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novembre 30 2006
Charlie Brown e il Grande Cocomero*
Giovanni Bachelet,
Possiamo ancora votare il centro-sinistra? Dopo sei mesi di governo Prodi, Paolo Flores d’Arcais in una lettera aperta pubblicata sul numero di agosto di Micromega se lo è chiesto e lo ha chiesto a esponenti della società civile. Giovanni Bachelet, garante di Libertà e Giustizia, risponde che la politica non porta il paradiso in terra, ma qualche volta occorre impegnarsi. E farlo coniugando speranze ed entusiasmo con la serena coscienza dei suoi limiti, perché il bene possibile, e a volte solo il male minore, è già un risultato apprezzabile e mai scontato.
Ecco il testo.
Caro Paolo,
anzitutto grazie per avermi incluso fra i «cari tutti»: non solo perché senza MicroMega solo i frequentatori di qualche rivista cattolica e del sito di Libertà e giustizia (nonché del mio visitatissimo sito personale) avrebbero il privilegio di conoscere il Bachelet-pensiero, ma perché considero un onore l’inclusione fra i «tutti». Per risponderti parto da lontano: dalla mia risposta ad un’altra lettera che un caro amico di mio padre, parroco a Torino, mi mandò quasi dodici anni fa. Quando la ricevetti stavo meditando sul perentorio e inatteso invito di Prodi (che all’epoca conoscevo solo di fama) a coordinare i suoi comitati a Roma. Mi domando ancora come l’amico prete l’avesse saputo, visto che non ne avevo parlato a nessuno: potenza del clero, diresti tu! Personalmente propendo per la teoria dell’angelo custode, visto che la lettera diceva più o meno: lascia stare, l’Italia è nei guai ma tu hai solo quarant’anni, figli piccoli e una professione impegnativa da sviluppare. Non impelagarti in un mondo che forse sfrutterà il nome che porti e poi ti butterà via come un limone spremuto. Prodi fa bene a impegnarsi e tifiamo per lui, ma ha un’altra età e status. E anche così, è difficile che riesca a mettere nel sacco preti, banchieri, ex democristiani ed ex comunisti e raddrizzare l’Italia, realizzando i nostri sogni di un paese migliore: forse batterà Berlusconi ma poi si disfaranno di lui; forse perderà e tornerà a casa. Ma può permetterselo: tu no.
Risposi che non m’illudevo: nelle mie previsioni più rosee c’era un governo migliore del governo Berlusconi, forse un pochino migliore anche dei governi Caf, ma non di più; in quelle più nere, poi, un nuovo trionfo di Berlusconi. Mi erano chiari anche i rischi personali su famiglia e carriera accademica. Ma proprio mio padre mi aveva insegnato che, benché la politica non porti il paradiso in terra (chi ci ha provato, diceva, ha prodotto santa inquisizione, lager e gulag), qualche volta occorre impegnarsi. E farlo coniugando speranze ed entusiasmo con la serena coscienza dei suoi limiti (l’ottimismo tragico di Mounier, il non-appagamento di Moro), perché il bene possibile, e a volte solo il male minore, è già un risultato apprezzabile e mai scontato. Se mio padre, nel 1976, non avesse ragionato così, forse sarebbe ancora vivo. Quindi «grazie!» dissi all’amico prete, ma a Prodi dirò di sì. Era l’inizio del 1995. E nonostante tutto quel che è successo dopo (il prete la sapeva lunga) non mi sono pentito: penso che staremmo infinitamente peggio se Prodi non avesse vinto nel 1996, e sono fiero di aver contribuito, per il poco che potevo, alla sua vittoria di allora.
Lo stesso penso per la seconda vittoria di Prodi, pur avendo contribuito, stavolta, col voto e poco più. Non condivido, insomma, la premessa maggiore del tuo sillogismo, secondo cui il «nostro» governo è come e peggio del precedente, e realizza un berlusconismo senza Berlusconi. Così la premessa minore, incontestabile – abbiamo contribuito alla vittoria, i vincitori ci hanno fatto marameo – la ascrivo a generosità e passione civile: la tesi secondo cui, piuttosto che fare i portatori d’acqua, sarebbe «più responsabile, più morale, soprattutto più generoso» impedire fattivamente il sorgere di simili movimenti, mi pare solo una provocazione. Abbiamo sbagliato? No, je ne regrette rien. Non rimpiango nulla. Non rimpiango la Moratti!, ho gridato quando un gruppo di no global ha cercato (senza successo) di appropriarsi, al grido di «Mussi libero», della riunione pubblica che il ministro aveva coraggiosamente indetto in un teatro, all’indomani del voto sul decreto fiscale, per illustrare la finanziaria a un pubblico di ricercatori e docenti molto esigenti. E sempre a proposito della Moratti, ho esultato quando Fioroni (che non è Jean-Jacques Rousseau) ha recuperato l’antico nome «ministero della Pubblica istruzione», attirandosi subito, checché tu dica della laicità, le ire di un cardinale; o quando ha fatto propria l’idea di una «giornata della Costituzione» nelle scuole, proposta dal comitato per il referendum all’indomani della vittoria.
Anche il compromesso raggiunto sulle staminali, partito dal blitz europeo di Mussi, è un risultato notevole. D’Alema, che per altri versi non è in cima alle mie simpatie, come ministro degli Esteri mi pare piuttosto bravo (Libano e Afghanistan, per esempio); e per l’Iraq, l’Europa, l’Onu, il trio Prodi-D’Alema-Parisi (meno mefitico e appiattito su Bush, ammettilo, del trio Berlusconi-Fini-Martino) sta mantenendo, mi pare, gli impegni elettorali. Potrei continuare, ma sintetizzo: quando penso che otto mesi fa un ministro della Repubblica chiamava gli immigrati «bingo-bongo», mi vengono i brividi.
Dopodiché gran parte delle delusioni che elenchi sono anche mie: non tutte, perché, ad esempio, sui servizi mi sembra che nel frattempo governo e parlamento, pur adottando una discutibile linea soft, stiano arrivando al dunque. Ma l’indulto è stato un pugno nell’occhio, soprattuto dopo aver appreso da Vittorio Grevi (Corriere della Sera del 29 luglio scorso) che non era affatto l’unico modo di ottenere il tanto strombazzato svuotamento delle carceri. Sono sacrosanti i tuoi cahiers de doléances su giustizia, leggi vergogna, pluralismo televisivo; benché, su quest’ultimo punto, la riforma Gentiloni nel frattempo presentata non sembri tanto male, almeno a giudicare dalle reazioni della destra. Ma poiché, diversamente da quanto suggerisci, Prodi e Berlusconi non sono affatto equivalenti, il culmine del dramma è per me il pericolo di ritrovarci con Berlusconi per la terza volta, per il combinato disposto di un certo numero di delusioni fra gli elettori e l’ormai impenetrabile tappo fra cittadini e parlamento rappresentato dalla nuova legge elettorale: alla quale il centro-sinistra poteva rimediare autonomamente, forse perfino con guadagno elettorale, mentre ha fatto circa il contrario, come tu ricordi.
Non sono appassionato dal problema teorico della sopravvivenza dei movimenti, dei quali conservo un’idea positiva, ma circoscritta e non messianica. Per citarti, penso che nella maggioranza dei casi siano momenti della democrazia rappresentativa; ma, diversamente da te, non mi pare poco, specie quando tale democrazia è, per vari motivi, gravemente ammalata. Ho fatto il movimentista anche per la Costituzione, e penso sia servito; anzi, in proposito, non abbandono il mio improbabile ruolo di agit-prop, al fianco del giovane comunista Oscar Luigi Scalfaro, contro nuove tentazioni di Grandi Riforme, alla faccia del referendum. Ma la natura carsica dei movimenti mi sembra fisiologica, e a livello epidermico non mi entusiasmano strilli, slogan, processioni: c’è voluto Berlusconi, e anche lo stile originario dei girotondi (niente bandiere e passerelle sui palchi; orari compatibili con la vita di chi lavora), per trascinarmi in piazza. Sono poi persuaso, forse per la mia formazione cristiana e scout, che certe malattie del sistema politico abbiano origine sociale e civile, e vadano curate anche, se non soprattutto, sul piano prepolitico: dalla lealtà alla cultura delle regole, dalla solidarietà all’ambiente. Temo infatti che vite smarrite e prive di gioia e speranza, come quelle che emergevano anche nei personaggi positivi del Caimano, non riescano a sostenere per più di una generazione passioni civili e democratiche: senza un adeguato alimento culturale e/o spirituale, non si resiste alle ballerine, alle lotterie, al modello egoistico SSSS (Soldi Salute Sesso Successo) del circo mediatico. E sulle ceneri dell’amarezza non si costruisce niente.
Però, e forse ti meraviglierai, concordo, in gran parte, con la conclusione del tuo sillogismo. Sommando il rischio di un Caimano tris e la realtà di una democrazia rappresentativa da tempo gravemente sofferente, l’immaginazione democratica va urgentemente esercitata, non per un astratto problema di rapporto fra movimenti e società, ma per una concreta emergenza democratica non ancora superata. Concordo anche che l’unico linguaggio comprensibile ai partiti sia la concreta minaccia di quella che tu chiami sottrazione di rappresentanza. Ma temo che al poker delle elezioni l’ipotesi che prospetti alla fine – una lista autonoma, le cui tappe si snodino fin d’ora – appaia fin dall’inizio un bluff, una pistola a salve. Che non li voteremo più, anche a rischio che vinca una terza volta Berlusconi, non è una minaccia credibile: purtroppo sanno bene che io, te e i «cari tutti» non faremo mai come Renzo Foa o Ferdinando Adornato. La lista che faremmo non sarebbe fungibile per improbabili salti della quaglia; al massimo si tratterebbe di un bis dell’esperimento fatto alle europee 2004 con la lista Di Pietro-Occhetto (da me votata, come ho avuto la fortuna di raccontare proprio su MicroMega); che però non ha avuto, lo dico con dispiacere, un impatto particolarmente significativo. Certo molto dipende dalle occasioni e relative leggi elettorali, e in tal senso vale senz’altro la geometria variabile di cui parli. Ma se vale anche la prima parte della tua lettera aperta, perché ripercorrere per l’ennesima volta «ogni tappa della deriva minoritaria»?
