ulivo velletri


agosto 31 2006

La maledizione delle opposizioni di Marco Bollettino Molti sono gli insegnamenti che possiamo trarre, per dirla alla Machiavelli, dall'esperienza delle cose moderne e dalla lezione delle antique. La storia ci insegna, ad esempio, che, nelle difficoltà, gli uomini tendono ad accantonare le differenze per dare vita ad un movimento di lotta e di resistenza; che sia contro un governo ritenuto ingiusto o contro un invasore straniero o una più generica “lotta per la verità”. Non a caso una delle strategie di controllo adottate dalla parte dominante... ...è cercare di frammentare e disgregare il potere delle opposizioni in modo che non riescano ad unirsi contro l'obiettivo comune. Come dicevano i latini: “Divide et impera”. Ma spesso un'azione positiva non è nemmeno necessaria. La maledizione delle opposizioni si manifesta, infatti, quando vengono ottenute le prime vittorie, quando la strada appare, finalmente, in discesa, quando l'obiettivo comune appare a portata di mano ed i fini personali tornano a riacquistare un certo peso. Questo è precisamente ciò che sta accadendo al 9/11 Truth Movement di cui la diatriba Megachip/Luogocomune è soltanto una piccola e periferica scaramuccia inserita in un contesto più ampio. Finché il movimento è rimasto underground, infatti, non si sentiva la necessità di trovare un leader o di scegliere una teoria come quella “ufficiale” del movimento; bastavano le domande. Vi era una versione del governo, da contestare perché ritenuta falsa, ed un movimento di liberi e dilettanti ricercatori che cercavano di far ascoltare la propria voce. Voce talmente flebile che, ancora non molto tempo fa, un'intervista denigratoria a Blondet veniva comunque valutata in modo positivo: che se ne parli male, purché se ne parli! Ma poi è cambiato tutto. In ambito internazionale è esploso il fenomeno Loose Change, in quello, periferico, italiano il movimento è riuscito a sfondare la barriera di silenzio dei media mainstream, prima con lo speciale di Olla su Rai1, poi con i passaggi su La7 e su Matrix dei filmati di Mazzucco e, contemporaneamente, con la presa di coscienza, dopo quattro anni di silenzio, del gruppo di giornalisti riuniti attorno alla figura carismatica di Giulietto Chiesa. Ecco le prime vittorie e, con esse, i primi diverbi; la maledizione delle opposizioni. Eric Hufschmid contro gli autori di Loose Change, Morgan Reynolds contro Steve Jones, “No planers” contro “Yes planers”, e cosi via. Potevamo noi, in Italia, esimerci dal partecipare allo sfaldamento del movimento? Ovviamente no. Quale strategia usare? Chi deve assumersi la leadership del movimento? Quali sono gli interessi da perseguire? Ed ecco i diverbi e le polemiche. In questo momento mi sento come gli studenti universitari a Curtatone e Montanara, nel 1848. Una dura battaglia ed il sacrificio di molti volontari, sempre disprezzati dalle truppe regolari, per garantire all'esercito piemontese il successo di Goito contro gli austriaci. E poi? Il Papa ritira il suo appoggio, Ferdinando torna a Napoli per occuparsi della rivolta in Sicilia e Carlo Alberto pensa più ad occupare la Lombardia che a perseguire la vittoria. Il risultato lo conosciamo. Che fare, dunque? Ciò che ha sinora contraddistinto il movimento per la verità sull'11 Settembre, oltre la eterogeneità e la molteplicità di tesi ed opinioni, è stato Internet. Qui sono nati i siti che contestavano la versione ufficiale, qui si sono sviluppati i dibattiti pro e contro, qui abbiamo litigato, abbiamo discusso, abbiamo elaborato i dati ed abbiamo, infine, tratto le conclusioni. Il dialogo in rete ha offerto la possibilità di comunicare in tempo reale ed in modo non troppo caotico, con una moltitudine di persone. E' stato possibile, così, trovare il controllore di volo a cui rivolgere alcune domande specifiche,il pilota e l'ingegnere strutturale per suffragare quelle che erano solo sensazioni, il fisico per fare i calcoli, lo storico per confrontare la storia passata, trovare il debunker e l'esperto con opinioni differenti per un confronto, e così via. (Infinite fonti per infinite destinazioni) Ora si tratta di uscire dalla rete e, che sia un'intervista piuttosto che una proiezione di Inganno Globale, inevitabilmente si perde questa struttura “molti a molti” a favore di un filtro personale con cui presentare gli eventi. Ecco apparire nei manifesti, quindi, i termini “prove incontrovertibili” di “demolizioni”, di “ordini di stand down”, di “nessun aereo” al Pentagono. Le prove “incontrovertibili”, però, non ci sono o altrimenti non staremmo qui a discutere su cosa sia successo ma piuttosto assisteremmo, comodamente seduti in poltrona, alle immagini di un nuovo processo di Norimberga. Allo stesso modo, con l'eccessiva sicurezza, vengono gli errori e così può capitare di sentir affermare che al primo piano del Pentagono ci siano sei muri, che le torri siano una struttura di acciaio e cemento armato, etc. Sono errori che possono apparire veniali ma che acquistano un grande peso se si è affermato di voler denunciare soltanto quei punti sui quali non vi sono dubbi. Certamente non si può essere, contemporaneamente, ingegneri, fisici, giornalisti, storici ed esperti di comunicazione ma diventa un imperativo categorico comprendere almeno la base dei temi di cui si discute, per presentare correttamente i dati, le teorie e le obiezioni alla versione ufficiale, per rispondere alle domande, per dare una visione globale dell'evento “11 settembre” e per divulgarla al pubblico. Chiudersi a riccio e dividersi in fazioni è il modo migliore per raggiungere questo obiettivo? Certamente no. Solo l'apertura e la disponibilità al dialogo, che hanno caratterizzato la fase “underground” del movimento, possono garantire la necessaria circolazione dei dati e degli studi, la possibilità di ricevere consigli e spiegazioni dagli esperti e la possibilità di collegare il tutto. Non si tratta, quindi, di scegliere la versione da mostrare al pubblico ed i dati con cui corroborarla quanto, piuttosto, di parlare alla gente con la voce dell'ingegnere, con quella dello storico, del fisico, del controllore di volo e del pilota, a seconda dei casi. Non unire la massa in un unico pensiero ma dare voce alla molteplicità degli individui. Non serve un leader, quindi, ma necessitano infiniti interpreti. Marco Bollettino (Ashoka)http://luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1384

Caro Romano Caro Romano, è la sesta o la settima volta che ti scrivo? Non mi ricordo più, però so che ogni volta mi ripeto sempre che sarà l’ultima, forse sperando di non trovare più lo spunto per sentire di doverlo fare ancora. Le dita hanno iniziato a prudermi il giorno che ho visto sui giornali la foto della magnifica torta celebrativa, tu intento a soffiare sulla candelina del “cento”, proprio come una bonaria e sdentata nonnina di un paesino della Barbagia, attorniata dai nipoti di terza e quarta generazione. Mi prudevano le dita, mentre mi chiedevo: “Che avranno mai da festeggiare?” Un po’ di sollievo l’ho provato quando ho appreso dell’iniziativa di Repubblica, con la quale si invitavano i lettori ad intervistarti inviandoti una e-mail; diligentemente mi sono attenuta alle regole dettate dalla redazione e così, in modo assai breve ti ho chiesto: “Perché ci hai tradito?”. Tranquillo Romano, non me la sono presa per il fatto che tu non mi abbia risposto, non ci sono mai rimasta male, nemmeno quando dal tuo sito ci spronavi a partecipare con le nostre idee e pure le mie, obbiettivamente per nulla peregrine, cadevano nel vuoto senza neppure il tonfo dello schianto. Poi ho letto le risposte e mentalmente mi sono congratulata con te, per la tua abilità nel compiere salti mortali e cadere sempre a piedi giunti. E’ quella torta Romano. Io non l’ho proprio digerita! Caro Romano, ho sentito l’esigenza di scriverti dopo aver letto delle polemiche sulla prossima legge sul conflitto di interessi; la destra insorge pur non conoscendone i contenuti, il governo (vedi che miglioro? Non ho scritto, la sinistra) si affanna per sottolineare che non sarà una legge “contro silvio”. Ah! No? E dimmi Romano, contro chi dovrebbe essere, allora, questa legge? Continuate a ritenerci spettatori passivi della nostra stessa vita, e deve essere per questo che Fassino spiega che “è opportuno avere una legge che regoli il conflitto di interesse, non una legge punitiva, ma responsabile per regolare in modo sereno questa materia ”. Oppure le dichiarazioni del Presidente del Senato Franco (Franceso?) Marini che avverte di accantonare ogni volontà punitiva, perché le leggi dello Stato si fanno per risolvere i problemi, non per punire. Dicevo, voi continuate a sottovalutarci, a non tenerci nella dovuta considerazione. Ammetto che da semplice cittadina, non condizionata dalla responsabilità di governo a volte tendo a rivalutare persino le purghe di Stalin, ma è solo l’attimo della rabbia e della delusione, magari per la legge sull’indulto, o sull’ennesima guerra alla quale partecipiamo, o alla finanziaria che non riesce mai a mettere le mani nelle tasche di chi ce le ha assai piene, nemmeno nelle vostre, ma poi passa, e torno ad essere moderatamente e coscienziosamente arrabbiata. Ed è allora che ti scrivo, quando sento l’offesa del vostro inesistente coraggio. Caro Romano, se non siete i primi voi ad essere temerari, non potete chiedere a noi di essere votati al sacrificio. Il coraggio che vi è mancato e che vi manca è quello della rivalsa che potrebbe ridarci l’orgoglio dell’essere italiani. Il messaggio che avreste dovuto dare è che mai nella vita, avreste fatto sì, che mai più si potessero vivere in Italia altri cinque anni di berlusconismo. So bene che il vostro governo nasce proprio dalle macerie dei disastri di quello precedente, ma quello che vi sfugge è che Noi, vi abbiamo dato il mandato di aggiustare le cose, la nostra rabbia, la nostra difficoltà di vivere, la nostra stanchezza per una sopravvivenza che purtroppo e destinata a continuare. Attendo con ansia il 16 settembre, per sapere quanto vi siete americanizzati, per conoscere meglio il progetto del “blind trust” e che possiate spiegarne il funzionamento a Peppuccio Urru, agricoltore del basso Campidano, o ad Annixedda Murru, casalinga di Fonni. Magari poi ti scrivo ancora. Saluti Rita Pani (APOLIDE)http://r-esistenza-settimanale.blogspot.com/2006/08/caro-romano.html

Un caro saluto ai componenti della giunta regionale Storace che hanno trascorso anche questo mese ar gabbio. http://marioemario.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1140603

Mare monstrum di Marco Travaglio Chi ha la fortuna di trovarsi in vacanza in Liguria farà bene a munirsi di macchina fotografica per immortalarne i paesaggi marini (ce ne sono ancora tanti, bellissimi). Perché potrebbe essere l’ultimo anno che li può ammirare. Come scrivono Marco Preve e Ferruccio Sansa in un’inquietante inchiesta sul numero 5 di MicroMega, è alle viste una impressionante colata di cemento armato che, per dimensioni, fa temere una «rapallizzazione-bis». E pone un problema serio sulla sensibilità ambientalista del centrosinistra, al governo in Liguria come nella stragrande maggioranza delle regioni (è dell’altroieri la denuncia di Asor Rosa contro un ecomostro in Valdorcia). Si parla, in Liguria, di ben 15 progetti in via di approvazione o di realizzazione per altrettanti porticcioli turistici da 9.807 posti-barca che, oltre a occupare buona parte di quel che resta della costa, porteranno con sè 37.882 mq. di edilizia residenziale, 51.601 di uffici e negozi, 19.122 di alberghi, 33.918 di artigianato e 11.007 posti auto. Comuni interessati, fra gli altri: Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Alassio, Loano, Savona, Albissola, Varazze, Arenzano, Santa Margherita, Portovenere. Poi c’è Imperia, piccola patria di Claudio Scajola, detto «Sciaboletta». Qui °©scrivono Sansa e Preve- il governatore Claudio Burlando e l’allora ministro Scajola hanno festosamente posato la prima pietra del nuovo porto: un’opera faraonica da 90 milioni di euro, con 1.392 posti barca, 1.887 posti auto, 40 mila metri cubi di edifici con 100 appartamenti, e poi garage, commercio, officine e si parla persino di un campo da golf vista mare. Insieme ai due Claudii, c’erano i rappresentanti della società costruttrice: l’Acquamare di Gaetano, Francesco e Ignazio Bellavista Caltagirone. Quest’ultimo è indagato nell’inchiesta Antonveneta, in cui si parla anche dell’immobiliarista Luigi Zunino, uno dei furbetti al seguito di Ricucci. Zunino è impegnato nella costruzione di case extralusso sulla costa di Alassio. Gianpiero Fiorani s’era interessato alla mega-speculazione sull’ex Italcementi di Imperia, tanto da sorvolarla sul suo elicottero con Scajola e Caltagirone: ha poi raccontato ai giudici i suoi rapporti intimi col costruttore pluriindagato Marcellino Gavio, re delle autostrade; col senatore forzista ligure Luigi Grillo; e con la banca Carige, nel cui cda siedono il fratello di Scajola e il figlio dell’eurodeputato Udc Vito Bonsignore. Grillo e Bonsignore sono anch’essi indagati per Antonveneta. Gavio, attivissimo in Liguria, ha rilevato dal fallimento lo stabilimento chimico della Ferrania in Valbormida, dove ora dovrebbe sorgere una bella centrale a carbone. Poi c’è il caso di Savona, che sarà presto ingentilita da tre grattacieli: una torre e un «crescent» progettati dall’architetto catalano Ricardo Bofill e il «faro ricurvo» ideato da Massimiliano Fuksas. Una banana luminosa alta 120 metri a strapiombo sul mare, che sta dilaniando i Ds, favorevoli, e Rifondazione, fieramente contraria col suo assessore regionale all’ambiente Franco Zunino. Ce n’è abbastanza per prevedere che, alla fine dei lavori, il paesaggio ligure ne uscirà, se non sfigurato, ampiamente modificato.E c’era da immaginare che l’inchiesta di Micromega, uscita tre mesi fa, suscitasse dibattiti, polemiche e smentite dalla giunta regionale. Niente di tutto questo. Silenzio di tomba. Nessuna smentita nemmeno sulla presunta «pax burlandiana», cioè sul ruolo decisivo di molti esponenti della sinistra ligure e sugli strani trasversalismi fra comuni di destra e di sinistra interessati ai progetti. Basti pensare al caso di Rapallo, che rischia di essere «ri-rapallizzata» con operazioni immobiliari nello splendido borgo di San Michele di Pagana, tra i pochi scampati alla cementificazione selvaggia del dopoguerra. Secondo Massimo Calandri e Giulia Guerri di Repubblica, che parlano anche di un’inchiesta della Procura di Chiavari, il sindaco di destra Ezio Armando Capurro, detto «il Berlusconi del Tigullio», ha entrambi i figli nell’immobiliare che ha acquistato le aree su cui sta per sorgere un hotel a 4 stelle (ma lui minimizza: È solo una villetta»), sebbene lo stesso Comune le consideri inedificabili. Forse gli amministratori regionali erano troppo impegnati per leggere la lunga inchiesta e per rispondere. Per questo l'abbiamo riassunta: nella speranza che qualcuno ci dica che è stato tutto un brutto sogno, e che non è vero niente. www.unita.it

Verso il Partito Democratico (dell'Ulivo) Intervento di Silvano Toffolutti, Cittadini per l'Ulivo di Sanremo, dell'esecutivo nazionale. Verso il Partito Democratico (dell'Ulivo) · Da oltre 20 anni da una parte sempre più vasta dell’opinione pubblica italiana sta emergendo la domanda di una evoluzione della Politica nella direzione di un amalgama più unitario degli strumenti fondamentali della democrazia italiana, i Partiti. · Negli ultimi 30 anni invece i grandi Partiti politici tradizionali hanno subito una continua frammentazione(*) accompagnata ad una sensibile crisi di rappresentanza dei cittadini evidenziata sia da un drastico ridimensionamento dei loro iscritti e militanti attivi che da un calo continuo della partecipazione elettorale. · E’ del pari evidente che in 60 anni i Partiti (ma anche i sindacati ) non hanno voluto darsi una legislazione che ,nel rispetto dell’art.49 della Costituzione Repubblicana, ne regolasse il funzionamento , il che è emblematico di una volontà di avere mano completamente libera nel loro funzionamento. Ciò se da un punto di vista libertario può essere un bene, dall’altro rende i loro gestori liberi di agire come vogliono. · In questo momento eminenti personalità chiedono che questa legislazione venga creata perché fondamentale per un più corretto funzionamento della nostra democrazia. Su questo si deve essere assolutamente d’accordo.... · L’affacciarsi nella scena politica di nuovi Partiti come la Lega Nord e successivamente di Forza Italia nati non da forti pulsioni ideologiche od etiche ma da interessi particolari per lo più espressivi dell’antipolitica , ha spostato corposamente l’elettorato (spesso anche in buona fede) verso questi soggetti sguarnendo di adesioni i partiti del centro e della sinistra e mettendo il Paese in mano a personaggi rappresentanti interessi particolari , fondamentalmente distanti dalla visione democratico-partecipativa della società civile. Fortunatamente questa ha saputo reagire fornendo l’opportunità di riportare il Paese alla normalità delle democrazie europee. · I movimenti per la Pace, il movimentismo diffuso sui temi sociali, quelli rappresentanti il bisogno di legalità e giustizia, ed infine tutto l’arcipelago dell’Ulivo gravitante essenzialmente sulla figura carismatica di Romano Prodi, hanno ridato fiato alla vera “Politica” , sempre più differenziandola dalla statica e spesso personalistica gestione “partitica”. · Purtroppo si è potuto constatare che le oligarchie dei Partiti ,che alla fine più che alle segreterie sono in mano agli eletti e loro staff personali sponsor compresi, in maniera preponderante hanno voluto mantenere saldamente l’esclusiva dell’attività Politica rispondendo sempre meno alla missione di rappresentanza , unica ed inequivocabile missione dei Partiti in na Democrazia non nominalistica ma sostanziale. Purtroppo questo avviene in quasi tutte le scale territoriali · L’elettorato ha risposto a questo vischioso comportamento privilegiando sempre di più le Liste Civiche locali , eleggendo ,quando gli è stato possibile, Sindaci della società Civile che trovano molto maggiore consenso dalla gente rispetto ai notabili dei partiti. · Oggi poi con la sciagurata legge elettorale antidemocratica del governo berlusconiano (che per altro non ha provocato barricate nel centrosinistra) il Parlamento ha cessato di essere di fatto il rappresentante dei cittadini per esserlo esclusivamente delle oligarchie partitiche che si sono autodesignate. · Si è confortati dalla grande indignazione presente nell’opinione pubblica e nella gran parte del mondo culturale su questa grave compromissione della Democrazia e dalle proposte in positivo che copiosamente vengono espresse per scardinare questa pericolosa situazione e creare attraverso la formazione del Partito Democratico una nuova forza “riformatrice” che innanzitutto riassesti il Paese(il che cosa) e ,su irrinunciabili ideali etici, Democratizzi la Democrazia rappresentativa dei Partiti. (il perché). · Purtroppo anche questo cammino, come precedentemente e successo con la Federazione dell’Ulivo creata con fatica ma subito imbalsamata, è sostanzialmente e pretestuosamente ostacolato da quella parte delle oligarchie dei partiti che fanno prevalere gli interessi di potere personale rispetto l’ indispensabile evoluzione unitaria del quadro politico italiano del Centrosinistra. · Si condividela filosofia socio-politica che è alla base della diffusa volontà di costituire il Partito Democratico (dell’Ulivo) così’ come espressa da molti politologi ed esperti. · In particolare si concorda con tutte le analisi critiche e proposte formulate da Paolo Prodi, Pietro Scoppola, Iginio Ariemma , Veltroni, Fassino , Morando,Miriam Maffai, Gianfranco Nappi, Gianfranco Pasquino, con la dettagliata analisi politica del prof. Luciano Bonet del giugno scorso e con molti altri interventi critici e propositivi provenienti anche da gruppi di partito che sono sulla stessa lunghezza d’onda . Qui li si richiama senza ripeterli rinviando alle loro pubblicazioni. · Infine è encomiabile e condivisibile sia la costituzione dell’Associazione per il Partito Democratico Liguria che ,ancor più, la nascita del Coordinamento Nazionale delle diverse Associazioni Regionali ed il loro iniziale programma totalmente condivisibile (vedi documento di Trento del 30 luglio scorso). Ho però constatato che tutti questi ottimi riferimenti rimandano con insistenza alle decisioni dei leader dei Partiti Nazionali che per contro (con qualche limitata eccezione) sono proprio coloro che ,come precedentemente osservato, tendono a procrastinare pretestuosamente la formazione del nuovo partito. Su questi atteggiamenti sono molto critico condividendo l’intervento di Massimo Cacciari sulla Stampa in risposta ad una dichiarazione dilatoria di Mercedes Bresso. A questo punto ritengo quindi proponibile una riflessione collettiva sull’opportunità di una nostra iniziativa più autonoma e tempestiva, ogni gruppo realizzi un primo mattone, che non è pregiudiziale per la costituzione del futuro Partito Democratico nazionale (ove riesca a nascere) e che si può come avanti sintetizzare partendo dalle seguenti considerazioni: · In Italia i principi della democrazia funzionano certamente in modo migliore e più trasparente negli ambiti comunali, perciò è indiscutibilmente democratica l’Italia dei suoi 8.104 Comuni . Questi poi attraverso varie aggregazioni rappresentative ai diversi livelli (teoricamente) concorrono alla politica provinciale, regionale,nazionale. · Questo e solo questo può essere considerato un vero federalismo partecipativo che unisce e non divide, nasce e si esercita dal basso come tutti i migliori federalismi esistenti ( vedi Svizzera, Stati Uniti,Unione Europea ecc) con gli organismi pubblici più vicini al cittadino che ne può meglio valutare l’efficienza attuandone il controllo diretto. · Da tutte queste motivazioni nasce questa mia proposta di dare corso alla fondazione diretta ed autonoma su base comunale del “Partito Democratico Federativo di ……….. “ e per dare l’esempio cominciare noi fondando quello del nostro Comune. · Ovviamente questo obbiettivo finale potrà anche essere raggiunto attraverso passaggi successivi più soft ma irrinunciabilmente sempre in una gestione di indispensabile autonomia all’interno di regole generali. · Ritengo questa idea generalizzata convincente e non campata per aria , bensì ancorata alla quotidiana esperienza politico-amministrativa dei Comuni , che al di là di alcuni episodici e sempre brevi esempi di degenerazione , è quella sotto gli occhi di tutti coloro che ne vogliono misurare la efficienza e funzionalità in relazione alla realtà socio-economica locale che è estremamente differenziata da luogo a luogo anche all’interno di una stessa provincia o regione.. · Questi Partiti Comunali (comunque denominati) possono costituirsi immediatamente autonomamente ponendo nel loro documento costituente oltre alle forti motivazioni etiche della loro genesi: 1. L’adozione di un regolamento attuativo dei principi dell’art.49 della Costituzione e delle indicazioni di garanzia contenute nei numerosi documenti propositivi cui si fa riferimento (Scoppola, Paolo Prodi ecc) . 2. L’impegno di federarsi in susseguenti articolazioni territoriali più vaste fino a quella nazionale, ferma restando la loro completa autonomia politica ed amministrativa. Tale impegno deve anche prevedere il successivo adeguamento alle norme e regole stabilite dal costituendo Coordinamento Federativo Nazionale. 3. Avere già costituito un ristretto Comitato Costituente Comunale con persone rappresentanti delle diverse categorie sociali che resta in carica per un solo anno al fine di perfezionare tutti gli atti costitutivi,regolamenti e quant’altro necessario ed essere successivamente sostituito da organismi democraticamente eletti. 4. regolamentare il tesseramento come contributo al funzionamento della struttura tenendo conto anche delle adesioni a strutture Federali sovracomunali e nominando un tesoriere. 5. Entro un anno eleggere gli organismi statutari con un sistema di primarie aperte . · Contemporaneamente, come già previsto, si dovrà operare per costituire il Comitato Promotore Costituente a livello nazionale (come anche da proposta di P.Prodi) che stabilisca i contenuti irrinunciabili degli statuti dei diversi( Partiti) Comunali indispensabili per farli accogliere nella necessaria ed opportuna Federazione Nazionale. Riflessione finale : · Se funzionano i Comuni perché non dovrebbe funzionare una ben più semplice volontaristica organizzazione politica cittadina? · Non funzionano così anche le liste Civiche che spesso nascono nel giro di pochi giorni?? Oltretutto una simile struttura crediamo riuscirebbe a raggruppare in maniera più omogenea ed unitaria anche aderenti alle molte liste civiche anche estemporanee esistenti che sarebbero garantiti da un funzionamento sicuramente democratico del PDF Comunale. · Chi può impedircelo? Molti tenteranno in tutti i modi di farlo , noi dobbiamo persistere contando su entusiasmo e coraggio che dobbiamo necessariamente avere per realizzare quella “fusione a caldo” auspicata, da buon scienziato, da Paolo Prodi. · Assumiamo come programma il motto “ Non aspettare il momento opportuno. Crealo! " Concludendo in sintesi, noi pensiamo sia molto più facile e funzionale iniziare subito a realizzare i mattoni e poi Insieme assemblarli per formare il robusto edificio del Partito Democratico Federativo Nazionale (o comunque sarà denominato). In ogni caso avremo almeno il nostro mattone da utilizzare. Arch.Silvano Toffolutti, Cittadini per l’Ulivo. Sanremo 28.08.06 (* è di questi giorni la notizia della nascita del “Partito Comunista dei Lavoratori” N.B. Invito a non considerare questo documento un mio atto di presunzione ma solo una traccia predisposta per contribuire e facilitare una documentata discussione interna alla Rete dei CxU. Molte delle argomentazioni sono tratte da documenti pubblicati su diversi siti che ho cercato di interpretare sinteticamente. Infine mi scuso se su molti argomenti mi esprimo in plurale (non maestatis) ma lo faccio solo su quegli argomenti dove ho già sviluppato un certo confronto positivo in sede locale

Siberia, foreste a rischio La Russia affitta a industrie del legno cinesi un milione di ettari di boschi abitati da popoli indigeni Le foreste siberiane della Federazione Russa sono il più grande “polmone verde” del pianeta, poiché rappresentano il 22 per cento delle aree boschive del globo (contro il 16 per cento della foresta amazzonica). Oltre a questo, esse sono l’habitat di popoli indigeni: allevatori di renne e depositari di antiche culture sciamaniche basate su un rapporto simbiotico con la foresta, con gli alberi, gli animali e le piante che in essa crescono. Si pensi solo ai riti legati all’assunzione rituale dell’amanita muscaria, il fungo allucinogeno con la testa rossa a pallini bianchi, da essi considerato carne degli dèi e il mezzo di comunicazione con gli spiriti. Tutto questo patrimonio ambientale e umano ora rischia di sparire. Popoli indigeni a rischio. Come riferisce la stampa russa, il governo di Mosca intende affittare per 49 anni un milione di ettari di foresta siberiana a diverse imprese statali cinesi che la disboscheranno per ricavarne legname. La regione interessata si trova tra gli oblast di Tjumen e Sverdlovsk, nella Siberia occidentale. In questa zona vivono i popoli indigeni dei Chanti, dei Mansi, dei Selcupi e degli Elenchi. “Lo sfruttamento illimitato delle risorse quali il petrolio, il gas, l'oro, i diamanti e l'uranio – denuncia l’Associane per i Popoli Minacciati – hanno già costretto i popoli indigeni siberiani a ritirarsi sempre più dalle loro terre e molti si sono così trovati costretti ad abbandonare il proprio stile di vita tradizionale. Sradicamento culturale, povertà, disoccupazione e malattia sono fenomeni che colpiscono in particolar modo i popoli indigeni e che fanno sì che l'aspettativa media di vita sia tra gli indigeni siberiani di oltre dieci anni più bassa rispetto alla media russa”. Timori non solo ecologici. Questa cessione, non solo creerebbe un precedente preoccupante, ma aggraverebbe una situazione già critica a causa del disboscamento illegale delle foreste siberiane, già drasticamente ridotte in passato dall'attività illegale dei privati che tagliano alberi per ricavarne legname da vendere alla Cina, affamata di legno sia ad uso edilizio che energetico. In Russia, questa notizia ha destato però più che altro preoccupazioni dal punto di vista politico. Un simile contratto di affitto di territorio nazionale a un paese straniero, riguardante un’area così vasta e per un periodo di tempo così lungo, ha infatti suscitato l’allarme di chi teme una nuova forma di colonialismo economico cinese. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6161

GULU: IN MIGLIAIA SCENDONO IN STRADA PER SOSTENERE LA PACE Migliaia di persone sono scese oggi in strada a Gulu, capoluogo dell’omonimo distretto settentrionale ugandese, per esprimere il loro sostegno al processo di pace tra il governo ugandese e i ribelli dell’Esercito di resistenza del signore (Lra), che sabato scorso hanno siglato un accordo per la cessazione delle ostilità entrato in vigore da alcune ore. Come annunciato nei giorni scorsi, i manifestanti hanno sfilato per Gulu, in una delle aree più colpite dalle violenze del Lra, agitando bandiere bianche e consegnandole ai soldati e agli ufficiali della base militare cittadina (la principale dell’intero nord-Uganda) dove il corteo, accompagnato da danze e balli, si è concluso. “Metteremo bandiere sulle strade e sui sentieri del nord Uganda per dire a tutti che questa è ora una zona sicura e che vogliamo la pace” ha detto Norbert Mao, ex-parlamentare dell’opposizione e responsabile amministrativo del distretto di Gulu, nonché uno degli organizzatori della marcia di oggi, che nei giorni scorsi in un’intervista alla MISNA aveva spiegato che i drappi bianchi “dimostrano che la comunità sostiene la ‘cessazione delle ostilità’”. Da Gulu arriva però, sempre più forte col passare dei giorni, anche una richiesta alla giustizia internazionale perché faccia per il momento un passo indietro ed eviti di intralciare il processo di pace. Walter Ochora, il commissario distrettuale di Gulu, che ha partecipato ai colloqui tra ribelli e governo, ha chiesto alla Corte penale internazionale (Cpi) di ritirare i mandati di cattura internazionale spiccati nei mesi scorsi nei confronti dei vertici del Lra, che in questi giorni stanno negoziando la pace. Ochora ha chiesto alla Corte di ascoltare la gente che ha subito per vent’anni le violenze del Lra e che si è detta pronta a perdonare se questo metterà fine alla guerra. Il commissario di Gulu ha poi sottolineato l’importanza dei metodi di risoluzione del conflitto della tradizione Acholi al posto di mandati di cattura che difficilmente potranno mai essere eseguiti nel ‘bush’ nord-ugandese, dove Joseph Kony e i suoi si sono mossi come ombre dal 1986. “La gente ha sofferto per 20 anni e ora abbiamo un’opportunità per ottenere la pace. Non lasciateci perdere questa occasione. Tra gli Acholi, la cultura del perdono è vecchia di migliaia di anni” ha detto Ochora. http://www.misna.org/

Elezioni Bosnia Erzegovina: viaggio nella Bosnia centrale Un reportage dalla Bosnia centrale alla vigilia delle elezioni politiche del primo ottobre prossimo. Il giornalista di DANI interroga i responsabili di HDZ, SDA e SDP su politiche di segregazione e crisi economico-sociale. Nostra traduzione Di Esad Hećimović, DANI, 25 agosto 2006 (tit. orig. SDA i HDZ znaju i izdati) Traduzione per Osservatorio Balcani: Ivana Telebak Travnik Quando in viaggio sulla statale M-5, attraverso Lasvanska dolina, vi state avvicinando a Travnik, sui grandi manifesti lungo la strada incontrate i messaggi dei partiti politici croati e delle coalizioni. In questo territorio ci sono almeno una decina di partiti politici con prefisso politico croato. Con lo sviluppo del Centro affari sul territorio di Vitez, sono cambiati anche i rapporti all’interno di questa regione. “Travnik è diventato un paese vicino a Vitez. Noi non siamo soddisfatti di questo risultato. A Jankovici abbiamo costruito un edificio di 30x20 metri per il Teatro croato dei dilettanti. In questo edificio tengono gli spettacoli anche attori di Zagabria. In città, invece, non si riesce a fare nulla. Non c'è un vero motivo per cui non si può, si sa solo che non si può”, dice Anto Bilic, segretario dell'organizzazione comunale dell'HDZ 1990 [partito creato l'8 aprile scorso da una scissione all'interno dell'HDZ BiH, Unione Democratica Croata Bosnia Erzegovina, ndc] di Travnik e intendente dell'HAK Travnik. Soltanto una settimana fa, a Travnik hanno aperto i locali e hanno iniziato a lavorare. Il presidente dell'Organizzazione comunale del partito HDZ 1990 è Velimir Valjan dell'Ospedale croato di Nova Bila, e il presidente dell'organizzazione distrettuale di questo partito è Rudo Vidovic di Vitez, dove si trova anche la sua sede. “Nonostante abbiamo appena aperto questi locali, sono rimasto sorpreso di quanta gente ha già visitato il partito”, dice Anto Bilic. I problemi dell'HDZ Nella sede distrettuale della HDZ BiH [Unione Democratica Croata Bosnia Erzegovina, ndc] a Travnik non sono preoccupati della presenza di un altro partito concorrente. “L’HDZ BiH, dopo l’SDA, è il secondo partito per dimensioni sul territorio della Bosnia centrale. Credo che rimarrà tale anche dopo queste elezioni. La posizione dell'HDZ non è stata minacciata nemmeno in precedenza da parte della Nuova iniziativa croata, nonostante questo partito nel frattempo sia diventato più forte e abbia stabilizzato la propria posizione. La nostra dichiarazione programmatica del 1990 è valida ancora oggi e l’HDZ sicuramente rimarrà ferma su questo”, spiega Anto Spajic, presidente del Comitato distrettuale dell'HDZ della Bosnia centrale. Spajic è rappresentante presso la Dom naroda del parlamento statale della BiH e vicepresidente dell'HDZ della BiH. “La cosa più importante è la risoluzione della posizione costituzionale-legale del popolo croato in BiH. Poi sicuramente arrivano anche gli altri problemi”, dice Spajic. A livello distrettuale, secondo le sue parole, i problemi più grossi sono concentrati in tre comuni: “Con l’SDA non riusciamo a ottenere un accordo completo in tre comuni - Bugojno, Travnik e Fojnica, dove non è stato mantenuto un equilibrio della composizione nazionale degli impiegati nei comuni. Questo sarà uno dei compiti dell'HDZ nel periodo successivo.” La Bosnia centrale spesso è stata nominata in senso negativo a causa delle divisioni, in particolare riguardo al sistema scolastico. A giudicare dagli annunci dell'HDZ, la separazione in base alla lingua e al programma continua ad esserci: “L’HDZ manterrà il diritto che appartiene a ogni persona di avere un’istruzione nella propria lingua. L’HDZ non negherà a nessun altro di realizzare questo stesso diritto”. “Abbiamo dei problemi a Bugojno, perché i croati non hanno un loro edificio. Noi chiederemo che venga dato un edificio per la scuola. Credo che il comune di Bugojno abbia 13 edifici, e i croati non ne hanno nemmeno uno. Credo che ai croati si debba permettere il diritto a un edificio scolastico a Bugojno. I croati chiedono che gli venga dato l'edificio, e la Chiesa chiede il permesso per costruire un nuovo edificio a Bugojno”, spiega Spajic, dicendo anche che i croati dovrebbero sostenere la richiesta dei genitori bosgnacchi di Jajce che ai propri figli venga dato un edificio per l’insegnamento in lingua bosgnacca. “Qui spesso viene nominata la parola segregazione, ma io non accetto questa parola. A ognuno è permesso di iscriversi al programma che vuole. Non si può vietare a nessuno, e non lo si deve fare, di andare nella scuola che vuole frequentare. Che ogni bambino vada nella scuola con la lingua e con il programma che desidera studiare”. Alla domanda se la sede croata della Bosnia centrale sia stata spostata a Vitez, Spajic dice che ciò l'ha fatto la triste guerra: “Esistevano le linee divisorie fra Travnik e Nova Bila, ma adesso è di nuovo un comune unico, un unico governo. A Vitez vivono più croati che bosgnacchi. L'economia di Vitez ha fatto quello che ha fatto, ma io non collocherei le sedi politiche croate in questo modo. In tutti i comuni, da Jajce a Kresevo, abbiamo dei forti comitati dell'HDZ. Soltanto a Donji Vakuf non abbiamo un’organizzazione comunale. Ciò significa che l’HDZ opera attivamente in 11 dei 12 comuni della Bosnia centrale e sul territorio dell'intero distretto.” Alla ripetuta domanda se Travnik sia un centro bosgnacco e Vitez un centro croato della Bosnia centrale, Spajic dice: “Voi dovete ascoltare più fonti, partiti e opinioni per poter arrivare alla verità esatta. Guardate la differenza nel ritorno dei bosgnacchi sui territori che sono stati sotto il controllo del HVO (Consiglio di difesa croata, ndt) e il ritorno dei croati sui territori che sono stati sotto il controllo dell’Armija BiH. I bosgnacchi sono ritornati in una grande percentuale in paesi come Kresevo, Kiseljak, Vitez, Busovaca, e in una parte di Novi Travnik. A Travnik invece mancano circa 13.000 croati. Dei 16.000 croati, quanti ce n'erano nel 1991 a Bugojno, adesso ci sono circa 7-8.000 croati. A Fojnica la situazione è ancora più catastrofica. Adesso a Fojnica ci sono soltanto 2.000 croati. Queste sono catastrofi”, dice Spajic. L’SDP pensa di affrontare le divisioni Questo politico dice che sarebbe meglio dire la verità agli elettori, piuttosto che fare promesse false. Sostiene che una comunità prosperosa dovrebbe costruire le strade che collegano i diversi luoghi della BiH: “Se la strada che attraversa Pavlovice, che collega Novi Travnik e Gornji Vakuf, fosse asfaltata, li viaggio fino a Mostar sarebbe più corto di 20 chilometri. Adesso la strada da Nova Bila attraverso Rostovo fino a a Bugojno è più corta di 12 chilometri, rispetto quella che attraversa Komari”, dice Spajic. Naturalmente, non tutti condividono l'opinione di Spajic sulle scuole e sulle strade. Ogni giorno da Bugojno a Travnik, attraverso Komari, il segretario del Comitato distrettuale dell'SDP BiH [partito Socialdemocratico della Bosnia Erzegovina, ndc], Mira Grgic, arriva al suo posto di lavoro. Secondo le sue spiegazioni, le storie sulla islamizzazione di Bugojno non sono fondate: “Io non la sto vivendo in questo modo. La comunità nazionale croata di Bugojno si ghettizza. I croati si separano da soli, e ai bosgnacchi ciò non dispiace”, dice Mira Grgic. Spiega che la strada attraverso Rostovo, aperta in modo solenne dal premier federale Ahmet Hadzipasic, non è stata fatta bene e di là non passano gli autobus, e nemmeno i veicoli che superano 7,5 tonnellate di portata. Suo figlio frequenta la Terza scuola elementare-media di Bugojno e frequenta le lezioni in lingua croata: “Noi a Bugojno abbiamo due Prime scuole elementari-medie. I bambini passano dalla stessa porta. Ma dopo vanno su piani diversi e non hanno nessun contatto fra di loro. Nonostante il governo, la scuola, gli ambulatori e gli ospedali siano formalmente uniti, tutto continua ad essere profondamente separato”, spiega Mira Grgic. “Continuano ad esserci due scuole sotto lo stesso tetto. Le scuole sono definitivamente separate, in ciascuna ci sono due presidi. Gli insegnanti di diverse nazionalità della stessa scuola si conoscono fra di loro soltanto ai seminari che vengono organizzati a Sarajevo o a Neum”, dice Grgic. “Continuano ad esserci numerosi parallelismi nei governi. L'infermiera del Dispensario di Busovaca e la sua collega di Bugojno non hanno lo stesso stipendio. Se il ministro è di una nazionalità, si sa sempre chi dell’altra nazionalità in quel ministero è responsabile per gli altri. Si tratta di un tacito accordo e tutto funziona in questo modo. L’SDA e l’HDZ dal 1990 stringono una coalizione fraterna. Si sono messi d'accordo che gli uni non si immischino nelle cose degli altri. Una delle principali priorità dell'SDP è fare i conti con i parallelismi e le divisioni”, afferma Mira Grgic. Fare i conti con la privatizzazione criminale e con un'economia statale devastata è di importanza decisiva. Alla domanda su come sia possibile che Travnik non abbia avuto vantaggi da uomini politici importanti dell'SDA che provengono da questa città, come Halid Genjac e Adnan Terzic, Mira Grgic dice di “avere la sensazione che loro abbiano cercato più di assicurare se stessi e le proprie famiglie che non di aiutare le città”. I risultati sono le continue proteste sociali dei lavoratori senza diritti. “Ci sono esempi in cui i lavoratori vanno al lavoro anche per un anno e non ricevono alcuno stipendio. Quando vengono a protestare davanti al governo cantonale, allora il premier Salko Selman ordina alla polizia di separare i lavoratori per poter passare. Quando fanno gli scioperi della fame, non c'è nessun funzionario che si rivolga a loro. Presso il ministero dell'Economia del governo cantonale ci sono 60 impiegati, ma loro dicono che allo Stato è rimasta solo un po' di economia forestale, mentre tutto il resto è stato privatizzato. Noi crediamo che il popolo sia stato derubato durante la privatizzazione. La nostra priorità è di far rivivere la produzione delle vecchie imprese industriali su questo territorio”, spiega Mira Grgic. All’SDP hanno determinato anche il rapporto delle percentuali secondo le quali dovrebbero essere rappresentati i membri delle singole nazionalità, così sulle liste ci saranno il 40 per cento di bosgnacchi, il 30 per cento di croati e il 30 per cento di serbi. Se i numeri sono esatti, allora non ci sono gli "altri" nemmeno in questo partito. Il silenzio dell'SDA Nonostante in quei giorni i lavoratori non fossero in protesta, da nessuna parte era possibile trovare il premier cantonale. Il partito di maggioranza a Travnik si trova ad nuovo indirizzo e non è facile trovare i suoi dirigenti. Solo dopo numerose indagini, un attivista ha spiegato a chi scrive dove si trova l’SDA [partito di Azione Democratica, fondato da Alija Izetbegovic, ndc]. Sul Kalibunar, nell’edificio dell'impresa Pubblica comunale Basbunar, chi scrive ha riconosciuto la bandiera del SDA, ma non è stato facile entrarvi. L'edificio si trova all'interno dell'impresa pubblica e il portiere non permette di entrare in macchina. Infine all'interno dell'edificio, nei locali separati del Comitato Comunale e Cantonale dell'SDA non c'era una persona autorizzata a parlare con i giornalisti. Il giornalista di Dani è andato sul posto di lavoro del presidente del Comitato comunale e Cantonale dell'SDA presso il governo cantonale. Refik Poparic è il vice del presidente del Parlamento del Cantone e presidente del Comitato comunale dell'SDA. Salko Selman è il premier e presidente del Comitato cantonale dell'SDA. All'ingresso dell'edificio del governo, il giornalista non è riuscito a passare la portineria. “Il premier non c'è, e Poparic è occupato”. Nemmeno alcune ore dopo, il portiere ha voluto cambiare quanto detto in precedenza: “I signori Poparic e Selman non ci sono”, ha detto brevemente. Finalmente, nel palazzo dell'impresa comunale, il giornalista di Daniè riuscito ad incontrare il segretario del comitato cantonale dell'SDA Besim Ajanovic, ma lui non era autorizzato a parlare con i giornalisti: “Niente prima di venerdì”, ha detto Besim Ajanovic. All’SDA annunciano che dopo che la centrale dell'SDA di Sarajevo avrà pubblicato i propri documenti elettorali, a Travnik pubblicheranno le loro analisi e i programmi. “Soltanto quando questi documenti saranno finalmente approvati, saranno resi pubblici”, dice Ajanovic. Saudin Dahija, capo del comitato per i rappporti con i media e le analisi di questo partito, offre la seguente spiegazione: “Io ricopro il ruolo di coordinatore e posso indirizzarvi alla persona scelta per una regione. Se volete, potrei coordinare il vostro incontro con il presidente Selman, ma non posso parlare finché la piattaforma elettorale non sarà accettata. Come presidente dell'SDA di Kiseljak, io potrei rispondere a qualsiasi domanda sul lavoro di questo comitato, ma non sono autorizzato per il livello cantonale.” Il fatto che all’SDA nessuno possa parlare o che sia impossibile contattare qualcuno che sia autorizzato a farlo, in realtà la dice lunga sullo stato interno del partito di maggioranza e del suo rapporto verso il pubblico.

Corte criminale internazionale esamina caso di bimbi soldato di Carla Amato Sono i bambini soldato le vittime nel primo caso trattato dalla Corte criminale internazionale. Il 28 agosto, il viceprocuratore capo della Corte, Fatou Bensouda ha reso infatti noto che sono state depositate le accuse e la lista delle prove contro Thomas Lubanga Dyilo, un cittadino congolese incriminato per l'arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni affinche' partecipassero attivamente alle ostilita' nella Repubblica democratica del Congo. Ex capo di un gruppo della milizia nella guerra nel distretto nord-orientale di Ituri della Repubblica congolese, Thomas Lubanga Dyilo e' il presidente dell'Unione dei Patrioti Congolesi ed era il Comandante in capo dell'ala militare precedente, le forze di liberazione del Congo, ai tempi in cui i crimini sono stati commessi. L'udienza di conferma e' prevista per il prossimo 28 settembre. In essa i giudici decideranno l'eventuale rinvio a processo. Thomas Lubanga Dyilo ed il suo difensore - che riceveranno anticipatamente il documento dell'accusa - saranno presenti all'udienza con la possibilita' di obiettare alle accuse, mettere in dubbio le prove o presentarne altre a discolpa. Se le accuse saranno confermate, il caso del Lubanga sara' storicamente il primo processo davanti alla corte criminale internazionale e sara' la prima volta che un individuo sara' portato isolatamente davanti ad una corte internazionale in base a questo crimine. La Convenzione internazionale per la protezione dei minori e quella per i bambini soldato stabiliscono che i minori di 16 anni non possono essere arruolati in eserciti o gruppi di militanti armati e che prima dei 18 anni non possano essere impiegati nella zona dei combattimenti attivi. 54 gruppi di 11 Paesi, fra cui le Tigri Tamil dello Sri Lanka, le FARC colombiane, i miliziani Janjaweed in Darfur, il partito Comunista-Maoista in Nepal e l'esercito di resistenza del Signore in Uganda, utilizzano bambini - talora di meno di dieci anni - come soldati, servi o schiavi sessuali per i combattenti. Secondo l'ONU, piu' di due milioni di bambini sono morti nell'ultimo decennio in situazioni di conflitto armato, mentre sei milioni hanno subito amputazioni o altri effetti gravi e irreversibili. La corte criminale internazionale - che e' un tribunale permanente e non coincide con il Tribunale internazionale dell'ONU - e' stata fondata con lo statuto di Roma il 17 luglio 1998, una convenzione ratificata ad oggi da 101 Paesi del mondo, e si occupa di genocidi, crimini di guerra e crimini contro l'umanita', perseguendo singoli, e non Stati. Altri casi all'attenzione della Corte sono quello dell'Armata del Signore in Uganda, ma anche la Repubblica democratica del Congo e la Repubblica centroafricana hanno chiesto che la corte studi i crimini commessi sul loro territorio, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha chiesto alla Corte di occuparsi del la situazione del Darfur, in Sudan. www.osservatoriosullalegalita.org

Montenegro, se il mattone va a ruba La bellezza di questa repubblica bancanica è stata per anni il segreto meglio custodito d’Europa. Ma adesso le cose stanno cambiando. Grazie anche allo zampino di Katherine Zeta Jones. Il turismo minaccia le bellezze del Montenegro (Dragana Nikolic Solomon) La nuova Riviera. Questo potrebbe divenire a breve il Montenegro, paese balcanico di recente indipendenza che sta più che mai attraendo acquirenti alla ricerca di residenze secondarie. Almeno se ci si limita alla facciata dei depliant turistici o immobiliari. Ma la realtà è ben diversa. Installazioni turistiche scadenti, infrastrutture in declino, paesaggi deturpati da costruzioni abusive, problemi di smaltimento dei rifiuti e carenza d’acqua possono trasformare una vacanza apparentemente perfetta in un’esperienza infernale. Il Dopoguerra si fa sentire Natasa, residente a Belgrado e in vacanza nel Montenegro, si lamenta della scarsità d’acqua. «È un disastro. Abbiamo l’acqua tra le 11 e le 15 e più tardi durante la notte. Che razza di posto turistico è questo, dove devo lasciare la spiaggia con la mia bambina per farle fare una doccia?» Molto è cambiato per il Montenegro dai tempi felici degli anni Ottanta, quando era una delle mete turistiche più popolari, con un fatturato annuale derivante dal turismo di circa 79 milioni di euro. Tutto ciò ebbe fine con la guerra e l’assedio della vicina Dubrovnik, cui presero parte soldati montenegrini. I turisti se ne andarono all’inizio degli anni Novanta, con lo scoppio delle guerre che causarono la disintegrazione della Yugoslavia. Il crollo dei redditi e l’arrivo dei rifugiati ebbero un effetto devastante sugli hotel, molti dei quali divennero residenze provvisorie per i profughi. Nello stesso tempo il collasso dei piani regolatori portò a un proliferare di costruzioni abusive lungo la costa. Ripresa in vista Il Governo ha iniziato ad affrontare il problema delle infrastrutture in declino, investendo milioni di euro nella ricostruzione delle strade e della rete di trasporti. Gli aeroporti di Podgorica e Tivat sono stati rimodernati a un costo di 22 milioni di euro, migliorando i collegamenti con altre città europee. Tuttavia i cambiamenti maggiori si sono visti nel mercato immobiliare. È ormai da un paio d’anni che russi, inglesi e irlandesi acquistano qui le loro seconde case. Il prezzo delle abitazioni sulla costa è raddoppiato rispetto all’estate scorsa per la gioia dei proprietari. Secondo i media serbi e montenegrini Katherine Zeta Jones e Michael Douglas, in vacanza in Montenegro, sarebbero interessati a una casa nell’antica città di Perast, nella baia di Boka Kotorska. E si vocifera pure che Roman Abramovic, miliardario russo proprietario del Chelsea, stia comprando una piccola penisola al largo della baia di Bigovo. Goran Radonjic, direttore dell’agenzia immobiliare Montenegro Property, spiega questa tendenza grazie alle bellezze naturali dell’area e ai prezzi dei terreni, inferiori a quelli della vicina Croazia. E per tornare a casa? In asino se necessario «Ormai è diventato impossibile per il montenegrino medio acquistare una casa vicino al mare» dice Dragana, proprietaria di un caffè nell’antica città veneziana di Kotor, sulla costa. «I nostri figli avranno difficoltà a trovare una casa e dovranno vivere nell’entroterra». Altri sono costretti a vendere la propria casa e trasferirsi in alloggi più a buon mercato per far quadrare il bilancio familiare. Bozo è un anziano pensionato di Stoliv, villaggio che vanta il più grande uliveto nella baia di Boka Kotorska. Difficoltà economiche lo hanno costretto a vendere la terra appartenuta da secoli alla sua famiglia. Con il ricavato ha potuto acquistare degli appartamenti ai due figli. «Non ho venduto a cuor leggero la terra appartenuta ai miei avi. Alla fine l’unica cosa che ci è rimasta è la piccola casa dove viviamo io e mia moglie». Vjera, tra le poche persone del luogo ancora residenti a Perast, dice che la gente sta vendendo vecchi palazzi veneziani, non perché lo desidera «ma perché per lo stesso prezzo possono comprare cinque o sei appartamenti altrove». Anche Mira, un’anziana donna dalla città di Kotor, ha venduto il suo antico appartamento nel centro abitato. È preoccupata: la città si svuoti del tutto in inverno, dopo la fine della stagione estiva e la partenza degli stranieri. «Ho paura che l’antico spirito mediterraneo della mia città possa scomparire, e con esso secoli di tradizione». Nel frattempo gli acquirenti si stanno interessando a luoghi più esotici per le loro residenze secondarie. Dopo gli acquisti di immobili lungo la costa, l’ultima moda è rappresentata dalle fattorie in pietra dell’entroterra, vecchie di secoli e diroccate dall’età. Il fatto che si trovino in luoghi remoti tra le montagne, senza strade di accesso, non sembra essere un deterrente. «La settimana scorsa ho mostrato a una signora inglese una casa isolata senza strada di accesso» dice Goran, di Montenegro Property. «Quando le ho chiesto come intendesse raggiungere la sua futura casa, mi ha risposto che si sarebbe procurata un asino». Dragana Nikolic Solomon and Pedja Popovic - Beograd http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7853


agosto 30 2006

Oui, je suis Cristoforo Colombo Io l'ho capito, perché riesco a fare le cose: perché sono completamente priva della coscienza dei miei limiti. Prendi il viaggio a Genova, per esempio: io sono arrivata con due valigie, due zaini, un computer portatile, una borsa con le cose di Fastweb, un'altra piena di prese e fili che non c'entravano più da nessuna parte e la borsa da passeggio. Una follia, su e giù per queste stazioni italiane prive di carrelli e piene di scale. Posso assicurarlo. E, ovviamente, quando sono stramazzata con il tutto nel primo vagone dell'intercity, il capotreno in persona è accorso a dirmi: "Per carità, rimanga qui tranquilla! E altrimenti come ci arriva, lei, alla carrozza 8?" E quindi ho viaggiato in prima classe per ordine del capotreno, preoccupato che mi venisse un infarto all'altezza della carrozza 3. Mi sono ripresa verso Voghera, ecco. Però adesso me lo rimiro, il mio tappeto di roba indispensabile da portare, e mi sento tutta fiera di me: l'obiettivo è raggiunto, ed è raggiunto proprio perché non ne avevo misurato l'evidente impossibilità. Secondo me è così, che funziona. Sono contraria alle analisi di fattibilità. Cambiando discorso: gli indigeni paiono amichevoli, come direbbero esploratori più analitici di me. Ieri sera ho festeggiato il compleanno di uno sconosciuto: ero lì a premiarmi delle molte fatiche della giornata in uno sciccoso Vino e Cucina e mi sono ritrovata a conversare con il tavolo accanto, finendo poi per approdarci e per divertirmici, persino. La cosa è bizzarra: né io sono particolarmente socievole con gli sconosciuti, né mi consta che i genovesi abbiano fama di essere chissà quanto espansivi. La chiave di tutto sta, secondo me, nel fattore Milano. Perché mi sto rendendo conto che basta dire: "Sono fuggita da Milano, voglio stare qua!" per riscuotere una solidarietà totale e incondizionata e vedere la comprensione che, letteralmente, trabocca dagli occhi dei miei interlocutori. Ti capiscono. Ti approvano. Ritengono che tu abbia ragione. Non è come a Milano, dove ti fissano con sospetto e tu lo sai, che ti stanno studiando alla ricerca di tue tare caratteriali o patologie da disadattamento che spieghino il fenomeno della tua renitenza a stare là. Qua no. Qua, se non vuoi stare a Milano, sei normale. Bello. Cambiando ancora discorso: stamattina li ho visti. Con i miei occhi. Sono entrata in un bar per fare colazione, ed eccoli là: due tizi che intingevano la focaccia genovese nel cappuccino. "Nah!", mi sono detta. "Lo fanno davvero!" Perché Marzia mi aveva avvisato, che all'ora di colazione avrei contemplato questo fenomeno, ma vederlo con i propri occhi è un'altra cosa. Obbediente e pronta a tutto, nella mia determinazione a chiamare "Mamma!" questa città, mi sono armata anch'io del mio bravo pezzo di focaccia. Non sono arrivata ad intingerlo nel caffè, ma sento che presto lo farò. Magari non davanti a mia figlia o ad altri parenti, ecco. Loro, non credo che capirebbero. Poi sono andata a scuola e mi è stato detto: "Lei insegnerà letteratura in classi eccellenti". Ed io, che l'anno scorso ero costretta a insegnare a scrivere fatture quando a stento mi costringo a leggere quelle che arrivano a me, ho represso a stento la voglia di esibirmi in un tip-tap di contentezza, là, su due piedi. In presidenza. Non ci speravo nemmeno, che potesse succedere: ero preparata ad avere un altro tipo di corso e mi ero portata dietro tutti i maledetti schemi delle fatture. Adesso li brucio, senti. E, sì, non me ne vergogno: una delle cose grandi del mio mestiere è che ti paghino per parlare di cose che ti piacciono. Tipo, ehm, di poesia. L'ho detto per anni ai miei studenti, quando loro mi dicevano che doveva essere orribile, fare i prof: "Ma state scherzando? Io oggi ho parlato di Lorca per una mattinata intera e vengo PAGATA per questo! Ma quando mai ti succede, con un altro mestiere?" E scusa se è poco. Uscita di scuola fischiettante, ho pensato: "Mo' faccio due passi fino al mare. E' là. Basta andare dritti". Era là, infatti: in dieci minuti mi sono ritrovata a Boccadasse. Pensa te. E poi mi sono persa lì in giro, sono andata sopra e sotto per milioni di scale, ho riconosciuto tutte le piante e gli arbusti dei milioni di scale che ti portano al mare a Napoli, ed era tutto identico. Solo un po' più ordinato. E poi - intanto avevo scoperto che qua, non contenti di farci il pesto, coi pinoli, ci fanno pure il gelato - mi sono ritrovata su una palafitta sopra il mare. In un baretto di quelli in legno fatti a palafitta, appunto. Come a Napoli. E c'era il rumore delle onde, la brezza, le gocce di mare che ti arrivavano ed io lì, sulla sdraio a prendere il sole con un bicchiere di vino bianco gelato accanto a me, mi sono tolta le scarpe e ho pensato che, da lì, non mi sarei mossa più. "Quindi adesso avrai meno nostalgia del Cairo?", mi fa Dacia. "Mah. Una può avere nostalgia del mondo intero, ma questo è un ottimo posto per tirare il fiato, immaginare partenze, pensare di andare ovunque e magari tornare pure". "In effetti. Tipo Cristoforo Colombo". "Appunto". Comunque: visto che Cristoforo Colombo ce l'aveva, una casa, sarà meglio che me ne procuri anch'io una, e al più presto. Al momento sono a casa di Pier, scrivo dal Mac di Pier e do da mangiare al gatto di Pier, che è in Normandia. Pier, non il gatto. Però, appunto, la ricerca di casa continua e, anzi, richiede un'accelerata a tavoletta, a questo punto. Quindi: chi sa, parli. Anche perché ci sarebbe un certo blogger da liberare, ammesso che lo si riesca a ritrovare sotto la montagna dei miei scatoloni.http://www.ilcircolo.net/lia/

Mastella: "Avevo un accordo con Casini". E scoppia la bagarre REDAZIONE Il leader dell'Udeur Clemente Mastella ha ieri rivelato che lo scorso anno aveva stretto un accordo con il numero uno dell'Udc Pier Ferdinando Casini per creare un nuovo grande partito di centro alternativo ai due poli. "Casini sta giocando una partita tutta sua: vuole creare problemi a Berlusconi. Mi telefona ogni giorno per dirmi: perché non rompi con l'Unione, così si va alla grande coalizione - ha dichiarato - Pier Ferdinando mi ha già tirato l'anno scorso un brutto scherzo. Facemmo il patto che se si faceva la Riforma proporzionale ci presentavamo assieme. Venne pure a Telese ad attaccare il Cavaliere. Beh, si è fatta la legge, ma lui una mattina mi ha chiamato: ". Affermazioni che hanno ovviamente causato un terremoto nel mondo politico ed in particolare nella Casa delle Libertà. Il massimo esponente del centrodestra Silvio Berlusconi - hanno riferito alcune agenzie di stampa - ha commentato la vicenda definendo Casini "un traditore". Immediata la replica di alcuni esponenti dell'Udc, che hanno difeso il proprio leader avvertendo l'ex premier che non saranno tollerati altri insulti. "E' una frase che Berlusconi non ha mai pronunciato - ha però chiarito Paolo Bonaiuti, portavoce del capo dell'opposizione - non accettiamo e non accetteremo più attacchi ingiusti, ingenerosi e ingiustificati nei confronti di Berlusconi". http://www.centomovimenti.com/2006/agosto/30_mastella.htm

Londra, 10 agosto. Quando le menzogne vengono a galla di Giulietto Chiesa (Megachip) Sono in molti a chiedersi che cosa ci fosse, davvero, sotto l'ormai famoso “complotto del terrore” aereo, “scoperto” con grande clamore mediatico, grande paura planetaria, grandi contromisure mondiali, il 10 di agosto 2006. Per inciso: mentre Israele bombardava senza tregua il Libano e la striscia di Gaza, attirandosi addosso l'esecrazione di una larga maggioranza di cittadini di ogni latitudine Comincerei da lontano: dal programma del Pentagono denominato P2OG. La sigla sta per Proactive Preemptive Operations Group. L'esistenza di questo programma, la cui data di nascita è sconosciuta, emerse dai fondali nell'agosto 2002, perché notizie che lo riguardavano vennero pubblicate dal Comitato Scientifico di Difesa del Pentagono. Non è escluso, ma non è sicuro, che un tale programma fosse esistente da più tempo. Per esempio da prima dell'11 settembre. Ma, in sostanza cosa c'è nella scatola? Operazioni clandestine di elevata sofisticatezza realizzate dai servizi segreti per “stimolare reazioni” nei gruppi terroristici. Cioè: penetrazione nei gruppi con agenti provocatori, per spingerli ad azioni errate che permettono, dopo essere state “scoperte”, di sgominarli o di ricattarli. Non è un'idea originale? Il fatto è che Seymour Hersh, Dio lo benedica per la sua tenacia, ci ha informato, nel gennaio del 2005, con un articolo sul New Yorker, che il P2OG è stato rimesso in funzione. “Mi è stato riferito (da fonti del servizi americani, ndr) che agenti militari sarebbero stati preparati per fingersi uomini d'affari corrotti, che cercano di comprare pezzi che possano essere usati per costruire bombe atomiche. In certi casi cittadini locali (cioè non americani, ndr) potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Con il compito potenziale di organizzare ed eseguire operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche” (il corsivo è mio). Adesso torniamo al complotto “globale” del 10 agosto. Da dove sono venute le informazioni? Dai servizi segreti militari del Pakistan, l'ISI. Cioè i signori che crearono dal nulla, tra il 1994 e il 1996, il regime dei taliban in Afghanistan. I quali avrebbero catturato Rashid Rauf, la cosiddetta “mente” dell'intera operazione che avrebbe dovuto far saltare per aria una decina di aerei diretti da Londra verso gli Stati Uniti. E insieme a Rashid, un discreto gruppetto di complici. Ma quando gli attentati? Non certo in prossimità del 10 agosto, perché a quella data i sospetti, cioè i 24 arrestati, non avevano ancora nemmeno comprato i biglietti aerei. E molti di loro non avevano nemmeno i passaporti per andare negli Stati Uniti. Questa notizia è stata data alla NBC News da una fonte ufficiale britannica. Un'altra fonte dei servizi britannici ha riferito inoltre che molti dei sospetti erano sotto stretta sorveglianza da più d'un anno, cioè da prima degli attentati del luglio 2005. Ma, se erano sotto vigilanza, da dove viene la sorpresa e il clamore? E perché spiattellare tutto proprio alla vigilia del 10 agosto? Sempre NBC News rivela che la decisione di arrestarli subito, sebbene non ci fosse nessuna evidenza di pericolo immediato, “fu imposta dai funzionari di Washington”. Ma cosa era accaduto, nel frattempo? Che, a Islamabad, Rashid Rauf aveva confessato. Perfino i giornali pakistani riferiscono che il giovanotto “è crollato” sotto gl'interrogatori. E tutti noi capiamo come vengano condotti gl'interrogatori della polizia politica pakistana. In altri termini: tortura. Il fatto che gli agenti americani e britannici non abbiano mosso ciglio di fronte a una confessione sotto tortura non deve destare stupore: è quello che loro stessi hanno fatto – o hanno permesso che si facesse a Guantanamo Bay, in Uzbekistan (rivelazioni molto dettagliate dell'ex ambasciatore britannico a Tashkent, Craig Murray), ad Abu Ghraib, a Damasco, al Cairo, a Kabul, etc. In quelle condizioni si confessa qualsiasi cosa, ovviamente. E Rashid Rauf non poteva fare eccezione. Confessa anche, ad esempio, che gli aerei li avrebbero fatti saltare in aria fabbricando, sempre in aria, un esplosivo denominato TATP. Cioè perossido di idrogeno, acetone e acido solforico. Secondo la versione fornita dagl'inquirenti, i terroristi sarebbero saliti a bordo con questi tre elementi separati, tutti e tre liquidi, per sfuggire ai controlli dell'aeroporto. I componenti sarebbero poi stati mescolati insieme in una toilette dell'aereo, per produrre il micidiale esplosivo. Sfortunatamente questa storia è totalmente impossibile, come hanno clamorosamente dimostrato gli esperti di esplosivi e come ha, con grande spirito umoristico, raccontato il giornalista americano Thomas C. Greene. Perché mettere insieme perossido di idrogeno (nella dovuta concentrazione, altamente infiammabile), con acetone, si può fare, ma richiede obbligatoriamente una temperatura inferiore ai 10 gradi centigradi , altrimenti il liquido risultante s'incendia subito. E l'incendio può ustionare il portatore, o i suoi vicini di sedile, ma non è un'esplosione e non può far cadere l'aereo. D'altro canto tenere sotto controllo una tale soluzione per diverse ore, in aereo, implica un sistema di refrigerazione molto preciso e anche molto ingombrante. Da portare, per giunta, nella toilette insieme ad alambicchi vari. Perché adesso viene in bello. Cioè il versamento dell'acido solforico nella data soluzione. La qual cosa richiede, come minimo e preliminarmente, una maschera antigas e un paio di occhiali da subacqueo, perché il gas che ne fuoriesce è altamente corrosivo per gli occhi e letale se inspirato. Non solo, ma l'intera operazione, per raggiungere la quantità di esplosivo necessaria, richiede parecchie ore. E poi comporta altre due ore e mezzo circa di attesa affinché il composto chimico riesca a seccare, trasformandosi in piccolissimi cristalli simili a neve, prima di poter essere fatto detonare con un impulso elettrico. Tutto questo, com'è evidente, richiede che, nel corso dell'intero volo, nessun passeggero venga a bussare alla porta della toilette; che nessun membro dell'equipaggio si insospettisca vedendo un passeggero entrare nella toilette con ingombranti apparecchiature, e poi assistendo, dall'esterno a una tale prolungata diarrea; che i fumi del gas letale, dall'odore caratteristico di acido solforico, non escano dalla toilette, soffocando i passeggeri dei sedili situati in prossimità della detta toilette. Il mondo intero – come ha scritto Green – “è stato raggirato con un mito hollywoodiano di liquidi esplosivi binari, che ha guidato interi governi e determinato politiche. Cioè noi abbiamo reagito a un complotto cinematografico”. Pura fiction, evidentemente di grande successo. Chi l'ha prodotta? Ecco, non sarebbe male ora tornare a bomba, come si usa dire, al progetto P2OG. Ce ne sono i motivi. Secondo la dettagliata analisi di Nafeez Mossadeq Ahmed (1), che cita a sua volta il capo del bureau pakistano di Asia Times, Syed Shahzad, i cittadini britannici di origine pakistana arrestati a Lahore e Karachi in connessione con il complotto, erano tutti membri attivi del gruppo islamico britannico clandestino Al Muhajiroun, il cui capo è Omar Bakri Mohammed. Costui è ora in Libano, dove è stato “esiliato” dalle autorità britanniche sebbene figuri tra i sospettati per le esplosioni del 7 luglio 2005 a Londra. Non vi sembra strano che, avendolo in mano, gl'inglesi se lo siano fatto scappare? Risulterà meno strano quando si sappia che Omar Bakri Mohammed era un agente dell'MI6 britannico, reclutato alla metà degli anni '90 per reclutare, a sua volta, combattenti islamici per il Kosovo. Sempre secondo la stessa fonte sia la CIA che l'MI6 avrebbero da tempo loro agenti infiltrati all'interno del gruppo Al Muhajiroun. Il tutto appare straordinariamente simile alla mission del gruppo P2OG: organizzare finti o veri attentati terroristici, penetrare all'interno dei gruppi terroristici per usarli a proprio piacimento. Ecco da dove viene la fiction nella quale tutti i media principali hanno immediatamente creduto, rivendendocela come realtà effettuale, contribuendo a organizzare la diversione. Poi che succede? Che le prove non ci sono, che la “mente” del complotto, torturato a dovere, non viene neppure estradato in Inghilterra, forse perché non lo si può far vedere in pubblico. E succede anche che dei 23 arrestati solo 11 vengono formalmente incriminati, con accuse molto generiche di possesso di elementi atti a costruire bombe e possesso di video estremisti inneggianti al martirio. Due sono rimessi addirittura in libertà, gli altri 11 sono trattenuti in base alla legge antiterrorismo che prevede 28 giorni di detenzione anche senza un'accusa formale. Il ministro dell'interno britannico, John Reid, sta cercando di far passare un piccolo Patriot Act d'oltre Manica, per prolungare il fermo fino a 90 giorni, ma non risulta abbia chiesto l'estradizione di Rashid Rauf. Ma ciascuno di noi dovrebbe sapere che è possibile, teoricamente, la sua incriminazione per terrorismo. Infatti potrebbe avere dell'acetone in bagno, per sciogliere lo smalto sulle unghie, e dell'acido solforico per sturare i lavandini, e del decolorante per capelli, che contiene, insieme al 97% di acqua, anche del perossido d'idrogeno. Infine tutti abbiamo un telefonino, potenzialmente adatto a innescare l'esplosivo risultante. Resta una domanda, che spesso mi viene fatta quando cerco di spiegare che anche l'11 settembre è una colossale menzogna: “ma possibile che chi organizza questi spettacoli sia così stupido da lasciarsi dietro tante incongruenze?” La domanda è legittima, ma ingenua. Le incongruenze sono evidenti, ma le conosceranno in pochi. Quello che passa è la versione ufficiale, che crea l'ondata di panico opportuna per l'uso da parte dei poteri. Chi organizza queste cose non è affatto stupido: conosce il funzionamento dei media meglio di noi e anche meglio di molti direttori di giornali e di telegiornali. da 'Galatea' 1. www.uruknet.web.at.it/colonna-centrale-pagina.php?p=26039&colonna=m Giulietto Chiesa è tra gli autori dell'antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi. Fonte: Megachip

IL MOVIMENTO PER LA VERITA' SULL' 11 SETTEMBRE E' SOTTO ATTACCO DI ALCENERO & GOLDSTEIN ComeDonChisciotte Il "9-11 truth movement" potrebbe star assistendo dal vivo e sulla propria pelle al concretizzarsi del processo, indicato da Arthur Schopenhauer, di affermazione di una verità precedentemente non riconosciuta: "Ogni verità attraversa tre fasi. Prima viene ridicolizzata. Poi incontra una violenta opposizione. Infine viene accettata come palese". Chiunque si sia avvicinato alle spiegazioni alternative sui tragici eventi dell'11 settembre 2001 ha potuto vedere ampie dimostrazioni della "fase uno". I commentatori dei mezzi di informazione mainstream hanno infatti dapprima ignorato e poi ridicolizzato le teorie che indicano una complicità del governo Usa negli attacchi dell'11-9. A seguito, Giornalista investigativo aggredito e colpito da poliziotti in borghese (Cristopher Bollyn, American Free Press); Alla luce di un ponte che brucia - Un addio definitivo agli Stati Uniti (M. C. Ruppert; From The Wilderness) Per citare solo il caso italiano, commentatori come Vittorio Zucconi e Massimo Teodori, nel momento in cui le rivendicazioni del truth movement riuscivano a farsi strada nelle news e in programmi come Matrix di Mentana, si sono impegnati a presentare le "teorie del complotto" come ricostruzioni ridicole, quasi delle curiosità antropologiche, mostrando tra l'altro una conoscenza di quelle che definiscono 'teorie della cospirazione' discordante col precedente periodo di assordante silenzio. Adesso giungono da oltreoceano delle notizie piuttosto preoccupanti che potrebbero indicare che il 9-11 truth movement incomincia ad incontrare una violenta opposizione (la "fase due" di Schopenhauer) che si concretizza in una più decisa denigrazione e anche in iniziative oltre la legalità da parte degli apparati dello Stato. Chi sostiene la richiesta di nuove indagini sull'11 settembre ha sempre incontrato delle enormi difficoltà, un esempio su tutti è quello del membro del Congresso Usa Cynthia McKinney che ha visto notevoli attacchi e boicottaggi politici dopo le sue affermazioni critiche verso Bush a riguardo dell'11-9. Ma in questi ultimi tempi si sono moltiplicate le notizie di grossi ostacoli e persino di aggressioni verso chi analizza criticamente gli attacchi dell' 11 settembre. Il più recente episodio è quello del Sergente di Prima Classe Donald Buswell, già decorato in Iraq con un Purple Heart, che è stato messo sotto inchiesta dall'esercito per "comportamento sleale verso gli Stati Uniti" avendo semplicemente discusso e appoggiato via mail le cosiddette teorie del complotto. Tempo fa il Dr. Kevin Barrett cofondatore della Muslim Christian Jewish Alliance for 9/11 Truth (MUJCA) [Alleanza Islamica, Cristiana ed Ebraica per la verità sull' 11-9] e insegnante alla Università del Wisconsin-Madison è stato violentemente attaccato dal politico repubblicano Steven Nass, e in seguito anche dal Governatore Democratico Doyle, che hanno chiesto, per ora senza successo, il suo allontanamento dall'insegnamento universitario. Recentemente William Woodward, Professore di Psicologia all'Università del New Hampshire, ha affermato di ritenere che un gruppo di elite all'interno del governo abbia orchestrato gli attacchi dell'11-9 e ha espresso il desiderio di affrontare con i suoi studenti lo studio dell'11 settembre da una prospettiva psicologica. Anch'egli è stato immediatamente attaccato,prima dal Senatore Repubblicano Judd Gregge in seguito da altri due senatori, Ted Gatsas e Jack Barnes, col risultato che ora rischia di perdere il posto. Sempre in questi ultimi giorni il Prof. S. Jones, docente di fisica alla Brigham Young University, e Jim Fetzer, Professore Emerito alla Università del Minnesota-Duluth, entrambi fondatori di Scholars for 9-11 truth [Ricercatori per la verità sull' 11-9] hanno ricevuto pesanti attacchi e diffamazioni. Un altro episodio particolarmente preoccupante è il fatto che Waheed Zaman, uno dei giovani accusati in Gran Bretagna di aver partecipato ad un oscuro piano di abbattere aerei con esplosivi fatti in casa, è stato indicato come un sostenitore delle teorie cospiratorie sull'11-9 e uno che "guarda video cospirazionisti su internet". L'accostamento tra il Truth Movement e l'estremismo terrorista è stato di nuovo presentato in un normale collegamento della CNN dalla reporter Christiane Amanpour. Ma gli episodi più preoccupanti riguardano due importanti ricercatori che si sono occupati della verità sull'11-9 e che oggi lanciano pesanti accuse affermando di avere subito gravi violazioni dei loro diritti. Il primo ricercatore è Cristopher Bollyn, giornalista investigativo di American Free Press, autore di molte inchieste scomode tra cui l'approfondimento dei collegamenti dei servizi Israeliani con gli attacchi dell'11 settembre. Bollyn sarebbe stato picchiato dalla polizia locale in borghese pochi giorni fa davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e dei figli piccoli, ed i suoi sospetti di essere spiato da molto tempo sarebbero suffragati da esplicite frasi rivolte a lui da un ufficiale. Nella sua memoria che vi proponiamo - scritta a caldo subito dopo l'evento - egli conclude amaramente che gli Stati Uniti non sembrano più essere un posto sicuro per chi fa giornalismo investigativo, ed intende rifugiarsi in Europa. Il secondo è Michael Ruppert, editore del sito From The Wilderness, protagonista in passato di coraggiose denunce sul traffico di droga gestito dalla CIA e autore di "Crossing the Rubicon: The Decline of the American Empire at the End of the Age of Oil" [Attraversare il Rubicone: il declino dell'Impero Statunitense alla fine dell'era del petrolio], uno dei libri più venduti negli Usa sull'11 settembre. In esso Ruppert accusa Bush e la sua junta di avere attraversato un ideale Rubicone spinti dall'approssimarsi del picco di produzione del petrolio e dunque di avere orchestrato l'11 settembre per avere mano libera nel mondo. Ruppert, di cui presentiamo più sotto una sintesi della sua lettera di addio agli Usa, ha deciso di trasferirsi a Caracas, in Venezuela, a seguito di furti e danni gravi arrecati da ignoti al suo ufficio e al suo archivio, e afferma di essere stato vittima di iniziative poco chiare volte a screditarlo e rovinarlo economicamente. Su eventi così gravi naturalmente è d'obbligo approfondire e considerare ogni eventualità, ma è lecito aspettarsi anche il peggio nel momento in cui i commentatori neocon, in tutto il mondo occidentale, lanciano accuse alle "quinte colonne" e al "nemico interno", come fanno ad esempio Newt Gingrich in America, che paragona ad "insorti" i politici pacifisti, o Giuliano Ferrara in Italia. La sempre più inclusiva definizione di "combattente nemico" modellata dall'Amministrazione Bush, l'istituzione di "free speech zones", ed i programmi dei campi di lavoro – alcuni dei quali in costruzione dalla Halliburton - sono ormai notizie riportate anche dai grandi media, ed hanno spinto l'ex assistente di McNamara e autore dei Pentagon Papers Daniel Ellsberg, a dichiarare che piani simili sono indicativi della "preparazione per l'internamento, dopo un nuovo 11-9, di immigrati, prevalentemente mediorientali, e probabilmente di dissidenti politici". L'affermarsi di pratiche autoritarie come lo spionaggio indiscriminato sui cittadini, l'uso delle cosiddette "rendition", l'approvazione in molti paesi di leggi liberticide (ad iniziare dal Patriot Act), le sempre maggiori voci in sostegno dell'uso della tortura, sono comunque un segno chiaro del deterioramento di diritti che si pensavano ormai affermati. Le notizie che abbiamo presentato mostrano che chi cerca di confrontare i governi sull'autenticità della "guerra al terrorismo" viene fatto obiettivo di denigrazione se non di vere e proprie aggressioni. Ad ulteriore dimostrazione della pretestuosità del tanto decantato "scontro di civilità" che viene montato abilmente sotto i nostri occhi dalla propaganda di Stato. La speranza naturalmente è che a breve, grazie anche all'impegno della comunità di internet, ci aspetti la "terza fase" indicata da Schopenhauer: la definitiva affermazione della verità. GIORNALISTA INVESTIGATIVO AGGREDITO E COLPITO DA POLIZIOTTI IN BORGHESE DI CRISTOPHER BOLLYN Rumor Mill News Sono le due di notte, ho una scadenza domattina, e sono stato picchiato dalla polizia locale ed ho molto dolore al gomito destro, ma ho bisogno di scriver esattamente cosa mi è successo oggi prima di andare a dormire. Altrimenti dimenticherò dettagli importanti. Sono stato assalito, picchiato, e colpito con una pistola simile ad una Taser nel mio giardino davanti a moglie e figli, e poi insultato per sei ore dalla polizia locale istruita dall'ADL [Anti Defamation League, cioè lega anti-diffamazione, ndt]. Ho ogni ragione per credere che la causa sia la mia investigazione giornalistica dell'11 settembre. Durante la mia carriera da giornalista sono già stato minacciato in passato, ma questa è la prima volta che mi è capitato di essere intenzionalmente picchiato e insultato da poliziotti. Indago sull'11 settembre da quello stesso giorno ed ho scavato nelle molte domande senza risposta degli attacchi terroristici. Ho scoperto lo scorso anno che ero stato spiato da almeno due informatori dell'FBI, i quali hanno pattugliato nei dintorni di casa mia per anni. Questa è la ragione principale per la quale non mi sento al sicuro negli Stati Uniti. E' anche la ragione per la quale spendo la maggior parte del mio tempo in Europa o in case sicure in questo paese, con ricercatori dell'11 settembre a me cari come Ellen Mariani ed Eric Hufschmid. Ho due figli piccoli. Sono stato nella mia vecchia casa ad Hoffman Estates per alcune settimane, principalmente perché i miei bambini erano stufi di viaggiare e amano molto questa vecchia casa rossa, la sola che abbiano mai avuto. E' giusto una semplice casa nella zona di Hoffman Rosner nella periferia di Chicago che i miei defunti genitori comprarono nel 1957, ma è casa mia. Avevo notato un'inusuale attività delle forze dell'ordine intorno a casa mia sin da quando sono tornato. Viviamo in una strada tranquilla dove si vedono di solito una o due pattuglie della polizia nell'arco di una settimana. Da quando sono tornato ho notato i generi più svariati di macchine della polizia e strumentazioni nelle immediate vicinanze della mia abitazione. Ma ieri stava succedendo qualcosa di molto strano intorno a casa. Mentre mi recavo con la mia moto al negozio c'era una macchina senza insegne con tre uomini armati a bordo e con giubbotti antiproiettile che percorreva il mio isolato. Chi diavolo sono? Ho pensato fra me e me, sembra che si stiano dirigendo verso casa mia, ma non mi troveranno li'. Poi oggi, alla stessa ora, la stessa macchina con i tre uomini è passata lentamente davanti a casa, dove stavano giocando i figli dei vicini. "Salve, FBI" ho detto dal mio portico salutandoli. L'uomo al sedile passeggeri davanti ha risposto al mio saluto. Ho immediatamente avvisato mia moglie ed i bambini. Helje mi ha risposto che avrei dovuto fermarli e chiedere loro cosa volessero. Per capirci, oggi stavo lavorando su due storie piuttosto grosse ed ho fatto molte telefonate all'Ambasciata Israeliana, alla SEC [agenzia investigativa federale per la sicurezza commerciale e finanziaria, ndt], all'ufficio del Procuratore del Distretto Est di New York, e ad un anziano Israeliano che vive a New York, e sospetto sia stato un attore chiave dell'11 settembre. Mi piacerebbe parlare di questa pista ma non è il momento adatto. Tutte le mie telefonate erano relative all'11 settembre, tranne quelle che ho fatto all'Ambasciata ed al consolato locale di Israele. Queste erano per normali inchieste giornalistiche sulle perdite di uomini e mezzi Israeliani in Libano. L'ufficio stampa dell'Ambasciata non ha gradito le mie richieste, ma ho specificato loro che si trattava del mio lavoro. Volevo sapere il numero dei morti e feriti e se erano stati distrutti 60 carrarmati Merkava, come afferma Hezbollah. Poi ho chiesto anche dove fossero stati catturati esattamente i due soldati Israeliani. Ho detto loro che c'erano almeno 15 notizie d'agenzia che dicevano che i soldati erano stati catturati nel villaggio Libanese di Aitaa al-Shaab – in Libano. Erano sorpresi di sentire anche questa domanda. A parte la mia indagine di cui non posso parlare, le altre telefonate vertevano su come Jacob "Kobi" Alexander sia riuscito a scappare con più di 60 milioni di dollari la scorsa settimana, molti mesi dopo che era diventato di dominio pubblico che lui ed altri Israeliani che lavoravano per la Comverse Technology, Ltd. avevano fatto truffe per centinaia di milioni con le stock options. Ciò era andato avanti per anni, e il Wall Street Journal e il Globes (Israeliano) hanno riportato i nomi e le somme nello scorso marzo. Caspita, il giornale per cui lavoro, l'American Free Press, lo ha fatto nell'Aprile del 2005. Volevo sapere dalla SEC e dall'ufficio del Procuratore come sia stato possibile che questo Kobi Alexander sia stato in grado di rigirare 60 milioni al suo conto Israeliano e a lasciare New York senza trovare nessuno a fermarlo. "Se io inviassi 5 milioni in Norvegia lo saprebbero immediatamente FBI e NSA al completo", ho aggiunto. A ll'ufficio del Procuratore hanno dichiarato di aspettarsi che Kobi si sarebbe consegnato alla polizia. Un saggio consiglio: non contateci. Kobi Alexander era uno dei proprietari e sviluppatori del software Odigo che permise agli Israeliani di comunicare in tempo reale l'11 settembre. Era attraverso il "sistema di contatti" del software Odigo, che permette di comunicare a larghi gruppi di persone che hanno in comune una caratteristica, quale può essere quella di parlare l'ebraico, che migliaia di Israeliani furono avvertiti di non andare a lavorare l'11 settembre [Il preavvertimento giunto a impiegati della Odigo è stato confermato da molte fonti mainstream. Se adesso sia seguito un avvertimento a impiegati del WTC o di Manhattan vicini ad Israele è un argomento dibattuto; in ogni caso ci sono una mole di indizi che implicano un coinvolgimento del Mossad negli eventi dell' 11-9, ndt]. La compagnia collegata al Mossad di Kobi Alexander, la Comverse Technology, era la proprietaria e la sviluppatrice di Odigo dall'inizio del 2000, qualcosa che il New York Times non considera tra "le notizie che si devono dare". La Comverse produce una scatola nera chiamato "Disco Audio" che la polizia, l'intelligence e le agenzie di sicurezza, oltre che i governi di tutto il mondo, hanno collegato ai loro network telefonici. Questo semplice dispositivo permette agli impiegati Israeliani di Tel Aviv della Comverse di intercettare ed ascoltare tutte le informazioni che vengono trasmesse da queste ingenue agenzie... qualunque cosa. ... ci siete? Avevo terminato le mie chiamate e guardato la prima parte delle News di Lou Dobb alla CNN e stavo per andare al negozio, quando mi sono affacciato alla terrazza ed ho visto questa minacciosa macchina scura piena di quelli che erano chiaramente agenti di qualche tipo. Ho avvertito subito moglie e figli e sono andato con la bicicletta al negozio. Mi sono detto tra me e me: c'è qualcosa che non va, così mi sono fermato all'enoteca e ho chiesto di usare il telefono. Ho chiamato il 911 [numero delle emergenze, ndt] e ho detto loro che una strana macchina con uomini armati stava girando nei dintorni del mio vicinato senza nessuna ragione apparente. Mi è stato risposto che una macchina della polizia mi avrebbe raggiunto a casa nel giro di 20 minuti. Ero tornato a casa da pochi minuti quando la stessa macchina sospetta si è fermata davanti casa e i tre uomini armati aspettavano sul mio viale. Avevo appena chiamato la polizia e messo giù il telefono così ero un pò sorpreso di vederli già lì. Mia moglie e mia figlia di 8 anni erano già lì e ho chiesto a questi uomini chi erano e perché stavano perlustrando la strada di casa mia. Ho chiesto... Perchè state guidando con questa macchina civetta intorno a casa mia? In ogni caso, chi siete? Non volevano identificarsi ed erano molto aggressivi. Sono corso verso la porta di casa che da sul davanti per chiamare mio fratello quando i tre mi hanno bloccato e colpito con qualche tipo di stun-gun [una pistola che spara scariche elettriche, a dispetto dei molti morti le forze dell'ordine statunitensi la definiscono "arma non letale", ndt]. I tre uomini sono venuti sopra di me e mi hanno spinto la faccia per terra, mi hanno ammanettato e fatto salire in macchina. Tenete a mente che avevo chiamato il 911 per segnalare una macchina sospetta nel mio quartiere, una zona che conosco dal 1957, quando i miei genitori parteciparono alla fondazione di questa città. Ho due bambini piccoli, dopo tutto, e questa macchina mi sembrava molto minacciosa. Lo considero un normale obbligo che dovrebbe avere ogni residente, ma ho poi scoperto che ci stavano davvero spiando. Dopo ci hanno anche scherzato su alla stazione: "Noi ti vediamo", mi hanno detto. Si dovrebbe notare che nel mio quartiere non ci sono bande o crimini di alcun tipo che giustificherebbero il pattugliamento continuo nei dintorni della mia casa di una squadra in borghese. E' per questo che è così sospetto. E perché stanno pattugliando davanti casa mia ? Mentre mi prendevano a pugni, mia moglie stava implorando loro di fermarsi e mia figlia stava piangendo. Desideravo molto che mio fratello, i miei vicini, e mio figlio venissero ad aiutarmi ma nel giro di un minuto sono comparsi dozzine di poliziotti e pompieri davanti al mio giardino. Da dove sono venuti tutti cosi velocemente? Com'è possibile che c'erano contemporaneamente così tanti poliziotti nel mio quartiere? Questo è assolutamente strano, dato che Hoffman Estates si estende a Nord Est fino a Cook County, ma c'erano almeno 5 pattuglie e 10 ufficiali nel mio giardino non oltre un minuto dopo che sono stato picchiato sul prato. Gli insulti personali sono cominciati quando ero seduto in macchina ammanettato. L'ufficiale Fitzgerald si è permesso di insultare me, la mia defunta madre, una fondatrice del villaggio, ed infine ha minacciato di picchiarmi. Quando si è avvicinato un altro ufficiale alla macchina, mi ha detto che questo tipo stava venendo a picchiarmi. Quando ho ripetuto quello che aveva detto parola per parola, ha replicato: "Non ho detto quello". Ha poi iniziato a portarmi alla stazione, che è a circa 3 miglia dal centro storico del paese in cui vivo. Bombardato con continui insulti verbali, quando dicevo qualcosa dal sedile di dietro [Fitzgerald] fermava la macchina di colpo per farmi sbattere la testa contro la finestra di separazione in plexiglass. Tipico trattamento di tortura della polizia di Chicago; il tipo è stato rude fino all'arrivo alla stazione. Questo è esattamente il genere di cose contro cui mi battei quando concori per essere Sindaco di questa città nel 2001. Ho deciso di appoggiarmi sul sedile e non parlare più. Quando siamo arrivati alla stazione, c'era un manipolo di poliziotti coi guanti bianchi che mi aspettavano nel garage della polizia. Non appena l'ufficiale Fitzgerald è entrato nel garage, ha detto ai 10-12 poliziotti in attesa: "Dice che i poliziotti sono un manico di....... potete prendervi cura di lui adesso". Quando mi hanno fatto uscire, ho detto loro che sono un giornalista e che avrei scritto del loro trattamento. Gli insulti verbali hanno cominciato a partire da tutte le parti. Mi hanno detto che sarei dovuto andarmene dalla città, e cose del genere. Ho detto che i miei genitori erano stati tra i fondatori di Hoffman Estates, ma a loro non interessava. Mentre ero nella stazione mi hanno tolto di forza la cintura e strappato la camicia lasciandomi solamente in boxer e canottiera. Ho chiesto il motivo per cui mi trovavo in prigione e mi hanno risposto che mi ero opposto all'arresto ed avevo minacciato la polizia mostrando i pugni, due bugie colossali. Non sono mai stato oggetto di alcun arresto. Avevo chiamato la polizia per segnalare un veicolo sospetto che passava fuori di casa mia ! Mi hanno sbattuto in una cella senza acqua. Quando ho chiesto qualcosa da bere mi hanno risposto "bevi dal cesso." Perché stavo venendo trattato cosi, mi meravigliai ? A mezzanotte, un ufficiale è venuto nella mia cella e mi ha chiesto se potevo pagare 100 dollari per uscire. Di cosa ero accusato, ho chiesto? Avevo chiamato la polizia e mi hanno picchiato davanti al giardino di casa, protestai. Cosa ho fatto per meritarlo ? Mio fratello ha versato la cauzione e poco dopo mezzanotte mi hanno sbattuto in strada con due miglia abbondanti da fare a piedi fino a casa. Sono sconvolto di come sono stato trattato, perché anche se il mio lavoro di giornalista mi arreca spesso problemi con la polizia, non sono mai stato trattato cosi brutalmente in tutta la mia vita. Credo sinceramente che questo trattamento brutale sia collegato alla mia ricerca sull'11-9. Intendo cercare asilo in Norvegia o in Svizzera. Ho brutti presagi. I giornalisti investigativi non sono al sicuro in Iraq – o negli Stati Uniti. Fonte: http://www.rumormillnews.com/ Link: http://www.rumormillnews.com/cgi-bin/forum.cgi?noframes;read=91920 16.08.2006 ALLA LUCE DI UN PONTE CHE BRUCIA Un addio definitivo agli Stati Uniti DI M. C. RUPPERT From The Wilderness 16 agosto 2006, 11:45 AM [PST] – CARACAS - circa una settimana prima che lasciassi gli Stati Uniti per sempre ho visto Robert F. Kennedy, Jr. dire a Charlie Rose qualcosa che tutti sappiamo dentro di noi. "Oggi", ha detto, "gli Stati Uniti sono odiati in tutto il mondo molto più di quanto non fosse nel pieno della guerra in Vietnam". Mi ricordo della guerra in Vietnam. Non la dimenticherò mai. Mi opposi a quella guerra, e mi ricordo ancora i tafferugli nel campus dell'UCLA [Università di Los Angeles, ndt] nel maggio del 1970 quando quattro studenti furono colpiti a morte dalle truppe della guardia nazionale alla Kent State University in Ohio. Allora ero uno studente di college, e la mia leva fu temporaneamente rimandata. L'anno seguente, dato che la nazione passò al sistema a lotteria [In quegli anni fu introdotto un sorteggio a lotteria per chiamare i giovani al servizio di leva, ndt], sarei stato riclassificato idoneo. Almeno qualcuno nel mio paese stava rischiando la sua vita contro l'ingiustizia. Ciò mi diede speranza. Questo genere di rischi erano comuni allora, sia nel movimento per i diritti civili che nel movimento contro la guerra e nell'American Indian Movement [movimento per i diritti degli indiani americani, ndt]. Il sangue americano veniva regolarmente versato sul suolo americano per resistere alla tirannia americana; da Watts, a Detroit, a Selma, a San Francisco, a Memphis e a Wounded Knee. Toccando terra fertilizzava le nostre vite e le nostre anime. La volontà di affrontare la sofferenza fisica, il sacrificio materiale, e la prigione per la causa della giustizia era una caratteristica tipica del carattere americano che si guadagnò rispetto contagiando il mondo. Con cosa gli Stati Uniti, oggi, stanno contagiando il mondo? Ora sembra che gli Statunitensi non siano disposti a rischiare i loro tassi di rendita, i prestiti agli studenti, il prossimo cretino, o un'occhiata di traverso da parte di chi li guarda come malati di Aids per aver osato deviare dalle regole imposte dai media delle aziende. Siamo tornati molto indietro. La canzone "Can't we all just get along" di Rodney King ["perchè non possiamo andare tutti d'accordo?", ndt] sembra essere diventata la colonna sonora della resa del carattere statunitense, e la ribellione di Los Angeles nel 1992 è stata probabilmente l'ultima fiammata nella nostro storia della volontà di combattere l'ingiustizia. Questa nuova accondiscendenza arriva nel momento in cui i crimini Usa sono molto peggiori e di più ampia portata che nel 1970; certamente agli occhi del mondo. Nel 2001 il governo Usa ha sia facilitato che eseguito gli attacchi dell'11 settembre contro il proprio popolo, uccidendo migliaia di suoi cittadini come scusa per lanciare una guerra di conquista neo-imperiale per l'energia. Pochi Statunitensi hanno tenuto piccole manifestazioni, organizzato alcuni gruppi inefficaci, comprato alcune centinaia di migliaia di libri e DVD, ascoltato alcuni programmi radio e conferenze, e poi si sono messi in fila tranquillamente per farsi perquisire le borse, le e-mail, i conti bancari, le menti e i corpi. Non è stata mai raggiunta una massa critica mentre gli Executive Orders [decreti e ordini esecutivi del governo e, più spesso, del Presidente, ndt], il Patriot Act e lo Homeland Security Act [Leggi liberticide fatte approvare da Bush, ndt] facevano a pezzi il primo, il quarto, il quinto, il sesto e l'ottavo emendamento della nostra Costituzione. Nel mio libro Crossing the Rubicon ["Attraversando il Rubicone", evidente riferimento al passaggio del Rubicone da parte di Giulio Cesare, atto che segna simbolicamente il passaggio tra l'età della Repubblica e quella dell'Impero Romano, ndt] ho scritto che gli eventi che sarebbero avvenuti nei cinque anni successivi a quegli attacchi avrebbero determinato il corso della storia umana per i prossimi secoli. Siamo ora alla soglia di quel fatidico anniversario. Dopo gli attacchi dell'11 settembre, il governo Usa ha mentito per fare una guerra per il petrolio in Iraq dicendoci che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa, bombe atomiche quasi pronte, gas velenosi e germi letali. C'è stato detto che egli aveva aiutato ad eseguire gli attacchi dell'11-9. Erano tutte bugie, e nessuno da allora ha fatto scontare agli Usa la responsabilità per le centinaia di migliaia di morti (omicidi) in Iraq e Afghanistan. Pochi hanno cercato di accusare il governo per i 2500 americani che sono morti senza che ce ne fosse bisogno, e coloro che hanno provato a fare ciò sono stati veramente inefficaci. Le elezioni presidenziali Usa sono state rubate nel 2000 e nel 2004 attraverso intimidazioni e software per le votazioni elettroniche truccato. Non una goccia di sangue è stata versata in alcun posto quando la Corte Suprema ha emesso una decisione illegale che appoggiava il rovesciamento della Costituzione e calpestava i diritti dei singoli Stati. Non ho mai pensato che avrei definito gli anni 60 e 70 "i bei tempi andati". Piangerei lacrime di gioia oggi nel vedere anche un solo campus infestato dal moderno equivalente della Students for a Democratic Society [studenti per una società democratica, ndt]. Sorriderei nel vedere uno sciopero generale paralizzare una città. Sarebbe la prova vivente che il carattere statunitense non è stato sommerso, drogato, indebolito, e reso anemico oltre ogni possibilità di recupero. Il mio paese è morto. La sua gente si è arresa alla tirannia, e così facendo, è diventata il gruppo di appoggio primario della tirannia stessa; la sua base costituente; il suo primo difensore. Ogni giorno offre la propria sottoscrizione alla tirannia usando le proprie banche e spendendo i soldi presi in prestito nelle aziende che le gestiscono. La grande strategia neo-conservatrice di George H. W. Bush ha trionfato. Convincete il popolo degli Stati Uniti che non può vivere senza le "cose belle", poi sedetevi a guardare mentre appoggiano crimini sempre più atroci che commettete mentre gli tirate ossa con sempre meno carne sopra. E nel frattempo imprigionateli nel debito. Distruggete il ceto medio, l'unica base politica che bisogna temere. Fate loro accettare, grazie alle colpe che condividono, misure sempre più repressive da Stato di polizia. Fate ciò che volete. Chiunque di noi che non riconosca oggi questa orribile verità sugli Usa e sui suoi crimini non può essere in alcun modo giustificato dalla quantità di propaganda. Essa aspetta nascosta dietro ogni trasmissione di news dei grandi media, dietro ogni show televisivo commerciale, ogni infomercial [programma informativo prodotto dalle aziende e distribuito alle televisioni, ndt], ogni nuova pubblicità sulle riviste e dietro quasi ogni nuova canzone popolare che conduce gli Statunitensi in un consumismo sempre meno soddisfacente, nell'autoindulgenza e nel debito. Si trova sorridente dietro ogni articolo sui rapaci mercati finanziari mondiali e in ogni automobile, shampoo, o qualunque prodotto che prometta di dare al mondo organi sessuali più grandi e potenti, seni più grandi (o più ridicoli), una migliore vita amorosa, e pace mentale. Ho lasciato le mie lezioni quel giorno di primavera nel 1970, dopo che erano stati uccisi quattro studenti, piangendo sia per il dolore sia per i gas lacrimogeni che aleggiavano su Janns Steps sopra il Quad dell'UCLA [Università di Los Angeles, ndt]. Andai al mio posto di lavoro come stagista al Los Angeles Police Department [LAPD, Dipartimento di Polizia di Los Angeles, ndt]. Dopo avere indossato la mia uniforme khaki senza pistola o distintivo ritornai alla UCLA per lavorare al posto di comando del LAPD, distribuendo dispacci e facendo commissioni per i vice sceriffi, comandanti e capitani mentre i manganelli del LAPD spargevano il sangue dei miei colleghi studenti. La mia vita è sempre stata piena di ironie. Allora, io credevo che il sistema potesse essere cambiato dall'interno. Allora, credevo che gli Stati Uniti potessero essere cambiati dall'interno. Mentre entrambe le parti diffidavano di me, quel giorno non avevo alcun posto sicuro per piangere. La mia vergogna oggi è che mi è servito un insieme di circostanze in cui la mia vita fosse in pericolo per farmi fare la scelta giusta, una scelta che oggi vorrei dire è stata totalmente una questione di coscienza, ma che in realtà non lo è. La verità è che sono stato spinto a fare ciò che avrei dovuto fare tempo fa per un giustificato desiderio di salvare la mia vita. In questa vita ho scelto di non morire come martire. Come sto imparando ogni giorno, ci sono modi più difficili e faticosi per scrivere i capitoli finali della propria vita. Ho lasciato gli Stati Uniti con una grande valigia, il mio computer portatile, e uno zaino. Mi sono lasciato dietro la mia preziosa biblioteca, gran parte dei miei vestiti, le mie proprietà personali, le mie pistole, e una casa completamente arredata. Ho portato con me meno di 800 dollari in contanti e oro per iniziare il tratto finale della mia vita [...] Non so dove spenderò il resto dei miei giorni. Forse in Venezuela, forse in Messico con gli zapatisti, forse in Bolivia, forse in Francia, Germania, o persino in Russia. Ma dato che il Venezuela è diventato l'unico leader nella resistenza alla dominazione Usa sotto la coraggiosa, intelligente, e ispirata leadership di Hugo Chavez, voglio iniziare il resto dei miei giorni qui. Essendo più libero di parlare, di imparare, di fare esperienza e di vedere reali soluzioni scoperte e implementate da persone disposte a prendere rischi e che comprendono le sfide, sarò più capace di scrivere in modo utile per i lettori di FTW[From The Wilderness, il sito fondato da Ruppert, ndt] e per il mondo nei futuri libri e articoli. Attualmente sono in un paese dove la gente ha cambiato e sta cambiando il suo governo; dove il capo dello Stato eletto ha vinto sei elezioni mentre George W. Bush ne ha rubate due. Vi stupite che io mi senta già meglio? Una cosa certa sul fascismo è che il suo comportamento e la sua evoluzione sono notevolmente prevedibili. Cinque anni fa ho contribuito a riportare agli occhi del mondo una citazione dimenticata di Benito Mussolini in cui egli diceva che, "Il fascismo dovrebbe essere più propriamente chiamato aziendalismo dal momento che è l'unione del potere dello Stato e di quello delle aziende". Nulla descrive meglio lo stato del mondo oggi. Gli Usa sono una nazione delle aziende, guidata dalle aziende, e per le aziende. In quanto tale hanno stabilito come suo vero Nord qualcosa di diverso e di opposto al benessere degli esseri umani. Il fascismo diventa sempre più pericoloso nella sua evoluzione. Non arretra mai, e come per la dipendenza dalla droga, sempre maggiori dosi di oppressione e violenza sono necessarie a sostenere il suo cammino verso l'autodistruzione. Come mi ha detto la grande Cynthia McKinney non molto prima della sua orchestrata estromissione dal Congresso, "anche uno sciocco può vederlo arrivare". KRISTALNACHT L'effrazione avvenuta ai nuovi uffici di FTW ad Ashland, Oregon, domenica 25 giugno 2006, sono stati l'equivalente per me della Kristalnacht [notte dei cristalli, ndt, una riedizione della notte del 1938 quando le truppe d'assalto naziste, aiutate codardamente da un popolo sempre più sottomesso, irruppero nelle sinagoghe in tutta la Germania e distrussero ogni pezzo di vetro e ogni finestra che poterono trovare. Gli ebrei tedeschi consapevoli e che poterono (letteralmente) leggere le scritte sui muri (Juden Raus!) scapparono per salvare le loro vite nel breve tempo che rimaneva prima dell'Olocausto. Coloro che negarono il significato di quel ben preciso avvertimento rimasero in Germania, e il loro destino fu segnato. Essendo un uomo nel pieno delle sue facoltà io posso e voglio oppormi con forza al governo di Israele e alle sue politiche, eppure non ho alcuna malevolenza verso nessun ebreo in nessun luogo. Israele è un paese. L'ebraismo è una religione. Tutti gli uomini e le donne sono liberi di venerare il loro Dio o i loro Dei come ritengono necessario, e facendo ciò, portare la conoscenza dell'inconoscibile e le loro verità ad un consesso umano sempre più privato di compassione, amore, giustizia, equilibrio, e pietà. Questi rimarranno sempre tratti comuni in ogni vera spiritualità. Ciò di cui c'è veramente bisogno ora è un po' di spirito. Coloro che veramente conoscono la storia non sono destinati a ripeterla [...] LA FINE DELLA STORIA Nel 2001 un mio compagno di scuola superiore che era stato nell'esercito e aveva lavorato per la National Security Agency, ha portato FTW in una trappola finanziaria promettendo un grande investimento per ripubblicare libri scomparsi che documentano la corruzione del governo Usa. Dopo che FTW ebbe investito migliaia di dollari nel progetto e si era impegnata a spenderne ancora di più per la stampa, l'investitore è scomparso lasciandoci con una grave perdita. Nel 2001 nel 2002 una serie di sconosciuti virus informatici ha completamente distrutto i computer del nostro ufficio. Nel 2003 un magazzino esterno all'edificio dove sono i nostri uffici è stato scassinato. Nel tardo 2003 il nostro General Manager, Michael Leon, ha improvvisamente abbandonato il suo lavoro ed è scappato in Nuova Zelanda. Ciò ci ha quasi messi fuori gioco. Da allora abbiamo saputo che egli era, come minimo, un testimone chiave nel piano di un enorme procedimento legale federale, Usa vs. Osaki, per uno "schema di Ponzi" [frode simile a quella del marketing multilivello o delle catene di S. Antonio, ndt] con la quale io non avevo alcuna connessione. Nel 2005 venne fuori in una corte federale che egli aveva fornito informazioni all' FBI ed in base ad altre informazioni potei concludere che egli mentre lavorava per FTW era un attivo informatore dell'FBI. Nel 2004 e nel 2005 una serie di impiegati (uno dei quali era un agente dell'FBI in pensione che si presentava come una pentita) si impegnarono in uno spietato sabotaggio che arrivò quasi ad affondarci. Vennero ben documentati altri legami all' FBI. FTW ha combattuto per sopravvivere, e io ho reagito con successo, alla fine vincendo un processo alla Small Claims Court [sorta di tribunale civile simile al Giudice di Pace, ndt]in cui dimostrai un deliberato sabotaggio e vinsi un limitato verdetto. Questo sforzo di nove mesi finì proprio due mesi prima che ci spostassimo in Oregon. Poi vennero gli eventi di Ashland di cui ho parlato. Sino alla fine dei miei giorni non dimenticherò mai l' indescrivibile bellezza della Rogue Valley nel breve tempo che mi è stato permesso di vivere lì. Ricorderò sempre i meravigliosi, spirituali e coraggiosi amici che ci sono venuti in aiuto nel momento del bisogno che ancora restano amici stretti e sostenitori di FTW. Ma a 55 anni, guardando ai computer distrutti e capendo che avevo umiliato il governo una volta di troppo, ho capito due cose. Ero troppo vecchio per continuare a combattere queste battaglie sempre più orribili e pericolose. E non c'era rimasto nulla negli Stati uniti per cui valesse la pena combattere. La successiva battaglia avrebbe sicuramente significato la morte per me. Inoltre, secondo le loro stesse statistiche, e dopo un'analisi indipendente da parte di uno studio legale di Los Angeles specializzato nei diritti d'autore, la casa editrice di Rubicon, la New Society, sembra mi abbia defraudato di una cifra compresa tra i 38.000 e i 58.000 dollari. Ho preso la mia decisione il primo luglio. Non è stato poi molto difficile. UN NUOVO INIZIO [...] Ho detto più e più volte che l'unica cosa che importa per me è ottenere un reale cambiamento nel panorama politico. La rivoluzione non è una cena di gala. L'economia e il governo degli Stati Uniti d'America sono nemici miei, dell'intera razza umana e persino dello stesso popolo statunitense. Devono essere indeboliti, sconfitti e sostituiti da qualcosa che metta il benessere degli esseri umani davanti ai profitti e al valore dei titoli di borsa. Con queste parole ho commesso un crimine secondo la legge degli Stati Uniti. Non c'è modo di tornare indietro. Il ponte è bruciato. Ma risponderò con le parole della Dichiarazione di Indipendenza che affermano: Noi riteniamo che sono di per se evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di cambiarla o abolirla… Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni … rivela il disegno di ridurre gli uomini all'assolutismo, allora è loro diritto, loro dovere rovesciare un siffatto governo. Nel 1776 non vi era l'idea di alcuna limitazione in termini di risorse, spazio o possibilità. Oggi viviamo in un'era completamente diversa, e perciò aggiungerei a queste verità le seguenti: Dobbiamo anche riconoscere che la Felicità non può essere solamente definita nella mente e nella volontà dei soli individui, senza considerare la disponibilità delle stesse potenzialità per tutto il genere umano e per tutti i luoghi qui disposti dal creatore. Un essere umano, un gruppo di esseri umani, non può possedere quantità sproporzionate, privare gli altri e chiamare correttamente ciò Felicità. La vera Felicità e la Pace risultano dall'armonia tra i popoli, il pianeta e tutte le forme di vita senza le quali alcun tipo di vita è possibile. Ciò può essere solamente raggiunto in un mondo dove uomini e donne in tutti i luoghi realizzano il bisogno di Equilibrio, Equità, Armonia e Giustizia e che solo queste cose potranno assicurare uguali e giusti diritti per le future generazioni e sostenibilità della vita per il pianeta stesso. In molti seminari ho pronunciato un'altra delle mie fondamentali convinzioni: il freddo universo presenta oggi alla razza umana una prova; o l'evoluzione o la morte. Io tra queste ho scelto l'evoluzione. Ora che sono nel mondo e non in una "nazione", la mia preghiera è che le mie future avventure, sinché vivrò, mi metteranno in contatto con altri che vogliano cambiare il mondo, in modo da poterci sostenere e potenziare l'un l'altro e con tutta la gente. Sto già scoprendo che c'è più gente che vede chiaramente queste sfide rispetto a quanto io abbia mai sospettato. Ma non m'illudo sull'aumentato pericolo che ciò porterà. Anche se la vita oggi è difficile perché vivo con pochi soldi mentre lotto anche per imparare lo spagnolo, mi alzo ogni mattina con una sensazione che non ho avuto per molto tempo - speranza, autentica speranza. Prometto di mandarne un po' a casa. Fonte: http://www.fromthewilderness.com/ Link: http://www.fromthewilderness.com/free/ww3/081606_burning_bridge.shtml 16.08.2006 Traduzioni per www.comedonchisciotte.org di ALCENERO e GOLDSTEIN

