| ulivo velletri |
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Senti come piangono!
Autore: lameduck
Una volta erano i poveri a chiedere l’elemosina ai signori strisciando sotto alle tavole imbandite dalle quali i ricchi epicurei benevolmente lanciavano loro qualche osso mezzo spolpato, un torsolo di mela ciucciato e qualche brioche quando era festa.
Oggi è tutto cambiato. Sono i ricchi a chiedere pietà e comprensione per la loro triste sorte.
Tutto nasce dalla proposta del governo di aumentare l’aliquota IRPEF per i redditi over 70.000,00 euro, cosa che permetterebbe di alleviare la pressione sui redditi più bassi, quei parassiti degli operai e dei pensionati. Apriti cielo anzi, apriti sacca lacrimale!
Apprendiamo con sgomento dai telegiornalisti che un reddito di 70.000,00 euro all’anno (lordi) non basta per vivere, perché bisogna ridursi a tirare la cinghia facendo miracoli con quei miseri 3.000,00 (ovvero 5.808.810 lire mensili) che ti restano dopo l’attuale spremuta fiscale. Ci si è stretto il cuore, a noi che portiamo a casa 1.000 euro al mese, nel sentire che non si trova un appartamento per meno di 2.000,00 euro di affitto al mese in una grande città.
Siccome sono curiosa sono andata sul sito di una grande società immobiliare, Tecnocasa e ho fatto una ricerca sul loro comodissimo motore. Ho preso un appartamento campione di 3 locali situato in zona centrale, ecco i prezzi minimi di affitto che sono risultati:
Roma (Trastevere) e Napoli 1.200,00 €/mese
Milano (Zona Città Studi) 1.000,00€/mese
Firenze (Santa Croce) 1.000,00€/mese
Palermo 700,00€/mese
Bologna 650,00€/mese
Genova e Torino 500,00€/mese
O quelli di Tecnocasa sono pazzi e regalano le case o quelli del TG hanno confuso i 2.000 euro con i 2 milioni del vecchio conio.
Ora, quando si parla in senso generale sembra che l’esempio calzi a tutta la popolazione. Ma loro a chi si riferivano?
E' strana la percezione che il ricco ha della ricchezza perchè è a densità variabile. Per lui 1000 euro sono una miseria, ma sono troppi per le fasce più povere. Infatti quando ti offre un lavoro ti fa capire che con quei soldi TU ti devi sentire un signore ma lui si svena.
Il passato governo ha considerato un regalo di Natale e se ne vanta ancora oggi l’offrire a quegli straccioni dei pensionati l’iperbolica cifra di 516,00 euro mensili (un milione, come quello del Signor Bonaventura). Solo a quelli proprio con le pezze nel culo però, non a tutti come promesso dal Grande Imbonitore, perché se già vivevi nel tuo appartamento di proprietà eri escluso, visto che assieme al coniuge dovevi avere un reddito non superiore ai 13.000.000 di lire annui, casa compresa.
E’ bene ricordarlo, soprattutto ai vecchietti che stanno perdendo la memoria, perché c’è ancora qualche fan del Cavaliere che ci rinfaccia questa elemosina: “vi abbiamo aumentato la pensione!”
Io li vedo, quei vecchietti. Li vedo cercare nei grandi cassonetti fuori da un grande supermercato qualche confezione ancora intatta ma gettata via perché scaduta. Li vedo nei discount, affollarsi nel negozio di frutta e verdura che nel pomeriggio mette la frutta troppo matura a 50 centesimi al chilo. E badate che vivo nella prosperosa Romagna.
Vedo anche operai che lavorano da una vita, da quando avevano 18 anni, guadagnare poco più di 1000 euro al mese e dover ringraziare ogni giorno la Madonna perché a cinquant’anni suonati hanno ancora un posto fisso.
Ma di che cazzo di Italia parlano i giornalisti che scioperano 3 giorni di seguito per il loro stipendio e poi strepitano contro gli autoferrotranvieri e le loro rivendicazioni invocando il ritorno di Bava Beccaris? Di che italiano medio parlano?
Pazienza, se i ricchi non ce la faranno a guadagnarsi il pane, daremo loro qualche brioche. http://www.bloggers.it/lameduck/index.cfm?blogaction=permalink&id=F8732343-FF75-F1B7-9F5ACAC8AF996714#more
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Insufficienza di prove (sentenza personale)
Il dibattitto parlamentare di ieri ha visto Giulio Tremonti lanciare un'accusa grave a Romano Prodi.
Di aver trattato segretamente con Tronchetti la pubblicizzazione della rete tlc italiana al fine di rafforzare la sua cordata politica personale.
Giulio Tremonti non ha addotto una prova che sia una di questo sospetto.
Il documento Rovati a leggerlo mostra solo una cosa: la preoccupazione per una Telecom Italia che, questa estate, poteva finire in mano a uno scalatore estero.
In quei giorni Tronchetti stava trattando con Murdoch per una sua entrata azionaria in Olimpia. Murdoch è chiamato lo squalo, sa scalare. Costamagna ha segnalato a Prodi questo pericolo.
Il documento Rovati, basta leggerlo, proponeva un piano di emergenza per salvare all'Italia la rete tlc. Un piano sbilenco, a carico di Telecom, ma di emergenza. Oggi improponibile, allora forse no.
Prodi ha avvertito Tronchetti di non consentire a Murdoch la presa di controllo di Ti.
Murdoch poi ha rifiutato tutto. Ha capito che si cacciava in una trappola.
Il resto è (cattivo, da ambo le parti) teatro politico-finanziario, fino a Rossi.
Guido Rossi oggi è la concertazione bancaria della crisi Tronchetti.
Quindi:
Non vi è evidenza di un interesse di corrente Prodi nel piano Rovati. Vi è invece evidenza di un interesse di Prodi, coerente alla linea dell'Unione, a evitare la squalizzazione della rete tlc italiana.
Assolto Prodi per assoluta insufficienza di prove. Accusato Tremonti per calunnia.
Sospetto per Prodi di aver difeso (in modo riservato, come è normale in tali casi) una infrastruttura pagata dagli italiani. E di aver fatto fallire una possibile scalata.
(lo sputasentenze)
www.caravita.biz
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USA : terrorismo , al varo leggi che legalizzano gli abusi
di Rico Guillermo
Il Senato USA ha approvato la legge sul trattamento dei detenuti per terrorismo, che prevede norme molto rigide in materia di interrogatori e istituisce corti militari per i presunti terroristi, anche se con maggiori garanzie rispetto a quelle volute da George W. Bush. La Camera statunitense ha approvato invece il progetto di legge sulle intercettazioni, che saranno legali anche senza l'autorizzazione preventiva di un giudice. Tale legge mira ad 'aggiustare' l'abuso commesso da Bush con le intercettazioni illegali ai danni di centinaia di Americani che avevano contatti con persone sospettate.
Il New York Times parla di politica irresponsabile ed afferma che "l'amministrazione Bush usa il timore dei Repubblicani di perdere la loro maggioranza per portare avanti idee da incubo sull'antiterrorismo, che non serviranno a difendere il paese, ma metteranno in pericolo i soldati degli Stati Uniti e produrranno danni permanenti alla nostra nazione che per 217 anni si e' fondata sulla legge".
Inoltre, secondo il prestigioso quotidiano USA, i Repubblicani usano un argomento di pura propaganda quando dicono che il Congresso deve agire ora creando le procedure per mettere sotto accusa e processare i terroristi perche' gli uomini accusati di aver progettato gli attacchi dell'11 settembre sono disponibili. Infatti sarebbe stato possibile processarli anni fa, ma il presidente Bush ha scelto di non farlo, li ha mantenuti in uno stato di detenzione illegale, li ha interrogati in modo da rendere difficile lo svolgimento di regolari processi, e, per condannarli, ha inventato un sistema manifestamente illegale di tribunali da farsa. E' stato solo dopo che la Corte Suprema ha condannato con la sua inevitabile sentenza il sistema parallelo di regole voluto da Bush che questi ha adottato il suo tono di urgenza.
Il NYT elenca alcuni dei punti peggiori del testo di legge:
- "Enemy Combatants": una definizione pericolosamente ampia di "nemico combattente", che puo' comportare che i sospettati siano sottoposti ad arresto e detenzione per un tempo indefinito senza speranza di proporre appello. Questa etichetta potrebbe essere applicata praticamente a chiunque il presidente voglia: soggetti residenti legalmente negli Stati Uniti, come anche stranieri residenti nei loro rispettivi paesi.
- Convenzione di Ginevra: la legge annullerebbe circa mezzo secolo di precedenti nella consuetudine internazionale, permettendo al presidente Bush di decidere da solo quelli che, secondo lui, sono i sistemi di interrogatorio violento che vanno considerati permessi. E le sue decisioni potrebbero restare segrete - non comparendo nessun obbligo di pubblicazione di tali elenchi.
- Habeas Corpus: i detenuti nelle prigioni militari degli Stati Uniti perderebbero il diritto fondamentale di appellarsi contro le misure di limitazione della liberta' personale applicate nei loro confronti. Non si tratta di udienze che intasano i tribunali ne' si tratta di forme di indulgenza nei confronti dei terroristi. Semplicemente offrono la possibilita', a persone messe in galera per sbaglio, di provare la loro innocenza.
- Revisione del giudizio: nel nuovo sistema i tribunali non avrebbero il potere di rivedere alcuna decisione, fatta eccezione per i verdetti dei tribunali militari. La legge limiterebbe i casi di appello e vieterebbe le azioni legali basate, direttamente o indirettamente, sulla Convenzione di Ginevra. Per mettere qualcuno sotto chiave per sempre, Bush potrebbe semplicemente dichiararlo un "combattente illegale" e non fargli il processo.
- Prove ottenute in condizioni di costrizione: Le Prove ottenute in condizioni di costrizione sarebbero ammissibili nel caso un giudice le ritenesse attendibili (gia' questa una contraddizione in termini) e rilevanti. Il concetto di costrizione viene definito in modo tale da escludere qualsiasi atto sia stato commesso prima della legge del 2005 sul trattamento dei prigionieri (2005 Detainee Treatment Act), e qualsiasi altra cosa Bush decidesse di escludere.
- Prove segrete: Negli Stati Uniti la giustizia proibisce prove e testimonianze non conoscibili dall'imputato, indipendentemente dal fatto che si tratti di un pluriassassino o di un colletto bianco. Ma la legge, cosi come e' stata riformulata da Cheney, sembra tendere ad un affievolimernto della tutela contro questo tipo di prove.
- Abusi e maltrattamenti: la definizione di tortura viene limitata in modo inaccettabile: una specie di riedizione di quei cinici memorandum che l'amministrazione sfornava dopo l'11 settembre. Lo stupro e le molestie sessuali vengono definite in un modo retrogrado che considera solo il comportamento imposto con la violenza ed esclude altre forme di sesso non consensuale. In pratica la legge eliminerebbe il concetto di stupro come tortura.
In definitiva in nome della lotta al terrorismo la legge ritaglia le violazioni dei diritti sulle indicazioni date dal governo Bush agli addetti agli interrogatori e ai soldati e da questi messe in atto dopo l'11 settembre. Atti che oggi, in base alle convenzioni di Ginevra e ad una legge USA del '92 sarebbero passibili di pene molto serie.
In piu' occasioni i critici hanno fatto rilevare che codificare in tal modo il recepimento USA delle Convenzioni di Ginevra mette in pericolo gli Americani stessi quando si trovino all'estero, perche' altri Stati potrebbero decidere di adottare le stesse definizioni e limiti. Inoltre e' stato evidenziato che evitare l'iter legale previsto fino ad oggi dalla legge puo' comportare che siano sacrificati degli innocenti sospettati per errore, come avvenuto nel caso dell'ingegnere torturato in Siria.
www.osservatoriosullalegalita.org
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In Afghanistan nuove Abu Ghraib?
Ci potrebbero essere nuove Abu Ghraib che l'esercito americano tenta di soffocare. Pubblichiamo un estratto da un ampio dossier pubblicato in due parti dal Los Angeles Times. A questo dossier, di cui in fondo pubblichiamo i link, rinviamo i lettori.
I Berretti Verdi della ODA 2021 (squadra di membri delle Forze Speciali, parte dell'Alabama National Guard) erano in stato di allerta quando la colonna dei loro mezzi rombava sulla strada tortuosa e accidentata, quel giorno di marzo del 2003. Alla squadra era stato segnalato che uomini armati, fedeli a Pacha Khan Zadran guerrigliero notoriamente imprevedibile, attendevano appostati dietro la curva.
Non appena si avvicinano al villaggio di montagna dell'Afghanistan orientale [ Wazi, ndT ] i soldati statunitensi notano i guerriglieri in alto su un costone alla loro destra. E subito cercano di mettersi al riparo dietro le loro camionette e le loro jeep. Pochi momenti dopo, proiettili di mitragliatrice e granate sparate coi lanciarazzi piovono sulla loro vulnerabile posizione. Benché bloccati a terra i soldati rispondono al fuoco. “L'aria crepitava come di crispies di riso [sic]”, scrisse il neo assegnato comandante delle Forze Speciali, il trentaduenne Kenneth C. Waller, nel suo ridondante rapporto del dopo battaglia. “C'erano tante raffiche da una parte all'altra che il piombo superava l'ossigeno nell'aria.”
La battaglia durò 45 minuti, quindi giunsero aerei d'attacco A-10 ed elicotteri Apache che spararono costringendo gli afghani alla ritirata.
Non ci furono incidenti fra i 17 americani di pattuglia quel giorno. “Sembrava che una bolla angelica circondasse la nostra posizione” riferì Waller nel rapporto al quartier generale.
Ma a dispetto dei numerosi particolari dettagliati e coloriti della battaglia registrati da Waller, sembra tuttavia che egli abbia omesso del tutto ciò che accadde dopo.
Mentre alcuni membri della ODA 2021 cercavano gli uomini di Pacha Khan Zadran nelle colline, altri si diressero verso il villaggio fra le case di fango alla ricerca di combattenti.
Arrestarono tre uomini disarmati per interrogarli. Due di loro, i fratelli Jan e Wakil Mohammed, dissero ai soldati che stavano giusto rientrando dalle preghiere della sera alla moschea e di non avere niente a che fare con la sparatoria.
Improvvisamente un altro gruppo di cinque o sei Berretti Verdi emerge dalle colline, dove stavano cercando gli uomini di Pacha Khan. Non c'erano interpreti.
“Quei soldati correvano verso di noi e gridavano in inglese e noi non potevamo capire cosa dicessero” rievoca Jan Mohammed in un'intervista. Nel bel mezzo della confusione, dice Jan, suo fratello comincia ad agitarsi. Wakil, taglialegna, padre di due bambini, alza le mani e - secondo quanto riferisce il fratello - grida in lingua pashtun: “De Khoday day para ma me vala!” “Per carità di Dio, non sparatemi!”
Uno dei soldati apre il fuoco, dice Jan Mohammed, e tre raffiche colpiscono Wakil. Una di queste lo centra nella bocca. Cade a terra ai piedi di suo fratello.
Alla fine della giornata Waller scriverà nel suo rapporto al comando che sei combattenti nemici sono stati uccisi in battaglia...
La nota finale del dossier precisa:
Alcuni membri della ODA 2021 sono finiti sotto inchiesta per la morte di Jamal Naseer (diciottenne recluta dell'esercito afghano ucciso a seguito delle percosse subite nell'interrogatorio alla base di Gardez, di cui si tratta nella prima parte del dossier dal titolo “A Silence in the Afghan Mountains”, ndT) e di Wakil Mohammed. Nessuno è stato incriminato, e i nomi di quelli coinvolti nell'inchiesta non sono stati rivelati.
Il Comando di investigazione criminale dell'esercito non ha in agenda nessun impegno per portare a termine l'inchiesta su nessuna delle due morti, ha detto il portavoce Christopher P. Grey.
“Firebase Gardez” prende in esame lo spiegamento in Afghanistan della decorata unità Alabama National Guard. È il risultato di un'indagine condotta negli Usa ed in Afghanistan dal redattore del L.A. Times Kevin Sack e dal giornalista d'inchiesta freelance Craig Pyes. Il testo è stato redatto da Kevin Sack.
Pyes, due volte vincitore del Premio Pulitzer e frequente collaboratore del quotidiano, ha realizzato il suo reportage dall'Afghanistan sia per The Times che per Crimes of War Project, organizzazione nonprofit con sede a Washington che si definisce come “una associazione di giornalisti, avvocati, studenti dedita a sviluppare la consapevolezza dell'opinione pubblica sulle leggi della guerra”. Nel 2004 l'organizzazione fornì a The Times la prima evidenza di un primo decesso di un afghano sotto la custodia Usa, unendosi poi al giornale nelle ulteriori indagini. Indagini che hanno dato luogo ad un'inchiesta del Comando investigativo criminale dell'esercito tuttora in corso.
The Times ha esaminato migliaia di pagine di documenti militari interni per ricostruire il periodo in cui la squadra di combattimento di 10 membri delle Special Forces chiamata ODA 2021 (acronimo di Distaccamento Operativo Alpha) fu assegnata alla base militare di Gardez.
Tutti i membri della squadra speciale sono stati contattati. La maggior parte ha rifiutato di farsi intervistare o ha detto ai reporter di rivolgersi agli ufficiali per gli affari pubblici. L'Esercito Usa e tutti i comandi ad esso subordinati - il Comando Centrale Usa, il Comando Operazioni Speciali, il Comando delle Forze Speciali dell'Esercito, il 20.mo Gruppo Forze Speciali e la Guardia Nazionale dell'Alabama - hanno rifiutato di commentare.
di Craig Pyes e Kevin Sack
Traduzione per Megachip di Paolo Maccioni
Estratto dal Dossier Silenzio sulle montagne afgane del Los Angeles Times
http://www.latimes.com/news/nationworld/world/la-na-torture24sep24,0,4500570,full.story?coll=la-home-right1
http://www.latimes.com/news/nationworld/world/la-na-torture25sep25,0,5483612,full.story?coll=la-home-right1
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No, non è la Bbc
Serafino Abate
Un nuovo approccio al servizio pubblico televisivo sembra sempre più necessario nel nostro paese: deve garantire ai cittadini l’accesso a contenuti di interesse pubblico di qualità, la sostenibilità economica dei servizi e un sistema di regolamentazione improntato alla trasparenza e all’indipendenza degli organi di governo da quelli di controllo. Nel delinearlo può essere utile una analisi dell’esperienza britannica.
La televisione degli inglesi
Nel Regno Unito, il Communication Act del 2004 definisce i contenuti del servizio pubblico televisivo e ne regola le modalità di prestazione all’interno del quadro competitivo del settore. Al contempo, assegna all’Office of Communications, l’autorità garante del settore, il compito di condurre regolari analisi sullo stato del mercato, con la facoltà di effettuare interventi ex-ante qualora individuasse problemi legati alla concorrenza, nonché di segnalare eventuali necessità di cambiamenti strutturali, da effettuarsi con strumento legislativo e in ottemperanza al quadro normativo europeo.
Nel 2004 è così iniziato, nel Regno Unito, il primo riesame organico della televisione pubblica Nello stesso tempo, si è aperto un processo di revisione della definizione stessa di servizio pubblico televisivo, nonché della struttura, organizzazione e funzionamento della Bbc, approdato nel marzo 2006 nella pubblicazione del libro bianco "A public service for all: the Bbc in the digital age".
Il ruolo del servizio pubblico televisivo
Perno di una riforma del servizio pubblico televisivo in Italia dove essere la centralità delle esigenze dei cittadini/utenti nella realizzazione dei loro diritti personali di libertà e di crescita culturale. Il processo di riforma deve essere trasparente e inclusivo, per consentire a tutti di partecipare alla formazione degli obiettivi del servizio pubblico.
La Tv pubblica deve avere un mandato chiaro, che i cittadini riconoscano come loro, centrato sull’informazione, sulla promozione della cultura e della diversità del paese e su un intrattenimento di alta qualità; deve potenziare e ampliare il suo ruolo guida nell’erogazione del servizio pubblico. La sua organizzazione e il modo in cui opera sul mercato devono discendere dal suo mandato e consentirle di operare con autonomia editoriale ed efficienza economica.
I concessionari di una licenza pubblica televisiva, dal canto loro, devono contribuire al servizio pubblico, pur mantenendo la loro vocazione commerciale.
Nel Regno Unito, ad esempio, Itv, il secondo gruppo televisivo, ha in capo alla propria licenza obblighi di servizio pubblico, per i quali riceve uno sconto sull’ammontare dovuto allo Stato per l’uso delle frequenze.
Nel caso italiano, vincoli di servizio pubblico potrebbero riguardare la pluralità e l’obiettività dell’informazione, la salvaguardia dei contenuti artistici attraverso una regolamentazione delle interruzioni pubblicitarie e garanzie di innovazione e promozione del settore audiovisivo italiano, ad esempio attraverso limiti all’utilizzo di formati e contenuti importati dall’estero. Il ruolo di controllare il rispetto dei vincoli dovrebbe essere affidato all’autorità garante del settore, così come avviene nel Regno Unito.
Il mondo digitale
L’avvento del digitale deve essere un’opportunità per consentire ai cittadini di accedere a una gamma più ampia di contenuti e permettere l’ingresso di nuovi attori nel mercato.
Una reale pluralità, però, può realizzarsi solo all’interno di un quadro di riferimento che garantisca una concorrenza equa, a guardia della quale dovrebbe essere preposta l’Autorità di garanzia competente, dotata di adeguati strumenti di intervento.
Nel Regno Unito, per esempio, la riforma ha previsto la creazione di un nuovo soggetto editoriale, con il compito di promuovere l’accesso a contenuti di interesse pubblico sui nuovi media, come la banda larga. Un bando di gara aprirà la sua gestione a diversi soggetti, come le Tv private, gli editori di carta stampata e i fornitori di servizi internet.
Tutto ciò rappresenta una forte innovazione nel panorama europeo. Adottata in Italia, una simile opzione andrebbe ad aumentare la pluralità dei soggetti operanti nel settore audiovisivo, garantendo la continuità futura del servizio pubblico televisivo sui nuovi media digitali.
La governance
Quanto alla governance, occorre introdurre un nuovo modello, improntato a una chiara separazione dei ruoli di legislazione, controllo e conduzione della Tv pubblica.
Una strada percorribile è la creazione di una fondazione i cui membri siano nominati da istituzioni super partes, quali il Presidente della Repubblica, per un periodo di tempo che consenta lo sganciamento dal ciclo elettorale. La fondazione diviene depositaria del legame tra il cittadino e il servizio pubblico; provvede alla nomina del consiglio di amministrazione della Rai e ne controlla l’operato rispetto ai vincoli di servizio pubblico.
Il finanziamento della Tv pubblica andrebbe poi interamente ripensato. Oggi, la forte dipendenza dalla pubblicità determina uno sbilanciamento degli investimenti verso produzioni che realizzano il massimo valore commerciale degli spazi pubblicitari, e quindi appiattisce la Tv pubblica su obiettivi di tipo commerciale, a scapito di quelli di interesse pubblico.
La Bbc, invece, è interamente finanziata con il canone televisivo pagato dagli utenti e non può ricorrere alla pubblicità, se non per promuovere i propri programmi. È un modello che garantisce la massima autonomia decisionale rispetto a obiettivi commerciali e che si riflette nell’alta qualità e diversità dei contenuti erogati. In Italia, una riforma in tale senso della Rai avrebbe effetti positivi su tutto il settore, non ultimi i cittadini che pagano il canone televisivo.
La vigilanza sulla concorrenza
Dopo la riforma del 2004, l’Office of Communications ha assunto poteri che prima erano appannaggio delle autorità garanti della concorrenza, l’Office of Fair Trading e la Competition Commission. Anche in Italia si dovrebbe adottare una soluzione simile, potenziando il ruolo dell’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ne deriverebbe una migliore coordinazione degli interventi ex-ante ed ex-post, una maggiore rapidità di intervento laddove si manifestassero problemi legati alla concorrenza, nonché la creazione di un centro di eccellenza per le politiche nel settore audiovisivo. /www.lavoce.info
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I quattro paletti
Tito Boeri, La Stampa,
NON sappiamo quale delle tante versioni della Finanziaria che girano in questi giorni su Internet si avvicina di più al documento che verrà alla fine approvato oggi dal Consiglio dei ministri e che da lunedì comincerà un iter parlamentare pieno di insidie. Probabilmente non lo sanno neanche il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia, dato che gli aggiustamenti e gli assalti alla diligenza continuano fino all'ultimo minuto, come narrano gli uscieri di Palazzo Chigi. E' anche possibile che venga in queste ore rimessa in discussione la composizione stessa della manovra. Purtroppo continua la tradizione, ormai consolidata da anni, di fissare nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria solo i saldi, senza stabilire quanto dovrà provenire da inasprimenti fiscali e quanto da risparmi nelle spese delle amministrazioni pubbliche. E anche i saldi sono stati questa volta rimessi in discussione fin dall'inizio di settembre. E' stata una trattativa condotta tutta senza paletti. Il rischio che generi mostri, come il fondo per l'erogazione del Tfr presso l'Inps che spinge lo Stato ad ostacolare in tutti i modi il decollo della previdenza integrativa, è perciò molto forte.
Bene allora ricordare quali sono i paletti che ci impone il mercato e augurarci che la politica nelle prossime ore ne tenga conto. Quattro paletti sono particolarmente importanti.
Primo, la dimensione del nostro debito, in assoluto e non solo in rapporto al Pil, ci rende molto vulnerabili al rischio di turbolenze sui mercati finanziari internazionali. Siamo nelle loro mani, nel senso che i nostri titoli di Stato sono detenuti per più di metà da investitori esteri, molti dei quali istituzionali, che sono costretti per norme prudenziali a ridurre la loro esposizione in Italia, nel caso di un downgrading del nostro debito al di sotto della A. Chi oggi propone di limitarsi a stabilizzare il debito ama probabilmente giocare alla roulette russa.
Secondo, riduzioni del deficit attraverso incrementi delle tasse sono molto meno rassicuranti per i mercati che manovre rette su contenimenti della crescita della spesa. Questo perché è la spesa la variabile che oggi i governi in Italia non sembrano più in grado di controllare (è cresciuta del 2 per cento all'anno, al netto dell'inflazione, nell'ultimo decennio) e c'è un limite alla capacità di un'economia che ha già vaste aree di evasione fiscale di incrementare le entrate in rapporto a quanto il paese riesce a produrre. Gli investitori internazionali, sulla base di un'ampia casistica internazionale, sanno che solo i tagli alla spesa improduttiva possono permettere di coniugare risanamento e crescita, innescando un processo virtuoso di riduzione del debito. Sanno anche che una manovra tutta incentrata sulle tasse finisce per bloccare la crescita e generare instabilità politica. Sorprende che i politici che fanno a gara in questi giorni nel proporre incrementi di tasse e contributi non si ricordino che hanno rischiato di perdere le elezioni proprio per essere stati presentati dall'avversario come il partito delle tasse.
Terzo, abbiamo una cattiva reputazione di maestri nella finanza creativa che abbiamo fatto di tutto per meritarci nella passata legislatura. Per questo non possiamo permetterci tagli fatti solo sulla carta, magari con una matita rossa, ma del tutto irrealistici. E’ bene che il Ragioniere dello Stato ne tenga conto prima di apporre il suo bollino. Meglio riduzioni di spesa più contenute, ma sostenibili e crescenti nel tempo, che spostamenti di fatto di poste da un bilancio di un anno a quello dell'anno successivo. Non serve costringere le amministrazioni centrali dello stato a ritardare il pagamento delle bollette dell'elettricità o a ritardare consumi di beni intermedi indispensabili per il proprio funzionamento. Serve invece imporre che il decentramento di funzioni si accompagni a un decentramento del personale dello stato evitando le duplicazioni fra diversi livelli di governo, rafforzando gli ammortizzatori sociali nel pubblico impiego.
Quarto, perché i tagli siano davvero credibili, devono essere anche politicamente sostenibili. Bene perciò che mirino a raggiungere una qualità della spesa pubblica che sia comprensibile e accettabile per i cittadini. Molti provvedimenti che, singolarmente, riducono di poco la spesa pubblica hanno una rilevanza simbolica molto importante nel rendere accettabili provvedimenti che hanno effetti molto più rilevanti. Oggi il Tesoro è rappresentato da propri dirigenti in 1623 Consigli di amministrazione. Perché non imporre che i gettoni di presenza conferiti a questi funzionari vengano in parte riversati nelle casse dello Stato? Non stanno, questi dirigenti pubblici, svolgendo le loro funzioni mentre partecipano a un consiglio di amministrazione di una società partecipata? E perché la previdenza pubblica, che a differenza di quella privata serve anche a ridurre le disuguaglianze, continua ad elargire 784 quiescenze di più di 15.000 euro al mese? Sono solo due esempi. Ma i simboli contano. Eccome.
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Tanti auguri, Bellachioma
di Marco Travaglio
Non fonderò mai un partito. Se non entro in politica, vado in galera. Scendo in campo, per un nuovo miracolo italiano.
Un milione di nuovi posti di lavoro. Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta. Non capisco perché a San Siro debbano entrare anche i tifosi delle altre squadre, togliendo il posto ai nostri: San Siro deve diventare solo rossonero. I poveri sono persone diseducate al benessere. Mai avuto a che fare con Craxi. Io sono l'unto del Signore. Il mio governo è schierato con l'opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati. Mussolini non ha mai ucciso nessuno, anzi mandava gli oppositori in vacanza nelle isole. Le mie aziende non hanno mai corrotto nessuno. Giuro sulla testa dei miei figli. Ho dato mandato irrevocabile di vendere le mie tv. Bossi parla come un ubriaco da bar, con lui non prenderò mai più un caffè: è un giuda, traditore, ladro e ricettatore di voti. La situazione della salute del Santo Padre è di assoluta tranquillità. Sarò lieto di incontrare il papà dei fratelli Cervi. In questo luogo passò Enea in fuga col padre Anchise e diede il via alla dinastia da cui nacquero Romolo e Remolo. Paolo di Tarso, il grande filosofo greco. Il Papa è un uomo straordinario, ogni suo viaggio è come un gol: ha la stessa idea vincente del mio Milan, che poi è l'idea di Dio, la vittoria del Bene sul Male. Arafat mi ha chiesto di dargli una tv per la Striscia di Gaza: gli manderò Striscia la Notizia. Vorrei ricordare l'attacco del comunismo alle Due Torri. Ormai in Iraq c'è una vita regolare, poi certo ci sono le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non funzionano. Montanelli e Biagi erano gelosi di me. Anch'io ho scritto le tavole della legge, come Napoleone e Giustiniano; Mosè era solo un passatavole. Mai sentito parlare di All Iberian. Se perdo le elezioni lascio la politica. La nostra Costituzione è di stampo sovietico. Siamo il partito dell'amore contro il partito dell'odio. Non ho mai insultato nessuno. Coglione! Faccia da stronza! Stalinisti! Ladri! Golpisti! Fascisti! Vaffanculo! I giudici sono matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Noi ai giudici insidiamo le mogli, siamo dei tombeurs de femmes. Per portare a Parma l'agenzia alimentare europea ho riesumato le mie doti di play boy e fatto la corte alla presidente finlandese. Ho trovato una cimice dietro il termosifone, sono spiato da procure deviate. Io ero contrario alla guerra in Iraq, ma Bush non mi ha dato ascolto. La proporrò per il ruolo di kapò. Gli sbarchi di clandestini, con noi, sono calati del 247%. Io non racconto barzellette: dico parabole. La sinistra ha una predilezione per i dittatori. Putin è un sincero anticomunista. Gheddafi è un leader di libertà. Bella l'Estuania! Sono alto un metro e 71. I give you the salutation of my president of the Republic. Il lifting me l'ha imposto mia moglie. Noi di Forza Italia abbiamo una moralità di livello così elevato che gli altri non possono nemmeno percepirlo. Risolverò il conflitto d'interessi in cento giorni. Le mie tv mi remano contro. Il trapianto è ottimo, lo consiglio a tutti.Sono sempre stato assolto. L'evasione di chi paga il 50% dei tributi è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini e che non ti fa sentire moralmente colpevole. Questa storia delle leggi ad personam è falsa: ne ho fatte solo tre, per me. Biagi, Luttazzi e Santoro han fatto un uso criminoso della televisione pubblica. Avete capito bene: abolirò l'Ici. Galliani è la persona più onesta che ho mai conosciuto. Il mio cervello è talmente sviluppato che ha espulso i capelli. La giustizia è un cancro da estirpare. D'Alema è er mejo figo der bigoncio, di lui mi fido. La mia religione è il maggioritario. Io sono per il proporzionale. Mai fatto affari con la politica, anzi ci ho sempre perso. Gli elettori si sono sbagliati, erano giusti gli exit-poll. Sto trattando con la Russia dell'amico Putin per aprire un corridoio negli Urali e collegarci all'Oceano Pacifico. Non ci sarà alcun condono fiscale. Noi siamo per il presidenzialismo. Mai stato presidenzialista. Non sapevo che mio fratello vendesse decoder. Odio andare in tv, è una cosa che non sopporto. Nesta al Milan? Impossibile. Gilardino al Milan? Mai, sarebbe amorale. Io sono il Gesù Cristo della politica. Va bene, paragonatemi pure a Mosè. Fra me e Confalonieri c'è un patto: quello di avvisarci reciprocamente qualora uno dei due rincoglionisse. E Fedele non mi ha ancora detto niente. Prodi ha mentito: in un paese normale si sarebbe già dimesso.
Happy birthday, Mister Ex President!
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Gran Bretagna - Già nostalgia di Blair?
QuadrantEuropa
La manovra di smantellamento del potere del primo ministro inglese, portata avanti dal suo probabile successore Gordon Brown, sta appannando l'immagine del Labour Party.
Martedì Tony Blair ha tenuto il suo ultimo discorso da primo ministro britannico ad un congresso del partito laburista. Qualche delegato, abituato alle apparizioni eloquenti e piene di slancio di Blair, si sarà sicuramente chiesto perché nelle scorse settimane forze importanti del partito si siano impegnate in modo così smanioso a disarcionare il leader che, dopo tre vittorie elettorali consecutive, si può definire il più efficace di tutta la storia del Labour.
Durante l’ultima campagna elettorale, Blair aveva assicurato che non aveva intenzione di puntare a un quarto mandato. In un certo qual modo era comunque chiaro che prima di cedere Downing Street al suo presunto successore Gordon Brown, sarebbe rimasto capo del governo inglese ancora due o tre anni. Questi tre anni di possibile futura vita in comune sono stati però all’origine di una rivolta di palazzo avvenuta dietro le quinte del congresso laburista. Blair è ora costretto a fissare in anticipo la data del suo addio che avverrà presumibilmente nella prima metà dell’anno prossimo.
Con questa febbrile manovra di smantellamento, Brown e il suo clan si sono però resi un cattivo servizio. Il Labour sta offrendo all’opinione pubblica un logorante quadro di fratture ed autodistruzione. È probabile che i suoi avversari politici si stiano fregando le mani dalla gioia. Con ritardo anche Brown sembra accorgersi che tutto questo suo inutile teatro sulla data del ritiro di Blair, sega il ramo su cui anche lui è seduto: l’immagine che il partito nel suo complesso proietta verso la società.
Per questa ragione nel suo discorso di lunedì a Manchester, Brown si è sforzato di sanare con parole dolci e dichiarazioni di stima verso il primo ministro, le involontarie ferite inferte al Labour. Pur trascurando l’antipatico zig-zag delle ultime settimane per Gordon Brown sarà comunque difficile continuare la scia di successi del suo compagno e rivale Tony Blair e porre il nuovo marchio della sua personalità al partito.
Un commentatore britannico ha scritto nei giorni scorsi che i politici che succedono a lunghi periodi dominati da un capo di governo dello stesso partito, raramente sono in grado di uscire definitivamente dal cono d’ombra del proprio leader. È successo con lo sfortunato John Major, l’erede di Margaret Thatcher, ma anche con Antony Eden, il successore di Winston Churchill. Un altro esempio di un passaggio di consegne “volante” che non ha funzionato, è stata la sostituzione di Konrad Adenauer con il proprio ministro dell’economia Ludwig Erhard nella ex repubblica federale di Germania.
Nel suo discorso di Manchester, Brown ha messo l’accento sulla necessità per il partito di rinnovarsi, senza però toccare le coordinate fondamentali del programma New-Labour. L’economia di mercato accoppiata a forti doveri sociali, resterà valida. Per quanto riguarda la politica estera, il probabile successore di Blair non ha fatto capire le sue vere intenzioni. Ha preso chiaramente le distanze dalle animosità anti americane più virulente presenti nel suo partito, senza rivelare se, come capo del governo, lui avrebbe relazioni più fredde con Bush. Molto presto però, con le prossime elezioni amministrative, molti candidati Labour potrebbero avere nostalgia del coinvolgente carisma di Tony Blair.
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economie sono possibili!
Organizzarsi per una economia di cooperazione e solidarietà
Ethan Miller
Le possibilità di costruire reti di scambio solidale e sostegno a livello locale, nazionale e finanche globale sono enormi, eppure scarsamente comprese. [...] Forse è più difficile per coloro che si trovano nel "ventre della bestia" immaginare che alternative al capitalismo sono possibili. Forse le pratiche di economia alternativa vengono in qualche modo occultate, rese più isolate negli Stati Uniti che in altre parti del mondo? Esistono davvero meno iniziative basate sulla solidarietà con cui mettersi in rete?
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Possono migliaia di progetti economici diversi, radicati nel territorio, spinti dal basso formare la base di una alternativa viabile al capitalismo? Potrebbe sembrare improbabile che una messe incoerente di iniziative quali cooperative di lavoratori, consumatori, inquilini, monete comunitarie, giardini urbani, organizzazione per il commercio equo, comunità associative e associazioni di mutua assistenza a livello di quartiere possano confrontarsi con la pervasiva e apparentemente onnipotente economia capitalista. Queste "isole di alternativa in una mare capitalistico" sono spesso piccole, povere di risorse e scarsamente interconnesse. Raramente sono in grado di connettersi reciprocamente, meno ancora di inserire il proprio lavoro all'interno della visione strutturale più ampia e coerente di una economia alternativa.
Di fatto, nella ricerca di alternative al capitalismo, i progetti economici democratici esistenti sono spesso dipinti come pratiche nobili ma marginali, destinate ad essere schiacciate o cooptate dalle forze del mercato. Ma è inevitabile? Non è possibile che coraggiosi e impegnati attivisti economici di base in tutto il mondo, percorrendo strade che permettono allo stesso tempo di soddisfare i bisogni di base delle proprie comunità e coltivare la democrazia e la giustizia, stiano mettendo le basi di un'altra economia proprio in mezzo a noi? Un processo di networking orizzontale, in grado di unire diverse alternative democratiche e organizzazioni per il cambiamento sociale all'interno di reti di riconoscimento e sostegno reciproco, può generare un movimento sociale e una visione economica capaci di mettere in discussione l'ordine capitalista globale?
A questi audaci suggerimenti, gli attivisti economici di tutto il monto che si riuniscono cotto la bandiera dell'"economía solidaria" replicherebbero con un risuonante "sì!". Sono proprio queste innovative esperienze dal basso di produzione, scambio e consumo che stanno ponendo le basi di ciò che molte persone chiamano "nuove culture ed economie della solidarietà".
Le origini dell'approccio dell'Economia solidale.
L'idea e la pratica dell'"economica solidale" emersero in America latina alla metà degli anni 80 e e sono fiorite nella seconda metà degli anni 90, per effetto della convergenza di almeno tre tendenze sociali. Primo, l'esclusione economica sperimentata da segmenti sempre più ampi della società, causata dalla crescita del debito e dai conseguenti programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario internazionale, aveva forzato molte comunità a sviluppare e rafforzare soluzioni creative, autonome e radicate al problema del soddisfacimento dei bisogni elementari. Tra queste iniziative quali le cooperative di produttori e lavoratori, comunità associative e di vicinato, associazioni di risparmio e di credito, cucine collettive ed organizzazioni di mutua assistenza di disoccupati o contadini privi di terre.
Secondo, l'insoddisfazione crescente nei riguardi della cultura dell'economia di mercato aveva indotto gruppi di persone economicamente privilegiate a cercare nuovi modi di produrre reddito vitale e fornire servizi. Da una contro-cultura in buona parte di "classe media" - simile a quella esistente negli Stati Uniti a partire dagli anni 60 - emersero progetti come le cooperative di consumatori, la cura infantile cooperativa e iniziative per la salute, cooperative di alloggi, comunità associative ed ecovillaggi.
Esistevano spesso significative differenze di classe e di cultura tra questi due gruppi. Nondimeno le iniziative che generavano possedevano tutte un insieme comune di valori operativi: la cooperazione, l'autonomia dalle autorità centrali e l'autogestione partecipativa da parte dei membri.
Una terza tendenza operò per legare i due focolari di solidarietà economica l'uno all'altro e al più ampi contesto socioeconomico: i movimenti emergenti a livello regionale e locale cominciavano a forgiare delle connessioni globali in opposizione alle forze della globalizzazione neoliberale e neocoloniale. Cercando un'alternativa democratica sia alla globalizzazione capitalista che al socialismo di stato, questi movimenti identificavano nei progetti economici basati nelle comunità degli elementi chiave di una organizzazione sociale alternativa.
Nel Primo incontro latino della Cultura della solidarietà e della socioeconomia, tenutosi nel 1998 a Porto Alegre, i partecipanti di Brasile, Messico, Argentina, Perù, Nicaragua, Bolivia, Colombia e Spagna crearono la Rete latinoamericana dell'economia solidale. In una dichiarazione, la Rete dichiarò: "Abbiamo osservato che le nostre esperienze hanno molto in comune: una sete di giustizia, una logica di partecipazione, la creatività e dei processi di autogestione ed autonomia". Unendo queste esperienze condivise nel sostegno reciproco, proclamarono, sarebbe stato possibile lavorare ad una "socioeconomia di solidarietà come un modo di vita che si rivolge alla totalità dell'essere umano".
Dal 1998 questo approccio dell'economia solidale sia è sviluppato formando un movimento globale. Il primo Social Forum Mondiale nel 2001 segnò la creazione di una Rete globale per la Socioeconomia solidale, sostenuto in gran parte da un gruppo di lavoro internazionale dell'Alleanza per un mondo responsabile, plurale e unito. In occasione del Forum di Mumbai del 2004 aveva raggiunto il numero di 47 reti di economia solidale regionali e nazionali di tutto il mondo. All'ultimo Social Forum in Venezuela, i temi che riguardavano l'economia solidale rappresentavano circa un terzo dell'intero programma dell'evento.
Una definizione di Economia solidale
Qual è esattamente "l'approccio dell'economia solidale"? Per alcuni teorici del movimento, il punto di partenza è la ridefinizione dello spazio economico stesso. La storia neoclassica dominante dipinge l'economia come uno spazio singolare in cui gli attori di mercato (individui o imprese) cercano di massimizzare il loro guadagno in un contesto di risorse scarse. Questi danno vita alle loro storie di ricerca del profitto su un palcoscenico interamente determinato dalle dinamiche del mercato e dello stato. In controtendenza rispetto a questo approccio limitato, l'economia solidale propone una visione culturale e plurale dell'economia come spazio complesso di relazione sociale in cui individui, comunità e organizzazioni producono i mezzi di sussistenza in molti modi diversi e con diverse motivazioni e aspirazioni - non soltanto la massimizzazione del guadagno individuale. L'attività economica convalidata dagli economisti neoclassici rappresenta, in questa prospettiva, solo una piccolissima frazione degli sforzi umani per soddisfare i bisogni e i desideri.
Cosa davvero ci sostiene quando le fabbriche chiudono, quando vi sono inondazioni o quando il salario non basta? Di fronte ai fallimenti del mercato e dello stato, spesso sopravviviamo grazie a relazioni auto-organizzate di assistenza, cooperazione e comunità. Nonostante i molti modi in cui la cultura capitalista genera e mobilita la spinta alla competizione e all'egoismo, le pratiche elementari di solidarietà umana restano il fondamento sul quale la società e le comunità sono costruite. Il predominio del capitalismo può, in effetti derivare in parte non piccola dalla sua capacità di cooptare e colonizzare queste relazioni di cooperazione e aiuto reciproco.
Allargando il campo di ciò che conta all'interno dell'economia, l'economia solidale si riallaccia ad altri filoni del pensiero economico radicale di oggi. Economisti marxisti come Stephen Resnick e Richard Wolff, per esempio, hanno suggerito che molteplici "modi di produzione" coesistono accanto al salariato. Economiste femministe hanno dimostrato che le concezioni neoclassiche nascondono e svalutano forme di sussistenza ed assistenza che sono spesso opera di donne. L'economista e geografa femminista J.K.Gibson-Graham, nei suoi libri "The end of capitalism (As we knew it)" e "A Postcapitalist Politics", sintetizza queste ed altre correnti di pensiero di quella che chiama la "prospettiva di un'economia diversa". Affrontando questioni che sono centrali all'approccio dell'economia solidale, si chiede: "Se vedessimo il panorama economico non completamente colonizzato, omogeneizzato, sistematizzato, non potremmo trovare nuovi spazi per progetti di ispirazione non capitalista? Non potremmo trovare modi di costruire comunità e società diverse, derivate da quello che già esiste?"
Di fatto, il primo compito dell'economia solidale è identificare le pratiche economiche esistenti - spesso invisibili o marginali nella prospettiva dominante - che favoriscono la cooperazione, la dignità, l'equità, l'autodeterminazione e la democrazia. Come sottolinea Carola Reintjes dell'associazione per spagnola il commercio giusto, Iniciativas de economía alternativa e solidale (Ideas), "l'economia solidale non è un settore dell'economia, ma un approccio trasversale che include iniziative in ogni settore". Questo progetto attraversa le linee tradizionali delle distinzioni tra economia formale e informale, tra mercato e non-mercato, e tra sociale ed economico nella ricerca di pratiche di produzione, scambio e consumo basate sulla solidarietà - andando dalle cooperative di lavoratori con base legale, che affrontano il mercato capitalistico armati dei valori cooperativi, alle reti di dono locali. (Si veda "A Map of the Solidarity Economy," pp. 20-21.) In una conferenza del 2000 a Dublino sul "Terzo settore", l'attivista brasiliana Ana Mercedes Sarria Icaza ha messo le cose in questi termini: "Parlare dell'economia solidale non è parlare di un universo omogeneo con caratteristiche simili. Invece, l'universo dell'economia solidale riflette una molteplicità di spazi e forme, tanto in quelli che chiamiamo "aspetti formali" (dimensioni, struttura, forma di governo) come in quelli qualitativi (livello di solidarietà, democrazia, dinamismo e auto-gestione).
Al suo cuore, l'economia solidale rigetta le soluzioni universali e le organizzazioni economiche tutte uguali, abbracciando la visione secondo cui lo sviluppo sociale ed economico deve procedere dal basso verso l'alto, generato in maniera variabile e creativa da coloro che ne sono maggiormente influenzati. Come ha detto Marcos Arruda, della Rete brasiliana per l'economia solidale, al Forum sociale mondiale del 2004, "un'economia solidale non nasce da pensatori o idee, ma è il prodotto della concreta lotta storica dell'essere umano per vivere e svilupparsi come individuo e collettivamente". Allo stesso modo, comparando l'approccio dell'economia solidale alle visioni storiche dell'"organizzazione cooperativa", Henri de Roche ha notato che "il vecchio cooperativismo era una utopia alla ricerca della propria prassi e la nuova cooperazione è una prassi alla ricerca di una utopia". A differenza di molti progetti economici che l'hanno preceduta, l'economia solidale non cerca di costruire un modello singolare di come l'economia dovrebbe essere strutturata, ma piuttosto insegue una processo dinamico di organizzazione economica in cui le organizzazioni, le comunità e i movimenti sociali lavorini per identificare, rafforzare, collegare e creare mezzi democratici e liberatori di soddisfare i propri bisogni.
Il successo emergerà solo come prodotto dell'organizzazione e della lotta. "Le pratiche innovative al livello micro sono viabili e strutturalmente efficaci per il cambio sociale", dice Arruda, "solo se si interlacciano l'una all'altra a formare più ampie reti di collaborazione e catene di solidarietà produzione-finanziamento-distribuzione-consumo-istruzione-comunicazione". Questo, forse, è il cuore dell'economia solidale - il processo di networking tra strutture diverse che condividono valori comuni in maniera tale da rafforzarsi reciprocamente. Mappando il terreno economico in termini di "catene di produzione di solidarietà", gli organizzatori possono costruire relazioni di aiuto reciproco e di scambio tra iniziative diverse che ne rafforzano la viabilità collettiva. Allo stesso tempo, la costruzione di relazioni tra imprese solidali e più ampi movimenti sociali rafforza il sostegno all'economia solidale e permette ai movimenti di soddisfare alcuni dei propri bisogni, di dimostrare alternative viabili e quindi aumentare la forza e la portata del proprio lavoro di trasformazione sociale.
In Brasile questa dinamica è dimostrata dal Movimento dei lavoratori senza terra (Mst). Come movimento di base e popolare per la giustizia economica e la riforma agraria, l'Mst ha costruito un forte programma che combina l'azione sociale e politica con l'economia cooperativa e solidale. Dall'insediamento di comunità cooperative su terreni di cui si erano ri-appropriate a danno di proprietari assenti allo sviluppo di accordi mutui di scambio di prodotti e servizi a livello nazionale, le reti di solidarietà economica stanno contribuendo in maniera significativa al sostentamento di oltre 300 mila famiglie - oltre un milione di persone. Il Forum per l'Economia solidale del Brasile, di cui l'Mst fa parte, lavora su scala ancora più ampia, incorporando dodici reti nazionali e organizzazioni federative con ventuno Forum di solidarietà ragionali e migliaia di imprese cooperative che lavorano alla costruzione di sistemi di aiuto reciproco, facilitano gli scambi, creano programmi di incubazione di cooperative e influenzano le politiche pubbliche.
La costruzione di un movimento
Le possibilità di costruire reti di scambio solidale e sostegno a livello locale, nazionale e finanche globale sono enormi, eppure scarsamente comprese. Mentre alcuni paesi, come il Brasile, l'Argentina, la Colombia, la Spagna e il Venezuela hanno creato forti reti di economia solidale collegate con i movimenti sociali, altri hanno a stento cominciato. Gli Stati Uniti sono un esempio. Con l'eccezione della Coalizione rurale, un'organizzazione di solidarietà agricola a cavallo di Usa e Messico, gli Stati Uniti sono stati per lo più assenti nelle conversazioni globali sull'economia solidale. Forse è più difficile per coloro che si trovano nel "ventre della bestia" immaginare che alternative al capitalismo sono possibili. Forse le pratiche di economia alternativa vengono in qualche modo occultate, rese più isolate negli Stati Uniti che in altre parti del mondo? Esistono davvero meno iniziative basate sulla solidarietà con cui mettersi in rete?
Forse, ma le cose stanno cambiando. Un numero crescente di organizzazioni statunitensi, di ricercatori, di scrittori, di studenti e cittadini interessati stanno mettendo in discussione i dogmi dell'economia capitalista ed esplorando le alternative. Una nuova ondata di organizzazione economica dal basso sta incubando le prossima generazione di cooperative di lavoro, di cooperative e collettivi di alloggio, iniziative di monete locali, campagne per il commercio giusto, librerie anarchiche (infoshops) e centri di comunità. I gruppi che lavorano su progetti similari si stanno collegando tra loro. Centinaia di lavoratori-proprietari in diversi settori cooperativi in tutta la nazione, per esempio, si riuniranno a New York nel mese di ottobre per il secondo incontro della Federazione statunitense di lavoratori delle cooperative. Per quanto riguarda l'organizzazione intersettoriale, un'ampia coalizione di organizzazioni sta lavorando per creare un elenco pubblico delle entità dell'economia solidale e delle cooperative negli Stati Uniti e in Canada, uno strumento per il networking e l'auto-organizzazione.
Ci vuole un bel po' di immaginazione per concepire, nell'arco dei prossimi cinque anni o dieci anni, un "Summit per l'economia solidale statunitense" che riunisca molti delle migliaia di progetti economici democratici e dal basso che si realizzano negli Stati Uniti, e che generi una più forte identità comune, crei nuove relazioni e getti le basi di una Alleanza per l'economia solidale Usa.
Pensieri autocompiaciuti? Forse no. Nelle parole dell'economista e organizzatore argentino José Luis Corragio, "la viabilità della trasformazione sociale è raramente un dato di fatto; è, invece, qualcosa che si deve costruire". Questo è un appello all'azione.
Fonti
Marcos Arruda, "Solidarity Economy and the Rebirth of a Matristic Human Society," World Social Forum, Mumbai, India, January 2004, www.socioeco.org; Jos√© Luis Corragio, "Alternativas para o desenvolvimento humano em um mundo globalizado," Proposta No. 72, 1997; J-K Gibson-Graham, The End of Capitalism (As We Knew It), Minneapolis: University of Minnesota Press, 2006; J-K Gibson-Graham, A Postcapitalist Politics, Minneapolis: University of Minnesota Press, 2006; Ana Mercedes Sarria Icaza, "Tercer Sector y Econom√a Solidaria en el Sur de Brasil: caracter√sticas y perspectives," www.trueque-marysierras.org.ar/BLES36.zip; Latin Meeting on a Culture and a Socioeconomy of Solidarity, "Letter from Porto Alegre," Porto Alegre, Brazil, August 1998, www.socioeco.org; Euclides Mance, "Construindo a socio-economia solid√°ria no Brasil," Report from the First Brazlilian Meeting on a Culture and Socioeconomy of Solidarity, Rio de Janeiro, June 11-18, 2000; Ethan Miller, "Solidarity Economics: Strategies for Building New Economies from the Bottom-Up and the Inside-Out," Greene, Maine. May, 2002, www.geo.coop; Carola Reintjas, "What is a Solidarity Economy?" Life After Capitalism Talks, World Social Forum III, Porto Alegre, Brazil, 2003, www.zmag.org/carolase.htm; Harriet Fraad, Stephen Resnick and Richard Wolff, Bringing It All Back Home: Class, Gender and Power in the Modern Household, London: Pluto Press, 1994; Workgroup on a Solidarity Socioeconomy, "Exchanging Visions of a Solidarity Economy: Glossary of Important Terms and Expressions," November, 2005, www.socioeco.org.
Risorse Web
www.socioeco.org/en: Alliance for a Responsible, Plural and United World, a workgroup on the Socioeconomy of Solidarity. Currently the most comprehensive source for material in English on solidarity economy theory and practice.
www.communityeconomies.org: Community Economies Project, an ongoing collaboration between academic and community researchers and activists in Australia, North America, and Southeast Asia, developing theories and practices around the concept of "diverse economies."
www.trueque-marysierras.org.ar/biblioteca2.htm: A website of one of Argentina's many barter clubs; a large, excellent library of Solidarity Economy articles in Spanish.
www.ecosol.org.br: A cooperative website maintained by a number of supporters of solidarity economy; perhaps the best library of Brazilian Solidarity Economy material available online.
Z-Net.it
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Silenziosamente verso la guerra
Due storie, tra le tante che si rincorrono sui giornali americani riguardo a quella che viene percepita come un'imminente guerra all'Iran. The Nation, famoso quotidiano della sinistra americana, riporta che il Pentagono ha deciso la partenza di un grosso contingente di navi (1) : fregate, caccia, navi appoggio per sottomarini, navi da rifornimento e persino la portaerei nucleare Eisenhower armata con missili Tomahawk... tutte dirette verso il Golfo Persico, vicino alle coste dell'Iran.
Raw Story invece riporta la soffiata di un alto ufficiale del Pentagono, secondo cui il Dipartimento della Difesa è entrato nella "seconda fase" dei preparativi per un attacco a Teheran. I piani prevedono l'opzione nucleare e un sistema di protezione del trasporto di petrolio, in particolare dal Bahrein. Il Time riferisce dell'impiego di cacciamine e navi in grado di minare i porti iraniani, che sarebbero già in viaggio e il cui arrivo è previsto per l'inizio di Novembre.
Nel frattempo, il candidato al Congresso per lo Stato del Vermont Dennis Morrisseau ha ufficialmente chiesto l'arresto di Bush e Cheney (2) per prevenire un attacco non autorizzato contro la nazione iraniana. "Le forze americane sono già attive dentro l'Iran" ha dichiarato Morrisseau "e le forze navali si stanno schierando ai confini di quel Paese. Il Presidente non ha alcuna autorità per attaccare l'Iran, in assenza di una formale Dichiarazione di Guerra da parte del Congresso."
Debora Billi
Petrolioblogsfere@email.it
Fonte: http://petrolio.blogosfere.it/
27.09.06
Note:
1) http://www.thenation.com/doc/20061009/lindorff
2) http://bridgenews.org/news/092006/morrisseau/newsitem_view
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Belgrado, gli Usa ricomprano i danni
La nuova ambasciata statunitense sorgerà in una zona rasa al suolo durante i bombardamenti del 1999
Un antico adagio recita che ‘chi rompe paga, e i cocci sono suoi’. Il governo degli Stati Uniti d’America ha preso sul serio il proverbio, tanto da pagare la cifra di 15 milioni di dollari per l’acquisto di un lotto di terra nel cuore di Belgrado, dove sorgerà la nuova ambasciata Usa in Serbia. La stessa zona che, nel 1999, i bombardamenti della Nato hanno ridotto a un cumulo di macerie.
Chi rompe paga. La sede diplomatica statunitense sorgerà a Dedinje, quartiere simbolo di Belgrado, storico simbolo del potere. Non a caso in quella zona sorgeva la casa di Josip Broz, il maresciallo Tito. E tutti gli appartamenti e le villette delle alte sfere di potere jugoslavo prima, e serbo poi . Lo stesso Slobodan Milosevic aveva casa là, ed è per questo motivo che l’aviazione Nato non lesinò sulle bombe da lanciare su quel quartiere.
La scelta degli Usa non è casuale: è un quartiere per pochi eletti, dove l’aria è fresca e pulita, niente a che vedere con i quartieri popolari di Belgrado. Ci vive la gente ricca di Belgrado, attorniata di negozi e centri commerciali. Ma nel 1999 è stato uno dei quartieri più colpiti.
I fatti sono noti: il 24 marzo 1999 la Nato avvia le operazioni per far cessare la pulizia etnica che i governi occidentali ritenevano essere in atto in Kosovo, a danno della popolazione albanese da parte delle truppe serbe. Tra errori di mira e di valutazione, sono migliaia le vittime civili. Belgrado viene ripetutamente colpita e subisce danni ingenti. Anche la zona di Dedinje.
Una storia strana. Fa quindi un certo effetto sentire Michael Polt, ambasciatore Usa a Belgrado, annunciare l’accordo con il governo serbo e sottolineare come questo “rappresenterà un simbolo potente, una sorta di monumento delle relazioni di amicizia tra i due stati”. Lo stesso Polt ha aggiunto che l’ambasciata è solo il primo passo di una serie d’investimenti che Washington ha deciso di effettuare in Serbia, per un totale di 100 milioni di dollari. Ed è probabile che, alla fine, nell’accordo rientrino anche le dismissioni che i vertici militari serbi hanno annunciato per i prossimi mesi (causa problemi di cassa). L’accordo, ha aggiunto ancora Polt, è stato rimandato per anni a causa dell’opposizione dura dei militari serbi che ritenevano il sito acquistato dagli Usa troppo vicino ad altre istallazioni strategiche, ma i tempi sono cambiati e a Belgrado hanno problemi troppo grandi per permettersi il lusso di rifiutare una vagonata di denaro.
Così alla fine il cerchio si chiude: gli Usa pagano uno sproposito per acquistare una sede in una zona che hanno raso al suolo loro stessi, là dove sorgevano i simboli del potere che per anni ha tenuto lontani Washington e Belgrado. Il governo serbo incassa tanto denaro per una zona che la Nato aveva distrutto, causando all’economia serba una terribile agonia che spinge oggi il governo di Belgrado a vendere a coloro che, fino a qualche anno fa, erano considerati acerrimi nemici. Stranezze della guerra.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6323
Ch.E.
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A ritroso
scrive Andrea Rossini
Al termine di una lugubre campagna elettorale, domenica i bosniaci si recano alle urne. Il dibattito politico sembra procedere a ritroso, in un paese incatenato dalla pesante eredità dei trattati di pace. Nostro commento
Questo articolo viene pubblicato contemporaneamente su Osservatorio Balcani e Left Avvenimenti
Dayton, 21 novembre 1995 La Bosnia Erzegovina vota, undici anni dopo. Ne sono passati tanti da quando, in una base aerea dell'Ohio, Slobodan Milosevic, Franjo Tudjman e Alija Izetbegovic firmavano gli accordi che ponevano fine a tre anni e mezzo di guerra nel cuore dell'Europa. Rivedere oggi le foto di quei leader sorridenti, seduti ad una scrivania con la penna in mano, provoca una strana sensazione. Forse sarebbero state meglio delle foto segnaletiche. Tutti e tre, negli anni successivi, sono stati indagati dal Tribunale dell'Aja per crimini di guerra. I giudici non sono riusciti a processarne nemmeno uno, sono tutti morti. Ma per comprendere la Bosnia di oggi, bisogna ripartire da quelle facce sorridenti. Erano contenti, avevano vinto. Nei rispettivi schieramenti, le voci dissidenti erano state ridotte al silenzio. La comunità internazionale, per non dover assistere più alla carneficina, approvava la costituzione di uno Stato ingovernabile, fondato sul razzismo e sulla divisione etnica ad ogni livello, sociale ed istituzionale: la Bosnia di Dayton.
Dayton
In quanto trattato di pace, Dayton ha avuto successo. Dal '96 ad oggi, in Bosnia Erzegovina, non ci sono praticamente più stati incidenti di rilievo, nulla di paragonabile agli anni della guerra. Nessun attacco contro le forze internazionali, che controllano il paese, nessuno scontro. Il fallimento è avvenuto al livello della costruzione dello Stato e delle istituzioni, ma era un esito che faceva parte dello stesso dna di quegli accordi. Il successo dei signori della guerra e la creazione di uno Stato funzionale erano obiettivi inconciliabili. La struttura della Bosnia Erzegovina, oggi, è ancora in larga parte la fotografia del punto in cui erano arrivati gli eserciti 10 anni fa. Lo Stato è diviso in due entità (Republika Srpska, con capitale Banja Luka, e Federacija BH, con capitale Sarajevo) e un distretto (Brcko). Le due entità hanno ognuna il proprio parlamento, presidente e primo ministro. La Federazione “croato-bosgnacca” è a sua volta divisa in dieci Cantoni, ognuno con un proprio parlamento e premier. Nella Federazione naturalmente ci sono poi città, come Mostar, dove tutto è etnicamente diviso, compresa la raccolta dei rifiuti. Al vertice dello Stato c'è una presidenza tripartita a rotazione. Ogni pochi mesi il rappresentante serbo cede il posto a quello croato, poi al bosgnacco e via così. Gli “altri” popoli bosniaci (i rom ad esempio, o tutte le altre minoranze) non sono nemmeno presi in considerazione nella articolazione delle istituzioni. Loro a Dayton non c'erano.
L'unico punto in cui i signori della guerra hanno ceduto è stato il cruciale Annesso 7, quello relativo ai ritorni. Durante la guerra, più della metà dei Bosniaci (le stime parlano di 2 milioni e 200.000 persone, un vero e proprio tsunami per una popolazione di poco più di 4 milioni) sono stati costretti dalla pulizia etnica a lasciare le proprie case per rifugiarsi all'estero o in altre parti del Paese. L'Annesso 7, in sintesi, decretava la possibilità per tutti i rifugiati e sfollati di fare ritorno. La misura era politicamente dirompente. Gli accordi di Dayton, che confermavano la divisione etnica, prevedevano dunque un meccanismo interno che avrebbbe potuto disinnescare l'intero sistema. Il progressivo ritorno dei rifugiati avrebbe dimostrato la sconfitta dei nazionalisti ristabilendo il quadro normale della società bosniaca, multinazionale e multietnica. Tutti a casa, dunque. Era il novembre del 1995.
Tutti a casa?
Alcune settimane fa (1), l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha reso note le statistiche sui ritorni in Bosnia Erzegovina. Dopo undici anni, sono un milione (circa la metà di quanti erano scappati) quelli che hanno fatto ritorno. Bicchiere mezzo pieno.
L'autorevole testata giornalistica regionale BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), tuttavia, contesta questi dati. Secondo la recente inchiesta di Nidzara Ahmetasevic (2), molte persone sono tornate solo per poter vendere la propria proprietà a famiglie del gruppo etnico maggioritario, e ripartire. In Bosnia non si tiene un censimento dal 1991, ma alcuni dati raccolti a livello locale chiariscono il quadro. Scrive la Ahmetasevic:
“A Sarajevo, dove il processo dei ritorni si è ormai completato, la composizione della popolazione è mutata drammaticamente. I dati disponibili per il Cantone di Sarajevo suggeriscono che circa l’80% della popolazione è costituita da bosgnacchi, l’11% da serbi, mentre il 6% sono croati.
Il cambiamento è radicale rispetto al censimento del 1991, in cui i bosgnacchi rappresentavano solo il 49% della popolazione di Sarajevo, rispetto ad un 29% di serbi e ad un 7% di croati. Circa il 19% dei cittadini si definiva jugoslavo.
Nella Republika Srpska si stima che il 90% della popolazione attuale sia composto da persone di etnìa serba. Prima della guerra le stime mostrano che la maggioranza della popolazione era bosgnacca”.
Tamburi di guerra
Il primo ottobre prossimo si terranno le elezioni politiche. I bosniaci eleggeranno i tre presidenti, il presidente e i due vicepresidenti della Republika Srpska, la camera dei deputati a livello statale, i parlamenti delle due entità e i dieci parlamenti cantonali della Federazione. I candidati sono 7.425, in rappresentanza di 36 partiti e otto coalizioni, e 12 candidati indipendenti. Gli elettori registrati sono 2.736.886.
La campagna elettorale è stata la più violenta di questi ultimi anni. Molti slogan e parole d'ordine sono gli stessi del periodo della guerra, riaggiornati. Dopo la vittoria del referendum per l'indipendenza del Montenegro, un leader (ex) moderato, Milorad Dodik, del Partito Socialdemocratico Indipendente, ha invocato per i serbi di Bosnia il diritto a svolgere un referendum per decidere se restare nella Bosnia Erzegovina o dare vita ad un nuovo Stato. I negoziati in corso a Vienna sullo status del Kosovo, e il senso di isolamento dei serbi, rafforzano questo tipo di posizioni.
Risponde a Dodik, nell'altra entità, Haris Silajdzic, leader del partito “Per la BiH” (il cui slogan elettorale è “BiH al 100%”), affermando che la Bosnia Erzegovina non può essere divisa in modo pacifico, e che ogni tentativo in tal senso condurrà alla guerra (3).
Mentre i toni si accendono, l'Alto Rappresentante, il “proconsole” internazionale che ha retto il paese in questi anni, ha comunicato che il 30 giugno prossimo lascerà il paese (4). Secondo Zlatko Dizdarevic, ex giornalista del sarajevese Oslobodjenje e caporedattore del settimanale Svijet, uno dei motivi dell'asprezza della campagna elettorale è proprio questo: “La lotta per il potere durante le precedenti elezioni era relativamente più tranquilla, semplicemente perché la dimensione del potere che veniva offerto era di gran lunga inferiore (5)”.
Con la fine del protettorato, i politici bosniaci intravedono la possibilità di tornare a decidere. Ristabilire il legame di responsabilità tra elettori ed eletti è un fatto di democrazia. Finora in Bosnia ha governato un rappresentante internazionale non eletto, mentre gli eletti locali in pratica non avevano il potere. Ma il problema è come questo potere verrà gestito.
Le gabbie etniche imposte dalla Bosnia di Dayton rendono improbabili grossi cambiamenti rispetto alle posizioni di 10 anni fa. I leader “nazionali” continueranno a governare all'interno dei propri recinti e sui propri popoli, aiutandosi a vicenda nell'alimentare e giustificare retoriche speculari. E' normale che sia così. In fondo, la guerra l'hanno vinta loro. Mentre dall'altra parte dell'Adriatico avveniva quello che il Tribunale dell'Aja ha definito “un genocidio”, il mondo stava a guardare.
La speranza di un futuro diverso è affidata al cambiamento di quei fattori esterni, in primo luogo all'Europa. Per la Bosnia Erzegovina, il percorso di integrazione europeo è appena abbozzato (insieme a Serbia e Montenegro, è l'unico Paese della regione a non avere ancora firmato neppure un Accordo di Associazione e Stabilizzazione). Il processo di unificazione, e il progressivo svanire dei confini, restano tuttavia l'unica ipotesi possibile per disinnescare le tensioni sia a livello regionale che interno. Molto naturalmente dipenderà dal tipo di Europa in costruzione. Se sarà un'Europa intesa come unione di piccole patrie, unite solamente dal progetto di una gigantesca zona di libero scambio, i nazionalisti dei Balcani possono dormire sogni tranquilli.
(1) UNHCR Bosnia Erzegovina, 31 luglio 2006
(2) Nidzara Ahmetasevic, Balkan Insight, 31 agosto 2006, Bosnian Returnees Quietly Quit Regained Homes e nostra traduzione I ritornanti bosniaci lasciano in silenzio le proprie case
(3) Dodik e Silajdzic, nemici amici, di Massimo Moratti, Osservatorio Balcani, 20.09.2006
(4) L’Ufficio dell’Alto Rappresentante chiudera’ il 30 giugno 2007, i suoi poteri saranno progressivamente trasferiti ad un Rappresentante Speciale dell’Unione Europea (EUSR)
(5) Elezioni bosniache: il potere ad ogni costo, di Zlatko Dizdarevic, Osservatorio Balcani, 15.09.2006
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Quelle beghe palestinesi che fanno il gioco di Israele
I negoziati per la creazione di un Governo palestinese di unità nazionale sono arenati. Hamas non vuole riconoscere Israele. Come richiesto dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas.
Una Palestina paralizzata (Foto Excauboi/Flickr) Nelle ultime settimane il presidente palestinese Mahmud Abbas, membro del Fatah (il partito guidato per decenni dal defunto Yasser Arafat) sta avendo contatti e riunioni con il primo ministro Ismail Haniyeh, membro di Hamas. Questo per cercare di creare un Governo di unità nazionale che possa così sbloccare la crisi senza precedenti che i palestinesi stanno attraversando. Ma per il momento Hamas rifiuta di adempiere alle condizioni fissate dalla comunità internazionale e richieste anche da Abbas: rinunciare alla violenza; riconoscere Israele; accettare la Road Map, il piano diplomatico messo a punto dal Quartetto (Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite) come strada da seguire per ottenere la pace nella regione.
Il negoziato più importante delle loro carriere
Questa situazione di stallo però fa perdurare l’isolamento umanitario, economico, sociale e politico di cui l’attuale Governo palestinese, guidato da Hamas, è oggetto da parte della comunità internazionale. E la vittima principale di questa situazione è, come sempre, il popolo palestinese. In effetti un Governo di unità nazionale sostenuto da Hamas e Fatah utilizzerebbe Mahmud Abbas come “volto buono” di un governo di unità nazionale, dove “buono” significa disposto ad accettare decisioni prese lontano dalla Palestina. Ma questo ruolo rischia di costare caro ad Abbas che non raccoglie troppi consensi né all’interno del suo stesso partito, né tra i palestinesi. Da parte sua, Hamas dovrà da un lato svolgere il ruolo politico che il popolo palestinese gli ha assegnato con la vittoria di un’elezione democratica, dall’altro abbandonare la lotta armata come alternativa all’occupazione militare di tutti i territori palestinesi da parte di Israele. Haniyeh, leader pragmatico che appartiene all’ala moderata del movimento, dovrà saper negoziare con la fazione più intransigente e con una popolazione stanca dei giochetti del governo che pregiudicano il futuro di intere generazioni, senza una discussione aperta con la gente delle posizioni che Hamas dovrà assumere in futuro.
Israele mantiene la propria posizione di forza
Fare pronostici, in Medio Oriente, significa fare i conti con un’incertezza costante. Se anche si formasse un governo di unità nazionale, questo nascerebbe già debole, e metterebbe questi partiti nella difficile posizione di difendere le istanze storiche dei palestinesi: ritorno ai confini del 1967, rientro dei rifugiati in Palestina e Gerusalemme Est come capitale del futuro stato palestinese. Delle condizioni che Israele non accetterà in nessun modo.
Se invece non si formerà un governo di unità nazionale, Israele avrà la scusa perfetta, di fronte al mondo, per le sue azioni nei Territori Palestinesi Occupati, e per aggravare così la crisi umanitaria e politica facendola diventare una vera catastrofe. Divide et impera, questo l’adagio seguito da Israele, che ha in mano tutte le carte per segnare un altro punto, ancora una volta, in questo conflitto ineguale e ingiusto.
Germán Reyes - Jerusalem http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8226
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Ucraina spera in risoluzione di condanna della grande carestia
di Mauro W. Giannini
Durante l'assemblea generale dell'ONU l'Ucraina ha condotto una campagna per l'approvazione di una risoluzione che accusi il regime sovietico di aver deliberatamente inflitto la "grande carestia" al Paese.
Negli anni 1932-33, a causa della politica di annientamento condotta da Stalin contro il mondo contadino, che resisteva alla collettivizzazione delle terre, e per il timore di mire autonomiste dell'Ucraina, la regione fu affamata.
Quando i contadini ucraini non portarono all'ammasso i quantitativi di grano richiesti dalla pianificazione economica, il regime autorizzo' le razzie nelle case, per portare via le scorte alimentari, lasciando le famiglie prive di tutto e vietando ogni tipo di aiuto.
Quella campagna - che in Ucraino e' ricordata con il nome di Holomodor - ebbe come conseguenza la morte di forse 10 milioni di persone, di cui almeno 4 in Ucraina.
Lo sterminio fu occultato - con la collaborazione di alcuni giornalisti occidentali e l'indifferenza dei governi dell'Occidente, preoccupati di altri aspetti diplomatici ed economici nei rapporti con l'Unione Sovietica - al punto che ancor oggi la vicenda e' ignota ai piu'.
L'Ucraina ha gia' ottenuto il supporto di diversi Paesi alla sua proposta di risoluzione e sta provando a persuaderne altri.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Chi è il «padrone» della vita?
Giuliano Ferrara riesce a metter su una puntata di 8 e mezzo, su eutanasia, testamento biologico e caso Welby, senza invitare, né interpellare, nessuno delle uniche due associazioni politiche favorevoli all'eutanasia, nelle quali, tra l'altro, lo stesso Welby ha un ruolo di primo piano, cosa inconsueta per un malato terminale: la Coscioni e Radicali italiani. Vabbè, passi, ormai su questi temi le trasmissioni di Ferrara sono blindate.
Di tutto si è parlato, infatti, tranne che di eutanasia, tema che costringe radicalmente a confrontarsi con la «proprietà» della vita.
E pensare che all'inizio della discussione questo tema veniva preso di petto proprio dal Cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Sanità, che nei giorni scorsi aveva definito l'eutanasia «una forma di assassinio». Ebbene, il Cardinale arriva subito al punto, spiegando che dobbiamo preliminarmente porci una domanda: «Chi è il padrone della vita? [il vocabolo usato è stato proprio "padrone"] Dio, lo Stato, o l'Individuo?». «Crediamo - aggiunge - che la sofferenza abbia un senso?»
E' dalle risposte a queste domande che dipende il nostro pensare e il nostro agire davanti alla morte e alla sofferenza. Se appartiene a Dio o allo Stato, la vita è un bene indisponibile e io sono solo l'affittuario; se appartiene all'Individuo, allora sono il proprietario e decidere della mia proprietà è un mio diritto. In questo caso, a ciascuno il suo. Invece, se c'è un unico proprietario per tutte le vite in circolazione, cioè Dio, allora tutti dovranno uniformarsi a non disporre della vita che hanno in affitto.
Slendido assist, questo incipit del Cardinale, che consente subito di porre la questione su un binario semplice e comprensibile a tutti. Persino Ferrara ne è attratto e spinge gli interlocutori a esprimersi sulle due domande. Invece, Stefano Rodotà e Ignazio Marino (Ds), laici molto preparati e molto perbene, anziché rispondere alle domande del Cardinale, che invero per dei laici non dovrebbero essere difficili, e su quelle incalzarlo, raccolgono le concilianti aperture di Barragan e si concentrano su accanimento terapeutico e testamento biologico.
La trasmissione fila via liscia in un sorprendente clima di concordia ordinum, le sfumature tra gli ospiti sono impercettibili, tutti sembrano dire cose sensate. Luci e telecamere sono tutte per il «Principe della Chiesa», come lo definisce Ferrara. Gli obiettivi indugiano sul razionale gesticolare della mani, sullo splendente crocefisso dorato che pende sul petto, sui volti incantati e attenti di Rodotà e Marino, che ascoltano il saggio e amorevole eloquio del Cardinale, che parla di amore, arte del morire, accettazione del dolore, di trattamenti «inappropriati», e così via.
L'ipocrisia di Barragan raggiunge il culmine quando, verso la fine, in un impeto di generosità verso i presenti, così rispettosi, accenna che la vita è nientemeno che «proprietà» di tutti e tre: Dio, Stato e Individuo. Già, però ci dev'essere un proprietario meno uguale degli altri se l'ultima parola su di essa spetta a Dio, attraverso lo Stato.
Ma torniamo alla domanda iniziale: «Chi è il padrone della vita? Dio, lo Stato, o l'Individuo?» Ovviamente ognuno è libero di rispondere come vuole, e quindi di comportarsi di conseguenza, ma qui viene il punto. E' sott'inteso che bisogna trovare un accordo tra chi ritiene che la vita sia proprietà dell'Individuo, e chi crede, invece, che appartenga a Dio e che sia, quindi, un bene indisponibile.
Ma c'è un clamoroso non-detto. Tra queste due posizioni c'è un rapporto tremendamente impari. I primi vorrebbero semplicemente poter decidere della propria vita, non obbligare, né convincere della loro scelta chi invece crede che Dio sia il «padrone» della vita e che la sofferenza sia un dono da sopportare. Insomma, liberissimi di morire lentamente e con dolore. I secondi, al contrario, poiché credono la vita un bene indisponibile pretendono di impedire a tutti, anche a chi la pensa diversamente, di disporne, per non far dispiacere a Dio o per non contraddire l'ordine naturale (che poi è culturale) delle cose.
La concezione che il Cardinale Barragan ha della vita e della morte è rispettabilissima, gli si dovrebbe però chiedere perché vuole farla (pre)valere per legge anche su chi ne ha una diversa.
Come si fa - girerei questa domanda a Rodotà e Marino - a starsene lì tranquilli a discutere amabilmente con Ferrara e il suo «Principe della Chiesa» senza smascherare la condizione così impari in cui le due parti si trovano nel negoziare una soluzione legislativa? Se in dibattiti come quelli di ieri sera non viene fuori questa disparità, il pubblico viene imbrogliato. Non di rado, infatti, accade che il "prevaricatore" passi per "illuminato" e "ragionevole", mentre in realtà ti sta sfilando una ad una le libertà dalle tasche.
Sospettiamo che se fosse per il Cardinale Barragan quei trattamenti «inappropriati» che costituiscono «accanimento terapeutico» sarebbero proibiti anche a chi fosse disponibile a conviverci, in modo che la morte sopraggiunga in modo naturale con tutto il dolore che il Signore ha voluto che comportasse, con «l'amore come unica cura palliativa». http://jimmomo.blogspot.com/
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Chi è il «padrone» della vita?
Giuliano Ferrara riesce a metter su una puntata di 8 e mezzo, su eutanasia, testamento biologico e caso Welby, senza invitare, né interpellare, nessuno delle uniche due associazioni politiche favorevoli all'eutanasia, nelle quali, tra l'altro, lo stesso Welby ha un ruolo di primo piano, cosa inconsueta per un malato terminale: la Coscioni e Radicali italiani. Vabbè, passi, ormai su questi temi le trasmissioni di Ferrara sono blindate.
Di tutto si è parlato, infatti, tranne che di eutanasia, tema che costringe radicalmente a confrontarsi con la «proprietà» della vita.
E pensare che all'inizio della discussione questo tema veniva preso di petto proprio dal Cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Sanità, che nei giorni scorsi aveva definito l'eutanasia «una forma di assassinio». Ebbene, il Cardinale arriva subito al punto, spiegando che dobbiamo preliminarmente porci una domanda: «Chi è il padrone della vita? [il vocabolo usato è stato proprio "padrone"] Dio, lo Stato, o l'Individuo?». «Crediamo - aggiunge - che la sofferenza abbia un senso?»
E' dalle risposte a queste domande che dipende il nostro pensare e il nostro agire davanti alla morte e alla sofferenza. Se appartiene a Dio o allo Stato, la vita è un bene indisponibile e io sono solo l'affittuario; se appartiene all'Individuo, allora sono il proprietario e decidere della mia proprietà è un mio diritto. In questo caso, a ciascuno il suo. Invece, se c'è un unico proprietario per tutte le vite in circolazione, cioè Dio, allora tutti dovranno uniformarsi a non disporre della vita che hanno in affitto.
Slendido assist, questo incipit del Cardinale, che consente subito di porre la questione su un binario semplice e comprensibile a tutti. Persino Ferrara ne è attratto e spinge gli interlocutori a esprimersi sulle due domande. Invece, Stefano Rodotà e Ignazio Marino (Ds), laici molto preparati e molto perbene, anziché rispondere alle domande del Cardinale, che invero per dei laici non dovrebbero essere difficili, e su quelle incalzarlo, raccolgono le concilianti aperture di Barragan e si concentrano su accanimento terapeutico e testamento biologico.
La trasmissione fila via liscia in un sorprendente clima di concordia ordinum, le sfumature tra gli ospiti sono impercettibili, tutti sembrano dire cose sensate. Luci e telecamere sono tutte per il «Principe della Chiesa», come lo definisce Ferrara. Gli obiettivi indugiano sul razionale gesticolare della mani, sullo splendente crocefisso dorato che pende sul petto, sui volti incantati e attenti di Rodotà e Marino, che ascoltano il saggio e amorevole eloquio del Cardinale, che parla di amore, arte del morire, accettazione del dolore, di trattamenti «inappropriati», e così via.
L'ipocrisia di Barragan raggiunge il culmine quando, verso la fine, in un impeto di generosità verso i presenti, così rispettosi, accenna che la vita è nientemeno che «proprietà» di tutti e tre: Dio, Stato e Individuo. Già, però ci dev'essere un proprietario meno uguale degli altri se l'ultima parola su di essa spetta a Dio, attraverso lo Stato.
Ma torniamo alla domanda iniziale: «Chi è il padrone della vita? Dio, lo Stato, o l'Individuo?» Ovviamente ognuno è libero di rispondere come vuole, e quindi di comportarsi di conseguenza, ma qui viene il punto. E' sott'inteso che bisogna trovare un accordo tra chi ritiene che la vita sia proprietà dell'Individuo, e chi crede, invece, che appartenga a Dio e che sia, quindi, un bene indisponibile.
Ma c'è un clamoroso non-detto. Tra queste due posizioni c'è un rapporto tremendamente impari. I primi vorrebbero semplicemente poter decidere della propria vita, non obbligare, né convincere della loro scelta chi invece crede che Dio sia il «padrone» della vita e che la sofferenza sia un dono da sopportare. Insomma, liberissimi di morire lentamente e con dolore. I secondi, al contrario, poiché credono la vita un bene indisponibile pretendono di impedire a tutti, anche a chi la pensa diversamente, di disporne, per non far dispiacere a Dio o per non contraddire l'ordine naturale (che poi è culturale) delle cose.
La concezione che il Cardinale Barragan ha della vita e della morte è rispettabilissima, gli si dovrebbe però chiedere perché vuole farla (pre)valere per legge anche su chi ne ha una diversa.
Come si fa - girerei questa domanda a Rodotà e Marino - a starsene lì tranquilli a discutere amabilmente con Ferrara e il suo «Principe della Chiesa» senza smascherare la condizione così impari in cui le due parti si trovano nel negoziare una soluzione legislativa? Se in dibattiti come quelli di ieri sera non viene fuori questa disparità, il pubblico viene imbrogliato. Non di rado, infatti, accade che il "prevaricatore" passi per "illuminato" e "ragionevole", mentre in realtà ti sta sfilando una ad una le libertà dalle tasche.
Sospettiamo che se fosse per il Cardinale Barragan quei trattamenti «inappropriati» che costituiscono «accanimento terapeutico» sarebbero proibiti anche a chi fosse disponibile a conviverci, in modo che la morte sopraggiunga in modo naturale con tutto il dolore che il Signore ha voluto che comportasse, con «l'amore come unica cura palliativa». http://jimmomo.blogspot.com/
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Fringe benefit per le sanguisughe
«La lotta agli sprechi è il nostro obiettivo- spiega oggi a l'Unità il questore anziano Gabriele Albonetti, il quale sta cercando di fare in modo che i portaborse siano contrattualizzati e non pagati in nero dai parlamentari, spesso con somme misere - così come è necessario tutelare l’immagine del Parlamento e dei parlamentari, dimostrare che non si tratta di mangiapane a tradimento». Sarebbe facile dimostrarlo, basterebbe cominciare a riportare gli stipendii entro i limiti della ragionevolezza e cancellare vari privilegi oggettivamente indecenti. Ma non sembra che l'idea riscuota grande consenso nel migliaio di occupatori semi-abusivi del parlamento, scelti da una piccola oligarchia politica e non dai cittadini (grazie alla legge elettorale antidemocratica e incostituzionale inventata dal governo di Berlusconi, approvata nella connivenza del centrosinistra, tuttora in vigore alla faccia degli elettori).
In realtà sifficile che le nostre brave sanguisughe romane lo facciano e infatti da un lato eliminano il cinema gratis, quattro soldi tra l'altro non pubblici, dall'altro aumentano del 14,33% le spese per la dotazione dei gruppi parlamentari grazie all'Unione: visto che Pdci, Verdi, Rosa nel Pugno e Udeur (e nel centrodestra DC-PSI) non arriviao ai 20 deputati, si è fatta subito una deroga nel consenso generale e le dotazioni per i gruppuscoli sono arrivate al volo.
Intanto lo stipendio si mantiene ai massimi mondiali, circa 13 mila euro al netto dei fringe benefit, di cui 4.700 sono il salario, 4.100 la dotazione per il soggiorno a Roma e altri 4.100 per i costi del collegio, compresi gli uffici sul territorio e i collaboratori. Non sarà granché rispetto allo stipendio di Giancarlo Cimoli (2,791 milioni di euro l'anno mentre l'Alitalia è sempre sull'orlo del fallimento), ma certo non c'è di che lamentarsi, anche perché basta resistere 15 mesi in parlamento (vedi Michele Santoro) e la pensione d'oro è assicurata.
http://www.onemoreblog.org/archives/012859.html
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bamboccioni superficiali a Berlino
Guardami, sono un artista
(ma non tagliarmi la testa)
Gli artisti sono un po’ bambini. I bambini sono un po’ artisti. Quante volte abbiamo sperato di essere un po’ artisti, e invece eravamo soltanto bambini. O viceversa.
I bambini non sono tutti uguali. Ci sono quelli (A) che cercano la tua attenzione – ovvio – perché hanno qualcosa da dirti. Un disegno, una canzone, una storia da raccontarti. Magari non te la sanno raccontare, questo è ovvio, sono bambini. Ma ci provano, e questo spesso è bello, è divertente.
Altri bambini (B), pur cercando la tua attenzione, non hanno veramente nulla da dirti. Hanno soltanto bisogno della tua attenzione, di un attestato alla loro esistenza. Se necessario ricorrono al turpiloquio, urlano, piangono, picchiano i piedi e trattengono il fiato. Questi ultimi bambini onestamente non li amo molto, li trovo molesti e al limite noiosi, ma ammetto che oggi vanno per la maggiore.
Io divido i bambini in queste due categorie, e faccio lo stesso con gli artisti. Ci sono quelli (A) che hanno un messaggio da spiegarti, una storia da raccontarti. Non importa che il più delle volte non sappiano come raccontarla (se sapessero come si fa, sarebbero ancora artisti?) E poi ci sono quelli (B) che non hanno sostanzialmente nulla da dire, a parte: “Ehilà, esisto anch’io, per favore, guardami. Ehi, dico a te: cacca, piscia, guardami. Cazzo, figa, guardami. Cristo, Maometto, Buddha, guardami, esisto anch’io. Sono un artista”.
Detto questo posso provare a spendere i miei 50 eurocent sul caso Idomeneo: è giusto decapitare in effigie Cristo Maometto e Budda sulla scena della Deutsche Oper di Berlino? Per me dipende. Se si tratta di un’operazione di tipo A, sì, forse ne varrebbe la pena. Idomeneo è un eroe Greco che, come Abramo, si trova nella spiacevole situazione di dover sacrificare il proprio figlio a un Dio esigente. E proprio come Abramo, Idomeneo sarà graziato all’ultimo istante. I due miti accennano a una fase cruciale della storia dell’uomo: la rinuncia al sacrificio umano, il passaggio dalla magia al culto religioso. Magari lo scenografo aveva in mente questo. Magari. Non lo so.
Purtroppo, dalle scarse immagini che ho captato via tg, mi sono fatto un’altra idea. Da quelle teste mozzate spira un’aria da grand guignol che mi ha fatto venire in mente tante brutte cose che volevo essermi lasciato alle spalle. La mia tarda adolescenza spesa a portare ragazze d’università in quei teatrini oscuri, off-off-off-off, dove magari un paio d’attori realizzava un remake del Re Lear sputando uova sode sul pubblico. Quella coazione a épater le bourgeois, sempre il solito bourgeois rassegnato a farsi épater da ogni bambino viziato di tipo B. Quell’estetica trasgressiva da Societas Raffaello Sanzio – talmente trasgressiva che ormai ha contagiato anche il prodotto teatrale più conservativo e borghese: l’opera lirica. Tanro che ormai uno un po’ le compiange, le povere signore in visone costrette a sciropparsi tre ore di provocazioni artistoidi con sottofondo di Mozart (e meno male che è Mozart).
Insomma, ho già buttato giù 3000 battute sul caso Idomeneo e non ho ancora centrato il punto: la provocazione antislamica. Ma vedete, il fatto è che stavolta gli integralisti islamici non si erano accorti di niente. Oh, naturalmente da domani il discorso cambia. Ora finalmente è scoppiato il dibattuto e la provocazione dell’Idomeneo è passata sui telegiornali di tutto il mondo: il capoccione mozzato di Maometto è entrato nel palinsesto mondiale e non mancherà di istigare chi è sempre alla ricerca di istigazioni (apprezzate il tempismo: aveva appena fatto in tempo il papa tedesco a chiedere scusa scusa e riscusa per una citazione). Ed ecco, in quest’ansia degli europei di farsi notare, di far scoppiare casi anti-islamici ad ogni costo, mi sembra di ravvedere un certo narcisismo di tipo A: ehi tu, Omar, Mustafà, Alì, insomma, guardami. Faccio delle vignette sul tuo profeta, eddai, incazzati. Gli taglio persino la testa in effige – se non t’incazzi ora, quando?
Naturalmente gli europei hanno il diritto di farlo – e se io ci trovo un sospetto di narcisismo infantile, pazienza, il narcisismo è una sindrome e non è perseguibile per legge.
E poi chissà. Forse, sotto sotto, la vecchia Europa non ne può più, di tutti i suoi figli di tipo B, narcisi e petulanti; isterici piantagrane, sempre pronti a bruciare il papà in effigie (sempre e solo in effigie). Un po’ di provocazione, all’inizio, ci stava anche bene. Ravvivava consuetudini sceniche ammuffite. Ma ormai Brecht è morto, Bene è morto, e gli epigoni riescono a scandalizzare appena i beduini del deserto (ammesso che i beduini captino al Jazeera, e al Jazeera si preoccupi dell’Idomeneo a Berlino). Forse alla fine l’Islam è solo una scusa per darsi un contegno, e cambiare una messa in scena che non funziona più. È un’ipotesi.
Certo si preannuncia una bella lotta, tra l’europeo tremebondo, che ha paura del musulmano cattivo e non osa prendere in giro i suoi profeti, e l’europeo bamboccione che passa il tempo a mozzare Dei di cartone per attirare attenzione. Forse non vincerà nessuno dei due: forse, semplicemente, i bambini cresceranno; smetteranno di avere paura dei mostri e di sollecitare aiuto e attenzione. Sarebbe anche ora.http://leonardo.blogspot.com/
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Spagna, se il boom immobiliare rallenta
Comprare casa è il progetto di una vita per molti spagnoli. In un mercato in cui i prezzi lievitano l’investimento immobiliare sembra la soluzione miracolo. Una tendenza che si sta invertendo.
La distruzione del litorale a Bénidorm, nella regione di Valencia (William Helsen) Ana Cebrian è felice. A 26 anni è ormai proprietaria col suo ragazzo di una appartamento nel centro di Valencia. «Ho fatto un affare» ci confida «ho pagato il mio appartamento meno del suo valore perché l’abbiamo intestato a mia nonna. C’erano comunque 65.000 euro di ristrutturazione». Stessa soddisfazione per Pedro e Yolanda Collado, sposati ormai da due anni, che hanno comprato un appartamento prima ancora che venisse costruito. «È stata mia madre a volermi far investire» spiega Pedro. «Ha visto l’annuncio per il progetto su un cartellone pubblicitario e mi ha quasi forzato la mano. Un colpo di fortuna: due giorni più tardi era tutto venduto».
Questi due esempi sono emblematici dell’interesse degli spagnoli per il mattone considerato in generale come il migliore investimento in assoluto. Ma nonostante il dinamismo dell’economia spagnola dovuto in gran parte al settore dell’immobiliare, la tendenza sembra invertirsi e la crescita rallenta.
Una minaccia per il turismo
Preannunciando le difficoltà future, il quotidiano El Mundo, nell’edizione del 10 settembre scorso, lanciava l’allarme, evocando apertamente l’annullamento di molti grandi progetti immobiliari in corso e una diminuzione del 40% delle vendite di case. Invece di constatare quest’inizio di crisi, Bautista Soler, uno dei più grandi promotori degli ultimi 40 anni nella penisola spiegava che le cause di questa inversione di tendenza si trovano nell’aumento dei tassi di interesse praticati dalla Banca Centrale Europea (Bce).
Il parere è condiviso da Cruz Senna, direttore di un settimanale di informazione economica con base a Valencia. E già da qualche tempo gli esperti del settore concordano nel dire che il ritmo di crescita si indebolisce passando da più del 15% l’anno a meno del 7%. Secondo lui le stesse cause producono gli stessi effetti: aumentare i tassi di interesse equivale a ridurre la domanda.
Inoltre mentre alcuni restano ottimisti e ritengono che il settore sappia trovare dei nuovi sbocchi nei paesi emergenti o nell’Europa dell’Est, Cruz Senna è più scettico. «Nella regione di Valencia il piano regolatore dell’attività urbanistica votato nel 1994 e poi riattualizzato nel 2005 è stato controproducente. All’epoca mancavano i terreni per la costruzione e questa misura era considerata utile a permettere la cessione dei terreni per rispondere alla domanda. Ma la disposizione è stata mal interpretata, lasciando campo libero all’urbanizzazione selvaggia. Conseguenza: lo snaturarsi del litorale mediterraneo che mette in pericolo il futuro del settore turistico». Un problema reale quando si sa che il turismo è la seconda voce delle entrate per l’economia spagnola.
Mutui a 50 anni con tasso variabile
Cosa fare per sostenere la domanda ed evitare il crollo dell’economia nazionale? Le istituzioni finanziare hanno risposto, inizialmente, mettendo sul mercato dei crediti a lunghissima durata il cui tempo di rimborso può arrivare ai 50 anni.
Pensati per i minori di 35 anni, questi mutui – spesso a tasso variabile, con i rischi che ciò comporta – sono anche considerati come una palla al piede dagli acquirenti, legati irrimediabilmente alla loro banca. Ma almeno permettono alla cosiddetta “generazione dei 1000 euro mensili” – mileuristas in spagnolo – di diventare proprietari.
Un’altra àncora di salvezza per il mercato immobiliare spagnolo sono gli stranieri. Europei o di altri continenti, sono sempre più numerosi a investire in un appartamento o una casa. Secondo Cruz Sierra il ruolo giocato dagli acquirenti non è da sottovalutare. «Sono loro che hanno contribuito al dinamismo spagnolo questi ultimi anni, facendo aumentare la domanda e generando lavoro e crescita».
Ma qual è il ruolo dello Stato? Come può sostenere il settore ed evitare uno scoppio brutale della bolla immobiliare spagnola? Secondo il parere di una maggioranza di esperti del settore lo Stato non è molto presente. Le Vpo spagnole (l’equivalente delle case popolari in Italia) sono troppo poco numerose e poco accessibili» lamenta Cruz Sierra. Secondo Ana Cebrian «le condizioni di accesso sono poco chiare e c’è bisogno di molta fortuna per beneficiare del minimo aiuto in questo settore».
«Non avrai mai una casa en tu puta vida»
“La casa è un diritto, non una merce” è lo slogan apparso sui tanti striscioni che hanno colorato le manifestazioni spagnole degli ultimi mesi. La società civile si è organizzata compatta per protestare contro la cosiddetta “violenza immobiliare”.
Il movimento “per il diritto alla casa” ha mosso i primi passi in Rete in forma anonima. Tramite e-mail e sms, lo scorso 14 maggio migliaia di giovani si sono dati appuntamento nelle piazze di numerose città spagnole. Dopo sei sit-in non autorizzati e l’arresto di 17 manifestanti, l’Assemblea per una casa degna nata dopo le recenti proteste ha indetto una grande manifestazione nazionale che si è tenuta lo scorso 2 luglio.
Cosa chiedono i giovani al Governo? Semplice: riforme strutturali per frenare la corsa al rialzo dei prezzi delle case, che impedisce ai ragazzi spagnoli di «rendersi indipendenti o semplicemente di potersi permettere case in condizioni minime di abitabilità”. Daniel Jiménez, portavoce dell’Assemblea, assicura che le proteste riprenderanno il 30 settembre a Barcellona ed il 21 ottobre a Madrid, sotto lo slogan “No vas a tener casa en la puta vida” (“Non avrai mai una casa nella tua c... di vita”). Obiettivo: che il Governo dia loro ascolto ed intervenga per fermare la bolla speculativa nel mattone. Articolo di Sergio Rodríguez
François-Arnaud Casalis - Paris www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8213
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EROE DI GROUND ZERO ASSALITO DA UNA SQUADRA ‘SWAT’
coc
DI PAUL JOSEPH WATSON
Prison Planet
Un uomo che ha denunciato pubblicamente le polveri tossiche dell'11 Settembre, eroe di ground zero e uno dei responsabili del rilascio di documenti comprovanti l'insabbiamento governativo che mise deliberatamente a rischio la vita di poliziotti, pompieri e soccorritori, è stato assalito da una squadra SWAT [Corpi scelti di polizia spesso usati nei raid anti-terrorismo, la sigla un tempo significava Special Weapons Assault Team ed è poi stata mutata in un più pacifico Special Weapons and Tactics n.d.t.] di New York – che ha messo a soqquadro la sua abitazione per tre ore dopo averlo arrestato.
