| ulivo velletri |
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La frase che manca
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
È una vecchia pratica. «Cose da navi dei folli», la diceva Franco Cordero. Abbiamo imparato a conoscerla. Funziona così. Gli avvocati di Berlusconi, sapientissimi del cavillo, tessitori di espedienti legislativi prendono tempo in aula. Cercano il rinvio, la via obliqua, lo sgorbio tra le carte, l´errore formale, il mostriciattolo che può consentire loro di allentare la pressione in attesa di fulminare il processo con la prescrizione.
Per la corruzione c´era bisogno di quindici anni per cancellare il reato. Una legge berlusconiana ha ridotto i tempi di un terzo. Siamo già al limite della notte, allora. Se Silvio Berlusconi ha corrotto l´avvocato inglese Davis Mackienze Mills per fargli dire il falso nei processi milanesi, lo ha fatto per le testimonianze rese dal legale inglese il 20 novembre 1997 e ancora il 12 dicembre 1998. Ci sono allora, poco più di due anni per chiudere il processo se non lo si vuole morto per sempre. La decisione del giudice di Milano è dunque obbligata dopo le danze e le stravaganze delle difese.
Scontato, come i lentissimi passi degli avvocati, anche il coro politico che accompagna la decisione. Come sempre gli strateghi del Desk Azzurro dello Strepito chiamano alla voce la claque. I turiferari (Bonaiuti, Chicchitto, Bondi, Schifani … ) con ugola sincrona salmodiano il verso che l´occasione richiede. Unico, sempre lo stesso da un decina di anni: giudici sovversivi scavano sotto i piedi del Cavaliere e lo aggrediscono con «un attacco ad orologeria». La stessa litania fu intonata, per questo stesso affare, in dicembre con l´avviso di comparizione (quella volta l´orologio dei giudici sovversivi «preparava le elezioni») e ancora nel marzo di quest´anno (in quest´occasione le lancette mosse delle toghe «volevano condizionare il voto»). Ora - nonostante la procura abbia anche fermato l´inchiesta per rispettare una sorta di tregua elettorale marzo/maggio - la musica non è cambiata. Se il «teorema» della procura di Milano era «falso, indegno, impossibile», la decisione del giudice è un agguato che non ha nulla di giudiziario e molto di politico. Il copione "azzurro" di sempre. Chi non lo ha mandato a memoria?
Nel rituale can-can politico-mediatico ancora non si ascolta da Berlusconi, però, la più piatta della dichiarazione, attesa da oltre un anno. Una cosa del tipo: «Quell´avvocato David Mackienze Donald Mills è un gran bugiardo!». Conviene ripeterlo, dopo averlo già detto in un´altra occasione. Non è trascurabile la circostanza che, quando si sono messi al lavoro su questo caso, i pubblici ministeri di Milano a tutto pensavano tranne che a contestare all´ex-premier l´accusa di corruzione di testimone. Diciamo che hanno sbattuto il muso contro la notizia di reato quasi per caso. Diciamo che è stata offerta loro su un piatto d´argento proprio dal testimone.
Le cose vanno così. Il pasticcio lo combina David Mckienze Mills. È Mills, il testimone, che parla del «regalo di mister B.». Nessuno se lo aspetta.
Avvocato con ricca clientela in mezzo mondo, ammogliato con una ministra del governo Blair e con molte protezioni potenti nei ministeri e nei giornali, Mills sente protette le sue magie finanziarie quando entra nel suo studio lo Inland Revenue, insomma il Fisco. Gli chiedono conto della sua dichiarazione dei redditi. Tra l´altro, gli domandano: ha mai avuto regali o doni? È la domanda per nulla diabolica che lo manda sorprendentemente nel pallone. Da quel momento in poi, il grande avvocato non colleziona che passi falsi. Si precipita dal suo commercialista, Robert Drennan. Si sfoga, racconta come sono andate le cose e gli lascia sul tavolo una lettera che riassume gli eventi. A un certo punto, c´è scritto: «… Io mi sono tenuto in contatto con le persone di B. e loro conoscevano la mia situazione. Conoscevano bene le modalità con cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito, ma ho preso qualche rischiosa scorciatoia) e come avessi tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai (had kept Mr.B. out of great deal of trouble), se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All´incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi, che avrei dovuto considerare come un prestito a lungo termine o un regalo. 600 mila dollari furono messo in un hedge fund…».
Ora immaginate Robert Brennan. Se ne sta lì con la bocca aperta e non crede alle sue orecchie: quello sconsiderato di David gli sta dicendo di aver ricevuto un regalo per aver truccato le sue testimonianze in Italia. Peggio, lo scrive nero su bianco. «In quella dichiarazione (dirà costernato ai pm italiani, Drennan) c´era un collegamento sufficiente che mi indusse a credere che avessi il dovere di riportare la questione a Clyde Marklew, funzionario del Serious Fraud Office, per lasciagli decidere se il collegamento tra denaro e testimonianze esistesse». Per avere una conferma che quella fosse la decisione giusta, Drennan fa leggere la lettera anche a un socio fiscalista, David Barker. Che dirà ai pm: «Lessi la lettera. Mr. Drennan mi chiese quale fosse la mia reazione. Glielo dissi e concludemmo che non c´era altra scelta che riportarne integralmente i contenuti al National criminal intelligence service (NCSI, l´autorità inglese antiriciclaggio)».
Che cosa dovevano fare i pubblici ministeri di Milano se non interrogare Mills? Lo fanno e lo sventurato risponde: «Ho scritto quella lettera nel quadro di una contestazione fiscale nel Regno Unito. Dovevo spiegare per quale motivo avevo ricevuto la somma di 600mila dollari. Non credo che occorrano molte parole: io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere laddove possibile una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui».
Se questi sono i fatti e le testimonianze, è bizzarro che i turiferari del premier strillino contro il giudice di Milano senza che Berlusconi lavori alle parole più elementari: «Quel Mills mente!». È la sola frase che nel pandemonio, ancora una volta, non si ascolta.
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«Spiavo di notte, per noia»
Francesco Grignetti
La Stampa
«Ma io sono un pesce piccolo, piccolissimo... E sono finito in un gioco troppo più grande di me». L’appuntato in divisa grigia ha paura. Dall’intendenza di Borgomanero, in provincia di Novara, d’un colpo è balzato all’attenzione dei grandi giornali. E’ lui, infatti, il piccolo appuntato, uno dei tre principali sospettati nell’inchiesta sullo spionaggio fiscale ai danni del premier. E prova a spiegare, a giustificarsi, a dire la sua. Lo fa a sera, dopo un intero pomeriggio trascorso nello studio di un avvocato. E parla, l’appuntato indagato, attraverso l’unica persona di cui si fida, un delegato del Cocer, il maresciallo Salvatore Trinx, molto noto tra i sottufficiali della Guardia di Finanza, che da sindacalista s’è messo dalla parte del personale «perché tutti hanno diritto a una giusta difesa e non mi piace che i processi siano fatti a priori».
Il giovane appuntato è scosso. Da tre giorni si trova nell’occhio del ciclone, ma smentisce seccamente di avere avuto reazioni esagerate nel momento in cui subiva la perquisizione. «Delle interrogazioni al computer - si sfoga - però è tutto vero. Le ho fatte. Ora non ricordo esattamente quante e quando. Però ne ho fatte diverse, su Prodi e su altri. Ora chiamatemi fesso, ma non pensavo di fare nulla di male. Neanche sapevo che sarebbe rimasta traccia nel computer della mia password. Lo facevo perché mi annoiavo...».
Già, si annoiava. Ma la scena va raccontata, perché altrimenti la frase è incomprensibile. Il nostro appuntato è un giovane sottufficiale, arruolato nella Guardia di Finanza da una decina di anni. E’ il più giovane di una piccola caserma. E gli toccano i lavori più noiosi. Fa spesso da piantone, ad esempio. Cioè sta al portone e poi vigila di notte sulla caserma. E quando gli tocca la notte, gli lasciano una pila alta così di verbali da immettere nel computer. Capita. Anziché passare il tempo a guardare la televisione, meglio utilizzare questa forza lavoro in qualcosa di utile. Ma il nostro appuntato si annoiava. E così ha inventato un gioco nuovo: sbirciare dentro le banche dati per vedere le dichiarazioni dei redditi dei potenti.
«Sì, come ho detto, durante il lavoro di immissione dati qualche volta ho “cazzeggiato”. Sono regolarmente abilitato all’ingresso in banca dati e mi sono esercitato su qualche nome famoso. Ma questi dati non li ho mai stampati. Ho soltanto guardato sul monitor i numeri che scorrevano. E assolutamente non ne ho fatto alcun uso illecito. Lo giuro».
Un gioco? Si può giocare su queste informazioni così sensibili? «Adesso leggo i giornali e sono stupefatto. Di più: sono amareggiato. Sono articoli fantasiosi. Ricostruzioni forse non disinteressate che partono dalla mia persona per gettare discredito sull’intera Guardia di Finanza». Gli articoli in questione gettavano qualche sospetto di collegamenti tra vicende diverse, ma che portano come denominatore comune lo spionaggio illecito: da Telecom agli investigatori privati che avevano avuto un ruolo nel Laziogate, a un certo colonnello della Finanza che è diventato responsabile del Centro Sismi di Milano, alla disinformazione operata dal Sismi, a quello strano ufficio gestito dall’agente segreto Pio Pompa. Un grumo niente affatto edificante. E tante di queste vicende, in un modo o nell’altro, passano per Novara.
Sono ricostruzioni giornalistiche. Ma sono anche gli argomenti su cui si interrogano in tanti, adesso, dentro la Guardia di Finanza. E ovviamente hanno chiesto lumi all’appuntato. «Lo so anch’io che ora passerò i guai perché Borgomanero è in provincia di Novara. Ci mancava solo questa. Ma io, lo giuro, i due sottufficiali arrestati un anno fa perché si vendevano le interrogazioni alla banca dati non li conosco. Mai visti né sentiti. E vi posso garantire che io, quei dati, non li ho mai passati a nessuno. Tantomeno me li sono venduti. Non ho monetizzato. Erano interrogazioni che restavano così, sul monitor, per la mia curiosità. Nessuno li ha visti».
E l’idea di un Grande Complotto in condominio tra Finanza e Sismi per mettere nei guai il candidato premier? Già soltanto a parlarne, all’appuntato di Borgomanero, gli si drizzano i capelli. A sentirsi indicare, lui, come lo snodo attraverso cui passano i nuovi misteri d’Italia, non sa se riderne o piangerne. Ieri, articoli alla mano, è andato di corsa appunto dall’avvocato per farsi consigliare. Epperò non basta scuotere la testa per scrollarsi di dosso certi sospetti. L’idea che l’appuntato, approfittando di un computer a disposizione e di una caserma vuota, trascorreva le ore notturne per interrogare a piacimento le banche dati - e su quei nomi - non è così tranquillizzante.
Resta per l’appuntato l’ultima domanda, la più destabilizzante forse per il corpo, ma obbligatoria. Ha ricevuto ordini da qualcuno? Il viceministro Visco, come si ricorderà, non ha avuto parole elogiative per la «catena di comando». Quindi all’appuntato chiedono: c’è un superiore che ti ha incaricato di queste indagini o quantomeno incoraggiato? Copri qualcuno? «Nossignore. Nessun ordine dall’alto. E’ stata una mia iniziativa». Neppure ordini, diciamo così, obliqui? Magari arrivati da delicatissimi apparati dello Stato? «Ma figuriamoci. Sono il pesce più piccolo della Guardia di Finanza. E non conosco nessun agente segreto. Penso che come risposta sia sufficiente».
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Larghe intese con chi?
Con chi è che dobbiamo intendercela?
Con quelli che han governato l'Italia per 5 anni portandola in questo stato?
Con Tremonti? Con Berlusconi?
Che accusa la sinistra di banditismo, quando gli volevano toccare le tre reti?
Quello che ha accusato la sinistra di Brogli elettorali? Da presidente del consiglio?
Sentir parlare di Larghe intese con questa gente, mi ricorda la frase del ministro che diceva che con la mafia si deve convivere. Io, col Caimano non voglio avere niente a che fare.
E il problema è che, a sentire quello che succede in Campania e in Calabria, nemmeno dei politici che ho votato mi fido.
Una cosa mi sta dando veramente fastidio: il continuo commentare sulla fine di Prodi. Anche da persone del centrosinistra.
Come se la fine di Prodi non significasse la fine di D'Alema, Fassino, Rutelli, Mastella (quello forse lo riciclano dall'altra parte), Bertinotti ....http://unoenessuno.blogspot.com/2006/10/larghe-intese-con-chi.html
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LA DESTRA DEGLI SPRECHI E DEI BUCHI DI BILANCIO
Solo per citarne alcuni...
Sanità nel Lazio: BUCO DI 10 MILIARDI DI EURO lasciati in eredità dalla giunta STORACE. Per scongiurare il rischio di blocco dell’assistenza sanitaria la Regione sarà costretta ad aumentare le aliquote IRAP ed IRPEF.
Nel bilancio di Viale Mazzini BUCO DI 221 MILIONI DI EURO: tutto questo grazie alla malagestione dei consigli di amministrazione del Polo - l'ultimo tutt'ora in carica - che ci farà rischiare di pagare 15 euro in più di canone Rai.
Grandi opere: Dal 2001 finanziato solo il 7% dei lavori promessi dal precedente governo. SPESI 25 MILIONI in tre anni solo per gli stipendi d'oro dei commissari esterni: tutti pagati coi rincari di patenti e bolli dell'ultima finanziaria berlusconiana.
E i responsabili di questi disastri finanziari hanno pure il coraggio di criticare questa nostra finanziaria, che sta sopratutto tentando disperatamente di tappare le loro voragini di bilancio come queste...http://valeriopieroni.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1226000
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Legge elettorale: Monaco "Casini smemorato"
ROMA - "Stento a credere. Casini propone un nuovo governo che metta in agenda due priorita': riforma delle pensioni e nuova legge elettorale. Cioe' la sconfessione della riforma Maroni, rappresentata come svolta epocale e votata dall'Udc, e la cancellazione della legge elettorale 'porcata' che lui, Casini, piu' di ogni altro, ha fortissimamente voluto e imposto. C'e' un limite alla smemoratezza".
Cosi' il braccio destro del premier Romano Prodi, l'ulivista Franco Monaco, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it, ha risposto alla proposta dell'ex presidente della Camera. "Come si puo' prestare credito a un politico tanto volubile, che scopre solo oggi il carattere populista di una destra cui si e' accodato per dodici anni?".
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Mafia: chiesti nove anni e sei mesi di carcere per il centrista Miceli
REDAZIONE
La Procura di Palermo ha oggi chiesto ai Giudici del Tribunale del capoluogo siciliano di condannare a nove anni e sei mesi di carcere l'ex esponente dell'Udc Domenico Miceli, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ex assessore comunale alla Salute di Palermo, Miceli era stato arrestato nel giugno del 2003. Dopo 17 mesi di detenzione era stato rimesso in libertà in attesa del processo. I Pm Antonino Di Matteo e Gaetano Paci hanno anche chiesto alla Corte presieduta da Raimondo Lo Forti di punire l'imputato con una multa di ventimila euro.http://www.centomovimenti.com/2006/ottobre/30_mafia.htm
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Netlabel, musica libera contro le major del disco
Rapide, semplici ed economiche: le case discografiche on line sono sulla cresta dell'onda.
Due Dj durante una serata Netlab a Berlino (Foto: Lam Vo) Metà settembre 2006, Islington, Londra. Il “Candid Arts Center” è stato palcoscenico di un’inconsueta manifestazione musicale. Kodal, alias Tea*More, Dj Cotumo, della Pentagonik, Megaheadphoneboy: i musicisti che si sono avvicendati nel corso di Netaudio 2006, sono per il momento volti noti esclusivamente ai patiti di elettronica. Non si trovano nei cataloghi delle major, però. Perché pubblicano con etichette on line, dette anche netlabel.
Rapide, semplici ed economiche
Una netlabel è in sostanza un sito web dal quale è possibile scaricare in modo legale musica inedita, per lo più elettronica e spesso di qualità. Attualmente ne esistono più di 600 che pubblicano – su base mensile o settimanale – singoli o intere compilation. E costituiscono una piattaforma per i musicisti elettronici che vogliono distribuire le proprie creature in rete senza sottostare alle limitazioni imposte dalle major e senza depositare la propria musica presso organismi di tutela del diritto d’autore (per l’Italia la Siae).
«Le netlabel offrono la possibilità di diffondere presso un pubblico vastissimo la musica più moderna, in modo semplice, rapido e con un budget minimo», spiega Donovan Ludwig, co-fondatore dell’etichetta berlinese Pentagonik. Oltre che a Londra e Berlino le case discografiche on line sono molto attive a Colonia e a Barcellona. È ormai una vera e propria tendenza urbana dell’era digitale che continuamente si propaga, fisicamente e virtualmente.
Musica di tendenza
Questo trend si rafforza col generalizzato fermento che sta interessando l’industria della musica digitale. Il giro d’affari del negozio virtuale della Warner Music è cresciuto l’anno scorso del 36%. L’iPod, il lettore mp3 portatile della Apple, ha trovato già 42 milioni di acquirenti, il 76 per cento dei quali solo l’anno scorso.
I numeri sono esemplificativi dell’evoluzione del mercato musicale e del passaggio dai supporti fisici alle librerie audio digitali. Gli amanti della musica la comprano sempre più spesso sul web, imbottendo i propri hard disk fino a farli scoppiare.
Non desta quindi meraviglia che anche l’editoria musicale abbia imparato a sfruttare la rete. Ad Islington Netaudio 2006 è stato una dimostrazione dell’entusiasmo che circola intorno alle netlabel: per due giorni nel Candid Center si sono tenute conferenze e seminari in cui oratori particolarmente ispirati hanno partecipato all’uditorio la propria visione del futuro di queste etichette.
I visitatori passavano da un tavolo all’altro come in uno speed-dating, lasciandosi inondare dalle informazioni fornite da direttori di case discografiche, esperti di licenze Creative Commons e editori di podcast. Chi lo desiderava poteva gustarsi l’installazione sonora del primo piano o visitare il sotterraneo per ascoltare le performance degli artisti presenti.
Per il momento i responsabili dei netlabel hanno conservato intatto l’ideale comune; nonostante l’enorme numero di etichette, Donovan Ludwig sostiene che in Europa esse non si facciano alcuna concorrenza: «L’essenza dei netlabel è fondata sul no profit», dice. Non avrebbe dunque alcun senso mettersi in competizione.
Una rete europea
Questa è la ragione per cui Ludwig ed il suo amico Timor Kodal, gestore dell’etichetta Pulsar, hanno fondato Netlag, per pubblicizzare i cataloghi dell’editoria musicale indipendente con una serie di feste “Netaudio”. Ludwig e Kodal considerano questi party notturni dei luoghi d’incontro per gli artisti della musica on line. Esattamente come i siti web. Si sono solo limitati ad aggiungere birra, invitati ed atmosfera.
I due fondatori vorrebbero che una sola rete unisse l’intera scena delle netlabel europee. E così invitano musicisti stranieri a presentare i propri lavori dal vivo al pubblico berlinese: in questo modo durante le feste Netlag svoltesi nell’ambito della rassegna musicale berlinese Fête de la Musique si sono potuti ascoltare ritmi e battiti di special guest londinesi.
Nonostante tutta l’euforia che le ciroconda le netlabel non potranno però mai costituire una seria minaccia per le major come Warner o Emi. «Quello delle etichette on line rimarrà senza dubbio un fenomeno di nicchia, perché non c’è modo di ricavarne denaro», dice Markus Koller, che gestisce il podcast starfrosch.ch organizzatore del primo festival Netaudio a Berna. La sua profezia potrebbe avverarsi, eppure ci sono stati artisti che hanno raggiunto fama e celebrità con una netlabel. Finché poi non è arrivata una major a metterli sotto contratto.
Lam Vo - London http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8596
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In Afghanistan guerra coloniale e agonia della ragione
di Amir Madani - Megachip
La notizia è breve e segue una lunga serie: si parla di 60 secondo altre fonti 70 e forse anche 90 morti civili (notate l'approssimazione delle cifre) dovuti a un raid aereo della Nato nella zona di Qandahar. I comandi Nato continuano a parlare di raid “mirati” ma visto i “danni collaterali”, ovvero la morte di civili innocenti, si capisce che si tratta di bombardamenti a tappeto. Vale a dire che per trovare un guerriero si annienta un intero villaggio. Mark Laity, rappresentante civile della Nato in Afghanistan si è detto dispiaciuto “sorry”, ma ha però tenuto a precisare che non è colpa della Nato se “i talebani continuano a usare i civili come scudi umani”, nascondendosi nelle aree abitate.
Decodificando il linguaggio collaterale si tratta di bombardamenti delle intere zone abitate dove si nascondono i talebani che hanno un forte radicamento sul territorio. Una tattica aerea simile alla guerra terrestre delle forze Usa, dove le forze d'occupazione dopo devastanti raid si ritirano nelle caserme blindate per non essere attaccate.
Qualche giorno prima la tedesca “Bild” ha pubblicato alcune foto scrivendo di soldati tedeschi della missione Isaf che giocavano con teschi e resti umani degli afgani . Il giornale, consapevole che certi vizi macabri portano alla dipendenza, ha dato la notizia con preoccupazione. Infatti la domanda è questa: una volta tornati in patria in Europa questi “bravi ragazzi” “in missione di pace” dove troverebbero i teschi per continuare a giocare? Nei cimiteri di Parigi , Londra, Roma o Berlino? E chi ha bisogno di teschi per appagarsi non si interessa di risalire all'origine civile o etnico – culturale dei teschi. Il teschio può essere di un ebreo-cristiano-musulmano o chiunque altro.
Mesi prima le agenzie stampa avevano dato notizia di carceri private che in un clima di arbitrio e mancanza di ogni forma di legalità e in assenza di una sicurezza minima, uomini ( Jonathan "Jack" Idema) più o meno vicini alla Cia e al Pentagono - ma secondo Rumsfeld privati senza un mandato- tenevano in carceri privati e torturavano i prigionieri. (vedi Pamela Constable Washington Post Foreign ServiceTuesday, August 17, 2004; Page A10 ) .
Quel che sta avvenendo in Afghanistan supera ogni degenerazione immaginabile. Dalla politica post neocoloniale basata sulla promozione della democrazia formale più violenta si è passati alla corruzione esistenziale.
I tre universalismi cioè il socialismo reale della era sovietica, l'islamismo di matrice talibano-wahabita e ideologie affini fino alla politica neocon dell'amministrazione Bush basata sulla promozione della democrazia formale e costruzione del consenso con l'uso della forza finalizzato a una capillare penetrazione imperiale hanno massacrato un popolo inerme, dando origine ad uno scontro di civiltà dalle conseguenze inimmaginabili. Su un scenario di interessi economici diversi, di sperimentazioni ideologiche e dalla violenza della guerra e del terrorismo, un intero popolo viene decimato. La ragione umana viene indirizzata verso la non ragione.
La crisi di tre universalismi ha portato alla crisi della ragione. Eppure proprio Afghanistan è la terra natia dei grandi sufi come Abdallah Ansari ( pir-e Herat) e del grande filosofo-poeta sufi Mawlānā Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī (1207-1273) che con il suo monismo umanista e universale ha lavorato per la convivenza e reciproco riconoscimento delle diversità nel senso più esteso del termine.
Ma come sempre è la politica che con le sue insufficienze o errori di valutazione che determina gli assetti e i rapporti di forza, le lacerazioni e gli squilibri.
L'amministrazione Bush ha dichiarato ufficialmente di aver intrapreso la campagna afgana per abbattere il regime del mostro dei talebani. Al di là delle ipocrisie dell'amministrazione che ha assunto la menzogna come politica di stato (vedi Bob Woodward “State of Denial” ) la campagna afgana è iniziata allo scopo di penetrazione e dominio in quell'area che già negli anni ‘70 Nixon aveva definito “ la chiave d'oro dell'Asia Centrale”.
La guerra in corso sta massacrando un imprecisato numero di vite civili afgane e di diverse parti del mondo –dal Marocco fino all'Indonesia.
Dietro l'oscurantista fenomeno dei talebani, che hanno un forte radicamento nel tessuto culturale e sociale dell'Afghanistan del sud e nelle zone tribali ai confini con il Pakistan c'è l'anima del feudal-militarismo del Pakistan che è nato come lo stato confessionale. Alla programmazione dell'ISI , servizi pakistani, vanno aggiunti i petrodollari del wahabbismo saudita e gli ingenti proventi del narcotraffico. Il mullah Omar, leader talebano secondo le parole di Karzai fiduciario Usa a Kabul vive tuttora nella città pakistana di Quetta. Mentre Hekmatyar il signore della guerra recluta i talibani nella città pakistana di Peshawar per addestrarli e mandarli in Afghanistan. Il Pakistan (300 milioni di abitanti) di Musharaf che insieme alla dinastia regnante saudita é maggior alleato degli Usa e possiede anche l'atomica lascia vegetare sul suo territorio gruppi terroristi come Lashkar Jahangooy e Sepah Sahabeh.
In Afghanistan c'è una situazione molta complessa, ci sono problemi di natura culturale ed irrisolti problemi storici che hanno radici nei millenni. Dietro il fenomeno taliban c'è una lettura ultraconservatrice di stampo deobandi wahabbita che è espressione di certi equilibri e la matrice di un forte desiderio di espansionismo. Saranno le dinamiche endemiche a dare origine ad eventuali cambiamenti e non un intervento armato esterno che annienta la vita dei civili. Di quegli civili afgani, lavoratori pazienti, ospitali, dignitosi e con solida memoria.
Bisogna porre fine all'ipocrisia (vedi l'intervista di Salvatore Scaglione con generale Fabio Mini) e ridiscutere il mandato delle forze internazionali in Afghanistan nella sede dell'Onu e preparare un exit strategy prima di arrivare al punto di non ritorno.
Va presa sul serio la minaccia di un comandante taliban che, dando voce ai sentimenti dei talebani, ha dichiarato ufficialmente di voler portare la guerra anche nelle città europee e contro i cittadini che hanno la colpa di votare i governi che invadono loro territorio massacrando donne e bambini.
di Amir Madani http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2799
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La novità si chiama
Madame Royal
Luca Sebastiani
Ségolène ha detto questo, Ségolène ha fatto quello. Da dieci mesi a questa parte una cosa è indubitabile: madame Royal si è piazzata al centro della politica francese, nel mezzo del dibattito. Non c’è tema di confronto che non ispiri o disputa nella quale non intervenga con posizioni dirompenti. In molti fanno ancora fatica ad accettarlo, ma è Ségolène Royal che detta l’agenda, nel paese come nel partito.
L’anno scorso la regina dei sondaggi era ancora una personalità di secondo piano ai piani alti della segreteria del Partito socialista. Certo aveva iniziato presto la sua carriera politica e in posizione di tutto rispetto come consigliera presso la segreteria generale dell’Eliseo, alle dipendenze dirette niente meno che di François Mitterrand, il monarca della sinistra francese.
Poi il suo percorso prese una piega abbastanza convenzionale. Un collegio a Deux-Sevres, un agglomerato di cantoni rurali ad Ovest della Francia, e qualche incarico governativo senza particolare prestigio, nel ’92 come ministro dell’Ambiente nel breve governo di Pierre Bérégovoy e nella compagine guidata da Lionel Jospin prima una delega all’Insegnamento e poi una, sempre senza portafoglio, alla Famiglia.
Nell’ultimo governo socialista una certa visibilità Ségolène l’aveva pur avuta nella battaglia per la difesa delle Zone d’educazione prioritaria (Zep) e quando sostenne a spada tratta la distribuzione della pillola del giorno dopo negli istituti scolastici. Notorietà episodica che a ben guardare però, mettevano già in rilievo la tenacia della donna e l’individuazione di valori come la famiglia e l’educazione come terreno privilegiato d’azione politica.
Ma è alle regionali del 2004 che Ségolène comincia a farsi veramente largo quando, portata anche dal successo generale del Ps, conquista la presidenza della Poitou-Charentes contro il presidente uscente e allora primo Ministro Jean-Pierre Raffarin.
Fin qui niente di particolare e il dibattito socialista vede protagoniste altre persone, spesso uomini, come il compagno stesso della Royal, François Hollande, segretario e grande tessitore dell’unità di un partito sempre spaccato tra riformisti e radicali; o come Laurent Fabius, vecchio animale politico, primo ministro sotto Mitterrand, ritornato sul proscenio quando ricollocandosi a sinistra guidò il no interno al Trattato costituzionale europeo contro la posizione ufficiale del partito. O ancora: Dominique Strauss-Khan, grande tecnico, uomo d’idee ed ex-ministro dell’Economia, Jack Lang, celebre ex-ministro della Cultura e uomo popolare tra gli elettori, Martin Aubry, numero due del governo Jospin e donna delle trentacinque ore.
Tutte personalità di grande esperienza al livello più alto delle istituzioni repubblicane e di governo, tutti, soprattutto, “elefanti” del partito, cioè dotati di una longevità tale nella vita d’apparato da conoscerne i segreti. Tutti, per finire, presidenziabili, cioè tutti in condizione da poter aspirare all’investitura del partito per conquistare la presidenza della Repubblica, chiave di volta della polita francese.
E in effetti erano tutti lì a brigare, a disegnare strategie e armeggiare tattiche ardite, a manovrare le proprie truppe, ad accreditarsi per l’elezione sovrana. A far mischia intorno a quell’unico posto per cui tutti si sentono all’altezza e si ritengono i migliori.
Tutto questo fino a quando il fenomeno Ségolène non è arrivato all’inizio dell’anno a sparigliare le carte in gioco. Ma gli “elefanti”, si sa, sono mammiferi talmente lenti ed impacciati da essere entrati nella lingua proverbiale. La novità Royal non l’hanno capita subito e forse ancora adesso stentano a comprendere.
Quando i primi sondaggi d’opinione cominciarono a collocare la compagna del segretario ai vertici del gradimento popolare, le reazioni nella cerchia dei candidabili furono di dileggio machista e arroganza politica. Di un fatto erano tutti certi: la signora Royal non ha idee, non ha esperienza, non ha la statura e il vuoto che la sua immagine cela verrà presto svelato facendo sgonfiare il fenomeno mediatico.
I conti erano evidentemente sbagliati perché non tenevano conto delle attese dei francesi, attese, se vogliamo, già ampiamente manifeste dopo il voto che nel 2002 portò al secondo turno delle presidenziali il razzista Jean-Marie Le Pen, o dopo il no alla Costituzione europea. Insomma, la politica in Francia soffre di un discredito generalizzato e i francesi non credono che possa rispondere al loro bisogno di sicurezza e ripari da una mondializzazione che trita lo status quo e le sue certezze economiche e sociali.
Tratta dalla penombra direttamente dai sondaggi, probabilmente Ségolène Royal ha analizzato la base della sua popolarità e ci ha costruito sopra la sua immagine di “donna” al di fuori delle logiche di potere degli “uomini” di partito e di paladina dei valori tradizionali, della famiglia, della sicurezza. E se il popolo l’aveva chiamata direttamente, allora era a lui che direttamente doveva parlare. Con i media.
Con un sito internet, www.desirdavenir.org, nella cui home page un azzurro cielo rassicurante che ricorda quello di un altro partito di “plastica” come Forza Italia, accoglie i cittadini-navigatori in qualità di “esperti legittimi” e li invita a partecipare all’elaborazione del programma di Ségolène. Con un’onnipresenza sui media nazionali con dichiarazioni che rompono i tabù della sinistra e si fanno carico dei desideri inconfessabili dei cittadini, “ordine giusto” e “sicurezza durabile”. Senza dimenticare la famiglia, la tradizione e, ovviamente, i temi della sinistra con la difesa del sociale e del lavoro.
Da più parti si è strillato al populismo, alla democrazia virtuale che sbriciola lo spazio pubblico assicurato dagli organismi collettivi intermedi, all’opportunismo e al pericolo. Ségolène ha tenuto la rotta e ogni volta che qualcuno l’ha criticata, lei ha guardato diritto avanti a sé non replicando e consolidando il suo consenso. Il confronto politico è fatto per i politici, la Royal preferisce smarcarsi e parlare ai cittadini di valori e di una democrazia da rifondare dando loro la parola.
Otto mesi fa aveva iniziato praticamente da sola, oggi la regina dei sondaggi può contare su oltre quattrocento comitati locali del suo sito Desir d’avenir in cui hanno cominciato a trasmigrare sia i quadri territoriali del partito, sia i militanti socialisti che, con l’80%, formano il corpo duro del segolenismo militante. Di questi molti sono nuovi aderenti che hanno preso la tessera del partito attirati dal carisma della presidentessa di Poitou-Charentes e dalla possibilità di contribuire a novembre alla sua “elezione” alla candidatura durante le primarie interne del Ps, mentre altri sono vecchi militanti che vedono in Ségolène e il suo consenso popolare la chance di battere il candidato della destra Nicolas Sarkozy.
Certo i giochi non sono ancora chiusi al Partito socialista. Lionel Jospin è tornato dal suo pensionamento politico per sbarrare la strada alla donna più amata dai francesi e si possono immaginare durante la campagna per le primarie interne alleanze o addirittura candidature unitarie da opporre a quella di Royal.
Il popolo francese sembra però aver scelto, e nell’immaginario collettivo saranno Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy, la prossima primavera, a contendersi al secondo turno la presidenza della Repubblica. Del resto i due sono speculari. Entrambi in rottura con gli apparati tradizionali, uno con quello gollista l’altra con quello socialista. Entrambi paladini di una nuova politica, uno di destra l’altra di sinistra. Entrambe, in fine, sapienti manipolatori della mediosfera pubblica.
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IL MISTERO DELLA BOMBA SEGRETA ALL’URANIO USATA DA ISRAELE
DI ROBERT FISK
The Independent
Allarme per la radioattività lasciata dall’attacco al Libano
Israele ha forse usato una nuova arma a base di uranio nel sud del Libano, questa estate durante l’assalto di 34 giorni che è costato la vita a più di 1300 Libanesi, la maggior parte dei quali civili?
Sappiamo che Israele ha usato le bombe americane di tipo “bunker-buster” [sfonda-bunker n.d.t.] contro i quartieri generali di Hezbollah a Beirut. Sappiamo che hanno imbottito il Libano meridionale con bombe a grappolo nelle ultime 72 ore di guerra, lasciando decine di migliaia di piccole bombe che stanno ancora uccidendo ogni settimana dei civili Libanesi. E sappiamo ora –dopo che ebbe categoricamente negato l’uso di tali munizioni- che l’esercito Israeliano ha anche usato bombe al fosforo, armi il cui uso dovrebbe essere limitato in base al terzo protocollo delle Convenzioni di Ginevra, che né Israele né gli USA hanno firmato.
Ma le prove scientifiche raccolte da almeno due crateri di bombe a Khiam e ad At-Tiri, scena di un duro scontro tra i guerriglieri Hezbollah e le truppe Israeliane lo scorso Luglio e Agosto, suggeriscono che anche munizioni a base di uranio potrebbero ora essere incluse nell’arsenale Israeliano – ed essere state usate contro obiettivi in Libano. Secondo il Dr. Chris Busby, British Scientific Secretary of the European Committee on Radiation Risk [segretario scientifico britannico del comitato europeo sul rischio da radiazioni n.d.t.], due campioni di terreno sollevati da bombe Israeliane, pesanti o guidate, mostravano “elevati segni di radiazioni”. Entrambi i campioni sono stati inoltrati per ulteriori indagini con uno spettrometro di massa al laboratorio di Harwell in Oxfordshire –usato dal Ministero della Difesa – che ha confermato la concentrazioni di isotopi di uranio.
L’iniziale rapporto del Dr. Busby afferma che vi sono due possibili ragioni per la contaminazione. “La prima è che l’arma sia un qualche nuovo piccolo dispositivo a fissione nucleare o una qualche altra arma sperimentale (ad esempio un’ arma termobarica) basata sulle alte temperature generate da un flash di ossidazione dell’uranio … La seconda possibilità è che l'arma sia una convenzionale arma penetrante anti-bunker all'uranio ma che utilizza uranio arricchito piuttosto che uranio impoverito.” Una fotografia dell'esplosione della prima bomba mostra grandi nubi di fumo nero che potrebbero essere il risultato della combustione dell'uranio.
L'uranio arricchito è prodotto dal minerale dell'uranio naturale ed è usato come combustibile per i reattori nucleari. Il prodotto di scatto del processo di arricchimento dell'uranio impoverito, un metallo estremamente duro usato nei missili anticarro per penetrare le armature. L'uranio impoverito è meno radioattivo dell'uranio naturale, che a sua volta è meno radioattivo dell'uranio arricchito.
Israele non ha una buona reputazione sulla veridicità delle sue affermazioni riguardanti l'uso di armi in Libano. Nel 1982 negò di avere usato armi al fosforo su aree civili-sino a che dei giornalisti non scoprirono dei civili morti o in punto di morte le cui ferite prendevano fuoco quando venivano esposte all'aria.
Io ho visto due bambini morti che, una volta presi da dei loculi di obitorio a Beirut ovest durante l'assedio israeliano della città, hanno improvvisamente preso fuoco. Israele ha, ancora una volta, ufficialmente negato l'uso del fosforo in Libano durante l'estate - eccetto che per “illuminare” gli obiettivi - persino dopo che dei civili furono fotografati negli ospedali libanesi con ustioni consistenti con l'uso di munizioni al fosforo.
Poi, una domenica, Israele ha improvvisamente ammesso di non aver detto la verità. Jacob Edery, il ministro israeliano incaricato delle relazioni tra governo e Parlamento, ha confermato che granate al fosforo sono state usate in attacchi diretti contro Hizbollah, aggiungendo che “secondo la legge internazionale l'uso di munizioni al fosforo è autorizzato e che l'esercito israeliano si attiene alle regole internazionali”.
Mark Regev, portavoce del ministro degli esteri israeliano, alla domanda fatta da The Independent se l'esercito israeliano avesse usato munizioni all'uranio in Libano quest'estate, ha detto: “Israele non usa alcun armamento che non sia autorizzato dalla legge internazionale o dalle convenzioni internazionali”. Questo, però, porta più domande che risposte. Molte leggi internazionali non considerano le moderne armi all'uranio perché non erano state inventate quando furono stabilite regole umanitarie come le Convenzioni di Ginevra e perché i governi occidentali rifiutano ancora di ammettere che il loro uso può causare danni a lungo termine alla salute di migliaia di civili che vivono nell'area delle esplosioni.
Le forze americane e britanniche hanno usato centinaia di tonnellate di testate all’uranio impoverito (DU [Depleted Uranium n.d.t.]) in Iraq nel 1991- le loro ogive penetranti rinforzate erano fabbricate con i prodotti di scarto dell'industria nucleare- e cinque anni dopo un'epidemia di cancro è emersa in tutto il sud dell'Iraq.
Le iniziali valutazioni dell'esercito Usa mettevano in guardia contro gravi conseguenze per la salute pubblica se tali armi fossero state usate contro veicoli corazzati. Ma l'amministrazione Usa e il governo britannico hanno poi fatto di tutto per sminuire queste affermazioni. Eppure i casi di cancro hanno continuato a diffondersi insieme a resoconti sul fatto che i civili in Bosnia- dove l'uranio impoverito era pure stato usato dall'aviazione della Nato- stavano soffrendo di nuove forme di cancro. Le bombe all'uranio impoverito furono ancora una volta usate nell'invasione anglo americana dell' Iraq nel 2003 ma è troppo presto per registrare un qualche effetto sulla salute.
“Quando un penetratore all'uranio colpisce un obiettivo duro le particelle dell'esplosione rimangono per tantissimo tempo nell'ambiente,” ha affermato il Dr Busby ieri. “Esse si diffondono su lunghe distanze. Possono essere inalate sin dentro i polmoni. L'esercito sembra davvero credere che questa roba non sia così pericolosa come invece è”. Eppure, perché Israele dovrebbe usare una tale arma quando degli obiettivi- come nel caso di Khiam, ad esempio- che sono a sole due miglia dal confine israeliano? La polvere espulsa dalle munizioni all'uranio impoverito può volare oltre i confini internazionali, proprio come il gas al cloro usato da entrambe le parti in combattimento negli attacchi della prima guerra mondiale spesso ritornava addosso a chi lo aveva lanciato.
Chris Bellamy, professore di scienza e dottrina militare alla Cranfield University, che ha commentato il resoconto di Busby, ha detto: “Alla peggio si tratta di una qualche arma sperimentale con una componente all'uranio arricchito presente con uno scopo che ancora non conosciamo. Come ipotesi migliore- se ci è permesso dirlo- questo fatto mostra un atteggiamento menefreghista nell'uso dei prodotti nucleari di scarto.”
I campioni di terreno provenienti da Khiam- luogo di un tristemente noto campo di tortura nel periodo in cui Israele aveva occupato il Libano meridionale 1978 il 2000 ed una roccaforte di prima linea di Hizbollah nella guerra di quest'estate- è una porzione di terra rossa colpita da un'esplosione; il rapporto isotopico era di 108, indicante la presenza di uranio arricchito. Il resoconto di Busby afferma che “saranno probabilmente significativi gli effetti sulla salute delle locali popolazioni civili in seguito all'uso di grossi penetratori all'uranio e alle grandi quantità di particelle respirabili di ossido di uranio presenti nell'atmosfera... Raccomandiamo che l'area venga esaminata alla ricerca di ulteriori tracce di queste armi con l'obiettivo di bonificarla.”
Quest'estate la guerra in Libano è iniziata dopo che i guerriglieri di Hizbollah hanno attraversato la frontiera libanese con Israele, catturato due soldati israeliani e ucciso altri tre, scatenando un massiccio bombardamento da parte di Israele di villaggi, città, ponti e infrastrutture civili del Libano. I gruppi che si occupano di diritti umani hanno affermato che Israele ha commesso crimini di guerra quando ha attaccato i civili, ma che anche Hizbollah era colpevole di tali crimini perché aveva lanciato missili in Israele che erano riempiti di contenitori con sferette che trasformavano tali razzi in primitive bombe a grappolo monouso.
Molti libanesi, però, hanno concluso da tempo che l'ultima guerra in Libano è stata un test degli armamenti per americani e iraniani, che, rispettivamente, rifornivano Israele e Hizbollah di munizioni. Proprio come Israele ha usato ancora non sperimentati missili Usa nei suoi attacchi, così gli iraniani sono stati capaci di mettere alla prova del fuoco il razzo che ha colpito una corvetta israeliana lungo la costa libanese, uccidendo quattro marinai israeliani e quasi affondando l'imbarcazione dopo un incendio a bordo durato 15 ore.
Non è ancora nota quale sia l'utilità per i fabbricanti di armi degli ultimi risultati scientifici sul potenziale uso di armi all'uranio nel Libano meridionale. E non è noto nemmeno il loro effetto sui civili.
Robert Fisk
Fonte: http://news.independent.co.uk
Link: http://news.independent.co.uk/world/fisk/article1935945.ece
28.10.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO
Nota di Marzian:
Jonathan Cook aveva già fatto notare la spiacevole abitudine di Robert Fisk nel affibiare ad Hizbullah più colpe del dovuto. Ancora una volta ci troviamo in questa situazione. Fisk afferma che:
- Hizbullah ha sconfinato in Israele.
Da fonti indipendenti sembra proprio che sia stato Israele a violare la sovranità territoriale libanese. Si vedano:
Les agences de presse occidentales victimes consentantes de la censure militaire israélienne, 18 juillet 2006
Kidnapped in Israel or Captured in Lebanon? Official justification for Israel's invasion on thin ice, by Joshua Frank, July 25, 2006
Who Really Started the War Against Lebanon? A team of Israeli lawyers are suing the Lebanese government for starting the war, by Trish Schuh, August 15, 2006
- Quella di Israle è stata una "reazione".
In realtà pare che la guerra fosse già stata decisa ed accordata con i partener da diverso tempo, e lo stesso Fisk l'ha ammesso! Si vedano:
Robert Fisk: As the 6am ceasefire takes effect... the real war begins, Published: 14 August 2006
WATCHING LEBANON, Washington’s interests in Israel’s war, by SEYMOUR M. HERSH, Issue of 2006-08-21, Posted 2006-08-14.
Cheney orchestrated Israel’s losing war, by Michael Carmichael, August 14, 2006
Fisk continua poi a ripetere che è l'Iran a fornire armi ad Hizbullah. Può fornire uno straccio di prova?
-- Marzian
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Diamoci tempo (speed limit)
Un commento di Debora al post precedente mi spinge ad alcune considerazioni rafforzative del post stesso, credo non del tutto banali.
- La Co2 nell'atmosfera non è un male di per sè, le piante altrimenti non vivrebbero, non farebbero la fotosintesi e non ricostituirebbero l'ossigeno dell'aria.
- Un riscaldamento globale moderato può essere sopportabile o persino benefico, specie in presenza (come appare da numerosi studi) di un trend naturale del pianeta verso il raffreddamento, verso una lenta glaciazione.
Il problema vero però è il tempo. C'è troppa Co2 nell'aria perchè la sua produzione è troppo veloce e massiccia in relazione alla capacità dell'organismo Terra di smaltirla.
Il ricaldamento conseguente è troppo veloce perchè l'organismo Terra, e la specie umana, possano adattarvisi.
Tutto sta succedendo troppo in fretta. Ovvero: Usa e Europa stanno riducendo troppo lentamente le loro emissioni e Asia, Cina e India le stanno aumentando troppo velocemente.
Ci vuole una regola comune di tempo calibrata sulla non-apocalisse. I Paesi più ricchi in un senso e i più poveri nell'altro.
Vediamo la questione tempo anche sulle nostre vite. Oggi ci vengono prospettati scenari tutti con un presupposto. Il tempo è il tempo del turbo-capitalismo, che non si discute.
Il primo scenario dice: tra 24 anni andiamo dritti all'Apocalisse, all'inabitabilità dell'80% del pianeta.
Il secondo dice: entro 10 anni (e poi altri 14) dobbiamo drasticamente cambiare stile di vita, nei fatti riducendo di botto larghe fette del nostro benessere materiale. E non si sa se ci salveremo.
Il terzo dice: puntiamo tutto sulla grande roulette della scienza e dell'innovazione, cerchiamo di essere più ricchi possibile per finanziarla, e alla via così, a vele spiegate nella tempesta.
Personalmente li considero sbagliati tutti e tre. Perchè non considerano la possibile mutazione del tempo turbo-capitalistico. Questa è la sostanza della mia tesi sullo sciopero mondiale.
Il tempo rimargina le ferite, vecchio proverbio. Il tempo e la pausa generano l'autopoiesi. Il tempo, e le pause, consentono di controllare il flusso di emissioni. Il tempo è necessario a che la ricerca, l'invenzione, l'innovazione industriale, il mutamento culturale si consolidino, irrobustiscano, divengano affidabili, si diffondano e generino i risultati finali attesi. Magari dopo prove e riprove, come è sempre avvenuto.
Lo sanno bene i pescatori europei, con il loro periodico riposo biologico del mare. Mentre quelli statunitensi sono disperati perchè non esiste analoga legge nel Maine o sulle coste nord-americane.
Noi rischiamo, nel migliore dei casi, una transizione rapida e profonda, quindi dolorosa e forse obbligata. Con il tempo a nostro favore la transizione può divenire molto più affrontabile, cosciente, persino creativa.
Nella transizione rapida, competitiva con la malattia del pianeta, noi avremo una vita senza tempo, irta di difficoltà. E alla fine meno reddito reale e più frugalità in cambio della semplice sopravvivenza.
Nella transizione a tempo regolato sul monitoraggio scientifico del pianeta, noi avremo meno reddito materiale ma più tempo (un'altra forma di ricchezza), e quindi non ne ricaveremmo solo un danno di vita, e un abbassamento assoluto e repentino nella qualità della vita.
La transizione regolata sul tempo ci darà qualcosa in cambio. Alla fine, dato che con il tempo regolato è abbastanza sicuro che ce la faremo avremo anche un altro grande regalo: la tranquillità psicologica sul futuro. Avremo quindi non sopravvivenza nevrotica ma una Vita, diversa (e forse persino migliore).
Alla fine potremmo persino uscirne con un gioco win-win, tra di noi e con il Pianeta.
Io sono quindi (a parità di tutto il resto) per regolare anche il tempo del turbocapitalismo.
Questo il mio messaggio personale a Pecoraro Scanio e a Clini che vanno a Nairobi.
P.s. Mi piacerebbe che una squadra di economisti, climatologi e geografi riuscissero a creare un modello di simulazione sufficientemente valido per rispondere alla seguente domanda: qual è lo speed limit attuale della Terra e dell'Umanità?
www.caravita.biz
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Putin, il senso distorto del potere
David Bidussa
Questo articolo è apparso su Il Secolo XIX.
Nella vicenda che in queste settimana ha coinvolto il Presidente israeliano Moshe Katsav, sorprendentemente Vladimir Putin ha ritrovato spigliatezza di parola. Così è sceso in campo a difendere il presidente israeliano sull’orlo dell’incriminazione e, convinto di fare un battuta ad effetto a microfoni spenti (che invece erano accesi) ha espresso al Primo ministro israeliano le sue congratulazioni per le “prestazioni” di Katsav: “si è rivelato davvero un uomo potente! Ha stuprato dieci donne, siamo tutti invidiosi”.
Se volessimo limitarci a una osservazione sullo stile, fatte le debite proporzioni, si potrebbe osservare che l’on. Silvio Berlusconi ha fatto scuola (qualcuno ricorderà le facili battute a proposito di Massimo Cacciari nella conferenza stampa con il primo ministro danese o gli apprezzamenti non proprio diplomatici con il primo ministro finlandese). Ma la questione, in questo caso, non riguarda la buona educazione. E’ la condizione dello scenario russo a obbligarci a una diversa valutazione. L’esternazione su Katzav e il silenzio su molte altre questioni da parte di Putin, infatti, vanno lette insieme, come un modo di pensare il potere, di incarnarlo e di mantenerlo.
Non più tardi di due settimane fa Putin, in seguito all’assassinio di Anna Politkovskaya – la giornalista russa che con costanza da almeno cinque anni criticava la deriva autoritaria del potere russo – ha impiegato tre giorni prima di prendere pubblicamente la parola e promettere un’inchiesta e un’indagine approfondita. E’ interessante sottolineare in quale occasione e in quale luogo ha reso quella dichiarazione. La scena infatti non avveniva a Mosca, ma a Dresda, al termine di un colloquio con il cancelliere tedesco, Angela Merkel, il 10 ottobre (la Politkovskaya è stata uccisa il 7 ottobre a Mosca). In quell’occasione Putin ha condannato “l’orribile” assassinio della giornalista che aveva indagato sulle atrocità in Cecenia. Quella dichiarazione, che coincideva con lo svolgimento dei funerali della Politkovskaya a cui nessun rappresentane del governo e delle istituzioni si è fatto vivo, aveva infatti anche un valore “commerciale”: la possibilità di un accordo sulla questione del gas russo (una delle risorse di lungo periodo su cui la Russia scommette per il suo rilancio industriale e finanziario).
Anche per questo quella esternazione appariva poco credibile. Infatti: avveniva sotto l’ondata di uno stupore internazionale per il suo silenzio ed era resa “lontano” da casa sua, più a uso e consumo della “politica estera che di quella interna.
Tutto questo rispecchia una condizione politica della Russia di oggi su cui è bene riflettere.
L’assassinio della Politkovskaya non è l’unico; si colloca in una lunga serie di uccisioni che hanno colpito vari settori della società civile russa negli ultimi dieci anni (anche se con una prevalenza impressionante di giornalisti). Più generalmente la sceneggiatura di questo delitto si ritrova regolarmente nelle vicende che hanno sempre contrassegnato, in molte altre occasioni e Paesi, il rapporto inquieto e conflittuale tra stampa e potere nei momenti inquieti del passaggio del potere verso forme autoritarie.
La convinzione di Anna Politkovskaya era che ciò che stava accadendo in Cecenia aveva una stretta relazione con la qualità della democrazia politica russa, soprattutto con la libertà di informazione. Almeno da tre punti di vista questo è vero a maggior ragione dopo il suo assassinio.
1) I tragici fatti di Breslan (200 morti tra membri del gruppo terroristico e ostaggi) nel settembre 2004, soprattutto il modo di gestire l’emergenza nei giorni del sequestro e poi di controllare l’informazione sulla sua tragica conclusione, erano stati indicati da Anna Politkovskaya come l’evento che simbolicamente aveva rappresentato un salto di qualità nella progressiva restrizione della libertà di informazione.
2) Il controllo dell’opinione pubblica attraverso il sistema televisivo. I due network televisivi fondamentali (Ort e Rtr) sono strettamente controllati dal governo centrale, o da amici di Putin.
3) L’uccisione di Anna Politkovskaya avviene in un contesto in cui altre morti sono state significative. Una soprattutto: quella del vice governatore della Banca centrale Andrei Kozlov (avvenuta il 13 settembre scorso), ovvero dell’uomo che ha tentato di costruire un sistema finanziario trasparente nella Federazione russa.
Dal 2004, dopo Breslan, si è aperta una riforma del potere reale senza controllo da parte dell’opinione pubblica. Non è detto che i mandanti dell’assassinio di Kozlov e quelli di Anna Politkovskaya siano gli stessi, ma il messaggio che hanno inviato è identico. La società va governata senza discutere il potere reale e senza criticare il centro del potere. E la stampa è tollerata solo se non fa il proprio mestiere. Prova ne sia l’episodio della clamorosa gaffe su Katzav che nonostante sia stata pronunciata di fronte a decine di giornalisti russi è stata riportata solo da uno di loro, Andrei Kolesnikov, del quotidiano Kommersant l’unico a mantenere una certa indipendenza. L’unico a rompere la consegna del silenzio.
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ELEZIONI: KINSHASA, TESTIMONIANZE DAI SEGGI… ORMAI CHIUSI
“Abbiamo terminato lo spoglio, affisso i risultati e preparato i plichi contenenti tutte le schede. Non ci resta che attendere che il personale della commissione elettorale passi a ritirarli” racconta alla MISNA Lisette Ngoie, responsabile di un centro elettorale – uno degli 8.500 della capitale Kinshasa e dei 50.000 di tutto il paese – presso il complesso scolastico Mamam Soki del quartiere di Mbaca. Lisette Ngoie conferma alla MISNA che nel suo seggio, come nel resto della capitale, le operazioni di voto si sono svolte senza incidenti e che l’organizzazione è stata migliore rispetto al primo turno: il materiale è arrivato sufficientemente in anticipo e gli elettori erano già “rodati” dopo il voto del 30 luglio scorso. “Nel mio ufficio – dice al telefono alla MISNA – su 353 iscritti, hanno votato in 260. Il vice-presidente Jean-Pierre Bemba ha raccolto 221 preferenze, contro i 37 voti del capo di Stato uscente Joseph Kabila”, un risultato che non può però essere interpretato come una tendenza nazionale. “Domani tornerò a essere disoccupata come la maggior parte dei giovani della capitale” confida Lisette, 30 anni, stanca dopo due notti e due giorni di lavoro no-stop, ma davvero entusiasta per avere partecipato allo svolgimento di questo processo elettorale, il primo voto per lei e per la maggior parte dei congolesi. Sullo svolgimento tranquillo del ballottaggio – malgrado i timori rilanciati da alcuni organi di stampa, soprattutto internazionali – si è espressa anche la missione dell’Onu (Monuc), in un comunicato diffuso oggi e di cui la MISNA ha ricevuto copia, in cui si “rende omaggio al popolo congolese per la calma e la disciplina di cui ha dato prova ancora una volta” e si invita la popolazione “a continuare a dimostrare calma”. Deplorando “gli atti di violenza avvenuti nella provincia Equatoriale, e in particolare a Bikoro e a Bumba”, la Monuc ha infine invitato i candidati alle presidenziali e alle provinciali, i loro sostenitori e i mezzi d’informazione “a evitare di lanciarsi in una guerra di cifre inutile e dannosa”.http://www.misna.org/
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Pakistan, bombe sulla madrasa
Uccisi 80 terroristi per l'esercito. Studenti secondo i residenti
Una distesa di lettini di legno disposti in file ordinate sotto il sole nella piana di Khar, davanti alle rovine della scuola coranica di Chingai. Sullo sfondo, a pochi chilometri, le montagne che segnano il confine con l’Afghanistan. Su ogni lettino, avvolto in lenzuola sporche di sangue, il cadavere, o pezzi di un cadavere. Ottantatre in tutto. Insegnanti e studenti – dagli otto ai vent’anni – della madrasa bombardata e distrutta questa mattina prima dell’alba dai missili lanciati dagli elicotteri da guerra dell’esercito pachistano. Che afferma invece di aver ucciso 83 “sospetti terroristi” di al Qaeda.
“Erano tutti sospetti terroristi”. Il raid aereo è scattato alle 5 di mattina. Obiettivo: la madrasa Zia-ul-uloom Taleem-ul-Quaran, un edificio isolato nei pressi del villaggio di Chingai, 10 chilometri a nord di Khar, la città principale della regione tribale di Bajaur.
Secondo il generale Shaukat Sultan, portavoce dell’esercito di Islamabad, la madrasa era un obiettivo legittimo in quanto “era utilizzata dai terroristi di al Qaeda come campo di addestramento, non come scuola di teologia islamica”. La prova? A dirigerla era il focoso teologo locale Maulana Liaqatullah, esponente del gruppo islamico Terhrik Nefaz-e-Shariat Muhammad, bandito dal governo per i suoi presunti legami con al Qaeda.
“Un attacco made in Usa”. Ma i residenti del villaggio sostengono che nella scuola – certamente una delle tante madrasa pachistane in cui si insegna l’islam integralista deobandi (variante indo-pachistana del wahabismo) – si trovavano solo studenti e insegnanti. Lo conferma lo stesso ministro pachistano per la Frontiere Nord-Occidentali, Siraj-ul-Haq, che dopo essersi recato sul luogo del bombardamento si è dimesso dal suo incarico in segno di protesta contro quello che ha definito un “criminale attacco condotto dagli Stati Uniti e dai loro alleati”, un attacco di cui il governo pachistano si sarebbe addossato la responsabilità “per compiacere il suo padrone, gli Stati Uniti”.
La strage di Damadola. Chingai si trova vicino a Damadola, il villaggio bombardato dall'aviazione Usa lo scorso 13 gennaio in un raid che uccise almeno 18, forse 30 civili nel villaggio pachistano di Damadola, a pochi chilometri dal confine afgano. Un attacco sferrato con missili lanciati da velivoli telecomandati Usa ‘Predator’ e organizzato dalla Cia allo scopo di eliminare l’ideologo di al Qaeda e braccio destro di bin Laden, il medico egiziano al Zawahiri. Che però, secondo i sempre ben informati servizi segreti pachistani (Isi), non si trovava a Damadola. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6613
Enrico Piovesana
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Il divorzio ai tempi dell'islam (e dei blog)
Ma voi, un divorzio islamico lo avete mai veramente visto?
Io no.
Cioè, aspetta: adesso mi guardo il mio.
Perché una ne sente parlare, gliene raccontano, ne vede attorno a sé ma, come dire, non riesce mai a trovare una chiave che renda emblematico ciò che vede. Nulla che accresca le sue conoscenze, nulla di abbastanza significativo da valere la pena di raccontarlo.
Io, un divorzio in grado di condurre a conclusioni generali autentiche, insomma, e non tirate per i capelli allo scopo di dimostrare una teoria politica o un'altra, non lo avevo ancora mai visto.
E invece, siccome a questo blog succedono cose strane, un bel giorno eccolo qua, il divorzio che non si può non raccontare: è il mio, appunto.
Sembra fatto apposta: lui sposa islamicamente Lia di Haramlik perché è lei, raccontatrice di arabeggianti vicende. E lei sposa islamicamente il Mullah di noialtri perché è lui: uno che, da queste parti, rappresenta l'islam non solo per come è ma – soprattutto – per come dovrebbe essere.
Doveva proprio succedere, si vede.
L'amore – sì, c'è stato anche quello, eccome se c'è stato – non l'ho (quasi) raccontato.
Qualche accenno a certe islamiche triangolazioni tra mogli in contemporanea, giusto quello. Accenni intrigati, prima, e poi via via più esauriti, ché giuro che non ricordo di avere mai vissuto nulla di più stralunante di 'sto condominio sentimentale che un giorno racconterò ai miei nipotini e che – devo ammetterlo – per quanto sostanzialmente tragico ha avuto dei momenti che definire esilaranti è poco.
Ma l'amore non è emblematico, cosa vuoi raccontare?
E' venuto, ha fatto un casino che bastava la metà e poi se ne è andato.
Come tutti gli amori del mondo.
Rimane il divorzio, come dicevo, e – soprattutto – rimane il fatto che, stralunata, non lo sono più.
E mi sta accadendo una delle cose più interessanti del mondo: la diretta di quello che succede, in questo paese, a un bel numero di donne, musulmane e non, immigrate e non, dal momento in cui si ritrovano in questo mondo parallelo fatto di luoghi di culto non riconosciuti come tali, dove si celebrano matrimoni che non valgono nulla se non dal punto di vista morale e religioso e che, infine, divorziano senza giudici e senza regole, senza una rete sociale di sostegno e senza nessuno da cui potersi andare a lamentare se ne escono a pezzi.
Dici che me lo dovrei perdere?
Be': non ci penso nemmeno.
Ne voglio esplorare ogni risvolto, santo cielo: ce ne sono gli estremi, ce ne è la possibilità e sarebbe criminale non farlo.
Una diretta così, secondo me, da queste parti non si è vista mai.
Ce ne sono gli estremi perché questo non è un divorzio dall'esito definito: ci sono cose su cui stiamo discutendo senza trovare un accordo.
Chi mi legge lo sa: qua siamo abbastanza sportive su tante cose ma abbiamo un punto debole su cui ci irrigidiamo un attimo, ed è l'islam.
Da sempre.
E' un piccolo punto sensibile, che ci vuoi fare.
Per cui: tu puoi venire, fare il fidanzato, proporti come qualunque laico normale e giochiamo sereni, non succede niente.
Ma se vieni impugnando un Corano, ragazzo, poi 'sto Corano lo devi rispettare.
Mica ci giochiamo, qua, su queste cose. Mica puoi usarlo come se fosse il macchinone sportivo con cui fare colpo sulla squinzia, l'islam. E proprio con me, poi.
E se mi tocca ritrovarmi a doverlo difendere pure da qualche musulmano d'Italia, questo benedetto islam, pazienza: non sarà la cosa più strana che io abbia fatto in vita mia, dopotutto.
Ce ne è la possibilità perché ci sono blog su cui raccontarla e da cui monitorarla, questa cosa.
Ne posso descrivere le varie fasi e raccogliere pareri, testimonianze e punti di vista. Si può fare il divorzio islamico più corale d'Italia, e altro che"dialogo interculturale", ne verrebbe fuori. Se consideri che l'accusa per eccellenza che viene rivolta all'islam italiano è proprio quella di muoversi in semiclandestinità, dimmi tu perché ci si dovrebbe mai perdere una botta di trasparenza simile. Dico io.
E sarebbe criminale non farlo perché, come accennavo prima, qui c'è una questioncella politica che mi pare di una certa rilevanza: la donna nell'islam, massì. Proprio lei. Qua, in Italia.
Perché, francamente, a me pare che le musulmane stiano messe molto, molto peggio qua che nei loro paesi d'origine. Perché qui manca la rete di protezione sociale che hanno là, semplicemente. L'argomento è più che esteso, ma limitiamoci per il momento al nostro tema: qui succede che, se devi divorziare (o essere divorziata, come normalmente accade), la stessa moschea o organizzazione che stipula i contratti di matrimonio - rilasciando tanto di certificati con tanto di clausole da sottoscrivere per le spose, firme e numero di carta d'identità dei testimoni e via dicendo - si dichiara completamente incompetente ad operare un qualsivoglia tipo di verifica sulla legittimità dell'operato del marito e sul trattamento che i tuoi diritti – quelli spiegati nel Corano, mica paglia - si ritrovano a subire durante il matrimonio stesso e nel momento in cui finisce.
Ti sposano e se ne lavano le mani, insomma, perché – si sa – qui "un giudice islamico non esiste": ne consegue che, di fatto, una donna musulmana si ritrova a subire in Italia forme di discriminazione che magari non subirebbe in un paese dove vige il diritto islamico e dove, quindi, esistono le strutture chiamate a farlo rispettare. Paradossale ma vero.
Ora: è proprio sulla questione del mancato rispetto dei diritti delle donne, che l'islam si è costruito una pessima quanto inscalfibile reputazione. Mi sta benissimo che i musulmani rispondano alle accuse che gli vengono rivolte distinguendo tra "incrostazioni culturali" locali e islam vero e proprio, e proponendo una visione della dignità femminile alternativa rispetto allo stile di vita occidentale: è un discorso che ho sempre preso sul serio e, di fatto, sono convinta da anni che stia proprio nella carica valoriale della sua proposta di modello sociale alternativo, la forza dell'islam.
E' necessario essere coerenti, però. E' necessario essere cristallini e, soprattutto se si ha un ruolo di responsabilità, è necessario essere anche di esempio.
Voglio essere chiarissima, su questo punto: un islam vissuto fuori dal proprio tradizionale territorio e privo di istituzioni che ne facciano applicare le norme è affidato, di fatto, al senso etico dei singoli musulmani. L'esempio dato da chi ha delle responsabilità, quindi, è di importanza vitale tanto all'esterno quanto, e soprattutto, all'interno. Il comportamento personale di un dirigente musulmano, in Occidente, è quanto di più politico io possa immaginare.
Che volete che vi dica: io proprio non lo capisco, come sia potuto saltare in testa a uno di questi personaggi di leggere il mio blog, presentarsi da me che, appunto, sono una che scrive di 'ste cose, trascinarmi di peso in una moschea perché senza matrimonio islamico non potevamo "restare dietro una porta chiusa" e, una volta fatto tutto ciò, proiettarmi il filmone di un islam identico a come lo vede la Padania , che a un certo punto ho cominciato a chiedermi se per caso stessi vivendo sul set di un reality neocon messo su allo scopo di punirmi per le mie posizioni politiche, piuttosto che nella mia vita.
Bah.
Poi, guarda: una è comprensiva e ci si mette, nei panni altrui. La differenza tra ideali e debolezze personali la vede. I limiti, le nevrosi, lo scollamento tra detto e agito li abbiamo tutti, in ogni cultura e latitudine. Soprattutto, venendo da un po' di anni in Egitto, mi è sempre stato chiaro che il fatto che un singolo uomo possa essere – uhm – stranino, nulla toglie e nulla aggiunge all'islam in sé.
Mettiamola così.
Io poi avevo la fortuna di non avere praticamente mai parlato di islam italiano: le contraddizioni che coglievo mi mettevano in crisi relativamente, quindi. Lì per lì, almeno. E tuttavia ho smesso di scrivere, a un certo punto.
Ho dovuto.
Ho smesso di scrivere, ho smesso di parlare, ho smesso di "sapere". Mi sono trasformata in una lavagna bianca: ho aperto occhi e orecchie e mi sono assorbita il film. Tutto.
E poi mi sono incazzata.
Ci ho messo un secolo, ad incazzarmi. Faccio fatica a situare con esattezza il momento in cui ho smesso di vedere 'sto eroe dell'islam da un punto di vista personale e sono tornata ad attribuirgli ruoli e responsabilità che non riguardano né me né lui ma una causa tutta.
Le gocce che fanno traboccare i vasi sono, appunto, gocce.
E poi ho guardato il soffitto per un po' di notti.
E pensavo che una classe dirigente islamica non può permettersi di giocare con cose islamicamente serie come il matrimonio, rilasciando e firmando certificati che suppongono l'assunzione di impegni specifici in nome di valori specifici, e poi decidere a discrezione propria se rispettarne i risvolti pratici o no, con te che non ci puoi fare niente. Non dipende da te, non hai voce in capitolo.
E pensavo a quelle donne che, con meno risorse della sottoscritta, si consegnano tutte intere nelle mani di uno di questi dementi, magari seguendolo da un paese all'altro, abbandonando la famiglia, rompendo col proprio ambiente e chissà che altro. Pare che generalmente se ne occupi la Caritas, di queste donne. Che alcune finiscono in strada a prostituirsi, che altre vivono di pubblica carità, che chissà come diavolo lo sbarcano, il lunario, mentre, da qualche parte, c'è un tizio che sospira, un po' compiaciuto: "Eh, lo so, dovrei aiutarla, ma come faccio, ho giusto i soldi per la benzina della Honda…"
E alla fine ho pensato che non è l'unico, lui, ad avere delle responsabilità legate al fatto di avere una voce pubblica.
Che, nel mio piccolo, delle responsabilità ce le ho anche io.
Che, se hai una voce, la devi usare per raccontare le cose che non vanno, quando ti capita di incapparci.
E questa, santo cielo, è davvero una cosa che non va.
Che cosa chiedo.
Chiedo un divorzio - e dei divorzi in generale, a prescindere dal mio - la cui correttezza islamica, a partire dai suoi risvolti pratici, sia verificata da una commissione appositamente costituita.
Voglio vedere se ci riesco.
Se esiste nelle diverse organizzazioni islamiche la volontà di farla, una cosa simile, oppure no e, in questo caso, perché.
E voglio fare la conta – pubblica – di chi è d'accordo e chi no.
A partire dalle donne musulmane, a cui vorrei chiedere di pronunciarsi con chiarezza su questa cosa.
A partire, in particolare, dalle commissioni islamiche femminili (vedi, ad esempio, la Commissione per le Pari Opportunità recentemente creata nell'UCOII), a cui vorrei offrire una splendida occasione di dimostrare di essere qualcosa di meglio di una semplice operazione di maquillage per fare contenti i giornali.
E' un concetto semplice, il mio: se si celebrano matrimoni – e mi risulta che il matrimonio islamico venga usato pure come escamotage, teorizzato e rivendicato, per mandare in spose minorenni immigrate a cui il giudice tutelare nega il permesso di sposarsi civilmente – è necessario che ci siano anche delle sedi chiamate a pronunciarsi sul rispetto delle regole che ne stanno alla base.
Un'authority composta da uomini e donne provenienti da una pluralità di organizzazioni e capace di assumersi la responsabilità di dire pubblicamente chi ha ragione e chi ha torto di fronte ai contenziosi.
Mi parrebbe un salutare momento di crescita.
Un buon esempio e, anche, un freno all'attuale impunità.
Altrimenti, santo cielo, abbiano il coraggio di non sposarsi.
Abbiano il coraggio di lasciarsi andare ai propri desideri carnali senza nascondersi dietro un malutilizzato Corano.
Abbiano il fegato di non dire né dirsi bugie e, soprattutto, di non ostentare valori islamici nascosti dietro queste barriere di balle.
Scendano dal piedistallo coranico e facciano l'amore come tutti, senza millantare superiorità morali.
Dico io.
Non si può avere tutto: se vuoi la superiorità morale, devi pagarne il prezzo e assumertene gli oneri.
Altrimenti, Rais, benvenuto tra noi.
Ti preparo un whiskino, se vuoi.http://www.ilcircolo.net/lia/
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Milorad Dodik: prima il governo, poi la Costituzione
Conclusa la tornata elettorale in Bosnia Erzegovina, le dichiarazioni del leader dell'Unione dei socialdemocratici indipendenti, il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti in Republika Srpska
Di D. Muminovic, Nezavisne Novine 22 ottobre 2006 (tit. orig. Milorad Dodik: Prvo formiranje vlasti, pa promjena Ustava)
Traduzione per Osservatorio Balcani: Ivana Telebak
Milorad Dodik L'Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) non accetterà l'adozione di tutti i cambiamenti costituzionali prima della formazione del governo, ha detto ieri [21 ottobre, ndt.] Milorad Dodik, il premier della RS e il presidente della SNSD.
Dodik, che ha tenuto il discorso introduttivo alla consueta sessione dell'Associazione degli intellettuali indipendenti “Krug 99”, ha detto che, nonostante i cambiamenti costituzionali proposti non siano perfetti, la SNSD li sosterrà.
“Noi della SNSD non abbiamo in mente la secessione, ma pensiamo alle possibili alternative. Il problema è che i fattori politici in BiH [Bosnia Erzegovina] portano ancora il peso del passato. Dobbiamo accettare la BiH così come è per far sì che rimanga, cioè tutti in BiH devono accettare che la RS è una realtà. Purtroppo, esiste una parte dei media e dell'opinione pubblica che anatemizzano tutto quello che arriva dalla RS”, ha detto Dodik, sottolineando che bisogna creare una BiH reale e sostenibile.
“E' ora che Sarajevo accetti il fatto che la RS esiste e in base a ciò veda in che modo creare la BiH. Noi siamo sempre pronti per un dialogo e ad alcuni forse non piace il nostro essere aperti. L'idea dello stato civile per il quale voi come intellettuali vi impegnate è un'idea nobile ma in BiH per adesso si tratta solo di un'idea intellettuale e accademica che non è realmente possibile”, ha detto Dodik.
Dodik ha precisato che la SNSD si sta impegnando per una BiH su base federale, come uno Stato funzionale con chiare divisioni delle competenze e orientata sulla strada europea, aggiungendo che il suo invito per il referendum è stata una risposta agli inviti di abolire la RS.
Lui ritiene che sia del tutto naturale che il popolo più numeroso della BiH, quello bosgnacco, desideri arrivare al concetto “un uomo, un voto”, e che i popoli meno numerosi si difendano da ciò.
“I serbi desiderano una BiH funzionale, ma temono uno Stato unitario dove non vedono una garanzia per loro”, ha sottolineato Dodik.
Riferendosi al leader del Partito per la BiH e futuro membro della Presidenza della BiH, Haris Silajdzic, Dodik ha detto che è il seguace più ortodosso delle idee di Alija Izetbegovic riportate nella “Dichiarazione islamica”.
Lui ha sottolineato che la SNSD in Republika Srpska ha battuto “un partito bellico” e che nella propria lotta politica non vede niente che potrebbe portare a degli scontri.
Ha detto che coloro che hanno commesso i crimini di guerra vanno perseguitati finché sono biologicamente vivi e ha ricordato di aver espresso tale atteggiamento quando ancora in RS nessuno osava parlare di questo tema.
Parlando del rapporto verso le comunità religiose, Dodik ha sottolineato che la SNSD durante le scorse elezioni ha sconfitto l'ala radicale della Chiesa ortodossa serba, che stava accanto al SDS.
“Ma tra i bosgnacchi il personaggio politico principale è reis-l-ulema Ceric. Per questo a livello statale bisogna adottare la legge sulle comunità religiose per collocarle là dove è il loro posto in tutti paesi democratici”, ha detto Dodik.
Hidajet Repovac, il presidente del “Krug 99”, ha detto che gli alti funzionari della SNSD hanno espresso di loro iniziativa il desiderio di partecipare alla sessione, mentre l'invito di questa associazione precedentemente è stato rifiutato da Haris Silajdzic, Sulejman Tihic, leader del SDA, e poi Zeljko Komsic, il nuovo membro della Presidenza della BiH.
Rispettare l'Accordo sulla riforma della polizia
Milorad Dodik ha detto che la SNSD, se il lavoro della Direzione per la riforma della polizia entro il 15 novembre non dovesse rientrare nella cornice dell'Accordo sulla riforma, chiederà al Parlamento della RS lo scioglimento dell'accordo.
Dodik ha detto che non c'è niente da dire sulla riforma della polizia finché l'accordo precedentemente accettato non inizierà ad essere applicato.
“Non vogliamo essere come pecore guidate dai funzionari internazionali che, per le loro carriere, ci vendono la storia di cosa è bene e cosa non lo è. Se continueranno queste minacce, non ci lamenteremo se l'UE rifiuterà l'Accordo di associazione e stabilizzazione”, ha detto Dodik.
Spiric: la coalizione SDA-SBiH come inizio della divisione della BiH
Il vice presidente della SNSD, Nikola Spiric ha sottolineato che questo partito è pronto per il dialogo sulla formazione del governo.
Considerando che la SNSD non ha intenzione di chiamare l'SDS in aiuto, Spiric si è dichiarato contrario alla coalizione annunciata fra SDA e SBiH che ha definito come l'inizio dela divisione della BiH e un invito affinché ogni nazionalità vada per la propria strada.
“Siamo per il dialogo su tutto, ma per parlarci sono necessari degli interlocutori”, ha detto Spiric e ha valutato che la BiH nel prossimo periodo di quattro anni ha bisogno di un governo responsabile sia a livello statale che delle entità.
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India : leggi su violenze alle donne , va cambiata cultura
di Carla Amato
Gli ultimi provvedimenti approvati in India in favore delle donne hanno generato tumulto negli uomini indiani.
Dopo l'approvazione della legge che sancisce che le giovani sposate contro il loro consenso potrano ottenere l'annullamento del matrimonio, infatti, e' stata approvata la scorsa settimana, della legge sulla violenza domestica (stupro coniugale, abuso sessuale, fisico, psicologico o economico). Secondo gli uomini la legge sulla violenza domestica e' stata realizzata da "moderni sadici, dato che considera una serie di possibili "torture" per la donna.
A giudizio della giornalista Chandrima Bhattacharya, l'India e' la capitale del mondo della legislazione, nel senso che ama approvare leggi che non saranno mai messe in pratica, come quella sul divieto del lavoro minorile, sul quale invece poggia l'economia indiana. Percio' la nuova legge sulla violenza domestica, sara' un aiuto per molte donne, ma a suo avviso non sara' mai applicata per molte altre, soprattutto quelle che non leggono.
Secondo il Fondo per la popolazione dell'ONU, in India oltre due terzi delle donne sposate tra i 15 e i 49 anni, sono state picchiate, stuprate o obbligate a rapporti. Si arriva anche all'omicidio, da parte del marito o della famiglia di lui, insoddisfatta della dote. Nel 2005 sono stati oltre 6000 gli uxoricidi.
Questa situazione e' dovuta in parte anche alla piaga dei matrimoni infantili. Secondo il censimento del 2001, circa il 35% delle donne in India si sono sposate tra i 15 ed i 18 anni. Ma le modifiche introdotte dal governo permetteranno di dichiarare nullo il matrimonio delle giovani che sono state sposate senza il loro consenso sotto i 18 anni.
Gli emendamenti permettono alle ragazze di interrompere un matrimonio senza essere trattate come divorziate a fini legali, anche se il marito sara' comunque tenuto al loro mantenimento. Quest'ultimo dovrebbe essere un afficace deterrente alla pratica dei matrimoni infantili. Saranno comunque probabilmente introdotte anche sanzioni per chi partecipa a tali cerimonie.
Ma, come sottolinea la giornalista indiana, occorre modificare anche la mentalita', oltre alla legge, perche' la tradizione e' un fattore culturale molto forte sia per i perpetratori che per le vittime.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Brasile, il trionfo di Lula
Rieletto presidente con il 60%
Festa e caroselli a San Paolo e Rio: conquistati gli indecisi. Lo sfidante Alckmin sotto di 20 punti
di Leonardo Sacchetti
LULA CONFERMA le previsioni: è di nuovo presidente del Brasile con oltre il 60% dei voti, staccando di venti punti l’avversario Geraldo Alckmin, fermo al 40%. Ieri mattina, al momento di votare nel seggio del suo feudo di São Bernardo do Campo (nel sud di San Paolo), Lula aveva parlato già da presidente-eletto: Mercosur, ruolo delle imprese, lotta alla povertà e alleanze. «È un giorno magico per il Brasile - ha detto Lula, che è stato portato in trionfo fuori dalla scuola dalla gente -. Spesso le imprese dicono quel che non vogliamo sentire, ma stavolta le abbiamo ascoltate. Siamo pronti a costruire un'ampia alleanza per risolvere il problemi del Paese». La conferma della vittoria al ballottaggio è arrivata poco prima della mezzanotte (ora italiana). Con una velocità che ha sorpreso gli stessi funzionari del Supremo Tribunale Elettorale. Alle 19 locali si sono chiuse le ultime urne nello stato amazzonico dell'Acre, e alle 19,01 si conosceva già quasi l'80 per cento dei voti validi.
Immediati i festeggiamenti: Lula con il suo staff in un hotel di San Paolo, i suoi sostenitori con caroselli e clacson per le strade di San Paolo e di Rio.
Nelle ultime settimane Lula è riuscito a fare suo un 10% di indecisi che, in parte, al primo turno avevano voluto «punirlo» scegliendo altri candidati di sinistra. E tuttavia la nuova coalizione, il cui asse sarà il Pt (il Partito dei Lavoratori), avrà un compito difficile: trascinare il Brasile via da quella lenta crescita che lo ha trasformato, nell'ultimo anno, nel fanalino di coda delle economia di tutta l'America Latina. Un problema serio, che aveva alimentato le speranze del rivale, l'ex governatore di San Paolo, il socialdemocratico Geraldo Alckmin.
I 126 milioni di elettori (tutti i maggiorenni sono obbligati a votare) hanno scelto tra il Brasile dei poveri e delle opportunità per l'economia (Lula) e quello della deregolation pronta a premiare i migliori (Alckmin). Una semplificazione che ha messo da parte gli scandali di corruzione che hanno travolto i vertici del Pt ma che hanno mostrato tutti i limiti della proposta politica di Alckmin, delfino dell'ex presidente Cardoso. Un'eredità che Cardoso non gli ha mai apertamente concesso.
Lula, che ha compiuto 61 anni il 27 ottobre, resterà in carica fino al 2010 e non potrà correre per un terzo mandato: per lui almeno 55 milioni di voti, tre in più di quelli ottenuti nel 2002. Ha fatto il pieno di consensi nelle regioni più a sinistra, quelle del nord e del nord-est, nei comuni più piccoli e poveri e nelle aree di agricoltura familiare. Alckmin, un tecnocrate che aveva dalla sua la borghesia produttiva, non è riuscito a sfondare al centro anche per un'immagine fredda e perchè è stato visto come l'uomo delle privatizzazioni in un Paese in cui questa parola è quasi tabù.
A differenza del primo turno di quattro settimane fa (quando a Lula andò il 48,1% e ad Alckmin un sorprendente 41,6%), nei giorni scorsi i brasiliani hanno potuto vedere l'ultimo faccia-a-faccia televisivo tra i due candidati. In vista della prima tornata, Lula aveva evitato di affrontare i suoi rivali in diretta tv e i media brasiliani avevano giocato un ruolo rilevante nel far salire le percentuali per Alckmin. Venerdì scorso, il presidente brasiliano si è presentato all'ultima tribuna elettorale con spirito aggressivo, quasi a voler dimenticare quel 60% di consensi che tutti i sondaggi gli attribuivano.
I temi erano sempre gli stessi: economia, sicurezza e corruzione. Gli stessi ma con un'inversione di priorità, visto che per il primo turno proprio il tema degli scandali era stato il punto di forza di Alckmin mentre venerdì è stata la lenta economia del Brasile a farla da padrona, con Lula che ha ripetuto i risultati nella lotta alla povertà e alla disoccupazione e con Alckmin che gli rinfacciava di aver trasformato il Paese da locomotiva a semplice carrozza del boom economico regionale.www.unita.it
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Le Camere dopo il referendum? Premiati l'Ulivo e Forza Italia
Renato Mannheimer
Corriere della Sera
Tra i responsabili delle difficoltà in cui si dibatte il governo Prodi — ma accadrebbe, in misura maggiore o minore, per qualunque esecutivo — vi è il sistema elettorale attuale. La normativa che regola oggi le consultazioni politiche accentua l'instabilità e la frammentazione. Prima della sua entrata in vigore, lo avevano sottolineato — inascoltati — pressoché tutti gli osservatori e gli esperti del settore.
Adesso non rimane che riparare al danno: di qui la proposta del costituzionalista Guzzetta che verrà forse sottoposta a referendum. Essa prevede che il premio di maggioranza, oggi assegnato alla coalizione vincente formata da più partiti, venga attribuito direttamente al partito che ottiene più voti. In questo modo si intende favorire la formazione di agglomerati ampi, dotati però di una coesione interna maggiore di quanto non sia per le attuali coalizioni. Resterebbero immutate le soglie di sbarramento previste per le singole liste (4% alla Camera, 8% al Senato). Quali sarebbero gli esiti di una elezione condotta con queste nuove regole? È impossibile saperlo, soprattutto perché i partiti in lizza sarebbero diversi da quelli attuali.
Ogni legge elettorale provoca un mutamento nelle modalità con cui le forze politiche si presentano. E la proposta di Guzzetta in particolare è stata studiata proprio per sollecitare la modifica sostanziale dell'offerta politica.
È dunque per mera curiosità che abbiamo tentato di applicare le nuove norme agli esiti delle ultime elezioni. Emergono, tra gli altri, tre scenari. Il primo, che è anche il meno plausibile, prevede che i partiti si presentino tutti come ad aprile scorso. La soglia di sbarramento comporta la scomparsa della rappresentanza delle forze più piccole, presenti soprattutto nel centrosinistra. Ma, al tempo stesso, l'Ulivo diventa il primo partito e ottiene il premio di maggioranza. Di conseguenza, alla Camera, esso gode di un ampio vantaggio in termini di seggi, anche senza Rifondazione. Al Senato, tuttavia, accade l'opposto: se Ds e Margherita corrono separatamente, come è avvenuto alle ultime consultazioni (ma sarebbe insensato con le nuove norme), FI diventa il primo partito e conquista il premio di maggioranza. L'esito è quello di preponderanze contrastanti nei due rami del Parlamento. E la conseguente impossibilità di governare normalmente il Paese.
Lo scenario simmetricamente opposto — quasi altrettanto improbabile — vede l'insieme delle componenti attuali di ciascuna coalizione trasformarsi in partito. Il risultato, ovviamente, vede la replica del premio di maggioranza oggi assegnato alla coalizione. E riporterebbe gran parte delle difficoltà che stiamo vivendo in questo momento. Per fortuna, l'ipotesi più probabile è che si verifichi una situazione intermedia, con l'aggregazione in un unico partito delle forze che, in ciascuna coalizione, si sentono politicamente più vicine. In quest'ambito, le possibilità sono innumerevoli: quelle riportate in tabella non sono che due tra tante, forse nemmeno le più ragionevoli. Rimane in ogni caso la infausta possibilità di maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Provocata principalmente dall' obbligo di assegnare il premio di maggioranza al Senato considerando i risultati nelle singole regioni. È una norma assurda sul piano logico (il premio di maggioranza è concepito per consentire la governabilità del Paese nel suo insieme), ma, come spesso accade, al tempo stesso ineccepibile su quello giuridico-formale (la Costituzione prescrive che il voto al Senato è su base regionale). E porta a strane incongruenze. Ad esempio, a Ds e Margherita converrebbe presentarsi assieme in tutte le regioni (conquistano circa 20 seggi in più) tranne dove sono più forti, nelle regioni «rosse». Qui, infatti, i Ds restano comunque il primo partito, conquistando il premio di maggioranza, e la Margherita supera da sola la soglia di sbarramento, aggiungendo altri seggi...
È stato sottolineato che gli estensori della proposta non potevano, attraverso lo strumento referendario, mutare più incisivamente l'insensata normativa oggi in vigore. In ogni caso, già l'applicazione della loro idea porterebbe grandi vantaggi al sistema. Costringere le diverse forze politiche ad aggregarsi davvero in nuovi, organici partiti, anziché in coalizioni fragili e disomogenee come accade oggi, permetterebbe una semplificazione del quadro politico e, al tempo stesso, frenerebbe la paralizzante compresenza di componenti troppo diverse in un'unica formazione.
Ameno che, al solito, non si applichi la tradizionale furbizia all'italiana, costituendo nuovi, ampi partiti solo in vista delle elezioni, con l'intento di scioglierli successivamente. Per evitarlo, occorrerebbe mutare anche le norme di funzionamento delle Camere, ad esempio vietando, come accade in molti Paesi (come la Spagna), di costituire gruppi parlamentari non derivanti dal responso elettorale. Ma, purtroppo, si tratta di materia non sottoponibile a referendum.
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al regime al regime!
Berlusconi grida al regime, (sentito dalla sua viva voce, quindi non c'è da smentire) e prepara manifestazioni di piazza contro di esso. Mah, io ricordo le infinite disquisizioni durante il quinquennio berlusconiano su regime o non-regime, e ricordo le sprezzanti rispote di chi era di destra... E badate bene che io ho sempre sostenuto fosse sbagliato fare paragoni con ben altri regimi. Non è tanto la faccia tosta di certa gente che mi preoccupa, quanto la disponibilità dei loro elettori a dargli retta. Del resto sono ormai dodici anni che è così, dovrei aver perso la speranza ma sono un inguaribile illuminista in fondo
http://foglie.ilcannocchiale.it/
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Vedi alla voce Riforma
di Paolo Prodi
Quando una parola viene usata troppo frequentemente mi si accende nel cervello un campanello d’allarme e non resisto alla tentazione di reagire per cercare di impedire o almeno ostacolare la diffusione di un uso improprio dei termini. Già due anni or sono notavo su questo giornale che l’allora presidente del Consiglio Berlusconi si vantava di aver attuato più riforme lui in tre anni che i precedenti governi in mezzo secolo.
Proprio per questo mettevo in guardia la sinistra da un uso troppo disinvolto delle parole riforma e riformismo cercando di dimostrare, sulla base della storia politica e religiosa d’Europa che si trattava di un uso improprio.
La riforma e le riforme si definiscono in funzione di lotta contro la conservazione vista come non valore: riformatori sono tutti coloro che vogliono cambiare lo stato delle cose in un mondo i cui ordinamenti vengono visti come indecenti; le riforme sono tutti gli interventi diretti ad attuare mutazioni o modifiche di un’istituzione, di un ordinamento o di uno stato di cose “con lo scopo di migliorarli e renderli più giusti”. Diverso da quello della parola riforma è il significato della parola riformismo così come la parola riformatore è diversa da quella di riformista. Riformista e riformismo sono termini che si sono diffusi solo nel Novecento: non significano più la proposta di restaurare o instaurare una “forma” ideale della vita politica o religiosa, proposta a cui la parola ri-forma per natura sua è legata (un sistema di valori, una visione del mondo) ma servono per identificare una linea politica, alternativa a quella rivoluzionaria, come cammino, come processo che vuole modificare dall’interno il sistema senza distruggerlo.
Oggi, dopo la caduta delle ideologie, siamo tutti o quasi riformisti. Il guaio è che, appunto, si dicono tali anche i partiti e gli uomini della destra come quelli della sinistra. Tutti vogliono modificare il sistema, anche se in modi diversi: si pensa da parte di tutti che il “valore” consista nello stesso mutamento e con il declino delle ideologie come visioni totalizzanti del mondo - che nessuno può rimpiangere - sembrano scomparsi anche i fini ultimi dell’agire politico, gli unici che possono giustificare l’impegno al di là delle pur giuste ambizioni personali di gestione del potere.
