre un po' colpevole.
Il tema della degenerazione getta un ponte fra malattia individuale e piaga sociale, fra ambito morale e ambito biologico. La degenerazione è avvertita come una minaccia nuova, legata agli straordinari mutamenti sociali in corso. I nascenti agglomerati industriali, con le loro spaventose condizioni igieniche e abitative, sono i focolai dai quali si diffondo nuovi e vecchi contagi: «Furono gli uomini coperti di stracci – scrive Louis Blanc nel 1850, riferendosi ad un'epidemia di colera – che diedero il via a questa orribile marcia di Parigi verso la morte». I quartieri operai e artigiani non sono solo il focolaio di rivolte e rivoluzioni ma anche di infezioni e contagi. Le "classes dangereuses" sono tali anche in virtù della loro infettività. Del resto nel corso del secolo seguente, la minaccia sovversiva e rivoluzionaria sarà spesso espressa in termini medici. "Il contagio rivoluzionario" richiederà "cordoni sanitari" appropriati. Occorre quindi che, in nome dell'ordine come dell'igiene, i pubblici poteri si facciano carico del risanamento dei quartieri popolari, della loro bonifica sanitaria, premessa necessaria a una loro messa in sicurezza sociale.
Il contagio è dunque una minaccia costante, che esige una sorveglianza continua ma anche una mobilitazione capillare della popolazione. In questa mobilitazione anche le donne sono in prima linea. "È sulle donne – proclama negli anni Ottanta dell'Ottocento il presidente dell'associazione dei medici inglesi – che deve scendere tutta la luce delle conoscenze sanitarie. Avere la salute in casa significa averla ovunque; essa non risiede altrove... le donne conoscono ogni angolo dell'abitazione e le speranze del medico si affidano alla loro, conoscenza, saggezza e abilità".
Il contagio, biologico o politico, sotto la forma di un'esplosione 'epidemica' rivoluzionaria, continua a far paura. Desta però in fondo meno inquietudine di quella che viene percepita come una lenta, insidiosa, forse irreversibile, degenerazione interna dell'organismo sociale. Almeno in Occidente le malattie infettive, prodotte dall'aggressione di un agente patogeno esterno, lasciano il posto alle malattie degenerative. «Il decadimento della forza sanguigna – scriveva Michelet – preparato da lunga data è un fatto dei nostri tempi». In questa immagine di decadimento, di degenerazione, il morale e il sociale si affiancano al biologico. Tra i flagelli che affliggono soprattutto i ceti popolari ma che indeboliscono l'intero corpo sociale, vi sono vere e proprie malattie – sifilide, colera, tisi, ma anche la pazzia – ma anche le nuove piaghe della società industriale allo stato nascente e della disgregazione sociale e morale che essa porterebbe con sé, come l'alcolismo, che è cosa diversa dall'onnipresente ubriachezza preindustriale, o la promiscuità sessuale, che è cosa diversa dalla tradizionale prostituzione.
Il termine degenerazione implica però anche un'altra minaccia, quella di una trasmissione ereditaria delle tare individuali, anzi di progressivo amplificarsi, radicarsi di queste tare nella popolazione. La paura della degenerazione 'industriale' si innesta sui vecchi timori dello spopolamento, che appare ora non più come la conseguenza di problemi economici – così era considerato molto realisticamente dagli osservatori del XII e XVIII secolo - ma come l'esaurimento della forza vitale interna di un popolo: «Nel 1830 – scriveva il fisiologo Le Bon nel 1874 – v'erano diecimila pazzi in Francia, ora ve ne sono ottantamila e questa cifra cresce ogni giorno, mentre al tempo stesso, la crescita della popolazione diminuisce».
A questo punto la sconfitta francese ad opera dei Prussiani non sorprende più. Anche per questo, perché la forza fiscale e militari dello stato non dipende solo dalla quantità e dalla prosperità economica della popolazione, come già sapevano gli 'aritmetici politici' e in effetti tutti gli osservatori del Seicento, ma anche dalla sua qualità. Lo stato deve prendersi cura in modo nuovo della sua popolazione, deve garantirne l'efficienza fisica e morale, la 'salute'. E' quella "statalizzazione del biologico" che Foucault ha indicato come uno dei fenomeni fondamentali del diciannovesimo secolo.
Proprio la prospettiva 'degenerativa' obbliga però ad una sorveglianza non solo quantitativa – nascite, morti, longevità – della riproduzione. Quando un visitatore dei quartieri operai di Lille nel 1860, colpito dall'aspetto miserabile dei suoi abitanti, parla di "un penoso imbastardimento della razza", l'espressione è ancora sostanzialmente generica, rimane nell'ambito della deprecazione dei guasti dell'industrialismo. Già quegli stessi anni però termini come "imbastardimento" e "razza" assumono un significato ben più specifico, più tecnico. Si diffonde un evoluzionismo di senso comune che mescola componenti lamarckiane e darwiane e che favorisce una trasposizione in termini biologici del linguaggio politico. Questo evoluzionismo ibrido, impone una sorveglianza particolarmente attenta dei vizi – come l'alcolismo – perché pur essendo caratteri acquisiti, sono ritenuti trasmissibili per via ereditaria e quindi le conseguenze si farebbero sentire sulle generazioni future, moltiplicandosi all'infinito. Per questo evoluzionismo volgare la selezione nella razza – o nella nazione – è la premessa per la sopravvivenza e la vittoria della razza – o della nazione nella competizione per lo spazio e le risorse. La contaminazione che si teme non è quindi più solo quella dei microbi, dei batteri e poi dei virus, ma soprattutto quella degli elementi degenerati all'interno della nazione. Elementi che devono essere innanzitutto individuati, con i nuovi strumenti messi a punto dall'antropologia fisica, dalla medicina, dalla criminologia, e poi essere messi in condizione di non nuocere, di non contaminare con la loro riproduzione o con la loro semplice presenza le forze 'sane' della nazione. Naturalmente La preoccupazione per la contaminazione razziale si estendeva, a fortori, agli individui appartenenti alle razze non europee.
Questo nuovo attivismo 'biopolitico' delle istituzioni, questa crescente preoccupazione per la salute della popolazione, è il rovescio della medaglia dell'intervento crescente dello stato in sempre nuovi ambiti, dall'istruzione alla previdenza. È significativo che proprio i paesi scandinavi, all'avanguardia nella costruzione del welfare, lo siano stati anche nel varo di una legislazione eugenetica. La legge svedese del 1934, voluta da esponenti socialdemocratici come Gunnar Myrdal e rimasta in vigore fino agli anni Settanta, prevedeva ad esempio che «Qualora si possa ritenere che qualcuno - sofferente di malattia mentale, minorazione mentale o altro squilibrio dell'attività mentale - sia per tale ragione incapace di assicurare la cura dei propri figli, o sia destinato a trasmettere ai suoi discendenti in base alla legge dell'ereditarietà tale malattia mentale o minorazione mentale, è possibile, secondo la presente legge, intraprendere la sterilizzazione, laddove questi - a causa delle sue disturbate funzioni mentali - sia permanentemente incapace di fornire un consenso valido all'intervento». http://www.golemindispensabile.it/Puntata59/articolo.asp?id=2075&num=59&sez=659&tipo=&mpp=&ed=&as=
LaRouche alla Rice: “devi dire a Bush che mandare truppe USA in Libano è un disastro garantito”
Dopo il fiasco della Conferenza di Roma sul Libano, negli Stati Uniti si acuiscono le pressioni affinché si spedisca un contingente militare, dai 10 ai 30 mila soldati, con l'obiettivo di assicurare la pace sul confine tra Israele e Libano. Non soltanto la cosa, così com'è concepita, non può funzionare, ma si tratta di uno sforzo che, anche se si limitasse ad una sola divisione di 10 mila elementi, condurrebbe ad una fase di snervamento fatale le già “sovrestese” capacità militari USA, fin troppo provate in Iraq e Afghanistan. Per questo, ha osservato LaRouche, Condi Rice dovrebbe dire a Bush: “No. Mr. President, don't go there”.
Negli USA alcuni esperti riferiscono alla rivista EIR che al premier israeliano Olmert e al ministro della difesa Peretz sono state dette delle menzogne, allo stesso modo in cui i neo-cons mentirono a Bush ed al Senato per trascinare gli USA nella guerra in Iraq. Ad Olmert ed a Peretz hanno promesso che le capacità militari di Hezbollah sarebbero ridimensionate dal 40 al 60 per cento come conseguenza di una o due settimane di incursioni aeree e operazioni chirurgiche di commando a terra. Non c'era niente di più distante dalla realtà. Adesso questa realtà comincia ad affacciarsi alla mente dei politici israeliani più accorti.
Commentando il comportamento del Senato USA Lyndon LaRouche ha aggiunto che questa volta ha strafatto: si è comportato persino peggio di quando dette carta bianca ai neocons per la guerra in Iraq. Allora almeno ci fu qualche obiezione e in risposta ricevettero menzogne. Di seguito un approfondimento su questo tema tratto dalla rivista EIR.http://www.movisol.org/libano.htm
Osservatorio sui Balcani, si cambia
Dopo sei anni di direzione Mauro Cereghini lascia a favore di Luisa Chiodi. “Attorno a questo progetto si sono raccolte competenze di primo piano e questo è stato il primo motivo per cui ho accettato l'incarico”. Tutto lo staff ringrazia Mauro per la passione e competenza con cui ha diretto Osservatorio in questi anni
Mauro Cereghini e Luisa Chiodi L'Osservatorio sui Balcani ha una nuova direttrice. Dopo aver contribuito a far nascere e strutturare quello che in pochi anni è divenuto in Italia un punto importante di informazione e approfondimento sul sud est Europa, Mauro Cereghini ha passato il testimone a Luisa Chiodi, docente presso l'Università di Bologna e all'attivo consulenze per varie organizzazioni internazionali.
“Nel 1999 un gruppo di persone che da anni si occupava di Balcani ha ritenuto fondamentale fornire uno strumento di lavoro a chi operava nel sud-est Europa. Di Balcani occorreva parlare ogni giorno, non solo all'apice delle crisi” ricorda Cereghini “ora possiamo dire che è stata un'intuizione felice e che siamo stati in grado di darle corpo fornendo al pubblico italiano un punto di vista critico e competente”.
“Con convinzione abbiamo proposto l'incarico a Luisa Chiodi” ha dichiarato il reggente della Fondazione Opera Campana dei Caduti, della quale Osservatorio è un progetto, Alberto Robol ”Osservatorio ha contribuito in questi anni a rafforzare la proiezione nazionale e internazionale della Provincia di Trento, sua principale e più convinta sostenitrice. La Fondazione ha avviato recentemente un partenariato con il Consiglio d'Europa anche grazie al credito di cui gode Osservatorio in ambito europeo. Sono certo che con Luisa Chiodi si andrà molto avanti su questa strada, strada che è stata aperta dal lavoro di Cereghini. E per questo voglio ringraziarlo”.
“Attorno a Osservatorio si sono raccolte competenze di primo piano e questo è stato uno dei motivi principali che mi ha spinta a trasferirmi a Rovereto - ha sottolineato la nuova direttrice - sono sicura che, anche grazie all'ottima collaborazione che vi è con le istituzioni locali, riusciremo a raccontare e analizzare sempre meglio quei Paesi che mi auguro al più presto entrino a far parte dell'Europa allargata”.
Luisa Chiodi insegna Storia e Istituzioni dell’Europa Orientale presso l'università di Bologna. Ha lavorato a lungo presso l'Istituto per l'Europa Centro Orientale e Balcanica di Forlì. Ha all'attivo consulenze per la Banca Mondiale e l'OSCE ed ha coordinato ricerche finanziate dalla Commissione Europea. Ha curato varie pubblicazioni, la più recente è la Guida ai paesi dell’Europa Centrale e Balcanica 2005, edita da Il Mulino. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5969/1/51/
Di nuovo guerra
In Sri Lanka vacilla la tregua e riprendono i bombardamenti, con almeno 700 morti da gennaio
Manca solo una dichiarazione ufficiale, ma la guerra nel nord e nell’est dello Sri Lanka è ripresa. Il cessate il fuoco dichiarato nel febbraio 2002 da entrambe le parti in conflitto, ribelli delle Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) ed esercito governativo, è stato violato ripetutamente da novembre a oggi, con un numero di vittime compreso fra le 700 e le 800, di cui molti civili. Un altro segno dell’aggravarsi della situazione è arrivato ieri quando la Finlandia ha deciso di ritirare i suoi membri dalla missione di monitoraggio della tregua (Slmm), costituita da osservatori di cinque Paesi del Nord Europa. Per gli stessi motivi di sicurezza, la Danimarca ha detto che potrebbe fare altrettanto. Ciò, del resto, accontenta le Tigri, che avevano chiesto agli osservatori di andarsene entro il primo settembre prossimo, dopo che l’Unione Europea li aveva definiti “terroristi”.
Tornano i bombardamenti. Fra giovedì e venerdì scorso, intanto, la tensione è salita, dopo che l’aviazione cingalese ha bombardato una zona controllata dalle Tigri nel distretto di Trincomalee, città portuale del nord-est, dove il conflitto si consuma dai primi anni Ottanta. Il bilancio è di sei ribelli morti e sette civili feriti. Nella stessa zona i guerriglieri hanno risposto agli attacchi lanciando alcuni mortai, che però non hanno provocato vittime. Un risciò con una persona a bordo, invece, è esploso a Batticaloa davanti a un checkpoint delle Tigri, facendo pensare a un attentato suicida. Nell’area, inoltre, sarebbero attivi i ribelli del colonnello Karuna, ex comandante
delle Tigri passato dalla parte dell’esercito con un folto gruppo di seguaci.
“Ormai i bombardamenti nella zona di Muttur avvengono di frequente”, ci dice al telefono Giovanna Fortuni, capo progetto per il Vis, ong dei salesiani che sta costruendo un centinaio di case nel distretto di Trincomalee. “Di solito sono mirati a obiettivi che riguardano i ribelli, ma questa volta pare che ci sia una disputa intorno a una fonte d’acqua”. Il governo avrebbe bombardato perché i ribelli avevano bloccato il canale di Mullaitivu, che porta acqua ai campi dei contadini cingalesi della zona, ma non è chiaro come siano andate veramente le cose. Gli attacchi aerei sarebbero ingiustificati, un vero e proprio “atto di guerra”, secondo il portavoce delle Tigri.
Emergenza sfollati. Ormai sembra essere rimasta solo la Norvegia a cercare la mediazione in un conflitto che solo nel 2006 ha causato 67mila sfollati. E’ il dato fornito da Antonio Guterres, Alto commissario Onu per i rifugiati, che recentemente ha concluso una visita nel martoriato nord-est del Paese asiatico. Altre 3500 persone sarebbero fuggite con barche di pescatori nel Tamil Nadu, stato meridionale dell’India, che si affaccia sullo Sri Lanka. Secondo Egeland l’unica possibilità di far tornare i profughi a casa è il ritorno alla pace, che adesso però sembra più lontana che mai.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5962
Francesca Lancini
Libano : Bush e Blair ne parlano alla Casa Bianca
di Rico Guillermo
La Comunita' internazionale deve intervenire per fermare il combattimento fra i soldati israeliani e guerriglieri Hezbollah. Lo hanno detto congiuntamente il presidente USA George W. Bush e il primo ministro britannico Tony Blair in una conferenza stampa alla Casa Bianca.
"Il nostro obiettivo e' realizzare una pace durevole", ha detto Bush a fianco di Blair, "che richiede che un governo libanese libero, democratico ed indipendente sia autorizzato ad esercitare l'autorita' completa sul suo territorio". Poco prima Bush e Blair avevano discusso la situazione in Iraq e in Libano ed altri temi caldi.
Bush ha detto che lui e Blair hanno un programma per concludere la violenza e che il segretario di Stato Condoleezza Rice tornera' presto in Medio Oriente per continuare gli sforzi di pace e una forza multinazionale di stabilizzazione dovrebbe essere assegnata appena possibile alla regione per rinforzare l'esercito libanese nel sud del Paese.
Bush ha detto che "una forza multinazionale efficace favorira' una maggior rapidia' nella consegna degli aiuti umanitari, facilitera' il ritorno degli sfollati e sosterra' il governo libanese a prendere una sovranita' completa sul suo territorio e a custodire le sue frontiere". Blair ha affermato che lui e Bush vorrebbero una nuova risoluzione ONU che richieda un cessate il fuoco fra Israele e Hezbollah e assicuri che il Libano del sud non sia usato come base per milizie armate che attacchino Israele. Bush ha detto che "la pace in Medio Oriente puo' essere realizzata".
I militari degli Stati Uniti hanno evacuato più di 12.000 Americani dal Libano. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU numero 1559 e 1680 invitano gli Hezbollah ed altri gruppi di miliziani a lasciare il Libano, ma gli Hezbollah non hanno aderito e l'esercito libanese rimane essenzialmente impotente. Dopo il ritiro dei militari siriani dal Libano, dove erano dalla conclusione della guerra civile del 1975-1990, gli Hezbollah sono divenuti una forza militare de facto che si sospetta sostenuta da Siria e Iran.
La stampa israeliana aveva parlato due giorni fa di una iniziativa statunitense per chiudere il conflitto senza chiedere ad Israele il cessate il fuoco immediato. Tale proposta - che e' forse il piano cui Bush e Blair hanno fatto riferimento e che prevederebbe inizialmente un intervento di truppe NATO attive - sarebbe stata presentata gia' da Condoleezza Rice alle parti in causa durante il suo ultimo viaggio in Medio Oriente, ma vi sono ancora dei punti controversi.
www.osservatoriosullalegalita.org
Di Pietro: «Non sanno quello che fanno»
Il ministro: «Quella dell'Unione è una vittoria di Pirro»
Carlo Lania
Roma
«Hanno fatto come le famose tre scimmiette. Pur di far passare l'indulto hanno preferito non vedere, non sentire e non parlare delle conseguenze che il provvedimento avrà sul paese». Sono passate poche ore da quando la camera ha approvato l'indulto e Antonio Di Pietro non ha ancora digerito la sconfitta. «Sconfitto io? Se il parlamento è contento di aver vinto perché ha avuto l'indulto, mi pare davvero una vittoria di Pirro», attacca il ministro delle Infrastrutture. «Abbiamo assistito a un atto di sottomissione di chi, pur di avere l'indulto, accetta che lo sconto di pena valga per reati odiosi come la corruzione, la concussione e il voto di scambio politico-mafioso. A essere sconfitto è il cittadino, certamente non io che ho fatto la mia battaglia di legalità».
Il suo partito, insieme al Pdci, ha polemizzato con Rifondazione. Non sarà che dietro le accuse di aiutare la mafia si gioca la partita sulla presidenza della commissione antimafia?
Quello è un problema che oggi non mi interessa: non voglio spostare l'attenzione dall'indulto.
Lei ha usato parole molto dure anche con l'Unione: ha detto che ha perso la sua dignità.
E ora aggiungo qualcosa di più: l'Unione forse non sa quello che fa. Non sa quali saranno gli effetti devastanti di questo indulto, che riguarderà una popolazione criminale di oltre 90 mila persone tra chi sta in carcere, chi usufruisce di misure alternative e quanti saranno condannati nei prossimi anni. Dare a questi un bonus in tasca di tre anni vuol dire creare uno stato potenzialmente criminale.
Però il problema esiste, le carceri scoppiano. Se non con l'indulto come lo risolverebbe?
Primo, limitando l'indulto solo ad alcune specie di reato. Secondo, depenalizzando alcuni reati come quelli legati alla Bossi-Fini, o facendo un indulto limitato a un anno. Oppure limitandolo ai reati passati in giudicato entro il 2 maggio. Invece non si è voluto fare perché si è preferito non vedere, non sapere e non sentire. Hanno fatto come le tre scimmiette, pratica in cui il centrosinistra si è voluto specializzare in questa scorcio di legislatura e di cui pagherà le conseguenze sul piano della sicurezza sociale.
Il voto di scambio è un reato che, associato all'accusa di mafia, non rientra nell'indulto.
Non è vero. Esiste un articolo, il 416 ter, apposta per il voto di scambio politico-mafioso. Almeno questo si poteva escludere dall'indulto.
Adesso il provvedimento passa al senato. Che farà l'Idv?
Abbiamo già fatto una riunione tecnico operativa per mettere a punto gli emendamenti e la nostra azione politica-istituzionale, dove io assicuro ancora una volta la mia presenza quotidiana.
Manifestando ancora in piazza?
In piazza e nelle istituzioni. Mentre parliamo mi trovo al ministero e faccio il mio dovere. Ho appena finito una conferenza Stato-Regioni e dopo, se permette, invece di andare al mare chiudendo occhi, orecchie e naso preferisco stare nel parlamento e soprattutto nelle piazze per far sapere ai cittadini che in nome un'esigenza reale, quella dei detenuti, oggi si sta realizzando uno sconquasso sociale.
Con il suo collega Mastella come va?
Io credo che il programma dell'Unione in materia di giustizia debba essere applicato soprattutto nella parte in cui si prevedono una serie di interventi per la funzionalità della giustizia, dei tribunali, per la certezza del diritto e delle pene e per l'umanizzazione delle carceri. Sono questi gli interventi che l'opinione pubblica si aspetta da noi.
E Mastella non lo fa?
Ho detto quello che dobbiamo fare. Non mettiamola sempre sul piano della polemica.
Che fa si dimette?
E perché dovrei? Questo provvedimento è stato fatto da una maggioranza parlamentare trasversale. Cosa c'entrano le dimissioni da ministro?
Però lei si è trovato accanto la Lega e An.
Invece di dire chi mi sono trovato accanto io, chieda all'Unione chi ha affianco nel momento in cui dà uno sconto di pena di tre anni a corrotti, corruttori, rapinatori, falsificatori di bilancio ed evasori fiscali. /www.ilmanifesto.it
Voto No sui reati finanziari
di Furio Colombo
La legge sull’indulto - così come è stata concordata con l’opposizione - ha diviso il Parlamento, ha scheggiato la compattezza del centrosinistra, intaccando anche il governo.
Tutto ciò avveniva mentre al Senato gli avvocati di grandi e importanti colpevoli di reati finanziari, vestiti da senatori della Repubblica, hanno organizzato manifestazioni di stampo teppistico come nei peggiori pub di Caracas (per citare uno spot pubblicitario).
Questo loro attivismo distruttivo non poteva non richiamare la qualità particolarmente perversa dei reati finanziari, che essi hanno ripetutamente protetto o condonato nella precedente legislatura. Sono reati che ricadono a pioggia su un numero molto alto di cittadini. E negano - come fatto e come valore - la legalità di tutto il Paese. È il senso di cinque anni di governo di Berlusconi.
Questa riflessione non ha niente a che fare con i comportamenti del ministro Di Pietro o con le dichiarazioni di Leoluca Orlando o con le accuse a chi ha cercato di salvare a ogni costo la legge sull’indulto pensando all’ansiosa aspettativa creata nelle carceri.
Se mai mi influenzano le opinioni competenti di senatori come Gerardo D’Ambrosio. Ho firmato con lui una proposta di legge sulla immigrazione che - se approvata - potrà liberare subito molte migliaia di detenuti.
La questione grave e drammatica ha due facce: la realtà socialmente devastante del reato finanziario, da Previti a Moggi. E la bandiera della illegalità che tali reati, estesi, ripetuti e sempre poco puniti, fanno sventolare sulla nostra Repubblica. Perciò ha fatto bene Fassino ad annunciare subito la cancellazione delle leggi-vergogna.
Infatti molti di coloro che ci votano provano ripugnanza per l’infimo livello morale che i reati finanziari, o il condono di essi, mostrano e diffondono. Durante la campagna elettorale non ho mai incontrato elettori distratti o indifferenti sulla questione della legalità e moralità. È la ragione più importante per non poter accettare l’inclusione dei reati finanziari in questa legge. Perciò, no.
www.unita.it
Clemente Mastella
sezione “la faccia come il culo”
Clemente Mastella a Beppe Grillo: «Sarò il Suo incubo, altro che sogno. Con il Suo blog non avrà la possibilità, tanto facilmente, di farsi pubblicità attaccando un politico come me che non fa moralismo ma che ha sempre cercato, Le piaccia o meno, di mantenere comportamenti morali. L’etica non la si proclama con i megafoni, ma la si testimonia con la quotidianità. Ed è quello che mi sforzo di fare ogni giorno». In realtà Mastella è già da tempo l'incubo non solo di Grillo, ma di tante altre persone per bene. http://www.onemoreblog.it/
Quanto ci piace
Il metodo Livia Turco
Dopo l’innegabile vittoria incassata nel braccio di ferro sulle liberalizzazioni, la tracotanza dei tassisti ha raggiunto livelli intollerabili. Ieri abbiamo appreso dal Corriere della Sera che Francesco Giavazzi è vittima di una campagna intimidatoria da parte delle auto bianche milanesi, che hanno affisso manifesti e distribuito volantini in giro per la città, riportando l’indirizzo e il numero di telefono dell’economista e additandolo come nemico della categoria. Non solo, ma un passante che ha osato strappare uno di questi manifesti delatori è stato malmenato (da un tassista, ovviamente). Ebbene, com’è noto, le modifiche al decreto Bersani di fatto demandano la trattativa sulle nuove licenze e sulle modifiche ai servizi ai Comuni. Il nostro augurio è che i sindaci, soprattutto quelli che hanno avuto un ruolo di primo piano nella trattativa sul decreto Bersani, si ricordino di questi episodi quando siederanno al tavolo con i rappresentanti delle auto bianche.
Nel frattempo, se qualcuno temeva un epilogo soft anche per i farmacisti, impegnati ieri nella terza serrata, con nuove manifestazioni a Roma e minacce di sospensione contro i dissenzienti (ma lo sciopero non era un diritto individuale?), ha sbagliato i conti. Merito, soprattutto, del metodo. E il metodo, stavolta, l’ha dettato Livia Turco. In maniera impeccabile, ci viene da aggiungere. Per trattare con i farmacisti il ministro per la Salute ha fissato alcuni paletti semplici semplici. Primo, i farmacisti hanno sbagliato a confermare lo sciopero, perché la «prassi sindacale vuole che quando c’è una convocazione non si conferma lo sciopero». Secondo, niente trattativa durante la serrata, perché «non è possibile incontrare i farmacisti con una protesta in corso». In terzo luogo il ministro ha annunciato che avrebbe portato al Consiglio dei ministri la proposta di precettazione, forte della sentenza del garante, che ha dichiarato che le serrate violano la legge sui servizi pubblici. Una linea di fermezza immediatamente premiata dai fatti. Nel pomeriggio di ieri, il presidente di Federfarma, Giorgio Siri, ha fatto sapere di essere pronto a sospendere lo sciopero a oltranza. Non solo: l’associazione dei farmacisti ha precisato di voler discutere del governo di questioni che esulano dal decreto Bersani, in sostanza di voler discutere già del dopo-decreto (uno dei temi proposti è come garantire il sostegno alle piccole farmacie che possono essere messe in difficoltà dalle nuove norme). Poco dopo le agenzie di stampa hanno reso noto che il ministro era disponibile ad incontrare Federfarma, «già in serata». Questa sì, che è concertazione. Quando il metodo funziona, i risultati prima o poi arrivano. In questo caso prima, visto che le parti hanno raggiunto l’intesa senza modificare il decreto Bersani.www.ilriformista.it/
Sofri: pensieri e risposte
di Marco Travaglio
Caro direttore, dopo aver difeso Renato Farina prezzolato dal Sisde e avermi qualificato «squadrista» sul Foglio di Giuliano Ferrara (già celebre per aver definito «omicida» l’Unità), Adriano Sofri ha riempito ieri alcune colonne dell’Unità medesima per insolentire, senza più far nomi, non solo il sottoscritto, ma tutti coloro che, anche sull’Unità, hanno contestato l’estensione dell’indulto ai reati finanziari, fiscali, societari, contro la Pubblica amministrazione, contro la vita e la salute dei lavoratori. Ci chiama «contestatori metodici dell’indulto» e ci accusa di aver «evocato argomenti falsi» pur di tenere «decine di migliaia di miei simili boccheggianti nelle celle della Repubblica». Ma l’unico argomento falso, qui, è il suo, visto che nessuno ha contestato l’indulto: io stesso, un mese fa, scrissi sull’Unità che per sfollare le carceri, anziché l’amnistia, era preferibile un indulto di uno-due anni per i reati che incidono maggiormente sulla popolazione carceraria, esclusi dunque quelli che non vi incidono per nulla (quelli dei colletti bianchi). Ivi compreso l’omicidio, per il quale lo stesso Sofri è detenuto. Sofri scrive che avremmo dimenticato di dire che «Previti non è in carcere e non ci andrà mai più». In realtà l’abbiamo scritto mille volte: ma abbiamo aggiunto che è ai domiciliari in virtù di una legge ad personam (la ex Cirielli) e che, con l’indulto ad personam, tornerà a piede libero. Non è forse questa la ragione per cui Forza Italia ricatta l’Unione imponendo l’inclusione della corruzione giudiziaria nei reati da condonare? Ma Sofri, a questo proposito, difende Forza Italia («l’indignazione sul ricatto di Forza Italia in pro di Previti è fuori tempo, e largamente pretestuosa e demagogica») con un triplo salto logico carpiato: secondo lui, la responsabilità delle polemiche sull’indulto non è di chi ha preteso di includervi la corruzione giudiziaria, ma di chi ha chiesto - del tutto ragionevolmente - di escluderla visto che per quel reato in carcere non c’è nessuno.
L’altro giorno ho intervistato l’avvocato Bonetto,che rappresenta 800 vittime dell’Eternit e ha appena visto sfumare la trattativa con i responsabili della multinazionale per i risarcimenti ai morti e ai malati da amianto perché la multinazionale medesima ha avuto la garanzia da Roma che entro l'anno passerà l'amnistia; l’avvocato ha poi osservato che, includendo nell'indulto anche l’omicidio colposo per i morti sul lavoro, si garantirà ai colpevoli una sostanziale impunità, visto che per quel reato è pressochè impossibile arrivare a condanne superiori ai 3 anni. In seguito a quell’intervista, uscita su Repubblica e ripresa dall’Unità, la Cgil ha chiesto di escludere dall’indulto gli omicidi colposi e gli altri reati contro la salute e l’incolumità dei lavoratori (anche per questi, non c’è nessun detenuto). Sofri qualifica queste notizie, assolutamente autentiche, verificate e mai smentite da alcuno, come «falsità assolute e ciniche». Lo invito a informarsi meglio: scoprirà che è tutto vero. Se si informasse prima di distribuire insulti di qua e di là, scoprirebbe pure che quello che lui chiama spregiativamente «popolo dei fax» è composto da tante persone oneste e incensurate, che non hanno mai ammazzato, né frodato, né truffato, né corrotto nessuno e sognano un Paese dove gli onesti vengono premiati e i disonesti puniti. E non sono affatto disposte ad accettare l’impunità per quelli che Sofri sminuisce al rango di «marionette della tragicommedia dell’arte italiana: i Previti, i Moggi, i furbi del quartierino» e che invece la gente normale considera autori di gravissimi illeciti da sanzionare severamente e senza sconti. Questa gente onesta ha vissuto come una violenza inaudita il quinquennio del regime berlusconiano, con le sue indecenze, le sue leggi ad personam e le sue epurazioni bulgare, contro le quali non si ricordano interventi di Sofri. Questa gente onesta ha usato a ragion veduta la parola «regime», insieme all’Unità, a Montanelli, a Eco, a Sartori, a Cordero, a Flores e a tanti altri: non perché fosse caduta nell’«equivoco dell’eroismo antiberlusconista» e si fosse associata al «ritornello del berlusconismo come regime», ma perché la pensava esattamente agli antipodi di Sofri, convinto che «non occorreva coraggio per opporsi al centrodestra, non pendevano la galera o l’esilio o le bastonate sui dissidenti». Ne occorreva eccome, di coraggio, visto che chi non si allineava veniva licenziato dal premier direttamente dalla Bulgaria e poi massacrato per anni a reti unificate. Sofri, bontà sua, riconosce che essere cacciati dalla Rai «è una vergogna». Ma poi non trova di meglio che sbeffeggiare Michele Santoro perché «replicava canticchiando Bella ciao: ma non per salire in montagna, o per sbarcare a Ustica o Ventotene - piuttosto, per andare al Parlamento europeo, o da Celentano». Come se Santoro fosse andato al Parlamento europeo o da Celentano per sfizio, o per mettersi in mostra, e non - molto semplicemente - perché per cinque anni è stato impedito a lui e ai suoi collaboratori di lavorare in tutte le tv del Paese dal padrone d’Italia (che è anche l’editore di Sofri sul Foglio e su Panorama, dove Sofri si è spesso prodotto in coraggiosissime difese di Berlusconi, Mangano e Dell’Utri). E come se, nella lista nera, non fossero compresi molti altri giornalisti e artisti, da Enzo Biagi a Daniele Luttazzi, da Massimo Fini a Oliviero Beha, che non sono neppure andati a Strasburgo o a Rockpolitik e che continuano a non lavorare in virtù di quel veto.
Veramente coraggioso anche l’attacco di Sofri a Piero Ricca, trascinato in tribunale per un’innocua contestazione allo stesso padrone d’Italia e più volte malmenato e trascinato in questura solo per la sua presenza nei luoghi dov’era atteso il padrone d'Italia. Davvero molto elegante, infine, la sua denuncia contro quei «giornalisti di matrice varia, dall’estrema destra all’estrema sinistra» che hanno osato «pubblicare volumi di denuncia strenua delle malefatte e delle pagliacciate di Berlusconi, senza pagare alcun prezzo che non fosse un gran successo editoriale e di pubblico, soldi e fama». Non lo sfiora neppure l’idea che qualcuno pubblichi libri semplicemente per informare i lettori e che i lettori li acquistino semplicemente per essere informati (il fatto che poi quest'opera di informazione comporti, per chi la fa, una gragnuola di querele penali e cause civili da centinaia di miliardi ad opera dello stesso padrone d’Italia ed editore di Sofri, è un effetto collaterale del tutto secondario).
Comprendo che, chiudendo la sua articolessa, Sofri non si dia pace del fatto che nei primi anni ‘90 «Di Pietro era l’eroe popolare del Paese (è successo anche questo)». Sì, è vero, è successo anche questo. È successo che molti italiani, nel 1992-’93, si felicitassero perché finalmente la scritta «La legge è uguale per tutti» che campeggiava nei tribunali si traducesse finalmente in pratica grazie a Di Pietro, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Greco, Boccassini, Ielo e a tanti altri magistrati italiani: che, insomma, i ladri di Stato venissero finalmente trattati come gli altri. È noto che Sofri - per comprensibili motivi personali e per le sue vecchie amicizie craxiane - abbia con la magistratura milanese un rapporto, diciamo così, problematico. Ma dovrà farsene una ragione: il padrone d’Italia nonchè suo editore a Panorama e al Foglio, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscito a spegnere in molti italiani l’idea che chi sbaglia deve pagare e che la legge è uguale per tutti.
www.unita.it
Iniziativa contro l’indulto
(AGGIORNAMENTI IN TEMPO REALE)
spugne
Man mano che mi arrivano le adesioni inserirò qui sotto le città nelle quali domani, sabato 29 luglio, dalle ore 10,45, si svolgeranno presidi e volantinaggi contro questo indulto-colpo di spugna, in concomitanza con la discussione in Senato della proposta di legge.
Sono lieto di annunciare che PARMA è la prima della lista. Ho da poco parlato con Maria Ricciardi. Alle ore 10,45 un gruppo di arditi si troverà in piazza Garibaldi di fronte al comune, con volantini e cartelli. MIchele, dal blog di Grillo, mi segnala adesioni di Idv, Girotondi, e - udire udite! - Rifondazione comunista locale. (Il gruppo di Rifo alla Camera ha votato a favore di questo indulto!).
A MILANO ci riuniremo alle ore 10,45 davanti alla stazione di Cadorna, per poi fare una “passaggiata della legalità” per le vie del centro. Ci sarà anche Ikarus, il mio megafono. Portare spugne.
Ho appena sentito l’amico Riccardo Lenzi, il quale mi ha detto che anche l’amata BOLOGNA si mobilita. Ritrovo in piazza Nettuno alle ore 18 per presidio con volantinaggio. Dal blog di Grillo, Giovanni mi segnala una sua iniziativa, forse pomeridiana, davanti al Comune, sempre a Bologna. Mi auguro che i due si coordinino tra loro.
Gli amici di TORINO saranno in piazza Castello angolo via Garibaldi, dalle ore 10,45.
Ho visto che anche Marco Canestrari, di PAVIA, ha annunciato un’iniziativa nella sua città. Ritrovo ore 10,45 in piazza della Vittoria. Con vari gruppi.
Ecco anche ROMA. Pino, dal forum del blog di Grillo, segnala la presenza sua e di altri amici davanti al Senato. So che anche altri intendono fiatare sul collo dei senatori, per esempio Stefano Santachiara, www.centomovimenti.com. Davanti a palazzo Madama è previsto un presidio di Italia dei Valori, presente Di Pietro.
Anche VICENZA batte un colpo. Davide Marchiani con qualche amico propone una passeggiata per i luoghi dell’indulto, a cominciare dalla sede dei Ds… Busseranno alla porta e proveranno a realizzare delle interviste con videocamerina.
Si aggiunge anche TRIESTE. Tiziano annuncia la presenza delle nostre ragioni in piazza dell’Unità d’Italia, dalle ore 10,45.
Lo schema è questo: ogni città si organizza il suo presidio, e ricordo che anche in pochi si può fare notizia. L’importante è distribuire volantini incisivi, esporre cartelli ben fatti (il giallo è il colore migliore), appostarsi dove c’è passaggio di gente e comunicare l’iniziativa ai media locali, fotografi compresi. Se qualcuno porta un megafono, meglio. Per i volantinaggi non c’è bisogno di autorizzazione. E comunque eventuali forzature della polizia potrebbero creare maggiore attenzione. Entro le 19 di oggi ho bisogno di avere l’elenco delle adesioni con città e luogo di ritrovo, per fare un comunicato alle agenzie nazionali e ai giornalisti amici.
Nel frattempo si può procedere a un pressing di email ai senatori, a cominciare da quelli della commissione Giustizia, con un occhio di riguardo agli eletti sotto le insegne dell’Unione. Tra i commenti al post precedente c’è l’elenco degli indirizzi. Ricordo anche che basta un solo emendamento approvato per rendere necessario un nuovo passaggio della proposta alla Camera, con prevedibile rinvio a dopo l’estate. Inoltre molti senatori sanno bene che gran parte dei propri elettori sono contrari a questo testo di legge…
Ho tratto questo volantino dal forum del blog di Grillo. Mi sembra buono.
Intanto fate dei cartelli. Il concetto fondamentale è il NO al colpo di spugna per i colletti bianchi, per la banda dei soliti impuniti, in barba ai diritti delle vittime dei reati e alla necessità di lottare contro la piaga della corruzione e del malaffare.
Forza, diamoci da fare! Diffondete ovunque possibile la notizia di questa iniziativa!http://www.pieroricca.org/
Indulto, vergogna nazionale: tutti in piazza sabato a Roma
STEFANO SANTACHIARA
Festeggiano raider e banchieri che alteravano il mercato, sotterravano fondi neri, pagavano i politici e rubavano dai conti correnti dei vivi e dei morti, brindano Vittorio Emanuele di Savoia, il dottor Sottile e i funzionari dei monopoli accusati di corruzione per la concessione di nulla osta a slot machine irregolari, saltano tappi di champagne a casa Moggi e degli altri indagati per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva, si fregano le mani Tanzi, Cragnotti e bancarottieri doc alla faccia dei migliaia di cittadini truffati e ridotti sul lastrico, così come i titolari di quelle aziende accusate di aver causato la morte, la malattia, o l'infortunio di lavoratori; festeggiano tutti quei parlamentari, consiglieri regionali, provinciali e comunali imputati e inquisiti, compreso l' ex presidente della Regione Puglia Fitto accusato di aver intascato tangenti dal re delle cliniche ed editore di Riformista e Libero Angelucci, spernacchiano i colleghi onesti quei giudici che hanno venduto sentenze stravolgendo il diritto e quegli amministratori corrotti che calpestano il libero mercato svuotando le casse pubbliche, se la ridono alla faccia dei cittadini che pagano le tasse i tanti maxi-evasori, falsificatori di bilanci, riciclatori di denaro sporco che per un attimo avevano persino temuto la barzelletta della lotta all'evasione, sghignazza davanti alla vasca di aragoste della sua Villa romana il condannato Previti che sarà affidato ai servizi sociali.
Dulcis in fundo, a trarne vantaggio per l'ennesima volta sarà Reo Silvio. Anche se troverà comunque il modo di lacrimare(magari sull'emendamento Mantini che esclude le pene accessorie dall'indulto e ha dato a Violante e simili il pretesto di votare il colpo di spugna: una norma che non cambia quasi nulla visto che riducendo la pena anche l'interdizione da perpetua diventa temporanea e in ogni caso un corruttore privato interdetto, visto che fa curriculum, potrà facilmente amministrare la res publica, come già accaduto per esempio col presidente di Enel Scaroni, pregiudicato per tangenti all'Enel) il "chiagne e fotte" pluriprescritto e amnistiato Berlusconi beneficerà dell'abbuono preventivo di tre anni nel processo che lo vede imputato di corruzione di un testimone, falso in bilancio, frode fiscale e appropriazione indebita. Come e quando gli elettori potranno ringraziare i propri rappresentanti (l'elenco dettagliato sarà presto reso noto) che hanno regalato a questi galantuomini, e a coloro che saranno indagati per voto di scambio con la mafia, lo sconto di pena di tre anni e dunque (essendo quei reati già puniti in modo scandalosamente lieve) la certezza dell'impunità? Sabato mattina a Roma, davanti al Senato, dove in tutta fretta daranno il si definitivo al colpo di spugna.www.centomovimenti.com/
Madrid: la Corte costituzionale dice sì al processo contro Berlusconi
REDAZIONE
La Corte costituzionale di Madrid ha dato ragione al Magistrato dell'Audiencia Nacional spagnola, Baltasar Garzon: Silvio Berlusconi deve essere processato. Il Giudice più famoso della penisola iberica aveva fatto notare che è ormai arrivato il momento di riaprire il procedimento penale che era stato congelato quando, nel 2001, il Cavaliere era entrato a Palazzo Chigi. Ma oggi Berlusconi - in seguito alla sconfitta elettorale di aprile - non è più primo ministro, e nulla impedisce il processo e, eventualmente, la condanna.
Il numero uno di Forza Italia salirà dunque sul banco degli imputati. Con lui sarà giudicato anche il parlamentare di Forza Italia Marcello Dell'Utri, già condannato in Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. Sono entrambi accusati, nell'ambito della vicenda relativa alla televisione Telecinco, di frode fiscale, falsificazione e transazione illegale nella vendita di azioni. Si sospetta inoltre che l'ex premier abbia versato delle tangenti a dei membri all'amministrazione pubblica e della politica spagnola.//www.centomovimenti.com/
Squatter parlamentari
«Albonetti, Allam, Amato, Amendola, Amici, Attili, Aurisicchio, Bandoli, Baratella, Barbi, Bellanova, Benvenuto, Benzoni, Bersani, Betta, Bianchi, Bianco, Bimbi, Bindi, Bocci, Boffa, Bordo, Brandolini, Bressa, Bucchino, Buffo, Burchiellaro, Burtone, Caldarola, Calgaro, Capodicasa, Carbonella, Cardinale, Carta, Castagnetti, Ceccuzzi, Cesario, Chianale, Chiaromonte, Chicchi, Chiti, Cialente, Codurelli, Colasio, Cordoni, Cosentino Lionello, Crisafulli, Crisci, Cuperlo, D’alema, D’antona, D’antoni, Damiano, Dato, De Biasi, De Brasi, De Castro, De Piccoli, Delbono, Di Girolamo, Di Salvo, Duilio, Fadda, Farina Gianni, Farinone, Fasciani, Fassino, Fedi, Ferrari, Fiano, Filippeschi, Fincato, Fiorio, Fioroni, Fistarol, Fluvi, Fogliardi, Fontana Cinzia, Franceschini, Franci, Froner, Fumagalli, Galeazzi, Gambescia, Garofani, Gentili, Gentiloni, Ghizzoni, Giachetti, Giacomelli, Giovanelli, Giulietti, Gozi, Grassi, Grillini, Iannuzzi, Incostante, Intrieri, Lanzillotta, Laratta, Leddi Maiola, Lenzi, Leoni, Letta, Levi, Lomaglio, Longhi, Lovelli, Luca’, Lulli, Luongo, Lusetti, Maderloni, Mantini, Maran, Marantelli, Marcenaro, Marchi, Mariani, Marino, Marone, Martella, Mattarella, Melandri, Merlo Giorgio, Merloni, Meta, Migliavacca, Miglioli, Milana, Minniti, Misiani, Monaco, Morri, Mosella, Motta, Musi, Mussi, Naccarato, Nannicini, Narducci, Nicchi, Oliverio, Orlando Andrea, Ottone, Papini, Parisi, Pedulli, Pertoldi, Pettinari, Pinotti, Piro, Piscitello, Pollastrini, Prodi, Quartiani, Ranieri, Realacci, Rigoni, Rossi Nicola, Rotondo, Ruggeri, Rugghia, Rusconi, Ruta, Rutelli, Samperi, Sanga, Sanna, Santagata, Sasso, Schirru, Scotto, Sereni, Servodio, Sircana, Soro, Spini, Sposetti, Squeglia, Stramaccioni, Strizzolo, Suppa, Tanoni, Tenaglia, Testa, Tolotti, Tomaselli, Trupia, Vannucci, Velo, Ventura, Verini, Vichi, Vico, Villari, Viola, Violante, Visco, Volpini, Zaccaria, Zanotti, Zucchi, Zunino».
Queste persone, i deputati dell'Ulivo, non sono state scelte dagli elettori a rappresentarli. Una legge iniqua ha assegnato a pochi ras di partito, una dozzina in tutto, la facoltà di decidere a chi assegnare una delle ambite poltrone nel Parlamento della repubblica italiana. Tra i nomi qui sopra, i deputati dell'Ulivo, ci sono senza dubbio alcune ottime persone. Ma nessuna di loro è lì per volontà esplicita degli elettori. Tanti di noi il 10 aprile scorso non hanno votato per un candidato (in subordine per partito), ma contro il sovversivo Berlusconi. Non abbiamo potuto esprimere una preferenza, trovandoci "rappresentati" da facce che - nel migliore dei casi - non conosciamo. Avevano un modo per riscattarsi: tenere sempre in gran conto gli umori degli elettori, anticiparne kle richieste. Non lo hanno fatto, né oggi con questa legge che tanti gidicano indegna, né ieri facendosi promotore del disegno di una legge elettorale giusta,
Ecco perché li consideriamo oggi fornitori inadempienti e truffaldini, complici come sono dell'occupazione abusiva di poltrone, distribuite ai portaborse, in modo oligarchico, alla faccia della Costituzione.
In questi giorni i deputati dell'Ulivo, hanno deluso profondamente la maggior parte dei loro (cosiddetti) elettori, accettando supinamente di votare, per questioni di bassa bottega politica, una legge che la maggior parte del Paese considera inaccettabile.
Pubblichiamo anche noi i loro nomi, in segno di solidarietà verso Antonio Di Pietro, uno di cui è legittimo non condividere alcune idee, ma che ha saputo farsi portavoce di una forte volontà popolare di chiarezza. Auguriamo a Tonino di proseguire e se possibile vincere questa sua guerra caparbia per la legalità. In un'Italia sempre più frequentata da ladri e furbetti, fa bene sapere che esiste chi, nonostante tutto, ancora si oppone a uno sbraco morale, totale ed esistenziale che forse è già irreversibile.http://www.onemoreblog.org/archives/012362.html
Il ruolo dell’Italia (con i piedi per terra, però)
di STEFANO MENICHINI
È un’ottima cosa vedere di nuovo l’Italia attiva nelle crisi internazionali. Basta però che rimaniamo con i piedi per terra, per non risultare patetici come Berlusconi quando vantava mediazioni risolutive fra i Grandi della Terra. Nelle stringate cronache di tutti i giornali internazionali a proposito del vertice di Roma, non solo mancavano del tutto i riferimenti alla presunta intimità fra il nostro ministro degli esteri e il Segretario di stato americano, o alla dalemiana padronanza dell’inglese, ma di Prodi e D’Alema non venivano neanche citati i nomi.
Si spiegavano in breve i dati del «fallimento» della conferenza – chiamato così, senza giri di parole – e ci si dedicava alla strategia americana del paralizzare ogni attività diplomatica finché Israele continuerà a produrre il proprio sforzo militare nel sud del Libano.
Punto. Se è vero, come diceva giovedì D’Alema, che «ora l’Italia conta di più», è una notizia buona e vera.
L’importante è relativizzare assai il concetto.
È bene tenere il senso delle proporzioni, proprio perché l’Italia potrebbe presto essere coinvolta in Libano per qualcosa di più che la disponibilità di una sala per le conferenze.
Dal 1979, i militari italiani hanno svolto un lavoro eccezionale nelle varie fasi della ricostruzione libanese, in presenza di focolai di violenza mai spenti. Ma era un’altra epoca, dopo l’11 settembre la percezione che si ha in loco di questo tipo di interventi è totalmente cambiata, come abbiamo imparato a nostre spese a Nassiriya. Anche chi sostiene – come fa Europa, e con convinzione – la dottrina dell’interventismo democratico e umanitario, non può permettersi di giocare con le guerre e con l’invio di missioni militari come fossero il ballo dei diciott’anni, la festa di ingresso nella maggiore età politica.
Domani il nostro ministro degli esteri vola a Gerusalemme. Il suo lavoro è prezioso e va sostenuto.
Purtroppo però per adesso l’Europa non è molto diversa da quella che Bush travolse facilmente quattro anni fa sulla strada di Bagdad: l’Italia si propone come facilitatrice, la Francia si agita molto, vuole guidare la corsa e scrive documenti, Blair vola a Washington per l’ennesimo (comincia a diventare imbarazzante) tentativo personale di “contare”. Con esiti dubbi, perché le intenzioni enunciate ieri da lui e Bush non sembrano in grado di convincere le parti in causa.
Dopo che l’israeliano Olmert aveva manifestato interesse, dell’idea di una forza di interposizione solo europea in Libano non s’è più parlato. Semplicemente perché Washington, dopo anni di disinteresse assoluto per il dossier israelo-palestinese, ora è spaventata dalla crisi ma si preoccupa soprattutto che non si sieda troppa gente intorno al tavolo delle discussioni, non spuntino soggetti politici coi quali fare i conti, la Ue non si inventi un nuovo protagonismo.
Hanno facile gioco, in questo. Condi Rice a Roma ha risolto la partita agevolmente entro i novanta minuti regolamentari, non ha avuto bisogno neanche dei tempi supplementari per piegare quelli che avrebbero voluto fermare i tanks israeliani con il cessate-il-fuoco immediato. La stampa Usa critica l’Amministrazione perché una volta di più si fa isolare nel mondo. Anche se questo non pare esser mai stato un gran problema per la Casa Bianca di Bush, lavorare “da europei” in sede Onu sul ritardo accumulato dagli Usa nell’area (i neocon volevano arrivare lì passando da Bagdad e Damasco…) potrebbe essere più utile che cercare di sembrare i primi della classe agli occhi di tutti, ruolo nel quale per anni si è distinto Tony Blair senza portare a casa nulla né per sé, né per il suo paese, né per la pace.
Anche ora che siamo l’Italia di Prodi e non più di Berlusconi, senza una dimensione europea comunque non andiamo da nessuna parte.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Sicurezza a cottimo
Sugli aerei Usa si rischia di essere schedati come sospetti anche per una sola foto
Se viaggiate in aereo negli Usa, attenti a non compiere azioni sospette come fotografare la città al momento del decollo. Qualche ufficiale di sicurezza troppo solerte potrebbe avervi inserito nel suo “rapporto di sorveglianza” senza pensarci due volte, e non perché prova piacere nello schedare degli innocenti. Il problema è anche suo, perché se in un mese non ha trovato nessuno da riportare come “sospetto”, nei guai ci potrebbe finire lui davanti ai suoi superiori. Almeno così ha scoperto una tv del Colorado, Denver Channel, in un’inchiesta sulla sicurezza aerea nel Paese.
I soliti sospetti. “Passeggeri innocenti vengono inseriti in un database dell’intelligence internazionale perché hanno agito in modo sospetto a bordo di un velivolo, ma senza aver fatto niente di male”, ha raccontato un ufficiale della sicurezza aerea preferendo rimanere anonimo. Questi passeggeri finiscono in un documento governativo segreto chiamato “Surveillance Detection Report” (Sdr). “L’inserimento nel database potrebbe avere un serio impatto su queste persone. Potrebbero essere inserite in una lista delle persone da tenere sotto controllo, potrebbero scoprire di essere considerati potenziali terroristi, o minacce per un aereo che prenderanno in futuro”, ha detto Don Strange, un ex agente responsabile degli ufficiali aerei di Atlanta, dimessosi proprio perché si è scontrato con questa politica. Un funzionario ha raccontato di aver visto personalmente l’inserimento in un rapporto di un passeggero che aveva semplicemente scattato una foto di Las Vegas mentre l’aereo stava lasciando l’aeroporto della città del Nevada.
Le direttive. Secondo diversi ufficiali contattati dalla tv statunitense, i responsabili del programma hanno creato un vero e proprio sistema di obiettivi mensili da raggiungere. Nel luglio 2004, un documento interno proveniente dal quartier generale, a Las Vegas, ricordava ai dipendenti che “ogni ufficiale federale dovrà ora produrre almeno un Sdr al mese”. E se uno non trovava niente? I dubbi vennero sciolti qualche giorno dopo, con un altro memorandum che specificava: “Può essere che a volte non vedrete niente di particolare in un mese. Ma siamo sicuri che se cercate bene, troverete qualcosa”. Arrivare a mani vuote, assicurano alcuni ufficiali, non ha un effetto positivo sulla valutazione complessiva: si rischia di dare l’addio a un aumento della retribuzione, o la cancellazione di benefit, bonus e riconoscimenti vari. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5956
Quel collante a prova di Balcani
Da anni l'Ue promette l’adesione agli Stati dell’ex-Jugoslavia. Ma alcuni politici ora frenano. Minacciando la stabilità dell’intera area.
Dove va l'Europa? Il Commissario Olli Rehn col Vice-Premier serbo Miroljub Labus (Foto Commissione Europea) Per portare a temperatura di ebollizione la Commissione europea non bisognava aspettarsi altro: in maggio Bruxelles aveva presentato una relazione secondo cui l’ultimo allargamento a est ha rappresentato, per Stati membri vecchi e nuovi, un vero e proprio «successo economico». Dappertutto in Europa nascevano posti di lavoro, senza soluzione di continuità, da Cracovia a Copenhagen. I nuovi Stati potevano già annoverare una crescita economica forte rispetto al periodo antecedente all’allargamento, ed i vecchi non avevano di che lagnarsi perché, insomma, il processo non era andato poi così male. Anche i timori relativi ad incontrollati flussi migratori da est ad ovest, si sono ben poco avverati.
È la globalizzazione che fa paura
Ma non sembra che un’ondata di euforia abbia segnato il post allargamento. Anche se quasi tutti gli Stati confinanti con gli Stati membri dell’Ue fanno parte della lista dei Paesi candidati e dei potenziali interessati all’allargamento. In Europa la gente si è sentita ripetere la storiella dell’allargamento fino allo sfinimento. E stanchi sono per primi i politici, che rispondono quasi tutti con sbadigli di noia non senza però programmare referendum circa eventuali allargamenti futuri, anche se il tema del rifiuto del trattato costituzionale in Francia e nei Paesi Bassi deve essere letto, stando ai sondaggi, più in base ad un "rifiuto della globalizzazione" che ad un "rifiuto dell’allargamento".
Alcuni politici, come l’europarlamentare popolare Elmar Brok, riflettono su nuove forme di collaborazione, un passo più in giù rispetto alla piena adesione, menzionando ben più volentieri concetti come “Spazio economico europeo plus”, “Partenariato privilegiato” o "Vicinato allargato". Su come andrebbe configurata una simile adesione di seconda classe, tuttavia, non ne parlano. Altri, infine, vorrebbero esaminare ancora più a fondo la "capacità di assorbimento" dell'Ue innanzi a nuovi allargamenti.
È già ben radicata un’idea circa i “criteri di Copenhagen” istituiti nel 1993, ai quali i Paesi candidati devono sottomettersi per potere aderire all'Ue. Nel corso dell’ultimo allargamento a est, l'Ue ha però posto un tracciato sempre più stringente. Criteri come democrazia, accettazione della legislazione europea o acquis comunitario e stato di diritto sono stati imposti come condizioni ai Paesi candidati: la loro piena accettazione è stata considerata determinante dall'Ue. Ed ognuno ha dovuto affrontare le sue brave riforme.
L’ostacolo vero per i candidati, finora, non è stato rappresentato dalla "capacità di assorbimento". E la Presidenza austriaca a ciò deve probabilmente imputare quanto non le sia stato possibile portare avanti nello scorso semestre.
Nel corso dell’ultimo vertice di giugno i capi di Stato e di governo dell’Ue hanno incaricato la Commissione di portare a termine, entro l'autunno, una relazione sulla "capacità di assorbimento" da discutere in dicembre. In seguito potrebbero anche nuovamente venir fuori i voti di coloro che vorrebbero tirare di traverso i confini dell'Ue all’ovest dei Balcani. La Croazia deve ancora essere accettata, possibilmente rimandando l’ingresso alla cordata Romania - Bulgaria.
Tra grandi interessi ed imperativi morali
Ed è proprio questo che potrebbe rivelarsi pericoloso. Mentre i paesi dell’ex Jugoslavia si sono separati soltanto dieci anni fa attraverso guerre e conflitti, la prospettiva europea è diventata nel frattempo il collante che li tiene insieme e li spinge verso riforme interne. Come già accaduto in passato l’Ue fa gola a milioni di persone sulla penisola balcanica.
«La gente sa che deve compiere uno sforzo per entrare nell'Ue. Ma questi sforzi hanno senso solo se possono raccoglierne i frutti anche nell'Ue» afferma Hannes Swoboda, vicepresidente supplente della delegazione dell’Europa sud-orientale presso il Parlamento europeo. Questo fenomeno potrebbe rapidamente volgersi in senso opposto, ritiene il parlamentare austriaco: «Senza questa prospettiva, in quei Paesi si piomberà in una fase di depressione economica e sociale. E l'emigrazione verso l’Europa aumenterebbe ancora».
L’europarlamentare tedesca Angelika Beer, dei Verdi, esperta in sicurezza, va ancora più avanti: «Se neghiamo la prospettiva di adesione alle popolazioni di Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia o Kosovo, possiamo già preparare le truppe per i prossimi interventi militari». Toccherebbe dunque all'Ue di superare quello spezzatino etnico dei Balcani, reso ancora più manifesto dagli Accordi di Dayton o di Ohrid .
Al di fuori del gioco degli interessi economici e di sicurezza, anche principi e valori svolgono un ruolo nella politica di allargamento. L’allargamento a est ha rappresentato non solo un vantaggio economico, ma anche, a detta di parecchi, un’«opportunità storica» per «riunificare l'Europa». Gli Stati membri hanno avvertito come un imperativo morale accogliere quei paesi nell’Unione. Anche se non corrispondeva appieno ai propri interessi: proprio adesso i nuovi Paesi membri dell’est sentono un vincolo di solidarietà verso i candidati del Sud-Est. «Non possiamo richiudere la porta ai nuovi Paesi candidati dopo che noi ci siamo appena entrati» sostiene un diplomatico di Bruxelles appartenente ad uno dei nuovi Stati membri.
Ultimo ma non per importanza, i capi di Stato e di governo dell'Ue hanno dato la loro parola ai paesi della ex Jugoslavia. Durante il vertice di Salonicco del 2003 hanno pronosticato piena adesione una volta soddisfatti i criteri d’ingresso. Una promessa, questa, che ha già molto irritato i piani alti nei palazzi di governo di Berlino e Parigi, come sostiene lo stesso diplomatico. E tuttavia, se oggi l'adesione degli Stati dei Balcani fosse rimandata alle calende greche, non solo si rivelerebbe pericoloso in termini di politica di sicurezza. Sarebbe anche assai immorale.
Jens Tönnesmann - Köln http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7628
LA JIHAD E I WOLFOWITZ DI QUESTO MONDO
DI GILAD ATZMON
Dunque, com’è potuto succedere? Com’è riuscito un piccolo gruppo paramilitare come l’Hezbollah a scuotere l'onnipotente stato ebraico appoggiato dagli americani; impresa in cui gli stati arabi hanno immancabilmente fallito per circa sei decenni?
In realtà ci si potrebbe porre una domanda simile a proposito dell'insorgenza irachena. Se è piuttosto evidente che l'esercito di Saddam è stato sconfitto dalla schiacciante forza distruttiva angloamericana, la resistenza islamica sta vincendo la battaglia sul campo sia in Iraq che in Afghanistan. Né l'America, né la Gran Bretagna sembrano capaci di fornire una scusa ragionevole per il numero crescente di attacchi mortali contro le loro forze d’invasione.
Anche se gli eserciti degli stati arabi sono talvolta sconfitti sul campo di battaglia, anche se capita che molti politici arabi seguano la strada tracciata da Washington con ferma determinazione, c'è la resistenza islamica, che non è riconosciuta in alcuna forma nazionale, a contrattaccare. Inoltre la sfida islamica è imbattibile.
Gli israeliani hanno guardato per più di due decenni il muro sempre più alto della resistenza musulmana. In Palestina è l'Hamas, in Libano l'Hezbollah. In questo contesto i militanti islamici assestano un colpo dopo l'altro ad Israele. Similmente, l'esercito americano è quotidianamente assillato dall'insorgenza, in Iraq e in Afghanistan. Come i ben più potenti sovietici, che fallirono in Afghanistan, né Israele né gli Stati Uniti né la Gran Bretagna hanno la capacità di reagire efficacemente all'emergente guerriglia islamica.
Dobbiamo affrontare questa realtà una volta per tutte. Gli arabi sono ben lungi dal dare il meglio quando operano sotto forma di 'stato nazionale'. Al soldato arabo può mancare la volontà necessaria a morire per una stupida bandiera. Sia nel caso dell'Iraq di Saddam che in quello dell'Egitto di Nasser, una volta cominciato un conflitto si manifesta subito un crescente divario tra il leader demagogico carismatico, assertivo e sopra le righe e un qualche inceppamento delle prestazioni sul campo di battaglia. Diversamente dai soldati americani, britannici, francesi ed israeliani che nella storia hanno sempre dimostrato una reale tendenza al suicidio collettivo in nome di poche vuote speranze plasmate in forma di 'ideologia', i soldati arabi rimangono leggermente indietro quando si tratta di esibire questa sorta di idiota zelo militante patriottico nazionale. Probabilmente sono troppo intelligenti per quel tipo di giochi mortali.
E dovrebbe sorprenderci? Niente affatto. Il nazionalismo è un concetto europeo, ha poco a che fare con la mentalità, la storia e gli affari generali degli arabi. Il patriottismo nazionale non si è mai fatto strada seriamente nella psiche araba. La divisione dell'Arabia e del Medio Oriente in piccoli stati nazionali con confini e bandiere non è mai stata un'evoluzione naturale degli stessi popoli arabi indigeni. È stata invece la conseguenza di manovre politiche internazionali imposte agli arabi dalle superpotenze. La suddivisione del vicino oriente, affettato in piccoli stati nazionali, era concepita per servire gli interessi delle forze imperiali occidentali. In pratica furono la Gran Bretagna e la Francia a tracciare i confini del Medio Oriente già nel 1916 (con l'Accordo Sykes-Picot) e fu poi l'America a unirsi ad esse nel ridisegnare quei confini per garantire al contempo la sicurezza di Israele e una costante fornitura di petrolio.
In assenza di un rozzo ardore nazionalista, non è molto sorprendente che gli eserciti degli stati arabi non abbiano una buona riuscita sul campo di battaglia. Tuttavia l'Hezbollah, l'Hamas e gli insorti di Iraq e Afghanistan stanno tormentando gli eserciti occidentali. Riescono a farlo con i soli armamenti leggeri: senza carri armati, senza missili cruise, senza satelliti, senza una marina. Vincono senza aerei e senza l'appoggio di una superpotenza. Tutto quello che hanno a disposizione è semplicemente una fede, la Jihad.
Se guardiamo all'Iraq (o a quello che ne rimane), a Bin Laden (il mito), all'Hamas (il governo palestinese democraticamente eletto) e all'Hezbollah (il caso di successo più eclatante) è tutto molto chiaro. L'arabo vince esclusivamente quando combatte da musulmano, da credente. Diversamente dal superficiale soldato occidentale, che dà la vita per vuoti slogan creati dall'uomo, il musulmano darebbe la vita per una causa divina. Voglio dirlo apertamente: se c'è un’idea significativa dietro l'espressione "nazione araba", quell’idea è l'Islam. Il musulmano prende ordini dall'Onnipotente. Ammetto che se io stesso, pur essendo un laico, dovessi scegliere tra la chiamata di un presidente americano ritardato e quella del Signore, ovviamente seguirei quest'ultima.
Tuttavia è ovvio che i Wolfowitz di questo mondo mancano di comprendere che il nazionalismo arabo incarnato da stati indipendenti è fondamentalmente un mito. Erroneamente considerano il panorama territoriale arabo come un vero riflesso nazionale di una qualche autentica aspirazione etnica e di considerazioni geopolitiche. In realtà una tale percezione non ha niente a che vedere con la realtà. Il Libano e la Siria sono un unico paese, almeno agli occhi di moltissimi siriani e libanesi. Il nord della Palestina non è diverso dal Libano e la Cisgiordania è stata a lungo considerata un territorio unificato con la Transgiordania. Quando il Libano viene demolito dalla potenza aerea dello stato ebraico e circa un terzo della sua popolazione viene sfollata, i siriani sono i primi a fornire aiuto umanitario. Quando Gaza viene mortalmente e indiscriminatamente bombardata dall'Esercito di Difesa Israeliano, l'Hezbollah interviene per aprire un secondo fronte e per alleggerire la pressione sui fratelli palestinesi. Quando le forze espansionistiche di America e Gran Bretagna insistono nel rubare il petrolio iracheno, è la confraternita musulmana a fermarli, invece dell'esercito iracheno. La resistenza araba è in pratica un esercizio di fratellanza islamica. Per coloro ai quali ancora sfugge il quadro, la Jihad va ben oltre qualsiasi significato occidentale di patriottismo nazionale. La Jihad è cosmica, eppure personale.
Mentre i Wolfowitz di questa terra insistono nel voler dominare il mondo arabo nel nome della democrazia e di altre idee semi-liberali, è il combattente islamico per la libertà ad attraversare terre e mari unicamente per servire ai militari americani il non plus ultra della dedizione umana. Mentre i Wolfowitz di questo mondo insistono nel voler trasformare la Gran Bretagna e l'America in una forza di missione israeliana, è la confraternita musulmana che ci dà un buon motivo per credere che alla fine, quando i tempi saranno maturi, la pace prevarrà.
Per quelli di noi che si rifiutano di riconoscere il significato dell'Islam, dirò che la 'radice' araba della parola 'Islam' è Salama, che origina dalle parole Pace e/o Sottomissione, sottomissione a Dio e pace per tutta l'umanità.
La stessa parola Jihad si presta ad ulteriori analisi. Deriva dalla radice araba J-H-D, che significa 'sforzo'. Altre parole che derivano da questa radice sono 'impegno', 'fatica', 'travaglio'. Essenzialmente la Jihad è uno sforzo per praticare la religione nonostante l'oppressione e la persecuzione. Nella forma più alta significa combattere il nemico dei musulmani e dell'Islam. Certamente Condi, Bush, Olmert e il suo stato ebraico sono i nemici peggiori dell'Islam. E tuttavia l'Islam definisce i confini della Jihad.
Il Corano ci dice (2:190-193):
- Fate la guerra, per la causa di Dio, a coloro che vi fanno guerra ma non siate aggressori; Iddio non ama gli aggressori.
- Uccideteli dovunque li incontriate e cacciateli di donde vi hanno cacciati; il tumulto e l'oppressione sono peggiori dell'uccisione; ma non date loro combattimento presso la Moschea Sacra, a meno che essi (per primi) non vi abbiano dato combattimento lì; ma se vi attaccano, uccideteli. Tale è la punizione per i miscredenti.
- Se, però, la smettono, allora Dio è compassionevole e misericordioso.
- Combatteteli dunque, finché non vi siano più tumulto e oppressione, e prevalgano la giustizia e la fede in Dio; ma se la smettono, non vi sia ostilità che contro coloro che praticano l'oppressione.
In breve, diversamente dalla brutale aggressione israeliana e dal fervore omicida americano, che non conoscono limiti, l'Islam limita la violenza, ed inoltre il suo scopo non è il dominio ma la pace. Questa ovviamente si verificherà quando avrà fine l'occupazione israeliana ed i palestinesi faranno ritorno alla loro terra e alle loro case. Ciò accadrà quando il colonialismo sionizzato angloamericano sarà completamente sconfitto. Questo messaggio è chiaro e non è aperto a negoziazioni.
Se guardiamo all'Hezbollah, all'Hamas e alla guerra di insurrezione in Iraq non viene lasciato molto spazio ai dubbi. Mentre molte nazioni arabe sono state sconfitte, la fratellanza araba, e cioè l'Islam, sta vincendo. Se fossi un israeliano che vive nella Palestina occupata sarei inquieto. L'uso eccessivo della forza e l'uccisione indiscriminata di libanesi, palestinesi e soldati delle forze di pace delle Nazioni Unite è la conseguenza diretta della profonda ansia israeliana. La tattica sionista sta fallendo e loro lo sanno. Il loro esercito non sa più il fatto suo. A questo punto siete in grado di capire perché. Il nazionalismo è estraneo agli ebrei quanto lo è agli arabi. Anzi, il sionismo ha cessato di essere un movimento nazionale locale molto tempo fa.
Fin dalla Dichiarazione di Balfour (1917) un numero sempre maggiore di sionisti opera come una lobby etnica ebraica che promuove interessi ebraici globali. Da tempo il sionismo non si limita a concentrarsi sull'Eretz Yisrael, e cioè la Terra Promessa, ma intende trasformare il nostro universo in un 'Universo Promesso'. Questa idea è nota come Neoconservatorismo, e i suoi ambasciatori rappresentati prevalentemente da Anziani Sionisti la diffondono attivamente a Londra (http://eustonmanifesto.org/), New York City e Washington (http://www.newamericancentury.org/).
Ma il tempo è agli sgoccioli per la filosofia neoconservatrice e per coloro che la praticano. Non so se la storia in generale tenda a ripetersi, ma in un certo modo, per quanto riguarda la Storia ebraica, si sta riscrivendo di continuo lo stesso racconto: è la storia di una volontà di potere ossessiva e instancabile che finisce immancabilmente in circostanze tragiche. Si è verificata nel Medio Evo in Spagna, nel diciassettesimo secolo in Polonia e in Ucraina (Bogdan Chmielnitzki), nell'Europa del ventesimo secolo, e sembra che ora stia per accadere qualcosa di drammatico in America.
Quando si considera che l'American Jewish Committee (AJC), il Comitato Ebraico Americano, è palesemente impegnato a trascinare l'America in una guerra in Iran nel nome della comunità ebraica mondiale (http://www.ajc.org/atf/cf/{42D75369-D582-4380-8395-D25925B85EAF}/Al_Qaida_Iran_Hizballah.pdf), e quando si considera che i Wolfowitz di questo mondo sono stati gli architetti che hanno progettato la criminale guerra in Iraq, ci si può trovare a chiedersi se gli ebrei impareranno mai dalla loro storia. Preferisco davvero non pensare a quello che sarà l'esito dell'attuale ottuso bellicismo ebraico. Tenendo conto dell'emergente sconfitta americana in Iraq e del crescente isolamento internazionale, è solo questione di tempo prima che un personaggio carismatico americano si metta a puntare il dito contro la lobby israeliana.
L'aspetto piuttosto devastante consiste nel fatto che non saranno solo gli ebrei, la maggior parte dei quali completamente innocenti, a soffrire quando questo accadrà. Quando tutti i Wolfowitz di questo mondo si accorgeranno che è giunto il momento di sottrarsi alla vendetta americana (che può evolvere in una nuova tragedia per gli ebrei, e cioè il Coca-Colacausto), cercheranno probabilmente di fuggire in Palestina, Dio ne scampi.
Chiaramente i sionisti e il loro stato ebraico sono fortemente impegnati a perpetrare una nuova guerra mondiale, ed abbiamo buoni motivi per ritenere che Olmert non abbia escluso la possibilità che l'attuale conflitto in Libano possa condurre ad un'ulteriore escalation con la Siria e l'Iran. Ovviamente questo non l'ha fermato. Perché avrebbe dovuto? Non appena gli israeliani hanno cominciato a sganciare bombe su Beirut, Bush e Blair si sono affrettati ad appoggiare il diritto di Israele a difendersi.
I Wolfowitz di questo mondo hanno nomi diversi per il conflitto che loro stessi hanno creato. Lo definiscono spesso uno scontro culturale e sono piuttosto abili nel rivestire il loro nudo zelo assassino di ragionamenti semi-umanistici. Soprattutto amano presentarsi come i messaggeri della democrazia. E tuttavia, se la loro nozione di democrazia assomiglia alla 'Democrazia di una sola razza' praticata nel loro caro amato e omicida Israele, non è poi così sorprendente che queste idee non guadagnino terreno altrove.
Verosimilmente, pur di mantenere in vita il loro piccolo razzista stato ebraico, i Wolfowitz sono lieti di intraprendere una guerra integrale contro l'Islam. Per ora Condi, Bush e Blair stanno mostrando il loro appoggio. I Wolfowitz sono sul tetto ma, come dire, mezzo milione di libanesi per questo hanno perso le loro case.
In qualche modo, i Wolfowitz di questo mondo non riescono mai a interiorizzare il fatto che gli esseri umani sono creature moralmente orientate. Invero, le nazioni e le persone riescono a sopravvivere a epoche funeste. Non molti anni fa è successo in Germania, ora accade in America. E tuttavia gli esseri umani possiedono qualcosa che manca ai Wolfowitz. Hanno un meccanismo di correzione etica; gli umani rimpiangono i torti commessi, hanno una coscienza. L'America è passata attraverso il maccartismo ma si è ripresa, cerca ancora di fare i conti con il suo passato razzista e l'attuale discriminazione razziale, lo ha fatto con i suoi crimini di guerra in Vietnam. L'America senza dubbio si riscuoterà dalla sua omicida fase sionista. emplicemente non ha altra scelta. Quando accadrà, i Wolfowitz di questo mondo dovranno nascondersi dietro una pietra o un albero, e la pietra e l'albero diranno: "O americano, c'è un Wolfowitz nascosto dietro di me, ho paura, portalo via! Aiuto, aiuto!”
Gilad Atzmon
27.07.06
Originale da
Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
giorno dispari
Superpotenza dei giorni pari
Piccolo test, di una domanda sola.
Per voi Israele è:
1. Un piccolo Paese accerchiato, minacciato nella sua esistenza, che ha bisogno di aiuto
2. Una potenza mondiale che può risolvere i suoi problemi da sola.
Se avete risposto 1, siete amici di Israele, seriamente preoccupati per la sua esistenza. E non c’è niente di male, anzi.
Se avete risposto 2, siete altrettanto amici di Israele, altrettanto preoccupati per la sua esistenza, e continua a non esserci niente di male.
Ma se lunedì rispondete 1, martedì 2, mercoledì 1, giovedì 2, per quanto amici di Israele, avete qualcosa che non va.
Comunque siete in buona compagnia. Non c’è niente di male a sostenere Israele, ma Israele vuole essere sostenuto sì o no? Il lunedì, il mercoledì, il venerdì gli israeliani si sentono isolati dalla comunità internazionale (USA a parte, naturalmente). Non avranno tutti i torti, ma la sensazione è che martedì, giovedì e sabato Israele dalla comunità internazionale voglia soltanto sentirsi dire “fa quel che vuoi, ne hai il diritto”. Magari ne ha pure il diritto – ma ne ha le forze?
Spesso, a discutere con amici di Israele, s’incoccia in questo argomento. Israele è forte. Israele ‘potrebbe risolvere’ il problema, ‘se solo volesse’, se solo ‘ripagasse i nemici della loro stessa moneta’, ecc. Dunque Israele è una potenza che potrebbe rivoltare il Medio Oriente come un calzino, ma non lo fa perché ha una sua etica, una struttura democratica ecc.
Questo da un certo punto di vista è vero: Israele ha la Bomba, i suoi nemici (ancora) no.
Ma lasciamo stare l’Apocalisse (che comunque è uno scenario). Fermiamoci a questi giorni. Il bilancio delle vittime mi sembra parlar chiaro: Israele ha tutta la potenza di tiro che vuole. Ma riuscirà a debellare gli Hezbollah? Difficile. Perché dovrebbe riuscire a fare ora quello che non è riuscito a fare in vent’anni?
L’ironia è che Hezbollah non esisteva ancora 24 anni fa, quando Israele invase il Libano meridionale per liberarsi definitivamente dell’OLP di Arafat, che di fatto lo controllava. Il bacino di reclutamento – la comunità libanese sciita – in quel periodo era assai poco sensibile agli argomenti di Arafat e soci. Per gli sciiti l’OLP era un gruppo di sunniti, estremisti politici (vedi i vari Fronti di liberazione della Palestina annessi), e soprattutto intrusi. Finché non sono arrivati altri intrusi – gli israeliani. Solo a quel punto gli sciiti hanno cominciato a organizzarsi in milizie. Questo è il bel risultato di un’occupazione decennale: non solo Israele non è riuscita a liberarsi dell’OLP, ma in compenso nel Libano del sud si è procurata un nuovo nemico, oltretutto molto meno velleitario e pasticcione.
Ma se Israele fosse la Potenza che pretende di essere nei giorni pari, anche Hezbollah sarebbe un ricordo lontano. Al contrario, Hezbollah si vanta coi suoi d’essere l’unica milizia che abbia vinto una guerra contro gli israeliani – la guerra di liberazione del Libano meridionale, appunto, culminata nel ritiro israeliano del 2000. Ma gli israeliani (e i loro amici) si rendono conto di averla persa? Come si spiegano, alla luce dei fatti di oggi, il loro precipitoso ritiro? Cosa aveva in mente quella vecchia volpe di Barak?
Non si sa. Nei giorni dispari, però, è lecito formulare questa teoria: forse non aveva in mente nulla. Forse gli israeliani si sono ritirati perché non ce la facevano più, semplicemente. Sono un piccolo Paese in crisi economica, con troppi nemici, troppi fronti esterni e interni, e ogni tanto cedono. Sarebbe come dire che Israele ogni tanto perde le guerre, e questo è vietato ammetterlo. Nei giorni pari.
Avete presente la classica mamma italiana, costantemente indaffarata, sempre lesta a lagnarsi perché nessuno l’aiuta in casa, e tuttavia assolutamente refrattaria a qualsiasi tentativo di aiutarla veramente? Perché in realtà non è assolutamente l’aiuto che cerca, ma il diritto a lagnarsi perché nessuno l’aiuta?
Se dico che Israele è un po’ così, quanti punti antisemitismo guadagno?
Ebbene, la mamma ogni tanto va aiutata realmente. Non può fare qualunque cosa sempre bene. Non può sempre avere i riflessi di una ventenne e il giudizio di una cinquantenne. Non è perfetta, anche se è la vostra mamma.
E anche Israele: ogni tanto va aiutato. Va difeso. Dagli Hezbollah – che lo minacciano nella sua esistenza – e da sé stesso. Dagli enormi pasticci che combina, e che paga sempre con interessi di sangue.http://leonardo.blogspot.com/
Il nuovo dis-ordine in Medio Oriente secondo Israele e gli Usa
di Giulietto Chiesa (da Megachip)
La conferenza di Roma – evento sicuramente positivo nelle intenzioni – si è conclusa con un insuccesso. L'insuccesso è un mancato accordo per la cessazione del fuoco. Era il minimo e non è stato raggiunto
La conferenza non poteva avere certo il compito di risolvere una crisi così grave e così profonda come è quella cui stiamo assistendo. Ma va subito detto che la premessa esplicita su cui essa si è poggiata - e cioè che una soluzione della crisi che sia basata sul postulato che “Hezbollah è il problema” è una premessa sbagliata, illusoria, e quindi destinata ad aggravare il problema anziché risolverlo.
Premessa sbagliata perché Hezbollah non è il problema. Come minimo si può dire che non è “il solo problema”. Necessario dire che il problema è essenzialmente Israele.
La prima considerazione realistica sarebbe stata – e sarà – di non separare la crisi “libanese” da quella “palestinese”, essendo l'offensiva israeliana contro il Libano la seconda tappa di un'operazione a più vasto raggio, il cui primo risultato è già stato quello di aver fatto dimenticare a tutto il mainstream informativo mondiale, Fox News e CNN in testa, e dietro tutti gli altri, lo scempio di ogni prospettiva di pacificazione a Gaza e in Cisgiordania.
La comunità internazionale ha assistito in silenzio a quello scempio, dopo averlo favorito accettando di fatto il blocco israeliano di Hamas, vincitore inequivocabile delle elezioni palestinesi, cioè legittimo rappresentante del popolo di Palestina. Ogni spazio per la mediazione diplomatica è stato così bruciato. Hamas non ha neppure avuto il tempo di manifestare sostanziali correzioni della sua politica, che aveva già perfino annunciato. In tal modo l'Europa – che pure quelle elezioni ha voluto – ha fatto capire a Israele che vi era lo spazio per un'offensiva. Israele l'ha colta al balzo.