Libano: «La 1701? Una speranza senza garanzie» Con l’adozione della Risoluzione 1701 i Paesi europei stanno preparando una forza per il mantenimento della pace in Libano. Ecco il punto di vista delle comunità ebraiche europee. Il Congresso Ebraico Europeo ha cercato di convincere i governi europei che Hezbollah è supportato, finanziato, addestrato e armato dai governi di Iran e Siria, che si impegnano ad ostacolare ogni progetto di pace duratura nella regione. Come si può ottenere il cessate il fuoco permanente se Hezbollah e il suo principale alleato, l’Iran, sono ufficialmente impegnati nella distruzione di Israele e nel guidare una campagna mondiale contro gli ebrei? I difetti della Risoluzione 1701 Certamente sono molti gli ebrei europei che hanno accolto positivamente l’adozione della Risoluzione Onu 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma il vero nodo è se sarà o meno applicata. Certo questa Risoluzione è migliore delle precedenti in quanto chiede al governo libanese di ristabilire la sua sovranità nel sud del Paese mediante il rinforzo della Finul (Forza internazionale delle Nazioni Unite in Libano, ndr). Ma rimane ancora la minaccia regionale costituita dall’azione di Iran e Siria. Come stabilito nella Risoluzione 1701, il flusso d’armi da questi due paesi deve fermarsi e una reale forza multinazionale con il mandato delle Nazioni Unite deve impedire al gruppo terrorista Hezbollah di ricostruire la sua infrastruttura militare. Già nel 2004 la Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza aveva richiesto la demilitarizzazione di Hezbollah. È ora che le Nazioni Unite agiscano su questo precedente. Se il governo libanese accetta quest’occasione d’oro per risanare il suo Paese – con una forte assistenza internazionale – sarà di buon augurio per la pace lungo il confine israelo-libanese. Tuttavia la campagna iraniana contro Israele e il popolo ebreo è un’altra questione da affrontare se si vuole ottenere una pace davvero duratura. Se un capo di Stato nega la Shoah Sessant’anni dopo il tentato sterminio della comunità ebraica europea il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato che Israele dovrebbe essere «eliminato dalla carta geografica» e ha ripetutamente negato la realtà dell’Olocausto. Le dichiarazioni di Ahmadinejad mettono in dubbio i due principi a cui gli ebrei europei tengono di più: la memoria della Shoah e l’esistenza dello Stato di Israele. Non è una coincidenza che proprio questa settimana, mentre i civili isrealiani e libanesi tentano di riprendersi dalla guerra, sia stata inaugurata in Iran una mostra di “Vignette sull’Olocausto” di ispirazione palesemente anti-semita. Il regime iraniano è diventato il numero uno al mondo per negazionismo dell’Olocausto. Come il governo iraniano, Hezbollah demonizza continuamente gli ebrei. Al-Manar, network ufficiale di Hezbollah, trasmette regolarmente l’oscenità anti-semita. Piena di accuse di diffamazione e di stereotipi tanto popolari nell’Europa del Medioevo cristiano. Fortunatamente il Consiglio di Stato francese ha decretato l’oscuramento di questa emittente nel 2004 in seguito a un’iniziativa di protesta della comunità ebraica locale. Ma l’Europa deve fare molto di più. L’Ue deve affrontare il militarismo e l’anti-semitismo del regime iraniano. Il programma nucleare di Ahmadinejad e le dichiarazioni sull’Olocausto sono una chiara minaccia ad Israele e agli ebrei di tutto il mondo. Ed è esattamente questo nuovo pericolo che si cela dietro l’attuale crisi in Libano. Ilan Moss - Paris www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7847

Chiusa in chiesa Negli Usa la lotta di una messicana contro l'espulsione riapre il dibattito sull'immigrazione Per alcuni è una criminale che ha violato più volte la legge. Per altri, è una paladina del diritto all’immigrazione, e un simbolo dell’inefficienza della politica statunitense in materia. Lei, da parte sua, si è paragonata a Rosa Parks, la donna afro-americana che si ribellò alla segregazione e diventò l’icona del movimento per i diritti civili negli anni Sessanta. E per sfuggire all’ordine di deportazione, si è rifugiata in una chiesa, come facevano i richiedenti asilo centroamericani negli anni Ottanta. Così Elvira Arellano, messicana di 31 anni, è diventata il nuovo fronte del dibattito sull’immigrazione ispanica negli Stati Uniti. Il rifugio. Dal 15 agosto, la donna è ospite di una chiesa metodista di Humboldt Park a Chicago, un quartiere a larga prevalenza messicana e portoricana. Ha con sé il figlio Saul, 7 anni, cittadino statunitense perché nato negli Usa. Ma lei, arrivata negli Stati Uniti nel 1997 passando illegalmente il confine (dopo esser stata ricacciata indietro qualche giorno prima), rimane tuttora una clandestina. Nel 2002, quando puliva le cabine degli aerei all’aeroporto di Chicago, un raid anti-immigrazione la portò allo scoperto. E’ stata condannata per aver lavorato con un falso numero della Social Security, e per questo – oltre ad aver perso ogni speranza di cittadinanza – avrebbe dovuto presentarsi all’Ufficio immigrazione del dipartimento per la Sicurezza Interna. Per essere espulsa. Lei non lo ha fatto, e automaticamente è diventata una fuggitiva, come altri 600mila immigrati nella sua stessa situazione. Ma ha sfidato il sistema rifugiandosi nella chiesa. La causa. Intorno al luogo di culto, in queste due settimane si sono tenute veglie e manifestazioni a suo sostegno. Già presidente della United Latino Family, un’associazione che difende il diritto al ricongiungimento familiare degli immigrati illegali, la Arellano è stata “adottata” da vari gruppi ispanici e pro-immigrati. Lei stessa si divide tra toni militanti (“Non parlo solo per me, ma per milioni di famiglie come la mia”) e dichiarazioni più miti (“Non sono una terrorista, né una criminale. Sono una mamma single, e lui è mio figlio”). Non vuole tornare in Messico, dice, perché è giusto che suo figlio abbia la possibilità di rimanere nel paese di cui è cittadino. Negli Usa, oltre 3 milioni di bambini sono nella stessa condizione di Saul. Irruzione possibile. Il fatto di essersi rifugiata in una chiesa non la mette al riparo dalla legge, e la polizia ha lo stesso potere di arrestarla lì come lo avrebbe se fosse per strada. Lei comunque sfida le autorità: “Se la Sicurezza Interna deciderà di inviare i suoi agenti in un luogo sacro, saprò che Dio vorrà che io, con il mio esempio, mostri l’odio e l’ipocrisia dell’attuale amministrazione”, ha detto, aggiungendo di avere con sé una telecamera per filmare il momento del suo arresto. L’Ufficio immigrazione ha però ammesso che non ha intenzione di fare irruzione nella chiesa, per non fare della Arellano una martire. Il dilemma di una nazione. Quindi, lo stallo continua, e probabilmente finirà con un’espulsione forzata quando sulla storia si saranno spenti i riflettori. Ma intanto, così come molti hanno abbracciato la sua causa, la Arellano si è anche attirata una massa di critiche. Inevitabilmente, in gran parte dall’America bianca. Chicago è divisa: il sindaco democratico Daley difende la donna (“Bisogna capire la sua storia, non è solo un numero”), mentre il quotidiano Chicago Tribune ha preso posizione contro di lei. Sui blog è muro contro muro: c’è chi la invita a tornare in Messico con il figlio, e chi ricorda che gli Usa sono un paese di immigrati. Chi sarebbe disposto a farla restare, ma facendole pagare le tasse e restituire i sussidi di cui ha goduto finora, e chi vorrebbe ricacciare tutti i messicani oltreconfine. Comunque andrà a finire, la Arellano riassume su di sé tutte le divisioni sulle politiche di immigrazione negli Usa, il dilemma ancora irrisolto da Washington: se bisogna privilegiare i valori familiari, o il rispetto delle regole. Con una popolazione ispanica in forte crescita, il volto futuro degli Stati Uniti dipenderà anche da questa scelta. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6162 Alessandro Ursic

ANGOLA ‘DISPERSI DI GUERRA’, A QUATTRO ANNI DA FINE CONFLITTO SONO ANCORA MIGLIAIA Oltre 22.000 persone figurano ancora nella lista degli ‘scomparsi’ durante il 27 anni di guerra civile iniziata nel 1975 e conclusa nel 2002 dopo l’uccisione di Jonas Savimbi, già capo dei ribelli dell’Unione per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita): lo ha riferito il Comitato internazionale della Croce Rossa in occasione della Giornata internazionale dei ‘desaparecidos’ in tempo di conflitto, che si celebra oggi. “Nonostante la guerra sia terminata quattro anni fa il problema degli scomparsi resta estremamente grave. Le famiglie hanno il diritto di sapere la sorte dei loro congiunti, che siano civili o ex-combattenti, vittime di sparizioni forzate o uccisi sul campo di battaglia” si legge in una nota del Cicr diffusa a Luanda. Secondo l’agenzia umanitaria, non esisterebbero al momento indizi sufficienti per favorire le operazioni di ricerca nonostante le numerose segnalazioni dei parenti. Il programma di riunificazione ha comunque permesso finora a migliaia di angolani di ritrovarsi, inclusi oltre 600 bambini che sono stati individuati e restituiti alle loro famiglie di origine: “Dal 2002, attraverso la Croce Rossa sono stati scambiati oltre 390.000 messaggi che hanno consentito a moltissime persone di conoscere il destino dei loro cari”. Dalla fine della guerra, sono stati reintegrati nella vita socio-economica del paese oltre 4 milioni di sfollati, 250.000 rifugiati e 85.000 ex-ribelli dell’Unita. http://www.misna.org/

L’UE punta al risparmio? È ormai deciso: un nuovo pacchetto unificato di aiuti UE ai Balcani andrà a sostituire i preesistenti cinque programmi. Sarà una semplificazione ma, secondo alcuni, non rappresenterà un miglioramento Di Risto Karajkov*, Transitions Online, 24 agosto 2006 (titolo originale: “Spare Some Cash?”). Traduzione di Carlo Dall’Asta per Osservatorio sui Balcani. Una riunione del Consiglio europeo Il 14 luglio il Consiglio dei ministri dell’Unione europea ha adottato un programma contenente nuove linea guida per l’erogazione di aiuti ai Paesi candidati all’accesso e aspiranti tali. Denominato Strumento per l’assistenza pre-accesso, IPA, esso mira a unificare diversi programmi di aiuti, guadagnando così in efficienza e allocando meglio i fondi. Sembrerebbe una buona idea, ma potrebbe riservare delle spiacevoli sorprese per i candidati ufficiali Croazia, Macedonia e Turchia, come pure per gli aspiranti candidati Albania, Bosnia, Montenegro e Serbia. L’IPA rimpiazza cinque strumenti finanziari preesistenti: il Phare, l’Ispa, il Sapard, il programma per il pre-accesso della Turchia ed il Cards, e vi si è lavorato a lungo. Dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio 2007. Fino ad oggi, sostanzialmente, gli aiuti finanziari UE sono stati distribuiti tramite vari e spesso sovrapposti programmi creati ad hoc nel corso degli anni. Questo sistema ha prodotto come risultato procedure e requisiti complessi e macchinosi per la gestione degli aiuti UE. Gli obiettivi dei diversi programmi spesso non si conciliavano, né gli uni con gli altri, né con le politiche più vaste dell’UE. Ora l’UE vuole dare un’impronta unitaria ai suoi aiuti ed accrescerne l’efficienza. Vuole anche che essi riflettano più direttamente le sue priorità politiche nelle relazioni esterne. Ottenere i finanziamenti... L’IPA resterà in vigore dal 2007 al 2013 ed erogherà 11 miliardi e mezzo di euro per i Balcani e la Turchia, che a causa delle sue dimensioni farà la parte del leone nell’attribuzione dei fondi. L’ammontare complessivo dell’IPA resta ancora al di sotto dei 14 miliardi di euro in origine previsti dalla Commissione europea nel 2004, ma i litigi sul bilancio UE dello scorso anno hanno lasciato il segno. Gli esperti sperano che parte di questi tagli verranno recuperati nella revisione a medio termine del bilancio di spesa dell’UE, nel 2009. Il referente dell’IPA presso il Parlamento europeo, Istvan Szent-Ivanyi, ha detto che “non era una buona notizia” il fatto che l’IPA avesse ottenuto 2 miliardi in meno di quanto richiesto, e che egli era “molto scontento dello stato delle cose”. Le perplessità non riguardano solo la scarsità dei fondi, ma anche il modo in cui essi sono divisi. L’IPA include cinque componenti: assistenza transizionale e costruzione delle istituzioni, cooperazione regionale e transfontaliera, sviluppo regionale, sviluppo delle risorse umane e sviluppo rurale. Le prime due componenti sono aperte a tutti, mentre le restanti tre sono riservate ai Paesi candidati. Ma sono precisamente queste tre componenti ad avere l’impatto più forte sulla riforma economica di un Paese, secondo l’Iniziativa di stabilità europea (ESI), una think tank berlinese. Nella visione dell’ESI, queste iniezioni di aiuti permetteranno ai Paesi candidati di “iniziare ad affrontare in modo più concreto le sfide dello sviluppo economico e sociale”. L’ESI sostiene che la discriminazione tra Paesi candidati e Paesi candidati potenziali potrebbe aggravare le disparità nei Balcani, una cosa che l’UE sostiene di voler evitare. L’ESI ha raccomandato l’anno scorso che l’IPA fosse modificata in modo tale da aprire tutte le sue componenti ai Paesi potenziali candidati. Altrimenti, “il divario tra i potenziali candidati dei Balcani occidentali ed i loro vicini si amplierà considerevolmente nell’arco di questo periodo di sette anni”, come concludeva un rapporto dell’ESI intitolato “Perché l’IPA dovrebbe essere cambiato”. Il referente dell’IPA presso il Parlamento europeo, al contrario, non pensa che questa sia una discriminazione. “Ciò rispecchia semplicemente il fatto che [questi Paesi] sono in una fase differente del processo di accesso”, ha dichiarato Szent-Ivanyi. Benché il rapporto dell’ESI abbia suscitato un dibattito, la distinzione tra Paesi candidati e non-candidati è rimasta, con l’aggiunta di una in qualche modo prolissa ed annacquata disposizione secondo cui, in determinate circostanze, l’includibilità in alcuni programmi potrà essere estesa ai Paesi potenziali candidati. “Io penso che si dovrebbero offrire incentivi appropriati ai potenziali candidati, affinché raggiungano lo status di Paesi candidati”, ha detto Szent-Ivanyi. “Questa distinzione potrebbe essere efficace a questo scopo”. Ma le cifre sono abbastanza chiare. Se i candidati Croazia, Macedonia e Turchia (per cui ci sarà un graduale incremento) riceveranno annualmente 27 euro pro capite, che era il livello dei finanziamenti messi a disposizione dei precedenti Paesi candidati, e che corrisponde ad un impegno esplicito dell’UE, la somma che rimarrà per i potenziali candidati finirà coll’essere inferiore ai 13 euro annui pro capite. Queste cifre comunque verranno determinate nell’ambito delle procedure per il bilancio annuale dell’UE. Szent-Ivanyi si aspetta che, almeno inizialmente, esse saranno inferiori ai 27 euro per i Paesi candidati. ...e spenderli Una cosa è ricevere dei finanziamenti; ma questi Paesi sono in grado anche di spenderli? La Segreteria per gli affari europei di Macedonia ha evidenziato che le istituzioni macedoni dovranno prepararsi per poter accedere ai nuovi fondi. “Tutto quello che sappiamo è che ci dobbiamo preparare ad un sistema che è molto più complesso del precedente Cards”, ha affermato ai media locali Mjelma Mehmeti, responsabile della Segreteria. Le difficoltà nascono in parte dal fatto che non ci sono precedenti esperienze con l’IPA da cui i Paesi candidati possano trarre insegnamento. In aggiunta, essa richiederà una pianificazione dettagliata, e molto in anticipo. “Dovremo sapere esattamente come sarà il nostro bilancio nel corso dei prossimi tre anni, quanto prenderemo esattamente dall’IPA, e per cosa precisamente. Per riuscire a fare tutto ciò, dobbiamo cambiare la nostra mentalità”, ha detto Mehmeti. “Se costruiamo un’autostrada, dovremo sapere in anticipo che utile ce ne verrà, se saranno applicati pedaggi e quanto ci frutteranno, quanto tempo ci vorrà per ripagare il prestito, e così via”. In tutta la regione c’è una diffusa consapevolezza che serve capacità per fare buon uso degli aiuti UE. “Se non riusciamo a creare una pubblica amministrazione moderna, che sia capace di agire d’intesa con Bruxelles, non saremo in posizione di poter usare quei fondi”, ha detto Gordana Lazarevic, viceministro per le relazioni economiche internazionali della Serbia, nel corso di un recente meeting preparatorio sull’utilizzo dell’IPA tenutosi a Belgrado. Anche i nuovi Stati membri dell’UE si sono scontrati col problema di non essere in grado di accedere a tutti i finanziamenti pre-accesso che gli spettavano, a causa dei criteri di assegnazione complessi e rigorosi. Tutti loro hanno vissuto la frustrazione di non riuscire ad ottenere i soldi che gli erano stati riservati. Ma questa era la vecchia impostazione degli aiuti UE: l’IPA porterà dei cambiamenti, secondo Szent-Ivanyi, che ha evidenziato la flessibilità del nuovo strumento. “Ciò vuol dire che, se un Paese non ha usato i soldi destinati ad una componente, essi possono riallocati per un’altra componente, che sia lo sviluppo rurale o le risorse umane. Se un Paese non riesce ad usare il denaro, un’altro Paese può richiederlo”, ha detto. Questo è certo un miglioramento rispetto al passato. Il Paese di Szent-Ivanyi, l’Ungheria, aveva perso alcuni fondi che non era riuscita ad utilizzare nei tempi previsti, e nessun altro aveva potuti reclamarli. Questa nuova flessibilità introduce un elemento di competizione tra i Paesi, che secondo Szent-Ivanyi sarà un incentivo a proporre progetti più validi. L’IPA pone l’enfasi, per i Paesi potenziali candidati, sul rafforzare le istituzioni democratiche e riformare la pubblica amministrazione. Per i Paesi candidati l’assistenza mira a supportare l’implementazione di tutte le leggi ed i regolamenti europei vigenti. Questo perché le tre componenti aperte ai soli candidati sono modellate sul Fondo di coesione, sul Fondo di sviluppo regionale europeo e sulle Politiche agricole comunitarie, che sono tutti riservati ai soli Stati membri. Utilizzando le corrispettive componenti dell’IPA, i Paesi candidati saranno preparati ad accedere un giorno ai fondi per gli Stati membri. Ma, nonostante questa flessibilità, l’ESI critica l’IPA in quanto espressione di un approccio passivo verso i Balcani, che cementerà solamente lo status quo ed erogherà meno aiuti. L’ESI sottolinea che tutti i Paesi della regione riceveranno di meno, con l’eccezione della Bosnia (l’assistenza alla quale già è stata ridotta al livello più basso). Secondo l’ESI il declino degli aiuti sarà particolarmente consistente in Kosovo. Szent-Ivanyi lo ammette. “Ho sempre sostenuto che la credibilità degli impegni presi dall’UE verso i Balcani occidentali può essere preservata solo allocando risorse sufficienti per l’IPA”, ha detto. “Il prospetto finanziario settennale per il periodo 2007 - 2013 vede stanziamenti significativamente inferiori alle cifre proposte dalla Commissione. Ammetto che in questo momento esiste un’affaticamento nell’UE sul tema dell’allargamento, e che non ci si possono attendere ulteriori impegni da parte dell’UE per il prossimo futuro”. Egli respinge però le accuse di passività, che “semplicemente non si accordano con i fatti”. Comunque la si voglia vedere, i vecchi programmi di assistenza dell’UE saranno presto accantonati e l’IPA prenderà il loro posto. I destinatari devono prepararsi per poterne usufruirne al meglio. *Risto Karajkov è dottorando in Sviluppo economico presso l’Università di Bologna, consulente freelance e corrispondente di Osservatorio sui Balcani

Sudan : ONU , catastrofe senza precedenti in Darfur di Carla Amato Il sottosegretario generale per gli affari umanitari dell'ONU Jan Egeland ha lanciato ieri l'allarme per il Darfur su quella che ha definito "una catastrofe umnitaria provocata dall'uomo di dimensioni senza precedenti", mentre si prospetta il varo di una risoluzione per l'invio di peacekeepers nella regione africaa. Ad una riunione del Consiglio di Sicurezza Egeland ha detto che "potremmo vedere centinaia di migliaia di morti" e che "i nostri peggiori incubi potrebbero divenire realta'" nella regione sudanese travagliata dal conflitto se continuera' ad essere reso cosi' difficile l'accesso agli operatori umanitari. Gli aiuti umanitari ONU riguardano circa 3 milioni di persone. Oltre alla situazione politica di stallo susseguente alla firma di un accordo di pace fra il governo ed alcuni gruppi di ribelli, vi e' stato infatti nella regione un peggioramento drammatico dall'inizio di maggio. Egeland - che e' anche coordinatore per le emergenze - si e' scagliato con i gruppi ribelli che non hanno firmato l'accordo dicendo che "hanno provocato centinaia di morti" e saccheggiato sistematicamente, costringendo solo nelle ultime otto settimane circa 50.000 persone a spostarsi. Negli accampamenti per i rifugiati in Darfur ci sono poi rapporti che affermano che piu' di 200 donne e ragazze sono state assalite sessualmente nelle ultime cinque settimane, mentre circa 200 persone sono state picchiate da aggressori. Molti coltivatori stanno segnalando di essere stati picchiati o minacciati - e si segnalano anche casi di uccisioni - per impedire loro di coltivare la terra. Dati poi gli attacchi contro gli operatori umanitari - ha fatto presente Egeland - le organizzazioni non governative di aiuto umanitario stanno valutando il ritiro dei loro operatori. Egeland ha chiesto un'azione internazionale urgente dal Consiglio o da tutti gli Stati membri dell'ONU che abbiano influenza sulle parti in conflitto, per discutere quale possa essere una "soluzione militare in Darfur", sottolineando che il governo di Khartoum "deve essere convinto che la sua prevista campagna militare e' una prescrizione per il disastro". Il rappresentante ONU ha anche espresso preoccupazione circa l'effetto dell'attuale missione dell'Unione Africana in Darfur, dicendo che alcuni gruppi ribelli considerano l'AU come il loro nemico. La riunione del Consiglio si e' tenuta nonostante una richiesta dal governo sudanese di un rinvio "per permettere una maggiore preparazione". Si parla - anche su sollecitazione di organizzazioni internazionali per i diritti umani - di una possibile risoluzione che stabilisca l'invio di caschi blu. C'e' quindi un progetto di risoluzione predisposto dal Regno Unito che descrive la forma e la portata di una possibile azione di mantenimento della pace. Tuttavia Khartoum ha detto in parecchie occasioni di volersi opporre alla sostituzione in Darfur della missione UA con quella ONU e anche il 21 agosto il presidente sudanese Omar El Bashir ha scritto un lettera al presidente del Consiglio di sicurezza esprimendo il rifiuto categorico di una tale ipotesi. www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 29 2006

Furbetto d’interessi di Marco Travaglio Sarà un caso, ma appena si torna a parlare di conflitto d'interessi, Bellachioma diventa un agnellino. Fa il bipartisan, vota allineato e coperto la missione in Libano dopo aver definito «una follia» l'invio di 3 mila militari e lancia messaggi di disimpegno politico fingendo di occuparsi di ville esotiche, vulcanetti portatili, rumbe apicelle, albeparietti e martemarzotto. In questi 12 anni, il trucchetto ha sempre funzionato. Nel '95, per convincere la sinistra a disertare la campagna referendaria sull'antitrust tv lasciandolo solo a martellare per il No, finse addirittura di vendere: in realtà preparava la quotazione in borsa di Mediaset (con relativi debiti) e trovò persino qualche gonzo che lo implorò di non farlo. Nel '96, dopo la vittoria di Prodi, si travestì da padre costituente, votò D'Alema presidente della Bicamerale e il conflitto d'interessi uscì per 5 anni dall'agenda dell'Ulivo. Nel 2001 il Cavaliere tornò trionfalmente a Palazzo Chigi. Promise una legge sul conflitto d'interessi «nei primi 100 giorni». La fece nei primi 1141 giorni, opera di Franco Frattini che, sempre spiritoso, gli impose addirittura di rinunciare alla presidenza del Milan: per il resto un «mero proprietario» può governare senz'ombra di conflitto d'interessi. Una burla. Ora Di Pietro annuncia la nuova legge. Onde evitare di ritrovarci fra qualche mese un piatto immangiabile «prendere o lasciare», tipo indulto, è forse il caso di rammentare alcuni punti che gli stessi leader dell'Unione ritenevano, fino a qualche tempo fa, irrinunciabili: ineleggibilità dei titolari di concessioni; legge antitrust contro il monopolio della tv commerciale. Che conflitto d'interessi e trust siano inestricabilmente legati lo disse Prodi il 21 maggio '95: «Si rimuove la Mammì, si fa tabula rasa, si riparte da zero. E si fa l'Antitrust assumendo come base la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittima la proprietà di tre reti tv da parte di un unico soggetto». E un anno dopo: «La prima cosa che faremo sarà attuare la sentenza della Consulta che comporta la riduzione delle reti Fininvest via etere da tre a due». «È un'anomalia -confermò D'Alema a Mediaset il 4 aprile '96- che un gruppo privato disponga di tre reti in concessione pubblica». Nel 2001 aggiunse: «Berlusconi era ed è ineleggibile» in base alla legge del 1957, (ineleggibilità dei concessionari pubblici), ma il Polo poi l'Ulivo, poi la Cdl ricorsero a una finzione giuridica. Nel 2003 ribadì: «Anche se avessimo fatto la legge, non avremmo comunque risolto il problema, perché Berlusconi avrebbe fatto dono delle sue tv ai figli». Di qui l'esigenza di accompagnare alla legge sul conflitto d'interessi un severo antitrust che tolga al Cavaliere almeno una rete sull'analogico terrestre (vedi Consulta) e liberi le frequenze per altri competitori sul mercato. Diversamente da quanto pensano in molti, infatti, Mediaset non è un «grande patrimonio del Paese»: è un grande patrimonio dei suoi azionisti, soprattutto uno. Il patrimonio del Paese sono le frequenze. Purtroppo, nell’Unione, di azzerare la Gasparri non parla più nessuno: si accenna a «modifiche» per frequenze e tetti pubblicitari. Non, però, sul punto fondamentale: il limite di due reti per Mediaset. Sul conflitto d'interessi, il programma elettorale non prevede l'ineleggibilità del mero proprietario: solo l'incompatibilità con cariche di governo. Il padrone di Mediaset, finchè fa il capo dell'opposizione, non è in conflitto e può tenersi tv e giornali, purchè ne parcheggi le azioni a un «blind trust». Dovrebbe vendere solo se tornasse al governo (ma, se tornasse al governo, cancellerebbe subito quella legge, quindi il problema non si pone). Intanto, per 5 anni, si pensa di risolvere tutto col «fondo cieco». Che però funziona per un'azienda metalmeccanica, o tessile, non certo per un impero editorial-tv. Qui il guaio non è (solo) che il capo dell'opposizione si arricchisce: è che usa i suoi media per manipolare l'opinione pubblica. Ve li vedete Rossella, Fede, Belpietro, Giordano, Ferrara che diventano improvvisamente imparziali solo perché le azioni del padrone sono affidate al blind trust? Il fondo è cieco, ma il padrone si vede benissimo. E i suoi dipendenti lo vedono benissimo. Senza antitrust e ineleggibilità, la legge lascia le cose come stanno. Nasce morta. Con l'aggravante di regalare a Berlusconi un ottimo pretesto per il consueto «chiagni e fotti». In questo caso, meglio lasciar perdere e tenersi la Frattini: il mero proprietario continuerà a fottere, ma almeno non potrà chiagnere. www.unita.it

Bentornati dalle vacanze! .. vi hanno detto che avete una bomba sotto casa? Giulio Finotti Bentornati dalle vacanze! Personalmente quest’anno le sospirate e tanto attese ferie mi son servite più del solito a “staccare” come si suol dire dalla nostra realtà quotidiana, e a ricaricare le pile. La sensazione di essere stati in un posto migliore di quello in cui viviamo, credo sia un fatto che ci accomuna tutti. In effetti non è così difficile, basta spostarsi anche solo di pochi chilometri nella nostra stessa regione, per scoprire che la qualità della vita degli altri capoluoghi è nettamente superiore rispetto a Napoli o a Caserta. Per capire in che situazione ci troviamo, e per comprendere ancora di più quanto sia urgente la necessità di rimboccarsi le maniche per cambiare lo stato di cose attuale, ritengo utile ri-partire da un’articolo pubblicato su la Repubblica, il 18 luglio, mentre ancora eravamo intenti a cantare ‘po poroppopopo po’ freschi freschi dalla vittoria mondiale. Forse alcuni di voi sapranno che in Campania il territorio compreso tra Acerra, Nola e Marigliano era stato ribattezzato col nome di “triangolo della morte”, definizione scelta dal professor Mauro Mazza dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa e ripresa dalla rivista “Lancet Oncology”, per identificare un territorio nel quale il traffico di rifiuti avrebbe prodotto un consistente aumento dei tumori. Ecco, dall’articolo di Repubblica emerge un primo dato: “il triangolo della morte non esiste” secondo le parole di Mario Fusco, responsabile del Registro tumori dell’Asl Napoli 4 (l’unica ad avere un registro tumori in tutta la Campania). Non esiste perchè “il triangolo è molto più vasto”, e riguarda tutta la Campania. Tumore al polmone, tumore alla vescica, tumore alla laringe, e tumore al fegato; per quanto riguarda solo quest’ultimo siamo su livelli doppi rispetto al resto d’Europa. Ma eccoci arrivare al dunque: “ATTENZIONE” dice ancora il responsabile del Registro tumori “LA VERA BOMBA ONCOLOGICA RISCHIA DI SCOPPIARE NELL’AREA CHE STA TRA IL NORD DI NAPOLI E IL SUD DI CASERTA”. Eccoci dunque! Se i problemi sembrano sempre lontani e/o di competenza di qualcun altro, forse sarebbe meglio se cominciassimo seriamente a pensare in maniera diversa. Viviamo in un territorio in cui ci si ammala di tumore molto più frequentemente che altrove, addirittura molto ma molto dippiù che nel resto d’Europa, e ancora non si è scatenata una vera e propria mattanza! Ma occorrerà davvero riflettere su queste parole. Quello di cui parliamo, il territorio dove sta per scoppiare una “bomba oncologica”, ossia un’ondata di tumori su vasta scala, è esattamente il territorio sul quale viviamo. Dove viviamo noi, dove c’è l’aria che respiriamo ogni giorno, e dove vivono o vivranno i nostri bambini. E’ questo il posto in cui vogliamo sopravvivere? Cartellone Non è più il tempo delle parole, ma occorrono fatti. Per questo provocatoriamente inserisco in quest’articolo il manifesto preparato dagli esperti di comunicazione di Forza Italia, che nelle ultime settimane ha invaso le nostre zone. Un messaggio propagandistico, ovviamente, come lo sono tutti i messaggi dei partiti, ma che in questa sede adotto come sfida alla classe di centrosinistra che ora è chiamata a governare la nostra regione, le nostre città, e il nostro Paese affinchè accettino questa sfida e provino a vincerla. Perchè troppo tempo è stato perduto. Giulio Finotti. http://www.politicaonline.it/?p=465#more-465

Eugenio Scalfari - I cattolici e il re senza corona Raccontano le cronache che l'altro ieri, al "meeting" riminese di Comunione e liberazione, l'ospite d'onore fosse impacciato. Trattandosi di Silvio Berlusconi l'aggettivo impacciato stupisce. Se c'è un personaggio totalmente disinibito, uno "showman" a prova di bomba, un professionista del video e dei bagni di folla, è lui. Una platea come quella di Cl, settemila allievi di Don Giussani, il crocifisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso, equivale per lui ad una flebo di adrenalina. Dunque come mai impacciato? Nonostante che un terzo di quei settemila fosse composto dalla "claque" mobilitata da Forza Italia? Io lo capisco Berlusconi, pensava d'essere insostituibile alla guida dell'Italia. Pensava d'aver creato un rapporto di ferro con Putin, con Blair, soprattutto con Bush e Condoleezza Rice. Pensava che i soldati italiani a Nassiriya fossero il pegno la garanzia e il pilastro della sua politica estera. Pensava che il governo d'Israele avrebbe buttato fuori a calci D'Alema e Prodi semmai avessero osato farsi vedere dalle parti di Gerusalemme. E infine pensava che sulla missione militare in Libano il centrosinistra si sarebbe sfarinato e dissolto come nebbia al sole. Invece è accaduto tutto il contrario. L'Italia di Prodi, D'Alema e Parisi è diventata il partner più affidabile per Bush. Il ritiro dall'Iraq del nostro contingente militare non ha provocato neppure un battito di ciglia né al Pentagono né alla Casa Bianca. L'unità europea si è ricostruita proprio sulla questione libanese e l'embrione di una struttura militare ha fatto la sua comparsa per la prima volta proprio in seguito all'iniziativa italiana. Lo credo bene che fosse impacciato. Tanto più che, al punto in cui sono le cose, gli toccherà perfino di dover dare i voti di Forza Italia, graditi ma non determinanti, alla strategia dell'odiato Prodi. E chi aveva a fianco come ospite d'onore al raduno di Cl? Roberto Formigoni, uno dei suoi concorrenti, il benamato, lui sì, di Don Giussani, il vero padrone della Lombardia teocon, la sua bestia nera dopo Casini o forse perfino prima di lui. Sicché dire impacciato è dir poco. In realtà chi lo conosce riferisce che fosse furibondo, ammalato di malinconia, appannato nella postura e nell'eloquio non più fluente come un tempo. Non avendo molti argomenti da offrire al pubblico, ha ritirato fuori la delicata questione dell'uomo della provvidenza aggiungendo che metà dell'Italia lo odia ma un'altra metà lo ama e lo costringe a restare in politica. Francamente è raro che un uomo politico si vanti d'aver spaccato il Paese in due e lo consideri un merito storico. Forse qualcuno dei suoi consiglieri dovrebbe avvertirlo che quella spaccatura da lui considerata il segno del suo successo rappresenta invece una pietra tombale sui sogni di rivincita. Se avesse dei consiglieri. Ma non li ha. Ha avuto una corte e dei cortigiani. Scomparso il potere scomparsi i cortigiani. Forse Apicella, ma anche sul chitarrista non ci giurerei. Tuttavia, lasciando da parte il ciarpame, la claque, il trapianto dei capelli e l'uomo della provvidenza, qualche cosa di serio è venuto fuori nell'incontro tra Berlusconi e Cl. Riguarda una certa idea dell'Italia, una certa idea del cattolicesimo italiano e una certa idea dell'Occidente nei suoi rapporti con le altre culture. Avesse affrontato temi di questa importanza in una riunione di Forza Italia non varrebbe neppure la pena di parlarne; ma li ha affrontati davanti al popolo di Comunione e liberazione e allora la faccenda cambia aspetto. L'importanza non deriva da chi ha posto il tema ma da chi lo ha ascoltato. Da come lo ha ricevuto. Dal peso che quel tema ha su una comunità di giovani cattolici cari a papa Wojtyla e al suo successore, cari a Ruini e al patriarca di Venezia che probabilmente ne prenderà il posto, cari ad Andreotti. Gli invitati ai raduni di Cl ci vanno per essere accettati. Ciò che viene detto a Rimini, chiunque lo dica, serve a guadagnarsi il favore della platea, non a scontentarla e a farla infuriare. Alcuni ci riescono altri no e ne escono scornati e rancorosi. Bocciati. Resta da capire perché tanta gente delle più varie estrazioni voglia farsi esaminare dai giovanotti di Cl. Ecco un punto che va approfondito. Berlusconi l'esame l'ha superato in alcune materie, ma in altre no. Sull'invito finale a far nascere da Cl un partito moderato e liberale è stato bocciato, i ciellini non sono né liberali né moderati e lo sanno benissimo. Invece è stato promosso sulla sua idea di scuola e di cattolicesimo. Semplicemente perché non ha fatto che ripetere le cose che i ciellini vogliono sentirsi dire. Ma quelle cose corrispondono alla realtà italiana? Agli interessi del paese? A un rapporto equilibrato tra il cattolicesimo e la modernità? I giovani di Cl rappresentano una militanza credente. Un Cristo operativo. Pregano e operano. Si comunicano e operano. Organizzano e operano. La solitudine non è il loro forte. La contemplazione meno che mai. Li vedo molto più vicini a Giovanni Bosco che a Francesco d'Assisi. A Teresa di Calcutta che a Giovanni della Croce. Fosse tempo di crociate forse sarebbero crociati. Credo che abbiano un briciolo d'invidia verso l'Opus Dei perché il suo fondatore è già santo e quella comunità è stata elevata a prelatura. Anche Cl vorrebbe diventare prelatura e vedere il suo fondatore sugli altari, ma questi salti di qualità, purtroppo per loro, non sembrano far parte dell'agenda vaticana. Comunque in Italia sono abbastanza potenti, sempre per via delle opere. Fuori d'Italia li conoscono poco, anzi non li conoscono affatto. Della scuola hanno un'idea che piace molto a papa Ratzinger e a Ruini. Vogliono che lo Stato finanzi le scuole cattoliche e che queste siano equiparate a quelle pubbliche. L'idea fa breccia. Nel polo berlusconiano è condivisa da quasi tutti. Anche nel centrosinistra non mancano i consensi. Però c'è un problema: bisognerà finanziare anche le scuole musulmane, senza parlare di eventuali scuole protestanti, ortodosse, ebraiche. E poi c'è un altro problema: come si forma una coscienza della cittadinanza interetnica e interculturale se si finanziano le scuole delle varie comunità religiose? In un'Europa e in un'Italia dove la diaspora musulmana è già - e più ancora sarà - una minoranza sempre più numerosa? Con tassi di natalità crescenti? Infine c'è un terzo problema: se lo Stato finanzia scuole religiose e le parifica alla scuola pubblica avrà ben il diritto di controllare gli standard educativi e formativi con specifica attenzione ai principi della cittadinanza. E un quarto problema ancora: di fronte al moltiplicarsi di scuole religiose quella pubblica dovrà inevitabilmente accentuare le sue caratteristiche laiche. L'insegnamento della religione cattolica, tanto per dire, cadrà per non diventare un duplicato di quanto si insegna nelle scuole cattoliche. Senza parlare delle scuole private non religiose che diventerebbero (già sono) un meccanismo finalizzato all'ottenimento del titolo di studio. L'idea di scuola di Cl, rilanciata l'altro ieri da Berlusconi, è in realtà un nonsenso, non incrocia nessuno dei problemi del presente e del futuro. Incrocia soltanto lo slogan: "L'Italia è cattolica e deve essere degli italiani". Il fatto che l'Italia debba essere degli italiani è ovvio. Dev'essere dei cittadini italiani, quelli che hanno cittadinanza italiana, che lavorano, che pagano le tasse, che usufruiscono dei diritti civili e politici. Quindi anche degli ebrei italiani, dei musulmani italiani, dei valdesi italiani e dei non credenti italiani. Insomma di tutti. Ma c'è l'altra parte di quello slogan, assai meno ovvia, che afferma: l'Italia è cattolica. Chi l'ha detto? Non esiste nella nostra Costituzione. Anzi c'era nel Concordato del '29 ma è stato abolito. Questo in punto di diritto. In punto di fatto ha risposto Andreotti. Alla domanda che gli è stata fatta se i musulmani dovrebbero andare a messa, ha risposto sorridendo: sono molti di più i cattolici che non ci vanno. Se lo dice lui... Per fortuna questi meeting di Cl non contano poi granché. Servono agli sponsor e alla Compagnia delle opere. Ai giovani che ci vanno per stare insieme. Ai politici e agli imprenditori che si guadagnano un titolo sui giornali. Come alle feste dell'Amicizia di questo e di quello e ai festival dell'Unità. di Eugenio Scalfari da la Repubblica

E ora guerra. All’Italia inetta e imbelle Siccome gli imbecilli si trovano dappertutto, anche un giornale serio come New Republic ha deciso di ospitarne uno. Si chiama Jeremy Kahn, sarebbe una giovane promessa, e ha condensato in tre paginette la più stucchevole collezione di luoghi comuni per spiegare quale disastro sia stato affidare a un forte contingente italiano la gran parte del lavoro di peacekeeping in Libano. Il livello, per capirci, è di uno che scrive che gli italiani sono buoni al massimo in cucina; che Israele li ha voluti in Libano perché ha bisogno di un colossale fallimento Onu; che per un lavoro così serio ci si può fidare solo dei francesi e di chiunque altro, perfino gli svizzeri, ma non dei mangiaspaghetti. Che se la sono cavata in Kosovo giusto perché dovevano badare solo a mafiosi albanesi armati di coltello. Il ragazzo non farebbe ridere neanche in un bar all’ora di chiusura, che è probabilmente il posto che frequenta di più. Ma vale la pena segnalare le stupidaggini disinformate di New Republic per ricordare a noi stessi che l’Italia s’è assunta una bella grana, e che non tutti nel mondo sono ben disposti nei suoi confronti. Al fondo delle banalità di Kahn c’è l’amara verità che l’attuale successo diplomatico di Roma si basa su una sua pregressa debolezza: fosse stata una media potenza già molto attiva sulla scena internazionale, non si sarebbero tutti trovati d’accordo nell’affidarle un ruolo così delicato. Ora la scelta è compiuta, le navi sono in viaggio. Mille uomini sul terreno non sono pochi. Tanti di loro rischieranno la pelle. Il paese si gioca la faccia. Anche se è vero che fra chi appoggia la missione ci sono idee diverse sul suo obiettivo – ed è vero – recuperiamo da oggi un po’ di orgoglio nazionale. Non sarebbe male dimostrare che siamo capaci, almeno in parte, di rimediare ai guai che combinano nel mondo dei gagliardi guerrieri come i connazionali americani del giovane Kahn .http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Week-end deliberativo all’ombra del Partenone Mauro Buonocore Tratto da Reset Ad Atene la storia della democrazia si guarda indietro, va dritta al V secolo a.C. dove trova le sue radici, e apre il futuro all’innovazione e alla sperimentazione per migliorare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Questa specie di corto circuito tra antico e moderno si chiama sondaggio deliberativo e si concretizza la sera del 4 giugno 2006, quando Panagiotis Alexandris viene nominato candidato sindaco per il Pasok, partito socialista ellenico, alle prossime elezioni di Marousi, cittadina dell’area metropolitana della capitale greca, che si terranno il prossimo ottobre. Non primarie qualsiasi, ma un’occasione storica. Il nome di Alexandris è infatti stato scelto da un campione di 131 cittadini selezionati in maniera casuale, in modo da rappresentare l’intero elettorato della città. Come nell’antica polis di Clistene e di Pericle, quando i cittadini venivano estratti a sorte, chiamati ad ascoltare le proposte di esperti, a informarsi su materie che richiedevano decisioni, per poi esprimere il proprio parere. E così è stato anche a Marousi, dove il campione selezionato ha avuto materiali per approfondire gli argomenti della politica cittadina, si è riunito in piccoli gruppi per discutere le proprie idee e confrontarle, ha sottoposto ai candidati le proprie domande, ha ascoltato le loro risposte e infine ha votato. Insomma un sondaggio deliberativo in piena regola, come tanti ne ha realizzati fin’ora James Fishkin, l’inventore del metodo, che li ha portati in situazioni assai diverse tra loro, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per Gran Bretagna Danimarca Bulgaria e Australia. Ma questa volta il deliberative poll greco lascia un segno assai più profondo: "È un giorno storico per la democrazia, per la politica e per la scienza" ha detto John Panaretos, direttore dell’Istituto di Statistica dell’Università di Atene e curatore della parte scientifica dell’evento. "Lo è per la democrazia", ha continuato Panaretos, "perché le persone hanno avuto la possibilità di esprimere direttamente un parere nella scelta del candidato; lo è per la politica perché un leader politico ha ceduto una parte di autorità in favore dei cittadini; lo è per le scienze perché un metodo scientifico è stato applicato con lo scopo di migliorare e rafforzare la democrazia". Il leader politico citato da Panaretos, uno dei protagonisti di tutta questa vicenda, è George Papandreou, presidente del Pasok e dell’Internazionale socialista, che James Fishkin descrive come una specie di "visionario democratico". Papandreou sentì parlare degli esperimenti di Fishkin qualche mese addietro e subito intuì "la portata che la discussione tra cittadini informati poteva avere nella scelta dei candidati, tanto che fu proprio lui a insistere", continua il professore americano, "per applicare il deliberative poll alle primarie". Forse la ricerca di Papandreou verso forme innovative di partecipazione democratica è dettata anche dalla necessità di rilanciare l’immagine del partito, uscito sconfitto alle politiche del 2004, colpito da una serie di scandali e di corruzioni che ne sciolsero il direttivo portando Papandreou al vertice. Forse il leader socialista greco sente il bisogno di offrire agli elettori una nuova veste del partito, più nuova, dinamica, aperta, ma certo è che il suo sguardo è chiaramente volto alla sperimentazione e alla ricerca di tecniche che facciano bene alla democrazia. "Se guardiamo al panorama politico della Grecia, troviamo un partito di maggioranza che si chiama Nea Dimokratia (Nuova democrazia)" sottolinea Fishkin e aggiunge: "credo che Papandreou abbia pensato: perché il Pasok non può offrire ai cittadini una reale, concreta, nuova democrazia? Questo di Marousi è un esperimento politico assolutamente innovativo, nessun partito politico nell’intera storia del mondo ha mai usato un microcosmo di cittadini selezionati in maniera casuale per scegliere i propri candidati. In genere i partiti selezionano dei nomi e, nel migliore dei casi propongono delle primarie di massa, senza alcuna garanzia che gli elettori siano davvero informati sulla scelta che vanno a compiere". Ma a Marousi la storia è molto diversa, perché la scelta è tutta nelle mani e nei pensieri di un campione casuale, estratto a sorte, nella migliore tradizione della polis greca. La sera che precede il sondaggio deliberativo James Fishkin e Robert Luskin, che insieme curano i loro esperimenti, passano a fianco dell’antica Agorà ateniese dove si sorteggiavano i cittadini che a turno si sarebbero assunti la responsabilità di incarichi pubblici, dove avevano luogo discussioni e votazioni. L’indomani l’ambiente sarà un po’ diverso, certo, non antiche colonne di marmo, ma un moderno centro congressi tra i cui locali si svolgeranno i gruppi di discussione amplificati da microfoni e ripresi da telecamere per la copertura televisiva assicurata dal canale nazionale Mega Tv. Cambia la location, cambiano alcuni mezzi tecnici, ma lo spirito e il significato tengono molto stretti tra loro il sondaggio deliberativo e le assemblee dell’antica Grecia; un legame che troviamo nell’estrazione a sorte dei protagonisti, nell’idea di affidare la scelta che riguarda tutta la collettività a un campione ristretto, un "minipopolo", per usare le parole di Robert Dahl, che in tutto e per tutto si presenta come una rappresentazione fedele e in miniatura dell’intera popolazione attiva. E il legame, a distanza di tanti secoli, si fa ancora più stretto se riconosciamo nelle due diverse esperienze, la polis e il deliberative poll, gli stessi principi ispiratori, quelli che Morgens Hansen chiama i pilastri della democrazia diretta. Alla base del sistema democratico dell’Antica Grecia, sostiene lo studioso danese massimo esperto mondiale della materia, esistevano delle convinzioni di fondo quali l’idea che i cittadini comuni possano essere ben informati sulle questioni che si vanno ad affrontare, che essi siano disposti a mettere da parte l’interesse privato a vantaggio dell’utilità comune, che siano interessati a partecipare piuttosto che delegare, che ci sia una chiara separazione tra la competenza degli esperti e il buon senso politico e infine, ma non ultima, la convinzione che i cittadini comuni "siano persone intelligenti". Ciascuno di questi pilastri democratici è indispensabile al meccanismo dei sondaggi deliberativi, nessuno escluso, compreso l’ultimo citato che troviamo sempre nelle parole di James Fishkin quando è chiamato a raccontare e a spiegare la sua invenzione: "People are smart if they have a chance". "In tutti i deliberative polls che abbiamo realizzat -continua Fishkin - non si può fare a meno di notare che le persone dimostrano tutta la loro intelligenza se hanno la possibilità di farlo". E l’esperienza di Marousi ne è una prova ulteriore. La mattina di domenica 4 giugno, nella hall dell’Hellexpo, il centro conferenze di Marousi, si respira un’aria elettrica di novità. Il locale è affollato di volontari e giovani del Pasok che stanno intorno al tavolo dell’accoglienza; ci sono dirigenti del partito, ci sono i giornalisti con tutto il loro armamentario di telecamere microfoni macchine fotografiche e taccuini, ci sono dei semplici curiosi. E poi ci sono i veri protagonisti, i partecipanti al sondaggio arrivano alla spicciolata, si guardano intorno, si avvicinano al tavolo prendono la loro cartella con il programma della giornata e le varie fasi del processo deliberativo e si siedono da una parte, insieme ad amici e parenti che li hanno accompagnati. Sanno già di che cosa si tratta, hanno già risposto a delle domande sulle primarie per il sindaco di Marousi, ma trovarsi nel bel mezzo della situazione è tutta un’altra cosa. Leggono che ne sarà di quella calda domenica di giugno: inizio alle 11.00, prima sessione di discussione divisi in gruppi di 10-15 persone guidate da un moderatore, dalla discussione emergeranno delle domande che saranno poste ai sei candidati in una sessione plenaria dove gli aspiranti sindaci proporranno le loro soluzioni; e poi si voterà, se non verrà fuori un vincitore con la maggioranza assoluta, i primi due andranno al ballottaggio. Le sensazioni che si colgono tra i presenti si possono racchiudere in un misto di curiosità e di dubbio, ma la voglia di partecipare è comunque altissima. "Ho accettato di partecipare – dice Aris, 22 anni – semplicemente perché mi sembra un modo per fare qualcosa per la mia città"; "Mi piace molto questa idea di mettere delle persone nelle condizioni ideali per decidere – osserva il signor Papadatos – mi sembra di far parte di un progetto che mira a una migliore democrazia". Mariliza Xenogiannakopoulou, segretario nazionale del Pasok, apre le sue considerazioni a un futuro possibile: " È un esperimento, dobbiamo vedere se funziona, e se l’esito sarà positivo non è affatto escluso che si possa ripetere a un livello più ampio"; tutti i dubbi di un esperimento completamente nuovo emergono dalle parole di Alekos Papadopoulos, già ministro degli Interni e politico di lunga esperienza: "Abbiamo messo in piedi una scommessa culturale, una iniziativa che andava fatta perché io credo che le società vadano provocate, stimolate". "Il Pasok ha scelto i sei candidati tra una rosa più ampia – spiega Papadopoulos – lo abbiamo fatto sulla base delle loro esperienze personali, della loro attività sociale e politica, non ci siamo basati sui programmi, questi devono nascere da un lavoro collettivo, altrimenti non sono che posizioni artificiali". Dubbi, curiosità, ma anche un certo ottimismo segnano il termometro dei minuti che precedono l’inizio, poi, appena si abbandona la hall per andare negli spazi dedicati alla prima sessione, l’atmosfera si tinge di silenzio e concentrazione. Voci vengono solo dalle stanze dove ciascun gruppo è riunito. Un tavolo lungo, a un estremo il moderatore che gestisce i turni di parola, tutt’intorno i partecipanti, si fanno le presentazioni e si entra subito nel vivo degli argomenti. Ciascuno ha l’opportunità di dire la sua, nessuno è obbligato, proprio come avveniva nell’Agorà dove l'Isegoria stabiliva per tutti il diritto di parlare senza però pretendere che ciascuno lo facesse. L’ordine della discussione è tutto nelle mani dei moderatori, hanno un compito delicato che svolgono con grande impegno. Sono militanti del Pasok o simpatizzanti, persone che hanno già esperienza di gruppi di discussione o di focus group e sono volontari che hanno accettato con grande entusiasmo la proposta del partito. Nel briefing che ha preceduto il sondaggio deliberativo, Fishkin e Luskin si sono soffermati su alcuni essenziali accorgimenti, a partire dalla cosa più difficile: mantenere fuori le proprie opinioni dalla discussione. "Sono i membri del campione che devono esprimersi – hanno sottolineato i professori americani rivolti ai moderatori – voi dovete soltanto gestire la discussione prestando attenzione ad alcuni aspetti essenziali. Innanzitutto fate in modo che i partecipanti non si concentrino sui candidati, ma sugli argomenti e sulle risposte che i candidati sapranno dare; in secondo luogo dovete riuscire a fare in modo che anche i più timidi abbiano la loro opportunità di esprimersi e, soprattutto, ricordate subito ai partecipanti che sono i veri protagonisti di quello che stiamo facendo, fate notare loro che sono ascoltati da altre persone come loro e anche dai politici, perché loro hanno il potere, perché la loro voce è la cosa che più conta in questa situazione". L’obiettivo della prima sessione di discussione non è tanto produrre delle convinzioni sulla validità di questo o quel candidato, lo scopo è far emergere dalla discussione dei temi e delle domande da rivolgere ai candidati nella sessione successiva, quando i candidati risponderanno di fronte a tutti i partecipanti. Il compito non è semplice, ma i moderatori se la cavano bene. "Le persone hanno parlato molto" racconta Despina Politou che moderando il suo gruppo ha scelto di intervenire il meno possibile e lasciare molto spazio ai partecipanti: "Sono loro i protagonisti, io non dovevo far altro che evitare che qualcuno prendesse il sopravvento nel dibattito e che i più timidi non parlassero affatto". "Credo che la parola chiave per descrivere questa giornata sia aperto, le persone hanno apprezzato il fatto che il processo decisionale dedicasse loro lo spazio per parlare e decidere", sottolinea Efitimios Bakas, esperto di focus group, che quindi conosce bene le dinamiche delle discussioni di gruppo. "La cosa più difficile è stata indirizzare gli interventi verso la produzione di domande – continua Efitimios - spesso partivano discussioni in cui ciascuno proponeva la propria soluzione al problema, il nostro obiettivo non era trovare soluzioni, ma formulare delle domande da porre ai candidati per cercare di capire quale fosse la loro concreta soluzione al problema". Ma quali sono i temi su cui i candidati sono stati chiamati a rispondere? Sono i problemi di una città di 65.000 abitanti, che attraversa un momento di sviluppo da fronteggiare in tutta la sua complessità. La scelta del Pasok è caduta su Marousi per diversi motivi. Perché è uno tra i centri più importanti della Grecia, perché le elezioni che si svolgeranno a ottobre si presentano con un esito molto incerto, con un sindaco uscente che governa da 16 anni dopo quattro mandati consecutivi; perché Marousi è la città in cui si sono svolte le Olimpiadi del 2004, un evento la cui organizzazione ha portato crescita e infrastrutture, molti posti di lavoro e un certo sviluppo economico per tutta la città. Allo stesso tempo però, questi stessi aspetti hanno portato anche problemi legati al traffico, all’inquinamento, alla presenza sempre più massiccia di multinazionali che esercitano pressioni su un’amministrazione cittadina che negli ultimi anni è diventata molto potente. E allora sono queste le domande che i cittadini di Marousi vogliono porre a coloro che vorrebbero correre per la poltrona del sindaco: Come migliorare la trasparenza dell’amministrazione, dei processi decisionali, della spesa pubblica? Come dedicare più spazi alla qualità della vita, e realizzare parchi pubblici dove ora ci sono solo uffici di grandi gruppi economici? Come migliorare la sicurezza nelle scuole? Come affrontare il problema del traffico? Le domande vengono poste durante un’assemblea plenaria, tutti i candidati rispondono uno alla volta, con turni di parola uguali per tutti e distribuiti da Pavlos Tsimas, autorevole giornalista della tv greca Mega tv che al sondaggio deliberativo dedicherà una intera trasmissione. Loro, i politici, parlano, i membri del campione ascoltano, confrontano, valutano. Ascoltate tutte le risposte, il campione deliberativo vota. Non è sufficiente il primo turno, Panagiotis Alexandris e Alekos Bregiannis vanno al ballottaggio. Si è fatta ormai sera, la stanchezza di tutti, dopo una giornata impegnativa, viene offuscata dalla voglia di scoprire il risultato e di portare a termine di questo esperimento unico al mondo. Sono ormai le 21 quando George Papandreou si presenta con un in mano un foglio e annuncia che Alexandris sarà il prossimo candidato sindaco a Marousi per il Pasok. Applausi, festeggiamenti del vincitore, congratulazioni degli sconfitti. Ma a vincere è stata soprattutto la partecipazione e la dimostrazione di quanta differenza faccia dare ai cittadini l’opportunità di misurarsi in prima persona con le scelte della politica. La dimostrazione è nei numeri del sondaggio deliberativo, dove possiamo leggere che all’inizio di questa giornata Alexandris era il meno conosciuto di tutti i candidati, a testimonianza di quanto cambi l’opinione delle persone dopo un’attenta discussione; così come possiamo leggere che dall’inizio del processo alla fine, il numero di coloro che dichiaravano di non avere preferenze è sceso del 12, 5% (dal 20,8 all’8,3). E il successo dell’iniziativa possiamo trovarlo nella valutazione che gli stessi partecipanti hanno dato alla giornata dichiarandosi per il 90% soddisfatti dei gruppi di discussione, un successo che notiamo anche dalle parole vive di uno dei membri del campione: "È stata una giornata meravigliosa, questa è la vera democrazia che offre alle persone l’opportunità di entrare in profondità dentro i problemi per prendere posizione"; un successo che possiamo leggere anche nelle frasi del vincitore che chiudendo la giornata parla all’assemblea dicendo che "alla fine ha vinto l’idea che le persone sono più importanti dei partiti, grazie a questo bellissimo processo di partecipazione che rappresenta una grande sfida per la politica". Ma il vero successo del sondaggio deliberativo di Marousi, della giornata che ha riportato la patria della democrazia alle sue origini più profonde, starà nel seguito che la politica saprà dare a questa giornata seguendone l’esempio, trovando nelle segreterie e negli organi dirigenti dei partiti il coraggio di qualche "visionario democratico". caffeeuropa.it

LE ESERCITAZIONI MILITARI IRANIANE DI MAHDI DARIUS NAZEMROAYA Global Research Esercitazioni, test e addestramenti o mobilitazione e preparazione per la guerra? Esercitazioni tattiche e militari sono in pieno svolgimento in Iran; sabato 19 agosto 2006, le Forze Armate Iraniane, composte dalle Forze Regolari e dalle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, hanno iniziato la prima fase di un’imponente esercitazione a livello nazionale nella provincia di Sistan e Baluchistan (1) lungo le zone confinanti a sud-est con il Golfo di Oman e il Pakistan, e ad est con l’Afghanistan presidiato dalla NATO. Le esercitazioni sono destinate a intensificarsi durante le cinque settimane previste e probabilmente si protrarranno fino alla fine di settembre, se non a ottobre inoltrato. Va sottolineato che le manovre militari iraniane si stanno svolgendo proprio nel periodo in cui gli analisti ritengono più probabile l’inizio di un attacco statunitense o comunque sotto l’egida Usa. Mentre è risaputo che queste importanti esercitazioni sono state pianificate in 14 delle 30 province dell’Iran, quasi tutte posizioni sensibili e geo-strategiche di vitale importanza e tra le zone più instabili del pianeta, confinanti con l’Iraq occupato dalle forze anglo-statunitensi, con il Golfo Persico, il Caucaso (Armenia e Azarbaijan), il Mar Caspio, la Turchia, il Pakistan, il Turkmenistan e l’Afghanistan, esistono voci contrastanti sul quando siano effettivamente iniziate. Fonti cinesi affermano che le prime fasi delle mastodontiche esercitazioni fossero già avviate nelle regioni del nord-est, nord-ovest, ovest e sud dell’Iran (2), praticamente tutte le province confinanti con le Forze Statunitensi, la Coalizione a guida USA e la NATO, inclusa la Turchia, membro NATO ed alleato strategico di Israele, mentre fonti iraniane e mediorientali sostengono che le esercitazioni siano iniziate prevalentemente nel sud-est. Il Brigadier Generale Mohammad-Reza Ashtiani, comandante in capo dell’Esercito Iraniano, o Ramo di Terra della Forze Regolari, nel corso di una conferenza stampa ha specificatamente dichiarato che “le simulazioni di guerra si svolgeranno nelle province dell’Azarbaijan Occidentale, Azarbaijan Orientale, Khorasans (3), Kurdistan e di Sistan e Baluchestan” (4), tutte province di confine, in prima linea in caso di guerra tra Iran e Stati Uniti, che hanno subito una serie di episodi preoccupanti tra attacchi terroristici, rapimenti, violenza e instabilità (5), dei quali l’Iran ritiene responsabili tanto gli Usa e la Gran Bretagna quanto Israele. Il tempismo delle esercitazioni: legame tra le manovre militari e le date fondamentali del programma nucleare iraniano “Blow of Zolfaqar” (Il Fendente di Zolfaghar) è il nome in codice dell’esercitazione militare, dalla mitica spada dell’Imam Ali Al-Talib, icona storica di potere e coraggio per gli Iraniani. Le manovre vengono a coincidere non solo col pellegrinaggio nel vicino Iraq, dove l’emozione sarà altissima, per la celebrazione del martirio di Musa Al-Kadhim, discendente di Maometto, ma soprattutto col momento cruciale in cui ci aspetta che le relazioni internazionali tra Iran e Stati Uniti riguardo il Medio Oriente raggiungano un livello critico di tensione. Le esercitazioni valgono di per sè a dimostrare la determinazione iraniana nel consolidare il proprio status internazionale, ma aquistano ancora più importanza alla luce dei recenti attacchi di Israele in Libano - indicati da Seymour Hersh (6) come la prova generale per un assalto su vasta scala all’Iran - dello schietto rifiuto di interrompere il programma di arricchimento dell’uranio (7) e dell’avvicinarsi alla scadenza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che l’Iran ha rigettato come illegale e senza fondamento. Va altresì notato che né gli Stati Uniti né Israele hanno escluso la possibilità di ricorrere ad un’iniziativa decisa contro l’Iran o di rispondere con un’offensiva militare ed attacchi aerei al piano per l’energia atomica iraniano ed al rifiuto di abbandonare il legittimo tentativo di sviluppare una tecnologia nucleare a uso civile. Viene riportato, inoltre, come i militari iraniani stiano collaudando modernissimi sistemi di difesa aerea e contraerea in preparazione a qualsiasi possibile attacco o minaccia contro l’Iran o le sue installazioni, e Israele è già stato menzionato al riguardo (per timore di una sua rappresaglia) dopo la sconfitta subita in Libano (8). Secondo la Fars News Agency (un’agenzia stampa iraniana), l’Ufficiale Comandante del Ramo di Terra delle Forze Regolari, il Brigadier Generale Mohammad Hassan Dadras, ha dichiarato che le Forze Armate Iraniane hanno migliorato le loro capacità difensive ad un livello tale che nessuna forza aerea è in grado di lanciare un’offensiva efficace all’interno del territorio iraniano o nelle adiacenze dei suoi confini. Il Generale Dadras ha inoltre illustrato le proprietà delle unità e delle forze missilistiche iraniane (9), aggiungendo che le unità missilistiche diverranno sempre più operative col progredire dell’esercitazione (10). Durante la seconda fase delle manovre, gli Iraniani hanno testato l’impiego di missili terra-terra dalla città di Kashan, in coordinazione con altre operazioni militari (11). È importante notare che Kashan è una città situata in una posizione strategica centrale da cui si può fornire un’adeguata difesa aerea tanto alle installazioni e agli impianti nucleari, quanto alla capitale. La città fa probabilmente parte del principale sistema di difesa aerea a causa della sua ubicazione nella provincia centro-occidentale di Isfahan, presso il sistema montuoso dello Zagros, in prossimità dei complessi nucleari di Isfahan (sede di un impianto per la conversione dell’uranio), Natanz e Arak (12), e a sud della capitale e centro nevralgico, Teheran. L’ultima volta che l’Iran ha organizzato un’esercitazione di tale portata è stato verso la fine di aprile del 2006, dopo l’annuncio che gli ingenieri e scienziati iraniani erano riusciti con successo ad ottenere uranio arricchito e che l’Iran faceva parte del club dei paesi nucleari; in tale occasione, i militari iraniani avevano trasmesso le immagini dei test di un’imbarcazione ibrida stealth (invisibile ai radar) in grado di volare, un missile a testata multipla ad evasione radar, un razzo-siluro ed un letale missile antinave che non può essere intercettato. Le esercitazioni dell’aprile 2006 nelle acque del Golfo Persico e del Golfo di Oman, sotto il comando delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche coordinate con le Forze Regolari, segnarono l’ennesimo periodo di turbolenza nelle crescenti tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, nel conflitto riguardo il piano per l’energia atomica iraniano e, soprattutto, nel più vasto progetto per determinare il corso dello sviluppo e della direzione strategica del Medio Oriente. L’Iran si sta preparando per un attacco? Alti funzionari iraniani nel governo e nell'establishment della difesa iraniana hanno ripetutamente respinto l'idea di attacchi statunitensi contro l'Iran ed escluso ogni tale tentativo in quanto folle o suicida in congiunzione con le manovre militari iraniane e la strategia del paese, ma hanno simultaneamente asserito che l'Iran è del tutto fiducioso e preparato a difendersi contro ogni aggressione militare diretta al territorio, le installazioni e la sovranità del paese. Secondo la IRNA, l'agenzia stampa ufficiale dell'Iran, "varie unità di elicotteri Chinook per il supporto aereo dell'esercito, aerei senza equipaggio, paracadutisti, unità di guerra elettronica e forze speciali stanno partecipando nella manovra" e "commandos, paracadutisti, unità mobili per il fuoco di copertura, forze di guerra elettronica ed unità a reazione rapida che godono di elevata capacità di combattimento dimostreranno la loro prontezza [a combattere ogni possibile attacco] durante le esercitazioni [Blow of Zolfaqar]" (13). Il comandante delle Forze Regolari Iraniane, Brigadier Generale Kiumars Heydari, è l’ufficiale incaricato dei rapporti con i media e portavoce per le esercitazioni militari. Il Generale Heydari ha affermato che “lo scopo principale di queste manovre è l’adozione di nuove tattiche e l’utilizzo di moderni equipaggiamenti in grado di fronteggiare possibili minacce” e che “l’Iran ha osservato attentamente ciò che è accaduto nel mondo [l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq, gli attacchi israeliani in Libano, l’occupazione dell’Afghanistan] e noi [militari iraniani] abbiamo investito sia nell’ammodernamento delle tattiche che in equipaggiamento” (14). Fino a questo momento, dodici divisioni di terra, insieme all’Areonautica Militare, la Marina Militare e le Unità Missilistiche facenti parte delle Forze Regolari Iraniane, che hanno una struttura di comando separata da quella delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, hanno preso parte alle manovre e sono impiegate come apparato complementare delle esercitazioni avviate nella provincia sud-orientale di Sistan e Baluchistan (16). L’Iran è da tempo consapevole di essere accerchiato dalle forze della coalizione guidata dagli Statunitensi i stazionanti lungo i suoi confini, nei territori occupati di Iraq e Afghanistan, e nelle basi di altre nazioni limitrofe. È stato riferito, inoltre, che il Ministero dell’Interno Iraniano abbia contemporaneamente pianificato di incrementare il livello di sicurezza lungo i confini e le pattuglie di frontiera, ufficialmente per combattere il contrabbando ed il traffico di stupefacenti (17). Queste articolate manovre militari possono facilmente servire a più di uno scopo, come nascondere, con la pretesa di test ed esercitazioni, una mobilitazione generale delle truppe e il loro posizionamento in previsione di un possibile attacco. Sembra proprio che si stia concretizzando un crescente livello di allerta e che la mobilitazione difensiva delle Forze Armate Iraniane preannunci un inevitabile ed anticipato confronto sul futuro del piano per l’energia atomica iraniano, al quale sono inevitabilmente intrecciati i destini di Palestina, Israele, Iraq, Libano, Afghanistan, Siria, Sudan, del Golfo Persico, dell’Asia centrale, dell’equilibrio strategico nel Caucaso, e di molto altro ancora... Mahdi Darius Nazemroaya Fonte: http://www.globalresearch.ca/ Link 21.08.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di TRIMEGISTO NOTE 1. Agenzia stampa Mehr (MNA), 19 agosto 2006, Zolfaqar war games underway in southeastern Iran 2. Peoplès Daily, 19 agosto 2006, Roundup: Iran launches large-scale military exercise 3. Esistono tre province chiamate Khorasans: il Khorasans del Nord, il Khorasans del Sud e il Razavi Khorasans. Esse facevano parte, una volta, di un’unica provincia, storicamente la più estesa di tutto l’Iran, che venne suddivisa nel settembre del 2004. 4. Payvand, 17 agosto 2006, Iran Army to launch War Games 5. Esplosioni in Khuzestan, truppe statunitensi e britanniche operano in Iran, Jundallah (un misterioso nuovo gruppo) attacca le truppe iraniane e di sicurezza a Baluchistan, incitamento etico, terrorismo, etc. A. BBC News, giugno, Iran Seizes UK vessels and crew B. BBC News, 23 gennaio 2004, Iran accuses UK of bombing link C. Global Policy Forum, 23 febbraio 2006 (dal Financial Times), U.S. Marines Probe Tension’s Among Iran’s Minorities * Soldati britannici della SAS (Special Air Service) furono arrestati anche in Iraq mentre, vestiti da arabi, trasportavano esplosivi: Global Research 6. The New Yorker, 21 agosto 2006, ma postato prima di questa data, Watching Lebanon: Washington’s interests in Israel’s war 7. IRNA, 20 agosto 2006, Asefi: Enrichment suspensions not on Iran's agenda 8. Reuters (India), 19 agosto 2006, Iran ready for Israeli action after Lebanon war: Army 9. Agenzia stampa Fars, 20 agosto 2006, Surface-to-Surface Missiles Launched 10. Agenzia stampa Fars, 19 agosto 2006, 11. IranMania, 20 aprile 2006, Iran test Tactical Missiles during War Games

Rigassificatori nel golfo di Trieste: Slovenia e Croazia dicono no La Regione Friuli Venezia Giulia chiederà al Governo nazionale un'integrazione di documentazione sul progetto di realizzazione nel Golfo di Trieste di impianti di rigassificazione. Per meglio valutarne l'impatto ambientale. Sui rigassificatori nel golfo si va comunque avanti. Riceviamo e volentieri pubblichiamo Il golfo di Muggia Di Fabio Dalmasso «Rigassificatori, colpo d’accelleratore». «Sì del Governo ai rigassificatori». «Accordo sui rigassificatori. Quattro in soli due anni». I giornali del 19 agosto riportavano con grande risalto la nascita, sancita il giorno precedente, di una “cabina di regia” governativa deputata a risolvere il problema dei rigassificatori in progetto in tutta la penisola: il premier Prodi, il sottosegretario Enrico Letta, il ministro per lo sviluppo Bersani e quello per l’ambiente Pecoraro Scanio hanno deciso di rompere gli indugi e dare il via a quella che sembra essere la vera sfida dei prossimi anni, la corsa al gas. I tagli dello scorso inverno sulle forniture ''sovietiche'' hanno messo in allarme i paesi europei che fanno della Russia il principale stato fornitore: anche l’Italia, che importa il 29% del proprio fabbisogno dalla terra di Putin, ha cercato di correre ai ripari, intensificando i rapporti economico diplomatici con i paesi produttori di gas e cercando soluzioni alternative per scongiurare un inverno di freddo. Per quanto riguarda il primo aspetto Prodi si è adoperato in anticipo e il 20 luglio ha firmato un accordo con la Gazprom per stabilire i termini delle future forniture, con in cambio la possibilità dell’Eni di puntare al gas e al petrolio russo. Il recente accordo tra Russia e Algeria ha messo in agitazione l’intero comparto energetico nazionale ed europeo: la paura di un cartello del gas, con una quasi monopolizzazione del mercato, ha spinto il Governo italiano a intensificare le relazioni politiche con i due paesi, giungendo ad accordi che dovrebbero garantire un approvvigionamento sicuro per il prossimo inverno. Ma se nell’immediato il problema può essere arginato, nel lungo periodo la situazione sembra essere più complicata: il gas, infatti, non viene usato unicamente per il riscaldamento, ma anche per la produzione di corrente elettrica; attualmente la quota del gas nella generazione della corrente è del 49%, ma in futuro aumenterà fino al 60%, facendo dell’Italia il paese al mondo che dipende maggiormente dalle importazioni del gas. In questo contesto risulta grave la mancanza di un vero e proprio piano energetico nazionale che possa coordinare le diverse iniziative, puntando l’attenzione anche su forme di energie alternative, come l’eolica e la solare. Per il momento, però, il Governo italiano ha deciso di puntare molto sui rigassificatori, ma l’iter per i molti progetti si presenta tutt’altro che semplice e affiancare nuovi terminal a quello di La Spezia sarà un’opera con molti rischi, soprattutto politici. Attualmente la situazione si presenta con tre progetti autorizzati e finanziati (Livorno, Brindisi e Rovigo) e altri otto fermi alla fase progettuale, di cui due individuati in Sicilia e due nel golfo di Trieste. L’Alto Adriatico si troverebbe così ad avere tre impianti di rigassificazione in uno spazio piuttosto limitato e tale scelta non è del tutto casuale: la zona delle Venezia Giulia ha sempre rappresentato una porta estremamente importante per il mercato dell’Europea orientale e lo sanno bene Endesa e Gas Natural, le due multinazionali che hanno progettato i terminal nel golfo di Trieste e nel vallone di Zaule, vicino a Muggia. Ma come a Livorno e a Brindisi, anche a Trieste la popolazione ha detto no e si è mobilitata contro quella che viene descritta come l’ennesima prova di forza del governatore delle Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, sulla cui figura piovono accuse di despota. L’ex sindaco di Trieste non fa nulla per passare inosservato: eletto come rappresentate del centro sinistra, Illy è un abile imprenditore che affonda la politica con una logica prettamente manageriale, senza troppe distinzioni politiche: il progetto dell'euroregione l’ha portato a stringere rapporti con governanti di qualsiasi colore politico, mentre a inizio giugno aveva firmato una lettera, con i presidenti delle regioni Piemonte e Lombardia, per sollecitare l’iter di realizzazione del tracciato Tav. Il sogno di fare diventare la regione un centro nevralgico dei traffici e degli scambi economici lo fa apparire, agli occhi degli ecologisti e di una certa sinistra, come una persona sensibile unicamente al profitto. Nel caso dei rigassificatori Illy non ha mai celato il suo sincero entusiasmo per i due progetti sin dalle prime battute: conscio delle difficoltà che avrebbe potuto trovare con la vicina Slovenia, il 4 aprile 2006 scrisse una lettera al Premier sloveno Janes Jansa dichiarando la propria disponibilità nel fornire al Governo sloveno tutte le informazioni in possesso dell’Amministrazione regionale; medesime rimesse vennero fatte in precedenza al ministro degli esteri sloveno, Dimitri Rupel, durante un incontro ad Ancorano. La premura di Illy nell’avvicinare e cercare di assicurarsi il sostegno sloveno non era dettata unicamente dalla necessità di avere buoni rapporti di vicinato: secondo alcuni Illy potrebbe contare sul sostegno americano e su quello di importanti multinazionali molto interessate al processo di liberalizzazione del mercato energetico, in particolare di quello del gas. Partendo da queste basi è ovvio che il governatore del Friuli Venezia Giulia faccia di tutto per poter stabilire ottime relazioni e accordi commerciali con la Slovenia e la Croazia, usando, soprattutto con la prima, promesse e minacce per disincentivare il Governo a porre freni sui progetti. Se da una parte Illy ha garantito grandi vantaggi sulle offerte di gas a prezzi bassi, dall’altra ha ricordato alla Slovenia che eventuali ostacoli potrebbero spingere la regione ad aprire vecchie diatribe di carattere ecologico che metterebbero in imbarazzo Lubiana, come ha fatto intendere anche L’Assessore regionale alla pianificazione Lodovico Sonego. I vari tentativi di avvicinamento, fatti di lusinghe e velate minacce, rientrano però in un preciso obbligo sancito dall’articolo 39 del nuovo Codice dell’Ambiente (D. Lgs. 152/2006) che dice: “Qualora l’opera o l’intervento possa avere effetti significativi sull’ambiente di un altro Stato membro dell’Unione Europea, ovvero qualora lo Stato membro che potrebbe essere coinvolto in maniera significativa ne faccia richiesta, al medesimo Stato devono essere trasmesse quanto meno: a) una descrizione del progetto corredata di tutte le informazioni disponibili circa il suo eventuale impatto transfrontaliero; b) informazioni sulla natura della decisione che può essere adottata”. Lo Stato membro potrà quindi far avere una sua opinione sul progetto, anche dopo aver consultato autorità competenti e il pubblico interessato. Il progetto Stando alle reazioni di Lubiana le promesse e le lusinghe di Illy non hanno sortito l’effetto desiderato, anzi, hanno spinto il Governo sloveno a prendere una posizione decisamente critica verso i due progetti, che verrebbero a trovarsi a pochi chilometri dai confini. Lubiana sembra poco interessata ai rigassificatori, anche perché a fine maggio ha avuto un incontro con la controparte russa proprio sul problema energetico e sembra più propensa a guardare ad Est che non al golfo di Trieste. La Slovenia acquista dalla Russia il 55% del proprio fabbisogno di gas, mentre il restante 45% arriva dall’Algeria, esattamente i due paesi che hanno firmato l’accordo tanto contestato; durante la crisi del gas del 2005 – 2006, la diminuzione delle forniture all’Ucraina da parte sovietica causò il crollo del 50% del gas giunto alla Slovenia. I contratti tra Gazprom e Geoplin, la compagnia slovena del gas naturale, sono scaduti alla fine del 2005 e Lubiana ha tutti gli interessi per rinnovarli, stringendo con Mosca accordi commerciali, cosa che Putin non può che vedere di buon occhio dato che la Slovenia è uno dei pochi paesi creditori verso la Russia e nuovi accordi potrebbero favorire lo spostamento della bilancia commerciale in favore di Putin. Oltre al fattore puramente economico, per Mosca è estremamente importante mantenere con la Slovenia gli ottimi rapporti economici – diplomatici avuti sin ora: sia per stabilità politica che per sicurezza economica, il territorio sloveno rappresenta un’ottima testa di ponte per espandere la propria egemonia energetica in Europa, un mercato che fa gola alla Gazprom. Lubiana, da parte sua, affiancherebbe alle obiezioni ecologiche ambientali anche quelle in termini di convenienza per opporsi ai rigassificatori triestini: nel caso che Gazprom assicuri alla Slovenia la quantità di gas necessaria al proprio fabbisogno, che valore avrebbero le promesse di Illy per Jansa? A supportare tale ipotesi sono le parole stesse del ministro per l’economia sloveno, Andei Viziak, il quale ha dichiarato che “il progetto Gazprom costituirebbe l’alternativa ecologicamente migliore ai rigassificatori nel golfo di Trieste”: il progetto al quale si riferisce Viziak è il cosiddetto gasdotto “Volta”, una condotta che dall’Ungheria giungerebbe a Trieste dopo aver attraversato la Slovenia, di cui si è parlato in un incontro a giugno tra Janza e Miller, presidente della Gazprom. Il gas fornito sarebbe quello kazako e turkmeno e la Slovenia punta a coinvolgere l’Italia per poter diventare fornitrice di energia al nostro paese e, soprattutto, per poter avere un altro partner così da giustificare l’investimento nell’infrastruttura da parte della Gazprom. Le proteste Se a livello governativo si cercano mediazioni e contatti tra i diversi stati, la società civile slovena è nettamente contraria ai rigassificatori, posizionati al confine tra i due stati: alla manifestazione del 1° luglio erano molti i pescatori e i cittadini sloveni che si sono trovati al Molo Audace, a Trieste, per protestare contro i due terminal. La manifestazione era organizzata, oltre che dal combattivo Comitato per la salvaguardia del golfo di Trieste, anche dal Comitato civile dell’Istria Slovena, l’associazione ambientalista croata Ekokvarner e dal settimanale lubianese Mladina, sul cui sito è apparsa una raccolta firme dal titolo “Salviamo il golfo di Trieste: no ai terminal di rigassificazione”; il giornale denuncia il pericolo legato alla costruzione dei due rigassificatori e chiede che i progetti vengano bloccati e si dichiari il golfo di Trieste ecosistema protetto, richiesta avanzata anche dal ministro dell’ambiente sloveno, Janez Podobnik, durante la conferenza internazionale dedicata alla “Strategia per lo sviluppo sostenibile dell’Adriatico” tenutasi a Portorose il 6 giugno scorso. Un’altra iniziativa interessante è quella messa in piedi da sei designers e artisti sloveni che hanno creato una serie di sei tazzine dal chiaro nome “Anti – Terminal”, visibili al sito http://antiterminal.blogspot.com. La scelta delle tazzine da caffé non è assolutamente casuale: il gruppo di artisti, infatti, prende direttamente di mira Illy, il re del caffé, e la sua politica di manipolazione del territorio a fini economico commerciali. Anche la società croata non vede di buon occhio i due progetti nel golfo di Trieste: la presenza dell’associazione ambientalista Ekokvrner nella manifestazione del 1° luglio testimonia come anche a Zagabria la società civile non stia con le mani in mano di fronte alla proposta italiana: gli ambientalisti croati, anzi, avanzano una proposta alternativa, in vista anche del presunto terminal di rigassificazione che la società croata INA vorrebbe realizzare a Castelmuschio (Omisalj), sull’isola di Veglia. L’alternativa sarebbe un impianto comune per tutti tre i paesi, in mare aperto, a circa trenta chilometri dalla costa istriana a Sud di Pola, dove sarebbe possibile sfruttare delle piattaforme già esistenti. Se a livello governativo la posizione non è così netta come quella slovena, nella società civile croata l’opposizione ai terminal triestini sembra crescere e consolidarsi, formando un unico fronte da Trieste a Zagabria. Il sogno di Illy si trova, quindi, di fronte alle dure prese di posizione sia di governi che di cittadini: le recenti dichiarazioni del ministro dell’Ambiente italiano sulla possibilità di quattro rigassificatori al massimo hanno scatenato la reazione immediata del governatore regionale che ha classificato come “approccio un po’ sovietico” le dichiarazioni di Pecoraro Scanio e criticato l’atteggiamento delle associazioni ambientaliste: “Dobbiamo tenere presente l’impatto ambientale delle opere, ma in un’ottica complessiva. E’ questo approccio che a volte manca alle associazioni ambientaliste o sedicenti tali. Guardano le cose una per volta. Prima dicono che c’è troppo inquinamento per il traffico in autostrada, poi quando si propone l’alta velocità dicono di no perché ci sono le grotte sul Carso. Stessa cosa per le centrali: si devono fare a turbogas perché inquinano meno? Beh vorrà dire che il gas andrà garantito”. Lo scontro sui rigassificatori è aperto. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6057/1/51/