Il Maggiore Mike McCormack è un tecnico ospedaliero e un pilota da ricognizione civile che ha lavorato a ground zero per otto giorni dopo il crollo delle torri gemelle. E' uno dei veri eroi dell'11 Settembre ed è stato colui che trovò la bandiera Americana che venne poi mostrata come un simbolo di unità alla sommità delle macerie.
Nel giro di ore McCormack stava tossendo muco e dopo alcuni giorni iniziò a tossire sangue dopo che le polveri tossiche che furono deliberatamente insabbiate dall'EPA avvelenarono i suoi polmoni insieme a tutti gli altri soccorritori, poliziotti e pompieri che stavano venendo sfruttati in photo-ops [le opportunità per i personaggi noti per essere fotografati in pubblico, n.d.t.] da Bush e dalla sua cricca mentre le loro stesse esistenze venivano messe a rischio da un insabbiamento governativo.
McCormack soffre ora di un'estrema sensibilità respiratoria, ha un nodulo metallico di 5 millimetri in un polmone ed ha dovuto forzatamente abbandonare la sua passione di immersione subacquea.
McCormack fa parte di una organizzazione che sta facendo pressione sul Congresso per richiedere una risposta dal governo federale in merito all'insabbiamento delle polveri tossiche e solamente il compenso per gli eroi dell'11 Settembre che furono abbandonati dal loro stesso governo mentre l'amministrazione Bush ebbe l'audacia di usare gli attacchi per perseguire una agenda politica prestabilita sfruttando l'unità venutasi a creare dopo gli eventi di quel giorno.
McCormack ora si descrive come un “malato inguaribile” come risultato della “sentenza di morte” che gli fu imposta attraverso l'insabbiamento delle polveri tossiche e crede che sia solo una questione di tempo prima del suo “ultimo sonno,” proprio come è già capitato ad alcuni dei suoi amici che lavorarono insieme a lui a ground zero.
McCormack occupa ora una posizione di rilievo nel settore della sicurezza con il governo federale che al momento preferisce non rendere pubblica. Ha molti amici colpiti dalle polveri tossiche di ground zero, inclusi poliziotti della Città di New York e agenti statali.
McCormack ha partecipato alle cerimonie dell'anniversario l'11 Settembre 2006 ed ha avuto molte strette di mano con numerosi politici per photo-ops, prima di fare ritorno dalla sua famiglia in Pennsylvania quella notte. McCormack è ritornato alla sua casa di New York la mattina dopo per prepararsi ad una nuova visita a ground zero.
La mattina del 12 Settembre, il proprietario dell'abitazione di McCormack aprì la porta e vide fuori una mezza dozzina di detective che iniziarono a fare domande e richiedere di ispezionare l'edificio. I detective non avevano un permesso e necessitavano della firma di McCormack per condurre la perquisizione.
Non avendo niente da nascondere e volendo aiutare la polizia, McCormack firmò il foglio ed i detective entrarono in casa.
“Tre minuti dopo, non appena sto uscendo dal mio ufficio con uno dei detective, vedo arrivare una squadra federale SWAT... uomini vestiti di nero che all'improvviso mi puntano alla testa pistole da 9mm e mitra MP5,” ha dichiarato McCormack all'Alex Jones Show.
A McCormack fu ordinato di abbandonare l'edificio dopo che i membri della squadra SWAT lo insultarono ed iniziarono a mettere a soqquadro la sua abitazione per quasi tre ore “come un ciclone.”
La ragione del raid fu detta essere il risultato di una lamentela che dall'abitazione stesse proveniendo l'odore di sostanze chimiche. McCormack stava praticamente venendo considerato un potenziale terrorista.
McCormack aveva dimenticato per errore nel portabagagli della sua auto prima di ripartire dalla Pennsylvania una pistola scarica legalmente posseduta. Pensando che era in vigore la legge delle “48 ore fuori dallo Stato” [una legge Statale che impone un limite di 48 ore per vendere armi da fuoco allo scopo di controllare precedenti criminali, n.d.t.] pensò di riportare la pistola in Pennsylvania il giorno dopo. Non volendo portarla a ground zero pensò che il posto più tranquillo per lasciarla fosse l'abitazione. La pistola è stata poi scoperta dalla squadra SWAT. Grazie ad una scappatoia imposta per l'occasione McCormack è ora accusato di possesso illegale di arma da fuoco perchè l'ha portata fuori da uno Stato.
“Il detective che mi ha arrestato mi ha detto che aveva veramente visto la mia foto nel New York Newsday lo scorso giovedì – sapeva che ero un eroe di ground zero e che il punto fondamentale è che trovando la pistola scarica – facendo i dovuti conti – e sapendo che la pistola era legale, se egli si fosse comportato come un essere umano ragionevole avrebbe detto “dammi 24 ore e la spedirò nella tua casa in Pennsylvania dove è legale – hai la licenza” ha detto McCormack.
Durante la perquisizione, gli agenti SWAT e i detectives hanno interrogato McCormack riguardo il suo possesso di maschere antigas e tute protettive biochimiche, nonostante questi fossero scorte normali per un individuo nella posizione lavorativa di McCormack e nonostante i diplomi appesi ai muro comprovanti l'addestramento governativo in programmi di disastri biochimici.
La squadra SWAT ha anche accusato McCormack di fabbricare agenti chimici nella sua griglia per il barbecue.
Il padrone di casa di McCormack, che ha messo in discussione il comportamento degli ufficiali durante il raid, è stato “portato alla prigione federale e nessuno lo ha più sentito da allora,” secondo McCormack.
McCormack crede che quella situazione ed il raid siano una diretta reazione al suo attivismo nell'aver partecipato al rilascio dei documenti dell'EPA che hanno provato l'insabbiamento delle polveri tossiche.
“Ho detto che devono essere coperti di vergogna... ieri ero visto come un eroe nazionale.. hanno scelto di umiliarmi.. hanno praticamente gettato la mia vita nella toilet per assolutamente nessuna ragione....”, ha detto McCormack – che è ora evitato dai vicini e trattato come un pericoloso criminale, con le autorità locali arrivate al punto di spostare la locazione di una fermata dello scuolabus che era fuori da casa sua.
Un altra ragione per il raid potrebbe essere stata l'aumentata consapevolezza di McCormack degli aspetti che non reggono della storia ufficiale dell'11 Settembre. McCormack ha descritto i commenti delle persone che erano a ground zero quando Bush ha fatto visita nei giorni successivi l'attacco.
“Molti pompieri mi andavano dicendo che sentirono numerose esplosioni secondarie per tutto l'edificio – questi ragazzi sono professionisti con grande esperienza – molti hanno una formazione militare e non sono sciocchi.”
“Chiunque sul pianeta sa che il World Trade Center non è stato solo colpito – è stato totalmente spazzato via,” ha detto McCormack.
McCormack ha sostenuto che circa il 75% dei poliziotti, dei pompieri e dei soccorritori con cui ha parlato personalmente credono ora che ci sia un insabbiamento relativo all'11 Settembre e che molti sono stati minacciati che “se aprono bocca dicono addio alla loro pensione.”
McCormack ha detto che alcuni suoi amici sono anche stati personalmente coinvolti nella costruzione di campi di internamento della FEMA a Washington DC e New York. Il giornalista investigativo Greg Palast è stato accusato di recente per aver “violato infrastrutture” dopo aver ripreso un campo per le vittime di Katrina in Louisiana e una raffineria della Exxon Mobil di Baton Rouge – ora l'accusa è stata fortunatamente ritrattata.
McCormack ha detto che il governo ha “abbandonato” gli eroi dell'11 Settembre e che “quando Alex vi dice che questa è la Germania Nazista, fareste bene a credergli,” descrivendo gli eventi come “parte del nuovo ordine mondiale.”
Mike McCormack apprezza qualsiasi aiuto e supporto legale per combattere l'accusa contro di lui. Il suo numero di casa è 631-886-1622.
Cliccate qui per ascoltare l'intervista di McCormack all'Alex Jones Show.
Paul Joseph Watson
Fonte: http://www.prisonplanet.com/
Link: http://www.prisonplanet.com/articles/september2006/150906whistleblowerraided.htm
15.09.2006
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GOLDSTEIN
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Il capitalismo ha fatto solo male all'America latina
Intervista a Evo Morales di Der Spiegel.
Evo Morales
Esiste un antico sogno di una grande patria, un sogno che esisteva anche prima della conquista spagnola, e Simón Bolivar ha combattuto in suo nome. Vogliamo un Sud America modellato sull'Unione europea, con una moneta unica come l'Euro, che valga più del dollaro.
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Il presidente boliviano Evo Morales, 46 anni, parla a Der Spiegel dei piani di riforma per il suo paese, del socialismo in America latina e delle relazioni spesso tese tra le forze progressiste della regione e gli Stati Uniti.
Signor presidente, perché una parte così grande dell'America latina si sta spostando a sinistra?
L'ingiustizia, la disuguaglianza e la povertà delle masse ci impongono di cercare migliori condizioni. La popolazione indigena della Bolivia, la maggioranza nel paese, è sempre stata esclusa, oppressa politicamente e alienata culturalmente. La nostra ricchezza nazionale, le nostre materie prime, sono state saccheggiate. Gli indios un tempo erano trattati come animali. Negli anni 30 e 40 venivano irrorati di DDT quando entravano nelle città. A mia madre non fu neppure permesso di mettere piede nella capitale della propria regione, Oruro. Ora siamo nel governo e in parlamento. Per me, essere di sinistra significa combattere contro l'ingiustizia e la disuguaglianza ma, soprattutto, cercare migliore condizioni di vita per tutti.
Lei ha convocato una assemblea costituzionale per fondare una nuova repubblica. Cosa dovrebbe essere la nuova Bolivia?
Non vogliamo opprimere né escludere alcuno. La nuova repubblica dovrebbe essere basata sulla diversità, sul rispetto e sull'uguaglianza nel diritto per tutti. C'è un sacco da fare. La mortalità infantile è spaventosamente alta. Quattro dei miei sei fratelli sono morti. Nell'interno, la metà dei bambini muoiono prima di compiere un anno.
Il suo partito, socialista, il MAS, non dispone della maggioranza dei due terzi necessaria per emendare la costituzione. Pensa di negoziare con le altre fazioni politiche?
Siamo sempre aperti al dialogo. Il dialogo è la base della cultura indigena e non vogliamo farci nemici. Avversari politici e ideologici, forse, ma non nemici.
Perché ha sospeso temporaneamente la nazionalizzazione delle risorse naturali, uno dei progetti più importanti della sua amministrazione? La Bolivia manca forse delle competenze per estrarre le materie prime?
Stiamo ancora negoziando con le compagnie in questione. La mancanza di investimenti attuale non ha niente a che vedere con la nazionalizzazione. È colpa del governo di destra dell'ex presidente Tuto Quiroga, che bloccò tutti gli investimenti nella produzione di gas naturale nel 2001 perché, sosteneva, non c'era un mercato interno. Progettiamo di riprendere le estrazioni. Abbiamo firmato un accordo per la fornitura di gas con l'Argentina e cooperiamo con il Venezuela. Abbiamo firmato un contratto di estrazione mineraria con una compagnia indiana. Ciò creerà 7 mila posti di lavoro diretti e 10 mila indiretti. Abbiamo negoziato prezzi e condizioni molto migliori dei nostri predecessori.
Ma c'è il problema del Brasile. La Bolivia sta chiedendo un prezzo molto più elevato per il proprio gas, non sarà un danno per le relazioni con il presidente brasiliano, Lula da Silva?
Lula è solidale con noi, si comporta come un fratello maggiore. Ma abbiamo problemi con Petrobras, la compagnia energetica brasiliana. Le negoziazioni sono molto difficili, ma siamo ottimisti.
Petrobras ha minacciato di sospendere tutti i suoi investimenti in Bolivia.
Questa minaccia non viene dal governo brasiliano, ma da alcuni dirigenti della Petrobras. Fanno pubblicare queste minacce sulla stampa per metterci sotto pressione. Il Brasile è una grande potenza, ma deve trattarci con rispetto. Il compagno Lula mi ha detto che ci sarà un nuovo accordo e che vuole importare più gas.
La Bolivia non vende gas naturale al Cile perché i Cileni sottrassero l'accesso al mare alla Bolivia in una guerra di oltre 120 anni fa. Ora in Cile c'è un governo socialista, gli fornirete gas?
Vogliamo superare il nostro problema storico con il Cile. Il mare ci ha diviso e il mare deve riunirci. Il Cile ha accettato, per la prima volta, di discutere dell'accesso al mare per la Bolivia. È un grandissimo passo in avanti. Il presidente cileno presenziò al mio insediamento, ed io a quello di Michelle Bachelet (presidentessa cilena) a Santiago. Ci complementiamo. Il Cile ha bisogno delle nostre risorse naturali e noi dell'accesso al mare. In queste condizioni deve essere possibile trovare una soluzione nell'interesse di entrambi i paesi.
Quale influenza ha avuto il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, sulla nazionalizzazione delle risorse naturali della Bolivia?
Nessuna. Né Cuba né il Venezuela hanno avuto un ruolo, ho gestito la nazionalizzazione da solo. Solo sette dei miei più stretti collaboratori sapevano del decreto e della data. Benché avessi incontrato Chávez o Fidel Castro alcuni giorni prima, non parlammo della nazionalizzazione. Avevo già firmato il decreto prima di partire per Cuba e il vice presidente lo consegnò al gabinetto. Quando Fidel mi chiese dello stato del progetto, gli dissi che avevamo deciso di annunciare la nazionalizzazione nei giorni successivi, ma non gli dissi la data ufficiale. Fidel mi consigliò di attendere fino all'assemblea costituente. Chávez non ne sapeva nulla.
Chávez vuole instaurare un socialismo del XXI sec. in Venezuela. Il suo consigliere politico, Heinz Dieterich, un tedesco, ha fatto recentemente visita alla Bolivia. Vuole introdurre il socialismo in Bolivia?
Se socialismo significa che tutti vivono bene, che esiste l'uguaglianza e la giustizia, e non avere problemi sociali ed economici, allora gli do il mio benvenuto.
Lei ammira Fidel Castro come "nonno di tutti i rivoluzionari latinoamericani". Cosa ha appreso da lui?
La solidarietà, soprattutto. Fidel ci aiuta molto. Ha donato sette cliniche oculistiche e venti ospedali generici. I dottori cubani hanno già eseguito 30 mila operazioni di cataratta gratuitamente per i Boliviani. Cinquemila boliviani di estrazione povera stanno studiando gratuitamente medicina a Cuba.
Ma i dottori cubani protestano per l'interferenza di Castro. Dicono che li priva dei mezzi di sussistenza.
Lo stato boliviano non paga alcun salario ai medici cubani, perciò non sottraggono nulla ai Boliviani.
Sa come sta Castro?
Sì, ho parlato con lui oggi. Si sente meglio da un paio di giorni, e mi ha detto che starà abbastanza bene da partecipare al summit delle nazioni non allineati a La Havana a Settembre.
Terrà un discorso?
Senz'altro, è una occasione che non mancherà.
Gli Americani sono preoccupati per l'influenza che Chávez sta acquistando. La Bolivia non si sta rendendo dipendente dal Venezuela?
Ciò che ci unisce con Chávez è il concetto dell'integrazione del Sud America. Esiste un antico sogno di una grande patria, un sogno che esisteva anche prima della conquista spagnola, e Simón Bolivar ha combattuto in suo nome. Vogliamo un Sud America modellato sull'Unione europea, con una moneta unica come l'Euro, che valga più del dollaro. Il petrolio di Chávez non è importante per la Bolivia, perché otteniamo solo il gasolio a condizioni di favore. Ma non siamo dipendenti dal Venezuela, ci completiamo a vicenda. Il Venezuela condivide la propria ricchezza con altri paesi, ma ciò non ci rende subordinati.
La sinistra latinoamericana si sta dividendo in una corrente moderata, socialdemocratica, guidata da Lula e Bachelet, e un movimento radicale, populista, rappresentato da Castro, Chávez e da lei. Chávez non sta dividendo il continente?
Vi sono socialdemocratici ed altri che vanno nella direzione dell'uguaglianza, che si chiamino socialisti o comunisti. Ma, almeno in America latina, non abbiamo più presidenti razzisti o fascisti come avveniva in passato. Il capitalismo ha soltanto danneggiato l'America latina.
Lei il primo presidente indigeno nella storia boliviana. Quale ruolo giocherà la cultura indigena nel suo governo?
Dobbiamo combinare la coscienza sociale con la competenza professionale. Nella mia amministrazione, gli intellettuali della classe superiore possono essere ministri o ambasciatori, come possono essere membri dei gruppi etnici indigeni.
Crede che i popoli indigeni abbiano sviluppato un modello sociale migliore di quello delle democrazie bianche occidentali?
Nel passato, la proprietà privata non esisteva. Tutto era proprietà comune. Nella comunità indigena in cui sono nato tutto apparteneva alla comunità. Questo stile di vita è più equo. Noi indigeni siamo la riserva morale dell'America. Agiamo in accordo alla legge universale che consiste in tre principi basici: non rubare, non mentire e non essere ignavo. Questa trilogia servirà anche come base della nostra nuova costituzione.
È vero che tutti i dipendenti del governo dovranno apprendere i linguaggi indigeni quechua, aymara e guaranì in futuro?
I funzionari pubblici delle città dovranno apprendere la lingua della regione. Se parliamo già spagnolo, in Bolivia, dovremmo parlare anche i nostri linguaggi.
Ora che lei è al potere, i bianchi trattano meglio gli indigeni?
La situazione è migliorata moltissimo. La classe media, gli intellettuali e i lavoratori indipendenti sono ora orgogliosi delle loro radici indigene. Sfortunatamente, alcuni gruppi oligarchici continuano a trattarci come esseri inferiori.
Alcuni critici sostengono che ora gli indigeni sono razzisti verso i bianchi.
Ciò è parte di una guerra sporca che i media stanno combattendo contro di noi. Uomini d'affari ricchi e razzisti controllano gran parte dei media.
La Chiesa cattolica la ha accusato di voler riformare l'istruzione religiosa. Ci sarà libertà di culto in Bolivia?
Sono cattolico. La libertà di credo religioso non è in questione, ma quando si tratta di fede sono contrario ai monopoli.
Alcuni grandi possidenti hanno minacciato di condurre una resistenza violenta alla progettata riforma agraria. Quali terreni volete confiscare?
Esproprieremo i grandi possedimenti di terra che non sono coltivati. Ma vogliamo una riforma agraria democratica e pacifica. La riforma agraria del 1952 portò alla creazione di molti piccoli appezzamenti improduttivi sugli altopiani delle Ande.
La Bolivia è divisa nelle province ricche ad Est e nelle povere regioni andine. Vi è un forte movimento autonomista nell'Est. Il paese rischia la rottura?
Questo è quello che vogliono alcuni gruppi fascisti e oligarchici, ma hanno perso al voto sull'assemblea costituzionale.
La Bolivia è un importante produttore di droghe. I suoi predecessori hanno fatto distruggere le piantagioni di cosa. Farà lo stesso?
Dal nostro punto di vista la coca non dovrebbe essere né distrutta né interamente legalizzata. Le coltivazioni dovrebbero essere controllate dallo stato e dai sindacati contadini. Abbiamo lanciato una campagna internazionale per legalizzare la foglia di coca, e vogliamo che le Nazioni unite rimuovano la coca dalla lista delle sostanze tossiche. Gli scienziati hanno dimostrato da molto tempo che le foglie di coca non sono tossiche. Abbiamo deciso per una riduzione volontaria dell'estensione delle piantagioni.
Ma gli Stati Uniti sostengono che gran parte dei raccolti di coca finiscono sul mercato della cocaina.
Gli Americani dicono di tutto. Ci accusano di non soddisfare le condizioni per i loro aiuti allo sviluppo. I miei predecessori pro-capitalisti appoggiavano il massacro dei coltivatori di coca. Più di ottocento contadini sono morti nelle guerra alla droga. Gli Stati Uniti stanno usando la scusa della guerra alla droga per estendere il loro controllo sull'America latina.
La DEA americana ha agenti stazionati in Bolivia come consiglieri della polizia e dell'esercito nella loro lotta al commercio di droghe. Li rispedirà a casa, ora?
Sono sempre lì, ma non sono più in uniforme o armati, come accadeva prima.
Quali sono le sue relazioni con gli Stati Uniti? Conta di far visita a Washington?
Un incontro con il presidente Usa, George W. Bush, non è in programma. Ho intenzione di andare a New York a far visita all'Assemblea generale dell'Onu. Quando ero solo un membro del parlamento, gli Americani non mi hanno lasciato entrare nel loro paese. Ma i capi di stato non hanno bisogno di visto per andare all'Onu a New York.
Alcune settimane fa lei ha riportato la frattura del naso giocando a pallone. Sta giocando meno?
Il mio naso sembra ancora storto? Gli sport sono sempre stati il mio piacere maggiore. Non fumo, praticamente non bevo alcol e solo di rado ballo, anche se in passato ho suonato la tromba. Gli sport mi hanno aiutato ad entrare nel palazzo presidenziale. Il mio primo incarico nel sindacato fu segretario allo sport. Sono anche stato presidente di un club calcistico quando avevo 13 anni.
Perché non porta la cravatta?
Non porto mai la cravatta volontariamente, anche se fui costretto a farlo per alcune foto fatte in gioventù e per eventi ufficiali a scuola. Ero solito avvolgere la cravatta in un giornale e ogni qualvolta la maestra controllasse immediatamente la mettevo. Non ci sono abituato, e la maggior parte dei Boliviani non porta la cravatta.
Signor presidente, grazie per aver parlato con noi.
Z-Net.it
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L'11 settembre delle polveri
di Anthony DePalma (The New York Times)
A cinque anni dall’attentato alle Twin Towers, molte delle questioni relative al disastro ambientale di Ground Zero e al suo impatto sulla salute dei residenti nella zona colpita restano drammaticamente aperte. Per il momento, i medici e i malati, considerata la risposta istituzionale tardiva e incerta, si chiedono se il loro paese sia davvero pronto a gestire una simile catastrofe
Gli ufficiali sanitari di New York pubblicano una guida alle malattie dell’11/9
Qualche giorno prima del quinto anniversario dagli attentati al World Trade Center, gli ufficiali sanitari di New York hanno inviato a tutti i medici della città il primo elenco formale di indicazioni per la diagnosi e la cura dei disturbi fisico-mentali provocati dal disastro dell’11 settembre.
Esperti del settore medico e rappresentanti sindacali avevano criticato duramente l’amministrazione newyorchese per non aver provveduto a distribuire l’elenco né negli ultimi mesi del 2001, quando i primi disturbi iniziarono a manifestarsi, né, fino a oggi, negli anni successivi.
Gli esperti hanno reso noto che in mancanza di adeguate direttive da parte degli amministratori della città, i medici non avrebbero avuto accesso a informazioni necessarie per riconoscere i sintomi patologici legati all’11/9, e di conseguenza non sarebbero riusciti a prescriverne le relative cure.
“Era ora che queste indicazioni venissero distribuite a tutti i medici della città”, dice la rappresentante dei democratici di Manhattan Carolyn B. Maloney, molto critica nei confronti della risposta all’11/9 da parte degli ufficiali sanitari di New York. “La mia domanda è: perché hanno aspettato 5 anni?”
Il dott. Thomas R. Frieden, commissario del dipartimento di salute e igiene mentale, si difende sostenendo che il governo ha esitato a pubblicare le linee guida ufficiali data la mancanza di prove sufficienti a dimostrare la connessione tra le polveri dell’11/9 e i gravi e persistenti malesseri.
Tali dati, continua Frieden, non sono stati divulgati fino al 2004, quando il centro di medicina dell’ambiente e del lavoro “Mount Sinai” ha reso noto che più della metà dei pazienti accuratamente visitati avevano sviluppato seri problemi respiratori dopo aver partecipato alle operazioni di recupero a Ground Zero.
Oggi gli ufficiali affermano senza esitazione che alcuni disturbi sono legati all’11/9. “Cinque anni dopo gli attentati al World Trade Center, molti newyorchesi soffrono di disturbi fisici e psichici direttamente associati alla catastrofe”, ha affermato recentemente Frieden.
La nuova informativa sanitaria include i risultati di recenti ricerche nonché dati relativi a disturbi respiratori, gastrointestinali e mentali. I sindacati e i medici del Mount Sinai fecero pressioni già nel 2002 perché il materiale venisse pubblicato. Il governo cittadino respinse la richiesta, suggerendo al Sinai di proseguire autonomamente con i propri studi.
Verso la fine del 2001, il Mount Sinai pubblicò effettivamente alcune linee guida sul proprio sito web per aiutare i medici a riconoscere quali fossero le patologie legate a Ground Zero. Ma tali informazioni erano solo indicative, e, soprattutto, non vennero diffuse ampiamente come sarebbero state se ufficialmente rese note dall’amministrazione della città.
Si tarda a curare i malati
A cinque anni dal crollo delle Twin Towers in un vortice di polvere e cenere, l’amministrazione di New York comincia solo ora ad attivarsi per curare molti di quei 40.000 che presero parte alle operazioni di salvataggio e rimasero intossicati dai resti di Ground Zero.
Ma per molti malati e per chi teme di poter sviluppare in futuro tali disturbi, gli interventi del governo cittadino – visibilmente interessato più alle attuali questioni politiche che alle condizioni di chi si rese utile nell’emergenza – giungono tardivamente e in numero troppo limitato.
I ritardi nell’assistenza, unitamente alla mancanza di indagini rigorose circa la portata del disastro ambientale provocato, risulta ancora più allarmante – dicono i volontari – se si pensa che il paese ha davanti a sè un futuro in cui tali disastri potrebbero ripetersi.
Il dott. John Howard, chiamato lo scorso febbraio dall’amministrazione Bush a coordinare l’intervento sanitario federale sul tema 11/9, ammette tranquillamente che le inefficienze e le opportunità mancate potrebbero costare caro, rischiando di pregiudicare la fiducia dei volontari nel governo. “Comprendo la loro frustrazione, la loro rabbia e, in particolare, l’ansia con cui guardano al futuro”, ha affermato il dott. Howard in un’intervista. “Non posso biasimarli se si chiedono: ‘Dove eravate quando avevamo bisogno di voi?’“
Se passiamo in rassegna le recenti iniziative in materia, si nota come il governo federale non abbia mantenuto le promesse fatte. All’ufficio del dott. Howard, per esempio, non è ancora stato assegnato nessuno che si occupi a tempo pieno dei malesseri legati a Ground Zero. La voce di spesa per le cure mediche – 52 milioni di dollari – è stata inclusa nel budget federale solo nell’ultimo bilancio; tuttavia, perfino gli ufficiali responsabili ammettono che la cifra è irrisoria. E solo da qualche settimana l’amministrazione di New York ha pubblicato l’elenco delle indicazioni sanitarie necessarie per diagnosticare correttamente le patologie connesse all’11/9. “Sembra quasi che rifuggano i malati, anziché battersi per loro e aiutarli”, ha stigmatizzato la rappresentante democratica di Manhattan e del Queens Carolyn B. Maloney. “Una cosa deplorevole”.
Una delle questioni più spinose, nonché una delle ragioni fornite dagli ufficiali del governo per giustificare il ritardo, sta nella difficoltà di collegare fumo e polvere a specifici sintomi e disturbi. Per poter rilasciare una diagnosi sulle malattie causate dall’esposizione a sostanze tossiche, sono necessari esami approfonditi e sofisticati. È stato dimostrato infatti che la semplice misurazione del livello di tossicità delle polveri può essere discutibile. Inoltre, gli enti assicurativi statali per i lavoratori, istituiti per occuparsi di comuni infortuni sul lavoro come la rottura degli arti, non sono in grado di determinare e risarcire i danni causati da malattie che possono manifestarsi anche dopo mesi o addirittura anni.
In ogni caso, le prime testimonianze cliniche di seri disturbi emersero immediatamente dopo gli attentati. Dagli esami iniziali cui si sottoposero i vigili del fuoco scaturì che in molti soffrivano della cosiddetta “tosse del Trade Center”, una tosse secca e ostinata che portava all’espettorazione di particelle di polvere e fuliggine. Una ricerca medica effettuato su ampia scala venne reso noto nel 2004, quando il centro di medicina per l’ambiente e il lavoro “Mount Sinai” riportò che più della metà dei primi 1.138 soggetti visitati soffrivano di serie anomalie respiratorie. I lavoratori di Ground Zero manifestavano inoltre problemi gastrointestinali, riflussi acidi, asma e malesseri dovuti a stress (il “Mount Sinai” attualmente ha in programma la pubblicazione di una ricerca ancora più approfondita, dalla quale emergono ulteriori gravi e diversi disturbi). Le successive ricerche effettuate hanno rilevato che i rischi per la salute persistono più di quanto si era inizialmente immaginato.
Uno studio del dipartimento dei vigili del fuoco pubblicato quest’anno mostra come i vigili del fuoco abbiano riportato nel primo anno dopo gli attentati una perdita di capacità respiratoria pari a quella che si sarebbe registrata dopo 12 anni di normale servizio; inoltre, viene evidenziato come nel corso dei primi due anni dopo l’11/9 si siano registrati casi di sarcoidosi – grave malattia che danneggia i polmoni in modo permanente – con un’incidenza di cinque volte superiore alle previsioni.
Una prima indagine resa nota lo scorso aprile sui 71.437 soccorritori, residenti e lavoratori di New York iscritti ai registri sanitari del World Trade Center, istituiti dai governi cittadino e federale, ha mostrato che più della metà degli intervistati affermavano di aver riscontrato dall’11/9 nuovi o peggiorati disturbi respiratori. E un’altra ricerca promossa dalla Croce Rossa lo scorso maggio rileva che due terzi dei soccorritori e sopravvissuti che hanno fatto ricorso a specialisti per affrontare i disagi affermano di non essersi ancora rimessi.
La morte lo scorso gennaio del 34enne detective James Zadroga, ha ufficialmente accertato il rapporto del medico legale, è stata causata da una malattia polmonare dovuta alle polveri del Trade Center. Le famiglie di almeno altri sei soccorritori deceduti credono fermamente che le loro morti siano state provocate dall’esposizione alle sostanze tossiche di Ground Zero.
Quando il dott. Howard ricevette l’incarico, poche settimane dopo la morte del detective Zadroga, molti abitanti della città provarono un certo sollievo nel vedere la situazione in mano allo “zar federale”. Ma Howard – specializzato in disturbi polmonari, direttore dell’Istituto nazionale Usa per la sicurezza e la salute sul lavoro – non ha potuto incaricare nessuno dei suoi 1.300 collaboratori per occuparsi a tempo pieno della questione sanitaria legata a Ground Zero. Solo una ventina di essi si occupano, part-time, al problema. E sebbene l’Istituto abbia a disposizione un budget di circa 285 milioni di dollari, il dott. Howard non ha ricevuto nessun contributo supplementare per affrontare la complessa emergenza. “Sono uno zar senza un soldo,” ha commentato.
Nel frattempo, la necessità di prestazioni sanitarie è aumentata di pari passo al numero dei malati. Molti degli addetti alle operazioni di recupero e salvataggio sono coperti da assicurazione sanitaria, ma potrebbe non bastare per gli anni a venire. I lavoratori iscritti al sindacato, ad esempio, potrebbero ritrovarsi senza copertura assicurativa se le loro condizioni di salute, sempre più gravi, li costringeranno a non lavorare; da notare, inoltre, che sono numerosi gli immigrati senza permesso di soggiorno e senza assicurazione che hanno preso parte ai soccorsi.
Circa 16.000 lavoratori iscritti al sindacato e volontari vari sono stati sottoposti alle analisi previste dal programma del “Mount Sinai” – avviato nel 2002 con il contributo federale di 11.4 milioni di dollari e prolungato di cinque anni nel 2004 con altri 81 milioni. (Ulteriori informazioni sul programma sono reperibili sul sito www.wtcexams.org.)
Ma, fino all’anno scorso, per le cure del programma di screening non c’erano fondi. Grazie ai 9.4 milioni di dollari finanziati dalla Croce Rossa, i medici del Sinai sono riusciti ad assistere nell’ultimo anno 2.050 pazienti – con medicinali e, in alcuni casi, ricorrendo a operazioni chirurgiche.
Carolyn Maloney e altri membri della delegazione del Congresso di New York si sono battuti per ottenere maggior sostegno da parte del governo federale; lo scorso dicembre, dopo un duro braccio di ferro, sono riusciti a ottenere dall’amministrazione Bush la concessione di 125 milioni di dollari inutilizzati dalle assicurazioni dei lavoratori. Di questi 125 milioni, circa 50 sono stati conservati per futuri risarcimenti ai lavoratori, mentre altri 52 sono stati suddivisi equamente e indirizzati a due programmi di assistenza — uno per i vigili del fuoco e uno per ufficiali di polizia feriti, lavoratori iscritti a sindacato e altri soccorritori. Nulla è stato destinato ai lavoratori d'ufficio o ai residenti della zona colpita.
Un gruppo di lavoro supervisionato dal dott. Howard non è ancora riuscito a stabilire né quali malattie potranno essere curate grazie ai nuovi contributi né se gli stessi finanziamenti potranno coprire sia i ricoveri ospedalieri sia le visite ambulatoriali. Il dott. Howard, in ogni caso, fa notare che non saranno abbastanza per far fronte ai fabbisogni della città, né tanto meno per il programma nazionale sanitario che egli vorrebbe avviare.
“Non serve pensare ai casi di tumore che emergeranno tra qualche anno, o di asbetosi, per chiederti 'Accidenti, John, quanto pensi che possano durare questi soldi?'”, afferma il dott. Howard. “Non credo proprio che basteranno fino ad allora”.
Accanto alla mancanza di fondi per le cure, l’assenza di tempestive e ufficiali informazioni sanitarie ha fatto sì che i medici che inizialmente avevano visitato i soccorritori malati si trovassero impreparati a curare in maniera adeguata i disturbi emersi. I responsabili del Mount Sinai hanno rivelato che circa un terzo dei lavoratori visitati stavano assumendo medicinali inappropriati perché i loro medici avevano sbagliato la diagnosi dei sintomi. Gravi sinusiti, ad esempio, venivano curate con antibiotici anche se si erano verificate per le ustioni chimiche da polveri caustiche.
Eppure, il governo ha reso ufficiali le indicazioni diagnostiche relative a malattie insolite derivanti dalle polveri di Ground Zero solo pochi giorni prima del quinto anniversario, nonostante le pressioni dei medici specialisti e dei rappresentanti dei lavoratori c’erano state già nel dicembre 2001. “Si tratta, da parte del sistema sanitario pubblico, di un fallimento piuttosto rilevante”, ha affermato Micki Siegel de Hernandez, responsabile per la sicurezza e la sanità del sindacato Communications Workers of America – Distretto 1, la quale sostiene che l’amministrazione della città tardava a rilasciare indicazioni ufficiali perché preoccupata dell’eventualità che la diffusione pubblica della gravità dei malesseri riscontrati potesse ampliarne la responsabilità dal punto di vista legale.
Il dott. Thomas R. Frieden, commissario del Dipartimento per la Salute e l’Igiene Mentale, aveva dichiarato in un’intervista che il governo riteneva fosse più appropriato che i medici del programma di monitoraggio pubblicassero alcune direttive sul proprio sito web in quanto erano stati proprio loro a visitare i soccorritori malati, e non lo staff medico di New York. Il Sinai in effetti – come già accennato – pubblicò alcune indicazioni sanitarie all’inizio del 2002; in quanto non direttiva ufficiale del governo cittadino, però, ebbero un impatto limitato. “Abbiamo sprecato una grossa opportunità decidendo di non diffondere queste indicazioni in maniera più ampia”, sostiene il dott. Howard.
Il dott. Frieden conviene che se si fossero conosciute prima, le direttive sanitarie avrebbero potuto fornire al personale medico un notevole aiuto nell’effettuare diagnosi più accurate. “Se avrei preferito sapere per tempo delle direttive? Naturalmente”, ha dichiarato Frieden quest’estate. “Ma l’importante ora è capire le ragioni del ritardo”. E insiste che il ritardo non c’entra con il timore di un’eventuale responsabilità legale nei confronti del governo.
Circa 8.000 soccorritori hanno fatto causa al governo cittadino e ai grossi appaltatori che avevano lavorato nelle operazioni di recupero per non aver mostrato la minima considerazione per la salute dei lavoratori. Il governo si è rivolto alla corte federale di Manhattan per respingere le accuse.
A cinque anni dall’attentato alle Twin Towers, molte delle questioni relative al disastro ambientale di Ground Zero restano aperte. Finora, il governo statunitense non ha ancora fatto luce su dove siano finite le polveri del World Trade Center, un aspetto che potrebbe contribuire a chiarire l’impatto del disastro sulla salute dei residenti nella zona colpita. E non è ancora chiaro se esiste o meno la possibilità che in futuro possano verificarsi casi di malattie incurabili dovute ai materiali tossici, o se i malati di oggi guariranno. Per il momento, i medici e i malati – considerata la risposta istituzionale tardiva e incerta – si chiedono se il loro paese sia davvero pronto a gestire una simile catastrofe.
“È questo ciò che penso ogni volta che vengo a New York”, dice il dott. Howard. “Ma considerato che il governo tradisce la nostra fiducia, che non è intervenuto quando serviva, e tutto il resto, davvero non so. Possiamo tentare con le risorse che abbiamo, ma un ritardo di cinque anni di certo si farà sentire”.
[Nota dell'editore: Sulla risposta tardiva da parte del governo Usa all'11/9 è riportata in maniera erronea la cifra concessa dal governo federale al centro medico Mount Sinai per il programma di screening e monitoraggio. Mount Sinai ha ricevuto solo 40.1 milioni di dollari degli 81 milioni stanziati. Il resto è stato distribuito al Dipartimento dei Vigili del Fuoco di New York e ad altre strutture mediche della zona].
Un importante nuovo studio rivela malattie permanenti
La più ampia indagine mai effettuata sulle migliaia di lavoratori che presero parte alle operazioni di Ground Zero rivela che gli interventi di salvataggio e recupero furono causa di gravi conseguenze sullo stato di salute dei lavoratori, molto più diffuse di quanto si creda, e che con tutta probabilità dureranno nel tempo.
La ricerca, divulgata nelle settimane scorse dai medici del centro Mount Sinai, dovrebbe cancellare ogni possibile dubbio sulla connessione tra le polveri del Trade Center e i numerosi malesseri accusati dai lavoratori. Dovrebbe inoltre accrescere le pressioni sul governo federale perché garantisca cure mediche anche a coloro che non possiedono un’assicurazione sanitaria.
Circa il 70 per cento dei quasi 10.000 lavoratori visitati al Mount Sinai tra il 2002 e il 2004 hanno affermato di aver iniziato a soffrire di nuove o più gravi malattie respiratorie durante o subito dopo le operazioni di Ground Zero. La percentuale è simile a quella riportata dagli esami effettuati su un campione più ristretto di circa 1.100 lavoratori, e resa nota dal Sinai nel 2004, ma la portata della nuova ricerca poiché analizza importanti disturbi non emersi nel precedente studio, è decisamente più ampia.
Ad esempio, il nuovo studio indica che ad un terzo dei pazienti sottoposti a test di funzionalità respiratoria è stata diagnosticata una compromessa capacità polmonare. Nel 28 per cento dei non-fumatori è emersa una qualche disfunzione respiratoria – percentuale alta più del doppio rispetto a quella normalmente riscontrata tra i non-fumatori.
La ricerca è tra le prime a dimostrare che molte malattie respiratorie – come sinusite, asma e conseguenti problemi gastrointestinali – riscontrate inizialmente nei soccorritori del Trade Center sono rimaste tali o sono peggiorate negli anni successivi all’11/9.
La maggior parte dei soggetti considerati accusarono problemi respiratori durante le operazioni di recupero; due anni e mezzo dopo soffrivano ancora di tali disturbi – indice di cronicizzazione della malattia, che lascia poche speranze ad un possibile miglioramento nel tempo. Alcuni soccorritori operarono senza maschere di protezione, o con maschere non adatte. “Non si dovrebbe più dubitare dell’impatto che il disastro del World Trade Center ha avuto sulla salute dei lavoratori”, afferma il dott. Robin Herbert, co-responsabile del programma di screening effettuato dal Mount Sinai sui lavoratori e volontari del World Trade Center. “I nostri pazienti sono malati, e avranno bisogno di cure per tutta la vita”.
Il dott. Herbert definisce “molto preoccupanti” le conclusioni pubblicate in questi giorni sull’Environmental Health Perspectives, la rivista del National Institute of Environmental Health Sciences, soprattutto perché il 40 per cento dei pazienti del programma di screening del Mount Sinai non dispongono di un’assicurazione sanitaria, e non riceveranno quindi le cure adeguate. I risultati delle ricerche del Sinai, così come gli studi effettuati dal Dipartimento dei Vigili del Fuoco di New York, mostrano che chi intervenne alle operazioni di recupero durante le prime ore e nei giorni immediatamente successivi al collasso delle Twin Towers soffre dei più gravi disturbi di salute. Tra l’11 e il 13 settembre il 70 per cento dei lavoratori presi in esame era sul luogo del disastro.
Il programma di screening e monitoraggio del Mount Sinai – che non include i vigili del fuoco di New York, visitati separatamente nell’ambito di un apposito programma gestito dallo stesso Dipartimento dei Vigili del Fuoco di New York – riguarda agenti delle forze dell’ordine, prestatori occasionali, operatori delle telecomunicazioni, volontari e altri ancora che intervennero a Ground Zero e alla discarica di Fresh Kills, il luogo in cui vennero portate le macerie.
I membri della delegazione del Congresso di New York si sono battuti affinché il governo federale riconoscesse la portata dei problemi di salute derivanti dai materiali tossici di Ground Zero. Essi vedono nella ricerca del Mount Sinai una conferma di come il governo federale abbia affrontato la questione con un imperdonabile ritardo.
La senatrice Hillary Rodham Clinton, presente un paio di settimane fa alla conferenza tenuta al Sinai, assieme ai deputati Jerrold Nadler e Carolyn B. Maloney, ha dichiarato che i risultati divulgati confermano la più che mai disperata necessità di un sostegno da parte del governo per le prestazioni sanitarie.
“Spero che questa ricerca metta a tacere ogni dubbio circa quello che sta succedendo ai soccorritori”, ha affermato la Clinton, attiva nelle pressioni fatte all’amministrazione Bush per ottenere il finanziamento di 52 milioni di dollari – primo contributo concesso dal governo destinati alle cure sanitarie per i lavoratori di Ground Zero. “Questo studio sottolinea la necessità di un continuo monitoraggio e di cure mediche a lungo termine – due fattori inscindibili”, ha aggiunto.
Diversi membri della delegazione una decina di giorni fa si sono incontrati a Washington con Michael O. Levitt, ministro del Dipartimento per la Salute, per chiedere ulteriori aiuti.
Il sindaco Michael R. Bloomberg, durante una conferenza stampa al City Hall di New York, ha messo in discussione i risultati della ricerca, dichiarando che sebbene le statistiche sembrino suggerire un legame tra gli eventi, non ne provano la connessione diretta. “Ritengo che non si possa affermare con certezza il rapporto causa-effetto tra le due questioni”, ha detto. Ciononostante, Bloomberg ha annunciato che il governo avrebbe in ogni caso attivato un programma di controllo e di cure per tutti coloro che furono esposti alle polveri e alle esalazioni del Trade Center.
L’indagine del Mount Sinai, divulgata qualche settimana fa, prende in esame 9.442 lavoratori corrispondenti ai criteri necessari per accedere al programma di screening, che hanno accettato l’inserimento dei propri dati nelle statistiche. La ricerca si concentra sui disturbi respiratori perché, secondo i medici, sono stati i primi ad emergere. Tra tutti i pazienti visitati, il 46.5 per cento ha accusato sintomi quali costrizione al torace, mancanza di respiro e tosse secca, problemi che in genere affliggono le basse vie respiratorie. Il 62.5 per cento ha riportato invece sinusiti e irritazioni a naso e gola, che colpiscono le alte vie respiratorie. (La ricerca non include i casi di tumore che hanno colpito lavoratori e familiari).
I medici ritengono che la natura persistente di tali patologie sollevi preoccupanti interrogativi circa le future prospettive di salute dei soggetti colpiti. Il dott. Philip J. Landrigan, uno degli ideatori del programma di screening del Sinai e autore di una nuova ricerca, dichiara che la natura tossica delle polveri del Trade Center portò i medici a concludere che la questione sanitaria per gli anni a venire fosse molto seria, in particolare per quei lavoratori esposti alle più alte concentrazioni tossiche nei giorni immediatamente successivi all’attentato terroristico.
“Si tratta di polveri estremamente tossiche”, afferma il dott. Landrigan – sottolinenando come l’analisi di alcuni campioni abbia dimostrato che le polveri erano corrosive come la soda caustica e contenevano inoltre innumerevoli minuscoli frammenti di vetro, che potrebbero essersi depositati nei polmoni, e un mix di sostanze tossiche e cancerogene quali amianto e diossina, che potrebbero causare potenziali tumori da qui a decine di anni.
Viste le dimensioni sempre più inquietanti dei problemi sanitari legati all’11/9, sorge anche la preoccupazione per i costi delle cure mediche a carico dei malati, in particolare per quel 40 per cento di persone che non hanno mai avuto assicurazione sanitaria o che hanno perso la copertura garantita dal datore di lavoro nel momento in cui le aggravate condizioni di salute hanno impedito loro di continuare a lavorare. Il dott. Landrigan rifiuta di stimare il costo totale per le cure, dicendo semplicemente: “Sarà altissimo”.
Il dott. John Howard, come già detto, nominato a febbraio coordinatore federale per la questione sanitaria dell’11/9, ha ribadito che i 52 milioni di dollari stanziati alla fine dello scorso anno dal governo per le cure ai malati non sono sufficienti. Ha inoltre rivelato, in un’intervista rilasciata una quindicina di giorni fa, che i nuovi studi effettuati metteranno in luce con tutta probabilità il crescente divario tra le sovvenzioni e l’effettivo fabbisogno.
Il dott. Howard precisa che la certezza dei dati rilevati dal Mount Sinai non farà altro che confermare che si deve fare di più. Ha aggiunto poi che se un terzo dei pazienti esaminati ha manifestato disturbi respiratori, è molto probabile che tali problemi siano riscontrabili nel resto dei 40.000 partecipanti alle operazioni di salvataggio e recupero. “Questi fatti dimostrano quanto mai sia opportuno rivedere la cifra stanziata dal governo”, afferma Howard, responsabile anche dell’Istituto Nazionale Usa per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro.
I ricercatori del Sinai dichiarano che pubblicheranno a breve anche uno studio che analizza gli effetti di Ground Zero sulla salute mentale dei lavoratori. Prevedono inoltre di avviare entro l’autunno uno studio statistico per esaminare la comparsa di tumori, malattie polmonari e altri disturbi all’interno del gruppo di pazienti. Queste informazioni verranno poi messe a confronto con le percentuali nazionali per capire se l’incidenza di tali problemi di salute sia effettivamente più alta di quanto previsto.
Il Congresso critica l’atteggiamento del governo federale nei confronti dei malati dell’11/9 e chiede altri fondi
Dopo aver ascoltato i toccanti racconti di coloro che hanno partecipato alle operazioni di recupero a Ground Zero e dei residenti della zona – ignorati e insultati dopo aver chiesto aiuto per i problemi di salute emersi dopo l’11/9 – i membri di un sottocomitato del Congresso criticano severamente l’atteggiamento tenuto dal governo federale Usa, e ne chiedono una netta presa di posizione a favore di una manovra di spesa pubblica per gli interventi sanitari necessari.
Ai membri del sottocomitato si sono uniti anche i senatori Hillary Rodham Clinton e Charles E. Schumer – che accusano l’amministrazione Bush di ignorare i problemi di salute dei soccorritori e le richieste dei residenti della zona, anch’essi colpiti dalle polveri; il governo finora ha fatto ben poco per prepararsi ad affrontare eventuali analoghi disastri in futuro, sostengono. “Sembra proprio che la sanità pubblica affronti i persistenti rischi ambientali con esitazione e scarsa determinazione”, ha dichiarato il Deputato Christopher Shays, repubblicano del Connecticut e presidente del Sottocomitato della Camera per la sicurezza nazionale, i nuovi pericoli e le relazioni internazionali – nel corso di un convegno tenutosi a Low Manhattan, a un isolato da Ground Zero. “La necessità, indiscutibile, di controlli permanenti è stata affrontata con impegno scarso e a breve termine”.
La riunione del sottocomitato, la quarta dagli attentati, si è svolta in un momento di crescente preoccupazione per le conseguenze a lungo termine sulla salute di quei 40.000 lavoratori e volontari esposti ai fumi e alle polveri delle macerie. Il sottocomitato sta analizzando come sono stati impiegati i (limitati) finanziamenti federali volti ad affrontare l’emergenza sanitaria e si impegna a studiare nuovi sistemi per coordinare al meglio gli aiuti.
Il Deputato Vito Fossella, Repubblicano di Staten Island, ha rimproverato al governo di non essersi nemmeno preoccupato di interventi basilari come la registrazione di quanti parteciparono alle operazioni di pulizia e recupero. Il Senatore Schumer ha definito insufficienti i 55 milioni di dollari stanziati dal governo federale per le cure mediche ai lavoratori di Ground Zero. “Chiediamo che il governo federale si impegni a garantire assistenza e aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno”, ha detto Schumer.
Steven M. Centore, di Flanders, N.Y., intervenne a Ground Zero a capo di un’équipe del programma di assistenza radiologica per il Dipartimento dell’Energia. Ora soffre di disturbi respiratori, circolatori e gastrointestinali. Centore, 49 anni, afferma di essersi battuto intensamente per ottenere aiuto economico dall’ente assicurativo federale per i lavoratori, ma senza esito. “Sembra quasi una gara di sopravvivenza: cederanno loro o morirò prima io?”, commenta amaro Centore.
Il governo federale, e soprattutto l’Agenzia per la protezione ambientale e il suo ex amministratore, Christine Todd Whitman, sono stati accusati dai deputati Jerrold Nadler, democratico del distretto di Low Manhattan, e Anthony D. Weiner, democratico di Brooklyn, di aver dichiarato il falso per affermato nei giorni immediatamente successivi agli attentati che l’aria nella zona di Ground Zero era pulita e respirabile. Durante un intervento ad Harem, un paio di settimane fa, la senatrice Hillary Clinton ha manifestato l’impressione che la Whitman e la sua agenzia “abbiano ingannato la gente deliberatamente, ribadendo come non fosse rischioso tornare a Low Manhattan.
Nel 2003 un rapporto dell’Istituto d’ispezione generale rese noto che l’Agenzia per la protezione ambientale aveva dichiarato, dopo l’attentato, che l’aria di Manhattan era pulita, senza, in realtà, nemmeno saperlo con certezza. In quell’occasione emerse inoltre che la Casa Bianca aveva almeno indirettamente influenzato tali dichiarazioni, provvedendo a eliminare dal discorso eventuali riferimenti alla cautela. La Whitman si difese energicamente subito dopo la pubblicazione di tale rapporto, dicendo che le sue parole riflettevano esattamente ciò che si sapeva con sicurezza in merito ai dintorni di Ground Zero.
Lea Geronimo, residente nel Lower East Side, testimonia di essere tornata a casa e nel suo ufficio, a tre isolati da Ground Zero, una settimana dopo il crollo delle torri, convinta dalle rassicurazioni dell’Agenzia. Pochi mesi dopo iniziò a soffrire di bronchite e di gravi eruzioni cutanee. “Le nostre vite non saranno più le stesse; non ci accontenteremo di mezze misure e vaghe promesse”, ha dichiarato la Geronimo. “Abbiamo bisogno di adeguate terapie di lungo termine e programmi sanitari che prevedano assistenza immediata per i residenti e per chi ha prestato soccorso al World Trade Center di tutta Low Manhattan”.
Lo stato di salute dei residenti di Manhattan non è ancora stato analizzato a fondo come per i volontari e lavoratori di Ground Zero, ma indagini mediche specifiche segnalano che dall’11/9 molti dei residenti soffrono di disturbi respiratori, sebbene non se ne conosca ancora la portata. Oltre 100 residenti si sono riuniti una decina di giorni fa nella cappella di St. Paul per chiedere controlli e cure.
Il deputato Nadler, presente a questo incontro e alla riunione del sottocomitato, dice di aver presentato un disegno di legge che darebbe diritto a lavoratori di Ground Zero, residenti del centro e bambini malati di ricevere assistenza medico-ospedaliera statale. Il deputato Carolyn B. Maloney, rappresentante dei democratici di Manhattan e Queens, ha presentato un altro disegno di legge atto a riaprire il Fondo risarcimento vittime dell’11 settembre per provvedere all’assistenza dei malati. La senatrice Clinton ha dichiarato inoltre all’udienza che cercherà di ottenere ulteriori stanziamenti federali per affrontare le crescenti spese per le cure mediche. “Non ci daremo pace fino a quando non potremo garantire un sistema di assistenza per ogni singolo malato dell’11/9”, ha affermato. Il dott. John Howard ha riferito al comitato che i 75 milioni di dollari stanziati per controlli e terapie saranno disponibili solo a partire dal mese prossimo e dovrebbero essere considerati “un anticipo” – che verrà integrato quando i funzionari incaricati avranno ultimato le stime relative al numero di persone che necessitano di terapie e alla spesa per l’assistenza e per i programmi di cure adeguati. Nei giorni scorsi, il dott. John O. Agwunobi, segretario del ministro del Dipartimento per la salute, è stato nominato dal ministro Michael O. Leavitt responsabile di un apposito staff per la realizzazione di programmi politici che affrontino le problematiche sanitarie legate all’11/9. Il dott. Howard ha dichiarato infine che continuerà ad operare come coordinatore dei gruppi di lavoro di New York e sosterrà la realizzazione di nuova politica ad hoc.
Anthony De Palma è giornalista del 'New York Times'. Ha lavorato in Messico, Canada, Cuba, Guatemala, Guyana e, durante la guerra del Kosovo, in Albania e Montenegro. Il suo ultimo volume, The Man Who Invented Fidel, è stato pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo L'uomo che inventò Fidel.
Fonte: The New York Times
Traduzione a cura di Francesca Campisi per Nuovi Mondi Media
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L'ultimo treno per l'allargamento
Nessuno slittamento per l'ingresso di Bulgaria e Romania nell'UE. Ma sembra ci si sia arrivati quasi per inerzia in una famiglia europea che, in questo momento, sembra aver voglia di tutto tranne che di estendere ulteriormente le proprie frontiere
Di Tomas Miglierina*
“Un traguardo storico, che porta ulteriormente avanti la riunificazione della famiglia europea”: così il presidente della Commissione José Manuel Durao Barroso ha definito davanti agli eurodeputati l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’ Unione europea, ormai fissato al 1 gennaio 2007. Ma l’aria che si respira di questi tempi nei corridoi delle istituzioni europee a riguardo è tutt’altro che aria da grandi occasioni.
La definizione dell’ingresso di Bucarest e Sofia come di una “coda” dell’allargamento di due anni fa, impiegata a volte dagli stessi commissari, tradisce la realtà dei fatti: Romania e Bulgaria vengono accolte quasi “per inerzia” in una famiglia europea che, in questo momento, avrebbe voglia di tutto tranne che di estendere ulteriormente le proprie frontiere. All’ordine del giorno, semmai, il dibattito contrario: quello sul dove collocare le frontiere dell’Europa.
Il calcolo che ha prevalso all’interno della Commissione a proposito di Romania e Bulgaria è prevalentemente tattico: la clausola di salvaguardia inscritta nei trattati di adesione dei due paesi, prevedeva la possibilità di rinviare l’ingresso per un solo anno. Invocarla avrebbe forse permesso di conquistare punti, per poche settimane, agli occhi dell’opinione pubblica di qualche Stato membro, ma al prezzo di umiliare i diretti interessati, rallentandone le già difficili riforme. L’esatto contrario di quello che i vertici dell’Unione desiderano.
Meglio puntare sull’effetto di incoraggiamento che la sicurezza di un ingresso imminente dovrebbe produrre. “Puntiamo sulla costruzione della fiducia”, ha ribadito più volte ai giornalisti il vicepresidente della Commissione Franco Frattini, uno dei maggiori “sponsor” dei due Stati in seno al collegio e al tempo stesso il commissario nella cui competenza ricadono i dossier più spinosi della candidatura rumena e bulgara: corruzione, indipendenza della magistratura, lotta al crimine organizzato.
Anche se spinto da motivazioni tattiche, l’ingresso di Bulgaria e Romania chiude effettivamente un ciclo storico nella riunificazione europea. Si tratta degli ultimi due paesi appartenuti per cinquant’anni all’altra Europa, quella del patto di Varsavia, della cortina di ferro. Gli allargamenti futuri non avranno nulla di quell’aura mitica, di quel senso di catarsi che qualche anno fa fece commuovere certi eurodeputati dell’est, quando misero piede per la prima volta a Strasburgo.
E’ il caso soprattutto dei Balcani occidentali: con l’eccezione dell’Albania essi sono a lungo appartenuti ad una realtà, la Jugoslavia di Tito, di certo diversa dall’occidente ma non estranea e inaccessibile. Quando Bruxelles aprirà loro le porte, non ci sarà la sensazione di riparare le ingiustizie che la storia aveva fatto alla geografia. I Balcani verranno integrati perché è in ciò la miglior garanzia della loro stabilità e le loro dimensioni pongono problemi tutto sommato limitati. In altre parole: è meglio averli dentro piuttosto che fuori dall’uscio di casa.
Senonché, questa volta, i tempi non dipendono solo dalla velocità di adattamento degli interessati. José Manuel Barroso, nello stesso discorso in cui annunciava l’ingresso di Romania e Bulgaria, lo ha spiegato con chiarezza: “Dopo il completamento di questo quinto allargamento credo che una intesa istituzionale dovrebbe precedere ogni futuro allargamento”. L’Unione europea ha esaurito le regole: il trattato di Nizza, pensato per un’Europa a 27, non basta più.
La Croazia, più avanti di chiunque altro nella marcia verso Bruxelles ed economicamente meglio situata di certi membri dell’UE, è il paese che più risentirà di questo mutato scenario. Zagabria può scordarsi di ricevere una data di adesione nel ragionevole futuro, l’esperienza con Romania e Bulgaria ha dimostrato che non è una buona tattica. A maggior ragione il discorso vale per la Macedonia e gli altri paesi, il cui cammino sarà ancora più lungo.
C’è il rischio oggettivo che tutto questo provochi un rallentamento delle riforme. Bruxelles ne è consapevole e il commissario all’allargamento, Olli Rehn, si è affrettato a dire che ciò sarebbe il modo sbagliato di reagire. Paradossalmente, sembra a volte che nei Balcani le riforme vengano portate avanti non perché si crede nella loro effettiva utilità, ma come un dazio per entrare nel club dei ricchi e felici. E’ un’impostazione che finisce facilmente per diventare umiliante, mettendo gli stati balcanici nel ruolo di “scolari discoli” e Bruxelles in quello di pedante maestrina.
Nel prossimo futuro i governanti dei Balcani occidentali saranno obbligati a cambiare un po’ registro, portando avanti le riforme non per la semplice prospettiva di una comunque lontana integrazione europea ma per i vantaggi effettivi che ciò può comportare. Forse sarà un’occasione per testare la solidità del cammino compiuto fino ad ora.
* Tomas Miglierina è un giornalista della RTSI. Negli anni '90, sempre per la Radio e Televisione Svizzera è stato inviato nei Balcani http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6194/1/51/
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Corea del nord : relatore ONU , violazioni diritti umani
di Mauro W. Giannini
Dure accuse alla Corea del nord sulle violazioni dei diritti dell'uomo sono state lanciate durante la sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra da un esperto indipendente sui di diritti dell'uomo Vitit Muntarbhorn.
Il rappresentante coreano ha negato tutti i risultati del rapporto ed ha detto che il suo Paese e' nel mirino degli Stati Uniti e che anche il Giappone (che teme attacchi nucleari dalla Corea del Nord) ha fatto denunce fanatiche al suo indirizzo.
Accusa analoga era stata fatta il giorno prima in Consiglio di sicurezza dal capo della delegazione norcoreana. Questi aveva detto che gli USA provocano tensioni nella penisola allo scopo di giustificare un intervento militare, e per questo stressao molto sulla questione nucleare.
Il relatore speciale sui diritti umani in Corea del nord ha comunque denunciato che lo Stato coreano ha rifiutato di cooperare con lui e non lo ha invitato nel Paese, ed ha fornito un quadro nero della situazione del Paese.
Preoccupazioni specifiche riguardano i diritti delle donne, specialmente la violenza contro le donne, i diritti dei bambini, specialmente la protezione e la partecipazione, i diritti degli anziani e dei disabili e le questioni etniche.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Associazione per il Partito Democratico - Liguria
Comitato Promotore per le Elezioni Primarie
COMUNICATO STAMPA
27 settembre 2006
PRIMARIE, STRUMENTO DI DEMOCRAZIA
Dal modello statunitense all’esperienza italiana:
una riflessione in vista delle prossime scadenze elettorali.
Si svolgerà venerdì 29 settembre, a Genova, a partire dalle 17,30, presso la
Sala della Piramide dell’Agenzia delle Entrate (via Fiume, 2), l’incontro
PRIMARIE, STRUMENTO DI DEMOCRAZIA, promosso dall’Associazione per il Partito
Democratico – Liguria e dal Comitato Promotore per le Elezioni Primarie.
Un’analisi che - muovendo dal modello statunitense, per concentrarsi
successivamente sulle esperienze italiane realizzate dal centrosinistra in
questi ultimi due anni ai vari livelli di governo - intende coinvolgere la
città in una riflessione collettiva sul valore e sul significato delle
elezioni primarie nel processo di selezione dei candidati alle cariche
elettive. Non solo le “primarie di Prodi”, quindi, ma anche le primarie a
livello regionale (Sicilia, Toscana, Puglia) e a livello comunale (Milano e
Cagliari), per sottolinearne quelle potenzialità e valenze che meglio
garantiscono l’effettiva partecipazione democratica.
Elezioni premiate dalla società civile con una forte partecipazione, a
conferma dell’apprezzamento nei confronti di un metodo in grado di ampliare
le possibilità di scelta dei cittadini in vista del momento elettorale vero
e proprio.
Dell’esperienza statunitense e italiana riferirà la relazione di Fulvio
Venturino, professore di Scienza Politica nell’Università di Cagliari,
membro del Comitato Scientifico della Società Italiana di Studi Elettorali e
autore di numerose pubblicazioni. Studioso di elezioni primarie, ha ancora
diretto, una decina di giorni fa, insieme a Gianfranco Pasquino, il panel
Le elezioni primarie in Italia al Convegno della Società Italiana di Scienza
Politica.
Lorenzo Basso, membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione per il
Partito Democratico – Liguria) e Luigi Picena (Presidente del Comitato
Promotore per le Elezioni Primarie), illustreranno quindi la posizione dei
rispettivi gruppi sul tema, che è da tempo argomento centrale della loro
agenda politica.
Modera l’incontro e il successivo dibattito in sala Enrico Pedemonte,
Corrispondente da New York de “L’Espresso”.
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Il Palinsetto
di Marco Travaglio
Si era temuto, per un attimo non di più, che Bruno Vespa desse seguito all'orrenda minaccia di privarci della sua compagnia quotidiana. Poi, per fortuna, l'insetto è riapparso in tutto il suo splendore e in perfetta coincidenza con la riapertura del processo di Cogne. Chi pensava di levargli l'appalto su una delle quattro sere, temendo patologie da superlavoro e piaghe da decubito, ha dovuto ricredersi, vedendolo librarsi agile come una libellula fra le poltrone bianche occupate da due colleghi democristiani, uno di destra (Scajola) l'altro di sinistra (si fa per dire: era Mastella).
Si parlava di Telecom. Ma il titolo era un puro pretesto: in realtà, in ossequio alla tradizione, è andato in onda il solito processo ai giudici. E' più forte di lui: anche se parla di dieta mediterranea, c'infila qualche magistrato obeso o anoressico da mettere in riga. Tronchetti Provera aveva appena fatto notare che gli spioni arrestati non sono finora accusati di intercettazioni abusive. Vespa avrebbe dovuto saperlo, se si fosse letto l'ordinanza del gip. Ma non può mica fare tutto lui: dunque ha accolto la notizia come una folgorante rivelazione. "Ma almeno lo sapete che cosa avete ordinato di distruggere col decreto?",ha chiesto a Mastella. Il quale, pure lui all'oscuro di tutto, balbettava: "Mah, il decreto vale a futura memoria: ci mettiamo a dieta per evitare l'infarto. Anche se l'infarto non c'è, potrebbe sempre venire". Scajola precisava che a lui delle spiate illegali non gliene frega niente: "Il problema sono quelle legali, ci vuole un decreto" per limitarle e imbavagliare la stampa. Vespa,tutto umido,traduceva: "Dunque i giudici sono peggio di Tavaroli". Poi, non bastandogli l'attuale datore di lavoro di sua moglie, cioè Mastella, dava subito la parola all'ex datore di lavoro, Roberto Castelli. Anche lui, nonostante la faccia, aveva le idee chiare: "Il guaio sono le intercettazioni legali, e le procure che le passano ai giornali". "Ecco -sottolineava Vespa- chi le passa ai giornali: la Befana?". L'idea che i giornali le pubblichino perché sono pubbliche, contenute nei mandati di cattura, non sfiora nessuno. In fondo Castelli era solo ministro della Giustizia, mica è tenuto a capire qualcosa di giustizia.
Mastella faceva il Mastella: si barcamenava, invocava l'aiuto del centrodestra e s'infilava in metafore più grandi di lui, tentando invano di uscirne. Anche Feltri e Sansonetti andavano a orecchio, come gli studenti che non hanno studiato e menano il can per l'aia. Una sola cosa emergeva chiaramente dai loro interventi: che non avevano la più pallida idea dell'inchiesta Telecom e della differenza fra atti pubblici e notizie segrete. Vespa allora denunciava quell'odioso attentato alla privacy che fu la pubblicazione dell'sms con il bacio di Anna Falchi a Stefano Ricucci: una moglie che bacia il marito, roba da rovinare una famiglia. Poi si buttava sui Savoia, che si portano su tutto: giù lacrime sul povero Vittorio Emanuele perseguitato dai giudici cattivi. Essendo il presunto principe impegnato col Tapiro d'oro, Porta a Porta intervistava senza domande il cucciolo, Emanuele Filiberto: "Il 98% delle parole intercettate a mio padre sono un montaggio fatto dai magistrati di Potenza per attribuirgli cose che non ha mai detto". Vespa, tutto giulivo, rincarava: "Che senso avevano le domande dei giudici sulle sue abitudini sessuali, se il principe non è indagato per sfruttamento della prostituzione?". Qualcuno avrebbe potuto informarlo che il Savoia è indagato proprio per sfruttamento della prostituzione. Ma la presenza in studio di persone informate è severamente vietata. Allora l'insetto invocava "pene pecuniarie altissime" per i giornali che pubblicano quel che non piace a lui: soprattutto i verbali dei principi. Feltri si associava fremente di sdegno, forse dimenticando di aver allegato a "Libero" un inserto di 60 pagine con i verbali del Savoia. A questo punto, plin-plon: ecco in studio due giuriste di chiara fama: la gossipara Silvana Giacobini e Nancy Dall'Olio, la moglie di Eriksson, nella sua qualità di una che "ha il sospetto di essere spiata ma non ha le prove".
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Il bello e il brutto di "Industria 2015"
Francesco Daveri
"Industria 2015", il disegno di legge presentato dal ministro per lo Sviluppo economico, riconosce la natura strutturale delle difficoltà dell’economia italiana e predispone gli strumenti di supporto perché le imprese la affrontino. Ma, nella stesura attuale, troppi sono i soggetti che coinvolge e gli obiettivi di politica industriale che elenca.
I pregi
"Industria 2015" presenta tre aspetti positivi.
Primo, riporta la capacità di competere dell’industria italiana al centro dell’attenzione della politica economica. Bene. Perché, anche se l’economia italiana vive di servizi e l’industria è ormai solo circa un quarto del Pil dell’Italia, un manifatturiero che impiega sempre meno occupati non può essere sinonimo di settore arcaico. Anzi. È proprio con lo spostamento di risorse verso i segmenti del manifatturiero a più elevata produttività, così come verso i servizi privati, che le economie più dinamiche fanno crescere la produttività. Il ministro Bersani ha già cominciato nello scorso luglio a occuparsi del grado di concorrenzialità dei servizi. Ora è dunque il momento di proseguire l’opera e di pensare all’industria.
Secondo, il disegno di legge si riferisce opportunamente al 2015 perché parte dal presupposto che i problemi di competitività dell’economia italiana non sono cominciati nel (disastroso) 2005 e non si risolveranno con la ripresina del 2006. Pensare al 2015 non vuol dire rinviare le decisioni alle calende greche, ma riconoscere che, per avere risultati in termini di produttività e innovazione, bisogna cominciare subito e in fretta, sapendo che i frutti potranno arrivare solo tra qualche anno.
Terzo, il disegno di legge prefigura un insieme di misure, discrezionali e automatiche, che mirano opportunamente a sostituirsi all’attuale giungla di leggi di incentivazione. (1)
Le leggi del passato - eternamente temporanee - agevolavano i professionisti della richiesta di aiuti piuttosto che i loro reali destinatari (di volta in volta: le imprese desiderose di innovare, le piccole imprese, le imprese del Sud).
Difficoltà e punti da chiarire
Alcune caratteristiche del decreto, però, ne riducono la portata innovativa e la potenziale efficacia.
L’opposizione ha parlato di rischio di dirigismo, esemplificato dal ritorno del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, con funzioni di coordinamento. Ma, leggendo il decreto, il rischio più concreto è piuttosto il "concertismo".
L’espressione "di concerto" ricorre, infatti, molto di frequente nel Ddl (temperato da qualche "su proposta del"), perché sono tanti i ministeri coinvolti nella politica industriale. E poi c’è il parere della Conferenza Stato-Regioni, necessario per definire le linee strategiche per la competitività e lo sviluppo e i criteri utilizzati per l’individuazione dei progetti industriali. Si legge che tanta compartecipazione è da attribuirsi al desiderio di una componente della coalizione (la Margherita) di non essere esclusa da decisioni altrimenti esclusivamente attribuite a ministri di un’altra componente della coalizione (i Ds). Non si può però fare a meno di osservare che, se una tale regola fosse applicata per tutte le leggi, avremmo un enorme ingorgo delle attività di qualsiasi governo di coalizione.
Secondo, il Ddl (articolo 1, comma 3) torna a fare politica industriale, elencando obiettivi come il "riposizionamento del sistema industriale italiano verso attività economiche a più alto valore aggiunto" e altri. Stabilire delle priorità per misure di politica economica volte a favorire il sistema delle imprese è utile; lo hanno fatto anche altri paesi europei. L’importante è che inseguire questi obiettivi non faccia deviare dal proposito fondamentale, che è quello di accrescere la competitività del sistema industriale.
Prendiamo il caso del tessile e abbigliamento, uno dei settori a più basso valore aggiunto per occupato nella manifattura italiana. Si deve intendere che obiettivo della politica industriale sarà quello di favorire la fuoruscita di lavoratori da questo settore verso altri a più elevato valore aggiunto? Vista la concorrenza cinese, è probabilmente una buona idea. Ma allora perché il governo italiano si batte in sede europea per l’introduzione di dazi proprio in questo settore? O invece si tratta solo di favorire la chiusura di aziende inefficienti, spostando occupati all’interno dello stesso settore. Ma questo, le imprese italiane lo stanno già facendo da sole, come dicono i dati del 2006. A cosa serve dunque specificare in una legge una pluralità di obiettivi di politica industriale?
Infine, un sistema di incentivazione semplice è certamente meglio di uno complicato. Ma le analisi empiriche esistenti per altri paesi suggeriscono di non aspettarci un grande effetto positivo sulla propensione ad innovare da un migliorato sistema di incentivi. Almeno fino a che le piccole imprese italiane non accetteranno di perdere un po’ di controllo nella conduzione aziendale, per diventare più grandi: gli incentivi sono, infatti, poco efficaci a indurre le piccole imprese a fare più innovazione. Se davvero vuole incoraggiare gli investimenti, assieme al riordino degli incentivi e alle misure - opportunamente inserite nel Ddl - per accrescere la dimensione e la cooperazione tra imprese, il governo dovrebbe proporre loro lo scambio "meno incentivi, meno tasse sulle società". È così che le imprese americane sono ritornate a investire dopo l’11 settembre.
(1) Si tratta delle leggi 488/92 e 662/96 per il cosiddetto "riequilibrio regionale", della 46/82 per l’innovazione tecnologica, e della 266/97 per le piccole e medie imprese.http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=2366&from=index
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Noi siamo stati unici
di TONY BLAIR
Nel 1994 mi trovavo qui, davanti a voi, per la prima volta, condividendo la vostra rabbia di fronte a edi- fici scolastici che cadevano a pezzi, di fronte a pazienti che soffrivano, e a volte morivano nel dolore, nell’attesa di essere operati, di fronte a un tasso di criminalità raddoppiato, di fronte a case espropriate, a pensionati che vivevano in povertà; e fu allora che mi dissi costernato di fronte a quattro sconfitte elettorali, e che osservai come non fossimo noi a doverci sentire traditi, ma il popolo inglese. Il fatto che questo discorso appaia datato, oggi, non è dovuto al passare del tempo, ma al progresso.
Nel 1997 ci trovavamo davanti a sfi- de difficili. Il boom e il crollo dell’economia.
Una cronica carenza di investimenti nei nostri servizi pubblici.
Una frattura sociale, con milioni di persone costrette a vivere in povertà, inclusi più di 3 milioni di bambini. E in cima a tutto questo un paese che era rimasto indietro, culturalmente e socialmente. Non c’erano ministri di colore, e non c’era mai stato un ministro di colore. Nel parlamento che avrebbe dovuto incarnare il foro di discussione del nostro popolo, c’era solo una parlamentare donna su dieci. Agli omosessuali venivano negati pari diritti. I lavoratori potevano essere licenziati per il solo fatto di appartenere a un sindacato. C’erano lavoratori pagati 1,20 sterline all’ora, ed era considerato legale. Londra era l’unica grande capitale del mondo priva di una sua municipalità. La Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord erano governati tutti da Whitehall. Le città dell’interno svuotate, e trasformate in rifugio per i diseredati. Questo era un paese che aveva forte bisogno di un cambiamento.
Ma ora, benché molto resti ancora da farsi, soffermiamoci un momento su ciò che abbiamo ottenuto. Stiamo vivendo il più lungo periodo di sostenuta crescita economica nel corso della storia britannica. (…) Non abbiamo vinto rinunciando ai nostri valori, ma grazie al coraggio di restar loro fedeli. Il nostro coraggio nel cambiamento ha dato al popolo inglese il coraggio di cambiare. Ecco come abbiamo vinto. Dieci anni dopo, il peso del governo inizia a farsi sentire. È così. È la natura della bestia. In questo duro clima di copertura mediatica 24 ore su 24, in cui il pettegolezzo e la controversia vengono considerati più degni di nota di quanto non lo siano le vere notizie, la gente tende a dimenticare. (…) La verità è che non si può andare avanti per sempre. Ecco perché ritengo giusto che questa sia la mia ultima conferenza da leader. Certo, lasciare è duro. Ma è anche la cosa giusta. Per il paese, e per voi, il partito. Nel corso dei prossimi mesi (…) darò una mano a costruire un partito unificato con una piattaforma forte per ottenere l’unica eredità della quale mi sia mai veramente importato – la conquista di un quarto mandato che ci permetta di continuare a cambiare la Gran Bretagna in meglio. E poi, vorrò cercare di guarire le nostre ferite. (…) Il popolo britannico, oggi, è formato da una cittadinanza ancora restia a sentirsi globale. Dobbiamo iniettare loro fiducia. Il pericolo, in tutto ciò, non risiede nell’abbandonare il New Labour. Il pericolo sta nel non riuscire a capire che il New Labour del 2007 non sarà il New Labour del 1997. (…) Crescono le aspettative. La gente vuole il potere nelle sue mani. Due terzi del paese ha accesso a internet. (…) La generazione Google ha superato l’idea della giornata lavorativa dalle 9 alle 5, della chiusura di fine settimana e nei Bank Holidays.
La tecnologia fornisce molte nuove possibilità. Certo, i servizi pubblici sono un altro problema. I loro valori sono diversi. Ma la gente di oggi non sarà disposta ad accettare dei servizi calati dall’alto. Vorrà, invece, che questi si adeguino ai loro bisogni, e alla quotidianità delle loro vite. Le stesse forze globali che stanno cambiando gli affari stanno agendo anche sui pubblici servizi. Nuovi modi di relazionarsi. Nuovi modi di insegnare. Nuove tecnologie. (…) Ogni anno 30 milioni di persone vengono in Gran Bretagna. Visitatori, turisti, lavoratori, studenti. La nostra economia ha bisogno di loro. 227 milioni di persone passano per i nostri aeroporti. E tuttavia non abbiamo modo di verificare chi metta piede da noi legalmente. Ecco il dilemma fondamentale: come riconciliare la libertà con la sicurezza, in questo nuovo mondo? Non voglio vivere in uno stato di polizia, o in una società del Grande Fratello, né mettere a rischio alcuna delle nostre libertà fondamentali. Ma siccome la nostra idea di libertà non è al passo con i cambiamenti in atto, quelle stesse libertà sono a rischio. (…) La Gran Bretagna ha tratto beneficio dall’immigrazione. Ma so che se non ci doteremo di regole per garantirci un controllo su coloro che entrano, e che escono, su coloro che hanno il diritto di restare, e coloro che non ce l’hanno, allora gli immigrati troveranno ad accoglierli la paura, al posto di un benvenuto. L’unico modo in cui possiamo difendere la libertà è quello di renderla congrua con il mondo di oggi. (…) Ovviamente, una nuova fonte di ansietà la si individua nella lotta globale contro il terrorismo senza pietà e senza limiti. È una lotta che durerà ancora per almeno un’altra generazione. Ma in ciò io credo appassionatamente: non vinceremo finché non riusciremo a liberarci dalla sciagurata soggezione alla propaganda del nemico, secondo la quale la responsabilità pesa su di noi.
Il terrorismo non è colpa nostra. Non l’abbiamo generato noi. Non è conseguenza della nostra politica estera. È un’aggressione al nostro stile di vita. È globale. Ha una sua ideologia. Ha ucciso quasi tremila persone, inclusi più di 60 cittadini britannici per le strade di New York prima della guerra in Afghanistan, o prima ancora che si pensasse all’Iraq. Cresce da decenni. Trova le sue vittime in Egitto, Algeria, Indonesia, India, Pakistan, Turchia. Più di trenta nazioni in tutto il mondo. Si nutre di qualsiasi conflitto. Sfrutta qualsiasi malcontento.
E trova le sue vittime prevalentemente tra i musulmani.
La nostra non è una guerra all’Islam. Questa è una guerra condotta da estremisti che distorcono la vera fede dell’Islam. E tutti quelli tra noi – occidentali e arabi, cristiani e musulmani – che pongono il valore della tolleranza, del rispetto e della coesistenza pacifica al di sopra dell’odio settario, dovrebbero unirsi per sconfiggerli.
Non sono i soldati britannici a far saltare le autobombe a Baghdad o a Kabul per massacrare degli innocenti. Loro sono lì insieme ai soldati di 30 altre nazioni con alle spalle, in ciascun caso, un pieno mandato Onu su specifica richiesta dei primi governi democraticamente eletti di quei paesi, per proteggerli da quella stessa ideologia che insegue la morte di cittadini britannici a bordo di aerei che attraversano l’Atlantico. Se ci ritirassimo oggi, e consegnassimo l’Iraq ad al Qaeda e agli squadroni settari della morte, e riconsegnassimo l’Afghanistan ad al Qaeda e ai talebani, non godremmo di maggiore sicurezza; pronunceremmo, piuttosto, un codardo atto di resa che metterebbe in grave pericolo la nostra sicurezza futura. (…) Dicono che io odii il partito, e le sue tradizioni. Non è così. Io amo questo partito.
C’è una sola tra le sue tradizioni che io abbia mai odiato: quella di perdere. Odiavo gli anni ’80 non soltanto per la nostra inutilità, ma per il nostro bearci di essa. E non voglio vincere per il gusto di vincere, ma per il bene dei milioni di persone che dipendono da noi per vincere, qui e nel resto del mondo. Ogni singolo giorno al potere trascorso da questo governo, ogni giorno in Africa, ci sono bambini che hanno potuto continuare a vivere, e che altrimenti sarebbero morti, se il nostro paese non avesse fatto da battistrada per la cancellazione del debito e della povertà globale. Ecco perché è importante vincere.
Allora continuate a vincere. Fatelo con ottimismo. Con la speranza nei vostri cuori. La politica non è una mansione qualsiasi. È la grande avventura del progresso. Non voglio essere il leader Labour che ha vinto tre elezioni una dopo l’altra. Voglio essere il primo leader Labour ad aver vinto tre elezioni una dopo l’altra. Perciò: dipende da voi. Che ascoltiate il mio consiglio, che non lo facciate. La scelta è vostra. Qualunque cosa farete, sarò sempre dalla vostra parte. Con la testa e con il cuore. Tutto ciò che ho ottenuto lo devo a voi, e tutto ciò che abbiamo ottenuto, insieme, per il paese. L’anno prossimo non farò un altro discorso.
Ma negli anni a venire, ovunque mi trovi, qualsiasi cosa io stia facendo sarò con voi. A volere il meglio per voi. Ad augurarvi di vincere. Ora siete voi il futuro.
Fate del vostro meglio.
(traduzione di stefano pitrelli)http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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La legge del Branco
Ringrazio tutti coloro che mi hanno votato come miglior fonte di spunti, portandomi sul podio dietro a Luca Sofri (complimenti) e davanti ad Akille (nyeah! nyeah! nyeah).
Anche se – adesso posso dirvelo – secondo me vi siete sbagliati. Voglio dire, dove sono tutti questi spunti? Io sto scrivendo sempre le stesse cose. Ho pochi argomenti e raramente cambio idea.
Insomma mi sembro il contrario di quel tipo di blog curioso, che spazia nello scibile umano quotidiano alla ricerca di perle e di porci. Tra l’altro mi piacciono i blog così. Ma io mi somiglio piuttosto a quel tipo di blog che andando avanti negli anni è sempre più selettivo e monomaniaco, sempre più preso da certi cazzi suoi, quel quarantenne che non chiama più nessuno e nessuno lo chiama, si coltiva le proprie personali ossessioni e fine.
Uno che ogni giorno disimpara qualcosa non solo sul mondo, ma persino su sé stesso – ci sono annate di me stesso che mia madre sta chiudendo in scatoloni, per via di un trasloco (i miei genitori crescono, adesso mettono su casa). “C’è qualcosa che ti serve, che t’interessa?” No. Meglio non buttar via, ma grazie, no, niente.
Io che anni fa mi piccavo di avere un parere su tutto, adesso vado in crisi davanti a un qualsiasi tg della sera. C’è tutta una serie di problemi di cui davvero, non saprei e non vorrei dir niente. Non è solo il processo Cogne che riapre e i reporter che si lamentano per lo scarso pubblico. È qualcosa di più profondo. È l’escalation di malati angoscianti che battendo le ciglia avanzano le proprie richieste. Uno vuole morire. Un altro - visto ieri al TG - vivrebbe anche, ma chiede un sacco di soldi. E io da che parte sto? Ho già cambiato canale, scusate. Sul serio, se il dilemma morale è Quanto Concretamente Scuciresti Per Tenere In Vita Uno Che Riesce Solo A Sbattere Le Ciglia, io passo.
È Prodi in Cina che fa quello che stanno facendo tutti i governanti italiani dal 1990 in poi, in perfetta coerenza con le direttive di Ciampi quando faceva l’amatissimo presidente: riallaccia relazioni industriali e chiede di sospendere l’embargo alla vendita di armi che penalizza i poveri armaioli della Val Trompia. Si noti qui per inciso che Prodi agli industriali deve permettere cose concrete, non si può permettere di stordirli a suon di puttanate come il caro vecchio Berlusconi. E quindi io cosa ne penso? Io passo.
E poi l’affare della bimba bielorussa. Che è una cosa tremenda sotto qualunque punto di vista – qualsiasi parere mio o vostro non ridurrà i tempi di dimezzamento delle radiazioni intorno a Cerbobyl, dove quei bambini vivono e continueranno a vivere anche quando l’ondata d’interesse si sarà spostata. Nel frattempo c’è una coppia italiana che ha messo il destino di una bambina al di sopra di tutto. Come forse è giusto che sia – salvo che in quel “tutto” c’è anche il destino di 28mila bambini come lei che non potrebbero più tornare in Italia per l’estate se la Bielorussia s’impunta. E se voi riuscite a formulare un parere voi, complimenti. Io, finché ho potuto, ho cambiato canale.
Poi la curiosità ha mangiato il gatto – a un certo punto mi sono chiesto: ma questi due, dall’aria così normale, come hanno fatto a improvvisarsi da un momento all’altro ladri di bambini e fregare carabinieri e polizia? È un’arte che non s’improvvisa. Ti serve una cappa di omertà irriproducibile in laboratorio, una rete di complicità coltivate per anni, decenni, generazioni. La capacità di comunicare attraverso canali informali e assolutamente sicuri (scordati ti poter usare un cellulare, ma anche un fisso; c’è da tornare al Morse). Non ti basta certo la seconda casa di un amico – occorrono basi logistiche in località sconosciute, covi, tane, insomma, come hanno fatto questi due? Mi sembrava impossibile.
Poi l’altro giorno, sfogliando un blog che è una fonte di spunti, ho scoperto l’arcano (ed è stato come ritrovare un pezzo di me in uno degli scatoloni di mamma). Sono due capi scout. Ok, allora è tutto chiaro. Non la troveranno mai. È un male? È un bene? Ditelo voi. Io non posso esprimere pareri, preferisco fingere di trovarmi davanti a uno di quei film americani primi anni Ottanta che spesso faceva Spielberg, quando gli uomini dei sobborghi erano ancora caparbi, fantasiosi e ribelli, e per una giusta causa fottevano di gusto l’ottuso sceriffo e l’FBI. Al tempo in cui ero un lupetto, appunto.http://leonardo.blogspot.com/
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Berlino proporrà all’Europa
un piano comune sull’energia
di Paolo Soldini
A primavera dell’anno prossimo l’Europa avrà una politica dell’energia comune? È l’obiettivo, molto ambizioso, cui mira il governo di Berlino, che si sta preparando alla presidenza del Consiglio Ue che la Germania eserciterà dalla fine dell’anno fino a giugno del 2007. Illustrando l’iniziativa ai parlamentari della Spd, insieme con le altre linee-guida della presidenza, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha insistito molto sul suo carattere strategico. La corsa mondiale alle risorse, ha detto, sta accentuando in modo rapido e drammatico il carattere di «merce di scambio in termini di potenza» delle risorse energetiche e questo è «un pericolo» per l’Europa, che non può stare alla finestra e farsi strumento di decisioni e politiche altrui. Per questo motivo, la Germania al vertice di primavera della Ue (marzo 2007) intende arrivare con la proposta di un piano comune di azione che riduca drasticamente la dipendenza esterna dei 25 paesi membri, secondo la logica del «tanto meno dovremo importare energia tanto più alta sarà la nostra sicurezza». Si tratterebbe di puntare non solo sul risparmio, la razionalizzazione e l’utilizzazione di fonti alternative, ma anche sulla fusione dell’idrogeno e sullo sviluppo di nuove tecnologie.
Il piano comune per l’energia è parte di una terna di proposte con le quali Berlino, durante la sua presidenza, cercherà di rimettere sui binari una politica europea che rischia grosso, attualmente, su due fronti: da un lato di lasciare l’Unione schiacciata come un vaso di coccio tra gli Stati Uniti e i giganti emergenti dell’Asia; dall’altro di ripiegarsi su se stessa, con la caduta delle prospettive di riforma istituzionale e di approfondimento dell’integrazione rese drammaticamente evidenti dal fallimento del processo che avrebbe dovuto portare alla Costituzione.
Sul piano esterno, pensa Steinmeier, esiste una «finestra di opportunità» per stringere una nuova partnership con la Russia, legandone «in modo irreversibile» i destini all’Unione. Si tratta dei negoziati che Bruxelles dovrà riprendere con Mosca quando, nei primi mesi del 2007, scadrà l’attuale accordo di collaborazione. «Se tutte e due le parti afferreranno questa opportunità, si apriranno prospettive di grandissimo respiro», secondo il capo della diplomazia tedesca. «A medio termine si può pensare alla creazione di una zona di libero scambio per le merci e di circolazione senza visto per le persone, a una ampia collaborazione in materia di energia, alla costruzione di una fitta rete di rapporti in fatto di ricerca scientifica e tecnologica, di formazione e di cultura».
Assai più cauta sarà invece la presidenza tedesca nei rapporti con gli stati che chiedono l’ammissione all’Unione. Certo, dice il ministro, «Bulgaria e Romania non saranno certamente gli ultimi paesi che entreranno» e «a lungo termine una Unione a trenta stati non è inimmaginabile», ma il cammino degli altri «potrebbe essere più lungo e difficile di quanto potevamo sperare». Nei Balcani occidentali esistono ancora «notevoli deficit» in fatto di certezza del diritto; la Turchia «ha diritto a un atteggiamento leale nel negoziato per la sua adesione», ma una «questione decisiva» consiste nel fatto che essa «si riconosca» non solo nell’Europa, ma «nei suoi valori», facendo «da ponte verso i paesi dell’area e non da muro difensivo tra l’Europa e i paesi islamici del Medio Oriente».
Quanto alla Costituzione europea Steinmeier è prudente al punto di ammonire contro «le attese esagerate in merito a quanto la presidenza potrà fare». Quando scadrà il mandato di Berlino, «non ci sarà alcun risultato definitivo, ma - se va bene - la decisione comune di riprendere e portare avanti gli sforzi per la Costituzione, legati a una risoluzione comune sulle modalità e il calendario». L’obiettivo, sottolinea il ministro, è comunque ambizioso: «Non lavoreremo per una formula di compromesso ma per una soluzione che renda l’Europa in grado di lavorare e di affrontare il futuro».http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=72718
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Psichiatria: medicina o... pseudo-scienza
La psichiatria a ha invaso il nostro quotidiano a tal punto che non ci facciamo neanche più caso. A tutti i nostri problemi (di coppia,sesso, lavoro, educazione, droga, ecc.) psicologi di ogni genere propongono delle risposte. Miliardi sono gli investimenti ogni anno per la psichiatria e i suoi programmi.
Tuttavia, come affermano gli psichiatri stessi, essi non sono mai riusciti a dimostrare scientificamente una sola delle loro “malattie mentali” e sono incapaci di guarire chicchessia.
Nel 1994, lo psichiatra Norman Sartorius - presidente dell'Associazione mondiale di psichiatria dal 1996 al 1999 - dichiarò durante un congresso dell'Associazione degli psichiatri europei: “L'epoca in cui gli psichiatri pensavano di poter guarire le malattie mentali è finita. In futuro, i malati mentali dovranno imparare a convivere con la loro malattia”.
Le diagnosi psichiatriche si concentrano sulla categorizzazione dei sintomi e non sull'osservazione delle malattie psichiche reali. In questo essi si distanziano in modo significativo dalle diagnosi mediche. Nel 2002, il Dr. Thomas Szasz, professore emerito in psichiatria, dichiarò: “Non esiste alcun test del sangue o altro test biologico per verificare la presenza o l'assenza di malattie mentali come ne esistono per la maggior parte delle malattie fisiche”.
In realtà, per formulare una diagnosi, la psichiatria si rifà alla sua “bibbia”, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). I criteri che definiscono ognuno dei disturbi iscritti in questo manuale sono votati dai membri di un comitato dell'Associazione americana di psichiatria e le malattie sono adottate tramite consensi. Ora, uno studio recente rivela che la maggioranza dei medici americani che redigono il famoso DSM sono legati finanziariamente all'industria farmaceutica.
Le Courrier International (giornale francese) N° 820 dal 20 al 26 luglio 2006, in un articolo intitolato “La psichiatria sotto l'influenza delle lobbys”, pone la domanda: “L'industria farmaceutica interviene o ridefinisce le malattie con lo scopo di vendere sempre più farmaci ?”
Com'è la situazione oggi ?
- Quasi 17 milioni di bambini nel mondo prendono farmaci psicotropi pericolosi, riconosciuti da diversi organi di controllo dei medicamenti come causa potenziale di comportamento violento, e perfino suicidario.
- Quasi il 10% degli psichiatri e psicologi ammettono di aver avuto delle relazioni sessuali con dei loro pazienti.
- Più di 100000 pazienti muoiono ogni anno negli istituti psichiatrici.
- Almeno 100 bambini si sono suicidati dopo aver preso degli antidepressivi SSRI.
- All'epoca dei massacri con armi da fuoco nelle scuole degli Stati-Uniti, otto dei tredici sparatori prendevano degli psicofarmaci che provocano comportamento violento e suicidario. 68 persone sono state ferite e più di 29 sono morte.
- Circa 2 milioni di persone subiscono degli elettrochoc ogni anno nel mondo e 10000 di essi non sopravvivono.
- Tra il 2000 e il 2002 in Svizzera, 91'313 persone sono state internate in ospedali psichiatrici. Circa un terzo delle ammissioni non sono volontarie.
- Nel 1986, la Svizzera contava 23'507 casi di AI (assicurazione invalidità) dovuti a ragioni psichiche. Oggi, sono più di 80'000.
- Sempre in Svizzera quasi 20'000 bambini ricevono uno stimolante simile alla cocaina per trattare l'ADHD (disturbo del deficit di attenzione e iperattività), anche se niente ha mai permesso di dimostrare la validità scientifica della diagnosi.
Ci sarebbe da chiedersi se, come questi fatti tendono essenzialmente a provare, la psichiatria possa fregiarsi ancora di appartenere alla branca medica e se i finanziamenti della cassa malati di base andrebbero realmente garantiti ad una disciplina che ancora nel 2006 riesce a disporre di così pochi riferimenti scientifici. Per domande o se ritenete di aver subito abusi psichiatrici, potete contattare il Comitato dei Cittadino per i Diritti dell'Uomo (CCDU).
Per ulteriori informazioni:
CCDU Svizzera Sez. Ticino
CP.613 - CH-6512 Giubiasco (TI)
Phone: +41/76/327 83 79
C C D U Onlus
20127 Milano (MI) - Viale Monza, 1
Phone: +39 02 36510685
Fax: +39 02 99985564
E-mail: ccdu_italia@hotmail.com
Ccdu.org
a cura di CCDU Svizzera Sez. Ticino
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26.09.06
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La tigre con le spalle al muro
Tempi "paurosi" aspettano gli Usa.
Immanuel Wallerstein
Alla cricca di Cheney resisterà anche la grande impresa che vede le politiche attuali come portatrici di conseguenze assai negative per l’economia americana. E naturalmente incontrerà la resistenza della sinistra e del centro-sinistra americani che si stanno sentendo rinvigoriti, arrabbiati e ansiosi per il corso della politica USA. C’è una lenta ma chiara radicalizzazione della sinistra, e perfino del centro-sinistra.
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Quando, alcuni anni fa, alcuni di noi dissero che il declino dell’egemonia degli Stati Uniti nel sistema-mondo era inevitabile, inarrestabile, e si stava già verificando, da molti ci venne risposto che ignoravamo l’ovvia, schiacciante forza militare ed economica degli Stati Uniti. E alcuni critici dissero che le nostre analisi erano dannose perché servivano da profezia che si autoavvera.
Poi durante la presidenza Bush i neocon sono andati al potere, ed hanno applicato la loro politica di militarismo macho unilaterale, pensata (dicevano) per restaurare l’egemonia indiscussa degli Stati Uniti costringendo con la paura i nemici e con l’intimidazione gli amici all’obbedienza indiscussa alle politiche americane nell’arena mondiale. I neocon hanno avuto la loro chance e le loro guerre e hanno fallito spettacolarmente sia nello spaventare chi era considerato nemico, sia nello spingere con l’intimidazione degli ex alleati all’obbedienza senza discussioni. La posizione degli USA nel sistema-mondo è molto più debole oggi che nel 2000, il risultato precisamente delle stesse sconsiderate politiche dei neocon adottate durante la presidenza Bush. Oggi, un bel po’ di gente è pronta a parlare apertamente di declino degli USA.
E allora, adesso che succede? Bisogna tenere d’occhio due luoghi; l’interno degli Stati Uniti, e il resto del mondo. Nel resto del mondo, governi di tutte le tendenze prestano sempre meno attenzione a qualsiasi cosa che gli Stati Uniti dicono di volere. Madeleine Albright, quando era segretario di Stato, disse che gli Stati Uniti erano “la nazione indispensabile.” Questo può essere stato vero un tempo, ma certamente non è vero adesso. Ora, sono una tigre con le spalle al muro.
Non sono ancora proprio la “tigre di carta” di cui parlava Mao Zedong, ma certamente sono sulla strada di rivelarsi una tigre accovacciata per difendersi.
Le altre nazioni in che modo trattano una tigre con le spalle al muro? Con tantissima prudenza, va detto. Gli Stati Uniti, se quasi da nessuna parte sono più in grado di ottenere quello che vogliono, sono ancora capaci di fare tantissimi danni se decidono di scatenarsi. L’Iran può sfidare gli Stati Uniti con aplomb, ma cerca di stare attento a non umiliarli. La Cina adesso può sentirsi sicura di sé e certamente diventerà ancora più forte nei decenni futuri, ma tratta gli Stati Uniti con i guanti di velluto. Hugo Chávez può prendere la tigre apertamente per il naso, ma il più anziano e più saggio Fidel Castro parla in modo meno provocatorio. E il nuovo primo ministro italiano, Romano Prodi, stringe le mani di Condoleezza Rice mentre persegue una politica estera chiaramente mirata a rafforzare per l’Europa un ruolo mondiale indipendente dagli Stati Uniti.
E allora perché sono tutti così prudenti? Per rispondere a questo, dobbiamo guardare a cosa sta succedendo negli Stati Uniti. Il capo de facto, Dick Cheney, sa cosa bisogna fare dal punto di vista dei militaristi macho, dei quali è il leader. Gli Stati Uniti devono “tirare diritto” e anzi aumentare la violenza. L’alternativa è ammettere la sconfitta, e Cheney non è tipo da farlo.
Cheney tuttavia ha un acuto problema politico in patria. Lui e le sue politiche stanno chiaramente e massicciamente perdendo appoggio all’interno degli Stati Uniti. I discorsi allarmistici sui terroristi e le accuse di tradimento lanciate contro i suoi critici non sembrano più efficaci come una volta. La recente vittoria di Ned Lamont, critico nei confronti della guerra, sul difensore della guerra Joe Lieberman nelle primarie democratiche per le elezioni al Senato nel Connecticut hanno scosso l’establishment politico americano di entrambi i partiti. Nel giro di qualche giorno un grandissimo numero di politici è sembrato spostarsi nella direzione di porre fine all’operazione irachena.