Il secondo obiettivo Israele non l'ha ancora raggiunto del tutto, ma lo sta raggiungendo, con l'aiuto degli Stati Uniti. Intanto vediamo quali sono gli obiettivi israeliani. La miglior loro definizione l'ha fornita Michael Oren, storico israeliano e fellow dello Shalem Center di Gerusalemme. “Noi stiamo giocando, in un certo senso – ha detto a International Herald Tribune, che ne ha rilevato la “grande ironia” – un vecchio gioco dell'OLP. Quello di far precipitare la instabilità regionale e poi cercare di promuovere l'intervento internazionale.(…) Israele ora capisce che non può fare da sola. E Israele sa di avere un amico nell'America e di avere una più grande comprensione da parte dell'Europa”.
La descrizione è perfetta e fa da sola giustizia del risibile pretesto del rapimento di due soldati israeliani. Nel momento in cui Israele ha capito che poteva colpire, esso ha colpito. Per questo si era preparato da tempo. Come ha rilevato il premier libanese Siniora nella conferenza stampa di ieri, Israele ha decine di prigionieri libanesi nelle sue carceri, e da molto tempo. E ancora occupa parti del sud del Libano, da cui non si è mai ritirato. La tecnica è quella della rappresaglia, uno contro duecento. Se il problema fosse soltanto Hezbollah, allora come si potrà definire il bombardamento a tappeto della popolazione civile libanese? I trecentomila profughi libanesi che fuggono verso la Siria, i 500 mila profughi iracheni in Libano che non sanno dove scappare?
Prima dell'indignazione morale conta, o dovrebbe contare, il realismo. Questo “Nuovo Medio Oriente” di cui parlano George Bush e la sua inviata Condoleeza Rice (e qui veniamo all'obiettivo degli Stati Uniti, perseguito di comune accordo con Israele e con una opportuna divisione dei compiti) dovrebbe essere basato sulla liquidazione delle resistenze della nazione araba e sull'instaurazione di nuovi rapporti di forza in tutta la regione, a vantaggio degli Stati Uniti e, in subordine, di Israele.
E' un obiettivo realistico? Molte cose dicono che non lo è. Non ha funzionato mettere gli sciiti iracheni contro i sunniti iracheni. Non ha funzionato l'ipotesi che si sarebbero potuti colpire i sunniti palestinesi, contando sulla passività degli sciiti libanesi. Non funziona usare i regimi sunniti reazionari di Egitto e di Arabia Saudita contro il regime sciita di Teheran.
E' uno schema sbagliato, sempre che s'immagini che esso serva a riportare la pace in Medio Oriente. Infatti non porterà la pace, ma altro disordine, altra guerra. Ecco: se lo si esamina da questo altro punto di vista, questo schema potrebbe rivelarsi molto utile, anche se “sbagliato”.
Il potente “uno-due” di Israele, a sud e a nord, ha tutta l'aria di voler dare l'avvio non a un “Nuovo Medio Oriente”, ma a uno stato di guerra permanente, che prelude all'attacco contro l'Iran.
In questo contesto occorre ricordare quello che Dick Cheney disse un anno fa: “Una delle preoccupazioni che esistono è che Israele potrebbe farlo [attaccare l'Iran, ndr] senza che nessuno glielo chieda”. In realtà la sola idea che Israele faccia una mossa del genere senza avere il via libera di Washington appare una sciocchezza madornale. Se avverrà, quando avverrà, sarà perché Washington ha deciso e, in ogni caso, con la decisiva partecipazione statunitense.
Ma fare questo in condizioni di pacificazione, negoziato, non sarà possibile. Dunque a Israele è stato affidato il compito di creare le condizioni di completa destabilizzazione dell'area. E non basta nemmeno questo.
L'altro, potente obiettivo, non solo di Israele, ma soprattutto di Washington, è “tirare dentro” l'Europa, coinvolgerla come partner militare. Per questo la Nato andrebbe a meraviglia come “forza d'interposizione combattente”. Non a proteggere un confine, che Israele protegge fin troppo bene, come stiamo vedendo, ma a combattere in territorio libanese contro la maggioranza dei libanesi.
Come ha dichiarato un portavoce israeliano, “i caschi blu con il binocolo non c'interessano”.
Per farlo capire meglio li hanno bombardati per una giornata intera (ha detto Kofi Annan ieri a Roma), fino a che non ne hanno ammazzati quattro, sebbene “decine di contatti telefonici tra il comando Onu e il comando israeliano” avessero chiarito che sotto le bombe c'erano osservatori disarmati delle Nazioni Unite. Hanno bombardato i binocoli.
Con queste premesse, se l'Europa non dirà chiaramente la sua indisponibilità, si andrà in guerra, trascinati per i capelli. Bisogna saperlo. Fingere di non saperlo è irresponsabilità.
Fonti: Megachip – Democrazia nella comunicazione
il manifesto
Sul tema vedi Senza Pace – Un secolo di conflitti in Medioriente, di David Hirst
Giulietto Chiesa è tra gli autori dell'antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi
L'Europa oltre Cipro
Da Bruxelles a Cipro: viaggio-reportage nell'isola divisa di Paolo Bergamaschi, consulente del gruppo dei verdi presso il Parlamento europeo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Cipro, la linea verde di Paolo Bergamaschi
Un vento gelido con singhiozzi di pioggia sferza da giorni Bruxelles. Sarà il ritardo dell'anticiclone delle Azzorre o più semplicemente i prodromi degli sconvolgimenti climatici da tempo annunciati ma un giugno così‚ non si era mai visto. Provo un immenso piacere, quindi, a sentire le mie dita appiccicose mentre mi passo la fronte all'aeroporto di Nicosia. Ci sono trenta gradi di differenza tra il Belgio e Cipro. In mattinata, al parlamento europeo, avevo partecipato ad un incontro con il Dalai Lama che parlava di pace, amore e riconciliazione ed ora mi trovo nella terra dove la pace è impossibile, il sospetto la regola e la separazione la scelta.
NAZIONI UNITE
Dopo la bocciatura del piano di pace delle Nazioni Unite da parte della comunità greco-cipriota nel referendum dell'aprile del 2004 le residue speranze di riunificare l'isola si sono ulteriormente assottigliate. Le elezioni nella parte sud, l'unica riconosciuta dalla comunità internazionale, nel maggio scorso hanno rafforzato la componente oltranzista che pretende di imporre le condizioni alla parte nord. Questa, a sua volta, che invece aveva approvato la proposta dell'Onu, pretende a giusto titolo che venga posto termine all'isolamento che impedisce dal 1974 ai Turco-Ciprioti di avere relazioni con il resto del mondo. L'Unione Europea durante il processo di adesione aveva profuso abbondanti energie per sostenere i tentativi delle Nazioni Unite di trovare una soluzione al conflitto del 1974. Si diceva che l'ingresso in Europa doveva servire come catalizzatore per rimettere insieme le due comunità. Bruxelles aveva garantito alla componente turco-cipriota, fino ad allora recalcitrante, un cospicuo pacchetto di aiuti ma tutto si è rivelato inutile.
RETICOLATI
La pace può attendere ma ormai sono passati trentadue anni e chissà quanti altri ne dovranno ancora trascorrere prima che i reticolati di quella interminabile cicatrice chiamata linea verde siano definitivamente divelti e la gente dei due lati possa tornare a guardarsi negli occhi. Cipro Nord è riconosciuta solo dalla Turchia che staziona 30.000 soldati a protezione della comunità turco-cipriota.
Prima del 1974 i due gruppi etnici vivevano fianco a fianco su tutto il territorio. Le tensioni dell'epoca sfociate poi in scontri aperti hanno trasformato l'isola in un contenitore con due scomparti etnicamente puri. Incontriamo l'inviato speciale delle Nazioni Unite Michael Moeller nei pressi del vecchio aeroporto internazionale, ormai chiuso dai tempi della guerra, dove le forze di pace che presidiano la linea di demarcazione hanno insediato il quartiere generale.
«Allo stato attuale non ci sono le condizioni per riprendere i negoziati» ci dice «stiamo cercando di riportare le due parti attorno al tavolo per affrontare alcune questioni tecniche come la gestione dei rifiuti, l'acqua e l'ambiente in generale con l'obiettivo di tornare prima o poi a discutere delle questioni politiche».
DUE COMUNITA'
Dall'aprile del 2004 i leader delle due comunità non si sono più incontrati continuando a bisticciare a distanza se considerare il piano di pace ancora vivo e passibile di miglioramenti o definitivamente morto e sepolto. Risulta difficile, per, pretendere, come vorrebbero i Greco-Ciprioti, di cestinare più di 9.000 pagine costate anni di estenuanti trattative. Moeller afferma che occorre iniziare un processo dove sia possibile testare l'effettiva volontà di pace dei due lati evitando di lasciare la questione solo nelle mani dei politici ma la sfiducia reciproca è talmente profonda che le prospettive appaiono tutt'altro che incoraggianti. Paragonato agli altri conflitti esistenti, ci ricorda l'inviato dell'Onu, quello di Cipro è un problema minore ma proprio per questo è impossibile non notare la contraddizione di un'Europa, la civilissima e moderna Europa, che pretende di promuovere la pace nelle aeree più disgraziate del mondo ed è incapace di costruirla all'interno dei propri confini.
Le prime pagine dei giornali dell'isola, intanto, riportano la notizia degli scavi in corso per individuare una fossa comune dove vennero gettati i corpi di alcuni Turco-Ciprioti durante gli eccidi degli anni settanta. Sono ancora 2.000 le persone che mancano all'appello da allora, per l'esattezza 1.500 Greco-Ciprioti e 500 Turco-Ciprioti, ed ogni ritrovamento non fa che riaccendere il dolore riattizzando ferite mai rimarginate.
BOOM EDILIZIO
Cipro sta vivendo uno straordinario boom edilizio specialmente nella parte settentrionale con ingenti investimenti di società miste turco-britanniche.Vi sono ghiotte occasioni immobiliari gravate però dalla spada di Damocle dell'incertezza proprietaria. L'ottanta per cento dei terreni di Cipro Nord, infatti, è rivendicato dai vecchi proprietari greco-ciprioti cacciati durante la guerra. La Corte di Giustizia europea ha il suo da fare nel prendere in esame le cause di chi cerca di recuperare i beni perduti e le prime sentenze hanno riconosciuto i diritti dei ricorrenti.
Tutte le abitazioni dell'isola senza alcuna eccezione sono dotate di pannelli solari installati sul tetto o, dove questo non è possibile, appoggiati su impalcature laterali. Le agenzie immobiliari cominciano ad offrire anche case a zero energia dotate di impianti foto-voltaici che trasformano l'energia solare in elettrica. Ma tutta l'area del Mediterraneo che si sta trasformando in un enorme cantiere dove sperimentare e sfruttare l'immenso potenziale di una ricchezza inesauribile come il sole. Non si capiscono, a questo riguardo, i ritardi dell'Italia prigioniera di pregiudizi estetici e di governanti miopi incapaci di guardare e pianificare oltre il termine del proprio mandato.
Penso a quanti posti di lavoro si sarebbero potuti creare con il sole e a quante piccole e medie imprese sarebbero potute nascere. Intanto la Germania produce il quadruplo dell'energia solare prodotta dal nostro paese anche se mi sembrano ancora pochi i turisti italiani che corrono ad abbronzarsi a Berlino e ad Amburgo. Oltre ad un nutrito numero di vacanzieri britannici che fanno il paio con le ultime basi militari delle forze armate di sua maestà la regina Elisabetta a testimonianza del recente passato coloniale a Cipro vive anche una piccola comunità italiana. Sono cooperanti, gente del mondo del volontariato e carabinieri che si adoperano per contribuire a risolvere il più vecchio conflitto del nostro continente.
EMBARGO
Incontro Giuseppe Belsito e Tiziana Zennaro a Famagusta, il porto più importante di Cipro Nord che attende da mesi il via libera per sbloccare l'embargo e riprendere i commerci con gli altri paesi della regione.
Lavorano per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Mi raccontano delle continue difficoltà che devono affrontare per portare a termine i progetti. Questi, infatti, devono passare il vaglio del governo greco-cipriota, l'unico facente parte dell'ONU, che non perde occasione per frapporre ostacoli alla loro messa in opera. Fioccano così gli intralci burocratici ed i ritardi che esasperano la popolazione turco-cipriota. Pace sì ma solo alle mie condizioni ovvero senza quelle rinunce e quei compromessi necessari per dar vita ad un vero processo di pacificazione sembra essere il messaggio che viene dalla parte meridionale dell'isola. Il risultato è che il solco si approfondisce e si cementa la convinzione che il divorzio definitivo fra le due comunità sia l'unico passo possibile dopo la separazione.
FERRARESI
Elisa Grazzi e Carlotta Mancini sono a Nicosia da dieci mesi. Sono arrivate qui con il sevizio civile nazionale nell'ambito di un programma sostenuto dal Comune e dalla Provincia di Ferrara. Dovevano occuparsi della promozione culturale della città vecchia, quella all'interno delle mura, mettendo insieme una banca dati che servisse alla pubblicazione della prima guida turistica comprensiva di entrambe le parti della capitale. L'obiettivo era quello di individuare i possibili luoghi di aggregazione ed incontro intercomunitario da risistemare e rilanciare per renderli più accoglienti in vista della pace imminente. Poi i colloqui sono collassati ed il progetto ha perso lo slancio originale. Il caffè del centro dove ci siamo dati appuntamento è il classico luogo di ritrovo per giovani ma di turco-ciprioti non c'è traccia poichè il filo spinato taglia ancora impudicamente tutti gli accessi.
Non a caso l'ultimo sondaggio nella fascia d'età fra i diciotto ed i venticinque anni della popolazione greco-cipriota indica che il 61% è contro la convivenza fra le due comunità. Il Ledra Palace era l'hotel più famoso del capoluogo cipriota. Oggi si trova nella zona cuscinetto ed è stato per anni l'unico posto dove sono proseguiti i timidi contatti fra gli esponenti delle due parti. E' stato riadattato a ricovero delle forze di pace ed è qui che mi imbatto casualmente in due carabinieri, i luogotenenti Antonello De Chiara e Salvatore Masi. Sono in tutto quattro le unità del nostro paese che dal 2005 fanno parte del contingente internazionale dispiegato a Cipro. Prestano servizio non armato nel quadro di un programma di sostituzione parziale delle forze militari con corpi di polizia con l'obiettivo di allentare la tensione e ricreare le condizioni per una ripresa del dialogo. Il loro compito è quello di pattugliare l'area della linea verde e di portare gli aiuti umanitari alle ultime sparute comunità greco-cipriote che sopravvivono nella parte nord e all'unica comunit turco-cipriota che risiede ancora nella parte sud. Tanti attori diversi articolati in diversi livelli di intervento per costruire una pace che si rifiuta di venire alla luce.
LINEA VERDE
Fa un certo effetto camminare lungo la linea verde all'interno delle mura arrestandosi all'improvviso fra i cavalli di Frisia ormai arrugginiti nei vicoli mozzati dal filo spinato. In alcuni punti sono state erette vere e proprie barriere che impediscono lo sguardo dall'altra parte quasi a volere negare l'esistenza di qualcosa al di là di queste. Gli altissimi pennoni con le rispettive bandiere esibite in modo irridente, però, ricordano che oltre la siepe la vita continua come in una dimensione parallela che è tornata ad allontanarsi senza sapere se e quando si riavvicinerà. La cucina greca sorprende agli inizi per l'apparente varietà dei piatti serviti ad ogni pasto salvo al terzo giorno non poterne più a causa della stucchevole ripetitività. Le taverne della città vecchia traboccano di famiglie intente a consumare il rito sociale del sabato sera. Nel cortile di una di queste, godendo del sollievo di una insperata brezza, la cena con gli amici ciprioti si trasforma ancora una volta in un acceso confronto sbattendo contro il muro di gomma di posizioni incancrenite ed inespugnabili.
EUROPA
La tradizionale convivialità mediterranea viene messa a dura prova. `Time for peace is running out', il tempo per la pace è agli sgoccioli mi sento ripetere dagli esponenti delle due comunità per una volta concordi. Quella al potere oggi è l'ultima generazione che quarant'anni or sono ha sperimentato nel bene e nel male la convivenza e che forse ha il desiderio e la voglia in fondo di riprovarci.
Chi viene dopo conosce l'altro solo attraverso i racconti, gli stereotipi ed i pregiudizi di genitori e parenti ed è sprovvisto delle motivazioni necessarie per affrontare la strada difficile del dialogo sforzandosi di costruire un futuro comune. L'Europa intanto sta alla finestra e guarda lontano. Oltre Cipro, purtroppo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5926/1/51/
USA e torture : chi ha paura delle Convenzioni di Ginevra ?
di Rico Guillermo*
Una oscura legge approvata da un congresso controllato dai Repubblicani dieci anni fa, ha generato nervosismo nell'amministrazione Bush per la possibilita' che i funzionari e i soldati coinvolti nella gestione dei detenuti possano essere accusati di crimini di guerra e perseguiti penalmente.
La risposta e' un progetto di legge che dovrebbe garantire protezione al personale degli Stati Uniti addetto alla lotta al terrorismo anche per le violazioni passate valutate in base alla Legge sui crimini di guerra del 1996, la quale persegue penalmente le violazioni delle convenzioni di Ginevra e minaccia la pena di morte per i responsabili della morte dei detenuti sottoposti ad abusi mentre siano sotto la custodia degli Stati Uniti. Alla luce della recente sentenza della Corte suprema che - relativamente al caso sollevato da un detenuto di Guantanamo - ha statuito che le convenzioni internazionali si applicano al trattamento dei detenuti anche nella lotta al terrorismo, il segretario alla Giustizia USA, Alberto Gonzales ha parlato privatamente con i parlamentari repubblicani dell'esigenza di tali “protezioni„.
Secondo il Washigton Post, Gonzales ha fatto presente la necessita' di uno schermo per le azioni intraprese dal personale USA operante sotto un ordine presidenziale del 2002, che la Corte suprema ha dichiarato illegale, e sotto le opinioni legali del dipartimento della giustizia che sono state oggetto di controversie. Un portavoce di Gonzales ha rifiutato di commentare le osservazioni di Gonzales.
Mentre il Comitato giudiziario del senato procedeva alle audizioni per determinare la maniera migliore di procedere dopo la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha definito la decisione di Bush di usare i tribunali militari un abuso di potere in violazione alla legge attuale, Daniel Dell'Orto, consulente legale del ministero della difesa, ha suggerito di approvare il sistema ad oggi previsto dall'amministrazione Bush, parlando di soluzione piu' rapida e sottolineando che dare ai detenuti garanzie uguali o maggiori di quelle che i cittadini degli Stati Uniti ricevono nei tribunali civili e che i civili impiegati nelle forze armate ricevono nelle corti marziali sarebbe ridicolo. Steven Bradbury, sostituto Procuratore generale, avevano dichiarato che il congresso deve dare nuove "definizione e certezza" al rischio che i funzionari del Pentagono che effettuano interrogatori coercitivi siano accusati di torture.
Lo stesso Bradbury ha contribuito a scrivere, di concerto con i funzionari civili della Difesa, un pdl per proteggere il personale degli Stati Uniti dalla possibilita' che i detenuti chiedano il rispetto delle convenzioni di Ginevra, prevedendo anche l'uso di informazioni estorte con la forza che, sebbene proibite dalle Convenzioni di Ginevra, sarebbero ammesse in caso di bisogno urgente di informazioni. La Corte suprema, invece, ha detto ripetutamente che le interpretazioni straniere dei trattati internazionali quali le convenzioni di Ginevra dovrebbero essere considerate dalle corti degli Stati Uniti.
La 'scusa' deli promotori della modifiche e' l'indeterminatezza di alcuni concetti espressi nelle convenzioni internazionali relativi sebbene - come fanno notare i gruppi di difesa dei diritti dell'uomo ed esperti indipendenti - i militari USA hanno vissuto con le disposizioni di convenzioni di Ginevra per 50 anni e le hanno applicate in ogni conflitto, anche contro le forze irregolari.
Il problema e' nato con quelle che lo stesso giornale statunitense chiama "le invasioni degli Stati Uniti" in Afghanistan nel 2001 e in Iraq in 2003, in cui centinaia di funzionari e soldati USA sono stati accusati di maltrattamento ai detenuti ed almeno 35 detenuti sono morti nelle mani dei militari o mentre erano sotto la custodia della CIA. L'esercito ha sostenuto che si trattava di atti individuali e che i soldati avevano ignorato gli ordini, ma i difensori dei militari accusati hanno sostenuto che i loro clienti stavano perseguendo le politiche di trattamento stabilite dai funzionari di Washington.
* si ringrazia il dott. Claudio Giusti, esperto di diritti umani
www.osservatoriosullalegalita.org
Question time alla Camera, il premier su staminali, carceri, basi Usa, maggioranza allargata, ecc
Il Romano pensiero in dieci risposte
Ci sono occasioni in cui conta più «il parlare» che le parole stesse. E ieri alla Camera era proprio una di queste occasioni. Perché per la prima volta, dopo un’intera legislatura, un Presidente del Consiglio è venuto in aula a rispondere al question time. Quelle brevi interrogazioni rivolte dai deputati al governo che prevedono risposte dell’esecutivo altrettanto stringate. Una sorta di conferenza stampa, coi deputati nel ruolo di giornalisti. Berlusconi, durante tutto il quinquennio scorso, non si è mai fatto vedere. Prodi sì, alla prima occasione.
E così ha risposto ad una decina di quesiti. Che davvero hanno abbracciato un arco di argomenti vastissimo, dalle staminali alle larghe intese, passando per i diritti dei detenuti transessuali. L’ha fatto però in un’aula non proprio pienissima, e anche un po’ distratta, presa com’era dalla discussione sull’indulto. E lo stesso Prodi l’ha fatto col suo solito linguaggio, lento, pacato. Con quel tono che alla fine non scontenta mai nessuno. Impegni, impegni concreti, però li ha presi. A nome del governo. Su un argomento, in particolare: sul progetto di raddoppio della base militare americana a Vicenza. Raddoppio che di fatto dovrebbe significare l’occupazione da parte americana dell’aeroporto Dal Molin. Una richiesta che gli Stati Uniti avevano avanzato al governo Berlusconi, ottenendone, di fatto, un via libera. Una disponibilità, quella espressa dalle destre, che «ha certamente alimentato aspettative sulla possibilità di unificare la 173a Air Bomb Brigade in Vicenza». Con conseguenze che sarebbero disastrose per la città, l’ambiente, la stessa sicurezza della zona. Ma ora è arriva una sorta di stop. «Il governo - ha detto Prodi rispondendo alla prima domanda nel question time - intende riconsiderare con gli Usa il progetto nel suo complesso».
Impegni, dunque. Impegni veri, concreti anche per ciò che riguarda, per dirne un’altra, le fonti alternative di energia. Su altri temi, parole un po’ più vaghe. Su altri temi, come nel caso dell’interrogazione presentata da Wladsimir Luxuria sulle discriminazioni subite dai e dalle detenute transessuali a Roma, il premier si è limitato a riferire la versione del direttore del carcere. Secondo il quale non c’è nessun problema.
Parole volutamente vaghe anche quando ha risposto a Volonté dell’Udc e a Fabris dell’Udeur sull’intesa raggiunta a Bruxelles per il finanziamento di alcune linee di ricerca sulle staminali embrionali. Tutti e due, con accenti ovviamenti diversi, ma molto polemici sui contenuti di quell’accordo. Prodi ha spiegato che, grazie all’iniziativa italiana, «è stato compiuto un importante passo avanti per la tutela della vita
umana fin dal concepimento». Anche in questo caso - dopo aver ricordato che il ministro Mussi si è mosso sempre in sintonìa col resto della maggioranza - Prodi ha fatto una promessa: «Già due volte il ministro Mussi ha chiesto di inviduare una data oltre la quale non fosse possibile ottenere le linee cellulari». Questa proposta non è stata fin qui accolta. «Ma noi ci attendiamo che nei prossimi passaggi nel Parlamento europeo venga definita questa data. Questa è una nostra convinzione ed un impegno che io assumo personalmente». E poi, ancora: «Qualsiasi impegno assunto dal governo, in sede comunitaria ed internazionale in materia di ricerca sarà ispirato al principio dell'inviolabilità assoluta dell'embrione».
Queste le parole usate dal premier. Toni che non hanno abbassato di un gradino le polemiiche della destra ma che non hanno trovato un grande entusiasmo neanche fra le fila del centro-sinistra. Ai cronisti che gli chiedono un parere sulle cose dette da Prodi - soprattutto su quel passaggio dove indica la necessità di «tutelare la vita umana fin dal concepimento» - Mussi risponde così: «Ognuno usa i toni che gli sono propri». Lui comunque è d’accordo con la sostanza. Chi invece non apprezzsa nè il tono, nè il contenjuto delle parole del premier, sono un gruppo di senatrici di Rifondazione. Tiziana Valpiana, Maria Luisa Boccia e Giovanna Capelli dicono che il tentativo di «definire la data oltre la quale l'embrione non è più impiantabile è incongruente». Perché la «questione principale non è quella di stabilire il criterio convenzionale che stabilisce cosa è vita e cosa non lo è, affidando questo compito alla scienza. La cosa importante è distinguere gli embrioni crioconservati dall'embrione vitale».
Ma questo è avvenuto fuori dall’aula. Dentro, Prodi, sempre un po’ monocorde, rispondeva ad un deputato sociliano che gli chiedeva una posizione chiara sul Ponte sullo Stretto. E qui il premier non ha usato giri di parole: «Non è nelle nostre prioprità». Il vecchio governo ha destinato al Sud solo l’8% degli investimenti, e ora il Mezzogiorno ha bisogno di tutto. E dunque: prima le strade, le ferrovie, i collegamenbti, il risanamento ambientale. Il Ponte insomma non si fa.
L’ultima battuta, il premier l’ha dedicata alla politica. In risposta ad un’interrogazione, una ben strana interrogazione, del socialista Villetti che riguardava la compattezza della maggioranza. E il premier qui è stato netto: «Il mandato che io ho ricevuto dagli elettori è una scelta precisa di un programma e di una coalizione. La mia maggioranza risponde perciò ad un disegno politico preciso che si basa sul rispetto della distinzione tra maggioranza ed opposizione... E anche se molti si applicano in direzioni diverse, ed è un’applicazione in cui questi giorni tanti si dedicano, io non vedo alternative a questa coalizione e a questo governo». www.liberazione.it/
s. b.
Uno strano concetto di democrazia
di UMBERTO BERARDO - La legge elettorale pseudo-proporzionale, con cui il governo di centro-destra ci ha mandato alle elezioni politiche dello scorso aprile, aveva dato un’idea di qual è la considerazione che i partiti hanno degli elettori, espropriati nella circostanza di qualsiasi forma di scelta dei candidati.Pensavamo allora che fosse una posizione delle formazioni politiche della Casa delle Libertà e che il nuovo governo dell’Unione avrebbe rimediato subito, perché la legge elettorale è davvero una regola fondamentale per la vita di un paese.
Purtroppo dobbiamo prendere atto che nel momento in cui scriviamo il nuovo governo non sembra avere una proposta alternativa in merito e la cosa francamente ci preoccupa, perché non vorremmo che anche i partiti del centro-sinistra, come spesso appare, siano ormai attaccati definitivamente dal tarlo della partitocrazia.
Naturalmente ci auguriamo che i cittadini spingano per ricreare nel paese principi fondamentali di vita democratica.
La partitocrazia come accentramento nelle decisioni ed occupazione del potere ci inquieta ancora di più nel Molise, dove la partecipazione degli abitanti alla vita politica risulta sempre più marginale con buona pace di quasi tutte le forze politiche regionali.
Per ovviare a ciò un comitato spontaneo, nato nei movimenti e nelle realtà di base, sta tentando da febbraio di costruire dal basso delle forme di democrazia diretta capaci di rompere le logiche della delega e di riportare tra la gente la voglia di fare politica come ricerca di metodi innovativi, di costruzione di nuove forme di partecipazione e di elaborazione di proposte programmatiche di realizzazione di una società regionale dove a prevalere siano possibilmente i valori della giustizia sociale, dell’equità e del bene comune.
Il primo obiettivo di tale comitato è stato quello di dare un input alle forze dell’Unione per l’organizzazione delle primarie al fine di scegliere nel modo più democratico possibile il presidente della provincia di Campobasso e quello della giunta regionale.
Fino a pochi giorni fa quasi tutti gli esponenti di punta del centro-sinistra si erano dichiarati contrari all’idea, tanto che per le elezioni alla provincia non se n’è fatto niente e per la regione si sta andando avanti con i soliti tatticismi dei tavoli delle trattative e delle candidature degli uomini di apparato.
Negli ultimissimi giorni, bontà loro, i segretari regionali dell’Unione hanno tirato fuori il coniglio dal cilindro. Si sono dichiarati favorevoli alla celebrazione delle primarie, garantendo, pensate, anche la presenza della cosiddetta società civile nelle possibili liste per il consiglio regionale. Aggiungono, tuttavia, che, ove si arrivasse alla proposta di un candidato presidente unico da parte delle formazioni dell’Unione, le primarie non sarebbero più necessarie.
È davvero questo uno strano concetto di democrazia!
I cittadini ed i relativi movimenti di base non contano niente rispetto alla volontà della partitocrazia.
Le primarie, signori, non sono un passaggio obbligato di un nuovo modo di fare politica, ma un evento plateale da tenere ogni tanto qualora lo decidano le forze maggioritarie di una coalizione.
La cosa grave è che i partiti della cosiddetta sinistra prestino il campo ad un simile modo di concepire la politica e seguano un modo di agire che somiglia tanto alla logica del baronato e pochissimo o niente a quella della democrazia.
In questa fase, se le forze della sinistra non sapranno elaborare nuove forme di partecipazione e costruire un concetto originale di comunità regionale, saranno votate al suicidio politico, come dimostrano abbondantemente i ruoli marginali che esse stanno avendo nella rappresentanza presso i diversi enti locali.
Il comitato spontaneo delle realtà di base ha avuto in questi mesi una vita abbastanza effervescente che lo ha portato a raccogliere più di cinquecento firme, a convocare assemblee pubbliche nel capoluogo regionale e sul territorio periferico che hanno definito delle ipotesi di regole per le elezioni primarie e persino ad eleggere dei propri candidati provvisori di servizio.
Di tale percorso sono stati elaborati i documenti di sintesi nella speranza che abbiano una utilità per il confronto sui metodi e sulle idee.
Tutto questo lavoro è stato sistematicamente e volutamente ignorato dalla stampa e dai partiti dell’Unione nella loro complessità.
Oggi si assiste al tentativo di alcuni uomini politici del centro-sinistra di cooptare le realtà di base con la proposta di un numero di candidature da garantire ai movimenti della società civile nelle liste per le elezioni regionali di autunno.
Siamo alle solite!
I movimenti considerati non come un soggetto con cui dialogare per costruire percorsi di democrazia e di partecipazione reale dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, ma come un bacino di voti da accontentare con briciole di rappresentanza distribuite dall’alto dei poteri che contano.
Tra l’altro si continuano a far circolare nomi, si inventano tattiche utili a ridimensionare la concorrenza, ma manca ancora l’elemento fondamentale che è il confronto sulle regole e sulle proposte programmatiche concrete.
In questi giorni stiamo assistendo ad un dibattito sui possibili sistemi di unificazione della sinistra molisana.
Non è un obiettivo facile e non so se anche auspicabile, visto il grande senso di libertà di pensiero politico del popolo della sinistra, che tuttavia non è una limitazione, ma un’enorme ricchezza.
Sarebbe sufficiente a quest’area politica definire un obiettivo minimo da ricercare nel rafforzamento della rappresentanza nelle istituzioni locali che metta i partiti relativi nella condizione di contare davvero nelle scelte importanti che definiscono l’organizzazione socio-economica regionale.
Se, ad esempio, la sinistra riuscisse a proporre un proprio nome autorevole come candidato unitario per la presidenza della giunta regionale ed a definire un programma politico condiviso per la soluzione dei più impellenti problemi del Molise, si farebbe un importante passo in avanti nella logica di un lavoro sinergico dal basso.
La purezza dell’utopia può sicuramente illuminare il cammino, ma intanto percorriamo le strade del presente con azioni di concretezza politica costruttiva.http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=editoriale&articolo=19446
Se avessimo saputo
“E se lo avessimo saputo?” si chiede in un editoriale breve ma forte, firmato con lo pseudonimo red leg, il sito di Libertà e Giustizia, associazione di cui sono orgogliosamente socio da alcuni anni e che ho rappresentato come fondatore e coordinatore del locale circolo quando abitavo a Londra. Se lo avessimo saputo… se avessimo saputo che ci saremmo compromessi sul tema della legalità, se avessimo saputo che i voti dei nostri parlamentari sarebbero confluiti su quelli di Forza Italia, l’Unione avrebbe vinto lo stesso? In altre parole, si chiede red leg, li avremmo votati lo stesso?
Durante la campagna per le primarie mi sono sforzato di dire una cosa in particolare: che eliminato Berlusconi avremo eliminato non la causa dei problemi italiani ma soltanto un sintomo vistosissimo di quei problemi. La maggioranza che si era coagulata intorno a Prodi era eterogenea e conservatrice, assolutamente non disposta a rinunciare ad antichi e radicatissimi egoismi, espressione di una politica vecchia anagraficamente e non solo, certamente non in grado di dare risposte forti e innovative ai problemi del paese.
Nel forum della “mia” associazione in quei giorni si accusava qualsiasi cosa che non fosse perfettamente fedele all’ortodossia prodiana di fare il gioco del nemico; l’unico obiettivo da perseguire era la rimozione di Berlusconi purché fosse e poiché Prodi sembrava l’unico in grado di sconfiggere il Cavaliere, qualsiasi cosa, me compreso, che cercasse di indicare i limiti del centro-sinistra (e non per indebolirlo, tutto al contrario, per rafforzarlo!) provocava il pubblico scandalo.
Che questa maggioranza avrebbe avuto pochissimi Padoa-Schioppa e molti De Gregorio (sì, il Presidente della Commissione Difesa del Senato eletto col voto unanime dei senatori della destra: parlamentare della oggi santificata lista Italia dei Valori, per chi non lo ricordasse) lo sapevamo benissimo. Basti vedere quale classe dirigente abbiamo portato in Parlamento in forza di una legge elettorale di cui tutti dicevano peste e corna e su cui non sento più dire una parola da mesi. Basti pensare alla pletora di poltrone governative distribuite a destra e a manca, alla questione femminile completamente ignorata (dove sono finite le “quote rosa”?), ai pacs di cui nessuno parla più, a Bobo Craxi sottosegretario agli esteri in forza di un “diritto di tribuna” che Dio solo sa su che cosa si fondi (a parte naturalmente la linea di sangue), alla scandalosa assenza di chiunque abbia meno di 45 anni dalla scena politica… e smetto per carità di patria.
Abbiamo tutti volontariamente ignorato per chi stavamo andando a votare guardando solo contro chi andavamo a votare. Chiedersi oggi cosa avremmo fatto se avessimo saputo ci fa apparire ingenui o in mala fede - perdonatemi la franchezza, amici di L&G. Se avessimo saputo... non sarebbe cambiato nulla. Sapevamo, sapevamo già. E li abbiamo votati lo stesso. http://www.ivanscalfarotto.info/b2evolution/blogs/index.php?blog=2&title=se_avessimo_saputo&more=1&c=1&tb=1&pb=1
Sintomi: nausea e vomito…
Devo assolutamente acquistare una consistente scorta di antiemetici. Sono talmente disgustato da questa classe politica che ormai il disturbo somatico si sta radicando definitivamente. Sono bugiardi, ipocriti, rozzi, brutti, sporchi e cattivi. Ma noi siamo peggiori. Siamo capaci solo di dare deleghe, chiacchierare al bar o sui blog, sostanzialmente inadatti alla democrazia reale.
E’ vero: gli italiani non amano il proprio paese; sono egoisti. E i politici sono lo specchio del paese; la risultante di un secolo e mezzo (e dieci secoli di dominazione dell’uomo sull’uomo…) di inciuci, porcate, compromessi, nefandezze, talmente assurde che ormai il popolo italiano si è assuefatto ad una medicina somministrata da secoli a piccole ma invasive dosi.
Il qualunquismo è la malattia inoculata e la medicina, più che altro, serve a stabilizzare il virus, non a sopprimerlo.
Ne ho piene le palle di passare ogni giorno per ingenuo perché ancora riesco ad indignarmi per quello che accade, mentre gli altri, con i loro sorrisi da ebete, dall’alto della loro sconfitta, scantonano e ironizzano.
Ma ormai, la fase dell’indignazione è passata da un pezzo. Oggi sono allo schifo più profondo. Sarà il caldo che imputridisce tutto, trasformando i diamanti in merda; saranno la parole, definitivamente senza significato; saranno gli sguardi della gente che incontro ogni giorno, completamente assenti e disorientati dall’incomprensibilità dei fatti che accadono…
Una poderosa macchina, quella dell’informazione, viene usata per disinformare, confondere, accecare.
Meriterebbero di essere presi a schiaffi ogni volta che sparano cazzate. Riconosco che come rimedio è poca cosa. Ma che ci volete fare, io sono sostanzialmente un non violento. Anche se, caratterialmente, se qualcuno me le fa girare per bene, darei sfogo ad una violenza senza fine.
Non è più neanche sufficiente gridare: Vergogna! Anche questa è una parola incomprensibile ai molti.
Moralista? Già, presso Babele, tutto quel che si dice non ha senso. Sta di fatto che io sto urlando tutto il mio orrore, il mio schifo, la mia delusione, il mio dolore. E l’urlo lo capisce ogni cultura, non c’è bisogno di parlare.
Il vomito è una manifestazione plurilinguistica di cui tutti possono rendersi conto. Mi auguro che vomiti sempre più gente. O quella poca che è rimasta a vomitare, sommerga il mondo dei propri escrementi.http://antoniopersia.splinder.com/
Scuola ed esclusione sociale
Alcune recenti indagini sull’istruzione a livello internazionale hanno rilevato in Italia dati inferiori alla media Europea riguardo al proseguimento scolastico, al grado di apprendimento ed anche ai livelli di scolarizzazione raggiunti. Ciò si traduce in crescenti difficoltà di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro con rischi di esclusione sociale, in particolare per i figli degli immigrati. Si rendono di conseguenza indispensabili interventi di sostegno appropriati
Marco Zanotelli e Stefania Sidoli
Istruzione: Italia fanalino d'Europa?
L'Italia, come cita il Rapporto della Commissione Europea sullo stato dell'Istruzione in Europa (v. nota 1), ha il record degli abbandoni scolastici: nel 2004 solo il 73% dei giovani fra i 20 ed i 24 anni aveva completato gli studi superiori (contro una media europea del 77%), oltre il 22% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni aveva solo un diploma di scuola media inferiore e non stava seguendo alcun corso di qualificazione professionale (contro una media europea del 15%) e la percentuale complessiva degli italiani impegnati in corsi di riqualificazione professionale era del 6,8% (contro una media europea del 9,9%).
Dati questi che trovano riscontro nell'indagine effettata dal Danish Technological Institute per conto della Commissione Europea sui dati OECD (v. nota 2) relativi alla performance degli studenti: gli italiani si collocano al di sotto della media dei paesi OECD in matematica, nella capacità di lettura e nelle discipline scientifiche, e si classificano al ventitreesimo posto su ventisei paesi che hanno aderito all'indagine.
A completare il quadro c'è il rapporto dell'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta all'Analfabetismo) sull'attuale popolazione senza titolo di studio in Italia, con età uguale o superiore a 11 anni, che fornisce un dato complessivo del 6,8% con punte del 13,8% in Basilicata, del 13,2% in Calabria, dell'11,3% in Sicilia, del 10,8% in Puglia, del 12,2% in Molise, del 9,8% in Abruzzo, del 9,3% in Campania, dell'8,4% in Umbria e dell'8,2% nelle Marche.
Sono indicatori estremamente preoccupanti perché fondamentali non solo per misurare il grado di maturazione culturale e sociale del paese, ma anche per valutare il potenziale di sviluppo economico su un mercato globale dominato dalla necessità di produzioni con un sempre più elevato valore aggiunto di conoscenza e di competenze tecniche. D'altra parte questo ritratto sconfortante è riflesso dall'impegno decrescente del nostro paese per l'istruzione e la ricerca. Nel 2002 la spesa per l'istruzione è stata pari al 4,7% del Pil, con una leggera flessione rispetto all'anno precedente e comunque sempre ben al di sotto della media europea che nel 2002 era stata del 5,22%. La tendenza al disinvestimento nell'istruzione è stata regolarmente confermata da ogni finanziaria, ultima quella del 2006 che ha visto una diminuzione del bilancio dell'Istruzione del 13,57% rispetto all'anno precedente.
Inserimento nel lavoro e rischi di esclusione sociale
Questi dati mostrano che nel nostro paese il futuro delle nuove generazioni è caratterizzato da pesanti incertezze che non sono riconducibili solo al contesto socio-economico o alle situazioni familiari individuali, ma ad una progressiva "disattenzione" sulle loro condizioni.
Ponendo in relazione i dati sull'istruzione con quelli sul lavoro minorile (nota 3), si deduce che i giovani orientati al lavoro dopo le scuole medie - vuoi per condizionamento familiare vuoi per situazione economica - o non si iscrivono affatto alle scuole superiori o vi entrano e rapidamente ne escono, scegliendo prioritariamente non la formazione professionale ma l'ingresso immediato nel mondo del lavoro, quando va bene attraverso l'apprendistato, spesso col lavoro "sommerso", e soprattutto al sud con l'emigrazione, spesso senza progetto, generalmente verso il centro-nord, ma anche verso l'estero.
Il ciclo superiore, per chi prosegue gli studi, presenta da subito una marcata differenza di prospettive future: l'indirizzo di studi tecnici e professionali è maggiormente caratterizzato dalla presenza di studenti con capitale familiare medio-basso (e dalla più alta percentuale di abbandoni); mentre la popolazione dei licei vede una più forte presenza di iscritti con capitale familiare medio-alto (e la più alta percentuale di esiti scolastici positivi), con la prospettiva di continuare gli studi all'università e di raggiungere buoni livelli di istruzione in grado di garantire un inserimento con successo nel mondo del lavoro.
E' dunque evidente come esista ancora un condizionamento delle possibilità educative superiori legato alla condizione economica e sociale dei genitori. Il tema delle diverse opportunità, che sembrava essere stato eliminato dal sistema educativo e formativo, è quindi pesantemente rientrato. E' quindi elevato il rischio di una esplosione di queste contraddizioni tale da generare una ribellione degli esclusi, di tutti i giovani già da oggi condannati ad un destino di parziale se non totale esclusione sociale.
Più alto il rischio per gli immigrati
Tutto ciò vale a maggior ragione per i giovani figli di immigrati, come testimoniato recentemente dalla rivolta nelle banlieau francesi nello scorso autunno, a dimostrare la rabbia per un'esclusione sociale crescente e non adeguatamente affrontata da interventi governativi. Ritornando al nostro paese, una ricerca svolta dalla Fondazione Agnelli nel 2005 stimava che in Italia tra 7 - 8 anni ci saranno circa un milione di giovani nati da genitori immigrati. Quanto questa dinamica stia accelerando (vedi 6° Rapporto Nazionale EURISPES sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza, 2005) lo dice il fatto che nel 2004 i minori stranieri erano 412.000, circa il 45% in più rispetto al 2001. Abbiamo dunque di fronte la seconda generazione di immigrati, quella dei giovani che vivono la prima e fondamentale parte del loro processo di crescita e di approfondimento a cavallo di due mondi, quello della famiglia e quello della società, il più delle volte diversi per valori, tradizioni, abitudini di vita, religione e lingua.
Questo aspetto ha ancora maggiore rilievo se esaminiamo la popolazione scolastica straniera, che nell'anno scolastico 2003-2004 era il 3,5% di quella complessiva: i dati del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca evidenziano uno scarto che va dal 3,36% nella scuola primaria al 12% nella secondaria, con significative diversità tra coloro che frequentano la scuola secondaria di secondo grado e tra gli alunni che sono iscritti ai licei e quelli che frequentano invece le scuole tecniche e professionali.
A questo punto è evidente che in un arco di tempo relativamente breve (non oltre un decennio) noi potremmo realisticamente trovarci di fronte a fasce rilevanti di giovani che, vuoi per condizione economico-sociale di partenza, vuoi per complessità di situazione familiare, vuoi per problematicità di approccio con ambiti sociali diversi da quelli di appartenenza, si troveranno comunque a rischio di esclusione sociale, senza alcuna certezza di un futuro positivo.
Quali interventi
Questo scenario fa pensare alla necessità di individuare quanto prima alcuni interventi "minimi" capaci di influire positivamente sulle condizioni dei giovani.
Si deve pensare ad un innalzamento dell'obbligo scolastico a 16 anni e a garantirne concretamente il rispetto da parte di tutti i minori. Un modo per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica può essere anche quello di passare attraverso la progettazione e l'offerta di percorsi formativi capaci di rispondere alle esigenze dei ragazzi che manifestano la volontà e/o la necessità di un immediato inserimento nel mondo del lavoro. Riteniamo importante, inoltre, che si possa creare in ogni regione - sulla base di quanto già realizzato in Emilia Romagna - un'anagrafe degli studenti che, attraverso l'incrocio con altre banche dati, individui con precisione i percorsi scolastici ed extrascolastici dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni. Altrettanto utile potrebbe essere la definizione, sempre nelle regioni, di un piano di recupero per tutti i ragazzi tra i 15 e i 18 anni (italiani e stranieri) privi di licenza media che, se non individuati ed accompagnati in questo percorso di alfabetizzazione, sono destinati a diventare adulti analfabeti.
Non si deve trascurare, inoltre, l'importanza di promuovere efficaci meccanismi di controllo sui fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile, elaborando modalità intersettoriali di ispezione del lavoro che dovrebbero tutte convogliare in un Osservatorio nazionale sul lavoro minorile e precoce e sull'abbandono scolastico, attraverso, anche, il coinvolgimento delle Amministrazioni dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali.
Note
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(1) Rapporto Ufficiale della Commissione Europea: "Key Data on Education in Europe 2005".
(2) Danish Technological Institute, "Study on PISA (Programme for International Student Assessment), TIMMS (Trends in International Mathematics and Science Study) and PIRLS (Progress in International Reading Literacy Study)", gennaio 2006.
(3) "Lavoro minorile in Italia: quale prevenzione e quali tutele?" Stefania Sidoli e Marco Zanotelli, su www.lavoce.info
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=661
Vince il partito dell'inciucio: approvato l'indulto
REDAZIONE
Il partito dell'inciucio si è presentato in Aula compatto ed il quorum dei due terzi dei voti è stato abbondantemente superato. Alla fine sono stati 460 i deputati ad esprimersi per sì, soltanto 94 quelli che hanno dato parere contrario, 18 si sono invece astenuti. Il provvedimento sull'indulto licenziato oggi dalla Camera permetterà certo di combattere il sovraffollamento delle carceri, ma metterà in libertà molti criminali, tra i quali alcuni nomi eccellenti. Il gesto di clemenza viene infatti esteso anche a coloro che si sono macchiati di reati finanziari e di reati contro la pubblica amministrazione come corruzione e concussione.
Tutti d'accordo, tranne la Lega Nord e Alleanza Nazionale, che hanno votato contro, e i Comunisti italiani, che si sono astenuti. E, ovviamente, si sono ribellati a questa norma anche gli esponenti dell'Italia dei Valori. Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha addirittura minacciato di pubblicare per protesta i nomi di coloro che hanno votato a favore sul proprio portale internet e si è guadagnato la censura del presidente della Camera Fausto Bertinotti, che ha giudicato "deplorevole" il suo proposito. "Se dovesse essere confermata una censura - ha replicato l'ex Giudice - l'Italia dei Valori ne farà una questione di fiducia politica non scevra di conseguenze per questa maggioranza".
Ma la rabbia dell'Italia dei Valori non è legata soltanto alla approvazione del documento finale.
Poco prima, infatti, il partito di Di Pietro aveva provato a salvare il salvabile, proponendo che almeno si escludesse il reato di voto di scambio mafioso.
"La Camera ha bocciato, con l'incredibile e sconcertante voto favorevole dell'Unione, ad eccezione del Pdci e dell'Italia dei Valori, l'emendamento che tendeva ad escludere il voto di scambio mafioso - ha tuonato l'onorevole Massimo Donadi - ci è stato detto che questo reato non può essere escluso perché fa parte del patto su cui si regge la maggioranza a favore dell'indulto. Siamo sconcertati ed esterrefatti e ci cominciamo a domandare con chi e per cosa è stato fatto questo patto".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche la deputata Silvana Mura, secondo la quale "quello che è accaduto oggi in Aula è un fatto di una gravità inaudita".
"Voglio sperare che i colleghi dell'Ulivo fossero distratti o non consapevoli di quello che stavano votando - ha aggiunto - noi avevamo sottoposto ai colleghi un voto separato, ma evidentemente nulla si può di fronte alla prova evidente di un accordo sottobanco".www.centomovimenti.com
Lazio, nuova frontiera dell'ecomafia
Rapporto di Legambiente.. Secondo l'associazione nella regione di Roma dietro il ciclo dei rifiuti e l'abusivismo edilizio c'è, sempre più spesso, la criminalità organizzata.
Andrea Scarchilli
Il rapporto 2006 di Legambiente sulle ecomafie contiene una triste, ma importante, novità. E’ quella che si legge già nel titolo: La regione Lazio, “Nuova frontiera della ecomafie”. La regione di Roma, con una media di cinque reati legati all’ambiente al giorno, viene superata solo da Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Non è un caso che le prime quattro siano le regioni con le più “forti” criminalità organizzate: infatti l’ambiente, è noto, è uno dei settori dove la mafia, ormai da anni, sta costruendo la sua metamorfosi. E il Lazio viene subito dopo. Con una miriade di casi, denunciati dal rapporto, di “ecomafia”, cioè di criminalità organizzata e specializzata nel campo dei reati contro l’ambiente.
L’elenco di violazioni è vasto: cave, cantieri o discariche abusive, traffico illecito di rifiuti, traffico di specie animali protette, reati contro l’ambiente marino o costiero, solo per citarne alcuni. Dice il rapporto, che elabora i dati del 2005: “Il numero dei reati nel Lazio è sostanzialmente lo stesso dello scorso anno, con un piccolo incremento percentuale sul totale nazionale: nel corso del 2005, si sono registrati 1806 reati ambientali (il 7,6 per cento del totale nazionale di 23.660), mentre erano 1891 nel corso del 2004 (il 7,4 per cento del totale nazionale di 25.469).
A leggere i dati aggregati, quindi, niente di nuovo sotto il sole. Ma quello che preoccupa Legambiente non è tanto il numero quanto la “qualità” dei reati. Spesso, si è notato, c’è dietro la criminalità organizzata. E la piovra dell’ecomafia sta toccando province finora “immuni”, come Rieti e Viterbo.
Qualche caso, accademico: il Comune di Nettuno sciolto dal ministro dell’Interno perché infiltrato dal clan calabrese dei Gallace – Novella, che aveva praticamente mano libera nel condizionare il sistema degli appalti e dell’edilizia.
Oppure: in provincia dei Frosinone, dietro lo smaltimento dei rifiuti, si intravede la mano della camorra. Ancora: sempre in provincia di Frosinone, comune di Ceccano, spunta il progetto di costruzione di un polo turistico integrato nel Bosco Faito, una zona di pregio ambientale. Sospetto: “Nel progetto sarebbero coinvolti soggetti riconducibili a società criminali”.
Il rapporto passa poi ad analizzare situazioni particolarmente critiche per la Regione. Primi fra tutti, i reati connessi al ciclo dei rifiuti. Il Lazio è al settimo posto nella classifica nazionale, con 276 infrazioni accertate, pari al 5,8 per cento del totale nazionale. Rispetto al 2004 i reati sono cresciuti del 44,5 per cento.
Come a Capranica, provincia di Viterbo, dove una cava venne utilizzata come sito di smaltimento di 350mila tonnellate di rifiuti “speciali”. Terre di bonifica inquinate da idrocarburi e altre sostanze tossiche, ceneri di acciaieria, di combustione e di termodistruttori. Roba che fa male, con alte concentrazioni di cromo, cloruro, rame, ammoniaca, piombo, nichel, zinco e mercurio.
Sempre nel viterbese, a Vetralla e Castel Sant’Elia, discariche abusive. Metalli pesanti. Arsenico, mercurio, cadmio, cromo e piombo.
Anche a Rieti non si scherza: la Guardia di Finanza ha sequestrato un’area di 5000 metri quadrati, dove, oltre alla consueta discarica abusiva, si era pensato anche di installare un “vero e proprio lager per cani”.
Altri casi, tanti: Terracina, Latina, Aprilia, Pontinia, Sezze. Fino alla all’indagine di fine 2005, quando venne smantellata una società che, letteralmente, esportava rifiuti speciali ad Honk Kong. Dove si trovava? A Latina.
Poi forse qualcuno ricorda, nel luglio dello scorso anno, la moria di mucche in riva al fiume Sacco, all’altezza di Anagni, in provincia di Frosinone. Le analisi sui bovini rivelarono un’altissima concentrazione di cianuro. Le indagini, “smaltimento illecito dei reflui di produzione e dei relativi fanghi di depurazione” da parte di uno stabilimento industriale.
Viene poi il capitolo dell’abusivismo edilizio. Il Lazio è specializzato in un campo, quello degli abusi nelle aree protette. Ha il primato nazionale, con 345 illeciti e il venti per cento del totale nazionale. Quelli di Legambiente hanno monitorato due parchi, Il Veio e il Circeo. Nel triennio 2003/2005 sono sorte, nei due siti, 104 costruzioni abusive.
Per quanto riguarda il conteggio generale, invece, il rapporto ha registrato una netta diminuzione, a livello nazionale, delle infrazioni. Se nel 2004 in Italia erano sorte 41mila costruzioni abusive, l’anno dopo se ne sono contate diecimila di meno. Ma, avverte Legambiente, non si canti vittoria. Perché “Il nuovo abusivismo ha definitivamente superato la dimensione pauperistica per indirizzarsi verso interventi di eccellenza. La filosofia del nuovo abusivismo sembra essere: pochi abusi, ma ottimi abusi”. Sfruttamento di aree di pregio architettonico o paesaggisticamente rilevanti, per massimizzare i profitti.//www.aprileonline.info/
Camerun: raggiunto l’obiettivo finale dell’HIPC
Il FMI ha accertato con soddisfazione il completamento da parte del Camerun del programma HIPC (High Indebted Poor Countries), traguardo che ha tra l’altro portato alla decurtazione del debito da parte del Club di Parigi. La sfida ora è estendere questi benefici all’intera popolazione.
Teresa Fierro
Equilibri.net
Il rilancio dell’economia
L’economia del Camerun è principalmente basata sull’agricoltura (cacao, caffè, canna da zucchero e banane), lo sfruttamento delle risorse forestali e l’estrazione di materie prime. Recenti stime prevedono una crescita dell'export trainata dall’incremento delle esportazioni verso i paesi vicini. Il settore industriale e quello dei servizi sono i più sviluppati dell’intera area; Douala è uno dei principali e più attivi porti della costa occidentale. La produzione di greggio, motore della crescita del paese negli anni Ottanta, sta ormai lentamente declinando. La recente risoluzione dell’annosa disputa circa la sovranità sulla penisola di Bakassi (ritenuta ricca di risorse petrolifere) tra Nigeria e Camerun, risoltasi in favore di quest’ultima, potrebbe dare nuovo slancio al settore. Il Camerun riceve anche una percentuale sugli utili del petrolio che scorre nell’oleodotto che collega il Chad al porto camerunense di Kribi.
Nonostante il PIL reale abbia registrato un indebolimento nel corso di tutto il 2005 (risultato di una politica fiscale e monetaria restrittiva e di investimenti più bassi del previsto), proprio la crescita della produzione di greggio potrebbe fare da traino per un incremento della ricchezza nazionale del 4.1% nel 2006, e addirittura del 4-5% per il 2007 (fonte EIU). Il governo, inoltre, ha introdotto delle significative modifiche normative per incoraggiare le maggiori compagnie petrolifere ad avviare nuove prospezioni off-shore; un primo risultato è stata la nascita di una joint-venture tra la francese Total e la compagnia camerunense Pecten.
A partire dal 2000, la stabilità macroeconomica del Camerun è stata sostenuta da scelte di politica economica dettate dall’adesione all’HIPC.
Nell’ottobre del 2005 il FMI ha approvato un nuovo accordo triennale di Poverty Reduction and Growth Facility del valore di 26,8 milioni di dollari, per rinvigorire le riforme strutturali, rafforzare la crescita economica e ridurre la povertà. Obiettivo principale ridurre l’incidenza del settore petrolifero sul sistema economico, promuovere gli investimenti in infrastrutture, migliorare il livello di trasparenza nella gestione e rimuovere gli ostacoli allo sviluppo dell’iniziativa privata. In più, il governo si è impegnato a completare il programma di privatizzazioni.
L’implementazione del PRGF ha permesso al Camerun di raggiungere il completion point dell’HIPC (27/28 aprile 2006); questo vuol dire che, secondo l’ultimo monitoraggio del FMI, il Camerun è riuscito a conseguire gli obiettivi di stabilità e di crescita economica, oltre che di good governance e di risanamento sociale.
La situazione del debito
La conseguenza più significativa è stata la pronta cancellazione della maggior parte della quota di debito a carico del Camerun da parte del Club di Parigi, raggiunta dall’accordo tra il Club e il Ministro camerunense Abah. Il Camerun ha fatto ricorso sei volte al Club di Parigi (che raggruppa i suoi principali creditori – Canada, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna e USA) per ristrutturare il proprio debito estero. L’ultima Intesa multilaterale risale al 2001.
A seguito delle cancellazioni aggiuntive da parte di altri creditori, tra cui l’Italia, il debito estero del paese è ora sceso da 4.4 miliardi di dollari a 58 milioni. Per quanto riguarda il Club di Parigi, in particolare, si è passati da 3.5 miliardi di dollari a 27 milioni. L’accordo prevede che l’Intesa con il Club venga attuata entro dicembre 2006.
Anche questo provvedimento, però, è strettamente connesso ad una serie di condizioni: il Camerun si è impegnato ad allocare il gettito derivante dallo sgravio nei settori prioritari del programma di riduzione della povertà (definito dal FMI e, quindi, dai paesi creditori).
A partire da gennaio 2005, la BM ha assunto impegni finanziari nei confronti del Camerun per circa 2.64 miliardi di dollari relativi a 124 progetti e, nel febbraio scorso sono stati stanziati dall’IDA (International Development Association) 25 milioni di dollari destinati al finanziamento di un progetto volto a migliorare la gestione della politica ambientale e forestale: le vaste foreste del sud, infatti, potrebbero fornire un valido contributo all’economia del paese.
Il Camerun sta perseguendo una politica di apertura verso gli investimenti esteri e gli scambi commerciali, nonostante i dazi doganali, decisi in sede CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell'Africa Centrale), rimangano molto elevati (circa il 50% sui prodotti importati dall’Europa). E’ recente la chiusura della ormai quadriennale trattativa con il Fondo Africano di Garanzia e Cooperazione Economica (FAGACE), conclusasi con l’adesione del Camerun.
Il FAGACE è un’organizzazione che raccoglie diversi paesi dell’Africa Subsahariana intorno al comune obiettivo di favorire lo sviluppo economico attraverso interventi in sostegno degli investimenti (pubblici o privati), in particolare concedendo prestiti alle piccole e medie imprese. Sembrerebbe foriera di futuri sviluppi anche la discussione dell’Accordo NTEM che dovrebbe favorire l’integrazione economica tra il Gabon, la Guinea e il Camerun attraverso la creazione di una zona di libero scambio.
Quadro socio-politico
Una parte sostanziale del programma è anche dedicata alle questioni di natura socio-politica. Obiettivo primario per il Camerun resta la lotta alla corruzione, altamente diffusa e radicata in tutti i settori. Tutto ciò inserito in una strategia di riforma totale dei sistemi di governance.
Secondo il FMI, questi obiettivi sono stati pienamente raggiunti, anche se molto resta da fare: il Camerun occupa tuttora le ultime posizioni delle graduatorie mondiali in fatto di indici di corruzione. Ad essere corrotto è lo stesso governo di Biya (ormai al potere da 25 anni) e tutto il sistema giudiziario.
Poco trasparenti risultano anche le procedure elettorali: diverse le denunce di brogli in occasione delle ultime elezioni presidenziali dell’ottobre 2004 che hanno riconfermato Biya per un altro settennato. L’intero sistema politico è tuttora in precario equilibrio; è di pochi mesi fa la notizia dello scisma interno al SDF (Fronte Sociale Democratico – il secondo partito del paese), che ha portato alla creazione di due direzioni distinte: una facente capo allo storico leader Fru Ndi con base a Bamenda, capitale della regione del Nord- Ovest e l’altra capeggiata da Muna, con base a Yaoundé.
Lo stato di diritto in generale è continuamente violato: repressione delle più fondamentali libertà di espressione e di stampa, esecuzioni sommarie e discriminazione diffusa nei confronti della donna; tutti fattori che stridono in contrasto con la nuova immagine che il Presidente vuole dare del paese, con il beneplacito del FMI.
Preoccupante è la situazione delle donne in Camerun, che, oltre a dover subire nella maggior parte dei casi ogni forma di violenza domestica, sono anche vittime di selvagge pratiche tradizionali. Un fenomeno che ha recentemente avuto una certa risonanza per la sua ampia diffusione è la cosiddetta “stiratura dei seni”, ovvero l’uso di oggetti incandescenti o di altre sostanze per cercare di fermare la crescita del seno nelle giovani adolescenti. Questa pratica orrenda interessa una giovane donna su quattro, solitamente sottoposta a queste torture per mano della stessa madre, allo scopo di rallentare l’attività sessuale delle giovani o evitare di esporle al rischio di stupri. Questa pratica è molto comune nel sud del paese cristiano e animista. L’allarme provocato da questi dati ha spinto RENATA (Réseau national des tantines), un’associazione di donne camerunesi, ad attivarsi per denunciare questa barbarie e i suoi effetti (cancro al seno, piaghe, deformazioni).
Un’altra piaga sociale che sta riemergendo è la malaria: attualmente negli ospedali del Paese il 35-40% delle persone ricoverate muore a causa di questa grave malattia. Le vittime principali sono donne in gravidanza e bambini al di sotto dei 5 anni. Secondo gli esperti, proprio la particolare conformazione geografica del paese sarebbe all’origine di questa forte esplosione del morbo: nella parte meridionale infatti, dove le piogge sono più abbondanti, il tasso di infezione è estremamente elevato. Resta il fatto che ad essere maggiormente colpiti sono i cittadini che vivono in condizioni di estremo disagio ed emarginazione, in pessime condizioni igieniche e in mancanza di adeguate cure mediche. Un problema ulteriore è dato dalla resistenza dei normali farmaci antimalarici al particolare ceppo del virus che ha attecchito nel paese. La necessità di ricorrere a nuovi farmaci (più costosi) ha indotto le autorità a sottoscrivere un accordo con l’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso il Global Fund, che dovrebbe garantire un livello più basso dei prezzi.
Conclusioni
Il raggiungimento di fondamentali obiettivi di politica economica, insieme all’annullamento di parte del debito sono sicuramente segnali positivi, che non devono però indurre a sottovalutare la realtà di un paese che dal punto di vista sociale e politico ha ancora molto da recuperare.
Le riforme necessarie per il completamento dell’HIPC hanno creato un diffuso malcontento nella popolazione, che ancora non ha avvertito concretamente gli effetti della crescita economica. Il basso livello dell’Indice di Sviluppo Umano (solo 0.497, il 148° posto nel ranking mondiale) è indicativo di una questione sociale ancora aperta. Il problema più stringente ora per il presidente Biya, se vuole mantenere fede agli impegni presi a livello internazionale, è provvedere ad una più equa redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore attenzione ai problemi delle fasce più povere della popolazione. Da questo punto di vista, la lotta alla corruzione deve avere la priorità, insieme ad una maggiore attenzione per il rispetto dei diritti fondamentali.
Indipendenza economica per lo sviluppo
Nuove idee dal Mercosur: una banca latinoamericana e uno storico aiuto a Cuba
I paesi aderenti al Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e per la prima volte ufficialmente anche il Venezuela), hanno in mente un nuovo obiettivo: la creazione di una ‘Banca del Sud’ un sistema finanziario condiviso fra più paesi che crei reti di sovvenzione comuni e che abbia la possibilità di fare investimenti nell’area, sostituendo di fatto, nel ruolo di investitore, il Fondo Monetario Internazionale.
La banca del Sud. La proposta, alla quale da diverso tempo stanno lavorando dei tecnici di Caracas coadiuvati da esperti economisti inviati in Venezuela dal presidente argentino Kirchner, è stata valutata in modo positivo da tutti gli aderenti al Mercosur. Anche Luis Ignacio da Silva, presidente del Brasile, ha dato la sua disponibilità a discutere dell’argomento (nonostante fosse piuttosto scettico in merito), che ai più esperti analisti economici internazionali sembra solo un’illusione. Ma tant’è. “E’ una vecchia idea che ha Chavez da quando ha voluto l’ingresso del Venezuela nel Mercosur”, fanno sapere rappresentanti paraguayani dalla Cumbre, l'assemblea. Ma la banca non nascerebbe solo per fare da concorrente agli altri istituti di credito.
La svolta, se veramente la Banca del Sud dovesse nascere, sarebbe epocale, per un motivo fondamentale: “Sarebbe un istituto di credito con scopi sociali e non meramente di ‘profitto’’ racconta Sabatino Annecchiariaco, esperto di geopolitica latinoamericana. “La Banca del Sur darebbe la possibilità alle piccole imprese di svilupparsi, di crescere. E’ l’idea di una banca al servizio della popolazione”.
Ma da dove arriverebbero i fondi per istituirla? Secondo alcuni maligni solo dal ricco Venezuela di Chavez. Ma non è così. “La Banca del Sur sarebbe una vera espressione del cambiamento che è in atto nel continente latinoamericano, e sarebbe finanziata sia dal Venezuela che da altri stati come Argentina e Brasile” continua Annecchiarico.
Progetti. Dalla riunione dei paesi del Mercosur, alla quale hanno partecipato anche il Cile e la Bolivia (considerati paesi associati), sono scaturiti diversi progetti. Il più importante, anche a livello di investimenti economici, sarà la costruzione di un mega oleodotto, lungo 8000 chilometri, che partendo dal Venezuela raggiunga l’Argentina. Nel tragitto fra i due paesi, comunque, l’oleodotto sarebbe in grado di rifornire di idrocarburi anche il Brasile di Lula, la Bolivia di Morales e portare vantaggi rilevanti alle economie di Paraguay e Uruguay. Non solo. Durante la riunione del Mercosur è stata discussa una sorta di riforma doganale, che vada a beneficio di Cuba, sotto embargo Usa da oltre 40 anni. Un altro passo storico per l’abbattimento del bloqueo che stritola l’isola di Castro.
Secondo quanto è emerso dalla Cumbre grazie ad un accordo doganale, i paesi del Mercosur faranno aumentare considerevolmente (da 1300 a 2700) i prodotti interscambiabili con Cuba.
Ma l’aspetto positivo, e a detta di molti storico, è che la decisione è stata presa dall’America Latina per il continente latinoamericano, senza intercessione da parte di nessuno. Questo è importante se si considera che dopo la Cumbre, l’embargo Usa è un po’ meno ‘duro’ rispetto a prima, ma non per volere di Washington (che ha da poco deciso di dare un ulteriore giro di vite al blocco economico). http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5936
Alessandro Grandi
CENIAMO QUESTA SERA, COMMISSARIO? LA LOBBY A BRUXELLES
DI BELEN BALANYA'
Negli ultimi venti anni, Bruxelles è diventata un magnete per i gruppi di pressione industriali e le imprese di relazioni pubbliche, per il potere sempre maggiore che ostentano le istituzioni europee. Attualmente più del 50% di tutta la legislazione dei 25 paese membri dell’UE proviene da Bruxelles, e per quanto riguarda il campo ambientale la percentuale sale all’80%.
Si ritiene che vi siano circa 15.000 lobbisti che si dedicano a tempo pieno nell’azione di influenzare le istituzioni europee. Più del 70% di tali “corporati” rappresentano grandi imprese.
Il mondo della lobby industriale a Bruxelles è formato da più di mille gruppi di pressione, centinaia di imprese di relazioni pubbliche, numerosi studi legali di avvocati che offrono servizi di lobby, dozzine di laboratori “di idee” finanziati dall’industria, oltre a centinaia di imprese che possiedono un proprio dipartimento per le tematiche europee [1]. Il fatturato annuale dell’attività di lobby aziendale a Bruxelles raggiunge cifre tra 750 e 1.000 milioni euro [2].
I gruppi di pressione si sono precipitati a Bruxelles, in seguito all’unione, come mosche sul miele. Ma alcuni, in particolar modo la “Tavola Rotonda Europea degli Industriali” (ERT), si sono avvantaggiati e gomito a gomito con la Commissione Europea, hanno svolto un ruolo fondamentale nel disegnare ed accelerare il processo di unificazione [3]. A metà degli anni ’80 e nei primi anni ’90, questo gruppo formato dai capi di 45 delle maggiori imprese europee, ha rappresentato un ruolo chiave nel promuovere l’integrazione dei mercati, nel porre le basi delle riforme neoliberali che hanno tempestato l’Europa negli ultimi anni.
Una perfetta sincronia
A differenza degli Stati membri, a Bruxelles regna una cultura politica che fa in modo che l’attività di lobby sia la forma più comune di fare politica. I procedimenti complessi, la mancanza di un vero dibattito pubblico europeo e la relativa debolezza dei gruppi sociali in scala europea, creano le condizioni ideali del successo del “fare lobby” industriale. In tale contesto, non è un caso che i corsi sull’azione di lobby siano un settore in espansione. Un esempio abbastanza indicativo è rappresentato dal corso intensivo di una sera organizzato dal gigante delle relazioni pubbliche Burson-Marsteller e dal settimanale più letto della città, “European Voice”, celebrato nel luglio del 2004 [4].
“Ho bisogno di lobbisti, dipendo dai lobbisti”, diceva un eurodeputato (del Regno Unito) alle più di 100 persone che andavano spingendosi e comprimendosi in una stanza del Marriot Hotel, dopo aver pagato 300 euro cadauna. Gli eurodeputati sono schiacciati dalla quantità di temi sui quali devono decidere fino al minimo dettaglio, sviluppando spesso una dipendenza cronica dai lobbisti. Egli spiegava di non volere commenti generali, bensì correzioni di un testo da poter così presentare direttamente nei “comitati” o nelle sessioni plenarie del Parlamento affinché possano essere votati.
Disgraziatamente è un procedimento di routine, che ha come risultato che molti degli emendamenti redatti da parte dei rappresentanti dell’industria (ed occasionalmente dei gruppi della società civile) si convertano in legge. Gli eurodeputati corrono il rischio di convertirsi in meri intermediari che trasferiscono le richieste dell’industria alla macchina del processo decisionale. Molti di essi, dopo un periodo in cui esercitano la propria carica, passano al mondo della lobby aziendale. Un esempio è dato dai britannici Nick Clegg (liberale democratico) e David Bowe (laburista) che si sono uniti alla squadra di lobby del gruppo GPlus Europe, dopo aver lasciato il Parlamento Europeo nel 2004.
In seguito, al termine della loro carica, anche molti Commissari sono tornati a Bruxelles come corporati dell’industria. Un buon esempio è Leon Brittan, ex Commissario del commercio (1994-1999), che preparò la posizione dell’Unione nelle negoziazioni sui servizi del WTO (AGCS o GATS). Dal 2000 Brittan si è dedicato a premere sui suoi successori, Pascal Lamy e Peter Mandelson, in qualità di Presidente del Comitè LOTIS, un gruppo di pressione che rappresenta l’industria britannica dei servizi finanziari.
Più a destra
L’attività di lobby a Washington D.C. è famosa per i suoi modi aggressivi, in contrasto con il tono più conciliatorio di Bruxelles. Ma la differenza si va sempre più riducendo. Uno dei partecipanti al corso sulla lobby, svoltosi nel Marriot, era Chrissie Kimmons, che dirige uno delle centinaia di consultori sulle tematiche europee che vi sono a Bruxelles. Kimmons, che prima era lobbista per conto della GlaxoSmithKline, mostrava le principali strategie di lobby per le imprese a Bruxelles. Consigliava di iniziare “con un Kofi Annan”, combinato con un “terzo”. Nel suo gergo, fare un “Kofi Annan” vuol dire relazionarsi con i legislatori per ottenere un compromesso ed evitare così un risultato peggiore, mentre un “terzo” significa stringere un accordo con ONG e sindacati. Queste due strategie sono state usate notevolmente dalla lobby impresaria negli ultimi venti anni ma ultimamente si vanno imponendo tattiche più aggressive, come il “dentista” (togliere per prima il peggior dente – la parte che meno piace di una proposta - ed una volta eliminato dedicarsi al resto) o “l’elicottero da combattimento” (minacce – per esempio di ricollocamento – se non ritirano la proposta).
La posizione della padronale europea UNICE (Union of Industrial and Employers’ Confederations of Europe, ndt) costituisce un buon esempio di quello spostamento verso tattiche più ostili. L’UNICE chiede una moratoria di tutte le iniziative sociali fino a che si compia l’obbiettivo della “Agenda di Lisbona” (il blocco economico più competitivo del mondo). L’arrivo di Barroso alla Presidenza della Commissione nell’ottobre del 2004 ha fatto in modo che il discorso aziendale più duro si sia tolto la maschera della retorica sociale ed ambientale. Barroso ha annunciato chiaramente che gli obbiettivi di competitività dell’Agenda di Lisbona avrebbero goduto della priorità assoluta durante il suo mandato.
Le lamentele dell’industria sulle conseguenze della propria competitività impoveriscono, una dopo l’altra, le iniziative per proteggere la salute o l’ambiente. Un triste esempio è REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, ndt), sistema proposto per registrare e testare sostanze chimiche. La proposta dell’Unione per migliorare la disastrosa normativa esistente sulle sostanze chimiche ha dato luogo alla più grande campagna di lobby industriale che si sia mai avuta in Europa fino ad oggi [5]. La campagna è stata condotta dal CEFIC, l’associazione europea dell’industria chimica, ed ha contato sull’appoggio deciso dell’industria chimica statunitense e dell’amministrazione Bush. Come risultato di tale campagna, nella quale si sono sprecati allarmismo, studi di impatto pieni di falsità e tattiche per ritardare il processo, REACH è andata perdendo impeto fino a diventare un’ombra della proposta originale.
Norme per l’attività di lobby?
Malgrado l’aumento spettacolare del numero di lobbisti e della crescente influenza politica delle grandi imprese, esistono poche norme che regolano la lobby alle istituzioni europee. Nel registro del Parlamento Europeo compaiono più di 5.000 lobbisti accreditati con pass, ma tale lista include solo il nome e l’organizzazione, non per chi lavorano, né in che campo, né con quale budget. Per quanto riguarda la Commissione Europea, è risultata abbastanza ostile alle proposte di regolamento del lobbing. Negli ultimi anni non solo è aumentato il numero di lobbisti, ma sono anche aumentate le richieste affinché si ponga un limite alla sua influenza.
Il grande scetticismo verso le istituzioni europee che impera tra la popolazione, spinge la Commissione a manovrare in cerca di legittimità. Nel marzo 2005 il vicepresidente della Commissione e Commissario per le tematiche amministrative, auditorio e lotta contro la frode, Sim Kallas, annunciò la messa in moto della Iniziativa Europea di Trasparenza (European Transparency Iniziative, ETI) [6]. In un discorso che colse molti di sorpresa, Kallas evidenziò l’influenza degli oltre 15.000 lobbisti a Bruxelles e lamentò “l’assoluta mancanza di norme sui rapporti ed i registri delle operazioni di lobby nell’UE…”. Per la prima volta si apriva una porta nella Commissione alla possibilità di rendere obbligatoria l’informazione sulle attività di pressione.
Ma l’opposizione è e sarà feroce. Tra gli oppositori si mettono in luce l’Associazione dei Professionisti di Tematiche Europee (Society of European Affair Professionals, SEAP), la cui ragion d’essere è stata, a partire dalla sua creazione nel 1997, prevenire qualsiasi tipo di regolazione vincolante sulla lobby, ed EPACA, la “European Public Affairs Consultancies Association”, creata nel gennaio del 2005 [7]. Oltre a questi gruppi più specializzati, neanche le lobby impresarie sono molto contente della proposta. Diversamente nella società civile sono numerosi i difensori. Nel luglio del 2005 si è formata l’Alleanza per la Regolazione sulla Trasparenza ed Etica della lobby (Alliance for Lobbying Transparency and Ethics Regulation, ALTER-EU), una coalizione di movimenti sociali, sindacati ed accademici per combattere per una ETI forte. Oltre a norme vincolanti per la trasparenza delle lobbies, ALTER-EU reclama anche un miglioramento del codice di condotta per i Commissari europei (che limiti la continua ricerca dei candidati nel mondo industriale) e la fine dell’acceso privilegiato a legislatori ed alte cariche delle quali usufruiscono i lobbysti dell’industria [8].
A partire dal primo discorso di Kallas, ed in seguito ad una feroce opposizione dell’industria e di gran parte della Commissione, sembra che i responsabili dell’ETI si siano allontanati dalla possibilità di norme vincolanti, esprimendo preferenza per codici volontari ed altre bellezze simili. Gli interessi impresari hanno scommesso, in gran parte, sulla volontarietà, quel filone che così tanti buoni risultati sta dando loro in altri campi. Sempre più frequentemente, invece di opporsi frontalmente agli obbiettivi sociali o ecologici che perseguono una regolazione potenziale, le imprese si dichiarano portavoce degli stessi, ma con la condizione che non vengano imposti obblighi e che si permetta loro di avere le mani libere. Il fatto che i codici di condotta e gli altri strumenti volontari si siano dimostrati, in modo crescente, assolutamente inefficaci, non sembra un ostacolo affinché la Commissione elimini una dopo l’altra la possibilità di norme vincolanti (uno degli esempi più recenti è quello relativo alla Responsabilità Sociale delle Imprese –CSR). Nel caso della ETI il risultato finale non è stato ancora deciso, ma è possibile che nasca un qualcosa così tanto “decaffeinato” che non permetta uno scrutinio efficace dell’influenza della lobby, e che, malgrado ciò, cercherebbe tentativi di legittimazione, facendo quindi più male che bene.
Delle buone norme potrebbero permetterci di accedere con una certa facilità ai loro dati che solo adesso è possibile osservare ma con sforzo. Nel renderli pubblici, la scandalosa grandezza delle risorse investite per gli interessi aziendali e le disastrose conseguenze sociali della loro influenza, possono far sì che si alimenti un gran rifiuto popolare, più di quanto abbiano fatto molte campagne fino ad oggi. Certamente tali norme non significherebbero la fine del potere delle imprese a Bruxelles, ma rappresentano un passo necessario, e da qui l’importanza di lottare per queste. Esponendolo alla luce del sole, aiuterà anche a porre termine alla simbiosi tra attori politici ed economici. E potrebbe portare la società a smettere di sacrificare il progresso sociale ed ecologico sugli altari della “competitività internazionale”, ed a esigere un controllo veramente democratico dell’economia.
Belèn Balanyà
è membro di Corporate Europe Observatory. Questo articolo è stato pubblicato nel nº 22 della rivista Pueblos, luglio 2006, Especial Multinacionales, pp 15-17
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=34771
Traduzione per www.comedonchisciotte.org di RICCARDO ROSINI
La foto in alto è di EZEQUIEL SCAGNETTI/REPORTERS FOR TIME (nell’articolo www.time.com/time/europe/html/040607/story_3.html)
NOTE:
[1] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Julio 2005): Lobby Planet Guide, Brussels, the EU Quarter.
[2] EUROPEAN VOICE: “A spoonful of sugar makes the message go down”, Vol. 11 No. 33: 22 septiembre 2005.
[3] BALANYÁ, Belén; DOHERTY, Ann; HOEDEMAN, Olivier; MA’ANIT, Adam Y WESSELIUS, Erik (2002): Europa, S.A., Barcelona, Icaria Editorial, Colección Antrazyt.
[4] EUROPEAN VOICE Y BURSON-MARSTELLER: “Lobbying: developing the strategy - delivering the results”, 15 de julio de 2004.
[5] CORPORATE EUROPE OBSERVATORY (Marzo 2005): “Bulldozing REACH - the industry offensive to crush EU chemicals regulation”.
[6] KALLAS, Sim (3 de marzo de 2005): “ The need for a European transparency initiative”, European Foundation for Management, Nottingham Business School, Nottingham.
[7] Evoluzione del “Gruppo del Codice di Condotta”.
[8] ALTER-EU (19 de Julio de 2005): “Ending corporate privileges and secrecy around lobbying in the European Union”. Per altre informazioni riguardo il dibattito sulla regolazione delle lobby nell’UE.
Se l’Europa vende armi in Medio Oriente
Certo l’Ue deplora l’escalation di violenza in Medio Oriente. Ma sono molti gli Stati europei che ancora vendono armi a Israele e Libano. Una riforma del Codice di Condotta europeo sulle esportazioni di armamenti è sempre più urgente.