PARAGUAY LA BASE DEL CRIMINALE 'PRIMER COMANDO DE LA CAPITAL" Avrebbe la sua ‘base’ in Paraguay l’organizzazione criminale "Primer Comando de la Capital"(Pcc), protagonista di una rivolta carceraria e di strada in cui a maggio In Brasile, e specialmente a San Paolo, vennero uccise almeno 180 persone: lo sostiene un lungo e dettagliato reportage pubblicato sul quotidiano ‘O Estado de Sao Paulo’, che ha incaricato sei giornalisti di svolgere l'inchiesta lungo i 16.800 chilometri di confine tra il Brasile e nove paesi latino-americani, tra i quali Argentina e Paraguay. “Tutto il mondo sa che stiamo qui” ha detto uno dei membri della banda a uno dei giornalisti che lo intervistava nella città paraguayana di Pedro Juan Caballero, vicina alla brasiliana Ponta Porá. Il Pcc, che si rifornirebbe in Paraguay e in altri paesi di droga e di armi, si è reso responsabile di almeno tre gravi sollevamenti di strada e carcerari negli ultimi quattro mesi nella città di San Paolo, con l'intenzione di strapparne il controllo alle legittime istituzioni. Tutti gli scontri si sono conclusi con morti e violenze.http://www.misna.org/

Balucistan in fiamme L'uccisione del leader indipendentista scatena violente proteste contro il regime di Musharraf “Il presidente Musharraf ha commesso un grave errore uccidendo il nostro amato leader. Nawab Akbar Bugti era, non solo per i baluci, un simbolo della lotta contro le ingiustizie del governo militare. Il suo assassinio ha scatenato una violenta reazione popolare non solo in Balucistan, ma in tutto il Pakistan: una reazione dalle conseguenze imprevedibili”. Agha Shahid Bugti, portavoce e genero del capo dei ribelli indipendentisti baluci ucciso sabato notte dall’esercito pachistano, parla al telefono con PeaceReporter da Quetta, capitale del Balucistan, dove nemmeno il coprifuoco imposto dall’esercito ferma le violente proteste antigovernative. Le proteste dilagano in tutto il Balucistan e oltre. “La situazione è tesissima”, ci dice Abdul Barì Baloch, giornalista locale. “Nonostante il coprifuoco e gli arresti di massa di ieri, almeno 500, oggi gli studenti sono tornati per le strade, dando alle fiamme le sedi degli uffici governativi e sfidando la polizia che ha cominciato a sparare: pare che un ragazzo sia stato ucciso a Mukran. Altri cento manifestanti sono stati arrestati questa mattina. Le proteste si sono estese non solo a tutto il Balucistan ma anche oltre, nel Sindh e perfino a Karachi. A manifestare per le strade – spiega poi Baloch – non sono solo giovani baluci ma anche sindhi e pashtun. La protesta si sta diffondendo e generalizzando, sta assumendo un carattere nazionale, soprattutto dopo l’arresto di alcuni leader locali dell’opposizione”. L’opposizione democratica cavalca la rabbia popolare. L’uccisione dell’anziano leader della guerriglia indipendentista balucia rischia di trasformarsi in un vero autogol per il regime militare del generale Pervez Musharraf, che già deve fare i conti con l’altra opposizione: quella dei partiti religiosi fondamentalisti che sostengono i talebani in Waziristan e in Afghanistan. Le violenze che stanno dilagando in tutto il paese potrebbero infatti innescare una rivolta generale contro il governo di Islamabad. L’opposizione democratica – legata agli ex-premier pachistani in esilio Benazir Bhutto e Nawaz Sharif – ha condannato l’assassinio e ha proclamato per venerdì 1° settembre uno sciopero generale nazionale. Una guerra che dura da 60 anni. Nawab Akbar Bugti, ucciso sulle montagne del distretto di Dera Bugti in un’offensiva governativa che ha causato la morte di 17 ribelli e 7 soldati, era il leader storico della guerriglia indipendentista balucia, iniziata nel 1947, subito dopo l’annessione forzata del Balucistan da parte del neonato Pakistan nel 1947, e ripresa un anno e mezzo fa con violenti scontri armati e centinaia di morti. I baluci si sono sempre opposti, sia pacificamente che con le armi, a quello che considerano un regime di occupazione militare e allo sfruttamento delle risorse locali (gas naturale in primis) che Islamabad ha portato avanti senza dare nulla in cambio: il Balucistan, nonostante le sue ricchezze (oltre al gas, minerali preziosi, fonti idriche e strutture portuali), è sempre rimasta la regione più povera del Pakistan, arretrata, senza infrastrutture, né servizi sociali di alcun genere. Enrico Piovesana http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6155

La fine immaginaria della politica della paura di Norman Solomon (AlterNet) Solo se i mezzi d'informazione smetteranno di farsi soggiogare e inizieranno a far luce sulle contraddizioni insite nel concetto di “guerra al terrore”, le idee e le informazioni – l’essenza della democrazia – riprenderanno a circolare come dovrebbero. E solo allora si verranno a creare le condizioni per poter discutere di come mai così tanta gente nel mondo oggi odia gli Stati Uniti d’America Dopo quasi cinque anni di “guerra al terrore”, l’argomento principale rimane quello dei media e della politica statunitensi. Sì, ho saputo dei recenti sondaggi che segnalano un crescente calo del sostegno pubblico per la politica del presidente George Bush. Questo mese ho letto un fiume di commenti volti a segnalare le difficoltà dell’attuale amministrazione statunitense sul tema del terrorismo – domenica scorsa Frank Rich sul New York Times ha trionfalmente proclamato che “l’era degli americani suscettibili alle teorie della paura è finita”. Ciò è senz’altro confortante, anche se si tratta di un qualcosa che oscilla tra la soddisfazione e l’illusione. La paura autoindotta potrà anche essere in vacanza, ma di certo non se ne è andata per sempre. Il ritornello della “guerra al terrore” inizia a logorarsi, ma resta valido come pretesto per le presenti e future campagne guerrafondaie. La guerra in Iraq appare, se possibile, ancor più raccapricciante di un anno fa. Allora, verso la fine dell’estate, Frank Rich scrisse sul Times un editoriale – intitolato “Qualcuno dica al Presidente che la guerra è finita” – che derideva un affermazione di Bush datata 11 agosto 2005, secondo cui “alcuna decisione” per il ritiro delle truppe dall’Iraq era stata ancora presa. Rispondendo a mezzo stampa qualche giorno più tardi, Rich concluse: “Il paese ha già fatto la sua scelta. Siamo fuori dalla guerra”. Un anno dopo, siamo “fuori dalla guerra”? Molti americani sono consapevoli che la “guerra al terrore” – una mera scusa per muovere guerra – non sia altro che un’accozzaglia di letali sciocchezze. Ma qualcuno vede all’orizzonte il congedo del militarismo americano? Qualcuno pensa che gli oppositori “mainstream” di Bush e della sua amministrazione possano dissipare la campagna guerrafondaia del Pentagono? Guardando avanti, qualcuno può ragionevolmente credere che i leader del partito democratico riescano a ergersi contro le motivazioni per un’offensiva aerea contro l’Iran – di fronte alle tesi secondo cui un attacco massiccio è diventato necessario contro le proliferazioni nucleari di un regime, quello di Teheran, che sostiene l’organizzazione “terroristica” Hezbollah e che auspica la distruzione di Israele? In questa fine estate 2006, tutto quello che dovete fare per accorgervi della sistematica opera di costruzione di una campagna bellica a favore di un attacco aereo all’Iran è sfogliare le pagine del New York Times. Proprio oggi, di fronte ai vostri occhi, la propaganda tradisce il medesimo blitz di cui lo stesso quotidiano Usa si rese protagonista quattro anni fa – un’infinita copertura mediatica volta a evidenziare i supposti “sforzi diplomatici” che il governo Usa avrebbe messo in atto per evitare il conflitto. “L’era della paura autoinflitta è finita”? Non fatemi ridere. Una guerra contro un nemico definito può finire, una guerra contro una vaga minaccia no. Alla fine del novembre 2002, al programma “Washington Journal” l’ex generale dell’esercito Usa William Odom dichiarò agli spettatori di C-Span: “Il terrorismo non è un nemico, non può essere eliminato. È una tattica. È come se decidessimo di voler dichiarare guerra agli attacchi notturni e ci aspettassimo di vincerla”. Proseguendo nella sua chiosa eretica, Odom aggiunse: “Non vinceremo la guerra al terrorismo. E ciò incrementerà la paura. Gli atti di terrore non hanno mai fatto cadere le democrazie liberali. Gli atti parlamentari ne hanno conclusa qualcuna”. L’amministrazione Bush, naturalmente, non ha mai posseduto tali capacità di discernimento. Nel frattempo, solo in rare occasioni i democratici hanno efficacemente contestato i paradigmi della “guerra al terrore/terrorismo”. E se alcuni giornalisti hanno espresso crescente perplessità sulla retorica della Casa Bianca e dei suoi sostenitori, la maggior parte dei mezzi d’informazione abbraccia costantemente la tesi secondo cui gli Usa sarebbero effettivamente in guerra contro il terrorismo. Così, ciò significa ignorare come il fuoco a stelle e striscie abbia in questi anni terrorizzato la popolazione civile – direttamente in Iraq e in Afghanistan, indirettamente nella Striscia di Gaza e in Libano. Il film "Good Night, And Good Luck" drammatizza la decisione del giornalista Edward R. Murrow di sfidare la caccia alle streghe contro i sospetti comunisti messa in atto dal senatore Joseph McCarthy. Per coloro che si chiedono perché così tanti reporter rinuncino a indagare su analoghe iniziative – quelle che hanno compromesso la vita politica statunitense per anni –, possiamo dare uno sguardo ai servizi dei media Usa nel 2006 e ottenere una parziale risposta. Certo, ci sono stati e ci sono alcuni giornalisti distintisi per aver tenuto duro di fronte alla politica di Bush e alla sua retorica dell’antiterrorismo. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi – in particolare per quanto riguarda le prime pagine dei giornali e gli argomenti di punta delle trasmissioni televisive – i reporter accettano e sostengono la visione del mondo dell’amministrazione americana senza battere ciglio. Simbolicamente, sotto il titolo “Sale il numero dei soldati americani presenti in Iraq”, il 23 agosto Associated Press ha riportato: “Non più di 2.500 marines verranno richiamati volta per volta, ma non esiste limite al numero totale di coloro che potrebbero tornare a prestare servizio nei prossimi anni a fronte di nuove esigenze dettate dalla 'guerra al terrore'”. Solo se i mezzi d'informazione smetteranno di farsi soggiogare e inizieranno a far luce sulle contraddizioni insite nel concetto di “guerra al terrore”, le idee e le informazioni – l’essenza della democrazia – riprenderanno a circolare come dovrebbero. E solo allora si verranno a creare le condizioni per poter discutere di come mai così tanta gente nel mondo oggi odia gli Stati Uniti d’America. L’ultimo libro di Norman Solomon è “War Made Easy: How Presidents and PunditsKeep Spinning Us to Death”, pubblicato da Wiley nel 2005 ed edito in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo “MediaWar. Dal Vietnam all’Iraq. Le macchinazioni della politica e dei media per promuovere la guerra”. Solomon è fondatore e direttore esecutivo dell’Institute for Public Accuracy. Norman Solomon è inoltre autore dell'introduzione a 'Censura 2006 – Le 25 notizie più censurate'. Fonte: AlterNet Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media

Turkmenistan : condanna OSCE a carcere per giornalisti di Gabriella Mira Marq Il rappresentante OSCE della liberta' dei media, Miklos Haraszti, ha criticato oggi le condanne penali ai giornalisti in Turkmenistan ed ha condannato la mancanza di trasparenza nella gestione dei casi. "Il Turkmenistan non ha permesso che gli osservatori controllassero questo caso - ha sottolineato lo scrittore ed ex dissidente ungherese - La Comunità internazionale ha ragione di preoccuparsi" delle difficolta' incontrate dai giornalisti e difensori dei diritti dell'uomo. I due condannati sono Annakurban Amanklychev, un assistente reporter di varie tv francesi, ed Ogulsapar Muradova, un reporter di Radio europa Libera, arrestati in giugno senza accuse ufficiali. Fonti di governo hanno solo informato Haraszti che Amanklychev era stato fermato per una "raccolta di informazioni illegale finalizzata a sobillare il malcontento pubblico" e per "materiale trasmesso a cittadini stranieri". Il 25 agosto, le famiglie e le organizzazioni non governative internazionali hanno segnalato che i due sono stati condannati a sette e sei anni di prigione rispettivamente, in un processo a porte chiuse ad Ashgabad. Secondo quanto riferito, le accuse che hanno portato all condanna sono state collegate al possesso illegale di munizioni. Anche l'attivista dei diritti dell'uomo Sapardurdy Khadzhiev e' stato condannato. Agli osservatori OSCE ed i membri della famiglia e' stato negato l'accesso al processo e, in violazione delle leggi del Turkmenistan, l'atto d'accusa scritto non e' stato mostrato in anticipo agli avvocati della difesa. La difesa presentera' appello. Haraszti - che aveva chiesto informazioni alle autorita' turkmene - aveva ricevuto una spiegazione secondo cui Amanklychev e Muradova “sono stati coinvolti in attivita' criminali relative all'organizzazione di atti sovversivi ed alla raccolta ai informazioni diffamatorie in Turkmenistan per generare malcontento pubblico". Nella risposta al ministro degli esteri turkmeno, il rappresentante OSCE ha scritto che "gli impegni dell'OSCE obbligano ad una attivita' di aiuto ai giornalisti per raccogliere e diffondere le informazioni per quanto riguarda argomenti di interesse pubblico. L'appello (giudiziario, ndr) e' un'occasione affinche' le autorita' trasmettano un segnale alla comnunita' dei giornalistai che svolgere le loro mansioni professionali e' considerato un'attivita' bene accetta". Gia' il predecessore di Harastzi, Freimut Dave, aveva scritto nel suo rapporto finale "C’è un Paese nell’area OSCE dove ho sospeso tutte le funzioni del mio Ufficio. E’ il Turkmenistan, un regime dittatoriale facente parte della nostra organizzazione, dove la sola funzione dei mezzi di comunicazione è quella di glorificare il Presidente a vita e distruggere i suoi oppositori. Non vedo alcuna ragione di lavorare con quel governo fino a quando le libertà civili non saranno ripristinate. Chiaramente, continuerò a difendere quei reporter che finiscono nelle mani di quella dittatura razzista". www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 28 2006

I PRIMI CENTO GIORNI Perché non è stata rispettata il decreto legislativo 300 del ’99, già calpestato da Berlusconi, che prevede una forte riduzione delle poltrone ministeriali, mentre anzi sono state moltiplicate e spartite secondo il manuale Cencelli? Perché, anziché un giurista o un costituzionalista, è stato creato Guardasigilli Mastella? Perché neanche le competenze hanno contato nella scelta dei ministri? Perché un ex terrorista condannato a 25 anni per concorso in omicidio è stato eletto segretario della Camera e perché uno con una fedina penale così lunga che si può arrotolare come Daniele Farina è stato eletto vice presidente della commissione Giustizia col sostegno di tutta la coalizione? Perché De Gregorio non è stato costretto a dimettersi dopo l’inciucio con Schifani per diventare presidente della commissione Difesa e perché, in questo caso, Di Pietro non l’ha cacciato dal suo partito? Perché Bertinotti, che è un anti-potere, anti-sistema, anti-governo, si è fatto eleggere Presidente della Camera, se poi per andare alla parata del 2 giugno ha avuto una colica e il suo partito stava a manifestare contro la parata? Perché il Parlamento, con la lodevole eccezione del Pdci e pochi altri casi isolati, ha bocciato la norma che avrebbe vietato a mafiosi e presunti mafiosi l’entrata nella commissione Antimafia? Perché Mastella, mentre la nazionale vinceva i mondiali e i campioni del mondo rifiutavano sdegnati l’ipotesi di amnistia, chiedeva clemenza e tra le righe l’amnistia? Perché Livia Turco ha destituito lo scienziato Cognetti dall’istituto Regina Elena di Roma? Quote rosa, partitocrazia, o cosa? Perché la maggioranza di centrosinistra ha respinto nella giunta apposita l’arresto di Fitto, smanioso, peraltro, di andarci? Perché Visco ha azzerato i vertici della Guardia di Finanza in Lombardia, proprio quelli che avevano indagato su Unipol ed Antonveneta? Perché si sono rifiutati i voti di Forza Italia sul rifinanziamento della missione afgana e non sull’indulto? Perché fare l’indulto per svuotare le carceri non attuando una politica di medio-lungo termine per uno svuotamento definitivo e provvisorio? Perché accettare il ricatto di Forza Italia di includere i reati finanziari nell’indulto e non ricorrere quindi ad altre, ma ugualmente e forse più risolutive, misure contro il sofraffolamento delle carceri? Perché mettere la mordacchia a magistrati e giornalisti sulle intercettazioni? Perché la Controriforma (un cambiamento che migliora una cosa è una riforma, uno che la peggiora è una controriforma) Castelli non è stata fermata? Perché la Rai è ancora in mano a Berlusconi? Perché non si parla più di abrogare leggi ad personam e neanche una del folto gruppo è stata abolita?http://santaopposizione.ilcannocchiale.it/

Forca Italia! Rimuginando sulle agghiaccianti parole espresse ieri da Berlusconi – «Secondo noi l'Italia deve essere cattolica e degli italiani. La sinistra pensa invece a un'Italia plurietnica» – ho elaborato queste 4 ipotesi: Ipotesi n°1: quello di ieri non era il vero Berlusconi, ma un cyborg (avete notato la pelle orrendamente tirata e i capelli palesemente finti?), o il suo gemello cattivo, che solitamente vive nelle catacombe di Arcore ma chissà come ieri si trovava a spasso per Rimini… E se anche era il vero Berlusconi quello di ieri, era chiaramente strafatto di etere. Ipotesi n°2: quello di ieri era proprio Berlusconi. Eh, già… Un razzista, xenofobo, intollerante verso le altre religioni e le altre culture, soprattutto se queste arrivano dai paesi arabi… un mostro! Ipotesi n°3: ormai Berlusconi lo conosciamo, è un maestro del trasformismo/populismo (nel solco della migliore tradizione mussoliniana*), adatta i suoi discorsi in base al pubblico che lo ascolta e lo guarda: è imprenditore con gl’imprenditori, commerciante coi commercianti, operaio con gli operai, democristiano coi democristiani, leghista coi leghisti, americano con gli americani, casalingo con le casalinghe, di manica larga coi preti, showman quando appare in Tv e vip miliardario quando balla al Billionaire… Ora questa sua natura può esserci molto utile se vogliamo capire il tipo di pubblico che affolla i Meeting di Rimini. Vediamo, per applaudire discorsi del genere il pubblico ciellino dev’essere bigotto – questo equivale alla scoperta dell’acqua calda – ma anche razzista, xenofobo, intollerante verso le altre religioni e culture (soprattutto verso i musulmani)… insomma rappresenta il peggio dell’Italia, i peggiori istinti degli italiani. E Berlusconi intende cavalcare questi umori, questa sorta di bigottismo medievale, intende cavalcare questo nascente partito Teo-con, spietato con gl’immigrati, soprattutto se non cattolici… Questo partito potrebbe chiamarsi Forca Italia! Ma forse è troppo macabro… anche Porca Italia va bene! Ipotesi n°4: i ciellini non condividono veramente le sparate di Berlusconi. Non facciamoci ingannare dal tifo da stadio (curva nord), dagli ululati, dalle persone che si strappavano i capelli per donarli al calvo o dagli invasati che si facevano venire le stigmate a forza di batter le mani… L’hanno applaudito solo per educazione, tutto qui… Non serve che vi dica quale di queste ipotesi ritengo la più valida. Anzi, ve lo dico: la n°1, con un buon 40% di possibilità... * Ecco come il più stretto collaboratore del duce, il suo capoufficio stampa, descriveva Mussolini: «Dai confederali ai liberali fiancheggiatori, ai rappresentanti del patriziato, ai rurali, agli industriali, egli applicava a tutti il suo gioco di seduzione: operaio con gli operai, industriale con gl’industriali, egli aveva soprattutto sviluppatissimo il dono di sapersi adeguare al sentimento dei suoi ospiti, precedendoli anzi nel giudizio…». Era sua la politica delle pacche sulle spalle… http://bhikkhu.splinder.com/post/9034302/Forca+Italia%21

INIZIA ‘STAGIONE DI MAGRA’, CARENZA ALIMENTARE PER 1,8 MILIONI DI PERSONE Economia e Politica, Brief “Non ci si riprende da un anno difficile come il 2005 da un giorno all’altro” ha detto Sory Ouane, direttore della sede locale del Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp) che ieri ha iniziato a distribuire cereali a 650.000 persone. “Una porzione significativa della popolazione – ha aggiunto – sta ancora combattendo per tornare a stare in piedi, nonostante alla fine dello scorso anno ci sia stato un buon raccolto”. Nel Niger e in tutta la regione del Sahel, la zona pre-desertica che si estende dal Senegal al Mali, è infatti iniziata l’annuale ‘stagione di magra’: le scorte alimentari del raccolto dell’anno precedente si sono quasi del tutto esaurite e un altro raccolto lo si avrà solo a ottobre. I prezzi dei principali prodotti alimentari sono perciò aumentati fino a essere troppo alti per le molte famiglie che stanno ancora pagando i debiti contratti per sopravvivere alla carestia del 2005 o che per estinguerli in parte hanno svenduto i propri allevamenti. Un problema endemico nel desertico stato dell’Africa nord-occidentale di 12 milioni di abitanti, dove solo il 12% della terra è arabile e la maggior parte delle risorse alimentari viene perciò importata. “La principale sfida – aggiunge Ouane – ora è a lungo termine, aiutando a sostenere lo sviluppo sociale ed economico del Niger”, ad esempio con schemi d’irrigazione. Secondo le stime del governo e delle agenzie umanitarie, 1,8 milioni di persone soffrono di carenza alimentare nel paese, dove lo scorso anno un’invasione di locuste e la siccità causarono la peggiore carestia in 20 anni e ridussero alla fame 3,6 milioni di persone, la maggior parte delle quali bambini. http://www.misna.org/

Abu Ghraib, io c'ero La verità di Joe Darby, il soldato che denunciò lo scandalo delle torture scritto da Joe Darby* Tutti pensano ci fosse una cospirazione ad Abu Ghraib. Tutti pensano che fosse stato dato un ordine dall’alto, o che qualche comandante sapesse. Tutti si sbagliano. Nessun comandante sapeva degli abusi, perché a nessun comandante importava nulla di indagare; questo era il vero problema. Tutta la struttura di comando era ignara, vivevano nel loro piccolo mondo. Così non è stata una cospirazione: è stata solo pura e semplice negligenza. Erano tutti fottutamente all’oscuro di tutto. Il generale responsabile della prigione era Janis Karpinski, ma questo non significa che lei fosse mai stata là. Per riuscire a vedere Karpinski era necessario l’intervento divino: passava tutto il tempo in Kuwait o nel palazzo della Zona Verde. Teneva il suo bel culo in posti carini e sicuri; veniva solo quando c’era qualche dignitario in visita. Arrivava mezz’ora prima di loro, si faceva spiegare come stavano le cose, guidava l’ispezione e poi se ne andava. A parte questo, non aveva idea di cosa stesse succedendo. Non faceva nulla se non leccare i culi dei dignitari. Penso che non le piacesse restare in una prigione sovraffollata e violenta sotto costante bombardamento: durante i cinque mesi in cui sono stato ad Abu Ghraib, l’ho solo vista due volte. Dovete capire che stavamo nel complesso (militare americano, n.d.r.) più pesantemente bombardato dell’Iraq: dal momento in cui siamo arrivati fino a quando ce ne siamo andati, nessuno è stato bombardato più di noi. Nessuno. Piovevano bombe dalla mattina alla sera; è qualcosa a cui ci si abitua, diventa normale. Dopo un po’, iniziavamo ad avere conversazioni surreali mentre il suono dei mortai diminuiva: sentivamo il rumore del lancio, e discutevamo su che calibro fosse mentre quella merda ci stava per cadere addosso. “Cosa pensi che fosse, un pezzo da 60 o da 80?” “Potrebbe essere un 120.” “No, non era abbastanza grosso per essere un 120.” Altre volte, sentivamo il lancio, e iniziavamo a contare, tanto per vedere quanto fosse distante. Se arrivavi a trenta prima che esplodesse, erano tra i settecento e i mille metri. Ma questo era in realtà tutto quello che potevi fare: cercare di capire dove fossero e con cosa ti stessero sparando addosso. Questo, e incazzarti perché nessuno rispondeva al fuoco. Il complesso era composto da una prigione principale, che era alta due piani, da una serie di prigioni più piccole, da un edificio amministrativo e da un piccolo edificio chiamato la Camera della Morte, dove Saddam torturava i suoi prigionieri. C’era una stanza con piastrelle di ceramica sui muri, sulla porta e sul pavimento, così che il sangue potesse essere lavato facilmente. Fuori, c’era una tendopoli, dove ospitavamo i prigionieri che avevano commesso crimini normali: alcuni erano crimini minori per i quali la condanna era solo a due mesi di prigione, ma potevano stare rinchiusi per tre anni in attesa del processo; il sistema era molto inefficiente. Se i colpi di mortaio finivano su un edificio, non era un grosso problema: non erano abbastanza potenti da perforare il tetto. Ma se uno atterrava nel cortile della tendopoli, poteva fare molti danni. Tipo, una notte un colpo fortunato ha spaccato in due la nostra cisterna del carburante, colpita in pieno da un colpo di mortaio. Ha provocato un incendio che poteva essere visto per miglia, circa 4 mila galloni di carburante che bruciavano. Un’altra volta, un colpo di mortaio è caduto in mezzo ad un gruppo di prigionieri in preghiera: è stato particolarmente brutto. Questi tipi si erano appena disposti in file, rivolti verso la Mecca, e avevano iniziato a pregare quando è arrivato. Ci sono stati quindici o sedici morti e un bel po’ di feriti: abbiamo dovuto scavare tra i corpi, metterli in sacchi e portarli alla zona di controllo per portarli fuori dalla prigione. Ogni volta che portavano un prigioniero, lo identificavamo con una scansione della retina e con le impronte digitali, così quando morivano dovevamo seguire lo stesso procedimento. Ciò significava che, per tutto il giorno abbiamo dovuto cercare globi oculari nei sacchi dei cadaveri, e a volte non c’erano globi oculari utilizzabili, quindi cercavamo un dito. Non dovevi farci caso, non potevi pensarci: diventavi insensibile. Ma ci ripensi più tardi, quando torni a casa. Tipo, dormivo bene quando ero là, ma ora ho incubi, e pochi giorni prima che la mia unità lasciasse Abu Ghraib, all’improvviso la gente ha iniziato a preoccuparsi dei bombardamenti per la prima volta. E’ stato strano, si raggomitolavano tutti insieme contro il muro, e mi sono ritrovato inginocchiato in un angolo, a pregare. L’insensibilità se ne stava andando. Una delle cose che devi tenere in mente quando guardi le foto è che tutti eravamo diventati insensibili in modo differente. Inoltre, dirò questo: gli abusi sono iniziati prima di quanto chiunque creda; nessuno l’ha mai detto pubblicamente, ma anche prima che l’unità arrivasse, stavano succedendo delle cose. Il giorno in cui siamo arrivati, nell’ottobre del 2003, stavamo facendo un giro del complesso e abbiamo visto quindici prigionieri seduti nelle loro celle con indosso biancheria intima femminile. Questo il primo giorno; nessuno di noi era mai entrato nella prigione. Abbiamo chiesto ai poliziotti militari di guardia, il Settantaduesimo di Las Vegas, perché i prigionieri stessero indossando biancheria intima femminile. Ci hanno detto che era un’azione correttiva, perché quei tizi avevano bombardato il complesso. Quindi, la polizia militare aveva deciso di maltrattare questi tipi. Cose del genere accadevano da prima che arrivassimo: ma, dopo che siamo arrivati, praticamente le cose hanno iniziato ad andare sempre peggio. L’altro problema era che c’erano anche altre agenzie governative che venivano in prigione a gestire i prigionieri. Non posso dire quali agenzie ma probabilmente potete immaginarlo; a volte non sapevamo chi fossero. Ricevevamo una chiamata dal comandante di battaglione che diceva, “Sta arrivando un elicottero. Dovete portare il tale prigioniero dalla tale cella alla zona di atterraggio in quindici minuti.” Quindi dovevo indossare la divisa, ammanettare il prigioniero, incappucciarlo, andare alla zona di atterraggio, attendere che l’elicottero atterrasse, e quindi consegnare il prigioniero ai tipi all’interno. Non sapevo chi fossero, non domandavo. Quando ti dicono di non fare domande, non fai domande. Potevano riportare il prigioniero in poche ore, o la mattina successiva, o due giorni dopo. Non facevi domande. Altre volte portavano qualche altro prigioniero al complesso. Non sapevi chi fossero, o chi fosse il prigioniero, o che cosa gli avrebbero fatto: ti limitavi a consegnare i prigionieri. Una notte, questo Black Hawk è atterrato alle 4 del mattino circa, e una coppia di tizi è arrivata con un prigioniero e l’ha portato al primo piano, mettendo su dei lenzuoli cosicché nessuno potesse vedere, e hanno passato il resto della notte là. Ci hanno detto di stare lontani, e così abbiamo fatto. Un paio di ore dopo, sono venuti fuori. Hanno detto come, “Il prigioniero è morto” e hanno chiesto del ghiaccio per impacchettarlo, poi hanno detto, “Pulite voi, noi non siamo mai stati qui. Buona giornata.” Sono tornati sull’elicottero, sono decollati, lasciando là il cadavere. Questa gente può venire qui, uccidere un uomo, e non puoi farci nulla: non ci sono registrazioni, non sono mai stati qui, non esistono. Avete probabilmente visto le fotografie di quel prigioniero con Charles Graner e Sabrina Harman, che posavano accovacciati accanto al suo corpo morto: ecco, quello è il tipo. Tutti giudicano l’immagine per ciò che appare a prima vista, ma la verità è che Graner e Harman non l’hanno ucciso; e quando qualcosa del genere accade, sposta i paletti di ciò che è lecito. Forse Graner e Harman se ne sono andati via pensando, “Okay, andiamo oltre.” Le prime immagini erano dell’ottobre 2003, ma non le ho scoperte fino al gennaio del 2004. Ho scoperto le immagini in un Cd che Graner mi aveva dato; ancora oggi non ho capito bene perché mi ha dato quel Cd. Forse si era solo dimenticato quali immagini ci fossero, o ha dato per scontato che non me ne importasse nulla. Stavo sfogliando il contenuto del Cd, guardando quelle che aveva fatto a Hilla, dove eravamo di stanza prima di Abu Ghraib, quando all’improvviso sono apparse queste immagini. All’inizio, per dire il vero, ho pensato che fossero molto divertenti: mi spiace, alcuni potrebbero arrabbiarsi con me se vogliono, ma non sono un boy-scout. A me, quella piramide di iracheni nudi, la prima volta che l’ho vista, è sembrata molto comica. Quando è venuta, così, fuori dal nulla, ho solo sghignazzato dicendo, “Che cazzo è? Sto guardando una piramide di culi!” Ma altre foto non mi sono piaciute: quelle con i prigionieri picchiati, o quella con un iracheno nudo inginocchiato in fronte ad un altro iracheno nudo, altra roba più sessualmente esplicita per umiliare i prigionieri. Non mi sono piaciute, non riuscivo a smettere di pensarci. Dopo circa tre giorni, ho deciso di consegnare le immagini al comando. Dovete capire che non sono il tipo da fare la spia: ho tenuto tantissimi segreti di soldati. Nell’impeto della battaglia, certe cose accadono: fai cose di cui poi ti penti. Anche io ho esagerato nell’uso della forza un paio di volte, ma questo è stato troppo: dovevo scegliere tra ciò che sapevo essere moralmente accettabile e la mia lealtà verso gli altri soldati. Non c’era una via di mezzo. Penso che sarebbe stata una decisione più difficile se fossero stati altri soldati; ma avevo già dubbi sulla maggior parte di quei militari. Come Sabrina Harman, un pezzo di merda dal primo giorno in cui l’ho vista. Prima che arrivassimo ad Abu Ghraib, quando eravamo ancora a Hilla, ha tenuto un gattino per tre giorni, poi un cane è arrivato e l’ha ucciso. Così Harman decise di sezionarlo. Ha detto che non c’erano segni all’esterno, così l’ha dissezionato e ha trovato degli organi spappolati. Così ha deciso di mummificarlo: ha tentato diversi metodi, ma alla fine tutto ciò che è riuscita a salvare è stata la testa: una dannata testa di gatto mummificata, Cristo. Una testa semidecomposta con dei ciottoli per occhi. L’ha attaccata ad una lattina di selz e la portava con sé ovunque andasse. Non me ne fregava un cazzo di quello che le capitava, cercavo solo di evitarla. C’era anche Ivan Frederick, il sottufficiale responsabile del turno di notte: ci evitavamo, non ci piacevamo. Oppure Charles Graner, ci intendevamo, ma non eravamo amici; è una di quelle persone con un’aura di potenza tutto intorno. Piaceva alle persone, ma se lo conosci bene, scopri di non volergli stare vicino: è manipolatore, ha personalità multiple. Può essere una persona devota, che parla di Dio e di come le cose dovrebbero essere, ma ha anche un lato molto, molto oscuro e malvagio. Una volta, eravamo a Hilla, prima di andare ad Abu Ghraib; stavo facendo una passeggiata e fumavo una sigaretta, e lui stava lavorando al cancello del complesso. Gli ho parlato per dieci minuti, e mi stava dicendo di come pensasse che sua moglie lo tradiva. Mi ha detto che si è appostato su una collina che guardava verso la casa, con un fucile carico puntato sulla porta, aspettando che uscissero. Ho chiesto, “Cosa è successo?” e ha risposto, “Non sono usciti”. Quando ho consegnato le immagini, questa è stata la storia che mi ha colpito di più, perché sapevo di cosa era capace quel tipo. Ho sempre voluto rimanere anonimo: all’inizio non ho nemmeno dato il mio nome alla Criminal Investigation Division [Divisione d’investigazione criminale, N.d.T.]. Ho solo fatto una copia delle fotografie su un Cd, scritto una lettera anonima, imbustata e consegnata ad un agente Cid. Ho detto: “L’hanno lasciato nel mio ufficio,” e me ne sono andato via. Ma circa un’ora più tardi, è arrivato nel mio ufficio un ometto chiamato agente speciale Pieron e mi ha iniziato a interrogare riguardo alla provenienza delle immagini. Gli ci è voluta circa mezz’ora per farmi confessare tutto: ho detto, “Bene, ho ottenuto le immagini, sono stato io a metterle là dentro.” E ho aggiunto, “Ti parlerò dopo il lavoro.” Ancora non pensavo che sarebbe stato un affare così grosso come alla fine è stato. Pensavo che sarebbero stati sollevati dall’incarico e processati, ma non pensavo che il mondo ne avrebbe mai sentito parlare. Non pensavo che la faccenda sarebbe esplosa come poi ha fatto. Così, dopo il lavoro, sono andato all’ufficio dell’agente Pieron, ho esaminato con lui le immagini e ho fatto un giuramento. Lui conosceva alcuni dei soldati nelle immagini, ma io ho identificato gli altri e gli ho detto dove le fotografie fossero state fatte, queste cose. Ma mentre stavo facendo questo, un altro agente Cid stava andando a prendere queste persone: lavoravano troppo velocemente. Li stavano già fermando mentre stavo là! Così, sto nella stanzina sul retro, e inizio a sentire voci e gente in divisa venire dall’entrata di fronte: ho capito immediatamente chi fossero. Erano Graner, Ambuhl e England. Ho guardato l’agente Pieron e non ho dovuto dire nulla. Ha afferrato l’altro agente e ha detto, “E’ ancora qui. E’ ancora qui.” C’era solo un’uscita, quindi non c’era modo di svignarsela. Uno degli agenti è andato a prendere dei lenzuoli e dei tappeti e mi ha coperto con quelli, per farmi assomigliare ad una donna altissima, vestita in maniera ridicola. Quindi hanno detto a tutti i presenti nella stanza di voltarsi verso il muro, e mi hanno fatto uscire dalla porta. Non potevo vedere nulla e mi hanno dovuto guidare: ero terrorizzato. Nei due giorni successivi, la tensione nell’unità si poteva tagliare col coltello. Il mio sergente maggiore e il mio comandante di compagnia sapevano ciò che avevo fatto, e non gli andava bene: erano incazzati perché non ero andato da loro prima; ma il problema è che, ogni volta che gli si diceva che c’era qualcosa che non andava, veniva tutto insabbiato. I precedenti non mi avevano lasciato scelta. C’era un tossicodipendente nell’unità che stava prendendo delle medicazioni. Se n’è andato dall’ospedale militare, è saltato su un taxi iracheno e si è fatto un giro di cento miglia fino a Hilla: non hanno fatto nulla. E sono successe anche altre cose, che non dirò. Ma succedevano molte cose, e non si faceva nulla a riguardo. E in più, Frederick era coinvolto: era il responsabile del turno di notte e appariva nelle maledette foto. Per circa tre giorni hanno interrogato Graner, England e il resto. Poi è la situazione è ulteriormente peggiorata. Qualcuno ha deciso di tenerli al complesso: mi aspettavo che fossero incriminati e portati via, ma no! Gli hanno assegnato altri incarichi. Avrebbero potuto andare in giro armati tutto il giorno, sapendo che qualcuno li aveva denunciati e cercando di capire chi fosse stato. E’ stato uno dei periodi più spaventosi della mia vita: ero costantemente sul chi vive e ho iniziato a diventare paranoico. Tenevo il fucile con me tutto il tempo, lo portavo a letto. Tutti i soldati della compagnia dormivano in uno degli edifici del complesso carcerario, in celle, ma io dormivo in uno stanzino di un vecchio edificio amministrativo; ero uno dei pochi soldati che non avevano una grossa porta di metallo da poter chiudere. In effetti non avevo alcuna porta ed ero completamente vulnerabile. Ho appeso un poncho all’entrata, un impermeabile militare, e mi sdraiavo con le mani dietro la testa e la sinistra sotto al cuscino, stringendo la 9mm senza sicura, ascoltando. E dopo circa quattro giorni, me ne stavo sdraiato e ho sentito il poncho frusciare e ho pensato, “Merda! Qualcuno sta entrando nella mia maledetta stanza”. E poi tutto è tornato tranquillo e penso: “Cazzo!” Stringo la mia arma e sento una mano sul mio piede, così estraggo la 9mm più veloce che posso e afferro il tizio per la spalla, che dice “Gesù Cristo!” Era il mio amico Layton, ubriaco fradicio. Voleva solo che lo aiutassi col suo computer. Grazie a Dio, la mattina non si ricordava che gli avevo puntato addosso una pistola: non credo che avrebbe capito perché ce l’avessi, ma Layton non era il tipo da lasciar correre. Mi avrebbe rotto le scatole per capire, e qualcun altro avrebbe potuto sentire qualcosa e capire come stavano le cose. Il giorno dopo, stavo lavorando nel mio ufficio nell’ufficio delle Operazioni quando entrò Graner. Si vedeva che non aveva dormito, non si era rasato e tutto, e aveva ancora la sua arma – un M16 con un lanciagranate, che lasciò sulla scrivania. Sembra esausto e si comporta in maniera strana. Parla al mio capo, il sergente Coville, ma continua a guardare me; ad un certo punto dice a Coville, “Non sai chi ti è amico”, poi mi guarda e dice, “E tu lo sai, Darb?”. Mi si è gelato il sangue, ma quando ha riso e ha cominciato a parlare di nuovo, ho capito che non sapeva nulla. Si fidava di me abbastanza da non credere che potessi esser stato io. Finalmente, dopo circa un mese, qualcuno li ha trasferiti; è stato un grosso sollievo, ma volevo ancora essere certo che nessuno scoprisse ciò che avevo fatto. Una delle cose che dovete capire è la mentalità di dove sono cresciuto, nel Maryland occidentale. E’ una piccola città, e non c’è molto lavoro, così la maggior parte della gente è nell’esercito, nei riservisti o conosce qualcuno che lo è. Sono brava gente, ma sapevo che nessuno avrebbe considerato il fatto che questa gente stava picchiando i prigionieri: avrebbero considerato il fatto che un soldato americano ha fatto andare un altro soldato americano in prigione, per degli iracheni. E per queste persone, fondamentalmente patriottiche, socialmente programmate e che credono a tutto ciò che gli si dice, gli iracheni sono il nemico, e chi se ne fotte che cosa gli succede. Così sapevo che, se volevo tornare a fare la mia vita civile, se volevo integrarmi a casa, nessuno avrebbe dovuto sapere cosa avevo fatto: sarei dovuto rimanere anonimo. Beh, alla fine non è andata così. Dopo circa un mese che Graner e gli altri se n’erano andati da Abu Ghraib, eravamo al campo Anaconda, ed ero seduto in mensa con altri dieci tipi del mio plotone. E’ una grossa struttura, che conteneva circa altri quattrocento soldati. Sedevo là, mangiando, quando Donald Rumsfeld arriva durante le maledette audizioni congressuali. E’ stato come in un film: stavo là seduto, di lato alla Tv, e c’è Rumsfeld che dice il mio nome, alla Tv nazionale. Stavo seduto a masticare quando l’ha detto e ho pensato, “Oh, mio Dio.” E i ragazzi al tavolo hanno smesso di mangiare e mi hanno guardato. Ho pensato, “Meeerda.” Mi sono alzato e ho portato il culo fuori di là. Dopo che il mio nome è venuto fuori, sapevo di dover tornare a casa. I media ronzavano attorno alla mia casa come avvoltoi: facevano foto ogni volta che mia moglie usciva ed entrava, e il telefono squillava senza pausa. Venivano uno dopo l’altro alla porta con regali e doni, anche dopo che mia moglie gli aveva detto di andarsene. Molti dei vicini non le mostravano simpatia, altri lo facevano, come il capo dell’ufficio postale: è un veterano del Vietnam e ha detto a mia moglie che capiva. Ma appena arrivava qualche altra persona, anche lui smetteva di parlarle, perché un sacco di persone laggiù mi vedono come un traditore. Anche alcuni della mia famiglia mi considerano un traditore: uno dei miei zii lo pensa, e è riuscito a convincere mio fratello a non parlarmi più. Così mia moglie si è dovuta nascondere nella casa di un parente, e quando i media l’hanno rintracciata là, ha dovuto essere presa in custodia dai militari. Sento di disprezzare ancora i media. Ero bloccato in Iraq, incapace di aiutarla: dovevo tornare a casa. Ho chiesto un permesso d’emergenza e all’una del mattino sono entrati nella mia stanza con un preavviso di due ore. Hanno detto: “Alzati, prendi quello di cui hai bisogno, riconsegna la tua divisa khaki. Stai per andartene dall’Iraq.” Così ho preso tutto ciò che sono riuscito a infilare in due borse, ho consegnato le mie armi ad un mio amico e sono andato ad attendere l’aeroplano. E’ un lungo viaggio, e sono riuscito a dormire per la maggior parte del viaggio. Alla fine, siamo atterrati a Dover, in Delaware. L’aereo sta rullando sulla pista, quando all’improvviso, si ferma: sento l’idraulica sibilare, e la porta dell’aereo si apre, ma siamo ancora sulla pista. Il responsabile del cargo dell’aereo mi guarda e dice, “Che diavolo stiamo facendo?”. Entrano questi tre tizi in giacca e cravatta, mi indicano e dicono, “Andiamo.” C’era un camioncino che attendeva sulla pista, e un colonnello mi ha salutato e mi ha detto, “La tua famiglia ti sta aspettando; ti porteremo da loro.” Non potevo credere ai miei occhi quando ho attraversato le porte e ho visto mia moglie: non credevo che sarebbe venuta in aeroporto. L’ho abbracciata e mi sono messo a piangere, poi ci hanno portati ad una casa vicina per passare la notte e, dopo un po’, sono uscito per vedere il maggiore Chung, il maresciallo capo della polizia militare della mia unità di stanza in Cumberland. Mi ha chiesto cosa volessi fare e gli ho risposto, “Voglio solo tornare a casa.” Mi ha risposto, “Non puoi andare a casa. Probabilmente non potrai tornare mai a casa.” Aveva ragione, non sono mai tornato a casa. Sono tornato al mio paese solo due volte: per il funerale di mia madre e per un matrimonio. E anche allora, sono restato solo per il tempo necessario. Non sono il benvenuto: la gente non guarda il fatto che ho saputo distinguere il giusto dallo sbagliato. Guardano il fatto che ho messo un iracheno davanti ad un americano. Così ci siamo trasferiti, e ho lavorato come meccanico militare per gli ultimi due anni. Ho continuato a servire durante i processi, e ora ho cumulato dieci anni di di servizio su un contratto di otto anni: il mio ultimo giorno nell’esercito sarà il 31 agosto. Ho finito, ho già trovato un lavoro per una compagnia che produce equipaggiamento medico: un bel lavoro, ben pagato. All’inizio potrebbe essere difficile per me adattarmi alla vita da civile. Senti questa storia ripetuta da tutti quelli che sono fuori dall’esercito: se sei il supervisore di un civile, non puoi gridargli addosso come fai al militare, e così devi imparare a fare le cose in modo differente. Ho sempre trattato bene i miei soldati, ma se volevo che qualcosa fosse fatta, doveva essere fatta immediatamente. Sarà diverso nella vita da civile. Ma non mi pento di nulla: mi ero già messo la coscienza in pace prima di consegnare le immagini. Già sapevo che se la gente avesse saputo che ero stato io, non sarei stato apprezzato: ecco perché ho voluto rimanere anonimo. So come la gente pensa laggiù. L’unica volta che me ne sono pentito è stato quando ero in Iraq e la mia famiglia stava vivendo un momento difficile. Altrimenti, non ho mai dubitato del fatto che stessi facendo la cosa giusta. E’ stato un grosso cambiamento nella mia vita, ma il cambiamento è stato sia positivo che negativo. Mi piaceva la mia città, ma ora ho una nuova casa, un nuovo lavoro e nuove opportunità. E vivrò la mia vita come chiunque altro e starò con la mia famiglia. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6145

Spiati da un Panopticon digitale Truls Lie La Norvegia è obbligata ad aderire alle nuove regole dell’Unione Europea in materia di sorveglianza. La sorveglianza di tutti i siti web che visiti, delle identità di tutte le persone a cui telefoni, a cui mandi messaggi o e-mail. O al contrario, dell’identità di chiunque chiami te o ti invii un’e-mail o un messaggio. Se mi capitasse di ricevere un messaggio da una persone “sospetta”, anche se fosse un lettore qualsiasi di Le Monde diplomatique, il mio nome finirebbe automaticamente sulla lista. Le liste che la Norvegia deve mettere a disposizione dell’Fbi comprenderanno numeri telefonici, dettagli geografici su dove e quando hai usato il tuo cellulare o registrazioni digitali di conversazioni telefoniche? Siamo davvero consapevoli del tipo di atteggiamento che sta attualmente suggerendo questa legge? Si può parlare di un referendum votato dalla maggioranza? Simile a uno strumento che sintonizziamo sul mantra “sicurezza, sicurezza”? Permettetemi di affrontare la situazione, o forse più precisamente, il nostro ambiente, con un approccio tortuoso. La nostra condizione è la società tecnica dell’informazione, della rete. Mi riferisco ai nostri strumenti, agli apparati tecnici che ci aiutano. Li conoscete: cellulari, bancomat, database. Questo nuovo ambiente digitale diventa una parte di noi, come i vestiti e gli occhiali. E’ questa la nuova “protesi” del corpo, la sua nuova estensione artificiale. Per un migliaio di anni, siamo stati intelligenti abbastanza da permettere a oggetti e tecniche di aiutarci. Quando avevamo freddo, tessevamo vestiti. Per proteggere i nostri piedi dalle ferite e dal freddo, prima li fasciavamo poi abbiamo inventato le scarpe. Quando non vedevamo bene, costruivamo occhiali. Costruivamo piccole strumentazioni e armi; prima lance di pietra, oggi cellulari in miniatura per videoconferenze. L’alfabeto era un’altra tecnologia intelligente che inventammo – un sostegno alla memoria e alla comunicazione. In Occidente, noi che lavoriamo all’interno dell’informazione globalizzata e di aziende di servizi – l’industria primaria si sposta sempre più a sud verso il mondo in via di sviluppo – siamo confinati al mondo mediatico di suoni e visioni. Quando sediamo piegati sullo schermo del pc o allungati davanti a quello della tv, il nostro ambiente è pieno di testi e pubblicità cattura-attenzione. Poco meno di un milione di norvegesi “sorveglianti” leggono il quotidiano e guardano il notiziario in televisione. Come disse una volta Marshall McLuhan: “the real is the reel”. Le bobine della pellicola ronzano nella corteccia cerebrale: immagini che guizzano da riviste, televisioni, cinema, o dalle impressioni urbane quotidiane mentre cammini, vai in bicicletta o guidi l’auto. Noi osserviamo. L’ambiente è l’oggetto dalla nostra attenzione, della nostra “sorveglianza”. Si tratta di un’espressione strana, ha quasi un accento positivo, come nello sguardo attento che manteniamo sui nostri bambini… La mentalità attuale nasce da una tendenza presente in noi, la tendenza ad essere cauti e ad aver una visione d’insieme delle nostre vite quotidiane. Lasciate che sia un po’ più filosofico, data la complessità della situazione. Il filosofo francese Michel Foucault descrisse questa mentalità nel suo libro Sorvegliare e punire – Nascita della prigione. La prigione viene descritta come una torre di sorveglianza che si innalza nel mezzo di tutte le celle; i prigionieri non potevano vedere se e quando vengono osservati attraverso il vetro della torre, ciò nonostante avvertivano il suo sguardo scrutante in ogni momento. La torre era chiamata Panopticon. Gli osservati potevano quasi riconoscere su di sé la sensazione dello sguardo di Dio, allo stesso modo in cui molti avvertono la presenza divina nella loro coscienza. Lo scopo di Foucault era piuttosto descrivere, attraverso questo apparato intelligente, la mentalità o il clima che guida le persone nella costruzione di queste prigioni. Prima che le mura della prigione, di vetro o d’acciaio, vengano erette, l’umanità deve aver sviluppo sia le espressioni che i mezzi per visualizzarle, che possono far sì che qualsiasi cosa venga descritta o progettata sia capita e compresa. Si tratta dei suoni e dei simboli che potenziano la nostra comprensione, i segni e i simboli identificabili che si distinguono e che diventano infine riconoscibili. Storicamente, istituzioni come le prigioni, gli ospedali e le scuole sono nate prima come concetti creativi prendendo forma in maniera lenta ma sicura da un’idea vaga, un amalgama della collezione di eventi, pensieri, concetti e situazioni che le avevano prodotte, come nel caso dei nostri apparati tecnici, piccoli e grandi: aerei, navi, automobili, biciclette e utensili da cucina. Lo stesso è vero per i pc digitali, i cellulari, le telecamere, i lettori Mp3, le carte di credito che ci “connettono”. Posso ricordarvi che tutte queste cose sono state “inventate”. Da principio, il diritto penale nacque, ad esempio, nella forma di un regime linguistico: esso si preoccupava della ‘predicabilità’ dei crimini, di cosa potesse essere definito punibile. Un tale regime linguistico doveva classificare e “tradurre” i crimini in modo da calcolare le punizioni. Abbiamo accesso alla realtà e alla pratica attraverso la strutturazione del linguaggio, attraverso dichiarazioni ed espressioni che rendono visibili criminale e crimine. Il panoptismo, di conseguenza, è anche definito come un regime mentale, una combinazione della dinamica di ciò che può essere espresso e ciò che può essere visto. Il panoptismo è il concetto che ha degradato la natura del sistema delle prigioni, come esemplificato dall’industria statunitense delle carceri con i suoi due milioni di detenuti, le sue prigioni private a scopo di profitto, o l’estensione del concetto di prigione individuabile nel paese nell’uso diffuso di armi all’interno sia dell’arena pubblica che di quella privata. La sorveglianza si è palesata nella sua completezza con l’avvento dello stato moderno. Ciò avvenne, in particolare, quando intorno all’inizio del diciannovesimo secolo la popolazione sviluppò una nuova passione: il controllo medico di malattie ed epidemie era legato a un’ampia gamma di altri tipi di controlli – controlli militari dei disertori, controlli delle tasse sui beni in commercio, supervisione amministrativa dei medicinali, delle razioni alimentari, delle persone scomparse e decedute. La statistica divenne una nuovo fenomeno e una necessità: in molti paesi venne ‘panopticamente’ istituito un “Ufficio centrale di Statistica”. Quando qualcosa diviene istituzionale e onnipresente è fin troppo facile dimenticare la sua nascita, o che, in realtà, le cose prima erano diverse. Oggi la sorveglianza si presta alla legittimazione come una questione di sicurezza. Il linguaggio è enormemente significativo. La polizia norvegese era consapevole di ciò quando astutamente cambiò il proprio nome da Pot a Pst (Politiets SikkerhetsTjeneste ovvero Police Security Service). E quando le espressioni diventano comuni, la pratica segue l’esempio. Sono sicuro che non c’è alcun bisogno di ricordare tutte le telecamere di sorveglianza, economiche ed efficaci, che si trovano ora lungo i marciapiedi, alle casse dei supermercati, agli angoli dei musei, nel traffico, agli aeroporti e nelle piazze, alle frontiere, davanti alla tua porta. E’ strano che non vengano già chiamate “telecamere di sicurezza”. Come minimo abbiamo, però, allarmi di sicurezza, l’allarme dell’orologio, quello personale, quello dell’automobile, quello anti-stupro, e quello anti-taccheggio. E per il bene della sicurezza oggi abbiamo serrature senza chiave, online banking e carte di credito con codici pin. Per molto tempo la mentalità della sorveglianza e della sicurezza ha imposto una certa condotta a tutti noi. Questo era l’approccio tortuoso alla situazione. E ora il più concreto. L’ex segretario di stato britannico Charles Clarke dichiarò in un discorso al parlamento europeo il 7 settembre 2005: “Gli Stati all’interno dell’Unione Europea devono accettare la perdita di certe libertà civili se i loro cittadini devono essere protetti dalla criminalità e dal terrorismo.” Facevano da sfondo a quel discorso gli attentati di luglio, azioni erroneamente collegate ad Al-Qaeda. La sorveglianza non è necessariamente efficace. Sorvegliare l’uso di Internet e degli strumenti di telefonia della popolazione norvegese può portare statisticamente a una moltitudine di accuse erronee. Persino con i metodi moderni basati sulla cosiddetta statistica bayesiana, si incorrerebbe in gravi errori e in attacchi a individui e gruppi. Inoltre, la sorveglianza provocherà molta agitazione: non è senza ragione che i medici norvegesi non chiedono che l’intera popolazione venga monitorata per malattie mortali come l’hiv/aids. Inoltre, l’attuazione della sorveglianza dei media proposta dall’Unione Europea significa costi enormi per le aziende di telecomunicazione e per i servizi pubblici, costi che in genere finiscono per essere pagati dal consumatore. Per di più, i criminali più esperti evitano la sorveglianza: utilizzano cellulari rubati, internet caffè, o si incontrano di persona. Oggi si sa che Bin Laden (se è vivo) e il suo gruppo utilizzano “corrieri” anziché telefoni satellitari. Sono sempre di più quelli che ricorrono al sistema chiamato Hawala invece che ai sistemi bancari rintracciabili. Lasciatemi aggiungere una sintesi finale perché la sorveglianza è qui per rimanere. A questo punto, non voglio dare un giudizio sulla sacralità della vita privata, o promuovere prospettive ingenue, anarchiche e anti-autoritarie. L’immagine che abbiamo di noi stessi cambia. Permettetemi di fare un altro breve riferimento a Foucault: nel corso dei secoli diciottesimo e diciannovesimo, gli europei avevano un’immagine o una consapevolezza di sé fortemente caratterizzate dalla religione: ci si vedeva come immagine di Dio. Erano cresciuti con la Bibbia, con l’Eternità, e con il concetto di onnipotenza come quadro di riferimento. Fu solo con l’industrializzazione del ventesimo secolo che questa onnipotenza si realizzò: con l’affermazione di Nietzsche secondo cui Dio era morto, con la scienza, la società secolare, la repubblica e la fabbrica. Il potere umano si confrontava con la vita stessa, con la fusione del linguaggio, dell’industria, del lavoro e della produzione. Questa “forma umana” moderna non esisteva in epoca classica, allora perché ora, nel 2006, noi non dovremmo vivere l’esperienza dell’istituzione di una nuova forma di umanità? L’uomo moderno non è come un’impronta sulla sabbia, tra l’alta e la bassa marea, sul punto di essere cancellato di nuovo? La nuova immagine è una forma di umanità composta dall’informazione, dal controllo e dalle società della rete. E’ il cyber-umano con tutte le protesi che ho elencato, la macchina umana piena di informazioni che si inserisce rapidamente nelle reti e nella globalizzazione. Questa terza forma umana è assetata di conoscenza, affamata di immagini, film, cambiamento, trasformazione. La sua condizione è spesso definita modernità liquida (Zygmunt Bauman). Ma io preferisco il termine transmoderno. Il prefisso “trans” è infinitamente più evocativo della nostra epoca: ascoltate con le vostre orecchie inglesi globalizzate: transactions, transatlantic, transcend, transcribe, transfer, transfiguration, transform, transfusion, transience, transit, transitory, translate, transmigrate, transmit, transmutable, transparence, transplant, e transport. Macchina umana, rete umana e trasformazione umana. Sì, so che ancora non ci siamo arrivati. Ma ricordate che quando Karl Marx descrisse l’industrialismo, viveva in una società rurale europea: c’erano appena un centinaio di fabbriche. Noi non riusciremo a evitare di assumere questa terza forma umana. Ma con la sorveglianza, la società del controllo di oggi e l’immagine che abbiamo di noi interconnesse a queste protesi digitali e all’influenza dei media, questa è una forma umana di cui noi stessi non siamo capaci di ottenere una visione d’insieme, lasciamo perdere il “controllo”. Questa situazione sarà importante per i modi in cui interpretiamo la vita privata: tra proteggere noi stessi dagli altri e aprirci in maniera spontanea. Sarà importante anche per come intendiamo la proprietà, il copyright, la famiglia, la scuola, la difesa, le prigioni, le nazioni, istituzioni in vertiginosa crisi e quindi in cambiamento. Non è necessariamente l’esperienza del terrorismo da sola che guida la direttiva dell’Unione. Proprio come il Panopticon, essa non sarebbe stata possibile senza la mentalità che la terza forma umana ha prodotto. Traduzione di Martina Toti © Eurozine Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel giugno 2006 nella versione norvegese di "Le Monde diplomatique". caffeeuropa.it

Lo sfascio del mercato immobiliare Lyndon LaRouche ha in più occasioni sottolineato come la crisi finanziaria sia legata a doppio filo al diffondersi della guerra asimmetrica. Un aspetto particolarmente minaccioso del crac finanziario è rappresentato dalla bolla immobiliare USA, nella quale concorrono i fattori dell'edilizia abitativa, il meccanismo dei mutui e i prezzi esorbitanti delle abitazioni. Secondo i dati diffusi il 15 agosto dall'associazione degli immobiliaristi americani, la National Association of Realtors, in 28 stati e nel Distretto di Columbia (la capitale), nel secondo trimestre le vendite sono diminuite rispetto allo stesso periodo del 2005. A livello nazionale le vendite sono diminuite del 7% nel secondo trimestre di quest'anno rispetto a quello dell'anno precedente. Secondo l'indagine, le flessioni più acute si sono verificate negli stati in cui le vendite erano state maggiori negli ultimi cinque anni, a cominciare da California e Florida. Gli stati in cui il calo trimestrale delle vendite è stato maggiore sono: Arizona (-26,9%), Florida (-26,7%), California (-25,3%), Virginia (-23,9%), e Nevada (-23,5%). Gli immobiliaristi hanno condotto anche un'indagine sulla variazione dei prezzi in 151 città, da cui risulta nel secondo trimestre del 2006 una riduzione netta in 26 città. Secondo il Dipartimento del Commercio, le nuove costruzioni sono diminuite a luglio del 18,9% nel Nordest, del 16,6% nel Midwest, del 13,9% nel West e del 10,7% nel Sud, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Ancora più grave è la situazione delle case monofamiliari. Secondo “foreclosure.com” nel luglio di quest'anno gli espropri delle abitazioni sono stati 28.130, con un aumento del 5% rispetto a giugno e del 10% rispetto al luglio 2005. “Gli espropri delle abitazioni aumentano in tutto il paese soprattutto a motivo della diffusione dei mutui a tasso variabile”, ha dichiarato Brad Geisen, amministratore delegato di foreclosure.com. Maggiormente colpiti dagli espropri sono stati: Illinois (11.6%); Colorado (12.9%); Ohio (14.3%); Alabama (21.3%); Minnesota (31.1%); Michigan (38%); Missouri (48.2)%. Vanno in orbita le private equities Dopo il crollo della bolla speculativa chiamata “New Economy”, per reggere il sistema speculativo fu gonfiata la bolla immobiliare. Ora che questa si sta afflosciando, ad esibirsi nell'ultimo tango sul Titanic sono i private equity funds, i fondi attraverso cui investitori istituzionali investono nelle imprese, soprattutto quelle non quotate. Fondi pensione, assicurazioni e altri investitori riversano denaro in questi, che sono famosi anche come “fondi locuste”, per dare la scalata alle imprese ricorrendo a rapporti di indebitamento enormi, la famosa tecnica del leveraged buy-out (LBO). A finanziare le operazioni LBO sono banche che concedono credito a breve. Una volta acquisita, l'impresa viene “ristrutturata”, ovviamente nella prospettiva di farle pagare dividendi per i nuovi padroni e i debiti da essi contratti, quindi o viene rapidamente rivenduta ad altri fondi o costretta ad andare in borsa. Questi nuovi private equity funds, creati da gruppi come KKR o Blackstone, raggiungono o superano ormai dimensioni da 15 miliardi di dollari. Mettendo a punto strategie concertate e sfruttando rapporti d'indebitamento di almeno 3:1 (tre euro presi in prestito per ogni euro di capitale disponibile), i private equity groups sono in grado di dare la scalata a quasi ogni impresa al mondo, non importa quanto sia grande. La KKR, pioniere delle operazioni LBO negli anni Ottanta, qualche settimana fa ha costituito una cordata di fondi simili per rilevare la catena ospedaliera statunitense HCA, spendendo 33 miliardi di dollari. Si è trattato della più grande operazione del genere, che ha sorpassato la famosa acquisizione di Nabisco per la quale nel 1989 la stessa KKR sborsò 31 miliardi di dollari. Megaoperazioni del genere ora sono quasi all'ordine del giorno. Il 17 agosto è stato annunciato che KKR, Carlyle e CVC Asia Pacific si accingono ad offrire 12 miliardi per la Coles Myer, la seconda distributrice australiana. Il giorno prima KKR, Blackston e Cinven avevano offerto 14,8 miliardi di euro per NTL, provider TV britannico, in quella che sarebbe la più grande acquisizione europea dei private equity. Nel frattempo Carlyle e Cinven si sono scambiati tra loro Fiat Avio, naturalmente dopo che Carlyle, nei tre anni di gestione passati, ha accumulato un grasso bottino. Amministratore delegato di Carlyle Italia è Marco De Benedetti, figlio e degno continuatore del proprietario di Espresso e Repubblica. Persino il Financial Times si è sentito in dovere di lanciare l'allarme di fronte al volume insostenibile del debito che viene contratto da queste transazioni LBO. In un editoriale del 18 agosto, intitolato “La moda delle ricapitalizzazioni riecheggia la mania delle dotcom”, Gillian Tett fa notare: “Ricordate la mania per la bolla internet alla fine degli anni Novanta? Un gruppo di Cassandre ... regolarmente lamentò che i mercati erano impazziti ... Echi di ciò che adesso sembra avvenire nel mondo delle private equities”. Attaccando le “ricapitalizzazioni con effetto leva”, Tett spiega che si tratta del modo in cui un gruppo di private equities consuma una LBO e poi si paga grassi dividendi estraendoli dall'impresa vittimizzata. I fondi di private equities ne traggono grossi profitti mentre sull'impresa viene a gravare un grosso debito. Un esempio tipico è la Burger King, che alla fine del 2002 fu acquisita da tre imprese - Texas Pacific Group, Goldman Sachs e Bain Capital. Nel febbraio di quest'anno, dopo tre anni di “ristrutturazioni”, i tre proprietari hanno annunciato piani per vendere azioni di Burger King. Tre mesi prima della vendita hanno costretto Burger King a versare loro dividendi per 367 milioni di dollari. “Fino a poco fa questo modo di fare era alquanto raro”, spiega Lett; “Quest'anno invece le 'recaps' si sono diffuse come fuoco nella prateria. Un rapporto agghiacciante della Standard & Poor, l'agenzia di rating, annunciava lunedì che quest'anno, negli USA ed in Europa, sono avvenute 63 tali recaps ad alto rapporto d'indebitamento, alimentate da un impressionante debito di 25 miliardi, per lo più prestiti bancari. Non ci vuole un'agenzia di rating per accorgersi che questo può in futuro condurre ad un'ondata di insolvenze”.http://www.movisol.org/znews153.htm

Kosovo: quo vadis? Un approccio regionale, con forte ancoraggio alle istituzioni europee, come proposta per uscire dal rebus kosovaro. Un commento del direttore del Ceis che riprende il dibattito avviato su queste pagine da Michele Nardelli. Riceviamo e volentieri pubblichiamo Di Christophe Solioz*, Ginevra, 22 agosto 2006 Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall’Asta (Titolo originale: “Kosovo: pour qui sonne le glas?”) Christophe Solioz Il primo settembre 2006 il diplomatico tedesco Joachim Rücker diventerà il settimo inviato speciale del Segretario generale dell’ONU in Kosovo e capo della missione di amministrazione ad interim delle Nazioni Unite (Unmik). È il secondo tedesco a ricoprire questo incarico, dopo Michael Steiner. Ora che le discussioni sullo status del Kosovo entrano in una fase cruciale – una decisione in merito dovrebbe essere presa quest’inverno – il diplomatico tedesco avrà il gravoso compito di preparare la conclusione della missione ONU e di predisporre una futura presenza internazionale, che sarà molto probabilmente posta sotto la responsabilità dell’Unione europea. In questo contesto, si impone una breve analisi retrospettiva. Dopo lo scacco dei colloqui di Rambouillet, ed un ultimo tentativo di negoziazione tra l’inviato americano Richard Holbrooke e Slobodan Milosevic, il 24 marzo 1999 incominciavano i bombardamenti aerei della NATO, che sarebbero terminati il 10 giugno dello stesso anno. Non avendo la Nato ricevuto carta bianca dall’ONU, le basi giuridiche di questo intervento sono ancora oggi l’oggetto di aspre controversie. Una guerra neanche troppo latente, la catastrofe umanitaria e la minaccia di un imminente genocidio della popolazione albanese del Kosovo necessitavano però di un’intervento della comunità internazionale – se non legale, legittimo – al fine di far intendere la ragione a Slobodan Milosevic, allora presidente della Repubblica federale di Jugoslavia. La dimostrazione di forza e la potenza di fuoco della NATO – il cui obiettivo non era la sovranità del Kosovo – porta finalmente i militari serbi a firmare l’accordo di Kumanovo il 9 giugno 1999 e a procedere al ritiro dal Kosovo di tutte le loro forze militari, paramilitari e di polizia. Il 10 giugno 1999 il Consiglio di sicurezza dell’ONU dà all’Unmik il mandato di stabilire ed «assicurare una amministrazione ad interim nel cui quadro la popolazione del Kosovo potrà godere di una sostanziale autonomia, nel seno della Repubblica federale di Jugoslavia» (risoluzione 1244). Il testo precisa anche che «la presenza internazionale civile e la presenza internazionale di sicurezza sono stabilite per un periodo iniziale di 12 mesi, e in seguito continueranno fino a che il Consiglio non avrà deciso altrimenti». Dopo sette anni, ed altrettanti inviati speciali del Segretario generale dell’ONU, l'Unmik opera ancora, certo per lo sviluppo de «la democrazia, la prosperità economica, la stabilità e la cooperazione regionale», ma con quali risultati? Una missione tanto più ardua, in quanto è sua responsabilità anche «a uno stadio finale, supervisionare il trasferimento dei poteri dalle istituzioni provvisorie del Kosovo alle istituzioni che saranno definite nel quadro di una regolamentazione politica». La formula è tanto più vaga in quanto la risoluzione da un lato afferma l’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia, ma reintroduce anche, facendo riferimento agli Accordi di Rambouillet, una possibile indipendenza del Kosovo. Scegliendo, non senza ragione, di far fronte alle esigenze più pressanti, la comunità internazionale ha privilegiato la creazione delle istituzioni democratiche ed un approccio qualitativo – prefigurando il principio degli «standard prima dello status» formulato dall’inviato speciale Michael Steiner nell’aprile 2002. L’apertura dei negoziati sulla questione dello status veniva così rinviata a più tardi, e condizionata all’applicazione di standard riguardanti otto campi d’azione prioritari. Ossia, rispettivamente: il funzionamento delle istituzioni democratiche, lo stato di diritto, la libertà di movimento, i ritornanti ed i diritti delle comunità, l’economia, i diritti di proprietà, il dialogo diretto con Belgrado ed il corpo di protezione del Kosovo, incaricato della sicurezza civile (KPC). In mancanza di risultati probanti nell’applicazione degli standard, è stato necessario optare per una posizione più realista: «gli standard e lo status»; sperando così di regolare al tempo stesso la questione dell’applicazione degli standard e quella dello status. Purtroppo, i rapporti dell’inviato speciale dell’ONU per il Kosovo, il diplomatico norvegese Kai Eide, non danno speranze. Il rapporto pubblicato il 14 febbraio 2005 sottolinea che «nessuna delle otto norme è stata interamente applicata». Quello del 7 ottobre 2005 non si esime dall’ammettere l’esistenza di una mafia potente e di una corruzione generalizzata, appoggiata alle reti dei clan; precisa inoltre che a questo stadio sarebbe prematuro prospettare il trasferimento delle competenze dell’Unmik alle autorità locali. Malgrado uno stato delle cose nel complesso negativo, il rapporto si pronuncia a favore dell’apertura dei negoziati sullo status finale della provincia. Vengono citate le parole di Kofi Annan: «anche se l’applicazione delle norme per il Kosovo è stata diseguale, è tempo di passare alla prossima fase del processo politico». I negoziati vengono dunque decisi, tra vari temporeggiamenti, dato che «non ci sarà mai un momento privilegiato per affrontare la questione del futuro status del Kosovo» (Kai Eide). Il Segretario generale dell’ONU, sostenuto dal Gruppo di Contatto (USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia), affida così, alla fine del 2005, il mandato di affrontare finalmente la questione al finlandese Martti Ahtisaari. Sotto la sua autorità, delegazioni albanesi e serbe s’incontrano regolarmente a Vienna a partire dal 20 e 21 febbraio 2006, senza però pervenire ad un accordo. Le posizioni sembrano in effetti irrimediabilmente inconciliabili: gli albanesi del Kosovo vogliono l’indipendenza e nient’altro; i serbi sono disposti ad accettare quasi tutto, ma in nessun caso l’indipendenza. Dunque lo si sapeva già prima : i negoziati diretti, apertisi il 24 luglio a Vienna in presenza dei più alti responsabili serbi ed albanesi, non hanno raggiunto il loro obiettivo. Ormai non resta più che qualche mese a Martti Ahtisaari per uscire dall’impasse, prima che il Consiglio di sicurezza deliberi, alla fine del 2006, una soluzione. Secondo diverse fonti governative, sembra che la questione non sia più quella dell’indipendenza del Kosovo, ma della sua modalità: si parla così di «sovranità progressiva» e di «indipendenza condizionale». Si può tuttavia dubitare che gli albanesi del Kosovo siano disposti ad accontentarsi di una indipendenza limitata. Poco interessati ad una concezione postmoderna della sovranità, essi vogliono – dopo sette anni di protettorato ONU – uno Stato tutto per loro: ovvero una bandiera, un inno, un seggio alle Nazioni Unite, ecc. Poco gli importa che il diritto all’autodeterminazione non implichi per nulla il diritto alla secessione, e che un genocidio non sia un motivo sufficiente per lasciare definitivamente una Federazione jugoslava che al giorno d’oggi non esiste più. Quanto ai serbi, si può sospettare che essi abbiano seriamente intenzione di reintegrare la provincia del Kosovo, con uno status di autonomia sostanziale. In effetti, come immaginare dei ministri albanesi che siedano a Belgrado? Come potrebbe la Serbia, essa stessa in preda ad enormi difficoltà finanziarie, assumersi l’onere colossale della ricostruzione e della democratizzazione del Kosovo, spese oggi sostenute dalla comunità internazionale? Più che in passato, sembra oggi difficile tagliare il nodo gordiano del Kosovo. Il Consiglio di sicurezza potrebbe essere tentato dalla «soluzione di Alessandro», ed imporre una sovranità controllata e, in un primo tempo, limitata. Spetterebbe all’Unione Europea alleggerire le condizioni poste all’integrazione europea della Serbia, al fine di mitigare i malumori di Belgrado. Questo scenario presuppone ugualmente la presenza di una autorità internazionale che controlli l’applicazione delle misure decise, come anche la continuazione della presenza civile e militare in Kosovo. Questo in un momento in cui le cancellerie occidentali desidererebbero sia richiamare in patria i propri diplomatici, esperti e militari, sia dar loro nuovi incarichi in altre zone di crisi – a cominciare dal Libano. Questa opzione creerebbe inoltre un increscioso precedente per altri territori con ambizioni di sovranità e che beneficiano dell’appoggio di Mosca (l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud, la Transnistria ed il Nagorno-Karabakh). Se lo status quo è impensabile, e l’indipendenza una scommessa azzardata, è allora giunto il momento di cercare una soluzione originale ed innovativa. Converrebbe per esempio studiare la possibilità di decretare che il Kosovo come regione benefici di uno status di partner del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea. L’UE già prevede, nel quadro della sua politica europea di vicinato (ENP), uno status diverso da quello di membro a pieno titolo per i Paesi dell’Europa dell’Est. Inoltre, queste due istituzioni hanno ciascuna una camera regionale: rispettivamente il Congresso dei poteri locali e regionali (CPLRE), ed il Comitato delle regioni. Nel momento in cui le regioni crescono di potenza nel seno stesso dell’UE, questa soluzione avrebbe il merito di essere coerente e di iscriversi sulla linea del summit di Salonicco (giugno 2003) – in occasione del quale l’UE prometteva un avvenire europeo ai Balcani. Un albanese del Kosovo confidava l’anno scorso a Kai Eide che la comunità internazionale aveva «portato al Kosovo la pace, ma non un avvenire». L’approccio regionale potrebbe costituire una soluzione per l’avvenire. *Direttore esecutivo del «Centro per le strategie d’integrazione europea» (Ginevra – Vienna – Sarajevo)

Guatemala : 5000 omicidi l'anno e tanta impunita' di Mauro W. Giannini Il professor Philip Alston, relatore speciale dell'ONU sulle esecuzioni estragiudiziali, sommarie o arbitrarie, ha concluso la scorsa settimana una visita in Guatemala, dove le valutazioni ufficiali di esecuzioni extragiudiziali parlano di oltre 5.000 all'anno, dato sicuramente sottostimato. Al termine della visita Alston, che presta la sua opera per le Nazioni Unite gratuitamente, ha reso noto che il comportamento del governo guatemalteco nel facilitare la sua visita e' stato "esemplare" ed ha detto di essere "stato impressionato particolarmente dall'impegno spontaneo del presidente di garantire il rispetto per i diritti dell'uomo". Nel merito, le riflessioni di Alston potrebbero essere facilmente estese ad altri Paesi vicini, come il Brasile e la Colombia. Egli ha infatti parlato di un notevole progresso realizzato dal Paese sudamericano durante i dieci anni scorsi, con una trasformazione delle sue istituzioni all'uscita dalla guerra civile che rappresenta un "successo singolare". Oggi davanti alla Repubblica si para la sfida di diritti dell'uomo, una sfida fondamentale, ha sottolineato Alston, quanto scoraggiante come bilancio. In Guatemala ci sono oggi piu' uccisioni al giorno di quante ce ne fossero durante i giorni del conflitto civile, per un totale annuo di oltre 5.000. Nel mirino le donne, elementi selezionati fra la polizia ed i militari, uccisioni di gruppo e omicidi correlati al mondo della criminalita', atti di pulizia sociale e atti di violenza casuale. Questa situazione ha generato un senso diffuso di insicurezza fra la popolazione. I ricchi possono proteggersi, fino ad un punto, ma il resto delle persone vive nel timore che un'uccisione casuale possa colpire loro o i loro cari in qualsiasi momento. Secondo Alston, il nodo cruciale del problema e' come rispondere a tale insicurezza e la prospettata riforma istituzionale puo' essere solo un aspetto non risolutivo. A giudizio dell'esperto ONU, la vera risposta si trova "nel decidere che genere di societa' il popolo del Guatemala vuole realmente", nell'analizzare il problema con informazioni precise non lasciando spazio a leggende metropolitane che non consentono di conoscere i dati reali, e nel combattere l'impunita', che fa pensare agli autori dei delitti di poter continuare e perfino intensificare la loro attivita' criminale. "Essenzialmente - ha chiarito Alston - la societa' ha due opzioni. La prima, che sembra godere di notevole supporto, e' di utilizzare un pugno d'acciaio in un guanto di velluto per spazzar via gli elementi indesiderabili. Questa soluzione ignora il fatto che molte delle esecuzioni che stanno avvenendo sono commesse proprio da chi verrebbe rafforzato da una simile strategia". Inoltre, a giudizio dell'esperto, tale azione assomiglia notevolmente a quella della dottrina della sicurezza nazionale messa in atto in molti Paesi dell'America latina fra gli anni '70 e l'inizio degli anni '80, portando ad un disastro. "La seconda opzione e' quella riflessa dagli accordi di pace ed e' basata sullo sviluppo di un sistema giudiziario mirato ad assicurare lo Stato di diritto. Quasi tutta la retorica convenzionale dei partiti politici sottoscrive questo metodo. La realta' tragica, tuttavia, e' che quasi ogni elemento di un tal sistema e' infondato o malfunzionante o entrambe le cose" e secondo Alston e' vero che il congresso ha una responsabilita' enorme di questa situazione ma cosi' pure la societa' civile e particolarmente il settore privato". www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 27 2006

LA MAGISTRATURA AL GOVERNO (in risposta all'articolo di Carlo Taormina) L'avvocato Carlo Taormina scrive, sul "Giornale" di oggi, un articolo molto duro nei confronti di Di Pietro e della magistratura. Due passaggi del brano non possono essere lasciati senza risposta. Taormina afferma che Di Pietro sarebbe il referente politico della magistratura, e che "gli effetti del rapporto della magistratura militante con il comunismo italiano potrebbero ripetersi con Di Pietro". Credo che Taormina dovrebbe chiedersi perchè la magistratura nutra simpatie per Di Pietro. Forse perchè è stato uno dei pochi a battersi contro il tentativo di affossamento del terzo potere dello Stato operato da Berlusconi. Forse perchè il suo è l'unico partito i cui esponenti non hanno avuto problemi con la legge penale. Forse perchè è l'unico che denuncia i reali problemi della giustizia mentre gli altri pensano a sfruttarla per i propri comodi. Forse perchè è stato l'unico a opporsi ad un indulto vergognoso. Taormina non può dire queste cose, per cui si rifugia in strani teoremi in tipico stile berlusconiano, fatto di denigrazione dell'avversario. L'avvocato di Annamaria Franzoni parla di magistratura al governo: la magistratura non è al governo, dove, invece, ci sono stati i mafiosi e i corruttori... Il secondo passaggio importante dell'articolo è quello in cui afferma che non prestare attenzione all'ascesa di Di Pietro "potrebbe portare alle stesse conseguenze negative della giustizia politica da lui amministrata: ieri uccise la prima Repubblica, oggi potrebbe uccidere il bipolarismo". Mi chiedo se Taormina provi un po' di vergogna a scrivere queste cose. Il bipolarismo è messo in pericolo da Di Pietro o è stato forse ferito mortalmente da quella porcata di legge elettorale varata dalla CDL sotto il ricatto degli ex democristiani? Taormina farebbe cosa più giusta, anzichè diffamare chi, come Di Pietro, si è sempre battuto per il bipolarismo, a rivolgersi ai vari Casini, Calderoli e company. Ma diffamare è una delle armi preferite di una certa parte politica. In secondo luogo, la prima Repubblica è stata uccisa da chi ha fatto il proprio lavoro rispettando la legge, oppure è stata uccisa da quei politici che facevano delle tangenti il loro unico ideale? Adesso si cerca pure di riabilitare un latitante come Craxi, fuggito in Tunisia la sera prima della propria condanna. Questo revisionismo storico della destra comincia a diventare insopportabile. Solo chi non ha amore per la verità potrebbe farsi abbindolare da questi personaggi che cambiano la storia secondo i propri comodi.http://andryyy.ilcannocchiale.it/

Non indultiamo oltre, pero'. Curioso l'indulto: un provvedimento che e' riuscito per una volta a riunire i due poli, concordi nel ritenerlo cosa buona e giusta. Allo stesso modo tutti gli italiani l'hanno considerato una bella porcata, ritrovando cosi' un'unita' come nemmeno dopo la vittoria nei Mondiali. Tra le ragioni a favore dell'indulto si riportava l'eccessivo costo del mantenimento dei detenuti, con cifre giornaliere tipo albergo a 4 stelle, da cui un grosso risparmio per le asfittiche casse dello stato. Casse che pero' riservano sorprese, visto che... ROMA (Reuters) - I ministeri del Lavoro e della Giustizia stanzieranno rispettivamente 10 e 3 milioni di euro per il reinserimento nel mondo del lavoro di 2.000 dei circa 15.000 detenuti che stanno beneficiando dell'indulto. L'iniziativa predeve l'attivazione, attraverso Italia Lavoro, di tirocinii formativi della durata di 6 mesi per i 2.000 ex detenuti ai quali sarà elargito per la durata del corso un sostegno di 450 euro. Le cooperative che occuperanno i 'tirocinanti' riceveranno una 'dote' di 1.000 euro. Insomma, se il crimine non paga, e' perche' nel caso ci pensa lo Stato. http://zeusnews.splinder.com/post/9027737#more-9027737

Facce di Betulla di Marco Travaglio Come ha riferito ieri l'Unità in beata solitudine, l’agente Farina Doppio Zero, alias Betulla, ha avuto il suo momento di gloria al Meeting di Rimini. Dove, com’è noto, non si butta via niente. In passato vi furono molto applauditi Claudio Martelli e Vittorio Sbardella, in arte «lo Squalo», fra gli sponsor si avvicendarono galantuomini del calibro di Calisto Tanzi, Giuseppe Ciarrapico e Silvio Berlusconi. Però se arriva la senatrice Binetti, cattolica ma sventuratamente incensurata, la fischiano sonoramente. L’anno scorso, a Rimini, Farina moderava le terroriste Nadia Mantovani e Francesca Mambro, fortunatamente disarmate e molto applaudite anche loro. Quest’anno è passato al ramo mafia: era con lui Giulio Andreotti. Il senatore prescritto a vita, da quelle parti, è un habitué, sempre molto apprezzato dal popolo ciellino. Salvo una volta: quando il suo governo appoggiò il sacrosanto intervento militare contro l’Iraq per liberare il Kuwait, i vertici del Movimento popolare lo punirono lasciandolo fuori dalla fiera. All’epoca, infatti, erano molto antiamericani e filoarabi: al posto di Andreotti invitarono il patriarca caldeo di Baghdad, una specie di cappellano di Saddam. Poi han cambiato idea, tant’è che ora scambiano Pera per un filosofo. Abbaglio peraltro comprensibile per un movimento fondato da Rocco Buttiglione. Tornando a Farina Doppio Zero, spetta a lui il premio Faccia di Betulla per l’estate 2006: ci vuole del fegato per moderare un convegno su Pio XII, dopo quel che s’è scoperto sui suoi rapporti col Sismi. Da Pio Pompa a Pio XII. Chapeau. Ma di Facce di Betulla son piene le cronache di questi giorni. Il premio alla carriera va senz’altro all’ex sindaco di Agrigento ed ex senatore Udc («Io c’entro») Calogero Sodano, condannato in via definitiva per la sua villa abusiva che lui continuava ad abitare nonostante i sigilli della magistratura in attesa della demolizione. Beccato per l’ennesima volta dai giudici a ferragosto, su denuncia di una vicina stufa di non veder più il mare, l’ex senatore pregiudicato attacca i magistrati: «Farebbero meglio a occuparsi dei clandestini, anziché perdersi dietro a me». I veri reati sono sempre quelli degli altri. Se è vero, come diceva Dostoevskij, che «dopo i 40 anni ciascuno è responsabile della faccia che ha», ci permettiamo di segnalare quella dell’on. avv. Niccolò Ghedini. Il quale - rivela Gian Antonio Stella - ha promesso «la sua consulenza al governatore veneto Giancarlo Galan, deciso a chiedere i danni al governo per i delitti che verranno commessi nella sua regione dai detenuti scarcerati grazie all’indulto». Piccolo problema: l’indulto l’ha votato anche l’on. avv. Ghedini. Decisamente notevole la faccia dell’ex carabiniere Mario Placanica, che nel luglio 2001 sparò durante gli scontri del G8 di Genova e uccise Carlo Giuliani. Nessuno vuole colpevolizzarlo per quel tragico gesto, ma che ora - come preannuncia il deputato di An Filippo Ascierto, suo protettore - chieda i danni ai genitori di Carlo per essere stato riformato dall’Arma e li accusi di «crudeltà», beh, forse è un tantino eccessivo. È vero che viviamo nel Paese di Sottosopra, ma non bisogna esagerare. Che dire della Juventus Football Club, che dopo aver chiesto giustamente - tramite i suoi legali - di essere retrocessa in B con una congrua penalizzazione, ora che è stata retrocessa in B con una congrua penalizzazione, ricorre al Tar e chiede 130 milioni di euro di danni alla Federcalcio di Guido Rossi? Perché non li chiede a Luciano Moggi e al resto della Triade, se è vero che ha rotto i rapporti? E perché, se è vero che la Juventus ha rotto quei rapporti, un terzo della Triade - Roberto Bettega - continua a lavorare per la Juventus? Si attende ad horas il ricorso al Tar, con richiesta di danni, da parte del pianeta Plutone, degradato sul campo a semplice ciambellone da un tribunale giustizialista di astronomi rossi. www.unita.it

Occupati in calo: Padova arranca Felice Paduano Segnali di recessione rispetto al Veneto Aumentano i giovani a caccia di lavoro Le piccole imprese padovane hanno meno voglia di assumere: la crescita dell’occupazione nel 2005 fa segnare un piccolo crollo (-0,8%) rispetto all’anno precedente. Per il mercato del lavoro, siamo di fronte a uno dei momenti più critici nell’ultimo decennio. Padova sta peggio della media generale del Veneto: i fantasmi della recessione cominciano a spuntare. Il sistema imprenditoriale padovano fa sempre più fatica ad assorbire nuovi occupati. Tant’è che Padova si accoda all’ultimo posto fra le province venete con il minore tasso di crescita occupazionale nel 2005. Solo Vicenza (meno 0,7%), Belluno (meno 0,4%) e Treviso (meno 0,1%) viaggiano sotto il margine della crescita zero. E’ questo il responso dell’analisi sul mercato del lavoro nel 2005 realizzata a livello provinciale dall’Ufficio studi della Camera di Commercio elaborando dati di fonte Istat. I risultati che emergono per la provincia di Padova parlano chiaro: pochi neo-assunti e sempre più giovani in cerca di un posto sicuro. L’occupazione padovana nel 2005 ha decisamente segnato il passo, anche se a livello globale la provincia di Padova mantiene sempre la leadership regionale per il complesso degli occupati con il 18,7% del totale Veneto. Un bel paradosso in chiaroscuro quello sulla salute del mercato del lavoro. Secondo le stime dell’indagine, gli occupati nella provincia di Padova raggiungono nel 2005 le 385.686 unità con una prevalenza dell’occupazione nei servizi (225.361 unità) che, da soli, assorbono il 58,4 per cento dell’occupazione complessiva. L’industria (manifatturiero e costruzioni) con 153.407 occupati copre il 39,8% del totale con una quota del 30,5% per le attività industriali in senso stretto pari a 117.675 unità. E l’agricoltura? Poche briciole: il residuo 1,8% per poco meno di 7 mila addetti dice tutto. Eppure, se si guarda al complesso degli occupati Padova risulta la prima provincia del Veneto col 18,7% del totale, seguita da Verona, Treviso e Vicenza con percentuali comunque di poco inferiori tra il 18,4 e il 18,1%. Nella graduatoria delle province italiane, Padova si colloca al decimo posto con l’1,7% del totale degli occupati. Ma è dal mondo della ricerca del posto sicuro che arrivano le indicazioni più preoccupanti, con 17.692 persone in cerca di un impiego. L’esame dei tassi di occupazione e disoccupazione conferma l’allarme: con il 63,6% Padova presenta un valore occupazionale inferiore a quello delle altre tre principali province della regione Vicenza (66,1%), Treviso (65,7%) e Verona (65,1%), ma anche di Belluno (65,1%). E infatti, confrontando il trend tra il 2004 e il 2005, emerge un calo di 0,8 punti per Padova. Il peggiore risultato nel Veneto. Segnali di recessione anche sul fronte disoccupazione, dove Padova con il 4,4% si allinea al dato Veneto (4,2%), mentre Vicenza (3,5%), Belluno (3,8%) e in parte anche Treviso (4,1%) presentano performance un pò più salutari. Per Gianfranco Chiesa, presidente della Camera di Commercio, «la situazione del mercato del lavoro conferma la persistenza della crisi economica: il fenomeno tocca in particolare i servizi e interessa soprattutto le imprese sotto i 9 addetti, ponendo Padova agli ultimi posti nel Veneto». Ma dove saranno i maggiori sbocchi occupazionali? «Metalmeccanica e costruzioni dovrebbero continuare anche nel 2006 a garantire nell’industria le maggiori opportunità occupazionali, mentre nei servizi i trend migliori sono individuati nei servizi di consulenza e nelle attività legate al turismo, anche se è paradossalmente in questi ultimi due settori che c’è la maggiore incidenza di contratti di collaborazione coordinata continuativa a discapito del precariato giovanile»http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Occupati%20in%20calo:%20Padova%20arranca/1286328