Se, come ora sembra del tutto possibile, nelle elezioni di novembre 2006 i democratici otterranno il controllo di entrambe le camere del Congresso, rischia di esserci una corsa al ritiro, malgrado le esitazioni della leadership democratica al Congresso. Questo sarà tanto più sicuro se, in varie elezioni locali, vinceranno candidati di spicco contrari alla guerra. Cosa farà allora il campo di Cheney? Non ci si può aspettare che riconosca graziosamente l’avvento di un presidente democratico nelle elezioni del 2008. Saprà di avere probabilmente solo due anni ancora per creare situazioni dalle quali per gli Stati Uniti sarebbe quasi impossibile tirarsi indietro. E dal momento che, con un Congresso democratico, non sarebbe in grado di far approvare alcuna legge importante, si concentrerà (ancora di più di adesso) sul cercare di usare i poteri esecutivi della presidenza, sotto il docile uomo di paglia George W. Bush, per fomentare caos militare per il mondo e ridurre radicalmente la sfera delle libertà civili all’interno degli Stati Uniti.
La cricca di Cheney tuttavia incontrerà resistenza su molti fronti. Il punto di resistenza più importante sarà senza dubbio la leadership delle forze armate USA (ad eccezione dell’aviazione), che chiaramente pensa che le attuali avventure militari hanno notevolmente sovraesposto la capacità militare americana ed è molto preoccupata che l’opinione pubblica degli Stati Uniti in futuro le attribuisca la colpa quando Rumsfeld e Cheney saranno scomparsi dai titoli dei giornali. Alla cricca di Cheney resisterà anche la grande impresa che vede le politiche attuali come portatrici di conseguenze assai negative per l’economia americana. E naturalmente incontrerà la resistenza della sinistra e del centro-sinistra americani che si stanno sentendo rinvigoriti, arrabbiati e ansiosi per il corso della politica USA. C’è una lenta ma chiara radicalizzazione della sinistra, e perfino del centro-sinistra.
Quando ciò accadrà, la destra militarista reagirà molto aggressivamente. Quando Lamont ha vinto le primarie, un lettore del Wall Street Journal ha scritto una lettera in cui diceva che “abbiamo raggiunto un punto critico in questo paese – se permettiamo che la sinistra governi come maggioranza il nostro paese è finito.” Chiama i leader repubblicani “incapaci”. Lui, e molti altri, cercheranno leader più feroci.
Tutti si preoccupano della Guerra civile in Iraq. E negli Stati Uniti? Ci aspettano tempi paurosi!
Z-Net.it
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Giappone - Il lento risveglio di Tokio
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Editoriale
QuadrantEuropa
La grande attenzione internazionale riservata al cambio alla testa del governo giapponese è dovuta alla statura politica di Junichiro Koizumi il leader uscente. Tokio sarà il baricentro per i futuri sviluppi del continente?
Il cambio della guardia al vertice del governo tra Koizumi e Shinto Abe avviene alla luce della nuova consapevolezza nazionale giapponese. Una trasformazione della coscienza collettiva di Tokio voluta dall’ex primo ministro stimolando il nazionalismo del paese, in modi a volte anche poco raffinati.
La parola chiave di quest’atteggiamento si chiama Yasukuni. Le visite di Koizumi al sacrario dove si onora la memoria dei giapponesi caduti per la patria durante il periodo dell’imperialismo giapponese, sono diventate simbolo e motivo della diffidenza verso Tokio da parte dei vicini asiatici.
In realtà il Giappone sta iniziando a sciogliere le catene pacifiste poste nella Costituzione nipponica dall’alleato americano dopo la seconda guerra mondiale. Il nuovo governo rafforzerà questa tendenza. Tokio si riconosce nelle proprie forze armate con una naturalezza nuova, trova parole e gesti chiari non solo nei confronti della minacciosa Corea del nord, ma anche verso il potenziale economico, politico e militare della nuova potenza regionale cinese. Cina e Giappone non sono solo potenze contrapposte sul piano economico ma anche su quello politico. Questa rivalità potrebbe lentamente riflettersi su tutta l’Asia orientale. La regione non conosce una struttura come quella europea che, alla ricerca dell’unificazione politica, è riuscita a creare una cornice per la sicurezza comune.
Per risolvere le sfide sulla sicurezza come la questione nord coreana o la crescita della Cina a potenza regionale, Koizumi ha cercato un legame particolarmente stretto con il partner americano, e nella lotta di Bush contro Saddam e il terrorismo si è schierato con gli Usa. La stretta collaborazione con l’America non risponde solo al bisogno di protezione giapponese, ma anche al disegno di Tokio di raggiungere una statura politica internazionale che corrisponda al suo peso di seconda potenza economica mondiale.
Il Giappone è il secondo contribuente mondiale per gli aiuti allo sviluppo, finanzia in modo massiccio l’Onu, partecipa attivamente agli impegni di pace e vede come un fatto naturale un suo seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Nulla da dire sul fatto che il Giappone, cosciente delle sue responsabilità, voglia raggiungere un corrispondente ruolo sul palcoscenico della politica mondiale e cerchi di emanciparsi dalle conseguenze della seconda guerra mondiale. Del resto è stato proprio l’alleato americano a spingerlo su questo percorso. La nuova consapevolezza giapponese si scontra però con la diffidenza dell’estremo oriente. Tokio ha sempre avuto delle difficoltà a ripensare il proprio passato militarista e imperialista. Al contrario sembra quasi considerarlo un tabù. Koizumi ha rafforzato questa tendenza fino a spingere la nazione in un corso di politica estera isolazionista e pericoloso. Sulle questioni storiche il suo successore Shinzo Abe sembra essere ancora più unilaterale di Koizumi.
Ciò nonostante lo scenario prospettato da alcuni circoli cinesi o coreani, una “rinascita del nazionalismo e imperialismo giapponese che mette in discussione l’ordine dell’estremo oriente”, non è ipotizzabile. Che un Giappone politicamente emancipato si possa sciogliere dal suo ancoramento democratico e allontanarsi dall’alleanza con Washington, per indirizzarsi verso un corso ultra nazionalista è improbabile.
Tokio è un paese saldamente democratico che di fronte a certi eccessi nazionalisti ha già avviato un problematico dibattito. Dietro questo dibattito non c’è, o non c’è ancora, una discussione sostanziale con la propria storia.
I legami economici tra Giappone e Cina sono così profondi che le tensioni politiche nei rapporti bilaterali non li metteranno in discussione. La recente ripresa economica dell’era Koizumi, si deve soprattutto alla domanda cinese di prodotti industriali giapponesi. In Giappone si è del resto coscienti che un corso isolazionista in politica estera, farebbe venir meno l’importanza di Tokio anche nei confronti dell’alleato americano. La solitudine diplomatica del resto mal si accompagna alla volontà giapponese di far da contrappeso alla potenza cinese. Il crescente dominio di Pechino nella regione è visto con preoccupazione crescente da molti Stati. Shinzo Abe appare cosciente di tutto ciò così come della necessità del dialogo anche nei confronti della Cina.
L’incontestabile ascesa economica dell’Impero di mezzo viene spesso utilizzata dai media come un’iperbole storico-politica. La preconizzata trasformazione mondiale legata a questo scenario al momento non è altro che una speculazione intellettuale. Non è detto che la Cina, paese ancora in gran parte agricolo e in via di sviluppo, si innalzerà al rango di superpotenza. Allo stesso modo nessuno può dire se dopo il suo lento risveglio, il Giappone potrà diventare un fattore decisivo nella politica dell’Estremo Oriente.
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L’esperto immobiliare: «La Bce aumenterà i tassi. E la bolla speculativa scoppierà»
Secondo l’economista José García-Montalvo, anche se la Bce ha mantenuto bassi i tassi d’interesse negli ultimi anni, i governi devono elaborare una buona politica finanziaria per controllare il prezzo delle case.
L'esperto catalano José García-Montalvo (Foto JGM) José García-Montalvo, professore di economia presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, ha studiato l’evoluzione dei prezzi delle case in Spagna. Membro dell’Istituto Valenziano di Ricerche Economiche, García-Montalvo collabora regolarmente con la stampa.
Come responsabile della politica monetaria, la Bce (Banca Centrale Europea) è colpevole dell’aumento dei prezzi delle case nella Zona Euro?
L’obiettivo della Bce è la stabilità dei prezzi in tutta l’Eurozona, una missione molto difficile se i 12 Paesi dell’area presentano situazioni economiche molto diverse. A Francoforte si decide il tasso di interesse che gli europei devono pagare per i mutui. Con la moneta unica la Bce ha applicato un tasso di interesse basso per stimolare gli investimenti e rilanciare le economie in ritardo di Francia e Germania. Una politica, questa, poco adatta per economie come quella spagnola che cresceva invece a ritmo serrato. Proprio per questo, i tassi di interesse in Spagna sono passati dal 14% degli anni Novanta al 2% del 2005.
Quali conseguenze ha avuto questo abbassamento dei tassi di interesse sul mercato immobiliare?
Molte famiglie si sono affrettate a comprare e a indebitarsi, spesso anche al di là delle proprie capacità e per un periodo che può arrivare anche ai 50 anni. Il prezzo delle case e l’inflazione sono saliti alle stelle. Nel 2006 in un Paese con 44 milioni di abitanti come la Spagna si è dato avvio alla costruzione di circa 800.000 nuove case, più dell’Inghilterra, della Francia e della Germania messe insieme. In un Paese delle dimensioni degli Stati Uniti si arriva a un milione e mezzo all’anno di nuove case.
Secondo lei questo ritmo di costruzione elevato è positivo o negativo?
I bassi tassi di interesse hanno attratto anche gli speculatori che, approfittando di costi di indebitamento altrettanto bassi, hanno fatto fortuna nel mercato immobiliare spagnolo. Quando l’aumento dei prezzi si deve solamente alla speculazione, si parla di “bolla immobiliare”. In questi casi il benessere è solo temporale e illusorio, perché presto o tardi la bolla scoppierà, come è accaduto in Inghilterra e ad Hong Kong , dove ha provocato un abbassamento del valore delle case del 30%. In situazioni del genere, il valore dell’ipoteca può arrivare ad essere maggiore del valore di mercato della casa. A tal proposito l’ ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale mette in guardia circa un possibile raffreddamento dei mercati immobiliari: la gente si sente più povera, il consumo si riduce e gli appartamenti si vendono a fatica.
E negli altri Paesi europei?
Il boom immobiliare è avvenuto quasi contemporaneamente in vari Paesi europei come ad esempio Irlanda, Spagna e Olanda. Nei primi anni la Bce ha applicato una politica monetaria favorevole ai Paesi con problemi di crescita come Germania e Francia.
Quindi qual è il margine di manovra degli Stati membri?
La politica fiscale è ancora competenza dei governi che, tramite tasse e incentivi, devono supplire alle restrizioni insite in una politica monetaria comune a 12 Paesi con situazioni economiche tanto diverse. Prendiamo la Spagna. Per frenare l’aumento del prezzo delle case la soluzione ideale sarebbe aumentare il numero degli affitti (solo il 9% delle case spagnole sono in affitto) ed eliminare gli sgravi fiscali tuttora vigenti per l’acquisto di una casa: una misura antielettorale che nessun governo ha avuto il coraggio di adottare.
Che mi dice dell’Europa dell’Est?
Gli investitori internazionali stanno abbandonando la Spagna per dirigersi verso mercati più interessanti come l’Est europeo, il Sudest asiatico oppure la Cina. Paesi come la Croazia (o il Montenegro ndr) stanno seguendo lo stesso percorso di crescita economica della Spagna, tramite un’urbanizzazione delle coste.
A parte il tasso di interesse, quali sono gli altri fattori che concorrono all’aumento del prezzo del mattone?
I prezzi crescono anche in funzione dell’incremento demografico, che oggi si verifica soprattutto a causa dell’immigrazione. Ma se consideriamo che in un Paese con una crescita pari a quasi zero come la Francia si è avuto comunque un aumento molto rapido del prezzo delle case, ci rendiamo conto che non è a causa dell’aumento della popolazione che i prezzi salgono. Anche se negli ultimi anni si sono mantenuti stabili i costi di produzione conservano un certo valore. Infine, si può parlare di una situazione congiunturale, di un aumento generale dei prezzi che ha interessato tutti i Paesi al di fuori e dentro la Zona Euro, a causa di un’abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.
Acquistare un appartamento è ancora il migliore investimento?
La gente è convinta che la casa sia sempre un investimento sicuro e che il valore degli appartamenti aumenti sempre. Ma ricordiamoci che i tassi di interesse possono anche riprendere a salire e che il prezzo delle case, così come sale, può anche scendere, come è successo a Hong Kong dove, dal 1997, i prezzi sono scesi del 66%.
Mariona Vivar Mompel - Barcelona -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8215
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Lula non cede
Benché inseguito dagli scandali di corruzione, il presidente Lula è primo nelle intenzioni di voto dei brasiliani
“Che sporgano pure denuncia. Facciano quello che vogliono. Non ho problemi. Vinceremo con la faccia pulita”. A pochi giorni dal voto – le presidenziali si terranno domenica primo ottobre – il presidente in carica Luiz Inacio Lula da Silva non mostra nessun cedimento. Tutti i sondaggi lo danno vincitore al primo turno e il suo ego gongola. Nonostante gli scandali che da mesi e mesi minacciano la sua leadership, con uomini del Partito dei lavoratori (Pt) che sono apparsi invischiati fino al collo, i brasiliani continuano a credere in lui. Anzi, molti critici sono dell’idea che alla fine dei giochi Lula sia passato da vittima. La valanga di denunce ha sortito l’effetto contrario: è stata percepita come una sorta di accanimento, un tentativo disperato dell’opposizione di far cadere il presidente più amato del Brasile.
Ancora corruzione. L’ultimo dei tanti scandali riguarda il tentato acquisto, da parte del segretario speciale di Lula, di un dossier zeppo di prove che incastrerebbero Gerarldo Alckmin, candidato del Psdb, il partito dell’ex presidente Cardoso, e principale sfidante alle prossime presidenziali. Una serie di documenti-bomba che illustrano il ruolo tenuto dall’ex governatore di San Paolo nello scandalo sulla compravendita delle ambulanze. Ma anche questa volta Lula grida al complotto, il segretario speciale si immola alla causa dimettendosi, e Alckmin non acquista nessun punto percentuale nei rilevamenti sulle intenzioni di voto.
È in questo clima che hanno deciso di farsi sentire i militari. Il Clube Militar, congregazione che riunisce le tre forze armate, ha pubblicato un documento sul suo sito internet in cui si dicono preoccupati per “il pericolo imminente” che starebbe correndo la democrazia brasiliana. Notoriamente legati alla gestione Cardoso - tanto da ospitare un sondaggio web che vede il candidato del Psdb, Alckmin, al 65 percento delle preferenze, contro il 25 di Lula – hanno rivolto il loro appello rivolto ai brasiliani: “Ci sentiamo in dovere di manifestare, pubblicamente, la nostra indignazione per questo stato di cose e di sottolineare l’importanza delle prossime elezioni come strumento a disposizione del popolo per risanare la vita politica nazionale”. Un invito a non votare per Lula.
Ma Lula non cede. “Non mi sbigottiscono le loro grida, le loro denunce. Il Pt non è l’unico partito ad avere esponenti che hanno commesso errori” e aggiunge che gli sbagli di alcuni non possono cancellare le conquiste del suo governo.
Le soluzioni. Al tentativo di golpe grida, invece, Tarso Genro, ministro del governo Lula, in un’intervista rilasciata a Carta Maior: “La destra riconosce la sua sconfitta e sta creando le condizioni per generare un grado di instabilità tale che nel secondo governo Lula sarà impossibile governare. E’ il gioco delle elite brasiliane”. E quindi parla della necessità di una radicale “rifondazione” del partito dei lavoratori, precisando che si dovrà procedere a cambiare la cultura politica del partito e a riorganizzare il programma democratico e socialista svecchiandolo. “La soluzione, per il Pt, sta dentro il Pt”.
La corsa alle presidenziali è dunque agli sgoccioli. I candidati stanno giocando le ultime carte e i sondaggi si sprecano. Fra i più autorevoli quello condotto da Datafolha. Se Lula potrà contare sul 50 percento dei voti, contro il 29 del candidato del Partito Socialdemocratico brasiliano (Psdb), Geraldo Alkmin, la candidata di sinistra, ex peteista e adesso candidata antagonista di Lula nelle fila del neo partito Socialismo e Libertà (Psol), si attesta al 9 percento. Il candidato del Partito laburista democratico (Pdt), Cristovam Buarque, invece, è probabile che andrà a raccogliere il 2 percento delle preferenze. Sono fermi all’1 percento, infine, Ana María Rangel, del Partito repubblicano progressista (Prp), José Maria Eymael, del Partito Social Democratico Cristiano (Psdc), Luciano Bivar, del Partito Social Liberale (Psl), e Rui Costa Pimenta, del Partito della Causa Operaia (Pco). Si tratta di un'inchiesta che dichiara di avere un margine di errore di due punti percentuali e che è fatta su un campione di 7.735 elettori in 353 città.
Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6321
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Tu chiamala se vuoi supervisione
Da Mostar, scrive Dario Terzić
L'Alto Rappresentante affida a un diplomatico tedesco la soluzione dei problemi di Mostar, città riunita solo sulla carta. Ma è un supermercato, in centro, la vera novità per i mostarini. Di est e di ovest. La cronaca degi ultimi avvenimenti dal nostro corrispondente
La spesa in un Mercator Sì, sarà così. Mostar avrà un nuovo sindaco. Anche se i signori della comunità internazionale dicono: “Non chiamatelo sindaco, siete voi, cittadini di Mostar, a decidere il vostro destino, e non noi stranieri”. E' una storia vecchia, vecchia... Ma continua.
Pochi giorni fa l'Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, sua maestà signor Schilling, è venuto a Mostar e ha detto: “Basta”.
O, per la precisione, lui non ha pronunciato quella parola, ma si è capito. Il 15 settembre era la data entro la quale i consiglieri comunali avrebbero dovuto mettersi d'accordo sul funzionamento della città. Ci sono tre problemi centrali: la televisione pubblica HT Mostar (croata pura), le ditte municipalizzate e l'amministrazione cittadina.
E siccome i consiglieri comunali di Mostar non riescono mai a mettersi d'accordo, decide l'Alto Rappresentante. “Vi mando un Uomo”, ha detto. E quell'uomo si chiama Norber Winterstein, un diplomatico tedesco già noto agli stessi mostarini.
Era stato proprio il signor Winterstein il presidente della Commissione per lo Statuto di Mostar. Lo Statuto, lo ricordiamo, è stato imposto quasi due anni fa dall'Alto Rappresentante di allora, Paddy Ashdown. In base a quel documento, i sei municipi [di Mostar, ndc] erano aboliti e ne veniva stabilito uno solo, con amministrazione unica. Prima di quello, ricordiamo ancora, in questa bella città erzegovese sulla Neretva tutto era diviso, doppio. Tre municipi nella zona ovest a maggioranza croata e altri tre sulla sponda est - quella musulmana. Con il nuovo Statuto, la città doveva cominciare a funzionare come se fosse una città sola: un pronto soccorso, una stazione centrale dei pompieri, una municipalizzata per la raccolta dei rifiuti, un acquedotto. Perché, prima, tutto (ma proprio tutto) era doppio.
“Ma la situazione oggi com'è?”, vi chiederete voi. Tutto unito. Sì, ma sulla carta. In pratica, più o meno, rimane tutto come prima. Almeno il pronto soccorso ha un unico ufficio per le emergenze (ma rimangono due strutture sulle due sponde della Neretva), la stazione dei Vigili del Fuoco ha un unico centro informativo, ma in realtà sono due squadre divise... E così via.
Negli ultimi anni, per quanto riguarda il potere, la città è stata divisa tra l'HDZ BiH [Unione Democratica Croata della Bosnia Erzegovina, ndc], partito croato, e l'SDA [Partito di Azione Democratica, ndc], partito musulmano. Ogni partito si è preso una metà della città, e lì regna. Gli altri partiti non riescono a fare niente. Così, anche nel Consiglio comunale, non si fa niente.
In questi due anni, dopo lo Statuto, i signori della politica non sono riusciti a mettersi d'accordo sull' amministrazione della città. Nel frattempo, l'ufficio dell'Alto Rappresentante ogni tanto gli ricordava che la riforma dell'amministrazione comunale non era stata fatta, che molte cose erano rimaste doppie. Ma intanto, i due partiti SDA e HDZ continuavano a gestire la città a modo loro senza mettersi uno contro l'altro.
E poi, i due partiti si sono scontrati sulla questione della televisione pubblica. A Mostar, oggi, ci sono tre televisioni: la HTV (Hrvatska Televizija nella parte ovest); TV Oscar (sempre a ovest) e TV Mostar (a est). Solo una di queste, però, sembra una televisione pubblica e viene finanziata soprattutto dal budget, la HTV. Però, è una televisione dove lavorano solo i croati... E il programma è in lingua croata... E la gente la considera la televisione dell'HDZ. Per questo l'altro partito, SDA, ha cominciato a chiedere dei cambiamenti. Cambiare la struttura del personale, o interrompere il finanziamento pubblico.
Per mesi durante le sedute del Consiglio comunale i consiglieri hanno cercato di mettersi d'accordo sulla HTV. E' diventata una vera e propria telenovela. L'Alto Rappresentante aspettava che finalmente il Consiglio si mettesse d'accordo, ma alla fine non gli è rimasto altro da fare che prendere di nuovo le cose nelle sue mani. O meglio, nelle mani di Norbert Winterstein.
E così, gli stranieri stanno cercando di riuscire là dove i politici locali hanno fallito: la riunificazione di Mostar. La città, intanto, continua a vivere le sue due vite separate: da una parte Mostar est, dall'altra Mostar ovest, e in mezzo c'è il distretto - la terra di nessuno. Era pensata come il nucleo di una Mostar nuova. Lì sono dislocate le sedi delle organizzazioni non governative, la comunità internazionale e così via. Ma in pratica, nel distretto uno va solo se deve, se è obbligato per fare delle pratiche amministrative.
Un mese fa, però, è nato un fenomeno del tutto nuovo. Si chiama Mercator, ed è la catena slovena dei supermercati. Gli sloveni sono arrivati a Mostar soprattutto con uno scopo lucrativo, fare i soldi. Però, senza rendersene conto, sembra che abbiano fatto una cosa che gli altri (cioè i politici), non erano riusciti a fare. Hanno creato uno spazio veramente misto.
Come prima cosa, pensata bene, hanno deciso di costruire il grande centro commerciale proprio nella zona urbana, quasi in centro, e non fuori città come hanno fatto altri. Così Mercator, che è nella zona croata ma in centro, è a portata di mano di tutti. Poi, per quanto riguarda il personale, hanno preso dipendenti di tutte le comunità. Così anche i musulmani, sembra una metà circa del personale, lavorano nel Mercator, in piena zona croata. E anche per questo Mercator è un caso unico (a parte l'amministrazione)...
E una cosa tira l'altra. Questo supermercato ha già creato un'atmosfera molto diversa. I musulmani dalla parte est sono molto più liberi di venire lì, comprare e chiedere le cose senza dover fare molta attenzione alla lingua (o meglio dire alla versione della lingua...): al Mercator si parla anche la versione bosniaca senza nessuna esitazione.
E diciamo pure che il Mercator, oltre al Supermercato, ha tutta una serie di bar, il ristorante, negozi. E' diventata una piccola città dove vengono intere famiglie. Mamme e papà con i ragazzi, bambini in passeggino...
Così, volenti o nolenti, Mercator è diventato un nuovo centro, il nuovo nucleo di una città unita. Un vero distretto. Arriveranno anche le elezioni di ottobre, che non dovrebbero influenzare molto la situazione attuale di Mostar. La città aspetta con più attenzione l'Anno Nuovo. Perchè è allora che finiranno i tre mesi del mandato di Norbert Winterstein.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6172/1/51/
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Liberia : Ellen Sirleaf al parlamento europeo
di Carla Amato
Il presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf e' intervenuta oggi al parlamento europeo. La Liberia e' un membro degli accordi UE-ACP (Stati caraibici e africani) che riguardano il commercio e lo sviluppo. I parlamentari delle due organizzazioni si incontrano due volte all'anno per discutere i temi internazionali.
Il primo presidente donna dell'Africa, che ha vinto le elezioni del novembre 2005 con quasi il 60% dei voti, e' espressione di un progetto di pace e di stabilita', dopo 14 anni di guerra civile da cui il Paese e' uscito con quasi l'80% di abitanti disoccupati e condizioni di vita sotto la soglia di poverta'. Inoltre anni di guerra hanno costretto gran parte della popolazione a spostarsi, con conseguenze mortali per i bambini.
Sempre i bambini sono stati fra e vittime dei reclutamenti della guerra condotta dal precedente presidente, Charles Taylor, che ha gestito il paese come un signore della guerra negli anni '90, in cui ha fatto anche uso di bimbi soldato. Ha inoltre interferito a lungo nella guerra civile nel confinante Sierra Leone.
Taylor e' ora accusato di crimini contro l'umanita' e, dopo essere stato in esilio in Nigeria a seguito di un accordo internazionale volto ad eliminarlo dalla scena politica, e' stato arrestato lo scorso anno e consegnato alle autorita' internazionali per essere processato. Il presidente dell'europarlamento Josep Borrell ha accolto il suo arresto come vittoria "nella lotta contro l'impunita' dei criminali di guerra".
Dalla Sierra Leone, dove era in arresto, per decisione del Consiglio di Sicurezza Taylor e' stato trasferito a L'Aja, dove e' stata distaccata una sezione speciale del Tribunale ONU per la Sierra Leone. Infatti la Corte speciale e le autorita' di Monrovia temevano che la sua presenza nei Paesi in cui si presume abbia fomentato rivolte durante gli anni '90 potesse mettere in crisi la gia' fragile pace nella regione occidentale dell'Africa.
I Paesi Bassi hanno dato la loro disponibilita' ad ospitare il procedimento fornendo i locali per la detenzione e le aule per il processo, mentre il governo britannico ha dato invece la sua disponibilita' ad ospitare in carcere Taylor in caso fosse condannato. Le accuse contro Taylor sono crimini contro l'umanita' ed altre violazioni gravi delle leggi umanitarie internazionali, compresa schiavitu' sessuale e mutilazioni.
Sirleaf era stata incarcerata ed esiliata dopo il colpo militare del 1980. Era il primo ministro delle finanze donna quando si e' proposta contro Taylor alle presidenziali del 1997. In seguito ha vinto le elezioni del 2005 battendo l'ex campione di football George Weah.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Il richiamo del Congo.
Ridesta al suo destino che resta un sentiero minato,
in tutti i sensi.
Il suo futuro,
e con lui quello di una buona parte dell'Africa,
dipende anche da quanto l'occidente si sforza di renderlo indipendente,
da quanto gli occhi rimangono vigili su di una realtà tragica che non possiamo pensare ci è estranea,
essendo così tanto inetto l'occidente ad esportare la democrazia,
ma abilissimo e tanto navigato nell'istallare e fare affari con le guerre.
Facciamo nostro il comunicato di Eugenio Melandri
con noi in Congo nella prima missione come osservatori internazionali volontari,
e invitiamo a far correre voce.
A fine ottobre c'è in ballottaggio la speranza di milioni di uomini e donne.
Vittorio alias guerrillaradio
approfondimenti:
.
-LA GRANDE SPERANZA DEL CONGO.
-DIARI CONGOLESI: Prologo
-DIARI CONGOLESI 2: la lezione di un'elezione
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Elezioni in Repubblica Democratica del Congo
Il 29 ottobre prossimo ci sarà la seconda tornata elettorale nella Repubblica Democratica del Congo. Si procederà al ballottaggio per le presidenziali e alla elezione dei Consigli delle Province (le nostre Regioni).
Si tratterà di un passaggio particolarmente delicato, anche perché la spinta ideale e la maturità politica espressa dalla popolazione nella prima tornata elettorale non sempre trovano un adeguato riscontro in chi
dovrebbe gestire il potere. Soprattutto a Kinshasa ci sono turbolenze che potrebbero minacciare tutto il processo in atto per la democrazia e la pace, fortemente voluto dal popolo congolese.
Dopo aver sperimentato il 30 luglio scorso, nella prima giornata di elezioni, quanto importante e quanto richiesta da tutti sia la presenza internazionale, come associazioni "Beati i costruttori di pace" e "Chiama l’Africa" rinnoviamo la proposta di partecipare come osservatori internazionali volontari, sempre nelle province del Sud e Nord Kivu al prossimo turno elettorale il 29 ottobre.
Sappiamo che i tempi per l’organizzazione sono strettissimi, chi può diffonda la notizia.
Sarebbe molto interessante trovare persone disponibili degli Enti locali; darebbero uno specifico contributo di competenza.
I dettagli del progetto verranno costruiti e condivisi assieme con quanti potranno partecipare; dobbiamo da subito però anticipare che ci saranno due fine settimana obbligatori per la formazione:
il 30 settembre - 1 ottobre
il 14 - 15 ottobre.
Per sostenere il finanziamento, la formula usata la volta scorsa ha permesso sia il reperimento fondi che la sensibilizzazione politica. Se ogni partecipante riesce a reperire 1000 euro sensibilizzando enti pubblici e associazioni, riusciamo contemporaneamente a realizzare il progetto, e a fare informazione e politica per l’Africa oltre la giornata elettorale.
Un saluto di pace,
"Beati i costruttori di pace" e Chiama l'Africa
contatti e siti di riferimento:
-Beati Costruttori di Pace
-Chiama l'Africa
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
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http://guerrillaradio.iobloggo.com/
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vicenda Telecom e la politica industriale
Luciano Gallino, la Repubblica
La sola idea che il governo possa intervenire in qualche modo nella vicenda Telecom ha fatto bruscamente riemergere memorie sensibili. In molti si sono spesi, anche nel centrosinistra, per denunciare il rischio di irizzazioni e dirigismo, di ri-nazionalizzazioni e neo-statalismo. In parte tanto sommovimento si giustifica perché nel piano inviato da Rovati a Tronchetti Provera si indica effettivamente un pezzo di stato, la Cassa Depositi e Prestiti, come possibile azionista della rete Telecom, qualora questa fosse scorporata. Tuttavia la veemenza e il tipo delle reazioni contro possibili interventi del governo sembrano indicare che secondo la folla dei denuncianti esistono soltanto due vie per organizzare l´economia: o il tutto stato oppure il tutto mercato. L´economia pianificata contro il laissez faire. O lo stato che compra e fonda aziende, limita la libertà d´impresa, comanda e controlla, finendo per soffocare l´economia, oppure il mercato che quando sia liberato dai famosi lacci e lacciuoli fa salire il Pil di 5 punti l´anno, aumenta il reddito di ciascuno e di tutti, e straccia la concorrenza (una volta si traduceva così competition) sui mercati internazionali.
Ai nostri giorni una simile visione dicotomica delle vie che si possono seguire per regolare l´economia non ha alcun posto nell´azione dei governi di nessun altro paese avanzato. Tutti seguono, in diversi modi, una terza via, che si chiama politica industriale. Una chiara definizione di essa figura in un documento del Congresso degli Stati Uniti di oltre vent´anni fa: "Una politica industriale implica la formulazione di scopi per specifici settori o industrie e sforzi coordinati per raggiungerli". E´ lo stato che, non da solo bensì dialogando con le imprese, sceglie le industrie da sviluppare, e provvede al coordinamento tra pubblico e privato. In tale quadro la politica industriale Usa impiega da sempre due principali strumenti: larghi finanziamenti pubblici a centri di ricerca, universitari e aziendali, e massicce commesse del Department of Defense (DoD) che seleziona i settori e le imprese cui affidare nuovi progetti o la fornitura di materiali. Per i maggiori gruppi industriali Usa le commesse DoD rappresentano una grossa quota del fatturato: anche sopra il 50%, ad esempio, nel caso della Boeing. I risultati della politica industriale americana si vedono. Migliaia di imprese private oggi prosperano sui mercati, grazie a Internet e ai laser per le registrazioni o per uso medico, alla telefonia mobile e ai nuovi materiali, tutti prodotti sviluppati inizialmente grazie a commesse pubbliche.
Da parte loro i governi di Francia, Germania, Regno Unito non dispongono di centinaia di miliardi da distribuire all´industria tramite commesse pubbliche. Però hanno elaborato politiche industriali orientate alla ricerca d´una intelligente posizione intermedia tra stato e mercato. A tale riguardo il programma di lavoro del britannico e ultraliberale Department of Trade and Industry (Dti) è esplicito: oggi l´economia richiede una nuova politica industriale, in cui il ruolo del governo dev´essere diverso dal passato: né comando – e – controllo, ma nemmeno laissez faire. Il governo deve creare e sostenere mercati competitivi, ma deve anche sapere quando regolarli, e quando invece lasciare condurre la corsa alle imprese. Grazie alla sua politica industriale, il Regno Unito ha creato negli ultimi anni più di un milione di posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari, ma ha anche saputo ammodernare e rilanciare una base industriale di prim´ordine, nei campi della chimica, dell´aerospaziale, dell´auto. Per dire, il Regno Unito produce in casa un milione e mezzo di auto l´anno, oltre mezzo milione più dell´Italia.
La Francia, si sa, fino a pochi anni addietro ha fatto politica industriale prevalentemente per mezzo del suo vasto apparato di partecipazioni statali. Ma ha anche utilizzato sin dagli anni ´60 una potente agenzia governativa per la gestione del territorio, la Datar. Essa ha contribuito allo sviluppo di centinaia di "poli di competitività", ivi compreso il polo aerospaziale di Tolosa, secondo nel mondo, dove si assemblano gli Airbus ma operano pure altre centinaia di imprese del settore. Verso il 1983 anche in Francia, "con l´affermazione del dogma del primato della gestione del bilancio a scapito della gestione politica, e nel timore di sanzioni europee, il settore industriale è stato abbandonato alla ‘mano invisibile´ di Adam Smith" e le crisi industriali non sono mancate. Di qui l´urgenza di tornare a una politica industriale in cui si combinino l´azione diretta di organismi controllati dallo stato; interventi finanziari; l´azione legislativa; la cooperazione assidua tra industriali e poteri pubblici. Queste considerazioni non si leggono in una rivista di sinistra. Stanno in un corposo rapporto sugli strumenti della politica industriale redatto da una commissione governativa e presentato all´Assemblea nazionale il 10 maggio 2005. Peraltro i governi francesi non si limitano a commissionare rapporti. Nel volgere del solo anno 2004 hanno lanciato una gara per la costituzione di nuovi poli di competitività high tech, e ne hanno selezionato 55, assicurando loro un cofinanziamento pubblico di un miliardo e mezzo di euro su un triennio. Molti poli son diventati operativi in pochi mesi. Mentre del gennaio 2005 è la costituzione di un´Agenzia per l´Innovazione industriale dotata di 2 miliardi di fondi per i primi due anni.
In Germania il governo ha assegnato alla politica industriale il compito primario di assicurare le condizioni quadro per promuovere la crescita, l´occupazione e il potenziale innovativo dell´industria. Però non si limita a questo. In settori industriali strategici come l´aerospaziale e le telecomunicazioni, o in regioni meno sviluppate come quelle dell´Est – il loro Mezzogiorno – gli imprenditori sono chiamati a collaborare con il potente ministero federale dell´Economia per esplorare insieme le soluzioni migliori per una ristrutturazione organizzativa delle imprese e per decidere nuovi investimenti. Un´iniziativa pubblica di provata efficacia è la promozione di "reti di competenza" regionali e sub-regionali, ad altissimo contenuto tecnologico, che hanno oggi superato il centinaio. Un obbiettivo essenziale della politica industriale tedesca è l´inserimento delle tecnologie più avanzate in prodotti tradizionali che hanno tuttora grandi mercati, come l´auto o le macchine utensili. Ci sono riusciti, visto che l´autoindustria tedesca produce annualmente oltre 5 milioni di auto, mentre nel settore delle macchine utensili, che sono diventate veri concentrati di tecnologie elettroniche e laser, i tedeschi sono leader mondiali.
Riassumendo. Quale che sia l´indicatore scelto – Pil pro capite, salari medi e loro crescita, brevetti tecnologici per milione di abitante, produttività del lavoro, esportazioni ad alto valore aggiunto ecc. – Francia, Germania e Regno Unito ci sopravanzano di molto. Tutte praticano da decenni un´articolata politica industriale, fondata su una intelligente posizione intermedia tra fondamentalismo dirigista e fondamentalismo di mercato. Noi arranchiamo dietro, e da decenni non abbiamo nulla che assomigli ad una politica industriale. Imprenditori e politici italiani dovranno pur riflettere, prima o poi, sul fatto che forse non si tratta di una semplice coincidenza. Magari prendendo lo spunto dal caso Telecom.
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Riotta il nuovo non avanza
di Roberto Cotroneo
Dodici anni non sono uno scherzo. Sono tre campionati mondiali di calcio, il tempo per un bimbo di passare dai pannolini alla seconda media, il tempo del pianeta Giove di fare una rivoluzione completa attorno al Sole. Dodici sono i segni dello zodiaco. Dodici erano gli apostoli.
Dodici gli anni di Mimun alla direzione di un Tg: il Tg2 e il Tg1. Al Tg1 dal 2002, dunque da quattro anni. Ma da ieri, Gianni Riotta ha aperto il nuovo ciclo al Tg1 e ha firmato il suo primo Tg da direttore.
Diciamo che la giornata di ieri ha avuto due fasi. Un primo tempo e un secondo tempo. Il Tg1 delle 13.30 si è aperto con l'incontro del Papa con gli ambasciatori dei paesi islamici. Seconda notizia le intercettazioni e il caso Telecom. Con un servizio dedicato a Guido Rossi. Terzo tema, la guerra in Iraq.
Dove si metteva in evidenza che la guerra a Saddam Hussein ha alimentato il terrorismo internazionale. Quarta notizia il tema dell'eutanasia. E a seguire la cronaca, con la storia di Maria, la bambina bielorussa, con una statistica sugli incidenti stradali, con un servizio su due omicidi, quello della ragazza di Torino, e del portiere di notte di Bologna, con un rapido accenno al caso Cogne, con il processo rinviato. Un'intervista a Luca Zingaretti su un film che sta girando. E due servizi su programmi di Rai Uno, in coda al Tg. Il ritorno di "Porta a Porta" di Bruno Vespa, i buoni ascolti di "Affari Tuoi" e infine i dati auditel della fiction su Joe Petrosino. Ho omesso un servizio sull'Inter e il campionato e poco d'altro. Detta così, la scansione significa e non significa. Nel senso che c'è un'attenzione maggiore alla politica internazionale, ma per ora sono cose di cui si accorgono solo gli addetti ai lavori. Tutto il Tg mostra un interessa alla politica non ossessivo. Prodi, per fare un esempio, non viene mai nominato per tutto il telegiornale, a parte una sola volta dove chiamato "il presidente del Consiglio". La cronaca non ha uno spazio esagerato, il tono è asciutto e misurato. Solo che a un certo punto lo spavento è arrivato. Quando è partito il pastone. Non più il panino classico, inventato per dare l'ultima parola alla maggioranza di governo. Ma il pastone: una sorta di ecumenico passa-parola parlamentare dove si commenta una notizia da parte di tutte le forze politiche. Due minuti e qualche secondo di pastone sulle intercettazioni. Che inizia con Antonio Di Pietro, e va avanti con tutti gli altri. Fino a Lusetti, Cicchitto, Gasparri e il presidente del Senato Franco Marini. Quello classico, quello tipico del Tg1, quello che dura da ben più tempo dei dodici anni dell'era Mimun, ma sta lì eterno, inamovibile, come una malattia inestirpabile e noiosa, un nocciolo duro e sacro del doroteismo silente e sommerso. Possibile che Riotta, l'americano, ha deciso di soccombere al curiale e sempiterno pastone? Se un telespettatore si fosse collegato al tg in quel momento non avrebbe colto una differenza con i dodici anni precedenti.
Per capire se il pastone reggerà per tutto il giorno bisogna aspettare il telegiornale delle 20.00, e da quello delle 20.00, quello canonico e istituzionale, ci si possono aspettare due cose. Un editoriale del direttore, visto che erano quattro anni che non ne arrivava uno nuovo (e visto che l'editoriale di addio Mimun lo aveva fatto ieri sera), e l'affondamento dei politici che commentano da un versante all'altro del transatlantico tutte le notizie possibili.
Alle 20.00 il Tg1 accentua il taglio sugli esteri. C'è un'intervista a Henry Kissinger, c'è un servizio sulla tragedia del Darfour, c'è la vicenda Telecom e le intercettazioni. Ma il pastone rimane ancora. Spezzato in due servizi, anziché in uno solo e un po' asciugato rispetto a quelle delle 13 e 30. Ma rimane quella sfilata di volti, spesso quasi sconosciuti anche agli addetti ai lavori. È chiaro che le resistenze della politica sono fortissime e le pressioni ancora resistono. È chiaro che bisogna avere pazienza, che forse non si cambia una macchina pesante come il Tg1 in un solo giorno. Tra un'immagine scioccante dei seviziati nel Darfour, il malato di sclerosi laterale che può solo muovere gli occhi, e le notizie di cronaca nera, il viso che appare di più è ancora quello di Mastella (4 volte), Bonelli (2 volte), Bartolini (2 volte). E mentre le immagini scorrono verso i temi più leggeri ci si rende conto che l'editoriale del nuovo direttore non ci sarà.
Ora sono due le domande. Perché ha rinunciato all'editoriale, e perché non ci ha tolto il pastone dal primo numero del Tg1 firmato Riotta? Logica vuole che l'editoriale mancato sia un suo modo per sottolineare una sorta di low profile, di una direzione all'americana dove il direttore non si mostra in video, ma si tiene un passo indietro. E possiamo anche comprendere che l'assenza di editoriale d'ingresso voglia suonare come una nota di polemica implicita con il suo predecessore, ingombrante anche nel suo modo di uscire. E vogliamo pensare che il pastone verrà tolto con calma, per non entrare nei perversi e complicati equilibri del Tg1 come un elefante in un negozio di cristalli. Riotta, dal canto suo, assicura che lo abolirà. E prima di quanto si creda. E sarebbe bello non vedere più quelle immagini di segretari di partiti, deputati, senatori e capigruppo, di tutti i tipi e di tutte le percentuali che non sempre hanno da dire qualcosa che giustifichi la loro presenza alle 20.00 ogni santo giorno e che non sopportiamo più.
Certo, nessuno può giudicare il lavoro di una persona dal primo giorno, sarebbe affrettato e ingiusto. Però, pazienza per l'editoriale, ma il pastone doroteo Riotta ce lo deve togliere, sennò ci rimarrà la sensazione che non sia cambiato ancora nulla.www.unita.it
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Calcio: una clausola contro la beffa
Tito Boeri
"Juventus e Milan possono condizionare a loro vantaggio le partite scegliendo arbitri mediocri, abituati a squadre minori, e accondiscendenti (almeno nel loro subconscio) nei confronti dei grandi clubs (..). Altri arbitri che hanno preso decisioni contro la Juve si sono visti relegati ad arbitrare partite di serie B. (...) Solo in poche occasioni alcuni di questi sordidi fatti sono emersi alla luce del sole. (…) La cosa più scioccante è che spesso la Juventus ha vinto il campionato alla fine della stagione, sulla base di un qualche arbitraggio discutibile. (...) E anche se la Juve commetteva più falli di ogni altra squadra, riceveva il minor numero di cartellini rossi, una regolarità statistica alquanto sospetta.(...)"
Sembra il rapporto di un giudice sportivo. Invece si tratti di stralci di un libro scritto due anni fa (1) , in epoca non sospetta, da un giornalista americano, Franklin Foer, in passato collaboratore del New York Times e del Washington Post. Fa riflettere per due ragioni: i) dimostra che calciopoli era evidente tra gli addetti ai lavori e, ii) induce a pensare che forse una stampa sportiva più indipendente avrebbe potuto giocare un ruolo importante nel denunciare la corruzione nel calcio. Senza l’intervento della magistratura e le intercettazioni, gli illeciti sportivi probabilmente non sarebbero mai venuti a galla.
Il mondo del calcio non ha saputo in tutti questi anni isolare, denunciare e reprimere gli illeciti di cui era testimone. Senza che si cambino le regole, non lo sarà neanche in futuro. Non ha gli anticorpi per farlo. Perché chi commette gli illeciti, non paga. Pagano solo i tifosi, quelli destinati comunque a sostenere la squadra. Non c’è neanche sanzione sociale contro chi è accusato di avere compiuto gli illeciti. Al contrario, Luciano Moggi può permettersi oggi di avere una rubrica tutta per sé su "Libero" da cui invita i lettori ad accettare gli errori degli arbitri!
Non devono pagare solo i tifosi
Solo i tifosi pagano le calciopoli. Non sanno smettere di seguire la loro squadra. Scoprono che avevano sofferto, che la loro squadra era stata retrocessa per favorire irregolarmente un’altra squadra. Oppure apprendono di aver gioito per titoli conquistati e partite vinte con l’aiuto di pratiche illecite. Questi tifosi non si vedranno mai restituiti i soldi da loro spesi per i biglietti dello stadio, le trasferte o l’abbonamento alla pay per view. E sono gli unici ad essere danneggiati anche dalle (poche) sanzioni prese dalla giustizia sportiva: le retrocessioni e i punti di penalità tolgono interesse al campionato e fanno fuggire altrove i propri giocatori preferiti.
Gli ex amministratori delle società, i veri responsabili degli atti illeciti (dal punto di vista della giustizia sportiva) anche questa volta se la sono cavata benissimo. Sono sì fuori dal sistema calcio e senza telefonino aziendale, ma non sembra che risponderanno economicamente (se non per cifre irrisorie) per il loro comportamento. Dimettendosi dalle loro cariche, hanno determinato automaticamente la loro uscita dall’alveo della giustizia sportiva. Nessuno parla di responsabilità patrimoniale. Non vi è infatti alcuna traccia di iniziative di responsabilità nei confronti degli amministratori. Si tratta di procedimenti particolarmente difficili, e non sarebbe nemmeno chiaro se gli atti dei singoli amministratori potrebbero essere considerati illeciti da un giudice. E’ difficile quantificare, una volta compiuto l’illecito, il danno patrimoniale derivante dalla retrocessione o da ogni punto in meno. E poi, anche se tali iniziative fossero messe in atto, gli amministratori probabilmente finirebbero per dire che le società stesse erano in realtà al corrente di tutte le telefonate. Insomma, quello della responsabilità patrimoniale degli amministratori sembra essere una strada che nessuna società vuole intraprendere. Di qui l’impunità degli amministratori. Per i tifosi, oltre il danno, c’è la beffa.
Una clausola nel contratto
C’è un modo per evitare almeno la beffa, facendo sì che gli amministratori delle società che intraprendono pratiche illecite dal punto di vista della giustizia sportiva siano, almeno in parte, sanzionati: si tratta di pretendere che i contratti di lavoro stipulati tra le singole società di calcio e gli amministratori contengano apposite penali legate ad atti di illecito sportivo.
In sostanza, il contratto dovrebbe contemplare la possibilità che la società venga punita dalla giustizia sportiva per fatti illeciti commessi dagli amministratori. A diverse sanzioni dovrebbero corrispondere diverse penali. Se la squadra del cuore dovesse essere retrocessa per colpa degli amministratori, questi ultimi dovrebbero pagare alla società milioni e milioni di euro, senza contenzioso sulla responsabilità per il danno. Il contratto dovrebbe, in altre parole, contenere una clausola in cui si stabilisce che un comportamento illecito di un dirigente - sancito da una decisione definitiva della giustizia sportiva - sarà sanzionato, ad esempio, con 1 milione di euro per la retrocessione, 100.000 euro per ogni punto di penalità, etc…E’ un modo di risolvere ex-ante il problema della quantificazione dell’illecito.
Possibili obiezioni alla proposta
Primo, si può obiettare che il dirigente in questione può anche aver concorso all'illecito e quindi non è giusto che paghi solo lui. In questo caso la sanzione potrebbe essere proporzionata al suo grado di coinvolgimento e la FIGC potrebbe prescrivere ai giudici sportivi di indicare chiaramente la "percentuale" di responsabilità (ad esempio, Moggi 60%, Giraudo 40%). La peculiarità dell'ordinamento sportivo faciliterebbe la diffusione di tali clausole, se vi fosse consenso sulla loro utilità: la FIGC potrebbe semplicemente imporle, tramite un'apposita modifica delle NOIF.
Secondo, i dirigenti posti di fronte a contratti capestro potrebbero rifarsi richiedendo compensi più alti. Vero, ma obbligando le società (anche quelle non quotate) a rendere noti i compensi dei loro dirigenti, si avrebbe un freno a questo fenomeno. Dopotutto, una società che paga tanto il proprio amministratore per compensarlo per la presenza di queste penali confessa che in casa sua gli illeciti, se non proprio tollerati, non vengono identificati e prevenuti.
Terzo, chiaramente, qualsiasi tipo di responsabilità patrimoniale è impotente di fronte all'incapienza del patrimonio del debitore: basterebbe che il dirigente di turno intestasse tutto a moglie e figli (a meno che siano essi stessi agenti o dirigenti sportivi ….), per ridurre la penale. Ma questo è un limite che chiaramente si pone di fronte a qualsiasi provvedimento di giustizia civile, non solo sportiva. Le clausole di cui sopra non sono alternative al possibile coinvolgimento della giustizia penale. Bene avere le clausole e, al contempo, rendere più incisive le sanzioni per frode sportiva, che già ci sono.
Quarta, e ultima obiezione. Invece delle clausole, non sarebbe meglio prescrivere alle società di dotarsi di modelli di organizzazione volti alla prevenzione delle frodi? La clausola contrattuale non esclude affatto questa possibilità. Al contrario, incoraggia comportamenti di prevenzione dell’illecito. Infatti, una volta firmato il contratto, si rompe la collusione fra società e amministratore nell’avvantaggiarsi dell’illecito. Dopo aver sottoscritto queste penali, c’è da giurare che i dirigenti utilizzerebbero il telefonino con molta più cautela.
Morale: con la clausola noi tifosi continueremo comunque a soffrire; ma almeno, la prossima volta, il conto del cellulare lo pagheranno anche gli amministratori.
1) How soccer explains the world : an unlikely theory of globalization. HarperCollins, 2004
http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=2361&from=index
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Giustizia sociale più modernità ecco il laburismo
di Tony Blair, la Repubblica - 25 Settembre 2006
Quando parliamo di idee e di politica, c'è un equivoco assai diffuso tra alcuni laburisti, tra gran parte dei media e perfino trai conservatori: cioè che il New Labour sia stato creato essenzialmente da qualche persuasore occulto, un po' di abili sondaggisti e strateghi, un pizzico di pubbliche relazioni, e un bel giorno, voilà, siamo andati alle urne e abbiamo vinto le elezioni.
La verità è che il New Labour è il risultato del lungo lavoro svolto da me e da Gordon Brown per elaborare non solo le idee e la politica ma anche la struttura filosofica in cui un moderno partito laburista potrebbe governare – e non governare come semplice reazione a un governo conservatore impopolare, ma governare nei nostri termini per un significativo periodo di tempo. Il risultato sono stati tre mandati consecutivi di governo.
Non ci eravamo mai trovati prima d'ora nel terzo mandato consecutivo di un governo laburista, a dire il vero non abbiamo mai avuto nemmeno due mandati consecutivi, e in effetti per molti dei cento anni della storia del Labour siamo stati all'opposizione. Anche quando vincevamo un'elezione era sempre una vittoria fragile e non era affatto chiaro se avremmo potuto continuare a vincere. Io penso che la ragione per cui ora abbiamo vinto tre volte sia appunto la creazione del New Labour, e non intendo quello che sono stato capace di fare io o la trovata di di rietichettare il partito da Labour a New Labour.
Il nocciolo della questione è che per la prima volta abbiamo dimostrato alla gente che potevamo sposare l'efficienza economica con la giustizia sociale.Mio padre, che era un conservatore, sia pure un conservatore anni Settanta, nel senso che veniva da un background povero ed era cresciuto in un ambiente di sinistra, pensava che quando uno comincia a star bene economicamente deve smettere di essere di sinistra e deve diventare conservatore. Insomma, se sei proprietario di una casa devi votare Tory, se fai carriera nel lavoro devi diventare Tory, perché chi ha successo nella vita sta con i Tory.
Si usava dire, allora: con il cuore puoi anche essere laburista, ma con il cervello devi essere conservatore. Ebbene, il costrutto filosofico del New Labour è stato di spiegare alla gente che se governi l'economia in modo incompetente e non ti allinei con i nuovi umori e le nuove tendenze della società, se ti limiti a restartene lì seduto a dire, "il mondo è così diseguale ed ingiusto, dovremmo cercare di aiutare di più i bisognosi", va a finire che non sei in grado di fare le cose che vorresti fare per aiutare i bisognosi ed allargare la giustizia sociale.
L'idea dietro il New Labour era dunque qualcosa di molto più importante di un'etichetta alla moda, sebbene sia indubbiamente importante nella politica moderna presentare un partito in modo appropriato. L'idea era quasi un paradigma filosofico: efficienza economica e giustizia sociale procedono insieme. Un riallineamento fondamentale, politico e filosofico. Ora, se oggi guardiamo ai risultati dei tre mandati di governo che ne sono conseguiti per il nostro partito, abbiamo motivo di essere orgogliosi. Ci sono stati grandi cambiamenti in Gran Bretagna.
La sanità, la scuola, l'occupazione, la stabilità economica: abbiamo ottenuto molto. E per questo, certamente, siamo stati rimandati per tre volte di seguito al governo dagli elettori. Ma adesso cosa dobbiamo fare? Cosa deve fare, nel 2007, un partito che è stato eletto nel 1997 e governa dunque da dieci anni? La prima cosa che dobbiamo fare, se guardiamo ai prossimi dieci anni con l'intenzione di continuare a governare, a mio parere è renderci conto che le sfide del 2007 non sono le stesse del 1997. Il pericolo per noi, infatti, è il compiacimento: pensare che ci basti continuare a fare quello che abbiamo fatto nei dieci anni passati. Mentre invece il 2007 sarà molto diverso dal 1997. Il mondo è cambiato in questi dieci anni. Sono cambiate, perciò, anche le sfide.
Prendiamo, per cominciare, il terrorismo. Se nel nostro paese qualcuno parlava di terrorismo nel 1997, probabilmente si riferiva all'Ira. Oggi sono felice di poter dire che l'Irlanda del Nord è in una situazione ben differente dal 1997, e speriamo di poter completare il processo di pace che abbiamo avviato in quella regione. Ma il terrorismo odierno è ovviamente di una natura del tutto diversa. Ha a che fare con una perversione dell'Islam, con un fondamentalismo estremista. Poi, prendiamo un altro argomento, l'immigrazione. I nostri confini, chi può entrare, chi no, quali sono i vantaggi e gli svantaggi: sono domande aperte, da affrontare con la consapevolezza che abbiamo bisogno di un sistema di regole chiare e forti affinché l'immigrazione sia controllata, ma al tempo stesso dobbiamo comprendere i benefici che l'immigrazione porta a una moderna economia, il dinamismo, l'innovazione, la creatività che vengono con l'immigrazione. E ancora un'altra sfida: il dibattito sulla libertà e la sicurezza.
Non abbiamo necessità di un nuovo equilibrio tra libertà e sicurezza ma è necessario capire cosa significano le libertà civili nel mondo d'oggi: incluse le libertà civili di gente che vuole vivere nella propria comunità libera dalla paura, in parte la paura del terrorismo, in parte la paura della criminalità e dei comportamenti anti-sociali. Un'altra sfida è il welfare state, lo stato assistenziale, e ogni paese progredito del mondo è alle prese con questo tipo di sfida: le persone vivono più a lungo, è un bene, è fantastico, e vuole anche dire che la pressione sul sistema delle pensioni è significativamente aumentata.
E i servizi pubblici, su cui nel Regno Unito il mio governo ha investito in modo massiccio per aumentarne la qualità, ma che in futuro, per tutti i cambiamenti a cui ho accennato, dovranno diventare più adattabili, molto più flessibili, più capaci di quella che io definisco "innovazione perpetua", offrendo al pubblico un servizio più personalizzato: perciò dobbiamo rompere i vecchi monoliti, usando di più, ad esempio, il volontariato e il settore indipendente. E poi la competitività economica: noi abbiamo prodotto, in questi dieci anni, la stabilità dell'economia, un formidabile progresso, ma se vogliamo restare competitivi dobbiamo chiederci quali saranno i business di domani, puntare di più sulla qualità dell'istruzione superiore, sulla scienza.
Anche cose apparentemente tangenziali come la ricerca sulle cellule staminali sono enormemente importanti per creare una moderna economia del sapere. Per finire, mi limito a citare un pugno di altre sfide del prossimo decennio: il cambiamento climatico e la politica energetica; il debito e gli aiuti al Terzo Mondo; l'ascesa della Cina, la singola questione dominante del nostro futuro, politicamente ed economicamente, in termini geopolitici.
Cosa significa tutto questo? Significa che il modo per vincere le elezioni è in effetti fare quello che facemmo prima del 1997, ma farlo per il 2007 e gli anni seguenti: ossia tornare ad analizzare il mondo e com'è cambiato, costruire una valida lista delle sfide che ci aspettano e affrontare quelle sfide con una combinazione di decisionismo nell'interesse della modernizzazione e di compassione nell'interesse della giustizia, di modo che i benefici raggiungano tutti. Ovvero una combinazione di valori fondamentali – equità, opportunità per tutti, fiducia nella comunità e nella società – alleati al futuro, a come il mondo sta cambiando e alle difficili decisioni per stargli al passo. Sento spesso dire in giro che l'unica persona che è veramente New Labour, nel New Labour, sono io. Balle.
Il partito laburista oggi è fondamentalmente ancorato a questa posizione progressista modernizzatrice. Non dico che non ci siano individui che vorrebbero tornare alle posizioni degli anni Ottanta – ma sono una minoranza molto, molto esigua. La grande maggioranza della gente, al contrario, preferisce quella posizione progressista modernizzatrice. E l'altra cosa che ho imparato nei miei anni in politica è che la gente, solitamente, non si sbaglia. Ciò che la gente vuole è conoscere le risposte alle domande difficili e alle sfide difficili della vita. Ciò che la gente non vuole è ascoltare un mucchio di politici che si parlano addosso.
(Il testo è un estratto del discorso pronunciato nei giorni scorsi dal primo ministro britannico al congresso di Progress, una think tank laburista)
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Vi riporto per intero una analisi comparsa sul Mattino di ieri di Antonio Galdo, sulla necessita di un ripensamento della nostra politica industriale, anzi per una vera politica industriale.
"Ha fatto bene Romano Prodi a decidere di parlare anche al Senato sull’affare telecom. Adesso che andrà in Parlamento, il premier farebbe bene ad ascoltare il suggerimento del ministro Pierluigi Bersani, dedicando soltanto pochi minuti al «caso Rovati», del quale ormai l’opinione pubblica ha capito gli aspetti essenziali, e concentrando il suo intervento sulla politica industriale del governo.
Partendo da un punto, il vero peccato originale che ha trascinato Telecom nella zona grigia di un’azienda con poca strategia e molti problemi: le privatizzazioni. Con una tipica rimozione all’italiana, infatti, abbiamo dimenticato che nel giro di dieci anni il più importante gruppo delle telecomunicazioni italiane è stato oggetto di compravendite, tutte finanziarie, al termine delle quali si può dire che lo Stato ha fatto meglio dei privati.
In realtà, ecco il punto, quella privatizzazione fu frettolosa - i tempi probabilmente non erano ancora maturi - e portò a un impoverimento del sistema Paese. Come tante cessioni dell’argenteria di famiglia, avvenute sempre con la stessa impronta. Senza, prima, liberalizzare il mercato. Consentendo a singoli gruppi di imprenditori privilegiati, con la regia del club delle banche d’affari e dei super-consulenti, di fare scalate senza tirare fuori una lira, o un euro. Quindi solo con debiti, finanziati dal «cash flow» delle società, e da quelle risorse che dovevano servire allo sviluppo delle aziende, non a dare l’ossigeno ai loro azionisti.
Il capitalismo straccione, senza capitali, ha potuto così, nelle sue diverse fisionomie, impadronirsi di aziende solidissime, galline dalle uova d’oro, attraverso fragili e barocche catene di controllo. È stato così, nel caso della Telecom, per la famiglia Agnelli, che conquistò il gruppo con lo 0,6 per cento del capitale, per Roberto Colaninno e la razza padana, e infine per Marco Tronchetti Provera. Tutti hanno portato a casa ricche plusvalenze, mentre la società si è trovata schiacciata da una motagna di debiti a monte delle scatole cinesi che ne hanno garantito il controllo.
Nel caso di altre privatizzazioni, per esempio quella delle autostrade, si è fatto di più, cedendo a un soggetto privato il doppio monopolio della rete e dei punti di ristorazione. Con il risultato, per i consumatori, che le bollette dei pedaggi sono aumentate, e gli investimenti per ammodernare la rete non si sono visti. Alla faccia del primato del mercato e della libera concorrenza.
Si dice: quelle privatizzazioni erano necessarie per agguantare un debito pubblico soffocante e per liberare l’economia dalle invadenze dell’azionista-Stato, cioè dei partiti. È un argomento valido, sicuramente, ma non ci risulta che Francia e Germania, due paesi altrettanto indebitati come l’Italia, abbiano privatizzato le loro società di telecomunicazioni con gli stessi criteri adottati in Italia. Dove, di fatto, abbiamo avuto una lunga stagione di saldi e siamo usciti da interi settori, dalla chimica all’alimentare, dove magari era il caso di conservare qualche presidio. Il Parlamento non è un luogo per ricostruire la storia o per fare analisi comparate sui processi economici, ma è la sede istituzionale dove la politica dovrebbe esprimere il suo primato, anche nelle scelte strategiche che riguardano il destino della nostra industria.
Ripartire dal riconoscimento degli errori nella lunga stagione delle privatizzazioni significa, quindi, girare pagina e dare concretamente un segnale di politica industriale. Se, per esempio, il Parlamento e il governo considerano le telecomunicazioni un settore di interesse nazionale, possono, nella loro autonomia e senza calpestare le regole del mercato, decidere di impedire una vendita, con la tecnica dello spezzatino, della telefonia mobile.
È un diritto che compete a chi ha ricevuto un mandato dagli elettori, e discuterne, in modo trasparente e nella sede appropriata, è una cosa molto più utile dello scambio di stracci sulle imprudenze di un collaboratore del premier o di quelle inutili e vuote polemiche su una presunta resurrezione, quella dell’Iri, che l’Europa, per nostra fortuna, non ci consentirebbe mai".
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Gb. Ministro Difesa ammette: militari commerciavano armi per droga
Il ministero della Difesa di Londra ha fatto una parziale ammissione sul contrabbando dall'Iraq da parte di soldati britannici di armi da fuoco rubate, che secondo il "Sunday Times" sono state rivendute sul mercato nero in cambio di cocaina e denaro.
Il ministero non ha commentato direttamente la notizia del domenicale, ma ha riconosciuto che la polizia militare ha avviato un'inchiesta su armi di piccolo calibro e che la forze armate stanno valutando la possible incriminazione di soldati.
Il ministero della Difesa non ha voluto precisare il numero dei militari coinvolti, dove siano di stanza o quando il presunto reato sia stato commesso. Il Sunday Times ha rivelato che i soldati hanno portato pistole dall'Iraq in Germania, ne hanno vendute alcune in cambio di cocaina del valore sul mercato di 2.500 sterline (3.725 euro circa) che hanno successivamente piazzato ai soldati del contingente in Iraq. Secondo il quotidiano è la prima volta che la polizia militare britannica ha ottenuto prove che armi rubate sono state vendute per acquistare con il ricavato sostanze stupefacenti.
L'articolo ha sostenuto che al centro dell'inchiesta ci sarebbero militari del Terzo battaglione del reggimento di Yorkshire. Il battaglione ha una base vicino Fallingbostel, città tedesca a nord di Hannover. Il ministero della Difesa britannico teme che i militari abbiano fatto affari con organizzazioni criminali in Germania. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=12134&numero='231'
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NESSUNA NOTIZIA E' FIACCA
DI JOHN PILGER
New Statesman
Quando iniziai a lavorare come giornalista, c'era una cosa chiamata "notizia fiacca". Ci riferivamo ai "giorni della notizia fiacca" quando "non accadeva niente"- eccetto, si fa per dire, trionfi e tragedie nei luoghi lontani dove viveva la maggior parte dell'umanità. Questi erano riportati raramente, oppure le tragedie erano congedate come atti della natura, indipendentemente dalle prove del contrario. I valori delle notizie di tutte le società erano misurati in base alla loro relazione con "noi" dell'Occidente ed al loro grado di sottomissione, o di ostilità nei confronti della nostra autorità. Se non ne erano all' altezza, erano notizie fiacche.
Pochi di questi presupposti sono cambiati. Per mantenerli, milioni di persone rimangono invisibili e superflue. L' 11 Settembre 2001, mentre il mondo si lamentava della morte di quasi 3.000 persone negli Stati Uniti, l'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura delle Nazioni Unite riferì che oltre 36.000 bambini erano morti per effetto dell' estrema povertà. Queste erano notizie molto fiacche.
Prendiamo degli esempi più recenti e confrontiamoli con le solite notizie apparse sulla BBC e su altri network. Tenete presente che i Palestinesi rappresentano in modo cronico delle notizie fiacche e gli Israeliani notizie regolari.
Notizia regolare: Charles Clarke, portavoce di Tony Blair, "Rianima la battaglia di Downing Street" e definisce Gordon Brown "stupido, stupido" ed una "persona con il bisogno ossessivo di controllare gli altri". Egli disapprova il modo con il quale Brown sorride.
A questa notizia é stata data ampia copertura giornalistica.
Notizia fiacca: "A Gaza si sta compiendo un genocidio", avverte Ilan Pappe, uno dei principali storici di Israele. "Questa mattina… altri tre cittadini di Gaza sono stati uccisi ed un' intera famiglia ferita. E' la mattina del raccolto; prima della fine del giorno molti altri saranno massacrati".
Notizia regolare: Blair visita la Cisgiordania ed il Libano in qualità di "pacificatore" e "mediatore" tra il primo ministro israeliano ed il presidente "moderato" palestinese. Con sguardo deciso, egli ammonisce il "grandstanding" ["dar spettacolo": fare o dire qualcosa allo scopo di impressionare il pubblico e riceverne l'applauso (di solito di uomini politici che pronunciano un discorso davanti a un pubblico), ndt] e la pratica dello "scaricare la colpa sugli altri".
Notizia fiacca: Quando l' esercito israeliano attaccò la Cisgiordania nel 2002, distruggendo case, uccidendo civili e rovinando musei, Blair era stato preavvertito e dette il "via libera". Egli era stato inoltre avvertito del recente attacco di Gaza e sul Libano.
Notizia regolare: Blair dice all'Iran di ascoltare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU in merito alla "cessazione del programma nucleare".
Notizia fiacca: L' attacco Israeliano sul Libano é stato parte di una sequenza di minuziose operazioni militari, delle quali la prossima sarà l'Iran. Le forze Usa hanno già distrutto 10.000 obiettivi. Gli Usa ed Israele contemplano l'uso di armi nucleari tattiche contro l'Iran, anche se non esiste un programma di armi nucleari iraniano.
Notizia regolare: "Stiamo facendo veri progressi nelle aree dove la resistenza é stata più forte", afferma il portavoce dell' esercito Usa in Iraq.
Notizia fiacca: L' esercito Usa ha perso il controllo della Provincia di Al-Anbar, ad ovest di Baghdad, incluse le città di Fallujah e Ramadi, che adesso sono nelle mani della resistenza. Questo significa che gli Usa hanno perso il controllo di gran parte dell'Iraq.
Notizia regolare: "E' abbastanza chiaro che é stato fatto del reale progresso [in Afghanistan]", dichiara l' Ufficio degli Esteri.
Notizia fiacca: Piloti della Nato uccidono 13 civili afghani, tra cui nove bambini, durante un attacco "per fornire copertura" alle truppe britanniche con base a Musa Kala nella provincia di Helmand.
Notizia regolare: Blair é il primo ministro laburista che ha avuto più successo, vincendo di misura tre elezioni consecutive.
Notizia fiacca: Nel 1997, Tony Blair si aggiudicò meno voti popolari di John Major [membro del partito dei Conservatori, i Tories; ndt]. Nel 2001, Blair ottenne meno voti del laburista Kinnock nel 1992. Nel 2005, vinse con meno voti di quelli che ottennero i Conservatori del 1997. Le passate due elezioni hanno prodotto la più bassa affluenza da quando esiste il diritto di voto. Blair ha il sostegno di oltre un quinto degli aventi diritto al voto della popolazione Britannica.
Notizia regolare: Durante l'era di Blair "l'ideologia si é abbandonata completamente ai valori… [oggi] non ci sono vacche sacre * [e] nessun limite fossilizzato su cui la mente potrebbe vagare in cerca di un' Inghilterra migliore", ha scritto Hugo Young, The Guardian, 1997.
Notizia fiacca: Norimberga dichiarò che la guerra d'aggressione é il crimine internazionale supremo. Loro [Bush e Blair] dovrebbero essere processati insieme a Saddam Hussein", afferma Benjamin Ferencz, accusatore per per i crimini nazisti a Norimberga.
Nota del traduttore:
Sacred Cow: Una sacred cow é una persona, istituzione, idea (spesso una teoria o ideologia) immune (di solito in modo irragionevole) da critica od opposizione.
http://en.wikipedia.org/wiki/Sacred_cow
John Pilger
Fonte: http://www.newstatesman.com/
Link: http://www.newstatesman.com/200609180027
18.09.2006
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di MANRICO TOSCHI
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Overbooking
Italiani verso l'America
di MARIO VALENTINO BRAMÈ
Pare che verso la fine dell'Ottocento un centinaio o più di contadini Siciliani si imbarcasse su una nave diretta verso l'America, in un viaggio organizzato da due individui venuti dal continente. Il motivo di quella fuga erano la disperazione e la povertà, che non avevano concesso tregua nemmeno in seguito ai Fasci Siciliani – una sorta di preludio alle rivoluzioni socialiste del secolo successivo – soffocati dallo stato d'assedio proclamato da Crispi nel 1894.
Quel centinaio di persone navigò per qualche giorno inconsapevolmente risalendo il Tirreno invece di dirigersi verso Gibilterra e, all'improvviso, fu scaricato a terra dalle parti di Cecina. Pare che ad un primo, naturale, momento di profondo sconforto, rabbia e delusione i contadini siciliani reagissero stabilendosi e, di fatto, "colonizzando" la terra presso la quale erano sbarcati. Chiamarono quella località "La California": fu così che raggiunsero la loro America.
Dei ventisei milioni di Italiani emigrati dal 1875 al 1975, molti utilizzarono proprio la nave per raggiungere la loro destinazione e, com'è facile intuire, il grande flusso migratorio – soprattutto nel periodo della Grande Emigrazione di fine Ottocento – divenne subito occasione di lucro e speculazioni da parte di personaggi dalla moralità dubbia.
L'episodio, che si confonde tra fiaba e realtà, degli emigranti siciliani, che vengono raggirati e sbarcati in Toscana invece che a Ellis Island, è paradigmatico dello smarrimento di queste persone in preda alla disperazione e al miraggio di una vita agiata oltreoceano, specialmente nel periodo che andò dal 1875 al 1915 circa. L'organizzazione del viaggio via mare, infatti, occupava un aspetto tutt'altro che marginale e le frodi erano sempre in agguato.
La scelta di emigrare non era presa senza condizionamenti: agivano infatti dei procacciatori, veri e propri sciacalli, il più delle volte emigranti italiani assoldati dalle compagnie di viaggio o dalle aziende d'oltreoceano; costituivano una sorta di "zona grigia" che svolgeva il ruolo di "agente di emigrazione" o di "intermediario". Questi personaggi avevano costanza e fiuto nell'individuare la propria preda; conoscevano la gente del posto, si informavano della loro situazione economica, sapevano quando sarebbe scaduto un prestito ottenuto da strozzini... Insomma, aspettavano che il potenziale cliente cadesse nella disperazione per avvicinarlo e prospettargli un futuro agiato in America, nuovo paradiso al di là dell'oceano. Da quel momento in poi l'intermediario seguiva tutto l'iter fino all'imbarco.
Certamente, come fa notare A. Martellini nel suo Il commercio dell'emigrazione: intermediari e agenti (1) non si può generalizzare. La figura dell'intermediario mutò nel corso degli anni, anche in seguito alla legge a tutela dell'emigrante del 1901, in cui venivano fissati alcuni requisiti minimi di diverso carattere per tutte le figure socio-economiche coinvolte nel processo migratorio marittimo.
Ciò non toglie che è proprio da questo primo contatto che, almeno nella prima grande ondata migratoria, inizia il lungo viaggio via mare verso la speranza.
La compagnia di viaggio, attraverso i propri intermediari, procurava la "merce umana" e tra i servizi offerti molte volte rientrava anche il soggiorno, talvolta spesato, presso la città d'imbarco. Un lusso, verrebbe da dire di primo acchito, se non fosse che le locande presso le quali venivano sistemati i nuovi emigranti erano, a dir poco, fatiscenti, nonostante la compagnia di viaggio spesso ricevesse anche delle sovvenzioni da parte dei Paesi di destinazione, bisognosi di forza lavoro. Leggiamo un passo tratto da Porti, trasporti, compagnie (2) di A. Molinari:
«Una volta arrivati nei porti gli emigranti sono in balia degli agenti delle Compagnie che li accompagnano nelle locande "autorizzate". La legge del 1901 stabiliva infatti che le spese di vitto e di alloggio dell'emigrante in attesa dell'imbarco fossero a carico delle Compagnie. La sistemazione nelle locande favorisce ogni genere di speculazione a danno dell'emigrante. Da parte delle compagnie che cercano di contenere al minimo le spese e alloggiano gli emigranti in veri e propri tuguri; da parte dei locandieri che spesso fanno gravare sugli emigranti le spese di vitto e alloggio, realizzando in questo modo un doppio guadagno.
[...]
Si legge in un verbale redatto nel 1903 dalle guardie sanitarie del comune di Genova: "Nei fondi di detto esercizio in due ambienti privi di aria, sporchi, umidi e puzzolenti dormivano cinquanta emigranti la maggior parte per terra tra materiali fecali e orina"» (3)
La situazione è dunque drammatica. A farne le spese sono principalmente donne e bambini. Le prime rischiano di subire violenze e soprusi, i secondi contraggono facilmente le più svariate malattie, compromettendo in questo modo il permesso di salire a bordo della nave. Il culmine della drammaticità viene toccato al porto di Napoli nel 1911 in occasione dell'epidemia di colera quando venne aperto l'unico ricovero di Stato che però, date le circostanze, assumerà ben presto l'aspetto tetro di un lazzaretto.
Per chi riesce a sopravvivere alla situazione degradata dell'alloggio e della permanenza in attesa dell'imbarco arriva l'esame medico e igienico, che viene effettuato presso le stesse stazioni marittime. Infine, la ressa dell'imbarco vero e proprio non manca di causare incidenti anche mortali, con persone che precipitano in mare e annegano.
Una situazione da inferno dantesco, dunque. Guadagnarsi la nave era una vera e propria impresa che, in molti casi, era preceduta anche da un viaggio via terra verso porti lontani. Non era raro, infatti, che gli emigranti provenienti dalla Pianura Padana scegliessero come luogo d'imbarco Le Havre piuttosto che Genova. Questo perché il viaggio in treno verso il porto francese risultava più veloce e comodo rispetto allo stesso viaggio in treno per Genova ma, soprattutto, perché a Le Havre era più agevole effettuare un imbarco clandestino.
Poi, finalmente, il viaggio. E i dati impietosi: 45 morti ogni 600 passeggeri per le condizioni igienico-sanitarie. I più piccoli soccombevano per il morbillo e la varicella.
«Durante il viaggio la bimba mi prese la febbre alta. Tremava. Cercai di scaldarla ma all'improvviso morì. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono tutta da capo a piedi, le legarono una grossa pietra al collo. Alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare». (4)
Poi l'arrivo in America, magari a Ellis Island. E il terrore di venire subito rimpatriati.
Note
1. Contenuto in Storia dell'emigrazione italiana. Partenze, Donzelli, Roma 2001. Pagg. 293 – 308. Storia dell'emigrazione italiana è una splendida pubblicazione che si divide in due volumi: partenze e arrivi. Il primo volume ospita numerosi contributi e studi sulle motivazioni che spinsero così tanti Italiani ad abbandonare la patria in cerca di speranza. Il secondo volume illustra i contesti in cui gli Italiani si andarono a stabilire e in che modo organizzarono la loro vita in terra straniera. Commissionato dal Comitato nazionale di celebrazione "Italia nel mondo", la pubblicazione comprende anche due CD-ROM con immagini, disegni e canzoni popolari.
2. Ivi, pagg. 237 – 255
3. Archivio storico del comune di Genova, Categoria IV, b. 809, Affittacamere, multe, contravvenzioni.
4. Racconto di Francesca Mazzarotto, riportato in Storia dell'emigrazione italiana e citato in M. Fumagallo, Quando eravamo extracomunitari, "Il Manifesto", 10 agosto 2005.http://www.golemindispensabile.it/Puntata60/articolo.asp?id=2101&num=60&sez=669&tipo=&mpp=&ed=&as=
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Le donne del Venezuela
Le esperienze di genere dal basso e le istituzioni venezuelane.
Sara Yassky
Le donne sono la vera spina dorsale del Venezuela. Sono incredibili organizzatrici e sono sempre alla ricerca del benessere degli altri.
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Mi trovo in un oceano di donne, un oceano in cui ho imparato a nuotare in questi giorni. Donne da ogni parte del Venezuela si sono incontrate a Caracas, orgogliosamente vestite di rosso, il colore della rivoluzione. Si uniscono solidalmente per protestare contro l'annullamento di una legge posta a protezione delle donne e della famiglia dalla violenza. Maria León, presidente di Inamujer (Istituto nazionale delle donne), dà speranza alle sue compagne: "Vinceremo perché ce l'abbiamo nel cuore. Avremo giustizia".
Nel 1999 il popolo collaborò con il governo di Chávez alla scrittura di una nuova costituzione per la Repubblica bolivariana del Venezuela. Il Venezuela divenne il primo paese in America latina ad includere una prospettiva di genere nella sua costituzione. Piccole costituzioni tascabili e altri opuscoli sulla legge sono venduti ad ogni angolo e la maggioranza delle donne che conosco ne porta orgogliosamente una copia con sé. Il popolo crede fortemente in questi diritti, come quelli sanciti dall'articolo 88 della costituzione, dal legge per le pari opportunità per le donne e la legge contro la violenza contro la donna e la famiglia. Importanti organizzazioni governative di donne, come Inamujer e Banmujer, giocano un ruolo importante nel lavoro per la liberazione della donna, contribuendo a garantire l'attuazione di leggi e programmi a sostegno delle donne tramite gruppi come Madres del barrio.
Queste, tra le altre, sono grandi conquiste nella lotta per i diritti delle donne. Ma se le leggi e la protezione da parte del governo servono come base dell'auto-organizzazione da parte delle donne, significa questo che non sono possono reclamare/prendere il nostro potere, quel potere cui come donne abbiamo diritto? Come donna non ho mai avuto molta fiducia nelle leggi del mio paese o in una costituzione scritta da "uomini bianchi" nel '700, che continua ad essere interpretata da altre generazioni di uomini. Il sistema di governo che conosco ha le proprie radici storiche nelle strutture patriarcali/gerarchiche, che penetrano ogni aspetto della nostra vita, che sia sociale, politica o economica.
"Sono sempre le donne che devono pagare. È così che funziona il machismo, ma non sarà sempre così. Dobbiamo lavorare per il rispetto di noi stesse, abbiamo leggi che ci proteggono, tutti devono rispettare le leggi e noi", mi spiega Lezly Belkys Lopez durante una protesta.
La legge, approvata nel 1998, fu scritta da Inamujer, che ufficialmente ha la responsabilità di "supervisionare e valutare le politiche relative alla condizione della donna". Gli articoli annullati proibivano all'aggressore/stupratore di far visita alla casa o al lavoro dell'aggredito. Inamujer ha mobilitato i suoi gruppi locali organizzati in tutto il Venezuela (i Punti di incontro) per protestare contro l'annullamento, deciso da cinque giudici maschi della Corte suprema nel maggio 2006 e che non può essere impugnato. Perciò, in un batter d'occhio, la legge è cambiata, lasciando le donne più vulnerabili. Questo esempio ci mostra come, nonostante Inamujer ed altri gruppi abbiano lottato incredibilmente per scrivere e far approvare questa importante legge, cinque uomini con un immenso potere sono stati capaci di destabilizzare completamente donne a rischio. Qui, direi che affidarsi alle "leggi di protezione" non è abbastanza.
Fortunatamente, il Venezuela può offrire qualcosa di più delle "leggi di protezione". Il governo incoraggia la popolazione a produrre il cambiamento dalla base. Banmujer, fondata nel giorno internazionale della donna del 2001, fa micro-credito alle cooperative formate da 5 a 20 donne per l'avvio di un'attività commerciale. Ogni donna riceve 2 milioni di bolivares (circa 930 dollari) ad un tasso di interesse del 12% (il 6% se l'attività è legata all'agricoltura) da restituirsi entro 3 anni. Questi servizi hanno raggiunto approssimativamente 50 mila donne ogni anno, contribuendo all'indipendenza economica delle donne in ristrettezze economiche in tutto il Venezuela. Questa istituzione non solo contribuisce a far diminuire la femminilizzazione della povertà, ma sta anche accrescendo le capacità emancipatrici dei suoi utenti nel sostenere l'idea di una economia popolare. Gli utenti hanno formato anche reti di supporto locale (Rete di utenti di Banmujer) per organizzarsi all'interno delle comunità e appoggiarsi reciprocamente sul piano commerciale. Alle donne in Venezuela vengono offerte opportunità che nessun governo del passato aveva dato loro.
Altrettanto significativo e emancipatore è l'articolo 88 della costituzione, che "riconosce il lavoro domestico come attività economica che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale". L'articolo sancisce anche che le casalinghe hanno diritto alla previdenza e alla sanità. L'articolo 88 non è solo il risultato del duro lavoro delle donne, ma anche di quello delle donne di tutto il mondo che combattono per lo stesso riconoscimento. Le parole sono forti, ma poco è stato fatto per dare attuazione a questo articolo fino al mese di marzo di quest'anno, quando il governo ha avviato la Missione Madres del Barrio. Creata dal ministro del lavoro, Madres del Barrio ha avviato un periodo di prova di sei mesi in cui 200 mila donne in "estrema povertà" riceveranno tra i 120 ed i 173 dollari nella lotta per sradicare la povertà.
Quando le donne fanno richiesta di assistenza sono sottoposte ad una serie di valutazioni e colloqui per determinare il livello del bisogno tra tutti i richiedenti. Carolina Vecatequi, coordinatrice regionale a Caracas spiega: "Il sostegno economico non è il solo beneficio. Ma, grazie a questo sostegno, le donne saranno in grado di entrare ed integrarsi in altre missioni". Al termine dei sei mesi l'assistenza finanziaria è sospesa sulla base dell'aspettativa che la donna si sia integrata nei programmi e nei servizi sociali che le consentano di avere un reddito. Questo sostegno contribuisce alla lotta della donna per la liberazione ed i diritti. Però, vi sono aspetti di questo sostegno che mi hanno lasciato degli interrogativi aperti.
Per esempio, ad una conferenza di Madres del Barrio, il fondatore, Ivan Espinoso (un uomo), fece una presentazione ad un auditorium pieno di donne. Quando ebbe finito, ebbero inizio scontri verbali tra diversi gruppi di donne su chi dovesse ricevere l'aiuto prima. La risposta: coloro in "estrema povertà". Poi le donne cominciano a discutere su quali comunità fossero le più povere. Poiché la missione chiede alla donne di quantificare il livello della propria oppressione sono messi in concorrenza l'uno con l'altro per l'assistenza. Inoltre, in questo caso, un uomo stava definendo un programma per aiutare le donne ad emanciparsi, ma le donne non erano incluse nel processo di definizione.
Madres del Barrio è un esempio delle buone intenzioni del governo venezuelano, ma è anche un esempio della mancanza di collegamento tra i potenti e le persone che cercano di aiutare. Credo che i programmi del governo e la protezione non possano servire come catalizzatori dell'emancipazione femminile. Questa non viene da leggi e programmi del governo.
Le donne sono la vera spina dorsale del Venezuela. Sono incredibili organizzatrici e sono sempre alla ricerca del benessere degli altri.
Ho visto che gran parte dell'attenzione nei gruppi di donne si rivolge principalmente all'insegnamento alle donne dei loro diritti e delle leggi, e alla lotta per la difesa/attuazione di queste leggi. Non svaluto questo lavoro, perché credo che sia importante e necessario. Ma l'abrogazione di protezioni da parte della Corte suprema venezuelana ci mostra che le leggi da sole non possono proteggersi dal patriarcato alla base della nostra cultura. La necessità di queste leggi indica a problemi profondi delle nostre culture, culture che seminano violenza, dove la disuguaglianza è "normale", dove le donne lottano continuamente per essere rispettare e salve. Gli spazi per una discussione del genere esistono in Venezuela, ma non li ho visti usati per mettere in discussione le radici delle nostre oppressive norme culturali.
Dobbiamo creare più cambiamenti auto-alimentantisi dal basso che non costringono le donne in situazioni in cui dobbiamo costantemente lottare per proteggerci e avere leggi che ci garantiscano la sicurezza. È vero, possiamo godere di programmi di aiuto e di protezioni, ma ciò non risolverà i problemi reali. Non dobbiamo accettare acriticamente i programmi di aiuto e le protezioni assegnate da una istituzione di potere. Noi stessi dobbiamo essere i creatori e realizzatori di questi cambi. Sappiano che cambi devono esserci, perciò dobbiamo reclamare il nostro potere, unirci e riconquistare il diritto a dare un nome e creare il mondo in cui vogliamo vivere. So che se esistono donne in grado di accogliere questa sfida, esse sono le coraggiose luchadoras del Venezuela.
Z-Net.it
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Turismo senza memoria
Il Tpi emette la condanna definitiva per l'assedio di Dubrovnik, ma la città vuole dimenticare la guerra
dal nostro inviato
“Scusi, lei sa chi è Pavle Strugar?”. Sarebbe interessante porre questa domanda alle centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, affollano Dubrovnik, passeggiando beate tra gli sfavillanti negozi e gli affollati bar dello Stradun lastricato, la via centrale della Stari Grad, la città vecchia, dopo aver attraversato la maestosa porta Pile.
La perla dell’Adriatico. La sensazione, guardando i turisti (scaricati ogni giorno per un tour dalle crociere che solcano il Mediterraneo) indaffarati a fare fotografie o a incolonnarsi per vedere il monumento di turno, è che sarebbero pochi quelli in grado di rispondere. Ma forse, anche tra gli stessi abitanti di Dubro, soprattutto tra i più giovani, qualcuno preferirebbe far finta di niente, parlare d’altro. Perché qui la gente cerca di dimenticare, come se ormai il passato andasse per sempre sepolto sotto una montagna di scontrini emessi per i turisti stranieri. Pavle Strugar comandava, nel 1991, il settore di Dubrovnik per l’esercito della Jugoslavia. In quei giorni, l’orologio della storia si era messo a correre in fretta nei Balcani. La Croazia e la Slovenia, aiutate dal Vaticano e dalla Germania, avevano unilateralmente dichiarato la propria indipendenza dalla Federazione jugoslava e Belgrado aveva comandato all’Esercito Popolare Jugoslavo, che doveva essere l’esercito di tutti, di reagire a quella che veniva considerata una secessione. Strugar comandò ai suoi uomini di assediare Dubrovnik. Militari regolari, coadiuvati da milizie paramilitari, tennero per tre lunghi mesi ‘la perla dell’Adriatico’ sotto scacco. Bombardavano senza pietà la città, incendiavano i villaggi attorno a Dubro, uccidevano e saccheggiavano. La situazione era così drammatica, che gli stessi media di Stato serbi, come il quotidiano Politik, parlarono di " barbarie a Dubrovnik". Quando è finita, nel dicembre 1991, i soldati sono ripartiti, lasciando alle loro spalle un disastro e dopo aver avidamente saccheggiato gli stessi negozi e musei che oggi i turisti visitano estasiati.
Condanna definitiva. Alla fine della guerra, quando è nato il Tribunale per i crimini nella ex-Jugoslavia, confluito successivamente nel Tribunale Penale Internazionale all’Aja, Strugar venne ritenuto il principale responsabile dell’assedio e delle violenze e processato come criminale di guerra. Il 18 settembre scorso, Strugar è stato condannato a 8 anni di prigione per “non aver fatto nulla per fermare l’attacco quando invece avrebbe potuto farlo”. E’ passata quindi la tesi dei giudici di primo grado, per i quali Strugar non ha ordinato il bombardamento della città. Sia la difesa del generale, sia l’accusa dell’Aja volevano presentare ricorso: la prima per veder cancellate le accuse, la seconda per ottenere una condanna del generale come responsabile dell’assedio. Alla fine ha prevalso il pragmatismo, il procuratore e l’avvocato difensore hanno preferito accordarsi. Il procuratore ha deciso di ritirare il ricorso contro la sentenza di primo grado per “straordinari motivi umanitari, considerata l’età avanzata dell’accusato e le sue condizioni di salute”. E’ più probabile che il procuratore si sia reso conto di non poter dimostrare la responsabilità diretta di Strugar nella decisone di porre Dubrovnik sotto assedio. La difesa, per contro, ha preferito incassare una responsabilità non diretta ed evitare così al suo assistito una condanna più dura. La sentenza di primo grado è diventata così definitiva, mettendo una pietra sopra l’assedio di Dubrovnik.
Una memoria scomoda. Ma cosa resta in città del periodo della guerra? Quanti sono ancora i segni del conflitto? Dubrovnik, in questo senso, ha avuto un decorso post-bellico totalmente differente dal resto della Croazia e dell’ex-Jugoslavia in generale. Riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità, un esempio unico di cittadella dalmata medievale giunta intatta ai giorni nostri, Dubrovnik ferita suscitò la commozione e la solidarietà di tutto il mondo. I fondi per la ricostruzione e il supporto tecnico per ripristinare i danni arrecati dalle bombe giunsero immediatamente dopo il conflitto. Un esempio: una delle meraviglie di Dubrovnik era rappresentata dalle tegole rosse che ricoprivano i tetti della città vecchia. Da tutto il mondo si attivarono per recuperare i materiali originari per ricostruire le tegole e sostituire quelle distrutte. Mentre andava avanti il ripristino delle bellezze artistiche, i tour operator del mondo si davano da fare per la rinascita turistica della città.
“E’ bello vedere la città piena di gente, ma così rischiamo di perdere l’anima”. Valon ha 65 anni ed è kosovaro. Ha sposato una donna di Dubrovnik e, dalla metà degli anni Settanta, passa in città 4 mesi all’anno. “Quest’anno siamo andati in pensione”, racconta Valon, “abbiamo investito tutti i nostri risparmi per costruire un altro pezzo di casa, in modo da poter affittare le camere ai turisti”.
Come Valon, altre centinaia di persone a Dubrovnik vivono attorno al business del turismo e quasi tutti, aldilà dei grandi alberghi, con la stessa modalità: o aprono un bar ristorante, oppure allargano la casa per farla diventare un bed and breakfast. “Si guadagna bene, ma adesso stiamo esagerando. Tutta la città è un cantiere e poi il turismo delle crociere è il più deleterio – commenta Valon – arrivano migliaia di persone che, in poco tempo, si riversano nella città vecchia. Un impatto eccessivo, e poi cosa riescono a vedere in così poco tempo? Di corsa fanno il giro dei monumenti e scappano via, senza contribuire allo sviluppo del turismo in città”.
Le lamentele di Valon sembrano eccessive, però, almeno a giudicare dal numero crescente di cantieri che occupa la città, dove pare che ognuno costruisca case su case per ospitare i turisti.
“E’ vero, alla fine si lavora tutti”, risponde Valon, “ma a me farebbe piacere che la gente si fermasse a riflettere, a pensare. Su quello che è stato. Sono il primo che è contento dello sviluppo di Dubro, di vederla tornata agli splendori del passato. Ma non possiamo far finta di niente…c’è stata una guerra, è morta tanta gente innocente. Non dobbiamo cancellare tutto, per impedire che le guerre ci siano bisogna sempre dimostrare che portano morte e distruzione. Se la gente arriva, gira i monumenti, e poi scappa via, non riuscirà mai a entrare in sintonia con Dubro e la sua storia. E questo mi spiace”.
Schegge del passato. Il monumento ufficiale ai caduti della guerra è posto nelle vicinanze del magnifico palazzo del Rettore, in centro. Una teoria di foto dei caduti, tutti in difesa della città dagli assedianti, una mostra permanente delle foto di Dubrovnik distrutta e un video che racconta quei giorni sono tutto quel che resta, almeno a livello ufficiale, del conflitto. Sembra una specie di spazio sospeso dal resto della città, decontestualizzato e imprigionato in un tempo parallelo che mai si incrocerà con la vita che brulica frenetica nelle strade appena fuori dalla porta del mausoleo. I negozi sono stracolmi, come i monumenti e i bar, mentre il memoriale è lì, più obbligato che necessario, più di circostanza che sentito.
Molto più suggestivo è il War Photo Limited, uno studio fotografico che a ciclo continuo organizza mostre di fotografi di guerra che, in un allestimento sopraffino, convivono con un ciclo permanente delle foto più celebri con le quali i grandi fotoreporter di guerra hanno raccontato i principali conflitti contemporanei. Il museo, gestito dal neozelandese Wade Goddart, si trova a pochi metri di distanza dalla Stradun, in una viuzza parallela, segnalata solo da un telone rosso che a ogni angolo di strada indica le cose da vedere, tra bar, musei e monumenti. Con discrezione, quasi sottovoce. All’interno la guerra ti assale con tutta la sua ferocia e la banalità del male, con un unico filo rosso che unisce gli scatti della Cecenia, dei Balcani, Iraq, Palestina e così via: la morte.
Fuori la vita continua, la gente si diverte; né il museo delle foto di guerra né il memoriale sembrano arrecare troppo disturbo ai crocieristi.
L’ultimo baluardo della memoria. “Per me e per i veri abitanti di Dubrovnik è un altro il posto dove c’è la memoria della guerra, e là non ci va mai nessuno. Bisogna che qualcuno ti ci porti, se arrivi in città, e i tour organizzati non prevedono una gita fin lassù”, dice Valon indicando la vetta delle colline che circondano Dubrovnick. Valon si offre come autista e, dopo una ventina di minuti di strada, tornante dopo tornante, si arriva in cima, in un bosco magnifico, accolti dal cartello ‘Bosanka’. “Questa zona si chiama così perché, storicamente, era abitata dai bosniaci. Non è vero che ci siamo sempre odiati…un tempo vivevamo in pace. Le tensioni, le diversità non sono mai mancate, ma il macello degli anni Novanta non se l’aspettava nessuno”. Valon guida sicuro fino a uno spiazzo. La vista è bella da togliere il fiato, con la baia di Dubrovnik che si stende ai piedi del visitatore. “Qui è bello, ma è da dentro che si ammira la vista migliore”, racconta Valon, muovendosi in fretta verso l’interno di una struttura enorme e completamente distrutta, annerita da un incendio che pare ancora non essere stato domato. La differenza con il resto della città è enorme: travi sconnesse, cumuli di macerie, sporcizia e distruzione. Qui sembra che la guerra non sia mai finita. “Qui c’era il ristorante italiano, qui quello francese”, dice Valon, indicando dei locali interni alla struttura enorme, completamente distrutta, “qui c’era una bella discoteca, dove io e mia moglie venivamo a ballare”. Tutto è stato raso al suolo dall’artiglieria che bombardava la città, anche perché qui c’era l’antenna televisiva, ed è stato uno dei bersagli preferiti dei combattimenti. Dopo un lungo giro all’interno, si sbuca grazie a una scala che sta in piedi per scommessa, sul tetto dell’edificio e Valon ha ragione: la vista è ancora più bella.
Strano, viene da pensare, che non sia stato ricostruito anche qua, magari con un belvedere dove portare i turisti.
“I fondi, per il momento, sono finiti”, risponde Valon, “ma prima o poi ricostruiranno anche qua. E un po’ mi spiacerà…la gente deve sapere cos’è accaduto. Non credo che le città debbano rimanere in rovina, ma per me qui non potrà mai più essere come prima. Quando è finita la guerra ho voluto portare mia moglie qui, dove ci siamo conosciuti e dove ci siamo promessi l’uno all’altra. Appena arrivati qui siamo scoppiati a piangere. No, anche se ricostruiscono tutto, non potrà mai essere come prima. Ma mi rendo conto anche io che questo non interessa un crocierista”.
Christian Elia http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6320
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Sfratti forzati, gli europei si mobilitano
Pressioni, ricatti, intrighi: i proprietari di casa ricorrono spesso al “mobbing immobiliare” pur di sbarazzarsi degli inquilini. Un fenomeno che, in Spagna, ha assunto proporzioni preoccupanti.
Il quartiere della Ciutat Vella a Barcelona, teatro di sfratti con molestie o "mobbing immobiliare" (Foto untipografico/El Tito/Flickr) Madrid. Manoli, Mayte e Lola vivono da trent’anni nello stesso condominio e da circa quattro convivono con la paura dello sfratto e del crollo del soffitto. L’agenzia proprietaria delle loro case, dopo un primo tentativo di sfratto, ha deciso di non riparare i gravi danni dell’edificio per indurre le tre donne ad andarsene “volontariamente”.
Se il mattone è d’oro, il mobbing esplode
Si tratta di uno dei tanti esempi spagnoli di “mobbing immobiliare”. La parola “mobbing” deriva dall’inglese “aggredire, accerchiare” ed è, in genere, associata alle pressioni di colleghi o datori di lavoro per farli dimissionare. Quanto alla versione immobiliare del mobbing si riferisce alle pressioni, anche illegali, che agenzie e proprietari di case usano per cacciare gli inquilini, soprattutto chi vive con redditi bassi come anziani, giovani o ragazze madri con figli, per sfruttare l’immobile in maniera più redditizia o per rispettare un certo piano di trasformazione urbanistica. Il fenomeno è alimentato dall’aumento vertiginoso dei prezzi del mattone, che rende ormai più ghiotto il mercato immobiliare. Basti pensare che la sola città di Barcellona dal gennaio 2005 al maggio 2006 ha registrato ben 201 reclami di vittime “mobbizzate”. Non è un caso che il suo mercato immobiliare negli ultimi dieci anni sia aumentato del 150%.
Quando il proprietario assolda zingari per sfrattare più in fretta
Finora solo la Spagna sembra aver registrato processi espliciti di mobbing immobiliare: a Bilbao nel 2004, un giudice ha incriminato un locatore e i suoi complici di induzione al furto e danni alla proprietà verso gli inquilini di uno stabile di tre appartamenti. L’uomo voleva cacciarli dalle loro case per comprare l’intero immobile e, per farlo, aveva acquistato uno dei tre locali e lo aveva affittato per la modica somma di 1 euro ad una famiglia di zingari e, in cambio, i neoinquilini dovevano danneggiare il patrimonio degli altri condomini fino ad indurli ad andarsene. Il piano è fallito grazie alle denunce delle vittime e alle testimonianze di alcuni vicini.