A me pare che una delle strade da te indicate in forma dubitativa –partecipare alla nascita del Partito democratico – sia la strada maestra. Se di fronte alle grandi manovre sul Partito democratico non solo noi, ma anche altri che dodici anni fa credevano nell’Ulivo, regrediscono verso «ritrite giaculatorie» sul socialismo, sul cattolicesimo democratico ed altro, brandendo ognuno il proprio pugno di voti, vuol dire che l’operazione sta partendo col piede sbagliato. Provare a premere affinché parta col piede giusto è per me un esperimento da fare: se non altro per essere noi quelli che, al poker della rappresentanza, dicono «vedo» e scoprono il bluff.
Certo la nomenklatura del dopo-Prodi sembra già delineata. Possibile che Veltroni, Rutelli, Letta e tante altre bravissime persone siano disposte a rischiare le loro fiches elettorali al poker di primarie vere? E noi cani sciolti ed elettori orfani, ma anche altre persone in gamba come Rosy Bindi o Fabio Mussi, e perché no, Emma Bonino o Fausto Bertinotti, troveremmo il coraggio di sorprendere tutti dicendo «ci sto», e poi «vedo» – col rischio di scoprire, come i no global alle primarie, di pesare lo zeroqualcosa percento? Sembra improbabile. Ma le prime elezioni importanti, le europee, sono nel 2009, non domani; c’è tempo, forse, di farci su un pensierino e uno sforzo di immaginazione democratica. Se mantengo una tenue speranza in proposito è perché, da un lato, non vedo altre strade, se non come ripiego; dall’altro, perché mantengo una grande fiducia in Prodi: il sogno di un soggetto politico unitario ha accompagnato da sempre il suo impegno, le due vittorie contro Berlusconi portano la sua firma, e diversi atti di governo italiani ed europei, negli ultimi dodici anni, mi hanno entusiasmato. Lo sai che solo il progetto Galileo della Commissione europea impedirà che il controllo dei cieli sia monopolio Usa? Ma poi, caro Paolo, tu sai che per me Romano è come per Charlie Brown il Grande Cocomero. Mi perdonerai, quindi, se sul Partito democratico e sul governo, più che alle tue staffilate, mi sento vicino a Francesco Guccini, che qualche giorno fa gli ha detto a Bologna: «Resisti, resisti, resisti».
Un abbraccio e un grazie per il tuo impegno di sempre.
*Questo testo sarà pubblicato sul numero di Micromega in edicola dal 1° dicembre. Insieme alla risposta di Giovanni Bachelet, interventi di Pierfranco Pellizzetti, Lidia Ravera, Furio Colombo, Giulietto Chiesa, don Andrea Gallo, Gianni Vattimo, Franco Russo, Pierluigi Sullo, Marco Revelli, Giorgio Cremaschi, Giulio Marcon , Ivan Scalfarotto, Dario Fo, Gregorio Gitti, Marco Travaglio, Pancho Pardi con una risposta di Paolo Flores d'Arcais.http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=924&id_titoli_primo_piano=1
Il giornalista Deaglio
l' Unità
Il fatto: Enrico Deaglio, giornalista noto e direttore del settimanale Diario, è autore, insieme a Beppe Cremagnani di un film distribuito in dvd e di un piccolo libro intitolato Uccidete la democrazia. Affronta la domanda che da mesi gira per la testa di molti italiani: che cosa è accaduto nella lunga notte tra il 10 e l’11 aprile, quando i risultati delle elezioni politiche italiane più importanti del dopoguerra non arrivavano mai; quando, per la prima volta nella storia della statistica applicata alla misura del voto, i dati dei sondaggi, uguali a quelli degli exit poll, risultavano poi vastamente diversi dai risultati proclamati, che lentamente, molto lentamente, apparivano sul video?
Che cosa è accaduto nella notte dal 10 all’11 aprile, quando il ministro dell’Interno ha lasciato il suo ministero insieme a tutti i suoi sottosegretari e in quelle stanze chi cercava risposta, poteva incontrare solo funzionari senza risposta?
Che cosa è accaduto nella notte dal 10 all’11 aprile, mentre il ministro dell’Interno stava non al Viminale, non a Palazzo Chigi, ma a casa del leader di uno dei due schieramenti contrapposti, Silvio Berlusconi?
Che cosa è accaduto nella notte dal 10 all’11 aprile se l’altro leader, Romano Prodi, e il segretario del maggior partito della opposizione, Piero Fassino, hanno deciso di presentarsi alla folla del centrosinistra in attesa per annunciare la vittoria che fino a quel momento il ministero dell’Interno non aveva dichiarato, pur essendo in possesso di tutti i dati per farlo? Le domande sono legittime. Che cosa rende legittima una domanda? Non una legge che la permetta (non in democrazia). Ma che sia generata da un fatto vero e che a quel fatto continui a mancare una risposta. Il fatto è vero. Tutti sappiamo che il ministro dell’Interno non era al Viminale, tutti sappiamo che nelle ore decisive di quella elezione era nell’abitazione privata di uno dei candidati (in quel momento, presidente del Consiglio). Tutti sono disposti a credere che vi possano essere buone ragioni. Ma quelle ragioni non sono mai state comunicate. Tutti sappiamo che la vittoria del centrosinistra è stata dichiarata dai leader stessi del centrosinistra, anche per supplire al prolungato e inspiegato silenzio dell’organo competente, il ministro dell’Interno.
Dunque le domande stanno in piedi. Nel dvd intitolato Uccidete la democrazia, Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani prendono dalla realtà e dalla memoria degli italiani quelle domande. Risposte? Non ne hanno. Però hanno messo in ordine e presentato con intelligenza, con cura e con prudenza le ipotesi a ciascuna domanda cieca. Ipotesi vuol dire risposta possibile in base a ciò che è noto. Non vuol dire conferma o dichiarazione di ciò è ignoto.
Nel diritto penale di tutti i Paesi esiste il processo indiziario. È tale un processo motivato dalla forza clamorosa di fatti che tuttavia finiscono nel vuoto di risposte. E allora si prova a riempire quel vuoto di ipotesi. E la decisione finale consiste nello stabilire con ricostruzioni plausibili e dati verosimili se quelle ipotesi consentono di costruire la parte mancante del disegno.
Deaglio e Cremagnani, nel dvd di cui stiamo parlando, si comportano esattamente così. Che vuol dire proporre scenari ragionevoli e verosimili. La pretesa non è di concludere «adesso vi diciamo noi come è andata». Ma invece è quella di bravi e affidabili professionisti che non abbandonano una questione importante solo perché è rimasta finora inspiegata. Il senso del dvd è insistere nella domanda, non nel far circolare una risposta.
È esattamente la definizione del mestiere di giornalista, così come è stata esemplarmente condotta dai grandi colleghi americani che ammiriamo. Molti, a questo punto, ricorderebbero il celebre Watergate così poco gradito a Nixon da indurlo alle dimissioni della presidenza degli Stati Uniti.
Vorrei ricordare la vicenda nota con il nome «Iran-Contras», scambio di armi per droga ad opera di servizi segreti, ai margini delle ultime ore di guerra fredda sotto la presidenza di Ronald Reagan. Quando vaste inchieste giornalistiche (che iniziano sempre con il tornare a proporre certe domande antipatiche, non lo sventolare di risposte che ancora non ci sono) hanno cominciato a prendere corpo, la magistratura ordinaria ha dovuto occuparsi del presidente Reagan. L’inchiesta era in corso, niente affatto promettente per il grande statista, quando è scaduto il termine presidenziale. Quella inchiesta è stata fermata dal successore di Reagan, George Bush padre, con l’espediente del «perdono presidenziale» che è concesso una sola volta alla prima inaugurazione di un nuovo presidente.
Tutto ciò per dire la nostra meraviglia di cittadini italiani e di giornalisti italiani. In una vicenda condotta con molta più cautela che nel Watergate (in cui a lungo le accuse al presidente degli Stati Uniti sono tate basate sulle rivelazioni anonime di «gola profonda») e con molta più prudenza che nella vicenda Iran-Contras (Deaglio e Cremagnani non propongono in proprio alcuna verità) la magistratura è intervenuta come in America. Ma non per sviluppare con mezzi più adeguati l’inchiesta. Piuttosto per imputare i giornalisti di diffondere notizie false.
La gravità dell’evento si ripete tre volte. La prima perché nel dvd non ci sono notizie false. Ci sono solo le notizie vere trasmesse da tutti i telegiornali di quei giorni e quelle notti. La seconda perché non solo la funzione di immaginare in che modo continua la parte ignota della realtà è tipica del mestiere giornalistico, ma è tipica di tutte le posizioni di responsabilità. Esempio: perché non investigare per diffusione di notizie false gli immunologi che hanno così a lungo pubblicamente discusso di una infezione aviaria che, per fortuna, non è ancora esplosa? Eppure, proprio come i giornalisti, essi hanno visto gli uccelli morti (che erano veri) e hanno dedotto (non dimostrato) l’eventualità di un rapido contagio, che era e che è, purtroppo, possibile, ma che però non è accaduto. Può ciò che che si chiama previsione - nel caso degli scienziati - essere dichiarato «notizia falsa» nel caso di un giornalista che teme che esistano, in certi comportamenti e in certi fatti realmente avvenuti, pericoli gravi per la democrazia? Può qualcuno rimuovere quel giornalista da quel giudizio e privarlo del diritto, anzi del dovere, di quella valutazione degli eventi?
Diverso sarebbe stato se una conferenza stampa tempestiva e chiara dell’ex ministro degli Interni avesse fatto sapere ai cittadini dov’era e perché nelle lunghe ore dei risultati elettorali che stranamente, lentamente cambiavano, restando sempre in sospeso.
Non siano tra coloro che hanno sempre affermato di avere fiducia in quel ministro dell’Interno. Ipotesi per ipotesi, siamo tra coloro che hanno pensato a un suo intervento estremo per impedire svolte o eventi illegali.
Non abbiamo ragione di rivedere quel giudizio oggi. Ma, allo stesso modo, non possiamo, parlando da cittadini immaginare di vivere in un Paese in cui non si possono proporre domande essenziali che finora non hanno trovato risposta.
Parlando da giornalisti, proviamo un senso di smarrimento e paura. Dov’è l’equivoco che ha consentito di rendere imputato un reporter che espone molte ragioni di temere per la vita democratica del suo Paese? Manca un senso logico a ciò che è accaduto perché le domande di questo dvd sono le domande di milioni di italiani. Manca, in base ai codici repubblicani e a tutte le leggi del dopo Resistenza, una ambientazione giuridica della imputazione a Deaglio. E intorno a ciò che è accaduto, manca tutta la prima parte della Costituzione.
La questione non è di parte e non è di gruppo professionale. Ha a che fare con i fondamenti della nostra libertà.