Traffici tra Europa e Medio Oriente, legali fino a quando?(Francesco Morello) Gli scontri militari tra Israele e Libano hanno già fatto centinaia di vittime, provocando grande costernazione tra i cittadini dell’Unione. Ciononostante da diversi anni gli Stati europei approvano esportazioni di armi verso Israele ed i paesi limitrofi, nonostante la preoccupazione che ciò possa condurre all’instabilità della regione e ad abusi nel campo dei diritti umani. Come emerge dai dati pubblicati dalla Divisione Statistica del Dipartimento dell'economia e degli affari sociali dell'Onu nella banca dati Comtrade, nonché dai rapporti annuali sulle esportazioni dei singoli stati, numerosi governi europei hanno autorizzato il commercio di armi convenzionali, mitragliatrici, bombe e fucili militari verso il Medio Oriente.
Esportazioni nascoste
Fra gennaio e marzo del 2006, per esempio, l’Inghilterra ha autorizzato esportazioni di apparecchiature militari verso Israele per un valore di 2 milioni di sterline, ivi compresi i componenti per elicotteri militari ed unità sommergibili. Nel 2004 tra i trasferimenti più rilevanti tra Stati europei ed Israele si includevano: pistole e revolver (inclusi accessori e ricambi) per un valore di 210.079 dollari dalla Repubblica Ceca; 602.517 dollari di munizioni per armi leggere provenienti dalla Francia; oltre 1 milione di dollari di ricambi ed accessori di armi militari e 2.4 milioni di dollari di “bombe, granate, munizioni, mine ed altro” dai Paesi Bassi. L’Italia nel 2003 ha invece esportato verso il Libano attrezzature militari per più di 2 milioni di dollari, e Cipro, nel 2004, 75.449 dollari di munizioni.
Riformare il Codice di Condotta
Questi trasferimenti, benché ragguardevoli, non esauriscono la totalità dei traffici legali. A differenza degli Stati membri dell’Unione, Israele e Libano non dichiarano le loro importazioni di armi. In assenza di queste informazioni, gli osservatori devono far conto esclusivamente sui dati, solitamente incompleti, forniti dagli esportatori. La trasparenza è una questione assolutamente primaria per il controllo del traffico di equipaggiamenti militari. Quel poco che si conosce sulle spedizioni di armi verso Israele ed i suoi vicini non è sufficiente per comprendere se queste vengano destinate ad uso civile o militare.
Uno strumento europeo di controllo delle armi, però, esiste. Il Codice di Condotta dell’Ue è stato creato nel 1998 per stabilire “elevati standard comuni” per le licenze di esportazione delle armi. Secondo il dettato del testo, gli Stati Membri devono rifiutarsi di accordare tali licenze se le armi sono vendute a paesi in cui potrebbero causare violazioni di diritti umani, repressioni interne, aggressioni internazionali o instabilità regionale. Il Codice inoltre richiede di prendere in considerazione l’attitudine del paese in questione rispetto al terrorismo e al rispetto del diritto internazionale. Il Codice, però, non è giuridicamente vincolante: e di conseguenza non obbliga i singoli Stati contraenti al rispetto delle sue previsioni. Ed è abbastanza ambiguo riguardo ai trasferimenti di armamenti da lasciar loro una certa libertà di manovra nel concedere licenze d’esportazione destinate a paesi sospettati di violazioni di diritti umani.
Queste vaghezze espressive nel codice, dunque, permettono agli Stati membri un’interpretazione piuttosto libera delle sue prescrizioni: d’altro canto, la normativa europea non copre tutti i tipi di equipaggiamento, tecnologie o componenti militari. Un'ulteriore questione concerne l’assoluta mancanza di informazioni circa l’utente ultimo delle armi esportate, che potrebbero quindi anche finire nelle mani dei civili: una mancanza, questa, che ostacola anche la possibilità di individuare prove di violazioni di diritti umani commesse usando armi provenienti dall’Unione Europea.
Le scappatoie nel Codice, unitamente all'assenza di controlli internazionali efficaci, continueranno a permettere che le esportazioni di armi dall’Ue raggiungano stati dove il rischio di violazioni dei diritti umani è molto reale. Se nell’immediato il Codice europeo trarrebbe beneficio da una maggiore severità, la soluzione di lunga durata non può non consistere nella creazione di un catalogo di criteri e procedure internazionali comuni, giuridicamente vincolanti. Per poter meglio vagliare eventuali violazioni, urge quindi un trattato internazionale sulle esportazioni di armi e, in particolare, maggiore trasparenza per garantire indagini più esaurienti. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7621
Thomas Jackson - Oslo
"Big Pharma" all'assalto delle libertà individuali
Non è sufficiente, a 16 anni, ritrovarsi a combattere per la propria sopravvivenza, devi anche combattere per avere il diritto di scegliere il modo in cui vuoi farlo. Questo è il succo della vicenda, altamente emblematica, di Abraham Cherrix, un ragazzo del Virginia al quale è stata diagnosticata, l'anno scorso, una forma abbastanza comune di tumore ai linfonodi, il Sarcoma di Hodgkin.
Dopo un ciclo iniziale di chemioterapia, effettuato lo scorso novembre, Abraham era tornato alla vita normale, ma ad un controllo effettuato in
febbraio, il tumore è risultato ancora attivo. Il medico curante gli ha allora prescritto un secondo ciclo di chemio, accompagnato questa volta dalla radioterapia. Ma il ragazzo non se l'è sentita di affrontare nuovamente nausee, perdita di capelli, e stati di debolezza generici, ed ha annunciato al medico che preferiva segui re una cura alternativa, praticata in una clinica messicana, basata su una dieta naturale, completamente priva di zuccheri, e sull'assunzione di alcune particolari erbe curative.
A quel punto il medico, apparentemente piccato per la perdita di autorità nei confronti del paziente, …
… ha chiamato i servizi sociali, e in pochi giorni i genitori di Abraham si sono visti togliere la patria potestà sul ragazzo, che ora condividono con il giudice della contea.
Il quale naturalmente non ha esitato un attimo a "ordinare" ai genitori di far sottomettere Abraham alle cure del locale istituto oncologico - quello appunto suggerito dal medico curante.
Ovvero la legge, chiamata in causa dal medico, è intervenuta per imporre al paziente quello che il medico stesso aveva prescritto, nonostante il chiaro rifiuto del paziente, in pieno accordo con i suoi genitori.
Mentre il medico ha detto, naturalmente, di agire "esclusivamente nell'interesse del ragazzo", sta di fatto che la chemioterapia sia una "cura" soltanto di! nome, m entre in realtà è una miscela di veleni multipli, che oltre alle cellule cancerogene travolgono ed uccidono anche molte cellule sane, che con il tumore non hanno nulla a che vedere. Sono i cosiddetti "effetti collaterali", che non si limitano certo alla perdita dei capelli. La chemioterapia è quindi, nella maggior parte dei casi, un semplice ritardante della morte del paziente, mentre solo in casi di diagnosi precoce può vantare una certa statistica favorevole nei risultati.
Ma in quegli stessi casi è ancora tutto da dimostrare che la guarigione non si otterrebbe anche con altri metodi cosiddetti "naturali, o "non devastanti", come invece è la chemio. Un corpo relativamente giovane e sano possiede delle grandiose capacità di combattere da solo la maggior parte dei mali, se solo il suo sistema immunitario viene messo, o riportato, nelle condizioni ideali per poterlo fare.
I genitori di Abraham hanno subito fatto appello, e proprio oggi la locale corte distrettual e (la nostra Corte d'Appello) ha temporaneamente sospeso l'ordine del giudice di curarsi con la chemio, concedendo ad Abraham sia il tempo di preparare un nuovo processo, sia quello di seguire la cura che preferisce, in Messico piuttosto che sulla Luna. Ma per ottenere questa sentenza, l'avvocato di Abraham ha dovuto paventare il rischio che la chemio possa risultare in ultima analisi dannosa, con effetti che non sarebbero più "reversibili" in caso di una sentenza a favore della libertà di scelta.
E' chiaro infatti che qui siamo di fronte a due aspetti ben distinti del problema: il primo, è la maggiore o minore capacità di guarigione di un metodo rispetto a un altro, il secondo è il diritto di scelta di un paziente che, pur minorenne, dimostra di essere altamente informato, e di aver preso una decisione cosciente e responsabile, in pieno accordo con i suoi genitori.
Sul primo aspetto del problema si discute ormai da qualche decennio, e la cosa è destinata a pro trarsi per almeno altrettanto - se mai si risolverà del tutt! o. Il se condo aspetto invece, quello della sovranità assoluta sulla propria persona fisica, sancita dalla stesse costituzioni di mezzo mondo, non dovrebbe nemmeno essere messo in discussione in casi del genere. Eppure la potenza e l'arroganza di "Big Pharma", evidentemente, arrivano ormai fino a questo punto.
Pensate soltanto che in certi stati c'è addirittura chi suggerisce ai malati di cancro di non sottoporsi nemmeno ad una prima visita dal proprio medico curante, proprio per non cadere nel meccanismo maledetto dei cicli obbligati di chemio-radioterapia, dai quali, come abbiamo visto, può anche diventare molto difficile liberarsi.
Massimo Mazzucco
Fonte: www.luogocomune.net
Anatomia di una guerra - 26-7-06
(748 letture)
Con una risposta sproporzionata, alzando ancora di più il livello dello scontro, Israele prosegue con i devastanti raid aerei e i bombardamenti di artiglieria su vari obiettivi libanesi. Aspre battaglie corpo a corpo fra soldati israeliani e miliziani Hezbollah infuriano. I lanci di razzi katiuscia dal Libano meridionale verso la Galilea proseguono. Fra le città colpite, Tiberiade, Karmiel, Rosh Pinna. A Haifa oramai è abituale udire sirene di allarme. La radio militare israeliana ha riferito che nuove unità di fanteria si stanno organizzando nell'alta Galilea per tenersi pronte ad un ingresso che avrebbe notevole impatto politico. Nuove informazioni di intelligence segnalano che i guerriglieri sciiti hanno scavato decine di bunker che hanno una profondità anche di 40 metri. Contro di loro l'aviazione e l'artiglieria sono impotenti.
Nel frattempo Israele ha imposto la chiusura dei territori palestinesi nel timore di nuovi attentati, dopo che nei giorni scorsi due kamikaze pronti a compiere attacchi terroristici sono stati neutralizzati in extremis a Gerusalemme e a Tel Aviv.
Sono più di 300 i morti in otto giorni di bombardamenti, mentre i raid israeliani proseguono senza sosta in un paese dalle infrastrutture completamente a pezzi. Il primo ministro libanese Fuad Siniora ha accusato Israele di condurre il Libano «all'inferno», bombardando le infrastrutture e i civili. Il dramma nella catastrofe è la fuga della popolazione. Sono già 10.000 gli stranieri evacuati, nel più grande esodo dalla la seconda guerra mondiale.
Laure Salloum, archeologa che vive a Beirut scrive cosi ai propri amici: "Miei cari Amici……. Non so se è possibile descrivere la situazione... siamo isolati e aspettiamo la fine. Le circostanze diventano ogni momento più intollerabili. Stanno massacrando e dilaniando il Libano nel XXI secolo, quando le democrazie del mondo chiamano i loro cittadini alla libertà di espressione, di comunicazione e di pace. Sono stati bombardati 4 aeroporti, 7 porti, le riserve di petrolio, di benzina e di gas; le centrali elettriche, i ponti che collegano le diverse regioni. Numerose famiglie sono state uccise mentre dormivano da missili che hanno colpito le loro case. Autobus pieni di passeggeri sono stati bombardati sulle autostrade. Tutto questo sta succedendo veramente mentre tutti guardano e nessuno reagisce. Il Libano sta morendo: per favore fate qualcosa per fermare questa atrocità”.
La NBC parla di: Bambini in bare di legno.
Nel sud del Libano, I soldati hanno seppellito 72 persone uccise nei recenti bombardamenti in una fossa comune appena fuori le caserme della città meridionale di Tyre. Volontari hanno messo i corpi, molti di loro appartenenti a bambini, in bare di legno e hanno scritto con bombolette di vernice i nomi dei defunti sui coperchi .
È segnalato anche l'uso di armi proibite e la sperimentazione di nuove armi. In un quadro dove va scomparendo ogni forma di razionalità, un gruppo di rabbini sionisti in un comunicato diffuso sul canale sette della tv israeliana, ha dichiarato che secondo la Turah, nel corso della guerra è lecito annientare anche donne e bambini. Una dichiarazione contrastata fortemente da diverse comunità ebraiche in varie parti del mondo.
Tutto ciò avviene mentre la diplomazia sembra essere paralizzata, Papa Ratzinger annuncia una preghiera domenicale, e l'amministrazione Bush ribadisce il sostegno incondizionato alla campagna bellica israeliana contro i palestinesi di Gaza e contro l'intero popolo libanese.
La devastante guerra in corso è stata definita “guerra degli ostaggi”: la resistenza libanese di Hezbollah dichiara di aver rapito i due soldati israeliani nel quadro dell'operazione “ promessa sincera” per avere qualcosa in mano per proporre uno scambio di prigionieri con l'Israele.
Israele dichiara di aver iniziato la devastante campagna bellica ai danni della popolazione per ottenere la liberazione dei soldati rapiti e distruggere le basi e le roccaforti della Resistenza libanese.
Ma tutti sanno che le motivazioni sono ben altre e i contenuti geostrategici dell'agire dei contendenti vanno cercate in altre sfere. Secondo il San Fracisco Chronicle, Israele almeno da un anno si prepara per un attacco al Libano.
Cerchiamo una chiave di lettura della situazione, riflettendo su alcuni punti:
1- Dopo la vittoria di Hamas nelle ultime elezioni legislative palestinesi, gli Usa e Israele si sono resi conto che il processo di pace iniziato 14 anni fa con la Conferenza di Madrid e proseguito con gli accordi di Oslo ha portato al rafforzamento del movimento islamista e al loro graduale indebolimento. Negli anni tra il 1960 e il 1980 la resistenza palestinese era caratterizzata dalla guerriglia organizzata di al-Fatah di Arafat. Ma durante l'intifada la lotta dei nuclei militarizzati si è trasformata in un movimento popolare. Nel corso di questa trasformazione ogni palestinese è diventato un membro attivo della resistenza. Se prima la resistenza era composta da un limitato numero di guerriglieri ora l'intero popolo, milioni di palestinesi, sono diventati resistenti. Con l'occupazione di Gaza gli Usa e Israele hanno deciso di tornare al periodo precedente alle trattative di pace.
2- Il Movimento di Resistenza libanese era nato per combattere l'occupazione israeliana. Israele aveva sperato nel binomio occupazione-resistenza. Secondo questa logica finita l'occupazione - nel 2000 - avrebbe dovuto finire anche la resistenza libanese di Hezbollah. Visto che questo non è avvenuto, allora è stato progettato l'assassinio di Rafik Hariri per costringere la Siria al ritiro dal Libano (di fatto avvenuto) e costringere Hezbollah al disarmo nel quadro della risoluzione 1559 dell'Onu che ingiunge il disarmo a Hezbollah. Ma il ritiro siriano e le pressioni internazionali che hanno incrementato il sostegno popolare a Hezbollah e il suo forte radicamento sul territorio hanno rafforzato le motivazioni ideologiche già molto forti che hanno consolidato sostanzialmente il movimento.
3- Il piano israeliano consisteva nel neutralizzare la resistenza palestinese con la soppressione fisica della leadership e del governo Hamas, per tornare alla fase precedente delle trattative di pace. Per completare il piano, dopo aver riannesso de facto la striscia di Gaza, trasformandola in un carcere al cielo aperto, era necessario anche il disarmo di Hezbollah, di difficile attuazione viste le forti motivazioni ideologiche, le istanze di giustizia e le capacità di resistenza dimostrata di fronte alla potentissima macchina bellica d'Israele. Hezbollah arriva a colpire fino ad Haifa (fatto impensabile anche durante le guerre arabo-israeliane, quando gli abitanti di Haifa si limitavano solo a sentire le notizie provenienti dal fronte), evidenziando la mancanza di “profondità geopolitica”. La resistenza libanese avrebbe la possibilità teorica di arrivare con i propri razzi fino a Tel Aviv, rendendo la guerra totale e capace di determinare cambiamenti nella stessa composizione etnica israeliana: tutti gli ebrei di origine assai diversa che hanno deciso di essere israeliani comincerebbero a sentirsi insicuri.
4- Se il conflitto si estendesse alla Siria, ci sono seri rischi di rivolte popolari in Giordania e in Egitto, paesi alleati degli Usa nei quali con il proseguimento del conflitto potrebbero verificarsi cambi di regime. L'Irak si accenderebbe ancora di più e l'immagine degli Usa, sostenitore incondizionato e acritico di Israele, subirebbe gravi danni in tutto il mondo e in quello islamico in particolar modo. Gli Usa, sostenendo Israele nella soppressione fisica di Hamas e Hezbollah, pensano di isolare l'Iran con ulteriore pressioni e minacce, ma da Teheran arrivano chiari segnali: l'ayatollah Khamenei, consapevole delle difficoltà Usa in Irak e in Afghanistan, fa sapere che “è inammisibile un disarmo dell'Hezbollah”. Il progetto del Grande Medio Oriente degli Usa per l'opposizione dei popoli della regione e delle opinini pubbliche subisce un altro duro colpo.
Ci sono alcune domande alle quali rispondere:
A- E' pensabile che lo stato israeliano possa garantire la propria sicurezza diffondendo tanto odio presso tutti i popoli vicini, infliggendo loro le sofferenze simili a quelle che ha subito dai nazisti?
B- Può “il governo di Tel Aviv invocare l'applicazione della risoluzione 1559 dell'Onu che esige il disarmo a Hezbollah , quando da mezzo secolo, ignora tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite, a cominciare dalla fondamentale, 242 che gli ingiunge di ritirarsi entro i confini del 1948”?
C- Come mai il Consiglio della Sicurezza dell'Onu, dopo la durezza verbale del presidente Ahmadinejad riguardo a Israele, si riunisce immediatamente per condannare le quelle parole e sotto la pressione e la minaccia del veto americano rimane incapace di assumere un'iniziativa unitaria per un cessate il fuoco di fronte a tanta atrocità nei confronti delle popolazioni civili palestino-libanesi, che subiscono bombardamenti indiscriminati?
E' in corso una tardiva mediazione del Dipartimento di Stato americano, ma Condeleeza Rice fa sapere che “non si può parlare di un immediato cessate il fuoco” perche ciò garantisce “lo status quo”. Cioè non giova alla costruzione del nuovo medio oriente nell'ambito degli interessi Usa.
Forse bisognerà guardare alla Conferenza di Roma che si apre oggi, per vedere i primi segnali di un'eventuale seria iniziativa diplomatica.
di Mir Mad www.megachip.info
Come l'impero lascia bruciare Beirut
di Robert Fisk (The Seattle Post-Intelligencer)
"Così Hariri mi presentò a Chirac in un locale del centro storico di Beirut: 'Jacques, voglio presentarti il reporter che una volta ha dichiarato che non sarei stato in grado di ricostruire Beirut!' Ora è stata demolita di nuovo. Sono i quartieri poveri ad essere stati rasi al suolo. Meritavano forse le decine di migliaia di poveracci che qui vivono un tale castigo di massa?"
Nell’anno 551 DC, la splendida e ricca città di Berytus – quartier generale della flotta romana imperiale di stanza nel Mediterraneo orientale – fu colpita da un violento terremoto. Il mare si ritirò diverse miglia e i sopravvissuti, gli antenati dell’attuale popolo libanese, cominciarono a saccheggiare le navi mercantili che nel tempo erano lì affondate e che ora si trovavano davanti ai loro occhi.
Fu allora però che un muro d’acqua più alto di uno tsunami travolse la città, uccidendo tutti i suoi abitanti. La devastazione dell’attuale Beirut fu tale che l’Imperatore Giustiniano fece arrivare da Costantinopoli una certa quantità d’oro per risarcire tutte le famiglie sopravvissute.
Alcune città sembrano condannate per l’eternità. Quando i Crociati, sulla strada per Gerusalemme, giunsero a Beirut nell’XXI secolo, uccisero tutti gli abitanti della città. Durante la Grande Guerra, la Beirut ottomana visse una tremenda carestia; l’esercito turco aveva requisito tutto il grano e le potenze alleate avevano posto il blocco sulla linea costiera. Conservo ancora diverse cartoline che acquistai nella capitale libanese trent’anni fa raffiguranti bambini malnutriti in orfanotrofi, privi di vestiti e abbandonati loro stessi.
Una signora americana che era vissuta a Beirut nel 1916 raccontava di "donne e bambini che giacevano ai bordi delle strade con gli occhi chiusi e i volti pallidi e cadaverici. Era comune trovare persone che frugavano nella spazzatura alla ricerca di bucce d’arancia, ossa scarnificate o altri rifiuti, e vederli poi avventarvisi sopra... Dappertutto c’erano donne che cercavano erbacce commestibili lungo le strade...".
Com’è possibile ciò a Beirut? Per trent’anni ho visto questo luogo morire, risorgere e poi morire di nuovo, i suoi condomini bucherellati da così tanti proiettili da sembrare trina irlandese. Ho vissuto qui 15 anni di una guerra civile che ha causato 150 mila morti, e due invasioni israeliane nonché anni di bombardamenti da parte di Israele che hanno fatto altre 20 mila vittime tra la popolazione. Ho visto cadaveri con braccia, gambe e testa amputati, vittime di bombe, corpi accoltellati e spiaccicati contro i muri delle case. Eppure, si tratta di un popolo meraviglioso, istruito e onesto, la cui generosità sorprende qualsiasi straniero, il cui garbo è motivo di vergogna per qualsiasi occidentale, e la cui sofferenza è quasi sempre ignorata.
Il popolo di Beirut è come noi. Hanno carnagione chiara e parlano bene inglese e francese. Viaggiano il mondo. Le donne libanesi sono meravigliose, il cibo è delizioso. E oggi, cosa possiamo dire mentre gli israeliani – in quello che si è rivelato uno tra i loro più cruenti attacchi a questa città e alla campagna circostante – li strappano dalle proprie case, li bombardano sui ponti, li privano di cibo, acqua ed elettricità? Diciamo che è stata colpa loro? Paragoniamo le loro spaventose perdite – 240 in tutto il Libano all’inizio della scorsa settimana – con i 24 morti di Israele, come se le cifre fossero pari.
Ancora peggio, lasciamo i libanesi al loro destino come fossero appestati e trascorriamo il tempo cercando di portare in salvo i nostri preziosi stranieri, disapprovando al contempo la reazione “sproporzionata” di Israele alla cattura dei propri soldati da parte degli Hezbollah.
La scorsa settimana ho attraversato a piedi il centro deserto di Beirut e la città più che mai mi ha richiamato alla mente la scena di un film, un luogo di sogni troppo belli per durare, una fenice rinata dalle ceneri di una guerra civile, il cui piumaggio fosse di un colore così vivido da abbagliare chiunque vi soffermasse lo sguardo. Questa parte della città – che un tempo ricordava una Dresda dell’immediato dopoguerra – fu ricostruita per volere di Rafiq Hariri, il Primo Ministro assassinato lo scorso anno qualche centinaio di metri più in là.
Il relitto prodotto da quello scoppio, orrendo precursore di questa guerra che per mano israeliana sta distruggendo quella preziosa eredità, giace ancora in riva al Mediterraneo, in attesa che l’ultimo ispettore ONU indaghi sull’assassinio. Mi sono seduto sul marciapiede davanti all’Etoile – dove una volta Hariri cenò con Jacques Chirac – osservando la guardia parlamentare pattugliare la facciata dell’edificio di costruzione francese che ospita ciò che è rimasto della democrazia libanese. Numerose strade furono costruite dai parigini durante il mandato francese, ed elegantemente restaurate, i loro portoni arabeggianti impreziositi da colonne di marmo romane portate alla luce dall’antica Via Maxima alcuni metri più avanti.
Hariri amava questo posto. Un giorno, mentre aveva invitato qui Chirac per una birra, mi vide seduto ad un tavolo. "Ah, Robert, vieni qui", gridò. Poi si girò verso Chirac come un gatto alla vista di un canarino. "Jacques, voglio presentarti il reporter che una volta ha dichiarato che non sarei stato in grado di ricostruire Beirut!"
Ora l’hanno demolita di nuovo. L’aeroporto internazionale di Beirut, intestato al Martire Rafiq Hariri, ha subito tre attacchi da parte degli israeliani, le sue strutture, i suoi negozi hanno tremato sotto i colpi dei missili piombati sulle piste e sui depositi carburanti. La meravigliosa autostrada transnazionale fatto costruire da Hariri è stato demolito dai bombardieri israeliani. La maggior parte dei suoi viadotti sono stati distrutti. Il faro in stile romano è stato frantumato da un missile di un elicottero Apache. Questo piccolo gioiello di ristorante nel centro di Beirut è stato invece risparmiato. Per ora.
Sono i quartieri poveri di Haret Hreik, di Ghobeiri e Shiyah ad essere stati rasi al suolo, cancellati, polverizzati, costringendo un quarto di milione di musulmani sciiti a cercare rifugio nelle scuole e nei numerosi parcheggi della città. Qui, infatti, si trovavano i quartier generali di Hezbollah, quei "centri di terrorismo mondiale" che l’Occidente continua a scovare nelle terre musulmane. Qui viveva Sayed Hassan Nasrallah, leader del Partito di Dio, un uomo spietato, aggressivo e calcolatore; Sayad Mohamed Fadlallah, uno tra gli ecclesiastici più saggi ed eloquenti; e numerosi pianificatori militari ai vertici di Hezbollah – compresi, senza ombra di dubbio, coloro che per mesi hanno progettato la cattura dei due soldati israeliani 10 giorni fa.
Ma meritavano forse le decine di migliaia di poveri che qui vivono un tale castigo di massa? Quale significato può assumere questo atto di distruzione? E come se ne può uscire?
In un edificio moderno in una parte di Beirut ancora intatta, mi imbatto, del tutto casualmente, in un personaggio degli Hezbollah molto conosciuto – una camicia bianca sbottonata, abito nero, scarpe pulite. "Andremo avanti, se necessario, per giorni, settimane, mesi o...", contando queste orrende statistiche con le dita della mano sinistra. "Mi creda, abbiamo in serbo sorprese ancor più grosse per gli israeliani – molto più grosse, vedrà. Poi ci porteremo a casa i nostri prigionieri, in cambio di qualche piccola concessione".
Esco dall’edificio, stordito, come se fossi stato colpito alla testa. Oltre al muro dall’altra parte c’è della buganvillea viola, del gelsomino bianco e delle gardenie. I fiori dell’amore libanesi. Beirut è ornata di alberi e cespugli che profumano di paradiso.
Per quanto riguarda i poveracci fuggiti dal quartiere raso al suolo di Haret Hreik, ne ho visti centinaia ieri, seduti all’ombra degli alberi e distesi sull’erba inaridita accanto ad un’antica fontana donata dal sultano ottomano Abdul-Hamid. Come finiscono gli imperi... All’orizzonte, sul Mediterraneo, si potevano scorgere due elicotteri della USS Iwo Jima dirigersi attraverso la nebbia e il fumo verso l’edificio-bunker dell’ambasciata statunitense ad Awkar, allo scopo di evacuare cittadini dell’“Impero Americano”, il quale nulla ha fatto per aiutare quella povera gente stesa nel parco, per offrire loro cibo e assistenza medica.
Ecco levarsi un diffuso fumo grigio scuro che si estende per tutta la città: si tratta degli incendi dei terminali petroliferi, degli edifici che si trasformano in una miscela di aria sulfurea che entra dalle nostre porte e attraverso le finestre. La sento quando mi sveglio. Metà della popolazione di Beirut tossisce in questo sudiciume, respirando la propria stessa distruzione mentre conta i propri morti.
La rabbia che in qualsiasi animo umano dovrebbe ribollire per una tale tragedia è stata efficacemente descritta dal pensiero del massimo poeta e mistico libanese, Khalil Gibran, che scriveva del mezzo milione di libanesi, molti dei quali risiedevano a Beirut, che morirono durante la carestia del 1916:
La mia gente è morta di fame, e chi
Non è morto di inedia
È stato massacrato dalla spada.
È morta di fame
In una terra ricca di latte e di miele.
È morta perché le vipere
e le prole di vipere hanno sputato veleno
nel luogo in cui i Sacri Cedri
e le rose, e i gelsomini emanano i loro profumi .
(Tratto da "I segreti del cuore" di Khalil Gibran, NdT).
La spada continua a farsi strada a Beirut. Quando il weekend scorso un pezzo di un aereo ha attraversato il cielo sopra la periferia orientale, sono corso sul posto e quello che ho trovato è stato un autista quasi decapitato nella sua auto e tre soldati libanesi dell’unità logistica dell’esercito. Si tratta di militari non combattenti del Kfar Chim, forti e coraggiosi, che negli ultimi sei giorni sono stati impegnati a ripristinare le linee elettriche e idriche per tenere Beirut in vita.
Conoscevo uno di loro. “Salve, Robert. Fai presto perché credo che gli israeliani bombarderanno ancora. Ma nel frattempo ti mostreremo tutto ciò che possiamo”. E mi hanno condotto attraverso la linea di fuoco per mostrarmi lo stato di devastazione in cui si trova la città, e intanto mi facevano da scudo con i loro corpi.
Alcune ore più tardi, gli israeliani sono tornati, mentre gli uomini della piccola unità logistica se ne stavano per andare a dormire. Hanno bombardato le caserme e hanno ucciso 10 soldati, compresi quei tre ometti che si sono presi cura di me tra i fuochi di Kfar Chim. Ma perchè? Di certo gli israeliani sanno ciò che stanno colpendo. Ecco perché hanno ucciso nove soldati vicino a Tripoli quando hanno bombardato le antenne radio militari. Ma un’unità logistica? Uomini il cui unico compito è quello di riparare linee elettriche? Poi il lampo… Beirut deve soccombere! Deve morire per mancanza di elettricità, ora che la stazione elettrica a Jiyeh è in fiamme. A nessuno è permesso mantenere Beirut viva. Ecco perché quei poveracci sono stati uccisi.
Quella di Beirut è gente dura, che non si commuove facilmente. Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, molti sono rimasti sconvolti da una fotografia pubblicata sui quotidiani locali: una piccola ragazza, abbandonata a terra come un fiore appassito in un campo vicino a Ter Harfa, con i piedi accartocciati, la testa appoggiata sul pigiama blu a brandelli, gli occhi – sotto a lunghi capelli soffici – chiusi, distolti dalla macchina fotografica. Si trattava di un altro bersaglio "terrorista" di Israele? Diverse persone, me compreso, hanno ravvisato una spaventosa somiglianza tra questa foto e quella di una ragazza polacca che nel 1939 giace morta in un campo accanto alla sorella in lacrime.
Vado a casa e consulto il mio archivio, tra le vecchie fotografie dell’invasione israeliana del 1982. Ci sono ancora foto di bambini morti, di ponti distrutti. Certo, dimentichiamo con molta facilità questi massacri passati. Fino a 1.700 palestinesi furono massacrati a Sabra e Chatila dagli alleati delle milizie cristiane nel 1982: le truppe israeliane, come poi testimonieranno davanti alla propria corte d’inchiesta nel loro paese, rimasero a guardare mentre si perpetravano quelle uccisioni. Mi sono fermato a contare i cadaveri una volta raggiunto il centinaio. Molte donne sono state violentate prima di essere accoltellate o uccise con un colpo di pistola.
Eppure, mentre fuggivo dal bombardamento di Ghobeiri assieme al mio autista Abed, due settimane fa, siamo passati rapidamente davanti all’entrata del luogo funesto, lo stesso posto dove vidi i primi palestinesi uccisi. Non ci vennero in mente. Non li ricordammo. Erano morti a Beirut e noi stavamo cercando di sopravvivere a Beirut. Sopravvivere, questo ho cercato di fare qui per 30 anni.
Di ritorno alla zona costiera mi squilla il cellulare. È una donna israeliana che mi chiama dagli Stati Uniti, autrice di un bel romanzo sui palestinesi. "Robert, ti prego, abbi cura di te”, dice. "Mi dispiace davvero così tanto per ciò che stanno facendo ai libanesi. È imperdonabile. Prego per il popolo libanese, e per i palestinesi, e per gli israeliani". La ringrazio per i modi garbati con cui condanna questo massacro.
Poi, sul mio balcone. Uno sguardo per controllare la postazione della cannoniera israeliana tra il fumo e la nebbia, e trovo vecchi ritagli di giornale. Questo è di un giornale inglese del 1840, quando Beirut era una grande città ottomana. "Beyrouth" era il dateline. "L’anarchia è ora all’ordine del giorno, le nostre proprietà e la sicurezza personale sono in pericolo, il crimine è commesso impunemente. Diversi europei hanno lasciato le proprie case e sospeso i propri affari per trovare protezione in luoghi più tranquilli".
Sul muro della mia sala da pranzo c’è una litografia dipinta a mano di truppe francesi che arrivano a Beirut nel 1842 per proteggere i cristiani maroniti dai drusi. Si accampano nel Jardin des Pins; successivamente è diventata l’ubicazione dell’ambasciata francese dove poco fa ho visto uomini e donne francesi registrarsi per essere evacuati. Fuori dalla finestra, sento ancora i jet israeliani, nascosti dietro il fumo che si diffonde a 20 miglia dal mare.
Fairouz, il più famoso cantante libanese, doveva esibirsi al festival di Baalbek quest’anno. L’evento è stato annullato, come tutti i concerti qui in Libano. Una delle sue canzoni più note è dedicata alla sua città natale:
"A Beirut – pace a Beirut con tutto il mio cuore e baci – al mare e alle nuvole,
alla roccia di una città che assomiglia al volto di un vecchio marinaio.
Dall’anima del suo popolo produce vino, dal sudore della sua gente pane e gelsomino.
Com’è possibile, quindi, che sappia di fumo e fiamme?"
Robert Fisk vive a Beirut da trent'anni. Scrive per 'The Independent' e collabora con il sito Counterpunch. Corrispondente dalla capitale libanese per il quotidiano britannico, è uno dei più autorevoli esperti di questioni mediorientali. Ha intervistato tre volte Osama bin Laden.
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Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, di David Hirst
Fonte: The Seattle Post-Intelligencer
Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
Macedonia: nuovo governo e kalashinkov
Da Skopje, scrive Risto Karajkov
Il 5 luglio scorso le elezioni politiche. Ora l'annuncio dell'accordo raggiunto per il nuovo governo. Ma in Macedonia aleggia ancora lo spettro degli scontri armati del 2001
Ali Ahmeti, Nikola Gruevski, Arben Xhaferri Dopo le elezioni politiche dello scorso 5 luglio in Macedonia è stato infine raggiunto l'accordo per formare il nuovo governo. Permane però un clima carico di tensione. Il modello politico macedone della divisione del potere ha dimostrato chiaramente che non necessariamente chi vince le elezioni poi va al governo. Ed è una consapevolezza con la quale non è facile convivere.
Il VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski tra la comunità slavo-macedone ed il DUI di Ali Ahmeti tra gli albanesi di Macedonia hanno ottenuto la maggioranza dei voti. I perdenti sono stati i Socialdemocratici (che hanno governato assieme al DUI gli ultimi 4 anni) e il DPA di Arben Xhaferi.
Dalle negoziazioni iniziali per la creazione del nuovo governo sembrava che sarebbe emerso un accordo tra i due partiti vincitori, il VMRO-DPMNE e il DUI, assieme ad altri partiti minori. Più che sufficiente per creare una nuova maggioranza stabile. Sembrava che il VMRO-DPMNE e il DUI avessero addirittura iniziato a fissare le priorità politiche del nuovo governo.
Poi la situazione è cambiata. La scorsa settimana il VMRO-DPMNE e il DPA di Xhaferri hanno reso noto di essere pronti a creare il nuovo governo. Chi aveva perso le elezioni nel campo albanese ha avuto occasione di entrare nell maggioranza di governo. Non a caso del resto. Il DPA è stato partner del VMRO-DPMNE quando questi ultimi erano al potere tra il 1998 ed il 2002 e la cooperazione nel passato e la fiducia attuale ha permesso si raggiungesse un accordo.
“Abbiamo una maggioranza ed abbiamo un governo, abbiamo trovato l'accordo”, ha affermato Antonio Milosevski, portavoce del VMRO-DPMNE. Milosevski ha poi chiarito le novità degli ultimi giorni sottolineando come si sia ritenuto che il DPA fosse il partner più affidabile. “La fiducia reciproca ha permesso di raggiungere più facilmente l'accordo, e questa è la base della collabroazione con il DPA e forse anche il motivo per cui le negoziazioni con altre forze politiche sono andate a rilento”, ha aggiunto Milosevski.
Il DUI sembra essere stato preso in contropiede. Mentre veniva dato l'annuncio dell'accordo sul nuovo governo i suoi rappresentanti ancora rilasciavano dichiarazioni ai media sul fatto che le negoziazioni con il VMRO-DPMNE stessero procedendo. Hanno impiegato qualche giorno a capire che erano stati superati nella corsa al governo. A quel punto è emersa rabbia e la retorica è cambiata.
“Proteste, rivolte, kalashnikov nel caso Nikola Gruevski non rispetti la volontà espressa dalla maggioranza della comunità albanese". Sono parole che si dice abbia pronunciato in un'intervista al quotidiano Dnevnik Musa Xhaferi, alto dirigente del DUI e vice-primo ministro uscente.
Se arriva dal DUI, l'invito a tirar fuori i kalashnikovs è senza dubbio preoccupante. Il partito infatti è nato dalla guerriglia albanese che ha acceso la Macedonia nel conflitto del 2001. Paure che le posizioni del DUI, se lasciato all'opposizione, possano radicalizzarsi rimangono non dette ma presenti sia a livello locale che in seno alla comunità internazionale.
Queste dichiarazioni hanno segnato il definitivo allontanamento tra VMRO-DPMNE e il DUI. Sino ad allora, almeno a parole, il VMRO aveva lasciato aperta la possibilità che entrambi i partiti “albanesi” potessero far aprte del governo. Dopo le dichiarazioni di Xhaferri quest'ipotesi è stata esplicitamente esclusa.
In risposta alle dichiarazioni del vice-primo ministro uscente Milosevski ha affermato che “non si compera al supermercato una cultura politica democratica e nemmeno si porta giù dalle montagne. Occorre impararla, lavorarci sopra e dovrebbe caratterizzare ogni partito politico in Macedonia”. Ha inoltre aggiunto che il proprio partito non intende piegarsi a minacce o intimidazioni chiedendo poi che venissero presentate delle scuse per le dichiarazioni di Xhaferi. Da parte del DUI la replica è stata però che non vi è nulla per cui scusarsi anche se poi sono stati accusati i media di aver esagerato le dichiarazioni di Xhaferi.
“I media usano la parola kalashikov come pare a loro”, ha affermato Ermira Mehmeti, portavoce del DUI. Secondo lei comunque è un dato di fatto che “i kalashnikov fanno parte della quotidianità della Macedonia. Un nostro attivista è stato recentemente aggredito a Kondovo e a Rasce con dei kalashinkov e nessuno ha dimostrato interesse per la vicenda”.
Ali Ahmeti, leader del DUI, ha alleggerito la dichiarazione del collega di partito senza però nei fatti smentirla. “Il tempo dei kalashnikov è finito. Ora stiamo vivendo una situazione diversa. Ritengo che la dichiarazione di Xhaferi sia stata fraintesa. Però ritengo abbia fatto quella dichiarazione per ricordare come la volontà della maggioranza albanese debba essere rispettata”. Dal punto di vista di Mehmeti il nuovo governo potrebbe avere “dei problemi con la comuntà albanese”.
“Questa è retorica degna dei tempi di Milosevic e Seselj”, ha affermato Menduh Taci, vice-presidente del DPA, contendente del DUI.
Nei giorni successivi il DUI ha fatto capire chiaramente che non ha alcuna intenziona si starsene tranquillamente all'opposizione. Ali Ahmeti ha organizzato un incontro con i suoi ex comandanti militari presso il quartier generale del partito a Tetovo. L'incontro si è tenuto a porte chiuse e l'unica cosa che i giornalisti hanno percepito sono stati i lunghi applausi provenienti dalla sala dell'incontro. “Siamo venuti per vedere se Ali Ahmeti è in buona salute”, ha dichiarato cinicamente uno tra gli ex comandanti dela guerriglia presenti.
I giorni precedenti i sindaci dei comuni a maggioranza albanese, la maggior parte dei quali espressione del DUI, hanno annunciato che interromperanno la loro collaborazione con le istituzioni macedoni che si occupano di governo locale.
I rappresentanti del DUI hanno inoltre inviato una lettera a NATO, Unione europea e Stati uniti in richiesta di sostegno.
“Dopo gli Accordi di Ohrid gli albanesi non hanno intenzione di accettare il fatto che il loro futuro venga determinato dalla maggioranza macedone. La nuiova situazione creatasi pone il dilemma su chi prenda le decisioni: i legittimi rappresentanti dell'elettorato albanese o il partito macedone che ha ottenuto il mandato di creare il governo?”, si legge nella lettera.
Sino ad ora solo l'ufficio dell'Alto rappresentante della politica estera europea Javier Solana ha risposto alla lettera con un breve commento nel quale ci si auspica un “dialogo costruttivo”. Sotto traccia comunque molti rappresentanti internazionali sembrano del tutto insoddisfatti della retorica violenta scatenata dal DUI.
Secondo Ali Mehmeti “la comunità internazionale è corresponsabile della costruzione della Macedonia post-Ohrid e lui si aspetta che intervenga tutte le volte che emerga un problema nel promuovere una democrazia consociativa ... dopo il 2001 è nata una nuova Macedonia, dove si rispetta il volere degli albanesi. Altrimenti si rischia di fare passi indietro rispetto alla democrazia”.
Per Menduh Taci invece il DUI dovrebbe realizzare al più presto di essere all'opposizione. “Devono affrontare questo dato di fatto”, ha aggiunto “è terminata l'epoca dei grandi leader e delle grandi idee e la gente non deve più essere minacciata”.
Anche se non sono stati ancora resi noti i nomi di tutti i ministri il nuovo governo sembra essere cosa fatta. Ci si augura il DUI se ne renda conto, più prima che dopo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5967/1/51/
Gli “avversari” di Prodi
tra interviste e silenzi
Stefano Bocconetti
Qualcosa di meno di un partito trasversale, ma anche qualcosa di più di una semplice aspirazione. Una via di mezzo, insomma, un insieme di progetti politici, magari non esattamente convergenti sulla lunga distanza, ma che intanto si sono messi in movimento. Hanno cominciato a smuovere le acque. Li chiamano i gikappa, per capire: sono quelli della Grosse Koalition. Un convegno qui, un’intervista al “Corriere”, un’altra intervista al Corriere, una dichiarazione lì, una nuova intervista al Corriere. E tante frasi dette e poi smentite. Come sempre, prima o seconda Repubblica fa lo stesso. Sono quelli che già lavorano ad un nuovo quadro politico, ad una nuova maggioranza. Per il dopo Prodi.
Già, ma chi sono? I primi nomi sono sulla bocca di tutti, non hanno fatto mistero delle loro intenzioni. L’hanno fatto con interviste (al Corriere, e dove altro sennò?), Franco Marini e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Certo, non hanno detto esplicitamente che l’Unione deve passare la mano ad un esecutivo di larghe intese che comprenda un pezzo, se non tutta, la destra. Non si sono espressi così esplicitamente. Hanno scelto la formula che si usa sempre in questi casi: e proprio mentre la coalizione vincente alle elezioni tentava di far quadrare il cerchio del voto sulle missioni militari, i due se ne sono usciti chiedendo a Prodi di non ricorrere al voto di fiducia. Di più: sostenendo, quasi all’unisono, che se Prodi non fosse riuscito ad ottenere una “normale” maggioranza al Senato, tutti avrebbero dovuto prendere atto della necessità di “allargare i consensi”. Lo vuole, l’ha chiesto Marini, l’uomo istituzionale più vicino alle alte gerarchie ecclesiastiche. Lo vuole, l’ha chiesto Napolitano, l’ex dirigente Pci salito al Colle una volta che era stato “bruciato” il nome di D’Alema. I due - Marini e Napolitano - sono dichiarati. E gli altri? In una giornata difficile come quella di ieri fra Camera e Senato pochi hanno voglia di avventurarsi in dietrologie. Quei pochi che parlano, però, ti danno una traccia. E così trovi il deputato diessino che semplicemente ti dice: «Basta ragionare, basta dare un nome a chi ha scelto di tacere in queste ore». Quando magari un appello, un invito, un suggerimento sarebbe stato utile a difendere questa maggioranza. Si scopre così che a tacere sono stati tanti. Rutelli è il primo nome che viene in mente. Ma anche qui, la sua voglia di emarginare la sinistra radicale per allargarsi a destra, non suona come una notizia. Basta spulciare quel che ha detto, su tutti gli argomenti. La novità non è lì. Forse conviene guardare ad altri silenzi, di leader che magari non vivono in queste sale, non sono alle Camere, ma occupano spesso la scena della politica. Tranne che in questa occasione. Un nome? Il sindaco di Roma, per esempio, Veltroni. E se si mettono insieme questi silenzi si scopre allora che il governo Prodi, il suo esecutivo, il suo programma, diventano un ostacolo per chi si sta giocando la partita sul nuovo raggruppamento democratico. Perché il premier sembra aver ritrovato una piena sintonìa col suo ministro degli Esteri, D’Alema. Un D’Alema un po’ diverso da quello ricavabile dalle passate esperienze di governo, un D’Alema più attento alle ragioni di tutti, più attento ai problemi della pace, capace di far svolgere all’Italia un ruolo non completamente subordinato ai dicktat statunitensi. Un D’Alema infastidito dall’ultima sortita di Napolitano (la sua agenzie di stampa unofficial la “Velina Rossa” ricorda al Presidente che ogni tanto è bene tacere), un D’Alema che, fra le tante novità della sua ultima versione, in qualche modo si è assunto anche il compito di “presidiare” la collocazione socialdemocratica del nuovo partito democratico. E questo non piace a Rutelli, non piace a Veltroni, non piace neanche ad uno come Amato. Non piace a tanti, che vogliono il raggruppamento democratico libero dai vincoli del ‘900 (li chiamano così). E uno più uno dà sempre lo stesso risultato: Prodi che non ha alcuna intenzione di allargare la sua maggioranza (anzi, quella risicata al Senato la trova sexy), Prodi che sembra aver ritrovato sintonìa con D’Alema, Prodi che sembra tollerare anche l’idea di una collocazione internazionale del partito democratico che non rompa del tutto coi socialdemocratici, Prodi diventa allora un ostacolo. Da superare.
Come? In questo caso, davvero chiunque può azzardare la sua. C’è chi sperava in un immediato scivolone sull’Afghanistan, chi punta solo a logorarlo. Chi aspetta che prima si ristrutturi la destra. Ancora troppo impresentabile per poter parlare di Grosse Koalition, ma un domani - tolto di mezzo Berlusconi e insediato Casini - il discorso diventerebbe più semplice. Ci sono poi decine di altre varianti, c’è Di Pietro che va a convegno con la destra di An ma non con i forzaitalioti, c’è il Corriere che dal giorno dopo le elezioni chiede le larghe intese, c’è Monti che riscopre un attivismo politico superpartes, c’è il Corriere, c’è la Chiesa - e quindi Marini - che sui temi a lei cari, aspetta il momento opportuno per dare visibilità ad un voto che spacchi gli schieramenti. E c’è pure chi sogna un partito democratico che inglobi tutto dentro di sé, che rappresenti per intero un governo di grande coalizione. Tante aspirazioni, tanti progetti. Ma soprattutto tanti interessi. Concreti, materiali. E tutti avversari dell’Unione. //www.liberazione.it/
Pietra tombale su Tangentopoli
Gianfranco Pasquino, Il Tirreno,
Il problema, ricorrente, è noto da tempo: il sovraffollamento delle carceri italiane. La soluzione strutturale consisterebbe in un diverso sistema di erogazione delle pene. I parlamentari italiani sembrano preferire alcuni palliativi, ugualmente ricorrenti, come quello che chiamano indulto/ino. In questo modo, qualche migliaio di detenuti viene mandato temporaneamente a casa, buona parte di loro destinati a fare un rapido ritorno in prigione. Prima di legiferare, il bravo legislatore si accerterebbe quali e quanti detenuti lasceranno il carcere sulla base della definizione specifica dei reati che beneficino dell’indulto. Appare curioso che qualcuno pensi di sfollare le carceri inserendo fra quei reati le fattispecie di corruzione per le quali è stato condannato in via definitiva Cesare Previti (che, scandalosamente, non è ancora stato dichiarato decaduto da deputato). Infatti, l’avvocato di Berlusconi è da qualche tempo agli arresti domiciliari. E’ invece molto triste che il centro-sinistra sia andato all’accordo, attenzione, non con l’intera coalizione di centro-destra, perché Lega e Alleanza Nazionale voteranno contro, ma con Forza Italia e con l’UDC. La giustificazione ufficiale è che l’approvazione dell’indulto richiede i due terzi dei voti di ciascuna camera. In fondo, sembra abbiano argomentato i responsabili del centro-sinistra, sono non più di una settantina i condannati per corruzione, estorsione, falso in bilancio, reati contro la Pubblica Amministrazione, che beneficeranno dell’indulto. Insomma, non ci si deve accanire contro Previti a scapito della libertà per dodici-tredici mila poveracci.
E’ magari comprensibile, non da me, che Previti non faccia problema per il centro-sinistra. Non sorprendentemente, per l’on. Avv. Gaetano Pecorella di Forza Italia, la soluzione del problema Previti, che riguarda anche alcuni pochi furbetti del quartierino che si trovano in condizioni simili, è dirimente. Insomma, se l’indulto non si potesse applicare anche a Previti, la grande compassione di Forza Italia e dell’UDC non arriverebbe fino a consentire che i condannati per una serie di reati comuni ottengano l’indulto.
Nello sconcerto dell’elettorato del centro-sinistra, al quale non credo che basterebbe il solenne impegno che Fassino chiede a Prodi di eliminare tutta la legislazione ad personam approvata dai governi berlusconiani, soltanto Di Pietro ha espresso platealmente il suo dissenso. Non è sufficiente escludere dall’indulto i reati di terrorismo, pedofilia, mafia (per di più quando l’estorsione verrà invece “indultata”). Lasciare che le pene per i reati di corruzione, di falso in bilancio, contro la Pubblica Amministrazione siano condonate significa non soltanto che Tangentopoli viene definitivamente sepolta, ma che ad un paese, già notoriamente non ricchissimo di etica pubblica, viene lanciato il messaggio che molte azioni corrotte saranno comunque periodicamente perdonate. In tempi nei quali molti parlamentari si richiamano, più o meno impropriamente, al mandato ricevuto degli elettori, risulta davvero difficile credere che questa posizione sia condivisa dalla maggioranza degli elettori del centro-sinistra e quasi sicuramente neppure dalla maggioranza degli italiani.
Una questione di coscienza
di Gian Carlo Caselli
Miracolo o inciucio. Se Brutti e Pecorella, Pisapia e Cicchitto son d’accordo su un rilevante tema di giustizia, non vedo alternativa: o miracolo o inciucio, appunto. Il dilemma si pone per il recente disegno di legge sull’indulto. Per provare a scioglierlo, conviene partire da un dato di fatto: l'assoluto stato di necessità in cui versano le carceri italiane.
Il sistema giustizia fa acqua da tutte le parti, i processi sono sempre più lenti e barocchi, ma le carceri sono sempre più piene. Negli ultimi 15 anni siamo passati dai 25.804 detenuti del 31 dicembre 1990 ai circa 61.000 detenuti di oggi. Di questi, il 33% circa sono stranieri ed il 27% circa tossicodipendenti. A fronte di questa situazione, l’obiettivo da porsi è qualcosa di meglio della repressione e del diritto penale. Nel senso che il consumo degli stupefacenti si può affrontare più utilmente nell’ambito della tutela della salute che in sede di repressione. E nel senso che il diritto penale è strutturalmente inidoneo a governare - come invece si vorrebbe che facesse - fenomeni sociali epocali come le migrazioni. C’è dunque uno stato di necessità, per così dire, strutturale, legato al fatto che il carcere è sempre più “discarica sociale” piuttosto che luogo di possibile rieducazione. Con negative conseguenze anche sulla sicurezza dei cittadini, perché un carcere che non prova neanche a rieducare è un carcere che non fa nulla per ridurre la spirale perversa della recidiva che produce sempre nuova insicurezza. Questo stato di necessità strutturale si intreccia inestricabilmente con uno stato di necessità contingente, di tipo logistico (a ben vedere un problema di civiltà), derivante dal sovraffollamento delle carceri. Se mancano circa 20.000 “posti branda”, mancano persino gli spazi fisici (aule, laboratori...) per qualunque tentativo di recupero. E alla privazione della libertà si aggiunge una sanzione (che non sta scritta in nessun codice) consistente nell’inciviltà dell’esecuzione della pena detentiva.
Impossibile lavarsene le mani, di questo doppio stato di necessità. Intervenire per decongestionare l’insostenibile situazione carceraria (creando nel contempo i presupporti per una riforma organica del sistema penale) è perciò cosa buona e giusta, responsabile e seria. Ma se qualcuno profitta dello stato di necessità per infilarci la soluzione di casi particolari, ecco che i problemi si complicano. Nella pretesa di estendere l’indulto ai reati finanziari e di corruzione (altrimenti di indulto manco a parlarne!) si può vedere il tentativo di strumentalizzare la sofferenza di migliaia di detenuti per ottenere benefici anche per altri soggetti, quei “colletti bianchi” che già beneficiano del fatto che il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici: uno per i cittadini “comuni” e l’altro per i “galantuomini” (cioè le persone giudicate, in base al censo, comunque per bene...); “galantuomini” che a volte pretendono addirittura di essere liberati da ogni regola mediante condoni o leggi “ad personam”. Ora, appoggiarsi ad un problema di carattere generale (la situazione delle carceri) per farne la sponda utile a risolvere un problema di pochi (si calcola che siano un’ottantina i “colletti bianchi” in espiazione di pena, oltretutto quasi sempre “extra moenia”, cioè fuori del carcere), non è come legiferare brutalmente “ad personam”, ma è espressione di una logica che appare contigua, apparentata a quella che nella passata legislatura ha prodotto proprio un susseguirsi tale di leggi “ad personam” da mettere a rischio lo stesso equilibrio istituzionale.
Ed ecco il dilemma: il riaffiorare, sia pure per vie indirette, di logiche siffatte è un prezzo accettabile, perché senza subirlo sarebbe impossibile risolvere il grave stato di necessità di cui si è detto? Oppure si tratta di uno strappo troppo profondo per consentire un bilanciamento, alla fin fine tollerabile, di esigenze tutt’affatto diverse? Chi pensa nel primo modo, potrebbe parlare di (mezzo) miracolo. Chi preferisce il secondo parlerà di (mezzo) inciucio. Spetta alla coscienza di ciascuno scegliere. Come nel caso dell’articolo 416-ter del Codice Penale (scambio elettorale politico-mafioso) emerso da ultimo nel dibattito parlamentare.
www.unita.it
Cittadini senza rappresentanza
Molti esponenti dell’Unione mi hanno espresso la loro solidarietà per la mia volontà di escludere i reati finanziari, societari e di corruzione dalla legge sull’indulto.
Lo hanno fatto in privato, in aula quasi tutti si sono comportati diversamente piegandosi alle direttive di partito.
Questa è una delle conseguenze più negative della legge elettorale voluta dalla Cdl che ha impedito ai cittadini di votare il loro candidato. Si è potuto scegliere solo il simbolo elettorale con liste chiuse di fedeli nominati dal partito. I partiti hanno deciso chi siede in Parlamento, non gli elettori.
E’ sconcertante, davvero sconcertante, vedere l’Unione rinnegare nei fatti, con questo indulto, il programma che ha presentato ai cittadini e per cui è stata eletta. Il cittadino conta meno di zero, non può scegliere i suoi rappresentanti e neppure vedere rispettato il programma di governo. A cosa serve l’istituzione parlamentare oggi? Quanto è lontana dagli elettori? E’ una domanda che noi politici dobbiamo farci e alla quale è necessario dare presto delle risposte.
Un sondaggio riportato sul sito della Repubblica chiede chi è favorevole ad inserire corruzione e concussione nell’indulto. Il 96% delle 75.000 persone che hanno risposto si è espressa per il NO. Io credo che la risposta ad un referendum nazionale sarebbe simile. Le leggi ad personam volute dalla Cdl sulla giustizia devono essere abrogate, ora, nelle prossime settimane. Questo governo non ha più tempo http://www.antoniodipietro.com/2006/07/cittadini_senza_rappresentanza_1.html
Karzai, banzai: okay all’indulto per i corrotti, ma poi mandiamoli in Afghanistan!
di Lia Celi
Come mettere d’accordo Di Pietro e Rifondazione e acchiappare due piccioni con una fiducia: svuotiamo le celle e riempiamo le garitte a Kabul! Invece di rifinanziare i nostri onesti soldatini per farsi ammazzare dai capitribù afghani, mandiamo laggiù i sessantasei condannati per corruzione, frode e reati fiscali che beneficieranno dell'indulto: un agguerrito manipolo di “bustarelle di cuoio” che si troverà perfettamente a suo agio nella forza multinazionale di trafficanti occidentali che fanno affari all’ombra compiacente del governo Karzai. I tangentari italiani, inquadrati nel battaglione “Mario Chiesa” partiranno per l’Oriente sotto l’esperta guida del neo-generale Cesare Previti, che già promette: “Non faremo prigionieri”. I nostri eroi troveranno ad attenderli politici corrotti, ras locali senza scrupoli, appalti truccati e malversazioni ai danni di cittadini: si accorgeranno di essere in missione all’estero?http://www.liaceli.com/
Chi insegna agli insegnanti?
Lessi una volta di un prof (un collega), che si lamentava delle ragazzine. Tutte uguali. Chiedi a una dodicenne: cosa farai da grande? Lei ti risponde: la modella. Poi ci pensa meglio e aggiunge: al massimo la parrucchiera.
In fondo tutti noi viviamo al massimo, purtroppo non nel senso di Vasco Rossi, ma in quello della ragazzina. Abbiamo tutti un piano B. Io per esempio, a 12 anni che avrei risposto? Probabilmente mi sarebbe piaciuto scrivere. Romanzi o canzoni o boh. Ma al massimo avrei fatto il prof. Di lettere, ovvio.
E come me ci sono milioni di persone, incoraggiate – contro ogni buon senso – dal sistema scolastico italiano. La scuola italiana ha sempre avuto un debole per la cultura umanistica, la letteratura, la filosofia. Ben prima che intervenisse il famigerato ministro Gentile (fascista!) Quanto prima? Non lo so. La prima Università del mondo è nata a Bologna. Per molti secoli non ebbe una cattedra di lettere, perché i letterati puri non fatturavano nulla. Carmina non dant panem, si diceva. Nel medioevo eran fatti così. Erano secoli avanti.
Oggi invece l’università sforna letterati a getto continuo. E quante cose può fare un letterato laureato, pensateci. Per esempio, può scrivere: libri, poesie, saggi, radiodrammi, blog, e quant’altro. Tutte cose che, curiosamente, non danno il pane.
Quando se ne accorge, sulle prime il letterato ci rimane male.
Poi però si ricorda che dà bambino aveva un piano B.
Il mio piano B scattò del 2000, quasi a mia insaputa. Un mattino di gennaio mi trovai in una folla discretamente oceanica che attendeva l’apertura dei cancelli per quello che sarebbe passato alla storia come il Concorsone. L’imbarazzo di ritrovarmi di nuovo su un banco di scuola, dopo parecchi anni, con un dizionario un astuccio i bigliettini e tutto il resto, era parzialmente mitigata dal fatto che tutti sembravano più anziani di me: capelli grigi o radi, rughe, occhiali da presbiti. In effetti ero stato fortunato: il Concorsone era il primo dopo nove anni, e anche l’ultimo. Non ce ne sarebbero stati altri. L’Italia non aveva bisogno di tutti questi prof, dopotutto.
Gli scritti restano, a distanza di anni, un mistero. Sapevo tutto sulla crisi del ’29, persino il nome del Presidente, eppure mi bocciarono in Storia. Feci un tema pessimo, e mi promossero in Italiano. Ma quello che mi preoccupava era l’Orale.
L’Orale ci fu un anno dopo. Nel frattempo mi ero trovato un lavoro, e il Concorsone mi appariva sempre più surreale. Tuttavia mi sentivo in dovere di provarci: dopo 20 anni di esami, mi sembrava idiota demoralizzarsi proprio all’ultimo gradino prima di una Abilitazione. Ma avevo paura che mi chiedessero di pedagogia e didattica, materie a me del tutto ignote.
Mi sarei anche letto dei libri, se avessi capito quali leggere, ma nessuno sapeva dirmi niente. All’università erano materie facoltative, evitabili, evitate. Ma mi sembrava improbabile che uno potesse essere abilitato all’insegnamento in una scuola italiana senza conoscere nemmeno un rudimento di pedagogia o didattica. Come se all’esame di guida non ti chiedessero nulla sui cartelli stradali.
All’orale mi chiesero il rapporto tra fasi lunari e maree. Le ragioni dell’intervento USA nella prima guerra mondiale (mi soffermai sul contenzioso col Secondo Reich sull’isola di Guam). E passai. Abilitato. Potevo insegnare. Cominciarono a telefonarmi al cellulare: le va di fare tre ore a Medolla? Che ne pensa di sei ore a Prignano? Grazie, no, rispondevo. Un lavoro ce l’ho già, e non so se sarei capace di insegnare.
Il che, se ci pensate, è tragico. Venti anni di istruzione. Una licenza, un diploma, una laurea, e finalmente un’abilitazione a un lavoro. Che nessuno però mi aveva mai insegnato a fare.
E come me, milioni di persone. Il dramma del sistema scolastico italiano a mio parere è questo: non solo crea molti più insegnanti di quanti ne servano, ma non insegna loro nemmeno a insegnare. Tutto quello che fa è impregnarli di nozioni e rilasciare un pezzo di carta. Ma un pezzo di carta e un sacco di nozioni non fanno un prof, questo mi era chiaro persino allora.
(Fine della prima parte. Non perdetevi la seconda!!! Guest star: il Terribile Tar del Lazio!!!!)http://leonardo.blogspot.com/
Indulto: la protesta di Milano e il silenzio di Prodi
PIERO RICCA
Son bastati tre mesi a farmi scendere in piazza contro il governo unionista che ho votato. Eravamo una quarantina, ieri a Milano, alla manifestazione di dissenso nei confronti di questo indulto, convocata in un sol giorno via sms e e-mail.
Alle 16,30 ci siamo trovati davanti alla prefettura, dov'era atteso Romano Prodi. C'erano i soliti amici movimentisti, compagni di mille iniziative civili di questi anni; le signore girotondine e prodiane, tenacissime volantinatrici; alcuni amici del meet up milanese del blog di Beppe Grillo; un gruppo di militanti di Italia dei Valori, alcuni lettori del mio blog.
All'inizio la polizia voleva farci sloggiare dal marciapiede antistante l'ingresso della prefettura. "Qui non si possono svolgere manifestazioni", ci ripetevano i dirigenti della Digos, invitandoci a recarci all'angolo tra corso Monforte e via Vivaio, a una distanza di circa duecento metri.
Abbiamo resistito obiettando che una manifestazione defilata e invisibile perdeva senso; nel frattempo è arrivato il corteo di auto blu con Prodi Letta e gli altri nostri dipendenti provvisoriamente al governo. Ci siamo fatti sentire ben bene, esponendo inoltre cartelli di un giallo squillante, sui quali campeggiavano slogan contro il colpo di spugna per i reati da colletto bianco. Per rafforzare il concetto alcuni di noi mostravano delle spugne.
Entrati i vip, siamo rimasti in strada per oltre un'ora sotto un sole cocente, sorvegliati da una folta pattuglia di gendarmi, megafonando le nostre buone ragioni e così attirando l'attenzione di cronisti e passanti,
A un certo punto abbiamo chiesto di essere ricevuti due minuti da Prodi o da un suo delegato. Dopo una complessa trattativa ci è stato accordato il permesso di conferire con qualcuno e, scortati da diversi agenti in borghese, in due siamo stati ricevuti dal vice-prefetto di Milano. Abbiamo fatto una chiacchierata di cinque minuti e poi gli ho proposto di lasciare una lettera per il professore. Lui ci ha dato carta e penna e si è impegnato a consegnare la missiva al destinatario. Ecco il testo della lettera.
Caro Professor Prodi,
qui sotto, in strada, nonostante l'afa estiva, stiamo manifestando il nostro dissenso rispetto alla decisione di estendere gli effetti dell'indulto ai reati tipici della criminalità economica e del malaffare politico.
Ci teniamo a sottolineare che siamo tutti elettori dell'Unione. E l'abbiamo sostenuta con convinzione alle elezioni primarie.
Ci siamo impegnati per la vittoria del Centrosinistra per le medesime ragioni che oggi ci portano in strada: vogliamo un'Italia seria, civile, diversa dal passato innanzitutto in tema di legalità ed etica pubblica. Un'Italia in cui la legge sia davvero uguale per tutti, non esclusi i criminali dal colletto bianco.
La invitiamo pertanto a esercitare il suo mandato di leader politico della coalizione di governo per evitare che l'indulto, promosso per condivisibili motivi umanitari, si trasformi nell'ennesimo salvacondotto per i potenti.
Con fiducia e stima,
Piero Ricca, Bruno Pioli
Ritornati in strada, ho letto il testo della lettera ai molto incuriositi cronisti (che faticano ancora, ho notato, ad accettare il concetto di "cani sciolti", cioè di persone libere e dunque non etichettabili) e poi agli altri partecipanti al presidio, che l'hanno approvata.
A questo punto la manifestazione si è apparentemente conclusa.
Sul marciapiede siamo rimasti in sei o sette irriducibili con cartelli e megafono, fino a quando non abbiamo visto Prodi uscire per recarsi a palazzo Marino, dov'era invitato a cena. L'abbiamo seguito in taxi, arrivando appena trenta secondi dopo la sua entrata. In piazza della Scala ho ripreso il comizio al megafono invitando ripetutamente il presidente del Consiglio a scendere per spiegarci le ragioni di questo indulto. Poco dopo le 22 Prodi è uscito dall'ingresso principale, ingannando i cronisti che lo attendevano a un'uscita secondaria. Lo abbiamo interpellato a voce alta da breve distanza, ma lui, pur sentendoci, ha fatto finta di niente e ha tirato dritto infilandosi in auto. Ignorando noi - forse questo dettaglio gli sarà sfuggito - ha ignorato il dissenso di milioni di cittadini italiani. Sarà per la prossima volta.http://www.centomovimenti.com/2006/luglio/26_ricca.htm
Se vai a cena al Club Greco, in piena Downtown del Cairo, ti ritrovi in una piacevolissima terrazza che è uno dei posti più freschi del Cairo d'estate, e c'è il formaggio fritto, dei calamari affidabili e la birra. E prezzi normali anziché no, cosa che non capita spesso nei ristoranti dove servono birra. Sulla tua testa c'è il quartier generale di Kifaya che, mi dicono, ormai è diventato un grosso contenitore che raccoglie più o meno tutta l'opposizione egiziana, dai Fratelli Musulmani ai laici liberali. E, dalle finestre della sede di Kifaya, pendono dei grossi striscioni con le loro scritte in arabo e la fotografia di questo signore qua, quello dell'immagine qui sopra: Ayman Nur. Mi dicono che la combattiva moglie di quest'uomo, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e ormai in pessime condizioni fisiche, sia andata fino al Palazzo dell'ONU a interrompere una seduta, per denunciare le condizioni del marito. Silenzio generale, poi la signora è stata accompagnata all'uscita e, con un certo imbarazzo, i presenti hanno continuato i loro lavori. Il monopolio della denuncia di questo caso, in Italia, ce l'ha Emma Bonino. Succede, quindi, che lui è liberale e lo difende la Bonino, ma la Bonino è radicale e i radicali difendono posizioni indifendibili, sul mondo arabo. Se guardo la traiettoria "politica" di questo blog, dai primi post a oggi, mi viene il dubbio che mi sia un po' scappata di mano, la questione. C'è un piccolo scambio tra me e Patrizia, nei commenti a questo post, che mi pare sintomatico dei dubbi in cui mi dibatto in questi giorni, o della resaca che mi sono ritrovata addosso uscendo un attimo dall'Italia, ritrovando le distanze. In Italia, mi pare che ci sia una specie di tenaglia in cui, a fronte di una sinistra sempre più filosionista, l'alternativa consista in una - assai minoritaria - difesa di un concetto di Islam più o meno vago che, pure, alla fine si incarna in gruppi arabi concreti, in un progetto e una lotta politica assolutamente concreti. Rispettabili, molto più di quanto non raccontino i media nostrani, certo. Ma un progetto politico, in fin dei conti, che non è la fotografia del Medio Oriente tutto. Assolutamente no. E, comunque, non è detto che sia quello che io, tu, Tizio e Caio sposeremmo, se la pressione dello "Scontro di Civiltà" non ti spintonasse da una parte o dall'altra, non ti obbligasse a calci a prendere posto sulla sedia che ti pare la meno sporca di tutte. Si semplifica. La vita è strana e la mia resaca ha coinciso con l'aggressione al Libano. Intanto, come in Iraq e ancora più che in Iraq, è il mondo arabo laico a rimetterci le penne. Ovvero, il protagonista naturale di qualsiasi discorso che, in Italia, aspirasse ad essere un po' più che minoritario, di nicchia. E' naturale, nei momenti di scontro, che ci si radicalizzi e che la realtà si semplifichi, che si perdano ricchezza e complessità. Mi sto ponendo il serio dubbio che, negli argomenti che spesso si usano a sostegno di questo pezzo di mondo - anche su questo blog - ci sia l'esca, ingoiata tutta intera, che ne prepara la distruzione. Che già lo rende sempre più irriconoscibile, di anno in anno. Forse lo stiamo forgiando in parecchi, un sogno orientalista come un altro, e intanto c'è un mucchio di gente, qua, che ci guarda più o meno allibita e forse ce lo dovrebbe urlare un po' più forte, il suo colossale: "Ma che cazzo dite, tutti quanti?"http://www.ilcircolo.net/lia/001064.php
Festival in Europa, strano è bello
In estate ci sono feste e tradizioni d’ogni tipo. Dai castelli umani della Catalogna all’addio all’estate in Finlandia.
Finlandia, rocker senza chitarra
Vuoi diventare una super star del rock ma non sai neanche improvvisare due note sulla chitarra? Appuntamento all’11° campionato internazionale della chitarra ad aria, che si terrà a Oulu, in Finlandia, il 7 e l’8 settembre. Questa attività consiste nell’imitare i più grandi rocchettari, senza strumenti, ma con tutta l’adrenalina di un concerto. Austriaci, tedeschi, francesi, italiani o olandesi potranno diventare super star... senza talento musicale. «Come i Bee Gees, la chitarra ad aria è universale» spiega Side Burn, che rappresenterà la Francia a Oulu. Il suo segreto da campione: «Le mie basette. Che aggiungono groove et tecnica in ogni circostanza,anche nei momenti più delicati».
Catalogna, castello umano
Decine di persone in uniforme si ammucchiano al centro di una piazza: gli uomini formano una montagna umana, formando il primo piano. Poi suona una cornamusa e i più agili s’arrampicano sulle spalle dei più robusti. È necessaria una concentrazione assoluta affichè il castello non tremi. I bambini-scimmia formano un tronco: alla fine, il beniamino della manifestazione – l’anxeneta – conclude sul culmine e alza la mano. La piramide umana è completa e la piazza scoppia in applausi, mentre i “piani superiori” scendono.
I castellers sono una tradizione paesana del XVIII secolo. Oggi tutte le grandi città catalane hanno la loro squadra di castellers e si scontrano tra loro per costruire il “castello” più alto. La tradizione prescrive che per essere un bravo castellano, bisogna essere fort, equilibrati, coraggiosi e saggi.
Dimostrazione di Castellers, il 30 agosto Vilafranca del Penedès, a 48 Km da Barcellona. Il 3 settembre, la squadra di Mataró giocherà all’estero, a Londra, in occasione del Regent Street Festival.
Italia, uccelli per un concerto "bestiale"
Cinque del mattino, un bosco verdeggiante. Il canto straordinario di un tordo indica il far del giorno. I primi raggi di sole svegliano un tordo detto “bottaccio” che si unisce alla sinfonia. A migliaia, questi uccelli da richiamo invadono dal 18 al 20 agosto i giardini e i viottoli della città di Sacile, soprannominata “il giardino di Venezia”. Migliaia di turisti assistono al concerto. E la gara ha inizio: una giuria di esperti passeggia tra le gabbie per stabilire quale uccello canta meglio. Due ore dopo sarà il turno dei canarini che si batteranno a colpi di cip cip. Il luogo del concerto? La
Sagra dei Osei, ovvero la “sagra degli uccelli”, una tradizione di sette secoli che quest’anno sarà eccezionalmente gratuita. E non è tutto. Può anche capitarvi di ascoltare il canto d’uccello, ma, a sorpresa, scoprirete... un uomo! Si tratta della gara del chioccolo, nella quale si attribuirà un premio al miglior imitatore del canto degli uccelli.
Lituania, addio all’estate
Nella seconda metà di agosto i lituani celebrano Zoline, Festa dell’Assunzione in lituano, un addio tradizionale e pagano all’estate. Non è nient’altro che il termine simbolico dei lavori agricoli e del periodo dei raccolti, oltre che un gesto di benvenuto nei confronti dell’autunno. Gli abitanti dei villaggi si dirigono verso la chiesa portando grandi mazzi di fiori, di erbe e dei cesti pieni di frutta e verdura. Dopo la messa, si riuniscono in famiglia intorno ad un grande tavolo per consumare un pasto preparato sulla base del cibo consacrato. il pane – simbolo dell’unione delle famiglie – resta l’alimento più importante. Secondo la superstizione popolare, la Zoline deve proteggere la famiglia dalle malattie, deve unirla e fare pensare ai morti, fino all’estate successiva. Gli animali domestici, molto importanti per i contadini, non vengono dimenticati dalla tradizione, e perciò anch’essi ricevono del fieno ugualmente benedetto.
Polonia, la grande famiglia dei montanari
Dal 19 al 27 agosto Zakopane ospita il 38° Festival Internazionale del Folklore delle Terre montane. I montanari del mondo intero (Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, ma anche Italia, Spagna e persino Perù) vi presentano canti e poemi tradizionali. Si esibiranno in prove destinate a valutare i lavori che tradizionalmente svolgono, come la guida dei carri, la vestizione dei cavalli, e i canti tradizionali dei veri montanari. Tra gli altri eventi: stage di danza, inaugurazione degli atelier degli artisti di Zakopane, passeggiate in montagna in compagnia di una guida verso posti abitualmente inaccessibili ai turisti e un vera festa di nozze montanara.
La cultura montanara fa dimostrazione della forza delle proprie tradizioni, del suo ancoraggio nelle società europee, e vuole ormai superare le frontiere.
Hanno contribuito: Nicolas Baker (Finlandia), Mariona Vivar (Catalogna) e Anna Castellari (Italia).
Copyright delle foto: Fabulous Fab (Air Guitar), Josep Santacreu (Castellers), l'association Pro Sacile (Sagra dei Osei), Janina Danieliene (Zoline), Biuro Promocji Zakopanego (Zakopane)
Inga Pietrusińska i Natalia Sosin - Warszawa http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7590
Per ridurre la
guerra al silenzio
Neve Gordon
Beer-Sheva, Israele.
Soltanto dopo che un razzo Katyusha ha ucciso il suo vicino ha acconsentito a venire. Per più di una settimana, ho insistito con mia madre e il suo compagno ottantenne, un veterano reduce da molte guerre israliane, affinché lasciassero la loro casa nella città settentrionale di Nahariya e trascorressero il loro tempo nel nostro piccolo bilocale lontano dalla linea del fuoco. Nel giro di una settimana, i combattimenti cesseranno – l’ho rassicurata – mentre chiedevo a me stesso se questo nuovo ciclo di violenze, in realtà, sarebbe finito presto.
Benché il motivo immediato delle campagne di Israele a Gaza e nel Libano fosse il rapimento di tre soldati, il rilascio dei prigionieri costituisce solo una parte degli obiettivi complessivi del governo. A Gaza, Israele ha sfruttato il rapimento come una scusa per rientrare nella regione per fermare il fuoco dei razzi Qassam sulle città e sui paesi israeliani e cercare di rovesciare il governo palestinese guidato da Hamas. A nord, Israele aspira a indebolire Hezbollah, ripulire il Libano meridionale dalle basi militari Hebzbollah e costringere il governo libanese a porre un freno alle milizie di Hasan Nasrallah. Per poter esaminare se questi obiettivi siano ragionevoli e se le azioni di Israele possano, in effetti, portare i risultati desiderati, bisogna considerare le due regioni separatamente.
È di cruciale importanza, ad esempio, ricordare che nonostante il proprio ritiro dalla Striscia di Gaza nell’agosto scorso, Israele controlla ancora i movimenti nella regione. E fintanto che Israele manterrà il suo controllo sugli spostamenti degli abitanti, della forza lavoro, dei beni e del denaro palestinesi - come sa qualsiasi matricola di scienze politiche - continuerà ad essere il potere sovrano e la popolazione di Gaza resterà sotto occupazione.
Se è vero che nessun paese dovrebbe starsene a guardare le sue città e i suoi paesi bersagliati dai razzi, occorre fare una distinzione tra un popolo sovrano che lancia razzi contro un paese vicino e un popolo che vive sotto occupazione e che si impegna nella medesima attività.
Tenere conto di questa differenza non giustifica l’uso dei razzi, ma aiuta a comprendere le cause alla radice del loro impiego e fornisce alcuni suggerimenti su come fermare i Qassam.
Finché il conflitto israelo-palestinese riguarderà recriminazioni reali, in primo luogo la negazione dell’auto-determinazione di un intero popolo, allora l’unica soluzione ragionevole sarà politica. Israele, tuttavia, ha deciso di ignorare la via politica e ha scelto, invece, quella militare. Eppure, tagliare l’elettricità a 700.000 persone, reimpiegare le truppe nel mezzo di Gaza e provocare profonde sofferenze a 1.4 milioni di civili non hanno prodotto i risultati desiderati.
Israele non riuscirà a fermare i Qassam con mezzi militari, tranne che trasformando la Striscia di Gaza in un gigantesco campo da football e uccidendo centinaia di migliaia di persone. Ci riuscirà, invece, mettendo fine all’occupazione.
È interessante il fatto che Hamas sia pronta a fermare il lancio di razzi e a restituire il soldato catturato a patto che Israele cessi la sua politica di assassino, rilasci i prigionieri palestinesi e ritorni al tavolo negoziale per disegnare un accordo di pace basato sul ritiro di Israele entro i confini del 1967. Cosa che va considerata come un’opportunità. Israele dovrebbe immediatamente mettere fine alla campagna di Gaza, raccogliere il guanto e iniziare a parlare con Hamas, perché, come vuole il cliché, si negozia con i propri nemici e non con i propri amici.
Per quanto riguarda il fronte libanese, la questione è diversa, se non altro perché il Libano è un paese sovrano. Eppure, a differenza di altri stati sovrani che detengono il monopolio sull’uso legittimo della violenza, il governo libanese non controlla gli Hezbollah, che hanno attaccato obiettivi israeliani contrariamente al volere del proprio governo.
Mentre è vero che questa situazione deve essere risolta, il tentativo di Israele di portare un cambiamento strutturale all’interno del Libano ricorrendo alla forza estrema e indirizzandola soprattutto verso la popolazione civile gli si sta ritorcendo contro. Se prima della guerra all’interno del Libano si registravano forti critiche nei confronti degli Hezbollah, la violenza brutale di Israele, con la distruzione di interi quartieri di Beirut e con l’evacuazione forzata di mezzo milione di cittadini libanesi dalle proprie abitazioni, è riuscita a spostare il sostegno popolare a favore dell’organizzazione fondamentalista. Alla fine dei conti, la campagna israeliana sta, in realtà, rafforzando il potere degli Hezbollah.
Di conseguenza, il sostegno a mia madre e a tutti gli altri israeliani che vengono colpiti dai bombardamenti non si traduce nell’appoggio alle politiche del governo israeliano. L’impiego della forza letale per portare avanti obiettivi politici funziona raramente, e utilizzare ancora più forza dopo il fallimento del primo assalto militare sparge solo ulteriori semi d’odio. Nonostante ciò che molte persone possono pensare e ciò che molti commentatori suggeriscono, schierarsi con Israele a questo punto significa fare pressioni sul governo israeliano affinché fermi le trombe di guerra. È tempo di abbassare le armi in modo che le parole possano rimpiazzare i proiettili.
Traduzione di Martina Toti
caffeeuropa.it
Così non va
La polizia irachena allo sbando: infiltrata, divisa e minacciata
Solo 9 dollari statunitensi, poco più di 7 euro. Tanto costa, al mercato all’aperto della piazza Tahrir di Baghdad, un’uniforme completa da poliziotto iracheno. Non una versione molto simile, come quella che si può acquistare anche in Italia per esempio, ma proprio una vera divisa, con tanto di mostrine e radiotrasmittente d’ordinanza.
Il mestiere delle armi. Poco dopo la caduta del regime di Saddam, ad aprile 2003, alla popolazione irachena si presentavano poche opportunità di lavoro. Gli uomini, e anche i ragazzi, potevano lavorare come civili con le truppe della Coalizione, oppure offrirsi come interpreti e autisti per i giornalisti e i cooperanti stranieri, oppure arruolarsi nella nuova polizia o nel nuovo esercito iracheno. Mentre la guerra diventava sempre più brutale, di cooperanti e di giornalisti se ne vedevano sempre meno. La Coalizione si fidava solo di pochi iracheni e allora la polizia e l’esercito restavano più o meno l’unica forma di sopravvivenza per tutti coloro che non volevano entrare nella resistenza armata o vivere di espedienti criminali. In ogni quartiere di ogni città si aprivano uffici per il reclutamento: il lavoro era immane, visto che i vertici della Coalizione avevano deciso di azzerare le forze armate irachene ritenendole troppo filo-saddamite. Quelle file di disoccupati, considerati come collaborazionisti dai miliziani in conflitto con le truppe straniere, sono diventate uno dei bersagli preferiti degli attentati. Sono migliaia le autobombe o i kamikaze che sono esplosi massacrando persone in attesa di un posto di lavoro.