La fabbrica degli ospedali La "questione sanitaria" negli Stati Uniti di MARCO SIOLI In un recente seminario dedicato alle trasformazioni delle economie in ambito internazionale, che si è tenuto presso l'Università Bocconi e al quale ho partecipato come relatore, ho messo in rilievo come il più grande paese industrializzato del mondo si stia ormai da tempo deindustrializzando. Le innumerevoli fabbriche che prima insistevano sul territorio statunitense sono state spostate prima in Messico e in Centro America, durante gli anni di Reagan, e nell'ultimo decennio del Novecento sono state portate in Cina (1). A riguardo posso ancora aggiungere che mi ha molto colpito ritrovare durante un soggiorno a Miami lo scorso maggio le scarpe Converse "Chuck Taylor" All Star, un mito della cultura sportiva americana, con il marchio "Made in China". La riconversione del tessuto economico degli Stati Uniti ha avuto come conseguenza lo sviluppo di altri settori trainanti come quello dei servizi, delle carceri e degli ospedali: settori in forte espansione in cui il sindacato continua a essere un punto di riferimento per i lavoratori, a differenza di altri in cui è in profonda crisi di identità. Un pamphlet di Alessandro Portelli, America dopo, ha ben evidenziato questa trasformazione nella città di Youngstown, Ohio. Un tempo icona dell'industria pesante, Youngstown ha visto spegnersi il suo altoforno – la Jeanette Furnace, meglio nota come la Sweet Jenny cantata da Bruce Springsteen – e con esso anche le speranze per il futuro. Agli occhi di Portelli la città è apparsa quasi deserta, con un'unica presenza in strada: le tende e le sedie dei picchetti delle infermiere in sciopero del Northeast Hospital dove vigono gli straordinari obbligatori senza preavviso: quando escono di casa la mattina, le infermiere non sanno mai se torneranno a casa. Ma le dipendenti del Northeast Hospital non sono le uniche in sciopero, scrive Portelli: «sciopera il personale dei servizi, dalle pulizie alle cucine, ai barellieri, al St. Elizabeth ... di proprietà delle Sorelle dell'Umiltà di Maria. Mi spiegano al sindacato che le umili sorelle hanno un profitto di quaranta milioni di dollari l'anno, da sette anni non danno aumenti, adesso offrono un'una tantum di duecento dollari, ma vogliono rivalersi tagliando l'assistenza ai dipendenti». (2) Ma per capire che il numero di medici, paramedici e infermieri si è ormai moltiplicato negli Stati Uniti non è necessario incontrarli in un picchetto sindacale. Basta guardarsi attorno per accorgersi che in molte realtà, come le caffetterie e i luoghi ricreativi, le tute blu con scarpe da lavoro antinfortunistiche sono state sostituite dai camici verdi con zoccoli bianchi. La sanità è divenuta un business con profitti annuali esorbitanti e la possibilità di reinvestire i lauti guadagni in nuove strutture in giro per il paese, scegliendo accuratamente la loro collocazione nelle aree più ricche. Un solo esempio a riguardo, anche se molto esplicativo, riscontrato in un recente viaggio negli Stati Uniti: il Mount Sinai Hospital, uno dei più prestigiosi e antichi ospedali americani con sede a Manhattan tra Madison Avenue e la 98th Street, è sbarcato in Florida, a Miami Beach, per fondersi nel giugno 2000 con il Miami Heart Institute e proporre un centro di eccellenza nelle diagnosi e nelle cure che possa servire non solo i facoltosi abitanti della Florida, ma anche dei Caraibi e del Sud America (3). Morti di salute E' stato messo in luce da diversi studiosi come storicamente la Guerra civile, che insanguinò gli Stati Uniti tra il 1861 e il 1865, funzionò come grande laboratorio per le scienze. La guerra servì sia per sperimentare armi e tecniche militari, sia come volano per l'industria manifatturiera del Nord: venne introdotto il sistema delle taglie nei vestiti e nelle uniformi, si avviò la produzione in serie delle scarpe finalmente divise in destra e sinistra, si applicò su larga scala il sistema delle parti intercambiabili nell'industria meccanica dando il via a un "sistema americano" di produzione "a meccanizzazione elevata e con una continua sperimentazione di processi e materiali" (4). Anche la medicina e la chirurgia hanno fatto passi da gigante negli Stati Uniti proprio durante la Guerra civile che, con il suo esorbitante prezzo pagato in vite umane, ha permesso anche a molti chirurghi di impratichirsi nell'arte di amputare arti e salvare vite umane. Erano lontani i tempi in cui, per esercitarsi, gli studenti di medicina dovevano andare di notte a riesumare cadaveri col rischio di causare delle sommosse, come era avvenuto nel 1788 a New York, quando un giovane garzone aveva riconosciuto tra i corpi sezionati dagli studenti di medicina quello della madre. La folla si riunì davanti all'ospedale e invase la scuola di medicina, depredandola e saccheggiandola. Poi prese in consegna alcuni studenti e dottori che furono affidati alla forza pubblica con la promessa di ottenere per loro una giusta punizione, quindi rimosse i cadaveri per dargli una giusta sepoltura (5). Oltre che con un balzo in avanti della chirurgia, grazie appunto alle guerre che continuavano nell'Ottocento – da quelle indiane a quella ispano-americana –, il secolo si chiudeva con grandi sperequazioni all'interno della società statunitense che davano fiato al movimento populista (6). Se da un lato agricoltori e nuovi immigrati stentavano a sopravvive – sia nelle campagne dell'Ovest, sia nelle grandi città come New York, Chicago e San Francisco – il ceto opulento, che si era arricchito controllando gli imperi dei trust che emergevano sempre più forti nella società americana, tentava di recuperare la forma fisica curando alimentazione e salute. Proprio in quegli anni faceva la sua fortuna il dottor John Harvey Kellogg, l'inventore – insieme al fratello Will Keith Kellogg – dei famosi cereali in fiocchi per la prima colazione (7). Sulla saga dei Kellogg è stato girato dal regista Alan Parker un film esilarante quanto cinico. Uscito negli Stati Uniti nel 1994 con il titolo di The Road to Wellville, nell'edizioni italiana il film cambiava titolo per chiamarsi Morti di salute. Ispirato da un romanzo di T. Coraghesaan Boyle, il film ha raccontato l'epopea della fabbrica della salute del dottor John H. Kellogg, la Battle Creek Spa, vista attraverso gli occhi di un fruitore non troppo convinto dei metodi, non proprio ortodossi, del fondatore (8). "Chirurgo, inventore, crociato del vivere biologico", così come amava definirsi, Kellogg gestì la stazione termale (spa) di Battle Creek, nel Michigan, che aveva fondato nel 1876 all'età di 24 anni, sino al 1938, anno della sua morte causata da un infarto mentre si tuffava da un pontile in un laghetto gelato. Corse, esercizi fisici, canti, sublimazione della voce e del movimento, vegetarianesimo, cereali per la prima colazione e continue docce fredde: queste erano alcune delle ricette dei seguitissimi corsi del dottor Kellogg, anche se uno dei personaggi del film si era affrettato a chiosare a proposito della salute: "è il cavallo di Troia del borsellino della massaia" (9). Spese per la sanità a parte, quello che emergeva negli Stati Uniti dei primi decenni del Novecento erano ancora una volta le distanze abissali tra una massa di diseredati, composta da persone di recente immigrazione oppure da afroamericani, che faceva fatica a sopravvive in un contesto inospitale, e una società opulenta, che controllava i gangli del potere economico. Da una parte dunque i ghetti con i loro ospedali fatiscenti come l'Harlem General Hospital, unico ospedale pubblico della zona nord di Manhattan, noto negli anni '30 come "l'obitorio", in quanto "moriva il doppio delle persone che morivano al Bellevue, l'ospedale pubblico del centro di New York City (10). Dall'altra le ricche enclave abitate da facoltosi cittadini che si avviavano lentamente verso un eccesso di cure nei templi della salute di cui Kellogg era uno dei primi fondatori. Do you remember ER? Il corso di Storia dell'America del Nord che ho tenuto lo scorso anno accademico mi ha visto raccogliere le firme degli studenti non tanto per registrare le presenze, quanto per una sottoscrivere una petizione in puro stile anglosassone che convincesse George Clooney a presentare in classe il suo film Good Night and Good Luck che ha raccontato le vicende del giornalista Edward Murrow e del suo programma See it Now! nell'America oppressa dal maccartismo. Impegnato nella registrazione di altri lavori e distante dall'Italia, dove risiede abitualmente nella sua villa a nord di Como, Clooney è stato una "magnifica ossessione" per i miei studenti e per me, che nel frattempo ero costretto a rivedermi il film in diverse occasioni – su un aereo per Cipro, poi su un altro per Miami – e ormai sapevo alcune battute a memoria. Ma Clooney è stato una "magnifica ossessione" per moltissime persone non tanto per questo suo recente lavoro, quanto per aver interpretato il ruolo di un affascinante chirurgo pediatrico in ER, Emergency Room, una serie televisiva di enorme successo che ha raccontato al mondo intero come funzionava la sanità in America e in particolare a Chicago – che dell'America è sempre stata una delle porte d'ingresso e una delle chiavi di comprensione – negli anni '90 (11). In questo decennio, caratterizzato da un boom economico ben gestito dalla presidenza Clinton, la windy city ha mostrato ancora una volta tutte le sue contraddizioni sociali, espresse da due zone che corrono parallele al lago Michigan: un'area a nord del Chicago River – dove predominano boutique e palazzi disegnati dai più famosi architetti, i locali di blues e i ristoranti etnici più celebrati – e un'altra area più a sud, dove sono i complessi di edilizia popolare a segnare lo skyline della città. Qui il reddito familiare era quaranta volte più basso, la popolazione in prevalenza afroamericana e poteva capitare che un bimbo di otto anni venisse "ucciso da una pallottola vagante mentre traversa la strada da casa a scuola" (12). ER metteva in scena questi conflitti sociali e nelle numerosissime puntate della serie erano rappresentati i casi più vari che potevano capitare in un pronto soccorso di un ospedale della città: dalle ferite di armi da fuoco alle situazioni famigliari più disparate e disperate. L'unica cosa che rimaneva costante in tutte le puntate era la preoccupazione, per i responsabili amministrativi dell'ospedale, di sapere per ogni persona accettata nel pronto soccorso il tipo di assicurazione sanitaria che la proteggeva e, nel caso non ve ne fosse alcuna, il numero di carta di credito su cui rivalersi per le spese affrontate nel tentativo di salvargli la vita. Non esisteva dunque un modo comune di curare le persone, ma comportamenti e terapie potevano variare a secondo del tipo di assicurazione. La preoccupazione della tutela sanitaria è rimasta una costante per gli americani. L'assenza di una garanzia mutualistica nazionale ha fatto sì che un buon posto di lavoro non si misuri tanto in funzione dello stipendio mensile o di quello orario, quanto dal tipo di copertura assicurativa generale che il contratto di lavoro garantisce. E questo è anche uno dei discorsi preferiti ai barbecue domenicali e alle riunioni familiari dove spesso ci si confronta sulle garanzie assistenziali dei reciproci lavori: ho una buona assicurazione sanitaria e dunque esisto, o se non altro posso continuare a esistere. Medicare e medicaid Ma cosa succede alle persone che non hanno un lavoro, oppure che vanno in pensione? Questo è stato un problema che è affiorato nella società americana nei primi anni '50 del Novecento, quando i funzionari della Social Security Administration (SSA), l'ente voluto da Franklin Delano Roosevelt nel 1935 per gestire la previdenza sociale a livello nazionale, si resero conto che il sistema da essi rappresentato non riusciva più a far fronte alle spese mediche in crescita esponenziale per i propri assistiti. Le cose peggiorarono negli anni successivi: tra il 1950 e il 1963 gli assistititi dalla SSA salirono da 12 milioni a circa 18 milioni, mentre i costi delle cure ospedaliere incrementavano a loro volta alla percentuale di circa il 6,7% all'anno. Il dibattito divenne uno dei punti caldi nell'agenda politica americana, con proposte avanzate sia dal sindacato AFL-CIO, sia dalle associazioni mediche e ospedaliere. Nel luglio 1965 il Congresso approvò Medicaid, un programma federale e statale per l'assistenza medica ai cittadini con bassi redditi, e Medicare, un programma di assicurazione sociale disegnato per provvedere agli anziani con una copertura assicurativa per le spese sanitarie a un costo accessibile. Nel 1972, inoltre, Medicare veniva esteso a due altri gruppi di persone con difficoltà a sostenere i costi sanitari: i disabili e le persone con problemi renali in fase terminale (13). Che il modello americano poteva essere preso in considerazione anche per l'Europa, e in particolare per l'Italia, lo ha dimostrato un volume di Giuliano Amato pubblicato nel 1992 in cui l'autore si è posto, con il consueto acume, alcune domande sul funzionamento del sistema del Welfare attivo negli Stati Uniti (14). Può quella statunitense essere considerata un'esperienza esemplare? La risposta, così come il tema, è sicuramente complessa e porta l'autore a chiedersi se esiste effettivamente negli Stati Uniti un "diritto alla salute". In questo caso la risposta è no! "Negli Stati Uniti è mancata la stessa materia prima perché si affermasse l'esistenza di un 'diritto alla salute'; mentre, all'opposto, è un mercato assai più ideale che reale quello a cui ci si richiama per giustificare la varietà dei trattamenti offerti in campo sanitario" (15). Per arrivare a queste conclusioni l'autore ha analizzato Medicare e Medicaid sotto le diverse presidenze: dal sogno kennediano al suo successore Johnson, che ha implementato i due sistemi nell'ambito del suo progetto di "lotta alla povertà"; e poi ancora Nixon, che ha imposto politiche di razionalizzazione e controllo dei costi; sino a Reagan, che ha continuato la politica dei tagli aggiungendo però un riassestamento dei ruoli all'interno del sistema federale. Questo ha portato a un aumento delle quote a carico degli assistiti, alla riduzione dell'area di copertura di Medicaid attraverso la limitazione delle categorie di indigenza, a tagli progressivi dei finanziamenti per i programmi collaterali (tutela preventiva alla salute, tutela della maternità, lotta contro l'alcolismo e pianificazione famigliare) (16). Ancora, l'amministrazione Reagan ha sviluppato un progetto di federalizzazione di Medicaid, moltiplicando i centri burocratici statali, mentre quello federale continua a essere gestito dai Centers for Medicare and Medicaid Service (17). Come si può immaginare, la complessa burocrazia americana, una volta messa in moto, ha marciato a pieno ritmo anche nelle presidenze successive, che si sono distinte nel cercare di razionalizzare il sistema, arginare le spese e prevenire le irregolarità. Come ci ricorda un articolo della Cornell Law School, soprattutto Medicaid è stato afflitto da frodi – sia da parte dei pazienti, sia da parte degli operatori sanitari – al punto che il Congresso, nel 1996, ha approvato una legge che permette di rendere perseguibile penalmente tutti coloro che approfittano dei benefici di legge senza averne diritto (18). Raggiri a parte, sebbene il sistema non copra tutte le spese mediche integralmente, si è avuto un incremento dell'uso dei farmaci, che si è esteso in tutti gli Stati Uniti. E, in assenza di rimborsi sanitari operanti, ciò ha spinto alcune fasce di cittadini americani a ricercare medicine a prezzi più bassi, che venivano trovati nei supermercati, oppure nel vicino Canada. I poveri obesi Il quadro delineato deve tenere conto di una ulteriore variabile: lo strapotere delle case farmaceutiche che solo la presidenza Clinton aveva osato arginare. L'aumento del consumo dei farmaci non è imputabile esclusivamente al sistema sanitario, bensì al ruolo svolto dalle aziende impegnate nella produzione e nella commercializzazione delle medicine. "Hanno in mano la nostra salute, ma pensano solo ai loro profitti" ha denunciato Marcia Angell, autrice del volume The Truth About the Drug Companies (19), in una intervista concessa a un giornalista della rivista americana "Mother Jones". L'articolo, tradotto in italiano da "Internazionale", ha sottolineato come gli alti prezzi dei farmaci non siano tanto motivati dai costi elevati per investimenti in ricerca e sviluppo, quanto dalla necessità di coprire gli alti costi di marketing. Questo anche se spesso le voci a bilancio sono coincidenti e mischiano la ricerca per la produzione del farmaco con le spese per la sua commercializzazione (20). L'accusa è stata ribadita da Consumers International, la federazione di organizzazioni di consumatori con sede a Londra che si occupa della protezione e della promozione dei diritti dei consumatori in tutto il mondo. Proprio in questi giorni la prima pagina del suo sito Internet è dedicato a una relazione, pubblicata on-line il 26 giugno 2006, sulla mancanza di trasparenza nel mercato dei farmaci: le case di produzione spendono 60 bilioni di dollari all'anno in marketing, facendo crollare la fiducia faticosamente costruita in merito alla loro responsabilità sociale (21). Risultato finale è la conferma che le aziende farmaceutiche spendono sempre meno in ricerca e sempre più per trovare i modi per diffondere i loro farmaci: finanziando campagne pubblicitarie, sponsorizzando conferenze-vacanze per i medici e influendo sulla loro formazione. Questa conferma avvalora le tesi del libro della Angell, che tuttavia nella sua analisi si era spostata più in là affermando: "L'industria farmaceutica basata sul mercato è solo un aspetto del problema più grande: un sistema sanitario basato sul mercato" e in questo c'è qualcosa di sbagliato, in quanto "un sistema sanitario basato sul mercato fornisce l'assistenza sanitaria come se fosse un prodotto" (22). Insomma, quella che l'artista Tom Sachs chiama la "militarizzazione dei consumi" si è estesa alle medicine che possono usufruire della gigantesca macchina del consumo – in particolare la pubblicità e i supermercati – per convincere l'acquirente a portarsi a casa una medicina di cui forse non ha una effettiva necessità (23). Farmaci come hamburger dunque, e perciò non c'è da meravigliarsi che gli Stati Uniti siano una delle nazioni in cui poveri sono obesi. Note 1. Marco Sioli, Love and hate. Gli Stati Uniti e l'Oriente, in "Golem l'Indispensabile", giugno 2006. 2. Alessandro Portelli, America, dopo, Donzelli, Roma, 2002, pp. 152-153. 3. Si vedano i due siti Internet del Mount Sinai Medical Center a Manhattan e Miami Beach: mountsinai.org e msmc.com. 4. Cit. Bruno Cartosio, Gli Stati Uniti contemporanei, Giunti, Firenze, 2002, p. 12. 5. Marco Sioli, Le città della Rivoluzione. Alle origini delle metropoli americane, Selene, Milano, 2000, p. 253. 6. Per l'esplosione dell'ondata populista si veda John L. Thomas, La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920, il Mulino, Bologna, 1988, pp. 72-74. 7. Una breve storia del celebre marchio alimentare, che ha celebrato proprio quest'anno il centesimo anniversario della fondazione, è consultabile al sito kellogg100.com/history.html. 8. T. Coraghessan Boyle, The Road to Wellville, Penguin Books, New York, 1993. 9. Alan Parker, The Road to Wellville, produzione USA, 1993. 10. Dolores Greenberg, "New York City: giustizia ambientale e politiche razziali", in Marco Sioli, Metropoli e natura sulle frontiere americane, Franco Angeli, Milano, 2003, p. 294. 11. Si veda a proposito di Chicago il volume di Marco d'Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago, una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano, 1995. 12. Ibid., p. 11. 13. "The History of Medicare and the Current Debate", al sito Internet medicarerights.org/maincontenthistory.html. 14. Giuliano Amato, Democrazia e redistribuzione. Un sondaggio nel Welfare statunitense, Il Mulino, Bologna, 1992. 15. Ibid., pp. 110-111. 16. Ibid., p. 88. 17. L'amministrazione dei Centers for Medicare and Medicaid Services gestisce il sito Internet cms.hhs.gov che fornisce informazioni, dettagliate quanto farraginose, riguardo alla complessa burocrazia che si incontra per beneficiare dei servizi di assistenza medica. 18. "Medicaid Law: an Overview", al sito Internet law.cornell.edu/wex/index.php/Medicaid. 19. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. Hoe They Deceive Us and What to Do About It, Random House, New York, 2004. 20. Peter Meredith, Medicine. Tutta la verità, "Internazionale", 569 (2004), pp. 40-43. 21. Si veda il sito Internet della federazione: consumersinternational.org 22. Peter Meredith, Medicine. Tutta la verità, op. cit., p. 44. 23. Germano Celant, "Tom Sachs: la militarizzazione dei consumi", in Tom Sachs, Fondazione Prada, Milano, 2006. Il sito Internet fondazioneprada.org ospita la mostra virtuale di Sachs.http://www.golemindispensabile.it/Puntata59/articolo.asp?id=2063&num=59&sez=659&tipo=&mpp=&ed=&as=

La democrazia delle scelte complesse Piero Bassetti con Mauro Buonocore Quando si parla di innovazione la parola passa agli specialisti. Ogm, biotecnologie, smaltimento di scorie e rifiuti, ricerca sugli embrioni. Temi che portano in campo le voci di esperti e studiosi, ma di fronte alle decisioni da prendere intorno al loro ruolo sorgono dubbi, perché “i tecnici non sono in grado di interpretare la sensibilità popolare”. Sono parole di Piero Bassetti, presidente della Fondazione Giannino Bassetti che da anni promuove eventi e discussioni intorno al tema della responsabilità dell’innovazione. Quando sono chiamati in causa aspetti delicati della contemporaneità, dall’etica individuale alla ricerca scientifica fino all’operato della pubblica amministrazione – sostiene Bassetti – coinvolgere le persone interessate in discussioni pubbliche è la strada più efficace per arrivare alla soluzione, come dimostrano alcuni episodi concreti che hanno dato origine a un incontro dal titolo “Innovazione tecno-scientifica, innovazione della democrazia” organizzato dalla Fondazione Bassetti in collaborazione con la Regione Lombardia. Che cos’è la responsabilità dell’innovazione su cui si concentra la Fondazione Bassetti? Di fronte alle scelte complesse abbiamo due strade. Da una parte le istituzioni possono prendersi l’intera responsabilità di prendere delle decisioni; dall’altra parte si potrebbe dare alle persone la possibilità di compiere delle scelte, ma bisogna stare attenti al rischio concreto che su determinati argomenti, in modo particolare quelli che riguardano l’innovazione tecnico-scientifica applicata alle nostre vite, esistono alte possibilità che si commettano degli errori. Nessuna di queste due strade funziona perché non possiamo permetterci di lasciare spazio agli errori, e allo stesso tempo non possiamo prendere decisioni senza coinvolgere minimamente la cittadinanza che dovrà convivere con i frutti delle decisioni prese. Tra i due estremi c’è la consapevolezza del grande contributo che può offrirci una maggiore partecipazione informata, soprattutto in tempi in cui le tecnologie dell’informazione e il desiderio delle persone di essere informate crescono a grandi ritmi. Scendiamo più nel concreto, ci faccia un esempio. Il nostro punto di partenza è stato il caso di Casalino, un paese in provincia di Novara dove era stata avviata una programmazione sperimentale per semi ogm di riso. Il problema è nato nel momento in cui si è sollevato il dubbio sulle precauzioni prese dalla sperimentazione, non si era del tutto certi che le distanze scelte per separare la coltura sperimentale dalle altre fossero sufficienti a garantire che non ci fosse alcun tipo di contaminazione tra campi destinati a ogm e campi destinati a colture tradizionali. Si sono fatte delle riunioni coinvolgendo amministrazione pubblica, esperti e popolazione, ed è emerso che quello che gli esperti consideravano un livello di rischio apprezzabile, non è affatto accettabile con gli occhi dei comuni cittadini. In altre parole: i tecnici non sono in grado di interpretare la volontà e la sensibilità popolari. Prendendo spunto da questa situazione, abbiamo ripreso il problema e lo abbiamo posto all’interno dello scenario istituzionale della Regione Lombardia seguendo metodologie di confronto e di azione: ci siamo confrontati con persone che potevano darci dei consigli teorici e pratici, abbiamo fatto esperimenti di consensus conference, e infine abbiamo aperto una discussione pubblica. Che cosa è emerso da queste vostre iniziative? Innanzitutto si è sfatato un luogo comune: non è vero che le opinioni delle persone sono pregiudizialmente contrarie su questi temi, ma si oppongono drasticamente solo quando c’è carenza di discussione, di informazione e di partecipazione e si interpellano i cittadini solo a cose fatte e decisioni prese. Alle nostre consensus conference hanno partecipato rappresentanti di associazioni diverse e abbiamo notato che anche coloro da cui ci si aspettava un netto rifiuto della questione, come ad esempio i cosidedetti no global, sono disposti a mettere in discussione la propria posizione in un ambito discorsivo e rispettoso di tutti i pareri. Le opinioni possono cambiare se si espongono le questioni in modo completo mettendo bene in evidenza tutti gli aspetti, i rischi e i vantaggi secondo un bilancio reale e consapevole. Per questo ci siamo convinti che cambiando il metodo si ottengono decisioni democratiche più competenti, ragionate e responsabili. Le istituzioni pubbliche, come ad esempio la Regione Lombardia, come hanno reagito alle vostre proposte? Qual è stato il loro ruolo nella discussione? Tutta l’iniziativa è nata da una collaborazione con la Regione Lombardia e con l’Irer, che è il braccio operativo della regione in materia di ricerca. Ma le istituzioni pubbliche si trovano di fronte a un passo ulteriore che è quello del loro statuto. Mi spiego meglio. Il tema delle scelte pubbliche su argomenti che toccano l’etica di ciascuno è molto delicato. La proposta della Fondazione Bassetti è che su questi argomenti non può funzionare il metodo del voto consiliare per cui a ciascun rappresentante è affidato un voto che decide per tutti. Abbiamo avanzato delle idee che vogliono coinvolgere la popolazione direttamente interessata nelle decisioni da prendere, in modo che possa partecipare informandosi adeguatamente e valutando attentamente la questione. Abbiamo dimostrato che metodi ispirati da un desiderio di accresciuta e più consapevole partecipazione risultano più efficienti dal punto di vista delle scelte da prendere e dal punto di vista del governo dell’innovazione e delle sua applicazioni. Poi si scopre però, che i regolamenti attuali del consiglio regionale non consentono alla giunta di mettere in atto decisioni prese attraverso modalità non previste dallo statuto. In altre parole, se la Regione Lombardia non inserisce nel proprio statuto la possibilità di organizzare discussioni pubbliche al fine di prendere decisioni in sede di consiglio, non si può fare nulla. Ora la Regione si trova nella condizione di dover rinnovare lo statuto, un’occasione unica per inserire il tema della partecipazione informata. Parliamo molto di riforme istituzionali ma ci fermiamo poco a riflettere sulle procedure della democrazia. Forse su questo tema un ragionamento andrebbe fatto. Quindi dalla vostra iniziativa si apre una porta verso il futuro? Intanto l’apporto delle nostre discussioni è stato recepito in sede regionale e sarà tra le materie di riflessione nell’elaborazione dello statuto. Di certo è emersa la voglia di approfondire il tema che non è affatto esaurito, anzi, siamo solo agi inizi. caffeeuropa.it

2. RIFLESSIONE. CARLA OLIVA: LA SPIRALE DELLA VIOLENZA [Dalla rivista "Una citta'", n. 137, marzo 2006 (disponibile anche nel sito www.unacitta.it) riprendiamo la seguente intervista. Carla Oliva, ostetrica, lavora nel Consultorio giovani di Genzano, nei Castelli Romani, e svolge attivita' di volontariato presso il centro "Donne in difficolta'" di Valmontone] - "Una citta'": Qual e' la portata, oggi, del fenomeno della violenza contro le donne in famiglia? - Carla Oliva: Chi se ne occupa sa perfettamente che le donne maltrattate nel 95% dei casi subiscono la violenza da una persona conosciuta, un familiare. Quasi sempre si tratta del marito o l'ex-marito, del partner o l'ex-partner. Qualche volta e' il figlio a diventare violento, quando cresce, qualche volta invece il padre, oppure un vicino di casa, un parente, uno zio. Raramente e' uno sconosciuto: le violenze occasionali, come uno stupro o cose di questo tipo%

Chi ha paura del dialogo? Ancora molti, troppi Ogni volta che si parla di Iran mi tornano in mente le ragazze di Dizin. Così, come le ha raccontate Newsweek del 23 gennaio 2006. “Sulle piste da sci di Dizin a nord di Teheran, ragazze e ragazzi socializzano liberamente ascoltando Madonna, Shakira e la pop-star persiana Googoosh. I chador sono ridotti a bandane e Mahsid Sajadi, grafica pubblicitaria di venticinque anni, mostra una bandiera a stelle e strisce che suo cugino le ha inviato da Orange County in California. Sajadi, moderna e cosmopolita, non ha quasi niente a che spartire con le idee del presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, tranne quando si tratta del nucleare. ‘Abbiamo il diritto di avere la tecnologia nucleare', dice Sajadi, ‘siamo una nazione con un'antica civiltà e una cultura ricca. Penso che sia molto ipocrita da parte del signor Bush criticare l'Iran per il possesso della tecnologia nucleare mentre il Pakistan, l'India e Israele hanno le bombe nucleari'”. Sono delle “fasciste islamiche” come le chiamerebbe il presidente Bush? Direi di no, sono l'ennesima testimonianza che la questione del nucleare è un forte catalizzatore del sentimento nazionale e del sostegno popolare al regime. Se si tiene conto della famosa affermazione di Machiavelli, che sono molto più governabili i cittadini plasmati dalla religiosità che quelli privi di principi etici, che seguono soltanto i propri desideri, meglio si comprendono i danni devastanti che produce la morale edonistica proclamata da Bush quando si cela sotto il manto della religiosità: “Dio è dalla nostra parte”, “Dio è con noi”. Allora perché stupirsi se la replica delle ragazze di Dizin assume pure la matrice religiosa perché in Iran è la religione che identifica la nazione con tutti i suoi confini? L'importante è ora capire se ci attende una nuova apocalisse o un futuro di pacifica coesistenza, di là di stabilire chi siano i vinti e i vincitori. Si tratta di un impegno che va comunque verificato poiché abbiamo già l'elenco dei danni provocati quando con la forza si vogliono imporre modelli senza rispettare la cultura dell'Altro. Insomma, sul nucleare iraniano, sulla guerra israelo-libanese, sui mille e uno conflitti che dividono il mondo tra Nord e Sud, diventa indispensabile – per meglio capire - ascoltare e diffondere la voce (non solo ufficiale) dell'altro versante. L'incontro di sabato 26 agosto ad Assisi potrebbe essere l'occasione per rilanciare il dialogo senza il quale non si può instaurare un rapporto nuovo tra le civiltà, le religioni e le nazioni. Condannare la violenza e promuovere la comprensione reciproca non dev'essere soltanto uno slogan, ma un impegno mirato per il consolidamento istituzionale del dialogo quale unico mezzo per evitare nuove stragi. Perché ciò possa accadere è indispensabile il sostegno dei media. Evidenziare il lato criminale del terrorismo, (come si è fatto anche nelle cronache dal Libano), senza analizzarne le motivazioni e agire di conseguenza, non basta per dare una soluzione definitiva al problema, soprattutto in situazioni - come quella palestinese - dove il ricorso ad atti terroristici affonda le proprie radici nella frustrazione delle genti che non vedono prospettive per il proprio futuro. Da qui la necessità di prendere le distanze con una informazione mirata e responsabile da quella grossolanità con la quale l'amministrazione Bush presenta in ogni occasione - il Libano è la più recente – l'intervento in Medio Oriente, come un imperativo etico o addirittura religioso. I riferimenti alla superiorità della civiltà occidentale rispetto a quella islamica (i fascisti-islamici l'ultima “perla” di Gorge W. Bush) o della religione ebraico-cristiana rispetto a quella musulmana, vanno respinti con forza poiché tendono ad avvalorare quello scontro di civiltà pronosticato da Samuel Huntington, che mal si concilia con l'umano sentire della cultura europea e dell'Italia in particolare. Tra gli ostacoli da superare per spiegare i mutamenti geopolitici nella regione e quello che accade in Iran, occorre per esempio capire, prima di ogni altra cosa, in che modo l'Islam sia arrivato ad essere ciò che è oggi, tenendo conto di come potrebbe essere, senza perdere di vista la diversità sciita e il suo rapporto capillare con le masse. Inoltre c'è da capire come mai la Chiesa cattolica, completamente tesa a ribadire la sua tenace avversione alle guerre di religione e di civiltà, si ritrovi di fronte a una buona parte d'Europa che simpatizza con le falangi dei nuovi crociati capeggiati da G.W. Bush: il presidente che sostiene che Dio gli abbia sussurrato nelle orecchie il cammino da percorrere e che va spiegando alle genti che “Dio non è neutrale” ma sta dalla parte degli americani. Insomma c'è da capire perché si sta usando la religione per giustificare le guerre, perché le piazze musulmane siano in subbuglio e perché in Occidente – Europa compresa – a scatenarsi siano più i palazzi del potere che le piazze. Pertanto il confronto con l'Altro per chi insegue la pace diventa indispensabile. Dopotutto il conflitto iracheno ha evidenziato a livello planetario le contraddizioni dell'Occidente quale modello di democrazia, di affermazione dei diritti dell'uomo, di sistema e di qualità della vita. Il lassismo etico, il relativismo morale, come ognuno può vedere, purché possieda, come dice Dante, "un intelletto sano", conducono rapidamente al deterioramento della società e alla progressiva perdita dei sentimenti e dei pensieri che ci fanno uomini. Insomma il “modello di civiltà” è meticolosamente scrutato dai media e quindi sotto gli occhi di tutti inclusi i musulmani. Imporlo con la forza o con il bombardamento mediatico è un assurdo. Meglio ricomporre le controversie con il confronto e il dialogo costante, unico modo per riconoscere, superare, accettare le rispettive differenze. A questa sfida sono chiamati a partecipare certamente gli Stati, ma ancora di più tutti i soggetti della società civile attivi sul piano culturale, sociale e cioè le università, le Chiese, le associazioni, e soprattutto gli organi di informazione e di comunicazione, pubblici, privati e indipendenti. Perché non si può realizzare la pace e la giustizia universale se non si promuove con l'indispensabile sostegno dei media (web, blog inclusi), il dialogo per favorire la comprensione reciproca dei diversi settori della cultura, della politica, dell'economia, della religione. E dunque l'incontro di Assisi è un'occasione per lanciare la nuova sfida. Naturalmente può sembrare un'operazione impossibile sostenere il dialogo di fronte all'apocalisse preparata dai sostenitori della “scontro di civiltà”, ognuno dei quali vede nell'altro l'incarnazione del “male” che deve essere annientato da una guerra totale. Tuttavia, in uno scenario contrassegnato da tanti fattori negativi, il dovere di ognuno che s'incontra ad Assisi è di moltiplicare il numero degli attori che rifiutando l'apocalisse s'impegnano a denunciare la “mala-informazione” che tanto ostacola il cammino verso un'esistenza fondata – ripeto - sulla conoscenza e il rispetto reciproco. Cioè verso la pace. di Vincenzo Maddaloni www.megachip.info

Presidente in sospeso Il Pan ottiene la maggioranza parlamentare. Ora il Messico attende di conoscere il nome del presidente Il Pan, Partido de Accion Nacional, ha raggiunto la maggioranza dei deputati sia alla Camera (206 su 500) che al Senato (52 su 128) del Messico: è la prima volta che accade nella storia del Paese. La maggioranza parlamentare. Il Prd, Partido Revolucionario Democratico, formazione che ha sostenuto la candidatura di Obrador, ha ottenuto 125 deputati alla Camera e 29 Senatori e si propone come seconda forza politica del Paese. Questo dato, però, arriva ancora prima di conoscere chi sarà il futuro presidente della Repubblica messicana che governerà il Paese dal prossimo dicembre al 2012 e che sostituirà Vicente Fox, giunto a fine mandato. I dati definitivi delle elezioni presidenziali tenute il 2 luglio scorso, dunque, sono ancora in alto mare e il Tribunal Electoral Federal, organo competente per ufficializzarne il risultato avrà tempo fino al 6 settembre prossimo per dichiarare il nuovo presidente. Non solo. Entro il 31 agosto il Tribunale elettorale federale dovrà cercare di sbrogliare la questione dell'impugnazione del conteggio, fatta dal candidato del Prd, Andres Manuel Lopez Obrador, il quale sostiene di essere a conoscenza di brogli elettorali e di avere ragioni a sufficienza per dichiararsi presidente. Dopo il primo conteggio dei voti Felipe Calderon aveva ottenuto circa 244 mila voti in più rispetto a Obrador, che in un paese enorme come il Messico si traducono in un misero vantaggio di 0,5 punti percentuali. Dal Prd. “Hanno deciso di impedirmi di essere eletto con ogni mezzo”, sostiene Lopez Obrador dallo Zocalo di Città del Messico, dove da alcune settimane è accampato con centinaia di suoi sostenitori in segno di protesta. Il candidato della sinistra ha anche fatto sapere che sarà possibile che il prossimo settembre il Messico possa avere due presidenti: si dice infatti disposto a dichiararsi vincitore nonostante la decisione che sarà presa da Tribunal Electoral Federal. Secondo le dichiarazioni di Obrador nel caso in cui il Tribunale confermasse i dati e che vedono in vantaggio dello 0,5 per cento il candidato conservatore, Calderon, i messicani avranno un “presidente illegittimo” e non lo riconosceranno. Obrador è andato anche oltre e ha fatto sapere che “Secondo l’articolo 39 della Costituzione il potere viene dal popolo e stabilisce che in qualsiasi momento questo ha il diritto di cambiare la forma del suo governo”. Nel frattempo Ruben Aguilar, portavoce dell’attuale presidente Vicente Fox, in polemica con Obrador ha detto: “Autoproclamarsi presidente è una fantasia. Poi ognuno è libero di farlo, ma non avrà nulla a che fare con un presidente eletto dal popolo”. Dal Pan. Ovviamente di diverso avviso le dichiarazioni che arrivano dal Pan. “Abbiamo vinto le presidenziali, punto” sostiene Felipe Calderon, in polemica con il candidato della sinistra. “Abbiamo ottenuto la maggioranza al Senato e alla Camera – ha continuato il leader conservatore – e a questo punto riteniamo di esserci aggiudicati anche la presidenza del paese”. Non solo. Il cattolicissimo Calderon è anche sicuro che alla fine dei conteggi il suo vantaggio su Obrador “aumenterà in modo considerevole”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6147 Alessandro Grandi

L'Apocalisse è vicina Intervista sulla situazione in Medio Oriente. Noam Chomsky Il Professor Noam Chomsky, intervistato da Merav Yudilovitch per un giornale israeliano, spiega perché ha firmato la lettera contro i crimini di guerra di Israele ed illustra la sua analisi della incandescente situazione in Medio Oriente. -------------------------------------------------------------------------------- La scorsa settimana, un gruppo di rinomati intellettuali ha pubblicato una lettera aperta che criticava Israele per intensificare il conflitto in Medio Oriente. La lettera, che si riferiva soprattutto allo schieramento di forze tra le autorità israeliane e palestinesi, ha provocato molta collera tra i lettori di Ynet e Ynetnews, dovuta specialmente alla sua affermazione che lo scopo della linea politica condotta da Israele, è di eliminare lo stato nazionale palestinese. La lettera era stata formulata dal critico d'arte e scrittore John Berger e, tra i suoi firmatari, c'erano il vincitore del Premio Nobel drammaturgo Harold Pinter, il linguista e teorico Noam Chomsky, il Premio Nobel poeta José Saramago, il Premio Booker poeta Arundhati Roy, lo scrittore americano Russell Banks, lo scrittore e commediografo Gore Vidal e lo storico Howard Zinn. Professor Chomsky, lei ha affermato che la provocazione e la contro-provocazione servono tutte e due come distrazione dal problema di fondo. Che cosa significa? Chomsky: Presumo che si stia riferendo alla lettera di John Berger (che, tra gli altri, ho firmato anch'io). Il "problema di fondo", che si sta fingendo di non conoscere, è la distruzione sistematica di qualsiasi prospettiva di una possibile esistenza palestinese, poiché Israele si appropria di terreni di grande valore e di risorse di primaria importanza, lasciando sempre più piccole aree ai palestinesi, cantoni invivibili, prevalentemente separati gli uni dagli altri e da quel po' di Gerusalemme che è rimasto ai palestinesi, e completamente imprigionati da Israele che occupa la Valle del Giordano. Naturalmente, questo programma di riallineamento, mascherato cinicamente da "ritiro", è completamente illegale, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e del verdetto all'unanimità della Corte Internazionale di Giustizia [World Court] (compresa la dichiarazione di dissenso da parte del Giudice americano Buergenthal). Se viene messo in atto, come programmato, comporterà la fine del consenso internazionale, molto esteso, su una soluzione a due stati, che gli Stati Uniti e Israele hanno ostacolato unilateralmente per 30 anni - questioni, che sono così ben documentate, che non è necessario riconsiderarle anche qui. Per tornare alla sua precisa domanda, persino un'occhiata distratta alla stampa occidentale rivela che gli sviluppi più importanti nei territori occupati vengono ancora più emarginati dal conflitto in Libano. La distruzione in corso di Gaza - che, di rado, è stata in primo luogo riportata seriamente - è sfumata per lo più in secondo piano, e l'acquisizione sistematica della West Bank è di fatto scomparsa. Non arriverei, comunque, fino all'implicazione insita nella sua domanda, che questo ero uno scopo della guerra, in quanto ne è indubbiamente l'effetto. Dovremo rammentare che Gaza e la West Bank sono riconosciute come unite, cosicché, se la resistenza ai programmi illegali di distruzione da parte di Israele all'interno della West Bank (e sarebbe interessante prendere in considerazione un'argomentazione ragionevole di contenuto opposto) è legittima, allora lo è allo stesso modo a Gaza. Lei sostiene che il mondo dei media si rifiuta di mettere in collegamento ciò che sta accadendo nei territori occupati con quello che succede in Libano? Chomsky: Sì, ma quella è la minore delle accuse che dovrebbero essere scagliate contro il mondo dei mezzi d'informazione e gli ambienti intellettuali, in generale. Una delle accuse più gravi viene sollevata nel paragrafo d'apertura della lettera di Berger. Richiamiamo alla mente i fatti. Il 25 giugno, venne catturato il Caporale Gilad Shalit, suscitando, in tutto il mondo, grida smisurate di indignazione che, di giorno in giorno, sono continuate fino al culmine, ed una intensificazione degli improvvisi e forti attacchi israeliani a Gaza, suffragati sulla base del fatto che la cattura di un soldato sia un crimine grave, per il quale la popolazione debba essere punita. Un giorno prima, il 24 giugno, le forze israeliane rapirono due civili di Gaza, Osama and Mustafa Muamar, un crimine, comunque lo si giudichi, molto più grave della cattura di un soldato. I rapimenti dei Muamar erano sicuramente noti alla maggior parte dei media del mondo. Vennero riportati immediatamente dalla stampa israeliana di lingua inglese, in pratica comunicati stampa delle Forze Armate Israeliane (IDF). E ci furono alcuni servizi giornalistici brevi, sporadici e di scarsa considerazione in molti quotidiani in giro per gli Stati Uniti. Cosa molto significativa, non ci furono dichiarazioni, repliche, e nessun appello ad attacchi militari o terroristici nei confronti di Israele. Una ricerca su Google rivelerà rapidamente l'importanza relativa data in Occidente al rapimento di civili da parte delle Forze Armate Israeliane (IDF) e della cattura di un soldato israeliano il giorno successivo. I due eventi appaiati, ad un giorno di distanza, dimostrano con aspra lucidità, che l'ostentazione di sdegno riguardo il rapimento di Shalit fu un cinico imbroglio. Essi rivelano che secondo gli standard morali occidentali, il rapimento dei civili è ben giustificato, se viene fatto da "parte nostra", ma la cattura di un soldato a "nostro scapito" un giono dopo è un crimine spregevole che richiede una punizione severa della popolazione. Come ha esattamente scritto Gideon Levy su Ha'aretz, il rapimento di civili da parte delle Forze Armate Israeliane (IDF) il giorno prima della cattura del Caporale Shalit, elimina qualsiasi "base legittima per le operazioni delle IDF" e possiamo aggiungere anche qualsiasi base legittima di appoggio a queste operazioni. Gli stessi elementari principi morali rinviano al rapimento dei due soldati israeliani il 12 luglio, vicino al confine con il Libano, acuiti, in questo caso, dall'ordinaria e pluriennale prassi israeliana di rapire i libanesi e di tenerne molti come ostaggi per lunghi periodi. Veramente vergognoso Chomsky: Nel corso dei molti anni in cui Israele ha portato a termine con regolarità queste pratiche, persino il rapimento in acque extraterritoriali, nessuno ha mai sostenuto che questi crimini giustificassero il bombardamento e cannoneggiamento di Israele, l'invasione e distruzione di gran parte del paese, o azioni terroristiche all'interno. Le conclusioni sono dure, chiare e del tutto inequivocabili - e perciò insabbiate. Tutto questo è, ovviamente, di straordinaria importanza nel caso attuale, dato specialmente il clamoroso tempismo. Che è, suppongo, la ragione per cui la maggior parte dei media scelgono di evitare i fatti importanti, a parte le poche frasi sporadiche e di scarsa considerazione, rivelatrici del fatto che essi considerano il rapimento una questione di nessun significato, se condotto dalle forze israeliane appoggiate dagli Stati Uniti. Gli apologeti dei crimini di stato rivendicano che il rapimento dei civili di Gaza sia giustificato dalle affermazioni delle Forze Armate Israeliane (IDF) che questi sono "militanti di Hamas" o che stavano pianificando dei reati. Secondo la loro logica, dovrebbero lodare, pertanto, la cattura di Gilad Shalit, un soldato di un esercito che stava cannoneggiando e bombardando Gaza. Queste performance sono veramente vergognose. Sta parlando anzitutto del riconoscimento dello stato nazionale palestinese, ma questo risolverà la "minaccia iraniana"? Spingerà gli Hezbullah fuori dal confine con Israele? Chomsky: In pratica, tutti gli osservatori informati concordano che una risoluzione giusta ed equa della situazione dei palestinesi indebolirebbe considerevolmente la rabbia e l'odio nei confronti di Israele e degli Stati Uniti nel mondo arabo e musulmano - e molto al di là di questo, come rivelano i sondaggi internazionali. Un tale accordo è senza dubbio a portata di mano, se Stati Uniti ed Israele abbandonano la loro repulsione di antica data. Riguardo all'Iran e agli Hezbullah c'è, naturalmente, molto più da dire e qui, posso solo accennare ad alcuni punti fondamentali. Cominciamo dall'Iran. Nel 2003, l'Iran si offrì di trattare le questioni irrisolte con gli Stati Uniti, comprese quelle nucleari e la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese. L'offerta venne fatta dal governo moderato di Khatami, con l'appoggio del "leader supremo" della linea dura, l'Ayatollah Khamenei. La risposta dell'amministrazione Bush fu quella di censurare il diplomatico svizzero che aveva portato l'offerta. Nel giugno 2006, l'Ayatollah Khamenei ha rilasciato una dichiarazione ufficiale che affermava che l'Iran era d'accordo con i paesi Arabi sulla questione della Palestina, significando questo, che accettava la richiesta, fatta nel 2002, dalla Lega Araba di una piena normalizzazione nelle relazioni con Israele in una soluzione a due stati, in conformità con il consenso generale internazionale. Il tempismo di questa affermazione suggerisce che avrebbe potuto essere un ammonimento al suo subalterno Ahmadenijad, alle cui dichiarazioni incendiarie veniva data ampia pubblicità in Occidente, diversamente da quella data alla dichiarazione molto più importante del suo superiore Khamenei. L'OLP, naturalmente, ha appoggiato ufficialmente una soluzione a due stati per molti anni, e ha sostenuto la proposta della Lega Araba del 2002. Hamas ha indicato anche la sua volontà di negoziare una soluzione a due stati, come è certamente ben noto ad Israele. Si dice che Kharazzi sia l'autore della proposta del 2003 di Khatami e Khamanei. Gli Stati Uniti ed Israele non vogliono sentire nulla di ciò. Non vogliono nemmeno sentire che l'Iran sembra essere l'unico paese ad aver accettato la proposta del direttore dell'IAEA [Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica - n.d.t.], Mohammed ElBaradei, di mettere sotto il controllo internazionale tutti i materiali fissili utilizzabili per le armi, un passo nella direzione di un Trattato, controllabile, sul Bando della Produzione del Materiale Fissile per scopi bellici [Fissile Materials Cutoff Treaty - FMCT]. La proposta di ElBaradei, se messa in atto, non solo porrebbe fine alla crisi nucleare iraniana, ma si occuperebbe anche di una crisi di gran lunga più seria: la minaccia crescente di una guerra nucleare, che induce analisti strategici di prim'ordine a mettere in guardia da "un'Apocalisse fra breve" (Robert McNamara), se le linee politiche continueranno sulla rotta attuale. Gli Stati Uniti si oppongono con forza ad un Trattato, controllabile, sul Bando della Produzione del Materiale Fissile per scopi bellici (FMCT), ma di là delle obiezioni statunitensi, il trattato è giunto ad una votazione alle Nazioni Unite, dove è passato per 147 voti a 1, con due astensioni: Israele, che non può opporsi al suo sostenitore e, in modo più interessante, la Gran Bretagna di Blair, che mantiene un certo grado di autorità. L'ambasciatore britannico ha affermato che la Gran Bretagna appoggia il trattato, ma "divide la comunità internazionale". Ancora una volta, queste sono questioni che vengono di fatto taciute al di fuori degli ambienti specializzati e sono questioni di pura sopravvivenza delle specie, che si spingono molto al di là dell'Iran. Si ritiene comunemente che la "comunità internazionale" abbia convocato l'Iran per chiedergli di abbandonare il suo diritto, riconosciuto dalla legge, di arricchire l'uranio. Che è vero, se definiamo "comunità internazionale" Washington e chiunque, si dia il caso, si accompagni ad essa. Non è certamente vero del mondo intero. I paesi non-allineati hanno vigorosamente avallato il "diritto inalienabile" dell'Iran di arricchire l'uranio. E, piuttosto eccezionalmente, i sondaggi internazionali rivelano che in Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita, una maggioranza della popolazione preferisce accettare un Iran armato atomicamente, più di qualsiasi azione militare americana. I Paesi non allineati chiedono anche un Medio Oriente denuclearizzato, una richiesta di vecchia data della comunità internazionale autentica, bloccata di nuovo da Stati Uniti ed Israele. Bisognerebbe ammettere che la minaccia delle armi nucleari israeliane viene presa molto seriamente nel mondo. Come spiegato dall'ex Comandante in Capo del Comando Strategico USA, Generale Lee Butler, "è estremamente pericoloso che, nel calderone delle animosità che chiamiamo Medio Oriente, una nazione si sia armata, apparentemente, con scorte di armi nucleari, probabilmente annoverabili a centinaia, e induca altre nazioni a fare lo stesso." Israele non sta facendo un favore a se stesso, se ignora queste preoccupazioni. E' anche piuttosto importante il fatto che, quando l'Iran era governato dal tiranno, insediato da un colpo di stato militare appoggiato dagli USA e dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti - compresi Rumsfeld, Cheney, Kissinger, Wolfowitz ed altri - appoggiarono energicamente i programmi nucleari iraniani, che oggi condannano, e contribuirono a fornire all'Iran i mezzi per perseguirli. Questi fatti sono certamente ben presenti agli iraniani, così come essi non hanno dimenticato il sostegno molto forte degli Stati Uniti e dei loro alleati per Saddam Hussein, durante la sua aggressione criminale, compreso l'aiuto fornito nello sviluppare le armi chimiche che uccisero centinaia di migliaia di iraniani. Mezzi pacifici Chomsky: Ci sarebbe da dire molto di più, ma sembra che la "minaccia iraniana", alla quale lei fa riferimento nella sua domanda, possa essere affrontata con mezzi pacifici, se gli Stati Uniti e Israele fossero d'accordo. Non possiamo sapere se le proposte iraniane siano serie, finché non vengono esaminate. Il rifiuto israelo-statunitense di analizzarle e il silenzio dei media statunitensi (e, per quanto ne sappia, europei), suggeriscono che i governi temono che queste possano essere serie. Dovrei aggiungere che, al mondo esterno sembra, a dir poco, un po' strano che Stati Uniti ed Israele mettano in guardia dalla "minaccia iraniana", quando loro e soltanto loro stanno elargendo minacce di lanciare un attacco, minacce che sono immediate e credibili, in grave violazione del diritto internazionale, e si stanno preparando, molto alla luce del sole, ad un tale attacco. Qualunque cosa si pensi dell'Iran, non gli si può fare nessuna accusa di questo genere. E', inoltre, evidente al mondo, se non agli Stati Uniti e ad Israele, che l'Iran non ha mai invaso nessun altro paese, cosa che, invece, Stati Uniti ed Israele fanno regolarmente. Anche in merito agli Hezbullah ci sono discussioni difficili e serie. Come è ben noto, il movimento degli Hezbullah si è formato in reazione all'invasione del Libano, da parte di Israele, nel 1982 e alla sua dura e brutale occupazione in violazione delle disposizioni del Consiglio di Sicurezza. Ha ottenuto un notevole prestigio sostenendo il ruolo principale nello scacciare gli aggressori. L'invasione del 1982 fu portata a termine dopo un anno in cui Israele bombardava regolarmente il Libano, cercando disperatamente di strappare, da parte dell'OLP, una qualche violazione della tregua del 1981 e, quando fallì, attaccò comunque, con il ridicolo pretesto che l'Ambasciatore Argov era stato ferito (da Abu Nidal, che era con l'OLP in guerra). L'invasione era chiaramente intesa, come di fatto ammesso, a porre fine alle imbarazzanti iniziative dell'OLP per una trattativa, una "vera e propria catastrofe" per Israele, come ha fatto notare Yehoshua Porat. Scuse vergognose Chomsky: Era una "guerra per la West Bank", come era stata definita a quel tempo. Anche le invasioni successive avevano pretesti vergognosi. Nel 1993, gli Hezbullah avevano violato "le regole del gioco", annunciava Yitzhak Rabin: queste regole israeliane, permettevano ad Israele di compiere attacchi terroristici a nord della "zona di sicurezza" da loro detenuta illegalmente, ma non permetteva ritorsioni interne in Israele. L'invasione di Peres del 1996 aveva simili pretesti. E' comodo dimenticare tutto ciò, o inventare storielle sul bombardamento della Galilea del 1981, ma questa non è una procedura né allettante, né saggia. Il problema delle armi degli Hezbullah è abbastanza grave, senza dubbio. La Risoluzione 1559 chiede il disarmo di tutte le milizie libanesi, ma il Libano non ha convertito in legge quella disposizione. Il Primo Ministro Fuad Siniora descrive l'ala militare Hezbullah come "resistenza piuttosto che milizia e, pertanto, esente dalla" Risoluzione 1559. Nel giugno 2006 è fallito un Dialogo Nazionale per risolvere il problema. Il suo scopo principale era di formulare una "strategia nazionale di difesa" (vis-à-vis con Israele), ma è rimasto ad un punto morto sulla richiesta degli Hezbullah di "una strategia difensiva che permettesse alla Resistenza Islamica di mantenere le proprie armi come deterrente a possibili aggressioni da parte di Israele", in assenza di qualsiasi alternativa credibile. Gli Stati Uniti potevano, se preferivano, fornire una garanzia credibile contro un'invasione da parte di uno stato satellite, ma questo avrebbe richiesto un brusco cambiamento in una politica di vecchia data. In secondo piano rimangono fatti importanti, messi in evidenza da molti corrispondenti veterani del Medio Oriente. Rami Khouri, che adesso è un editore del giornale libanese Daily Star, scrive che "i libanesi e i palestinesi hanno risposto agli attacchi israeliani, persistenti e sempre più feroci, contro intere popolazioni civili, creando leadership parallele o alternative, che li possano proteggere e fornire loro dei servizi essenziali. Nella sua lettera, non fa riferimento alle perdite di Israele. C'è una differenziazione nella sua opinione tra le perdite civili israeliane di guerra e le perdite di libanesi o palestinesi? Chomsky: Questo non è esatto. La lettera di John Berger è molto esplicita sul non fare distinzioni tra le perdite di Israele e di altri paesi, in quanto afferma: 'Entrambe le categorie di missile fanno a pezzi, orribilmente, i corpi - chi, se non i comandanti in campo, può dimenticare ciò, anche se per un momento.' Lei ha affermato che il mondo sta collaborando con Israele all'invasione del Libano, mentre non sta interferendo negli eventi di Gaza e Jenin. A quale scopo serve questo silenzio? Chomsky: La grande maggioranza del mondo non può fare nulla se non protestare, sebbene ci si aspetti chiaramente che l'intensa rabbia e il risentimento, causati dalla violenza israelo-statunitense - come in passato - si rivelino un dono per gli elementi più estremisti e violenti, mobilitando nuove reclute alla loro causa. Le tirannie arabe appoggiate dagli Stati Uniti hanno sì condannato gli Hezbullah, ma sono state costrette a cedere al timore delle loro stesse popolazioni. Persino Re Abdullah dell'Arabia Saudita, l'alleato più fedele (e più importante) di Washington, è stato costretto a dichiarare che "che se l'opzione della pace viene respinta a causa dell'arroganza di Israele, allora rimane soltanto l'opzione della guerra e nessuno conosce quali ripercussioni ci saranno sull'intera regione, comprese guerre e conflitti che non risparmieranno nessuno, neanche coloro il cui potere militare li sta inducendo a giocare con il fuoco. Così come l'Europa non è disposta a testimoniare contro l'amministrazione USA, che ha messo in chiaro che appoggia la distruzione della Palestina e la violenza di Israele. Riguardo alla Palestina, la presa di posizione di Bush, pur essendo estrema, ha le sue radici nelle politiche precedenti. La settimana a Taba, nel gennaio 2001, è la sola vera e propria interruzione, in 30 anni, del rifiuto da parte degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti appoggiarono fortemente anche le prime invasioni israeliane del Libano, sebbene nel 1982 e nel 1996, obbligarono Israele a porre fine alla sua aggressione, quando le atrocità stavano raggiungendo un punto che danneggiava gli interessi USA. Si può generalizzare, purtroppo, una dichiarazione di Uri Avnery, riguardo a Dan Halutz, il quale "osserva il mondo sottostante attraverso il congegno di puntamento per il lancio delle bombe". Quasi lo stesso è vero nei confronti di Rumsfeld-Cheney-Rice ed altri pianificatori di alto livello dell'amministrazione Bush, nonostante la retorica consolatoria di circostanza. Come rivela la storia, quella visione del mondo non è insolita tra coloro che detengono un vero e proprio monopolio dei mezzi per fare violenza, con conseguenze che non è il caso di riconsiderare qui. Qual è il prossimo capitolo di questo conflitto in Medio Oriente, per come lo vede lei? Chomsky: Non conosco nessuno abbastanza temerario da fare pronostici. Gli Stati Uniti e Israele stanno sobillando le forze popolari, che sono molto minacciose e che ci guadagneranno soltanto in potere, diventando più estremiste, se Stati Uniti ed Israele si ostineranno a demolire ogni speranza di realizzazione dei diritti nazionali palestinesi e a distruggere il Libano. Si dovrebbe anche ammettere che la prima preoccupazione di Washington è, come in passato, non tanto Israele ed il Libano, quanto le vaste risorse di energia del Medio Oriente, riconosciute 60 anni fa come una "fonte stupenda di potere strategico" e "uno dei più grandi tesori materiali della storia mondiale". Possiamo aspettarci con fiducia che gli USA continueranno a fare tutto ciò che possono per controllare questa impareggiabile fonte di potere strategico. Che potrebbe non essere facile. La straordinaria incompetenza dei pianificatori di Bush ha prodotto una catastrofe in Iraq, anche per i loro stessi interessi. Stanno persino affrontando la possibilità dell'incubo finale: una libera alleanza Shi'a, che controlli le maggiori riserve energetiche del mondo e sia indipendente da Washington - o, ancor peggio, che stabilisca legami piu' stretti con l'Asian Energy Security Grid e Shanghai Cooperation Council con sede in Cina. I risultati potrebbero essere veramente apocalittici. E, anche nel minuscolo Libano, l'eminente studioso accademico libanese, esperto del fenomeno degli Hezbullah e critico severo dell'organizzazione, descrive il conflitto in corso in "termini apocalittici", ammonendo che, forse, "si darebbe carta bianca all'inferno" se il risultato della campagna israelo-statunitense lasciasse una situazione in cui "la comunità sciita è in fermento, con rancore, contro Israele, gli Stati Uniti e il governo, che percepisce come suo traditore." Non è un segreto che, negli anni passati, Israele abbia contribuito a distruggere il secolare nazionalismo arabo e a creare il movimento Hezbullah e Hamas, proprio come la violenza statunitense ha accelerato l'ascesa del fondamentalismo degli estremisti islamici ed il terrore della jihad. I motivi sono sottintesi. Ci sono avvertimenti costanti riguardo a ciò da parte delle Agenzie di Intelligence occidentali e degli specialisti più eminenti in queste materie. Si può fare lo struzzo e trovare conforto in un "consenso onnipresente" sul fatto che ciò che facciamo è "giusto e morale" (Maoz), ignorando le lezioni della storia recente o la semplice ragionevolezza. O si possono fronteggiare i fatti e affrontare i dilemmi, che sono molto seri, con mezzi pacifici. Sono a disposizione. Il loro successo non può mai essere garantito. Ma possiamo essere ragionevolmente fiduciosi, che osservare il mondo attraverso il congegno di puntamento per il lancio delle bombe, porterà ulteriore infelicità e sofferenza e, forse, anche "l'apocalisse a breve". Z-Net.it

Uncini e cuori a Sarajevo Da Sarajevo, scrive Nicola Falcinella In corso il 12mo Sarajevo Film Festival. Un cuore che batte quasi ignorato nella città bosniaca. Anche se il cinema è tra i principali prodotti d'esportazione della Bosnia di oggi La giuria del Festival Due uncini capovolti che si congiungono a formare un cuore. È il logo, simbolo di come gli oggetti (e le situazioni) possano essere ribaltati fino a cambiarne il senso, del Sarajevo Film Festival che in questi giorni sta vivendo la dodicesima edizione. Un cuore che batte quasi ignorato dentro la città bosniaca: pochi se ne interessano, gran parte degli abitanti quasi non vi fa caso. Questo nonostante il cinema sia ora il principale prodotto d’esportazione della Bosnia insieme alle centinaia di migliaia di emigranti. I film e i registi – Danis Tanovic, Jasmila Zbanic, Srdjan Vuletic, Pjer Valica, Ahmet Imamovic e altri – sono il miglior biglietto da visita di un Paese in tutti i sensi ancora troppo lontano dall’Europa. I film – di finzione o documentari – di casa sono fra i più interessanti visti nei primi giorni. E anche i migliori fra gli stranieri – il croato “Put lubenica – La strada dei meloni” di Branko Schmidt e lo svizzero-serbo “Das Fraulein” di Andrea Staka – hanno a che fare con la Bosnia. Accanto ai bosniaci, sono i rumeni i più apprezzati, con un gruppo di opere espressione di una stagione particolarmente fruttuosa (iniziata da “La morte del signor Lazarescu” di Cristi Puiu nella primavera 2005) che si spera non si arresti. Il compatto e forte “Paper Will Be Blue”, opera seconda di Radu Munteanu, tutto ambientato nella notte del 21 dicembre che precedette la “rivoluzione” contro Ceausescu, e la commedia amara “12:08 East of Bucharest – C’era o non c’era” di Corneliu Porumboiu. Il tema, in chiave diversa, è lo stesso, ma Munteanu segue una pattuglia di soldati (e la loro contrapposizione alla Militia), Porumboiu cerca di estrarre la verità da tre “reduci”. La Bosnia ha in gara ben 3 opere prime su 9 film nella competizione regionale. Il più applaudito (e fra i più votati dal pubblico dopo “The Road to Guantanamo” di Michael Winterbottom) è stato Jasmin Duraković con il pur debole e stereotipato “Nafaka”. Una storia corale quella di Antonio Nuić con “Sve dzaba – All for Free”. Una sorta di favoletta protagonista un trentenne (che somiglia a Leonardo Pieraccioni) al suo primo lavoro, un modo per far emegere che non tutto va secondo i piani e a un’azione spesso non corrisponde la conseguenza desiderata. Alla morte dei suoi amici (per una vendetta amorosa) decide di vendere la casa di famiglia, acquistare un furgone e girare in tondo la Bosnia offrendo bibite gratis fra lo sconcerto (e la rabbia) generale. Un film sull’impossibilità di capirsi e sull’impossibilità di evadere dalle situazioni: le soluzioni, le cose che ci cambiano la vita sono dentro di noi. Un po’ quello che ha detto Nick Nolte, ospite d’onore del Festival: “Il mondo oggi ha bisogno di pace, ma la pace non è solo assenza di guerra, è qualcosa che deve partire da dentro di noi e con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno”. Il talentuoso ungherese Péter Mészáros ha mostrato in “Kythera” la vita di una coppia annoiata che passa il tempo guardando spot pubblicitari, partite di calcio e spettegolando sulle due belle vicine. Su tutto il sogno e la suggestione del quadro “L’imbarco per Citera” di Watteau che suggerisce una vacanza risolutiva. Anche di un aborto lasciato sullo sfondo. Il film è visivamente molto ricco e curato (con un uso insolito dei dettagli) ma alla fine sembra lasciare il tempo che trova. Anche “Put lubenica – La strada dei meloni” dell’unico autore “esperto” – ha realizzato già sette opere – selezionato per la gara, il croato Branko Schmidt, è un film che svanisce in fretta dalla memoria e dal cuore. Il regista di “Vukovar” (1994, il primo film sulla guerra) racconta amore, immigrazione clandestina e vendetta sulle rive della Sava. Siamo sul confine tra Bosnia e Croazia, un ricettacolo di perdenti che credono d’esser grandi e quando non sanno cosa dire sparano. Il giovane protagonista si tiene prima tutto dentro (il dolore e l’amore per una ragazza cinese, unica sopravvissuta al ribaltamento della barca durante un tentativo di traversata), poi esplode in una sparatoria alla Clint Eastwood. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6061/1/51/


agosto 26 2006

Padoa-Schioppa e le vestali dell'economia dura e pura di EUGENIO SCALFARI Una frizzante polemica agostana ha opposto nei giorni scorsi Francesco Giavazzi, studioso di economia e collaboratore del Corriere della Sera, e Tommaso Padoa-Schioppa ministro dell'Economia, sui criteri che dovranno presiedere alla redazione della legge finanziaria che sarà presentata alle Camere entro il 30 settembre prossimo. Giavazzi ha dedicato al tema un primo articolo lamentando insufficienza di informazione, accusando Padoa-Schioppa di incertezza e timidità di fronte alle resistenze ideologiche e a quelle corporative delle categorie più forti; il ministro gli ha risposto per le rime con una lettera privata indirizzata per conoscenza ad una novantina di personalità del mondo economico e bancario; Giavazzi ha controreplicato con un secondo articolo. Molti altri opinionisti sono entrati in lizza su vari giornali (anche sul nostro) occupandosi prevalentemente o addirittura esclusivamente del bizzarro modo di comunicazione adottato da Padoa-Schioppa - per metà privato e per metà pubblico - e censurandolo. Censura pressoché unanime e diffusamente argomentata. Nessuno (o pochissimi) è entrato nel merito della polemica. Il ministro dal canto suo ha dichiarato che risponderà con la legge finanziaria, cioè con i fatti, considerando chiusa la polemica con Giavazzi. Sarà chiusa per lui, ma non per tutti. Ci sono infatti varie questioni che quella polemica ha suscitato. È singolare che la sola affrontata nei vari interventi sia stata quella della "scorrettezza" nelle modalità di risposta del ministro. Anch'io la considero bizzarra: poteva non rispondere o ribattere con un articolo o con una lettera privata. Ha scelto invece un quarto modo. Irrituale. Ha sbagliato. Un ministro deve avere più considerazione per l'opinione pubblica. Figuriamoci se non sono d'accordo. Aggiungo: meglio un'agenzia di stampa che un singolo giornale. I lettori di altri giornali diversi da quello prescelto non hanno anch'essi diritto d'essere informati? Ciò detto, aggiungo però che la questione delle modalità di risposta del ministro mi pare di scarso rilievo. Attiene più al cerimoniale che alla sostanza. Personalmente non mi appassiona. Non merita più di qualche riga. Enumero le altre questioni, fin qui immotivatamente trascurate: 1) Qual è, alla data di oggi 25 agosto, la politica economica del governo che avrà il suo sblocco nella legge finanziaria? 2) Il documento di programmazione (Dpef) già discusso e approvato dal Parlamento è ancora valido o è stato superato dai fatti? 3) Quali sono i fatti nel frattempo avvenuti che possono avere effetto sul Dpef e sulla Finanziaria 2007? Queste tre domande mi sembrano meritevoli di attenzione, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E poiché l'occasione ci è stata offerta dalla discussione agostana tra Giavazzi e Padoa-Schioppa, anche ai due "disputanti" dedicherò qualche breve parola di commento. *** Non mi sembra, come invece ha scritto nei suoi due articoli il professor Giavazzi, che la politica economica del governo sia incerta, timida o addirittura inesistente. Intanto giova precisare che la politica economica del governo ha i suoi titolari istituzionali nel presidente del Consiglio, nel ministro dell'Economia, nel viceministro con delega per le Finanze e nel ministro dello Sviluppo economico (o economia reale che dir si voglia). E la linea è quella indicata nel Dpef, già discussa e approvata dal Parlamento. Un programma che si estende a tutta la legislatura e prevede nel primo anno 15 miliardi destinati alla crescita e 20 miliardi al raddrizzamento del bilancio per recuperare avanzo primario delle partite correnti al netto degli oneri per il debito pubblico e rientro del deficit entro i parametri di Maastricht. Questi obiettivi-guida sono molto ambiziosi. La correzione complessiva, di 35 miliardi, equivale a 3 punti di Pil ai quali va aggiunto circa un altro mezzo punto per i rinnovi contrattuali che incidono sulla pubblica amministrazione. Mezzo punto di Pil sarà recuperato dalla "manovrina" del giugno scorso, già approvata dal Parlamento, per complessivi 7 miliardi tra l'ultimo semestre 2006 e il 2007. Il programma delle liberalizzazioni ha avuto inizio col decreto Bersani, anch'esso già convertito in legge. Quanto alle entrate, il miglioramento della congiuntura europea e le prime azzeccate mosse di Visco hanno già dato risultati promettenti. Luigi Spaventa stima che il miglior andamento delle entrare e la crescita del Pil potrebbero contribuire all'insieme della manovra per un punto e mezzo di Pil, pari a circa il 40 per cento dell'intera dimensione della Finanziaria. Dunque una Finanziaria più leggera, di fatto ridotta a 20 miliardi anziché i 35 previsti dal Dpef? Prodi e Padoa-Schioppa, finora, hanno respinto quest'ipotesi più accattivante. Probabilmente per non indebolire una partita politicamente impegnativa e lasciarsi un'uscita di riserva. Resta dunque integra, allo stato dei fatti la dimensione originaria di 35 miliardi da ottenere con maggiori entrate e minori spese nonché con una quota di provvedimenti "una-tantum" che non dovrebbero superare il mezzo punto di Pil. Finora tuttavia il governo non sembra interessato a utilizzare la strategia delle "una-tantum" così cara a Tremonti. Visco ha annullato l'ultimo condono rinunciando ad un'entrata di 2 miliardi. Mi aspettavo che le vestali della finanza pura e dura si dichiarassero soddisfatte per quella lodevole rinuncia che è un tassello prezioso nella lotta all'evasione, ma non ci sono stati applausi né riconoscimenti. Le vestali non applaudono, la loro castità le rende assai sopraccigliose. Vorrebbero ben altro anche se è difficile capire quanto e che cosa. *** La spesa. Il grosso nodo è la spesa. Dove taglierà Padoa- Schioppa? Avrà il consenso di Epifani e della Cisl? Di Giordano e di Cento? Di Brunetta e di Pomicino? Di Mastella e di Di Pietro? E soprattutto di Rutelli? Le vestali sono molto attente alle voci dissenzienti, di sinistra e di destra, nella maggioranza e fuori di essa. Un malizioso osservatore potrebbe interpretare quell'attenzione come sopravvalutazione, favoreggiamento, allegria di naufragi. Non mi permetto questa ricerca di intenzioni. Osservo soltanto che ci sono persone di retto sentire e di solida cultura che dichiarano simpatia per il centrosinistra e danno sistematicamente appoggio alle tesi della destra. La mia scelta è la sinistra, ma la destra ha sempre ragione: quante ce ne sono di persone che hanno fatto di questa prassi una bandiera? Io ne conosco parecchie ed ho i nomi sulla punta della lingua, ma anche voi, amici lettori, avete imparato a riconoscerle, perciò non c'è bisogno di farne l'elenco. Se richiesto lo farò con lettera privata al richiedente e poi ne farò avere copia a chi sia interessato all'argomento. *** Sulle spese la posizione di Prodi e di Padoa-Schioppa è chiara. Il metodo Brown-Siniscalco non funziona. I tetti posti ai ministeri e agli enti locali non funzionano. Almeno in Italia. Ci vogliono interventi mirati. I risultati non si ottengono tagliando. Tremonti tagliò "in limine litis", cioè poco prima che il suo governo chiudesse bottega, i fondi ai Comuni, alle Regioni, all'Anas, alle Ferrovie. Scaricò l'inevitabile chiusura dei cantieri, delle manutenzioni, della spesa sociale obbligatoria, sul governo che sarebbe venuto dopo e così fu. Le vestali applaudirebbero alla prosecuzione di quella politica? Spero di no. Certo si possono tagliare gli sprechi. Le spese eccessive del Senato. Le macchine blu. Le scorte inutili. Le spese di gemellaggio tra Comuni "europei". Bisognerà farlo. Spero si faccia. Fermo restando però che non si svuota il mare col cucchiaino. Allora, dice Padoa-Schioppa, bisogna intervenire sui meccanismi, modificare il funzionamento. Un esempio? Parametrare il numero degli insegnanti nelle scuole medie sulla consistenza degli alunni. In Italia c'è un insegnante ogni dieci alunni. Negli altri Paesi europei, Francia, Gran Bretagna, Germania, il rapporto oscilla tra i quattordici e quindici alunni per insegnante. Ecco un modo per cambiare i criteri di funzionamento. Il ministro ha indicato i settori sui quali interverrà: pubblica amministrazione, enti locali, previdenza, sanità. Ma come come come? Manca un mese e non c'è un solo comitato che studi e proponga. Le vestali sono in angoscia. Un mese vola. E loro, poverette, si strappano i pochi capelli che spuntano sotto le cuffie verginali. Qualcuno porta l'esempio del primo governo Amato, quello del '92. Nominato in luglio mise quattro gruppi di lavoro immediatamente all'opera e dopo quaranta giorni varò la sua Finanziaria ormai diventata storica. Ma Padoa-Schioppa? Ebbene, l'esempio è radicalmente sbagliato. Amato fu chiamato al governo di sorpresa. Ci doveva andare Craxi. Oppure De Michelis. Ma il presidente Scalfaro chiamò Amato. Per fortuna del Paese. Amato non aveva preparato nulla, non se l'aspettava quella chiamata. Perciò partì da zero e con l'acqua alla gola. E ce la fece. Onore al merito. La situazione di oggi non è questa. Padoa-Schioppa e Visco sono a lavoro da mesi. L'équipe del Tesoro, che è di prim'ordine, è a lavoro dai primi di giugno. L'unico sbaglio forse è di non aver informato Giavazzi. Ma chi è Giavazzi? *** Io apprezzo molto l'intelletto di Giavazzi. E poi è parente di Franco Cingano, del quale sono stato per quarant'anni fratello. Sarò fazioso, ma questo mi basta per avere di Giavazzi la massima stima. Ne vedo però anche qualche difetto e mi perdonerà se lo dico, papale papale. Appartiene a quel gruppo di tecnici i quali hanno la politica in gran dispetto. La politica è fonte di male per il semplice fatto che, in democrazia, ha bisogno del consenso. Si possono licenziare duecentomila dipendenti pubblici? Mandare a casa i dipendenti dell'Alitalia? Chiudere i cantieri dell'Anas? Sarebbe l'ideale. Giavazzi probabilmente sarebbe contento, non per bieco sadismo ma perché le cifre finalmente quadrerebbero. L'economia sarebbe quella raccontata nei libri di testo. Poi dopo, molto dopo, le cose riandrebbero nel verso giusto. Forse i licenziati sarebbero riassunti. O altri per loro. Via i privilegiati e dentro i talentuosi. È possibile? In America accade. Certo, in America... Anche qui? Non lo so. Quello che so di certo è che una strategia del genere produrrebbe in ventiquattr'ore la caduta del governo. Forse la fine della legislatura. Sei mesi di paralisi. Ai margini dell'Europa e forse fuori. I tecnici sono preziosi. Stimolanti. Hanno pieno diritto di parola. Vanno ascoltati. Ma quasi mai seguiti. Ci sono tuttavia tecnici che, messi alla prova, imparano anche le leggi della politica senza dimenticare quelle dell'economia. A me pare che Padoa-Schioppa sia tra questi. Non fosse per quella bizzarra comunicazione inviata per conoscenza a dritta e a manca. Quella no, mai più. E gli basti le gran tirate d'orecchio avute da quanti non avevano voglia di entrare nel merito. http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/economia/banche-nuovo/commento-economia/commento-economia.html

Il sole 24 ore i Call center Atesia e Iso lavoro Su IL Sole 24 ore del 23 agosto compaiono due articoli che mi hanno incuriosito : il primo sul caso Call Center Atesia e il secondo sull'Iso lavoro. IL Primo articolo è un commento: La Crociata contro i Call Center è imbarazzante per l'assurda idea di estremismo che secondo il commentatore - non è firmato - caratterizzerebbe il provvedimento dell'Ispettorato del lavoro. Ovvero L'atesia, tramite la legge BIagi, è la ditta che ha dato dignità al lavoro sommerso e non è vero che il ricorso al lavoro a progetto può mascherare lavoro subordinato. La durezza del Sole 24 ore sembra derivare dai commenti di vittoria di chi vorrebbe la cancellazione della Legge Biagi. Onestamente ci sarebbe da aspettarsi commenti più equilibrati da parte di un giornale come il sole 24 ore, non dichiarazioni di tifosi. L'intervista al Ministro Damiano dello stesso giornale dimostra chiaramente che l'iniziativa è stata preceduta da svariati controlli. Il Ministro chiarisce anche il senso della sua circolare: il criterio fondamentale per distinguere è che bisogna avere contratti di lavoro subordinato per l'inbound e contratti di lavoro parasubordinato per l'outbound (rispettivamente i servizi al cliente in cui è molto difficile che l'operatore possa gestire in proprio il lavoro e quelli come le ricerche di mercato o, in generale, le promozioni commerciali). Vogliamo regolarizzare il lavoro in tutto il settore. L'altro articolo sull'iso lavoro di Riccardo Ferrazza è sconcertante per la banalità dell'analisi, l'iso lavoro come saprete è dato dal numero delle ore complessive di lavoro svolto da uomini e donne tra casa e lavoro, che determina un complessivo sullo scarto dall'uguaglianza. L'Italia ha il più alto indice di disuguaglianza, nel 2003, lo ha detto la Fondazione De Benedetti in un convegno di presentazione di uno studio su Differenti ma uguali: ore totali di lavoro, differenze di genere e comportamenti sociali nell'uso del tempo in Europa e negli Stati Uniti", (presentazione, sommario)in cui gli autori hanno analizzato il diverso uso del tempo in Europa e Stati Uniti e di un altro su Effetti sul mercato del lavoro di riduzione dell'orario di lavoro in Europa", (presentazione, sommario) in cui gli autori hanno analizzato gli accordi istituzionali sull'orario di lavoro in diversi paesi europei. Secondo Ferrazza la spiegazione del caso italiano è dato dal fatto che le donne tra gli anni 80 e il 2000 hanno lavorato di più ma dentro casa rinunciando al lavoro e che questo non è un fatto di educazione dei figli perchè anche quelle senza figli riflettono la stessa situazione. Forse varrebbe la pena di scomodare la cultura e la mancanza di pari opportunità tanto per citare solo alcuni dei fattori che determinano una disuguaglianza di opportunità tra uomini e donne, ricordando a Ferrazza che per le imprese una donna è potenzialmente sempre una possibile madre, che abbia o non abbia figli e quindi se deve scegliere......... http://pollicino.blogosfere.it/

L’Uomo della Provvidenza «L’Italia deve essere cattolica e degli italiani, la sinistra pensa invece a un’Italia plurietnica». [Silvio Berlusconi. RaiNews24 25/08/06] Qualcuno gli dica che l’Italia cattolica non esiste (vedasi la Costituzione italiana, i Patti Lateranensi e il Concordato); esistono semmai degli italiani cattolici. «Don Giussani ebbe una parte importante nella decisione di lasciare tutte le mie cose per dedicarmi a qualcosa di completamente diverso: il servizio nei confronti della società. Don Giussani mi ha chiamato uomo della provvidenza». [Silvio Berlusconi. RaiNews24 25/08/06] L’Uomo della Provvidenza: l’unico uomo al mondo capace di triplicare il patrimonio personale, diventando il 25° uomo più ricco del Pianeta lasciando tutte le sue cose http://www.blogliedrico.net/2006/08/25/luomo-della-provvidenza/

in CL veritas Berlusconi:"Io sono condannato a continuare, anche per un fatto di egoismo e storia personale" Ci voleva il meeting agostano di Comunione e Liberazione per fargli ammettere esplicitamente quella verità così chiara fin da quando scese in campo. I ciellini di rimando, ben contenti applaudono la riuscita delle sue avventure tricologiche. http://foglie.ilcannocchiale.it/

Ferrero versus Grillo Ci. Gu. Gli aveva dato dell'«irresponsabile» e lui ha risposto, «con immutata stima». Faccia a faccia virtuale tra il comico genovese Beppe Grillo e il ministro per la solidarietà sociale Paolo Ferrero sul tema dell'immigrazione. Teatro della polemica il visitatissimo blog dell'umorista (www.beppegrillo.it). Grillo aveva lanciato il sasso qualche giorno fa, in un post in cui se la prendeva con il ministro che teorizza la facilitazione degli ingressi legali. Nel mirino l'affermazione di Ferrero sui 30 milioni di giovani africani pronti a «lasciare casa e affetti». Ma anche il presunto «tabù» sull'immigrazione, di cui si deve sempre parlare - argomenta Grillo - in modo «politically correct». Lo vada a spiegare ai Calderoli e alle Bertolini, verrebbe da dire. Ma anche alle duemila persone che hanno risposto alla sua lezione di libero pensiero condividendo le accuse lanciate contro chi non si preoccuperebbe della nostra emigrazione (quella dei cervelli) e in modo irresponsabile favorirebbe l'abbassamento delle garanzie sul lavoro e gli interessi dei «padroncini del nord». Insieme a comprensibili denunce sul funzionamento del mercato del lavoro italiano, giù le solite polemiche sulla criminalità, sulle città invivibili per colpa degli immigrati, sui nostri bambini da difendere da questa massa informe e compatta che sarebbero gli immigrati. Il «politically correct» non è di casa, questo è sicuro. Il ministro ha comunque deciso di rispondere e in duemila caratteri cerca di spiegare perché le leggi vigenti sono proprio quelle che portano al rischio di dumping sociale che Grillo imputa agli immigrati (insieme a qualche altra baggianata, tipo che i cpt sono posti dove si accolgono gli stranieri). Il ministro si ricorda anche di citare i morti in mare, su cui Grillo non spende neanche una parola - si sa, lui è lontano anni luce dal «buonismo». Un po' di populismo però non si nega a nessuno, e quindi il comico genovese propone di dedicare una parte del nostro Pil ai paesi poveri. Basta che se ne stiano a casa loro. «I poveri sono come al solito usati per fare la guerra ai più poveri», risponde in una lettera pubblica al comico genovese il responsabile immigrazione dell'Arci Filippo Miraglia, che accusa Grillo di «diffondere tesi razziste». E azzarda «Forse vuole riproporre lo sketch di Giobbe Covatta: 'non siamo noi che siamo razzisti: sono loro che sono napoletani'».www.ilmanifesto.it

Goal! Emozioni di un romanzo popolare Massimo Negri Nelle calde sere d'estate del Luglio 1974 la Fiat Bianchina familiare era stipata all'inverosimile. Di proprietà della ditta Olivetti di Casalmaggiore, l'aveva in uso il mio amico Luciano, fresco d'impiego e neo-patentato. Con lui alla guida salivamo io, Antonio, Giovanni, Pierluigi e Renato e si andava a Viadana a vedere le partite notturne di un torneo di calcio a sette giocatori percorrendo - per evitare il rischio di imbatterci nella polizia - l'argine maestro sterrato del Po. In breve, 10 km di sassi, risa e grida. Bravate da ragazzi. Avevo all'epoca sedici anni, ero alle prime uscite serali con gli amici e, assieme alle partite, mi piacevano le soste, al rientro, a casa di Luciano a Fossacaprara a mangiare pane e salame e a bere un bicchiere di lambrusco. La cantina col pavimento in terra battuta garantiva il grado ottimale di umidità ed era sempre emozionante il rito della scelta di quello pronto per essere portato in tavola e affettato. Conservo ancora quei sapori e quei profumi in un angolo del cuore. In quegli anni il calcio era la passione della mia vita. Assistere, per esempio, agli allenamenti dell'Inter alla "Pinetina" di Appiano Gentile, mentre ero ospite dagli zii a Milano, a pensarci adesso equivaleva a una sorta di rito di iniziazione. Vedere così da vicino la preparazione della squadra prediletta era, infatti, come entrare in un mondo magico con l’illusione di carpirne i segreti, le ragioni tecnico-tattiche e fisico-comportamentali per cui i propri beniamini erano divenuti dei campioni da imitare. Ma la fede nerazzurra non faceva velo alla curiosità di seguire pure le partite delle altre squadre in un'educazione alle sfide favorita dalla lettura quotidiana della Gazzetta dello Sport e dagli appuntamenti festivi con 90° minuto e/o la Domenica Sportiva. A distanza di tempo, dopo il lento e relativo distacco da quelle consuetudini, scriverne è un po' come aprire una scatola delle esperienze passate che, nei limiti della loro normalità, ricordano però l'intensità con la quale sono state vissute. Fissare sulla pagina i flashback affettivi che ancora regalano forse dimostra come talvolta la nostalgia non cede al rimpianto ma dona nuova energia. A suo modo, un sorriso della vita cui sono grato. Di quel periodo desidero pure qui ricordare, in particolare, una fotografia fatta da mio cugino Giuseppe a Romeno dove trascorrevo le vacanze estive coi nonni in montagna. Siamo nel campetto dietro casa dove lui stopper, l'altro cugino Luciano terzino e io portiere facevamo dei tiri. La porta non è una porta ma fa il suo dovere. La traversa è un filo dove stendere la biancheria e i pali sono di ferro da una parte, di legno dall'altra. La foto vede il portiere orizzontale a una certa altezza, in volo verso la palla. Curiosità: indosso un paio di jeans, uno dei miei capi preferiti. Più che azzardare un americano che sento poco, mi piacciono per quello che sono: un capo semplice, essenziale che poi sa fare la sua figura se ben accompagnato. E pur non volendo arrivare all'ex-portiere che va a specchiarsi in un paio di jeans per via di un volo in montagna a cercare di afferrare un pallone, vi aggiungo che i jeans li metto sempre volentieri anche adesso perché alle ragioni dette sopra si somma il fatto che sanno andare in lavatrice. Doppia convenienza: relativamente economici all'acquisto e poi all'uso. Tale valutazione - per restare al genere di letture dei tre cugini in montagna - ha forse un suo capostipite: zio Paperone. Salta fuori pure lui con le sue pepite d'oro. Mica stupido quel vecchio taccagno. Mi è sempre stato simpatico. Anche lui faceva dei tuffi, nei suoi dobloni. Col senno di poi, ci vedo l'attaccamento a una cosa tangibile, concreta. Era lui che, in fondo, prendeva in giro e con qualche proposito quel farfallone di Paperino che pensava solo a deridere lo zio e a giocare con Qui, Quo e Qua. Troppo facile, caro Paperino. Anche tu mi eri simpatico ma zio Paperone stava oltre. Non a caso finivi spesso nel suo sacco. E la metafora del sacco mi porta dritto a un quadretto che, anni dopo, comprai in un mercatino sotto i portici a Bologna. Esso vede un dondolo in sostanziale equilibrio. Da una parte c'è seduto zio Paperone mentre dall' altra parte c' è un sacco dei suoi amati dobloni. Qualcuno può vietarmi di vedere in quel sacco un cumulo di cultura, di idee? Pure il gioco del pallone può essere espressione d'arte. Maradona ne è stato un paradigma, per cui sposo in questa sede l'ironia di quei tifosi partenopei che, all'indomani dello scudetto vinto dal Napoli, misero un cartello al cimitero con la scritta: "non sapete cosa vi siete persi!". E resto in tema annotando la fortuna che ho avuto di conoscere un talento locale del calcio Anni 80. Il suo nome è Gianni Mantovani, la sua squadra la Casalese. Giovanili al Parma, si è distinto come mezz'ala di fioretto con vocazione al goal. In campo pareva starsene un po' in disparte ma quando entrava nel vivo dell'azione i suoi erano autentici tocchi di luce. Una classe innata, coltivata con la costanza degli allenamenti e una proverbiale correttezza coi compagni e gli avversari. Quando giocava lo seguivo, episodicamente, a distanza, da spettatore. Ora siamo buoni amici e quando capita che la conversazione scivoli sul pallone, i suoi sono cenni rapidi che hanno il sapore di citazioni quasi letterarie simili, per certi versi, a quelle che colgo quando leggo i pezzi di Gianni Mura su La Repubblica e/o di Roberto Beccantini su La Stampa. Gli anni della giovinezza sono ormai lontani e oggi guardo a quel mondo con occhi più disincantati e con il timore che la sportività sia una virtù un po' in declino. Riconosciuto con Beppe Severgnini che "l'Italia è uno dei quattro Paesi al mondo dove il calcio è un grande romanzo popolare (gli altri sono Brasile, Argentina e Inghilterra)" penso che, di fatto, esso è diventato una grande industria che vale mezzo punto di Pil. Una risorsa del Paese che rischia di mutare natura se non saranno erette barriere morali e civili e poste, a loro salvaguardia, regole stringenti. Pur nei fisiologici adattamenti al mutare dei tempi, penso che un' iniezione di sobrietà, a tutti i livelli, forse aiuterebbe a recuperare lo spirito agonistico dei momenti migliori contribuendo a riaggiustare il prezioso giocattolo. A dispetto di Calciopoli, la vittoria dell'Italia ai Mondiali di Germania 2006 ha offerto un nuovo saggio delle sue qualità con menzione per Gigi Buffon in formato extra con le sue parate e la sua guida della difesa e per Rino Gattuso diga a centrocampo e leader di un gruppo unito anche dalla voglia di cancellare coi fatti una delle pagine più nere della storia sportiva. Detto questo, continuo tuttavia a pensare che, al pari di ogni altra disciplina, il calcio possa ancora essere, soprattutto per chi lo pratica, una scuola di vita perché una partita, in campo e fuori, non è mai solo una partita ma una fonte per imparare a misurarsi con se stessi educandosi al fair play e al gusto delle fatiche in vista degli obiettivi individuali e di squadra. Va da sé, inoltre, che la verifica sul rettangolo di gioco di come i risultati dipendano dal merito come pure dal caso, può aiutare ad apprendere come le variabili accidentali, a volte, ribaltino le logiche razionali degli schemi in maniera che gli andamenti effettivi delle cose possono paragonarsi a quei disegni a tavolino che, nella loro traduzione pratica, sono scarabocchiati o, diversamente, abbelliti dall'insorgere di imprevedibili dettagli di circostanza (un infortunio, un autogoal, una espulsione, una svista arbitrale e via dicendo). Unita a questi discorsi c'è sempre però la sfera della passione ultima per il pallone che corre sull'erba, gonfia la rete e scalda i cuori. E' per tale ragione che ci tengo a concludere il racconto con una poesia che esprime, come la prosa non potrebbe, le emozioni che il gioco del calcio può suscitare. La poesia è di Umberto Saba e ha per titolo "Goal": Il portiere caduto alla difesa ultima vana, contro terra cela la faccia, a non vedere l'amara luce. Il compagno in ginocchio che l'induce, con parole e con mano, a sollevarsi, scopre pieni di lacrime i suoi occhi. La folla - unita ebrezza - par trabocchi nel campo. Intorno al vincitore stanno, al suo collo si gettano, i fratelli. Pochi momenti come questo belli, a quanti l'odio consuma e l'amore, è dato, sotto il cielo, di vedere. Presso la rete inviolata il portiere - l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima, con la persona vi è rimasta sola. La sua gioia si fa una capriola, si fa baci che manda da lontano. Della festa - egli dice - anch'io son parte. caffeeuropa.it

MEDIA-WAR! DI MARZIAN ComeDonChisciotte La professionalità occidentale: come si fa il giornalismo e, soprattutto, come si gestisce una guerra! Secondo i seri ed affidabili media occidentali, dopo che l'Iraq è stato liberato dalla dittatura di Saddam Hussein, il paese ha visto scoppiare una guerra civile tra Sciiti e Sunniti. E' ovvio che le due comunità si odiano da secoli (gli arabi la guerra ce l'hanno nel sangue) ed è altrettanto ovvio che questa guerra civile sarà placata solo dal permanere delle truppe statunitensi. Fatto sta che questi arabi raccontano una storia un po' diversa. Per esempio, con una loro agenzia stampa (Mafkarat al-Islam), le cui notizie vengono tradotte in inglese da un sito amico di Al-Qaeda (Free Arab Voice), giorno dopo giorno accusano dei più svariati crimini le forze di liberazione, la polizia irachena e le milizie filo-iraniane... sostenendo pure che tutta questa gente farebbe parte di uno stesso complotto contro il popolo iracheno! Ebbene, trascurando gli scontri tra terroristi islamici e forze di liberazione/forze dell'ordine, diamo un'occhiata ad alcune notizie folli e irrazionali (scelte dal sottoscritto) riportate da questi arabi. Vediamo com'è, secondo loro, una... settimana in Iraq!!! LUNEDI' 14 AGOSTO 2006 Baghdad: Alle dieci del mattino, 11 giovani scompaiono dopo essere stati fermati dalla polizia irachena al checkpoint di al-Ghazaliyah, sull'autostrada che porta a Fallujah. La scorsa settimana, 20 giovani erano scomparsi allo stesso modo presso un checkpoint nel distretto al-‘Amiriyah. Nel frattempo, il corpo di Mahir Misbah al-Madi (palestinese) viene consegnato all'ospedale al-Yarmuk. Secondo una fonte medica, è stato rapito, torturato e finito con un colpo alla testa dalla milizia sciita Jaysh al-Mahdi. http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report611.htm MARTEDI' 15 AGOSTO 2006 ar-Ramadi: Un bombardiere statunitense fa saltare in aria una casa uccidendo 4 civili: un uomo, sua moglie e due bambini (entrambi sotto i 5 anni). http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report612.htm GIOVEDI' 17 AGOSTO 2006 Ar-Ramadi: Nel centro cittadino, un cecchino statunitense uccide senza motivo due civili. Nel distretto ad-Dubbat, un altro cecchino uccide tre civili mentre si recavano alla preghiera del pomeriggio. http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report614.htm VENERDI' 18 AGOSTO 2006 al-Haditah: Le forze Usa tagliano acqua ed elettricità alla città dopo aver subito alcuni attacchi e offrono 50.000 $ a chi saprà fornire informazioni sul "cecchino di al-Hadithah", che avrebbe ucciso due soldati la sera prima. Abu Ghuayb: Le forza statunitensi-irachene fanno incursione nella casa di al-Hajj Muhammad Munsi ‘Abbas presso l'area di al-Bustan. Gli sparano in testa, e con la baionetta del fucile sventrano sua moglie Ibtisam Karraz (incinta di 7 mesi), facendole fuoriuscire il feto e le viscere. Poi la "arrestano". Secondo il dottor Riyad al-Hamdani, professore alla scuola media locale, i soldati hanno anche arrestato la sorella (Ala Munsi ‘Abbas) e il fratello (‘Umar Munsi ‘Abbas) dell'uomo ucciso. Subito dopo, si sono messi ad arrestare abitanti locali, tra cui tutti i membri delle famiglie di due uomini, Ibrahim ad-Dawkmani e Ahmad ‘Azzamle. Le tribù Zawbi‘, al-Hamdaniyin e as-Samilat hanno manifestato davanti al quartier generale degli Statunitensi per chiedere il corpo della donna incinta, certi che ormai fosse morta. http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report615.htm SABATO 19 AGOSTO 2006 ar-Ramadi: Un aereo statunitense bombarda la casa di al-Hajj Jasim Mukhallif al-‘Alliyawi nel villaggio al-Bu ‘Ali Jasim, a nord di ar-Ramadi. Muoiono Jasim, sua moglie e i figli Sa‘d (5 anni), Muhammad (2 anni) e la bambinata appena nata (4 giorni di vita). Baghdad: La moschea Buratha riprende le sue attività di tortura nei confronti di cittadini sunniti. La moschea è guidata dall'imam Jalal as-Saghir, di origini iraniane e comandante tra le file delle Brigate Badr. In un altro sviluppo, mentre gli Sciiti osservano l'anniversario della morte dell'imam Musa al-Kazim, le autorità impongono il coprifuoco ai quartieri sunniti, impedendo qualunque attività. Una donna incinta muore nel distretto di al-‘Amiriyah non potendo raggiungere l'ospedale. http://www.freearabvoice.org/Iraq/Report/report616.htm ##### Penso che sia sufficiente. Mi perdonerete ora se abbandono il mio tono ironico, ma qui non c'è nulla da ridere. Mentre i media occidentali (compresi quelli "di sinistra", vedi "Il Manifesto") continuano a parlare di "violenza settaria", "guerra civile" etc, l'Iraq sta morendo ucciso dalle truppe di occupazione anglo-statunitensi, dalle milzie curde (Peshmerga) e da quelle sciite filo-iraniane (Badr e Mehdi). Oggi è più importante che mai urlare che in Iraq non c'è una "guerra civile", ma un deliberato piano di violenza orchestrato dalle forze occupanti/collaborazioniste per dividere il popolo iracheno e smembrare il paese in tre parti. Alo stesso modo, chiedere l'immediato ritiro delle forze occupanti e lo smantellamento del governo fantoccio iracheno è un dovere morale. L'Iraq non è un paese in "guerra civile", è un paese sotto occupazione militare a cui il popolo iracheno sta legittimamente ed eroicamente resistendo. -- Iraqi Marzian