Mai dire broglio
di Marco Travaglio
L’altra sera, a Porta a Porta, Gianfranco Fini festeggiava con l’insetto l’iscrizione di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani nel registro degl’indagati della Procura di Roma per diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. La qual cosa dimostrerebbe, ad avviso di Fini, che la videoinchiesta di Diario è una bufala. Elementare, Watson.
A seguire fino in fondo il ragionamento di Fini, che ha portato in Parlamento dieci fra imputati e indagati, è come dire che An è un’associazione a delinquere. In realtà l’iniziativa della Procura di Roma, in linea con la migliore tradizione della casa, non implica nulla sul merito del dvd. Anche perché i pm han fatto sapere che non procederanno ad alcun riconteggio delle schede, nemmeno a campione, per verificare se la denuncia di Diario sia fondata o meno.
Il che lascia prevedere che, alla fine, tutto si concluderà col peggiore degli esiti, il nulla di fatto: archiviati i due giornalisti, archiviati i presunti brogli e con gli eventuali autori. Pari e patta, come chiede a gran voce tutta la casta politica, da Bertinotti a Fini. In attesa del pareggio che fa contenti tutti (a parte, si capisce, i cittadini), lo strepitoso revival giudiziario degli anni 50, con i giornalisti indagati per un polveroso reato di opinione, lascia aperte due domande.
La prima riguarda l’interpretazione piuttosto singolare che i pm romani danno dell’obbligatorietà dell’azione penale. Sotto la loro giurisdizione, sull’asse via del Plebiscito-Montecitorio (o, in alternativa) Palazzo Chigi, si agita un ometto di Stato che da undici anni non fa che parlare di brogli, cioè - nell’ipotesi dei sagaci pm capitolini - turba l’ordine pubblico con notizie false o esagerate o tendenziose. Con due differenze, rispetto a Deaglio e Cremagnani: lui i brogli li attribuisce alla sinistra; e non porta mai, a suffragio delle sue accuse, uno straccio di indizio.
La prima volta fu quando perse le sue prime elezioni, le regionali del ’95, quelle delle bandierine di Emilio Fede: visto che gli exit-poll lo davano ben messo, mentre dalle urne uscì a pezzi, concluse che «la gente s’è sbagliata, erano giusti gli exit-poll» (26-4-95). Il 21 aprile ’96 fu raso al suolo da Prodi. E cominciò a ripetere che la sinistra gli aveva fregato un milione di voti. Nell’aprile 2001 inventò il broglio preventivo, annunciando che di lì a un mese la sinistra avrebbe imbrogliato sulle schede: «Già nel ’96 un milione e 171mila schede sono state distrutte. In Italia la sinistra ha una lunga tradizione di brogli» (14-4-2001). Alla vigilia delle ultime elezioni, l’ometto di Stato ricominciò a turbare l’ordine pubblico con notizie false e tendenziose, avvertendo i suoi seguaci che, «secondo mie informazioni, i professionisti della sinistra ci hanno sottratto circa un milione e 700mila voti» (ma non erano un milione e 100) e si accingeva a scippargliene almeno altrettanti il 9 e 10 aprile 2006. Perciò invitò alla vigilanza democratica e diede vita al «Motore Azzurro», affidato alle cure di un personaggio al di sopra di ogni sospetto: Dell’Utri. Perse le elezioni, cominciò a gridare ai «brogli della sinistra» prim’ancora di conoscere i risultati e rifiutò sempre, fino a oggi di riconoscere la sconfitta e la legittimità del governo Prodi. Ora, dovendo scegliere, chi è che turba di più l’ordine pubblico: due giornalisti che raccolgono indizi e fanno domande, o un ex premier con milioni di seguaci che li arringa con toni da guerra civile delegittimando tutte le istituzioni? Che c’è di più falso e tendenzioso di un presidente del Consiglio che, mentre deve assicurare la regolarità del voto, accusa l’opposizione di brogli che non possono essere avvenuti per la semplice ragione che non s’è ancora votato? Ma contro quest’ometto la Procura di Roma non ha proceduto ad alcuna iscrizione o interrogatorio, né si è mai sognata di chiedergli le prove di quanto va cianciando da undici anni. Strano, nevvero?
La seconda domanda riguarda il mondo della cosiddetta informazione. Nei giorni scorsi abbiamo letto accorati appelli in difesa di un giornalista spione al soldo del Sismi e di vari giornalisti telecomandati da Moggi. Nulla di tutto questo, invece, per la tragicomica incriminazione di Deaglio e Cremagnani. Anzi, i noti garantisti Belpietro, Feltri, Ferrara e Vincino non hanno saputo trattenere un piccolo orgasmo. La prossima volta, prima di indagare sui brogli, converrà iscriversi al Sismi o alla Gea World. O più semplicemente alla P2, che si porta su tutto.www.unita.it
Ne facessero una giusta...
Sezione “copertina”
Alberto Conti ha offerto per anni, ogni mattina, una preziosa rassegna stampa vicina alla federazione DS, un impegno lodevole, a favore di tutti. A un certo punto la rassegna (unica base di informazione intelligente del sito dei DS locali, che altrimenti pubblica solo illeggibili e illetti sproloqui dei maggiorenti) è cessata. Non siamo tra quelli che hanno scritto per chiedere come mai, anche perché conoscendo i nostri polli l'abbiamo intuito. Oggi Alberto Conti si fa vivo dopo tanti mesi con una comunicazione durissima, nella quale racconta abusi e violazioni della netiquette (e non solo) su cui ci aspettiamo che la federazione DS dia immediate e convincenti spiegazioni. Non commentiamo il comportamento nei confronti di Conti (che definire da cafoni è un eufemismo), perché il livello a cui si è ridotta la sinistra milanese - gestita da anni da personaggi mediocri, approssimativi e inadeguati - è cosa nota. Questa vicenda non fa che confermarlo.
Oggetto: [In2minuti] Alberto Conti agli ex abbonati della Rassegna stampa
Da: Le notizie politiche del giorno
Data: Thu, 30 Nov 2006 08:39:43 +0100
A: in2minuti@albertoconti.info
A fine giugno ho comunicato che la Rassegna stampa (inviata tramite il sito web 'in2minuti'), da me iniziata e condotta per alcuni anni in perfetta solitudine, veniva definitivamente chiusa.
A tutti coloro che nei giorni successivi me ne hanno fatto richiesta ho spiegato, in sintesi, le ragioni della chiusura.
Inopinatamente, nelle settimane successive un'email agli abbonati (indirizzata in forma anonima e a mia insaputa, ma originata dalla Federazione Ds di Milano), dichiarava che la Rassegna Stampa non era affatto chiusa, ma soltanto sospesa, e ne annunciava l’imminente ripresa: ho considerato quest'uscita del tutto peregrina e, convinto che fosse destinata a non avere alcun seguito, non ho ritenuto di intervenire (il mio primo errore).
Dopo l'estate un'altra email agli abbonati (ancora in forma anonima, ma originata dalla stessa fonte), proclamava fatuamente la ripresa della Rassegna stampa: con contenuti e modalità talmente risibili che, di nuovo, ho pensato (un secondo errore, da parte mia) non fosse il caso di replicare.
Ma, di nuovo, devo constatare che un'email viene inviata, e questa volta firmata Paolo Molina (webmaster del mio sito ‘in2minuti.it’ e di quello della Federazione ‘dsmilano.it’), a proposito della Rassegna stampa: si sostiene che essa è ripresa e che, testardamente, i miei abbonati non si acconciano ad aderire o - per così dire - ad adeguarsi, collegandosi direttamente al sito Ds di Milano.
Ognuna di queste email, senza dirlo esplicitamente, fa riferimento al sottoscritto, come se l’iniziativa fosse da me conosciuta e approvata. Il che non corrisponde al vero: dal 30 giugno non ho avuto alcun rapporto, né con il webmaster, né con la Federazione Ds di Milano.
Penso che sia ora di porre fine a questa farsa: dichiaro formalmente che nessuna comunicazione è stata da me fatta agli abbonati dopo il 30 giugno, come si è tentato di far credere; e che lo schedario contenente gli indirizzi degli abbonati (alcune migliaia) non è stato in alcun modo da me condiviso e/o ceduto a chicchesia. E tanto meno alla Federazione di Milano, che non può quindi averlo ottenuto e utilizzato in modo legale; ma che le è stato procurato (a mia insaputa) da persona o persone da individuare.
A parte ho inviato a entrambi una diffida formale a proseguire l’abuso.http://www.onemoreblog.org/archives/013606.html
La rivelazione
Pubblichiamo il testo integrale dell'intervista a Mario Placanica che il quotidiano CalabriaOra ha pubblicato oggi. Per la prima volta, il carabiniere catanzarese che era sulla jeep defender in piazza Alimonda, nel corso dei drammatici giorni del G8 genovese del 2001, afferma esplicitamente di essere "un capro espiatorio usato per coprire qualcuno" e di non avere ucciso lui Carlo Giuliani.
Alcuni particolari sono raccapriccianti, come le reazioni entusiaste dei colleghi di Placanica dopo la morte di Carlo. E poi Placanica si pone queste domande: "Perché alcuni militari hanno 'lavorato' sul corpo di Giuliani? Perché gli hanno fracassato la testa con una pietra?". E poi, sempre per la prima volta, ricostruisce l'incidente automobilistico che ha avuto qualche anno fa. "Lo sterzo è come se si fosse bloccato, non riuscivo più a sterzare", afferma.
In questi anni, Placanica, dopo essere stato assolto dall'accusa di omicidio [secondo i giudici, aveva sparato "per legittima difesa"] è stato congedato per problemi comportamentali dall'Arma, ha cercato di candidarsi alle amministrative con Alleanza nazionale [che era il partito a cui era iscritto: poi si è candidato con una lista civica].
Le rivelazioni di Placanica confermano la necessità di fare chiarezza su ciò che è avvenuto a Genova nel luglio 2001: sulla catena di comando delle forze dell'ordine, sulle responsabilità dei politici che stavano nella sala operativa, sugli abusi commessi sulle centinaia di migliaia di cittadini che manifestavano liberamente. E sulla morte di Carlo Giuliani, un ragazzo.