Adesso, dopo che le perdite della Coalizione hanno superato la cifra di guardia per le opinioni pubbliche occidentali (fino al 25 luglio sono 2792 i militari del contingente internazionale che hanno perso la vita in Iraq in 3 anni), i soldati stranieri vivono blindati in zone sicure e il lavoro ‘sporco’ in mezzo alla strada, posti di blocco e perquisizioni per intenderci, è totalmente affidato alle reclute della polizia irachena. Nella quale, come dimostra il mercato della piazza Tahrir di Baghdad, è molto facile infiltrarsi.
Una crisi sempre più intensa. Il generale Mohammed Abdel Aziz, capo delle operazioni del ministero della Difesa iracheno, ha annunciato, un mese fa, che questo fenomeno verrà combattuto e le forze dell’ordine avranno nuove uniformi, ma il problema della totale inaffidabilità della polizia in Iraq, tra l’altro spaccate al loro interno tra sunniti e sciiti, che non riescono a restare neutrali di fronte ai massacri interconfessionali, non sarà risolto da un cambio di look. La compravendita di divise ufficiali della polizia è la punta dell’iceberg del totale fallimento della strategia del passaggio di consegne tra i militari della Coalizione e gli iracheni. Oggi, dopo tre anni di guerra, l’unica provincia irachena nella quale è stata effettuata la staffetta è quella di Muthanna. Non proprio una della zone chiave del paese.
Difficile, per altro, pensare di lasciare il comando delle azioni a una polizia divisa e sotto attacco, a corto di equipaggiamento e di addestramento, in un paese dove, per stessa ammissione del premier al-Maliki, sono morti 5818 civili e altri 5762 civili sono rimasti feriti nei mesi di maggio e giugno 2006. Un massacro che, dall’inizio della guerra, non ha precedenti. La situazione, invece di migliorare, peggiora.Tanto che il premier iracheno, in visita negli Stati Uniti, ha chiesto all'amministrazione Bush di aumentare il contingente nel suo paese.
L’inefficienza della polizia irachena non è certo da attribuire solo agli agenti. Un elemento che chiarisce quanto sia dura la vita dei poliziotti iracheni è quello dello stipendio: un agente guadagna al mese poco meno di 200 dollari statunitensi. Una miseria, soprattutto per chi ogni giorno è bersaglio di attacchi. E quando un poliziotto non perde la vita in azione è vittima di agguati nel quartiere dove abita oppure è la sua famiglia a pagare l’odio dei combattenti che li reputano né più né meno che strumenti nelle mani degli occupanti. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5923
Christian Elia
Putin parla fuori dai denti
Mentre era in corso l'incontro del 13 luglio tra il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il Presidente USA George W. Bush nella città tedesca di Stralsund, che si affaccia sul Baltico, il Presidente russo Valdimir Putin ha rilasciato una lunga intervista in prima serata alla televisione nazionale tedesca ZDF. Putin ha parlato insolitamente fuori dai denti:
“Sono sicuro che tutta l'isteria sulle consegne di gas all'Ucraina e la costruzione del gasdotto del Baltico era tesa difendere gli interessi economici e politici statunitensi in Europa… . In particolare mi riferisco al fatto che gli USA hanno speciali relazioni con alcuni paesi dell'Europa orientale (un ovvio riferimento alla Polonia) e che vogliono sostenerli. Essi vogliono sostenere certe forza politiche, per esempio in Ucraina… . Gli Americani hanno deciso di avere una parte nello spettro politico (dell'Ucraina) e intendevano sostenerlo con ogni mezzo possibile, anche con l'energia a buon mercato dalla Russia. Ma, come ho già detto, ognuno può sostenere chi vuole in altri paesi, ma non a nostre spese.
“All'inizio e alla metà degli anni '90 il panorama era questo: le sfere economiche e sociali della Federazione Russa erano in disordine, noi non potevamo risolvere i problemi sociali e andare incontro ai nostri obblighi nei confronti della popolazione senza indebitarci per molti miliardi di dollari - e per caso in quel periodo i nostri oligarchi intascavano miliardi. In questo panorama fu allestito un intero sistema volto ad influenzare la politica interna ed estera della Russia. Negli ultimi tre, quattro, cinque anni, grazie ai cambiamenti nella situazione dell'economia Russa, questi mezzi di influenza sulla società russa hanno cominciato a venir meno. E alcuni dei nostri partner desiderano ardentemente mantenere qualcosa in piedi per continuare ad esercitare tale influsso. Dei precedenti mezzi di influenza rimane ben poco e mi sembra che abbiano quindi scelto la linea di attacco per questo”, ha detto Putin.
Commenti simili sono stati rilasciati dal presidente russo a vari mezzi d'informazione occidentali, tra cui NBC (USA), CTV (Canada) e TF1 (Francia). Rivolgendosi a quest'ultima il Presidente russo ha preso di mira in particolare il Vice Presidente USA Dick Cheney, dicendo, in risposta al recente discorso anti-russo di quest'ultimo a Vilnius, Lituania: “Penso che i commenti del Vice Presidente siano stati come un colpo mancato quando si va a caccia”, riferendosi al celebre episodio dello scorso febbraio in cui Cheney impallinò per errore un settantottenne compagno di caccia.http://www.movisol.org/znews130.htm
Polonia: i gemelli Kaczynski ai vertici del potere
Dopo l'elezione di Lech Kaczynski a Presidente della Repubblica di Polonia in molti avevano pronosticato che sarebbe stato il gemello Jaroslaw ad occupare la Presidenza del Consiglio, la seconda carica dello Stato. Pronta era arrivata la smentita ufficiale e l'incarico a Kazimierz Marcinkiewicz di formare la nuova squadra di governo.
Simone Comi
Equilibri.net
A meno di un anno dall'inizio della legislatura la situazione è però cambiata radicalmente: Marcinkiewicz ha rassegnato le dimissioni dopo aver subito forti pressioni da parte del suo partito e si appresta a diventare in autunno sindaco di Varsavia. Al suo posto è stato dato incarico a Jaroslaw Kaczynski di formare il nuovo governo. Si è così completato il percorso verso il potere iniziato dai due gemelli polacchi con la creazione del partito “Diritto e Giustizia” nel marzo del 2001, che li ha portati a sostenersi a vicenda nelle campagne elettorali polacche e a spartirsi le più alte cariche dello Stato conquistando l'elettorato polacco con forti proclami nazionalistici che spaventano l'Europa.
La presidenza Marcinkiewicz: un periodo di transizione
L'insperata vittoria alle elezioni ha aperto all'interno di Diritto e Giustizia un dibattito su quale dovesse essere il futuro assetto del partito e della compagine governativa da presentare agli elettori. Molti analisti avevano predetto che sarebbe stato il fratello gemello del premier, Jaroslaw Kaczynski, a ricoprire la seconda carica dello stato: la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Proprio dal diretto interessato c'è stata la rinuncia alla carica e la promessa che mai la Polonia sarebbe stata guidata da due gemelli. La scelta è successivamente caduta su Kazimierz Marcinkiewicz, uomo politico molto conosciuto e apprezzato dall'elettorato ma politicamente più pragmatico e meno intransigente rispetto ai due fratelli Kaczynski. Da subito si è però capito che il governo guidato da Marcinkiewicz non sarebbe andato oltre la prima crisi. Pochi mesi dopo la formazione del governo si sono avuti i primi screzi tra il Primo Ministro e i dirigenti parlamentari del suo stesso partito: le pressioni sull'esecutivo affinché si approntasse in tempi brevi un programma di riforme radicali si sono fatte sempre più forti e l'apertura di Marcinkiewicz verso possibili investitori stranieri con la promessa di disciplina finanziaria e riforme di mercato ha attirato sul premier le critiche degli esponenti di Diritto e Giustizia orientati alla protezione dell'economia polacca da influenze esterne. Lo scandalo che ha definitivamente affossato le credenziali del premier agli occhi dell'opinione pubblica e ha portato alla richiesta di dimissioni di Marcinkiewicz riguarda episodi del passato di Zyta Gilowska, vice primo ministro e responsabile del dicastero delle Finanze. Già impiegata al Ministero delle Finanze a Varsavia, la Gilowska è stata accusata di passate connivenze con i servizi segreti, un tempo sotto il controllo del partito comunista polacco. Nonostante dopo l'episodio si sia scatenata in tutta la Polonia una caccia alle streghe che ricorda il maccartismo statunitense di metà anni '50, che ha colpito anche Leszek Balcerowicz,Governatore della Banca Nazionale, Marcinkiewicz ha confermato Zyta Gilowska alla guida del ministero delle Finanze e le ha offerto nuovamente la poltrona di vice primo ministro. In contrapposizione con quanto deciso dal premier i vertici del partito Diritto e Giustizia hanno interdetto la Gilowska dal rientro nella compagine governativa. Entrato in conflitto con i vertici del proprio partito Marcinkiewicz ha chiesto e ottenuto un colloquio con Tusk, presidente del partito liberale: l'incontro tra i due ha portato alla richiesta di dimissioni immediate del Primo Ministro avanzata dai vertici di Diritto e Giustizia, che temevano un'alleanza di governo alternativa a quella composta da Diritto e Giustizia, Lega delle Famiglie Polacche e Autodifesa.
Un nuovo Primo Ministro alla guida del Governo polacco
A seguito delle annunciate dimissioni del Primo Ministro il Presidente della Repubblica Lech Kaczynski ha designato il fratello gemello Jaroslaw, già guida del partito di maggioranza, alla carica di capo dell'esecutivo polacco, avvalorando così le tesi degli analisti espresse subito dopo le elezioni. Accettata la candidatura Jaroslaw Kaczynski ha preso la guida del Governo nel segno della continuità: solo il dicastero delle Finanze ha visto un cambiamento al vertice. Al posto di Pawel Wojciechowski, chiamato dal partito a sostituire Zyta Gilowska, si è insediato l'economista Stanislaw Kluza, che garantirà maggiore conformità alle linee di politica economica presentate in campagna elettorale da Diritto e Giustizia e garantirà la priorità del suo operato ad un progetto di riforma delle finanze pubbliche. Il nuovo premier polacco ha voluto nella nuova squadra di governo anche Przemyslav Gosiewsky, che da presidente del gruppo parlamentare di Diritto e Giustizia passerà a coordinare i lavori del Consiglio dei Ministri. Il nuovo corso del Governo polacco è guardato con apprensione dalla comunità europea: se il pragmatismo politico di Marcinkiewicz equilibrava le affermazioni politiche forti provenienti dagli ambienti politici dell'estrema destra della maggioranza i proclami di Jaroslaw Kaczynski in campagna elettorale improntati all'euroscetticismo e al protezionismo economico sembrano poter danneggiare i rapporti tra il paese e l'UE se si tradurranno in scelte politiche concrete.
Preoccupazione desta anche la stretta alleanza tra gli ambienti ecclesiastici e l'élite al potere. L'appoggio dato da Radio Marja, che ha un vasto potere mediatico, in campagna elettorale ha molto aiutato Diritto e Giustizia ad affermarsi come prima forza nelle aree del paese più arretrate economicamente e socialmente. La Chiesa polacca ha sempre avuto grande influenza nella vita non solo politica ma anche economica del paese: dalla proibizione dell'aborto, alle dimissioni di ministri attaccati da alti prelati, agli ingenti possedimenti terrieri di cui è tornata in possesso con la privatizzazione postcomunista molti sono coloro che temono questa eccessiva vicinanza e possibile influenza della Chiesa sullo Stato. Altro motivo di preoccupazione riguarda lo stato dei media polacchi, che sono stati ridotti al silenzio riguardo alle scelte di politica interna se filo-governativi o hanno dovuto moderare di molto le critiche al governo se vicini ai partiti d'opposizione. Grazie ai licenziamenti mirati di direttori di testate televisive e giornalistiche non allineati e la nascita di giornali ampiamente supportati da aiuti economici da parte delle istituzioni che hanno la precedenza nel ricevere notizie, nell'ottenere interviste e nella consultazione di documenti anche i giornali indipendenti sono stati costretti a cambiare la linea editoriale ammorbidendo le posizioni o appoggiando l'azione governativa in cambio di notizie. Neanche la stampa estera si è potuta sottrarre a questo tipo di controllo, tanto che dopo un confronto aspro avuto con giornalisti stranieri in gran parte ostili alle posizioni del Capo dello Stato è stata praticamente estromessa dall'agenda del Governo.
Il programma di governo del nuovo premier
Alla presentazione del programma di governo al Sejm (la Camera bassa polacca) il neo-premier Jaroslaw Kaczynski ha adottato toni rassicuranti ed equilibrati. Nel primo discorso al Parlamento ha sottolineato che la Polonia intende rispettare i parametri europei e sviluppare un vasto programma di infrastrutture. Kaczynski ha inoltre affermato che la politica economica del nuovo governo sarà improntata al riformismo, con liberalizzazioni e virtuosismo fiscale. Quest’ultimo punto è però in contrapposizione con i proclami a favore della spesa pubblica riproposti più volte dalle due formazioni d’estrema destra, Autodifesa e la Lega delle Famiglie, che sostengono il governo di Diritto e Giustizia e che potrebbero mettere in discussione il Patto di stabilizzazione, accordo tripartitico annuale che permette di avere in Parlamento una maggioranza solida, nel caso in cui le scelte di politica economica di Kazcynski non risultassero in linea con quanto presentato in campagna elettorale e in sede di accordi con gli altri partiti di maggioranza.
In politica estera Jaroslaw Kaczynski ha promesso un nuovo corso, che dovrebbe essere contrassegnato da una serie di iniziative per rasserenare le relazioni con la Germania, inaspritesi dopo la decisione del fratello Lech di non partecipare al vertice di Weimar, foro di cooperazione politico-economica tra Germania, Francia e Polonia in seguito alla pubblicazione su un quotidiano tedesco di un articolo satirico sui fratelli Kaczynski. Il controverso episodio ha portato al Capo dello Stato aspre critiche da parte di alti esponenti della diplomazia polacca: l’ambasciatore di stanza a Berlino, Andrezy Byrt, si è detto molto deluso dell’atteggiamento di Lech Kaczynski e ha sottolineato che se le relazioni tra Varsavia e Berlino stanno attraversando una fase calante la responsabilità sono da ricercarsi nelle scelte del governo e delle istituzioni polacche.
Conclusioni
L'arrivo al potere dei fratelli Kaczynski rischia di riportare la Polonia a ciò che era una decina d'anni fa: un paese chiuso economicamente, gravato politicamente e socialmente da fantasmi come il fanatismo di stampo religioso e politico. Per continuare a crescere e non fermare il cammino verso un miglioramento delle condizioni di vita e lo sviluppo il governo polacco avrà bisogno dell'aiuto economico e dell'appoggio politico non solo degli Stati Uniti ma anche e soprattutto dei paesi facenti parte dell'Unione Europea. La guerra del gas che sta interessando l'Europa rischia di avere conseguenze disastrose per il comparto energetico nazionale, soprattutto se continuerà il clima di gelo che contraddistingue le relazioni con Mosca. Progetto dei fratelli Kaczynski è smarcare la Polonia dalle dispute energetiche per far acquistare al paese un peso specifico maggiore sulla scena internazionale con eventuali progetti alternativi ma non sarà certo chiudendo le proprie frontiere alla collaborazione con entità economiche straniere che la Polonia riuscirà a raggiungere un grado di sviluppo economico tale da far aumentare il proprio peso politico sulla scena internazionale.
Israele, bombe "bunker buster" dagli Usa?
Reuters
Nel 2004 Israele ha chiesto agli Stati Uniti bombe “bunker buster”. Citando dichiarazioni di ufficiali Usa, sabato scorso il New York Times ha riportato che l’amministrazione Bush stava precipitandosi nella consegna di “bombe satellitari” e “bombe laser” a Israele in risposta a una richiesta dello Stato ebraico per l’offensiva in Libano
Gli Stati Uniti presto forniranno a Israele circa 100 bombe “bunker buster”1 allo scopo di eliminare il leader libanese Hezbollah e distruggere i rifugi del movimento sciita, ha riportato lunedì il quotidiano arabo con base a Londra Asharq al-Awsat.
Citando fonti non meglio specificate a Washington e a Tel Aviv, il giornale saudita ha scritto che gli ordigni, in grado di penetrare il suolo fino a quaranta metri, dovrebbero essere spediti via nave a Israele da una base militare Usa nel Qatar.
Israele sta bombardando il Libano da quando Hezbollah, il 12 luglio scorso, ha ucciso otto soldati israeliani e ne ha sequestrati altri due. Il movimento sciita sta rispondendo al fuoco israeliano.
Circa 320 persone, quasi tutti civili, sono state uccise in Libano, 37 in Israele. In almeno due occasioni, la contraerea israeliana ha colpito edifici a Beirut, azioni che i media hanno descritto come tentativi di assassinare il leader Hezbollah Hassan Nasrallah e i principali membri del movimento.
Nasrallah è rimasto illeso in entrambi i casi, e ha fatto sapere che nemmeno gli altri vertici del movimento sono stati feriti. Alcuni esperti militari israeliani hanno imputato l’apparente fallimento delle missioni alla mancanza di un’artiglieria aerea in grado di distruggere i bunker di Hezbollah.
Nel 2004 Israele ha chiesto agli Stati Uniti bombe “bunker buster”. L’approvazione del Pentagono per la cessione di 100 ordigni GBU-28, capaci di penetrare il suolo per circa 7 metri, si è scontrata lo scorso anno con la decisione del ministero della difesa israeliano che, alla fine, per ragioni di budget, ha ritrattato l’acquisto.
Citando dichiarazioni di ufficiali Usa, sabato il New York Times ha riportato che l’amministrazione Bush stava precipitandosi nella consegna di “bombe satellitari” e “bombe laser” a Israele in risposta a una richiesta dello Stato ebraico per l’offensiva in Libano.
L’articolo non ha fornito dettagli sugli ordigni in questione ma ha specificato che si trattava di parte di un accordo commerciale approvato dal Pentagono nel 2005.
1. EPW o ‘bunker buster’, lett. “bruciatore di bunker”: una nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza capaci di penetrare il terreno. Sono disegnate per colpire il terreno ad alta velocità e per penetrare nella terra prima di esplodere. La penetrazione nel terreno aumenta il danno fatto ad obiettivi sotterranei raddoppiando l’energia di esplosione nel terreno. Anche un ordigno nucleare EPW di potenza molto bassa esploso in un ambiente urbano o vicino ad esso causerebbe, comunque, detriti, polveri ed altro materiale radioattivo che ricadrebbero sopra un’area di diversi chilometri quadrati. Una bomba EPW di potenza inferiore ad un decimo di quella delle bombe nucleari impiegate su Hiroshima e Nagasaki causerebbe dosi fatali di radiazioni su decine di migliaia di vittime. Agenti biologici e chimici custoditi nei rifugi colpiti potrebbero disperdersi nell’atmosfera senza essere stati distrutti da una bomba EPW, ferendo o uccidendo civili non protetti. Il numero di persone colpite da un attacco nucleare con EPW dipenderebbe dalla localizzazione dell’obiettivo, dalla densità di popolazione nei territori circostanti, dalla estensione della dispersione delle polveri, e dalla possibilità di fuga o di evacuazione. Gli Stati Uniti attualmente dispiegano sia EPW convenzionali che nucleari.
(Fonte: Internazionale Medici per la Prevenzione della Guerra Nucleare, sezione italiana – Organizzazione Premio Nobel per la Pace 1985).
Fonte: Reuters
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Prima che sia troppo tardi: salvate Israele dalla sua follia nucleare
dalla prefazione alla terza edizione di Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, di David Hirst
Dove porterà questo progetto neoconservatore, israelo-americano per il Medio Oriente è impossibile prevederlo. Tutto ciò che si può dire per certo è che potrebbe facilmente dimostrarsi tanto disastroso nelle sue conseguenze per la regione, l'America e lo stesso Israele, quant'è assurdamente fazioso nelle motivazioni, fantasticamente ambizioso nella concezione e terribilmente rischioso in pratica. Se anche, per cominciare, ottenesse quello che, a giudizio di chi scrive, sarebbe un successo apparente e di breve durata, non metterebbe fine alla violenza in Medio Oriente. Anzi, è molto più probabile che, nel medio o lungo periodo, finisca per peggiorarla notevolmente. Per mettere davvero fine alla violenza, se ne devono strappare le radici e bonificare il terreno nocivo che la nutre.
È tardi, ma forse non troppo tardi, perché ciò possa accadere. Il compromesso storico – e storicamente generoso – che nel lontano 1988 Yasser Arafat aveva offerto per la spartizione della Palestina tra la sua popolazione indigena e i sionisti che ne avevano scacciata la maggior parte, ufficialmente è ancora valido. Ormai è assolutamente ovvio che senza una persuasione esterna Israele non l'accetterà mai e che quella persuasione può venire soltanto dall'ultimo vero amico di Israele nel mondo, gli Stati Uniti; che, affinché la persuasione funzioni, ci dev'essere in Israele una “riforma” o un “cambio di regime” tanto profondo quanto quello necessario dall'altra parte; e, infine, che è l'unico modo, in ultimo, per salvare Israele da se stesso. È una cosa che alcuni israeliani capiscono chiaramente e che si sforzano di far capire anche all'America e, forse più opportunamente, agli “amici di Israele” in America. “Da decenni”, si lamenta l'attivista Gila Svirsky, “noi del movimento pacifista israeliano lottiamo perché gli israeliani raggiungano un compromesso sulla questione che alimenta il conflitto con i palestinesi. E adesso il nostro lavoro per la pace è vanificato due volte: la prima da un premier convinto che la brutalità indurrà i palestinesi ad arrendersi e la seconda da un presidente americano che lo sostiene in questo. Bush è diventato una parte notevole del problema”. O, per dirla con le parole di Gideon Samet, un rubricista di Haaretz, “anziché calmare le acque e bilanciare le pressioni su Arafat con richieste a Sharon... lo zio Sam sta scrivendo un copione per un Occidente terrificante di buoni contro i cattivi... fino alla morte”.
Data la faziosità, effettivamente, è altamente improbabile che qualcosa cambi nell'immediato futuro. E non sarebbe, comunque, facile anche nelle circostanze più favorevoli. Soltanto il più risoluto dei presidenti potrebbe farcela. Conquistare la Casa Bianca alla propria causa è sempre stato uno degli obiettivi supremi del sionismo, un obiettivo in larga misura brillantemente conseguito negli anni. L'ultima volta che l'inquilino di Pennsylvania Avenue n.1600 ha assunto una posizione ferma contro Israele fu quando il Presidente Eisenhower impose il ritiro incondizionato dal Sinai che aveva invaso, con un atto deliberato di aggressione non provocata, nella guerra di Suez del 1956.
In realtà – dice Stephen Green nel suo libro “Taking Sides” – “si può affermare che Eisenhower fu l'ultimo presidente americano a dettare veramente la politica mediorientale americana” anziché “Israele e gli amici di Israele in America”.241 Nel quasi mezzo secolo trascorso da allora, è stato forse George Bush padre quello che si è maggiormente opposto a Israele in una disputa sulla garanzia di un prestito di 10 miliardi di dollari nel 1991; alcuni pensano che gli sia costata la rielezione per un secondo mandato.
Ma se non dovesse cambiare nulla in un futuro ragionevolmente prossimo, verrà il momento in cui non sarà più possibile che accada. La leadership palestinese potrebbe ritirare la sua offerta, avendo concluso, come molta della sua gente ha già fatto, che per quanto concilianti diventino, per quanto facciano altre concessioni, non sarà mai abbastanza per un avversario che sembra volere tutto. Gli esponenti del “fronte del rifiuto” di Hamas e/o quelli, tanto laici quanto religiosi, che la pensano come loro, potrebbero assumere il comando. L'intero, più vasto processo di pace arabo-israeliano avviato da Anwar Sadat, ritenuto ormai irreversibile, potrebbe dimostrarsi reversibile, dopo tutto; Camp David e il Wadi Araba (il trattato tra Israele e la Giordania del 1994) potrebbero crollare.
Nel qual caso potrebbe arrivare, e quasi certamente arriverà, il momento in cui il costo, per gli Stati Uniti, di continuare a sostenere il loro protetto infinitamente insistente in un conflitto interminabile contro una cerchia sempre più vasta di nemici sarà maggiore della loro volontà di sostenerlo e delle risorse necessarie a tale scopo. E molto probabilmente sarà un momento in cui Israele stesso si troverà in una situazione di pericolo grave e forse persino fatale per la sua esistenza.
E se così fosse, l'America probabilmente scoprirebbe anche qualcos'altro: che l'amico e alleato che ha soccorso in tutti questi anni non solo è uno stato coloniale, non solo è estremista per temperamento, razzista in pratica e sempre più fondamentalista nell'ideologia che lo spinge, ma è anche assolutamente capace di diventare uno stato “irrazionale” a spese dell'America quanto proprie. Essere una “risorsa strategica”, infatti, significa anche avere la possibilità di diventare, di proposito e deliberatamente, uno “svantaggio strategico”. È una cosa che i leader israeliani ricordano di tanto in tanto al loro benefattore americano; era, per esempio, il significato reale – o, come ha detto il rubricista israeliano Haim Baram, “il ricatto vero e proprio”242 – dietro il rabbioso riferimento alla Cecoslovacchia di Sharon e al suo monito che “da oggi in poi, possiamo contare solo su noi stessi”.
In effetti, la minaccia di una violenza cieca e irrazionale in reazione a pressioni politiche è stata la risposta istintiva dello stato ebraico sin dai suoi esordi. È stata anche autorevolmente documentata, negli anni Cinquanta, da una colomba, il premier Moshe Sharett, il quale scriveva del proprio ministro della difesa Pinhas Lavon che questi “predicava costantemente atti di follia” o “la furia cieca” nel caso in cui Israele fosse stato offeso. Nel suo libro “The Fateful Triangle”, Noam Chomsky sostiene che il bersaglio reale della bomba atomica israeliana siano gli Stati Uniti. Che Israele cercasse effettivamente di premere in questo modo sugli Stati Uniti lo presumevano anche i francesi quando, in una collaborazione tenuta rigorosamente nascosta agli americani, fornirono la prima indispensabile assistenza al progetto israeliano di divenire una potenza nucleare. “Pensavamo”, disse Francis Perrin, Alto Commissario dell'Agenzia per l'Energia Atomica francese all'epoca, “che la bomba israeliana fosse diretta contro gli americani, non per essere lanciata contro l'America, ma per dir loro 'se non volete aiutarci in una situazione critica, vi costringeremo a farlo, altrimenti ricorreremo alla nostra bomba atomica'”. Quando, nella guerra del 1973, Israele sguainò la sua spada nucleare, non fu per spaventare gli arabi, bensì per obbligare gli Stati Uniti a intervenire con un massiccio rifornimento di emergenza di armi convenzionali per non rischiare un colpo catastrofico, inflitto da Israele, ai suoi più vasti interessi nella regione. Senza una pace “giusta, globale e duratura” – vanamente cercata dalla diplomazia mediorientale per oltre mezzo secolo – che può realizzarsi soltanto grazie all'America, Israele rimarrà almeno quanto l'Iran, ma anche più a lungo, un candidato al ruolo di stato che può fare un uso sconsiderato dalle propria potenza nucleare.
L'Iran non potrà mai essere minacciato nella sua stessa esistenza, Israele invece sì. In effetti, nonostante la sua enorme superiorità militare sui palestinesi e su ogni possibile alleanza di stati arabi, una simile minaccia potrebbe persino scaturire dall'attuale Intifada. Questa, almeno, è l'opinione pessimistica di Martin van Creveld, noto docente di storia militare all'Università ebraica di Gerusalemme. Se dovesse protrarsi a lungo, ha detto, “il governo israeliano [potrebbe] perdere il controllo del popolo... In campagne come questa le forze anti-terrorismo perdono perché non riescono a vincere e i ribelli vincono perché riescono a non perdere. Considero inevitabile la disfatta totale di Israele. Ciò significherebbe il crollo dello stato e della società israeliani. Distruggeremmo noi stessi”. E in questa situazione, proseguiva, sempre più israeliani finivano per considerare il “trasferimento” dei palestinesi come l'unica salvezza; il ricorso a esso stava divenendo sempre “più probabile... ogni giorno che passa”. Sharon “vuole un'escalation del conflitto perché sa di non poter riuscire in nessun altro modo”. Ma il mondo permetterebbe una simile pulizia etnica?
“Dipende da chi la fa e quanto rapidamente. Possediamo varie centinaia di testate e razzi nucleari, che possiamo lanciare in ogni direzione, forse persino su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono possibili bersagli delle nostre forze aeree... Permettetemi di citare il generale Moshe Dayan: 'Israele dev'essere come un cane rabbioso, troppo pericoloso per darsi pensiero'. Ritengo che a questo punto non ci sia più speranza. Dovremo cercare di evitare che si arrivi a quel punto, se è ancora possibile. Le nostre forze armate, però, non sono al trentesimo posto nel mondo, bensì al secondo o al terzo. Abbiamo la capacità di trascinare il mondo intero nella nostra rovina. E vi assicuro che accadrà, prima che Israele affondi”. Nella sua prima edizione, “Senza Pace” si concludeva con una citazione dal Jerusalem Post che metteva in guardia dal secondo “Olocausto” che un giorno avrebbe potuto coinvolgere i nemici d'Israele quanto Israele stesso. Chiaramente la citazione è altrettanto pertinente oggi, venticinque anni dopo. E “l'inno di speranza”, i cui “primi accordi” – a detta di quel recensore – Anwar Sadat aveva appena fatto risuonare con il suo pellegrinaggio a Gerusalemme, rimane un inno di speranza delusa. E continuerà a esserlo fintantoché gli Stati Uniti non si sveglieranno del tutto da quella ottusa infatuazione che è sempre stata in contrasto con la maggior parte dei “valori” che presumono di incarnare, fin da quando George Washington ammoniva contro la “parzialità eccessiva” nei confronti di “un'unica nazione straniera”, contro “l'immaginario interesse comune” che ne scaturiva e “l'opportunità” che offriva ai “cittadini di tradire o sacrificare gli interessi del proprio paese nell'illusione di perseguire con lodevole zelo il bene comune”.
Brano tratto da Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, di David Hirst
Bosnia Erzegovina, un paese sospeso
scrive Michele Nardelli
La Bosnia come l'Afghanistan e la Terrasanta. Si rischia di passare da un'emergenza all'altra senza la capacità di stare sulle cose, scavare nei conflitti. Un editoriale
Srebrenica - Rudi Della Bartola Spero di sbagliarmi, ma fra qualche tempo – così come accade per il conflitto in Terrasanta o per l’Afghanistan – l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica ritornerà sulla Bosnia Erzegovina. E non sarà per raccontare di un paese che rinasce dopo la guerra che lo ha devastato negli anni ’90 del secolo scorso.
Di un paese che cerca fra mille difficoltà di trovare una propria strada, delle contraddizioni e dei nervi scoperti che un conflitto non elaborato porta inevitabilmente con sé, dell’ordinaria deregolazione che segue la guerra e che segna la vita pubblica nell’amministrazione come nell’economia, della miseria dei tanti anziani che hanno perduto tutto, privati anche della pensione che avrebbe dovuto garantire un paese (la Jugoslavia) che non esiste più, dei boschi violentati dalle mine o delle miniere trasformate in discariche di rifiuti tossici, non ci si interessa più di tanto.
Qualcuno si ricorda che undici anni fa c’è stato un eccidio, quello di Srebrenica, luogo di cui spesso non si sa nemmeno pronunciare il nome, ma anche in questo caso più per l’effetto che può fare l’immagine di centinaia di bare allineate che per l’interrogarsi sulla vergogna dei pogrom o dei campi di concentramento riapparsi nel cuore dell’Europa o di una guerra moderna sull’uscio di casa nostra di cui non abbiamo capito proprio un fico secco.
Perché dei Balcani non vogliamo sapere nulla, se non gli stereotipi. E così passiamo da un’emergenza all’altra, senza mai aver la capacità di stare sulle cose, di scavare dentro i conflitti, di cogliere il messaggio che ne viene. Quasi una forma di autismo che ci impedisce di vedere e di comprendere la complessità e l’interazione di ciò che accade con le nostre stesse esistenze.
Lo dico per l’informazione, per la politica, per lo stesso pacifismo che sa manifestarsi nel clamore e poco invece scavare in profondità, in quel lavoro oscuro che pure qualcuno ha preferito alla propaganda, che al clamore – appunto – non concede nulla, che si pone sul terreno non solo della ricostruzione delle materialità andate distrutte ma delle vite nella loro dimensione più profonda, della riconciliazione, quella pratica difficile e dolorosa che chiamiamo “elaborazione del conflitto”. Che ti porta ad andare oltre la logica degli aiuti, che si fonda sulla costruzione di fiducia, di relazioni vere e durevoli, che richiede tempo e parole prima ancora che fatti concreti, perché senza la parola – che vuol dire racconto del proprio vissuto, ricerca di punti d’incontro delle diverse narrazioni, comprensione di ciò che è accaduto – non c’è futuro. Le ferite non curate vanno in cancrena. Così una storia non elaborata, che ti porti dentro come una ferita per averla vissuta o per il racconto che i tuoi cari ne hanno fatto, può diventare – sapientemente manipolata o maldestramente affrontata – motivo di altro dolore, di odio, di rancore. E non serve andare tanto lontano, basta ricordare la storia di una piazza che doveva diventare “della pace”. Quel lavoro che, tranne qualche rara eccezione, non c’è stato.
Così la Bosnia Erzegovina, ad undici anni dalla fine della guerra, è un paese sospeso, lacerato dalle proprie contraddizioni e dai propri fantasmi. Non solo quelli di Ratko Mladic, di Radovan Karadzic o di altri criminali liberi e spesso riveriti.
Un paese straordinariamente ricco di risorse naturali – l’acqua dei fiumi verde smeraldo che scorre ovunque, i boschi come non trovi in nessuna altra parte d’Europa – ma prima ancora di storia e di cultura, di tradizioni e di saperi, di città straordinarie come Sarajevo o Mostar che questa storia continuano a raccontare, nonostante tutto.
Eppure nel dopoguerra sono cresciute le condizioni di povertà. La criminalità economica dagli affari della guerra è passata a gestire quelli della ricostruzione, aiuti compresi. Così come si parla ormai apertamente di fallimento del castello istituzionale che gli accordi di Dayton hanno costruito. Ogni problema è motivo di propaganda dei partiti nazionalisti per dare la colpa all’altro e così rinascono le lacerazioni, tanto che nella campagna elettorale in corso il tema che tiene banco è quello della secessione della Republika Srpska, effetto del referendum con il quale il Montenegro si è staccato dalla Serbia (e di quel che si profila in Kossovo, in assenza di una soluzione condivisa sullo status di quella regione), ma anche dell’incapacità di interrogarsi sulla guerra e sulla sua natura. Non voglio nemmeno pensare a che cosa accadrebbe in una prospettiva di questo tipo, soprattutto laddove c’è stato il ritorno.
E noi, cittadini evoluti di un’Europa che cammina a ritroso, continuiamo a non voler vedere quel che accade nel cuore di questa nostra vecchia e cara Europa. Che nei Balcani – se non sapremo costruire rapidamente una nuova prospettiva politica di integrazione – continuerà a rispecchiare il proprio fallimento. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5960/1/51/
Conferenza sul Libano a Roma dopo attacco a missione ONU
di Mauro Giannini
Un invito ad Israele perche' indaghi sull'uccisione dei due osservatori dell'ONU in Libano e' stato lanciato ieri dal segretario generale dell'ONU Kofi Annan, che ha espresso dolore e shock per l'accaduto ma ha anche ipotizzato che i soldati israeliani abbiano compiuto una azione "apparentemente intenzionale".
Nella dichiarazione, rilasciata durante in summit di Roma sulla crisi in Medio Oriente, Annan ha ricordato che davanti alle missioni ONU (in Libano Unifil) gli eserciti devono arrestarsi ed ha detto che "l'attacco coordinato aereo e dell'artiglieria" vicino alla citta' libanese di Khiyam si e' verificato malgrado le assicurazioni personali dategli dal primo ministro israeliano, Ehud Olmert, che le postazioni dell'ONU sarebbero state risparmiate dal fuoco.
Il comandante della forza ONU in Libano del sud, il Generale Alain Pelligrini, era stato in contatto costante con gli ufficiali israeliani durante la giornata, sottolineando la necessita' di proteggere la particolare postazione delle Nazioni Unite dall'attacco. Un portavoce ONU ha aggiunto che il bombardamento e' continuato mentre avvenivano le operazioni di salvataggio.
Oltre ai due morti, quattro membri del battaglione del Ghana sono stati feriti leggermente quando un carro armato israeliano ha colpito l'interno della loro postazione, mentre uno scontro a fuoco degli Hezbollah ad uno dei convogli ONU non ha causato danni o incidenti.
Poco prima dell'uccisione degli osservatori militari ONU, il Consiglio di sicurezza aveva discusso il futuro della missione. Nel suo rapporto, Annan ha detto che l'aumento delle violenze dal 12 luglio in poi "ha radicalmente cambiato il contesto" nel quale UNIFIL opera ed ha suggerito la proproga del mandato solo per un altro mese, menre vengono valutate le altre opzioni possibili per il Libano del sud.
Prima della violenza, il governo libanese aveva chiesto un'estensione di sei mesi del mandato del UNIFIL. Anche secondo il presidente russo, Vladimir Putin, la guerra in Libano - che "ha gia' avuto pesanti conseguenze umanitarie" - dimostra 'l'assoluta necessita' di aumentare l'efficienza dell'ONU".
Si e' aperta intanto la conferenza di Roma sul Libano. Secondo Romano Prodi, il primo obiettivo da conseguire al summit e' "il cessate il fuoco". Altri punti nodali, "la nuova ondata di problemi umanitari" e "l'organizzazione di una forza di interposizione di cui si e' gia' discusso al G8".
Nel suo intervento alla conferenza, oggi, il ministro degli esteri Massimo D'Alema ha sottolineato che "Serve lavorare alle condizioni politiche per giungere ad un cessate il fuoco stabile e duraturo" ed ha detto che Israele ha il "diritto di difendersi da attacchi esterni" ma deve esercitarlo con "moderazione e proporzionalita'". Secondo il vicepremier, "e' necessario trovare i modi per un'azione umanitaria efficace" e bisogna lavorare per una forza di sicurezza internazionale sotto il mandato dell'ONU.
Il summit e' presieduto da D'Alema e dal segretario di stato USA Condoleezza Rice, che hanno avuto un colloquio bilaterale alla Farnesina prima dell'inizio dei lavori. La Rice e' reduce da un viaggio in Medio Oriente, dove ha discusso con Olmert del Libano e della situazione di Gaza e con il leader libanese Nabih Berri.
Continua il lancio di razzi sub Haifa, la terza citta' di Israele. I miliziani Hezbollah stanno inoltre lanciando missili Katiuscia sulla Galilea. La radio militare israeliana ha comunicato oggi che almeno tredici soldati sono stati colpiti dal fuoco di miliziani Hezbollah nella citta' di Bint Jbel. L'emittente non ha precisato quanti di essi possano essere morti, ma la tv Al Arabiya ha detto che un gran numero di soldati istraeliani, almeno 12, sarebbero stati uccisi nei combattimenti nel Sud del Libano.
La stessa TV ha reso noto che un aereo umanitario che trasporta un ospedale da campo, medici dell'esercito giordano ed aiuti internazionali, e' giunto all'aeroporto Rafik Hariri di Beirut.
www.osservatoriosullalegalita.org
Ultima a Romano
Caro Romano,
sono bastati solo 100 giorni perché si palesasse tutta la democrazia cristiana che sta nel tuo governo; di conseguenza posso affermare che sono bastati 100 giorni perché si avverasse la mia previsione. Siete stati l’ennesima truffa alla quale noi cittadini assistiamo inermi ed inebetiti in perfetto stile italiano. Apprendo dai giornali che soltanto una cinquantina di persone, ieri, hanno protestato insieme all’Onorevole Di Pietro fuori del Parlamento, mentre sono state molte di più quelle che hanno protestato davanti al Municipio di Roma per la Lazio o hanno invaso i binari delle ferrovie toscane per la Fiorentina e sono certa che questo riempia il vostro cuore di gioia.
L’imbecillità dell’italiano è per voi fresca linfa e garanzia di continuità. Siccome io non mi sento più italiana dall’avvento del berlusconismo, sono immune al morbo ed avendo votato per te con convinzione e responsabilità, mi sento autorizzata a scriverti per l’ultima volta. Certo, so bene che nemmeno a questa risponderai, d’altronde ho avuto risposta solamente due volte da qualcuno della tua organizzazione; con la prima risposta si tentava di vendermi l’aspirapolvere, con la seconda, appurato che non l’avrei acquistata, velatamente mi si mandava a quel paese. Pazienza, quindi!
Caro Romano, cento giorni di bastone e carota, ma l’asino si è rivoltato e vi ha dato il bastone sulla schiena (i tassisti) e nulla di più. Confindustria continua a governare l’economia dello stato, noi inebetiti da calciopoli non ci accorgiamo nemmeno di dover continuare a pagare ed ora l’estremo decreto dell’ “insulto”. Complimenti.
Devo tuttavia ringraziarti per avermi dato maggiori nozioni sulla politica dell’alternanza. Ho capito finalmente cosa significa: un po’ per uno non fa male a nessuno. Una sorta di duo-polio tra te e berlusconi. Deve essere per questo che non è stata la risoluzione del “conflitto di interessi” il primo provvedimento attuato dalla “serietà al governo”. Quali mostruosità potrei scriverti se andassi a rimestare sulla legge 30? Vero, avete sbandierato “il cuneo fiscale” come panacea, ma sai bene cosa accade quando un cuneo si scontra contro le terga del cittadino medio. L’unica salvezza per il lavoratore medio italiano, che lavora da 20 anni, ma negli ultimi tre o quattro è diventato uno schiavo a progetto, è quello di tenere le chiappe strette per la paura di non vedere il suo contratto trimestrale rinnovato. E’ talmente stretto che il cuneo non passa.
Afghanistan e Iraq sono altri due capitoli dei vostri 100 giorni da leggere con vergogna e disgusto, ma tant’è: tutto è già stato detto. Le nomine delle cariche dipendenti dalla Farnesina nei paesi di interesse berlusconiano farebbero arrossire anche un esibizionista, ma leggere le motivazioni dell’esigenza del decreto dell’indulto è un’ offesa reale che ogni cittadino onesto dovrebbe sentire sulla pelle al punto di cacciarvi a pedate dalle comode poltrone. Usare la vita di cittadini deboli come merce di scambio per salvare quella di squali assetati di sangue e danaro è aberrante, e se solo il cittadino italiano smettesse di interessarsi del calcio e buttasse uno sguardo intelligente alle cose politiche, forse si chiederebbe perché un senatore condannato a sei anni di carcere, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, sia ancora un senatore a tutti gli effetti. Che non abbia rassegnato le sue dimissioni da senatore in attesa del provvedimento di legge che lo avrebbe salvato dalla ridicola sanzione degli arresti domiciliari, nella sua bellissima casa di Piazza Farnese? Eh! Sì, ammetto che questa è un’illazione.
Quindi caro Romano concludo: so che chi da una mano alla mafia può essere imputato di vari reati, collusione, favoreggiamento, associazione esterna… Ora mi chiedo come potrei definire chi da una mano ai corruttori, ai ladri, ai truffatori?
In campagna elettorale eravate così umili da chiederci “le idee”. Le mie non sono mai state raccolte forse perché odoravano di bucato appena steso al sole in confronto alle vostre, o forse perché erano talmente semplici da essere irrealizzabili; per esempio perché non sancire l’ineleggibilità dopo due mandati? Non vi stancate di “lavorare per noi” dopo dieci, venti, addirittura 40 anni?
Rientrare dei capitali rubati (scusa, distratti) da malfattori, piduisti, corruttori, ladri e feccia istituzionalizzata, anziché cavar sangue dalle rape (le rape siamo noi) ti pare troppo populista? Non sarebbe elegante? Rischia di essere poco globalizzante?
La vostra fortuna è la nostra disgrazia, ovvero quella di non somigliare nemmeno un po’ ad un civilissimo paese dell’America Latina, diversamente staremo già sotto le vostre finestre armati di forcone. Istituite un’altra festa nazionale, la giornata della vergogna, durante la quale, sfilerete in via dei Fori Imperiali fischiettando e con le mani in tasca, ovviamente acclamati dalla folla.
Viva Gramsci, Viva Berlinguer.http://r-esistenza-settimanale.blogspot.com/2006/07/ultima-romano.html
DA CLISTENE A GENERAZIONE U: IL TEMPO DEL DIRETTISMO
di Mario Adinolfi per Reset
Senza logiche di appartenenza
Atene. Da lì si parte e lì si arriva. Dalla riforma di Clistene del 508 AC, che molti individuano (non senza contestazioni) come la data di fondazione della democrazia occidentale, fino alla serata del 2006 in cui Panos Alexandris è stato designato candidato del Pasok alle elezioni locali di Marousi, dopo elezioni primarie che hanno avuto come caratteristica quella di riunire i cittadini della località greca in assemblea consentendo loro di dibattere le necessità dell’amministrazione e di individuare il candidato migliore ad affrontare le elezioni, prescindendo da qualsiasi logica di appartenenza. Si poteva candidare e poteva votare, per capirci, chiunque godesse dei diritti di cittadinanza, anche se non iscritto al Pasok. In terra greca è tornata l’agorà.
Direttismo
Da qualche anno, in contrapposizione alle forme di democrazia rappresentativa all’occidentale sempre più stanche e poco partecipate, va facendosi largo la ripresa di idee e prassi proprie della democrazia diretta così come fu immaginata da Clistene e Pericle due millenni e mezzo fa. George Papandreu, leader del Pasok, dopo l’esperienza delle primarie “direttiste” di Marousi ha dichiarato: “Questo può essere il sistema del futuro, quello in grado di arrestare la cancrena della nostra democrazia”. Ci si basa su molte teorie innovative, a partire da quelle di James Fishkin, dell’università di Stanford, inventore del termine “democrazia discorsiva”, quanto di più prossimo alla democrazia diretta ateniese classica sia stato concepito in ambito accademico. Poi, però, al fianco di teorizzazioni ed esperimenti, è andata crescendo quotidianamente una marea umana che reclama spazi, badate bene, non di partecipazione pura e semplice, ma di decisione effettiva e non mediata. Il luogo principe di questa modernissima ansia di democrazia diretta è la rete e, nella rete, lo specifico mondo dei blog. E’ lì la nuova agorà, che fa impallidire per ampiezza e pervasività qualsiasi assemblea di Marousi. Dietro la chiocciola di internet c’è ormai un popolo che si sta forgiando nell’idea di una partecipazione continua e incisiva nei processi decisionali, un’opinione pubblica ancora carsica che però chiede istituti nuovi per contare e contare davvero. Si chiama direttismo e potrebbe essere l’ideologia del ventunesimo secolo, con le radici affondate nel terreno fertilizzato due millenni e mezzo fa.
I numeri
Se la democrazia è questione di numeri, i direttisti hanno i numeri dalla loro. Il motore di ricerca specializzato Technorati (www.technorati.com) censisce ormai cinquanta milioni di blog nel mondo. Settecentomila sono italiani. Il blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it), dove ormai vengono teorizzati esplicitamente e in modo radicale i principi della democrazia diretta, è stabilmente nella top ten dei blog mondiali, dato assolutamente eccezionale per un sito web non in lingua inglese. Negli Stati Uniti una mobilitazione veemente del popolo del web ha portato nel 2004 l’oscuro governatore del Vermont, Howard Dean, a giocarsi la nomination per la presidenza degli Stati Uniti. Fu una classica mobilitazione in stile “direttista”, basata su un approccio pragmatico all’americana, imperniato sul fund raising che ha permesso a Dean di contare su quarantuno milioni di dollari per la sua campagna, raccolti prevalentemente dal popolo dei blog. Il sito di Howard Dean vedeva partecipare quotidianamente seicentomila militanti sparsi su tutto il territorio degli Stati Uniti alla campagna per le primarie e, una volta sconfitto, a Dean è stata spianata la strada per la guida del partito democratico americano, di cui è diventato segretario nel 2005.
Primarie
Non bisogna arrivare, d’altronde, fino a Marousi in Grecia per sperimentare la forza esplosiva insita negli strumenti di democrazia diretta come le primarie. Quando il 16 ottobre 2006 si sono presentati davanti ai funzionari increduli dei partiti del centrosinistra quei quattro milioni e trecentomila elettori, tutti con il loro bravo euro in mano (unica esperienza al mondo in cui si è pagato per votare), in molti si sono stupiti. In molti, ma non sulla rete. Certo, si trattava di un rito sostanzialmente banalizzato dal fatto che si conosceva già il nome del vincitore, ma questo non ha fermato i cittadini dal prendersi con clamorosa passione quel piccolo spazio decisionale che veniva loro concesso dalle torri d’avorio delle oligarchie di partito. E’ accaduto poi che, per una volta, in un’elezione primaria il voto dei cittadini sovvertisse quanto deciso dagli elettori. E’ accaduto a Caserta e le oligarchie hanno semplicemente ignorato l’esito del voto popolare e candidato comunque il loro uomo. In gesti arroganti come questo si comprende come stia diventando profondo il solco tra i direttisti ormai mobilitati prevalentemente dalla rete e i sacerdoti oligarchici delle stanche forme della cosiddetta democrazia rappresentativa occidentale.
Sulla rete
Certo, i settecentomila blogger italiani non scrivono solo di politica. Certo, Howard Dean poi alla fine perde la nomination. Certo, leggendo alcuni post (si chiamano così gli articoli di un blog) di Beppe Grillo si arriva a temere che direttismo faccia rima con populismo. Tutto vero. Ma non si vedono all’orizzonte molte alternative, come giustamente notato da Papandreu dopo l’esperimento greco. Internet ha, in qualche modo, viziato chi se ne serve. Lì ha imparato che non c’è bisogno di andare in un’agenzia di viaggi per organizzare spostamenti e pernottamenti delle proprie ferie estive; lì ha imparato che non c’è bisogno di passare da un funzionario di banca, che magari ti piazza un junk bond tipo Cirio o Parmalat, se hai un gruzzoletto da parte e vuoi investirlo; lì ha imparato che l’edicola è una chiesa obsoleta e le fonti d’informazione si possono scegliere e valutare direttamente. Chi abita la rete ha imparato che saltando la mediazione si corrono dei rischi, è vero, ma si riscopre il gusto della libertà e della decisione personale e diretta. E’ un gusto proprio in particolare delle giovani generazioni, non a caso escluse in massima parte dai luoghi decisionali “classici” della politica: nel Parlamento italiano gli under 35 sono sei su novecentoquarantacinque, con una rappresentanza dello 0,7%. Gli elettori under 35 sono però quasi quattordici milioni, pari al 27,5% dell’elettorato complessivo. Dicono niente questi numeri?
Dal virtuale al reale
La mia piccola esperienza personale, dopo che nel 2001 ho avuto l’ardire di presentarmi candidato a sindaco di Roma sotto l’insegna della chiocciola internettiana e la sigla Democrazia Diretta, è legata a questa torrida estate in cui ho visto migliaia di blogger incontrarsi in assemblea in tutte le regioni d’Italia per chiedere, ad esempio, che il prossimo partito democratico che forse nascerà anche da noi rispetti la dizione che ha nell’insegna: sia davvero democratico. E per esserlo, dovrà essere direttamente democratico e i luoghi della mediazione dovranno essere ridotti al minimo. Quei blogger italiani, che si sono dati il nome di Generazione U, manifestando così l’ansia di un’inversione di marcia ma anche il riferimento a U2 (you too) che immediatamente richiama la necessità partecipativa, hanno superato la linea d’ombra che separa il virtuale dal reale. Era accaduto prima solo negli Stati Uniti, con la campagna telematica di Howard Dean. Attenzione: sono segnali di un mondo che cambia alla velocità supersonica. Alle elezioni del 2001 in Italia i blog praticamente non esistevano. Nel 2006 sono settecentomila. Avete idea di quanti saranno e quanto conteranno nel 2011? Per evitare i rischi della deriva populista, questo cambiamento va governato. Attenzione: governarlo non significa contenerlo. Significa indirizzarlo verso un orizzonte di sviluppo della democrazia, che sta vivendo un percorso regressivo nelle sue forme rappresentative. Poi in una serata torrida di fine giugno, mentre l’Italia del calcio sta per vincere grazie al solito stellone la sua partita contro l’Australia, ci accorgiamo che più della metà degli italiani è andata a votare per un referendum, strumento principe di democrazia diretta che si immaginava morto e sepolto.
La Grande Riforma della democrazia
Mettete insieme i numeri: le primarie del 16 ottobre, i blog che crescono esponenzialmente giorno dopo giorno, la partecipazione referendaria. Scoprirete che c’è una marea umana che chiede di contare, con la rete che è la nuova agorà dove due millenni e mezzo dopo Clistene si stanno sperimentando meccanismi totalmente innovativi di partecipazione e opinion making. Cosa vogliono dire a questo mare? Vogliono piazzare qualche scoglio per arginarlo? Ho paura che non basti. Di più: ho paura che sia un espediente di corto respiro, anche pericoloso. Serve la Grande Riforma. Quella vera: la Grande Riforma della democrazia. Che si sta costruendo silenziosamente, con il ticchettio di tastiere connesse in una grande rete che non starà a lungo senza chiedere spazi concreti di decisione politica. Perché il gusto della democrazia dell’agorà, magari oggi trasformatasi in agorà telematica, è ancestrale ed è ormai un bisogno primario da soddisfare, per salvare il senso stesso della parola “democrazia”.
MARIO ADINOLFI, 34 anni, giornalista, è uno dei blogger più letti d’Italia (www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it). E’ stato notista politico del quotidiano Avvenire e di Radio Vaticana, oltre che redattore del Tg1 e conduttore per Raiuno della trasmissione Settimo Giorno. Ha diretto Mediajob e Media Quotidiano. Tiene giornalmente una rubrica sul quotidiano Europa e conduce il programma radiotelevisivo Contro Adinolfi. Nel 1993 è stato il più giovane membro dell’assemblea costituente del Partito popolare italiano, di cui ha guidato l’organizzazione giovanile. Nel 2001 ha fondato Democrazia Diretta, movimento da cui è stato candidato alla carica di sindaco di Roma. Nel 2006 dal suo blog è nato Generazione U, il movimento dei blogger per la costituente del partito democratico. Autore di libri legati ai temi del ruolo della generazione dei nati negli Anni Settanta, tra cui i romanzi “Email – lettera dalla generazione invisibile” (Halley Editrice, 1999) e “Mundial” (Halley Editrice, 2004).
Mi chiedo quando mai potremo assistere ad un indulto o magari ad un
condono
per i cittadini probi ed onesti.
Svuotare le carceri è etico?
Che gusto c'è ad essere onesti se si finisce solo per essere
semplicemente
fessi?
Votando unione non ho votato per questo.
Di Pietro ha ragioni da vendere ed ormai mi incomincia ad interessare
poco
se cade anche il nostro governo, tanto mi pare che la differenza sia
del
tutto impalpabile.
Certo sarà una cosa di cui gloriarsi essere riusciti a riportare
Previti in
parlamento cosa che non era riuscita al berlusca.
Se poi si vuole parlare di azione di clemenza mi vien da dire che di
clemente questo indulto ha solo mastella.
fronde in ribasso povero ulivo!
un saluto... franco
_______________________________________________
LAZ-volontari mailing list
LAZ-volontari@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/laz-volontari
Indulto: LeG, no per reati finanziari
Ansa,
ROMA "Libertà e Giustizia si aspettava dal centrosinistra un'indicazione netta che l'era dell'accondiscendenza e del cedimento nei confronti dei reati di natura finanziaria fosse tramontata, ma purtroppo l'accordo siglato sull'indulto dimostra che siamo ancora lontani dal giudicare questi reati, l'illegalità e la corruzione, come il vero cancro della democrazia italiana". Così si legge in una nota diffusa dall'associazione Libertà e Giustizia. "Non si può predicare bene e razzolare male, tutti gli altri paesi occidentali hanno varato leggi durissime che prevedono pene pesantissime per chi priva i cittadini dei loro risparmi e specula infischiandosene del bene comune. Questo cedimento - conclude il comunicato - è un pessimo messaggio per le giovani generazioni impegnate sul territorio a combattere concretamente ogni forma di criminalità finanziaria ed economica".(ANSA
E provare a dire la verità?
Piero Fassino: «Sarebbe quanto mai utile ed opportuno che in queste ore il governo facesse sapere quali delle leggi ad personam approvate dalla destra intende rapidamente abrogare. In questo modo si renderebbe chiaro che l'indulto non attenua minimamente il rigore etico e giuridico a cui il centrosinistra intende ispirare la sua politica in materia di giustizia». Non se ne può davvero più di questi salti mortali, qui non si tratta di essere radicali (non quelli di pannella, quelli di sinistra) o forcaioli, ma di dire le cose come stanno. La sensazione è che se il governo volesse davvero col passato dovrebbe spiegare con chiarezza il perché di questo indulto. Pari pari.
Sognamo il Professore che si presenta agli elettori e dice: «Ci sono migliaia di disgraziati in galera per delitti minori, magari commessi per disperazione, ladri di polli o di merendine che vivono in condizioni disumane a causa dell'affollamento. Per farli uscire dalla galera, come sarebbe giusto, servono i 2/3 della maggioranza, quindi anche parte dei voti della destra. Abbiamo deciso di barattare la pelle dei poveri cristi con un mezzo colpo di spugna a favore di Previti e di una settantina di grandi farabutti del suo calibro. Previti resterà comunque interdetto dai pubblici uffici, quindi non ce lo ritroveremo con la sua brutta faccia in parlamento. Siamo contenti di questa scelta e la rifaremmo». Forse se qualcuno tra gli zombie della politica capisse che a volte vale la pena di essere sinceri, questo disgraziato Paese vivrebbe un po' meglio.
http://www.onemoreblog.org/archives/012318.html
Gerardo D'Ambrosio: «È finita a tarallucci e vino Un'altra occasione persa»
di Marco Imarisio
«Un'altra occasione persa, l'ennesima». Detto senza alcuna rabbia, con voce calma e la consapevolezza di chi da un pezzo ha smesso di farsi illusioni sull'Italia.
Gerardo D'Ambrosio, oggi senatore ds a Roma, ieri procuratore capo a Milano e alter ego di Francesco Saverio Borrelli. Ne è passato di tempo da allora, e secondo l'ex magistrato di Mani Pulite non è che sia stato speso bene: «Nessuna sorpresa. Quando ci sono forti interessi economici in ballo, va sempre a finire così, tarallucci e vino».
Se l'aspettava?
«Diciamo che non mi stupisco. Lo schema di questa vicenda è tipico dell'Italia e dell'illegalità diffusa che abbiamo nelle vene».
Lo riassuma.
«Si comincia con una forte indignazione, seguita da un fiero proclama emanato all'unisono da classe politica e società civile: chi ha sbagliato paghi, dobbiamo ridare credibilità al sistema, eccetera».
Come si finisce?
«Così, con un'altra occasione persa. Quelli che blaterano di rispetto della legalità si accorgono che per ristabilirla davvero dovrebbero anch'essi pagare un prezzo».
A quel punto che succede?
«Si aprono i banchetti, le trattative, le minacce più o meno velate. Gli imprenditori coinvolti prospettano ritorsioni economiche, i politici auspicano il rispetto delle regole ma senza far male a nessuno, ai loro amici soprattutto. E si arriva a un bel compromesso dove si cambia qualcosina per non cambiare nulla».
È andata così anche nel calcio?
«Ci sono dei dubbi? L'unica cosa che sorprende è la velocità di questo ciclo. In un paio di mesi siamo passati dall'indignazione al sospiro di sollievo».
Lei lascia intendere che per Mani Pulite, almeno, ci vollero un paio d'anni.
«È così. All'inizio un grande entusiasmo che poi si attenua, per stemperarsi poi in una malcelata insofferenza che nasconde un timore: non è che questi giudici vogliono fare piazza pulita per davvero?».
Se è così, per il suo amico Francesco Saverio Borrelli si tratta di una seconda volta.
«È stato accolto con una ovazione dagli stessi personaggi sui quali doveva indagare. Personalità di grande spessore e pulizia morale, dissero tutti. Adesso, sembra quasi sopportato. C'era da aspettarselo ».
Secondo lei perché accade questo?
«Francesco Saverio è un uomo davvero particolare per questa Italia. Per me, ha rappresentato un anticorpo all'illegalità diffusa, che, ripeto, è il grande male di questo Paese. È stato chiamato nel mondo del calcio per la sua grande professionalità. Aveva un compito: fare una indagine complessa in tempi rapidissimi. L'ha fatto».
E fino a qui siamo nell'ovvio. Dov'è il problema allora?
«Non si è fermato solo alle intercettazioni, ha continuato a lavorare. Nel tentativo di ripristinare la legalità in un mondo che ne aveva evidentemente bisogno. E dopo un po', tutto questo scoccia, è una seccatura».
Senatore, le diranno che questa è un'intervista giustizialista e giacobina.
«Lasciamo perdere. Sono le due accuse che più sovente cascano sulla testa di Borrelli. L'alternativa che viene proposta dai moralisti all'incontrario è quella di una indistinta palude dove l'impunità può prosperare. Senza accorgersi che è proprio questo atteggiamento a fare di noi un'eccezione nei Paesi civilizzati».
Tre delle quattro città che oggi «tirano sospiri di sollievo» sono rette da suoi colleghi di partito che si sono schierati contro la sentenza di primo grado.
«Ripeto: è sempre così quando ci sono in ballo interessi economici e quindi anche politici. I tifosi della propria città sono un bene da tutelare, da vezzeggiare. E quindi i sindaci hanno preso le loro parti e non quelle della giustizia. Purtroppo, è normale».
Non suona come un complimento agli illustri ds Veltroni, Domenici, Chiamparino...
«Non si sottraggono alla regola italiana».
Che sarebbe?
«Ben venga la legalità, ma a parole. All'atto pratico, sarebbe meglio se non arrivasse proprio a casa mia. Magari un po' più in là, ma non a casa mia, che ho già tanti impicci...».
Adesso il calcio è più credibile?
«Abbiamo vinto i Mondiali. Per il resto, avanti come prima». www.unita.it
INDULTO SI
COLPI DI SPUGNA NO
Appello al Presidente Prodi, ai capigruppo parlamentari e a tutti i parlamentari della coalizione di governo.
Noi, firmatari di questo appello, non siamo affatto contrari a un indulto che serva ad alleggerire la condizione di migliaia di detenuti che affollano le nostre carceri, pur restando in attesa di provvedimenti più organici che risolvano il problema in modo più definitivo depenalizzando reati e promuovendo forme alternative alla detenzione.
Riteniamo tuttavia grave e inaccettabile che nel provvedimento dell’Indulto siano compresi i reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione, peculato ecc.) e i reati finanziari e societari (falso in bilancio, frode fiscale, aggiottaggio, bancarotta, insider trading ecc.) .
Non si tratta in questo caso di un atto di «clemenza» ma di un vero e proprio «colpo di spugna» che neppure la Casa della libertà, nella passata legislatura era riuscita a realizzare grazie anche all´opposizione delle forze politiche di centro sinistra, della società civile e della stessa magistratura che si sono battute contro le sciagurate leggi «ad personam» dalla legge sul legittimo sospetto , alla depenalizzazione del falso in bilancio, alla legge Pecorella.
Su temi di così alta rilevanza sociale e politica non si possono accettare accordi scellerati fra Unione e Cdl ! Non ci può essere «do ut des», voto di scambio! Si assumano eventualmente i parlamentari della Cdl la responsabilità di affossare ancora una volta l’indulto, ma non si accettino compromessi indecenti da parte dell’Unione.
Noi facciamo appello alla coerenza dei singoli parlamentari : non c’è disciplina di gruppo che possa prevalere rispetto al mandato direttamente ricevuto dagli elettori , quello di un profondo risanamento del mondo politico ed economico-finanziario.
Né può sfuggire a nessuno il fatto che un provvedimento di questa natura, assunto da un parlamento in cui purtroppo ancora una volta sono numerosissimi gli inquisiti e addirittura i condannati per quegli stessi reati, costituisce il più grave e clamoroso «conflitto d´interessi» della storia della nostra repubblica, un autocondono in piena regola per se stessi e per i propri amici che ripugna alla coscienza di ognuno di noi.
Noi invitiamo tutti i parlamentari ad evitare una rottura profonda con i propri elettori e con il mandato ricevuto, con effetti che potrebbero pesare in modo grave in tutti i prossimi appuntamenti elettorali.
PRIMI FIRMATARI
Francesco (Pancho) Pardi Firenze, Maria Ricciardi Giannoni Parma, Francesca Carmi Milano, Alberto Ricci Milano, Laura Belli Roma, Giuseppe Sunseri Palermo, Barbara Fois Cagliari, Silvia Terribili Amsterdam, MassimoTafi Milano, Giovanni Galluccio Trento, Paola Patuelli Ravenna, Vincenzo Tradardi Torrile (PR) , Gianni Castellan Parma, Lenni Lippi Roma Carmen Marini Reggio Emilia, Clelia G. Reggio Emilia, Andrea Del Vecchio Roma, Daniele De Vita Roma, Luigi Del Vecchio Roma, Marco Orsini Roma, Karin Munck Parma, Luigi Broggi Milano, Rodrigo Vergara Modena, Renato Aletta Avellino, Laura Cangemi, Luciano Gandolfi, Simone Cioppi Sesto Fiorentino, Maria Grazia Catellani Modena, Luigi Alberto Pini Modena, Giuditta Pini Modena, Marcello Pini Modena Andrea Giorgi Seravezza (LU), Antonio Zampiglione Roma, Andrea Di Paola Roma, Renata Cattarin, Flavio Agreste Torino, Alessandra Allocco Nettuno (Roma), Gerardo Orsini Vergato (Bo), Fulvia Mascioli Cerenova (RM), Rosina Mascioli Roma, Karen Jansing Cerenova (RM), Stefano Baroncini, Lorenzo Gatti, Claudio Gandolfi Bologna, Aliso Cecchini Camaiore(Lu), Renata Simonetti Camaiore (Lu), Vanna Lora Milano, Alessandro Spadaro Taranto, Chiara Zoriaco Taranto, Carlo Alicandri-Ciufelli Teramo, Cinthia Angelini Teramo, Martina Pelosi Castel San Pietro Terme (BO), Franco Borghi Bologna, Vittoria Pagliuca Roma, Francesca Gamba Roma, Paola Careddu, Giovanbattista Del Giudice San Vitaliano (NA), Francesco Spano' Pisa, Maria Grazia Campari Milano, Giorgio Parisi Roma, Giulio Russo, Mariangela Sirca Sesto Fiorentino, Silvano Recati Sesto Fiorentino, Monica Mancini, Giorgia Mantero Genova, Silvia Del Guercio Roma, Silvana Baldi Torino, Marcello Pilieci Roma, Sergio Zucchi Roma, Bruno Stefanini Bologna, Paolo Bartoli Perugia, Graziano Celani Ascoli Piceno, M.Rosaria Negrini Vigasio(VR), Emanuela Niccolai, Francesco Baicchi, Riccardo Cochetti Roma, Oscar Guerra Roma, Davide Berti, Massimo Dalla Giovanna Genova, Antonella Barazzoni Parma, Enrico Leone, Monica Addamo, Fabio Rossi, Beatrice Romano, Donatella Bossi Roma, Francesco Mezzatesta Parma, Giuseppe Mariani, Antonio Del Guercio, Anna Murru Orani (NU), Simone Castoro Roma, Anna Imelde Galletti Perugia, Chiara Drago Cologno al Serio (BG), Teresa Bellezza Parma, Attanasio Mozzillo Parma, Laura Puglia Parma, Christian Bargellini Cesena, Graziano Celani Ascoli Piceno, Roberto Crea Roma, Luigi Borgognoni Campi Bisenzio, Sergio Cerioni Jesi, Nikj Renzi Falconara Marittima (AN), Luigi Curzi Roma, Claudio Gaetani Civitanova Marche, Fulvio Boccardo Torino, Maria Federica Di Paola Roma, Susanna Di Folco Roma, Marco Ottanelli Firenze, Flavio Agreste Torino, Paola Redaelli Milano, Aurora Avenoso Roma, Elio Rosati Roma, Monica Mancini Roma. http://www.liberacittadinanza.it/
Furbetti del quartierino e non, Wanna Marchi, Cesare Previti. E molti, molti politici
L’indulto così come è stato pensato riguarda anche casi di corruzione già a sentenza e casi che ci devono arrivare ancora. Ci sarà un esercito che andrà ai servizi sociali
di Marco Travaglio
L’indulto è come la patente a punti. Chiunque, fino al maggio 2006, ha concusso, ha corrotto o s'è fatto corrompere, ha abusato dei suoi poteri per favorire qualcuno, derubato lo Stato col peculato o la sua società con la bancarotta, truffato il prossimo, truccato gare d'appalto, incassato fondi neri, frodato il fisco, falsato bilanci, turbato il mercato finanziario con l'aggiotaggio, scalato banche violando le leggi, speculato con l'insider trading, giocato con la salute dei dipendenti provocando infortuni o addirittura decessi nei luoghi di lavoro, e fino a oggi temeva - in caso di condanna - di andare in carcere a scontare la pena, può tirare un sospiro di sollievo: partirà da meno tre. Nel senso di meno 3 anni di pena, da detrarre da eventuali condanne definitive. Per i reati puniti più severamente (per esempio, la bancarotta o la rapina), l'indulto comporterà semplicemente uno sconto di pena. Per quelli puniti con sanzioni più blande (tutti quelli dei colletti bianchi), significherà azzerare le pene del tutto o quasi. E comunque garantirsi l'esenzione dal carcere: in Italia infatti si scontano dietro le sbarre solo le pene superiori ai 3 anni (sotto, c'è l'affidamento al servizio sociale: cioè l'assoluta libertà con qualche opera buona). Risultato: chi rischia pene fino ai 6 anni scende a 3, e non sconta nemmeno un giorno. Non solo: l'indulto cancella pure le pene accessorie (interdizione da pubblici uffici, cariche societarie, professioni): i condannati resteranno in Parlamento, nella pubblica amministrazione, nei mestieri che esercitavano mentre delinquevano. Giudici, pm e investigatori dovranno portare a termine indagini e processi già sapendo che sarà tutto inutile, o quasi: come per la Juventus, il campionato degli inquirenti partirà con una forte penalizzazione.
L'elenco dei beneficiari di questo colpo di spugna a orologeria, che sta per esser varato urbi et orbi con la scusa delle carceri affollate, è lungo chilometri. In cima alla lista, com'è noto, c'è Cesare Previti (pregiudicato per corruzione giudiziaria), che scenderà da 5 a 2 anni, lascerà gli arresti domiciliari e rientrerà in Parlamento, almeno finché la Camera non si deciderà a dichiararlo decaduto per l'interdizione perpetua. Poi c'è Silvio Berlusconi, imputato per corruzione del testimone David Mills e per i diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale), insieme a Confalonieri (falso in bilancio) e ai figli Marina e Piersilvio (indagati per riciclaggio).
Poi ci sono i protagonisti di tutti gli scandali degli ultimi due anni. Comprese le teletruffe di Wanna Marchi e Stefania Nobile: condannate a 10 anni in primo grado, se patteggiano in appello scendono a 6 anni, e con l'indulto a 3: in pratica, non tornano mai più in carcere. I protagonisti dell'inchiesta penale su Calciopoli, a Napoli), non dovranno neppure patteggiare: le pene per la frode sportiva sono talmente basse da vanificare il futuro processo a Moggi, Carraro, Giraudo, Galliani, Mazzini, De Santis, Pairetto, Bergamo, ai figli di papà targati Gea e così via. Idem per Bancopoli (aggiotaggio e altri reati finanziari, a Milano e Roma), che vede inquisiti l'ex governatore Fazio e i multicolori furbetti del quartierino: Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti, Billè, Palenzona. E sono ancora al vaglio degli inquirenti le posizioni dei politici beneficiati dal munifico banchiere di Lodi: i forzisti Brancher, Grillo, Dell'Utri, Romani e Comincioli, il leghista Calderoli e l'Udc Tarolli. Poi c'è la banda Parmalat, imputata a Milano e a Parma: da Calisto Tanzi in giù, fino ai banchieri (a cominciare da Cesare Geronzi) suoi presunti complici nella truffa a migliaia di risparmiatori. E c'è la banda Cirio di Sergio Cragnotti, anch'essa specializzata in bond-carta straccia. In una tranche collaterale del caso Parmalat sono indagati per corruzione De Mita (Dl) e Burlando (Ds), e in un'altra ancora, per finanziamento illecito, l'ex ministro Alemanno (An). Il "meno tre" potrebbe far comodo anche al forzista Raffaele Fitto e ai suoi coindagati a Bari per le presunte tangenti dal gruppo Angelucci. Per non parlare dei protagonisti dell'ultimo scandalo di Potenza: Vittorio Emanuele e due uomini di Fini: Salvo Sottile e Francesco Proietti Cosimi.
Ma c'è pure un esercito di deputati e senatori nei guai con la giustizia per vari reati, tutti compresi nell'indulto (conflitto d'interessi? Forse). Marcello Dell'Utri è imputato a Palermo per calunnia contro tre pentiti. Francesco Storace e il suo entourage sono accusati a Roma di associazione a delinquere per aver spiato illegalmente Marrazzo e la Mussolini. Il Ds ribelle Vincenzo De Luca, neosindaco di Salerno, è indagato per concussione, abuso, truffa e falso. An voterà no all'indulto, salvo due ex ministri, entrambi indagati: uno è Alemanno, l'altro è Altero Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento nell' inchiesta sugli abusi edilizi all'Elba. E la lista "nera" non finisce qui: Ugo Martinat è inquisito a Torino per turbativa d'asta e abuso per alcuni appalti Tav; e Silvano Moffa lo è a Velletri per corruzione. Nutrita anche la pattuglia Udc: se cade l'aggravante mafiosa del favoreggiamento, l'indulto serve a Totò Cuffaro; e, in caso di condanna, servirà di certo al neo- onorevole Vittorio Adolfo, accusato a Sanremo di corruzione, truffa e turbativa d'asta; a Giampiero Catone, imputato per truffa e bancarotta a Roma e L'Aquila; ad Aldo Patriciello, coinvolto nello scandalo molisano della circonvallazione di Venafro; e a Teresio Delfino, indagato per associazione a delinquere e truffa nella gestione allegra dell'Enoteca d'Italia;senza dimenticare Giuseppe Drago, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per peculato per aver svuotato la cassa della presidenza della regione Sicilia quando ne era governatore. Idem come sopra per altri ex Dc come Pino Firrarello (FI) e Nuccio Cusumano (Udeur), imputati per gli appalti truccati dell'ospedale di Catania.
A condurre le trattative col centrosinistra per l'indulto è stato l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella (FI), che non solo difende Berlusconi in vari processi per reati non esclusi dall'indulto; ma, a quel che si sa, risulta ancora indagato a Brescia con l'accusa di aver pagato il supertestimone Martino Siciliano, affinchè ritrattasse le accuse al suo cliente Delfo Zorzi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Il reato ipotizzato è favoreggiamento: anch'esso compreso nel Grande Condono. www.unita.it
Superare la fase di stallo del Partito democratico dell’Ulivo (di Iginio Ariemma)
E’ mia convinzione che il Partito Democratico dell’Ulivo stia nascendo male. E’ vero: c’è stata la costituzione dopo le elezioni dei gruppi unici in Parlamento.....
E’ mia convinzione che il Partito Democratico dell’Ulivo stia nascendo male.
E’ vero: c’è stata la costituzione dopo le elezioni dei gruppi unici in Parlamento; qua e là nelle istituzioni territoriali nascono, senza sollecitazioni, gruppi unitari; in varie località del Paese, soprattutto nelle grandi città si sono svolte assemblee anche con una buona partecipazione che hanno dato vita a comitati, coordinamenti o centri di iniziativa per il PDU.
Ma tuttora non c’è un clima costituente, non c’è, sia nei partiti che fuori, nella società, quello “spirito” costituente che dovrebbe informare il nuovo partito. Soprattutto è mancata finora una guida politica autorevole del processo costituente che indichi le tappe del percorso, che solleciti l’iniziativa e dia slancio e scriva l’agenda dei problemi da discutere, quelli che hanno già trovato una comune definizione e quelli ancora aperti.
Nelle recenti riunioni degli organi dirigenti dei DS e della Margherita si è continuato a discutere del se,se fare o no il nuovo partito. Con una non leggera amnesia: non si tiene conto che se c’è un dato dai cui partire per l’Ulivo è il voto di aprile, il quale ha messo in evidenza non soltanto che i due partiti non sono autosufficienti, ma soprattutto che l disegni strategici di cui erano portatori sono falliti. Mi riferisco all’ipotesi della Margherita di sfondare nell’elettorato centrista e a quella DS di avere un risultato ben oltre il 20% in modo da assicurare l’egemonia del processo futuro (dopo quindici anni sono passati dal 16% a poco più del 17%). Come disegno strategico è rimasto l’Ulivo, Ho l’impressione che se si continua così invece dello slancio aumenti la diffidenza, la confusione e la frammentazione in centinaia di rivoli del processo.
Dico subito che, mentre ritengo che questa guida autorevole debba essere attivata presto, il più presto possibile, il processo di costruzione del PDU non deve essere frettoloso, ma richiede il tempo necessario – ovviamente entro il 2008, prima delle elezioni europee- per un dibattito approfondito e ampio che investa non soltanto i gruppi dirigenti e il ceto politico, ma gli iscritti, gli elettori, il Paese nel suo insieme. Pertanto ritengo prioritario che si apra una discussione sui principi costituivi del nuovo partito e sulla guida del processo costituente.
.Per valori o principi costitutivi intendo le fondamenta, la basi prima di tutto culturali, che dovranno essere comuni e insieme ad esse il progetto strategico che deve avere come minimo un respiro generazionale. Essi sono i pilastri della casa comune, senza i quali il nuovo partito non nasce o se nasce nasce male e non regge. E’ stato detto e scritto che il nuovo partito trova la sua “necessità storica” nell’essere motore di una nuova rivoluzione democratica. Non amo l’enfasi retorica. Ma è indubbio che il PDU deve rispondere in modo persuasivo alle ardue sfide che gli sconvolgenti mutamenti dell’epoca (processi di globalizzazione, nuova era scientifica e tecnologica, e così via) ci pongono e pongono all’Italia. Alla base del partito nuovo ci deve essere una idea di società e in particolare del nesso tra libertà, eguaglianza e democrazia, che non è astratto ma è storicamente determinato, da diventare appunto un progetto generazionale.
Non è possibile in questa sede affrontare in modo compiuto tale tema, ma mi soffermo su tre punti che considero essenziali: la collocazione politica del nuovo partito, la partecipazione democratica, la dimensione internazionale.
Collocazione politica
A me pare che stia nelle cose che il PDU debba essere una formazione non di centro, ma di centro sinistra. Un partito non moderato, come collocazione, poiché, a seconda delle circostanze, delle stesse misure in discussione, e specialmente delle maggioranze che si formano può vedere anche la prevalenza al proprio interno dell’asse di sinistra rispetto al centro. Al PDU fa bene una permanente dialettica democratica tra sinistra e centro. Non vedo alcuna realistica ed efficace alternativa a questo posizionamento. Una collocazione centrista avrebbe effetti dirompenti e non corrisponde alle aspirazioni dell’elettorato ulivista. Nello stesso tempo va preso atto che la sinistra da sola non ce la fa a rappresentare una alternativa maggioritaria di governo. E non soltanto perché mancano i numeri, ma per le idee. La proposta di federare tutte le forze di sinistra, per quanto velleitaria come dimostra il passato, dà un risultato sempre largamente minoritario, in una dimensione da partito di testimonianza e di opposizione, non di governo.
Del resto l’indirizzo di aggregare la sinistra con il centro prevale nelle forze progressiste europee, al di là del nome che portano. Da anni c’è un processo nei partiti socialdemocratici che da sinistra va verso il centro. Ovviamente mutatis mutandis. Ognuno ha la propria storia e la rispettiva tradizione nazionale. Lo stesso Zapatero, che viene preso come riferimento dalla sinistra radicale, non contraddice questo indirizzo, sebbene abbia accentuato le politiche sulla libertà individuale. Michele Salvati parla addirittura di una egemonia della cultura liberale di sinistra. Io. che continuo ad essere affezionato alla dimensione sociale e socialista, non posso però fare a meno di osservare che in questi decenni è avvenuto un rovesciamento della dualità tra socialità e libertà. Oggi non c’è più la discussione della mia gioventù, tra socialismo liberale e liberal socialismo. Il mio professore, Norberto Bobbio, mi diceva che preporre un termine o l’altro non era la stessa cosa. Oggi si parla di libertà e giustizia, non di giustizia e libertà come faceva Rosselli. Persino il socialismo cristiano di Tasca e Silone si è trasformato in cristiano sociali.