A questo proposito quindi penso sia opportuno fare tre semplici riflessioni. La prima è quella che avanzavo già due anni fa. In un’età come la nostra, di democrazia matura, densa di pericoli di involuzioni e degenerazioni del sistema delicatissimo su cui la democrazia stessa si regge, non sempre le riforme sono un fenomeno positivo e in se stesse in ogni caso non racchiudono un valore garantito: la loro positività o negatività dipende soltanto dai contenuti, da ciò che si vuole cambiare e come. Molto spesso le riforme diventano delle contro-riforme dirette soltanto a garantire il mantenimento del potere. Pensiamo soltanto alla legge elettorale in vigore contro la quale non abbiamo sufficientemente lottato e che rappresenta il più grave vulnus che mai sia stato inferto alla democrazia con la pratica espropriazione del diritto del popolo alla elezione dei propri rappresentanti: abbiamo assistito non ad elezioni ma alla nomina dei parlamentari da parte dei dirigenti dei partiti. Anche oggi, nel caso deprecabile nel quale si sia costretti ad elezioni anticipate, sarà difficile convincere i cittadini che il voto è espressione della sovranità del popolo e persuaderli ad andare alle urne. Possono non esservi i tempi per attendere l’esito del referendum abrogativo e tantomeno quelli biblici fissati per la nascita del Partito Democratico. Le forze politiche sembrano non essere per nulla coscienti che non si tratta soltanto di un danno possibile ed eventuale, nel futuro: il danno è attuale nella misura in cui lo stesso pensiero di anticipare le elezioni (cosa che sarebbe normale in una democrazia sana) diventa praticamente impossibile perché allontanerebbe i cittadini dall'andare ad un voto farsa.
In secondo luogo la stessa moltiplicazione degli interventi delle cosiddette riforme danneggia le istituzioni che hanno bisogno di stabilità per poter funzionare: da sempre nella storia dello Stato moderno di diritto la stabilità negli anni delle istituzioni è un fattore indispensabile per la sopravvivenza di una società. I tempi delle istituzioni sono forzatamente molto più lunghi dei termini brevi della politica perché la loro qualità fondamentale deve consistere nella continuità. Tanto più questo è vero in una società così complessa come quella attuale. Pensiamo alla scuola, all’università, alla giustizia, alla sanità e consideriamo tutti i terremoti che ne hanno turbato la vita negli ultimi decenni. Il centrosinistra, l’Unione, non ha ancora fatto una verifica sulle riforme fatte, iniziate o semplicemente annunciate dai governi del centrosinistra stesso tra il 1996 e il 2001: la riforma dell’art. V della Costituzione, la riforma della scuola del ministro Berlinguer, la riforma dell’università, la riforma della pubblica amministrazione (che ha trasformato gli alti funzionari da “commis d’état” in personaggi-manager del tutto dipendenti dai politici da cui dipende totalmente la loro carriera e quindi spezzato l’autonomia e la continuità dell’amministrazione), certi tipi di privatizzazioni in cui si sono privatizzati soltanto i guadagni, e pubblicizzate le perdite ecc.
In terzo luogo il riformismo esasperato finisce per aggravare il senso di insicurezza che ormai domina tutta la nostra vita quotidiana; io penso che le paure che ormai incombono sulla vita degli italiani non dipendano tanto dal terrorismo, dalla malavita organizzata o dalla delinquenza comune, quanto dalla mancanza di certezze sul nostro futuro in tutti i campi, dalla vita sociale a quella economica, tutti sono preoccupati e molto spesso ormai spaventati dalle parole continue e a volte confuse proposte di mutamento perché sembra venir meno la stabilità stessa della nostra società e delle nostre istituzioni. Il riformismo malinteso si sta trasformando in un’arma contro la sinistra perché spaventa non tanto i moderati conservatori (che in ogni caso riescono a difendere i loro privati interessi) quanto i poveri diavoli che si sentono abbandonati ad un futuro sempre più incerto.
Ben vengano dunque gli interventi che sono necessari per eliminare le deformazioni più evidenti del nostro sistema e che rischiano di portare l’Italia al fallimento, come ha ricordato in questi giorni Piero Fassino: la riforma delle pensioni, la riorganizzazione della pubblica amministrazione, la scuola, il mercato del lavoro, il federalismo fiscale, le liberalizzazioni delle professioni.
Ma con due cautele che sono necessarie. Innanzitutto non confonderle con le vere e autentiche riforme, con i valori che dobbiamo riaffermare in campo etico prima che politico. I veri valori che possono connotare la sinistra sono la lotta per i diritti umani, per una maggiore giustizia sociale, (contro la divaricazione sempre più pericolosa dei livelli di reddito che continua imperterrita nonostante tutte le riforme), per la solidarietà, per l’uguaglianza delle opportunità, per una politica che sia veramente di servizio per il bene comune e non ridotta ad un giuoco di potere. In secondo luogo dobbiamo essere credibili nei comportamenti: i veri riformatori, non i riformisti, non possono sopravvivere difendendo i privilegi di un ceto legato alla politica mentre il costo della politica sta crescendo in modo patologico e insopportabile per la stessa economia del Paese. I dati che sono usciti in questi giorni e che sono stati oggetti di analisi spietate non permettono indugi e non c'è bisogno di sondaggi per misurare una reazione che fatalmente e in tempo breve porterà ad una controriforma. Al di sotto delle perturbazioni delle discussioni sulla finanziaria un orecchio attento può avvertire un brontolio sotterraneo molto più pericoloso. Quando la spinta riformatrice si esaurisce è inevitabile una controriforma.www.unita.it
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USA, CRONACA DI UNA CAMPAGNA ELETTORALE
Molte coppie di mezza età, qualche giovane, tutta la società “bene” di New London,ricca e sofisticata città del New England, sono in fila per assistere al terzo e ultimo dibattito tra i candidati senatori dello stato
Gianna Pontecorboli
New London. Alle sette, la coda fuori dalla porta del Garde Arts Center del Connecticut, è già lunga. Molte coppie di mezza età, qualche giovane, tutta la società “bene” di questa ricca e sofisticata città del New England sono in fila per assistere al terzo e ultimo dibattito tra i candidati senatori dello stato. Joe Lieberman arriva su un'auto targata Connecticut 2, circondato di mezza dozzina di collaboratori, il suo avversario democratico Ned Lamont, imprenditore miliardario di Greenwich, manda per prima la bella moglie bionda, il lungo e dinoccolato candidato repubblicano, Alan Schlesinger, entra quasi in sordina.
Vista da vicino, la politica americana ha un sapore diverso. I sondaggi d'opinione, le analisi pompose degli esperti televisivi perdono senso di fronte ai cartelli che tappezzano l'Hanafin Irish Pub e che, insieme alla cellula locale dell'Associazione Internazionale dei Pompieri, dichiarano fedeltà al vecchio Joe. Oppure di fronte al grosso carro che esibisce le teste di cartapesta di Bush e Lieberman e che sfila lentamente di fronte al teatro, seguito dai sostenitori di Lamont e accompagnato dal suono delle cornamuse della banda Scotch on the Rocks.
In teoria, la corsa per il seggio senatoriale del Connecticut è già decisa. Dopo essere stato battuto alle primarie da Ned Lamont dopo una rivolta all'interno del Partito democratico per la sua posizione di appoggio alla guerra in Iraq, Joe Lieberman si è rimboccato le maniche e ha dimostrato una volta di più la sua resistenza di politico rodato presentandosi come candidato indipendente. Adesso, i sondaggi lo danno con 17 punti di vantaggio rispetto a Lamont, con l'aiuto degli indipendenti, che in Connecticut hanno sempre rappresentato una forza consistente, e dei repubblicani. I repubblicani, tesi a difendere una difficile competizione per il posto di governatore, gli hanno opposto Schlesinger, un avvocato con la battuta pronta e un'esile esperienza politica, che è stato sorpreso a giocare sotto falso nome nei casinò dello stato. Nei sondaggi, le sue preferenze sono scese al sei per cento. Nelle ultime settimane, i violenti attacchi lanciati dai blog contro l'anziano senatore, che è alla ricerca del suo quarto mandato, si sono in realtà dimostrati un'arma a doppio taglio. Lamont, accusato di essere troppo spostato a sinistra, ha cercato invano di riposizionarsi al centro, mentre Lieberman ha potuto pescare indisturbato tra i repubblicani impauriti dalla sua candidatura.
Quando il dibattito comincia ognuno cerca di fare la sua parte. «Siamo in questo caos in Iraq perché abbiamo fatto troppo poche domande», incalza Lamont. «Ho fatto delle proposte per riportare le truppe a casa», si difende Lieberman, «ma quello di cui abbiamo bisogno è del successo. Bisogna far tornare i soldati a casa, ma senza compromettere la sicurezza. La tua proposta è di lasciare l'Iraq, e questa è una ricetta per il disastro». Niente di nuovo, ma l'anziano Joe è chiaramente stanco, ha il raffreddore e non sembra avere voglia di impegnarsi più di tanto. Lamont, da parte sua, è ben attento a non cambiare neppure una riga del suo scritto. L'unico che sembra divertirsi è Schlesinger, che non rischia niente, sta chiaramente scomodo sul suo sgabello troppo piccolo e lancia battute al vetriolo. «Qui abbiamo il candidato di un grosso partito ignorato dalla stampa, il candidato democratico che è un ultramiliardario di Greenwich e, in vero spirito di Halloween, un senatore che si maschera da repubblicano» spara, prima di osservare che Lieberman ha promesso di non correre per più di tre mandati. «Certo - dice - intendeva tre come democratico e tre come indipendente». Poco dopo, sarà però lui a difendere il suo avversario quando, dalla prima fila della balconata, due ragazzoni di colore, seguaci dell'eterno candidato presidente Lyndon LaRouche, interrompono Lieberman intonando una canzone contro «Cheney il nazista». Incurante degli inviti dei presentatori al silenzio, il pubblico fischia, applaude e ride.
Quando il dibattito finisce, è chiaro che è stato uno spettacolo ben confezionato, ma che ha spostato pochi voti. «Avremmo bisogno di tutti e tre», dice avvilito Ted Aub, «ma io volevo sapere chi assicurerà la mia pensione, e nessuno me lo ha detto».
Fuori dalla porta del teatro, l'America vera che l'evento ha mobilitato è ancora vigile e non mostra alcuna voglia di essere zittita. Arrivate con un autobus, le signore in cappello rosa che fanno parte del Code Pink mostrano il grande lenzuolo rosa cupo coperto di scarpe di adulti e bambini che hanno steso sul prato. Ogni scarpa, spiega un cartello, simboleggia un bambino o un adulto morto in Iraq. «Mettetevi nelle loro scarpe», invita un grosso nastro. «Noi votiamo per la pace, contro tutte le guerre», dice Jodie Evans, «quando abbiamo cominciato con la nostra campagna per la pace eravamo quattro donne di fronte alla Casa Bianca, adesso siamo 175.000 e abbiamo duecento filiali. Devono starci a sentire». Dall'altra parte della strada, a chiedere attenzione è Margaret Pouda, che sventola un grosso cartello che chiede la fine degli aiuti americani a Israele. «Siamo una coalizione di 200 gruppi e vogliamo far sapere che siamo molto scontente dell'attuale politica estera americana. Il congresso va liberato dall'occupazione di Israele». Per Margareth, che ha fatto l'osservatrice per le elezioni a Gaza e ha incontrato i presidenti della Siria e del Libano, il concetto è uno solo. «Dobbiamo smettere di pagare le atrocità israeliane con i nostri soldi», spiega convinta.
Vicino al teatro, Ralph Ferrucci non si fa vedere, la League of Women Voters, che ha organizzato il dibattito, non lo ha voluto. La sua opinione, comunque, Ralph ha modo di farla sentire lo stesso. Poco più che trentenne, italoamericano con un nonno napoletano, di mestiere camionista, Ferrucci è il candidato senatore per il partito dei verdi e da mesi gira porta a porta i quartieri della classe operaia del Connecticut per propagandare il suo messaggio per la riforma del sistema sanitario e la tutela dell'ambiente contro gli interessi dei grandi petrolieri. «Non posso fare molto perché non abbiamo raccolto abbastanza soldi per qualificarci per i fondi federali», spiega, «ma voglio continuare a battermi. Dopotutto anche il Partito democratico era piccolo, all'inizio, e già adesso ho più copertura sulla stampa del candidato repubblicano». Per il momento, conta i centesimi. Per arrivare alla fine della campagna gli restano in tasca mille dollari
L'articolo è uscito su Il Riformista
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L'ex prigioniera: «Gli ungheresi non sono ancora liberi»
Combattente per la libertà, la 69enne Mária Wittner fu condannata a morte e poi incarcerata dopo il fallimento della rivoluzione del 1956. Oggi, come ai tempi del Comunismo, «lotta contro le menzogne».
Mária Wittner ricorda il passato (Foto N-Ost) Mária Wittner non si sente libera. Nemmeno oggi. Questa signora 69enne indica una finestra all’ultimo piano di un edificio del centro di Budapest. Da lassù il 23 ottobre 1956 prese parte all’assalto della radio di stato. I 50 anni successivi a quel giorno sono stati una lunga battaglia per la libertà. Che oggi non è finita.
«Gli ungheresi non sono ancora liberi», sostiene. Le bugie dei politici lo impediscono.
Mária Wittner nasce a Budapest nel 1937. Fino all’età di 11 anni venne educata ed istruita dalle suore carmelitane: il padre aveva abbandonato la famiglia e la madre con fatica era riuscita ad occuparsi delle altre sei sorelle. «Ancora oggi sono riconoscente per gli anni passati nel collegio del piccolo paese di Gyömöre. Là ho imparato che mentire è peccato».
«Mentiamo giorno e notte, mentiamo in ogni momento»
Poiché non tollerava l’istruzione ideologica della scuola secondaria, si stabilì a Szolnok, una città dell’Ungheria centro-orientale dove lavorò come educatrice in un asilo e poi come stenografa. Dopo una breve relazione Mária Wittner rimase incinta. Nel 1955, un anno prima della rivolta, suo figlio vide la luce a Budapest. La giovane Mária non era ancora diciottenne. In quanto minorenne non aveva il permesso per prendere casa a Budapest. Il bambino le fu quindi tolto e messo in un orfanotrofio statale.
Si recò a Budapest, in Viale Nagykörút, non appena seppe che, per il 23 ottobre 1956, era in preparazione una manifestazione in sostegno della protesta dei lavoratori in Polonia. «C’erano già molte persone per strada. Un’auto era in fiamme. Davanti a una libreria la gente aveva accatastato dei libri comunisti in un gran mucchio, poi dati alle fiamme». Uno speaker della radio fece autocritica e pronunciò questa frase passata alla storia: «Mentiamo giorno e notte, mentiamo in ogni momento». In seguito l’emittente pubblica fu occupata dalla milizia armata del regime, la Államvédelmi Hatóság (Autorità per la protezione dello Stato ndr). Gli insorti provarono a loro volta ad occupare l’edificio della Radio per poter informare la popolazione sulle loro intenzioni. Anche Mária Wittner partecipò a questa iniziativa. Resistettero undici giorni. «Io caricavo le pistole per poi passarle agli altri giovani. Ma anche a me è capitato di sparare».
Fuga fallita
Il 4 novembre fu ricoverata in ospedale in seguito ad una ferita da scheggia di granata. «In ospedale persi ogni speranza di vittoria: continuavo a sentire l’insistente baccano causato dai lanciagranate russi». Dopo la repressione della rivolta, Mária Wittner si unì poco prima del Natale 1956 ad un gruppo di fuggiaschi diretti in Austria. Vienna era la destinazione degli emigranti. Da lì aveva deciso di partire per l’Australia, ma prima aveva pregato la Croce Rossa di trovare suo figlio in Ungheria e di portarlo a Vienna. Senza di lui non sarebbe partita. Ma le settimane passarono con un nulla di fatto. E la Wittner abbandonò i suoi progetti per ritornare in Ungheria e cercare lei stessa il figlio.
Così trovò lavoro in una fabbrica di radio, ma ancor prima di incassare la prima paga fu arrestata nell’autunno 1957. «Nella notte arrivò l’ufficiale della milizia di stato e perquisirono l’appartamento. Trovarono la mia carta d’emigrazione austriaca, quanto bastava per arrestarmi immediatamente». Nel 1958 si tenne il processo. Mária Wittner fu condannata a morte con le accuse di attività rivoluzionaria, spionaggio e attraversamento illegale dei confini.
Salva per un soffio
Nel penitenziario di Budapest alloggiava con l’amica Kati, sua compagna di insurrezione. Solo due giorni dopo il processo la sua compagna fu giustiziata. Mária Wittner rimase invece un mese intero nell’incertezza, fino a che venne a sapere che la sentenza di morte era stata commutata in ergastolo. Secondo una guardia, la riduzione della pena fu decisa perché la Wittner non era maggiorenne al momento del crimine. «Fino al 1989 ho cercato di darmi una risposta sul perché non ero stata uccisa: era la situazione politica che stava stabilizzandosi o ero io ad essere troppo giovane?».
Nella prigione di Kalocsa (Ungheria centrale) la Wittner soffre le pene dell’inferno, soprattutto nei primi anni, a causa della brutalità delle guardie e delle condizioni sanitarie. I servizi igienici erano ridotti ad una tinozza nella cella e le pulci rendevano il riposo sulla panca un tormento. Anche la ricerca di suo figlio giunse al termine: venne a sapere che era morto a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute. Il 25 marzo 1970, 12 anni dopo il suo arresto, fu liberata grazie ad un’amnistia concessa ai prigionieri politici.
La battaglia continua
Dal 1972 la Wittner vive a Dunakeszi, nei pressi di Budapest. Dopo la “svolta” del 1989 ha fondato la Lega nazionale per i prigionieri politici, con lo scopo di dare una sepoltura dignitosa ai suoi compagni del 1956. I molti caduti nei giorni della rivolta e i ragazzi giustiziati in seguito furono sbrigativamente sotterrati in fosse comuni. All’inizio del 2006 Mária Wittner è riuscita ad affermarsi anche in politica, entrando a far parte del gruppo parlamentare del Fidesz, partito conservatore oggi all’opposizione. Ma per conservare la sua indipendenza non è diventata membro del partito.
Anche oggi, pensa la Wittner, il suo compito è lottare per la giustizia e la libertà in Ungheria. La svolta democratica del 1990 ha solamente portato ad un cambio d’abito delle vecchie elite e dei suoi allievi. «Tutti sanno che sono già in pensione. Ma so che, se fossi impiegata in qualunque azienda, potrei rimanere disoccupata dall’oggi al domani per il solo fatto di esprimere la mia opinione apertamente».
Quest’estate a Budapest la storia del 1956 sembrava ripetersi alla moda capitalista. Durante la protesta dei giovani nella capitale ungherese, dove hanno sfilato 10.000 persone contro il governo di sinistra, la Wittner ha tenuto un infuocato discorso in parlamento. Ancora una volta ha ripetuto quello che le suore le hanno insegnato negli anni del collegio: «Io scelgo di dire la verità ad alta voce. Che vi piaccia oppure no».http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8523
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Abelardo e Boccaccio,
maestri di tolleranza
Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri
Tratto da Reset.
I cristiani, gli ebrei e i musulmani sono
forse cristiani ebrei e musulmani prima
di essere uomini?
Ah se trovassi un altro uomo che si
contenta di chiamarsi solamente uomo!
(Gotthold Ephraim Lessing, “Nathan il Saggio”)
L’idea che un dialogo fra uomini di diverse fedi religiose e di diversa nazione sia possibile, che gli uomini non siano obbligati a comportarsi quasi fosse una dura “necessità naturale” come lupi fra loro, che una convivenza non conflittuale si possa fondare sull’idea e sulla pratica della ragione umana e quindi sulla tolleranza, è fortunatamente più antica delle parole di Nathan il Saggio e precedente all’illuminismo, tempo nel quale noi occidentali siamo abituati per pigrizia intellettuale a situare ogni fondamento positivo di quel che chiamiamo vivere civile, ragionevole e pacifico.
Anche uno storico del medioevo può offrire materia di riflessione a favore della convivenza pacifica ed esempi precisi di dialogo fra uomini di diverse fedi? Credo di sì. Se è vero che “la politica dello scontro globale è spesso vista come un corollario delle divisioni religiose e culturali esistenti nel mondo” (Amartya Sen), è chiaro che questo avviene perché nell’intreccio di identità multiple, a cui ogni individuo si riferisce, quella religiosa per il suo carattere di assolutezza è percepita malauguratamente in alcune epoche più che in altre (la nostra è purtroppo una di queste) come generatrice di fratture invalicabili e conflitti.
A provocare nella cultura europea la ricerca del principio della tolleranza è stato proprio il problema dei conflitti fra le diverse religioni, ma questo avviene nella storia dell’Occidente prima del secolo XVI quando all’acme degli scontri Jean Bodin afferma che solo la religione naturale è in grado di eliminare le controversie dogmatiche proprie delle religioni istituzionali e Grozio sostiene che le credenze della religione naturale fondate sulla ragione umana sono le sole veramente necessarie. Ci sono stati uomini che pur vivendo in epoche segnate fortissimamente da una identità religiosa – parlo dell’Europa medievale – sono stati capaci di vedere “al di là del fumo del proprio camino” e di sollevarsi al di fuori dei segni di questa loro (non rifiutata, anzi intensamente vissuta) identità indicando uno spazio in cui sembra possibile dialogare nella diversità? Certo: questo spazio è stato chiamato, anche dagli uomini del passato, “ragione” come quella qualità (“differenza specifica”) che appartiene a tutti gli uomini.
L’immagine della religione che questi uomini promuovevano possiede un carattere unitario tendente a rimuovere o almeno a ridimensionare l’importanza del comportamento esteriore e della ritualità esaltando il vissuto interiore della religione.
Ho usato deliberatamente la parola “tolleranza “ che è più antica dei testi di Erasmo, Montaigne, Bodin e che – nonostante da alcuni sia ritenuta poco adatta perché nel linguaggio d’oggi il suo significato è sgradevolmente simile a “sopportazione “ – possiede una storia antica ed esemplare. Il termine tolleranza infatti non indica, da Abelardo a Locke, un atteggiamento pratico quanto piuttosto una convinzione solidamente teorica. Alla tolleranza sono legate altre idee positive e promotrici di pace, idee antiche, stoiche come la fraternità e cristiane come l’amore fra gli esseri umani.
È nota la favola dei tre anelli raccontata da Filomena nella terza novella del primo giorno del Decameron e attribuita a un “savissimo” Melchisedech usuraio ebreo che risponde in questo modo alla domanda del Saladino a proposito della verità delle Tre Leggi, l’ebrea, la cristiana e la musulmana. Si tratta di una “fabula” e il tema è più antico della novella del Boccaccio e ripreso anche in seguito: Boccaccio non usa la parola tolleranza ma sono presenti alcune premesse necessarie. Un padre di tre figli fa replicare un anello originario in due altre copie indistinguibili: i tre anelli verranno affidati al momento della sua morte ai tre eredi tutti e tre persuasi di avere avuto dal padre il privilegio dell’unico anello “vero”. Illusione benefica e pacificante.
Un altro testo latino, questa volta filosofico, precedente al racconto del Boccaccio, noto purtroppo solo nella cerchia dei medievisti, il Dialogo fra il filosofo, il giudeo e il cristiano scritto nel XII secolo da Pietro Abelardo, è assai significativo per la nostra questione e sviluppa in profondità il tema del “dialogo nella diversità”.
I personaggi raffigurano le tre religioni del Libro: attraverso la figura del filosofo Abelardo rappresenta il musulmano al quale attribuisce una specie di fede nella “ragione naturale”. Va ricordato che Abelardo vive appena prima dell’arrivo dei testi greco-arabi in Occidente e può conoscere soltanto le linee generali della nuova cul- tura che in pochi decenni arriverà nelle scuole d’Europa trasformandone il paradigma culturale, ma tende evidentemente a immaginare il credente musulmano come un pensatore più libero di quanto si sentisse lui, cristiano e perseguitato.
Si è fatta da parte di alcuni studiosi l’ipotesi che la persona del filosofo alluda al musulmano contemporaneo di Abelardo, Avempace di Saragozza, commentatore di Aristotele e cultore della ragione filosofica. Una figura esemplare di pensatore credente nella fede della sua gente ma non costretto entro un perimetro dogmatico e soprattutto seguace delle regole della ragione. Sulla scena, oltre l’ebreo e il cristiano, agisce un quarto personaggio, il “giudice” che è Abelardo stesso, giudice singolare che, più che emettere sentenze, “vuol soprattutto capire e imparare”. I tre “perplessi” (così li vorrei chiamare con un termine maimonideo: tre credenti che ricercano anche certezze razionali e filosofiche) raggiungono il luogo d’incontro “attraverso tre sentieri diversi ma convergenti “. È questo un punto importante nella strategia del dialogo: alla verità si può arrivare seguendo percorsi differenti.
Alla prima parte dell’opera appartiene il dialogo del filosofo con l’ebreo sviluppato in pagine dense di compassione per lo stato miserando del popolo eletto emarginato e perseguitato nei regni d’Europa: è un atteggiamento che credo non si possa ritrovare in nessun altra opera del medioevo cristiano. La comprensione per l’altro è unita alla ricerca e al riconoscimento della presenza di una “ragione ebraica” anche nella osservanza più stretta, e solo apparentemente superficiale, dei precetti.
Questo è il leitmotiv dell’opera nel suo complesso: il filosofo afferma che la radice del cristianesimo si ritrova nella filosofia antica e nella rivelazione naturale della quale sono destinatari tutti gli uomini, mentre il cristiano, che accanto a sant’Agostino cita come autorità i pagani Platone e Seneca, respinge la lettura materiale del testo sacro e l’opaca insignificanza del rito a favore della “intenzione del cuore”, elemento che solo conferisce valore alle opere e alle preghiere. La indicazione del valore primario della interiorità religiosa rispetto alle opere e ai precetti mi pare il risultato più significativo e utile anche per noi oggi: su questa base unificante al di là delle differenze di rito, regole e comportamenti, si può tentare di trovare una intesa e una convergenza di posizioni. Spogliato degli attributi antropomorfi e storici necessariamente divergenti, il Dio cristiano è visto soprattutto come unica fonte di Bene e Verità al pari del Dio dell’Antico Testamento ebraico e del Dio dell’islam disegnando una sorta di teismo (molto prima di Voltaire!) al di sopra delle diverse confessioni religiose.
Anche se il dialogo abelardiano è sicuramente la trattazione più profonda e metodologicamente più ricca non solo del suo secolo, dobbiamo riconoscere che fortunatamente non è l’unica di quei tempi che mira ad attenuare o superare le controversie polemiche. Gilberto Crispino arcivescovo di Westminter e allievo di Anselmo d’Aosta dialoga con un amico ebreo sui temi della fede “con animo tollerante”; nel Libro del gentile e i tre saggi di Raimondo Lullo si confrontano con rispetto uomini di fede diversa e, nonostante la conclusione scontata sulla superiorità o perfectio della fede cristiana, il dialogo procede nel clima di una tolleranza consapevole dell’importanza del fine; Gugliemo d’Ockham non parla di tolleranza ma pone le basi solide per una convivenza religiosa affermando che “è possibile che Dio voglia che colui che nella vita segue soltanto i dettami della retta ragione, sia salvo e ottenga la vita eterna” al pari del credente cristiano.
Alcuni di questi motivi ritornano nell’opera del cardinale Nicola Cusano, nel Dialogo fra un gentile e un cristiano sul Dio nascosto e in La pace della fede dove l’autore dichiara che la fede cristiana coincide con quella rivelazione che ha raggiunto la mente di ogni uomo nel passato e nel presente, ciò che rende possibile un sostanziale accordo di tutte le religioni monoteiste al di là della differenza di culto e precetti. C’è “un’unica religione rivelata”, un’idea che porta alla pacificazione delle fedi. I filosofi pagani vissuti prima di Cristo annunciavano verità concordi con quelle cristiane segnalando un nucleo universale (la fede in un Dio unico e infinito) mentre le diversità fra le confessioni religiose nascono solo dalle pratiche esteriori (riti diversi o anche opere) o dalle “congetture” ossia dai differenti linguaggi che derivano dalla libera capacità di ogni uomo di avvicinarsi con continue approssimazioni a Dio. La stessa Chiesa romana alla quale il Cusano apparteneva come cardinale è a suo parere una di queste comunità (ecclesia congecturalis) che si avvicinano a Dio attraverso continue congetture.
Difficile sopravvalutare idee del genere sostenute da uomini capaci di non naufragare nello spirito del loro tempo.
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Via libera all'arresto di Glavas
Da Osijek, scrive Drago Hedl [Hrvatski]
La Croazia affronta i crimini dei propri generali: la commissione parlamentare per le immunità decide per l'arresto di Branimir Glavas, ex uomo forte dell'HDZ accusato di torture e omicidi commessi contro i serbi di Osijek nel 1991. Gli sviluppi della vicenda nel resoconto del nostro corrispondente
Branimir Glavas sarà il primo parlamentare croato che passerà direttamente dai banchi del parlamento al carcere. Così ha deciso, lunedì scorso, la commissione parlamentare competente per l'abolizione dell'immunità dei parlamentari. Glavas, fino all'anno scorso uno degli uomini più potenti della politica croata, in questo modo si troverà in prigione con l'accusa di aver commesso gravi crimini di guerra.
Il suo destino sembra sia stato deciso dalla testimonianza dei sei membri di una formazione militare, chiamata Compagnia indipendente degli uscocchi (SUS), che operava a Osijek e che si considera responsabile dei brutali omicidi dei civili serbi avvenuti nel 1991. Questa unità si trovava nella via Dubrovacka di Osijek, distante meno di un chilometro dalla piazza centrale della città . Nella cantina di questa casa venivano portati i civili che venivano interrogati, torturati, maltrattati e che dopo, con le mani legate dal fil di ferro e un nastro adesivo sulla bocca, venivano portati sul fiume Drava dove venivano uccisi con una pallottola in testa.
I sei membri di questo battaglione, fra i quali c'era anche una donna, sono stati arrestati la settimana scorsa a Osijek con il sospetto di aver partecipato a questi omicidi. Loro, come viene saputo in modo non ufficiale, hanno accusato Glavas di aver ordinato questi crimini. Sembra che le accuse più gravi provengano dalla sua ex segretaria, Gordana Getos Magdic, che ha accusato Glavas di averle dato gli ordini su chi doveva essere arrestato e ucciso. Lei avrebbe poi riportato questi ordini verbali agli altri, incaricati delle uccisioni. Anche l'ex segretaria di Glavas è fra i sospettati e anche a lei, come agli altri cinque membri della unità menzionata, è già stato ordinato un mese di carcere.
Contro Branimir Glavas, generale dell'esercito croato in pensione e comandante della difesa di Osijek, la città a nord est della Croazia che all'inizio della guerra in ex Jugoslavia si era trovata sotto i forti attacchi dell'Esercito popolare jugoslavo e delle formazioni paramilitari serbe, si sta già conducendo un processo istruttorio per crimini di guerra. Nel mese di maggio dell'anno scorso Krunoslav Fehir, membro dell'unita comandata direttamente da Glavas, ha accusato Glavas di aver ordinato l'uccisione dei civili che venivano portati e torturati nei garage, che si trovavano direttamente accanto al suo ufficio di guerra. Fehir, che ha ammesso di aver eseguito gli ordini di Glavas e di essersi pentito per quello che ha fatto, è il secondo accusato nel processo istruttorio ad essere contro Glavas. Le torture nei garage erano particolarmente crudeli - dopo essere state picchiate, le persone arrestate venivano costrette a bere l'acido degli accumulatori delle automobili, causa della morte del 64enne Cedomir Vuckovic.
L'indagine sulle uccisioni nei garage è in corso da un anno, ma per tutto questo tempo Glavas è rimasto in libertà. Quando è apparso chiaro che i testimoni, davanti al giudice istruttore, cambiavano drasticamente le dichiarazioni precedentemente rilasciate alla polizia, e quando alcuni di loro si sono lamentati di essere stati minacciati da alcuni uomini vicini a Glavas - i suoi amici di guerra - la Procura di Stato ha chiesto l'arresto di Glavas. Ma il giudice istruttore del Tribunale distrettuale di Zagabria, Zdenko Posavec, ha respinto questa richiesta ben tre volte. Ha detto che non esistono prove che dietro queste minacce c'è proprio Glavas.
Quando il giudice istruttore Posavec ha respinto per la terza volta l'arresto di Glavas, il consiglio, composto da tre giudici col compito di analizzare il ricorso presentato dalla Procura, gli ha chiesto di spiegare la sua decisione chiedendo di analizzare attentamente tutte le prove che la polizia ha presentato. Dopo di che il giudice Posavec ha preso la decisione di arrestarlo.
Così, davanti alla commissione parlamentare che decide di togliere l'immunità al rappresentante, si sono trovate contemporaneamente due richieste: una da parte del procuratore di Osijek e l'altra proposta dal giudice istruttore.
La Costituzione croata è poco chiara nel definire se il Parlamento debba, dopo aver tolto l'immunità al deputato, decidere anche sulla richiesta del suo arresto. E' prevalsa l'opinione che la procedura sia proprio questa. A Glavas, già nel mese di maggio di quest'anno, è stata tolta l'immunità, ma quando lunedì 23 ottobre il giudice istruttore ha chiesto il suo arresto, si è dovuto decidere di nuovo che cosa fare. E' successo che lo stesso giorno è giunta anche da Osijek la richiesta, a causa di nuovi fatti relativi alla sua partecipazione in crimini di guerra, così la commissione parlamentare ha deciso di accontentare la richiesta di arresto, ma quella giunta da Osijek. I membri della commissione credevano dunque che la seconda richiesta non fosse legale, perché il giudice che ha chiesto l'arresto non ha chiesto l'accordo per l'arresto di Glavas, ma ha preso da solo questa decisione. Nella confusione procedurale che si è creata, è stata comunque presa la decisione che Glavas vada in prigione.
La decisione finale sull'arresto di Glavas deve essere presa dal Parlamento, ma quando il Parlamento non si riunisce, come è successo adesso, alla commissione spetta la responsabilità di togliere l'immunità. Il Parlamento, che si riunirà soltanto l'8 novembre, difficilmente cambierà la decisione presa perché ciò provocherebbe una figuraccia per il paese che aspira ad entrare nell'Unione europea. Il premier Sanader, il cui partito, Unione democratica croata (HDZ) controlla la maggioranza parlamentare, non se la può permettere.
“Ho a che fare con gli omicidi sulla Drava tanto quanto vi a che fare il defunto cardinale Franjo Kuharic”, ha detto Glavas nel suo solito stile, paragonando la propria innocenza con l'innocenza del primo uomo della Chiesa cattolica in Croazia del periodo della guerra. In molti hanno trovato questo paragone estremamente inopportuno.
Il possibile arrivo di Glavas nel carcere di Osijek in questo modo creerà una situazione del tutto insolita - vi si troverà con le persone che lo accusano di aver ordinato gli omicidi dei civili che hanno concluso la loro vita sulla sponda della Drava. Là, in contatto con loro, probabilmente potrà influenzarli a cambiare le loro dichiarazioni. Proprio per evitare questa possibilità il giudice di Zagabria ha chiesto il suo arresto. Per non influenzare i testimoni, in quel primo processo dove lo si accusa pur sempre per crimini di guerra.
[Branimir Glavas è stato condotto la sera del 26 ottobre nel carcere Remetinac di Zagabria, ndr] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6324/1/51/
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NORD DEL PAESE: L’ATTESA DEL VOTO NELLA TESTIMONIANZA DI UN MISSIONARIO
“Nella nostra diocesi non c’è televisione né telefono e ancor meno automobili. L’unico modo per essere informati è la radio, ma ce ne sono ancora poche. Nell’ultimo mese la missione dell’Onu (Monuc) ne ha portate un po’ in elicottero e le ha offerte ai capi delle collettività per fare ascoltare i dibattiti politici”: è uno degli ‘aneddoti’ degli ultimi giorni raccontati alla MISNA da padre Tony Piasini, missionario comboniano della missione di Bondo, nell’estremo nord del paese, non lontano dalla frontiera con la Repubblica Centrafricana. In questa zona isolata dell’immensa Repubblica democratica del Congo (2,3 milioni di chilometri quadrati) la popolazione tiene molto al voto per il ballottaggio presidenziale di domenica: “Il tasso d’affluenza al primo turno è stato molto elevato e penso che la partecipazione sarà ancora più massiccia domani” spiega il missionario italiano, che ha trascorso gli ultimi mesi ad Api, piccola località di un migliaio d’anime a 65 chilometri da Bondo (che di abitanti ne fa 40.000). A piedi o in bicicletta, giovani e anziani in occasione del primo turno non hanno esitato a percorrere anche 25 chilometri per compiere il loro dovere di cittadini, muniti della carta d’identità “che conservano come un tesoro”. C’è chi ha percorso la savana, chi la foresta e chi ha attraversato fiumi in piroga. Oppure passando sui ponti costruiti negli ultimi 15 anni da padre Piasini con l'aiuto della popolazione locale per facilitare gli spostamenti. È andata forse un po’ meglio ai candidati, che hanno più mezzi, ma anche per loro, “in moto o in aereo”, non è stato facile “trasportare tutto il loro materiale di propaganda”. Malgrado le difficoltà di comunicazione e l’elevato tasso d’analfabetismo – dice il missionario alla MISNA – “si è notato un risveglio delle coscienze: le persone sono molto attente ai discorsi elettorali e non intendono dare il loro voto a quei candidati che non promettono nulla in cambio”. D’altronde, vivono in una regione estremamente povera, che nell’ultimo decennio ha sofferto enormemente la guerra: nel dicembre 1996 i militari dell’allora dittatore Mobutu Sese Seko si spinsero quassù per respingere i ribelli di Laurent-Désiré Kabila, e si profusero in razzie e saccheggi ai danni della popolazione; lo stesso avvenne quando l’esercito di Kabila, diventato presidente, venne per fronteggiare i soldati ugandesi. Poi ci fu l’occupazione ugandese, “paradossalmente più tranquilla, visto che i soldati ugandesi erano più rispettosi verso i locali dei loro predecessori” racconta padre Piasini, che in questo contesto di continua violenza ha anche dovuto trascorrere sette mesi di esilio nella Repubblica Centrafricana e un mese nella boscaglia. La zona di Bondo è ancora sotto il controllo militare del ‘Mouvement de libération du Congo’ (Mlc), ex-gruppo ribelle formalmente reintegrato nell'esercito e diventato partito politico dal 2003, guidato da uno dei due candidati del ballottaggio, Jean-Pierre Bemba: “I suoi militari hanno provocato troppi fastidi alla popolazione, che lo considera più un capo- guerriero che un futuro presidente. La gente di qui preferisce Joseph Kabila” che al primo turno ha avuto la maggioranza relativa con il 44,8% dei voti, precisa il missionario. “Queste elezioni – conclude il missionario - sono per tutto il paese un possibile passo avanti verso un futuro a cui guardare con fiducia”. (da un'intervista di Celine Camoin)
http://www.misna.org/
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Sono un uomo mediocre, vivo una vita grigia, e me ne vanto – The Weather Man di Gore Verbinski (U.S.A., 2006) di Marco Migliozzi
David Spritz (Nicholas Cage), l’uomo delle previsioni del tempo di una rete televisiva americana, è in crisi d’identità. Si sente un fallito perché la moglie lo ha lasciato per un altro, la figlia è infelice ed obesa, il figlio Michael è coinvolto dal suo psicologo in una brutta storia.
Si confronta con il padre Robert (Michael Caine), uno scrittore di successo (premiato con il Pulitzer prima dei trent’anni), al quale è stata diagnosticata una malattia terminale.
Effettivamente lui si sente solo un bambino cresciuto, incapace di reagire e di trovare una soluzione ai vari problemi che lo affliggono. Vive in un mondo di fantasia e non riesce ad addolorarsi veramente per le perdite emotive che subisce: innanzi tutto quella di non essere il padre.
Il sintomo di questa situazione è che talvolta per strada la gente gli getta addosso del cibo: “La prima volta che mi hanno colpito con qualcosa era un petto di pollo di Kenny Rogers. Mi trovavo davanti ad un cesto per la spazzatura, pensavo fosse stato per caso, che volessero gettarlo via. La seconda volta, me lo sono beccato dritto nel mento. Un taco morbido. Poi una bibita, un falafel, le pepite di pollo. Sempre fast food. Fast food. Merda, la gente preferisce buttare che finire. E’ facile, il sapore non è male, ma non ti fornisce alcun nutrimento. Io sono fast food”.
Non riesce a "mettercela tutta" perché, nonostante le sue apparizioni televisive, si sente un uomo senza qualità, in preda ad un vento che dovrebbe invece saper prevedere. La sua vita gli appare assurda come i gesti che fa in televisione, quando "prevede" il tempo davanti ad un anonimo sfondo verde (cartine geografiche, temperature, nuvolette e fiocchi di neve sono aggiunti dalla regia).
Come si esce da questa situazione? In un incontro con il padre, quest’ultimo gli consiglia di occuparsi degli altri, lo invita a desituarsi rispetto ad un’affannata, quanto inutile, rincorsa di ciò che ha perso, di quello che non è.
Messo in contatto "depressivamente" con il proprio dolore, David, qualche scena più avanti, fa queste altre considerazioni su se stesso: "Ricordo che una volta mi immaginavo come sarebbe stata la mia vita, come sarei stato io. Mi raffiguravo di avere tante qualità, qualità forti, positive, che la gente avrebbe potuto captare dall’altro lato della stanza. Ma, col passare del tempo, erano poche le qualità che io in effetti avevo. E tutte le possibilità che mi si presentavano e tutte le varie persone che potevo diventare, tutte si sono ridotte, ogni anno a sempre meno, sempre meno, finché alla fine sono diventate una: quello che sono. Ed ecco quello che sono: l’uomo delle previsioni".
Il ricomporsi di questo conflitto psicologico (e sociale), nel film, è rappresentato dall’acquisizione di un arco: "E’ da qualche mese che faccio il programma. La gente non mi tira più le cose addosso. Forse perché giro con un arco. Non lo so".
La conclusione di questo percorso di crescita, anche a me, che mi occupo di disturbi del comportamento alimentare, ha fatto pensare a quanto, questa tematica di dipendenza, sia alimentata dall’incapacità di accettare che le cose non vadano come i pazienti avevano previsto, ma che, non per questo, la loro vita si riduca ad una decontestualizzata, anche se non proprio trionfale, serie d’inutili gesti: "Un altro uomo sta con la mia famiglia. Accettare il fatto non è facile, ma facile non rientra nella vita degli adulti".
Ad un livello più profondo, però, mi sembra che non sia possibile sfuggire ad una doppia, e contrastante, sgradevole sensazione. Il fatto di essere confrontati, da una parte, con una storia minima si, ma universale. Non è forse la nostra quella curiosa condizione di sentirci costantemente in bilico tra una vita da adulti e una da personaggio dei cartoni animati, esposti come siamo ad una serie di eventi imprevedibili e che in qualunque momento possono mettere in crisi certezze conquistate a fatica? Memorabile, a questo proposito, la lezioncina di vita che David dà al figlio nel fast food: "Sei un ragazzino, Mike, cazzo. Non lo sono. Si che lo sei. Non metterti di nuovo in situazioni da adulto finché non diventerai adulto. D’accordo?". E la faccia che fa subito dopo nella quale si legge tutto il suo disagio provocato dalla consapevolezza di essersi sempre messo in tali situazioni. E, dall’altra, di non riuscire a capire bene cosa ci sia tanto da vantarsi nell’essere "l’uomo delle previsioni". A questo punto si impone l’evidente conclusione che la nostra debolezza è al tempo stesso anche la nostra maggiore forza, e che il nostro orgoglio è di aver avuto il coraggio di contrarre un debito che prima o poi abbiamo la dolorosa consapevolezza di dover pagare.
Un debito che, come psicoterapeuti, contraiamo tutte le volte che prendiamo in cura un nuovo paziente nella nostra promessa di una comprensiva assistenza professionale, pur consapevoli che: "Ma io non prevedo niente. Nessuno lo fa perché è solo vento e vento, e soffia dappertutto".
The Weather Man è un film ironico, pieno di rabbia e di dolore, che fa pensare, perché carico di rimandi simbolici. Recitato con grande sensibilità da due splendidi attori. Un film per psicologi, nel quale i cattivi maestri sono presi a pugni, com’è giusto che sia. Hello America! http://www.pol-it.org/ital/weatherman.htm
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Smantellare con cura
Colpire le milizie è il nuovo slogan del Premier iracheno, ma non è così semplice
“Colpiremo con durezza chiunque trasgredisca la legge o l’autorità dello stato”, ha dichiarato il Primo ministro iracheno, Al Maliki, parlando delle milizie responsabili delle violenze settarie in Iraq.
Smantellare le milizie. Smantellare le milizie e riportare il monopolio della sicurezza nelle mani del governo di Baghdad è l’imperativo del governo Usa, che preme su Al Maliki affinché riprenda quanto prima il controllo sulle forze armate irachene. Il governo di Baghdad ha promesso che entro la fine dell’anno controllerà circa metà delle province del Paese, ma ha rifiutato di sottoscrivere una tabella di marcia. Le milizie che da mesi si rendono responsabili delle violenze settarie sono infatti difficili da smantellare, sono infiltrate nella polizia e possono essere epurate solo con un paziente lavoro politico e di intelligence. “Il problema è che l’esercito, la polizia e le forze di sicurezza sono state formate dalla Coalizione durante il mandato di Paul Bremer. Sono state create in modo casuale, cosa che le ha rese facili da infiltrare” ha dichiarato il Premier in una recente intervista. Al Maliki ha anche annunciato la creazione di un comitato che si occuperà proprio delle milizie.
L’esercito del Mahdi. Inizialmente, gli infiltrati nella polizia irachena erano soprattutto elementi dell’esercito del Mahdi, guidato dal religioso sciita Moqtada Al Sadr. Ma oggi la situazione sembra cambiata: Al Sadr si è avvicinato al governo e, a più riprese, ha invitato le sue milizie a cessare le violenze. “Se ci sono gruppi o individui dell’esercito del Mahdi che compiono aggressioni contro il popolo iracheno, annuncerò i loro nomi e il loro ripudio” ha dichiarato il religioso, che ha anche comandato alle sue milizie di “far tornare nelle loro case i sunniti e gli sciiti che sono stati costretti ad andarsene”. Nonostante questi appelli le violenze non si sono fermate e sono ancora decine i corpi di civili, torturati e uccisi, che vengono scoperti ogni giorno. La scorsa settimana le forze Usa hanno arrestato uno stretto collaboratore di Al Sadr e hanno fatto incursioni nel quartiere di Sadr City, a Baghdad. La linea interventista degli Usa, però, mette in difficoltà Al Maliki, che non può agire in modo brutale contro le milizie sciite perché non può fare a meno del sostegno politico di Al Sadr, il cui movimento conta 30 parlamentari e quattro ministri. Così, di fronte al raid statunitense di venerdì, nelle moschee di Sadr City, Maliki non ha potuto fare altro che protestare sostenendo di non essere stato informato dell’operazione.
Ingerenza iraniana. In occasione del voto sul federalismo Sadr ha preso le distanze dalle violenze settarie per ribadire la necessità di mantenere unito il Paese. Diversi analisti ritengono che il religioso abbia perso il controllo delle sue milizie: alcuni suoi sostenitori, delusi dalla svolta filo-governativa, avrebbero organizzato delle milizie in proprio, usando l’etichetta del Mahdi per copertura. Altri ipotizzano che la svolta di Al Sadr sia solo di facciata e che parte delle sue milizie si sia staccata per continuare a fare il lavoro sporco. È anche possibile che le numerose gang armate allo sbaraglio nel Paese abbiano trovato un nuovo sponsor nell’Iran. Recentemente il blocco sciita al governo si è spaccato sul federalismo: da un lato i nazionalisti come Maliki e Sadr, dall’altro i filo iraniani dello Sciri, che gradiscono l’ipotesi di dividere il Paese avvicinando la regione sciita all’influenza di Teheran. La scorsa settimana le milizie sciite dei due schieramenti si sono scontrate per giorni, nella città meridionale di Amara.
Naoki Tomasin http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6608
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Afghanistan e problemi di amministrazione della giustizia
di Giulia Alliani
La giustizia afghana e' stata duramente criticata alcuni mesi or sono quando si e' appresa la notizia che Abdul Rehman, l'Afghano convertito al cristianesimo che ha ora ottenuto asilo in Italia, rischiava una condanna a morte per apostasia. Un tribunale afghano ha archiviato il suo caso in forza di, o grazie a, un dettaglio tecnico, e Rehman ha lasciato il Paese in tutta fretta.
All'epoca l'Economist aveva dedicato alla vicenda un suo articolo che cercava di inquadrare l'attuale funzionamento dei tribunali afghani. Spiegava l'Economist che, nel paese asiatico, l'amministrazione della giustizia sta attraversando un periodo di transizione. Proprio l'Italia, con altri Paesi, e' stata incaricata di istruire i magistrati afghani in base alle nuove leggi che il Paese ha adottato, in modo da diventare piu' attento e rispettoso dei diritti umani, e di conseguenza piu' attraente per eventuali uomini d'affari e investitori stranieri.
Il compito non e' facile, anche perche' gli stessi "insegnanti", di varia nazionalita', si rifanno a sistemi giudiziari di impianto diverso. L'Italia ha istituito corsi per 450 tra giudici e pubblici ministeri, e ai regolari corsi universitari di legge e' stato aggiunto un anno, ma i risultati ancora non sono soddisfacenti, e pare che il maggior problema sia costituito dal fatto che i giudici islamici si sono laureati e provengono, per la maggior parte, da facolta' in cui si insegna la sharia.
Scrive l'Economist che i magistrati sono dei religiosi che non possiedono la necessaria conoscenza delle leggi che dovrebbero amministrare, e, talvolta, sanno appena leggere e scrivere. Inoltre non godono nemmeno dell'aiuto di una polizia efficiente. I loro stipendi, poi, si aggirano sui 60 dollari al mese (meno della cifra necessaria per l'affitto di un appartamento a Kabul) e cio' fa si' che la corruzione sia molto diffusa.
Ma fuori dalle grandi citta', nelle altre zone, dove c'e' meno polizia, e funzionano meno tribunali, si amministra ancora la giustizia tradizionale, e i giudici sono i capi delle tribu' o i capi religiosi: capita che ordinino delle esecuzioni, ma piu' spesso le pene irrogate sono risarcimenti alle vittime consistenti in terreni, animali, denaro, o donne.
L'ostacolo a una vera riforma sta in un mix stridente di leggi dello stato, di tipo occidentale, leggi islamiche e usanze tribali. Da una parte esiste una nuova Costituzione, introdotta nel 2004, sotto l'influenza degli stranieri, che promette liberta' di parola e religione, ed eguaglianza tra i sessi. Dall'altra ci sono i giudici-mullah conservatori, i quali citano un articolo secondo il quale "non ci puo' essere una legge contraria alle credenze e ai precetti della sacra religione dell'Islam".
Cio' detto, nell'Islam la punizione prevista per l'apostasia sarebbe la morte. Il che metteva Rehman in una posizione decisamente problematica. E ci sarebbe anche il problema del disincentivo alle testimonianze fornite da persone di sesso femminile che, per una interpretazione della legge islamica, valgono la meta' di quelle degli uomini.
Esistono altri Stati islamici che hanno trovato il modo di aggirare le prescrizioni della sharia. In Malesia i tribunali della sharia interpretano l'apostasia come un fenomeno impossibile: di conseguenza l'accusato viene assoggettato a un processo rieducativo o ad altre pene, ma non viene giustiziato. In Afghanistan pare che i giudici siano invece piu' severi.
Dopo la caduta dei Talebani la Corte Suprema e' controllata da religiosi molto rigidi. Fazul Hadi Shinwari, il loro capo, ha dichiarato di recente che le donne non possono aspirare alla posizione di giudici della Corte Suprema perche' hanno le mestruazioni, e questa condizione le rende inadatte a toccare il libro sacro per parecchi giorni al mese. Come consolazione, l'Economist cita il fatto che sono stati convocati in tribunale, e hanno ottenuto la nomina, un certo numero di avvocati piu' inclini alle riforme.
Il problema delle interpretazioni discordanti della sharia e' utile anche a spiegare i malintesi, a volte drammatici, che si verificano nei paesi occidentali tra musulmani e non musulmani. Com'e' possibile discutere di un argomento se i contendenti non partono dalla stessa interpretazione di un versetto?
In questi casi sarebbe forse meglio lasciare la discussione di tipo teologico a chi di dovere e rifarsi tutti alle leggi fondanti dello stato, tenendo sempre presente che anche la religione si ferma di fronte ad alcuni principi inderogabili come la vita e la liberta' di ogni singolo individuo, che nemmeno la liberta' dell'altro puo' violare.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Esiste un paese
di supramonte
Spigolature -
Esiste un paese dove per eliminare i propri avversari politici si creano commissioni parlamentari che utilizzano dossier falsi montati ad arte da noti faccenderi
Esiste un paese dove dirigenti dei servizi segreti passano dossier falsi sul capo dell'opposizione a giornalisti corrotti vicini alla maggioranza
Esiste un paese dove uomini dell'opposizione e della magistratura vengono schedati dai servizi segreti come se fossero dei terroristi
Esiste un paese dove si accede illegalmente ai dati fiscali del capo dell'opposizione, salvo poi trovare i medesimi dati pubblicati sul giornale di famiglia del capo del governo
Esiste un paese dove tutto questo non fa scalpore
Esiste un paese dove il leader di uno schieramento politico è un (ex-?) massone
Esiste un paese dove il leader di uno schieramento controlla giornali e televisioni che immancabilmente pubblicano tutti i dossier falsi e i dati riservati di cui sopra
Esiste un paese dove un partito populista viene chiamato moderato
Esiste un paese dove c'è un partito che "non avrai altro leader all'infuori di me"
Esiste un paese dove "io non sono uno stinco di santo, ma anche gli altri cosa vi credete?", ma perchè per dimostrarlo si costruiscono montagne di dossier falsi?
Esiste un paese in cui la "giustizia è uguale per tutti", ma per qualcuno è più uguale che per altri
Esiste un paese in cui la parola libertà è uno slogan che fa prendere voti
Esiste un paese in cui tutto questo non suscita scandalo
Esiste un paese assuefatto, strafatto
Esiste gente che gli crede ancora...
http://www.bloggers.it/supramonte/index.cfm
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Scroto apotropaico
Spesso vengo accusato di essere incoerente perché mi dico ateo e materialista e poi, se passa un’ambulanza a sirene spiegate, mi tocco ripetutamente lo scroto (tre volte, distinte. Se non sono distinte ricomincio finché non riesco a farlo tre volte distintamente). A parte che mi tocco lo scroto anche se l’ambulanza passa senza sirene o se ne vedo una parcheggiata, vorrei precisare che anche i materialisti possono essere superstiziosi, ovvero credere che forze occulte possano in qualche modo influenzare gli accadimenti della loro vita.
Esiste davvero una relazione tra l’ambulanza che passa e la mia morte?
Ovviamente sì, se sono a bordo. E sì anche nel caso che io, pur non essendo a bordo, la stia aspettando. Oppure nel caso che io non sia a bordo e non la stia aspettando ma che stia invece attraversando la strada, con gli auricolari e la musica molto alta, proprio nel momento in cui l’ambulanza sbuca dalla curva a centotrenta.
Ma esiste davvero una relazione tra l’ambulanza, la mia morte e il fatto che mi tocchi più o meno lo scroto?
Questo è il punto.
Siccome spesso elaboriamo un’immagine di noi stessi che ci piace e poi trascorriamo gran parte della vita nel disperato tentativo d’incarnarla, e visto che io desidero ardentemente essere un ateo materialista pur essendo profondamente convinto che Dio, in realtà, esista e che trascorra gran parte della sua giornata con un grosso fucile sparainconvenienti puntato sulla mia testa (non per autocommiserazione, ma per un discorso di responsabilità oggettiva), ho pensato bene di trovare un compromesso e di dare alla mia superstizione un fondamento naturale, ovvero psicologico.
A mio modo di vedere, dunque, pur non esistendo nessuna relazione immediata tra l’ambulanza, la mia morte e il fatto che mi tocchi lo scroto (a meno che io non stia guidando l’ambulanza), la mia mente potrebbe comunque farmi credere che una relazione esista, magari facendomi capitare - se non adempio il rito scaramantico - qualcosa di orrendo.
Ecco, dunque, la relazione indiretta:
Chinaski è in macchina, fermo al semaforo. Passa un’ambulanza a sirene spente.
Mente: ehi, un’ambulanza!
Chinaski: va beh.
Mente: una toccatina sola. Non si sa mai.
Chinaski: che idiozie.
Mente (stizzita): come vuoi.
Chinaski pigia l’acceleratore e parte. Il semaforo è ancora rosso. Si schianta.
Chinaski (frammisto a lamiere, sanguinante): arg… ma… che…
Mente: tsk tsk… che imperdonabile distrazione.
L’ambulanza inchioda, fa inversione, accende le sirene e si dirige verso Chinaski.
Mente: ehi, un’ambulanza!
Chinaski (in fin di vita): …
Mente: dai, su. Magari ti salvi.
Chinaski si tocca lo scroto.
Mente: tre volte, signorino!
Oltre al normale bagaglio di ogni scaramantico che si rispetti (ambulanze, suore, preti, carri funebri, gatti neri che attraversano la strada), che, per estensione, tende ad aumentare includendo tutto il mondo fenomenico (cattolici, animali neri o animali che attraversano una strada, ogni veicolo con una sirena), tutto ciò che sembra sospetto di portare sfortuna (in senso psicologico) deve essere in qualche modo esorcizzato. E tu non sai mai dove colpirà l’anatema, visto che i motivi per cui un oggetto può finire nella lista nera sono molteplici, in base alla relazione che esso ha con un qualsiasi evento sgradevole:
Temporale: stavi indossando quel maglione quando hai avuto un incidente automobilistico.
Spaziale: quel maglione era sul sedile posteriore della macchina quando hai avuto un incidente automobilistico.
Esistenziale: quel maglione era nell’armadio quando hai avuto un incidente automobilistico
La relazione esistenziale non lascia scampo. Il fatto che il maglione fosse nell’armadio non significa che è innocente, ma soltanto che deve essere tolto dall’armadio. Si badi bene che siamo ancora in presenza di meccanismi psicologici (la tua mente ti fa avere un incidente perché vuole che elimini quel maglione. Nessuno sa dire perché vuole che elimini quel maglione. Forse, semplicemente, non le piace. O non le piace che stia nell’armadio. Forse le piace, quindi, e vuole dirti di indossarlo. Per sempre)
Una volta che si toglie il maglione dall’armadio, è difficile capire cosa farne. L’ideale sarebbe provare a metterlo in un cassetto e vedere se continua a portare sfortuna, ma chi ha voglia di fare tanti incidenti per una simile sciocchezza? E a che ti serve un maglione se non hai più le braccia? È molto più semplice dargli fuoco. Se dopo avergli dato fuoco hai un altro incidente automobilistico, forse avresti fatto meglio a tenerlo. Oppure dargli fuoco era il modo sbagliato di eliminarlo.
La degenerazione è inarrestabile e quando ti accorgi che non leggi un libro che hai pagato venti euro, soltanto perché il suo codice isbn corrisponde al numero di cellulare di quel tuo amico che ti ha regalato il maglione che indossavi il giorno in cui hai quasi avuto un incidente automobilistico, capisci che è il momento di intervenire.
I modi per combattere un meccanismo psicologico sono innumerevoli e falliscono tutti. Io ho provato ad assecondarlo, a scendere a patti, a resistere, a forzare. Poi, un giorno, dopo aver letto una battuta di spirito di Umberto Eco, ho capito.
Chinaski è in macchina, fermo al semaforo. Passa un’ambulanza a sirene spente.
Mente: ehi, un’ambulanza!
Chinaski: embè?
Mente: dai, toccati.
Chinaski: no!
Mente: no? Come osi?!
Chinaski: mi spiace, ma la scaramanzia porta sfortuna.
Mente: …
Chinaski: …
Mente: direi che mi hai proprio fregato, stavolta.
Chinaski: beh…
Mente: una trovata molto astuta, complimenti.
Chinaski: grazie, grazie.
Chinaski pigia l’acceleratore e parte. Il semaforo è ancora rosso. Si schianta.http://www.chinaski77.splinder.com/
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Faenza vuole essere un distretto culturale
Il passaggio dall'economia industriale all'economia della conoscenza non è un processo astratto. E' un fenomeno concretissimo che cambia il paesaggio, le persone, le società. E ha bisogno di ambienti favorevoli. Che si possono costruire.
Ieri sono stato a Faenza. Al teatro Masini. Scolaresche nei palchetti, autorità e pubblico delle grandi occasioni in platea. Sul palco, oltre a me che davo (e purtroppo per me soprattutto toglievo) la parola a moltissimi appassionati esperti di distretti culturali e di rappresentanti delle organizzazioni sociali, economiche e culturali della città. L'occasione era Motod'idee.
Il sindaco, Claudio Casadio, un tipo in gamba, ha deciso che per rilanciare Faenza occorreva una visione, una missione e una condivisione del progetto da parte di tutte le forze della città. Mi pare che, almeno a parole (e anche quelle ci vogliono), tutti ma proprio tutti abbiano dato la loro disponibilità. E' un caso da seguire attentamente.
Al convegno sono stati raccontati i casi di Ars Electronica che ha rilanciato Linz, del parco scientifico di Lund, dei distretti culturali di Sheffield e Wolverhampton. L'industria pesante in crisi e la nascita di iniziative creative, leggere, attraenti, aperte...
L'intuizione del sindaco Casadio? "La cultura è come internet: è una piattaforma sulla quale nascono iniziative, aziende e idee". Un assessore ha lanciato uno slogan: "Facciamo un aumento di capitale sociale"... Non male...
La storia è proprio questa: investire nella formazione di quartieri creativi (fisici e online) per attivare iniziative, migliorare l'immagine della città, attirare investimenti da fuori... Non è la prima volta che se ne parla. E' la prima volta che se ne parla pensando alla luce dell'esperienza internettiana. Parole come piattaforma, ecosistema, neutralità del terreno di gioco, effetto-rete, standard... sono entrate nel linguaggio quotidiano passando da internet.
(Da seguire il lavoro di Pier Luigi Sacco, direttore scientifico di GoodWill, professore allo Iuav, autore di studi sulla felicità, la creatività, la cultura nel loro rapporto con l'economia).http://blog.debiase.com/
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Qualche riga estemporanea, da blog personale. Per insonni.
Rattus
____
Qualche giorno fa ho comperato una confezione di un noto
antidolorifico.
Insomma, la solita scatoletta per tamponare gli accasionali mal di
testa.
Siccome non sono ancora "cronico" ho preso la confezione più piccola,
sei
pastiglie. Vado ad aprire la confezione e trovo una dettagliata
spiegazione, con tanto di fotografie, di un'operazione manuale a carico
del
consumatore. Uhm... . Mi cimento. Nella confezione c'è una striscia di
cartone rosso fosforescente, con sei buchi, e della stessa dimensione
del
contenitore ordinario delle pastiglie. Si tratta di sovrapporre la
striscia
al contenitore. Ma perché ? Mi rendo conto che si tratta di un fatto
puramente estetico: le sei pastiglie, nel loro candore, al termine
dell'operazione paiono come sospese in un tripudio di luce rossa
fluorescente. Un presepe metafisico. Si vedono di notte ? Non ho
provato.
A qualcuno, in questo nuovo involucro, sembreranno più desiderabili ?
Qualcuno, nel tirarle fuori dalla borsa, si sentirà più trendy, meno
medicalizzato ?
Mi domando se scuotendole non tirino fuori qualche nota di "Magic
Pillow"
dei Jefferson Airplane. Niente da fare. La tecnologia non c'è ancora
arrivata. Il cuscino magico aspetterà.
L'episodio ha avuto un po' l'effetto del proustianO biscottino, e mi
sono
ritrovato a correre con il pensiero prima ai tempi di Woodstock poi a
Camillo Golgi.
Eppure in questa operazione di marketing c'è qualcosa che trovo
urtante.
Forse si tratta soltanto di un segnale: il processo di "sussunzione"
dell'immaginario beat è giunto alla fine del suo itinerario.
C'era bisogno di un involucro fluorescente per capirlo ? Non bastavano
le
immagini di padre Pio al fosforo verde che illuminano, nella sera, i
marciapiedi di via della conciliazione ?
"Tre baiocchi cinque santi e er papa a uffa" gridava su una piazza uno
sfortunato "santaro" che vendeva immagini sacre a metà dell'Ottocento.
Finì
in prigione, perché l'espressione "er papa a uffa" venne considerata
come
vilipendio all'autorità ecclesiastica.
Le pastiglie contro il mal di testa, viceversa, non si offendono e
possono
essere consumate "a uffa" senza destare le ire di chicchessia.
Forse aveva la ragione Deleuze quando scriveva che il fatto più
interessante della nostra epoca non è l'informatica ma la neurologia.
Per
strano che possa parere, la scoperta del neurone è relativamente
recente.
Prima, il cervello era considerato una struttura a sé stante, di cui si
ignorava quasi tutto. Il neurone, questa macchia di gelatina, questa
cellula elettrochimica, non era noto.
Così mi pare sempre più chiaro che catturati dalle dinamiche
capitale-lavoro abbiamo trascurato il "peso" (sociale, politico,
filosofico) della neurologia e della sua rapida evoluzione.
Mi tornano alla mente le parole de "Lo strano caso del dottor Jekyll e
del
signor Hide" (Stevenson): «Iniziai a percepire, con una profondità mai
prima attestata, la tremula fralezza, la vaporosa inconsistenza di
questo
involucro all'apparenza così compatto quando lo meniamo d'attorno.
Scoprii
che certi agenti avevano il potere di squassare di svellere questo
vestimento di carne, al modo stesso in cui il vento spazza via le tende
di
un padiglione».
Per chi non ama la distizione mente/corpo, il fatto che Stevenson
alludeva
decisamente al corpo non costituisce motivo di preoccupazione, anzi. E'
un'immagine premonitrice. La psicofarmacologia riuscirà a "svellere" la
soggettività "al modo stesso in cui il vento spazza le tende di un
padiglione".
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SCOOP" di Woody Allen (2006) di Rossella Valdrè
Scoop, ultimo film di Woody Allen da poco nelle nostre sale, e’ un piccolo film delizioso.
Gli appassionati di Woody Allen ci troveranno, mirabilmente amalgamati, tutti i suoi ingredienti: la leggerezza (sublime, ma mai superficiale), l’umanità’, il ruolo del caso, la compiutezza dei personaggi e della storia, la vena malinconica che vede la vita passeggiare sempre a fianco della morte.
Il film si apre infatti e si chiude con una morte. All’inizio, quella di un noto giornalista londinese che si ritrova, nell’immaginario trasporto agli inferi sul fiume Lete, ad essere informato di quello che potrebbe diventare lo scoop per eccellenza, e cioè che il noto serial-killer delle prostitute di Londra, secondo solo a Jack lo Squartatore, sarebbe il rampollo di una facoltosa famiglia di lord inglesi, Peter. Alla fine, la morte dello stesso Woody (Sidney), che veste i panni di un attempato e solitario prestigiatore che, proprio in seguito ai suoi giochi di prestigio, rimane coinvolto nella vicenda.
All’interno dello spazio che queste due perdite consentono — potremmo dire — si svolge la storia di Sandra, la tranche de vie di questa giovanissima studentessa di giornalismo, curiosa e ambiziosa, ma anche bella e sincera che, appunto mentre prende parte una sera allo spettacolo del mago Sidney (pateticamente chiamato Splendini per ‘fare effetto’), viene ‘contattata’ dallo spirito del giornalista defunto che, ansioso di non far dissolvere lo scoop di cui e’ venuto a conoscenza, fa delle rapide comparsate sulla terra e, per una qualche misteriosa affinità elettiva, va a finire proprio sulla nostra Sandra che fino ad allora ha scritto solo per il giornalino della scuola.
Il defunto la mette così rapidamente e misteriosamente al corrente dei dettagli essenziali per la sua indagine: il cosiddetto killer dei tarocchi che lascia una carta accanto ad ogni prostituta uccisa, sempre giovani donne dai capelli corti e neri, sarebbe appunto il ricchissimo Peter.
Diventati collaboratori e amici i due, Sandra e Sidney, si mettono così alla caccia di Peter, attraverso varie gustose situazioni comiche (cui fa da terreno la differenza di status sociale tra il mondo di Peter e quello di Sidney e Sandra); non sarà difficile avvicinare Peter con uno stratagemma, e così la bella Sandra inizia a frequentarlo negli ambienti dell’alta società londinese, presentando il simpatico mago come ‘padre’, un improbabile petroliere americano. Naturalmente, Peter si innamorerà di lei, così diversa da tutte per lui, occasione di genuinità e freschezza americane, e Sandra si innamorerà di lui, bellissimo, elegante e pieno di attenzioni.
La trama e’ poco rilevante, sebbene alla fine si scoprirà che davvero il colpevole e’ lui, mentre e’ stato condannato un operaio.
A differenza di ‘Match point’ (si veda la recensione) e di ‘Crimini e misfatti’, il delitto qui viene smascherato (Sandra riesce a raccontare tutto e a pubblicare infine il suo articolo), poiché qui siamo in un altro genere, quello della commedia.
I sentimenti e gli intrighi umani sono gli stessi, i ricchi uccidono sempre i poveri (in particolare l’uomo ricco uccide la donna povera divenuta un disturbo quando se ne e’ stancato), ma l’esito, nella letteratura e purtroppo non nella vita, e’ definito dal genere. Nella commedia, come e’ Scoop, e’ il bene a vincere, e’ la giustizia ad avere la meglio seppure dopo un certo tragitto e non senza vittime (Sidney), il colpevole alla fine viene condannato, mentre si ricorderà che non vi era castigo nei due film precedenti citati (poiché il genere drammatico e’ per definizione svincolato dall’happy end).
Diversa la chiave di svolgimento e lo sbocco, ma uguali gli ingredienti.
Noi ci rendiamo conto fin da subito che le cose andranno a finir bene, eppure questo ennesimo lavoro di Allen non può neanche definirsi, a mio avviso, un film totalmente leggero. La presenza della morte (non nuova al regista) fa da continuo richiamo e sfondo alle vicende umane, destinate tutte più o meno ingloriosamente a concludersi sulla barca che porta agli inferi. Ma poiché la morte e’ irrapresentabile per la mente umana, come diceva Freud, non possiamo che rappresentarla simile alla vita, ossia vociosa, chiacchierata, popolata di aspettative e di umori, mossa da incontri casuali.
I personaggi di Scoop, esattamente come in ‘Match point’, frequentano la upper class londinese: Peter ed il suo entourage ne fanno parte per diritto di nascita, mentre Sandra e Sidney ne sono sostanzialmente eccentrici, e la vedono dunque dall’esterno (pur vivendo da anni a Park Avenue, Woody Allen non manca mai nelle interviste di ricordare la sua nascita a Brooklyn e come da bambino guardasse quei grattacieli di Manhattan come a un miraggio….forse un riferimento biografico?).Essere occasionalmente dentro, e tuttavia collocarsi al di fuori della upper class, di Londra come di New York, permette di evidenziarne meglio i limiti e le crudeltà, che tuttavia non assumono mai in Allen una tinta moralistica.
Il vero crimine dei grandi ricchi, dell’intoccabile alta borghesia nei film di Allen, e’ proprio la sua inviolabile intoccabilità, e’ quella implicita e violenta liceità di poter fare tutto, fino all’omicidio, pur di preservare i benefici, lo status, la rispettabilità e l’immagine. Non tanto questi grandi ricchi sono disonesti, perversi o incapaci di amare (Peter di innamora davvero di Sandra, della sua alterità), ma e’ a loro tutto concesso, tutto quello che alla gente comune e’ invece vietato. Qui sta il vero crimine della borghesia.
Il ‘movente’ all’omicidio, anche qui, e’ il legame con una prostituta di lusso che Peter ora vuole interrompere; si adombra anche la sovrapposizione interna tra i capelli neri corti della prostituta e la madre, che tradì il padre e lasciò la famiglia quando Peter era piccolo. Il riferimento psicoanalitico, nell’ultimo Allen, e’ ormai solo implicitamente accennato, e perde ogni sua sottolineatura esplicita come aveva nei primi film (un ulteriore segno dell’attuale opacità della psicoanalisi nella cultura?una vera assimilazione, al contrario?).
E’ chiaro che Peter ‘uccide’ ripetutamente la madre, ed e’ chiaro che l’innamoramento per Sandra sembra offrirgli davvero la possibilità di un riscatto, ma il destino fa si che proprio la donna che poteva tirarlo fuori dalla ripetizione, e’ anche quella che lo ha smascherato. Tenterà di ucciderla, ma senza successo; a morire sarà invece il simpatico mago, che chiude così la sua vicenda terrena ma diventando, diremmo noi, oggetto interno rassicurante e amico nel mondo interno di Sandra.
Niente sembra lasciato al caso, eppure tratteggiato con tante lievità.
I padri devono morire per lasciare crescere i figli, la verità deve essere incessantemente perseguita per venire a galla. Alla fine il cerchio si chiude.
Sidney diventa il padre che Sandra non ha avuto, pasticcione e curioso, e si fa padre lui stesso di un figlio non avuto, perché così e’ andata la loro vita.
Scoop e’ una piccola favola intelligente, dove la morte e la vita coesistono, così come la presenza e l’assenza, la magia e il reale.
Quale e’ la vera magia? Forse e’ quella dell’incontro possibile, laddove non sembrava più possibile un cambiamento. L’incontro trasformativo.
Va notata infine la città, Londra. In due soli film ambientati a Londra (rimpiangiamo sempre un po’, per la verità, il profilo grigio di Manhattan), Woody Allen e’ riuscito a porvi la sua firma, a tipizzarla. La Londra di Scoop e di Match point ci e’ già familiare, le belle case eleganti, i bar, i ristoranti, i parchi, i marciapiedi sono il naturale set urbano di un’umanità’ contemporanea, inquieta e intelligente, ricercata e al contempo semplice, che abita lo spazio urbano che Allen fotografa cosi bene non tanto con le azioni o gli effetti speciali, ma con la parola.
I personaggi camminano e parlano, combinano guai e parlano, mangiano e parlano, si innamorano perché parlano, anche dopo la morte continuano a parlare (in questa morte, abbiamo detto, irrapresentabile per noi).
E la commedia può continuare.http://www.pol-it.org/ital/scoop.htm
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Fare le scarpe
Vigevano anni '70: fenomenologia dell'operaio di provincia
di MARIO VALENTINO BRAMÈ
Mio nonno paterno si interessava di calcio solo quando c'era Italia–U.R.S.S., e lo faceva naturalmente per tifare "Russia". A mia nonna materna fu appioppato da giovane il delicato soprannome di "Togliatti". Mio padre fu consigliere del P.C.I. in un paesino di provincia, mentre mia madre ancora adesso ha conati d'ira quando vede Occhetto in TV, per via della svolta della Bolognina. Io ho un contratto a progetto e spero nell'operato di un premier ex-democristiano.
C'è un senso della storia in tutto ciò?
A Vigevano, fino alla fine degli anni Settanta, i pomeriggi d'estate avevano un'inconfondibile colonna sonora ritmata: i martelletti delle orlatrici che battevano come macchinette dalle giunterie a conduzione famigliare, presenti pressoché in ogni edificio. A scuola non ci veniva chiesto "che lavoro fa tuo padre" quanto, piuttosto, "di quale parte della lavorazione della scarpa si occupa". A Vigevano tutti si occupavano di scarpe: orlatrici, tagliatrici, scarnitrici, montatori, inguarnitrici, modellisti, fresatori, conciatori di pelli, ciabattini, garzoni che portavano le scarpe da una parte all'altra della città, negozi di scarpe all'ingrosso e al minuto, magazzini, scarpe sportive, scarpe da calcio. Il trofeo di atletica si chiama "Scarpa d'oro", in castello c'è il Museo della Scarpa, la piazza del mercato si chiama Piazza calzolaio d'Italia. La squadra di basket, negli anni gloriosi della serie A, era sponsorizzata dalla Mecap – le scarpe da tennis anni Settanta. L'industria meccanica esisteva, ma venivano prodotte solo macchine per produrre scarpe. L'industria della gomma era finalizzata alla produzione delle suole.
Negli anni Sessanta Vigevano era invasa fin dal mattino da decine di pullman dai paesi limitrofi che riversavano un esercito di operai nelle sue strade. In quegli anni fu addirittura ipotizzata una revisione del piano regolatore in previsione di una espansione a 120.000 abitanti.
Il Partito Comunista Italiano toccava il 60% dei consensi elettorali, tanto che Armando Cossutta stabilì a Vigevano, per decenni, il "suo" collegio elettorale.
Tuttavia, la figura dell'operaio à la Cipputi fu poco presente. O per nulla.
Cipputi è un operaio consapevole di appartenere ad una casta. Dico "casta" perché il meraviglioso Cipputi di Altan non ha alcuna pretesa di uscire dalla sua condizione di operaio. Un immobilismo dettato dall'impossibilità socio-economica di cambiare il proprio destino, certamente. Ma un immobilismo vagamente snob, fatto di ombrelli presi in quel posto ma anche di quel fatalismo e di quella noncuranza del futuro che è esclusiva di due categorie umane: i Cipputi e gli artisti. L'operaio vigevanese medio, invece, aveva una coscienza di classe, per così dire, a termine.
Innanzitutto le realtà lavorative erano, nella maggior parte dei casi, aziende a conduzione famigliare o, in ogni caso, piccole o piccolissime imprese. Converrete che è difficile sviluppare una coscienza di classe quando la "classe" è costituita solo dalla sciura Piera che vi lavora di fianco. Questo, sia ben chiaro, non vuol dire che l'orlatrice-tipo vigevanese (la giuntöra) non percepisse la distanza tra imprenditore e operaio che sta alla base della lotta di classe. Anzi: quando ci si riferiva al proprio datore di lavoro si usava l'odiosa locuzione "il mio padrone". Il fatto è che tale distanza veniva elaborata attraverso l'ostilità personale, l'avversione diretta nei confronti del proprio "padrone". Il massimo della condivisione di idee e disappunti, in ogni caso, avveniva solo all'interno dello stesso condominio, tra vicini di casa, qualche parente. Così la "coscienza di classe" si riduceva ad una ben più modesta "coscienza di cortile".
Proprio perché la maggior parte delle aziende vigevanesi era di piccole o piccolissime dimensioni, la distanza percepita tra dipendente e datore di lavoro era contingente e non, come nel caso di Cipputi, essenziale, archetìpica. Il datore di lavoro, il più delle volte, si ritrovava in quella posizione non in virtù di ricchezze tradizionali di famiglia, oppure straordinarie abilità imprenditoriali o, ancora, grazie a competenze specifiche guadagnate in anni di studio. Il datore di lavoro era tale perché magari di punto in bianco si era ritrovato l'eredità della zia da gestire e, allora, aveva pensato bene di "mettere su la fabbrichetta".
Insomma, Vigevano era un pullulare di micro-attività imprenditoriali che erano a metà strada tra l'America degli emigranti e la Sicilia dei Malavoglia. Chiunque poteva sperare di affrancarsi dalla condizione di operaio sfruttato e diventare, anche lui, "padrone". Bastava un po' di fortuna: magari un dodici al totocalcio. Ma la Provvidenza poteva sempre naufragare con i suoi lupini; e a Vigevano la burrasca aveva diverse facce: l'innovazione tecnologica dei concorrenti italiani, un provvedimento che sfavoriva le esportazioni, oppure la Guardia di Finanza che mette il becco nel nero dell'azienda; proprio come accade al povero Mombelli del Maestro di Vigevano di Mastronardi.
Per tutti questi motivi, il mondo degli operai e quello degli imprenditori non erano due contenitori a tenuta stagna. Una sorta di osmosi animava i passaggi tra le due categorie e questo comportava due conseguenze: la mancanza di una vera e propria coscienza di classe e l'alimentazione di un odio viscerale nei confronti del "padrone" quando le cose non andavano bene, proprio perché il datore di lavoro era tale non per casta ma per bizzarria del destino.
Certo, il "padrone" spesso ce la metteva tutta ad alimentare l'ostilità. Era, molte volte, una versione più umile dell'ing. Ivo Perego di Antonio Albanese: grande ignoranza, un pizzico di volgarità e ostentazione.
«L'industriale Girini aveva una interessante proposta di lavoro per me. Come entrai nel parco della sua villa mi venne incontro fra lo scodinzolare d'una mezza dozzina di cani [...]
Si arrivò nella camera da letto. C'era un lettone antico, con baldacchini e drappi, e frangioni. – L'ho comprato dai nobili S. dove facevo il famiglio! – mi disse. Avvicinatosi a un comodino disse che a Vigevano non ce n'è un altro che può permettersi il lusso di pisciare nell'oro; e mi piantò quel vaso sotto gli occhi. Era d'oro davvero. - Invece la mia signora ce l'ha d'oro bianco. Per non fare confusione!». (1)
L'operaio vigevanese percepiva come lontano il mondo di Cipputi. Un mondo più raffinato e istituzionalizzato del suo; un mondo fatto di casse integrazioni (un lusso, appannaggio delle grandi realtà industriali), di letture di giornali, di assemblee sindacali, di scioperi, di ferie godute e di lotte per la sicurezza sul posto di lavoro. I sindacati apparivano lontani, incapaci e poco intenzionati a tutelare le piccole realtà di provincia. Impossibile scioperare, manifestare, rivendicare quando il "padrone" è lì, davanti a te tutto il santo giorno, e lavora con e come te, primus inter pares.
Allora, quando le cose non andavano bene, l'odio covava nell'animo; un'avversione personale nell'intimo della coscienza, non "di classe".
Molte volte, poi, questa avversione andava anche in un'altra direzione: verso "il meridionale". Giunti in massa con il boom dell'immigrazione interna del secondo dopoguerra, i meridionali a Vigevano erano una presenza numerosa e attiva. Ma come spesso accade dove la cultura latita, il "diverso" veniva avvertito quasi esclusivamente come una minaccia. Così il "Meridionale di Vigevano" (altro splendido affresco di Lucio Mastronardi) è, per il Vigevanese di quei tempi, colui-che-viene-a-rubarci-il-lavoro, è forestiero ed è quindi un pericolo. Il risultato era una inevitabile guerra tra poveri.
Tra tante rabbie e tanta fatica, però, vale la pena ricordare grandi doti che hanno costituito a lungo il valore intrinseco del Cipputi di provincia: un grandissimo senso di responsabilità e una grande dignità mai intaccata dalle disavventure che pure arrivarono con gli anni della grande crisi della scarpa, negli anni Ottanta; proprio mentre, 30 km più a nord, impazzava la Milano da bere. Né sono da trascurare i numerosissimi episodi di solidarietà spicciola, tra vicini di casa, colleghi, conoscenti. Solidarietà che non veniva mai negata a chi passava tutto il giorno a sgobbare in fabbrica, nemmeno ai meridionali. Perché, in fondo, i meridionali "cattivi" erano sempre quelli dell'altro cortile.
Ora, unite l'endemica possibilità della giuntöra di "mettere su" una giunteria in proprio alla diffidenza nei confronti dei meridionali e capirete perché, con la scomparsa dei vecchi partiti, Vigevano ora non è più il feudo di Cossutta ma di Bossi e Berlusconi. E capirete anche perché mia madre odia ancora Occhetto.
Non vorrei essere frainteso. L'operaio vigevanese era sinceramente comunista. Era davvero convinto, nonostante la politica apparisse lontana, che Berlinguer avrebbe tutelato i suoi interessi e che Andreotti, invece, "non la contava giusta".
Gli stilemi e gli stereotipi del comunista italiano venivano amplificati e distorti, un po' come accade a quelle rielaborazioni della religione cattolica nelle comunità andine: un misto di paganesimo, esoterismo e devozione verso la Vergine Maria che creano più di un imbarazzo al viaggiatore occidentale. Così essere comunista prevedeva alcuni precetti comportamentali e morali che sfociavano in una sorta di decalogo più o meno implicito:
- la scala mobile non si tocca
- Moro è stato ucciso dai Democristiani
- è naturale manifestare grande simpatia per l'U.R.S.S. alle olimpiadi
- è vietato simpatizzare per una qualsiasi formazione tedesca in qualsiasi sport
- gli Americani saranno pure andati sulla Luna, ma vale di più l'impresa di Gagarin
- la giustizia non è uguale per tutti e i giudici sono schierati contro i Comunisti (!)
- se ci sarà una guerra nucleare sarà certamente per colpa degli Americani
- il Fascismo è stata una cosa orribile (sì, allora era ancora dato per scontato)
- in Russia c'è il paradiso o giù di lì
- la Piazza Rossa è l'unica al mondo a poter competere con Piazza Ducale
Ma questa sorta di tifo calcistico applicato alla politica non sfociava quasi mai, si è detto, in una vera e propria coscienza di classe. Non era raro, infatti, trovare un operaio che si metteva in proprio, che diventava "padrone", ma che continuava ad essere e votare comunista.
Se proprio sentiva di dover appartenere ad una classe sociale, l'operaio vigevanese sentiva di far parte di quella grande massa di persone che si danno da fare, che "si tirano su le maniche", che faticano, che arrivano a casa con la schiena spezzata dal lavoro.
Il P.C.I. diventava, così, il partito dei lavoratori "veri", quelli che faticavano fisicamente; e se un "padrone" lavorava tutto il giorno al tuo fianco, allora forse poteva essere anche lui comunista.
Certo, se poi dite di punto in bianco all'operaio vigevanese che il Partito Comunista non esiste più, come minimo aspettatevi un grande smarrimento.
Allora l'intolleranza e la voglia affannosa di fare i dané andranno ad occupare un posto di preminenza nelle sue idee politiche.
Il gioco sarà fatto, con buona pace di Cossutta.
Nota
1. L. Mastronardi, "L'industrialotto", in A casa tua ridono e altri racconti, Einaudi, Torino 2002, pp. 269-270 http://www.golemindispensabile.it/Puntata61/articolo.asp?id=2127&num=61&sez=680&tipo=&mpp=&ed=&as=
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IL REPORTER? UN MISSIONARIO
Ryszard Kapuscinski, il grande scrittore polacco, si racconta in Autoritratto.
Ryszard Kapuscinski è una delle coscienze morali di questi anni. Un grande giornalista, un reporter che è anche uno dei migliori scrittori a livello internazionale. Ogni suo libro vive attraverso la doppia immagine dell’uomo che attraversa il mondo e il male che lo soggiace, e dello scrittore che registra la realtà con l’occhio del testimone scomodo, al servizio della verità. Ora, dopo l’affascinante In viaggio con Erodoto (Feltrinelli, 2005), in cui delineava una summa della sua esperienza e della necessità di viaggiare attraverso le incandescenze del mondo contemporaneo, nell’Africa delle dittature o nelle pieghe dei fondamentalismi islamici, ecco Autoritratto di un reporter (Feltrinelli), in cui si svela nelle pieghe più personali, restituendoci il timbro dell’eccezionalità della sua avventura umana.
Il libro è il sunto di circa mille pagine di conversazioni e interviste che raccontavano la sua passione per i viaggi, la necessità di rischiare la vita per dei valori superiori, la solitudine e la paura che accompagnano il mestiere del reporter. Ne emerge la figura di uno scrittore che è anche reporter-missionario: «Più si conosce il mondo, più ci rendiamo conto della sua inconoscibilità e sconfinatezza: non tanto in senso spaziale, ma nel senso della ricchezza culturale troppo vasta per poter essere riconosciuta». Nato in Polonia, si definisce «sostanzialmente uno sradicato», con la particolarità di scrivere "dal vivo" perché incapace di inventare, sia un mondo immaginario sia una dimensione tutta sua. «Descrivo un mondo che realmente esiste». Con una prerogativa: «La mia principale ambizione è dimostrare agli europei che la nostra mentalità è quanto mai eurocentrica e che l’Europa, o meglio una sua parte, non è il mondo intero. Che l’Europa è circondata da un’immensa e crescente varietà di culture, società, religioni e civiltà». www.famigliacristiana.it
Fulvio Panzeri
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Una guerra all'ultimo chicco
Marzia Bonacci
Diritti-Economia
Il colosso americano Starbucks sta ostacolando il tentativo dell'Etiopia di ottenere in America il copyright su alcune sue pregiate qualità di caffè. A renderlo noto, l'ong britannica Oxfam, che insieme al Paese africano dichiara battaglia
Il gigante questa volta si chiama Starbucks, mentre il piccolo e indefeso concorrente, sempre questa volta, porta il nome dell'Etiopia. Per quanto riguarda invece la sostanza del contendere, rimane la stessa. Come a dire: cambiano gli attori e il soggetto, ma la scenografia resta invariata. Uno sfondo scenico che consiste nella grande marcia incontrastata delle multinazionali verso la distruzione e l'inglobamento di tutte quelle realtà economiche e commerciali, locali e dalla capacità minore, che in qualche modo rappresentano forme di concorrenza e di alternativa al sistema dei grandi collossi finanziari.
Stando a quanto raccontato oggi dal giornale inglese "The Guardian", che ha appreso la notizia dall'ong Oxfam, alla base del contenzioso inauguratosi fra la grande multinazionale americana Starbucks - leader nel settore della ristorazione da bar con 10 mila punti vendita, e conosciuta in tutto il mondo per i suoi gustosi "bibbitoni" frutto della sapiente mescolanza di caffè, cioccolata e creme di tutte le specie - e lo stato del Corno d'Africa, ci sarebbe proprio il chicco dal quale viene ricavata, ormai da centinaia di anni, la bevanda più apprezzata in tutto il mondo. L'organizzazione non governativa britannica Oxfam, infatti, sostiene che la compagnia dei "coffee shops" fondata nel lontano 1971 avrebbe bloccato il tentativo degli agricoltori etiopi di proteggere la denominazione di origine controllata (doc) dei loro più famosi chicchi di caffè, negandogli così un potenziale profitto annuale stimato a circa 47 milioni di sterline, circa 88 milioni di dollari, per intenderci 70 milioni di euro. Un' operazione che è stata percepita dalla ong britannica come una vera e propria pugnalata alla spalle, visto che dal 2004 si era inaugurata fra i due soggetti una collaborazione in progetti di sviluppo rivolti a proteggere e favorire proprio i contadini etiopi produttori di caffè.
La storia è semplice, almeno nella prospettiva dell'Oxfam, la quale sostine che lo scorso anno il governo di Addis Abeba avrebbe presentato all'ufficio Usa per il brevetto e il marchio di fabbrica (Uspto) la richiesta per la salvaguardare l'etichetta di registrazione dei nomi di chicchi di caffè più noti e da lei stessa prodotti - come il Sidamo, Harar e Yirgacheffe - affinchè ne venisse controllato l'utilizzo sul mercato e fosse garantita una più giusta ripartizione dei profitti nella vandita a dettaglio. La Starbucks sarebbe però riuscita a boicottare la richiesta dell'Etiopia, per altro nascondendosi dietro la National Coffee Asociation (Nca), cioè il grande cartello di associazioni impegnate nel settore. Un tentativo andato a buon fine per la multinazionale americana, ma certamente squalificante per la sua immagine pubblica: il profitto annuale della società infatti è pari a circa tre quarti dell'intero Prodotto interno lordo dello Stato del Corno d'Africa a cui sta facendo una "guerra all'ultimo chicco". Un atteggiamento non proprio corretto visto che l'Etiopia è universalmente riconosciuta come uno dei paesi più poveri al mondo, ancora in corsa per uno sviluppo economico stabile. Per questa ragione, il colosso Usa ha smentito in un comunicato stampa di aver mai "presentato un'opposizione alla richiesta del governo etiope sul marchio di fabbricazione", aggiungendo che "il gruppo ha incrementato in quattro anni gli acquisti dall'Etiopia del 400%, con beneficio dei coltivatori a cui è stato pagato un prezzo di poco meno di 3 dollari al chilo: il 23% in più del prezzo del listino medio per quelle stesse qualità di caffè".