Mario Placanica rompe il silenzio e racconta la sua verità. Il G8 visto da un'altra "inquadratura". Anche questa purtroppo incompleta. Solo un tassello in più nel quadro a tinte fosche di quel luglio genovese. Sono passati cinque anni e quattro mesi dal 20 luglio del 2001, dalla morte di Carlo Giuliani. Mario Placanica, il carabiniere che sparò a piazza Alimonda, si è sposato, è diventato padre e non è più carabiniere. L'Arma lo ha ritenuto non idoneo, congedato per "disturbo dell'adattamento con ansia ed atipie del pensiero". Lui però non ci sta. Si è sottoposto ad altre visite che lo hanno dichiarato sano, ha fatto ricorso al Tar e ora ha deciso di non tacere più. Dice di non aver più paura della verità. Non ha una versione alternativa su quei terribili momenti, ma di una cosa appare certo: non è stato lui a uccidere il giovane manifestante.
Quando sei arrivato a Genova?
Siamo arrivati il 17 luglio
A quale reparto eri stato assegnato?
Ero con il dodicesimo battaglione Sicilia
Da quanto tempo eri nel battaglione?
Da dicembre del 2000
Avevi già svolto compiti di controllo dell'ordine pubblico?
Sì, un banale servizio d'ordine allo stadio di Palermo
Arrivato a Genova che clima hai trovato?
Eravamo stanchi. Le operazioni di sistemazione sono state lunghe e snervanti.
Tra i colleghi vi confrontavate?
C'era una tensione indescrivibile
Gli ufficiali tentavano di tranquillizzarvi?
I superiori gridavano sempre
Che ordini vi sono stati impartiti per le giornate del G8?
Ci dicevano che le situazioni sarebbero state un po' particolari, non come semplice ordine pubblico ma qualcosa di più
In che senso?
Ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra
Si è detto che per tenersi carichi alcuni fecero uso di droga.
Che io sappia no. Certo che c'era un'agitazione fuori dalla norma. Può darsi anche questo. Io non ne ho mai fatto uso.
Quella mattina del 20 luglio dove sei stato dislocato?
Ci hanno posizionato vicino la "Fiera" insieme ad alcuni poliziotti. Ci sono state delle cariche sul lungomare, ma solo di alleggerimento. Abbiamo partecipato alle cariche in cui venne dato alle fiamme il blindato dei carabinieri. In quella situazione mi è stato affidato il compito di sparare i lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Però dopo un po' il maggiore Cappello mi ha preso il lanciagranate perché diceva che non ero capace. Io stavo sparando a "parabola", così come mi è stato insegnato, e invece lui ha iniziato a sparare ad altezza d'uomo, colpendo in faccia le persone. Cose allucinanti.
Quando hai iniziato a sentirti male?
Io dovevo togliere il nastro ai lacrimogeni e passarli al maggiore Cappello. Quando si toglie il nastro fuoriesce un po' di gas e quindi ho iniziato a sentirmi male. Così sono stato accompagnato in una via che conduce a piazza Alimonda. Sulla strada ho visto di tutto, ho visto picchiare a sangue dal colonnello Truglio e dal maggiore Cappello alcune persone con la macchina fotografica. Ho iniziato a vomitare e mi hanno fatto salire sulla camionetta.
Chi eravate sul Defender?
C'eravamo io, Cavataio, carabiniere in ferma biennale e, Raffone, un ausiliario seduto dietro insieme a me
Nessuno che avesse esperienza?
Sì, eravamo solo noi
Accanto avevate un'altra camionetta?
Si, c'era un altro defender con a bordo il colonnello Truglio. Il responsabile del nostro mezzo era il maggiore Cappello
C'erano altri colleghi?
C'era il plotone dei carabinieri davanti a noi che ci faceva da scudo.
Dalle immagini si vede partire la carica dei manifestanti, tu cosa hai visto?
I carabinieri sono scappati, ci hanno superato, noi abbiamo fatto retromarcia e siamo rimasti incastrati contro un cassonetto della spazzatura.
Cosa ti ricordi di quei momenti?
Solo un rumore infernale.
Quando vi siete incagliati cosa hai pensato?
Ci hanno lasciato soli, ci hanno abbandonato. Potevano intervenire perché c'erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia. Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e invece non hanno fatto niente. Quel momento è durato una vita.
Quando hai estratto la pistola?
Quando mi sono visto il sangue sulle mani. Ero stato colpito alla testa. Ho tolto la pistola e ho caricato
Cosa vedevi davanti a te?
Non vedevo praticamente nulla, ero quasi steso, solo Raffone era un po' più alzato. Mi è arrivato l'estintore sullo stinco, scalciando con i piedi l'ho ributtato giù. Loro continuavano con questo lancio di oggetti, io ho gridato che avrei sparato.
Poi ho sparato in aria.
Sei convinto di aver sparato in aria?
Sono convinto di aver sparato in aria, non ho preso mira, è la verita
Quanti colpi hai sparato?
Due colpi, tutti e due in aria
Eri seduto?
Ero steso, con il braccio alzato verso l'alto, all'interno del defender. La mano era sopra la ruota di scorta del Defender.
Hai sentito solo i tuoi due colpi?
Sì. Dopo i due spari sul defender è salito un altro carabiniere che si chiama Rando di Messina e ha messo lo scudo sul vetro che avevano rotto. Davanti è salito un maresciallo dei Tuscania di cui non ricordo il nome. E siamo partiti. Eravamo diretti all'ospedale ma abbiamo dovuto allungare il percorso perché sulla strada c'erano i manifestanti, quelli di Agnoletto, che non volevano farci passare. Al pronto soccorso mi hanno ricoverato perché avevo perso molto sangue
Non vi siete accorti di quello che era successo a piazza Alimonda?
No. Ho saputo della morte di Carlo Giuliani alle 23 quando sono venuti in ospedale i carabinieri con un maggiore. Però non mi hanno comunicato la notizia in ospedale. Mi hanno fatto dimettere, mi hanno fatto firmare la cartella e mi hanno portato in caserma. Lì mi hanno detto che avevo ucciso un manifestante.
Come ti sei sentito in quel momento?
Mi è caduto il mondo addosso. Io sapevo di aver sparato però ero convinto anche di aver sparato in aria. Mi hanno fatto l'interrogatorio, mi hanno messo sotto pressione e io ho risposto quello che potevo rispondere. Hanno cercato di farmi dire qualcosa in più, ma io l'ho detto che non avevo sparato direttamente.
Quanto è durato l'interrogatorio?
Un'ora circa, intorno a mezzanotte
E dopo cosa è successo?
Mi hanno riportato alla fiera di Genova. Mi hanno fatto dare sette giorni di prognosi
Che ambiente hai trovato quando sei rientrato in caserma?
Mi chiamavano il killer. I colleghi hanno fatto festa, mi hanno regalato un basco dei Tuscania, "benvenuto tra gli assassini" mi hanno detto.
I colleghi erano contenti di quello che era capitato?
Si, erano contenti. Dicevano morte sua vita mia, cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone su Carlo Giuliani
Tu come ti sentivi?
Io ero assente, non volevo stare con nessuno, mi sentivo troppo male.
Dopo tre giorni ti hanno mandato a Palermo
Ero felice di lasciare quel posto. Però appena arrivato in Sicilia sceso dall'autobus il colonnello mi ha preso a schiaffi
Perché?
Forse per scrollarmi un po', ma non lo so
A Palermo come ti hanno accolto i colleghi?
Tutti mi chiedevano, si informavano. Non ti dico che pressione psicologica
Ma a casa quando sei tornato?
Dopo una settimana che ero a Palermo mi hanno dato trenta giorni di convalescenza. Però mi hanno mandato nella caserma di Sellia e i miei genitori non potevano entrare. Mio padre tra l'altro era ricoverato in ospedale a Catanzaro. Io uscivo di nascosto, ma a Catanzaro non sono riuscito a salire.
Che idea ti sei fatto, era per proteggerti o perché non volevano che parlassi all'esterno?
Non lo so se mi proteggevano o avevano paura di qualcosa. Anche perché subito in quei giorni mi hanno messo gli psicologi per farmi controllare. Ma io che malattia avevo…
Certo che accettare di aver ucciso un ragazzo…
Ma io non ero sicuro di averlo ucciso. Mi venivano i dubbi perché se io ho sparato in aria come fanno a dire che l'ho colpito in faccia, che sono un cecchino
Avevi sparato prima di quel giorno?
Tre volte al poligono e non ti dico i risultati, non ne ho preso uno. Non ero buono con la pistola anche per questo mi hanno mandato al battaglione. Alle stazioni mandano quelli più bravi, gli altri vanno nei battaglioni.
Dopo Sellia ritorni in Sicilia…
Lì sono iniziati i problemi. Perché tutte quelle domande erano uno stress incredibile. Insomma ho iniziato a marcare visita. Mi hanno trasferito a Catanzaro al reparto comando, poi sono andato a un corso integrativo in Sardegna. Ma anche lì continuavano le domande e non ho neanche finito il corso. Sono tornato in Calabria e per due anni ho iniziato a lavorare a singhiozzo.
In questo periodo ti capita un altro episodio che ha fatto discutere. Ti salvi quasi miracolosamente da un incidente stradale.
Ho perso improvvisamente il controllo del veicolo. Lo sterzo è come se si fosse bloccato, non riuscivo più a sterzare.
Dopo questo periodo difficile però inizi a sentirti meglio e il 22 novembre 2004 ti sottoponi a una visita psichiatrica all'ospedale militare per tornare in servizio
Era parecchio che non lavoravo, mi sentivo di voler riprendere, ero più sereno, mi ero appena fidanzato. Il dottore Pagnotta dell'ospedale militare dopo avermi esaminato mi dice che ero idoneo. Porto il certificato in commissione medica e invece i tre ufficiali della commissione non ne tengono conto e mi dicono che mi fanno fare un'altra visita.
Perché un'altra visita?
Non me lo hanno detto. Mi hanno mandato dalla dottoressa Vittorina Palazzo. Secondo me avevano già deciso di congedarmi. Con la dottoressa ci eravamo già visti a Villa Bianca. Io ero andato perché prendevo delle gocce per dormire. Lei invece, senza visitarmi, mi ha fatto prendere l'Aldol. Dormivo venti ore al giorno, mi ha rovinato, non me lo doveva dare.
Fai quest'altra visita il 13 dicembre del 2004 e cosa succede?
La dottoressa mi ha dichiarato non idoneo. Mi è caduto il mondo addosso
Potevi però chiedere di essere destinato agli uffici?
Me lo hanno consigliato loro di fare domanda e io l'ho fatto. Non l'hanno accolta perché non ero inquadrato nella forza dell'Arma, perché ero ancora in ferma volontaria. I quattro anni però erano già scaduti, ma non ne hanno tenuto conto.
Hai presentato ricorso al Tar?