Tutto ciò non mi sorprende, non soltanto per la dura replica della storia dinnanzi alla catastrofe del socialismo reale, ma anche perchè, nelle società più ricche, i diritti di libertà, i diritti individuali stanno avendo la prevalenza sulla questione sociale. Il nuovo partito deve essere attento alle maggiori domande di libertà, ma deve saperle affrontare con equilibrio e giudizio, perché l’innovazione anche culturale deve andare di pari passo con la coesione sociale, anche nelle società più ricche. L’eccessiva rincorsa ai diritti individuali, come ci insegna la storia recente della lotta politica negli USA, ha un duplice rischio: da un lato di far perdere consensi tra gli strati più popolari alle forze progressiste e di sinistra; dall’altro lato di spostare a livello di massa l’elettorato cristiano, a partire dai temi della famiglia, della sessualita’ e in generale dei temi eticamente sensibili verso posizioni fondamentaliste e di destra. Non solo, ma, come è strato osservato, il libertarismo eccessivo, oggettivamente, può entrare in contraddizione con la democrazia, dando il pretesto a strette autoritarie.
C’è un errore che va evitato e su cui vorrei attirare l’attenzione. Come dice il mio amico Pietro Scoppola il PDU sarà meno influente e avrà una vita più limitata, quasi monca, se non sarà capace di coinvolgere fin dai primi atti la componente cattolico democratica, dando ad essa spazio e visibilità,. Io sono molto d’accordo con questa esigenza. Il che – è ovvio- non significa inserire nello statuto di esso le radici cristiane, come sostiene strumentalmente qualche esponente della Margherita, e tanto meno la rinuncia alla laicità. Anzi, a mio parere, proprio la presenza dei cattolici democratici darebbe alla laicità un significato più forte e convincente, consentendo una discussione più pregnante e aggiornata nel costituendo partito.
A partire da quanto detto sul rapporto tra sinistra e centro non capisco il rifiuto verso il PDU , che ho trovato un po’ pregiudiziale, della sinistra interna DS. Mi sembra sbagliato dare per scontata e ineluttabile la deriva moderata del partito che sta nascendo. Alla radice colgo una concezione della sinistra che non ho mai condiviso: una concezione verticistica e autoreferenziale che alla fin fine porta all’impotenza politica.
Così come non riesco a spiegarmi il silenzio che se continua diventa assordante di alcune grandi organizzazioni sociali , come i sindacati dei lavoratori, il movimento cooperativo, le organizzazioni del mondo produttivo, ecc. Ovviamente so bene che la loro autonomia non consente pronunciamenti, ma altra cosa è la partecipazione alla discussione dei dirigenti e dei militanti. Il nuovo partito senza un radicamento forte in questo mondo e soprattutto nel mondo lavoro, in quello vecchio e in quello nuovo (la nuova imprenditorialità,le nuove professioni, il lavoro precario ecc) non fa molta strada.
Partecipazione democratica
La partecipazione democratica è e deve essere un valore costitutivo del PDU: La stessa idea di un partito democratico ha un senso se visto come strumento di democratizzazione del sistema politico nel suo insieme. Ciò pone vari problemi, che riguardano la sua democrazia interna (applicazione dell’art.49 della Costituzione), ma prima di tutto la cancellazione dell’attuale legge elettorale , che tende a favorire la frammentarietà, le rendite di posizione, l’annullamento del diritto di scelta da parte dei cittadini, e la sostituzione con una legge che rafforzi il bipolarismo politico e istituzionale e la cittadinanza attiva.
Non ho assolutamente il mito della società civile e neppure quello del popolo delle primarie, ma è indubbio che il partito nasce bene se riesce a parlare a quei milioni di cittadini che il 16 ottobre del 2005 sono andati votare per le primarie. A questo proposito c’è una questione che ritengo decisiva: il modo con cui vengono eletti i delegati all’assemblea costituente del PDU, cioè se l’elezione sarà libera e democratica –una testa e un voto-, garantendo un largo e approfondito confronto sulle liste e sulle candidature, sulla base degli stessi principi che regolano le primarie che si sono tenute in tante parti del Paese..
La dimensione europea
E’ naturale che il PDU debba nascere con respiro europeo e una dimensione europea. Se non nasce europeo guardiamo indietro, non avanti.
So bene quale sia la complessità del problema, soprattutto sul piano dell’affiliazione organizzativa.
Ma io credo che non sia insormontabile se si parte non dalla coda ma dalla testa, cioè dal confronto e dal dialogo sui contenuti culturali e politici, non soltanto tra Margherita e DS, ma anche tra le varie appartenenze europee. Confronto e dialogo che, se si esce dalle etichette, pone problemi a tutti, anche a coloro che oggi sostengono più rigidamente l’ancoraggio passato. Sono convinto, come lo ero nel 1989, quando si trattò l’adesione all’Internazionale socialdemocratica, che lo sbocco è quello del PSE, ma tale esito può essere soltanto graduale, sulla base di mutamenti reciproci, a livello nazionale e internazionale.
La guida del processo costituente
Vengo ora al punto più urgente, cioè alla guida politica del processo costituente.
La risposta immediata è addirittura ovvia è Romano Prodi. Credo che sarebbe sbagliato mettere in discussione la leadership di Prodi. Ma ecco la domanda: è obiettivamente, materialmente, possibile a Prodi esercitare la laedership sia del governo sia di un processo costituente così complicato? E ancora: è veramente opportuno politicamente che lo faccia, considerando che è anche il leader dell’Unione che è una alleanza più larga e ha un programma di governo già sottoscritto che ha tempi e contenuto necessariamente diversi da quello del costituendo partito? Non ho dubbi che l’azione di governo può essere utile alla costruzione del futuro partito (per es, lo è con il decreto sulle liberalizzazioni), così come il nuovo partito sarà un fattore di ricchezza e di stabilità del governo. Ma il rapporto non è mai meccanico, e non lo è specialmente in questa fase.
Inoltre l’ipotesi Prodi, lo si voglia o no, darebbe una torsione al PD in senso elettoralistico e presidenzialista, sulla falsa riga del modello statunitense, che a me lascia parecchie perplessità.
C’è una seconda soluzione che è venuta avanti in queste settimane: un patto di alleanza tra DS e Margherita .sia sul percorso sia sull’agenda dei problemi e sul punto di caduta. Sarebbe opportuno e necessario, ma se guardo alle cose successe dalle elezioni ad oggi mi pare che un tale patto stia incontrando forti difficoltà interne ai due partiti e tra i due partiti. Spero di sbagliarmi, ma nei due partiti c’è una reciproca riserva che impedisce l’accordo: la Margherita è propensa a dare compimento al processo a condizione che DS siano più deboli, magari perdendo per strada una parte, e sarebbe una sciagura ; i DS, dalla parte opposta, continuano a considerare il processo di unificazione producente e positivo se in esso sono egemoni.
Il risultato è l’attuale stallo e l’attuale schermaglia, sia pure svolta con stile dai due gruppi dirigenti. Anche il regolamento sui gruppi unici in Parlamento, che pure è un risultato positivo, è indicativo a questo proposito: In esso non esiste una decisione presa a maggioranza semplice, senza la quale non c’è trasversalità di merito, ma tutte o all’unanimità o maggioranza dei due terzi o dei tre quarti. Conservando quindi il diritto di veto delle componenti.
Infine resta la proposta del comitato promotore costituente. Proposta antica, che più volte in questi ultimi anni è stata ripercorsa. Ha possibilità di realizzazione ad una condizione: se viene fatta propria dai due partiti maggiori, anche con una certa generosità perchè ha capacità di attrazione se è aperta e viene estesa ad altre forze politiche, a associazioni e movimenti e soprattutto a personalità autorevoli e indipendenti che credono nell’Ulivo.
In un primo tempo ho considerato la proposta di Paolo Prodi di far eleggere il Comitato promotore dal cosiddetto popolo delle primarie bizzarra e velleitaria. Ma poi, pensandoci bene, date le difficoltà, potrebbe veramente sbloccare l’attuale situazione. A condizione che la proposta dei nomi sia accompagnata dalla tavola dei valori costituivi del nuovo Partito Democratico dell’Ulivo e sia data la possibilità a chi va a votare di esprimere con chiarezza il proprio sì o no e al limite anche se vuole il nuovo partito o la federazione.
Questa operazione- che, è ovvio, deve essere fatta bene, non in fretta- potrebbe costituire una sorta di preadesione di massa al nuovo partito. E’ una utopia? Può darsi. Ma qualche volta un pizzico di utopia affonda nella realtà parecchio di più della realpolitik e di tanti opportunismi.
Iginio Ariemma
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2408
Ritorno sulla scena del crimine
I crimini di guerra in Iraq.
Noam Chomsky
Le conseguenze di anni di violenza e di strangolamento da parte dell'Occidente sono infinitamente imbarazzanti per gli intellettuali del mondo civilizzato, che si stupiscono a scoprire che, secondo le parole di Edward Luttwak, “per la grande maggioranza gli Irakeni, frequentatori di moschee e nella migliore delle ipotesi semianalfabeti,” sono semplicemente incapaci di “rendersi conto di quanto per loro è del tutto incomprensibile: che degli stranieri spendano sangue e denaro per aiutarli”
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Nel 2002, il consigliere della Casa Bianca Alberto Gonzales trasmise a Bush un memorandum sulla tortura a cura dell'Ufficio di Consulenza Legale (OLC) del Dipartimento di Giustizia. Come è stato sottolineato dall'esperto di diritto costituzionale, Sanford Levinson, “secondo l'OLC, 'per giungere al livello della tortura gli atti devono essere di natura estrema...La sofferenza procurata dalla tortura deve equivalere per intensità alla sofferenza provocata da una ferita fisica, come il deterioramento di un organo, l'indebolimento di una funzione fisica o la morte'”. Levinson prosegue col dire che secondo Jay Bybee, all'epoca capo dell'OLC, “infliggere una qualsiasi sofferenza meno intensa di tale sofferenza estrema non sarebbe affatto, tecnicamente parlando, tortura. Sarebbe semplicemente trattamento inumano e degradante, un argomento che apparentemente preoccupa poco gli avvocati dell'amministrazione Bush”.
Gonzales inoltre raccomandò al presidente Bush di revocare del tutto le Convenzioni di Ginevra, che, malgrado siano “la suprema legge della terra” e il fondamento del diritto internazionale contemporaneo, contengono disposizioni, che Gonzales definiva “bizzarre” e “obsolete”. Revocare le Convenzioni - così Gonzales ragguagliava Bush - “ridurrebbe sostanzialmente il pericolo di un procedimento penale interno sulla base del War Criminal Act”. Promulgato nel 1996, quest'ultimo commina pene severe per “gravi violazioni” delle convenzioni: la pena di morte, se il risultato della violazione è “la morte della vittima”. In seguito Gonzales fu nominato Ministro della Giustizia e probabilmente sarebbe stato nominato alla Corte Suprema, se l'elettorato di Bush non lo avesse considerato “troppo liberal”.
Come distruggere una città per salvarla.
Il consiglio legale di Gonzales per proteggere Bush dalla minaccia di incriminazione sulla base del War Crimes Act si dimostrò valido non molto tempo dopo, che fu dato, in un caso di gran lunga più grave degli scandali della tortura. Nel novembre 2004 le forze di occupazione USA lanciarono il loro secondo grande attacco alla città di Falluja. Alla stampa fu permesso di riferire in diretta i crimini di guerra. L'attacco iniziò con un bombardamento mirato a far uscire tutti tranne la popolazione maschile adulta; gli uomini dai 15 ai 55 anni, che cercavano di fuggire da Falluja furono ricacciati indietro. Il metodo assomigliava a quello della fase preliminare del massacro di Srebrenica, con la differenza che i Serbi trasportarono via su autocarri donne e bambini, invece di cacciarli fuori a cannonate. Del bombardamento preliminare ha fatto la cronaca la giornalista irakena Nermeen al-Mufti, inviata dalla “città dei minareti [che] un tempo, nella sua bellezza e nella sua calma, si specchiava sull'Eufrate, ricca d'acqua e lussureggiante ..., soggiorno estivo per gli Irakeni, [dove si andava] per un po' di svago, per una nuotata nel vicino lago di Habbanniya, per un kebab”. Ha descritto, il destino delle vittime di questi bombardamenti, nel corso dei quali intere famiglie, con donne incinte e bambini, impossibilitati a fuggire, sono stati uccisi insieme a molti altri, perché gli attaccanti avevano cinto la città con un cordone di sicurezza, che impediva ogni via di fuga.
Al-Mufti ha chiesto ai residenti se a Falluja ci fossero combattenti stranieri. Un uomo ha detto “di aver sentito dire che nella città c'erano dei combattenti arabi, ma di non averli mai visti”. Poi ha sentito dire che l'avevano lasciata. “Indipendentemente dalle ragioni di questi combattenti, essi hanno fornito un pretesto per la distruzione della città”, ha continuato ed è un “nostro diritto resistere”. Un altro ha detto che “alcuni fratelli arabi erano fra noi, ma quando il bombardamento è diventato più intenso, abbiamo chiesto loro di andarsene e loro l'hanno fatto”; poi, a sua volta, ha chiesto: “Perché l'America si è arrogata il diritto di chiamare in sua aiuto gli eserciti della Gran Bretagna, dell'Australia e di altri paesi e noi non abbiamo lo stesso diritto?”
Sarebbe interessante chiedersi quanto spesso tale interrogativo sia sorto nei commenti e nelle cronache occidentali. O quanto spesso un interrogativo simile sia sorto, a proposito dell'Afghanistan, nella stampa sovietica negli anni 1980. Quante volte è stata usata una locuzione, quale “combattenti stranieri”, per riferirsi a eserciti invasori? Quante volte le cronache e i commenti si sono scostati dall'assunto che i soli interrogativi concepibili sono: quanto bene “i nostri” stanno facendo? e quali sono le prospettive per il “nostro successo”? Non è necessario fare un'indagine approfondita. Gli assunti sono incisi nell'acciaio. Persino prendere in considerazione la possibilità di sollevare su di essi degli interrogativi sarebbe impensabile, sarebbe una dimostrazione di “sostegno al terrorismo” o un pretesto per “imputare tutti i problemi del mondo all'America o alla Russia”, o qualche altro noioso ritornello.
Dopo parecchie settimane di bombardamenti, gli Stati Uniti iniziarono il loro attacco via terra a Falluja. Si aprì con la conquista dell'ospedale generale di Falluja. Il New York Times riferì in prima pagina che “i pazienti e i dipendenti dell'ospedale venivano cacciati fuori dalle stanze da soldati armati e che veniva ordinato loro di sedersi o sdraiarsi sul pavimento, mentre i soldati legavano loro le mani dietro la schiena”. Un fotografo al seguito documentò la scena. Fu presentata come una impresa brillante. “L'offensiva ha anche annientato quella, che il governo ha definito un'arma propagandistica per gli attivisti: l'ospedale generale di Falluja, con la sua marea di voci su vittime civili”. Certamente tale arma propagandistica è un obiettivo legittimo, soprattutto dal momento che “le cifre gonfiate delle vittime civili”- gonfiate, perché così ha dichiarato il nostro governo ” avevano “infiammato l'opinione pubblica del paese, facendo crescere i costi politici del conflitto”. La parola “conflitto” è un eufemismo d'uso comune per designare l'aggressione USA, come quando sulle stesse pagine si legge che “ora, gli Americani si danno da fare con gli ingegneri, che ricostruiranno quello, che il conflitto ha appena distrutto” (proprio così “il conflitto”, come se nessuno ne fosse responsabile, come un se si trattasse di un uragano).
Non sono stati ricordati alcuni importanti documenti, forse perché anch'essi sono considerati bizzarri e obsoleti: per esempio, la disposizione delle Convenzioni di Ginevra che stabilisce che “gli edifici e le unità mediche mobili del servizio medico in nessuna circostanza possono essere attaccati, ma devono sempre essere rispettate e protette dalle parti in conflitto”. Quindi, la prima pagina del principale quotidiano del mondo descriveva chiaramente dei crimini di guerra, per i quali la direzione politica avrebbe potuto essere condannata severamente in base alla legge degli USA, anche alla pena di morte, se ai malati strappati dai loro letti e ammanettati sul pavimento è successo di morire. Le domande non hanno meritato alcuna indagine o riflessione degna di nota. Le medesime fonti mainstream ci informarono che forze armate USA “avevano conseguito quasi tutti i loro obiettivi in anticipo rispetto sulla tabella di marcia”, dal momento che “gran parte della città è ridotta a rovine fumanti”. Ma non è stato un successo completo. Ci fu qualche prova di “miserabili” morti nei loro “tuguri” o nelle strade, “non si sa come”. Le forze USA, “in una strada di Falluja trovarono il cadavere di una donna, ma non era chiaro se fosse irakena o straniera”. Questo, a quanto pare, era l'interrogativo fondamentale.
Un altro articolo di prima pagina cita un alto ufficiale dei Marine, che sostiene che l'attacco a Falluja “dovrebbe finire sui libri di storia”. Forse, dovrebbe proprio. Se accadrà, sappiamo bene in quale pagina troverà posto. Forse Falluja, sarà ricordata insieme a Grozny[la capitale distrutta della Cecenia], una città all'incirca della stessa grandezza, con una foto di Bush e di Putin che si guardano intensamente. Quelli, che plaudono o semplicemente tollerano tutto questo, possono sceglierla come la loro pagina della storia, che preferiscono.
L'involucro di un paese bruciato.
I rendiconti, che i media danno dell'attacco, non sono omogenei. Al-Jazeera, il più importante canale di news del mondo arabo, con sede nel Qatar, è stato duramente criticato dai dirigenti USA per aver “messo l'accento sulle vittime civili”della distruzione di Falluja. Il problema dei media indipendenti è stato in seguito risolto, quando il canale televisivo, in preparazione di libere elezioni, è stato sbattuto fuori dall'Iraq.
Andando oltre a quanto riferito dalla stampa ufficiale USA, si scopre anche che “il dott. Sami al-Jumaili ha descritto come gli aerei da guerra USA hanno bombardato il Centro sanitario centrale”, uccidendo trentacinque pazienti e ventiquattro persone dello staff. Il suo resoconto è stato confermato da un reporter irakeno della Reuters e della BBC e dal dott. Eiman al-Ani dell'ospedale generale di Falluja, che ha detto che l'intero centro sanitario, che ha raggiunto poco dopo l'attacco, era crollato sui pazienti. Le forze attaccanti hanno detto che questo resoconto non era “provato”. Con un'altra grossa violazione del diritto umanitario internazionale, e di un minimo di decenza, le forze armate USA impedirono l'accesso a Falluja della Mezzaluna Rossa irakena. Sir Nigel Young, il comandante esecutivo della Croce Rossa britannica, ha condannato l'azione come “particolarmente significativa”. Essa costituisce, ha detto, “un pericoloso precedente. La Mezzaluna Rossa aveva il compito di provvedere alle necessità della popolazione civile di fronte a una grave crisi”. Forse questo crimine ulteriore è stato una reazione a un giudizio pubblico molto inusuale da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che condannava tutte le parti in guerra in Iraq per i loro “assoluto disprezzo dell'umanità”.
In quello, che sembra essere il primo resoconto di un visitatore straniero dopo il completamento dell'operazione, il medico irakeno Ali Fadhil ha detto di averla trovata “completamente devastata”. Adesso la città nuova “sembrava una città di fantasmi”.Fadhil ha visto per le strade alcuni cadaveri di combattenti irakeni; era stato loro ordinato di abbandonare la città prima che iniziasse l'attacco. I medici hanno riferito che, quando iniziò l'attacco USA, l'intero staff medico fu rinchiuso nell'ospedale principale, “bloccato” per ordine USA: “Nessuno ha potuto raggiungere l'ospedale e la gente moriva dissanguata per la città”. L'atteggiamento degli invasori è stato sintetizzato da un messaggio scritto con il rossetto su uno specchio trovato in una casa distrutta: “Vaffanculo l'Iraq e con esso tutti gli Irakeni!” Alcune delle peggiori atrocità sono state compiute da militari della Guardia Nazionale Irakena, usata dagli invasori per perquisire le case, composta per lo più da “poveri sciiti del Sud ... disoccupati e disperati”, probabilmente “attizzando le scintille della guerra civile”.
I cronisti “embedded”, che sono arrivati poche settimane dopo, hanno incontrato persone “che ritornavano alla spicciola a FalluJa”, dove “entravano in un mondo desolato di edifici ridotti a scheletri, di case distrutte dal fuoco dei tank, prive di elettricità, e di palme abbattute”. La città di 250.000 abitanti, distrutta, adesso era “priva di elettricità, di acqua corrente, di scuole e di attività commerciali”, sotto stretto coprifuoco e “sottoposta a brutale occupazione” da parte degli invasori, che l'avevano appena distrutta, e dalle forze locali da loro reclutate. I pochi sfollati, che avevano avuto il coraggio di ritornare sotto la stretta sorveglianza dell'esercito, trovavano “nelle strade laghi di acque di scolo. La puzza di cadaveri negli edifici bruciati. Niente acqua, né elettricità. Lunghe attese e perquisizioni accurate da parte dei militari USA ai checkpoint. Avvisi di campi minati e di mine antiuomo. Sporadiche sparatorie fra truppe e ribelli”.
Sei mesi dopo c'è stata, forse, la prima visita di un osservatore internazionale, Joe Carr del Christian Peacemakers Team di Baghdad, la cui precedente esperienza è stata nei territori palestinesi occupati dagli Israeliani. Arrivando, il 28 maggio, vi ha trovato penose somiglianze: molte ore di attesa ai pochi punti di accesso, più per dar fastidio, che per motivi di sicurezza; sistematica distruzione di derrate nella devastazione delle rovine della città, dove “i prezzi dei viveri sono drammaticamente aumentati a causa dei checkpoint”; il blocco delle ambulanze che trasportano persone, che hanno bisogno di trattamento medico, e altre forme di brutalità che colpiscono a casaccio chiunque, rese familiari dalla stampa israeliana. Le rovine di Falluja, ha scritto, sono ancor peggio di quelle di Rafah nella striscia di Gaza, di fatto distrutta dal terrore israeliano sostenuto dagli USA. Gli Stati Uniti “hanno raso al suolo interi quartieri e circa un terzo degli edifici è distrutto o danneggiato”. All'attacco è sopravvissuto solo un ospedale con degenti in cura, ma gli occupanti impediscono di accedervi, causando molte morti a Falluja e nelle aree rurali. In alcuni casi dozzine di persone erano state stipate in “ripari bruciati”. Solo circa un quarto delle famiglie, le cui case erano state distrutte, ha ricevuto un qualche risarcimento: di solito meno della metà del costo dei materiali per ricostruirle.
L'ispettore speciale dell'ONU per il diritto al cibo, Jaen Ziegler, ha accusato le truppe USA e quelle britanniche di stanza in Iraq di “essere venute meno al diritto internazionale, privando i civili di cibo e di acqua nelle città assediate, quando cercavano di stanare i militanti” da Falluja e dalle altre città attaccate nei mesi seguenti. Come ha riferito alla stampa internazionale, le forze condotte dagli USA “hanno tagliato o ridotto viveri e acqua, per indurre i residenti a fuggire prima degli attacchi, usando, la privazione di cibo e acqua come arma di guerra contro la popolazione civile, [in] flagrante violazione” delle convenzioni di Ginevra. Al pubblico USA queste notizie sono state del tutto risparmiate.
Anche a prescindere da tali gravi crimini di guerra, come l'attacco a Falluja, ci son prove sufficienti a sostenere la conclusione di un professore di studi strategici presso il Naval War College, secondo il quale il 2004 “per lo sfortunato Iraq è stato un anno veramente orribile e crudele”. Ha continuato dicendo che l'odio degli Stati Uniti oggi si abbatte senza freno su un paese soggetto ad anni di sanzioni che avevano portato già alla “distruzione del ceto medio irakeno, al collasso del sistema educativo laico, all'aumento dell'analfabetismo, alla disperazione e al collasso della società, [che] ha favorito il revival religioso irakeno [da parte] di un gran numero di Irakeni, che hanno cercato sostegno nella religione”. I servizi essenziali sono venuti ulteriormente peggiorando rispetto all'epoca delle sanzioni. “Gli ospedali mancano regolarmente dei medicinali più essenziali, ... le strutture sono in pessime condizioni [e] un largo numero di specialisti e di medici esperti abbandonano il paese perché temono di essere vittime della violenza o perché sono stufi di condizioni di lavoro pessime”.
Nel frattempo, come riferisce il Wall Street Journal, “da quando le forze condotte dagli USA hanno rovesciato Hussein, il ruolo della religione nella vita politica irakena è venuto costantemente crescendo”. Fin dall'inizio dell'invasione, “nessuna decisione politica, secondo i responsabili del governo”, sarebbe stata presa senza “la tacita o esplicita approvazione” del Grande Ayatollah Ali al -Sistani, mentre il “prima poco conosciuto giovane religioso” Muqtada al-Sadr ha “costruito un movimento politico-militare, che ha raccolto decine di migliaia di seguaci nel sud del paese e nei sobborghi poveri di Baghdad”.
La situazione si è venuta sviluppando in maniera simile nelle regioni sunnite. Il voto della bozza di costituzione irakena dell'autunno 2005 si è trasformato in “una battaglia delle moschee”, con i votanti che hanno seguito prevalentemente gli editti dei religiosi. La nuova costituzione, come sottolinea il Wall Street Journal, ha una “ben più spiccata intelaiatura islamica dell'ultima, di cinquant'anni fa, che era basata sul diritto civile [laico] francese” e aveva garantito alle donne “quasi gli stessi diritti” degli uomini. Sotto l'occupazione USA tutto questo è stato capovolto.
Crimini di guerra e conteggi delle vittime.
Le conseguenze di anni di violenza e di strangolamento da parte dell'Occidente sono infinitamente imbarazzanti per gli intellettuali del mondo civilizzato, che si stupiscono a scoprire che, secondo le parole di Edward Luttwak, “per la grande maggioranza gli Irakeni, frequentatori di moschee e nella migliore delle ipotesi semianalfabeti,” sono semplicemente incapaci di “rendersi conto di quanto per loro è del tutto incomprensibile: che degli stranieri spendano sangue e denaro per aiutarli”. Per definizione, non è necessaria alcuna dimostrazione.
Alcuni commentatori si sono lamentati che gli Stati Uniti si siano trasformati “da paese che condannava la tortura e ne proibiva l'uso, in paese per cui la tortura è pratica di routine.” La verità storica è di gran lunga meno benevola. Ma la tortura, che è comunque una cosa orrenda, pesa poco se messa a confronto con i crimini di guerra, compiuti a Falluja e in altre regioni irakene, o ” in generale ” con gli effetti dell'invasione di USA e Gran Bretagna. Un esempio, segnalato casualmente e rapidamente messo da parte negli Stati Uniti, è l'accurato saggio di eminenti specialisti statunitensi e irakeni, pubblicato nell'ottobre del 2004 dal giornale medico, conosciuto a livello mondiale, Lancet. Le conclusioni del saggio, condotto sulla base di premesse assai prudenti, sono che “le morti collegate con l'invasione e l'occupazione dell'Iraq sono probabilmente intorno alle 100.000, forse di più”. Le cifre comprendono quasi 40.000 Irakeni uccisi direttamente in combattimento o da violenza armata, secondo i dati di un saggio più recente pubblicato da una rivista svizzera. Uno studio successivo, condotto da Iraq Body Count, calcolava a 25.000 gli irakeni non combattenti morti nei primi due anni di occupazione: a Baghdad uno ogni 500 abitanti, a Falluja uno ogni 136. Le forze comandate dagli USA ne hanno ucciso il 37%, per mano di criminali ne sono morti il 36% e le “ forze contro l'occupazione” ne hanno uccisi il 9%. nel secondo anno di occupazione le uccisioni sono raddoppiate. La maggior parte di morti sono state provocate da ordigni esplosivi: di queste i due terzi sono dovute a bombardamenti aerei. Le stime di Iraq Body Count sono basate su notizie giornalistiche e pertanto sono sicuramente al di sotto dei numeri effettivi, benché di per se siano abbastanza scioccanti.
Confrontando questi rapporti con l' “Iraq Living Conditions Survey” (Aprile 2005) dell'UNDP, l'analista britannico Milan Rai conclude che i risultati sono ampiamente convergenti e che l'apparente differenza fra i numeri deriva principalmente dalla differenza delle diverse questioni prese in esame e dai periodi di tempo presi in considerazione. Queste conclusioni trovano un qualche supporto in uno studio del Pentagono, che ha calcolato in 26.000 i civili e i poliziotti irakeni uccisi e feriti dai ribelli a partire dal gennaio 2004. L'articolo del New York Times sullo studio del Pentagono ne cita anche diversi altri, ma 6ralascia il più importante, quello del Lancet. Di passaggio riferisce che “non è stata fornita nessuna cifra per il numero di Irakeni uccisi dalle forze condotte dagli Americani”. L'articolo del Times è comparso il giorno immediatamente successivo a quello scelto dagli attivisti a livello internazionale per commemorare tutti i morti irakeni, in occasione del primo anniversario della pubblicazione dell'articolo del Lancet.
La proporzione della catastrofe irakena è così enorme, che difficilmente può darsene conto. I giornalisti sono per lo più confinati nella Zona Verde di Baghdad oppure si muovono sotto pesante sorveglianza. Nella stampa mainstream ci sono state poche eccezioni alla regola, come Robert Fisk e Patrick Cockburn [del quotidiano britannico The Independent], che hanno corso gravissimi pericoli, e dell'opinione degli Irakeni ci sono indicazioni occasionali. Una è stata la cronaca di un raduno nostalgico delle élite colte occidentalizzate di Baghdad, in cui la discussione ha riguardato il saccheggio di Baghdad da parte di Hulagu Khan e delle sue feroci atrocità. Un professore di filosofia, sollevando ilarità, ha sostenuto che “Hulagu, confrontato con gli Americani, è stato umano”, ma “la maggior parte degli ospiti sembrava desiderosa di evitare l'argomento della politica e della violenza, che qui domina la vita di tutti i giorni”. Hanno, invece, ricordato i tentativi passati di creare una cultura nazionale irakena , che avrebbe portato al superamento delle vecchie divisioni etnico-religiose, nelle quali ora l'Iraq occupato “regredisce” e hanno discusso della distruzione dei tesori dell'Iraq e della civiltà mondiale, una tragedia mai vista dopo le invasioni mongole.
Ulteriori conseguenze dell'invasione sono la diminuzione del reddito medio degli Irakeni, dai 255 dollari del 2003 ai circa 144 del 2004, come “la significativa scarsità per tutto il paese di riso, zucchero, latte e prodotti alimentari per l'infanzia”: tutto questo secondo quanto afferma il World Food Program dell'ONU, che già prima dell'invasione aveva previsto che non sarebbe stato possibile riprodurre l'efficiente sistema di razionamento in vigore sotto Saddam Hussein. I giornali irakeni riferiscono che le nuove razioni comprendono schedari metallici, una conseguenza della grande corruzione esistente sotto l'occupazione britannico statunitense. La malnutrizione acuta, nei primi sei mesi dell'occupazione dell'Iraq è raddoppiata, per giungere al livello del Burundi, ben sopra quella di Haiti e dell'Uganda, un numero che “equivale all'incirca a 400.000 bambini Irakeni affetti da 'inedia', una condizione caratterizzata da diarrea cronica e da pericolosa mancanza di proteine”. Questo è un paese in cui centinaia di migliaia di bambini sono già morti a causa delle sanzioni volute da USA e Gran Bretagna. Nel maggio del 2005, il funzionario dell'ONU, Jean Ziegler ha reso pubblico un rapporto dell'Istituto Norvegese di Sociologia Applicata che conferma queste cifre. I( livelli nutrizionali degli Irakeni, relativamente alti negli anni 1970 e 1980 anche durante la guerra con l'Iran, hanno cominciato a scendere vertiginosamente durante il decennio delle sanzioni, con un ulteriore disastroso crollo dopo l'invasione del 2003.
Nel frattempo la violenza contro i civili si è estesa ben al di là degli occupanti e dei ribelli. I giornalisti del Washington Post, Anthony Shadid e Steve Fainaru, hanno scritto che “le milizie sciite e kurde, spesso operanti come componenti delle forze governative di sicurezza irachene, si sono rese responsabili di una gran quantità di sequestri di persona, di omicidi e di altre intimidazioni, consolidando il loro controllo del territorio dal Nord al sud dell'Iraq e approfondendo la divisione del paese su base etnica e religiosa”. Un indicatore della dimensione della catastrofe è l'ampio flusso di rifugiati, “in fuga dalla violenza e dai disagi economici, a partire dall'invasione USA un milione in direzione della Siria e della Giordania, per lo più “professionisti e laici moderati, che avrebbero potuto contribuire all'obiettivo pratico di permettere al paese di funzionare”.
Lo studio del Lancet, che calcola in 100.000 le probabili morti dall'ottobre 2004, ha suscitato in Inghilterra commenti tali che il governo ha dovuto rilasciare un'imbarazzante smentita, ma negli Stati Uniti di fatto ha prevalso il silenzio. Il riferimento occasionale obliquo lo descrive come il “controverso” rapporto, secondo il quale “al massimo 100.000” Irakeni sarebbero morti come risultato dell'invasione. Ma la cifra di 100.000 è la più probabile sulla base di valutazioni prudenti. Sarebbe quantomeno fedele allo studi indicarla di “almeno 100.000” morti. Benché lo studio sia stato pubblicato nel bel mezzo della campagna presidenziale USA, sembra che a nessuno dei due principali candidati sia stata posta mai una domanda sull'argomento.
La reazione segue lo schema generale di quando le atrocità di massa sono compiute dal soggetto sbagliato. Ne sono un esempio lampante le guerre in Indocina. Nel solo sondaggio, che a quanto sappia sia stato effettuato su quanti si ritenesse fossero i morti vietnamiti,la stima media era di 100.000, circa il 5% della cifra ufficiale; il numero delle vittime effettivo è sconosciuto e non interessa di più del numero, altrettanto sconosciuto, di vittime, provocate dalla guerra chimica condotta dagli USA. Gli autori dello studio commentano che è come se gli studenti universitari tedeschi calcolassero in 300.000 i morti dell'Olocausto. In un caso del genere si potrebbe concludere che in Germania c'è qualche problema; e ci sarebbe qualche problema più grosso se la Germania governasse il mondo.
Z-Net.it
Tutti pazzi per il Sziget Festival
Dal 9 al 16 agosto appuntamento a Budapest per i 400.000 fans dei 400 concerti dello Sziget festival. Tra i quali, quest'anno, spiccano i Radiohead.
Caldo caldissimo Sziget (Melinda Pataki) Ferragosto. Il sole che picchia sopra le nostre teste e l’aria che odora di alcol e dolci. Hippie, punk crestati e vari altri personaggi si affollano davanti al palco più grande. L’ungherese predomina ma si sente anche parlare tedesco, francese, olandese, italiano… Non appena il gruppo attacca, ha inizio il Festival di Sziget (leggi “sighet”).
Nonostante il nutrito gruppo di punk e hippie, il Festival si propone di raggiungere tutti gli strati sociali. Andrea Vidò, uno degli organizzatori, dichiara: «Il nostro festival abbraccia tutte le forme d’arte: dalla danza alle arti drammatiche fino alle più svariate forme musicali, dalle esibizioni d’arte raffinata agli artisti di strada. Puoi trovare di tutto qui al Sziget! È come il festival di tutti i festival, il più grande ostello della gioventù della regione».
Un Festival in pieno centro
In 15 anni di vita il Sziget non solo ha acquisito un nome a livello internazionale, ma ha anche influenzato il gusto musicale e la mentalità degli ungheresi. E la gente non resta più stupita di fronte a un punk con la criniera da mohicano.
Ma non è tutto rose e fiori. Il Sziget è organizzato nel cuore della capitale ungherese. La crescita esponenziale del festival sta causando dei grattacapi per gli organizzatori e coloro che vivono in prossimità dell’isola Hajógyári dov’è organizzato. Del 1997 la petizione del vicinato contro il volume eccessivo degli amplificatori del concerto. Qualche anno dopo la creazione della "tenda" Magic Mirror, uno spazio dedicato ai gay scatenò più o meno la stessa reazione. Ferenc, un ingegnere cinquantaduenne che riconosce l’importanza turistica del festival accusa: «Un festival del genere dovrebbe essere organizzato in periferia, non nel centro».
A dispetto della fama internazionale, una gran parte dei visitatori è ungherese. Vera, studentessa venticinquenne, dichiara: «Per me il Sziget è sinonimo di libertà. Una festa multiculturale dove tutti si rispettano». Molti tuttavia non vedono di buon occhio la crescente popolarità internazionale del Festival. Nel 1993 si trattava di un piccolo raduno organizzato da una coppia di musicisti ungheresi. Laci, un’economista di 27 anni, è un fedelissimo. Che però rimpiange molto «l’atmosfera originaria del Sziget. Il Sziget è diventato un evento pubblicitario».
Think positive, think Sziget
Molti hanno comunque un’opinione positiva del festival. Secondo Nóra, una giovane giornalista di 24 anni, «è positivo che Budapest dia spazio ad un festival enorme dal momento che questo alimenta la notorietà internazionale della capitale. Per molti giovani europei Budapest è inscindibilmente legata al Sziget».
Il Festival risulta molto vantaggioso per molti ungheresi. Nel 2005 è nato un piccolo business: il servizio taxi dal centro città al centro dell’isola. E i prezzi dei locali nei pressi del festival lievitano proprio nei giorni precedenti all’evento. Quest’anno, con artisti del calibro dei Radiohead e di Franz Ferdinand, il Sziget registrerà un successo senza precedenti.
Quest’anno anche cafebabel.com parteciperà al festival. Proporremo numerosi forum e coinvolgenti programmi. Per saperne di più clicca qui
Judit Jàradi - Budapest http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7592
DIALOGO BUSH-BLAIR: PIANO PER UN’ESCALATION DELLA GUERRA IN MEDIO ORIENTE?
DI LARRY CHIN
Online Journal
Lunedì, un microfono lasciato inavvertitamente acceso pranzo dei G8 ha colto frammenti di indiscrezioni in un discorso tra George Bush e Tony Blair. Mentre la maggior parte della copertura mediatica ha centrato l’attenzione sulle parti imbarazzanti, stupide e volgari dei commenti espressi da Bush, un esame più attento della trascrizione [testo in italiano tradotto dal Corriere della sera] conferma che la Siria e il presidente siriano Bashar Assad sono nel mirino.
Suggerisce inoltre che, attraverso l’ONU, continuerà ad essere applicata una pesante pressione anglostatunitense nei confronti di Siria e Iran, entrambi sommariamente definiti come “le menti terroristiche dietro Hamas e Hizbollah”.
Più che la volgarità di un idiota
I media di tutto il mondo, apparato di controllo dei danni di Bush, hanno rigirato nella maniera più ingannevole questo scambio di battute tra Bush e Blair a favore di Bush. Il New York Times lo ha chiamato un “richiamo alla diplomazia senza peli sulla lingua”, mentre un altro articolo del New York Times parla di“chiacchiere fuori dai denti e grossolane dell’astuto Bush”. Altri titoli hanno inneggiato alla performance con le parole “Dubya parla chiaro" (Dubya è la pruncia texana di "W"), Bush "fa volare", "maledice le azioni di Hizbollah", "esorta Assad a mettere fine ai combattimenti" etc. Tutto falso.
Per prima cosa Bush ha dimostrato quello che gli avezzi osservatori già sapevano: Bush è un cretino grottesco che soffre di un qualche disturbo mentale, ed è anche un uno spietato intimidatore che esercita violenza e potere senza intelletto, e senza rispetto. Per dirla breve, un gangster. I gangster non hanno bisogno di un grande intelletto per condurre con successo attività criminali o per stare a capo di imperi criminali (anzi, in realtà l’intelletto è un ostacolo). E Bush (e Cheney) parlano abitualmente in maniera volgare.
E cosa ancora più importante il discorso tra Bush e Blair non era un “appello alla pace”. Sono stati colti metre parlavano in modo pratico e casuale di affari loschi e piani geostrategici in programma o già avviati.
La natura precisa del loro piano è difficile da accertare, ma quello che si riesce ad interpretare dovrebbe essere motivo di allarme. I passaggi cruciali, tratti dalla trascrizione completa del Washington Post [i miei commenti in corsivo - LC]:
Bush: E che ne dici di Kofi? Strano. Non mi piace la successione. Il suo atteggiamento è praticamente un cessate il fuoco e [poi] succede tutto il resto. Capisci, no?
Bush trova “strano”, e “non gli piace” come il segretario generale dell’ONU Kofi Annan abbia visibilmente posto un cessate il fuoco prima di “qualsiasi altra cosa”. Cos’è questo “tutto il resto” che “succede”? Condizioni per il cessate il fuoco? O un nuovo attacco da parte di una fazione o di un’altra? Questo “tutto il resto” è già stato attuato? Cosa hanno realmente in mente gli Usa, il Regno Unito, Israele e l’ONU? A Bush non piace la coreografia dell’ordine di un evento futuro. Qual è questo evento?
Blair: Già, no, io credo che -- la cosa realmente difficile è che non possiamo fermare questo finché non riesci a raggiungere un accordo su questa presenza internazionale. Allora, so di cosa avete parlato voi, ma è la stessa cosa.
Cosa stanno cercando di “fermare” con la “presenza internazionale”? Questo “fermare” si riferisce alla fine della attuale violenza o “fermare” come in una conquista multinazionale (di Siria, Iran o entrambi)? Di cosa “hanno parlato”? La “presenza” internazionale si riferisce a discorsi diplomatici o forze militari? Se si tratta di forze mlitari, stanno parlando di una forza di peacekeeping in Libano, o di una nuova operazione multinazionale sulla quale si è raggiunto “un accordo”?
Blair: ... vedi come è affidabile. Ma devi farlo rapidamente.
Che cosa è “affidabile”? Che cosa deve essere fatto rapidamente?
Bush: Sí, lei sta per andare. Penso che Condi andrà molto presto.
Cosa sta per fare Condi? Data la notoria posizione dell’amministrazione Bush, non negozierà un cessate il fuoco che offra una qualsiasi cosa ai “terroristi” Hamas e Hizbollah né farà delle proposte verso coloro che lei e l’amministrazione Bush hanno insistito a chiamare i loro mentori, la Siria e l’Iran. Che affari loschi sta cuocendo la Rice in pentola?
Blair: D’accordo. Bene, questo, questo è tutto ciò che conta. Se tu -- vedi, ci vorrà del tempo per uscirne fuori. Ma almeno dà alla gente un/una -- Quale “gente”? Si riferisce ai politici che hanno bisogno di tempo per negoziare qualcosa, o sta parlando di creare l’illusione propagandistica di una diplomazia a beneficio delle masse (“gente”)? Se si tratta di quest’ultima, sarebbe una copertura politica per cosa?
Bush: Un processo, sono d’accordo. Le ho detto anche della tua offerta.
Va letto letteralmente come “processo diplomatico” o un processo verso qualcosa di diverso? Sta parlando di un processo reale o fasullo (propaganda)? Cosa ancora più importante qui, è stata fatta una qualche “offerta” tra Blair e gli Usa, e la Rice ne è al corrente. Di cosa si tratta?
Blair: Beh, solo se -- voglio dire, se lei -- o se ha bisogno che le si prepari il terreno, diciamo. Ovviamente, se esce, ci riuscirà, diciamo, mentre io posso solo uscire e parlare.
Lei (la Rice) ha bisogno che le si prepari il terreno per “riuscire” a fare cosa? “Mentre io posso solo uscire e parlare” suggerisce che Blair intenda rimanere in disparte insieme al Regno Unito, e lasciare che gli Usa e la Rice facciano da guida -- verso cosa? La pace o più guerra? Un cessate il fuoco o una qualche manovra opportunistica?
Bush: Vedi, l’ironia è che quello che dovrebbero fare è riuscire a portare la Siria a fermare Hizbollah nel fare questa merda, e finisce tutto.
Questo è un passaggio chiave. Cos’è “ironico”? L’ironia sta nel fatto che devono chiedere la cooperazione siriana -- o è ironico che stiano ingannando la Siria per accusarala (della “merda di Hizbollah”)? Cosa “finisce” -- la violenza di questo momento, o qualsiasi altro ostacolo all’esplosione completa di una guerra in Medio Oriente?
Blair: Chi, la Siria?
Bush: Esatto.
Blair: Penso sia tutto parte della stessa cosa. Cosa pensa lui? Pensa che se in Libano finisce bene, se troviamo una soluzione in Israele e Palestina, l'Iraq va nel modo giusto, lui è [incomprensibile] . Si tratta di questo. È la stessa cosa con l'Iran.
La parola incomprensibile è critica. Senza la parola è difficile interpretare il passaggio. Sembra che Blair stia descrivendo il presidente siriano Bashar Assad come alquanto ingenuo (una “soluzione in Israele e Palestina,” e un lieto fine in Iraq, così come in Iran sono molto improbabili), e come un credulone che vuole prendere parte ai piani anglo-statunitensi e israeliani.
Nota: alcuni media, compreso il San Francisco Chronicle, riportano l'ultima riga di questo passaggio come “È la stessa cosa con l'Iraq”. Un errore o una menzogna intenzionale?
Bush: Mi sento di chiamare Kofi per telefonare ad Assad e far succedere qualcosa. Non stiamo accusando Israele. Non stiamo accusando il governo libanese.
Cosa vuole Bush che l'ONU “faccia succedere”?
Bush sta parlando di una posizione diplomatica anglo-statunitense (non accusano Israele o il Libano) per raggiungere un cessate il fuoco, o sta parlando della creazione di una copertura politica con la quale verrà condotta una guerra più grande “contro il terrorismo” che ha per obiettivi Hamas e Hizbollah, e le presunte menti dietro di loro in Siria e in Iran?
Assad è complice o è stato ingannato?
Arriva l’Apocalisse
Come fa notare William Arkin, nella sua analisi del discorso fra Bush e Blair apparsa nel Washington Post, “Early Warning”:
"Guardando lo svolgimento dell'ultima saga in Medio Oriente, sono stato colpito dalle interpretazioni praticamente universali che sono state offerte dai critici e dai presentatori che l'Iran o la Siria abbiano programmato i rapimenti [o meglio, la cattura, ndt] di soldati statunitensi e che controllino quello che sta succedendo adesso.
In base a questa interpretazione, l'Iran sta cercando di distogliere l'attenzione dal suo programma di armi nucleari; la Siria sta cercando una vendetta contro l'isolamento statunitense e sta tentando di allargare la sua base di potere. I due paesi forniscono missili e provvedono a cordoni e rifugi per Hizbollah e Hamas. Addirittura ci sarebbero stati ‘soldati’ iraniani in segreto in Libano, che hanno aiutato Hizbollah venerdì nel suo attacco contro la nave israeliana, un attacco che Hizbollah non avrebbe altrimenti potuto organizzare.
Secondo questa visione, Hamas e Hizbollah sono ridotti a dei terroristi tontoloni praticamente irrisori dell'Iran e della Siria, il Libano è solo un povero paese vittima, e Israele si sta solo difendendo. Anche gli Stati Uniti e la comunità internazionale sono assolti da qualsiasi responsabilità per il fallimento della diplomazia, perché quello che sta accadendo fa parte di una grande cospirazione che nessun tipo di intervento avrebbe potuto influenzare.
In questa versione della storia, basta inoltre che l'Iran e la Siria schiocchino le dita per ‘fermare’ i combattimenti. Anche se questa interpretazione è falsa, il fatto che non ci riescano conferma che l'approccio dell'amministrazione Bush nei loro confronti è l'unica opzione. I due quindi sono confermati come stati canaglia e nuovo asse del male.
In questo mondo, diversi leader e fazioni tramano le loro prossime mosse, programmano operazioni segrete, intraprendono omicidi, decidono chi appoggeranno e come sulla base di informazioni intererne.
Il pericolo di questo tipo di notizie, e dei leader ossessionati dai pettegolezzi e dai dettagli piccanti degli eventi mondiali, è che presto l’inganno geopolitico lascia fuori qualsiasi immagine reale e qualsiasi senso di responsabilità dello stato".
Con tutto il rispetto dovuto, non si tratta semplicemente di “inganno”. C’è anche inganno ed estorsione, con violente conseguenze militari. Agire completamente senza scrupoli è alla base di molta strategia geopolitica imperiale.
Rimane da vedere cosa ci riservano Bush, Blair, e il brutale governo israeliano. Le porte dell’inferno sono già state aperte. Solo un ingenuo potrebbe pensare che abbiano qualche desiderio di chiuderle.
Larry Chin
Fonte: http://onlinejournal.com/
Visto su: http://www.prisonplanet.com/articles/july2006/200706exchange.htm
20.07.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di OLIMPIA BERTOLDINI
Nota della traduttrice:
Per comodità avrei voluto usare la versione del dialogo del Corriere della Sera (nella quale non è citata la fonte originale) per la mia traduzione di questo testo, ma ho dovuto constatare che la traduzione è sommaria, imprecisa, parzialmente errata e mancante di alcune frasi (vedi sotto i testi a confronto), e non si sarebbe capito il commento di Larry Chin, che invece si basa sul testo originale, verificabile al link sopracitato. Ho cercato come sempre in questo tipo di traduzioni, di essere fedele all’originale nella sostanza, tralasciando, la forma, cfr. anche SMENTITA DAL PREMIER LIBANESE INTERVISTA COL CORRIERE DELLA SERA
Tuttavia la trascrizione della BBC è leggermente più simile alla versione del Corriere della Sera
In bold il testo originale tratto dal Washington Post
In corsivo la traduzione del Corriere della Sera, sottolineate le parti contestate o in lingua originale, mancanti nella traduzione, o nella traduzione, cfr. col testo tradotto sopra
In parentesi quadra i miei eventuali commenti
Bush : What about Kofi? That seems odd. I don't like the sequence of it. His attitude is basically ceasefire and [then] everything else happens. You know what I'm saying?
BUSH: E che ne dici di Kofi, il suo atteggiamento verso il cessate il fuoco e tutto il resto… succede
Blair : Yeah. No, I think -- the thing that's really difficult is we can't stop this unless you get this international presence agreed. Now, I know what you guys have talked about but it's the same thing.
BLAIR: Già, no, io credo che (incomprensibile) è molto difficile. Non possiamo fermare questa cosa, a meno che non riesci a far firmare un accordo su questa faccenda internazionale
Blair : . . . see how reliable that is. But you need that done quickly.
BUSH: Sì
BLAIR: Non so di che cosa avete parlato voi, ma come ho detto, io sono perfettamente d’accordo a vedere come si mettono le cose, ma devi farlo in fretta, perché altrimenti si rischia…
Bush : Yeah, she's going. I think Condi's going to go pretty soon.
BUSH: Penso che Condi andrà presto
Blair : Right. Well, that's, that's, that's all that matters. If you -- see, it'll take some time to get out there. But at least it gives people a --
BLAIR: Ma questo, questo, questo è ciò che conta. Ma se tu, vedi, ci vorrà del tempo per metterlo in piedi
BUSH: Già, già
BLAIR: Ma almeno darà alla gente
Bush : A process, I agree. I told her your offer too.
BUSH: E’ un processo graduale, sono d’accordo. Le ho riferito della tua offerta di…
Blair : Well, it's only if it's -- I mean, you know, if she's gotta -- or if she needs the ground prepared, as it were. Obviously, if she goes out, she's got to succeed, as it were, whereas I can just go out and talk.
BLAIR: Beh, è solo, voglio dire… lo sai. Se lei ha … oppure se ha bisogno di qualcuno che le prepari il terreno, per così dire… Perché ovviamente se ci va, deve riuscirci, per così dire, invece io posso andarci e limitarmi a scambiare due parole…
Bush : See, the irony is what they need to do is get Syria to get Hezbollah to stop doing this shit, and it's over.
BUSH: Vedi, la… cosa è che devono costringere la Siria, costringere Hezbollah a smettere di fare queste cazzate e finisce tutto…
BLAIR: (incomprensibile)
BUSH: (incomprensibile)
Blair : Who, Syria?
BLAIR: La Siria
Bush : Right.
BUSH: Perché
Blair : I think this is all part of the same thing. What does he think? He thinks if Lebanon turns out fine, if we get a solution in Israel and Palestine, Iraq goes in the right way, he's [inaudible] . That's what this whole thing's about. It's the same with Iran.
BLAIR: Perché penso che faccia tutto parte della stessa cosa
BUSH: Già
BLAIR: Ma cosa pensa? Lui pensa che se gli va bene in Libano, se troviamo una soluzione per Israele e Palestina, l’Iraq andrà nella direzione giusta…
BUSH: Sì, sì, è carino
BLAIR: E’ un tesoro. Sta tutto qui. E’ la stessa cosa con l’Iraq [vedi nel testo, in alcune versioni, anche inglesi si trova Iraq, una svista?]
Bush : I felt like telling Kofi to get on the phone with Assad and make something happen. We're not blaming Israel. We're not blaming the Lebanese government."
BUSH: Volevo chiedere a Kofi di telefonare, di prendere il telefono e di chiamare Bashad (Bashir Assad) e far succedere qualcosa
BLAIR: Già
BUSH: (incomprensibile)
BUSH: Noi non addossiamo la responsabilità al governo libanese
Tamburi di guerra
Truppe georgiane entrano in Abkhazia. Si rischia un nuovo conflitto
Una lunga colonna militare georgiana composta da 30 camion carichi di soldati, 37 fuoristrada Niva e due blindati (500 soldati in tutto) ha varcato oggi il confine tra la Georigia e regione separatista dell’Abkhazia, dirigendosi verso la gola di Kodori, dove tutte le linee telefoniche della zona sono state tagliate.
Tutto lascia pensare che stia per iniziare l’annunciata operazione governativa contro i ‘Monadire’ (i cacciatori), le milizie guidate da Emzar Kvitsiani: un losco personaggio che dalla fine della guerra è stato il rappresentante del governo georgiano nella gola di Kodori (unico territorio abkhazo rimasto sotto controllo di Tbilisi), ma che l’anno scorso è stato disconosciuto con l’accusa di attività criminale.
Il signore di Kodori. Sabato scorso Kvitsiani, che sembrava essersi adattato all’idea, ha improvvisamente dichiarato che il governo georgiano stava preparando un’offensiva militare contro di lui e che era pronto a combattere pur di difendere l’autonomia della valle di Kodori.
Gli anziani rappresentanti degli svaneti, le genti che da sempre abitano queste pittoresche vallate – si sono affrettati a prendere le distanze dal ribelle ma hanno chiesto al governo georgiano di non usare la forza e di trattare con Kvitsiani.
Le autorità dell’autoproclamata repubblica d’Abkhazia hanno mobilitato le proprie forze armate e il presidente abkhazo Sergey Bagapsh ha fatto sapere che l’ingresso di truppe georgiane nella gola di Kodori rappresenterebbe una gravissima violazione degli Accordi di Mosca del 1994, secondo cui le truppe di Tbilisi non possono varcare le “frontiere dell’Abkhazia”. Anche se l’alta valle di Kodori è formalmente territorio georgiano, essa si torva all’interno del territorio abkhazo: è una zona smilitarizzata sotto controllo della missione Unmig delle Nazioni Unite (che in realtà hanno cessato i pattugliamenti dopo che, l’8 ottobre 2001, un loro elicottero è stato abbattuto e 9 caschi blu sono morti).
Nuovo pretesto di guerra. Da mesi l’irrequieto presidente georgiano, il nazionalista filo-occidentale Mikhail Saakashvili, sta cercando pretesti per scatenare una guerra di riconquista contro le due regioni separatiste di Abkhazia e Sud Ossezia – resesi indipendenti da Tbilisi nei primi anni Novanta in seguito a brevi guerre vinte grazie al sostegno delle truppe di Mosca, che ancora i due regimi indipendentisti di Suhumi e Tskhinvali, rispettive capitali delle due autopoclamate repubbliche.
Ora rischia di riuscirci.
Dopo un’escalation di provocazioni verbali, e non solo, contro le due autorità separatiste e contro la Russia, due settimane fa il governo georgiano ha ufficialmente chiesto il ritiro del contingente di pace russo che pattuglia le due regioni, implicitamente uscendo dagli accordi di pace del ’94. Del resto il presidente Saakashvili, fin da quando è arrivato al potere con la Rivoluzione delle Rose del 2003 (sostenuta dagli Usa), ha sempre detto che “il ripristino dell’autorità governativa su tutto il territorio nazionale” era il suo scopo principale.
E lo ha ribadito oggi, rispondendo alla proposta di trattative da parte degli anziani svaneti. “Con Kvitsiani siamo a disposti a discutere solo di una cosa, se deciderà di arrendersi: quale cella vorrà occupare nella prigione di Tbilisi”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5924
Enrico Piovesana
Armi italiane in Medio Oriente
Un'inchiesta di Microfinanza
di Francesco Terreri
tratto da Microfinanza
Mentre i fondi pensione dei dipendenti pubblici statunitensi scelgono di disinvestire dalle imprese in affari col Sudan per protesta contro il genocidio nel Darfur o da quelle coinvolte nella proliferazione nucleare in Iran, il database del commercio estero delle Nazioni Unite rivela che, tra il 2001 e il 2004, Iran, Sudan, Libia, Siria e il Libano, in quel periodo controllato da Damasco, hanno ricevuto armi, munizioni e sistemi di puntamento dall'estero, inclusi paesi occidentali, per oltre 327 milioni di dollari.
Un business miliardario. L'Iran, inoltre, ha importato nello stesso periodo materiale per reattori nucleari per 286 milioni di dollari. In testa ai fornitori dei sistemi d'arma, e anche del nucleare, la Russia con 86 milioni di dollari di materiali, in gran parte destinati a Teheran, ma anche alla Siria, al Libano e alla Libia. Al secondo posto la Cina con 73,8 milioni, divisi tra Iran e Sudan. Al terzo posto c'è l' Italia con 34,1 milioni di dollari.
Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu, ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per 13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Tra i venditori - soprattutto all'Iran che da solo ha concentrato 196,4 milioni di importazioni complessive - ci sono anche Francia (12,8 milioni), Svizzera (11,6 milioni), Cipro (7,5 milioni), che però riesporta materiale proveniente da altri paesi, Turchia (4,5 milioni), Slovacchia (4 milioni), Stati Uniti (3,7 milioni), Germania (3,6 milioni). In particolare dagli Usa sono state esportate in Iran nel 2004 «altre armi da guerra» per 106 mila dollari sui 115 mila totali del periodo.
Il grosso delle forniture di armi all'Iran arriva nel 2002 ed è costituito soprattutto da carri armati e veicoli blindati (77,4 milioni) e da munizionamento (86,9 milioni). Mezzi blindati arrivano dalla Russia (63,3 milioni), dalla Cina (4,2 milioni), dalla Slovenia (2,8 milioni), dalla Germania (2 milioni), dalla Bielorussia (1,5 milioni), dalla Gran Bretagna (quasi 1 milione). Nello stesso anno Teheran vende veicoli blindati al Sudan per 5,9 milioni di dollari. Le munizioni provengono in gran parte dalla Cina (52,6 milioni) e dalla Siria (33,5 milioni).
A ciascuno il suo mercato. A Damasco vendono soprattutto Italia e Russia. Le esportazioni italiane rientrano in quelle autorizzate dal governo e sono state descritte anche nelle annuali relazioni governative. Si tratta di commesse pluriennali da quasi 220 milioni di euro complessivi per apparati di controllo del tiro prodotti dalla Galileo Avionica, oggi controllata dalla Selex Sensors and Airborne Systems (Finmeccanica 75%, Bae Systems 25%), e destinati a carri armati. Nella classificazione Onu sono «parti e accessori di mirini telescopici per armi», ceduti per 11 milioni nel 2002, 7,6 milioni nel 2003 e 1,6 milioni nel 2004. Anche da Mosca arrivano «mirini telescopici» - del resto i mezzi corazzati che la Siria sta ammodernando con tecnologia occidentale sono di produzione sovietica – per un totale di 11,5 milioni di dollari.
L'Italia è inoltre la prima fornitrice di armi al Libano sotto tutela siriana, per un totale di 13,8 milioni in quattro anni. In questo caso le vendite riguardano armi leggere e munizioni, generalmente fuori dalle autorizzazioni previste dalla legge 185/90 perché classificate come «armi non militari». In Libano esportano anche Cipro, Turchia, Russia e Stati Uniti. Ancora la Russia, ma questa volta insieme alla Francia, sono gli unici venditori registrati di armi alla Libia. In Sudan, invece, esportano, oltre al già citato Iran, la Svizzera, la Cina e la Francia. Inoltre, anche se non è possibile distinguere le forniture civili da quelle militari, come esportatori di apparati radar ai paesi qui considerati troviamo in testa Italia (20,7 milioni di dollari), Francia (13,3 milioni) e Cina (10,4 milioni). L'Italia tra il 2001 e il 2004 è la prima esportatrice in Siria (15 milioni) e vende anche al Sudan (4 milioni) e all'Iran (1,6 milioni). Parigi e Pechino in questo campo riforniscono solo Teheran.
Teheran, un buon cliente. Per quanto riguarda invece le forniture di materiale nucleare all'Iran, sempre secondo l'Onu nel quadriennio 2001-2004 sono stati venduti reattori nucleari e loro parti per oltre 286 milioni di dollari, quasi solo dalla Russia (285,6 milioni), con cui l'Iran è in rapporti d'affari dalla metà degli anni '90. Materiali sono arrivati anche dall'Italia per 303 mila dollari, di cui 299 mila per 8,5 tonnellate di merci nel 2001, e dalla Cina per 158 mila dollari. Cifre minori riguardano la Gran Bretagna, la Germania e la Georgia . Ma l'Italia nel periodo considerato ha rifornito di componenti di reattori nucleari in primo luogo la Libia, dove sono state esportate 89 tonnellate di materiale nel 2004 per oltre 1 milione e mezzo di dollari. Del resto il disgelo con Tripoli ha prodotto all'inizio del 2006 una commessa libica da 80 milioni di euro per 10 elicotteri A109 Power Agusta Westland e l'annuncio da parte di Finmeccanica (comunicato stampa del 17 gennaio 2006) della joint venture aeronautica Libyan Italian Advanced Tecnology Company (Liatec), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry e al 50% da Finmeccanica e dalla controllata Agusta Westland.
"Stanno distruggendo l'intero Libano!"
di Dahr Jamail (Common Dreams)
"[Gli israeliani] se la stanno prendendo con coloro che non sono Hezbollah", racconta un americano mentre scappa con la madre. "È una catastrofe, le loro bombe piovono dappertutto", aggiunge il venticinquenne insegnante di studi sociali mentre asciuga il sudore dalla fronte nell’afoso valico di confine. "Stanno distruggendo l’intero Libano!"
La guerra attacca ogni cosa, brutalmente.
Mentre il Libano sanguina e la crisi umanitaria laggiù sprofonda tra i crateri lasciati dalle bombe israeliane, coloro hanno potuto sono fuggiti – soprattutto verso la Siria.
Al confine settentrionale del Libano, folle di persone, con fare diffidente e lo sguardo fisso nel vuoto per aver vissuto nel terrore per giorni, si sono riversate in Siria.
Spingendo carriole cariche di tutto ciò che si poteva portare, erano giunti da ogni parte del Libano; dal nord, dalla città costiera di Tripoli, da più a sud nella costa vicino a Batroun, fino a Byblos – città un tempo meravigliosa, dove una volta presi un tè con i miei cugini libanesi. Di questi dobbiamo ancora avere notizia dall’inizio della guerra israeliana al popolo libanese.
La maggior parte di queste persone, naturalmente, proveniva da Beirut. Il resto, comprese le automobili con i bagagli legati in cima, venivano dalle terre devastate del Libano del Sud – dalle città di Sidone, Tyre, Marjeyun e da numerosi villaggi più vicini al confine meridionale.
Più di 140.000 rifugiati libanesi hanno ora attraversato le dogane verso la Siria. Mentre l’ONU esorta invano un cessate il fuoco da un Israele fomentatore di guerra, spalleggiato dal proprio più grande alleato “che permette tutto” e che usa l’arma del diritto di veto, gli Stati Uniti, due soldati a Tyre sono rimasti uccisi da un attacco aereo israeliano.
"[Gli israeliani] se la stanno prendendo con coloro che non sono Hezbollah", racconta un americano mentre scappa con la madre. Hanno trascorso le vacanze a Beirut assieme alle proprie famiglie là. "È una catastrofe, le loro bombe piovono dappertutto", aggiunge il venticinquenne insegnante di studi sociali mentre asciuga il sudore dalla fronte nell’afoso valico di confine. "Stanno distruggendo l’intero Libano!"
Tra le oltre 350 vittime del Libano, più di un terzo sono bambini. Avrebbero potuto contribuire al futuro del proprio bisognoso paese.
Dopo aver intervistato diversi rifugiati, assieme al mio interprete Abu Talat ci siamo incamminati verso un taxi per poi dirigerci ancora più a nord, verso la costa siriana. Il nostro autista, Abdo al-Hamre, un contadino di 32 anni, ci dice di aver trasportato per giorni rifugiati dal confine. "Ogni giorno piango per il popolo libanese", dichiara a voce alta, "Tutti loro piangono in auto mentre guido. È davvero troppo da sopportare".
La guerra ferma qualsiasi cosa. La guerra uccide un paese – sia che si tratti di coloro che le bombe le sganciano, sia di coloro che ne rimangono lacerati. I paesi che muovono guerra, come Israele ora sta facendo in Libano, o come gli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, scelgono di vendere le proprie anime… forse ad un prezzo tanto alto quanto quello che pagano coloro le cui vite sono annientate dall’aggressione mossa.
La guerra blocca tutto: scuole, consegne di cibo, trasporti pubblici, gite fuori porta, balli, lanci d’aquilone, risate con i propri cari… tutto si arresta mentre la battaglia per la sopravvivenza regna sovrana. Non conta più nulla. Solo sopravvivere. Gli esseri umani sono ridotti al livello base della sopravvivenza, non c’è spazio per nient’altro.
Oggi [22 luglio, NdT] ci trovavamo nelle sedi centrali della Mezzaluna Rossa a Damasco per intervistare i rifugiati. Un uomo anziano, con la testa tra le mani, era appena arrivato dopo essere fuggito dal proprio villaggio nel Libano meridionale. Gli ho chiesto se il piano d’Israele di bombardare il popolo libanese per costringere Hezbollah ad andarsene dal Sud del loro paese stesse funzionando. Il piano israeliano, in sostanza, sta davvero facendo insorgere il popolo libanese contro Hezbollah? Si è alzato subito in piedi, costringendomi ad indietreggiare."Sempre più libanesi ora stanno con Hezbollah, molto più di prima", ha urlato indicando il cielo, mentre i suoi occhi si riempivano di collera. "Che Dio maledica gli israeliani per aver distrutto il Libano! Non distruggeranno mai il nostro spirito! La resistenza è un ideale e gli ideali non si possono distruggere!"
Era pazzo di rabbia. In fondo, perché mai non avrebbe dovuto esserlo?
Quest’uomo, un uomo che dovrebbe custodire un terreno, giocare con i propri nipoti, cenare con la propria moglie al tramonto, si stava infuriando con un giornalista a Damasco perché tutto quello che conosceva ora stava bruciando sotto le macerie.
La guerra ferma la vita. La guerra ferma tutto.
Dahr Jamail è un giornalista free lance che ha trascorso oltre otto mesi nell’Iraq occupato. Lo scorso gennaio a New York ha fornito le prove dei crimini di guerra Usa alla Commissione Internazionale d’Inchiesta sui Crimini contro l’Umanità commessi dall’Amministrazione Bush. Scrive regolarmente per ‘Inter Press Service’, ‘Truthout.org’, ‘Asia Times’, ‘TomDispatch’; il suo sito è www.dahrjamailiraq.com.
Dahr Jamail è tra gli autori dell’antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi, Nuovi Mondi Media, 2005.
Fonte: Common Dreams
Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
Su Hezbollah e sulle questioni mediorientali vedi 'A cena con i terroristi – Incontri con gli uomini più ricercati del mondo', di Phil Rees – regista di numerosi documentari per la BBC e autorevole collaboratore di 'The Independent', 'The Guardian' e di 'The New Statesman'.
Rees ha speso buona parte della sua ventennale carriera di inviato di guerra raccontando storie di militanza armata in giro per il mondo.
Di seguito un estratto del suo libro.
Gli aeroplani israeliani incrociarono sopra le nostre teste per tutto il pomeriggio, lasciando lunghe scie bianche nel cielo azzurro limpido. Hezbollah aveva una sede a J’baa, un piccolo edificio in mezzo a una fila di negozi. All’interno c’erano raccoglitori sugli scaffali, volantini e manifesti sparsi tutt’intorno insieme ad altro armamentario del partito; un portachiavi con l’immagine del leader di Hezbollah, fasce per capelli con slogan e segnalibro in pelle con goffrato il simbolo del partito, un pugno sollevato che agita in aria un Kalashnikov.
L’uomo dietro la scrivania fece una telefonata e annunciò che, per quella sera, avevo un appuntamento a cena con un comandante hezbollah. Mi era stata assegnata una guardia del corpo chiamata Abbas, un uomo accigliato sulla ventina. Forse c’era un problema nella traduzione, ma non riuscii a stabilire se stavo per incontrare il comandante militare o il leader spirituale. Lo chiamavano “Shaykh”, ma per gli hezbollah, gli uomini di Dio e gli uomini d’armi possono essere la stessa cosa.
Era una notte senza luna e io stavo per essere condotto giù per un sentiero che partiva dal centro di J’baa. In qualche angolo lontano era appesa una lampadina nuda, ma ogni passo in avanti era un atto di fede. Sospettavo che mi stessero facendo fare un percorso circolare per evitare che il giorno dopo potessi individuare l’edificio. Gli hezbollah erano ossessionati da segretezza e sicurezza. La nostra destinazione si rivelò essere una casa di tre piani con frammenti di luce che filtravano dalle fenditure nelle porte e nelle persiane.
Mi fecero entrare in una stanza con un grande tavolo, che si alzava solo mezzo metro dal pavimento. Sopra c’era steso un telo di plastica bianco, parecchi uomini facevano avanti e indietro, alcuni portando piatti di cibo. Intorno al tavolo potevano probabilmente inginocchiarsi o sedersi una dozzina di uomini, stringendosi, forse di più. Uno dei tubi fluorescenti che lo illuminavano lampeggiava in modo fastidioso.
Lo Shaykh Muhammad si sedette, con le gambe incrociate, a capotavola. Il suo abito nero cadeva come una piccola tenda intorno al suo corpo seduto. La sua testa barbuta era inclinata a quarantacinque gradi, come se fosse in costante contemplazione, coronata da un turbante bianco e rotondo. Era uno shaykh, un componente del clero sciita e apparentemente vicino al consiglio di governo di Hezbollah. Non riuscii mai a scoprire se era anche un capo militare.
Lo Shaykh sollevò lo sguardo mentre entravo nella stanza e Abbas mi presentò. Lui sorrise bruscamente e fece un cenno con il capo quando pronunciai il saluto islamico, “La pace sia con te”, ma non rispose. Dopo un po’ cominciammo a mangiare, un banchetto di mezzeh; c’erano tahina, salsina di sesamo e baba ghanouj, un puré di melanzane con limone e parsley. Mangiammo il tutto con del pane caldo. I pomodori e i ravanelli in Libano erano appetitosi e molto grandi, al punto spesso di far sembrare piccolo il piatto. Furono serviti anche alcuni falafel, le polpettine di piselli secchi e verdure, leggermente unti. Curiosamente, venne portato anche un piatto di patatine accompagnato da una bottiglia di ketchup.
Intorno al tavolo c’erano circa una dozzina di uomini, tutti fra i venti e i trent’anni: i più non erano rasati e presentavano ciuffi ispidi di peluria; alcuni avevano barbe lunghe e fitte. Sembravano soldati. Mangiavano rumorosamente mentre lo Shaykh sgranocchiava quello che aveva davanti senza parlare. Cercai di apparire amichevole mormorando che la cena era gustosa; “Eccellente”, gli dissi, assestandomi qualche pacca sullo stomaco. Non mostrò il minimo segno d’interesse. Mi stava studiando con attenzione da sopra la montatura marrone vecchio stile dei suoi occhiali. Più tardi scoprii che ogni membro del clero hezbollah portava esattamente gli stessi occhiali, o almeno così sembrava. Non riuscivo a capire quanti anni potesse avere; all’inizio, per via del suo titolo e dei suoi modi pacati, lo giudicai sulla cinquantina. Era un po’ sovrappeso ma sulla sua barba non c’erano tracce di grigio. In seguito venni a sapere che aveva soltanto trentacinque anni.
Quindi arrivò il kebab di montone e l’uomo seduto di fianco a me insistette a riempire oltremisura il mio piatto. Io sorrisi e mangiai senza badare troppo alle buone maniere. Poi, improvvisamente, quando avevo ancora diversi kebab nel mio piatto, Shayk Muhammad picchiò una forchetta sul tavolo e cominciò a recitare quelli che credo fossero versetti del Corano. Poi si voltò verso di me.
Ripiegò i suoi occhiali e attaccò un lungo discorso sul colonialismo inglese, la dichiarazione di Balfour (che impegnava la Gran Bretagna alla creazione di uno stato ebraico nel 1918) e il modo in cui le potenze coloniali avevano spartito le terre musulmane dopo la Prima Guerra Mondiale. Mi chiese se sapevo chi era Woodrow Wilson. Io annuii. Quindi tirò fuori un blocco per gli appunti e lanciò un’occhiata a una citazione del Presidente americano sulla diplomazia anglofrancese dopo il collasso dell’Impero Ottomano. “Fu una lotta disgustosa tra Inghilterra e Francia per mettere le mani sulle terre arabe!”, strillò, parafrasando Wilson. Ricordò anche il ruolo dell’MI6 nel rovesciamento del leader iraniano eletto, Mohammed Mosaddeq, nel 1953. L’Inghilterra aveva provocato parecchi danni in questa parte del mondo, mi venne detto.
Ascoltai attentamente e annuii, incerto su quello che avrei dovuto dire. Ero lì per negoziare la possibilità di filmare i combattenti hezbollah in prima linea e questo genere di incontri poteva essere davvero stancante, specie se non c’era nemmeno una birra o un bicchiere di vino per andare avanti. Dopo avere usato ripetutamente la parola araba Inglizi per descrivermi, pensai di interrompere il fiume in piena dichiarando che non ero inglese.
Ero nato in Galles e a tre anni ero partito per gli Stati Uniti. In Medio Oriente non parlavo mai delle mie radici americane e il fatto che lavorassi per la BBC lasciava presumere che fossi inglese. Dissi allo Shaykh che ero gallese e, in modo scherzoso, gli spiegai che anche il Galles era stato colonizzato dagli inglesi per circa cinquecento anni, un’occupazione molto più lunga di quella degli israeliani o di chiunque altro sulle terre arabe.
Lo Shaykh Muhammad rimase in silenzio per un istante. “Avete una Resistenza?”, chiese, utilizzando il termine che gli hezbollah usano per descrivere se stessi. Risposi che alcuni nazionalisti gallesi avevano bruciato le case che alcune famiglie inglesi usavano come residenze per le vacanze in Galles.
Muhammad sembrò compiaciuto ma suggerì che non era abbastanza. Poi chiese se c’era un esercito repubblicano gallese sul modello dell’IRA. “Non ancora”, risposi. “Tuttavia dovrebbe essercene uno”. Adesso la conversazione era godibile e speravo potesse aiutare i nostri rapporti per i giorni seguenti. Ma poi Muhammad prese il mio biglietto da visita, che gli avevo consegnato in precedenza. Improvvisamente mi chiese: “Ha bisogno di assistenza militare?”
Tratto da A cena con i terroristi. Incontri con gli uomini più ricercati del mondo, di Phil Rees, Nuovi Mondi Media, 2006.
In cuor mio sono bulgaro
24.07.2006 Da Skopje, scrive Risto Karajkov
Ha costruito la sua carriera politica sul nazionalismo macedone. Ora Ljubco Georgievski ha richiesto ed ottenuto la cittadinanza bulgara e si è scatenato il putiferio. Le difficili relazioni tra Sofia e Skopje
Ljubco Georgievski Ljubco Georgievski, fondatore ed ex presidente del VMRO – DPMNE ed ex primo ministro tra il 1998 ed il 2002, secondo la stampa macedone ha ottenuto la cittadinanza bulgara.
La notizia, pubblicata inizialmente sulla stampa bulgara e poi letterlamente “esplosa” su quella macedone, occupa da giorni le prime pagine in entrambi i Paesi. In Macedonia poi ha assunto il peso di un vero e proprio scandalo politico che sta portando allo sfacelo la già precaria immagine politica di Georgievski.
Il vice-Presidente bulgaro Angel Marin ha firmato lo scorso 3 febbraio il decreto con il quale veniva concessa la cittadinanza bulgara ai coniugi Georgievski. Il 3 marzo sono entrati in possesso dei nuovi documenti e poco dopo hanno registrato la propria residenza nella città bulgara di Blagoevgrad.
“Sono menzogne”, ha affermato Georgievski nell'unica dichiarazione rilasciata sulla questione. “Sono abituato alle bugie ed alle macchinazioni contro di me lanciate da struttture della politica e della polizia. Ma la questione principale ora in Macedonia è la creazione del nuovo governo. Perché invece si interessano a me?”, ha affermato Georgievski alla TV macedone “Canale 5”.
I fatti emersi sembrano però smentire le dichiarazioni dell'ex primo ministro. Fonti bulgare hanno confermato la vicenda e l'hanno arricchita di dettagli.
Il partito politico di Georgievski, il VMRO – NP, che inizialmente aveva definito la notizia come “infondata”, ora sta cambiando tono ed è alla ricerca di strategie differenti: si è passati dal silenzio, all'affermare che è una questione privata, al gridare alla cospirazione politica contro il partito per il fatto che la notizia è emersa proprio in questo momento delicato di formazione del nuovo governo.
“Provate a chiedere al governo perché 200.000 cittadini macedoni stanno facendo richiesta della cittadinanza bulgara?”, ha affermato un collega di parito di Georgievski, Vesna Janevska. “Perché la nostra gente è obbligata a lavori di fatica in Grecia, Bulgaria e molti altri Paesi? Inoltre perché non è invece un problema che Ali Ahmeti (ndr, presidente del partito DUI, che raccoglie molti dei consensi della comunità albanese di Macedonia) ha la cittadinanza svizzera e riceve una pensione svizzera di invalidità? E che Agron Budjaku (compagno di partito di Ahmeti) ha la cittadinanza belga? E che Branko Crvenkovski e l'ex primo ministro Kiro Gligorov sono divenuti rispettivamente primo ministro e presidente quando avevano ancora in tasca il passaporto della Jugoslavia?”, ha incalzato la Janevska.
Anche se le cifre citate da Vesna Janevska sono esagerate è comunque vero che un gran numero di cittadini macedoni sta provando ad ottenere un passaporto bulgaro. Secondo alcune statistiche ufficiali 20.000 macedoni l'avrebbero già ottenuto e 20.000 starebbero aspettando una risposta dopo aver consegnato i documenti necessari alle autorità bulgare. Il motivo principale? La possibilità di viaggiare liberamente in Europa con un visto turistico automatico di tre mesi, per molti un'occasione preziosa per trovare lavoro. Per essere eligibili i cittadini macedoni devono dichiarare di avere un'origine bulgara; dimostrarlo è abbastanza semplice dato che basta un'autocertificazione. I macedoni non sono gli unici nella corsa alla cittadinanza bulgara. Vi sono anche serbi, moldavi ed altri “prigionieri di Schengen”.
In seguito alla "questione Georgievski" il vice-presidente bulgaro Marin ha annunicato futuri emendamenti all'attuale legislazione in modo da rendere più difficile l'ottenimento dela cittadinanza bulgara. Secondo lo stesso Marin si è assistito negli ultimi anni a un radicale aumento delle domande di cittadinanza: dalle 7.000 del 2002 alle 23.000 del 2005.
Nonostante fosse un tema politicamente sensibile le richieste di singoli cittadini macedoni del passaporto bulgaro non ha mai destato gran dibattito a Skopje. Il governo in questi anni l'ha tollerato. Ma il fatto che sia stato un ex primo ministro ad inoltrare una richiesta in tal senso ha sollevato un putiferio.
Anche se le relazioni bilaterali tra i due Paesi sono state negli ultimi anni all'insegna della correttezza, sono appesantite dalla storia. La Bulgaria nel 1991 è stato il primo Paese a riconoscere l'indipendenza della Macedonia; riconobbe però lo Stato e non l'esistenza di una lingua o etnia “macedone”. Secondo la storia bulgara i macedoni sarebbero dei bulgari che hanno “dimenticato” le proprie radici durante la Jugoslavia di Tito e il macedone altro non sarebbe che un dialetto bulgaro. La Bulgaria inoltre non riconosce l'esistenza di una minoranza macedone sul proprio territorio anche se in tal senso ha perso molti processi intentati presso la Corte di Strasburgo.
Che un ex primo ministro, tra l'altro che si è dichiarato un nazionalista macedone (Georgievski costruì il proprio successo politico attorno alla rinascita del sentimento nazionalista in Macedonia nei primi anni '90) che tutt'un tratto riscopre le proprie radici bulgare ha creato scalpore in tutti gli schieramenti politici. In Macedonia sono ora molti a vederlo come un traditore, in Bulgaria invece come un eroe.
Georgievski questa volta sembra aver rinvigorito lo spirito nazionle bulgaro e non quello macedone e l'indirizzo presso il quale ha registrato la propria residenza, a Blagoevgrad, è divenuto, da un giorno all'altro, un'attrazione per curiosi e turisti.
Secondo il direttore del Museo bulgaro di storia nazionale, Bozidar Dimitrov, “a Ljubco Georgievski è stata giustamente garantita la cittadinanza bulgara perché ha dichiarato che i propri genitori erano bulgari e che, ad un certo momento, si è sentito bulgaro lui stesso”. Dimitrov ha poi aggiunto che la cortina informativa tra i due Paesi sta pian piano scemando e che la verità storica in merito al passato bulgaro della Macedonia sta emergendo. “Tutto questo è parte del processo di ri-bulgarizzazione della consapevolezza nazionale in Macedonia”, ha concluso sempre Dimitrov.