A smentire questi dati, però, ci ha già pensato uno dei leader etiopi delle cooperative di coltivatori di caffè, che nel paese sono 15 milioni, con una aspettativa media di vita di 47 anni e con un pil annuale procapite di 160 dollari. Secondo le sue conoscenze "Starbucks vende caffè Sidamo e Harar a 26,29 dollari alla libra (450 grammi) proprio a causa della particolare qualità dei chicchi, ma i contadini in Etiopia guadagno fra i 30 e i 59 centesimi per la stessa quantità".
Anche Ron Layton, presidente dell'organizzazione per i diritti di proprietà intellettuale Light Years Ip, ha smentito la versione ufficiale sostenuta dalla multinazionale. Il rifiuto opposto dall'Uspto ad Addis Abeba, infatti, è stato motivato, secondo Layton, dal fatto che il marchio Sidamo era già stato depositato dalla Starbucks nel 2004. Una mossa felina e rapida per garantirsi la leadership sul copyright del caffè etiope, visto che "il diritto alla proprietà intellettuale frutta oggi una grossa fetta del valore complessivo del mercato globale, ma i paesi ricchi e gli imprenditori facoltosi hanno già preso possesso della maggioranza di questi diritti". E riguardo alla scelta del paese africano, il presidente della LYI ha ricordato: "l'Etiopia, il luogo di nascita del caffè e uno dei paesi più poveri del mondo, sta cercando di far valere i propri diritti e ottenere il maggior profitto dal suo prodotto. Dovrebbe essere aiutata non ostacolata". Purtroppo questo aiuto non è arrivato, ma al contrario il suo cammino verso la crescita economica ha subito l'ennesimo "piccolo" scoraggiamento da parte del colosso della ristorazione.
Comunque Addis Abeba ha deciso di non demordere e ha fatto sapere che continuerà a sostenere la sua iniziativa per ottenere il copyright negli Usa, perseguendo nella richiesta alla Starbucks e alle altre aziende di sottoscrivere un accordo in cui gli venga riconosciuta la proprietà sul nome del caffè, a prescindere da dove questo abbia ricevuto il marchio di fabbricazione. Tutelare infatti la propria leadership nella produzione registrando il marchio, comporterebbe, per chiunque utilizzasse i chicchi provenienti dalle piante sotto registrazione, il pagamento al governo etiope del diritto allo sfruttamento del simbolo: una mossa dal valore di 88 milioni, come si diceva prima. Non proprio briciole. http://www.aprileonline.info/428/una-guerra-allultimo-chicco
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Dentro la Disneyland africana del Museo del Quai Branly
A un anno dalle rivolte nelle banlieues francesi, una lettura (politicamente scorretta) del nuovo museo delle “arti primitive” a Parigi.
Aubervilliers, periferia nel Nord di Parigi, durante gli scontri del 2005 (Foto Matthew Kebbekus/Flickr) 27 ottobre 2005. Dopo la morte controversa di due giovani nelle banlieues, una vera e propria rivolta scoppia nei ghetti di dimenticati che puntellano le periferie di Francia. Una rivolta che avrebbe scosso la fiducia dei francesi nel loro modello di integrazione degli immigrati.
23 giugno 2006. A Parigi apre le porte il Museo del Quai Branly sulle arti primitive d'Africa, Asia, Oceania e Americhe.
Che il museo d’arte indigena del Quai Branly rispecchi un nuovo approccio al presente postcoloniale della Francia a un anno dalle sommosse?
Cittadinanza universale e razzismo istituzionalizzato
Facciamo un passo indietro. Durante i disordini Sarkozy minacciò di espellere tutti gli arrestati, il viceministro del lavoro Gerard Larcher si coprì di ridicolo dando la colpa alle famiglie poligame, mentre Hélène Carrère d'Encausse, segretaria permanente dell’Académie Française, spiegò come i disordini fossero causati da persone provenienti da villaggi africani che si comportavano in Francia come nei loro Paesi d’origine. Il messaggio era in tutti i casi sempre lo stesso: «Voi non siete di qui. Datevi una regolata, o vi mandiamo a casa».
Dietro il razzismo di queste affermazioni c’è una certa idea di cosa significhi essere francese. Mentre l’Inghilterra e l’America hanno promosso, con alterne fortune, una politica delle minoranze, non c’è alcuna menzione dei diritti dei francesi di origine africana. Ci sono soltanto riferimenti ai diritti dei francesi in generale. La cittadinanza universale assoluta è un grande ideale. Peccato però che entri in crisi quando questo modello è adottato da una società che dimostra razzismo istituzionalizzato ed esclude a priori una parte della popolazione. Un sistema simile esclude l’esistenza stessa di posizioni di minoranza da cui lottare per i propri diritti.
Secondo il filosofo francese Jacques Rancière, la politica ha inizio quando gli esclusi chiedono di essere inclusi nella polis. Ma non si accontentano di una fetta della torta, di una parte della sfera pubblica esistente: reclamano la riorganizzazione stessa della polis. Durante la Rivoluzione Francese i rivoluzionari non insorsero per chiedere di essere inclusi nell’aristocrazia, al contrario: decisero che loro stessi – un gruppo particolare della società – si sarebbero fatti interpreti dell’intera collettività. Lo scorso novembre le banlieues non chiesero uno spazio maggiore nella società. Distrussero le loro auto, le loro scuole: un vero e proprio dramma autodistruttivo che mostrava la loro esclusione, e chiedeva di rinegoziare la società in generale. Ciò richiederà un cambiamento nell’immagine che la Francia ha di se stessa.
Uno dei posti migliori per cercare segni di tale cambiamento è il nuovo Museo del Quai Branly, un archivio dei reperti che conservano la memoria del passato coloniale francese.
Nello zoo
I musei ospitano oggetti, oggetti che vivono nei musei, che contengono la memoria di una vita precedente. Il museo si trova davanti un compito importante: come riportarli in vita? La loro seconda esistenza viene creata organizzandoli, classificandoli e confrontandoli. Quali oggetti affiancare, e con quali informazioni? I musei danno una versione della storia che in realtà rivela come il presente interpretati il passato.
Entrando nel Museo del Quai Branly si viene a contatto con l’opinione che la Francia ha del proprio passato coloniale, e del proprio presente postcoloniale. Varcando la soglia, una grande parete di vetro separa l’interno del museo dal trambusto del mondo esterno. Oltre questa parete si trova una vera e propria giungla, una Disneyland africana. Per raggiungere la collezione centrale bisogna
salire una lunga scalinata. Lungo il percorso s’intravvede un frammento della storia del museo. Una torre di vetro piena di oggetti non in esposizione. Strumenti musicali impilati in contenitori di vetro come campioni biologici, le ossa della storia.
In questa torre si vede ciò che i musei erano: la quantificazione scientifica di altre culture, oggetti organizzati in schemi. Di fronte a questo frammento del passato del museo c’è il suo presente. Una serie di grandi schermi mostra paesaggi esotici e sorridenti facce nere: sembra il museo di Mtv. Sugli schermi, queste persone senza oggetti illustrano un multiculturalismo televisivo privo di contenuti. Noi, sembra essere il messaggio del video, viviamo tutti nello stesso mondo, il mondo delle immagini e dell’apparenza. E dalla parte opposta, impilati come cadaveri in formalina, oggetti senza persone.
Se il predecessore del Museo del Quai Branly, il Musée de l'homme, era progettato per mostrare la diversità della natura umana (in un contesto coloniale), il neonato Quai Branly è il Duchamp nell’età della politica delle minoranze. Ogni cosa è separata: le interconnessioni tra culture non sono mai mostrate. Jean Nouvel, l’architetto del museo, dice di aver voluto creare un edificio «libero da tutte le forme occidentali». Perciò niente ringhiere, scale e corrimano; tutto è immerso nella penombra. C’è poca luce a illuminare il percorso centrale, che Nouvel chiama «il serpente», mentre si snoda attraverso il suo strano parco tematico. Maschere dei mondi nascosti dell’Africa occidentale sono esposte dietro una parete fatta in modo da ricordare un tronco d’albero, come ad evocare le foreste in cui le maschere erano usate. Non funziona: le fa soltanto sembrare più distanti.
La cultura francese non è in mostra, ma è l’unica a far sentire ovunque la propria presenza. Lo suggerisce per esempio uno dei poster del Museo. Che mostra una statua dalle isole del Pacifico nel mezzo di Place de la Concorde, con lo slogan Les cultures sont faites pour dialoguer, “Le culture sono fatte per dialogare”. Dialogare sì, ma alle nostre condizioni. I vostri oggetti, ma col significato deciso da noi.
Colonialismo e amnesia
Non c’è storia nel Museo del Quai Branly. Si ha l’impressione che il resto del mondo esista come una serie di oggetti esotici da ammirare, o di volti fotogenici negli schermi appesi alle pareti. Oggetti senza persone, facili da guardare. Persone senza oggetti, facili da assimilare.
Ciò non significa che il museo debba limitarsi a condannare il colonialismo (anche se una piccola menzione non guasterebbe). Un buon museo dovrebbe rimettere in discussione i significati che associamo agli oggetti, dovrebbe far sì che il pubblico si interroghi su un oggetto come forma d’arte e come strumento con usi pratici. In altre parole, dovrebbe gettare dubbi sull’oggetto come pezzo da museo. In definitiva il museo deve mostrare la storia dell’oggetto.
Sarkozy percorre le banlieues con la promessa di ristabilire l’ordine. Facce arrabbiate ci scrutano dalle televisioni francesi. Maschere di iniziazione ci osservano da finte foreste impagliate. Automobili prendono fuoco e testoline dipinte e scuoiate emergono dalle luci soffuse. Ma, attenzione: i drammi delle banlieues e i simboli delle culture “primitive” sono francesi. Ma non sono presentati come tali, anzi. E così il Museo del Quai Branly non è altro che una testimonianza del divario nella società francese tra la realtà contemportanea delle nostre interrelazioni e la percezione che abbiamo dell’“altri”. Che, invece, è il nostro vicino.http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8563
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Strauss-Khan: obiettivo
la social democrazia
Luca Sebastiani
Nessuno ci avrebbe scommesso un soldo. Per essere presidente della Repubblica in Francia bisogna infatti corrispondere ad un certo profilo ideale, bisogna essere uomini del destino in grado di incontrare il popolo nel momento sacro del suffragio universale. Dominique Strauss-Khan questo carisma da padre della patria non lo ha e non lo ha mai avuto, ma ha tenuto duro, e alla fine, la sera del primo dibattito dei candidati alle primarie del Partito socialista per l’investitura alle presidenziali era lì, tra Laurent Fabius e Ségolene Royal, a spiegare ai militanti che dovranno decidere la sua visione politica.
“Sono candidato perché infine, nel nostro Paese, si mettano in opera le soluzioni di una socialdemocrazia moderna. L’obiettivo è il sociale, il metodo la democrazia”. Tra un Laurent, politicamente posizionato a sinistra, e una Ségolène, concentrata sui valori e un certo pragmatismo regionalista, Dsk, come lo chiamano i francesi, ha scelto di sostenere una posizione marcatamente socialdemocratica, di incarnare una sinistra moderna e radicalmente riformista.
Una posizione del resto in linea con la sua storia personale, con la sua azione politica, con l’immagine che già tutti nel partito hanno di lui. Certo in molti, soprattutto nella frangia massimalista del Ps, lo ritengono il rappresentante di una certa deriva liberista, ma tutti sono unanimi nel riconoscergli una grande capacità tecnica nel dominio economico e a considerarlo la vera riserva d’idee del socialismo francese.
Economista di formazione, materia che per qualche tempo ha anche insegnato, entra in politica legandosi a Lionel Jospin che ne sarà il mentore fino a tempi recenti, fino a quando l’ambizione presidenziale dei due s’incrocerà e il padre sarà costretto a lasciare il posto a quello che fino al giorno prima era stato il figlioccio politico. Le sue prime esperienze politiche Dsk le muove all’ombra della segreteria del Ps di Jospin all’inizio degli anni Ottanta, ma è solo nel ’91 che dà la prima vera prova di sé quando il presidente François Mitterrand lo nomina ministro delegato all’Industria e al Commercio estero. Gli ambienti economico finanziari imparano ad apprezzarlo ma gli esecutivi di Edith Cresson e di Pierre Bérégovoy durano poco e anche Dsk, finiti quelli con la vittoria della destra alle elezioni del ‘93, lascia le responsabilità ministeriali.
Il vero anno della svolta per lui è il 1997 quando la sinistra vince le elezioni politiche, Jospin forma l’esecutivo di coabitazione con Jacques Chirac e gli affida il ruolo chiave di ministro dell’Economia.
Stauss-Kahn impone il suo marchio all’orientamento del governo e, da europeista convinto della grande opportunità che l’Unione costituisce in un orizzonte mondializzato, costringe Jospin alla scelta risoluta dell’euro e del patto di stabilità. Riduce il deficit, coglie una delle crescite più importanti della recente storia francese e crea occupazione. Riformista radicale, apre il capitale pubblico di Telecom France e Gaz de France e si attira quel marchio liberista che gli riuscirà difficile scrollarsi di dosso. Implicato in un inchiesta si dimette nel 1999 per non compromettere l’immagine del governo e dovrà attendere il 2001 per vedersi completamente assolto.
Dopo la sconfitta alle presidenziali del 2002, quando Jospin esce di scena, Dsk comincia a pensare alla prospettiva dell’Eliseo e a correggere la sua immagine troppo a destra condendo il suo discorso con parole e soluzioni più a gauche. Poi, una volta costruitasi quell’identità chiaramente socialdemocratica che secondo i suoi piani gli avrebbe permesso di essere sostenuto dalla segreteria del Ps di François Hollande, accade l’inatteso: esplode il fenomeno Ségolène e Dsk viene scavalcato a destra niente meno che da colei che, nel pieno dello scandalo che lo aveva travolto, riferendosi alle presunte malversazioni, aveva dichiarato che “la politica si fa per servirla, non per servirsene”.
Ma Strauss Kahn è un uomo determinato e non si è fatto spaventare da quella che considera solo una “populista”. Per poterla sfidare alle primarie è addirittura entrato in rotta di collisione con Jospin, il quale, tornato dal suo pensionamento politico per provare a presentarsi alle primarie in funzione anti Ségolène, non aveva avuto il minimo dubbio che il fido figlioccio si sarebbe fatto da parte per aprirgli la strada. Invece Dsk ha risposto picche e ha rotto con il padre politico.
Ora il rischio più grosso che corre Dsk è quello di rimanere intrappolato in un’immagine di uomo capace ma non carismatico, in uno schema, che ha già cominciato a circolare, secondo cui Ségolène, popolare e dotata di carisma, dovrebbe andare all’Eliseo, mentre Strauss-Kahn, competente ma non troppo popolare, alla guida del governo.
caffeeuropa.it
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Ex agente Cia recensisce entusiasta ''Syntetic Terror'' di W. G. Tarpley
L'11 settembre è “un complotto USA”, dice un ex alto ufficiale dell'intelligence della CIA e della Marina
Washington DC, 17 ottobre - Amazon ha pubblicato un'affermazione senza precedenti da parte di una figura della comunità dell'intelligence USA che attribuisce le colpe dell'11/9 a Dick Cheney e ad alti membri dell'esecutivo della CIA. Robert Steele, repubblicano da una vita, fondatore del Marine Corps Intelligence Center e il primo fra i recensori della non-fiction di Amazon, ha scritto questa conclusione "con grande rammarico" dopo aver letto 9/11 Synthetic Terror: Made in USA , di Webster Tarpley, che egli loda come "senza dubbio, il più importante punto di riferimento moderno sul terrorismo di Stato."
L'autore e il recensore sono esperti di intelligence provenienti da due sponde differenti ma con vedute convergenti (le loro biografie sono sulla Wikipedia). Una caratteristica unica di 9/11 Stnthetic Terror è che Tarpley non imputa le operazioni sotto falsa bandiera, come quelle dell'11/9, a un intero governo o agenzia governativa. Il suo modello della “rete canaglia” mette in evidenza piccole quantità di talpe che infestano nodi cruciali in istituzioni come la CIA e i mass media.
Secondo Robert Steele la missione di intelligence della CIA è stata sovvertita dalle follie delle sezioni dedite alle operazioni segrete, per esempio, le false prove a supporto di una guerra in Iraq. Egli rappresenta la maggioranza degli ufficiali onesti della CIA che sostengono la Costituzione partecipando al movimento per l'intelligence open source .
Quando Steele non è impegnato nella lettura di centinaia di libri di saggistica, si occupa di riportare l' intelligence nella comunità degli esperti di intelligence. Il suo sito web, OSS.net, una Rete di partnership sull'intelligence globale, è un concetto rivoluzionario per l'intelligence del futuro: un'intelligence globale, open source , che si avvale del potere della rete e dei contributi dei cittadini in tutto il mondo.
Webster Tarpley è stato designato come relatore di primo piano alla conferenza di gennaio organizzata da OSS.net nella Virginia del nord. Tarpley è stato borsista Fullbright in Italia, dove fu il primo a presentare le Brigate Rosse come un controgruppo di terroristi organizzato dalla cricca neofascista italiana per tenere gli eurocomunisti fuori del governo (nel suo libro Chi ha ucciso Aldo Moro , pubblicato in italiano nel 1978). Nel 1991 irruppe nell'opinione pubblica con la storia del profondo coinvolgimento della dinastia Bush nel finanziamento del nazismo, in George Bush: The Unauthorized Biography .
Steele, nella sua recensione al libro di Tarpley, intitolata “Fra centinaia di libri, l'approccio più forte alla verità”, scrive:
“E, con grande tristezza, concludo che 9/11 Synthetic Terror di Tarpley è il più forte fra gli oltre 770 libri da me recensiti qui su Amazon, quasi tutti di saggistica. Devo concludere che l'11/9 è stato come minimo lasciato accadere come un pretesto per la guerra […]. Molto affascinante è la connessione, tracciata dall'autore, fra Samuel Huntington, l'autore de Lo scontro delle civiltà , e Leo Strass, l'anello che lega i nazifascisti e i neocon.
Questo, senza dubbio, è il più importante testo di riferimento moderno sul terrorismo di Stato, e anche il testo dove si suggerisce nel modo più puntuale che gli elementi canaglia nel governo USA, guidati verosimilmente da Dick Cheney con l'assistenza di George Tenet, Buzzy Krongard e altri vicini alle gang di Wall Street, sono i più colpevoli di terrorismo di stato […].
Tristemente, l'Esecutivo è ora al servizio di corporation che beneficiano di gravi delitti e nefandezze, anziché al servizio del popolo americano, il quale soffre gravemente per questi terribili misfatti.”
Vi invitiamo a leggere e votare sulla recensione completa in Amazon.com
Qui la biografia e la bibliografia del recensore http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_D._Steele
da PRWEB
tradotto da Renato Tempera per Megachip
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Congo, il giorno della verità
Ballottaggio per la presidenza congolese, Kabila parte favorito
Speranza nel futuro, paura per le possibili violenze, incertezza per un verdetto che sembra scontato ma non lo è. Sono diverse le sensazioni che accompagnano il ballottaggio del 29 ottobre nella Repubblica Democratica del Congo, che per la prima volta in 46 anni eleggerà il suo presidente: Joseph Kabila e Jean-Pierre Bemba sono pronti a concludere una sfida cominciata 7 anni fa sui campi di battaglia.
Ballottaggio. Uscito da una guerra civile devastante, costata la vita a più di 4 milioni di persone, il gigante dell’Africa centrale prova a voltare pagina. Il ballottaggio tra il presidente uscente Kabila e l’ex-signore della guerra Jean-Pierre Bemba è l’ultimo atto di un processo di transizione cominciato nel 2003, con la firma degli accordi di pace. Al primo turno, Kabila ha ottenuto il 45 percento dei voti, sfiorando l’elezione diretta, mentre Bemba si è classificato secondo con poco più del 20 percento delle preferenze. Le alleanze siglate nel frattempo dal presidente uscente dovrebbero garantirgli, stando ai risultati del primo turno, un 14 percento di voti in più. Un margine teoricamente più che sufficiente, ma su cui il presidente non può dormire sonni tranquilli: la campagna elettorale aggressiva di Bemba e la possibile partecipazione del 30 percento dei votanti astenutisi al primo turno potrebbero cambiare le carte in tavola.
Sicurezza. Kabila si augura di non fare la fine di George Weah, il grande favorito delle elezioni liberiane sconfitto al ballottaggio dopo aver vinto il primo turno. Non avendo nulla da perdere, Bemba ha impostato una campagna aggressiva, puntando sulle presunte origini straniere del presidente e sulla nostalgia per il passato regime di Mobutu, in cui la corruzione dell’élite era compensata dalla stabilità interna. Bemba conta sul sostegno del centro e dell’ovest del Paese, compresa la capitale Kinshasa, dove Kabila al primo turno ha ottenuto un miserevole 15 percento di preferenze. A vegliare sul corretto svolgimento delle consultazioni ci saranno migliaia di osservatori internazionali e 17 mila caschi blu della Monuc, coadiuvati da qualche centinaio di soldati dell’Eufor, la forza dell’Unione Europea creata ad hoc per le elezioni.
Rischi. Basterà questo spiegamento di forze per scongiurare gli scontri della fine del primo turno, quando a Kinshasa si registrarono più di 30 morti? Nonostante l’accordo raggiunto tra i due candidati per “ripulire” la capitale dalle armi, Kabila e Bemba si sono preparati a qualsiasi eventualità. A Kinshasa, il capo di stato può contare su 6 mila uomini della guardia presidenziale, lo sfidante su 600 ex-ribelli e sul sostegno della popolazione. Gli incidenti registratisi negli ultimi giorni, con sabotaggi e scontri organizzati dai sostenitori di entrambi i campi, fanno temere per una possibile ripresa del conflitto. Tanto che i due candidati hanno deciso di cancellare gli ultimi comizi in giro per il Paese, limitandosi a rimanere nella capitale.
Faccia a faccia. Non si terrà neanche il previsto faccia a faccia in tv, saltato a causa delle resistenze di Kabila, il quale non ha alcun interesse a sfidare sul piano dell’eloquenza il più carismatico avversario. Il giocare in difesa del presidente, poco esperto di comizi e molto meno a suo agio dell’avversario nel mobilitare le masse, è stato aspramente condannato dei sostenitori di Bemba, per il quale invece lo scontro televisivo sarebbe stata un’ottima occasione per recuperare terreno. La mossa del presidente lascia intendere che i giochi siano ormai fatti. Il Paese attende così il giorno più importante della sua storia dopo quello dell’indipendenza. Augurandosi che possa essere l’inizio di una nuova era, e non la continuazione dell’incubo che i congolesi hanno vissuto negli ultimi 7 anni.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6598
Matteo Fagotto
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Djukanovic rinuncia al mandato da premier
Da Podgorica, scrive Jadranka Gilić
Nonostante la vittoria elettorale Milo Djukanovic e Svetozar Marovic, due degli uomini più in vista nella politica montenegrina, decidono di rinunciare a nuovi incarichi. Ma fino a quando?
Milo Djukanovic A meno di un mese dalla vittoria nelle prime elezioni parlamentari del Montenegro indipendente, tenutesi lo scorso 10 settembre, Milo Djukanovic, oramai ex premier, ha deciso di rinunciare a un nuovo mandato.
La decisione di Djukanovic ha suscitato una certa sorpresa tanto in Montenegro che all’estero, perché giunta dopo la facile vittoria alle elezioni parlamentari. La coalizione guidata da Djukanovic ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento ottenendo 41 degli 81 seggi disponibili.
Assieme a Milo Djukanovic anche Svetozar Marovic, vicepresidente del DPS (Partito democratico socialista) e ex presidente dell’oramai ex Unione Serbia e Montenegro, ha deciso di rinunciare ad incarichi governativi.
Per il momento sia Djukanovic, sia Marovic otterranno soltanto incarichi dentro il DPS.
Il settimanale montenegrino “Monitor” (13 ottobre) apre la questione della legittimità del nuovo governo visto che le 2 principali figure della lista della coalizione vincente hanno rinunciato a nuovi mandati. Gli elettori non si aspettavano una situazione del genere, ma nemmeno gli stessi alti funzionari del DPS.
Il settimanale “Monitor” cerca anche di scoprire le ragioni del perché gli uomini più forti del DPS hanno preso una decisione del genere nel momento della vittoria e al massimo del loro potere.
Come premier e come presidente, Milo Djukanovic ha guidato il Montenegro negli ultimi 17 anni, portandolo infine all’indipendenza dalla Serbia.
Djukanovic è diventato il più giovane premier d’Europa nel febbraio del 1991 ed è stato eletto 3 volte come Primo ministro del Montenegro e 1 volta come Presidente della Repubblica. Sarà sicuramente ricordato come il leader che ha vinto 2 referendum: uno quando lottava per l’unione con la Serbia nel 1991 e l’altro nel giugno del 2006 quando ha portato il Montenegro all’indipendenza.
Secondo alcune indiscrezioni, Milo Djukanovic di recente aveva confidato ad amici che dopo 17 anni di vita in politica si sentiva un po’ stanco e che voleva ora occuparsi di affari.
Invece, Svetozar Marovic ha spiegato la sua decisione diversamente: “È vero che c’è un po’ di stanchezza, ma c’è anche bisogno di far venire persone nuove.” (Monitor, 13 ottobre).
Il fatto che dopo l’annuncio di Djukanovic, per alcuni giorni il DPS abbia dovuto cercare il possibile candidato, indica che il partito al potere non era preparato a questo scenario. Ma dopo vari possibili candidati la scelta è stata fatta.
Il presidente del Montenegro Filip Vujanovic ha incaricato il ministro della Giustizia Zeljko Sturanovic di formare il nuovo governo del Montenegro, il primo dopo la proclamazione dell’indipendenza del giugno scorso.
Zeljko Sturanovic, 46 anni, si è laureato in giurisprudenza all’Università di Podgorica. Ha ricoperto l’incarico di ministro della Giustizia dal luglio 2001. Sposato, è padre di due figli e vive a Niksic, nel nord-ovest del Montenegro.
Come ministro della Giustizia ha ripetuto più volte che l’orientamento strategico del Montenegro è di creare uno stato moderno ed europeo che sarà in grado di combattere tutti gli aspetti della criminalità. Come primo compito del suo governo ha annunciato che il Paese continuerà il cammino sulla strada europea e che continuerà le riforme istituzionali. (Monitor, 20 ottobre).
Alla domanda dei giornalisti se il centro del potere rimarrà dentro il governo Sturanovic è stato categorico: “Il centro del potere rimarrà in seno al governo, l’organo che conduce la politica interna ed estera. Così è stato nel periodo precedente e così rimarrà anche in futuro.”
L’opposizione si è detta soddisfatta della scelta del nuovo premier. L’NS (Partito Popolare) ha dichiarato: “Assumendo l’incarico di premier, Sturanovic sta ricevendo anche l’eredità di Djukanovic – un Montenegro spaccato a metà, un’economia devastata, omicidi irrisolti, un’amministrazione troppo grande.”
Anche la comunità internazionale ha approvato la scelta del nuovo premier. Judith Bat, analista dell’istituto dell’UE per gli studi sulla sicurezza (Parigi), ha dichiarato che Djukanovic merita un posto nella storia (B92, 5 ottobre).
Bat ha spiegato che bisogna accettare la decisione di Djukanovic di ritirarsi, visto che Djukanovic ha ottenuto tutto ciò che desiderava ed è stato il personaggio dell’era in cui bisognava prendere delle decisioni strategiche molto importanti per il Montenegro.
“Djukanovic probabilmente non è l’uomo giusto per i compiti che adesso attendono il Montenegro sulla strada verso l’integrazione europea. Sono sicura che anche i rappresentanti dell’UE saranno felici di lavorare con Sturanovic. È un esperto in giurisprudenza e questo rappresenta una qualifica della quale il Montenegro avrà bisogno nel processo dell’integrazione con l’UE.”
L’eredità che Sturanovic riceve da Djukanovic riguarda pure la risolta questione dell’indipendenza montenegrina. Il Montenegro inoltre si trova in prossimità della firma, dovrebbe avvenire entro la fine dell'anno, dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione (SAA) con l'Unione Europea. Il Paese sta per entrare nella Partnership for Peace. Infine sono state condotte con successo alcune riforme in ambito monetario.
Ma il compito più difficile per il nuovo premier riguarderà la sfera dell’economia, dove si dovranno condurre delle riforme radicali. Durante il mandato di Sturanovic il Montenegro dovrà decidere sulla strategia del proprio sviluppo a lungo termine.
Recuperare l’economia, alzare lo standard di vita dei cittadini, portare a termine il processo di privatizzazione sono soltanto alcune delle sfide che il nuovo premier dovrà affrontare.
Secondo un rapporto dell'organizzazione Trasparency International, a cui fa riferimento il settimanale Monitor (20 ottobre), il Montenegro è ancora un sistema con una corruzione elevata dove non governano le istituzioni, ma poche persone. Il processo di privatizzazione non è stato abbastanza trasparente e la proprietà si è concentrata nelle mani di poche persone e di conseguenza si è creato un monopolio che danneggia direttamente lo standard di vita dei cittadini.
La questione è se Sturanovic avrà la forza di far fronte a queste questioni. Il nuovo premier non è forte come Djukanovic o Marovic, non ha mai guidato il partito e non ha l’aureola da leader come Djukanovic.
Occorre poi considerare che per Djukanovic e Marovic non è impossibile lasciare (per ora) la politica visto che hanno lasciato propri collaboratori molto stretti in posizioni importanti. Djukanovic ha soltanto 45 anni e Marovic qualche anno in più: è un’età in cui in Europa si entra in politica piuttosto che uscirne. E' possibile che Djukanovic e Marovic abbiano deciso di prendersi soltanto una breve pausa. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6325/1/51/
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Legge Bush su tribunali militari : esperto ONU lancia allarme
di Rico Guillermo
La legge sulle Commissioni militari firmata dal presidente George Bush pochi giorni fa viola gli obblighi internazionali degli Stati Uniti secondo le leggi dei diritti dell'uomo in parecchi aspetti, compreso il diritto al ricorso sulla detenzione e alla cisione delle prove. Lo ha detto oggi l'esperto sul terrorismo delle Nazioni Unite.
Egli ha sottolineato che "un certo numero di disposizioni" della legge "sembrano contraddire i principi universali e fondamentali degli standard di un equo processo contenuti nell'articolo 3 delle convenzioni di Ginevra".
Martin Scheinin, il relatore speciale per la promozione e protezione dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali nella lotta al terrorismo, come gli altri relatori speciali, e' un esperto di fama internazionale che presta la sua opera gratuitamente per le Nazioni Unite su nomina del segretario generale, relazionando al Consiglio di diritti dell'uomo dell'ONU.
Scheinin ha chiesto che il governo degli Stati Uniti lo inviti per una visita a breve scadenza per discutere le sue preoccupazioni. Egli ha sottolineato che uno dei punti pu' gravi di questa legislazione e' il potere del presidente di dichiarare chiunque, compreso i cittadini degli Stati Uniti, e senza prove, come combattente nemico illegale, un termine sconosciuto nella legge umanitaria internazionale.
Come conseguenza dell'etichettatura, questi detenuti vengono sottoposti non ad un tribunale normale, ma alla giurisdizione di una commissione militare composta. Fra l'altro, i crimini sottoposti a questo tipo di commissioni - ha segalato il relatore ONU - sono molto piu' vasti dei i crimini di guerra come indicati dalle convenzioni di Ginevra.
In particolare in "aperta contraddizione con il par. 4 art. 9 del trattato internazionale sui diritti civili e politici", la legge di Bush nega ai non statunitensi negli Stati Uniti il diritto a ricorrere per verificare la legalita' della loro detenzione, "ledendo un principio fondamentale dell'habeas corpus con effetto retroattivo".
Altra preoccupazione dell'esperto ONU e' la negzione del diritto a vedere la prova giustificativa, visto che la legge stabilisce che le informazioni classificate restino segrete anche se prove, il che ostacola seriamente il diritto ad un processo giusto". Una preoccupazione aggiuntiva e' che alcuni governi potrebbero muoversi - per la loro legislazione antiterrorismo - in questo solco portando ad esempio gli Stati Uniti.
Scheinin ha citato fra gli altri punti da analizzare nella sua visita a Washington perche' riguardanti i diritti umani, il Patriot Act, le politiche di immigrazione, i centri segreti di detenzione e le extraordinary renditions. Il mese scorso, altri cinque relatori dei diritti dell'uomo dell'ONU hanno rifiutato le smentite degli Stati Uniti sulle torture nel centro di detenzione di Guantánamo e hanno ripetuto la richiesta di chiudere quel centro di detenzione.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Il piduismo e la mission di Prodi
Sandra Bonsanti
C’erano un tempo cardinali e politici che dicevano che la mafia non esiste. Quando? Molti decenni fa, in un’epoca remotissima. Oggi persino Putin ammette che c’è e sostiene che comunque è un prodotto made in Italy.
C’era un tempo in cui Antonio Gava, ministro dell’Interno, si schermiva a Montecitorio affermando: “La camorra? Mai sentita…”.
C’era un tempo in cui Bettino Craxi sentenziava: “La P2? È morta e sepolta”.
Dunque non c’è proprio da scandalizzarsi se oggi Tremonti e Berlusconi, si comportano uno da erede del piduismo e l'altro da buon imitatore, rischiano il ridicolo minimizzando, irridendo, invocando il guardonismo. Come se poi l’esser guardoni fosse un merito e non comunque una ignobile e miserabile attività.
Possiamo però chiederci: perché cercano di ridurre questa gravissima opera di spionaggio a una ridicola perversione di pervertiti?
Io mi sono fatta l’idea che questa strategia del ribasso sia loro imposta dalla necessità di scrollarsi di dosso gravi responsabilità, a cominciare da quella di non aver vigilato. Più facile infatti sostenere: non ho vigilato perché l’oggetto della vostra preoccupazione era una bufala, niente più d’uno scherzo di buontemponi.
Noi sappiamo che non è così: che questa ennesima conferma dell’Italia del doppio binario, dell’Italia che vegeta sul potere occulto non è cosa da poco e non ci illudiamo che sarà facile bonificare le aree infette.
Come sempre nella storia italiana i deviatori si sono messi all’opera nei momenti chiave della vita politica: nel 2005 subito dopo le Primarie che avevano ormai consacrato Prodi a leader dell’opposizione e durante la campagna elettorale. E il fatto che fra gli spiati dagli 007 del fisco ci fossero anche Berlusconi e i figli non aiuta a rasserenare la scena. I responsabili del governo 2001-2006 sono anche i maggiori responsabili del degrado morale che ha colpito trasversalmente vari strati della nostra Italia. Si è detto che tutto era lecito, si sono innescati meccanismi di caccia all’avversario politico affidando a corpi dello Stato il compito di tradire le Istituzioni. Non c’è una definizione per tutto questo. C’è solo che se la corruzione alberga là dove dovrebbero saldamente essere rigore e legalità, la deriva è inevitabile.
Per ora è una responsabilità morale che il vecchio governo si tira addosso. Ma la storia non finisce qui.
A Prodi il compito non solo di risanare l’economia del Paese, ma anche quello di risanarne l’anima.
Caro Presidente, non è questa una mission di tutto rispetto?http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=851&id_titoli_primo_piano=1
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Scontro di civiltà
di Marco Travaglio
Come volevasi dimostrare, negli ultimi quindici anni l’Italia non era spaccata fra destra e sinistra, ma fra mascalzoni e persone perbene. E le prime due categorie non coincidono sempre con le seconde, anche se non era mai capitato, nemmeno nei tempi più bui della Prima Repubblica, che per cinque anni un governo proteggesse un tale esercito di ladri e spioni. C’è il caso del sequestro di Abu Omar a opera della joint venture Cia-Sismi, che incredibilmente anche l’attuale governo ha deciso di coprire col segreto di Stato (o meglio, con la «bugia di Stato», per dirla con Claudio Fava, l’unico esponente dell’Unione che si batte contro quella plateale violazione dei diritti umani). C’è la centrale di spionaggio e disinformatija Sismi del leggendario Pio Pompa, braccio destro del direttore del servizio militare Nicolò Pollari, scoperta in Via Nazionale a Roma, da cui partivano i dossier-bufala per screditare e «disarticolare» magistrati perbene, giornalisti perbene, politici perbene, comprensibilmente invisi al governo Berlusconi. Collaboravano alle grandi manovre politici e giornalisti venduti (ma qualcuno lo faceva anche gratis: come diceva Victor Hugo, «c’è gente che pagherebbe per vendersi»). Uno, il prode Renato Farina in Betulla, pubblicò un dossier-patacca per dimostrare che Prodi, dall’Europa, aveva autorizzato i rapimenti Cia. Poi c’era la banda Telecom di Tavaroli & C.: anche loro spiavano e dossieravano giornalisti, magistrati e politici, ma solo quelli perbene. Dunque, anche Prodi. Dunque, meglio sorvolare. Poi, è notizia di ieri, c’erano settori «deviati» delle Fiamme Gialle e dell’agenzia delle Entrate che hanno spiato i conti di vari personaggi, compresi Prodi e la moglie (almeno 128 volte), senza cavarne un ragno dal buco (altrimenti il Giornale e Libero ci avrebbero informati in tempo reale). «Deviati», poi, si fa per dire, essendo altamente improbabile che dei semplici impiegati e marescialli prendano iniziative tanto gravi senza coprirsi le spalle. Avevano al governo uno dei più illustri evasori fiscali che la storia ricordi, ma spiavano Prodi per trovargli qualche bottone fuori posto. Infine abbiamo le telefonate dei vari Mancini & C., incriminati per il sequestro di Abu Omar, che cercavano sponde nel solito Gianni Letta, ma anche nel centrosinistra, anche nella cosiddetta «sinistra radicale», e immancabilmente ne trovavano. Fino a ieri, ci veniva autorevolmente e trasversalmente spiegato che il pericolo per la privacy viene dai giudici cattivi che fanno le intercettazioni legali e dai giornali che legalmente le pubblicano. Chissà se ora cambierà qualcosa. Anche perché la lista dei nemici da «destabilizzare», «disarticolare», «neutralizzare», «ridimensionare» è piuttosto interessante. Comprende politici come Violante, Visco, Veltri, Arlacchi e Leoluca Orlando, direttori come Flores d’Arcais, magistrati come Caselli, Borrelli, Bruti Liberati, gli interi pool di Milano e Palermo, vari pm romani, baresi, napoletani. Quel grande precursore di Totò Riina aveva dato la linea fin dal ’94: «Il governo Berlusconi si deve guardare dai Violante, dai Caselli, dagli Arlacchi». Più o meno le stesse cose aveva poi ripetuto il Cavaliere, senza nemmeno versargli il copyright.
È una vera fortuna che quell’elenco esista e sia venuto alla luce. Dimostra che l’Italia dei mascalzoni le persone perbene da cui guardarsi le ha individuate tutte, o quasi. Curiosamente, si tratta delle stesse persone perbene che ampi settori «dialoganti» e «riformisti» del centrosinistra attaccano da anni come «demonizzatori», insultano come «giustizialisti», isolano come «estremisti», accusano di «esagerare» e di «girotondare». La destra più putrida del mondo sa bene chi sono i suoi nemici. La sinistra, non tutta e non sempre. Quando Gherardo Colombo, uno dei «disarticolandi», disse che gli inciuci bicamerali erano figli del ricatto e che la P2 non era mai morta, mancò poco che lo arrestassero: qualcuno gli chiederà scusa? A mano a mano che si scoprirà il doppiofondo dell’ultimo quinquennio, la parola «regime» usata dai noti demonizzatori de l’Unità, Micromega, Repubblica, Espresso, Diario, ma anche da Montanelli, Biagi, Sartori, Sylos Labini, Barbara Spinelli, potrebbe rivelarsi un leggiadro eufemismo. Ma non facciamoci illusioni. Nessuno si scuserà con chi ha avuto il torto di avere ragione.
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Il metodo tranquillo
Romano Prodi, La Stampa
CARO direttore, domani si terrà a Roma quello che i giornali hanno già definito «l’attesissimo vertice di maggioranza sul governo e la Finanziaria». Credo che sia opportuno partire proprio da qui per spiegare le ragioni di un incontro che è doverosamente e assolutamente «normale».
Troppo spesso la politica dimentica i suoi tempi e le sue regole. E troppo spesso si alimenta di frenesie, fibrillazioni e atteggiamenti ultimativi che non sono compresi e accettati dall’opinione pubblica. Trascorrere la mattinata di un sabato per lavorare congiuntamente su quanto è stato fatto e quanto resta da fare non dovrebbe essere così clamoroso. Eppure, nel circuito quotidiano del retroscenismo, anche una riunione necessaria e utile diventa «caso».
Così come fatto in campagna elettorale, il centrosinistra - una volta vinto e giunto al governo - si è dato un programma e un metodo. Nei primi mesi, iniziati non a caso con un seminario di lavoro a San Martino in Campo, questo metodo ha portato a risultati importanti e condivisi: le liberalizzazioni, il Dpef, la missione di pace in Libano, il ritorno della concertazione. Tutto senza sbandierare la situazione devastante ereditata in termini di conti e gestione della cosa pubblica. Sempre con questo metodo, fatto di dialogo e di lavoro comune, abbiamo approntato una Legge Finanziaria in grado di ottenere dall’agenzia di rating più importante, l’Unione Europea, la «certificazione» di essere anche economicamente tornati a far parte dei Grandi del mondo. Una Finanziaria che non è stata costruita certo solo per questo, ma anche per tenere fede a un Programma dove le parole equità, risanamento e sviluppo venivano ripetute sovente.
Adesso che questa Legge, migliorata e arricchita, si appresta all'esame più importante, quello dei rappresentanti dei cittadini che siedono in Parlamento, è giusto che chi appunto è stato chiamato dall’opinione pubblica a interpretare i voleri della maggioranza del Paese sia messo nelle condizioni di conoscere i documenti, concordare un percorso, valutare gli ulteriori e possibili passi in avanti.
Anche il centrosinistra ha bisogno, come ogni famiglia o ogni azienda, di concertazione interna. E l’incontro di domani è proprio stato richiesto per questo: raccontare ed ascoltare, conoscere e chiedere. Mi rendo conto della «banalità» di certi verbi, ma quando la semplicità è un metodo condiviso, appunto «il» metodo, non ci sono ragioni per cercare bizantinismi o titoli ad effetto.
Dei tanti errori che sono stati addebitati a questo governo, forse non è stato sottolineato l’unico di cui siamo realmente colpevoli: non avere appunto rivendicato con forza il «metodo tranquillo» di un centrosinistra che sa di saper governare, di poterlo fare per cinque anni e che non ha voluto rinunciare a quella che nel marketing si chiama «mission»: ritornare alla qualità dello Stato.
Sono queste le ragioni dell’Unione che ha vinto le elezioni, le ragioni del Paese che stiamo riportando fuori dalle sabbie mobili dell’arroganza e degli egoismi, le ragioni di un governo che ha ragione a governare così. E che domani, ne parlerà lavorando. Come tutti i giorni.
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"Pezzi di Stato corrotti ora fuori i mandanti politici"
Carmelo Lopapa
la Repubblica
ROMA - «È il quadro di un Paese ormai a un passo dall´essere decotto. Ecco perché adesso vogliamo i nomi. Non possiamo fermarci alle responsabilità giudiziarie. Vanno accertate quelle politiche. Bisogna conoscere i mandanti». Il tono di voce è concitato. Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dell´Ulivo al Senato, esce da Palazzo Madama ancora agitata.
La centrale illegale di intercettazioni, pezzi dei servizi deviati, ora lo spionaggio ai danni del premier. Cosa sta accadendo in Italia?
«Quel che sta emergendo è sconcertante. La magistratura farà le sue indagini, ma è venuto il momento di capire se, come temo, questi signori hanno agito su un preciso mandato politico».
Ecco, appunto, chi ha ordito la trama, secondo lei?
«Qualcuno che aveva interesse a disporre il controllo illegale. Beninteso: sarebbe grave anche se non ci fosse un mandante, anche se questi servitori infedeli avessero agito per mettere poi sul mercato le informazioni acquisite».
Secondo Fassino, Berlusconi e Tremonti devono «rendere conto». È una chiamata in causa non da poco.
«La penso esattamente come lui. Devono spiegarci cosa è successo negli ultimi anni e soprattutto perché. Ci spieghino come sia potuto accadere».
Perché proprio loro?
«C´erano o no dei ministeri competenti, chiamati a sovrintendere alle agenzie per le entrate, al demanio, a quei funzionari?»
Vi accusano di aver «montato un caso ad arte». State alimentando il «polverone» per sollevare Prodi dalle difficoltà del momento?
«Inviterei Berlusconi e i suoi alla cautela. Quel che è accaduto, ai danni del premier e non solo, è di una gravità inaudita».
Tanto grave da lasciar prefigurare, come qualcuno ha azzardato nelle file dell´Unione, un rischio eversione?
«Non adopero mai parole grosse. Ma il quadro emerso, ripeto, è inquietante. Non è da paese civile, da democrazia normale».
Tanto più che il caso interseca quello del dossier Sismi sui «nemici» del governo Berlusconi.
«Siamo sempre lì: pezzi dello Stato hanno indagato senza averne diritto. E altri hanno condotto accertamenti illegali perfino sui redditi. È una torsione delle pubbliche funzioni a fini politici, che ha finito col creare un enorme mercato con, sullo sfondo, una trama di potenziali ricatti. L´impressione generale che resta, purtroppo, è una: organi dello Stato appaiono corrotti al loro interno».
Siete al governo. Come pensate di intervenire?
«Abbiamo una via obbligata: fare pulizia».
Che vuole dire pulizia? A quali livelli?
«A tutti i livelli. Nei ministeri, negli uffici dell´amministrazione e nelle società telefoniche. E poi accertare le responsabilità giudiziarie e quelle politiche».
Si riferisce anche ai servizi segreti?
«Il ricambio è necessario, opportuno, direi urgente. Diversamente daremmo l´impressione che tutto qui è marcio».
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parabola per il *Dopo Orvieto* (di Nicolò Lipari)
Mentre ascoltavo, nella affollata platea del Palazzo del popolo di Orvieto, alcuni degli interventi – che, pur ribadendo formalmente l’adesione al partito democratico .....
Mentre ascoltavo, nella affollata platea del Palazzo del popolo di Orvieto, alcuni degli interventi – che, pur ribadendo formalmente l’adesione al partito democratico, avanzavano preoccupazioni sulla garanzia delle rispettive appartenenze e delle loro tradizioni culturali, si interrogavano sulla collocazione del nuovo partito nel Parlamento europeo, si domandavano come, nel nuovo contesto, sarebbero stati risolti alcuni dei problemi che negli ultimi tempi hanno più direttamente colpito la sensibilità del mondo cattolico – mi è tornata alla mente questa parabola che avevo letto molti anni fa in un delizioso libretto di Bertold Brecht (Storie da calendario, Torino, Einaudi, 1972) e che qui riporto per comodità del lettore.
LA PARABOLA DI BUDDA SULLA CASA IN FIAMME
Gotama, il Budda, insegnava la dottrina della Ruota dei Desideri, cui siamo legati, e ammoniva di spogliarsi d'ogni passione e così senza brame entrare nel nulla, che chiamava Nirvana.
Un giorno allora i suoi discepoli gli chiesero: - Com'è questo Nulla, Maestro? Noi tutti vorremmo liberarci da ogni passione, come ammonisci.
A lungo tacque il Budda, poi disse con indifferenza: - Non c'è, alla vostra domanda, nessuna risposta -.
Ma a sera, quando furono partiti, sedette ancora sotto l'albero del pane il Budda e disse agli altri, a coloro che nulla avevano chiesto, questa parabola: - Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m'avvidi che c'era ancora gente, là dentro. Dalla soglia li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli a uscire, e presto. Ma quelli parevano non aver fretta. Uno mi chiese, mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia, che tempo facesse, se non piovesse per caso, se non tirasse vento, se un'altra casa ci fosse, e così via.
Senza dare risposta uscii di là. Quella gente, pensai, deve bruciare prima di smettere con le domande.
Amici,davvero, a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paiameglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui io non ho nulla da dire -.
Cosi Gotama, il Budda.
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell'arte della Pazienza ma piuttosto dell'arte dell'impazienza, noi che tante proposte di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d'uomo, pensiamo che a quanti, di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano, e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il futuro, e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo tanto sconvolgimento, noi non molto abbiamo da dire.
Riflettiamo su questa parabola e cerchiamo di intenderne la stretta attinenza al modo con cui una parte non insignificante dei protagonisti del dibattito politico sul partito democratico ne ha indirizzato lo svolgimento.
Una domanda per tutte: coloro che non erano presenti ad Orvieto (nel tentativo di salvaguardare gelosamente la loro appartenenza) e coloro che, pur presenti, hanno preferito accentuare gli interrogativi sul futuro piuttosto che rappresentare la drammaticità del presente siamo sicuri che non intendessero salvaguardare, per riprendere l’immagine di Brecht, i "loro salvadanai e calzoni della domenica"? E cosa sono per un politico (o per un partito politico) i salvadanai e i calzoni della domenica se non le rendite di posizione, le strutture di potere, le organizzazioni di corrente o di clan, le relazioni massmediatiche che hanno consentito e consentono di radicare un sistema che ha ormai di fatto esautorato il cittadino da ogni rapporto con il sistema parlamentare incrementando l’indifferenza e l’astensionismo?
Né si dica, per carità, che la realtà attuale, che ha consentito di rimettere la composizione del Parlamento in carica ad una decisione di vertice gestita (per quanto attiene al centro-sinistra) da non più di venti persone, è figlia di una sciagurata legge elettorale voluta dalla precedente maggioranza. Non basta rispondere – come mi ha detto un autorevole politico presente ad Orvieto – che noi quella legge non l’abbiamo votata. Nonostante il suo vigore era comunque possibile gestire la formazione delle liste elettorali con una seria apertura alla società civile, anziché risolverla in chiave di bieca lottizzazione fra adepti, compagni di corrente o amici personali. La mia consapevolezza di giurista mi dice che non esiste legge capace di condizionare l’esperienza quando questa è portatrice di valori autenticamente condivisi.
Evitiamo allora di porci troppe domande sul futuro e cerchiamo di compiere, in termini rigorosi (se si vuole, impietosi) una seria diagnosi sul presente. Se facessimo ciò potremmo agevolmente constatare:
- che i problemi drammatici che si aprono al panorama del nuovo secolo (come bene ha illustrato Scoppola nella sua relazione) e segnatamente quelli legati alla difficoltà di rapporto tra il comune cittadino e il sistema politico non sono assolutamente influenzati nella loro soluzione da previe opzioni di segno cattolico o socialista;
- che non è più possibile pensare ad un sistema politico gestito in termini di assoluta autoreferenzialità, in cui il cittadino venga chiamato a dire la sua soltanto in periodiche scadenze elettorali, perché allora è inevitabile che il voto (quando pure si decida di darlo) si riconduca ad opportunismi di segno del tutto occasionale secondo registri di tipo emotivo (con la conseguenza che una battuta, gettata all’ultimo momento in televisione, sulla possibilità di eliminare l’ici, finisca per spostare centinaia di migliaia di voti);
- che dunque la creazione di un partito nuovo non può essere pensata come operazione di vertice, per giunta con una sorta di premio di maggioranza ai promotori (ad Orvieto c’è stato addirittura chi ha sostenuto che ci deve essere una fase iniziale dell’organizzazione in cui i voti si pesano e non si contano), ma come un modo di rimescolare integralmente le carte aiutando i cittadini a crescere nella consapevolezza di svolgere un ruolo politicamente non subalterno.
Non si tratta di riproporre l’artificiosa alternativa tra sistema istituzionale e società civile, ma solo di intendere – verificandolo nella concretezza dei comportamenti – che si tratta di due facce della medesima medaglia. E la medaglia avrà valore solo se, gettandola sul tavolo, se ne riconoscerà l’autenticità del conio, quale che sia la faccia che occasionalmente appare.
Smettiamola allora di discutere di radici (dimenticando, oltre tutto, che un albero è solido solo se le radici sono nascoste sottoterra, non se vengono alla superficie) e cominciamo ad articolare progetti. Può darsi che le proposte avanzate ad Orvieto da Vassallo non siano tutte da condividere. Esse hanno comunque il pregio di indicare un tragitto che non è più semplicemente disegnato secondo logiche di vertice e soprattutto si sforzano di indicare meccanismi in cui non ci sono più (né ci possono essere) salvadanai o calzoni della domenica da salvaguardare.
Un punto ulteriore mi sembra infine opportuno segnalare, ancorché non sia entrato – se non mi sono in qualche momento distratto – in nessuno degli interventi svolti ad Orvieto. Il problema del nuovo partito democratico non è soltanto un problema di struttura o di contenuti. Deve essere anche segno di un nuovo stile del far politica. Per ricorrere ad una immagine elementare, così come una persona di stile la si riconosce, prima ancora che parli, dal suo modo di muoversi, di comportarsi, di gestire, in termini del tutto analoghi il nuovo partito democratico deve essere riconoscibile per la diversità del suo atteggiamento nel panorama politico prima ancora di valutare le sue scelte gestionali, le sue opzioni politiche. Dispiace dover constatare che alcuni sondaggi (addirittura svolti prima dell’impatto con la legge finanziaria) abbiano evidenziato come, nel passaggio dalla vecchia alla nuova maggioranza, non si sia colta una radicale differenza di comportamenti e di stile.
Noi dobbiamo essere diversi. Non possiamo continuare a guardare prima agli amici che ai competenti, non possiamo coltivare l’immagine che per far funzionare la macchina burocratica bisogna prima collocarsi politicamente e poi (eventualmente) dimostrare le proprie capacità, non possiamo continuare a gestire gli appalti pubblici in chiave di ricadute elettorali né possiamo coltivare lo sciagurato sistema dello spoil –system mortificando riconosciute professionalità, non possiamo introdurre il modello che sia meglio l’ossequio passivo al potente di turno che non una seria capacità critica. Dobbiamo in sostanza radicare nei nostri interlocutori, che sono tutti dei potenziali elettori, la convinzione che, nei diversi contesti in cui si articola il raccordo tra società civile e sistema istituzionale, ciascuno verrà giudicato per la sua solidità morale, per il suo spessore culturale, per il suo bagaglio tecnico e professionale; non per la sua collocazione politica (spesso del tutto strumentale e, come l’esperienza ha dimostrato anche ai massimi livelli, assolutamente variabile) e meno che mai per i suoi rapporti personali e amicali. Ricordiamoci che la casa brucia anche perché – e da molto tempo – non abbiamo capito questo.
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2490
df
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Ecco perché a Napoli fallirebbe
anche la tolleranza zero
«Naples? Zero tolerance? Oh noooo!». Il professore Richard Rosenfeld allarga quanto basta la “o” finale e poi continua: «La tolleranza zero qui da voi è molto enfatizzata. In ogni caso per Napoli non sarebbe sufficiente e adesso le spiego perché». Prima della lezione, però, le credenziali. Rosenfeld è un sociologo esperto di criminologia. Insegna a St. Luois all’università del Missouri e in questi giorni è stato a Roma e Napoli per un ciclo di conferenze, sponsorizzato dal dipartimento di Stato americano, sulla diminuzione del crimine a New York, Boston e Richmond.
E a Napoli appena ha scorto i cumuli di immondizia come elemento base dell’arredo urbano ha fatalmente capito che la tolleranza zero applicata al regno della camorra e della criminalità comune sarebbe destinata a fallire: «La tolleranza zero è fatta di tanti piccoli dettagli. Nelle zone dove c’è il degrado il poliziotto comincia a essere attento a tutto: a chi orina negli angoli, agli ubriachi che fanno chiasso, persino alle finestre rotte. Questo perché bisogna ristabilire le più elementari condizioni di ordine. A Napoli, quindi, il modello che fu creato da Rudolph Giuliani per New York non tollererebbe tutta la spazzatura che ho visto. Considerato però che il business dell’immondizia è gestito dalla camorra non mi sembra un problema di facile risoluzione». E qui si arriva a un’altra condizione, meno visibile, ma ugualmente importante: «A New York la mafia non gestisce il crimine di strada. I suoi affari volano alto. Di conseguenza la lotta ai furti, agli scippi, alla prostituzione è più efficace. A Napoli, invece, la presenza del crimine organizzato si sente anche per strada, basta vedere il numero degli omicidi».
Risultato: la tolleranza zero per la camorra vale meno di zero. Continua il criminologo americano: «La camorra occupa un vuoto di potere. Manca la fiducia nelle istituzioni. Le faccio un esempio pratico. Nei nostri programmi, il poliziotto instaura un rapporto quotidiano con i commercianti, con gli insegnanti, con tutti quelli che operano in una comunità. Se questo non accade, è naturale che ci si rivolga ad altri per ottenere protezione». Poi non bisogna dimenticare il degrado sociale: «La povertà alimenta il crimine, così come la disoccupazione di lungo periodo. Accanto ai programmi di sicurezza, dovrebbe esserci un’offerta forte di servizi e di lavoro».
L’ultima domanda è su una particolare misura adottata a Boston, dove i capi delle babygang sono stati convocati dalle istituzioni per un avvertimento: d’ora in poi chi spara finisce davanti alla Corte federal con l’intera banda. Così nel giro di due anni i reati commessi da ragazzi con la pistola in pugno sono scesi a zero. In teoria, allora, si potrebbe trattare anche con i capoclan? Risposta: «No, è un caso specifico che riguarda solo le babygang. La camorra è un problema complesso che esige misure strutturali di sicurezza e di economia. A cominciare dalla spazzatura. Che peccato, Napoli è così bella. Ma è possibile che non si accorgano delle potenzialità che hanno?».(f.d’e) http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=74645
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Arridatece er voto!
Mi ero imposto un lungo periodo di silenzio e per un po', complice anche un intervento ortopedico che mi ha - e ancora mi tiene - bloccato il braccio sinistro, costringendomi a lavorare con la sola mano destra, ho mantenuto l'impegno, risparmiandovi così le mie gratuite esternazioni.
Però dopo la recente iniziativa della petizione per una nuova legge elettorale non ho più resistito.
Premetto che sono stato tra i primi a firmare la petizione alla libreria Croce in occasione della tiepida ricorrenza della "primaria di ottobre". Ciò non mi impedisce di manifestare, e sono pronto ad accettare scommesse, la mia certezza che non se ne farà nulla.
Prima di tentare una spiegazione vorrei dire che nel preambolo della petizione avremmo dovuto ricordare esplicitamente ai parlamentari de l'Unione che la cancellazione della legge elettorale TRUFFA voluta dalla CdL era un preciso impegno programmatico.
Perché non credo che riusciremo a cancellare quella legge, sostituendola con una nuova legge?
Perché stiamo partendo con il piede sbagliato, pretendendo di riuscire a studiare una nuova legge, e a licenziarla, con un'ampia condivisione (per non ripetere, giustamente, il banditesco colpo di mano della destra di Berlusconi). È giusto che una legge che, oltre a cancellare la sciagurata iniziativa di fine della scorsa legislatura, si propone di superare anche le inadeguatezze della legge precedente, dando finalmente ai cittadini un nuovo strumento efficacemente democratico, sia condivisa da una maggioranza parlamentare la più larga possibile.
È però ingenuo è illusorio pensare che ciò sia possibile con questo Parlamento e con questi partiti. E non solo per la prevedibile pregiudiziale e pretestuosa posizione della destra, ma anche perché su questo tema le posizioni in seno a L'UNIONE sono molto diverse. Basti pensare alla predilezione dei piccoli partiti per il proporzionale.
Più realisticamente, si sarebbe dovuto chiedere a L'UNIONE di approvare immediatamente, senza preoccuparsi di ottenere maggioranze allargate, una legge di due soli articoli che, a parte l'inevitabile linguaggio giuridico-legislativo, avrebbero dovuto suonare così:
con la presente legge si annulla la legge 2005/270 e tutte le relative norme attuative;
in attesa di una nuova legge si ripristina la legge in vigore prima dell'approvazione della 2005/270 e tutte le relative norme attuative.
Perché dico questo?
Per il timore (non infondato - si pensi solo al rischio che si corre con la finanziaria, che sarà osteggiata, anche se non apertamente, oltre che dalla destra da alcuni settori de L'UNIONE, proprio per la giustissima, e temutissima, lotta all'evasione fiscale, che ne rappresenta il perno portante) di dover ricorrere a elezioni anticipate anche a tempi brevi.
Con l'attuale legge e con la delusione che già serpeggia in molti elettori della sinistra potrebbe essere una catastrofe.
Nando
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Rischio, Merito: spunti di discussione (di Nicola Rossi)
Provate a domandare ad un campione rappresentativo di italiani se preferiscono un lavoro sicuro ma meno redditizio ad uno meno sicuro ma con prospettive di reddito più interessanti....
Il 21 e il 22 ottobre si è tenuta a Frascati la Conferenza annuale Glocus, con l'obiettivo di "riconsiderare e ridefinire il significato di alcune parole chiave che - per ragioni storiche o ideologiche - sono spesso state considerate estranee alla cultura. Di seguito pubblichiamo l'intervento dell'on. Nicola Rossi
*****
Nicola Rossi
Rischio, Merito: Spunti di discussione
Provate a domandare ad un campione rappresentativo di italiani se preferiscono un lavoro sicuro ma meno redditizio ad uno meno sicuro ma con prospettive di reddito più interessanti.
Provate a domandare agli stessi italiani se eventuali aumenti salariali dovrebbero essere distribuiti in maniera uguale a tutti i dipendenti di una data impresa o se invece dovrebbero essere concentrati sui dipendenti a più elevata produttività. Provate a domandare loro se, guardando in avanti, immaginano orizzonti piatti o profili di vita dinamici e frontiere che si spostano incessantemente in avanti.1 E provate a leggere le risposte alle vostre domande guardando alla composizione per età del vostro campione. Fatelo. E vi troverete di fronte ad un paese in buona misura – non del tutto, per fortuna - senza età e senza futuro. Le opinioni dei meno giovani vi sembreranno indistinguibili da quelle dei più giovani e quelle di questi ultimi visibilmente passive ed arrendevoli. Fatelo e faticherete non poco a trovare i segni dell’audacia e dell’ambizione. A sessanta come a vent’anni. Fatelo e faticherete ancor di più a trovare quei segni fra i vostri elettori. Fra quelli che lo sono da tempo e quelli cui solo da poco è stata data questa possibilità.
E, del resto, perché dovrebbe essere diversamente. Per esempio: che cosa sono stati i giovani per la politica in questi ultimi anni? I titolari potenziali di un prestito agevolato e di una casa ad equo canone. I flessibili, se si era in maggioranza, ed i precari, all’opposizione. Gli spettatori di una notte al Circo Massimo. I fedeli della religione dell’abrogazione a prescindere.
I frequentatori di una palestra fiscalmente deducibile. Non diversamente da ciò che per la politica sono state tante altre categorie professionali o tanti altri gruppi sociali. Mai, mai quel che qualunque giovane dovrebbe essere per la politica. I destinatari di un solo messaggio, semplice e inequivoco: “lavorate per sostituirci e fatelo dimostrando a voi stessi e agli altri che siete semplicemente migliori di noi; più capaci di interpretare il vostro tempo; più adatti a disegnare il futuro”.
Casuale? No, di certo. La cultura della classe politica italiana è arrivata solo con enorme ritardo e profonda riluttanza ad accettare l’idea di concorrenza e di competizione (e la storia professionale delle leadership di questo ultimo quindicennio, più contigua con i temi del monopolio che con quelli della concorrenza perfetta, lo testimonia ampiamente) ma lo ha fatto – quando lo ha fatto – ponendo a se stessa un limite invalicabile: di concorrenza fra merci e (forse) servizi si poteva (forse) parlare, non altro. Certo non di concorrenza e competizione fra teste ed idee. E non c’è esempio migliore di competizione fra teste ed idee di quella rappresentata dal conflitto generazionale. Ora, qualcuno ricorda – non più tardi di sette-otto anni fa – come evocammo, soprattutto a sinistra, quel conflitto? Come ne allontanammo da noi anche solo l’ombra? Come tanti fra noi si ritrassero, inorriditi (e per lo più dimentichi del loro stesso passato) solo davanti al balenare di un contrasto? O, per converso, giulivi ne dichiararono la pericolosità?
E con quella scelta – e con tante altre ancora (non ultima quella di considerare le sconfitte elettorali come momenti formativi più che conclusivi di una carriera politica) - scegliemmo, senza dirlo, di fare delle parole “rischio” e “merito” poco più che due termini da utilizzare per il loro suono e non per il loro significato reale.
L’ha fatto recentemente Renato Mannheimer (Manners Ardi Srl) per LibertàEguale intervistando un campione rappresentativo della popolazione italiana di ca. 2 mila individui (di cui poco meno di 600 di età inferiore ai 34 anni) fra l’8 ed il 10 settembre 2006. Lo ringrazio per avermene consentito l’uso.
Si dirà che in questo la politica non ha fatto altro che rispecchiare la società. Che cosa sono le parole “rischio” e “merito” per il mondo delle professioni? Perché rischiare e a che serve il merito all’ombra delle corporazioni? E che cosa sono le parole “rischio” e “merito” per tanta parte del mondo delle imprese? Dove non mancano gli esempi di carriere manageriali costruite pazientemente nel tempo, dissesto dopo dissesto. Rischio e merito: spesso – non sempre, per fortuna - nulla più che suoni, appunto. E cosa sono per il luogo che dovrebbe esserne il tempio: l’università? Una università nelle cui aule campeggia in bella evidenza la scritta: “Attenzione: il merito discrimina. Usare solo in casi di assoluta emergenza”. E cosa per il mondo della pubblica amministrazione – quello dei 150 mila assunti senza concorso della legge finanziaria per il 2007, per intendersi -, dove il messaggio è espresso con toni solo apparentemente diversi: “Qui non si assumono responsabilità”.
Ma sotto questo profilo la politica è andata forse molto oltre. Grazie alla legge elettorale in vigore, il Parlamento ha conosciuto un ringiovanimento significativo e ci offre oggi un test immediato di come le classi politiche intendano il rapporto fra generazioni. Un test illuminante: molte giovani persone serie, spesso di grande passione civile, allevate però nella mistica della cooptazione. Completamente refrattarie all’idea per cui l’avvicendamento delle classi politiche avviene – si devono citare i casi di alcuni paesi europei? – per differenziazione e non per omogeneizzazione, nella lealtà ma non nella fedeltà. Attraverso uno scontro civile ma a volte anche duro. Comunque aperto. Per avvicendamento anche brusco e non per progressiva, estenuante osmosi (così da garantire che una classe dirigente diventi tale solo se e quando è definitivamente esausta). Refrattarie non per caso o per scelta ma perché pazientemente e quotidianamente educate in questo senso. Rischio? Merito? Di che parliamo?
Eppure, è in quelle parole la chiave del dinamismo di una società. Lo era, lo è e – quel che più importa in questo momento – lo sarà ancor più nel futuro. Per il ruolo che la conoscenza ed i talenti avranno in quella società. Ma come per i giovani, non esiste una politica per il rischio e per il merito. Non ci sono interventi specifici. Non ci sono fondi da individuare all’interno del bilancio dello Stato o, come si dice, “politiche di settore”. Non c’è un menu da compulsare freneticamente nella notte fra il 29 ed il 30 di settembre per poter annunciare al mondo, il giorno dopo, che è stato compiuto un “nuovo, decisivo, passo in avanti”. No. Il rischio e il merito non sono “una” politica ma, se ci sono, sono il modo di essere della politica.
Devono informare di sé (tutte) le scelte della politica. Rischio e merito sono una piena autonomia – anche dal lato delle entrate e del reclutamento - delle istituzioni universitarie ed un ampio programma di borse di studio per i più meritevoli (acqua, acqua, acqua …). Rischio e merito sono una difesa equilibrata ma intransigente delle ragioni della concorrenza e del mercato anche nei comparti più politicamente difficili (fuochino, fuochino …). Rischio e merito sono una pubblica amministrazione al servizio – sul serio! - dei cittadini ed esposta al loro giudizio (acqua, acqua, acqua …). Rischio e merito sono un decentramento associato ad una compiuta responsabilità fiscale (focherello, focherello, focherello …). Rischio e merito sono una politica industriale centrata sulle precondizioni della ricerca industriale e sulla tutela dei suoi risultati più che sulla ricerca stessa (acqua, acqua …). Rischio e merito sono la prevalenza del sistema contributivo sul sistema retributivo, la nascita dei fondi pensione, la costruzione di un sistema di prestiti a tasso zero per le contribuzioni dei lavoratori discontinui, la riforma degli ammortizzatori sociali (fuoco, fuoco, fuochino, fochetto, acqua, acqua …). Rischio e merito sono una classe politica che non presume sempre e comunque di saperne più dei suoi elettori, in qualunque campo e per qualunque argomento (acqua, acqua, acqua …).
Comunque, niente paura. Al rischio e al merito ci arriveremo perché non potremo fare a meno di arrivarci. Ci arriveremo perché settori importanti delle professioni e dell’impresa e solitarie individualità nella pubblica amministrazione ci sono già arrivati. Perché – complice la Rete, gli Erasmus, o Interrail - ci sono già arrivati non pochi giovani. Per lo più da soli, rischiando e meritando. Perché vivono ed operano in un mondo più grande. E’ – sia detto senza spirito polemico – l’Italia dei volenterosi. Di quelli che, pur se in Italia, fanno banca in Europa.
Che, dall’Italia, vendono scarpe in Cina o automobili in India. Che hanno imparato che la Polonia è Europa. Che insegnano negli Stati Uniti o trattano affari a Londra. Che studiano in Spagna. Vivono e operano – direttamente o indirettamente - in un mondo più grande. Un mondo in cui si corre il “rischio” di pensare che la politica non serve, perché non “merita”.
Ottobre 2006
Nicola Rossi è deputato dell’Ulivo. Fra il 1977 ed il 1980 ha lavorato presso il Servizio Studi della Banca d'Italia e, dal 1986 al 1987, presso la Divisione Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale. Ha insegnato nelle Università "G. Carli" di Roma, "Ca' Foscari" di Venezia e all’Università di Modena. Attualmente è professore ordinario di Economia Politica e Presidente del Policlinico universitario presso l'Università "Tor Vergata" di Roma. Ha collaborato con svariate istituzioni pubbliche e private (fra cui Banca d'Italia, Banca Mondiale, Fondazione Agnelli, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Telecom Italia, Eni) ed ha fatto parte di numerose commissioni governative. All'impegno lavorativo ha poi associato l'attività politica a livello nazionale, facendo parte del Comitato Scientifico del Cespe, e collaborando con la Segreteria Politica dei Democratici di Sinistra.
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Conflitti batteriologici, le nuovi armi del futuro
“La peste che avanza”, oltre che una metafora, è anche il titolo di un libro pubblicato negli Usa dal Critical art ensamble, un collettivo di artisti. Racconta il caso di Steve Kurtz, in carcere per i suoi studi sull’argomento
Questa è la storia di un libro che l’Fbi avrebbe preferito non leggere. Racconta di una vicenda giudiziaria surreale, di guerre fantasma e arte sovversiva. Il titolo, apocalittico, è Marching plague (La peste che avanza, pp. 148, dollari 9.95). Lo firma il Critical art ensamble per Autonomedia, la casa editrice newyorchese di Hakim Bey.
L’11 maggio 2004 a Buffalo, non lontano da New York, Hope Kurtz muore per un arresto cardiaco. I soccorritori, chiamati dal marito Steve, professore di arte dell’università locale, notano nell’appartamento microscopi, colture batteriche in vitro e altri strumenti da laboratorio. Chiamano la polizia e per Steve Kurtz comincia un incubo kafkiano. Il giorno dopo decine di uomini dell’Fbi, protetti da tute bianche, maschere e guanti, perquisiscono la casa e sequestrano computer, libri e tutti i materiali sospetti. Le telecamere della tv riprendono l’operazione, il corpo di Hope è preso in consegna dai federali, Steve Kurtz è arrestato per detenzione di armi batteriologiche.
I Kurtz, insieme da oltre un quarto di secolo, erano tra i membri fondatori del Critical art ensamble (Cae), un collettivo di artisti americani che da 1986 lavora sulle intersezioni tra arte, tecnologia, scienza e teoria critica. A metà anni Novanta il Cae ha contribuito a svecchiare l’attivismo con una serie di performance, video e il libro Disobbedienza civile elettronica (1996) dedicato alle nuove forme della politica nell’era del capitalismo high tech.
Dalla rivoluzione digitale, l’interesse del gruppo si è spostato «sull’economia politica delle biotecnologie», ovvero sulla trasformazione del vivente - geni, batteri, semi - in merce sotto copyright.
Al momento dell’arresto Kurtz lavorava a Free range grain, un progetto sui cibi geneticamente modificati per la mostra The Interventionist del Massachusetts museum of contemporary art. Per l’Fbi era però un presunto terrorista. Poco importava che i batteri in vitro sequestrati fossero del tutto comuni nei laboratori delle scuole.
Il 29 giugno 2004 le accuse di bioterrorismo sono cadute ma rimane tuttora in piedi l’imputazione di frode postale per l’acquisto non autorizzato di colture batteriche che, nel peggiore dei casi, potrebbe costare a Kurtz vent’anni di carcere. Sotto inchiesta c’è anche Robert Ferrell, 60 anni, stimato genetista dell’Università di Pittsburgh e collaboratore del Cae che ha aiutato l’artista americano ad entrare in possesso del materiale.
Il caso ha coinvolto la comunità artistica e scientifica americana e internazionale. Artisti del calibro di Richard Serra, Cindy Sherman e Sol LeWitt hanno donato opere per la raccolta dei fondi legali, il banner “Art is not terrorism” è comparso in centinaia di homepage sul web, la stampa internazionale, dal New York Times a The Guardian, ha scritto decine di articoli ora disponibili sul sito www. caedefensefund. org.
Il processo è aperto. Steve Kurtz, sotto consiglio dei suoi legali, evita di rilasciare dichiarazioni sulla vicenda.
A parlare per lui è Marching Plague, pubblicato da qualche mese negli Stati Uniti (per acquistarlo vedi www. autonomedia. org). Il testo era rimasto impigliato nella rete dell’Fbi ma il Critical art ensamble l’ha ricostruito con pazienza certosina.
Le prime notizie di guerra batteriologica, ricorda il Cae, risalgono all’assedio di Caffa del 1347 quando le forze tartare catapultarono cadaveri appestati oltre le mura della base commerciale genovese. La Morte Nera arrivò in Europa a bordo delle navi in fuga e sterminò oltre venti milioni di persone. Nel Giappone degli anni Trenta del Novecento, Ishii Shiro, scienziato a servizio dell’esercito, costruì un piccolo impero personale sull’intuizione dell’uso dei batteri in ambito militare. Nel 1940 guidava un’immenso programma di ricerca in grado di produrre 500 chili di antrace e 1000 chili di colture coleriche in un mese. Tuttavia, nonostante la grandiosità delle risorse, i frutti delle ricerche, segretissime fino al 1944, non furono mai utilizzati.
Oggi negli Stati Uniti lo spettro della “germ warfare” alimenta un’industria che cresce ininterrottamente grazie alla pioggia torrenziale di finanziamenti governativi. Dal 2001 al 2004 i fondi per programmi di difesa biologica civile sono aumentati di diciotto volte fino a toccare i 14 miliardi di dollari, cifre che secondo gli analisti, sono superiori a quella impiegata nel per i ricerca nucleare all’epoca del Progetto Manhattan.
Nonostante gli investimenti massicci, sostiene il Cae, le armi biologiche rimangono difficili da maneggiare e imprevedibili negli effetti. Come i missili intercontinentali balistici, falliscono un obiettivo chiave - la deterrenza - se inutilizzate, e tuttavia, in un circuito perverso di causa-effetto, le fantasie catastrofiche sul loro uso devono essere riconosciute come reali per giustificare la consistenza degli investimenti.
Secondo il Critical art ensamble si tratta di un’immenso spreco di denaro pubblico dirottato dalla lotta contro malattie come l’Aids e la malaria che continuano ad uccidere milioni di persone in tutto il mondo. Il problema dei programmi di bio-difesa, inoltre, è che coincidono con quelli di bio-aggressione. Così nei laboratori di massima sicurezza americani si producono agenti patogeni per trovare il modo di neutralizzarli in caso di attacco. Non a caso, nell’unico allarme di attacco biologico registrato negli Usa, quello dell’antrace del 2001, la sostanza spedita per posta era probabilmente di origine interna, ovvero creata nei laboratori di massima sicurezza del Maryland.
L’elemento interessante è che le considerazioni del Critical art ensamble sono condivise da una parte consistente della comunità scientifica. Nel febbraio 2005, in una lettera indirizzata al direttore dell’Istituto nazionale della salute statunitense, 758 scienziati hanno contestato il dirottamento di fondi dallo studio di malattie letali alla ricerca su oscuri batteri designati come armi potenziali dall’amministrazione.
Forse sta proprio qui la chiave dell’accanimento contro Steve Kurtz, nella capacità del Critical art ensamble di fare da ponte tra comunità scientifica e quella di artisti e attivisti per sfidare la coltura della conoscenza scientifica come sistema chiuso, governato dalle regole della proprietà intellettuale. «Il Cae assume il ruolo dell’amatore, il non professionista appassionato che avvicina un ambito specializzato come la genetica o la biotecnologia per esporne gli usi al giudizio pubblico» scrive l’artista Claire Pentecost nell’appendice di Marching Plague. L’amatore che fa breccia nel regime del segreto è una figura pericolosa nell’America dopo le Torri Gemelle, dove la paura rimane una carta politica fondamentale da giocare. Specie quando, come il Cae, chiede l’impossibile: «scoraggiare gli scienziati dal lavorare per o con i militari, forzare le aziende farmaceutiche a produrre antibiotici e vaccini contro le malattie che uccidono, sottrarre i fondi della ricerca sui batteri ai militari e reindirizzarla ad iniziative civili».
Miriam Tola
Fonte: www.liberazione.it
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Chávez candida la Bolivia e sblocca la situazione all'Onu
Sono riprese le votazioni all'Onu per l'elezione del membro latinoamericano in Consiglio di Sicurezza. All'ordine del giorno c'è la scelta tra il candidato degli Stati Uniti, il Guatemala e il Venezuela, che rappresenta buona parte dell'America Latina e dei non allineati e che doveva sostituire in una normale rotazione l'Argentina. L'opposizione viscerale degli Stati Uniti al Venezuela e la candidatura del Guatemala in tal senso, avevano provocato un impasse difficile da sbloccare.
Da La Paz rimbalza però la notizia che riapre i giochi. Secondo il presidente boliviano Evo Morales, Hugo Chávez avrebbe dato indicazione ai paesi che finora avevano appoggiato la candidatura venezuelana, di votare per la Bolivia. Questa oggi, mercoledì 25, dovrebbe ufficializzare la propria candidatura presentata come "di consenso" nonostante anche il paese andino sia inserito nella lista del cosiddetto "asse del male" da Washington.
Secondo il quotidiano argentino Clarín una riunione tra i cancellieri (Ministri degli Esteri) venezuelano e guatemalteco non avrebbe sbloccato la situazione e gli Stati Uniti sarebbero intenzionati a insistere sul Guatemala e il Ministro degli Esteri di Tegucigalpa avrebbe definito unilaterale e non di consenso la candidatura della Bolivia da parte del Venezuela.
Nella notte però sono giunti i primi assensi alla scelta politica di Hugo Chávez : vengono da due paesi latinoamericani che non si erano schierati con il Venezuela e considerati tra i più fedeli alleati degli Stati Uniti nella regione. I ministri degli Esteri cileno e peruviano, Alejandro Foxley e José Garcia Belaunde, potrebbero infatti appoggiare la candidatura boliviana al Palazzo di Vetro rompendo il fronte filostatunitense.
Se la candidatura boliviana prosperasse sarebbe un vero trionfo per l'America Latina e proprio per Hugo Chávez. Infatti, gli Stati Uniti avevano presentato la loro posizione come unicamente contraria al Venezuela bolivariano, scegliendo significativamente un paese impresentabile come il Guatemala del genocidio e dell'impunità assoluta. Invece il Venezuela e i paesi che appoggiavano la candidatura bolivariana, consideravano fondante il diritto della regione ad esprimere la propria candidatura, passando liberamente dall'Argentina al Venezuela.
di Gennaro Carotenuto
da www.gennarocarotenuto.it
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È imperativo fermare la destra
I movimenti sociali devono mobilitarsi e scendere in strada per debellare la candidature di Alckmin
João Pedro Stédile
Perciò noi, i movimenti sociali e tutti i militanti dobbiamo mobilitarci, tirarci su le maniche e scendere in strada per sconfiggere la candidatura di Alckmin e i loro interessi di classe. Non possiamo esitare. Trasformeremo la campagna elettorale in un dibattito di progetti ed idee. Se Alckmin vincesse, sarebbe una grave sconfitta per il popolo brasiliano.
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Dal 1990 al 2002 le classi dominanti hanno messo in atto un programma neoliberale disastroso per l'economia e per la popolazione, dando le nostre migliori aziende pubbliche e privare in pasto al capitale finanziario e internazionale. Distruggendo i servizi pubblici, facendo crescere il debito pubblico, fino al punto in cui il governo doveva impiegare il 30% del bilancio federale per pagare gli interessi. Le persone, le aziende ed il governo cominciarono a pagare gli interessi più alti al mondo. Il risultato: l'economia non cresceva, e c'era una maggiore concentrazione della ricchezza. Le persone si ritrovavano con maggiore povertà, maggiore disuguaglianza e con il livello di disoccupazione più alto nella storia.
Soffrendo questi problemi sulla propria pelle, la popolazione votò contro il neoliberismo nel 2002, eleggendo il presidente Lula. Negli ultimi 4 anni c'è stato un governo di coalizione, come dice il ministro Tarso Genro, e le forze del capitale hanno continuato ad esercitare la propria azione per mantenere le politiche neoliberali. D'altra parte, le forze di sinistra hanno cercato di fare passi avanti in politica estera, nella difesa delle aziende pubbliche e in alcune aree sociali, come l'istruzione pubblica e il salario minimo.
Noi che facciamo parte dei movimenti sociali abbiamo criticato le politiche economiche. L'Mst ha manifestato e lottato contro il processo vizioso della riforma agraria, con la priorità assegnata all'agribusiness (che, in realtà, votò contro il governo) ed il non rispetto del piano nazionale di riforma agraria.
Noi comprendiamo che il contesto politico di questo periodo è stato sfavorevole alle forze popolari, a causa della mancanza delle proteste di massa e della stagnazione della grande maggioranza dei sindacati e dei movimenti. Alcuni si sono lasciati convincere o hanno modificato le proprie direzioni ideologiche. Latri sono stati massacrati dall'offensiva neoliberale che ha eliminato interi settori della classe lavoratrice. Esiste un riflusso del movimento di massa che ha influenzato in maniera decisiva la correlazione di potere attuale.
È venuto il momento delle elezioni. Abbiamo sostenuto la necessità di usare la campagna elettorale per discutere un nuovo progetto popolare per il paese. Sfortunatamente, i punti di vista opportunistici e di marketing hanno prevalso e si è fatto uso dei soliti metodi impropri, come l'uso abusivo del denaro per comprare i sostenitori. Il risultato è stato una campagna priva di entusiasmo, senza militanza e priva di interesse per le persone.
La destra ha trovato così, grazie anche ai gravi errori nella campagna di Lula, le ragioni per unirsi attorno ad Alckmin, esattamente come successe con Collor nel 1989. Sono andati all'attacco, usando spietatamente i loro media, e sono riusciti ad arrivare al secondo turno. Lo stesso è accaduto in diversi stati, dove i candidati della destra sono riusciti a raggiungere il secondo turno. Ma, come ogni altra cosa nella vita, vi sono contraddizioni. L'unità della destra attorno ad Alckmin produrrà un dibattito di idee e progetti. La campagna chiarirà gli interessi di classe dietro ogni candidato.
Alckmin rappresenta gli interessi del capitale finanziario, delle multinazionali, dell'amministrazione Bush, della borghesia brasiliana e del settore dell'agribusiness, che non vedono l'ora di riprendere le redini del governo. Ogni giorno sulla stampa difendono la necessità di continuare le privatizzazioni, Petrobrás, le poste, strade, banche e aziende pubbliche. Vogliono riforme del lavoro, del fisco e della previdenza sociale che amplifichi i loro profitti. Riportano indietro l'Accordo per il Libero Commercio in America come una necessità e subordinano, così, ancora di più la nostra economia ed il nostro paese agli interessi dell'impero.
E se i poveri osassero lottare chiamerebbero i "cani di Bush" e offrirebbero polizia e carcere. Perciò noi, i movimenti sociali e tutti i militanti dobbiamo mobilitarci, tirarci su le maniche e scendere in strada per sconfiggere la candidatura di Alckmin e i loro interessi di classe. Non possiamo esitare. Trasformeremo la campagna elettorale in un dibattito di progetti ed idee. Se Alckmin vincesse, sarebbe una grave sconfitta per il popolo brasiliano.
Nel prossimo mandato del governo Lula continueremo a mobilitarci per sconfiggere le politiche neoliberali e discutere di un nuovo progetto per il paese con la società. Il Brasile ha bisogno di trovare il proprio cammino. Ha bisogno di un progetto che ponga come priorità dello Stato e delle sue politiche la soluzione dei principali problemi della popolazione: la disoccupazione, l'istruzione, la riforma agraria, il diritto all'alloggio e la ridistribuzione della ricchezza, tra tutti. Non vi sono cambi sociali senza la partecipazione del popolo, senza la mobilitazione popolare.
Z-Net.it
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Truppe europee, cosa ne pensano i libanesi?
«Meglio degli Usa». «A patto che non siano qui per difendere Israele». Testimonianze tra le strade di Beirut.
«L’arrivo delle forze europee è coinciso con la fine della guerra». È questa l’opinione di tanti libanesi. La Forza Interinale delle Nazioni Unite in Libano (Finul o Unfil secondo la sigla inglese) che ha raggiunto le regioni meridionali del Paese, al termine dei 34 giorni di guerra tra Israele e hezbollah. I suoi effettivi, composti in maggioranza da contingenti turchi, francesi, italiani e spagnoli, sono stati portati a circa 5800 unità. Il mandato della Finul? Fare ricorso alla forza in caso di "azione ostile" (il comandante della Finul ha appena escluso di sparare sugli aerei israeliani che violano lo spazio aereo libanese ndr), procedere a controlli stradali e intercettare traffici d’armi in caso di insufficenze da parte dell’esercito libanese. I mezzi blindati occidentali e le enormi gru targate Onu sono quindi improvvisamente comparsi in mezzo ai leggendari ingorghi stradali di Beirut. Che cosa ne pensano gli abitanti della capitale? Fanno affidamento agli europei per vedere ristabilita la pace?
Hussein, libanese sulla trentina, lavora per un’ong. Dice di sentirsi «piuttosto a proprio agio» con la Finul. A suo parere «la presenza delle forze militari provvisorie contribuirà alla ripresa economica della regione. (Secondo alcuni esperti, il solo contingente francese apporterebbe un contributo di un milione di dollari in un periodo di sei mesi ndr). «Nei confronti di Hezbollah non vi saranno difficoltà» – aggiunge Hussein – «a patto che la Finul si limiti a sostenere l’esercito libanese e non sia qui per proteggere Israele».
Abu Nur è un commerciante di generi alimentari sunnita di 70 anni, nato a Beirut, che ha vissuto a lungo in Germania e in Grecia. Abu Nur insiste sulla vicinanza che riguarda libanesi ed europei, a confronto con la diversità dagli americani, attraverso le parole di un proverbio locale : «Sono con mio fratello contro mio cugino, ma sto con mio cugino contro lo straniero. Gli europei sono i cugini buoni che portano la sicurezza».
Rima, quarantenne sunnita, direttrice amministrativa di una filiale di un gruppo occidentale a Beirut, si sente riconoscente verso queste truppe «che tutti aspettavano con impazienza. I loro mezzi, più efficaci, sono la sola garanzia di sicurezza qui». Lei, che ha vissuto la guerra civile di Beirut tra il 1975 e il 1990, rifiuta il paragone con il fallimento dell’intervento militare della Forza Internazionale di allora : «La guerra degli anni Ottanta era un conflitto interno. Oggi la Finul deve mantenere la neutralità . Ho fiducia nell’impegno degli europei, che in genere si mostrano favorevoli verso il Medio Oriente, in particolar modo la Francia, sola nazione veramente amica del Libano».
Rabih, ingegnere druso di 27 anni, ha partecipato attivamente alle manifestazioni del 2005 che hanno portato al ritiro dei siriani dal Libano. «Non vi era altra scelta se non quella di accogliere la Finul che sottrae a Hezbollah la sua giustificazione, ma impedisce anche un ritorno dei siriani. Le truppe europee sono le più credibili: quelle americane sostengono Israele, mentre i militari arabi fornirebbero a Damasco la scusa per intervenire».
Rami, 24 anni, che sostiene apertamente Hezbollah nonostante sia cristiano, non nasconde la sua antipatia per la Finul. «Dal momento che l’Onu è controllata dagli Stati Uniti, avrei preferito la presenza unica di un esercito libanese integrato dall’Hezbollah, fosse presente. Se è vero che gli europei saranno meglio tollerati rispetto agli americani, è altrettanto vero che non fa mai piacere avere truppe straniere in patria. Da sempre le truppe straniere fanno solo i propri interessi».
Fouad, giovane ingegnere di 25 anni, cristiano, ex leader degli studenti catturato dai siriani, considera la Finul «un elemento positivo di cui si avvertiva la necessità da molto tempo. Ma temo che le truppe possano partire all’insorgere delle difficoltà, come è sempre successo per ogni intervento occidentale, a partire dall’indipendenza».
Mathieu Baudier - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8539
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''Sorry''
Afghanistan: ancora stragi di civili compiute dalla Nato. Che si scusa, e continua a bombardare
Martedì pomeriggio i superbombardieri statunitensi B-1 hanno sganciato i loro ordigni da una tonnellata sulle case di fango di alcuni villaggi del distretto di Panjwayi, lungo il fiume Arghandab, una trentina di chilometri a ovest di Kandahar. Sotto le macerie di decine di abitazioni rase al suolo sono rimasti corpi senza vita di sessanta, forse novanta civili. Anziani, donne e bambini. “Nessuno dei morti era talebano”, ha dichiarato all’Afp un abitante di uno dei villaggi colpiti.
La Nato scarica la colpa sui talebani. I comandi Nato hanno riferito che i raid “mirati” di martedì hanno ucciso solo combattenti talebani, almeno 48. Pur ammettendo la “credibilità” delle notizie di “danni collaterali”, ovvero della morte di civili innocenti. Mark Laity, rappresentante civile della Nato in Afghanistan (non è un caso che abbia parlato lui, invece dei soliti generali in mimetica) si è detto dispiaciuto (“sorry”), ma ha però tenuto a precisare che non è colpa della Nato se “i talebani continuano a usare i civili come scudi umani”, nascondendosi nelle aree abitate.
Zona vietata: impossibile indagare. Che la notizia di ingenti perdite civili sia attendibile non c’è alcun dubbio, visto che è stata confermata da più fonti, divergenti solo sul numero dei morti: 90 secondo fonti locali dell’agenzia Pajhwok; 85 secondo un membro del consiglio provinciale di Kandahar, Bismallah Afghanmal; 70 secondo Karim Jan, abitante di uno dei villaggi colpiti; 60 secondo un funzionario del governo che ha voluto rimanere anonimo “per timore di ripercussioni”.