Ma dicono che è innamissibile il mio rientro, hanno prodotto la mia domanda per i ruoli civili sostenendo che io ero già consapevole di voler andare in ufficio, quando invece sono stati loro a consigliarmi di farla. E non hanno tenuto conto della mia causa di servizio, a me spetta il ruolo civile.
Perché non ti vogliono più?
Sono un capro espiatorio usato per coprire qualcuno. Le porte sono chiuse per Placanica
A logica però sarebbe stato più conveniente tenerti buono e non lasciarti solo?
Però se vengo congedato per problemi psichici chi mi crede! Per anni mi hanno sottoposto a uno stress psichico insopportabile. Mi hanno detto che i no global mi avrebbero ammazzato. Sono arrivati a dirmi che avrebbero ucciso mia moglie quando era incinta. Con il congedo che mi hanno dato chi mi darà un lavoro?
Eppure c'è una terza perizia…
Ho chiesto una perizia di parte effettuata da Mauro Notarangelo che ha certificato che io sto bene. Sono riuscito a ripulirmi da tutti i farmaci che mi hanno fatto prendere
A distanza di cinque anni quale è il tuo pensiero su questa vicenda?
Credo che mi sono trovato in un ingranaggio più grande di me. Che ero nel posto sbagliato, non si potevano mandare ragazzi inesperti e armati in quella situazione
Secondo te si è detta tutta la verità sul G8 di Genova?
No.
Cosa è rimasto all'oscuro?
Ci sono troppe cose che non sono chiare.
A cosa ti riferisci?
A quello che è successo dopo a piazza Alimonda. Perché alcuni militari hanno "lavorato" sul corpo di Giuliani? Perché gli hanno fracassato la testa con una pietra?
Hai posto queste domande ai tuoi superiori?
Una volta ho telefonato al maggiore Cappello. Lui mi ha detto che non dovevo avere dubbi. Però lui mi disse di aver saputo quanto successo la sera alle 20 e invece nelle immagini che ho rivisto si vede lui accanto al corpo di Giuliani. Io non ho sentito altri spari, però anche i colleghi che erano dentro al defender non hanno sentito i miei colpi. Ritengo che cremare il corpo di Giuliani sia stato un errore, forse si sarebbe potuto scoprire di più, qualcosa sul corpo forse c'era.
Sei alla ricerca della verità?
Si. Come fanno a dire che l'ho sparato in faccia. Non è vero. È impossibile. Non potevo colpire Giuliani. Ho sparato sopra la ruota di scorta del defender.
Perché hai deciso di parlare solo adesso?
Perché ci vuole coraggio e io finalmente l'ho trovato. Merito anche dell'avvocato a cui mi sono rivolto, Antonio Ludovico, che mi ha sempre sostenuto e mi ha consigliato di non aver paura della verità.
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/editoriali/index.htm
29.11.06
Il nuovo regno è già qui
di Valerio Evangelisti
[Nel numero di novembre de La Repubblica XL è ospitata un'intervista di chi scrive a James G. Ballard. La si può leggere sul sito della rivista. In realtà l'intervista era accompagnata da un lungo commento all'utimo romanzo di Ballard tradotto in Italia, Regno a venire, commento poi ridotto ai minimi termini per esigenze giornalistiche. Eccone la versione integrale.] (V.E.)
La collezione da edicola di fantascienza Urania Mondadori, al di là dei miti, non era negli anni Sessanta-Settanta il massimo della finezza. I curatori, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, non avevano una grande considerazione per il genere che si trovavano a trattare. Tagliavano ferocemente i testi (qualche volta opportunamente, altre volte meno), mescolavano letteratura avventurosa di infimo livello (vedasi la passione per Murray Leinster) ad altra di avanguardia (lo scrittore trotzkista Mack Reynolds), non sapevano distinguere tra romanzetti di consumo e capisaldi della narrativa a venire.
La morte di Franco Lucentini ha condotto alla sua santificazione, quasi fosse stato, con Fruttero, colui che ha “nobilitato” la fantascienza. In realtà, la coppia ne è stata il boia. Ha fatto di tutto per condannarla all’emarginazione. Ha espunto, dai romanzi che pubblicava, ogni elemento di complessità. E quando i due pretendevano di impartire lezioni di scrittura – con la rubrica Il marziano in cattedra – docevano di luoghi comuni (stilistici e contenutistici), unici idonei, secondo loro, a un genere mai definito come secondario, tuttavia di fatto considerato tale.
Ciò per dire che due assassini seriali della fantascienza, come Fruttero e Lucentini, qualche errore nella loro politica di sterminio lo commisero Tipo proporci su Urania (tagliati come si conviene) autori non tanto semplici. Per esempio Mikhail Bulgakov, Philip K. Dick, il menzionato Mack Reynolds (poco noto negli stessi Stati Uniti) oppure, per l’appunto, James G. Ballard. Oggi riconosciuto come uno dei maggiori scrittori e saggisti contemporanei di lingua inglese.
Ballard ha avuto la fortuna di essere infine riabilitato quale esponente della letteratura senza etichette, e come acutissimo commentatore. Feltrinelli da anni propone o ripropone l’assieme delle sue opere. Fantascientifiche o meno Si veda l’intervista accanto. Lo scrittore data la fine della science fiction allo sbarco sulla luna. Sarebbe un luogo comune, se non si trattasse, invece, di una brillante provocazione. Alcuni dei romanzi migliori di Ballard, e dei più avveniristici, sono infatti posteriori al 1969. Proprio quell’anno, segnato da astronauti americani intenti a ballonzolare sul suolo lunare, vide del resto l’apparizione di un’antologia di Ballard destinata a scuotere il genere dalle fondamenta, e a indicare possibili vie future. Parlo di The Atrocity Exhibition, autentica pietra miliare della sf. Roba che con l’allunaggio non ha nulla a che fare.
Spiegare perché quella raccolta ebbe un effetto devastante richiederebbe tempo e spazio (che, a ben vedere, sono i capisaldi della fisica moderna, e della moderna fantascienza). Mi limito a dire che Ballard avvicinava la sf al surrealismo, alle esperienze letterarie estreme, a una lettura della realtà in chiave metaforica e spiazzante. Con lui la fantascienza si iscriveva tra le assi portanti della letteratura europea moderna.
Molti decenni sono passati da quel testo. Nel frattempo, Ballard ci ha riservato non poche sorprese. Fino a questo Regno a venire, in origine Kingdom Come. Espressione poco decifrabile, nella lingua originale, ma probabilmente derivata dalla versione britannica del paternoster. “Venga il regno”, invece di “Venga il (tuo) regno”. Sì, ma di quale regno si tratta?
Sorge ai margini di un’autostrada dal traffico sostenuto, e nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Consiste in un enorme centro commerciale e nelle case sorte attorno. L’unica passione condivisa dagli abitanti working class è il tifo calcistico: vivono per quello. Quanto al centro in sé, somiglia a una basilica. E lo diviene effettivamente, sotto la pressione popolare. La comunità si rende autonoma, recide i legami col resto del Paese. Crea una propria, abnorme, identità spirituale di taglio consumistico. Perché la consacrazione sia effettiva, serve un Messia. E’ da qui che Ballard fa iniziare il suo romanzo.
Richard Pearson è un tipo abbastanza ordinario, in apparenza. Non lo sono le sue motivazioni. E’ giunto nel suburbio londinese - denominato Brooklands, ma potrebbe avere qualsiasi altro nome (incluso Shepparton, dove abita Ballard) – per indagare sulla morte del padre, pilota d’aereo, all’interno del centro commerciale, il Metro-Center. Ciò che scopre è sorprendente. Lo sterminato supermarket ha usurpato le funzioni che un tempo aveva la chiesa. Elettrodomestici, computer e televisori sono oggetti di culto. Nelle strade marciano, razzisti e volgari, i tifosi avvolti nell’Union Jack quali moderne SS in cerca di un leader.
Se ciò non bastasse, è impossibile lasciare Brooklands. Ogni volta che Pearson ci prova, si trova risospinto verso il Metro-Center. Idea non nuova, nella letteratura fantastica (si veda il romanzo di Jean Ray Malpertuis), solo che qui è al servizio di un messaggio politico molto palese. Quello è il nostro futuro. Non possiamo sfuggirgli.
Sarebbe criminale anticipare altri svolgimenti del romanzo. Vi troviamo taluni momenti ricorrenti nella produzione letteraria dell’autore. L’elemento autobiografico, consistente nella nostalgia per gli anni Trenta e nel fascino per gli aeroplani. Il terrore verso la noia quale cifra del nostro possibile avvenire. La critica politico-sociale: non si nomina Blair, tuttavia sono politiche come le sue fonte certa di squallore.
La classe operaia bianca non è portatrice di un’alternativa. Vittima del consumismo, priva di un’ideologia, marcia al seguito di slogan razzisti e di scampoli di nazionalismo, fino ad avere negli stadi il proprio punto di coagulo. Con la classe media instaura un compromesso. Vuole le stesse merci, a prezzo conveniente. Per averle l’una sarà il braccio, l’altra la mente. Una nuova sorta di fascismo è lo sbocco obbligato.
Ballard ha l’onestà di non smarcarsi dalla fantascienza, come ha invece fatto l’americano Kurt Vonnegut, una volta raggiunta una fama eccedente il perimetro del ghetto. Dice però di non scrivere fantascienza da trent’anni. Ciò non è vero. Erano assolutamente fantascientifici Crash (1973), Condominium (1975) e Ultime notizie dall’America (1981). Se due di questi testi si collocano al limite del periodo trentennale, il terzo vi rientra in pieno.
Si tratta allora di intendersi circa il termine “fantascienza”, sul quale Ballard, che pure ne è un maestro, coltiva idee vaghe. “Fantascienza” (l’ho già detto altrove) è il genere letterario che ha per oggetto sogni e incubi legati all’evoluzione scientifica, tecnologica, politica e sociale del nostro presente. Può essere pura avventura, con le astronavi al posto dei vascelli corsari. Può descrivere mondi futuri proiettandovi semplici estrapolazioni tecniche (è la scuola minoritaria di Jules Verne: allora sì che un allunaggio è capace di metterla in crisi). Può dipingere le reazioni umane a uno sviluppo tecnologico imprevedibile (la scuola di H. G. Wells: di gran lunga la più fruttuosa).