Volen Siderov, leader del partito di estrema destra bulgaro Ataka, ha reagito positivamente alla scelta di Georgievski. “E' un buon esempio” ha affermato “spero che 1,5 o 2 milioni di macedoni scelgano di fare lo stesso”.
Secondo il vice-Presidente Marin, “[la Bulgaria] non dovrebbe togliere il diritto ad attuali o ex politici e uomini di stato di rendere pubblica la loro appartenenza etnica, e il signor Georgievski non fa eccezione su questo”.
Ma Stojko Stojkov, tra i leader di OMO – Iliden Pirin, il partito che rappresenta la minoranza macedone in Bulgaria vede l'azione di Georgievski come una vera e propria “frode politica”.
“Per 15 anni si è dichiarato un nazionalista macedone. Ha perso veramente la faccia. Non voterei mai per un uomo che mi ha mentito per 15 anni”, ha affermato.
Man mano che la vicenda viene approfondita si scopre che Georgievski non sarebbe stato l'unico politico ad ottenere la cittadinanza bulgara. Nomi non ne sono ancora emersi ma si parla di altri ex primi ministri e molti parlamentari del Parlamento uscente.
Svetlana Boneva, tra i dirigenti del partito VMRO-DPMNE, vincitore alle recenti elezioni, ha subito citato in giudizio per diffamazione l'ex premier Vlado Buckovski che l'aveva indicata tra queli in possesso di un passaporto bulgaro.
Il caldo aumenta e le prospettive politiche di Georgievski sembrano sempre più incerte. Molti concordano sul fatto che se il tutto fosse emerso prima delle elezioni difficilmente Georgievski avrebbe ottenuto un seggio in parlamento. Ma altri esponenti dell politica macedone potrebbero presto raggiungerlo sulla graticola. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5962/1/51/
Il Kurdistan : l'altra area a rischio in Medio Oriente
di Shorsh Surme*
Mentre la comunità internazionale sta cercando di trovare una soluzione per il cessato il fuoco tra Israele e Libano, la Turchia sta per accendere un'altro fuoco nella area mediorientale, quello di invadere il Kurdistan dell'Iraq approfittando proprio della attuale situazione nella regione. Infatti il governo Turco ha ammassato più di 250 mila soldati affiancati da carri armati ed elicotteri,con l'intenzione di annientare il partito dei lavoratori curdi meglio conosciuto come PKK.
Non è la prima volta che i generali turchi entrano ed escono come se fosse un gioco: nel mese di aprile di questa'anno l'esercito di Ankara oltre passò per una decina di kilometri in profondità nel territorio del Kurdistan dell'Iraq, costringendo alla fuga migliaia di persone nei villaggi al confine.
Alcuni mesi fa un giornale turco aveva rivelato l'esistenza di un piano predisposto dai vertici delle forze armate turche per inviare in 18 ore nel Kurdistan dell'Iraq un contingente 150 mila soldati. Questo progetto avrebbe avuto l'appoggio totale dell'Iran, l'ex nemico la Siria. Sempre secondo Milliyet, la motivazione della decisione d'intervenire nel conflitto iracheno (al quale la Turchia era rimasta estranea) sarebbe dovuta alla necessità di tutelare strumentalmente la minoranza turcomanna (Iracheni di origine turca) nella città curda di Kirkuk.
Lo statuto di cui beneficia il Kurdistan iracheno fa temere ai paesi vicini - Iran e Turchia, che ospitano una numerosa popolazione curda - un contagioso separatismo. La dirigenza curda teme un'invasione della regione autonoma curda dell'Iraq ad ovest da parte delle forze turche e ad est da parte delle forze Iraniane.
Washington da parte sua ha richiamato il governo turco tramite il portavoce del Dipartimento di Stato americano Sean McCormack, sottolineando che "tutti i vicini dell'Iraq debbono rispettare la sua sovranità e cooperare con il governo iracheno su tutti i problemi legati alle frontiere". Il quotidiano turco "Sabah" riporta questi propositi, ma limitando le dichiarazioni americane ai soli iraniani, senza fare riferimento all'incursione turca. Le autorità irachene, da parte loro, esitano sull'atteggiamento da adottare.
Il Parlamento iracheno, nato dalle legislative del 15 dicembre 2005, finora ha discusso diverse volte la questione della ingerenza turca ed iraniana nei affari interni dell'Iraq. Ma purtroppo non è mai arrivato a una condanna unanime a causa della posizione intransigente dei membri dei vari movimenti e partiti sciiti sostenuti dall'Iran. Da parte sua il Ministro degli Esteri dell'Iraq Hoshyar Zebari, il 6 luglio scorso, ha messo in guardia la Turchia dal compiere qualsiasi incursione militare nei territori del Kurdistan dell'iraq per contrastare i guerriglieri curdi attestati in alcune zone, e alle sue parole sono seguite le dichiarazioni dell'ambasciatore Wilson.
La reazione di Erdogan è indicativa però di un malessere della Turchia cui, di fronte alla contesa tra due alleati importanti, solo Washington sembra poter porre fine.
* giornalista curdo-iracheno
www.osservatoriosullalegalita.org
INDULTO NO!
(FATE QUALCOSA DI SINISTRA /3)
Da più di dieci anni si cerca di “dare il colpo di spugna” per cancellare o diminuire le condanne giudiziarie per i reati contro la pubblica amministrazione. Da Tangentopoli, passando per toghe sporche, crack finanziari vari, fino ai furbetti del quartierino ci hanno provato in tutti modi. Ora forse ce la faranno, ma al governo non c’è Berlusconi. C’è il centrosinistra. Il solito centrosinistra dell’inciucio che ce la mette tutta per comportarsi come una Casa delle Libertà qualunque.
Abbiamo capito che l’indulto è utile e giusto. Tuttavia se per ottenerlo bisogna includere i reati contro la pubblica amministrazione per ottenere i voti di Forza Italia possiamo anche fare a meno di quest’atto di clemenza. Ciò è spiacevole per i condannati che sovraffollano le carceri, ma inevitabile per non finire nella vergogna.
La Lega è contraria, forse solo perché la depenalizzazione dei reati contro il tricolore è già stata varata.
Dovremo attenderci che venga approvata anche la legge di iniziativa popolare perunaltratv che contenga il codicillo che le tv di Berlusconi possono fare quel cazzo che vogliono?
Per fortuna che c’è Di Pietro che si fa valere e sia prodiani che comunisti italiani iniziano ad avere dei dubbi
Domani a partire dalle ore 9.00 davanti a Montecitorio l’Italia dei Valori organizza un sit in di protesta a cui saranno presenti tutti i parlamentari di Italia dei Valori, il professor Pancho Pardi, Marco Travaglio, gli Amici del Blog di Beppe Grillo e tutti coloro che sono contrari a questo provvedimento.
Inoltre, a Milano, per le ore 16.30 davanti alla Prefettura in Corso Monforte n.31 dove è previsto un incontro tra il vertice del governo e le autorità locali ci sarà un gruppo di persone (amidi di beppe grillo, esponenti dell’idv ecc) chiederanno a Prodi: “Le sembra un buon modo per affrontare la piaga della corruzione?”. Chi volesse partecipare si rechi in prefettura!
Facciamoci sentire!http://www.liberidipensare.splinder.com/
Quelle lobby forti solo in parlamento
di gio.co.
I farmacisti hanno tappezzato la città con i manifesti “contro la lobby Prodi-Bersani-Coop”. Gli avvocati hanno bloccato l’attività dei tribunali di mezza Italia e marciato in toga contro palazzo Chigi. Ci aspettano altri giorni di scioperi selvaggi e serrande abbassate, altre pagine di quotidiani dedicate a infangare l’operato del governo. Come previsto, la guerra dei tassisti era solo un assaggio. Anche la rivoluzione liberale non è un pranzo di gala. Questa volta si spera che il governo non si accontenti del pareggio ma provi a vincere la partita.
Ricordando che: 1. Le corporazioni che protestano non rappresentano l’intera categoria.
Per ogni proprietario di farmacia arrabbiato ci sono almeno tre dipendenti, come lui laureati in farmacia, che attendono con speranza le liberalizzazioni del governo.
Così come molti giovani avvocati.
È in atto una guerra invisibile e sotterranea tra generazioni, tra forti (anche in parlamento) e deboli.
È notizia di ieri che molti proprietari di farmacie stanno cercando di “convincere” i propri dipendenti a schierarsi contro il dl Bersani.
In fondo chi dice che abolire le tariffe minime di avvocati e architetti finisce per favorire le grandi multinazionali, non riesce a spiegare il favore di tanti giovani professionisti.
2. Gli scioperi proclamati fino ad oggi sono illegittimi. Prima o poi si dovrà fare qualcosa. Il non aver fatto nulla con i tassisti non solleva le autorità dalle loro responsabilità. O si finirà per pensare che i lavoratori dell’Atm di Milano (contro i quali si scatenò mezza Italia nel 2003) siano figli di un dio minore.
3. Il governo sa che buona parte dell’opinione pubblica (cioè i voti) sta dalla sua parte. Fu così anche nella vertenza con i tassisti ma se ne dimenticò. Questa volta se ne ricordi.
E non si spaventi.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Chi vota il colpo di spugna firmato centrosinistra?
STEFANO SANTACHIARA
Il momento è quello buono di sempre: fine luglio, fine Mondiali, vacanze, meglio se guerre e scandali campeggiano sui giornali. Dal primo decreto scarcera-tangentari varato durante Italia-Brasile del '94 alla Cirami sposta-processi e regala-prescrizione del luglio 2002 contro cui si mobilitarono 1 milione di persone a Roma coi Girotondi senza l'appoggio dei partiti, a intervalli regolari il Parlamento riprova il colpo di spugna sui reati dei colletti bianchi. La differenza è che al posto di Berlusconi stavolta c'è il centrosinistra con il suo indultone, avversato solo dall'Italia dei Valori e a destra dalla Lega.
Premesso che non si capisce perché per risolvere il sovraffollamento delle carceri i politici decidano (con buona pace delle vittime dei reati e dei cittadini) una tantum di rimettere in libertà migliaia di delinquenti invece di costruire nuove case circondariali, utilizzare di più le pene alternative, e cancellare reati come l'immigrazione clandestina (per cui è prevista l'espulsione dall'Italia), con la conseguenza di annullare la deterrenza (valga per tutti l'esempio di quei ladri di appartamento sudamericani intercettati a Milano mentre brindavano: "adesso si potrà lavorare di più e più tranquilli, tanto dopo ci sarà l’amnistia"), in questo caso il problema dei detenuti è un patetico pretesto.
Altrimenti dall'indulto che si apprestano a varare le Camere verrebbero esclusi i reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione, peculato, abuso) e contro la giustizia (corruzione giudiziaria e corruzione del testimone), quelli finanziari (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, aggiotaggio) e le frodi sportive. Delitti per i quali sono in carcere solo 38 persone, anche perché in Italia quand'anche si arrivi alla fine dei processi sono previste pene lievi, a differenza degli Stati Uniti dove i falsificatori di bilanci e gli evasori vengono condannati a decenni di carcere e la prescrizione si applica solo nella fase istruttoria. Dunque abbuonare tre anni di pena a chi è indagato, processato o sarà condannato per reati commessi fino al 2 maggio scorso, significa automaticamente salvare tutti quei potenti beccati di recente con le mani nella marmellata, come Fazio e i furbetti del quartierino, Tanzi e Cragnotti, il signor Savoia, il dottor Sottile, gli spioni dello Storacegate, Moggi e soci di Calciopoli,e naturalmente Berlusconi, imputato di corruzione di un testimone, frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita.
A beneficiare dell'indultone sarà anche un certo Previti Cesare (ma forse dovremmo scrivere P.C, secondo il concetto di trasparenza e libera informazione espresso dal Ministro degli Interni Giuliano Amato che non vorrebbe pubblicato nome e cognome neppure a processi conclusi) condannato a sei anni per corruzione di giudici e detenuto agli arresti domiciliari grazie all'ultima leggina ad personam della scorsa legislatura (niente carcere per gli ultrasettantenni, un'altra gran bella deterrenza). La riduzione a tre anni gli permetterà di essere affidato ai servizi sociali in base alla legge Simeone-Saraceni (ancora centrosinistra, legislatura 96-2001) e potrà persino tornare in Parlamento perchè l'interdizione dai pubblici uffici sancita dalla Cassazione, con lo sconto del bell'indulto, da perpetua diverrà temporanea.
La SalvaPreviti del centrosinistra: sai la soddisfazione per gli elettori scesi in piazza in questi cinque anni contro le varie Cirami, Lodo Maccanico-Schifani, ex Cirielli, fatte apposta per salvare l'amata coppia Silvio&Cesare. Ma non è un caso. Il berlusconismo che per dodici anni ha devastato moralmente ed economicamente il paese ed ha provato in ogni modo di assoggettare magistratura e libera stampa, gli ultimi due baluardi indipendenti in grado di controllare e di colpire, sebbene sempre più debolmente, i delinquenti eccellenti, non poteva però assestare il colpo di spugna decisivo atteso dai tempi di Tangentopoli. Ma ne ha comunque preparato il terreno fertile. Il martellamento televisivo quotidiano anti-giudici e santifica-corrotti, le panzane sulle toghe rosse e sullo scontro politica-giustizia (che finirà quando i politici la finiranno di delinquere prima, durante e dopo l'amministrazione della res publica) tollerate e persino condivise da un numero sempre crescente di centrosinistri, sono serviti allo scopo più delle leggi ad personam in sè. La più importante delle operazioni, dopo il risveglio con ManiPulite e la primavera anti-mafia a Palermo grazie alla Procura di Caselli, era peggiorare il livello morale del paese, riportare in letargo le coscienze, limitarne la capacità d'indignazione, assopire il senso di giustizia dei cittadini. L'oblio prima, la minimizzazione anche da parte di presunti avversari poi, per indurre all'assuefazione di comportamenti inqualificabili e ruberie assortite.
Così, come avviene per i sacrifici su pensioni, sanità o diritti acquisiti dei lavoratori, il centrodestra abbaia e il peggior centrosinistra morde. Di soppiatto, con la scusa dei detenuti, voterà il colpo di spugna sui reati dei colletti bianchi con grande piacere di Forza Italia e Udc.
E chi minaccia di dimettersi come Di Pietro deve ingoiare il rospo altrimenti - così prevede la formula del ricatto - si torna alle urne, vince Berlusconi ed è colpa sua. Il delitto perfetto: le vittime sono gli italiani onesti. A cui però si dovrebbe spiegare che differenza c'è con Berlusconi se si fanno le stesse leggi o peggio. Come dice il prode dottor Augias su Repubblica, l'aggiustamento della riforma Moratti? Le giuste liberalizzazioni arenatesi alle prime proteste delle corporazioni che lasceranno il passo ai soliti sacrifici degli italiani-consumatori? Sulla Giustizia trovare un distinguo, chiacchiere a parte, è un'impresa.
Tralasciando un tale Clemente da Ceppaloni già testimone di nozze del mafioso Campanella, che come avamposto parafulmine non deve stupire quando s'autodefinisce "Ministro dei detenuti più che dei magistrati" o invoca amnistie da tangentopoli a calciopoli, i fatti sono inoppugnabili: si sono lasciate entrare in vigore due norme della controriforma Castelli (e tra poco arriverà la terza sulla separazione delle carriere) con ricadute gravissime sulla funzionalità degli uffici giudiziari, non è stata ancora abolita una legge vergogna una, con la capogruppo Anna Finocchiaro (nota per aver detto che il problema di Andreotti "non sono le vicissitudini giudiziarie ma l'età") pronta a criticare la parte della ex Cirielli sulla recidiva ma non sulla parte più scandalosa che riduce i tempi di prescrizione del reato, e della legge Pecorella sull'inappellabilità delle assoluzioni di primo grado capace di vedere solo l'ingolfamento della Cassazione e non l'anticostituzionalità della devastazione della parità tra Accusa e Difesa (alla faccia di chi straparlava di "giusto processo" al fine di approvare una legge che rende inutilizzabili le deposizioni di coimputati non ripetute in aula, per la gioia di mafiosi intimidatori di testimoni).
Di inasperimento delle pene per i reati finanziari non si inizierà neppure a discutere visto che è stato scelto come presidente della Commissione di riforma del codice il rifondarolo più amato dagli imputati, l'avvocato Pisapia, idem di un Csm completamente autonomo con più menbri togati e meno politici, di una Commissione Antimafia permanente che escluda imputati e condannati per mafia, per non parlare della possibilità di vietare ai condannati di entrare in Parlamento. I rappresentanti meno scelti dagli elettori della storia repubblicana (grazie al proporzionale con le liste bloccate) però non tengono in dovuto conto che a tutto c'è un limite. Fax e lettere di protesta stanno sommergendo in queste ore quei giornali che fino a ieri hanno raccontato le prodezze di Moggi e soci, di Vittorio Emanuele e banda, di nuove forme di tangenti e niet all'autorizzazione agli arresti come ai bei tempi, e prima ancora delle scalate illegali, dei banchieri che rubavano a vivi e morti, e delle maxitruffe Parmalat. Di fronte al cui esplodere la reazione bipartisan ovviamente è stata invocare una legge per limitare le intercettazioni (strumento fondamentale per combattere la criminalità organizzata e non solo, e comunque già vietate nei confronti dei parlamentari) e la loro pubblicazione sui giornali. Il vero scandalo non sono le ruberie, ma che si vengano a sapere. Spiace per Lorsignori, ma di questa prodezza d'indulto che sta per essere approvata alla Camere i cittadini sapranno, e nel dettaglio.
Oltre a Lega, Idv, e una parte di An, a dichiarare il proprio voto contrario è stato il solo Gerardo D'Ambrosio dei Ds. Di Pietro afferma che Prodi e tanti altri, in privato, gli hanno detto: "quanto hai ragione". Bene. Verdi e comunisti sapranno, in pubblico, salvare i padroni bancarottieri che hanno mandato sul lastrico migliaia di lavoratori? Quei diessini sempre in prima linea nella lotta al malaffare o abili a scrivere libri sugli sprechi della politica, riusciranno a regalare l'impunità a corrotti e ladroni d'ogni risma? Prodiani e rutelliani che giustamente rivendicano di non aver accettato inciuci e maneggi con chi li ha massacrati mediaticamente potranno esordire con una legge che nemmeno Craxi e Berlusconi? Siamo ad uno spartiacque. Scelgano di ripartire dai, e con, i cittadini. E si meriteranno l'appellativo di onorevoli.://www.centomovimenti.com/
Pancho Pardi: è una legge da centrodestra Su Previti vanificati anni di processi
di Dino Martirano
«Noi che abbiamo votato centrosinistra mica ci aspettavamo che questa maggioranza sfornasse leggi tipiche del centrodestra. È il caso di questo indulto. Perché, rendendo la vita più facile ai corruttori, ai falsificatori di bilanci e ai bancarottieri, si finisce per cancellare la linea di demarcazione tra l'economia legale e l'economia illegale di questo Paese».
Francesco Pardi, il professore fiorentino che tanta energia ha convogliato nella stagione dei «girotondi», sull'indulto si riscopre un po' dipietrista.
E anche per questo non accetta lezioni dal quotidiano di Rifondazione, Liberazione, che ha attaccato l'ex pubblico ministero e chi, con lui, si oppone a un ampio atto di clemenza per i detenuti: «Non è giusto che Rina Gagliardi ci dipinga come dei giustizialisti assetati di sangue perché le cose non stanno così. Nessuno di noi vuole vedere le persone marcire in galera».
Scusi Pardi, ma come sentite parlare di indulto che premi anche l'onorevole Previti voi fate subito le barricate.
«Ecco, io del caso Previti non vorrei parlare. Però l'esempio mi sembra quello giusto. Dopo tanti anni di processi, di rinvii, di leggi ad personam fatte dalla Casa delle Libertà, di interruzioni delle udienze, lo Stato aveva finalmente esercitato quel minimo di rigore con una sentenza di condanna passata in giudicato. E ora, tac!. Ecco l'indulto concordato tra Forza Italia e il centrosinistra che permette a Previti di accedere ai servizi sociali dopo qualche settimana di detenzione domiciliare. Questo è il risultato».
Ma l'indulto di tre anni favorirebbe anche molti disgraziati che in carcere ci stanno veramente, uno sopra all'altro.
«Io sono favorevolissimo al fatto che escano dal carcere i poveri disgraziati anche se la soluzione dell'indulto è impropria. In rete circola una lettera scritta da un detenuto di Poggioreale nella quale si descrive, con stile molto asciutto, cosa significhi vivere in nove in una cella. Per questo mi chiedo: senza interventi strutturali, capaci di abbattere sul serio il sovraffollamento, noi dobbiamo ingoiare il veleno di questo indulto che cancella il confine tra economia illegale ed economia legale? Io dico che non dobbiamo ingoiarlo questo veleno».
Sembra che di «colletti bianchi» in carcere ce ne siano davvero pochi.
«Ecco, appunto. Evidentemente con questo indulto si vuole assicurare loro un futuro ancora più tranquillo».
Pensa alle truffe finanziarie che hanno colpito tanti piccoli risparmiatori?
«Questo nostro sistema politico non riesce proprio a prendere le parti delle persone danneggiate da chi commette reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione. Quando sono scoppiati i casi Parmalat e Cirio sono stati sprecati fiumi di inchiostro per mettere sotto accusa questo e quello mentre ora, che si arriva al dunque, si fa esattamente l'opposto. Prevale l'adagio qualunquista "tanto, fanno tutti schifo...", "tanto, sono tutti uguali..."».
Perché nel centrosinistra si discute poco di questo indulto?
«Questo ragionare non va bene perché molti, nel centrosinistra, con il caldo che fa si stanno facendo vincere da una sorta di sindrome da appagamento. Dopo l'esile vittoria alle elezioni e il buon risultato del referendum molti si sentono spossati dalla politica».Corsera
le anime belle e
Le anime stronze
L’Afganistan è importante.
Ma la nostra presenza in Afganistan, è davvero altrettanto importante? Così importante da mettere in crisi una coalizione, un governo, un parlamento?
Io sulla nostra presenza in Afganistan non ho opinioni. Ce ne sono a favore e contro, tutte legittime. Ma bisognerebbe riconoscere, schiettamente, che non sono opinioni pro o contro la salvezza dell’Afganistan. Si tratta, più semplicemente, di opinioni pro e contro il nostro atto di presenza militare-diplomatico in Afganistan. Il nostro contingente è quel che è: senza offendere i nostri militari, credo che gran parte degli afgani non si accorgerebbe di un loro eventuale ritiro. Questo non rende il ritiro più o meno giusto, ma dovrebbe servirci a ridimensionare il problema (e potrei capire chi mi dicesse che anche la sicurezza di una sola donna o di un solo bambino afgano possono giustificare il nostro atto di presenza).
Anche la coscienza è importante. Specie la coscienza dei parlamentari, che una volta eletti dal popolo, si trovano da soli con lei. È solo ad essa che devono rispondere: non all’elettore (a cui renderanno conto a fine legislatura), né ai capigruppo, capi di governo, Capi di Stato. E chi lo dice? La Costituzione – quella che abbiamo appena salvato, con soddisfazione generale. Sì, ma adesso ci toccherebbe rispettarla.
Io non credo di poter essere sospettato di intelligenza con le anime belle. Ho un lungo conto in sospeso con chi, intrappolato dalla sua coscienza, ha messo nella peste pure me – rifondaroli in primis. Ma. Guardiamoci un po’ intorno. Il Parlamento è fatto di due semicerchi, totale: un cerchio completo. La stragrande maggioranza di quel cerchio non ha nessun dubbio sull’utilità del nostro atto di presenza diplomatico-militare in Afganistan. E allora? Di cosa stiamo parlando? Perché un argomento su cui la stragrande maggioranza dei parlamentari pensa allo stesso modo diventa un problema? Perché da settimane i riflettori fanno l’occhio di bue sulla coscienza di qualche parlamentare di sinistra?
Non varrebbe la pena di zoomare un po’ anche su quel vasto semicerchio di parlamentari che in teoria sono preoccupati per la sorte dell’Afganistan, in teoria sono convinti assertori della presenza del nostro contingente, ma in pratica forse voteranno contro perché l’importante è mettere in difficoltà la maggioranza, il governo, l’Italia?
Dalmomento che, diciamolo, di fronte a questa eventualità (una crisi di governo al buio) la sorte di anche una sola donna, di un solo bambino afgano va a farsi fottere alla grande?
Ecco, la mia domanda è: ma non ce l’hanno una coscienza, anche questi qui? No? Solo la coscienza di tre-quattro senatori comunisti fa notizia?
Si parla tanto delle anime belle. Diamo a ognuno quello che è suo. Le anime belle non avrebbero tanto peso, se non steccassero rare in un bel concerto di anime stronze.http://leonardo.blogspot.com/
Chi rappresenta chi?
Gli eurodeputati e l'opinione pubblica sui transgenici.
Helen Groome
Solo il 28% degli eurodeputati riflettono l'opinione della cittadinanza europea che anno dopo anno si dichiara contro i transgenici.
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Ho le idee veramente confuse riguardo la classe politica. Sembra che mentre si allontani sempre più da me, più abbia la tendenza ad agire a suo piacere.
Sono annoiata dal tema dei transgenici, ma danno materia per scrivere molti articoli. Questa volta si tratta di una campagna di Eurocamera. Si è chiesto agli eurodeputati di appoggiare una dichiarazione sul controllo e la gestione dei transgenici che, tra le altre cose, darebbe il diritto legale alle regioni (prefetture, comunità autonome, contee...) di dichiararsi libere dagli organismi geneticamente modificati (OGM). Perché il testo arrivasse in discussione al Parlamento Europeo occorreva la metà dei 372 eurodeputati, ossia, raccogliere almeno 367 firme.
Con data limite la metà del corrente mese si erano raccolte 208 firme, ossia, il 28% del totale. Cioè, insufficienti. Ma per cominciare questo è preoccupante, perché significa che tutta una serie di eurodeputati non stanno riflettendo l'opinione della cittadinanza europea, visto che anno dopo anno l'80% di questa si dichiara contraria ai transgenici, come risulta dalle rivelazioni dell'eurobarometro.
Ogni raggruppamento politico rappresentato all'Eurocamera, inclusi quelli di qui, ha ricevuto una o più lettere da parte di diversi movimenti sociali che sollecitavano il loro appoggio a questa campagna. Solo e Eurodeputati dei 54 della Spagna (ossia, solo il 5,6%) l'hanno appoggiata. Tra essi un Basco. Josu Ortuondo, per essere precisi. Neppure tutte le persone che rappresentano l'opzione verde dello stato spagnolo ha appoggiato l'iniziativa. Solo in Estonia e Repubblica ceca l'appoggio è stato minore.
Si potrebbe dire che il fatto che la vasta maggioranza degli eurodeputati siano socialisti o conservatori spiega il poco appoggio dato nello stato spagnolo in generale e in Euskal Herria in particolare. ma 85 persone di entrambe i raggruppamenti di altri stati membri hanno firmato. In concreto i sei eurodeputati di Cipro (la parte non invasa dalla Turchia) appartenenti a tre gruppi politici differenti appoggiarono unanimemente a campagna, riflesso della propria campagna volta a rendere Cipro libera dagli OGM. E tre di queste persone sono conservatori. Viceversa, non tutti gli eurodeputati greci hanno appoggiato l'iniziativa anche se tutte le loro prefetture sono dichiarate libere dagli OGM.
Qualcuno me lo spiega?
Z-Net.it
Fra due anime
L'universo femminile in Tunisia, tra tradizione e modernità
scritto per noi da
Eleonora Sila
Incontro M. dalla mia parrucchiera, ha 20 anni, inizia oggi il suo tirocinio come assistente. Nonostante il caldo insopportabile, M. indossa camicia a maniche lunghe e pantaloni. Mi racconta di aver frequentato il corso da parrucchiera e che è felice di essere qua a lavorare per poco più di 150 euro al mese: “Così almeno posso uscire di casa”.
La Tunisia di M. Racconta che normalmente le sue giornate le passa fra le mura domestiche. A parte quando va a scuola, suo padre le proibisce di uscire di casa se non accompagnata da sua madre. Le chiedo se è mai stata in un caffé o in discoteca: ovviamente la risposta è no, le uniche feste che le sono concesse sono i matrimoni di famiglia, e anche lì suo padre le impedisce di ballare , a meno che non lo faccia con altre donne e comunque con modi e atteggiamenti non troppo ‘provocanti’. E’ intenta a pettinarmi i capelli e mi dice: “ Anche io vorrei tingermi i capelli di biondo, ma potrò farlo solo dopo sposata, una donna non sposata e bionda, qui, viene considerata poco seria”. La Tunisia è un paese in trasformazione, negli ultimi anni i cambiamenti sono stati veloci e radicali, in campo economico ma anche sociale. Sempre più proiettata verso l’Europa, ma ancorata alla tradizione arabo-islamica, sempre più intenta a cercare una identità di paese moderato ma moderno, sempre in bilico fra ricerca di identità e autonomia e spirito di emulazione nei confronti dei paesi europei più vicini. Tutto ciò appare estremamente evidente camminando per le strade di una delle maggiori città tunisine (Tunisi, Hammamet o Scusse) o conversando con dei giovani : due anime convivono, due stili di vita, due differenti società entrambe portate, nella forsennata ricerca di una identità, alle estreme declinazioni.
La Tunisia di R. Ancor più questa contraddizione risulta evidente analizzando la situazione femminile. Accanto alla tradizione che vuole la donna figlia, sposa e madre, appendice di una figura maschile e relegata nelle pareti domestiche, convivono forme di emulazione esasperata dei modelli occidentali percepiti nelle loro forme più estreme attraverso lo specchio deformato dei mass media. R. è in fila davanti a una delle discoteche più alla moda della Tunisia. Mi avvicino per parlarle, sembra appena uscita dalla copertina di un giornale di moda: indossa degli short e un top all’ultimo grido, ogni particolare è curato e perfetto, parla con le sue amiche, in mano le chiavi della sua auto. E’ l’una di notte, da dentro il locale la musica arriva a ritmi forsennati. Anche R. ha 20 anni, è studentessa universitaria, mi racconta che non ha alcun problema ad uscire, i suoi genitori sono molto permissivi. Parliamo dell’Italia, mi racconta di esserci stata in vacanza un paio di volte, parla di vestiti e di ragazzi. Entriamo nel locale, R. saluta un po’ tutti, ci sediamo a un tavolo con le sue amiche, si mangia , si devono alcoolici, si balla; a fine serata R. pagherà un conto di circa 200 euro, qualcosa in più dello stipendio mensile di M. Anche questa è la Tunisia, con la sua doppia anima e la sua doppia vita. Ovviamente la realtà ammette molte più sfumature , fra questi due estremi una società in continua crescita e trasformazione prende forma, ma fra questi due estremi, fra il mondo arabo-musulmano e la società occidentale , dove andrà a posizionarsi esattamente la Tunisia? http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5867
Il remix gitano fa ballare gli europei
La musica gitana una passione d’altri tempi? Non più: parola di dj. Oggi tutta Europa balla al ritmo gitano-house.
Il gruppo "gypsy-punk" Gogol Bordello in concerto (Jeff Timesten) A cosa pensate se si parla di musica gitana? A un vecchio signore che suona il solito, triste motivo al violino, ascoltato già milioni di volte in un metrò di una grande capitale europea? Niente a che vedere con un dj house? E invece qualcosa in comune ce l’hanno.
Se lo sapevate già siete di tendenza. Perché l’ultima moda che imperversa nel mondo è la musica gitana.
Una musica in cui credere
I dj house trasformano il gitano in tendenza? Sì, ma si resta fedeli alle sue origini, quelle di una musica suonata per secoli dai popoli Rom. Per poterla apprezzare veramente, è necessario comprendere qualcosa della loro storia.
Per secoli questi popoli sono stati perseguitati in Europa. E per ben 500 anni in Romania sono stati ridotti in schiavitù, raggiungendo la libertà dal punto di vista legale solo nel 1864. Il Ventesimo secolo ha portato nuove sofferenze: i nazisti uccisero tra 200.000 e 800.000 rom in quel tentativo di genocidio conosciuto come il Porajamos. Ma la comunità Rom fu oggetto di un'altra pulizia etnica, questa volta insieme a quella albanofona, in Kosovo nel 1999. Ciononostante questo popolo, grazie alla sua musica, è riuscito a non perdere la propria identità.
La musica è parte integrante della cultura Rom, specie nell’Europa centro-orientale e in Spagna. È piena di passione, eccitazione, tristezza e drammaticità. Nelle difficili circostanze in cui i Rom vivevano, la musica era spesso l’unico modo per guadagnare denaro. È una musica che si distingue per l’eccezionale virtuosismo dei solisti, lo “strano” modo di cantare e la tendenza a suonare dietro il ritmo, come nel blues.
Una musica da ballare
Le comunità Rom sono spesso e volentieri un crogiolo di ballerini e cantanti. E una di queste comunità era il minuscolo villaggio della Romania da cui provengono gli ormai famosi Taraf de Haïdouks. La loro musica? Una calda ed eccentrica miscela di motivi gitani tradizionali. Scoperti nel 1990, sottoscrissero un contratto per la Crammed Discs. E da allora hanno suonato in innumerevoli paesi, hanno preso parte ad un film (The Man Who Cried) ed il regista francese Guy Demoy li ha resi protagonisti di un documentario. Ma restano sconosciuti ai più nella Romania natale. E fino al 1990 non avevano neanche mai suonato fuori della loro regione. A partire dalla caduta del Muro di Berlino la musica gitana si è ampiamente diffusa ad occidente, e i Taraf de Haïdouks sono cresciuti con essa.
Oggi la musica gitana sta diventando sempre più popolare mentre molti gruppi stanno raggiungendo la notorietà.
Koçani Orkestar, Boban Markovic e Mahala Rai Banda sono rinomati in tutta Europa, mentre Fanfare Ciocarlia sono stati i vincitori europei del Bbc 3 World Music Award 2006 ed hanno raggiunto il primo posto delle classifiche europee della World Music nell’aprile del 2006. Remixando vecchi classici della tradizione.
Accanto a questi gruppi tradizional-popolari si collocano una lunga serie di band e dj che hanno scelto un approccio più sperimentale. Tra questi vi sono i gruppi gitani Balkan Beat Box e Kal, che producono la loro singolare miscela di musica tradizionale e elettronica, così come i gruppi gypsy punk come Gogol Bordello. La loro popolarità è dovuta soprattutto al fatto che la musica gitana ben si presta al remixaggio. Tradizionalmente essa consiste nell’armonizzare e ripercorrere e remixare vecchi classici.
L’ultima tendenza, iniziata cinque anni fa in Germania con dj Shantel, è il remix della musica gypsy fatto da Dj house. Il Dj Gaetano Fabri è tra questi ed è sicuro che nei prossimi due anni la scena gitana esploderà: «Non c’erano nuove direzioni da esplorare per la musica house e si era ormai ad un punto morto. Così la musica gitana è stata per me una tappa obbligata». Il dj lavora tra Parigi e Bruxelles e racconta il successo di questa musica in Germania, Inghilterra, Francia e Belgio. Pubblicherà una compilation con Crammed Discs per Le Divan du Monde con dj Louie e dj Tagada nel gennaio 2007 ed inciderà un pezzo per la prossima raccolta di Electric Gypsyland.
«Gli artisti gitani sembrano tutti apprezzare i remix» afferma Gaetano riferendosi al suo ultimo lavoro. «La gente ricorda la musica gitana sin dall’infanzia ed in maniera inconscia la ascolta in film e pubblicità. È questa la gioia di sentirla rivivere».
Con un seguito del genere, pare che l’anziano signore con il violino abbia un lungo futuro dinanzi a sé.
Il prossimo grande evento di musica gitana sarà il “weekend Tzigane”, il 21-23 settembre a Bulex, Bruxelles. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7591
Louise Bongiovanni - Brussels
L'alleanza più pericolosa del mondo
di Norman Solomon (AlterNet)
"Nel 40esimo anno dell’inconcepibile occupazione di Israele dei territori palestinesi, i leader israeliani hanno scritto la loro agenda politica. E la nostra? La nostra dovrebbe includere una chiara opposizione all’alleanza più pericolosa del mondo. Evadere il coro 'usare la forza è giusto' non è così difficile"
Dopo aver lasciato il Libano, la scrittrice June Rugh martedì scorso ha dichiarato alla Reuters: “Come americana, mi sento imbarazzata e mi vergogno. Il governo del mio paese sta dando a Israele il tacito consenso per distruggere un paese”.
Tra le ultime notizie ha trovato spazio la storia di Andrew Muha, uno sfollato americano del Libano meridionale. Muha ha detto: “È surreale. In Libano si trovano un milione di persone senza casa. La massiccia campagna di bombardamenti ha messo in ginocchio un intero paese”.
Imbarazzo. Vergogna. Incredulità. Queste sono la parole che hanno iniziato a descrivere l’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele. Eccone qui qualcun’altra: criminalità di Stato, terrore ad alta tecnologia, stragi dal cielo. Proprio la tipologia di intervento premeditato di cui al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga il giudice federale Robert L. Jackson parlava il 12 agosto del 1945, dichiarando: “Nessuna ingiustizia o politica ingiusta possono giustificare il ricorso a una guerra d’aggressione”.
Gli Stati Uniti e Israele. Oggi, l’alleanza più pericolosa del mondo.
Naturalmente, gli ufficiali israeliani parlano di crimini perpetrati da Hamas e da Hezbollah contro la popolazione civile. E Hamas ed Hezbollah parlano a loro volta di crimini perpetrati da Israele contro la popolazione civile. Alla fine, crimini su crimini. Tuttavia, Israele ha più ucciso che sofferto uccisioni. (Se avete dei dubbi, date un’occhiata al sito internet del gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem e alle documentazioni di eventi sanguinosi che riporta).
Sui media statunitensi, l’attuale dibattito sulla necessità di una “moderazione” ha di poco la meglio sull’iniziativa dello sgancio delle bombe. L’impostazione prevalente si basa su una catena di menzogne non da poco, dette più o meno scientemente. La più grossa è quella secondo cui una religione può rendere una vita più degna di un’altra, rendere una morte insignificante, conferire alle agonie della guerra un valore spirituale.
“Israele vanta una schiacciante superiorità militare sia nel Libano del Sud che a gaza”, ha ricordato il New York Times a metà luglio. Ecco uno schema piuttosto noto tra i media e gli ambienti politici statunitensi: da un lato condannare i piccoli assassini, dall’altro giustificare gli omicidi di massa con spiegazioni interminabili.
Lasciando da parte la retorica giustificatrice, le manipolazioni mediatiche e le consuete contorsioni dei giornalisti, ciò che rimane del patto Usa-Israele è la (mal)celata presupposizione che esso possa funzionare. I miti tornano ogni volta che ce n’è bisogno.
Ad esempio riguardo al pluricelebrato ritiro da Gaza, a cui sono seguiti a piacimento missili e soldati. La West Bank continua a restare un luogo di soggiogamento e resistenza. E, come osservò W.H. Auden [considerato il maggiore poeta inglese del Novecento, NdT]: “Those to whom evil is done / Do evil in return”.
I leader israeliani che questo mese hanno lanciato il loro attacco perfetto su Gaza e sul Libano avrebbero dovuto sapere quanti civili sarebbero stati uccisi, quanti altri feriti e quanti ancora terrorizzati. Il fatto che l’esercito israeliano eviti di colpire i civili è più che altro un’ovvietà moralistica – che, in termini di vite umane, risulta completamente irrilevante rispetto all’idea di porre un freno alla carneficina. “Ci sono terroristi per scopi tattici fanno saltare in aria persone innocenti”, ha dichiarato George Bush il 13 luglio scorso. Si riferiva naturalmente ad Hamas e a Hezbollah. Dovremmo pretendere allo stesso modo che Israele “per scopi tattici non faccia saltare in aria persone innocenti”.
Israele si autodefinisce uno Stato ebraico, e la sua leadership sostiene di rappresentare gli interessi degli ebrei. Gli assassini che terrorizzano spesso affermano di agire a favore di propri fratelli di fede. Musulmani, cristiani, ebrei, indostani… Ora, una tale demagogia ha bisogno di diventare trasparente.
Nel 40esimo anno dell’inconcepibile occupazione israeliana dei territori palestinesi, i leader israeliani hanno scritto la loro agenda politica. E la nostra? La nostra dovrebbe includere una chiara opposizione all’alleanza più pericolosa del mondo.
Negli Stati Uniti, evadere il coro “usare la forza è giusto” non è così difficile. Si tratta dello stesso inganno che consente a Israele di bombardare il Libano e Gaza, del trucco che traspare dalle maliziose dichiarazioni di cui si rendono protagonisti anche i migliori politici di Capitol Hill. Lo si legge negli editoriali del New York Times. Invece di riconoscere che l’offensiva di Israele “è totalmente deprecabile e antitetica agli strumenti della politica”, il messaggio che passa è che essa può essere accettata e della politica costituisce una strategia.
Un messaggio che passa in un assordante silenzio generale.
L’ultimo libro di Norman Solomon è “War Made Easy: How Presidents and PunditsKeep Spinning Us to Death”, pubblicato da Wiley nel 2005 ed edito in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo “MediaWar. Dal Vietnam all’Iraq. Le macchinazioni della politica e dei media per promuovere la guerra”. Solomon è fondatore e direttore esecutivo dell’Institute for Public Accuracy.
Norman Solomon è inoltre autore dell'introduzione a 'Censura 2006 – Le 25 notizie più censurate'.
Fonte: AlterNet
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Albania: ritorno alla cooperazione
Dopo che per 40 anni le cooperative agricole sono state l’incubo di migliaia di lavoratori albanesi, un nuovo fenomeno sta riemergendo, quello delle nuove cooperative “volontarie” come unica alternativa possibile alla carità delle organizzazioni internazionali e alla liberalizzazione selvaggia
Di: Fatos Çoçoli, per Gazeta Panorama, 18 luglio 2006
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Lucia Pantella
Albania: girasoli La cooperativa “Viticoltori della Zadrima”, nella provincia di Scutari, nel nord dell’Albania, ha presentato al pubblico alcuni giorni fa la propria nascita e i propri prodotti (in particolare il vino tipico di queste zone). È la prima cooperativa agricola creata in Albania negli ultimi 20 anni, dopo il collasso del progetto comunista quarantennale (1946-1986, con l’ultima cooperativa di Krutjes) delle cooperative agricole forzate. In considerazione di quanto avvenuto nel recente passato, qualcuno potrebbe pensare: “Di nuovo le cooperative?”
Questa nuova creatura, in realtà, nasce dall’unione volontaria di circa 30 agricoltori delle campagne di Scutari e Lezhe, al fine di mitigare l’aumento dei costi delle vigne e della produzione di vino e restare nel mercato delle vendite in un’Albania scombussolata da liberi vini e dalla concorrenza italiana, macedone e greca.
La cooperativa è intesa chiaramente come l’unione volontaria dei suoi soci, come unica via di uscita per la nostra agricoltura sulla base della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti. Tutti gli agricoltori dei paesi vicini, macedoni, montenegrini, per non parlare dei greci e degli italiani, hanno a disposizione una superficie di terreno da 3 a 10 volte più vasta della media albanese per famiglia. In questa situazione di mancanza di terra, gli agricoltori albanesi non hanno dunque nessun’altra scelta se non quella di unirsi nella produzione.
Finora le poche cosiddette società agricole sono state create “zoppe”. Queste infatti sono state finora create grazie ai finanziamenti delle fondazioni internazionali o ai programmi dei donatori, i quali elargiscono alcune limitate risorse finanziarie agli agricoltori, in cambio della loro unione in organizzazioni, registrate con la sigla OJF [corrispondenti alle nostre organizzazioni no-profit, ndt].
Una vera e propria assurdità, dal momento che gli agricoltori di tutto il mondo, se decidono ci cooperare (spesso prendendo il nome di cooperative sia in America che in Europa), è perché intendono aumentare i profitti del loro lavoro. E non è possibile che queste strutture vengano chiamate organizzazioni senza scopo di lucro. In questo senso la legislazione albanese è zoppa e manca di una precisa strategia, così come senza strategia sono le iniziative di milioni di euro spesi per finanziarie decine, anzi, centinaia di progetti per l’agricoltura albanese negli ultimi 15 anni.
Gli agricoltori albanesi non hanno bisogno dei consulenti stranieri che vengono dalle grandi città con i loro fuoristrada, ne’ degli stessi colletti bianchi albanesi, che fanno dei bei discorsi, che cenano piacevolmente nel pittoresco paesaggio campestre, e che illustrano quale debba essere l’interesse degli agricoltori locali. E quando gli stranieri (siano essi la FAO, la Cooperazione Italiana, o la GTZ) affermano la necessità di lavorare insieme, i nostri contadini seguono le loro indicazioni non per convinzione ma per prendere i piccoli regali della comunità internazionale. Questo è anche il motivo per cui la maggior parte dei progetti termina subito, e queste organizzazioni svaniscono con la stessa rapidità con cui sono nate. Questo tipo di cooperazione nel settore dell’agricoltura può resistere nel tempo solo se l’iniziativa parte dai nostri agricoltori e dalle loro esigenze reali.
In Albania sono 400.000 (non è possibile chiamarle fattorie, dal momento che il concetto di fattoria implica che si posseggano almeno alunni ettari di terra) coloro che si dedicano alla coltivazione della terra. Perciò è da ammirare il coraggio degli agricoltori della zadrima che hanno deciso di costituire la loro “cooperativa”, con tutte le pesanti implicazioni che questo nome porta con se’, retaggio inevitabile del passato comunista. Lasciamo che la loro audacia e la loro iniziativa gettano le basi per una nuova rinascita dell’agricoltura albanese.
Nelle attività della cooperativa “Viticoltori delle Zadrima” è coinvolto anche il nostro ministro dell’Agricoltura. Per i settori tradizionali della produzione agricola albanese, come quello dell’uva e del vino, delle olive, dell’olio d’oliva, del miele, è giunto il momento che il governo albanese avvii dei programmi di finanziamento e tutela. Perciò, questa è la prima cosa che il governo deve fare per stimolare gli agricoltori a produrre di più. E perché non provare fin dalla seconda metà di quest’anno (attraverso i fondi del bilancio dello stato, dalle entrate maggiori provenienti dai dazi doganali) destinando due milioni di euro direttamente ai nostri agricoltori.
È chiaro che questi interventi richiedono un’attenzione particolare, una trasparenza nella gestione e un impegno sincero da parte delle strutture statali, affinché non si lasci spazio a possibilità di abuso e di illeciti. Altrimenti il processo rischia di essere compromesso fin dall’inizio, mettendo seriamente a repentaglio le possibilità di sviluppo della nostra agricoltura, così come viene richiesto da Bruxelles.
Eppure è necessario provare.
Il nostro Ministro dell’Agricoltura ha a disposizione gli specialisti necessari alla costruzione di uno schema realista di sovvenzioni e di aiuto a sostegno dell’agricoltura. Lo stesso premier oggi potrebbe fare molto di più affinché questo dicastero intraprenda delle misure coraggiose ed efficaci. “Audace e felice”, direbbe il proverbio corretto per l’occasione, che si adatta meglio allo stato dello sviluppo moderno del paese. Con la rapida apertura dell’Albania, attraverso l’implementazione dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea, quel settore lasciato indifeso rischierebbe di essere colpito e spazzato via dalla stessa concorrenza dei prodotti sovvenzionati da Bruxelles, come l’agricoltura.
In questa fase, le cooperative (ovviamente nel senso attuale, e non in quello comunista) albanesi potrebbero essere l’unica ancora di salvezza.
Concorrenza : Tv IPTV , provider scrivono a commissario UE
di osservatoriosullalegalita.org
Alcune organizzazioni di operatori commerciali della rete hanno lanciato un appello per la libertà della televisione via cavo IPTV.
Con una e-mail al Commissario Europeo per la Società dell'Informazione ed i Media, Viviane Reding e ad altri milioni di utenti internet italiani, Aiip, Anti Digital Divide, Assoprovider e Voipex hanno lanciato un appello finalizzato a garantire il diritto degli utenti di scegliere liberamente e disgiuntamente i propri fornitori di accesso a Internet, di contenuti e di servizi su larga banda.
In assenza di norme regolatorie, dicono, "Telecom Italia, già dominante sull'accesso Internet, potrebbe creare un monopolio anche sul nascente servizio di televisione via cavo 'IPTV', con grave danno per la concorrenza, il pluralismo e per i consumatori".
Le organizzazioni suggeriscono come evitare tale pericolo: "imponendo e facendo rispettare, come è nei poteri di AGCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), due semplici regole: 1) il soggetto che detiene a monte un rilevante potere di mercato nell¹accesso a larga banda deve essere obbligato ad interconnettere, ai diversi livelli, la sua rete di distribuzione dei contenuti con quelle dei concorrenti; 2) deve essere fatto rispettare, anche per la rete di distribuzione di contenuti IPTV, la regola, già in vigore per le altre piattaforme televisive, di separazione strutturale tra la rete e i contenuti. Il provvedimento proposto da AGCOM, per quanto riguarda le tradizionali modalità di diffusione radiotelevisiva, è improntato alla tutela del mercato, degli utenti ed al rispetto delle normative comunitarie".
Limitatamente a quanto concerne la televisione via cavo, l'AGCOM ha gia' ritenuto che il mercato sarebbe "emergente" e, dunque non sussistendo oggi posizioni dominanti, non vi sarebbe alcun bisogno di provvedimenti per garantire la concorrenza. Aiip, Anti Digital Divide, Assoprovider e Voipex ritengono invece sbagliato questo punto di vista, che sarebbe "profondamente lesivo non solo della concorrenza, ma anche della pluralità di informazione e dei diritti costituzionali".
A tal proposito le Associazioni hanno invitato il Commissario Reding ad esercitare le proprie prerogative per fare in modo che la regolamentazione della TV via cavo IP sia inserita nel provvedimento di regolamentazione del 'mercato 18' (servizi di diffusione radiotelevisiva per la trasmissione di contenuti agli utenti finali).
OLTRE IL GIARDINO
Il Veneto che produce e il vizietto di evadere
di ALBERTO STATERA
Novantasei virgola tre per cento (96,3%). In questa quasi totalitaria percentuale si può tentare con qualche ardimento di riassumere la topica «Questione settentrionale», esplosa dopo le ultime elezioni, con buona parte del Nord schierato politicamente a destra, e persino l’alto dibattito sull’esistenza o meno del «Lombardo Veneto» come area economicamente e intellettualmente coesa.
Sono esattamente novantasei virgola tre su cento i titolari di partita Iva nel Veneto, roccaforte della «Questione settentrionale», che hanno mentito al Fisco o, se preferite, frodato lo Stato. Parole grosse, ma non sapremmo come altro dire. E stavolta non è una delle solite statistiche a vanvera che circolano sull’evasione — 100, 200 o chissà quanti miliardi di euro imboscati ogni anno in Italia — ma una verifica sul campo, sia pur parziale, che sembra proprio indiscutibile.
L’Agenzia delle Entrate del Veneto gestisce 400 mila partite Iva, cioè posizioni di lavoro autonomo e di piccole imprese. Ha deciso, nonostante la lunga stagione dei condoni e delle amnistie di fatto, di fare un controllo a tappeto: all’incirca una posizione Iva su dieci. E orrore cos’ha scoperto? Che su 38 mila controlli, il 96,3% dei controllati ha, per l’appunto, commesso una frode, sottraendo circa il 16 per cento della base imponibile, diciamo quasi un miliardo di euro. Una possibile «manovrina», certo non risolutiva, ma di qualche peso.
Da settore a settore, nel popolo delle partite Iva «scoperto» un decennio fa da Giulio Tremonti, che oltre ad essere un intellettuale di vaglia, è un commercialista coi fiocchi, il livello di «compliance», come dicono quelli che se ne intendono, varia notevolmente. Il minor livello di «compliance», cioè quello che noi tradurremmo volgarmente come il maggior livello di furbizia, si manifesta tra i discotecari. La meritevole Agenzia delle Entrate veneta ha messo sotto osservazione 22 discoteche, con una verifica quotidiana alla cassa sull’emissione di scontrini e ricevute. Risultato: nei giorni dei controlli sul posto gli incassi sono aumentati del 300 per cento. «Si vede che noi portiamo fortuna», ha commentato con qualche amarezza Giuseppe Greggio, dirigente dell’Agenzia, intervistato dal «Corriere Veneto».
Per carità, non criminalizziamo i discotecari, titolari di un’importante funzione sociale per i giovani, tanto più che il maggior numero di frodi al Fisco non è certo il loro, ma si registra nelle province di Treviso e di Vicenza, le più ricche di piccole e medie industrie di tutto il paese, e culla della «Questione settentrionale», come ben sa il presidente degli industriali Luca Montezemolo dopo lo shock vicentino di qualche mese fa innescato dallo show da Berlusconi.
A che serve tutto questo affannarsi nei controlli fiscali quando poi per un’intera legislatura si lascia intendere che chi elude o evade ha la piena comprensione del governo in carica? Assolutamente a niente, visto che, fatti i controlli, lo Stato riesce mediamente a recuperare soltanto l’1 per cento dei tributi frodati. Questo, almeno, è il dato che si è trovato di fronte il viceministro per l’Economia Vincenzo Visco, tornato dopo un lustro di condoni e creatività alla guida delle Finanze. La sua fama, come si sa, è quella di vampiro dei Carpazi, goloso del sangue dei contribuenti, ma le sue vittime sono alquanto anemiche, a stare all’Agenzia delle Entrate veneta. Non che nel resto d’Italia il dovere fiscale sia più sentito. Tutt’altro. Il popolo della partita Iva tremontiano, a Nord come a Sud, vive, vegeta e continua a votare non tanto con la mano sul cuore, piuttosto con la mano sul portafoglio. Ma nel «Lombardo Veneto» il portafoglio è molto, molto più gonfio.
a. statera@repubblica. it
Un ricatto in nome di Previti
di EUGENIO SCALFARI
Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie
simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo
subdolo
personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa
della
Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan
dell'ex procuratore di Mani pulite.
Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di
Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della
Giustizia,
sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono
molto
stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del
centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello
in
quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo"
rispetto alla
politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.
Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è
favorevole
all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata
che la
legge richiede.
Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a
tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di
particolare
gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge
Mastella
quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di
terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati
approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti
amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i
reati di
corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione.
Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra
legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal
Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui
anche la nostra concordanza con la sua posizione.
La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati
di corruzione
e concussione contro lo Stato è presto detta: senza
quell'estensione i voti
di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il
"quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di
centrosinistra si sono
trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno
trangugiato il
rospo.
Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama
Cesare
Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in
giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali
sono
previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi
sociali.
Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza
Italia,
che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con
un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la
magistratura
italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi
"ad
personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni
politiche
del Parlamento italiano.
Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire
l'azione
della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte;
una
condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E
come lui
parecchi altri in analoghe condizioni.
Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con
l'accordo
di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo
Berlusconi.
Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica
amministrazione
sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in
nessun
modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è
l'intento
principale del provvedimento di clemenza.
C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la
posizione del
governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei
parlamentari
di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non
condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo
Stato per
corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del
centrosinistra
e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una
posizione piuttosto scomoda, non vi pare?
WWW.repubblica.it
RIFORME. PIÙ OPZIONI E MENO PUNIZIONI PER IL CAMBIAMENTO SOCIALE DI MASSIMO LO CICERO
Date ai tassisti la possibilità di diventare grandi
I primi esiti dello scontro sulle liberalizzazioni suggeriscono di capire meglio il rapporto tra il cambiamento possibile e la struttura economica dei rapporti sui quali si interviene. Evitiamo la trappola dell’ideologia ma ricordiamoci che la struttura conta nella determinazione dei comportamenti “sovrastrutturali”, come recita un marxismo troppo filologico. Un imprenditore, per il quale il confine organizzativo dell’impresa coincida con le sue capacità operative, finisce per ragionare in modo singolare. (Tassisti, farmacisti e liberi professionisti sono certamente imprenditori di questo genere). Poiché non esistono costi da ottimizzare, essendo data la sua capacità di fare, i suoi comportamenti si rivolgeranno verso l’aumento dei suoi ricavi. La strada maestra per raggiungere questo traguardo è quella di creare una grande corporazione di piccoli monopolisti. In questo modo la dimensione dei ricavi si espande grazie alle rendite da monopolio, garantite da guarentigie di legge negoziate dalla corporazione. La rendita di posizione influisce sul prezzo, e non sulla quantità, dei servizi offerti al pubblico, e determina una caduta del potere di acquisto dei consumatori. Un imprenditore che, al contrario, accetti la competizione e governi una organizzazione più estesa della sua persona, deve comprimere i costi per rispettare il prezzo che si forma sul mercato ed aumentare, se ci riesce, una volta ridotti i costi unitari, la quantità venduta. In questo modo cresce la sua impresa mentre una accorta politica dei redditi gli suggerirà di far crescere - insieme ed in una ragionevole relazione - i salari, i profitti dei soci ed i compensi dei manager. I lavoratori di questo genere di imprese sanno bene che, dato il loro salario, il potere di acquisto - ed il loro tenore di vita - dipendono dalla stabilità dei prezzi e dalla diffusione della competizione sui mercati dei beni di consumo. Alla prima provvedono le banche centrali; alla seconda dovrebbe provvedere l’antitrust. Ma non tutti gli imprenditori che gestiscono grandi imprese si tuffano nel mare della competizione. Quando essi si rifugiano nelle rendite, subiscono il medesimo destino dei piccoli monopolisti: raccolgono l’odio ed il disprezzo dei consumatori traditi. La formula “concertazione con i sindacati, banche centrali rigorose e finanza pubblica parsimoniosa” funziona solo se la maggioranza del paese si sente garantita da sindacati, autorità monetarie ed amministratori pubblici. Se sono troppi i monopolisti, piccoli o grandi che siano, si crea una strana struttura di conflitto: coloro, che sono price maker, producono meno di quanto potrebbero ma allargano il proprio patrimonio rispetto a quelli che subiscono gli effetti della competizione internazionale, i price taker. Cambiano i prezzi relativi tra beni domestici e beni esportati e cambia la distribuzione del reddito. Questa struttura condiziona gli effetti della politica economica. In Italia, ad esempio, la troppo rapida introduzione dell’euro - il breve tempo in cui si è avuta doppia circolazione della valuta - ha aiutato la prima coalizione (i “monopolisti”) contro la seconda, (i “competitori”). Come si possono cambiare le cose? A giudicare dallo scontro tra Bersani ed i tassisti bisognerebbe evitare un errore e scegliere un percorso alternativo. Non si possono dare batoste patrimoniali o fiscali a coloro per i quali impresa e patrimonio personale coincidono. La reazione è violenta e la negoziazione successiva deludente negli esiti. Bisogna dare loro, al contrario, la possibilità ma non l’obbligo - cioè bisogna concedergli una opzione - per allargare la propria impresa e diventare market maker. E dare tempo al tempo perché questo accada. Se un tassista volesse aumentare le dimensioni della sua impresa, e potesse farlo, comprando automobili, introducendo nuovi servizi, assumendo collaboratori, mentre gli altri continuano a lavorare come artigiani - one car one patent - prima o poi si affermerà un mercato di imprese non troppo personali. Dimensione e competizione daranno una nuova forma al mercato ed ai comportamenti diffusi. È una strada più lunga ma forse garantisce meglio i risultati rispetto ad uno stop and go di annunci e rinunce. Meglio le opzioni che le punizioni per ottenere e sostenere il cambiamento sociale. /www.ilriformista.it/
Sulla necessità del partito Democratico [parte prima]
Dopo le elezioni politiche, e i successivi appuntamenti elettorali, tutti per noi vittoriosi, di fronte alla sfida del governo di un paese difficile in una situazione politica caotica, sembra che la costituzione del partito dell'Ulivo, il partito Democratico, sia finalmente all'ordine del giorno dopo dieci anni di dannosi rinvii. È pur vero che nulla è ancora certo, e forti sono e saranno ancora le resistenze interne ai partiti, ma le prese di posizione inequivocabilmente favorevoli al partito Democratico dei vertici politici si moltiplicano, accanto ad esse si manifesta anche una notevole attività di base, con la nascita di numerose associazioni e iniziative per la costituzione del partito Democratico. Ciò che manca, ed è anche ciò che potrebbe servire a superare le contrarietà che ancora esistono, è però una visione complessiva, sufficientemente ampia, chiara e forte, di cosa sia davvero il progetto del partito Democratico per cui ci stiamo impegnando.
Non basta dire che è necessario un partito più grande per dare stabilità al governo, né è sufficiente il puro appello all'unità, che pure per ovvi motivi trova sempre ampio sostegno nell'elettorato. Nemmeno è possibile limitarsi ad indicare la necessità, che pure esiste ed è pressante, di dare forza agli ideali riformisti con un grande partito che possa riunire le correnti politiche progressiste che, divise, in passato non sono riuscite a fare dell'Italia un paese compiutamente moderno (quanto questa forza sia necessaria lo dimostrano, se ce ne ancora fosse bisogno, le ardue vicende che stiamo affrontando con il decreto Bersani).
Tutto ciò è corretto, ma non è abbastanza. La democrazia in Italia, non meno di questo, è il punto su cui misurare la vittoria o la sconfitta del nostro disegno politico. In questa ottica, che è poi quella originaria del progetto dell'Ulivo, deve esser vista la sfida del partito Democratico.
Da molto tempo ormai in Italia i partiti non svolgono più efficacemente il loro ruolo di rappresentanza e mediazione fra i singoli cittadini e le istituzioni dello Stato. Ciò è divenuto evidente con il crollo della prima Repubblica, ma è un fenomeno che ha le sue radici in tempi più lontani e fenomeni di più vasta portata. I nostri partiti storici, di cui gli attuali sono in qualche modo ancora i continuatori sia pure in un tono molto minore, avevano le loro radici in un sistema ideologico mondiale, la contrapposizione USA-URSS/capitalismo-comunismo, che oggi non esiste più, e in un sistema sociale, classista e relativamente arretrato, anch'esso oggi svanito. Ad una situazione di tal genere erano funzionali i partiti della prima repubblica, ideologizzati e pervasivi, che pur con molti limiti e problemi (a cominciare dalla prevaricazione di fatto del potere dei partiti su quello dello Stato), permettevano una gestione efficacemente democratica della politica.
Crollate le ideologie del '900, i partiti hanno perso la loro forza più grande, ma, incapaci di compiere il loro rinnovamento, sono prevalentemente rimasti strutturati come se dovessero rispondere ad una società statica e divisa in classi più o meno rigide. Ogni partito punta a coltivare i “suoi” elettori, mobilitabili su una serie di parole d'ordine funzionali a definire interessi parziali, proprio come i vecchi partiti iper-proporzionalisti, i quali però, a differenza di oggi, si muovevano in contesto in cui quegli slogan avevano effettivamente un senso. Così, i DS devono costantemente barcamenarsi fra un'anima riformista e una massimalista, la Margherita deve tenersi buono l'elettorato cattolico... e via via peggiorando man mano che le dimensioni dei partiti diminuiscono. Le istanze di rappresentanza generale, comunque e per fortuna necessarie per vincere le elezioni in un sistema bipolare, vengono rimesse ad un livello superiore, quello della coalizione e del suo leader. Tale livello però sarà inevitabilmente fragile, instabile e, privo della base di potere propria dei partiti, destinato a soccombere in qualsiasi eventuale scontro post-elettorale con gli interessi di questi ultimi. Nessun partito attualmente esistente può candidarsi alla guida del paese, non è un caso se da dieci anni alle urne si propongono Prodi e Berlusconi, entrambi leader senza un partito in senso tradizionale, che di questa mancanza hanno scontato negativamente gli effetti (con Prodi che, naturalmente, non ha neanche il “vantaggio” di possedere patrimonialmente la propria coalizione).
Questa situazione in qualche modo ibrida, senza corrispondenza fra la struttura sociale e quella dei partiti e neanche fra queste e quella delle istituzioni, ulteriormente peggiorata dalla legge elettorale proporzionale attualmente vigente, fa sì che gli elettori siano chiamati a votare per dei partiti che non li rappresentano e che non sono permeabili al loro contributo democratico, al solo scopo di eleggere un Presidente del Consiglio (che legalmente non è direttamente eletto, ma fattualmente sì), il quale si troverà poi sempre in stato di latente conflitto con quegli stessi partiti che lo hanno sostenuto. La partecipazione politica dei cittadini, al di fuori delle elezioni, è fortemente ostacolata, il valore effettivo del voto è distorto e comunque difforme da quello legalmente stabilito, il parlamento ridotto a scegliere se essere uno squallido “votificio” ovvero una incontrollabile congrega di gruppetti anarchici ciascuno perseguente il suo interesse particolare (vedi gli scambi fra le atroci leggi ad personam e la cosiddetta “devolution”). Non è tanto la tristezza di questo quadro ad impressionarci, quanto il fatto che in esso si palesano i motivi dell'impotenza politica che, salvo brevi interruzioni (e segnatamente il primo governo Prodi), ha piagato gli ultimi vent'anni di vita della nostra Repubblica, con tutto ciò che di negativo ne è seguito.
Chi, ancora oggi, considera come una chimera, un errore o un tradimento, la prospettiva del partito Democratico, dovrebbe spiegare come pensa di superare la plateale perdita di potere della politica senza rinnovare il quadro dei partiti esistenti; alternativamente, se questo argomento, effettivamente improbo, risultasse troppo arduo da sostenere, perlomeno qualcuno si prenda la briga di spiegare in quale altro modo ciò potrebbe avvenire se non, per quanto riguarda il lato sinistro del bipolarismo, con la costituzione di un nuovo partito, che integri ma superi le singole identità socialiste, cattoliche, liberali e post-comuniste, che sia così un grande partito capace di rappresentare il paese per governarlo, e che si ponga come primo scopo quello di avvicinare democraticamente il potere dello Stato al potere dei cittadini. http://foglie.ilcannocchiale.it/
Il Partito Democratico a frattura dinamica
Scritto da Tommaso Merlo
La nuova realtà sociale implica un ripensamento del concetto di frattura alla base dei partiti di massa tradizionali. E' la dinamicità la chiave per trovare un solido fattore aggregante nella costituzione del nuovo Partito Democratico.
Superate le fratture alla base dei partiti di massa tradizionali, il Partito Democratico è in cerca di contenuti politici aggreganti, in grado cioè di offrire una identità precisa al partito. Per trovare una risposta bisogna partire dall’osservazione della realtà. Le ideologie sono crollate ma non si sono volatilizzate nel nulla. Esse risiedono nei singoli cittadini dai quali sono state assorbite divenendo cultura e prassi quotidiana, modo di essere. Da fenomeno collettivo, le ideologie hanno quindi assunto una dimensione individuale. Tale passaggio è spiegabile, oltre che con le note ragioni storiche, con l’atomizzazione e l’emancipazione tipica delle società liberali. In sostanza, oggi i cittadini hanno più strumenti per elaborare propri punti di vista e maggiore indipendenza di pensiero che li spinge a sviluppare convinzioni politiche autonome rispetto ai partiti. Ciò è dimostrato dalla crescente disaffezione verso i partiti, e dalla forte volatilità dell’elettorato. I partiti, da parte loro, falliscono nel rappresentare un’offerta politica capace di contenere la complessità, la flessibilità e l’ampiezza di vedute dell’elettorato medio. Al di là infatti dei proclami, i partiti presi singolarmente, finiscono per essere visti o come rappresentanti di un pezzo di mondo ideologico che non esiste più, o come espressione di una ristretta tipologie di persone. La grande partecipazione alle primarie di Prodi, dimostra tale analisi. Con esse è infatti emerso come il mondo socialista e quello cattolico abbiano maturato una sintesi politico-culturale nella società dopo decenni di strada comune (dimensione individuale delle ideologie), e che con tale bagaglio di valori condivisi abbiano deciso di presentarsi all’appuntamento come singoli cittadini (atomizzazione sociale) e autonomamente dai partiti (disaffezione verso la politica tradizionale) per scegliere il candidato Premier Tornando quindi all’interrogativo di partenza, la frattura fondante il nuovo Partito Democratico sarà garantita dall’insieme dei singoli cittadini che condividono la matrice di valori di fondo figli della storia politica del centrosinistra, e che autonomamente decidono di sostenere il progetto PD. Il punto chiave è che tale frattura è dinamica nello spazio e nel tempo. Dinamica nello spazio in quanto non si basa su gruppi sociali omogenei e compatti ma si compone di un insieme di individui di differente astrazione sociale ed esperienza. Un insieme che è la somma degli orientamenti politici individuali, e non rientra nelle categorie sociali tradizionali. Dinamica nel tempo significa invece che tale frattura varia a seconda della qualità del progetto politico che viene proposto di volta in volta. Gli elettori si posizionano cioè rispetto alla leadership proposta, rispetto alle posizioni assunte dal partito sulle macro-questioni contingenti, rispetto all’offerta politica alternativa e cosi di seguito. Tale dinamicità non riguarda tutto l’elettorato, soprattutto in Italia dove il consenso è in parte ancora fidelizzato ideologicamente, ma è certamente in crescita soprattutto nell’area moderata, ed è già in grado di determinare il risultato di una elezione. La dinamicità della frattura alla base del PD è confermata da altri elementi tipici della politica di oggi. Primo, le divergenze politiche emergono sempre più su questioni specifiche, e non su contrapposte idee di società. E tali divergenze avvengono o all’interno degli stessi schieramenti o danno vita ad un consenso trasversale. E’ quindi finito il tempo dei programmi omnicomprensivi e dei partiti onnipresenti. Un partito moderno deve attrezzarsi a gestire la flessibilità delle opinioni che è figlia della flessibilità della frattura. Secondo, gli schieramenti politici tradizionali convergono da tempo verso un modello unico: la democrazia liberale. Da una parte la destra parla di liberalismo-sociale, dall’altra la sinistra di socialismo-liberale che in linea di massima sono la stessa cosa. Progetti ideologici estremisti o alternativi sono destinati a fallire, ciò che conta oggi è migliorare il sistema esistente. L’unicità del modello di riferimento e il dominio del moderatismo aumenterà la volatilità del voto e quindi la dinamicità del consenso. Terzo, da tempo la società civile rivendica maggiori spazi di partecipazione politica. E questo comporterà che, al di fuori dei partiti, la società prenderà posizioni sempre più autonome. I singoli cittadini poi, su un ampia gamma di questioni come ad esempio quelle etiche, vorranno esprimersi sempre più direttamente. Questo costringerà i partiti a fare passi indietro e assecondare la dinamicità delle convinzioni politiche che rientra nella dinamicità della frattura. Ultimo, crescenti fette di popolazione, le più dinamiche e le giovani generazioni, basano il proprio consenso sulla percezione che hanno rispetto alla capacità degli schieramenti politici di offrire una migliore qualità della vita. La crescente individualizzazione del percorso di vita li porta infatti a visioni particolaristiche, non necessariamente egoistiche, ma in ogni caso svincolate, variabili e strettamente legate a problemi contingenti. Tale indipendenza di obiettivi, alimenta il dinamismo del consenso politico. Il partito democratico deve quindi proporsi di cavalcare questo nuovo paradigma politico e sociale. E divenire quel partito moderno che ancora non esiste. Un partito senza catene ideologiche e che da un ampio sistema di valori condiviso si propone un’azione politica partecipativa e non totalizzante mirata al miglioramento del modello esistente al fine di promuovere una migliore qualità della vita in senso ampio. I politici conservatori che si oppongo al PD, non si rendono conto che è tramontato proprio il loro modo di intendere la politica ed il partito. Con le primarie i cittadini di centrosinistra hanno dimostrato di essere pronti per proiettarsi nel futuro. Non resta che organizzare un processo storico inevitabile.
Tommaso Merlo
Verbania
/www.postpoll.it/
Caro Violante, la politica è verità
di Giuliano Giuliani
Caro Violante,
approfittando ancora della generosità dell'Unità, provo a puntualizzare alcune questioni.
Il mio rispetto per le forze dell'ordine non deriva solo dall’accoglimento delle enunciazioni pasoliniane ma da una lunga militanza nel Pci e dalla lezione di Lama che ci portò a manifestare per la riforma della polizia. Da allora il quadro ha subito mutamenti, mele marce all’opera ne abbiamo purtroppo viste tante, non abbiamo ancora valutato a sufficienza gli orientamenti consolidatisi all’interno dei reparti speciali dell’arma dei carabinieri. Fare chiarezza, punire i responsabili, mettere i violenti e gli indegni in condizione di non nuocere è assolutamente necessario non solo per aiutare i tanti che fanno onore alla divisa che portano, ma anche per essere certi di non doverci rassegnare, fra un po' di tempo, a contare poche mele sane.
Ricordi nella tua lettera gli esiti della commissione d’indagine dell’agosto-settembre 2001. Non lavorò certo su una raccolta sufficiente di informazioni e testimonianze, e la conclusione di maggioranza suona ancora oggi come offesa alle tante troppe vittime innocenti di quei giorni. Vogliamo rimediare anche a questa offesa e restituire al Parlamento la credibilità su una materia tanto importante? Pensa solo alla terribile vicenda di Carlo, alle bugie insopportabili che hanno raccontato, elaborato e avallato e che oggi, grazie ad un paziente lavoro di comparazione di tutte le testimonianze (peraltro presenti nel procedimento archiviato), sono state inequivocabilmente dimostrate. Chi davvero ha sparato? Perché quella camionetta l’hanno lasciata lì e sono scappati? Chi è il carabiniere che gli spacca la fronte con una pietrata? E perché prima i reparti dei carabinieri non seguono le indicazioni che provengono dalla questura e fanno dell’altro, cioè attaccano un corteo autorizzato, più volte, senza giustificazione alcuna? Perché sabato la storia si ripete, con i poliziotti e i finanzieri al posto dei carabinieri? Perché la sera invadono il media-center, sequestrano il materiale, spaccano tutto, e poi le teste, i polmoni, le braccia e la gambe alla scuola che è di fronte? Perché a Bolzaneto torturano e sequestrano persone? Ricordi l’affermazione di D’Alema sul «clima cileno»?
L’intera vicenda di Genova, le strade, piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto, indicano una strategia, una regia a più facce nel comportamento delle forze dell'ordine. C’è la bassa truppa violenta, quelli che “andiamo a Genova che ci divertiamo, ci lasciano fare di tutto”. Ci sono gli apparati, i quadri medi e alti. Quasi tutti promossi, anche quelli accusati di falso, calunnia, abuso d’atti d’ufficio (conosco l’art. 27 della Costituzione, ma correttezza vorrebbe che per un funzionario con compiti tanto delicati anche solo l’accusa consigliasse prudenza). L’unico che non è stato promosso è stato il prefetto La Barbera. Morì di un male incurabile poco dopo il G8, e naturalmente dai vertici fu indicato come l'unico responsabile delle mattanze di strade e della Diaz. Che stile!
Considero lo slogan 10, 100, 1000 Nassiriya una sconfortante idiozia e un’offesa intollerabile, inaccettabile anche se sostenuto da una risibile minoranza. Ciò non toglie che la politica debba recuperare equilibrio e offrire ai tanti una visione dei drammi del mondo che non si presti a scelte equivoche. Personalmente non distinguo i morti in base alla carta d'identità, le decine di italiani morti in Iraq li unisco nell'identico sentimento alle decine di migliaia di iracheni, afgani, libanesi. Israeliani uccisi da un kamikaze e palestinesi uccisi da un carro armato o da un bombardamento aereo. Ciò che rifiuto è la rappresaglia, sempre indiscriminata, dieci bambini per un soldato, una logica che ricorda comportamenti che pensavamo storicamente condannati per sempre e che alimenta, insieme alla requisizione cinquantennale delle condizioni di esistenza di un intero popolo, la risposta terrorista. Meno male che il senatore Andreotti ce lo ha ricordato. Non distinguo neanche sul merito dei funerali di Stato: se vale, giustamente, per un carabiniere che muore nell’esercizio del suo lavoro deve valere anche per tutti gli altri morti sul lavoro, attrezziamo il protocollo.
Francamente, fare alcune di queste cose, o tutte, mi sembrerebbe un buon modo di riaffermare che è l’ora della politica.
www.unita.it
Assassini di ogni colore
Io stasera ero in uno dei diecimila caffè del Cairo dove trasmettono i video dell'equivalente arabo di MTV.
Sono i video delle canzonette pop arabe, in cui Libano ed Egitto eccellono, e a me le canzonette piacciono, che ci devo fare.
Questi video, poi, che rimandano un'immagine di femminilità araba tettona e fighetta, coi grandi occhioni neri pieni di sentimento e le scollature galattiche, i movimenti della danza del ventre associati al pop (come in Spagna facevano i gruppi della movida e quella gente lì col flamenco, e io mi innamoravo, da brava straniera) e i jeans e i reggiseni da mille e una notte con le frange, e le capigliature al vento e le sceneggiature in cui lui è sempre un po' stronzo e lei sempre innamorata, ma spesso si vendica e lo stende.
Video di canzonette pop, insomma.
Assai piacevoli, assai ballabili, assai guardabili. Se, come a me, ti piacciono le canzonette.
A questi programmi si può telefonare o mandare un sms per richiedere una canzone, un video.
E ci sono numeri di telefono per ogni paese arabo di provenienza, scorrono sotto le immagini.
La Palestina è il 1488, mi pare. Il Libano, qualcosa di simile. C'è persino il numero per chiamare dall'Iraq, con delle avvertenze che non ho capito.
E sarà che io mi faccio sempre più sentimentale, chennesò, ma vedere scorrere quei due nomi, Palestine e Lebanon, stasera, era più forte di me.
Dal placido Cairo, pensi ai ragazzini di Gaza e di Beirut che potrebbero richiedere le canzoni e guardi i cantanti e stai male. Sarà che sei sentimentale, ma stai male.
Poi è arrivato il video che mi ha fatto saltare il faticatissimo equilibrio che volevo mantenere ad ogni costo.
La cantante - libanese, manco a dirlo - che balla, sexy assai, con le cavigliere coi ciondoli tipiche da araba e la minigonna.
E balla tra due tizi: uno che taglia il prezzemolo per fare il tabboulè, da libanese della tradizione, e l'altro che ha lì un computer portatile bellissimo e le insegna come usarlo.
E lei balla tra entrambi, ed entrambi ridono e la seducono.
Cavigliere e tabboulè.
Minigonna e computer.
E io guardavo, tamburellavo con le dita al ritmo della musica e a un certo punto - che vuoi che ti dica - l'equilibrio che avevo mantenuto vedendo scorrere i numeri della Palestina e del Libano mi è saltato e mi sono venute giù le lacrime.
Ho anche mandato qualche sms inferocito in Italia.
Ed è che mi è venuto su un odio che, se ci penso, ancora mi soffoca.
No, non contro Israele, stavolta.
Contro chi, in Italia, avrebbe la responsabilità di opporsi a Israele.
E' peggio, si sta peggio.
Perché - lo abbiamo detto in tutte le salse - il problema del mondo arabo è di comunicazione, di propaganda. Nessuno si identifica con gli arabi, con i morti arabi, con le città arabe distrutte. Tutti, in compenso, si identificano con l'israeliano, con l'americano che si è fatto un graffio.
Giusto?
Giusto.
E come fanno, loro, a fare identificare l'Occidente tutto nei loro graffi e a fare passare per inesistenti i morti arabi a centinaia, a migliaia?
Diffondendo solo l'immagine di rabbini integralisti coi boccoli, forse, e contando su quella? O di evangelisti americani che tuonano sull'Apocalisse? No, vero?
Noi, di Israele, vediamo soldati biondi e belli e ipervitaminizzati.
Dell'America, vediamo i video dei cantanti strafighi.
Dice: "Ma non rappresenta mica la realtà, la cantante libanese con la cavigliera e la minigonna!"
Dico: "No, infatti. Come Noah non rappresenta l'israeliano medio, come Madonna non rappresenta l'americano medio".
"E chissenefrega", aggiungo.
C'è mezza gioventù araba che li segue appassionata, i video che dico io. Ma perché da noi devono essere sconosciuti? Perché noi non dobbiamo capire che è composita, lì, la realtà, e che c'è di tutto, dal velo alla canottiera, soprattutto in Libano, soprattutto nel mondo arabo laico, soprattutto dove bombardano?
Per quale motivo, da noi, non c'è un cane che lavori allo scopo di permettere l'identificazione del NOSTRO pubblico nella gente di là?
Anche mentendo, anche manipolando, anche esagerando certi aspetti a discapito di altri.
Sì, e allora?
Gli USA non lo fanno?
Israele non lo fa?
L'Italia non lo fa?
Perché il Libano deve essere muto, posso chiedere? Perché deve mostrare, al massimo, un hezbollah col turbante, una ragazza velata, un cristiano che brandisce una croce minacciosa?
Perché in Egitto vedevo documentari pieni di libanesi in palestra, libanesi che facevano footing, libanesi nei caffè, e sulla TV italiana vedo un Libano uguale a qualsiasi altro paese arabo, indistinguibile, senza nessuna specificità, senza nulla della sua famosa occidentalità, senza niente in cui l'italiano medio possa identificarsi - e si potrebbe, oh se si potrebbe - ?
Ma cavoli: basterebbe il più scalcagnato dei PR disoccupati di Milano, per fare passare un'immagine del Medio Oriente più articolata, più mediterranea, più viva e composita di quella che ci passano i telegiornali.
Perché non lo fa nessuno?
Per quale motivo non gliene frega niente a nessuno, di proporre un Medio Oriente più invogliante agli occhi degli occidentali, più comprensibile, più adatto al nostro tipo di percezione?
No, chiedo: e sulle macerie del Libano, lo chiedo.
Sulle rovine del paese mediorientale in cui il nostro Mediterraneo avrebbe potuto identificarsi meglio, lo domando.