Le autorità afgane locali hanno inviato la polizia sul posto per investigare, ma gli agenti si sono visti sbarrare la strada dai soldati Isaf canadesi che hanno sigillato la zona.
Condanne e rabbia crescente. L’Unama (la Missione Onu in Afghanistan) si è detta “molto preoccupata” per “il gran numero di civili” uccisi dalla Nato. “La salvaguardia e il benessere dei civili devono sempre venire per primi e ogni vittima civile è inaccettabile, senza eccezioni”, si legge nel documento diffuso dalla Missione.
All’interno del governo filo-occidentale di Kabul i malumori per questi “incidenti” stanno lasciando il posto a una rabbia diffusa. Se il presidente Hamid Karzai, per non irritare Washington, si limita ogni volta a rinnovare il suo invito alla Nato affinché “usi più cautela per evitare perdite civili”, molti politici, magari in forma anonima, esprimono la loro collera nei confronti della Nato. “Non basta chiedere scusa! Questi incidenti stanno diventando troppo frequenti”, ha dichiarato un anonimo funzionario afgano.
Non si può più parlare di “incidenti”. In effetti, la frequenza di casi di civili uccisi nei raid della Nato è ormai tale che risulta difficile chiamarli ancora “incidenti”. Il 18 ottobre, 8 civili sono morti in un raid nello stesso distretto di Panjwayi. Il giorno prima, 17 ottobre, altri 9 civili sono morti sotto le bombe Nato nel vicino distretto di Zhari e 13 sono stati uccisi in raid aerei nel distretto di Grishk, in provincia di Helmand. Nella stessa provincia, il 15 ottobre altre bombe sono cadute su Musa Qala, nella provincia di Helmand provocando molti feriti tra i civili (v. “Gli incubi di Hamida”). Uno stillicidio che va avanti ormai da mesi: 50 civili uccisi a Pnjwayi il 9 settembre; altri 21 nella stessa zona il 5 settembre; 10 a Musa Qala il 27 agosto e altri 13 il 25 agosto; 15 civili morti a Zhari il 22 agosto; e così via. Decine, centinaia di morti civili che – secondo affidabili fonti militari di PeaceReporter – vengono spacciate per talebani con il vecchio sistema delle armi messe accanto ai cadaveri (v. “La fabbrica dei talebani”).
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6592
Enrico Piovesana
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Dal socialrealismo allo pseudo-modernismo
Due architetti di Tirana criticano le nuove tendenze dell’edilizia urbana in voga tanto nella capitale che in altre parti del Paese. Nostra traduzione
Di Belina Budina, Shekulli, 19 settembre 2006 (tit. orig. Tirana, prej xhami, alumini, mermeri)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Marjola Rukaj
Tirana, l’edificio principale dell’Università (1930). (Foto Pavel Cernoch) Costruzioni di vetro, lastre di alluminio, svariati tipi di marmo, facciate ventilate, vetrate esagerate, mattonelle accecanti di colore e lustro, e poi interni di legno... Una volta sfuggiti alla noia del cemento e all’architettura social-realista, a Tirana è diventato insostenibile l’utilizzo indiscriminato di tutti i materiali e di tutte le forme, ovunque, dalle case di periferia alle zone più in voga della capitale. Mentre l’ondata di queste costruzioni sembra incontrollabile, due noti architetti albanesi, Klement Kolaneci e Maks Velo, criticano questa tendenza di un’architettura che non rispetta né i criteri del buon gusto, né i canoni dell’architettura contemporanea. “Non esiste più il senso della massa nell’utilizzo dei materiali” dice Velo, “A Tirana, la forte pressione economica incentiva la costruzione di oggetti mastodontici, ma gli appartamenti spesso non sono per niente confortevoli,” riflette Kolaneci. Sembra che essere moderni in architettura e nell’edilizia sia un’ardua impresa, per cui non basta avere, meglio sapere. “Le case dei nuovi ricchi assomigliano troppo ai locali pubblici e poco alle abitazioni vere e proprie. Sono delle mescolanze caotiche di forme e stili” – aggiunge il genero di Enver Hoxha, Klement Kolaneci, che ha abbandonato da tempo l’architettura social-realista, diventando ormai autore di sofisticati progetti di tendenza contemporanea.
Secondo Maks Velo, l’architetto condannato dal regime di Enver Hoxha per il suo eccessivo modernismo, nell’architettura odierna albanese le forme e i materiali vengono usati per rimpiazzare il pensiero. “Ci sono troppi materiali nelle facciate. Vengono utilizzati l’alluminio, il vetro, tutti i tipi di marmo, i rivestimenti plastici delle mura, tutti i tipi possibili e immaginabili del legno. Manca però la coerenza di stili architettonici, si sta creando un gioco insensato, Queste costruzioni fanno sembrare la città come un enorme circo. E’ un’architettura che riflette le tendenze anarchiche e l’individualismo medievale.”- spiega Velo, ritenendo inutile la smania di tutti per costruire edifici “esplosivi”, per mettersi in mostra ad ogni costo, poiché tutto questo fa sembrare la città un’esplosione permanente di fuochi d’artificio.
Una delle tendenze più evidenti secondo Kolaneci è l’utilizzo dei vetri, in particolar modo i vetri scuri, solo per l’immagine e l’effetto ombra, poiché per lo più non sono funzionali e inoltre sono da considerare démodé, se si tratta di un colore molto scuro. Le facciate di vetro vengono usate persino nelle cucine o angoli cottura, mentre si sa che il vetro è un materiale molto costoso e inadeguato per questo tipo di ambienti. D’altra parte neanche la concezione delle forme di un edificio adibito ad abitazione non possono essere le stesse degli edifici che poi diventeranno centri commerciali per cui l’utilizzo del vetro è ben comprensibile. Kolaneci ritiene che oggi in Albania le tendenze dell’edilizia curano solo ed esclusivamente l’immagine, trascurando del tutto la funzionalità. Inoltre sempre a detta di Kolaneci i vetri in Albania spesso sono di colori aggressivi e di qualità scadente.
Maks Velo osserva che a far ritorno alla tradizione potrebbero essere non solo i caffè o i ristoranti ma anche le abitazioni private. Questa tendenza all’utilizzo della pietra, che potrebbe esser sostanzialmente un elemento positivo, rischia di diventare eccessiva vista la troppa propensione al suo utilizzo e soprattutto tenendo conto che nella maggior parte dei casi si tratta di edifici molto alti, che assomigliano sempre di più alle torri medioevali. Sono fin troppo frequenti nelle zone di periferia e sembra che ci stiano riportando indietro l’epoca dei castelli e ai modi di vivere d’altri tempi.
Un’altra tendenza consistente è l’utilizzo di tende sui balconi e terrazze, che è un elemento adatto a un paese mediterraneo come l’Albania, dove si ha molto sole, troppo pochi giardini e parchi pubblici, pochi alberi e di conseguenza un’immane sete d’ombra. Però secondo il critico Velo anche con le tende si è esagerato, poiché si nota un’uniformità delle loro tipologie, che fa sì che tutti i balconi e le terrazze sembrino uguali...
Tutto ciò è pseudo-modernismo – così definisce Kolaneci il tentativo fallito per un’architettura di stile decostruttivista. Si tratta di un equivoco di ciò che il decostruttivismo è, una corrente che mira a giocare con le forze della natura, in modo aggressivo ma bello allo stesso tempo. “Questa è la cosa più difficile da realizzare. Serve perfezionismo, un po’ come con la pittura astratta. Bisogna passare per l’arte semplice per poi riuscire a fare dell’arte astratta. Non è per niente facile essere moderni. Altrimenti non si hanno che delle creazioni pseudo-moderne.” – esplica l’architetto Kolaneci.
Una nuova moda è quella delle case di legno. I complessi delle case di legno costituiscono una vera e propria moda del turismo albanese. Dalle spiagge ai villaggi montani si preferiscono soprattutto case di legno. Si tratta di un materiale nuovo, il cui utilizzo però costituisce già una tendenza. Nel linguaggio architettonico abbiamo a che fare con il riapprezzamento di un materiale naturale in una concezione moderna. Nonostante non vi sia una vera architettura rustica albanese, dicono gli architetti Velo e Kolaneci, il legno sembra essere un elemento preferito soprattutto per gli interni delle nuove costruzioni. “Però in pochi casi abbiamo a che fare con l’uso del legno vero e proprio. Spesso si tratta di un prodotto dal costo molto basso. Si tratta di una tendenza in Albania ma è stata anche una riscoperta in tutto il mondo dopo la prima ondata degli anni ’80. Si tratta di ville precostruite, spiega Velo, che nella maggior parte dei casi vengono importate dall’estero, tra cui quelle più a buon prezzo vengono da paesi vicini. Le più care possono arrivare a 400 mila euro, secondo Klement Kolaneci, sono delle case di legno di grandi dimensioni, che vengono costruite in Svezia e Norvegia, dove si ha una tradizione di questo tipo di abitazione che tra l’altro hanno un costo d’energia del 40% più basso delle case normali. Alcune, quelle a due piani costano 10 – 20 mila euro. Ma le case di legno vengono costruite per tradizione anche in alcune regioni dell’Albania, ad esempio nella zona di Lezha, dove i professionisti si sono già accorti della richiesta di tali prodotti sul mercato. Per ora si hanno dei complessi di case di legno in alcune zone turistiche come a Durazzo, Dhermi, Llogara, mentre altri complessi sono in fase di progettazione sempre a Llogara.
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Uccisi in cerca della verità
Ettore Mo con
Fabio Amato
“La Cecenia è stata uno dei paesi dove ho avuto più paura. A Grozny pensavo di morire. Le pallottole venivano da una parte e dall'altra, e non si capiva chi sparava a chi, mentre tu nel mezzo cercavi di non prendertene una”. Da inviato speciale del “Corriere della Sera”, Ettore Mo ha visto Timor est e l'Afghanistan, l'Iran e l'Azerbaijan. Fino alla Cecenia, di cui è stato uno dei primi giornalisti a vedere e raccontare il conflitto, nel 1996. In principio una “guerra di indipendenza”. Poi l'escalation, fino a torture e terrorismo. E gli omicidi mirati di chi come Antonio Russo o Anna Politkovskaja abbia cercato di raccontare una “verità” indipendente dal potere che la controlla.
Ettore Mo, che Paese era la Cecenia? E che Paese è oggi?
Io venivo da paesi con una forte identità musulmana, Iran e Azerbaijan, che sostenevano la causa cecena. La prima sorpresa, nella capitale Grozny, fu di vedere che tutti si comportavano all'occidentale. Vedevi le ragazze girare in minigonna, le coppie baciarsi per strada. Entrai in casa di una famiglia, e pensando che erano musulmani mi lasciai offrire solo del tè. Loro mi guardarono storto e mi dissero: “Tè? Ma non un whisky o una birra?”.
Questo per dire che non c'era ancora stata quella metamorfosi che sarebbe arrivata dopo. Quando intervistai Shamil Basaev, sei anni prima che fosse ucciso, mi parve veramente che fosse il leader dell'indipendenza cecena, e scrissi un pezzo quasi entusiastico. Poi me lo ritrovo ad uccidere i bambini di Beslan... Fui costretto a chiedere scusa ai lettori del “Corriere”.
Fu un errore di valutazione o è successo qualcosa nel frattempo?
La metamorfosi è avvenuta perché il movimento d'indipendenza ceceno per anni è stato sostenuto dall'Iran e dagli altri paesi musulmani. A un certo punto hanno semplicemente chiesto di pagare il conto. E il conto è stato una intensificazione dell'islamismo, accettato anche per dare forza alla loro lotta, che li ha portati a questa fisionomia del “noi in fondo siamo musulmani”. Dopo 150 anni di dominio sovietico laico, anche il ventre molle dell'ex-Urss ha ceduto. Prima nessuno pregava cinque volte al giorno. Anzi, quando scoppiò l'integralismo islamico, alla fine degli anni settanta, la paura che si propagasse fu in parte anche il motivo dell'invasione dell'Afghanistan.
Col senno di poi è stato un fallimento?
Completo...
Anche la morte di Anna Politkovskaja è la reazione alla paura? O pensa che dietro ci sia un ragionamento politico?
Anna Politkovskaja è stata uccisa per l'odio contro ciò che scriveva, ma chi l'ha uccisa non si è reso conto di quanto danno ha fatto alla sua stessa causa. Chi uccide un reporter finisce fatalmente per nuocere alla propria immagine in tutto il mondo. E nel caso della Politkovskaja sta emergendo tutto il danno che l'omicidio ha creato attorno a Putin e alla Russia.
Attorno probabilmente sì, ma dentro? In Russia, anche se non è del tutto passato sotto silenzio, l'omicidio ha mosso solo una piccola minoranza...
I mezzi di comunicazione russi sono ancora in mano governativa, i giornali sono quasi tutti schierati con il governo, e la stampa è ancora altamente controllata. È una condizione sufficiente per imporre il silenzio anche ai leader politici, che cercano di tutelarsi e di difendersi.
L'uccisione di Antonio Russo, il reporter di Radio radicale assassinato nel 2000, non ha avuto neanche lo scalpore...
La morte di Antonio Russo è ancora un tragico mistero, tante sono le cose non chiarite...
Due voci spente , importanti e indipendenti. E nessuna a sostituirle...
È una conclusione crudele ma esatta. Hanno eliminato quasi tutte le - poche - voci dissenzienti... In Russia, ma non solo lì - in generale in ogni luogo dove il potere è controllato da una oligarchia - il giornalista scomodo viene eliminato. Le liste delle associazioni per i diritti umani sono piene di giornalisti uccisi o incarcerati. In Italia, al contrario, le corrispondenze hanno potuto essere chiare, molto dure con il governo di Putin.
Eppure sono bastati due o tre giorni e la Cecenia è tornata nell'oblio...
I giornali sono così, i casi tengono pochi giorni, al massimo una settimana e poi si esauriscono. Non credo che sia cattiva volontà, ma è un dato di fatto. Tanto per dare una idea, sono recentemente andato in centro-America, dove ho incontrato il comandante Zero, che nel 1983 combatteva i sandinisti. Bene, l'ultima volta che se ne era parlato era stato più di venti anni fa, e pensare che oggi è candidato alle elezioni in Nicaragua.
Uno dopo l'altro i fenomeni come il Chiapas e il Messico, il Nicaragua o la Cecenia, sono stati tutti accantonati...
caffeeuropa.it
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Perchè i comuni saranno importanti
Questa è una bozza della mia introduzione al convegno dell’Anci sulla multicanalità pubblica previsto oggi pomeriggio a Bastia Umbra. La pubblico anche sul blog perché credo sia di qualche interesse.
Nelle scorse settimane una vera e propria valanga informativa, di analisi e di segnali si è messa in moto e si sta rovesciando sul pubblico mondiale. Il tema è uno solo: lo squilibrio climatico. Il momento non è casuale: dal prossimo 6 novembre prenderà il via la conferenza Onu sul clima di Nairobi, momento diplomatico chiave per capire se, e come, si riuscirà a delineare un’autentica strategia internazionale per quella che ormai molti ritengono, né più e né meno, la sopravvivenza e la salvezza del genere umano.
Da due anni a questa parte, infatti, la questione climatica ha cambiato passo e tono di drammaticità. Alle analisi sulla concentrazione dei gas serra e sul riscaldamento dell’atmosfera si sono aggiunti via via report scientifici sull’accelerato (più accelerato delle previsioni) scioglimento dei ghiacci artici, sul regresso dei ghiacciai, sui rischi e si segnali di scongelamento del permafrost siberiano (e conseguente rilascio di immani quantità di metano nell’atmosfera, gas venti volte più attivo della Co2 nell’effetto serra), sul riscaldamento degli oceani, gli uragani (Katrina docet…), il mutamento delle correnti oceaniche, l’innalzamento dei mari, la scomparsa di atolli del pacifico, la desertificazione di vasti territori in Africa e Australia.
Che cosa succederà a Nairobi? I segnali, quasi una certezza, indicano due grandi punti di sicussione: l’entrata, in qualche modo, di Cina e India nel protocollo di Kyoto e, secondo, l’accelerazione decisa dello stesso.
Il segnale più importante, da questo secondo punto di vista, viene dalla Gran Bretagna. In questi giorni è in discussione una nuova legge sul clima che in sostanza dice: dobbiamo andare oltre la riduzione delle emissioni soltanto da parte delle grandi infrastrutture e impianti. Dobbiamo accelerare, e quindi non possiamo che coinvolgere in pieno il territorio, le prime nove metropoli inglesi, con programmi diffusi di risparmio energetico e di innovazione nelle piccole imprese, uffici, case.
E’ prevedibile, dati i tempi, che l’approccio inglese verrà seguito, per necessità, in tutta Europa. Ad ogni città verranno assegnati dei target di riduzione di emissioni, e a fronte di questi target dei crediti sul mercato di Kyoto. Chi raggiunge il target non paga nulla, chi sta sotto ha due alternative: o comprarseli, i crediti oppure venire multato, con conseguenti maggiori tasse a carico dei cittadini.
Ma chi va oltre il target, o accumula crediti superiori può ricavarne anche un guadagno finanziario per le casse comunali. E persino per i singoli cittadini.
Mi spiego: supponiamo che il comune di Perugia lanci un progetto di diffusione di tetti solari calibrato su una riduzione di emissioni nette, per famiglia o unità territoriale, del 10%. E riesca con questo progetto effettivamente a raggiungere il suo target, come città di riduzione del 10% complessivo. Perugina decide di esportare questo progetto a Nairobi e ottiene, dalla diffusione anche là su alcuni milioni di tetti, crediti per un ammontare X. Questi crediti aggiuntivi possono essere venduti sul mercato di Kyoto e le corrispondenti risorse finanziarie investite in nuovi progetti, infrastrutture, programmi.
Ovvio, il rapporto tra enti locali e territorio, nella grande risposta necessaria alla crisi climatica, cambierà profondamente. E ogni comune dovrà dotarsi di un sistema di comunicazioni completo, pervasivo e bidirezionale con i suoi cittadini.
Fare reti civiche, e-government, sistemi di comunicazioni pubblici fino a ieri poteva apparire un fiore all'occhiello o una bella utopia. Tra pochi mesi apparirà chiaro che questi sono in realtà strumenti strategici per l'operatività, e per progetti vitali. Anche finanziariamente vantaggiosi e auto-ripaganti, se ben progettati.
Perché insieme ai cittadini, in realtà, andrà riprogettato il territorio, il sistema di infrastrutture e lo stile di vita di ciascuno di noi. Attraverso una necessaria, equilibrata e innovativa cooperazione win-win. L’alternativa, francamente, è la dittatura, il razionamento, la fine della democrazia.
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Nelle elezioni USA del 7 novembre i democratici sono incapaci di vincere ma i repubblicani possono perdere
"I democratici sono incapaci di vincere ma i repubblicani possono perdere”, questo è il giudizio lapidario dato da Lyndon LaRouche sulla situazione elettorale americana. La cosa è stata sostanzialmente confermata da uno studio apparso sui mezzi d'informazione il 18 ottobre. Il capogruppo repubblicano alla Camera dei rappresentanti John Boehner ha detto a Fox News: “Tutti i nostri candidati vanno male. Non c'è dubbio che subiremo rovesci ... ritengo che perderemo alcuni seggi alla Camera”. La rivista Time menziona funzionari repubblicani, anonimi, che “adesso ammettono di poter perdere dai 23 ai 27 seggi alla Camera”. I democratici hanno bisogno di 15 seggi per la maggioranza.
Un fisico denuncia i piani nucleari dell'amministrazione Bush
Jorge Hirsch, professore di fisica dell'Università di California a San Diego, è l'autore di un articolo pubblicato il 16 ottobre da Information Clearing House, in cui spiega che “votare repubblicano a novembre significa votare per combattere una guerra nucleare” contro l'Iran. Nel 2002 Hirsh fu a capo della campagna degli scienziati contro la “Nuclear Posture Review” e altri piani di promozione del nucleare militare. Oggi Hirsch si dice convinto che se i repubblicani non sono sconfitti a novembre, gli USA cominceranno una guerra in Iran “prima della fine della presidenza Bush”. Secondo Lyndon LaRouche Hirsh ha sostanzialmente ragione.
“La nuclearizzazione della Corea del Nord non fa altro che contribuire ai piani per bombardare nuclearmente l'Iran ed è per questo che l'amministrazione ha fatto tutto il possibile per incoraggiarlo”, sostiene Hirsch, secondo il quale le politiche di “trasformazione” di Rumsfeld, miranti a ridimensionare le capacità militari, sono ciò che sta conducendo all'uso delle armi nucleari. Sebbene da quasi tutto l'arco politico si susseguano le richieste di dimissioni di Rumsfeld, aggiunge Hirsch, questi non se ne andrà fino a questo non sarà riuscito ad infrangere “il tabù nucleare” e cioè “far esplodere un'arma nucleare tattica contro un nemico degli USA”, forse su Natanz o altri siti in Iran.
Hirsh spiega poi che sebbene la decisione di ricorrere all'arma nucleare nel corso di un conflitto spetti al presidente (NSC-30 del 1948), il Congresso ha nondimeno l'autorità costituzionale di “bloccare l'autorità del presidente di ordinare il ricorso alle armi nucleari contro paesi che non dispongono di armi nucleari, approvando una legge al proposito”. Giacché “Bush, Cheney e Rumsfeld, con il consiglio di Kissinger, sono disperatamente determinati a giungere” all'attacco nucleare contro l'Iran e considerato “improbabile che i militari vogliano impossessarsi del governo e che un loro rifiuto di eseguire ordini immorali è nel caso migliore incerto”, il Congresso, conclude Hirsch, deve usare il proprio potere per fermarli. Anche ci sono molti repubblicani dissidenti, “un Congresso repubblicano finirà per sottoscrivere qualsiasi piano della Casa Bianca contro l'Iran” ed è per questo motivo che “votare repubblicano significa votare per iniziare una guerra nucleare”.
Le manipolazione dei prezzi petroliferi
Un aspetto centrale dei preparativi elettorali dell'amministrazione Bush è promuovere la fiducia nell'economia USA, fino al 7 novembre, il giorno del voto. Oltre a taroccare i dati sull'economia, la cosa più importante avvenuta in tale contesto è la riduzione dei prezzi petroliferi, soprattutto al distributore di benzina.
A tale scopo l'amministrazione Bush ha deciso di posticipare lo stoccaggio del greggio nelle riserve strategiche per il primo trimestre del 2007, che dovrebbe avvenire adesso. L'aumento di petrolio effettivamente in circolazione spinge i prezzi verso il basso. La stessa identica cosa fu fatta alla vigilia del voto del novembre 2004 che confermò Bush alla presidenza.
Un altro fattore, ancora più importante, è la manovra pilotata dalla banca Goldman Sachs, fino a qualche tempo fa diretta da Henry Paulson, oggi segretario al Tesoro. La banca ha deciso lo scorso agosto di ridurre drasticamente la percentuale attribuita alla benzina nel suo indice per le materie prime (GSCI). L'indice è il più importante del settore e i principali programmi di trading dei fondi d'investimento sono “sintonizzati” sul GSCI. Nel periodo che va dall'agosto all'ottobre 2006 la percentuale della benzina nell'indice è sceso dall'8 al 2,5 per cento e questo ha provocato una svendita di futures sulla benzina, nell'ordine dei miliardi di dollari. L'abbassamento delle quotazioni dei futures sulla benzina ha quindi comportato una riduzione del costo della benzina alla pompa. Fino al 7 novembre.http://www.movisol.org/znews203.htm
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Turchia in Europa e questione armena e curda : il parere
di Shorsh Surme*
La Turchia non si smentisce mai. La polemica contro papa Joseph Alois Ratzinger Benedetto XVI per il suo discorso all'Università di Regensburg, che è stata estrapolato e strumentalizzato per infiammare le piazze islamiche, è stata una replica perfetta della mobilitazione violenta contro le vignette danesi su Maometto, a partire dalle reazioni, inneggianti alla "guerra santa", degli intergralisti e fanatici sunniti e sciiti - Fratelli musulmani, Al Qaeda, Ayatollah Iraniani e Sauditi - per distogliere l'attenzione della loro popolazione sui moltissimi problemi dei paesi di maggioranza islamica.
L'occasione e' ora il premio Nobel che è stato dato allo scrittore Orhan Pamuk, uno dei maggiori scrittori turchi contemporanei i cui lavori sono stati tradotti vari lingue e i cui romanzi sono spesso sospesi tra il fiabesco ed il reale e rispecchiano la Turchia di ieri e di oggi. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: "Nel ricercare l'anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli dello scontro e intreccio delle culture".
Ricordiamo che Pamuk è finito sotto processo in Turchia, poi sospeso per evidenti pressioni internazionali, accusato di attentare al suo Paese per aver citato il genocidio degli Armeni in un'intervista ad un giornale svizzero. In quella occasione lo scrittore affermo': "30.000 Curdi e un milione di Armeni sono stati uccisi in queste terre", ma soggiunse che nessuno voleva parlarne.
Ankara ha sempre ridimensionato l'olocausto armeno del 1915 anzi ha cercato addirittura di negare quel famoso massacro. Ora un avvocato Turco di nome Kemal Kerincsiz ha denunciato l'Accademia svedese per aver dato questo premio a Pamuk con l'accusa che l'Accademia con questo riconoscimento ha voluto umiliare la Turchia dando a uno scrittore che ha avuto il coraggio di denunciare la vergogna nazionale turca, quella di aver massacrato gli Armeni e di continuare a massacrare la popolazione curda.
E cio' nonostante la dichiarazione di cessate il fuoco unilaterale che è stato fatto da parte del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) il primo Ottobre 2006. Infatti, proprio ieri l'esercito turco ha cominciato a bombardare massicciamente i villaggi della provincia di Barman nel Kurdistan della Turchia per provocare i dirigenti del PKK affinche' revochino il cessate il fuoco.
Perché in realtà il disegno della Turchia non è quello di applicare i criteri dei Paesi democratici dell'Unione Europea in primis il rispetto per i diritti umani e il riconoscimento dei diritti del popolo curdo per entrare nell'Unione, come dimostra anche il sondaggio fatto dal giornale turco Milliyet che evidenzia come due Turchi su tre affermino di non avere fiducia nell'Unione Europea ed è evidente il continuo calo dell'entusiasmo in favore dell'adesione di Ankara all'UE.
Ma il vero e proprio disegno dei dirigenti turchi è quello di conquistare i pozzi petroliferi della Città di Kirkuk e di Mosul nel Kurdistan dell'Iraq, cosa che è impossibile.
* giornalista curdo-iracheno
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Cadere sui senza casa
Perdere non mi piace. L’ho già detto, a volte perdere mi ha fatto pure perdere il lume della ragione. Più raramente ho sentito repulsione per chi aveva vinto.
Ma è la prima volta che perdere non mi dispiace e al tempo stesso mi fa sentire uno che ha quasi vinto.
Ecco: finalmente sono accontentati quelli che dicono che le classi sono morte ma ne parlano tutti i giorni e le dividono a vantaggio di pochi. Quelli che pensano che destra e sinistra siano categorie del passato.
Oggi, alle forche caudine del Senato il decreto legge del governo del 29 settembre 2006 che prorogava gli sfratti per 200 mila famiglie è stato bocciato per una pregiudiziale di costituzionalità presentata dalla destra.
Quindi, niente conversione in legge e decadimento del decreto.
Che cosa prevedeva il decreto decaduto? Sospendeva l’esecuzione degli sfratti nei capoluoghi di provincia e nei comuni limitrofi con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, per i nuclei familiari con reddito annuo complessivo inferiore a 27.000 euro, con persone ultrasettantenni o figli a carico, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%. Stabiliva inoltre in tre mesi la durata della sospensione per tutti i Comuni interessati, con prolungamento al 30 giugno 2007 per gli immobili della piccola proprietà e al 30 giugno 2008 per quelli della grande proprietà solo in quei Comuni che avessero presentato al Governo programmi locali per affrontare l’emergenza abitativa. A beneficiare della sospensione per almeno tre mesi degli sfratti sarebbero stati i nuclei familiari non morosi.
La destra festeggia per aver battuto il governo e aver miseramente favorito la rendita. In un paese in cui il cervello all’ammasso contabilizza solo i segni 1 X 2, i contenuti contano.
Anche questa è una differenza tra destra e sinistra.http://www.insolitacommedia.it/
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Due giorni a Frascati
Provo a fare una mia sintesi di quello che è successo a Frascati, anche se i giornali hanno riportato un certo numero di fatti e notizie.
Il 22 mattina inizio dei lavori con la tavola rotonda alla quale participava Monti, il cui discorso è stato ampiamente riportato dai quotidiani. Succo: i paesi dove sindacati e associazioni di settore contano meno sono quelli che crescono di più. In poche parole, l’importanza della concorrenza, della flessibilità e dell’apertura del mercato. Ma il discorso più importante per me lo ha fatto Baretta della CISL che molto lucidamente ha riconosciuto che i tempi sono cambiati e che serve affrontare alcuni nodi (come l’età pensionabile) in modo nuovo.
Poi le sessioni parallele. Molta gente è andata a sentire Nicola Rossi e Giavazzi che parlavano di Merito e rischio. Fatto importante anche se mi chiedo se tutti hanno presente che merito e rischio vuol dire che qualcuno viene premiato e altri no e che anzi questi altri potrebbero e in alcuni casi dovrebbero essere penalizzati. Non è che alla fine tutti pensano "merito a pioggia"?
Alla mia sessione non c’era moltissima gente. Ho fatto la mia presentazione, c’è stato qualche intervento. Molto simpatico Piero Barucci (l’ex-ministro) che ha fatto il chairman della sessione come Presidente di Glocus (l’associazione che ha organizzato la due giorni).
Quasi alla fine dei lavori è arrivato Cacciari che avrebbe dovuto fare fare il rapporteur per la sessione plenaria finale: non ha parlato con nessuno, non è intervenuto. Nella sessione finale, è partito dicendo che apprezzava l’approccio pragmatico della mia relazione anche se di queste cose non ne capisce molto. Poi ha iniziato una filippica sul fatto che il partito democratico nasce senza un’anima e che c’è il rischio che il tutto si traduca nella vittoria della pura razionalità, dell’homo faber, in quello che lui ha chiamato "lo scatenarsi del Sabba". Manca secondo Cacciari un’analisi di quello che il senso della politica e delle azioni che essa poi alla fine mette in campo. Le sue affermazioni hanno raccolto molti consensi (ho letto Verio anche quello che hai scritto tu sul tuo blog). Michele Salvati ha ribattuto dicendo che il problema era mal posto: per poter affrontare anche i temi alti del senso dell’azione politica bisogna anche operare concretamente costruendo uno scenario positivo.
A me la cosa ha depresso parecchio. Primo, perchè Cacciari non ha in alcun modo partecipato ai lavori della sessione. Fosse venuto fin dall’inizio, avessimo potuto discutere, avrebbe avuto senso che lui andasse in plenaria a raccontare l’esito del dibattito. Invece, ha solo espresso il suo pensiero senza preoccuparsi di confrontarsi con le altre persone presenti (sulla stampa, l’intervento di Cacciari è stato ripreso da molti). Ma la cosa più grave è che si conferma questa polarizzazione di una certa classe dirigente del paese contro la tecnologia e la scienza o quanto meno con una qualche diffidenza e indifferenza. Che si debba dare un senso alla politica lo condivido in pieno. Ma proprio per dare questo senso non avrebbe senso riscoprire e valorizzare il contributo di scienza e tecnologia? Non è forse vero che molti dei disastri che sono sotto i nostri occhi derivano dal fatto che, specie in Italia, si è dato poco spazio a scienza e tecnologia, alla razionalità in generale? Non è forse vero che preoccupazioni politiche e economiche spesso hanno prevalso a scapito di quello che era il bene vero della società? Citavo i dati del budget dell’unione europea. 4 Miliardi di euro per la ricerca e l’innovazione e 52 miliardi per l’agricoltura dei quali quasi 1 per i produttori di tabacco. Spendiamo più per i produttori di tabacco che in cura contro i tumori. Certo dobbiamo preoccuparci dei contadini che rimangono senza lavoro. Ma perchè non spendere quei soldi in riconversione delle produzioni, invece di finanziare una competizione scorretta verso i paesi emergenti? E la situazione italiana è peggiore di quella Europea! Questi sono i risultati dell’aver sempre lasciato la razionalità in secondo piano. Certo, la scienza e la tecnologia devono essere guidate alla luce di ideali e obiettivi di alto profilo. Ma il problema del nostro paese non è che abbiamo liberato il Sabba della razionalità: è che non l’abbiamo mai fatto, relegando la razionalità in secondo piano rispetto alla politica con al "p" minuscola, alla "pace sociale", al compromesso, alla preoccupazione per l’oggi invece di quella per il domani.
Alla fine ha chiuso i lavori Giuliano Amato. Ha parlato 15 minuti ma confesso che non ho capito cosa ha detto.
Alla sera tutti a cena. È venuto Padoa-Schioppa che ha rivendicato la bontà della finanziaria facendo incazzare buona parte dei convenuti con toni piuttosto stizziti tipo "se volete sapere cosa c’è nella finanziaria andate sul sito del ministero e in un’ora e mezza ve la potete leggere". Comunque, credo stia facendo un mestiere non facile, avendo trovato una situazione molto critica (sembra che ogni volta che si sposta un tappeto o si apre un armadio si trovi polvere e scheletri).
Domenica mattina, interventi di Fassino e Rutelli. Anche se hanno svicolato sul rapporto con la sinistra radicale e su qualche altra cosa, mi sono piaciuti. Soprattutto sono apparsi allineati e convinti sull’impegno riformatore per la crescita. Un passo positivo. Vedremo che succede.
P.S.: Ieri ero a Genova per un incontro con la Confindustria locale sui temi dell’innovazione. È intervenuto in teleconferenza Pistorio che ha avuto parole di apprezzamento per i diversi provvedimenti presenti nella finanziaria a favore della ricerca e dell’innovazione.http://www.alfonsofuggetta.org/
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Servono vere primarie per un vero Pd
Il caso delle tessere false della Margherita sta facendo discutere parecchio all’interno della blogosfera: il dibattito è quanto mai interessante e stimolante, e si muove principalmente sul quotidiano Europa, sui blog di Roberto Giachetti, Mario Adinolfi e – naturalmente – su Blog per la Margherita.
Nell’ambito di tale dibattito, Mario Adinolfi ha proposto di superare l’empasse svolgendo i congressi con modalità direttiste:
“Si aderisce alla Margherita in sede congressuale, si paga la quota, contestualmente si vota. Tutto chiaro, esplicito, alla luce del sole (anche gli eventuali atti degli inquinatori, che in politica non mancano mai).”
Giachetti giudica come “non praticabile” questa proposta, appellandosi al rischio di possibili inquinamenti delle dinamiche congressuali:
“[…]noi abbiamo l’obbligo/dovere di tutelare il nostro partito da possibili inquinamenti esterni. È chiaro che fare congressi in cui chiunque viene, partecipa e vota vuol dire rendere possibile, oltre che probabile, che soggetti esterni (altri partiti, furbetti, criminalità) senza grande difficoltà si approprino del congresso e ne condizionino, se non addirittura ne dettino, le decisioni.”
Sono dell’opinione che il rischio di inquinamenti esterni non sia sufficiente a bocciare la proposta di Adinolfi, in quanto i meccanismi della democrazia diretta hanno dimostrato di essere perfettamente in grado di autoregolarsi e eliminare in maniera autonoma vizi dovuti ad operazioni fraudolente.
Ho fatto quindi presente la mia opinione nei commenti al post di Giachetti, e ho citato quale esempio le Primarie. Sappiamo che l’esperimento delle Primarie – aperte a tutti e non solo ai tesserati dei partiti – ha bloccato e scongiurato ogni possibile inquinamento esterno dei voti, sia nella tornata nazionale del 16 Ottobre sia nelle tante tornate locali (Sicilia, Milano, Puglia, Toscana). Non è una questione di numeri, quindi. Semplicemente, le dinamiche direttiste funzionano, coinvolgono i cittadini e sono in grado di assorbire perfettamente eventuali inquinamenti esterni.
Al mio commento, è giunto in risposta un commento firmato Administrator, e che quindi credo di poter attribuire allo stesso Giachetti:
“[…] Le primarie abbiamo sempre saputo ed abbiamo sempre detto che non avrebbero dovuto decidere una leadership ma segnare una forte investitura popolare ad una leadership decisa dai partiti.”
Apprezzo la sincerità, ma non condivido assolutamente il merito della questione. Lasciamo stare il paragone con lo svolgimento dei congressi (a me non sembra assurdo, ma andiamo avanti), parliamo di Primarie. Le Primarie del 16 Ottobre sono state una svolta, ma ora è necessario continuare su quella strada con coraggio. Sappiamo che la decisione di tenere le elezioni primarie non è stata dovuta ad una scelta strategica di coinvolgimento degli elettori nei processi decisionali, sappiamo che le Primarie sono state necessarie per legittimare un leader senza partito, e sappiamo anche che non è bastato a stabilizzare il rapporto tra Prodi e la coalizione (ma questa è un’altra storia). Sapevamo che il modo per rinforzare l’alleanza in vista delle elezioni era votare Prodi, e lo abbiamo fatto. Diligentemente.
Ma le primarie non nascono per questo scopo. Non è possibile pensare bloccare ed imbrigliare un modello di partecipazione che ha riscosso un consenso così grande. Non è possibile pensare di ricorrere allo strumento delle Primarie soltanto per mettere un sigillo (magari plebiscitario) ad una decisione presa in una stanza da un paio di leader.
Sogno (e voglio) un Partito Democratico che faccia delle elezioni primarie un appuntamento costante delle campagne elettorali ed un’occasione unica di confronto interno ed esterno al partito. Sogno (e voglio) delle Primarie in cui possano mettersi a confronto con rispetto e cordialità – perché no? – anche più esponenti dello stesso Partito Democratico, per far crescere un dibattito all’interno del partito e lasciare che siano gli elettori (e non il numero di tessere, magari taroccato) a decidere quale linea preferire per arrivare tutti insieme all’appuntamento delle elezioni. Solo questo modello di confronto partecipativo ed inclusivo permette di mobilitare i simpatizzanti del partito, allargare il dibattito ed ampliare le dimensioni del proprio elettorato.
Non è niente di diverso da quel che avviene negli Stati Uniti e, dato che proprio nella Margherita non si perde occasione per richiamare il legame che dovrà avere il Pd con i Democrats statunitensi, sarebbe un significativo autogol decidere di ricorrere alle elezioni primarie solo quando un leader debole necessita di un’investitura popolare.http://www.blogperlamargherita.com/
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Ponzio Pilato alla Banca d'Italia
Io credo che abbia ragione Marco Travaglio. Che abbia cento volte ragione nella sua polemica con la Banca d’Italia. La quale non intende assistere il dottor Francesco Giuffrida nella causa intentatagli dalla Fininvest. Chi è Francesco Giuffrida? E’ il vicedirettore della sede di Palermo della Banca d’Italia. Ma soprattutto è il funzionario integerrimo (e competente) che dalla stessa Banca d’Italia è stato incaricato di affiancare tecnicamente la Procura di Palermo nella ricostruzione del processo di accumulazione originaria di Silvio Berlusconi. E’ giusto dirlo: gran parte di quello che sappiamo sui movimenti di denaro che hanno dato luogo alle prime grandi fortune di B. ce lo ha raccontato questo oscuro funzionario. Che si è applicato con senso del dovere e indipendenza di giudizio all’analisi di montagne di documenti. Rovistando nelle holding e nelle scatole cinesi allestite per rendere impenetrabili i segreti di quell’accumulazione, passata per un carosello di prestanomi incredibili, dalle anziane signore alle finanziarie svizzere. E che ogni tanto, nonostante la sua tenacia, si è dovuto arrendere di fronte ai buchi neri del sistema finanziario cresciuto insieme all'ascesa di B.
Alcune delle sue conclusioni tecniche non hanno fatto piacere alla Fininvest e forse ne hanno appannato, diciamo così, l’immagine davanti all’opinione pubblica con la forza dei fatti ricostruiti, benché l’inchiesta per riciclaggio a carico di B. e di Dell’Utri sia stata archiviata. Così la Fininvest ha citato in giudizio in sede civile (la più onerosa) il funzionario. Che ovviamente, essendo integerrimo, e non avendo dunque l’abitudine di intascare i fuori-busta, non ha i mezzi per difendersi efficacemente in proprio.
Dice: e la Banca d’Italia? Appunto. E’ quello che chiede Travaglio: che fa la Banca d’Italia? Assiste in giudizio il proprio funzionario, se non altro per avere tenuto alto il prestigio dell’istituzione negli anni in cui il suo governatore lo affondava? No, la Banca d’Italia, come d’uso - fa sapere -, rifonderà il dottor Giuffrida delle spese sostenute solo se egli uscirà vincente dal processo. Ma fino allora si arrangi. Risposta burocratica e anche ponziopilatesca, se è permesso. Perché ognuno capisce la portata etica, deontologica della questione. Quale funzionario farà più il suo lavoro di analista, di tecnico, in modo indipendente (e dunque al servizio delle istituzioni) se il primo potente potrà trascinarlo in tribunale e metterlo davanti alla minaccia della sanzione giudiziaria o, in alternativa, del dissanguamento economico per difendersi? No, cari dirigenti della Banca d’Italia. Nascondersi dietro le prassi burocratiche non vale. Giuffrida non è accusato di malversazione o di rivelazione di segreti d’ufficio. E nemmeno di aggiotaggio o di concussione. Non assisterlo nel processo significa una cosa sola, chiara e papale: lasciarlo solo, abbandonarlo al suo destino. E, in pratica, consentire che si colpisca uno per educarne cento. Bella istituzione di garanzia.http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=content&task=view&id=421
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Vertigini
Massimo
Il luogo comune dice che gli intellettuali abbondino a sinistra e i “modesti” a destra. Ogni semplificazione è fasulla: conosco fior di “conservatori”, che sono contraddittori stimolanti. Nel mio ambito, però, un sostanziale riscontro “statistico” di questa ripartizione c’è. E credo risieda in una ragione banale: chi è di destra persegue principalmente interessi individuali, che richiedono molta abilità (opportunismo) per essere raggiunti, ma poco sforzo mentale per la loro comprensione. Potremmo chiamarlo “impegno orizzontale”. Invece, chi è di sinistra è orientato “anche” verso l’interesse generale, cosa molto complicata e che obbliga ad esercizi mentali ben più impegnativi, che attraversino le questioni in tutto il loro spessore (impegno verticale). Se volessimo esagerare, potremmo anche ragionare se è la complessità che allena l’intelligenza o – viceversa – l’intelligenza che viene attratta dalle questioni elaborate. Ma davanti alla profondità del tema soffro di vertigini…
http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
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tv news strike (back?)
Subliminews
Anche ieri i giornalisti hanno scioperato e anche ieri, puntualmente, si è verificato quell’inatteso fenomeno: abbiamo visto dei tg normali. Spartani ma impeccabili. Un signore un po’ legnoso leggeva una serie di dispacci di agenzia, senza neanche l’ausilio del gobbo. Un format quasi perfetto nella sua fattura artigianale – non fosse per quegli inutili tre minuti di comunicati e controcomunicati sindacali. E con la scusa che non ci sono sfilate da inquadrare e film da pubblicizzare, avanza anche un po’ di tempo per i cartoni animati.
Da qui una serie di considerazioni, prima della quale: forse mi sto rincoglionendo. E se la pensi come me, o lettore, stiamo rincoglionendo insieme. Invecchiamo, diventiamo reazionari. La nostra idea di “tg normale” è indissolubilmente legata ai tg della nostra infanzia, con una grafica minima o inesistente, e Vespa o Fede o Frajese su uno sfondo grigio che leggevano notizie: tutto quello che potevano fare era leggere notizie. In casa si faceva silenzio, perché se si voleva imparare qualcosa (a quei tempi si desiderava imparare qualcosa), occorreva stare attenti. Come i nostri nonni con le radio. Era il medioevo della multimedialità, ma da qualche parte nella nostra coscienza di rincoglioniti sarà per sempre l’età dell’oro in cui giocavamo coi lego sul tappeto. Si stava meglio.
Seconda considerazione: siamo sicuri che non si stesse davvero meglio? Il tg all’antica aveva un grosso vantaggio: come la radio, potevo ascoltarlo e intanto giocare coi lego. L’apporto visivo era nullo. Oggi siamo costretti a guardare. Ma sarà vero? C’è davvero molto da guardare nei filmati di un qualsiasi tg (anche serio)? Fateci caso: l’80% del materiale visivo consiste in materiale d’archivio, spesso estrapolato dal primo contesto, col risultato di deformare l’informazione. Faccio un esempio: se si parla di un nuovo comunicato di Bin Laden, si andrà a pescare qualche vecchio filmato del califfo del Terrore. Nel medioevo della nostra infanzia si usava aggiungere la scritta “immagini di repertorio”. Oggi no. Oggi la maggior parte dei telespettatori è deliberatamente indotta all’equivoco: Bin Laden è ancora in circolazione, legge discorsi e compare in tv. In realtà non abbiamo più video suoi da un sacco di anni.
È andata così: dopo decenni di multimedialità molto scarsa, la tecnologia ha permesso ai telegiornali di abbinare davvero testi e immagini. Ma la forma più chiara, breve e sintetica per dare le informazioni resta sempre la stessa: farle leggere a qualcuno. Le immagini possono illustrare la notizia, ma restano secondarie. Quello che veicolano, molto spesso, sono messaggi laterali, subliminali: mentre lo speaker ci dice “è uscito un nuovo discorso di Bin Laden”, l’immagine suggerisce: “Bin Laden è sicuramente vivo, guardatelo qui”.
I messaggi subliminali sono allo stesso tempo più suadenti e più difficili da riconoscere, e quindi da criticare. Arrivano spesso prima del messaggio primario – specie da quando nelle nostre case abbiamo smesso di seguire i tg in religioso silenzio. Da quando, cioè, sono diventati contenitori chiassosi di filmati di repertorio, defilés, trailers, videoclip. Il subliminale è talmente debordante da soddisfare totalmente la nostra fame d’informazione. Tant’è che già da parecchi anni i tg hanno messo a disposizione del pubblico più smaliziato uno strumento utilissimo per riconoscere le informazioni pure in mezzo al chiasso: i titoli correnti in fondo alla pagina. Quelli si possono seguire senza disturbare ed essere disturbati anche mentre il resto della famiglia ciarla e sforchetta.
Terza considerazione, assai simile alla prima: sono davvero un reazionario. Immerso come sono in un universo multitasking, mi ostino a credere di poter fare solo una cosa alla volta. Continuo a prediligere strumenti lineari, come la voce dello speaker, o la linea dei titoli che scorre lungo il lato inferiore del video. Tutto quello che il video mi offre di più, lo squalifico come paccottiglia subliminale, buona per ipnotizzare le masse. In realtà i supporti video possono essere molto utili e fornire testimonianze preziose…
Eppure resta l’incontrovertibile verità: un tg di dieci minuti, tutto letto al microfono come ai vecchi tempi, contiene l’esatta quantità di informazione che di solito viene condita con mezz’ora di scemenze. Se ci riflettessero bene, i giornalisti tv, forse troverebbero un altro strumento di lotta.http://leonardo.blogspot.com/
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ELEZIONI DI MIDTERM SI VOTA TRA MENO DI DUE SETTIMANE E IL GOVERNO SA DI AVER PERSO L’APPOGGIO DI ISPANICI E AFROAMERICANI CHE FECE LA DIFFERENZA NEL 2004
Bush chiede aiuto a Bin Laden
Attesa una valanga democratica, la Casa Bianca usa l’arma della paura
25/10/2006
Maurizio Molinari
George W. Bush
NEW YORK. A meno di due settimane dalle elezioni per il rinnovo del Congresso i sondaggi preannunciano una valanga democratica mentre il presidente George W. Buh e il suo consigliere politico, Karl Rove, sono sicuri che i repubblicani manterranno il controllo di Camera e Senato. In gioco ci sono tutti i 435 seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato. Per conquistare la maggioranza i democratici devono riuscire a strapparne ai repubblicani 15 alla Camera e 6 al Senato.
L’ultimo sondaggio, della tv Abc, conferma su scala nazionale un trend che lascia pochi dubbi: i democratici sono in vantaggio 54 a 41 per cento grazie alla conquista degli incerti ed alla fuga dai repubblicani di quegli ispanici ed afroamericani che li scelsero nel 2004. Ma ciò che più indebolisce il partito di Bush è la divisione della base conservatrice, segnata dagli scandali sessuali e finanziari che hanno colpito numerosi eletti al Congresso come anche dall’incapacità della Casa Bianca di porre fine alle violenze in Iraq. Nancy Pelosi, oggi capo della minoranza democratica, sente di poter diventare presidente della Camera dei Rappresentanti trasformando così Bush in un’«anatra zoppa» - un presidente indebolito - negli ultimi due anni alla Casa Bianca a causa della necessità di patteggiare ogni decisione.
Se poi i democratici riuscissero a conquistare anche il Senato allora Bush sarebbe assediato e la presidenza avrebbe praticamente fine, aprendo da subito la corsa alla Casa Bianca del 2008. L’ottimismo dei democratici viene da sondaggi locali, che attestano vantaggi in collegi in Stati tradizionalmente repubblicani - Montana, Tennessee e Missouri - e soprattutto preannunciano la conquista della posta in palio - un seggio al Senato e due alla Camera - nell’Ohio dove John Kerry nel 2004 perse la presidenza per una differenza di appena ottantamila voti. Per riuscire a mettere a segno la valanga i democratici di Howard Dean che hanno in Hillary Clinton il candidato più in vista - a New York - si affidano ad una campagna su temi politici: la denuncia degli errori in Iraq e nel dopo-Katrina, la violazione dei diritti civili e la necessità di aumentare il salario minimo. Sondaggi negativi, euforia democratica e malessere fra i conservatori non intaccano la fiducia di Rove che punta a ripetere la mobilitazione della base silenziosa avvenuta nel 2004 affidandosi a una diversa strategia di comunicazione: porta a porta dei volontari, chiamate mirate e email agli elettori sicuri, brevi notiziari radio e musica country ovunque possibile per rinsaldare i valori di «fede, patria e famiglia» che, come dice il demografo texano David Firestein, «spingono i conservatori ad andare alle urne».
A livello nazionale i messaggi dei repubblicani sono pochi ed esplici: uno spot tv mostra l’immagine di Osama bin Laden per ammonire sul rischio che una vittoria democratica indebolisca la sicurezza nazionale mentre Bush rivendica come propri successi i record di Wall Street ed il calo della benzina. http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200610articoli/12901girata.asp
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Orrore con foto a Kabul
Afghanistan Il quotidiano "Bild" pubblica delle foto mostruose, che ritraggono soldati tedeschi in posa, mentre tengono in mano il teschio di un cadavere. L'immediata reazione del governo di Berlino
Le foto-scandalo apparse ieri sulla "Bild" hanno aperto tutti i notiziari di radio e telegiornali della Germania, suscitando un moto di sdegno e un sentimento di condanna in tutto il paese, e nelle sedi istituzionali del governo e di tutte le forze politiche e sociali.
L'esercito tedesco, che si trova ancora operante a Kabul, viene travolto da uno scandalo pari a quello che investì gli Stati Uniti per le foto scattate nella prigione di Abu Ghraib, in Iraq, e alle testimonianze sulle torture effettuate sempre dagli Usa nella prigione-lager di Guantanamo, a Cuba.
Il quotidiano germanico ha infatti pubblicato in prima pagina le immagini di soldati tedeschi in missione in Afghanistan, ritratti con uno spaventoso teschio tra le mani teschio, accompagnate da questa didascalia:: "I soldati del contingente tedesco hanno disonorato un cadavere in modo ripugnante".
Sfogliando le pagine del giornale si viene a sapere che le foto sarebbero state scattate da soldati di pattuglia nei pressi di Kabul, e che in un secondo momento siano state diffuse dallo stesso comando del contingente.
La reazione del governo di Berlino è stata pressoché istantanea alla pubblicazione delle fotografie: il ministro della Difesa, Franz Josef Jung, ha annunciato subito l'apertura di un'inchiesta.
"E' chiaro che un tale comportamento da parte di militari tedeschi non può in nessun caso essere tollerato" è stato il commento del ministro, apparso sullo stesso quotidiano. Jung ha definito le foto "detestabili e assolutamente incomprensibili" aggiungendo che se le accuse dovessero essere confermate, verranno adottate nei confronti dei colpevoli misure disciplinari con conseguenze anche penali "con la massima fermezza". Il ministro ha infine concluso il suo ragionamento ricordando che "tutto ciò è diametralmente opposto a quello che dispensiamo ai nostri soldati in termini di valori e formazione". Per la cronaca, si deve ricordare che sono circa 2800 i soldati della Bundeswehr dispiegati a Kabul e in altre città del Nord dell'Afghanistan, nell'ambito della missione dell'Isaf, iniziata nel 2003, e che coinvolge anche il nostro paese.
Tutta la copertina della prima pagina della Bild è riempita da una immagine nella quale un militare tedesco, in tenuta da combattimento, posa davanti alla macchina fotografica con nella mano destra un frammento di cranio umano. All'interno del giornale vengono quindi pubblicate in sequenza altre numerose foto, che mostrano alcuni militari immortalati sempre con lo stesso cranio, passato di mano in mano, chi esibendolo vicino al proprio corpo, chi appoggiandolo su una barra metallica di un veicolo militare.
Bisogna anche rilevare che lo scandalo che sta investendo le Forze armate tedesche in queste ore, giunge proprio nel momento in cui governo e parlamento di Berlino discutono sull'opportunità di istituire una commissione d'inchiesta, che faccia luce sulle precedenti affermazioni di Murat Kurnaz, un cittadino turco-tedesco rilasciato l'estate scorsa dal campo di Guantanamo, che sostiene di aver subito maltrattamenti da parte degli stessi soldati tedeschi, sempre in Afghanistan.
Il problema del comportamento delle "forze di liberazione" internazionali, dunque, non si limita più alla denuncia dei soprusi sin qui registrati da parte di soldati americani: in tema di diritti umani l'Europa sembra avvicinarsi agli Usa, e lo fa per le peggiori motivazioni che si potevano immaginare. http://www.aprileonline.info/399/orrore-con-foto-a-kabul
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IL CONSULENTE SEGRETO DI BUSH HA UN PASSATO DI SANGUE
DI RICHARD WALKER
American free press
Secondo Bob Woodward, editore del Washington Post, il cui libro "State of Denial" sta procurando alla casa bianca un mal di testa politico, Kissinger è stato consigliere di Bush dietro le quinte diverse volte durante le sue visite regolari alla Casa Bianca.
La presenza di Kissinger alla Casa Bianca di Bush non dovrebbe sorprendere quelli che hanno studiato la sua carriera politica, dalla sua influenza nel movimento neoconservatore alla sua appartenenza al gruppo ombra conosciuto come Bilderberg. Il suo ruolo da consigliere può aiutare a spiegare alcune posizioni del presidente riguardo la guerra in Iraq ed anche alcuni dei suoi discorsi.
Uno dei motti preferiti di Kissinger è "l'assenza di alternative schiarisce la mente in modo meraviglioso." In altre parole, mai cercare alternative, o come disse ad alcuni dei più noti regimi durante il suo impiego come consigliere per la sicurezza nazionale, "per avere successo porta a termine il lavoro in fretta."
Secondo Woodward, Kissinger pensa di stare combattendo la guerra del Vietnam un'altra volta, con la differenza che questa volta ha intenzione di vincerla. Allo stesso modo Bush ha detto chiaramente che cercherà la vittoria in Iraq - qualunque cosa significhi - e non importa quanti soldati Americani perderanno la vita.
Kissinger è uscito dall'ombra quest'anno per fare una serie di affermazioni al fine di promuovere il piano neocon per la ricostruzione del Medio Oriente e per creare un nuovo ordine mondiale. E' stato specialmente attivo nell'articolare prospettive che si incastrano con la percezione Israeliana di come l'America dovrebbe sviluppare al sua strategia nel Medio Oriente.
Tedesco, di origini ebree, Kissinger non ha mai fatto segreto del suo supporto al Sionismo, e dei propri legami con Israele. Il 3 Settembre ha pubblicamente dichiarato che le nazioni Europee dovrebbero mettere da parte le differenze con gli Stati Uniti perché entrambi starebbero per affrontare una possibile “guerra di civiltà” che “minimizzerebbe la sfiducia d’oltreoceano eredità della guerra in Iraq.”
Il genere umano sta facendo fronte ad una “catastrofe globale”, ha avvertito, e questo significa che l’America e i suoi alleati devono cominciare a costruire un “nuovo ordine mondiale.”
Se il passato di Kissinger insegna qualcosa riguardo al suo “nuovo ordine mondiale” è che andrà a letto con i dittatori e che il costo della sua politica in perdite di vite umane non sarà mai troppo alto per la sua sensibilità. Una analisi veloce dei suoi giorni come consigliere per la sicurezza e come segretario di stato sotto Nixon e Ford, conferma la sua passione per torbide guerre clandestine, così come la sua abilità nel nascondere la verità al Congresso e al popolo Americano.
Nel 1969, sostenne il bombardamento segreto a tappeto della neutrale Cambogia che portò all’uccisione di mezzo milione di vite innocenti, e che si crede abbia contribuito alla conseguente salita del dittatore, Pol Pot i cui Khmer Rossi hanno massacrato milioni di persone in quelli che vennero poi conosciuti come killing fields. Nel 1973, gli fu conferito il premio Nobel per la Pace per avere negoziato il cessate il fuoco con il Vietnam del nord, anche se poi la guerra in Vietnam continuò per altri due anni.
Se la Cambogia è un esempio della sua abilità nell’operare nell’ombra un altro esempio è il suo supporto all’invasione di Timor Est da parte del corrotto regime Indonesiano del generale Suharto. Sono stati resi noti documenti che mostrano come il giorno precedente l’invasione del 7 Dicembre 1975 Kissinger disse al dittatore:
“È importante qualunque cosa tu faccia che tu vinca in fretta.” Kissinger era preoccupato che l’opinione pubblica americana non accettasse una brutale o prolungata occupazione di Timor Est che solo nove giorni prima aveva dichiarato l’indipendenza dal Portogallo. L’invasione portò alla morte di quasi un quarto di milione di Timoresi e la successiva occupazione uccise quasi un terzo della popolazione in quello che Amnesty International definì genocidio.
Richard Walker è lo pseudonimo di un ex produttore di notizie ufficiali che ora scrive per AFP, potendo così trattare tutti i tipi di argomenti che gli erano vietati nella stampa controllata
Richard Walker
Fonte: http://www.americanfreepress.net
Link: http://www.americanfreepress.net/html/bloody_past.html
16.10.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AJRAM
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Senza Costituzione, l'Europa mostrerà presto i suoi limiti
stampa
Editoriale
QuadrantEuropa
Le crisi attuali sono espressione di una debolezza di fondo delle nuove democrazie dell’Europa orientale o si tratta dei soliti problemi che di quando in quando, prendono i governi anche in Europa occidentale?
Finora l’Europa poteva dare l’impressione di essere un luogo di stabilità immerso in un mondo sempre più imprevedibile. Se si guarda però con maggiore attenzione a quanto sta avvenendo nella parte orientale e centro orientale del nostro continente, questo quadro si dimostra poco veritiero. In Ungheria decine di migliaia di persone sono scese in piazza dopo che era stato reso noto un discorso del capo del governo, nel quale il premier ammetteva di aver mentito alla popolazione. Per motivi poco chiari i manifestati di Budapest cercano dei parallelismi tra l’insurrezione del 1956 e i fatti attuali.
In Polonia è tornata al governo una coalizione di populisti di destra che poche settimane fa, tra i peggiori insulti, aveva interrotto la propria alleanza. Forse è troppo forte la dipendenza dal potere. Si può sin da ora predire, che il futuro di Varsavia non sarà caratterizzato da buon governo ma cadrà preda di scandali e scontri personali. La repubblica Ceca si trova da mesi in uno stato di paralisi, poiché gli schieramenti politici dalle scorse elezioni sono in totale stallo. Dall’impasse si potrà uscire solo con altre elezioni. In Slovacchia governa una coalizione rosso-bruna che ha spinto il Pse a lanciare segnali di avvertimento ai socialisti slovacchi.
Queste crisi sono espressione di una debolezza di fondo delle nuove democrazie dell’Europa orientale o si tratta dei soliti problemi che di quando in quando, prendono i governi anche in Europa occidentale? Quanto salde sono le società dei nuovi paesi membri dell’Unione, e cosa ha fatto l’Ue per contribuire alla loro stabilità?
Romania e Bulgaria, che dal prossimo 1 gennaio diventeranno membri dell’Ue, saranno un buon esempio per vedere quali positivi cambiamenti ha apportato il loro processo di ingresso in Europa. Senza sottovalutare l’adeguamento delle normative e la lotta alla corruzione, bisogna però chiedersi se le vecchie strutture dei due Stati, saranno modificate da questi cambiamenti, se le antiche cordate dei servizi segreti ne verranno, sia pur in parte, colpite.
Tutti i paesi dell’Europa orientale dovranno fare attenzione che una parte delle rispettive popolazioni non venga abbandonata sulla strada dell’ingresso europeo. Sicuramente molte persone non riusciranno a mantenere il passo richiesto dalle riforme indispensabili al funzionamento dei nuovi Stati. In tanti dovranno rassegnarsi alla disoccupazione e a vivere e lavorare con stipendi al di sotto della soglia di povertà. I sistemi di istruzione di questi Stati difficilmente saranno in grado di adeguarsi rapidamente ai nuovi standard europei. Solo chi avrà denaro a sufficienza potrà permettersi scuole e corsi di riqualificazione che permetteranno poi nuovi lavori e un’adeguata ascesa sociale.
Al momento la scarsa partecipazione elettorale, rivela solo l’apatia politica presente in Europa orientale. In Polonia all’ultimo scrutinio, alle urne si è recato solo il 40% degli aventi diritto. Alle recenti elezioni presidenziali in Bulgaria le percentuali sono state più o meno uguali.
L’Unione europea negli anni scorsi ha compiuto un lavoro gigantesco. Mantenere in pace il continente, compresi gli Stati che non ne fanno ancora parte, ha aperto prospettive. Però se si rivolge lo sguardo ad est si vede che tutti questi sforzi non sono riusciti a sanare in maniera durevole la tendenza alla crisi di questi Stati.
L’Unione possiede una forza di attrazione. Benessere, stabilità e pace sono i suoi magneti. Ciò non basta. L’Europa deve essere qualcosa di più. Un modello politico in grado di entusiasmare e aiutare gli Stati nazionali a superare le proprie tendenze immobiliste.
Per questo serve una Costituzione europea che renda l’Unione più democratica, più trasparente e più attraente. Nello stesso tempo, anche un’Europa resa politicamente più solida, non può permettersi di trascurare lo specifico contributo che può venire dalle nuove democrazie dell’est e del sud-est europeo. Le forze sprigionate dal superamento delle strutture totalitarie, dalla nascita delle istituzioni democratiche e la capacità di entusiasmarsi politicamente delle generazioni più giovani, sono in crescita e vanno utilizzate. Anche su questo deve scommettere il vecchio continente.
Un’Europa rinnovata in questa direzione, sarebbe un’istituzione in grado di contrapporsi alle tendenze del separatismo nazionalista. Solo cosi sarà possibile avere pace durevole e l’integrazione dei Balcani, sulla cui stabilità futura nessuno può ancora scommettere, e impedire la ricaduta nelle vecchie spaccature etniche cariche di odio.
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Turismo in Polonia
Tutti pazzi per il Soviet-tour
Michal Ostrowski è un giovane imprenditore di Cracovia. Che ha visto giusto. Perché...
Il chiasso e l’odore sono inconfondibili: due Trabant, le auto dell’ex-Germania Est, e una vecchia Fiat 125 di produzione polacca si fermano davanti all’università, nel centro di Cracovia. «Ciao, sono Michal Ostrowski, ma chiamatemi pure Crazy Mike. Oggi sono la vostra guida turistica, benvenuti a Cracovia!»: il ragazzo che guida la Fiat saluta così un gruppo di ragazzi che aspetta.
Oggi pomeriggio alcuni studenti tedeschi di Magonza che frequentano un corso estivo di lingua a Cracovia partecipano al suo “Comunismo Crazy Tour”. «Lui è Kuba, un altro matto», dice Michal per presentare il conducente di una delle Trabant. E i giovani “veterocomunisti” dell’Est partono tra i cigolii delle auto. La meta si trova a pochi chilometri dal centro di Cracovia ed è il quartiere di Nova Huta, città considerata, in periodo comunista, un modello per tutta la Polonia.
Capitalismo reale
Sulla strada che porta alla città socialista, ormai del tutto artificiale, si vedono grandi centri commerciali, che i polacchi chiamano Hypermarket, negozi per il fai-da-te, cinema multisala e un centro benessere. Tutti sorti negli ultimi anni. Per immergersi in piena atmosfera comunista gli studenti tedeschi devono prima lasciarsi alle spalle il capitalismo reale.
In Polonia Nova Huta è unica nel suo genere, spiega Kuba, al secolo Jakub Bialach, 22enne studente di sociologia. «Per questo un sacco di turisti adesso vengono qui: Cracovia comincia ad annoiarli». I turisti di cui parla Kuba sono stranieri, due terzi dei clienti del suo tour sono britannici, gli altri sono americani o provengono da altre nazioni dell’Europa occidentale. Finora nessun polacco si è prenotato per visitare Nova Huta.
La prima tappa nell’ex città modello del socialismo reale è il ristorante Stylowa, che fa decisamente onore al suo nome, mantenendo uno stile socialista immutato. Le piante di plastica, le tende spesse e le tovaglie bordeaux creano, infatti, la giusta atmosfera. Si suonano i successi polacchi degli anni Settanta e Ottanta, mentre i camerieri servono con monotona pacatezza tutte le specialità della cucina casalinga polacca. Per il gruppo di studenti ci sono aringhe salate coperte da uno spesso strato di cipolle. «Cibo tipico polacco», spiega Kuba. Alla fine l’immancabile vodka, «la grappa polacca».
«Solidarnosc? Un sindacato»
Dopo pranzo entra in scena Crazy Mike, la guida del gruppo: un po’ di storia e molti aneddoti del periodo comunista in Polonia. Tutto cominciò nel 1949: «gli architetti impazzirono di felicità perché in 10 anni potevano costruire una città partendo dal nulla».
I visitatori, però, sono più interessati ai racconti della vita quotidiana in epoca comunista. «Da bambini collezionavamo qualunque lattina: birra, coca-cola, andavano sempre bene, perché erano simbolo del mondo occidentale ed erano gettonatissime, proprio perché qui non esistevano. Nel 1989 sono finite presto nella spazzatura, perché ormai si potevano comprare anche qui». E ancora: «Una volta ho ricevuto una barretta di Bounty e per settimane ho conservato la carta in un vasetto, ma dopo poco tempo non si sentiva più il profumo della noce di cocco», racconta Mike.
Si prosegue per Plac Centralna, la piazza principale della città, oggi intitolata a Ronald Reagan, considerato da alcuni figura simbolo della libertà politica. Da qui si diramano a stella i viali della città, e il più sontuoso porta direttamente davanti al complesso degli stabilimenti siderurgici che in passato dava lavoro a 40.000 persone. Nel periodo comunista il viale era intitolato a Lenin, oggi a Solidarnosc, il movimento di lavoratori artefice della lotta anti-sovietica. Uno studente vuole conoscere il parere di Mike su Solidarnosc. «È stato positivo», afferma Mike, sottolineando “è stato”, «ma oggi è un sindacato e a me i sindacati non piacciono».
Busti di Lenin, vodka & shapka
Non c’è da meravigliarsi che a 30 anni Mike sia già un imprenditore e che chiami ironicamente “schiavo” il suo assistente. Le visite guidate al sapore vetero-comunista sono cominciate due anni fa grazie a 1000 dollari di capitale iniziale donati da una coppia americana, con cui si è potuta concretizzare un’idea di Mike: «I signori conoscevano già Cracovia e volevano vedere qualcosa di diverso», racconta Mike. «Così li ho portati a Nova Huta con la mia vecchia Fiat e sono rimasti entusiasti». I primi soldi sono serviti ad acquistare una vecchia Trabant e da allora gli affari di Mike e dei suoi collaboratori vanno a gonfie vele grazie al “Comunismo Crazy Tour”.
L’ultima tappa della visita degli studenti è il leggendario complesso scolastico della città. In questo posto Mike ha affittato un bilocale in cui il tempo sembra essersi fermato: i mobili, i tappeti, i quadri, il televisore, la credenza e la cucina sono cimeli degli anni Settanta. Non mancano quadri di Gesù, di Maria e di Papa Giovanni Paolo Secondo. «La gente di Nova Huta non amava la politica, ma era profondamente religiosa» spiega Mike.
Nell’appartamento, oggi museo privato di Mike, i ragazzi bevono ancora vodka e mangiano salsicce con cetrioli sott’aceto. Alla fine qualcuno compra busti di Lenin e le tipiche shapka, cappelli di pelliccia da portare a casa come souvenir. Dopo quattro ore la visita è giunta al termine e i veterani riaccompagnano gli studenti a Cracovia. Quando i ragazzi rimettono piede nella centrale piazza Rynek sono nuovamente travolti dalla vita frenetica. Niente a che vedere con la piazza Ronald Reagan di Nova Huta, dove passeggiano solo pensionati e casalinghe.
L’autore collabora con la rete di corrispondenti N-ost
Hartmut Ziesing - Cracovia http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8555
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Nuova pista per l'assassinio Politkovskaja
Le indagini puntano su un poliziotto russo condannato per tortura dopo un articolo della giornalista
Le indagini sull’assassinio di Anna Politkovskaja si sono concentrate su un personaggio che più di una volta aveva apertamente minacciato di morte la giornalista della Novaja Gezeta. Si tratta di Sergei Lapin, noto con il soprannome “il cadetto”: un veterano della guerra in Cecenia, ex ufficiale degli Omon, i corpi speciali della polizia russa. In seguito a un’inchiesta della Politkovskaja, Lapin è stato arrestato e poi condannato per torture.
Lapin interrogato in Siberia. Secondo il quotidiano russo Kommersant, gli inquirenti moscoviti e gli agenti dei servizi segreti (Fsb) che lavorano sul caso Politkovskaja, nei giorni scorsi sono andati nella città siberiana di Nizhnevartovsk per interrogare Lapin. Gli investigatori russi hanno interrogato anche sua figlia, sospettata di essere la ragazza che – secondo le immagini registrate dalle telecamere a circuito chiuso di un negozio adiacente all’abitazione della giornalista – avrebbe fatto da “palo” durante l’assassinio del 7 ottobre. Gli investigatori non hanno invece potuto parlare con altri due veterani ex colleghi di Lapin, Alexander Prilepin e Valery Minin, latitanti dal 2002.
L’articolo che inchiodò Lapin. Nel settembre del 2001, Anna Politkovskaja aveva pubblicato sul suo giornale un pezzo che, pochi mesi dopo, venne utilizzato dalla magistratura russa per incriminare i tre ufficiali. L’articolo ricostruiva le vicende relative alla sparizione, avvenuta a Grozny il 2 gennaio 2001, di uno studente universitario ceceno di 26 anni, Zelimkhan Murdalov. Il ragazzo, aveva scoperto la Politkovskaja, era stato arrestato dalla squadra di Omon comandata da Lapin e portato in una caserma del quartiere Oktiabrskij e lì, in cella, torturato a morte dallo stesso Lapin. Murdalov fu picchiato alla testa con bastoni, sottoposto a elettroshock e a orrende sevizie: gli vennero strappati i denti, tagliate le orecchie e rotte le braccia. Il giorno dopo, Lapin e i suoi due sottoposti, Prilepin e Minin, presero il corpo senza vita del ragazzo e lo portarono fuori città. Il suo cadavere non è mai stato ritrovato.
Medaglie al valore e condanna lieve. Grazie all’articolo della Politkovskaja, Lapin venne arrestato nel gennaio 2002 con l’accusa di rapimento, tortura e omicidio. Dopo una breve detenzione, l’ufficiale venne rimesso in libertà perché “non costituiva una minaccia all’ordine pubblico”, nonostante avesse inviato diverse e-mail minatorie alla giornalista della Novaja Gazeta. Nonostante l’inchiesta in corso, Lapin rimase in polizia, in servizio nella sua città di Nizhnevartovsk, e ricevette addirittura una medaglia al valore “per la protezione dell’ordine pubblico”, accompagnata da una lettera firmata dal presidente russo Vladimir Putin. Il processo contro Lapin ebbe inizio solo alla fine del 2003 e, dopo ben nove interruzioni, si concluse nel marzo 2005 con una condanna a undici anni per abusi, maltrattamenti aggravati e falsificazione di documenti. Non per omicidio.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6583
Enrico Piovesana
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I motivi del disonore secondo Lukashenko
E' un vero peccato che, tra i tanti colleghi che si sono occupati della vicenda di Maria, da punti di vista anche diversi, apparentemente quasi nessuno abbia avuto tempo o modo di consultare l'intervento intitolato "Difesa dei diritti dei bambini e della gioventù" del presidente bielorusso Grigorevich Lukashenko davanti al Parlamento il 17 novembre 2004. Il documento - poco meno di quattro pagine, in traduzione ufficiale, che si trovano sul sito di www.cittadinidelmondo.info - sarebbe stato molto utile per capire cosa stava succedendo e - temo - anche cosa succederà.
E' necessaria una sintetica premessa, malgrado le molte cose dette e scritte sull'argomento. L'ospitalità temporanea delle famiglie italiane nei confronti dei bambini bielorussi è stata offerta per limitare le conseguenze della nube radioattiva di Chernobyl, ma negli anni, si è estesa anche ad altri bambini, generalmente poveri, senza famiglia o figli di genitori, per varie ragioni, privati della patria potestà (4.200 nel solo 2003 secondo Lukashenko): sono gli ospiti dei cosidetti "Internat" dei quali "solo il 20%" (ancora Lukashenko), uscendo, "si adattano alla vita da adulto in maniera normale".
A fronte di questo problema si è sviluppato in Italia un movimento imponente di cui i "media" hanno poco parlato. 50-60mila famiglie, forse centinaia di migliaia di persone coinvolte, 30mila bambini accolti ogni anno, centinaia di piccole associazioni di volontari. Inevitabile che si instaurassero rapporti affettivi e anche richieste di adozione.
Di fronte al Parlamento del suo Paese, il 17 novembre 2004 Lukashenko ha detto basta! Riassumo per sommi capi, ma il testo integrale dell'intervento è su internet:
Noi abbiamo finito, una volta per tutte, con il risanamento dei nostri bambini all'estero senza alcun controllo.
Spediamo migliaia di bambini all'estero? Questo è un disonore per lo Stato. E di questa infamia dobbiamo sbarazzarci una volta per sempre.
Già da noi esiste il problema del consumismo. E questi bambini tornano da quei posti consumisti al quadrato. Di tale educazione non abbiamo bisogno!
Dobbiamo risanare i bambini dentro il Paese. Solo in casi estremi dobbiamo inviarli fuori dalla Repubblica.
Se ci vogliono dare una mano, che ci trasferiscano i mezzi e controllino qui come noi li utilizzeremo.
Non ci servono stracci, roba, fette biscottate etc. Di questa paccottiglia ci basta la nostra. A noi servono apparecchi medici moderni.
Io controllerò come verranno eseguite le mie disposizioni.
La Bielorussia è uno stato sovrano; e, in un certo senso, può fare ciò che vuole. Ma nell'intervento non c'è una parola per la situazione pregressa: non un apprezzamento per l'aiuto dato generosamente per tanti anni, né un accenno ai sentimenti dei bambini e dei loro ospitanti.
Qualche associazione ha accolto la richiesta di portare in Bielorussia gli aiuti: sono partiti idraulici, carpentieri, muratori con attrezzi e materiali per lavorare, durante le vacanze, negli Internat, ma è dura.
di Gianni Migliorino
da Oli, Osservatorio ligure sull'infomazione
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Albania, lezioni di indipendenza istituzionale
scrive Indrit Maraku
Braccio di ferro tra il governo e il presidente della Repubblica per la destituzione del procuratore generale. Moisiu boccia la richiesta di destituzione. Gli analisti locali apprezzano il rispetto della costituzione e dell’indipendenza delle istituzioni
Sollaku e Moisiu Con una lettera inviata al Parlamento lo scorso 13 ottobre, il Presidente albanese della Repubblica, Alfred Moisiu, ha ufficialmente rifiutato la richiesta di destituire il Procuratore generale, Theodhori Sollaku, voluta dalla maggioranza di centro-destra del premier Sali Berisha. Sollaku viene accusato dai democratici di aver favorito il crimine organizzato dormendo sui dossier in possesso dall’istituzione da lui guidata.
Ma il capo dello Stato – al quale spetta secondo la Costituzione il compito di nominare e di rimuovere il Procuratore generale, se pure su proposta del Parlamento – dopo una riflessione lunga due mesi, ha valutato la richiesta come incostituzionale e senza prove. Una decisione che ora rischia di trasformarsi in uno scontro istituzionale tra governo e presidenza mai visto prima nel Paese.
Accuse al Presidente
Immediata e durissima la reazione del centro destra in seguito alla quale Moisiu si è trovato nel giro di 24 ore sotto l’accusa di essere uno dei più grandi criminali del Paese. Astrit Patosi, deputato del Partito democratico (Pd) e capo della commissione parlamentare che indagava sull’operato del procuratore Sollaku, ha definito la decisione di Moisiu come “un pauroso incoraggiamento del crimine organizzato”. Patosi si è spinto oltre, fino ad accusare direttamente il Presidente della Repubblica: “Questa decisione dimostra che la simbiosi fra criminalità e politica è una grave malattia che ha infettato anche i vertici dello Stato”, ha dichiarato Patosi.
Mentre il deputato Gazmend Oketa (Pd), anch’egli parte della commissione parlamentare d’inchiesta, ha accusato Moisiu, i suoi figli e i suoi familiari di esseri legati al traffico di droga, interpretando la decisione del presidente della Repubblica come “un dovere” del capo dello Stato rispetto ai dossier che lo riguarderebbero e che sono in depositati in procura.
Nel fiume di accuse nei confronti del Presidente si è immesso anche il capo del Parlamento, Jozefina Topalli, che ha parlato di “un incidente storico senza precedenti” dove “un Presidente si contrappone al sovrano, lasciando in carica un Procuratore generale sul quale pesa una montagna di accuse”.
La difficile decisione di Moisiu
Lo scorso fine luglio, in una sessione dove non sono mancati calci e pugni tra i deputati, il Parlamento ha votato la rimozione del Procuratore generale, trasferendo così la patata bollente nelle mani del Presidente della Repubblica. Il premier Sali Berisha aveva fatto capire in più occasioni di voler chiudere in fretta la questione, sollecitando Moisiu ad una rapida decisione. Ma il capo dello Stato aveva da subito messo in chiaro che intendeva prendere tutto il tempo che la Costituzione gli concede per riflettere.
Perché, come aveva spiegato lo scorso 22 settembre, nella sua prima dichiarazione pubblica sull’argomento, “non è una questione di nomi ma una questione costituzionale, che attiene direttamente ai rapporti fra istituzioni indipendenti”. Dopo tre giorni, il primo ministro Berisha aveva risposto assicurando di essere pronto a rispettare “qualunque decisione il Presidente riterrà ragionevole, poiché la Costituzione precisa chiaramente che il Procuratore generale viene rimosso dal Presidente”.
Nella lettera recapitata al Parlamento, dopo due mesi di riflessioni e consultazioni con “diversi esperti di diritto costituzionale locali, europei e americani”, Moisiu ha sottolineato che “nonostante uno Stato funzioni come un insieme […], al centro dell’interdipendenza istituzionale rimane il concetto di autonomia e indipendenza costituzionale”. Concetto che, secondo il capo dello Stato, è venuto meno nell’operato della commissione parlamentare d’inchiesta, la quale “non può prendersi gli attributi di un tribunale […], attributi che non spettano nemmeno al Parlamento stesso”.
Il Presidente della Repubblica ha fatto notare che 5 dei 7 membri della commissione parlamentare che doveva indagare su Sollaku sono anche firmatari della richiesta per la sua rimozione, “violando così il concetto di supposizione d’innocenza”. “Diversi membri di questa commissione – spiega Moisiu – anche quando le indagini erano in corso, hanno pubblicamente dichiarato come già provate le accuse [a carico del procuratore generale], mentre esse dovevano ancora essere verificate dalla commissione”.
Infine, sottolineando di “non aver riscontrato nell’operato del Procuratore generale violazioni della legge tali da rimuoverlo dall’incarico”, il Presidente ha aggiunto che la proposta giuntagli per la sua destituzione “non trova appoggio nei criteri e nelle procedure previste dalla Costituzione e dalla giurisprudenza costituzionale”.
La decisione del 77enne Moisiu, ex generale in pensione, è stata vista positivamente dai media indipendenti locali. Gran parte degli analisti politici, specialmente in seguito alla marea di accuse pervenute dalla maggioranza all’indirizzo del Presidente, hanno applaudito il suo ruolo da “protettore della Costituzione e dell’indipendenza istituzionale”.
A congratularsi con Moisiu è stato anche un deputato del Pd, Spartak Ngjela, l’avvocato destituito dagli incarichi di partito qualche mese fa dopo i disguidi con il leader Berisha. “Ha cominciato a funzionare l’istituzione del Presidente della Repubblica, che non ha mai funzionato dal 1992 ad oggi. Ora sembra dare segni che abbiamo a che fare con un’istituzione che protegge la Costituzione. Il Presidente ha fatto un gesto solenne nel nome del popolo, senza guardare a destra o a sinistra. Il fatto che abbia preso una decisione contraria alla volontà della maggioranza politica è un segno di indipendenza”, ha dichiarato Ngjela.
A denti stretti
Il giorno seguente la decisione presidenziale, il Procuratore generale, Theodhori Sollaku, ha rotto il silenzio ringraziando il Presidente per la sua decisione che ha definito come “giusta e in difesa della democrazia costituzionale”. Secondo Sollaku, il provvedimento di Moisiu non è solo “una vittoria morale e legale dell’istituzione della Procura, ma anche un momento di riflessione non soltanto per quelli che hanno ideato questo processo, ma anche per la Procura stessa nell’esercizio delle responsabilità costituzionali e legali”.
Oltre le congratulazioni giunte a Sollaku dalla sinistra, i media di Tirana hanno riportato anche quelle, seppur in forma privata, dell’ambasciatrice USA in Albania, Marcy Ries.
In questi anni di democrazia, l’istituzione del Procuratore generale ha sempre subito gli umori della classe politica. Ma diversamente dai suoi predecessori, Theodhori Sollaku ha stretto i denti non facendosi scoraggiare dalle pressioni e dalle accuse del governo: nel 1992, Maks Haxhia ha dovuto abbandonare l’incarico alla prima richiesta di Berisha; Alush Dragoshi, nel 1997, non è riuscito a sopportare le pressioni dell’allora neo premier Fatos Nano mollando al primo tentativo di rimuoverlo dalla carica; Arben Rakipi ha abbandonato la sua poltrona nel 2002 perché non piaceva né alla sinistra né alla destra.
Theodhori Sollaku non se n’è andato soltanto perché così voleva l’uomo più potente del Paese, Sali Berisha. La tattica di dichiarare una persona colpevole e soltanto dopo cominciare a raccogliere prove contro di lui, questa volta non ha funzionato.
Qualcuno ha già chiesto al Procuratore di fare causa al premier per diffamazione, ma Sollaku ha preferito riunire i capi delle procure di tutte le prefetture per ridare tono al lavoro investigativo dell’istituzione, che come anch’egli ha ammesso “si è un po’ perduto in questi mesi” di accuse e indagini parlamentari. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6302/1/51/
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"Petrolio? Si sta giocando col fuoco"
di Jean-Pierre Jacqmin (RTBF)
Éric Laurent, giornalista e scrittore, autore dell’inchiesta "La verità nascosta sul petrolio", è ospite di Jean-Pierre Jacqmin, giornalista della ‘Radio et télévision belges francophones’ (RTBF). "Anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia dice che il petrolio è come un amante che un giorno ci lascerà e ci spezzerà il cuore. Quindi, dovremmo essere noi a lasciarlo prima"
[Testo integrale]
[Scelta musicale: “Lindbergh”, di Robert Charlebois]
JPJ – Robert Charlebois è un’icona dei grandi viaggi in aereo, degli anni ’60 e ’70 – quando tutto andava bene. E lei se ne esce con un libro dicendo che in futuro lo stesso Charlebois non viaggerà più con Pan American Airlines.
EL – In realtà, credo si tratti di un libro fattuale, non di un libro allarmistico. Dunque, non è una tesi, è semplicemente il risultato di un’inchiesta, un’inchiesta che dura da trent’anni a questa parte. Ho incominciato a interessarmi di petrolio proprio dopo la crisi petrolifera del ’73; sono penetrato negli arcani, ho incontrato i responsabili delle compagnie petrolifere e i principali protagonisti del settore all’epoca dello Shah iraniano, ho incontrato Saddam Hussein – ed eccomi qua. E tutto ciò mi ha affascinato perché il petrolio è il centro di tutto; voglio dire, non è soltanto questa strategica materia prima che ha impiegato 500 anni per emergere.
JPJ – Quindi, oltre a ribadire che forse un giorno si dovrà parlare di vera e propria ‘civilizzazione del petrolio’ piuttosto che di ‘società di petrolio’, quello che Éric Laurent vuole dire in questo libro è che da 150 anni a oggi tutte le guerre sono state causate dall’oro nero?
EL – Il petrolio è la chiave di tutto, della nostra crescita, della nostra attuale prosperità, del nostro benessere. È stata la chiave di tutte le guerre. Ad esempio, della Prima Guerra Mondiale.
JPJ – Il petrolio è stata la causa della Grande Guerra?
EL – Non ne è stata la causa, ma la vittoria è stata determinante per gli alleati, in ragione della forza petrolifera apportata dall’America, che all’epoca era la prima produttrice mondiale di petrolio. D’altra parte, bisogna sottolineare che gli Stati Uniti erano la fonte dell’80% dell’oro nero di cui beneficiarono gli eserciti alleati. E di questo 80%, circa il 40% proveniva da una sola compagnia petrolifera, all’epoca la più potente al mondo, la nota Exon di John Rockefeller. Lo stesso scenario valse anche per il periodo ‘40-‘45.
JPJ – Lo smantellamento dell’impero ottomano tra le due guerre avvenne con francesi e inglesi che, in cerca dei giacimenti petroliferi, cercarono di dividersi il Vicino Oriente?
EL – Sì, ed è proprio per questo che oggi in merito si ha l’impressione di un ciclo infinito. Prima di diventare nazioni, la Persia e l’Iraq erano due immense concessioni petrolifere. A un certo punto il Sultanato dell’Oman li trasformò in due Stati marionetta. Ma i veri conflitti al tempo erano quelli tra compagnie petrolifere americane e britanniche, che realmente si dividevano il mondo. L’anglo-iraniana Irak Petroleum Company era la vera potenza. Il petrolio è stata la chiave.
JPJ – Si potrebbe concludere che guerra e petrolio siano due facce della stessa medaglia. Vuol dire anche che i governanti del mondo e i dirigenti delle compagnie petrolifere si accordano per quella che lei chiama “la verità nascosta sul petrolio” (cioè non una truffa vera e propria, ma un accordo occulto per controllare il rialzo dei prezzi del greggio per garantirsi vantaggi e benefici)?
EL – In realtà, l’intera storia del petrolio è una lunga successione di menzogne e manipolazioni. Per esempio, nel 1928, le compagnie petrolifere – le grandi compagnie petrolifere – si accordavano per creare un cartello, nel silenzio generale. Volevano far pagare il petrolio al prezzo più alto possibile. Poteva trattarsi del petrolio proveniente dagli Stati Uniti e imbarcato nel Golfo del Messico, poteva aver viaggiato ovunque e su qualsiasi mezzo, poteva provenire dal Golfo Persico, dove i prezzi erano i meno elevati. Non importava. Ogni volta si faceva pagare il prezzo più alto e la distanza più lunga, i benefici erano tutti per le compagnie.
Tornando alla guerra, con incredibile cinismo le compagnie petrolifere facevano pagare alle navi da guerra alleate statunitensi e britanniche che si rifornivano, per esempio, ad Abadan, in Iran, un prezzo molto alto. Questo libro racconta i dettagli della storia contemporanea attraverso l’universo delle compagnie petrolifere e dei paesi produttori di petrolio, che a un certo momento hanno cercato davvero di prendere il potere. È la ricostruzione di una formidabile manipolazione.
JPJ – Per esempio, si dice che la scalata al potere di Gamal Abd el-Nasser in Egitto, paese arabo contraddistinto da un nazionalismo laico, fosse un qualcosa che al momento generalmente era vista di buon occhio rispetto all’attuale avanzata islamista. Nasser volle prendere il controllo dei pozzi di petrolio ed ebbe successo.
EL – Nasser lodava l’arma del petrolio. In un suo libro ha fatto notare che le armi supreme degli arabi sono il petrolio e il controllo delle risorse naturali. Ma che hanno fanno gli americani? Gli si sono sempre opposti. Quindi, come dicevamo, il panarabismo e il laicismo nasseriano hanno favorito l’islamismo. Già all’epoca in Egitto i Fratelli musulmani erano finanziati dagli americani; tramite il regime saudita, lo stesso regime teocratico perfetto di oggi, controllavano la popolazione che, ridotta al silenzio, divenne effettivamente il perfetto interlocutore per Washington.
JPJ – Durante il colpo di Jarnac, nel 1973, è l’OPEC a decidere autonomamente di aumentare i prezzi e creare la prima crisi petrolifera. A questo punto agli americani non importa più niente dei sauditi?
EL – La realtà è praticamente l’opposto; voglio dire, quella che si racconta, la storia ufficiale, quella venduta all’opinione pubblica, è falsa. La vicenda riguarda gli anni tra il 1960, data della nascita dell’OPEC, e il 1973, data della cosiddetta crisi petrolifera. Curiosamente, nel 1973 avviene qualcosa che avrebbe dovuto essere considerato ma che è sempre passato inosservato: le compagnie petrolifere proprio in quel periodo si ritrovarono con un immenso bisogno di denaro e di investimenti.
JPJ – Perché?
EL – L’allora presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller, all’epoca l’uomo più potente del mondo occidentale, colui che rappresentando i suoi interessi rappresentava gli interessi petroliferi in generale, nel 1973 dichiarò a Roma che le compagnie petrolifere avevano bisogno di 3.000 miliardi di dollari. Perché? Per delle ragioni molto semplici. Per realizzare investimenti colossali nel Mare del Nord, per esempio; gli impianti offshore erano tecnicamente molto complicati da installare e per questo necessitavano di somme considerevoli. L’oleodotto progettato in Alaska costava 10 miliari di dollari. Così, alcune grandi compagnie petrolifere vennero così prese per la gola. Io ho scoperto, e l’ho anche raccontato nel libro, che in realtà le compagnie petrolifere hanno spinto i paesi produttori al rialzo, li hanno incoraggiati ad aumentare il prezzo al barile. In questo modo, facendo cadere la responsabilità su altri, si sentivano al sicuro.
JPJ – I prezzi aumentarono, l’OPEC prese la sua decisione durante lo slancio della guerra tra Israele e i paesi arabi, niente accade mai per caso. La stessa cosa è successa per Suez; la crisi di Suez si sviluppò parallelamente a quella ungherese. Ma in che modo l’aumento del prezzo al barile mise d’accordo le compagnie petrolifere?