Ballard si ricollega al filone Wells, magari senza averne piena coscienza. In alcune sue opere iniziali, come Deserto d’acqua o Il vento dal nulla, la catastrofe che si era abbattuta sull’umanità non era minimamente spiegata. Al centro della narrazione erano le reazioni psicologiche alla catastrofe, in una gamma di sfumature che andavano dallo smarrimento allo sforzo di adattarsi a una situazione assurda.
Ciò è il fulcro della fantascienza migliore, e persino di una parte di quella peggiore. E’ vero che tante volte i personaggi messi in scena da quest’ultima somigliano a marionette, a puri pretesti per fare scorrere la narrazione. Il fatto è che si trovano a confronto con scenari completamente alieni, per cui è estremamente difficile dipingerne le reazioni psicologiche. L’espediente consueto sta nel porre l’accento sul mistero da spiegare, sull’universo incomprensibile – ma passibile di comprensione, se si posseggono le chiavi giuste – in cui i protagonisti sono immersi.
Il metodo di Ballard è totalmente diverso. Al cataclisma – o al brusco mutamento delle condizioni di vita, in Crash, in Condominium – non c’è spiegazione razionale alcuna. La realtà è mutata. Non rimane che adattarvisi. L’adattamento, con i traumi che comporta, costituisce l’autentica materia narrativa.
E’, a ben vedere, la situazione che vive Pearson, il protagonista di Regno a venire. Gli piaccia o no, Brooklands rappresenta tutto il reale. Non c’è verso di tentare di sfuggirgli. L’unica opzione possibile è un compromesso con ciò che esiste. Un’accettazione sia pur critica del presente, malgrado le remore di una memoria ferma a ciò che c’era prima.
Ragionava diversamente il protagonista de La guerra dei mondi di Wells? Non credo proprio. Si accorgeva presto che la resistenza degli umani era vana. Pur seguitando a combattere, finiva per accogliere l’invasione dei marziani come un dato acquisito. La terra era sotto un nuovo dominio. Il problema non era tanto la tecnologia di cui gli invasori si servivano (ignota dall’inizio alla fine), quanto piuttosto l’effetto che essa produceva nei comportamenti dei terrestri. La vigliaccheria di un religioso, in teoria votato al coraggio, ne era una convincente dimostrazione. L’impero coloniale imposto dallo spazio finiva per cadere in forma totalmente fortuita.
Ballard come Wells, dunque, sotto certi aspetti, e ben distante da Verne. Però in Ballard si va oltre. In Regno a venire c’è una palese interazione fra Pearson e l’ordinamento alieno cui è sottoposto. Se le cause gli sono ignote (per quanto molto comprensibili al lettore: il peggio dell’Inghilterra di Margaret Thatcher si riversa nel peggio dell’Inghilterra di Tony Blair), finisce però per essere parte attiva del gioco mostruoso cui non può sfuggire. Poco importano l’emergenza incongrua di un centro commerciale a santuario di una comunità, o la causa che moltiplica le gang di tifosi che infestano le strade. I fenomeni sono dati quanto il vento dal nulla o il deserto d’acqua. L’alternativa è adeguarsi o perire.
In ciò, Ballard si colloca su un polo opposto rispetto alla cosiddetta “fantascienza sociologica” degli anni Cinquanta e Sessanta (Pohl, Tenn, Sheckley, Knight ecc.). Là si trattava di imposizioni che chiamavano alla reazione. In Ballard, un cambiamento di sistema ha la forza assoluta di uno tsunami, di fronte al quale nessuna resistenza è possibile. Ci si dovrà adeguare a una nuova vita, scendere a compromessi con ciò che è accaduto. Uno stato di cose reso molto bene da uno splendido racconto del Ballard giovanile, l’inquietante Essi ci guardano dalle torri. In cui misteriosi osservatori prendono di punto in bianco a spiarci da torrette appese alle nubi, senza che sia possibile alcun contatto. Fallito ogni altro tentativo, non c’è che da accettare di vivere sotto un’osservazione perenne.
Il nuovo fascismo razzista e consumistico è dunque un destino obbligato? Senza ricorrere a Ballard, per chi guardi le televisione italiana (indifferente a sfumature di sistema come centrosinistra e centrodestra), verrebbe da rispondere di sì. Tutti schiavi dei media – l’equivalente catodico del centro commerciale – e con i media che veicolano ogni giorno e a ogni ora, al pari delle squadracce di Brooklands, lerci messaggi fascisti e razzisti sotto pseudonimo (lo pseudonimo più in voga, per designare il nazismo odierno, è “liberalismo”).
C’è da rassegnarsi? Il “messaggio” – se è lecito definirlo così – di Ballard non è affatto di rassegnazione. La fantascienza sociologica del passato era consolante, al di là delle intenzioni. Il lettore terminava il romanzo con il quadro di una giustizia ristabilita, o di una ribellione in atto.
Chi legga Ballard esce dall’esperienza con molti problemi in più, oltre a quelli che eventualmente aveva prima. Si accorge che il regno sta effettivamente venendo, anzi, che la sua instaurazione è quasi per intero completata.
A quel punto, non può essere la scrittore a suggerire come reagire. Lui può solo indicare che l’incubo è già là fuori, accanto all’autostrada, e che non sembra consentire vie di fuga. Spetta al lettore scoprirne una, se esiste. O adattarsi, se non esiste.http://www.carmillaonline.com/archives/2006/11/002032.html
Mustafà che mal! Più esilarante di “Borat”: il Papa in Turchia!
di Lia Celi
Un comico inglese, nei panni di un finto giornalista kazako, fa arrabbiare mezzo mondo, un bigotto tedesco, nei panni di un vero pontefice cattolico, farà arrabbiare l’altra metà: imminente sugli schermi l’attesissimo capolavoro comico in cui Benedetto XVI sbarca nel paese della Mezzaluna per migliorare i rapporti fra le religioni a suon di gaffe interetniche. Imperdibile la scena in cui, per placare le proteste dei fondamentalisti, lui e il suo segretario si spacciano per l’ispettore Derrick e Harry. Già circolano alcune delle battute più clamorose: “Noi cattolici siamo più evoluti: voi musulmani a donne mettete velo e basta, noi mettiamo velo solo a donne brutte e chiudiamo loro in convento”. “Le nostre relicioni non possono scontrarsi: stanno ferme da secoli”. “Paese di fanatici reliciosi non può entrare in Europa: ecco perché neanche Vaticano è in Ue.» «Tu Lupo Grigio? Piacere, io Cappuccetto Bianco». Il suo conciliante messaggio al Patriarca ortodosso di Costantinopoli: «Se si dispatriarcortodossocostantinopolizzasse, ci dispatriarcortodossocostantinopolizzeremmo noi». Il film sarà censurato da Ankara, dal Vaticano e da tutti i tiggì Rai, però in Kazakhstan si divertiranno un casino.
http://www.liaceli.com/
La nuova Catalogna uscita dalle elezioni
Elena Marisol Brandolini
Spagna Prende finalmente corpo la VIII legislatura catalana, emersa dal risultato delle elezioni del 1° novembre scorso. Una nuova fase per la regione, definita dall'importante quotidiano La Vanguardia come "post-nazionale"
"Non posso parlare della Catalogna dei miei antenati, però sì della Catalogna dei miei figli e meglio ancora dei miei nipoti". Così José Montilla Aguilera, nel suo discorso in occasione del dibattito d'investitura a Presidente della Generalitat. Nato a Iznájar, in provincia di Cordoba, Montilla, emigrato negli anni Sessanta in Catalogna alla ricerca di lavoro - da cui l'appellativo di "lavoratore" di cui egli ama spesso fregiarsi - è stato eletto il 24 novembre scorso 128° President, il primo nella storia catalana nato fuori dalla Catalogna. Novità, questa, che Pasqual Maragall, suo predecessore, non ha mancato di sottolineare nel suo ultimo discorso ufficiale, sostenendo che: "Questo significa che siamo una nazione forte, che confida in sé stessa e che sa fare di quelli che arrivano cittadini".
"Ma la Presidenza, più che essere votata, deve essere amata ed apprezzata. La Catalogna ed il suo popolo hanno sempre avuto una relazione speciale, profonda, affettuosa, tra la Presidenza e la cittadinanza", ha aggiunto dopo la sua elezione Montilla, ringraziando i partiti della nuova maggioranza - i socialisti del PSC, i repubblicani di ERC e la formazione verde-comunista di ICV - con i quali inizierà questa rinnovata esperienza di Governo delle sinistre - il Govern d'Entesa Nacional pel Progrés - ed affermando di volere guadagnarsi il rispetto dei cittadini ed anche il loro affetto.
Così, con l'assunzione formale dell'incarico, il 28 di novembre, e la nomina degli altri componenti del Governo - nel quale figurano i massimi dirigenti dei partiti della coalizione e sole 4 donne su un totale di 14 Consiglieri - prende finalmente corpo la nuova legislatura, la VIII, emersa dal risultato delle elezioni del 1° novembre scorso.
Montilla ha promesso un Governo che sappia fare delle buone politiche con una gestione efficace, dando la priorità ai temi sociali e al benessere delle persone; che non debba ricordare in maniera ossessiva la sua identità di nazione, essendo questa già riconosciuta dal nuovo Estatut; che si avvalga delle opinioni di tutti, a tutti chiedendo la stessa disposizione al dialogo.
Una nuova fase, dunque, per la Catalogna, definita dall'importante quotidiano catalano La Vanguardia come "post-nazionale". Nella quale, lo stesso Josep Lluís Carod-Rovira, leader di ERC e Vice-Presidente del Governo, le cui competenze riguardano anche la politica linguistica, si preoccupa di dire che il suo obiettivo sarà quello di "togliere peso politico alla lingua", "spoliticizzare" il catalano: "Parlare catalano - ha affermato - deve essere la cosa più normale del mondo".
E' nelle posizioni dei diversi protagonisti di questa vicenda elettorale che può leggersi il passo di questa nuova fase. Una serie di interviste rilasciate al quotidiano El País, in questi ultimi giorni, aiutano a decifrarne il quadro.
Artur Mas - l'uomo a capo della formazione del nazionalismo moderato più votata in questa tornata elettorale (CiU), eppure costretta all'opposizione in Parlamento per l'assenza di alleati - manifesta la sua sfiducia nei confronti della dirigenza socialista, dalla quale si sarebbe atteso un sostegno affinché il suo partito, una volta uscito vincente dalle urne, avesse poi potuto formare il Governo. Ora rivendica le mani libere, l'assenza di qualunque impegno nei confronti del Governo spagnolo. Considera deludente l'idea che Montilla avrebbe della Catalogna; ma non rifiuta, come invece sarebbe stato lecito attendersi, la proposta di dialogo offertagli dal neo-Presidente, quasi in attesa dei futuri eventi. Dichiara di volersi dedicare, nel frattempo, alla realizzazione di CiU come "casa comune del nazionalismo o del catalanismo".