Perché qui c'è poco da scegliere.
Qui ti spazzano via in un istante. Basta una settimana per smettere di esistere come paese.
Ed io sto solo dicendo che una propaganda, un lavoro di immagine che tenga conto del target di destinazione - noi in Italia, per esempio - non è uno scandalo.
E' quello che fanno i paesi aggressori.
Perché non lo devono fare i paesi aggrediti?
E non si tratta di diventare "occidentali", ma di mostrare le mille cose che esistono e che l'Occidente riconoscerebbe, se solo sapesse che esistono.
Io temo di saperlo, perché non succede.
Perché a chi si oppone a Israele, in Italia, le cose che dico io non piacciono.
La ragazza con la minigonna e le cavigliere da araba non piace a nessuno: agli uni non piacciono le cavigliere e agli altri non piace la minigonna.
E' questo?
Vero che sì, vero che è questo?
Troppo incazzata, sono.
E quando si è troppo - troppo, troppo, troppo - incazzate, è meglio non scrivere.
E tuttavia comincio a volerlo sapere, cosa stiamo difendendo esattamente: il Medio Oriente reale, fatto di persone in carne e ossa, o un'idea, un progetto politico che, guarda caso, è la stessa idea, lo stesso progetto politico che altri dicono - dicono, dicono e basta - di volere distruggere?
Intanto, il Libano non c'è più.
E temo che presto non ci sarà più nemmeno l'odore della buona fede di nessuno, se qua non si rivede qualcosa.
http://www.ilcircolo.net/lia/
Comprendere la malattia
L'apporto delle scienze umane
di SANDRO SPINSANTI
Per gentile concessione dell'autore pubblichiamo qui un intervento tenuto al convegno Salute Malattia Morte – India ed Europa a confronto nel 1991. Il convegno fu organizzato dall'Istituto veneto di scienze, lettere e arti e dall'Associazione Italia-India di Venezia.
Gli Atti, a cura di G.C. Filippi, ci sono stati forniti dal Prof. Giuliano Boccali, che ringraziamo.
Premessa
L'incontro tra cultori di scienze biomediche e scienze umane provenienti dal continente europeo e dal subcontinente indiano offre un'occasione privilegiata di confronto delle rispettive realtà sanitarie. Non è tuttavia in questo ambito che si colloca la mia riflessione. Essa intende evidenziare piuttosto il vissuto soggettivo della malattia. In maniera più specifica, la mia relazione si occupa dell'atteggiamento interiore nei confronti della malattia promosso dalla medicina scientifica (quella che si insegna nelle università del mondo occidentale e si pratica, con diverse modalità organizzative, nei sistemi sanitari nazionali). E' chiaro che "ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne conosca questa medicina"... Per trovare altri modi di vivere la malattia, tanto come paziente quanto come terapeuta, non è neppure necessario spostarsi nelle campagne: i maghi passeggiano tra i grattacieli.
Ciononostante mi sembra giustificato isolare il modo di vivere la malattia che si organizza intorno alla medicina scientifica. Il credito sociale che l'accompagna, infatti, le conferisce una forza maggiore sul nostro immaginario. Altri modi di percepire la malattia vengono inevitabilmente connotati di marginalità e vissuti clandestinamente. La medicina scientifica, in ogni caso, è quella che con la maggiore probabilità statistica incontriamo sulla nostra strada.
Una seconda precisazione preliminare riguarda la portata comparativa di questa riflessione. Non stabilirò un confronto diretto con il concetto di malattia sottostante ai sistemi medici indiani e da questi veicolato: il discorso verterà unicamente sulla malattia "all'occidentale". Implicitamente, tuttavia, il modo orientale di comprendere la malattia è presente alla mia riflessione, sotto forma di "fantasma". Intendo con ciò un'immagine idealizzata, non necessariamente coincidente con la realtà culturale effettiva. Il posto di un tale fantasma nell'economia del discorso è quello di un implicito referente positivo, che aiuta a mettere a fuoco le inadeguatezze del modo di affrontare la malattia che ci è abituale.
1. La seduzione di un sapere certo
Mentre il concetto di salute ci si presenta come indeterminato ed elusivo, la malattia è caratterizzata dalla certezza. La scienza medica, in quanto crea concettualmente le malattie, diventa socialmente una grande fabbrica di certezze.
Ne possiamo avere un riscontro soggettivo ogni volta che mettiamo in movimento la macchina diagnostica: andiamo dal medico portando un sintomo di malessere, e ne riceviamo una diagnosi. La medicina decodifica il sintomo, facendolo rientrare in un quadro diagnostico determinato. Può darsi che la diagnosi non possa essere stabilita per insufficienza dell'apparato strumentale o per carenze conoscitive del terapeuta: resta tuttavia la convinzione che esista una malattia come realtà oggettiva, tale da poter essere colta da un sapere appropriato. Lo stesso schema sottende anche la diagnosi di "sindrome psicosomatica", che viene formulata quando, in assenza di un riscontro di patologia somatica, perdura la condizione sintomatica soggettiva.
Questo sapere certo è ancora più evidente nel caso in cui non esista la spia costituita dal sintomo di malessere: soggettivamente posso non sapere di essere portatore di malattia, ma il medico, utilizzando i mezzi diagnostici appropriati, può scoprire una malattia che non si è ancora rivelata. Su questa base funziona la medicina preventiva, che permette di scoprire la presenza di un carcinoma mammario o la positività al virus dell'AIDS. Procedendo più lontano in questa stessa direzione, incontriamo la diagnosi genetica, la quale può addirittura indicare la presenza di una malattia che si svilupperà soltanto molti anni dopo (come il morbo di Hungtinton, che spesso si manifesta solo dopo i quaranta anni).
Per quanto diverse tra loro, queste esperienze di rapporto terapeutico tendono a rafforzare la convinzione di base: il medico, grazie alla sua scienza, sa che cosa è la malattia. Questo sapere, proprio del medico, non è condivisibile con il malato, se non in minima parte. Ciò è tanto più vero nella medicina scientifica contemporanea. Il gap tra le conoscenze specialistiche del sanitario e ciò che è accessibile all'uomo comune, anche se dotato di buona cultura, non è praticamente colmabile.
È con questa argomentazione, del resto, che molti medici tendono a considerare come irrealistica, la pretesa, fatta in nome dell'etica di un "consenso informato" a interventi diagnostici, terapeutici o di ricerca. Alla certezza del sapere medico fa riscontro la sicurezza del malato. Egli è indotto così ad affidarsi al medico, il quale conosce la sua malattia. La medicina, creando l'impressione che quello che essa conosce della malattia sia la malattia, e che quindi non ci sia altro da cercare, rafforza il senso di sicurezza del malato che si appoggia alle certezze del sapere medico. Proprio questa certezza, tuttavia, suscita perplessità. La "cultura del sospetto", cresciuta con la consapevolezza dell'Occidente, ci ha insegnato a diffidare soprattutto delle certezze. Esse crescono, infatti, in modo particolare all'ombra di quel sapere tendenzioso che è l'ideologia. E' proprio della conoscenza ideologica, oltre al suo carattere aprioristico e al nascondimento dei rapporti di potere che essa favorisce, anche il comunicare una falsa sicurezza. Il sospetto che sorge è che il sapere certo sulla malattia sviluppato dalla medicina scientifica svolga una funzione ideologica: serve a mantenere immutata la realtà, invece che a cambiarla; maschera i rapporti di potere (in questo caso, l'impotenza che il paziente induce in se stesso, consegnandosi all'apparato sanitario, a cui attribuisce tutto il sapere e il potere); conferisce una falsa sicurezza.
Se è vero che nessuna operazione di creazione di sapere ideologico è così perfetta da non lasciare qualche traccia della realtà che maschera, ci sentiamo autorizzati a cercare dei segni. Può farci strada un paradosso così formulato dallo scrittore Wolfdietrich Schnurre: «Il sapere del malato è superiore a quello del medico. Altrimenti come potrebbe questi ogni giorno domandare: "Come va?"» (1).
E' chiaro che la domanda non eccede di solito il livello della pura formalità. Nel migliore dei casi suppone la richiesta reale dei sintomi soggettivi di malessere o delle sensazioni di benessere. E' una forzatura semantica che adottiamo consapevolmente, caricando la domanda di un significato che sembra alieno alla sua candida ingenuità. Attribuiamo alla domanda "Come va?" il valore di un indizio che ci rimanda a un sapere nascosto del malato stesso; un sapere che sfugge al medico; anzi, un sapere che nel suo genere è di un altro ordine rispetto a quello del medico, lo comprende e lo trascende. L'opera del medico, compreso il suo sapere specialistico, non ha altra funzione che quella di attivare questo sapere che è proprio del malato.
Come mai questa prospettiva ci è tanto estranea da sembrare una gratuita provocazione? Che cosa e avvenuto nel nostro modo di praticare la medicina, che ha portato a un esproprio totale del nostro sapere sulla malattia?
2. La rimozione del soggetto
Secondo il modello che prevale nella medicina corrente, il malato non ha un rapporto personale, né con la propria malattia, né con la riacquisizione della salute. Se cade malato, è perché diventa "vittima" di un capriccio della natura, di un germe patogeno o di un virus, oppure di un programma genetico sbagliato... Anche la guarigione, in questa prospettiva, è qualcosa che avviene al di fuori della persona del malato. Essa va attribuita al medico che ha fatto la diagnosi giusta, o ha prescritto l'antibiotico appropriato, o al chirurgo che ha eseguito l'intervento necessario. Il solo contributo del malato è di attenersi alle prescrizioni del medico e di non intralciare la sua opera. L'azione del medico è tutta rivolta all'eliminazione del disturbo. La malattia? Un inutile incidente!
Anche il linguaggio che il malato usa per designare la malattia illustra questo processo di allontanamento del fatto morboso dalla sfera personale. Nelle lingue che hanno anche il neutro, il pronome di questo genere viene usato per distanziarsi dal fenomeno. Ma anche le altre lingue conoscono dei modi in cui il parlante sottolinea l'estraneità della malattia da se stesso. Il linguaggio riconduce la malattia a un soggetto agente che si introduce nel corpo umano, inteso come luogo di un succedere che riduce l'uomo al ruolo di "patiens". L'uomo e la sua malattia rimangono, insomma, due realtà separate.
In forza di questa rappresentazione sottesa all'uso linguistico quotidiano della malattia, il rapporto tra il paziente e il medico si struttura come una trasmissione di responsabilità al medico. Chi si scopre un disturbo che intralcia il proprio benessere, si aspetta dal medico che, dopo aver individuato la malattia, attribuendole il giusto nome, la elimini. E il medico rivendica a se stesso la capacità e la volontà di eliminarla.
Il medico-filosofo Viktor von Weizsaecker ha coniato per questo atteggiamento nei confronti della malattia l'espressione Es-Stellung (2), ovvero la "posizione dell'Es": la malattia è un non-Io, estranea ad esso come il pronome neutro; è qualcosa che capita, che aggredisce l'organismo dall'esterno; è sprovvista di un senso personale ed è comprensibile solo nei termini "scientifici", quando cioè è ricondotta a quei cambiamenti delle strutture cellulari o molecolari che sono esprimibili nei termini delle scienze della natura.
La teoria e la prassi della medicina adottano esclusivamente la Es-Stellung. La responsabilità di questa situazione va attribuita ai medici? È uno dei luoghi comuni più ripetuti dai critici della medicina contemporanea (come Illich, Szasz ecc.) e dai movimenti che si richiamano alle medicine "dolci" o naturali: il malato deve accedere a un sapere da cui è stato escluso e recuperare un potere di cui è stato spossessato. Adottando l'ottica di tali atteggiamenti contro-culturali, si può parlare di un programma di rivolta del soggetto contro una tendenza attribuita alla medicina ufficiale a volerlo escludere dalla malattia. Ma si tratta di una lettura parziale e fuorviante della realtà.
La resistenza dei medici ad accettare il soggetto — e quindi il significato che la malattia può avere per la persona — è solo una parte della verità. L'altra metà del fallimento della medicina scientifica sul fronte della dimensione antropologica della malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove essa, interrogata appropriatamente, lascia trapelare la propria verità.
Rifacendoci ancora a Viktor von Weizsaecker, troviamo un'indicazione in una sua osservazione: &à171;I malati si aggrappano all'Es per sfuggire all'Io ed esercitano una seduzione sul medico affinché percorra con loro questa via che offre minore resistenza. La seduzione è dunque reciproca» (3). L'opposizione a dare un significato alla malattia — al di là di quello di puro segnale di una disfunzione organica — è perciò, semmai, il risultato di una collusione tra il medico e il paziente. Questa opposizione è così forte — osserva ancora lo stesso autore — che è difficile credere che derivi dalle creazioni più superficiali della psiche: &à171;Si ha l'impressione che il malato non solo sperimenti la naturale estraneità della sua malattia all'Io, ma ne abbia bisogno&à187;. I medici si comportano da medici perché tanti pazienti desiderano rinunciare alla loro responsabilità per la propria salute. Preferiscono, perciò, considerare la malattia come un non-senso antropologico, riconducibile alla spiegazione scientifica che ne dà la medicina come scienza della natura.
Questa lettura dei fatti ci obbliga ad abbandonare il comodo cliché diffuso dalla polemica contro la scienza medica contemporanea: quello, cioè, di una medicina "cattiva" che ha spossessato l'innocente paziente di ogni sapere e potere. La "medicalizzazione" della vita ci appare come un'operazione ambigua, non riconducibile allo schema del cattivo oppressore e della buona vittima. È come una conquista che avvenga con la connivenza del conquistato. Ci ricorda piuttosto l'Anschluss dell'Austria da parte dei nazisti tedeschi: l'invaso va incontro all'invasore con le bandiere spiegate...
3. La malattia "de-moralizzata"
La concezione della malattia che sottende la pratica della medicina attuale dell'Occidente è afflitta da un impoverimento di spessore antropologico che si concentra soprattutto nel mutismo della malattia: essa non è più un linguaggio articolato, dietro a cui possiamo indovinare un parlante. Questa riduzione non deve essere considerata come una conseguenza inevitabile della scientificità del sapere medico. Anche rimanendo nell'ambito della tradizione occidentale, siamo in grado di indicare esperienze di una medicina che è al tempo stesso scientifica e antropologica. Tale è stata la medicina greca.
Questa medicina non ha dichiarato semplicemente come insensato l'interrogativo relativo al perché della malattia. Si è distanziata dai tentativi di natura teologica di spiegare il senso della malattia in riferimento a una volontà divina, in particolare mediante l'archetipo della malattia come punizione di una colpa. Possiamo, anzi, affermare che la medicina scientifica dell'Occidente inizia con una decisa presa di posizione circa l'orizzonte entro il quale va iscritta la malattia: il male non va riferito a Dio, ma alla natura.
È emblematica a questo proposito l'affermazione di Ippocrate, padre-fondatore della nostra medicina scientifica, riguardo all'epilessia, conosciuta nel mondo antico sotto il nome di "morbo sacro". Il nome era già programmatico: il malato di epilessia, soggetto ad attacchi improvvisi e incontrollabili che lo portavano "fuori di sé", era ritenuto in particolare contatto con la divinità. Ippocrate ha insegnato ai suoi discepoli che nessuna malattia, neppure il "morbo sacro", doveva essere ritenuta causata dagli dèi: la causa andava invece ricercata nel corpo. Nasceva così la medicina "fisiologica", un modo di considerare la malattia che nessuna medicina che pretenda il carattere della razionalità potrà mai rinnegare.
Cercare le cause della malattia entro l'orizzonte della natura non equivaleva però per i Greci a una scelta di positivismo materialista. Alla natura dell'uomo, proprio perché "umana", vanno attribuite altre dimensioni, oltre quella organica: è psichica, sociale, spirituale; nonché etica, con riferimento quindi a una certa misura di responsabilità nella strutturazione del proprio destino. Entro l'ambito della medicina fisiologica greca, la malattia non va considerata solo col registro della passività — ciò che l'uomo subisce dalla natura — ma anche con quello dell'attività: della sua malattia l'uomo è artefice.
La stessa medicina "laica", che faceva rifiutare a Ippocrate di attribuire una malattia agli dèi, rivendicava però al soggetto la responsabilità per il proprio male. Pitagora, cinque secoli prima di Cristo, seguendo l'opinione di Giamblico, uno dei più grandi medici dell'antichità, affermava: &à171;Gli dèi non sono colpevoli delle nostre sofferenze; tutte le malattie e i dolori del corpo sono il prodotto delle dissolutezze&à187;.
Le "dissolutezze" sotto accusa non vanno intese restrittivamente, come trasgressioni di regole morali. I medici dell'antichità, pur rivendicando alla malattia un carattere morale, non erano moralisti. In quanto convinti assertori della dieta, consideravano le trasgressioni alimentari come minacce per il benessere e la salute ben più importanti delle trasgressioni che attirano l'attenzione di un moralista. Se non si vive secondo le esigenze della natura con quello che si mangia e si beve, con il giusto ritmo di lavoro e riposo, rispettando l'habitat (che comprende il potere risanante delle acque, dell'aria, del clima), avendo in tutte le cose la moderazione che fa evitare gli eccessi, rifuggendo dalle passioni che turbano l'equilibrio emotivo, si incorre in quelle "dissolutezze" che sono all'origine delle nostre malattie.
All'antica domanda — "Perché ci ammaliamo?"— la medicina antropologica risponde chiamando in causa non la divinità, ma l'uomo. Da questo punto di vista ci appare assolutamente inadeguata la medicina scientifica odierna, che implica una concezione dell'uomo piatta, dalla quale è stato evacuato tutto lo specifico umano. Questo può essere chiamata, a buon diritto, una medicina "de-moralizzata".
Non vogliamo con ciò dichiarare irrilevante il procedimento metodologico e pratico che consiste nel cercare la causa della malattia nei disordini funzionali e strutturali dell'organismo. La ricerca di microbi e di virus responsabili dei processi patologici è indispensabile, allo stato delle conoscenze attuali, perché la medicina possa rivendicare il titolo di razionale. Ma ciò non è tutto: è solo una parte di quella totalità integrata che costituisce il "soggetto". E' forse il caso di dire che lo studio dell'albero rischia di farci dimenticare la foresta!
4. La malattia sotto il segno dell'umano
Oggi la considerazione del soggetto, in quanto artefice strutturale della malattia, è molto più complessa che al tempo di Pitagora. Province sempre più vaste sono state acquisite alla conoscenza antropologica. La chiave per penetrare nella comprensione dell'uomo è passata dal mito alle scienze umane: la sociologia, la linguistica, l'antropologia culturale, la storia, la psicologia — solo per menzionare le più importanti - ci sanno fornire sull'uomo malato conoscenze imprescindibili per dare alla malattia umana tutto il suo spessore.
A titolo di esempio: non possiamo oggi prescindere dalla scoperta da parte della psicoanalisi della motivazione inconscia, continente sommerso enormemente più ampio, complesso e influente sul comportamento di quella esigua regione che emerge alla coscienza e che possiamo raccogliere nel ristretto abbraccio dell'"Io". Anche quella vastissima zona del "Non-Io" (Freud lo ha chiamato "Es", in un senso peraltro diverso da quello che abbiamo raccolto più sopra da V. von Weizsaecker), che però sono "io" come persona, influisce sulla salute e sulla malattia, sulla guarigione e probabilmente sulla morte. E le "dissolutezze" dell'inconscio sono molto più temibili di quelle della nostra psiche conscia! La psicanalisi lo ha dimostrato per quel ristrettissimo settore di malattie che chiamiamo, più o meno propriamente, psichiche (nevrosi e psicosi). Ma c'è motivo di credere che tutte le malattie, anche quelle etichettate come organiche, siano soggette alla stessa influenza della nostra psiche, conscia e inconscia.
Le "dissolutezze" che ci fanno ammalare perdono, se analizzate con le categorie delle scienze dell'uomo, ogni connotazione moralistica, per diventare quello che sono: un'articolazione dell'umano. La sociologia ci aiuta a capire quanto l'essere malato dipende da una organizzazione della vita sociale iatrogenetica. Si pensi, per fare solo un esempio, a quanto la disoccupazione (in quanto figura particolare della distribuzione, del lavoro nella società) influisce sull'ammalarsi. E l'antropologia culturale potrebbe istruirci sull'incidenza che sul sorgere di determinate patologie, come le depressioni, ha un comportamento come la soppressione del lutto nella nostra cultura, la quale ha eliminato la morte dal nostro universo simbolico e sociale.
L'etica stessa può cambiare il nostro rapporto con la malattia, purché non le si attribuisca un ruolo di colpevolizzazione, bensì di responsabilizzazione. Ciò vuoi dire che possiamo fare qualcosa di meglio con la nostra malattia che eliminarla come un sintomo insensato, caduto come un meteorite nel nostro universo personale, ma fondamentalmente estraneo ad esso. L'azione efficace per combattere il sintomo rimane fuori discussione: nessuna collusione con un dolorismo di natura psicopatologica. Ma solo l'azione che sappia combinare il capire all'eliminare risponde alle esigenze antropologiche ed etiche di un atteggiamento umano verso la malattia. Assumendo pienamente lo statuto di un messaggio da decifrare, questa diventa allora il punto di partenza di un cambiamento.
Ma vorremmo noi quella medicina che oggi è teoreticamente possibile, qualora ci decidessimo a fare in modo che il sapere sulla malattia che ci viene dalle scienze naturali si unisca in modo equilibrato e armonioso con quello delle scienze dell'uomo? Ogni civiltà ha la medicina che si merita. La nostra, che violenta quotidianamente l'umano nelle sue dimensioni sociali, psichiche e spirituali, non può pretendere che una medicina tagliata su misura. Come la nostra civiltà non può essere guarita con qualche iniezione di esotismo orientale, ma deve operare una vera metanoia, quella conversione che implica l'abbandono di una strada sbagliata, allo stesso modo deve operare la nostra medicina. Quella medicina senza soggetto — e quindi senza moralità — che manteniamo in piedi quando, come figli della nostra civiltà, pretendiamo di essere guariti dalla malattia senza cambiare i. comportamenti di cui le malattie si nutrono, deve cedere il passo a una medicina umanizzata.
Sandro Spinsanti è laureato in psicologia e in teologia, ha insegnato Etica medica nella facoltà di Medicina dell'Università Cattolica di Roma e Bioetica nell'Università di Firenze. E' membro della Commissione nazionale per la lotta all'Aids, ha fondato e dirige l'Istituto Giano per le medical humanities e il management in sanità di Roma. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il medico e il paziente, una relazione complessa (1995); Curare e prendersi cura (1998). Ha fondato e dirige la rivista "L'Arco di Giano".
Note
1. Wolfdietrich Schnurre, Der Schattenfotograf, München 1978, p. 31.
2. Viktor von Weizsaecker, Der kranke Mensch, Stuttgart, 1951, p. 352.
3. Viktor von Weizsaecker, Grundfragen medizinischer Anthropologie, Tubingen 1948, p. 27./www.golemindispensabile.it/
L’interattività al servizio dei serbi in Kosovo
Dei volontari serbi hanno prodotto un CD-Rom informativo a favore dell’autonomia della provincia. Pedagogia o propaganda?
Il Kosovo può vivere in pace senza militari? (Foto Kfor) Mentre i negoziati sullo statuto del Kosovo si sono arenati a febbraio 2006 tre volontari hanno realizzato, nel giro di un anno, un CD-Rom dal titolo “Kosovo 2006: il raggiungimento di un compromesso”. In copertina un uovo bucato su un portauovo decorato con una bandiera albanese e serba. Il CD-Rom, in inglese, si è sviluppato sotto il patronato del think tank in favore dell’integrazione serba Institut 4s.
Il CD-Rom è diviso in tre parti distinte: nella prima si espongono i fatti storici fino al ’99, nella seconda dei luoghi del Kosovo sotto le Nazioni Unite, mentre nell’ultima analisi si mostrano le prospettive per il futuro statuto della regione che privilegia un ritorno all’autonomia.
Giovanissimi, i volontari del progetto hanno una sede a Bruxelles e una in Serbia. Aleksander Mitic, direttore del progetto, è stato anche l’unico corrispondente dell’Afp – l’Agenzia France Presse – a rimanere in Kosovo durante i bombardamenti del 1999. Il fratello Boris Mitic, ex giornalista, è oggi un brillante cineasta che accumula premi su premi ai festival del cinema.
Buon cuore a cattivo gioco
Aleksander Mitic non nasconde il fatto che il CD-Rom è pro-serbo. «Non si tratta di una fredda enciclopedia. Alcuni argomenti saranno molto probabilmente rifiutati dagli albanesi che vivono in Kosovo». Nel CD-Rom si presentano gli argomenti serbi in favore di uno statuto di autonomia del Kosovo, alla luce dell’eredità e della memoria collettiva serbe.
Così si spiega che i 120.000 serbi del Kosovo vivrebbero in una sorta di ghetti, vessati nel quotidiano. Bambini, preti e utenti dei trasporti pubblici sarebbero accompagnati sistematicamente da una scorta militare. Gli autori del CD-Rom affermano che l’indipendenza del Kosovo aprirebbe un vaso di Pandora: e sarebbe un calderone di nuovi conflitti anche nella regione del Caucaso. La Russia potrebbe quindi approfittarne, legittimando l’assimilazione dei territori di Abkhazia, dell’Ossezia del Sud, della Transistria e di alcune parti del Kazakistan. E perdere al tempo stesso Cecenia, Daghestan e altre regioni a maggioranza musulmana.
Un CD-Rom con pretese strategiche: invece di essere diffuso solo sul sito dell’Institut4s questo strumento sarà diffuso tra gli attori chiave del processo, per esercitare un ruolo di lobby. Un prodotto che testimonia anche della volontà dei serbi di essere coinvolti e ascoltati durante i negoziati per lo statuto finale del Kosovo lanciati nel febbraio 2006.
Alcuni vedono però in questa iniziativa una forma di propaganda. In un contesto di crisi potrebbe essere considerata perfino una provocazione. I suoi istigatori si giustificano invocando l’aspetto informativo e pedagogico del CD-Rom .
Serbi incompresi?
Secondo Aleksander Mitic i serbi non sono mai stati dei grandi oratori. E hanno spesso fallito nel tentativo di dare argomentazioni convincenti. Nicholas Whyte, responsabile del dipartimento Europa dell’Ong International Crisis Group, attualmente in visita in Kosovo, riconosce che le argomentazioni di Belgrado non aiutano il popolo albanese del Kosovo a inquadrare gli effetti benefici di una reintegrazione. D’altronde l'eredità di Milosevic è ancora un’ombra che incombe sui serbi. Che difficilmente riusciranno a far sentire la loro voce.
L’iniziativa del CD-Rom ha come scopo, dunque, il raggiungimento dell’equilibrio tra gli interessi degli albanesi e dei serbi del Kosovo attraverso delle argomentazioni moderate. I loro artefici sperano anche che questo originale strumento permetta alla popolazione serba di appropriarsi del dibattito in modo pedagogico e pragmatico.
Solo il futuro saprà dirci se questa iniziativa non è arrivata troppo tardi. Perché i serbi sono pronti a un compromesso – come fa notare Slobodan Samardzic, membro dell’equipe dei negoziati e consigliere del Primo Ministro serbom, Vojislav Kostunica. E forse giustamente, dato che le autorità vedono sempre più probabile un Kosovo indipendente. Jan Marinus Wiersma, deputato europeo e membro della Commissione Affari Esteri dichiarava che «in Serbia i politici sono tenuti a far passare il messaggio che il Paese deve prepararsi alla possibilità di un Kosovo indipendente». E speriamo che questo CD-Rom possa lanciare il dibattito.
Vanessa Witkowski - Bruxelles http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7559
LA GUERRA E' UN RACKET
Postato il Domenica, 23 luglio @ 19:00:00 EDT di carlo
DI SMEDLEY BUTLER (Maggior Generale - Corpo della Marina degli Stati Uniti)
Un classico del pacifismo risalente a prima prima della Seconda Guerra Mondiale, tradotto per la prima volta in italiano da www.comedonchisciotte.org
La GUERRA è un racket. Lo è sempre stato.
Forse il più vecchio, facilmente il più profittevole, sicuramente il più crudele. L'unico ad essere internazionale nel suo scopo. L'unico in cui i profitti vengono stimati in dollari e le perdite in vite umane.
Un racket è meglio descritto, ritengo, come qualcosa che non è ciò che sembra alla maggioranza delle persone. Solo un piccolo gruppo "interno" sa di cosa si tratta. Viene condotto per il beneficio di pochi, a spese di molti. Da una guerra, poche persone traggono delle grandi fortune.
Nella Prima Guerra Mondiale, fu solo una piccola manciata di individui a trarre dei profitti da questo conflitto. Durante questo periodo nacquero negli Stati Uniti circa 21.000 nuovi milionari e miliardari. Molti di questi presentarono i loro guadagni colossali nella dichiarazione dei redditi. Quanti siano gli altri milionari arricchiti dalla guerra che falsificarono la loro dichiarazione, nessuno lo sa.
Quanti tra questi milionari avevano portato un fucile sulle spalle? Quanti tra loro hanno mai scavato una trincea? Quanti tra loro sapevano che cosa significava sentire i morsi della fame in un rifugio sotterraneo infestato dai topi? Quanti tra loro hanno passato delle notti intere senza dormire, nel terrore, abbassando la testa ogni volta per ripararsi dagli esplosivi, dalle raffiche dei mitra e delle mitragliatrici? Quanti tra loro sono riusciti a schivare la lama della baionetta di un nemico? Quanti tra loro sono rimasti feriti o uccisi in battaglia?
In una guerra, le nazioni si impossessano di un nuovo territorio, se tornano vittoriose. Tutto qui: se lo prendono. Questo nuovo territorio conquistato sarà allora immediatamente sfruttato da quei pochi - la stessa piccola manciata di individui che spremono tutti i soldi che possono da una guerra. E tutto il grande pubblico si porta sulle spalle il conto.
E il conto qual'è?
Questo conto si traduce in un orribile rendiconto. Tante nuove lapidi. Corpi dilaniati. Menti distrutte. Cuori e case distrutti. Instabilità economica. Depressione e tutte le miserie che ne conseguono. Imposte massacranti per generazioni e generazioni.
Per un bel po' di anni, come soldato, avevo il sospetto che la guerra fosse un racket; ma fu solo quando ritornai alla vita civile che me ne resi pienamente conto. Ora, vedendo avvicinarsi le nuvole di una nuova guerra internazionale, è bene affrontare la questione.
Hanno di nuovo scelto di formare degli schieramenti. La Francia e la Russia si sono accordate per stare fianco a fianco. L'Italia e l'Austria si sono affrettate nel concludere un accordo analogo. La Polonia e la Germania si sono fatte gli occhi dolci, dimenticandosi per l'occasione [un'occasione unica] della disputa sul Corridoio Polacco.
L'assassinio del re Alessandro di Jugoslavia ha complicato i problemi. La Jugoslavia e l'Ungheria, da tempo acerrime nemiche, stavano per saltarsi alla gola. E l'Italia pronta per intromettersi. Ma la Francia stava aspettando. E così la Cecoslovacchia. Tutti pronti per cominciare una guerra. Non i popoli - non quelli che combattono, pagano e muoiono - ma solo quelli che fomentano le guerre e poi se ne stanno comodi in casa facendo profitti.
Oggi ci sono 40 milioni di uomini sotto le armi, e i nostri statisti e diplomatici hanno pure il coraggio di dire che non si sta attuando nessuna guerra.
Siamo impazziti? E questi 40 milioni di uomi allora che cosa fanno? Si stanno addestrando per fare i ballerini?
Certo non in Italia. Il premier Mussolini lo sa benissimo per che cosa si stanno addestrando. Lui, almeno, è abbastanza franco da dirlo. Solo l'altro giorno, il Duce, ne "Conciliazione Internazionale", una pubblicazione del Carnegie Endowment for International Peace [Donazione Carnegie per la Pace Internazionale, ndt], ha detto:
"E soprattutto il Fascismo, che considera e osserva il futuro e lo sviluppo dell'umanità non legato alle considerazioni politiche del momento, non crede né alla possibilità né tanto meno all'utilità di una pace perpetua... Solo la guerra può portare al massimo della sua tensione l'umana energia, e lasciare il segno della nobiltà sui popoli che hanno il coraggio di abbracciarla".
Herr Hitler, con il suo riarmo della Germania e le sue continue richieste per sempre più armi, è un'altra grande minaccia per la pace. E la Francia proprio recentemente ha aumentato la durata del servizio militare per la sua gioventù da un anno a diciotto mesi.
Sì, dappertutto, le nazioni stanno preparando le loro armate. Le ostilità in Europa sono ormai a briglia sciolta. Ad oriente gli armamenti vengono organizzati più abilmente. Nel 1904, quando combattevano Russia e Giappone, siamo riusciti ad espellere la Russia appoggiando i giapponesi. Poi i nostri banchieri internazionali così generosi finanziarono il Giappone. Ora invece la propensione è quella di avere il dente avvelenato nei loro confronti. Che cosa significa per noi la politica delle "porte aperte" alla Cina? Il nostro commercio con la Cina è di circa 90 milioni di dollari all'anno. E le isole delle Filippine? Abbiamo speso circa 600 milioni di dollari nelle Filippine in 35 anni, e ora abbiamo da quelle parti (i nostri banchieri, industriali e speculatori) degli investimenti privati per poco meno di 200 milioni di dollari. Poi, per proteggere questo commerciodi $90.000.000 con la Cina o quello degli investimenti privati nelle Filippine di quasi $200.000.000, conciteranno nuovamente le masse portandole a odiare il Giappone e a muovergli guerra - una guerra che potrebbe benissimo costarci decine di milardi di dollari, centinaia di migliaia di vite americane, e altre centinaia di migliaia di uomini fisicamente e mentalmente menomati, irreparabilmente a pezzi.
Naturalmente, per questa perdita ci sarebbe un profitto che compensa - qualcuno accumulerebbe delle grandi fortune. Milioni e miliardi di dollari a formare delle montagne. Per pochi. Per i trafficanti d'armi. Per i banchieri. Per i costruttori di navi. Per i produttori. Per l'industria della carne in scatola. Per gli speculatori. Loro ci mangerebbero sopra per bene.
È così, si stanno preparando per un'altra guerra. Perché non dovrebbero? Otterrebbero degli alti dividendi.
Ma che profitto rende agli uomini che vengono uccisi? Che profitto rende alle loro madri e alle loro sorelle, alle loro mogli e a chi li ama? Che profitto rende ai loro bambini?
Chi mai ne trarrà dei profitti se non che quello sparuto gruppo di persone per cui la guerra significa solo un enorme profitto?
Proprio così. E che profitto ne otterrà la nazione?
Prendiamo il nostro caso. Fino al 1898 non possedevamo nessun territorio al di fuori della terraferma nordamericana. A quel tempo il nostro debito nazionale era poco più di un miliardo di dollari. Poi siamo diventati "internazionalmente aperti". Abbiamo dimenticato, o messo da parte, il consiglio del Padre del nostro paese. George Washington ci aveva messi in guardia sulle "alleanze imbriglianti". Siamo andati in guerra. Abbiamo acquisito dei territori esterni. Alla fine della Guerra Mondiale, come risultato diretto dei nostri giochetti con gli affari internazionali, il nostro debito nazionale aveva raggiunto i 25 miliardi di dollari. La bilancia commerciale positiva durante il periodo di 25 anni ammontava a 24 miliardi di dollari. Quindi, su una semplice base contabile, siamo pure tornati un po' indietro, anno dopo anno, e il commercio con l'estero poteva tornarci molto utile pure senza le guerre.
Sarebbe stato molto più economico (e più sicuro), per lo statunitense medio che paga le bollette, starsene fuori da queste alleanze. Per una minoranza, questo racket, nella fattispecie il contrabbando e il racket della malavita, portano grossi profitti, ma il costo delle operazioni viene sempre trasferito al popolo - che di profitto non ne trae nemmeno un po'.
CAPITOLO DUE - CHI TRAE PROFITTI?
La Guerra Mondiale, oltre a vedere il nostro coinvolgimento, è costata agli Stati Uniti circa 52 miliardi di dollari. Fate il calcolo. Significa $400 per ogni uomo, donna e bambino degli Stati Uniti. E non abbiamo ancora pagato tutto il debito. Lo stiamo ancora pagando, i nostri figli lo pagheranno, e i figli dei nostri figli probabilmente si ritroveranno ancora a pagare il costo di questa guerra.
I profitti tipici di un'impresa commerciale negli Stati Uniti sono del sei, otto, dieci e qualche volta dodici per cento. Ma i profitti in tempo di guerra - ah sì! sono tutt'altri numeri - parliamo del venti, sessanta, cento, trecento, e anche ottocento per cento - il limite è il cielo. Un traffico immenso. Zio Sam ha il denaro. Andiamo a prendercelo.
Naturalmente loro non metteranno le cose in modo così semplicistico, in tempo di guerra. Parleranno di patriottismo, di amore per il proprio paese, dicendo che "tutti dobbiamo tirarci su le maniche", intanto i profitti salgono a quote deliranti - e vengono messi al sicuro nelle loro tasche. Prendiamo giusto qualche esempio:
I nostri amici, i Du Ponts, quelli della polvere da sparo - uno di loro non ha forse testimoniato davanti al comitato senatoriale giusto di recente, dicendo che era merito della loro polvere da sparo se si era vinta la guerra? Che si aveva salvato il mondo esportando democrazia? O qualcosa di simile? Cosa hanno fatto loro durante la guerra? Era una corporation patriottica. Ebbene, il profitto medio dei Du Ponts nel periodo dal 1910 al 1914 fu di 6 milioni di dollari per anno. Non era molto, ma i Du Ponts riuscirono a cavarsela. Ora diamo un'occhiata al profitto medio annuale che va dal 1914 al 1918. Scopriamo che era di 58 milioni di dollari all'anno! Quasi 10 volte quello che avevano in tempo di pace, e non è che in tempo di pace i loro profitti fossero così male. In pratica un aumento dei profitti ammontante a più del 950 per cento.
Osserviamo ora una delle nostre compagnie siderurgiche, che mise patriotticamente da parte la produzione di ferrovie e di ponti a travata per passare ad occuparsi di materiale bellico. Bene, il loro profitto medio annuo nel periodo 1910-1914 era di 6 milioni di dollari. Poi arrivò la guerra e, da buoni e fedeli cittadini, la Bethlehem Steel cominciò a produrre armi. Secondo voi, i loro profitti sono saliti, o hanno fatto entrare Zio Sam nell'affare? Ebbene, la loro media nel periodo 1914-1918 era di 49 milioni di dollari l'anno!
Vediamo come sono andate le cose per la United States Steel Corporation. I guadagni abituali durante i 5 anni prima della guerra erano di 105 milioni di dollari l'anno. Poi venne la guerra e i profitti salirono. Infatti la media annua per il periodo 1914-1918 fu di 204 milioni di dollari. Niente male.
Finora abbiamo visto i guadagni per chi produceva acciaio e polvere da sparo. Ora spostiamo la nostra attenzione su qualcos'altro. Sul rame, per esempio. Anche lui rende bene, in tempo di guerra.
La Anaconda Copper Mining Co., per esempio. I guadagni medi annuali anteguerra nel periodo 1910-1914 erano di 10 milioni di dollari. Nel periodo 1914-1918, invece, i profitti salirono a 34 milioni di dollari l'anno.
O la Utah Copper. Media di 5 milioni di dollari l'anno per il periodo 1910-1914. Media annuale raggiunta nel periodo della guerra: 21 milioni di dollari.
Raggruppiamo assieme queste cinque con altre tre piccole compagnie. La media annuale totale dei profitti per il periodo anteguerra 1910-1914 era di $137.480.000 . Dopo la guerra, la media crebbe verticosamente fino a raggiungere $408.300.000 .
Un piccolo aumento approssimativamente del 200% ...
La guerra fa guadagnare? A loro sicuramente sì. Ma non sono gli unici. Ve ne sono altri. Vediamo cosa succede con il cuoio.
Per il periodo di tre anni prima dell'inizio della guerra, il totale dei profitti della Central Leather Company era di 3.5 milioni di dollari, ovvero approssimativamente di $1.167.000 all'anno. Nel 1916 la Central Leather ottenne profitti per un totale di 15 milioni di dollari, un piccolo aumento del 1.100 per cento... Questo è tutto. La General Chemical Company aveva totalizzato poco più di 800 mila dollari all'anno, nei tre anni prima della guerra. Durante la guerra i profitti arrivarono a 12 milioni di dollari, un salto equivalente al 1.400 per cento.
La International Nickel Company - e non si può fare una guerra senza nichel - riportò un aumento dei profitti partendo da una media iniziale di 4 milioni di dollari l'anno e arrivando a una media di 73 milioni di dollari l'anno. Niente male, dite? Corrisponde a un aumento del 1.700 per cento.
La media della American Sugar Refining Company era di 2 milioni di dollari l'anno, prima della guerra. Nel 1916 raggiunse il record di 6 milioni di dollari.
Ecco cosa rivela il Documento del Senato nr. 259. Il Sessantacinquesimo Congresso, che riporta i guadagni delle aziende e delle rendite governative. E che calcola i profitti di 122 industrie della carne in scatola, 153 produttori di cotone, 299 fabbriche di indumenti, 49 acciaierie e 340 produttori di carbone durante la guerra. È rarissimo trovare dei profitti che siano al di sotto del 25 per cento. Per esempio le imprese del carbone totalizzavano da un 100 per cento fino a un 7.856 per cento del loro capitale azionario nel periodo della guerra. Le industrie della carne di Chicago hanno raddoppiato e triplicato i loro guadagni.
E non dimentichiamoci dei banchieri che hanno finanziato la grande guerra. Se c'è qualcuno che ha tratto il massimo dei profitti, questi sono i banchieri. Essendo delle partnership più che delle imprese private, non sono tenute a fare il rendiconto agli azionisti. E i loro profitti sono rimasti tanto nascosti quanto più erano immensi. Come i banchieri si siano fatti milioni e miliardi di dollari non lo so, perché questi piccoli segreti non sono mai stati resi pubblici - nemmeno di fronte all'organismo investigativo del Senato.
Ma ecco qui come alcuni industriali e speculatori patrioti si sono preparati la strada per ricavare profitti dalla guerra.
Per esempio i produttori di scarpe. A loro la guerra piace. Gli porta un sacco di lavoro e dei profitti eccezionali. Traggono i loro guadagni vendendo le scarpe all'estero ai nostri alleati. Forse, come fanno i produttori di munizioni e quelli di armi, pure loro vendono al nemico. Perché un dollaro è un dollaro, che arrivi dalla Germania o dalla Francia. Ma se la cavano bene pure con Zio Sam. Per esempio, hanno venduto a Zio Sam 35 milioni di stivali pesanti. I soldati erano 4 milioni. Significa più di otto paia per soldato. Il mio reggimento, durante la guerra, disponeva di un solo paio di scarpe. Alcune di queste probabilmente ci sono ancora. Erano buone scarpe. Ma quando la guerra terminò, Zio Sam si è ritrovato con un'eccedenza di 25 milioni di scarpe. Comprate e pagate. E i profitti, registrati e intascati.
C'era ancora molto cuoio lasciato invenduto. Così i produttori decisero di vendere a Zio Sam centinaia di migliaia di selle prodotte dalla McClellan per la cavalleria. Ma non esiste alcuna cavalleria americana fuori dagli Stati Uniti! Qualcuno doveva disfarsi di tutto questo cuoio, tuttavia. Qualcuno doveva guadagnarci sopra - e così ci siamo ritrovati con un sacco di selle della McClellan. E probabilmente ne abbiamo ancora ora.
Inoltre c'era qualcuno che disponeva di un grande assortimento di zanzariere. Zio Sam ne ha comprate 20 milioni ad uso dei soldati oltremare. Suppongo che i nostri ragazzi se le mettessero addosso quando dormivano nelle trincee piene di fango - una mano che si gratta i pidocchi in testa e l'altra che cerca di afferrare i topi sgambettanti. Ebbene, nessuna di queste zanzariere è mai arrivata in Francia!
Comunque, questi prudenti produttori volevano essere sicuri che nessun soldato ne fosse sprovvisto, perciò pensarono bene di venderne altri 40.000.000 al nostro Zio Sam.
Pure i produttori di aerei e di motori ritennero di avere diritto anche loro a trarre dei profitti da questa guerra. Perché no? Ognuno aveva i suoi. E così Zio Sam spese un altro milardo di dollari - contateli se riuscite a vivere abbastanza a lungo per farlo - per la costruzione di motori d'aviazione che... non lasciarono mai la terra! Non un solo aereo, non un solo motore di questo ordine da un miliardo di dollari venne usato per le battaglie che ebbero luogo in Francia. Ma i loro produttori ottennero i loro profitti, del 30, 100 e forse anche del 300 per cento.
Le canottiere per i soldati costavano alla produzione 14 centesimi: per acquistarle Zio Sam spese dai 30 ai 40 centesimi ciascuna - un profitto non male per i produttori di canottiere. E anche i produttori di calze, di uniformi, di cappelli e di elmetti in acciao ebbero il loro profitto.
Quando terminò la guerra, i magazzini qui erano stipati con più di 4 milioni di set di attrezzature - bisacce e tutto ciò che le riempie. Ora sono da buttare perché le regolamentazioni sono cambiate. Ma i produttori intanto si sono fatti i loro guadagni - e rifaranno tutto di nuovo la prossima volta.
C'erano molte idee brillanti per fare soldi durante la guerra.
Un patriota molto versatile vendette a Zio Sam dodici dozzine di chiavi a settore da 48 pollici. Oh, erano delle chiavi molto carine. L'unico problema era che esisteva un solo tipo di dado mai costruito che fosse largo abbastanza per questo tipo di chiavi. Ovvero quello che serve per tenere serrate le turbine alle cascate del Niagara. Ebbene, dopo essere state acquistate da Zio Sam e il produttore essersi intascato i profitti, queste chiavi furono messe dentro vagoni merci e fatte girare per tutti gli Stati Uniti nella speranza di trovare qualche posto ove potessero essere utilizzate. Quando venne firmato l'armistizio fu davvero un brutto colpo per il produttore di chiavi. Stava giusto per fabbricare un po' di dadi che andassero bene per queste chiavi. Poi escogitò di vendere anche questi, a Zio Sam.
Un altro ha avuto la brillante idea di pensare che i colonnelli non dovessero guidare le automobili, né andare a cavallo. Probabilmente ha visto una foto di Andy Jackson andare su un buckboard (NdT: tipico carro americano a sponde basse). Ebbene, ne sono stati prodotti e venduti 6.000 allo Zio Sam ad uso dei colonnelli! Non ne fu usato mai nemmeno uno. Ma il fabbricante intanto si fece su i soldi.
Pure i costruttori di navi pensarono di avere diritto ad una fetta del bottino. Costruirono molte navi e ne ricavarono molto denaro. Per l'esattezza più di 3 miliardi di dollari. Alcune delle navi andavano pure bene. Ma ne fu prodotta una quantità pari ad un valore di 635 milioni di dollari il cui materiale principale era il legno, e non potevano nemmeno navigare. Le giunture si aprivano - e così le navi affondavano. Ma noi le avevamo pagate. E qualcuno si era intascato i profitti.
È stato stimato da statisti ed economisti e ricercatori che la guerra costò a vostro Zio Sam 52 miliardi di dollari. Di questa somma, 39 miliardi vennero di fatto spesi per la guerra. Questa spesa produsse 16 milioni di profitti. Ecco come 21.000 miliardari e milionari sono diventati tali. Questi profitti non sono esattamente briciole. È una cifra spaventosa. Ed è finita nelle mani di pochi.
Le indagini condotte dal Nye Committe sull'industria delle munizioni e i suoi profitti in tempo di guerra, nonostante le loro rivelazioni sensazionali, non hanno scoperto altro che la punta dell'iceberg.
Ma ha sortito comunque degli effetti. Il Dipartimento di Stato ha studiato "per un certo tempo" alcuni sistemi per tenersi fuori dalla guerra. Il Ministero della Guerra subito decide di avere tra le mani un grande piano che deve essere portato alla luce. L'Amministrazione nomina un comitato - con i Ministeri della Marina e della Guerra abilmente rappresentati sotto la presidenza di uno speculatore di Wall Street - perché fossero limitati i profitti in tempo di guerra. A quale scopo non si è mai saputo. Hmmm. Magari in quel modo, i profitti del 300, e del 600, e del 1600 per cento di quelli che trasformavano il sangue in oro durante la Guerra Mondiale sarebbero stati limititi a poche persone.
Apparentemente, comunque, il piano non faceva alcun riferimento al contenimento delle perdite - ovvero alla perdita della vita di quelli che la guerra la combattono. Per quanto mi è stato possibile capire, non c'è niente che faccia parte di questo piano atto a limitare la perdita per un soldato ad un solo occhio, o ad un solo braccio, o ad una sola ferita anziché tre. O a limitare la perdita della vita.
Non c'è nulla in questo piano, a quanto sembra, che dica che non più del 12 per cento di un reggimento dovrà rimanere ferito, o che non più del 7 per cento di una divisione dovrà essere uccisa.
Ma chiaramente, il comitato non può certo prendersi la briga di occuparsi di queste faccende di poco peso.
CAPITOLO TRE - CHI PAGA IL CONTO?
Chi fornisce i profitti - quei profitti così carini del 20, 100, 300, 1.500 e del 1.800 per cento? Noi tutti li paghiamo - in tasse. Abbiamo pagato i profitti ai banchieri quando abbiamo comprato i Liberty Bond a 100 dollari e glieli abbiamo rivenduti poi a 84 o a 86 dollari. E così ci hanno guadagnato. Semplice manipolazione. I banchieri controllano i mercati. Per loro è stato facile abbassare i prezzi di questi titoli. E poi noi tutti - il popolo - ci siamo impauriti e li abbiamo rivenduti a 84 o 86 dollari. E loro li hanno ricomprati. Poi sempre loro hanno provocato un boom e i titoli di stato hanno riacquistato il loro valore nominale - e lo hanno anche superato. E i banchieri raccolgono i loro profitti.
Ma è il soldato quello a pagare il conto più alto.
Se non ci credete, fate una visita ai cimiteri statunitensi o ai campi di battaglia all'estero. O visitate uno qualunque dei tanti ospedali per veterani negli Stati Uniti. Durante un viaggio in giro per tutto il paese, durante un viaggio che sto facendo mentre scrivo, ho visitato diciotto ospedali di stato per veterani. Dentro ci sono circa 50.000 uomini distrutti - uomini che diciotto anni fa erano considerati la crema del loro paese. Un chirurgo molto bravo, che lavora in uno di questi ospedali, quello del Milwaukee, che conta circa 3.800 cadaveri ambulanti, mi disse che la mortalità tra i veterani è tre volte più alta rispetto a quelli che non sono mai partiti per la guerra.
I nostri ragazzi venivano presi dai loro campi coltivati, dagli uffici, dalle fabbriche e dalle scuole e messi nelle schiere. Venivano rimodellati; rimessi a nuovo; capovolte le loro prospettive; considerare l'omicidio come l'ordine del giorno. Messi uno fianco all'altro e, attraverso la psicologia di massa, completamente cambiati. Li abbiamo usati per un paio di anni e addestrati per non farsi problemi ad uccidere o essere uccisi.
Poi, improvvisamente, ce ne siamo liberati dicendogli di capovolgere nuovamente il loro modo di essere! Ma questa volta il capovolgimento dovevano farlo per conto proprio, senza psicologia di massa, senza l'aiuto e il consiglio di funzionari preposti e senza propaganda nazionale. Non ci servivano più. Così li abbiamo dispersi senza nessuna "terapia dei tre minuti", senza discorsi sui "Liberty Loan" (buoni governativi). Molti, troppi di questi bravi ragazzi sono rimasti prima o poi distrutti, mentalmente, perché non erano in grado di fare questo "capovolgimento" per conto loro.
Nell'ospedale statale di Marion, nell'Indiana, 1.800 di questi ragazzi sono dei vegetali! Cinquecento di loro sono dentro delle caserme con sbarre d'acciaio e dei fili tutt'attorno, fuori dall'edificio e sui porticati. Questi hanno già la mente distrutta. Non sembrano nemmeno più degli esseri umani. Per non parlare dei loro volti. Fisicamente, sono in buona forma; ma le loro teste sono andate.
Ci sono migliaia e migliaia di questi casi, e ne arrivano sempre di più. La tremenda eccitazione data dalla guerra, e poi un taglio così netto - questi giovani ragazzi non potevano farcela.
Questo fa parte del conto da pagare. Quanto ai morti - loro hanno già pagato la loro parte dei profitti di guerra. Quanto a quelli mentalmente e fisicamente feriti, loro pagano ora la loro parte dei profitti di guerra. Ma anche gli altri hanno pagato - hanno pagato con il cuore spezzato quando sono stati strappati dal loro focolare domestico e dalle loro famiglie per indossare l'uniforme di Zio Sam - su cui si è guadagnato. Un'altra parte l'hanno pagata nei campi di addestramento dove sono stati irreggimentati ed addestrati mentre gli altri continuavano a fare il loro lavoro nei loro posti delle loro comunità. Hanno pagato stando nelle trincee e sparando e facendosi sparare; dove avevano fame per giorni interi; dove dormivano nel fango con il freddo e la pioggia - con i lamenti e i gemiti dei loro compagni agonizzanti come orribile ninna nanna.
E non dimentichiamolo - il soldato pagava anche parte del conto in dollari e centesimi.
Fino a e compresa la guerra ispano-statunitense, avevamo un sistema a premi, e i soldati e i marinai lottavano per il denaro. Durante la Guerra Civile venivano pagati con dei bonus, spesso prima ancora che entrassero in servizio. Il governo, o gli stati, arrivavano a pagare fino a 1.200 dollari per un arruolamento. Nella guerra ispano-statunitense davano dei premi in denaro. Quando catturavamo qualunque imbarcazione, ognuno prendeva la sua parte - o almeno così si pensava. Poi si scoprì che si poteva ridurre il costo delle guerre prendendo tutto il premio in denaro e tenendoselo, ma coscrivendo [chiamando alle armi, ndt] comunque il soldato. Così i soldati non potevano più patteggiare per il loro lavoro. Tutti potevano patteggiare, ma loro no.
Napoleone diceva,
"Tutti gli uomini amano le decorazioni... le cercano con un grande desiderio".
Quindi, sviluppando questo sistema napoleonico - il business delle medaglie - il governo imparò che poteva avere soldati con poco denaro, perché ai ragazzi piaceva essere decorati. Prima della Guerra Civile, non esistevano medaglie. Poi venne inventata la Medaglia d'Onore del Congresso. Era più facile arruolare. Dopo la Guerra Civile, non venne emessa più alcuna medaglia fino all'arrivo della guerra ispano-statunitense.
Nella Guerra Mondiale, abbiamo fatto uso della propaganda per convincere i ragazzi ad accettare il servizio militare. Gli si faceva provare vergogna, se non entravano nell'esercito.
Talmente aggressiva era questa propaganda di guerra, che pure Dio ne venne coinvolto. Tranne qualche eccezione, i nostri uomini di chiesa si unirono al folle clamore "uccidi, uccidi, uccidi". Uccidere i tedeschi. Dio è dalla nostra parte... è nella Sua volontà che i tedeschi muoiano.
E in Germania, i buoni e cari pastori invitavano i tedeschi ad uccidere gli alleati... per appagare lo stesso Dio. Questo faceva parte della propaganda generale, costruita per rendere le persone consapevoli della guerra e di cosa è l'omicidio.
Tante belle idee vennero concepite per i nostri ragazzi che venivano mandati a morire. Questa era la "guerra per chiudere tutte le guerre". Questa era la "guerra che avrebbe reso il mondo un posto sicuro e democratico". Nessuno disse loro, però, mentre partivano, che il loro andare in guerra e morire avrebbe portato grandi guadagni ad altri. Nessuno disse a questi soldati degli Stati Uniti che potevano essere uccisi da una pallottola sparata da un loro stesso compratriota nello stesso campo di battaglia. Nessuno disse loro che le navi sulle quali si erano imbarcati potevano essere affondate dal siluro di un sottomarino costruito con brevetti statunitensi. L'unica cosa che veniva detta era che sarebbe stata una "gloriosa avventura".
E così, dopo essere stati rimpinzati fino in fondo di patriottismo, si pensò che fosse giusto premiarli con un piccolo aiutino in danaro. L'aiuto corrispondeva a ben 30 dollari al mese.
Tutto quello che dovevano fare per questa munifica somma era semplicemente lasciarsi i loro cari alle spalle, lasciare il loro lavoro, starsene in delle belle trincee paludose, mangiare, quando disponibile, "canned willy" (carne bovina argentina già in stato deteriorato quando viene inscatolata, ndt) e uccidere, uccidere e uccidere... ed essere uccisi.
Ma... un momento!
Metà del loro salario (giusto poco più di quello che guadagna in un giorno un chiodatore in un cantiere navale o un meccanico che lavora tranquillo nella sua patria in una fabbrica di munizioni) veniva lestamente preso per sostenere i dipendenti dello stato, così che non avrebbero costituito un peso per la comunità. Dopo di che li si faceva pagare quello che corrispondeva all'assicurazione contro gli infortuni - qualcosa che di solito paga un impiegato in un paese liberale - e che ammontava a circa 6 dollari al mese. In pratica alla fine gli rimanevano 9 dollari.
E poi, il massimo dell'insolenza, venivano infine letteralmente turlupinati pagando le loro stesse munizioni, i vestiti e il cibo, tutto prodotto facendoli comprare i Liberty Bond. Molti soldati non riscuotevano nessun salario, nel giorno di paga.
I Liberty Bond glieli abbiamo venduti a 100 dollari, per poi ricomprarglieli - quando ritornavano dalla guerra e non riuscivano a trovare lavoro - a 84 e a 86 dollari. In pratica i soldati avevano acquistato questi titoli per una cifra totale di 2 miliardi di dollari!
È così, è il soldato a pagare la parte più salata del conto. Paga pure la sua famiglia. Entrambi pagano con un cuore a pezzi. Soffre lui, soffrono loro. Di notte, mentre lui si trovava nelle trincee, vigile su tutte le pallottole esplosive che potevano scoppiargli in faccia da un momento all'altro, la sua famiglia si girava e rigirava nel letto senza riuscire a dormire - suo padre, sua madre, sua moglie, le sue sorelle e i suoi fratelli, i suoi figli e le sue figlie.
Quando poi rientrava in patria senza un occhio o senza una gamba, o con la mente totalmente distrutta, anche loro soffrivano - quanto lui e alle volte anche più di lui. E anche loro contribuivano con i loro dollari a portare profitti ai costruttori d'armi e ai banchieri e agli industriali e agli speculatori. Loro, pure, compravano i Liberty Bond e contribuivano al profitto dei banchieri, dopo l'armistizio, nel magico mondo dei Liberty Bond manipolati.
E anche adesso le famiglie dei reduci di guerra, di quelli feriti, distrutti nel profondo, che non sono più stati in grado di rimettersi in quadro nella società, stanno soffrendo.
CAPITOLO QUATTRO - COME SCONFIGGERE IL RACKET!
Bene, è un racket, d'accordo.
Profitti per pochi - e i tanti pagano. Ma c'è un modo per fermarlo. Non certo con delle conferenze sul disarmo. Non si può eliminare facendo dei bei discorsi a Ginevra. Tanti gruppi ben intenzionati ma di scarso spirito pratico non possono disfarsene con delle semplici risoluzioni. L'unico modo per eliminarlo è di portare i profitti fuori dalla guerra.
Per disfarsi del racket, bisogna ingaggiare il capitale e l'industria e la forza lavoro prima che vengano ingaggiati i nostri ragazzi. Un mese prima che il governo riesca ad arruolare i giovani della nostra nazione - deve ingaggiare tutto il capitale, tutta l'industria e tutta la forza lavoro. Che siano i funzionari, e i direttori e i dirigenti d'alto livello delle nostre fabbriche d'armamenti e di munizioni, che siano i nostri costruttori di navi e di aerei e i fabbricanti di tutti quei prodotti che fanno guadagnare soldi a palate durante la guerra, che siano i banchieri e gli speculatori ad essere arruolati e a prendersi 30 dollari al mese, lo stesso salario che i nostri figlioli percepiscono quando stanno in trincea.
Lo prendano loro, tutti i lavoratori di questi stabilimenti - tutti i lavoratori, tutti i presidenti, tutti i dirigenti, tutti i direttori, tutti i manager, tutti i banchieri, questo salario.
Sì, e tutti i generali e tutti gli ammiragli e tutti gli ufficiali e i politici e tutte le pubbliche autorità di stato - tutto il paese si limiterà a ricevere un salario mensile che non sarà più alto di quelli dei soldati nelle trincee!
Facciamo sì che tutti questi re e magnati e maghi degli affari e tutti quei lavoratori nell'industria e tutti i nostri senatori e governatori e sindaci paghino metà del loro salario di 30 dollari alle loro famiglie, e paghino l'assicurazione contro gli infortuni e comprino i Liberty Bond.
Perché non dovrebbero?
In fin dei conti non corrono alcun rischio di essere uccisi o avere i loro corpi dilaniati o la loro mente frantumata. Non dormono in trincee fangose. Non patiscono la fame. I soldati la patiscono!
Date al capitale e all'industria e alla forza lavoro trenta giorni per pensarci, e scoprirete, alla scadenza, che non ci sarà nessuna guerra. Questo è un sistema per sconfiggere il racket - questo e nessun altro.
Forse sono un po' troppo ottimista. Il capitale ha ancora la sua da dire. Quindi non permetterà che i profitti vengano portati fuori da una guerra finché tutti - tutti quelli destinati a soffrire e a pagarne il prezzo - non cominceranno a rendersi conto che quelli da loro eletti si dovranno occupare di fare i loro interessi, e non quelli degli affaristi.
Un altro passo necessario in questa lotta per l'eliminazione del racket è l'uso di un plebiscito in forma limitata, attraverso il quale sia stabilito se si debba dichiarare una guerra oppure no. Un plebiscito non per tutti, ma messo esclusivamente a disposizione di coloro che sarebbero chiamati a combattere e a morire. Non avrebbe infatti molto senso che vi partecipasse un presidente di 76 anni di una fabbrica di munizioni, o un capo coi piedi piatti di una banca internazionale, o un manager strabico di uno stabilimento di produzione - che non riescono ad avere altro che visioni di straordinari profitti durante le guerre. Loro non verrebbero mai chiamati a portare un'arma - o a dormire in trincea e farsi sparare. Solo chi viene chiamato alle armi a rischiare la sua vita, per il suo paese, dovrebbe avere il privilegio di votare e decidere se una nazione deve andare in guerra.
Vi sono ampi precedenti sulle limitazioni al diritto di voto dei cittadini. In molti dei nostri stati esistono delle restrizioni agli aventi diritto. Per esempio, è necessario che siano in grado di leggere e scrivere. In altri, bisogna possedere una proprietà. Non sarebbe quindi difficile far sì che ogni anno gli uomini che raggiungono l'età per essere idonei al servizio militare si registrino presso il loro comune, come avveniva nel periodo della Guerra Civile, e facciano la visita medica. Quelli che passano l'esame, e che quindi possono essere soggetti a chiamata alle armi in caso di guerra, avrebbero accesso al voto in un plebiscito limitato. Loro dovrebbero essere quelli a disporre del potere decisionale - e non un Congresso in cui pochi membri rientrano a fatica nei limiti d'età per l'arruolamento e meno ancora hanno l'idoneità fisica per usare le armi. Solo quelli che sono destinati a sofferenza certa dovrebbero avere il diritto di voto.
Un terzo passo per sconfiggere questo racket è di accertarsi che le nostre forze militari siano realmente delle forze di sola difesa.
Ad ogni sessione di Congresso salta sempre fuori la questione del Naval Appropriation Act ( protocollo creato per il controllo del budget della marina militare, ndt). Gli ammiragli scalda-sedie di Washington (e ce ne sono tanti) sono dei lobbisti piuttosto svegli. E furbi. Non gridano ai quattro venti "abbiamo bisogno di molte di navi da battaglia per fare guerra a questo paese o a quest'altro paese". Ah no... non fanno così. Prima annunciano che gli Stati Uniti sono minacciati da una flotta navale nemica molto potente. Questi ammiragli saranno sempre pronti a dirvi che le potenti flotte di questi supposti nemici colpiranno molto presto e annienteranno 125.000.000 di persone. Proprio così. Poi inizieranno ad implorare per avere più navi. E per cosa? Per combattere i nemici? Ma no, assolutamente no. A puro scopo difensivo, naturalmente!
Poi, per puro caso, annunciano delle manovre nel Pacifico. Per difesa. Ah sì, per difesa...
Il Pacifico è un grande oceano. Abbiamo una linea costiera molto estesa, nel Pacifico. Queste manovre saranno forse poco distanti dalla nostra costa o... lontane due o trecento miglia? Peggio, le manovre saranno migliaia, sì è così, anche trentacinque miglia al largo della costa.
I giapponesi, un popolo fiero, saranno certamente felici oltre ogni misura di vedere la flotta statunitense così vicina alla loro costa nipponica. Tanto felici quanto lo sarebbero i cittadini californiani se si ritrovassero ad intravedere vagamente, nella foschia mattutina, una flotta giapponese che gioca alla guerra contro la città di Los Angeles. Le navi della nostra marina, chiunque può verificarlo, dovrebbero essere limitate, per legge, a non allontanarsi più di 200 miglia dalla costa. Se si fosse applicata la legge, nel 1898 la corazzata Maine non sarebbe mai arrivata al porto dell'Avana. Non sarebbe mai stata affondata. Non ci sarebbe stata alcuna guerra con la Spagna e tutte le morti che comportò. Duecento miglia sono sufficienti, secondo l'opinione degli esperti, a scopo di difesa. La nostra nazione non può avviare alcuna offensiva di guerra, se le navi non possono allontanarsi più di 200 miglia dalla costa. Gli aerei potrebbero eventualmente avere il permesso di allontanarsi fino a 500 miglia dalla costa a scopo di riconoscimento. E l'esercito non dovrebbe mai superare il limite territoriale della nostra nazione.
In sintesi: è necessario compiere tre passi per sconfiggere il racket.
Dobbiamo portare i profitti fuori dalla guerra.
Dobbiamo permettere alla gioventù della nostra nazione che porta le armi di decidere se vi debba essere o no una guerra.
Dobbiamo limitare le nostre forze militari a puro scopo difensivo.
CAPITOLO CINQUE - AL DIAVOLO LA GUERRA!
Non sono così idiota da pensare che la guerra sia una cosa del passato. So che il popolo la guerra non la vuole, ma non ha senso pensare che non potremo essere trasportati in un'altra guerra.
Guardando indietro, Woodrow Wilson venne rieletto presidente nel 1916 basando la campagna sul fatto che "ci aveva tenuti fuori dalla guerra", e sulla promessa implicita che avrebbe continuato a tenercene fuori. Poi chiese al Congresso, solo 5 mesi dopo la sua elezione, di dichiarare guerra alla Germania.
In questo arco di cinque mesi non venne chiesto al popolo se per caso avesse cambiato idea sulla guerra. Ai 4 milioni di giovani uomini che indossarono le uniformi e marciarono o salparono oltreoceano non si chiese se intendevano andare avanti, incontrando sofferenza e morte.
Allora che cosa fece cambiare così improvvisamente idea al nostro governo?
Il denaro.
Una commissione di alleati, qualcuno ricorderà, si incontrò con noi poco prima della dichiarazione di guerra e fece visita al presidente. Il presidente convocò un gruppo di consiglieri. Il capo della commissione parlò. Spoglio da ogni formalità diplomatica, questo è quanto il presidente e il suo gruppo si sentirono dire:
"È inutile che continuiamo a farci delle illusioni. La causa degli alleati è persa. Ora vi dobbiamo [a voi banchieri, fabbricanti d'armi, produttori, speculatori, esportatori degli Stati Uniti] 5 o 6 miliardi di dollari.
Se perdiamo (e senza l'aiuto degli Stati Uniti perderemo) noi, l'Inghilterra, la Francia e l'Italia, non potremo ripagarvi questo denaro... e il debito non ce lo estinguerà certo la Germania.
Quindi..."
Se il mantenimento del segreto fosse stato illegale, durante queste negoziazioni, e se la stampa fosse stata invitata ad essere presente durante la conferenza, o se la radio avesse trasmesso questi discorsi, gli Stati Uniti non sarebbero mai entrati nella Guerra Mondiale. Ma questa conferenza, come tutte le discussioni di guerra, si tenne nella più massima segretezza. Quando i nostri ragazzi vennero mandati al fronte, venne detto che "era per creare un mondo più sicuro e più democratico" e che era la "guerra per chiudere tutte le guerre".
A distanza di diciotto anni, il mondo è meno democratico di quanto lo fosse prima. Ma poi, cosa dovrebbe interessare a noi se la Russia o la Germania o la Francia o l'Italia o l'Austria vivono sotto un regime democratico o monarchico? Se sono paesi fascisti o comunisti? Il nostro compito è quella di preservare la democrazia nel nostro paese.
E poco è stato fatto, se non nulla, per garantirci che la Guerra Mondiale sarebbe stata davvero la guerra per chiudere tutte le guerre.
Sì, abbiamo avuto le conferenze sul disarmo e sull'uso limitato delle armi. Non significano nulla. Una è stata fallimentare: un'altra ha dato risultati che sono stati vanificati. Spediamo i nostri soldati e i nostri marinai professionisti e i nostri politici e i nostri diplomatici a queste conferenze. E cosa succede?
Questi soldati e marinai professionisti non vogliono il disarmo. Nessun ammiraglio vuole essere senza la sua nave. Nessun generale vuole essere senza comando. Entrambi significano uomini senza lavoro. Loro non sono per il disarmo. Non possono essere a favore dell'uso limitato delle armi. E a tutte queste conferenze, distanti dalla scena principale ma provvisti di grande potere, troviamo i sinistri agenti di coloro che traggono profitti dalla guerra. Che sanno bene che queste conferenze non contribuiranno al disarmo e non limiteranno seriamente gli armamenti.
Lo scopo principale delle persone di potere, a qualunque di queste conferenze, non è stato quello di ottenere il disarmo, o di prevenire una guerra, ma piuttosto di avere più armi per loro e meno per ogni loro avversario.
Esiste una sola strada realmente praticabile per ottenere il disarmo. Consiste in una coalizione di tutte le nazioni in cui ognuna di esse demolisca tutte le navi, tutte le armi da fuoco, tutti i fucili, tutti i carri armati, e tutti i piani di guerra. E anche così, se mai succedesse, non sarebbe sufficiente.
La prossima guerra, secondo gli esperti, sarà combattuta non con delle corazzate, non dall'artiglieria, non con dei fucili e non con delle mitragliatrici. Sarà combattuta con gas e sostanze chimiche mortali.
Di nascosto, ogni nazione sta studiando e perfezionando metodi sempre più letali per annientare tutti i suoi avversari. Sì, si continuerà a costruire le navi, perché i costruttori non vogliono smettere di guadagnare. E si continueranno a produrre anche le armi da fuoco, e gli esplosivi, e i fucili, perché anche i fabbricanti di munizioni non vogliono smettere di guadagnare. E i soldati, naturalmente, devono indossare le uniformi, visto che nemmeno i fabbricanti di uniformi vogliono privarsi dei loro profitti di guerra.
Ma la vittoria e la sconfitta sarà ormai determinata dalla preparazione e dall'ingenuità dei nostri scienziati.
Se li mettiamo al lavoro facendoli inventare nuovi gas velenosi e nuovi diabolici strumenti meccanici e distruttivi esplosivi, non avranno più tempo per un lavoro costruttivo, per garantire maggiore prosperità a tutta la popolazione. Con un lavoro costruttivo, tutti noi potremmo ottenere dei guadagni in nome della pace e fuori dalla guerra - pure i fabbricanti d'armi.
Quindi... vi dico, AL DIAVOLO LA GUERRA.
Smedley Butler
Fonte: http://lexrex.com/
Link: http://lexrex.com/enlightened/articles/warisaracket.htm
1935
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RUGGERO
Biografia di Smedley Butler
* Maggiore Generale - Corpo della Marina degli Stati Uniti [in pensione].
* 30.07.1881: Nato a West Chester, PA.
* Educato all'Università di Haverford.
* 30.07.1905: Sposato con Ethel C. Peters, a Philadelphia.
* 1914: Medaglia d'Onore del Congresso per la cattura di Vera Cruz, Messico.
* 1917: Medaglia d'Onore del Congresso per la cattura di Ft. Riviere, Haiti
* 1919: Medaglia al Valor Militare.
* 01.10.1931: Ritirato dall'esercito.
* Anni '30 - Docente universitario.
* 1932: Direttore sostituto del Dipartimento di Sicurezza, Philadelphia.
* 1932: Candidato repubblicano per il Senato, 1932.
21.06.1940: Morto all'Ospedale della Marina Militare di Philadelphia.
Per maggiori informazioni sul Maggiore Generale Smedley Butler, potete contattare il Corpo della Marina degli Stati Uniti.
BIRO, la Pop Art della politica
Da Belgrado, scrive Ilija Petronijević
Un nuovo movimento dal basso in Serbia, rivolto ai giovani e basato sulla critica del sistema di valori dominanti, condotta con humor e provocazioni. Intervista con Vlada Milovanovic, direttore di BIRO ed ex membro di Otpor
Vlada Milovanovic Perché è nata e cos’è BIRO?
Avendo presente tutti i problemi dell’odierna società serba, credo che la domanda più appropriata sia perché BIRO non è nata prima. Il clima sociale in Serbia è caratterizzato dall’impreparazione della società nel confrontarsi con la responsabilità degli atti commessi in passato, da un approccio selettivo alla considerazione della storia e dal rifiuto dell’opinione pubblica di confrontarsi con la questione dell’identità collettiva, dall’assenza di una cultura politica e della consapevolezza della necessità di un’attiva partecipazione politica. Non si considera che queste sono condizioni necessarie per lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.
In una situazione in cui attraverso le istituzioni statali si attua la restaurazione del sistema di valori dominante della Serbia degli anni novanta, in cui non esiste una chiara visione e strategia per il futuro del paese, l’esistenza di un’organizzazione come BIRO è inevitabile.
BIRO è un’organizzazione di base fatta da giovani, da individui con background molti diversi fra loro. BIRO è fatta da giovani politologi, sociologi, giuristi, disegnatori, creatori, musicisti… BIRO è una sorta di movimento politico POP-ART che ha come suo obiettivo la promozione dei valori della società civile, rivolgendosi ai giovani usando dei metodi che li inducano a pensare agli enormi problemi che affliggono la nostra società. L’humor e la provocazione sono le caratteristiche di base delle azioni di BIRO. Il motivo principale per la fondazione di BIRO è stata l’inesistenza di un’organizzazione che fosse in grado di comunicare coi giovani con il loro linguaggio. Da una parte avete le organizzazioni aggressive di destra che in assenza di una chiara alternativa si prendono il monopolio sulla formazione dei valori della società, mentre dall’altra parte avete le ONG che con il loro comportamento sempre più spesso rasentano l’estremismo e il disinteresse dei giovani.
Usate quindi la critica come uno strumento rilevante per il cambiamento della realtà sociale?
Non c’è molta scelta. O fate la pace con l’offesa quotidiana della sana ragione o alzate la voce contro questo stato di cose. Si tratta di una scelta senza compromessi e ovviamente la critica di questa situazione è necessaria, perché in questa società si coltiva il senso dell’autorità e il rispetto assoluto dei governanti, il che è problematico se avete al potere gente come quella che oggi governa la Serbia.
durante un'azione di BIRO Sembra che la Chiesa serba ortodossa (SPC) stia giocando un ruolo importante nella formazione della “nuova coscienza serba”. BIRO ha svolto un paio di azioni che si sono poste in modo critico nei confronti del ruolo che la SPC ha nella nostra società. Come consideri l’atteggiamento e il ruolo della Chiesa nel periodo successivo al 5 ottobre 2000?
Su questa questione si potrebbero scrivere svariati libri, cercherò di rispondere in un poche battute.
Dopo cinquant'anni d’ibernazione del periodo comunista la Chiesa è tornata sulla scena pubblica serba nella metà degli anni ottanta con un processo che per la gran parte assomiglia ad un corpus di valori che anche oggi vengono appoggiati da celebri personaggi che provengono dalle fila della chiesa. Nel 1986 fu organizzato il trasferimento delle ossa del Principe Lazar (personaggio storico che più tardi fu canonizzato attraverso il famoso mito serbo medioevale della battaglia del Kosovo). I suoi resti furono portati attraverso i villaggi della Croazia fino a Gazimestan, dove alcuni anni più tardi Slobodan Milosevic tenne il suo discorso nel famoso raduno in cui dichiarò la storica ingiustizia contro i serbi.
Nel frattempo l’influenza della Chiesa sulla società serba è cresciuta fino al punto in cui si stanno distruggendo tutte le acquisizioni dello stato secolare, cioè fino al punto in cui la Chiesa diventa una sorta di organo statale. Ci sono rappresentanti della SPC in tutti i posti più importanti degli organi statali. Persino nella commissione per la radiodiffusione, che si occupa della distribuzione delle frequenze, c’è una persona della chiesa. Che cosa c’entri Dio con la radiodiffusione lo sa solo Vojislav Kostunica.
Campagna per la cattura di Mladic La situazione non sarebbe così preoccupante se oggi nei più importanti ruoli della Chiesa non ci fossero i discepoli diretti del vescovo Nikolaj Velimirovic (gran dignitario della SPC negli anni trenta del ventesimo secolo e guida spirituale del populismo serbo di destra di quel periodo). Il vescovo Nikolaj Velimirovic, civettando coi fascisti e mostrando un palese antisemitismo, era d’accordo per l’isolamento dall’”Europa che era a suo avviso sotto l’ideologia del nuovo liberalismo, individualismo, materialismo e secolarismo” (Radosavljkevic 1986). La sua alternativa fu una sorta di teocrazia, la versione ortodossa del regime talebano dell’Afghanistan.
La cosa più terribile è che quel sistema di idee è tuttora la matrice ideologica delle organizzazioni della destra giovanile della Serbia. Così che lo scorso anno abbiamo assistito alla situazione in cui le organizzazioni studentesche della Facoltà di diritto, che si chiama secondo un atto giuridico della chiesa del XII secolo, organizza un dibattito pubblico con un migliaio di studenti in cui si nega il genocidio contro i migliaia di bosgnacchi di Srebrenica, commesso dalle forze serbe.
So che è difficile da capire tutta questa mitomania e questo comportamento irrazionale, ma non è così chiaro nemmeno a noi che lottiamo contro tutto ciò…
In che modo vedi la scena delle organizzazioni serbe che si dichiarano “giovanili”? Qual è oggi la tendenza dominante?
La gente è incline a credere che il futuro sta nei giovani perché la gioventù di per sé è progressista. Purtroppo non è sempre vero, perché i giovani in Serbia oggi crescono in modo schizofrenico e le bizzarrie degli ultimi 15 anni non fanno che scoraggiare i giovani, spingendoli verso l’estremismo o il totale disinteresse.
L’apatia e il disinteresse non sono solo l’immagine dei giovani ma anche la diagnosi del clima sociale che c’è nella Serbia d’oggi. Da un lato avete delle organizzazioni di destra molto aggressive, che nell’ultimo periodo sempre più spesso si comportano violentemente contro i propri rivali ideologici. Nel loro essere ci sono quelle organizzazioni fasciste fondate sull’ideologia di destra sviluppatasi in Serbia negli anni trenta del secolo scorso. La xenofobia, l’antisemitismo, l’impegno per una struttura sociale clericale (Dio-re-padrone) sono le caratteristiche principali del cosiddetto discorso patriottico. Nel loro comportamento sempre più spesso prendono le difese delle persone accusate di crimini di guerra, relativizzano e negano la responsabilità dell’”entità serba” nella partecipazione ai crimini e si occupano di ciò di cui si occupano tutte le organizzazioni di destra del mondo (la lotta contro le minoranze sessuali, l’impegno per l’abolizione dell’aborto, ecc.).
Queste organizzazioni diventano sempre più di massa. I motivi di questa situazione dovrebbero essere cercati nell’inesistenza di idee alternative, ma anche nella posizione dominante dei rappresentanti del potere che, detto in modo blando, guardano a questi fenomeni con simpatia. I membri di queste organizzazioni sono dei veri fondamentalisti ortodossi e temo che l’esito possa essere pauroso se le istituzioni competenti non iniziano ad occuparsi di questo problema.
Dall’altra parte ci sono le ONG giovanili e le gioventù dei partiti politici. Le gioventù dei partiti politici sono per la maggior parte aderenti ai modelli dei vecchi politici e la mancanza di inventiva dei loro comportamenti aumenta solo il mantenimento del disinteresse e l’astensione dei giovani “progressisti”. Le ONG hanno un altro tipo di problema. Si tratta di un problema di relazione tra le ONG e il pubblico. Le ONG non di rado trattano i cittadini e si rivolgono a loro con superiorità intellettuale, sottovalutando spesso i cittadini e sopravvalutando le proprie capacità. È questa la sostanza del problema tra le ONG e i cittadini. Al posto di avvicinare i cittadini alle proprie attività e all’importanza delle problematiche, spesso non fanno altro che alimentare il divario di incomprensione. Il loro approccio ai problemi è spesso caratterizzato dalla mancanza d’inventiva e dal copia e incolla delle attività progettuali, che alla fine si riducono a determinati lavori, trasformando le importanti questioni sociali in affari privati in cui le organizzazioni non governative si comportano come delle corporazioni rigidamente gerarchizzate. Ma le corporazioni sono legate da altri interessi rispetto a quelli che dovrebbero legare le ONG. Ma a prescindere da tutti i ruoli le ONG sono di grande importanza per la Serbia di oggi, solo che esse devono riformare il loro approccio ai cittadini.