EL – Se aumenta il prezzo al barile aumentano anche i benefici per le compagnie. Somme considerevoli che, ad esempio, permisero loro di rendere di colpo incredibilmente redditizi tutti gli investimenti nel Mare del Nord – un azzardo miracoloso che può realizzarsi soltanto nel mondo degli affari. Ma ricordiamo una cosa: i paesi produttori, tra i più determinati ricordiamo l’Arabia Saudita, non avrebbero mai applicato l’embargo per aumentare i prezzi. L’Arabia Saudita vendeva clandestinamente, attraverso alcuni intermediari, il suo greggio ai paesi che in teoria sarebbero stati colpiti colpiti dall’embargo, ovvero Gran Bretagna e Stati Uniti.
JPJ – E chi sostenne ufficialmente Israele?
EL – Impossibile dirlo. Troppi inganni, troppe manipolazioni.
JPJ – In tutto il libro lei parla di “grande manipolazione”, di “verità nascosta”, di “tutto che è controllato dal petrolio”. All’inizio dello stesso libro, però, annuncia che le riserve di petrolio sono pressoché esaurite. Sembra incomprensibile visto che i paesi produttori hanno diretto essi stessi la loro barca. Come è possibile che si siano ritrovati all’asciutto così all’improvviso?
EL – Hanno diretto bene la loro barca grazie ai mezzi che avevano sulla terraferma. Sulla terraferma significa nel sottosuolo. Il vero problema, in realtà, è che sono riusciti a nascondere il più a lungo possibile lo stato reale delle riserve. Quando si parla di stato reale delle riserve, le cifre presentate ufficialmente sono totalmente false. Oggi serve ribadirlo con la massima chiarezza. Nel 1986 c’è stato un escamotage ideato dai paesi dell’OPEC volto a poter falsificare l’entità delle proprie riserve. Questa finzione va avanti da più di 20 anni. Semplicemente, l’Arabia Saudita dichiarava di possedere riserve per 160 miliardi di barili, ed alla luce di questa cifra era presentata come il primo paese produttore. Questo significa che, in realtà, l’Arabia Saudita aveva 260 miliardi di barili. Comunque, anche ciò non corrisponde a nessuna realtà. E così, tutto il mondo ha interesse a mentire: i paesi produttori e le compagnie petrolifere che, come i primi, non hanno rivelato la consistenza delle proprie scorte. Shell, per esempio, si è fatta prendere con le mani nel sacco avendo sopravvalutato del 23% l’ammontare delle sue riserve. I governi dei paesi consumatori sono vili, ben accordati tra loro e molto mal preparati ad affrontare questa situazione.
JPJ – In quanto tempo ci si ritroverà in una situazione di vera e propria scarsità?
EL – Dovrebbe essere chiaro: in poco tempo. Prendiamo il caso degli Stati Uniti: nonostante per molto tempo siano stati il primo produttore al mondo, hanno raggiunto il loro picco di produzione nel 1970. Oggi la produzione petrolifera Usa esiste appena. Il petrolio del Mare del Nord è scomparso. Prendiamo il caso dei paesi considerati effettivamente grossi produttori, per esempio l’Arabia Saudita – che presenta cifre false. Ma consideriamo anche la Russia. Tutte le cifre riguardanti la produzione petrolifera russa sono errate, si sa bene che bisogna dividerle minimo per due. Le cifre del declino petrolifero russo sono talmente gravi che Putin nel 2002 ha varato una legge che vieta di divulgare queste cifre, considerate alle stregua di un segreto di Stato. Quando si parla di alternative si parla spesso di Africa: le sue riserve rappresentano il 4,5% del consumo mondiale. E si potrebbe dire che in Africa non è escluso che ci siano, ma non ne siamo sicuri, 70 miliardi di barili – una cifra comunque molto dubbia. Ma supponiamo di contare davvero 70 miliardi di barili, sapete cosa vorrebbe dire tutto ciò? Questi 70 barili potrebbero equivalere a, diciamo, un paio d’anni in più di consumo mondiale. Serve essere seri. Oggi si continua a trovare petrolio, ma si tratta solo di piccoli giacimenti.
JPJ – Si parla di sabbie bituminose da cui si potrebbe estrarre petrolio, anche se i costi sarebbero notevoli. Ma l’oro nero c’è ancora?
EL – Sì, se ne può trovare. Ma il vero problema oggi è che è in corso un’esplosione della domanda con l’entrata nei mercati mondiali di paesi come la Cina, evidentemente divoratori d’energia. Il boom dei consumi coincide con un enorme e estremamente rapido declino della produzione. Basti pensare che, ormai, per sei barili di oro nero che ogni giorno vengono consumati nel mondo soltanto uno ne viene estratto.
JPJ – Dunque, si vive di riserve. Ma quanto tempo bisognerà attendere per giungere alla fine del petrolio? 25, 50 anni?
EL – La questione non va posta in questi termini. Si sta giocando col fuoco. Nel corso degli anni ci siamo incattiviti e abbiamo emarginato le Cassandre. Oggi, anche le organizzazioni più vicine al mondo petrolifero, riconoscono che in effetti stiamo per arrivare alla fine del petrolio. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, che a lungo ha fatto vivere il mondo intero nell’ottimismo, oggi si esprime più realisticamente, facendo notare che nel 2010 il declino dei paesi non OPEC sarà totale. E non parliamo del caso della stessa OPEC, imbarazzante e ancora più grave…
JPJ – 2010… quindi ancora 3, 4 anni… Non si avrà neppure il tempo di tornare alla società industriale…
EL – Probabilmente andrà così. Non voglio sembrare catastrofista – non lo sono – ma potrebbe andare così. Anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia dice che il petrolio è come un amante che un giorno ci lascerà e ci spezzerà il cuore. Quindi, dovremmo essere noi a lasciarlo prima. Sono buoni propositi, ma tardivi. È qui che la situazione mostra tutta la sua gravità, e dove personalmente inizio a criticare il mondo politico. "La verità nascosta sul petrolio" è stato scritto per rivelare verità. Del resto, i giornalisti non sono fatti per piacere al potere, qualunque esso sia.
Fonte: AgoraVox
Traduzione a cura di Barbara Redditi per Nuovi Mondi Media
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Voli segreti CIA e renditions : la vera storia in un libro
di Giulia Alliani
Domani in Inghilterra esce "Ghost Plane: The Inside Story of the CIA's Secret Rendition Programme" (L'aereo fantasma: la vera storia del programma di consegne speciali della Cia). Si tratta del libro scritto da Stephen Grey, un giornalista free-lance che collabora con "The New York Times, "The Guardian", e "The Sunday Times".
Proprio su "The Sunday Times", firmato da Grey, usci' nel 2004 uno dei primi articoli che raccontavano con ricchezza di dettagli gli strani percorsi compiuti da alcuni piccoli aerei, apparentemente innocui. Si trattava di un'inchiesta giornalistica che dipingeva una situazione che avrebbe trovato molti riscontri nelle indagini che andavano conducendo, nello stesso periodo, diverse procure europee, in Germania, in Italia, e in Spagna.
In Italia, l'indagine, condotta dalla procura di Milano, avrebbe portato alla richiesta di estradizione dagli USA di un certo numero di agenti della Cia accusati di essere coinvolti nel presunto rapimento dell'Imam Abu Omar, ma la richiesta non e' stata ancora inoltrata agli USA dal nostro ministero della Giustizia.
Le autorita' britanniche hanno sempre smentito di essere state al corrente del programma americano di renditions, ma Grey, nel suo libro, cita fonti della British security (che vogliono rimanere anonime), che ammetterebbero di essere rimaste coinvolte nelle operazioni, anche se solo "alla lontana".
Grey, intervistato da Amy Goodman per "Democracy Now", ha dichiarato che intende proseguire nella sua inchiesta che, seguendo i percorsi dei Gulfstream in giro per il mondo, lo ha indotto a sviluppare un nuovo filone che riguarda il Venezuela. Secondo Grey l'aereo usato per trasportare Maher Arar avrebbe fatto la sua comparsa anche in Venezuela proprio nei giorni del colpo di stato contro Chavez, ed e' su questa traccia che ora Grey vuole riprendere a indagare. E non solo su questa, perche', a detta del giornalista, i diari di volo degli aerei usati dalla CIA potrebbero riservare altre sorprese.
"Ghost Plane: The Inside Story of the CIA's Secret Rendition Programme", di Stephen Grey, e' pubblicato in Gran Bretagna da C Hurst & Co e sara' in vendita nelle librerie da domani al prezzo di 16.95 sterline.
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Dietro il referendum il patto non scritto tra i partiti più forti
f.mar.
La Stampa
Sembra la solita sequenza. Il drappello di referendari che sale la scalinata neoclassica del «Palazzaccio», si fa riprendere dalle telecamere, si «registra» davanti alla Cassazione ma poi - molti mesi più tardi - quella piccola fatica si rivela inutile: il quesito cade perché gli elettori astensionisti fanno mancare il quorum. Ma ieri mattina, i promotori (prevalentemente di centrosinistra) del referendum che punta a cancellare il cuore dell’attuale legge elettorale hanno avuto un sussulto: ad un certo punto, nel gruppo, si è materializzato anche Donato Bruno, giurista «organico» di Forza Italia, che ad un certo punto ha confidato: «Berlusconi è d’accordo, è con noi». In quella battuta c’è tutta - o gran parte - della novità proposta da questa tornata referendaria: per una serie di coincidenze e di interessi contrapposti, il referendum destinato a cancellare la legge elettorale proporzionalista (e ad attribuire il 54% dei seggi alla lista elettorale che ottiene più voti) sta trovando d’accordo i quattro più grandi partiti italiani. Anche se non possono dirlo esplicitamente.
Da una parte i Ds, la Margherita e i prodiani, Forza Italia e Alleanza nazionale dall’altra hanno inserito propri uomini nel comitato promotore, con una trasversalità che non si manifestava da anni. Quattro partiti improvvisamente «alleati» tra loro perché interessati a semplificare il quadro e a realizzare due partiti-coalizione: sul versante di sinistra il «partito democratico», da far nascere dalla fusione tra Ds e Margherita; sull’altro versante il «Partito delle libertà», il progetto al quale oramai lavora Gianfranco Fini (immaginando di poterlo guidare) e al quale guarda anche Silvio Berlusconi (immaginando di poterne pilotare la leadership). E’ questo il motivo per il quale il referendum che punta ad abbattere la proporzionalità della legge elettorale ha finito per trovare dietro di sé Romano Prodi e Silvio Berlusconi, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, almeno per ora miracolosamente uniti in una sorta di «sindacato dei grandi partiti».
Tanto è vero che ieri mattina, nella sede dalla Corte di Cassazione, dietro il veterano dei referendum elettorali - quel Mario Segni che su questo terreno ha sempre vinto - a depositare i quesiti c’erano uomini molto vicini al vertice ds (il responsabile per le Istituzioni Marco Filippeschi), a quello della Margherita (Roberto Giachetti e Luigi Bobba), a quello di Forza Italia (Donato Bruno, Andrea Pastore, Antonio Martino), a quello di Alleanza nazionale (Filippo Berselli). Naturalmente i leader dei quattro partiti si tengono ancora a distanza: c’è ancora tempo per abbracciare definitivamente la causa o separarsene. E negli immensi silenziosi corridoi del «Palazzaccio» ieri mattina c’era anche la mente politica di questo referendum (come pure di quelli del 1991 e 1993): il ministro della Difesa Arturo Parisi, l’«ideologo» del mondo prodiano, convinto che facendo saltare l’anima proporzionalista dell’attuale legge elettorale, si spianerebbe la strada verso il partito democratico.
Il quesito più importante si propone di abrogare l’attuale disciplina che permette il collegamento tra liste: in caso di esito positivo la conseguenza sarebbe l’attribuzione del premio di maggioranza (il 54% dei seggi) alla lista (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di voti. In altre parole, nel caso in cui il referendum passasse (in caso di semaforo verde da parte di Cassazione e Consulta la data più probabile sarebbe la primavera 2008) i partiti sarebbero fortemente motivati ad unirsi. Ed è questo il motivo per il quale i «piccoli» dei due schieramenti (Rifondazione, Verdi, Pdci, Udc, Lega) osteggiano da subito l’operazione-referendum. I quesiti referendari sono stati tecnicamente ideati e preparati da Giovanni Guzzetta, un costituzionalista che, come Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo, appartiene alla scuola Fuci, l’ala meno consociativa e più bipolarista del cattolicesimo democratico.
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Il traffico è colpa dei rossi in Provincia
Ci voleva proprio lui, l'ex-Unto, per scoprire che entrare in auto a Milano è un’impresa stressante dai tempi imprevedibili. Bisogna capirlo: non ci è abituato, a giudicare dalle sue presenze in consiglio comunale: una, per ora. Così è arrivato in ritardo alla presentazione del libro di memorie del suo amico Albertini. Oddio, può capitare a tutti. Ma figuriamoci se poteva, semplicemente, scusarsi!
La colpa è sempre di qualcun altro, in questo caso della Provincia. Sì, perché il problema è arrivare al dazio, poi è una passeggiata, dato che Albertini ha diminuito il traffico urbano del 12%, non ve ne siete accorti? Ma è tutto inutile, la Provincia si ostina a non costruire autostrade, radendo al suolo qualche insediamento di ex-milanesi nel hinterland (tra l’altro, che si decidano: o dentro o fuori).
Intanto, com'era prevedibile, la Grande Pensata di Letizia, l'Operazione "Fumo di Londra", il piano per introdurre un ticket d'ingresso per le auto, che un comitato della giunta dovrebbe presentare - a sentire l'Assessore Croci - a giorni, è stato di fatto insabbiato dai partiti del centrodestra, mentre l'opposizione di centrosinistra lascia cadere volentieri la patata bollente, non avendo una posizione unitaria. E a noi cittadini, assuefatti di nuovo allo smog e agli ingorghi autunnali, preoccupati per l'impatto della Finanziaria sulle nostre tasche - diciamolo: ci va anche bene non sentir parlare di altre gabelle. E allora continuiamo così. E magari diamo la colpa alla Provincia e ai provinciali, che si ostinano a intasare le "nostre" strade.http://www.onemoreblog.org/archives/013198.html
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declino è assicurato
Lodes
Il tribunale di Houston ha emesso la sua sentenza sul caso Enron condannando l’ex dirigente Jeff Skilling a 24 anni di carcere. Da noi Tanzi e Cragnotti, per truffe analoghe a quelle dell’Enron, sono in libertà nelle loro splendide ville e i processi si concluderanno non si sa quando. Il sistema giudiziario è allo sfascio, ma in Italia il governo di centro sinistra (progressista?)ha scelto la priorità dell’indulto: il declino è assicurato.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
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Iran, scenario di più guerre
Se l'Iran è sotto costante minaccia dell'esercito Usa (vedi Michel Chossudovsky su Megachip). La società civile iraniana deve subire anche la pressione dei propri governanti i quali irrigidendosi per effetto delle minacce esterne lavorano per limitare e possibilmente annientare ogni dissenso e qualunque voce fuori dal coro. Nelle ultime settimane a Teheran è stata scatenata una nuova ondata repressiva finalizzata a limitare ulteriormente i margini d'espressione delle istanze di riforma della società civile per l'ottenimento e il rafforzamento della democrazia . Con l'avvicinarsi della campagna elettorale per la camera alta (Majlis Khebregan) e le amministrative i governanti stanno chiudendo ogni margine d'espressione democratica.
Il blocco politico che sostiene Ahmadinejad vuole togliere ogni “diritto di tribuna” ai riformisti. Ahmadinejad il “rispettabile sconosciuto” divenuto sindaco della capitale grazie all'astensione dell' 80% degli abitanti di Teheran, e poi presidente della repubblica, insieme ai propri sostenitori capeggiati dall'oscurantista ayatollah Mesbah Yazdi, vuole perpetuare il proprio potere definendo il quadro del voto secondo la propria volontà repressiva.
Le prime vittime della nuova ondata punitiva sono i giornalisti, che con pretesti più vari vengono arrestati dai giudici conservatori, e privati dei propri diritti civili. Dopo la chiusura del giornale riformista di punta Sharg nelle settimane scorse (vedi l'articolo Mir Mad su Megachip ), l'altro giornale Ruzegar -che nelle speranze dei riformisti doveva sostituire Shargh - si chiude dopo soli 3 giorni sotto pressione di vari organi di potere che applicano una violenza inaudita che è un mix di arresto, carcere, pesantissime cauzioni . Insieme a questi due giornali si chiudono altri giornali e periodici come Ruzhe Lat , Peyam-e Jonub, Safir-e Dashtestan e prima ancora i periodici Nameh e Hafez.
In meno di una settimana sono stati arrestati 6 giornalisti. Reporters sans frontieres nel condannare tali arresti scrive: In Iran per ostacolare la liberta d'espressione e lo svolgimento del lavoro dei giornalisti ogni mezzo è considerato legittimo. I media neutralizzati dai vari servizi e dai clericali se non rispettano i dettami del potere vengono sequestrati e i loro giornalisti senza nessun verdetto giudiziario arrestati e messi in carcere. Successivamente ai giornalisti arrestati viene concessa la libertà condizionale dietro pesantissime cauzioni. Resta il rischio costante di tornare in ogni momento in carcere. In ogni modo in questo quadro e in mancanza delle condizioni necessarie i giornalisti non riescono a esercitare loro professione.
La pesantezza delle cauzioni è tale che i giornalisti per non rischiare il pane e non il companatico dei familiari ricorrono all'autocensura allineandosi oppure rinunciano del tutto alla professione.
Gli effetti devastanti della politica neocon nel medio oriente dovuti anche agli errori di valutazione sono pagati esclusivamente dai movimenti riformisti per l'ottenimento e il rafforzamento della democrazia . La presenza degli eserciti alleati ha irrigidito ulteriormente i poteri locali militarizzando la loro attività. Quei poteri locali che nonostante l'apparente sfida con il potere globale in realtà sono accomunati nell'ostacolare il fiorire della reale democrazia e dei diritti democratici dei popoli. L'amministrazione Bush basandosi sulla promozione della democrazia formale ai fini di penetrazione e dominio , aiutata dai poteri antidemocratici locali (allineati o avversi) ha compromesso i destini epocali della democrazia stessa.
di Amir Modini
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2772
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Sono paria e giornalista
Sono un paria. Questo è il risultato principale del mio lavoro giornalistico negli anni della seconda guerra cecena e dell'aver pubblicato all'estero alcuni libri sulla vita in Russia e sulla guerra cecena. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle riunioni alle quali siano presenti personalità del Cremlino, perché non pensino che gli organizzatori covano simpatie nei miei confronti. Nonostante questo, tutti i più alti rappresentanti del governo mi parlano, se interpellati, quando scrivo i miei articoli o faccio delle inchieste, ma solo segretamente, dove non possono essere visti: all'aperto, in qualche piazza, in case sicure alle quali arriviamo prendendo strade diverse, come spie. Agli alti dirigenti piace parlare con me. Sono felici di darmi delle informazioni. Mi incontrano e mi raccontano quello che succede ai vertici. Ma solo in segreto.
A questo non ci si abitua, ma si impara a conviverci. È esattamente così che ho dovuto lavorare durante la seconda guerra cecena. Mi nascondevo dall'esercito federale russo, ma ero sempre in grado di entrare in contatto clandestinamente con le singole persone attraverso intermediari di fiducia, così che i miei informatori non corressero il rischio di essere denunciati ai generali.
Quando il progetto di cecenizzazione di Putin ebbe successo (facendo sì che i ceceni "buoni" leali al governo uccidessero quelli "cattivi" che vi si opponevano), ricorsi allo stesso sotterfugio per parlare con gli ufficiali ceceni "buoni", che naturalmente conoscevo da molto tempo e che prima di diventare "buoni" mi avevano accolto nelle loro case nei mesi più difficili della guerra. Adesso possiamo incontrarci solo clandestinamente perché sono un paria, un nemico. Anzi, un nemico incorreggibile che non si presta a essere rieducato.
Non sto scherzando. Tempo fa Vladislav Surkov, vice presidente dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che esistono dei nemici che possono essere ricondotti alla ragione e nemici incorreggibili con i quali ragionare è impossibile e che devono essere semplicemente "epurati" dall'arena politica.
E così stanno cercando di togliere di mezzo me e altri come me.
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza di Kurčaloj, un polveroso villaggio ceceno. Indossavo sulla testa una sciarpa ripiegata e annodata come fanno molte donne della mia età in Cecenia, senza coprire completamente il capo ma anche senza lasciarlo scoperto. Era essenziale che mantenessi l'anonimato, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.
Su un lato della piazza, sulla tubazione del gas che attraversa tutto il villaggio di Kurčaloj, erano stesi dei pantaloni di tuta maschili, imbrattati di sangue. Allora era già stata portata via la testa mozzata dell'uomo, che non vidi.
Nella notte tra il 27 e il 28 di luglio alla periferia di Kurčaloj due combattenti ceceni erano caduti in un'imboscata tesa loro dalle unità di Ramzan Kadyrov, leader amico del Cremlino. Uno, Adam Badaev, era stato catturato, mentre l'altro, Hoj-Ahmed Dušaev, di Kurčaloj, era stato ucciso. Verso l'alba una ventina di macchine Žiguli, piene di uomini armati, entrarono nel villaggio e andarono alla stazione di polizia. Avevano con sé la testa di Dušaev. Due di loro la appesero. Sotto stesero i pantaloni insanguinati che ora stavo vedendo.
Gli uomini armati passarono due ore a fotografare la testa con i cellulari.
La testa rimase lì per 24 ore, poi i miliziani la portarono via ma lasciarono i pantaloni dove stavano. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale cominciarono a ispezionare la scena dello scontro e la gente del posto sentì uno degli ufficiali chiedere a un sottoposto: "Hanno finito di ricucire la testa?".
Il corpo di Dušaev, con la testa ricucita al suo posto, fu portato sul luogo dell'imboscata e gli agenti del procuratore generale cominciarono a esaminare la scena del crimine seguendo le normali procedure investigative.
Scrissi di questo sul mio giornale, astenendomi dal commentare e limitandomi a mettere un po' di puntini sulle "i" a proposito di quello che era successo. Arrivai in Cecenia quando uscì l'articolo sul giornale. Le donne nella folla cercarono di nascondermi perché erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero uccisa sul posto se avessero saputo che mi trovavo lì. Mi ricordarono che Kadyrov aveva pubblicamente giurato di uccidermi. Durante una riunione del suo governo aveva detto che ne aveva abbastanza, e che la Politkovskaja era condannata. Me l'avevano riferito membri di quello stesso governo.
Perché? Perché non scrivevo quello che voleva Kadyrov? "Chiunque non sia dei nostri è un nemico". Così ha detto Surkov, e Surkov è il principale sostenitore di Ramzan Kadyrov nella cerchia di Putin.
"Ramzan mi ha detto, 'È così stupida da non conoscere il valore del denaro. Le ho offerto dei soldi ma non li ha presi'", mi raccontò quello stesso giorno un vecchio conoscente, un alto ufficiale delle forze speciali della milizia. Lo avevo incontrato in segreto. Essendo "uno dei nostri", diversamente da me, avrebbe avuto dei problemi se ci avessero visti insieme. Quando venne l'ora di andarmene era già sera, e insistette perché mi fermassi in quel luogo sicuro. Temeva che potessero uccidermi.
"Non devi uscire", mi disse. "Ramzan è infuriato con te".
Decisi di andarmene comunque. Quella notte mi aspettavano a Groznij per un altro colloquio segreto. Propose di farmici accompagnare con un'auto della milizia, ma mi sembrò ancora più rischioso. A quel punto sarei diventata un bersaglio per i combattenti.
"Sono almeno armati, là dove stai andando?", domandò ansiosamente. Durante tutta la guerra mi ero sempre trovata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti sei protetto dai suoi nemici, ma domani il pericolo verrà da qualcun altro.
Perché corro tutti questi rischi? Solo per spiegare che la gente in Cecenia ha paura per me, e lo trovo molto commovente. Hanno paura per me più di quanto ne abbia io, ed è così che sopravvivo.
Perché Ramzan ha giurato di uccidermi? Una volta lo intervistai e mandai in stampa l'intervista esattamente come l'aveva rilasciata, con la sua tipica stupidità da idiota, con la sua ignoranza e le sue inclinazioni diaboliche. Ramzan era convinto che l'avrei riscritta completamente, presentandolo come un uomo intelligente e onesto. Dopotutto così si comporta oggi la maggioranza dei giornalisti, quelli che "stanno dalla nostra parte".
È abbastanza perché qualcuno giuri di ucciderti? La risposta è semplice quanto la morale personalmente incoraggiata da Putin. "Siamo spietati con i nemici del Reich". "Chi non è con noi è contro di noi". "Coloro che sono contro di noi devono essere annientati".
"Perché te la prendi tanto per quella testa mozzata?", mi chiede Vasilij Pančenkov quando ritorno a Mosca. Dirige l'ufficio stampa delle truppe del Ministero degli Interni, ma è una brava persona. "Non hai niente di meglio di cui preoccuparti?". Gli sto chiedendo di commentare i fatti di Kurčaloj per il nostro giornale. "Scordatelo. Fingi che non sia mai successo. Te lo dico per il tuo bene!".
Ma come posso dimenticarlo, se è successo?
Disprezzo la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra coloro che stano "dalla nostra parte", "non dalla nostra parte" o perfino "dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla nostra parte", riceverà premi e rispetto, forse anche un invito a candidarsi alla Duma. Se un giornalista "non è dalla nostra parte", invece, sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee, dei valori europei e diventerà automaticamente un paria. È il destino di tutti quelli che si oppongono alla nostra "democrazia sovrana", alla nostra "tradizionale democrazia russa". (Cosa mai sia, non lo sa nessuno, eppure giurano di esserle fedeli: "Siamo per la democrazia sovrana!")
Non sono un animale politico. Non ho mai aderito a un partito e lo considererei uno sbaglio per un giornalista, almeno in Russia. Non ho mai sentito il bisogno di candidarmi alla Duma, anche se in passato sono stata invitata a farlo.
Dunque quale crimine mi ha meritato questa etichetta di "non una dei nostri"? Mi sono limitata a riferire quello che ho visto, niente di più. Ho scritto e, meno frequentemente, ho parlato. Sono perfino riluttante a commentare, perché mi ricorda le opinioni impostemi durante la mia infanzia e la mia giovinezza sovietiche. Mi sembra che i nostri lettori siano capaci di interpretare da soli quello che leggono. Ecco perché il mio genere è il reportage, con limitati interventi personali. Non sono un magistrato ma qualcuno che descrive la vita che ci circonda per coloro che non riescono a vederla con i loro occhi, perché quello che viene mostrato alla televisione e di cui scrive la schiacciante maggioranza dei giornali è ammorbidito e indebolito dall'ideologia. Le persone sanno molto poco di quello che succede in altre parti del loro paese, a volte perfino nella loro regione.
Il Cremlino reagisce cercando di bloccarmi l'accesso alle informazioni: i suoi ideologi suppongono che sia il modo migliore per rendere inoffensivo quello che scrivo. Però è impossibile fermare qualcuno fanaticamente dedito alla professione di raccontare il mondo che ci circonda. La mia vita può essere difficile, più spesso umiliante. A 47 anni non sono, dopotutto, così giovane da accettare di imbattermi costantemente nei rifiuti e di farmi sbattere in faccia la mia condizione di paria. Però posso conviverci.
Non voglio dilungarmi sulle altre gioie della strada che ho scelto: l'avvelenamento, gli arresti, le lettere e le e-mail minatorie, le minacce di morte al telefono, il fatto che mi convochino ogni settimana nell'ufficio del procuratore generale per firmare dichiarazioni praticamente su tutti gli articoli che scrivo (la prima domanda è sempre: "Come ha ottenuto questa informazione?"). Ovviamente non mi piacciono gli articoli costantemente derisori che appaiono su altri giornali e su siti internet che mi hanno a lungo presentata come la pazza di Mosca. Trovo disgustoso vivere così; mi piacerebbe ricevere un po' più di comprensione.
La cosa più importante, però, è continuare il mio lavoro, descrivere la vita che vedo, ricevere tutti i giorni in redazione persone che non hanno un altro luogo in cui portare i loro guai perché il Cremlino trova le loro storie inopportune, e così il solo luogo che può dar loro voce è il nostro giornale, la Novaja Gazeta.
di Anna Politkovskaja
L'articolo di Anna Politkovskaja, inedito nel suo paese, è stato pubblicato da The Guardian e tradotto in italiano da Information Guerrilla da cui lo traiamo.
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Il dilemma cinese
Applicare contro Pyongyang le sanzioni Onu o adottare la linea morbida? Nell'indecisione, Pechino costruisce muri al confine
Da alcune settimane la Cina sta costruendo lungo la sponda del fiume Yalu, che segna il confine con la Corea del Nord, una barriera di filo spinato lunga - per ora - una ventina di chilometri.
Barriera anti-uomo. Le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite su Pyongyang hanno fatto improvvisamente accendere i riflettori sulla città cinese di Dandong, il principale punto di passaggio tra i due Stati. Metropoli di 2 milioni e mezzo di persone, il principale crocevia del commercio sino-coreano sta vedendo sorgere nelle sue periferie barriere di cemento armato alte da 2 a 4,5 metri e sormontate da filo spinato. La misura sembrerebbe una risposta alle pressioni della comunità internazionale su Pechino a seguito del test nucleare condotto da Pyongyang dieci giorni fa. Ma gli abitanti dell'area ritengono molto difficile che il commercio tra i due Paesi subisca limitazioni o interruzioni. Il confine con la Cina, lungo 1.400 chilometri, è per la Corea l'unica via transitabile verso il mondo esterno. Circa il 40 per cento del suo volume commerciale viene scambiato con Pechino, che a sua volta fornisce l'80 per cento del petrolio di cui Pyongyang necessita. Le navi coreane continuano ad approdare sulle coste giapponesi, da dove i parenti inviano merci e denaro, ma il test nucleare contribuirà probabilmente a far arrestare tale traffico.
Arginare la piena. Più che a dare esecuzione all'embargo, limitando il passaggio di merci, il 'muro' servirà ad arginare la piena dei profughi che si teme investirà la Cina settentrionale quando l'isolamento della Corea sarà totale. Per la Cina, costruire barriere è indispensabile per evitare l'instabilità demografica nella zona al confine. Costruirne troppe, però, significa provocare il collasso della Corea, e un collasso è proprio ciò che Pechino non desidera, in quanto potrebbe avere come risultato un afflusso molto maggiore dei 200 mila coreani che hanno attraversato il confine durante la carestia degli anni '90. Gli osservatori internazionali ritengono inoltre che la fine della dittatura potrebbe portare alla riunificazione con la Corea del Sud, alleato degli Usa: altra prospettiva avversata da Pechino.
Sull'orlo del collasso. Il volume d'affari annuo di circa 1,6 miliardi di dollari tra i due Paesi è fondamentale per la sopravvivenza del regime di Kim Jong Il. Anche per questo la Cina, che non ama ricevere consigli dagli Stati Uniti in materia di politica estera, si trova a dover affrontare il dilemma del vicino coreano. Mentre i raccolti degli ultimi anni si sono rivelati migliori dei precedenti, la gran parte del Paese dipende ancora dagli aiuti internazionali. Molti ritengono che una nuova carestia sia alle porte. Se così fosse, con le sanzioni Onu e la recente minaccia di Pechino di tagliare i rifornimenti di petrolio, il Paese raggiungerebbe prima del previsto l'orlo del collasso.
Luca Galassi http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6567
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star system e i Balcani
23.10.2006 Da Roma, scrive Nicola Falcinella
Nessun film del sud est Europa nel programma della Festa internazionale del cinema di Roma, conclusasi la settimana scorsa. Ma di Balcani s'è comunque parlato. Lo hanno fatto Nicole Kidman e Richard Gere
Nicole Kidman in Kosovo (Unmik) Assenti dal programma, i Balcani sono stati più che presenti nei discorsi delle star alla Festa internazionale del cinema di Roma prima edizione. Un programma molto glamour - che ha messo in secondo piano la gara con 16 titoli non tutti di alto livello (ma molto interessante il documentario “La strada di Levi” di Davide Ferrario un ritorno ai nostri giorni sul tormentato percorso da Auschwitz a Torino di Primo Levi raccontato ne “La tregua”) – per una manifestazione caratterizzata dall’ottima struttura dell’Auditorium, qualche problema organizzativo, ma un'atmosfera rilassata e gioiosa da fare invidia a festival come Cannes e Venezia soffocati da assurdi e inutili controlli di sicurezza.
Anche se poi, accanto al capolavoro di Martin Scorsese “The Departed”, i film davvero da non mancare non abbondavano. Di Balcani hanno parlato due fra i più belli in circolazione: Nicole Kidman di Kosovo e Richard Gere di Bosnia.
La rossa australiana, che è stata la fotografa Diane Arbus nel mediocre “Fur”, ha annunciato che andrà in Kosovo prossimamente per raccogliere testimonianze e approfondire la condizione delle donne in vista di un progetto sui diritti in collaborazione con Unifem e Onu.
Gere, interprete de “L’imbroglio” di Lasse Hallstrom, ha parlato del film che sta girando a Zagabria sulla guerra di Bosnia, “My Spring Breaks in Bosnia” (ma è solo un titolo provvisorio) di Richard Shepard, dove interpreta un giornalista sulle tracce di criminali di guerra nel periodo post bellico. Tre settimane di riprese a Sarajevo in estate e poi il set si è spostato in Croazia. “A Zagabria – ha spiegato un loquace Gere – abbiamo trovato una situazione logistica migliore e più facilitazioni. Ma a Sarajevo non abbiamo avuto nessun problema, è una città bellissima, con gente meravigliosa che è passata attraverso un incubo con coraggio e ne è uscita rafforzata. È una città piena di vita”.
“Il film – ha aggiunto l’attore de “I giorni del cielo” e “Pretty Woman” - cerca di investigare se c’è stato un accordo sottobanco a Dayton con Ratko Mladic e Radovan Karadzic assicurandogli la libertà in cambio della cessazione immediata della guerra. È una sceneggiatura fantastica”.
Sui due criminali di guerra, Gere si mostra informatissimo: “Hanno la responsabilità di quel che è successo a Sarajevo, del massacro di Srebrenica, di decine di migliaia di morti. Quello che mi sconvolge è che tutti sembrano sapere dove si trovino e che quasi certamente sono entrambi nei Balcani. Poco tempo fa è morta la figlia di Mladic: si sa che va spesso sulla sua tomba, ma nessuno lo arresta. Karadzic scrive poesie, commedie, fa uscite pubbliche… Ora dicono si sia fatto crescere la barba e venga tenuto nascosto in qualche monastero in Montenegro”.
Da notare che a Roma come a Venezia i Balcani non c’erano, mentre hanno vinto sia a Berlino sia a Locarno e si hanno segnalato diversi talenti a Cannes. I maggiori festival italiani, in attesa di Torino (10 – 18 novembre) che ancora non ha annunciato il programma e che lo scorso anno laureò “Odgrobadogroba” dello sloveno Jan Cvitkovic, ignorano un’area geografica molto vicina e che ci riguarda da vicino. O si tratta solo di una casualità?
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6307/1/51/
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La cena delle beffe
di Giulietto Chiesa (Megachip)
Nel corso del recente incontro finlandese di Lahti Putin agisce sulle divisioni dei venticinque e alza la voce per sottolineare l'importanza strategica per l'Europa della fornitura energetica russa, mettendo un fermo anche poco diplomatico al dibattito sul rispetto dei diritti umani nel suo Paese
Un'Europa divisa ha incontrato la Russia a Lahti, in Finlandia. E questa Europa divisa è stata presa letteralmente a schiaffi dal presidente russo. Alla Spagna, che lo aveva “provocato” con il discorso del presidente del Parlamento Europeo, Borrel, Putin ha ricordato la corruzione dilagante nelle amministrazioni locali.
Al premier italiano Prodi è stato ricordato che mafia è parola italiana. Agli altri, che chiedevano alla Russia di rispettare le regole del mercato, Putin ha ricordato chi scontri inter-europei in materia di telecom, di autostrade, di banche, dove più delle regole del mercato ha giocato la politica. A tutti, indistintamente, Putin ha ricordato il modo in cui gli europei e la Nato hanno trattato il popolo serbo, applicando due pesi e due misure secondo il loro comodo. Per quanto la cena fosse buona, i bocconi sono risultati difficili da trangugiare.
Gli europei, giunti alla cena finlandese con idee disparate su come affrontare la Russia, non si aspettavano un contr'attacco di tale durezza. Se Philip Borrell dice che “il gas non lo si può mangiare”, intendendo con questo dire che la Russia deve pur venderlo a qualcuno, Putin ha fatto capire che la Russia non ha il problema del compratore, perché può venderlo a est, se l'ovest non compra. Ma può l'ovest non comprare? Ecco il punto. E in Finlandia l'Europa ha dovuto misurare il fatto che la Russia non intende più farsi fare la lezione.
Tanto più che l'Europa è davvero divisa: tra “falchi” e “colombe”, come si usava ai tempi della Guerra Fredda. Ma il significato dei due termini è oggi profondamente diverso da allora. I falchi sono di due tipi: quelli che vogliono un linkage molto stretto tra affari e diritti umani, e volevano mettere Putin sul banco degli accusati per l'assassinio di Anna Politkovskaja, per i metodi duri contro la Georgia, per il referendum in Transdnistria sulla adesione alla Russia e sul referendum prossimo venturo in Ossetia del Sud, per la legge che vieta l'attività delle miriadi di organizzazioni straniere, culturali e politiche sul territorio russo. Diciamo che questi sono i falchi “puri”, che ne fanno una questione di principio.
Ma insieme ai falchi “puri”, ci sono quelli “spurii”, o misti, che utilizzano il pilastro dei diritti umani come merce di scambio, integrativa, della contrattazione nel campo del business. Come dire: mettiano il tutto sul piatto della bilancia e costringiamo il leader russo a cedere qualche cosa nel business assegnando ai diritti umani un coefficiente di valore economico. Con l'aspettativa di ottenere due possibili risultati: un allentamento dei limiti dei diritti umani e delle libertà politiche in cambio di un bel pacchetto di investimenti occidentali, ovvero una serie di concessioni economiche della Russia in cambio di risultato zero nel campo dei diritti umani.
A Lahti i falchi hanno ottenuto poco o niente. E le ragioni di questo insuccesso le vedremo tra poche righe.
Le colombe del post guerra fredda potrebbero anche essere definite come i “realisti”. Tra questi spicca stranamente, questa volta, Tony Blair. Il quale ha così espresso il suo punto di vista. “E' importante che noi abbiamo, con la Russia, relazioni in campo energetico che siano d'affari e non politiche. Commerci nei due sensi di marcia, con regole chiare che devono essere rispettate da ambo le parti”. Cioè non mescoliamo i terreni e parliamo solo di cose concrete e misurabili, anche perché le nostre possibilità di influire sulle altre sono praticamente nulle. Altro esponente di spicco della corrente realistica è stato il premier italiano, Romano Prodi. Il quale ha detto che l'Europa deve chiedere alla Russia solo due cose: “sicurezza e affidabilità” (negli approvvigionamenti).
Tra i falchi – tra i quali si annoverano quasi tutti, in varia misura, gli ex paesi satelliti dell'Unione Sovietica e le tre repubbliche baltiche, ma anche settori importanti del parlamento europeo che, trasversalmente a tutti i gruppi politici e nel tentativo di piacere a Washington, puntano a un peggioramento delle relazioni tra Europa e Russia – questo approccio è inaccettabile. E, infatti, è stato non a caso il presidente del Parlamento Europeo, il socialista Josep Borrell, ad alzare il tono delle polemiche, insieme al primo ministro molto conservatore di Estonia Andrus Ansip. E' toccato a Jacques Chirac rimettere la barra al centro, affermando che le questioni morali non possono essere confuse con gli interessi economici. “Ci sono questioni economiche e diritti umani – ha detto Chirac – e queste questioni sono distinte e non devono essere soprapposte”.
E' stato per queste ragioni che, prima di invitare Putin a cena, una discussione abbastanza tumultuosa tra gli europei si era conclusa con la faticosa decisione di affidare al presidente finlandese il compito di esporre a Putin le preoccupazioni europee e al presidente della Commissione, Barroso, di rispondere alle repliche di Putin.
Ma a cena, in atmosfera che avrebbe dovuto essere più distesa, ma che è subito divenuta indigesta, l'irritazione di Vladimir Putin per le ripetute sollecitazioni europee a rispondere sui diritti umani, ha avuto libero corso.
I falchi europei ne ricaveranno materia per attacchi rinnovati. Ed è certo che il negoziato in tema di investimenti europei sulle zone di estrazione energetica, da un lato, e di apertura del mercato europeo alla distribuzione diretta della Russia del gas, dall'altro, diverrà ora più difficile. “L'Unità”, di fatto organo di un partito di governo in Italia, titolava lunedì in questo modo: “Il Cremlino sfida l'Europa” e, “Insulti di Putin agli europei”. L'assassinio di Anna Politkovakaja avrà conseguenze politiche molto vaste e prolungate. In questo quadro è apparsa sorprendente l'intervista che Irina Khakamada ha rilasciato al “Corriere della Sera”, proprio domenica scorsa, in cui ha definito Putin “garante di questa democrazia (russa) per quanto deformata e monca”. E, alla domanda circa gli effetti politici della morte della giornalista russa, la signora Khakamada ha risposto, ancora più sorprendentemente, che “potrebbe essere un complotto per convincere Putin ad assicurarsi un terzo mandato perché altrimenti le cose volgeranno al peggio”.
Giulietto Chiesa è tra gli autori dell'antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi.
Fonte: GiuliettoChiesa.it
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Tortura : esperto ONU , poca consapevolezza , ampia impunità
di Rico Guillermo
Molti Stati dimostrano ancora "mancanza di consapevolezza" sulla gravita' della questione della tortura, malgrado di fatto siano obbligati a sanzionare la pratica come reato penale. Lo ha dichiarato ieri alla sede ONU di New York Manfred Nowak, l'esperto indipendente delle Nazioni Unite e relatore speciale sulla tortura, dopo aver prsentato all'Assemblea generale il suo ultimo rapporto.
Nowak, che ha svolto missioni in molti Paesi - negli ultimi due anni in Georgia, in Mongolia, nel Nepal, nella Repubblica popolare cinese e in Giordania - incontrando alti funzionari governativi, direttori delle prigioni, delle stazioni di polizia ecc, ha detto di aver riscontrato la mancanza della consapevolezza che la tortura e' una delle violazioni piu' gravi dei diritti dell'uomo.
Il relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumane o degradanti, ha dichiarato che "La convenzione contro la tortura (adottata piu' di vent'anni fa) e' molto chiara: dice che gli Stati hanno l'obbligo criminalizzare la tortura con sanzioni adeguate", che, a suo giudizio si intende che la pena massima prevista dovrebbe essere almeno 10 anni di carcere.
Nowak ha avvertito che tuttavia c'e' una larga impunita': sono infatti pochi - ha detto - i casi portati davanti alla giustizia e anche in quei casi i colpevoli ottengono generalmente condanne lievi, come sanzioni disciplinari.
L'esperto ONU ha dedicato gran parte del suo lavoro alla questione della tortura legata alla lotta al terrorismo, che dopo l'11 settembre e' divenuta una controversia mondiale. Egli ha detto che si comprende come i governi vogliano pensare anche alle esigenze di sicurezza, ma citando la convenzione ONU contro la tortura, ha precisato che "nessun'informazione, nessuna confessione che sia stata con certezza estorta con la tortura deve essere usata come prova nei processi".
Nowak non vi ha fatto riferimento, ma solo pochi giorni fa il Congresso USA ha approvato una norma che contraddice questa nel pacchetto 'sicurezza' voluto da George W. Bush e Dick Cheney con la giustificazione di proteggere gli Americani.
www.osservatoriosullalegalita.org
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"Genova". Una proposta per sostenere chi si sbatte
di Wu Ming 1
Per milioni di cittadini di questo Paese, "Genova" non è solo il nome di una città. "Prima di Genova", "nei giorni di Genova", "non dimenticare Genova"... In molti usiamo questa metonimia (scambio del contesto per l'accadimento) e non c'è alcun bisogno di precisare, l'interlocutore sa che "Genova" significa i tre giorni di contestazioni al G8 del 2001, significa il più grave episodio di repressione di piazza degli ultimi vent'anni, significa le storie, le esperienze, le disgrazie di decine di migliaia di persone che si ritrovarono in quella città per manifestare. Significa l'assassinio di Carlo Giuliani. Anche l'espressione "i processi di Genova" non fa riferimento alla città in cui si svolgono i dibattimenti, bensì agli eventi sotto esame. "Sono gli stessi poliziotti di Genova" è un riferimento alla mancata rimozione (figurarsi!) dei dirigenti di PS responsabili del carnaio, e così via. "Genova", e basta.
Ogni timore che "Genova" diventi inattuale e scompaia dalla memoria è immotivata. Ci preoccupiamo, ci facciamo venire idee per continuare a informare, lanciamo sottoscrizioni, ci spaventa l'oblio, e invece succede sempre qualcosa che riporta in auge la tematica. Pare quasi che lo spettro di Carlo torni a perseguitare i suoi aguzzini.
Il gruppo di Rifondazione Comunista al Senato decide di intitolare a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza. Si scatena la CdL e - come direbbe il compianto Pazzaglia - "il livello è basso": mettete Giovanardi a presentare una gara di rutti tra gibboni, aggiungete un siparietto con Putin che fa battute sugli stupri, e avrete un'idea del tono greve e gretto delle dichiarazioni. Prendiamo questa lettera, opera di diversi onorevoli del centrodestra, primo firmatario non dico chi (sottolineatura mia):
[...] Carlo Giuliani, il quale incidentalmente perse la vita a Genova nel luglio del 2001 nel corso del G8, mentre tentava di linciare con un estintore, insieme ad un gruppo di violenti facinorosi, mascherati e armati anche loro di spranghe, alcuni giovani carabinieri di leva, già feriti peraltro durante l'aggressione.
"Genova" rimane una piaga sul cuore del Paese. La morte di Carlo è uno di quegli eventi che spaccano a metà l'opinione pubblica, ultimo di una lunga serie che parte almeno dal Biennio Rosso. Due interpretazioni diametralmente opposte, inconciliabili: non c'è "memoria condivisa" sui fatti di Piazza Alimonda, e per fortuna! Su cosa dovrebbe registrarsi, la convergenza che dà luogo alla condivisione? Su una versione "di centro", frutto d'un inciucio, di una mediazione al ribasso? Come si fa a "mediare" sul fatto che Carlo Giuliani fu vittima e non carnefice, che un corteo autorizzato fu caricato a freddo senza alcuna provocazione, che nelle strade vi fu la caccia all'uomo (e alla donna, e al ragazzino), che nei giorni di Genova le forze dell'ordine ammazzarono, sequestrarono e torturarono?
"Genova" è una piaga sul cuore, come lo sono gli "Anni di piombo", come lo è l'immediato Dopoguerra. Stagioni e conflitti combattuti a cavallo di crepacci, col tempo divenuti sempre più larghi. Due Italie che si affrontano da più di ottant'anni, tenzone intervallata da momenti - anche lunghi, come il Ventennio - di falsa pace sociale e appianamento autoritario dei contrasti.
Oggi è di moda l'omologazione retroattiva: rossi e neri, fascisti e antifascisti, tutta la stessa roba. In fondo anche chi combatteva per Salò (ergo: per Hitler) aveva le sue ragioni e non era tanto diverso, nel bene e nel male, da chi combatteva contro. Anzi, chi combatteva contro era pure più stronzo! E' ormai dietro l'angolo la rivalutazione dello squadrismo agrario di Italo Balbo: in fondo i braccianti socialisti erano violenti uguale, se l'erano cercata, e mica erano i soli ad avere dei valori, pure chi li pestava aveva un'idea di società etc. etc.
Teniamoci pronti, dunque, per quando i Pansa e i Telese del futuro cianceranno di "pacificazione" e dei "ragazzi dei Defender", e cercheranno di convincerci che il "sangue dei vinti" non è quello sgorgato dal cranio di Carlo ma quello che, uscendo da capillari rotti, ha colorato i pochi lividi spuntati sulla pelle degli sbirri ("gente tranquilla che lavorava", in fondo: come in via Gluck, là dove c'era l'erba). E teniamoci pronti per quando cercheranno di riscrivere la storia del movimento di inizio secolo popolandone il ricordo di "Demoni" dostojevskiani, società segrete, violenza gratuita e scoppi di follia. La nostra generazione si è ben guardata dal fare criminose stronzate come il rogo di Primavalle, ma gli storici improvvisati degli anni a venire possono sempre inventarsele. La memoria dei conflitti è un'opera aperta, senza limiti all'interpretazione.
Nessuno s'illuda: quella per "Genova", per la memoria di quei giorni, è una lotta di lunga durata. Non contro l'oblio, ché quello non ci sarà mai, ma contro le "sindromi da falso ricordo".
"Genova" rimane una piaga anche perché è tutto ancora in corso, siamo ancora a Genova, in quelle strade, i capitoli sono ancora aperti. Per comodità e per non dover trovare altri giri di frase, riporto quanto noi WM abbiamo scritto nell'ultimo Giap:
Tre mesi dopo il quinto anniversario e la fiammata di interesse che accompagna le ricorrenze, c'è il rischio che ci dimentichiamo dei processi per i fatti del G8, dell'insabbiamento della morte di Carlo Giuliani e del significato di quelle giornate per un'intera generazione. E invece c'è ancora tanto da fare, da gridare, da esigere.
Ventotto tra funzionari, dirigenti e agenti di polizia sono ancora sotto processo per l'irruzione alla Diaz.
Quarantacinque tra ufficiali e agenti di polizia penitenziaria, PS, CC e personale sanitario sono ancora sotto processo per le torture di Bolzaneto.
Venticinque manifestanti sono ancora sotto processo con le accuse di devastazione e saccheggio.
L'ex numero due della Digos di Genova Alessandro Perugini è ancora sotto processo per il celebre episodio dei calci in faccia a un manifestante minorenne.
Sulla morte di Carlo è calata la lapide di una "verità di stato" che non sta in piedi nemmeno a puntellarla con tutta la malafede del mondo, e dobbiamo batterci perché il caso venga riaperto.
Perché diciamo tutto questo? Perché c'è bisogno di mettersi una mano sulla coscienza e una sul portafogli. Chi si batte per verità e giustizia sui fatti del G8 [...] ha bisogno di donazioni.
Siccome bisogna avere fantasia, noi WM ci siamo inventati un modo per dare soldi al Comitato Piazza Carlo Giuliani e al Supporto Legale per Genova. Noi abbiamo inventato questo, altri possono sbizzarrirsi ed escogitare altri trucchi, a seconda di disponibilità e sensibilità. La nostra idea è stata
usare eBay + alcuni oggetti rari di cui siamo in possesso.
Pochi ricordano il primissimo libro sul Luther Blissett Project. Si intitolava Luther Blissett. L'impossibilità di possedere la creatura una e multipla. Pubblicato nell'aprile 1995 (a ridosso della famosa beffa a "Chi l'ha visto"), arrivò in anticipo di parecchi mesi sul più celebre Mind Invaders. Edito dalla piccola casa editrice bolognese Synergon, che poco dopo fallì, ebbe una prima tiratura di ottocento esemplari in tutto. Da una scatola sottratta al macero, scomparsa per anni in un dedalo di traslochi e appena ritrovata, ne sono riemerse dieci copie. Con tutta probabilità, sono le ultime esistenti. L'autore era il poeta Gilberto Centi, che però non riuscì a finire l'opera per motivi di salute. Gilberto è morto nel 2000, a lui è dedicato il nostro 54 [...] L'opera ha un indubbio valore di testimonianza storica, in quanto documenta gli inizi del Luther Blissett Project e racconta nei dettagli la beffa proto-blissettiana detta "dell'orrorismo". Inutile dire che è un libro rarissimo, introvabile.
Lo abbiamo messo all'asta su eBay [...] Metà dei proventi (l'obiettivo minimo è ottocento euro) andrà al Comitato Piazza Carlo Giuliani e al Supporto Legale per Genova. L'altra metà andrà nella nostra cassa comune, da cui attingiamo per anticipare i soldi delle nostre trasferte (a marzo riprende il tour di presentazioni).
Un altro 10% delle entrate lo daremo a Carmilla, per spese di server e uscite varie. Le copie vengono messe all'asta una dopo l'altra, fino ad esaurimento scorta.
"Genova" è una piaga sul cuore e continua a fare male. Forse per questo l'iniziativa è partita rombando. La prima copia è stata venduta a €170 (offerta diretta). La seconda è stata venduta a €236 (asta). La terza è stata venduta a €281 (asta). La quarta è all'asta in questo momento, ancora per qualche giorno.
Il 20 ottobre u.s. abbiamo versato sul conto corrente del Comitato Piazza Carlo Giuliani i primi €350, la ricevuta è qui.
Per tenere d'occhio le prossime inserzioni, è sufficiente dare un'occhiata al box sulla homepage del nostro sito (oppure metti questa pagina nei segnalibri e usa il box che c'è qui sotto).
Inutile dire che si possono donare soldi a Comitato e Supporto senza partecipare alla "ennesima buffonata dei wuminchia". Basta fare un bonifico o spedire un vaglia, che ci vuole? Ma il problema di donazioni e sottoscrizioni è che hanno bisogno di promemoria, di "marcatori", di sollecitazioni, si tratti di appelli, serate-benefit o ricorrenze. Le sottoscrizioni, purtroppo, da sole non sono memorabili.
Ecco, quest'iniziativa di "feticismo solidale" è il nostro promemoria, il nostro "marcatore", la nostra sollecitazione. Caparezza (o chi per lui) suona gratis per la causa, noi mettiamo all'asta libri rari.
Gilberto sarebbe contento.http://www.carmillaonline.com/archives/2006/10/001982.html
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Il premier: troppi riformisti a parole. E io devo pedalare
Amedeo La Mattina
La Stampa
A Palazzo Chigi questo insistere sulla necessità di rendere più incisivo il profilo riformista del governo, non va giù. «Il cambio di passo - ha spiegato il premier agli esponenti della maggioranza che ha incontrato in questi ultimi giorni - si fa quando la salita è finita. Con questa Finanziaria riusciremo a scollinare una salita ripida e dura. Dopo la cima Coppi, si fa il cambio di passo». E in ogni caso sono i due partiti che pensano di mettersi insieme nel Partito Democratico a dover dare «la spinta riformista decisiva al governo»: «E’ da voi - ha detto Prodi ai suoi interlocutori - che mi aspetto una coerenza riformatrice. Non è solo il governo che deve pedalare, che la sua parte la sta facendo». Insomma, per il presidente del consiglio fin dal primo giorno questo esecutivo ha messo in campo un’azione riformatrice: la stessa manovra economica va in questa direzione, ma non è la soluzione di tutte le aspettative.
Fassino e Rutelli ritengono che l’impianto della Finanziaria va nella giusta direzione, ma chiedono ancora alcuni correttivi. Per Prodi però si possono fare solo alcune variazioni: non c’è il tempo però di riaprire interi capitoli ex novo. Comunque, una cosa deve chiara, va ripetendo il premier nei suoi incontri: «Palazzo Chigi non è il luogo che frena il riformismo mentre gli altri sono i cultori delle riforme. L’eccesso di frammentazione della Finanziaria c’è stato perché qualcuno ha interpretato il suo ruolo in un certo modo. I ministri, ad esempio, non devono guardare solo i settori che dirigono».
Ora si va avanti, e il vertice di sabato con tutti i leader di partito, i capigruppo, i presidenti delle commissioni Finanze e Bilancio, dovrà servire per individuare il percorso parlamentare della Finanziaria. Nella speranza che già sabato il decreto fiscale sarà approvato senza la fiducia. Ma per Fassino e Rutelli il vertice di fine settimana dovrebbe servire a rilanciare il timone riformista. «Devi impegnarti tu in prima persona - gli hanno detto i due leader politici - a lanciare un messaggio diverso da quello che è stato percepito dall’opinione pubblica con la manovra». Ovvero, solo tasse e poca crescita. Prodi non è convinto che il vertice di sabato sia l’occasione giusta. Intanto perché ci sono passaggi ancora tutti da completare in Parlamento. Intanto, deve passare l’idea che verranno presentati solo gli emendamenti alla Finanziaria che trovano l’accordo di tutta la maggioranza. Ed è quello che hanno deciso ieri i capigruppo dell’Unione. Verrà chiesto all’opposizione di presentare alcuni emendamenti che potranno essere accolti. E poi perché il Prc non ne vuole sapere di cambiare l’asse della manovra che, caso mai, è ancora troppo sbilanciata a favore delle imprese.
Per Prodi è giusto il tentativo di smussare gli angoli con la Cdl. Infatti, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha detto ai capigruppo che è intenzione del governo non mettere la fiducia sul decreto fiscale. E ha dovuto sudare sette camicie per convincere alcuni che questa è la strada giusta. I capigruppo dell’Ulivo e del Prc, Franceschini e Migliore, però temono il tranello della Cdl che si appresta a presentare centinaia di emendamenti. I loro colleghi dell’altra parte dello schieramento hanno promesso che consentiranno di approvare il decreto entro venerdì. E i loro emendamenti verranno presentati ma non verrà chiesto di discuterli uno per uno. «E’ vero - ha spiegato Franceschini - che informalmente ci hanno detto di non voler fare ostruzionismo, ma questo impegno devono prenderlo in una sede ufficiale, cioè alla riunione dei capigruppo».
Insomma, c’è in atto il gioco del cerino. Con la maggioranza che vuole verificare la tenuta dell’unità dell’opposizione e quest’ultima che chiede di non mettere la fiducia nè al decreto nè alla Finanziaria. Ma se questo è possibile alla Camera, altrettanto non è possibile al Senato dove si è aperta un’altra frana. La scelta di Fernando Rossi del Pdci di abbandonare il suo partito e di minacciare di non votare la la Finanziaria «se non cambia radicalmente», rende la situazione del governo ancora più complicata di quanto lo fosse fino a ieri.
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Prossimamente su nessuno schermo
di Enzo Costa
Un arrivederci riconoscente alla Festa del Cinema, ma io farò festa quando al cinema troverò almeno uno di questi film. E mi sa che dovrò aspettare parecchio.
Un film su una piccola, linda, insospettabile cittadina di provincia americana che, dietro un'apparenza di normalità e tranquillità, è davvero normale e tranquilla.
Un film-documentario di coraggiosa controinformazione che svela che George W Bush è intelligentissimo.
Un film su una rimpatriata tra ex compagni di liceo che si ritrovano per un pranzo dopo vent'anni e scoprono che sono quasi uguali a vent'anni prima, nessuno che sia fisicamente irriconoscibile o disilluso o fallito. A parte una signora, non identificata e triste perché ha sbagliato pranzo, non avendo tra l'altro nemmeno fatto il liceo.
Un film che invece di sesso esplicito mostra sesso implicito: eroticissima la scena in cui lei unisce i punti dall'1 al 76 della Settimana Enigmistica.
Un film che piace a Enrico Ghezzi e anche a me, eppure sto benissimo.
Un film di David Lynch che si capisce, e quindi è il più misterioso ed inquietante dei suoi.
Un film trash degli anni '70 che però - rivisto oggi - fa ancora più schifo.
Un film sulla crisi dei registi quarantacinquenni che, dopo i film autobiografico-generazionali sulla crisi dei trentenni e sulla crisi dei quarantenni, meditano di truffare l'anagrafe invecchiandosi di cinque anni per poter girare un film sulla crisi dei cinquantenni.
Un film sul dramma dell'immigrazione nell'Italia di oggi, oppure su quello degli emigranti italiani ai primi del '900, oppure su tutt'e due contemporaneamente, così si fa prima a fare il pieno di consensi ai festival, e poi si passa ad un soggetto originale.
Un film di Mel Gibson, ma con Gesù anemico.
Un film di Natale ritirato dalle sale a Santo Stefano.
Un film indipendente, a budget ridottissimo, di un regista esordiente, con attori semidilettanti, uscito su Internet, che è il caso cinematografico dell'anno perché malgrado tutto ciò - una volta tanto - è bello.
Un film distribuito solo sui tivùfonini, il cui protagonista - che nella sceneggiatura era obeso - è anoressico, sennò nel display non ci stava tutto.
Un film che all'anteprima per i critici riceve ventiquattro minuti di applausi e sette standing ovation di cui la prima già ai titoli di testa, ma il regista - esattamente come quella volta in cui invece l'avevano fischiato - dichiara «Non mi importa il parere della critica, per me conta solo il responso del pubblico».
Un film di Tinto Brass, ma apocrifo (troppi cappotti).www.unita.it
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Se pure il Kansas ce l’ha con Bush
di GUIDO MOLTEDO
Per spiegare la sconfitta dei democratici nel 2000 e scrutare quella in arrivo nel 2004, un giovane politologo di talento, Thomas Frank, si era spinto nel cuore dell’America, il Kansas, stato operaio e contadino, un’area colpita dall’arrugginimento della vecchia industria e da un’agricoltura messa alle corde dai processi di globalizzazione.
“What’s the Matter with Kansas?”, che diamine succede in Kansas?, era la domanda che si era posto Frank, e che fece da titolo a un libro diventato un successo editoriale, un volume indispensabile per interpretare la società e la politica degli Stati Uniti, oggi. Quella domanda ne implicava un’altra, banale quanto maledettamente complicata: perché elettori della classe lavoratrice, bastonati dalla crisi, votano in maggioranza per i repubblicani e non per i democratici, andando evidentemente contro i loro interessi economici e politici? Perché il classista Bush e non il liberal Kerry? Perché premiare i campioni delle privatizzazioni, della deindustrializzazione, della deregulation, dei grandi monopoli? I distruttori del welfare state? Dall’indagine di Frank emergevano argomenti concreti che portavano acqua alle analisi più attente della crisi democratica.
Analisi che avevano individuato il nodo cruciale in cui si condensavano le ragioni del declino del partito simboleggiato dall’asino, anche nei suoi insediamenti tradizionali, e del consolidamento della forza repubblicana, anche fuori dei suoi recinti storici.
Il succo era che i repubblicani, in virtù di un lungo, operoso e oscuro lavoro, erano riusciti a diventare un partito di massa, capace di lavorare porta a porta, e nel contempo di accumulare ingenti risorse destinate a “pensatoi” e a centri di formazione politica, nonché a campagne elettorali scientificamente pianificate. Un lavoro trentennale.
Nel frattempo i democratici, sempre più frammentati e rissosi, non riuscivano a cogliere le grandi opportunità offerte dalla presidenza riformatrice di Bill Clinton – per colpa anche dello stesso presidente – ma ricadevano in una crisi di identità e di idee, finendo per apparire anche agli occhi dei loro sostenitori un partito distante e autoreferenziale, più a suo agio tra gli intellettuali e i benestanti che tra gli americani “carne-e-patate”.
Due partiti che riflettevano l’esistenza di due Americhe, distinte e sempre più distanti. Una frattura seria destinata ad approfondirsi. Una divaricazione, nell’idea degli strateghi repubblicani, Karl Rove in testa, che avrebbe dovuto ridurre sempre più il potere democratico, relegandolo a certe aree metropolitane più vicine all’Europa che all’America profonda, e che avrebbe dovuto consolidare la maggioranza repubblicana, fino a farla diventare durevole, addirittura irreversibile.
Oggi quel progetto appare velleitario.
Oggi, probabilmente, Thomas Frank non scriverebbe “What’s the Matter with Kansas?”. Le cronache elettorali dei media statunitensi sembrano ormai dare per scontata la vittoria dei democratici alla camera dei rappresentanti, il 7 novembre, e possibile il loro successo anche al senato. Non si basano solo sui sondaggi che ormai da settimane danno il partito dell’asino comodamente in testa rispetto al rivale dell’elefante. Lo deducono anche dall’affastellarsi di notizie che vengono da stati come il Kansas e l’Ohio.
Notizie, per dire, di numerosi candidati, d’inossidabile fede repubblicana, che cambiano casacca per convertirsi al verbo democratico – «per sempre», garantisce alla Cnn, Cindy Neighbor, in corsa per il parlamento dello stato.
Ma la cocente delusione della sconfitta di Kerry, due anni fa, induce democratici e osservatori simpatizzanti a un atteggiamento tra il prudente e lo scaramantico, anche di fronte a queste rosee previsioni. «I democratici – scrive il grande Frank Rich sul New York Times – sono così brillanti nella loro abilità a strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria che sembra inimmaginabile che possano vincere il 7 novembre». Eppure anche il più scettico, concede poi Rich, deve fare i conti con questa possibilità. Un’eventualità destinata a cambiare il paesaggio americano, e quello mondiale, dunque. Fino a che punto? Una domanda che ne alimenterà tante altre. Per rispondere alle quali converrà, intanto, porsi anche qualche ulteriore interrogativo retrospettivo, su questi anni e sul perché – se davvero ci sarà – il cambio di scenario avviene così repentinamente e rispetto ad assetti che sembravano ormai consolidati e duraturi. Già, perché l’idea di una lunga fase storica di egemonia indiscussa dei repubblicani, quelli peraltro della razza più oltranzista e ideologica, non era solo una fantasia nella testa di Rove e dei bushisti, o dei neoconservatori, ma era stata interiorizzata anche dai democratici, con riverberi sul discorso politico in tutto l’Occidente, e non solo. Oggi quello schema sembra saltare. Forse che il tema dei “valori” è già evaporato? O che la religione non è più un fattore così decisivo? E il tema della sicurezza? Che cosa fa sì che nel giro di soli due anni solide analisi di fase siano rimesse in discussione? A ben vedere negli anni scorsi, in America e non solo, sono stati in diversi a contestare certe interpretazioni correnti della situazione sociale e politica dopo l’11 settembre.
Studiosi seri, come Richard Parker dell’università di Harvard, hanno rigettato con ricerche rigorose certe idee correnti diventate dogma sul profilo e sul ruolo decisivo degli evangelici. Oggi indagini più accurate lo confermano, dicendo, per esempio, che solo il 14 per cento degli evangelici conservatori è contro l’aborto sempre e comunque e che il 22 per cento è anzi “pro choice”, favorevole alla scelta della donna.
Che cosa è andato storto, allora, con il più potente movimento politico che abbia visto l’America da decenni? La guerra in Iraq? Èuna spiegazione, la più citata in questi giorni. L’economia? Spiega poco, anche perché i segnali sono contrastanti, in certe aree (Kansas compreso) c’è una ripresa occupazionale, blanda ma c’è. La figura di Bush? Vengono dunque al pettine tutti i nodi di un personaggio costruito a tavolino dai diabolici Cheney e compagni? Forse nessuna in particolare, e forse tutte queste ragioni insieme. E così, ancora una volta, di fronte a un altro tornante della nostra storia, inquieta la povertà degli strumenti e della capacità d’interpretazione e di previsione. Un limite serio che diventa un impaccio pericoloso e gravido di conseguenze quando, come è accaduto in questi anni, è ammantato da nuove certezze ideologiche, in grado di dominare e orientare il discorso politico. C’è da sperare che l’auspicata spallata a Bush e al suo partito sia anche una sberla a coloro che a livello culturale, anche in Italia, sono stati i suoi sostenitori e compagni d’avventura.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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berlusconi
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Libbero Giuliano
Una delle differenze più evidenti tra destra e sinistra, in questo paese, è nella capacità di comunicare. Non c’è partita: loro sono molto più bravi, più efficienti, perfino più precisi e puntuali. Quando gli serve e dove gli serve, si intende: precisi nel sottolineare i nostri difetti, puntuali nel tacere i loro e creare schermi mediatici su quanto di positivo facciamo noi. Ma queste sono sottigliezze, e comunque se ne può parlare in un altro momento, così come ad un altro momento si può rimandare la questione fondamentale se davvero in Italia ci siano una destra e una sinistra (la risposta è no: abbiamo i neofascisti e il partito di Berlusconi da una parte, e dall’altra una riedizione dei governi Dc degli anni 70-80).
Non è detto che a una migliore comunicazione corrispondano contenuti migliori: e anche questo si dovrebbe sapere, ma non bisogna mai dare niente per scontato e perciò lo scrivo bene in chiaro. Per esempio, negli anni passati è stata fatta passare l’idea che l’Italia abbia assoluto bisogno del federalismo e della devolution, idea che è stata ripetuta e fatta propria anche da sinistra. Qualcosa di vero c’è e lo vedo: la verità però è che l’Italia avrebbe bisogno di amministratori competenti e onesti (tutte e due le cose insieme), dopo di che andrebbe bene anche essere governati via fax dal Gran Mogol o dall’imperatore del Giappone – ma passi. Di questo, e soprattutto di questo, si è parlato molto in questi ultimi anni; si è invece passato sopra, con grande disinvoltura, al conflitto di interessi e alle scandalose dichiarazioni di Berlusconi sulla legittimità di non pagare le tasse, per dire solo le due prime cose che mi vengono in mente.
Come sarebbe stato bello, per esempio, vedere il Parlamento bloccato per due giorni a discutere degli incidenti sul lavoro, con l’opposizione a incalzare e i ministri a rispondere e a impegnarsi; invece questa cosa è stata fatta sull’affare Telecom, con i risultati penosi che ben sappiamo. Questi sono i miracoli della propaganda, così come lo è l’andare in giro a chiedere cosa vuol sentirsi dire la gente per poi metterlo nei programmi. Se mio padre avesse governato così in casa mia, prima chiedendo il parere ai figli e poi facendo debiti per accontentarli, anch’io oggi sarei ancora impegnato a pagare i debiti, come sta facendo l’Italia post berlusconica (post? speriamo...).
Far passare gli insuccessi per successi è molto umano, e questo al di là delle strategie di mercato tanto care nell’ambiente di Forzitalia. E’ umano perché prendere atto dei propri fallimenti aiuta sì a crescere e a migliorare, ma fa anche star male e alle volte è difficile tirarsi fuori da questi pensieri quando li cominci, specialmente a 40 anni: meglio non pensarci e dar la colpa ai comunisti, agli arbitri venduti, o magari agli immigrati. A questi miracoli della comunicazione corrispondono i miracoli all’incontrario della sinistra, come le tante sciagurate campagne pubblicitarie alle quali abbiamo assistito. A queste si potrebbe ovviare cambiando i pubblicitari (si può? non è che poi si vendicano?) ; non si può invece ovviare a un altro nostro difetto, che è quello di non avere le fette di salame sugli occhi. Noi li vediamo, i difetti dei nostri: e ne parliamo.
Ebbene, sì: l’onestà è un difetto. Noi non siamo innamorati di Prodi, tantomeno di d’Alema e di Rutelli. Al massimo della nostra passione, possiamo dire che Fassino è una brava persona. Tutt’altra cosa da quel che capita a destra, dove c’è un culto della personalità che neanche Peppone e don Camillo, dove il ducismo regna sovrano e dove non si può neanche dire che Berlusconi è calvo e ha 70 anni perché gli innamorati, si sa, diventano subito violenti.
E’ per questi “miracoli” che poi mi tocca sentir dire che Rai3 è “militarizzata dalla sinistra” o che Repubblica è schierata e faziosa (schierata magari sì, faziosa proprio non direi: se fosse faziosa sceglierei subito un altro giornale), e tutto questo mentre a destra (ammesso che il partito di Berlusconi sia una destra) esistono cose come Libero e Il Giornale, o il tgcom di Liguori e il tg4 di Fede. “Libero” è il giornale che dopo l’elezione di Napolitano fece un titolo sul “comunista con il pannolone”, per intenderci: spiace riportare l’espressione, ma almeno so di essermi spiegato a sufficienza. Sugli altri titoli sorvolo, perché lo spazio non basterebbe; e del resto basta che passiate domani mattina in edicola per averne un’idea.
E noi qui, a discutere e darci addosso gli uni con gli altri. Per esempio, i candidati ministri dell’Economia di Prodi erano Monti o Padoa Schioppa: che fosse l’uno o l’altro, il contenuto della Finanziaria sarebbe stato questo, ed era chiaro fin dal principio. Ovvio che si possa discutere dei singoli provvedimenti, altrettanto ovvio che non si possa scaricare in eterno la voragine del debito pubblico sui nostri figli e nipoti. Prima o poi qualcuno dovrà pagarlo, questo debito dell’Italia: spero che non siano i miei, di nipoti – nel qual caso preferisco fare un po’ di sacrifici io, così come mio padre li fece per me. Ma questi concetti, nella prima pagina di Libero, non li troverete mai.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
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la Storia non ci insegna nulla, 2
Chi non ha memoria, non ha... non ha... non mi ricordo
"In Italia i morti comandano"
Più cresco (più invecchio) più accumulo sospetti sulle cose che mi piacciono.
Per esempio, la Storia. Mi è sempre piaciuta. Come il vino. E proprio come il vino, comincio a diffidarne. Ho il sospetto faccia male. Di sicuro ha fatto male a tanta gente intorno a me, e chi sono io per scamparla? È una malattia, la Storia. Ti impedisce di guardarti attorno.
L’ho capito ieri sera, per l’ennesima volta. Era l’anniversario dei fatti di Budapest. Io so - più o meno - cosa è successo a Budapest nel 1956. Ma se anche non lo sapessi, in questi giorni l’avrei imparato: mi bastava guardare un tg Rai. Per dire che certe volte siamo ingiusti, nei confronti della tv pubblica. In realtà anche i tg (un po’ come me, come noi) hanno un debole per le digressioni storiche. Non vedono l’ora di imbroccarne una. Sul tg1 di ieri sera era tutto un polemizzare con Togliatti, che se ci pensate è fantastico. È morto nel 1964, Togliatti: ma avreste dovuto sentire, ieri sera, Paolo Mieli come gliele cantava.
Gliele ha cantate così bene e così a lungo, che non è rimasto del tempo per spiegare cosa sta succedendo in questo preciso momento a Budapest. Le immagini mostravano manifestanti intorno ai carri armati, fumogeni tirati ad alzo zero. Non erano le solite immagini in bianco e nero: era Budapest Oggi, anzi Ieri, 23 ottobre 2006. Lo speaker parlava di contestazioni violente, senza troppo spiegare da parte di chi e perché. Perché non era così importante, dopotutto. L’importante è che nel 1956 Togliatti aveva torto. Ecco, quando dico che la Storia è pericolosa, penso a questo tipo di cose.
A volte la Storia ci prende talmente la mano, che il nostro presente scompare. Nel 2006 l’Ungheria è nell’Unione Europea; Budapest è praticamente la periferia di Trieste (o se preferite, Trieste è di nuovo il porto di Budapest); una manifestazione repressa coi carri armati in una capitale dell’Unione Europea dovrebbe avere i primi titoli, e ispirare commenti allarmati. I cronisti dovrebbero per prima cosa spiegarci cosa sta succedendo, chi è che protesta e perché. E invece no, non c’è tempo. Il 2006 scompare, di fronte alla necessità di ricordare il 1956. Non è stato nemmeno fatto il nome del premier ungherese – l’oggetto della contestazione – e del movimento che la ha organizzata. Però è stato inquadrato Palmiro Togliatti. Che nel 1956 aveva torto, ormai non c'è dubbio al riguardo.
Vien da pensare. Chi è che nel 1956 minimizzava gli scontri di piazza? Il PCI, il PCUS. E oggi chi li minimizza? Un po' tutti. E il bello è che lo facciamo proprio mentre stiamo rinfacciando a Palmiro Togliatti (che è morto) i suoi errori. E se gli scontri di piazza di questi giorni fossero il preludio di qualcosa di importante, di qualcosa che non avevamo assolutamente capito? Tanto peggio. Forse ne parleranno i tg Rai del 2056.
Forse i tgRai del 2056 ricorderanno gli errori di... che so, Maurizio Gasparri. Che magari non avrà minimizzato una rivoluzione. Però ieri ha difeso a spada tratta un ex agente KGB che governa da solo una Russia post-sovietica ma ancora molto pre-democratica. Con questi argomenti: "Putin è un amico nostro, un amico di Berlusconi [...] Tra lui e Prodi, Putin ha sempre ragione, qualsiasi cosa dica. A prescindere, come diceva Totò". Per dire che si divertiranno, i nostri nipoti, nel 2056.
Questa nostra ansia di Storia è paradossale: non ha precedenti storici. Nel 1956, giusto per fare un esempio, quando gli ungheresi scesero in piazza, il tg italiano (ce n'era uno solo) si affrettò a parlarne. Gli italiani del 1956 avevano un genuino desiderio di sapere cosa stava succedendo a Budapest nel 1956. Era una città lontana, dall'altra parte di una cortina di ferro: ma era attuale, era importante, era il 1956. Probabilmente i telespettatori non avrebbero gradito una digressione di cinque minuti su quel che era successo nel 1906. Cinquant’anni erano tanti, erano una vita. Adesso un cinquantenario fa notizia.
Adesso passiamo il tempo a litigare – non sulla finanziaria, no, quella riesce a smuoverci appena per una settimana – ma sulla Resistenza. E non parlo di Giampaolo Pansa, che ha trovato la sua miniera d’oro e continua a rivendere più o meno le stesse stragi una volta all’anno, sempre con l’aria di chi scoperchia una tomba fresca. Né dei suoi lettori, che a sessant’anni di distanza ancora non si danno pace. No, io parlo principalmente di quei poveretti che si prendono su da Roma, dico, da Roma, per venire a contestare Pansa a… Reggio Emilia. E sono giovani! E non hanno evidentemente nient’altro di meglio da fare, nessuna lotta un po’ più attuale da portare avanti. No. L’attualità non c’interessa. Il precariato diffuso, lo scontro sociale camuffato da conflitto di civiltà, la mutazione camorristica della società… tutte cose interessanti, ma se permettete, la Storia ci interessa di più. Ci interessa difendere la memoria della Resistenza. Il presente è un dettaglio. Lo difenderanno i nostri figli, se ne avremo.
Una volta ho letto su un libro di un calcolo, secondo il quale questo è il periodo storico in cui il numero dei vivi ha sorpassato quello dei morti. La cosa mi aveva molto impressionato: quindi vivremmo nell’epoca più importante della Storia, quella che le contiene tutte. I drammi del passato sarebbero solo una pallida eco di quelli che viviamo noi – le conquiste del passato, solo un timido abbozzo delle nostre conquiste. Era un’idea che mi piaceva molto, perché mi aiutava a inserire la Storia nel suo giusto contesto. Non voglio dire che non sia importante, la Storia. Esiste. Ci influenza. Ma solo come ci influenzerebbe una vecchia regione inserita in un mondo che cresce ogni giorno. Immaginatele proprio così, come una piccola nazione in bianco e nero, con Togliatti e le foibe (e Napoleone e Tutankamon) circondata da altre nazioni a colori, che ogni giorno spostano i propri confini un po’ più in là. Ecco. Questa è la Storia, questo è il posto che dovremmo darle. Ne avrei scritto prima o poi.
Ma ho controllato su Internet: pare che quel calcolo sia una sciocchezza. I Morti sono ancora di molto superiori ai Vivi. E si sente, lasciatemelo dire.
(E adesso via, largo ai commenti su Togliatti).http://leonardo.blogspot.com/
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SETTEMBRE: QUANTI SONO I RESPONSABILI?
DI DOUGLAS HERMAN
Rense.com
Un cattivo governo mente come forma di politica ufficiale. Non ci si può fidare che un cattivo governo dica la verità. Un cattivo governo non è affidabile per quel che riguarda la salute dei suoi cittadini o dei cittadini di altre nazioni. Un cattivo governo agisce sempre in modo malvagio, egoistico e nascosto. Un cattivo governo sopprime l'informazione, censura la verità e attacca chi osa dirla. Un cattivo governo deve essere sempre forzato, se possibile, a fare la cosa giusta. Che tipo di governo abbiamo noi ora?
Contrariamente alla versione ufficiale del governo, l'attacco dell'11-9 somiglia a un piano furbo e diabolico, compiuto con successo da un pugno di infiltrati in posti chiave del governo e da diverse dozzine di commandos di alto livello. Chiameremo questo gruppo, per semplicità di discussione, La Rete.
La loro era una quadruplice missione. (1) Creare un evento terroristico indimenticabile di cui poter incolpare un gruppo islamico. (2) Creare una serie di spettacolari catastrofi che simbolizzassero un attacco contro l'America ma che servissero anche come azioni diversive. (3) Compiere una rapina da molti milioni di dollari in oro che avvenisse contemporaneamente agli eventi terroristici. (4) Creare, subito dopo gli eventi terroristici, una rete di leggi e agenzie draconiane che distruggessero il diritto individuale, e creare un'atmosfera per un'infinita guerra imperiale. E, ovviamente, rendere difficile o impossibile una qualunque reinvestigazione dell'11-9.
L'attacco dell'11-9 somiglia quindi a un'ingegnosa operazione diversiva per nascondere un piano generale di invasione e occupazione di paesi mediorientali e, simultaneamente, porre in effetto costose e draconiane misure di sicurezza governative, ma non prima di aver rapinato diverse centinaia di milioni in lingotti d'oro. I 19 dirottatori potrebbero essere stati autentici islamici, agenti doppi israeliani, membri della CIA--o componenti periferici della Rete. I dirottatori sono l'aspetto meno importante del piano.
Secondo questo scenario, la Rete avrebbe avuto bisogno di aerei con controllo remoto che somigliassero ai jumbo jet della Boeing. Una gran quantità di aerei--disponibili ed economici--raccolgono ormai la polvere nei deserti della California e dell'Arizona. Avrebbero avuto bisogno della tecnologia per adattare gli aerei. (Gli aerei a controllo remoto sono in circolazione da più di 40 anni). Avrebbero avuto bisogno di una sufficiente quantità di denaro-- una grande quantità di denaro--per assoldare i commandos. Sia il denaro che gli uomini erano facilmente disponibili tramite legami di alto livello al Pentagono con la loro rete di fornitori. Non sorprendentemente, il Pentagono dichiarò miliardi in passivo--il 10 settembre 2001 -- cioè un giorno prima dell'attacco.
Non sorprendentemente, l'uomo che controllava il denaro al Pentagono, Dov Zakheim, godeva anche di connessioni con aziende di elettronica specializzate nell'aviazione a controllo remoto. La Rete aveva bisogno di diverse dozzine di commandos stranieri di alto livello che non fossero fedeli ad alcun paese, e certamente non fossero fedeli all'America. Approssimativamente 200 israeliani furono catturati immediatamente dopo l'11-9. Alcuni furono fermati in camioncini diretti verso Manhattan. Alcuni furono arrestati mentre celebravano la distruzione delle torri gemelle. Alcuni furono fermati e scoperti in possesso di elementi significativamente simili a quelli collegati all'attacco dell'11-9. Tutti questi fatti furono riferiti dei principali mezzi di informazione immediatamente dopo l'11-9. Ma raramente sono stati riportati successivamente.
L’ FBI interrogò è intervistò coloro che furono arrestati vicino a Manhattan. Prima che sospetti vennero rilasciati non fu riferita dall’ FBI alcuna confessione, nessun risultato, nessun test della macchina della verità (e nessuna tortura). “The Terror Enigma” di Justin Raimondo guarda più in profondità a queste caratteristiche sospette, riguardanti il possibile uso di agenti doppi di Israele e di commandos del Mossad cammuffati da trasportatori, artisti e studenti. Prima dell'11-9, questi “artisti” avevano cercato di infiltrare stabilimenti ed edifici governativi protetti. È piuttosto probabile che facessero parte della Rete.
Diversi uomini devono essere serviti per assemblare e impiantare esplosivi nelle settimane, o forse nei mesi, richiesti per compiere a dovere il lavoro. Secondo un esperto finlandese di demolizioni: “Ordinare, preparare e trasportare le cariche per la demolizione del WTC: solamente per i pilastri di acciaio della cerchia più esterna sarebbero servite 40 x 240 cariche, cioè, per ciascuna torre, circa 10.000 cariche da demolizione ognuna del peso di 50 libbre. Per il WTC 7 sarebbero servite almeno 4000 cariche.... bisogna scoprire la misura giusta e le dimensioni delle cariche da demolizione adatte e poi ordinarne 24.000 pezzi. Si deve allo stesso tempo ordinare i giusti detonatori (di cui ne sarebbe servita una quantità molto maggiore). Detonatori adatti solitamente si trovano già nei magazzini delle forze armate (o della C.I.A.). Il tempo di consegna è in ogni caso di diversi mesi. Tutti i detonatori devono essere equipaggiati con un qualche meccanismo di sicurezza da rimuovere con un segnale radio nel momento decisivo.”
“Dopo di ciò, le cariche verrebbero installate nei locali selezionati che non erano in uso. Alcuni di questi locali possono allo stesso modo servire come magazzini temporanei per le cariche da usare altrove. Dopo di ciò l'appartamento viene restaurato e girato ai clienti nel WTC. Qualcuno deve continuamente assemblare circa cinque cariche da demolizione all’ ora. Con 10 assemblatori si possono installare 350 cariche al giorno. Inoltre serve chi trasporti i rifornimenti, i restauratori e le guardie. Forse c'è bisogno di circa 20 persone in più (delle quali cinque sanno cosa sta succedendo e 15 non lo sanno). Questa operazione per l'installazione delle cariche richiede non meno di quattro mesi con l'impiego di 30 uomini.”
Non 10.000 uomini, e nemmeno 1000. Solo degli uomini appositi che conoscono l'importanza della loro missione. La Rete avrebbe poi bisogno di specialisti di alto livello nell'aviazione e nell'elettronica per controllare quei jumbo mentre sono in volo. Dispositivi di segnalazione remota possono essere stati impiantati anche negli edifici. Ci sarebbe stato bisogno di un paio di dozzine di uomini al massimo--probabilmente meno--certamente non di migliaia di uomini. Avrebbero avuto bisogno di uomini che non fossero fedeli ad alcuna ideologia, ma fedeli solamente alla missione e alle ricompense immediate.
Ancora una volta la missione era composta di quattro parti. Creare un evento terroristico di cui poter incolpare un gruppo islamico e che giustificasse l'invasione di paesi stranieri. Creare una serie di spettacolari catastrofi che simbolizzassero un attacco contro l'America ma che servissero anche come azioni diversive. Compiere una rapina da molti milioni di dollari in oro che avvenisse contemporaneamente agli eventi terroristici. (La rapina dell’ oro potrebbe essere stata una sorta di ricompensa, una carota su di un bastone). Creare, subito dopo gli eventi terroristici, una rete di leggi e agenzie draconiane che distruggessero il diritto individuale e creare un'atmosfera per un'infinita guerra imperiale. Molto probabilmente le persone coinvolte godevano di vaste capacità di intelligence. Molto probabilmente comprendevano ex o attuali membri del Mossad, della C.I.A., del Pentagono, e possibilmente pure dell' FBI. Infatti gli agenti anticrimine delle FBI che NON erano a conoscenza del piano--come gli agenti speciali dell' FBI John O'Neill o Coleen Rowley-- cercarono di avvertire i loro superiori, cercarono di avvertire il governo Usa, ma furono ostacolati. Invece la rete operava come un'entità separata e succube. E nessun funzionario di polizia, nessun comune ufficiale militare, nessun comune funzionario del governo godeva dell'accesso al piano segreto.
Da qualche parte lungo il cammino vennero compromessi tre punti chiave nella sicurezza. L'aeroporto Logan, il NORAD, e il WTC-7. La Rete ebbe accesso a tutti e tre questi siti guadagnandone l'ingresso grazie a legami interni. L'aeroporto Logan tramite la compagnia di sicurezza israeliana che lo gestiva; il NORAD e il comando dell'aviazione Usa grazie a Dick Cheney l'11-9; il WTC-7 tramite la CIA, la Silverstein Properties o la Securacom, la compagnia guidata da Marvin Bush. Non deve sorprendere che solo pochi membri di alto livello erano necessari per accedere a ciascun sito. Non decine di migliaia, come i “debunkers” [coloro che si dedicano a screditare e criticare le cosiddette “teorie del complotto” n.d.t.] affermano costantemente. Forse nemmeno centinaia, ma poche dozzine di uomini altamente addestrati eseguirono i loro compiti alla perfezione nelle settimane precedenti l’ 11-9. Al Qaeda--o i 19 dirottatori--avrebbero in qualche modo potuto compromettere qualcuno dei tre punti chiave e ottenerne l'accesso? No. Un gruppo di infiltrati di alto livello nel governo e i loro commandos mercenari avrebbero potuto accedere a questi tre luoghi? Sì, facilmente.
La rete avrebbe potuto fare affidamento su aerei a controllo remoto sin dall'inizio. Perché affidare un'operazione così complessa a 19 scarti delle scuole di volo che spendevano più tempo negli strip club che sui simulatori di volo? Lo scenario più semplice prevedrebbe aerei a controllo remoto, coperti da veloci aerei guida. L'aereo bianco non identificato di cui hanno parlato diversi testimoni vicino a Shanksville potrebbe essere stato uno di quegli aerei. Ma cosa è successo ai voli originali e ai passeggeri scomparsi? Lo sanno con certezza solo gli sfuggenti membri della Rete. Ciò che rimane di più peculiare, e perciò di più sospetto, sono i quattro voli stessi. Non solo i quattro voli erano quasi vuoti, ma un paio degli aerei-- dati per distrutti l'11-9--erano ancora registrati e adibiti al volo mesi più tardi!
Sì, vi erano dei punti deboli nel piano. Gli incendi del WTC-7 che sono stati molto probabilmente accesi da un team di commandos in un qualche momento dopo mezzogiorno dell'11 settembre, hanno convinto molti cittadini creduloni ed esperti governativi che una grossa esplosione aveva danneggiato la struttura. Eppure il semplice fatto che il WTC-7 fu incendiato e poi demolito sembra ovvio. L'edificio 7 doveva essere bruciato e poi fatto crollare in una demolizione controllata, non solo come diversivo, ma anche per distruggere importanti documenti della Security & Exchange su processi in corso riguardanti miliardi di dollari. Non sorprendentemente i piani che ospitavano i registri della SEC furono i primi a bruciare misteriosamente.
Allo stesso tempo, al di sotto del livello stradale, una rapina degna di Hollywood stava avendo luogo. Di quanti uomini c'è stato bisogno per spostare diverse centinaia di milioni in lingotti d'oro? Fate voi il conto. Probabilmente non di migliaia di uomini; probabilmente nemmeno centinaia. Le guardie della sicurezza potrebbero aver ricevuto l’ordine di allontanarsi--dopotutto l'edificio sette stava per crollare. L'alimentazione al sistema di allarme potrebbe essere stata spenta. Chi l'avrebbe riaccesa, pure se qualche guardia onesta avesse riferito che era stata disabilitata? Dunque, l'11-9 è stato una rapina cucita attorno ad un attacco terroristico, o un attacco terroristico cucito attorno ad una rapina? Se l'oro è scomparso, quanto ne manca esattamente? Quanto ne avrebbe potuto prendere Al Qaeda? Sarebbe molto imbarazzante per la città di New York o per funzionari del governo Usa ammettere che alcuni milioni di dollari sono stati presi, perché molti cittadini potrebbero concluderne logicamente dell'11-9 è stato un affare interno. E se un gruppo di ladri non affiliato o collegato ai terroristi ha preso l'oro, perché non sono mai stati catturati? Due camion d'oro sono stati recuperati, schiantati in un tunnel, al di sotto del complesso del WTC. Quanti camion sono sfuggiti?