José Montilla, invece, conferma la scelta di autonomia del suo partito, il PSC, da Madrid, individuata nella soluzione di un nuovo Governo delle sinistre. E lo fa sulla base del convincimento che sia quella migliore per la Catalogna, perché, sostiene, "l'avversario del socialismo catalano è principalmente CiU" e se CiU e il PP avessero conseguito la maggioranza dei seggi, avrebbero governato insieme. Poi, ribadisce la volontà comune di realizzare un Governo forte e coeso, i cui componenti prediligano questa appartenenza in luogo di quella ai propri partiti. E nel far questo, Montilla sa bene quale sia il peso politico della Catalogna nel contesto più generale della Spagna: da lì, dal suo partito, viene una gran massa di voti ai socialisti spagnoli e il PSC è stato il principale sostenitore di José Luis Rodríguez Zapatero nella sua ascesa dentro il PSOE.
Ma è ancora una volta attraverso le parole di Pasqual Maragall, President per tre anni, che è possibile leggere i contorni di quella che è stata la sua ambizione politica nel governo della Catalogna: realizzare cioè quel concorso tra sinistra e catalanismo, in grado di suscitare una visione differente della Spagna. In Maragall, l'oggetto del conflitto è ribaltato: perché non è tanto il fatto se la Spagna riesca a comprendere la Catalogna, ma se riesca a capire quale sia la visione della Catalogna sulla Spagna, il fatto cioè che possano esistere vari modelli di Spagna possibili. Ed invece, a volte, la Spagna preferisce identificare la Catalogna col nazionalismo, perché la Catalogna che vuole cambiare la Spagna è qualcosa di molto più impegnativo. "Quello che dovrebbe comprendere la sinistra spagnola - sostiene Maragall - è che la differenza tra la sinistra catalana e la destra catalana è che alla destra catalana non interessa la Spagna. Alla sinistra sì, con il che io allora capisco che sia più problematico il rapporto con la sinistra catalana che con la destra".
Da questa visione è nato il progetto di nuovo Estatut che, pur rimaneggiato da Madrid, grazie all'accordo tra Zapatero e Mas, è stato considerato dal voto del referendum catalano un passo avanti nel riconoscimento di questa Spagna plurale.
Resta da vedere, adesso, come e se si svilupperà, nella nuova fase apertasi in Catalogna, quest'idea di sinistra catalana.
http://www.aprileonline.info/863/la-nuova-catalogna-uscita-dalle-elezioni
L’esperta: «Erdogan in difficoltà dopo la visita del Papa»
Benedetto XVI rischia grosso in Turchia. Il premier turco anche. Soprattutto dopo il faccia a faccia col Pontefice.
Elise Massicard di ritorno da un viaggio in Turchia (Foto Mariona Vivar) Elise Massicard, sociologa dell'École des Hautes
Études en Sciences Sociales di Parigi, cerca di spiegare perché i turchi non accoglieranno il Papa a braccia aperte durante la visita ufficiale iniziata il 28 novembre. L'abbiamo incontrata dopo il suo ritorno da un viaggio di studio in Turchia durato un mese.
Una squadra speciale di 25 guardie del corpo protegge il Papa durante la sua prima visita in un Paese a maggioranza musulmana. Crede che ci siano motivi per pensare che la sua vita sia in pericolo?
Esiste il precedente di Mehmet Ağca, il turco che tentò di uccidere Papa Giovanni Paolo II nel 1981 e anche l'assassinio di un sacerdote italiano (nel febbraio 2006 ndr) dopo la pubblicazione delle controverse caricature di Maometto. Inoltre la storia della Turchia degli ultimi 30 anni è piena di attentati. Pertanto esiste un certo rischio e le misure di sicurezza devono essere presenti. D'altra parte ci sono molto manifestazioni pacifiche programmate, che sono più legate ad un sentimento d'indignazione che ad atti violenti.
Abbiamo già assistito alle prime proteste. La polizia ha arrestato 39 nazionalisti e fondamentalisti islamici che hanno occupato Basilica di Santa Sofia il 22 novembre scorso. La visita del Pontefice in questo emblematico edificio di Istanbul è percepita come una provocazione?
Santa Sofia è stata una chiesa ortodossa durante l'epoca di Costantinopoli e una moschea durante l'Impero Ottomano. Atatürk, padre della Repubblica di Turchia, l'ha trasformata in museo nel 1935. Ma i fondamentalisti islamici oggi reclamano che si trasformi nuovamente in moschea. E dunque, la presenza del Papa ha una carica simbolica molto forte. Inizialmente Benedetto XVI doveva visitarla venerdì 24 novembre, ma il venerdì è giorno di preghiera per i musulmani e una grande moltitudine si concentra nella Moschea Azzurra, che si trova a pochi metri da Santa Sofia. Per evitare uno scontro tra fedeli musulmani e il Papa alla fine della preghiera la data è stata cambiata.
Crede che il Papa corra rischi?
Se la visita papale è importante è anche a causa di tutte queste implicazioni. Inoltre Benedetto XVI getta benzina sul fuoco, quando dichiara che va in Turchia per "dialogare con la minoranza ortodossa" e per "dirigere un messaggio ai musulmani". I musulmani turchi, che rappresentano la maggioranza della popolazione del Paese, hanno mal visto il fatto che il Papa voglia conversare con gli ortodossi e dirigere soltanto un messaggio unidirezionale ai musulmani.
Fino a che punto il discorso di Ratzinger del 12 settembre a Ratisbona, quando ha detto che l'Islam non è compatibile con la ragione, può aver aumentato l'ostilità?
La Turchia è un Paese laico di maggioranza musulmana che si presenta come modello di Islam moderato e tollerante. Pertanto i turchi si sono sentiti profondamente offesi e insultati dalle parole di Benedetto XVI.
Che implicazioni ha l’incontro tra il Papa e il premier turco Erdogan tenutosi ieri 28 novembre?
Erdogan è stato, insieme a Zapatero, uno dei promotori dell'Alleanza di Civiltà, che vuole stabilire un dialogo tra Occidente e mondo musulmano per combattere il terrorismo attraverso un'altra via che non sia quella militare. Il progetto cerca inoltre di superare la teoria dello scontro di civiltà di Samuel Huntington. Erdogan, del partito moderato d'ispirazione islamista Giustizia e Sviluppo (Akp) si è sempre eretto a interlocutore legittimo tra mondo musulmano e Occidente.
Lei crede che Erdogan possa pagare un prezzo elettorale nelle elezioni turche del prossimo anno a causa dell'incontro col Papa?
Dallo scontro del Papa con l'Islam, Erdogan non può mostrarsi conciliatore né debole di fronte al suo elettorato. Tale dimensione elettorale si percepisce anche nei negoziati di adesione della Turchia all'Ue. Vero è che Erdogan si è guadagnato una vittoria politica quando iniziò i negoziati di adesione nel 2005. Ma la Turchia non può cedere alle condizioni che l'Ue le impone senza ottenere una contropartita. Per esempio l'Ue pretende che si aprano porti ed aeroporti a barche e aerei ciprioti. E la Turchia in cambio chiede che venga eliminato l'embargo alla Repubblica Turca di Cipro Nord. L'opposizione rimprovera a Erdogan la sua predisposizione a fare concessioni. Pertanto dovrebbe essere abile e mostrarsi più fermo.
Questa immagine di fermezza è proprio quella che diede la Turchia quando congelò le relazioni militari con la Francia il 16 novembre? La misura venne interpretata come una risposta alla nuova legge francese che reprime il negazionismo al genocidio armeno con multe fino a 45.000 euro e un anno di prigione per colore che smentono il massacro.
Sì, si può intendere come un atto di forza. Ma in Turchia lo Stato ha tollerato negli ultimi anni un dibattito pubblico sulle minoranzee e la legge francese può solo bloccare e radicalizzare questo dibattito. Da un lato, l'Ue esige che la Turchia sopprima l'articolo 301 del Codice Penale che prevede laa persecuzione di coloro che insultano la nazione turca. Dall'altro, la Francia ha appena approvato un'altra misura di coercizione per colore che negano il genocidio armeno. Pertanto i turchi si lamentano della doppia morale e della parzialità dell'Ue.
Dopo che la Commissione Europea ha criticato i progressi della Turchia in una relazione dell'8 novembre, l'euroscetticismo è aumentato tra i turchi. Crede che Erdogan abbandonerà il tavolo dei negoziati?
Il Primo Ministro è in una posizione delicata. Quando Erdogan è stato eletto la maggior parte dei turchi volevano entrare nell'Ue, ma oggi meno della metà della popolazione vuole aderire. Bisognerà vedere se per lui è più importante vincere le elezioni o l'ingresso della Turchia nell'Ue.
Mariona Vivar Mompe
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9012
E vinse la Royal, contro il partito
Luca Sebastiani
Colpi bassi, attacchi diretti, parole rubate. Gli ultimi giorni della campagna elettorale per le primarie del Partito socialista francese si sono svolti in un clima abbastanza teso se paragonati alla relativa tranquillità delle settimane precedenti. Il risultato finale non era per niente scontato e gli sfidanti, Laurent Fabius e Dominique Strauss Kahn, puntavano ad erodere il consenso di Ségolène Royal fin sotto la soglia critica del 50 per cento per dimostrare la battibilità delle “Madonna socialista” e provare ad invertire i rapporti di forza al secondo turno.
Non ce n’è stato bisogno. L’impianto tattico della strategia presidenziale dei due sfidanti è crollato come un castello di carte di fronte all’evidenza di un voto plebiscitario che i militanti hanno tributato alla nuova Giovanna D’Arco di Francia. Neanche la diffusione pirata di un video che avrebbe potuto mettere i “professori” contro Ségolène è riuscito a disarcionarla. I militanti hanno votato per lei ancor più delle attese e ora proverà l’assalto all’Eliseo.
L’elezione di madame Royal al ruolo ufficiale di candidata socialista per le presidenziali dell’anno prossimo è un fatto storico, lo si è detto un po’ ovunque, giacché una donna per la prima volta ha buone possibilità di accedere a quella carica che finora è stata ricoperta solo da uomini, padri della patria, uomini del destino come Charles de Gaulle o François Mitterrand.