Le organizzazioni studentesche esistenti, perlopiù sono orientate a destra e le loro attività si basano prevalentemente sulle richieste triviali degli studenti, come per esempio l’assicurarsi una scadenza prolungata per passare gli esami e la riduzione delle tasse scolastiche. Con ciò il tempo medio di studi all’Università di Belgrado è di 9.5 anni.
Bisognerebbe aggiungere che la Serbia è l’unico paese in Europa a non avere una strategia nazionale per i giovani e che non esiste alcuna istituzione statale che si possa occupare dei giovani.
In Serbia si è consumata un sacco di energia nelle grandi proteste studentesche degli anni novanta e in OTPOR. Per rifondare tale energia è necessario parecchio tempo. Con l’omicidio del premier Djindjic la gente che sperava in un futuro migliore è moralmente abbattuta e noi oggi ci troviamo con il serio problema di motivare la gente verso una qualsiasi forma di attivismo.
Dal momento che sei un ex membro attivo di Otpor, che ha avuto una certa importanza all’interno della struttura dell’organizzazione e nel sistema di valori che essa ha rappresentato, mi interessa sapere cosa pensi dell’eredità di Otpor che è (se lo è) sopravvissuta fino ad oggi?
Otpor non aveva un sistema di valori, ossia esso nella sua struttura sociale eterogenea ha sublimato i vari sistemi di valori a disposizione, dall’estrema sinistra alla destra moderata. Otpor ha avuto come fattore integrativo di tutte queste varie posizioni la lotta contro Slobodan Milosevic. Ciò ha reso possibile a Otpor la massificazione e la mobilitazione di un gran numero di persone, ma ha contribuito pure al successivo disorientamento politico dell’organizzazione.
Il rovesciamento del sistema autocratico fu il principale, e praticamente l’unico, obiettivo di questo movimento. Subito dopo l’ottenimento di questo obiettivo divenne palese la crisi d’identità politica della stessa organizzazione. Subito dopo il rovesciamento del regime di Milosevic, Otpor fu abbandonato da alcune delle persone chiave dell’organizzazione, contribuendo al suo ulteriore disorientamento politico. Sono stati fatti molti errori nel lavoro dell’organizzazione che alla fine hanno condotto alla fusione di ciò che era rimasto di Otpor con il Partito democratico (il partito dell’attuale presidente serbo Boris Tadic).
Forse oggi l’eredità di Otpor avrebbe potuto essere diversa se nella riunione in cui si decise il futuro dell’organizzazione (tenutasi dopo il 5 ottobre 2000 dopo la caduta di Milosevic) fosse valsa la posizione di alcune delle persone di Otpor, che chiedevano che Otpor si mettesse da parte, ma che continuasse a seguire gli eventi della scena politica e in caso di bisogno ritornasse alla carica. Al posto di questa soluzione, al secondo congresso di Otpor la leadership decise di mandare in pensione il simbolo del movimento (la mano chiusa a pugno), ma che l’organizzazione continuasse ad esistere. Questo fu anche l’inizio della fine di Otpor.
Per questo oggi non c’è alcuna traccia dell’eredità di Otpor. La cecità politica della gente che ha guidato l’organizzazione ha lasciato un gusto amaro in bocca alle migliaia di giovani che facevano parte di Otpor. Il comportamento di Otpor nel periodo che è seguito al 5 ottobre e l’omicidio del premier Djindjic, (2003) molto probabilmente sono i due motivi principali per l’apatia da un lato e per l’estremismo dall’altro che esiste tra i giovani della Serbia di oggi.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5884/1/51/
United 93
Una recensione
Colin Asher
Per tutta la durata del film, il cinepresa è tenuto a mano, un numero enorme di scene sono dei primi piani e si sentono frammenti di conversazioni veritiere: addii lacrimevoli, desideri sul punto della morte, e la combinazione di un cassaforte contenente un testamento. Alla fine del film, è come se ci si fosse stati. Tuttavia, dovremmo chiederci se abbiamo bisogno di questo livello di esposizione? Serve a qualche scopo catartico? O ad uno politico?
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In tempi di guerra c'è bisogno di nemici, di eroi e di giustificazione – in quest'ordine. Di questo triplice imperativo mi sono ricordato guardando il film United 93 il quale fornisce questi ingredienti più o meno nello stesso ordine.
United 93, il primo dei diversi film che si occupano degli eventi dell'11 settembre, 2001, è stato al centro di un dibattito acceso centrato principalmente su se noi, in quanto nazione, siamo pronti ad essere ri-traumatizzati. Fino ad ora il dibattito non è stato su se o perché utilizzare gli eventi di quella giornata per lo schermo grande, ma su quando farlo. Io vorrei presentare alcune domande diverse circa l'intenzione e l'effetto di questo film.
Ne avevo dei dubbi prima ancora che cominciasse il film. Essi sono stati rinforzati dalle prime scene - schermo vuoto con una voce fuori campo che recitava dei versi coranici, seguito da un'immagine del Corano stesso. L'audience non è rimasto immune – ha cominciato a fischiare. [I fischi] si sono raddoppiati quando è apparso il Corano. Ecco il primo imperativo – nemici. Ancora prima di incontrare i dirottatori, l'audience incontra il nemico, l'Islam.
In tutto il film, l'Islam gioca il ruolo dell'autorità demonica. L'audience sente solo di Allah quando gole sono tagliate, quando piloti sono accoltellati o quando le torri sono colpite. Ognuno di questi atti è preceduto o seguito da urli di “Allahu Akbar” (“Dio, mi sono sottomesso a Te”, oppure “nel nome di Allah”).
I creatori del film si sono impegnati tantissimo per ricreare gli eventi della giornata con la massima accuratezza. Hanno ingaggiato persone non-attori (ufficiali alla 'Northeast Air Defense Sector', controllori di traffico aereo, ecc.) per recitare i propri ruoli, e hanno consultato le famiglie dei morti. Quindi è importante notare che nei pochi dettagli che sono stati lasciati solo ai scrittori ed al regista – creare il carattere dei dirottatori – il film è stato fedele ai temi orientalisti costituiti ed alla propaganda semplicistica. Come hanno potuto mai sapere i creatori del film che i dirottatori pregarono con mani insanguinate rivolte verso il cielo o che Allah è stato accreditato quando è stata tagliata la gola ad un'assistente di bordo? Com'è che in ogni istante aperto ad interpretazione questo film sembra un film d'azione post-Beirut? La rappresentazione dei passeggeri pure la dice lunga. A parte i dirottatori, non c'è una singola faccia poco presentabile sull'intero volo – sorprendente per il sottoscritto, un nativo di New York, perché il primo volo da Newark non è normalmente associato ad occhi luminosi e sorrisi piacevoli. I passeggeri sono presentati all'audience come delle persone equilibrate, emotivamente stabili, amorose, energetiche e - oserei dire – eroiche. Forse non si poteva fare diversamente (il film è stato esaminato dai parenti delle vittime del [volo] United 93), ma la necessità di deificare le vittime del giorno ci porta al nostro imperativo successivo – il bisogno degli eroi, persone con cui ci possiamo relazionare e la cui morte merita la vendetta.
Questa vendetta adempie il nostro ultimo imperativo dei tempi di guerra – la giustificazione. Gli eventi dell'11 settembre sono stati il primo domino di una serie che ha portato all'invasione dell'Afghanistan, dell'Iraq ed ora alla potenziale aggressione militare ai danni dell'Iran. Con le azioni americane nel Medio Oriente sempre più sotto il tiro a livello internazionale e con il sostegno per la guerra che affievolisce a livello domestico, c'è il bisogno di essere ricordati di che cosa si tratta. E il bisogno, nell'interesse della propaganda, di ri-presentarci come, o meglio, reiterare il nostro essere, la parte lesa.
La psicologa Roxanne Cohen Silver ha condotto uno studio sui gradi di sofferenza associata agli eventi dell'11 settembre. La sua conclusione è stata che “ciò che determina il grado di sofferenza non è il livello di perdita ma il livello di esposizione”. Il singolo, più grosso successo del film United 93 è di aver fabbricato la più vivida esposizione possibile agli eventi della giornata. Per tutta la durata del film, il cinepresa è tenuto a mano, un numero enorme di scene sono dei primi piani e si sentono frammenti di conversazioni veritiere: addii lacrimevoli, desideri sul punto della morte, e la combinazione di un cassaforte contenente un testamento. Alla fine del film, è come se ci si fosse stati. Tuttavia, dovremmo chiederci se abbiamo bisogno di questo livello di esposizione? Serve a qualche scopo catartico? O ad uno politico?
Il nostro bisogno nazionale di protagonisti deificati e di aggressori demonizzati è stato ben soddisfatto da Hollywood per parecchio. Noi prosperiamo in quella sorta di logica binaria nella quale agli Stati Uniti è assegnato il ruolo del baluardo della civiltà – quindi non mi aspettavo altro. Ma ho lasciato il cinema pensando: se insistiamo nell'evocare i morti per giustificazione, non dobbiamo loro più che delle piccole parti in un film di propaganda?
Z-Net.it
Haiti, non si ferma la paura
Paura, tensione e violenza scuotono la capitale Port au Prince. Il racconto di Suor Anna
Scritto per noi da
Francesco Fantoli
La tensione non accenna a placarsi a Haiti. Le bande armate (delinquenti senza scrupoli riconducibili al movimento Lavalas) tengono sotto scacco la popolazione civile e nei quartieri più poveri e diseredati, le bidonville, da almeno dieci giorni gli operatori umanitari e i missionari presenti nella zona non possono a uscire dalle loro strutture. Dopo molti giorni che cercavamo un contatto, siamo riusciti a sentire telefonicamente Suor Anna, una delle missionarie più conosciute e rispettate all’interno del Paese, che abita in località Cité Militare e gestisce una scuola salesiana. Il quadro che ne è uscito dipinge una situazione devastante: la zona della capitale nella quale vive è in stato insurrezionale.
Che cosa succede?
Da almeno dieci giorni ascoltiamo spari, giorni e notte, senza sosta. Fortunatamente la scuola è chiusa per le vacanze, i bambini non ci sono, ma io e le sorelle presenti viviamo ore di terrore.
Ma cosa ha provocato questa ripresa di violenza?
Secondo me il problema centrale è un deposito di camion a circa 250 metri da noi, precisamente tra i quartieri di Nanpelé e Cité Simon, dove le Chimere (poliziotti senza divisa, ma armati fino ai denti, che hanno seminato il terrore nel periodo in cui il presidente era Aristide, ndr), hanno nascosto alcuni container di cemento e di riso rubati. La polizia non interviene, ma alcuni blindati delle Nazioni Unite nel tentativo di entrare nel deposito hanno provocato una reazione violentissima ed una serie di botta e risposta interminabile. Tra le altre cose, il 19 luglio scorso, un nostro operaio che lavora all'edificazione della nuova sezione dedicata alle ragazze orfane è stato colpito da una pallottola vagante al braccio. Il proiettile è fortunatamente fuoriuscito, ma ha toccato l'osso e al momento non conosco il referto medico. Ieri in un momento di calma ho messo il naso fuori dall'istituto ed ho notato all'angolo della strada vere e proprie montagne di cartucce. D’altronde per sparare giorno e notte di cartucce se ne devono consumare molte.
Suor Anna, ma non è meglio lasciare almeno momentaneamente l'istituto?
Si, effettivamente ci stiamo pensando, la zona è profondamente priva di sicurezza, anch'io adesso non dormo più nella mia camera da letto, perché ho due finestre e le pallottole sappiamo bene che possono colpire anche di rimbalzo. E’ già successo l'anno scorso quando durante la preghiera del mattino nel cortile una pallottola di rimbalzo ha colpito la povera Nadin di otto anni, paralizzandola a vita.
Ma il governo, la polizia, lo stato dove sono?
Avevamo sperato tutti che questo nuovo governo democraticamente eletto fosse l'inizio della rinascita di Haiti, ma purtroppo non è cosi. Già dal mese scorso le strade di Cité Militaire erano pattugliate da uomini con enormi mitragliette, passeggiavano tranquillamente ed oggi ecco come ci troviamo. Loro mi conoscono perché molti dei loro figli sono miei allievi, quindi non attaccano mai la nostra auto, ma da circa dieci giorni bloccano la strada con delle barricate perché non vogliono far entrare i blindati della Minustah, la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite, e cosi anche noi restiamo in trappola. Ho poi notato che la gente del posto li appoggia, perché sanno che poi almeno una parte del riso verrà loro donata. D’altronde la miseria è tale che ad Haiti oggi per un piatto di riso si è disposti pure ad uccidere. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5900
APPELLO PER UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUI FATTI DEL G8 DI GENOVA
In Italia, nel luglio del 2001, abbiamo vissuto quella che Amnesty International ha definito "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale".
Quella ferita, inferta così violentemente il 20 e 21 luglio, ha lasciato un'ennesima macchia di sangue nelle pagine della storia del nostro paese, il sangue di migliaia di giovani umiliati, malmenati e torturati da coloro che sarebbero stati addetti a preservarne la sicurezza; la vita rubata al giovane Carlo Giuliani, vittima sacrificale di una mattanza indistinta.
La ferita dei giorni di Genova è rimasta aperta e dolorante nelle coscienze di tanti italiani e italiane che ancora s'interrogano sulle responsabilità politiche e materiali di quei gravi fatti, di chi si chiede come mai a cinque anni di distanza ancora non si sia fatta chiarezza sulla linea di comando, sulle inadempienze, sugli abusi di potere, sugli occultamenti di prove o sulla loro invenzione.
Subito dopo quegli avvenimenti fu istituita una Commissione di indagine conoscitiva bicamerale dotata di poteri d'indagine limitati. La natura stessa della Commisione, nonché il breve tempo in cui si svolsero i lavori (conclusi il 20 settembre 2001) denotano la volontà del governo di centrodestra di chiudere velocemente la faccenda, auto-assolvendosi agli occhi del Paese. Tale Commissione ha conseguentemente prodotto solo una sommaria e lacunosa ricostruzione dei fatti accaduti a Genova, senza arrivare ad una ricostruzione puntuale degli avvenimenti.
Anche i successivi eventi processuali (a cominciare dalla archiviazione dell'omicidio di Carlo Giuliani) sono risultati viziati dalla stessa logica: chiudere la "pratica Genova" nel più breve tempo possibile. Si sono dunque banalizzati i fatti, riconducendoli ad una logica di "manifestanti violenti" contrapposti a "sporadici eccessi delle forze dell'ordine". Tutto questo col risultato di non poter vedere la precisa linea di repressione del dissenso di cui Genova ha costituito l'episodio più grave, seguito da altri meno noti ma non per questo meno inquietanti. Seguendo il solco ideale del disinteresse tracciato dalla Commissione parlamentare, possiamo leggere non solo le vicende processuali, ma anche la grave distrazione dei maggiori media italiani, che stanno lasciando scivolare i processi in corso per i fatti di Genova nella più completa apatia.
Se il nuovo governo vuole imprimere una svolta democratica al nostro paese, da qui deve cominciare, perché non può esserci futuro democratico laddove una macchia così grave viene lasciata alle spalle, perché non può esservi saldezza di diritti in un paese in cui rimangono troppi dubbi sull'omicidio di un giovane ad una manifestazione.
Il giorno dell'insediamento del nuovo governo è stato ripresentato al Senato un disegno di legge sostenuto da 60 senatori e senatrici che prevede l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui giorni del G8 che abbia gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, che possa cioè utilizzare tutti gli strumenti utili ad acquisire informazioni necessarie al raggiungimento della verità. Analoga iniziativa è in corso alla Camera dei deputati, con la possibilità quindi di ottenere una Commissione bicamerale, che avrebbe ancora più peso politico. E' urgente che questo disegno di legge venga discusso al più presto dal Parlamento per essere approvato e l'inchiesta possa rapidamente partire.
E' necessario che tutti e tutte coloro che in questi anni hanno condiviso la lotta per ottenere verità e giustizia si impegnino a far si che ciò avvenga. Bisogna insistere affinché ogni parlamentare si senta in dovere di assolvere una richiesta forte proveniente dal paese: nessuna lungaggine burocratica, nessun ostacolo dovrà frapporsi questa volta all'istituzione di un organismo, realmente aperto all'ascolto di tutti i soggetti che hanno faticosamente lavorato in questi anni alla ricostruzione dei fatti, e che possa dunque far luce sul black out di civiltà che ha investito il nostro paese nel luglio del 2001.
Chiediamo a tutti e tutte di impegnarsi attivamente affinché si possa finalmente in questo Paese, almeno su questa vicenda, restituire alle parole verità e giustizia il loro significato.http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/index.php
Maggioranza allargata: tre motivi per i quali non è più un’ipotesi remota
Ritanna Armeni
C’è una domanda che oggi attraversa tutti gli schieramenti politici: è possibile ipotizzare un allargamento dell’attuale maggioranza parlamentare? Sta diventando realistica - di fronte alle fibrillazioni delle forze che hanno vinto le elezioni di aprile - una ipotesi che fino a qualche settimana fa appariva remota?
La domanda si pone per tre motivi. Il primo è noto. L’Unione, soprattutto al Senato, ha solo qualche seggio in più, può contare quindi su una maggioranza limitata e continuamente a rischio, che rende spesso incerto il risultato del voto e quindi problematica l’applicazione del programma. Le recenti questioni di politica estera hanno reso questa situazione particolarmente evidente.
Gli altri due motivi sono invece meno chiari, scarsamente esplicitati, ma non meno importanti. Il primo di essi riguarda il polo di centro destra. Il problema di un allargamento della maggioranza si pone anche perché la Casa della libertà, dopo aver sperato e puntato su un rapido deterioramento di questo governo, ha preso atto che questo non ci sarà in tempi brevi, che la possibilità di elezioni anticipata è lontana e che, quindi, occorre verificare altre possibilità. Le forze dell’ex maggioranza ripensano in modo diverso al loro futuro e alla loro collocazione. Sono divise e proprio questa divisione crea “oggettivamente” la possibilità che una parte di esse (l’Udc? una parte di Forza Italia?) punti ad entrare nella maggioranza di governo.
Il terzo motivo sta nel desiderio di tanta parte dell’establishment economico e giornalistico italiano. Il desiderio non sempre apertamente confessato, ma evidente, di uno spostamento al centro dell’asse politico del governo da parte di quei settori economici e finanziari che hanno sostenuto l’Unione, ma che oggi non apprezzano quella caratterizzazione di sinistra dimostrata ad esempio sulla politica estera.
Se questi sono i tre motivi per cui oggi in molti si chiedono se ci sarà un allargamento dell’attuale maggioranza, rimane da rispondere ad un altro quesito: è questo allargamento possibile a breve? E se si dovesse verificare, quali sarebbero le conseguenze sul quadro politico?
Diciamo subito che appare largamente improbabile un allargamento della maggioranza che porti ad una grande coalizione sul modello tedesco. Il passaggio ad una soluzione di questo tipo potrebbe verificarsi solo dopo nuove elezioni alle quali nessuno pare ormai particolarmente interessato. Con scarse possibilità appare l’ipotesi di una sorta di governo tecnico che coinvolga la parte “ragionevole” del centro destra.
Ma potrebbe verificarsi un’altra possibilità, questa non del tutto lontana dalla realtà: che una parte, sia pur esigua, della Casa della libertà decidesse di votare in parlamento con la maggioranza e permettesse nel caso di defezioni proprio con il suo voto la vita della stessa maggioranza.
E’ una probabilità che potrebbe verificarsi al Senato con il voto sull’Afghanistan o - come molti pensano e auspicano - sulla legge finanziaria. La maggioranza in questo caso si allargherebbe in modo soft, ma le conseguenze politiche sarebbero pesanti e potrebbero costituire l’inizio di un processo che avrebbe sbocchi pericolosi per il governo e per la sinistra.
Si affermerebbe di fatto la possibilità di spostare in senso moderato l’asse politico del governo. Senza aspettare la formazione di un grande centro o di nuove maggioranze si potrebbe sui singoli contenuti fare le prove generali di un blocco moderato centrista e su alcune questioni (quelle etiche per esempio) addirittura conservatore.
Se il programma sul quale l’Unione ha puntato così tanto non riuscisse ad essere sostenuto e sviluppato dal voto parlamentare della maggioranza e, per passare, dovesse edulcorarsi e ricorrere al voto moderato, inizierebbe inevitabilmente un percorso all’indietro.
Sono molti a pensare che la responsabilità in questo caso sarebbe in gran parte di una sinistra radicale, ritenuta incontentabile ed estremista. Ma senza ridurre l’importante responsabilità di questa parte della coalizione nel mantenere e difendere il governo Prodi, va detto che non tutte le responsablità ricadono su di essa. Attenersi al programma, accettare una dialettica all’interno della maggioranza e farla vivere senza settarismi o ostracismi, tenere presente il ruolo di rottura e speranza di questo governo dopo gli anni del berlusconismo è responsabilità di tutte le forze che compongono l’attuale maggioranza. Della sinistra radicale sicuramente che mai come in questa situazione deve dare prova di apertura, duttilità, capacità di guardare avanti senza inutili e dannosi complessi minoritari. Ma anche di quelle forze moderate che potrebbero essere tentate - e parte di esse lo sono - dalla ipotesi di spostare più al centro l’asse del governo con nuove alleanze.
Comincia col voto al Senato sull’Afghanistan e sull’Iraq una fase difficile, una fase che si concluderà dopo il voto sulla legge finanziaria. Non è retorica affermare che è decisiva per definire nei fatti - e non solo nei programmi e nelle intenzioni - chi avrà l’effettivo governo del paese e come lo eserciterà.
www.liberazione.it
Il nostro inviato a Cogne
PIERO RICCA
Lo scambio di lettere con il nostro dipendente Claudio Petruccioli ha avuto uno spassoso strascico. Appena ricevuta la forbita risposta del presidente della Rai, l'altro giorno ho inviato copia del carteggio ad alcuni giornalisti, tra i quali Aldo Fontanarosa di Repubblica.
Questi, ritenendo il dialogo gustoso, ne ha estratto un articolo, pubblicato ieri sotto il titolo "Petruccioli-Ricca, carteggio ad alta tensione".
Va detto che, essendo una persona di buon cuore, Fontanarosa s'è premurato di mettere la punteggiatura alle citazioni della lettera del presidente della Rai.
Oggi la seconda puntata: nuovo articoletto, siglato "Il caso", con titolo: "La lettera di Petruccioli a Ricca, incidente diplomatico con Vespa". Fontanarosa ci informa che il Vespa, letto il pezzo di ieri, e forse presa visione dell'intero botta e risposta con Petruccioli sul mio blog (ieri indicato da Repubblica), ha scritto a Petruccioli, dando probabilmente copia dell'indispettita letterina al medesimo Fontanarosa.
Che ne cita questo brano: "Caro Presidente", scrive il nostro inviato a Cogne, "desidero ringraziarti per la coraggiosa difesa che hai ritenuto di assumere nei miei confronti dagli attacchi di Ricca. L'alto livello dell'interlocutore e il suo prestigioso curriculum rendevano doveroso da parte del presidente della Rai di metterlo a parte del processo di ridimensionamento in corso ai miei danni. Scoprire dopo 40 anni in Rai di avere "diritto a esistere, anche se stronzo" è per me di grande conforto e di grande stimolo a proseguire verso traguardi più luminosi".
L'articolo si chiude con una sublime indiscrezione: "Secondo uno dei più stretti collaboratori del presentatore (Vespa), il presidente della Rai avrebbe preso carta e penna per scusarsi del tono della sua missiva a Piero Ricca".
Ah, se davvero bastasse una risata (o un pernacchio) a seppellirli!http://www.centomovimenti.com/2006/luglio/21_ricca.htm
L’aspirina
Bfaber
Ore 9,15 in farmacia.
Buongiorno, per favore mi da qualcosa di simile a un’aspirina, da prendere subito a stomaco vuoto?
Ecco signore, Aspirina 03. Fa 4 euro e quindici (mentre pago mi sorge un dubbio, ricordavo un’altro nome)
Posso prenderla a stomaco vuoto, sicuro?
Si certo signore.
Grazie.
Buongiorno
Buongiorno.
Esco, giro l’angolo, salgo in macchina e sbircio il foglio illustrativo.
Precauzioni per l’uso.
L’assunzione del prodotto deve avvenire a stomaco pienohttp://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm.
ricordi non sono più gli stessi
Autoclip
La prima volta che vidi L'Odio (il film, intendo), ero con un mio amico, e a un certo punto mi resi conto che il mio amico credeva che si trattasse di un film storico, sul serio, una ricostruzione degli anni '70.
Non aveva tutti i torti, perché in fin dei conti è un film in bianco e nero, e il bianco e nero mette sempre della distanza tra noi e le immagini. E all'inizio, se ricordo bene, c'è un bel reggae su scene di barricate. Il reggae, le barricate, ci sembravano cose lontane. Il bianco e nero ci aiutava a tenerle lontane.
Io, parlando di Genova, vorrei sforzarmi di non patinare nulla, di non virare tutto in bianco e nero, di non mettere nessuna cornice: perché queste cose sono successe a noi, proprio a noi, che eravamo pigri e accaldati 5 anni fa, proprio come stasera. Ed è vero che sembrava il Cile, ma sembrava anche, terribilmente, un qualsiasi pomeriggio afoso di luglio, e si poteva essere incerti se andare alle barricate o andare al mare. Ed è vero che c'erano barricate e striscioni e scritte ai muri, ma sugli stessi muri, ovunque, sorrideva indifferente Megan Gale. Ed è vero che si cantava Manu Chao e Bella Ciao, ma la canzone che più si sentiva dalle finestre rimaneva sempre
C’e solo una cura
io so che lo sai
2. Italiano. Percosso con pugni in faccia e calci alla schiena prima di entrare in cella, e poi in cella con pugni alle costole
è una stanza vuota
io mi fiderei
veniva ancora percosso all'interno della cella a opera di agenti che stringevano più forte i laccetti ai polsi, lasciati ingiustificamente mentre si trovava all'interno della cella
Bravo, puoi capire
cose che non vuoi
5. gli afferravano le dita della mano sinistra e poi tirando violentemente le dita stesse in senso opposto in modo da divaricarle, riportava lesioni: ferita lacero contusa di 5 cm. tra il terzo e quarto raggio della mano sinistra sei
il tuo guaritore
sei nel tuo mondo...
minacciato: "Se non stai zitto, ti diamo le altre" mentre gridava per il dolore in seguito alla mancata anestesia durante la sutura della lacerazione "da strappo" alla mano.
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
42- Minacciata col manganello contro la bocca ferita, con la cantilena "Manganello, manganello", e derisa per la paura dimostrata
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
81. Subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all'esterno: "Entro stasera vi scoperemo tutte".
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini
aaah, ahhh
36. Costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena
Parla a voce bassa
spiegami che vuoi
sai ne è pieno il mondo
di mali come I tuoi
Percossa ripetutamente con manganellate alla testa e alle spalle, caduta a terra, percossa con calci alla schiena e al petto, presa per i capelli e sollevata, calciata in mezzo alle gambe, sbattuta contro un muro,
slacciati la faccia
ha rabbia il gatto che
gioca con la buccia
e gira in tondo
manganellata ancora e presa a calci al petto e al ventre, successivamente trascinata per i capelli lungo alcune rampe di scale, colpita ancora da tutti i lati con manganelli
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
Uno due tre viva Pinochet
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
(trauma toracico addominale, fratture costali con pneumotorace a destra e contusione polmonare, trauma cranico, contusioni multiple, lesioni gravi per il conseguente indebolimento del 30% della funzione respiratoria e della locomozione del braccio e del collo)
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini
aaah, ahhh
49. Costretto a marciare nel corridoio della caserma e ad alzare il braccio destro in segno di saluto nazista
Tra la terra e il cielo
e in mezzo ci sei te
Carlo Giuliani è stato ucciso da un sasso scagliato da un manifestante, che ha deviato una pallottola sparata in aria da un carabiniere su un defender in movimento
a volte è solo un velo
un giorno, un fulmine
il mattino del 20 luglio, Carlo Giuliani voleva andare al mare
se hai dato, dato, dato
avuto, avuto, avrai
oggi è già piovuto
dove sei, dove sei, dove sei..
Sin da bambino ho guardato video musicali, e a volte, quando ascolto una canzone, gioco ad associare le immagini, è come se montassi un video dentro la mia testa.
RIT. Dammi tre parole: sole, cuore e amore
dammi un bacio che non fa parlare
Il mio video personale di questa canzone finisce con le immagini di Carlo, che il 20 luglio alla fine decide di andare al mare, si tuffa, nuota, e vive, vive e prende il sole insieme a noi
è l’amore che ti vuole
prendere o lasciare
stavolta non farlo scappare
Solo le istruzioni per muovere le mani
non siamo mai così vicini http://leonardo.blogspot.com/
"Antisemita a chi?" E giù altre mazzate
L'editoriale de El País di oggi si intitola così, "Antisemitismo".
E dice:
[...] La reazione del Governo di Ehud Olmert contro le provocazioni di Hamas e di Hezbollá può essere soggetta a critiche tanto quanto le azioni dei suoi avversari. Nessuno può proteggersi dietro la condizione di vittima propiziatoria universale per fare sì che la propria politica non venga messa in discussione. Criticare la politica del governo di Israele non è antisemitismo.
Il comportamento di Israele, in un contesto chiaramente ostile, può anche rientrare nel principio della legittima difesa. Ma la legittima difesa esige che la risposta sia proporzionata all'attacco di cui si è stati vittima. Lo è, quella del governo israeliano?
L'esecutivo di Olmert non può attaccare obiettivi civili e distruggere infrastrutture fondamentali per la vita dei cittadini appellandosi alla legittima difesa. E può ancora meno cercare di giustificare con questo argomento la morte di più di 300 persone, per la maggior parte civili innocenti, in solo una settimana di ostilità.
Rodríguez Zapatero, in assoluta sintonia con gran parte dell'opinione pubblica spagnola e internazionale, pensa che l'azione di Israele sia sproporzionata, pur condannando quelle di Hamas e di Hezbollah, e chiede una soluzione diplomatica.
Ritenere che ciò sia indice di antisemitismo è un'offesa agli stessi cittadini israeliani, specialmente a quelli che hanno democraticamente espresso il proprio disaccordo con il governo.
Per questo, agitare il fantasma dell'antisemitismo è completamente fuori luogo. [...]
Intanto, Jacobo Israel, presidente della Comunità Ebraica spagnola, ha scritto ieri a Moratinos per condannare il comportamento del loro affiliato che aveva accusato Zapatero di antisemitismo e per scusarsi.
E, secondo me, prima di ritentarlo in Spagna, questo giochetto dell'antisemitismo, ci penseranno due o tremila volte, ché la scarica di calcioni che gli è arrivata è sufficiente per non farli sedere per un pezzo.
(Credevano di avere a che fare con l'Italia, credevano loro...)
P.S.: ah, quasi dimenticavo. Migliaia di persone, nelle varie manifestazioni di appoggio al Libano in Spagna.http://www.ilcircolo.net/lia/001059.php
La fuga verso i beni rifugio
Le perdite ripetute dei valori di borsa e le impennate continue dei prezzi delle materie prime si collocano nel contesto della fuga generalizzata dai titoli cartacei per investire in beni reali che dovrebbero in qualche modo sopravvivere ad un crac generalizzato. Sono sempre di più gli investitori “furbi”, ben distinti dai “polli” che si scoprono la vocazione dello speculatore, i quali si rendono conto che il sistema finanziario sta arrivando al capolinea. L'intera struttura di piramidi di debito impagabile e di gran parte delle scommesse in derivati è tenuta in piedi dalle iniezioni di liquidità delle banche centrali e da altre operazioni della “squadra di sicurezza”. Perciò ogni bene rifugio, dalle commodities alle partecipazioni nelle imprese, costi quel che costi, è visto come un investimento da preferire a dei pezzi di carta che ben presto non avranno più alcun valore.
Dopo un rallentamento tra la metà di maggio e la metà di giugno, la dinamica iperinflativa sui mercati mondiali delle commodities ha ripreso nuovo vigore. Il 14 luglio il petrolio ha raggiunto nuovi massimi a Londra e a New York, toccando in alcuni momenti quasi gli ottanta dollari. Il prezzo dell'oro è aumentato di oltre 100 dollari in quattro settimane, toccando i 676 il 17 luglio. I prezzi dei metalli industriali sono tornati ai massimi di metà maggio. Il nickel ha registrato un aumento del 90% tra l'inizio dell'anno e il 12 luglio.
La corsa ai beni rifugio non si limita alle merci ed agli immobili, ma si allarga alle fusioni e alle scalate, che interessano i settori minerario, energia, acciaio, e automobili, filo alle imprese piccole e medie, in particolare in Germania. Non sono operazioni da parte della concorrenza internazionale, ma soprattutto di “investitori finanziari”, in particolare i private equity funds e gli hedge funds.
Stando all'ultimo rapporto della Banca Centrale Europea (BCE), le transazioni in cui imprese dell'eurozona figurano come acquirente ha raggiunto un valore di 466 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi. Acquisizioni per altri 904 miliardi sono state compiute dalle imprese americane. La BCE ammette che questo è stato favorito da “condizioni di finanziamento molto favorevoli”, e cioè la liquidità proveniente dalle banche centrali. Le istituzioni finanziarie, cioè banche e fondi diversi, hanno effettuato il 40% delle acquisizioni dell'eurozona negli ultimi 12 mesi, un fatto che “potrebbe riflettere un aumento dell'importanza dell'industria delle private equities nella zona dell'euro”, nota la BCE.
Interi settori industriali vengono gettati in una situazione in cui le imprese sono costrette a fondersi con le concorrenti, oppure rischiano le acquisizioni ostili. Nel rapporto annuale pubblicato il 12 luglio la Banca d'Inghilterra spiega che la spinta a contrarre debiti per le imprese che vogliono evitare di essere acquisite sta diventando una seria minaccia all'intero sistema finanziario britannico.
In Germania i private equity funds internazionali hanno già acquisito il controllo di 6000 imprese che contano complessivamente 800 mila dipendenti. Ma si tratta solo dell'inizio. Il private equity group USA Blackstone ha ampliato le proprie operazioni con un fondo di 15,6 miliardi da spendere in acquisizioni in ogni parte del mondo. La Permira Advisors ha allestito un fondo di 12,8 miliardi e la Texas Pacific Group ha raccolto 14,5 miliardi in un nuovo private equity fund.http://www.movisol.org/znews127.htm
Blog 'pericolosi'
Il governo indiano ha oscurato alcuni blog, dopo gli attentati di Mumbai
Arginare la rete per motivi di sicurezza: censura o misura necessaria per evitare illeciti, violenze o addirittura tensioni religiose? Il quesito si pone in India, dove 17 blog sono stati oscurati per motivi generici, due giorni dopo i gravi attentati di Mumbai (ex Bombay), che hanno causato 207 morti e oltre 800 feriti.
La rabbia dei blogger. Il blocco dei siti, che appartengono al servizio internazionale Blogspot di Google, il più importante motore di ricerca al mondo, ha scatenato la reazione dei loro internauti che parlano già di “attacco alla libertà di espressione”. “Se l’accesso ai siti oscurati non verrà ristabilito in uno o due giorni, ci sarà di sicuro una reazione attiva nella blogosfera occidentale”, ha detto un blogger indiano alla Bbc. E molti altri la pensano più o meno allo stesso modo: “Sono davvero teso e arrabbiato - ha aggiunto un giovane di 23 anni – noi scriviamo per essere letti. Il bando ci isola dalla gente”.
Rischio di tensioni comunitarie. Il governo non ha giustificato il blocco per ogni blog, ma ha detto in generale che la misura è stata resa necessaria nell’interesse “della sovranità o dell’integrità dell’India, della sicurezza dello Stato, delle relazioni amichevoli con gli stati stranieri e dell’ordine pubblico” e, infine, “per prevenire l’incitamento a commettere ogni tipo di delitto”.
Il problema, infatti, si pone sui contenuti dei blog, alcuni dei quali sono frequentati dai nazionalisti indù. Dopo le accuse agli estremisti musulmani di aver compiuto gli attacchi di Bombay, le autorità temono un acuirsi delle relazioni fra la comunità indù e quella islamica, che a Bombay, cuore commerciale dell’India, è composta da 4 milioni di persone. Nella città, del resto, la tensione sarebbe palpabile, dopo che centinaia di musulmani sono stati portati nelle stazioni di polizia per essere interrogati in merito agli attentati. Sabato scorso i residenti preoccupati del quartiere sud di Bombay hanno persino organizzato una manifestazione per mantenere la calma nella zona.
Piste di indagine. Il governo indiano, intanto, sta indagando su più fronti, chiamando anche in causa i Paesi vicini. Ha innanzitutto sospetti sul gruppo kashmiro, Lashkar e Toiba, che secondo lui ha base in Pakistan, e ritiene che l’esplosivo usato nei sette attacchi alla rete ferroviaria di Bombay provenga dal Bangladesh, dove sono attivi altri gruppi estremisti islamici. Entrambi i Paesi, però, hanno negato ogni responsabilità e condannato la strage. Si segue poi una pista interna all’area di Bombay, dove agirebbe lo Students Islamic Mouvement of India (SIMI) divenuto gruppo terrorista dopo i pogrom nello stato del Gujarat del 2002. Allora, dopo la demolizione di una moschea da parte dei nazionalisti indù, un treno di pellegrini indù fu dato alle fiamme causando la morte di 59 persone. Ne seguirono violenti scontri con 2mila vittime, per lo più musulmani, anche se le statistiche ufficiali riportano di 253 morti fra indù e di 793 fra gli islamici. Tra ieri e oggi tre membri del SIMI sono stati i primi a essere arrestati in connessione con gli attentati di Mumbai.
Francesca Lancini http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5896
Libano : UE stanzia fondi umanitari e prende posizione
di Mauro W. Giannini
Significativo intervento dell'Unione Europea ieri sulla crisi in Medioriente. Mentre il parlamento UE ha chiesto alle parti il cessate il fuoco ed all'Unione di parlare con una voce sola, la Commissione Europea ha deciso uno stanziamento di fondi per le vittime del conflitto e si e' appellata ad ambo le parti perche' rispettino le leggi umanitarie.
Estremamente allarmato dall'escalation militare e dalla crisi umanitaria in Libano e attenta al peggioramento nei territori palestinesi occupati, il congresso dei presidenti dei gruppi politici del Parlamento Europeo, dopo una riunione straordinaria, ha stabilito alcune azioni:
- invito all'UE a parlare con una sola voce - la richiesta del cessate il fuoco immediato nella regione che permetterebbe un rapido intervento umanitario internazionale ed il ritorno alla legalita' internazionale
- la richiesta dell'apertura immediata delle trattative sotto l'egida delle Nazioni Unite, in base alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e con la partecipazione delle autorità di tutti i Paesi della regione
- appoggio all'invio di una forza internazionale di stabilizzazione sotto il controllo dell'ONU e con la partecipazione dell'UE
- richiesta di rilascio immediato dei soldati israeliani rapiti e dei membri del governo del Consiglio legislativo palestinese arrestati da Israele
- invito all'Assemblea parlamentare Euro-Mediterranea (EMPA) a svolgere un ruolo attivo per la soluzione della crisi. Invita Unione Europea per parlare con una voce
- invito alla Commissione Europea a stanziare la massima quantita' di fondi per il sussidio umanitario alle vittime del conflitto nella regione e per coloro che si sono rifugiati a Cipro.
In linea con questo invito, sempre ieri, la Commissione Europea ha stanziato con una decisione di emergenza un sussidio umanitario di 10 milioni di euro per le vittime del conflitto nel Libano. Gia' lunedi' la Commissione aveva pensato di inviare 5 milioni di euro, ma poi e' stato possibile sloccarne il doppio grazie ai suoi donatori, che si spera aumentino.
I fondi copriranno una gamma di attivita' urgenti compresi aiuti ai profughi. Louis Michel, il commissario pr lo sviluppo e gli aiuti umanitari, ha parlato di crisi umanitaria vicina alla catastrofe in Libano ed ha aggiunto: "Invito fortemente i belligeranti di ambo le parti a rispettare i loro obblighi secondo la legge umanitaria internazionale. In particolare, dovrebbero fornire corridoi umanitari per accertarsi che le agenzie di rilievo abbiano accesso veloce a tutti i coloro che stanno soffrendo".
Quella del corridocio umanitario era la richiesta avanzata gia' dall'esponente libanese Saad Hariri e sostenuta dal ministro degli esteri Massimo D'Alema. Anche le diverse agenzie ONU avevano sottolineato la prorita' di aiuto e protezione ai civili innocenti.
www.osservatoriosullalegalita.org
Segnali di distensione tra Serbia e UE
Da Bruxelles, scrive Rosita Zilli
Kostunica presenta a Bruxelles un “Piano d'Azione” per la cattura di Mladic. Il premier serbo ha bisogno di ossigeno dopo l'annuncio del partito G 17 di uscire dalla coalizione di governo se non riprenderanno i negoziati con l'UE. Ma oltre alle intenzioni servono i fatti
Corax È un documento scarno, tre pagine appena, il “Piano d’Azione” presentato lunedì scorso a Bruxelles dal primo ministro serbo Vojislav Kostunica per rilanciare la cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (TPI) per la cattura del generale Ratko Mladic. Pochi anche i punti sottolineati da Kostunica alla conferenza stampa che ha seguito la sua presentazione. "Ha la stessa lunghezza" del Piano stilato dalla Croazia per la cattura del generale Ante Gotovina e delinea "un piano operativo molto dettagliato" che include "una campagna mediatica" per rafforzare la collaborazione con l’opinione pubblica, alcuni interventi sul settore dei servizi di sicurezza ed alcune modifiche legislative. Il piano prevede inoltre “una maggiore collaborazione tra servizi di sicurezza e più scambi di informazioni”.
Passa dunque attraverso queste parole l’impegno di credibilità che Belgrado mette sul tavolo di Bruxelles per sbloccare l’impasse creatasi nel maggio scorso dopo la sospensione dei negoziati di Stabilizzazione ed Associazione (SAA). La cattura del super-ricercato leader dei militari serbi di Bosnia, inseguito invano dalla giustizia internazionale da 10 anni per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità resta, infatti, condizione imprescindibile per riavviare le trattative ai tavoli UE.
D’altronde, già il commissario UE all’allargamento Olli Rehn aveva ripetuto fino allo stremo la linea seguita da tempo: nessuna obiezione a riaprire i colloqui con la Serbia ma solo una volta stabilita una “piena cooperazione con il Tpi, che porti alla localizzazione, l’arresto e il trasferimento all’Aja di Mladic”. Una rinnovata richiesta d’impegno da parte di Bruxelles, dunque, a cui non manca di fare eco la dichiarazione dello stesso primo ministro serbo che ha sottolineato “l’impegno e la forte volontà politica del suo governo a cooperare con l’Aja”, precisando che “nel corso dell’anno la Serbia ha consegnato 60 latitanti al TPI”.
Un segnale di distensione nei rapporti tra l’UE e la Serbia quindi, anche se le reazioni del mondo politico europeo si sono altalenate tra misurato scetticismo ed entusiasmo. ''Ci sono ancora i presupposti per concludere l'accordo di associazione con la Serbia entro l'anno, ma rimane cruciale la collaborazione con il TPI che deve portare alla cattura di Mladic. Adesso abbiamo un piano in proposito, aspettiamo di vederne i risultati'', ha commentato il presidente della Commissione europea Jose' Manuel Barroso, tradendo una certa cautela nel giudicare il nuovo passo avanti. Ha espresso invece piena fiducia nell’impegno di Belgrado il ministro degli Esteri finlandese e rappresentante della presidenza di turno dell'Ue Erkki Tuomioja, secondo cui il Piano "fornisce un'ottima base per un ottimo lavoro e un'ottima cooperazione" tra Belgrado, l'UE e il TPI. Piano promosso a pieni voti anche dall'Alto Rappresentante UE alla politica estera, Javier Solana, che l’ha giudicato un “documento molto buono".
L'indomani, a margine dell’incontro con Javier Solana, si è espresso in merito al Piano d’Azione anche il presidente della Repubblica serba Boris Tadic, giunto a Bruxelles separatamente dal primo ministro Kostunica. Tadic ha apprezzato il modo in cui l’UE ha ricevuto la presentazione del documento. “Credo che possiamo essere molto efficienti nell'implementare il Piano d'Azione e spero che saremo in grado di consegnare i latitanti gia' nei prossimi mesi'', tuttavia, ha precisato, "in quanto presidente della Serbia non è mia responsabilità portare avanti il piano d'azione, ma darò tutto il sostegno necessario al governo affinché ciò accada". Tadic ha infine sottolineato che i rapporti con l'UE sono al momento al centro delle preoccupazioni della Serbia. "Faremo", ha sostenuto, "tutto il necessario per essere in condizioni di aderire all'UE nei prossimi anni e a questo scopo stiamo portando avanti fondamentali riforme".
Soddisfazione anche da Roma, dove il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha incontrato il procuratore capo del TPI Carla Del Ponte, con la quale ha convenuto che l'attuazione del Piano d'Azione costituisce un ''elemento fondamentale'' nel quadro di una collaborazione piena del governo di Belgrado con il Tribunale Penale Internazionale. Una breccia dunque nella diffidenza mostrata soltanto pochi giorni fa dalla stessa Del Ponte, che aveva espresso la convinzione secondo cui il governo serbo fosse certamente in grado di localizzare Mladic ma che esitasse poiché ostaggio di settori d'establishment revanscisti.
Prevale dunque una sensazione di ottimismo sull’impegno dimostrato da Belgrado verso l’UE ed il TPI, benché alcune fonti della Commissione confidino che il Piano d’azione presentato da Kostunica sembri più il doveroso tentativo di riaprire un canale di dialogo con Bruxelles che un progetto concreto per arrivare alla cattura del generale. “Il piano d'azione va nella giusta direzione”, ma “non è sufficiente di per sé” e deve essere confermato da “una cooperazione al 100% con il TPI”, si sente dire nei corridoi di Bruxelles. Resta inteso dunque che i negoziati di Associazione e Stabilizzazione non ripartiranno in cambio di promesse, ma solo - come vuole Del Ponte - se e quando Mladic sarà davvero estradato all'Aja. Belgrado questa volta è chiamata a fare sul serio per evitare di nuovo la chiusura nel suo amato ed odiato isolamento. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5951/1/51/
La strana storia AEM
Corre il lontano 1999, l'epoca della "bolla Internet", quando un gruppo pubblico-privato (AEM da un lato, Micheli, Scaglia & C, ovvero e.Biscom dall'altro) con notevole fiuto dà vita alla più innovativa MAN (Metropolitan Area Network) del mondo, basata su giga ethernet e cavi in fibra ottica. Sono create due società per azioni: Metroweb SpA (l'infrastruttura, a maggioranza AEM, cioè pubblica) e Fastweb SpA (i servizi, a maggioranza privata, cioè e-biscom). Le azioni e.Biscom sono tanto richieste che vengono sorteggiate in IPO e chi riesce ad accaparrarsene qualcuna pensa di aver vinto la lotteria. Il progetto è (apparentemente) semplice: Metroweb investe e crea l'infrastruttura che affitta "spenta" a Fastweb, la quale la accende, vende i servizi, paga Metroweb, incassa l'utile e tutti son contenti. In realtà le cose non vanno esattamente così.
Metroweb comincia subito i lavori, massacrando la città e l'hinterland (e anche la pazienza dei cittadini) con oltre 800 cantieri, provocando disagi enormi e qualche danno permanente per stendere quasi 250mila (hai letto bene) km di fibra ottica. Un investimento enorme, che porta Metroweb a indebitarsi pesantemente (fino a 200 milioni di euro) in relazione al fatturato di 44 milioni, al margine operativo lordo di 28 milioni e al reddito di poco meno di 5 milioni, insufficienti a far rientrare l'indebitamento.le ragioni: Metroweb chiede a Fastweb canoni di affitto dell'infrastruttura troppo bassi (i dati non sembrano disponibili), forse addirittura in perdita, visti i prezzi competitivi praticati da Fastweb agli utenti.
A un certo punto, con una complessa, discutibile e discussa operazione avvenuta nel marzo del 2003 le due società si scambiano le quote di minoranza: e.Biscom raggiunge il 100% di Fastweb e AEM il 100% di Metroweb. Come dire, il privato (e.Biscom) si becca la parte che produce guadagni (Fastweb) e il pubblico (AEM) si becca la macchina mangiasoldi. Metroweb continua, incredibilmente, a chiedere prezzi irrisori. Proviamo a fare un parallelo con il tennis: anche in un momento di crisi il negozio di articoli sportivi che vende le racchette Prince a un quarto del prezzo di mercato, ovvero a metà del prezzo di acquisto, ne venderà uno sfacelo. Chi vende le Prince sottocosto a quel negoziante, permettendogli di fare affari d'oro? Metroweb (cioè il suo analogo nelle racchette da tennis). Perché lo fa? Ogni ipotesi è buona, dal camion di Prince fatto sparire dalla banda dell'Ortica alla carità di uno zio che vuole far contento il nipote negoziante.
Dunque dal 2003 a oggi Metroweb continua a praticare prezzi illogicamente bassi a Fastweb (e a vendere le briciole ad altri a cifre che si dicono almeno triple) garantendole un successo artefatto, ma - quel che più conta - rinunciando ad avviare un doveroso e indispensabile ripianamento del debito nei confronti di AEM, che resta brutto-stabile: 200milioni a fine 2005.
Ma che succede tutto a un tratto? AEM decide di mettere all'asta le azioni di Metroweb, adduceendo come scusa il forte indebitamento. Un indebitamento che esisteva pari pari quando le stesse persone hanno deciso di acquistare le azioni ancora sul mercato e che - soprattutto - non è stato ripianato con una gestione che ha dell'incredibile. L'asta pare abbia fatto emergere la società inglese di private equity Sterling Square che - stiamo verificando, ma pare che sia proprio così - ha una consistenza più o meno pari al costo delle azioni metroweb. Ovvero: c'è dietro qualcuno che non vuole apparire. Tra l'altro si dice anche che esponenti del management Fastweb passerebbero a Metroweb dopo il passaggio di proprietà. Perché? Cosa c'è sotto? Perché tutta l'operazione è stata decisa in un silenzio quasi totale?
Una storia bizzarra, su cui ieri Davide Corritore ha presentato un documento firmato da tutti i capigruppo d'opposizione che chiede l'audizione di Giuliano Zuccoli, presidente di AEM: «Siamo perplessi - dice il documento - sul metodo della cessione, soprattutto perché tutto è avvenuto nel silenzio più totale. Vorremmo capire le ragioni di questa scelta dell'Aem, conoscere il prezzo del contratto, le modalità della cessione e chiediamo informazioni sull'acquirente». La proposta ha trovato ampio consenso anche nella maggioranza, che sembra intenzionata a sostenere l'iniziativa di Corritore a tutela del patrimonio infrastrutturale della città.
Un'ultima considerazione: se Metroweb andasse in mani private non potrebbe continuare la politica di dumping o quasi a vantaggio di Fastweb (si suppone che chi ci investe voglia fare utili), ovvero si troverebbe a dover rivedere tutti i propri piani tarriffari. Una vicenda che dimostra chiaramente come l'immagine di Rete come bene pubblico sostenuta da DavideCorritore per tutta la campagna elettorale fosse tutt'altro che azzardata.
PS1: Questa storia è anche un fulgido esempio di commistione tra pubblico e privato, senti qua. Il portavoce di Fastweb è il nostro beniamino Sergio Scalpelli, già assessore della giunta Albertini. L'Amministratore delegato di Fastweb è Stefano Parisi, city manager nella stessa giunta. Ma soprattutto, presidente di Metroweb è l'ex portavoce di Albertini, Aldo Scarselli. Come dire: una persona che partecipò attivamente alla nascita di Metroweb, oggi come AD di Fastweb ne sfrutta le infrastrutture a due lire.
PS2: e se il Comune acquistasse il 51% di metroweb? I soldi - considerando la chiusura in disavanzo attivo dell'anno scorso - ci sono. Sarebbe un modo per risparmiare ai milanesi la beffa di aver subito anni di disagi per cablare la città e perdite incomprensibili per ritrovarsi con un pugno di mosche e le bollette Fastweb più salate. E in più sarebbe un primo passo concreto verso quell'idea di Internet come bene pubblico che Corritore ha lanciato e sostenuto con tenacia in tutti questi mesi.http://www.onemoreblog.org/archives/012253.html
La leggenda del giovane giornalista
Stefano Benni
Quella notte di molti anni fa, il giovane giornalistaall’inizio della carriera si sentiva stanco e sfiduciato. Erano le quattro di mattina, ed era rimasto solo a vagare nelle stanze del giornale. Un altro noioso giorno di lavoro, in cui si era occupato di notizie di nessuna importanza. Un tamponamento sulla circonvallazione, la nuova palestra di una scuola, il cambio di allenatore di una squadra di provincia. Un altro giorno senza che nessuno si fosse accorto del suo talento, nell’odore del piombo fuso, dell’inchiostro e delle migliaia di sigarette. Con passi lenti, scese le scale che portavano al garage sotterraneo. Lontano da qualche parte le rotative stampavano con fragore di locomotiva, e un’ultima linotype sferragliava qualche correzione. Era appena arrivato alla sua bicicletta, appoggiata a una pila di carta, quando vide l’auto blu del redattore capo Loris Capataz. Lustra e lussuosa, con il tagliando Stampa bene in vista, e una sacca da golf sul sedile posteriore. - Beato lui che ce l’ha fatta - sospirò il giovane - darei qualsiasi cosa per una carriera come la sua. Proprio in quell’istante udì una risata soffocata, si voltò e vide un bagliore che sembrava provenire dalla viscere stesse del sotterraneo. Si avvicinò stupito, e notò una scaletta di ferro che scendeva e precipizio verso un corridoio illuminato da una luce rossastra. Strano, pensò, a quest ’ora ogni ufficio dovrebbe essere chiuso. Eppure in fondo al corridoio c’era una porta con la scritta: Consigli per giovani giornalisti. Non aveva mai sentito parlare di quell’ufficio. Consigli? Al giornale nessuno gliene aveva mai dati! Ordini o sfottò tanti, ma consigli mai. - Avanti - disse una voce, come se qualcuno sapesse già del suo arrivo. Incuriosito, aprì la porta e il suo stupore aumentò. Più che un ufficio, sembrava una caverna. Era alta e buia, annerita dal nerofumo e da residui oleosi, dal soffitto pendevano fili elettrici come liane, e i muri vibravano per qualche misterioso rumore. Ma in fondo alla caverna c’era una lussuosa scrivania di mogano, ove sedeva un uomo con un cappello a tuba. - Avanti - ripetè la misteriosa apparizione, con voce rauca e seducente. - Scusate la mia curiosità ma … ho visto la luce accesa a quest’ora e ... non volevo disturbare ... - Nessun disturbo – disse l’uomo – siamo sempre a disposizione del personale, si sieda pure … Il giovane giornalista si sedette e notò che l’uomo aveva un volto rosso e infuocato, folte sopracciglia e occhi fiammeggianti. E il grande cappello gli ballonzolava sulla testa, come se contenesse un coniglio da prestigiatore. - Lei è il redattore abusivo Fausto Streben - disse l’uomo- e se non sbaglio lavora all’ufficio cronache periferiche ... - Sì. Come lo sa ? … - La nostra ... azienda sembra distratta, ma segue i giovani talenti e non li lascia mai soli nella loro crescita. Lei non è contento del suo lavoro, vero? - Io … veramente … - esitò il giovane. - Sia sincero - disse l’uomo, unendo le mani sottili e unghiute in un gesto cardinalizio - si fidi, siamo qui per aiutarla... - Per la verità sono totalmente insoddisfatto, lavoro da tre anni, praticamente gratis e di assunzione nessuno ne parla, faccio orari pazzeschi, porto il cappuccino a tutti e non mi fanno mai scrivere un pezzo importante, né mi affidano una cronaca, o un titolo nelle pagine nazionali … - Certo, lo sappiamo - disse l’uomo con un sorriso - eppure sappiamo anche che lei ha una certa predisposizione al mestiere ... - Davvero? - Certo. Abbiamo letto il suo pezzo sul centauro ottantenne finito con la moto in un canale. Toccante la frase: “Lascia la moglie e due figli gemelli”. E poi l’intervista alla commessa che ha visto il suicida buttarsi dal ponte. E la cronaca dell’incontro di calcio Vigor San Zeno-Portomaggese ... - Lei mi prende in giro … - No, no. Facciamo questo lavoro … da secoli praticamente … E sappiamo riconoscere il talento fin dal suo timido albeggiare. Tutti sono capaci di scrivere cose epiche su una grande scandalo, o su una partita del Brasile. Ma quando si tratta di piccoli drammi, o di descrivere in venti righe una partita di terza categoria ... - In effetti faccio del mio meglio - sospirò il giovane - ... ma nessuno sembra accorgersene ... - Suvvia, giovanotto, tutti abbiamo avuto i nostri problemi all’inizio. Io ad esempio fui licenziato… ma lasciamo perdere, è una storia vecchia. Ora noi ripareremo a questa ingiustizia. Basterà che lei ci chieda quale tipo di giornalista di successo vuole diventare e noi la esaudiremo subito ... - Così su due piedi? - esclamò il giovanotto stupito - vi prego, non prendetemi in giro, sono anni che aspetto e adesso, in una notte voi mi illudete di poter risolvere tutto? Che ramo dell’azienda siete? Il volto dell’uomo si accese di un sorriso dai denti puntuti. - Noi non facciamo parte di questo giornale. Noi siamo un’azienda molto, molto più vecchia e potente. E le sue parole furono accompagnate da una vampata di fuoco che saettò nella stanza. E subito l’uomo si tolse la tuba, esibendo due belle corna da caprone. - Ma voi siete … - disse il ragazzo. - Noi siamo proprio quello che lei pensa - disse l’uomo - lei è un giovane di una certa cultura, avrà letto libri su passati episodi del nostro lavoro, sulle nostre proposte e contratti, quindi non dovrebbe essere troppo sorpreso. - Ma io veramente … - Signor Fausto, lei ha appena detto che “ farebbe qualsiasi cosa per una grande carriera”, questa frase è diciamo ... la password per accedere ai nostri servizi - disse il diavolo con uno sbadiglio - ma abbiamo decine di richieste e poco tempo, perciò se vuole diventare un giornalista di successo deve deciderlo questa notte, se no se ne vada e tra un minuto avrà dimenticato tutto … e languirà in qualche redazione provinciale tutta la vita ... Il giovane pensò pochi istanti, poi rispose. - No, accetto. Signor ... Mefistofele, dico bene? - Mi chiami come vuole. Lei conosce la tariffa, immagino, ma di questo parleremo dopo. Ecco qua una lista delle carriere a disposizione. Mefisto trasse da un cassetto una pergamena annerita, e ci fece scorrere sopra l’unghia puntuta, con inquietante scricchiolio. - Allora ecco qua, soluzione quattro … portaborse di onorevole, può cominciare subito, tra due anni diventerà ufficio stampa e poi da lì carriera governativa, viaggi al seguito, eccetera ... - No no ... non ... mi interessa... - Giusto. Bisogna chiedere di più. Allora. Carriera cinque, giornalista tripartisan. La iscriviamo a un partito poi da lì al momento buono si trasferisce a un altro e in cambio, voilà, un bel ruolo di redattore capo e poi trac, un altro cambio di schieramento e si ritrova vicedirettore in qualche giornale importante ... - E ... non c’è di meglio? - Vedo che lei è giustamente ambizioso. Allora guardi qua. Carriera internazionale, inviato all’estero, rimborsi spese e champagne, poi al momento buono, cambio di casacca e le diamo da dirigere un giornale sovvenzionato direttamente dal capo del governo, miliardi di sovvenzioni all’anno ... e, in futuro, una bella rubrica televisiva … - Di più non c’è? - disse il giovane col volto acceso. - Accidenti, che demoniaca ambizione ! Va bene, ultima proposta: carriera televisiva, lei non è una bella gnocca e questo è un ostacolo, ma con l’iscrizione a una loggia segreta, ecco qua, dieci anni di obbedienza e poi la scalata, direttore di telegiornale … - Ma sono tutte strade ... disinvolte, anzi immorali. Mica tutto il giornalismo è così … - Giovanotto - disse Mefisto spazientito - lei dovrebbe sapere che la nostra azienda fornisce esclusivamente questo tipo di carriere, non siamo Emergency. Mi sa che lei è troppo un’anima bella. Ma credo di sapere che cosa ci vuole per lei. La Carriera a Sorpresa ... - E’ quella più ... speciale di tutte? - Diciamo che è unica. Però presenta dei rischi. Quindi deve accettare a scatola chiusa ... - Va bene – disse il giovane - firmo col sangue? - Basta un pennarello rosso - sorrise il diavolo - su, metta la sigla qui. Il giovane firmò con mano tremante. - Bene – disse Mefistofele con un ghigno - accontentiamo il nostro esigente giovanotto. E’ pronto? - Pronto – disse il giovane. Una nuova vampata di fuoco illuminò la stanza, e una voce tonante gridò nel buio: - Fausto, visto che hai respinto ogni altra proposta, il tuo destino sarà questo: lavorerai tutta la vita in un giornale cooperativo cosiddetto comunista. Ti daranno lo stipendio una volta ogni sei mesi. Dovrai sopportare critiche cinematografiche non sottotitolate e analisi politiche in gaelico. Farai riunioni di redazione interminabili. Non avrai che sangue, sudore e dibattiti. E guai se sgarrerai e proverai a cercarti un altro giornale! Verremo a prenderti per portarti all’inferno! - No - urlò il giovane - il giornale cooperativo no! Ma il diavolo gli fu sopra e gli puntò gli unghioni alla gola. - Giura che sarai fedele al patto o sarà peggio per te. - Lo giuro… lo giuro … - Giura su Lenin, su Rasputin e su Garamond. - Lo giuro ... - Guai a te, mortale, se mancherai a questo giuramento. E adesso vai. Il giovane salì sulla bicicletta e corse fuori nella nebbia, piangendo e imprecando. Il suo destino era segnato per sempre. Nel sotterraneo del giornale, Mefistofele si tolse le corna con un sospiro. Da dietro a una caldaia, uscirono due operai, uno con la fiamma ossidrica e un altro con un megafono. - Compagni - sospirò l’ex-diavolo - non ce la faccio più a fare i reclutamenti in questo modo ... - Compagno Mario Lo Fisto. Se la causa è buona, ogni trucco è lecito - disse l’operaio tipografo Petrin - e adesso andiamo a cercare qualche volontario per il festival dell’Unità. - Ma io sono stanco- disse il linotipista saldatore Bedocchi - la fiamma ossidrica mi ha bruciato i baffi, e poi quel povero ragazzo ... - Gli è andata benissimo, vedrai che sarà un buon giornalista - disse Mario Fisto. - Ne convinceremo ancora tanti, vero? - chiese speranzoso Bedocchi. - Cari diabolici colleghi … - disse Mario Lo Fisto, con un sospiro - mi sa che questo era l’ultimo. Sono in arrivo diavoli molto più avidi e seducenti di noi. - Il capo scherza sempre - disse Petrin – come se fossimo diavoli per davvero. Sistemarono le code sul portapacchi delle biciclette, per non farle impigliare nei raggi, e se ne andarono pedalando nella notte.www.ilmanifesto.it
Messaggio:In Campania nè progetto,nè risposte per la salute dei cittadini
di de Notaris Francesco
C'è da scrivere un articolo fatto di numeri.
Le parole, le lettere sono state spese tutte. Il quadro che la Campania offre in ordine alla salute dei cittadini è terrificante.
Aumenta il numero dei tumori: polmone,vescica,laringe. Per il fegato siamo su standard doppi rispetto all'Europa. Superato il nord per mortalità.Tra il nord di Napoli e il sud di Caserta vi è una vera e propria bomba oncologica.
L'Istituto Pascale per i tumori, a Napoli, lancia l'allarme e non ci sono soldi per le medicine.
L'Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, la rivista "Lancet Oncology" il registro tumori dell'ASL Napoli 4 indicano dati allarmanti.
Il Procuratore capo Lepore ha ricevuto un esposto presentatogli dal giudice Raffaele Raimondi Pres.aggiunto della Corte di Cassazione sui rifiuti tossici sversati in Campania.
La magistratura ha accertato che negli ultimi cinque anni sono stati introdotti in Campania 3 milioni di tonnellate di rifiuti tossici, che, con false certificazioni, passano come innocui fertilizzanti.
Le Assise di Palazzo Marigliano, incontri voluti dall'avv.Gerardo Marotta, intellettuale noto in tutto il mondo che per comunicare tali iniziative è costretto a pubblicare inserzioni a pagamento, stanno affrontando con coraggio una serie di tematiche, che ormai rappresentano nodi strutturali che stringono in una morsa la Campania.
Il sito www.napoliassise.it è visitato da numerosi cittadini, per cui anche la stampa cittadina, la cronaca quotidiana non possono ignorare l'emergenza sanitaria.
I controlli degli organi preposti sono inesistenti o vanificati o impossibili perchè mancano gli strumenti burocratici e tecnici.
La corruzione diffusa e le intimidazioni dell'ecomafia sono sotto gli occhi delle forze dell'ordine e della magistratura.
La politica inesistente nella progettualità è ridotta a tentare a dar risposte di continuo all' emergenza provocata dalla propria inefficienza.
Addirittura sorgono società nel circuito dell'emergenza, che tende a consolidarsi, a richiedere quindi più fondi, a moltiplicare le burocrazie, gli esperti ed i collegamenti con soggetti che fanno della politica il proprio mestiere.
Ha ragione il Presidente Napolitano quando chiede indagini sui controlli non effettuati nel caso delle morti di tanti lavoratori non tutelati, nonostante le leggi ci siano.
Gli organi di controllo ai vari livelli sono sostanzialmente smantellati.
Autogoverno, impunità e arroganza sono una miscela che produce disastro e arricchimenti illeciti.
Oggi che la popolazione comincia a capire ciò che sta succedendo gli Amministratori si pongono a capo di ogni tipo di protesta, anche le meno condivisibili e cavalcano di tutto.
Sembra che all'improvviso abbiano aperto gli occhi. E invece, no. Da anni si procede a tentoni, nonostante il Commissariato straordinario e le dichiarazioni su ciò che si farà. Infatti le dichiarazioni che preannunciano cieli nuovi e terre nuove sono all'ordine del giorno.
Eppure qualcuno comincia a pensare che lo sfacelo evidente potrà aprire la porta ad affidamenti a privati, in attesa fin da ora della morte del servizio pubblico, oggi in agonia.
E vi sono piccoli e grandi Amministratori pubblici che già stanno per divenire 'privati' per offrire il loro servizio.
Soltanto nel territorio di Villaricca, Mugnano e Qualiano vi sono tredici siti di sversamento a cielo aperto.
In Campania non vi sono inceneritori.
Ci si arrangia da sè producendo diossina.I vigili del fuoco spengono in media 100 incendi di rifiuti al giorno, come sottolinea il più diffuso quotidiano della Campania.
Ogni lettore potrà documentarsi, se vuole.
Purtroppo ormai ogni proposta relativa alla localizzazione di discariche, termovalorizzatori, inceneritori e così via trova l'opposizione dei cittadini e degli amministratori del luogo.
La raccolta differenziata dei rifiuti è casuale e non sono stati educati i cittadini, nè si procede con rigore, nè si individuano sistemi di raccolta e controllo. C'è chi propone di tornare a prendere i rifiuti casa - casa.
Con la politica che nesso ha questo articolo?
Ogni sincero democratico sa che la convivenza si costruisce nella pratica ed i diritti ed i doveri vanno esercitati e proposti.
Se siamo in situazione tanto drammatica per la salute anzitutto e a causa delle falde inquinate, per le carni degli animali e per il latte, per le verdure e per le coltivazioni un motivo ci sarà.
Nulla avviene per caso.
Manca il governo, manca un progetto, mancano le idee guida.
A dire il vero non mancano le feste organizzate che sono altro da quelle di autentica tradizione popolare.
Le risorse sono distribuite secondo graduatorie in base alle appartenenze e la spesa non risponde a criteri generali di programmazione.
In Sanità si inventano reparti gemelli per premiare gli amici e dovunque si sopprimono o moltiplicano uffici per punire o premiare.
Il buon governo? Aspettiamo da sempre. //www.ulivisti.it/
Carabinieri scoprono tangenti: trasferiti
di Enrico Fierro
La notizia è stata nascosta bene. Nessun tg ne ha parlato, meno che mai i giornali. Un servizio solo sul tg regionale del Molise. Il Comando generale dei Carabinieri è stato perquisito dagli 007 della Direzione investigativa antimafia spediti dalla procura distrettuale di Campobasso. Magistrati e poliziotti sono alla ricerca di documenti, lettere, ordini di servizio e richieste di trasferimento per due ufficiali dei carabinieri. Due bravi investigatori che hanno avuto il torto di ficcare il naso negli affari di Aldo Patriciello e Remo Di Giandomenico, due uomini potentissimi, entrambi dell'Udc di Pierferdinando Casini.
Inchieste, intercettazioni, e la scoperta di un sistema d'affari che fa della regione tra il Lazio e l'Abruzzo una piccola Sicilia con «un'alta autorità istituzionale» che si mette all'opera per spezzare le gambe ai due carabinieri. Allora vale la pena raccontarlo questo Giorno della civetta in salsa molisana, perché anche qui il potere politico diventa sistema d'affari, corrompe, minaccia, si fa mafia, e anche qui c'è un capitano Bellodi (nella storia vera sono due gli ufficiali dei CC), pressato, blandito, inquisito, trasferito d'ufficio.
Iniziamo dal tenente colonnello Antonio Bandelli, comandante della compagnia di Venafro. Città dell'olio buono, ma soprattutto centro del potere di Aldo Patriciello, pezzo da novanta dell'Udc, consigliere regionale e vicepresidente della Giunta, poi candidato alle elezioni europee con una valanga di voti. La famiglia Patriciello gestisce imprese edili, centri medici, tv private. Scrivono gli inquirenti: «I Patriciello, oltre a costituire un nucleo familiare, possono tranquillamente essere citati come famiglia nell'accezione poliziesca del termine, in quanto l'organizzazione interna, la suddivisione dei compiti, l'assunzione di responsabilità da parte di un leader indiscusso, somigliano drammaticamente agli elementi essenziali che caratterizzano le famiglie mafiose».
Arrivato a Venafro, il tenente colonnello Bandelli subito capisce l'aria che tira. «L'aver cominciato a svolgere indagini sulla pubblica amministrazione - confida con amarezza ai magistrati -, l'aver cominciato a violare alcuni santuari prima di allora inviolabili, ha senza dubbio infastidito alcuni che vivevano nella convinzione di essere cittadini a statuto speciale, destinatari di un trattamento di favore, di cautele accessorie e privilegi non comuni». L'ufficiale ficca il naso in uno dei più grandi appalti in corso nell'area, quello per la costruzione della cosiddetta «Autostrada del Molise». In ballo ci sono 55.669.471,69 euro, una torta che fa gola alle imprese dei Patriciello. E scopre cose turche: i pali dei viadotti sono fatti contro ogni regola, il cemento scarso, il calcestruzzo di pessima qualità, in alcuni pilastri c'è acqua e finanche «monnezza». I cantieri vengono bloccati. I lavori fermi.
Il danno per Aldo Patriciello e famiglia è enorme. Sì, il tenente Bandelli sta dando proprio fastidio. L'onorevole Patriciello non ne può più, e decide, scoprono i magistrati, di «rivolgersi ad un'alta carica istituzionale», un uomo del suo partito salito ai vertici del Parlamento e dello Stato, per togliersi dai piedi quel rompiscatole. Un bel trasferimento è la soluzione migliore. Ma non basta, per fare terra bruciata attorno a Bandelli, viene richiesto anche l'aiuto dell'editore di antica fede fascista e andreottiana Ciarrapico, che nella regione edita Nuovo Molise. Il Ciarra, si legge nelle carte dell'inchiesta «riunisce i giornalisti della sua testata imponendo di seguire l'inchiesta «Piedi d'argilla» con un atteggiamento favorevole a Patriciello. L'obiettivo è quello di ottenere un clima sfavorevole alle indagini dei carabinieri del tenente Bandelli e, in seconda battuta, di ottenerne il trasferimento». Non bastano «l'alta carica istituzionale» e i giornali amici per dare fastidio a Baldelli, e allora interviene un magistrato amico stretto di Aldo Patriciello e della sua famiglia, il procuratore capo di Isernia Antonio La Venuta. Che mette sotto inchiesta il tenente per «falso ideologico in falso materiale» e ne chiede il trasferimento. Ma il generale Nino Boccia, comandante della Regione Molise, si oppone, ritenendo l'errore del tenente Bandelli «veniale». Il procuratore insiste: «Trasferite il tenente e la questione può rientrare». I pm della Dda di Campobasso non hanno dubbi, dietro le manovre per cacciare dal Molise Bandelli «c'è un articolato disegno atto a condizionare l'attuale indagine intervenendo sull'ufficiale di Pg che l'ha iniziata e la sta portando avanti». Alla manovra, è il commento finale, non sarebbero estranee «le scelte del Comando generale dell'Arma nella movimentazione degli ufficiali».
Il potere politico ordina, i vertici della Benemerita eseguono. La storia del capitano Fabio Moscatelli è un altro esempio tutto da raccontare. L'ufficiale comanda la compagnia di Termoli. Qui impera Remo Di Giandomenico, sindaco fino alle scorse elezioni comunali, e soprattutto potentissimo parlamentare dell'Udc. Il capitano Moscatelli raccoglie alcune voci sulla gestione della Asl locale, dove detta legge la moglie dell'onorevole e scopre un mondo da fare invidia alla Bucarest dei coniugi Ceausescu. Tangenti su tutto, aborti clandestini, regalie, minacce a medici e infermieri. «Già dopo i primi mesi che ero arrivato alla compagnia di Termoli percepii un diffuso clima di connivenze complicità tra i personaggi da me indagati e alcuni militari della Compagnia», è il suo sfogo con i pm. «Anche Moscatelli - notano i magistrati - si trovava di fronte al bivio, adeguarsi al clima locale, ai suggerimenti di non eccedere, o credere nella propria funzione ed impegnarsi nel lavoro senza lasciare zone franche». Proprio come ne Il giorno della civetta. Moscatelli va avanti e inizia l'inchiesta «Black Hole», «Buco nero», sugli scandali nella sanità. Di Giandomenico e la moglie (che verranno successivamente arrestati) ci sono dentro fino al collo. Siamo solo all'inizio e l'inchiesta va fermata. Come? Togliendosi dai piedi il carabiniere. Mandandolo lontano, in Kosovo. Incarico che Moscatelli non ha chiesto. Cerca di opporsi ricordando di non conoscere l'inglese (essenziale in una missione militare all'estero) e di avere un serio problema familiare, la mamma da poco vedova e lui come unico sostegno. Ma il Comando generale è irremovibile. Moscatelli è odiato dal clan Di Giandomenico, nelle carte dell'inchiesta «Black Hole» c'è una intercettazione nella quale la moglie dell'onorevole schiuma di rabbia per quell'ufficiale «che era stato mandato là (in Kosovo, ndr) per non fargli dare più fastidio». Perché il capitano, usando le sue ferie, torna a Termoli e porta a conclusione l'inchiesta. La moglie dell'onorevole viene arrestata, i vertici della Asl decapitati, l'onorevole non viene ricandidato e viene arrestato pure lui. E il capitano? Lo spediscono in Iraq a Nassiriya, dove viene impiegato in «quotidiani servizi esterni in un ambiente notoriamente ad altissimo e concreto rischio». Non conosce l'inglese, non ha i requisiti, ma viene immerso nell'inferno iracheno. Insomma, quell'inchiesta su un potente, amico stretto dell'allora Presidente della Camera Casini, gli costa tanto: tornato dall'Iraq il capitano viene contattato dal Comando generale che gli annuncia il trasferimento definitivo. Destinazione: Caltanissetta o Locri. Lontano da Termoli. Storie di strani trasferimenti che i magistrati vogliono approfondire, per capire a quali «alte autorità istituzionali» obbedisce il Comando generale dell'Arma dei Carabinieri.www.unita.it
Omissione d'inchiesta
(Hollywood Party - L'Unità 19 luglio)
Marco Travaglio
centomovimenti.com si associa alle domande e alle preoccupazioni espresse in questo articolo di Marco Travaglio su alcune scelte, vergognose, del centrosinistra. I cittadini, e in particolar modo gli elettori dell'Unione, hanno diritto su queste tematiche a risposte convincenti e atti concreti.
Stefano Santachiara
Dario Migliucci
Che, arrivando dopo Bellachioma, Calderoli, Gasparri, Castelli, Tremonti, Moratti & C., il premier Prodi e i suoi ministri vivano un irrefrenabile complesso di superiorità, è comprensibile. Ma, proprio perché arrivano dopo quel lombrosario, dovrebbero sapere che essere un tantino meglio di simili predecessori non è poi un gran merito. E comunque non basta a guadagnarsi la fiducia degli italiani. La fiducia si conquista imparando a render conto delle proprie azioni agli elettori, senza la spocchia dell’«ipse dixit» e dell’«ipse fecit». Qualche esempio.
Il governo annuncia ufficialmente che nessun segreto di Stato verrà posto sul sequestro di Abu Omar. Poi il direttore del Sismi va dai giudici, oppone il segreto di Stato su alcuni documenti-chiave e sostiene che anche il governo Prodi è d’accordo. C’è o non c’è questo segreto di Stato? E, se sì, perché?
Il presunto «controllo parlamentare» sui servizi spetta al Copaco. Con quel che sta emergendo, quest’organismo diventa centrale per fare luce sulle deviazioni del Sismi. La presidenza, che spetta giustamente all’opposizione, è andata all’unanimità al forzista Claudio Scajola. Cioè all’ex ministro dell’Interno che gestì così bene il G8 di Genova, rifiutò di assegnare la scorta a Marco Biagi. E quando, anche grazie alla mancata protezione, questi fu assassinato dalle Br, Scajola non trovò di meglio che dargli dell’«avido rompicoglioni». Più che presiedere una commissione, dovrebbe esser convocato da una commissione per dar conto dei suoi tragici errori. Che cos’è saltato in mente ai parlamentari dell’Unione di eleggerlo al vertice del Copaco? Fermo restando che quel posto spetta alla Cdl, non potevano pretendere un candidato più presentabile? Persino nella Cdl, cercando bene, si può trovare uno più presentabile di Scajola.
Stesso discorso per la giunta delle immunità, anch’essa cruciale vista l’alta densità di imputati in Parlamento. La presidenza è andata a Carlo Giovanardi, celebre per aver insultato tutti i migliori magistrati del Paese e difeso i peggiori lestofanti dal colletto bianco in circolazione. Davvero non s’è trovato niente di meglio? Il primo atto della giunta è stato quello di bloccare all’unanimità l’arresto disposto dai giudici di Bari per l’ex governatore Raffaele Fitto, accusato di un grave caso di corruzione. Lo stesso Fitto aveva chiesto di autorizzare il proprio arresto: era così difficile accontentarlo? Perché le Camere non autorizzano mai la cattura di un proprio membro? Possibile che i giudici che ogni giorno incarcerano centinaia di persone sbaglino sempre quando chiedono di arrestare un parlamentare?
I vertici milanesi della Guardia di finanza che indagano, fra l’altro, sui furbetti del quartierino e su Unipol sono stati azzerati all’improvviso, con procedura d’urgenza. Il ministro Visco giura che Unipol non c’entra e non c’è motivo per dubitarne, anche se le indagini, in attesa dei nuovi arrivati, subiranno oggettivamente un rallentamento. Tutti tuonano contro le fughe di notizie (vere o presunte) sulle indagini. Una settimana fa, in Parlamento, il ministro Amato ha accusato alcune Procure di smerciare le password dei loro database a giornalisti compiacenti: vuol essere così cortese da fornire qualche straccio di prova su un’accusa tanto grave? Sempre a proposito di fughe di notizie: perchè il pm romano Achille Toro, indagato a Perugia per rivelazione di segreti a Consorte sull’inchiesta Unipol insieme al giudice Castellano, è stato promosso capogabinetto del ministro Alessandro Bianchi?
Nel 14° anniversario della strage di via d’Amelio, s’insedia la nuova commissione Antimafia. La Camera ha appena bocciato (con soli 21 voti favorevoli: 14 del Pdci e alcuni di An) l’emendamento Napoli-Licandro che ne escludeva gli imputati di mafia e i condannati per qualsiasi reato. Perché mai i partiti dell’Unione, eccetto il Pdci, ritengono cosa buona e giusta che un pregiudicato o un imputato di mafia vada all’Antimafia?
A proposito: nei giorni scorsi l’on. avv. prof. Gaetano Pecorella aveva presentato un disegno di legge per consentire la revisione delle sentenze definitive, anche di mafia, emesse prima della riforma costituzionale del “giusto processo”: il che avrebbe consentito a noti boss mafiosi condannati all’ergastolo per strage e omicidio di tornare immacolati e ripartire da zero. Un vecchio sogno di Cosa Nostra che diverrebbe realtà. Ieri, dopo l’allarme lanciato dall’Espresso, Pecorella ha ritirato la proposta. Ma subito il rosapugnista on. Enrico Buemi ha annunciato che la ripresenterà lui. E’ troppo chiedere se il Buemi è vittima di un colpo di sole o se fra le priorità della maggioranza c’è pure la revisione delle condanne ai mafiosi? E, nel qual caso, perché?
Il programma dell’Unione prevede un atto di clemenza per sfollare le carceri sovraccariche di detenuti. Perché allora il testo-base dell’indulto, compilato dallo stesso on. Buemi, comprende i reati finanziari e di Tangentopoli, visto che per quei reati i detenuti sono pari a zero? Così, t |