Al giorno d'oggi abbiamo molti eccellenti telefilm gialli in televisione ma molti pochi detective quando ne abbiamo veramente bisogno. Se il luogo del WTC fosse stato trattato come la scena di un crimine subito dopo una settimana di lavoro di recupero, l'ingegnosità del crimine sarebbe potuta essere svelata. Quel che è successo è che l'11-9 è stato venduto al pubblico come un atto di terrorismo straniero sin dal primo giorno e qualunque prova che potesse essere scoperta è stata rapidamente rimossa e distrutta o riciclata. Gli anni passano e Il Crimine del Secolo--l'11-9--non è mai stato né pienamente risolto né adeguatamente indagato. I lettori mi mandano e-mail chiedendomi quali prove io abbia di questo scenario? Solo buon senso e istinto. Se qualcosa sembra la scena di un crimine e vi è gente che ne ha guadagnato immensamente, penso che un qualunque buon detective sarebbe ugualmente sospettoso. E se chiedo a coloro che credono nella versione del governo dei fatti dell'11-9 quali prove abbiano riguardo? essi mi citano la testimonianza di esperti approvati dal governo. Mi mostrano un confuso videotape di qualcuno identificato come Osama bin Ladin. Mi parlano di un passaporto bruciacchiato trovato miracolosamente pochi isolati dalle rovine del WTC. Non abbastanza prove da poter essere contenute in una scatola da scarpe o da poter reggere in un'aula di giustizia. Inoltre prendere in parola un cattivo governo, noto per non aver mai detto la verità, non è una buona abitudine.
Veterano dell'aviazione Usa e scrittore di romanzi gialli, Douglas Herman ha scritto The Guns of Dallas e contribuisce regolarmente a Rense. Email douglasherman7@yahoo.com Titolo originale dell’articolo: “ 911 Conspirators: "10,000 Men?" Or A Few Top Insiders & Highly-Trained Commandos?”
Link utili:
The 9/11 Operation: A Summary
9/11 Security Courtesy of Marvin Bush
9-11 Review: Precious Metals Stored Beneath the World Trade Center
Amazon.com: Terror Enigma: 9/11 And the Israeli Connection: Books ...
Crossing the Rubicon: Simplifying the case against Dick Cheney
Fonte: http://rense.com/
Link: http://rense.com/general73/command.htm
19.10.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO
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Budapest 1956, se gli storici ridimensionano il mito
«Occasione persa», «Nagy leader insicuro»... A 50 anni dalla repressione dell‘insurrezione ungherese gli storici dibattono. Senza tabù.
Le celebrazioni del 1956 hanno un gusto amaro in Ungheria(Clea Caulcutt) «L’Ungheria non è solo vittima ma anche attore della storia», afferma il professor Charles Gati. A 50 anni dall’insurrezione gli storici ungheresi iniziano a rivisitare il loro passato con occhio assai più critico. I rivoluzionari avrebbero potuto negoziare un compromesso con la Russia.
Retorica romantica
«Avevano vinto una battaglia gloriosa e, per un po’ di tempo (troppo breve, purtroppo!) ne furono felici, nonostante le lacrime per i loro morti e le candele sulle migliaia di tombe appena scavate» racconta Peter Fryer nel suo libro del 1956 Hungarian Tragedy (“La tragedia ungherese”, ndr). Il giornalista britannico descrive i momenti salienti dell’insurrezione del 1956. «Ah, Budapest! Palazzi colpiti e dilaniati, cavi di filobus e telefoni tranciati, marciapiedi ricoperti di vetri rotti e sporchi di sangue. Ma l’animo dei suoi cittadini restava insaziabile».
Peter Fryer non è il solo. Sono molti gli che ungheresi oggi conservano un’immagine mitica dell’insurrezione. L’Ungheria ingannò e sfidò il gigante sovietico proprio come il mitologico Davide contro Golia. Foto toccanti di giovanissimi intenti a lanciare molotov hanno fatto del rivoluzionario ungherese un simbolo dell’anti-comunismo eroico. L’abbandono degli ungheresi nella loro guerra solitaria da parte dell’Occidente ha anch’esso contribuito alla creazione del mito del 1956. Un mito che è ancora vivo in particolare negli Stati Uniti, dove furono accolti gran parte dei 200.000 rifugiati dopo il fallimento della rivolta. Durante la sua recente visita a Budapest, George Bush ha ricordato ancora una volta tali sentimenti. «Dopo mezzo secolo il sacrificio del popolo ungherese ispira tutti coloro che amano la libertà. I popoli di tutto il mondo che muovono i primi passi verso la libertà vi prenderanno ad esempio. E la vostra vittoria sarà per loro una speranza».
Se criticare Nagy non è più eresia
L’insurrezione ungherese fu ritenuta il primo passo verso il crollo del blocco sovietico. Ma il bilancio è pesante. Furono uccisi 2500 rivoluzionari e più di 700 soldati sovietici. Altri 1200 ungheresi furono giustiziati negli anni a seguire. E, secondo lo storico di origine ungherese Charles Gati, professore di Scienze Politiche presso la Johns Hopkins University di Washington, gli ungheresi non furono solo vittime, anzi: «Il regime totalitario sovietico fu possibile solo con la collaborazione di milioni di persone. La Storia non è bianca o nera, ma è fatta di sfumature. Una parte della responsabilità appartiene a noi tutti».
Non solo. In quei pochi giorni cruciali i rivoluzionari avrebbero dovuto essere più realisti e pragmatici. E avrebbero potuto ottenere molto di più. Dopo aver esaminato i documenti operativi della Cia e intervistato vari protagonisti di quei tempi, Gati conclude che Mosca sarebbe stata pronta a negoziare alcune riforme moderate in Ungheria. Dopo il 1953 l’elite politica sovietica divenne fortemente anti-stalinista e nell’ottobre 1956 si pronunciò contro l’uso della violenza. Ma le violenze scoppiate a Budapest nei giorni successivi causarono un cambiamento di rotta e l’Armata Rossa fu inviata a reprimere l’opposizione. Inoltre, rivela Gati, le richieste degli ungheresi furono eccessive. Solo il Primo Ministro Imre Nagy sarebbe stato in grado di smorzare i toni. Ma non lo fece. Andando contro la tradizione storica dell’Ungheria, Gati critica la figura simbolo di Nagy. Era un leader insicuro che, diversamente da Tito, non guidò il suo popolo verso un modello socialista più liberale.
Infuria il dibattito
Eppure, secondo il suo collega ricercatore László Eörsi, un comportamento più misurato non avrebbe cambiato il corso degli eventi. A suo parere infatti Mosca utilizzò le atrocità dei ribelli ungheresi contro gli ufficiali della polizia segreta. E questo per giustificare l’intervento militare e rafforzare la sua sfera d’influenza. Il giornalista ungherese Andrai Gervai aggiunge che la leadership sovietica era così imprevedibile nelle sue scelte che sarebbe impossibile determinare come avrebbero reagito Kruscev e compagni se i rivoluzionari avessero tenuto un atteggiamento più equilibrato. Lo studioso Paul Lendvai afferma infine che riforme moderate evocate da Gati non sarebbero state realizzabili. Perché gli ungheresi credevano che il sistema comunista fosse irrimediabilmente compromesso. Per i rivoluzionari nessuna via di mezzo.
Se gli storici non condividono la stessa interpretazione dell’insurrezione del 1956, sono però tutti concordi nel demistificarne i contorni. A 50 anni da quegli avvenimenti guardano la loro storia e le responsabilità dei loro leader con sguardo più moderato. Ma gli ungheresi, anche nel bel mezzo delle attuali celebrazioni, sono ancora lontani da una riconciliazione con il loro passato.http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8520
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Le gonne corte di Dubai
di Hassan M. Fattah - traduzione di Fabrizio Bottini
DUBAI, Emirati Arabi Uniti, 18 ottobre – i sud-asiatici la chiamano “la città indiana meglio governata”, gli arabi la celebrano come proprio modello di realizzazione, gli occidentali la accettano volentieri per il sole perenne e la vita lussuosa.
Con la presenza di oltre150 nazionalità, e quasi altrettante espressioni culturali, Dubai è una delle città più diversificate del Medio Oriente.
Ma dopo aver venduto per decenni sogni ai forestieri, questo emirato del Golfo Persico ha iniziato a dibattere i limiti del multiculturalismo.
La tensione è scoppiata evidente all'inizio di ottobre, quando un giornale di lingua inglese ha pubblicato un articolo di protesta contro il crescente scarso rispetto dei costume musulmani durante il Ramadan, innescando un inconsueto dibattito pubblico sull'identità culturale di Dubai.
“ Troppa carne in vista è sbagliata in qualunque momento in un paese musulmano: ma l'offesa pesa particolarmente durante il Ramadan ” recitava l'editoriale di prima pagina di 7Days , un quotidiano gratuito.
L'articolo era corredato da fotografie di donne con magliette senza maniche e gonne corte al centro commerciale, con la didascalia MOSTRATE UN PO' DI RISPETTO. 7Days , scritto e diretto in gran parte da occidentali, invitava i lettori “per favore a ricordare che questo è un paese musulmano, dove molti di noi sono ospiti”.
Nel giro di poche ore, il giornale è stato inondato da messaggi e-mail e telefonate, molti che lodavano la testata per aver riconosciuto la sensibilità dei musulmani, altri censurandone quello che sembrava un tentativo di imporre una linea ufficiale.
Presto l'intero emirato stava discutendo.
“Temiamo che gli stranieri ci impongano la loro cultura” spiega Maya Rashid Ghadeer, editorialista del quotidiano Al Bayan a Dubai che si occupa della comunità locale. “Gran parte degli abitanti hanno paura di perdere per sempre la propria identità fondamentale”.
Per decenni l'emirato, parte di una federazione di sette principati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, è cercato di estendere la propria economia accogliendo i forestieri e i loro dollari di investimenti, trasformandosi in un polo del trasporto merci, degli affari, e più recentemente del turismo con alberghi di lusso e altre attrezzature.
Il fatto che la città sia aperta, la quasi assenza di corruzione e la stabilità hanno contribuito a stimolare la crescita economica e l'insediamento, con ampie distese in corso di costruzione e altri progetti in via di sviluppo. Il boom ha portato con sé I problemi delle grandi città, come inflazione, aumento della criminalità e dei tassi di divorzio, un traffico impazzito.
Ma oltre a questo, è chiesto un prezzo alla cultura locale, con molti giovani dell'emirato che iniziano a guardare all'estero, abbandonando le tradizioni e addirittura sposando stranieri. Con soltanto 250.000 cittadini sul totale di 1,2 milioni di residenti, i rapporti demografici sono scoraggianti, osserva Abdulkhaliq Abdallah, professore di scienze politiche all'Università degli Emirati Arabi Uniti.
“Abitualmente sono le minoranze ad essere assimilate dalle maggioranze” spiega Abdallah. “Ma noi non vogliamo assimilarci alla maggioranza. Vogliamo conservare i nostri caratteri particolari, i caratteri di emirato di questa città”.
Allo stesso tempo, Dubai è famosa per offrire una specie di fantasia alla Disneyland alle proprie legioni di turisti. Ha una pista da sci al coperto, grandi magazzini all'occidentale, addirittura alberi di Natale nella stagione giusta, e spesso è difficile ricordarsi dove si sta.
Molti esterni sostengono che è questo che rende Dubai particolare nella regione, e la reazione di qualcuno all'articolo sul pudore musulmano è stata in qualche modo di rifiuto.
“ Hey, questo è il 2006, non il 1666 ” ha scritto un lettore, chiedendo cosa non andava col modo di vestirsi. “ Dubai non vuole progredire verso un'epoca in cui le donne non sono più considerate cittadini di classe inferiore? ”.
“Si potrebbe dire che abbiamo fatto un bel colpo con quella storia” commenta Tony Metcalf, diretore editoriale di 7Days , che racconta di aver ricevuto oltre 500 lettere e messaggi e-mail su questo argomento in soli due giorni. Metcalf sottolinea che la risposta, sia da parte dei lettori musulmani che dei non musulmani, ha scavalcato i confini etnici e religiosi, evidenziando però il livello di tensione esistente.
I mixer delle radio locali si sono scaldati. James Piecowye, conduttore di un talk show , dice di aver tenuto parecchie trasmissioni sull'argomento, con parecchi cittadini e stranieri a dibattere un tema a lungo tenuto nascosto.
“Esiste questa esigenza di affermare esplicitamente i propri diritti, specialmente da parte dei locali” dice Piecowye. “C'è sempre più la voglia di dire: ecco come dovrebbero andare le cose”.
Dubai, ad esempio, ha sempre avuto rigide regole di comportamento in pubblico: un uomo e una donna che si baciano pubblicamente possono essere arrestati; si può essere multati per un abito che lascia troppa pelle scoperta, o se si mangia o fuma durante le ore del giorno nel periodo di Ramadan; avere un alterco con i locali può talvolta portare all'arresto per gli stranieri.
Ma con milioni di turisti che passano da qui, di arresti del genere se ne eseguono pochi.
Il Ramadan, che termina questo fine settimana, è un mese in cui i musulmani digiunano durante le ore del giorno come parte di una concentrazione sui temi spirituali, rompendo il digiuno quando tramonta il sole. Ma durante questo Ramadan, i negozi restavano aperti tutto il giorno, anziché chiudere nel pomeriggio, e molti ristoranti servivano pasti durante le ore di digiuno; gli alberghi offrivano bevande alcoliche la sera, dopo il tramonto. Musulmani locali e dall'estero si sono lamentati a lungo per la mancanza di spirito del Ramadan risotto agli anni precedenti.
“Qui siamo ancora in un piatto di insalata, con pomodoro e cetriolo che non si mescolano” commenta Abdallah, sottolineando come Dubai non possa diventare un melting pot , dato che agli stranieri non è concessa la cittadinanza. “É un enorme esperimento di tolleranza sociale, e deve essere promosso in quanto tale. Ma essere tolleranti non deve accadere a spese dell'identità nazionale e locale”.
Almeno parte della tensione deriva dalle profonde divisioni culturali. In gran maggioranza, i locali tendono a vivere separati dagli stranieri, e raramente interagiscono con loro in forme sociali.
Come accade in molti stati del Golfo Persico, i gruppi etnici di Dubai corrispondono a precise stratificazioni socioeconomiche: i locali sono proprietari, gli occidentali dipendenti coi salari più elevati, i sud-asiatici svolgono i lavori manuali.
Con l'arrivo dell'inflazione, la separazione economica ha accentuato quella culturale, osservano Abdallah e altri.
“Qui non si assaggia il cibo locale, non si ha l'occasione di indossare gli abiti, perché non c'è alcun motivo per farlo” spiega Rima Sabban, sociologa all'Università degli Emirati. “Non c'è niente da fare, non c'è alcuna cultura da apprendere. Il modello offerto localmente è che sia OK stare entro la propria comunità”.
Cogliendo al volo il tema della separazione, il Centro Culturale per la Comprensione fra le Culture Sceicco Mohammed ha organizzato visite e pranzi nelle abitazioni locali per gli stranieri. Questo mese a un centro commerciale, Khulood al-Atiyat insieme ad alcuni studenti ha tenuto una postazione in cui si invitavano i clienti a incontrarsi e parlare con un abitante degli Emirati.
“La gente ci vede come quelle creature che gli camminano in mezzo” spiega la signora Atiyat. “Vedono degli alieni vestiti tutti di nero o di bianco, che sembrano volersi chiudere in sé stessi. Questo è un posto dove possono venire, parlare con noi, fare domande”.
Un nuovo museo high-tech dedicato a Dubai propone mostre ed eventi sulle radici locali.
“Gli E.A.U. restano un paese musulmano e arabo: indossiamo ancora i nostri abaya , i nostri shail ”, spiega la signora Atiyat, riferendosi ai capi femminili. “Siamo fieri di essere quello che siamo, e vogliamo rimanere così”.
[traduzione di Fabrizio Bottini]
da The New York Times
Nota: Titolo originale: Beyond Skimpy Skirts, a Rare Debate on Identity – Scelto e Qui la versione originale dell'articolo http://eddyburg.it/article/articleview/7527/0/239/ ; Qui un altro articolo dello stesso Autore sulle radicali e drammatiche trasformazioni sociali di Dubai, e qualche link http://eddyburg.it/article/articleview/6265/0/215/ http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2766
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Piovono pietre
La lapidazione della 22 enne mostra che l’Iraq è sempre più nelle mani degli islamici
La lapidazione pubblica è una barbarie che nell’immaginario comune viene spesso associata all’Afghanistan dei talebani o alle province più remote del Pakistan. Certo non ci si attendeva che la morte di una giovane ragazza di 22 anni si aggiungesse agli orrori della guerra in Iraq.
Il fatto. È accaduto nella provincia di Al Qaim, circa 300 chilometri da Baghdad, nella parte occidentale dell’Iraq, vicino al confine con la Siria. La notizia è filtrata solo grazie alla testimonianza dei medici che hanno recuperato il corpo martoriato dalle pietre. La giovane, il cui nome non è stato divulgato, è stata accusata di adulterio e condannata da una giuria islamica. L’esecuzione è avvenuta secondo le modalità prescritte dalla sharia, la legge islamica, di fronte all’intera popolazione della città, convocata per assistere alla pena esemplare. Secondo fonti giornalistiche irachene, non si tratterebbe di un caso isolato, al Qaim non è un isola del radicalismo islamico, volantini minatori nei confronti delle donne sono stati distribuiti, negli ultimi giorni, anche in diverse moschee e scuole di Hit, a 250 chilometri dalla capitale. Le donne sotto i 14 anni non devono frequentare le scuole che, in nessun caso, devono essere miste. Gli autori, che minacciano di morte chiunque violerà il divieto, sono sunniti affiliati con la rete di Al Qaeda.
Rituale. La sharia prevede la pena di morte per l’adulterio, sia per gli uomini che per le donne, ma per essere condannati o difendersi è necessario presentare alcuni testimoni che comprovino la propria versione. La discriminazione sta nel fatto che la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo. La legge islamica prevede che il tradimento debba essere scoperto in flagrante, che l’esecuzione sia pubblica e che il condannato debba essere seppellito nel terreno –fino alla cintola gli uomini, fino alle ascelle le donne. Tra i carnefici è prevista la presenza di un giudice islamico e di un esponente della parte lesa. Il codice prescrive nel dettaglio anche la misura delle pietre da usare, scelte in modo tale da non provocare una morte troppo rapida, i versetti da recitare tra un lancio e l’altro e anche le scappatoie: se il condannato riesce a liberarsi e fuggire viene graziato, cosa che per una donna seppellita è praticamente impossibile.
Sharia in Iraq. Dalla caduta del regime laico del Baath di Saddam, l’Iraq è stato invaso da estremisti islamici provenienti dai paesi circostanti, in particolare dalla Siria e dall’Iran. Prima del 2003 casi di lapidazione non si erano mai registrati nel Paese. Oggi, diverse zone, sia sunnite che sciite, sono in mano alle milizie che, oltre a contrastare i militari statunitensi e le forze regolari del governo di Baghdad, sono impegnate nella costituzione di micro regimi islamici. Da un paio di anni almeno, nei dintorni di Baghdad, nel centro e nel sud dell’Iraq, le milizie prendono regolarmente di mira le istituzioni laiche e tutti i civili che ne sono coinvolti. Il primo obiettivo sono state le università, dove centinaia di docenti di discipline non islamiche sono stati eliminati o costretti all’esilio. Ma la stessa sorte è toccata anche ai rivenditori di alcolici, di musica, ai gestori di internet point, e persino agli sportivi.
Lo stato islamico. La lapidazione della giovane è stata eseguita da miliziani sunniti, in una provincia che le truppe statunitensi cercano, senza successo, di controllare dall’inizio della guerra. Ancora oggi diversi militari Usa muoiono ogni giorno nelle operazioni militari in quella zona e nessuna pattuglia, irachena o statunitense, osa avventurarvisi la notte. I miliziani che stanno cercando di imporre il regime islamico fanno parte del Consiglio dei mujaheddin, un gruppo che raccoglie esponenti di Al Qaeda e capi tribali sunniti, ostili tanto alla potenza occupante quanto al governo centrale di Baghdad. Domenica scorsa il governo iracheno ha votato la divisione dell’Iraq in tre aree federali: regione curda al nord, sciita al sud e sunnita nella parte centrale. I sunniti in questo piano risultano svantaggiati per la scarsità di petrolio rispetto alle altre regioni, e in quest’ottica si comprende l’annuncio, dato la scorsa settimana da un gruppo vicino ad Al Qaeda, della creazione di un stato islamico nel centro del paese -con l’aggiunta di Baghdad e di alcune province petrolifere a nord e a sud. Diversi analisti hanno sostenuto si trattasse di vani proclami, ma la lapidazione della giovane è certamente un sintomo e al tempo stesso un monito: l’islamizzazione forzata della regione è iniziata. E i civili di quelle città, ancora una volta, possono solo stare a guardare.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6564
Naoki Tomasini
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Tre strategie papali per ravvivare il cristianesimo
Quale di essa avrà successo nel prossimo secolo?
Immanuel Wallerstein
Benedetto XVI chiaramente ha una terza visione. È d’accordo con Giovanni Paolo II sul rallentamento dell’aggiornamento. Ma non è d’accordo sul fatto che il futuro della chiesa dipenda dal dialogo interreligioso. La sua strategia si concentra sul ricatturare la base tradizionale della chiesa – le sue radici europee. Il discorso che ha pronunciato a Ratisbona è essenzialmente un attacco al secolarismo europeo, e un appello urgente alla rinascita di una dottrina e una pratica cattolica piena e completa in Europa.
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Il mese scorso papa Benedetto XVI ha fatto un discorso nella sua vecchia università, Ratisbona, in Germania. In questo discorso ha incluso una breve sezione in cui ha citato un oscuro imperatore bizantino del 14° secolo, che aveva fatto un’analisi ostile dell’Islam. Questa breve sezione è stata accolta molto negativamente nel mondo islamico e ha portato a sommosse, come pure a molteplici condanne. Il papa si è scusato, ora quattro volte, ma solo per causare altrettanta costernazione. Non si è spinto fino a dire che quella valutazione dell’Islam era fondamentalmente sbagliata. Dopo questo battibecco, gli analisti del mondo intero hanno discusso su come qualcuno intelligente come il papa potesse aver fatto un tale “errore”. Forse non è stato un errore, ma lo ha fatto apposta.
Considerate la natura della chiesa cattolica romana. Esiste da quasi 2000 anni. È una chiesa che crede di comprendere in sé la verità – sia su Dio sia sul ruolo necessario della chiesa nel perseguimento dei fini di Dio. Crede che il suo ruolo sia evangelizzare il mondo intero e arrivare a un mondo in cui tutti quanti, senza eccezione, siano cattolici romani praticanti.
Ora considerate la sua storia come istituzione. All’inizio, era una chiesa in espansione in termini di numero di aderenti alla fede. Si diffuse costantemente, in primo luogo in tutta Europa e in parte del Medio Oriente, per circa mille anni. Poi nell’undicesimo secolo affrontò il suo primo scisma numericamente significativo, quello delle chiese ortodosse orientali. La chiesa cattolica romana come risultato è stata in larga misura confinata all’Europa occidentale e centrale. Nel sedicesimo secolo, la chiesa ha affrontato la riforma protestante, che ha portato alla perdita della maggior parte dell’Europa settentrionale. E dal diciottesimo secolo in poi ha cominciato a perdere cattolici praticanti in favore di quello che vedeva come il cancro del secolarismo e del libero pensiero in Europa.
Nel periodo successivo al 1945 il numero di cattolici praticanti nel mondo paneuropeo crollò drammaticamente per via della diffusione dei valori secolari. Non solo i cattolici non andavano più a messa in paesi la cui popolazione in maggioranza era nominalmente cattolica – Italia, Spagna, Francia, Belgio, Austria, Irlanda, Quebec – ma anche le vocazioni al sacerdozio crollarono drammaticamente. Questo fu vero in misura minore nell’America Latina in larga parte cattolica, dove tuttavia la chiesa cominciò a perdere terreno a favore del protestantesimo evangelico. In generale, tuttavia, nel sud del mondo il numero dei fedeli della chiesa era ancora in espansione, per via della combinazione di più alti tassi di natalità rispetto all’Europa e della minore attrattiva del secolarismo. Quindi la chiesa non fu più in primo luogo europea; stava cominciando ad avere più membri nel sud del mondo.
Il problema della chiesa non era quello di perdere terreno a favore di altre religioni. I cattolici non si stavano convertendo all’Islam, al giudaismo o al buddismo. Né musulmani, ebrei e buddisti si stavano convertendo al cattolicesimo. I problemi organizzativi della chiesa erano in larga misura interni al mondo cristiano. Dopo il 1945 la questione per la chiesa è stata come reagire a questo improvviso e massiccio mutamento organizzativo. Ci sono state tre diverse strategie papali per rinvigorire la posizione della chiesa cattolica – quelle di Giovanni XXIII, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.
Giovanni XXIII chiese un aggiornamento della chiesa. Il concilio ecumenico da lui convocato, il Vaticano II, fece molti cambiamenti nella pratica della chiesa: una visione più flessibile della salvezza al di fuori della chiesa, una liturgia meno basata sul latino, un maggior ruolo collegialmente per i vescovi. Questi cambiamenti sembravano mirati in primo luogo a venire incontro alle critiche implicite ed esplicite dei cattolici del mondo europeo, che volevano la chiesa fosse meno discordante dai valori occidentali contemporanei. Il Vaticano II fu contemporaneo all’ascesa nella chiesa della cosiddetta teologia della liberazione, in particolare in America Latina. Il suo obiettivo sembrava essere quello di rispondere all’idea che la chiesa fosse stata sostenitrice di opinioni politiche ultraconservatrici.
Dall’interno della chiesa vennero molte critiche, nel senso che queste riforme sarebbero andate “troppo lontano”. Giovanni Paolo II riaccentuò i valori cattolici tradizionali della sessualità, il ruolo della donna nella chiesa, e la subordinazione dei vescovi al papa. Attaccò la teologia della liberazione, e nel mondo paneuropeo sostituì i vescovi riformisti con vescovi più tradizionalisti. La sua strategia di rinnovamento sembrava concentrarsi sulle potenzialità per la chiesa nel sud del mondo. Per questa ragione accentuò in modo insolito l’avvio di un dialogo con altre religioni. Sembrava pensare che la chiesa avrebbe potuto avere un maggiore accesso in aree non europee.
Benedetto XVI chiaramente ha una terza visione. È d’accordo con Giovanni Paolo II sul rallentamento dell’aggiornamento. Ma non è d’accordo sul fatto che il futuro della chiesa dipenda dal dialogo interreligioso. La sua strategia si concentra sul ricatturare la base tradizionale della chiesa – le sue radici europee. Il discorso che ha pronunciato a Ratisbona è essenzialmente un attacco al secolarismo europeo, e un appello urgente alla rinascita di una dottrina e una pratica cattolica piena e completa in Europa.
Questo collima con la sua precedente critica al possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea, e la sua fallita insistenza sul fatto che la costituzione proposta per l’Unione Europea includesse un riferimento esplicito al ruolo centrale del cristianesimo in Europa. In una prospettiva del genere l’uso dell’affermazione antislamica di un imperatore bizantino si accorda perfettamente. Può essere visto come un modo per consolidare l’Europa contro un nemico, e quindi incoraggiare tutti gli europei ad accentuare le proprie radici cristiane. È sembrato disposto a rischiare la rabbia islamica per consolidare una base europea.
Tre strategie – aggiornamento, mano tesa verso il sud del mondo favorita dall’ecumenismo, e consolidamento di una base europea su fondamenta cattoliche tradizionali. Quale di queste (o nessuna?) sarà fruttuosa nel prossimo secolo?
Z-Net.it
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Elezioni presidenziali: Parvanov contro Siderov
Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
Alle presidenziali in Bulgaria passano il presidente uscente, Parvanov, e il rappresentante dell'estrema destra Siderov. Al secondo turno sembra scontata la vittoria del leader socialista, ma ora il tema politico principale è la possibilità di elezioni politiche anticipate dopo l'ingresso nell'Ue
Ieri in Bulgaria ci si è recati alle urne per votare il nuovo Presidente. Il 63% dei voti è andato al Presidente uscente Georgi Parvanov mentre il 20-22% dei voti è stato raccolto dal leader dell'estrema destra e leader di "Ataka" Volen Siderov. Il movimento Ataka ha raccolto il doppio dei voti (570.000) rispetto alle elezioni politiche del 2005. Il candidato della destra, Nedelcho Beronov, non ha superato il 10% dei consensi.
“Parvanov è quasi Presidente, dell'astensionismo”, ha titolato la propria pagina il quotidiano Sega. Alle urne si è recato infatti solo il 39-40% degli aventi diritto.
Parvanov e Siderv ora si affronteranno al secondo turno il prossimo 29 ottobre. Molti commentatori hanno fatto paragoni con le elezioni presidenziali francesi del 2002 quando al secondo turno passarono Jean Marie Le Pen e Jacques Chirac.
La retorica anti-turca
Parvanov era il candidato non solo del Partito socialista bulgaro, attualmente al governo, ma anche del Movimento per i diritti e le libertà, punto di riferimento in Bulgaria della minoranza turca. Sono stati più di 200 i pullman di persone con la doppia cittadinanza (turco-bulgara) provenienti da Istanbul, Bursa, Izmir e Ankara e arrivati in Bulgaria per votare. La dura retorica anti-turca adottata in campagna elettorale da Siderov ha infatti compattato la principale minoranza della Bulgaria sul nominativo di Parvanov.
Siderov in campagna elettorale si è proposto, nel caso di vittoria, di dichiarare anti-costituzionale i partiti turchi, vietare le trasmissioni in lingua turca sulla TV statale bulgara, e di espellere dal paese “ogni traditore che sventola in Bulgaria la bandiera turca”.
Attacchi al leader del Movimento per i diritti e le libertà Ahmed Dogan sono arrivati anche dal candidato della destra Nedelcho Beronov il quale ha affermato che “su un terzo del territorio bulgaro si è istituito un regime corporativo etnico rappresentato dal Movimento per i diritti e le libertà”. A suo avviso un secondo mandato a Parvanov non farebbe altro che rafforzare il potere di Ahmed Dogan. Parvanov ha ribattuto sostenendo che è pericoloso giocare sul tema della tolleranza etnica.
La crisi della destra
Al secondo turno rimarrà a casa il candidato della destra, sconfitto da Siderov. Lo stesso Parvanov si augurava che questa situazione non si verificasse. Il Presidente uscente ha affermato che l'arrivo al secondo turno di Siderov sarebbe stato “vergognoso per la Bulgaria”.
“Il vero rivale di Parvanov è Beronov”, spiegavano due studenti ad un comizio elettorale di Parvanov tenutosi il venerdì precedente al voto. “Non abbiamo paura di Siderov, è una testa calda. In molti dicono di sostenerlo ma poi, sapendo che è una testa calda, non gli daranno il voto”.
La realtà si è dimostrata diversa. La sconfitta di Beronov ha approfondito la crisi all'interno della destra tant'è che Ivan Kostov, ex primo ministro e attualmente leader dei Democratici per una Bulgaria forte, uno dei soggetti politici che compongono attualmente la destra bulgara, aveva dichiarato che il proprio partito non avrebbe sostenuto nessun candidato.
Cartoni animati e manifesti elettorali
Durante la campagna elettorale è circolato un cartone animato: il protagonista era Volen Siderov, che se ne andava in giro pistole alla mano e su un carroarmato. Negli slogan del video si facevano dei paragoni tra Siderov e Slobodan Milosevic. Nei sottotitoli si elencavano le cifre delle varie tragedie che hanno costellato la dissoluzione della ex Jugoslavia. In tutta risposta sui cartelloni pubblicitari di Ataka è apparso Parvanov con indosso un fez rosso.
Voto di protesta
L'establishment bulgaro considera Volen Siderov un fascista, xenofobo e con idee contro i rom, i turchi e gli ebrei. Nella notte del giorno delle elezioni molti sociologi hanno sottolineato come nessun politico avrebbe sostenuto Siderov al secondo turno pena il rischio di stigmatizzazione. Secondo gli esperti l'alta percentuale ottenuta da Siderov va considerata voto di protesta da parte di quei cittadini bulgari che hanno perso molte certezze in questi 16 anni di transizione.
Georgi Parvanov ha dichiarato, nella conferenza stampa successiva al primo turno, che senza dubbio vi è un deficit di giustizia in Bulgaria. Siderov ha però sfruttato al massimo questo dato di fatto: il suo ritornello incessante è stato che politici, ministri e primo ministro hanno continuato a depredare i cittadini bulgari rimanendo impuniti.
Al secondo turno Parvanov non dovrebbe avere problemi. Certo è che con una sua riconferma il Partito socialista bulgaro assommerebbe a sé tutte le principali cariche nel paese: Presidenza, Primo ministro, Presidente dell'Assemblea nazionale e procuratore generale.
Attualmente i socialisti sono al potere assiema al Movimento per i diritti e le solidarietà e il Movimento Simeone II. Quest'ultimo partito però non ha sostenuto la candidatura di Parvanov alle presidenziali e questo ha reso ulteriormente fragile la coalizione di governo.
Poprio per questo ora la questione politica principale nel paese non riguarda l'esito del secondo turno, ritenuto scontato, ma l'eventualità di elezioni politiche anticipate, dopo l'entrata della Bulgaria nell'Ue il prossimo primo gennaio del 2007.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6305/1/51/
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Sudan espelle inviato ONU per commento sul Darfur
di Carla Amato
Il governo sudanese ha disposto ieri l'espulsione dell'inviato dell'ONU a Khartoum, Jan Pronk.
La misura, che dovra' essere eseguita - secondo l'agenzia ufficiale sudanese - entro tre giorni, ha generato le reazioni sdegnate da parte della Gran Bretagna, uno dei maggior sostenitori delle risoluzioni ONU contro il governo di Khartoum.
In una nota, il portavoce di Kofi Annan ha confermato l'espulsione - comunicata al segretario generale dal goveno del Sudan in una lettera in cui si chiedeva il ritiro del diplomatico olandese. Annan ha disposto che Pronk torni "per consultazioni".
La ragione della decisione sudanese sembra risiedere nelle affermazioni di Pronk riguardo a due sconfitte dell'esercito regolare del Sudan in Darfur, la regione travagliata da tre anni di conflitto con i ribelli.
Contro queste dichiarazioni in governo aveva protestato venerdi' giudicandole incompatibili con il suo mandato e l'esercito aveva suggerito che l'inviato ONU fosse persona non grata per essersi apertamente ingerito nelle questioni dell'esercito sudanese, per cui il governo del presidente Omar al-Béchir ha preso la decisione di espulsione.
Ma secondo il governo del sud-Sudan l'espulsione di Pronk non risolvera' i problemi del Darfur, mentre potrebbe mettere in pericolo la gestione federale (il paese e' una federazione, ed il presidente dello Stato meridionale e successore di John Garang e' anche il primo vicepresidente del Sudan).
Dietro a tutto questo c'e' pero' l'opposizione di Khartoum alla decisione del Consiglio di sicurezza di inviare i caschi blu in Darfur, dove e' in atto una crisi umanitaria e non si riesce a giungere al cessate il fuoco.
L'ONU aveva previsto l'invio delle truppe internazionali nella regione solo dopo l'accettazione da parte del Sudan, consenso che il governo sudanese - che a suo tempo denuncio' alla Lega Araba il tentativo occidentale di creare un nuovo Iraq - ha ripetutamente negato.
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Partito democratico: primarie sul leader
Monica Guerzoni, Corriere della Sera,
FRASCATI — Arturo Parisi lo aveva detto, il Partito democratico non è per Prodi ma per gli eredi di Prodi. E ieri, dietro le quinte di Villa Tuscolana, gli «eredi» del Professore, Francesco Rutelli e Piero Fassino, hanno siglato un patto di ferro per il Partito democratico. Un patto che riguarda anche la leadership, tanto che il presidente della Margherita e il segretario della Quercia avrebbero già concordato la tappa culminante del processo verso la nuova casa dei riformisti: elezioni primarie per la scelta del leader nella primavera del 2008. Il via libera, a suo modo, lo ha dato lo stesso Prodi, dicendo a
Repubblica che il suo obiettivo non è «dirigere» il Partito democratico. E così ieri mattina Fassino ha disegnato l'imminente futuro: «Questa legislatura può essere l'ultima di un ciclo cominciato negli anni Novanta, o l'inizio di un ciclo nuovo della vita politica e sociale». Nuovo partito, nuovi contenuti, nuovo leader... La sintonia tra Fassino e Rutelli è ostentata, il patto generazionale sembra destinato a durare. «Ds e Dl vogliono accelerare d'intesa con Prodi», sprona il vicepremier. Oggi i due leader vedranno il presidente del Pse Poul Nyrop Rasmussen, con l'obiettivo di sondare il gradimento del piano di Fassino per scongiurare la scissione dell'ala sinistra dei Ds: trasformare il gruppo parlamentare del Pse in un nuovo contenitore «socialista e democratico». Sabato Rutelli ha sentito il vicepresidente del Partito democratico europeo Francois Bayrou e ieri ha conversato a lungo con il capogruppo del Pde a Strasburgo Graham Watson. Rutelli punta a intestarsi l'egemonia culturale della futura ala liberale del Pd e per questo ha chiesto al senatore Antonio Polito di intessere contatti con il mondo imprenditoriale e i partiti progressisti d'Europa.
Ed è di nuovo querelle — e questa volta ai massimi livelli — sugli elenchi delle primarie. Chi possiede i nomi dei 4.307.130 cittadini che il 16 ottobre 2005 si sono messi in fila per indicare il candidato premier dell'Unione? Ed è vero, come sospettano gli ulivisti, che i nomi dei falsi tesserati della Margherita sono stati presi dagli elenchi delle primarie? Rutelli ha inviato una lettera a Prodi per chiedere la lista, in quanto «la Margherita non ne dispone». Ma neanche Prodi pare disporne e così il premier di missive ne ha inviate due: una in via Nazionale per il ds Vannino Chiti e l'altra in via delle Fratte, sede della Margherita, per il responsabile organizzativo Nicodemo Oliverio, cui compete anche il tesseramento del suo partito. «Rutelli — scrive Prodi — mi ha chiesto gli elenchi e io mi rivolgo a voi che eravate i responsabili...». E oggi nuova riunione della commissione di garanzia della Margherita, per far luce sul tesseramento gonfiato.
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Legge elettorale, via al referendum
Silvio Buzzanca
la Repubblica
La petizione di LeG // ROMA - Parte il lungo cammino che dovrebbe portare gli italiani a votare un nuovo referendum abrogativo, parziale. della legge elettorale. Si costituisce infatti oggi, intorno al costituzionalista Giovanni Guzzetta, il comitato promotore. Un gruppo molto trasversale che comprende, fra gli altri, amministratori come Illy, Bassolino, Chiamparino e Poli Bortone; studiosi come Barbera, Ceccanti, Cheli, Pasquino, Bassanini e Panebianco; politici e opinionisti come Lerner, Giannino, Turci, Nicola Rossi, Salvati, Realacci, la Prestigiacomo.
Il secondo atto andrà in scena domani mattina, quando i promotori depositeranno in Cassazione i due quesiti referendari. «Il primo obiettivo è quello di eliminare la possibilità di collegamento di coalizione con la conseguenza che il premio di maggioranza viene attribuito alla singola lista che ottiene il maggior numero di voti», spiega il professore Guzzetta. Il secondo, continua il costituzionalista, «farebbe cadere la facoltà di presentare candidature multiple. Questo perché abbiamo visto che l´attuale Parlamento è formato per circa un terzo da candidati scelti da candidati plurieletti».
Questo dal punto di vista tecnico. Politicamente, invece, aggiunge Guzzetta, cancellare alcune norme della attuale legge elettorale, «significa creare la necessità di creare liste competitive, in grado di ottenere la maggioranza dei voti. Quindi avremmo un´aggregazione delle forze politiche esistenti e una spinta molto forte verso un sistema bipartitico».
Il referendum incrocia dunque uno dei grandi temi al centro del dibattito politico: la nascita del Partito democratico. E di una formazione speculare del centrodestra. Oggi spiega Guzzetta, «i sistemi politici moderni non funzionano più così e i partiti si presentano agli elettori con un programma coerente e le elezioni non sono più la ripartizione delle quote azionarie in Parlamento». Quindi, conclude lo studioso, «in Italia abbiamo realizzato l´alternanza, ma non abbiamo ancora la semplificazione all´interno dei Poli. Questo referendum, obbligando a creare due forti raggruppamenti coerenti che mirano alla guida del paese, spinge nella direzione di un sistema sostanzialmente bipartitico dove i contendenti si presentano con un unico simbolo e un unico programma».
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OLTRE IL GIARDINO
Visco e le ansie delle corporazioni
ALBERTO STATERA
Vincenzo Visco, viceministro dell’Economia con delega per le Finanze, è un uomo preparato e probo. E, a dispetto del fatto che i suoi detrattori lo paragonano ingenerosamente al conte Dracula che impazza con i canini affilati in un centro di donatori di sangue, ogni tanto fa dei miracoli meglio di Padre Pio. Come quello che ha compiuto qualche giorno fa, quando è riuscito a mandare in piazza contemporaneamente, nel famoso corteo del Colosseo presidiato da Fini e Larussa per protestare contro di lui, contro Prodi, Bersani e Padoa Schioppa, gli infermieri, nobile categoria che una volta veniva definita del proletariato, insieme ai notai, che, secondo i vecchi canoni, definiremmo alta borghesia.
Che c’entrano gli infermieri o le ostetriche con i notai? Assolutamente niente. Non solo perché le professioni sono assai diverse, ma perché il reddito ufficiale medio delle rispettive categorie oscilla del duemila per cento, o giù di lì. Diciamo ventimila contro quattrocentomila.
I notai in Italia sono 4.693 e ciascuno di loro dichiara al fisco 428.497 euro all’anno, pari all’incirca a un reddito medio di 70 milioni al mese di ex lire. Visco dovrebbe dargli una medaglia perché sono in assoluto i suoi «clienti» migliori, i beniamini dell’Agenzia delle Entrate, e loro dovrebbero accendere un cero a Padre Pio o a Sant’ Antonio per il benessere che lo Stato gli garantisce, pur in cambio di funzioni utili. E invece vanno in piazza a incanaglirsi con Larussa. Perché Bersani, nella sua sacrosanta ma un po’ confusa ansia liberalizzatrice gli ha tolto un po’ di incassi derivanti dal trasferimento di proprietà delle auto? Non possiamo crederci. Per una scelta ideologica contro il centrosinistra e il governo Prodi? Men che meno. Il presidente del Consiglio del Notariato Paolo Piccoli, parente dell’ex potente segretario della Democrazia cristiana Flaminio Piccoli, viene dato come simpatizzante della Margherita, anche se nei cinque lunghi anni del governo Berlusconi non ha negato qualche cortesia alla maggioranza dominante. E allora perché le corporative marce antiliberalizzazione e le costose campagne pubblicitarie lobbiste di una categoria cui la Finanziaria toglie un bel niente e che può solo consolidare i suoi già cospicui privilegi? Forse perché è il concetto stesso di liberalizzazione che mette in ansia una categoria al tempo stesso di professionisti e di pubblici ufficiali.
In buona parte del mondo il notaio non esiste, non c’è un professionista che avalli atti pubblici. Ma è anche vero che il notariato di tipo latino c’è in 74 paesi, a cominciare dalla Germania, dove i notai sono 9.355 e dalla Francia (8.056). E che la Cina, dopo aver lungamente studiato i sistemi angloamericano ed europeo continentale, ha scelto il modello del notariato italiano. Non che la scelta di Pechino sia un marchio di qualità, ma «civil law», come in Italia, e «common law», come in America, hanno entrambe pregi e difetti nel controllo di legalità degli atti pubblici. I notai negano che dove la loro professione non esiste si possa acquistare una casa andando a verificare su Internet la proprietà dell’immobile o l’esistenza di ipoteche, come sostiene il professor Francesco Giavazzi, padre dell’agenda delle liberalizzazioni. «Sarebbe come dire che chiunque può operarsi al cervello da solo o costruirsi la macchina nel garage di casa», ironizza Eugenio Stucchi, socio fondatore dell’Associazione Giovani Notai, rivendicando alla categoria un ruolo essenziale in un’economia sempre più complessa.
Se questo è vero, Visco il vampiro ha l’occasione della vita: rassicuri i ricchi notai sull’inestinguibilità della loro professione, ne faccia i testimonial della fedeltà tributaria, visto che per amore o per forza sono ai vertici del reddito dichiarato, ma soprattutto ne faccia, da pubblici ufficiali, i suoi «scudieri» nella lotta all’evasione fiscale.
a.statera@repubblica. it
Affari & Finanza
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Berlusconi e il suo popolo
di Furio Colombo
Sabato mattina, nel corso del programma Omnibus, un collega che partecipava con me al dibattito sulla nuova legge Gentiloni mi ha detto, con comprensibile esasperazione: forse dovremo cominciare a ragionare al netto di Berlusconi, vedere i problemi del Paese (delle televisioni) così come sono, senza cominciare e finire sempre con lui. Gli ho detto, come dico adesso su questa pagina, che sarei felice di farlo, sarebbe l’inizio di una vera vacanza.
Purtroppo non si può. Berlusconi è di nuovo in piazza. Ne ha diritto, naturalmente.
Il fatto è che Berlusconi non solo è in grado di potersi pagare (attraverso legami e joint venture con costellazioni di imprenditori che hanno convenienza d’affari a comparire accanto a lui) spostamenti di folle. Lo è nel senso di essere in grado di comandare alle notizie di comparire nel modo, nella sequenza e con titoli e spazi ed enfasi che lui desidera. Perché da dieci anni ormai ogni carriera italiana nel campo delle comunicazioni dipende dalla simpatia o antipatia di Berlusconi in persona.
Per esempio, durante il passato regime, ogni volta che un titolo dell’Unità accennava a una delle tante malefatte del governo che ha stroncato l’economia del Paese e indicava non solo il gesto legislativo ma anche l’autore, Berlusconi, circondato da tutti i sub-appaltatori politici di Casa delle Libertà (detti altrimenti “i partiti della coalizione”) gridava che la nostra denuncia era un attentato alla sua vita, che stavamo dando nomi e indirizzi ai nostri amici terroristi.
Ma ora che Vicenza è stata teatro di una manifestazione schiettamente cilena, in cui si sono sentite frasi come «Se Prodi oggi lo incontrano gli italiani, non lo fanno tornare a Palazzo Chigi» non troverete neppure una riga sul rischio della vita che, con una simile barriera di violenza verbale, di scatenamento della folla, di accuse che hanno coinvolto il presidente della Repubblica, del Senato e della Camera, e la ripetuta accusa di «governo ladro!», viene creata intorno a chi sta dalla parte del governo, e, più ancora, ha la responsabilità di rappresentare le istituzioni.
S’intende che non è vero. Le manifestazioni politiche non creano pericoli fisici agli avversari.S’intende che si tratta di una trovata per mettere museruole alla democrazia (come vedete anticipo la appassionata difesa che di quelle parole e di quella manifestazione farà Sandro Bondi se ancora gli rimangono forze dal suo sciopero della fame contro la Finanziaria). Ma ho ripetuto la grottesca accusa per far capire di che cosa è fatta la “politica” di Berlusconi: bugie, accuse immense, incitamento ai peggiori sentimenti del suo popolo, una sfacciataggine senza limiti. Ha fatto approvare tutte le sue finanziarie con il voto di fiducia ma se lo facesse Prodi metterebbe a rischio la libertà degli italiani. Lo fa perché ha la forza economica e il controllo mediatico che gli consentono di non risponderne.
Nel Tg1 di venerdì scorso, un giornalista è riuscito ad agganciare il combattivo leader della opposizione basata sul controllo dei media, e ha ottenuto, per Prodi, la definizione di “emergenza democratica” se chiederà il voto di fiducia per la Finanziaria.
Certo è che neppure adesso, neppure nel nuovo e ben diverso Tg1, il nostro collega ha trovato l’occasione per la seconda domanda: «Scusi Presidente, ma lei ha sempre usato il voto di fiducia, pur avendo grandi maggioranze sia alla Camera che al Senato. Come lo spiega?»
Pensateci bene: chi vorrebbe impigliarsi nella memoria notoriamente vendicativa di Berlusconi con una simile frase di normale giornalismo? S’intende che più avanti nel corso del Tg abbiamo rivisto la storia della sequenza dei voti di fiducia costantemente imposti da Berlusconi quasi solo per impedire ai suoi, più ancora che alla opposizione, di discutere o di cambiare anche una piccola parte delle sue leggi indecenti.
Ma vorrei segnalare altri due eventi della memorabile giornata di Vicenza. Il primo: è stato fischiato sei volte l’Inno di Mameli. È stato fischiato fino a quando “i possenti altoparlanti della piazza” (nella Casa delle Libertà non si bada a spese) hanno trasmesso Va pensiero, la bella musica verdiana dedicata alla sofferenza del popolo ebraico che, purtroppo, è stata scelta come identificazione (unica che non sia volgare e imbarazzante) dei leghisti.
Ma attenzione. Dovete essere un lettore accanito di agenzie di stampa per ricostruire attraverso dispacci separati e titoli riduttivi la portata dell’evento. La pagina che ho stampato dalla Rete comincia con «Qualche fischio all’Inno di Mameli» (Agi); «Per sei volte durante la manifestazione di Vicenza è stato suonato l’Inno di Mameli e per sei volte il popolo della Lega presente ha fischiato» (Adn Kronos) . Poi l’Ansa: «Nella piazza di Vicenza una parte di sostenitori ha fischiato sei volte l’Inno nazionale diffuso dagli organizzatori in attesa dei leader della Casa delle Libertà». Ma segue subito, in tutte le agenzie, un unico commento, quello del leghista Luca Zai, che spiega: «È la delusione del popolo dei leghisti per il fatto che non sia stato trasmesso prima Va pensiero». Vi immaginate lo scandalo, la denuncia di legami con il peggior terrorismo del mondo, l’insulto ai nostri soldati impegnati nelle missioni di pace, se il più piccolo e periferico gruppetto di qualche sinistra ignota avesse dato luogo, anche solo con cinquanta persone, e magari al chiuso, a un evento di questo genere, fischiare Mameli?
Vi immaginate la raffica di telefonate e richieste di interviste che tutti gli opinion leader della sinistra italiana, da Giampaolo Pansa in giù, avrebbero ricevuto per commentare il gesto ignobile, del resto tipica rivelazione dell’odio per la Patria da parte della sinistra, che fin dalla Liberazione, voleva costruire un’Italia sovietica?
Ecco, questo è il controllo delle comunicazioni.
Data un’occhiata in giro, ai giornali di oggi, e vedrete che, sulla questione dell’Inno di Mameli non si va al di là della folklorica esuberanza leghista, e della vivacità di popolo.
A proposito di popolo, sostate un istante a immaginare che Prodi esca allo scoperto per cercare sostegno popolare e trovi in piazza solo diecimila persone. Ci sarebbero beffa, irrisione, vignette e penosi corsivi sul fatto che «saranno stati quattro milioni e trecentomila coloro che hanno votato alle primarie, ma adesso quel popolo non c’è più».
A seguire una serie di aneddoti su come la gente fa in fretta a cambiare opinione.
Del resto avrete notato che da quattro giorni si discute del “crollo di Prodi”. Eppure Prodi, al momento, al confronto con Bush, con Blair, con Chirac, è ancora il leader di governo più popolare in Occidente. Quando accadeva a Berlusconi, la disputa durava sì e no un giorno, perché lui faceva circolare immediatamente i suoi sondaggi che dicevano sempre (nel 2004, nel 2005 e anche adesso, alla fine del 2006) «Siamo avanti di sei punti». Lo diceva e lo faceva pubblicare.
Faccio un’altra scommessa sull’universo giornalistico che Berlusconi è in grado di controllare. Ci sarà almeno un titolo con la memorabile frase di Bossi: «Silvio, ce lo abbiamo duro ed è anche per questo che oggi è pieno di donne»? E poiché la frase è detta accanto a quest’altra: «Dobbiamo prepararci a marciare su Roma», la sana ispirazione fascista dovrebbe essere chiara e orientare il titolista. Ma non accadrà. Mi aspetto piuttosto: «La destra agguerrita torna in piazza», come se questa fosse la destra liberista, la destra di mercato, la destra delle imprese che con originalità e destrezza inventano prodotti e invadono i mercati. Al suo meglio, questa è la destra di Le Pen e di un fascismo rancido, un avanzo della storia.
Ma se controllate i media e tutte le carriere di tutti (o almeno molti) che lavorano nei giornali e nelle televisioni, ve lo potete permettere.
Del resto nessuno di noi, che dovremmo essere abituati alle domande intriganti e alle inchieste, si è chiesto: ma che razza di credenti saranno questi che prima e dopo essersi inginocchiati davanti al Papa (un Papa serio e risoluto, che non perde tempo negli aspetti della politica ornamentale e va dritto ai punti teologici che gli stanno a cuore e su cui chiede attenzione e obbedienza) fischiano con tutte le forze il cattolico Romano Prodi, presidente del Consiglio, e si spellano le mani per applaudire Silvio Berlusconi, forse per il fatto di avere fatto così tanto per le sue svariate famiglie? Saranno gli stessi credenti che si entusiasmano per le virili affermazioni di Bossi?
Ma Vicenza non è finita, c’è anche materiale per la Digos. Per esempio l’affermazione leghista «La piazza è determinante e la gente è istintiva e non vuole più il governo Prodi. Vuole che vada subito fuori dalle scatole». Come vedete non è esattamente una richiesta di nuove elezioni.
Ah, e non dimentichiamo che in piazza, accanto ai “duri” di Berlusconi e di Bossi, accanto alla grazia con cui Berlusconi si è espresso sulle istituzioni e sul Paese, c’era anche l’uomo fidato dell’Udc Giovanardi. Non dimentichiamo che, se ci fosse un sistema di media normale, il quadro apparirebbe comico: Giovanardi fa parte dei fischi all’Inno di Mameli. Il suo capo Casini li condanna a difendere Napolitano. Ma attenzione alla grandezza dei leader. Casini dice che «nella destra vi sono alcuni cretini» cioè poca roba.
E per difendere il presidente della Repubblica Napolitano, accusato da Berlusconi di essere “uno di loro” (come dire, dal Soviet al terrorismo) afferma che «Napolitano è un uomo che rappresenterà tutti noi». L’escamotage è parlare al futuro. Come dire: per adesso non so, ma mi immagino che nei giorni a venire starà attento al segnale ricevuto.
Brutta giornata dunque, quella di Vicenza. Ci dice che una destra alla Pinochet, che non ha niente della destra moderna e tutto del populismo volgare e para fascista, sta seminando di chiodi le strade e cerca sul serio di creare un invivibile disordine. Un simile progetto - del tutto separato dalla democrazia - ha due barriere: un serio e coraggioso mondo dei media disposto alla descrizione accurata di ciò che accade (se non al commento e alla interpretazione). E una maggioranza che si rende conto del pericolo e smetta il continuo logorio delle battaglie interne. Quella per l’Italia è la sola che valga la pena di affrontare.
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L’INFORMAZIONE MALATA
Abbiamo rivisto come in un incubo immagini di un (sedicente) capo dell’opposizione che straparlava da un palco, con gran folla plaudente ai suoi piedi che si affannava anche a fischiare l’Inno di Mameli.
L’abbiamo sentito accusare il Presidente del Consiglio che ‘’richiedere la fiducia sulla Finanziaria non è democrazia’’. E lui, che aveva oltre 100 voti di maggioranza, l’ha usata ben 46 volte, di cui 13 erano sulla finanziaria o decreti collegati. Ha anche accusato Prodi di mendacio (sic!), e il popolo applaudiva, applaudiva….
La comunicazione radio televisiva è ancora in larga parte in mano alla CdL e così queste menzogne passano quasi senza colpo ferire, perché lo spazio dato al Presidente del Consiglio in una intervista, è stato usato per qualche puntualizzazione borbottata e di difficile comprensione.
Gran parte dei cittadini del centrosinistra sono sconcertati di fronte a questa incapacità di comunicare tutte le cose positive che il Governo, tra mille difficoltà, riesce a fare.
E le fa nel solco del programma, rispettando gli accordi presi in Europa (guarda caso proprio dal Governo precedente, che i conti li aveva mandati a rotoli con la saccente azione del ripescato ministro dell’Economia), ridando fiato all’economia e ristabilendo un po’ di giustizia fiscale.
La Confindustria, dopo aver ottenuto il massimo che poteva, data la situazione dei conti dello Stato, ha ripreso il vecchio sport che le è congeniale: sparare sul Governo per alzare la posta e non inimicarsi le piccole e medie imprese.
Abbiamo DIRITTO a una migliore informazione: comprensibile, chiara e tempestiva.
Simona Giovannozzi
22 Ottobre 2006
www.communitas2002.it ___________________________________
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Il Referendum che verrà
Rocco Di Rella
Il costituzionalista Giovanni Guzzetta ha elaborato un quesito referendario sulla legge elettorale scritta dall’odonto-costituzionalista Roberto Calderoli e compattamente approvata dalla Casa delle Libertà alla fine dello scorso anno.
Ricordo che quella legge, voluta e votata solo dalla Casa delle Libertà, ha spazzato via i collegi uninominali, ha reintrodotto il riparto proporzionale dei seggi e ha eliminato ogni sbarramento all’ingresso in Parlamento di partiti, partitini e partitelli (una lista familiare, come quella DC-PSI, è riuscita ad avere dei seggi con solo lo 0,7% dei voti).
Gli effetti di quella porcata (così definita da colui che l’ha scritta) sono sotto gli occhi di tutti. La frammentazione politica è arrivata a livelli intollerabili, il potere di ricatto delle listarelle a conduzione familiare è sempre più insopportabile, la razionalità del sistema politico è sempre più rarefatta.
Di questo disastro dobbiamo “ringraziare” il signor Berlusconi e i suoi dipendenti (Casini, Calderoli, etc.) che, accecati dall’ossessione di ridimensionare la portata della prevista vittoria elettorale del centrosinistra, sono “egregiamente” riusciti nell’opera di far impazzire il sistema politico italiano.
Il professor Guzzetta è un uomo di buona volontà che, dopo essersi studiata la porcata calderoliana, ha individuato dei varchi che consentirebbero di emendarla attraverso un referendum abrogativo. In particolare, il testo del quesito referendario predisposto da Guzzetta vuole eliminare l’assegnazione del
premio di maggioranza ad una coalizione di partiti e fare in modo che a beneficiarne sia una sola lista; inoltre il quesito Guzzetta toglierebbe, se approvato, la possibilità di essere rappresentati in Parlamento ai (troppi) micropartitini che non raggiungono il 4% dei voti validamente espressi.
Preciso che la proposta Guzzetta non avrebbe bisogno di alcun intervento “correttivo” in sede parlamentare dopo la sua auspicabile approvazione; la cosiddetta normativa di risulta, infatti, sarebbe immediatamente applicabile all’elezione delle future Camere. Questa caratteristica del quesito messo a
punto lo mette nella condizione di ottenere la dichiarazione di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale.
La proposta Guzzetta, se approvata, realizzerebbe una drastica semplificazione ed una forte razionalizzazione del sistema politico italiano. L’assegnazione del premio di maggioranza ad una sola lista, anziché ad una coalizione di partiti, innescherebbe un assai virtuoso processo di aggregazione tra
le forze politicamente omogenee e porterebbe alla nascita del partitone di centrosinistra e del partitone di centrodestra. L’autentica introduzione dello sbarramento del 4%, inoltre, spazzerebbe via tutti i partitelli a conduzione familiare che infestano la vita politica nazionale.
Le due modifiche della legge elettorale contenute nel quesito Guzzetta avrebbero l’effetto di ridurre il numero dei partiti rappresentabili in Parlamento a non più di 5. Ai due suddetti partitoni, infatti, potrebbero affiancarsi due partiti più piccoli sulle rispettive ali estreme e, al limite, un partito (l’UDC ?) che proverebbe ad incunearsi tra i due blocchi.
Ovviamente, l’assegnazione del premio di maggioranza ad una sola lista porterebbe al governo un solo partito e ci solleverebbe dal noiosissimo ed inutile compito d’interpretare “le dinamiche interne di coalizione”, di comprendere “le esigenze di visibilità delle piccole formazioni” e di capire “l’inevitabile complessità della politica”.
Alla fine della fiera, potremmo avere un sistema politico in grado di decidere più celermente e più efficacemente, senza sottostare ai veti e ai vincoli che oggi vengono frapposti anche dalle confraternite e dalle corporazioni più insignificanti.
Non credo siano necessarie altre argomentazioni per invitare chiunque abbia a cuore il buon funzionamento delle istituzioni repubblicane a sostenere senza esitazioni i promotori del referendum che verrà.http://www.centomovimenti.com/2006/ottobre/23_rd.htm
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Corollari a margine di Venezia
Posso capire perchè dei ricercatori e docenti universitari non abbiano troppa voglia di mettere a rischio la loro carriera divulgando, in modo incontrollato, ipotesi terribili.
Spetta a qualcuno, oltre di loro, farlo. Ma questo qualcuno, a partire dall'Onu, è patentemente un vigliacco. E una congerie di pagliacci. Come Bush, Blair, Putin, e senza nome cinesi o europei.
Pochi, troppo pochi De Gaulle, Kennedy, Nasser, Castro, Kruschev, Tito, De Gasperi, Nehru, e soprattutto Gandhi ci sono in giro.
Non sappiamo con certezza se il loro scenario corrisponda a verità. La scienza del clima e della terra è ancora molto arretrata, ci si sta investendo solo ora, sull'onda dell'emergenza. Non portava profitti, o conclamati meriti scientifici, in questa comunità scientifica assatanata. E poi è una disciplina di complessità, difficile da riassumere in trenta righe. Da comunicato stampa.
E' un lavoro duro, controverso, che non ti frutta il Nobel.
Però i segnali si moltiplicano. E qui vale un normale principio di precauzione. Che dovrebbe essere connaturato alla politica, ovunque. Un decente reggitore di Stati, in presenza di questa successione di segnali, dovrebbe comunque pensarci, ed elaborare una strategia compatibile ai segnali (occulti o palesi), anche se poi, per qualche motivo oggi sconosciuto, non si realizzeranno secondo le nostre imperfette conoscenze di oggi.
Ma la realtà è questa. Le conoscenze, almeno finora, sono queste. Punto.
E il panico sulla comunicazione e sui media e sui mercati e sulla rete è questo: 24 anni soli prima dell'inizio della fine. Punto.
Ce l'abbiamo sotto gli occhi la situazione: ieri a Lampedusa sono sbarcati altri 400 africani disperati dalla desertificazione delle loro terre. Per quanto ancora ci illuderemo di costruire fragili mura di mattoni, tra breve insanguinate? O di fare proclami sulle nostre personali erezioni?
Ora posso capire perchè questa finanziaria è solo timida e in parte stupida, ma nient'affatto vecchia. Personalmente l'avrei fatta ancora più dura e dirompente, anche a calci nel culo per i funzionari pubblici.
Se non ci fosse stata una ruberia di voti oggi l'avremmo avuta come si deve. Una finanziaria tutta all'altezza dei tempi, e di S. Servolo.
Certi eventi nascosti ti aiutano a cambiare priorità. Ora posso capire perchè è importante in questo paese disporre, fin da adesso, di un fondo pubblico per le infrastrutture. Anche via furto del Tfr.
Posso capire perchè la disciplina fiscale diviene importante, se non decisiva. Anche via Visco.
Oggi, non domani o dopodomani. Perchè nessuno sa con certezza i tempi della grande crisi. Potrebbe partire anche prima del 2030 se si innescano gli effetti moltiplicativi. Oggi temuti, intravisti, ma sconosciuti..
Il messaggio implicito a Venezia è un mix di decrescita felice (o meglio cosciente) armata di investimenti collettivi. Con una fortissima dose di impegno, pubblico e privato, nell'innovazione e nella ricerca energetica e sistemica.
Piaccia o meno ai vocianti di Vicenza è così. Un normale governo europeo, nelle condizioni date italiane, prenderebbe più o meno le stesse misure.
Nel caso migliore queste due legislature sono decisive per mettere in (relativa) sicurezza l'Italia.
La politica è arte di prevenire il futuro, e le sue minacce. Altrimenti è Berlusconi.
Assicurare la rete elettrica, rifare quella ferroviaria, chiudere le partite inguaribili (Alitalia), generare ricerca sui progetti decisivi, agire (anche a calci nel sedere) per costruire un'amministrazione e un bilancio pubblico decente, realizzare progetti e risultati, rimettere in moto il motore produttivo e di capitale umano. Costruire consenso cosciente, anche triste e sofferto, ma ragionato. E generare partecipazione, voglia di esserci ogni giorno, di tirare fuori dai materassi quei soldi che altrimenti evaporeranno come i ghiacci dell'artico.
Questa è la situazione, compagni, amici e camerati, questa è la svolta. Necessaria.
Diamoci una regolata. Ieri il sottoscritto a S.Servolo ha visto in faccia l'apocalisse. Voi (o alcuni dei vostri datori di lavoro) invece urlavano a Vicenza, sul nulla.www.caravita.biz
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L'ECONOMIA CUBANA VISTA DALLA CIA
DI MANUEL DAVID ORRIO
Rebelion
Ormai è certo, Cuba è un paese strano. Una nazione singolare che ha vissuto per più di 40 anni sotto le misure economiche unilaterali degli Stati Uniti d’America, ed i cui danni per l’economia cubana sono stimati dagli economisti creoli già come superiori agli 86 100 milioni di dollari in totale, di cui 4000 solo nello scorso anno.
Poco importa che sia ormai di routine per le Nazioni Unite condannare tale politica; che Giovanni Paolo II l’abbia classificata come “eticamente inaccettabile” e sembra che poco importi che si diano valutazioni sull’attività economica cubana prendendo poco in considerazione la dura realtà, o semplicemente gettandola nel cestino dell’immondizia.
Un esempio paradigmatico è la relazione presentata lo scorso 20 luglio dalla cosiddetta Commissione di Assistenza per Cuba Libera al presidente Bush, nella quale si afferma con straordinaria serenità:
“Il potenziale economico del popolo cubano è stato soffocato per molto tempo, prigioniero di un sistema economico fallito che sostiene il regime ma che non fa nulla per dare prosperità al popolo cubano… Un Governo Cubano di Transizione deve affrontare situazioni critiche che vanno dallo stabilizzare le condizioni macroeconomiche al creare una struttura microeconomica che permetta la crescita degli affari tra privati… Solo il 62% dei cubani ha accesso all’acqua potabile”.
Cuba è lontana dall’essere una società perfetta, lo sottolinea per l’ennesima volta questo giornalista. Ma da qui ne corre a considerare l’economia cubana come un fallimento, incapace di garantire ai suoi cittadini una crescita equa e stabile, in cui le valutazioni non necessariamente amichevoli riconoscano che nell’ultimo quinquennio uno dei risultati principali è stato, proprio, stabilizzare le “condizioni macroeconomiche”, capaci di porre le basi per uno sviluppo sostenibile, sebbene gravati da questo gioco chiamato da alcuni embargo e da altri blocco. Di passata, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo segnala che più del 90% dei cubani ha accesso a fonti di acqua potabile.
L’economia cubana ha chiuso il 2005 con una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIB in spagnolo, ndt) pari all’11,8%, d’accordo con le cifre ufficiali anche se oggetto di differenti problematiche a causa dell’impiego di una nuova metodologia di calcolo il cui fine è calcolare il valore aggiunto presente nei servizi gratuiti cui la popolazione ha accesso, come quelli relativi all’educazione ed alla sanità, ma che al momento dà voce ad alcuni dubbi sollevati da enti come la Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), che per questi motivi non ha incluso Cuba nelle sue statistiche più recenti.
Anche alcuni articoli della stampa creola sembrano avallare questi dubbi, per lo meno in un settore tanto importante per la spesa pubblica cubana come quello della sanità. D’accordo con un rapporto dell’Agenzia di Informazione Nazionale del 26 Maggio, “In questi momenti si procede verso la distinzione di tariffe in numerosi procedimenti assistenziali e di altro tipo, che sarà esteso progressivamente a tutte le unità di attenzione primaria, secondaria e terziaria, che entrerà in vigore nel 2007”.
Ciò vuol dire che, in qualche modo ancora non sono chiaramente definiti i procedimenti statistici per poter affermare categoricamente, secondo la nuova metodologia, se la crescita del PIL cubano sia effettivamente tale o meno.
Ciononostante alcuni economisti cubani confutano tali dibattiti poco accademici e impugnano le relazioni statunitensi, come quello della cosiddetta Commissione di Assistenza a Cuba Libera con il semplice meccanismo del calcolare il PIL con il metodo classico di considerare l’apporto di questi servizi gratuiti solo come “spesa del governo”.
In questo modo l’accademico Juab Triana Cordoví, del Centro Studi per l’Economia Cubana, segnalò durante una conferenza che, considerando il metodo sopra enunciato, nel 2005 il PIL era cresciuto non meno del 5%.
Naturalmente si può accusare Triana di parzialità filo-governativa, ma di certo non si può fare a meno di considerare quanto sia menzognero l’articolo dell’Agenzia Centrale di Intelligence degli Stati Uniti d’America (la CIA).
La Cia, niente meno che la CIA, ha stimato una crescita del PIL cubano pari all’8% nel 2005, segnalando altresì che il tasso di disoccupazione è stato inferiore al 2% e l’indice di inflazione vicino al 7% così come ha calcolato che le riserve finanziarie di Cuba ammontano a non meno di 2618 milioni di dollari, più o meno il 6,6% del totale del PIL stimato da detta agenzia per l’anno preso in considerazione.
Quindi, in questi indicatori, la celeberrima “Compagnia” non solo dà una visione di Cuba ben lontana dal discorso dell’Amministrazione Bush riguardo la terra di José Martí e dei supposti insuccessi del Governo di Fidel Castro, ma riconosce anche con l’assoluta freddezza dei servizi segreti il successo nel raggiungere un insieme di obiettivi economici e sociali, come quello di aver tenuto sotto controllo un flagello come quello dell’AIDS o quello della ricostruzione di un quadro di alleanze geopolitiche necessarie alla sicurezza nazionale in tutti i suoi aspetti. La CIA, niente meno che la CIA. (1).
Da allora un osservatore attento si chiede perciò come possano esserci tali contraddizioni tra il discorso ufficiale nordamericano sulla situazione cubana e le valutazioni del suo principale servizio di sicurezza. Molto semplice, la risposta è molto semplice: è certo, Cuba è un paese strano.
(1) https://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/cu.html
Manuel David Orrio (mdorrio54@yahoo.com)
Fonte: http://www.rebelion.org/
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=38759
05.10.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIO
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BOMBA DELLA POVERTÀ
Dall’atomica alle case fatiscenti e ai bambini che per sfamarsi raccolgono i chicchi di riso per strada. Un Paese a due facce, dove la stragrande maggioranza della popolazione vive con la tessera annonaria.
Pyongyang
Un Paese dalle due facce ermeticamente separate tra loro; è questa la prima impressione che la Corea del Nord infonde agli occhi dei pochi stranieri che riescono a visitarla. La faccia agiata, prospera, intellettualmente e tecnicamente avanzata è quella che viene mostrata ai più, al turista di passaggio, alle delegazioni ufficiali.
Scuole di prim’ordine, una capitale efficiente e opulenta, bambini sorridenti, appartamenti spaziosi e puliti, opere pubbliche faraoniche, fabbriche e ospedali all’avanguardia. Ma tra queste isole felici c’è un mare di emarginazione, povertà, degradazione. Dalla bomba atomica si passa direttamente alla spada. Neppure il turista più frettoloso può fare a meno di non vedere le case diroccate, i bambini che raccolgono i chicchi di riso caduti dai sacchi del programma Wfp (World food programme, il Programma alimentare mondiale) trasportati dai camion militari, le madri emaciate. Flash che illuminano brevemente un universo oscurato dalla propaganda del regime.
Ma per chi riesce a recarsi nel Paese più volte e a conquistare la confidenza dei funzionari di partito, ecco che quei flash diventano sempre più persistenti, sino a rischiarare lo sfondo che sta dietro il palcoscenico. E allora alle spalle dei supermercati colmi di prodotti giapponesi, cinesi e sudcoreani a esclusivo appannaggio di chi si può permettere di avere valuta pregiata (alti funzionari di partito, diplomatici, coloro che hanno parenti all’estero), ecco apparire un sottofondo fatto di miriadi di rivendite alimentari delle cooperative agricole che riforniscono la quasi totalità dei 22 milioni di cittadini nordcoreani. Ma gli scaffali sono quasi sempre vuoti.
Sulla strada per Wonsan visito una di queste cooperative e il relativo spaccio. Arrivano tre avventori mostrando la tessera annonaria che dà loro il diritto di avere 30 chili di riso al mese, 5 di carne e 5 litri di olio. Ricevono solo quest’ultimo, il resto è già terminato. Se ne vanno senza protestare. «Cosa vengono a fare?», chiede sarcastica la gestrice. «Da mesi non abbiamo più nulla da distribuire». Ironia della sorte, la cooperativa che sto visitando porta il nome di Chollima, il leggendario cavallo alato che il Governo ha assunto a simbolo del progresso. "Progrediamo alla velocità di Chollima!" è lo slogan coniato da Kim Il Sung negli anni Ottanta per incitare il popolo a costruire un futuro socialista.
La disintegrazione del Comecon (il Consiglio di mutua assistenza economica dei Paesi comunisti, nato nel 1949 e sciolto nel 1990) ha privato Chollima della biada e ora, anziché volare, è costretto a zoppicare. Come l’unico trattore della cooperativa, un cimelio degli anni Settanta, che sbuffa lungo la strada un tempo asfaltata e che è l’unico mezzo per trasportare il riso verso la brillatura. «Abbiamo carburante appena sufficiente per terminare il trasporto», mi dice il presidente della cooperativa, Sin Yong Im. «Se non si rompe il motore, per la prima volta da quattro anni avremo riso a sufficienza per l’inverno».
Il paradosso della fame
Il problema alimentare della Corea del Nord non sta tanto nella quantità di raccolto prodotto, in genere sufficiente per sfamare la popolazione, quanto nel riuscire a trasportare tutte le messi per le successive operazioni prima che le piogge le facciano marcire nei campi. Secondo un rapporto redatto dal Wfp assieme all’Unicef e allo stesso Governo nordcoreano, il 7 per cento dei bambini è gravemente malnutrito e una madre su tre è anemica. Nell’orfanotrofio di Pyongyang, il migliore del Paese, il 20 per cento dei bambini assistiti rischia di morire per malattie e denutrizione. «Ci servono un frigorifero, del latte, medicine», implora la direttrice.
Durante la presidenza Clinton, Pyongyang aveva ottenuto che gli Stati Uniti fornissero petrolio per la propria economia in cambio della sospensione delle ricerche nucleari, ma, dopo l’avvento di Bush e la scelta di intraprendere la politica di tagliare alla radice ogni fonte di approvvigionamento ai "Paesi canaglia", gli accordi sono saltati, aprendo la strada ai generali nordcoreani per il test nucleare.
Ma la popolazione, oltre a essere colpita dall’embargo, è anche provata dalle riforme economiche imposte dalla comunità internazionale per rendere il mercato nordcoreano più ricettivo verso la liberalizzazione. Se nelle campagne la riforma agraria ha permesso a numerose famiglie di sopravvivere, grazie all’ampliamento dei terreni coltivati in forma privata e ai mercati liberi settimanali, in città il legame tra stipendio e produttività ha penalizzato gli operai delle fabbriche statali, tecnologicamente meno avanzate. A fronte di un aumento dei prezzi del 150 per cento tra il 2004 e il 2006, gli stipendi sono aumentati solo del 30 per cento. Il resto, secondo i piani governativi, avrebbe dovuto essere assorbito con i bonus di produzione.
«Ma come facciamo a produrre di più se il tornio si rompe e non ci sono pezzi di ricambio o se ogni tre ore salta l’energia elettrica?», si chiede Han Byong Guk, un operaio della fabbrica Ryongsong Machine Complex di Hamhung. E guarda con invidia suo fratello, Pak, che allo stabilimento della Hyundai Asan a Kaesong lavora 56 ore settimanali guadagnando 68 dollari al mese. «Anch’io ne lavoro 56, ma ne guadagno meno di 30», lamenta Han.
Cresce il divario tra ricchi e poveri
Il divario tra ricchi e poveri in Corea si sta allargando e questo porta anche a un aumento della piccola criminalità, caratterizzata principalmente da furti di alimentari nei magazzini statali, ma anche di quella organizzata. Duemila dollari garantiscono un passaporto, ma non la sicurezza dell’asilo politico. La Cina ha recentemente rimpatriato una settantina di rifugiati nordcoreani e Minky Worden, direttrice dell’Ufficio stampa di Human rigths watch (una tra le più importanti organizzazioni internazionali operanti a favore della tutela dei diritti umani), teme che siano stati giustiziati in pubblico. Confermata, invece, è l’esistenza di una quindicina di campi di riabilitazione, tutti situati in aree off-limits, che ospiterebbero circa 200.000 tra prigionieri politici e comuni. Amnesty International e Hrw hanno riscontrato un irrigidimento del Governo sul tema dei diritti umani; un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti.
E allora rivedo gli occhi di chi ho incontrato nei recenti viaggi in Corea del Nord. Lavoratori, mamme, bambini. Occhi pieni di speranza. La speranza di chi non vuole essere abbandonato e dimenticato. Neppure dopo un test nucleare.
Piergiorgio Pescali http://www.sanpaolo.org/fc/0643fc/0643fc58.htm
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A.A.A. Cercasi stage al Parlamento Europeo
Un tirocinio a Bruxelles? È l’obiettivo di migliaia di giovani europei. Alla ricerca di un’esperienza qualificante. E di tanti contatti.
La sede di Bruxelles del Parlamento Europeo è diventato un luogo di stage sempre più gettonato per i giovani del Vecchio Continente. I numeri parlano chiaro: se nel 2001 le candidature inviate all’Ufficio stages del Parlamento Europeo erano circa 2000, nel 2005 sfiorano ormai quota 6500. Ma, nonostante l’incredibile crescita delle domande, i posti disponibili all’interno del Parlamento rimangono circa 600. Quali i criteri di selezione?
«Non sono pagata ma lo accetto. Perché...»
«Non avevo nessun contatto quando ho inviato la mia candidatura via e-mail. Ma sono stato accettato. Certo ho avuto modo di notare che non succede sempre così», rivela Julian Boecker, ventitreenne tedesco che sta svolgendo un tirocinio presso il Partito Popolare Europeo. Infatti, a differenza di quanto avviene all’interno della Commissione Europea, gli Europarlamentari hanno la totale libertà di scelta per quanto riguarda il numero di assistenti e di stagiaires. Una libertà che riguarda anche la retribuzione. «Ricevo una paga mensile che mi basta per pagare l’affito o poco più» afferma Jens Jonatan Steen, stagiaire danese presso il Partito dei Socialisti Europei. E continua: «Il Parlamento Europeo dovrebbe istituire degli standard comuni per regolamentare la posizione di stagista». Maria Formisano, studentessa italiana presso l’Istituto di Scienze Politiche di Parigi sta facendo un primo stage presso la delegazione del Partito dei Socialisti Europei: «Non sono pagata ma lo accetto perché la posta in gioco è più alta: ho accesso a preziose informazioni, posso informarmi liberamente sui temi che mi interessano. Ma soprattuto vengo in contatto con gente che conta».
Gli ex stagisti vogliono restare nel giro. Dal 1966
Già, i contatti. Passare qualche mese nei freddi corridoi del Parlamento significa conoscere le persone giuste per un futuro lavorativo. Lo stage diventa un vero e proprio investimento per trovare un successivo impiego, un’altro tirocinio all’interno di una Ong o di un’altra istituzione europea. Sì, perché dopo tre o massimo sei mesi lo stage finisce: «Mi piacerebbe molto rimanere, ma non c’è spazio», racconta Barbara Renna, stagiaire per l’Europarlamentare Adriana Poli Bortone (Gruppo Alleanza per l’Europa delle Nazioni, destra), «di solito gli stagiaires diventano assistenti di un Europarlamentare se l’assistente in carica sta terminando il suo mandato e quindi lascia un posto libero». Essere ben informati e “rimanere all’interno del giro” risulta quindi fondamentale. Ed è per questo che, fin dal 1966, esiste l’Adek International, l’Associazione degli ex stagisti dell’Unione Europea. Per mantenere un rapporto intenso tra gli ex-stagiaires e le istituzioni europee stesse.
«Non ho neppure l’impressione di abitare in Belgio»
«La mia relazione con Bruxelles è pari a zero. Non ho neppure l’impressione di abitare in Belgio», confessa il danese Jens Jonatan. «In più vorrei avere una vita sociale più europea, più internazionale. Ma non ho il tempo». Jens abita infatti con otto connazionali e il suo giro è rigorosamente danese.
Anche Stella Duzhar e Christoph Kopp, stagisti ungheresi presso il Partito Popolare Europeo (Ppe), si sentono esterni alle dinamiche e alle attività della città. «Ci limitiamo a fare i turisti durante il fine settimana. Ma, per noi ungheresi in maniera particolare, Bruxelles è una città molto costosa». Stella sottolinea inoltre il problema della speculazione da parte dei belgi rispetto all’affitto delle case: «Sono arrivata qui senza avere idea dei prezzi e ho trovato una sistemazione via Internet: pago 1300 euro al mese, e solo una volta arrivata qui mi sono resa conto della fregatura».
Proprio per aiutare i numerosi stagiaires che arrivano ogni mese da tutta Europa è stata creata l’Associazione Trainees in Bruxelles, che si occupa di fornire molteplici soluzioni di alloggio per chi ha bisogno di una camera, di una sistemazione in ostello o all’interno di una famiglia.
Ma i prezzi della capitale belga non sono ancora arrivati ai livelli di città come Milano o Parigi. Ed è proprio dalla Ville Lumière che arriva Jerome Boniface, 28 anni, un master del College d’Europe di Natolin (Polonia) in tasca. La sua ragazza italiana lavora in Commissione Europea ed è arrivato a Bruxelles una settimana fa per cercare lavoro. «La situazione è difficile. Ad ogni angolo di strada trovi un quadrilingue plurilaureato e la competizione è altissima», confessa. «Sto chiedendo ad amici e sto cercando su Internet… Se mi va male tenterò anche io uno stage».
Giulio Zucchini - Bruxelles cafebabel
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Voce nel purgatorio
Mihàly Kornis
(In un dibattito televisivo una DONNA cerca da tempo di prendere la parola, ci riesce e sbotta : )
Che cos’è la morte? Posso chiederlo? Ormai vorrei davvero porre questa domanda pubblicamente.
Qua tutti si preoccupano che prima o poi moriamo… o che ne so.
Non lo so.
Cioè, grazie che moriamo. Ma che moriamo prima del dovuto.
Ma come e di cosa moriamo, quando vediamo che non muore neanche quello che dovrebbe o che ci si aspetterebbe che muoia perché, diciamo, è malato, certo nessuno ce lo vuole dire! Non sto mica alludendo ai fantasmi o ai politici, davvero!
Non è questo che vi sto domandando, giuro.
Bensì: che cos’è la morte? Chi l’ha vista? Perché minacciano?
Chi è colui che mi può provare di essere morto? Perché allora si trova qua?
Primo. O dove si trova? E se non è qua, allora chi sta parlando? Perché ci spaventa? Chi lo ha assoldato? Secondo. Da giorni c’è questa cosa in me, di cui pure gli altri si lamentano, meglio se non faccio nomi, che insomma io non so chi sono! So il mio nome, Teresa Hadas in Gyuriska, è solo che non so cosa ci sia dietro. Se c’è qualcuno dietro. C’è qualcuno dietro o è solo un gran pezzo di…Questo si che é interessante! Visto che ne parliamo…non sto annoiando nessuno, vero? In questo mondo, come pure nell’altro, ero capo contabile. Non vi dico dove, da allora la ditta è fallita, e da parte del ministero è cominciata una procedura fallimentare in cui io mi sono trovata dentro fino al collo – perché i dirigenti della Spa mi hanno bella e ingannata che mettono tutto a tacere, bèh non l’hanno fatto – e io ci starei pure.
Eppure non ci sto!
Vi dico perché? Perché ormai mi trovo in un altro mondo!
In questo.
A questo punto vedo che le mie azioni non hanno conseguenze. E non soltanto le mie. Secondo me neanche le vostre. Se mai siete morti…Non lo so, ma voi come vi sentite?
Vedete?
È di questo che sto parlando. Non c’è riscontro, eppure qualcuno sta alle mie spalle.
Mi somiglia, in passato aveva pure un bel corpicino, non devo neppure girarmi per sapere che porta il rossetto C-8, e il marito è un nessuno, ormai non conta. Cioè nel mondo reale! In questo mondo io sputo su chi mi pare, non ha importanza. E mica si puliscono, al massimo restituiscono lo sputo. Lei, cioè io, che mi sto dietro, eh, ora cominciamo con la grammatica…(pensa)
O non mi trovo qua, o non sono io quella!
(si fa pensierosa, magari si mette a sputacchiare intorno, e intanto sorridendo parla fra se:)
Sono una misera buona a nulla, alla fine ecco quello che sono. Una vipera occhialuta. Non ci sono prove. Ma ha importanza? (Parla più forte) Però prima che mi tolgano il microfono, voglio ancora domandare, come andrà a finire?
Chi può essere considerato vivo, e chi no?
Chi é che paga le tasse, e chi non le paga?
E chi paga in modo tale che paga veramente?
E chi é che non paga, se non paga? Come gli danno l’ ingiunzione finale?
E per morire non ci danno l’ingiunzione? Come stanno le cose, eh?
Fino a quando si andrà avanti così? (silenzio)
Io aspetto!
Questo monologo, tratto dall’opera “Condizione straordinaria – cabaret contemporaneo” di Mihály Kornis (trad. Monica Savoia), è stato letto all’incontro con l’autore tenutosi all’Accademia di Ungheria di Rroma il 4 ottobre 2006.
caffeeuropa.it
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Ai confini della guerra
Violata la tregua in Waziristan. Situazione sempre più critica ai confini tra Afghanistan e Pakistan
Si torna a sparare in Waziristan. Due soldati pachistani sono stati uccisi giovedì sera da guerriglieri talebani nella zona di Ganji Tikri, nel Waziristan del Sud, a ridosso del confine afgano. E' la prima violazione del cessate il fuoco in vigore dallo scorso 5 settembre, quando talebani waziri e governo pachistano hanno firmato un accordo di pace. Accordo fortemente criticato dagli Usa, secondo i quali, così facendo, si è dato modo ai talebani di distrarre forze dal fronte pachistano per concentrarle su quello afgano. I comandi Isaf hanno infatti denunciato un sensibile aumento degli attacchi talebani nella zona sud-orienatle dell'Afghanistan, ovvero nelle province di Khost, Paktika e Paktia, che si trovano sul versante afgano del Waziristan.
Sud-est. Ma a quanto pare, è tutto l’Afghanistan sud-orientale a risentire della nuova libertà di manovra dei talebani. Anche le province più settentrionali di Kunar e Nuristan, a est di Kabul, hanno visto nelle ultima settimane un numero mai visto di incursioni da parte dei talebani. L'ultimo episodio, venerdì: otto operai afgani trucudati nella provincia di Kuanr.
Attacchi ai quali le forze Nato stanno rispondendo (come in tute le altre province) con massicci bombardamenti aerei.
Martedì i bombardieri Usa hanno martellato le postazioni talebane nella zona di Kamdesh, sulle montagne del Nuristan uccidendo almeno 14 presunti talebani e poi sconfinando anche oltre confine e bombardando le foreste del Chitral, in Pakistan, dove sono scoppiati diversi incendi a causa delle esplosioni delle bombe.
I raid aerei si susseguono ormai senza sosta anche nelle province orientali. L'ultimo ieri, nella provincia di Pakitka, ha ucciso 5 presunti talebani.
Sud-ovest. Ma sono ancora le regioni sud-occidentali quelle più bombardate dalla Nato. E quelle dove si registra il maggior numero di vittime civili.
Il governo afgano ha confermato la morte di almeno 20 civili nei bombardamenti aerei Nato di martedì 17 ottobre: 9 vittime nel distretto di Zahri, in provincia di Kandahar, e almeno 11 (ma forse 13) nel distretto di Grishk, in provincia di Helmand. Il presidente Hamid Karzai, non essendo nella posizioni di poter condannare questi fatti, si è limitato ad esprimere il suo “profondo spiacere” e a invitare la Nato ad “usare la massima cautela per tutelare la vita dei civili durante le operazioni antiterrorismo”.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6553
Enrico Piovesana
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IN INDIA, A WARANGAL, IL MISSIONARIO ‘BANCHIERE DEI LEBBROSI’
Ogni mattina all'alba Venkaja e Narsamma, una coppia di anziani che quasi fanno 150 anni in due, allestiscono un piccolo banchetto davanti la loro casa in uno slum di Warangal, nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. In pochi minuti la loro mercanzia è pronta sul tavolo per essere veduta: sapone, shampoo, caramelle, biscotti, fermagli. Un piccolo commercio nato da un microcredito molto speciale, perché Venkaja e Narsamma sono gli ultimi tra gli ultimi a cui una banca avrebbe mai dato ascolto: non solo sono anziani e poveri (e senza figli), ma hanno avuto il morbo di Hansen. “Ci siamo accorti che i nostri malati andavano aiutati a recuperare dopo la salute anche una vita dignitosa” dice padre Antonio Grugni, medico e missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime), raggiunto telefonicamente dalla MISNA nel giorno in cui è stato assegnato il premio Nobel per la pace all’economista Muhammad Yunus, fondatore della ‘Grameen Bank’, l’istituzione finanziaria basata sul microcredito. “Da un anno abbiamo iniziato a prestare piccoli importi ai nostri ex-pazienti, con programmi di restituzione personalizzati e studiati caso per caso” continua il religioso raccontando il lavoro della ‘Sarva Prema welfare society’ (‘Sarva Prema’ significa Amore Universale) avviato appena un anno fa e che oggi ha 50 clienti alcuni dei quali malati cronici, altri resi disabili dalla lebbra. “Il 95% dei nostri assistiti restituisce ogni mese la rata…ed anche con molto orgoglio. Narsamma, ad esempio, se per una qualsiasi ragione il paramedico non si presenta a riscuotere viene lei fino all’ambulatorio, malgrado non cammini con facilità, per restituire la rata” continua il missionario, che dirige un team di 11 tra medici, operatori sanitari e sociali, tutti indiani, che normalmente si occupano di visitare e curare una media 3000 tra adulti e bambini ogni mese negli ambulatori o a domicilio, mentre i malati di lebbra da loro seguiti costantemente sono oltre 2800. “L’importo medio dei nostri prestiti varia tra un minimo di 5000 rupie (100 euro) a un massimo di 10.000. Piccole somme su cui non chiediamo interessi, ma se si viene meno alla restituzione si perde una seconda occasione di prestito” racconta ancora alla MISNA padre Grugni, che dopo la laurea in medicina a Milano e la specializzazione a Torino arrivò in India 30 anni fa e solo successivamente fu ordinato sacerdote proprio nel paese asiatico (“ero venuto in ‘missione’ e la Missione ha preso me” dice scherzando). La ‘Sarva Prema welfare society’ fornisce anche borse di studio ai giovani e piccole pensioni ai disabili. “Siamo passati al microcredito da poco ma abbiamo visto che può essere un grande strumento di aiuto. Funziona meglio quando il malato deve riprendere un’attività che aveva prima di ammalarsi e ha bisogno solo di qualcuno che concretamente abbia fiducia nelle sua capacità. Ma forse l’esperienza più significativa finora è proprio quella di Venkaja e Narsamma che erano isolati da tutti a causa della miseria, della malattia e della loro stessa vergogna, mentre adesso hanno recuperato il rispetto di se stessi, hanno ottimi rapporti con il vicinato e sono apprezzati da tutti”. Riguardo al premio Nobel a Yunus, dice: “Sono molto contento. Spero che questo porti al mondo, in particolare a quello economico spesso così cinico, il messaggio che prima di tutto e soprattutto bisogna ‘dare credito’ all’essere umano”. (intervista a cura di Barbara Fabiani) http://www.misna.org/
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Ciao Rekappi, riporto una conversazione che ho perfidamente
intercettato
l'altra sera in un centro sociale.