La mobilitazione anti-sfratto si estende all’Europa
Se il mobbing immobiliare è collegato alla trasformazione urbanistica, le vittime tendono a rivolgersi ad associazioni specifiche per essere più visibili alle istituzioni. Alcuni esempi? L’Ong “Architetti senza frontiere” all’inizio del 2006 ha diffuso un libretto gratuito per criticare la situazione degli sfratti ingiusti in alcune città spagnole. Ma la polemica sugli abusi nel settore immobiliare non si riduce alla sola Spagna. L’ong Alleanza Internazionale degli Abitanti informa di diverse iniziative in questo senso da parte della società civile in Europa. A emergere durante il Forum Sociale Europeo di Atene del maggio 2006 sono state le proteste della Federazione Londinese degli Inquilini che ha «mostrato il lato oscuro delle Olimpiadi di Londra del 2012: accelerazione delle privatizzazioni del settore abitativo e demolizioni delle case popolari per costruire edifici sportivo-commerciali e residenze di lusso». Altra iniziativa quella dei belgi di Solidarités Nouvelles che denunciano «l’aumento dei prezzi immobiliari e degli sfratti a Bruxelles per lasciare spazio alla ricca burocrazia europea».
Grazie alla Campagna Sfratti Zero contro le privatizzazioni degli alloggi pubblici l’Italia, dopo il richiamo dell’Onu per le 600.000 minacce di sgombero, ha firmato un protocollo che dichiara Roma «città libera dagli sfratti» (febbraio 2005). È poi recente la proroga di tre mesi del decreto anti-sfratti che riguarderà però solo le famiglie più bisognose.
La Francia ha introdotto una norma per trasformare parte degli sfratti in nuovi contratti e ha approvato la costruzione di 500.000 case popolari in 5 anni.
La mobilitazione anti-mobbing immobiliare continua.
Gli esperti: In Italia non esiste una legislazione specifica
Sul versante legale per combattere il mobbing immobiliare si deve denunciare il “mobber” (molestatore) anche se, spiega l’avvocato Gianluca Nargiso , «In Italia non esiste ancora una legislazione specifica. A comportamenti arbitrari di locatori che staccano le utenze seguono azioni giudiziali quasi sempre vittoriose da parte dell’inquilino, che può anche aprire procedimenti penali che vanno dall’arbitrario esercizio delle proprie ragioni a violenza privata od estorsione. In Italia circa il 90% delle sentenze è sfavorevole ai proprietari “mobbers”». Secondo l’avvocato Giorgio Vanacore «per il diritto privato italiano, il mobbing proprietario-inquilino è punibile ai sensi dall’art. 2042 del Codice Civile, che recita: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”». Basta provare il danno ingiusto, le sue conseguenze nella sfera emotiva e patrimoniale, la causalità tra comportamento mobbizzante e danno denunciato.
Grazia Nigro - Roma http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2035
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11 settembre: Bush ha mentito
Il documentato atto d'accusa del guardiano delle Twin Towers
di Philip J. Berg & William Rodriguez Editori Riuniti, 144 pp., 12 euro
Pubblichiamo la nota di copertina del volume uscito di recente in Italia e a seguire, per intero, la prefazione di Giulietto Chiesa
L'11 settembre 2001 William Rodriguez era lì. In possesso, come guardiano della gigantesca Torre Nord, di tutte le chiavi dell'edificio, perfetto conoscitore dei passaggi, delle scale, delle uscite d'emergenza, dei sotterranei, è riuscito a guidare i vigili del fuoco e i soccorritori, fino al momento del crollo. Ha rischiato la vita, è stato elogiato e decorato dalle autorità.
Ma la ricostruzione fatta dall'Amministrazione Bush del terribile attentato non lo ha convinto. Rodriguez è stato testimone diretto di un evento radicalmente diverso da quello raccontato. Si è affidato perciò a un importante studio legale dalla Pennsylvania, per sostenere e documentare la sua accusa. Questo libro la riproduce nella sua interezza, dubbio per dubbio, contestazione per contestazione, menzogna per menzogna. Da dove provenivano gli scoppi distintamente uditi da Rodriguez e da altri, molto prima del crollo? Perché gli aerei dirottati, in volo sul paese meglio difeso del mondo, non sono stati intercettati? Perché e come è crollato il cosiddetto «Edificio 7»? Dove è caduto esattamente e perché, il misterioso «Volo 93»? Come hanno potuto, terroristi senza alcuna esperienza di volo guidare un possente Boeing proprio contro il Pentagono, nel luogo più inaccessibile e protetto del pianeta? A cinque anni dal terribile attentato al World Trade Center, una parte crescente dell'America si interroga sulle macroscopiche contraddizioni della versione ufficiale. Nessuno può essere in grado di dire come si sono svolte effettivamente le cose quel giorno. Ma un punto sembra ormai acquisito, come questo atto d'accusa dimostra: George Bush ha mentito .
Philip J. Berg, avvocato, è titolare di un prestigioso studio legale della Pennsylvania, www.911forthetruth.com/
William Rodriguez è l'uomo che fungeva da guardiano delle Torri Gemelle e che l'11 settembre 2001 contribuì a salvare centinaia di vite umane.
LA PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA
Questo libro è stato scritto da un avvocato, Phil Berg, per conto del suo cliente, William Rodriguez. E' una denuncia "per complotto e strage" nei confronti di George Bush e di una parte consistente della sua Amministrazione, presentata alla Corte Distrettuale di Filadelfia in base al RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organization Act). I capi d'imputazione sono: a) Conoscevano quanto stava per accadere; b) Non agirono, non prevenirono, non gettarono l'allarme; c) Ostacolarono la giustizia mentre era in corso la ricerca delle verità.
Non sappiamo se e quando, eventualmente, quella Corte darà seguito a una tale, circostanziata denuncia. E c'è da dubitarne.
Ma il titolo che Phil Berg ha dato alla denuncia, "complotto e strage", è assai bene appropriato. Direi che è l'applicazione della dantesca legge del contrappasso.. Perché dalle ore immediatamente successive all'11 settembre 2001, fino ad oggi, tutti coloro, in America o fuori, che abbiano osato anche soltanto sollevare interrogativi sulla intera storia, quella che "tutti abbiamo visto sui teleschermi", sono stati considerati dei "complottisti", dei "dietrologi". E si tratta dei complimenti più leggeri, perché dietro, nella scia degl'insulti, delle più o meno sgangherate derisioni, delle sprezzanti liquidazioni ("solo un matto può negare l'evidenza"), vengono le accuse: da quella, onnipresente, di "antiamericanismo", a quelle correlate di "antisemita", fino a quella, inesorabile, di "complice del terrorismo", se non addirittura quella, definitiva, di "terrorista".
E' quasi uno schema obbligato, un percorso preventivamente fissato, per chiunque si accinga, in una qualunque conversazione, a cercare di mettere in fila gl'interrogativi che una normale persona di buon senso non può non porsi di fronte all'analisi spassionata dei dati.
Il problema più grande da risolvere, infatti, è che tutti i dati di partenza sono falsi. Tutti, cioè, quelli che sono arrivati al grande pubblico mondiale, ai miliardi di persone che hanno visto crollare le due torri. Solo quello, in pratica, hanno visto: due aerei, non identificati, che colpiscono le torri (evento A) , e il loro crollo (evento B). Con il corollario, apparentemente evidente, che B è l'effetto di A. Tutto "il resto" non l'hanno potuto vedere e non possono nemmeno immaginarselo, da persone "normali" quasi sono e siamo tutti noi.
Purtroppo per tutti noi anche quello che "hanno visto" è falso, come da queste pagine si potrà agevolmente arguire. Phil Berg ha centrato il problema. Una certa compagnia di criminali, attorno al presidente Bush (non essendo chiaro il suo ruolo personale) non solo ha organizzato un complotto, ma ha preventivamente fatto in modo che chiunque avesse capito che si trattava di un complotto fosse accusato di immaginare complotti.
L'intera storia dell'11 settembre è un colossale complotto, il cui asse portante è stato "visuale", "ottico". Per diventare "vero", l'evento, altrimenti inspiegabile, doveva essere "visto". E non solo da tutta l'America, ma da tutto il mondo. Perché questo evento era destinato a mutare non solo la storia degli Stati Uniti, ma quella del mondo intero.
Non possiamo affermarlo con assoluta certezza, ma anche il fatto che il secondo aereo (volo United Airlines, UA 175) abbia colpito la torre sud esattamente sedici minuti dopo che il primo aveva colpito la torre nord (ore 8:46) ha permesso a circa due miliardi di persone di vedere tutto lo spettacolo in presa diretta, live. E la cosa non ha affatto l'aria di essere stata casuale perché, inspiegabilmente, il volo UA175 era già passato vicino a Manhattan, ma aveva superato quello che sarebbe divenuto il suo bersaglio, di oltre 50 chilometri, per poi tornare improvvisamente indietro esattamente nel momento in cui il primo aereo (volo American Airlines, AA 11) colpisce la torre nord del World Trade Center.
E ancora meno casuale appare la successione in cui i quattro aerei staccano il transponder. Due parole per spiegare cos'è il transponder: un apparecchio, di cui tutti gli aerei passeggeri sono dotati, che trasmette alle stazioni a terra tutti i dati essenziali della posizione di un velivolo, latitudine, longitudine, quota. E' dunque un prezioso supporto per la sicurezza del volo, perché consente a chi sorveglia da terra di verificare istante per istante la corrispondenza tra il volo reale e i piani di volo previsti. Il transponder funziona in automatico e non è prevista la sua disattivazione in nessuna circostanza. Disattivarlo richiede dunque conoscenze tecniche molto specifiche e una certa quantità di tempo a disposizione. Ma c'è di più: i dirottatori non avevano anch'essi nessun motivo per disattivare i transponder, essendo evidente che in quel preciso momento essi avrebbero comunicato alle difese aeree l'avvenuto dirottamento o, come minimo, una situazione di grave irregolarità. Ed è proprio ciò che i dirottatori avrebbero dovuto non volere.
Se ora osserviamo - sulla base della ricostruzione ufficiale degli eventi di quella mattina - la successione dei distacchi dei transponder, vediamo che essi sono avvenuti in base a una straordinaria "regia". Il volo AA 11 (bersaglio la torre nord) stacca il suo transponder alle 8:27. Il volo UA 175 (bersaglio la torre sud) stacca il suo transponder alle 8:46, esattamente quando AA 11 colpisce il suo bersaglio. Il volo AA 77 (bersaglio il Pentagono) stacca il suo transponder alle 9:02, esattamente quando UA 175 centra la torre sud. Il volo UA 93 (quello che cadrà in Pennsylvania, obiettivo presunto la Casa Bianca o il Campidoglio) stacca il suo transponder esattamente alle 9:40, attimo in cui il volo AA 77 centra il Pentagono.
Dobbiamo presumere che i quattro gruppi di dirottatori fossero in contatto permanente tra di loro? E che, tutti presi dalla stessa illogicità di comportamento, si dessero il cambio nel momento in cui s'immolavano? E in che modo avrebbero potuto essere in contatto permanente tra di loro? Non risultano conversazioni radio, segnali speciali in codice, registrazioni di collegamenti tra i quattro aerei. E allora come si spiegano quelle simultaneità, se non con il fatto che vi era una regia esterna a tutti e quattro, in grado di determinare i loro comportamenti e, soprattutto, quelli delle apparecchiature di bordo? Né è possibile pensare - e sarebbe in ogni caso questione che apre, a sua volta, tutta una serie d'interrogativi ancora più inquietanti e complessi - che i quattro aerei fossero stati "manipolati" in anticipo, in modo da effettuare automaticamente i distacchi dei transponder. Per due ragioni essenziali: la prima è che due dei quattro aerei partirono in ritardo rispetto agli orari previsti. La seconda è che in tal caso si dovrebbe per forza di cose ipotizzare una ancora più larga sfera di complicità attorno ai presunti kamikaze, i quali non potevano realizzare da soli un piano così complesso. E, infatti, la ricostruzione ufficiale degli eventi sembra non essersi nemmeno accorta di tutta questa serie di dati. Li ha semplicemente ignorati.
Ma tutto ciò è soltanto un modesto antipasto della sterminata serie di incongruenze, di silenzi, di menzogne vere e proprie che la Commissione Ufficiale d'inchiesta del Congresso ha distribuito nelle 567 pagine del suo rapporto conclusivo, emerso a tre anni di distanza dai fatti..
Tutto quello che leggerete in queste pagine conduce a formulare ipotesi criminali e di complotto. Ma provare tutto ciò è e sarà impossibile, come ha scritto Noam Chomski, nei prossimi cento anni. Quello che si delinea è qualche cosa di molto simile a un colpo di stato. La vastità del disegno e la sua complessità indicano la partecipazione attiva di apparati dello stato, che puntavano ad assicurarsi il controllo permanente e definitivo dell'intera macchina coercitiva e militare della superpotenza. E chi organizza un colpo di stato all'interno dell'unica superpotenza mondiale, sa che sarà un "colpo di stato mondiale". Solo chi si colloca in questa dimensione globale, mondiale, storica, epocale, può rendersi conto della sua oggettiva grandezza. Solo obiettivi giganteschi possono essere compatibili con crimini giganteschi. Per gli uni e per gli altri non sono indispensabili personalità gigantesche. Questo lo abbiamo già imparato dalla storia. Basta una mentalità da imbianchino frustrato per immaginare il Terzo Reich e la seconda guerra mondiale.
Ma è nelle dimensioni pazzesche dell'evento che consiste il segreto del suo successo (perché stiamo per ora parlando di un evento che è riuscito, che ha avuto successo, che si sta sviluppando, che sta creando quello che i suoi promotori volevano): miliardi di persone normali, che non hanno mai ammazzato nessuno, né si accingono a farlo, troveranno sicuramente incredibile che ve ne siano alcune, apparentemente normali, già ai vertici di un immenso potere, capaci di progettare stermini, l'uccisione di migliaia di persone innocenti, di bambini, di vecchi, di donne.
E' su questa "normale" incredulità che giocano coloro che concepiscono la morte su grande scala come leva per mutamenti politici, cioè in nome del Potere: la gente sarà facilmente spinta a credere nella cosa più ovvia che verrà presentata subito ai suoi occhi. E la cosa più ovvia è la pazzia. E la pazzia sarà tanto più credibile se verrà coniugata con il fanatismo suo fratello, e con la vendetta sua sorella, e con l'invidia e con l'odio. La cosa più ovvia sarà far sfilare davanti agli occhi del mondo intero la rappresentazione del Male. Da quel momento ogni discussione sulla verità diventerà impossibile. La enormità del complotto dell'11 settembre, e la sua "evidenza visiva", sono gl'indizi preliminari della falsità della versione ufficiale dell'accaduto. Solo una raffinata cultura del Potere, solo una conoscenza profonda della vulnerabilità della psicologia individuale, solo il controllo dell'intero sistema dei mezzi di comunicazione di massa possono avere ideato, realizzato e tenuto sotto controllo l'11 settembre.
C'è, in chi ascolta, e non sa nulla di questa gigantesca faccenda, come un'incredulità preliminare: ma che vai dicendo? L'abbiamo visto tutti cos'è accaduto! Non è una storia, di quelle che si leggono; l'abbiamo vista noi, direttamente, senza mediazioni. E tu vorresti farci credere che non è accaduta? Vorresti negare che gli aerei hanno colpito e abbattuto le due torri gemelle? Vorresti farci credere che il Pentagono non è stato centrato da quell'aereo? E dopo tutto quello che è successo in questi anni vuoi forse negare l'esistenza dei kamikaze islamici? Ma allora sei pazzo ...
Ecco: è questo percorso obbligato quello che ha impedito ogni domanda. O, meglio, è quello che ha impedito fino ad oggi che le domande giungessero al grande pubblico mondiale. Che ha quindi creduto "a quello che aveva visto", e non avrebbe potuto fare altrimenti. Ed è stato così condotto per mano a constatare che "è stato Osama bin Laden". Questo mantra è divenuto, quasi istantaneamente, una verità così potente, un dogma così evidente, da rendere apparentemente impossibile ogni contestazione, ogni barlume di critica.
Eppure una minoranza, prima sparuta e poi, via via, sempre più numerosa, le domande che qui leggerete se le era poste. Ma circondata dal silenzio e, quando quelle domande riuscivano ad emergere alla luce del sole, vista con aperta ostilità o irrisione. Il mainstream informativo mondiale ha svolto questo compito "silenziatore". In due modi fondamentali: tacendo, come si è detto, pervicacemente, sistematicamente, ignorando, fingendo di non sapere, e quando tutte le altre varianti risultavano impraticabili, autocensurandosi. Cioè mediante una falsificazione passiva. E, in seconda e parallela istanza, dirottando l'attenzione, parlando d'altro, sostenendo la versione ufficiale anche quando era palesemente insostenibile, irridendo e schernendo i "pazzi" che osavano porre domande. Cioè mediante una falsificazione attiva. Eppure, diradato il polverone dei falsificatori di ogni risma, complici più o meno consapevoli dei criminali che hanno realizzato questa "storia di successo", molte cose appaiono chiare.
"Esiste un governo ombra, dotato della sua propria Aviazione, della sua propria Marina, dotato di un meccanismo suo proprio per raccogliere fondi, e della capacità di perseguire le proprie idee circa l'interesse nazionale, libero da ogni tipo di controlli e verifiche incrociati tipici dello stato di diritto, e libero da ogni costrizione di leggi". [1] Sono parole riferite agli Stati Uniti d'America di qualche decennio prima, ai tempi dello scandalo Iran-Contras, quando si venne a sapere che il governo degli Stati Uniti applicava il terrorismo di stato contro il legittimo governo del Nicaragua, usando per finanziarsi la droga che gli serviva per comprare le armi in Iran, che erano poi inviate ad armare le formazioni terroriste dei Contras. Come trattare queste circonvoluzioni dietologiche se non come un complotto proveniente dall'interno stesso degli apparati statunitensi ? E sono parole non di un antiamericano ma di un senatore americano, Daniel K. Inouye. Valgono esattamente anche adesso, mentre scriviamo queste righe, quando quel governo ombra ha preso il potere negli Stati Uniti, e lo esercita da ben due mandati, e non è affatto escluso che cercherà con ogni mezzo di esercitarlo anche per un terzo.
Sono difficili da digerire, per chi continua a pensare nei termini voluti dall'Impero, le verità che emergono dagli stessi documenti del governo ombra che ha preso il potere negli Stati Uniti l'11 settembre 2001. "Ogni dieci anni, all'incirca, gli Stati Uniti devono prendere per la gola qualche piccolo riottoso paese e scaraventarlo contro un muro, così, tanto per mostrare al mondo ciò che noi intendiamo come affari" [2] . Chi parla in questo modo non è l'ultimo dei commessi del Pentagono, bensì uno dei più intimi collaboratori di Richard Perle, Michael Ledeen, con lui tra gli ideatori e fondatori del "Progetto per il nuovo secolo americano" (Project for the New American Century, PNAC) insieme a Paul Wolfowitz (ora presidente della Banca Mondiale), Dick Cheney (vice-presidente degli Stati Uniti), Donald Rumsfeld (segretario di stato alla Difesa), John Bolton (ora rappresentante designato all'ONU degli Stati Uniti). E un altro dei fondatori del PNAC , William Kristol, nel 2003, del tutto dimentico della tragedia mondiale di cui ci stiamo occupando, proclama che l'invasione dell'Irak, lungi dall'essere un atto difensivo, o un tentativo di colpire il terrorismo, o di impedire che Saddam si dotasse delle armi di distruzione di massa, o, nell'ultima versione, di costruire la democrazia in quello sventurato paese, proclama orgogliosamente che "è stata espressione di una coraggiosa e ambiziosa politica estera americana, giusta per noi e giusta per il mondo intero" [3] .
L'11 di settembre, strumento di terrore, è già messo in archivio. Non sono vittime quelle che parlano. Emerge la volontà di utilizzarlo il più in fretta possibile, il più radicalmente possibile. "Non vi sarà pace. Il ruolo sostanziale delle forze armate statunitensi sarà di mantenere il mondo libero per la nostra economia, e di aprirlo al nostro assalto culturale. Per questi scopi noi dovremo uccidere una discreta quantità di persone" [4]
E' questo tipo di ragionamenti, che precedono l'11 settembre, a raffigurare la politica del futuro, per noi divenuto presente. Fino ai tempi nostri, quando perfino il New York Times è costretto a guardare in faccia il progetto dell'ex governo ombra, ormai divenuto governo in atto, Amministrazione degli Stati Uniti d'America. In verità non è detto che l'editorialista del primo giornale del mondo (quello che ha dovuto cacciare una dei suoi reporter di punta, dopo avere scoperto che lavorava per l'Amministrazione di Washington e faceva passare notizie, false, a sostegno della guerra in Irak) si renda conto di tutte le implicazioni di quello che scrive. Ma è sufficiente quello che scrive, in ogni caso. E scrive questo: "In oltre 212 anni, 42 presidenti hanno emanato 'dichiarazioni firmate' (signing statements) che ponevano sotto scrutinio circa 600 norme di nuove leggi [approvate dal Congresso, ndr]. George W Bush lo ha fatto più di 800 volte in appena cinque anni e mezzo, o poco più, della sua permanenza in carica.". E continua così: "Per Bush i 'signing statements' sono divenuti messaggi al Congresso che egli, semplicemente non intende seguire la legge, specialmente ogni tentativo di chiamarlo a rispondere dei suoi atti". Esisterebbe dunque, secondo il New York Times, una "teoria unitaria dell'Esecutivo" fortemente sostenuta da alcuni dei più estremisti consiglieri del presidente, incluso il vice presidente Dick Cheney e il suo staff legale. "Questa teoria afferma che il Presidente - e non il Congresso o le Corti - ha il potere esclusivo di decidere come egli debba svolgere i suoi compiti" [5] .
Esiste un nesso tra l'11 settembre, il Patriot Act, che era già pronto prima che avvenisse l'11 settembre, e questa pratica "contraria allo stato di diritto e al nostro sistema costituzionale della separazione dei poteri"? [6] Negarlo appare difficile. Ma non appena si cerchi di approfondire il tema, ecco riapparire l'accusa di "complottismo".
Come ha scritto, con assoluta chiarezza, William Webster Tarpley, "L'accusa, o insulto, di teoria cospirativa non è soltanto demagogica, ma anche intellettualmente disonesta. Poiché la versione ufficiale, che coinvolge bin Laden e Al Qaeda, che agiscono a distanza, in grotte remote, con l'aiuto di computers, rappresenta una teoria cospirativa (o balla cospirativa) di un tipo peculiarmente fantastico. Implicito in questa procedura è l'assunto che una teoria cospirativa che è condivisa dal sistema mediatico delle grandi corporations non è più una teoria cospirativa, ma diventa una teoria rispettabile e presunta vera. I punti di vista minoritari, che non sono condivisi dai grandi media, rimangono invece teorie cospirative, e non possono essere credibili, non importa quanto essi siano veri". [7]
Resta, ai sostenitori della versione ufficiale, la smisurata potenza del mito della democrazia americana, ovvero quello che il citato maggiore Peters definisce brillantemente come l'"assalto culturale" dell'America, da decenni impegnata, con indubitabile successo, a dimostrarci la propria superiorità in ogni campo del vivere economico e civile (quello sociale è impossibile propagandarlo, e quindi viene fatto passare in secondo piano). Di fronte al mito e alla sua assoluta "evidenza", visiva anch'essa, resta solo la pazzia per spiegare i comportamenti di coloro che al mito non vogliono credere. Sfortunatamente questi ultimi annoverano tra le loro schiere, ormai piuttosto numerose, una gran quantità di persone che è difficile considerare pazzi, svitati, irresponsabili, incompetenti, ignoranti, antiamericani (visto che la gran parte sono proprio americani) o antisemiti (visto che molti di loro sono ebrei). In questo modo è stato fatto a pezzi, in Francia, dalle colonne di tutti i maggiori giornali, Thierry Meyssan, primo tra gli europei a indagare sull'11 settembre, primo in assoluto a indagare il mistero del volo AA 77, sparito - letteralmente - dentro il Pentagono. E a concludere che non si trattava di un aereo, ma di "qualche cosa d'altro". [8]
Meyssan aveva ragione, come tutte le ricerche successive hanno confermato. Ma è stato cancellato dal mainstream informativo mondiale. I suoi libri sono stati venduti in centinaia di migliaia di copie, in decine di paesi, ma hanno viaggiato con la Rete. Fuori dalla Rete non c'è stato spazio.
La stessa cosa è accaduta a personaggi di evidente rilievo, come Andreas Von Bulow, ex ministro della Difesa tedesco, negli anni '70, prima della riunificazione, ex ministro per la tecnologia, ex relatore, nel 1993, della commissione parlamentare d'inchiesta sulla Stasi, la polizia politica della Repubblica Democratica Tedesca. Difficile liquidare il suo pensiero. Ma lo si può ignorare. E così avvenne subito dopo che Von Bulow esplicitò pubblicamente i suoi dubbi , fin dall'inizio del 2002, in un'intervista rilasciata al giornale berlinese Der Tagesspiegel [9] . In quella intervista egli mise in luce la clamorosa inconsistenza della versione ufficiale. "Esistono negli USA ventisei agenzie di controspionaggio - disse all'intervistatore - che costano trenta miliardi di dollari l'anno, più dell'intero bilancio tedesco della difesa. E non sono state capaci di prevenire gli attacchi (.) Non un sospetto, prima. E, per sessanta decisivi minuti le agenzie militari e di intelligence hanno lasciato a terra i caccia. Però quarantott'ore dopo l'FBI presenta una lista completa dei dirottatori suicidi. Ma dieci giorni dopo risulta che sette di loro sono ancora vivi".
Questo Von Bulow lo scriveva, appunto, all'inizio del 2002. Due anni dopo, nel Rapporto ufficiale, la domanda è ancora inevasa. E, continuava l'ex ministro tedesco, di cui tutto si può dire salvo che non conosca come funzionano queste cose, a proposito dei kamikaze: "Si lasciano dietro tracce come una carica di elefanti. Pagano con le loro carte di credito, danno i loro veri nomi agl'istruttori di volo. Si lasciano dietro auto noleggiate con manuali di volo in arabo. Portano con sé, nel loro viaggio verso il suicidio, ultime volontà e lettere di addio, che cadono nelle mani dell'FBI perché le hanno messe nel posto sbagliato, con indirizzi sbagliati. Suvvia, sono segnali lasciati sul percorso come in una caccia al tesoro per bambini". Eppure "The 9/11 Commission Report" rimarrà interamente basato su questa caccia al tesoro per bambini. "Posso affermare, concludeva l'ex ministro tedesco, che "la progettazione dell'attacco è stato un capolavoro dal punto di vista tecnico e organizzativo. Dirottare quattro grossi aerei di linea in pochi minuti e lanciarli sui bersagli entro un'ora, con complicate manovre di pilotaggio! Ma questo è impensabile senza l'appoggio, e per anni, di apparati segreti dello stato e dell'industria".
Non fu l'unico a sollevare dubbi. C'è chi ha fatto il conto, come David Ray Griffin, scoprendo non meno di 200 plateali omissioni, incongruenze, falsità totali o parziali, nel famoso Rapporto [10] . E, andando a cercare con pazienza nella Rete, unico luogo in cui tutte queste informazioni hanno continuato a circolare, si scopre che Andreas Von Bulow , Thierry Meyssan, non erano soli, e che centinaia di persone si erano messe ad analizzare uno ad uno gli elementi del puzzle, giungendo tutti alle stesse conclusioni: la versione ufficiale è falsa, non regge alla minima verifica. Tutti pazzi? Ma allora dovremmo concludere che molti pazzi albergavano e albergano dentro i governi impegnati nella lotta contro il terrorismo internazionale. Per esempio è il caso di Morgan Reynolds, ex economista capo del Dipartimento del Lavoro di George W. Bush, nel suo primo mandato, ex direttore del Centro di Giustizia Criminale presso il National Center for Political Analysis di Dallas, professore emerito della Texas A & M University (mi scuso con il lettore per la minuziosa elencazione degl'incarichi, ma serve a chiarire con chi abbiamo a che fare), che, dopo avere anche lui esaminato i risultati del famoso Rapporto, scrive, nel 2005: "E' difficile sovrastimare l'importanza di un dibattito scientifico sulle cause del crollo delle torri gemelle e dell'edificio N. 7. Se la versione ufficiale del collasso è errata, come io penso sia, allora le conseguenze politiche di una tale erronea analisi ingegneristica, lo sono altrettanto. La teoria del governo circa il collasso è altamente vulnerabile nelle sue stesse premesse. Soltanto una demolizione controllata è in grado di corrispondere a un'intera serie di fatti associata al collasso dei tre edifici" [11]
Il linguaggio è misurato, le conclusioni sono tremende. Altrettanto si può dire di Paul Craig Roberts, ex segretario al Tesoro con Ronald Reagan, ex commentatore del molto conservatore Wall Street Journal, che scrive: "Molti lettori patriottici mi hanno scritto esprimendomi la loro frustrazione perché i fatti e il senso comune non possono farsi strada in una discussione dominata dall'isteria e dalla disinformazione. Mi sfidano a spiegare come mai tre edifici del World Trade Center sono crollati nello stesso giorno sulle loro fondamenta alla velocità della caduta libera: un evento che è escluso dalle leggi della fisica, a meno che non si sia trattato di una demolizione controllata. Essi insistono che vivremo in una guerra ininterrotta e in uno stato di polizia fino a che la versione governativa dell'11 settembre resterà incontestata. Potrebbero avere ragione. Non ci sono molti direttori di giornale disposti a ospitare gli evidenti difetti del Report della Commissione sull'11 settembre. (.) Noi sappiamo che il governo ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Irak, ma crediamo che il governo abbia detto la verità sull'11 settembre" [12] .
E' un repubblicano conservatore, cittadino statunitense, che parla. Come cancellarlo dalla lista delle persone normali? C'è un solo modo: ignorare quello che ha detto. Così hanno fatto tutti i media principali, in America, ma anche in Italia. E che ne facciamo di Michael Meacher, stretto collaboratore, per anni, di Tony Blair e uno dei leader più in vista del Labour britannico, ex ministro dell'Ambiente, appunto nel Gabinetto Blair, dal 1997 al giugno 2003? Le sue dichiarazioni sono finite, rara eccezione, direttamente nel mainstream informativo. In certi casi, quando accadono di sorpresa, è impossibile ai controllori pararle. Così le "follie" di Michael Meacher, ancora in carica come ministro, vanno a finire addirittura sul Guardian (quando Meacher non è più ministro). "In primo luogo - dice Meacher - è chiaro che le autorità americane fecero poco o nulla per impedire gli eventi dell'11 settembre. E' noto che almeno 11 paesi diedero l'allarme in anticipo agli USA sugli attacchi dell'11 settembre. Due esperti di alto grado del Mossad vennero inviati a Washington nell'agosto 2001 per allertare la CIA e l'FBI dell'esistenza di una cellula di 200 terroristi che sarebbero stati in procinto di attuare una grossa operazione [terroristica] [13] . La lista che i due esperti fornirono includeva i nomi di quattro dei dirottatori dell'11 settembre, nessuno dei quali fu arrestato. (..) . Fin dal 1996 era nota l'esistenza di piani per colpire obiettivi a Washington con aerei. Poi nel 1999 un documento del National Intelligence Council rilevò che "kamikaze suicidi di Al Qaeda avrebbero potuto scagliare aerei riempiti di esplosivi ad alto potenziale contro il Pentagono, il quartier generale della CIA , o la Casa Bianca. (.). Quindici dei dirottatori ottennero il visto in Arabia Saudita. Michael Springmann, l'ex capo dell'ufficio visti americano a Jeddah, ha dichiarato che, fin dal 1987, la CIA forniva illegalmente visti d'ingresso a individui che non avrebbero dovuto averli, portandoli negli Stati Uniti per addestrarli al terrorismo nella guerra afgana, in collaborazione con bin Laden. [14] .(..) Altre fonti hanno riferito che cinque dei dirottatori furono addestrati all'interno di installazioni militari segrete degli Stati Uniti negli anni '90. [15] (..).
Tutta questa inazione fu semplicemente l'effetto del fatto che persone nei gangli decisivi ignorarono l'evidenza, o non ne furono a conoscenza? Oppure si può supporre che le operazioni di sicurezza dell'aviazione furono deliberatamente azzerate l'11 settembre? Se così è stato, perché? E chi ha dato l'ordine? L'ex procuratore criminale federale degli Stati Uniti, John Loftus, ha detto: 'L'informazione fornita dai servizi d'intelligence europei prima dell'11 di settembre fu così ampia che non è più possibile che la CIA e l'FBI possano difendersi accampando la tesi dell'incompetenza'". [16]
Si potrebbe continuare a lungo elencando personalità di grande rilievo, politici, giornalisti politologi, scienziati, tutti molto dubbiosi - quando non del tutto certi nel considerare la falsità del complotto governativo - sulla versione ufficiale dell'11 settembre. Ma - è si tratta di una "stranezza" molto ben spiegabile - il mainstream informativo non ha reso noti questi nomi, e i loro dubbi. Così terminerò questo mio elenco ristretto con la dichiarazione di uno specialista, americano, che ha già provato al mondo intero le sue qualità investigative. Si tratta di Daniel Ellsberg, ex analista militare della Rand Corporation, autore, nel 1971, dei "Pentagon Papers" pubblicati dal New York Times. Furono chiamati così perché erano la prova che il Pentagono aveva sistematicamente mentito (a cominciare dall'invenzione dell'inesistente scontro nel Golfo del Tonchino tra navi americane e nord- vietnamite) per trascinare in guerra l'America e per tenervela. Intervistato da una stazione radio [17] , Ellsberg conferma di avere esaminato i materiali delle indagini dell'11 settembre, e di averne trovato "alcuni molto poco convincenti, mentre altri li trovo piuttosto solidi".
Non è dunque un fanatico del complotto e si tiene, in un certo senso, a debita distanza dal problema. Ma procede:"Non ho alcun dubbio che essi siano sufficienti per giustificare un'inchiesta a largo raggio, che non c'è ancora stata, con incriminazioni, interrogatori sotto giuramento, l'esibizione di molti documenti. Diciamo così: non c'è dubbio che sono stati sollevati interrogativi molto seri, che riguardano ciò che essi [servizi segreti, settori dell'Amministrazione, ndr] sapevano prima che accadesse e quanto coinvolgimento possa esservi stato. E' l'Amministrazione ... c'è un'Amministrazione capace, umanamente e psicologicamente, di mettere in atto una tale provocazione? Sì, direi che sì. Ho lavorato per un'Amministrazione di questo genere, io stesso: quella di Johnson. Ah, il presidente Johnson espose al pericolo dei cacciatorpediniere nel Golfo del Tonchino, e non solo una, ma diverse volte. E c'era un sacco dei suoi [collaboratori] che speravano che avrebbe condotto a uno scontro e che gridarono che quello scontro c'era stato".
Ellsberg crede dunque che l'Amministrazione in carica è "umanamente e psicologicamente" in grado di organizzare "una tale provocazione". E aggiunge questa previsione, che letta oggi, mentre scrivo queste righe, mentre i bombardieri israeliani radono al suolo città e villaggi libanesi, mette i brividi: "Se ci sarà un altro 11 settembre, o una guerra ancora più vasta nel Medio Oriente, che implichi un attacco americano contro l'Iran, non ho alcun dubbio che vi sarà - il giorno dopo o entro alcuni giorni - un equivalente del decreto che seguì l'incendio del Reichstag: che significherà arresti di massa nel [nostro] paese, campi di concentramento per i medio-orientali e per una certa quota di loro 'simpatizzanti', di critici della politica del presidente, e sostanzialmente la cancellazione della Carta dei Diritti".
Per concludere, in relazione al "documento Northwood", quello che rivelò che lo stato Maggiore degli Stati Uniti progettava un attacco contro Cuba motivato dal finto abbattimento di un finto aereo passeggeri americano: "Ah, sì: A proposito di una provocazione inscenata che avrebbe potuto implicare perfino l'abbattimento di un aereo di linea americano (.) , sì, direi che gli americani giocano questo gioco, senza dubbio, e sono sicuro che sta accadendo adesso. Noi, io, ci aspettavamo che Bush avrebbe architettato qualcosa di simile a un incidente nel Golfo del Tonchino prima di andare in Irak. Pensai che avevo torto quando vidi che essi pensarono di non averne bisogno. E' interessante che le rivelazioni che sono emerse, gli appunti delle conversazioni tra Bush e Blair, mostrano che Bush insisteva sulla possibilità di mandare un U-2, per farlo abbattere, e usare questo come una scusa" [18] .
Ma, dopo questa lunga digressione, sarà utile tornare a William Rodriguez, il nostro eroe. Non è una battuta di spirito. William Rodriguez fu il simbolo dell'eroismo americano. E per questo il Congresso degli Stati Uniti gli conferì, appunto, il titolo di eroe. Nel suo album di famiglia, di modesto cittadino statunitense di origine portoricana, c'è una foto che lo ritrae accanto al presidente Bush. Salvò decine di vite nel World Trade Center, entrò e uscì per ben tre volte dalla torre nord per prestare aiuto. Essendo addetto alla manutenzione, aveva le chiavi passe partout per aprire tutte le porte. Erano in quattro ad avere quelle chiavi, lui solo le usò. Si salvò pochi istanti prima del crollo della torre sud gettandosi sotto un camion.
Rodriguez ha perduto, con le torri, il suo posto di lavoro, non è un politico, un politologo, un ex membro di governo. E' solo un testimone oculare, diretto, che fu considerato a tal punto affidabile da essere sentito anche dalla Commissione d'inchiesta ufficiale. A quanto lui stesso ha raccontato, i membri della Commissione furono molto turbati dal suo racconto. Eppure non c'è nel rapporto finale una sola riga che riguardi la deposizione di William Rodriguez. E si spiega: perché il suo racconto di testimone non collima affatto, anzi sembra smentire clamorosamente, la versione ufficiale. Dove? Rodriguez era, alle ore 8:46, al primo piano interrato della torre nord. Le 8:46 sono l'ora esatta in cui il volo AA 11 colpisce la torre nord. Le due torri avevano ben sei piani sotterranei, dove erano concentrati, oltre ai garages, depositi, strutture tecnologiche, impianti di sicurezza e tutto quanto doveva servire alla manutenzione degli edifici. Questi piani erano denominati come B1, B2, B3, fino a B6. Rodriguez stava dunque al B1, dove era arrivato, per cominciare la sua giornata lavorativa, alle 8:30.
Egli racconta che alle 8:46 lui e un supervisore che lo accompagnava sentirono una potentissima esplosione "ai piani di sotto a quello in cui ci trovavamo, tra il B2 e il B3". L'esplosione fu così potente che "l'edificio tremò, le pareti si creparono e il controsoffito crollò". La prima cosa che Rodriguez pensa è che è saltato un generatore di corrente. Ma "alcuni secondi dopo" (si noti questo dettaglio cruciale) "si sentì un enorme colpo nella parte alta dell'edificio, che cominciò a tremare così forte che tutte le 40 persone che erano con me cominciarono a gridare tutte assieme, in una confusione totale". Tralascio il resto del racconto per fermarmi sui particolari più essenziali. Una potente esplosione, nelle fondamenta della torre nord, ha preceduto "di qualche secondo" l'impatto dell'aereo. Inspiegabile. Si è forse confuso, sbaglia i tempi? Ma che rapporto c'è tra le due esplosioni?
Ma Rodriguez ci parla anche d'altro. E questo altro non è meno importante. Con le chiavi accompagna un gruppo di pompieri che salgono lungo la scala A della torre nord. "Mentre salivamo sentivamo delle esplosioni che continuavano a verificarsi nei vari piani". Rodriguez sale fino al 33-esimo piano, e oltre, fino a che incontra alcuni agenti di polizia. Mentre stanno scambiandosi informazioni iniziano a sentire "una serie di esplosioni in rapida successione, bum , bum, bum." Al radiotelefono dicevano: "Abbiamo perso il 65-esimo, è crollato, dal 65-esimo al 44-esimo". Sono 21 piani. "Tutti quei piani erano crollati". Ma il volo AA 11 colpì la torre molto più in alto del 65-esimo piano. E' in quel punto, dell'impatto, che dovrebbe essersi verificato l'incendio che ha indebolito - secondo la versione ufficiale - le strutture dell'edificio, provocando il cosiddetto "effetto torta", cioè lo schiacciamento successivo dei piani, uno sopra l'altro, fino al crollo totale.
Ma il racconto di Rodriguez ci dice che esplosioni in serie avvenivano dentro l'edificio a da alcune decine di piani al di sotto di quelli dell'impatto dell'aereo. E ci comunica con precisione che -altrettanto inspiegabilmente - ben prima del cedimento strutturale nei piani alti, ben 22 piani della torre erano già crollati. Le pareti esterne avevano tenuto, ma i piani erano stati abbattuti. Da che cosa? Cos'altro è avvenuto nella torre nord, prima e dopo l'impatto dell'aereo?
E non è strano che, di tutto questo, la Commissione ufficiale non abbia tenuto conto?
Rodriguez spiega perché ha raccontato tutto questo, invece di limitarsi a mettere in bacheca la sua medaglia da eroe. "Perché il rapporto ufficiale sui fatti dell'11 settembre 2001 è un rapporto falso e incompleto" [19]
Giulietto Chiesa
[1] Citato da Webster Griffin Tarpley, "9/11 Syntetic Terror", Progressive Press, 2006, pag. 5
[2] Michael Ledeen, citato da Ervand Abrahamian in "Empire Strikes Back: Iran in US Sights", Inventing the Axis of Evil (New York: The New Press, 2004), pag 93
[3] ABC Nightline, di Ted Koppel, "Tonight, 'The Plan' , how one group and its blueprint have brought us to the brink of war". 5 marzo 2003. L'intera trascrizione si trova in http://www.whatreallyhappened.com/Thelan.htm
Si noti qui, en passant, che anche Ted Koppel meriterebbe di essere accusato di dietrologia. Tutta la trasmissione è infatti la ricostruzione di un complotto a regola d'arte, che ha portato l'America in guerra, alle spalle del popolo americano, e perfino del Congresso degli Stati Uniti.
[4] Ralph Peters, "Constant Conflict: a look behind the philosophy and practice of the US push for domination of the world's economy and culture". US Army War College: Parameters, Summer 1997, pp 4-14.
Il maggiore Ralph Peters è stato membro dell'Ufficio del vice capo dello staff per l'Intelligence, come responsabile delle guerre del futuro. Anche Peters, che guarda "dietro" la filosofia e la pratica della spinta americana al dominio, è dunque un teorico del complotto, un "dietrologo" classico.
[5] International Herald Tribune, July 26, 2006.
[6] Dichiarazione della American Bar Association, IHT, cit.
[7] William Webster Tarpley, "9/11 Syntetic Terror", cit. pag. 339
[8] Si vedano i suoi due libri, "L'incredibile menzogna", Fandango 2002 e "Il Pentagate", Fandango 2003.
[9] Der Tagesspiele, 13 gennaio 2002.
[10] David Gray Griffin, "The 9/11 Commission Report: Omissions and Distortions, 2004. Griffin è stato fino al 2004 Professore Emerito di Filosofia delle Religioni e Teologia della Claremont School of Theology e alla Claremont Graduate University. E' attualmente uno dei co-direttori del Center for Policy Analysis di Claremont
[11] Prison Planet, 16 giugno 2005. La citazione è da "United Press International".
[12] Articolo di Paul Joseph Watson su Prison Placet , 8 febbraio 2006.
[13] Qui è lo stesso Meacher che cita, come fonte, il Daily Telegraph del 16 settembre 2001.
[14] Qui Meacher cita la BBC del 6 novembre 2001.
[15] Qui Meacher cita Newsweek del 15 settembre 2001. Rilevo, di sfuggita, che tutte queste informazioni risalgono alle prime settimane dopo gli attentati, quando ancora il controllo sui media non era così ferreo come avvenne, progressivamente, in seguito. Altra considerazione a margine: tutti questi dati spiegano perfettamente bene come mai CIA e FBI furono in condizione di distribuire l'elenco dei "colpevoli" appena 50 ore dopo la tragedia: era un elenco di doppi agenti, o di ex agenti della CIA di cui essi erano a conoscenza da anni.
[16] Michael Meacher, "The war on terrorism is bogus", The Guardian, 6 settembre 2003.
[17] Radio GCN nel programma condotto da Jack Blood., luglio 2006.
[18] Articolo postato da Kevin Smith e Alex Jones il 19 luglio 2006. Infowars.com/articles/Pentagon_papers_author_gov_maybe_did_911.htm
[19] Ground Zero: parla l'eroe. Tratto da "Speciale 11 settembre", supplemento al DVD "9/11 in Plane Site".
da www.informationguerrilla.org
postato da ulivovelletri |
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USA : la morte non estinguera' il reato
di Giulia Alliani
Ken Lay (caso Enron) e' morto il 5 luglio, nel periodo tra il giorno del verdetto di condanna (25 maggio) e la data fissata per l'udienza in cui sarebbe stata pronunciata la sentenza con la pena da scontare (23 ottobre).
Secondo il vigente codice penale statunitense si dovrebbe lasciar cadere il caso (anche in Italia la morte costituisce una causa di estinzione del reato).
Il governo Usa sta tuttavia preparando una legge che impedisca ai tribunali di lasciar cadere un caso nell'eventualita' di morte dell'imputato gia' riconosciuto colpevole in primo grado.
La formulazione del testo dovrebbe permettere di non ledere gli interessi delle vittime e della collettivita', ma neppure l'interesse dei parenti del condannato a proporre appello.
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Omicidio al seggio elettorale
Domenica 10 settembre, durante le elezioni municipali a Novi Pazar, un candidato è stato assassinato. Il clima è sempre più deteriorato nella capitale del Sangiaccato, a causa delle crescenti tensioni tra i principali partiti bosgnacchi e nei confronti del governo serbo
Di Sladjana Novosel, per Le Courrier des Balkans, 12 settembre 2006 (titolo originale: "Sandjak de Novi Pazar: meurtre au bureau de vote")
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta
Novi Pazar Novi Pazar - Novi Pazar è la città più grande della parte serba del Sangiaccato. Tutti la considerano e la vedono in futuro come il centro di questa regione. È anche la sede dei due partiti politici più importanti che raggruppano i bosgnacchi: il Partito di azione democratica del Sangiaccato (SDA) di Sulejman Ugljanin, e il Partito democratico del Sangiaccato (SDP) di Rasim Ljajic. Fino alla metà degli anni ‘90, Rasim Ljajic era uno stretto collaboratore di Sulejman Ugljanin. Quando sono emerse delle divergenze, Rasim Ljajic ha fondato il proprio partito che, fino alle elezioni del 2000, si chiamava Partito d’Azione democratica di Rasim Ljajic, per poi prendere il nome di Partito democratico del Sangiaccato. Fino ad allora, Sulejman Ugljanin era il leader incontrastato di tutti i bosniaci del Sangiaccato. Dopo la caduta del regime di Slobodan Milosevic, nel 2000, Rasim Ljajic è diventato ministro federale per i diritti dell'uomo e delle minoranze, e Sulejman Ugljanin è rimasto al posto di presidente del Consiglio nazionale bosgnacco del Sangiaccato (BNVS), e la sua coalizione, la Lista per il Sangiaccato, ha ottenuto il potere assoluto a Novi Pazar.
La creazione di nuovi partiti politici per i bosgnacchi ha rappresentato l’inizio della polarizzazione tra la popolazione, e delle divisioni che nel corso degli anni si sono sempre più radicalizzate, mentre l’intolleranza reciproca tra chi la pensava in maniera diversa diventava sempre più visibile. La corsa verso le autorità di Belgrado per occupare le posizioni migliori, con maggiori o minori opportunità politiche, rimaneva in parità. Fino al giorno in cui, una decina di mesi fa, i due deputati al parlamento serbo della coalizione di Sulejman Ugljanin, la Lista per il Sangiaccato, hanno lasciato il gruppo dei deputati del Partito democratico (DS) di Boris Tadic, attuale presidente della Serbia, per passare dalla parte della maggioranza parlamentare e dare il loro sostegno al governo di Vojislav Kostunica. Da allora, i due partiti bosgnacchi si trovano in situazioni differenti. La coalizione Lista per il Sangiaccato è riuscita ad ottenere dal governo serbo lo scioglimento del consiglio municipale di Novi Pazar, dove l’SDP di Rasim Ljajic aveva la maggioranza. Questo consiglio municipale aveva deciso di organizzare un referendum per destituire il sindaco Sulejman Ugljanin. La città è stata posta sotto amministrazione speciale. Questo accadeva lo scorso aprile. Il governo della Serbia ha annunciato allora che il voto per la revoca del sindaco Sulejman Ugljanin si sarebbe tenuto «il 14 maggio, come deciso dall’assemblea municipale».
Amministrazione provvisoria e revoca del sindaco Ugljanin
In una città politicamente divisa hanno avuto luogo due scrutinii. Il primo, il 14 maggio. Sulejman Ugljanin è stato in quell’occasione deposto dalla funzione di sindaco, «con la maggioranza assoluta dei voti». Il secondo il 25 giugno: Ugljanin ha ottenuto, quella volta, il sostegno assoluto dei cittadini! Ogni partito riteneva valido il proprio risultato, ma il governo della Repubblica ha mantenuto il silenzio. Un’altra votazione è stata organizzata dalla commissione elettorale formata dall’amministrazione provvisoria.
La commissione elettorale ha convocato delle elezioni locali per il 10 settembre. Per i 47 seggi di consigliere municipale, dieci partiti politici, coalizioni e gruppi di cittadini presentavano delle liste. Su 69.098 elettori iscritti, 36.268 si sono recati alle urne, ossia il 52,4% degli aventi diritto. La coalizione di Ugljanin ha ottenuto il maggior numero di seggi municipali, ossia 27, la coalizione Insieme per Novi Pazar – composta da SDP (Rasim Ljajic), DS (Boris Tadic), G17 plus (Mladjan Dinkic) - ha ottenuto 12 seggi, la coalizione DSS-NS (Vojislav Kostunica/ Velimir Ilic) ne ha ottenuti 4, mentre la LDP (Ceda Jovanovic) e la coalizione Partito radicale serbo-Partito socialista di Serbia hanno ottenuto ciascuna 2 seggi.
Secondo i risultati della commissione elettorale, 19.071 elettori, ovvero il 53,4%, hanno votato per il raggruppamento politico di Ugljanin, e 8.369, ossia il 23,4%, per la coalizione di Ljajic. Ma i risultati dello scrutinio sono stati oscurati dall’ombra gettata dall’assassinio di un candidato della lista di Sulejman Ugljanin.
Il voto continua!
Durante uno scontro verificatosi tra i due partiti davanti ad un seggio elettorale, Ruzdija Durovic, 41 anni, è stato ucciso, e il figlio di suo fratello, Sulejman, è stato ferito da un proiettile alla gamba sinistra. Per motivi di sicurezza i rappresentanti dell’SDP si sono immediatamente ritirati dai seggi elettorali. Ugualmente ha fatto il Partito per il Sangiaccato, alla testa del quale si trova Fevzija Muric, in passato stretto collaboratore di Ugljanin. La commissione elettorale ha allora dichiarato che le elezioni dovevano proseguire, in tutti i seggi elettorali. Il sindaco di Novi Pazar, Sulejman Ugljanin, ha tentato di placare le tensioni, richiamando i cittadini alla pace e alla tolleranza ed annunciando di avere avuto un colloquio con il ministro serbo della polizia, Dragan Jocic, che ha confermato l’invio di forze di polizia per ristabilire la pace e la stabilità. La sera stessa la polizia ha arrestato uno degli autori dell’omicidio, Ertan Gegic, 32 anni, di Novi Pazar, e il giorno seguente è stato arrestato Ismet Derdemez, 26 anni. La polizia ricerca attivamente il terzo autore del delitto, Sead Papic, 32 anni.
All’indomani delle elezioni i leader bosniaci si sono reciprocamente accusati dell’incidente avvenuto. Sulejman Ugljanin ha accusato Rasim Ljajic di essere «insolente e impudente, dato che aveva annunciato questo omicidio attraverso la sua campagna elettorale, trattando i membri dell’SDA del Sangiaccato come hooligan e ’kabadahija’». Se l’è presa anche con il mufti del Sangiaccato, Muamer Zukorlic, che avrebbe «versato benzina sul fuoco, diffondendo informazioni false». Sulejman Ugljanin ha nuovamente lanciato un appello ai cittadini, per la pace e la tolleranza, e perché avessero fiducia in lui e nel governo serbo.
Rasim Ljajic chiede l’annullamento del voto
Il leader dell’SDP Rasim Ljajic ha espresso il suo rammarico per la morte di Ruzdija Durovic, ed ha constatato che «le elezioni si sono tenute in un’atmosfera totalmente segnata dalla paura e dalla repressione. «L’SDA del Sangiaccato concepisce le elezioni come una lotta mortale, ed è in questa atmosfera che si è svolta la campagna elettorale», ha dichiarato Rasim Ljajic. Ha sottolineato poi che lo scenario che si è verificato ha visto interrompere le votazioni nei seggi in cui il suo partito stava stravincendo, per vedere successivamente proclamare la vittoria dell’SDA. Rasim Ljajic ha annunciato che egli avrebbe sporto denuncia contro Sulejman Ugljanin e il segretario generale della coalizione Lista per il Sangiaccato, Nermin Bejtovic, accusando i loro servizi di sicurezza di aver preso parte alla sparatoria. Ha anche dichiarato di voler presentare un ricorso presso il tribunale municipale, al fine di annullare le elezioni, e che i suoi consiglieri non prenderanno parte ai lavori del nuovo Consiglio municipale, né participeranno a nuove elezioni se non in presenza di osservatori stranieri e con la partecipazione dello Stato. Ugualmente il Partito per il Sangiaccato domanderà al tribunale municipale l’annullamento delle elezioni, come pure che le nuove consultazioni elettorali debbano svolgersi in presenza dell’OCSE e di altre organizzazioni internazionali.
Gli avversari politici di Sulejman Ugljanin hanno accusato la presidentessa della Commissione elettorale comunale, Zejnepa Kavrajic, di avere aggredito fin dalla mattinata i seggi elettorali, spostandosi scortata da attivisti armati dell’SDA del Sangiaccato. Essi hanno sottolineato che i loro rappresentanti nei comitati elettorali erano stati malmenati e picchiati da esponenti del partito di Sulejman Ugljanin, tra cui si menziona la vittima, Ruzdija Durovic.
Orazione funebre nella pubblica piazza
Ruzdija Durovic figurava al 33° posto nella lista della coalizione di Sulejman Ugljanin. È stato sepolto a Novi Pazar. L’orazione funebre (dzenaza namaz) si è svolta nella piazza principale di Novi Pazar, una cosa mai successa prima. Il mufti del Sangiaccato Muamer Zukorlic ha contestato questa scelta, dichiarando che «la tradizione musulmana vuole che l’orazione si svolga in moschea, o sulla tomba del defunto, oppure in altro luogo, ma previo consenso della Comunità islamica del Sangiaccato. L’imam che ha recitato l’orazione non è sicuramente un esponente della Comunità islamica, bensì probabilmente una persona che ha agito a titolo personale».
«Tenere l’orazione in una pubblica piazza è una manifestazione politica. La famiglia della vittima aveva richiesto i servizi della Comunità islamica, ma dopo alcune ore si è tirata indietro. Dietro preciso ordine politico. Sulejman Ugljanin è il centro dell’odio che qui si semina con l’aiuto del governo serbo, le cui tendenze annessioniste sono riaffiorate. Solo la Comunità islamica del Sangiaccato, retta da mesihat, non ha approvato quello che sta succedendo nel Sangiaccato e non si è lasciata intimidire dal governo serbo. Al contrario, dopo la demolizione dei locali della nostra facoltà di studi islamici, è il governo che ha preso paura», afferma categoricamente il mufti Zukorlic.
All’arrivo delle elezioni il mese di settembre diviene sempre un mese nero per Novi Pazar. Due anni fa, l’11 settembre, durante la campagna elettorale, i simpatizzanti di Suljeman Ugljanin e di Rasim Ljajic erano già ain pieno scontro. Un passante era stato ferito incidentalmente. Si trattava di Camil Jukovic, un professore di fisica in pensione. È rimasto invalido a vita. La polizia non ha mai scoperto gli autori del misfatto. L’assassinio del candidato consigliere municipale è successo proprio due anni dopo, a un solo giorno di distanza.
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Il club degli straricchi e le mire di Visco e Soru
ALBERTO STATERA
Ricchezza e redistribuzione: due termini caldi caldi che hanno contrassegnato il dibattito estivo e continueranno a inseguirci in quello autunnale, per merito (o colpa) di Vincenzo Visco, economista di vaglia e viceministro dell´Economia, e Renato Soru, ricco imprenditore e presidente della Regione Sardegna. Il viceministro con delega fiscale, accusato talvolta anche dai suoi di tendenze vampiresche nei confronti dei contribuenti, non fa che invocare equità e redistribuzione della ricchezza, convinto della necessità di tassare meglio i rentier; il governatore sardo, parco di parole, ha piuttosto agito e nella sua regione autonoma ha introdotto una sorta di tassa sulla ricchezza, che ha fatto scatenare - pur con scarsa convinzione - il «partito dei ricchi», capeggiato da quella macchietta abbronzata che calca, tra panfili, veline e champagne, non il «Millionaire» ma il «Billionaire».
Visco, quando parla di redistribuzione della ricchezza, sembra un libro stampato di Scienza delle Finanze; Soru, più pragmatico, tassa senza colpo ferire ville, yacht, aerei executive, e, meschino, si stupisce del fatto che una volta si ribellavano gli studenti e gli operai, poveri per definizione, oggi si ribellano le élite, come in un ‘68 alla rovescia.
Il governatore forse si stupirebbe meno e Visco saprebbe meglio dove andare a mettere le mani, non i canini, se entrambi leggessero un aureo libretto appena licenziato per «il Mulino» da due dirigenti della Banca d´Italia, Luigi Cannari e Giovanni D´Alessio, i quali ne «La ricchezza degli italiani - Scelte, eredità, fortuna», ci forniscono un´inedita topografia del «paperonismo» di questo paese, nel quale a piangere più fragorosamente sono in genere proprio i più ricchi. Ne emerge che il povero Visco, il quale affonda i suoi canini solo su 55.733 individui, pari allo 0,14% del totale, che dichiarano un reddito di oltre 200 mila euro, insufficiente forse anche per mantenere una delle centinaia di migliaia di barche che navigano nei nostri mari, ha dieci o dodici famiglie italiane - stima sicuramente in difetto - che dispongono di più di un miliardo di dollari (diconsi all´incirca 2 mila miliardi di ex lire), pari alla ricchezza - si fa per dire - di 3 milioni e mezzo di famiglie povere, per un totale al 2005, di 53,2 miliardi di dollari. Per chi non avesse capito bene, i dieci barra dodici individui più ricchi d´Italia hanno risorse pari a quelle di 3 milioni e mezzo di poveri. Ma, soprattutto, 190 mila persone - e anche qui di sicuro la statistica è per difetto - hanno un patrimonio finanziario superiore al milione di dollari, pari al 15% delle attività finanziarie complessive del paese.
Per carità, nessuno ce l´ha con i ricchi, salvo, per questioni di gusto con quelli un po´ troppo cafoni alla «Billionaire». La visione liberale giustifica le diseguaglianze in quanto risultato dei meriti di ciascuno, delle capacità e dell´impegno individuali. Ed è assolutamente legittima. Ma come la mettiamo con le condizioni di partenza, con l´eguaglianza delle opportunità? Chi eredita sconfinate fortune non ha particolari meriti se non il noto fattore «c», come culo.
Chi non eredita - i più - è vittima del fattore «s» come sfiga. Lo Stato ci può far poco, se non riscuotere magari la tassa di successione per i grandi patrimoni, che invece è stata abolita. Ma si da il caso che una delle principali fonti di ricchezza in Italia sia l´evasione fiscale, soprattutto del lavoro indipendente, pari al 28,1% degli occupati. Se per i redditi da lavoro dipendente l´evasione è stimata da Cannari e D´Alessio nel 10%, per i redditi di lavoro autonomo schizziamo al 55%. Il che accresce la ricchezza media nel corso della vita dei lavoratori autonomi, cioè 28 italiani su 100, di ben il 20%.
Allora, senza scomodare Marx, la classe dominante e quella dominata, Visco e Soru, se perseguono l´equità, hanno dalla loro il premio Nobel Amartya Senn, quando dice che gli uomini non possono essere considerati soltanto come rigidi massimizzatori di interessi personali. Esistono anche le preoccupazioni per gli altri, e la considerazione per le idee.
a.staterarepubblica. it
Affari & Finanza
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Il bello è brutto
e il brutto è bello?
di Umberto Eco
Cyborg, splatter, i 'disaster movies' ci servono per esorcizzare una bruttezza più profonda che ci assedia e che vorremmo ignorare Hegel aveva osservato che solo col cristianesimo erano entrati nelle rappresentazioni artistiche il dolore e la bruttezza, perché "non si può raffigurare nelle forme della bellezza greca il Cristo flagellato, coronato di spine. crocifisso, agonizzante". Aveva torto, perché il mondo greco non era solo quello delle Veneri in marmo candido ma anche quello del supplizio di Marsia, delle angosce di Edipo o della passione mortifera di Medea. Ma nella pittura e nella scultura cristiana i volti sfigurati dal dolore, anche senza arrivare al sadismo di Mel Gibson, non mancano. In ogni caso la deformità trionfa, ricordava sempre Hegel (pensando in particolare alla pittura alto tedesca e fiamminga), quando si mostrano i persecutori di Gesù.
Ora qualcuno mi ha fatto osservare che in un celebre quadro di Bosch sulla passione (conservato a Gand) appaiono, tra altri carnefici orrendi, due che farebbero impazzire d'invidia molti cantanti rock e i loro giovani imitatori: uno con un doppio 'piercing' al mento e l'altro con il volto tutto trafitto da vari ammenicoli metallici. Salvo che Bosch voleva in tal modo realizzare una sorta di epifania della malvagità (anticipando la persuasione lombrosiana che chi si tatua o altera il proprio corpo sia un delinquente nato), mentre oggi si possono nutrire sentimenti di fastidio di fronte a giovanetti e giovinette con la perlina sulla lingua, ma risulterebbe se non altro statisticamente errato considerarli geneticamente tarati.
Se poi riflettiamo che molti di questi stessi giovani poi vanno in deliquio di fronte alla bellezza 'classica' di George Clooney o di Nicole Kidman, diventa chiaro che essi fanno come i loro genitori: i quali da un lato acquistano automobili e televisori disegnati secondo i canoni rinascimentali della divina proporzione, o affollano gli Uffizi per provare la sindrome di Stendhal, e dall'altro si dilettano di film 'splatter' dove la materia cerebrale si spappola sui muri, comperano dinosauri e altri mostriciattoli ai figli piccoli, e vanno ad ammirare l'happening di un artista che si trafigge le mani, si tormenta le membra o si mutila i genitali.
Sia i padri che i figli non stanno rifiutando ogni commercio con il bello, scegliendo solo ciò che nei secoli passati era considerato orribile. Questo accadeva caso mai quando i futuristi, per stupire il borghese, proclamavano "facciamo coraggiosamente il brutto in letteratura", e Palazzeschi (ne 'Il controdolore' del 1913) proponeva, per educare sanamente i bambini alla bruttezza, di donare loro, come giocattoli educativi, "fantocci gobbi, ciechi, cancrenosi, sciancati, etici, sifilitici, che meccanicamente piangano, gridino, si lamentino, vengano assaliti da epilessia, peste, colera, emorragie, emorroidi, scoli, follia, svengano, rantolino, muoiano". Semplicemente oggi si gode in certi casi del bello (classico), e si sa riconoscere un bel bambino, un bel paesaggio o una bella statua greca, e in altri casi si trae piacere da quello che ieri era visto come insopportabilmente brutto.
Anzi, talora si elegge il brutto a modello di una nuova bellezza, come accade con la 'filosofia' cyborg. Se nei primi romanzi di Gibson (William questa volta, e si vede che 'nomina sunt numina') un essere umano in cui vari organi erano stati sostituiti da apparati meccanici o elettronici poteva ancora rappresentare un preoccupato vaticinio, oggi alcune femministe radicali propongono di superare le differenze sessuali attraverso la realizzazione di corpi neutri, post-organici o 'trans-umani', e Donna Haraway lancia come slogan 'preferisco essere cyborg che dea'.
Secondo alcuni questo significa che nel mondo post-moderno si è dissolta qualsiasi opposizione tra bello e brutto. Non si tratterebbe neppure di ripetere con le streghe di Macbeth, "il bello è brutto e il brutto è bello". I due valori si sarebbero semplicemente amalgamati perdendo i loro caratteri distintivi.
Ma è vero? E se certi comportamenti dei giovani o degli artisti fossero solo fenomeni marginali, celebrati da quelle che sono minoranze rispetto alla popolazione del pianeta? In televisione vediamo bambini che muoiono di fame ridotti a scheletri dalla pancia gonfia, apprendiamo di donne stuprate dagli invasori, sappiamo di corpi umani torturati, e d'altra parte ci tornano continuamente davanti agli occhi le immagini non molto remote di altri scheletri viventi destinati a una camera a gas. Vediamo membra dilaniate appena ieri dall'esplosione di un grattacielo o di un aereo in volo, e viviamo nel terrore che ciò possa accadere domani anche a noi. Ciascuno sente benissimo che queste cose sono brutte, e nessuna coscienza della relatività dei valori estetici ci può convincere a viverle come oggetto di piacere.
Forse allora cyborg, splatter, La Cosa che viene da un altro mondo, e i 'disaster movies' sono manifestazioni di superficie, enfatizzate dai mass media, attraverso le quali esorcizziamo una bruttezza ben più profonda che ci assedia, ci atterrisce e vorremmo disperatamente ignorare, facendo finta che tutto sia per finta.http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Il%20bello%20è%20brutto%20e%20il%20brutto%20è%20bello?/1383429
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Gli stipendi scandalo dei manager d’oro
di Roberto Rossi
In un’intervista al nostro giornale, Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, denunciò l’intollerabile ingiustizia di compensi e liquidazioni di manager e supermanager... «Milioni di euro. Di fronte allo stipendio medio di mille e trecento euro al mese di un lavoratore italiano». Abbiamo fatto i conti...
Giancarlo Cimoli, alla guida di una società - l’Alitalia - sull’orlo del baratro, nel 2005 ha guadagnato due milioni e 791mila euro, esattamente quanto 210 dipendenti con contratto di lavoro standard. E tanto peggio non è andata a Emilio Tonini che si è ritrovato una busta paga pari a quella di 151 lavoratori. Chi è Emilio Tonini? È un dirigente della banca Monte dei Paschi di Siena, che a differenza di Alitalia dal punto di vista dei bilanci gode di ottima salute. Ma non è solo questo. È anche l’ultimo di una speciale classifica: quella dei 50 top manager più pagati d’Italia. L’ultimo dei primi, dei nuovi ricchi, di una casta potente ma soprattutto agiata. Tra stipendi, benefit e stock option il monte emolumenti nel 2005, solo per le principali società quotate in Borsa, e cioè 65 aziende, ha superato i 350 milioni di euro. Con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente superiore al 20% contro il 3,8% dei redditi da lavoro dipendente.
Il solco con il resto del Paese è sempre più profondo. «Il sentimento di precarietà - aveva detto il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani qualche giorno fa alla presentazione di un rapporto sul lavoro - aumenta di giorno in giorno, i redditi italiani sono i più bassi d’Europa e la differenza di retribuzioni tra dirigenti e dipendenti è passata nel giro di pochi anni da 1 a 10 a 1 a 1.000». In Italia si guadagna poco se si lavora con contratti standard. Il 68% dei lavoratori vive con meno di 1.300 euro la mese, il 35% non arriva a 1.000. Colpa della crisi economica che ha attraversato il nostro Paese si potrà dire. Eppure gli emolumenti dei manager italiani non ne hanno risentito.
La lista, allora. Il primo della classifica (stilata consultando i bilanci delle società quotate e altri documenti) nel 2005 è un manager ai più sconosciuto ma di fondamentale importanza per la Fiat e il gruppo che ruota attorno alla famiglia Agnelli. Stiamo parlando di Gianluigi Gabetti numero uno dell’Ifil la finanziaria che controlla la casa automobilistica torinese. L’ottantenne manager - regista della contestata operazione Ifil - Merril Lynch con la quale Ifil è riuscita a mantenere il controllo dell’azionariato Fiat gabbando banche e risparmiatori - ha ricevuto un premio fedeltà (per il mancato pensionamento) di 15 milioni di euro che sommato al suo compenso annuale lo ha portato a incassare la cifra astronomica di 22 milioni.
Ma quello di Gabetti non può essere considerato un caso eccezionale o un colpo di fortuna. Nel mondo dei manager maxi liquidazioni o stock option sono all’ordine del giorno. Un mega buona uscita è toccata, ad esempio, a Vittorio Mincato dopo 25 anni all’Eni. Mincato, attualmente presidente delle Poste, se n’è andato con 11,2 milioni. Qualche soldo in più (11,5 milioni) l’ha preso Marco De Benedetti, ex presidente di Tim quando Marco Tronchetti Provera decise di accorpare la società di telefonia mobile in Telecom. E di fare a meno dei suoi servigi. Un po’ la stessa sorte toccata anche a Paolo Scaroni quando se ne andò dall’Enel per accasarsi all’Eni. Scaroni ottenne quasi 10 milioni di euro tra stipendio, liquidazione e vari incentivi (come quello della vendita di Wind, 500 mila euro).
Grazie alle stock option (1 milione e duecento mila azioni) invece Antonio Favrin della Marzotto ha raggiunto nel 2005 14 milioni di euro anche se il suo stipendio annuo (che non tiene in conto altri bonus) è di solo 500mila euro. Al vertice della classifica anche i manager che ruotano attorno alla galassia Telecom. L’anno scorso Marco Tronchetti Provera, dimessosi dalla carica di presidente del colosso telefonico qualche giorno fa, si è ritoccato lo stipendio del 36% superando gli 8 milioni di euro (sommando anche quello che ha in Pirelli). Accanto a Tronchetti altri tre manager della galassia, Riccardo Ruggiero, Carlo Buora e Carlo Puri Negri, hanno guadagnato più di cinque milioni di euro nel corso dell’anno. E tutto questo per un’azienda che in cinque anni ha dimezzato il suo valore in Borsa, che nel giro di due anni ha cambiato altrettanti piani industriali, il cui manager, che è anche il maggior azionista, si dimette non tanto per i suoi scarsi risultati ma per «interferenze del governo».
Altra storia per la Fiat. Nelle prime posizioni troviamo il presidente e l’amministratore delegato. Luca Cordero di Montezemolo nel 2005 si è messo in tasca oltre sette milioni di euro tra lo stipendio della Fiat e quello percepito in Ferrari. Sergio Marchionne invece, secondo quanto risulta dal bilancio dell’azienda, si è fermato leggermente sotto (6,99 milioni). Resta il fatto che Fiat fino a due anni fa era una società sull’orlo del fallimento, oggi invece si contano gli utili (che per il 2006 dovrebbero superare il miliardo anche grazie alla vendita della Fidis). Non mancano nelle prime piazze della classifica banchieri e assicuratori, che si sono quasi tutti generosamente rialzati le buste-paga. i primi due rappresentati del mondo della banche sono Alessandro Profumo e Alberto Nagel. Il numero uno di Unicredit, tra bonus e altri incentivi, ha ricevuto l’anno passato 7,8 milioni di euro. Il 46% in più rispetto al 2004. Meglio, in termini percentuali (ha fatto il direttore generale di Mediobanca, la prima banca d’affari italiana, che ha intascato oltre 7 milioni (7,093) grazie anche all’uso di stock option. Rispetto all’anno precedente il suo stipendio ha subito un’impennata del 357%. Qualche posizione più sotto c’è Corrado Passera di Intesa (6,654) e ancora più sotto il francese Antoine Bernheim presidente della compagnia assicurativa le Generali (4,4 milioni). Un gradino più in basso Matteo Arpe (4,383) e Cesare Geronzi (4,230), rispettivamente amministratore e presidente del gruppo bancario Capitalia.
Anche Fedele Confalonieri, numero uno di Mediaset, non se la passa male. Nel 2005 il manager amico di Silvio Berlusconi si è raddoppiato lo stipendio a 4,5 milioni.
Nella classifica poche donne. Solo due ed entrambe con lo stesso cognome. La prima è Jonella Ligresti, figlia di Salvatore Ligresti (costruttore, assicuratore, nel patto di Rcs, anche lui amico di Berlusconi), con oltre 4 milioni di compensi. Più sotto la sorella Julia ferma a 2,7 milioni.
Anche i manager pubblici non se la sono passata male. Oltre a Mincato, Scaroni e Cimoli,Pierfrancesco Guarguaglini (Finmeccanica) è balzato a 2,6 milioni. Se per il numero uno della holding italiana dell’aerospazio e della difesa parlano i dati di bilancio (nel 2005 Finmeccanica ha chiuso con un reddito operativo superiore agli 800 milioni), allo stipendio di Cimoli, come ricordato, non corrispondono i risultati. La compagnia aerea è sull’orlo del fallimento, il management è stato incapace di un piano di rilancio, ma Cimoli si è consolato con uno stipendio doppio rispetto al numero uno di Lufthansa (Wolfgang Mayrhuber) e circa il triplo di quello dell’amministratore dei Air France (Jean-Cyril Spinetta). Il raffronto con l’estero, comunque, fa fare ai paperoni tricolori un figurone anche in tutte le classifiche di settore: Marco Tronchetti Provera con gli 8 milioni di compensi ha quasi doppiato Arun Sarin (Vodafone) e lasciato a 5,5 milioni di distanza Kai Uwe Ricke di Deutsche Telekom. Paolo Scaroni ha confermato che almeno a livello di emolumenti l’Enel ha pochi rivali in Europa. Almento in questo in Eruopa siamo fra i primi. www.unita.it
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MIGRANTI, A SETTEMBRE DECINE DI VITTIME NEL GOLFO DI ADEN
Decine di migranti africani sono morti a settembre nelle acque del Golfo di Aden, nel tentativo di raggiungere lo Yemen per fuggire dal Corno d’Africa. Secondo dati forniti dalle autorità di Sanaa all’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur), dall’inizio del mese almeno 22 imbarcazioni con a bordo 2.143 persone hanno varcato il tratto di mare che separa l’Africa dalla penisola arabica. Almeno 39 migranti sono morti – la maggior parte per annegamento – e 53 risultano ancora dispersi. I migranti provengono da Somalia, Etiopia e Sudan, in fuga da situazione di instabilità politica o spinti da gravi difficoltà economiche. Sfruttando le condizioni meteorologiche nel periodo compreso tra aprile e settembre – che l’Acnur chiama la ‘smuggling season’, la stagione del contrabbando (di esseri umani) – migliaia di persone tentano la traversata a bordo di imbarcazioni fatiscenti e sovraccariche. Lo scorso 16 settembre tre barche con a bordo in totale 294 migranti sono salpate da Shimbirale, vicino a Bosasso, nella regione semi-autonoma del Puntland in Somalia, principale punto di partenza per la traversata del Golfo. Gli stessi passeggeri hanno riferito che 15 persone sono morte, dieci delle quali – stando alle loro testimonianze – per le percosse subite dagli scafisti. All’arrivo in Yemen, i somali ottengono immediatamente lo status di rifugiati, mentre gli altri – in parte provenienti dall’Etiopia – chiedono asilo. Si stima che dall’inizio dell’anno più di 12.000 persone siano arrivato sulle coste della penisola araba. La rotta verso est per i migranti del Corno d’Africa è la principale via di fuga alternativa alla traversata del deserto verso la Libia per raggiungere il Mediterraneo. http://www.misna.org/
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Cinesi a Cuba
Schiavitù via mare
di MASSIMO LEONE
Il 3 giugno del 1847, dopo 131 giorni di navigazione, il brigantino Oquendo, battente bandiera spagnola e proveniente dal porto cinese di Amoy, attraccò all'Avana con un carico di 206 cinesi (altri sei erano morti durante la traversata): erano stati assoldati dalla Real Junta de Fomento cubana con il rango di "colonos contratados". Nove giorni più tardi, gettò l'ancora nel porto dell'Avana, dopo 123 giorni di navigazione, la fregata inglese Duke of Argyle, un bastimento carico di 365 cinesi. Anche questa volta, ben 35 cittadini asiatici erano morti durante il viaggio.
Con il trattato di Nanchino del 1842, la Gran Bretagna vincitrice della Guerra dell'Oppio aveva ottenuto la colonia di Hong Kong e l'apertura di cinque porti cinesi (Canton, Fuzhou, Amoy, Ningbo e Shanghai) alle navi mercantili di Sua Maestà. In seguito, anche gli Stati Uniti e altre potenze occidentali avevano conseguito gli stessi privilegi, nonché la concessione di certi diritti extraterritoriali per i propri cittadini in terra cinese, l'inaugurazione di uffici diplomatici, l'istituzione di un servizio di dogana marittima sotto la direzione di un occidentale. Le grandi masse popolari cinesi, già affamate dal sistema feudale supportato dall'imperatore, subirono le conseguenze della disfatta militare: in centinaia di migliaia vennero sfiniti dalla miseria e dal consumo di oppio.
Nel frattempo, dall'altra parte del pianeta, la Real Sociedad Económica cubana segnalava l'urgenza di trovare nuova manodopera per le immense piantagioni dell'isola, così da sostituire le braccia sottratte ai latifondisti dalla diminuzione della tratta di schiavi d'origine africana. Dato il fallimento del tentativo d'importare lavoratori "bianchi", l'economia cubana prese a sfruttare due nuove fonti di manodopera a basso costo: gli indios yucatecos - per un periodo di soli dodici anni - e poi, in maniera assai più massiccia e duratura, i lavoratori asiatici che vivevano di stenti all'indomani della Guerra dell'Oppio.
È interessante conoscere il modo in cui questi individui erano persuasi a lasciare tutto e tutti e a sottoporsi a un viaggio così lungo e pericoloso.
Negli anni '40 dell'Ottocento, delle vere e proprie agenzie per la contrattazione dei cinesi sorsero come funghi a Macao, Amoy, Shantou, Hong Kong e Whampoa. Tre erano le tappe principali che segnavano l'istituzione di un rapporto formale di lavoro fra tali agenzie e i cittadini asiatici. Lo studioso cubano Juan Jiménez Pastrana, in uno studio del 1983, le denomina "enganche", "contrata" e "embarque": "aggancio", "contratto" e "imbarco" (Los Chinos en la historia de Cuba. L'Avana: Editorial de Ciencias Sociales).
L'enganche consisteva nel reclutamento degli individui destinati alle piantagioni cubane. A tale scopo, le agenzie di reperimento della manodopera sovvenzionavano i loro uffici sul territorio, i quali a loro volta rifornivano di denaro i cosiddetti enganchadores, cinesi per la maggior parte dediti al gioco e ad altre forme di sperpero, spesso soprannominati Chu Chay Tau (teste di maiale). Essi s'incaricavano di procacciare giovani di non più di 34 anni, forti, virili e corpulenti, abituati al duro lavoro dell'agricoltura e alla semina del the, del cotone, del riso e del grano. I Chu Chay Tau, solitamente bilingui, erano abili affabulatori. Promettevano alle loro vittime che avrebbero viaggiato verso Tay Loy Sun, la Grande Spagna, una terra piena d'oro e d'argento, ove in breve tempo avrebbero potuto accumulare un capitale ingente per poi ritornare ricchissimi in patria dopo "solo" otto anni di contratto. La borsa sempre piena di denaro per abbindolare i malcapitati, l'enganchador li conduceva in una sala da the, offriva loro dolci e altre leccornie, quindi brindava con magnanimità al prospero avvenire. La vittima percepiva dunque un anticipo di otto pesos messicani, ed era in seguito condotta presso il cosiddetto "deposito". Col passare del tempo strane voci cominciarono a circolare sul conto di questi lavoratori contrattati dalle potenze straniere. Poiché nessuno di essi fece mai ritorno in patria, si vociferò che gli occidentali li trasportassero altrove per divorarli (il che, sia pure in senso figurato, non era poi così lontano dalla realtà); altri immaginarono che fossero uccisi per estrarre una particolare sostanza dai loro corpi, o che fossero venduti agli antropofagi dell'Oceania.
Nonostante la miseria dilagante delle masse cinesi, questi racconti seminarono un tale terrore che il compito degli enganchadores si fece mano a mano più difficile. Le agenzie di contrattazione cominciarono allora a esercitare ogni sorta di violenza pur di procacciarsi la tanto agognata manodopera. Un atto del Ministerio de la Guerra y de Ultramar del 1859 denuncia che
«de cada cien chinos que últimamente se han embarcado para la Habana [...] noventa eran cazados como bestias feroces y llevados violentamente a bordo de los buques, para ser conducidos a aquellas apartadas regiones o bien seducidos con engañosas promesas, ocultándoles el País a que los trasportaban y la clase de trabajo a que se obligaban»
["ogni cento cinesi che ultimamente si sono imbarcati per l'Avana novanta erano cacciati come bestie feroci e portati violentemente a bordo dei navigli, per essere condotti in quelle remote regioni oppure sedotti con promesse ingannevoli, ignari del Paese al quale li si trasportava e del tipo di lavoro cui sarebbero stati costretti"]
Una volta giunto al deposito, il cinese adescato dall'enganchador era insistentemente invitato a firmare un contratto redatto sia in cinese che in spagnolo. Qui di seguito si riproduce un documento piuttosto raro, una copia del tutto conforme al modello di stipula che regolava queste trattative.
Le condizioni sottoscritte dal malcapitato, il quale spesso non era affatto in grado di leggere il testo, lo trasformavano di fatto in uno schiavo. Il firmatario s'impegnava a viaggiare verso l'isola di Cuba per lavorarvi agli ordini di coloro che gli avevano proposto il contratto, o di qualunque altra persona si trovasse in possesso di tale documento; doveva lavorare per otto anni consecutivi in qualsiasi tipo di attività, per un salario di quattro pesos mensili, invariato per l'intera durata degli otto anni, assicurando una media di almeno dodici ore di lavoro al giorno nei campi, più alcune ore aggiuntive nelle faccende domestiche. Per parte sua, il padrone gli avrebbe corrisposto giornalmente otto once di carne salata e due libbre e mezzo di altre carni alimentari, l'assistenza medica in caso d'infermità e due ricambi di biancheria all'anno. Il medesimo contratto, inoltre, rilasciava al cinese assoldato un anticipo di "doces pesos fuertes" di oro o di argento per conto del padrone, affinché potesse acquistare il necessario per il proprio viaggio. Naturalmente, tale somma sarebbe stata restituita all'Avana, sottratta, un peso al mese, dal salario del lavoratore fino alla completa estinzione del debito. La dichiarazione che si chiedeva al cinese di firmare alla fine del contratto era di un'ironia assai amara:
«[...] me conformo con el salario estipulado, aunque sé y me consta es mucho mayor el que ganan otros jornaleros libres y los esclavos de la Isla de Cuba, porque esta diferencia la jugzo compensada con las otras ventajas que ha de proporcionarme mi patrono, y las que aparecen en este Contrato»
["mi accontento del salario accordato, sebbene sappia e mi risulti sia molto di più ciò che guadagnano gli altri giornalieri liberi e gli schiavi dell'Isola di Cuba, in quanto tale differenza la giudico compensata dagli altri vantaggi che il mio padrone deve somministrarmi, e da quelli che compaiono in questo contratto"].
Insomma, il cinese contrattato accettava di essere pagato meno di uno schiavo cubano, e inoltre s'impegnava a lasciare l'isola di Cuba entro sessanta giorni dalla scadenza del contratto stesso, ovvero di trovare un altro padrone sull'isola. Inutile aggiungere che mai alcuno dei cinesi di Cuba guadagnò il denaro sufficiente per ritornare in patria.
Che la permanenza a Cuba non fosse tutta rose e fiori i contrattati cinesi l'imparavano sin dalle prime fasi dell'imbarco. I navigli erano stipati di lavoratori fino quasi a straripare. Giacché le imbarcazioni non salpavano fino a che non erano assolutamente ricolme, coloro che vi erano entrati fra i primi erano obbligati a un'attesa faticosissima e snervante. In seguito, la traversata durava perlomeno quattro o cinque mesi. Man mano che ci si allontanava dalla sponda cinese e ci si avvicinava a quella cubana i contrattati erano sottoposti a condizioni sempre più umilianti, come se il passaggio da una costa all'altra equivalesse alla transizione dalla condizione di uomo libero a quella di schiavo. Terribili epidemie scoppiavano di continuo durante il viaggio: la febbre gialla, il colera, il tifo, etc. Dei 5000 cinesi "esportati" nel 1853, per esempio, quasi un quinto morì durante la traversata.
Sono di questi anni le imprese leggendarie di Kow-ka-sing, un cinese che si dedicò a liberare dalla schiavitù i propri compatrioti diretti a Cuba. Egli si faceva arruolare dagli enganchadores, ma una volta giunto a bordo, quando già l'imbarcazione era in alto mare, guidava i contrattati all'ammutinamento e alla rivolta, sterminava l'equipaggio e s'impossessava del bastimento.
Al di là di questi sporadici episodi di ribellione, tuttavia, nel giro di venti anni furono trasportati a Cuba 132.435 individui cinesi, dei quali il 13% circa scomparve durante la traversata.
Conoscere i flussi migratori del passato, studiare i dettagli precisi del modo in cui si svilupparono, è sicuramente utile al fine di conoscere meglio quelli del presente, e soprattutto aiuta a immaginare come essi possano aver luogo nel futuro, come si possa ridurre l'immane sofferenza che di solito ad essi si accompagna.
La storia delle migrazioni cinesi verso Cuba, ad esempio, è particolarmente interessante in relazione a quel complesso fenomeno che caratterizza praticamente tutti i flussi di popoli della storia, e che concerne l'interazione fra la psicologia degli individui e le condizioni socio-economiche in cui si svolge il loro spostamento.
Aggirandosi per i meandri delle società occidentali, non è difficile imbattersi negli sfortunati protagonisti delle migrazioni contemporanee. È la speranza che spinge gli esseri umani a spostarsi. La storia però insegna che questa speranza è spesso infondata, o fondata su informazioni insufficienti o scorrette. Tuttavia, confinate un essere umano in un luogo in cui non riesce più a sperare, in cui tutto pare negare qualsiasi prospettiva di miglioramento esistenziale, e questo individuo accetterà qualsiasi rischio, finanche quello della morte, pur di recarsi in uno spazio altro, in un universo di senso che sia permeabile alle iniziative dei singoli. Non è tanto la povertà che spinge a partire, né la fame, quanto l'assoluta certezza che dopo la povertà non vi sarà altro che povertà, che dopo la fame non vi sarà altro che fame. Ogni flusso migratorio contiene dunque almeno due forme d'ingiustizia.
Da un lato vi è un'ingiustizia intrinseca, connaturata all'idea stessa di migrazione: l'assenza di un orizzonte di senso futuro, di una speranza qualunque di miglioramento. Coloro che invece posseggono tale speranza sono sempre implicitamente colpevoli di non far nulla, o di fare troppo poco, affinché essa divenga oggetto di dono, o perlomeno di condivisione.
Dall'altro lato vi è un'ingiustizia per così dire estrinseca, quella di coloro che approfittano di questo vuoto di speranza per guidare i flussi migratori a proprio profitto. Nel corso degli ultimi due tre secoli, sono stati soprattutto le grandi economie del capitale a macchiarsi di questa infamia: dalla Cuba del diciannovesimo secolo sino alle società occidentali contemporanee, innumerevoli sono gli esempi di come spropositate ricchezze possano costituirsi grazie al desiderio altrui di accettare qualunque condizione di vita pur di generare una speranza.
Una ricerca approfondita sulle forme contemporanee di questa "retorica della speranza" resta ancora da compiersi.
Nel frattempo, i mari che circondano i Paesi del benessere testimoniano sempre più tragicamente che se è vero che la speranza è l'ultima a morire, è vero anche che gli ultimi della Terra spesso muoiono di speranza.http://www.golemindispensabile.it/Puntata60/articolo.asp?id=2098&num=60&sez=669&tipo=&mpp=&ed=&as=
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«ESPROPRI PROPRIETARI» IN BOTSWANA (in nome del libero mercato)
DI FRANCESCO33*
mirorenzaglia.com
Qualcuno, io no, sono troppo giovane, si ricorderà degli «espropri proletari» negli anni ’70: gruppi di giovani dell’estrema sinistra entravano nei negozi arraffando la merce e poi uscivano senza pagare affermando di agire in nome del «proletariato sfruttato dai padroni»; ovviamente si trattava in massima parte di «figli di papà» o comunque di persone che non avevano problemi economici,che giocavano a fare una rivoluzione da operetta; ora io ritengo che la proprietà privata non sia affatto «sacra e inviolabile», come pensano i liberali, perché questi aggettivi li riservo ad altre cose, tuttavia penso che quando questa sia legittima vada tutelata, e che gli espropri possano essere effettuati solo per reali e giustificate motivazioni di interesse pubblico; conseguentemente gli espropriatori di cui sopra andavano giustamente presi a calci in culo.
Ebbene,proviamo a immaginare che lo stato, che dovrebbe garantire i diritti delle persone lese si metta invece a fare l’espropriatore adducendo finte idealità (sempre come gli individui di cui sopra); e che gli espropriati non siano ricchi o comunque benestanti bottegai, ma dei poveracci quasi nullatenenti, e che l’ammontare dell’esproprio non sia qualche oggetto di poco o medio valore, ma comprenda tutti i loro beni (anche spirituali e culturali): ordunque io ritengo che uno stato del genere non corrisponda più alla funzione minima che gli è preposta, quella di proteggere le persone e i loro beni e di mantenere la giustizia, quindi è degenerato in pura e semplice tirannia, e come tale andrebbe abbattuto( perlomeno in linea teorica,vorrei evitare qualunque tipo di speculazione).
Questo è ciò che sta accadendo attualmente in Botswana: le tribù Gana e Gwi dei Boscimani,un gruppo etnico estremamente arcaico dedito alla caccia e alla raccolta, sono stati cacciati dalle loro terre ancestrali nella Botswana's Central Kalahari Game Riserve, e alloggiati in baraccamenti dove stanno rapidamente deperendo; l’organizzazione “Survival Intenational” che si occupa di tutelare i diritti dei popoli tribali in tutto il mondo sta cercando di aiutarli nella causa che hanno intentato presso l’Alta Corte del Botswana e il cui pronunciamento è previsto per il 13 dicembre.
La scusa addotta dal governo del Botswana per questa «rilocazione» è che i Boscimani della riserva avrebbero assunto uno stile di vita simile a quello delle tribù vicine, che sarebbe dannoso per l’ambiente della riserva. Ora questa giustificazione non è molto differente nella sostanza da quelle addotte dal governo degli Stati Uniti nel corso del XIX secolo per giustificare le «rilocazioni» di allora, quando le tribù delle pianure vennero private delle loro terre con la violenza e con indegni raggiri.
La realtà è che il governo del Botswana vuole aprire le terre occupate dai Boscimani allo sfruttamento turistico e minerario(diamanti). Se poi ci fosse qualcosa di vero (ma non credo) nelle accuse del governo, questo implicherebbe solo che le pressioni esterne hanno indotto i Boscimani a cambiare modo di vivere, quindi il compito del governo sarebbe di aiutarli a ritrovare un equilibrio, non cacciarli dalle terre che legittimamente occupano.
Passerei quindi a descrivere l’oggetto di cui stiamo trattando,che non penso sia conosciuto da molti, ossia i Boscimani con le loro caratteristiche fisiche,il loro modo di vivere e la loro religione: il boscimano è caratterizzato da statura bassa (156 cm), steatopigia (sviluppo ipertrofico delle masse adipose delle cosce e dei glutei), pelle chiara di tinta giallastra e tendente alla rugosità (niente a che vedere quindi con il bianco europoide e nemmeno con quelle tipologie negroidi che per la bellezza e armoniosità delle forme hanno tanto colpito la nostra immaginazione: ad es. i «Watussi,gli altissimi negri» della famosa canzone); il loro sostentamento si basa, come ho già detto, sulla raccolta e sulla caccia, che praticano col loro arco tradizionale; sono suddivisi in piccoli gruppi o in orde plurifamiliari; ogni famiglia vive isolata dalle altre in un territorio assegnato di volta in volta dal gruppo di appartenenza; più famiglie, per un complesso mai superiore alle 50 unità, costituiscono un’orda distinta da un nome proprio; più orde possono costituire una tribù che può giungere ad avere anche qualche migliaio di componenti; orde e frazioni non hanno capi né struttura politica; gli anziani godono di una certa autorità, limitata però alla funzione di capocaccia o alla scelta del luogo dove accamparsi; hanno norme morali molto rigide, che comprendono la pena di morte per l’adulterio e l’incesto, svariati tabù, in parte simili a quelli degli indiani d’America (per es. evitare di parlare con la suocera)e severi riti d’iniziazione per i ragazzi(maschi e femmine); praticano anche l’uccisione dei neonati deformi e dei gemelli(in conseguenza delle loro credenze religiose nel «doppio corpo»: questo potrà far storcere il naso a qualche liberaloide pannelliano in vena di protezione dei diritti dell’infanzia, salvo poi essere a favore dell’aborto libero, o di qualche cattolico in vena di moralizzare, il quale però poi non si perita di sostenere a spada tratta e senza resipiscenza quel sistema capitalistico basato sulla Mercificazione Universale che è fonte di mali molto peggiori; e lo dico da cattolico); la loro religione (di tipo dualista) si fonda sulla credenza in due principali divinità, il malefico Gauab, signore dei morti, e il benefico Kang, signore dei vivi; altresì credono l’uomo composto da due corpi, uno,invisibile, che alla morte va in cielo, l’altro che dimora nella tomba ma può mutarsi in animale.
Ora con questo io non ho inteso fare una lezione di etnologia, ma semplicemente dare il quadro della vita di un popolo, di uomini che sono diversissimi da noi, dai nostri canoni estetici, culturali, morali e che eppure sono fatti come noi a immagine e somiglianza di Dio e hanno una dignità che va preservata.
Se non riconosciamo le loro ragioni di perseguitati e vittime di un sistema che tutto fagocita in nome del profitto solo perché sono profondamente diversi da noi e magari non ci piacciono o non ci interessano, se non riconosciamo in loro in una qualche misura il fratello, ci rendiamo sostanzialmente complici di quel sistema, e in un futuro magari non lontano la loro sorte potrebbe essere la nostra.
Perché la lotta all’omologazione universale parte proprio dalla preservazione delle identità locali, dalla possibilità per ogni comunità di mantenere il legame con le proprie tradizioni e le proprie radici e di determinare il più possibile, nella misura in cui lo permettono le relazioni intercomunitarie, il proprio destino, e questo vale ovviamente non solo per entità tribali come i Boscimani o gli ancor più arcaici Andamanesi (su cui Massimo Fini ha scritto pagine molto significative) ma anche per le varie identità locali che si trovano all’interno delle realtà nazionali.
Ora vengo al motivo per cui sono partito dai cosiddetti «espropri proletari»: io ho riconosciuto le buone ragioni del mercante e del bottegaio nel vedersi tutelato il suo diritto di proprietà; però la borghesia imprenditoriale dell’occidente moderno negli ultimi due secoli ha inteso tutelare un solo diritto di proprietà, il suo, mentre quello che non era riconducibile all’unico concetto di proprietà che essa riconosceva oppure era sottratto alla logica del puro sfruttamento economico e del profitto, quindi del gioco catallattico,s emplicemente diventava una non-proprietà, priva di legittimità (ai loro occhi) e perciò suscettibile di essere espropriata, non in nome del proletariato, ma nel nome del profitto di chi già è ricco e possiede, ma vuole arricchirsi e possedere ancora di più; così ho utilizzato quest’espressione nel titolo, «espropri proprietari» (non penso sia un neologismo,e comunque non mi interessa), per indicare questo genere di azioni: esempi ne abbiamo avuti durante la Rivoluzione Francese, con l’esproprio dei beni della Chiesa e l’abolizione dei diritti feudali, in Inghilterra con l’abolizione dei terreni di proprietà comune, che garantivano un reddito e una vita dignitosa ai contadini più poveri (culminati nel “Inclosure Consolidation Act” del 1801), negli Stati Uniti con la sottrazione fraudolenta dei territori delle tribù indigene, e si potrebbe continuare a lungo.
Ecco il riconoscere il diritto dei Boscimani al possesso delle loro terre ancestrali, oltre che un fatto di Giustizia, è anche un modo per affermare la proprietà si può declinare in molti modi, che «proprietà» non vuol dire necessariamente sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, che la proprietà può essere sottratta al processo di mercificazione in corso da due secoli e tornare a essere un qualcosa al servizio dell’uomo: anche questo è lotta alla mondializzazione, all’omologazione, al grande capitale.
Concluderei ora completando brevemente il quadro cronologico della vicenda: nel 1885 quando l’area occupata dai Boscimani entrò a far parte del protettorato britannico del Bechuanaland i loro diritti ancestrali sulle terre vennero riconosciuti dal governo inglese; successivamente essi sono stati riconosciuti anche nella costituzione del Botswana (indipendente dal 1965); tuttavia nonostante ciò nel 1997 e nel 2002 il governo ha deciso di espellerli dalle loro terre; nello stesso 2002 essi hanno intentato una causa contro il governo presso l’Alta Corte del Botswana, il cui esito, come ho già detto è previsto per il 13 dicembre del corrente anno (tutta questa vicenda ha ricevuto pochissima eco tra i media, probabilmente a mio avviso perché non è bello far vedere che ci sono negri, il governo del Botswana, che perseguitano altri negri, i Boscimani; non ci sono bianchi cattivi in questo caso, bisogna essere politicamente corretti!); tra i partiti politici locali a quanto ne so solo la “International Socialist Organization”, un gruppo trotskysta, ha preso posizione a loro favore.
Personalmente ho firmato la petizione a loro favore che compare sul sito survival-international.org ; inviterei tutti a fare lo stesso anche se come tutte le petizioni avrà un’influenza molto limitata; ritengo difficile comunque un esito positivo della vicenda senza una qualche forma di interessamento a livello internazionale, anche se un caso simile in Sudafrica nel 2003 si è risolto favorevolmente per i Nama, un popolo imparentato coi Boscimani.
Tuttavia è una battaglia che ritengo vada combattuta; se per caso dovesse essere vinta sarà in ogni caso un piccolo passo nella giusta direzione: si avanzerebbe lentamente, ma si avanzerebbe anche se saremmo ben lontani dal vincere la guerra.
Francesco33
Fonte: http://www.mirorenzaglia.com/
Link: http://www.mirorenzaglia.com/index.php?itemid=106
22.09.06
* Trentaquattro anni, laureato in lettere antiche è corrispondente di un giornale locale nel Nord d'Italia.