La morte nascosta La storia di Elisenia, una delle tante vittime della violenza di esercito e gruppi armati in Colombia di Julia Kendlbacher San José de Apartadò è una piccola comunità sulle montagne colombiane. Da molti anni lotta contro la persecuzione, la violenza e l’ingiustizia di tutti i gruppi armati colombiani. Dal 1997, anno in cui si dichiararono Comunità di Pace rifiutando qualsiasi partecipazione alla guerra civile, gli abitanti di San José sono stati vittime di omicidi, minacce, torture e altre forme di violenza. Con l’aiuto internazionale denunciano ogni atto della guerriglia, dei paramilitari e dell’esercito. L’unica legge infranta da questa comunità è la Legge del Silenzio. Quando il 26 dicembre 2005 uccisero Elisenia, lei fu una delle tante tra le 170 vittime della violenza di stato e dei gruppi armati. Un’altra morte avvolta nel silenzio. Non ci furono notizie né indagini ufficiali. La comunità fece le proprie indagini e scoprì il motivo: gli assassini, ancora una volta, erano soldati dell’esercito. Lanciarono una granata nella casa dove dormiva Elisenia insieme a due ragazze e tre ragazzi. Si dice che alcuni degli uomini fossero guerriglieri, la giustificazione a tutta la violenza da parte del governo e dei paramilitari. La parola che permette ogni cosa. Massacri, torture, esecuzioni. Violazioni di tutti i diritti umani. La parola è “guerriglia”. E la società, il pubblico delle notizie si tranquillizza e pensa “Ah, beh, allora…” Allora? “Allora giustifica lanciare una granata a sei ragazzi che dormono? - si chiedono gli abitanti di San José de Apartadó - Legittima uccidere una ragazzina di quindici anni, la madre di un bimbo di tre e una ragazza incinta di 19 anni? Giustifica l’uccisione di ragazzi disarmati?” Elisenia era una ragazza seria. Le valutazioni dei professori la descrivevano sempre come una studentessa buona, corretta e che s’impegnava. Forse un po’ pessimista. Sognava di diventare una suora e aiutare a difendere i diritti umani. “La gente è molto egoista”, diceva, “tutto ruota intorno alla brama di soldi, mamma. Chi lotta per la pace verrà sempre perseguitato”. Elisenia vinse una menzione d’Onore della scuola. Il certificato, col sigillo dello stato della Repubblica della Colombia, il cui esercito l’avrebbe poi uccisa, afferma che Elisenia “si è distinta per il suo rispetto e la sua cultura”. Un altro certificato conferma la sua partecipazione ad un progetto di aiuto psicosociale per i bambini costretti allo sradicamento forzato. Forse è proprio qui che si può trovare un motivo per il pessimismo di Elisenia a causa di tutte queste esperienze vissute. Le ultime settimane, racconta Brígida, si sentiva ancora più triste, ma non diceva perché. Quando Elisenia andò ad una festa che si svolgeva in un’altra strada, disse a sua mamma: “Quando me ne vado, conserva bene le mie foto, vecchiettina mia”. Brígida le disse: “Ho un presentimento, non voglio che tu vada!”. Elisenia se ne andò il 22 dicembre. La notte del 25 Brígida si svegliò con un dolore allo stomaco. Sentì un freddo terribile. Sapeva che qualcosa sarebbe successo. 26.12.2005, giorno successivo al Natale, 6 del mattino. Elisenia e altri cinque stanno dormendo. Le ragazze indossavano biancheria intima, come confermò successivamente un soldato. La bomba distrusse i corpi dei giovani, il loro avvenire e i loro sogni. Elisenia non tornò più. Rimangono soltanto le foto. Un altro bambino perse sua mamma. Altre madri persero i loro figli. Brígida mi guarda con gli occhi velati di tristezza e stanchezza. Ma non pensa a darsi per vinta: “Quando distruggono i sogni dei nostri figli, noi adulti dobbiamo lottare con più forza per la giustizia. Hanno ucciso mia figlia, ma non i suoi principi, né la sua dignità. Signor Presidente, è questa la sua idea per la pace in Colombia? E’ così che si costruisce il futuro? Ammazzando i giovani, le madri e i figli? E’ questo ciò che Lei intende per processo democratico? Da chi ha imparato che l’unica risposta a tutte le questioni sociali e politiche è la violenza? Più figli uccisi, più sogni infranti, più bambini orfani, più madri disperate, più comunità distrutte. Allora, è questo?"http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6123

TESTIMONIANZE. RASHA SALTI: HO PERDONATO AI FIORI [Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il testo che segue. Rasha Salti, scrittrice e critica letteraria libanese, vive fra New York e Beirut; e' tornata nella capitale libanese l'11 luglio scorso e vi risiede a tutt'oggi. I brani seguenti sono un estratto dal blog che Rasha ha curato durante i 33 giorni di guerra in Libano] Una delle mie migliori amiche, la mia amatissima sorella Maria, se ne e' andata due giorni fa. Ancora poche ore prima, nel momento in cui si supponeva dovesse seguire le istruzioni dell'ambasciata britannica per l'evacuazione, non riusciva a risolversi alla partenza. Maria ha due bambini, di nove e cinque anni. Lei e suo marito hanno vissuto per un po' a Londra, ed hanno ottenuto la cittadinanza inglese. Chiunque conoscesse la chiamava al telefono e le faceva fretta, le diceva di andarsene con gli inglesi. Maria si era spostata da Beirut nelle montagne al secondo giorno di guerra. Le nostre conversazioni telefoniche avevano la rara virtu' di ricordarci l'un l'altra che persone eravamo state, che vite avevamo vissuto. Ci chiedevamo ossessivamente la stessa cosa: "Pensi che dovrei andarmene?". Maria non voleva farlo, ma pensava fosse suo dovere, per i bambini. L'ho chiamata mentre era al porto con i due figli. Suo marito non ha voluto partire. "E' terribile, e' terribile...", continuava a ripetere, ed io le facevo eco: e' terribile... "Ho fatto la cosa giusta?", ha implorato ad un certo punto. "Assolutamente", ho risposto io, senza un attimo di esitazione. Non le sarebbe stato d'aiuto dirle quanto mi sarebbe mancata. Mi e' sembrato egoista il farlo, infantile. In realta' ero terrorizzata all'idea di vivere sotto assedio senza di lei. Mi e' sembrato che una buona parte del mio cuore, o almeno una buona parte di cio' che mi fa amare l'essere a Beirut, fosse li' in piedi, al porto, in attesa, con due bambini. * Ho fatto del mio meglio per ottemperare agli impegni professionali della mia vita precedente. E' quasi impossibile, ma se smetto del tutto andro' a pezzi. Mi sembra surreale scrivere e-mail per lavoro. Il mondo la' fuori e' decisamente distante. L'immagine mentale del mio appartamento a New York e' praticamente impossibi le da evocare. La strada, l'angolo con la gastronomia gestita da yemeniti, tutto svanito. Questo accade quando sei sotto attacco. La mia amica Christine mi ha detto ieri che si sforza e va al lavoro per rimanere sana di mente, ma che non riesce a ricordare nulla di quanto deve fare al lavoro, da quando la guerra e' cominciata. Il rumore dei raid aerei israeliani qui arriva attutito abbastanza da suscitare solo brividi di orrore e paura. Ma le masse dei profughi che arrivano ogni giorno hanno trasformato lo spazio della citta'. La loro miseria e' il marchio sicuro della guerra. Ieri ho passato il pomeriggio a Karm el-Zeytoon, un quartiere di Ashrafieh (un'area cristiana a Beirut est, il cui nome significa "bosco di ulivi"), in cui alcune scuole accolgono i profughi. Ho giocato a carte con un bambino di sei anni dal gomito fasciato e gli occhi brillanti di umorismo. Una donna anziana e' entrata nella stanza e ha chiesto ad una delle responsabili di trovarle un posto dove stare, per lei e per sua sorella. Non riesce a sopportare il caldo e le zanzare, alle sua eta' e nelle sue condizioni di salute. Implorava, mendicava. Voleva morire con dignita', ha detto, non su un materasso, accampata in una scuola. Riusciva a stento a trattenere le lacrime. * Nonostante la guerra, le bombe, il dolore, le buganvillee sono fiorite in mazzi gloriosi. I loro colori danno le vertigini, da quanto sono intensi: rosso venato di porpora, fucsia orgoglioso, bianco splendente ed anche giallo canarino. La loro fioritura, come risultato finale di fattori "naturali", quali l'accesso all'acqua, al sole, al calore, forse persino al vento, mi ha irritata. Tutto e' cambiato, in questi giorni di guerra, tranne la magnifica fioritura delle buganvillee. Altri alberi fioriti sono avvizziti o morti, da quando i loro giardinieri non li curano piu'. Sulla strada per Saida ero alternativamente colpita, annoiata o seccata da quella piena fioritura. Fra l'abbondanza di fogliame e di fiori, apparivano immagini del disastro. Ponti sventrati circondati dal porpora e dal fucsia delle buganvillee. In auto con Ahmad ho preso la vecchia strada costiera. Non e' restata indenne. Buchi, pezzi di pietra e di cemento. La strada costiera sarebbe stata affollata di questi tempi, in estate. Espatriati di ritorno, studenti in vacanza, turisti. Qui c'e' un susseguirsi di spiagge, le piu' visitate del sud, che vanno dal posto alla moda a quello modesto e tranquillo. Tutte orribilmente deserte. Persino i soldati, fermi in siti apparentemente scelti a casaccio, camminavano con precauzione, con l'aria di poter correre al riparo in qualsiasi momento. La vita tutt'intorno si e' ripiegata su se stessa, e si e' chiusa. Abbiamo guidato lungo case chiuse, porte sprangate, finestre serrate, serrande abbassate. L'ultimo sguardo dei loro abitanti aleggiava ancora li', sulle verande, lo sguardo di un addio esitante che subito corre alla lista per controllare che tutto sia stato messo in valigia, e speriamo che vada bene, e magari un sussurro, una preghiera alla misericordia di Dio o di Gesu', e poi via di corsa in macchina, e via veloci verso un rifugio temporaneamente piu' sicuro. La baia di Saida e' apparsa all'orizzonte, e l'autostrada che portava alla sua spiaggia era interamente deserta. Il ponte era crollato. Carcasse di auto ne punteggiavano i lati, alcune seppellite sotto blocchi di cemento. Siamo entrati a Saida per strade secondarie. Gli aranceti erano sorprendentemente fragranti. Il traffico all'interno della citta' era intenso, anche quello pedonale. Saida ha accolto piu' di 100.000 profughi. Mi e' stato detto che c'e' chi affitta a costoro il garage, o persino l'atrio di casa. Piu' di 85 scuole accolgono i rifugiati, oltre ad una vecchia prigione e al palazzo del tribunale. Il palazzo sta su una collina che sovrasta Saida. C'era una brezza gentile, e tutto era piu' quieto lassu'. Uno dei funzionari ci ha guidati all'interno del palazzo. Il pavimento era inondato dalla luce del sole e le stanze erano spaziose, con quattro letti ciascuna. In una di esse c'erano due donne anziane. Una aveva il figlio accanto, che si prendeva cura di lei. L'altra, la piu' vecchia, era disabile e non poteva camminare. Pare venisse da Abbassiyeh e che il suo sindaco, che organizzava l'evacuazione, l'avesse semplicemente lasciata indietro perche' non riusciva a muoversi. Non parlava. Nessuno sapeva niente di lei. Non aveva documenti di identita'. Stava sdraiata sul letto e guardava il giardino dalla finestra. Il suo sguardo non era fisso su nulla, eppure era intensissimo. Raramente ho visto una tale netta, pura, intensa infelicita'. Ci siamo mossi per la stanza e lei non ci ha notati. Il funzionario le ha parlato, ma lei non ha risposto. Ahmad ed io ce ne siamo andati mantenendo lo stesso silenzio. Il mio cuore non era mai stato tanto pesante. Eppure c'e' cosi' tanto a cui aggrapparsi. Sono andata verso la fragranza degli aranceti e ho perdonato ai fiori, alla gloriosa, magnifica fioritura delle buganvillee."Centro di ricerca per la pace" nonviolenza@peacelink.it

La svolta di Israele (storia di una guerra) Sto cercando di capire che cosa vi sia dietro questa eclatante svolta politica israeliana (forse il fatto più evidente degli ultimi mesi). Da trent'anni gelosi custodi insieme agli Usa della propria auto-sicurezza divengono, in pochi giorni, paladini dell'intervento Onu (leggi europeo): solo una guerra persa, e persa malamente? Oppure qualcosa di più, e di più profondo, che giustifica l'entusiasmo e la determinazione di Prodi e D'Alema nel proporre un nuovo ruolo dell'Europa nella macro-crisi mediorentale? La tesi a cui arrivo è semplice: gli israeliani, dopo l'ennesima scottatura, stanno definitivamente mollando i neocon, sia quelli di Washington (Cheney in primis) che quelli interni. L'ultimo Sharon era già del resto su questa linea divergente. Ora lo sono i ministri di Olmert che vanno a Roma a tessere lodi a Prodi e D'Alema e dall'altro lato occhieggiano con la Siria di Assad. E non definiscono più gli Ezbollah come terroristi. Anzi, vogliono Ezbollah come un partito libanese esclusivamente politico. dichiarava ieri a Roma il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Toni decisamente diversi dal passato. Se confrontiamo queste posizioni politiche odierne con quelle di soli venti giorni fa notiamo l'abissale differenza, l'ampiezza della svolta. Un altra domanda che mi sono posto, da vecchio osservatore (su questo blog) di vicende irachene: ma è proprio possibile che dei generali Usa sani di mente, che hanno 150mila uomini inguaiati in mezzo a una guerra civile, che reimpartiano suicidi o depressi gravi a vagonate (aree), abbiano voluto puntare tutto su una guerra proprio contro queli sciiti (hezbollah, iraniani, poi irakeni) che oggi costuitiscono, a Baghad, di fatto la maggiore componente sociale non aggressiva (contro gli Usa) di quel paese martoriato, e da cui gi americani non sanno come uscirne? Fare guerra agli Hezbollah, e poi agli iraniani, per poi trovarsi con un Irak in esplosione totale? Sciiti (70% della popolazione) coalizzati con sunniti contro gli Usa? Mah, qualcosa non mi torna. Per tentare di rispondere a queste due domande faccio leva su due buone fonti: una di sinistra Usa e una di destra (israeliana). Se due fonti di provenienza, cultura, posizione politica diversissime coincidono, quantomeno in parte, il quadro che ne traspare diventa di solito piuttosto interessante. Seymour Hersh ha davvero poco a che vedere con Debka File. Il primo è un giornalista investigativo di Washington, con buone fonti dentro l'amministrazione e l'apparato militare Usa. Il secondo è un sito israeliano che da anni fornisce analisi e informazioni provenienti (secondo il sito stesso) dai servizi di sicurezza israeliani. Ho messo in sequenza, integralmente, qui le analisi di ambedue. In un certo senso Hersh dipinge il primo atto (preparatorio e concettuale) della guerra. E Debka File il secondo (il fallimento dell'intera operazione). Hersh ci racconta della presentazione in primavera, da parte dei militari neocon israeliani, del progetto di guerra preventiva sugli Hezbollah e sul Libano. Shock and awe, pesanti bombardamenti aerei per demolire la missilistica Hezbollah e insieme indurre le popolazioni civili, sotto il martello aereo israeliano, alla supposta liberatrice rivolta contro il partito-esercito Hezbollah, giudicato dalle popolazioni libanesi stesse, autentico e ultimo responsabile dei bombardamenti . L'assenso viene prontamente ottenuto da parte del vicepresidente Usa Cheney e del suo entourage Neocon Usa, intenzionati a sbarazzarsi di questa forza armata sciita, strettamente connessa all'Iran e alla Siria, che con i suoi missili minaccia Israele. In caso di attacco aereo su vasta scala all'Iran, e ai suoi siti nucleari, la spina Hezbollah sarebbe troppo grossa e pungente, argomenta il partito di Cheney. Immediatamente dopo le bombe su Teheran questi lancerebbero su Tel Aviv. E siccome loro stanno nel frattempo preparando l'attacco aereo sull'Iran, il progetto bellico israeliano torna perfettamente a fagiolo. Big Idea. Eliminare Hezbollah, forse persino associare la superba forza aerea israeliana nel grande attacco. Soprattutto perchè Cheney ha trovato sul suo cammino un piccolo problema imprevisto. Il Pentagono, e forse lo stesso Rumsfeld (ministro della Difesa e quindi responsabile politico del Pentagono stesso) non gli rispondono più come un tempo. Lui gli ha chiesto la disponibilità di armi nucleari per far fuori gli scavatissimi bunker iraniani ma loro, i generali, si sono opposti con estrema decisione. E Rumsfeld, dopo tre anni di disastro irakeno, non sembra più quello dei bei tempi. Non vuole la guerra aperta contro gli sciiti, sa che sarebbe ulteriore fonte di bare a stelle e strisce in quell'Irak ingestibile. E allora che succede? Secondo la narrazione di Hersch, profondo conoscitore dei retrobottega di Washington fin dai temi di Reagan e dello scandalo Iran-Contra (che gli valse il Pulitzer e il quasi impeachment di Reagan), Cheney e i suoi decidono di giocare tutto sul fedele alleato israeliano. Approfittano forse del vuoto politico seguito all'uscita di scena del morente Sharon. E danno luce verde all'attacco sul Libano previsto in settembre-ottobre. Unica incognita la forse connessa campagna di terra. Ma di questa i neocon non parlano mai, scommettono sicuri che il martellamento aereo della super-aviazione di Tel Aviv farà il lavoro, micidiale, pulito e veloce. Succede però qualcosa che sia Hersh che Debka File mettono al centro delle proprie analisi. Gli Hezbollah precedono la pianificazione dell'attacco (fissato per settembre-ottobre, secondo Hersh), gli israeliani attaccano lo stesso, secondo il progetto aereo (neocon) concordato con Cheney,ma non riescono a produrre e raggiungere gli obbiettivi previsti. Nonostante un migliaio di vittime tra la popolazione civile libanese. Gli Hezbollah si rivelano ben più organizzati del previsto, hanno una rete di postazioni profonde e ramificate, l'elettronica Ew Usa-israeliana non riesce a far impazzire le loro comunicazioni (Debka File riporta di una delegazione del Pentagono precipitatasi pochi giorni fa in Israele per indagare il problema). Evidentemente hanno avuto aiuti sostanziosi, probabilmente di tecnici e militari iraniani. Deve entrare necessariamente in gioco l'esercito di terra. Olmert e il governo israeliano, secondo Debka File, ottengono luce verde da Bush, anche su questo piano, che però pone condizioni restrittive (niente attacchi su infrastrutture o su obbiettivi civili) tali da inficiare la capacità d'impatto dei carri israeliani. La guerra aerea senza risultato comincia a mettere in crisi la scommessa neocon. Genera incertezza e indecisione. Ne segue il disastro, le perdite, la tenuta della posizioni di Hezbollah, infine la rivolta dei militari israeliani e dei riservisti. E infine la svolta politica. Constatato il disastro neocon l'esecutivo Olmert cambia linea. D'Alema e Prodi accennano a un ruolo europeo di pacificazione. Appoggiano con entusiasmo, indicando proprio nell'Italia il possibile protagonista. Capace di riaprire tutti i canali diplomatici. In primo luogo con la Siria, dove il giovane presidente Asad per anni ha fatto offerte di dialogo agli Usa e Israele sempre rifiutate (si veda Hersh). Improvvisamente, e con grande sorpresa dei conservatori israeliani, sull'onda del disastro e del nuovo europeismo di Tel Aviv, i ministri di Olmert decidono di riaprire proprio il canale diplomatico con Damasco. Se ne duole Debka File, che, abominio, aggiunge che costoro stanno porgendo un sacro ramoscello di pace ad Asad: le alture del Golan, conquistate nel 1967. Ma la chiave è l'insuccesso militare di Israele? Non pare proprio. Ieri, 24 Agosto 2006, a pagina 3 sul Corriere della Sera, Yossi Beilin, leader della sinistra israeliana testualmente dice: non possiamo più contare sugli americani. che sono impegnati in altri problemi. Roma è l'unica che può riattivare tutti i canali, quelli che non esistono più o non sono più efficaci. Tradotto dal politichese: gli americani ci hanno portato in un vicolo cieco, da cui loro stessi non sanno uscire. Noi ora preferiamo la strada europea della diplomazia e degli accordi, compreso un negoziato sulla capacità nucleare iraniana, da circoscrivere al civile. Oggi in Israele pare in corso, oltre a una svolta politica, anche una sorta di Mani pulite interne. Vecchi dossier sessuali saltano fuori, altolocati politici e generali sono sotto accusa...la sensazione è quella di messaggi forti inviati direttamente agli esponenti della vecchia guardia neocon (quella del dente perdente). La sensazione è quella di un cambiamento verso un'era svincolata dai Cheney, attenta a un contenimento (anche nucleare) ma a un ruolo degli sciiti, compresi Hezbollah derubricati dall'etichetta terrorista e rubricati a potenziale partito politco libanese, agganciata a un concerto diplomatico europeo, capaci di dialogare con un giovane Asad non fondamentalista, capace di muoversi a tutto campo. Quindi: forza israeliani di buon senso! Tutti abbiamo preso le nostre batoste nelle nostre storie. Il punto è come si reagisce. Non seguire più la follia Neocon mi dà speranza e simpatia per voi. Anche se lo fate in modo occulto. Ma chiaro, per chi sa leggere. Riprendetevi la vostra indipendenza diplomatica, e non militare. La vera strada di soluzione. Aiutati da Roma e dall'Europa. E' il minimo che possiamo fare per Voi e per i Vostri concittadini arabi e vicini a Voi.www.caravita.biz

La Francia in un terreno ostile Gli ufficiali francesi dovrebbero magari farsi questa domanda: "Il nostro paese è in una situazione politica tale da permettersi di giocare un ruolo di prim'ordine nel Sud del Libano?". Dal punto di vista libanese, la risposta a questa domanda è senz'altro no. Con ciò non si vuole dire che non esistono ampi settori politici, popolari ed ufficiali, che mirano a giocare tale ruolo; significa semplicemente che le condizioni per l'attuazione di questo ruolo, in un Sud Libano sensibilissimo, non sussistono, al giorno d'oggi. Il fatto più strano, in questa vicenda, è che le dichiarazioni ufficiali francesi tralasciano che Parigi si fa due domande: la prima riguarda la distribuzione dei ruoli fra tutti i paesi la cui partecipazione è in discussione; quanto alla seconda, è relativa alla natura esatta della missione della quale questa forza verrebbe investita. Ma ambedue le domande sono difatti al di fuori del dibattito fondamentale. Fatto sta che nella distribuzione dei compiti, in qualunque modo venga attuata, non impedirà ai francesi, caso mai vi partecipassero, di rappresentarne la pietra angolare, in assenza degli Anglo-Usamericani, e con le esitazioni dei Tedeschi, in bilico fra quel che permette loro la loro storia, e quello che vieta. In quanto alla natura della detta missione, è una questione che attinge alla conformità - o all'assenza di conformità - della missione assegnata alla forza internazionale in discussione, alla politica francese nei confronti del Libano e delle crisi proprie di questo paese. Ed è proprio questo che è problematico, visto che la Francia non è affatto nella situazione di chi sia in grado di giocare un ruolo positivo nella regione stendendosi fra il fiume Litani e la Linea Azzurra. Più precisamente, diremo che la Francia non è in una tale situazione mentre stiamo scrivendo questo. Da due anni, la Francia fa parte integrante del problema. Non della sua soluzione. Quando il presidente Chirac rivendica, a San Pietroburgo, qualche giorno dopo l'inizio dell'agressione israeliana, la paternità della risoluzione 1559 dell'Onu, non fa altro che definirsi una parte del Libano drizzata contro un'altra. La suddetta risoluzione ha, difatti, condotto il Libano nella zona delle tempeste. E, sebbene abbia permesso di "mettere fine" alla presenza militare siriana in Libano, menando ad una vittoria per abbandono, è lungi da mettere il paese sul cammino della salvezza. Tutti coloro che si ricordano gli avvenimenti dei due anni passati se ne saranno di certo accorti. La risoluzione 1559 non è altro che uno dei numerosi segni dell'allineamento della Francia alla politica globale degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Cio significa che Parigi ha accettato di dividersi il lavoro con l'Inghilterra, affinché ciascuno di questi due paesi già coloniali dia una mano al nuovo maestro colonialista [statunitense]. Nessun'altra giustificazione è in grado di convincerci! Dire che le due problematiche non si influenzino a vicenda significherebbe una nostra incapacità di fare un' analisi politica e strategica degna di questo nome. Ma c'è ancora qualcosa di più importante : è impossibile non considerare che il comportamento brittanico in Irak e quello francese nel Libano si conformano non soltanto alla linea decisa dagli Stati Uniti, ma anche ad una certa linea statunitense specifica, che adotta totalmente l'espansionismo israeliano sotto diversi pretese (ha rammentato la Livni che l'agressione israeliana non mira ad altro che all'attuazione di una decisione francese). Una prima lettura delle posizioni francesi sin dall'inizio dell'aggressione israeliana ci permetterà di dimostrare facilmente la loro grande similitudine, se non proprio la loro conformità, con la politica usamericana (e, per di più, israeliana). Dopo il suo incontro col presidente Bush, il 16 luglio scorso, alla vigilia della riunione al vertice di San Pietroburgo, Chirac è uscito per dire ai giornalisti : "Sono molto felice al constatare che il nostro approccio ai problemi è identico"; aggiungendo che "per quanto riguarda il Libano, io aderisco totalmente all'idea espressa dal presidente Bush a proposito della necessità di attuare la risoluzione 1559. A tal fine, bisogna dissuadere le forze che minacciano la pace, la stabilità e la sovranità del Libano". Il giorno dopo, lanciava un appello per la liberazione senza condizioni dei due soldati israeliani prigionieri e denunciava "quei razzi che aggrediscono Israele", accusando Hezbollah di sottomettersi ad ordini non libanesi. Hezbollah "è una forza che minaccia la stabilità del Libano", ha dichiarato Chirac, ripetendo le dichiarazioni di Ehud Olmert, di Amir Peretz e anche quelle che strombetta tutta una cricca libanese. Sin dall'inizio, i progetti di risoluzione Onu che cominciavano a pervenire al Consiglio di Sicurezza, simultaneamente da Parigi e da Washington, erano vicinissimi delle richieste israeliane, anche per quanto riguardava le sofferenze patite dai Libanesi. Deve dunque essere ben chiaro che a spingere Parigi a certe revisioni non è stato altro che il bloccaggio dell'avanzata delle truppe israeliane d'aggressione. Quello che è richiesto non è più di trasformare totalmente le posizioni libanesi per farle corrispondere agli obiettivi israeliani, ma si tratta soltanto di introdurre un po di agevolezza nella politica israeliana con lo scopo di proteggere il governo libanese. Ma rimane il sospetto. Si presume che la Francia si stia distanziando soltanto per conservare qualche possibilità di avere un qualsiasi ruolo da giocare nel Sud del Libano. Mentre le operazioni militari sono terminate, e cominciano i preparativi nell'intenzione di far arrivare le forze internazionali, ed i dissensi intra-libanesi sul modo di interpretare la risoluzione 1701 si manifestano in piena luce, sta avvicinandosi l'ora della verità. Ogni decisione francese relativa alla presenza delle proprie truppe nel Sud dovrà essere concepita in un modo che sia fondamentalmente diversa da una partecipazione ad una riunione a Qornet Shawan* od in un altro posto qualsiasi. Le truppe francesi non saranno accolte al pari di truppe di liberazione o di mantenimento della pace. Bensi saranno accolte come lo strumento che si accinge a completare il lavoro nel quale Israele ha fallito. E' questa la verità. E' questa la realtà. La terra del Sud, oggi, è ostile nei confronti di una presenza francese, che sarà necessariamente agitata principalmente a causa della politica seguita dalla Francia durante i due anni passati. Casomai la Francia volesse assumere un ruolo veramente positivo, conosce la strada che vi conduce e conosce anche l' indirizzo libanese a cui occorre rivolgersi. * Qornet Shawan è un piccolo paese della Montagna libanese, nel quale si sono riunite le istanze della direzione cristiana, in grande maggioranza maronita, con un rappresentante del patriarcato maronita, per la costituzione di un'opposizione al presidente libanese Emile Lahoud (maronita, certo, ma anche patriota). A Qornet Shawan si sono riuniti in quell'occasione tutti gli ex-capi di guerra (Gemayel, ecc.) e le vedove dei capi di guerra assassinati od imprigionati (Setrida Geagea, Nayla Mouawad, ecc.). Tutti quanti hanno stretto alleanze con Hariri, precisamente nel momento in cui egli iniziava a staccarsi dalla Siria. di Joseph Samaha l'autore è stato capo redattore del quotidiano in arabo As-Safir, pubblicato a Beirut.. Dirige attualmente un nuovo quotidiano, Al Akhbar traduzione di Marcel Charbonnier per Tlaxcala - Rete di traduttori per la diversità linguistica da Alintiqad.com

“Bush è un idiota?” Per una decina di minuti i telespettatori hanno potuto leggere la scritta “Bush è un’idiota?”, in fondo allo schermo, mentre il programma mostrava una carrellata delle gaffes più strambe e sconclusionate dell’inquilino della Casa Bianca. E’ accaduto il 15 agosto, al programma Country di Joe Scarborough, della MSNBC. L’avvenimento è stato rilanciato su molti siti web (ad esempio: crooksandliars.com) ed ha scatenato notevoli reazioni. In un commento scritto prima di mandare in onda il programma, Scarborough affermava: “Le gaffes di Bush fanno ridere più degli sketch del Saturday Night Live. Ma ciò che preoccupa davvero sono le sue conferenze stampa noiose e sconclusionate, come quella che ha dato all’inizio della settimana. “Sia gli amici che i nemici sono daccordo sul fatto che George W. Bush non fa che peggiorare col passare del tempo”. Il Washington Post del 20 agosto prendeva in esame le critiche rivolte a Bush da grandi conservatori, tra questi Rich Lowry, direttore di National Review on Line e Bill F. Buckley, il nonno di tutti i conservatori repubblicani. Questo è senz'altro l’aspetto da sottolineare di più: a dirsi preoccupati sono ambienti conservatori relativamente sani. Ad esempio, rispondendo poi ad una intervista telefonica, Scarborough ha spiegato che l’idea della trasmissione è nata dopo aver sentito che i repubblicani ormai si chiedono se Bush abbia davvero la stoffa del leader, in particolare per quando concerne la situazione dell’Iraq. Scarborough ha fatto notare che inizialmente lui era favorevole alla guerra, ma che a questo punto è necessario trovare una via d’uscita. “Molti conservatori dicono ‘adesso però basta’.” All’intervistatore che gli ha chiesto delle reazioni che ha avuto lui ha risposto: “Alla Casa Bianca non ne sono stati contenti”. Leggiamo da un blog: «Per dieci minuti gli ospiti del talk show sono stati martellati dalla domanda ‘se la debolezza mentale di George Bush danneggi la credibilità dell’America, all’interno e all’estero’. Per dieci minuti sul fondo dello schermo si leggeva ‘Bush è un idiota?’.» «Pochi sono mai riusciti a far saltare su la gente come Scarborough, che ha messo in discussione l’intelligenza del presidente nel suo show ‘Scarborough Country’. Ha mostrato un montaggio degli strafalcioni e impappinamenti verbali più famosi ed ha poi cercato di capire insieme agli ospiti ... se Bush è abbastanza in gamba per essere presidente». [la trascrizione inglese – http://www.msnbc.msn.com/id/14375558/] «Ma il paese non vuole un leader che si rotola nell’erba, ha aggiunto Scarborough, ‘secondo me abbiamo bisogno di un presidente che abbia qualche curiosità intellettuale’. «Ed è proprio questo che mi chiedo, ha esclamato Scarborough ‘se George Bush abbia effettivamente qualche curiosità intellettuale per poter continuare a guidare il paese nel prossimo paio d’anni’.» Nella polemica che ne è seguita sui media americani si segnala il commento intitolato “Presidente su un altro pianeta” di Eugene Robinson. Nel sostenere la tesi di Scarborough sul Washington Post del 22 agosto, Robinson ha fatto l’esempio della conferenza stampa del giorno precedente in cui Bush ha dimostrato di non aver appreso la lezione ma si è lasciato andare dicendo che Gaza, Libano e Iraq hanno una cosa in comune — e questa cosa non è subire l’occupazione — ma l’essere “terroristi che cercano di fermare l’avanzata della democrazia”. Robinson ha notato come a Gaza e in Libano dei governi democraticamente eletti siano stati schiacciati da Israele, mentre in Iraq il governo democraticamente eletto (in teoria) sostiene attivamente Hezbollah.http://www.movisol.org/znews156.htm

Romania: l'ombra della continuità scrive Mihaela Iordache Paladini della trasparenza che invece erano spie. Ex ufficiali della Securitate che ora, da opinionisti, commentano quanto sta avvenendo. L'apertura degli archivi dei servizi di sicurezza sta sconvolgendo l'opinione pubblica rumena La parlamentare Monica Musca Dall’apertura degli archivi – finora tenuti segreti - dell’ex Securitate, la polizia politica del regime comunista in Romania, emergono quasi ogni giorno nomi di politici. Politici che in questi ultimi sedici anni nonostante abbiano avuto più occasioni per parlare del loro passato di fedeli collaboratori della temuta Securitate - quando spiavano e informavano su colleghi e in generale su tutti quelli con i quali entravano in contatto e che rappresentavano una potenziale minaccia per il regime - hanno optato invece per il silenzio. La stragrande maggioranza degli ex (o attuali) collaboratori hanno probabilmente ormai nel sangue la pratica del celare segreti. Anche quando parlare era diventato, secondo quanto affermavano le nuove istituzioni, un dovere morale rispetto alle vittime. Le nuove rivelazioni hanno duramente colpito l'opinione pubblica ed incrinato la fiducia nell'integrità morale di almeno parte dei parlamentari. In questi casi il silenzio equivale a mentire, hanno scritto molti quotidiani rumeni. E la bugia assume dimensioni e significati ancora più torbidi quando la persona in causa, per nascondersi, sta promuovendo leggi con l'obiettivo dichiarato di “fare pulizia morale” e “smascherare chi ha collaborato con i servizi segreti”. E' il caso del deputato Monica Musca, 57 anni, ministro della Cultura fino a qualche mese fa, tra i politici più popolari della Romania. I suo discorsi erano sempre centrati sulla pulizia morale, sulla verità, sulla correttezza. Una verità che nel suo caso personale pensava non sarebbe mai venuta a galla. Ma tra le decine di dossier che in questi giorni vengono analizzati dai membri del Consiglio nazionale per lo studio degli archivi dell’ex Securitate c’era anche il suo. Pur se incompleto era abbastanza rilevante per svelare il passato di Monica Musca che negli anni '70 – '80, da assistente universitaria a Timisoara, spiava gli studenti stranieri. ”Dana” - questo il suo nome in codice - inviava regolarmente rapporti ai servizi segreti. Di lei si è parlato anche con un altro nome in codice, Eva. Musca è sospettata da alcuni giornali di aver collaborato con la Securitate – o meglio con le strutture che le sono succedute - anche dopo l’89. In un primo tempo l'ex ministro ha negato qualsiasi coinvolgimento. Poi, man mano che le prove arrivavano dal Consiglio dello studio degli archivi, Musca ammetteva di aver collaborato “per patriottismo”. Per patriottismo o no dopo l’89 Musca è entrata a far parte di un partito storico, quello liberale, dove era arrivata ad occupare ad un certo punto la carica di vicepresidente. Ora il Partito liberale del premier Calin Popescu Tariceanu ha escluso Monica Musca dalle sue strutture, ritirandole l’appoggio politico e chiedendole di dimettersi dal parlamento per lasciare il posto a “rappresentanti autentici del partito liberale”. Ma la Musca non ha alcuna intenzione di fare un passo del genere. E nel Parlamento non è la sola del resto ad aver collaborato con i servizi segreti. Ci sono anche alcuni ex ufficiali della Securitate che ora si ritrovano a proporre e votare le leggi del Paese. Il caso Musca ha sconvolto la società romena e gli intellettuali. Il noto scrittore Gabriel Liiceanu ha pubblicato su un giornale una lettera aperta nella quale ha esternato tutta la propria delusione. Anche rispetto al caso dell'ex ministro della Cultura: ”In tutti questi anni, occupando varie cariche, ha fatto varie dichiarazioni sulla Securitate. E non ha mai parlato di un proprio impegno in quest'ultima. Non certo perché l’abbia considerato irrilevante o un atto “di patriottismo”, tenuto con modestia sotto silenzio, ma perché ha contato sul fatto che tutto sarebbe rimasto per sempre segreto. Lei ha violato in questo modo la legge, si è assunta una responsabilità penale, ha mentito agli elettori. Non autodenunciandosi lei è rimasta una povera bugiarda”. In questo clima di furia contro chi nel passato ha fatto parte della polizia politica, mandando spesso in rovina le vite di amici o addirittura parenti che dissentinvano dal regime, le rivelazioni arrivano a cascata. Presto i casi non si conteranno più. Due presidenti di partiti del Parlamento di Bucarest sono stati accusati di legami con la Securitate. Il numero dei parlamentari che hanno lavorato per la Securitate è destinato a crescere. In questi tempi sono molto ricercati – per essere intervistati - anche gli ex o gli attuali agenti. Tra questi ad esempio l'ex ufficiale Ilie Merce, ora deputato del partito Romania Grande, con una ricca attività nella Securitate. Tra i suoi numerosi compiti c’è stato anche quello - nel biennio ‘85-’86 - di combattere le testate radiofoniche estere in lingua romena, come Radio Europa Libera. Merce ha lavorato per il Servizio romeno di informazioni fino al 1996, poi accusato di passare informazioni al Partito Romania Grande (considerato ultranazionalista) ha lasciato il sistema e si è iscritto nella stessa formazione politica. Non ha cercato però di nascondere il proprio passato, di cui oltretutto si dichiara fiero. Ora “da patriota informato sui fatti”, partecipa come opinionista a varie trasmissioni televisive. Senza dubbio assistiamo ad un periodo di grandi convulsioni morali anche legate ad una lotta intestina nei servizi segreti. Quest'ultima alimenta, manipola e intossica l’opinione pubblica. Ci sono rivelazioni incrociate e spesso emergono “novità” la cui sincerità dovrebbe essere messa in dubbio. C'è chi tira in ballo anche i servizi segreti stranieri. Secondo l’ex capo del Servizio romeno di informazioni di Costanza, sul Mar Nero, l’avvocato Gheorghe Dinu, “in questi giorni assistiamo ad una diversione, una manipolazione orchestrata da servizi segreti stranieri di spionaggio per destabilizzare la Romania”. Dinu ha difeso in questi giorni anche il Presidente della Repubblica, Traian Basescu, accusato di aver collaborato con la Securitate quando era comandante di navi, prima dell’89. Secondo l’ex capo dei Servizi segreti della città sul Mar Nero a carico di Basescu non vi sarebbe un dossier di collaboratore né prima né dopo l’89. La pensa invece diversamente l’ex Presidente della Romania, Emil Constantinescu, che annuncia di voler portare nell'aula di un tribunale sia gli attuali responsabili dei servizi segreti, sia il Consiglio per gli studi degli archivi per non aver risposto alla sua richiesta di verificare il dossier dell’attuale capo dello stato, Traian Basescu. Secondo Constantinescu, Basescu è “un erede del sistema della Securitate, lo stesso sistema che ora denuncia”. Basescu si limita invece a precisare: ”Ho fatto quello che dovevo fare. Ho chiesto l’apertura degli archivi della Securitate. Era inconcepibile che la Romania entrasse nell’UE con gli archivi intatti”. Poi aggiunge di non aver collaborato con i servizi di sicurezza comunisti ma solo di aver elaborato delle note informative che ”tutti quelli che andavano all’estero dovevano scrivere al rientro”. Ma se qualcuno trovasse un suo dossier, il presidente si dice disposto a renderlo pubblico. Intanto il senatore indipendente, Ioan Talpes, ex capo dei servizi di informazione esteri butta altra benzina sul fuoco creando ancora più confusione. Talpes, come “persona informata sui fatti” annuncia che altre rivelazioni incendiarie stanno per arrivare. Ci sarebbe infatti un archivio ancora intatto con nuovi film e microfilm speciali. Non è purtroppo un film quanto accade in questo periodo in Romania. La stampa ha individuato gli attori: “I traditori, le vittime, i boia”. Ormai tutti si chiedono dove si andrà a finire. Chi ha dovuto soffrire per la polizia politica spera nella verità, nella giustizia. Chi ha collaborato e ha avuto benefici non sembra farsi molti problemi di coscienza. Questi ultimi affermano di essere loro ora le vittime di una vera e propria “polizia politica”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6051/1/51/


agosto 25 2006

Fondamentalisti d’Italia di Gianfranco Pasquino In partibus infidelium (ovvero, trattandosi del Meeting di Rimini, esageratamente fidelium). Perché mai donne e uomini del centrosinistra vanno a ricevere i fischi di una platea assolutamente ostile e decisamente pregiudizialmente loro contraria? Potrebbe essere una disposizione psicologica semplicemente masochista, magari ammantata e giustificata con riferimenti non proprio esaltanti al detto «molti nemici molto onore». Questo non sarebbe, comunque, il caso della Senatrice Paola Binetti che, presidentessa del Comitato Scienza e Vita, contava di essere ricevuta con l’apprezzamento non di un Giuda - non ha, infatti, tradito, tranne che come collocazione nello schieramento politico - ma di una infiltrata che porta nel centrosinistra posizioni molto cielline, loro fiancheggiatrici. Ai molto duri e puri di CL, non poteva bastare. Potrebbe essere l’altrettanto semplice, come spiegazione, il bisogno che i politici hanno sempre ossessivamente di visibilità politica che il Meeting, spesso grazie ai fischi (ma anche agli applausi, ad esempio, all’ex-filosofo laico Marcello Pera, ora baciato dalla fama di teo-con), offre in maniera abbondante. La presenza dei politici di centro-sinistra al Meeting potrebbe, ancora, essere il prodotto di un malposto senso di missione, per l’appunto, fra i fedelissimi di un’altra religione, neppure tanto secolare. Chi sa che qualcuno dei fondamentalisti possa addirittura essere raggiunto e convinto da un verbo diverso, pacato e intessuto di opere vere di politica e pragmatismo che, incidentalmente, non ripudiano affatto la sussidiarietà. Anzi, la hanno fatta inserire nella Costituzione europea. Semmai, i politici del centro-sinistra che si affacciano nell’affollata arena di Rimini preferirebbero che Comunione e Liberazione non fosse e non si rappresentasse come un mondo separato di guerrieri, di crociati, quasi un partito di Dio. I novelli missionari del centro-sinistra (auguri al ministro Bersani) dovrebbero sfruttare l’opportunità di ricordare ai ciellini, ai loro dirigenti e ai loro cassieri che non è in discussione il ruolo pubblico della religione (soltanto quella cattolica o tutte?), ma la pretesa di una religione di dettare ai pubblici rappresentanti eletti dagli italiani una linea decisa in ambiti confessionali più o meno istituzionalizzati. Ricordare che sono vent’anni che questo Meeting, opera di privati, viene ampiamente finanziato dal pubblico, a cominciare dalla rossa Regione Emilia-Romagna e dall’attualmente margherito comune d Rimini. Che anche la Compagnia delle Opere gode di finanziamenti pubblici grazie anche ai quali in molti ambiti esercita un ruolo di struttura capillare di welfare che, leggendo cronache contemporanee, non pare, fatte salve le drammatiche diversità di contesto, da quelli esercitati, con impressionante successo, da Hamas e da Hezbollah. A chi pensa che sono andato troppo in là con il paragone rimando ad un libro recentemente pubblicato dal Mulino: Almond et al., Religioni forti, ricco di riferimenti al palpabile e udibile fondamentalismo di Comunione e Liberazione. Infine, al Meeeting i politici potrebbero anche andare per dialogare, ovvero per esporre e confrontare opinioni diverse,anche diverse, per arricchimento loro e per arricchimento, se sono disposti ad ascoltare e ad accettare dubbi, anche dei componenti della platea. Invece, apprendiamo, in parte con non celabile senso di sollievo, che il massimo di dialogo che gli organizzatori hanno deciso di offrire ai loro aficionados sarà quello fra il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni (Forza Italia) e l‘ex-Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (Forza Italia, I suppose). Si aspettano scintille, forse non proprio pluraliste, comunque non del tipo di pluralismo augurabile in una società che dia alla religione un ruolo pubblico, senza appaltare alla religione la definizione di quello che è il pubblico, di quali politiche pubbliche debbano essere decise da un Parlamento eletto e da un governo pluralista (anche troppo). www.unita.it

Ufficiale e gentiluomo In un anno, 80 reclutatori Usa puniti per molestie sessuali su potenziali reclute donne Oltre 80 reclutatori delle forze armate statunitensi sono stati puniti per cattiva condotta nel 2005, in relazione a episodi di molestie sessuali o veri e propri stupri, che hanno coinvolto oltre 100 giovani ragazze interessate ad arruolarsi. Lo ha scoperto l’Associated Press, con un’inchiesta durata sei mesi. I dati. I numeri forniti dal dipartimento della Difesa parlano di almeno 35 reclutatori dell’Esercito, 18 del corpo dei Marines, 18 della Marina e 12 dell’Aeronautica trovati colpevoli e puniti con sanzioni amministrative, che vanno dalla sospensione dello stipendio al declassamento. Le vittime sono prevalentemente ragazze dai 16 ai 18 anni, con un interesse più o meno serio a vestire l’uniforme. Gli episodi di molestie o violenza sono avvenuti quasi tutti nei centri di reclutamento, negli appartamenti dei reclutatori o nelle loro automobili. In totale, dal 1996 l’Esercito – quasi metà delle forze armate – conta 722 reclutatori accusati di stupro e di cattiva condotta sessuale. I ricatti. Alcune vittime hanno denunciato ricatti espliciti da parte dei reclutatori. “Se vuoi far parte dei Marines, devi fare sesso con me”, avrebbe detto a una ragazza 17enne, allora vergine, uno dei reclutatori puniti. “Mi ha fatto qualunque cosa volesse. La gente in uniforme una volta mi dava sicurezza. Ora mi innervosisce”, ha detto un’altra 17enne. Altri episodi riguardano molestie seguite a un primo contatto tra il reclutatore e la ragazza interessata ad arruolarsi. In alcuni casi, molestatore e vittima erano già usciti insieme, e molti dei puniti hanno citato questa attenuante. Ma un ex reclutatore dei Marines, Ethan Walzer, non crede che questa possa essere una giustificazione. “Chiunque dica che ‘era consensuale’ è un bugiardo. I reclutatori hanno tutto il potere in mano, in queste situazioni”. Le disposizioni. Le regole, d’altronde, parlano chiaro: ai reclutatori è proibito andare a letto con le potenziali reclute. Ma la crescita degli episodi di molestie è in linea con l’aumento dei casi di cattiva condotta generale da parte dei reclutatori, saliti da 400 nel 2004 a 630 nel 2005. Un portavoce del Pentagono ha affermato che il dipartimento alla Difesa sta affrontando la questione “in modo molto serio”, anche se un altro portavoce dell’Esercito mette in guardia dal fare di tutta l’erba un fascio. “Avere 53 casi in un anno, sebbene siano 53 casi in più di quanto vorremmo, non può essere indicativo se si pensa che abbiamo 8.000 reclutatori”, ha detto. Più informazioni. Ma il problema esiste, e non può che essere in crescita anche perché i reclutatori, con la legge “No Child Left Behind”, hanno accesso alla lista di tutti gli studenti delle scuole pubbliche, spesso compresa di numero del telefonino, indirizzo e-mail e altre informazioni personali. Per non comparire su queste liste bisogna fare una richiesta di cui non tutte le famiglie sono a conoscenza. E gli istituti non possono rifiutarsi di fornire gli elenchi, pena la cancellazione dei finanziamenti federali. In uno dei casi scoperti dai vertici militari, un reclutatore sceglieva le vittime dei suoi ricatti a sfondo sessuale proprio grazie alle liste fornite dalle scuole, puntando sulle ragazze senza padre e delle famiglie più povere. Che fare? Un rimedio potrebbe essere l’istituzione di una politica chiamata “No one alone”, nessuno da solo, come fatto dalla Guardia Nazionale dell’Indiana dopo una serie di casi simili qualche anno fa. Dal 2005, per i suoi reclutatori è proibito trovarsi da soli in un luogo chiuso con una potenziale recluta donna. Se vengono scoperti, rischiano subito un procedimento disciplinare. Un anno dopo l’entrata in vigore di queste disposizioni, i vertici della Guardia sostengono di aver notato una diminuzione drastica dei casi di molestie. Alessandro Ursic http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6139

SCHIAVITU' E DEFORESTAZIONE IN AMAZZONIA DI HUGH O'SHAUGHNESSY Bastille Day Weekend Edition Santarém, Brasile -- Per decenni il movimento verde si è legato a doppio filo a questa parte di mondo. La foresta che copre l’Amazzonia, il 60 per cento della superficie di uno dei paesi più grandi del mondo è, ci hanno detto, una risorsa per l’umanità. In effetti lo stesso grande Rio delle Amazzoni è una risorsa per l’umanità. Non contiene forse un quinto di tutta l’acqua dolce del pianeta? Dopo tutto è il fiume più grande del mondo, dodici volte più grande del Mississippi che scorre davanti a ciò che resta di New Orleans e sedici volte più voluminoso del Nilo che scorre davanti alle più durature Piramidi. Trovandovi alla foce del Rio delle Amazzoni, giù a Belém o sulla grande isola di Marajó, potrete vedere così tanta acqua scorrere davanti a voi in un giorno quanta se ne potrebbe vedere stando per un anno sul Ponte Westminster di Londra vicino al Big Ben. Iniziando la discesa in aereo su Belém si può vedere una minuscola città di un milione di persone appollaiata sulle sponde fangose del Rio delle Amazzoni, resa insignificante dalla massa d’acqua che le scorre intorno e oltre fino all’orizzonte. L’altro giorno ero qui a Santarém presso il fiume Tapajós, uno dei più grandi tra i mille affluenti del Rio delle Amazzoni, mentre correva verso la sua confluenza con il Rio delle Amazzoni. Il Tapajós misura 16 chilometri di larghezza e scorre attraverso uno degli stati dell’Amazzonia, il Parà, più grande di Irlanda, Francia, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo messi insieme. L’Amazzonia contiene circa un quinto di tutte le specie di piante, animali e insetti presenti sul pianeta, metà delle specie di uccelli, la maggior parte dei pappagalli, dei roditori e delle formiche, per non parlare dei serpenti più lunghi. E, sostengono i Verdi di tutto il mondo che i Brasiliani ignoranti permettono che la foresta Amazzonica sia abbattuta senza pietà mentre il grande Tapajós viene inquinato dagli scarichi di mercurio provenienti dalle miniere d’oro a monte. Tutto questo deve essere salvato dai suoi irresponsabili abitanti. Preso in cura. Internazionalizzato. Riscattato. Preservato per le future generazioni. Ora. Subito. Non c’ è tempo da perdere. Ora questo argomento, così spesso ripetuto dai media e dai gruppi di pressione occidentali, è bizzarro. Nessun coinvolgimento internazionale di tale entità, per il paese di qualcun altro, si rispecchia in una richiesta di supervisori stranieri per prevenire un disastroso inquinamento da petrolio come quello causato all’Alaska dalla petroliera Exxon Valdez. O per un controllo straniero delle scarse ma politicamente significative acque del fiume Giordano controllate da Israele, centro di una disperata lotta per l’acqua tra i ricchi Israeliani che fanno crescere piante ben irrigate per i supermercati europei e i maltrattati Palestinesi che hanno solo bisogno di qualcosa da dare a bere ai loro figli. Una delle ragioni per cui è bizzarro risiede nel fatto che le argomentazioni Verdi sull’Amazzonia raramente dedicano tanto tempo agli abitanti umani della regione quanto ne dedicano alla flora e alla fauna. Un rapporto appena pubblicato da Venessa Fleischfresser, accademica di primo piano alla Federal University di Paranà, mostra che una maggiore attenzione ai problemi umani della regione che sono così spesso ignorati nel discorso ambientalista può far regredire il danno ecologico che si sta causando. Ha scoperto che quelle aree dell’Amazzonia in cui la deforestazione avviene nel più grande abbandono sono quelle in cui la schiavitù è più comunemente praticata. Ora la regione ha una lunga e vergognosa storia di schiavitù. I primi missionari gesuiti, che cercavano di evangelizzare gli Indiani, lottavano contro i conquistadores portoghesi e i proprietari terrieri che li volevano ridurre in schiavitù. La pressione politica su questi missionari era così grande nel XVII secolo che decisero di togliere la loro opposizione all’introduzione di schiavi stranieri dall’Africa se agli indigeni fosse stato risparmiato il lavoro forzato. Poi alla metà del secolo XVIII gli stessi gesuiti vennero espulsi dalle terre controllate dai Portoghesi e l’Ordine stesso fu soppresso. L’educazione in Brasile, che a quel tempo era principalmente nelle loro mani, ebbe una flessione da cui sta iniziando a riprendersi solo adesso. Ci fu quindi una rivolta di massa di Indiani, neri e bianchi poveri in Amazzonia nel 1835 che alla fine fu repressa con la più incredibile crudeltà nel 1840. Allora il boom della gomma condusse a una maggiore schiavitù per i seringueiros, coloro che erano reclutati per incidere gli alberi della gomma. I baroni della gomma Sud Americana che facevano lavorare i seringueiros fino alla morte vennero fermati solo dopo la pubblicazione di un rapporto incriminante scritto da Roger Casement quando era diplomatico britannico e prima di giocare il suo destino con i rivoluzionari irlandesi e di essere condannato all’impiccagione nella prigione di Pentonville nell’agosto 1916. Oggi c’è una nuova forma di schiavitù, legata al fatto che i proprietari terrieri in Amazzonia si concentrano sul disboscamento per piantare fagioli di soia. A causa di una forte domanda in tutto il mondo, particolarmente di quella dovuta alla veloce crescita dell’economia cinese, la soia è il raccolto del momento in Brasile. La dottoressa Fleischfresser mostra che la schiavitù è ampiamente diffusa in Amazzonia con le persone povere e disoccupate della campagna trasportate qui dal Nord Est e messe a lavorare al disboscamento della foresta. Il costo del trasporto con l’autobus è addebitato a loro. Devono acquistare ciò di cui hanno bisogno nei negozi dei proprietari terrieri e i loro magri guadagni non sono mai sufficienti per permettere di saldare un debito che gradualmente aumenta. Il defraudamento dei lavoratori è lo stesso che fu messo in atto nei confronti dei serigueiros presi in simili legacci dai baroni della gomma ai tempi di Casement. Anche se molti casi di schiavitù non vengono scoperti, tra il 1999 e il 2001, 2.600 persone vennero trovate e liberate dalla schiavitù mentre nel 2002 altre 1.149 persone furono emancipate. Questo aveva richiesto l’approvazione di una legge che rendeva tali abusi un crimine federale e li sottraeva allo spesso traballante sistema giudiziario dei singoli stati. C’è un’azione in corso per mettere in piedi un programma molto richiesto di protezione dei testimoni, per salvaguardare coloro che forniscono prove dalla casuale e spesso letale violenza dei proprietari. Otto lavoratori, per esempio, furono assassinati in un ranch in un villaggio chiamato São Félix do Xingu nel febbraio 2003 e meno di un anno dopo tre ispettori del Ministero del Lavoro vennero uccisi a Unaí, la sede di molti proprietari terrieri nello stato del Pará. Il modello di schiavitù e violenza si trova principalmente nelle aree in cui si sta verificando il disboscamento illegale. La corruzione connessa al disboscamento illegale è rilevante. Nel dicembre 2004, per esempio, la Polizia Federale arrestò 18 dipendenti statali nello Stato del Parà e li accusò di trasferire - dietro corruzione – alle proprietà dei grandi proprietari terrieri enormi distese di terreno pubblico i cui alberi sarebbero poi stati abbattuti. L’attenzione internazionale venne dirottata verso i problemi della zona solo quando la missionaria americana Dorothy Stang fu uccisa da killer pagati dai proprietari terrieri il 12 febbraio dell’anno scorso. Nata in Ohio, la suora settantatreenne risiedeva in Brasile dal 1966 e aveva preso la nazionalità brasiliana. Dal 1982 faceva parte della Commissione Pastorale della Terra dei vescovi brasiliani. Sorella Dorothy si era appassionata nell’insegnare a leggere ai contadini: nove schiavi su dieci sono analfabeti. Ha fornito diverse prove a una commissione parlamentare d’inchiesta sul disboscamento illegale, facendo i nomi di persone e di imprese. Ha vissuto nonostante la maggior parte delle dittature militari appoggiate dai governi occidentali che rovinavano il Brasile e le sue foreste. Nel suo meraviglioso libro, “La grande bocca: il Rio delle Amazzoni parla”, Stephen Nugent, lui stesso cittadino americano, spiega, "La struttura dell’economia nazionale è inseparabile dalle politiche statunitensi in questo emisfero in cui il Brasile ha... funzionato come uno dei maggiori mercati – controllato tra il 1964 (quando un colpo di stato supportato dagli USA consegnò il Brasile nelle mani di una cricca di generali) e il 1985 (quando i generali se la svignarono) da una classe che fece un lavoro meraviglioso nel riempire le proprie tasche." Sulla morte di Sorella Dorothy il governo del Presidente Lula si è lanciato in azione, ha creato una task force ministeriale e trasportato in elicottero 2.000 soldati sulla scena del crimine. Violenza e schiavitù non sono state ancora estinte qui. Ma il Presidente Lula ha rafforzato il suo primato nel contrastare i problemi amazzonici. Dal momento in cui è entrato in carica nel gennaio 2003 ha posto ordinanze di protezione su più di 240.000 chilometri quadrati di terra, più di tre volte l’area delle 26 contee e due volte quanto il suo predecessore decretò nei suoi quattro anni di mandato. Ha introdotto un sistema di sostegno familiare che aiuta le famiglie non abbienti a mandare i bambini a scuola e in questo modo fornisce loro gli strumenti per ottenere una vita migliore per se stessi. Lula, che è largamente in testa nei sondaggi e può vincere un secondo mandato presidenziale di quattro anni nelle elezioni che si terranno il primo ottobre, sa che i problemi dell’Amazzonia risiedono più nelle persone che non nelle piante o negli animali. E’ qualcosa che gli ecologisti stranieri che si agitano sul Brasile dovrebbero iniziare ad imparare. Hugh O'Shaughnessy scrive, tra le altre cose, per la rivista dublinese Village. Hugh O'Shaughnessy Fonte: http://www.counterpunch.org Link: http://www.counterpunch.org/oshaughnessy07142006.html 14/17 luglio 2005 Traduzione per www.comedonchisciotte.org di CAMPALLA

Albania: tutto a 1 euro scrive Indrit Maraku Il premier albanese Sali Berisha lancia una nuova iniziativa con l’intento rendere più appetibile il paese agli investitori. Una proposta accolta con molto scetticismo dagli esperti e dai media Quello degli investimenti esteri rimane uno dei problemi maggiori dell’Albania dall’avvento della democrazia: il loro flusso negli ultimi anni ha appena sorpassato la soglia dei 300 milioni di dollari annui, classificando il Paese tra gli ultimi posti in Europa per investimenti esteri diretti. Lo scorso 16 agosto, il premier democratico Sali Berisha, durante una riunione di governo, è apparso euforico nel presentare la soluzione: “L’Albania ad 1 Euro” - slogan col quale Berisha ha battezzato la sua iniziativa con la quale vuole “fare dell’Albania il Paese più attraente per gli imprenditori”. Ma all’entusiasmo del primo ministro, che ha presentato la propria proposta come la cura di tutti i mali, hanno risposto subito molti analisti e opinionisti che, nel migliore dei casi, l’hanno definita un’emozione di troppo, e nel peggiore una buffonata o una pazzia. 1 Euro! “L’incremento degli investimenti sarà la nostra sfida”, ha dichiarato il premier Berisha, offrendo alcuni dettagli sulla sua nuova idea: “Offriremo ad 1 Euro i terreni, la qualifica per gli operai, ad 1 Euro il rifornimento idrico alle industrie, di 1 Euro sarà la tariffa per la registrazione delle attività commerciali ed anche la tassa per l’entrata in Albania degli stranieri”. Il primo ministro ha sottolineato che tale sarà anche il costo di molti altri servizi che lo Stato offrirà ma che verranno resi noti più in là. Secondo il capo del Governo, questa strategia riuscirà a far crescere l’economia del Paese, abbasserà il tasso di disoccupazione e spingerà gli albanesi a “non abbandonare il proprio Paese per lavorare invece all’estero e costruire strade, edifici ed industrie degli altri”. Berisha ha chiesto ai suoi ministri di presentare entro il 10 settembre strategie concrete per mettere in atto questa iniziativa, aggiungendo che essa sarà accompagnata dalla diplomazia albanese il cui lavoro sarà diretto in questo senso. Il grande scetticismo che ha seguito la proposta di Berisha è dovuto anche al fatto che essa non sembra essere frutto di uno studio approfondito da parte dell’esecutivo. Ne sono una prova i vari interventi in pubblico dei consiglieri del premier che nei giorni successivi alla dichiarazione si sono trovati costretti a rettifiche: all’inizio è sembrato che gli unici a beneficiarne sarebbero stati solo gli investitori stranieri, poi, dopo vari pressioni e proteste dei media, si è detto che l’iniziativa riguardava anche quelli locali. Del resto, nemmeno il premier è stato molto confortante nel dire che “far diventare l’Albania il Paese più attraente per gli investitori è una sfida molto difficile, ma possibile. Ce la possiamo fare solo pensando l’impensabile e immaginando l’inimmaginabile. E’ questa la condizione”. Gli unici appoggi al primo ministro sono arrivati dai suoi alleati di governo – che tuttavia si sono mostrati molto cauti nelle dichiarazioni – e dal mondo dell’imprenditoria. La Confindustria (più vicina al premier) ha dato subito la sua benedizione, mentre la Camera di Commercio, all’inizio un po’ scettica, ha chiesto che non ci siano discriminazioni da parte del Governo tra gli investitori locali e quelli stranieri. Gelo dai media e dall’opposizione Edi Rama, leader del Partito socialista (maggior forza politica dell’opposizione di centro sinistra), ha detto che con queste idee il leader democratico Berisha dimostra di “essere rimasto indietro di 15 anni”. Per il capo dell’opposizione si tratta solo “dell’ennesima pazzia del primo ministro e se non riesce ad immaginare lui [cosa vuol fare], figuriamoci noi altri”. “Dire L’Albania ad 1 Euro significa dire solo che sei quello che sei quando ti chiami Sali Berisha, cioè un incompetente che non capisce nulla”, ha dichiarato Rama. Ancora più duri si sono mostrati i media, dove la stragrande maggioranza degli analisti ha bocciato la cosiddetta “rivoluzione Berisha”. Secondo Alba Malltezi, direttrice dell’emittente Tv “News24”, “non sarà la formula 1 Euro a portare in Albania gli investitori importanti, ma la serietà che offrirà loro lo Stato non cambiando le regole del gioco”. La giornalista fa riferimento alla privatizzazione da parte del precedente governo socialista dell’azienda di telefonia fissa nel Paese, Albtelecom, non riconosciuta dall’attuale governo democratico quando tornò al governo un anno fa. Simile anche la storia di una compagnia francese autorizzata dall’ex governo socialista a costruire un villaggio turistico nella riviera meridionale albanese, in seguito sospesa dall’esecutivo di Berisha, per poi essere riconcessa pochi giorni fa dopo diversi mesi d’attesa. Dr. Zef Preci, uno degli economisti locali più noti, dice che il vero problema per gli investimenti riguarda la scarsa stabilità politica ed economica. Secondo lui, “l’alto livello dell’economia informale, la legislazione non adatta agli investitori stranieri, la corruzione, la criminalità e l’amministrazione inefficiente continuano a creare difficoltà all’imprenditoria”. Secondo Alfred Uci, rappresentante del mondo accademico, “non c’è gente così stupida da venire in Albania appena le dici che lo Stato vi dà la terra ad 1 Euro. Loro (gli investitori) chiedono altre garanzie, più complesse”. Mentre Mustafa Nano, giornalista e uno degli analisti più conosciuti nel Paese, sottolinea che sarebbe una “menzogna colossale” dire che basterà la riduzione dei costi a portare gli investitori in Albania. Nel suo durissimo intervento, l’analista spiega che gli investitori non vengono perché “in Albania manca la stabilità politica, perché gli albanesi non sanno tenere elezioni libere, perché il premier attacca ogni giorno le istituzioni dello Stato, perché il Governo è il primo a non rispettare la Costituzione, perché i terreni sono stati occupati illegalmente, perché le strade bombardate del Libano pochi giorni fa sono assai migliori delle strade in Albania, perché manca l’energia elettrica e l’acqua, perché l’amministrazione chiede soldi per ogni servizio pubblico offerto, perché qua ti fregano la macchina nel bel mezzo di Tirana, perché le nostre città sono invivibili, perché gli abitanti di queste città sanno solo giocare a carte per i marciapiedi e perché, infine, - come giustamente diceva [il giornalista] A. A. Gill nel suo articolo pubblicato sul Sunday Times [poche settimane fa] – l’Albania è un Paese ridicolo. E il Premier di questo Paese è ancora più ridicolo”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6056/1/51/

USA : se non puoi screditare la sentenza scredita il giudice di Giulia Alliani Ieri e oggi alcuni articoli del New York Times raccontano come si stia cercando di delegittimare la scomoda decisione del giudice federale Anna Diggs Taylor, di Detroit, che ha ritenuto incostituzionale il programma di intercettazioni, eseguite senza controllo del giudice, messo in atto dall'amministrazione Bush. Non si va piu' nel merito della faccenda, ma si comincia a dire: 1) che Anna Diggs Taylor era stata nominata dal presidente Carter, e quindi e' una 'liberal' che va guardata con sospetto, come anche le sue sentenze. 2) che avrebbe dovuto astenersi perche' si trova in una situazione di possibile conflitto di interessi, essendo segretaria e trustee di un'organizzazione di Detroit, la Community Foundation for Southeastern Michigan, un charity che ha destinato contributi in denaro a varie associazioni, fra cui anche una sezione dell'ACLU (American Civil Liberties Union) che figura proprio fra i promotori del caso contro le intercettazioni (ACLU vs. NSA). Il contributo di $125,000 era stato versato in piu' anni, ed era servito a promuovere un programma di istruzione su vari argomenti (una volta sul Bill of Rights, un'altra contro il "racial profiling") nessuno dei quali aveva a che vedere con il caso delle intercettazioni, e poi per pagare un avvocato che aveva svolto un lavoro sui diritti degli omosessuali. Il NYT riporta i pareri di alcuni docenti universitari di legge, ma quasi nessuno pensa che Anna Taylor avrebbe dovuto arrivare al punto di astenersi. A parere di molti sarebbe stato invece piu' prudente da parte sua dichiarare pubblicamente il suo ruolo nell'associazione prima dell'inizio del processo, in modo da evitare successive critiche e recriminazioni sulla sua capacita' di rendere giustizia in modo imparziale. Tuttavia in un editoriale intitolato "A Matter of Appearances" il quotidiano americano scrive che puo' risultare "inquietante" il ruolo del giudice Taylor in una fondazione che assegna contributi anche ad associazioni che regolarmente si costituiscono nei tribunali. Ed e' ancora piu' grave, secondo il NYT, il fatto che questo comportamento sia molto diffuso fra i componenti dell'ordine giudiziario. La lezione piu' importante che ne deriva consisterebbe nella opportunita' di riesaminare con saggezza il tipo di attivita' esterne che si possono ritenere appropriate per i giudici federali che esercitano le funzioni di giudice in tribunale. Un precedente simile - che aveva messo in crisi il sistema giudiziario del Texas - si era avuto nel caso dei magistrati che dovevano trattare il procedimento relativo alle accuse di corruzione al leader dei Repubblicani Tom DeLay. www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 24 2006

«La polemica è chiusa. Parleremo con i fatti, con la Finanziaria». Da Via XX settembre, dove il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, è tornato alla sua scrivania, non trapela nulla di più. Non ci sarà un nuovo capitolo dello scontro con Francesco Giavazzi, che ieri sul Corrierehaancoraattaccatoil ministro per la sua carenza di iniziativa. Ora si deve scrivere in fretta laFinanziaria da 35 mili ardi dieu-ro, con 20 miliardi per riportare il deficit sotto controllo el5miliardiper rilanciare lo sviluppo. Ma ancor prima bisognerà trovare l'accordo nella maggioranza e nel governo (ilDpef non è stato sottoscrìtto dal mi-nistro Paolo Ferrerò di Rifondazione comunista) e, poi, convincere i sindacati che già sui contratti pubblici hanno cominciato a rumoreggiare. «Una strada complìcatissi-ma», commentavano ieriserai tecnici, a bassa voce.Maèquel-la la dirczione di marcia. Che, da Castiglione della Pescaia, hari-badito il premier, Romano Prodi, i! quale, ,pur ammettendo di averla seguita «passo passo», si è ben guardato da entrare nella polemica personale tra Giavazzi e Padoa-Schiop- pa: «Non mi sembra il caso». E dopo aver confermato di non aver ricevuto la e-mail del ministro («mi sembra giusto che non me l'abbia mandata. Padoa-Schioppa è un ministro di stile»). Prodi ha difeso l'impostazione del Dpef: «Si è parlato molto dell'espressione "tagli",malaso-stanza è una, e cioè che l'organizzazione dello Stato deve essere riformata nel suo funzionamento profondo ed è quello che vogliamo fareperché la spesa pubblica deve essere limitata il più possibile e perché le riforme devono essere il più efficaci possibile. Riforme strutturali e - ha scandito - non solo tagli una tantum o indifferenziati in tuttiisettori».Insommalalineadi Padoa-Schioppa. Ma qui comincia la scalata. Per ora l'idea di fondo è che da ogni capitolo di spesa (sanità, previdenza, trasferimenti aglien-ti locali, pubbli caamministrazio-ne) dovranno arrivare 4-5 miliardi di rispanni. Si sa che Padoa-Schioppa vuole ottenerli con le riforme strutturali e non con i tagli una tantum che hanno portato l'Anas eie Ferrovie a non avere più risorse per andare avanti. Ma per fare le riforme ci vuole il consenso politico e sociale: fu cosìnel '92, epoca evocala dal ministro per chiarire le difficoltà nei conti lubblici. Padoa-Schioppa non la cambialo idea e, soprattutto, sa che a Bruxelles non gli concederanno proprio nulla: nessuno sconto per riportare il deficit entro il 3 per cento dal 2007, tanto piùcheil2006 registrerà un incremento della crescita del Pii. Proprio la congiuntura più favorevo- IS' le (maggiori entrate fiscali e spinta dalla produzione industriale e dall'export) potrebbe diventare -paradossalmente - un ostacolo. La ricetta di Padoa-Schioppa dovrà essere sottoposta all'esame del Consiglio dei ministri. Dove, finora, l'ex banchiere della Bce ha trovato rispetto e anche «qualche umore reverenziale», osservava ieri sera un ministro della Margherita, aggiungendo; «Dopo il clamoroso scontro via telematica, però, potrebbe venire un po' meno". Insemina l'immagine del supe-tecnocrate potrebbe esser-si un po' sbiadita. Così, a parte i! possibile dissenso dì Rifondazione sul versante sociale, è l'atteggiamento del vicepremier Francesco Rutelli e dei suoi, una delle incognitenelladifficilepartitadel ministro-tecnico. RutellUo ha già stoppato sulla nomina di Fabiano Fabiani al vertice delle Fs. ritenendolo troppo vicino ai Ds. E il leader dellaMargherita è convinto che la politica economica non sia affatto una questione esclusivamente tecnica. Tanto che diversi ministri hanno interpretato alcune recenti dichiarazioni pubbliche di Padoa-Schioppa (anche nel dibattito di Cortina che ha provocato i! conflitto con Giavazzi) con le quali ha provato a spogliarsi del ruolo di tecnico, come una risposta in direttaaRutelli. La Finanziaria sarà davvero la prova del nove. Ma intanto uno dei ministri diessini avverte: «Padoa-Schioppa non è uno che prende ordini. Sa ascoltare e sì fa convincere: ma servono buoni argo- mm r Ov L'ECONOMISTA Francesco Giavazzi ieri è tornato ad attaccare il ministro Padoa-Schioppa per la sua carenza d'iniziativa IL PREMIER Romano Prodi, pur senza entrare nella disputa, ha difeso il ministro del Tesoro e l'impostazione del Dpef 1LVICEPREMIER Per Francesco Rutelli la polìtica economica non è solo un fatto tecnico e talvolta non è apparso in sintonia col Tesoro repubblica.it

L'indulto con gli occhi di una vittima Ho ricevuto numerose lettere sull’indulto, pubblico oggi quella di Emanuela, una ragazza di 18 anni di Reggio Calabria. “Caro Ministro Di Pietro, mi chiamo Emanuela, ho 18 anni e sono di Reggio Calabria. Le scrivo perchè ho apprezzato la sua ostinazione contro la legge sull'indulto, soprattutto perchè lei si è esposto in prima persona. Questa lettera non avrebbe importanza, o forse non sarebbe nemmeno stata scritta se io non fossi tra le vittime che lei difende; infatti deve sapere che circa un anno fa il mio ex ragazzo, solo perchè non avevo intenzione di continuare ad essere la sua ragazza non faceva altro che picchiarmi per futili motivi, ha attentato alla mia vita dandomi quattro coltellate alle spalle, arrecandomi gravi danni al polmone, al fegato e al rene, e se sono rimasta viva è grazie al pronto intervento e alla bravura dei medici e forse anche per un miracolo, dato che le mie condizioni non davano speranze di vita agli stessi medici. Bene, veniamo al dunque, non è giusto che chi ha sofferto, chi è stato una vittima continui ad esserlo, infatti quale indulto ci sarà per le quattro coltellate che ho ricevuto, per tutte le violenze che ho subito e per il dolore che continuo a provare? E' ingiusto che lo Stato non tuteli abbastanza, anche perchè non essendoci stato ancora, nel mio caso, l'appello e la cassazione lui sta scontando la sua pena agli arresti domiciliari, e la paura che lui potesse scappare, appena ho saputo di ciò, mi ha portato a tentare il suicidio. Io vorrei maggior tutela, vorrei avere le forze per battermi per i miei diritti, ma chi mi ascolterebbe? La ringrazio per aver dato ascolto ai miei dolori e per essersi schierato a favore di noi vittime. Distinti saluti. Emanuela.”http://www.antoniodipietro.com/2006/08/lindulto_con_gli_occhi_di_una.html

Censis: il profilo del precario, «neotipico» An. Sci. Nuovi dati sui lavoratori «atipici» (contratti a termine, cococò, a progetto, occasionali), li ha diffusi ieri il Censis. Ormai «atipici» - bisogna sottolineare - per pura convenzione, dato che proprio nel 2005 per la prima volta le nuove assunzioni di carattere precario hanno superato quelle di tipo stabile: bisognerebbe piuttosto ribattezzarli «nuovi lavoratori tipici», o «neotipici». L'istituto ha rielaborato le ultime indagini Istat, e prepara uno studio più approfondito per l'autunno: «per accompagnare le politiche del lavoro», spiega (speriamo bene). Emerge un «identikit» che vede i nuovi lavoratori tipici presenti in percentuale soprattutto nel pubblico impiego (dove raggiungono quasi il 10% del personale), e notevolmente diffusi - seppure in misura minore - anche nell'industria (8%). D'altra parte il sindacato, più volte ha quantificato in circa 300 mila i precari nel settore pubblico, su un totale di 3 milioni circa di impiegati: dunque i conti sembrano tornare. Discorso a parte per il comparto dell'«istruzione», scuole e università sia pubbliche che private, che contano addirittura il 20,2% di lavoratori di questo tipo. Punta sul lavoro precario anche il cosiddetto «mondo associativo», ovvero sindacati, circoli e associazionismo di vario tipo: conta il 18,3% di atipici; 13,1% è il dato relativo ai servizi alle imprese. Quanto al profilo del precario, dallo studio Censis viene fuori un lavoratore perlopiù giovane (nel 57% dei casi è sotto i 35 anni). Vi è poi una maggiore incidenza tra le donne, pari al 14,7%, piuttosto che tra gli uomini (8,7%); e tra quanti posseggono livelli di istruzione più elevati: 14,1% tra i laureati, 11% tra i possessori di un diploma superiore, con una particolare incidenza del lavoro a progetto e occasionale proprio nei segmenti di istruzione più alti. A livello territoriale, sono il centro e il sud a detenere il primato: la percentuale si attesta rispettivamente all'11,5% e al 13,9%, contro l'8,8% del nord ovest e il 9,9% del nord est; a causa non solo della maggiore debolezza strutturale del tessuto produttivo, rileva il Censis, ma anche della specifica vocazione delle due aree contigue, più terziaria nel centro, più agricola nel meridione. L'indagine mostra anche la presenza di questo tipo di contratti nei diversi «profili professionali»: da un lato, spiega il Censis, il fenomeno incide sull'universo delle professioni non qualificate, dove si contano 22,4 precari ogni 100 occupati. Dall'altro, all'opposto, questi contratti si addensano nei gradini più alti della piramide professionale: il 10,5% nelle professioni intellettuali, il 18,4% in quelle tecniche intermedie e il 13,3% in quelle esecutive amministrative. Per i lavoratori a progetto, tale tendenza è ancora più accentuata: sono infatti concentrati in maggioranza nelle professioni tecniche intermedie (33%) e intellettuali (18,3%), e poco o nulla presenti tra quelle non qualificate (6,2%).www.ilmanifesto.it/

La bella politica Solimano Tommaso Padoa Schioppa santo subito.Formidabile la sua trovata di scrivere una e-mail a Francesco Giavazzi e di copiarla ad altri 92 economisti. Non solo, bellissima anche l'osservazione che il Corriere ha necessità di recuperare le copie vendute sottrattegli dal Giornale e da Libero. E il tono, poi! Ha dato del tu a Giavazzi, come fa nella vita normale. A quel punto, Giavazzi gli ha risposto anche lui via e-mail, copiando i soliti 92 e dandogli del lei. Si sono presi a male parole, insomma, sono andati agli stracci in pubblico. Ma la cosa più bella di tutte è che il contrasto è molto chiaro nel merito. Non le solite fini osservazioni che impediscono di capire al viandante speranzoso, ma oggettive e grandi ragioni di contrasto. Adesso tutti, in primis i 92, cercano di sopire per tornare alla consueta dialettica di accademici in lieve fregola, ma per fortuna, una volta tanto, la realtà irrompe nelle stanze della economia (scienza triste) e si capisce quello che veramente sta succedendo. Alla faccia di tutto il politichese di questo mondo. http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Statali, i conti non tornano di (gio.co.) Sul contratto della pubblica amministrazione i conti non tornano. Il ministro Nicolais ha annunciato che il governo stanzierà 4 miliardi di euro in tre anni. I sindacati ne chiedono 5,5 solo per il biennio 2006-2007. Domanda e offerta non si incontreranno facilmente. Il clima non è buono. Sottotraccia i sindacati sono già sul piede di guerra. C’è chi parla di uno sciopero a settembre. E la parola tagli è diventata un tabù. La premessa è nota. Nella primavera dell’anno scorso il governo di centrodestra regalò agli statali un aumento ben superiore all’incremento del costo della vita (5 per cento), senza chiedere niente in cambio. I sindacati di categoria incassarono. Ora, viziati dall’altro governo, si sentono con questo più forti nel battere cassa. Il governo Berlusconi fece promesse che sapeva di non poter mantenere. Tanto che rinviò la copertura dell’aumento agli statali alla finanziaria del 2006. L’opposizione di allora (e maggioranza di oggi) lanciò l’allarme sulla lievitazione della spesa pubblica in tempi di crescita zero. Ora, come previsto, i soldi non ci sono. Il governo ha riesumato la parola magica «razionalizzazione» per annunciare misure sacrosante, come la fusione di Inps e Inpdap o l’accorpamento degli uffici provinciali del tesoro. Probabilmente non basteranno. E allora il governo dovrà chiedere “sacrifici” in termini di efficienza del servizio e flessibilità degli orari di lavoro. Nella globalizzazione un’amministrazione pubblica che funziona è anche un fattore competitivo. L’efficienza è un punto di partenza, un dovere, non un punto di arrivo, una concessione. Gli aumenti di stipendio riguardano 3 milioni e mezzo di persone. I costi dell’amministrazione pubblica riguardano tutti i cittadini./www.europaquotidiano.it/

Servizio navetta di Marco Travaglio Ora che Franco Pacenza, capogruppo Ds alla Regione Calabria, arrestato giorni fa per concussione in una presunta truffa da 8,2 milioni all’Ue, ha ottenuto i domiciliari, si può valutare più serenamente la reazione provocata dal suo caso. Poco dopo l’arresto, i nove parlamentari dell’Unione eletti in Calabria erano già in processione al carcere di Cosenza, per visitarlo in cella e poi, insieme a numerosi politici locali, per inscenare un sit-in di protesta. «Aspetteremo qui che Pacenza esca», ha spiegato l’on. Franco Bruno, che è pure segretario della Margherita. Nessuno, a parte Di Pietro, ha trovato da ridire su queste parole e quella manifestazione, che ricordano da vicino le reazioni della Cdl in casi analoghi. Tant’è che al sit-in s’è unita la forzista Iole Santelli, già sottosegretario alla Giustizia di Berlusconi. Quando poi Pacenza è stato scarcerato, il sottosegretario Marco Minniti (Ds) ha dichiarato che l’arresto «è stato un errore giudiziario». Cosa glielo fa pensare? Nessuno, per ora, conosce gli elementi raccolti dalla pubblica accusa: spetterà ai giudici, non ai colleghi o agli amici, stabilire se Pacenza sia colpevole o innocente. Colleghi e amici hanno il diritto di criticare un atto giudiziario. Ma la carovana unionista, con sit-in incorporato, è tutt’altro. I Parlamentari rappresentano un potere dello Stato, che fa le leggi e possibilmente le rispetta, senza prevaricare sugli altri. Gli arresti invece li decide la magistratura: il pm li chiede, il gip eventualmente li dispone, poi l’arrestato può ricorrere al Riesame e alla Cassazione. L’intervento del Parlamento non è previsto: né quando la maggioranza ce l’ha la Cdl, né quando ce l’ha l’Unione. E allora: che differenza c’è fra i pellegrinaggi dei forzisti nelle celle dei loro colleghi di partito e la processione di unionisti in quella di Pacenza? Il malvezzo dei politici di visitare gli amici arrestati, per trasmettere loro la solidarietà del partito e della casta fu inaugurato da Bettino Craxi nel 1985, quando fu arrestato Antonio Natali, presidente della Metro milanese e collettore di mazzette per i partiti (maggioranza e opposizione). Se Natali avesse parlato, Tangentopoli sarebbe saltata 7 anni prima. Ma Craxi, da premier, chiese d’incontrarlo in cella. Così fu chiaro a tutti, e specialmente a Natali, con chi stava il governo: non con lo Stato rappresentato dai giudici che indagavano sulle tangenti, ma con lo Stato dei partiti corrotti. Craxi completò l’opera facendo eleggere Natali senatore, con relativa immunità. Borrelli chiese l’autorizzazione a procedere, il Senato la respinse a gran maggioranza. «Applausi da centro, destra e sinistra», recita il verbale della seduta. Visitare un arrestato prima dell’interrogatorio è vietato dalla legge. Ma i parlamentari sanno come aggirarla: scoprono un improvviso interesse per la salute dei carcerati proprio nella prigione dov’è detenuto l’amico, e con la scusa di visitarli tutti vanno a incontrare lui. Poi escono, raccontano che è allo stremo, vittima sacrificale della malagiustizia. Ora, visto che la legge è uguale per tutti, o almeno dovrebbe, i casi sono due: o si proibisce ai parlamentari di aggirare quel divieto, o si estende l’usanza del pellegrinaggio politico per tutti i detenuti. Ogni qual volta uno finisce dentro, accusato di spaccio o di concussione o di qualunque altro reato, dovrà essere obbligatoriamente visitato in cella da almeno nove parlamentari. Si potrebbe organizzare un apposito servizio-navetta, con carovane motorizzate bicamerali da Montecitorio e Palazzo Madama ai principali penitenziari della penisola, con tanto di turni e reperibilità 24 ore su 24, come per la guardia medica. Altrimenti qualcuno potrebbe pensare che i politici e i loro amici, come nella fattoria di Orwell, siano più uguali degli altri. Null’altro che l’appartenenza alla «casta» dei politici, infatti, distingue Pacenza dalle centinaia di cittadini arrestati ogni giorno in Italia. Un tempo c’era almeno una modulazione di toni a seconda dell’appartenenza politica. Ora, in omaggio al totem «bipartisan», è caduta anche quella barriera. Da destra e da sinistra è tutto uno strillare alla «giustizia a orologeria», all’«accanimento giudiziario», alle «manette facili». Con alcune variazioni sul tema, nel caso Calabria, davvero avvincenti. 1) Il governatore Loiero critica giustamente il sit-in, ma poi rovina tutto contestando i giudici per aver arrestato Pacenza «a Ferragosto, mentre era in ferie con la famiglia». E il ministro Bianchi prima denuncia coraggiosamente la malagestione dei fondi europei, ma poi critica «l’arresto a Ferragosto, mentre Pacenza stava in vacanza con la famiglia». Dunque, oltreché nei periodi elettorali, i politici non vanno disturbati neppure nei mesi estivi, men che meno se son in ferie con pinne, fucile e occhiali. Per analogia, si suppongono off-limits anche le ferie natalizie e pasquali, per non parlare delle domeniche e altre feste comandate. In quale periodo dell’anno, di grazia, un magistrato può agire a carico di un politico senza che lorsignori s’inalberino? Il Parlamento potrebbe stilare un’agenda planning con evidenziate le rare finestre temporali in cui è consentita (ancorché sconsigliata) l’azione penale sui politici. 2) Alle critiche di Di Pietro, i nove pellegrini di Cosenza hanno replicato invitandolo a tacere e a dimettersi da ministro perché °© testualmente °© «Di Pietro ha candidato alle elezioni comunali il fratello del gip che ha arrestato Pacenza, poi risultato il primo dei non eletti. E ci fermiamo qui». Se ne deduce che candidare un giudice è già una discreta schifezza. Ma candidare addirittura il fratello di un giudice è una doppia porcheria: è noto, infatti, che il virus dei magistrati si trasmette rapidamente ai consanguinei di primo, secondo e fors’anche terzo grado. E ci fermiamo qui.www.unita.it

Torturare è giusto, torturare è possibile - Per sostenere il ripugnante principio secondo la quale ci vuole un “compromesso tra lo stato di diritto e la sicurezza nazionale”, qualche giorno fa sul Corriere della Sera, nei giorni immediatamente successivi all'allarme antiterrorismo lanciato negli aeroporti inglesi, Angelo Panebianco ha scritto: “Immaginiamo che tra qualche mese venga fuori che l'Apocalisse dei cieli, il grande attentato destinato a oscurare persino gli attacchi dell'undici settembre, con migliaia di vittime innocenti, sia stato sventato solo grazie alla confessione, estorta dai servizi segreti anglo-americani, di un jhadista coinvolto nel complotto, magari anche arrestato (sequestrato) illegalmente.” Panebianco si è poi chiesto:”Chi se la sentirebbe in Europa di condannare quei torturatori? La risposta è: un gran numero di persone. In Italia più che altrove.” Infatti, gli ha risposto, sempre sul Corriere della Sera Claudio Magris, ricordando a Panebianco che anche in guerra ci sono delle regole giuridiche. Ma Panebianco ha messo in discussione la competenza di Magris a discutere di politica. Commenti salaci sulle posizioni di Panebianco si sono letti su l'Unità e sul Manifesto. Sulla questione, ben prima della posizione assunta da Panebianco, Megachip ha pubblicato un articolo di Giulietto Chiesa (vedi “Dallo Stato di Diritto all'involuzione dell'Impero” dell'11 agosto 2006). Perché la questione non è una esercitazione accademica, ma è drammaticamente ficcata nella realtà delle politiche sulla sicurezza dei governi occidentali, a proposito di tortura e di giustificazione politico-giuridica della tortura, esemplare è il caso di Craig Murray, che è stato recentemente intervistato per RaiNews24 da Mario Sanna e Maurizio Torrealta. Craig Murray è stato ambasciatore britannico in Uzbekistan. Nel periodo cha va dall'agosto del 2002 all'ottobre del 2004 ha scoperto la tortura dei servizi segreti uzbeki sui prigionieri politici e ha denunciato l'uso che delle informazioni estorte, spesso inattendibili, facevano la Cia e il 'Foreign Office' inglese. Craig Murray è stato ascoltato dalla Commissione d'inchiesta dell'Europarlamento sui voli e i sequestri della Cia in Europa alla fine di aprile. Murray è stato ambasciatore britannico in Uzbekistan dal 2002 al 2004. Cosa ha dichiarato Murray alla Commissione? Ha detto che i servizi segreti americani e britannici hanno utilizzato testimonianze di detenuti ottenute mediante tortura e non ha escluso che i servizi segreti di molti paesi europei fossero informati di quanto facessero i loro colleghi in Uzbekistan. L'ambasciatore ha parlato di "cooperazione" tra i servizi nazionali quando si è avuto a che fare con detenuti sospettati di terrorismo in Uzbekistan. L'alto funzionario si è detto certo del fatto che i servizi uzbeki torturassero i detenuti e che la CIA e l'MI6 britannico ottenessero le informazioni sebbene non partecipassero agli "interrogatori". Murray ha raccontato d'aver posto il problema al ministro degli esteri britannico, Jack Straw, il quale concluse, dopo un incontro con il capo dei servizi MI6, che ricevere informazioni ottenute sotto tortura non avrebbe contravvenuto alla Convenzione ONU contro la tortura. A proposito di una domanda posta dal relatore della commissione, Claudio Fava, l'ambasciatore Murray ha affermato di non avere informazioni sulla condivisione delle informazioni tra la CIA e i servizi segreti di Paesi occidentali: "Tuttavia - ha aggiunto - la Germania aveva particolari e stretti legami con i servizi di sicurezza uzbeki e credo che lo scambio di informazioni sia avvenuto". Murray ha raccolto le testimonianze di intere famiglie, rivoltesi a lui per assistere i loro congiunti 'scomparsi' e sequestrati dai servizi segreti uzbeki. Ha condotto un'indagine e ritiene che oltre 7000 persone, oppositori del regime uzbeko guidato da Islam Karimov, siano state sequestrate e torturate per ordine del governo. Secondo Murray questa azione di feroce repressione interna è stata anche finalizzata alla raccolta di informazioni da parte della Cia. Secondo la testimonianza di Murray, i prigionieri sotto tortura erano costretti a confessare di tutto: che erano membri di al Qaeda; che avevano contatti con l'Afghanistan e con lo stesso Bin Laden; che andavano in Afghanistan per incontrarlo o che conoscevano persone implicate in questo. Inoltre, chi era torturato era disposto ad ammettere che un gruppo uzbeko di opposizione fosse collegato ad al Qaeda e addirittura confessavano che persone che loro nemmeno conoscevano erano attivisti di Bin Laden. Ecco un brano dell'intervista di Mario Sanna e Maurizio Torrealta per RaiNews24. Craig Murray ha voluto raccogliere una dettagliata documentazione sulle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo in suo sito e lo sta facendo anche in polemica con il sistema dei media. Come ha reagito la stampa inglese tradizionale davanti alla sua vicenda e alle sue denunce? I media britannici hanno difficoltà a affrontare a viso aperto questo punto. Nessuno ha mai domandato in modo diretto: "Voi usate materiale di 'intelligence' ottenuto con la tortura?", oppure: "Ma voi non istigate di fatto regimi come quello uzbeko, saudita, algerino? Non incoraggiate questi regimi alla tortura?". Nessun giornalista ha posto mai queste domande difficili e così il 'Foregn Office' è stato in grado di manipolare l'opinione pubblica su questo punto. Dopo l'11 settembre l'intero sistema dei media in Gran Bretagna è stato dominato dal timore di non mostrare immagini e a non porre sul tappeto questioni che fossero considerate poco patriottiche. Il direttore della BBC e' stato mandato via perché aveva detto che in Iraq non c'erano armi di distruzione di massa. Ora sappiamo che ciò che diceva la BBC era vero, che non c'erano armi i distruzione di massa in Iraq, ma le due persone ai vertici della BBC sono state mandate via per aver detto una cosa del genere, quindi e' comprensibile che i giornalisti non si sentano pronti a scavare in profondità su questo argomento nel Regno Unito. La sua deposizione davanti alla commissione d'inchiesta che indaga sui voli Cia, non è passata inosservata, anzi, ha destato grande sensazione tra gli europarlamentari. Di tutta questa vicenda drammatiche che lei ha vissuto, che ci ha raccontato, qual è stato l'aspetto che più l'ha ferita? La cosa peggiore per me è stata la scoperta che altri funzionari pubblici, persone che conoscevo da 20 anni erano al corrente di questa situazione. Sono rimasto sbalordito quando ho scoperto che Michael Wood che e' una brava persona, un uomo che conoscevo da molto tempo trovava una giustificazione legale al modo in ui si poteva eludere il divieto giuridico contro la tortura A questo punto inizi a pensare: "Perché le persone non si assumono la responsabilità morale delle loro azioni?". Se qualcuno riesce a trovare una giustificazione legale alla tortura, allora e' facile capire come un funzionario pubblico in Germania possa avere ricevuto ordini di andare ad Auschwitz con i carri bestiame e dire: "io sto facendo solo il mio lavoro, sono solo un funzionario pubblico". L'articolo di Panebianco, accanto, fatte le debite proporzioni, a quelli di Magdi Allam e di Giuliano Ferrara, per non parlare di quelli dell'agente Betulla, e di tutta la macchina propagandistica a favore della guerra di civiltà hanno segnato in questi anni il punto di non ritorno tra lo stato di diritto e la logica della guerra infinita al terrorismo. “Nel caso specifico il nuovo sistema di regole è quello imperiale” dice Giulietto Chiesa nell'articolo pubblicato da Megachip.info l'11 agosto, “cioè quello dell'unica superpotenza rimasta sul pianeta, che non accetta più lacci e lacciuoli che la vincolino a regole comunemente accettate, ma che è determinata a stabilire un nuovo sistema di regole sostanzialmente emananti da un unico centro di potere.” E continua: "E' questo il vero cambio di marcia realizzato dal gruppo di uomini, capitanati da Dick Cheney, che, insieme a George Bush, hanno preso il potere negli Stati Uniti nell'anno di grazia 2000, uno prima del fatale 2001, primo del nuovo secolo, contenitore dell'11 settembre. Un gruppo che non ha alcuna intenzione di abbandonare il campo conquistato." La testimonianza di Craig Murray è un balsamo per la coscienza critica di ciascuno di noi. di Marco Ferri http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2421