Rattus
______________________
- Sai Piero, l'altro giorno m'è capitata una cosa strana.
La ragazza era allo stesso tempo intenta e imbambolata.
- Quando sono andata a vedere "cacciatore di teste" di Costa-Gavras,
con
Silvana, siamo rimaste dieci minuti fuori della sala, in attesa della
fine
della proiezione. Così ho avuto l'opportunità di cogliere le facce del
pubblico in uscita nel passaggio dal buio alla luce dei corridoi.
Avevano
espressioni intente, alcuni annuivano col capo, altri sembravano
paralizzati in una specie di ghigno.
"Sai cosa ?" fece Piero con aria altrettanto imbambolata - "cacciatore
di
teste" è un film che esprime in pieno un concetto che Bifo ha
suggerito
qualche tempo fa su Rekombinant: "il cinismo ironico".
Che oggi la critica sia pervasa di ironia è inevitabile. Ma che
l'ironia
sposi integralmente il cinismo per mostrarne il limite è la finezza di
questo lavoro di Costa-Gavras.
- (Due parole sul film, prima di tornare al dialogo tra i due. Il
protagonista è un ingegnere chimico di talento licenziato dalla sua
azienda
per le solite ristutturazioni aziendali. Deciso a non perdere i
privilegi
che in anni di lavoro era riuscito a garantire alla sua famiglia, dopo
una
serie di colloqui disastrosi, inizia a definire il suo piano. Mette un
falso annuncio su un quotidiano ad ampia tiratura, con un'offerta di
lavoro
nel suo campo. Dall'esame delle centinaia di curricula ricevuti fermo
posta
riesce ad individuare i soli quattro rivali in quel settore altamente
specialistico. E decide di eliminarli. Ciò che rende terribile il film
è la
solidarietà spontanea che il pubblico stabilisce con l'ingegnere
trasformato in serial killer. L'adorabile assassino è troppo umano,
irresistibile. Il colpo di scena finale è, contro ogni previsione, nel
fatto che l'ingegnere riuscirà nel suo intento e otterrà, con piena
soddisfazione, il prestigioso incarico nell'unica azienda sopravvissuta
alle ristrutturazioni.
Solo smentendo ogni moralistica attesa Costa-Gavras riesce a scuotere
il
pubblico. La vittoria dell'ingegnere serial killer viene recepita con
sollievo dallo spettatore, che però si ritrova a fare i conti con
l'arguzia
beffarda del regista, che lo colpisce come un pugno nello stomaco. Di
qui
le facce intente colte da Betta nel passaggio del pubblico dal buio
della
sala alla luce dei corridoi). -
- Stavo pensando che si tratta indubbiamente del film più acuto sui
processi di precarizzazione del lavoro.
- Ne ricordi altri ?
- Quelli di Capuccio per esempio. Oppure "Bread and Roses" di Ken Loach
o
quel demenziale e irripetibile "volere volare" di Maurizio Nichetti. E
che
dire di "The corporation" ? E di "Wall Street" di Oliver Stone ?
Perfino
nel più brutto e retorico film di Spike Lee, "Lei mi odia" ci sono
spunti
interessanti sulla problematica del lavoro.
- E' vero ! Mi viene quasi nostalgia dei tempi dei cineforum e dei
dibattiti. "No ! Il dibattito no!".
- Vedi che anche il tuo Calvino qualche stronzata l'ha fatta.
- Per esempio ?
- Far vincere un premio a Nanni Moretti.
- Scherzi a parte, ti sei chiesta cosa diavolo sta succedendo al cinema
?
Voglio dire un capolavoro come quello di Costa-Gavras passa del tutto
inosservato. C'è un circuito precablato, non c'è modo di cucire insieme
contenuti e tematiche. Sono anni che non si vede qualcuno, in questa
presunta città culturale, che si prenda la briga di organizzare una
rassegna a tema. Neanche l'estate, come premio di consolazione per le
colonie di sfigati che non vanno in vacanza. In fondo le rassegne
estive di
oggi sono solo l'estremo tentativo di riciclare i film circolati nel
corso
dell'anno.
- Ma perché, alla radio cosa diavolo sta succedendo ? Prova ad
accendere
uno dei mille canali commerciali e scoprirai che passano dieci, massimo
quindici pezzi, sempre gli stessi, a ritmo battente.
E' lo stesso scenario che si vede nel cinema.
- Io conosco un tizio che sta lavorando a un progetto su questa
faccenda
del cinema.
- Chi è ?
- Il "mumble geek"
- Chi ?
- Il "mumble geek" è il nomignolo di un programmatore esperto di
software
sociale. Quando mi ha spiegato il suo progetto, che si chiama "nuovo
cinema
web-vision" sono rimasto davvero stupito.
- Racconta.
- Beh, lui è un tipo che non vedrebbe mai un film sul monitor di un PC
e
tantomeno su un cellulare. Gli piace il maxischermo, i popcorn, la
chiacchierata con gli amici dopo la visione. Soprattutto vede le
continuità: capisce che un film come "cacciatore di teste" andrebbe
accostato a un film come "Wall Street". Cresciuto nella cultura dei
cineforum non riesce ad adattarsi a questi cinema ad "apparato
digerente"
con l'ingresso con il tappeto rosso e l'uscita sul retro, in prossimità
del
cassonetto dei rifiuti.
- E dunque ?
- Beh, lui sta progettando un softare di rete che permette al pubblico
di
scegliere la programmazione del mese per una sala. In pratica i gestori
della sala propongono mensilmente tre o quattro rassegne e il pubblico
"vota" la rassegna che ritiene migliore. Il "mumble geek" è convinto
che,
almeno nella grandi città, una sala di questo genere potrebbe farcela.
- E come pensa di far pagare il biglietto ?
- Beh, biglietto ordinario per gli occasionali, abbonamento per quelli
che
scelgono di seguire l'intera rassegna.
----------------
-------------------------------------------[ RK ]
+ http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
+ http://www.rekombinant.org
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berlusconi
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Il nuovo Partito Democratico (Cristiano?)
In Italia si discute del nuovo Partito Democratico, della sua collocazione europea, del peso della sua componente cattolica. Si fatica ancora ad intuire la forma del nuovo soggetto politico, dietro la cortina fumogena di sottili disquisizioni dialettiche.
Da lontano invece, per un osservatore esterno senza pregiudizi, i contorni risultano chiarissimi, almeno a stare al corrispondente dello Jyllands-Postens, l'autorevole quotidiano conservatore famoso per le vignette di Maometto, che in un articolo pubblicato lo scorso 13 ottobre, dichiara semplicemente che "sotto Prodi l' Italia è ritornata alla tradizione del centro sinistra, che ha governato il Paese dopo la seconda guerra mondiale".
In altre parole, Ulivo e Rifondazione sono oggi quello che la DC ed il PSI erano negli anni '60. Semplificazione inaccettabile di sessant' anni di storia? Oppure inconsapevole rivelazione di una verità scomoda?http://scandinaria.blog.com/
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La lezione di Vicenza
LeG,
Dobbiamo esser grati al “tragico trio” per la comparsata offerta oggi a Vicenza: Berlusconi, Bossi e Fini ci hanno ricordato quale pericolo corre l’Italia intera se gli uomini che l’hanno quasi distrutta negli ultimi cinque anni – e che sono la causa del dissesto che oggi ci costringe a sgradevoli sacrifici - dovessero tornare ad essere maggioranza e governo. Un’Italia esposta allo sgretolamento istituzionale e alla spaccatura morale. L’Italia che insulta e minaccia, non solo il capo del governo ma anche il capo dello Stato.
Sono stati i leghisti a fischiare l’inno nazionale ma Berlusconi e Fini sono stati i loro complici silenziosi e chi tace acconsente.
E’ una lezione, questa, che tutte le forze politiche del centro sinistra, dalle più piccole alle più grandi, farebbero bene a tenere a mente.
Il governo Prodi può cadere solo se le forze che lo sostengono non sono unite e responsabili, se non riflettono bene su quel che si è rivisto a Vicenza: un vecchio scenario da incubo. http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=832&id_titoli_primo_piano=1
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Dillo al Tg5
Gentile dottor Rossella,
questa mattina circa diecimila persone hanno manifestato a Vicenza contro la finanziaria ed il governo Prodi. A Foggia invece questa mattina oltre trentamila persone (dati Ansa) hanno manifestato contro la schiavitù, lo sfruttamento ed il lavoro nero. Il Tg5, telegiornale che Lei dirige, ha dato ampio risalto alla prima notizia, che è stata la notizia di apertura dei notiziari della giornata. Una scelta comprensibile, considerando chi le paga lo stipendio. Un po’ meno comprensibile è che il suo telegiornale non abbia dato la notizia della manifestazione di Foggia. Per lei, per i suoi giornalisti e per gli spettatori del suo telegiornale trentamila e più persone che scendono in piazza per chiedere la fine di una vergogna nazionale semplicemente non esistono. Non esistono i miei alunni di quindici anni, emozionati e confusi alla loro prima manifestazione, ma pienamente consapevoli dell’importanza della loro presenza lì, dietro uno striscione, sotto ad un palco. Non esistono gli uomini e le donne che da anni inghiottono veleno, invischiati in un sistema di violenza strutturale che uccide speranze e dignità. Non esiste una intera comunità che per una volta trova la forza di alzare la testa e dire di no.
Lei ha fatto la sua scelta. Lei sta con quelli che hanno i soldi e che piagnucolano per la finanziaria che tassa i Suv. Lei se ne fotte dei miei studenti, dei clandestini e degli italiani sfruttati a sangue, dei giovani stritolati dal lavoro nero, della disperazione dei precari.
Io spero che lei possa continuare a lungo il suo sporco lavoro. Spero per lei che per molto tempo ancora possa far credere agli italiani che l’Italia ha il problema della tassa sui Suv, e non quello del lavoro nero. Spero per lei che per molto tempo ancora possa raccontare la favola bella e stronza dell’Italia dei divi e delle starlette, dei miliardari e del jet-set, delle amenità (oggi il suo telegiornale mi ha fatto sapere che è stato creato il primo abito di mais: non ci dormirò questa notte) e delle curiosità da buongustaio. Glielo auguro, ma ci credo poco. Perché ho visto un’altra Italia, questa mattina, in piazza. Ed era un’Italia di gente in cammino.
Buon lavoro.http://minimokarma.blogsome.com/2006/10/21/dillo-al-tg5/
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Caro Grillo, la comunicazione non è solo il web
Si sentiva ottimista Beppe Grillo l'altro ieri quando, nel commento dedicato al famigerato decreto 262 che avrebbe imposto di pagare una tassa all'editore a chiunque avesse pubblicato integralmente o in parte articoli di riviste o di giornali (e che per fortuna è stato ritirato per iniziativa di Maurizio Turco de "la rosa nel pugno"), ha visto un'occasione di migliore e autonoma organizzazione dell'informazione on line, sicuramente più libera da condizionamenti rispetto a quella della carta stampata e radiotelevisiva.
Il suo ottimismo ribadito e strategico gli fa prefigurare uno scenario che gradualmente sposterà l'intero flusso della comunicazione (e dunque dell'informazione) dai vettori tradizionali alla rete, inaugurando una nuova democrazia della conoscenza, orizzontale e interattiva.
A me pare che questa sia una previsione troppo ottimistica (per l'appunto) e sostanzialmente autoreferenziale per quello che sta accadendo alla comunicazione (e dunque all'informazione) a livello planetario.
Lo riferiva Franco Carlini in un bell'articolo che abbiamo pubblicato qualche settimana fa da "il manifesto" (se fosse passato il decreto 262 non avremmo potuto più farlo con la stessa libertà): la strategia di broadcasting punta alla convergenza dei vettori su un'unica piattaforma.
L'informazione, il servizio e l'intrattenimento, con sfumature sempre meno marcate fra queste (tradizionali) macrocategorie della comunicazione, saranno fruibili da un unico terminale, iperrealistico e smisurato (preferibilmente al "plasma" per una subliminale metafora che punta all'organismo), la quale porterà a compimento "il delitto perfetto" denunciato da Baudrillard; quello di scambiare definitivamente la realtà con la rappresentazione (manipolata) di essa, svolgendo contemporaneamente un duplice ruolo: il corpo del reato e l'arma necessaria per perpetrarlo.
La battaglia per la buona comunicazione non si vince sul web, snobbando la radiotelevisone e la carta stampata.
Lo spazio comunicazionale di una società, nelle forme in cui si manifesta, rappresenta la sua dimensione democratica.
E' un Bene Comune che dev'essere coltivato, naturalmente diffondendo il creative commons come auspica Grillo, ma anche stimolando e sostenendo cooperative di giornalisti che vogliono fare il loro mestiere liberi da condizionamenti e con coraggio.
La vicenda esemplare de "il manifesto" è ancora in corso.
Il decreto 262, se fosse stato approvato, avrebbe avuto un effetto devastante su tutti i siti d'informazione del web e anche sul nostro.
Noi infatti, oltre agli articoli della redazione e dei collaboratori di Megachip, alle lettere e alle opinioni dei nostri lettori, traduciamo articoli comparsi su giornali stranieri e pubblichiamo pezzi già usciti su altre testate, per condividerne il contenuto, oppure per dichiarare il nostro dissenso parziale o totale su quello che dicono.
A quest'attività annettiamo una funzione strategica: quella di aiutarci a uscire dall'autoreferenzialità che troppo spesso caratterizza la cosidetta controinformazione.
di Antonio Ruggieri http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2756
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Sul Partito Democratico
di Antonio La Forgia,
On. La Forgia, dopo Orvieto, per il Partito Democratico non si parla più del “se”, ma del “come”. E allora: come?
Davvero sembra che il dibattito riguardi ormai la via verso la costituzione del PD. E però non si può tacere la sensazione che sull’entusiasmo e sullo slancio verso un grande progetto prevalga la presa d’atto talora sconsolata di un processo non più reversibile.
Rassegnati all’irreversibilità?
Direi che l’esperienza dell’Ulivo, in questi undici anni, tra successi e “gelate”, ha assorbito in sé gli spiriti vitali dei partiti che gli hanno dato vita: in questo senso indietro non si può tornare, l’irreversibilità è un fatto!
Ma, naturalmente, questo non basta, non basta l’obbligo a procedere per fare un partito nuovo. Per fare un partito nuovo occorre sentire il fascino dell’innovazione ad anche l’urgenza di una innovazione radicale che segni sia la relazione del partito con la società, sia il suo progetto politico.
Sul primo tema quale relazione con la cittadinanza attiva fortunatamente ad Orvieto è stato detto molto ed io trovo assolutamente convincente la relazione proposta da Vassallo. Naturalmente Vassallo ha badato all’essenziale, non ha svolto tutta intera l’esplorazione di un modello di partito ma ha indicato esplicitamente le caratteristiche che potrebbero fare del Partito Democratico un partito veramente nuovo ed effettivamente aperto a corrispondere alla domanda di cittadinanza attiva e di partecipazione politica che è presente e insoddisfatta nel paese.
Ma D’Alema e non solo lui non è sembrato molto d’accordo con Vassallo.
Anche qui andiamo all’essenziale. Come tante volte ci ha spiegato Parisi, la discussione sul primato dell’organizzazione e degli stati maggiori ovvero dei processi sociali e diffusi è una discussione ricorrente nel campo democratico e dei movimenti che si propongono di trasformare l’esistente.
Per stare alla cultura politica nella quale mi sono formato, è il contrasto che oppose Lenin a Rosa Luxemburg.
E tuttavia a me pare che questo contrasto possa ormai essere consegnato al passato: nei primi trent’anni di vita repubblicana i grandi partiti di massa hanno esercitato una straordinaria pedagogia democratica e civile ed hanno compiuto la propria missione : hanno generato una cittadinanza attiva la cui ampiezza è assai maggiore dell’insediamento che i partiti tradizionali abbiano oggi o abbiano mai avuto nel nostro passato.
Bisogna prendere atto che questi cittadini attivi pretendono di essere trattati come tali, non possono essere reclutati nei reparti di un esercito il cui stato maggiore sia irraggiungibile! Dire questo non significa negare l’esigenza della organizzazione, significa solo affermare che risultano accettabili solo forme organizzative autenticamente trasparenti e democratiche.
Per questo mi preoccupo molto quando sento teorizzare che i voti, quindi anche le tessere, si pesano e non si contano e così via.
E invece lei è d’accordo su “una testa, un voto”?
Certamente si.
A proposito di tessere, il problema grave è scoppiato in questi giorni nella Margherita.
Temo proprio di sì, che la questione sia davvero seria e grave, e temo anche che la patologia non riguardi solo Margherita ed anzi abbia un carattere endemico. D’altra parte, se i nostri partiti vivono entro una foma organizzativa che sopravvive al suo tempo ed alla sua ragion d’essere, è quasi inevitabile che le persone in carne ed ossa, le teste, svaniscano sullo sfondo ed il loro posto sia preso dalle “tessere”; è quasi inevitabile che i cittadini attivi si tengano lontani e che il loro posto possa essere preso da cordate di “clientes” di capi locali. Sono fenomeni degenerativi ma probabilmente più che ad una patologia facilmente circoscrivibile ed espungibile siamo davanti ad un fenomeno fisiologico.
La volontà di partecipare è presente e manifesta anche in tutte le varie realtà associative che si sono via via costituite per l’Ulivo e per il Partito Democratico e che vogliono ovviamente partecipare a pieno titolo all’impresa…
Quelle Associazioni rappresentano sicuramente una spinta utile, senza di essa i rischi di quella “fusione fredda” tra Ds e Margherita e Repubblicani Europei sarebbero prevalenti. Sono però convinto che la forza viva che può davvero spingere al successo la costruzione del PD è quella degli elettori.
Quindi le primarie. Ad ogni livello?
Sì, le primarie ad ogni livello…Con i soli limiti ed attenzioni di cui ha parlato proprio Salvatore Vassallo ad Orvieto. Anzi mi piacerebbe cominciare ad immaginare primarie che abbiano ad oggetto non solo la selezione del personale politico ma anche temi sufficientemente istruiti da poter essere sottoposti anche a consultazioni dirette degli elettori.
Qualcuno, proprio negli ultimi giorni, comincia a riaffacciare l’ipotesi di arrivare al PD passando prima per una federazione. Le sembra un percorso accettabile?
Francamente, più che un passaggio intermedio mi sembrerebbe una battuta d’arresto; come a dire: giacché non è possibile tornare indietro almeno fermiamoci!
Ma è davvero così urgente fare il Partito Democratico?
Se lo si pensa in termini di razionalizzazione e semplificazione del sistema politico, se si pensa alla nascita del PD come alla presa d’atto che sono esaurite le ragioni che hanno tenute divise in Italia le diverse forze che possiamo chiamare riformiste, l’urgenza è senz’altro controllabile e la pulsione alla costruzione del PD è fredda e razionale piuttosto che espressione di uno slancio di passione politica. Certamente questo è del tutto ovvio dobbiamo finalmente prendere atto che le ragioni delle divisioni fra noi appartengono al passato. Insomma sono concluse. Ma soprattutto dobbiamo prendere atto che abbiamo bisogno, per affrontare le sfide del futuro, di mettere alla prova la fecondità del confronto, della contaminazione. Ogni tanto qualcuno si interroga se una tale contaminazione sia davvero possibile e possa davvero essere feconda e produttiva. Troppo forti e consolidate sarebbero le diverse culture, i diversi riformismi, così da poter convergere in un programma di governo ma da dover restare distinte.
Io francamente ho la preoccupazione opposta. Non vedo un ingorgo riformistico, presente nella nostra discussione. Vedo piuttosto un’aria rarefatta, una difficoltà a produrre quella innovazione radicale delle politiche, quella innovazione radicale nelle relazioni fra la politica e la società di cui ci sarebbe veramente bisogno. Il Partito Democratico questo dovrebbe fare! Dovrebbe liberare le nostre tradizionali culture e metterle alla prova di un’analisi della realtà e di una proposta politica che si misurino con l’epoca nuova in cui viviamo. Da questo punto di vista per essere ancora più chiaro la carta di identità politica del PD non mi proporrei di scriverla indicando le scelte su cui ci uniamo. Temo che se volessimo compiere questo sforzo nell’arco dei prossimi mesi probabilmente arriveremmo a risultati non soddisfacenti. Troverei molto più interessante, molto più coerente con la missione che attribuisco al PD PD che noi scrivessimo la nostra identità politica formulando le domande che ci uniscono, indicando esplicitamente i problemi cui intendiamo dare risposta.
Le domande e non le risposte!
Per costruire le risposte abbiamo bisogno del Partito Democratico. Anzi, il PD è precisamente lo strumento indispensabile ad elaborare quelle risposte.
Se la cosa la si vede così, allora le ragioni dell’urgenza diventano assolutamente evidenti e stringenti.
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Economist : evasione fiscale , Prodi e il presunto liberale Berlusconi
di Giulia Alliani
"E' naturale - secondo l'Economist - che il governo Prodi venga attaccato da tutte le parti". Per il settimanale britannico questa e' "la prova che il governo sta attuando alcune delle riforme di cui il paese ha bisogno.
"Non c'e' dubbio che il governo Prodi stia facendo alcune cose giuste" prosegue l'articolo, che cita la legge che dovrebbe porre un limite al quasi monopolio di Silvio Berlusconi sulle tv private, ed esprime apprezzamento per la "gradita ventata di liberalismo giunta con l'approccio del governo al problema Alitalia, le cui colossali perdite, in passato, erano state garantite dalle precedenti amministrazioni, ivi compresa quella del presunto liberale Berlusconi. 'La situazione e' completamente fuori controllo e non vedo possibili paracadute' ha detto Prodi ai sindacati, la settimana scorsa, e anche il suo ministro dei trasporti, che e' un comunista, e' contrario ad ulteriori sussidi".
"Tuttavia - nota l'Economist - la riforma piu' importante potrebbe avere luogo senza clamore e senza bisogno di grandi modifiche legislative, grazie ad una stretta all'evasione fiscale". "Il futuro del Paese si gioca nella guerra all'evasione mentre, a parere di Prodi, tutto il resto e' secondario. Potrebbe sembrare un'iperbole assurda, ma il significato politico della lotta all'evasione potrebbe essere piu' importante della sua effettiva capacita' di produrre gettito. In un paese dove i lavoratori autonomi hanno sempre dichiarato solo una piccola parte dei loro guadagni essa potrebbe rivelarsi un potente mezzo redistributivo".
"Cio' che veramente, la settimana scorsa, ha spinto a protestare in piazza molti professionisti e' stata la minaccia di dover pagare quelle tasse alle quali i lavoratori dipendenti non possono sfuggire. La rabbia che hanno manifestato serve a pacificare la potente ala sinistra dell'eterogenea coalizione guidata da Prodi, e potrebbe consentirgli una liberta' di manovra sufficiente per far approvare altre riforme liberali".
Per l'Economist, tuttavia, questa prospettiva porta con se' dei rischi: il primo e' rappresentato dal fatto che, come gia' accaduto in passato, la guerra agli evasori potrebbe finire in un flop. Il secondo rischio si presenterebbe invece anche in caso di successo, perche' il governo potrebbe essere indotto a basarsi solo sull'incremento di gettito per mettere a posto le finanze pubbliche, senza effettuare tagli di spesa, e rallentando cosi' la crescita.
"E' possibile essere un riformatore liberale 'tax and spend'?" si chiede l'Economist. E conclude: "Romano Prodi sembra deciso a provarci".
www.osservatoriosullalegalita.org
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GLI SQUADRONI DELLA MORTE GOVERNATIVI DEVASTANO BAGHDAD
DI ALI AL-FADHILY & DAHR JAMAIL
Inter Press Service
Le prove che emergono dimostrano come gli squadroni della morte dal ministero degli interni, in qualità di agenti della polizia irachena, stiano uccidendo più persone che mai nella capitale
Il numero delle vittime è alto - in tutto 1.546 corpi sono stati portati all'obitorio di Baghdad a settembre. Lo scorso mese il ministero della sanità ha annunciato che avrebbe costruito due nuovi obitori a Baghdad per portare la loro capienza a 250 corpi al giorno.
Molti temono una mano governativa in altri omicidi a venire. L'esercito Usa ha rivelato che l'ottava unità della polizia irachena era responsabile per il rapimento di 26 sunniti che lavoravano nel settore alimentare, presso il quartiere Amil della Baghdad sud-occidentale. I corpi di dieci di loro furono trovati in seguito nel distretto Abu Chir della capitale.
Il ministro degli interni Jawad al-Bolani ha annunciato che sospenderà l'unità della polizia da compiti ufficiali, e la confinerà nella base finché non sia ultimata un'indagine.
Ma sezioni del ministero sembrano responsabili di rapimenti e uccisioni. In questo caso, ad essere usati per i rapimenti, erano veicoli del Ministero degli Interni, e la maggior parte degli uomini che conducevano i raid erano in uniformi della polizia irachena, tranne pochi che indossavano le 'uniformi' nere degli squadroni della morte, hanno detto i testimoni all'IPS.
Il leader dell'unità della polizia è agli arresti domiciliari e sotto interrogatorio per questo ed altri crimini, secondo un annuncio ufficiale.
"E' certo che siano stati loro", ha detto all'IPS in condizione di anonimato uno dei vicini delle vittime. "I corpi torturati furono trovati il secondo giorno. Vennero nelle loro auto ufficiali della polizia; non è la prima volta che fanno qualcosa del genere. Lo fanno in tutta Baghdad, e speriamo che saranno adeguatamente puniti questa volta".
Nel frattempo gli uomini dell'unità non rischiamo una punizione imminente. "Saranno riabilitati e riportati in servizio", ha detto all'IPS il direttore generale della polizia irachena, Adnan Thabit.
Il Partito Islamico Iracheno, il maggior partito sunnita, ha accusato le milizie per i loro legami con il governo e l'esercito degli Stati Uniti.
"Il Partito Islamico Iracheno chiede come potrebbero 26 persone, tra le quali delle donne, essere state trasportate da Amil ad Abu Chir mediante tutti quei checkpoint e le pattuglie irachene e statunitensi", ha annunciato in una dichiarazione.
L'esercito Usa ha negato ogni coinvolgimento negli omicidi.
Il generale Yassin al-Dulaimi, vice ministro degli interni, ha detto molte volte alla TV irachena che gli squadroni della morte sono composti principalmente dalla polizia irachena e da unità dell'esercito. I suoi commenti riflettono differenti fedeltà e agende persino all'interno del blocco sciita.
Il generale Dulaimi ha cercato a lungo di denunciare le bande criminali organizzate che hanno controllato il ministero a partire dalla sua formazione - una formazione che è stata supervisionata dalle autorità statunitensi. Dulaimi dice di non credere che la sciita Organizzazione Badr, una milizia grande, bene armata e finanziata, abbia il pieno controllo sul ministero. Ma la maggior parte dei residenti di Baghdad crede che la Badr abbia un completo controllo sulla forza di polizia a Baghdad, e usi questa forza per perpetrare omicidi settari. Questa forza è solo una delle molte squadre ufficiali di sicurezza a Baghdad. Essa è guidata da Mehdi al-Gharrawi, che guidò anche simili unità di sicurezza durante l'attacco statunitense a Fallujah nel novembre 2004. "Tutti i criminali che sopravvissero alla crisi di Fallujah dopo aver commesso genocidio ed altri crimini di guerra ebbero dei gradi maggiori garantiti", ha detto il maggiore Amir Jassim del ministero della difesa all'IPS. "Io e molti dei miei colleghi non fummo premiati perché disobbedimmo agli ordini di dare fuoco alle case della gente (a Fallujah) dopo che altri le avevano depredate".
Jassim ha detto che gli incendi e i furti nella case a Fallujah durante l'assedio di novembre furono ordinati dai ministeri degli interni e della difesa. "Ora vogliono fare le stesse cose che fecero a Fallujah in tutte le aree sunnite in modo che scatenino una guerra civile in Iraq", ha detto Jassim, riferendosi ai ministeri dominati dalla parte sciita. "Una guerra civile è la loro unica garanzia per rimanere al potere, rubando una tale incredibile quantità di denaro".
Un altro funzionario del ministero della difesa, Muntather al-Samarraii, ha detto all'IPS che sia l'Iran che i "collaboratori" nel ministero degli interni sono da accusare per i diffusi omicidi settari. "Ho liste di migliaia di casi di corruzione dall'interno del ministero, e altri docuementi da esporre al mondo", ha detto, "ma il mondo non sta ascoltando. Quando lo farà, temo sarà troppo tardi".
Un agente di polizia nell'ufficio di Samarraii, parlando in condizione di anonimato, ha detto all'IPS di credere che gli assassini non sarebbero stati puniti per i loro crimini. "Li premieranno, credetemi e conferiranno loro gradi più alti", ha detto. "Questo è un paese che non si reggerà mai sui propri piedi finché questi assassini sono al potere. E gli Statunitensi li stanno sostenendo permettendo ai loro convogli di muoversi durante le ore di coprifuoco".
Mentre ci sono poche prove di un diretto coinvolgimento statunitense, sono state sollevate domande su cosa abbiano fatto - o non fatto - le forze Usa per incoraggiare tali omicidi.
Un rapporto sui diritti umani delle Nazioni Unite, rilasciato nel settembre dello scorso anno, riteneva le forze del ministero degli interni responsabili per una campagna organizzata di detenzioni, torture e uccisioni. Riportava che le unità speciali dei commando della polizia erano accusate di perpetrare gli omicidi dove i membri venivano reclutati dalle milizie sciite Badr e Mehdi, e addestrati dalle forze Usa. Il colonnello in pensione James Steele, che prestò servizio come consigliere alle forze di sicurezza irachene all'allora ambasciatore statunitense John Negroponte supervisionò l'addestramento di queste forze.
Steele era a capo del gruppo di consigliere militari statunitensi in El Salvador tra il 1984 e il 1986, mentre Negroponte era ambasciatore Usa nel vicino Honduras tra il 1981 e il 1985. Negroponte fu accusato di diffuse violazioni dei diritti umani dalla Commissione sui Diritti Umani dello Honduras nel 1994. La Commissione riportò la tortura e la scomparsa di almeno 184 attivisti politici.
Secondo un gruppo di lavoro della CIA istituito nel 1996 per indagare sul ruolo degli Stati Uniti in Honduras, le violazioni che Negroponte supervisionò in Honduras furono perpetrate da agenti addestrati dalla CIA.
I registri della CIA documentano che le sue "unità speciali di spionaggio", meglio note come "squadroni della morte", comprese le unità armate in Honduras addestrate della CIA, torturarono e uccisero migliaia di persone sospettate di supportare i guerriglieri di sinistra.
Dahr Jamail e Ali Al-Fadhily
Fonte: http://ipsnews.net/
Link: http://ipsnews.net/news.asp?idnews=35167
19.10.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI
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Eutanasia, una legge
che aiuti medici e pazienti
Demetrio Neri con
Sara Capogrossi Colognesi
Il dibattito sull’eutanasia aperto dalla lettera di Piergiorgio Welbi indirizzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha riacceso i riflettori su alcune proposte di legge che giacevano alle Camere e in Senato. “Sicuramente però c’è molta confusione in proposito”, avverte subito Demetrio Neri, professore di bioetica all’Università di Messina e membro della consulta di bioetica di Milano.
Eutanasia, una questione morale più che scientifica?
Esattamente. Qui però l’etimologia non ci aiuta molto, perché eutanasia vuol dire soltanto “dolce morte” che è quella che tutti ci auguriamo dal momento che morire è una necessità per tutti e quindi una morte che arrivi senza tante sofferenze, o per lo meno non con sofferenze insopportabili, è un tema antichissimo. Oggi questo termine ha assunto un significato convenzionale, di solito viene usato come equivalente di un’anticipazione del momento della morte ottenuta attraverso un intervento diretto del medico o di altre persone. Su richiesta della persona interessata ovviamente, altrimenti sarebbe un vero e proprio omicidio. E’ di questo di cui si discute e che nella fattispecie si è deliberato in Olanda e anche in Belgio, su cui esiste una tradizione anche in altri paesi, in forma differente, per esempio attraverso il cosiddetto suicidio assistito.
Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito?
La differenza è che per esempio nello stato dell’Oregon il medico può prescrivere al paziente la dose giusta di farmaci, ma è poi il paziente che deve assumerla da sé: ecco perché è suicidio assistito. Questo avviene anche in Svizzera. Ma se usiamo il termine eutanasia così come termine generico come tutto quello che può avvenire alla fine della vita umana rischiamo di fare una gran confusione e anche di indebolire altre questioni sul quale tutto sommato c’è accordo, per esempio evitare forme di accanimento terapeutico, che avviene indipendentemente dalla questione dell’eutanasia e può verificarsi in varie forme: per esempio un trattamento che si riveli assolutamente futile dal punto di vista dei suoi benefici, o i cui benefici sono minimi o comunque sono compensati da effetti collaterali molto pesanti. Finché è consapevole di sé e discute con il medico, il paziente può benissimo chiedere al dottore di rinunciare a un trattamento di questo tipo.
Ma come è possibile stabilire cosa sia realmente accanimento terapeutico?
Facciamo un esempio banale ma al limite: un vecchio di novant’anni che soffre di una grave forma di malattia tumorale a cui sopravviene una polmonite. Beh, una volta si diceva che la polmonite è l’amica degli anziani, perché non c’erano gli antibiotici e li portava persone in età avanzata facilmente e rapidamente alla morte. Oggi possiamo curare la polmonite, perché abbiamo antibiotici efficaci. Il problema morale che ci poniamo è: dobbiamo curarla? Se il paziente ci chiede “lasciatemi morire in pace per questa malattia”, dobbiamo soddisfare la sua richiesta? È chiaro che non è un intervento attivo, è una omissione. Ma la medicina moderna ha un po’ indebolito la distinzione stessa tra omettere e fare. E da questo nascono tutti i problemi che ci troviamo di fronte, anche nel caso di Piergiorgio Welbi.
Anche Veronesi ha posto l’accento sulla distinzione tra eutanasia e testamento biologico…
Oltre a insegnare bioetica all’università di Messina faccio parte della consulta di bioetica di Milano: noi abbiamo lanciato molto prima di Veronesi, almeno quindici anni fa, la prima forma Italiana di testamento biologico. Si chiama Biocard e se un medico sa che un paziente ha redatto la Biocard, o come propone Veronesi un vero e proprio testamento di fronte al notaio, già ora se vuole può tenerlo in considerazione valutando se quello che il paziente ha chiesto è ancora applicabile alla sua situazione, e così via. Certo, pochi medici lo fanno, perché effettivamente c’è in quest’area parecchia incertezza sul piano giuridico e così i medici sono portati ad attenersi alla strada più sicura. Una legge sul testamento biologico creerebbe le condizioni che possono, da un lato favorire la serenità con cui il medico deve prendere queste decisioni, e dell’altro dimostrare al paziente che il medico prende in considerazione i desideri che egli ha espresso sul modo in cui vuole essere trattato quando non può più comunicare direttamente con chi lo ha in cura (quindi è inconsapevole).
Perché secondo lei in Italia rispetto a paesi del nord Europa c’è questa grande difficoltà a legiferare in modo più chiaro, un modo che potrebbe favorire il lavoro dei medici oltre che aiutare i pazienti?
Purtroppo vedo che in Italia si continua ancora a ragionare in termini di contrapposizione tra laici e cattolici, come se per esempio nell’ambito delle religioni non esistessero i protestanti. Per esempio il lavoro che la tavola Valdese ha fatto sulle questioni etiche alla fine della vita umana è un lavoro bellissimo ed esemplare. Esistono anche altre religioni. Tutte devono avere la possibilità di manifestare le proprie convinzioni. Poi ovviamente sarà il legislatore a decidere quale strada intraprendere. Ma in una società laica democratica e pluralista, il compito del legislatore in questa materia dovrebbe essere quello di stabilire che ognuno di noi possa perseguire la sua personale risposta alle questioni morali che riguardano la fine della vita umana.
Siamo tutti rispettabili. I giornali hanno adottato il sistema di contrapporre alle richieste di Piergiorgio Welbi quelle di un’altra persona che nelle stesse condizioni dica “io voglio vivere”: nessuno lo obbligherà mai a chiedere la morte. Ma la simmetria resta: mentre quest’ultimo può chiedere di continuare a vivere, perché mai Piergiorgio Welbi (che fino all’altro giorno ha resistito sulla trincea di onorare la vita, ma che ora è stanco) non può esaudire il suo desiderio di chiudere la sua vicenda terrena nel modo che sia confacente ai valori nei quali ha sempre creduto?
Come si può arrivare a una simile decisione “serenamente”?
Piergiorgio non è un tipo depresso che appena saputo della malattia si è arreso e si è buttato in un letto. Forse addirittura si potrebbe dire che ha vissuto una vita più intensa negli ultimi anni, in cui la malattia faceva il suo percorso gravissimo (è una malattia degenerativa), perché ha cominciato a scrivere, a lavorare, a partecipare alla vita pubblica, alla vita politica. Quindi ha avuto una vita piena, adesso la malattia gli impedisce anche questo, e Welbi non vuole restare lì su un letto, per quanto curato amorevolmente dalla moglie, dai nipoti e dagli altri familiari. Non vuole restare lì finché la morte non sopraggiunga: questo solo chiede.
Quali sono le sue convinzioni a riguardo?
Io personalmente sono favorevole all’eutanasia intesa come intervento diretto, però non si deve confondere l’eutanasia con il testamento biologico. Per due anni ho lavorato al documento del comitato nazionale sul testamento biologico che è uscito nel dicembre del 2003. Il gruppo di lavoro che abbiamo coordinato insieme al professor Salvatore Amato era di altissimo livello. E ancora prima, nel 1995 avevo scritto un libro nel quale cercavo di chiarire proprio queste distinzioni fondamentali, sulla base della letteratura più accurata.
In quali casi potrebbe essere utile un testamento biologico? È un mezzo per impedire l’accanimento terapeutico?
Tutti ricordano la signora di Catania che rifiutò l’amputazione del piede nonostante i medici l’avvertissero che rischiava di andare in cancrena e di morire. Questa signora, che venne riconosciuta perfettamente consapevole di sé, perfettamente al corrente delle eventuali conseguenze, concluse: “Sia fatta la volontà di Dio, ma io il piede lo voglio con me”. Nessuno ha potuto obbligarla a subire quel trattamento, e non sarebbe stato accanimento terapeutico, sarebbe stato accanimento puro e semplice sulla persona e anche sulle sue credenze, sui suoi valori. Ecco perché io dico che spostare il discorso riguardo al testamento biologico sul sì o no all’accanimento terapeutico è fondamentalmente sbagliato. Si rischia di fare una legge che non servirà assolutamente a nulla.
E in assenza di leggi, come ora?
Racconterò un episodio per capire meglio come stanno le cose: una volta partecipai a una trasmissione radiofonica con il giudice Norvio, che a quei tempi presiedeva una commissione di grazia e giustizia per la revisione del codice penale. Il giudice aveva lanciato un’idea anche sul Corriere della Sera: mettere una norma che riconoscesse le volontà anticipate. Gli sembrava una cosa importante, e lo era. Io gli spiegai che in realtà non ci sarebbe neanche bisogno di una legge, perché citavo la convenzione di Oviedo, che il nostro Parlamento ha ratificato, ed è quindi parte del nostro ordinamento. Citavo il codice medico deontologico, che la stessa Corte di Cassazione riconosce essere il tipo di comportamento cui il medico deve attenersi. E quindi gli dicevo: se un medico oggi – erano 4 o 5 anni fa – si attenesse alle volontà che il paziente gli ha comunicato, o per iscritto o attraverso i parenti, non farebbe nulla di sbagliato. Certo, rispose il giudice Norvio, ma a suo rischio e pericolo, perché dal punto di vista giuridico c’è ancora una larga incertezza sul valore della volontà del paziente, anche di quello competente in ambito sanitario. Ecco perché i medici cercano di seguire la strada più sicura, che però è quella più tormentosa per il paziente.
Una legge che riconosca il valore giuridico delle direttive anticipate, del testamento biologico, sarà una legge che andrà non solo a favore dei pazienti, ma anche a favore dei medici, perché li restituirà quella tranquillità d’animo, quella serenità per poter prendere delle decisioni. Decisioni che comunque devono prendere, perché un medico non può astenersi dal decidere se questo paziente deve essere trattato o meno. E allora: che questa sua decisione sia quanto più congrua possibile con i valori del paziente io credo che sia una situazione preferibile a quella in cui il medico decide da solo o solo attraverso l’aiuto dei familiari.
caffeeuropa.it
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Apocalisse a Venezia
Tra ieri e oggi me n’è capitata una bella, che non posso che raccontarvi qui. Alcuni giorni fa mi invitano a Venezia, a intervistare un professore americano, per la precisione di Harward, che partecipa a un seminario scientifico alla Venice University sul nuovo concetto di sviluppo sostenibile.
Bè, il tema mi interessa e ci vado. Arrivo a Venezia e poi a S. Servolo, vado al seminario e poi scopro che è chiuso ai giornalisti. Ovvero a me a un altro collega della Rai, che staziona nelle vicinanze.
Perché un workshop scientifico sulla sostenibilità ambientale deve essere chiuso alla stampa? Per non avere scocciatori che fanno stupide domande nella sala? Me lo chiedo, ci passo sopra, faccio la mia intervista al professore (molto accademica) e mi portano alla cena di prammatica.
Ho la fortuna di sedere a tavola con due concittadini piuttosto significativi, l’ambasciatore Attilio Cattani, oggi presidente dell’Ice e il direttore generale del Ministero dell’Ambiente Corrado Clini (ex medico della Usl di Porto Marghera, e tra i primi in Italia a fare il monitoraggio ambientale).
Parlo con loro. Scopro che il ministero dell’Ambiente è oggi il più internazionalizzato d’Italia. Che ha attivato 60 progetti in Cina, altri in Irak e nei Balcani. Che crea posti di lavoro ai giovani, competenze pregiate, che promuove nel mondo intelligenza e tecnologia italiana. Questo caso mi colpisce e mi interessa. Corrisponde in pieno alla mia personale visione della pubblica amministrazione futura in Italia.
Quasi quasi mi fermo un altro giorno (a gratis) a Venezia, mi dico. E approfondisco la vicenda di questo Corrado Clini, che mi pare persona fuori dal comune.
Il giorno dopo, ovvero oggi, incontro per caso a colazione in albergo il mio collega della Rai. Che torna a S. Servolo proprio per una intervista a Clini. Decido di seguirlo, invece di prendere il treno di ritorno per Milano.
Arriviamo a S. Servolo. La seconda giornata del workshop già iniziata. E’ appena finita una prima relazione sulle grandi sfide climatiche a ambientali. Clini è disponibile a una intervista sulla sua vicenda, gliela faccio.
Intanto però arriva il collega della Rai piuttosto stralunato. Lui da anni si occupa di temi scientifici e ambientali. E mi racconta il tono dello scenario appena delineato da tre esperti. Diana Liverman di Oxford, Hans Schellnhuber, del Potsdam institute of climate change impact, E B.l. Turner della Clark University.
Questo scenario dice (per quello che abbiamo appurato, fuori dalla porta):
- che al 2030 quasi tutta l’Australia sarà desertificata. In alcune regioni non piove da sei anni filati e ogni quattro giorni, da quelle parti, si rileva il suicidio di un contadino per fallimento.
- che da Roma in giù, per quanto riguarda l’Italia, sarà un deserto.
- che la maggior parte delle città del pianeta diverranno rapidamente delle megalopoli. Un caso è già stato simulato, a modello. Phoenix, con la desertificazione dell'Arizona, è prevista passare da meno di un milione di abitanti (oggi) a 30 milioni al 2030 e a oltre 50 nel 2050.
- Che l’Amazzonia si ridurrà alle dimensioni di una piccola foresta.
- Che altrettanto diverrà il Borneo, oggi foresta pluviale.
- Oceani sempre più caldi, e innalzamento del livello dei mari non dovuto tanto allo scioglimento dei ghiacci (che c'è e ci sarà) quanto alla semplice espansione termica delle acque.
Nessuno dei presenti al workshop (una ventina di esperti), ci dicono, solleva obiezioni a questo genere di previsioni.
Questi solo alcuni spunti di uno scenario assolutamente apocalittico, costruito (presumo) sul trend di riscaldamento globale dell’Ipcc (Intergovernmental panel on Climate Change dell’Onu) e su modelli di simulazione delle emissioni antropiche (umane) e del loro impatto. E modelli tra i più aggiornati.
Ne avevo già letti in passato di scenari di questo tipo. Come questo o questo.
Però si trattava di contributi individuali, malamente tenuti celati o ipocritamente disconosciuti. Qui a S.Servolo, invece, sono venti scienziati, delle più prestigiose università del mondo, a ripetere spontaneamente (ma a porte chiuse) gli stessi concetti.
Questo scenario inoltre è costruito sulla base dell’assunto che non si faccia nulla di più, da qui al 2030, per limitare le emissioni dei gas serra. Oltre a quell’autentico palliativo che è il trattato di Kyoto, con i suoi obbiettivi limitati a pochi punti percentuali di riduzione e il suo faticoso mercato di certificati di risparmio di Co2. A cui peraltro non aderiscono né gli Usa (come governo centrale) né soprattutto Cina e India, paesi oggi in fase di accelerato sviluppo economico (e tra i massimi diffusori di gas serra).
Non solo. Lo scenario non tiene conto dei cosiddetti feedback positivi, ovvero di quegli amplificatori naturali del fenomeno di riscaldamento che potrebbero attivarsi a causa del riscaldamento antropico stesso. Il più temuto tra questi è lo scioglimento del permafrost, ovvero della tundra ghiacciata (in particolare siberiana) che cela nelle sue viscere enormi quantità di metano, gas serra venti volte più attivo dell’anidride carbonica. Il metano da permafrost potrebbe ulteriormente accelerare l’apocalisse, e rendere concreta la terribile profezia di James Lovelock, contenuta nel suo ultimo libro, di una possibile estinzione della civiltà odierna e anche della massima parte del genere umano.
Da oggi al 2030 ci separano 24 anni. Pochissimi per una riconversione energetica planetaria, e su tecnologie in gran parte ancora da sviluppare. Al 2050 i giochi saranno ormai fatti. Per il meglio o per il peggio. Il sottoscritto e il mio collega Rai ci guardiamo nelle palle degli occhi fuori dalla stanza del workshop. Gli chiedo: “tu hai mai sentito di uno scenario del genere fatto da autorevoli professori di Harward, Oxford etc? “. “Mai così terribile. Questi qui stanno ragionando sull’apocalisse – mi risponde”. Capiamo perfettamente, ora, perché i giornalisti non sono stati ammessi nella sala.
Chiediamo a Clini un commento. Ammette che lo scenario, nel caso di una prosecuzione delle politiche energetiche basate sulle fonti fossili, prevede un clima compromesso entro la metà del secolo.
E poi che la catena dei fenomeni, e dei possibili effetti amplificativi, non è del tutto prevedibile.
Clini non usa parole forti. Le misura e pacatamente. Ma ieri sera aveva etichettato questo workshop come una riflessione su un possibile (e credo necessario) progetto Manhattan per salvare il genere umano.
Oggi e domani, a S.Servolo si parlerà sul che fare. E come informare la gente di quello che sta per succedere.
Ne sta discutendo la neo-fondazione Clinton (i paesi industriali, sostiene, devono mettere in ricerca e investimenti almeno il 5-10% del Pil), ne stanno discutento in tanti, in prevalenza a porte chiuse (per ora). Il seminario della Venice University conferma un dato di consenso ormai emergente e acquisito. Abbiamo al più dieci anni di tempo prima che l’onda ci sommerga, il caldo ci arrostisca (e ci ammazzi l’agricoltura) le migrazioni e le inurbazioni creino conflitti, stragi e guerre, la follia collettiva ci imponga dittature o persino regresso barbarico.
Troppo apocalittico? Provate a pensare all’intera Sicilia e Puglia desertificata, a Napoli e Roma megalopoli di baraccati, di guerre per l’acqua e forse il cibo sull’intera fascia (ex) temperata del pianeta.
L’attuale crisi politica italiana, al confronto, assomiglia a un’orchestrina suonante (stonata) sulla tolda del Titanic. Credo dobbiamo darci, un po’ tutti, una seria, serissima regolata.
Oggi facciamo un sacrificio fiscale (se anche lo facciamo) di poche frazioni del nostro reddito. Dovremmo farne persino di più per finanziare solo la ricerca energetica necessaria a fermare l’apocalisse. Siamo come al solito meschini, egoisti e ridicoli.
Ci sono infatti due strade (parallele) per evitarci il disastro: un fortissimo impulso sull’innovazione tecnologica e insieme un ridisegno dei sistemi sociali per renderli il più possibile sostenibili con le condizioni e i trend in atto.
L’innovazione tecnologica non implica la fine della democrazia. Semmai l'investimento rapido in nuove fonti compatibili (che ancora in gran parte sono da inventare). Il ridisegno forzato delle società sì, implica una nuova (e forse terribile) fase autoritaria su scala globale. Il motivo è evidente. Si scatenerà una guerra come mai l'abbiamo vista.
Ci conviene quindi investire subito, e alla grande, su programmi accelerati nella fusione nucleare, nella fissione di quarta generazione, nel fotovoltaico, nell’eolico di alta quota, nel risparmo energetico, nell’efficienza dei sistemi.
Alternativamente dovremo erigere illusorie mura (insanguinate) intorno ai nostri confini e alle nostre città. Inutili mura, dato che poi questi sistemi collasseranno dall’interno. Ci sta provando Bush a creare i presupposti di queste muraglie (Patriot act e similia), ma non fermeranno l’apocalisse.
P.s.Putroppo non ho fonti certe nè virgoletatti scrivibili di questo seminario a porte chiuse. Per questo ne affido il (parziale) resoconto a questo blog.
Dove conta solo la mia faccia.
www.caravita.biz
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IL COSTO CIVILE IN AFGHANISTAN 19/10/06
Effetti collaterali: l'Ifor si dice dispiaciuta, la Nato nega di colpire target civili (nell'immagine, bombardieri della Nato in un dipinto dal sito dell'Alleanza)
Emanuele Giordana
Sono oltre una ventina le vittime civili di operazioni militari condotte della forza multinazionale Isaf nelle province di Kandahar ed Helmand che, nel giro di 48 ore, sono andate a ingrossare un bilancio di morte nel Sud dell’Afghanistan diventato ormai una tragica routine quotidiana.
Almeno nove i civili uccisi e undici quelli quelli feriti nell'ultimo attacco aereo della Nato nella provincia di Kandahar, secondo quanto ha confermato il governatore provinciale Asadullah Khalid a proposito di un attacco nel distretto di Zhari che avrebbe colpito tre abitazioni civili. La fonte locale ha aggiunto che anche un numero imprecisato di talebani sarebbero stati uccisi. L’Ifor ha espresso dispiacimento per l’episodio, garantendo che i militari si sforzano minimizzare i “danni collaterali”. Ma già nella notte era avvenuto un episodio analogo in un altro villaggio nella provincia di Helmand, dove sarebbero almeno tredici le vittime civili. Un residente del villaggio di Taijikai ha riferito che cinque donne, cinque bambini e tre uomini, sono stati uccisi da un razzo che ha colpito un'abitazione. La versione della Nato è che in diversi casi i bombardamenti colpiscono missili e bombe nelle postazioni talebane dell'area, ma l’Alleanza si è rifiutata di commentare le notizie sulle azioni nelle quali sarebbero state colpite case di civili. La situazione resta dunque tesa e confusa mentre sembra crescere l’insofferenza dei locali nei confronti soprattutto dei bombardamenti che finiscono per colpire la popolazione civile.
E’ forse anche in questa chiave che va letta la dichiarazione del sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti - che ieri ha incontrato a Roma l’omologo americano Richard Boucher – che ha ribadito come “l'impegno in Afghanistan resta una priorità del governo italiano, che continuerà ad offrire il
proprio contributo per la ricostruzione economica, la stabilizzazione ed il consolidamento della democrazia”. L’accento sulla ricostruzione riprende di fatto la decisione del governo, reiterata ieri in un incontro pubblico dalla viceministra alla cooperazione Patrizia Sentinelli, di stanziare ulteriori dieci milioni per opere civili in Afghanistan. Fondi negoziati al momento del rifinanziamento della missione dei nostri alpini che costa circa 300 milioni di euro l’anno.
I segnali che l’intera comunità internazionale sta ripensando il suo impegno in Afghanistan, che troppo poco ha fatto sul piano della ricostruzione civile, sembra confermato anche dalla posizione della Norvegia, paese attento alla cooperazione civile (ha in Afghanistan circa 500 uomini), che ieri ha escluso l’invio di rinforzi militari nonostante le richieste in questo senso della Nato. Richieste a cui si è associato invece il Canada che intende premere, in sede Nato, una maggiore cooperazione dei paesi membri in
Afghanistan, in particolare nelle regioni meridionali. Il Canada intende comunque mantenere i propri impegni militari fino al 2009 come ha spiegato ieri il ministro della Difesa canadese, Gordon O'Connor, in un incontro a Ottawa con il sottosegretario agli Esteri italiano Vittorio Craxi http://www.lettera22.it/showart.php?id=5847&rubrica=64
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Piatti che volano
nell'idillio tra USA e Inghilterra
Lord William Rees-Mogg ex direttore del Times. Sotto, il capo delle forze armate britanniche sir Richard Dannat.
Sul Times on Line è apparso il 16 ottobre un commento di lord William Rees-Mogg, ex direttore del Times ed oggi opinionista, intitolato: “I tre colpevoli che hanno fallito in Iraq. Bush, Cheney e Rumsfeld hanno sbagliato tutto, e adesso non si può fare a meno dell’Inghilterra per trovare una soluzione”.
Lord Rees-Mogg comincia prendendo le difese del generale sir Richard Dannatt, il comandante in capo delle forze armate inglesi che lo scoso 13 ottobre ha dichiarato al Daily Mail che è ora di ritirare il contingente inglese dall’Iraq perché le truppe d’occupazione non fanno che esasperare i già spinosi problemi con il mondo musulmano. Fatto molto importante: l’alto ufficiale è in servizio.
“Il generale fa il suo contributo locale in un dibattito globale il cui punto focale non è a Londra ma a Washington” ha scritto Rees-Mogg. “Se lui non fosse intervenuto il dibattito si sarebbe sviluppato soltanto a Washington senza alcun contributo significativo da parte dell’Inghilterra. La strategia globale dell’alleanza occidentale è già sottoposta a revisione, a Washington – l’Inghilterra avrà un ruolo importante nella realizzazione di tale strategia e certamente dovrà avere voce in capitolo nella sua definizione...
“Ovviamente c’è stato un grave fallimento strategico in Iraq, dopo la prima vittoria militare. A tale proposito la critica del gen. Dannatt è accettata pressoché universalmente. Tony Blair condivide le responsabilità di tale fallimento, ma i tre che hanno la responsabilità maggiore sono il presidente Bush, il vice presidente Cheney e Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa...“Chi, come noi, crede nell’alleanza Anglo-Americana, e ci credev anche prima, deve rendersi conto di questo fatto. Così come il gen. Dannatt ha indicato il rischio di uno sfascio delle forze armate in Iraq, così dobbiamo affrontare il pericolo di uno sfascio dell’alleanza. L’amministrazione Bush ha trattato l’alleanza tra Stati Uniti e Regno Unito con indifferenza altezzosa, se non proprio con arroganza. Di conseguenza in Inghilerra gli Stati Uniti sono diventati più impopolari che mai, da quando vivo. Occorre porvi riparo e questo si può fare solo con una franca consultazione”.http://www.movisol.org/znews197.htm
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America Latina, arriva la mano pesante delle destre
, in America Latina,
Desaparecidos, dossier falsi, servizi segreti in azione, brogli elettorali, la battaglia all’ONU, un colpo di stato imminente in Bolivia e la vita minacciata di militanti e dirigenti politici. Per la primavera latinoamericana arriva l'ora della prova contro la reazione.
La primavera latinoamericana a più d’uno era sembrata una festa. I movimenti sociali si facevano governo in maniera così facile da far dubitare del perché non fosse successo prima. Presidenti eletti per caso, come l'argentino Nestor Kirchner, si sono rivelati capaci di aggregare consenso e cancellare impunità. Movimenti radicali -figli di atavici sacrifici- come i senza terra brasiliani, fanno prudentemente politica. Perfino un colpo di stato organizzato con tutti i sacri crismi, quello dell'11 aprile 2002 a Caracas, è stato spazzato via dalla democrazia partecipativa della rivoluzione bolivariana. A Mar del Plata, a fine 2005, movimenti popolari e nuove classi dirigenti hanno gridato, insieme ai governi, un inaudito "no" all'ALCA e a George Bush. Argentina e Brasile hanno chiuso i loro conti con l’FMI: non vogliono più consigli interessati e l'integrazione regionale disegna un continente che mette finalmente al primo posto l'inclusione sociale.
Le destre di sempre hanno incassato colpi, via via più concreti, al privilegio e all'impunità. Ma il 2006, anno elettorale fondamentale, sta dando segnali di una sistematica reazione sotto forma di una nuova guerra sporca. Non può esserci ancora un nuovo Piano Condor, ma i segnali sono molteplici, diseguali, mutevoli eppure omogenei, e da non sottovalutare.
Il caso più grave è quello boliviano. I rumori di sciabole e le intromissioni straniere, da quelle degli “amici” di Petrobras a quelle nemiche di Tony Blair che, agente politico di British Petroleum, invita all’aperto boicottaggio della Bolivia, restringono i margini di manovra del presidente Morales. Non sono solo gli errori del governo –come quelli nella politica mineraria- a far temere il precipitare della situazione. Afferma a chi scrive Rafael Puente, per otto mesi vice ministro degli interni di Evo Morales: “la stessa vita del Presidente è nelle mani del nemico. La Bolivia di fatto non ha intelligence, ma sono attivi i servizi segreti di vari paesi, a cominciare da quelli cileni. Il presidente può essere ucciso da un francotiratore, dal tradimento di qualcuno a lui vicino, avvelenato. La sua vita è a rischio in ogni momento. Riceviamo continuamente rapporti dai servizi venezuelani e cubani in questo senso, ma loro non possono sostituirsi alle nostre carenze”. Il dramma della Bolivia è che uno stato fragile non può produrre un governo meno fragile dello stato stesso. “La nostra primavera potrebbe essere troppo breve” chiude, assorto nelle sue preoccupazioni, Rafael Puente.
Dalla Bolivia all’Argentina, la situazione è diversa. Ma da un mese si sta cercando il primo desaparecido di questa nuova epoca, il n. 30.001. È Jorge López, 77 anni, testimone chiave nel processo che ha condannato all’ergastolo “per genocidio”, Miguel Etchecolatz, simbolo vivente di sadismo, perversione, crudeltà nel torturare con particolare vigliaccheria donne incinte, nel bruciare vivi o buttare in mare uomini legati. Col sequestro López, decine di migliaia di persone, e tutti i testimoni delle centinaia di processi che si stanno celebrando in Argentina, hanno visto la loro vita riportata indietro di 30 anni, al guardarsi le spalle, al cambiare strada ogni volta per tornare a casa, al tornare a vivere nella paura. Quello López è un sequestro chiave perché non è una disperata vendetta di Etchecolatz e dei suoi, ma è una sfida diretta lanciata da uno stato parallelo, che continua ad esistere in democrazia, contro la politica dei diritti umani del presidente Kirchner. Più di 2.000 tra torturatori, familiari e loro supporter politico-economici, sono scesi in piazza a Buenos Aires pretendendo la fine dei processi. “Minacce fisiche, credibili e preoccupanti –ci dice il parlamentare e scrittore Miguel Bonasso- sono arrivate allo stesso presidente Kirchner. Questo dimostra che in Argentina esistono corpi dello stato mafiosi e fascisti ancora attivi e disposti a tutto”. Anche nell’Uruguay del titubante Tabaré Vázquez si registrano segnali analoghi.
In Brasile, Lula da Silva sarà per la seconda volta presidente. Vincerà il ballottaggio contro il candidato dell’Opus Dei e dell’ultradestra economica Geraldo Alckmin che, chissà perché, la stampa europea si ostina a definire socialdemocratico. Ma su quel 49.85% ottenuto da Lula, un capello dalla vittoria al primo turno, e con l’8% conquistato da candidati alla sua sinistra, ha pesato in maniera decisiva un dossier falso attribuito al PT, il partito del presidente. Con ogni evidenza è un’operazione attribuibile a servizi deviati, con la complicità del sistema mediatico, per danneggiare l’immagine di Lula stesso, paradossalmente consolidata e non indebolita da quattro anni di scandali, alcuni veri, molti artefatti. Le destre, che non hanno in questo momento il potere di rovesciare Lula, che è l’architrave di tutta la costruzione progressista latinoamericana, hanno tuttavia il potere di mostrarlo fragile e meno credibile. Non controllando più la macchina statale, e quindi essendo loro preclusi brogli massicci, riescono comunque ad obbligarlo ad un ballottaggio che non doveva avere luogo, attraverso l’uso spregiudicato di apparati dello stato che permangono al servizio dell’antico regime.
Ancor più solida della posizione di Lula è quella di Hugo Chávez. Vada come vada la battaglia per il seggio latinoamericano in Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite, è chiaro come il sole che la candidatura del Guatemala, che non è uno stato di diritto e dove vivono nell’impunità più totale gli autori del genocidio costato la vita a oltre 200.000 persone, sia una limpidissima operazione neocoloniale: “Siamo noi –afferma con ciò l’Ambasciatore statunitense all’ONU, John Bolton- a decidere chi deve rappresentare l’America Latina in Consiglio di Sicurezza”. Come sempre. Che il Guatemala (leggasi Stati Uniti) sconfigga o no il Venezuela, le ragioni di un mondo multipolare emergono chiarissime e sono tutte dalla parte di Chávez. Fotografano lo spregio degli Stati Uniti per l’America Latina tutta, e la disposizione ad utilizzare ogni arma nella contesa più importante, quella del 3 di dicembre, le elezioni venezuelane, che riconfermeranno alla presidenza Hugo Chávez. “Secondo tutti i calcoli e i sondaggi indipendenti –ci rivela il Ministro della Cultura venezuelano, Francisco Sesto- il candidato dell’opposizione unita, Manuel Rosales, può al massimo aspirare alla metà dei voti sui quali conta Chávez”. Rosales può arrivare ad un terzo dei voti, forse qualche punto in più, ma ha già perso.
E a cosa serve un candidato perdente alle destre venezuelane e a quelle forze, Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale in testa, che con quelle destre ordirono il colpo di stato dell’11 aprile 2002? In America Latina può essere utile a molte cose. Fu utilissimo, per esempio, Luís Donaldo Colosio, il candidato perdente del PRI messicano, assassinato dai suoi a Tijuana nel 1994 e che lasciò il posto ad Ernesto Zedillo, che riuscì alla fine ad evitare l’arrivo alla Presidenza del candidato di sinistra, Cuauhtémoc Cárdenas. Più che un Rosales vivo e straperdente contro Chávez, segnalano da settimane molteplici fonti riservate, potrebbe essere un Rosales morto ammazzato –magari dopo sondaggi fittizi che gli diano speranze di vittoria- il cavallo ideale per debilitare Chávez e per lanciare una campagna mondiale che lo accomuni definitivamente ai paria del mondo e apra le porte a una balcanizzazione del Venezuela con l’aiuto colombiano.
Dal Messico del neofalangista Felipe Calderón (ben altra pasta rispetto al gerente della Coca-Cola Vicente Fox), arriva una lezione classica: il controllo degli apparati dello stato è chiave per evitare i brogli accertati delle destre, che hanno impedito ad Andrés Manuel López Obrador –e forse anche ad Ollanta Humala in Perú e Rafael Correa in Ecuador- di giungere alla Presidenza. Ma anche in Messico gli apparati sono un’entità cangiante. Carmen Lira, direttrice del quotidiano La Jornada, ci racconta il momento chiave di due mesi di protesta di milioni di messicani, scientificamente ignorati da una stampa internazionale che –in condizioni identiche ma opposte- tanto s’era commossa per gli arancioni di Kiev: “quando Vicente Fox ha dato ordine all’esercito di reprimere –e sarebbe stata un’altra Tlatelolco- è dimostrato che i vertici dell’esercito hanno chiesto al presidente di mettere per iscritto l’ordine. Quando questo si è negato, l’esercito, per la prima volta nella storia, si è rifiutato di obbedire”. Successe già in Venezuela nel golpe del 2002 che l’esercito si spaccasse e si schierasse con la Costituzione; molteplici segnali di lealtà giungono da altre forze armate nel continente, profondamente cambiate per appartenenza sociale dall’inverno neoliberale. Viene la reazione e sarà pesante. Ma forse la primavera latinoamericana ha già più fiori di quanto un inverno tardivo possa gelare.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=782
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lunga strada delle donne
XXI Incontro nazionale delle donne, per dire basta a discriminazione, violenza domestica e maschilismi
scritto per noi da
Serena Corsi
Nella provincia più rurale e più povera dell'Argentina, San Salvador de Jujuy, si è concluso da pochi giorni il XXI Incontro Nazionale di Donne. Un evento che da anni scrive l'agenda dei movimenti femminili che lottano per la fine della discriminazione, della violenza domestica e – punto centrale delle rivendicazioni uscite dal documento finale-per la depenalizzazione dell'aborto, la cui pratica clandestina è la prima causa di morte di donne argentine in età fertile.
Non a caso. La scelta di tenere l'incontro nella città di Jujuy non è casuale. Uno dei simboli della lotta a favore dell'aborto è una giovane di Jujuy: si chiama Romina Tejerina ed è stata condannata a 14 anni di prigione per aver interrotto una gravidanza, conseguenza di uno stupro. Mentre lo stupratore è rimasto impunito, la ragazza è finita davanti a un tribunale che l'ha condannata per omicidio volontario, trasformandola in un caso esemplare di ciò che i gruppi per la difesa della donna vanno denunciando da anni: e cioè che nel nord rurale e poco alfabetizzato è ordinaria amministrazione vedere giovanissime che crescono bambini nati da rapporti coercitivi, spesso subiti dal proprio padre e dai propri fratelli. E che praticando un aborto rischiano prima la vita e poi la prigione, senza che il padre naturale debba temere le conseguenze della propria violenza.
Machismo imperante. L'impunità è uno dei due motivi per cui le denunce di donne vittime di soprusi sono così rare. “L’altro - spiega Pamela Perrizzotto, una delle organizzatrici dell'incontro - è che a una denuncia di violenza la polizia spesso replica avvertendo il denunciato e scatenando una vendetta che mette a repentaglio la vita della donna, che a quel punto deve comunque tornare a casa perché non ha dove rifugiarsi. Siccome il concetto diffuso è che, qualsiasi cosa tu abbia subito dal marito, dal maschio che comanda in famiglia o addirittura da uno sconosciuto, te la sei meritata, né il governo nazionale né le amministrazioni provinciali sono disposte a finanziare centri di accoglienza dove le donne vittime di violenze siano nascoste e protette dai propri aguzzini”.
Né tanto meno a creare una zona grigia legislativa che, togliendo la pratica dell'aborto dai confini clandestini in cui si trova ora, salvi la vita alle migliaia di donne che, ogni giorno, arrivano all'ospedale vittime di un'emorragia o di un'infezione che, quando non le uccide, lascia sul corpo segni indelebili. E che si trasformerà in una prova inconfutabile per accusarle di infanticidio e trasferirle direttamente dalla branda di ginecologia a quella di una cella carceraria.
Oltre la Chiesa. Ma in Argentina è ancora difficile parlare di questi temi, come della diffusione dei contraccettivi e all'educazione sessuale nelle scuole, a causa dell'enorme bacino di fedeli su cui può far leva la Chiesa Cattolica, nonostante ormai sia cosa nota il coinvolgimento che ebbe con la sanguinosa dittatura militare dal '76 all'82.
“Contraccettivi per non abortire, aborto legale per non morire” è stato uno degli slogan più in voga fra le diecimila militanti che hanno invaso le strade di Jujuy. Hanno capito che si tratta di reimpostare una visione della famiglia e della sessualità che schiaccia le donne nel ruolo passivo di vittime impotenti, totalmente disarmate di fronte alla cultura-cioè, all'ignoranza - che circonda questi temi. Hanno capito che, ancora prima di rivolgersi al governo (poco dopo la sua elezione Kirchner aveva dimostrato di voler discutere con la sua maggioranza queste tematiche, ma la furibonda reazione dei vertici ecclesiastici lo spinse ad abbandonare subito l'argomento) devono far presa sulla coscienza delle donne attraverso una campagna di sensibilizzazione. Hanno capito che la strada è lunga, ma che non hanno niente da perdere. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6550
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Una guerra contro le donne
scrivono Nicole Corritore e Andrea Rossini
Migliaia di donne sono state torturate e stuprate durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Un'indagine sulle condizioni di queste invisibili vittime e dei figli nati dalle violenze, con interviste alla regista del film "Grbavica", e alla direttrice dell'associazione "Donne vittime della guerra". Nostro servizio
Questo articolo viene pubblicato oggi contemporaneamente da Osservatorio sui Balcani e Diario
"Grbavica" “Mamma, cos’ho di mio padre? Gli assomiglio?” “No, assomigli a me.” “Ma cos’ho di lui?” La mamma fuma nervosamente la sigaretta: “I capelli, sì i capelli”.
Esma vive sola con la figlia a Sarajevo. La ragazzina sa che il padre era uno “sehid”, un martire nella guerra bosniaca. Ma un giorno deve portare a scuola un certificato, che attesti l'identità del genitore, e il suo mondo comincia a sgretolarsi. La tensione cresce intorno alla reticenza della mamma. che cerca di aggirare la burocrazia scolastica. Finché la ragazza esplode: “[Insomma] hai idea di chi sia mio padre? Non lo sai, non sai chi ti ha scopato... Dove è morto? Dove è morto? Tu menti! E’ tutta la vita che menti!” Nel parapiglia che segue però è la madre che urla la sua rabbia: “[...]Vuoi la verità? Mi hanno stuprato, ti ho concepita in campo di concentramento! Sei figlia di un cetnico, sei carne di un cetnico!”
Non solo fiction
“Grbavica”, durissimo film bosniaco Orso d'oro al festival di Berlino 2006, riporta al centro del dibattito pubblico nei Balcani la questione degli stupri etnici. Nel far riemergere questo rimosso con la violenza delle immagini e dei dialoghi tra Esma e la figlia Sara, “Grbavica” rompe un silenzio durato anni, segnato dalla incapacità di raccontare sia da parte delle vittime che dei media. Una coltre di riserbo (imbarazzo?) ha infatti impedito qualsiasi dibattito sul problema, tanto che oggi è molto difficile ricostruirne le conseguenze, capire quante siano le vittime e in particolare i bambini (oggi ragazzi) nati dalle violenze.
L'autrice del film, Jasmila Zbanic, è una giovane regista di Sarajevo: “La situazione descritta nel film è ovviamente fiction, non è reale. Nella realtà la situazione è molto peggio, e dubito che qualcuno avrebbe altrimenti resistito nel vedere un film del genere, che racconti in quali condizioni vivono le vittime, che cosa hanno vissuto e stanno vivendo. Queste donne semplicemente non sono riconosciute dalla società in cui vivono sotto nessun punto di vista, né politicamente, né economicamente. Non ricevono alcun aiuto, vivono con 30 marchi al mese di pensione in quanto madri sole e questo è tutto”.
Adolescente durante la guerra, la Zbanic ha condiviso gli incubi delle donne della sua generazione: “Nel 1992 abitavo a Grbavica [un quartiere di Sarajevo, ndr]. Sapevamo degli stupri di massa, avevamo il terrore di subire questa violenza da parte dell’esercito serbo, che avrebbe potuto entrare in città in ogni momento, una paura terrificante. Per le donne, durante la guerra, questa è stata l’esperienza più dura. Dopo la guerra ho continuato a leggere sull’argomento: le testimonianze, i traumi, le relazioni dei terapeuti. Dopo aver partorito mia figlia, nel 2000, ho provato il desiderio di raccontare, dopo tanti anni, questa vicenda”.
Sulla base del lavoro di documentazione svolto nella fase preparatoria del film, Jasmila Zbanic spiega anche perché sia così difficile, a distanza di anni, fare una stima precisa di quanti furono i bambini nati dagli stupri: “La maggior parte delle donne violentate ha abortito, se gli è stato possibile farlo. Ma molte venivano tenute nei campi di concentramento fino al mese del parto. Liberate dai campi, nella maggior parte dei casi sono state accolte in paesi terzi dove spesso hanno deciso di non riconoscere il bambino. Per cui nessuno sa quale sia il numero di questi bambini, allora nessuno era in grado di tenere il conto…”
Crimini contro l'umanità
"Grbavica" Nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, lo stupro è stato utilizzato come strumento specifico di terrore all'interno delle campagne di pulizia etnica. L'analisi del ricorso sistematico alla violenza sessuale tuttavia, secondo diverse organizzazioni di vittime, porta a ridefinire l'intero conflitto come una guerra che, prima ancora che contro i gruppi etnici, è stata contro le donne.
Il Tribunale Internazionale dell'Aja per la ex Jugoslavia ha perseguito specificamente i reati di stupro e riduzione in schiavitù sessuale in quanto crimini contro l'umanità. Questo orientamento è stato confermato dalla giurisprudenza internazionale, trovando riconoscimento anche all'interno dello Statuto di Roma della nuova Corte Penale Internazionale.
Il primo verdetto espresso in questo senso da parte dei giudici dell'Aja è del 22 febbraio 2001. In giudizio c'erano i fatti di Foca, una delle cittadine bosniache il cui nome ricorre più spesso in questa particolare geografia dell'orrore. Il sistema organizzato in quell'area dalle forze serbo bosniache prevedeva una serie di centri di detenzione “de facto” nella cittadina e nei dintorni. A Foca c'era l'edificio cosiddetto “Partizan”, una sorta di palestra trasformata in luogo di detenzione per le donne bosniaco musulmane ridotte in schiavitù. Zoran Vukovic, Radomir Kovac e Dragoljub Kunarac furono i primi ad essere condannati dall'Aja per quei fatti, rispettivamente a 12, 20 e 28 anni di carcere. I tre, accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, furono giudicati colpevoli di stupro nei confronti di donne e ragazze, alcune di età tra i 12 e i 15 anni. Molte delle vittime dei campi di concentramento di Foca erano state fatte scomparire.
Secondo Amnesty International, quel verdetto ha rappresentato un evento di importanza fondamentale sotto il profilo della difesa dei diritti umani delle donne, riconoscendo lo stupro e la riduzione in schiavitù sessuale come crimini contro l'umanità per i quali i perpetratori devono specificamente rispondere, e contrastando la teoria secondo cui la tortura delle donne rappresenti un fattore “intrinseco” alle guerre. Il verdetto per i fatti di Foca, peraltro, ha riconosciuto che la violenza sessuale subita dalle donne lì fatte prigioniere faceva parte di un piano sistematico e su larga scala di attacco contro la popolazione civile.
Rompere il silenzio
Sara, "Grbavica" Nonostante la guerra in Bosnia Erzegovina sia ufficialmente terminata nel novembre del '95, con la firma dei trattati di Dayton, per quante hanno dovuto attraversare questa ordalia è difficile, anche dieci anni dopo, poter parlare di “pace”. Il numero di processi sin qui celebrati è infatti irrisorio di fronte alla scala dei crimini commessi, numerosi sono i criminali ancora in circolazione e molti sono i problemi, di ordine psicologico e pratico, che le donne devono affrontare. Nel marzo 2003, a Sarajevo, un gruppo di loro ha fondato l'associazione “Zena Zrtva Rata” (Donne vittime della guerra), con lo scopo di riunire tutte le donne vittime di stupri e torture: “Abbiamo deciso di fondare l'associazione quando ci siamo rese conto che molti dei crimini che avevamo subito sarebbero rimasti impuniti, e che i responsabili sarebbero rimasti in libertà”, ci dice Bakira Hasecic, la presidente del gruppo. “Grbavica siamo noi. E' la nostra realtà. Sebbene quel film rappresenti una percentuale infinitesimale di quello che abbiamo subito. Ma grazie al cinema abbiamo potuto raggiungere e influenzare le persone che non sapevano e alle quali la nostra voce non arriva”.
Tra i sostenitori dell'associazione, che si dichiara multietnica, multinazionale e apartitica, ci sono anche le province italiane di Milano e Udine. Gli obiettivi del gruppo di donne vanno dalla raccolta delle testimonianze alla tutela sanitaria e alla risoluzione dei problemi abitativi per tutte quelle che non possono o non vogliono tornare nel luogo dove vivevano prima della guerra, dove hanno subito lo stupro. L'associazione collabora anche con il Tribunale internazionale dell'Aja e con i tribunali locali, partecipando alle ricerche delle fosse dove potrebbero essere scomparse molte delle vittime di stupro. L'obiettivo principale delle “Donne vittime della guerra”, tuttavia, è quello di restituire dignità alle vittime, in particolare attraverso la lotta per la verità: “Sappiamo che vi sono ancora molte parole non dette, racconti da far venire alla luce, e che molti criminali di guerra resteranno in libertà se non rompiamo il silenzio”, racconta sempre Bakira Hasecic.
Il lavoro dell'associazione ha anche permesso, dopo molti anni, di poter stabilire alcuni dati relativi alle violenze sessuali avvenute durante la guerra: “Nell'associazione siamo in 1.300 donne - dice Bakira. Le testimonianze che abbiamo raccolto in questi anni però sono molte di più, 3.260 per l'esattezza. Ognuna di queste testimonianze racconta di gruppi di donne stuprate o maltrattate, in un numero che varia da cinque a 70, a seconda degli episodi e dei periodi di tempo presi in considerazione dalla vittima. In base ai dati di cui disponiamo, il numero di donne vittime di stupro durante la guerra è da valutare intorno alle 25.000”.
Negli anni passati circolavano dati ancora più inquietanti, con stime che arrivavano fino a 50.000 persone. La maggior parte di coloro che si sono occupati di questo fenomeno, tuttavia, concorda nel ritenere che l'esatto numero delle donne stuprate durante la guerra in Bosnia Erzegovina non verrà mai conosciuto, anche perché molte delle vittime furono poi assassinate.
Le “Donne vittime della guerra” hanno anche cercato di rispondere alla domanda su quanti possano essere i bambini nati da queste violenze. Bakira concorda con la valutazione della Zbanic, secondo cui la maggior parte delle donne che hanno potuto abortire lo ha fatto: “Nelle testimonianze che abbiamo raccolto noi, sono solo 11 le donne che hanno dichiarato di aver partorito dopo la violenza subita. Dalle stesse testimonianze emerge inoltre che centinaia e centinaia di donne hanno abortito, anche a rischio della propria vita, perché non volevano mettere al mondo un bambino concepito in questo modo”.
Dritto negli occhi
Esma, "Grbavica" Bakira ci saluta frettolosamente. E' il 5 ottobre, assieme alle donne della sua associazione sta manifestando di fronte al palazzo delle Nazioni Unite a Nedzarici, Sarajevo. L'edificio ospita il distaccamento del Tribunale dell'Aja in Bosnia Erzegovina. Il Tribunale internazionale sta trasferendo in misura sempre maggiore i processi dall'Aja alle Corti locali, come parte della strategia di completamento del proprio mandato. Molti casi sono finiti davanti alla Camera per i Crimini di Guerra di Sarajevo, costituita nel 2005 per giudicare i crimini più gravi commessi durante il conflitto bosniaco.
Uno dei casi trasferiti interessa da vicino queste donne. Si tratta del processo a Milan Lukic, uno dei capi delle forze paramilitari serbo bosniache note come “Aquile bianche” o “Vendicatori”. Secondo le donne, è lui uno dei principali responsabili degli stupri etnici commessi contro le bosniaco musulmane di Visegrad, tra il 1992 e il 1994. Tra i capi di imputazione, però, non c'è il crimine di stupro. Lukic deve rispondere genericamente di crimini di guerra, e le donne sono infuriate.
“E' lui che mi ha violentata, il 24 aprile del 1992 – spiegherà poi Bakira. Eravamo in 52 a manifestare, tutte stuprate da Lukic. Perché il Tribunale di Sarajevo ha lasciato cadere i capi di imputazione per il reato di stupro? Noi vogliamo che tutte le nostre testimonianze, regolarmente registrate, vengano utilizzate. Aspetto solo il momento in cui potrò guardarlo dritto negli occhi, per chiedergli conto di quello che ha fatto, e che fine hanno fatto le ragazzine di 12 anni che ha violentato e ucciso. Dove sono i resti. Credetemi, non lo odio, ho compassione per lui... Ma aspetto solo il momento in cui potrò guardarlo dritto negli occhi. Noi continuiamo la nostra lotta a testa alta, andiamo avanti con orgoglio e coraggio. Perché si sappia la verità e mai più al mondo possa succedere una cosa del genere”.
In Bosnia Erzegovina il confronto tra vittime e carnefici non è finito con la firma dei trattati di Dayton. Continua anche così, ora, ottobre 2006. Ma non tutte le vittime naturalmente reagiscono allo stesso modo. A volte le donne preferiscono non intervenire in tribunale. E' quanto è accaduto ad esempio il 27 settembre scorso, sempre davanti alla Camera per i Crimini di Guerra della Corte di Sarajevo. Era in corso il processo a Gojko Jankovic, uno dei guardiani dei campi di detenzione istituiti presso la scuola superiore di Foca e la palestra “Partizan” nella stessa città. Due delle vittime, le testimoni 105 e 186, hanno rifiutato di comparire in tribunale, presentando invece delle memorie scritte. Le testimonianze sono state lette dalla procura al termine dell'accusa. Entrambe le testimoni affermano di essere state violentate da Jankovic. All'epoca dei fatti, una delle due aveva 12 anni. Jankovic, già capo di una formazione paramilitare, è accusato di crimini commessi a Foca nel '92 e '93, incluso lo stupro di donne e bambine e la deportazione e assassinio della popolazione civile non serba. Il processo continuerà il 18 ottobre, con i testimoni della difesa, ex soldati di Jankovic. L'avvocato, Milan Trbojevic, ha chiesto alla procura la garanzia che questi ultimi non verranno arrestati per quanto diranno nella testimonianza. La procura ha accettato. Questi uomini, le donne li possono incontrare per strada tutti i giorni.
“Il problema principale per quelle che scelgono di testimoniare è la protezione e tutela dopo che hanno lasciato il tribunale”, ricorda Bakira. “Io personalmente non voglio nascondermi o cambiare identità. Voglio che l'opinione pubblica sappia. Ma serve un serio programma di tutela delle donne vittime di stupro. Molti criminali passeggiano liberamente, un gran numero di loro sono assunti regolarmente nelle fila della polizia. Noi abbiamo psicologi, psichiatri, medici, infermiere. La porta è aperta notte e giorno. Le donne possono venire a chiedere aiuto, medicine, consigli, terapia psicologica. Sono stati organizzati molti gruppi di discussione sulla tortura e sullo stupro. Ma le donne non ne possono più, dicono 'ci raccontate sempre la stessa storia. Vogliamo vederli in tribunale'. Prima vogliono giustizia. Perché riescono a fare molti passi avanti nel confronto con se stesse, quando gli viene riconosciuta giustizia attraverso i processi”.
Il trasferimento dei processi alle Corti locali sta riversando sulla società bosniaca i problemi irrisolti di un percorso di riconciliazione mai avviato. La lotta prosegue a tutti i livelli possibili: “Una delle nostre iniziative di maggior successo è stata la campagna di riconoscimento legale delle donne stuprate come vittime civili della guerra. Siamo riuscite da poco a ottenerlo a livello di legislazione nelle due entità (Federazione e Repubblica serba), e ora continuiamo a lottare perché questo riconoscimento avvenga anche a livello centrale”.
Il film “Grbavica” ha avuto un'importanza fondamentale in questa lotta. Durante le proiezioni, nel quadro dell'iniziativa “Campagna per la dignità delle sopravvissute”, sono state raccolte 50.000 firme per il progetto di legge. Dieci anni dopo, significa che le violenze non sono riuscite a ridurre tutto al silenzio. C'è un sorriso nella scena finale del film, nonostante quello che è successo la storia è ancora aperta.
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Un piccolo pensierino al giorno per far tornare un briciolo di realtà nel mondo politico...
Qualcuno perfavore faccia notare a Berlusconi, ma soprattutto ai berlusconiani, che lui di fiducie sulle finanziarie ne ha messe svariate, e con una maggioranza totalmente prona ai suoi voleri, e ben più ampia di quella attuale per il centrosinistra... http://foglie.ilcannocchiale.it/
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Poche luci e tante ombre nel disegno di legge sulla tv
Il disegno di legge sulla televisione, subito battezzato «d.d.l. Gentiloni», suscita alcune riflessioni critiche, sia di merito che di metodo. Partiamo dal metodo. Se davvero uno degli obiettivi del provvedimento era (come si afferma nella relazione) quello di dare una sollecita risposta alla Commissione europea che nel luglio scorso ha contestato all'Italia la violazione delle direttive comunitarie in materia, allora lo strumento normativo prescelto avrebbe dovuto essere quello del decreto-legge e non quello della legge ordinaria. I requisiti di necessità e urgenza non sarebbero certamente difettati, proprio in considerazione della messa in mora della Comunità europea e del fatto che le direttive avrebbero dovuto essere correttamente recepite sin dal luglio 2003 .
Nel merito, si fa fatica a trovare nel disegno di legge una disposizione che possa produrre effetti concreti prima del 2008. Infatti, anche nell'utopistica ipotesi che il disegno di legge venisse approvato dal Parlamento entro marzo 2007, i punti cardine del provvedimento produrrebbero effetti concreti solo dal 2008 in avanti. Ad esempio, la misura volta a ridurre l'affollamento pubblicitario sulle reti del soggetto che raccoglie oltre il 45% della pubblicità (leggi: Mediaset) potrebbe scattare solo dal 1° gennaio 2008 (e, per di più, finirebbe inavvertitamente per legittimare la detenzione di una posizione dominante teoricamente vietata).Allo stesso modo, le disposizioni sulle frequenze si applicherebbero in un lasso di tempo che oscilla tra i dodici/quindici mesi successivi all'approvazione della legge e il 2012.
La sensazione è, insomma, che il disegno di legge finisca con l'introdurre un ennesimo «regime transitorio» (che durerà, nella più rosea delle ipotesi, sino al 2008), durante il quale Mediaset continuerà a operare con le sue tre reti analogiche, nonostante che - come ricorda la stessa relazione - la Corte costituzionale nel 2002 avesse decretato che il precedente «regime transitorio» (sostanzialmente identico a quello che opererebbe sino al 2008) non avrebbe dovuto superare il termine «ineludibile» del 31 dicembre 2003. La scelta è, per vero, ancor più grave ove si consideri che lo stesso disegno di legge prende atto che il completo passaggio delle trasmissioni televisive in tecnica digitale è una prospettiva assolutamente irrealizzabile, quanto meno sino al 30 novembre 2012 (così come avevano invano ripetuto in passato molti commentatori, tra cui chi scrive), laddove la Consulta aveva ritenuto non superabile il termine del 2003 quando il passaggio al digitale era (velleitariamente) fissato al 31 dicembre 2006.
Il riflesso pavloviano del rinvio a tutti costi è così forte che, pur di trovare il modo di procrastinare l'efficacia delle misure previste nel provvedimento, si «inventa» la necessità della stesura di un «progetto di trasferimento» dei palinsesti (alias, programmi) dalle reti analogiche eccedenti a quelle digitali, nonostante che - come noto ai più - non vi sia bisogno di alcun piano tecnico (che sarebbe semmai servito se si fossero trasferite in tecnologia digitale le frequenze). E' pure sintomatico che per Europa 7 (la vittima per antonomasia dell'eterno regime transitorio favorevole a Mediaset) non si rintracci alcuna soluzione (se non un timido e vago «fatti salvi i diritti acquisiti»), nonostante che la Corte di giustizia europea del Lussemburgo si appresti tra pochi mesi a decidere su tale incredibile vicenda.
Molte disposizioni contengono, poi, incongruenze tecniche: si vieta, dal 2012, ai «fornitori di contenuti» nel loro complesso di poter utilizzare più del venti per cento della capacità trasmissiva complessiva, laddove il divieto avrebbe piuttosto dovuto essere indirizzato a «uno stesso fornitore di contenuti»; si impone, sempre dal 2012, ai fornitori di contenuti l'obbligo di cedere una parte della capacità trasmissiva, dimenticando che - fatta salva l'ipotesi eccezionale della concessione, in favore del fornitore di contenuti, di una facoltà di subaffitto - è l'operatore di rete ad avere giuridicamente la disponibilità della capacità trasmissiva; e così via. In definitiva, le «luci» pur rinvenibili nel disegno di legge (come, ad esempio: l'irrigidimento delle sanzioni per la violazione dei limiti di affollamento pubblicitario; il reinserimento delle telepromozioni nei limiti orari di affollamento; la riduzione del famigerato Sic, peraltro fortemente attenuata rispetto alle prime ipotesi; una disposizione che ribadisce esplicitamente l'obbligo di conteggiare, a fini antitrust, anche i canali digitali pay per view) non riescono a dissipare le tante «ombre» che si addensano sul disegno di legge. Con la conseguenza che, in mancanza di significative modifiche, anche nella seconda legislatura dell'Ulivo (così come già avvenuto nella prima, con la legge Maccanico) la disciplina televisiva resterà ben lontana dall'Europa e dalla tutela dei valori costituzionali del pluralismo informativo e della concorrenza.
di Ottavio Grandinetti
Docente di diritto dell'informazione Università di Udine
da il manifesto
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Cosa non è il Partito Democratico
Sono tornata tra i banchi dell’amata/odiata università e ho ritrovato discorsi e visi che non vedevo da tempo: la nostalgia mi ha avvolto, insieme al piacere intenso di ritrovare affetti e sensazioni conosciute. Ad di là dei risvolti emotivi, però, ho anche ritrovato discorsi lasciati in sospeso un paio di anni fa, e di cui nella vita post-universitaria mi era capitato di sentire parlare poco.
Per esempio, si è discusso sulla qualità di questa riforma universitaria e di questo sistema di laurea triennale e specialistica, coi crediti formativi, la doppia laurea, la serie infinita di esamini. Mi è sembrato di capire che i professori considerino i nuovi studenti meno preparati di quelli del vecchio ordinamento, e di notare come i ragazzi siano più presi da un “effetto quantità” che dalla qualità dei corsi. Non mi pareva ci fosse un interesse effettivo né per i corsi, né per la qualità degli esami, piuttosto mi sembrava di essere in un ipermercato all’ora di punta con una mandria di clienti interessati unicamente a sconti e 3×2. In compenso, ho trovato migliorati i rapporti tra professori e studenti delle lauree specialistiche, che sono probabilmente pochi e per questo risultano più seguiti.