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Thailandia: un golpe di seta, finora
In Thailandia è in corso da qualche giorno un colpo di Stato molto particolare che agli occhi di noi europei o occidentali in genere è qualcosa di naturalmente inconcepibile, antidemocratico e quindi è da condannare fermamente.
Ma forse è il caso, prima di dare giudizi netti tout court, addentrarsi un po' più a fondo nella situazione politica thailandese degli ultimi tempi.
E' noto che da cinque anni e mezzo il panorama politico di quel Paese è stato dominato da un personaggio, Thaskin Shinawatra, che ricalcando un po' le orme del nostro Silvio Berlusconi è sceso in politica con tutta la forza economica e mediatica di cui disponeva. E' l'uomo più ricco della Thailandia che, già dopo pochi mesi dalla sua prima elezione plebiscitaria a premier nel 2001, aveva dovuto affrontare un processo per irregolarità finanziarie e corruzione che lo avevano messo a rischio di impeachment; ma l'aveva scampata.
Contraddistinto da una politica populista, il suo primo impegno, dopo quello di evitare l'esilio dalla politica ed eventualmente il carcere, è stato quello di distruggere le mafie locali del narcotraffico; impegno che è costato la vita a più di 2000 persone in un anno circa e che è riuscito a sostituire queste gang con altre e a far triplicare i prezzi delle sostanze.
Ma il pugno di ferro Shinawatra l'ha usato anche nella lotta contro i separatisti musulmani del sud, cittadini thailandesi di etnia malay; un separatismo che non è una novità degli ultimi anni, si trascina soprattutto dagli anni '80 ma a quell'epoca i gruppi separatisti erano uniti sotto il simbolo del comunismo, ora sostituito dal fondamentalismo musulmano. Dal Gennaio 2004 ad oggi circa 2000 persone sono morte nel sud a causa di attentati e di omicidi mirati, soprattutto capi villaggi e insegnanti buddisti e musulmani. E la settimana scorsa il primo turista occidentale, un canadese, è morto in seguito ad un attentato dinamitardo.
Nell'ottobre 2004 nella provincia di Narathiwat (sud Thailandia), dopo una manifestazione di 2000 persone, che chiedevano la liberazione di 6 uomini arrestati con l'accusa di aver passato armi ai ribelli, la polizia ha sparato sulla folla e ne ha arrestati più di un migliaio. Caricati e ammassati su camion dell'esercito, alla fine 78 persone sono morte schiacciate e soffocate dal peso dei corpi. Shinawatra si è rifiutato di aprire un'indagine in merito richiestagli dalle Nazioni unite.
Mentre solo sei mesi prima c'era stato un assalto della polizia e dell'esercito in una storica moschea nella provincia di Pattani, che era ritenuta un rifugio dei ribelli armati; il bilancio era stato di 32 persone morte dentro la moschea e gli scontri che poi ne erano seguiti avevano provocato la morte di più di 100 persone.
A essere contrari alla sua politica troppo repressiva nei confronti del sud musulmano erano sempre più ampi settori dell'esercito, tra cui il Capo dell'Esercito, il Generale Sonthi Boonyaratkalin, il primo musulmano ad assumere tale carica nella Thailandia buddista e leader adesso della giunta golpista. Ma i disaccordi sulla questione erano via via cresciuti anche con la figura più importante e amata della Thailandia, il Re Bhumibol Adulyadej.
Comunque,Thaskin ha stravinto le elezioni del febbraio 2005, grazie anche all'onda lunga emozionale dello tsunami, e ha confermato ancora una volta di essere popolarissimo nelle zone rurali e povere del Paese ma di non essere amato dalla classe media e imprenditoriale di Bangkok.
La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata la vendita nel gennaio scorso da parte della famiglia di Thaskin del proprio pacchetto azionario della Shin Corp, l'impero delle telecomunicazioni fondato dallo stesso Thaskin, ad un'impresa di Singapore tre giorni dopo che il suo governo aveva fatto passare una legge che aumentava la percentuale di azioni legalmente detenute da stranieri nelle imprese di telecomunicazioni al 49%; una vendita che ha fruttato alla famiglia di Thaskin 1,9 miliardi di dollari esentasse, anche in Thailandia quindi il conflitto d'interessi è un grosso problema…..
Da quel giorno sono cominciate manifestazioni di piazza e presidi giornalieri organizzati soprattutto da esponenti della classe media di Bangkok e guidati da un altro imprenditore del settore delle telecomunicazioni, ex amico di Thaskin - Sondhi Limthongkul – e dal principale partito di opposizione, il Partito Democratico.
Proteste che hanno portato alle elezioni anticipate del 2 Aprile indette da Thaskin, ma a cui ha partecipato solo il suo partito, vincendole ovviamente.
I risultati di queste elezioni farsa sono stati contestati da una piazza che appunto era già in fermento da mesi in piazza costringendo Thaskin ad andare dal re per promettergli che si sarebbe fatto da parte una volta che fosse stato convocato il nuovo parlamento; nel frattempo cedeva i poteri di ordinaria amministrazione al vice premier.
Il re allora chiedeva fermamente alla Corte Costituzionale di far uscire il Paese da questo guazzabuglio e questa infatti nel Maggio scorso invalidava le elezioni chiedendone la ripetizione entro pochi mesi.
Thaskin ne approfitta però per riprendere in mano le redini del governo e fissa per il 15 Ottobre la data delle nuove elezioni, data accettata dal re.
Ma, sia il partito di Thaskin che quello democratico presentano denunce di abusi elettorali alla Corte Costituzionale che decide di prenderle in considerazione dichiarando che se ritenuti colpevoli entrambi i partiti sarebbero stati sciolti di autorità.
Insomma, la situazione si fa' sempre più caotica e a luglio il capo dell'esercito fa' un grosso ricambio nei ranghi medi dell'esercito e molti paventano una divisione all'interno delle forze armate tra fedeli e contrari a Thaskin, con annesso rischio golpe.
A fine agosto si comincia a mettere in discussione la data del 15 ottobre e si parla di spostare le elezioni di almeno un mese, mentre Thaskin accusa alcuni ufficiali della polizia di aver organizzato un piano per assassinarlo con un autobomba.
In quel periodo ero a Bangkok e in effetti, anche se in superficie tutto era tranquillo, la gente con cui parlavo non aveva molta voglia di entrare nei dettagli della complicata situazione politica; preferiva non parlarne, sperando che succedesse un qualcosa che potesse sbloccare questo pericoloso impasse politico.
Questo qualcosa è arrivato nei giorni scorsi e la stragrande maggioranza della popolazione thailandese ha accolto positivamente l'intervento dei militari, che è stato avallato dal re, persona dietro cui tutto il popolo thailandese si unisce.
Certo per noi occidentali tutto ciò è molto difficile da comprendere, ma non lo è affatto per un Paese che ha subìto 18 colpi di Stato in 70 anni, tutti cruenti tranne quest'ultimo in cui non è stato sparato finora un solo colpo. Molti abitanti di Bangkok ogni giorno portano cibo ai soldati, si fanno fotografare davanti ai carroarmati, gli stessi turisti e i monaci buddisti lo fanno e la vita quotidiana sembra procedere normalmente.
Ovviamente finora tutto sta andando liscio, anche se sono stati sospesi i diritti politici, la libera stampa e i più stretti collaboratori di Thaskin più alcuni ex ministri sono stati arrestati, e si vedrà nei successivi giorni se il generale Sonthi, leader dei golpisti e del CDRM (Consiglio per le Riforme Democratiche sotto la Monarchia Costituzionale - acronimo della giunta militare golpista), manterrà le sue promesse di nominare entro due settimane un nuovo premier ad interim che possa portare il Paese a nuove elezioni entro 6 mesi (come chiede il partito democratico) o un anno (come ha annunciato il generale Sonthi); la CDRM vorrebbe nominare un esperto di diritto pubblico visto che la sua priorità è la riforma della Costituzione del 1997, ma si fanno anche i nomi del Governatore della Banca Centrale Thailandese, o dell'ex Direttore del WTO Supachai Panitchpakdi a capo ora dell'UNCTAD, o del presidente della Corte Suprema Amministrativa.
Tra breve quindi si capirà se questo golpe sarà veramente di seta o provocherà danni seri alla società tailandese; ma finora, per una realtà come quella tailandese, il golpe ha positivamente smosso le acque che se fossero restate stagnanti avrebbero potuto arrecare danni maggiori al Paese e paradossalmente al suo stesso sistema democratico. Sembra incredibile a dirsi, ma è così. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2613
Enrico Sabatino
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John Train, il “Doge di Wall Street”
Una serie di iniziative contro Lyndon LaRouche ed i suoi collaboratori sulle due sponde dell'Atlantico appaiono come riconducibili ad un personaggio di Wall Street molto ben addentro al mondo dell'intelligence, John Train. Le sue attività si manifestano in settori diversi, che vanno dalle istituzioni finanziarie alle fondazioni, dagli studi legali più elitari alla regia di un sottobosco in cui pullulano giornalisti prezzolati e faccendieri addetti ai “colpi bassi”.
Il contesto delle rinnovate attività contro LaRouche è l'aggravarsi della crisi finanziaria. Train, autore di libri come “Great Financial Fiascos” e “The Money Masters”, teme il ruolo di riferimento che LaRouche sta assumendo in queste condizioni di crisi. Montrose Advisors, la finanziaria di Train, serve una clientela molto esclusiva che gli affida le fortune accumulate da generazioni.
La gravità delle operazioni attualmente in corso potrebbe presto raggiungere quella risalente al 1983, partita solo qualche settimana dopo che il presidente Reagan annunciò l'“Iniziativa di Difesa Strategica”, in cui offriva all'Unione Sovietica un progetto comune volto a scongiurare i rischi sempre più acuti insiti nella dottrina della “Distruzione Reciproca Assicurata”. La politica di Reagan si fondava sui concetti strategici che Lyndon LaRouche aveva sviluppato a partire dalla fine degli anni Settanta. A partire dall'aprile 1983 Train convocò personalmente diversi incontri nella sua residenza a New York, a cui presero parte faccendieri, giornalisti, rappresentanti di fondazioni che furono incaricati di organizzare la propaganda di calunnie e di colpi bassi contro LaRouche.
Una struttura attualmente impiegata da Train è il Northcote Parkinson Fund, in cui convergono le donazioni di tanti neo-cons, fondazioni esentasse come la Bradley, l'Olin e la Chelis & Bodman. Stando alle dichiarazioni dei redditi, il Northcote Parkinson Fund (NPF) è servito anche come canale finanziario di Michael Ledeen e della sua impresa di consulenze ISI Enterprises.
Train ha fondato e intitolato il NPF, che presiede, al teorico della dissoluzione degli stati nazionali, lo studioso britannico Cyril Northcote Parkinson, scomparso negli anni Novanta. Ispirandosi a Northcote Parkinson, nel 1992 il magnate olandese della birra Alfred Heineken produsse il famoso progetto “Eurotopia” per dividere l'Europa in 75 ministati.
Nel 1979 la fondazione Achelis & Bodeman ha fondato e finanziato la American Family Foundation (AFF), che si è occupata di calunnie secondo cui l'associazione di LaRouche sarebbe “una setta”. Le calunnie prodotte dalla “task force di Train” furono esportate in Europa. In Germania le calunnie furono rilanciate dal reverendo Haak, rappresentante della AFF, e dal giornalista Kurt Hirsch, che successivamente risultò essere un addetto alla disinformazione della STASI, i servizi della Germania comunista. In Francia il Northcote Parkinson Fund di Train ha avuto come fiduciario Edward H. Tuck, poi scomparso, che fu cofondatore della French American Foundation responsabile di diverse operazioni contro Jacques Cheminade, che dirige l'associazione di LaRouche in Francia.
Alla fine del 2002 Train si recò personalmente a Londra, a Bruxelles e nei Balcani per una serie di colloqui in preparazione della successiva invasione dell'Iraq, che veniva allora fomentata da una macchina di menzogne coordinata dall'ufficio del vice presidente Dick Cheney e da quello del premier britannico a Downing Street, ed in cui ebbe un ruolo notevole la baronessa Elizabeth Symons, esponente del governo Blair.
Mentre si stava coagulando una forte opposizione alla guerra, nel 2003, l'AFF lanciò un'ondata di calunnie contro LaRouche mirante ad implicarlo nella morte di un giovane studente che si era suicidato nel marzo 2003 a Wiesbaden, in Germania. La polizia tedesca ha respinto come infondate tali accuse in quanto le conclusioni a cui è giunta l'inchiesta sono chiare e definitive. Occorrerà in tale contesto ricordare che nel 1986 LaRouche fu accusato sulla stampa internazionale e soprattutto quella americana di aver “assassinato Olof Palme”.
All'Aspen Institute di Berlino c'è Jeffrey Gedmin, un neocon che collabora strettamente con Edward Strator, fiduciario del Northcode Parkinson Fund Trustee di Train, impegnato a calunniare in ogni occasione possibile chi critica la politica di guerra permanente di Bush, Cheney e Blair, come “anti-americano” e “antisemita”, una litania ripetuta da una bizzarra banda in Germania, la "Antideutschen Antifa".
Gedmin è anche noto per essersi pubblicamente scagliato contro l'influenza che LaRouche esercita in Germania. Fu amico personale di Melvin Lasky, uno dei fondatori del Congress for Cultural Freedom (CCF, Associazione per la Libertà della Cultura in Italia). La carriera di John Train nell'intelligence cominciò proprio nella rivista letteraria del CCF, The Paris Review, che fu fondata nella capitale francese nel 1953.
John Train è stato sposato in prime nozze con Maria Teresa Cini di Pianzano, che gli aprì i contatti con il mondo dei letterati che fanno da sottopancia all'oligarchia, molti dei quali si raccoglievano nel CCF.
I neonazisti dietro le calunnie di “Path to 9/11”
Le due puntate televisive della ABC sull'11 settembre, intitolate «The Path to 9/11», che accusano Clinton di aver rinunciato a dare la caccia ai terroristi di Bin Laden, sono state prodotte da elementi fanatici protestanti le cui radici risalgono ad una setta che negli anni Trenta predicava che Hitler e Mussolini potevano essere trasformati in “strumenti di Dio”.
L'autore della trasmissione mandata in onda dalla ABC l'11 e 12 settembre è David Cunningham. Negli anni Sessanta suo padre fondò lo Youth With A Mission (YWAM) rifacendosi alle diverse sette fondate prima e dopo la seconda guerra mondiale da Frank Buchman. In una intervista a World Telegram, pubblicata il 26 agosto 1936, Buchman dichiarò: “Ringrazio il Cielo per averci dato Adolf Hitler, che ha costruito un fronte di difesa contro l'anti-cristianesimo del comunismo”. Tra le tante iniziative di Buchman ricordiamo il “Riarmamento morale” e il “National Prayer Breakfast” (quest'ultimo da anni molto influente negli ambienti della Casa Bianca). Da queste derivò successivamente l'YWAM di Loren Cunningham. Il figlio di questi, David, ha diretto una sezione della setta, The Film Institute, impegnata a rivoluzionare il mondo di Hollywood per una decisa sterzata a destra.
Sebbene la ABC sia stata costretta, sotto un'ondata di proteste, a censurare o modificare le calunnie più grossolane contro l'amministrazione Clinton, contenute nelle due puntate di Cunningham, l'offensiva di questi theo-con nel mondo dei massmedia americani procede a tutto vapore. Tra le operazioni più importanti c'è quella di un gruppo finanziato da John Train, attraverso il Northcote Parkinson Fund (NPF).
Il NPF di Train ha raccolto il denaro per finanziare diverse produzioni televisive della Public Broadcasting System (PBS). Questi fondi sono gestiti dal vice presidente della PBS Michael Pack, un personaggio sul libro paga di Train che opera anche in strettissimo contatto con Lynne Cheney, la moglie del vice presidente. Pack si occupa anche di dirigere la programmazione televisiva della Corporation of Public Broadcasting. Alla PBS Pack iniziò la sua carriera negli anni Ottanta come produttore di documentari per “l'educazione sessuale” sull'omosessualità, distribuiti nei circuiti scolastici. Gli assegni che riscuote passano attraverso il NPF di Train, ed ammontano talvolta ad oltre i 750 mila dollari l'anno.http://www.movisol.org/znews173.htm
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La coca verde
Morales all'Onu spiega differenze fra coca e cocaina
La grande sala che ospita l’assemblea delle Nazioni Unite a New York nel corso degli anni ne ha viste veramente di tutti i colori. Ha visto i tacchi delle scarpe di Nikita Kruscev battere in modo violento contro il podio dal quale stava parlando l’ex numero uno del soviet. Nel 1974 ha visto il ramoscello d’ulivo, simbolo di pace, sventolare fra le mani del giovane Yasser Arafat, che era giunto fino al palazzo di vetro per proporre la fine della lotta armata e chiedeva l’impegno internazionale per risolvere la questione del popolo palestinese. Oggi, 2006, il podio della sala dell’Assemblea che ospitava il discorso del presidente boliviano Evo Morales, ha visto per la prima volta una foglia di coca vibrare leggiadra nell’aria.
All'Onu. Abito colorato, viso angelico, ad un certo punto del suo discorso Evo Morales ha estratto dalla tasca un’innocente foglia di coca e l’ha fatta vedere a tutti i presenti. E a tutti ha ricordato l’uso ancestrale che in Bolivia si fa della pianta della coca: dai medicinali alle tisane ma serve anche a far svanire la fame e la fatica da lavoro alle tremende altitudini degli altipiani boliviani.
Morales, non si è certo risparmiato di offrire informazioni relative alla pianta all’Assemblea e ha soprattutto chiesto di non criminalizzare la foglia di coca solo perché il suo uso è stato snaturato dai narcotrafficanti.
Il numero uno boliviano, che prima di darsi alla politica è stato un leader sindacale dei contadini cocaleros, ha chiesto come mai la foglia di coca che si usa per produrre Coca Cola sia legale, mentre quella boliviana utilizzata per produrre medicinali sia considerata fuorilegge.
Non sono mancate le solite polemiche con gli Usa. “la foglia di coca è di colore verde, il colore rappresentativo della cultura andina e della speranza delle popolazioni indigene. Non è bianca come la cocaina”. Ma l’arringa di Morales è andata avanti “Vogliamo dire anche che le università statunitensi in collaborazione con quelle europee hanno studiato a fondo gli effetti della foglia di coca e hanno confermato che non danneggia assolutamente la salute umana”.
Coca e Cocaina. Comunque, sono narcotraffico e consumo di cocaina a preoccupare maggiormente gli stati occidentali, Usa in testa, ma anche per questo Morales sembra avere una soluzione. “Siamo coscienti del fatto che il narcotraffico sia un problema. Abbiamo, però, cercato di risolverlo”.
La Bolivia contende a Haiti il triste record di paese più povero del continente americano e Morales ne è consapevole. “Siamo un paese con problemi economici ma abbiamo lottato contro il narcotraffico mettendo dei freni alla produzione.”
Evo Morales, però, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite ha voluto anche puntualizzare alcuni aspetti che non condivide nella politica estera degli Usa. “Gli Stati Uniti hanno detto che non accettano l’esistenza delle coltivazioni della pianta della coca e che ci possono mettere in condizione di modificare le nostre regole. Ecco io dico all’amministrazione statunitense che non cambieremo le nostre regole, e non accettiamo minacce da nessuno. Crediamo che la loro forma di lotta al narcotraffico sia uno strumento per colonizzare nuovamente i paesi andini. Questo non lo accettiamo e non lo permetteremo”.
Il numero uno boliviano ha concluso il suo discorso parlando nuovamente all’amministrazione Bush. “La guerra alla droga non può essere uno strumento o un pretesto con il quale gli Usa sottomettono i Paesi della regione andina. Come hanno fatto con la guerra preventiva che hanno inventato per intervenire in alcuni paesi del Medio Oriente. Quindi chiedo all’Onu che vengano firmati accordi che aiutino a combattere il narcotraffico e non che questo sia scusa o pretesto per dominarci o per umiliarci”.
Alessandro Grandi http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6310
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Montenegro, Montecarlo
Di Riccardo Masnata*
La riviera di Budva “dura” poco più di 30 chilometri, ma in questa striscia di costa si concentrano alcune tra le più belle spiagge montenegrine: Jaz, Slovenska, Mogren, Bečići, Buljarica sono i nomi delle lunghe, ampie plaže che hanno reso questo tratto famoso. Tutta la sabbia che manca all’interno delle rocciose Bocche di Cattaro, in pratica, la trovate da queste parti, generosamente distribuita ai turisti amanti della comodità. In alcuni punti, per esempio di fronte a Sveti Stefan, ha un colore quasi rossastro, simile a quello della terra dei campi da tennis: i grani hanno una buona consistenza, quasi ghiaiosa, e sono gradevolissimi al tatto.
Scendendo verso Sud, vale la pena fermarsi a Petrovac. E’ ottima per le famiglie con bambini piccoli, davvero tantissime: ha la spiaggia sabbiosa, boschi di ulivi tutto attorno, un bel lungomare per passeggiate e giochi, insomma tutto quello che serve per tenere buoni i marmocchi in vacanza. Da qui inoltre parte la statale che, buttandosi nell’entroterra, dopo una trentina di chilometri porta al lago di Scutari.
Virpazar? Sì, Virpazar…
Sulla cartina stradale (recente) è segnata, e fin qui non ci piove, basta saper leggere. L’hai guardata e hai fatto una pianificazione di base: “Potremmo arrivare la sera, cenare in un bel ristorante sul lago, dormire lì la notte, poi il mattino dopo affittare una barca…” eccetera. Per esistere, esiste: te lo hanno confermano tutti quelli a cui hai chiesto e hai già visto diverse foto sulle varie guide. Non c’è dubbio, insomma. Ecco, arrivarci invece è un po’ più complesso.
O meglio, ci si arriva piuttosto comodamente, il problema è rendersene conto… Già, perché nessun cartello stradale te lo dice. Un po’ strano per il principale “centro commerciale e di comunicazione” del “più grande lago d’Europa”, no? Eppure Virpazar è così.
Se il Montenegro che punta sul turismo (perché attualmente non ha molto altro su cui puntare, se vogliamo dirla tutta), vuole avvicinarsi a essere quella “Montecarlo dei Balcani” cui abbiamo accennato, deve migliorare i propri servizi. Uno di questi è certamente la segnaletica stradale, fondamentale in un Paese dove – anche per comprensibili ragioni morfologiche – il mezzo privato è una scelta quasi obbligata per il turista. Cominciare da Virpazar potrebbe essere una buona idea.
Arrivando dalla statale che parte da Petrovac e attraversa Sotonici, i cartelli nei pressi del lago di Scutari, sulle cui rive sorge questa cittadina, indicano nell’ordine: l’hotel Pelikan, l’ufficio postale, la possibilità di effettuare crociere in battello e la stazione di polizia. Il nome Virpazar non compare da nessuna parte. Attraversi la ferrovia (è la linea Bar-Belgrado), entri nel primo bar-ristorante e chiedi “Quanto manca per Virpazar?”. La risposta, accompagnata da un sorriso che sintetizza cordialità e comprensione, è secca: “Questa è Virpazar”. Ah…
Che si tratti di un’anomalia curiosa e non della distrazione, o peggio, del turista lo conferma il responsabile dell’ufficio del turismo locale (esiste !), che, sorridendo, ammette che, sì, in effetti Virpazar non c’è scritto su nessun segnale, né in entrata, né in uscita dalla città, né arrivando da Nord né da Sud. “Ho fatto richiesta all’amministrazione comunale ma non mi hanno mai risposto”. Insista, per favore.
Un autogol, perché Virpazar non solo è una manciata di case davvero graziosa, ma è anche il luogo da cui partire per una visita del lago di Scutari (in serbocroato Skadarsko jezero), un ecosistema fantastico, molto ben conservato e ancora poco conosciuto da noi "occidentali". Trattasi di una specie di paese dei balocchi per gli amanti della pesca, del birdwatching e semplicemente della natura, che nei suoi 222 km quadrati di estensione in territorio montenegrino (il resto appartiene all’Albania) in parte paludoso, trovano piante, uccelli, pesci, isolotti, antichi monasteri. Uno spettacolo, a due passi dal mare. Basta dirlo.
Cetinje, orgoglio e decadenza
Quelli sono ignorati dai cartelli, questi dalle istituzioni. Al governo montenegrino non è ancora venuto in mente di aprire un ufficio del turismo a Cetinje. Ce l’ha Virpazar, un piccolo borgo di pescatori, ma non l’ex capitale del regno. Se lo sapesse un qualunque Petrovic – intendiamo: un membro della famiglia reale – forse si rivolterebbe nella tomba.
Se quindi volete una mappa della città, o avere informazioni sulle escursioni al monte Lovćen, sul monastero settecentesco, o sul palazzo reale azzurro vi dovete arrangiare. O chiedere alla reception del Grand Hotel, l’unico albergo di quella che un tempo era la fiera capitale e che ora è un grosso centro con musei (belli), biblioteche, gallerie d’arte, parchi e una teoria infinita di bar nella via pedonale.
Il suddetto Grand Hotel approfitta della sua posizione di monopolista a livello cittadino, chiedendo 92 euro per una stanza di tipo sovietico, con tanto di moquette anni Settanta. Va bene che congressi, mostre ed eventi vari poi lo riempiono lo stesso, ma se vogliamo attirare turisti anche nel prossimo futuro, dargli una rinfrescatina non sarebbe male.
E’ lo specchio del Montenegro di oggi, Paese di meravigliosa ruvidezza, forse un po’ grezzo, ma che ti incendia il cuore. Mettete i cartelli, vogliamo tornare. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6164/1/51/
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L’eresia catara
Giuliano
Benedetto XVI, a Ratisbona, ha fatto un discorso che ha suscitato un vespaio. Ho provato a leggermelo, almeno per quanto ne posso capire (cioè poco): è il discorso di un erudito, di un Professore con la maiuscola, di una persona veramente autorevole. E proprio qui sta il punto, secondo me: hanno ancora un posto, gli eruditi, nella società moderna?
Il Papa parlava di fede e di ragione, di come possano (e debbano) andare congiunte. Ha parlato per quasi un’ora, un discorso lungo e complesso rivolto in gran parte a noi, noi fedeli occidentali e cristiani. Di tutto questo, la maggior parte delle persone non ha capito nulla; e gli ignoranti nel mondo islamico hanno preso le poche parole che sono riusciti a capire, cioè la citazione fatta da Ratzinger dell’imperatore bizantino che nel 1391 parlava dell’islam in termini poco lusinghieri. Il Papa ha fatto quella citazione in chiave storica, per segnalare la distanza che passa tra oggi e quei tempi; ha più volte ribadito, in seguito, che non era quello il suo pensiero ma soltanto una citazione in un discorso molto più ampio e complesso.
Non sto qui a discutere su chi abbia ragione: non serve a nulla, è un discorso molto complesso, se ne è scritto e parlato molto in questi giorni e io non ho la minima competenza in campo teologico. Posso soltanto dire che la reazione di molti (quasi tutti) davanti ai discorsi del Professor Ratzinger (non solo a quest’ultimo) è simile alla reazione di chi viene messo per la prima volta davanti ad un libro di Storia dell’Arte, magari dell’arte ellenica: vi dirà che sono tutti nudi, che ci sono donne e uomini nudi, ed è assolutamente vero, perché l’arte antica è piena di nudi. Ne sarà contento, o magari penserà che siete dei malvagi maniaci appassionati di pornografia, ma gli sfuggiranno appieno l’essenza del libro e le intenzioni dell’autore – e anche le vostre, che gliel’avete messo davanti.
Un tempo, questa sarebbe stata la reazione di un contadino ignorante, e avrebbe mosso al riso. Oggi di contadini non ce ne sono quasi più, e quelli che ci sono sono istruiti come chiunque altro; purtroppo i mass media hanno ridotto la figura dell’erudito a quella di una macchietta, e ogni volta che si prova a fare un discorso appena un po’ complicato, che sia chimica, economia, teologia o politica, ecco la reazione tipica: “Che palle”. Le “due palle” sono ormai la categoria critica più diffusa, sia che si parli di cinema che di teologia, e “cultura” è diventata una parola impronunciabile. E leggere un libro, o ascoltare un discorso, fino in fondo (dall’inizio alla fine, magari prendendo appunti o cercando qualcosa sull’enciclopedia) è diventata un’impresa improponibile e spesso impossibile. Tutto questo non nasce per caso ma è il risultato di un’educazione ormai quasi trentennale, impartita più che altro dai dj e dalle tv commerciali.
Non so cosa farci, non sono certo io quello che può rimettere a posto questo tempo uscito fuori dai suoi cardini. Posso solo ricordare un antico racconto di un altro antico erudito, un vero pezzo da museo della categoria “due palle ma di quelle grosse”: Luigi Pirandello. Il racconto si intitola “L’eresia càtara”, e parla di un vecchio professore che trova finalmente un’aula dove gli studenti lo stanno a sentire: non fanno chiasso e ascoltano con attenzione, quasi assorti. Passano di lì due studenti, dal corridoio sentono una voce dentro un’aula: aprono delicatamente la porta e trovano il professore che, nella sua profonda miopia, ha scambiato per studenti dei cappotti e altri oggetti accatastati in un’aula vuota. Ma è talmente contento di poter finalmente tenere la sua lezione sul suo argomento preferito, l’eresia dei càtari, che non si accorge di nulla. I due studenti, delicatamente come erano entrati, escono e richiudono la porta, per non intristire inutilmente l’anziano erudito.
Sto forse dicendo che ci sono delle somiglianza tra Papa Ratzinger e l’anziano professore di Pirandello? No, il mio pensiero è un altro e questo racconto è solo una citazione all’interno di esso; ma qui mi fermo per non parlare troppo, anch’io, da solo davanti a un uditorio vuoto.www.ulivoselvatico.org
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Una rete di ricatti?
Consiglio a tutti la lettura dell'editoriale di Stefano Rodotà oggi su Repubblica: La strategia del ricatto.
Putroppo non è online. Ma su questo tema della privacy Rodotà dà il meglio di sè. Ci ha lavorato per decenni, in questo è Maestro.
In breve dice: il digitale diffuso (si veda qui ) offre una enorme capacità tecnica per costruire una società basata sul ricatto.
Non lo si è capito, non si è fatto pressochè nulla, e ora la paura dilaga. Fino al decreto di ieri, che prescrive la distruzione delle 100mila schedature (o forse più) della premiata ditta Tavaroli-Cipriani. E la non divulgabilità delle relative informazioni ottenute per vie illegali.
Capisco il Governo, e capisco i politici, i manager e tutti gli altri sotto minaccia di ricatto. Accetto il decreto (farei solo un'eccezione selettiva per le indagini in corso) ma non mi basta affatto.
Va costruito un digitale diverso. Fondato su un gioco a guadagno condiviso (anche la tranquillità personale lo è) tra Stato, imprese e cittadini. Rodotà ha solo una visione giuridica del problema, e secondo me con questa soltanto non ne usciamo.
Invece modestamente direi:
Ciò che è pubblico sia pubblico, ciò che è privato sia criptato e controllato dall'utente.
Pgp, Skype sono strumenti. Le leggi dello Stato sono strumenti. Possiamo fare una rivoluzione, molecolare, nel modo di concepire e gestire le comunicazioni digitali. Ognuno ha la sua chiave, come la chiave di casa. E' libero di lasciare la porta aperta, ma anche di chiuderla.
Se necessario possiamo creare reti autogestite, anche cellulari e wireless, contro il dilagare dei ricattatori digitali.
Sono una persona importante (che non sono, ma per ipotesi). Prendono una mia email, la manipolano, uno spezzone di telefonata, la manipolano, quattro dati bancari, magari un post sul mio blog. Confezionano il tutto, passano a un media qualsiasi, mi tengono sulla corda. Dopo la mia vita è cambiata, divento un loro burattino.
Preferisco telefonare con Skype e magari mandare email Pgp.
Mi pare giusto che gestori alternativi che offrono sicurezza e privacy sulle comunicazioni guadagnino quote di mercato su gestori che lasciano aperta la porta al ricatto su di te.
E' normale qualità di servizio, e normale concorrenza.
Per questo voglio una rete centrale neutra, e un sistema di gestori ancora più differenziato di oggi. Anche autogestiti.
Non possiamo fidarci più.
Rendiamogliela almeno un poco più difficile...;-)
www.caravita.biz
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Paura del passato. Gianfranco Pasquino
Sia o no da perseguire attivamente, e non soltanto a parole, la
prospettiva
del Partito Democratico non è finora apparsa trascinante per molte
ragioni.
Non credo, anzitutto, che si debba mettere da parte come irrilevante il
problema della collocazione internazionale, ovvero, più precisamente
nel
Parlamento europeo, dell´eventuale nuovo partito italiano.
L´impossibilità
di trovare una soddisfacente collocazione europea non è un´obiezione
dirimente a condizione che i prossimi dirigenti del Partito Democratico
abbiano sufficiente immaginazione politica e capacità di convinzione;
ma non
è neanche una obiezione da scartare come un non-problema. Non penso
neppure
che coloro che riluttano di fronte a una prospettiva nient´affatto
definita,
anzi largamente velleitaria e fatta discendere da culture politiche
rigorosamente del passato, abbiano, come scrive Stefano Ceccanti, paura
del
futuro.
Né che quelli che si lanciano in un futuro oscuro siano automaticamente
cittadini e politici migliori. Dovrebbe, invece, preoccupare il
presente,
anche dei gruppi unici dell´Ulivo e dei molti ambiziosi che saltano su
un
carro che non sanno dove li porterà, ma che contano sul loro
"mettersi
vicino" a chi li dovrebbe portare. La mia preoccupazione deve,
piuttosto,
essere espressa sotto forma di "paura del passato", meglio
del passato che
non passa.
Gli incontri fra (ex)comunisti ed ex(democristiani), tentati e
avvenuti, non
hanno mai dato risultati particolarmente apprezzabili, e non soltanto
sul
tema della laicità. Da quello che ho letto, la posizione espressa da
Rodotà
era tanto laica quanto adeguatamente documentata e, in materia di
diritti,
Rodotà non è sicuramente, come direbbero i giovani, "antico".
Le valutazioni
espresse dagli ex-democristiani della Margherita mi sono sembrate
prevalentemente ispirate alle vecchie posizioni di un passato che
rimane e
che si estende sul presente e sul futuro.
L´altro passato di cui ho, almeno metaforicamente, paura è quello
dell´organizzazione partitica e delle modalità di formazione delle
decisioni
in seno ai partiti. Il minimo che si possa dire è che i democristiani
avevano costruito un loro sistema di oligarchie competitive finanziate
e
influenzate dall´esterno e che i comunisti esercitavano una possente
opera
di compressione non soltanto del dissenso, ma della possibilità stessa
di
esprimere quel dissenso. Poiché non ho sentito finora che nessuno dei
due
maggiori partiti contraenti abbia messo all´ordine del giorno delle sue
organizzazioni di base il tema: «Partito democratico: perché, con chi,
come
(e quando)?», credo di essere giustificato se affermo di temere che la
decisione verrà presa dai vertici, comunicata ai dirigenti di base che,
in
particolare fra i diessini, si impegneranno, approfittando del classico
riflesso del conformismo comunista, a imporla agli iscritti e ai
simpatizzanti. Un´altra strada, che consisterebbe nella mobilitazione
del
leggendario popolo delle primarie, non è neppure stata iniziata.
Eppure, i
partiti non soltanto si sono intascati gli ingenti contributi versati
da
quel popolo in occasione delle primarie, ma dispongono
dell´indirizzario di
quegli elettori. Potrebbero, dunque, procedere, se lo volessero, alla
loro
convocazione (magari lasciando aperte anche ad altri le possibilità di
partecipazione). A proposito di paure, chi ha avuto paura ad estendere
il
metodo delle primarie di circoscrizione in casi scelti per la selezione
dei
candidati al Parlamento 2006? Chi ha detto che tecnicamente non si
potevano
fare quando circolava ampiamente un regolamento garantista per i
partiti, ma
tale da consentire agli elettori del centro-sinistra di partecipare
alle
procedure di selezione dei parlamentari? Infine, la mia paura è che
l´eventuale (non troppo) nuovo partito si trovi già compresso da un
passato
che pesa, ovvero da quelle 281 pagine di programma che
> sicuramente non furono opera del popolo delle primarie e che
sulle istituzioni contengono pagine raccapriccianti. Non so dove
quando e chi discuterà di alcune delle questioni che sollevo né se
avrò titolo a parteciparvi. (Per esempio, chi, quale popolo delle
primarie, ha scelto i relatori di Orvieto? Come se non sapessimo per
l´esperienza del passato che la scelta dei relatori determina ambito e
taglio della discussione e delle decisioni praticabili!) Oppure, se,
proprio come nel passato, ci sarà qualcuno che precuoce la minestra e
la porta in giro obbligando molti, con l´argomentazione dello stato di
necessità: "non favorire il ritorno della destra al
governo", a tacere e ad ingoiare. So, però, che anche coloro che
ritengono che sia importante costruire un partito democratico e
riformista vorrebbero, per superare il passato e proiettarsi nel
futuro, cominciare a vedere chiaro nel presente.
Pubblicato su L'Unità
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Le telecomunicazioni portano sfiga al centro-sinistra?
di Sbancor
La prima cosa che si può dire è che le telecomunicazioni portano sfiga alla sinistra! Prima la privatizzazione sbagliata di Telecom, poi Colanino & Gnutti, infine Telekom Serbia, adesso Tronchetti Provera.
Partiamo dall'inizio: l'errore è privatizzare tutta Telecom. Si sarebbe dovuto scorporare la rete, come si è fatto per Terna con l'energia elettrica. Ciò avrebbe evitato una posizione dominante di Telecom sul mercato rispetto ai concorrenti nel campo della telefonia fissa. Ma allora la priorità era intascare soldi per onorare l'accordo Andreatta-Van Miert e portare l'Italia nell'Euro
Il processo di privatizzazione inizia nel 1996 (I° Governo Prodi) ed è caratterizzato da quello che in gergo si chiama un sistema di "scatole cinesi" governato da un "nocciolo duro". Le "scatole cinesi" sono un sistema di società "a cascata" che consentono con poco capitale di governare un'azienda con "tanto capitale". Provengono dall'ingegno di Cuccia, e, nel caso della Telecom, erano governate dalla Famiglia Agnelli, tramite l'IFIL che possedeva lo 0,6% di un "nucleo stabile" formato dalle principali banche, che a sua volta possedeva il 6% di Telecom. In Borsa era quotato l'85%, il 5% rimaneva in mano al Ministero del Tesoro, e vi erano poi partecipazioni più piccole di ATT e Unicors (1,2%).
L'unico industriale era Agnelli-Ifil, le banche lo facevano comandare e lui comandava, eccome! L'Offerta Pubblica di Vendita avvenne nell'ottobre 1997. Ogni azione fu fatta pagare al pubblico 5,63 Euro. Il Tesoro incassò 11,82 miliardi di Euro. Il nuovo Consiglio di amministrazione fu eletto a fine ottobre ed il Tesoro riuscì a far pesare ancora la sua quota pre-privatizzazione (44%).
Guido Rossi che come Presidente Telecom aveva guidato la privatizzazione lasciò l'incarico subito dopo (novembre) in polemica con D'Alema, accusato di aver guidato la privatizzazione in mano ai "poteri forti".
Fu eletto un Presidente "improbabile", tal certo Rossignolo, che ricordo aver incontrato nella hall di un albergo milanese mentre cercava di spacciare una fabbrica di televisori fallita.
Ma era un ex dipendente FIAT e un "famiglio" di Casa Agnelli.
Bene così.
Il "mercato" però non era d'accordo. Soggetto anomalo, ignoto ed imprevedibile, il "mercato" aveva però in questo caso nome e cognome: Roberto Colaninno. Il Ragioniere viene dalla liquidazione della Olivetti Personal Computer. Qui aveva intessuto ottimi rapporti con il PDS di D'Alema & Bersani. Liquidare imprese e licenziare operai accomuna le parti in causa in un sodalizio complice ed ammiccante. Scrivono Oddo e Pons in L'Affare Telecom, il miglior libro sulla storia della privatizzazione: «La scalata della Telecom scaturisce pertanto dall'esigenza di restituire al gruppo una ragion d'essere prima ancora che una prospettiva industriale, per fare in modo che domani la Olivetti non divenga la consociata italiana di un'azienda tedesca e Colaninno non sia costretto a rifare le valige per Mantova». Invece l'uomo è ambizioso.
La "scatola cinese" di Colaninno si chiama Bell, una società lussemburghese, in cui oltre a Colanino e Gnutti, finanziere bresciano, compaiono Antonveneta, Interbanca e Chase Manhattan (il colosso bancario americano!) e poi S.Paolo, Lucchini, Mediobanca ecc. Oddo & Pons definiscono l'insieme di finanziarie che gira vorticosamente intorno a Bell un "alveare". Forse, visto gli esiti, sarebbe meglio dire un "nido di vespe".
Il resto è storia nota. La "nuova finanza" bresciana usa tecniche di "acquisition finance" più sofisticate e spregiudicate di quelle dei vecchi "poteri forti". In Lussemburgo i prestiti a sostegno dell'OPA su Telecom si moltiplicano in castelli finanziari azzardati, ma comunque sicuri: infatti i debiti, una volta perfezionata l'acquisizione, si scaricheranno su Telecom stessa. L'acquisito pagherà i buffi dell'acquirente, e le banche saranno soddisfatte.
Minimo D'Alema, Presidente del Consiglio, incosciente o connivente, brinda all'operazione come alla nascita di un nuovo ceto imprenditoriale: i "capitani coraggiosi". Si conia l'espressione della "merchant bank" di Palazzo Chigi. E' l'epoca in cui per essere ricevuto a Botteghe Oscure, prima del trasloco a Via Nazionale, dovevi rappresentare almeno una "investment bank" inglese o americana. Linda Lanzillotta si aggirava goffa per i giardini di Cernobbio insieme a consumati banchieri anglofoni.
Dio ci salvi dai dilettanti allo sbaraglio!
Anche il Ragionier Colaninno non brilla per acume finanziario. L'operazione di scaricare tutti i debiti su Telecom gli riesce solo parzialmente. Troppi debiti pesano ancora su Olivetti, via Tecnost. L'OPA di Olivetti su Telecom era pari a 52 miliardi di Euro (100.000 miliardi di vecchie lire!) L'intreccio societario inizia a vacillare. Si sente il cupo "boato" che precede il terremoto.
In fondo Colaninno deve ripagare i "piani alti" della finanza internazionale. E i contatti con i "piani alti" non li tiene il Ragioniere, ma l'Ingegnere. Si, proprio lui: Carlo De Benedetti.
Qualcosa s'è rovinato nel rapporto fra i due. Colaninno si è arricchito con le stock options di Olivetti. Ormai gioca in proprio. Inizia a partire qualche attacco contro di lui su Repubblica.
La crisi scoppia nel 2001. Le grandi famiglie industriali si vendicano: il "Ritorno dei Padroni" è alle porte. Il campione nazionale ora è Tronchetti Provera, l'erede della "famiglia" Pirelli, una delle "quattro" del "salotto buono", insieme ai magliari della Benetton.
Ma il salotto non c'è più. Cuccia è morto. altri banchieri di rango in Italia non ci sono, o sono occupati a crescere ed evitare scalate.
Tronchetti combina un casino già nella fase di acquisizione di Telecom. Il Ciclo di Borsa è entrato nel momento grave dello sgonfiamento della bolla. I titoli telefonici crollano.
Tronchetti e i Benetton intanto hanno rastrellato azioni Olivetti a 4,1 Euro. La Borsa ora le quota 1,5.
E' Gnutti che salva Tronchetti. Accetta di ricomprare a termine attraverso la Hopa una parte delle azioni Olivetti.
Tutto finisce bene. Tronchetti è al potere. Tronchetti pontifica. Tronchetti cede in comodato d'uso LA 7 a Silvio Berlusconi, via Ferrara e Costanzo (captatio benevolentiae) del nuovo governo succeduto a D'Alema. Tutto bene fino all'estate scorsa quando Gnutti finisce nei guai per la scalata della Popolare di Lodi ad Antonveneta. Tronchetti deve a quel punto liquidare Gnutti in affanno.
Debiti su Debiti. anche Telecom ha un limite all'indebitamento. Ed il limite è stato quasi raggiunto. L'Ingegnere incomincia con La Repubblica ad attaccare Tronchetti. L'authority rompe il cazzo sulla concorrenza. Tronchetti è nervoso. Siamo alle ultime battute.
Un consigliere di Prodi prepara un piano segreto per Tronchetti. Il piano prevede lo scorporo della rete fissa. Forse il suo riacquisto tramite la Cassa Deposito e Prestiti (Tesoro+Fondazioni Bancarie). Tronchetti senta odore di fregatura. Prova a sparigliare: scorpora Tim da Telecom. Si prepara a vendere la telefonia cellulare. Apriti cielo e lesa maestà.
La situazione è grave, ma non è seria. A poco più di cinque anni di distanza le privatizzazioni italiote, stanno per finire in mano estera: Autostrade prima e Tim poi. È il destino di un capitalismo senza capitali.
Ritorna Guido Rossi, il nemico di D'Alema, alla Presidenza.
Si, le telecomunicazioni portano davvero sfiga al Centro-Sinistra.
(Nota a piè pagina: In questa assai modesta commedia dell'arte di arrangiarsi, fra debiti pubblici e private virtù, non si coglie appieno il ruolo di Chase, la più grande banca americana che in tutti passaggi presta e lucra, lucra e presta, come incurante al crescere del debito. Non sarei stupito se alla fine l'intera Telecom, stretta nei lacci dell'usura finisse nelle mani di un Fondo di Private Equity americano, casomai vicino all'attuale governo USA. Che so, il gruppo Carlyle o Blackstone. Diceva Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma quasi mai si sbaglia)http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001940.html
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Zodiac: AMERICAN PSYCOSIS
di Valerio Evangelisti
E' stato finalmente pubblicato in italiano, con il titolo Zodiac Killer (True Crime Mondadori n. 19, agosto 2006), il libro di Robert Graysmith Zodiac, del 1986. E' un lieto evento. Peccato che uno degli studi migliori mai apparsi su un serial killer sia finito in una collana da edicola di livello finora mediocre, e condannato a un solo mese di vita precaria. Per non parlare dell'indecorosa prefazione, tale da far pensare che chi l'ha scritta non abbia letto il testo che introduce. In ogni caso, la presentazione del libro di Graysmith al pubblico italiano (già meditata da Daniele Brolli, mi pare di ricordare), è un piccolo evento. Per celebrarlo ripropongo un saggio, un po' datato, largamente ispirato a Graysmith. E' già apparso sulla defunta Carmilla cartacea e nel mio Alla periferia di Alphaville, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000. Graysmith, di recente (2002), ha pubblicato un'ulteriore ricerca, Zodiac Unmasked (Berkeley, New York, 2002). [V.E.]
AMERICAN PSYCOSIS
Nella moderna letteratura horror (e nel cinema, nella televisione) la figura del serial killer sembra avere completamente soppiantato i mostri metafisici del buon tempo che fu. Un intero filone, solo in parte coincidente con il cosiddetto splatterpunk, propone assassini psicotici di fronte ai quali lo stesso Hannibal Lector impallidisce. Non si tratta, a ben guardare, di una rivisitazione delle tematiche esplorate decenni fa da Robert Bloch, in romanzi a giusto titolo memorabili. Per lo più i risvolti psicologici sono scomparsi o si sono fatti marginali: al centro delle storie stanno ora le inenarrabili atrocità compiute dal mostro, che è tanto più mostro quanto più le sue azioni appaiono insensate. Una sorta di grottesco insetto omicida acquattato nelle pieghe della società, e destinato a essere, più che neutralizzato, schiacciato (quando il romanzo o il film hanno un "lieto fine").
Non avrei eccessive obiezioni a questo genere di narrativa e di cinematografia, che talora ha persino pretese di critica sociale, se non vi ravvisassi un rischio di oggettiva sintonia con alcune delle tendenze più odiose scaturite dalla pensée unique (per dirla con Ramonet) oggi dominante: la rinuncia a ricercare le cause dei comportamenti, la rivalutazione della biologia con parallela svalutazione della psicologia, l’individuazione del deviante quale gratuita anomalia segnata da colpe misteriose e unicamente proprie (come la povertà nell’ideologia protestante).
L’eliminazione sanguinosa del “mostro” che spesso conclude quel genere di storie mi sembra allora collegarsi assai bene ai meschini trionfi del cognitivismo e del comportamentismo (uniche scuole psicoterapeutiche ancora considerate a livello accademico), al ritorno in grande stile della psichiatria scientista, alla reintroduzione dell’elettroshock nelle cliniche, alle disquisizioni su supposte origini chimiche o genetiche della schizofrenia. Se così fosse ci troveremmo di fronte a una letteratura e a una cinematografia spaventosamente reazionarie, che solo la confusione intellettuale degli anni ‘90 permette di scambiare per progressiste.
Perché risulti più chiaro ciò che certe semplificazioni rischiano di oscurare, ripercorrerò la vicenda autentica di uno dei più allucinanti assassini psicopatici dei nostri tempi. Nella speranza che il lettore si chieda, alla fine della lettura, se la nozione di “mostruosità” possa davvero essere usata con leggerezza, nella fiction come nella realtà.
1. ZAROFF
"Nessuno ha mai saputo spiegare perché regolarmente, periodicamente, in questa nazione si alza un folle per compiere una strage di gente, se non innocente come i bimbi di Erode, certo incolpevole e spesso sconosciuta al suo uccisore. Duemilacinquecento persone l'anno cadono morte nei parcheggi di supermercati, vittime di violenze che non hanno nemmeno il pretesto della rapina, del raptus sessuale, della droga. Uccise così, da una mano ignota e indifferente come il fulmine che incenerisce il viandante nel bosco" . (1)
Si firmava Zodiac. Amava fregiare le proprie missive con una croce sovrapposta a un cerchio quella che viene comunemente definita "croce celtica", sprovvista però, in questo caso, di qualsiasi significato politico. Operava in prevalenza nei dintorni di San Francisco, e comunque nella Bay Area californiana. Rivendicò sei omicidi, ma gliene furono attribuiti quarantanove.
L'esistenza di Zodiac, uno dei più inquietanti assassini della storia criminale statunitense (che, pure, ne annovera parecchi), diviene nota al pubblico il 1° agosto 1969, allorché alcuni quotidiani di San Francisco e Vallejo ricevono un messaggio di questo tenore:
"Caro direttore, qui è l'assassino dei due ragazzi di Lake Herman, lo scorso Natale, e di quella ragazza del 4 luglio presso il campo di golf di Vallejo. Per provare che li ho uccisi io, elencherò alcuni fatti che solo io e la polizia conosciamo".
Segue una descrizione della dinamica dei tre omicidi rivendicati e dei proiettoli usati. La missiva cui è allegato un messaggio cifrato apparentemente incomprensibile - si chiude con una gelida minaccia:
"Voglio che stampiate questo messaggio cifrato sulla prima pagina del vostro giornale. Nel messaggio è la mia identità. Se non stamperete il messaggio cifrato entro il pomeriggio di venerdì 1° agosto 1969, venerdì notte farò una scorribanda di omicidi. Mi aggirerò per tutto il fine settimana ammazzando gente sola nella notte, poi mi sposterò e ucciderò ancora, fino ad ammazzare una dozzina di persone prima della fine del week-end" . (2)
Nell'estate del 1987 le autostrade della Bay Area sono teatro di un'inquietante epidemia. Dopo che un banale litigio tra automobilisti è sfociato in una sparatoria, l'abitudine di guidare con la pistola nel cruscotto o col fucile sul sedile laterale dilaga, e con essa dilaga la "moda" di far fuoco sulle altre autovetture con pretesti labili o, più sovente, senza ragione apparente .(3)
Lucenti pistole automatiche, carabine a canna mozza, pesanti fucili a pompa iniziano a essere quotidianamente scaricati con fragore sul guidatore malaccorto, sull'impiegato al ritorno dall'ufficio, sui bambini che fanno boccacce dal lunotto posteriore della vettura familiare, coprendo le autostrade che circondano Los Angeles di frammenti di vetro e di chiazze di sangue.
La polizia, impotente, si limita ad accorrere sul luogo delle sparatorie quando queste si sono già concluse, e ad arrestare sporadicamente qualche aspirante assassino colto sul fatto. Chi si incarica realmente di riportare ordine sono invece i Guardian Angels, l'incrocio di "guerrieri" e "giustizieri della notte" che veglia sulla metropolitana newyorkese, ormai presenti con sezioni locali in tutte le principali città statunitensi. Ma la gang interviene quando ormai il fenomeno è in fase di spontaneo esaurimento. L'estate degli automobilisti omicidi si chiude con un bilancio di due morti e di una trentina di feriti.
Va rilevato il risvolto "sportivo" di questa esplosione collettiva di ferocia, ben leggibile nella tenuta da cacciatore esibita da uno dei rari sparatori catturati: Berretto, giaccone a quadri, stivali modello anfibio, carabina a pallettoni, oltre alla folta barba che spesso, negli Stati Uniti, connota i professionisti dell'arte venatoria. Elementi che richiamano alla mente un nome - Zaroff - e il titolo di un polveroso classico del cinema dell'orrore, The most dangerous game.
" - Nella mia ansia di assoluto mi sono chiesto quali fossero le qualità di una preda ideale. La risposta esatta naturalmente era questa: la preda ideale deve avere coraggio, astuzia, ma soprattutto discernimento - .
- Ma non esistono animali capaci di discernimento - obiettò Rainsford.
- Mio caro - scandì il generale - sì che ce n'é uno! - " . (4)
Allorché due coniugi appassionati di crittografia riescono a decifrare il messaggio allegato da "Zodiac" alla lettera del 1° agosto 1969, l'identità della "preda più pericolosa", dell' "animale capace di discernimento", emerge con delirante evidenza:
"Mi piace uccidere la gente perché è così divertente. E' ancora più divertente che uccidere selvaggina nella foresta, perché l'uomo è l'animale più pericoloso. Uccidere qualcosa mi dà l'esperienza più elettrizzante" . (5)
In effetti, uno dei crimini rivendicati da Zodiac con la lettera citata - l'assassinio immotivato dei giovani Faraday e Betty Jensen, abbattuti a colpi di pistola presso Vallejo, in località Lake Herman, il 20 dicembre1968 - ha caratteristiche che richiamano alla mente il rituale della caccia. Come avverrà in altre occasioni, Zodiac non uccide subito entrambe le vittime, ma consente a una di esse - Betty Lou - di fuggire per un tratto, lanciandosi poi all'inseguimento e colpendola in corsa (6) . Operazione resa ancor più agevole dall'aver fissato all'arma una piccola lampadina elettrica, irraggiante un cerchio luminoso al cui centro il bersaglio non ha scampo.
Ma il rituale della caccia ritorna anche nel secondo crimine rivendicato da Zodiac: l'assassinio di Darlene Ferrin, consumato presso un campo di golf nei dintorni di Vallejo il 5 luglio 1969. Darlene è in macchina con un amico quando si accorge che una vettura li sta seguendo. Accelera, infila strade laterali, cambia ripetutamente direzione. Tutto è inutile, l'inseguitore non li perde di vista. Infine i due giovani si arrestano in un parcheggio sovrastante il campo di golf, al margine di un gruppo d'alberi. L'altra macchina sosta a sua volta per qualche minuto, poi riparte.
Poco dopo ricompare. Ne scende un individuo massiccio, con un berretto di tipo militare. In mano regge una torcia elettrica e una pistola. Si accosta ai due giovani, che credono si tratti di un poliziotto, e li crivella di colpi. Darlene muore subito, l'amico rimane gravemente ferito. L'individuo massiccio torna alla sua vettura e si allontana (7).
"Sunnyvale (California), 16 febbraio 1988. "Sono le 14.30 quando Richard Farley fa irruzione nella sua sede della Es1 Inc. (...) Qualche minuto prima l'uomo ha lasciato il malandato bungalow alla periferia della città californiana, in cui da qualche tempo abita solo. Con il suo camper arriva a poca distanza dalla Es1. Prende il fucile e la carabina che gli serviranno per la strage. (...) L'omicida fa capire ben presto le sue intenzioni: appena varcato l'ingresso della società si mette a sparare all'impazzata contro uscieri e impiegati. (...) Il raid continua al secondo piano, dove decine di persone stanno lavorando ignare della tragedia che si è già consumata a pochi metri dai loro tavoli di lavoro. Fucile a pompa in una mano e doppietta nell'altra, Farley prosegue l'allucinante tiro a segno, questa volta lasciando sul pavimento quattro corpi senza vita. Altre cinque persone restano ferite, anche in maniera grave" (8) .
La caccia. Richard Farley agisce da cacciatore, così come gli assassini dell'autostrada, così come Zodiac. Ma qual è il senso della caccia, quando non sia finalizzata alla sopravvivenza? E' uno solo, ma duplice: dimostrare la propria abilità (da cui l'esigenza di avere vittime non del tutto sprovviste di capacità difensive) e, al tempo stesso, manifestare la propria superiorità sulla preda, sottomettendola, soggiogandola, facendone quel che più aggrada.
Zodiac, nel messaggio cifrato del 1° agosto '69, manifesta quest'ultima tensione formulandola in chiave mistica:
"La cosa migliore è che quando morirò rinascerò in paradiso (paradice) e coloro che ho ucciso diventeranno miei schiavi. Non vi dirò il mio nome perché tentereste di fermarmi e di impedirmi di collezionare schiavi per l'oltretomba" (9).
C'é da dubitare che l'assassino creda davvero in ciò che scrive. Il suo sembra piuttosto un modo per intorpidire le acque, per rendere indecifrabile la propria identità nel momento stesso in cui sembra rivelarla. Zodiac ama "giocare" e in ciò, come si vedrà, risiede buona parte della sua sintomatologia psicotica.
Sta di fatto che l'idea della "schiavitù" delle vittime, nell'oltretomba o meno, della loro inferiorità dimostrata dal fatto stesso della cattura e della morte, è connessa ai significati della caccia praticata senza altri fini utilitari se non quello di mettere alla prova le proprie doti di astuzia, abilità e coraggio.
L'impostazione estremista di simile filosofia risalta, anche in questo caso, dalle parole del predecessore letterario e cinematografico di Zodiac, il generale Zaroff:
"Il mondo si suddivide in due categorie: deboli e forti. I deboli sono stati messi al mondo per il piacere dei forti. Io sono un forte. Perché non dovrei utilizzare il mio talento? E poi che caccio in fondo? La feccia! Marinai, avventurieri, negri, cinesi, bianchi, meticci" (10).
La reificazione della preda. E' questo il fine ultimo della caccia. Fare della preda una cosa, un corpo, che il cacciatore potrà mangiare (se la vittima è un animale), uccidere, allevare, usare come strumento di lavoro o strumento di piacere (11). Qualcosa che procura comunque benessere, gratificazione, senso di potenza (12) . E ciò al termine di una competizione che ha visto cacciatore e preda quasi ad armi pari, o comunque dotati della stessa astuzia, della stessa capacità reattiva.
Naturalmente si tratta di una parità fittizia, allestita a beneficio del cacciatore. La distanza tra quest'ultimo e la vittima è già abissale prima che la caccia cominci. Si tratti di un animale o di un appartenente alla "feccia" cara a Zaroff, la reificazione è già operante prima che la battuta abbia inizio.
Esiste sempre un vantaggio che il cacciatore si prende, materiale (il possesso delle armi) o sociale. Ma non potrebbe esserci caccia se la preda fosse un bersaglio inanimato, o un essere privo di moto. Occorre che il cacciato abbia capacità dinamiche, un'intelligenza almeno embrionale, elementari possibilità difensive. E' già "cosa", ma cosa viva, non ancora oggetto. Scopo della caccia è trasformare la "cosa" vagamente raziocinante in oggetto, l'animale in minerale, l'uomo inferiore in animale. O in schiavo, da cui trarre piacere nel paradice.
Ma la caccia può non essere confronto tra due individualità, di cui una reificata o condannata alla reificazione. La storia statunitense dimostra che essa può avere luogo tra etnie, gruppi sociali, comunità - con uno dei due poli maggioritario o economicamente sovraordinato, e comunque dotato del vantaggio iniziale che connota sempre il cacciatore.
Riferisce Sidney Willhelm che era forma di svago, per i coloni bianchi della seconda metà dell'Ottocento, uscire a caccia di pellirosse "come divertimento per rallegrare le domeniche e gli altri giorni festivi", avendo cura di usare contro i bambini revolver calibro 38 invece che calibro 56, onde non ridurne il corpo a brandelli (13). Altri gruppi etnici, ideologici o sociali sono stati, fino alle epoche recenti, oggetto di battute di caccia collettive improntate a un'allegria altrettanto sinistra, dai neri ai cinesi, dai sindacalisti ai comunisti, dai disoccupati ai vagabondi (14).
Il numero attenua l'ineliminabile senso di colpa che consegue all'abbattimento delle prede. Esso non è tuttavia sufficiente a eliminarlo del tutto. Perché ciò accada, perché ogni remora morale venga meno, occorre che l'essere braccato venga preventivamente reificato, alla luce di un'ideologia, o meglio ancora di una mistica, che provveda essa stessa alla distribuzione delle parti nel gioco crudele che sta per aver luogo. Il tentato sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale ne è solo uno degli esempi.
Una superiorità che è tale per antonomasia (il forte è superiore per autoinvestitura); un'inferiorità che si traduce in colpa qualora il debole si sottragga alle regole prestabilite dal forte, ai ruoli obbligati (il debole è inferiore per investitura). Tradurre in colpa la debolezza dell'inferiore, l'inferiorità del debole, è ciò che annulla il senso di colpa del "forte". Il tutto in un contesto normativo che il cacciatore stesso ha creato, per suo esclusivo diletto e sollievo, in un delirio di autoriferimento dal quale il punto di vista della preda è rigorosamente escluso.
E' Zaroff che crea la "feccia", e ciò al fine di poterla cacciare.
Il riferimento a Zaroff, sotto forma di un coltellaccio di fattura particolare, simile a quello usato dal mostro in The most dangerous game, riappare in un ulteriore delitto di Zodiac, commesso a Lake Berryessa il 27 settembre 1969. Oltre al coltello che gli pende al fianco, Zodiac indossa per l'occasione un ampio cappuccio nero dalla sommità piatta, simile per foggia a un grande sacchetto di carta. Sul petto ha disegnato una croce celtica con vernice arancione.
Due studenti - Cecilia Ann Shepard e Bryan Hartnell - stanno conversando su una stretta penisola che si allunga sul lago. Zodiac scivola tra gli alberi e ne emerge con una pistola in pugno. Spiega di essere evaso da un carcere e intima ai due giovani di consegnargli il portafoglio. Poi costringe la ragazza a legare l'amico e, terminata l'operazione, la lega a sua volta, adagiando i due corpi sul ventre.
A questo punto, pronuncia con voce inespressiva una sola frase: "Dovrò pugnalarvi, gente". Col lungo coltello trafigge ripetutamente la schiena del giovane, poi, quando lo crede morto, colpisce con eguale furia la ragazza. Dopodiché si allontana senza fretta. Prima di lasciare la scena dell'omicidio (solo il giovane sopravvivrà) incide sulla macchina delle vittime la croce celtica, le date dei delitti di Vallejo e quella dell'ultimo crimine, aggiungendovi la precisazione "col coltello" (15).
La consueta lettera di rivendicazione dell'assassinio giunge diciassette giorni dopo, ma è prevalentemente riferita a un ulteriore delitto di Zodiac: l'uccisione a freddo del taxista Paul Lee Stine, consumata ai margini di un parco di San Francisco l'11 ottobre 1969, in una zona frequentata e davanti agli occhi esterrefatti dei partecipanti a un party.
"E' Zodiac che parla. Sono l'assassino del taxista tra Washington Street e Maple Street, la notte scorsa, per provarlo qui c'é un brandello insanguinato della sua maglietta. Sono lo stesso uomo che ha fatto fuori la gente a nord della Bay Area (il riferimento è al delitto di Lake Berryessa). La polizia di San Francisco avrebbe potuto catturarmi se avesse setacciato con cura il parco, invece di correre su e giù in motocicletta facendo un sacco di rumore".
La conclusione del messaggio è grottesca e terrificante a un tempo:
"Gli scolaretti sono un ottimo bersaglio. Penso che prenderò di mira un autobus scolastico, uno di questi giorni. Sparerò sull'autista e ucciderò i bambini man mano che salteranno giù dall'autobus" (16) .
La minaccia di una strage degli innocenti - come anche l'assassinio del taxista - rivela una caratteristica che sembra differenziare Zodiac da altri serial killers come Henry Lee Lucas o Ted Bundy. Nei suoi delitti e nelle sue fantasie crittografiche la componente sessuale non pare a tutta prima evidente. Egli manifesta piuttosto una voluptas necandi allo stato puro, da cui si direbbe tragga la completa soddisfazione dei propri istinti ("uccidere qualcosa mi dà l'esperienza più elettrizzante"). Il fatto è che Zodiac ha completamente erotizzato la propria aggressività (vedremo poi perché), facendo dell'uccidere l'oggetto specifico della libido, senza necessità di ulteriori stimoli.
Ciò rende in fondo il personaggio più inquietante di altre figure di psicotici la cui devianza sessuale è maggiormente evidente: sia perché suo bersaglio può essere veramente chiunque, sia perché la genericità del suo movente - trarre soddisfazione dall'uccidere - incrina il diaframma che separa il "mostro" da altre categorie di persone apparentemente meno malate e considerate rientranti, sia pure di misura, nei limiti elastici della "normalità".
Più chiaramente, se il connotato identificativo di Zodiac è il piacere che ricava dallo spegnere vite umane, egli non si differenzia qualitativamente dai cowboys che uccidevano per svago domenicale i piccoli pellirosse, o dai tiratori dilettanti delle autostrade californiane. O da altri tipi ancora di assassini senza necessità. Se Scorpio è malato, l'ispettore Callaghan lo è altrettanto.
"Il fatto è accaduto a Denver, Colorado. Protagonista un giovane americano che cerca di sfuggire alla caccia della polizia dopo aver compiuto una rapina in banca e aver colpito a morte un poliziotto. (...) Le immagini si susseguono: l'uomo senza nome continua a scappare portando una borsa sotto il braccio, bottino della rapina. Lascia la sua macchina dopo un incidente, ne blocca un'altra e obbliga lo sventurato guidatore a seguirlo nella folle fuga (...) La macchina viene bloccata e circondata da uomini in borghese e in divisa. Esplodono i primi colpi e l'ostaggio viene fatto scendere dalla vettura con il consenso dell'uomo-rapinatore. Meno male, tiriamo un sospiro di sollievo, la caccia è finita. Ma non è così. Il poliziotto con in mano un fucile fredda spietatamente il malcapitato, che si è ripiegato su se stesso, dentro la macchina (...) Esecuzione sommaria. E poi in Colorado non esiste già per legge la pena di morte? Si è trattato unicamente di accelerarne i tempi" (17).
Se qualche riga più sopra ho nominato l'Ispettore Callaghan (Callahan negli Usa), moderno mito statunitense, non è accidentalmente. Girando nel 1971 Dirty Harry (in Italia, Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo), Don Siegel si ispira direttamente ai crimini di Zodiac. La lettera lasciata da Scorpio sul luogo di un delitto, che appare nelle prime immagini del film, è una fedele riproduzione di quelle scritte dal vero assassino ai giornali di San Francisco. Lo svolgimento della storia è però differente (Scorpio appare tra l'altro meno temibile di Zodiac), e tende ad affermare la legittimità, per l'Ispettore, di fare giustizia del "mostro" senza troppe pastoie burocratiche. Esattamente come il suo anonimo collega - reale - del Colorado.
La pellicola mette dunque in scena due cacce parallele: quella dell'Ispettore all'assassino e quella di Scorpio-Zodiac alle sue vittime. Per entrambi la preda non è una persona, ma un corpo; per entrambi scopo della caccia è disporre a piacimento della "selvaggina" catturata. Infine per entrambi, conseguito il successo, valgono le parole pronunciate in tribunale da un famoso mass murderer, Edmund Kemper III: "Era una specie di sensazione di trionfo, come sarebbe per un cacciatore prendere la testa di un cervo, di un alce o di qualcosa del genere. Io ero il cacciatore, loro le mie vittime" (18).
Se l'Ispettore Callaghan, o il poliziotto carnefice di Denver, non sono considerati moralmente alla stregua dei loro avversari, è perché sono assassini sociali. Legittimati, cioè a uccidere dal fatto che la preda è stata socialmente colpevolizzata, e dunque reificata senza appello.
Harry Callaghan, il poliziotto di Denver o Bernard Goetz, il "giustiziere" della metropolitana di New York (19), non sono in fondo che i procuratori, gli agenti di un cacciatore collettivo, rappresentato dalla società nelle sue espressioni culturali dominanti. Essi eseguono una condanna che è già stata socialmente pronunciata, e che consegue a una colpevolizzazione totale del deviante, così tradotto da persona in corpo.
Ma già sappiamo che il processo di colpevolizzazione-reificazione persegue l'effetto di liberare dai sensi di colpa il "cacciatore" - sensi di colpa inestricabilmente connessi a ogni spegnimento di vita. Se ciò avviene in termini relativamente semplici in caso di "partita a due", il problema è più complesso quando il cacciatore é, in realtà, un'entità collettiva. Occorre, in quel caso, che la colpevolezza della preda sia socialmente percepita come fuori discussione, sia non estensibile ad altri e non rapportabile a cause sociali - che farebbero riemergere nel cacciatore collettivo le remore che intende sopire.
Cause sociali dirette o indirette però esistono nella generalità dei casi. Diviene allora dovere-necessità atrofizzare la capacità percettiva sociale, emarginando le cause esterne alla preda e valutando quest'ultima solo in base ai suoi comportamenti individuali, collocati a forza nella sfera del libero arbitrio. Bisogna cioè, come Zaroff, creare la "feccia" per meglio cacciarla. E la feccia si crea negando una motivazione al suo agire che non sia strettamente personale.
E' facile avvertire, in questo schema, nitide risonanze dei connotati colti da Weber nell'etica protestante: responsabilità non attenuabile da giustificazioni, perdizione o salvezza già scritte da Dio leggibili nella "sintomatologia" esteriore, connessione causale tra colpa e situazione di svantaggio (20).
La legittimazione del cacciatore e la colpevolizzazione della preda discendono dal radicamento, nella cultura statunitense, di una concezione che cristallizza entrambi nel proprio ruolo, senza curarsi di rilevare le cause sociali delle reciproche posizioni.
La preda è preda perché ha meritato di esserlo, e è anzi nata preda; così come il povero è povero perché lo ha meritato. Etica puritana e etica capitalistica, di cui la cultura statunitense è impregnata, rifiutano congiuntamente nessi causali riferiti alla globalità sociale, ammettendo i quali crollerebbe l'intera weltanschauung gerarchica alla cui luce contemplano l'esistenza umana.
Ma ciò rimanda a un più remoto passato europeo, e per la precisione anglo-tedesco, nel quale, secondo priorità genetiche invertite rispetto all'interpretazione weberiana, l'estendersi del modo di produzione capitalistico impose l'adozione di criteri etici che legittimassero il ricco, il dominatore, il vincente, e nel contempo colpevolizzassero il povero, il subordinato, lo sconfitto, onde eternare con saldi puntelli ideologici la società che stava prendendo forma (21).
E' in Inghilterra, in Germania, in Svizzera che per la prima volta si condensa quell'humus ideologico-morale, atrocemente semplicistico, che, negando le coazioni esteriori e le determinazioni sociali, esalta il vincitore in quanto tale e condanna il perdente perché è tale - concedendo al primo una disponibilità quasi illimitata sul corpo del secondo, e riservando a quest'ultimo, nella sua veste di forza-lavoro, moderne forme di schiavizzazione. Lo stesso humus che, scioltosi il liquame, attraversa l'oceano, tocca le coste statunitensi, le scavalca con amplificata forza d'urto e penetra capillarmente nella società americana, innescandovi ulteriori semplificazioni morali e culturali che nell' "era Reagan" avranno la loro apoteosi.
In quel liquame nuota il mass murderer, l'assassino incomprensibile, l'omicida senza causa e senza movente. E vi nuota sia come rozza proiezione di una società violenta che non vuole ascoltare le ragioni delle sue vittime, sia come vittima a sua volta dell'occlusione percettiva di chi rifiuta di interrogarsi sul perché, e aspira solo a seppellire un corpo con il suo carico di interrogativi irrisolti.
In Inghilterra o in Germania quest'uomo - sintesi di ogni devianza, individuale o sociale - si chiamava Jack the Ripper o Mostro di Düsseldorf. Negli Stati Uniti si chiama Zodiac, americano quanto la Statua della Libertà (22).
2. HELTER SKELTER
"Gioventù di Manson, noi siamo gioventù di Manson,
E siamo in libertà...
Ci siamo cancellati dal vostro mondo,
Nulla da spiegare dove nessun senso ha senso.
Siamo i figli di Charlie, non avete difesa...
Nessun luogo dove fuggire, dove battere.
Ricchi porci, preparatevi a morire.
Guardatevi alle spalle, fate meglio a stare in guardia,
Avete un buon motivo per essere terrorizzati.
Siamo la gioventù di Manson, siamo dovunque,
E odiamo tutto ciò in cui credete".
Genocide, Manson's Youth, 1982
Zodiac commette il primo crimine di cui si ha notizia quando è, con tutta probabilità, ancora giovanissimo. Lo si scopre nell'ottobre del 1970, allorché un lettore di Riverside segnala al San Francisco Chronicle che Zodiac potrebbe essere stato l'autore dell'assassinio di una studentessa del luogo, Cheri Jo Bates, commesso il 30 ottobre 1966. La ragazza era stata attesa all'uscita di una biblioteca e quasi decapitata con un coltello.
Le immediate indagini fanno emergere dettagli dimenticati. L'omicidio era stato a suo tempo rivendicato con una lettera in cui l'autore ne svelava i dettagli raccapriccianti, esordendo con le parole "Non è la prima e non sarà l'ultima". Seguiva un bizzarro invito alla cittadinanza a non lasciar circolare sole sorelle, figlie e madri.
"Io non sono malato", precisava l'omicida, "Sono pazzo. Ma ciò non arresterà la partita. Questa lettera dovrebbe essere pubblicata perché tutti la leggano. Potrebbe salvare quella ragazza sul viale. Ma questo è affar vostro. Resterà sulla vostra coscienza. Non sulla mia" (23).
Mesi dopo, nella biblioteca dell'Università di Riverside era stata trovata incisa su un tavolo un'allucinante poesiola, in cui qualcuno "stanco di vivere, non desideroso di morire", preannunciava in termini cruenti un imminente delitto sessuale.
L'odio per la vittima designata - forse seduta a un altro tavolo mentre l'uomo scriveva - era evidente. La calligrafia era la stessa poi conosciuta come quella di Zodiac.
Sembra probabile che, all'epoca dell'uccisione di Cheri Jo, Zodiac fosse un coetaneo della ragazza, forse un compagno di studi. Infatti, nella lettera di rivendicazione, egli sostiene di averla uccisa per punirla dei ripetuti dinieghi da lei ricevuti. Quest'ultimo dettaglio appare però di scarsa credibilità. Convince di più l'ipotesi che Zodiac l'abbia assassinata per "punire" in lei la propria impossibilità a tentare un qualsiasi approccio. Ma tornerò sulla questione.
Sta di fatto che il giovane Zodiac è ancora un omicida sessuale del tipo più tristemente consueto. Parla già dell'assassinio come di un game, ma ancora non è giunto a erotizzare l'atto dell'uccidere fino al punto di scegliere vittime indifferenziate per sesso e per età. A Riverside siamo ancora nella "fase" delle giovani donne, venata dagli spunti moralistici che spesso connotano questo tipo di crimine. La fase successiva è quella dell' "esecutore" indiscriminato, ebbro della propria onnipotenza e della propria inafferrabilità.
"Posso garantire che per un poliziotto non esiste incubo peggiore di quello di dover trovare un assassino che uccide per pura sete di sangue. E' un tipo completamente diverso dell'omicida che uccide una sola volta. Questo è ossessionato e terrorizzato dall'atto commesso, mentre il primo, al contrario, a ogni nuovo delitto diventa più audace, più sicuro di sé, più astuto. Egli, diversamente dagli altri assassini, non vede in sé uno strumento di fatalità, ma si considera un arbitro del destino e uno sterminatore di diritto. Finché è in libertà, nessuno può sentirsi sicuro" (24).
Sono parole di Mattias Eynck, capo della squadra omicidi di Düsseldorf nel 1956 e autore della cattura di uno dei vari "mostri" che, in epoche diverse, hanno insanguinato quella città. La sua diagnosi trova in Zodiac una verifica esemplare. Nei primi mesi del 1970 la sfrenata sensazione di invulnerabilità del serial killer di San Francisco si dilata a dismisura, trovando espressione in una fitta sequela di messaggi inviati ai quotidiani locali e a singole autorità.
In uno di essi Zodiac comunica il proprio nome in lettere cifrate (ma la decifrazione del codice fornirà il nominativo di un redattore del Chronicle, Herb Caen); in un altro compone una sfilza di macabre strofette, da cantarsi sul leit motiv di una commedia musicale di successo; in altri ancora sfida la polizia, rivendica nuovi crimini (alcuni dei quali sicuramente commessi da altri), si produce in scherzi grotteschi, divaga insensatamente.
Il linguaggio impiegato è talora gergale, talaltra discretamente ricercato. Frequenti sono le scorrettezze ortografiche, di cui la più reiterata è la deformazione di paradise in paradice. Gli inquirenti congetturarono in merito che si tratti del riflesso grafico di una particolare pronuncia, e vagliano le diverse cadenze dialettali per determinare la provenienza geografica di Zodiac.
Azzarderei un'altra spiegazione, alla luce della propensione dell'assassino per i giochi di parole e della sua necrofilia. Dice, dadi, ha per singolare die, che significa "dado" ma anche "morire". Sostituendo dise con dice, Zodiac intende forse introdurre nel proprio "paradiso" un riferimento alla morte. Paradice, paradiso di morte. Sarebbe in linea con il suo carattere.
L'espressione ritorna in una cartolina augurale inviata il 27 ottobre 1970, incrociata con la parola slaves e attorniata dalla frasi by fire, by knife, by gun, by rope. La cartolina, contrassegnata da una croce celtica, da una Z e da un disegno indecifrabile, raffigura uno scheletro ridente che augura "Happy Halloween" (25).
"Notte di fuoco, in senso letterale a Detroit, dove sei famiglie sono rimaste senza casa per gli incendi appiccati nella baldoria incendiaria che, come d'abitudine, esplode nella 'notte del diavolo', quella che precede Halloween. (...) Da decenni la notte che precede Halloween viene chiamata e celebrata a Detroit come la 'notte del diavolo', ma fino al 1980 le 'diavolerie' erano rimaste piuttosto inoffensive: suonate alle porte con successiva fuga, finestre imbrattate e così via. Poi, nell' '80, i primi fuochi. La mania incendiaria prese però veramente piede solo nell' '83 quando, solo nella 'notte del diavolo', furono appiccati 650 fuochi" (26).
Una sinistra vena goliardica sembra connotare sempre più il comportamento di Zodiac, via via che i mesi passano senza che la polizia riesca a catturarlo. Il tono delle sue missive è di volta in volta sarcastico ("Mi sento terribilmente solo quando vengo ignorato. Tanto solo che potrei fare la mia Cosa!!!"), piagnucoloso ("Vi chiedo questo, aiutatemi per favore. Non posso cercare aiuto perché la cosa che è in me non mi lascerà!"), capriccioso ("Mi piacerebbe vedere in giro per la città qualche bel distintivo di Zodiac... Mi lusingherebbe considerevolmente se vedessi un sacco di gente che porta il mio distintivo").Si rarefanno, invece, le rivendicazioni dei crimini commessi (l'ultima è quella relativa all'aggressione, avvenuta il 22 marzo 1970, a una donna incinta e a una bambina di pochi mesi, sfuggite fortunosamente all'omicida) (27). Del resto, fin dal novembre 1969 Zodiac aveva preannunciato l'adozione di una diversa linea di condotta: "Sono piuttosto arrabbiato con la polizia per le menzogne che dice su di me. Così cambierò la mia maniera di collezionare schiavi. Non farò più annunci a nessuno. Quando commetterò i miei omicidi, sembreranno normali rapine, uccisioni dovute a collera, falsi incidenti, ecc. La polizia non mi prenderà mai, perché sono troppo intelligente per lei" (28). In effetti da allora in poi, salvo rare eccezioni, Zodiac limita le proprie comunicazioni ai messaggi burleschi, indicando però sempre, a fondo pagina, il numero degli omicidi che sostiene di aver commesso fino a quel momento. Nell'ultima comunicazione di questo tipo, giunta ai giornali il 30 gennaio 1974, la cifra è di 37. Impossibile dire se si tratti di un'esagerazione o di un dato affidabile. Il numero dei serial killers in circolazione in quel periodo è così elevato che risulta difficile attribuire il singolo crimine all'uno o all'altro. E anche i messaggi di Zodiac cessano di costituire un indizio sicuro allorché l'ispettore di polizia che indaga sul caso, David Toschi, viene accusato di essere l'autore di uno di essi, a fini di autoincensamento. E così Zodiac si dissolve. Ma non nel nulla. Egli evapora nella folla dei mass murderers, dallo "Strangolatore di Hillside", al "Figlio di Sam", al "Vampiro di Sacramento", mentre un poliziotto gli contende l'identità (confermando la sostanziale similitudine tra Callaghan e Scorpio) e gruppi di giovani animano la notte di Halloween incendiando abitazioni scelte a caso. Scompare, cioè, soverchiato da uno Zodiac collettivo che dilata la propri ombra su un'intera società.
Ma è giunto il momento di interrogarsi sulla personalità di Zodiac, sulla natura della sua peculiare psicosi e sulle cause di quest'ultima. Abbozzare una biografia del "mostro" è meno difficile di quanto si possa pensare, anche in assenza di qualsiasi dato anagrafico. Il percorso che conduce alla sociopatia, se si rinuncia alle semplificazioni imbecilli cui ci sta abituando l'odierna psichiatria "biologica", segue infatti binari abbastanza rigidi (29).
All'origine c'é la famiglia (30) . Una madre invadente e un padre assente, oppure un clima generale di violenza, disamore ed estraneità, attivano nel bambino che un giorno chiamerà se stesso "Zodiac" spontanei meccanismi di difesa, destinati nel suo caso a sfuggire a ogni controllo. Fin dai primi anni di vita egli, vittima e non ancora carnefice, apprende a temere il prossimo e a tentare di evitarne le aggressioni fisiche e psicologiche, limitando il più possibile i contatti con l' "altro".
E' un bambino chiuso, diffidente in forma esasperata, propenso a isolarsi, dominato da un costante desiderio di non farsi notare. La famiglia gli ha insegnato che qualsiasi abbassamento di guardia può significare una violenza fatta al suo corpo o, soprattutto, ai suoi pensieri, alla sua individualità. Meglio la solitudine, meglio la mancanza di comunicazione: solo nel più radicale isolamento egli riesce a trovare la propria libertà e un lenimento alle sofferenze che gli sono inflitte.
Perché Zodiac soffre. Non solo per i tentativi di "rubargli i pensieri" cui si sente sottoposto, ma anche perché coltiva al proprio interno una carica di affettività che è impotente a esternare. Ciò causa in lui un accumulo di aggressività. Quando guarda i coetanei dedicarsi a giochi di gruppo cui è impossibilitato a partecipare, i suoi occhi sono pieni di rancore, di invidia, di frustrazione.
Fin qui, la patologia è ancora di là da venire. Il bambino ha semplicemente maturato una "personalità schizoide", incrinata e tuttavia suscettibile di ogni evoluzione, incluse quelle positive (31). Ma la violenza (ripeto, anche solo morale) subita dal piccolo Zodiac dev'essere ben grande, se gli spontanei meccanismi di difesa che agiscono in lui divengono rapidamente meccanismi impazziti, fonti essi stessi di sofferenza.
Alle soglie della pubertà Zodiac è già un borderline, pericolosamente affacciato sull'abisso della schizofrenia. Forse una situazione traumatica che si protrae nel tempo, forse la semplice perpetuazione delle condizioni familiari e sociali all'origine delle sue turbe, fanno sì che egli compia il passo successivo. Per quanto le apparenze esteriori della normalità si incrinino appena, dentro Zodiac si spalanca uno spaventoso vuoto emozionale che recide anche gli ultimi legami col mondo esterno - e ciò proprio nell'età puberale, quando la spinta alla socialità si manifesta con maggior vigore. In quel vuoto i riflessi di ciò che sta fuori giungono alterati, reinterpretati, deformati come da uno specchio ondulato.
Barlumi di rancore per ciò che avrebbe voluto e non ha potuto ottenere, ma che nemmeno può più identificare, si succedono a eccessi di odio e di cosmica paura - il tutto sovrastato da un sentimento di onnipotenza che è il portato diretto dell'autarchia prima carezzata, poi subita, e ora semplicemente vissuta. Ma anche la percezione che Zodiac ha di se stesso ha ormai sfumato i suoi contorni, essendo il processo di individuazione un processo sociale (32).
Ne risulta una creatura pietrificata in un'angoscia inimmaginabile, la cui intelligenza non è compromessa (anzi, è forse acuita), ma i cui rapporti col mondo sono sistematicamente distorti. L'impossibilità di sfogare all'esterno gli impulsi emotivi traduce questi ultimi in altrettanti impulsi aggressivi, che altro non sono che un triste succedaneo dei primi. Così la spontanea attrazione per l'altro sesso viene filtrata, in Zodiac adolescente, dall'impotenza a comunicarla, e convertita nella tendenza all'aggressione. Ciò anche perché egli interpreta distortamente la propria paralisi emotiva come una negazione oppostagli dall'oggetto del desiderio, e questo suscita in lui una volontà di vendetta scambiata per rudimentale giustizia.
L'assassinio di Cheri Jo Bates - se è davvero il primo di Zodiac - schiude a questo "strano" giovane la via a insospettate consolazioni. Poiché in lui l'atto dell'aggredire è un sostituto del contatto, poiché l'impulso aggressivo è un surrogato del sentimento, egli ricava dall'omicidio, per la prima volta nella sua vita, lo stesso senso di gratificazione che ad altri darebbe l'avere contatti emotivi e il manifestare i propri sentimenti. Zodiac scopre in tal modo che può anch'egli comunicare, ma solo aggredendo; che, creatura pietrificata, può anch'egli avere rapporti emozionali, ma solo con esseri pietrificati quanto lui nel rigor mortis. Senza contare la soddisfazione supplementare di sentirsi inafferrabile, imprendibile, invisibile, come ha sempre aspirato a essere per eludere l ' "altro" che tanto teme.
Il percorso del sociopatico è da questo momento tracciato. Uccidere è per lui un sostituto dell'eros, o, per meglio dire, una sua diretta espressione. Presto l'oggetto del suo erotismo si fa aspecifico: vittime non sono più solo giovani donne, ma persone di ogni sesso ed età, conformemente al bisogno di Zodiac di poter comunicare con chiunque e alla sua impossibilità di poter comunicare con chicchessia, se vivo.
Allorché in Zodiac la necessità di esprimersi diviene impellente, sia perché la solitudine si fa intollerabile, sia per l'esigenza di affermare la propria superiorità, il messaggio dev'essere il meno diretto possibile. Di qui l'adozione di astrusi codici simbolici, di labirintici sistemi di crittografia al cui centro sta il riverbero di un'identità intricata, o percepita come tale. Pagine e pagine di segni bizzarri in cui una chiave interpretativa rinvia a un'altra, ore di lavoro per allontanare il più possibile l'ipotesi stessa di un contatto diretto, sia pure affidato alla parola scritta.
Nella crittografia adottata da Zodiac è riflessa tutta la tormentata biografia dello schizofrenico, la cui sintesi è affidata al simbolo di cui sono fregiate le missive. Come scopre un collaboratore del Chronicle, divenuto poi il biografo del "mostro", i delitti di questi ricorrono in momenti astrali determinati, la cui raffigurazione zodiacale forma una croce celtica (33). Ancora un messaggio a distanza di un uomo morto dentro, che un'angoscia inenarrabile condanna a circondarsi di cose morte. Le uniche cui possa parlare.
Dicevo che all'origine di tutto è la famiglia. In essa fioriscono i germi delle patologie psichiche che, come quella descritta, si radicano fin dalla prima infanzia, allorché il bambino reagisce come può alle invasioni e alle aggressioni cui la sua personalità è sottoposta. Di conseguenza, il problema del numero esorbitante degli "omicidi senza scopo" che si verificano negli Stati Uniti - fino a poco tempo fa largamente eccedente quello degli episodi analoghi registrati in qualsiasi altro paese - rinvia a un altro problema, e cioè quello del numero altissimo di famiglie statunitensi tanto intimamente malate da generare una gamma di "mostri" di cui l'assassinio sociopatico rappresenta solo l'esempio estremo.
Ma nemmeno questa riformulazione del tema risulta pienamente soddisfacente. Infatti la famiglia, contrariamente a quanto riteneva la scuola psicoanalitica classica, non è mai una monade esaminabile isolatamente. Essa è "determinata dalla classe e dalle strutture sociali", costituendo "un 'agente della società' la cui funzione è di trasmettere il carattere della società al neonato prima che questi abbia neppure un contatto diretto con la società stessa. Questo è frutto dell'allevamento e dell'educazione dei primi anni oltre che del carattere dei genitori che è di per sé prodotto sociale" (34).
E' dunque alla società, e alla maniera in cui modella ai propri fini l'istituto familiare, che occorre volgere lo sguardo per cercare i fattori patogeni all'origine della proliferazione dei serial killers.
Sappiamo che l'affezione di cui questi ultimi sono l'espressione estrema - la schizofrenia in tutte le sue varianti, e in particolare quella paranoide - è, nella più tipica delle sue varie genesi, il portato di una situazione familiare in cui la figura materna deborda e prevarica con un accesso di affetto o con un eccesso di freddezza, mentre la figura paterna è distante ed evanescente (35). Ebbene, proprio questo è il connotato da tempo individuato come centrale nella configurazione della famiglia americana - connotato che nella giornata del Mother's day trova la propria celebrazione, il proprio "triste monumento" (36).
L' "evanescenza" paterna deve però essere assai pronunciata perché l'impostazione matriarcale del nucleo familiare produca nei figli devastazioni gravi quanto la psicosi. Essa deve cioè configurarsi quale assenza o abbandono veri e propri, oppure quale drastica contrazione della funzione paterna, nata col costituirsi della famiglia borghese, di introduzione alle forme che l'autorità assume nel sociale, o, in altri termini, di prefigurazione in ambito domestico della struttura gerarchica che informa la società circostante (37) .
Entrambe le condizioni si verificano nel contesto statunitense. "Più di ogni altro paese, l'America esemplifica le tendenze del 'pieno capitalismo', nel senso che vi è il maggior numero di uomini e donne soli, o divorziati, di donne che crescono i figli da sole" (38) , mentre il numero di coppie separate è stato "limitato soltanto dalla dimensione totale della popolazione adulta" (39) .
James O'Connor, autore delle frasi citate, spiega il fenomeno con l'aumento dei costi di riproduzione della forza-lavoro tipico del "pieno capitalismo" e col tradizionale individualismo americano giunto alla sua espressione più parossistica. La spiegazione sembra però necessitare di integrazioni.
Una società di "pieno capitalismo" è anzitutto una società dominata dalla cultura dell'ipercompetitività, a sua volta fondata sulle norme già viste dell'addestramento alla caccia, della glorificazione del vincitore, dell'annientamento anche morale del perdente. In una società del genere chi intenda conquistare posizione e privilegio deve inserirsi negli spietati meccanismi selettivi allestiti dal sistema, battersi contro sempre nuovi rivali, difendere a ogni istante ciò che ha faticosamente strappato, dedicare al gioco crudele del successo ogni propria energia.
Per chi scelga di far propria questa logorante condizione esistenziale la famiglia finisce con l'essere un peso, un fardello di irrazionalità in un terreno di gara che richiede tutte le risorse della propria ragione per continuare ad avanzare, per carpire qualcosa agli altri e impedire che altri sottraggano quanto già guadagnato.
In questo feroce rollerball, nel quale che è più libero da legami gode di un vantaggio sugli avversari, è inevitabile che nei confronti della famiglia si instauri un clima di anaffettività che può culminare nel distacco, ma che può anche comportare un rapporto fuggevole e distratto coi congiunti, che i più deboli fra questi - i bambini - avvertono benissimo e soffrono a fondo.
Ciò vale per entrambi i genitori, ma soprattutto per il padre; sia perché la madre tende naturalmente a mantenere coi figli un rapporto più intimo e protettivo (40)(o almeno tendeva, visto che, come si dirà tra poco, il neoliberismo le sta strappando anche quest'ultima prerogativa), sia perché una società orientata alla guerra interindividuale pone all'uomo le richieste più pressanti.
Ma il padre è anche colui che più duramente sconta, nei confronti del figlio, fallimenti e sconfitte. Nella famiglia borghese tradizionale egli "rappresenta la legge e l'ordine stabilito dall'uomo, le norme sociali e i doveri, ed è l'unico che punisce e ricompensa" (41). Il figlio deve "cercare instancabilmente di ottenerne la soddisfazione" e contrassegnarlo come "forte e potente" quali che siano le sue effettive qualità (42), apprendendo per suo tramite il rapporto sociale di autorità. Ma nella società di "pieno capitalismo" la figura maschile ideale viene proposta non dall'interno di una famiglia irrimediabilmente in crisi, bensì dall'esterno, e risponde al modello dell'uomo di successo imposto socialmente dalla cultura dell'ipercompetitività.
E' di per sé un padre mutilo delle sue più classiche funzioni regolatrici, quello con cui il bambino deve ora confrontarsi; e se poi questo padre non ha retto allo sforzo del combattimento sociale, non ha conquistato una posizione brillante, non ha dimostrato di avere la vocazione e l'energia del conquistatore, il figlio è immediatamente indotto a paragonarlo col modello arrogante e aggressivo che il "pieno capitalismo" gli propone, e a vederlo circondato da quell'alone di disprezzo che la società ipercompetitiva riserva al vinto.
Una famiglia così ridisegnata è in sé schizogena; ma essa stessa è il prodotto di un contesto sociale permeato dai connotati schizoidi della freddezza, della chiusura in se stessi, della reciproca ostilità e diffidenza, presentati non come patologie ma come valori.
A ciò si deve aggiungere la vera e propria guerra che il neoliberismo sta combattendo contro la maternità, in ogni parte del mondo. All'assenza paterna potrebbe infatti sopperire l'affettuosità materna, come lenimento alle sofferenze del bambino. Il taglio delle spese sociali, la costrizione al lavoro della partoriente subito prima e subito dopo la nascita del figlio (negli USA le donne lavoratrici hanno diritto a due sole settimane di congedo!), l'indifferenza della comunità - quando una comunità ancora esiste - condannano la madre povera e sola a fornire al bambino un'assistenza, materiale ed emotiva, assoluta-mente inadeguata.
In un ambito del genere, l'apparizione di Zodiac non è per nulla un caso.
L'identità di Zodiac è stata infine individuata con notevole grado di sicurezza. L'ha scoperta un giornalista, il menzionato Robert Graysmith, passando al vaglio un gruppo di indiziati. Uno di questi - un commesso di negozio di Vallejo, cacciatore e appassionato d'armi, figlio di una donna abbandonata dal marito e da allora divenuta ostile a tutti gli uomini - era stato arrestato nel 1975 per molestie sessuali a bambini e rilasciato nel 1978 (in quel periodo non era pervenuto alcun messaggio di Zodiac).
Egli aveva direttamente confessato al fratello di essere Zodiac; era stato visto dalla sorella mentre componeva messaggi cifrati diretti ai giornali; fin dal 1966 aveva preannunciato ai cugini, suoi compagni di battute, che un giorno avrebbe cacciato l'uomo - "la preda più pericolosa", secondo le sue stesse parole - col nome di Zodiac (43). Malgrado la gravità degli indizi era stato lasciato in libertà, sia perché i testimoni a suo carico erano dei congiunti, sia perché le polizie dei vari distretti non erano venute a conoscenza dei risultati delle rispettive indagini - per cui dettagli decisivi, come il fatto che il sospettato avesse studiato a Riverside all'epoca dell'omicidio di Cheri Jo Bates, erano stati trascurati.
Oggi quell'uomo con tutta probabilità non è più in condizione di nuocere. Del resto, gli omicidi firmati Zodiac sono cessati da un pezzo. Ma centinaia di serial killers altrettanto pericolosi sono nel frattempo apparsi non solo negli Stati Uniti (44), ma anche in paesi che ne avevano avuto esperienza scarsa e sporadica, tra cui l'Italia. Non a caso: l'etica protestante è stata imposta dovunque nelle forme della pensée unique, l'ipercompetitività è divenuta più dogma che regola, la funzione materna è insidiata ovunque, il disprezzo per il perdente e il diritto del cacciatore sono ormai condivisi sotto ogni latitudine.
L'America ha vinto la propria battaglia e ha rimodellato il mondo a sua immagine e somiglianza, facendone un paradiso.
Anzi, un paradice.
1) V. Zucconi, Si fa presto a dire America, Milano, 1989, p. 180.
2) R. Graysmith, Zodiac, New York, 1987, pp. 48-49.(^)
3) Il fenomeno ebbe, all'epoca, ampio rilievo sulla stampa di tutto il mondo. Baso le mie note sui numerosi servizi televisivi dedicati all'argomento dall'emittente statunitense CNN.
4) R. Connell, Lo sport più pericoloso, in "Frankenstein & Company", a cura di O. Volta, Milano, 1965, p. 609. Sui significati psicologici della pellicola tratta dal racconto di Connell - in Italia La pericolosa partita (1932), di E. B. Schoedsack - cfr. M. Caen, The whole pleasure is mine..., in "Midi-minuit Fantastique", 1965, n. 6.
5) R. Graysmith, op. cit., pp. 54-55. L'uso dell'espressione The most dangerous animal indusse gli investigatori a indagare tra i cinefili, potenzialmente al corrente dell'esistenza di un film intitolato The most dangerous game.
6) Ivi, pp. 6-7.
7) Ivi, pp. 25-28.
8) Molestava le colleghe. Licenziato, fa una strage, in "La Repubblica", 18 febbraio 1988.
9) R. Graysmith, op. cit., p. 55.
10) R. Connell, op. cit., p. 609.
11) Cfr. le acute considerazioni sul sadismo svolte da E. Fromm. Psicoanalisi dell'amore, Roma, 1988, pp. 42-43; Id., Fuga dalla libertà, Milano, 1987, pp. 132 ss.
12) E' ben nota la credenza di talune popolazioni cannibali di poter acquisire le virtù dei nemici uccisi e divorati, sommandole alle proprie. Cfr. S. Freud, Totem e tabù, Roma, 1976, p. 93.