La ragione e i fessi A volto veramente mi annoio di aver ragione. Anzi penso che la ragione sia dei fessi. Avevo su www.carmillaonline.com che si stava per aprire il Terzo Fronte, altro che pace! Oggi, leggo questo articolo su "il Velino" pubblicato anche sul Il Sole 24 Ore ma non sul Corsera. Repubblica non l'ho letta. Questo pomeriggio, a completarlo le dichiarazioni di Bush "Gli Stati Uniti, sul fronte del Libano agiscono parallelamente alle Nazioni Unite. Washington ha deciso di rinforzare il proprio contingente militare nell'area e ha istituito una Joint task force (Jtf) Lebanon, che sarà comandata dal vice ammiraglio John Stufflebeem, attuale numero uno della sesta flotta. Al momento l'alto ufficiale si trova a bordo della nave Uss Mount Whitney, ma si sta recando immediatamente nella zona di operazioni, dove sostituirà il collega Pat Walsh al comando delle unità presenti nella zona. Inoltre, a seguito delle direttive del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, lo Us European command (Eucom) subentrerà il 23 agosto al comando centrale per le operazioni all'esetero (Centcom) nella gestione dell'area del Libano. Per quanto riguarda la task force, il generale James L. Jones, attuale comandante di Eucom ed ex comandante in capo delle forze alleate della Nato in Europa (Saceur), ha affermato che la sua missione "continuerà a essere quella di aiutare le evacuazioni (a oggi hanno lasciato il paese dei Cedri 14.876 cittadini americani) e di fornire assistenza umanitaria alla popolazione", ma il generale non esclude che nel prossimo futuro la Jtf si occuperà anche di altro: "Tutto procede normalmente, ma siamo pronti a eseguire altri compiti se ci sarà richiesto". Gli Stati Uniti hanno deciso di rinforzare la loro presenza militare nell'area dopo che dall'Onu non arrivavano messaggi chiari su quali caratteristiche avrebbe avuto la nuova missione Unifil e su quale mandato questa avrà. Infatti la priorità numero uno di Washington è il disarmo degli Hezbollah, che nella risoluzione 1701 è stata affidata esclusivamente all'esercito di Beirut. Nel testo si legge che le forze delle Nazioni Unite potranno intervenire solo su richiesta dell'esercito libanese. La risoluzione Onu e la conseguente evoluzione degli eventi, sia sul fronte del Palazzo di Vetro, sia su quello dei paesi che parteciperanno alla missione Unifil non ha soddisfatto il presidente Usa George W. Bush, che ha definito il Libano come il terzo obiettivo nella lotta al terrorismo, dopo Iraq e Afghanistan. Da qui la scelta di operare nella zona parallelamente (ma in piena collaborazione) alle Nazioni Unite e il rinforzo degli assetti militari nell'area. Per quanto riguarda il passaggio della gestione dell'area libanese da Centcom a Eucom, questo è stato voluto per permettere al comando centrale di concentrarsi nelle molte campagne sotto la sua ala. Invece il comando europeo ha relativamente più risorse da impiegare, in quanto è più libero da impegni gravosi." Ora forse è chiaro perchè Chirac tentenna a mandare uomini in Libano. Prodi invece li raddoppia ad ogni dichiarazione. Che qualcuno ci salvi dagli idioti! + http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant + http://www.rekombinant.org

Il mistero di Albino Luciani eletto Papa IL mistero comincia sin dall'ora del decesso: intorno alle 23 del 28 settembre 1978, come dichiarato dal medico che esaminò il cadavere, o intorno alle 4 del 29, come affermato dai fratelli Ernesto e Arnaldo Signoracci, convocati per l'imbalsamazione? Il dettaglio è ininfluente sia per i sostenitori della morte naturale, sia per i sostenitori del delitto camuffato da morte naturale, ma fotografa il groviglio di sospetti, maldicenze, contraddizioni che dal primo giorno accompagna l'improvvisa scomparsa di Albino Luciani eletto Papa, con il nome di Giovanni Paolo I, il 26 agosto 1978. I trentatré giorni più convulsi nella storia del pontificato con l'immancabile comparsa del Terzo Segreto di Fatima, dovuta all'incontro del '77 fra l'allora cardinale Luciani e suor Lucia dos Santos, l'unica sopravvissuta dei tre fanciulli interlocutori della Madonna. La sua elezione al soglio era stata una sorpresa per il grosso pubblico dei fedeli, ignari delle segrete cose, un po' meno per gli apparati della Chiesa. Nell'ultimo decennio, infatti, Luciani si era guadagnato la fiducia di Paolo VI, che l'aveva nominato cardinale e durante un viaggio in Laguna gli aveva imposto la stola papale sulle spalle. L'ex curato di campagna veneto era attestato sulle posizioni dottrinali di Montini, benché sull'argomento più scottante, il controllo delle nascite, mostrasse un'apertura irritante per l'ala conservatrice del Vaticano. Cresciuto nella divulgazione quotidiana della fede, Luciani era l'uomo del sorriso, del contatto continuo con i credenti, di uno stile di vita immacolato, lontanissimo dalle tentazioni e dalle permissività della Curia romana. Forse fu proprio tale distanza a guadagnargli il favore del conclave. Bastarono tre votazioni per sbaragliare i favoriti Siri e Pignedoli. Alla sua elezione avevano contribuito il partito italiano di Benelli e quello europeo del polacco Wojtyla, del belga Suenens, dell'olandese Willebrands, accomunati dal desiderio di avvicinare al mondo il trono di Pietro. E gli atti iniziali del nuovo pontefice furono in questa direzione: abolizione del pluralis maiestatis (il «noi»), rifiuto dell'incoronazione quale cerimonia d'apertura, sofferta accettazione dello stemma gentilizio per non inimicarsi da subito la burocrazia papalina. Con la quale, però, lo scontro era inevitabile. E così ci si addentra subito nel dedalo di ostilità e inimicizie, che per i fautori del complotto costituisce il movente stesso dell'omicidio. Luciani nutriva dal '72 scarsa simpatia per il vescovo Paul Marcinkus, numero uno dello Ior (Istituto opere religiose): aveva dovuto leggere sul Gazzettino che la Banca Cattolica del Veneto, di cui lui, in quanto patriarca di Venezia, aveva la guida spirituale, era stata ceduta al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Luciani aveva comunicato a Paolo VI il proprio dispiacere per esser stato tenuto all'oscuro, ma Marcinkus, autore della vendita, si era rifiutato di fornire spiegazioni. Quelle che invece, da papa, Luciani adesso pretendeva su molte operazioni della banca vaticana, senza probabilmente immaginare che il suo legittimo desiderio di trasparenza e di correttezza avrebbe messo a nudo i manovratori occulti dello Ior: Sindona, Calvi, Gelli. La ricognizione sullo Ior comportava un esame accurato anche dei conti dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), presieduta dal cardinale francese Jean Villot, segretario di Stato e legatissimo a Montini. Villot si batteva per la continuità tra un pontificato e l'altro, di conseguenza si era già trovato in disaccordo con le prime scelte di Giovanni Paolo I. Non a caso crescevano le voci di una sua imminente sostituzione con il cardinale Benelli, ex vice segretario di Stato, che egli stesso aveva contribuito a esiliare qualche anno prima a Firenze. E proprio in quei giorni il nome di Villot apriva la lista dei 121 ecclesiastici iscritti alla massoneria. L'elenco era stato pubblicato dalla rivista Op, diretta da Mino Pecorelli, membro della P2, al centro di trame e ricatti tra servizi segreti, finanza e politica. Una mano anonima aveva inserito l'articolo nella rassegna stampa sfogliata ogni mattina dal Papa. Questi aveva subito chiesto al cardinale Felici se la lista potesse essere veritiera. Verosimile, era stata la risposta. L'elenco faceva impressione: oltre a Villot, comprendeva monsignor Agostino Casaroli, ministro degli Esteri della Santa Sede, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, il cardinale Sebastiano Baggio, Marcinkus, monsignor Donato De Bonis, dello Ior, don Virginio Levi, vice direttore dell'Osservatore Romano, padre Roberto Tucci, direttore della Radio Vaticana, monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI. Con il disincanto tipico del vecchio habitué di Curia, Felici osservò che liste simili circolavano da sempre e che la prassi era di non prenderle in considerazione. D'altronde, aggiunse con un pizzico di malizia, Paolo VI aveva varato un comitato per cancellare la scomunica che da secoli veniva comminata ai massoni e il cardinale Villot ne era apparso entusiasta. Sentimento non condiviso da Luciani: per lui la massoneria incarnava il nemico di Roma. Pur intuendo che il suo amato Montini avesse aperto le porte delle mura leonine a una schiera di piduisti - Gelli, Ortolani, Sindona, Calvi - era contrarissimo a quell'insana commistione rivolta soltanto al profitto. Il Papa proveniente da una famiglia di poveri operai socialisti ipotizzava una Chiesa che mettesse le proprie sostanze a disposizione degli ultimi. Esattamente il contrario di quanto avvenuto con il cardinale John Cody, responsabile dell'arcidiocesi di Chicago, il cui budget annuo sfiorava i 300 milioni di dollari dell'epoca. Nei tredici anni d'incarico Cody aveva seminato malcontenti, cattivi affari e perfino uno scandalo sessuale: la sua eccessiva amicizia con una bionda signora, Helen Wilson, impiegata della cancelleria. Le aveva stornato centinaia di migliaia di dollari, compresi quelli necessari all'acquisto di una casa in Florida, ne aveva favorito gli affari del figlio. Il giorno della nomina cardinalizia di Cody, nella foto ufficiale la bionda Helen sorrideva alle spalle di Montini. Nonostante la valanga di accuse e di rimostranze, Cody si era salvato grazie alla protezione di Marcinkus, originario di un sobborgo di Chicago, Cicero, e soprattutto sensibile alle cospicue donazioni elargite dal cardinale allo Ior. Ma la destituzione che Paolo VI aveva continuamente rinviato, Giovanni Paolo I si apprestava a compierla. Ecco, dunque, completato il quadro di coloro che avrebbero beneficiato, e che poi in effetti beneficiarono, della scomparsa di Albino Luciani. Ovviamente manca la prova indiscutibile dell'assassinio. Il rapporto ufficiale parla d'infarto del miocardio, le supposizioni malevole fanno riferimento all'uso della digitalina, un farmaco che ne produce gli effetti, o a una dose eccessiva di Effortil, il medicinale assunto per ovviare alla bassa pressione. Si è molto speculato sulla sparizione degli effetti personali del Papa (occhiali, pantofole, medicine); sull'annuncio che fosse morto tenendo in mano L’imitazione di Cristo - invece leggeva alcune carte, mai rintracciate e subito divenute l'elenco delle imminenti nomine -; sulla presenza di Marcinkus in Vaticano a un'ora per lui desueta; sulla decisione d'imbalsamare il corpo prima che fosse stabilita un'eventuale autopsia, pratica per altro insolita nel rigido protocollo pontificio; sull'inattesa ispezione medica del 3 ottobre, alla vigilia del funerale, con l'annuncio che vi avevano presenziato due medici e i fratelli Signoracci, tutti concordi, invece, nello smentire di avervi preso parte. Inutile aggiungere che agli occhi dei complottardi l'ispezione si trasformò nell'autopsia, la quale avrebbe confermato l'avvelenamento e per questo motivo tassativamente negata. Di avviso opposto la famiglia Luciani. Fratello, sorella, nipoti mai hanno dubitato della morte accidentale del famoso congiunto. La nipote prediletta, Pia, ha ricordato che al ritorno da un viaggio in Brasile allo zio era stato riscontrato un embolo nell'occhio: l'oculista ridendo gli aveva detto che se l'embolo si fosse fermato altrove sarebbe deceduto all'istante. Alfio Caruso Fonte: www.lastampa.it

Libano, perché la Risoluzione 1701 fallirà La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza punta alla pace tra Israele ed Hezbollah mediante l’invio di una forza internazionale. Ma – sostiene un esponente della Palestine Solidarity Campaign – l’occupazione straniera non è una soluzione. Edifici bombardati a Haret Hreik in Libano (lifeflaw) La comunità internazionale delle nazioni è, essa stessa, schiava dell’espansionismo imperialista israeliano, che passa attraverso le azioni delle Nazioni Unite. Il che è evidente nel testo e nelle implicazioni della Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite che dovrebbe risolvere l’attuale crisi in Libano. Le vere vittime La risoluzione 1701 chiede anzitutto il rilascio immediato dei due soldati israeliani catturati da Hezbollah il 12 luglio, ma non chiede la stessa cosa per i prigionieri libanesi. Il testo della risoluzione si limita ad incoraggiare Israele a trattare il tema di questi prigionieri. Inoltre non tratta la questione degli oltre 9.000 prigionieri palestinesi e libanesi in Israele. La Risoluzione 1701 cerca di ritrarre nel ruolo di vittima la parte in lotta dotata di carri armati, navi destroyer, sottomarini, F16, armi chimiche e nucleari. Il mese scorso ben 1.300 innocenti sono state uccise senza pietà: Israele ha bombardato scuole, blocchi residenziali, ospedali, acquedotti, lasciando una pesante e mortale eredità di bombe intorno al Libano, che continueranno a uccidere e a mietere vittime per i decenni avvenire. Sono i libanesi le vere vittime. Chi non rispetta le risoluzioni? La Risoluzione 1701 sostiene che una forza internazionale deve essere inviata in Libano come “missione di pace”. Ma i libanesi non accetteranno mai l’occupazione di truppe straniere. Una forza del genere sarebbe inaccettabile per loro, che vi vedrebbero un residuo delle antiche forze coloniali: Italia, Francia, nonché la Turchia, diretta erede dell’Impero Ottomano figurano tra i possibili Paesi che comporrebbero questa forza. Per un libanese, la cui memoria storica è molto forte, un soluzione di questo tipo non è accettabile. C’è una grande ipocrisia dietro la strategia di Israele di costruire un supporto internazionale alla sua politica di espansionismo militare: mentre chiede all’Onu di intervenire, sta infatti violando ancora circa 70 Risoluzioni Onu, compresa la 242, che imponeva ad Israele di ritirare le sue truppe dai territori occupati, per tornare ai confini antecedenti al 1967. L’Onu non può criticare il Libano per la violazione di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, quando è Israele il principale responsabile di questi delitti. Un piano di pace durevole La pace in Medio Oriente arriverà solo quando le forze di occupazione straniere se ne andranno. Ma la Risoluzione 1701 invertirà la tendenza, mandando più truppe straniere nei territori arabi e prolungando il conflitto in Medio Oriente. È chiaro che la Risoluzione in questione non farà nulla in favore della pace. Porterà invece ancora più stragi, sofferenze, carneficine e lacrime. Non farà nulla per proteggere le vittime e lascerà mano libera agli aggressori. Senza ottemperare al suo impegno di pace tra Israele, Libano e Palestina. Per avere un processo di pace durevole in Medio Oriente è fondamentale che all’interno dell’Europa si faccia fronte comune con i gruppi all’interno di Israele che si oppongono alle azioni dello Stato Israeliano. Questo sostegno deve essere preso da coloro che all’interno di Israele cercano di riformare Israele, oggi come oggi ridotto ad un avamposto militare dell’imperialismo americano. Per giungere ad una pace durevole in cui possa convivere pacificamente con i suoi vicini. Lo Stato di Israele è una realtà e qualsiasi risoluzione che non lo prenda in considerazione è destinata a fallire. Nonostante l’Europa non possa fermare l’aggressione di Israele può assicurare che Israele paghi un prezzo pur minimo per i crimini che compie. Questo è il minimo che dobbiamo a palestinesi e libanesi. Alan Hinnrichs - Dundee http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7817

La differenza di reddito dietro l'invasione Trecento anni d'attesa per i disperati del mare di Mario Deaglio da www.lastampa.it E' una chiara notte di plenilunio e di mare calmo di un anno attorno al 2010: una flotta di imbarcazioni sgangherate, cariche di centinaia di migliaia di disperati, affamati e senza lavoro, lascia le coste africane e attraversa il Mediterraneo. Ha così inizio una migrazione di massa che si conclude con l'africanizzazione delle coste settentrionali del Mediterraneo a maggior livello di invecchiamento. Questa prospettiva, che fa correre un brivido nella schiena degli italiani del 2006, è stata accuratamente descritta, nel 1985, dal demografo francese Jean Legrand in un articolo comparso sulla rivista Libro Aperto. Legrand non aveva messo in conto gli scafisti, pensava che questi immigrati provenissero soprattutto dai Paesi dell'Africa settentrionale e non da zone più interne del continente e immaginava che si dirigessero verso la Costa Azzurra e non verso Lampedusa e Pantelleria. La prospettiva da lui descritta non può, però, non essere presa con estrema serietà dopo i ripetuti allarmi su possibili partenze di massa dall'Africa verso l'Europa, l'ultimo dei quali lanciato dal primo ministro spagnolo, Zapatero, capo di un governo di sinistra e quindi - si deve presumere - privo di pregiudizi verso i poveri e i diseredati. Per anni il problema dell'immigrazione è stato ridotto all'esecrazione degli scafisti, alla deplorazione dei naufragi delle «carrette del mare», alla discussione delle condizioni nei centri di accoglienza. Si è così creato una sorta di alibi morale per non affrontare il nocciolo della questione che sta nei divari di reddito e demografia tra l'Africa e l'Europa. Si sono trascurate le cause per concentrarsi sugli effetti. Le cause sono presto dette. Ai tassi di crescita attuale, non bastano trecento anni perché il reddito medio per abitante dei Paesi dell'Africa sub-sahariana raggiunga l'attuale reddito medio per abitante dell'Europa Occidentale. Il lettore provi a mettersi nei panni di un capofamiglia di uno di questi Paesi, per di più afflitti dall'Aids, dalla carestia e, in molti casi, da guerre civili, e scoprirà che anche lui darebbe fondo ai suoi risparmi per riuscire a infilare almeno uno dei suoi figli su una «carretta del mare», o magari dentro un container diretto a un porto europeo, nella speranza di procurargli un futuro migliore. Anche gli abitanti dell'Africa Settentrionale, non possono non considerare che in Italia - per molti distante solo poche decine di chilometri di mare - la diffusione dei beni di consumo durevoli presenta valori da quattro a dieci volte superiori a quelli dei loro Paesi, in molti dei quali, poi, la libertà individuale è assai più limitata e le infrastrutture pubbliche come strade e scuole, ospedali ed elettricità, non reggono neppure lontanamente al confronto con quelle della sponda settentrionale del Mediterraneo. Di qui derivano tre conclusioni. La prima è che senza un «patto con l'Africa», di lungo periodo, largo respiro e dotato di ampi mezzi, teso a migliorare le prospettive africane, la pressione immigratoria continuerà e aumenterà. Questo patto richiede nuove regole per gli scambi (quanti africani sono attualmente condannati alla povertà dalla struttura dei dazi doganali europei?), finanziamenti pubblici, spostamenti di capitali privati e forte coinvolgimento personale di moltissimi europei in una visione di sviluppo congiunto euro-africano che non può essere limitata a soli elementi quantitativi. Se non lo si vuole concludere in nome di considerazioni «buoniste» legate alla solidarietà umana e di una sorta di riparazione per lo sfruttamento europeo dell'Africa in tempi passati, questo patto dovrebbe essere perseguito almeno in base a considerazioni «egoiste», come un male (e costo) minore rispetto all'alternativa di una perenne emergenza legata alla necessità di tener lontane masse crescenti di immigrati indesiderati. E deve far riflettere il precedente storico dell'Impero Romano il quale adottò prevalentemente una linea dura contro le «invasioni» barbariche - quasi sempre legate alla disperazione e alla fame - senza riuscire ad arginarle. La seconda conclusione è che, parallelamente al «patto con l'Africa», deve essere impostata una politica di breve periodo tesa a razionalizzare l'afflusso alle effettive possibilità di assorbimento - in qualità oltre che in quantità -, a favorire meccanismi di integrazione, a informare chiaramente le popolazioni africane dei criteri adottati. Nessuno oggi sembra avere il coraggio di dire apertamente ai possibili immigrati che moltissimi di loro saranno rimandati indietro; se parallelamente divenisse operativo il «patto con l'Africa», forse questo coraggio si potrebbe trovare. La terza conclusione è che sia il «patto con l'Africa» sia la politica immigratoria di breve periodo devono essere concordate a livello dell'Unione Europea. E' semplicemente folle che le politiche immigratorie restino geloso appannaggio dei singoli governi e che l'Europa continui a trattare in maniera uniforme le merci in arrivo, sottoponendole ai medesimi dazi doganali, e in maniera fortemente differenziata le persone in arrivo. Una parte dell'afflusso attuale verso le coste italiane è il risultato della maggior severità della politica immigratoria della Spagna di Zapatero, ma, entrati dalla porta facile, gli immigrati sono poi di fatto liberi di muoversi in tutta Europa. L'estate del 2006 nel Mediterraneo ha già visto le code delle auto delle famiglie in vacanza sulle strade del benessere della riva settentrionale e le code delle auto delle famiglie in fuga sulle strade libanesi e israeliane; sulle coste meridionali italiane, i clandestini che sbarcano dai gommoni vengono talora a contatto con i gommoni di chi è in vacanza. Questi contrasti stridenti non possono continuare a lungo e richiedono politiche lungimiranti: l'Europa non può evitare di essere vecchia; deve almeno evitare di essere miope.

Scienziati, via la corona, si entra nell’arena pubblica Elisabetta Ambrosi “Le nostre istituzioni sono adeguate per affrontare le sfide poste dalla ricerca scientifica e dall’innovazione tecnologica? I cittadini sono sufficientemente equipaggiati per poterne discutere? Quali scenari ci attendono per il futuro? […] Come possiamo conciliare la sempre più frequente necessità di prendere decisioni su temi a elevata complessità tecnicoscientifica senza sacrificare le esigenza della partecipazione democratica?”. A queste complesse questioni il sociologo della scienza Massimiano Bucchi risponde in un prezioso saggio, Scegliere il mondo che vogliamo. Cittadini, politica, tecnoscienza. E lo fa incentrando il volume sulla critica ad una perniciosa visione della scienza e dei rapporti tra gli esperti e la società, visione che definisce “tecnocratica”. In cosa consiste l’impostazione tecnocratica (che secondo l’autore è non unicamente prerogativa degli scienziati, perché seduce anche politici e cittadini in quanto facile soluzione a problemi complessi)? Ebbene, secondo tale approccio, i cittadini verserebbero in un grave deficit di informazione scientifica, deficit che ha origine nei pregiudizi crociani, cattolici e marxiani verso la scienza. L’unico modo di far fronte a tale lacuna consisterebbe nel delegare le decisioni su temi “caldi” agli esperti, e contemporaneamente attivare iniziative che colmino il divario tra scienziati e cittadini. Questa visione è tuttavia, secondo l’autore, illusoria e al tempo stesso pericolosa. Essa è infatti caratterizzata sia da un profondo paternalismo, insito nell’idea secondo cui occorre sintonizzare i cittadini sui giudizi di valore degli esperti, sia dalla convinzione che quanto più si comunica la scienza tanto più si alza il livello di consapevolezza, in una sorta di modello pavloviano stimolo-risposta “che susciterebbe orrore e preoccupazione in qualunque altro settore (politica, religione), diverso dalla scienza”. Va respinta insomma l’immagine “disciplinare” di una scienza oggettiva calata dall’alto, che si accompagna alla concezione dell’informazione non come fine o diritto civico, ma come mezzo per far cambiare idea alle persone (ma per fortuna, sottolinea l’autore, ciò non è poi così facile!). Ovviamente non è in discussione il diritto degli scienziati di portare il proprio punto di vista nell’arena pubblica, ma, appunto, essi devono accettare che esso sia “uno tra i tanti punti di vista del discorso pubblico, di una comunicazione multidirezionale e aperta, di una scena pubblica caratterizzata da conflitti”. L’opzione tecnocratica va superata anche per una serie di altre considerazioni. Essa concepisce in maniera anacronistica i rapporti tra scienza, politica e società, ignorando come queste tre dimensioni, in particolare la prima e la terza, siano drasticamente mutate. Dalla big science alla scienza post-accademica Se pensiamo allo scienziato per antonomasia, ci viene subito in mente l’immagine sorridente di Einstein con la lingua di fuori; ma in realtà, il tipo di scienza associato al grande fisico ha subito una vera rivoluzione. Alla big science (in cui la fisica gioca un ruolo di primo piano) caratteristica dei paesi industrializzati tra le due guerre, fondata sulla centralità di grandi istituzioni pubbliche e sulla relazione tra la politica e un gruppo di esperti, è subentrata gradualmente una scienza caratterizzata da un generale mutamento delle fonti di finanziamento, da un acceso dibattito sulla brevettabilità dei risultati scientifici e da una prepotente ascesa delle scienze della vita. Inoltre, per questo nuovo tipo di scienza post-accademica i media diventano interlocutori centrali e il contatto con essi viene attivamente ricercato. Ancora, questo nuovo approccio mette in discussione confini antichi, “in primo luogo tra ricerca di base, ricerca applicata e la loro implementazione tecnologica”. Il laboratorio si smaterializza in una serie connessioni e reti sparse per il mondo. Da questo punto di vista, è sempre più difficile parlare di “comunità scientifica”, tipica della big science, caratterizzata dai due pilastri del disinteresse – che ora viene messo in discussione a causa del legame con lo sfruttamento commerciale – e dell’ethos condiviso di matrice protestante, cui subentra un frastagliamento dei codici normativi e valoriali, ai quali i vari comitati di bioetica non possono costituire una risposta, non essendo altro che una variante etica della proposta tecnocratica. Alla perdita di una morale univoca e super partes si accompagna quella di una presunta imparzialità della scienza stessa. Che i risultati della ricerca e della tecnologia siano infatti moralmente neutrali (e che ciò che li renderebbe buoni o cattivi sia l’uso che se ne fa) è un altro dei miti, resistenti, da decostruire: le questioni tecnoscientifiche assomigliano sempre più ad oggetti ibridi “in cui si compenetrano dati scientifici, interessi economici, priorità sociali, valori morali e culturali”. L’autore critica la credenza del “doppio smistamento” dei problemi – alla politica le questioni politiche, alla scienza le questioni scientifiche. Ora, infatti “i Parlamenti si riempiono di embrioni”, così come i ricercatori scendono in piazza, contribuendo così a demolire ulteriormente la loro immagine di esperti neutrali. Una scossa per la politica Ai drammatici mutamenti della scienza fa da controcanto un radicale cambiamento sociale, che i sociologi della globalizzazione hanno documentato con grande finezza: aumento delle incertezze, crescente invadenza di una razionalità economica, ridefinizione della dimensione spazio temporale. In questa cornice, un aspetto significativo in relazione ai mutamenti della scienza è costituito dalla nascita di nuovi movimenti sociali, che chiedono a gran voce di partecipare e che spesso contribuiscono a co-produrre scienza (si pensi alle associazioni dei malati), anche se talvolta mantengono una relazione ambivalente verso la ricerca e la tecnica – individuate a volte come il nemico da combattere (esempio paradigmatico, quello degli Ogm) a volte come risorsa per l’identità e l’azione. Cambiamenti della scienza e metamorfosi sociali mettono in ogni caso in luce una grave inadeguatezza della tradizionali forme di rappresentanza democratica e di decisione politica. Trasformazioni economiche e scientifiche vanno invece, secondo l’autore, riportate nell’alveo stesso della democrazia. Ma in che modo? L’autore disegna una mappa della forme di partecipazione pubblica in ambito scientifico che include sia i modelli più specificamente deliberativi di partecipazione su temi controversi sperimentati nei paesi occidentali (dal referendum, al focus group, alle consensus conferences) e promossi da specifiche organizzazioni, sia le forme di partecipazione più spontanea, come mobilitazioni e proteste, associazioni di pazienti, ricerche community-based. Queste diverse forme di partecipazione vengono suddivise in base a due criteri: il grado di spontaneità e la bassa o alta intensità di partecipazione nel processo di costruzione della conoscenza. In secondo luogo, Bucchi si focalizza sulle iniziative più strettamente deliberative, che hanno il difetto di non essere spontanee ma hanno un’alta intensità partecipativa. Ebbene, secondo l’autore queste forme possono essere solo una parziale risposta ai dilemmi della partecipazione democratica. Innanzitutto, la riuscita dipende dalle issues in gioco e dalla loro capacità di integrarsi con i processi decisionali tradizionali e di coinvolgere i cittadini. Ma soprattutto, è illusorio pretendere di risolvere le impasse della scienza mettendo intorno a un tavolo cittadini ed esperti, perché in tal modo si sostituirebbe “ai feticci della tecnocrazia quello di una capacità della discussione di portare a un accordo tra le parti”. Altri equivoci pesano sull’efficacia delle iniziative deliberative: la credenza che si possano appianare le dispute tra i soggetti coinvolti, quando la democrazia è fatta di conflitti e di decisioni che di rado accontentano tutti; l’idea che alle sfide della tecnoscienza si possa rispondere ampliando la base dei soggetti coinvolti. La verità è che “non bastano quattro chiacchiere tra cittadini ed esperti, e in ogni caso il dialogo coi cittadini non è una sorta di lubrificante sociale cui ricorrere quando i meccanismi decisionali si inceppano, ma un elemento che ha senso solo se è incorporato in modo stabile anche in tempo di pace”. In altre parole, argomenta l’autore, “non si tratta di abbellire, o di dare una patente di sostenibilità sociale, ma di portare la partecipazione pubblica e l’aperto confronto democratico sin nelle fasi iniziali di definizione dell’agenda della tecnoscienza”. Il dibattito non è un’ospite da invitare all’ultimo momento, tanto più che ogni tecnologia oggi incorpora già una visione del mondo. Portare la democrazia nel cuore della tecnoscienza (e viceversa) fa sì che siamo obbligati a interrogarci su quale visione del mondo vogliamo e possiamo realizzare. È qui allora che entra in gioco la politica, chiamata direttamente in causa dai dilemmi della tecnoscienza: “E se la sfida delle decisioni complesse e la stagione della ‘riproducibilità tecnica della vita’ rappresentasse, invece che un problema da tamponare, un’opportunità di riscoprire la politica e la democrazia non solo in senso procedurale ma come confronto pieno e aperto tra visioni del mondo e dell’uomo?”. Solo la politica può, infatti, secondo l’autore, far fronte alla pluralità di pareri e valori, rispondendo alla domanda cruciale: Perché stiamo facendo questo piuttosto che quest’altro? E lo può fare laicamente, etsi veritatis non daretur, senza deleghe alla religione o alla scienza. Massimiano Bucchi Scegliere il mondo che vogliamo. Cittadini, politica, tecnoscienza, Il Mulino 2006, pagine 190, euro 12. caffeeuropa.it

È la politica estera! Il terrorismo in politica estera produce quello interno. Oscar Reyes Se vogliamo fare seriamente nella risposta al terrorismo, allora dobbiamo lasciarci guidare dalla comprensione della politica e del potere. Per oltre un secolo, il terrorismo è stato per lo più la reazione ad occupazioni militari da parte di potenze straniere; è stato attuato in nome dei (o piuttosto dai) poveri in contesti in cui i responsabili non vedono alcun canale legittimo per avanzare le proprie richieste politiche. La religione a volte è stata usata per legittimare questi atti, ma ne è stata raramente la causa. -------------------------------------------------------------------------------- Quando è arrivata la notizia che i servizi segreti britannici avevano scoperto un attentato terroristico sulla scala dell'11 settembre, avrei dovuto sentire sollievo per la strage risparmiata, una scossa per l'audacia del piano e paura perché la Gran Bretagna era di nuovo sotto attacco. Ma a cinque anni dal crollo delle Torri gemelle, trovo che questi istinti vengono contrastati da pensieri di di tipo più controverso: che il pregiudizio e l'indignazione morale chiuderanno lo spazio per chiedersi "perché" e che la minaccia del terrore verrà, ancora un volta, sottoposta ad un uso politico che ne genererà altro. Ciò non deve confondersi con il cinismo sull'esistenza di una minaccia terroristica, anche se i trascorsi degli ultimi cinque anni - le armi di distruzioni di massa, il "ricin plot" l'assassinio di Menezes ed il "Forest Gate raid" - ne hanno fornito ampia ragione. È probabile che diversi dei ventiquattro sospetti arrestati il 10 agosto non abbiano avuto alcun ruolo in nessun piano terroristico. Ma, questa volta, i segni dicono che la polizia ha davvero sventato un piano per far saltare in aria voli transatlantici. Farsi prendere nel gioco della verità circa la plausibilità del fallito attentato - o, peggio, fantasticare di cospirazioni - significa perdere di vista le questioni chiave del dibattito sul terrorismo. "Innocenza fino a prova contraria" è un principio vitale ma non è una risposta politica sufficiente, e vi sono molti esempi di ragionamenti sbagliati cui dobbiamo opporci. Il caso più chiaro è l'idea che la politica estera non dovrebbe essere chiamata a spiegare gli attacchi terroristici sventati. Questo ragionamento è "pericoloso è stupido", sostiene il ministro dei trasporti Douglas Alexander. Ma fa confusione tra spiegazione e giustificazione - come se l'occupazione da parte di Gran Bretagna e Usa dell'Iran e dell'Afganistan, e la complicità nella distruzione israeliana del Libano, non avessero soffiato sul fuoco del risentimento e dell'ingiustizia che alimenta il terrorismo. Il ministro degli interni, John Reid, sostiene che credere che la politica estera britannica debba essere definita "sotto la minaccia dell'attività terroristica" è "un'idea orrenda". Però la politica interna è fatta precisamente in questi termini, con nuovi poteri alla polizia, leggi antiterrorismo e alta sorveglianza alla caccia delle minacce terroristiche. Il 9 agosto, Reid ha sferrato un attacco preventivo ai critici di queste misure, sostenendo che dovremmo "modificare le nostre libertà nel breve periodo" per contrastare quelli che vorrebbero "distruggere tutte le nostre libertà nel mondo moderno". Un orrendo ragionamento sbagliato, proprio. Non tutti i politici si rifiutano di guardare il quadro globale. La risposta di George Bush all'attentato fallito di Londra è stata unire i punti tra i "fascisti islamici" in Gran Bretagna, Libano ed Iraq. Tony Blair farà probabilmente la stessa connessione anche se in termini meno offensivi, estendendo il suo "arco di estremismo" da Beirut a Birmingham. Questa è politica in chiave morale, o un modo diverso di negare l'impatto della politica estera. Se i nostri nemici sono fondamentalmente cattivi, allora non c'è bisogno di comprendere le cause o di alleviare le sofferenze - ma invece quello di distruggerli e affermare di "nostri valori", una risposta comunitaria alla politica estera che si è rispecchiata, senza successo, sul fronte domestico. I musulmani non sono una comunità monolitica, e l'idea che dovrebbero sottoporsi ad una dose di auto-polizia per isolare i "terroristi al loro interno" non può non rafforzare il senso di alienazione prodotto dal ritenerli collettivamente responsabili di un intento criminale di un piccolo gruppo estremista. Peggio ancora, gli analisti di destra stanno già "editorialeggiando" contro la minaccia di un "nemico interno", per citare l'editoriale del Sunday Times del 14 agosto. Tutto ciò segue un processo mediatico in cui le vite private degli incriminati hanno ricevuto lo stesso trattamento dei concorrenti di "Big Brother". I sospetti non si conformano alla norma "barbuto, con uncino", sembrano "fin troppo ordinari", "conducono normali esistenze occidentalizzate in belle case con giardino". Non è difficile rintracciare una corrente razzista qui, la fantasia che anche l'Islam "moderato" sia una facciata dell'estremismo - definito, dal Sunday Times, come "l'ammirazione smodata per la jihad anche tra i musulmani apparentemente ragionevoli". Questo è il vero cinismo. Se vogliamo fare seriamente nella risposta al terrorismo, allora dobbiamo lasciarci guidare dalla comprensione della politica e del potere. Per oltre un secolo, il terrorismo è stato per lo più la reazione ad occupazioni militari da parte di potenze straniere; è stato attuato in nome dei (o piuttosto dai) poveri in contesti in cui i responsabili non vedono alcun canale legittimo per avanzare le proprie richieste politiche. La religione a volte è stata usata per legittimare questi atti, ma ne è stata raramente la causa. Gli attentati dei musulmani nati in Gran Bretagna sembrano essere un po' diversi, tranne il fatto che le loro simpatie politiche, sostenute dai video in internet e dall'informazione ventiquattr'ore su ventiquattro, esprimano una lotta più "globalizzata" di quella dei loro predecessori. Perché finché il governo britannico continuerà ad agire nell'impunità e sosterrà il terrorismo di stato all'estero, non ci può essere la speranza di risolvere il problema del terrorismo interno. Z-Net.it

Macedonia: TV nazionale al collasso scrive Risto Karajkov La radio e televisione macedone arranca. Tra debiti, conflitttualità tra dirigenza e lavoratori e indeterminatezzza giuridica. Dalla politica si aspettano soluzioni che tardano ad arrivare. Nonostante le promesse ENG La sede della Radio televisione macedone Dopo un prolungato periodo di crisi i dipendenti della Radio e televisione macedone (MRT) hanno deciso, la scorsa settimana, di scioperare. Ciononostante per ora la programmazione procede, ma non si sa fino a quando. I dipendenti chiedono che vengano al più presto pagati salari, rimborsi spese e assistenza sociale e pensionistica non corrisposti da mesi. Dopo molteplici ultimatum gran parte dello staff, sono circa 1000 i dipendenti dell'MRT, ha deciso di astenersi dal posto di lavoro. I sindacati hanno costituito un comitato di sciopero che oltre alle richieste finanziarie sta anche spingendo per le dimissioni di Gordana Stosic, direttrice del servizio pubblico macedone. “Chiediamo che si dimetta immediatamente, la riteniamo responsabile per questi 4 anni di distruzione del servizio pubblico”, ha dichiarato Vangel Bozinovski, a capo del comitato. La Radio e televisione macedone trascina con sé un debito di circa 10,5 milioni di euro. Si ritiene che almeno metà di quest'ultimo sia stato accumulato durante gli ultimi 4 anni di gestione, durante la direzione di Gordana Stosic. I debiti nei confronti dei dipendenti ammonterebbero a circa mezzo milione di euro. MRT ha ereditato dal passato socialista un problema di inefficenza e troppo personale e sino ad ora nessun governo è riuscito - o ha avuto il coraggio - di risolverlo. MRT ha sede in uno degli edifici più grandi di Skopje. Ma MRT è obbligata ad affitarne la gran parte. Il numero di dipendenti supera di gran lunga quello di qualsiasi altro canale TV privato ma, purtroppo, non avviene lo stesso per quanto riguarda la produzione. Sino ad ora MRT è stata finanziata con una tassa mensile (e molto impopolare) di 5-6 euro. In molti ora si rifiutano di pagarla ritenendo che, in cambio, si riceva ben poco. Tra l'altro tutti devono pagare, anche chi non ha in casa alcun apparecchio televisivo. La programmazione di MRT è effettivamente scarsa e, con la liberalizzazione avvenuta in campo televisivo, la maggior parte dei cittadini guarda i canali TV privati, tra l'altro gratuiti. La lunga battaglia sul canone è terminata qualche anno fa a favore della MRT quando la Suprema corte macedone ha emesso una sentenza nella quale si ribadiva l'obbligo per i cittadini di pagare il canone, equiparato a qualsiasi altra tassa. Per garantirne la raccolta lo si è collegato al pagamento della bolletta elettrica. Pagando quest'ultima si pagava contemporaneamente anche il canone TV. Il sistema è funzionato sino a poco fa quando l'azienda elettrica nazionale ESM è stata privatizzata e venduta ad una multinazionale austriaca. La prima cosa fatta dai nuovi proprietari è stato dichiarare che tramite le bollette i cittadini non dovevano pagare più anche il canone TV. E MRT è stata lasciata sola ad arrangiarsi con le riscossioni. Un duro colpo. Di fatto i soldi non sono più arrivati. I contribuenti, mentre prima temevano un taglio dell'energia elettrica nel caso non avessero pagato il canone TV ora hanno molti meno timori nei confronti dell'MRT che, per farsi pagare, può solo portare l'eventuale moroso davanti ad un giudice. Con un procedimento che durerebbe anni. In seguito alla richiesta di sue dimissioni la direttrice Stosic si è affrettata a darle il primo giorno di sciopero. Ma il problema è che non sapeva a chi consegnarle. E' stata infatti nominata dal Parlamento, secondo quanto prevedeva la precedente normativa, ora riformata. Secondo quella nuova dovrebbe rendere conto al consiglio d'amministrazione dell'MRT, ma quest'ultimo le ha respinte sottolineando di non poterle accettare perché è stato il Parlamento a nominarla e dev'essere quest'ultimo a decidere. “La signora Stosic è stata nominata dal Parlamento, e deve rispondere esclusivamente a quest'ultimo” ha dichiarato il vice-presidente del consiglio d'amministrazione dell'MRT Vanco Kosturski. Già una volta, lo scorso febbraio, la Stosic aveva provato a dimettersi inoltrando le proprie dimissioni al Parlamento che però aveva rimandato queste ultime al mittente sottolineando che avrebbe dovuto rivolgersi al consiglio di amministrazione. Sembra che alla Stosic per ora non rimanga che continuare il proprio lavoro in attesa venga nominato un nuovo consiglio d'amministrazione in base alle direttive della nuova legge. Alcuni media hanno accusato l'attuale direttrice di approfittare di questo vuoto legislativo per licenziare persone che hanno aderito allo sciopero. Infatti ha licenziato un dipendente della Radio nazionale per aver anticipatamente terminato una trasmissione di cui era responsabile, il primo giorno di sciopero; ne ha poi licenziato un altro per aver indossato una spilla con la scritta “Sciopero per la dignità” durante uno show televisivo. Anche alcuni altri sono rimasti senza lavoro. Il sindacato dei lavoratori dell'MRT ha denunciato che è illegale licenziare personale che è in sciopero. Nel frattempo lo sciopero continua e attualmente sono in corso contrattazioni tra il comitato degli scioperanti e il consiglio d'amministrazione. Sono state fatte alcune concessioni ed ai lavoratori è stata già versata una parte (minima) degli arretrati. Questi ultimi però non sembrano disposti ad accettare promesse dal consiglio d'amministrazione senza adeguate garanzie. “Ci è stato offerto il pagamento degli arretrati in 9 rate, ma non ci è stata data alcuna garanzia che questo avverrà effettivamente, e quindi non abbiamo accettato”, ha affermato il portavoce degli scioperanti, Aleksandar Angelovski. Gli scioperanti hanno inoltre richiesto al consiglio d'amministrazione 20 minuti a disposizione per ogni ora di trasmissione durante i quali spiegare ai telespettatori cosa stesse avvenendo. Il consiglio d'amministrazione non ha accettato la proposta. Per ora lo sciopero prosegue in modo più tradizionale: raduni ogni giorno di fronte all'entrata del palazzo della MRT e conferenze stampa. Il comitato degli scioperanti ha anche recentemente incontrato il nuovo presidente del Parlamento, Ljubisha Georgievski, al quale ha presentato le proprie richieste e proposte. Quest'ultimo ha promesso attenzione da parte del nuovo governo. Attualmente il Paese è nella fase di passaggio tra un governo e l'altro e quest'ultimo dovrebbe insediarsi entro la fine del mese. Georgievski ha promesso che la questione MRT sarà all'ordine del giorno della prima riunione del nuovo governo. Senza un intervento finanziario diretto del governo è chiaro che MRT non potrà tener fede ai propri impegni. Ma dovrà aspettare che il nuovo governo si insedi per capire cosa ha intenzione di fare. Quello uscente inviò i propri ispettori delle finanze per controllare la gestione finanziaria di MRT ... “La situazione in seno a MRT è sotto qualsiasi criterio dignitoso, e da un bel pò di tempo” ha affermato un dipendente “il gruppo dirigenziale si è dimostrato del tutto incompetente. Tutti facciamo il nostro lavoro, tutti adempiono ai compiti assegnati. Ma non i dirigenti”. Un recente rapporto da parte di Freedom House colloca la Macedonia tra i Paesi con un sistema dell'informazione “solo parzialmente libero”, al 107esimo posto in un'ipotetica classifica mondiale. All'ultimo posto tra i Paesi dell'ex Jugoslavia. Alcune ragioni sono da trovare nelle pressioni politiche sui giornalisti, nell'approccio sempre filo-governativo dell'MRT e nell'autocensura alla quale si adeguano i giornalisti per paura di perdere il lavoro. Lo stato di salute dell'MRT è grave. Forse ora più che mai. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6042/1/51/

La Croce di Hitler Un ristoratore indiano dedica il nome del suo locale al dittatore tedesco Da una settimana la città indiana di Bombay ha un ristorante dedicato a Hitler. A detta del padrone, i clienti del locale, chiamato Hitler's Cross (la Croce di Hitler), trovano l'idea "molto divertente". Tutt'altro che divertita la comunità ebraica di Bombay. Jonathan Solomon, il presidente dei 5 mila ebrei residenti in città, ha parlato di 'oltraggio e insulto' a tutti gli ebrei: "Com'è possibile che un ristorante sia dedicato a un individuo che ha commesso tali efferati crimini contro l'umantà? Cercheremo in ogni modo di spiegare al proprietario quanto può essere offensivo un simile nome, nella speranza che lo cambi al più presto". Ma Puneet Sabhlok non sembra intenzionato a farlo e, pur essendosi detto 'molto dispiaciuto', rimane della sua opinione. Anzi: "Come Hitler ha conquistato il mondo - ha raccontato alla 'Bbc', che ha diffuso la notizia -, così io voglio conquistare almeno il mio quartiere, attraverso il mio cibo". Al momento dell'inaugurazione, e per alcuni giorni, anche un poster del dittatore tedesco campeggiava all'ingresso del locale. L'immagine è stata poi rimossa. "Non promuovo in nessun modo la figura di Hitler - spiega ancora Sabhlok -, non ci sono sue immagini all'interno, né i piatti del menù fanno alcun riferimento a lui". Nel nome del ristorante, nella 'O' di Cross è iscritta una svastica. I membri della comunità ebraica si stanno consultando per discutere il problema. Se il proprietario non cambierà il nome del locale, faranno appello alle autorità affinché gli venga ritirata la licenza e lo denunceranno alla polizia. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6126 Luca Galassi

Libano e nazismo : battaglia di inserzioni sulla stampa straniera di Rico Guillermo La battaglia del Libano si combatte anche nel resto del mondo con inserzioni a pagamento sulle pagine dei giornali, e la parola ricorrente e' ancora una volta fascismo. L'ultima 'puntata' e' quella di un'organizzazione araba che ha comprato una pagina intera di alcuni giornali USA per pubblicare una "lettera aperta a George W. Bush" sulla situazione in Medio Oriente. Una lettera tutta particolare, perche' realizzata prevalentemente con il collage di alcune foto scioccanti di bambini e donne gravemente feriti o estratti morti dalle macerie in Libano. Il testo che accompagna le immagini dice, rivolgendosi a Bush, "siamo d'accordo con Lei e con tutti gli abitanti dell'intero globo nel vostro rigetto del fascismo. Tuttavia, guardando le immagini delle vittime libanesi del bombardamento aereo dell'agosto 2006 pensiamo che c'e' una icomprensione nell'individuare chi merita di essere accusato di essere un fascista!". L'inserzione e' firmata "con tutto il nostro rispetto, il gruppo Al Kharafi", con sede in Kuwait. Il gruppo dovrebbe far capo a Nasser Al Kharafi, il ventinovesimo uomo piu' ricco del mondo secondo Forbes, della cui famiglia fano parte la presidente dell'Universita' del Kuwait ed almeno un uomo politico del Paese. Prima di questa iniziativa sugli stessi media era apparsa la campagna a pagamento della Lega Antidiffamazione (che si batte contro la diffamazione di Israele e dell'Olocausto e contro l'antisemitismo) con slogan come "Hezbollah spara missili per uccidere civili e distruggere Israele. Israele risponde per proteggere il suo popolo. Non e' lo stesso" ed una foto di bimba piangente con la scritta: "Quando centinaia di missili Hezbollah colpiscono Israele e' lei il bersaglio". In calce a tutti gli annunci, "ecco perche' gli Hezbollah devono essere fermati". La pagina acquistata dall'Unione delle Comunita' Islamiche in Italia per la sua campagna su alcune testate quotidiane elencava invece tutte le stragi avvenute in Medio Oriente attribuite ad Israele, fino ai fatti recenti della striscia di Gaza, spiegando fra l'altro che "La sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano si sta consumando da ormai un mese con un bilancio agghiacciante di morti, feriti e sfollati. Oltre 1.000 persone hanno trovato la morte in quattro settimane, piu' di un quinto della popolazione si trova senza un tetto, decine di migliaia sono i feriti". Nell'inserzione - che ha destato una polemica politica e non - si ipotizzava anche l'uso da parte dell'esercito israeliano di "armi al fosforo proibite" e si effettuava un parallelo fra l'operato del governo israeliano e il nazismo, affermando: "Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane" e "Marzabotto uguale Gaza uguale Fosse Ardeatine uguale Libano". Nei giorni precedenti molto si era parlato invece sui giornali italiani di un islam nazista, cioe' finalizzato alla distruzione di Israele e degli Ebrei. www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 23 2006

L'ANALISI DI DRAGHI Dopo un catastrofico post sul nostro sistema educativo che va in frantumi, ciliegina sulla torta: una analisi impietosa di una voce autorevole, quella del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. Egli ha sottolineato in particolare come il sistema di formazione italiano non premi il merito dei docenti; nè di conseguenza - aggiungo io - premia quello degli studenti. Draghi ha osservato che la qualità dei risultati presenta aspetti critici, ed ha aggiunto: a quindici anni gli studenti italiani hanno accumulato un ritardo nell’apprendimento della matematica equivalente a un anno di scuola. Mi permetto di affermare che quest'analisi è fin troppo ottimista: spesso la matematica della scuola media non è ancora assimilata a 16-17 anni di età. Continua Draghi: A questo difetto di efficacia se ne aggiunge uno di equità: il successo scolastico nella scuola superiore e all’università è fortemente correlato alle condizioni della famiglia di provenienza. Una possibile soluzione suggerita dal governatore è quella di guardare all’esperienza di altri Paesi europei, quali Svezia, Finlandia, Regno Unito, che hanno sperimentato strumenti per migliorare il rendimento del sistema di istruzione e di ricerca, rafforzando la competizione fra scuole e fra università. Prima ancora che maggiori spese, occorrono nuove regole che premino il merito di docenti e ricercatori. Chi vivrà vedrà. Ma forse una vita, per quanto lunga, non basta.http://ascuoladibugie.blogosfere.it/

Perché è difficile fare impresa inltalia di Salvatore Carrubba Signor Zappacosta, se permette un consiglio, non torni in America. A leggere sul Sole-24 Ore di ieri le cronache di Eroilio Bonicelli da Rimini, al meeting di Comunione e Liberazione Lei è stato molto esplicito nel denunciare le difficoltà nel fare impresa che ha dovuto riscontrare in Italia rispetto agli Stati Uniti. La fortuna che ha fatto oltreAt-lantico, con la sua Logitech,è stata dovuta, certo, alle sue capacità: ma Lei stesso ha ammesso quanto abbia contato una cultura di fondo che nell'impresa riconosce uno strumento insostituibile di crescita e di sviluppo; nell'ini-ziativa imprenditoriale una risor-sa sociale; nel capitalismo il più efficace strumento di democrazia. dovela fortuna economicanon di-pende dall'appartenenza a una corporazione o a una famiglia, dal beneplacito di un burocrate pubblico, dall'evasione di qualche regola. Haparagonato questa cultura coi suoi tentativi in Italia. Ha raccontato le sue esperienze nel nostro,Paese. Ha criticato la curiosa convinzione (ma questa è europea, non solo italiana) che lo Stato sia più bravo e più buono (una volta si diceva "etico") del privato. Insomma, ha concluso che il capitalismo in Italia è ancora gracile. Forse non se ne è accorto, signor Zappacosta, ma a Rimini Lei ha tenuto una delle più efficacile-zioni di capitalismo applicato; anche per il richiamo, azzeccato in una platea affollata di tanti giovani cattolici, al nesso insostituibile trala tradizione cristiana e cattolica e lo sviluppo del capitalismo occidentale. Speriamo che quei ragazzi abbiano compreso che il capitalista per bene interpreta la parabola dei talenti, non quella del ricco epulone. Perché in Italia avremmo bisogno di tanti signoriZappa-costa; infatti, le performance da un lato di qualche capitalista all'italiana (che purtroppo, spesso, del capitalista assicura la versione caricaturale), e le ubbìe dall'altro di molti anticapitalisti (che ancora il proprio personalis-simo muro di Berlino non l'hanno fatto crollare), rendono ancora l'economia di mercato un'area da tenere sotto stretta sorveglianza. Del resto, come darle torto? Lo ha detto Lei stesso: a molti politici (e non necessariamente tutti di sinistra) l'attività economica e d'impresa appare non come una risorsa da favorire e da sviluppare, ma come un pericolo da imbrigliare e regolare, Essi ritengono che al fondo dell'attività d'impresa ci sia sempre la tentazione di imbrogliare, di inquinare, di sfruttare, di fare il furbo, di evadere le tasse. Guardi per esempio cosa è successo proprio ieri: il mercato consente, attraverso la libera contrattazione,tra le parti sociali, di superare rigidità che altrimenti precluderebbero la possibilità di creare occasioni di lavoro? In tal caso, il mercato va punito: perché più che il risultato (i posti di lavoro) contano la diffidenza verso l'impresa e la passione dei vincoli. E così può succedere che non qualche decina, ma oltre tré miglìaia di opportunità di lavoro offerte da un'impresa che opera nel settore dei call-center, l'Atesia, vengano messi a rischio da una interpretazìone (pilotata?) secondo la quale ai 3200 dipendenti dovrebbe essere riconosciuto il rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Ripetiamo, a scanso di equivoci: qui non siamo in presenza di imprese fur-bette che riescono a lavorare in nero, danneggiando lavoratori e imprese per bene. No: qui si tratta di un rapporto alla luce del sole, regolato in seguito a un accordo sindacale, basato su inter-pretazioni del ministero che all'improvviso vengono rovesciate per affermare princìpi contrari che avranno l'unico effetto di distruggere lavoro-Siamo, insomma, ancora alla fase cl?e potremmo definire pre-Palme, dalJe parole del compianto ex premier sv^-dese, per il quale il capitalismo eram a pecora da tosare, non un bestione ( a sacrificare. [ Per questo, signor Zappacosta, fa bene a denunciare che tra la politiga e l'impresa ci sono ancora mo^ti aspetti da chiarire. Senza dimenticare, tuttavia, che poi, in questo Pae$e che al capitalismo non crede, i capitalisti ci sono. Questo è il miracolo dell'Italia: che, nonostante vincoSi, trappole, sospetti, diffidenze, le inb-prese ci sono. Per di più, spesso, pi b-cole, piccolissime, di capitalisti mp-gari senza radici culturali ma dotati di una strabiliante capacità di state sul mercato. È solo alla loro capacità di creare sviluppo che è affidata " a ripresa dell'economia. Sono esse per prime a chiedere le regole, perché sanno che altrimenti non ci sarebbero ne mercato, ne impresa, , ié concorrenza: regole chiare, non pl^-torìche, non paralizzanti, che non denotino sfiducia, che non scoraggilo l'iniziativa, che non incentivino a dfe-localizzare. Per questo, signor Zappacosta, accetti il consiglio. Resti in Italia e cop-tinui le sue lezioni applicate di capitalismo.sole24ore

Sciuscia' Reloaded Da quando Milena Gabanelli è direttore del TG2 mi pare che l’informazione pubblica della RAI sia migliorata. Le giornaliste della redazione sono in fermento perché la Milena le manda in giro a controllare se è vero che le FF.SS. fanno la manutenzione ai treni e loro erano abituate a parlare di Britney Spears e del suo pancione o al massimo del dramma di Lele Mora e della chiusura del Billionaire abusivo, ma se ne faranno presto una ragione. Anche il TG1, diretto da Enzo Biagi, che è tornato con la sua rubrica “Il Fatto” nonostante l’età, è migliorato e finalmente vediamo la Busi e Sassoli sorridenti. Niente più giacche scure da funerale o look da Morticia Addams. Vespa se ne è andato sbattendo la porta a porta e, nonostante il clamore della notizia, che ha fatto titolare Libero “Il regime comunista usa il DDT contro Vespa”, la gente si sta abituando al nuovo palinsesto serale della rete, il “Daniele Luttazzi show” che ne ha preso il posto. Seguitissimo come sempre ieri sera l’opinionista fisso Travaglio che ha raccontato della visita di Montanelli al mausoleo di Arcore e della telefonata tra Berlusconi e Dell’Utri. L’altra sera ha debuttato “Sciuscià Reloaded”, il nuovo programma di approfondimento di Santoro, che aveva le lacrime agli occhi ma non ha cantato “Bella Ciao”, dopo la diffida inviatagli dall’ANPI. Lo hanno fatto i Modena City Ramblers. Bello anche il faccia-a-faccia del venerdì condotto da Massimo Fini su Raidue, il preserale di satira con i fratelli Guzzanti e lo show del sabato sera in prima serata con Renzo Arbore. Grande commozione per il pensionamento di Piero Angela che ha lasciato volentieri lo scettro di Superquark a Rita Levi Montalcini. I film sono finalmente senza interruzioni pubblicitarie e anche il palinsesto è migliorato. Grandissimi ascolti per il ciclo dedicato a Stanley Kubrick il lunedì sera. Il MOIGE aveva tentato di boicottare la messa in onda di “Arancia Meccanica” ma la legge sulla difesa delle opere d’arte l’ha impedito. Insomma, il governo Prodi ha fatto finalmente un’ottima legge sul conflitto di interessi, ha tolto la pubblicità da RAITRE e dalla fascia pomeridiana dei bambini e il direttore generale della RAI Giovanni Minoli ha detto che, dopo lo straordinario successo di ascolto dell’opera in diretta dall’Arena di Verona (che ha battuto la serata finale dell’Isola dei Famosi su Canale 5) si sta pensando a trasformare RAITRE in rete totalmente dedicata a programmi culturali… Un momento… ma che anno è? Dove sono? Sento parlare spagnolo attorno a me, chi è Zapatero? Mi sa che ho sbagliato qualcosa. Questa nuova macchina del tempo con l’accessorio “universi tangenti” non funziona mica tanto bene. E poi devo aver sbagliato pillola ieri sera, non ricordo se ho preso quella blu o quella rossa. Che mal di testa! Ricordo solo vagamente un grande coniglio che mi ha detto che “mancano 1826 giorni, 6 ore, 3 minuti e 41 secondi alla fine del governo Prodi…”. Ora che si è innescato questo universo tangente con la Gabanelli direttore del TG2, se non sarà riformata l’informazione veramente il Mondo finirà… Mi sa che dobbiamo fare qualcosa. http://www.bloggers.it/lameduck/

Lettera di Andrea D’Ambra Andrea D’Ambra. Ricordate questo nome? E’ il ragazzo che ha avviato la nota iniziativa per l’abolizione di una delle troppe anomalie italiane: i costi di ricarica dei telefonini. Nei giorni scorsi Andrea mi ha scritto. Gli ho chiesto di raccontarmi a che punto sia l’iniziativa: la quale, al di là del contenuto, che condivido, mi sembra un bell’esempio di quanto ogni singola persona, se ostinata e ben informata, sia in grado di fare. Ciao Piero, ti ringrazio dello spazio che mi offri sul tuo blog. Per chi non mi conosce mi chiamo Andrea e sono il promotore della petizione per l’abolizione dei costi di ricarica creata ad Aprile e che tanto successo (mediatico e non solo) ha avuto finora anche grazie ad una persona che anche tu conosci bene ormai: Beppe Grillo (che non ringrazierò mai abbastanza). Sono il cittadino italiano di cui Beppe parla nel suo post “Innovazione Mangiasoldi” del 10 maggio sul suo blog. Da allora ne sono successe di cose e te le riassumo brevemente qui: ho creato la petizione ad a prile come ho detto poco sopra, inizialmente ho contattato tutti i principali media/organi di informazione e tutte le “associazioni dei consumatori” (nota bene le virgolette). Come potrai immaginare i media non hanno dato alcun seguito alla cosa e le associazioni dei consumatori? Beh dirai almeno quelle! Ebbene no! Nemmeno loro! Chi non mi ha proprio degnato di risposta e chi mi rispondeva dicendomi che non si poteva far nulla perché si trattava di una tassa/imposta governativa (invece così non è secondo quanto avevo già ricercato e che l’Autorità Garante per le comunicazioni mi ha confermato). Devo ringraziare inoltre la rivista on-line “Punto Informatico” che è stata la prima a darmi credito e grazie alla quale la petizione ha cominciato a ricevere le prime decine di migliaia di firme. Il mio obiettivo iniziale era quello di raggiungere 50.000 firme come le proposte di legge ad iniziativa popolare. Il 10 maggio scorso Beppe Grillo dedica il suo post alla mia petizione che da 30.000 firme circa in poche ore raggiunge e oltrepassa quota 50.000 e in pochi giorni oltre 100.000 firme sono raccolte. A questo punto attendo che l’onda di firme si calmi prima di inviare il tutto alla Commissione europea che intanto avevo già interessato e che mi risponde dicendomi che non era al corrente di questa situazione (un’anomalia tutta italiana come amo definirla). La Commissione i nteressa immediatamente le autorità italiane (Antitrust ed Agcom), le quali, fino a quando ero stato io ad interessarLe, non avevano fatto nulla ma avendo ricevuta la missiva da Bruxelles si vedono obbligate ad agire aprendo un’indagine congiunta il 6 giugno scorso. Questa indagine secondo quanto riferì Calabrò doveva durare 2 mesi ma ad oggi 21 Agosto non abbiamo ancora risposte e attendo con ansia visto che il limite di tempo entro cui le autorità italiane devono rispondere alla Commissione è stabilito in 4 mesi. Inutile dire che dopo l’intervento di Beppe Grillo c’è stato chi ha cercato di appropriarsi della paternità dell’iniziativa (vedi “associazioni dei consumatori”) e ci sono anche stati giornali e tv interessate all’iniziativa tanto che ho partecipato alla trasmissione Consumi & Consumi su Rainews24, il Tg3 delle 19.00 del 22 Maggio ha dedicato un servizio all’iniziativa, Euronews, Mi Manda Raitre, Tg2 e anche varie Radio. Tutti i video sono disponibili su http://www.aboliamoli.eu/tv.htm Ultimamente ho anche lanciato le magliette di Aboliamoli.eu contro i costi di ricarica. Sono state fatte dalla cooperativa equo-solidale Il Raggio Verde e sono disponibili all’indirizzo http://www.aboliamoli.eu/magliette.htm Il ricavato andrà alla stampa ed alla spedizione del secondo plico di firme alla Commissione europea. (Il primo è stato inviato al raggiungimento delle 300.000 adesioni). Ora siamo quasi a 400.000 firme ed attendiamo il risultato dell’indagine congiunta dell’Antitrust-Agcom e spero che Beppe Grillo si ricordi dell’iniziativa visto che con l’estate la gente dimentica facilmente le iniziative passate. I costi di ricarica non esistono in nessun altro paese al mondo. In alcuni paesi europei tipo Francia o Inghilterra anzi quando paghi 5 hai 10, quando paghi 10 hai 15, cioè loro ti regalano un bonus di credito, qui invece si paga per pagare! Per firmare la petizione basta andare su www.aboliamoli.eu e cliccare su “Firma la petizione”. Cordialmente, Andrea D’Ambra http://www.pieroricca.org/

A TPS è scappata la mailing list Poniamo il caso che un autorevole economista (per esempio Francesco Giavazzi) abbia a che ridire su quanto sostenuto da un ministro dell'Economia (per esempio Tommaso Padoa-Schioppa), e vada giù duro in un editoriale su un quotidiano che è - quasi - un'istituzione (per esempio il Corriere). Come reagirà in questo caso il ministro, che oltretutto all'economista in questione è legato da antica consuetudine? A occhio e croce, vengono in mente tre ipotesi possibili. La prima: lascerà perdere, e penserà ai casi suoi. La seconda: parlerà all'economista, o gli telefonerà, per spiegargli riservatamente le sue ragioni. La terza: sosterrà apertamente il proprio punto di vista, esattamente come aveva fatto l'economista, scegliendo lui se farlo sul medesimo giornale, o in altra e ancor più pubblica sede. Così, nella nostra semplicità di spirito, fino a ieri ci veniva da pensare. Errore. Giavazzi ha criticato Padoa-Schioppa per un'affermazione («Non voglio sentir parlare di tagli») da questi fatta a Cortina. E Padoa-Schioppa, scartata l'ipotesi uno, quella del silenzio operoso, ha pensato bene di replicargli a dir poco piccato. E però, ecco la novità che noi provinciali proprio non riuscivamo a immaginare, non lo ha fatto né in via riservata né pubblicamente. Invece, ha inventato (anche lui: deve essere una dannazione) una sua personalissima terza via. E cioè una bella, nel senso di ferocissima, e-mail a Giavazzi, indirizzata però per conoscenza a 92 altri signori, da Mario Draghi a Fabio Mussi, passando, chissà perché, per Pepe Laterza e Susanna Schwarz. Niente da eccepire, per carità, una mailing list è una mailing list. E un po' tutti, quando abbiamo dei dissapori con una vecchia conoscenza, tendiamo a rendere partecipi delle nostre ottime ragioni e degli evidentissimi torti altrui prima di tutto gli amici. Ma l'idea di un ministro (e che ministro: stiamo parlando di TPS) che risponde a una critica pubblica su temi cruciali rivolgendosi non all'opinione pubblica, ma a una platea di ottimati, o presunti tali, ci lascia molto perplessi lo stesso. Sicuramente per via della nostra ingenuità, si capisce. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=70772

In viaggio con Hezbollah di Luigi Irdi Un normale cittadino italiano, sapendo che tra pochi giorni tremila nostri soldati entreranno in una delle arene più sanguinose del mondo, dovrebbe apprezzare il comportamento di D’Alema Il portavoce della Comunità Ebraica romana Riccardo Pacifici se la prende con il ministro degli Esteri Massimo d’Alema che, in Libano per una visita ufficiale, si è fatto fotografare a braccetto con Hussein Haji Hassan, deputato di Hezbollah. Non contento, D’Alema ha avuto parole severe di condanna, rivolte soprattutto nei confronti di Israele, per la guerra appena interrotta dalla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ora, un cittadino italiano, sapendo che tra pochi giorni tremila nostri soldati entreranno in una delle arene più sanguinose del mondo, apprezzerebbe il comportamento di D’Alema, riassumibile nel seguente pensiero: se andare a braccetto con un esponente Hezbollah per le vie di Beirut, per quanto imbarazzante possa essere, servirà a risparmiare anche un solo razzo sulle teste dei nostri soldati, quella passeggiata è benedetta. Mai come in questa occasione infatti il contingente Unifil che prenderà posizione nel sud del Libano sarà come il classico wurstel tra le due fette del panino, Hezbollah sul versante libanese e l’esercito di Gerusalemme sul confine israeliano. Tutta gente che maneggia armi da una vita. Detto questo, visto che ognuno ha una parte da recitare, Pacifici fa benissimo a disapprovare le cattive compagnie di D’Alema. E’ vero che Hezbollah è una forza, oltre che militare, politica e sociale all’interno del Libano, ma è verissimo che per anni e anni i graziosi guerriglieri filo iraniani hanno annaffiato di razzi katiuscia i kibbutz delle regioni settentrionali di Israele, per esempio a Kiriat Shmona, colpendo senza scrupolo alcuno case civili, scuole, mense e fermate dell’autobus. Ci sarebbe per esempio da ricordare, tra le tante, che uno dei coraggiosi guerrieri di cui Hezbollah oggi chiede la liberazione dalle carceri israeliane, è un tal Samir che ha ammazzato un disarmato padre di famiglia sparandogli col Kalashnikov, e il figlio di quattro anni fracassandogli la testa con il calcio del medesimo gingillo. Comunque, visto che si avrà a che fare con questi tipi, meglio far buon viso a cattivo gioco, penserà D’Alema, del quale tuttavia è più difficile comprendere la tesi secondo cui gli esiti della guerra sono favorevoli a Hezbollah perché la milizia armata ha conquistato popolarità e considerazione nel mondo arabo. In realtà, chiunque tiri un sasso contro le forze armate israeliane o contro un ebreo di passaggio ha purtroppo buone possibilità in Medio Oriente di conquistare una certa considerazione. Forse dunque la valutazione di D’Alema, peraltro condivisa da numerosi analisti, è solo una prima impressione. A me pare che invece, tirando le somme, sarà proprio Israele a raccogliere i frutti di quest’ultima guerra. Per i seguenti motivi. 1) Per quanto annacquata qua e là, in alcuni suoi passaggi la risoluzione dell’ONU affronta il problema di Hezbollah e cioè di una milizia in buona parte eterodiretta dall’Iran e sostanzialmente non soggetta all’autorità dello stato centrale libanese. Hezbollah ha fatto i suoi comodi per anni ai confini di Israele e ora questo non sarà più tanto facile. Il tema del suo disarmo è comunque ormai all’ordine del giorno. 2) La composizione della forza multinazionale Unifil avrà presumibilmente una spina dorsale tutta europea e questo vuol dire che i paesi europei di maggior peso decidono oggi di farsi carico certamente della pacificazione dell’area e degli aiuti umanitari alla popolazione civile libanese, ma anche, finalmente, della sicurezza del confine settentrionale di Israele. 3) Si dice che questa guerra ha intaccato il mito dell’invincibilità di Tsahal, le forze armate israeliane, solo perché i carri e gli aerei di Gerusalemme non sono riusciti a sbarazzarsi del tutto dell’arsenale missilistico di Hezbollah. A parte il fatto che pochi sono in grado di sapere davvero come stanno le cose sul piano strettamente militare, non è affatto detto che un ridimensionamento del mito di Tsahal sia un danno per Israele. Una inedita vulnerabilità delle forze armate israeliane avrà probabilmente come risultato una più forte responsabilizzazione del sistema di alleanze di Gerusalemme. Gli alleati di Israele verranno portati finalmente a prendere atto di una circostanza che oggi è più chiara. L’essenza della questione mediorientale sta in una profonda asimmetria di ipotesi. Da un lato c’è un’ipotesi che non ha la benché minima possibilità di inverarsi e cioè che Israele si sbarazzi per sempre di chi lo vuole morto e sepolto. Come spiega oggi il nostro ministro degli esteri su Repubblica, “Israele è circondato da un mondo islamico di un miliardo e settecentomila persone” e già questo dice tutto. Al contrario, è del tutto possibile, in senso tecnico, cioè è un’ipotesi realizzabile, che Israele, staterello delle dimensioni del Lazio e abitatato da 4 milioni di persone, quante ce ne sono a Roma, venga prima o poi fatto a spezzatino dal miliardo e settecentomila di cui sopra. Questo è il punto. La distruzione e la fine di Israele sono eventualità non inverificabili. Una vera pace si rende possibile solo nel momento in cui entrambi gli avversari si rendono conto che le loro possibilità di successo sono prossime allo zero, ma in questa sproporzione geopolitica e geodemografica di forze, c’è uno dei due contendenti che può continuare a sperare, prima o poi, di spuntarla. In fondo, sterminare quattro milioni di ebrei è possibile, visto che Hitler da solo ne ha sterminati sei milioni. Così, fino a quando l’impossibilità tecnica della distruzione dello stato di Israele non sarà diventata consapevolezza profonda delle masse islamiche, una vera soluzione del problema mediorientale non sarà possibile. Bisogna quindi, e questo è il compito delle Nazioni Unite e dei potenti del mondo e dell’Europa in particolare, rendere tecnicamente impossibile la distruzione di Israele. Come? Con la politica naturalmente, accogliendo Gerusalemme nel sistema esistente di alleanze (Nato, Unione Europea), e con l’uso a lunghissimo termine della forza militare di interposizione. Fino a quando non sarà chiaro a tutti che la cancellazione di Israele dalla carta geografica sarà diventata solo la fissazione di qualche marginale club di fanatici, come è in Israele il patetico club dei fan del tempio di Gedeone. Se questo è il risultato che il ministro degli esteri D’Alema ha in testa, ben venga anche la passeggiata sottobraccio a Hezbollah. Luigi Irdi http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=15941

L’Ue e il welfare che verrà Mario Sorano Il lavoro e le tematica ad esso connesso sono sicuramente alcuni degli argomenti più urgenti dell’agenda politica europea ed internazionale. La sensazione che la classe lavoratrice sia ormai un puro concetto teorico seppellita nel dimenticatoio della storia è oggi pienamente confermata dalle nuove forme di contrattazione. Volte a rendere il lavoro non solo flessibile e più economico, le nuove norme contrattuali individualistiche basate sul libero mercato, giocano un ruolo decisivo nella frammentazione e atomizzazione dei lavoratori. Questi, privi del sostegno che l’appartenenza ad una classe può dare, hanno perso quella forza dirompente acquisita nel corso del ‘900, diventando così merce le cui qualità fondamentali sono la totale disponibilità e il basso costo. Secondo la scuola liberista il lavoro e i diritti sociali appartengono a un’epoca ormai superata. Rappresentano un modo di intendere la società tutto europeo che non ha più ragione d’essere alla luce del successo delle economie cinesi e indiane, dove i bassi salari riducono i costi di produzione e abbattono le spese sia dell’industria sia dello Stato. Ma è veramente declinata l’idea di una società dove il lavoro per tutti e la solidariètà verso gli svantaggiati erano considerati insieme alla libertà individuale e alla proprietà privata pilastri delle costituzioni del XIX e XX secolo? Secondo gli studi condotti da Antonio Cantaro, docente di Diritto costituzionale dell’integrazione europea, il lavoro e i diritti sociali possiedono tutt’oggi una forza e un consenso ancora vivi e in costante evoluzione. Nel suo libro, Il secolo lungo, Cantaro, attraverso la storia del lavoro e del welfare europeo evidenzia come in questo momento storico la società è ritornata a quella che lui definisce la preistoria del lavoro, e cioè alla società dei produttori. È il mercato ad essere di nuovo al centro della vita pubblica e privata di tutta la società, e sono gli interessi economici a dettare l’agenda politica di tutti gli Stati. Contrariamente alle previsioni dei neoliberisti che affermano proprio la fine del “secolo breve” del lavoro, inteso come momento di passaggio tra il primo capitalismo e la globalizzazione ancora in corso, Cantaro è convinto dell’attualità del lavoro e dei diritti sociali, i quali sono stati per tutto il Novecento i principi a cui gli Stati europei hanno affidato la stabilità, la pace sociale, e la ricchezza dell’Europa. Il “secolo lungo” del lavoro non è finito. Minacciato e bistrattato scorre inarrestabile nel dna di tutta la società europea, permane nella mentalità di tutti noi europei. Non sarà affatto un caso che popoli come i francesi e gli olandesi hanno bocciato una costituzione europea dove il richiamo ai diritti dei lavoratori e ad un welfare solidale, è offuscato dalle pressioni lobbistiche delle grandi multinazionali. Il riconoscimento costituzionale dei diritti sociali alla pari di quelli individuali, avvenuto con il trattato di Nizza, rappresenta un nuovo inizio della Unione europea, e forse come ipotizza Cantaro, l’unica via percorribile per ricollocare l’Europa e i suoi valori al centro della vita economica e politica mondiale, fornendo un nuovo paradigma per affrontare gli strappi e le insicurezze di cui la globalizzazione è portatrice. Antonio Cantaro, Il secolo lungo. Lavoro e diritti sociali nella storia europea, Ediesse, € 13,00, 2006, pagine 215 caffeeuropa.it

La nostra Cina (mia e di Tiziano) Siegmund Ginzberg Trattao dal quotidiano l'Unità Un uomo sta morendo. Con straordinaria serenità racconta al figlio la sua vita, il suo lungo viaggiare, cercare. Ne tira le fila. Quell’uomo, Tiziano Terzani, l’ho conosciuto, era mio amico. I figli, Folco e Saskia, ancora piccoli quando stavamo a Pechino, li ho visti crescere. Anni dopo, venuto a trovarci a New York, Folco avrebbe incantato per sere di seguito i miei, piccoli come erano loro quando li avevo conosciuti in Cina, leggendogli per molte sere di seguito le Cronache di Narnia. Ora sono io ad essere incantato dalla lettura di queste ultime conversazioni con suo padre. La Fine è il mio inizio è un libro bellissimo. Che ho letto d’un fiato, e mi ha lasciato senza fiato. L’itinerario del mio viaggio e quello di Tiziano si erano incrociati per la prima volta a Pechino, ormai oltre un quarto di secolo fa. Lui è arrivato. Ma quel che conta è il viaggio, non la destinazione, “come tutti i grandi viaggiatori hanno sempre saputo”, ricorda a Folco. Come tutti i grandi viaggiatori era un viaggiatore solitario. Ho il rammarico di non avere fatto alcuni tratti in più in sua compagnia. In Cina ad un certo punto avevamo deciso di scrivere un giallo spionistico a quattro mani, ci avremmo messo tutti i personaggi reali che avevamo conosciuto. Poi lui fu espulso. Più tardi mi propose di scambiare delle lettere, lui dall’Asia, io dall’America. Anche di questo non se ne fece nulla. Ero troppo distratto dalla “destinazione”, dal giornalismo quotidiano ad inseguire “i fatti”. Non mi ero ancora accorto che, come dice lui a Folco, “nei fatti non trovi la risposta. La trovi in qualcosa di più profondo, che in questo caso è la cultura, la storia, di cui mi sono sempre occupato”. È stato Tiziano a contagiarmi nella passione di accumulare libri per “prepararsi” ai viaggi. “Io non andavo mai in un posto senza una piccola bibliotechina di chi aveva viaggiato prima di me, magari un gesuita che ci era vissuto per farsi raccontare l’anima”. “I libri. Sono stati i miei grandi amici, perché non c’è di meglio che viaggiare con qualcuno che ha fatto già la stessa strada, che ti racconta com’era per poter paragonare, per sentire un odore che non c’è più, o che c’è ancora”. Tiziano parla di “feticismo del libro”. La differenza è che io temo di essere rimasto prigioniero della “preparazione”, a scapito del “viaggio”. Apprendo che eravamo cresciuti entrambi poveri di libri. “In casa mia non c’è stato mai un libro, mai”. Che il primo libro che aveva visto in casa, grazie ad uno zio rilegatore fu una Storia d’Italia a dispense. Il mio primo libro in italiano era stata l’Enciclopedia Garzanti in due volumi, leggevo le voci in ordine alfabetico. Ora mi sento come il professor K. dell’Autodafè di Elias Canetti, costretto a mettersi in testa ogni mattina i suoi diecimila volumi e scaricarli per andare a dormire sotto i ponti. Tiziano ha trovato le sue “due forme di minima immortalità”, il suo “piccolo momento di eternità”, nei figli e nei libri che ha scritto, “nella speranza che tra cinquanta, cent’anni qualcuno ritrovi per caso un mio libro” su una bancarella, come noi abbiamo trovato i nostri. Ne ha scritti due sul Vietnam, ma resta convinto che The Quiet American (il romanzo di Graham Greene) sia inarrivabile (“il sogno di tutti era di scriverne un altro così, tutti, tutti scrivevano e non ne uscì niente”). Chissà se saremmo mai riusciti a cavare qualcosa da quel giallo mai scritto sulla Pechino degli anni Ottanta. Certo si prestava. Giornalisti e spioni, veri e finti, tutti quanti a loro volta spiati dal grande fratello cinese, in un gioco che riesce a far ancora scompisciare dal ridere Tiziano morente. Uno di quelli di cui racconta divertito a Folco è Sergei Svirin, già da lui conosciuto a Singapore, di cui si dice certo fosse il capo del Kgb a Pechino. E mi fa venire in mente che il mio angelo custode per conto dei servizi sovietici era invece un tale Stanislav Lunev, colonnello del Gru, lo spionaggio militare sovietico, accreditato come corrispondente della Tass. Me l’ero poi ritrovato corrispondente Tass a New York. Un paio d’anni fa ho visto che ha scritto un libro, Through the Eyes of the Enemy, con gli occhi del nemico, la cui fascetta spiega che si tratta “del funzionario più alto in grado dei servizi militari russi” passato agli americani. Me lo sono fatto arrivare. Sono andato a scorrere il capitolo sui suoi anni in missione in Cina. Dove dice di “aver reclutato”, col nome in codice “Zag”, il corrispondente del giornale del Pci, Antonio, fonte “estremamente preziosa” per lo spionaggio militare sovietico. L’informazione decisiva fornitagli da questo Antonio sarebbe stato il testo di un’intervista che aveva avuto con l’allora presidente Li Xiannian, in cui Li si serviva del suo interlocutore per “informare il governo italiano (sic) dei piani della Cina nei confronti dell’Urss”. Antonio sono evidentemente io. In effetti gli avevo dato il testo di un’intervista pubblicata qualche giorno prima sull’Unità. Che i suoi superiori avrebbero potuto agevolmente e più tempestivamente procurarsi in una qualsiasi edicola italiana. Anni dopo mi è capitato di parlarne con i miei “angeli custodi” da parte cinese e abbiamo riso a crepapelle. Allora abitavo, come corrispondente dell’Unità, in un siheyuan, una antica “casa di cortile” in piena città tartara, presso il Gulou, la Torre del tamburo, una foresteria gestita dall’ufficio relazioni estere del Pcc, quindi in pratica direttamente dai servizi segreti cinesi. Il colonnello Lunev racconta anche di aver riconosciuto, nel corso di una delle sue visite, tra gli asiatici che giocavano a badminton (il tennis col piumino) nel mio cortile, niente meno che Pol Pot in persona. Per un giornalista avere come compagno di racchetta il più feroce massacratore di tutti i tempi e non accorgersene sarebbe stato certo un “buco” da suicidarsi per la vergogna. Ma la cosa è altamente improbabile. I cinesi non avrebbero mai esposto in quel modo un ospite così ingombrante. In quel siheyuan ricevevamo molte visite. Diplomatici, giornalisti, studenti italiani e di molti altri paesi. Un giorno Tiziano mi portò a pranzo un diplomatico americano che lui sosteneva fosse il capostazione della Cia. Mi pare si chiamasse Martin. Ricordo che mi chiese cosa trovasse un comunista italiano in Cina. “Da seguire come esempio assolutamente nulla, da imparare sul mondo moltissimo”, gli risposi. Per Tiziano invece la Cina era stata, sin dal momento in cui aveva deciso di fare il giornalista, e aveva lasciato una promettente carriera di dirigente alla Olivetti per andare a studiare il cinese alla Columbia University a New York, una grandissima passione, forse la più travolgente della sua vita. Non solo un oggetto di indagine giornalistica. Ma una vera a propria storia d’amore. Intensissima, quasi smodata, che riemerge in moltissime pagine del racconto a Folco. “Per questo puoi capire che quando i cinesi mi hanno cacciato mi hanno davvero punito, mi hanno tolto una grande gioia di cui solo l’India mi ha poi ripagato”. Tanti anni dopo, non ho ancora ben capito perché l’abbiano espulso. Ne abbiamo talvolta parlato. Ne parla molto con Folco. Ho l’impressione che non l’abbia mai capito neanche lui. Perché era troppo curioso? Perché si impicciava in storie di spionaggio come la straordinaria vicenda di Shi Beipu, l’attore dell’Opera di Pechino (M. Butterfly, il titolo con cui fu portata in scena in America) che aveva sedotto un diplomatico francese facendosi passare per donna e facendogli persino credere di avergli dato un figlio? Perché, da grande attore che è sempre stato, si travestiva da cinese, portava i grilli nel taschino del cappottone cinese, e faceva impazzire i suoi custodi, seminandoli ad ogni viaggio? Perché le sue magnifiche inchieste sulla distruzione di Pechino antica e il Tibet avevano arruffato i responsabili in alto loco? Perché il suo caso fu usato da una delle fazioni che si contendevano il potere per mettere in difficoltà l’altra? L’unica cosa certa è che, da uomo di passioni estreme che era, non glie l’ha mai perdonata. La Cina fu forse la sua maggiore delusione, in quello che definisce ad un certo punto come “un secolo di spaventose delusioni”. Aggiungendo che “anche per questo oggi c’è questo grande disorientamento”. Tiziano è spietato nell’elencare la sue delusioni. Deluso dal Giappone. Deluso persino dal nuovo amore India: “Come, vado in India e trovo questi che…?! Tu vedessi il giorno che annunciarono la loro bomba atomica! Pareva, Dio Bono, che fossero arrivati sulla luna, Apollo 13. La gloria dell’India!”. Deluso dal ripetersi delle delusioni: “Lo vedi? Sempre la stessa storia”. Deluso da tutto quello che è successo dopo l’11 settembre: “Era un’occasione straordinaria di ripensare a tutto… un’occasione buona, mi pareva, perché era così enorme quello che era successo e c’era stata una presa di coscienza così grande…”. E invece la si è sprecata con le guerre. Deluso dalla politica (“ho smesso di scrivere pezzi di politica”), ma per poi parlare nel suo “testamento” molto più di politica che nei libri precedenti. Deluso dal giornalismo, ridotto a “fare spettacolo”, ma per poi dedicare quasi tutto quello che dice a Folco al perché ha voluto fare il giornalista, e raccomandargli di “controllare i dettagli”, perché “basta un dettaglio sbagliato e tutto perde la sua credibilità” (“Questo è il giornalismo?” “Questo è il vero giornalismo”). Deluso, lui eterno estremista, dai fanatismi e dagli estremismi, “sbagliati in tutti i casi”, anche tra ascetismo ed edonismo: “La Via di mezzo, sempre”. “Devi capire cos’è il filo di questo racconto. È il cercare – tra tutta l’illusione della politica, della scienza che dovrebbero risolvere i problemi, per cui ci si impegna, si scrive, si tenta di cambiare l’opinione degli altri – per poi renderti conto che non serve a niente”. Ma al tempo stesso inguaribilmente ottimista, tanto da voler continuare a dire con l’ultimo filo di voce la sua (“Voglio parlare!”). Contraddittorio? Forse. Ma con un filo che lega il tutto: “Vorrei che il mio messaggio fosse un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vuoi”. Ho visto che c’è chi è portato a leggere anche questo libro di Terzani come un ragionamento sui grandi temi del senso della vita e della morte. C’è anche tutto questo. Il capitolo finale, di sconvolgente bellezza, è un inno all’unità della nostra vita con la natura, di forza paragonabile alle poesie filosofiche di Tommaso Campanella. È un abbraccio ai suoi cari, a noi tutti, all’umanità, al pianeta, al cosmo. Ma, come tutti i grandi testi letterari, può essere letto anche in molte altre maniere. Non credo gli dispiacerà che il suo vecchio compagno di viaggio abbia scelto una lettura più prosaica e forse limitata, partendo da dove i nostri sentieri si erano incontrati, nel “paese di mezzo”, sulla “via di mezzo”, per dirla con le sue parole.

Una tv che migliori l’opinione pubblica Dan Werner con Mauro Buonocore Tratto da Reset "La tv deve fare due cose: intrattenere il pubblico e sviluppare un dialogo civico". Dopo anni spesi a produrre programmi per il servizio pubblico della tv americana, Dan Werner ha le idee molto chiare sul suo lavoro, basta vedere i programmi che fa e manda in onda dalle frequenze della Pbs. Fra tutti By the people, la trasmissione che da tre anni racconta sugli schermi dei cittadini americani i deliberative polls di James Fishkin e dei suoi collaboratori. Un esempio lampante di servizio pubblico: un programma che, libero dalle pressioni degli inserzionisti, può permettersi di non guardare i numeri dell’audience, andare dritto ai contenuti, e realizzare un format che sappia mettere da parte la rincorsa alla brevità delle tv commerciali, per lasciare spazio ai tempi più dilatati dell’approfondimento. È da qui che Werner, già dirigente della Pbs e oggi produttore esecutivo della MacNeil Lehrer Productions (casa che produce programmi per la tv pubblica americana) parte per spiegare di cosa parliamo quando diciamo servizio pubblico. " Si potrebbe iniziare da una definizione che giochi sull’opposizione, sull’idea che la tv di servizio pubblico e la tv commerciale devono essere due alternative molto ben distinguibili" spiega il produttore americano e continua: "Se quindi nella tv commerciale i notiziari sono montati in una rapida successione di servizi brevi, il servizio pubblico deve invece riprendersi il tempo, realizzare servizi di 4 o 6 minuti, mini-documentari che trattino in maniera adeguata i temi affrontati, con uno stile che il pubblico possa riconoscere". Che cosa intende quando parla di uno stile riconoscibile? Deve essere chiaro che le televisioni pubbliche non rappresentano un punto di vista particolare. Quando facciamo i programmi per la Pbs cerchiamo di avere sempre molto chiaro in mente un obiettivo: noi vogliamo che il telespettatore si faccia da solo un’idea sulla realtà, noi raccontiamo solo i fatti, ma dobbiamo farlo in modo che lo sguardo dello spettatore alla fine abbia avuto una visione molto ampia, generale e approfondita, come nessuno può permettersi di fare in tv. Ad esempio, qualche tempo fa abbiamo trasmesso un servizio di otto minuti sulla riforma scolastica, era il terzo appuntamento di una serie grazie alla quale chi ci ha seguito ha potuto migliorare la propria consapevolezza e la propria conoscenza sul tema. Quanto essere liberi dagli spot può migliorare la qualità dei prodotti televisivi? I nostri programmi non si finanziano con pubblicità, ma con l’impegno di sottoscrittori, e questo influisce molto sulla produzione. La differenza più evidente è che la pubblicità vincola il programma all’audience, e così la necessità di mantenere alti gli ascolti si trasforma in un fattore di controllo dei contenuti. Se parliamo di servizio pubblico, invece, allora dobbiamo pensare a delle pressioni diverse, che non riguardano tanto i numeri, ma aspetti diversi di un programma di informazione e di approfondimento: raccontare le storie in maniera completa, produrre una copertura adeguata delle notizie, produrre un tipo di intrattenimento di qualità molto alta. Completezza, adeguatezza del racconto, approfondimento. Queste sono caratteristiche che By the people ha come punti di riferimento. Come le è venuta l’idea di affiancare una trasmissione ai sondaggi deliberativi? By the People nasce innanzitutto dalla premessa che le opinioni dei cittadini sono importanti e possono essere notizie interessanti. Troppo spesso raccontiamo le idee delle persone solo attraverso i sondaggi, che in realtà sono molto soggetti a cambiare nel tempo e soprattutto interrogano individui su argomenti che non conoscono; con By the People cerchiamo di portare su un palcoscenico più ampio quello che fa il professor Fishkin: proporre un sondaggio, riunire un gruppo di persone rappresentative della comunità, fare in modo che studino una questione, ne discutano, ci riflettano su e poi proporre loro, di nuovo, il sondaggio. In questo modo sappiamo cosa la gente pensava all’inizio e alla fine del processo. In altre parole, sappiamo cosa la gente pensa di un tema quando ci riflette su. Dal nostro punto di vista è un modo per fare buona televisione, in cui si combina il racconto di storie interessanti, il background educativo, l’informazione sul tema trattato di modo che attraverso i video anche il pubblico possa apprendere di più sulla questione che viene presa in esame. Tutte caratteristiche che appartengono a un buon programma d’informazione. Il vostro programma riprende in diretta tutto il processo deliberativo, oppure il prodotto finale nasce dal montaggio di materiale registrato? Abbiamo fatto entrambe le cose, ma in genere preferiamo montare le registrazioni perché la programmazione in diretta di tutto il processo risultava un po’ troppo noiosa. Quando però l’argomento trattato è particolarmente importante e controverso, allora la trasmissione live ha un valore aggiunto. Poco prima della guerra in Iraq abbiamo riunito a Philadelphia, per un sondaggio deliberativo, circa 500 cittadini provenienti da tutto il paese – che, seguendo il metodo di Fishkin, hanno discusso prima divisi in piccoli gruppi e in una sessione con gli esperti – e abbiamo mandato in onda uno speciale di due ore in diretta sul dibattito. Successivamente abbiamo montato un documentario di un’ora sull’intero week-end deliberativo. Sembrerebbe quasi che il sondaggio deliberativo si presti a essere trattato in molti modi diversi, quasi dimostrasse una specie di duttilità narrativa. In diretta o registrato, come un’inchiesta, un documentario o un talk show: un evento che si può raccontare in tanti modi. Nel deliberative poll ci sono molti elementi diversi che i produttori possono adattare a vari formati: documentari, trasmissioni in diretta, montaggi che sintetizzino il dibattito. L’evento può trattare di uno o due temi simili: si può parlare di istruzione e traffico ma la vera questione è il ruolo del governo, della politica, di chi andrà a prendere le decisioni, e allora unisci le due tematiche. Uno degli aspetti che reputo più importante di una trasmissione come By the people, è che la società è vasta e i cittadini si allontanano sempre più dai meccanismi della democrazia per delegarla alla politica. Se vogliamo proporre strumenti per dare ai cittadini l’opportunità di sentirsi impegnati dobbiamo rispondere a due domande: “Perché una persona dovrebbe essere interessata a questo tema?”, e poi “A chi interessa quello che pensa una persona qualunque?” Portando le opinioni dei cittadini in televisione rispondiamo alla seconda domanda, perché dimostriamo che le loro opinioni sono prese sul serio. Ma non basta, per rispondere in modo completo alle nostre domande, dobbiamo coinvolgere i politici. Generalmente, quando questi vanno in tv, non fanno che parlare, ma raramente hanno l’occasione di ascoltare e rispondere a quello che comuni cittadini chiedono loro. In By the people, persone qualsiasi stabiliscono una vera conversazione con candidati ed esponenti politici. Cosa risponde a chi dice che programmi così sono di una noia mortale e nessuno li guarderebbe? Rispondo che è come dire che la pagina delle notizie di un quotidiano è meno divertente della pagina dei fumetti: è ovvio. I temi possono essere noiosi, forse meno avvincenti di una soap opera, ma molto dipende da quanto il produttore è capace di raccontare storie e approfondire il tema; il linguaggio televisivo, con tagli e montaggio, ha a disposizione molti modi per rendere un racconto interessante o meno, gradevole da seguire o monotono. Ma dobbiamo pensare a quello che abbiamo intenzione di fare. Ma davvero lei si disinteressa completamente dell’audience, non prende in considerazione quante persone vedono il suo programma? Certo che guardo i numeri, sicuro che mi interessano, ma i programmi di informazione non otterranno mai livelli di audience alti come quelli dei programmi di intrattenimento. È solo che credo che sia troppo semplice dire di un programma come il nostro: “sarà noioso, non avrà una grande audience”. E’ vero ma irrilevante, non si può dire che la tv pubblica è diversa e vuole offrire un pubblico servizio quando poi adotta le stesse modalità e le stesse categorie con cui le tv commerciali vanno a caccia di audience. Nella sua carriera lei ha prodotto molti programmi dedicati a sviluppare l’impegno civico e il coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica. Che cos’è che vorrebbe fare nella tv di servizio pubblico, che non è ancora riuscito a fare? Più che un programma da realizzare, vorrei continuare a costruire questo modello che abbiamo descritto finora. Ad esempio stiamo lavorando a un progetto che coinvolgerà televisioni locali con storie prese dalle piccole realtà americane, per poi combinarle insieme e raccontarle in una trasmissione nazionale. Allo stesso modo credo che un sondaggio deliberativo fatto per la tv italiana sarebbe una grande idea di successo. Penso che la televisione abbia due compiti: il primo è intrattenere e divertire la gente, ma l’altro – specialmente nel servizio pubblico - è creare un dialogo civico. Il deliberative poll offre molte condizioni favorevoli per sviluppare questo secondo aspetto. Pensate a un campione rappresentativo dell’intera popolazione, quante storie diverse, quanti modi diversi di porsi di fronte ai problemi e di portare la propria esperienza in un dibattito. Con i finanziamenti giusti si potrebbero fare degli ottimi programmi che sarebbero un’esperienza democratica fantastica e aiuterebbero a definire cos’è la televisione pubblica.