Ad ogni modo, credevo di trovare un’aria nuova nell’università, un’aria da cambio di governo, avendola io frequentata interamente sotto il governo Berlusconi. E invece no. Tutti mi sembravano più spaventati di prima, e comunque arrabbiati per le proposte sia di Mussi che di Fioroni, e cioè esattamente come mi sembravano durante l’era Moratti.
Altri discorsi che mi risuonavano insoliti erano quelli sul Partito Democratico: quest’ultimo veniva usato, durante una lezione di scienza politica, come esempio di un partito nato all’interno del parlamento attraverso l’accordo tra più gruppi parlamentari. Strano a dirsi, ma non ero finora riuscita a definirlo con tanta chiarezza, e a vederlo in tutte le sue componenti, come l’altro giorno, durante quel corso, attraverso gli occhi increduli di quelle matricole che di “partito democratico” non avevano mai sentito parlare, o che ne avevano solo un’idea confusa. Mi sono resa conto di tutti i problemi e i difetti di questo partito, che vedeva infervorati i professori, e piuttosto scettici i ragazzi. E allora ho capito che il partito democratico è una grande operazione politica, necessaria in un paese come il nostro, e di un potenziale politico innegabile, portatore comunque di una svolta paragonabile sono al compromesso storico.
E nello stesso tempo, ho capito che se sarà soltanto questo, non avrà mai il mio voto .
Perché, come da lezione di scienza politica “il Partito democratico non nasce da una frattura sociale, o da un bisogno della società civile” ma, appunto “da un accordo fra partiti”.
Essendo Ds e Margherita i maggiori partiti della sinistra italiana, questo accordo potrebbe sembrare un’ottima operazione politica, e lo sarebbe, se non fosse che in questo momento il nostro Paese è minato da una serie di fratture sociali da manuale, di cui questo partito Democratico non si fa carico in alcun modo. I miei coetanei che non conoscevano il Partito Democratico e che sembravano comunque poco interessati a conoscerlo non sono ragazzi superficiali: sono cittadini consci di tutte quelle fratture sociali che potrebbero far nascere un partito, ma che non si entusiasmano a sentir parlare di Partito Democratico semplicemente perché esso non interviene in alcun modo a risolverle e rappresentarle. Infatti, mi sembra innegabile che questo futuro soggetto politico non parli il linguaggio dei giovani e non convogli in alcun modo questa generazione “disaffezionata ma interessata alla politica” che le indagini fotografano (Iard, 2004). Mi sembra anche inoppugnabile che il Partito Democratico non inglobi quelle pacifiche insurrezioni popolari di morettiana memoria che avevano alimentato l’Ulivo della prima ora, e che, sebbene composte in maggioranza da un segmento radical chic del ceto medio, miravano comunque a rappresentare questo soggetto sociale oggi schiacciato. Perché una cosa è evidente: oggi sono presenti nella nostra società alcune tra le fratture sociali da “manuale”: quelle tra centro e periferia, che può essere divisa in una dimensione micro e in una macro; ovvero a seconda del ruolo dell’Italia su temi come l’immigrazione o la partecipazione ad operazioni militari, o quello interno al nostro Paese causato da una differenza sempre maggiore tra città e periferia in termini di sicurezza e qualità della vita. Altra frattura celebre è quella tra Stato e Chiesa, che non è stata in Italia assolutamente risolta né superata, ma che è ancora chiaramente presente, come dimostrano i provvedimenti legislativi dello scorso governo sulla fecondazione assistita, o le esternazioni sui temi dell’eutanasia, dell’insegnamento della religione nelle scuole e sulle unione di fatto. Ancora, non mi sembra superata la frattura sociale tra la destra liberalista borghese e la sinistra operaia e riformista che fu conseguente alle rivoluzioni industriali: ancora oggi in Italia c’è un precariato alimentato da un sistema liberale e a cui non riesce ad ovviare una sinistra eccessivamente garantista, che non è in grado neanche più di difendere un sistema scolastico pubblico. Infine, è ancora in atto quella frattura sociale interna alla sinistra che porta alla rivoluzione internazionale e cioè alla frattura tra comunismo e socialismo: abbiamo ancora in Italia una sinistra comunista che non riesce pienamente a dialogare con una sinistra “elettorale di massa e postcomunista”- i Ds - e meno che mai con formazioni moderate - la margherita- né a tollerare certe frange giustizialiste come quelle rappresentate da Di Pietro.
In questo bubble-up sociale così potenzialmente esplosivo i nostri politici si accordano in parlamento, ovvero nel quadrante alto della matrice di partito per dirla in un linguaggio noto agli addetti ad Hyperpolitics, piuttosto che interfacciarsi con la Civil Society e quindi interpretare i bisogni di una società demoralizzata, effettivamente incapace di reagire.
Ecco quindi che mi risulta difficile rispondere al mio vicino di sedia dell’ultima lezione, che assai titubante mi domandava: “ma se l’operazione Forza Italia nasce dal vuoto della Dc e ne viene quindi a prendere l’elettorato, allora è più di sinistra della nascita di questo Partito Democratico?” http://www.politicaonline.it/?p=468#more-468
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Lobby europee, il potere che attira
Sono 15.000 e vogliono influenzare le quotidiane decisioni a Bruxelles. Visita al quartiere europeo, dove hanno i loro uffici lobby e gruppi di pressione.
L’importanza delle decisioni che si prendono negli uffici si nota già nelle strade e nelle piazze del quartiere europeo di Bruxelles (a sinistra nella foto), dove centinaia di persone in giacca e cravatta si spostano su e giù per il centro cittadino. Non è difficile sentire conversazioni in tutte le lingue dell’Unione Europea, pur con una dominanza dell’inglese e del francese come lingue di comunicazione. Il clima di duro lavoro che si respira nei giorni feriali contrasta con quello dei fine settimana, quando strade e uffici restano deserti.
«In questa città si prendono ogni giorno decisioni molto importanti. Mi piace dire che siamo nella cucina d’Europa. Non si può non venire qui. La presenza delle lobby è costante da molto tempo, e del resto è anche logica», spiega Jos Chabert, primo vicepresidente del Parlamento della regione di Bruxelles. Si calcola che il 70% delle lobby difendino gli interessi di aziende private, il 20% quelli di regioni, città e istituzioni internazionali; e un 10% quelli delle ong.
Alcune fanno pressione per salvaguardare i diritti delle donne, altre per promuovere o scongiurare l’introduzione di cibi transgenici, per emendare le ultime norme in campo farmaceutico… Si tratta di gruppi di pressione che, con diverse strategie, cercano di ritagliarsi un ruolo nel cuore del potere esecutivo o legislativo europeo per favorire i propri interessi. Per ottenere questo scopo è indispensabile lo scambio di informazioni e una conoscenza profonda delle trame del potere, avere obiettivi chiari e programmare una strategia d’azione. Generalmente le lobby hanno grande influenza nei campi in cui la legislazione è agli inizi, come l’informatica o le biotecnologie.
Una porta aperta per le regioni
Se un tempo erano soprattutto le aziende ad avere le loro lobby in città, ora si aggiungono a queste le autorità regionali di tutta l’Europa. Al momento a Bruxelles sono già 250 le rappresentanze regionali permanenti a seguire costantemente le riunioni che riguardano le regioni, per poter così beneficiare dei fondi europei.
Un esempio è dato dalla regione di Helsinki: «Abbiamo aperto un ufficio per promuovere la regione di Helsinki come centro di conoscenza competitiva e come una zona sicura e piacevole del Nord Europa» spiega Eija Nylund, direttrice dell’ufficio.
Proprio per consigliare sulle ultime novità in questo settore è appena stato pubblicato Le lobbying des villes et des régions auprès de l’Union européenne (“Lobby delle capitali e delle regioni dell’Ue”, ndr), una guida pratica redatta da Pascal Goergen (a sinistra nella foto).
Nel libro si parla della prima comparsa del concetto di lobby nell’America del Diciannovesimo secolo. Il termine viene direttamente da lobby, in inglese “corridoio”, perché è proprio nei corridoi che si prendono la maggior parte delle decisioni. Già durante la Seconda Guerra Mondiale si registra la presenza dei primi gruppi di pressione. «Da allora in poi sono diventati un fenomeno comune, e ora sono in auge», spiega Goergen.
«Comunque sia, io credo che il termine sia ancora poco chiaro e, al momento, mal compreso». Il profilo tipico è quello di persone con buone doti strategiche, flessibili e con un buon bagaglio in campo politico, spiega il giovane assessore Bertrand Deprez. Attente anche alla “grande competenza” che si respira nel settore.
La cattiva fama
Molti “lobbisti” non amano ammettere il lavoro che fanno, soprattutto per le connotazioni negative che questo comporta. In questo momento, accusate di ricorrere a pratiche illegali, le lobby hanno fama di essere dei centri di corruzione. «La verità è che si tratta di un mondo molto trasparente, dove non c’è niente di misterioso. Questa cattiva fama è ingiustificata», sottolinea un veterano come Paul Adamson (a sinistra nella foto), fondatore del think tank e società di consulenza The Centre. Un think tank (letteralmente, “scatola di idee”) è un gruppo di specialisti di alto livello che forniscono idee e danno consulenza, spesso ai governi. «Il nostro modo di lavorare è molto meno aggressivo rispetto a quello dei nostri colleghi a Washington o Londra». Quanto alla definizione, bisognerebbe precisarla meglio. Infatti, mentre una lobby fa riferimento direttamente all’impresa, i consulenti lavorano per più clienti e hanno una maggiore libertà d’azione. «Nel nostro caso siamo anche un think tank, perché tentiamo di suscitare dibattiti e stabilire punti di contatto».
L’esperienza di Adamson a Bruxelles gli ha permesso di osservare l’evoluzione del settore, che « è cresciuto rapidamente. Ci sono uomini politici che ricevono talmente tanti inviti a riunioni che non hanno il tempo materiale per farvi fronte». Una cosa almeno: per fortuna è finita l’epoca in cui si inviavano grandi dossier cartacei. «Adesso molti razionalizzano e cercano di sintetizzare tutti gli obiettivi in uno tramite poche pagine tradotte in diverse lingue. È stato un cambiamento notevole», dice Adamson, che è anche fondatore della rivista E! Sharp.
Il caso Toyota
Un esempio di lobbista dichiarato è Geoffroy Peeters, membro della divisione Public Affairs (relazioni con le istutuzioni) di Toyota, che lavora sui temi della sicurezza stradale. «Il nostro intento è promuovere gli interessi dell’azienda nelle istituzioni. Vogliamo sensibilizzarle su ambiente e sicurezza. Il punto fondamentale è mantenere buone relazioni. Per questo ci riuniamo con i loro rappresentanti, diamo loro consulenza, teniamo dibattiti informali…». Ci assicura che non si tratta di confrontare le reciproche posizioni, quanto piuttosto di collaborare. «Noi conosciamo bene il settore. Siamo degli specialisti. Per cui è importante che il nostro punto di vista venga tenuto in considerazione».
Anche Peeters ritiene che la cattiva fama dei “lobbisti” sia ingiusta. «È un’Europa con tanti Stati membri e con tanta competitività, bisogna fare attenzione. Se un funzionario europeo deve legiferare su un ambito concreto, è normale che consulti le persone più competenti in quell’ambito». E spiega che la sua intenzione è lavorare nel modo «più trasparente possibile», anche se riconosce che «l’ignoranza esistente su questo mondo contribuisce a creare quest’aura di mistero».http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8445
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VIOLENZE ELETTORALI DEL 2005, NUOVO BILANCIO DI VITTIME CIVILI
Il numero di vittime civili della repressione delle forze di sicurezza per le proteste elettorali di giugno e novembre dell’anno scorso “finora era di oltre 80 cadaveri contati, ma il nuovo rapporto che ne denuncia 193 può essere vero”: lo ha detto oggi alla MISNA Yetbarek Yeheyes, vicepresidente dell’ Ethiopian Human Rights Commission (Ehrco), la principale organizzazione locale per i diritti umani. Due giorni fa il giudice Wolde-Michael Meshesha, responsabile di un’indagine governativa su questi episodi, parlando dall’estero all’agenzia ‘Associated press’ aveva parlato di un “massacro di civili”, indicando 193 morti, contro le 58 vittime finora ammesse dalle autorità etiopiche. “Nei mesi scorsi noi avevamo raccolto e comunicato alle autorità il nostro conteggio” spiega al telefono da Addis Abeba il viceresponsabile dell’Ehrco, che al momento ha funzioni di presidente dell’organizzazione. “In base alle testimonianza raccolte, ci risultavano 72 cadaveri, ma ragionevolmente avevamo elementi per considerare più di 80 morti, in gran parte giovani e persone inferiori ai 30 anni di età. Siamo convinti però che il bilancio è stato più grave e potrebbe superare le 193 vittime indicate da questo nuovo rapporto” aggiunge Yeheyes. Il giudice che l’ha curato e che poi avrebbe lasciato l’Etiopia, denuncia un “uso eccessivo della forza”. “Non so cosa si possa considerare eccessivo – dice ancora alla MISNA il dirigente dell’Ehrco – ma a noi basta sapere che un numero elevato di civili è stato ucciso dalle forze di sicurezza mentre manifestava nelle strade”. A giugno dell’anno scorso e a novembre, migliaia di persone manifestarono contro i brogli alle elezioni legislative, ammessi anche dal governo del controverso primo ministro Melles Zenawi; le frodi obbligarono le autorità a un secondo turno in oltre un centinaio di circoscrizioni. All’inizio di novembre, nuove proteste vennero sedate con violenza da polizia e truppe paramilitari. Oltre un centinaio tra esponenti dell’opposizione, intellettuali, giornalisti ed editori indipendenti, attivisti per i diritti umani sono stati arrestati con l’accusa di attività sovversive; 111 sono ancora in carcere, tra cui il professor Mesfim Woldemariam, fondatore dell’Ehrco, mentre le udienze del processo procedono a rilento. Si stima che oltre 30.000 persone – soprattutto giovani - vennero incarcerate e successivamente rilasciate.
http://www.misna.org/
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Intellettuali alla sbarra
Elisabetta Ambrosi
“Lei mi chiede se sono sicura in Turchia? E lei è sicuro in Belgio? Siamo sicuri su questo pianeta, in cui un mondo in cui dobbiamo fronteggiare quotidianamente ambiguità e angoscia?”. Così ha scritto sulla rivista inglese Opendemocracy la scrittrice e docente di storia medio-orientale in Arizona Elif Shafak. Eppure, per lei il 21 settembre scorso è stato un giorno felice. E non solo perché aveva appena dato alla luce sua figlia, ma anche perché è stata prosciolta, causa insufficienza di prove, dall’accusa di aver “offeso l’identità turca” in un suo romanzo, Il bastardo di Istanbul, in testa alle classifiche turche, nel quale i turchi che avevano partecipato ai massacri di armeni in Anatolia nel 1915-1916 venivano definiti “macellai”.
Ma su che base i giudici hanno portato alla sbarra l’autrice trentacinquenne? L’articolo incriminato – che ha scatenato le proteste in Turchia di intellettuali e giornalisti, generando una compagna finalizzata ad abrogare le leggi sulla diffamazione in tutti i codici penali europei (sponsorizzata dall’OSCE, dal New Human Rights Committee delle United Nations, dalll’ European Court of Human Rights, e da gruppi di pressione come Articolo 19, l’International Press Institute e Reporters Without Borders) nonché una richiesta esplicita di abrogazione da parte dell’Unione Europea – prevede fino a tre anni di carcere per chi “offende l’identità turca” (Turkishness).
Ma il governo, per paura delle reazioni nazionaliste, non vuole sentir parlare né di emendamento né tantomeno di cancellazione dell’articolo, nonstante esso si intrecci con la delicata questione dei negoziati per entrare nell’Ue. La cosa ironica, dice Elif Shafak, è che l’articolo 301 non è stato partorito dalle forze che si oppongono strenuamente all’adesione all’Unione, quelle nazionaliste-secolari, ma dallo stesso governo moderato di Erdogan, nel tentativo di ingraziarsi insieme nazionalisti e riformisti tramite un emendamento del codice penale frutto di un “delicato bilanciamento”: quello che, appunto, punisce con il carcere chi insulta “il buon nome” turco, una formulazione così vaga “da poter essere facilmente malinterpretata e sfruttata dagli avvocati ultranazionalisti per attaccare le menti più aperte della società”, conclude la scrittrice.
A condividere la sorte di Elif Shafak sono stati anche, insieme ad altri casi, il pubblicista armeno Hrant Dink, condannato a sei mesi di carcere e lo scrittore Orhan Pamuk, successivamente prosciolto. La sentenza di Dink si basa su un articolo di giornale in cui l’autore parlava del massacro degli armeni nel 1915. “Sono stato accusato di razzismo! Io, che ho passato una vita a lottare contro la discrimnazione etnica! Nel mio articolo, parlavo piuttosto dell’identità armena, e non di quella turca, che non è mio compito criticare”, dice Dink in un’intervista rilasciata all’ufficio Agos di Instanbul. Dink è tuttavia ottimista. Lungi dal vedere l’attuale governo islamico moderato come una minaccia, crede che la Turchia dimostrerà come l’Islam saprà rinnovarsi dall’interno, senza alcun intervento esterno (“come le bombe di Bush”).
Orhan Pamuk è stato invece accusato per aver “denigrato pubblicamente l’identità turca” in base a un’intervista rilasciata in febbraio al giornale svizzero Tages-Anzeiger in cui affermava che un milione di Armeni e circa 30.000 curdi sono stati uccisi in Turchia. Come racconta Murat Belge – un altro giornalista e studioso turco processato per aver organizzato una conferenza storico-scientifica sulla questione armena – su Opendemocracy, queste affermazioni hanno generato, grazie anche al supporto dei media, una reazione isterica di massa con manifestazioni e incendio dei libri dell’autore (si è formato persino un “circolo di odiatori di Pamuk”). Anche il caso di Pamuk è stato trascinato nel dibattito sull’Unione Europea, che spacca il paese, perchè ogni questione che getta luce sfavorevole sulla Turchia viene usata come carburante per la campagna anti-UE.
Insomma, il tema della ricostruzione della memoria è all’ordine del giorno in Turchia, soprattutto in relazione alla questione armena, su cui il governo di Ankara si gioca un possibile futuro Ue, poiché continua a resistere alle pressioni che la spingono a classificare quello armeno come “genocidio”. (Non è un caso che la giornalista Daria Vaisman abbia notato, su Opendemocracy, un parallelismo tra le vicende turche e il caso dello storico austriaco David Irving, condannato nel febbraio 2006 per aver negato l’Olocausto. In entrambi i casi, l’Europa sembrerebbe voler affermare “l’idea della libertà di espressione come principio che mina l’impulso a negare ciò che è vissuto come abominenevole e insopportabile”, dice).
Ecco perchè, come ha scritto lo storico David Bidussa (su Reset. 97, settembre-ottobre 2006), “Nazionalismo, opposizione all’Europa, questione armena, in particolare ammissione che ci fu genocidio armeno, sono tre ingredienti legati tra loro e il cui risultato è il caleidoscopio complesso – talora persino indecifrabile – chiamato Turchia moderna”.
caffeeuropa.it
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Il presidente Usa fa della giustizia l´ancella della forza
Intervista di Umberto De Giovannangeli con Domenico Gallo
«Con questa legge anti-diritti imposta da George W.Bush in nome della guerra al terrorismo, la giustizia diviene ancella della forza». A denunciarlo è Domenico Gallo (membro del comitato scientifico di Megachip), tra i più autorevoli studiosi del diritto internazionale. «Questa legge - sottolinea il giurista - rompe il principio della eguale dignità di tutti gli uomini».
Qual è la sua valutazione sulla controversa legge anti-terrorismo firmata l´altro ieri dal presidente Bush?
«Mi sembra una legge attraverso la quale il presidente Bush, con il favore del Congresso, fa i conti o, per meglio dire, regola i conti con la Corte Suprema e tende ad affermare quello che è uno degli obiettivi strategici della sua politica, vale a dire ridurre lo spazio del diritto incrementando l´arbitrio dei poteri, quindi la facoltà di chi esercita i poteri di sovranità di esercitare poteri arbitrari al di fuori del recinto del diritto e dei diritti. Questa è una tendenza in atto in tutto il mondo, anche nel mondo occidentale democratico dove c´erano dei cardini e dei presidi, ma non vi è dubbio che negli Stati Uniti viene portata fino alle estreme conseguenze».
Quali sono nel merito gli aspetti di questa legge che la rendono più inquieta?
«L´aspetto più inquietante è che viene codificata una riduzione degli uomini in due categorie. In altri termini, viene rotto il principio della eguale dignità di tutti gli uomini. Questo è un principio che è alla base della Carta dell´Onu e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell´Uomo. È un principio che gli Stati Uniti hanno contribuito in passato ad affermare nell´ordine internazionale e che adesso invece lo rinnegano completamente. Questa legge introduce un diritto duale e introduce anche categorie duali di diritti. Si tratta di uno strappo di inquietante gravità. Ci sono degli uomini che hanno un patrimonio di diritti e altri a cui non viene riconosciuta eguale dignità e quindi non viene riconosciuto un eguale patrimonio di diritti. Quindi si crea un diritto speciale per soggetti ai quali viene riconosciuta una inferiore dignità umana. Gli Stati Uniti hanno codificato una cultura dell´emergenza che giustificava ogni abuso in nome della guerra al terrorismo. E tutto questo avviene violando quelli che sono i cardini dell´organizzazione dei poteri in uno Stato democratico, ripristinando un giudice che non ha le garanzie di indipendenza e di neutralità che devono essere inerenti alla funzione giurisdizionale perchè venga riconosciuta tale, tant´è che la Corte Suprema aveva criticato queste commissioni speciali dicendo che coloro che ne fanno parte non possono essere considerati dei giudici; più che altro sono dei rappresentanti dell´esecutivo. In questo modo cambia la natura della giustizia perchè la giustizia non diventa più una funzione dello Stato attuata da un organo imparziale e terzo, quindi separato rispetto al potere principale, ma diventa un modo di proseguire l´uso della forza con altri mezzi. La giustizia diventa l´ancella della forza».
C´è chi sostiene che la legge anti-terrorismo voluta da George W.Bush deve suonare come un campanello d´allarme anche per l´Europa.
«Condivido pienamente questa preoccupata considerazione. Si tratta di un campanello d´allarme assordante, e guai a sottovalutarne la pericolosità. Noi viviamo in un mondo globalizzato e poi sappiamo per esperienza che le impostazioni politiche e giuridiche che fanno valere le grandi potenze poi un po´ alla volta filtrano e finiscono per divenire il paradigma anche per gli altri ordinamenti. La prima cosa che si può dire è che in questo modo viene ampliato il fossato fra le due sponde dell´Atlantico. Per fortuna la nostra sponda è governata dalla Convenzione Europea dei Diritti dell´Uomo ispirata da tutt´altra logica. Ma io mi chiedo quanto può durare il rispetto effettivo in Europa di questa Convenzione nel momento in cui gli Stati Uniti comunque esercitano influenza, esercitano una sorta di leadership su molti Paesi europei, come quelli dell´Est che poi fanno parte dell´Unione Europea. Noi siamo fortemente colpiti da questa novità negativa e dobbiamo far valere l´importanza della diversità europea; una diversità positiva che può anche divenire un punto di riferimento per gli stessi Stati Uniti affinchè si determini un ripensamento rispetto a queste scelte assolutamente infauste».
da unita.it
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Il vero scandalo dell'Isola dei famosi
L'Honduras ospita l'Isola dei famosi, che ignora i tanti problemi di uno dei paesi più poveri al mondo
Massimo Ceccherini ha bestemmiato in diretta ed è stato espulso dall’Isola dei famosi, il reality di Rai Due condotto da Simona Ventura, per aver “offeso il sentimento religioso, diritto fondamentale della persona”. In Italia è scoppiato lo scandalo e si è accesa la polemica. Ma, considerando che quel multimilionario programma si svolge in uno dei paesi più poveri del mondo, il vero scandalo non è il silenzio e l’indifferenza con le quali viene ‘usato’ quel paradiso naturale in cui la gente muore ogni giorno per fame e violenza?
Tutta la verità. L’Honduras è un paese dove oltre la metà della gente vive sotto la soglia di povertà. "Ha un’economia assolutamente dipendente dagli Stati Uniti e un altissimo livello di disoccupazione", come riporta il sito della Cia, che lo definisce "uno dei paesi più poveri dell’emisfero occidentale, con un distribuzione dei redditi straordinariamente iniqua".
Come scritto nel il sito web del programma Rai, l’Honduras era governato nel 2002 da Ricardo Maduro che incrementò “fin da subito gli organici della polizia e delle forze armate per contrastare le attività criminali (sequestro di persona e bande giovanili) che affliggono le città”. Peccato, che siano proprio le forze dell'ordine a seminare spesso il terrore fra la gente, sotto gli occhi di un governo (quello di Manuel Zelaya Rosales, eletto nel gennaio 2006) troppo distratto.
Un caso che parla per tutti. Detenzioni di massa, violazioni di domicilio e torture è quanto ha denunciato il Comitato dei familiari dei detenuti e scomparsi in Honduras. Fatti che da giugno avvengono regolarmente nella zona agricola della Valle del Sico e a Paulaya. A compierli poliziotti e militari che avrebbero abusato del sistema giudiziario, presentando prove montate solo per incastrare degli innocenti. Il tutto per dissuadere la gente a riunirsi in organizzazioni sociali e comunitarie che rafforzano i contadini, dando loro coscienza di diritti e rivendicazioni.
La zona è abitata, infatti, da famiglie che, grazie a proteste e continui ricorsi, hanno beneficiato delle riforme agrarie destinate agli affiliati dell’Associazione nazionale dei contadini dell’Honduras e alla Centrale nazionale dei lavoratori del campo.
Armati e a viso coperto. Al Comitato si sono rivolti gli abitanti dei villaggi presentando testimonianze di fatti gravi: blitz di soldati incappucciati che hanno distrutto e picchiato chiunque si parasse loro davanti.
In particolare, emerge la brutalità di quanto avvenuto l’8 giugno scorso: pattuglie di militari in elicottero e squadroni di poliziotti accompagnati da uomini in divisa non meglio identificati e armati fino ai denti sono piombati sulle comunità di Sico e Paulaya. Nonostante portassero tutti un cappuccio nero integrale, sono stati identificati come uomini del XV battaglione di fanteria. Al comando l’ufficiale di polizia Dorian Sovalbarro.
Senza pietà. Erano circa 90. Sono entrati nelle case, sfondando le porte. Chi sparava in aria, chi usava il calcio del fucile per sferrare colpi a destra e a manca. Donne, vecchi e bambini sono stati feriti, senza alcuna distinzione. La scusa è che stavano cercando ladri di bestiame e narcotrafficanti.
Tutti gli uomini sono stati radunati in piazza e obbligati a sdraiarsi a pancia in giù. Mentre venivano interrogati, c’era chi li colpiva e chi simulare un’esecuzione di massa, minacciandoli di tagliare loro la testa. Quindi ne hanno presi 13 senza una ragione plausibile e li hanno rinchiusi nel presidio de Tujillo, a Colon.
Qualcosa di poco serio. Il Comitato ha denunciato l’accaduto e sollecitato la comunità nazionale e internazionale a far pressione sulle istituzioni, affinché assicurino indagini complete e imparziali. A farne le spese da mesi sono centinaia di persone per le quali il diritto all’integrità, alla libertà e alla vita sono miraggi. Quei contadini sono ancora in prigione e unanime si alza la richiesta di scarcerazione. La Costituzione dell’Honduras e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sono diventate carta straccia, così come tutti gli accordi internazionali che il governo si precipita a firmare.
Eppure, questo e tutto il resto che ogni giorno avviene laggiù viene assolutamente sottaciuto, tanto che il sito web dell'Isola dei famori riporta informazioni minime e ferme al 2002. Un’occasione sprecata per fare di un reality qualcosa di serio. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6548
Stella Spinelli
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Cemento, politica e patrimonio culturale
Da Pristina, scrive Saša Stefanović
In Kosovo approvata una nuova legge per la tutela del patrimonio culturale. Un tema fortemente politicizzato essendo legato al tema della tutela dell'identità serba. Sul dibattito sta comunque scendendo una colata di cemento
La scorsa settimana l'Assemblea del Kosovo ha approvato una delle leggi più delicate della sua recente attività legislativa: la legge sulla tutela del patrimonio culturale. L'amministrazione internazionale l'attendeva da tempo e aveva tra l'altro rispedito al mittente la prima proposta di legge elaborata dall'esecutivo kosovaro.
Nel Kosovo del post conflitto, dove non tutte le comunità sono equamente rappresentate politicamente, anche rispondere alla domanda “Cosa si intende per patrimonio culturale” non è semplice. Le risposte, a seconda di chi si interroga, differiscono.
Secondo quanto definito dalla nuova legge in Kosovo vi sono ben 96 siti archeologici, 16 cimiteri storici, 139 edifici sotto tutela ricollegabili alla cultura ortodossa, 3 a quella cattolica e 32 a quella musulmana, 71 edifici abitativi da tutelare, 21 monumenti storici. Si entra poi ulteriormente nel dettaglio elencando altri 19 oggetti, libri, vestiti ed altre cose, da tutelare.
Gordana Markovic, direttrice dell'Istituto per la protezione dell'eredità culturale della Serbia, sottolinea però che gli edifici e i beni che in Kosovo dovrebbero essere oggetto di tutela son ben più numerosi. A suo avviso sarebbero 1300 i luoghi, gli edifici, gli oggetti che apparterrebbero all'eredità culturale serba. Di questi – sottolinea la direttrice - 140 tra monasteri e chiese ortodosse sarebbero stati distrutti nel periodo che va dall'estate del 1999 al marzo del 2004. Secondo i dati resi pubblici dall'Istituto del Kosovo per l'eredità culturale a questi vanno aggiunte più di 200 moschee e circa 450 case sotto tutela dei beni culturali andate distrutte tra il 1998 ed il 1999.
Durante i negoziati internazionali per la risoluzione della questione dello status futuro del Kosovo, in corso a Vienna, la tutela dei beni culturali del Kosovo è stata una delle principali questioni affrontate. Al pari del tema del decentramento amministrativo e della risoluzione del delicato problema delle persone scomparse durante il conflitto. Questo perché è legata strettamente alla tutela dell'identità culturale della minoranza serba. Belgrado ha infatti sempre sottolineato che il Kosovo è la culla della cultura serba, e la comunità internazionale, a prescindere da cosa diverrà il Kosovo, sembra intenzionata a venire incontro su questo alla leadership serba.
In questi giorni, in una pubblicità progresso, il ministro kosovaro per la Cultura Astri Haraçia affronta la questione della protezione del patrimonio culturale kosovaro, alle sue spalle un gruppo di giovani ripara una chiesa. Lo slogan è “Proteggilo, è tuo”, ma è ancora dubbio quanto effettivamente le stesse autorità kosovare saranno in grado di proteggere i siti culturali (in particolare serbi ma no solo).
Anche perché non sembra che per i cittadini kosovari la protezione del patrimonio culturale sia in cima alle priorità. Tutt'altro. Il problema principale è quello del miglioramento degli standard di vita. Comprensibile, visto che la quotidianità del Kosovo, nonostante sette anni di aiuti internazionali, rimane precaria. Ma è anche vero che nessuna società può costuire il proprio futuro in spregio del passato. E il passato nel Kosovo di questi anni rischia sempre più di essere ultriormente cancellato non solo dalle profonde divisioni tra le comunità che vi abitano ma anche coperto da gettate di cemento.
Negli stessi giorni in cui veniva approvata la legge di tutela del patrimonio culturale kosovaro si iniziava a costruire, molto vicino al monumento che ricorda, nei pressi di Pristina, la storica battaglia di Kosovo Polje, un nuovo edificio. I lavori, avviati senza alcuna autorizzazione, stanno mettendo in pericolo le fondamenta del monumento.
Attorno alla battaglia di Kosovo Polje, persa dall'esercito serbo contro quello ottomano nel 1389, la Serbia ha costruito la sua epopea nazionale. Nel 1953 venne costruito il monumento in ricordo della battaglia e il 28 giugno del 1989, proprio lì, Milosevic tenne un discorso storico, davanti a un milione di persone, nel quale emerse drammaticamente la sua linea nazionalista.
Ora Milosevic non c'è più ma a molti quel monumento evoca purtroppo ancora la deriva nazionalista avvenuta in Serbia negli anni '90. Questo è però sufficente per giustificare il fatto che venga cancellato e che si permetta di costuire abusivamente nelle sue vicinanze?
Certo è che non deve aver stupito molti il fatto che si costruisse un nuovo edificio proprio al fianco del monumento. Perché purtroppo quella non è una scena insolita in Kosovo. Si cementifica senza alcuna pianificazione urbanistica e senza permessi.
Qualcuno ha provato a mettere freno alla febbre del mattone (abusivo) che si è scatenata in Kosovo in seguito al conflitto del 1999. Ma quando nel 2001 il direttore del Comitato urbanistico di Pristina è stato ucciso davanti alla propria casa, in molti hanno perso la speranza che ciò fosse possibile.
Ora il Kosovo è il luogo in questa parte d'Europa dove vi è il più gran numero di nuove costruzioni abusive. E' spesso difficile risalire a chi vi sia dietro a questo boom edilizio o ad esempio alla costruzione di più di 1500 pompe di benzina. Per le singole municipalità quest'ultimo ha sempre rappresentato una buona fonte d'introiti, ottenuti grazie alla registrazione di nuove aziende sul proprio territorio. Ma in ogni caso sono in poche quelle che si sono dotate di un piano di sviluppo urbanistico.
Non si può non pensare purtroppo che questa crescita esponenziale del settore dell'edilizia sia conseguenza della necessità di riciclare denaro sporco proveniente da affari criminali e traffici. Il passato viene velocemente cancellato, il presente è incerto, e il futuro?
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6288/1/51/
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L'IMPERO DECADENTE
DI EVA GOLINGER
Papeles de Mandinga
Alcuni giorni fa una ragazzina di quattordici anni è stata interrogata da funzionari dei Servizi Segreti Usa, per aver postato in Internet, su un sito di chat, un commento contro George W. Bush. Julia Wilson, viso pieno di lentiggini, apparecchio ai denti ed in spalla uno zaino decorato con un tenero cuore, è stata prelevata dalla sua scuola a Sacramento, in California, durante una lezione di biologia, e obbligata a rispondere alle domande degli agenti di sicurezza.
Un giornale californiano ha riportato che la ragazzina aveva messo sul sito web "MySpace.com" un fumetto contenente l'immagine d'un coltello che pugnalava la mano del Presidente George W. Bush, con sotto la scritta: "Muoia Bush". Fu quest'immagine, una delle tante che Julia aveva utilizzato per decorare una pagina web "anti-Bush", a provocare la visita dei funzionari dei Servizi Segreti e del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti alla scuola secondaria "McClatchy" di Sacramento in California. "Dissi loro che semplicemente non sono d'accordo con la politica di Bush", ha spiegato Julia Wilson. "Non ho nessun piano per danneggiare Bush. Sono molto pacifica; semplicemente Bush non mi piace", ha ribadito la ragazzina dopo essere stata interrogata da cinque funzionari governativi, che portavano armi di tipo corto e lungo.
Per lo meno, non l'hanno imprigionata a Guantanamo o in qualche altra prigione segreta, dove il regime di George W. Bush detiene persone che esprimono disaccordo col suo mandato fascista. E la Società Interamericana di Stampa, la Commissione dei Diritti Umani dell'Organizzazione degli Stati Americani, Giornalisti Senza Frontiere ed il Dipartimento di Stato Usa dicono che in Venezuela non c'è libertà d'espressione? La doppia morale e la decadenza dell'impero statunitense crescono quotidianamente e la sua condotta sfacciata si smaschera da sola.
Altrettanto sta avvenendo nel caso della Corea del Nord e delle recenti sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. I nostri popoli non vogliono armi nucleari da nessuna parte, ma non si può nemmeno condannare il test nucleare in Corea del Nord, senza prima menzionare che sono gli Stati Uniti d'America a possedere il più grande arsenale del mondo d'armi di distruzione di massa e ad aver compiuto oltre mille esperimenti con quelle armi, danneggiando il nostro sistema ecologico e minacciando il mondo intero. Inoltre, gli Stati Uniti sono l'unico paese che ha usato armi nucleari contro altre nazioni; una prima volta la mattina del 6 agosto 1945 a Hiroshima in Giappone, ed un'altra tre giorni dopo nella città di Nagasaki. Più di 200.000 persone morirono immediatamente e centinaia di migliaia furono (e continuano ad essere) danneggiate nel corso dei giorni, mesi ed anni successivi.
Nel periodo dal 1945 al 1996, gli Stati Uniti realizzarono 215 esperimenti di armi nucleari in atmosfera e 815 sottoterra; la Russia ne fece 219 atmosferici e 496 sotterranei; l'Inghilterra 21 atmosferici e 24 sotterranei; la Francia 50 atmosferici e 160 sotterranei e la Cina 23 atmosferici e 22 sotterranei. Attualmente, delle cinque potenze coinvolte nella Convenzione per la Non Proliferazione delle Armi Nucleari, che sono anche i cinque paesi permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, gli Stati Uniti possiedono da 5.735 a 9.960 armi nucleari; la Russia da 5.830 a 16.000; l'Inghilterra oltre 200; la Francia 350; la Cina 130. Esistono anche nuove potenze nucleari, che non partecipano alla suddetta Convenzione, ma che hanno ugualmente sviluppato armi nucleari: l'India ne ha da 75 a 113; il Pakistan da 65 a 90; la Corea del Nord da 1 a 10 armi nucleari; Israele ne possiede tra le 75 e le 200, benché si rifiuti di ammetterlo ufficialmente.
E allora, da dove proviene la vera minaccia nucleare? Tutti sappiamo che sono gli Stati Uniti e la loro politica militarista ed egemonica a mettere in pericolo il nostro mondo ed il futuro della nostra umanità. Si deve fare un appello per il disarmo nucleare di tutte queste nazioni, senza eccezioni né doppia morale. Le aggressioni dell'impero Usa aumentano velocemente, e noi popoli reagiremo con la forza e le possibilità che abbiamo, ma la denuncia dell'ipocrisia statunitense e della minaccia delle armi di distruzione di massa, a qualunque paese appartengano, deve essere inflessibile e contundente.
Eva Golinger
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=39536
18.10.2006
Traduzione a cura di ADELINA BOTTERO
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Iraq : USA progettano cambio politica con sostegno Paesi vicini
di Shorsh Surme*
E' oramai da tre anni - esattamente dopo la caduta del regime di Saddam nel 2003 - che stiamo dicendo che se l'Iran e la Siria non aiutassero più sia economicamente che logisticamente i vari gruppo armati che ogni giorno provocano le stragi in Iraq, la violenza in quel Paese diminuirebbe in maniera drastica.
Ed è proprio quello che ha detto il Presidente della Repubblica Federale dell'Iraq, il Curdo Jalal Talabani, che in un'intervista rilasciata alla Bbc ha detto "Le violenze in Iraq potrebbero finire entro mesi se Iran e Siria unissero gli sforzi per stabilizzare il Paese" ed ha aggiunto che una simile iniziativa "sarebbe l'inizio della fine del terrorismo".
Le dichiarazioni di Talabani trovano riscontro in ambienti Usa. Attualmente il "gruppo d'inchiesta per l'Iraq" diretto da James Baker dall'ex segretario di Stato americano durante l'amministrazione di Bush padre sta valutando la politica del governo americano nei confronti dell'Iraq e avanzerà proposte per la sua revisione nei prossimi mesi.
Secondo quanto emerso, la loro proposta consiste in due punti: primo, il trasferimento scaglionato delle truppe americane in basi militari statunitensi esterne all'Iraq e la ridistrbuzione secondo le esigenze per la lotta alle organizzazioni terroristiche; secondo, il rafforzamento dell'ordine pubblico di Baghdad, il scioglimento delle milizie e la loro entrata nei vari gruppi politici.
La politica dell'Amministrazione Bush nei confronti dell'Iraq mira principalmente a migliorare le condizioni di sicurezza a Baghdad, che ormai è fuori controllo, con attentati con ordigni esplosivi, attacchi contro la coalizione e la violenza settaria che portano alla morte di almeno 100 persone al giorno anche nel mese sacro di Ramadan a formare truppe per la sicurezza irachene ed a promuovere il raggiungimento di accordi tra il governo iracheno e le organizzazione d'opposizione.
Inoltre, Bush ha ripetutamente sottolineato che prima della realizzazione degli obiettivi, le truppe americane non potranno ritirarsi dall'Iraq. Tuttavia, le ultime dichiarazioni di Bush stesso hanno dimostrato che il suo governo intende rivedere parzialmente le sue politiche verso l'Iraq.
Il governo di Nuri Al Maliki è molto incoraggiato a tenere una conferenza costituente per tracciare le linee di un governo federale, mentre Iran e Siria saranno invitate ad appoggiare l'iniziativa che potrebbe venir fuori nell'ambito di una conferenza internazionale dopo le feste di fine di Ramadan.
* giornalista curdo iracheno
www.osservatoriosullalegalita.org
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Saviano e i rischi dell´indifferenza
Michele Serra
la Repubblica
Se dici, o peggio ancora scrivi, parole che urtano i miei pregiudizi o i miei interessi, io ti ammazzo. O ti faccio ammazzare dai miei sicari. È l´arcaica, insopportabile sentenza di morte della parola, e dell´uomo libero che la pronuncia, con la quale le società democratiche si erano illuse di avere chiuso il conto. Finché la fatwa contro Rushdie, l´assassinio di Theo Van Ghog e numerose altre azioni del fanatismo islamista hanno riportato nel cuore dell´Europa la questione.
Tra i molti evidenti svantaggi, almeno un vantaggio: rendere più acuta, in noi, una percezione della libertà di espressione quasi opacizzata dal suo uso e fors´anche dal suo scialo. Al punto che oggi – ed era finalmente l´ora – riusciamo a leggere per quello che sono, e cioè attentati alla democrazia, offese letali alla libertà di tutti, anche episodi fin qui pigramente ascritti alla cronaca nera, come le minacce di camorra al giovane scrittore napoletano Roberto Saviano.
Mentre i giornali di tutto il mondo stanno dando enorme rilievo all´assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaja, comincia finalmente a prendere corpo anche in Italia, sia pure timidamente e in ordine sparso, la coscienza di un gigantesco e annoso problema di libertà tutto nostro, tutto locale. Le minacce a Saviano, colpevole di avere raccontato Napoli per quella che purtroppo è, e per giunta di averlo fatto in un bel libro, rinverdiscono la tradizione infame di intimidazione, ricatto e assassinio che colpisce chiunque, nel nostro meridione, si ribelli alla dittatura delle mafie. Dalla scomparsa del giornalista De Mauro all´esecuzione del militante politico Impastato, del giornalista Fava, del giornalista Siani, non c´è voce davvero libera che possa esprimersi, nel nostro Mezzogiorno, in legittima libertà e sicurezza. Da più di mezzo secolo, cioè da quando l´Italia è formalmente una democrazia e una Repubblica, pezzi decisivi della Costituzione non sono applicabili in larghe zone del Paese nelle quali la libertà economiche sono sottoposte allo strozzo, al parassitismo e alla violenza delle famiglie mafiose. E la libertà di cronaca e di opinione conta le sue vittime tra i morti come tra i vivi, cioè tra gli zittiti a morte e gli spaventati a vita.
È davvero grave, ripensandoci, che questo particolare aspetto della presenza mafiosa – quello liberticida, che disvela nella mafia la tirannia prima ancora del malaffare – sia stato così scarsamente avvertito, fin qui, dalla classe dirigente così come dall´opinione pubblica. L´allarme di Umberto Eco e di Alberto Scurati, che sulla Stampa giustamente ridefinisce le mafie come antitetiche non solo e non tanto alla legalità, ma addirittura alla libertà, forse è un primo passo per aiutare politici, intellettuali e cittadini a salire di almeno un gradino, quando si parla di mafia, la scala dell´intollerabilità. Parole come oppressione mafiosa, dittatura mafiosa, occupazione mafiosa, rendono molto evidente la necessità non retorica, ma sostanziale, di una vera e propria lotta di liberazione politica, territoriale e culturale. Lo sanno i ragazzi di Locri, lo sa chiunque abbia percepito nella vita quotidiana, nelle strade, nelle case, il plumbeo conformismo dell´assuefazione, che è l´ossigeno che tiene in vita ogni sistema oppressivo.
Oltretutto non guasta, nel mezzo di quel complicatissimo groviglio mondiale che viene convenzionalmente definito "conflitto di civiltà", capire meglio che lo scontro tra arcaismo e modernità (in così larga parte coincidente con quello tra oppressione e libertà) non è certo riducibile alla lotta tra Islam radicale e società secolarizzate (anche islamiche). È presente ovunque logiche di clan, o di tribù, o di cosca, o di conventicola clericale, o di familismo inglobante, tendano a sottomettere i diritti individuali e le libertà formali degli uomini e delle donne, in odio alla libertà dei singoli, alla varietà delle opinioni e delle scelte. Perché i sistemi chiusi, le mentalità arcaiche, sanno benissimo che nessun colpo, per i loro sistemi, è più mortale dell´autodeterminazione delle persone, del loro disporre appieno delle proprie vite e delle proprie parole.
Dire "conflitto di civiltà", dunque, descrive perfettamente luoghi e città di questo nostro Paese nel quale la pubblicazione di un libro costa minacce di morte al suo autore, e giudici, poliziotti, imprenditori, giornalisti e cittadini sono caduti a centinaia perché non volevano vivere sotto la dittatura della malavita, dei suoi sgherri armati, delle sue squadracce punitive.
Per quel poco che vale dirlo, siamo molto vicini a Roberto Saviano, al valore del suo lavoro, all´energia liberatrice delle sue parole. Ci si può anche porre il problema se parlare ad alta voce del suo caso lo aiuti a sentirsi protetto o lo esponga maggiormente. Ma non c´è dubbio che non parlarne esporrebbe tutta Napoli, e tutti gli italiani, al rischio insopportabile dell´indifferenza.http://www.libertaegiustizia.it/rassegna/rs_leggi_articolo.php?id_articolo=1299
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Willer Bordon “Troppo spesso ci sono pacchetti di iscritti gonfiati…”
di Federica Fantozzi, l’Unità - 19 Ottobre 2006
Senatore Bordon, nella Margherita è esploso il caso delle tessere gonfiate. E voi ulivisti-parisiani siete i principali sospetti di averlo mediatizzato...
«Lo dico nel modo più gentile possibile: è un’idiozia. Io e Parisi, che è stato uno dei fondatori della Margherita, siamo i più scossi per questa vicenda e per i veleni che si aggiungono a quelli di un tesseramento preoccupante».
Quanto è grave il danno di immagine per il partito?
«La Margherita costituiva, e credo possa farlo ancora, un elemento importante del Pd grazie a due elementi. Il superamento dello steccato laici-cattolici e il primo tentativo di dotarsi di forme di partito nuove. È evidente che un fatto che mette in discussione la trasparenza a noi crea un danno doppio, e per trasmissione lo provoca alla credibilità del Pd. Perciò chiediamo provvedimenti a tutela dell’onorabilità della Margherita».
Si parla di ritorno delle correnti e revival Dc. Per Largo del Nazareno è il percorso del gambero?
«Sono semplificazioni di comodo e inaccettabili. Certo, dopo “Striscia” diventa un gioco facile. Ma sia chiaro: nessun partito tradizionale può considerarsi oggi esente da questi pericoli. Mi ricordo le polemiche all’ultimo congresso Ds, specie in Campania. È inutile fare convegni a Orvieto e discutere la proposta Vassallo se nel Pd rischiamo di portarci dietro il peggio dei vecchi partiti.
Persone non certo della nostra componente, come Giachetti e Adinolfi, su Europa mettono in guardia: le forme organizzative dei partiti sono malate».
D’accordo. E tra i malati c’è Dl. Sintomi?
«Il rischio di ammalarsi, con questi dati, c’è certamente, basti pensare ad alcune percentuali del tutto irreali (nota del redattore: caso di Reggo Calabria, su 100 elettori Dl 80 iscritti) tra gli iscritti al partito rispetto al dato elettorale.
Troppo spesso il tesseramento è il prodotto di pacchetti gonfiati da spendere tra signori delle tessere o,peggio, signori della guerra».
Si parla di rinviare il congresso. Lo pensa anche lei?
«No. Abbiamo tutto l’interesse che il congresso Dl si svolga in contemporanea con quello Ds. Se c’è questo accordo, facciamolo il prima possibile e non oltre
primavera. Un congresso vero però: non solo basato su un corpo elettorale certo ma su diverse opzioni politiche».
Cioè con diverse mozioni? Rutelli e i Popolari preferirebbero una mozione unitaria.
«A oggi non penso sia possibile andare uniti. Piacerebbe anche a me il “vogliamoci bene”, ma su temi importanti per la natura del Pd vedo opinioni molto diverse. Penso a De Mita, di cui conosco l’onesta intellettuale e che prendo sul serio. Ma è antitetico a Parisi. E se si sceglie la via di diverse mozioni, ognuna deve avere pari dignità, fondi e organizzazione come accade nei Ds».
Bindi attacca i capetti locali ulivisti, Fioroni sostiene che loro portano i voti e voi le tessere. È scoppiata la guerra interna?
«Rosy Bindi sa benissimo quali sono i signori delle tessere anche per averli frequentati e denunciati nel corso della sua precedente esperienza politica.
In tanti possono autodefinirsi di questa o quella componente, quello che conta è che chi ha la responsabilità dell’una o dell’altra denunci in modo inequivocabile
metodi di questa natura. Per noi essi sono inaccettabili, per l’oggi e per il domani.
In quanto al ministro Fioroni, se fossi in lui, mi occuperei soprattutto di scuola e distinguerei tra attività di governo e di partito».
Però è innegabile che sul banco degli imputati ci siano gli ex Popolari, che ricambiano l’ostilità. Il responsabile del tesseramento Ladu ha accusato Parisi di voler far saltare il congresso.
«Mi fa piacere che alla fine Ladu abbia smentito. Su Parisi si possono avere opinioni diverse ma nessuno può metterne in dubbio il rigore. Chiunque lo dovesse
fare dovrebbe vergognarsi».
Voi ulivisti proponete di “bonificare” gli elenchi degli iscritti Dl usando il data-base delle primarie. Risposte da Rutelli?
«Ancora no. Eppure mi pare sensato. Chi è andato a votare alle primarie certamente esiste e svolge politica militante».
Forza Italia ha annunciato un esposto alla magistratura. Ha qualche fondamento?
«No, parliamo di cose serie, non di avvoltoi o iene che si cibano di avanzi avariati. Certo, Forza Italia non facendo congressi ha risolto il problema alla radice... »
Popolari contro ulivisti. Rutelliani oscillanti tra gli uni e gli altri. Non c’è il rischio che invece di avviarsi nel Pd la Margherita esploda? Che salti tutto?
«No. Spero proprio di no. Faremo di tutto perché ciò non succeda. Piuttosto faccio un appello: evitiamo che il Pd venga percepito non come un partito nuovo ma come una somma non democratica di vecchi metodi e vecchie nomenclature».
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Quando si cambia una legge elettorale?
Schifani ha appena sostenuto al TG1 che "la legge elettorale si cambia a fine legislatura, è sempre stato così" e quindi è sbagliato parlarne adesso oppure "evidentemente la sinistra si è accorta che Prodi è al capolinea".
Ora, a parte l'evidente povertà mentale del personaggio, a parte il catastrofico cortocircuito fra essere e dover essere ("è sempre stato così... dunque..." Hegel vatti a nascondere!), colpisce la perversione del normale senso comune. Logica onestà vorrebbe, infatti, che le regole elettorali si cambino, se vanno cambiate, nel momento in cui si è più lontani dalla loro applicazione, in modo che gli interessi di parte non prevalgano sull'equità e la giustizia. Per Schifani non è così, il momento migliore, unico si direbbe, per cambiare la legge elettorale è quando si è quasi sotto elezioni. Evidentemente il nostro non concepisce altro motivo plausibile per azioni del genere che il vantaggio della propria parte politica, che qualcuno possa voler cambiare una legge elettorale perché fa schifo ed è una porcata antidemocratica... no, nemmeno come pura ipotesi quest'idea può sfiorare la fulgida mente di Renato Schifani. http://foglie.ilcannocchiale.it/
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Quei testimoni silenziosi del XX secolo
Dal 13 ottobre apre al Barbican di Londra la mostra fotografica “In the Face of History”.
'Janina Illukiewicz' di Stanisław Witkiewicz (Foto: Collezione Ewa Franczak e Stefan Okolowicz) Il Barbican Centre di Londra presenta le opere di fotografi del Ventesimo secolo quali Stanisław Witkiewicz, André Kértesz, Eugène Atget, Josef Sudek e altri. Un secolo, quello trascorso, che è stato per molti una lezione per l’orrore dell’astrazione. Lo Stalinismo e il Nazismo, la crescente burocratizzazione e l’alienazione ci hanno insegnato quali sono i pericoli che si corrono nel pensare troppo in grande, nel trasformare le persone in numeri, sperando che il fine giustifichi i mezzi.. Contro questa visione classica, in un’intervista con Le Siècle, Alain Badiou afferma che il secolo appena concluso è stato caratterizzato dalla passione per il reale, non da grandi progetti o speranze trascendentali, ma da un contatto viscerale con l’esistenza.
Alienati
La mostra al Barbican Centre ci ricorda come in passato la fotografia ha permesso un contatto così diretto con l’esperienza. Oggi probabilmente sarebbe difficile comprendere il potere che ebbe la fotografia in un’epoca in cui le immagini ancora non dominavano il mondo. Difficile immaginare come Dauthendey, uno dei primi ad utilizzare la dagherrotipia, possa aver detto: «Ci sentivamo imbarazzati dalla precisione delle immagini di queste persone, e credevamo che quelle piccole facce nelle fotografie potessero vederci; eravamo così colpiti dall’insolita chiarezza e dall’insolita verità tipica dei primi dagherrotipi».
I lavori del fotografo e scrittore polacco Witkiewicz testimoniano la perdita di questo contatto diretto con l’esperienza. Nelle sue immagini le facce sono frammentate in migliaia di pezzi, un’auto-frammentazione della modernità. Tuttavia nella sua opera ritroviamo anche la speranza messianica che qualcuno, da qualche parte, possa portare testimonianza della sua esperienza. Gli occhi di Janina ci fissano attraverso il fotografo, proprio con il prodotto di quella tecnologia che Witkiewicz tanto denigrò.
Smascherati
La fotografia è la registrazione della storia del Ventesimo secolo. In the face of History, nel volto della storia, il volto umano degli sconvolgimenti del passato, affronta gli spettatori. Nelle opere di André Kértesz vediamo i soldati spostarsi verso il fronte polacco nel 1915, file di uomini che strisciano some serpenti, tutti invischiati in un destino che ignorano. La fotografia stessa si fa storia. La nostra passione per il reale ha toccato il culmine nello spettacolare, in affissioni pubblicitarie e immagini che ci offrono un contatto senza tramite con una realtà che non presenta rischi. Ci siamo trasformati in una società di voyeur, e la fotografia ci ha seguiti. Per così tanto tempo considerata come la verità di un’esperienza, oggi essa ci offre uno specchio del vuoto che ci riempie.
La mostra si apre con le opere di Eugène Atget, l’attore che fotografò Parigi nel passaggio al nuovo secolo. Rue l’Abbaye. Al centro dell’immagine un poliziotto sta a cavalcioni sulla sua bicicletta. Alle sue spalle un negozio abbandonato, ai lati condomini con le braccia alzate al cielo; sulla strada non c’è anima viva. Ma osservando attentamente si vede un uomo con un cappello bianco nascosto dietro un muro sulla sinistra, e guardando più da vicino, due figure eteree appaiono all’angolo della strada, come a ricordarci che la fotografia, all’epoca, non era un processo istantaneo. Si avvicinano, spariscono, e l’immagine rimane. Le sue fotografie si concentrano rigorosamente sul nulla, non vi troviamo rappresentati oggetti in vendita, nessuna ideologia di cui ci dobbiamo convincere. Al contrario queste immagini ci chiedono di lasciarle entrare dentro di noi.
L’immagine di se stessa
Nella fotografia una palla lotta per un po’ di spazio, sgomita tra banconote senza alcun valore e giornali raggrinziti, vecchi di ieri, che raccontano di guerre dimenticate. Nonostante la pianificazione e la certezza tipiche dello Stalinismo, l’artista ceco Josef Sudek realizzò fotografie piene di dettagli inaspettati, documenti intrinseci che contengono solo l’imprevisto. Casuali frammenti del quotidiano si scontrano originando forme nuove e bizzarre. Se le sue fotografie di natura morta sono qualcosa di preparato, questo non toglie l’imprevedibilità trasmessa dalle opere. La verità essenziale della ciotola e del giornale non viene modificata da questa preparazione; lo Stalinismo traspare dalla passione per il vero, da un incontro fra pensiero e azione. In questa atmosfera soprannaturale le immagini di Sudek non rappresentano semplicemente il caos dello spazio interno, ma sono il testamento di quella stessa passione che sta alla base dello Stalinismo.
L’immediato, che sia interno o esterno, dà un ordine a tutte le immagini esposte alla mostra. La fotografia è come un lungo omaggio reso a ciò che è venuto meno, che è assente. Così in una mostra dedicata ai fotografi del Ventesimo secolo non ci sono gulag, campi di concentramento, e nessuna gloriosa guerra. Al contrario vi è una foto con dei piedi di ragazzi. L’immagine di Emmy Andriesse riprende le gambe e i piedi di due ragazzi seduti su un muretto, sopra dei calcinacci. Amsterdam, 1944, ultimi mesi dell’occupazione nazista, la città soffre il suo Hongerwinter, l’inverno della fame. Ciononostante, come nel caso di Atget, la fotografia dei Paesi Bassi non ne parla apertamente. Guardando i piedi di questi due ragazzi l’attenzione si concentra sulle scarpe malandate, sbilenche, sul punto di cadere a terra, penzolanti dal dito di un piede che sporge nell’ombra. Il fotografo non parla, non ci comunica nulla, ci chiede semplicemente di guardare.
La vera fotografia documentale, che vediamo esposta in questa mostra, consiste nella passione per la realtà che non si trasforma in spettacolo, né in un bisogno di esperienze estreme, nello stesso spirito delle parole di Goethe: “Vi è un sottile empirismo che si fonde intimamente con l’oggetto stesso, che diventa vera teoria”. Ed è attraverso questo delicato empirismo che il collegamento del fotografo con l’oggetto si fa visibile, e l’umanesimo che può emergere attraverso l’empatia, attraverso la fusione con l’oggetto, diventa possibile. Se è vero che la passione per il reale che ha caratterizzato il secolo scorso culmina nell’apparenza, in migliaia di immagini vuote, è d’altro canto proprio in questo tipo di fotografia che rimane un’ultima speranza per l’empatia, per una connessione reale.http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8480
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Istanbul, nostalgia di
uno sguardo bambino
Siegmund Ginzberg
Ohran Pamuk è il premio Nobel per la letteratura 2006. Riproponiamo qui uno scritto di Siegmund Ginzberg pubblicato nell'inserto domenicale di Repubblica il 18 dicembre 2005 in occasione dell'uscita del libro dello scrittore turco "Istanbul. I ricordi e la città" (Einaudi).
La mia Istanbul è la stessa di cui scrive Orhan Pamuk nel suo ultimo libro: in bianco e nero. Solo, se possibile, ancora più sfocata, “mossa”, sgranata, pulviscolare, annebbiata, incerta nei contrasti, nel confondersi di grigi e foschia delle fotografie e altre illustrazioni che fanno di “Istanbul, le memorie e la città” un libro forse unico nel suo genere (un romanzo? Un’autobiografia? Un saggio fotografico? In America l’ha pubblicato Knopf, in Inghilterra Faber & Faber, in Italia sta per uscire da Einaudi). Da leggere e da guardare, sfogliare. Da gustare, mi verrebbe da dire, se un libro potesse dare anche un senso degli odori e dei sapori (per me il profumo salmastro del mare, quello acre dello smog da carbone, le vernici per barche, quello della ciambella al sesamo appena sfornata) e dei suoni (lo sferragliare dei tram, le sirene delle navi che attraversano il Bosforo, le grida dei venditori, il raglio struggente degli asini).
Sono nato a Istanbul qualche anno prima di lui. Lui non l’ha mai lasciata. Noi l’abbiamo lasciata su una nave nera, che avevo otto anni, dopo le sommosse del 1955, che Pamuk ricorda nel libro. In quel caso non ce l’avevano con gli armeni, non con i curdi e nemmeno con gli ebrei, ma con i greci. Il negozio di mio padre aveva comunque un nome che suonava “straniero”. Non bastò che vi sventolasse una bandiera turca (per anni poi tenemmo una bandiera italiana nel cassetto, non si sa mai). Mio padre aveva “voglia d’Europa”. L’ultima cosa che vorrei ancora vedere è un’Europa che se la prende coi suoi stranieri. “Parlate turco!”, ingiungeva lo slogan nazionalista. Meglio: pensavo in turco. “È vostro figlio? Non sembra”, dicevano ai miei, che tra di loro parlavano in armeno o francese quando non volevano che orecchiassi. L’ho dimenticato, tranne le parolacce e i nomi del cibo.
Ma le poche foto di famiglia sono identiche a quelle dei Pamuk. La sua Istanbul in bianco e nero l’ho riconosciuta nei recessi della memoria. Quella di de Nerval, Gautier, Flaubert, De Amicis, Loti, Melling, Tampinar, Yahya Kemal – “La maggiore virtù di Istanbul è come la città possa essere vista sia da occhi occidentali che orientali” – l’ho ritrovata in questi anni nei libri (mi chiedo solo perché non citi Nazim Hikmet: ancora non si può?).
Un po’ diversa la nostalgia, se si preferisce la malinconia che evocano quelle immagini e quelle memorie. “Hüzün” la chiama Pamuk, preferendo mantenere anche nella traduzione inglese, da lui riveduta, il termine turco che viene dal Corano, cui intitola un intero capitolo. Non è angoscia, non è tristezza, non è solo rimpianto, mancanza di qualcuno o qualcosa di caro, o “lontananza da Dio” come sostenevano i mistici. Non è solo senso di solitudine, anche se resta per definizione qualcosa di intimo, personale. Non è sofferenza, anzi è uno stato di malessere che può dare soddisfazioni, in cui ci si può crogiolare provandone persino piacere. Ha forse affinità col pianto, che non è la stessa cosa del dolore, anzi lo addolcisce. Forse non c’entra, ma mi fa venire in mente il particolare nodo in gola – amaro, ma anche liberatorio – che sin da bambino mi veniva non dalla soddisfazione di un torto, ma dalla sensazione che fosse in qualche modo riconosciuto.
“Il mio punto di partenza è l’emozione che può provare un bambino a guardare attraverso una finestra madida di vapore. Ora cominciamo a comprendere che hüzün non è solo la malinconia di un individuo in solitudine ma può essere l’umore nero condiviso da milioni di persone insieme. Quello che sto cercando di spiegare è lo hüzün di un’intera città: Istanbul”, è il modo in cui lo scrittore riassume quel che si propone.
Non la malinconia di una città, ma il modo in cui ciascuno, a modo suo, vi si riflette. “Parlo delle sere in cui il sole tramonta presto, di padri sotto i lampioni nei vicoli che tornano a casa con sacchetti di plastica. Dei vecchi traghetti del Bosforo in stazioni deserte nel mezzo dell’inverno… vecchi librai che aspettano tutto il giorno che faccia la comparsa un cliente; dei barbieri che si lamentano che la gente non si sbarba più così spesso con la crisi economica; di bambini che giocano al pallone tra le auto in strade selciate; delle donne con i loro sacchetti di plastica in remote stazioni di autobus in attesa di un autobus che non arriva mai;… di sale da tè affollate di disoccupati; di ruffiano pazienti… in attesa di un ultimo turista ubriaco; della folla che si affretta a prendere il traghetto nelle sere d’inverno; degli edifici di legno dove ogni asse scricchiolava anche quando erano magioni di pascià…; delle donne che sbirciano tra le tende mentre aspettano mariti che non rincasano sempre a notte tarda; di vecchi che vendono libri religiosi, rosari nei cortili delle moschee; di decine di migliaia di ingressi di case d’appartamento identici, le facciate scolorite da sporco, ruggine, cenere e polvere…; delle sirene delle navi nella nebbia; … dei gabbiani appollaiati su zattere incrostate di muschio e molluschi…; di sottili nastri di fumo che si alzano dai comignoli nel giorno più freddo dell’anno; … di coloro che pescano dalle sponde del ponte di Galata; dell’odore del fiato nei cinema che un tempo avevano soffitti dorati e ora sono locali pornografici frequentati da uomini che se ne vergognano; ….di muri coperti da manifesti anneriti; dei vecchi e stanchi dolmus, Chevrolet anni ’50 che sarebbero pezzi da museo in qualsiasi città occidentale, e qui servono da tassì collettivi;… dei libri di storia in cui i bambini leggono delle vittorie dell’Impero ottomano…”. Così continua per molte pagine, tra le più belle. Qualche pagina dopo confessa la tentazione di evocare un’età dell’oro, un momento splendente in cui la città era “in pace con sé stessa” (quando i miei antenati sefarditi vi vivevano in pace con turchi, musulmani, cristiani, armeni, greci?), ma poi si sovviene di “amare questa città non per la sua purezza, ma appunto per la lamentevole assenza di essa”.
Sì, si potrebbero forse dire cose simili di qualsiasi altra città d’Europa. Ma perché ritrovo in questa nostalgia di Istanbul di Pamuk tanto della Istanbul della mia infanzia? Non so nemmeno se sia ancora così. Mi raccontano che è ormai un ingorgo unico, tutto è sovrastato da un traffico spaventoso di automobili. So che c’è anche chi dice che “Istanbul non è la Turchia”. Ma alla stessa stregua di potrebbe dire che “New York non sono gli Stati Uniti”.
caffeeuropa.it
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I BAMBINI DI HOPEWOOD – I PIÙ SANI D’AUSTRALIA
DI IAN SINCLAIR
VaccinationDebate.com
Nel 1942 Leslie Owen Bailey, un grande filantropo e fondatore della Natural Health Society of Australia [Società Australiana per la Salute Naturale n.d.t.] , accettò l’affidamento di 85 bambini le cui madri non erano in grado di accudire. Allevati secondo i principi della Salute Naturale e cresciuti nella Hopewood House di Bowral, NSW (Nuovo Galles del Sud), essi divennero famosi come i bambini di Hopewood.
Molti di questi bambini erano poco più che neonati, e siccome non era possibile allattarli al seno, furono allevati con latte caprino. Ai più grandicelli all’inizio venne dato latte di mucca non pastorizzato, ma siccome alcuni svilupparono problemi di muco, venne usata frutta fresca e succhi vegetali come sostituto. Dai due anni in su, la dieta di questi bimbi consisteva in frutta fresca, radici e verdure, insalate, uova, noci, riso, porridge, pane e biscotti integrali, frutta secca, burro non salato, lenticchie, soia, ecc.
Tra un pasto e l’altro si dava loro soltanto frutta o succhi di frutta, e i bambini erano incoraggiati a bere molta acqua delle fonti locali e quindi pura e senza floruri. Il loro dolce preferito era fatto di carrubi, cocco, frutta secca e miele.
Il Child Welfare Department [Dipartimento per il Benessere Infantile n.d.t.], che sovrintendeva alla salute dei bambini, insisteva che venisse loro data “carne”, ma quando questa veniva loro servita, i bimbi la rifiutavano. Alcuni nutrizionisti dell’Università di Sydney, analizzando i contenuti nutritivi della dieta di Hopewood, videro che non solo era più che adeguata, ma addirittura superiore, come livelli di proteine, carboidrati, grassi e minerali, alle cosiddette “diete convenzionali”. Quando i risultati dei test furono resi pubblici, il Dipartimento per il Benessere Infantile non insistette più perché ai bimbi fosse aggiunta la carne nella dieta.
È degno di nota considerare che tra questi 85 bambini non ci fu mai alcuna malattia seria, che nessuno di loro fu mai operato, né furono loro somministrati medicinali di alcun tipo, né furono usate droghe, e non furono MAI VACCINATI. L’unico caso di malattia capitò quando 34 bambini svilupparono la varicella; furono immediatamente ricoverati e furono curati esclusivamente con acqua e succhi di frutta freschi. Tutti si ripresero senza alcun danno ulteriore. Indagando su come questo fosse successo, si scoprì che mentre erano a scuola i bambini avevano scambiato i loro pranzetti sani con pranzi convenzionali meno sani, quindi quel caso di varicella non sorprese più di tanto.
Nel 1947 il dottor N. E. Goldsworthy, medico a capo dell’Istituto per la Ricerca Dentale di Sydney, volle controllare lo stato dentale dei bimbi di Hopewood. Lui e i suoi assistenti fecero un ampio rilevamento sullo stato dentale dei bambini per un periodo di dieci anni e scoprirono che i bambini di Hopewood avevano sviluppato fino a 16 volte meno carie dei loro coetanei di Sydney. Mentre ai bimbi di Sydney fu riscontrata una media del 9,5% di denti cariati, mancanti o piombati per bimbo, nei bambini di Hopewood questa percentuale arrivava soltanto allo 0,58. Nelle parole del dottor Goldsworthy stesso, i risultati furono “poco meno che miracolosi”. I bambini di Hopewood avevano il più alto standard di salute dentale mai studiato, sorpassando perfino i bambini nativi della Nuova Guinea che, fino allora, avevano la reputazione di avere i denti più sani del mondo.
Anche la medicina tradizionale si interessò al caso dei bambini di Hopewood, nelle persone di Sir Lorimer Dodds e del dottor D. Clements, direttore del Centro per il Nutrimento Infantile dell’Università di Sydney, che monitorarono la salute dei bimbi per un periodo di 9 anni. Esaminarono tonsille e adenoidi e convennero di non aver mai visto un gruppo così sano. Anche una psicologa infantile, Zoe Benjamin, esperta in auge in quel periodo, dopo aver passato un lasso di tempo con il gruppo di bimbi, disse con stupore di non aver mai incontrato un gruppo di bambini con personalità così indipendenti e felici.
La cosa più notevole fu il fatto che nonostante alcuni di questi bambini avessero ereditato una salute cagionevole dovuta alle malattie delle loro madri, e nonostante il fatto di non essere stati allattati al seno né aver avuto l’affetto e la tenerezza materni, erano cresciuti robusti e sicuri di sé.
I bambini di Hopewood servono da esempio a tutti quei genitori che vogliono allevare i loro bambini in modo naturale, senza medicinali o vaccini. Questi bambini sono testimoni della verità e validità della Salute Naturale. La storia completa dei bambini di Hopewood si può leggere sul volume 5, numeri 3, 4, 5 e 6 e sul volume 6, numero 1 della rivista National Health, pubblicati dalla Natural Health Society of Australia [Società Australiana per la Salute Naturale n.d.t.].
Ian Sinclair
Fonte: http://www.vaccinationdebate.com
Link : http://www.vaccinationdebate.com/web8.html
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA
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Ma chi ti ha dato il telescopio...
Dunque: succede un po' tutti gli anni, che i vari paesi musulmani non siano d'accordo sulla data in cui inizia il Ramadan. Dipende da chi vede per primo la luna e così via.
Solo che politicamente corretta (o scorretta) come quest'anno, la povera luna non lo era stata mai.
Così mi pare di capire, almeno, e provo a spiegarmi.
Dunque: pare che tutti gli scienziati fossero d'accordo sul fatto che non si sarebbe vista prima della notte di sabato 23 settembre, la luna, e che quindi il primo giorno di digiuno di Ramadan sarebbe stato domenica 24.
La gente era preparata a digiunare da domenica, quindi.
Senonché, sorpresa. Arrivano i sauditi e dicono: "L'abbiamo vista di venerdì! Tutti digiuni a partire da sabato!".
Sconcerto generale, ed ecco che il Gran Muftì egiziano scuote il capo e dice: "No, qua non c'è nessuna luna, impossibile che l'abbiano vista. Si saranno sbagliati. Quindi, si comincia domenica."
E lo dice Al Azhar, non so se mi spiego.
Saremmo ancora nell'ordinaria amministrazione se non fosse che, a quel punto, la data di inizio di Ramadan prende e diventa una questione politica.
Perché i gruppi islamisti egiziani dichiarano che loro non riconoscono l'autorità del Muftì, accusato di contiguità col regime di Mubarak, e si mettono a digiunare a partire dal sabato, in segno di vicinanza ai sauditi.
Nei Territori Palestinesi, Hamas dichiara altrettanto e partono sabato, mentre Giordania e Siria, assieme ai paesi del Maghreb, si fanno paladini dell'oggettività e, al grido di: "Ma ve la state sognando, la luna di venerdì notte?" danno ragione all'Egitto e cominciano domenica.
Quand'ecco che spunta Gheddafi e dichiara: "Il vero islam è quello dell'Arabia Saudita e se loro vedono la luna di venerdì notte vuol dire che la luna c'è: noi digiuniamo da sabato, quindi".
Ne consegue un avvincente scacchiere, in cui la Libia è in mezzo a due paesi che non hanno visto nessuna luna ma decide che lei invece la vede; la Palestina fa altrettanto, gli egiziani si grattano la fronte increduli assieme ai fratelli giordani e siriani e, per non farsi mancare nulla, in Iraq decidono di non andare d'accordo manco su questo: i sunniti cominciano sabato, gli sciiti domenica.
E in Europa?
In Europa ci sarebbe lo European Council for Fatwa and Research, che basandosi su calcoli scientifici indica domenica come data di inizio.
E, infatti, dall'Albania al Kosovo, dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all'Olanda, cominciano praticamente tutti di domenica.
L'Italia, invece, no.
In Italia viene dato il via in base all'avvistamento saudita.
Di conseguenza, poverini, eccoli tutti digiuni già dal 23, i nostri immigrati egiziani, albanesi, marocchini, tunisini, algerini, siriani e, insomma, provenienti - direi tutti - da paesi che in realtà iniziano il giorno dopo.
Me li immagino al telefono con i parenti, giù a casa: "Ah, voi cominciate domani? No, noi qui in Italia siamo già digiuni, seguiamo i sauditi. Sì, non chiedermi perché: è che l'Italia è clericale assai, mica come da noi in Egitto/Marocco/Tunisia. I sauditi, già. Eh, voi avete il telescopio, beati voi. Bella invenzione, sì. Pazienza."
Poi dice che sono loro, a portare in Italia chissà quali rigori islamici.
'Sti poveretti, che arrivano qua e si ritrovano pure a dover digiunare un giorno più che a casa loro.http://www.ilcircolo.net/lia/
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Una passeggiata al centro commerciale del Cairo
É stato durante una giornata di convegno, tenuta alla Graduate School of Journalism dell'Università della California, che ho imparato un'altra cosa su quella che dovrebbe essere la mia identità culturale. Era un eccellente convegno, tenuto da una ottima scuola di giornalismo, dove avevo il privilegio e il piacere di tenere una lezione sulla politica araba contemporanea a un gruppo di studenti molto brillanti. Ma niente è perfetto. C'era un veterano giornalista americano, chiaramente benintenzionato, che stava informando i giovani aspiranti corrispondenti esteri su alcuni elementi di sensibilità culturale, nel caso la loro carriera futura li avesse portati nel Medio Oriente arabo/musulmano.
“Tutti quelli che incontrate insisteranno per offrirvi un caffè o un tè. Dovete accettare; un rifiuto è considerato un grave insulto”.
Ho incrociato parecchi giudizi sull'identità culturale arabo/musulmana nel corso degli anni; sono diventati particolarmente diffuse dopo che l'11 settembre ha trasformato qualunque Tom, Dick o Harry (anche se restano incapaci di trovare l' Iyrak su una cartina) in esperti di Islam e musulmani. Ma questa mi suonava nuova. L'immagine del giornalista americano eccitato dalla caffeina, trangugiante antiacidi e con lo stomaco contratto che corre da un'intervista all'altra, mi ha obbligato ad avere pietà di quei giovani uomini e donne dell'uditorio, che avrebbero anche potuto finire nella nostra parte del mondo. Ho spiegato loro che per quanto mi riguarda, le interviste con corrispondenti stranieri che rifiutano l'offerta di un tè o caffè rappresenta un vero sollievo. Non per spilorceria, spero, ma nella speranza spesso infondata che la faranno breve, e io potrò tornare al mio lavoro.
Ma se la nostra identità culturale non sta nel considerare grave insulto il rifiuto delle nostre offerte di tè o caffè, oppure nella nostra incapacità di comprendere il “concetto occidentale” di satira, come ha cercato di spiegarmi un vignettista americano durante un dibattito sui tafferugli per le vignette danesi, allora dove sta?
Il centro commerciale alla periferia della sempre più vasta Cairo non si chiama davvero The Super Animated Mall , ma la cosa serve agli scopi di questo articolo: a evitare una involontaria diffamazione, e non meno una involontaria pubblicità. Il suo vero nome è in inglese, naturalmente. L'inglese è diventato la lingua franca di ogni genere di attività commerciale del Paese negli anni successivi alla politica della Porta Aperta del presidente Sadat a metà degli anni ‘70, restituendo la Coca Cola alle masse (il ritornello pubblicitario vantava: “è tornata a noi”) e offrendoci la prima catena di hamburger (anche se l'indebolito britannico Wimpy ha da lungo tempo lasciato spazio ai suoi notevolmente più vigorosi corrispondenti americani). Quando il tuo negozio di alimentari all'angolo ribattezza la sua a malapena esistente attività “ subermarket ”, è difficile obiettare quando un super centro commerciale adotta un nome inglese.
Il proprietario del Super Animated Mall è ampiamente conosciuto come imprenditore appartenente alla Fratellanza Musulmana (con un investimento di 100 milioni di Lire Egiziane, forse di rango medio anziché di vertice), il che può spiegare l'evidente popolarità verso una vistosamente velata e barbuta, sproporzionatamente grande quota della sua clientela. Appoggiata su 100.000 metri quadrati, l'architettura dell'edificio a due piani evoca vagamente quella di una moschea; sottile allusione architettonica ulteriormente sottolineata dalla vera moschea progettata in modo simile, anche se su scala minore, che si colloca ad una estremità dell'enorme, costantemente pieno fino all'orlo, parcheggio annesso al centro commerciale.
Un carrello della spesa gigante, con al centro un'egualmente gigantesca finta confezione di un famoso detersivo “internazionale”, sta eroicamente davanti al mall , a offrire presumibilmente un tocco artistico, unito ad una aggressiva promozione commerciale.
Ora, ci sono centri commerciali e centri commerciali, come abbiamo imparato più o meno negli ultimi dieci anni. Ce ne sono di tutte le forme e dimensioni; il termine generico serve a coprire un'intera gamma di attività. Ci sono quelli snelli sviluppati in altezza – tutti col multisala, le boutiques coi marchi famosi, il grande magazzino, gli enormi spazi per alimentari di lusso e ristorazione – che sono spuntati nel sobborgo di Nasr City, o lungo la striscia settentrionale Nile Cornice, in quest'ultimo caso incongruamente a nascondere alla vista le infinite distese della baraccopoli che ci sta dietro. Abbiamo avuto anche un centro commerciale ospitato dentro un World Trade Center, comprese torri (più piccole) gemelle; ha iniziato un rapido e inesplicabile declino appena dopo la distruzione delle sue omonime famose corrispondenti, anche se per quanto ne sappia io non esiste alcun collegamento fra i due eventi.
Il Super Animated Mall , sull'altra sponda del Nilo, è comunque di un genere diverso. Essenzialmente, è un grosso supermercato, o quello che ci spiegano essere un nuovo concetto di supermercato, detto “ipermercato”. Vende di tutto, dagli schermi televisivi piatti giganti alle patate fritte surgelate. Oltre a questo, ci sono circa venti negozi, compresi due di telefonini, uno che promuove una rete, l'altro una marca di telefoni. Inevitabilmente, c'è un paio di quei caffè in stile Starbucks che hanno invaso la capitale negli ultimi cinque anni (lo Starbucks originale deve ancora comparire in Egitto, dichiaratamente per motivi politici; la catena a quanto pare è orgogliosa del proprio zelo estremistico pro-israeliano). Poi, naturalmente, e inevitabilmente, ci sono i soliti fast food delle catene americane, MacDonald's, Hardees, ecc.
L'orientamento islamista del nostro particolare centro commerciale sempre esprimersi fondamentalmente nel fatto che al venerdì non si aprono le porte agli affari sin dopo la preghiera. C'è anche, se si vuole, la boutique dal nome francese che offre un'incredibile varietà di foulards per la donna velata sì, ma in modo moderato e alla moda. Dubito comunque parecchio che quel nome francese stia a significare una dichiarazione politica sulla proibizione del velo nelle scuole di Francia. Il sistema audio dell'ipermercato occasionalmente diffonde una recitazione coranica, e chiama alla preghiera, il tutto intercalato da annunci di offerte speciali, ritornelli pubblicitari, canzoni alla moda.
E se si ha qualche dubbio sulla solidità del ceto medio egiziano, basta andare al centro commerciale. In qualunque momento del giorno o della notte, il posto è stipato di migliaia di clienti. Intere famiglie allargate, con mamme e papà, nonni e nonne un po' traballanti, talvolta anche zii e zie, sciami di figli piccoli, dai neonati ai monelli in età scolare: tutti sembrano immersi in una generale meraviglia, sui visi espressioni reverenti, bocche spalancate, la gratificazione dei sensi. E non si vede nessuna lista della spesa.
I giornalisti lavorano a ore strane, e spesso mi sono trovato a passare un attimo al Super Animated Mall verso mezzanotte o anche più tardi per prendere qualcosa sulla strada verso casa, e sono sempre restate stupito di trovare una calca di clientela familiare, i carrelli traboccanti delle ultime “offerte”, i bambini che tracannano Coca e masticano fette di pizza: e tutto la sera di un giorno di scuola.
Mi ci è voluto un po', per scoprire che andare al mall non era un'attività con uno scopo pratico, piuttosto una celebrazione, un rito culturale; in realtà, il principale rito culturale di una gran parte del nostro ceto medio: quello, e il fast food . Non sorprende, forse, che la consegna a domicilio di fast-food sia probabilmente la più efficiente (l'unica efficiente?) attività economica del paese: ordinate un Big Mac ovunque in città, e mezz'ora dopo ci sarà un ragazzo (molto probabilmente, un laureato in giurisprudenza disoccupato) che suona alla vostra porta.
In quanto metafora della società egiziana contemporanea, si può leggere quello che si vuole nel Super Animated Mall . Per qualcuno può essere rassicurante. L'Egitto sotto la Fratellanza Musulmana sarebbe più o meno lo stesso che è stato con Mubarak nell'ultimo quarto di secolo: soltanto, i negozi resterebbero chiusi il venerdì sin dopo la preghiera. Quanto ai liberali dogmatici, che contano sul ceto medio come agente di riforme, dovrebbero ripensarci. É troppo impegnato nello shopping per mettere in scena una Rivoluzione Arancione.
Per quanto mi riguarda, vedo un impoverimento spirituale, la perdita di senso comunitario, l'inesistenza di quello di cittadinanza. Non vedo invasione culturale, ma degrado culturale. Eppure, continuiamo a strepitare contro le minacce alla nostra “identità”.
di Hani Shukrallah
Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
da Counterpunch
Nota: Hani Shukrallah è consulente dello Al Ahram Center for Political and Strategic Studies e ex direttore di Al Ahram Weekly . Scrive un commento settimanale per The Daily Star Egypt . Qui la versione originale dell'articolo: http://eddyburg.it/article/articleview/7488/0/221/ ; Qui un'ampia raccolta di testi italiani e internazionali sui temi degli spazi del consumo e del loro uso sociale http://eddyburg.it/article/archive/195/ (f.b.)
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2746
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CASAMANCE: ANCORA COMBATTIMENTI, MIGLIAIA PROFUGHI RESTANO IN GAMBIA
Nuovi combattimenti hanno visto contrapporsi nelle ultime due settimane l’esercito senegalese e i ribelli del ‘Atika’, l’ala dura del Movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc) guidata da Salif Sadio. Lo rendono noto fonti di stampa ghanese citate dall’agenzia dell’Onu ‘Irin’, secondo cui vi sarebbero stati almeno altri tre scontri tra le parti dallo scorso 6 ottobre, allorché i soldati di Dakar presero il villaggio di Tambaff, nel sud della regione contesa, e fino a quel momento considerata la roccaforte dei ribelli di Sadio. L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) pone invece l’accento sul numero dei rifugiati, in gran parte donne, anziani e bambini, che dallo scorso agosto continuano a vivere in almeno 46 villaggi ghanesi al confine con la Casamance, dopo aver dovuto abbandonare a causa degli scontri le loro case. Un nuovo bilancio parla di 5.247 civili che hanno trovato riparo in Ghana, ma secondo alcune organizzazioni non governative sarebbero migliaia i rifugiati non registrati e almeno 10.000 in tutto le persone bisognose di assistenza (senza contare gli sfollati interni), nessuna delle quali disposta a rientrare in Casamance finché la nuova ribellione del Mfdc non sarà terminata.www.misna.org
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Campagna contro Cheney e Train nelle università USA
L’organizzazione giovanile di LaRouche negli USA ha distribuito nei principali campus universitari un fascicolo di quaranta pagine che denuncia le trame del banchiere John Train, in particolare quelle che sull’immediato mirano a tenere i giovani universitari lontano dalle urne il prossimo 7 novembre.
Nella prefazione LaRouche descrive Train in questi termini: “Dal momento in cui è morto il presidente Franklin Roosevelt, gli yankee liberisti della risma di Train hanno operato con la copertura di una vasta rete spionistica, collegata al famoso James Jesus Angleton e agli ambienti del prof. Sidney Hook, per distruggere la nostra repubblica. Così come fece Angleton sotto il controllo di Allen Dulles, costoro hanno mantenuto solidi collegamenti con i nuclei più importanti dell’internazionale nazista, che sono noti per i rapporti con la Spagna fascista di Franco e i collegamenti familiari di William F. Buckley Junior, e dunque con il regime fascista di Pinochet che fu istallato al potere in Cile da personaggi ancora viventi come George P. Shultz, Henry A. Kissinger e Felix Rohatyn.
“Le attività di Train oggi riguardano soprattutto il coordinamento e il finanziamento di attività dirette da Lynne Cheney, consorte del vice presidente, una figura che con i suoi collegamenti londinesi ha un peso maggiore del suo fin troppo rozzo e malandato marito.
“Tenuto conto di questo, i giovani in età universitaria costituiscono una componente significativa dell’elettorato, nelle presidenziali e in altre consultazioni. L’ex presidente Bill Clinton, ad esempio, se gli capita la giornata giusta, può mobilitare un margine forse decisivo di sostegno politico tra i giovani per candidati che meritano di essere eletti ad una carica importante. La moglie del vice presidente Cheney, in combutta con dei Mefistofele come John Train, che cominciò a fare la spia collaborando alla Paris Review [rivista parigina del Congress for Cultural Freedom negli anni Cinquanta], è decisa a lavare il cervello agli elettori in età universitaria per tenerli lontani dalle urne nel prossimo voto di novembre. Le operazioni di Cheney e Train hanno già suggestionato tanti giovani, a tale scopo e fors’anche per scopi ancora più loschi”.
Una prima distribuzione della documentazione ha suscitato reazioni emotive in particolare tra il personale docente e gli assistenti. Autorità universitarie e presidi di facoltà hanno invitato i rappresentanti di LaRouche a tenere incontri su questi fatti, in particolare il ruolo di organizzazioni come “Campus Watch” e ACTA, che sono associate a Lynne Cheney.
http://www.movisol.org/znews192.htm
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Una scadenza piena di insidie Si avvicina il referendum sulla nuova Costituzione serba, tra polemiche e timori ‘’Nessuna Costituzione precedente è passata per la conferma popolare. L’approvazione della metà più uno della popolazione dà a questo documento un valore storico. La nuova Costituzione porterà stabilità alla Serbia, perché svincolata dall’appartenenza a qualunque personaggio politico, partito o governo”. Così ha detto il presidente serbo Vojislav Kostunica, in un incontro svoltosi ieri a Belgrado con il rettore e i docenti dell’Università della capitale serba. Verso il referendum. La scadenza elettorale si avvicina: il 28 e il 29 ottobre il popolo serbo sarà chiamato alle urne per approvare la nuova Costituzione varata dal Parlamento il 28 settembre scorso, con i voti favorevoli di tutti i 242 deputati presenti in aula. Il processo costituzionale era fermo al dicembre 2000, quando il regime di Milosevic venne rovesciato e, da allora, si attendeva una riforma.Il passaggio che fa più discutere della nuova Legge fondamentale è il preambolo, dove si sottolinea che “a partire dalla tradizione statale del popolo serbo e dall’uguaglianza di tutti i cittadini e delle comunità etniche in Serbia, a partire anche dal fatto che la provincia di Kosovo e Metohjia (come la chiamano i serbi per i quali Kosovo significa "Campo del merlo" e Metohjia significa "Patrimonio della Chiesa", perché il territorio apparteneva alla Chiesa Greco-ortodossa) è parte integrante del territorio della Serbia, che gode dello stato di autonomia sostanziale nel quadro dello stato sovrano della Serbia e che da tale condizione seguono gli obblighi costituzionali di tutti gli organi statali di rispettare e difendere gli interessi della Serbia in Kosovo e Metohjia”. Sembra un requiem per i colloqui in corso a Vienna dove le Nazioni Unite, che di fatto governano il Kosovo dalla fine della guerra nel 1999, stanno tentando di trovare una soluzione entro la fine del 2006 per lo status della provincia. “E’ una decisione unilaterale. Non credo che sarà un ostacolo per le discussioni sullo statuto”, ha minimizzato Lurfi Haziri, vice primo ministro del Kosovo, “anche se la Costituzione serba creerà dei problemi per la normalizzazione delle relazioni tra un Kosovo indipendente e la Serbia”. Minoranze garantite, ma sul piede di guerra. Kostunica, per rasserenare la comunità internazionale, ha sottolineato come la Costituzione rispetti tutti i parametri europei per il riconoscimento delle autonomie locali e come sancisce la specificità delle situazioni del Kosovo (dove la maggioranza della popolazione è albanese) e della Vojvodina, che ha una comunità ungherese pari a circa il 3,5 percento della popolazione della Serbia. Ma le minoranze accusano il testo di essere stato elaborato senza un dibattito pubblico e criticano l’inserimento nel preambolo del riferimento al Kosovo. Gli albanesi hanno già dichiarato che boicotteranno il voto, mentre i leader della comunità ungherese hanno lasciato libertà di scelta ai cittadini e infine i rappresentanti della lista per il Sangiaccato, partito dei bosgnacchi, ha invitato i suoi sostenitori a votare per l’approvazione. I bosgnacchi sono i discendenti di indigeni convertiti all'Islam durante il periodo Ottomano della Bosnia, che si caratterizzano per il loro legame alla regione storica della Bosnia, la loro tradizionale adesione all'Islam e la loro comune lingua e cultura. La situazione è al momento molto fluida. Quasi sicuramente la Costituzione verrà approvata, ma resta da vedere come potrà sovrapporsi al negoziato sul Kosovo. La Serbia ha |