13) S. M. Willhelm, Uomo rosso, uomo nero, bianca America, Milano, 1971, pp. 21-22.(^)
14) Un esempio significativo di caccia al sindacalista da parte di un'intera comunità - il linciaggio di Wesley Everest, avvenuto a Centralia l'11 novembre 1919 - è descritto in P. Renshaw, Il sindacalismo rivoluzionario negli Stati Uniti, Bari, 1970, pp. 176-177; E. Gurley Flynn, La ribelle, vol. II, Milano, 1976, pp. 265-269; W. D. Haywood, La storia di Big Bill, Milano, 1977, cap. XXIII. Un'efficace testimonianza diretta sul trattamento riservato negli Stati Uniti, a cavallo del secolo, a vagabondi e disoccupati è in J. London, Les vagabonds du rail, Paris, 1973, specie pp. 123 ss.
15) R. Graysmith, op. cit., pp. 62-72.
16) Ivi, p. 102.
17) M. Galvani, Una TV di Denver filma l' "esecuzione" di un rapinatore, in "Il Manifesto", 11 febbraio 1988.
18) R. Graysmith, op. cit., p. 260. Edmund Emil Kemper uccise da ragazzo i nonni, proseguì da adulto assassinando sei persone e terminò con l'omicidio della madre.
19) Sulla vicenda di Bernard Goetz cfr. L. B. Rubin, Il giustiziere del metrò, Milano, 1987. Il libro è anteriore alla conclusione del processo Goetz, che ha visto l'assoluzione del "giustiziere".
20) Cfr. M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, 1970, specie alle pp. 172-174; 200-201; 208-209.
21) Cfr., quale esempio di fruttuoso rovesciamento della prospettiva weberiana, G. P. Rawick, Lo schiavo americano dal tramonto all'alba, Milano, 1979, pp. 172-177.
22) Non sono mancati, ovviamente, esempi di serial killers operanti in paesi con tradizione culturale diversa da quella capitalistico-protestante (si pensi, per l'Italia, a Girolimoni, alla Cianciulli, al "mostro di Firenze"). La frequenza con cui l'omicidio seriale si manifestava nei paesi latini era però, fino a qualche anno fa, decisamente inferiore a quella rilevabile nel mondo anglosassone o in quello germanico. Si consideri, tra l'altro, che non esistono in italiano, francese o spagnolo termini che traducano con efficacia le espressioni inglesi serial killer o mass murderer. O l'equivalente tedesco massenmörderer, che in una vecchia collana di romanzetti popolari fu tradotto, in mancanza di meglio, con un bizzarro "distruttore di masse" (cfr. Monk Eastman, distruttore di masse, in "Petrosino, il grande poliziotto italo-americano", Firenze, 1934, n. 2).
23) R. Graysmith, op. cit., p. 169.
24)M. Eynck, Omicida per moralità, in M. Singer, "Crime omnibus. Delitti e delinquenti", Milano, 1962, p. 339.
25) Cfr. R. Graysmith, op. cit., pp. 158-160 (e le illustrazioni che corredano il volume).
26) Centinaia di incendi a Detroit, in "Il Manifesto", 1 novembre 1989.
27) Cfr. R. Graysmith, op. cit., pp. 134-141; per la rivendicazione cfr. p. 152.
28) Ivi, p. 122.
29) Baso le considerazioni che seguono, salvo esplicite indicazioni contrarie, su B. Caldironi Seminari di psicopatologia e psicoterapia, Ravenna, 1993, parte II, cap. IV, nonché sulla vastissima letteratura psicologica e psicoanalitica che ha trattato il tema (in particolare Kernberg, Searls, Resnik). Se l'impianto metodologico è desunto da quelle fonti, le conclusioni sono ovviamente mie.
30) Non è certo un caso se oggi, in Italia, le associazioni di familiari di pazienti schizofrenici e autistici sono ferventi sostenitrici dell'ipotesi di un'origine genetica della malattia mentale. Si tratta di vincere un senso di colpa, ahimé, ineliminabile (e di liberarsi del proprio fardello rivendicando il ritorno alla psichiatria coercitiva). Sulle stesse linee si muove l'ultraconservatrice Organizzazione Mondiale della Sanità.
31) Cfr. F. Riemann, Grundformen der Angst, München-Basel, 1985, cap. I, "Die schizoiden Persö-nalichkeiten".
32) Cfr. G. Jervis, Manuale critico di psichiatria, Milano, 1987, pp. 335-336.
33) Cfr. R. Graysmith, op. cit., pp. 248-252.
34) E. Fromm, Grandezza e limiti del pensiero di Freud, Milano, 1985, p. 90.
35) Cfr. H. F. Searles, Scritti sulla schizofrenia, Torino, 1989, specie capp. I e VII.
36) Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte, Lezioni di sociologia, a cura di M.Horkheimer e T.W.Adorno, Torino, 1966, p. 158.
37) Cfr. W. Reich, La rivoluzione sessuale, Roma, 1992, pp. 146 ss.
38) J. O' Connor, Individualismo e crisi dell'accumulazione, Bari, 1986, p. 230.
39) Ivi, p. 229.
40) Cfr. E. Fromm, Psicoanalisi dell'amore, cit., p. 135.
41) Ivi, p. 136.
42) Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte, op. cit., p. 154.
43) Cfr. R. Graysmith, op. cit., capp. XVII, XVIII, XIX.
44) Tra cui altri due Zodiac, entrambi operanti a New York. Uno di essi è stato catturato nel giugno 1996.http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001938.html
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LA SUPERIORITA' CONVIENE
DI SHERIF EL SEBAIE
Salamelik
Nel suo saggio, "Lo scontro delle Civiltà", Samuel Huntington fece un'affermazione che sono solito riportare ogni tanto sulle pagine di questo blog per rinfrescare la memoria di alcuni simpatici neoconservatori che passano da queste parti: «L'Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma con l'applicazione sistematica della violenza organizzata. Se gli Occidentali spesso si dimenticano di questo fatto, i non Occidentali non lo dimenticano mai». E' una citazione che mi piace moltissimo poiché sintetizza quello che io stesso affermo ogni volta che mi si presenta l'opportunità: «l'unica faccia di superiorità che l'Occidente ha saputo mostrare fino al 1900 (e non solo) era quella delle armi: i cannoni francesi contro le spade mamelucche, gli archibugi spagnoli contro le frecce degli Aztechi, la polvere da sparo contro le lancie dei Bantù. Ed è grazie a questa superiorità - esclusivamente militare - che l'Occidente è riuscito a costruire la base di quella ricchezza di cui oggi si vanta».
L'Occidente tende a cancellare completamente dalla propria memoria storica fatti e episodi imbarazzanti. Non ha mai colpe, non ha mai responsabilità, insomma: non c'entra mai. Il colonialismo? Acqua passata, tipo quella che ha bagnato le mani di Ponzio Pilato. Rimane quindi un mistero irrisolto: come è che i paesi più ricchi di oggi coincidono con quelli che sono stati dei colonizzatori in passato, mentre quelli più poveri di oggi coincidono con quelli che sono stati colonizzati? Già, ancora una volta la colpa è loro, sono inferiori, incapaci: l'Occidente ha lasciato la sua impronta, ha lasciato il seme che quei barbari non sono riusciti a conservare e a sviluppare. Tipo? Qualche costruzione coloniale, installazioni militari e un pò di strade e di ponti che servivano al trasporto delle materie prime saccheggiate. Questa è sostanzialmente, l'eredità dell'Occidente colonialista nei terreni colonizzati: il Nulla, ed è proprio da quel terreno che fioriscono le favolette sull'Occidente superiore circondato da popoli retrogradi, da culture arretrate, Civiltà inesistenti. Il Nulla e l'inferiorità che l'Occidente vede attorno a sé altro non sono, in realtà, che una proiezione verso l'esterno di quegli aspetti che esso stesso - e nessun altro - vede dentro di sé.
L'Occidente si è dimenticato dei preziosi beni caricati sulle navi di Colombo, quei beni che sarebbero poi stati dati agli indigeni in cambio della loro terra, delle loro richezze, dei loro monili in oro: sacchi di palline di vetro, specchietti, aghi, campanelli e berretti rossi. Ed è stato pure gentile, Colombo: i mitici conquistatori del Far West regalavano ai Pelle-rossa alcolici e coperte infette di vaiolo, per farli fuori il prima possibile, senza spercare pallottole. Ed è in nome di queste gentili concessioni, che gli schiavi africani dovranno in seguito lavorare nei campi di cotone oppure scavare nelle miniere. In Sud Africa, dopo una giornata di lavoro nelle miniere di diamanti, gli schiavi erano pure costretti ad indossare dei guanti da boxe, incantenati a mò di manette: per non "rubare" le pietre che estraevano dalla propria terra. E sempre in nome di queste gentili concessioni, dovevano comprare i prodotti finiti, al prezzo stabilito dall'Occidente. Non è forse questo oro, questo cotone, queste pietre, questi soldi la base della ricchezza occidentale?
La Compagnia delle Indie orientali, che agiva per conto delle autorità britanniche, smerciava persino l'oppio, in Cina. Quando il commissario imperiale Lin Zexu, affrontò con determinazione quella nuova piaga sociale nel 1839 bruciando ventimila casse d’oppio appartenenti ai mercanti inglesi e americani, i britannici attaccarono il paese e lo obbligarono a sottoscrivere un accordo vergognoso, quello di Nanchino: fu imposto il libero accesso dell’oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali, l’apertura di alcuni porti in cui gli inglesi godevano della clausola di extraterritorialità, la cessione della città di Hong Kong all’impero inglese. Uno schema che non ha nulla da invidiare al regime delle capitolazioni, a cui fu costretto l'Impero Ottomano.
Sempre per rinfrescare la memoria dei nostri amici neoconservatori, ricordiamo i benefici di cui godevano gli immigrati italiani in Egitto: esenzione dalle tasse, domicilio inviolabile persino dalle autorità, corti consolari che giudicavano in base alla legge italiana e non quella egiziana, e addirittura dei quartieri propri, al di là dei quali c'erano le "Arab Town": i cittadini del paese che vengono confinati in riserve, come lo sono ancora oggi i Pelle-Rossa americani.
Ma la Civiltà Superiore della Rapina Organizzata non è ancora sazia: invade l'Iraq e lo distrugge per ricostruirlo. Ovviamente dopo aver avuto sufficienti garanzie sulla completa assenza di un arsenale in grado di contrastare l'avanzata dell'esercito americano. Frutti immediati: 4.7 miliardi di dollari il valore globale dei contratti firmati con la ditta Halliburton, società di cui il Vice presidente Cheney è stato amministratore delegato e di cui tuttora detiene un cospicuo numero di azioni. 15 milioni di dollari valore del contratto con una ditta Usa per costruire una fabbrica di cemento, mentre per una ditta irachena sarebbero bastati 80.000 dollari. Poi arriva il turno del Libano, e l'Occidente assiste silente alla sua distruzione, quindi si appella al disarmo, ma solo di una delle due parti in conflitto. Finita la guerra, si corre pure lì per "ricostruire il paese", ovviamente non prima di aver fatto bella figura davanti alle telecamere in quanto generosi donatori di qualche milione di euro di beneficienza. Nel loro piccolo anche le mafie italiane ci provano, a strappare qualche contratto a destra e a manca. E se non ci riescono si accontentano volentieri del lavoro gratuito dei clandestini che raccolgono pomodori e poi scompaiono, o dei lavoratori edili che periscono sotto i ponteggi traballanti, i veri "schiavi moderni".
Ecco, dopo tutto questo, qualcuno ha pure la faccia tosta di dirsi superiore e di rinfacciare ai paesi del "terzo mondo" la loro "arretratezza". Qualcuno non si vergogna di sottolineare il proprio "progresso" scientifico e tecnologico, le mirabili invenzioni sviluppate, mentre in quei paesi la povertà e la miseria producono estremismo e fanatismo. Oppure, ancora più patetico, qualcuno si solleva indignato se viene a sapere che un immigrato ha avuto accesso ad un beneficio o a un servizio pubblico, tipo una casa popolare. Vergogna! Sacrilegio! Ha osato riprendersi una minima parte di ciò di cui è stato derubato, tra l'altro con il proprio lavoro e tasse, facendo le file e compilando moduli, senza nemmeno sognarsi di chiedere le cose allucinanti che gli europei imponevano in passato (esenzioni, favori, pizzi e altre belle cose).
Certo, direte voi, è anche un po' colpa dei governanti corrotti e aggrappati al potere nei paesi di origine. Ma la loro colpa non è di oggi, essa risale a secoli fa: se solo avessero investito nelle armi da fuoco quando era il momento di farlo! Se solo avessero a disposizione cannoni e fucili al posto delle lancie e delle armi bianche! Ah se fossero dotati di tutte quelle invenzioni superiori, tipo i missili teleguidati, le cluster bombs, gli aerei supersonici e magari qualche bombetta atomica nell'arsenale per spaventare e ricattare il resto del mondo. Forse non si sarebbero ampiamente meritati oggi la qualifica di "Civiltà Superiori"?
Sherif El Sebaie
Fonte: http://salamelik.blogspot.com
Link: http://salamelik.blogspot.com/2006/09/la-superiorit-conviene.html
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Un'onda a stelle e strisce
Il mare nostrum degli Stati Uniti
di MARCO SIOLI
Se si arriva a Siracusa dal mare – sia con uno dei traghetti che collega la città con la terraferma o con l'isola di Malta, sia con la piccola imbarcazione gestita dalla locale cooperativa dei barcaioli – si ha una visione suggestiva dell'isoletta di Ortigia, su cui si ergono le mura della città vecchia. La Siracusa moderna si è sviluppata sulle colline a nordovest circondando e assediando il teatro greco e la zona archeologica, mentre l'Ortigia è rimasta abbandonata a se stessa, in una decadenza che è riuscita a mantenere intatto il suo antico fascino. Tra le singolari architetture della piccola isola si stagliano il castello Maniace, la Fonte Aretusa con i suoi papiri, l'imponente cattedrale con facciata barocca, ma costruita sulle colonne ben visibili dell'antico tempio greco dedicato ad Atena, e i numerosi palazzi nobiliari di epoca spagnola (1).
In questo piccolo scorcio urbano, che ben ci introduce in una tra le più belle città del Mediterraneo, nulla pare cambiato rispetto a quando il porto di Siracusa venne raggiunto nel 1833 dal filosofo americano Ralph Waldo Emerson, che così la descrisse nei suoi appunti di viaggio:
«Siracusa, 23 febbraio. Devo raccontare, come un berbero a Roma, l'incomparabile stupore che provai nel trovarmi qui? Oggi mi sono dissetato alle acque della fonte Aretusa e in essa mi sono lavato le mani... Poi sono stato all'antico tempio di Minerva, che per la sua bellezza ricevette le lodi di Cicerone, e che si è conservato e nascosto grazie al fatto di aver le colonne semi sepolte nelle pareti della cattedrale. Una facciata moderna nasconde il frontale, ma dai lati fa capolino la bellezza austera di un Partenone, proiettando flauti e triglifi». (2)
Oltre che una bella immagine della nostra penisola nell'Ottocento, dal testo di Emerson emergono preponderanti i tratti dell'eccezionalismo americano, in questo caso rapportati alla navigazione marittima. È il capitano del brigantino Jasper che trasporta il padre del Trascendentalismo da Boston a Malta – insieme a un carico di 236 tonnellate di legno, mogano, tabacco, zucchero, caffè, cera e formaggio – che "crede nella superiorità degli americani su tutti gli altri popoli". E in effetti la nave procede veloce raggiungendo Gibilterra in meno di un mese, mentre secondo lo stesso capitano i siciliani che hanno "provato qualche volta a portare la loro frutta in America con le proprie navi" hanno impiegato a suo dire 120 giorni (3).
Nel Mediterraneo
Siracusa si mostrava già all'epoca di Ralph Waldo Emerson un porto amico per gli Stati Uniti. Lo era stato ancor in precedenza, nei primi anni dell'Ottocento, quando le navi americane incaricate di contrastare i pirati di Tripoli avevano trovato riparo nella città siciliana, durante l'inverno del 1804, per riorganizzarsi e procedere l'anno successivo al cannoneggiamento della città nordafricana. Già a quell'epoca, Siracusa era diventata una base militare per lo squadrone di navi inviato dal presidente Thomas Jefferson nel Mediterraneo per contrastare i pirati barbareschi. Le navi da guerra appoggiarono lo sbarco dei primi marine ad Alessandria d'Egitto e la loro marcia vittoriosa che si concluse con la conquista di Derna nell'aprile del 1805 (4).
Mentre la libertà dei mari per garantire il commercio – inteso come un sicuro veicolo di progresso, libertà e pace tra i popoli – diveniva una delle prerogative della politica estera americana nell'Ottocento (5), tra la Sicilia e gli Stati Uniti nasceva un'amicizia che si consolidava nei decenni successivi, grazie ai commerci e alle nuove migrazioni che portavano migliaia di siciliani dall'altra parte dell'Oceano alla fine del secolo. Due fattori comunque interrelati: il commercio americano nel 1893 superava quello di qualsiasi paese, ad eccezione delle Gran Bretagna, e i cereali che venivano commercializzati in Europa erano uno dei motivi che spinsero le masse contadine dell'Italia del sud a emigrare oltre atlantico (6).
Quando i soldati americani sbarcarono in Sicilia nell'estate del 1943 furono favorevolmente sorpresi dalla scarsa resistenza offerta dagli isolani. Come ricorda un militare americano, scrivendo sul giornale dell'esercito "The Stars and Stripes" dopo gli sbarchi alleati in Nord Africa:
«Sebbene il combattimento è ora nella loro home land, essi non sembrano differenti dalle migliaia di prigionieri che ho visto in Libia. C'è stata la stessa mancanza di interesse nei confronti della guerra... Molti di loro mostrarono una ammirazione commovente per l'America, e molti di loro hanno amici e parenti là.» (7)
I nuovi equilibri di forza, che anticipavano il crollo dell'Asse, portavano alla firma, il 3 settembre 1943, di un accordo che poneva fine alle ostilità tra l'Italia e gli alleati. L'armistizio di Cassibile, a pochi chilometri da Siracusa, poneva le basi per una resa generalizzata dell'esercito italiano, anche se la guerra continuava nel nord (8). Alla fine del secondo conflitto mondiale, il governo italiano si schierava nell'ambito dell'alleanza atlantica, improntata da Washington sul riarmo anche nell'ambito del Piano Marshall, i cui aiuti economici venivano trasformati in assistenza di carattere militare prevista dal Mutual Defence Assistance Plan. I successivi accordi bilaterali sulle basi e sulle infrastrutture militari americane in Italia, il primo del 28 ottobre 1954 e il successivo del 3 ottobre 1955, con il quale il governo italiano accettava che si stabilissero in Italia le truppe americane precedentemente di stanza in Austria, trasformavano la penisola in un satellite degli Stati Uniti. Le basi venivano dislocate in luoghi diversi – da Nord a Sud, dalla Puglia al Veneto – mentre le grandi isole italiane del Mediterraneo diventano le portaerei degli Stati Uniti nel Mediterraneo (9). I missili atomici, nuovi e vecchi, si muovevano da una parte all'altra della penisola e sui sommergibili che si installavano, a partire dal 1972, presso base navale de La Maddalena, trovando ormeggio nella rada dell'isola di S. Stefano.
Ma torniamo alla Siracusa contemporanea e al fascino che la città ancora esercita per gli americani, forse complice la vicina base militare di Sigonella che, a differenza di quella de La Maddalena in procinto di smantellamento, non dà segni di crisi vista la sua importanza strategica per le rotte verso il Medio Oriente. Nelle vie dell'Ortigia e nei suoi alberghi si sente ancora oggi parlare l'americano, così diverso negli accenti dall'inglese, anche in questi anni che vedono la paura del terrorismo e il basso valore del dollaro spingere molti di loro trascorrere le vacanze in patria. Decine di studenti in gruppo attraversano uno dei due punti che collegano l'Ortigia con la terraferma nelle ore del solleone, ore in cui difficilmente si vede una persona nelle strade, testimoniando appunto che il legame tra la città e le sparute truppe di turisti americani è ancora forte, nonostante il mare circostante sia segnato dall'abusivismo e dalle discariche a cielo aperto.
Tuttavia uno dei problemi per la Sicilia nel corso di questa estate non è stata tanto la presenza di turisti, americani e non, quanto quello dell'immigrazione dall'Africa di centinaia di persone che hanno attraversato il Mediterraneo, su barche fatiscenti o nascosti nelle stive dei traghetti, raggiungendo le sue sponde. Ed è appunto la questione delle nuove migrazioni nel Mediterraneo che tiene banco sulle prime pagine dei giornali e, soprattutto, sconvolge questo tratto di mare dove le tragedie sono all'ordine del giorno. Un problema di emigrazione e integrazione che gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare in diverse occasioni durante la loro storia.
Un mare di uomini
Un volume recentemente pubblicato in Italia e intitolato Miami ci ha portato a riflettere non tanto sulla città della Florida e sulle sue trasformazioni, quanto sul rapporto stretto tra la politica estera americana e l'isola di Cuba. In questo caso, Joan Didion, l'autrice del libro uscito negli Stati Uniti nel 1987, ha posto l'accento su un altro caso di migrazione avvenuto da Cuba alla Florida nel 1980. Anche in questo caso si è assistito all'attraversamento da parte di una moltitudine di barche di un tratto di mare che, sebbene breve, può nascondere rischi e pericoli. Infatti, la distanza tra Cuba e le prime isolette della Florida, le Keys, non raggiunge le cento miglia, ma il viaggio può trasformarsi spesso in una tragedia a causa del mare.
Si trattava di quello che gli abitanti della contea di Miami ricordano come uno degli eventi che hanno avuto l'impatto maggiore sulla loro vita: "la fuga in barca di Mariel del 1980" che ha portato all'emigrazioni di 125.000 cubani, di cui 26.000 dei quali con la fedina penale sporca a Miami. Ma il nome di "Mariel" la gente di Miami non si riferisce solo al luogo geografico o alla fuga in barca dei cubani o al gioco di prestigio grazie a cui Fidel Castro riuscì a tramutare un problema suo – un gruppo di dissidenti che avevano chiesto asilo politico all'ambasciata peruviana dell'Avana – in un problema per Miami, bensì a tutti quei fatti connessi alla dislocazione sul territorio americano dell'ampio numero di rifugiati cubani (10).
Tra aprile e settembre 1980, centinaia di barche di tutti tipi si riversarono in mare trasportando, cariche all'inverosimile, migliaia di persone che portavano con sé tutti i loro averi: un vestito e una borsa. Da Miami sino a Key West, i porti della Florida brulicavano di ogni tipo di imbarcazione – dai pescherecci, ai motoscafi – affollate di marielitos, come erano soprannominati gli esuli di Mariel. "Ho fotografato un mare di uomini" ricorda Tim Chapman, un fotografo del Miami Herald, in un articolo scritto in occasione del 25° anniversario dell'esodo. Ma questa volta i cubani non erano accolti a braccia aperte, come era avvenuto nel passato per i pochi che riuscivano a fuggire dall'isola, bensì guardati con timore per il loro effetto dirompente sull'economia locale e per le implicazioni sociali e politiche nell'ambito della contea di Miami. La loro integrazione nel tessuto sociale americano fu estremamente difficile: avevano perso tutto e ricominciare da capo, per chi non aveva dei parenti in Florida, era quasi impossibile (11).
Mentre continua la crisi della leadership cubana, soprattutto a causa dell'anziana età del leader della rivoluzione, Fidel Castro, la cui immagine di "uomo di marmo" comincia a sgretolarsi, il monito di George W. Bush, che ha annunciato che non tollererà più un'invasione del territorio americano da parte di una nuova ondata di immigrazione da Cuba, cade in un'America assillata dai continui attraversamenti dei migranti irregolari della frontiera con il Messico, un flusso che le nuove migrazioni nel Mediterraneo hanno oscurato nei media, ma non certo interrotto, rendendo il problema dell'immigrazione irregolare in Europa e negli Stati Uniti una questione sempre più drammatica.
Unire gli oceani
L'episodio di Mariel ci riporta al più complesso mondo delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba e, più in generale, al controllo degli stati che si affacciano sul Golfo del Messico da parte degli Stati Uniti, un golfo definito da Noam Chomsky come uno dei "cortili dello Zio Sam" (12). In questo volume Chomsky si riferisce all'interventismo americano degli anni '70, ma il dominio americano sui mari, e la costruzione di una marina militare con enormi potenzialità pronta a difenderlo, non è di certo una iniziativa di quegli anni. Una delle opere del famoso romanziere James Fenimore Cooper pubblicata nel 1839 si occupava di ricostruire una storia della marina americana, mentre le baleniere che solcavano i mari nella prima metà dell'Ottocento – da Nantucket nell'oceano Atlantico, alle Hawaii nel Pacifico – avevano originato uno degli scritti più importanti di Herman Melville: Moby Dick (13). Carbone e petrolio mettevano in ombra l'importanza dell'olio di balena e la caccia ai cetacei perdeva il suo appeal economico cadendo nell'oblio, così come i porti che l'avevano ospitata: Lahaina, nelle Hawaii e, appunto, Nantucket.
Se la crisi economica investiva le baleniere, di certo non toccava il naviglio mercantile che continuava a solcare i mari in lungo e in largo, con sorprendente velocità. A difesa della flotta commerciale veniva creata una potente marina militare, la cui costruzione era stata teorizzata da un ufficiale della marina, Alfred Thayer Mahan, che si era fatto interprete della dottrina del "Destino manifesto" sui mari. Nel suo volume The Influence of Sea Power upon History, pubblicato nel 1890, Mahan forgiava le teorie che sarebbero divenute un classico nelle accademie navali di tutto il mondo, ma soprattutto poneva l'accento sulla necessità di un impegno americano nella costruzione di una moderna flotta di navi da guerra. In un'ottica mercantilista, Mahan non escludeva che le colonie potessero fornire dei mercati per i prodotti americani, ma erano principalmente importanti come basi militari per le navi da guerra costruite per proteggere quegli stessi commerci (14).
Tra i numerosi propagandisti delle teorie di Mahan il futuro presidente e all'epoca vice ministro della Marina, Theodore Roosevelt, che impresse una spinta all'ingrandimento e alla modernizzazione – il passaggio da una flotta di legno a una d'acciaio – di una marina militare che, già alla vigilia della guerra ispano-americana del 1898, si collocava al quinto posto tra le flotte militari nel mondo, per diventare la seconda, dopo quella britannica, alla fine del secondo mandato della sua presidenza. Ancora Roosevelt, nel 1907, aveva organizzato una prova di forza che aveva visto sedici navi da guerra americane iniziare una crociera intorno al mondo della durata di un anno e mezzo: una delle tante esibizioni di un presidente che amava mostrare i muscoli e sferzare l'eccezionalismo americano. Gli Stati Uniti entravano così nel novero delle grandi potenze, e il mare era la nuova frontiera da solcare e colonizzare (15).
L'epoca di Theodore Roosevelt vedeva anche concretizzarsi la costruzione del canale di Panama, iniziata nel 1904 e terminata dieci anni dopo. L'idea di unire gli oceani era vecchia come la conquista delle Americhe: già nel 1524 Carlo V aveva commissionato uno studio per la costruzione di un passaggio navale per rendere più sicuro il trasporto dell'oro in Europa. Ma solo nel 1869 un'iniziativa francese guidata da Ferdinand de Lesseps – già impegnato nella costruzione del canale di Suez, in Egitto – cercò di passare dalle idee ai fatti, iniziando la costruzione di un canale attraverso il territorio di Panama, all'epoca provincia della Colombia. La sua compagnia tuttavia incontrò enormi difficoltà – strutturali e finanziarie – e l'iniziativa andò incontro al fallimento (16).
Una diversa fortuna arrise agli americani che subentrarono ai francesi rilevando la società di Ferdinand de Lesseps. Dopo aver tentato senza successo di costruire un passaggio attraverso i laghi del Nicaragua, per mezzo di una società istituita nel 1889 e guidata dal milionario J.P. Morgan, il Congresso americano aveva deciso di rilevare la compagnia francese per 40 milioni di dollari. La difficoltà di siglare un trattato per lo sfruttamento del territorio con la Colombia portò alla dichiarazione di indipendenza, il 3 novembre 1903, della provincia di Panama che si trasformava così in repubblica autonoma, subito riconosciuta dagli Stati Uniti che, nel frattempo, avevano inviato la nave da guerra Nashville per appoggiare gli insorti (17).
Risolti i problemi legati alla bonifica delle aree paludose, e arruolata mano d'opera orientale ed europea, i lavori potevano iniziare per concludersi con successo solo dieci anni dopo, nonostante i dislivelli riscontrati tra i due oceani e risolti con chiuse e dighe annesse (18). Ancora una volta gli Stati Uniti avevano mostrato al mondo intero le proprie capacità nell'ingegneria civile, ma anche la determinazione nell'ottenere il controllo dell'area centroamericana e dei traffici marittimi che attraversavano gli oceani. Da Theodore Roosevelt in poi, gli americani considereranno come mare nostrum non solo il golfo del Messico, ma anche tutti gli oceani, attraversandoli con il loro naviglio, commerciale e militare, e imponendo la loro presenza con basi militari costruite ad hoc.
Quando il mare si solleva
I decenni successivi alla costruzione del canale di Panama videro gli Stati Uniti impegnati non solo a dominare gli oceani, ma anche a distruggerli per procedere con gli esperimenti nucleari che segnarono l'era della Guerra fredda: test che avrebbero portato all'annientamento di un intero atollo del Pacifico con tutto il suo ecosistema marino. Quando i militari americani si presentarono dal sovrano di Bikini – Kilon Bauno – per comunicargli che dovevano evacuare la sua isola per compiere un esperimento nucleare, egli non la prese granché bene, come ha raccontato in un'intervista raccolta da Robert Stone, il regista del documentario Radio Bikini:
«Un americano arrivò a Bikini, disse di essere l'uomo più potente del mondo, disse che voleva sganciare una bomba su Bikini, e disse che l'America voleva usare Bikini e che noi avremmo dovuto lasciare la nostra isola. Non sapevamo cosa stesse accadendo. Eravamo molto confusi. Ci facevano molte fotografie, ma a quel tempo io non sapevo nemmeno cosa fosse una macchina fotografica ... È difficile per me esprimere la tristezza che provavo mentre ce ne stavamo andando. Noi ci voltammo e li guardammo mentre bruciavano le nostre case. Bruciarono tutto, persino le barche che ci eravamo lasciati dietro. Appena partiti, una grande tristezza scese su di noi.» (19)
La rimozione dei nativi era solo uno dei preparativi per l'operazione Crossroads che veniva definita dall'esercito come "un qualcosa di utile per l'umanità". "Noi militari" racconta la testimonianza di un marinaio sopravvissuto, John Smitherman, "non avevamo la minima idea di cosa sarebbe accaduto. Ci dissero solo che ci sarebbe stato un esperimento e che non c'era da preoccuparsi. Non preoccupatevi di niente, fate quello che vi viene detto, non vi sarà nessun pericolo". Quello che veniva definito "un esperimento grandioso" continuava, nonostante le critiche di alcuni organi di stampa e le proteste di una parte della comunità internazionale. I pacifisti sfilarono davanti al Campidoglio con i cartelli che recitavano: "I test di Bikini sono militari, non scientifici" e "La strada sbagliata per la pace", ma nessuno era in grado di fermare la macchina da guerra americana.
La bomba venne sganciata su una flotta fantasma nell'atollo il 1° marzo 1954. La più grande esplosione della storia si rivelò un'arma di incredibile potenza, ma tra i marinai dominava la delusione profonda per lo spettacolo deprimente del risultato: alcune navi completamente distrutte, con le lamiere contorte, altre danneggiate irreparabilmente. Anche le cavie animali non se la passarono meglio. Ma tutto rimaneva in sospeso, in attesa del secondo test: una bomba atomica subacquea che esplose il 21 marzo successivo. Impossibile descrive a parole la forza dell'esplosione: "il mare che si solleva, la nebbia radioattiva che si espande a pelo dell'acqua, i detriti e la pioggia radioattiva". Anche in questa occasione 42.000 uomini avevano assistito alla distruzione, ma nessuna notizia sulle radiazioni veniva fornita ai soldati semplici che nel tempo libero nuotavano attorno a centinaia di pesci morti e bevevano l'acqua del mare desalinizzata.
Beachgoers
Se si osservano nei filmati dell'epoca i militari americani impegnati nella distruzione dell'atollo di Bikini, ritroviamo in essi la voglia di tuffarsi in un mare ancora incontaminato, di indossare un costume alla moda e danzare sulla spiaggia al ritmo delle musiche tropicali, di bersi una birra prima di prendere ipoteticamente il mare con la tavola da surf. Nulla di più, nulla di meno di quanto avrebbero fatto i soldati in Vietnam ritratti dal film Apocalypse Now di Francis Coppola (1979). Nulla di più o di meno di quello che avrebbero fatto dei surfisti su una spiaggia della California, dove le onde ancor oggi riportano verso la spiaggia centinaia di tavole da surf cavalcate con abilità e destrezza. Ed eccoci infine al surf, inteso come tendenza del momento nei divertimenti legati al mare, che viene esportata dagli Stati Uniti anche in Europa insieme alle altre innumerevoli mode mediate attraverso il mito americano (20).
Che praticare il surf sia quasi impossibile nel Mediterraneo è quantomeno lapalissiano. Tuttavia si possono scimmiottare i costumi dei surfisti – i bikini tecnici, le bermuda acquatiche, le mute dai colori sgargianti – propagandati dall'eclettica industria dell'abbigliamento sportivo, le posture e gli atteggiamenti vissuti in attesa della grande onda che non arriverà mai. Anche se nel Mediterraneo scompare il rischio del cavalcare le onde, rimane la passione per la spiaggia che si impone come il principale luogo di divertimento estivo contemporaneo, affollato da persone che sempre più amano trascorrere il loro tempo libero sul bagnasciuga.
Beachgoers dunque, alla ricerca di relax, sole e compagnia su una spiaggia, possibilmente con il mare pulito. Una condizione sempre più difficile da incontrare nel Mediterraneo tra le spiagge martoriate dalla guerra in Libano, quelle contaminate de La Maddalena e quelle inquinate da discariche abusive di Siracusa. Ma nulla può frenare i beachgoers che chiedono un'altra opportunità a un mare che si rigenera, e che non esita a donare loro una nuova chance. Ma ecco in agguato per loro un nuovo pericolo: la tragedia dei migranti che si riversano sulle stesse spiagge, da vivi e da morti, mostrando l'ennesimo paradosso della contemporaneità che viene riassunto dal quotidiano argentino "La Nación" con una breve frase: "C'è chi prende il sole su spiagge da sogno davanti al mare azzurro. E c'è chi affoga in quelle stesse acque, senza riuscire a realizzare il sogno di raggiungere l'Europa". Ma questa, come abbiamo visto, è una contraddizione da cui le Americhe non possono considerarsi immuni.
Note
1. Alcuni monumenti, chiese e palazzi dell'Ortigia si possono vedere al sito galleriaroma.it/Siracusa
2. Ralph Waldo Emerson, Dalla Sicilia alle Alpi, a cura di Marco Sioli, Ibis, Pavia, 2003, p. 71.
3. Ibid., p. 41.
4. Si veda a proposito Marco Sioli, Esplorando la nazione. Alle origini dell'espansionismo americano, Ombrecorte, Verona, 2005, pp. 171-176.
5. A proposito si veda il saggio di Susanna Delfino, "Peace and Commerce with Every Nation: Thomas Jefferson and the Development of American Commercial Policy in the Mediterranean During the Nineteenth Century", in Massimo Bacigalupo e Pierangelo Castagneto, America and the Mediterranean, Otto, Torino, 2003, pp. 307-404.
6. Giuseppe Mammarella, L'eccezione america. La politica estera statunitense dall'Indipendenza alla guerra in Iraq, Carocci, Roma, 2005, pp.80-81.
7. Wooden Dummy Guns, "The Stars and Stripes", July 14, 1943, cit. in Luigi Bruti Liberati, "The Stars and Stripes e la campagna d'Italia dalla Sicilia a Roma 1943-1944", in Massimo Bacigalupo e Pierangelo Castagneto, America and the Mediterranean, op. cit., pp. 615-616.
8. Si veda a proposito il museo storico dello sbarco in Sicilia di Catania on line al sito messinacity.com/Giornale.
9. Cfr. Leopoldo Nuti, Gli Stati Uniti e l'apertura a sinistra. Importanza e limiti della presenza americana in Italia, Laterza, Roma-Bari, 1999.
10. Joan Didion, Miami, Mondadori, Milano, 2006, p. 41.
11. Tim Chapman, "I Saw Joy, Sadness, Weariness and Hope", al sito miami.com/mld/miamiherald/news/special_packages/mariel/11288486.htm. Si veda anche per delle immagini suggestive il percorso interattivo "The Legacy of Mariel" al sito miami.com.
12. Noam Chomsky, I cortili dello Zio Sam. Gli obiettivi della politica estera americana dal Vecchio al Nuovo Ordine Mondiale, Gamberetti Editrice, Roma, 1995.
13. James Fenimore Cooper, The History of the Navy of the United States of America, Lea and Blanchard, Philadelphia, 1839. L'edizione in inglese del volume di Melville, pubblicata nel 1851, è scaricabile al sito online-literature.com.
14. Alfred Thayer Mahan, The Influence of Sea Power upon History, Little, Brown and company, Boston, 1890.
15. Si vedano le argomentazione di Giuseppe Mammarella, L'eccezione americana. La politica estera statunitense dall'Indipendenza alla guerra in Iraq, Carocci, Roma, 2005, p. 88.
16. Gerstle Mack, The Land Divided. A History of the Panama Canal and Other Isthmian Canal Projects, Knopf, New York, 1944.
17. David McCullough, The Path Between the Seas. The Creation of Panama Canal , 1870-1914, Simon and Shuster, New York, 1977.
18. Sulle migrazioni create dalla costruzione del canale si veda anche il recente volume di Rhonda D. Frederick, "Colo´n man a come". Mythographies of Panama Canal Migration, Lanham, Mass., Lexington Books, 2005.
19. Radio Bikini, USA, 1987. Una trascrizione del documentario è disponibile al sito nuclearweaponarchive.org/News/Kucera.html
20. Per una interessante riflessione sul surf , dal mito delle origini polinesiane fino alle dorate spiagge californiane e ai film hollywoodiani, si veda Giacci Madeira, Elogio del surf, Castelvecchi, Roma, 2006.http://www.golemindispensabile.it/Puntata60/articolo.asp?id=2086&num=60&sez=669&tipo=&mpp=&ed=&as=
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Emanuele Giordana
Sabato 23 Settembre 2006
C’è un tenue filo della memoria che collega in questi giorni Addis Abeba a Roma, passando per Como e Bologna per ritornare poi in Africa, nella Libia degli anni ’40. La memoria è quella ancora molto sepolta delle nostre imprese coloniali in terra africana. E il filo che oggi collega città e persone che stanno lavorando a disseppellirla, si nutre, per forza di cose, di personaggi africani e protagonisti italiani.
Il primo è il cineasta etiopico Haile Gerima, che incontriamo a Roma dove è venuto a cercare materiali e finanziamenti per un nuovo lungometraggio, “I figli di Adua: 40 anni dopo”, storia della resistenza etiopica negli anni Trenta e proseguimento ideale di un documentario realizzato nel ’99, “Adua”, in cui raccontava la vittoria dell’Etiopia del 1896. Come per molti film che parlano del nostro passato ( “Il leone del deserto” dedicato al guerrigliero libico Omar Mukhtar viene ospitato solo nei cine club), anche “Adua” è in Italia del tutto sconosciuto. Quando Gerima venne nel nostro paese a cercare finanziamenti, l’Istituto Luce (che invece questa volta ha cambiato atteggiamento) gli chiuse la porta in faccia. E gli fu difficile persino lavorare. Difficoltà meschine, come quelle che Gerima incontrò quando cercò di filmare un grande affresco conservato in museo della capitale e che Menelik aveva ordinato a un pittore locale per glorificare l’epopea della battaglia.
“Nel mio primo film raccontavo la grande battaglia attraverso il vissuto degli etiopi, i canti popolari, l’iconografia e le testimonianze di diversi storici, tra cui mio padre”, che era un personaggio noto della resistenza. Scrittore e storico amava i libri. Haile ricorda che la sua infanzia “trascorse in una vecchia ambulanza trasformata da papà in un chiosco”, sorta di libreria popolare parcheggiata a Gondar, la città dei Gerima. La figura del padre anima anche il soggetto di questo proseguimento ideale di Adua. Un progetto per il quale il regista sta cercando, anche in Italia, i finanziamenti per coprodurlo. In questo secondo film Haile affronta il tema della resistenza alla nuova Italia mussoliniana che torna in Africa per fare dell’impero di Haile Selassie una parte di quello italiano d’oltremare “E’ una storia raccontata attraverso la memoria dei colleghi di mio padre nella resistenza, che sono ancora vivi. Tutti loro erano cresciuti con la consapevolezza che gli italiani sarebbero tornati per vendicarsi dell’onta di Adua. E’ dunque un omaggio al lavoro di ricostruzione e rilettura storica a cui già mio padre, che alla fine aveva fatto vivere anche la mia adolescenza all’ombra della vicenda di Adua, mi aveva educato”.
Il film di Gerima è dunque una storia riscritta dall’altra parte, in un’ottica africana che forse, gli chiediamo, potrebbe aiutare anche noi a rimuovere i macigni che pesano su una verità scomoda. “Non so se questo potrà servire agli italiani e non è questo il mio obiettivo. Cerco solo di raccontare ai giovani etiopi quale fu la loro storia, quella scritta dalla resistenza, in un continente dove si finisce sempre per parlare d’altro: povertà, aids, malattie, che sono ormai diventati una sorta di industria, tra l’altro sempre diretta dall’Occidente, che finisce per distrarre i giovani africani da vicende che li riguardano invece molto da vicino. Questa ricostruzione che manca è dunque importante proprio per affrontare il presente. E credo che questo sia il ruolo degli artisti: restituire un pezzo di memoria che è il fondamento della nostra storia. Molti giovani non sanno nemmeno che Adua significò la vittoria di un popolo africano su un esercito europeo moderno…Voglio dire che gli africani, attraverso una rilettura dei fatti, potrebbero smettere di essere dei semplici spettatori di questa industria della povertà e diventare protagonisti della propria vita. Esserlo significa anche saper poi combattere la povertà con strumenti propri”.
Gerima per ora ha poco sostegno e qualche amico: la Cineteca di Bologna, ad esempio, che ha restaurato il suo primo film, “Il raccolto dei 3000 anni”, o il produttore Fabrizio Grosoli che, attraverso un preacquisto con Tele+, riuscì a finanziare all’epoca parte di “Adua”. Non si nasconde Grosoli come dietro a queste difficoltà di Gerima ci sia “una resistenza ad affrontare per gli italiani il peso di una memoria difficile da digerire”: dalla sconfitta di Adua ai gas utilizzati negli anni Trenta dall’esercito di occupazione.
Non di meno qualcosa è cambiato anche tra gli storici italiani e il lavoro di Del Boca, Rochat, Labanca ha già prodotto giovani eredi. Come Matteo Dominioni, dottore di ricerca all’Università di Torino, di cui è uscito in questi giorni “Prigioniero d’Africa”, la battaglia di Adua e l’impresa coloniale del 1895-96 nel diario del caporale italiano Carlo Diotti. “Testimonianza di prima mano importante”, dice Dominioni che ha curato il volume per l’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, per la “qualità dell’attenzione agli avvenimenti al di fuori di qualsiasi retorica nazionalista”.
Alle nostre avventure libiche sta invece lavorando Eric Salerno già autore di “Genocidio in Libia” (manifestrolibri). Salerno sta ricostruendo la pagina mai scritta sui campi di concentramento italiani allestiti in terra libica per gli ebrei. “A Giado – dice Salerno - ve n’erano circa duemilaseicento e, di questi, un quinto morì per maltrattamenti, fame e malattie. Cinquecento tra gli internati furono deportati in altri campi in Italia e successivamente a Bergen-Belsen e Biberach in Germania o a Innsbruck in Austria. Non tutti tornarono”. Il filo della memoria avvolge anche loro.
Questo articolo è uscito sul domenicale del Sole24ore di domenica scorsa
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CICLISMO: DAL SAHARA ALLE COLLINE DI MOZART, LA PRIMA VOLTA AI MONDIALI
Sudore e fatica, alle loro latitudini, s’impastano di argilla tra strade sterrate e villaggi sparpagliati nella ‘brousse’, la boscaglia del Sahel: domani, invece, affronteranno la brezza settembrina delle colline intorno a Salisburgo nella “prima volta” di una squadra del Burkina Faso ai mondiali di ciclismo. Il traguardo – per i tre atleti africani su due ruote – non è solo alla fine dei 265 chilometri della corsa con partenza e arrivo nella città di Mozart: l’hanno già raggiunto con l’ammissione al trofeo iridato. “Il loro modo di praticare il ciclismo è davvero poesia: hanno a disposizione materiale ormai fuori dal tempo e usurato, con bici recuperate da squadre europee all’ultima giro del Burkina” dice di loro Laurent Dupuis, un ex-professionista francese che li ha incontrati nel 2002 in uno stage a Rouen è da allora è rimasto legato a Jeremie Ouedraogo, Saidou Rouamba e Abdul Sawadogo. “Sono atipici e affettuosi, con loro ritrovo quei valori essenziali dello sport” aggiunge il loro mentore. I tre africani hanno in comune con i grandi delle due ruote l’albergo, dove alloggia anche la delegazione del Kazakhstan con Alexandre Vinokourov, uno dei favoriti per la competizione finale che ha già vinto una medaglia di bronzo nella cronometro di due giorni fa. “Stavamo aggiustando una delle nostre bici e lui è stato molto gentile ad aiutarci” ha raccontato Ouedraogo all’inviato di un giornale. È lui il capitano della squadra burkinabé: 30 anni, sta in sella solo da otto: “Sono fiero di rappresentare qui il mio paese” afferma con un pizzico di giustificato orgoglio. In Africa, le glorie dello sport provengono in gran parte dal calcio, o – come in Etiopia e Kenya – dall’atletica. Ma non ancora dalla bici. “Forse non abbiamo il livello di preparazione per finire la corsa, ma almeno avremo partecipato” aggiunge il capitano, citando quasi lo slogan olimpico del barone De Coubertin: “l’importante è partecipare. “Se il percorso è pianeggiante possono tenere la corsa per 120 chilometri” aggiunge il loro ‘commissario tecnico’ per l’occasione. Tra i tredici milioni di abitanti in Burkina Faso la bicicletta è il mezzo di trasporto principale: nelle città si trasforma spesso in ‘taxi-velo’ – di solito ci sono sellini ricoperti con tessuti coloratissimi a disposizione del ‘viaggiatore’ – e in campagna diventa all’occorrenza anche un improvvisato mezzo di trasporto per sacchi di riso, mais e persino animali. Per gli appassionati di ciclismo del nord del mondo – forse – il Burkina Faso è legato alla memoria di Fausto Coppi, il campionissimo che dopo una corsa nell’allora Alto Volta morì per una malaria non diagnosticata nel 1960. Oggi per i tifosi del pedale africano, il ‘Tour de Faso’ – il giro del Burkina – è l’evento ciclistico più rilevante del continente, malgrado l’asfalto ricopra solo duemila chilometri di strade su 12.000. La gara – che vede ormai partecipazione agonistica di altissimo livello con atleti da tutto il mondo – si disputa dal 1997 in una dozzina di tappe al termine della stagione delle piogge. È seguitissima in ogni villaggio: il ciclismo, nel Paese dell’indimenticato Thomas Sankara, è una vera passione e oggi che si contano oggi 47 scuole di questa disciplina. Senza gli sponsor miliardari del Giro d’Italia o del ‘Tour de France’, ricorda il ciclismo d’altri tempi. Si racconta che Abdul Sawadogo – vincitore del 2004 – abbia vinto con una bicicletta di terza mano, acquistata da un europeo in procinto di lasciare il paese, riaggiustata per l’occasione. Lo stesso per i tre atleti iscritti al campionato del mondo di Mozart. “Sono sicuro – ha detto ancora Ouedraogo – che al nostro ritorno a Ouagadogou ci sarà qualcuno ad aspettarci“. (di Emiliano Bos) http://www.misna.org/
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Francia-Russia-Germania: A Parigi incontro a tre con convitato di pietra
Francesco Maria cannatà
QuadrantEuropa
Nonostante la presenza di Angela Merkel, il summit con Putin e Chirac non significa la rinascita del triangolo franco-russo-tedesco. Berlino avvisa Varsavia ma non tutti sono d'accordo con la cancelleria.
La visita di Putin in Francia iniziata venerdì 23 settembre, si annuncia sotto i normali auspici delle relazioni franco-russe. Innanzitutto gli appelli alle “relazioni strategiche” tra i due paesi e alle “convergenze” esistenti tra Mosca e Parigi su tutti i dossier internazionali più importanti.
Un’apparente normalità
La normalità è però solo apparentemente, dato che molto fuoco cova sotto la cenere. Annunciando che la compagnia francese Total rischia il ritiro della licenza per lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel nord della Russia, il portavoce del ministero per le risorse naturali di Mosca ha dato un forte scossone a relazioni che l’Eliseo insiste a definire, “intense ed eccellenti”.
L’agenda Putin non prevede eccezioni, e nemmeno Parigi potrà facilmente sfuggire a quello che al momento è lo snodo strategico della politica russa. L’energia e l’uso che il Cremlino intende fare della forza economica legata ai prezzi di gas e petrolio. Finora il governo francese non ha reagito all’ingresso russo nel capitale di Aeds. La banca pubblica russa Vtb ha acquisito il 5% del capitale di un gruppo aeronautico europeo che vuole espandersi nel mercato statunitense della difesa, un settore ben più strategico di quello siderurgico. Eppure quando Severstal, colosso russo dell’acciaio, aveva cercato di comprare il suo omologo europeo Arcelor, da Parigi erano partiti grandi allarmi. L’operazione Aeds, orchestrata dal Cremlino punta ad andare oltre il 5% del gruppo, per giungere ad un potere di veto di minoranza.
Un silenzio difficile da mantenere per Chirac
Il silenzio francese si può spiegare con la volontà di Jacques Chirac di creare un mondo multipolare che faccia da contrappeso agli Usa. Perciò occorre convincere all’ottimismo verso Mosca i partner europei. Un tentativo difficile specie dopo il ritiro della “licenza ecologica” alla britannica Shell per lo sfruttamento degli idrocarburi nel progetto “Sachalin II”. Non solo la Commissione europea, ma anche molti politici di spicco giapponesi si dimostrano insofferenti nei confronti delle recenti decisioni del Cremlino. Rendere sempre più difficile, grazie ad espedienti burocratici, l’accesso ai giacimenti energetici per le industrie occidentali. Per Thomas Gokart, dell’Istituto per le relazioni internazionali di Parigi, il presidente francese non riuscirà a bloccare Putin. Poco da fare secondo lo studioso, contro il potere economico russo che “vuole importanti acquisizioni in Europa e non solo nel settore energetico”.
Non tutti gli esperti internazionali condividono però questo pessimismo. Si nota come Mosca non sia Pechino, poiché in Russia non è in atto nessun miracolo economico. Al contrario, Mosca non riesce a razionalizzare e ristrutturare la propria economia limitandosi ad accumulare petrodollari. Il Cremlino non investe sul futuro del paese. L’esempio di Gazprom è esemplare. Dal 2000 al 2006 il gruppo ha investito quanto Total impegna in un anno: 12 miliardi di dollari. Anche il settore petrolifero è in affanno. Secondo cifre fornite da Mosca, la produzione petrolifera che nel 1999 era in aumento del 9,9%, a causa della mancanza d’investimenti quest’anno crescerà solo del 2%.
Diverso l'approccio tedesco
Oggi questo pragmatismo di Chirac, ormai cieco di fronte a tutto quello che ostacola lo sviluppo democratico del grande paese slavo, potrebbe essere controbilanciato dalla presenza del cancelliere tedesco. Dall’inizio del suo mandato Angela Merkel ha iniettato un tono più morale alle relazioni russo-tedesche, impegnandosi a un dialogo più aperto sulle “libertà russe”. Un tono che dovrebbe continuare. Ieri in un intervista alla Nezavisimaja Gazeta il vice ministro degli Esteri di Berlino, Gernot Erler, lo ha ribadito. Mettendo l’accento sulla prossima presidenza semestrale del Consiglio europeo, il responsabile della commissione parlamentare del Bundestag per i rapporti con Mosca, ha confermato che con Angela Merkel l’Unione punterà a rafforzare la cooperazione strategica con la Russia. Erlot ha però fatto anche capire che il suo paese continuerà a guardare con attenzione a tutto quello che avviene nel Caucaso meridionale. Soprattutto in Georgia. Per la Germania il cammino di Tblisi verso la Nato non si è interrotto, mentre devono finire i tentativi di mettere in discussione l’integrità territoriale georgiana. Chissà se questo tipo di approccio coinvolgerà Chirac.
Comunque Angela Merkel ha preso le sue precauzioni. Prima di ritrovare Chirac e Putin a Compiègne per uno di quei summit a tre che tanto piacevano al suo predecessore Gerhard Schröder, il cancelliere ha mandato dei segnali ai suoi vicini. Secondo un articolo non smentito del quotidiano tedesco Frankfurter Allegemeine Zeitung, Berlino ha fatto sapere alla Polonia e agli Stati baltici che la riunione a tre, non era stata “una sua idea”. Un modo di ricordare che la presenza tedesca era dovuta alla volontà di non creare tensioni con Mosca o Parigi.
La Germania vuole assicurare che non è in vista una riedizione dell’asse franco-russo-tedesco. Non è la prima volta che Angela Merkel prende le distanze dalla precedente politica estera tedesca. Durante la campagna elettorale dell’anno scorso, il cancelliere non aveva condiviso i toni più che amichevoli di Schröder con Eliseo e Cremlino. Ciò nonostante sono proseguiti i buoni rapporti con i presidenti francese e russo. La frontiera invisibile che prima si manifestava con il cameratismo e le pacche sulle spalle, non sono però mai state superate.
Le attenzioni di Angela Merkel per Varsavia non hanno del resto impedito una degradazione delle relazioni tedesco-polacche. Le ragioni di questo malessere sono dovute ad altre ragioni come l’appoggio del nuovo cancelliere al futuro gasdotto baltico o l’estrema suscettibilità dei Kaczynski. Del resto il dossier delle relazioni con Mosca non è di competenza esclusiva della cancelleria. All’avvicinarsi della presidenza tedesca dell’Ue, il capo della diplomazia di Berlino, Frank-Walter Steinmeier, fa sapere che anche lui ha qualcosa da dire a questo proposito.
La nuova Ostpolitik di Steinmeier
Non sorprende nessuno la posizione di Steinmeier più favorevole di Angela Merkel ad una “nuova Ostpolitik” europea che comprenda anche la Russia. Si tratta di un “avvicinamento nell’interdipendenza”, che comprende, “alla fine”, una cooperazione militare per operazioni di pacificazione verso paesi terzi. Non è ancora l’inizio di una rivalità tra Angela Merkel e il capo della diplomazia tedesca, ma se ne possono vedere le premesse. La crisi di governo che si profila all’orizzonte della politica interna di Varsavia, potrebbe togliere molte castagne dal fuoco. Ma non è detto.
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Come ti privatizzo l'esercito
Stati Uniti. Due società private incaricate di reperire soldati per la guerra. I reclutatori ''porta a porta''
Stefano Rizzo
Perché no? I soldati sono una merce come un’altra, che si compra e che si vende. E che, come tutte le merci, si deteriora e va sostituita. I soldati invecchiano, oppure vengono feriti, o ammazzati. Particolarmente in tempi di guerra. Le ultime statistiche dicono che tra Iraq e Afghanistan sono morti in questi anni 3034 soldati e 20.811 sono rimasti feriti (dati al 21 settembre), molti in modo grave, quindi irrecuperabili. Non servono più e ce ne vogliono di nuovi. Sono anche una merce sempre più rara, dal momento che dal 1973 – da quando cioè è stata abolita la leva obbligatoria – le forze armate possono fare affidamento solo sui volontari.
Ma non è facile trovarli. Come spiega su “Foreign Affairs” John Mueller, uno studioso di queste cose, all’inizio di ogni guerra c’è sempre molto entusiasmo e patriottismo, e i giovani si arruolano per i più vari motivi: per servire la patria, per fare un po’ di soldi, per trovare un lavoro o semplicemente per menare le mani. Poi però, se la guerra si trascina, quando le bare incominciano a tornare a casa piene, l’entusiasmo diminuisce.
Così è successo per l’Iraq. Via via che il consenso popolare alla guerra diminuiva (oggi è intorno al 35 per cento) diminuivano anche le reclute e si faceva sempre più difficile il compito dei reclutatori. Che sono un’istituzione in America. L’immagine dei due sottufficiali in uniformi fiammanti piene di galloni, che si aggirano per le strade con piglio marziale, è familiare come la torta di mele.
Esiste un corpo speciale dell’esercito (e dei marines) adibito solo a questo scopo. Girano per le cittadine di provincia, vanno nelle high school, nelle palestre, e agganciano i ragazzotti che ciondolano fuori dai bar o agli angoli delle strade. Gli fanno promesse mirabolanti: nell’esercito impareranno un mestiere, faranno straordinarie esperienze, difenderanno la patria e, soprattutto, se decidono di arruolarsi riceveranno un premio che può arrivare (a seconda delle specialità) fino a 15.000 dollari.
Ma c’è un intoppo: i regolamenti militari richiedono che possono essere reclutati soltanto giovani diplomati, senza precedenti penali, senza problemi psichici e di sana e robusta costituzione, e inoltre che non siano gay. Ora, con questi requisiti non si trovano molti ragazzi e ragazze disposti a sottoporsi alla disciplina militare e a rischiare la vita in Medioriente, perché la stragrande maggioranza di loro un lavoro già ce l’ha o lo può trovare.
E’ per questo che i reclutatori militari, per soddisfare la voracità della macchina bellica, hanno incominciato ad abbassare gli standard. Hanno preso soldati che non avevano la licenza di scuola superiore, oppure hanno ignorato i dati medici e i disturbi psichici, hanno arruolato gente con precedenti penali. (L’unica cosa sulla quale sono rimasti inflessibili è l’omosessualità. In materia vige l’aurea formula “Non dire, non chiedere”. Se un giovane ammette di essere gay è fuori.)
Sarà anche per questo che alcuni dei casi più terribili di atrocità commesse in Iraq, come il massacro di Haditha in cui una bambina è stata stuprata e uccisa con tutta la sua famiglia, sono stati compiuti da soldati che, come si è visto nel corso delle indagini, avevano una storia clinica di gravi disturbi psichici.
Insomma, un lavoraccio per i reclutatori militari. Allora gli alti comandi, seguendo la direttiva del segretario alla difesa Rumsfeld di appaltare tutto l’appaltabile all’esterno, hanno tratto la logica conclusione. Se i soldati sono una merce come le altre, reperiamoli sul mercato con strategie di mercato. Privato è buono, pubblico non funziona. Detto fatto, è stato stilato un contratto per 170 milioni di dollari con due società, la Serco e la MPRI.
Quest’ultima è una sussidiaria di un gigante nel settore della difesa, la L-3 Communications, che già vende al Pentagono sistemi d’arma e di telecomunicazione, e lo rifornisce di personale specializzato da affiancare ai militari in tutti gli angoli del mondo. Una scorsa alla offerte di lavoro della MPRI rivela una vasta gamma di attività molto stimolanti (anche se un po’ pericolose), tra cui: pianificatore delle forze di sicurezza (Afghanistan), elaboratore di dottrine tattiche (Afghanistan), analista presso il ministero della difesa (Guinea Equatoriale), direttore generale delle comunicazioni (Iraq), agente di controspionaggio (Iraq), addestratore della polizia civile (Kossovo), esperto di intelligence (Kuwait), direttore delle operazioni informative negli affari civili (Nigeria), leader nell’addestramento dell’esercito (Ucraina), addestratore della marina (Sebastopoli), oltre a numerosi incarichi negli Stati Uniti e in Germania. Sono i famosi “contractors”, di cui si calcola che solo in Iraq ce ne siano 20.000.
Ma tornando ai soldatini, per reperirli le due società hanno scelto la consolidata strategia della vendita di enciclopedie o di aspiravolperi. Hanno assunto (non a contratto certo, a commissione) qualche centinaio di reclutatori, principalmente tra gli ex sottufficiali dell’esercito o tra gli allenatori delle squadre di football, e li hanno sguinzagliati per il paese, particolarmente nelle zone più povere dove la disoccupazione è più alta. Per ogni nuovo soldato il reclutatore riceve 5700 dollari, più, se raggiunge una certa quota, un ulteriore bonus in denaro e altri fringe benefits, come i buoni benzina; per i più bravi c’è anche un elegante giubbotto di pelle. Alla Serco e alla MPRi va ancora meglio perché a loro per ogni soldato il dipartimento della difesa versa 11.000 dollari.
I risultati non si sono fatti attendere. Con le tecniche dei commessi viaggiatori i reclutatori civili hanno surclassato i loro omologhi militari e in pochi mesi è stato raccolto un “portfolio” di qualche migliaio di nuove reclute. Certo, si tratta di merce particolarmente deperibile, almeno finché durerà la guerra, e che quindi va sostituita in continuazione. Così, almeno per i reclutatori, il problema dell’occupazione è risolto. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=12117&numero='230'
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Lo strano stage di Marx
L'esperienza di un ex stagista alla Lincoln Group a Baghdad, dove si piazzano articoli pro Usa sui giornali
Lo stage di Willem Marx non è stato quello tipico di tanti studenti di giornalismo: nell’estate 2005, il giovane reporter ha lavorato per alcuni mesi alla sede di Baghdad del Lincoln Group, l’azienda di pubbliche relazioni che riceveva soldi da Washington per pubblicare sui giornali iracheni articoli positivi nei confronti dell’occupazione Usa, scritti da soldati statunitensi. Una pratica sulla quale il Pentagono, dopo che il caso emerse grazie a un articolo del Los Angeles Times, non ha trovato nulla da ridire a livello penale: dopo un’inchiesta, il Lincoln Group è stato scagionato da ogni accusa. Ma l’esperienza ha comunque segnato Marx, che dopo lo stage ha frequentato la scuola di giornalismo della New York University e ora fa il freelance. Il giovane reporter l’ha raccontata nell’ultimo numero della rivista Harpers.
Lo stage. Nell’estate trascorsa a Baghdad, Marx si è trovato in pratica a sostituire un dipendente della Lincoln negli affari quotidiani. Che comprendevano il viaggiare sotto scorta per Baghdad con in mano una mitragliatrice, con milioni di dollari in una valigetta, e sincerarsi – pistola in mano – che gli iracheni stipendiati dalla Lincoln facessero bene il proprio lavoro. Tutte cose che non avrebbe mai pensato di fare, una volta avuto il contatto con i responsabili della società. “Quando ho fatto il colloquio, sono stati molto vaghi su quelli che sarebbero stati i miei compiti. Dopo qualche giorno, ero già su un aereo militare per Baghdad”.
I compiti. Negli uffici iracheni della Lincoln, Marx riceveva articoli scritti da soldati di Camp Victory, la più grande base Usa nel paese. Doveva scegliere quali di quei pezzi dovevano essere mandati ai giornali iracheni per la pubblicazione. Poi li inviava a dei traduttori iracheni, rispediva le versioni in arabo ai comandi militari per l’ok finale, e infine li piazzava sui quotidiani, attraverso giornalisti e capiredattori pagati per accettarli. “Ovviamente non ero felice del lavoro che facevo, ma diciamo che lo presi come un’esperienza molto, molto interessante per capire come funzionava l’esercito statunitense in Iraq, e come operavano le aziende pagate dal governo”, dice Marx. Un lavoro che ingranava, e per il quale la Lincoln ottenne alla fine un lauto contratto, del valore di 10 milioni di dollari (8 milioni di euro).
Problemi e minacce. Gli articoli riguardavano sempre aspetti positivi del nuovo Iraq: “La storia di una poliziotta irachena, l’apertura di nuove fabbriche o di ospedali, oppure l’uccisione di alcuni terroristi”, ricorda Marx. “Molti di quegli articoli erano tecnicamente scarsi, ma erano comunque storie che i media, iracheni e stranieri, non coprivano, spesso perché non vi avevano accesso”. Fin qui, lo stage rimase un’esperienza bizzarra ma utile. Poi, però, Marx notò che alcuni articoli non venivano pubblicati su alcuni giornali amici, o altri finivano su quotidiani che lui non avevano contattato. “Cominciai a insospettirmi, e scoprii che alcuni iracheni pagati dalla Lincoln trattenevano per sé i parte dei soldi che dovevano girare ai giornali, e che c’era un giro di mazzette non da poco”. Fu spinto dai dirigenti della Lincoln a usare qualunque mezzo di persuasione, per risolvere la faccenda. “Mi ritrovai così a esibire la pistola per chiedere conto di questi soldi che sparivano. Poi realizzai che stavo usando le minacce contro persone che intascavano mille dollari, che per un iracheno erano indispensabili per mantenere la famiglia, mentre la compagnia per cui lavoravo intascava 10 milioni di dollari dal governo”. Il tempo di indignarsi, e lo stage finì. Ma l’attività del Lincoln Group continua.
Alessandro Ursic http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6204
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Zastava armi: nuova impresa con gli americani
La Zastava armi e un partner americano daranno vita ad una nuova azienda comune. La Zastava Arms USA si dedicherà alla produzione e vendita di pistole, armi da caccia e fucili di precisione. Nostra traduzione
Di Milutin Djevic, Ekonomist, 4 settembre 2006, (tit. orig. Zastava oruzije. Nova firma sa Amerikanicima)
Traduzione per Osservatorio Balcani: Ivana Telebak
Il più grande mercato delle armi e delle munizioni, il mercato degli USA, entro la fine dell'anno si arricchirà di un'altra compagnia che si occuperà della produzione e della vendita di pistole, revolver, fucili a lunga gittata e componenti degli armamenti militari. La Zastava armi e uno dei sette partner americani interessati fonderanno questa compagnia come una azienda comune. La sede dell'azienda che si chiamerà Zastava Arms USA sarà ubicata nel luogo della sede del partner americano.
La compagnia di Kragujevac contribuirà al capitale iniziale per l'azienda comune, con la messa a disposizione di pistole e fucili a lunga gittata, mentre il partner americano investirà una somma di denaro pari al valore della merce consegnata. Il profitto sarà suddiviso in parti uguali.
I nuovi investimenti
Nel primo anno, la nuova azienda si occuperà soltanto del trasferimento delle armi, e nel secondo anno inizierà con l'assemblaggio delle pistole, dei revolver e del più famoso fucile serbo a lunga gittata, la “Freccia nera”.
Secondo le parole del direttore generale della Fabbrica militare Dragoljub Grujovic, nei prossimi mesi il management della fabbrica sceglierà per la collaborazione l'offerta migliore fra le sette offerte proposte.
“I partner potenziali ci hanno già consegnato dei piani d'affari completi dove si vede quali sono i prodotti che possiamo vendere sul mercato degli USA, a che prezzo e quale sarà il volume di vendite che sarà possibile realizzare. È importante che siamo riusciti ad ottenere tutta la documentazione iniziale, come il consenso del ministero per i Rapporti economici con l'estero, il consenso definitivo del ministro della Difesa, ed anche il nostro Consiglio d'amministrazione che ha preso la decisione di avviare la realizzazione di questo progetto”, dice Grujovic.
Fra l'altro, alla Fabbrica militare hanno calcolato che nel prossimo anno, insieme alla collaborazione con la Remington e con la nuova compagnia Zastava Arms USA, ci si potrà aspettare un aumento del volume di affari sul mercato americano di circa otto milioni di euro.
Il nome e il profitto
Con la fondazione della nuova azienda in America, la Fabbrica militare, secondo Grujovic, “dovrebbe prendere due piccioni con una fava”.
“Tutto ciò che la Remington ora non può accettare, e si tratta di pistole, di fucili a lunga gittata e di componenti delle armi militari, noi li venderemmo allo stesso prezzo a cui li vendono adesso i nostri importatori. Loro realizzano grandi profitti perché vendono le nostre armi addirittura quattro o sei volte più care del prezzo d'acquisto. Adesso, per la prima volta in America potremo vedere armi col nome Zastava e ai prezzi che realizzano gli importatori. E' una cosa molto importante, perché la quantità e l'assortimento dei prodotti e il volume degli affari potrebbero garantire un guadagno maggiore rispetto a quello che realizziamo adesso con la Remington e anche maggiore di quello che potremo ottenere con questa compagnia in futuro”, spiega Dragolljub Grujovic.
Nella compagnia di Kragujevac affermano che sul mercato americano c'è una grande richiesta per le armi militari che vengono esportate dai nostri stock militari. In Serbia ci sono addirittura 83 aziende che si occupano dell'importazione delle armi militari, e che comprano dai magazzini militari, e quasi tutte queste armi sono state prodotte proprio nella Fabbrica militare Zastava.
“Lo scopo è di piazzare la maggior parte delle armi che produrremo sul più grande mercato delle armi a prezzi più vantaggiosi per la fabbrica, di coprire tutte le spese del lavoro in fabbrica e di realizzare il profitto. I pacchetti di armi militari, nelle parti permesse dalla legge americana, sono molto richiesti. A questo mercato potremmo vendere un grande numero di 'Kalashnjikov' semiautomatici e un grande numero di pezzi. La ditta Zastava Arms USA dovrebbe coprire almeno il 50 percento del piano di affari della compagnia Zastava armi. Comunque, la cosa più importante è che il mercato americano è un mercato sicuro, anche nei prossimi decenni”, dice Grujovic.
Fra l'altro, fino ad ora aziende che producono armi della Bulgaria, Russia, Rep. Ceca e dell'Italia... hanno fondato aziende comuni insieme ai partner americani
La prassi è che tutti i più famosi produttori di armi in America hanno compagnie comuni.
Modernizzazione
Secondo il piano di ricostruzione, la modernizzazione della Fabbrica militare è iniziata quest'anno e dovrebbe terminare nel 2011. Per poterlo fare è necessario garantire un miliardo e 123 milioni di dinari.
Entro la fine di quest'anno in fabbrica dovrebbe arrivare la macchina 21 CNC con guida numerica. Il valore dell'investimento di quest'anno è di circa due milioni di euro.
Oltre all'acquisto di questa macchina più moderna, in fabbrica sono in corso dei lavori per installazione dell'impianto per l'aria compressa, che ridurrà gran parte dei costi di produzione. Questo investimento costa circa 100 milioni di dinari. Con la prima fase della modernizzazione, la capacità di produzione delle armi da caccia e sportive sarà raddoppiata.
Produzione record
Fino ad ora ad una delle più vecchie e più rispettabili aziende americane di armi, la Remington, sono state consegnate 15.000 carabine e fucili di piccolo calibro, e entro il 10 settembre dovrebbe partire anche la sesta consegna di 3.000 carabine.
Secondo le parole del direttore della fabbrica Dragoljub Grujovic, si tratta di un record nella produzione delle armi da caccia e delle armi sportive, perché fino all'embargo del 1992 la fabbrica aveva prodotto al massimo 16.000 pezzi all'anno.
“Il presidente della compagnia Remington, Thomas Millner, ha annunciato che per il prossimo anno potremmo iniziare anche con la consegna dei nuovi prodotti. Oltre ai fucili da caccia, ci sono doppiette dal design moderno, armi semiautomatiche, armi semi automatiche di piccolo calibro e simili”, afferma Grujovic.
Fra l'altro, la Remington ha intenzione di aprire un altro reparto in fabbrica e di trasferirvi una parte della sua produzione e della sua tecnologia. Il presidente della compagnia americana, Thomas Millner, nonostante fosse già accordata la consegna di 24.000 fucili di piccolo calibro e di carabine, chiede alla fabbrica di Kragujevac di aumentare le consegne. Millner afferma che il mercato americano riesce, quando si tratta di caccia e sport, ad accettare tutte le quantità che la Zastava produce.
In fabbrica sottolineano che la collaborazione con questa compagnia ha portato anche ad un aumento della richiesta sul mercato europeo, perché adesso le armi da caccia con il marchio “Zastava Remington” vengono quotate meglio e si vendono meglio.
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UE : mediatore approva sforzi per trasparenza sui finanziamenti
di Gabriella Mira Marq
Pochi giorni fa il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Hammarberg aveva sottolineato l'importanza del mediatore o difensore civico per l'attuazione pratica dei diritti dei cittadini.
Ed era sicuramente in tale direzione la richiesta del mediatore europeo, Nikiforos Diamandouros, di una maggiore trasparenza nella gestione dell'Unione, richiesta fatta qualche mese fa. Oggi il mediatore ha dichiarato apprezzamento per gli sforzi della Commissione Europea di rendere piu' trasparente la gestione del fondo fornendo i dati sui beneficiari dell'UE, su cui l'organismo europeo ha varato a maggio di quest'anno un libro verde per introdurre l'obbligo legale per gli Stati membri di fornire informazioni su chi riceve fondi dalla UE.
Il mediatore aveva ricevuto i reclami circa la mancanza di trasparenza nel campo dei beneficiari dei fondi monetari dell'UE ed ha detto che "e' ell'interesse del grande pubblico fornire informazioni su come sono spesi i soldi dei contribuenti UE".
Un certo numero di membri ha suggerito un ruolo di controllo per il mediatore, ma Diamandouros ha detto: "Ho il mandato di sorvegliare la pubblica amministrazione dell'UE e di agire quando trovo cattiva gestione nelle attivita' delle istituzioni, dei corpi, o delle agenzie dell'UE. Quanto ai funzionari di UE, posso naturalmente sorvegliare le loro attivita'" e incitarli, ma ha detto che "il Trattato non da' al mediatore il mandato per controllare le attivita' degli enti privati".
Probabilmente anche nell'ottica dell'approvazione della Costituzione UE il mediatore ha detto che "uno dei modi Uno piu' efficaci per aumentare la fiducia nella gestione e' di migliorare la trasparenza" ed ha detto che la revisione dei regolamenti dull'accesso ai documenti rappresenta una prova chiave per la Commissione per mostrare la propria serieta' a riguardo.
www.osservatoriosullalegalita.org
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La sindrome di Stoccolma
di Furio Colombo
La minaccia di Bruno Vespa di abbandonare la Rai (presumibilmente per dirigere a tempo pieno tutti i dibattiti dei migliori esponenti della sinistra) dopo l’editto del presidente Petruccioli che prevede solo tre serate invece della presenza continua (o in persona o con i suoi libri) su tutti i canali e in tutte le ore in cui gli italiani si siedono davanti a un televisore, ha fatto correre brividi di tensione nel folto pubblico dei partecipanti abituali di Porta a Porta.
È importante per un politico riconoscere subito il problema. E impegnarsi nella giusta lotta.
l problema è che non si può far politica senza Bruno Vespa o con meno Bruno Vespa (benché resti il mistero su come ce la facciano gli omologhi esponenti di partito inglesi, francesi, tedeschi, americani, dove l’omologo di Bruno Vespa non esiste).
L’impegno di lotta è chiaro: battersi per il sacrosanto diritto di Bruno Vespa di apparire sempre, con il giro fisso dei suoi ospiti organizzati in senso orario da destra a sinistra. Altrimenti c’è il rischio che in normali programmi invitino qualcun altro e magari anche dei cittadini che, come è noto, snaturano la politica.
Ma ecco il manifesto di lotta così come presentato al Corriere della Sera dalla Sen. Manuela Palermi (Pdci):
«Primo. Bruno Vespa è uno dei pochissimi che hanno sempre garantito in Tv la presenza dei partiti piccoli, cosa che non succede nei talk show della sinistra.
Secondo. Da portavoce (del Pdci, ndr.) seguivo tutti i talk show politici. E la maggiore correttezza l’ho riscontrata in Porta a Porta di Vespa.
Terzo. Vivadio, ai partiti piccoli garantisce la presenza. Cosa che non fanno nemmeno i Tg.
Quarto. Vespa è troppo sdraiato su Berlusconi ma va bene. L’essenziale è poter spiegare le ragioni del proprio partito, ciò che non accade nei talk show più vicini alla nostra parte politica. Lui ci ha sempre lasciato parlare».
Il manifesto della Sen. Palermi si chiude con una dichiarazione di solidarietà al talk show della libertà, con la frase da ricordare: «Lui ci ha sempre lasciato parlare» che fa pensare a un cupo regime in cui le ragioni della Sen. Palermi e del suo partito siano tenacemente oscurate da tutti gli altri.
Il manifesto, vivadio, chiede qualche nota a pie’ di pagina, specialmente per chi dovesse trovarsi fra le mani lo storico testo fra qualche anno, quando, mettiamo, Bruno Vespa fosse diventato “Moderatore dello Stato”, carica da sostituire a quella del Presidente della Repubblica, perché sarebbe il solo modo di garantire (ci dice la Palermi) che «lui ci lascia parlare». Anche perché, supponiamo, dopo le sentite dichiarazioni della Palermi seguirà una raccolta di firme. Molte feste dei partiti di sinistra sono ancora aperte, forse si fa ancora in tempo a mobilitare le masse.
Infatti il manifesto contiene un grande riconoscimento democratico («ci fa parlare tutti») e una grave denuncia (tutti gli altri talk show di sinistra minacciano la democrazia).
Una curiosità attanaglia subito il lettore: di quali talk show si parla, visto che quasi tutte le sere della settimana del servizio pubblico sono occupati da Vespa e (si deve intendere) dagli ospiti del maestro? Ballarò si brucia in un martedì. Fazio ha due finestrine alla settimana con dovere di cultura, comici e varietà. A ciascuno di loro occorrono mesi per avere la disponibilità di inviti che Vespa si gioca (entusiasmando la Palermi) in una settimana.
Altri talk show, altri programmi politici, alla televisione italiana non risultano, prima del ritorno di Santoro (che però invita poco). Dunque scappellarsi davanti a Bruno Vespa perché ospita di più (e proprio in occasione del tentativo reazionario di Petruccioli di restituire agli italiani almeno una sera già prepagata col canone) sarebbe come ringraziare il Policlinico di tenere aperto tutte le sere il pronto soccorso. Dovere, risponderebbero medici e infermieri.
Quanto al dovere secondo Vespa, esso include, certo, una astuta gentilezza verso i piccoli partiti (che però ci pareva di avere intravisto in tutti i telegiornali). Ma le poche volte che essi sono di riposo, tutto lo spazio tocca al più grande conflitto di interessi del mondo, rappresentato in persona da Silvio Berlusconi. Arricchito per merito di Vespa della legittimità creata dalla frequentazione di militanti di sinistra in altre sere e altre ore, occupa una sera intera per firmare quel “contratto con gli italiani” che ha reso lui, ma anche l’Italia molto conosciuti (e forse non molto stimati) nel mondo.
Ora la Sen. Palermi ci dice (cito): «L’essenziale è poter spiegare le ragioni del proprio partito». Siamo sicuri che sia davvero l’essenziale? In quella Italia?
Per capire bisogna ricordarsi della ragazza austriaca tornata libera dieci anni dopo essere stata rapita dall’uomo che le ha rubato la famiglia e l’infanzia. «Sì, ma con me è stato buono. E per lui ho acceso una candela».
Sindrome di Stoccolma, direte, l’ostaggio che impara ad amare il sequestratore. Sì, ma almeno la ragazza austriaca si è liberata da sola, fuggendo. La Sen. Palermi chiede di rientrare, quattro sere la settimana, a Porta a Porta. In scenografia troverà ancora la scrivania di ciliegio su cui, in piena libertà, è stato firmato il “contratto con gli italiani”.www.unita.it
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Telefono giallo
di Marco Travaglio
Scrive su Repubblica Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Consulta, che il caso delle intercettazioni illegali della Telecom parallela, con la complicità di pezzi dei servizi segreti, forze di polizia e forse alcuni politici, «incute spavento». E «c’è da trasecolare a leggere il modo di presentare questi dati da parte di molta stampa: la riduzione o a un’intrigante spy story o a un episodio degli interessi turbolenti intorno a Telecom e al suo ex presidente. C’è ben altro: una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia e sullo Stato di diritto». Uno scenario dinanzi al quale la politica e una parte dell’informazione dimostrano, ancor più del solito, una impressionante inadeguatezza (nella speranza che non sia anche complicità).
Fra le tante stravaganze che si leggono dopo i 21 arresti di Milano, c’è quella del ministro dell’Interno Giuliano Amato, che si vanta di aver anticipato lo scandalo: «Lo dissi alcune settimane fa che ero esterrefatto davanti al debordare delle intercettazioni in Italia: quello che sta avvenendo in questi giorni mi sta dando ragione ed è motivo di riflessione». C’è da trasecolare. Quando si disse «esterrefatto» per le intercettazioni, Amato non si riferiva a quelle abusive e illegali alla Tavaroli & C. Si riferiva a quelle legittime e legali della Procura di Potenza che avevano scoperchiato gli scandali intorno a Vittorio Emanuele, all’entourage di Fini e alla Vallettopoli Rai. Era l’11 luglio, quando il ministro dell’Interno pronunciò in Parlamento queste gravi parole: «Sono esterrefatto per quanto accade in Italia. Mi dicono che esistono contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce notizie e collegamenti fra Procure e giornalisti, per cui, al momento in cui un atto viene comunicato agli indagati, viene fornita ai giornalisti la password per entrare». Sono trascorsi due mesi e mezzo, e la sua denuncia ha raccolto solo smentite, senza uno straccio di conferma. Forse sarebbe il caso che il ministro la dettagliasse meglio, oppure chiedesse scusa alla Procura di Potenza e alle «altre» genericamente tirate in ballo. Anche perché il suo allarme, fino a prova contraria del tutto infondato, è servito a creare il clima per accelerare il ddl Mastella che limita l’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati e vieta la loro pubblicazione sui giornali.
Ma, detto ciò, che diavolo c’entra il discorso di Amato con il caso Tavaroli (sulle intercettazioni e schedature illegali, disposte da una struttura occulta nata in seno alla Telecom a carico di cittadini incensurati, operai, finanzieri, politici, giornalisti?). Assolutamente nulla. Ma la confusione fra intercettazioni legali e abusive fa molto comodo, in questi giorni di caos. Tant’è che l’altroieri Silvio Berlusconi si è subito dichiarato favorevole a trasformare in un decreto legge da approvare con la massima urgenza il ddl Mastella, ricordando che ci aveva già provato lui a limitare le intercettazioni giudiziarie (quelle legali) e a imbavagliare la stampa, nella scorsa legislatura, ma non gliel’avevano lasciato fare. Un bel complimento, non c’è che dire, per l’iniziativa del governo. Sulle intercettazioni illegali, invece, nemmeno una parola. Anche perché pare che la banda Tavaroli spiasse i maggiori imprenditori e finanzieri, tranne uno: lui. Qualche ingenuo si sarebbe aspettato le puntute invettive delle vestali della privacy a corrente alternata, cioè dei Panebianchi, degli Ostellini, dei Platinetti, che quando una procura intercetta un vip delinquente chiamano Amnesty International perché non se ne può più di queste intrusioni nella vita privata, signora mia. Invece i primi due, per ora, tacciono. E il Platinette Barbuto scrive che bisogna «fissare bene il discrimine tra abusi da punire, associazioni a delinquere da reprimere e fini istituzionali da perseguire con modalità anomale»: insomma, se c’è di mezzo il Sismi per qualche sporca operazione tipo Abu Omar, allora va tutto bene. Sul “Giornale”, Cirino Pomicino alias Geronimo non trova di meglio che prendersela con i cronisti che hanno svelato lo scandalo e ipotizza, a pera, che la banda di intercettatori agisse per conto di «alcune procure» fantomatiche. “Libero”, invece, parla di «arresti a orologeria» della Procura di Milano per aiutare Prodi contro Tronchetti Provera. Ma questo è comprensibile. Il suo vicedirettore è l’agente Farina: la più grossa cimice mai lanciata sul mercato.
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IL CASO NAPOLI
Un dialogo tra sordi
Se non vi è chiaro, Napoli è una questione nazionale. Così abbiamo titolato mercoledì scorso in prima pagina l’editoriale di Antonio Ghirelli. Un grido di dolore più che un’invettiva. Anzi, un atto d’amore per una città il cui degrado e la cui invivibilità si leggono negli occhi di chi è costretto a farci i conti quotidianamente. Atto d’amore che però - e francamente non se ne capisce il motivo - viene respinto con cieca riluttanza da chi coraggiosamente da anni si è assunto la responsabilità politica di guidare Napoli. Ogni qual volta un organo di informazione, che sia l’Espresso, che sia il Riformista, si azzardi a raccontare cosa significa vivere a Napoli, giunge puntuale la replica di Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino. «Napoli non è solo violenza, non è solo camorra, non è solo degrado, è anche questo ma non solo, la gran parte dei napoletani è gente onesta». E vi risparmiamo il resto della tiritera. L’ultimo esempio di questa commedia delle parti ce l’ha offerto Anno zero, la trasmissione che Michele Santoro ha dedicato a Napoli. Una puntata sicuramente oleografica, stucchevole quanto si vuole, ma di certo non fantasiosa. Che però alla sindaca non è piaciuta.
Chissà che cosa piacerebbe leggere su Napoli alla Iervolino. Non di certo che giovedì a Chiaia una pm è stata aggredita da tre malviventi e costretta a cedere il Rolex; oppure che l’altra notte al Vomero alcuni buontemponi hanno citofonato ai residenti intimando loro di togliere subito dalle finestre i lenzuoli anticamorra appesi per protestare contro l’omicidio di un edicolante. Quegli assassini sono stati arrestati, ne diamo atto alle forze dell’ordine. Ma il clima in città non sembra cambiato. E difficilmente cambierà se chi l’amministra continua a preferire la miope arroganza del potere che non ascolta e nasconde la polvere sotto il tappeto.http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=72484
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Prove di bassezza
La vicenda delle intercettazioni illegali perpretate da alcuni funzionari di Telecom ai danni potenzialmente di chiunque è diventata il pretesto affinchè il berlusca del momento (Mastella), appoggiato da tutta la sinistra di nome e destra di fatto, faccia passare al Consiglio dei Ministri di oggi l'ennesimo decreto legge che renderà più difficoltoso per i magistrati effettuare intercettazioni telefoniche.
È fuor di dubbio infatti che la gang di Telecom esula da ogni principio di legalità già con le leggi attuali: che bisogno ci sarebbe dunque di un ulteriore decreto legge (che, ricordo, può essere adottato solo in caso di necessità immediata ed urgenza)? Per inasprire le pene in caso di intercettazioni illegali? Non vedo allora il carattere d'urgenza!
Piuttosto, dal momento che è diverso tempo che se ne parla - quindi da prima della vicenda in questione - e Mastella aveva già fatto dichiarazioni in proposito, sono convintissimo che è solo una scusa per tarpare ancora una volta le ali ai magistrati e toglier loro uno strumento senza il quale non avremmo avuto bancopoli, calciopoli ecc.
Insomma: come mai questa sinistra sta continuando a dare prove di bassezza pari al governo precedente?ww.onemoreblog.org
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Ungheria, l’estrema destra vuole seppellire il Governo
A Budapest in Piazza Kossoth, tra i manifestanti di estrema destra. Che, dopo le rivelazioni sulle sue bugie, chiedono le dimissioni del premier socialista Ferenc Gyurcsány. In coro con l’opposizione.
violenze che minacciano la capitale ungherese non mostrano segni di cedimento. Gli scontri tra i giovani manifestanti e la polizia sono andati avanti fino a tarda notte con quasi 200 feriti e 160 arresti. Durante la notte di lunedì 18 settembre, «la più lunga e buia» dalla transizione democratica del 1989 secondo il primo ministro Ferenc Gyurcsány, i rivoltosi hanno saccheggiato la sede della Televisione Pubblica Ungherese. Durante le violenze uno dei protestanti dichiarava: «La scorsa notte mi sono sentito come i nostri genitori nel 1956. Una rivoluzione sta iniziando».
Oggi 22 settembre Di prima mattina ho percorso la Piazza Kossuth verso il gruppo di protestanti. La notte precedente 15.000 persone sfilavano in piazza di fronte al Parlamento chiedendo le dimissioni del premier Gyurcsány. Ora le strade sono tranquille e solo il ronzio della macchina per la pulizia delle strade porta l’eco delle dimostrazioni. Mentre tra i protestanti rimasti in piazza regna un clima di choc e di eccitazione.
Picnic, bare e bugie
La violenta agitazione di Piazza Kossuth è scoppiata a seguito di un discorso del Primo Ministro domenica scorsa. Che ha ammesso che «nessun paese in Europa ha dimostrato tanta stupidità come il nostro. È chiaro che il governo ha mentito per un anno e mezzo, forse due». Dichiarando inoltre di aver «mentito giorno e notte. Non voglio più continuare così». Dopo la rielezione di Gyurcsány al governo sono state prese strette misure per riassestare il deficit pubblico e sono state lanciate riforme strutturali. E anche se i tagli recenti non sono così significativi come quelli operati nel ’95 da Bokros colpiranno comunque la classe media.
Ma la classe media è qui per far sentire la sua voce. Circa cinquanta dimostranti stazionano sul prato di fronte al Parlamento. Gli estremisti di destra e gli ultranazionalisti ungheresi hanno ormai occupato la piazza. I membri del Fronte Nazionale Ungherese, Movimento Giovanile delle 64 Contee, il Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore) e altri gruppi si sono riuniti per esprimere la loro insoddisfazione. Bandiere ungheresi e simboli di estrema destra riempiono così uno dei centri nevralgici di Budapest. In mezzo alla piazza i ritratti del Primo Ministro Socialista e del leader della coalizione liberale sua alleata, Gábor Kuncze, sono esposti su una bara avvolta in un lenzuolo nero. E così recitano le frasi: “Stiamo seppellendo il governo Gyurcsany; per voi non c’è resurrezione”. I comizi si avvicendano.
Malgrado l’estremismo di alcuni dimostranti, i venditori ambulanti, con completa nonchalance, vendono pretzels e bandierine ai passanti. C’è un’atmosfera strana qui, che ricorda un po’ i picnic del primo maggio negli anni Settanta. I turisti si avvicinano con entusiasmo a dimostranti piuttosto diffidenti. I media sono dappertutto: il numero di giornalisti e di veicoli delle tv di tutto il mondo a volte supera quello dei dimostranti. Da dietro una striscia di sicurezza circa trenta poliziotti sorvegliano l’area: le loro grandi tende stanno ad indicare che vi resteranno per un po’, almeno fino alla fine delle elezioni amministrative del 1° ottobre.
Se la destra strumentalizza lo scandalo
Secondo Viktor Orban, leader del Fidesz, il più importante partito dell’opposizione, le prossime elezioni amministrative del 1° ottobre valgono quanto un “referendum”. I votanti decideranno se vogliono ancora o meno il Governo. E secondo Orban le bugie ammesse dai socialisti mettono in discussione «la legittimità dell’esecutivo». E sono proprio due deputati del Fidesz ad insinuarsi stamane tra i manifestanti di Piazza Kossuth per parlottare con loro.
Nonostante le proteste contro il Primo Ministro, questi non parla di dimissioni e nemmeno di ritirare le dichiarazioni. Finora la reazione dei mercati finanziari ha dimostrato che la crisi può avere serie conseguenze sull’economia. Secondo un sondaggio il 45% degli ungheresi vorrebbe che il premier si dimetta, mentre il 48% preferisce che rimanga al governo. E la grande maggioranza dell’opinione si dichiara contro le violenze.
Oggi è ancora in dubbio se i socialisti saranno in grado di tenere sotto controllo i protestanti che hanno invaso la capitale ungherese. Il maggiore partito dell’opposizione, Fidesz, potrebbe riuscire a trarre dei benefici da tutti questi scandali. Tuttavia la loro alleanza con i movimenti di estrema destra qui in Piazza Kossuth non è di buon auspicio. E il forte dispiegamento delle forze di polizia indica che le proteste non sono ancora finite.
Judit Járadi - Budapest http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8160
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Transnistria: la Russia è più vicina
Il referendum svoltosi domenica 17 settembre 2006 in Transnistria, una regione di circa 550.000 abitanti stretta tra l'Ucraina e la Moldavia e resasi indipendente nel 1992 dopo una guerra con l' esercito di Chisinau (appoggiato da volontari romeni) costata quasi 1.000 morti, non lascia dubbi sull'esito del suo risultato. Superato il quorum della metà degli elettori più uno grazie alla partecipazione di circa il 70% degli aventi diritto al voto, i sostenitori dell'indipendenza dalla Moldavia e della conseguente integrazione nella Federazione russa hanno ottenuto il 97,1% dei consensi. Dopo aver visitato in lungo e in largo la capitale Tiraspol e la città di Benderi – una delle roccaforti ai tempi del conflitto del 1992 – abbiamo seguito le operazioni elettorali in 4 seggi del distretto di Dubossari, il cui confine è estremamente vicino alla rivale Chisinau.
In un'atmosfera di festa, contrassegnata dalla musica e dai palloncini rosa che coloravano le urne, la popolazione transnistriana si è recata compatta al voto, dimostrando la sua volontà di sancire democraticamente (si trattava del settimo referendum dopo la guerra) un'indipendenza che ancora oggi Unione Europea, OCSE e Stati Uniti si ostinano a non voler riconoscere.
Nonostante tutta la propaganda occidentale descriva questo paese come un crocevia di traffici illegali d'ogni tipo, durante il nostro soggiorno abbiamo potuto constatare l'enorme tranquillità che regnava nelle strade, praticamente sgombre di polizia e soldati, così come la piena regolarità delle operazioni di scrutinio.
Se l'appoggio economico di Mosca è sicuramente importante - lo stipendio medio di un operaio specializzato si aggira sui 200 dollari al mese mentre l'affitto di un appartamento è di circa 20 dollari mensili - non bisogna però trascurare la fondamentale presenza delle centrali elettriche qui situate e delle fabbriche di tessuti, fibre naturali e cotone che lavorano a pieno ritmo per l'esportazione.
Le 1.000 truppe “straniere” che ancora oggi rimangono in Transnistria, 500 russe e 500 ucraine, si limitano a presidiarne i confini, resi difficili dall'embargo economico (in particolare per il famoso cognac) che Moldavia, Romania e Ucraina hanno decretato nei confronti di questa Repubblica.
Un blocco commerciale frutto diretto delle pressioni che Washington esercita su Chisinau e Kiev, già alleate nel GUAM antirusso, ma anche su Bucarest, la cui adesione alla NATO è ormai un fatto compiuto da tempo.
Non a caso solo dal Cremlino, con una dichiarazione ufficiale del presidente Vladimir Putin, è arrivata una forte legittimazione al risultato di questo referendum, che permette alla Russia di creare un cuneo di separazione a lei favorevole tra due Stati attualmente sotto il controllo statunitense.
Premessa importante dell'ancora più decisiva consultazione che a metà novembre dovrebbe sancire il distacco dell'Ossezia del Sud dalla Georgia, dopo l'analoga strada già intrapresa dalle filo-russe Ossezia del Nord e Abkhazia.
La forte minoranza moldavo-romena, che costituisce circa il 40% della popolazione, è in gran parte integrata nelle strutture della possente amministrazione pubblica, che conta oltre ai numerosi Russi ed Ucraini, anche Bielorussi e Bulgari, grazie a un'equa ripartizione delle cariche amministrative.
Certo in passato sono esistite e probabilmente anche oggi esistono sacche di malcontento da parte di questa decisiva componente etnica, sollecitate dai richiami nazionalisti provenienti dall'uomo forte di Chisinau, Vladimir Voronin (non certo tenero però con le minoranze all'interno del suo paese): di esse il presidente transnistriano Igor Smirnov dovrà tenere conto nelle riforme da lui già annunciate dopo l'esito del referendum di domenica scorsa.
Così come essenziale sarà per la regione ricostruire la sua immagine all'estero con una massiccia opera di controinformazione, tesa a ribattere la martellante campagna mediatica di alcune centrali atlantiste che da anni la descrivono come uno Stato “dominato dalla mafia russa”.
Processo di apertura in parte tentato nei giorni precedenti l'ultimo referendum, quando il governo di Tiraspol ha accreditato giornalisti e operatori di diverse nazioni europee ad assistere quali osservatori internazionali alle modalità di svolgimento del voto mediante a un'attenta ed efficiente macchina organizzativa.
La massiccia struttura politica transnistriana non ci ha comunque impedito di sganciarci varie volte dalla “marcatura” delle autorità, consentendoci di perlustrare, esaminare e fotografare le varie zone della capitale in assoluta libertà, il che ci lascia ben sperare nel futuro di questo simpatica nuova nazione, nelle quale non abbiamo registrato ombra di tensioni etniche.
Anche se molto dipenderà dal sostegno di Mosca e dalle prossime crisi geopolitiche che quest'area, estremamente instabile, è destinata ad attraversare: toccherà allora all'Europa decidere se continuare a prestarsi all'azione di destabilizzazione ordita dagli Stati Uniti o cooperare con la vicina Russia per assicurarne la piena integrazione nel nostro continente.
di Stefano Vernole, osservatore internazionale al referendum svoltosi in Transnistria domenica 17 settembre www.magachip.info
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ANCORA CENTINAIA DI RIFUGIATI IN KENYA PER SFUGGIRE A VIOLENZE
Continuano ad arrivare senza sosta al posto di frontiera di Liboi con il Kenya centinaia di cittadini somali, soprattutto donne e bambini, costretti a fuggire dalle violenze provocate nei mesi scorsi dagli scontri tra signori della guerra e Corti islamiche e dal clima di persistente incertezza politica nel paese. Lo rende noto l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), spiegando che giovedì sono arrivati nei centri attrezzati in Kenya al confine con la Somalia altre 757 persone, mentre il giorno prima ne erano giunte 35, portando a oltre 27.000 il numero dei somali che dall’inizio dell’anno (almeno 4.220 dall’inizio di agosto) hanno dovuto lasciare le loro città, e in particolare Mogadiscio - sotto il controllo dell’Unione delle Corti islamiche dal 5 giugno - e Baidoa, la città sud-occidentale dove ha sede il governo di transizione. Gli arrivi delle ultime due settimane hanno portato a 134.000 il numero dei rifugiati ospitati del solo campo di Dadaab, il più grande campo profughi della zona di frontiera, ma complessivamente dall’inizio dell’anno hanno trovato rifugio in Kenya almeno 227.000 persone, in grande maggioranza somali e sudanesi.http://www.misna.org/
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Orrore quotidiano
Settemila civili morti in due mesi, e la tortura che è diffusa più che con Saddam
“L’utilizzo della tortura nelle prigioni in Iraq è così diffuso da essere fuori controllo. La situazione nel Paese, secondo molti, è peggiorata rispetto all’era di Saddam. Ci sono gruppi terroristici e milizie, ma anche militari e agenti di polizia che torturano. In Iraq ci sono tante persone torturate e uccise”.
Manfred Nowak. Con queste parole Manfred Nowak, incaricato speciale delle Nazioni Unite per le indagini sulla violazione dei diritti umani nel mondo, incontrando la stampa a Ginevra, ha commentato giovedì l’ultimo rapporto dell’Onu sulle violenze settarie in Iraq. Un segnale del deterioramento generale delle condizioni di sicurezza nel Paese è il dato delle 7mila vittime civili accertate negli ultimi due mesi di guerra. Un record, dall’inizio del conflitto nel marzo 2003. Nowak ha chiarito che, con molta probabilità, il numero delle vittime civili è impreciso per difetto, visto le grandi difficoltà nel reperire le informazioni senza poter liberamente muoversi sul territorio.