Perdere le guerre Cinque ragioni per cui le grandi potenze militari perdono le guerre Immanuel Wallerstein Gli Stati Uniti oggi sono la maggiore potenza militare al mondo. Israele oggi è la maggiore potenza militare nel medio oriente. Una delle tentazioni più ovvie della superiorità militare è quella di usare la forza militare quando si vuole compiere qualcosa che incontra una resistenza di natura politica. -------------------------------------------------------------------------------- Gli Stati Uniti oggi sono la maggiore potenza militare al mondo. Israele oggi è la maggiore potenza militare nel medio oriente. Una delle tentazioni più ovvie della superiorità militare è quella di usare la forza militare quando si vuole compiere qualcosa che incontra una resistenza di natura politica. Gli Stati Uniti hanno deciso di usare la forza contro l’Iraq nel 2003. Israele ha deciso di usare la forza contro il Libano nel 2006. In entrambi i casi tali governi hanno preso queste decisioni calcolando di poter vincere con certezza il conflitto militare, e rapidamente. Normalmente la maggiore potenza militare al mondo o in una data regione può effettivamente vincere scontri militari del genere, e rapidamente. È quel che intendiamo quando diciamo che sono le maggiori potenze militari. Ma vincere dipende da una situazione in cui il divario militare fra i due stati sia davvero schiacciante. Se è meno che schiacciante, la decisione di fare ricorso alla forza militare può ritorcersi contro chi la prende, e malamente. Questo per cinque ragioni. 1) Se la potenza più debole si rivela dotata di una potenza sufficiente a rallentare il processo, e ancora di più a impantanarlo, allora il risultato primario dello scontro militare è rivelare i limiti della presunta superiore forza della maggiore potenza militare. Anzi, la lezione che il mondo trae da una simile situazione è che la maggiore potenza militare è militarmente più debole di quanto la maggior parte della gente avesse presunto. Gli altri paesi traggono conclusioni politiche da una simile manifestazione di potenza militare meno che schiacciante. 2) Una guerra prolungata è sempre, e inevitabilmente, una guerra orribile. La maggiore potenza militare compie azioni che cominciano ad apparire moralmente criminose. Se la guerra è davvero breve, tali crimini vengono rapidamente dimenticati. Ma se la guerra si trascina, diventano sempre più parte della percezione generalizzata non solo nei due paesi coinvolti dalla guerra, ma nel resto del mondo. La maggiore potenza militare comincia a perdere qualsiasi vantaggio morale rivendicasse e che in precedenza le venisse accreditato presso l’opinione pubblica mondiale. Lentamente, ma con certezza, paesi che erano stati più o meno dalla parte della maggiore potenza militare cominciano a prenderne le distanze, e a volte a esprimere perfino irritazione politica e morale. 3) All’inizio una grandissima maggioranza dell’opinione pubblica della maggiore potenza militare di solito appoggia la decisione del proprio governo di entrare in guerra. Questo appoggio assume la forma di un fervore patriottico e di una grande approvazione morale del governo. Ma una simile approvazione pubblica interna è sostenuta dalla fede che la guerra non sia semplicemente giusta agli occhi del pubblico, ma che sarà anche vinta rapidamente, e che sarà quindi relativamente indolore. Quando la guerra comincia a impantanarsi, ci sono due gruppi nella popolazione della maggiore potenza militare che cominciano a togliere il proprio appoggio al governo. Ci sono quelli che pensano che il governo non si è impegnato abbastanza ed è fondamentalmente incompetente. Questi chiedono un’ulteriore escalation dell’aggressione militare. Se ciò si rivela per qualche ragione impossibile, questo gruppo spesso trae la conclusione che bisognerebbe ritirarsi del tutto dalla guerra. C’è un secondo gruppo che comincia ad avere dubbi morali sulla guerra, e inizia a chiedere il ritiro non perché il governo sia inefficace ma perché è moralmente sbagliata. Anche se questi due gruppi di critici interni stanno dicendo cose opposte, e sono in notevole disaccordo fra di loro, i due scontenti costituiscono insieme una considerevole pressione interna sul governo affinché cambi la sua politica. Nel momento in cui la guerra è davvero impantanata, il governo della maggiore potenza militare è in una situazione in cui può solo perdere. Se si ritira, perde. E se non si ritira, perde. Il risultato all’inizio è la paralisi (chiamata “tirare diritto”) e poi l’umiliazione. Se il senso di umiliazione è abbastanza grande, può portare a tensioni interne estreme nel paese che era stato considerato la potenza militare più forte. 4) Più a lungo una situazione del genere va avanti, più costosa diventa – costosa in vite umane (della maggiore potenza militare), e costosa economicamente. Più costosa diventa, più il governo comincia a perdere l’appoggio interno. Il paese contro il quale la guerra viene combattuta senza dubbio è fisicamente danneggiato, spesso a un livello estremo. Ma anche il danno subito dalla potenza militare più forte si rivela molto grande, anche se è meno probabile che prenda la forma della distruzione di infrastrutture. 5) Mentre tutto questo accade – la dimostrazione di avere una forza militare minore di quanto si credesse prima, la perdita del vantaggio morale, il crescente venire meno dell’appoggio interno, il costo crescente – l’esito è che la posizione politica complessiva della maggiore potenza militare nel sistema-mondo declina, a volte precipitosamente. La conclusione politica che va tratta da queste cinque ragioni è che la maggiore potenza militare farebbe meglio a essere davvero sicura del proprio vantaggio militare prima di tirarsi addosso simili risultati negativi. Z-Net.it

Flavio Lotti - 26 agosto 2006. Ad Assisi per fare la nostra scelta La guerra è una cosa schifosa. Non solo ti spezza la vita e ti distrugge le cose. La guerra provoca cose drammatiche dentro le teste delle persone. Anche di quelle che, come noi, vivono (in apparenza) lontano dal campo di battaglia. La guerra è disastrosa perché travolge tutto quello che incontra nella sua marcia, cose, case, istituzioni, principi, vite umane, sogni. Nell'immediato si notano soprattutto i cumuli delle macerie ma il disastro provocato dalla guerra è innanzitutto culturale. Le macerie si possono spazzare via in pochi giorni con una ruspa e quello che era un quartiere diventa una piazza (e in futuro magari un parcheggio che in città non si trova mai). Le case si possono ricostruire sullo stesso posto o poco più in là. Il vero disastro resta dentro la testa delle persone. E' impressionante constatare il disastro culturale provocato dalla guerra anche nel nostro paese. Accuse, insulti, polemiche, chi si schiera da una parte, chi si schiera dall'altra, attacchi isterici, calunnie, chi inveisce contro gli uni chi contro gli altri …tappi in bocca per tutti i critici e i dissenzienti. La guerra è una bestia che ti scuote le viscere e ti fa vomitare il peggio di te. Così in tanti sono stati risucchiati dalla logica della guerra e sono entrati a piedi pari nel campo di battaglia. La manifestazione nazionale per la pace in Medio Oriente che faremo ad Assisi sabato 26 agosto ci può aiutare a riflettere e a spezzare, almeno nel nostro paese, questo gioco al massacro. Se si resta prigionieri della logica della guerra non si può pretendere di costruire la pace. E il problema principale che abbiamo oggi è proprio questo: cosa possiamo fare per mettere definitivamente fine alle guerre del Medio Oriente? In che modo possiamo noi italiani, europei, cittadini del mondo, popoli delle Nazioni Unite, dare una mano alla costruzione di una pace vera, giusta e duratura in quella regione così esplosiva? La prima cosa concreta che possiamo fare è, appunto, fuoriuscire dalla logica della guerra. Chi si è arruolato (come molti dei commentatori e dei politici che affollano la carta stampata) in uno dei due schieramenti può continuare la sua guerra infinita. L'unico schieramento a cui io mi onoro di appartenere (il terzo) è quello delle vittime che, com'è noto (seppure in proporzioni differenti) stanno da tutte due le parti. Il confronto sincero sui torti e le ragioni è molto importante e va sempre continuato. Meno interessate (anche se appassiona un po' tutti) è la discussione sui vincitori e sui vinti. Anche perché questa storia è così lunga e complessa da offrire un bel po' di argomenti a ciascuno. E, soprattutto, perché le bocce sono ancora in movimento e il risultato finale alquanto indefinito. Chi sta sinceramente cercando la pace ha innanzitutto il problema di non essere, volente o dolente, con le parole e con i fatti, parte o complice della continuazione della guerra. Non è facile. Per questo occorre essere molto vigili e rigorosi. Decenni di guerre e politiche di potenza, di inerzia e di omissioni hanno trasformato il Medio Oriente nella più potente delle bombe mai conosciute dall'umanità. Dalla guerra del Golfo del 1991 il pericolo è andato crescendo e, nelle ultime cinque settimane, si è reso ancora più angosciante. Forse siamo giunti all'ultimo crocevia. Dobbiamo scegliere quale strada imboccare. Dobbiamo fare la nostra scelta tra la continuazione della guerra infinita e la costruzione di una vera pace, tra la legge della forza e la forza della legge, tra la legge della giungla e la legge dell'umanità. Per secoli siamo stati spinti a pensare che la guerra è solo la continuazione della politica con altri mezzi. Che forse, tutto sommato, qualche volta può servire. Oggi facciamo fatica a capire che quest'idea ci sta direttamente portando al suicidio dell'umanità. Ha pienamente ragione Valentino Parlato: “è stato fatto un primo passo che va fortemente sostenuto con le armi della politica e con la forza della cultura.” Chi ha imparato la lezione deve lavorare perché la fine di questa ennesima guerra segni davvero l'inizio di una nuova fase politica caratterizzata dall'abbandono di tutti i piani e proclami di guerra, dalla rinuncia alla guerra come strumento della politica, dallo sforzo comune di affrontare pazientemente tutti i problemi irrisolti con mezzi pacifici. Per questo, con grande umiltà, invitiamo tutti ad esserci il 26 agosto ad Assisi. Per fare insieme la nostra scelta. Flavio Lotti , coordinatore nazionale della Tavola della pace

Caccia all'eterosessuale Nella 'capitale gay' degli Usa aumenta l'intolleranza verso chi si oppone ai matrimoni omosessuali Episodi di intolleranza verso chi ha orientamenti sessuali diversi, fatti di insulti e vere e proprie aggressioni fisiche. Di solito i responsabili sono “etero”, magari di estrema destra, nei confronti degli “omo”. Ma a Provincetown, la “capitale estiva dei gay” nel Massachusetts, sembra che tutto sia rovesciato. Mentre il parlamento statale potrebbe presto essere chiamato ad approvare o meno un emendamento alla Costituzione che vieti i matrimoni tra persone dello stesso sesso, a Provincetown è salita l’intolleranza. Che questa volta, però, è di gay e lesbiche nei confronti degli eterosessuali. Tanto che la settimana scorsa il consiglio comunale della cittadina ha indetto una riunione per affrontare il problema. Gli episodi. Alcuni residenti eterosessuali di Provincetown, un centro marittimo con 3.400 abitanti d’inverno e quasi 60.000 in estate, si sono lamentati di essere stati chiamati “breeders” (“allevatori”, ma anche “animali da riproduzione”), il tipico insulto dei gay verso gli eterosessuali, e “baby-makers”. Anche la comunità di giamaicani neri, che a Provincetown d’estate si ingrossa notevolmente, sostiene di sentire spesso l’epiteto “negro” provenire dai gay che arrivano in città. Inoltre, un uomo è finito davanti al giudice con l’accusa di aver aggredito una donna che aveva firmato una petizione, che circola da mesi in Massachusetts, per inserire nella Costituzione l’emendamento contro i matrimoni omosessuali. L’emendamento. L’argomento divide le coscienze del Massachusetts – l’unico stato Usa dove i matrimoni gay, da due anni, sono legali. I sostenitori dell’emendamento hanno raccolto 170mila firme, creando il sito Voteonmarriage.org. Solo che i gay dello stato, uno tra i più progressisti degli Stati Uniti, hanno risposto con una sorta di gogna telematica, pubblicando sul sito Knowthyneighbor.org (“conosci il tuo vicino”) i nomi di tutti quelli che hanno sostenuto la petizione. Come risultato, tutti sanno chi sono i 43 abitanti di Provincetown che hanno firmato. “La questione dei matrimoni omosessuali ha inferto una ferita molto profonda a questa città”, dice Steve Tate, presidente della camera di commercio locale. Paradiso gay. Per Provincetown, eletta “migliore località turistica omosessuale del 2006” dalla guida turistica per gay e lesbiche PlanetOut, sembra uno scherzo del destino. Solo dieci anni fa, le autorità cittadine avevano dovuto impegnarsi in una campagna per debellare il fenomeno della “caccia al gay”. Quel problema è stato risolto, tanto da fare della città un vero e proprio paradiso omosessuale. Almeno stando a PlanetOut: “Mentre il resto del Paese può sembrare sempre più ostile a gay e lesbiche, qui sarete accolti da un caldo abbraccio. La vita omosessuale è ovunque. Troverete giovani coppiette e amanti più in là con gli anni, due mamme o due papà che spingono un passeggino. Uomini vestiti tutti in pelle o a petto nudo, trans, lesbiche a bordo di potenti motociclette: qualunque cosa cerchiate, la troverete”, promette la guida. Sperando che la “caccia al diverso” non si arricchisca di nuovi episodi. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5902 Alessandro Ursic

Kosovo, case in vendita Nel villaggio di Svinjare/Frashër quasi tutti i serbi le cui case, andate distrutte nel corso delle sommosse del 2004, erano state ricostruite con contributi governativi, le hanno rivendute e si sono trasferiti a vivere nelle enclave serbe del Paese ENG Di Bukurie Bajraliu*, Svinjare/Frashër, Balkan Insight, 20 luglio 2006, BIRN Media Training and Reporting Project, BIRN (titolo originale: “Serbs Abandon Their Rebuilt Homes”). Tradotto da Carlo Dall'Asta per Osservatorio sui Balcani. Avvolta in uno scialle rosa, Ljubica Vukadinovic riposa seduta su una vecchia sedia nel cortile di casa sua. Questa donna serba di 65 anni vive sola nel villaggio di Svinjare/Frashër , 30 chilometri a nord della capitale, Pristina. Fino al 1999, Svinjare/Frashër era popolata da membri di entrambe le principali comunità etniche del Kosovo, serbi e albanesi. Ma dopo i bombardamenti aerei della NATO del 1999, le 90 famiglie serbe si sono ridotte a circa 40. Ora ne restano solo quattro. Le condizioni in cui versa il villaggio sono pessime. Solo a pochi metri dalla sedia della Vukadinovic i cavi dell’elettricità, caduti dal palo, giacciono sul terreno. Il guasto ha lasciato l’anziana pensionata senza elettricità per tre giorni. Ma si tratta di un inconveniente relativamente modesto, se paragonato ai problemi cui essa ha dovuto far fronte nel corso degli ultimi anni. La casa della Vukadinovic è una delle 900 tra case e siti religiosi serbi che furono distrutti nei giorni delle concitate rivolte albanesi del marzo 2004. Diciannove persone, di entrambe le parti, persero la vita. La violenza scoppiò dopo che nella tesa e divisa città di Mitrovica tre bambini albanesi morirono per annegamento. La tragedia suscitò voci, secondo cui in quelle morti c’era una parte di responsabilità serba, innescando le scorrerie di bande di albanesi inferociti che si riversarono sui villaggi serbi del Kosovo. Di fronte alla condanna internazionale di quello che sembrava un pogrom, il governo kossovaro stanziò un fondo di emergenza di 12 milioni di euro per ricostruire le proprietà serbe nei villaggi come Svinjare/Frashër, dove circa 120 case erano state date alle fiamme. Behxhet Brajshori, incaricato del progetto di ricostruzione, offrì a tutte le famiglie colpite un bonus di 2.000 euro in contanti, finalizzato alla ricostruzione. Ma l’aiuto del governo non ha invogliato i serbi a tornare a Svinjare/Frashër. Oggi rimangono solo quattro delle 40 famiglie che vivevano qui prima delle rivolte di marzo. La Vukadinovic è una di queste. La sua casa è una delle poche case di proprietà serba che non espone un cartello di “Vendesi”. Al suo posto c’è un cartello con il logo delle Istituzioni provvisorie per l’autogoverno del Kosovo, PISG, a indicare che i lavori di ristrutturazione sono stati finanziati da questa organizzazione. La maggioranza degli altri serbi del villaggio hanno utilizzato gli aiuti per la ricostruzione per riparare le loro case e poi rivenderle. Per lo più si sono trasferiti ad abitare nella zona nord di Mitrovica, a maggioranza serba. Il nuovo vicino della Vukadonovic è Zeqir Rushiti, un albanese sulla cinquantina. Si è recentemente trasferito in una casa che prima apparteneva a dei serbi. Lui e i suoi cinque fratelli hanno venduto le loro proprietà a nord di Mitrovica e hanno acquistato dai serbi sei case a Svinjare/Frashër. I funzionari governativi sono consapevoli che un tale processo di “scambio” di case sta avvenendo su vasta scala tra i serbi e gli albanesi del Kosovo, e che ciò sta cambiando profondamente la mappatura etnica del Kosovo. "Il nostro ministero non ha informazioni esatte", ha dichiarato a Balcan Insight Nazmi Fejza, vice ministro per il ritorno dei rifugiati. "Ma è vero che i serbi stanno vendendo le case ricostruite con l’aiuto del governo e che gli albanesi le stanno comprando, su vasta scala". I membri di entrambi i gruppi etnici sostengono che il motivo principale è la preoccupazione per la sicurezza personale. "Siamo stati costretti a vendere le case al nord, perché lì non eravamo al sicuro", ha affermato Rushiti. "Per più di sette anni non ci siamo potuti muovere liberamente, ma questo non importava a nessuno". Adem Mripa, che vive nel cosiddetto quartiere bosgnaccodi Mitrovica, scomodamente sito in mezzo tra le opposte comunità della città, quella serba e quella albanese, sostiene di comprendere bene perché i proprietari delle case vogliano scambiarle con altre. "La gente è stanca di questa situazione e i più hanno dovuto già da diversi anni andare ad abitare altrove in affitto, lasciando la loro proprietà perché era dall’”altra” parte del fiume”, ha detto. "Quasi nessun serbo osa andare nella parte meridionale del Kosovo, mentre gli albanesi non si azzardano a spostarsi nella zona nord di Mitrovica". La Vukadinovic è una specie di eccezione. Dopo essere ritornata nella sua casa dopo le rivolte di marzo, non ha avuto problemi con i nuovi vicini albanesi. "La situazione non è buona, dato che non abbiamo un dottore, né trasporti pubblici, né una scuola”, ha detto. “Ma la mia vita non è in pericolo. Dopo il marzo 2004 non ci sono stati incidenti [etnici]". Vojislav Jovic è uno degli altri quattro serbi che ancora vivono a Svinjare/Frashër, insieme a sua moglie. Egli respinge la teoria secondo cui i serbi stanno vendendo le case unicamente a causa delle preoccupazioni per la propria sicurezza. "I serbi non stanno scappando perché costretti a cercare sicurezza", dice Jovic. "Essi stanno vendendo le loro proprietà perché vedono una buona opportunità per fare grandi profitti". Anche se alcuni albanesi e serbi oltranzisti potrebbero approvare l’idea di una separazione totale delle due comunità, secondo il vice ministro Fejza il processo sta danneggiango il Kosovo. "Su questo progetto sono stati spesi i soldi dei contribuenti", ricorda. "Stiamo sprecando risorse che potrebbero essere investite in progetti decisivi per un ritorno sostenibile dei serbi". Fejza critica il programma di sviluppo dell’ONU, UNDP, che gestisce i fondi per la ricostruzione, in quanto parzialmente responsabile dello spreco. "Quando hanno firmato i contratti per la ristrutturazione delle case distrutte, non hanno voluto stare a pensare se queste case rinnovate sarebbero poi state semplicemente rivendute, o no", ha detto. "L’attenzione era concentrata sul fatto di ricostruire quel tal numero di case bruciate, non sul guardare ad altri elementi che avrebbero potuto favorire il ritorno dei serbi dopo le rivolte". I funzionari dell’UNDP respingono le critiche. Uno di essi ha fatto notare che prima che iniziasse il processo di ricostruzione tutte le parti interessate, incluse l’UNDP, l’autorità ONU in Kosovo, UNMIK, il governo e i cittadini coinvolti, firmarono un accordo che proibiva ai privati di rivendere le case così ristrutturate per un certo periodo di tempo. In pratica tanto i serbi quanto gli albanesi hanno ignorato questa clausola. Rrahman Hasani, capo del villaggio di Svinjare/Frashër, dice che al momento la maggior parte del suo tempo è impegnata nell’incontrare gli albanesi nuovi arrivati che stanno velocemente comprando tutte le circa 120, o poco più, case ricostruite. "Il governo del Kosovo ha investito milioni di euro per ricostruire queste case, che ora vengono vendute senza controllo", ha detto Hasani. I politici locali dicono che è difficile ostacolare l’esercizio di diritti così basilari come la libertà di comprare e vendere proprietà immobiliari e di vivere dove si vuole. "La compravendita delle case è una cosa che noi non possiamo impedire", ha detto Ulpiana Lama, portavoce di Agim Ceku, primo ministro del Kosovo. "Questa è la volontà dei cittadini". Ma Arben Gashi, un esperto di governo locale, è preoccupato. "Questi diritti stanno permettendo la creazione di enclave etniche, e stanno ponendo delle linee di confine etniche all’interno del Kosovo", ha detto. Nel frattempo la Vukadinovic quasi ogni nuovo giorno trova al suo risveglio dei nuovi vicini albanesi. E c’è chi, ogni giorno, continua a insistere con lei, facendo delle offerte per comprare la sua casa. “Ricevo molte offerte, anche con buoni prezzi, ma per me questo posto è importante, quindi non lo venderò", ha detto. "Io non ho motivi per vendere la mia casa. Finché vivrò, qui posso stare bene". Bukurie Bajraliu è giornalista per Koha Ditore e collaboratore di Balkan Insight. Balkan Insight è la pubblicazione online di BIRN.

Pena di morte : Consiglio d'Europa interviene ancora su Polonia di Gabriella Mira Marq "L'applicazione della pena di morte viola più fondamentale dei diritti dell'uomo, il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposto a trattamento crudele, inumano o degradante". Lo ha ricordato ieri il rappresentante del Consiglio d'Europa per i diritti umani, Thomas Hammamberg, che ha sottolineato come in tutti i 46 Paesi membri del Consiglio la pena capitale sia stata abolita, perche' essa "non ha posto nelle società civilizzate e democratiche governate dalla legge". Hammamberg si e' espresso sul tema a seguito della volonta' espressa dalla Polonia di reintrodurre tale tipo di pena. "E' semplicemente incompatibile con i valori europei, come la Commissione Europea ha riaffermato recentemente in risposta ai punti di vista del presidente polacco sulla pena capitale", ha detto Hammamberg, evidenziando che non si tratta solo della posizione delle organizzazioni per i diritti dell'uomo, dato che "e' stato raggiunto un consenso fra gli Stati membri del Consiglio di Europa sulla pena di morte". Il protocollo n° 6 della convenzione europea sui diritti dell'uomo, che abolisce la pena di morte in tempo di pace, e' stato infatti ratificato da tutti gli Stati membri del Consiglio di Europa, meno uno, mentre il protocollo n° 13 della convenzione europea sui diritti dell'uomo, che interessa l'abolizione della pena di morte in guerra e in pace, e' stato firmato da 44 su 46 Stati membri ed è stato ratificato da 36. Anche se il secondo capoverso del par.1 dell'articolo 2 della convenzione europea sui diritti dell'uomo prevede ancora la pena di morte negli Stati in cui questa pena e' prevista dalla legge, secondo Hammamberg la firma dei protocolli ha successivamente reso ridondante tale frase, anche perche' "l'abolizione della pena di morte e' un presupposto dell'insieme dei membri del Consiglio di Europa". Che la pena di morte sia incompatibile con l'appartenenza al Consiglio d'Europa lo aveva gia' sottolineato qualche giorno fa il presidente dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, René van der Linden, in una lettera inviata al presidente della Polonia, Lech Kaczynski, in cui esprimeva la sua profonda preoccupazione per la proposta polacca di reintrodurre la pena di morte. www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 22 2006

Gli under 80 non vanno di moda? Ero ancora in vacanza quando il circa ottantenne Eugenio Scalfari lamentava, sic !!, che la mancata designazione del quasi ottantenne Fabiano Fabiani - "attuale presidente dell'Acea e già presidente per molti anni di Finmeccanica. Un manager di tutto rispetto. Non iscritto a nessun partito" -al vertice delle Ferrovie rappresentasse un errore del Ministro dell'Economia, Padoa Schioppa. Basta "ragazzi", per piacere, fatevi da parte. Non vi rendete conto che l'Italia ha bisogno di energia?http://www.blogperlamargherita.com/

La pace passa per l’Europa GIUSEPPE TAMBURRANO Chirac ha chiesto la convocazione dell’Unione europea. Mi chiedo perché. Per giustificare la marcia indietro della Francia circa l’intervento in Libano? Sarebbe unagaffe. Selarisoluzione 1701 dell’Onu sulla forza di interposizione è generica e ambigua, la responsabilità è in gran parte proprio del governo francese che quella prosa ha voluto e che oggi invoca per il suo désistement. Questo non vuol dire che le preoccupazioni di Chirac siano in- fondate: le sue sono, in realtà, le preoccupazioni degli altri Paesi circa le cosiddette clausole di ingaggio dei militari. E possibile che Chirac con un colpo d’ala proponga all’Europa di assumere sudi sé il compito di salvare la pace in Libano. Sarebbe un bel colpo, specie in vista delle prossime elezioni politiche. In ogni caso, qualunque cosa proponga la Francia, è venuto il momento per D’Alema di investire e mettere a frutto politicamente la sua «equidistanza» e la credibilità conquistata tra i protagonisti del- la crisi libanese. Il problema davanti al quale si trovano i Paesi europei che dovrebbero fornire le truppe per la forza di interposizione nel Libano è in queste cosiddette regole di ingaggio che riguardano il che cosa fare e il come. L’Onu dovrebbe dare regole precise, ma ammesso che sia in grado di stabilire il «che cosa», essa non potrà fare gran che sul «come» che è un aspetto fondamentale della questione. Tutti gli alti ufficiali che hanno esperienza in questo genere di operazioni hanno detto - e per ultimo il generale Angioni sull’Unitò del 21 agosto - che qualunque intervento militare sul terreno deve essere deciso ed eseguito con estrema rapidità. E la decisione non può essere presa a New York in qualche ufficio dell’Onu: Angioni ha detto che ci vogliono giorni per avere la risposta. E comprensibile che i Paesi europei non intendano mandare soldati allo sbaraglio. Ma una via d’uscita c’è, ed è la via maestra. Assuma l’Europa su di sé, in prima persona, l’interpretazione corretta e l’attuazione operativa della risoluzione dell’Onu, secondo queste linee: la forza di interposizione deve 1) lasciare all’esercito libanese il compito di «polizia» di disarmare Hezbollah e deve aiutarlo for nendo armi e ogni genere di supporto; 2) svolgere il compito «militare» di sorveglianza delle frontiere con la Siria e con Israele; 3) intervenire con la forza in caso di attacco o di resistenza a sue legittime operazioni. In questo quadro, gli orientamenti politici sono stabiliti dall’Onu e dall’Ue; le operazioni sul territorio sono decise dal comando della forza di interposizione. La tregua nel Libano durerebbe. Non credo che Hezbollah che ha accettato, sia pure con qualche riserva, la risoluzione dell ‘Onu, vorrà attaccare i soldati europei: la risposta delle truppe della forza di interposizione - che potranno essere, in caso di necessità, aumentate e meglio armate - congiuntamente all’esercito libanese - che con il sostegno europeo troverebbe il suo orgoglio nazionale - sarebbe letale per la milizia sciita sul piano militare e su quello politico. E dal canto suo Israele, che ha voluto la risoluzione dell’Onu, acconsentirà a far tornare nei suoi confini l’esercito e a farlo stare buono e tranquillo. Più la tregua dura più si rafforza il governo libanese che ha il sostegno popolare: non dimentichiamo che i libanesi hanno mandato a casa l’esercito siriano con una rivoluzione pacifica e non sottovalutiamo le accoglienze delle disgraziate popolazioni del Sud ai reparti, qualche volta scalcagnati, dell’esercito nazionale. Insomma l’Europa può aiutare il governo libanese a sottomettere alla sovranità dello Stato tutte le forze, soprattutto quelle armate, in primo luogo Hezbollah, e a procedere alla ricostruzione del Paese. E a questo scopo, sia detto incidentalmente, la Gennania, che si è chiamata fuori ipocritamente dall’impegno militare, può mandare navi e aerei carichi di ciò che serve al governo legittimo per fini umanitari. Questa è l’occasione perché l’Europa avvii concretamente la comune politica di difesa, che cerca da decenni a tavolino, con un esaltante impegno diretto a salvaguardare la pace nel Medio Oriente e a difendere la libertà e l’indipendenza di un Paese così vicino a noi. E questo per l’Europa il modo giusto per essere autonoma nei confronti dell’alleato americano. E questa la via maestra per acquistare un ruolo di protagonista nel mondo arabo che certamente non mancherà di mettere a confronto l’azione dell’Europa con quella degli Stati Uniti in Iraq e di Israele in Palestina. Nel Libano, col Libano può rinascere l’Europa. www.unita.it

Farmaci da banco in saldo È boom di vendite alla Coop A una settimana dall'apertura dei primi tre «corner della salute» il fatturato dei medicinali ha raggiunto quasi il 2% del totale. Più di pasta, riso e farina messi insieme. I clienti in coda Stefano Raiola Una folla di persone che sgomita per accaparrarsi prodotti a prezzi d'occasione. No, non siamo all'inaugurazione della stagione dei saldi di Zara, ma in uno dei tre «corner della salute» aperti da Coop appena una settimana fa. Aspirina, Tachipirina e Maalox scontati del 20-30% sono stati un richiamo troppo forte per i clienti dei supermercati: ognuno dei punti vendita è stato preso d'assalto da una media di 400-500 persone, tanto che è stato necessario inserire i numeri di attesa per impedire discussioni. I farmaci da banco distribuiti negli «angoli farmacia» degli ipermercati di Coop Estense a Carpi, Ferrara e Bari, hanno raggiunto in una sola settimana una percentuale che va dall'1,5% all'1,9% dell'intero volume di vendita. Si sono, cioè, venduti più medicinali che pasta, riso e farina messi insieme. Un vero e proprio boom - riconosce il direttore commerciale di Coop Estense, Eddy Gambetti - anche se il dato delle vendite, riferendosi a soli cinque giorni di attività, non rappresenta ancora un trend consolidato ma «fotografa la prima risposta dei consumatori che è andata oltre le nostre previsioni». A guidare la classifica delle vendite è stata la sede di Bari, cosa che secondo Gambetti è dovuta «sia al minor reddito di chi abita al sud, sia al fatto che gli sconti dei medicinali nelle farmacie meridionali sono meno frequenti rispetto al nord del paese». In occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma, circa due settimane fa, i massimi dirigenti Coop avevano annunciato che l'apertura dei primi «corner» rappresentava solo l'inizio di una «rivoluzione» dei farmaci da banco che prevedeva, come passo successivo, la commercializzazione di medicinali col proprio marchio. L'intenzione di marchiare Aspirina, Tachipirina e Ibuprofene, sembra assolutamente confermata dall'andamento delle vendite registrato nei primi giorni di attuazione dell'esperimento. Questi prodotti sono stati, infatti, quelli più venduti ed è facile immaginare quello che succederà quando potranno essere acquistati addirittura a metà prezzo. Ma c'è di più, ieri il vicepresidente di Coop Italia, Riccardo Bagni, ha rilanciato: «Abbiamo intenzione di abbinare alla vendita dei farmaci anche servizi per i clienti come la misurazione della pressione o la possibilità di prenotare esami attraverso accordi con le Asl». Un ulteriore assottigliamento del confine tra «corner della salute e del benessere» e farmacie tradizionali, che sarà uno dei temi caldi sul tavolo del ministro della salute, Livia Turco, nell'ambito del rinnovo della convenzione tra sistema sanitario nazionale e Federfarma. Fu proprio il ministro Turco a promettere una maggiore integrazione delle farmacie con la sanità pubblica, cosa che potrebbe essere poco compatibile con l'aspirazione dei «corner» a diventare dei presidi medici. Molti ritengono che il mondo del farmaco necessiti di una ristrutturazione che ne riduca le sacche di inefficienza, dove spesso le farmacie non sono diventate altro che «bazaar», approfittando del trattamento speciale e della possibilità di vendere diversi prodotti (dai giocattoli alle scarpe, alle creme più varie). Ma anche l'«ipermercato-farmacia», che può portare a trattare i medicinali come un qualsiasi altro bene di consumo, potrebbe comportare dei rischi. «Liberalizzare», lasciare fare al mercato anche in questo campo, potrebbe confliggere con i fini della sanità, che è pubblica e garantita per tutti, almeno in Italia.www.ilmanifesto.it

I partiti sono deboli perché guardano solo in casa Una delle polemiche ricorrenti all'interno degli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra riguarda la debole identità politica dei partiti che li compongono. Ed è questa debolezza che li sollecita a indicare le unificazioni, il Partito democratico auspicato da Prodi e dai leader Ds e Margherita, e il partito dei moderati invocato da Berlusconi in compagnia del solo Fini. Nel dopoguerra il sistema politico si riorganizzò attorno ai partiti che avevano avuto un ruolo nel pre-fascismo o nella lotta al fascismo e nella Resistenza. La loro identità originava da quella storia e non fu un caso che nelle prime elezioni politiche del 1946 i due partiti più votati furono la Dc, che si richiamava ai popolari di Sturzo, e i socialisti, entrambi protagonisti nel primo dopoguerra del nuovo assetto politico e vincitori delle prime elezioni tenutesi con il sistema proporzionale (1919). Il Pci, che aveva alle spalle una storia di sacrifici nella lotta antifascista (in carcere c'erano stati Gramsci, Terracini, Secchia, Scocciamano, Li Causi, Pajetta, Amendola) e nella Resistenza e che, con Togliatti, era stato un protagonista della svolta di Salerno, prese meno voti del Psi. Il quale a sinistra aveva una identità più consolidata. Negli anni seguenti l'identità dei partiti italiani e la formazione politico-culturale dei loro aderenti e anche dei loro elettori è stata decisamente condizionata dalla politica internazionale, da scelte di campo che avevano anche un forte richiamo ideologico. Comunismo o anti-comunismo, Patto Atlantico o Patto di Varsavia, Urss o Usa, Muro di Berlino, guerra fredda, ma anche Unione europea, decolonizzazione, rivoluzione cinese, guerra in Corea, Algeria, Ungheria, Suez, scomunica vaticana, monopolio atomico e la sua fine, Cuba, Castro e Che Guevara, disgelo con Krusciov, Kennedy e Papa Giovanni, i non allineati con Tito e Nehru, la Palestina, Arafat e Israele, Mao e rivoluzione culturale '68. Ho elencato a memoria e alla rinfusa nomi di persone e di cose diverse che richiamano scelte, scontri, battaglie politiche che hanno impegnato generazioni e hanno formato i gruppi dirigenti dei partiti di governo e d'opposizione: De Gasperi, Fanfani, Andreotti, La Pira, Moro o Togliatti, Longo, Berlinguer o Nenni, Saragat, Lombardi, Basso, La Malfa. Ma anche Almirante. Questi richiami mi servono per dire come, ancora oggi, quelle scelte incidano nella vita politica. D'Alema è stato accusato di fare una politica mediorientale che richiama il terzomondismo di Berlinguer e la politica estera di Andreotti. Il quale ha replicato che l'attuale ministro degli Esteri fa la «politica dell'Italia». La domanda da fare è questa: non c'è più l'Urss, la guerra fredda e tutto ciò cui ho accennato, ma in questi ultimi quindici anni qual è stata la politica estera che ha contribuito a formare le nuove identità dei nuovi partiti? O la loro debole identità è dovuta a scelte deboli e residuali rispetto al passato in una politica estera (il pacifismo di sinistra e il neoamericanismo antieuropeo di destra) tali da non incidere nella formazione politico-culturale dei militanti e degli elettori? E che senso hanno i partiti unificati se non c'è su questo punto un riferimento forte? www.ilriformista.it/

L’uomo che scolpisce i mammut In Siberia c’è un artista che trasforma ossa di mammut dell’era glaciale in opere d’arte. Che fanno impazzire i tedeschi. Nikolaj Peristow al lavoro (Foto Diana Püplichhuysen) La saletta situata nella taverna del Centro Culturale Siberiano di Omsk è calda e accogliente. Nikolaj Peristow serve del tè e si siede sulla sua vecchia sedia a dondolo un po’ rovinata. L’artista siberiano, sulla cinquantina, barba rigogliosa e occhi brillanti, abbraccia la stanza con il suo sguardo. Sul tavolo e sui mobili si vedono sculture di uomini dell’era glaciale che combattono una tigre dai denti a sciabola, o la figura di una donna pronta a difendersi. E per terra ossa antichissime trovate nella regione di Omsk. Sete di romanticismo «I mammut provengono dalla Siberia» spiega Peristow. Qui, durante l’era glaciale, il clima era molto più freddo che altrove. Ogni estate, quando il livello dei fiumi si abbassa, “l’uomo dei mammut” parte alla ricerca di reperti archeologici nel sud della regione. E trova la maggior parte degli scheletri a bordo del letto dei fiumi o sulla riva. «C’è gente che pensa di poter stabilire regole ben definite. Ad esempio che si trovano mammut dove crescono funghi» dice divertito. «Quel che aiuta è piuttosto il sesto senso che si sviluppa nel corso degli anni». Durante le sue escursioni Peristow viene sistematicamente accompagnato da un gruppetto di suoi allievi. Persone che per motivi personali o professionali vogliono imparare a trovare ossa di mammut per lavorarli. Certo si tratta spesso anche di una certa «sete di romanticismo», come spiega l’artista. «Andiamo in luoghi dove non potremmo mai arrivare in tempi normali. Dove la natura è rimasta incontaminata». Peristow, lui, ha scoperto il fascino esercitato dai mammut durante una spedizione del genere, negli anni Ottanta. Era in missione nel nord della Siberia con alcuni scienziati e un’equipe televisiva che girava un documentario sui gulag di Stalin. In quell’occasione trovò moltissime ossa di mammut. I ghiacci eterni avevano aiutato a mantenerli intatti ed immacolati. Mentre quelli seppelliti per migliaia di anni nel sud ovest della Siberia, dove il clima è più mite, hanno acquisito numerose tonalità dal terreno in cui si trovavano. Una materia più dura del marmo Nikolaj Peristow si alza e va al tavolo di lavoro. Dove, vicino a strumenti per affilare e macchine per tagliare si trova il materiale dell’artista, grezzo o pretrattato. Prendendo in mano un’arma di difesa tagliata mostra con il dito i diversi livelli di colore: marrone, rosso e nero. Si direbbe che si tratta di legno fossilizzato: si riconoscono perfino i cerchi concentrici ad indicare l’età del legno. Ma si tratta in realtà di solchi che si sono formati nel corso dei millenni per azione del terreno. Peristow schiaccia qualche pulsante e subito la smerigliatrice ronza dolcemente. Prudentemente l’artigiano la passa lungo le curve di una piccola scultura. «L’osso di mammut è più duro del marmo» annuncia solenne. Il successo delle sue opere non si spiega solo tramite la struttura eccezionale e la varietà dei colori delle ossa di Omsk. In Russia questi resti sono considerati da secoli dei portafortuna magici che proteggono i proprietari dalla malattia e dal dolore. E perfino un gran numero di zar si sono dedicati a questo genere di artigianato, fabbricando gioielli e altri oggetti di ossi di mammut. Oggi Peristow è l’unico artista russo a lavorare materiale ancestrale. In Germania le ossa del suo atelier finirebbero, piuttosto, in museo di storia naturale. Ma in Russia non c’è nessuna legge che ne vieta la raccolta. «L’unico divieto è quello di farli uscire dal territorio russo, almeno fintanto che sono grezzi». Ci sono già numerosi oggetti d’arte realizzati. L’artista ha infatti esposto a diverse riprese le sue opere all’estero: in particolare in alcune mostre in Francia, Lussemburgo, Svizzera e Scozia. Riesce a vivere della sua arte? «Non me la cavo male» ammette. Durante il periodo sovietico lavorava per l’amministrazione locale di Omsk studiando arte e grafica all’Università Pedagogica. «Ma lavorare le ossa di mammut è sempre stata la mia passione» aggiunge. Nel 1990 è finalmente riuscito a fare della sua passione un lavoro. L’artista vive soprattutto della sua reputazione e del passaparola. «I tedeschi impazziscono per i mammut» spiega. Intanto le ossa di mammut, raccolte in un angolo dell’atelier, sembrano sussurrarci qualcosa. Raccontano la storia della Siberia. Quella di milioni di anni fa. Diana Püplichhuysen http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=7737

VITTORIA DI HEZBOLLAH E IN ARRIVO “SHOCK AND AWE” IN IRAN DI KURT NIMMO Another Day in the Empire È stato detto che gli Stati Uniti hanno “ridotto” le loro “aspettative” ora che le Nazioni Unite hanno dichiarato un “cessate il fuoco” in Libano. “L’accordo ONU è solo l’esempio più recente in cui la dottrina del secondo termine di Bush per diffondere la libertà si è imbattuta nelle realtà della politica internazionale e interna”, fa notare il Baltimore Sun. In effetti la dottrina di Bush, che non ha nulla a che fare con la democrazia nella comune accezione del termine, si è trovata di fronte la realtà di Hezbollah, il movimento di resistenza più efficace del mondo. La sconfitta di Israele per mano del gruppo di resistenza sciita, forgiato e temprato in acciaio e divenuto fortemente risoluto dall’esperienza di una brutale occupazione israeliana nel corso di tanti anni, ha stroncato le “aspettative” dei neocon, fatti della stessa pasta dei fascisti jabotinsky-isti [1] in Israele. Consumati dalla superbia, sia gli israeliani che i necon statunitensi si aspettavano una vittoria decisiva su Hezbollah. Ma non è andata così. Come scrive il Baltimore Sun, “molti analisti hanno detto che la risoluzione dell’ONU è vaga riguardo alla maniera in cui Hezbollah dovrebbe essere domato. L’accordo è vago, hanno detto, anche sulla maniera in cui si impedirebbe all’Iran e alla Siria di continuare a mandare armi, compresi missili, a Hezbollah. E benché il patto richieda che Hezbollah lasci il Libano del sud, rimane poco chiaro come si riuscirà a far smettere il gruppo di operare a nord del fiume Litani, circa 20 miglia dal confine israeliano”. Rovesciamo la situazione. Come si impedirà agli Stati Uniti di mandare armamenti ad alta tecnologia ad Israele, comprese cluster bomb e bombe antibunker all’uranio impoverito? Il “patto” ONU chiede ad Olmert e alla sua gang di criminali di guerra di lasciare Israele? Hezbollah non lascerà il sud del Libano – o, come ciò che è scritto sopra sembra indicare, lascerà il Libano, punto e basta - perché la gente che vive nel Libano del sud, soprattutto musulmani sciiti, è Hezbollah. L’“accordo” ONU è vago perché è sinceramente assurdo credere che Hezbollah lascerà il proprio paese. “Alcuni analisti hanno detto che la tregua, data la sua mancanza di chiarezza su punti fondamentali, potrebbe diventare esattamente quello che Bush ha detto di non volere. E molti hanno asserito che il fatto che Israele non sia riuscito ad ottenere una vittoria netta ha rafforzato l’influenza politica del leader di Hezbollah, Sheik Hassan Nasrallah…. Dal momento in cui è diventato chiaro che gli israeliani non avrebbero annientato Hezbollah, il sostegno nella Casa Bianca si è spostato dai fautori della linea dura, normalmente sotto la guida del vicepresidente Dick Cheney, a coloro che propugnano una maggiore diplomazia” Certamente bisognava aspettarselo, perché è impossibile battere un movimento di resistenza senza uccidere fino all’ultimo dei suoi membri e di quelli che lo supportano, vale a dire tutta la popolazione del Libano del sud e un numero considerevole di persone nel resto del paese. Israele vorrebbe finire il lavoro e uccidere un numero rilevante di libanesi, considerati tutti membri di Hezbollah, ma per il momento i fautori della linea dura (fanatici Israel First [prima Israele] nel Pentagono e alla Casa Bianca) sono stati battuti da “coloro che propugnano una maggiore diplomazia”, cioè la fazione neolib più abituata a sovvertire i movimenti di resistenza nazionale e di liberazione in modi meno drammatici. In realtà i neocon hanno alcuni assi nella manica. Essenzialmente, il “cessate il fuoco” mediato dall’ONU non è altro che una mossa di pubbliche relazioni, dal momento che Israele è assolutamente intenzionato a continuare a prendere di mira Hezbollah, vale a dire gli sciiti del Libano. “Continueremo ad inseguire i leader di Hezbollah ovunque e sempre”, ha detto Ehud Olmert ad un’assemblea speciale del Knesset. “È un dovere morale nei confronti di noi stessi, e non abbiamo alcuna intenzione di chiedere scusa né di chiedere il permesso a qualcuno”. Benjamin Netanyahu del Likud ha detto la sua. “Esiste un pericolo che minaccia il nostro popolo. Non solo noi, i nostri soldati e la nostra economia…. Dai tempi di Hitler non c’è mai stato un nemico come Ahmedinejad…. Ha Hamas a sud e Hezbollah a nord. È un pericolo esistenziale”. Nel mondo del fanatismo alla Jabotinsky, l’alto è il basso e il nero è bianco. Ahnedinejad non è un Hitler, nonostante i predecessori di Olmert e Netanyahu abbiano tentato di venire a patti coi nazisti. Nel 1941, Avraham Stern, il fondatore del gruppo terrorista sionista Lohamei Herut Israel, ha proposto di intervenire nella seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Il partner terroristico, Irgun, alla fine è diventato Herut, e Herut Likud, e ora Likud si è trasformato in Kadima di Olmert. Si dice che, dopo l’invasione del Libano colpisci e terrorizza, Olmert sarà presto storia. Tuttavia, il fiasco di Olmert non porterà ad un riassestamento, quanto piuttosto ad un rinnovato fanatismo e incitamento alla guerra, cui fa eco l’ala “civile”, cioè necon, del Pentagono. “Un nuovo regime israeliano non si ritirerà più da alcun territorio né abbatterà più alcun insediamento né lascerà libera alcuna parte di Gerusalemme né negozierà con un’Autorità Palestinese governata da Hamas, o da un’OLP che non è in grado di disarmare Hamas”, scrive Patrick Buchanan. Questo dove ci porta? Con il fallimento di Israele nel raggiungere i suoi obiettivi strategici in Libano e gli Stati Uniti che hanno fallito nel raggiungere i loro obiettivi strategici in Iraq, Nasrallah esce trionfante, e la Siria e l’Iran escono incolumi ed esultanti. Cosa succederà poi? È ovvio. Con il nostro Partito della Guerra discreditato dalle politiche fallite, dopo averle acclamate, in Libano e in Iraq, si replicherà che Bush “deve andare all’origine” di tutte le nostre difficoltà - l’Iran. Solo così il Partito della Guerra può redimersi per aver spinto noi e Israele in due guerre non necessarie e distruttive. E il rullo di tamburi per la guerra contro l’Iran è già cominciato. “[I] pericoli continuano ad aumentare all’estero” , geme il Weekly Standard nel suo editoriale principale. “La maniera in cui Bush tratterà con l’Iran che appoggia il terrorismo e che insegue le armi nucleari sarà la prova” per la sua amministrazione. Sì, la prova suprema. Bush è stato avvisato dai neocon e dal Partito della Guerra, che hanno quasi distrutto la sua presidenza: o annienti l’Iran, Mr. Bush, o sei un presidente fallito. Per un caso disperato come quello di Bush, questo affronto potrebbe essere troppo da sopportare. Senza considerare le “realtà della politica internazionale e interna”, Bush potrebbe cedere ai suoi severi sorveglianti neocon e spingere per un’invasione dell’Iran colpisci e terrorizza. A questo punto la questione è se l’ala del Pentagono libera dai neocon sarà in grado di resistere alla spinta rovinosa di Bush per un’invasione dell’Iran. Probabilmente no. Kurt Nimmo Fonte: http://kurtnimmo.com/ Link: http://kurtnimmo.com/?p=519 15.8.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AIPMILO EL ACHHEB NOTE DEL TRADUTTORE: [1] Vladimir Jabotinskij (Odessa 1880- Hunter 1940) fu un agitatore politico ebreo. Attivissimo propugnatore di uno stato ebraico tra gli inizi del XX secolo e la Prima guerra mondiale, costituì nel 1916 la Legione ebraica, combatté contro i turchi durante la prima guerra mondiale. Condannato a 15 anni di carcere dagli inglesi, fu presto liberato per le proteste ebraiche. Nel 1929, in seguito a rivendicazioni arabe, venne espulso dalla Palestina. Stabilitosi a Londra, vi fondò e diresse il partito dei Sionisti revisionisti. Nel 1938 fu comandante dell'Irgun, precedendo Menachem Begin in questa posizione. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Zeev_Jabotinsky

Il film sul terrorismo che non vedremo in Tv E' un film che difficilmente vedremo nelle sale italiane, quello girato da Angelo Rizzo. Eppure è una storia contro il terrorismo internazionale, che racconta di come è morto un giovane imprenditore italiano, Fabio Di Celmo, assassinato alll'Hotel Copacabana da un attentato organizzato da un'associazione estremista. Solo che il terrorismo, stavolta, non è quello di Al Qaeda o di qualche sigla musulmana, ma quello degli Stati Uniti. Che, a partire dal '97, hanno finanziato e diretto una serie di 9 esplosioni mirate contro i grandi hotel dell'Havana. Con lo scopo di impedire che Cuba beneficiasse del flusso di valuta pregiata che aveva cominciato ad affluire nelle sue casse come risultato di una nuova politica turistica. Da una di queste bombe è stato ucciso Fabio Di Celmo, la cui colpa era essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, come ha detto Posada Carriles, uno degli organizzatori rei confessi di questi crimini. Un lavoro che è stato presentato il 2 agosto al Festival Sergio Leone di Torella dei Lombardi, paesino irpino da cui proviene la famiglia Leone, in anteprima assoluta. Rizzo ha girato il primo lungometraggio a soggetto - cioe' non documentario - sul terrorismo contro Cuba, argomento praticamente ignorato e quasi del tutto sconosciuto per la stampa italiana. Alla proiezione era presente Giustino Di Celmo, padre oggi 84 enne del giovane assassinato e che lo accompagnava in quei viaggi all'Havana. Una persona combattiva, che ha deciso di chiedere al Ministero della Giustizia l'estradizione per gli organizzatori di quei crimini, tutti volti noti del movimento anticastrista che ha base in Florida. “ Purtroppo la cosa non sarà facile – fa notare Gianni Minà, direttore artistico del Premio Leone – in quanto sia Cuba che il Venezuela hanno già provato a farsi consegnare questi terroristi e il tribunale del Texas ha risposto loro di non poter aderire alla richiesta perché in questi stati non si rispettano i diritti umani e i detenuti rischiano di essere torturati. Verrebbe da dire che hanno confuso Caracas con Abu Ghraib e Cuba con Guantanamo. Luis Posada Carriles, poi, è un nome storico. Un terrorista anticubano al soldo della Cia gia' responsabile dell'esplosione in volo di un aereo cubano di linea nel '76 sopra le isole Barbados. Questo signore è attualmente detenuto per infrazione alle leggi contro l'immigrazione ma ha già fatto sapere, in un'intervista, che per il suo caso si farebbe bene a mettere il segreto di Stato.” Come a dire: meglio non toccarmi, altrimenti vuoto il sacco. E di episodi come questi narra questa produzione italo-ispano-cubana, il cui titolo provvisorio è “Quando la verità si sveglia... non torna più a dormire”, una citazione di José Martí. Il film è interpretato da uno dei più noti attori cubani, Carlos Padrón, nel ruolo di Posada Carriles , mentre Armando Tomey dà corpo al mercenario Cruz Leon che piazzò 9 bombe a La Habana nell'estate del 1997 Il film si è visto in una edizione incompleta, con una copia lavoro. Prematuro perciò un giudizio artistico. Si può per ora notare che viaggia tra due registri, il film documento e l'action movie, con una recitazione di tono televisivo. Si tratta del secondo lungometraggio di Angelo Rizzo ed è stato invitato al Festival di Toronto, in Canada e alla Festa del Cinema romana organizzata da Veltroni ad ottobre. Dopodichè inizierà il calvario per la distribuzione in sala. Quello che si può anticipare è che difficilmente lo vedremo in Tv. Più probabile che vada in onda un bello sceneggiato su Quattrocchi il contractor. Anche tra le vittime del terrorismo, c'è chi è più uguale degli altri. di Giulio Gargia da Left Avvenimenti

Si torna alle urne A tre settimane dal voto, i risultati ufficiali: il Congo non ha ancora un Presidente scritto per noi da Angela Zanella Ci sono volute tre settimane per la conta dei voti. Ieri, finalmente, sono stati resi noti gli attesi risultati delle storiche elezioni presidenziali svoltesi nella Repubblica Democratica del Congo il 30 luglio: il presidente in carica Joseph Kabila è stato il più votato con il 44,81 percento delle preferenze, seguito dal vice presidente Jean-Pierre Bemba, leader del Movimento per la Liberazione del Congo (Mlc), fazione ribelle convertita in partito politico, che ha ottenuto il 20,03 percento dei voti. L'annuncio è stato dato in serata da Apollinaire Malu Malu, presidente dalla Commissione Elettorale Indipendente (Cei), con alcune ore di ritardo rispetto a quanto annunciato. Motivo del ritardo è stato uno scontro a fuoco tra i sostenitori dei due candidati al ballottaggio, previsto per il 29 ottobre, quando 25 milioni di congolesi verranno richiamati alle urne. Per diventare il nuovo presidente del Congo, occorre almeno il 50 percento più uno delle preferenze. Gli scontri sono avvenuti nel centro di Kinshasa e hanno coivolto da un lato le guardie presidenziali di Kabila e dall'altro i militanti di Bemba. Il quadro della situazione non è ancora del tutto chiaro. Il portavoce governativo Henri Mova Sakanyi accusa gli uomini del vice-presidente di aver attaccato per primi, ferendo tre poliziotti, forse per evitare che venissero esposti i risultati delle elezioni. Da parte sua, il partito di Bemba accusa le guardie di Kabila di aver attaccato la propria sede, uccidendo un uomo e ferendo tre membri del Mlc. Gli scontri si concentrano davanti agli uffici della Cei e, che abbia cominciato una fazione o l'altra, Kinshasa è tutta un'eco di spari ed esplosioni, tanto che Malu Malu è stato portato alla sede della televisione di stato con un'auto blindata delle Nazioni Unite, e altri 13 veicoli dello stesso tipo lo scortano, assieme a pick-up della polizia congolese. Tre emittenti televisive, tra cui un canale statale e uno appartenente a Bemba, vengono oscurate per almeno 24 ore perchè, secondo fonti governative, trasmettono immagini che incitano alla violenza. Da un primo resoconto basato su fonti militari, della polizia congolese e dell'Onu, negli scontri sarebbero morte tre persone, tra cui un giapponese, mentre la Bbc stamane parla di almeno cinque vittime e un ospedale di Kinshasa ha affermato di aver ricoverato due pachistani con ferite da arma da fuoco. L'unica vittima certa, per il momento, è un soldato congolese. Si temono ora nuovi disordini, soprattutto a Kinshasa, dove Bemba ha ricevuto molti più voti di Kabila, risultato vittorioso, invece, nell'est del paese. Anche la città di Mbuji-Mayi, nel centro del paese, è una sorvegliata speciale perchè roccaforte del leader dell'opposizione Etienne Tshisekedi il cui partito, Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (Udps), ha boicottato le elezioni creando disordini nei seggi elettorali lo scorso 30 luglio. Episodi come quello di Mbuji-Mayi, tuttavia, non hanno compromesso le votazioni, che si sono svolte in un clima pacifico, a differenza della campagna elettorale, in cui ci sono state diverse contestazioni contro presunti brogli elettorali ad opera di Kabila. Le proteste si sono fatte sentire anche in questi giorni e Bemba è tra i candidati che hanno chiesto una revisione dei risultati, lamentando irregolarità nel conteggio delle schede. Irregolarità che devono essere valutate dalla Corte Suprema, a cui spetta anche il compito di convalidare i risultati elettorali. Il segretario generale delle Nazioni Uniti, Kofi Annan, ieri sera è intervenuto ricordando che le elezioni sono state una pietra miliare nel processo di pace del Congo, in cui dopo 46 anni i cittadini hanno potuto votare liberamente il proprio presidente, e ha invitato i partiti politici e i rispettivi candidati ad accettare i risultati finali, che si avranno dopo il ballottaggio. L'Onu in Congo ha schierato oltre 17.000 caschi blu, la più cospicua missione di pace attiva al momento, e ha investito 450 milioni di dollari per queste elezioni. Annan ha raccomandato uno spirito di pace, perchè la riconciliazione non sia solo un'illusione. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6111

Islam-Europa, cronache di un’identità inquieta Daniele Castellani Perelli Dove vanno i musulmani d’Europa? Quali sono i loro problemi quotidiani e come fanno a conservare l’identità religiosa lontani dalle terre d’origine? Lo racconta la scrittrice italo-iraniana Farian Sabahi nel suo ultimo libro, Islam: l'identità inquieta dell'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente. Da Parigi a Stoccolma, da Madrid ad Amburgo, da Anversa a Ginevra fino a Londra, i reportage della giornalista del “Sole 24 Ore” descrivono un mondo in completa trasformazione, un’Europa inquieta e molteplice, in cui ogni paese sembra cercare una sua strada nel difficile incontro tra Islam e Occidente. Il libro ha carattere giornalistico, e ognuna delle sette corrispondenze è accompagnata da schede molto utili, che segnalano ogni volta una cronologia, una bibliografia, una sitografia e una filmografia dedicati al rapporto tra quel paese e l’Islam. Il punto di partenza di questo viaggio è che l’integrazione degli oltre quindici milioni di musulmani che vivono nel nostro continente è una delle sfide più delicate che attendono l’Europa del futuro. Il quadro dipinto dall’autrice è molto complesso, e confuta alcuni pregiudizi diffusi soprattutto dai media. I musulmani d’Europa, per esempio, non sono tutti “casa e moschea”: solo il 5% prega in moschea almeno una volta alla settimana, e solo una netta minoranza, spiega Sabahi, si riconosce in una versione politicizzata, radicale o violenta dell’Islam. Molte delle questioni più complicate dell’Islam occidentale, poi, nascono da tradizioni che gli immigrati più conservatori portano con sé, ma che difficilmente trovano un fondamento nel Corano. Così la circoncisione maschile non è prescritta nel Libro del Profeta, ma è praticata da tutti, e il famigerato velo non venne indossato dalle musulmane nei primi 15 anni successivi alla Rivelazione. Il panorama dell’Islam europeo è vario anche nei protagonisti, molti dei quali Sabahi ha intervistato per questo libro. Ci sono personaggi apertissimi alla modernità, come Emine Demirbueken-Wegner, di origine turca, che fa parte dell’esecutivo nazionale della Cdu tedesca. Come Dalil Boubakeur, dal 1992 rettore della Grande Moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese (“L’Islam deve evolversi e rispettare i diritti della persona, rifiutando precetti coranici come la poligamia, la lapidazione delle adultere, il matrimonio delle bambine prima della pubertà e l’oppressione delle donne in genere. Essere musulmani significa vivere il proprio tempo, e un crimine, anche se scritto a lettere d’oro nel Corano, rimane un crimine”), e come il tedesco-siriano Bassam Tibi. Ci sono anche intransigenti molto discussi, come il ginevrino Hani Ramadan (fratello del più noto Tariq), che dice che per la sua religione non può stringere la mano alle donne e che nel 2004 ha dichiarato “la legittimità di una certa forma di violenza esercitata dai mariti sulle mogli”. E ci sono infine delle figure di mezzo, come Tariq Ramadan, che magari possono far storcere il naso a molti occidentali, ma che, per la loro popolarità, potrebbero risultare ancor più utili al dialogo tra le civiltà. Anche il rapporto con le istituzioni occidentali e lo stato del riconoscimento pubblico variano da paese a paese. In Francia Stato e Religione sono separati, ma il candidato all’Eliseo Nicolas Sarkozy propone il finanziamento dei luoghi di culto e la formazione di imam “francesi”. In Gran Bretagna tutte le scuole devono offrire l’ora di religione, e alcune hanno optato per l’insegnamento dell’Islam. Gli istituti religiosi sono finanziati dallo Stato, ma sono solo 5 le scuole musulmane (contro le quasi 7mila cristiane e ebraiche) e il premier Tony Blair si è detto favorevole ad un loro aumento. In Svezia il Corano in svedese è diffusissimo tra gli immigrati, tanto che lo stesso imam Abd al-Haqq Kielan, presidente dell’Associazione islamica svedese, è un convertito che non conosce l’arabo e predica solo nella lingua scandinava. La Svezia è uno dei paesi più liberali in materia: dopo soli 5 anni è possibile la naturalizzazione, dal 1974 si finanziano le moschee con soldi pubblici, e diversi sono i musulmani presenti in politica (specialmente nei Verdi). C’è il finanziamento pubblico anche nelle Fiandre, dove però l’estrema destra filonazista del Vlaams Blok è islamofoba e si è alleata per l’occasione con la comunità ebraica. In Germania è forte il problema degli imam “importati”, ma la comunità turca non pone troppi problemi “politici”, anche se è molto diffuso il delitto d’onore. In Svizzera l’Islam è diventata la seconda religione ufficiale dello Stato, ma ottenere la cittadinanza è molto difficile. In Spagna gli attentati di Atocha non hanno peggiorato la convivenza, anche grazie alle aperture del laico Zapatero e a una buona tradizione: risale infatti al 1992 l’avanguardistica Intesa tra il Re e le comunità musulmane, con cui si è dato loro pieno riconoscimento giuridico (sin da allora i musulmani possono costruire i loro cimiteri, hanno diritto ai propri giorni di festa e trovano carne halal nelle mense). La questione più urgente da risolvere, per i musulmani europei, è quella della doppia identità. Che per alcuni, come diceva il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, è una “doppia assenza”. E per altri, come Edward Said (e Sabahi approva), indica invece “un ammasso di correnti in flusso continuo, che non hanno bisogno di essere né riconciliate né armonizzate”, perché non esistono degli Io solidi e unici. Sabahi analizza senza pregiudizi il mondo musulmano europeo, nei confronti del quale è spesso critica. In una fase in cui “la globalizzazione ha innescato la necessità di rivendicare la propria identità”, Sabahi spiega ad esempio che spesso “l’Islam diventa un pretesto per dare legittimità al controllo dei membri maschili della famiglia, affermando i tradizionali ruoli di genere e l’importanza dell’onore clanico di cui le donne sono custodi”. “Se l’integrazione dei musulmani non è facile – ammette l’autrice, che parla un perfetto italiano ed è perfettamente integrata – non è solo a causa delle politiche locali, ma anche della scarsa volontà degli immigrati”. Il minimo che si possa dire è che non esiste un Islam europeo musulmano. Ci sono gli sciiti di Amburgo. I pakistani di Londra. Ci sono tanti Islam quanti sono i paesi di provenienza e le generazioni di immigrazione. Ci sono vecchi gruppi che restano ostinatamente legati alle tradizioni che hanno portato con sé tanti anni fa (un po’ come gli italiani di Little Italy). Ci sono giovani indifferenti alla religione e altri che cercano risposte negli imam via internet. “Da questa inchiesta emerge come l’Europa offra ai musulmani l’opportunità di vivere la propria fede in una società democratica e laica” conclude Farina Sabahi, che propone di incentivare l’imprenditoria femminile musulmana, elogia l’Europa meticcia, e parla chiaro ai musulmani del Vecchio Continente: “La libertà di coscienza e la laicità dell’Europa sono conquiste irrinunciabili. Nel momento in cui l’Europa riconosce l’esistenza di una società multiculturale, intesa come una società in cui gli immigrati hanno il diritto di mantenere la loro identità culturale e religiosa, le autorità devono fare in modo che i valori di base della democrazia non siano violati. Di conseguenza, gli immigrati devono rispettare questi valori, incluso il diritto di essere blasfemi, come ha fatto il regista olandese Theo Van Gogh”. Farian Sabati Islam: l'identità inquieta dell'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente, 328 pagine, € 17,50, il Saggiatore 2006. caffeeuropa.it

Di quale guerra, di quale pace? L’incontro tra due culture, serba e italiana, e due diverse esperienze di pratica teatrale ha dato luogo ad una performance teatrale che indaga sulla ricerca continua della propria identità e sulla guerra nelle sue differenti forme e declinazioni Di Ramona Parenzan Intervista a Giulia Innocenti Malini e Sinisa Peulic (*) Di cosa tratta la performance? La performance, che attualmente è nella fase di studio per uno spettacolo teatrale, indaga due temi: la ricerca continua della propria identità in un mondo in cui sembra non esserci più spazio per il coraggio di affrontare il proprio destino e la guerra nelle sue differenti forme e declinazioni, come esperienza in cui riemerge in tutta la sua tragicità la figura dell’eroe. In particolare abbiamo deciso di esplorare questi due temi, che rappresentano per noi una forte necessità di rielaborazione anche di condizioni e di domande personali. Siamo a Belgrado negli anni ’90, nella notte in cui un uomo seduto ad un tavolo dove maneggia diverse armi, si interroga sul suo destino ripensando al suo passato in un intreccio drammaturgico dove si muovono ricordi personali, accanto alla storia reale e mitica del suo popolo. In questa performance la condizione del personaggio è stata per noi la possibilità di incontrare i grandi temi dell’eroe, del destino ineluttabile ma anche i temi della guerra e del mito, come riferimenti forti che sembrano assopiti nella cultura contemporanea e che in questa mancanza ritornano ad esprimere tutto il loro portato tragico. Qual è stata l’occasione, quali gli stimoli culturali e le motivazioni personali che vi hanno portato a tessere insieme il testo e a far nascere, passo dopo passo, la performance? Il progetto è un percorso di ricerca artistica di laboratorio che nasce dall’incontro di due esperienze diverse di pratica teatrale: un attore ed un trainer di teatro sociale. Ma è anche l’incontro tra due culture - quella serba e quella italiana - tra due generi - un uomo e una donna - e tra due mondi profondamente diversi che si spingono curiosi verso il confronto e la ricerca artistica, in virtù della comune necessità di indagare il senso della propria vita e della propria identità attraverso l’esperienza del teatro. Il teatro per noi è soprattutto il luogo del senso, dove si esprime una necessità che ci aiuta a vivere, un’esperienza in cui ritrovare il coraggio della propria identità e del proprio progetto. In che senso la performance vuole e riesce a decostruire gli stereotipi del guerriero serbo che tuttora sono molto vivi sia in Serbia sia in “occidente”? Il senso è quello di mostrare la ricchezza di una storia fatta di miti e di archetipi che appartengono a tutto il bacino europeo e che nel popolo serbo continuano a giocare con forza, anche se a volte in modo un po’ anacronistico e irreale. È come se in quella situazione culturale la vivezza di miti e riti ci permettesse di riportare in vita anche altre mitologie, tornando a fare dell’arte e del teatro un luogo veramente significativo di rispecchiamento e di confronto per la società. In questo senso, a nostro parere, lo spettacolo indirettamente, perché non è il suo scopo, riesce a rimettere in movimento un pensiero ed un atteggiamento non pregiudiziale nei confronti del popolo serbo, dando vita piuttosto ad un incontro di reciproca scoperta e valorizzazione culturale. In un tratto molto suggestivo della piéce viene citato un brano bilingue tratto dal dall’epica popolare serba: si parla di Milos, del Principe Lazar, delle sentinelle che, appostate sugli alberi, sorvegliavano dall'alto i villaggi affinché non divenissero preda e bottino degli ottomani. Potete raccontare come avete trovato il materiale letterario? Avete avuto problemi con la traduzione? La raccolta dei materiali inerenti alla cultura serba non è stata molto semplice. Alcuni libri erano già in possesso di Sinisa, altri sono stati recuperati da amici e parenti. Altro materiale più storico e di contestualizzazione politica ci è stato dato da amici mediatori culturali. Il vero problema è stato quando abbiamo cercato qualcuno che ci aiutasse a tradurre i versi dell’epica popolare serba. Dobbiamo dire che siamo rimasti molto colpiti da quanto ancora sia ritenuto pericoloso questo patrimonio letterario che risale al ‘400. Abbiamo chiesto a più persone un aiuto nelle traduzioni e nella resa epica e poetica dei testi, in modo che potesse valorizzare la musicalità e la ritmica, ma non siamo riusciti a trovare nessuno che volesse aiutarci, con giustificazioni che andavano dalla mancanza di tempo ad una diretta dichiarazione di “non essere d’accordo sul fatto che certi materiali venissero tradotti in altre lingue divenendo così leggibili e fruibili per altre culture”. Forse già questa chiusura è segno di pregiudizi e di negazione a priori di ogni possibilità di incontro con l’altro e con la sua specificità culturale. Sinisa, quale speri sia l’effetto che può suscitare agli spettatori della vostra performance? Dipende, in generale spero che questo spettacolo sia per il pubblico, come lo è per me, molto emozionante, che si possa piangere ma anche ridere, in alcuni tratti. Mi sembra che pur essendo così vicini territorialmente, infondo ci si conosca veramente poco. L’occidente, e in particolare gli italiani, non conoscono molto della nostra storia e della nostra cultura, se non in riferimento agli avvenimenti degli ultimi conflitti balcanici in cui il popolo serbo ha sofferto moltissimo e nonostante tutto questo è stato rappresentato dai media soltanto come colpevole e mostruoso. Con questo spettacolo vorrei restituire al pubblico la possibilità di vedere in questo personaggio la complessità della nostra storia e della nostra cultura, fatta certamente di molte sfumature e contraddizioni, ma anche di grandi sentimenti e di una tenacia non comune. Cosa possono capire, anche a livello emotivo coloro che si lasciano coinvolgere dallo spettacolo pur senza sapere nulla o quasi della storia e della letteratura riguardanti i Balcani e le vicende belliche? Attraverso le vicende di questo personaggio, che sta al margine della socialità e della legalità, gli spettatori possono comprendere quanto la vita riesca ad immergerti in un contesto che segna la tua esperienza fino in fondo, e questa è una condizione universale per le persone, e poi si possono aprire di fronte a te delle scelte a cui non sempre si risponde in modo razionale o adeguato. A volte ci si riferisce a leggi che non sono degli uomini del tuo tempo ma che affondano le loro radici nella storia e nella sapienza senza tempo dei grandi miti. È il confronto con un orizzonte di senso più ampio e profondo che oggi sembra del tutto scomparso nella superficialità dei miti contemporanei. Il mito dell’eroe, e soprattutto il mito della battaglia di Kosovo Polje sono tematiche dinamitarde per quello che possono suscitare a seconda dell’interlocutore che si ha davanti. Non hai mai avuto timori o reticenze a “maneggiare” argomenti così scottanti dal punto di vista politico? Non mi occupo di politica, ma sono certamente consapevole che l’argomento è stato usato dai politici per dei motivi che non mi appartengono. Sono serbo e fiero di esserlo, parlare della storia dei miei antenati non vuole dire mettersi contro gli altri popoli. Cosa puoi dirci del tuo percorso, del tuo rapporto con il tuo paese, della tua vicinanza emotiva con il personaggio che interpreti? Nel mio percorso di attore ho interpretato vari personaggi nei quali cercavo e mettevo sempre qualcosa di mio. In questo spettacolo interpreto un personaggio a cui mi sento molto vicino. Non è uno spettacolo autobiografico, ma è certamente una storia che mi appartiene molto: ho vissuto la guerra in prima persona e vivevo a Belgrado negli anni di cui parla lo spettacolo e quindi conosco molto bene il clima e la situazione di allora. (*) Giulia Innocenti Malini, conduttrice di numerose esperienze di teatro sociale e docente presso l’Università Cattolica di Brescia del corso di “Teatro sociale” e Sinisa Peulic, attore, sono gli autori della performance teatrale “Di quale guerra, di quale pace?” che ha vinto la quinta edizione della Borsa Teatrale Anna Pancirolli. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5911/1/51/

giustificazionismo italico . Il parere di Rodolfo Roselli La degenerazione del nostro tessuto civile si è sempre più accentuata con la complicità di tutti i governi che si sono avvicendati. Sembra essersi diffusa l'idea , secondo la quale quando una vertenza collettiva non si sblocca con le buone , è inevitabile fare ricorso alle maniere forti, dalla violazione della legge sugli scioperi e nei servizi pubblici, ai blocchi stradali e ferroviari, fino alla violenza fisica sulle persone e sulle cose. Tutti sostengono che il diritto di sciopero è sacrosanto, e questo è vero, ma nessuno, con la medesima forza, sostiene che l'abuso del diritto di sciopero è inaccettabile, e non è né sacrosanto e neppure immune dall' essere trattato penalmente per quel che è, cioè un abuso. Come è criminale prendere un ostaggio, innocente, per chiedere un riscatto, allo stesso modo è criminale prendere in ostaggio i consumatori innocenti , per uno scopo non molto diverso da quello della richiesta di un riscatto economico. I servizi pubblici e le relative strutture, proprio perché pubbliche, devono funzionare ininterrottamente , e gli utenti non possono essere dipendenti da conflitti di lavoro. Se conflitti possono nascere ,devono essere o prevenuti, evitando di far scadere e rinnovando i contratti di lavoro o scioperando facendo funzionare i servizi, ma senza prelievo delle relative tariffe. E se gli episodi si ripetessero, sarebbe certamente più ragionevole ed economicamente conveniente per tutti, allontanare i responsabili di questa incapacità di gestione delle relazioni industriali, fossero questi sindacalisti o dirigenti. E' troppo comodo, per questi individui, giocare con le vertenze sindacali, presentando poi il conto ai cittadini. Inoltre, se l'occupazione di suolo pubblico, ha un costo, ed è ovunque tassato, a maggior ragione, chi occupa strade e ferrovie, dovrebbe pagare quanto dovuto personalmente. Nel giugno 2003, per impedire la riduzione dei costi Alitalia, mille assistenti di volo furono colpiti da epidemia di mal di testa e consumarono tranquillamente una truffa collettiva. Nel dicembre-gennaio 2004, i sindacati degli autoferrotranviari con scioperi illegittimi paralizzarono all'improvviso le città. I sindacati confederali dei metalmeccanici ritennero giustificati i blocchi stradali. E così il blocco stradale e ferroviario è divenuto mezzo usuale per impedire una discarica, per la costruzione di una strada, per difendere una squadra di calcio. (...) A ruota sono seguite illegittimità e blocchi stradali dei tassisti, condite con penose aggressioni squadristiche contro altri tassisti , ignari cittadini e giornalisti. Chi si macchia di questi crimini, non solo non ha nulla da temere, ma si guadagna l'immunità di leader della protesta e di conseguente martire, se qualcuno osasse torcergli un capello. Che poi costoro siano dei terroristi, teppisti, rapinatori fino all'assassinio, non avranno il tempo di occupare il carcere, perché la loro immunità, anche se giudicati colpevoli, non solo arriverà, ma saranno subito candidati nelle liste elettorali dei partiti. La recente scellerata approvazione dell'indulto, è un altro episodio di questo giustificazionismo che dimostra la scarsa attenzione che viene dedicata anche dal Governo Prodi alla questione dell'ordine o disordine pubblico. Questo provvedimento, palesemente elettorale e demagogico, sembra la palestra dell'incongruenza. Da una parte, si dice che è giustificato perché non esiste più spazio nelle carceri e non esistono risorse per ristrutturarne altre già costruite e inutilizzate e, dall'altra parte si stanziano 13 milioni di euro da parte del Ministero del Lavoro e altri 30 milioni dal Ministero per la Solidarietà Sociale (86 miliardi di vecchie lire), per tentare di reinserire 2000 detenuti, su circa 13 mila liberati. E gli altri 11.000 non hanno bisogno di reinserimento? E' evidente dunque che per soddisfare le necessità di questi restanti a bocca asciutta, sarà necessario stanziare altri fondi, almeno per il 50% dei liberati, cioè circa 86 milioni di euro per altri 4000 ex-detenuti. Bene, ma con 129 milioni di euro si potevano creare spazi confortevoli nelle carceri ristrutturate, per almeno 9000 detenuti: comunque un investimento, non a fondo perduto, che salvaguardando le pene detentive, e permettendo la riabilitazione in carcere, avrebbe anche creato spazio per i nuovi arrivi annuali nelle carceri, che hanno circa questa dimensione. Ma poi, questi attuali 43 milioni di euro, andranno solo in parte al detenuto, che riceverà 450 euro al mese per sei mesi, perché altri 1000 euro al mese, per sei mesi, andranno ad una rete di cooperative (quasi certamente di colore rosso), nate su misura, per ottenere questi fondi. Equazione economica meravigliosa, cioè per dare cento e necessario spendere duecento.(...) Ma non basta, perché il Ministro Clemente Mastella ha già annunciato che elargirà ai detenuti più bisognosi 6500 euro, ma non si sa a chi, a quanti e con quali criteri. A tutto questo si aggiunge la confusione creata nello svolgimento e chiusura dei processi in corso, proprio a causa della sanatoria delle pene, segnalata dalla magistratura. Indubbiamente l'immissione di persone che necessitano di tanta assistenza, e già provate dalle tentazioni della illegalità, non può migliorare la tranquillità dei cittadini che nulla hanno da temere dalla legge. Episodi di malavita recidiva già si sono verificati, di altri non si saprà mai se imputabili all'indulto, direttamente o indirettamente o per stringente necessità di sopravvivenza. E questi di aggiungeranno a tutti i casi che così faticosamente le forze dell'ordine devono gestire, e al crescente malcontento della popolazione per la propria sicurezza. (...) Ma il dramma non è solo l'inerzia delle istituzioni ma ben più grave è il fatto che questi abusi si trasformino nella constatazione che il ricorso a qualsiasi illegalità, non solo si può fare, non solo è tollerato, ma è anche premiato dai risultati finali ottenuti e che si ritiene, altrimenti, non si sarebbero avuti. E questo insperato e costoso giustificazionismo è la prova. Questa premiazione dei facinorosi nasconde le indulgenze clientelari ed elettorali che l'infingardaggine di alcuni ministri, prefetti e questori ritengono indispensabili per conservare la poltrona e non importa che appaiano letteralmente terrorizzati dai rischi di ogni conseguente, legale e deciso intervento risolutivo. Meglio le tasche piene, che la coscienza immacolata. Così, in Italia, non valgono le leggi, che inspiegabilmente non si capisce a cosa mai servano, non servono le direttive e raccomandazioni europee, non vale il rispetto della maggioranza di chi lavora nei confronti di minoranze - a volte insignificanti e sfaccendate - non vale quindi nemmeno la sovranità del Parlamento, costruttore di queste leggi, usate come mondezza. In Italia esiste ormai la certezza che nulla è illegale, ma tutto discutibile, anzi "concertabile", ma non per trovare soluzioni migliori, mantenendo fermo l'obiettivo iniziale, ma solo come riconoscimento di un diritto di veto, del rilascio della patente ai ricattatori. Ma poi ovviamente questi si moltiplicano perché, se tu fai il comodo tuo, perché non lo posso fare anche io? Con la vuota definizione di "concertazione" si dà per scontato che, nessun governo, prima di prendere le decisioni, sia in grado si studiarne tutti i parametri economici, giuridici e sociali, pur avendo mezzi e strutture. Infatti una concertazione non sarebbe necessaria se per ogni decisione ne fosse stata studiata accuratamente la fattibilità. Ne seguirebbe, eventualmente, solo una sessione informativa dettagliata e giustificativa e non una concertazione, essendo già disponibili le ragionevoli risposte ad ogni osservazione. Se invece questa valutazione preventiva non esiste o è stata fatta con i piedi, allora è folle pensare che possa essere costruita attraverso la concertazione, cioè in mezzo ad un coro dissonante, di esigenze e condizioni costantemente in contrasto tra loro. Una possibilità non trascurabile per mettere un po' d'ordine in questo carnevale sarebbe quello di poter contare sulla magistratura, organo idoneo a gestire le leggi che andrebbero rispettate, anche applicando le previste sanzioni. Ma questa magistratura, contaminata anch'essa da questo giustificazionismo, sembra valutare un atto illecito in base non alle norme, ma in base alla collocazione sociale di chi lo ha commesso, e allora si spargono lacrime sui ceti considerati più o meno deboli o che hanno tutto l'interesse ad apparire tali, con una discrezionalità che rasenta anche in questo campo l'arbitrio. E così anche questa magistratura si abitua alla pratica di una illegalità discutibile, dimenticando che l'azione penale non è un capriccio, ma un obbligo. Ma il disgusto per queste situazioni ricorrenti cresce quando, ingenuamente, si vuole essere informati in proposito, dai mezzi di comunicazione e, in particolare, dalla televisione. In occasione di ogni sciopero o blocco stradale la nostra televisione è caramellosa, tutta intrisa di prudenza e sempre riverente verso il politicamente corretto. Se un blocco stradale immobilizza migliaia di automobilisti furenti, non esiste mai una ripresa aerea che si sofferma e interpreta adeguatamente questa situazione drammatica - situazione che sembra non esistere - ma si riprende un gazebo, magari popolato anche da mogli e figli, con Carabinieri che sono spettatori inattivi, che proietta un georgico quadro di una bella scampagnata, colorita dalla rissa davanti alle telecamere di quelli che si vogliono far notare o che sventolano cartelli e bandiere, in un folkloristico carnevale fuori stagione. E questa televisione, sarebbe un servizio pubblico che difende la gente? Questa televisione è in realtà uno struzzo, con la testa nella sabbia, che non vuole scontentare le vestali dello statuto dei lavoratori, che non vuol vedere e non vuol far vedere i gruppi organizzati che sconvolgono le città, perché tutti devono subire, ignorare e state zitti. Ma chi avrebbe mai il fegato di trarre logiche conseguenze da quanto sopra detto? Nessuno, perché in questo Paese pacioccone e incosciente, al rogo devono essere messi solo i giustizialisti e non i giustificazionisti. * dall'intervento su Radio Gamma 5 del 16.8.2006 www.osservatoriosullalegalita.org


agosto 21 2006

L’orientamento politico dei giovani diviso per classi sociali: a sinistra studiano, a destra lavorano. . Mi ha colpito molto un articolo scritto da Ilvo Diamanti nel numero di Repubblica del 20 Agosto: “Nuovi giovani a sinistra studiano a destra lavorano”. Secondo uno studio è risultato che i giovani che proseguono gli studi, sono prevalentemente di sinistra (il divario a favore del centrosinistra è del 20%); i giovani che invece terminata la scuola dell’obbligo lavorano, sono prevalentemente di destra(il divario a favore del centrodestra è del 30%, ma questi partecipano in modo minore alla vita politica, e spesso non vanno a votare). Queste due diverse realtà giovanili si riflettono anche nello stile di vita e soprattutto nel modo di pensare.A parte le facili risposte superficiali o le contestazioni che potrebbero esserci, esistono delle spiegazioni molto più complesse che spiegano il perchè di questa tendenza. Una delle cause è stato il ruolo diverso della scuola, fino a dieci, venti anni fa negli istituti professionali c’era maggior attività politica, era lo strascico del 68 e gli studenti appena entrati nel mondo del lavoro avevano a che fare con i sindacati. Nei licei invece accadeva esattamente l’opposto. Oggi del 68 è rimasto poco o nulla, i giovani che escono dagli istituti professionali spesso trovano un lavoro a tempo determinato e non trovano più i sindacati(un sindacalista non riuscirebbe a radicarsi nelle aziende a lavoro a tempo determinato, non avrebbe vita lunga). I giovani che escono dagli istituti professionali badano più alle loro singole forze che a quelle di organizzazioni sociali come ad esempio il sindacato. In questo modo c’è anche minore apertura verso la società e i giovani tendono a disinteressarsi della res pubblica(molti non vanno proprio a votare). Per gli studenti liceali e universitari accade l’opposto, c’è maggiore partecipazione pubblica e politica, ciò è dovuto al maggiore approfondimento verso determinate materie, ma soprattutto al fatto che la scuola e l’università sono luoghi di associazione e di espressione sociale per i giovani. Una spiegazione riguarda anche la politica delle due coalizioni, il centrodestra è orientato più a difesa del singolo. Berlusconi, vero o falso che sia, appare alla società come l’esempio di uomo che si è fatto da solo,senza l’aiuto di nessuno. Il centrosinistra privilegia altre battaglie, come quella a difesa di un’istruzione pubblica e di qualità, in generale il centrosinistra privilegia la collettività intesa anche come rapporti e relazioni tra più individui. Questo si può notare anche nell’organizzazione di due partiti: DS e Forza Italia, nei DS il leader viene votato ogni tot anni: si presentano varie mozioni, c’è dibattito e alla fine si vota il leader. In Forza Italia il leader è uno solo e non è messo in discussione per nulla al mondo, il politichese è messo da parte e si da importanza all’immagine. Il partito viene gestito come un’impresa, e l’immagine prende il sopravvento su tutto, basti pensare alla proposta di Berlusconi: Carfagna portavoce di Forza Italia, sarà sicuramente una persona intelligente, ma volete mettere l’immagine della Carfagna con quella di Rosy Bindi? Insomma, 2 modi di intendere la società e la vita completamente diversi, da un lato l’espressione della collettività,della res pubblica, dall’altro lato l’espressione dell’attenzione verso il singolo, della forza del singolo, dell’individualità a dispetto della collettività. Io mi ritrovo nell’articolo di Diamante, nella mia esperienza personale, in 4 anni di attività politica a livello studentesco ho trovato persone interessate all’associazione di cui facevo parte solo nei licei: classico, scientifico, psicopedagogico, linguistico e artistico. I ragazzi degli istituti professionali, non siamo mai riusciti a renderli partecipi delle nostre attività. Naturalmente esistono casi e casi, e molto dipende anche dalla situazione delle famiglie, è importante non generalizzare, ma per la mia esperienza personale, esiste davvero una divisione netta tra i giovani, anche a livello di rapporti umani e sociali, io che ho fatto il liceo classico, posso affermare che neanche un 10% dei miei conoscenti frequenta o ha frequentato un istituto professionale. La tendenza negli ultimi anni c’è, forse farà un pò di impressione per i più “anziani” leggere che la nuova classe operaia è di centrodestra mentre chi studia e arriva alla laurea è in maggioranza propenso al voto per il centrosinistra. Secondo le statistiche di Diamanti e Mannheimer sulle elezioni del 9 Aprile è risultato che il centrodestra è votato non solo dai piccoli lavoratori autonomi, ma anche dalle casalinghe, e dai giovani lavoratori(anche se molti sono apatici politici). Il centro sinistra è votato invece da professori, inaspettatamente da quasi la metà degli imprenditori(47,9%) ma soprattutto dai giovani che non hanno un lavoro ma studiano.http://www.proveditrasmissione.net/archivi/285

LE PAROLE INCONCLUDENTI DEL MINISTRO POLLASTRINI Il Ministro Barbara Pollastrini risponde ad una domanda di un giornalista che la intervista per l'Unità: Come si fa a lavorare per l´inserimento degli immigrati nella nostra società? «Usando la leva dell´inclusione e dell´integrazione e insieme anche la repressione. La nuova legge sulla cittadinanza sarà molto importante. E poi ci sono la scuola, i luoghi di lavoro, i rapporti tra comunità. E la funzione specifica fondamentale che possono avere proprio le donne. Quando c´è stata la rivolta delle banlieu in Francia sono state le donne immigrate che sono riuscite ad instaurare il ponte del dialogo. Sono importantissime le reti fra donne nel nostro paese e nei vari paesi». Poi aggiunge che vi sono due numeri verdi per aiutare queste persone e parla delle solite campagne informative, di prevenzione ecc. ecc. Sono parole degne di un Ministro? A me sembrano le solite chiacchiere. Se si pensa di risolvere il problema dell'integrazione con un numero verde, con reti fra donne o con queste frasi di facciata, siamo davvero alla frutta. Il problema va risolto con iniziative concrete: personaggi come il padre di Hina, che ha ucciso la figlia perchè voleva vivere in modo normale, non devono più mettere piede in Italia. E non si risolve certo creando ghetti come quello di Via Anelli a Padova: non contesto la costruzione del muro, quanto il fatto che gli immigrati siano stati relegati in un quartiere a sè stante, un'operazione squallida e disastrosa che rendeva quasi naturale lo sfociare in un clima di delinquenza e miseria. Le parole della Pollastrini sono di una retorica e di una demagogia più unica che rara. L'integrazione si costruisce con misure serie, altro che campagne di sensibilizzazione. E' facile per chiunque parlare in questo modo. Ma è la legge la chiave di tutto: solo con normative serie e con un'amministrazione oculata si possono cambiare davvero le cose.http://andryyy.ilcannocchiale.it/

Il virus protezionista di Massimo Riva Il caso Autostrade-Albertis dimostra quanto arduo e controverso sia il passaggio dallo Stato interventista allo Stato semplice regolatore del mercato Il ministro Tommaso Padoa-SchioppaForti critiche hanno accolto il 'niet' del governo al progetto di fusione fra l'italiana Autostrade e la spagnola Abertis. E non solo da parte delle imprese interessate, che ora stanno valutando se farne un caso giuridico in sede domestica piuttosto che europea ovvero aprire un negoziato con l'autorità politica. L'appunto maggiore rivolto al governo Prodi è di aver preso una decisione il cui sapore è quello, sempre sgradevolissimo, di violazione della libertà mercantile in una logica di malcelato protezionismo nazionale. Rilievi che, secondo alcuni censori, potrebbero indurre Bruxelles a rimuovere il veto romano. In effetti, si deve riconoscere che la gestione del caso da parte del governo non è stata delle più brillanti: soprattutto perché troppe prese di posizione ministeriali anticipate hanno battuto e ribattuto il chiodo del patriottismo economico. Così avvalorando l'impressione che la decisione governativa fosse inquinata dal virus protezionista. Va, però, parimenti riconosciuto che i ministri Di Pietro e Padoa-Schioppa sono stati anche giuridicamente accorti, motivando il loro no con un argomento di peso non indifferente e proprio sul terreno del libero mercato e della leale concorrenza. Il nodo è che, fra le condizioni poste all'atto della privatizzazione di Autostrade, c'era l'esclusione dall'azionariato della società di imprese costruttrici. Limitazione non peregrina perché volta a preservare l'esercizio di un'effettiva e leale concorrenza nell'assegnazione dei ricchi appalti per i lavori stradali. Come si vuole in materia da parte dell'Unione europea, che si batte da tempo per gare aperte e libere in questo e in altri settori. Orbene, nello specifico, si dà il caso che fra i maggiori azionisti di Abertis vi sia l'impresa di costruzioni Acs, la quale conserverebbe un peso rilevante anche a fusione avvenuta. È assai dubbio che la Commissione Ue possa sorvolare su questo aspetto, contraddicendo le sue direttive per liberare il mercato degli appalti dai conflitti d'interesse. La vicenda dimostra, comunque, quanto possa essere arduo e controverso il passaggio dallo Stato interventista allo Stato semplice regolatore del mercato, come promesso dal governo Prodi. Anche perché, autostrade a parte, sulla scrivania del ministro dell'Economia sono di fatto aperti altri non meno spinosi dossier: dal settore energetico (il controllo di Eni ed Enel) a quello delle telecomunicazioni (la golden share in Telecom e l'assetto della Rai) e poi dei trasporti (la sorte di Ferrovie e di Alitalia). Al riguardo è pacifico che Padoa-Schioppa dovrà assumere decisioni sicuramente differenti nella sostanza. L'importante è che esse risultino ispirate al medesimo modello di esercizio arbitrale e non arbitrario del potere politico. A tal fine sarà anche essenziale che le sue scelte siano chiare nei mezzi come negli obiettivi. Una chiarezza non facile da trovare, per esempio, nella gestione del caso Alitalia. Importa poco che il ministro abbia confermato l'attuale vertice: avrà avuto le sue ragioni. Ma con quali obiettivi? Sempre misteriose restano le intenzioni del governo sul destino del colabrodo aereo nazionale. E questo bene non va.http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Il%20virus%20protezionista/1358227

Libano, la sconfitta d'Israele di Fabrizio Casari (Altrenotizie) Israele ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare. Un governo ansioso di farsi conoscere ha ceduto alle pressioni dei militari ed ha frettolosamente iniziato una campagna militare in violazione del diritto internazionale e del buon senso Un accordo, proprio in quanto tale, é sempre un compromesso tra le parti. Compromesso onorevole, ma pur sempre un compromesso. Che tiene conto delle ragioni e delle esigenze di tutti i firmatari, ma che solo nella breve e media prospettiva si rivela nella sua lungimiranza politica. Sotto questo aspetto succede, a volte, che chi incassa di più non è attore diretto, ma indiretto, del conflitto per la cessazione del quale il compromesso è stato raggiunto. Ma ogni accordo è, in primo luogo, la fotografia politica e militare dello stato del conflitto che intende far cessare. Quello raggiunto all'Onu, votato all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è per l'appunto la certificazione nero su bianco, con mille morti di ritardo ed un paese distrutto, di una situazione de facto che vede la sconfitta d'Israele e l'idiozia politica degli Stati Uniti da un lato, la vittoria di Hezbollah e del radicalismo arabo e dell'Iran dall'altro. La sostanziale uscita di scena della Lega Araba, prigioniera delle sue contraddizioni, è una ulteriore sconfitta delle posizioni moderate e rappresenta invece la conferma delle convinzioni delle forze radicali del mondo arabo che considerano ormai l'organismo come vuoto a perdere. L'accordo raggiunto poteva essere firmato molto prima, risparmiando morti e distruzioni al Libano e alla stessa Israele. Solo la pervicacia a perdere della Casa Bianca ha impedito che il cessate il fuoco fosse raggiunto già in sede di Conferenza di Roma. L'obiettivo degli strateghi dell'Amministrazione Bush era quello di incitare Israele ad andare avanti, con lo scopo di distruggere Hezbollah e privare quindi l'Iran del suo primo livello di risposta e di difesa da una eventuale aggressione di Tel Aviv per procura Usa. L'obiettivo è miseramente fallito. Quando una guerriglia affronta un esercito, se non viene distrutta ha vinto, mentre quando un esercito affronta una guerriglia, se non la distrugge ha perso. Hezbollah non solo non è stato sconfitto, ma ha anzi accresciuto notevolmente le sue capacità militari a spese dell'esercito israeliano e della popolazione dell'Alta Galilea. Di più. Hezbollah è ancora radicato nel sud del Libano con grande parte del suo arsenale missilistico e della sua forza guerrigliera intatti e, cosa nuova rispetto all'inizio del conflitto, ha accresciuto le sue simpatie politiche nel resto del Paese e non solo tra gli sciiti. Invece di essere messo ai margini dall'esercito e dalle forze politiche libanesi, si è guadagnato il pubblico riconoscimento dello stesso premier Sinora (un tempo avversario deciso) per "la straordinaria resistenza all'invasore". Si è anche guadagnato il rispetto dell'esercito libanese, che ora sa che non gli sarà più possibile disarmarlo, visto che non è riuscito nemmeno a Israele. In ultimo - ma non da ultimo - Hezbollah gode ora del consenso generalizzato delle masse arabe che hanno visto nel Partito di Dio il primo esempio di resistenza vittoriosa degli arabi contro gli israeliani, dalla guerra dei sei giorni del 1967 o anche solo da quella del Kippur del 1973 ad oggi. Insomma Hezbollah è oggi, agli occhi delle masse arabe, il simbolo della resistenza araba contro Israele, l'inizio di una nuova pagina della dottrina militare mediorientale che ha nella guerriglia organizzata e nell'insediamento popolare una forza prima sconosciuta. Che non vede più Tsahal, l'esercito israeliano, come dominatore incontrastato della regione, monito e minaccia per ogni rivendicazione politico-militare araba, deterrente internazionale contro la messa in discussione degli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente e del Golfo Persico. Il Partito di Dio riscuote oggi di un credito politico e d'immagine presso tutto il mondo arabo che potrebbe dar luogo ad emulazioni in diverse realtà, quella palestinese innanzi tutto. E anche i riflessi interni al Libano subiranno il portato di questa guerra, dal momento che Hezbollah non solo vede rafforzato il suo ruolo nel governo di coalizione, ma, come Hamas in Palestina, si candida ad un ruolo politico per peso elettorale ed influenza politica molto maggiore che in passato. Lo stesso peso sciita all'interno del mondo musulmano è destinato ad aumentare e, con esso, quello dell'Iran, considerato a torto o ragione il nemico per eccellenza dell'Occidente. Il sostegno iraniano a Nasrallah si è rivelato vincente e l'influenza di Teheran sulla Mesopotamia è cresciuta a dismisura. Israele ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare. Un governo ansioso di farsi conoscere ha ceduto alle pressioni dei militari ed ha frettolosamente iniziato una campagna militare in violazione del diritto internazionale e del buon senso, che ha condotto al risultato di vedere per la prima volta la sua macchina bellica incapace di aver ragione del nemico, perdendo con ciò l'autorevolezza militare consolidatasi da quarant'anni. Israele si é dimostrata capacissima di assassinare bambini e distruggere infrastrutture, ma incapace di vincere la guerriglia di Hezbollah e di ottenere i due risultati che erano la ragione formale della sua campagna: la restituzione dei militari israeliani fatti prigionieri dal Partito di dio e la cessazione dei lanci di missili sull'Alta Galilea. I soldati israeliani non sono tornati e, per riscattarne due, ne sono morti cento; i lanci di missili non sono cessati e, invece dei katiusha, ne sono arrivati più pesanti e più in profondità nel cuore di Israele, che ha perso così anche l'inviolabilità delle sue frontiere di fronte agli attacchi provenienti dai territori limitrofi. Sul piano strategico, se l'intenzione di Tel Aviv era quella di favorire una nuova guerra civile in Libano, l'errore è stato, anche qui, doppio: la guerra civile non c'è stata e la popolazione libanese è compattamente, insieme alle forze politiche, schierata contro l'invasione israeliana. Quindi in qualche modo con Hezbollah. La mancata vittoria sul campo segna anche una sconfitta per i servizi segreti militari di Tel Aviv: i calcoli sulla consistenza dell'armamento di Hezbollah, sul suo insediamento e sul grado di efficienza operativa della sua struttura militare, si sono rivelati clamorosamente sbagliati, forse suggeriti dalla convinzione che l'uscita dei siriani dal Libano avrebbe rappresentato un oggettivo, definitivo indebolimento del Partito di Dio. E la stessa idea che la Siria avrebbe subito dei contraccolpi destabilizzanti dalla sconfitta di Hezbollah e dalla vittoria d'Israele si è rivelata previsione ottimistica quanto sbagliata. E con la sequela di errori inanellati, anche sul piano dell'individuazione dei ceppi di resistenza sciita, il mito dell'efficienza dello Shin Bet ha subito un colpo devastante. Nello specifico contesto libanese, il capitale acquisito con la cosiddetta primavera di Beirut, con la mobilitazione antisiriana che aveva costretto Damasco a lasciare il paese dei cedri, è gia dilapidato. Con la forza d'interposizione Onu a guida francese, Israele non solo ridà sostegno al ruolo dell'Onu e dell'Europa (cosa che davvero non avrebbe gradito), ma ritrova Parigi, che non dimentica i legami storici con il Libano; Parigi, con cui i rapporti d'Israele sono tutt'altro che buoni, considerando che la Francia non può essere annoverata tra i paesi obbedienti alle scelte geostrategiche di Washington ed é certo priva di qualunque timore reverenziale verso Israele, mentre invece sono noti i suoi buoni rapporti con Teheran. Non sarà facile. I riflessi di politica interna nella stessa Israele saranno pesanti. La sconfitta militare e politica, sancita sia dalla mancata vittoria sul campo che dall'accordo in sede Onu (che prevede forze europee a comando francese, cosa ben diversa dal contingente Nato a guida britannica che pretendeva Tel Aviv), oltre a conteggiare perdite gravi di vite umane e di superiorità militare, ha sancito la morte politica di Kadima, esperimento di genetica politica in funzione della fusione della destra laburista con l'ala moderata del Likud, ammesso che tra i due partiti vi siano fondamentali divergenze. E il consenso del movimento pacifista israeliano alle operazioni militari è davvero ben poca cosa, rispetto all'orrore internazionale per le modalità di conduzione della guerra. Il Premier Olmert somiglia già ad un ex premier; lo scontro con pezzi importanti del suo gabinetto e la dichiarata delusione di una parte dei media, nonché di settori importanti dei vertici militari, è solo l'annuncio della fine della breve quanto stupida carriera di un gregario inventatosi leader a spese della pace nella regione. Il letto d'ospedale di Sharon gli era sembrato un trampolino, ma la figura dell'ex premier lo schiaccia come un topolino sotto il tallone dei suoi errori. Israele non ha nel perdono la dote più diffusa. Sarà difficile salvare l'omino che ha ricondotto Tsahal dal mito dell'invincibilità alla realtà della sconfitta. Fonte: Altrenotizie Sul Medio Oriente vedi Senza Pace – Un secolo di conflitti in Medio Oriente, di David Hirst. Su Hezbollah vedi "A Cena con Hezbollah", un estratto di A Cena con i terroristi, di Phil Rees

Sudafrica, la guerra rende Viaggio nello scomodo passato di Pretoria. Tra mercenari e compagnie di sicurezza Colpi di stato veri o presunti, partecipazioni a guerre civili, sfruttamento delle risorse naturali... Il panorama delle attività delle compagnie di sicurezza in Africa è vasto e poco chiaro: composte in gran parte da marcenari e ex-membri delle forze speciali sudafricane, le imprese private di sicurezza hanno allargato il loro raggio d'azione a tutto il mondo, dall'Iraq all'Estremo Oriente. Le origini. Il business delle compagnie ha origine a metà anni ’90, in Sudafrica. Con la fine del regime bianco, sono tempi duri per il Koevoet, il Vlakplaas, la Reaction Unit 9 e il 32 Buffalo Battalion, i corpi speciali che hanno contribuito a prolungare il dominio bianco per decenni grazie alle operazioni sporche condotte sia in patria che all’estero: dall’intervento nella guerra civile angolana, agli attacchi contro la Swapo (l’organizzazione indipendentista della Namibia), fino al rapimento e all’assassinio di attivisti anti-apartheid, condotti nei vicini Zimbabwe e Botswana. E’ a questo punto che il tenente-colonnello Eeben Barlow ha una brillante idea: costituire una compagnia privata di sicurezza, la Executive Outcomes, per sfruttare il know-how dei suoi uomini disoccupati e, perché no, guadagnare una caterva di quattrini intervenendo nelle guerre civili africane. Tra guerre e colpi di stato. I primi banchi di prova della Eo confermano la “competenza” dei Sudafricani: intervento in Angola, a fianco del governo e contro i ribelli dell’Unita, e riconquista dei giacimenti di petrolio e diamanti che finanziano la ribellione; stesso scenario in Sierra Leone, con la Eo che salva il boccheggiante regime di Kabbah quando i ribelli del Ruf già marciano su Freetown. Gli uomini della Eo dimostrano una straordinaria bravura, ma costano caro: i due governi in questione si sdebitano dando a Barlow e compagni ricche concessioni petrolifere. Le attività della Eo proseguono su questa falsariga finché l’accusa di mercenariato, e il presunto coinvolgimento dei suoi uomini in alcuni colpi di stato, costringono Barlow a chiudere la compagnia e a fondare la Sandline International. Che si dimostra un’ottima erede, prima di finire vittima del famoso pasticcio guineano. L'affare Obiang. Nel 2003, un aereo zeppo di militari viene fermato in Zimbabwe. All’interno, 70 mercenari diretti in Guinea Equatoriale, con il compito di rovesciare il presidente Teodoro Obiang Nguema. Nell’affare vengono coinvolti numerosi uomini della Si, tra cui uno dei suoi capi, Simon Mann. Lo scandalo porta alla chiusura della compagnia, ma non del fiorente business: sebbene il Sudafrica abbia approvato, nel 1998, una legge che proibisce il mercenariato, la differenza tra quest’ultimo e le compagnie private non è molto chiara. La scarsa volontà di applicare la legge e le pene ridicole comminate (due mercenari bloccati in Costa d’Avorio furono condannati a pagare circa 15 mila dollari, recuperabili con pochi giorni di “lavoro”) hanno fatto anzi crescere il giro d’affari. Il boom. L’esempio di Barlow è stato seguito da subito, tanto che le compagnie private spuntano come funghi. Dalla Gran Bretagna agli Usa, passando per la Norvegia, sono molti i Paesi che si sono lanciati nel business. Ma nonostante la serrata concorrenza, i Sudafricani sono ancora i più apprezzati: basti pensare che il Sudafrica è il terzo paese al mondo per numero di personale fornito alle compagnie di sicurezza in Iraq (almeno 5 mila uomini). La Aegis Defence Services, erede della Si, ha spuntato un contratto di 290 milioni di dollari per la protezione della Green Line, mentre la Erinys, una compagnia anglo-sudafricana attiva anche nella protezione dei pozzi petroliferi nigeriani, ha ottenuto 80 milioni di dollari per l’addestramento delle nuove forze di sicurezza irachene. E quando finirà la manna mediorientale, nessun problema. In Africa, il lavoro non manca di certo. Matteo Fagotto http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=5500

Di quale guerra, di quale pace? L’incontro tra due culture, serba e italiana, e due diverse esperienze di pratica teatrale ha dato luogo ad una performance teatrale che indaga sulla ricerca continua della propria identità e sulla guerra nelle sue differenti forme e declinazioni Di Ramona Parenzan Intervista a Giulia Innocenti Malini e Sinisa Peulic (*) Di cosa tratta la performance? La performance, che attualmente è nella fase di studio per uno spettacolo teatrale, indaga due temi: la ricerca continua della propria identità in un mondo in cui sembra non esserci più spazio per il coraggio di affrontare il proprio destino e la guerra nelle sue differenti forme e declinazioni, come esperienza in cui riemerge in tutta la sua tragicità la figura dell’eroe. In particolare abbiamo deciso di esplorare questi due temi, che rappresentano per noi una forte necessità di rielaborazione anche di condizioni e di domande personali. Siamo a Belgrado negli anni ’90, nella notte in cui un uomo seduto ad un tavolo dove maneggia diverse armi, si interroga sul suo destino ripensando al suo passato in un intreccio drammaturgico dove si muovono ricordi personali, accanto alla storia reale e mitica del suo popolo. In questa performance la condizione del personaggio è stata per noi la possibilità di incontrare i grandi temi dell’eroe, del destino ineluttabile ma anche i temi della guerra e del mito, come riferimenti forti che sembrano assopiti nella cultura contemporanea e che in questa mancanza ritornano ad esprimere tutto il loro portato tragico. Qual è stata l’occasione, quali gli stimoli culturali e le motivazioni personali che vi hanno portato a tessere insieme il testo e a far nascere, passo dopo passo, la performance? Il progetto è un percorso di ricerca artistica di laboratorio che nasce dall’incontro di due esperienze diverse di pratica teatrale: un attore ed un trainer di teatro sociale. Ma è anche l’incontro tra due culture - quella serba e quella italiana - tra due generi - un uomo e una donna - e tra due mondi profondamente diversi che si spingono curiosi verso il confronto e la ricerca artistica, in virtù della comune necessità di indagare il senso della propria vita e della propria identità attraverso l’esperienza del teatro. Il teatro per noi è soprattutto il luogo del senso, dove si esprime una necessità che ci aiuta a vivere, un’esperienza in cui ritrovare il coraggio della propria identità e del proprio progetto. In che senso la performance vuole e riesce a decostruire gli stereotipi del guerriero serbo che tuttora sono molto vivi sia in Serbia sia in “occidente”? Il senso è quello di mostrare la ricchezza di una storia fatta di miti e di archetipi che appartengono a tutto il bacino europeo e che nel popolo serbo continuano a giocare con forza, anche se a volte in modo un po’ anacronistico e irreale. È come se in quella situazione culturale la vivezza di miti e riti ci permettesse di riportare in vita anche altre mitologie, tornando a fare dell’arte e del teatro un luogo veramente significativo di rispecchiamento e di confronto per la società. In questo senso, a nostro parere, lo spettacolo indirettamente, perché non è il suo scopo, riesce a rimettere in movimento un pensiero ed un atteggiamento non pregiudiziale nei confronti del popolo serbo, dando vita piuttosto ad un incontro di reciproca scoperta e valorizzazione culturale. In un tratto molto suggestivo della piéce viene citato un brano bilingue tratto dal dall’epica popolare serba: si parla di Milos, del Principe Lazar, delle sentinelle che, appostate sugli alberi, sorvegliavano dall'alto i villaggi affinché non divenissero preda e bottino degli ottomani. Potete raccontare come avete trovato il materiale letterario? Avete avuto problemi con la traduzione? La raccolta dei materiali inerenti alla cultura serba non è stata molto semplice. Alcuni libri erano già in possesso di Sinisa, altri sono stati recuperati da amici e parenti. Altro materiale più storico e di contestualizzazione politica ci è stato dato da amici mediatori culturali. Il vero problema è stato quando abbiamo cercato qualcuno che ci aiutasse a tradurre i versi dell’epica popolare serba. Dobbiamo dire che siamo rimasti molto colpiti da quanto ancora sia ritenuto pericoloso questo patrimonio letterario che risale al ‘400. Abbiamo chiesto a più persone un aiuto nelle traduzioni e nella resa epica e poetica dei testi, in modo che potesse valorizzare la musicalità e la ritmica, ma non siamo riusciti a trovare nessuno che volesse aiutarci, con giustificazioni che andavano dalla mancanza di tempo ad una diretta dichiarazione di “non essere d’accordo sul fatto che certi materiali venissero tradotti in altre lingue divenendo così leggibili e fruibili per altre culture”. Forse già questa chiusura è segno di pregiudizi e di negazione a priori di ogni possibilità di incontro con l’altro e con la sua specificità culturale. Sinisa, quale speri sia l’effetto che può suscitare agli spettatori della vostra performance? Dipende, in generale spero che questo spettacolo sia per il pubblico, come lo è per me, molto emozionante, che si possa piangere ma anche ridere, in alcuni tratti. Mi sembra che pur essendo così vicini territorialmente, infondo ci si conosca veramente poco. L’occidente, e in particolare gli italiani, non conoscono molto della nostra storia e della nostra cultura, se non in riferimento agli avvenimenti degli ultimi conflitti balcanici in cui il popolo serbo ha sofferto moltissimo e nonostante tutto questo è stato rappresentato dai media soltanto come colpevole e mostruoso. Con questo spettacolo vorrei restituire al pubblico la possibilità di vedere in questo personaggio la complessità della nostra storia e della nostra cultura, fatta certamente di molte sfumature e contraddizioni, ma anche di grandi sentimenti e di una tenacia non comune. Cosa possono capire, anche a livello emotivo coloro che si lasciano coinvolgere dallo spettacolo pur senza sapere nulla o quasi della storia e della letteratura riguardanti i Balcani e le vicende belliche? Attraverso le vicende di questo personaggio, che sta al margine della socialità e della legalità, gli spettatori possono comprendere quanto la vita riesca ad immergerti in un contesto che segna la tua esperienza fino in fondo, e questa è una condizione universale per le persone, e poi si possono aprire di fronte a te delle scelte a cui non sempre si risponde in modo razionale o adeguato. A volte ci si riferisce a leggi che non sono degli uomini del tuo tempo ma che affondano le loro radici nella storia e nella sapienza senza tempo dei grandi miti. È il confronto con un orizzonte di senso più ampio e profondo che oggi sembra del tutto scomparso nella superficialità dei miti contemporanei. Il mito dell’eroe, e soprattutto il mito della battaglia di Kosovo Polje sono tematiche dinamitarde per quello che possono suscitare a seconda dell’interlocutore che si ha davanti. Non hai mai avuto timori o reticenze a “maneggiare” argomenti così scottanti dal punto di vista politico? Non mi occupo di politica, ma sono certamente consapevole che l’argomento è stato usato dai politici per dei motivi che non mi appartengono. Sono serbo e fiero di esserlo, parlare della storia dei miei antenati non vuole dire mettersi contro gli altri popoli. Cosa puoi dirci del tuo percorso, del tuo rapporto con il tuo paese, della tua vicinanza emotiva con il personaggio che interpreti? Nel mio percorso di attore ho interpretato vari personaggi nei quali cercavo e mettevo sempre qualcosa di mio. In questo spettacolo interpreto un personaggio a cui mi sento molto vicino. Non è uno spettacolo autobiografico, ma è certamente una storia che mi appartiene molto: ho vissuto la guerra in prima persona e vivevo a Belgrado negli anni di cui parla lo spettacolo e quindi conosco molto bene il clima e la situazione di allora. (*) Giulia Innocenti Malini, conduttrice di numerose esperienze di teatro sociale e docente presso l’Università Cattolica di Brescia del corso di “Teatro sociale” e Sinisa Peulic, attore, sono gli autori della performance teatrale “Di quale guerra, di quale pace?” che ha vinto la quinta edizione della Borsa Teatrale Anna Pancirolli. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5911/1/51/


agosto 20 2006

Il paese del fai-da-te. Ecco come aggirare le leggi S. Mi. Una volta si parlava di abusivismo di necessità. Erano gli anni del boom economico (ed edilizio) e parecchie famiglie, con pressanti difficoltà economiche, si costruivano una modesta prima casa per avere semplicemente un tetto sotto cui dormire. In seguito quella necessità è andata via via modificandosi fino a trasformarsi in lusso. Così oggi la mano illegale del mattone abusivo colpisce sempre più la seconda o terza casa, soprattutto in zone di mare, ma non solo. Gli ultimi dati ufficiali parlano di un fenomeno in continua crescita che sta colpendo indistintamente tutte le città e le coste di villeggiatura italiane in modo massiccio e pericoloso. E la casistica dell'abuso made in Italy, nella sua drammaticità, oltre ad essere molto eterogenea e anche bizzarra. Ci sono i creativi, come quel signore che qualche mese fa, non contento di essersi costruito (abusivamente) una villetta con tanto di piscina e affaccio sul golfo di Amalfi, ha voluto superarsi e architettare «per comodità» una seggiovia che lo portasse, dal giardino di casa, direttamente con i piedi a mollo nel mare. Per fortuna l'hanno fermato in tempo, l'autorità giudiziaria ha messo i sigilli ai nove pilastri metallici ancorati su strutture in cemento armato, che sarebbero serviti per sostenere i cavi metallici sui quali far scorrere i seggiolini. Ci sono poi i furbi, come i costruttori della ditta che porta il nome del poeta delle chiare e dolci acque, la «Petrarca srl», che proprio in prossimità delle chiare acque del parco nazionale del Circeo ha edificato 285 villini. Ufficialmente per il nobile scopo di ospitare anziani nella stagione estiva, in realtà lo scopo era meno elegante: realizzare un vero e proprio residence vacanziero, che avrebbe accolto centinaia di facoltosi villeggianti e fruttato parecchi milioni di euro. E poi ci sono i più temerari, sfrontati al punto di costruire, lungo la costa campana, decine di monolocali affacciati sul mare, ricavati scavando la roccia e noncuranti della instabilità delle piccole dimore che sono crollate, fortunatamente, prima ancora di essere abitate. Basterebbero questi tre episodi a tracciare l'indecoroso stato dell'edilizia nostrana, ma nel dossier «Mare Nostrum» redatto da Legambiente c'è spazio per ogni altra fantasia. L'impressione che si ha è che negli ultimi anni si sia assistito ad una sorta di salto di qualità del fenomeno che si va caratterizzando per episodi sempre più arroganti e plateali. Le amministrazioni locali si sentono sempre più vittime di questo male tutto italiano (all'estero il fenomeno esiste, ma è molto più contenuto che da noi) e puntano il dito soprattutto sui condoni, e su una legge che favorisce e stimola a ricorrere all'abuso, in una sorta di impunità perenne. E dove non arriva il condono arriva, puntuale, la burocrazia. È di questi giorni la direttiva del Tar del Lazio che ha bloccato le ruspe pronte a demolire diversi fabbricati costruiti illegalmente a Roma, dando una sua personalissima interpretazione dell'ultima legge sul condono che dava facoltà ai comuni di abbattere d'ufficio tutti gli ecomostri costruiti dopo il 31 marzo 2003, termine stabilito dalla stessa legge per le costruzioni con diritto di sanatoria. E così Veltroni si è dovuto arrendere all'evidenza e sperare che le parole pronunciate qualche giorno fa dal ministro dell'ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, («Massima severità per chi viene sorpreso a costruire abusivamente, con condanne certe, severe e rapide»), si trasformino in fatti il prima possibile. Per fare in modo che episodi come quello accaduto lunedì scorso e denunciato dalle pagine romane del Corriere della sera, che ha scoperto sulla via Appia un edificio nuovo di zecca edificato sopra la «Domus Marmeniae», trovi posto sui libri di fantascienza e non nelle cronache dei giornali.www.ilmanifesto.it

"Fare politica in modo nuovo richiede soltanto una sincera disposizione democratica e una certa naturalezza. Basta non credere di possedere la verità. Basta ascoltare i cittadini e gli avversari politici, essendo disposti a rettificare gli errori che inevitabilmente si commettono nell'azione politica quotidiana. Si tratta inoltre di esercitare il potere con trasparenza, permanentemente aperti a dare spiegazione di quello che facciamo. E ciò perchè in democrazia i padroni sono cittadini." [Josè Luis Rodriguez Zapatero]

Parlamentari indignati «Stupisce la solidarietà che diversi parlamentari calabresi dell’Unione sono andati a portare in carcere al capogruppo regionale Ds calabrese Franco Pacenza, arrestato l'altro ieri per concussione. Stupisce soprattutto per il fatto che lo facciano nonostante il divieto di colloqui imposto dal magistrato inquirente e nonostante l’assenza di qualsiasi specifica autorizzazione al riguardo, posto che anche i parlamentari, senza autorizzazione, non possono effettuare colloqui personali in carcere». E' lo nota con cui Antonio Di Pietro ha commentato a solidarietà a Franco Pacenza. Per chi non lo sapesse, Pacenza - secondo a le accuse - avrebbe fatto avviare finti colloqui selettivi di persone segnalate dalla sede politica dei Ds, favorendo le domande di agevolazione delle società negli uffici regionali competenti. Avrebbe anche fatto partecipare le persone grate ai DS ai corsi di formazione professionale organizzati e finanziati dalla Regione Calabria anche in assenza dei requisiti previsti dal bando pubblico di ammissione. Ovviamente il nostro è "distrutto" in carcere e ovviamente i parlamentari che gli hanno fatto visita - i deputati Marilina Intrieri e Franco Amendola (Ds), Maria Grazia Laganà, Nico Oliverio e Franco Laratta (Dl) e i senatori Franco Bruno (Dl), Rosa Calipari e Nuccio Novene (DS) - sono indignati non con lui e coi suoi sodali, ma con Di Pietro e con i giudici (che guardacaso non hanno agito a capocchia, ma sulla base dei risultati di una ventina di perquisizioni effettuate dalla GdF e di innumerevoli interrogatori).www.onemoreblog.org/

bravest, warmest, most wonderful people Remote Manhattan Per dirti che tipi sono i niuiorchesi: non si perdono uno show. Oggettivamente, non possono. Per prima cosa sono antennati, anche se non se lo ricordano più (quei bastoni di ferro sui tetti, ricordate? No). Poi sono tutti cablati. Il telecomando della tv via cavo è un affare in cui ti perdi, i canali non finiscono mai, se ti distrai c’è il rischio di non ritrovare mai più quello in cui ridanno la prima stagione dei Jefferson o le puntate della Casa nella Prateria inedite in Italia (ma se sei quel tipo di persona che riesce a vedere solo Law & Order, c’è anche il canale che dà solo Law & Order). Volendo – e inserendo la carta di credito nella fessura – ci sono anche le donne nude, mi è parso di capire. Se proprio va male, c’è Tivo: l’affare che salva i programmi su un disco rigido, cancellando automaticamente le pubblicità, si capisce. E se malgrado tutto ciò non si trovasse niente di buono, c’è il DVD – perlomeno, credo che ci sia: non lo abbiamo chiesto, non volevamo sembrare retrogradi, ma qualche dvdnolleggio in giro s’è visto, quindi – ah, e poi c’è Internet. Wireless più o meno dappertutto. Mal che vada contenuti se ne trovano anche lì. Se uno è proprio temerario, può persino andare al cinema. È un po’ più caro che da noi, ma c’è di tutto. Il festival del film brasiliano, la rassegna sul popolare cineasta madrileno, e qualsiasi film uscito negli Usa nell’ultimo semestre, direi. Compresi quelli che già trovi su cavo. Insomma, per perderti qualcosa devi impegnarti. Così uno se li immagina un po’ scafati, questi niuiorchesi, salottari e selettivi. In fondo Manhattan è fatta a forma di telecomando, ogni block è un canale diverso e danno la sensazione di non finire mai. Finché non finisci a Bryant Park, tra la Quinta e la 42ma, la sera che proiettano all’aperto The Manchurian Candidate. Un film degli anni Sessanta, in bianco e nero, con Sinatra. Secondo voi si fa vedere qualcuno? Un film in bianco e nero degli anni Sessanta, disponibile in ogni casa in vhs, dvd, cavo e tivo? Una cosa che persino in Italia svenderebbero in edicola con un quotidiano? Proiettato su un telone bianco stile Festa dell’Unità, con un’acustica impossibile (rimbalzante su grattacieli di 40 piani)? Ebbene, i niuiorchesi sono fatti così. Per vedere the Manchurian Candidate con Sinatra, in bianco e nero e acustica pessima, proiettato alle nove di sera in Bryant Park, si appostano tra i cespugli sin dalle quattro del pomeriggio. Quando i poliziotti aprono i cancelletti, si gettano a occupare il verde coi tappeti. Dalle cinque alle nove, si inganna il tempo con chips e frappuccini. E quando finalmente parte la sigletta scema dell’iniziativa, ci si alza in piedi e ci si libera alla danza. I niuiorchesi sono fatti così. Oppure erano tutti turisti. Comunque il parco era pieno, dalle cinque in poi.http://leonardo.blogspot.com/

DAL LIBANO UN MESSAGGIO DI RAMSEY CLARK DI RAMSEY CLARK Teambio Ancora una volta il Presidente Bush ha imbrogliato gli americani per aprire la strada ad una guerra d’aggressione, questa volta contro il Libano. Se avesse avuto successo, i cambiamenti di regime in Siria e Iran sarebbero stati i prossimi sulla sua agenda. Ora è chiaro che l'assalto al Libano era stato concordato e pianificato dagli Stati Uniti ed Israele molto prima che gli Hezbollah, reagendo all'assalto brutale d’Israele contro la Palestina, catturassero i due soldati israeliani il 12 luglio di quest’anno, fatto usato come pretesto per giustificare il bombardamento di tutto il Libano. Dopo la sua guerra atrocemente criminale in Iraq e l’emergente fallimento dell'invasione americana dell'Afghanistan, il Presidente Bush evidentemente crede di poter imbrogliare la maggior parte della gente all’infinito. Mentre l’Europa ed il mondo arabo hanno fatto appello in modo pressante per un immediato cessate il fuoco, il Presidente Bush e la sua amministrazione hanno dichiarato che Israele “ha diritto a difendersi”, hanno sostenuto l'invasione e respinto il cessate il fuoco. Il mondo ha guardato con angoscia al modo in cui gli aerei israeliani distruggevano villaggi, città ed installazioni civili in tutto il Libano. I combattenti di Hezbollah hanno fermato una massiccia invasione israeliana nel Libano meridionale e lanciato una pioggia di migliaia di missili nella parte settentrionale d’Israele. In ogni loro manifestazione belligerante, il nostro “Presidente Guerrafondaio” George W. Bush ed i suoi assistenti esperti militari, citavano Hezbollah, Siria e Iran con lo stesso spirito. Tutti hanno ricevuto i loro straordinari insulti, com’è avvenuto per il mondo Musulmano, che il Presidente degli Stati Uniti ha definito “Fascisti Islamici”. Divenuto chiaro che Israele aveva fallito la realizzazione di ognuno dei suoi proclamati obiettivi militari e dopo che gli ufficiali statunitensi avevano riconosciuto che Israele stava perdendo la guerra, gli Stati Uniti hanno rovesciato la loro posizione, contribuendo a negoziare il cessate il fuoco per proteggere Israele. Il Presidente Bush ha osannato Israele come il Vincitore e rivendicato il merito della cessazione delle ostilità. Il popolo libanese, Hezbollah, Siria, Iran ed il mondo, che hanno visto il mese di grave e deliberata devastazione, hanno capito meglio. Israele non ha ottenuto neanche la liberazione dei suoi due soldati catturati e si sta ritirando dal Libano. La gente sta ritornando ai propri villaggi. Hezbollah sta guidando la ricostruzione del Libano, il suo prestigio è alto come non mai in Libano, nel mondo musulmano e non solo. Israele è in tumulto. L’ex Primo Ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ha condannato la “cattiva gestione della guerra” nella Knesset, ed ha promesso solennemente che Israele imparerà dai suoi errori. La paura e l’odio generati da questa brutale guerra d’aggressione rendono la pace più remota. Verosimilmente, sono stati uccisi 1200 libanesi, di cui il 75% civili, e 140 israeliani, di cui l’80% militari, con migliaia di feriti, e 10 miliardi di dollari stimati di danni alle proprietà in Libano, delle quali il 99 % civili. Per quanto tempo ancora il popolo americano potrà accettare un Presidente che si pone al di sopra della legge, che intraprende ripetutamente guerre di aggressione, autorizza l’uso eccessivo della forza, il bersagliamento dei civili, la distruzione indiscriminata, la punizione collettiva, la tortura, le sparizioni, la detenzione illimitata ed illegale e che liquida tutti quanti con menzogne? Per quanto tempo la nostra nazione sopporterà questa guerra attraverso e contro il terrorismo che lui sta creando? Il Libano non aveva fatto male a nessuno. Ci vorranno decenni prima che recuperi, se lasciato solo. Come la Palestina e l'Iraq è una terra di popoli diversi e meravigliosi, di antiche e moderne culture. Beirut è una delle città più gloriose del Mediterraneo, con montagne incappucciate di neve ad un'ora di viaggio. Vi sono ancora distese vergini di cedri coi quali fu costruito il Tempio di Salomone a Gerusalemme, in tempi di relazioni pacifiche. 2600 anni fa, il profeta Ezechiele scrisse di Tiro come di un luogo “dalla bellezza perfetta... I tuoi confini sono in mezzo al mare... I tuoi costruttori hanno perfezionato la tua bellezza”, verità che milioni di persone hanno osservato al di là dei millenni. Oggi Tiro, ancora una volta, giace in rovina per l’aggressione israeliana, di cui il mondo è stato testimone attraverso la televisione. Possiamo avere dubbi sul fatto che il Presidente Bush attaccherà ancora un altro paese, se Noi, il Popolo, non riusciamo a fare il nostro dovere? Egli è forse in grado d’imparare che ci si fa più amici aiutando ad alimentare i bambini piuttosto che uccidendoli? Dobbiamo agire per l’impeachment di George W. Bush e delle sue schiere criminali ora. Abbiamo pubblicato annunci sul New York Times, sul San Francisco Chronicle, sul Boston Globe, sul Usa Today ed altri giornali ed ogni volta che lo facciamo portiamo migliaia di nuove persone nel movimento per l’impeachment, che diviene una forza crescente ed esercita pressione sui propri rappresentanti al Congresso per la presentazione di capi d’imputazione. Aiutate a finanziare una campagna giornalistica autunnale su scala nazionale per l’impeachment, coinvolgendo anche i vostri giornali locali. Cordialmente, Ramsey Clark Fonte: http://www.teambio.org/ Link: http://www.teambio.org/2006/08/a-message-from-lebanon-from-ramsey-clark/ 16.08.2006 Traduzione a cura di ADELINA BOTTERO http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2426

Molto, molto scettici A proposito del complotto islamico per mettere in atto "un omicidio di massa su scala inimmaginabile", Craig Murray* (1) la pensa così: "Questa è, credo, la verità. Nessuno dei presunti terroristi aveva costruito una bomba. Nessuno aveva comprato un biglietto aereo. Molti non possedevano neppure un passaporto, e se teniamo conto dell'efficienza dell'Ufficio Passaporti del Regno Unito questo significa che non avrebbero potuto compiere un attentato su un aereo per un bel po' di tempo. In assenza di bombe e di biglietti aerei, e in molti casi di passaporti, potrebbe essere piuttosto difficile convincere una giuria oltre ogni ragionevole dubbio che questi individui intendevano mettere in pratica degli attentati suicidi, per quanto possano essersene vantati nelle chat in rete. C'è dell'altro: molti degli arrestati erano sotto sorveglianza da più di un anno, come migliaia di altri musulmani britannici. E non solo musulmani. Come me. Da quella sorveglianza non era emerso niente che indicasse la necessità di un arresto. Poi un interrogatorio condotto in Pakistan ha rivelato i dettagli di questo incredibile piano per far esplodere vari aerei, complotto che molto stranamente non era mai emerso in un anno di sorveglianza. Naturalmente gli uomini del dittatore pachistano hanno i loro metodi per farti cantare come un canarino. Come ho potuto vedere con i miei occhi in Uzbekistan, in questo modo si possono ottenere le più straordinarie informazioni. Il guaio è che le persone tendono a dire tutto quello che si vuole che dicano, e anche di più, nel tentativo disperato di far cessare o di evitare le torture. Quello che non si ottiene è la verità. Il signore che è stato 'interrogato' era scappato dal Regno Unito perché ricercato per l'omicidio dello zio alcuni anni fa. Si potrebbe pensare che questo metta in dubbio la sua affidabilità. Si potrebbe pensare anche che in questi rapporti ci siano di mezzo fattori non esclusivamente politici. Si è anche parlato molto del trasferimento illecito di ingenti somme di denaro. Cosa non troppo insolita nella comunità musulmana britannica, e anche se si tratta di un'attività criminale ci sono molte possibilità che non abbia niente a che fare con il terrorismo. E poi abbiamo Bush e Blair che nel finesettimana discutono dei possibili arresti. Perché? Penso che la risposta sia semplice. Entrambi alle prese con una situazione politica interna disperata, avevano bisogno di un 'altro 11 settembre'. Le informazioni dal Pakistan, per quanto dubbie, hanno fornito loro un nuovo 11 settembre da vendere ai mezzi di informazione. E i mezzi di informazione hanno comprato all'ingrosso tutta quella spazzatura. Poi abbiamo la spaventosa propaganda politica di John Reid, il ministro degli interni, che ci ha messo in guardia contro il male spaventoso che ci minaccia e si è rammaricato del fatto che 'alcuni non comprendano' la necessità di abbandonare tutte le nostre tradizionali libertà. Poi, racconta la sua macchina propagandistica, è stato in piedi tutta la notte a dirigere gli arresti. Non poteva esserci prova più chiara del fatto che la nostra polizia è diventata un semplice strumento politico. Come in tutti i migliori regimi, i colpi alla porta sono arrivati nel cuore della notte, alle 2.30 del mattino. Tra gli arrestati c'era la madre di un neonato di sei settimane. [...] Non sapremo mai se qualcuno degli arrestati avrebbe poi costruito una bomba o comprato un biglietto aereo. La maggior parte di loro non rientra nel profilo psicologico del 'solitario' che ci si aspetterebbe - una ben piccola percentuale di terroristi suicidi ha matrimoni felici e figli piccoli. Visto che si trovavano tutti sotto sorveglianza, e sicuramente erano sulle liste di sicurezza degli aeroporti, non si sarebbero corsi molti rischi lasciando che maturassero di più le loro eventuali intenzioni; con l'IRA lo avremmo sicuramente fatto. In tutto questo, la sola cosa di cui sono certo è che la scelta dei tempi è profondamente politica. Si tratta più di propaganda che di complotto. Degli oltre mille musulmani britannici arrestati in base alle leggi antiterrorismo, solo il 12% viene accusato formalmente di qualcosa. Si tratta quindi semplicemente di vessazione di musulmani, su vasta scala. L'80% degli accusati viene prosciolto. La maggior parte di coloro - pochissimi, solo più del 2% degli arrestati - che vengono incriminati non è accusata di terrorismo ma di reati di poco conto nei quali la polizia si è imbattuta setacciando le vite devastate di queste persone. Siate scettici. Siate molto, molto scettici". *prima di cadere in disgrazia Murray è stato tra i giovani diplomatici più brillanti e promettenti del Regno Unito. Quand'era ambasciatore britannico in Uzbekistan denunciò le pesanti violazioni dei diritti umani da parte del regime di Karimov, finanziato dagli Stati Uniti, e fu ovviamente prima screditato e successivamente defenestrato. È autore di un libro, Murder in Samarcand, recensito dal Guardian qui. (2) Per dire Alcuni trovano strano che uno dei sospetti, Tayib Rauf (il fratello dell'uomo interrogato in Pakistan), poco prima di essere arrestato sia stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso mentre ordinava a un grossista dei dolci per l'attività di famiglia. Suvvia Cos'altro vi aspettavate da me. Mentre veniva sventato il complotto del quinquennio, mentre negli aeroporti venivano guardati con sospetto tutti i tipi di fluidi, liquidi e gelatine (compresi - orrore! - quelli con finalità puramente cosmetiche), mentre io stessa finivo nel mezzo di un impegnativo allarme-bomba sulla Ku'damm, si poteva ben supporre che stessi maturando un bel po' di scetticismo iperdietrologico. E ora, fondotinta. Fonte: http://mirumir.blogspot.com/ 1) http://www.craigmurray.co.uk/archives/2006/08/the_uk_terror_p.html#comments 2) http://books.guardian.co.uk/reviews/politicsphilosophyandsociety/0,,1842738,00.html 3) http://www.mirror.co.uk/news/tm_objectid=17562590&method=full&siteid=94762&headline=buying-cakes-before-arrest--name_page.html

Libano: nuovi guai in arrivo La risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che ha portato al cessate il fuoco in Libano, prevede il disarmo degli Hezbollah. Ma la risoluzione, che ha portato al cessate il fuoco solo perché prevede il disarmo di Hezbollah, in osservanza a precedente risoluzione ONU, non dice chi deve disarmare Hezbollah. Jacques Chirac, vuole il comando delle truppe Unifil. Sostiene che la Francia ne avrebbe diritto come ex-potenza coloniale, e solo questa sarebbe una buona ragione per non darglielo, il comando. Ma la novità sorprendente è che la Francia vuole mandare solo poche centinaia di uomini, e addirittura parla di presenza simbolica. E' chiaro che dare il comando a chi ne vuole gli onori ma non gli oneri sarebbe il segno di una missione che nasce morta. C'è sempre il grande entusiasmo dell'Italia. Perfino Umberto Bossi ha rettificato le prime critiche e ha detto che bisogna andare. Sembrerebbe esserci un'unità nazionale che in Italia non si era mai vista e che va da Calderoli alla Tavola della Pace. Sembrerebbero se, dal canto suo, il ministro degli Esteri italiano, Massimo d'Alema, non continuasse a fare una macchina indietro iniziata dalla famosa conferenza di Roma, che l'ha portato in pubblico a proferire parole insolitamente critiche nei confronti dell'alleato israeliano. La Farnesina prima, e poi lo stesso Presidente del consiglio, Romano Prodi, hanno affermato oggi in maniera terminante: "non saremo noi a disarmare Hezbollah". Meglio così, sarebbe una rogna pesante, ma... allora che andiamo a fare? Certo non li disarmeranno gli israeliani, per fortuna, altrimenti sarebbe già finita la tregua e la gente ricomincerebbe a morire. Ma gli israeliani hanno già fatto sapere che si oppongono alla presenza di paesi come la Malesia o l'Indonesia, che avrebbero potuto mettere un po' di carne da cannone (gli oneri) per lasciare agli europei il comando (gli onori). Pazienza, ma il cerchio si stringe. Gli Hezbollah, così li presentano i media mainstream, sono i cattivoni della situazione. Proprio perciò, allora, non possiamo aspettarci che Hezbollah voglia disarmare volontariamente proprio adesso. Le dichiarazioni trionfali di Hassan Nasrallah, unite a quelle del giovane Bashar da Damasco e le posizioni espresse dal presidente libanese Emile Lahoud, dimostrano che Hezbollah ha la forza per continuare a giocare un ruolo non solo politico. Oltretutto, lo pensano in tutto il mondo, a cominciare da Israele dove stanno lapidando i poveri Ehud Olmert e Amir Peretz, le dichiarazioni trionfali da Damasco a Teheran, sono del tutto giustificate. Restano i soldatini libanesi, quelli che facendo il segno di V alle telecamere oggi si sono diretti verso Sud. Facevano un po' di tenerezza. Sono quegli stessi che secondo gli Stati Uniti non avevano la capacità di disarmare Hezbollah. Con quella scusa gli israeliani trovarono modo di rinviare il cessate il fuoco di almeno una settimana. Se il governo libanese volesse davvero disarmare Hezbollah, nella migliore delle ipotesi i due ministri del Partito di dio uscirebbero dalla coalizione facendo cadere il governo di Fuad Siniora. Ma questa non è la migliore delle ipotesi. La verità è che la comunità internazionale, dopo avere ottenuto il cessate il fuoco, adesso pretende che l'esercito libanese disarmi Hezbollah e perciò sta lasciando il Libano solo, mettendo libanesi contro libanesi e aprendo la strada a una nuova guerra civile. Nella situazione che si sta profilando, di positivo c'è solo che almeno le truppe Unifil sarebbero già lì a dividere i libanesi. Sarebbe la prima guerra civile a cominciare con 15.000 arbitri internazionali sul campo di battaglia, anche se probabilmente le regole d'ingaggio impedirebbero loro di sanzionare le testate di un contendente all'altro. Stando così le cose, forse il male minore è che la risoluzione 1701 resti lettera morta. di Gennaro Carotenuto /www.megachip.info

CAMBIARE IL MONDO CON UN VASETTO DI YOGURT Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista. Kenneth Boulding DA FARE VERDE Il 23 aprile, nel corso dell’Assemblea Nazionale di Fare Verde, si è tenuto a Norcia un interessante dibattito sul tema della decrescita, dal titolo “Cambiare il mondo con un vasetto di yogurt”. Relatori: Giannozzo Pucci, curatore de L’ecologist italiano; Maurizio Pallante, scrittore, autore tra gli altri de “Ricchezza Ecologica”, “Un futuro senza luce” e del più recente “La decrescita felice”; Michele Boato, dell’’Eco Istituto del Veneto e direttore della rivista Gaia, Eduardo Zarelli, saggista ed editore dell’Arianna Editrice, Giancarlo Terzano, della nostra redazione di Fare Verde. Moderatore è stato il giornalista Alessandro Bedini. Ne riportiamo gli interventi in questo dossier speciale (inserto alla rivista Fare Verde, agosto 2006). FABRIZIO VINCENTI: Organizzando questo dibattito, ci siamo prefissi di andare ad affrontare una tematica molto ricca di contenuti per chi ha a cuore le sorti ambientali. Troppo spesso, direi quasi sempre, sentiamo parlare di ambiente in termini di sviluppo sostenibile; Fare Verde sin dalla sua nascita, venti anni fa, sin dai primi documenti, dal documento intitolato “Ecologia, una questione di civiltà”, ha sempre portato le questioni ambientali non solo sul piano tecnologico, ovvero sulla capacità della tecnologia di riuscire a risolvere i problemi che via via si andava no profilando in questo modello di sviluppo, ma sempre, sin dall’inizio, ha cercato di mettere in discussione le coordinate che stanno alla base del modello di sviluppo e lo sviluppo in sé per sé. Queste tematiche ovviamente non sono patrimonio nostro, tutt’altro, fortunatamente sono patrimonio di moltissime persone, anche se tutto sommato si tratta, anche nel panorama ambientalista, di una componente minoritaria rispetto al trend generale di quello che è il panorama ambientalista italiano, più orientato verso lo sviluppo sostenibile: due termini che sono tra sé contraddittori, ma su questo argomento ci sarà modo di entrare meglio nel dettaglio da parte dei relatori Il dibattito di oggi oltre ad essere particolarmente importante per la presenza degli ospiti che abbiamo, è anche importante all’interno dell’associazione, perché abbiamo redatto un documento che fa un po’ il punto della situazione sugli orientamenti dell’associazione in termini di visione dell’ambientalismo, dell’economia, dei modelli di sviluppo, …. di quello che sostanzialmente ogni giorno è occasione di dibattito nella nostra vita quotidiana – ad es. il problema energetico, o i rifiuti e via dicendo. Cioè a tutte quelle contraddizioni che stanno emergendo in un modello di sviluppo, che pare non essere di fatto messo in discussione, almeno dalle grandi entità. Siamo reduci dalle elezioni politiche e credo non ci sia stato nessun candidato - a prescindere davvero dalle appartenenze politiche e partitiche - che abbia messo in discussione, ad esempio, l’importanza del prodotto interno lordo. C’e una sorta di appiattimento sul modello di sviluppo che deve magari essere corretto, deve essere leggermente sterzato ma che non si mette in discussione su quelli che sono i principi fondamentali. Alcuni autori parlano di un treno che va in una certa direzione, segnata, tutt’al più si può discutere se la velocità deve essere aumentata o diminuita o se c’è da fare qualche fermata in più, ma l’intenzione di marcia è unica. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo sempre cercato di non sostenere questa visione dello sviluppo, e oggi è un momento importante per fare il focus di quelli che sono i principi cardine che ispirano la nostra associazione ambientalista. ALESSANDRO BEDINI: Qui siamo a Norcia dove è nato San Benedetto, e partirei appunto da un episodio che riguarda Norcia e San Benedetto. Benedetto, che è nato alla fine del V secolo, ad un certo punto se va a Roma a studiare e dopo un po’ di tempo scappa da Roma, perché corrotta e degradata sia dal punto di vista spirituale sia dal punto di vista culturale ed economico. Non voglio fare il parallelo con Roma in questo senso, però quando Benedetto si ritira a Subiaco non si ritira per disimpegnarsi ma per impegnarsi in un altro modo a riflettere e incidere sulla realtà che aveva rifiutato quando era a Roma Se un parallelismo mi è lecito farlo, credo che puntare a una radicale inversione di tendenza e quindi ad una decrescita sia un po’ rapportabile a quello che fece, tanti secoli fa, San Benedetto. Tornando alle questioni vere e proprie, Serge Latouche, che come sappiamo è un po’ il nume tutelare di questa idea originale della decrescita, delinea quali sono gli indirizzi ma nello stesso tempo anche i limiti di questa idea. Lo leggo testualmente, Latouche: “intendiamoci bene: la decrescita è una necessità non un ideale in sé, e non può certo essere l’unico obiettivo di una società del dopo sviluppo, o di un altro mondo possibile. Si tratta di fare di necessità virtù e di concepire la decrescita per le società del nord come un fine che ha i suoi vantaggi mentre questo obiettivo non è all’ordine del giorno per le società del sud perché pur essendo influenzate dall’ide ologia della crescita non sono società della crescita in senso proprio”. In questo passaggio, Latouche dice cose fondamentali, non può essere l’unico obiettivo nelle società dello sviluppo e non può esaurire quello che è un altro mondo possibile. È un punto di partenza, è un fare di necessità virtù, e precisa anche un’altra cosa: non c’è peggior cosa di una società della crescita senza crescita. Vuol dire che se di fronte a una società della crescita si cerca di diminuire semplicemente i “fattori di crescita” questo comporta un disastro. Latouche fa degli esempi e dice che questo non permetterebbe più di finanziare i servizi sociali, gli ospedali, la scuola, … creerebbe un grossissimo danno. La questione è diversa: occorre invece cambiare prospettiva, invertire il senso di marcia e cominciare a ragionare in altri termini partendo, per esempio, dalla questione di come i cittadini partecipano realisticamente, attraverso forme democratiche, alla cosa pubblica, quindi alle scelte della cosa pubblica. Qui si introduce il tema della democrazia, che tipo di democrazia è più adatta in un sistema di decrescita e soprattutto in una società della sobrietà in cui si riducono determinati standard di consumo, si riducono determinati bisogni indotti e provocati. Alcuni studiosi pongono delle differenziazioni. Democrazia organica versus democrazia liberale e rappresentativa. Non è una questione di lana caprina, ricordo che negli anni ’80 questo dibattito si era sviluppato in maniera molto interessante, questa distinzione era partita da alcuni intellettuali “di sinistra”, come Massimo Cacciari, Marramao, che indicavano la democrazia liberale come una democrazia procedurale o apparente in quando non in grado di porre al centro della questione istituzionale la possibilità di creare più partecipazione alla cosa pubblica. La democrazia liberale porta a una sorta di afatia che viene risvegliata bruscamente, come abbiamo visto anche di recente, nell e tornate elettorali, ma è una democrazia che non valorizza le comunità, mentre invece una società della decrescita si pone la valorizzazione delle diversità quindi delle comunità prima ancora della società. In un convegno recente Latouche dice che la grandezza ideale di una città non deve superare i 100.000 abitanti, perché una dimensione di 100.000 abitanti in qualche modo permetterebbe di partecipare in maniera più diretta alle questioni pubbliche. Quindi comunità versus società, e utilitarismo posto come unico punto di riferimento delle società progressiste e in via di crescita. Teoria utilitarista che – questo è un altro dei punti che vorrei mettere all’attenzione dei nostri ospiti -, è trasversale, perché riguarda tanto la cosiddetta destra quanto la cosiddetta sinistra. Io premetto che non credo a queste due categorie, ma qui il discorso sarebbe lungo, però sta di fatto che l’utilitarismo e il consumismo sono trasversali. Se noi abbiamo ascoltato i politici durante la campagna elettorale abbiamo notato che si è concentrato tutto sul PIL, sulla riduzione del cuneo fiscale, tasse, e così via. Nessuno ha parlato della necessità di un recupero della sovranità e noi non siamo in una condizione di sovranità nel nostro paese, per varie ragioni, di carattere internazionale e anche di carattere interno. Se la comunità paese e le comunità che la compongono non si riappropria della sovranità io credo che non si vada da nessuna parte. Ora passerei la parola ai relatori, per declinare, ciascuno secondo le proprie sensibilità, il tema decrescita MAURIZIO PALLANTE: Mi è piaciuto il riferimento a San Benedetto perché in uno dei miei libri precedenti, “Ricchezza ecologica”, l’ultimo capitolo si intitola “I monasteri del Terzo Millennio” e cerca di recuperare il discorso benedettino dell’ora et labora e di economie il più possibile autosufficienti e con le filiere corte, dove cercavo di esplorarne le potenzialità di futuro rispetto alla situazione attuale. Questo riferimento ai monasteri del Terzo millennio mi consente di fare una precisazione sulla parola comunità, che è stata utilizzata adesso, perché la differenza tra comunità e società non è una questione di dimensioni ma una questione di qualità. Intendo dire: la società è un gruppo persone che sono legate tra di loro da scambi di carattere commerciale e che hanno definito un sistema di regole e di leggi con cui codificano questi rapporti fondamentalmente commerciali. Il termine comunità è una parola con un significato più profondo (noi non siamo più abituati a capire il significato profondo). E’ composta da due parti in latino, cum e numus, Cum significa con, naturalmente, e numus significa dono. La comunità è quindi un gruppo di persone che sono legate tra loro da scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità. Gli scambi non mercantili, il dono e la reciprocità assolutamente non hanno niente a che fare con il dono e il regalo della società consumista mercantile ma sono delle forme di scambio non mediate dal denaro, che hanno costituito la forza di tutte le società pre-industriali, perché hanno consentito di sopperire alle esigenze materiali ma anche spirituali delle persone, prescindendo dal fatto che tutto si vende e tutto si compra. La cosa importante, riallacciandomi a Latouche e agli studiosi del MAUSS, del Movimento Antiutilitarista delle Scienze Sociali, è che a partire dagli studi di Marcell Mauss si è visto come in tutte le epoche storiche, in tutte le zone del mondo, le economie non mercantili che hanno sostanziato la vita di molti gruppi umani hanno rispettato dappertutto delle regole che non sono scritte da nessuna parte ma che da tutte le parti si ritrovano definite. E queste regole sono: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere, e l’obbligo di restituire più di quello che si è ricevuto. In questa maniera lo scambio diventa fattore di coesione sociale, mentre l’economia mercantile distrugge questo tipo di coesione sociale; con l’economia me rcantile c’è questo passaggio dalla comunità alla società. Detto questo, e dimostrando la mia deferenza massima verso Latouche, mi permetto di dissentire su alcune frasi che sono state dette, tipo: “La decrescita è una necessità di questa società, non un ideale in sé”. Per me è un ideale in sé, non una triste necessità, ed anche per i popoli del Terzo Mondo, l’obbiettivo della decrescita è l’unica strada possibile per uscire dalla povertà. Cosa voglio dire? Ho la sensazione che quando si parla di decrescita, noi ancora non abbiamo le idee molto chiare, inevitabilmente visto che il modello della crescita è il modello che governa la società industriale da tre secoli a questa parte. Quindi ha formato un paradigma culturale e quello che stiamo facendo o tentando di fare, con piccoli tentativi, è cambiare questo paradigma culturale, che è un’operazione molto difficile. Anche il discorso destra e sinistra, credo vada superato, ma io vorrei capire in che modo possa essere superato. Ho la sensazione che la destra e la sinistra, in tutte le loro varianti, in tutte le loro sfumature, siano due varianti dello stesso modello industrialista, entrambe perseguono la crescita come obiettivo. La differenza è sull’uso dei frutti di questa crescita, sul modo di distribuire. Questo vale per il capitalismo ed il socialismo, in tutte le forme e sfumature. Per entrambi l’obbiettivo è far crescere la torta il più possibile, perché se la torta è grande ce n’è di più per tutti. Lo scontro è su come si dividono le fette della torta. L’ideologia liberale, in tutte le sue varianti, ritiene che la divisione delle fette della torta debba privilegi are coloro che detengono i mezzi di produzione, perché in questo modo le risorse vengono allocate nel modo migliore possibile dal punto di vista della crescita stessa. Cioè di tutta la torta, se la distribuzione delle fette rimane nelle mani di chi gestisce i mezzi di distribuzione, una parte sostanziale andrà al reinvestimento e una parte minore andrà ai consumi. Se la parte maggiore va agli investimenti, la torta crescerà di più. In tutte le varianti dell’ideologia socialista si dice: no, le parti della torta vanno fatte in maniera più equa, e se sono fatte in maniera più equa ce ne è di più per i consumi e di meno per gli investimenti. Per cui viene fuori che l’economia più giusta è l’economia che cresce di meno, e l’economia che cresce di più è più ingiusta. La storia ha dimostrato che l’economia che perseguiva almeno formalmente gli ideali di maggiore eguaglianza è stata sconfitta dall’economia liberale capitalista, perché ha avuto la capacità di accumulare capitale in una maniera maggiore per far crescere di più la torta, per cui anche le fette più piccole della torta più grande erano più grandi delle fette più eque ma più piccole del modello socialista. Questo secondo me è quello su cui dovremmo riflettere. Nel momento in cui entrambi i modelli ritengono che la crescita sia l’obbiettivo in sé, dire invece che questo non è l’obbiettivo significa porre un ideale, non ripiegare. L’elemento su cui occorre riflettere è capire bene cosa è la decrescita e secondo me questo non si è capito bene. Perché si pensa che la crescita, e questa è l’ideologia di tre secoli, sia la crescita dei beni che un sistema economico produttivo mette a disposizione della popolazione. Non è così: la crescita, il PIL non misura i beni, misura le merci, cioè quegli oggetti e quei servizi che vengono scambiati per denaro, mentre oggetti e servizi che non vengono scambiati per denaro non fanno crescere il Prodotto Interno Lordo. Il concetto di merce è un concetto completamente diverso dal concetto di bene. Se mi faccio i pomodori nel mio orto famigliare, questo è un bene, ma faccio diminuire il PIL, perché non li vado a comprare e perciò non fanno merce. Da questo punto di vista per me è un ideale coltivare i pomodori piuttosto che comperarli. L’obiettivo non è dare i soldi alle persone perché possano comprare i pomodori; l’obiettivo è che le persone possano mettere i pomodori in tavola, è il bene, non la merce; la mia produzione non fa crescere il PIL, lo fa diminuire, ma per me è un ideale. Non è una triste necessità, non è un ripiego. Viceversa ci sono una serie di merci che non sono dei beni, l’esempio che faccio sempre è che se faccio un percorso in automobile consumo una certa quantità di benzina, cioè faccio crescere il PIL, se per fare lo stesso percorso trovo delle code o degli intasamenti, consumo più merce-benzina, faccio crescere ancor di più il PIL,… allora perché vi incazzate quando siete in coda? State facendo il vostro benessere, ed anche il mio, che vivo in un paesino isolato sulle montagne! Se diminuisce il consumo della merce, per me quindi è un ideale, non è un ripiego. Ciò che dobbiamo perseguire è un’economia che da una parte si fonda sulla sobrietà, e la sobrietà è un valore. Se invece si pensa che sia un ripiego vuol dire che lo spreco è un valore, e la sobrietà una rinuncia. Io non ho la tv, ma non dico che ho rinunciato alla televisione, io ho fatto una scelta diversa. La sobrietà a mio vedere è un valore, che vuol dire trattare con rispetto le risorse del mondo. Significa avere un’impronta ecologica più bassa possibile, significa riscoprire le virtù che avevano i nostri nonni, con cui andavano avanti. Invece la società della crescita ha trasformato la sobrietà in taccagneria, in qualcosa da disprezzare. Da questo punto di vista, se io penso cha la sobrietà sia taccagneria è chiaro che la decrescita non sia un ideale ma un ripiego, se invece penso che la sobrietà sia una virtù io sto facendo una scelta in positivo. Il secondo elemento è quello dell’autoproduzione dei beni, Più beni io autoproduco, meno merci devo comprare, più beni autoproduco più ho dei prodotti e dei servizi di qualità. Dicono che se non cresce l’economia dobbiamo avere meno servizi sociali. Bene, io sono contento se abbiamo meno servizi sociali. Sembrano cose paradossali, ma penso bisogna rifletterci con molta franchezza. Porto l’esempio della morte dei miei nonni e dei miei genitori. La morte dei miei nonni è avvenuta all’interno di un’economia conviviale, con il dono del tempo e della disponibilità di tutta la famiglia, ed è stata una morte dolce, ed è costata niente, non ha fatto crescere il PIL. La morte dei miei genitori, che è avvenuta in ospedale, è costata molto, non è stata gestita in maniera conviviale. Mia madre è stata strappata dalla sua camera, dal suo letto, dal panorama che vedeva dalla finestra di casa. Mio padre peggio ancora, ed ha fatto crescere di più il PIL, perché ha passato il suo ultimo mese di vita in ospedale, in una camera sterile. Noi lo vedevamo attraverso un vetro, aveva decine di monitor e lucette intorno, e non potevamo prendergli la mano per fargli sentire il calore del nostro corpo. Io questi servizi non li voglio, e se dovremmo lavorare di meno e avere meno ricchezza, meno denaro, non importa. Questo ci consentirà di riscoprire l’importanza di tutte le cose che possiamo fare in virtù del dono. Due concetti ancora, e chiudo. Come si misura la ricchezza? Noi siamo abituati a pensare, anche nelle associazioni ambientaliste e di volontariato, che la ricchezza si misuri con il denaro. Si dice che uno è povero se ha un reddito inferiore a 2 dollari al giorno. Ora, se io ho un reddito di 2 dollari al giorno e vivo a Milano sono povero, ma se vivo in campagna dove mi produco molto di quello di cui ho bisogno e scambio sulla base della reciprocità e per quello che non riesco a fare con le altre persone, i due dollari mi servono per entrare nel mondo mercantile, per comprare quello che mi resta da comprare oltre ciò che non riesco a produrre. Questa non è la misura della ricchezza, la misura della ricchezza sulla base del denaro è una cosa che rientra perfettamente nella logica della società della crescita. I popoli poveri non sono poveri perché hanno un tot reddito al giorno, ma perché per seguire il modello della crescita vanno a distruggere un’economia di autoproduzione, una ricchezza biologica per fare un solo prodotto e venderlo sul mercato per avere i soldi per comperare le cose che mancano. L’uscita dalla povertà per i popoli poveri è nel meccanismo della decrescita; se entrano nel meccanismo della crescita diventeranno sempre più poveri. Ultimo concetto è il discorso, che si riallaccia al discorso destra-sinistra, di progresso-conservazione. Io ho una storia di persona di sinistra, non la rinnego, la vanto e credo che l’esigenza di equità che c’era nella scelta di sinistra che io ho fatto sia molto importante. Però sono conservatore e reazionario, non sono progressista e rifiuto di esserlo. Perché il concetto di progresso è quello che sta sfasciando il mondo. Il concetto di progresso si ricollega al concetto di innovazione e all’idea che tutto quello che è nuovo è meglio di ciò che è vecchio. Per cui vecchio è diventata un’accusa, da cui il giovanilismo, la novità, il valore dell’innovazione Ma il valore dell’innovazione è quello che riempie le discariche, è quello che fa i rifiuti. Perché il nuovo ha due aspetti: l’innovazione del processo e l’innovazione del prodotto. La prima rinnova le tecnologie per produrre sempre più in tempi sempre più brevi, la seconda è quella che costringe le persone a cambiare continuamente le cose perché sono vecchie, perché c’è già qualcosa di più nuovo che le ha superate. Personalmente ritengo che tutte le cose vecchie, che hanno una storia e che hanno vissuto con gli uomini abbiano un valore molto importante. Non cambierei il centro storico di Norcia con il centro storico di Torino, da nessun punto di vista. Uno degli argomenti di cui mi occupo è, ad esempio, quello dell’energia. Vi porto solo un esempio, ho fatto venire nel paesino dove abito il direttore dell’Istituto case passive, case con tecnologie avanzate che non hanno bisogno di impianto di riscaldamento e che con 20 gradi sotto zero all’esterno hanno una temperatura interna di venti gradi. Gli abbiamo chiesto come si fanno le case passive e nella sua stessa relazione, al termine della relazione, c’era una nota su come si realizzava l’edilizia tradizionale nel Monferrato. Erano la stessa cosa, le case passive si limitano ad implementare, a dare numeri matematici, a quello che i nostri vecchi facevano istintivamente. Un esempio: io abito in una cascina, la facciata a Sud ha finestre molto grandi e numerose, la facciata a N ord ha finestre piccole e poche, servono solo a far passare la luce. Le case passive ci dicono che la facciata Sud deve avere aperture dal 40 al 60 percento, quella a nord del 10%. I vecchi non avevano questi numeri, ma facevano le stesse cose. Allora, io dico che c’è più potenzialità di futuro in questa sapienza del passato che abbiamo disprezzato in nome della modernità, del progresso e dell’innovazione, e impossibilità di futuro nell’edilizia che c’è stata e che oggi ci porta ad avere consumi energetici mostruosi. Una società della decrescita deve riflettere anche sul concetto di innovazione/progresso e conservazione, per capire quale delle due ha più possibilità di futuro. MICHELE BOATO: Non ho preparato un intervento organico, ho riportato soltanto delle impressioni … In questi mesi abbiamo assistito allo scontro, abbiano passato ore per vedere chi era più bravo tra Prodi e Berlusconi; in realtà facevamo fatica a distinguere, vedevamo che uno era più a modo, l’altro meno, ma, almeno secondo me e gli amici con cui ho parlato, nessuno di questi due ha detto nulla di particolare. Il messaggio forte di Prodi era “dobbiamo rimettere in moto l’economia” e su questo cercava di incalzare dicendo “voi avete fermato l’economia, siete a zero” ecc ecc L’altro messaggio era “dobbiamo rivedere i conti”. Questo messaggio forse diceva di più, perché nel consumismo, nel produttivismo, c’è anche questa tendenza di dire “sprechiamo, consumiamo, tanto chi se ne frega”; e qui c’è qualche elemento che faceva pensare ancora di più al nostro vivere quotidiano e al fatto che non eravamo proprio soddisfatti di quella pubblicità che ci dice “grazie, grazie, grazie, stai consumando, grazie”. Non era questa la cosa che ci piaceva di più. Poi, però, alla fine, sappiamo qual è la proposta che Prodi faceva per rimettere a posto l’economia, perché è venuto a Venezia e ha detto “il Mose si deve fare”, a Torino la Tav bisogna farla, solo il ponte di Messina, poverini i siciliani, solo loro non devono averlo…. alla fine era tutto chiarissimo. Anche per quanto riguarda il Mose, è venuto a Padova, e ha detto “il Mose si deve completare”. Anzi, era arrabbiatissimo con Berlusconi e con il nostro Galian, perché il passante non si era ancora fatto. Era proprio un pensiero unico, sembrava di essere nel racconto di Orwell 1984, non si capiva più da che parte stare. E anche se sembra un pettegolezzo pseudo-politico, in realtà poi la gente parla moltissimo di questo, almeno a casa mia, a Venezia, Mestre. Si vedeva che il sentire quotidiano, quel qualunquismo buttato a mare come una bestemmia, il giorno dopo era unanime, tutti dicevano le stesse cose: “tanto non cambia nulla” oppure “vabbè, abbiamo capito, c’è meno interesse privato” (anche lì, poi, l’interesse privato non sono solo le televisioni, ci sono interessi anche nelle opere pubbliche. Noi, ad esempio, a Venezia abbiamo un Assessore che ci deve difendere dalle antenne della telefonia mobile e abbiamo scoperto appena dopo le elezioni che era stato dirigente per 5 anni di Omnitel e Vodafon e e abbiamo capito perché non ci stava difendendo dall’antenna selvaggia e allora abbiamo detto vai via). E quindi ci siamo trovati di fronte a questo dipinto mostruoso dai cui cerchiamo di uscirne con escamotage nel senso che noi abbiamo un dirigente dei DS amico di Fassino e sta convincendo Fassino che il Mose non è il caso di farlo, poi abbiamo un sindaco, Cacciari, amico di Rutelli e sta convincendo Rutelli che il Mose è il caso di non farlo, e forse assieme convinceranno Prodi. Tutto questo è fatto all’interno di una disperazione politica, è con la disperazione che ci si muove, non con i progetti, con le utopie con i sogni o con la partecipazione comunitaria. Quando venne Prodi a Vicenza a fare la Fabbrica del Programma, qualche mese fa, era permesso a 27 persone di dire la loro. Io, non so per grazia di chi, ero uno di questi 27, e dei 27 soltanto io ho parlato del Mose, che è il problema principale; neanche gli altri rappresentanti dei verdi ufficiali, Casson, il Preside di Architettura, l’intellighenzia progressista e ambientalista di Venezia hanno avuto il coraggio di nominarlo il Mose, perché si sapeva che era una bestemmia. Hai voglia a cambiare le cose, se non si vede neanche l’elemento più sfacciato! Passiamo invece alla nostra vita quotidiana. Io ho conosciuto Paolo Colli nell’87 quando ero appena stato eletto deputato e arriva questo e mi dice “facciamo un dibattito sui rifiuti a Roma con Fare Verde?” io ho detto certo che lo facciamo. “Ma sai chi è Fare Verde?” mi pare di si, è un gruppo ambientalista di destra, per me va bene, ma qual è l’ipotesi? “L’ipotesi è la raccolta differenziata” e l’abbiamo fatto. Per poco non mi sbattevano fuori dal gruppo parlamentare. Il giorno dopo il mio collega che mi ospitava a casa sua mi ha detto “guarda ti lascio passare questa, ma se fai la seconda non vieni più a dormire a casa mia”. E ho capito da li che c’era una strada da fare enorme nel mondo dell’ambientalismo perché si poteva parlare di qualsiasi cosa ma non mettere in discussione lo sviluppo sostenibile e perciò il progressismo ... La seconda bestemmia, l’abbiamo fatta quando Giannozzo mi ha chiesto di fare un dibattito che si chiamava “Sviluppo basta. A tutto c’è un limite”. “Sviluppo basta? Ma siete impazziti?” è stata la reazione. Abbiamo fatto un numero speciale del nostro giornale, ma li è stata tutta un’altra cosa, lì c’è stata l’eresia di Alex Langer, è venuto anche Wolfgang Sachs e altri, ma l’establishment ambientalista ha detto “questi sono fuori di testa” E invece ora si vede che quella è la strada da seguire, però la strada è veramente in salita, aldilà che sia felice o non felice, comunque è faticosa. Adesso la bestemmia è dire decrescita. Dire decrescita in una discussione che non sia tra pochi intimi, fra adepti di una setta quasi clandestina, è dire una bestemmia. Tu non puoi andare in un dibattito pubblico, che sia Casa della Libertà o Ulivo e dire: “il nostro programma è la decrescita”. “Ma che sei scemo? La decrescita? E tutti i disoccupati che ci sono?” E quindi io penso che sia un lavoro che o va alle radici delle motivazioni, cioè fa il cammino che ha fatto adesso Maurizio Pallante, con l’esempio del pomodoro, oppure poi c’è il corto circuito, quando la questione diventa economia, filosofia, politica, religione (forse la religione ha qualche problema in più, … ma neanche tanto, perché conosco un sacco di preti e quei pochi che parlano di queste cose non ne parlano nelle prediche ma se le tengono per i seminari avanzati). E quindi ho la sensazione che ci sia una strada difficilissima da fare, chiunque di voi abbia a che fare con ragazzi di 15 anni sa benissimo che è un tema dove non ti ascoltano. Mettere in discussione le marche, per esempio, per loro sono le prediche della zia vecchia che hanno lasciato su in montagna, e che non vanno neppure più a salutare Poi, se fai in un altro modo, magari gli fai fare la strada in bicicletta oppure fai la gita scolastica nei conventi anziché negli alberghi, allora lì succede il miracolo, gli piace … Ma è un miracolo, devi costruire le cose, farle toccare con mano, far vedere quanto è assolutamente più soddisfacente fare una cosa a minor impatto ambientale piuttosto che un’altra Porto questi esempi di vita quotidiana con il massimo dell’ottimismo ma anche con il massimo del pessimismo. L’ottimismo, come diceva Gramsci, è quello della volontà, il pessimismo è quello della ragione. Anche se voglio segnalare alcuni messaggi positivi che ci sono. Il più grande è il popolo dei ciclisti, nelle città del Nord. Io vedo che Mestre, una delle città più orrende d’Italia, cambia faccia proprio grazie al popolo dei ciclisti, che obbliga le amministrazioni a pedonalizzare, a mettere più verde, a fare piste ciclabili, a cambiare la faccia delle città dal basso, e in questo vedo elementi di democrazia sostanziale. Anche se questi non hanno il partito dei ciclisti, non votano, però è il popolo che dice la sua, la dice con forza: polemiche sui giornali, persino facendo il critical mass senza sapere di farlo, mettendosi lì in mezzo alla strada e bloccando le auto L’altra cosa che dal basso sta succedendo nella mia regione riguarda i rifiuti, dove i comuni, almeno dalle mie parti, fanno contentissimi la raccolta differenziata porta a porta e arrivano a fare la gara tra di loro a chi arriva all’80 per cento. E questa è una soddisfazione per uno come me, che proponeva questa strada già nel ’93, di fronte all’emergenza rifiuti e al fatto che volevano fare 10 inceneritori (sono poi riusciti a farne 3, di cui uno è fermo). Ora c’è la gara tra i consorzi, sono al 60-70 percento, e vogliono arriva all’80, e questo è il momento di ottimismo, siccome i rifiuti sono stati al centro della mia attività ecologista, la soddisfazione è tantissima. E si fa decrescita, perché questo è decrescita. Tu metti la tariffa e la gente fa meno rifiuti per pagare meno, perché con la tariffa paga solo sui rifiuti che non vanno a raccolta differenziata, questo è decrescita … e poi il compostaggio domestico, con cui vai fuori del mercato, anche del mercato del riciclo, ti fai il compost in casa, è decrescita completa. Sono due esempi che, mettendo insieme l’etica personale e l’etica politica, cioè senza contraddizione con le cose che si dicono e che si cerca di fare personalmente, mostrano che forse ce la facciamo Ahimé , non vado molto più in là, perché sul solare mi fermo subito, per il solare è un disastro Eppure il mio ottimismo mi dice che in Italia, nel giro di due anni, i pannelli solari termici e la bioedilizia esploderanno. Invito chiunque faccia e vuol fare ambientalismo a puntare tutto su questo terreno perché è un terreno che sta emergendo perché il petrolio va alle stelle e perché la bolletta del gas è la maledizione di tutte le famiglie. Il mio ottimismo mi dice di puntare su questo, poi essendo un ruspante mi metto a fare i corsi per idraulici, per i pannelli solari, perché so che questi limiti bloccano anche le migliori intenzioni Poi, vi invito a fare le feste del baratto, i mercatini dello scambio, e le banche del tempo, in cui hai un circuito di tante persone, uno ti accompagna senza dover prendere il taxi, l’altro accompagna il bambino a scuola, un terzo guarda le piante quando si va in vacanza, … tutte cose che sembrano banali invece sono fondamentali, per aumentare la socialità, e così via … questa è decrescita EDUARDO ZARELLI - Prima di raggiungervi in sala, mi sono concesso una gratificante passeggiata mattutina per le avvolgenti stradine di Norcia. Forse inconsciamente, sui passi del misticicismo di San Benedetto, sicuramente con la corona dei monti Sibillini come riferimento spaziale, direi geofilosofico, e tra i silenzi sonnacchiosi del borgo, mi è venuto spontaneo appuntarmi alcune “parole chiave” da elaborare durante il mio intervento: diversità, pluralità, ciclicità/stagionalità, territorialità/localismo. Mi sembrano quattro punti che si richiamano vicendevolmente e che possano fare da “pietra angolare”, dal punto di vista politico-sociale ed economico, della riflessione sulla “ decrescita”. Maurizio Pallante è stato assai esplicito nel suo intervento, addirittura non ha nascosto il suo sentimento “reazionario” nei confronti del concetto stesso dello “sviluppo”. Nel suo ultimo libro La decrescita felice, emerge chiaramente l’invito a invertire la rotta, intraprendere il “percorso del salmone”, tornare a un equilibrio con sé stessi a costo dell’impopolarità e dell’anticonformismo, anche contro l’apparente evidenza storica e fattuale. Questo mi ha riportato alla memoria le parole sferzanti del relatore alla mia tesi di Laurea sulle ragioni del comunitarismo e del localismo, poi divenuto un libro intitolato Un mondo di differenze: «…Lei postula utopie-retroattive!». Io non mi vergognai in quel la sede di ciò che avevo scritto, io avevo effettuato solo una comparazione col passato, ma il mio interesse era e rimane realistico, attuale, legato alla bontà antropologica della dimensione comunitaria del vivente e quindi della cultura umana. In tal senso, ai miei occhi, la tematica della “decrescita” non si pone in termini di “reazione” o “progresso” ma di rivoluzione conservatrice. Un ossimoro ardito quanto le idee capaci di smuovere le convinzioni e i pregiudizi profondamente radicati e diffusi sul destino della nostra società del “benessere”. Dal latino revolvere, rivoluzione significa nel suo etimo latino “ritorno al principio”, a imitare la dinamica eclittica, ciclica e reversibile di ogni manifestazione naturale. Nell’attuale società economicistica della crescita illimitata, dell’utilitarismo individualistico, c’è ben poco da conservare. Ecco allora che bisogna cambiare, “rivoluzionare”, ma per tornare agli equilibri dinamici profondi del vivente, “conservativi”, ricomponendo la dolorosa scissione tra cultura e natura divaricata dal prometeismo industriale. Ogni individuo ed ogni popolo, hanno scoperto il mondo circostante a poco a poco. Questo significa che il modo di comportarsi, individua le e collettivo nei confronti degli “altri” e del mondo procede antropologicamente per cerchi concentrici. Mentre la globalizzazione (il mondo visto come un tutt’uno suddiviso in parti) è un prodotto della modernità e degli strumenti scientifici, il localismo è il normale modo di vedere dell’uomo: vista limitata, sensi limitati, possibilità di spostamento limitata, possibilità di conoscenza limitata. Si può dire che il localismo è il modo di pensare ecologico per eccellenza, dato che lega l’uomo alla natura, al territorio, e non ad una sua visione “costruita”, pensata, virtuale, artificiale. Il legame con un territorio dato rende uomini e popoli consapevoli del concetto di limite. I termini della discussione intorno alla globalizzazione agiscono sul perno del superamento della stessa modernità. La mondializzazione, fenomeno eminentemente tecnologico e finanziario, rende insufficienti gli Stati. Per dirla con Alain de Benoist (in Oltre il moderno), troppo piccoli per il respiro internazionale dei tempi, troppo grandi per i problemi reali della gente. Se le ideologie della modernità avevano spiegato e p iegato universalisticamente il locale, all’oggi, in controtendenza, si torna a guardare l’universale da prospettive locali, minimalistiche, ma a misura d’uomo e quindi di natura. D’altronde l’insicurezza cresce con l’incertezza del progresso, la sua protervia ripropone il “limite” come argine alla “volontà di potenza” industriale, che con la cibernetica e le biotecnologie arriva a manipolare le stesse interazioni, che sono all’origine della coerenza olistica del vivente. Una consapevolezza ecologica profonda riconosce la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni e il fatto che, come esseri umani e sociali dipendiamo e, contemporaneamente, incidiamo sui processi ciclici della natura. La cultura dominante sostiene che le leggi di natura sono pure astrazioni, che, non a caso, sussume nelle leggi economiche. In realtà, vivere secondo le leggi di natura significa porsi il problema di come non ferire la sensibile trama della vita che ci circonda, di come ridurre nel migliore dei modi l’impatto dovuto ai nostri consumi, ai nostri bisogni. Cadendo il velario delle pseudoconcretezze utilitaristiche e sensistiche, indispensabili allo sviluppo materiale, si rende possibile un’etica comunitaria cosmogonica, laica (qualità della vita) e religiosa (sacralità dell’esistenza) ad un tempo, che ri-anima il mondo. Pallante cita direttamente nel titolo del suo libro sulla decrescita la “felicità”. È importante in effetti approfondire la riflessione sulla felicità perché è un perno psicologico fondante della società dei consumi, che ha una grande presa su tutti, anche per noi che la stiamo criticando, nei nostri stili di vita. Inoltre è importante parlare di felicità perché la tematica della decrescita viene facilmente associata ad un pauperismo regressivo e punitivo, moralistico. In realtà, anche in questo caso, c’è un voluto fraintendimento operato dalla cultura sensistica dominante in merito al concetto di felicità, che altera i termini della discussione sulla critica allo sviluppo industriale. Ebbene, chiunque abbia praticato le pagine della filosofia in età adolescenziale sa bene che la forza di Platone consiste nella capacità di trasmettere concetti teoretici complessi, con immagini mitico-simboliche di grande efficacia. La posizione platonica soppianta il “sensismo” relativista di un Aristippo, distinguendo i “veri" dai "falsi" piaceri. Platone, da un punto di vista generale, opera una specie di riforma della nozione del piacere, che, con altri risvolti, è oggi richiamata dallo psicologo junghiano James Hillman evocando il “bello” scomparso. La sua riforma implica il fatto che la nozione di piace re risiede comunque nella socializzazione; il bello costituisce qualcosa di oggettivo, connaturato al vero e al bene, e allora è proprio stabilendo una stretta connessione, che esiste tra il piacere e il bello, che Platone riesce ad uscire in qualche modo da quella prigione edonistica, che Aristippo aveva teorizzato. Tutto il discorso platonico si articola sulla base della distinzione tra piaceri veri e piaceri falsi: i piaceri veri sono quelli connessi con la vista e con l'udito, e sono stabili: secondo Platone, infatti, i piaceri sensibili non presentano, al contrario, questa stabilità, soprattutto se sono connessi al bisogno e al desiderio. Platone critica l’intendere la vita unicamente come un continuo fluire, come dimensione del movimento, implicita – secondo Aristippo – nella nozione di piacere e, a questo proposito, adopera una metafora, affermando che una vita pensata in questo modo è appunto simile alla vita del caradrio, uccello mitologico cui si attribuiva la caratteristica di mangiare e di evacuare continuamente; una vita di piaceri sensibili, quindi, per Platone è una vita in cui tutto si dissolve nel continuo fluire, in cui non c'è niente di stabile, mentre il piacere vero deve essere stabile in sé. È a questo punto, solitamente, che lo studente comprende come la filosofia sia nel suo fondamento una scuola di saggezza, come l’esistenza quotidiana nella nostra società sia così simile ad un’imponente voliera di caradri e come l’unica possibilità di uscire, vivi o morti, da questa “cattività” edonistica stia nella libertà interiore, ovvero nel governo di sé. In effetti, altro carattere fondamentale, che rende il piacere vero, è la misura. Naturalmente, Platone fa molti esempi di piaceri veri: una vita piacevole è in qualche modo una vita, che richiede una conoscenza contemplativa, quindi non connessa a un’inabilitante sete di sapere , che implica in qualche modo uno stato di bisogno. L’uomo libero contribuisce alla manifestazione dell’essere nelle forme e nelle pratiche sociali in connessione con l'esperienza filosofica del bello. La “voliera dei caradri” è quel mito utopico progressista, che catalizza la società dei consumi, di cui il recente libro di Carlo Gambescia - Il migliore dei mondi possibili – smonta i meccanismi sociali, economici e psicologici, più reconditi. Oggi la società dei consumi è ritenuta dai più un modello di libertà e di felicità, cioè portatrice dello “sviluppo”: la si vorrebbe ovunque e chiunque vi si oppone va redento alla verità secolarizzata del “paradiso” in terra. In realtà, sappiamo bene che è una ridotta percentuale dell’umanità a vivere di consumismo, ma la minoranza occidentale che lo pratica, nell’irresponsabilità più devastante per gli equilibri naturali e di giustizia sociale, detiene la potenza tecnologic a, scientifica e militare per imporre alla maggioranza i propri interessi particolari, giustificandoli come “missione” della storia universale. Il compito primo di una cultura della decrescita consiste nello sposare la sobrietà degli stili di vita ad una felicità cercata nella virtù, nella misura, nella civiltà in controtendenza alla dissoluzione della cultura nell’egoismo dell’individualismo, che fa della felicità una diritto a discapito dei doveri dell’uomo nei confronti della natura di cui è parte. Ogni forma di mentalità rinvia a una struttura socioculturale dei bisogni e dei desideri umani; il modo, quindi, di intendere la “felicità” è di particolare rilevanza, per comprendere come produrre e soddisfare fini e bisogni. Semplificando e riprendendo le due forme di felicità richiamate in precedenza, ci ritroviamo con la dicotomia tra felicità-virtù e felicità-piacere. La prima è propria delle società ideazionali, con valori trascendenti e spirito di servizio sovrapersonale, mentre la seconda è caratteristica delle società sensistiche, informate da modelli materialistici o da valori individualistici e utilitaristici. Si intuisce come una società ispirata eudemonisticamente ad una felicità-virtù ridurrà i bisogni materiali, la complessità organizzativa e quindi la tensione psicologica, decisionale del singolo; all’opposto, una società edonistica, sposando una felicità-piacere, proietterà i bisogni nell’artificio e nell’illimitatezza Fonte:www.fareverde.it/

Orazione in ricordo di Uri: noi abbiamo perso la guerra (di David Grossman) Questo è il testo dell'orazione funebre pronunciata dalla scrittore israeliano David Grossman ai funerali del proprio figlio Uri, morto in Libano Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con «non». Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell´umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall´appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l´assennatezza del suo cuore. Non ci sarà l´infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpsons o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante. Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene. Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l'hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé. Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l'intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell'amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano. E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh sì, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare. Eri il «sinistroide» del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua «politica dei posti di blocco», perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c'era un bambino nell'auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l'età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi. Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua «sindrome di Elifelet». Avevamo molta paura che, come l'Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo a offrirti volontario per portare il rifornimento di munizioni esaurite da tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell'altro c'era una situazione più difficile. Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per la mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l'onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me. Ricordo quanto fossi indeciso una volta se punire un soldato in seguito a un'infrazione disciplinare. Quanto per te quella decisione fosse sofferta perché avrebbe scatenato la rabbia dei tuoi sottoposti e degli altri comandanti, molto più indulgenti di te riguardo a certe infrazioni. E infatti, punire quel soldato ti è costato molto da un punto di vista dei rapporti umani ma proprio quell'episodio si è trasformato in una delle storie cardinali dell'intero battaglione, che ha stabilito certe norme di comportamento e di rispetto delle regole. E nella tua ultima licenza mi hai raccontato, con timido orgoglio, che il comandante del battaglione, durante una conversazione con alcuni nuovi ufficiali, ha portato la tua decisione come esempio di un giusto comportamento del comandante. Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te. In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l'abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall'amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l'illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. È forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all'ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi. Vorrei dire ancora qualche parola. Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell'israelianità come io la vorrei vedere. Un'israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po' anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri, con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in «prima fila», su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è "tosto" avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia. Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l'uno che l'altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra. Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva e faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell'anima. Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue "trovate". Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu e i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: «Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra». O un'altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: «Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c'è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!». O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: «Dì un po', i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?». O ancora, una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: «Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell'unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?». Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere «gli ufficiali civici». Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita. Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l'abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto, ha detto: «Ma noi vivremo, vero? Vivremo come prima. Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra». Noi l'abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: che terzetto stupendo eravamo, Yonatan, Uri e io. E siete davvero stupendi. E anche le coppie all'interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli ma amici, nel cuore e nell'anima. Avevate un mondo vostro e un vostro linguaggio privato e un vostro senso dell'umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell'anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all'Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi. La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore - «Neshuma», lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima - e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell'esercito che ci seguono con apprensione e affetto. E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava - di vita, di vigore, di innocenza e di amore - era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l'astro che la produceva si è spento. Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi. Papà, mamma, Yonatan e Ruti. Fonte: da unita.it

Danni e libertà Da 20 giorni, Città del Messico è invasa da manifestanti che chiedono la revisione dei voti. I danni economici sono ingenti “Si capisce il diritto dei cittadini a manifestare, ma non quello di danneggiare gli altri”. È con queste parole che il segretario all’Economia del governo federale, Sergio Garcia de Alba, ha commentato l’emergenza che da due settimane sta vivendo il centro storico della capitale messicana. Dal 31 luglio scorso, migliaia di simpatizzanti della coalizione “Por el Bien de Todos”, sostenitori del candidato della sinistra alle presidenziali del 2 luglio, Andrés Manuel Lopez Obrador (Partido de la Revolucion Democratica), hanno invaso con tende e sacchi a pelo l’intera zona conosciuta come corredor Reforma-Centro storico, area vastissima dove si concentrano buona parte degli hotel e delle attività destinate al turismo. La loro è una protesta pacifica ma tenace, che mira a ottenere dal Tribunale elettorale un nuovo conteggio dei voti. Il motivo è una presunta “frode” ai danni appunto di Obrador, che loro sostengono essere il reale vincitore delle elezioni al posto del conservatore Felipe Calderon, ufficialmente decretato successore di Vicente Fox. Per adesso hanno ottenuto solo un parziale riconteggio dei voti, ma non è bastato. E fino al 6 settembre, giorno in cui verrà dichiarato definitivamente il nuovo presidente e quindi l’ultimo utile per dimostrare la veridicità delle loro accuse, sono pronti a tutto. Caos. I blocchi delle strade, gli accampamenti, le manifestazioni stanno paralizzando la vita di migliaia di abitanti e scoraggiando i turisti ad addentrarsi nella zona, fra le più affascinanti della capitale. I manifestanti stanno addirittura occupando il caratteristico Zocalo, cuore storico e culturale della città, meta ogni anno di milioni di visitatori. I piccoli negozi, gli alimentari, i venditori ambulanti, le pensioni, gli hotel, i ristoranti e i bar stanno arrancando. Si tratta di circa 32mila esercizi commerciali, ognuno dei quali lamenta gravi perdite. Risultato: 809 persone sono state licenziate e le perdite in termini economici sono state calcolate intorno ai 301 milioni di dollari. L’allarme. Le confederazioni della Camera nazionale del Commercio e del Turismo (Concanaco) e la Confederazione degli industriali (Concamin) hanno annunciato martedì che se i blocchi continueranno fino al 6 settembre le perdite potranno arrivare a superare i 7.714 milioni di pesos, vale a dire 715,5 milioni di dollari. Per questo i rispettivi presidente hanno chiesto all’amministrazione di Città del Messico di prendere provvedimenti serie e proficui. “La dimensione delle conseguenze è allarmante; per tanto non accettiamo più scuse in nome della democrazia”, ha dichiarato il presidente della Concanaco, Luis Antonio Mahbub. Quindi ha ricordato che 809 persone senza più un lavoro, se si continua di questo passo, rischia di essere “solo l’inizio di una grande scalata di licenziamenti”. La gente è esasperata. A farne le spese sono perlopiù i piccoli commercianti, che già faticano in tempi normali ad arrivare a fine mese. Il giorno della verità si avvicina. Obrador e i suoi, intanto, hanno ribadito di non avere nessuna intenzione di ritirarsi prima che il Tribunale si impegni in un riconteggio totale degli oltre 41 milioni di schede. Per ingannare il tempo, fra una manifestazione e un’azione dimostrativa, c’è chi ha improvvisato una sorta di fiera con giochi e divertimenti vari. Non manca il tiro a segno, dove per vincere è necessario centrare con le freccette la faccia del presidente Vincente Fox. Ma il tempo passa e il 31 agosto è il giorno entro il quale il Tribunale dovrà accettare o meno la richiesta della coalizione di sinistra. Il 6 settembre comunque vada si saprà chi è il nuovo presidente del Messico, blocchi o non blocchi. Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6090

MORTE EX-PRESIDENTE FREI MONTALVA, PASSI AVANTI VERSO VERITÀ “Per la prima volta stanno venendo alla luce le prove che mostrano come si sia attentato contro la vita di un presidente del Cile”: così Eduardo Frei Ruiz-Tagle, ex-presidente della Repubblica (1994-2000), attualmente presidente del Senato oltre che figlio dell’ex-presidente della Repubblica Eduardo Frei Montalva (1964-1970), ha commentato le novità nella più che ventennale indagine sulla morte del padre. Novità fornite, in modo del tutto singolare, dalla televisione, ed esattamente da ‘Canal 13’, dove due giorni fa il chirurgo Augusto Larraín ha rilasciato un’intervista che da allora non cessa di far parlare il paese. “Una mano oscura” è dietro la morte di Frei Montalva, ha detto esplicitamente Larraín, che nel dicembre 1981 aveva operato personalmente l’ex-presidente (allora senatore, eletto nel 1973, l’anno del golpe miliatre, ma sospeso dalla dittatura di Augusto Pinochet Ugarte) di una comune ernia iatale nella clinica Santa María, a Santiago. Improvvisamente, nel gennaio 1982, le condizioni di Frei Montalva si aggravarono: l’ex-presidente fu colpito da una peritonite acuta provocata da un’improvvisa e inspiegabile ostruzione intestinale. Fu trasportato in un altro ospedale, più attrezzato (l’Uti, sempre a Santiago) ma non vi fu nulla da fare e si spense il 22 gennaio 1982 dopo una lunga agonia. “Fu usato un agente chimico esterno” da mani sconosciute, ha detto Larraín a ‘Canal 13’, avvalorando così tesi che la famiglia Frei sostiene ormai da decenni e che le indagini degli ultimi anni parevano già da sole confermare: “Da sei anni abbiamo cominciato a investigare; abbiamo collaborato fornendo alla giustizia tutte le informazioni in nostro possesso, senza fare accuse, senza stabilire responsabilità, ma la forza dei fatti alla fine ha prevalso e oggi comincia a vedersi la verità” ha detto un commosso Frei Ruiz-Tagle, primo presidente democratico del Cile (dopo la breve parentesi di Patricio Aylwin) dopo la dittatura ‘pinochetista’. Molto più esplicita la sorella Carmen, ex-senatrice che ha scelto di andare a vivere in Canada: “Tutti ricordiamo che nel nostro paese c’era una sola persona che comandava, e basta. E non si muoveva una foglia senza che lui lo sapesse. Così, anche se non voglio neppure pensarlo prima che lo dica il giudice, è proprio lì che vanno i sospetti”, cioè verso Pinochet (1973-1990), che già in un’intervista del 2000 Carmen Frei Ruiz-Tagle aveva molto più esplicitamente chiamato in causa come responsabile della morte del padre. Per il giudice Alejandro Madrid si tratta ora di fare un passo in più in avanti e scoprire, oltre al mandante, l’esecutore materiale dell’omicidio dell’ex-presidente. Se nel primo caso i dubbi si appuntano sulla figura di Pinochet, nel secondo la stessa famiglia da tempo pensa a Eugenio Berríos, ex-membro della Dina, la terribile polizia politica del regime dittatoriale, e noto specialista in biochimica. Sospetti più che legittimi, se si pensa che Frei Montalva sarebbe morto di shock settico a causa dell’inoculazione di un battere allora sconosciuto e privo di rimedi farmacologici sia in Cile sia negli Stati Uniti. Berríos, ucciso più di un decennio fa (fu assassinato tra i gennaio e il marzo 1993 e il suo corpo fu rinvenuto solo nel 1995 sepolto sotto la sabbia della spiaggia del Pinar), non potrà però confermare né smentire questa tesi. In ogni caso, l’intervista di Larraín e la grande eco di stampa data dai media cileni alla vicenda ha portato la presidente della Repubblica in carica, Michelle Bachelet, ad affermare che “è molto importante che si sappia la verità. Credo sia importante non solo per la famiglia Frei. È importante per tutto il Cile che la verità si sappia e che i responsabili ne rispondano”. http://www.misna.org/

Pronti, attenti, via: Sarajevo Film Festival Da Sarajevo, scrive Nicola Falcinella Si inaugura oggi la 12ma edizione del Sarajevo Film Festival, il più importante della regione. Tra gli ospiti Juliette Binoche e Abel Ferrara del quale saranno presentati molti dei lavori in uno speciale ''Tributo'' Non ci sarà il terzo successo consecutivo di un film bulgaro al 12° Sarajevo Film Festival che si inaugura venerdì 18 agosto. Dopo “Mila from Mars” e “Lady Zee”, vincitori nel 2004 e nel 2005, la Bulgaria non avrà nessuna pellicola fra le nove in gara nel più importante festival della regione. L’apertura, con il Galà serale al Teatro nazionale, prevede “12:08 East of Bucharest – C’è o non c’è” del rumeno Corneliu Porumboiu. Il film, una commedia amara, ha vinto la “Camera d’or” per il miglior film d’esordio al Festival di Cannes 2006. Lo spazio Open Air sarà invece inaugurato dal bellissimo “Mary” di Abel Ferrara con Forrest Whitaker e Juliette Binoche. Quest’ultima sarà tra gli ospiti del festival insieme a Ferrara, del quale saranno presentati molti dei lavori in un “Tributo”. L’altro cineasta oggetto di una retrospettiva sarà l’ungherese Bela Tarr, uno dei più originali autori del cinema europeo contemporaneo. L’altro grande favorito della competizione è “Das Fraulein” di Andrea Staka, l’intenso film svizzero–serbo vincitore del Pardo d’oro a Locarno pochi giorni fa. I film saranno giudicati dalla giuria composta da Jasmila Zbanic, Jan Cvitkovic, Wout