Il rapporto elenca una serie di provate violazioni che avvengono, ogni giorno, nelle carceri irachene. Inoltre, dalle analisi svolte sui cadaveri che vengono portati negli obitori iracheni, emerge un campionario di orrori inauditi. Segni evidenti di tortura e pestaggi, detenzioni illegali, corpi dilaniati dagli acidi o da sostanze chimiche, cadaveri decapitati e ai quali vengono asportati gli occhi o gli arti. A tutto questo si aggiungono le ‘retate’ delle squadre della morte composte da fanatici religiosi o dalle milizie armate delle varie comunità. Senza contare l’aumento esponenziale delle donne vittime del cosiddetto ‘delitto d’onore’, cioè l’omicidio all’interno di uno stesso nucleo familiare di una donna ritenuta colpevole di adulterio o di una condotta non moralmente ineccepibile.
Il triangolo della morte. Le cifre sulle vittime civili fornite dalle Nazioni Unite fanno chiarezza dopo le polemiche nate dai dati presentati dall’amministrazione Bush, accusata di ridimensionare il quadro della situazione. Ma sono sempre di più i generali statunitensi che lanciano l’allarme sui conflitti interni alla società irachena e, negli ultimi giorni, sulla stampa Usa più di un commentatore si chiedeva se il governo guidato da al-Maliki fosse realmente in grado di riportare l’ordine nel paese. La popolazione è sempre più impaurita e sempre meno si sente difesa dalla polizia irachena. Non a caso, nella provincia di al-Anbar, la regione al confine con la Siria che è sempre stata una delle più violente dell’Iraq, è nato un Consiglio di guerra per l’autodifesa della popolazione civile. L’idea è nata dopo una riunione tra 31 capi tribù della regione che, denunciando come i miliziani vicini alle organizzazioni terroristiche spargano il sangue innocente della popolazione mentre i militari della Coalizione sono impotenti, hanno deciso di difendere le loro famiglie da soli.
Quali kamikaze? Gli eventi della guerra in Iraq, da tre anni a questa parte, ci hanno abituato a spostare ogni volta un po’ più in là la soglia dell’orrore. Non ci si domanda più che fine abbiano fatto la pietà per i civili e il rispetto per le vittime. Ieri l’ennesima rivelazione choc è venuta dal ministero della Difesa iracheno: gli insorti iracheni non usano più soltanto i loro volontari suicidi per compiere attentati con autobombe, ma hanno iniziato a usare anche le loro vittime. Una settimana fa le forze di polizia irachene avevano scoperto un cadavere in una vettura, ma mentre i soccorritori tentavano di estrarlo l’auto è scoppiata. Si tratta, secondo il ministro, di una nuova tattica della guerriglia: i civili a bordo di auto vengono rapiti e i loro mezzi imbottiti di esplosivo. In alcuni casi gli sventurati vengono abbandonati nelle loro vetture-bomba in attesa dei soccorsi, in altri vengono rilasciati e seguiti in aiuto finché raggiungono un check- point. A quel punto basta un segnale e la vettura viene fatta esplodere. Si potrebbe ipotizzare che tra gli insorti ci sia carenza di volontari suicidi, ma sarebbe un improbabile ottimismo. La ragione di questo nuovo orrore è invece l’opportunità: le milizie devono cambiare frequentemente le proprie tattiche e il ‘materiale umano’ a disposizione è sterminato. Basta pensare alle decine di corpi di civili iracheni, torturati e giustiziati, che ogni giorno vengono gettati nel Tigri o nelle fogne, dai loro carnefici.
Christian Elia http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6311
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Elezioni in BiH: 5 tabù elettorali
Si avvicinano le elezioni politiche e in un’inchiesta il magazine bosniaco “Start” rivela a quali domande i partiti politici preferiscono non rispondere. Dalla legalizzazione delle droghe leggere, alla pena di morte. Dai matrimoni omosessuali alla legalizzazione della prostituzione. Nostra traduzione
Magazin Start, 4 settembre 2006, (tit. orig. 5 škakljivih predizbornih pitanja)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak
1. Legalizzazione delle droghe leggere
2. Pena di morte
3. Legalizzazione della prostituzione
4. Rapporto verso la comunità queer
5. Legalizzazione dei matrimoni dello stesso sesso
Ai partiti politici abbiamo posto delle domande su argomenti che non si trovano nei loro programmi di elettorali. La questione della legalizzazione delle droghe leggere, della prostituzione e dei matrimoni omosessuali sono per loro ancora un tabù. I partiti giustificano le risposte conservatrici con la fede, la cultura e la tradizione.
“Cosa? Di cosa si tratta?", ci hanno risposto Mirko Blagojevic, membro del "Partito radicale serbo Dott. Vojislav Seselj", e Slobodan Negradic del "Partito del progresso democratico" alla domanda sul rapporto dei loro partiti verso la comunità queer.
E mentre in Europa si tengono aspri dibattiti sul consenso legale per i matrimoni omosessuali, si cercano le soluzioni per combattere la prostituzione illegale e si migliorano i rapporti con le comunità queer, i nostri partiti generalmente non sanno nemmeno cosa significhi "queer".
“Appoggiamo le associazioni che si occupano dei malati di AIDS e la lotta che conducono a favore dei diritti umani, per l'integrazione. Associazioni che educano i propri membri sul modo in cui la malattia viene diffusa, per non minacciare i diritti di altre persone”, così spiegano il loro rapporto verso la comunità queer quelli del Partito dell'azione democratica (SDA).
Nonostante abbiano mostrato un’ottima conoscenza del termine queer e la collaborazione con associazioni queer, il Partito liberale democratico (LDS) non ha una propria posizione verso questa comunità e nemmeno verso la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.
Il sesso balcanico contadinesco
“La prostituzione è qualcosa simile all’ingresso nell’Unione europea. E' molto difficile sottoporre ad alcune regole il sesso balcanico contadinesco”- spiega Rajko Vasic della Lega dei socialdemocratici indipendenti. Egli afferma che in BiH non esistono ancora delle condizioni per occuparsi legalmente di prostituzione, ma appoggia la legalizzazione della prostituzione. “Appena ci saranno condizioni adeguate, bisognerebbe legalizzare la prostituzione.” Anche il partito “Con il lavoro verso il miglioramento” è per la legalizzazione della prostituzione: “In questo modo, di questi tempi in cui sono aumento i malati dell'AIDS e le malattie veneree, le persone che si prostituiscono e naturalmente i loro clienti si proteggerebbero meglio, e in questo modo probabilmente si sradicherebbe anche la prostituzione dei minori, o almeno diminuirebbe”.
Gli altri partiti, che hanno una loro posizione su queste questioni, sono in modo categorico contro la legalizzazione della prostituzione. Le risposte più frequenti sono che ciò non corrisponde "alla nostra cultura, alla nostra religione e alla nostra tradizione".
Le stesse argomentazioni vengono date in difesa dell’unione matrimoniale classica. Il matrimonio di due persone dello stesso sesso non viene preso in considerazione: “Quello non è matrimonio. E' un'unione civile”, secondo l’opinione dei Radicali.
La questione dei matrimoni omosessuali è molto attuale negli ultimi anni nell'Unione europea. Nonostante tutti i partiti dicano di essere in grado di portare la BiH nell’UE, la maggior parte di loro non ha una posizione o non osa esprimere la propria posizione verso i matrimoni omosessuali, oppure sono assolutamente contrari a permettere di contrarre matrimonio a persone dello stesso sesso. Il partito “Col lavoro verso il miglioramento” permette la libera scelta sessuale, ma non il matrimonio: “Nel nostro Programma di partito in modo decisivo c'è scritto ‘Nessuno di noi è in grado di determinare in che modo nascerà’. Noi sosteniamo che tutte le persone siano uguali e che tutti abbiano il diritto alla libertà di scelta e noi non neghiamo questa libertà. Non siamo però per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, perché ciò apre troppe questioni legate all'educazione dei bambini, al rispetto dei principi religiosi e tradizionali ecc”.
Sono proprio la tradizione e la religione le motivazioni più frequenti che i partiti oppongono ai matrimoni omosessuali. Il Partito dell’unione democratica croata (HDZ) si oppone a qualsiasi discriminazione, ma non è a favore dei matrimoni omosessuali: “Non si può accettare di rendere uguali le unioni matrimoniali a quelle omosessuali. Non possiamo accettare la ridefinizione del matrimonio, che è un'unione fra un uomo e una donna.”
No alla droga
I partiti della BiH hanno posizioni salde e uguali rispetto alla legalizzazione delle droghe leggere: sono assolutamente contrari.
“La società della BiH soffre di una sindrome traumatica del dopo guerra e quando questa viene mescolata alle droghe leggere si arriva ad una situazione molto pericolosa per la società bosniaco erzegovese”, afferma Ismet Salkic, segretario generale del Movimento per i cambiamenti. Il Partito dell'azione democratica si oppone all'uso legale delle droghe leggere perché come partito politico lotta contro la dipendenza, e le malattie della dipendenza iniziano con la dipendenza dal tabacco, dall’alcol e con la dipendenza dalle droghe leggere. La legalizzazione delle droghe leggere non è mai stato un tema di discussione in nessuna istituzione statale, e non si trova nemmeno nel programma elettorale di qualche partito.
“In questo stato abbiamo problemi più grossi di questi e non credo che queste questioni arriveranno all’ordine del giorno degli organi statali”- dice Lamija Tanovic del LDS.
Pena di morte
La Costituzione di Dayton e le convenzioni internazionali hanno tolto la pena di morte, che era in vigore come tipo di pena nella ex Jugoslavia. A causa della disarmonia della Costituzione delle Entità con quella dello stato, nella Costituzione della Republika Srpska esiste ancora la pena di morte, ma nessuno è mai stato condannato alla pena di morte. Vasic del SNSD crede che non serva la pena di morte: “Nell’ultimo periodo in Bosnia ed Erzegovina non vi sono stati crimini gravi, ed è una buona cosa. Non ci sono crimini che richiederebbero la pena di morte”.
La cosa interessante è che i partiti costruiscono la loro posizione rispetto alla pena di morte sul fatto che l'abolizione della pena di morte è la tendenza che vige in Europa. Molti partiti hanno trovato nella fede la semplice soluzione alla questione sulla pena di morte.
“L'insegnamento della chiesa si oppone alla pena di morte, con l’abolizione della pena di morte viene sviluppato il senso di un assoluto rispetto della vita. Siamo consapevoli che si debba assicurare la giustizia e che bisogna proteggere la società, ma nonostante la gravità del crimine la persona rimane un figlio di Dio e come tale bisogna rispettarla. La fede cristiana crede che l’uomo possa sempre cambiare”, è la posizione ufficiale dell’Unione democratica croata.
E' certo che la Bosnia ed Erzegovina si trova ancora lontana da una discussione pubblica e parlamentare su queste questioni delicate. Nagradic del PDP crede che certe posizioni dei partiti non verrebbero mantenute in una discussione pubblica: “La politica non si sviluppa sotto la campana di vetro. Esistono le posizioni dei partiti che vengono espresse da certi individui oppure esistono nei programmi dei partiti. Naturalmente non è lo stesso parlare adesso e parlare davanti alle telecamere, quando è il momento di votare. Se questo processo dovesse iniziare, certamente durerà parecchio tempo”.
I partiti non rispondono
Con simili problemi e posizioni ha fatto i conti anche l'Associazione Q che si occupa di promuovere e di proteggere la cultura, l'identità e i diritti umani delle persone queer.
Nell’agosto di quest'anno l’associazione ha iniziato una ricerca sul grado di conoscenza dei partiti politici rispetto alla terminologia della comunità queer, alla comunità queer in generale e quali sono le loro posizioni rispetto a questa parte della cittadinanza. I risultati preliminari sono disastrosi. Non perché i partiti sappiano poco della comunità queer o perché abbiano una posizione negativa verso di loro, ma per il fatto che solo tre partiti hanno risposto a questa ricerca, HDZ, LDS e HDZ 1990.
Svetlana Djurkovic dell'Associazione Q non è sorpresa di questi risultati. Djurokovic sottolinea che l’Associazione da alcuni anni lotta per la regolarizzazione legislativa dei diritti delle persone queer:
“Siamo consapevoli che la promulgazione di leggi che proteggono i diritti delle persone queer abbia un andamento lento. I nostri politici e il governo promuovono i diritti dei popoli e non i diritti delle persone. I nostri politici hanno dei pregiudizi verso le persone queer”.
Il diritto alla scelta dell'orientamento sessuale è garantito dalla Legge sull’uguaglianza dei sessi, che in modo poco chiaro ma ampio dice che ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale e che non deve essere discriminato per la scelta che ha fatto.
“Da noi il problema maggiore è che non vengono rispettate le convenzioni internazionali piuttosto che il fatto di non aver ancora regolato i diritti delle persone queer. Noi chiediamo soltanto che le convenzioni internazionali, che la Bosnia ed Erzegovina ha firmato, vengano rispettate”, sottolinea Djurkovic.
Il fatto che vi sia un numero sempre più ampio di partiti "queer" in Europa, e a breve anche uno in Croazia, non hanno spinto i membri dell’Associazione Q a trasformarsi da associazione in partito politico. Djurkovic crede che un partito politico serio debba occuparsi di tutti i diritti umani e non solo di alcuni. È contraria alla pena di morte e al posto della pena propone la riabilitazione. Secondo lei il vero problema della legalizzazione della prostituzione sta nel confondere il traffico delle persone e la prostituzione: “Sono contraria al traffico delle persone e allo sfruttamento. Credo che si debbano proteggere le prostitute”.
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Terrorismo : torturato per errore chiede giustizia a USA e Canada
di Rico Guillermo
E' stato torturato in Siria perche' sospetto terrorista ma non aveva nulla a che fare con Al Qaida ed ora vuole spiegazioni e scuse dagli Stati Uniti e dal Canada.
L'uomo, un informatico canadese di origine siriana, che e' stato appena dichiarato estraneo al terrorismo da un'inchiesta del governo canadese, ha chiesto spiegazioni a Washington ma anche scuse ed un indennizzo alle autorita' canadesi, le cui informazioni inesatte hanno contribuito alla sua deportazione in Siria. L'ingegnere, Maher Arar, ha detto in un'intervista che il chiarimento USA sarebbe necessario per la credibilita' del governo degli Stati Uniti quando parla della difesa dei diritti dell'uomo.
Dal rapporto della commissione d'inchiesta parlamentare canadese, reso pubblico lunedi', e' emerso che la polizia canadese aveva fornito alle autorita' americane false informazioni, compreso che il siriano Arar e sua moglie erano sospettati di essere collegati ad Al Qaeda. Gli USA lo hanno quindi arrestato nell'ottobre 2002, mentre stava cambiando aereo a New York. Egli ha poi raccontato di essere stato portato in Giordania su un aereo del governo americano e infine e' atterrato in Siria.
La' Arar racconta di essere stato tenuto per dieci mesi in una cella piccolissima e di essere stato ripetutamente picchiato con un tubo metallico fino a perdere l'orientamento e costretto a firmare una falsa confessione. È stato liberato nel 2003. Arar ha detto di essere stato cioccato nell'apprendere che non solo lui ma sua moglie e i suoi due bambini erano nelle liste dei sospetti terroristi sorvegliati usate dai funzionari delle dogane degli USA e del Canada. Al suo ritorno in Canada si e' trovato disoccupato.
Il Primo Ministro Harper ha detto alla Camera dei Comuni martedi' che Arar aveva subito una ingiustizia tremenda, ed ha aggiunto che tutti sanno che questo e' avvenuto durante il periodo del precedente governo. Tuttavia Harper, che e' al potere da gennaio, precedentemente ha guidato un partito, l'Alleanza canadese, che aveva definito Arar un pericoloso terrorista ed era contrario al suo rilascio.
Il governo canadese avrebbe offerto ad Arar una compensazione e forse un lavoro. Arar ha anche presentato ricorso contro i funzionari americani accusandoli di essere responsabili del suo trasferimento in Siria, ma un giudice federale di New York ha respinto il caso dicendo di non avere giurisdizione in merito. L'uomo ha presentato appello, anche se ha riconosciuto che potranno passare anni prima di ottenere giustizia negli Stati Uniti. A Washington, il ministro della giustizia Alberto Gonzales ha detto di non essere responsabile del trasferimento in Siria, ed ha detto di non essere informato delle torture.
Secondo il rapporto della commissione, Arar era venuto all'attenzione degli inquirenti per la prima volta il 12 ottobre 2001, quando ha incontrato Abdullah Almalki, un uomo gia' sotto sorveglianza da parte dell'intelligence canadese. In realta' i due avevano parlato delle cartucce di una stampante economica a getto d'inchiostro. Ma la polizia ha cominciato le sue indagini su Arar ed alla fine del mese ha chiesto ai funzionari della dogana di includere Arar e sua moglie, un'economista, su una lista di terroristi da tenere sotto controllo e che sono interrogati piu' accuratamente al loro rientro in Canada. La commissione ha commentato che tale metodo dovrebbe essere applicato solo a membri di reti terroristiche, ma che nessuno aveva prova di cio' nei confronti della coppia Arar.
In una nota fornita ai funzionari USA, la polizia canadese descriveva Arar e sua moglie come 'estremisti islamici' ritenuti 'sospetti di collegamento con Al Qaida', notizia completamente infondata. Secondo l'intelligence canadese, Arar aveva visitato Washington intorno all'11 settembre ed aveva rifiutato di cooperare con la polizia canadese.
A settembre 2002, dopo un viaggio in Tunisia, Arar tornava via Zurigo e l'F.B.I. ha comunicato alla polizia canadese che intendeva interrogare Arar e rimandarlo in Svizzera e otteneva in risposta una lista di domande da rivolgere ad Arar in cui erano inclusi molti dettagli falsi sull'uomo. Nei tre giorni seguenti i funzionari americani hanno risposto negativamente alle richieste di Arar di parlare con il consolato canadese a New York, una violazione degli accordi internazionali, mentre la famiglia non sapeva che fine avesse fatto.
I funzionari americani non hanno discusso pubblicamente il caso. Ma il New York Times narra che in un'intervista l'anno scorso, un ex funzionario ha detto in stato di anonimato che la decisione di trasferire Arar in Siria era stata basata principalmente sul desiderio di ottenere piu' informazioni da lui e sulla minaccia che poteva rappresentare.
Il caso e' venuto alla ribalta proprio pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bush sull'esistenza e sull'importanza del piano di extraordinary rendition che a suo dire sarebbe stato essenziale per evitare morti di innocenti. Le organizzazioni per i diritti umani, il Parlamento europeo ed il Consiglio d'Europa (questi ultimi al termine di due inchieste) avevano gia' condannato le violazioni dei diritti umani commesse con le extraordinary renditions con il pretesto della lotta al terrorismo.
Ma ora in Canada e in USA i critici degli eccessi della campagna contro il terrore varata dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 evidenziano come la vicenda di Arar dimostri anche con quale approssimazione fossero acquisiti gli elementi accusatorii per identificare le persone come sospetti terroristi. Va tenuto presente che anche in Canada un atto governativo chiamato "certificato di sicurezza", permette di deportare i sospetti di terrorismo in luoghi dove sono a rischio tortura.
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Spioni in azienda
di Rinaldo Gianola
Un gruppo di spioni, nascosti sotto la sigla anglofona di security manager e ben pagati da Telecom e Pirelli, si è dedicato per anni a intercettare abusivamente le telefonate di decine di migliaia di cittadini, compresi imprenditori, banchieri, calciatori, giornalisti. Di più: erano così efficienti da impegnarsi, probabilmente per conto delle loro aziende, allo spionaggio dei dipendenti e alla selezione del personale violando sistematicamente lo Statuto dei lavoratori, come accusano i giudici.
Ci mancano solo le schedature o i reparti confino per quelli che leggono l’Unità o sono iscritti alla Cgil e poi ci ritroveremmo di colpo alla Fiat agli anni Cinquanta.
Ma per ora restiamo ai fatti. E i fatti dicono che l’ex responsabile della sicurezza di Telecom, Giuliano Tavaroli e quello di Pirelli, Pierguido Iezzi, sono finiti in carcere assieme a 18 loro “colleghi” e che, secondo l’ordinanza dei giudici di Milano, in larghissima parte «le intercettazioni illegali furono commissionate e pagate da Telecom Italia». Tavaroli, si legge ancora nell’ordinanza, «non riferiva sostanzialmente a nessuno, se non al presidente» cioè a Marco Tronchetti Provera.
Ci troviamo davanti a uno scandalo gravissimo, che coinvolge, e la magistratura dirà a che titolo e con quali responsabilità, il primo gruppo italiano di telecomunicazioni e i suoi vertici, a partire dall’azionista di riferimento e presidente (ex da pochi giorni) Tronchetti Provera. Uno scandalo che, per usare ancora le parole dei magistrati, «mina la credibilità delle istituzioni».
A questo punto, allora, tutte le clamorose vicende Telecom degli ultimi giorni, a partire dall’11 settembre quando venne deciso il piano di riassetto fino alle dimissioni improvvise di Tronchetti Provera e alla sua sostituzione con Guido Rossi, possono essere lette sotto un’altra lente. Che non è più quella pur molto importante dei piani industriali, delle ristrutturazioni finanziarie o anche delle incomprensioni tra i vertici di Telecom e il governo.
E alcune domande si impongono. Perchè Tronchetti Provera ha lasciato improvvisamente il vertice di Telecom dopo aver ottenuto il voto all’unanimità al suo piano di riassetto da parte del consiglio di amministrazione? E ancora: perchè ha scelto Guido Rossi come suo successore e ha ritenuto di promuovere l’amministratore delegato Carlo Buora a vicepresidente esecutivo? Di fronte alle ultime novità non regge più la storia che Tronchetti Provera ha lasciato Telecom per difendere l’autonomia dell’azienda dalle presunte intromissioni della politica o a causa degli scontri con Romano Prodi. Così come oggi appare innocua, magari divertente, la gita in barca a Zante dei vertici Telecom con Rupert Murdoch per realizzare la famosa media company.
No, oggi c’è uno scenario diverso. Proviamo a delinearlo, anche se non possiamo avere certezze. Tronchetti Provera si è dimesso venerdì scorso da Telecom Italia non perchè aveva litigato con Prodi, ma perchè sapeva o immaginava che sul suo gruppo si sarebbe presto abbattuta una bufera di grande portata con il coinvolgimento di manager o ex manager della sicurezza che rispondevano direttamente a lui. Così ha anticipato gli eventi, ha lasciato il vertice enfatizzando la rottura col governo per apparire alla fine una “vittima” della politica che si immolava a difesa della sacralità dell’azienda. Avrebbe dunque «usato» il governo, come ha detto ieri Prodi.
La designazione di Guido Rossi come successore al vertice di Telecom, in questa congiuntura, non appare allora solo una scelta di alto profilo manageriale, sebbene il professor sia più a suo agio con le aule universitarie che non con i “doppini” o il “roaming”, ma potrebbe avere un altro significato. Tronchetti Provera avrebbe affidato l’azienda a Rossi proprio per la sua sapienza giuridica, per la profonda conoscenza dei corridoi dei passi perduti di palazzo di Giustizia dove gode di una grande stima e ammirazione. L’urgenza dei vertici Telecom, dunque, non sarebbe stata quella di fronteggiare il nuovo riassetto, bensì di arginare l’impatto dell’inchiesta giudiziaria che ieri ha colpito i collaboratori infedeli. Ma altri capitoli devono essere scritti.www.unita.it
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Numero zero
Solimano
Ieri sera, riunione di ritorno dalle vacanze dell'Associazione Monza per l'Ulivo.
Presenti, al solito, 35 persone. O meglio, una in più, visto che per un anno sono state 34. Quell'uno in più sarei poi io, che appunto per un anno mi sono assentato. Comunque, visti i tempi, è un buon risultato tener botta con questo numero.
E' stata svolta una accurata disanima della attuale situazione politica a Monza. Visto che avevo deciso di non parlare, sono riuscito a seguire ed a capire il linguaggio dei vari interventi, anche perché ormai ne intendo il linguaggio: quando dicono "individuare un percorso" non parlano di funghi ma del Partito Democratico.
Il problema, qui a Monza, è che si approssimano le elezioni amministrative e che è assai probabile, visti i risultati delle politiche, che Michele Faglia non ce la faccia e che venga eletto il candidato della Cdl, qualunque esso sia. E quindi sono state presentate due mozioni su Primarie, Lista Unica dell'Ulivo, Unione e via maiuscoleggiando. Ha prevalso di gran lunga la mozione presentata dal Direttivo, a cui anch'io ho aderito volentieri. Vivo infatti una fase di tranquillo conformismo, non più di bastian contrario, come mi era solito un dì.
Ironizzo, ma non più di tanto. Tutte ottime persone, anche alcuni amici. Interventi ben fatti, non prolissi e sbrodolosi. Scarso inquinamento di vecchi rancori personalistici. Presenti anche cinque o sei iscritti di giovine età. Che si vuole di più?
Il punto è che passano gli anni, i lustri, i decenni e sempre lì stiamo. A far la guardia ad un bidone tanto più vuoto quanto più lodato: il bidone dell'Ulivo, nelle accezioni mondiale, nazionale, locale, di quartiere, di circoscrizione, di condominio. Perché bidone? Perché ad ogni azione ne corrisponde sempre una uguale e contraria, in una sterile coniunctio oppositorum.
Mega lobby e mini lobby, mega burocrazie e mini burocrazie. Nessuno può chiamarsi del tutto fuori da questa coazione a ripetere.
Iersera, alcuni soci, autostituitisi in mini lobby, hanno presentato una loro iniziativa editoriale: un settimanale che per qualche mese uscirà qui a Monza. Bella carta, begli articoli, belle fotografie, hanno anche ottenuto i finanziamenti del caso, hanno in animo di farsi pure un sito ad hoc, parlano e scrivono in un linguaggio comprensibile ad ogni passeggere. Ma già le altre mini lobby stanno studiando le opportune contromisure, la gomitata nel fianco che si dà a chi se non a chi ti sta vicino? Ieri sera quindi è stato presentato il primo numero di questo settimanale, e come l'hanno denominato? Numero zero.
Penso che mi atterrò disciplinatamente a tutte le incombenze prossime e venture: riunioni, assemblee, tesseramenti, cene di finanziamento etc. Sempre meglio che guardare la televisione; vedrò delle facce di persone simpatiche, quasi del tutto disinteressate, persone che quando dicono buongiorno dicono veramente buongiorno. Proseguirò però con cura la rilettura sistematica dei grandi libri della mia vita: ora sono a Bulgakov, poi toccherà a Gadda ed a Tolstoji, a Svevo ed a Nabokov. Scriverò con piacere vero tanti Stile libero.
E voterò convintamente la mozione di maggioranza.http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
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Recensione a World Trade Center di Oliver Stone
"May your faith give us faith, may your hope give us hope, may your love, give us love"
Bruce Springsteen, cfr. "Into the fire" dall'album "The Rising"
Scriveva il giallista francese Jean-Claude Izzo nel suo "Casino totale": «le albe non sono che l'illusione della bellezza del mondo. Quando il mondo riapre gli occhi la realtà riprende i suoi diritti». Parlava della "sua" Marsiglia, non di New York, ma suppongo che un concetto del genere sia condivisibile nei confronti dell'11 Settembre 2001, e di quella "alba ordinaria" spezzata ben presto da qualcosa di terrificante e inaspettato.
L'inizio è sconvolgente, non perché "ci appartenga" ma perché in ogni caso ci riguarda da vicino. Immaginate cosa significhi essere davanti a quella routine quotidiana: qualcuno si sveglia presto per la ronda, i primi metrò e autobus che cominciano ad affollarsi, la prima "fauna" di gente che incombe su una città apparentemente come tante altre, ma che non è e non sarà mai "come tante altre". Oliver Stone però ha fretta di oscurare l'effetto antecedente - bellissimo - alla tragedia del World Trade Center e rivolgere "altrove" il suo sguardo.
L'ombra minacciosa dell'aereo che oscura il sole di Manhattan ci fa sperare bene (ricorda quasi un cult ingiustamente dimenticato come "Black Sunday" di Frankenheimer, che guardacaso tratta temi simili) ma poi qualcosa si inceppa, non funziona, o siamo noi a non riconoscerlo. E proprio come le rovine delle Twin Towers distrutte e crollate sotto il peso dell'enorme impatto con gli aerei, WTC finisce letteralmente in macerie in quello che diverrà noto come Ground-Zero.
Artisticamente, un fallimento totale, e per vari motivi. Prima di tutto, se l'opera(zione) di Stone è un disastro, lo è anche la morte di un certo tipo di fare cinema, in quanto la realtà (forse da quel giorno) è diventata uno script mediaticamente più appassionante di qualsiasi altro film del genere.
Sarebbe forse il caso di prendere in considerazione la (magari risibile) provocazione di Karlheinz Stockhausen, che affermò senza mezzi termini, e certamente con un gusto del paradosso piuttosto macabro, che "l'11 Settembre è stata la più grande opera d'arte mai realizzata".
Tristissimo, ma purtroppo (quasi) vero.
L'Oliver Stone che conosciamo non esiste più, e non è che alle ultime opere del regista non si possa rinunciare (salvo a detta di molti il film-inchiesta su Fidel Castro). A ben pensarci, l'unico suo film stilisticamente quasi perfetto è stato proprio quello che oggi è praticamente dimenticato: "Salvador".
Ok, ha toccato "una ferita ancora aperta" sul caso JFK, ma era forse necessario indugiare sul senso di colpa degli americani?
Ha affrontato il buon cinema bellico, soprattutto con "Platoon".
Ha tentato di mettere il dito nella piaga con "Natural Born Killers" che resta un film di una forza iconoclasta davvero unica, ma non pago di arrendersi al qualunquismo spicciolo e reazionario di dirci "che i veri assassini sono gli emuli tra la gente comune" (grazie tante all'obiettività).
Ma Stone è stato, ed è ancora, come dimostrano i primi 10 minuti di WTC, un grande regista di immagini, una macchina spettacolare perfetta per raccontare gli States senza trasformarsi in un paranoico progressista o un tedioso conservatore.
L'ideologia non è necessaria, ma a quanto pare è un obiettivo primario se si vuole chiamare in causa la "politica" (perché TUTTO è politica) degli affetti familiari e la familiarità con certi dogmi davanti a cui l'America peggiore sembra incapace di accettare, di condividere e di mettere in discussione se stessa con il resto dell'universo.
"WTC" nasce come "omaggio alle vittime dell'attentato delle Twin Towers", ma solo apparentemente. In realtà è un giocattolone egoista e autoindulgente, che parla "solo" agli americani dimenticando che quel giorno ha cambiato un po' le nostre vite, la nostra visione del mondo, la nostra "ignobile" e fatalista illusione di pace.
Un film che dimentica che lo spettatore è lo stesso che ha sentito il cuore bruciarsi davanti alle dichiarazioni di quei sopravvissuti che raccontavano le ultime ore di vita dei colleghi di lavoro, e quel terribile incubo di tanti individui che si buttavano dalle finestre per non essere "divorati dal fuoco", in quella sorta di trappola mortale che è (architettonicamente) un grattacielo in una situazione di estremo pericolo. Il grande Evento Cinematografico ha tentato invano di superare l'Evento Mediatico, presentandosi come un indigesto incrocio tra un "Titanic" di serie C, un (brutto e retorico) film bellico e un'ordinaria fiction tv da prima serata.
Probabilmente è un film "sincero", ma di una sincerità che non sentiamo nostra. Non era necessario rievocare la teoria dei complotti, del doppiogiochismo di Bush, la CIA etc... e tutte le verità scomode che da anni gettano una luce oscura sull'avvenimento, ma quantomeno irridere al comportamento di un presidente Usa che continua tranquillamente la sua favola in una scuola mentre era già stato avvisato di quanto stava accadendo.
E a dirla tutta, è l'unico film che preserva una realtà a cui non crede più nessuno, soprattutto riguardante il misterioso (?) velivolo che ha attaccato il Pentagono.
In verità, i tristi ricordi giocano un brutto scherzo a Stone, che decide di soffermarsi su un'insopportabile galleria di luoghi comuni sul mito (americano?) del coraggio e della lealtà, su scampoli di idealismo ("voi siete la nostra missione", "se non muori tu non muoio neanch'io") degni di un John Wayne, compresa la necessità di comprendere che "attraverso la disgrazia si incontrano uomini che si aiutano tra di loro".
Non è affatto una rivelazione, ma guardacaso è uno dei pregi/difetti maggiori che riscontri quando parli della guerra.I dialoghi del film infatti sono tutti incentrati sul concetto di Bush (condivisibile o meno che sia) di un Paese in Guerra ("dove siamo? All'inferno").
La scelta di Stone di soffermarsi sull'odissea di due poliziotti, John McLaughin (un Cage tutto sommato convincente) e Will Jimeno, estrapolati dalle macerie solo dopo molte ore, è altresì ammirevole, per quanto il ritmo del film non riesca mai ad emozionare veramente, anzi costringendo lo spettatore a condividere, oltre ai valori di una Patria che non è la sua (ripeto: era l'Occidente, non l'America, ad aver subito un massacro...), e a positivizzare l'aspetto drammatico di tutta la vicenda, il regista offende la sensibilità dei migliaia di morti di cui per scelta non parla.
Non a caso il film cita una frase del peggior Ridley Scott di sempre cfr. "Soldato Jane" - non proprio un emblema di democraticità - e cioè "il dolore è vostro amico". L'idealismo di Stone, con la sua indigesta retorica, non è comunque facilmente etichettabile come "sciocca apologia sciovinista", sembra costringere il mondo (o i newyorkesi?) ad attendere col Santino in mano i due coraggiosi eroi sopravvissuti, ed è questa, probabilmente, la cosa più imbarazzante di tutto il film.
Nonostante le viscere del dolore (le macerie delle Twin Towers con i suoi bracieri di fuoco) restituiscano al film una pur vaga efficacia visiva ed emotiva, l'impressione è che la "salvezza" di John e Will non solo prevalga sui tragici lutti di tutti gli altri, ma che sia una credibile, sufficiente fonte di sollievo.
Non pago, la banalità con cui descrive l'apologia della famiglia è sorprendente: è come se questa ricattasse i nostri valori (certo, anche i nostri) intoccabili, in un mondo che sembra respingere la nobile causa della forza dell'amore atta a consacrare la salvezza da ogni disastro umano e tecnologico ("è l'amore per te che mi ha tenuto in vita" sic).
A un certo punto, a metà del film, prevale il silenzio: sembra che John stia perendo, ma non è così.
Non dovrebbe offendere nessuno l'affermare che l'immagine di un Cristo munito di una bottiglietta d'acqua sia indecorosa anche per chi non è estremamente credente, figuriamoci per gli altri... Da qui si sconfina nel ridicolo, nel retrivo, nel cattivo gusto: non perché sia improponibile un discorso anche religioso (sarebbe anzi legittimo) davanti a una situazione del genere, ma perché è inaccettabile che Stone pretenda di raffigurare la dimensione umana di una "visione", ovvero la più privata e intima interpretazione della Cristianità.
Poteva anche erudirci sul cambiamento di New York dopo la strage, senza limitarsi a immortalare per pochi secondi autobus vuoti e strade deserte. Poteva spiegarci perché 8 milioni di abitanti che spesso non si conoscono improvvisamente riconoscono il servizio reso da un paramedico, che di solito (come del resto in ogni parte del mondo) è pagato male e trattato come un "comprimario" qualsiasi. Tutt'altro: probabilmente fiero di andare a nozze con coppie in crisi finalmente ritrovate, e un'aria da happy end francamente sconcertante (visto tutto ciò che è accaduto dopo, in conseguenza a quel terribile giorno) Stone ha soddisfatto il suo tronfio resoconto per la gioia - o la disperazione - degli spettatori.
Se si fosse chiamato "Black Hawk Dawn" avrei potuto arruolarmi nei Marines... ma naturalmente è una battuta!
di Kowalski
da filmscoop.it
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Lula, tra elezioni e polveroni
Brasile. Allontanato dal partito il coordinatore della campagna elettorale coinvolto in un'inchiesta giudiziaria
Matilde Giovenale
Il presidente della repubblica brasiliana Luiz Inacio Lula da Silva ha allontanato ieri dall'incarico di responsabile per la sua campagna elettorale e presidente del PT (Partito dei Lavoratori) Ricardo Berzoini. A pochi giorni dalla elezioni del primo ottobre, quando Lula si presenterà per un secondo mandato, la notizia giunge come una nuova bufera sul partito del presidente. Ma Lula resta saldamente in testa alla corsa elettorale.
Il nome di Berzoini, che fino a l'altro ieri era il coordinatore della campagna di Lula è entrato nell'inchiesta su un presunto dossier contenente informazioni contro il candidato a Governatore di San Paolo José Serra, che uomini del PT avrebbero voluto diffondere alla stampa.
Serra è uomo di spicco del principale partito d'opposizione, il PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana) ed è in testa nei sondaggi per la corsa alla poltrona di governatore di San Paolo. La settimana scorsa due appartenenti al PT sono stati arrestati in un hotel della capitale paulista con un milione e settecentomila Reais (circa 800 mila dollari), soldi che sarebbero serviti a comprare il presunto dossier. Uno degli arrestati ha citato un segretario particolare del gabinetto di Lula, Freud Godoy, come colui che avrebbe procurato la somma per comprare il dossier.Godoy, lunedì, ha chiesto di essere sospeso dal suo incarico.
Altri uomini impegnati nella campagna del presidente avrebbero avuto contatti con il settimanale "Epoca" per divulgare le informazioni, ed è emerso che Berzoini sarebbe stato al corrente del tentato incontro col settimanale. Nello scandalo sarebbe coinvolto poi anche Hamilton Lacerda, coordinatore di campagna del candidato petista (del PT) a governatore di San Paolo Aloizio Mercadante. Mercadante, che si dice all'oscuro di tutto, ieri ha sospeso dall'incarico Lacerda, il quale ha ammesso di aver cercato contatti per divulgare il presunto dossier alla rivista "Isto E'".
Mercoledì scorso in serata, in una riunione svoltasi nel palazzo del Planalto a Brasilia in presenza del presidente Lula, Berzoini è stato destituito del suo incarico e immediatamente sostituito con Marco Aurelio Garcia, da lungo tempo segretario del presidente per gli affari internazionali. Lula, come già accaduto l'anno scorso nell'ambito della scandalo sul compravendita di voti parlamentari, ha chiesto che le eventuali responsabilità vengano appurate al più presto.
Il polverone sul PT è entrato di peso nella campagna elettorale.
Dall'opposizione non si sono fatte attendere le reazioni. Il principale avversario nella corsa alla presidenza, Geraldo Alkmin (PSDB), ha detto che la questione esula dalla campagna elettorale perché la "situazione è molto più grave che la campagna". In un comizio a Rio de Janeiro, Alkmin ha detto che "il PT ha perso la vergogna" e che "Lula vuole l'impunità".
Terza nei sondaggi, la senatrice Heloisa Helena, candidata del PSOL (Partito Socialismo e Libertà) ha detto che "il popolo brasiliano sta vivendo un processo elettorale e ha il diritto di decidere chi resta o no. Spero che il popolo non voglia la vittoria del banditismo politico, rappresentato dall'attuale governo" e ha concluso: "Preferisco credere che il popolo non è assente e complice della corruzione".
Ma secondo molti analisti politici, il nuovo scandalo non mette a rischio la rielezione di Lula già al primo turno. L'ultimo sondaggio, divulgato dall'istituto Datafolha, mostra ancora Lula vincitore con il 50% delle intenzioni di voto e il 56% dei voti validi. Gli avversari restano molto distanti: Alkmin al 29% e Helena al 9%. http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=12092&numero='229'
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La droga ha nuove rotte
Dal Cono Sud passa la polvere bianca destinata all'Europa, fra corrotti e corruttori
scritto per noi da
Serena Corsi
L’allarme l’ha lanciato la magistratura argentina, rivelando che nel primo semestre del 2006 è stata sequestrata la stessa quantità di cocaina che in tutto il 2005. Merito di una polizia iper efficiente e di tecnologie d’indagine all’avanguardia?
Fonti giudiziali e istituzionali sono le prime ad ammettere che il raddoppio dei sequestri, più che a una nuova razza di cani antidroga, si deve a una nuova era del narcotraffico. Sono cambiati i sentieri del business, ma con loro, e a monte di tutto, sono cambiate le alleanze che lo controllano e le mani che vi si lavano a vicenda.
I pentiti. Secondo l’Osservatorio di Droga e Crimine dell’Università di Rosario (Bogotà), i cartelli del narcotraffico colombiano, fra i più noti e sanguinosi sotto l’Equatore, hanno ridotto notevolmente il volume degli affari da quando il mercato negli Usa è passato in buona parte nelle mani delle bande peruviane e messicane in un’alleanza volta proprio a tagliare fuori la Colombia, che attualmente si trova a gestire più produzione che traffico. Il che spiegherebbe anche la farsa di qualche giorno fa a Bogotà, quando alcuni dei più potenti paramilitari legati al narcotraffico si sono consegnati “spontaneamente” alle autorità, sponsorizzando la campagna appena lanciata da Uribe per ripulire il paese.
Nuovi attori. Peruviani e messicani sembrano essersi spartiti, come aree di vendita esclusiva, rispettivamente Europa e Stati Uniti. Ma mentre la vicinanza fra Usa e Messico richiede una catena relativamente breve di corrieri da spedire e di doganieri da ungere, la cocaina proveniente dal Perù deve passare da molte mani prima di imbarcarsi alla volta dell’Europa nei principali porti del Cono Sud: soprattutto quelli di Argentina e Cile. E più sono i passaggi necessari all’esportazione, più è ovvio che la ricchezza prodotta dall’oro bianco finisca per ridistribuirsi - attraverso la corruzione, vizio intramontabile del continente - su più attori coinvolti in varia misura con la giustizia, il commercio, il governo e le amministrazioni locali. Difficile che questi stessi attori predispongano piani per mettere i bastoni fra le ruote al business, costringendo i narcos a tracciare altre rotte a rinunciare alla propria fetta di torta.
Effetto boomerang. Sarà per questo che le forze di polizia e la magistratura argentine non hanno celebrato più di tanto il raddoppio della quantità sequestrata: sanno molto bene che vi corrisponde un aumento esponenziale di quella consumata e in circolazione. E non perché sia aumentata improvvisamente la domanda dei consumatori, ma perché, divenuto il paese un sub-esportatore, il prezzo della sostanza sul mercato interno è calato drasticamente, con effetti disastrosi per tutto il contesto sociale. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6214
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Vacanze amare sulla costa adriatica
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Un bilancio della stagione turistica in Croazia: presenze in continua ascesa, ma in aumento anche gli incidenti a sfondo etnico, sessuale, religioso. L'intolleranza dei media. La cronaca dal nostro corrispondente
Hvar Mentre gli alberghi adriatici e gli affittacamere in Dalmazia con molta soddisfazione fanno la conta dei risultati turistici di quest'anno, affermando che il numero dei turisti e le entrate che hanno realizzato nei primi sette mesi del 2006 superano del quattro per cento quelle dell'anno scorso, la polizia, con un po' meno entusiasmo, redige dei rapporti per niente incoraggianti che, quando saranno sistemati ed elaborati - con l'aumento del numero degli incidenti - probabilmente supereranno le cifre ottimistiche relative ad un altro anno ben riuscito del turismo croato. La polizia infatti sta sistemando i dati sugli attacchi contro gli stranieri, sugli avvenimenti spiacevoli che nei mesi passati hanno riempito le cronache nere delle pagine dei giornali e che – quando si trovano raccolti in un solo luogo - non fanno onore al paese che si vanta della sua ospitalità e sicurezza. E che invita i turisti a visitarlo come una delle mete più sicure.
Quello che in modo particolare preoccupa gli operatori turistici è il fatto che la maggior parte degli attacchi contro gli stranieri non era basata su furti o svaligiamenti, ma su diverse forme di intolleranza verso il loro orientamento sessuale o religioso. Furti, borseggi o scassi delle auto, sono cose che i turisti incontrano ovunque nel mondo, ma quando in un paese vengono aggrediti soltanto perché sono omosessuali o perché appartengono ad un'altra religione, le cose assumono delle dimensioni molto più spiacevoli.
Questa estate il peggio è capitato ad un gruppo di omosessuali britannici arrivati tramite l'Happy Gay Holiday sull'isola adriatica di Hvar, dove sono stati aggrediti da un gruppo di ragazzi del posto che sono riusciti a sfuggire alla polizia. Un brutto ruolo l'ha giocato anche una parte dei media croati, che in modo scandaloso ha annunciato il loro arrivo e il luogo dove si sarebbero sistemati, pubblicando poi articoli sugli omosessuali pieni di un linguaggio provocatorio: ”Sfrenati e nudi davanti alla chiesa” oppure “Le immagini di sfrenati gay party hanno provocato delle reazioni indesiderate!” E, nonostante non ci siano state persone nude e sfrenate davanti alla chiesa, gli articoli dei giornali hanno raggiunto il loro scopo.
Viktor Ivancic, redattore del settimanale “Feral Tribune”, dice che questa retorica verso gli omosessuali gli ricorda il periodo della guerra, quando una parte dei media croati era sommersa dal linguaggio dell'odio: “E' proprio incredibile come in fretta e in modo facile si possa rimettere in azione la macchina dei media istigatori di guerra, basta solo fornirla di un carburante adeguato. Il ritmo e la metodologia del suo lavoro è del tutto uguale a quella del periodo dello stato di guerra: localizzazione del nemico, diffamazione, inventarsi il crimine e attendere un 'autore sconosciuto' che darà una notizia giornalistica ancora più grande”.
Ma è andata male anche alle sei cittadine spagnole che facevano il bagno nude su una spiaggia a Spalato e a quanto pare - secondo le affermazioni degli abitanti - si comportavano in modo non adeguato e sfrenato. La cosa strana è che questo comportamento, se c'è veramente stato, non è stato denunciato alla polizia, ma due abitanti locali sono andati a fare i conti con le ragazze, schiaffeggiandole e prendendole a calci nel sedere. Alla fine comunque è arrivata la polizia e, a causa delle infrazioni, le spagnole e i due abitanti sono finiti davanti al giudice e tutti sono stati puniti con una multa. Le spagnole amareggiate hanno lasciato la Croazia dicendo che non torneranno mai più in questo paese.
All'inizio della stagione turistica di quest'anno, vicino a Spalato, è stato picchiato in modo brutale un fotografo olandese. E' stato aggredito da quattro ragazzi locali mentre fotografava il panorama circostante, ma loro hanno pensato che si trattasse di un pedofilo che stava fotografando i bambini sulla spiaggia. La cosa interessante è che nemmeno loro hanno pensato - se si trattava veramente di un pedofilo (e dopo il sopralluogo della polizia sono state smentite queste affermazioni) - di chiamare la polizia ma hanno deciso da soli di affrontare l'uomo che credevano stesse fotografando i bambini che facevano il bagno nudi.
Di questi e simili esempi se ne potrebbero elencare ancora. Un po' meglio è andata ad un giovane turco che era entrato in una chiesa cattolica durante la cerimonia della comunione, e così anche lui si era messo in fila per ricevere la comunione dal sacerdote. Quando ha ricevuto l'ostia l'ha tirata fuori dalla bocca per vedere di cosa si trattasse, e la cosa ha fatto infuriare i credenti che l'hanno fermato e hanno chiamato la polizia. Nonostante il fatto che anche il sacerdote, che dava la comunione, avesse detto che era ovvio che il ragazzo non l'aveva fatto per provocare, ma che semplicemente non sapeva di cosa si trattasse, è stato portato in polizia ed ha preso una multa per aver disturbato l'ordine e la quiete pubblica.
Molti giornali belgradesi quest'estate avevano pubblicato alcuni annunci sui quali venivano offerte targhe croate false con “ottime calamite italiane”, che in modo facile e semplice si possono applicare sulle targhe esistenti delle auto. L'offerta veniva pubblicizzata come “viaggiate in modo sicuro in Croazia” oppure “passate un'estate serena sull'Adriatico”, offrendo ai turisti della Serbia di coprire semplicemente con le targhe croate false quelle serbe originali appena passata la frontiera e entrare così in Croazia. Alcuni turisti serbi, quando lasciavano le loro macchine con le targhe di Belgrado, Kragujevac, Novi Sad o di qualche altro luogo al parcheggio in qualche località turistica croata, erano capaci di ritrovarsi le gomme bucate o la macchina danneggiata.
“Ci dispiace tanto che ci siano stati molti più incidenti quest'anno rispetto gli anni precedenti”, dice un operatore di una famosa agenzia turistica che ha preferito rimanere anonimo. “Noi facciamo di tutto per attirare molti turisti sull'Adriatico, e poi questi incidenti ci rovinano gli affari. Quando di tutto ciò iniziano a scrivere i giornali stranieri, si crea una brutta immagine della Croazia e sicuramente farà sì che i turisti di quei luoghi inizieranno ad evitarci. Ma quando si sa che nei primi sette mesi di quest'anno in Croazia ci sono stati 4,7 milioni di turisti stranieri, allora possiamo dire che si tratta di casi isolati, e non di un fenomeno diffuso”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6166/1/51/
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Pace : Kofi Annan nomina messaggero un musicista
di Carla Amato
Nell'ambito delle celebrazioni per la pace tenutesi oggi in tutto per la giornata internazionale della pace, il segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, ha nominato il rinomato musicista Yo Yo Ma messaggero di pace dell'ONU, lodandolo per la sua dedizione al dialogo fra diverse culture nelle varie nazioni e per la diffusione del messaggio di armonia con la sua musica.
Secondo Annan, con l'opera del musicista "il messaggio di pace puo' diffondersi lontano ed influenzare le persone in tutto il mondo per concentrarsi sull'armonia e sulla dignita' umana". Annan ha suonato oggi le campane della pace presso la sede ONU a New York ed ha tenuto un discorso. Ma ha suonato un assolo del compositore turco Ahmed Adnan Saygun.
Ma ha inciso oltre 75 album di cui 15 hanno vinto un Grammy Award. Ha dato risonanza a brani sudamericani ed ha creato nel 1998 il progetto "Strada della seta", una collaborazione senza precedenti di 50 musicisti in 15 Paesi di quattro continenti per promuovere lo studio sulle tradizioni culturali, artistiche ed intellettuali lungo l'antico itinerario commerciale antico che collega il Mare Mediterraneo all'Oceano Pacifico.
In aprile ha lanciato l'allarme sulle crescenti difficolta' frapposte dagli USA alla concessione dei visti agli stranieri che hanno reso quasi impossibile la partecipazione al progetto di artisti provenienti da Iran, Mongolia e Cina. In uella occasioneebbe ricordare che spesso la musica migliore degli ultimi secoli negli Stati Uniti e nel mondo e' stata frutto di scambi culturali.
Yo Yo Ma va ad unirsi ad altri nove messaggeri di pace (fra cui Muhammad Ali, Michel Douglas, Luciano Pavarotti ed Elie Wiesel), alcuni dei quali erano presenti alla cerimonia di oggi. Tutti loro sono stati scelti per i loro talenti ampiamente riconosciuti nel campo delle arti, della letteratura, della musica e degli sport ed hanno accosentito a contribuire a mettere a fuoco in tutto il mondo l'attenzione sul lavoro dell'ONU.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Anche Borrelli se ne va
di Marco Travaglio
MANI PULITE durò due anni, e già parve un’eternità. Poi arrivò la restaurazione, cioè Berlusconi. Piedi Puliti è durata quattro mesi, e a molti è parsa anch’essa un’eternità. Ma ora, se Dio vuole, con la fulminea espulsione di Guido Rossi e Francesco Saverio Borrelli, è finita anche quella.
In fondo, se non fosse stato per una stravagante congiunzione astrale (due procure che intercettano i telefoni giusti, il centrodestra non più al governo e il centrosinistra non ancora), non sarebbe neppure cominciata. Profittando di quel vuoto di potere, nel maggio scorso, quelle due strane cellule di legalità riuscirono a intrufolarsi nel corpo marcio del calcio italiano, provocandovi fin da subito devastanti crisi di rigetto. Che si estesero, per analogia, anche al mondo politico ed economico, che poi è la prosecuzione del calcio con altri mezzi. Un giurista e un magistrato, per giunta famosi, anziani, onesti, indipendenti, senza nulla da perdere, ai vertici di un Far West senza legge: ma chi si credevano di essere? Per dire l’ardire: si erano addirittura messi in testa che le partite le debba vincere chi segna un gol più dell’avversario, e non chi controlla l’arbitro, o la cassa, o la tv. Non contenti, appena giunti alla Federcalcio, i due extraterrestri cominciarono ad applicare le regole della Federcalcio. C’era per esempio un Ufficio Indagini che non faceva indagini: Rossi pensò che Borrelli, esperto di indagini, fosse l’uomo giusto al posto giusto. Apriti cielo. L’ex procuratore di Milano fu accolto un po’ peggio di Al Capone. La destra strillò al comunismo che s’impossessava del pallone per «fregare il Milan e Berlusconi» (nessuno sapeva ancora dei traffici rossoneri di Meani & Galliani, ma tutti li davano giustamente per scontati). La sinistra, al solito, si divise in una trentina di posizioni, da far impallidire il Kamasutra: chi vedeva nei due galantuomini una minaccia pari alla discesa dei marziani, chi l’aveva scampata nel ’92 e sperava che Borrelli fosse morto o comunque relegato ai giardinetti con i nipotini, chi si faceva precauzionalmente il segno della croce, chi astutamente come Prodi - avrebbe preferito Gianni Letta, chi ingenuamente - come Giovanna Melandri - s’illudeva che il cosiddetto «paese legale» dei furbetti e dei marpioni fosse ancora salvabile e potesse reggere l’urto di due persone perbene tutte insieme.
L’esperienza di questi quattro mesi insegna che, probabilmente, non c’è più niente da fare. Rossi e Borrelli sono stati sputati, vomitati, eiettati fuori dal Sistema come corpi estranei, con una rapidità e una brutalità che fanno riflettere: anche perchè il Sistema non sono soltanto i politici, ma pure il mondo imprenditoriale che dell’Italia pallonara è il padrone, con l’aggiunta di gran parte della classe giornalistica e intellettuale. Eran tutti per la «pulizia a ogni costo», per «non abbassare la guardia», per «pene esemplari», quattro mesi fa, quando i giornali e persino i telegiornali pubblicavano quotidianamente le intercettazioni di Moggi e dei suoi compari. Lisciavano il pelo ai tifosi schifati per quello che stava emergendo, fino a portarli al livello di saturazione. Dopodichè, con agile guizzo, bastò far sparire dai giornali e dai tg l’oggetto dello scandalo le intercettazioni - gettando in pasto al popolo bue un po’ di panem et circenses (la vittoria ai mondiali), per far dimenticare tutto. Anzi, per diffondere la diceria che si stava meglio quando si stava peggio. In fondo, non s’era fatto così anche per Tangentopoli? Dopo due anni passati a discutere di tangenti, si cominciò a parlare del colore delle toghe dei giudici: così un’indagine sulla corruzione diventò un complotto politico. Il gioco di prestigio funzionò così bene che le stesse persone l’hanno replicato pari pari per Calciopoli. Solo che stavolta si son fatti furbi e hanno accorciato i tempi: 120 giorni, non uno di più. Complice, si capisce, la consueta grancassa politico-mediatica che va dal ministro della Giustizia Mastella, intimo di Moggi e Della Valle, al partito del Milan (altrimenti detto Forza Italia, o Fininvest, o Mediaset, o Mediolanum, e prossimamente Tim) con tutti i suoi vassalli, valvassori e valvassini, ai soliti noti della sinistra dialogante o più semplicemente milanista e juventina, col contorno di Panebianchi, Ostellini e Platinetti ansiosi di dimostrare che, se il calcio è marcio, è colpa delle leggi e di chi le fa rispettare. Un coro unanime di trombette e tromboni ha accompagnato l’insabbiamento a rate dell’indagine di Borrelli, la spoliazione del processo pezzo per pezzo, di sconto in sconto, di saldo in saldo, di colpetto di spugna in colpetto di spugna, nella via crucis dei diciassette o diciotto gradi di giudizio previsti dalla cosiddetta giustizia sportiva. Fino alla comica finale, annunciata per i prossimi giorni, dell’imperdibile «arbitrato Coni».
Intanto i vecchi marpioni facevano il loro gioco di sempre: gli eterni petrucci e pagnozzi, fauna protetta del Jurassic Park pallonaro, quelli che per decenni che non hanno mai visto né sentito né saputo nulla, guardavano dall’alto quell’anziano signore d’altri tempi con la schiena dritta che arrivava in autobus, si faceva largo fra telecamere e autoblu, e saliva l’ascensore con la cartellina sotto il braccio. Lo guardavano, sorridevano e si rimettevano in moto, mentre con la consueta trasparenza i presidenti dei club riesumavano dalle macerie di Punta Perotti don Tonino Matarrese. Fiutando l’aria che girava, si rivide anche Lucianone in tutto il suo splendore: dopo un’estate di tregenda sul suo yacht privato in quel di Capri, organizzava la riscossa con i suoi ricattucci appena accennati («eh, se parlo io...», «certe cose le dirò un’altra volta...») e i suoi addetti stampa ben nascosti, o fin troppo visibili, nei giornali e nelle tv. Dalla finta lacrima di fine campionato («mi hanno rubato l’anima, questo non è più il mio mondo») alla protervia delle ospitate a Ballarò e a Quelli che il calcio fino alla pochade delle rubriche da «opinionista» su Libero e Antenna 3: tutto in quattro mesi.
Il ritorno dell’uomo che sussurrava agli arbitri, e soprattutto ai designatori, e la cacciata di Borrelli e Rossi (accusato addirittura di «conflitto d’interessi» da chi ha digerito per anni Galliani alla Lega Calcio e Berlusconi a Palazzo Chigi senza batter ciglio) è un simbolo, l’ennesimo, dell’Italia del Gattopardo, anche se con l’andar del tempo il principe di Salina è scaduto a ex vicecapostazione di Civitavecchia. E s’è visto pure ritoccare il celebre motto «cambiare tutto perché non cambi nulla» che presupponeva quantomeno un’ombra di cambiamento. Oggi invece non si cambia nulla per non cambiare nulla. Punto e basta. Per questo la semplice uscita di scena di Rossi e Borrelli (senza dimenticare il professor Cesare Ruperto, altro pericoloso incensurato) pare inadeguata al momento storico. Per dare l’idea dello scontro di questi quattro mesi, degli interessi intoccabili e indicibili in gioco e dell’abisso che separa i vincitori dai vinti, le dimissioni di Rossi, Borrelli e Ruperto non bastano. Bisognerebbe proprio arrestarli.
www.unita.it
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MILANO
Quando sono via, altrove, presso orizzonti che escludono la rappresentazione di questa città e la gente mi chiede da dove vengo, sento un'amarezza al cuore, una stretta e immagino che quando pronuncio questo nome -milano-sulla mia faccia compaia una smorfia. Mi sovvengono nella mente immagini che sono un po' simboli, cose che non ci sono piu', come i cessi pubblici dela piazzale della stazione centrale o le turche davanti allo stadio di san siro, che sono state soppresse, ma che mi hanno solcato la memoria come metafore di sozzura, di umanità fetida, che nel presente continuano a sussistere nonostante la Milano che vivo e attraverso oggi sia profondamente e sempre, diversa dal passato,diversa da se stessa.
A Milano il clima è sempre umido, estate e inverno. Il pavè del centro sembra sempre un pavimento polveroso incerato da una casalinga tenace. I piedi sembra che si immergano sul selciato delle vie e delle piazze, in una città che per me non è teatro di nessuna avventura interessante e che invece scrittori come Scerbanenco, Merini, Pinketts, Brancher hanno dipinto come scenari della loro vita e dei loro personaggi.
Mi sono sempre chiesta se l'ostilità che nutro verso questa città che vorrei abbandonare immediatamente, abbia radice nella mia mente, come qualcosa di me stessa che vorrei lasciarmi alle spalle, oppure se Milano è veramente imbruttita (oddio, bella non è mai stata) come il viso irregolare ,da stan laurel tragico, di Letizia Moratti, sindaco.
Io sto in periferia, in un quartiere che una volta era un paesino e che ora invece si è arricchito di quei palazzoni di 20 piani costruiti sulla sabbia che parlano della città. Nel mio quartiere ci sono ancora i portici, specie di carrugi sotto i quali ci sono alcuni negozietti di abbigliamento con vetrine spoglie, tranne qualche vestito da bancarella venduto a prezzi esorbitanti.
I muri di Milano -tutti- sono sfregiati da firme di writers e da scritte. Si va da "maria ti amo" a "inter=merda" a "la compagnia è in ferie, ci si rivede il 18.8"
Nel mio quartiere c'è un bellissimo edificio scolastico,con un giardino pieno di alberi, antico, grandissimo, che una volta era una scuola pubblica e oggi è un edificio abbandonato, nei locali del quale ci vive solo un custode del comune e che l'abbandono sta rendendo fattiscente. In compenso,non c'è una scuola media.
La piazzetta della chiesa è sempre piena di gente, con la bella stagione: signore con i bambini che chiacchierano, i bambini che giocano col triciclo, adolescenti in amore e extracomunitarii che ,dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio, si comprano la birra al supermercato e la consumano in piazza tra altre chiacchiere.
Gli italiani vanno al bar, dopo il lavoro, possono permetterselo. Giocano a carte sui tavolini di fuori, sbraitano, bestemmiano e litigano, poi fanno pace e continuano a giocare e parlare di calcio.
Non ci sono molti marciapiedi, nel mio quartiere. Lì si cammina per lo piu' sul ciglio della strada, a ridosso dei muri o delle cancellate dei grandi condominii.
i camminamenti interni per i pedoni spesso sono sterrati ,fangosi o polverosi a seconda della stagione. Per arrivare in centro si deve prendere un autobus e la metropolitana. Alla fermata dell'autobus, il sabato pomeriggio, ci sono adolescenti sbarbati e puliti e fanciulle con i jeans buoni e il trucco fresco, che vanno al cinema in centro. Mettono allegria a vederli, ma nello stesso tempo rattristano, perchè vanno in cerca di una vita e di una bellezza che in questa città non si puo' piu' trovare. Nei quartieri un po' piu' centrali: via farini, via meravigli, via plinio, c'è più "metropoli". Dopo il lavoro, specialmente i giovani, si raggruppano nelle birrerie dove fanno l'happy hour, dalle 18 alle 19. Cacciano via la tristezza con birra e compagnia a metà prezzo. Si sforzano di ridere sul loro precariato lavorativo ed esistenziale. Questo nell'ora in cui i papaveri di Palazzo Marino stanno chiamando i taxy per farsi trasportare nei salotti buoni, a cena dall'alta borghesia, con cui, minuziosamente, pedantemente, tra coca e bottiglie di champagne, progettano al miglior modo affinchè i milanesi la prendano piu' profondamente nel culo.
Ma i milanesi sono filosofi, e come potrebbero non esserlo? sono pragmatici, per la precisione. Tra i tanti problemi che hanno, vivendo in questa città, selezionano, si incentrano sui pochi verso cui si possono avere delle cose da dire e soprattutto da fare. E' per questo che Milano divenne, a suo tempo, leghista ed oggi seguace di berlusconi, formigoni e di tutto quello che finisce per -oni-.
E votano per le destre. Perchè i milanesi sono fedeli. Hanno cominciato 20 anni fa a votare per le destre. Ancora non hanno smesso, nonostante le destre abbiano regalato ai milanesi un costo altissimo della vita, una città visivamente sempre piu' brutta, un precariato ormai assurto ad abitudine di vita.
Quello che non manca a Milano sono i vigili urbani e i poliziotti. I primi esistono per fare le multe per divieto di sosta, i secondi per reprimere lo spaccio di hashish e di marjuana, tanto che le piazze di queste sostanze non esistono piu', se ti vuoi approvvigionare devi conoscere uno spacciatore personalmente. Ovvio che cio' non riguarda il consumo di cocaina, che trova a milano la sua piazza piu' fornita ed economica. Il consumo di tale sostanza, riguarda una fetta di popolazione che non viene perseguita per altri misfatti, figuriamoci per questo "vizietto" innocente.
Che dire poi delle bidonville di Musocco?
Andare a Musocco, per i milanesi, ha sempre avuto la valenza semantica di "morire". Stare a Musocco corrisponde a "essere morti". A Musocco c'è il cimitero maggiore. Il piu' grande e popolare di Milano. Esso emerge, dalla nebbia o dalla foschia mattutina delle giornate estive o di mezza stagione, al termine di un viaggio sul tram, che una volta era ferroso e piccolo, oggi è tecnologizzato e a piu' vagoni, che era , non so se è ancora, il numero 14.
E' bianco e immenso, non impacchettato come tutti i poveri monumenti di milano, Musocco. Ha altisime mura bianche, appunto, un cimitero di "frontiera", come tutto a Milano è "di frontiera", anche la stessa città, nonostante si trovi in piena "Padania".
A ridosso delle mura occidentali, in fondo, verso il limitare del cimitero ci sono le bidonville. Non ci abitano solo gli zingari, che comunque sono la maggioranza, ci abitano tutti quelli che, a Milano, non possono permettersi un luogo dove abitare. E sono tanti.
Milano, anche se è una citta' con piu' di due milioni di abitanti, ha conservato le vecchie abitudini dei paesi: si chiacchiera. Lo sanno tutti che fuori dalle mura di Musocco ci sono i bambini -albanesi, rumeni, bulgari, montenegrini- che per max 200 euro, battono. Che Milano è per i pedofili, quello che amsterdam è per i consumatori di hashish: il paradiso del vizio.
Però, a parte sporadiche visite della forza pubblica, nessuno fa definitivamente un cazzo. I milanesi non mollano più le mance robuste che dovrebbero servire ai bambini e ai loro padroni, i vigili urbani non consegnano questi bambini a servizi sociali che, ormai, non esistono più e non mandano a scuola più nessuno. Quindi la prostituzione è impunita. Invereconda. Come la parvenza di esistenza che conducono gli abitanti di questa città...http://cloroalclero.blogspot.com/2006/09/milano.html
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Chi vuole che Rovati e Prodi si dimettano
GABRIELE VECCHIONE
Chiedere le dimissioni di un consigliere del Presidente del Consiglio che disegna il riassetto della Telecom su carta intestata alla Presidenza del Consiglio è legittimo. Richiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio è altrettanto legittimo, ma richiederebbe un po’ di onestà intellettuale e un po’ di memoria, merce rara nel nostro paese. Cosicché Berlusconi e Fini chiedono le dimissioni di Prodi.
Parla uno, Fini, che in argomento di collaboratori se ne intende. Il suo portavoce, il celebre Salvo Sottile, è stato arrestato pochi mesi fa per concussione sessuale: faceva entrare vallette alla Farnesina e le faceva ritrovare in Rai. Il suo segretario, il senatore Francesco Proietti Cosimi, è coinvolto insieme alla consorte Daniela Fini e al succitato Sottile, nel cosiddetto Laziogate, cioè nel sistema di “piazzare nei posti giusti gli amici compiacenti che al momento giusto sapranno mostrarsi riconoscenti”, come scrive il giudice che indaga su di loro e come riporta il Corriere della Sera del 19 giugno scorso.
Fedele al suo motto “avere potere sui posti di lavoro è un potere vero”, Proietti Cosimi lottizza e incappa in vistosi conflitti d’interessi concludendo affari con società gestite dallo stesso e da Daniela Fini. In generale il quadro che esce è questo: “I rapporti con uno dei più autorevoli personaggi politici del Paese conferisce al duo Sottile-Proietti enorme potere e la capacità di esercitare un'influenza decisiva su ogni tipo di vicenda, anche diversa e indipendente dal novero dei rapporti con i mass-media. Il ruolo ricoperto da Proietti, segretario di Gianfranco Fini, ha costituito per lui un utile e infallibile strumento di esercizio del potere attraverso il quale perseguire e realizzare il proprio tornaconto”.
Nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Fini. Eppure i suoi collaboratori sono o già stati arrestati o indagati o rinviati a giudizio. Rovati non è in nessuna di queste tre condizioni e non lo sarà per questa vicenda, ma secondo Fini Prodi si deve dimettere. Per Fini allora, fatte le dovute proporzioni, doveva essere chiesta l’impiccagione.
L’altro invece, il Caimano, richiede che sia fatto uso della pietà cristiana. Ci limiteremo dunque a ricordare qualche avvenimento. Le sue fortune sono di provenienza ignota, per due anni ha convissuto con un mafioso, è stato iscritto alla P2, negli anni ’80 ha versato tangenti a Craxi, il suo braccio destro ha corrotto giudici facendone “uno stile di vita”, il suo braccio sinistro è un senatore al servizio di Cosa Nostra, è stato 6 volte prescritto, una volta salvato da “certa condanna” per intervenuta amnistia, ha attualmente 3 processi sul groppone. Per restare ad avvenimenti recenti, tutela dall’alto Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia e si dice “commosso” per la scalata di Fiorani.
Chi ha mai chiesto dimissioni per Berlusconi? Ma in questo caso, si può azzardare: chi ha mai chiesto dimissioni per Previti o Dell’Utri? Sono gli stessi ambienti che ora vogliono la testa di Prodi.http://www.centomovimenti.com/2006/settembre/20_gv.htm
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La Passione delle Sante Prof.sse
(Ovvero: perché la scuola italiana - che pure non è malaccio - è destinata a tornare all'età della pietra nel giro di vent'anni).
Gli insegnanti si lamentano, per definizione. Io a mia discolpa posso dire che non mi lamento per l’orario, o per i soldi, o per la burocrazia, o per l’alienazione. Tutti buoni motivi per lagnarsi, intendiamoci, ma io ne ho trovato uno più originale: la formazione. Nessuno mi ha insegnato a insegnare, e questo secondo me è molto grave.
Di solito, a questo punto, c’è sempre qualcuno che scuote la testa e dice: se ragioni così, non puoi essere un buon insegnante. Ti manca qualcosa, che nessuno ti può insegnare. Di solito si tratta della passione. Pare proprio che a me manchi la passione. E un po’ mi spiace, di andare in giro così frigido per le scuole del mondo. Per me insegnare dovrebbe essere una disciplina. Una pratica. Un metodo. Ma pare che non sia nulla di ciò.
Se ci fosse un modo per impararla, la passione; ma il punto è proprio questo: come diceva Louis Armstrong, se devi chiedere cos’è il jazz, non saprai mai cos’è il jazz. Così, se mi fermo a chiedere a una collega cos’è questa benedetta passione di cui tutti parlano, renderò evidente quello che invece dovrei occultare, e cioè che non ho la minima idea di cosa sia la passione per l’insegnamento.
Questo non significa, badate, che io non ami insegnare. Mi piace un sacco, anzi. Parlare coi ragazzini è divertentissimo. Se nessuno mi ferma posso andare avanti a contar palle per ore, senza neanche menzionare l’isola di Guam; ieri per esempio in una lettura siamo inciampati nella parola “estasi”, e ho cercato di spiegare cos’era l’estasi; ho frugato nello scaffale alla ricerca dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini, e non trovandola mi sono messo a mimarla: c’è l’angioletto che fa così, e c’è la Santa che fa così, con tanto di occhi sbarrati, da cui poi deriva tutta una moda di dipingere i Santi con gli occhi all’insù, in una smorfia d’estasi, appunto. Tutto questo è divertente per chi lo fa, a volte forse anche per chi assiste; ma un conto è movimentare una lezione, un altro conto è programmare, valutare, dialogare coi ragazzi, rapportarsi coi genitori, eccetera eccetera. Se si trattasse solo di contar palle ai ragazzini, la passione ce l’avrei. Ma sarei un bravo insegnante? No, sarei solo un appassionato contapalle. Ne ho avuti di insegnanti così, e non li stimavo poi molto. Mi sembravano un po’ persi nei loro piacevoli percorsi privati – come Santa Teresa, appunto.
Così, chissà, forse una certa passioncella ce l’ho. Ma non mi fido, non è una cosa che mi aiuti veramente a capire il mio mestiere; spesso anzi mi ha messo sulla cattiva strada. Quanto durano i matrimoni di passione? Secondo me è solo un totem che ci siamo costruiti. Quando ci siamo accorti che il sistema ci lasciava soli, nelle aule, davanti a torme di studenti esigenti, abbiamo sentito un profondo magone dentro il cuore e lo abbiamo chiamato “passione”. Ma noi non siamo mistici del Seicento. Siamo in mezzo alla gente, in una posizione delicatissima. Abbiamo una responsabilità oggettiva – se un ragazzo in gita cade da un cornicione abbiamo anche la responsabilità penale. Altro che passione. Professionalità, ci vorrebbe. Eppure.
Eppure devo ammettere una cosa. Che se nella scuola italiana c’è un po’ di professionalità – anzi, ce n’è molta – la dobbiamo tutta a una generazione di insegnanti che dalle cattedre di pedagogia o didattica ha avuto pochissimo aiuto; le babyboomers che sono entrate in ruolo a partire dagli anni Settanta, incassando una sfilza impressionante di riforme scolastiche, e traghettando la scuola italiana dalla penna bic a wikipedia senza quasi una piega. Anno dopo anno, la scuola l’hanno fatta loro; nessuno gliel’ha insegnato, nessuno era in grado. Se a voi il risultato non piace, vi garantisco che poteva essere molto, molto peggio di così. La scuola degli ultimi trent’anni non aveva un progetto; nemmeno una direttiva coerente; tutto quello su cui poteva contare erano queste signore, e tutto quello su cui queste signore potevano contare era… la loro passione. Un materiale umano fantastico. Sul serio.
Ma allora il problema qual è? Se abbiamo buoni insegnanti, chi se ne frega delle teorie pedagogiche?
Il problema è presto detto: queste insegnanti stanno per andare in pensione. Tutte insieme, tutte in una volta (il solito problema dei babyboomers: hanno fatto la maturità tutti assieme, la rivolta tutti assieme, il matrimonio e il divorzio, il lavoro e adesso la pensione).
Siccome se ne stanno andando tutte, non ci sarà molto tempo per il trapasso delle nozioni – che, come sanno gli antropologi, è un il momento fondamentale per la sopravvivenza di una civiltà. Se un vecchio cromagnon non si fosse ricordato di insegnare al nipote come si accende il fuoco, staremmo ancora nelle grotte.
Ma ammesso che ci sia il tempo, il problema è che queste eroiche babyboomers non saprebbero come insegnarci ad appiccare il fuoco dell’istruzione, perché… per loro era una cosa interiore, una passione. Come chiedere a Louis Armstrong come si suona il jazz. O a Santa Teresa come si decolla. Se devi chiedere, non lo saprai mai, dannazione. E questo significa semplicemente che la civiltà evoluta degli insegnanti italiani sta per estinguersi; e che nel giro di vent’anni la scuola italiana è destinata a tornare nelle grotte.
Me compreso.
Ah, che bel vivere. Che bel mestiere. Di qualità.http://leonardo.blogspot.com/
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Migranti
Da una sponda all'altra. Percorso in quattro stazioni
di IDA DOMINIJANNI
Prima stazione, il museo dell'immigrazione di Ellis Island, a New York. Nella sala d'ingresso un immenso mucchio di bauli, valige, cesti trasforma in installazione artistica il "bagaglio" dell'immigrazione: cose, oggetti, vestiti, ricordi, radici, identità, nostalgie, speranze che gli immigrati traslocavano dal vecchio al nuovo continente stipati in quei pesanti contenitori. La sala è in penombra, sulla parete di fondo due grandi fotografie di uno sbarco d'inizio Novecento, donne uomini bambini che scendono dalla nave a sinistra, poi in fila per i visti d'ingresso a destra. L'effetto è immediato, potente come un pugno nello stomaco, e introduce alla tonalità inevitabilmente commossa della visita del museo: nessuno, discendente d'immigrati o di nativi che sia, ne esce senza qualche lacrima e qualche modificazione interiore. Oggetti, foto, didascalie e filmati restituiscono la storia e i sentimenti dell'immigrazione, dai più dolorosi ai più lievi, la sua materialità fatta di lavoro e apprendimento, di lacerazioni e di scoperte, di relazioni troncate, trasferite e ricreate, di dolore e di rinascita, di procedure burocratiche e difficoltà linguistiche, di comunità reinventate e integrazione modernizzante. Ma è anche l'anima dell'America a parlare attraverso le sale, l'allestimento, le competenze messe al lavoro nella realizzazione del museo, che più che un conservatorio della memoria risulta alla fine un grande monumento del ringraziamento: come un rito di espiazione delle colpe del razzismo e dello sfruttamento, una cerimonia di riconoscimento del sangue multietnico, multilinguistico, multiculturale che circola nelle vene della società americana. E non solo lì. Il grande mappamondo collocato nella sala a fianco a quella d'ingresso, con i suoi tracciati luminosi dei flussi migratori novecenteschi verso gli Stati uniti dall'Europa, dall'Africa, dall'Asia, raffigura anch'esso con immediata potenza di quale entità sia stato quel movimento continuo di umanità, saperi materiali, lingue, affetti, che chiamiamo emigrazione: come un terremoto continuo che ha modificato l'orografia e le coste del pianeta, ridisegnandone continuamente il profilo. Non gli stanziali ma i migranti hanno fatto, fanno, la storia del mondo.
Seconda stazione, il museo nazionale dell'emigrazione italiana che è stato inaugurato di recente a Camigliati, nella Sila cosentina. Qui il viaggio è lo stesso, gli stessi i bagagli e i sentimenti, i dolori e le speranze, ma invece che dall'arrivo si vede dalla partenza. E con i corpi degli emigranti che si imbarcano per l'America o per l'Australia o per il Nordeuropa torna in scena l'Italia dimenticata di poco più di un secolo fa: l'Italia dell'inchiesta Iacini, quando a Sud come a Nordest c'era chi viveva in una stanza senz'aria con capre e maiali, i più erano analfabeti e molti alcolisti, e il viaggio verso il nuovo mondo non era una opzione ma una necessità. Una rivede nelle foto le navi stipate, 368 giorni per arrivare a Sydney, i porti di Napoli e di Genova presi d'assalto per riuscire a imbarcarsi, i bambini morti in viaggio di morbillo e gettati in mare, le visite mediche e i test attitudinali subiti all'arrivo a Ellis Island, le norme contro l'ingresso dei ciechi e degli zoppi, la strage di Marcinelle o l'incendio nella fabbrica tessile di New York da cui nacque l'8 marzo, le tracce dei linciaggi subiti da tanti e dei successi conquistati da non pochi, e si domanda com'è possibile, con questo passato, che l'Italia sia diventata un paese che discute di immigrati come ne discute, che tiene aperto il Cpt di Agrigento, che si divide fra chi vuole linciare gli immigrati e chi solo gli scafisti, un paese che legge senza un'emozione sulle prime pagine che altri cadaveri di bambini vengono gettati in mare e se straziano le madri e i padri pazienza, o che dibatte accademicamente di Hina sgozzata a Piacenza, o che lesina cinque euro per un paio di occhiali taroccati al senegalese sulla spiaggia; e che cosa c'entrino con quei nostri antenati che prendevano il largo i leghisti di oggi che si tengono stretto ogni bene, ogni proprietà, ogni centesimo accumulato evadendo le tasse. E perché di quell'Italia dimenticata i miei studenti del corso sul multiculturalismo non abbiano neanche una pallida idea, niente e nessuno avendone loro trasmesso una pallida memoria; come non ne hanno dell'emigrazione interna dalle regioni del Sud a quelle del Nord, che negli anni Cinquanta ha consentito al capitalismo italiano di crescere impoverendo il Sud e arricchendo il Nord e negli anni Novanta è diventata il grande rimosso del discorso pubblico invaso dall'egoismo leghista; né ne hanno del sottile razzismo verso gli studenti del Sud da cui ancora negli anni Settanta e malgrado la rivoluzione egualitaria sessantottina non erano esenti le nostre università.
Terza stazione, la casa dei miei nonni paterni a picco sullo Jonio in Calabria, dove trascorro pezzi d'estate da quando l'abbiamo riaperta e riportata al presente. Nelle mani di due generazioni successive ha ripreso colore senza sfigurarsi: una ristrutturazione rispettosa della sua storia ne ha, più che cambiato, risignificato gli spazi, gli oggetti, le foto. Gli stessi bauli del museo di Ellis Island, redistribuiti nelle nostre camere da letto, testimoniano i viaggi dei nonni – lui da solo prima, molti anni più tardi anche lei - negli Stati uniti, dal 1920 in poi, quando i paesi arrampicati sulle colline dello Jonio si svuotarono dei loro uomini che andavano a cercare lavoro e benessere oltreoceano, e restarono in mano alle loro donne, che ne ebbero cura come delle loro case. E gli oggetti ora diventati pezzi di modernariato - vecchie ed enormi radio, termos e vassoi di alluminio, la macchina da scrivere, la macchina da cucire a pedale - raccontano di quel lavoro e di quel benessere trovati e riportati all'origine trent'anni dopo, quando anche l'Italia era uscita dalla miseria e il boom economico ci stava traghettando nella società dei consumi, importando dall'America i grandi magazzini e gli stili di vita. Quando ero piccola era mio nonno a raccontarmi l'America, nelle lunghe chiacchierate in terrazza, aneddoto dopo aneddoto; gli occhi gli ridevano e si capiva quanto l'avesse amata e quanto ne fosse stato trasformato, come se la leggerezza del tempo orizzontale e la filosofia delle chances del nuovo mondo si fossero innestate sulla sua prima natura di meridionale, dando vita, come nelle piante, a una specie nuova; e dev'essere certamente per l'eco di quei racconti in terrazza se la prima volta che sono andata a New York mi sono sentita subito a casa, e se quando le Torri gemelle sono crollate qualcosa di molto più intimo di un'emozione politica mi è risuonata dentro. Da quella stessa terrazza, a metà anni Novanta, ho visto i primi sbarchi di esuli curdi sulla costa jonica; sulla spiaggia ho sentito i loro racconti di perseguitati nell'Iraq di Saddam Hussein, mentre gli amministratori illuminati di Soverato e Badolato organizzavano l'accoglienza e aprivano case, scuole, ospedali. In settant'anni il mondo si era ribaltato, quegli antichi paesi svuotati dall'emigrazione si aprivano a un flusso contrario di immigrati, e il loro immaginario segnato dalla frontiera dell'Ovest si trovava improvvisamente penetrato da Est, come molti secoli fa, quando i turchi arrivavano dal mare e le campane, recitano le antiche canzoni popolari, suonavano l'allarme "a tocco a tocco".
Quarta stazione, un brindisi pochi anni fa a Sydney, dove gli studenti usano festeggiare la fine dell'anno accademico con i docenti. Attorno al tavolo siamo ventitré, di ventidue nazionalità diverse: europei, asiatici, australiani, nordamericani, latinoamericani, sudafricani. Ci parliamo con l'inglese approssimativo che caratterizza gli approssimativi scambi della società globale, basati molto più sul fraintendimento che sull'intesa, ma non fa impressione a nessuno: una serata così, impensabile a Roma, è la norma a Sydney, città globale fatta della sovrapposizione di ondate migratorie successive, in cui il multiculturalismo anglosassone basato sul mantenimento delle comunità d'origine – la radio e la tv Sbs trasmettono in sessantadue lingue – sta cedendo il passo a contaminazioni, configurazioni, vissuti inediti, e l'organizzazione urbana per quartieri etnicamente contrassegnati si scioglie in flussi e network imprevisti. E' qui che una sociologa mi ha parlato dell'"immigrazione per amore": dopo la prima generazione che arrivava dall'Europa per necessità, dopo la seconda che ha stabilizzato insediamenti e cittadinanza, una terza ondata che scopre l'Australia solo per piacere o per amore, molla provvisoriamente le radici e provvisoriamente si reimpianta nel nuovissimo mondo, dove intanto il ciclo ricomincia e per necessità arrivano dall'Asia e dall'Africa poveri e rifugiati che il governo respinge e concentra nei Cpt locali. Così si intrecciano e si sovrappongono esperienze e narrazioni diverse dell'immigrazione, e al suo statuto tradizionale che tanta parte ha avuto nella tessitura della modernità si affianca quello di un nomadismo postmoderno, in cui il dramma della nostalgia dell'origine si scioglie nella possibilità sempre aperta dell'andare e del tornare, e la malinconia di una rottura imposta si rovescia nell'euforia di uno sradicamento scelto. Dove i ponti non si tagliano ma si tendono, e da figura della perdita della tradizione il migrante muta in figura del legame e della traduzione, quale a ben vedere è da sempre. http://www.golemindispensabile.it/Puntata60/articolo.asp?id=2106&num=60&sez=669&tipo=&mpp=&ed=&as=
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Ungheria - Politica e morale a Budapest
QuadrantEuropa
Un discorso politico di un cinismo incredibile alla base delle violente proteste che scuotono da giorni Budapest. Per il presidente della repubblica,László Sólyom, la nazione è di fronte ad una "crisi morale".
“L’abbiamo fatta sporca. Proprio sporca e nemmeno poco. Molto sporca. In tutta Europa nessun paese ha costruito su tante schifezze come noi...non si può negare che negli ultimi due anni abbiamo mentito. Sempre. Durante il governo socialista, il paese ha vissuto ben oltre le sue possibilità, le ha superate in un modo che prima sarebbe stato inimmaginabile. Negli ultimi quattro anni noi non abbiamo fatto nulla, proprio nulla. Io non posso enumerare una sola misura di governo o un atto di governo cui potere andar fieri. L’unico è stato quello di aver salvato dal nulla il nostro mandato e aver vinto le elezioni. Questo è tutto. Cosa diremo quando la nazione ci chiederà ragione di quello che abbiamo fatto in quattro anni?
Ecco come si è espresso il capo del governo ungherese Ferenc Gyurcsany, in una seduta a porte chiuse del gruppo parlamentare socialista, poche settimane dopo aver vinto le elezioni parlamentari di aprile. Negli ultimi due anni dunque i socialisti non avrebbero fatto altro che mentire. Una sceneggiata pesante, recitata forse in modo volgare di cui non si può però dire descriva in termini completamente irrealistici lo stato del paese danubiano. Nella tirata di Gyurcsany non mancano nemmeno parole offensive verso tutta l’Ungheria. Il leader socialista non ha fatto altro che confermare quello che molti ungheresi, da tempo delusi e disgustati dalla politica, pensavano: i politici mentono.
Naturalmente le parole di Gyurcsany vanno messe nel loro contesto. Il premier reagiva senza nessuna remora, a colleghi di partito che esprimevano dubbi sulla reale necessità delle rigorose misure economiche volute dal loro leader. Naturalmente ciò non toglie nulla al fatto che un capo di governo non possa esprimersi nei termini usati da Gyurcsany. Nemmeno a porte chiuse. Si pone invece la questione se dopo tutto quello che ha detto il premier possa continuare a fare come se non fosse successo nulla.
La confessione che i socialisti avrebbero mentito deliberatamente agli elettori per poter vincere le legislative di aprile è scandalosa. Ora si capisce quello che al capo del governo era chiaro sin dall’inizio. Dopo la vittoria elettorale si sarebbe dovuto fare esattamente il contrario che quello che lui andava promettendo. I socialisti erano perfettamente coscienti dello stato delle finanze pubbliche, sapevano che senza provvedimenti economici rigorosi il paese sarebbe stato minacciato dalla bancarotta. Ciò nonostante continuavano a promettere, secondo il più sfacciato dei populismi, il paradiso in terra.
A ragione il presidente ungherese László Sólyom parla di una “crisi morale”della nazione. Quando un capo di governo confessa apertamente che tutto quello da lui detto in campagna elettorale era una menzogna, da un contributo enorme alla perdita della fiducia nella democrazia da parte della propria popolazione. Ciò è ancora più pericoloso quando si tratta di una democrazia ancora giovane. Questo è il caso dell’Ungheria.
Le reazioni popolari erano in parte prevedibili. Nella notte tra martedì e mercoledì a Budapest, a poche settimane dal cinquantesimo anniversario dell’insurrezione ungherese, si sono verificati scontri gravi. Si tratta dei disordini più gravi dal 1989. L’esplosione di rabbia di molti ungheresi per il cinismo del loro primo ministro è comprensibile. Tutti quelli che sono scesi nelle strade, non protestavano solo contro le menzogne. Presi di mira erano anche i provvedimenti governativi, soprattutto l’aumento delle tasse e dei prezzi decisi dal governo. In realtà queste misure economiche avevano già surriscaldato l’atmosfera di Budapest.
Naturalmente l’opposizione spara ad alzo zero contro i socialisti e pretende le dimissioni dell’intero governo. La Fidesz sta tentando con ogni mezzo di trarre profitto dagli avvenimenti. Ma le sue grida sono ipocrite. Le promesse elettorali non si identificano mai completamente con l’azione di governo. Certo in Ungheria la discrepanza è particolarmente grande. Anche il gruppo dirigente della Fidesz prima delle elezioni parlamentari si è però guardato bene dal dire, sia pure in parte, la verità. Le promesse dell’opposizione vertevano sulle grandi, future capacità sociali dell’economia futura. Quella diretta da loro. Ovviamente anche la Fidesz sapeva che non vi erano fondi per realizzare questi sogni.
Come e perché il discorso del premier sia giunto all’opinione pubblica non è dato sapere esattamente. Si può solo speculare. Una cosa è però certa: tutto l’affare dimostra con chiarezza il punto cui è giunta la cultura politica della nazione. Da anni il paese è coinvolto in una lotta politica, dura e condotta con mezzi odiosi, tra destra e sinistra nella quale ogni forza si sente autorizzata ad usare ogni mezzo a disposizione. Questa è la ragione di un clima politico profondamente avvelenato.
L’estrema polarizzazione della vita politica ungherese dipende anche da quello che è successo dopo l’89. La transizione dal comunismo ad un ordine democratico è stata “dolce”. I detentori del potere e l’opposizione di allora hanno trattato. I comunisti che in Ungheria, ma anche in Polonia, avevano già introdotto delle riforme, si sono trasformati in socialisti o socialdemocratici, restando importanti uomini politici per la vita di queste nazioni. Una riflessione sul passato totalitario di fatto non è avvenuta. Così dopo 17 anni in Ungheria, ma anche in Polonia, divampa una lotta senza quartiere tra la destra e la sinistra ex comunista, nella quale gli avversari sono responsabili di tutte le disgrazie del paese. L’Ungheria, come la Polonia, ha bisogno di trovare una via d’uscita. Il primo passo per farlo è moderare i toni.
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GIUDICE CORTE SUPREMA CONTRO POLITICA ANTITERRORISMO USA
Gli Stati Uniti continuano ad esercitare forti pressioni per imporre in Argentina “modelli di legislazione antiterrorista che costituiscono una minaccia ai diritti umani”: lo ha detto il giudice della Corte Suprema argentina, Eugenio Raúl Zaffaroni, intervenendo alla Conferenza interregionale sui sistemi di giustizia e i diritti umani ospitata a Brasilia nel Palazzo Itamaraty, sede del ministero degli Esteri brasiliano. Quello che gli Usa tentano di ‘esportare’ in nome della cosiddetta ‘guerra al terrorismo’, secondo il giudice dell’alto tribunale, “sono norme che in linea generale ampliano la possibilità della detenzione di cittadini senza rinvio a giudizio, ammettono i rapporti dei servizi segreti come prove nei processo penali, introducono figure inquisitorie come i cosiddetti agenti 'sotto copertura', autorizzati dallo Stato a commettere qualsiasi tipo di crimine al fine di scoprire eventuali reati”. A ciò, ha proseguito Zaffaroni, si aggiunge “il tentativo di esimere da qualsiasi responsabilità i membri delle forze armate statunitensi accusati di gravi violazioni; provvedimenti che rientrano nella politica del presidente George W. Bush di fare del suo paese il poliziotto del mondo, una politica unilaterale che, tuttavia, non sta dando risultati positivi”. Secondo il giudice, considerato una figura di spicco tra i penalisti argentini e latinoamericani e vicino al presidente Néstor Kirchner, “a chi cerca di imporre la violenza bisogna rispondere con il diritto, a chi vuole la repressione occorre dare una dimostrazione di buon senso, a chi preme per un Stato totalitario è necessario opporre uno Stato di diritto”.http://www.misna.org/
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Se in Inghilterra la scuole diventano islamiche...
...sikh o hindu. Il Governo Blair vuole incorporare nel sistema educativo statale scuole confessionali d’ogni tipo. E il dibattito su religione e scuola divampa. Come nel resto d’Europa.
La Gran Bretagna ha bisogno di più scuole confessionali? (Foto Hector Ferniza/ Flickr) L’Inghilterra introduce la religione come materia scolastica. La Francia bandisce il velo islamico dalle scuole. Ancora una volta, il dibattito ruota attorno all’Islam. E alla religione nelle scuole.
In Francia la chiamano rentrée, in Germania Schulbeginn. Ma mentre i bambini di tutta Europa si apprestano a tornare a scuola dopo le vacanze estive, un argomento in particolare sta dividendo tutti più che mai. La Francia ha proibito nel 2004 ogni “evidente simbolo religioso” nelle scuole e difeso ciò che il governo considerava una crescente minaccia all’importantissima tradizione di laïcité (separazione tra Stato e Chiesa) del Paese; la Germania, dal canto suo, è ancora impegnata a discutere se permettere a studenti ed insegnanti musulmani di indossare il velo nelle scuole pubbliche. E allora, quale ruolo deve ricoprire la religione nelle scuole europee? Sembra proprio che la risposta a questa domanda sia tutta da scoprire.
Se la scuola pubblica diventa islamica
In Inghilterra il dibattito è stato altrettanto acceso. In questo Paese, però, è il Re a detenere il titolo di “difensore della fede”, mentre al Primo Ministro spetta il dovere di nominare de facto il capo della Chiesa anglicana, per cui le discussioni non si concentrano sulla separazione tra Stato e Chiesa – in quanto strettamente legati l’uno all’altra da secoli – ma piuttosto sulla questione più concreta dell’insegnamento della religione nelle scuole, argomento che ha scatenato una vera e propria tempesta mediatica nei tabloid inglesi. Pur non essendo le scuole religiose una novità in Inghilterra (la Chiesa inglese è responsabile dell’educazione di circa 1 milione di bambini in più di 4.700 scuole), la questione sta assumendo un nuovo significato. Il governo Blair vuole sovvenzionare le scuole che rappresentano altri gruppi religiosi, come per il milione e mezzo di musulmani presenti nel Paese. Il famoso commentatore liberal Polly Toynbee ha affermato: «L’assurdità costituzionale di una chiesa nazionale una volta sembrava irrilevante, ma adesso obbliga a concedere simili privilegi a tutte le altre religioni». Di conseguenza il numero di scuole pubbliche musulmane è aumentato e il Goevrno progetta di incorporare nel sistema statale un centinaio di scuole islamiche già esistenti. E di istituire una scuola pubblica per la minoranza sikh a Hillingdon, nella parte occidentale di Londra, o una scuola hindu ad Harrow.
«Perché i musulmani non potrebbero dirigere una scuola se i cristiani lo hanno fatto per secoli?»
Le recenti minacce terroristiche hanno risollevato la questione di quanto le minoranze etniche si siano integrate nella società inglese, anche se pochi sono i musulmani inglesi a lasciarsi trascinare dal fondamentalismo islamico. Ma Keith Porteous Wood della National Secular Society rimette in discussione il principio stesso di scuole confessionali: «Questa crescente tendenza a giudicare i bambini in base alla religione dei loro genitori genera solamente altra ignoranza e diffidenza tra due comunità che così avranno ancora meno opportunità di conoscersi».
Il Governo, invece, insiste. E sostiene che il miglior modo di controllare cosa viene insegnato ai bambini nelle scuole religiose è quello di inserirle nel sistema statale. Inoltre la realizzazione di progetti che vedono coinvolte varie scuole religiose aiuterà a promuovere la comprensione interculturale. Come sottolinea Muhammad Mukadam dell’Associazione delle scuole musulmane in Inghiltera (Amsuk), i bambini che frequentano scuole religiose tendono ad ottenere risultati migliori rispetto a quelli delle scuole statali. È opinione comune, inoltre, che l’etica religiosa promossa da queste scuole formi studenti più disciplinati e più attenti. I critici replicano che tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’insegnamento religioso, ma piuttosto con il fatto che le scuole religiose possono effettuare tra gli aspiranti studenti una selezione che invece non è consentita alle scuole pubbliche. Ma il capo della Commissione per l’uguaglianza razziale (Cre), Trevor Phillips, attacca: «perché i musulmani non potrebbero dirigere una scuola se i cristiani lo hanno fatto per secoli?». Di conseguenza, se l’attuale sistema di scuole pubbliche sponsorizzate dalla Chiesa non verrà smantellato, offrire anche alle altre religioni delle scuole proprie rappresenta un gesto di uguaglianza.
20% dei francesi nelle scuole cattoliche
Resta ancora incerto se l’approccio del governo Blair porterà qualche frutto nella più vasta battaglia contro l’isolamento sociale e il fondamentalismo religioso. Ma la recente scoperta del tentativo da parte di giovani inglesi musulmani di bombardare le linee aeree transatlantiche dimostra, ancora una volta, la portata della sfida. I sostenitori di questa politica, però, mettono in evidenza il fallimento dell’alternativa francese del modello “integrazionista”, testimoniato dalla violenza e dalle rivolte che hanno sommerso i sobborghi alla fine del 2005. Un chiaro segno, questo, che la rigorosa difesa della separazione tra Stato e Chiesa e l’insistenza affinché le comunità immigrate adottino norme e valori imposti dallo Stato non hanno ottenuto maggior successo della controparte “multiculturale” inglese. In effetti, anche in Francia, dove il 20% dei bambini sta tornando alle scuole cattoliche indipendenti (che godono però di ampi sussidi statali) [6], la questione non è così chiara come può sembrare.
E con la Turchia ormai candidato ufficiale all’ingresso nell’Ue, c’è una questione che probabilmente continuerà ad essere dibattuta ben oltre il prossimo trimestre scolastico: bisogna o meno lasciare la fede religiosa fuori dall’aula come i cappotti dei bambini.http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8043
Chris Reynolds - Müchen
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Il Papa e i deboli antidoti
David Bidussa
Tratto dal quotidiano Il Secolo XIX.
“Chi crede non è mai solo”. Questo è il motto del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Baviera. Più che una convinzione sembra un auspicio. Ma procediamo con ordine.
Nella solitudine Benedetto XVI è venuto includendo tutto ciò che gli appare contro l’ipotesi di Dio: la scienza accusata in un qualche modo di presunzione proprio per il suo voler fare a meno di Dio; il benessere che si dimentica del sacro e dunque allontana dalla verità; la sfida lanciata dai fondamentalismi. In tutte e tre le varianti il tema è sempre uno: la presunta autosufficienza dell’individuo che si propone non tanto contro, ma soprattutto sopra Dio. Infatti, cosa lega l’uomo di scienza, una figura culturale nei cui confronti il conflitto culturale è aperto ormai da anni intorno alla critica all’evoluzionismo; l’accantonamento del sacro – e dunque – la dimensione della laicità e una dimensione apparentemente opposta rappresentata dal fanatismo religioso? A ben vedere in queste tre diverse figure simboliche che Benedetto XVI si propone di contrastare la questione non è dove viene collocato Dio, ma dove si colloca l’individuo rispetto a Dio.
In questo senso Ratzinger interpreta il fondamentalismo come un’altra forma di relativismo. Ciò perché il fondamentalismo più che un’adesione a Dio si configura come una scelta di radicalismo politico a favore di Dio e include una messa in discussione delle gerarchie e della dottrina della fede. Un aspetto che mina il processo stesso con cui la Chiesa è riuscita a tener testa alla modernità, subendola, ma anche metabolizzandola.
Il tema del sacro e della sua assenza in Occidente sta dentro lo stesso profilo di riflessione. Proviamo a domandarci, per esempio: davvero le popolazioni dell’Africa e dell’Asia, si spaventano di fronte ad un Occidente che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo? I continui arrivi di popolazioni disperate sulle nostre coste dicono che ciò che spaventa un numero non indifferente di africani e asiatici è la propria condizione di indigenza e di miseria (senza contare il clima di intimidazione, di violenza, di intolleranza da cui fuggono). Una società secolarizzata (ma ricca) spaventa molto meno di una società sacralizzata (ma povera).
Già in agosto, in un’intervista concessa alle televisioni tedesche, aveva insistito sullo stesso concetto, ricordando come “nel mondo occidentale oggi viviamo un’ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo”, e le altre culture “sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio”.
Quello di Benedetto XVI sembra genericamente un richiamo alla centralità della fede. Ma poi davvero è prevalentemente questo il nodo del contendere? A seguire ancora le parole di Benedetto XVI non sembrerebbe. Per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
Nel messaggio inviato in occasione dell’incontro di Assisi, Benedetto XVI ha ribadito il valore degli incontri interreligiosi come “presupposto del dialogo tra le fedi” e, al tempo stesso, ha sottolineato la necessità di non dare luogo a “inopportune confusioni sincretiste”. Il tema in quel caso non era il confronto con le altre fedi, ma la risorsa delle fede e al tempo stesso la dimensione specifica del sacro in cui si riconosce la propria identità.
Ma un’identità non basta enunciarla, occorre praticarla. Su questo piano le risposte di Benedetto XVI sono deboli. In quali forme si fonda, si riconosce e si comunica un’identità? Ovvero attraverso quale pratica si dà conto della presenza attiva di una fede?
La vera questione è il fatto che Benedetto XVI non individua l’atto efficace in grado di comunicare la forza persuasiva della Chiesa. Per i cultori dello scontro di civiltà la questione è il conflitto con la forza di mobilitazione e di convinzione dimostrata in questi due ultimi decenni dall’Islam. Ma eliminata la dimensione dello scontro aperto – su cui con buona pace dei vari Marcello Pera non sembra ci sia per ora un’adesione - la questione è dunque con quale atto la Chiesa dimostra di essere persuasiva, mobilitante, convincente. In altre parole: egemone.
Dietro le parole di Benedetto XVI sembra di intuire che la partita è quanta capacità di richiamo ha oggi la Chiesa. Per verificarla non occorre un atto dichiarativo, ma uno operativo. Nella storia della prassi devozionale questo atto ha spesso coinciso con la pratica del digiuno, una pratica che si fonda su una dichiarazione di pentimento, di “ritorno” di riconoscimento di una “strada smarrita”. Forse Benedetto XVI dovrebbe chiamare a un atto pubblico, ma quanti lo seguirebbero davvero? Dietro alla crisi del sacro forse sta proprio la constatazione che alla fine “Chi crede oggi è solo”. L’esatto opposto dell’enunciato di partenza e su cui occorre riflettere. Il richiamo al sacro non è un antidoto.
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Abidjan, lo scandalo si allarga
Nuove rivelazioni sulla questione rifiuti tossici, arrestati due francesi
Due settimane, otto morti e 44 mila contaminati dopo lo scoppio dello scandalo, le indagini sui rifiuti tossici che da un mese avvelenano la città ivoriana di Abidjan sembrano dare qualche risultato. Le autorità hanno arrestato due cittadini francesi, dipendenti della compagnia olandese Trafigura Beheer BV, “proprietaria” delle 400 tonnellate di rifiuti tossici sversati dalla petroliera Probo Koala in 14 siti sparsi per la città, lo scorso 19 agosto.
Emergenza. “L’emergenza continua”, conferma a PeaceReporter un’italiana, abitante da 6 anni ad Abidjan, “e ai problemi si è aggiunta la psicosi. Lo scorso venerdì la popolazione ha bloccato le strade e linciato il ministro dei trasporti, perché si era sparsa la voce di un nuovo scarico di sostanze tossiche”. Vittima della furia popolare anche il direttore del porto di Abidjan, la cui casa è stata data alle fiamme. E mentre la crisi viene strumentalizzata dai giornali di governo e opposizione, la popolazione è alle prese con i problemi quotidiani. “Non sappiamo più di chi fidarci”, continua la nostra fonte. “Alla tv passano spot informativi che assicurano che l’acqua è potabile, e che le sostanze tossiche non sono radioattive. Ma intanto la gente muore per aver mangiato il pesce della laguna, e migliaia di famiglie vivono delle verdure coltivate e degli animali allevati nei pressi dei luoghi di scarico. Come si fa a garantire la loro salute? Ormai non basta più andare in giro con le mascherine, come fanno tutti”.
Misteri. Visto il silenzio delle autorità, continuano a circolare voci contrastanti sulle sostanze sversate nella laguna. Nei primi giorni si era parlato di emissioni di acido solforico ma la Trafigura, in un comunicato stampa inviato a PeaceReporter, rende noto di aver fatto analizzare un campione dei rifiuti dalla AVR Industrial Waste BV, la quale non avrebbe rilevato acido. La società ha confermato la presenza di soda caustica e residui di petrolio, visto che la Probo Koala trasportava nafta. “Il problema è che non basta curare i contaminati”, fa sapere per telefono Alessandro Rabbiosi di Terre des Hommes. “Chi riceve assistenza, quando torna a casa rientra comunque in un ambiente malsano. Bisognerà aspettare la bonifica dei siti. La gente ha talmente paura che nei giorni scorsi sono stati bloccati anche i camion che trasportavano alle discariche rifiuti normali, così all’emergenza tossica se n’è aggiunta un’altra per l’accumulo dell’immondizia. In più, in ospedale arrivano anche malati cronici che sperano di approfittare dell’assistenza gratuita per farsi curare senza pagare”.
Indagini. Le autorità hanno fermato otto persone, tra cui due dipendenti della Trafigura. La compagnia si è detta “scioccata” per l’arresto dei due francesi, fermati poche ore prima di imbarcarsi su un volo con destinazione Parigi. Emergono intanto nuovi particolari sulla vicenda. La Trafigura avrebbe scelto Abidjan come porto di scarico per una questione di costi: a causa del suo alto contenuto inquinante, il materiale di scarto proveniente dal lavaggio della nave non sarebbe stato accettato dalla Amsterdam Port Service, la società incaricata dello smaltimento dei rifiuti nel porto olandese, se non dietro pagamento di un’alta penale. La Trafigura avrebbe così deciso di ripompare nella nave i liquidi (procedura illegale), per poi scaricarli ad Abidjan circa un mese dopo, in occasione di un viaggio a Lagos, in Nigeria. La cosa ha fatto insorgere le associazioni ambientaliste, ma c’è dell’altro: secondo una nostra fonte, che preferisce rimanere anonima per questioni di sicurezza, “la società ivoriana Tommy, incaricata dello smaltimento dei rifiuti nel porto di Abidjan, non ha l’autorizzazione per trattare sostanze tossiche”. La Trafigura dal canto suo sostiene di aver informato della composizione dei rifiuti le autorità. Lo scaricabarile rischia di ritardare di molto l’individuazione dei colpevoli del più grande scandalo ecologico nella storia della Costa d’Avorio.
Matteo Fagotto http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6290
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HIGH TECH
I pirati del copyright rimangono fuori dal Parlamento svedese
20/9/2006
di Luca Castelli
Missione fallita. Mentre i pirati dei Caraibi guidati da Johnny Depp impazzano nei cinema di tutto il mondo, i loro colleghi svedesi del copyright non riescono a superare la prova del nove delle urne. Nelle elezioni di domenica in Svezia, il Partito dei Pirati si è fermato ben sotto alla soglia del quattro per cento, che gli avrebbe garantito almeno un rappresentante in Parlamento.
La neonata formazione politica che lotta per una radicale trasformazione del sistema di copyright, difendendo la libera condivisione di musica e film online, ha raccolto circa trentamila preferenze, meno di quelle andate a “Iniziativa femminista”, superando di poco lo 0,6%. Una percentuale che non garantirà neanche finanziamenti e agevolazioni statali ai prossimi appuntamenti elettorali.
A tarpare le ali dei “pirati” ha contribuito l’esito incerto del voto, che ha visto la formazione moderata d’opposizione superare sul filo di lana i socialdemocratici. L’impressione dei commentatori è che il testa a testa abbia fatto convergere molti elettori verso le due maggiori coalizioni, allontanandoli dai partiti più piccoli e alternativi.
A ciò si aggiunge la consueta sopravvalutazione di quelle realtà che vanno bene su Internet ma sono ancora poco radicate nella società reale. Da questo punto di vista, le vicende del “Partito dei Pirati” ricordano da vicino quelle di altri fenomeni politici, come Howard Dean negli Stati Uniti o Ivan Scalfarotto in Italia, che hanno raggiunto una straordinaria popolarità online per poi venire drasticamente ridimensionati il giorno in cui tutti gli elettori (e non solo i blogger) sono stati chiamati a votare.
Comunque, dal quartier generale del partito svedese fanno sapere di non aver alcuna intenzione di ammainare la bandiera del Jolly Jack. “Il morale rimane buono”, dice il leader Rick Falkvinge. “Impareremo la lezione e ci faremo trovare pronti alle elezioni europee del 2009 e a quelle nazionali del 2010”.
La battaglia sul copyright dunque continua. E come dimostrano le polemiche scatenate dalle recenti “ammissioni di download” di parlamentari italiani come Roberto Maroni e Francesco Caruso, è probabile che sia presto destinata a diventare un fatto politico non soltanto nelle fredde lande scandinave.http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=30&ID_articolo=997&ID_sezione=&sezione=High+tech
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Dodik e Silajdzic, nemici amici
Da Sarajevo, scrive Massimo Moratti
I due maggiori partiti (ex) moderati del campo serbo e bosgnacco convergono verso la peggior retorica estremistica e nazionalista. La campagna elettorale in Bosnia Erzegovina senza freni. L'analisi del nostro corrispondente
La campagna elettorale in Bosnia Erzegovina è ufficialmente iniziata il primo settembre. Ma in realtà, come ad ogni giro di elezioni, era già iniziata molto tempo prima. Sono le prime elezioni da quando la comunità internazionale ha annunciato la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e di fatto l’abolizione dei “Bonn powers”, i poteri che nel corso degli anni passati avevano indotto a paragonare la Bosnia ad un protettorato internazionale. Christian Schwarz-Schilling ha già di fatto rinunciato ad utilizzare i poteri da alcuni mesi e la fase di uscita dell’Alto Rappresentante è già iniziata. Per i politici bosniaci, è come se fosse finita la scuola: non c’è più chi li controlla e punisce se sgarrano, c’è uno spirito di impunità e la propaganda politica tocca temi che in passato i politici non osavano sfiorare.
Silajdzic e Dodik scherzano col fuoco
Chi sembra godersi di più le vacanze sono i politici della Republika Srpska, e in particolare il mattatore della campagna elettorale in questa entità, Milorad Dodik. La sua controparte nell'altra entità, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, è Haris Silajdzic. Il dibattito sugli emendamenti costituzionali e il fatto di aver fatto fallire le riforme proposte è diventato uno dei cavalli di battaglia di Haris Silajdzic, che ha fatto dell’abolizione della Republika Srpska il tema principale della sua campagna elettorale. Nel programma elettorale della Stranka za BIH, il partito di Silajdzic, in primo piano si trovano ampi riferimenti al conflitto passato e al temuto smembramento della Bosnia ed Erzegovina.
Il programma lo dice chiaro e tondo, gli elettori si trovano di fronte alla scelta tra un Bosnia ed Erzegovina unitaria e democratica e la perdita di tutto. La guerra si è fermata in Bosnia ed Erzegovina, ma le sue radici non sono state sradicate, le pretese territoriali degli stati vicini non sono scomparse. La Bosnia ed Erzegovina deve cooperare con le forze democratiche negli stati vicini per farli evolvere verso la democrazia. Ma, avverte il partito del 100% (BIH 100% è lo slogan elettorale), la Bosnia ed Erzegovina non può essere divisa in modo pacifico ed ogni tentativo in tal senso condurrà alla guerra. La proposta del partito della Bosnia ed Erzegovina è una Bosnia multiculturale e unitaria, che potrebbe rappresentare un modello di stabilità per l’intera regione. Chi non accetta questo modello, avverte minacciosamente il programma, sceglie la guerra.
Dodik, dal canto suo, cavalca la tigre del separatismo della Republika Srpska, si proclama difensore dei diritti del popolo della Srpska e agisce di conseguenza. La retorica di Dodik tocca tutti o quasi i tabù della Bosnia di Dayton: denunciando i presunti crimini di Dudakovic nei confronti dei Serbi e lamentandosi della mancanza di reazioni da parte della Camera per i Crimini di Guerra del Tribunale della Bosnia ed Erzegovina, Dodik minaccia di revocarne la competenza e di istitutire i processi nella Republika Srpska. Dodik, in questo caso, è stato prontamente smentito dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante che ha prontamente precisato che la Camera per i Crimini di Guerra non risulta da alcun trasferimento di competenze da parte della Republika Srpska, che non può quindi revocare nulla in tal senso.
L’argomento preferito di Dodik, tuttavia, è il referendum. Dopo il Montenegro, Dodik è pronto a fare parallelismi tra Kosovo e Republika Srpska e a cercare di legare le due questioni. Se si tocca la Republika Srpska, minaccia Dodik, i serbi potranno scegliere il referendum e uscire dalla Bosnia ed Erzegovina. Con una serie di dichiarazioni pubbliche, Dodik ha inanellato una serie di “perle” degne della miglior retorica grandeserba: ha affermato che la Bosnia ed Erzegovina è una soluzione temporanea, che l’odierna Sarajevo è come Teheran e si è lamentato del fatto che circa 500 moschee sono state costruite in Bosnia ed Erzegovina nel dopoguerra. Silajdzic ha prontamente ribattuto: “Ma chi le aveva distrutte?”, riferendendosi alla massiccia distruzione di chiese cattoliche e moschee nella Republika Srpska durante il conflitto.
Curiosamente, il programma dell'SNSD (l'Unione dei socialdemocratici indipendenti, il partito presieduto da Dodik, ndc) è molto più moderato e contenuto nelle tematiche: al primo posto figura lo sviluppo economico, l’adesione alle strutture euro atlantiche e l’integrazione europea. La struttura politica interna della Bosnia ed Erzegovina, figura solamente al terzo posto, dopo le priorità economiche e quelle sociali. Il SNSD si proclama a favore dei cambiamenti costituzionali all’interno del paese ma avverte che ogni tentativo unilaterale da parte dei politici bosgnacchi di centralizzare il paese e di eliminare le entità avrà una risposta decisa da parte della Republika Srpska, inclusa l’autodeterminazione. L'SNSD insiste sulla necessità di decentralizzare il paese, necessità che non deriva soltanto da Banja Luka, ma anche da Bihac, Tuzla e Mostar. Il manifesto dell'SNSD appare comunque più moderato di quello del partito per la Bosnia Erzegovina (SBIH) di Silajdzic: tanto per fare un esempio, il termine “guerra” non compare nemmeno una volta. È interessante constatare che c’è una certa discrepanza tra le politiche dell'SNSD e le dichiarazioni di Dodik. Alla retorica nazionalista di Dodik, fa riscontro una moderazione del manifesto e dei programmi del partito, che potrebbe far pensare che la retorica populista sia solamente un atteggiamento di facciata.
Si chiama in causa l’Alto Rappresentante
Lo scontro tra i due diviene ancora più interessante se si considera l’atteggiamento dei due partiti nei confronti dell’annunciata chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante. Alla soddisfazione di Dodik e dei politici della RS in genere, fa riscontro la preoccupazione da parte di Silajzdic che ha scritto una lettera aperta all’Alto Rappresentante mettendolo in guardia sui progetti secessionisti di Dodik. Altri politici della Federazione, invece, hanno apertamente chiesto che l’Alto Rappresentante rispolveri i “Bonn powers” contro Milorad Dodik. L’Alto Rappresentante, nei suoi editoriali sulla stampa, non ha risposto a tali richieste, ribadendo che rimandare la chiusura del suo ufficio sarebbe solamente dannoso per il paese e invitando i politici alla moderazione. Sono le delicate fasi di transizione dal regime di semi protettorato alla piena sovranità, e per i politici locali alla necessaria presa di responsabilità: non può più essere la comunità internazionale a risolvere le diatribe interne. Le redini sono in mano ai politici locali e alla loro responsabilità nei confonti dei cittadini.
Finti nemici?
Finora lo spettacolo sul teatrino della scena politica bosniaca è stato deprimente. Silajdzic e Dodik sono politici navigati, conoscono benissimo la scena elettorale. Sanno benissimo che in realtà non sono in competizione tra di loro: Dodik non ruberà un solo voto a Silajdzic, nè Silajdzic a Dodik: gli elettorati dei due partiti sono completamente separati, in primo luogo separati etnicamente.
I partiti con cui sono in competizione sono sul fronte interno. Dodik e la sua retorica nazionalista ha messo in grossa difficoltà l'SDS [il partito democratico serbo fondato da Karadzic, ndc]: i sondaggi danno il partito di Dodik al di sopra del 50% nella Republika Srpska, con l'SDS che arranca. La retorica nazionalista di Dodik ha praticamente spiazzato l'SDS, adottando semplicemente la stessa retorica verbale. Silajdzic ha praticamente fatto lo stesso con Tihic e l'SDA [il partito di azione democratica fondato da Izetbegovic, ndc]. Silajdzic, accusando l'SDA di esser sceso a patti col nemico e di aver fatto un compromesso sui cambiamenti costituzionali, ha di fatto messo all’angolo Tihic e compagnia.
Pochi si ricordano che qualche anno fa i due partiti, assieme ad altri partiti moderati, facevano parte dell’”Alleanza per il Cambiamento”, la coalizione che avrebbe dovuto spezzare il giogo dei partiti nazionalisti e normalizzare la situazione in Bosnia ed Erzegovina. Il giogo dei nazionalisti sembra ora spezzato (sul fronte croato lo stesso HDZ è diviso in due), ma i nuovi scenari che si delineano non sembrano promettere nè alleanze, nè cambiamenti. Lo spostamento verso destra dell'SNSD e della SBIH ha scombussolato le geografie tradizionali, spiazzando l'SDS nella Republika Srpska e favorendo anche una sorta di tanto segreta quanto improbabile intesa tra SDA e SDP nella Federazione.
La vittoria di Dodik e dell'SNSD in Republika Srpska appare praticamente certa (Dodik è candidato premier), mentre Silajdzic appare il favorito come membro bosgnacco della presidenza. Rimane da vedere come questi partiti potranno governare il paese dopo aver polarizzato l’elettorato bosgnacco e serbo e fatto il deserto attorno a sè. Se gli elettori moderati bosniaci non possono nemmeno “turarsi il naso” (come si diceva in Italia tanti fa), allora forse decideranno di “votare con i piedi” e andarsene dal paese.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6159/1/51/
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Assemblea ONU : presidente donna esorta ad agire
di Carla Amato
"Viviamo in un mondo lacerato da violenti conflitti armati, dalla fame e dalla malattia; un mondo minacciato dal terrorismo internazionale, il crimine organizzato e la proliferazione di armi di ogni tipo; un mondo piu' unito dalle forze della globalizzazione e tuttavia diviso da dispute etniche e da un divario tecnologico crescente; un mondo in cui il godimento dei diritti dell'uomo e' ancora un sogno irrealizzato per milioni di persone".
E' stato questo l'esordio all'assemblea generale dell'ONU della presidente, Sheikha Haya Rashed Al Khalifa, del Bahrain. Sheikha Haya, un avvocato e un diplomatico del Bahrain, e' la prima donna a guidare l'asemblea delle Nazioni Unite dal 1969. E' stata una delle prime due avvocatesse del suo Paese, e' fondatrice di uno studio legale ed e' stata vicepresidente dell'Associazione internazionale degli avvocati. E' stata il primo ambasciatore donna del suo Paese.
La neo presidente ha sollecitato la Comunità internazionale ad agire, sottolineando che essa ha "il dovere morale di raggiungere le soluzioni collettive per risolvere queste preoccupazioni generali". Ha ricordato che un anno fa, al summit 2005 dei leader mondiali, e' stato raggiunto il consenso su varie misure per rispondere ai problemi principali: "Ora la prima sfida e' accertarci che le nostre decisioni facciano una differenza durevole per le vite di milioni di persone intorno al mondo".
Sheikha Haya ha ricordato la recente approvazione della strategia globale completa dell'ONU contro il terrorismo, ma ha sottolineato la necessità di operare per la sua applicazione efficace. Inoltre ha sollecitato il consenso su una convenzione completa - "che non puo' piu' attendere" - sul terrorismo internazionale.
Altro punto importante ricordato dalla presidentessa dell'assemblea ONU, un'associazione globale per lo sviluppo, per cui ha richiesto "misure e strategie pratiche che possano permetterci di realizzare progressi costanti" rispetto agli sforzi internazionali e nazionali precedenti. ha anche parlato dei conflitti armati, chiedendo un ruolo piu' incisivo delle Nazioni Unite.
All'assemblea ONU la partecipazione di decine di capi di Stato e di governo, fra cui il premier italiano Romano Prodi.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Un test per il preside
Marco Leonardi
Il nodo che frena l’efficienza della pubblica amministrazione è insito nell’organizzazione del lavoro che caratterizza il settore pubblico, diversa da quella del settore privato.
Dirigenti pubblici e privati
Dopo la riforma Bassanini, il contratto di lavoro dei dirigenti pubblici è tipo privatistico. Tuttavia, è tale solo in maniera formale, in quanto non prevede né gli incentivi né gli strumenti propri del settore privato. In altre parole, se gli stipendi sono spesso paragonabili a quelli del settore privato, i dirigenti pubblici non hanno le stesse responsabilità. Non per loro colpa. La ragione è semplicemente che in primo luogo il settore pubblico non è esposto alla legge della concorrenza, un formidabile incentivo all’impegno individuale. Secondariamente, non vigono le stesse discipline di assunzione e licenziamento e le politiche di premi salariali del settore privato, entrambi straordinari strumenti di direzione e di motivazione del personale.
Il risultato è che i dirigenti pubblici spesso non possono organizzare liberamente i dipartimenti. In particolare, non possono assumere chi vogliono e non possono licenziare i dipendenti che non ritengono adatti alle loro mansioni. Ma anche se fosse data loro maggiore facoltà di disporre delle risorse umane, i dirigenti non avrebbero gli incentivi "giusti" a organizzarle efficientemente: non sono soggetti infatti ai vincoli di rendimento come nel settore privato. D’altra parte, non è possibile affidare ai dirigenti pubblici maggiori poteri, se non rispondono del loro operato in termini verificabili.
Da Pisa all’Invalsi
Prendiamo il mondo della scuola. L’intento è di suggerire un modo in cui, in un settore che produce un bene prettamente pubblico come l’istruzione, si può tuttavia creare un sistema di incentivi e strumenti per i dirigenti pubblici che porti a un miglioramento dei risultati.
Gli alunni della scuola italiana ottengono punteggi molto bassi nelle indagini comparative internazionali Pisa (Programme for International Student Assessment). L’Italia figura regolarmente vicino a Turchia, Grecia e Messico. Il risultato non è dovuto a una spesa per studente inferiore rispetto ad altri paesi, né al fatto che maestri e professori sono pagati meno dei colleghi di altre nazioni bensì a una scarsa qualità della "produzione" scolastica. Intendiamoci subito, non è colpa degli insegnanti, i quali spesso sono molto dediti al loro lavoro. Il numero di docenti per studente è più alto in Italia che negli altri paesi d’Europa ed esistono certamente insegnanti che non fanno il loro lavoro rovinando così intere classi di studenti, tuttavia i nullafacenti si trovano in ogni professione. Credo quindi che sia l’organizzazione del lavoro che non dà gli incentivi giusti e gli strumenti necessari ai dirigenti scolastici affinché possano migliorare i risultati della scuola.
L’Invalsi, l’Istituto di valutazione nazionale scolastica, in questi anni ha condotto test in tutti gli istituti scolastici d’Italia (elementari, medie e superiori), somministrando a un campione casuale di studenti un questionario a domande a risposta multipla. È così possibile assegnare a tutte le scuole un punteggio che, per quanto imperfetto, può essere preso come base di riferimento dei risultati raggiunti. Una caratteristica importante del test è che contiene informazioni sulla capacità di lettura dei testi e sulle conoscenze base di matematica degli studenti e non misura soltanto le percentuali di promossi. Un dato, quest’ultimo, che non necessariamente indica la qualità dell’insegnamento, quanto piuttosto la volontà di promuovere degli insegnanti e dei presidi.
Una valutazione da difendere
Gli operatori della scuola parlano spesso molto male della prova dell’Invalsi perché non sarebbe stata somministrata con le dovute attenzioni. Certamente, è possibile migliorare il test e la struttura stessa dell’Invalsi. Tuttavia, a mio parere, il principio di un esercizio di valutazione per ogni scuola deve essere difeso strenuamente. E i risultati raggiunti dai singoli istituti potrebbero essere utilizzati per valutare l’operato dei presidi.
Oggi i presidi, diecimila in tutta Italia, sono dirigenti pubblici pagati circa il doppio dei docenti e privi di incarichi di insegnamento. Sono manager con molti poteri amministrativi e di organizzazione didattica. Ma non hanno né gli incentivi né gli strumenti per migliorare i risultati degli istituti che dirigono. Non hanno strumenti perché anche di fronte a insegnanti palesemente incapaci non possono prendere provvedimenti immediati. Non hanno incentivi perché la loro carriera e il loro stipendio non sono affatto legati ai risultati della loro scuola. Per i dirigenti scolastici, i quali rimangono spesso esposti al controllo politico, non esiste oggi alcun criterio di valutazione. Trovarne di oggettivi, come il test di valutazione sui risultati didattici, sarebbe nell’interesse di tutti, inclusi i presidi stessi.
I dirigenti scolastici, infatti, avranno l’incentivo a migliorare i risultati nelle loro scuole se sanno che il test sarà ripetuto ogni tre anni e che se l’istituto ottiene un punteggio inferiore alla prova precedente, sarà il preside a risponderne, perfino con il trasferimento ad altro incarico.
Naturalmente, vi devono essere delle garanzie della correttezza della valutazione. Per prima cosa, la somministrazione e la valutazione dei test sarà affidata a una commissione esterna alla scuola in modo che preside e insegnanti non possano influenzarne l’esito. Si dovrà inoltre tenere conto che i risultati riflettono anche fattori esterni, quali il contesto socio-economico di riferimento degli studenti iscritti. Dovranno essere introdotti correttivi per impedire che vengano attribuiti al dirigente e ai docenti risultati in realtà dovuti a fattori al di fuori del loro controllo. Potremmo anche prevedere che il nuovo test si tenga su due anni consecutivi per evitare che i risultati siano frutto esclusivamente di un caso sfortunato.
Il punto cruciale è che il risultato del test si confronta con quello della precedente prova nella stessa scuola. In altre parole, è sufficiente che si migliori rispetto a sé stessi piuttosto che relativamente ad altre scuole. Infatti, esistono differenze molto grandi e preoccupanti tra diverse regioni d’Italia e tra scuole simili all’interno della stessa regione ed è impensabile che si riducano rapidamente. Le distanze tra i risultati dei diversi istituti si ridurranno se l’incentivo a fare meglio vale fintanto che la scuola non è tra le migliori del suo tipo in Italia.
A fronte di questa responsabilità sui risultati, dobbiamo dare ai presidi maggiori strumenti di controllo. Ad esempio maggiori poteri di decisione sui fondi di incentivo per gli insegnanti e sulle assunzioni del personale di ruolo e supplente, oltre a maggiori poteri di valutazione degli insegnanti.
Senza cambiamenti sostanziali dell’organizzazione del lavoro, qualunque discorso sulla necessità di pagare meglio gli insegnanti o aumentare gli investimenti in strutture e tecnologie rischia di rivelarsi uno spreco di risorse.
La necessità di sottoporre anche gli impiegati pubblici a criteri di valutazione stringenti è una battaglia culturale e politica di prima grandezza e di massima urgenza. Migliorare il rendimento dell’istruzione pubblica è l’unico modo per poterla difendere.
Trovo sorprendente che il ministro Fioroni, cui va dato merito di aver reintrodotto la commissione esterna nell’esame di maturità, abbia cancellato per i prossimi anni i test nelle scuole italiane e li abbia sostituiti con prove a campione al fine di "valutare il sistema scolastico nel suo complesso". Gli incentivi a migliorare i propri risultati esistono in quanto la valutazione si applica singolarmente a ogni scuola. Scompaiono se la valutazione avviene genericamente per il sistema scolastico nazionale.
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Signorini Grandi Firme
di Marco Travaglio
La giornata di ieri è da segnare sul calendario della storia del giornalismo. Nello stesso giorno Luciano Moggi ha iniziato la sua collaborazione con “Libero” e il senatore Dl Antonio Polito al “Foglio”. Temiamo che il primo evento oscurerà il secondo, purtroppo confinato da Ferrara a pagina 2, senza nemmeno lo straccio di una foto dell’omino Bialetti. Ma l’apporto di entrambi i pensatori non potrà che giovare al giornalismo e alla Nazione. Per il Polito Margherito, “Il Foglio” è l’ultima tappa di un lungo pellegrinaggio dal Pci a Berlusconi, sulle orme di Ferrara, Bondi, Foa junior e Adornato. Il quale, anni fa, sorprese tutti con un libro intitolato “Oltre la sinistra”, che faceva pensare a una svolta radicale: invece, oltre la sinistra, Nando aveva trovato il Cavaliere. Così il Polito delle Libertà, che da comunista divenne blairiano (soprattutto per la pipa), fondò “Il Riformista” purtroppo boicottato dai lettori, poi lo lasciò per fare il senatore della Margherita all’insaputa dei suoi elettori, poi litigò col successore Paolo Franchi, poi lasciò “Il Riformista” senza che i lettori se ne accorgessero, poi traslocò a “Europa” senza che i lettori se ne accorgessero, e ora approda finalmente al giornale di Largo Corsia dei Servi, che sembra proprio il posto suo.
Lucianone invece è appena agli inizi. La sua conversione al giornalismo televisivo (su Antenna3) e stampato (su Libero) alla giovine età di 70 anni è dovuta a indubbi meriti penali, che potrebbero pure spalancargli un radioso futuro in politica: infatti è stato squalificato dalla giustizia sportiva perché si sceglieva gli arbitri e truccava i campionati e, per le stesse ragioni, è indagato per associazione a delinquere dalla Procura di Napoli. Più che naturale che, con un simile pedigree, trovasse un posto in prima pagina su “Libero”, che vanta anche un vicedirettore indagato per favoreggiamento in sequestro di persona (il leggendario Renato Farina) e una serie di collaboratori con un discreto curriculum (dall’avv. Taormina, indagato per le false impronte a Cogne, a Gianni De Michelis, pluripregiudicato per Tangentopoli). Più che un quotidiano, pare una comunità di recupero. Dev’essere per questo che, pur non rappresentando alcun gruppo parlamentare, incassa ogni anno svariati miliardi di finanziamento per l’editoria di partito: è un servizio sociale che aiuta i devianti a reinserirsi. E scopre pure nuovi talenti, perché Moggi, con la penna in mano, è anche meglio di quando maneggiava fischietti e orologi. «Mi corre l’obbligo di ringraziare Feltri», «le mie non saranno sentenze ma soltanto un’attenta disamina dei valori che già ci sono», «Pizarro è la ciliegina sulla torta», «Berlusconi, Galliani e Braida non si discutono», «il Milan è l’avversario principe», mentre Lazio e Fiorentina devono darsi un «obiettivo principe: quello di non retrocedere», nel qual caso «avranno possibilità di salvezza». Chi l’avrebbe mai detto? Guarda un po’, alle volte, cosa t’inventa un genio del pallone: per salvarsi bisogna porsi l’obiettivo (principe) di non retrocedere. Poi dicono che il calcio non ha più bisogno di Moggi. Per ulteriori delucidazioni - informa Feltri - «i lettori di “Libero” potranno interagire con Moggi inviando direttamente domande all’indirizzo mail luciano.moggi@libero-news.it». Un’opportunità da non sprecare, anche per i lettori dell’Unità: scrivetegli tutto quel che pensate di lui e della sua abitudine, purtroppo interrotta sul più bello, di pilotare gli arbitraggi e taroccare le partite.
Di arbitri comunque parla lui stesso, in coda al suo articolo: «Gli arbitri lasciateli lavorare, andare sereni sul terreno di gioco. Sono semplici uomini e possono sbagliare: questo è il bello e il brutto del calcio». Ecco, questo è importante. Se, Dio non voglia, foste tentati di prendere un arbitro che non vi ha dato un rigore inesistente e di chiuderlo nello spogliatoio, vergognatevi e arrossite: ma chi vi credete di essere? PS. Avvertenza per gli arbitri rimasti eventualmente chiusi nello spogliatoio: scrivete a luciano.moggi@libero-news.it, le chiavi le ha sempre lui.
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Primo: niente pensiero unico
di Filippo Andreatta, il Corriere della Sera - 19 Settembre 2006
Non vi è dubbio che il progetto che porterà al Partito democratico preveda la costituzione di un nuovo partito capace di ridurre la frammentazione del nostro sistema partitico. Ma è altrettanto indubbio che il Partito democratico debba anche essere un partito nuovo, un soggetto politico diverso da quelli che sostituisce per forma e per funzionamento, e più adatto alle sfide del XXI secolo. La necessità del Partito democratico è infatti dovuta all'esigenza, non soltanto italiana, di trovare nuovi meccanismi di comunicazione tra società e istituzioni, in un'era nella quale, in tutte le grandi democrazie occidentali, i modelli tradizionali di partito sono in crisi. Due sono le principali caratteristiche di una forma partito moderna.
La prima riguarda l'elaborazione dei contenuti e delle piattaforme programmatiche, che non potrà più essere ispirata da un sistema di credenze ideologiche rigide, come invece succedeva nei partiti di massa tradizionali. Questo significa, da un lato, che non ci potrà essere un unico organo di comunicazione, o un unico luogo di elaborazione, ma che questi compiti saranno svolti da una pluralità di soggetti non esclusivi, ciascuno dei quali si richiama al Partito democratico ma con diverse sfumature ideali. Questo del resto è il modello del Partito democratico americano, e in modo crescente di altri partiti europei, nel quale molteplici think tank, riviste e giornali producono un dibattito culturale e programmatico ufficioso poi sintetizzato in modo ufficiale dalle istituzioni di partito o dai candidati alle cariche monocratiche.
Questo significa anche, dall'altro lato, che il Partito democratico dovrà svolgere, anche sui temi ideologici, un'opera di mediazione e di identificazione di nuove sintesi adatte ai problemi del nostro tempo. È pertanto necessario che il pluralismo culturale che caratterizza il progetto del Partito democratico venga disciplinato da procedure, aperte e partecipate come i forum tematici, che permettano alla fine di mettere sul tavolo proposte organiche e coerenti su questi temi. È quindi evidente che si deve trattare principalmente di risposte concrete piuttosto che di principio, perché in quest'ultimo caso una composizione sarebbe ben più ardua.
Non ci sarà quindi un breviario ideologico del Partito democratico che mantenga proposizioni astratte costanti nel tempo. A ciascuna scadenza elettorale, piuttosto, sarà necessario elaborare di volta in volta una piattaforma di proposte sulle più rilevanti politiche pubbliche.
In secondo luogo, l'altro principale strumento tramite il quale il Partito democratico sarà un soggetto aperto e innovativo è quello delle primarie, che già in occasione delle scorse politiche hanno dato un decisivo contributo alla vittoria del centrosinistra.
La scelta delle primarie è quella decisiva per il passaggio a un soggetto autenticamente nuovo, con una propria e unica base, in quanto rende impraticabili soluzioni «per quote» che prefigurerebbero invece un modello di semplice giustapposizione di etichette esistenti. Il modello delle primarie, inoltre, comporta a sua volta dei cambiamenti nei tradizionali assetti partitici. Da un lato, cambia l'equilibrio di potere tra segreterie dei partiti e gruppi di eletti, dal momento che non saranno più le prime a selezionare i secondi, che invece godranno di una legittimazione propria e autonoma derivante dalla scelta della base. Dall'altro lato, sarà necessario un modello di finanziamento meno dipendente dai fondi pubblici, in quanto la sproporzione di risorse che si verrebbe altrimenti a creare tra i candidati «ufficiali» che hanno accesso a quei fondi e gli «altri» sarebbe eccessiva.
Si tratta di obiettivi ambiziosi e difficili da conseguire per una coalizione frammentata che gode di una maggioranza risicata, ma è una strada obbligata per il rafforzamento della maggioranza di governo e per la modernizzazione del nostro sistema politico, attualmente così bizantino da rappresentare un freno per il dinamismo della società e dell'economia. Il fallimento del progetto del Partito democratico sarebbe infatti un problema non solo per il centrosinistra, ma anche per il Paese, che sarebbe condannato a governi più preoccupati dalle alchimie della politica di coalizione che dalla necessità di guidare il Paese verso il futuro.
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Rete Italiana Disarmo: errore di Prodi nell'auspicare la fine dell'embargo di armi alla Cina
La situazione internazionale ha bisogno di un maggiore controllo della produzione e vendita di armi, non di regole che favoriscano la produzione di materiale bellico per motivi di interesse economico e strategico
Fonte: Rete Disarmo - 19 settembre 2006
La Rete Italiana per il Disarmo ha accolto con stupore e dispiacere le dichiarazioni rilasciate dal presidente del Consiglio Romano Prodi a Pechino riguardo all'auspicata fine dell'embargo di armi dell'Unione europea (Ue) verso il paese asiatico. Non si può porre termine a una decisione tanto importante e pregnante - (che, si ricorda, ha avuto molte conferme nel corso degli anni con risoluzioni del Parlamento europeo) affermando semplicemente che "non cambierebbe nulla". In realtà la situazione in Cina e in tutto il mondo dovrebbe spingere i governi, in particolare quello italiano, a ripensare le norme relative alla produzione e alla commercializzazione di armi, oggi dominate solo da logiche affaristiche e di interesse strategico.
Come già fatto in occasione di analoghe dichiarazioni rilasciate in passato dagli allora presidente del Consiglio e presidente della Repubblica Berlusconi e Ciampi, la Rete Disarmo si oppone decisamente all'ipotesi di cancellare l'embargo verso la Cina, soprattutto se questa decisione non mostra di tenere in alcun conto la problematica situazione di questo paese.
I due maggiori elementi di preoccupazione consistono nelle continue violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità cinesi e nel rischio di triangolazioni di armi. Non basta solo chiedere con dichiarazioni e appelli un maggiore rispetto dei diritti umani: bisogna anche evitare di fornire quegli strumenti che, direttamente o indirettamente, sono utili a tenere sotto minaccia parti consistenti della popolazione, impedendo loro di esprimersi liberamente. Per quanto riguarda il secondo aspetto, nel recente passato diverse sono state le segnalazioni di accordi stretti dalla Cina con paesi del sud del mondo (in particolare africani, tra cui il Sudan) in cui le contropartite per la fornitura di armi consistono principalmente in diritti di sfruttamento di risorse. Con la fine dell'embargo, anche armi italiane potrebbero finire a sostenere regimi e interessi di speculazione che vanno a danno di popolazioni già fortemente sfruttate. La legislazione italiana impedisce la fornitura di armi a paesi fortemente indebitati o che destinano maggiori risorse agli armamenti rispetto che alla sanità o all'istruzione; la legge italiana (modificata nel 2003) continua inoltre a prevedere l'impossibilità di esportazione verso paesi in cui siano segnalate gravi violazioni dei diritti umani o che siano sotto embargo da parte di istituzioni internazionali. Per questi motivi, la Cina dovrebbe essere al di fuori del gruppo dei clienti italiani, mentre le ultime relazioni governative la pongono nella lista dei paesi destinatari di armi "made in Italy" e partner del nostro paese in alcuni accordi di cooperazione militare.
"Il governo italiano dovrebbe cessare di violare una legge dello Stato" - affema il gruppo di che all'interno della Rete si occupa dell'export italiano di armi - e impegnarsi per un maggiore controllo sul nostro export, non certo per indebolire le maglie dei controlli internazionali.
LaRete Italiana per il Disarmo, infine, si dichiara fortemente stupita per il fatto che dichiarazioni di questo tenore siano giunte dal presidente del Consiglio Prodi che, insieme a diversi ministri del proprio Governo e numerosi esponenti di spicco della maggioranza, ha sostenuto negli ultimi mesi la Campagna internazionale Control Arms avente per obiettivo la promozione di un Trattato internazionale sul commercio di armi che fornisca regole certe ad un settore per ora completamente sregolato e incontrollabile. Ricordiamo che la Rete Italiana per il Disarmo è promotrice italiana della campagna Control Arms, insieme ad Amnesty International (che ne è anche promotrice internazionale).http://www.disarmo.org/rete/articles/art_18669.html
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Chi deve ringraziare Salvatore Buglione ?
La squadra mobile di Napoli ha arrestato i quattro probabilissimi responsabili del barbaro e feroce assassinio di Salvatore Buglione, un impiegato di cinquantuno anni ucciso a coltellate il 4 settembre durante un tentativo di rapina all'edicola tenuta dalla moglie nel quartiere dell'Arenella.Tutti e quattro hanno una sfilza di precedenti penali impressionante: rapine, estorsioni, spaccio di droga, evasioni, violenze varie.
Due di loro, Pasquale Palma e Domenico D'Andrea, erano in libertà grazie al recente indulto.
Chi deve ringraziare il povero Salvatore Buglione, che ora sta due metri sotto terra? Chi sua moglie? Chi i suoi figli? Il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che si è appassionatamente battuto per questo provvedimento di clemenza e il Parlamento che, improvvisamente bipartisan, l'ha votato d'urgenza in virtù, diciamo così, di un indecoroso inciucio fra maggioranza e opposizione (del genere: noi tiriamo fuori di galera i nostri e voi i vostri) cui la stragrande maggioranza della popolazione era contraria. Per motivi evidenti. Perché si sa che l'indulto non serve a svuotare le carceri - motivazione ufficiale del provvedimento - che per breve tempo e perché anche un bambino avrebbe potuto prevedere le conseguenze di un atto che ha rimesso in libertà, di colpo, 21 mila criminali, fra cui assassini, rapinatori, estorsori e ogni genere di canaglia.
La morte di Buglione dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza dei nostri governanti, se ne avessero una. E invece no. Il Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, un revenant della Prima Repubblica, sopravvissuto alle sue enormi responsabilità politiche, ha dichiarato trionfalmente: «Raggiungere i colpevoli è fondamentale anche come deterrente nei confronti della criminalità». Ha avuto buon gioco Alfredo Mantovano di Alleanza Nazionale, che con la Lega fu la sola forza politica a opporsi al provvedimento, a replicargli: «Con che faccia manifesta soddisfazione per la cattura di colpevoli che senza l'indulto sarebbero in carcere?». Giuliano Amato non può dimostrarsi improvvisamente consapevole che la pena non ha solo la funzione di punire il reo, ma anche quella "fondamentale" di agire da "controspinta alla spinta criminosa" per dissuadere i potenziali delinquenti dal commettere reati. L'indulto, il "liberi tutti", è stato un segnale di impunità che i quattro balordi dell'Arenella, tutti giovanissimi, hanno colto al volo. Un segnale che non vale solo per i 21 mila usciti dal carcere, i due terzi dei quali, come dice la statistica, torneranno a delinquere, ma per tutti i criminali, in atto o in potenza. Salvatore Buglione, dalla tomba, sentitamente ringrazia. Aveva la grave colpa di essere Abele, uno dei tanti Abele in un'Italia, politica e intellettuale, che ha un occhio privilegiato solo per Caino.
Massimo Fini
www.massimofini.it
Fonte: www.ilgazzetino.it
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INTERROGARSI SULL' 11 SETTEMBRE
DI NAFEEZ MOSADDEQ AHMED
Dopo cinque anni essere scettico non significa automaticamente essere un visionario... Anche se potrebbe essere
Cinque anni dopo gli attacchi terroristici a New York, Washington e Pennsylvania che hanno scosso il mondo, lo scetticismo sul resoconto di quanto è accaduto da parte dell'amministrazione Bush, come pure sulla "guerra al terrore" in generale, è aumentato esponenzialmente. Ciò ha favorito l'emergere di ogni genere di teorie su cos'è accaduto, alcune di loro davvero bizzarre, altre intriganti ma vuote e forse alcune basate su fatti convincenti. Per chi non fosse esperto di queste teorie, è difficile sapere da dove, e perchè, cominciare. E particolari varianti della "verità" sul 9/11, come la teoria "no planes" secondo cui l'intero evento non era che una mera chimera audiovisiva in technicolor improvvisata sui nostri schermi TV, non aiutano. Ma sono tutte soltanto un mucchio di sciocchezze? Se solo fosse davvero così, dormirei molto meglio la notte. Purtroppo, sotto la montagna di teorie e speculazioni, rimangono delle preoccupanti e persistenti anomalie che devono ancora essere risolte. A tale riguardo, l'approccio dei grandi media alle critiche alla versione ufficiale del 9/11 ha voluto, al limite, mettere a fuoco gran parte delle bizzarre teorie e speculazioni più marginali, suggerire che chi nutre dubbi sulla storia ufficiale deve essere uno che delira, uno sciocco o entrambe le cose.
Se soltanto la vita fosse così semplice. Cinque anni dopo il 9/11, la descrizione ufficiale è zeppa di contraddizioni che ogni indagine ufficiale si è data un gran daffare per ignorare. Per chi ha familiarità con le stranezze e le assurdità della versione ufficiale dei fatti del 7/7 qui nel Regno Unito, non dovrebbe essere una gran sorpresa. Ma ciò indica che la versione dei governi occidentali sul terrorismo internazionale è profondamente sbagliata. Fra quelli scettici sul resoconto governativo degli attacchi del 9/11, per esempio, ci sono le famiglie delle vittime del 9/11. "Abbiamo sperato che le nostre migliaia di domande senza risposta fossero ascoltate e ottenessero risposta" Ha detto Lauri van Auken, il cui marito Kenneth è morto negli attacchi, nel suo discorso d'apertura ad una giornata di udienza congressuale il 22 luglio 2005 promossa dall'On. Rep. Cynthia McKinney e dall'On. Rep. Raul Grijalva, dove ho avuto l'onore di testimoniare accanto ad una miriade di ex funzionari dell'intelligence, studiosi e giornalisti. "Tuttavia, incredibilmente, abbiamo scoperto che la relazione finale della Commissione ha effettivamente prodotto più domande che risposte", ha continuato van Auken a nome del 9/11 Families Steering Committee [comitato di coordinamento delle famiglie del 9/11 n.d.t.]. Ha accusato il rapporto della Commissione sull' 11 Settembre di essere semplicemente "delle dichiarazioni che hanno veramente insultato l'intelligenza della gente americana, violato la memoria dei nostri amati e potrebbero finire per danneggiarci in un giorno non troppo lontano".
La sua descrizione del rapporto della Commissione è stata la condanna più sfavorevole che il comitato di coordinamento delle famiglie del 9/11 abbia mai fatto sul metodo dell'inchiesta ufficiale. Tuttavia si è scontrata con un clamoroso silenzio da parte dei media americani, che in generale si sono rifiutati di parlare dell'udienza ed hanno ignorato la testimonianza accorata della van Auken a nome delle famiglie del 9/11.
La collusione con il Nemico.
Infatti, prove schiaccianti confermano che la rete di Al-Qaeda in Medio Oriente, Asia centrale, Balcani, Caucaso e Asia sudorientale, sono state penetrate e manipolate dai servizi di intelligence occidentali. Cospirazionismo? Magari fosse davvero così. Come affermo nel mio terzo libro, "La guerra sulla verità: 9/11. Disinformazione e l'anatomia del terrorismo" (2005), la prova di ciò è estremamente ben documentata, provenendo da numerose e credibili fonti dell'intelligence. Ma perchè? In gran parte per destabilizzare situazioni regionali per aprire la strada alle nuove politiche di "sicurezza" che servono a proteggere non la gente, ma gli investitori stranieri che assumono la guida dei mercati regionali - in particolare i mercati con significativi giacimenti di idrocarburi.
Anche se è ampiamente riconosciuto che i nostri governi hanno usato Al-Qaeda per respingere l'invasione sovietica dell'Afghanistan, dopo la guerra fredda i nostri collegamenti geostrategici con Al-Qaeda non si sono conclusi. In effetti hanno proliferato in modo sorprendente e preoccupante. Infatti, un analista della CIA ha descritto in semplici parole questa strategia segreta al giornalista TV svizzero Richard Labeviere, attualmente redattore capo di Radio France International: "La politica di guidare lo sviluppo dell'Islam e di aiutarli contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene nell'Afghanistan contro l'Armata Rossa. Le stesse teorie possono essere ancora utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l'influenza cinese in Asia centrale".
Le zone nel mondo dove il potere occidentale continua ad incrociarsi sia direttamente che indirettamente con le reti di Al-Qaeda includono Algeria, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Fillipine, Kosovo e Macedonia. Quindi stiamo parlando delle regioni del Nord Africa, dell'Asia centrale, del Medio Oriente, del sud-est Asiatico e dei Balcani. Questi sono solo alcuni esempi provenienti da documenti pubblici e le prove documentali sono disponibili in gran dettaglio in "Guerra alla Verità".
Gli operativi senior di Al-Qaeda come Ayman Al-Zawahiri, il braccio destro di bin Laden, sono stati reclutati dalla CIA. Secondo quanto riferito da Yousef Bodansky, ex direttore della Task Force del Congresso per il Terrorismo, in "Defense & Foreign Affairs: Strategic Policy", il capo in carica di Al-Qaeda fu avvicinato da un emissario della CIA nel novembre 1997, che gli offrì 50 milioni di dollari per proteggere gli interessi degli Stati Uniti nei Balcani, un affare che apparentemente ha accettato. Ayman e suo fratello, Muhammed, dopo questo punto hanno personalmente supervisionato l'istituzione di campi di addestramento di Al-Qaeda in Kosovo e Macedonia, secondo fonti di intelligence iugoslave, macedoni, bosniache, albanesi, americane ed europee, per addestrare la stessa gente - il KLA (che ora agisce come NLA) - che riceve armi avanzate e addestramento militare dalla CIA e dalla NATO.
L'implicazione è terribile, ma è sostenuta da altri accademici tra cui il professor Michel Chossudovsky dell'Università di Ottawa e Peter Dale Scott professore dell'Università della California (Berkeley): Al-Qaeda ha continuato a operare in molti modi durante il periodo post-guerra fredda come strumento delle diplomazie occidentali, uno strumento per operazioni segrete. L'arco geostrategico di questa politica attraverso l'Asia centrale, i Balcani e l'Africa del nord è studiato più in dettaglio nel terzo finale del mio ultimo libro, "Gli attentati di Londra: un'inchiesta indipendente" (2006), che aggiorna alcune delle mie ricerche iniziate in "Guerra alla Verità" e le espande in direzioni più rilevanti per capire il contesto del 7/7.
La tesi che le potenze occidentali continuino ad avere collegamenti con Al-Qaeda nell'inseguimento di interessi strategici ed economici nelle regioni chiave accennate, si scontra con tutto quello che ci hanno costretto ad ingoiare nella versione ufficiale promossa dai governi e dai mass-media. Ma consideriamo il fatto che la mia ricerca in "Guerra alla Verità" è stata sostenuta da gente del calibro di Robert D. Steele, in congedo dalla fanteria del Corpo dei Marines e veterano dello spionaggio che ha lavorato come ufficiale operativo in tutti e quattro i Direttorati della CIA. Oltre a tutto ciò, Steele era responsabile della fondazione e dell'allestimento della più recente struttura del servizio segreto USA, il centro di spionaggio del Corpo dei Marines. Ha descritto "Guerra alla Verità" come "coerente sia con i miei anni di esperienza come funzionario in casi di clandestinità, sia con la mia vasta conoscenza di disavventure della sicurezza nazionale... Trovo che l'ipotesi dell'autore che USA, Regno Unito e Francia, fra gli altri, stiano attivamente usando terroristi, allevando terroristi, come componente di una strategia geopolitica ed economica... sia completamente credibile."
Chi è stato? "Er, Ehm, non chiedete, non siamo ancora sicuri"
Quindi, cosa dire del 9/11 in specifico? Dopo cinque anni, persino elementi centrali della versione ufficiale dati per certi dal rapporto della Commissione 9/11, rimangono assurdamente insoluti. Ad oggi, ad esempio, le reali identità della maggior parte dei presunti dirottatori sono sconosciute. Nel volume di quest'anno della rivista scientifica "Ricerca nell'economia politica", pubblicata dal professore di economia Paul Zarembka della New York State University, Jay Kolar riesamina dei rapporti attendibili di BBC, CNN ed altre fonti mainstream mondiali, confermando che "almeno dieci di quelli menzionati sulla seconda e definitiva lista di 19 dell'FBI, sono saltati fuori e si è verificato che erano vivi, con prove certe che almeno un altro "dirottatore", Ziad Jarrah, aveva trovato duplicata la sua identità, per cui fabbricata."
Kolar sostiene che, poiché molti dei presunti dirottatori sono vivi adesso, devono avere avuto "doppioni" che usavano le loro identità come pseudonimi. Così chi erano queste persone? Secondo Daniel Hopsicker, un ex produttore di PBS e reporter investigativo di NBC, le fonti militari USA confermano che i presunti dirottatori si erano addestrati in installazioni militari USA negli anni 90 ed avevano perfino avuto collegamenti con la CIA e la DEA. Dozzine di testimoni oculari hanno detto a giornali americani locali che riconoscevano alcuni di questi individui dalle loro foto dell'FBI - avevano mostrato un comportamento manifestamente non-Islamico sotto forma di bere alcool, sniffare cocaina e spassarsela con donne nei club di lap-dance e a feste abusive, comportamenti inadeguati per dei normali musulmani praticanti, tanto meno per dei fanatici islamici di Al-Qaeda prossimi a guidare la più spettacolare operazione suicida nella storia. Così di nuovo: chi erano queste persone che, simultaneamente, apparentemente collegate ai gradi più alti di Al-Qaeda, addestrati con i militari USA, sono stati reclutati dalla CIA e si sono dedicati a tutte le specie di piaceri illeciti proibiti a dalle norme dell'Islam? È una domanda che la Commissione 9/11 non si è mai posta.
E Come Lo hanno fatto? "Er, Ehm, No comment"
Ancora peggio, in un'altra bizzarra anomalia che i membri della commissione sul 9/11 hanno semplicemente ignorato, la maggior parte di questi individui erano notoriamente incapaci di volare correttamente secondo i loro istruttori di volo. Mohammed Atta, Khalid al-Mihdhar, Marwan al-Shehhi e Hani Hanjour, erano descritti dai loro addestratori come assolutamente incompetenti. L'istruttore di Hanjour ha detto al New York Times incredibilmente: "il suo inglese era tremendo e le sue abilità meccaniche erano ancora più scarse. Era come se non avesse mai guidato nemmeno un'automobile. Sono ancora oggi stupito che possa aver volato fin dentro il Pentagono. Non poteva proprio volare". Ma il volo di Hanjour nel Pentagono, come è ben noto, è stato descritto da piloti come una delle operazioni di volo più sofisticate che avessero mai visto. "E' impossibile che uno salti in cabina di pilotaggio e voli come un asso dell'aviazione - c'è una probabilità su migliaia" ha detto l'ex-pilota dell'aeronautica militare e commerciale USA Russ Wittenberg.
Infatti, con quattro voli dirottati che volavano sullo spazio aereo più vigilato degli Stati Uniti per circa un'ora e mezza, perchè FAA e NORAD non sono riusciti a rispondere immediatamente? Come ha detto il Luogotenente (in pensione) Robert Bowman direttore del programma Star Wars sotto i presidenti Ford e Carter, le procedure operative standard erano sistematicamente violate. Molti esperti di intelligence e militari in tutti i continenti - fra cui Stan Goff, Sergente Maggiore (in pensione) delle forze speciali dell'esercito degli Stati Uniti; Andreas von Bulow, ex-Segretario di Stato nel Ministero federale della Difesa tedesco (1976-1980) e Ministro della Ricerca e Tecnologia (1980-1982); il Generale Anatoli Kornukov, comandante in Capo dell'aeronautica russa; tra gli altri - rimangono perplessi su questo punto e non soddisfatti dalle inadeguate spiegazioni del rapporto della Commissione 9/11 su questo fiasco monumentale, le cui schiaccianti implicazioni sono state messe in evidenza da John Pilger in "New Statesman".
Qui ci sono argomenti collegati alla sicurezza pubblica. Ad esempio, erano disponibili delle tecnologie per guidare a distanza i velivoli dirottati per evitare che si sviluppasse il terribile scenario. "La maggior parte dei velivoli moderni ha dei tipi di pilota automatico che potrebbero essere riprogrammati per ignorare gli ordini di un dirottatore e per prendere invece la guida da terra," ha detto Jeff Gosling dell'Istituto di studi sui trasporti della Berkeley University of California al "New Scientist" il giorno dopo l'11 settembre. Perchè queste tecnologie non sono state usate per salvare i velivoli? Perchè la Commissione 9/11 non si è preoccupata di fare la stessa domanda?
L'anomalia del crollo del WTC
Anche il resoconto ufficiale del crollo dei palazzi del World Trade Center è messo sempre più in discussione da alcuni scienziati americani. In un contributo tecnico al nuovo libro "Il 9/11 e l'impero americano" (Olive Branch, New York), Steve Jones, professore di fisica alla Brigham Young University (BYU), puntualizza sui ritrovamenti largamente descritti di metallo fuso nei seminterrati delle due torri del WTC che furono colpite dagli aerei, così come nel terzo palazzo, il WTC 7 - un palazzo che è crollato simmetricamente nonostante non fosse stato colpito da un aereo. In tutti i casi, il resoconto ufficiale incolpa i violenti incendi, resi più caldi a causa del combustibile del jet (o gasolio nel caso del WTC 7). Ma tutte le indagini scientifiche del NIST, del FEMA e di esperti indipendenti stabiliscono che gli incendi hanno bruciato ben sotto ai 2800° Fahrenheit, il punto di fusione di acciaio. In altre parole, tutti concordano che gli incendi non erano mai abbastanza caldi per fondere le colonne d'acciaio. Se l'acciaio sia stato o no abbastanza caldo per piegarsi, il resoconto ufficiale non riesce a spiegare i depositi di metallo fuso trovati dopo i crolli. Se non sono stati gli incendi, cosa avrebbe potuto indurre l'acciaio a fondersi? Jones sostiene che i ritrovamenti costituiscono "la prova diretta per l'uso di esplosivi a temperatura elevata, come la termite, che crea acciaio fuso come prodotto finale". Forse ci sono altre spiegazioni, forse no. Ma i dati stessi rappresentano un problema per il resoconto ufficiale.
Cospirazionismo sciocco ed assurdo? No davvero. Quella è una via d'uscita facile. La validità scientifica della linea d'indagine di Jones è stata sostenuta da parecchi altri esperti, tra cui Judy Wood, professore d'ingegneria meccanica alla Clemson University; e Charles N. Pegelow, un ingegnere strutturale con 30 anni d'esperienza. Infatti, molto prima che questo dissenso scientifico emergesse - solo 3 mesi dopo il 9/11 - l'inadeguatezza della versione ufficiale era stata messa in evidenza dagli ingegneri esperti in protezione contro gli incendi. Il redattore Bill Manning ha scritto in "Fire Engineering": "Fire Engineering ha buone ragioni per credere che 'l'indagine ufficiale' con la benedizione del FEMA... è una farsa mal congegnata che può già essere stata estorta da forze politiche i cui interessi primari, per metterla giù leggera, sono molto lontani dall'essere completamente scoperti... Membri rispettabili della comunità degli ingegneri esperti in protezione contro gli incendi cominciano ad alzare bandierine rosse ed emerge un risultato rimbombante: I danni strutturali provocati dagli aerei e l'accensione esplosiva del carburante dei jet in sé non erano sufficienti per abbattere le torri...."
Il professor Jones non ha scritto per sostenere un programma ideologico-conspirazionista aprioristico - ha scritto per precisare che ad oggi le spiegazioni scientifiche convenzionali dei crolli del WTC restano dubbie ed inadeguate. I depositi fusi trovati a Ground Zero e il fatto che la descrizione ufficiale eviti di menzionarli, rappresentano un'anomalia che dovrebbe essere studiata in modo imparziale, non essere allontanata per ragioni di convenienza politica - o standard arbitrari dei confini della salute mentale.
Dopo cinque anni, è difficile evitare la conclusione che ancora non sappiamo cosa sia realmente accaduto il 9/11. E questo misero, patetico stato delle cose non dovrebbe continuare. Le famiglie del 9/11 e con loro il pubblico più vasto, hanno un diritto elementare a risposte complete su queste questioni basilari. E non sto per offrire a voi lettori, una teoria alternativa omniesplicativa, o una bella risposta pronta su un piatto d'argento. Non ne ho. Vi offro solo dei dati grezzi per iniziare un salutare processo di dissonanza cognitiva, con cui potrete fare quello che preferite.
Ma vi dirò che c'è una cosa che sappiamo: che gran parte della versione ufficiale è indifendibile, in modo sorprendente e preoccupante. Poichè i nostri capi continuano a spingere il Medio Oriente verso sull'orlo di una guerra nucleare, mentre schiacciano le libertà civili e criminalizzano il dissenso in casa, non potrebbe essere più evidente che è il momento di un'inchiesta pubblica davvero indipendente sul fenomeno del terrorismo.
Questa è una versione lievemente modificata di un articolo pubblicato sul settimanale italiano patinato a grande diffusione “LEFT”sull'odierno anniversario del 9/11.
Fonte: http://www.nafeez.blogspot.com/
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12.09.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org di FILMARI
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Lingue a scuola: le pagelle di 5 paesi europei
Con l’obiettivo della padronanza di ben due lingue straniere, la Commissione Europea vorrebbe degli europei poliglotti. Ma è il percorso è lungo e difficile. Panoramica.
“Ogni cittadino deve conoscere due lingue europee oltre alla propria”, è quanto stabilito nel Piano europeo per l’insegnamento delle lingue presentato due anni fa dalla Commissione Europea, per tutti i cittadini desiderosi di lavorare ed abitare in Europa.
Ma solo alcuni degli Stati europei sembrano essere nelle condizioni di realizzare l’ambizioso obiettivo, mentre, in molti di essi, molti studenti ancora non riescono a padroneggiare una lingua straniera. Perché? Vediamo alcuni motivi in questa panoramica critica delle scuole europee.
Federalismo linguistico e attenzione per gli Stati vicini made in Deutschland
Secondo l’Eurydice della Rete Informativa sulla Scuola in Europa, gli studenti tedeschi si trovano in testa alle graduatorie europee con 200 ore di lezione di lingua straniera all’anno. E questo porta i suoi frutti: all’estero gli studenti tedeschi sono considerati portati per le lingue. Come da tradizione, è il francese la seconda lingua straniera insegnata nelle scuole tedesche, anche se negli ultimi anni sta per essere soppiantato dallo spagnolo.
Poiché non esiste un piano di studio unico per l’intero Paese, ciascun länder è libero di perseguire la propria “politica linguistica”. Ma una tendeza comune esiste: l’insegnamento precoce delle lingue straniere. Nel Baden-Württenberg gli studenti delle elementari possono scegliere fra l’inglese e il francese; anche nel Saarland, al confine con la Francia, i bambini incominciano a studiare il francese da piccoli.
In generale, in Germania, è la vicinanza con altri Stati che determina quale lingua gli studenti tedeschi devono studiare. Così, se nel Nordrhein-Westfalen la lingua studiata è l’olandese, in alcune regioni settentrionali viene studiato il danese, tra la Baviera e la Sassonia è la lingua ceca ad essere insegnata e quella polacca lungo il fiume Oder.
Francia, metodi antiquati
In Francia le lingue straniere fanno fatica ad affermarsi. Nonostante un sistema scolastico centralizzato in cui si comincia a studiare una lingua straniera fin dai cinque anni, solo un francese su due conosce una lingua straniera secondo l’inchiesta Eurobarometro del dicembre 2005. La causa di questa carenza sembra risiedere nel metodo d’insegnamento ormai antiquato. Gli insegnati spiegano la grammatica in francese, e gli alunni ascoltano; non sono previsti né una pedagogia moderna né un approccio ludico alla lingua.
Certo in alcune scuole internazionali è previsto l’insegnamento di alcune materie (biologia, geografia ecc.) in lingua straniera secondo il metodo detto (Clil). Ma resta una pratica d’élite.
Lingue regionali o straniere? La Spagna ha un bel daffare
Pensate che in Spagna sia il castigliano l’unica lingua ufficiale? Errore clamoroso. Gli studenti spagnoli – secondo le regioni – devono infatti studiare anche il catalano, valenziano, basco e galizio, lingue che dal 1978 hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale. Inoltre ogni studente può scegliere fra l’inglese e il francese.
Secondo l’inchiesta Eurobarometro, il 56% degli spagnoli dichiara di non conoscere le lingue straniere. Le lezioni di lingua costituiscono solo il 10% delle ore totali e molto spesso i professori non sono preparati adeguatamente. Gli studenti che vogliono veramente studiare una lingua straniera si rivolgono alla Escuela Oficial de Idiomas, la scuola pubblica dedicata esclusivamente allo studio delle lingue, che dispone di un ottimo corpo docenti, molti di madrelingua. Ma i posti sono limitati e solo alcuni studenti riescono ad accedervi.
«Good bye Russia» in Repubblica Ceca
Dopo la caduta dell’impero sovietico nel 1989 nelle scuole ceche è stato abolito l’insegnamento della lingua russa. Attualmente è previsto l’insegnamento obbligatorio di una lingua straniera. Nei corsi più avanzati le lingue obbligatorie sono due o tre.
Il tedesco è la seconda lingua straniera, gli studenti possono scegliere anche francese, spagnolo o italiano. Nelle regioni vicine alla Germania il tedesco è la prima lingua straniera insegnata. Poiché nel mondo si parla poco il ceco, nella Repubblica Ceca lo studio delle lingue straniere riveste un ruolo rilevante. Particolare attenzione viene rivolta alla preparazione dei docenti, molti dei quali sono invitati a trascorrere periodi di formazione all’estero. Nei nuovi piani di studio è stato introdotto l’insegnamento in lingua straniera di almeno una disciplina secondo il metodo Clil.
77% dei danesi parla almeno una lingua straniera
Spesso si sente dire che “le popolazioni nordeuropee sono più portate per le lingue di quelle dell’Europa meridionale”: che cosa c’è alla base di questo luogo comune?
Dai dati rilevati dalla Commissione Europea risulta che in Danimarca il 77% della popolazione parla almeno una lingua straniera .
Anche se una prima lingua straniera viene studiata soltanto a partire dall’età di nove anni. Il sistema scolastico danese prevede due lingue straniere obbligatorie e la possibilità di sceglierne una terza. Come seconda lingua straniera gli studenti danesi possono scegliere tra tedesco e francese con una particolare predilezione per la prima. La terza lingua straniera più studiata è lo spagnolo.
In genere i danesi riescono a padroneggiare molto bene una lingua straniera: e i meriti sono attribuibili all’efficienza del sistema scolastico di questo Paese. I professori lasciano molto spazio agli studenti per esprimersi e dialogare, e durante l’anno scolastico sono previsti periodi di soggiorno all’estero, in un paese anglofono o francofono. Insomma, tutto questo fa dei danesi dei veri e propri poliglotti europei.
Ramona Binder - Berlin -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8102
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La vera novità si chiama
“guerra al terrorismo”
Neve Gordon
Mentre in Libano ancora infuriavano i combattimenti, molti analisti sostenevano che le armi moderne di Hezbollah e il suo uso di spazi civili distinguesse questa guerra da qualsiasi altra.
“Mai prima nella storia un’organizzazione terroristica ha disposto di un equipaggiamento militare tanto avanzato, dai razzi di medio raggio ai missili anticarro a guida laser fino a mine esplosive ben progettate che riescono a danneggiare un autocarro all’avanguardia” ha affermato un generale israeliano citato dal New York Times. E ancora: “Hezbollah non ha blindati o depositi facilmente visibili o linee logistiche - continuava il generale - e i suoi membri vivono tra la popolazione civile del Libano meridionale e immagazzinano le proprie armi all’interno di edifici civili”.
Articolo dopo articolo, si parlava delle abitazioni utilizzate come ripostigli per i missili, di come questi venissero lanciati dai villaggi e del modo in cui i guerriglieri hezbollah, dopo averli esplosi, si rimescolassero tra la popolazione civile.
Quello che mi colpiva di queste descrizioni era il fatto che non ci fosse nessuna novità perché, in effetti, la maggior parte delle lotte di guerriglia è stata condotta in maniera simile. Persino i gruppi paramilitari ebraici, precedenti alla costituzione dello stato israeliano, che tentarono di spingere gli inglesi fuori dalla Palestina operarono in modo analogo. In altre parole, quello che i giornali hanno descritto come un fenomeno nuovo è, in realtà, vecchio, e ciò che c’era di veramente nuovo veniva completamente trascurato.
La guerra del Libano è stata, in effetti, una guerra nella guerra, e l’altra guerra, quella all’interno della quale essa si è svolta e che continua a seminare distruzione, è unica.
Alti strateghi militari al Pentagono hanno immediatamente accettato questo conflitto all’interno di una tesi di guerra, definendolo “come un esempio localizzato della più ampia campagna americana contro il terrorismo globale” e confessando, allo stesso tempo, a un giornalista del New York Times che “qualsiasi esitazione da parte di Israele potrebbe danneggiare gli sforzi americani in Iraq e Afghanistan”. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere, che cosa c’è di così unico riguardo la guerra al terrorismo?
Nel maggio 2004, Paul Hoffman, presidente del Comitato esecutivo internazionale di Amnesty International, preparò una relazione per il Forum Mondiale per i diritti Umani dell’Unesco, in cui spiegava in maniera eloquente le caratteristiche distintive della guerra. Poco prima della conferenza, Hoffman venne informato che non avrebbe tenuto il discorso come programmato in origine e che le sue osservazioni non sarebbero state distribuite o pubblicate perché sgradite alla delegazione degli Stati Uniti.
Non è chiaro quale parte della relazione accademica di Hoffman l’amministrazione Bush ritenesse tanto minacciosa, ma spiccava un passo piuttosto raccapricciante in cui Hoffman sottolineava che “la guerra al terrorismo esiste in un universo legale parallelo nel quale la conformità alle norme legali è una questione di grazia esecutiva… il concetto di ‘terrorismo’ che viene portato avanti è quello di qualsiasi atto percepito come una minaccia da coloro che conducono la guerra contro il terrorismo stesso. Il campo di battaglia è l’intero pianeta, indipendentemente da confini e sovranità. La guerra al terrorismo potrebbe continuare in eterno e non è chiaro chi sia autorizzato a dichiararne la fine. Le tutele dei diritti umani – conclude – semplicemente non esistono quando esse confliggono con gli imperativi della guerra al terrorismo.”
Sebbene Hoffman proseguisse discutendo delle “zone affrancate dai diritti umani” che questa guerra produce, luoghi come Abu Ghraib, tali caratteristiche non sono affatto uniche. Piuttosto, come Hoffman stesso suggerisce, la guerra al terrorismo è unica dal punto di vista storico perché i suoi confini politici, temporali e geografici sono liberi e sconosciuti ed essa viene combattuta contro un nemico la cui identità è mal definita e quindi fluida. Non si tratta di un problema minore; la questione andrebbe tenuta a mente quando si analizzano le diverse guerre che vengono condotte in questi giorni, non ultima quella che ha appena avuto luogo in Libano.
Mentre Israele è certamente responsabile dei crimini perpetrati in Libano, il movimento contrario alla guerra dovrebbe effettivamente dirigere la maggior parte delle proprie energie alla sostituzione della leadership nei due paesi che hanno dato il via alla guerra globale al terrorismo – gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – e concentrarsi di meno sui paesi che compiono le guerre per procura. Dopotutto, non è stato a causa della propaganda di guerra israeliana, delle provocazioni violente di Hezbollah o persino degli orribili attacchi di AlQuaeda che le specie umane che condividono questo pianeta hanno oltrepassato un limite dove aldilà della guerra non c’è alcun orizzonte. Sono stati il presidente Bush e il suo amico al n.10 di Downing Street ad aver prodotto questa realtà apocalittica ed è contro di loro che va incanalata la nostra rabbia. Dobbiamo sfidarli e deriderli attraverso le nostre lettere, articoli, disegni e pitture. Dobbiamo dare voce al nostro dissenso in manifestazioni di protesta e scioperi. Dobbiamo fare tutto questo e di più fino a che loro, come anche i loro amici e sostenitori, siano costretti a lasciare l’incarico.
Traduzione di Martina Toti
caffeeuropa.it
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L'AIEA: “il rapporto del Congresso Usa sulle potenzialità nucleari dell'Iran è erroneo e fuorviante”
L'organismo di controllo dell'Onu per il nucleare (l'AIEA) ha attaccato il Congresso Usa per il rapporto pubblicato da quest'ultimo sul programma nucleare iraniano definito “erroneo, fuorviante e senza riscontri”. In una lettera indirizzata al capo del comitato di intelligence della Camera statunitense ( Peter Hoekstra, primo firmatario del rapporto sotto accusa, ndT ), il direttore delle Relazioni esterne dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) Vilmos Cserveny, scrive che il rapporto è “scorretto” quando afferma che l'Iran stia producendo uranio “weapon-grade” in un sito ispezionato dall'agenzia ( a Natanz, ndT ). Al contrario - si legge nella lettera - l'impianto ha prodotto solo piccole quantità di uranio, al di sotto dei livelli necessari per realizzare ordigni ( l'uranio “weapon-grade” è arricchito al 90% e più. Al monitoraggio dell'AIEA l'arricchimento dell'uranio dell'Iran risultava del 3,5%, precisa l'AIEA, come si legge nell'articolo del Washington Post linkato in coda all'articolo, ndT ).
La lettera, una copia della quale è pervenuta al Washington Post, critica il rapporto Usa anche per l'accusa “oltraggiosa e disonesta” che un alto ispettore dell'AIEA sia stato rimosso “per aver concluso che il proposito del programma nucleare iraniano fosse di costruire armi”.
E mentre l'AIEA rileva cinque errori di grande entità nel rapporto Usa, secondo fonti qualificate del Washington Post ( alti ufficiali dell'intelligence, dal WP, ndT ) sono addirittura una dozzina le affermazioni false o indimostrabili contenute nel rapporto Usa.
Il rapporto della Camera Usa, redatto sotto la direzione di Peter Hoekstra, Repubblicano del Michigan, è stato pubblicato il 23 agosto. Non fu sottoposto al voto né discusso dall'intero comitato bipartisan ma valutato soltanto dall'ufficio di John Negroponte, direttore dell'intelligence nazionale, prima di essere ratificato dai soli membri Repubblicani del comitato.
Jane Harman ( del Partito Democratico ), la vice-capo del comitato, scrisse in un'email indirizzata ai colleghi: “il rapporto è ricco di artificiose scorciatoie analitiche che presentano la minaccia dell'Iran come molto più grave - e le affermazioni dell'intelligence come molto più certe - di quanto non siano in realtà”. Il rapporto, intitolato “Riconoscere l'Iran come minaccia strategica”, fu redatto da Fredrick Fleitz, agente CIA temporaneamente in servizio presso l'ambasciatore Usa all'Onu, John Bolton. Tanto Fleitz quanto Bolton furono coinvolti nella fabbricazione degli argomenti a favore dell'invasione dell'Iraq del marzo 2003. Fleitz sta ora compilando un rapporto sulla Corea del Nord per il comitato di Peter Hoekstra.
La questione del rapporto sull'Iran rievoca la disputa fra l'AIEA, il suo capo Mohamed ElBaradei e l'amministrazione Bush nella corsa all'invasione dell'Iraq. “E'come un déja vu della situazione che precedette la guerra all'Iraq” dice al Washington Post David Albright, ex ispettore nucleare, presidente dell'Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale che ha sede a Washington. “Metti insieme della cattiva informazione acchiappagonzi e un rapporto che scredita gli ispettori ed ecco che hai una minaccia nucleare iraniana che monta su.” ( virgolettato apparso sul WP, ndT )
Le relazioni tra la Casa Bianca e l'AIEA sfiorarono la rottura quando l'Agenzia rivelò che l'Amministrazione Usa aveva fondato alcune delle sue accuse al presunto piano iracheno WMD (armi di distruzione di massa, ndT) sulla base di documenti contraffatti. A seguito di ciò la Casa Bianca ordì una campagna - poi non riuscita - per impedire lo scorso anno la rielezione di ElBaradei.
L'AIEA contesta vigorosamente l'affermazione del rapporto Usa secondo cui ElBaradei avrebbe rimosso un ispettore dell'agenzia, Chris Charlier, per aver infranto “il muro della sottaciuta linea politica dell'AIEA che impedisce agli ufficiali della stessa AIEA di dire la piena verità sul programma nucleare iraniano”. Charlier fu sollevato da quell'incarico invece dietro richiesta ufficiale del capo negoziatore nucleare dell'Iran, Ali Larijani - si legge nella lettera - secondo i termini dell'accordo sottoscritto da Tehran che permette l'accesso degli ispettori nel paese. La lettera sottolinea che ciò fa parte della prassi e che l'Iran ha accettato la presenza di più di 200 ispettori AIEA. Charlier peraltro è tuttora capo della sezione sanzioni all'Iran dell'AIEA .
di Dan Glaister
traduzione di Paolo Maccioni
da the Guardian http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2593
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Attentati poco chiari
Per la bomba di Dyarbakir i turchi accusano i curdi, ma loro accusano i Lupi Grigi
“Gli autori dell’attentato a Dyarbakir non sono curdi, anche se tutte le agenzie stampa europee si sono affrettate a rilanciare le tesi del governo. La strage è stata rivendicata e come, su internet, da un gruppo affiliato ai Lupi Grigi. Ma il governo Erdogan sta facendo di tutto per mettere a tacere la cosa”. Lerzan Tascher, portavoce dell’Ihd, una delle poche organizzazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani in Turchia, risponde al telefono da Istanbul sconfessando la tesi ufficiale del governo di Ankara rispetto all’attentato del 12 settembre scorso a Dyarbakir, principale città della regione della Turchia a maggioranza curda.
Le due verità. I fatti: un ordigno nascosto in un cestino della spazzatura, davanti alla stazione degli autobus, esplode uccidendo 10 persone, tra le quali 7 bambini. Tutti curdi. La polizia turca, nelle ore successive all’attentato, indica subito nell’indipendentismo curdo la pista da seguire. “Noi dell’Ihd, assieme ad altre associazioni turche”, continua la Tascher, “chiediamo un’inchiesta indipendente per stabilire la verità, ma l’atteggiamento del governo è chiuso, ostile. Il clima è molto teso e non mancano le provocazioni, anche futili. Tutte le vette attorno a Istanbul sono state riempite di enormi bandiere turche, illuminate sempre da fari giganteschi e la Mezzaluna Rossa è stata ribattezzata Mezzaluna Rossa Turca. Tutto questo nazionalismo, sempre più inquietante, è rivolto provocatoriamente alla popolazione curda: un messaggio ostile”.
Smentite e indignazione. I curdi hanno subito smentito qualunque legame con l’attentato. L’agenzia stampa Firat, vicina a quel che resta del disciolto Pkk (Partito dei Lavoratori curdi), ha sconfessato l’attacco, indicando nei legami stretti e torbidi tra il potere politico e i vertici militari in Turchia la matrice dell’attentato. L’indipendentismo curdo peraltro, dopo la cattura del leader del Pkk Abdullah Ocalan, che dal 1999 sconta l’ergastolo nell’isola turca di Imrali, si è diviso tra coloro che hanno scelto la via parlamentare del confronto politico con Istanbul per ottenere riforme che tutelino la minoranza linguistica curda e i massimalisti della lotta armata. Il primo gruppo fa capo al partito Dtp che, due giorni dopo l’attentato, ha portato in strada più di 1500 persone per una manifestazione di estraneità e condanna della strage. I massimalisti, divisi in una serie di sigle e di gruppi privi di una guida carismatica, da due anni a questa parte hanno ripreso la lotta armata, ma scegliendo sempre obiettivi militari oppure civili, però lontano dalle città curde. “Tutta la ricostruzione del governo non sta in piedi”, commenta la portavoce dell’Ihd, “ma Ankara vuole coprire gli autori dell’attentato: i Lupi Grigi”.
Il ritorno della tensione. I Lupi Grigi sono un movimento estremista nazionalista turco, ritenuto responsabile dell'attentato a Giovanni Paolo II nel 1981, di tendenze fasciste e panturche che hanno nelle minoranze religiose e linguistiche un acerrimo nemico, oltre ai legami con gli apparati militari che in Turchia rappresentano un solido potere occulto. Il governo Erdogan, impegnato a traghettare il paese nell’Unione europea, ha tentato delle aperture per il riconoscimento dei diritti della minoranza curda. Il clima rasserenato, dopo le 40mila vittime del conflitto tra l’esercito turco e i guerriglieri curdi del passato, avevano portato a una tregua della lotta armata e alla rinuncia all’indipendenza da parte dei curdi. Il clima però, negli ultimi mesi, si è di nuovo avvelenato con alcuni gruppi di guerriglieri cha hanno ripreso le armi e l’esercito che ha ripreso la sua pressione sulle città curde.
“Il Parlamento ha approvato l’invio di nuove truppe”, spiega la Tascher, “ricorrendo ai reggimenti della Turchia occidentale per avere unità molto ostili ai curdi. La situazione a Dyarbakir è molto tesa, anche se non siamo ancora tornati alla situazione critica di qualche anno fa”.
Ma aldilà della paternità dell’attentato del 12 settembre scorso, la lotta armata curda è ripresa. Dall’inizio del 2006 ci sono stati molti attacchi rivendicati dai gruppi che si attribuiscono l’eredità del Pkk e che, secondo il governo Erdogan, avrebbero le loro basi in Iraq, dove i curdi godono di una grande libertà. Come si spiega questo ritorno della violenza? “Alcuni gruppi armati ci sono ancora, come ci sono ancora estremisti tra i militari turchi”, conclude l’attivista turca, “ma oggettivamente la lotta indipendentista è finita. Il futuro è il dialogo e per quanto riguarda l’Iraq, nonostante le minacce e gli sconfinamenti delle truppe turche, non credo che succederà nulla”.
Christian Elia http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6279
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RIFIUTI TOSSICI DA EUROPA, AFRICA “PATTUMIERA” DEL MONDO?
“Si parla tanto di mondializzazione e ‘villaggio globale’ ma a volte abbiamo l’impressione che qualcuno consideri l’Africa come la fossa biologica di questo villaggio”: lo afferma l’ecologista senegalese Haidar el Ali commentando il recente grave caso di inquinamento ambientale in Costa d’Avorio, dove lo scorso 20 agosto una nave-cargo noleggiata dalla multinazionale ‘Trafigura Ltd’ ha scaricato almeno 500 tonnellate di rifiuti tossici ad Abidjan, provocando 7 morti e migliaia di intossicazioni (37.000 civili hanno chiesto cure sanitarie). El Ali, in un’intervista con l’agenzia ‘Afp’, ricorda che l’episodio in Costa d’Avorio è solo l’ultimo di una lunga serie, citando i rifiuti tossici emersi lungo le coste somale dopo lo tsunami del dicembre 2004. E ancora, nel 1996 l’Europarlamento chiese ufficialmente ai governi di Gran Bretagna, Italia e Spagna di rimpatriare i rifiuti tossici esportati in Sudafrica da una multinazionale. In quel caso, “centinaia di tonnellate di rifiuti contenenti mercurio hanno gravemente nociuto alla popolazione locale provocando inoltre enormi danni ambientali” ricorda l’attivista, che nel 1984 ha creato a Dakar il centro ‘Oceanium’ per la protezione del mare. Secondo El Ali, il trattamento o l’abbandono di rifiuti pericolosi in Africa “è di gran lunga più economico che nei paesi più industrializzati”. Per questo, è l’invito dell’ecologista senegalese, “la società civile è chiamata al ruolo di sentinella per la protezione dell’ambiente”, senza dimenticare però che a volte queste operazioni sono state autorizzate da gruppi o funzionari corrotti che avevano bisogno di denaro per comprare armi. http://www.misna.org/
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I dogmi deleteri della politica Usa di Scott Ritter (AlterNet) Se gli Usa non sono in grado di trovare un'alternativa per gestire le proprie controverse vicende elettorali, se non riescono a trovare un modo per finanziare pubblicamente le elezioni, non rimane alcuna speranza per i cittadini americani di tornare ad un’esistenza più prosperosa e pacifica. Oggi le decisioni negli Usa vengono prese in base a dogmi, non fatti. Eppure, se la guerra in Iraq ci ha insegnato qualcosa, è che i fatti contano, eccome Alla fine di agosto, ho avuto il piacere di condividere un podio con un uomo tra i più straordinari, Jonathan Tasini. I più ignoreranno il suo nome, il che è un peccato, perché quest’uomo rappresenta l’unico sfidante democratico al ruolo autocratico della senatrice junior di New York – e prima ancora possibile candidata alla presidenza Usa del 2008 – Hillary Rodham Clinton. In effetti, al di fuori di New York City e dintorni, Jonathan Tasini è pressoché un completo sconosciuto. Questo eloquente personaggio, che ha predisposto un solido piano "via dall’Iraq" (e ha altresì appoggiato una valida strategia "non invadete l’Iran") non è in grado di far valere la propria candidatura nell’ambito della corrente elettorale mainstream newyorchese non perché sia uno "stravagante" o un politico di nicchia, quanto per una ragione tra le più inquietanti: non riesce a raccogliere sufficiente denaro. Alla fine, a New York – e altrove in America, oserei dire – l’unico standard che conta davvero sembra essere il sistema aureo (il “Gold Standard”). Basta mettere sul tavolo un piatto ricco ed ecco fatto, una candidatura diventa subito credibile. Provate a confrontare l’offerta senatoriale di Jonathan Tasini con quella del compagno democratico Ned Lamont, del vicino Connecticut. Come Tasini, Lamont era un perfetto sconosciuto ai cittadini del Connecticut. All’inizio di questo mese, Ned Lamont è prevalso sul senatore democratico Joe Lieberman, impedendo la riconferma di quest’ultimo, in carica da tre legislature (nonché ex candidato alla vice presidenza), per un mandato democratico di quattro anni (Lieberman può, comunque, presentarsi come indipendente contro Lamont). Numerosi osservatori considerano l’attuale crescente tendenza di avversione alla guerra – dilagante negli Usa, compresi New York e Connecticut – e la capacità di Ned Lamont di farvi presa con successo come le ragioni principali per la sorprendente vittoria di quest’ultimo. Altri punteranno il dito contro il sostegno di Joe Lieberman non solo alla guerra in Iraq, ma anche alle politiche di sicurezza nazionale ed estera dell’amministrazione repubblicana di Bush in un periodo in cui gli Usa si ritrovano incredibilmente divisi lungo linee partigiane. Tutti questi fattori hanno contribuito alla vittoria di Ned Lamont rispetto a Lieberman. Tuttavia, se non fosse stato per la sua offerta elettorale da quattro milioni di dollari, Lamont non ce l’avrebbe fatta. Similarmente al caso di Jonathan Tasini, Ned Lamont, per via del suo status di perfetto sconosciuto, si è trovato virtualmente impossibilitato a raccogliere dalle donazioni fondi sufficienti per sostenere una candidatura vincente a livello statale. Come Tasini, Lamont si è trovato a concorrere con un potente senatore che aveva ricevuto un notevole favore dall’establishment del partito democratico. Diversamente da Joe Lieberman, che crede fermamente (se non erroneamente) nel merito della propria posizione, Hillary Clinton sulla questione irachena ha assunto un atteggiamento camaleontico, intriso di nessuna convinta opinione in merito allalla permanenza Usa in Iraq; piuttosto, l’ex first lady si è concentrata su come avrebbe potuto ben collocarsi tra i meandri delle politiche elettorali. Pertanto, se Joe Lieberman può essersi macchiato le mani del sangue di oltre 2.600 soldati americani (e di quello di decine di migliaia di iracheni) per il proprio sostegno a una guerra ingiustificabile, Hillary Clinton – per aver posto le proprie personali aspirazioni politiche al di sopra di quelle degli uomini e delle donne che, al servizio di questo grande bluff che chiamiamo politica americana, così abilmente servono gli Usa nelle forze armate – non sta facendo di meglio. Anzi, dal punto di vista della posizione sulla guerra, la Clinton è persino più vulnerabile di Lieberman. Ed è curioso che Jonathan Tasini, nonostante le sue diverse e argute linee di condotta su Iraq, Iran e sulla questione delle complicate relazioni degli Stati Uniti con il resto del mondo – linee guida che in termini di coerenza, capacità di discernimento e base morale non si paragonano a quelle di Ned Lamont e della stessa Hillary Clinton – non riuscirà mai a prevalere a livello statale sulla Clinton. La ragione di questa parodia? Jonathan Tasini non si può permettere di comprare un posto nel senato Usa come Ned Lamont poteva fare – e ha fatto. Sembra che nel grande gioco della politica a stelle e striscie il denaro abbia sempre la meglio sulle idee. Non esiste alcun modo per cui il partito democratico possa giustificare il proprio fedele appoggio a Joe Lieberman durante le primarie. L’uomo in questione aveva preso le distanze dai democratici su importanti questioni, che chiamavano in causa lo stesso sistema di valori alla base della società americana. Lieberman e i suoi hanno fatto notare come il successo elettorale sia stato ottenuto sulle questioni sociali interne; ma non si può parlare di servire gli interessi interni dell’America quando, nell’appoggiare la guerra in Iraq, la cosiddetta "Guerra globale al terrore" e l’imminente guerra all’Iran, si devia dal principio di legalità così com’è messo in evidenza nella Costituzione degli Stati Uniti – un principio che si rifà, sia nel contenuto sia nello spirito, alla legge internazionale stabilita dalla Carta della Nazioni Unite e dalla Convenzione di Ginevra. Lieberman ha fatto a pezzi i principi di queste leggi quando ha appoggiato l’invasione dell’Iraq. Lieberman ha sostenuto la tortura e l’incarcerazione illegale, e quindi la violazione dei diritti costituzionali Usa accettando impassibilmente le intercettazioni telefoniche condotte senza espressa autorizzazione. Lieberman è un candidato che il partito democratico statunitense avrebbe dovuto respingere – eppure lo stesso partito ha mobilitato i suoi “pezzi grossi”, compreso l’ex presidente Bill Clinton, a sostenerlo. Hillary Clinton non è da meno, se non peggio, di Joe Lieberman sulla questione dell’Iraq, sulla guerra al terrore, sull’Iran e sulla tutela delle libertà civili americane come garantite dalla costituzione. Ma come avvenuto con Lieberman, i democratici continueranno a sostenere sentitamente l’ex first lady come senatrice di New York e come (probabile) candidata per le presidenziali del 2008. Non perché rappresenti qualcosa di particolarmente apprezzabile, bensì perché è in grado di generare quello che Jonathan Tasini non può: il denaro, e in gran quantità. Il suo bottino di guerra è attualmente pari a circa 44 milioni di dollari; ma potrebbero presto moltiplicarsi, ed essere destinati non solo alla propria candidatura, ma all’intero partito democratico. Si tratta di una tendenza che si è fatta di nuovo viva lo scorso giugno, quando il partito democratico ha fatto il tifo per la delegata della California Jane Harman, che poco prima si era vantata di essere "la democratica più repubblicana del momento". L’alternativa a Jane Harman era Marcie Winograd. Tuttavia, come Jonathan Tasini, Marcie non poteva competere finanziariamente con l’apparato elettorale della Harman. Il partito democratico ha fatto in modo che i propri rappresentanti non approvassero la candidatura della Winograd: non perché Jane Harman fosse chissà quale leale sostenitrice dei valori democratici, piuttosto perché la Winograd non poteva generare quei milioni di dollari necessari a rimpinguare i forzieri del partito per le elezioni del 2006. Jane Harman ha vinto le primarie, e l’America e i democratici si trovano ora in una situazione ancor peggiore. Il punto è che il denaro di Ned Lamont non ha “sovvenzionato” alcun movimento contro la guerra in Iraq, quanto piuttosto una diffusa tendenza di rigetto del conflitto, che ha più a che vedere con un’America intrappolata nella palude irachena rispetto a qualsiasi istinto morale che giudica l'avventura tra i due fiumi insensata in partenza. Le cifre, che i movimenti contro la guerra citano come prova che esiste un seguito alle loro proteste, non hanno in realtà una gran rilevanza. Certo, più del 60% dei cittadini statunitensi oggi esprime negativamente rispetto alla campagna in Iraq. Ma circa il 50% di questi stessi americani continua a credere che l’Iraq avesse (e continui ad avere) armi di distruzione di massa. Analogamente, la maggior parte degli americani dà per buone tesi improbabili in merito al programma nucleare dell’Iran e alla minaccia posta da questo paese, e anche ad altre complesse questioni come il conflitto israelo-palestinese e la recente crisi in Libano. Per una nazione che in teoria oggi dovrebbe essere così avversa alla guerra, trovo strano che, fatta eccezione per l’Iraq (e in misura minore l’Afghanistan), molti americani, a fronte di un potenziale interesse per il proprio paese, non vedano poi di così cattivo occhio ulteriori imprese belliche persino più pericolose. L’ho detto e lo ribadisco. Gli americani non sono così tanto avversi alla guerra come lo sono alla sconfitta: nel lasso di tempo successivo agli eventi dell’11 settembre, si sono a trovati a riflettere collettivamente su ciò che è accaduto quel giorno, perché è accaduto, e come poter evitare che succedesse di nuovo. Anziché definire ed esprimere una valutazione basata sui fatti, formulare un approccio razionale sul come affrontare la questione, gli Stati Uniti si sono buttati a capofitto in un’offensiva in Afghanistan corrispondente più alla necessità di vendetta che a una ragionata linea di condotta. Ne abbiamo la prova ogni giorno: l’Afghanistan continua a degenerare, i talebani si sono riassestati, Osama bin Laden e i suoi compari sono ancora in libertà, continuando a cospirare contro il paese. Gli americani nulla hanno fatto per andare al cuore del cancro che ha scatenato l’11/9, e, nell’impeto della rivalsa a tutti i costi hanno finito per dare nuova linfa alla macchina infernale che ha seminato morte e terrore cinque anni fa. Gli Usa hanno prolungato l’abbaglio afghano in una più ampia e improbabile politica di trasformazione regionale del Medio Oriente (vale a dire, un generale cambio di regime), facendo un tutt’uno dell’Iraq di Saddam e di al-Qaeda. Gli Usa hanno spacciato per buona l’irrazionalità di questo legame per coltivare l’insipienza delle ingenue masse americane all’oscuro di tutto (come sempre). Gli Usa hanno creato armi di distruzione di massa laddove non esistevano, e ne hanno affidato la paternità alla fantomatica alleanza Hussein-Bin Laden. Gli Usa sono andati in guerra contro l’Iraq, non solo violando la legge internazionale e tutto ciò a cui il popolo americano dichiara di ispirarsi, ma anche avvallando di essi ogni rappresentazione diabolica che i suoi nemici hanno diffuso in questi anni. Risultato: più terroristi, più terrore. Ci si può sedere con Jonathan Tasini e discutere a lungo di queste ed altre questioni. Tasini è una persona estremamente franca, e mostra una profonda conoscenza non solo dei fatti, ma, in particolare, dell’opinione e della trattazione che ne hanno dato negli Usa i democratici. L’uomo è un autentico patriota, la cui posizione contro la guerra si basa sulla constatazione che la campagna in Iraq è stata un madornale errore a prescindere. Tasini non crede che gli Usa non debbano tutelare i propri interessi, anzi. Piuttosto, riconosce che ciò non si debba realizzare con lo dispiegamento di forze Usa all’estero, ma abbracciando principi di base di moralità e di legalità. La sua posizione è estranea alla prospettiva cosiddetta "avversa alla guerra" di Ned Lamont – il quale altro non ha fatto se non far leva sul mero spirito di rivalsa degli americani, continuando al contempo a promuovere irresponsabili avventure militari di Israele in Libano e degli stessi Usa in Iran. Tuttavia, non bisogna crocifiggere Ned Lamont per questo. In fondo, ha fatto quello che doveva. È lo stato del Connecticut che semmai deve essere rimproverato, nonché l’America intera, che continua a vivere nel proprio mondo, ignorando ciò che realmente significa essere americani. Chiedo a chi mi legge di entrare in un qualsiasi bar o ristorante, di andare ad una partita di baseball, ad una gara NASCAR ('National Association for Stock Car Auto Racing', NdT), in una qualsiasi scuola superiore o università, e condurre un sondaggio su quanti hanno davvero letto e compreso la Costituzione degli Stati Uniti per ciò che rappresenta e significa. Si vedrà quanto i risultati si riveleranno deprimenti. L’unico modo in cui l’America può ovviare al suo attuale decadimento è far sì che gli uomini e le donne responsabili si destino e si rendano partecipativi. Solo attraverso il dibattito e il dialogo gli americani potranno sfidare le percezioni erronee e darsi pieni poteri per dedicarsi ad un’analisi basata sui fatti piuttosto che su credenze infondate. Tuttavia, la situazione di cui dicevamo non è incline a esporsi a tutto ciò. Hillary Rodham Clinton si rifiuta di dibattere seriamente con Jonathan Tasini. Le azioni della Clinton sono definite come ragionevoli dai media, poiché Tasini non vi può competere finanziariamente. Vi dico che qualsiasi confronto tra Tasini e Hillary Clinton non solo mostrerebbe l’ex first lady in tutta la sua pochezza – non solo per quanto riguarda l’Iraq – ma rivelerebbe agli elettori di New York che, quando saranno chiamati a decidere chi meglio li dovrà rappresentare, avranno la possibilità di scegliere tra più alternative. È un peccato che Jonathan Tasini non possieda i mezzi economici necessari a “comprarsi” un dibattito con Hillary Clinton. Preferisco sempre la realtà da classe media di Tasini al lussuoso privilegio di Lamont e e della Clinton. Oggi molti cittadini americani lamentano il problema delle “elezioni rubate”, chiamando in causa l’avvento del voto elettronico e la scomparsa delle schede elettorali di carta – veri |