Ci sono però almeno un paio di dati ancor più rilevanti nell’ascensione di Ségolène alla candidatura Ps: la svolta del socialismo francese e una vittoria della democrazia diretta su quella rappresentativa. Attraverso la seconda Ségolène ha determinato la prima e ora il quadro della politica francese ne esce ridisegnato.
Le primarie del Ps non sono certo state una Bad Godesberg alla francese, ma se al 61 per cento dei voti che hanno investito Ségolène si sommano anche quelli, il 20, 57 per cento, del socialdemocratico Dominique Strauss Kahn, si ha la misura di una scelta precisa dei militanti, una scelta in direzione di quella sinistra sin qui minoritaria e che per questo veniva chiamata seconda.
Marxisti all’opposizione e pragmatici all’esecutivo, la contraddizione tra la retorica massimalista e la realtà socialdemocratica dell’azione di governo che ha fatto sin qui del Ps un’anomalia del socialismo europeo è stata sciolta da una donna che ai riferimenti dottrinari e alla retorica à gauche toute ha fatto prevalere, pur nel suo barocchismo a volte farraginoso, una voglia di riformismo moderno e pragmatico.
Chi mai l’avrebbe detto che proprio lei, cresciuta all’ombra di François Mitterrand, avrebbe fatto prevalere la linea di Michel Rocard, il nemico giurato del presidente monarca. Certo non si tratta ancora di un aggiornamento della dottrina, per questo bisognerà aspettare i congressi, non si tratta neanche di una vittoria definitiva, per questo bisognerà stare a guardare le capacità politiche della donna del cambiamento, ma di sicuro si può dire che un passo in avanti decisivo sia stato compiuto.
Per arrivarvi Ségolène ha dovuto prendere il partito dal di fuori facendo appello all’opinione prima ancora che all’apparato. Una vittoria che corona la sua scelta tattica, ma soprattutto la sua intuizione profonda: che nella crisi attuale della democrazia in generale e di quella francese in particolare c’è lo spazio per una politica che sia in grado di ricostruire la fiducia e il legame tra rappresentati e rappresentanti. Una politica di prossimità col territorio e il cittadino, che sappia ascoltare e coinvolgere, una politica che riattivi circuiti diretti di partecipazione.
Questa crisi si era già manifestata in mille modi. Alle elezioni presidenziali del 2002 con il voto di protesta di cui aveva beneficiato da una parte Jean Marie Le Pen e dall’altra leninisti e trotzkisti vari. Un anno e mezzo fa col “no” al referendum sulla Costituzione europea quando i francesi contraddirono i loro rappresentanti al parlamento che si erano schierati all’80 per cento per il sì. Messaggi chiari, manifestazioni di un rifiuto, segni di una democrazia della sanzione che non si organizza più intorno ad un progetto positivo.
In quello spazio aperto dalla crisi della democrazia rappresentativa il pericolo di una deriva populista è sempre presente, ma Ségolène ha saputo ascoltare, interpretare e intervenire offrendo una visione, un “desiderio d’avvenire” (il nome del suo sito internet). Almeno finora. Da domani si apre per lei una nuova fase in cui dovrà dimostrare di saper strutturare quel desiderio in una strada praticabile verso l’Eliseo.
caffeeuropa.it
Dodici linee guida
Dopo una due giorni molto utile a Pisa, nell'area del Cnr e dopo non poche conversazioni con ricercatori, stamani ho cercato, almeno mentalmente, di fare ordine e punto su tutti i pezzi del puzzle che mi girano nella testa. Ecco il risultato. Non pretendo sia perfetto o esaustivo ma questi sono dodici punti nati da possibilità reali, interviste, articoli e esperienze di persona. Li metto qui sia per memo personale che per indicare le mie piste di ricerca.
Domanda: che cosa può fare l'Italia nei prossimi dieci anni per affrontare la grande crisi in atto, supponendo un decente risanamento finanziario pubblico, e una politica riformista?
Fonti:
1) Estensione del geotermico (raddoppio di Larderello, Monte Amiata, Campi Flegrei = quattro centrali a emissioni zero e rinnovabili). Possibilità ulteriori in Emilia-Romagna. Caso Ischia. Ricerche avanzate sul Vesuvio, Stromboli, Etna...
2) Rivisitazione (creativa) dell'idroelettrico (dove è possibile sfruttarlo di più, non lo so ancora, indagherò)
3) Sequestro della Co2 per la conversione a carbone (programmi in atto in tutta Europa, Italia compresa). Il carbone, tengo a precisare, è il maggiore pericolo (come sostiene James Hansen). E solo la neutralizzazione completa e durevole della sua Co2 lo può rendere utilizzabile (se sarà reale questo primo caso di investimento, o il suo principale concorrente ).
4) Solare concentrato in Libia, Tunisia, Marocco o Egitto (win-win industriale e diplomatico). Vale qui però anche una lettura critica di Ugo Bardi (Aspo Italia).
5) Sviluppo dell' eolico di alta quota (KiteGen); investimenti sull'eolico tradizionale e off-shore
6) Fotovoltaico a basso costo (qui un progetto italiano)
Infrastrutture:
7) integrazione europea e ottimizzazione della rete elettrica
8) risanamento e potenziamento del sistema ferroviario
Azioni diffuse
9) risparmio energetico e edilizia passiva
10) efficienza delle macchine e dei sistemi
11) ibridizzazione del trasporto pubblico e dell'autotrasporto
12) sviluppo della pratica politica della partecipazione informata e cosciente (anche conflittuale) alle decisioni politiche territoriali e centrali - attacco al digital divide sia tecnico che culturale. Mobilitazione della capacità di investimento sociale.
Non pretendo sia una lista esaustiva, ma solo dei miei personali punti di interesse. Li metto sul blog come ipotesi di lavoro aperte.
www.caravita.biz
Tempo sospeso
Un reportage dal Kosovo racconta l'attesa della soluzione dello status
scritto per noi da
Michele Luppi*
Il sole si abbassa lentamente, colorando il cielo di rosso, mentre cerca un varco tra le montagne che segnano il confine con la vicina Albania. La musica proveniente dal cuore della città, distesa ai nostri piedi, si spegne. Pochi attimi di silenzio e poi una dopo l’altra si accendono le luci dei minareti. Nell’arco di pochi secondi da tutte le moschee della città, oltre trenta, si innalza il canto dei muezzin che invitano i fedeli alla preghiera.
Minareti al tramonto. Le voci si mescolano e si confondono per pochi minuti per poi zittirsi, improvvisamente come erano venute, mentre le luci dei minareti lentamente si spengono. Nelle strade torna a risuonare la musica ascoltata nei bar e nei ristoranti, ritmi europei e orientali si fondono creando una melodia che riecheggia nell’aria. La vista di Prizren al tramonto, dall’alto della collina che la sovrasta, è affascinante. Proprio in questa posizione strategica gli ottomani costruirono una grande fortezza di cui oggi restano soltanto i ruderi. Prizren, circa 200mila abitanti, è situata nel Kosovo meridionale in una lingua di terra incuneata tra l’Albania e la Macedonia, da sempre zona di importanti commerci e punto di incontro tra oriente ed occidente. Un luogo conosciuto per la sua diversità etnica, la lunga tradizione di tolleranza e di cooperazione inter-etnica. Il panorama non è disegnato soltanto dai minareti e dalle cupole delle moschee, ma anche dal campanile della cattedrale cattolica e dalle numerose chiese ortodosse. Qui, per secoli, hanno convissuto persone appartenenti a differenti etnie (albanesi, serbi, rom, kosovari bosgnacchi e turchi) e differenti religioni (cristiani cattolici, cristiani ortodossi e mussulmani). Una convivenza segnata dalle tragiche vicende degli anni novanta. Scendendo lungo il sentiero che dall’alto della collina riporta in città, si passa accanto ai resti del quartiere serbo, dove sorge una piccola chiesa ortodossa ancora oggi sorvegliata dai militari tedeschi della Kfor, la forza militare della Nato entrata in Kosovo nel giugno 1999. Il quartiere è stato completamente distrutto durante gli scontri del marzo 2004. Due giorni di violenze particolarmente cruente in questa zona: in meno di 48 ore furono distrutte otto chiese ortodosse (oggi in ricostruzione) e la maggioranza dei serbi ancora in città dovette abbandonare le proprie case, date alle fiamme. Oggi i Serbi rimasti nella municipalità (area amministrativa che comprende l’area urbana e alcuni villaggi vicini) sono 234 (dati dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa); prima del conflitto erano circa 9 mila.
Ancora violenza. Secondo i racconti di quei giorni le violenze furono alimentate da gruppi di estremisti albanesi provenienti da varie zone della provincia e dai paesi vicini, Albania e Macedonia.
“Oggi la situazione in città è diversa – racconta Blerim, un giovane albanese - la lingua serbo-bosniaca, così come il turco, viene parlata liberamente in città e i serbi possono girare senza problemi”. Una dichiarazione in parte confermata dall’Osce.
“La municipalità di Prizren – si legge nell’ultimo rapporto nel dell’Osce – rimane la città culturalmente ed etnicamente più eterogenea del Kosovo, dove ancora oggi convivono Albanesi, Bosniaci, Turchi, e Rom.” Prizren è una città conosciuta per la presenza di molti artisti; patria di cantanti, gruppi di ballerini e musicisti che diffondono in tutti i balcani le sonorità della musica tradizionale kosovara. Camminando per le vie del centro tra i negozi e i locali affollati di giovani, curiosando negli internet point, sempre pieni, si respira un’aria di grande fermento. Ogni sera, nei mesi estivi, i giovani si radunano lungo il selciato della via principale. Formano piccoli gruppi e iniziano a passeggiare avanti e in dietro lungo il fiume.
Il Kosovo è una della regioni con la popolazione più giovane d’Europa: più del 60 percento degli abitanti ha meno di 22 anni. In città si respira un’aria di attesa e di speranza per quello che sarà il futuro di questa terra. Un futuro che per la popolazione albanese, circa il 90 percento dei 2 milioni di abitanti della provincia, è racchiuso in una sola parola: indipendenza. Le stanze dei palazzi di Vienna, dove si susseguono i negoziati sulla questione dello status, appaiono però lontane. Formalmente il Kosovo è ancora parte della Serbia anche se la sovranità di Belgrado, sospesa nel giugno del 1999, è ancora affidata all’Unmik, l’Amministrazione ad Interim delle Nazioni Unite. La popolazione albanese, dopo le sofferenze degli anni novanta culminate nella pulizia etnica delle truppe di Milosevic, aspetta con impazienza il giorno in cui potrà scendere nelle strade a festeggiare l’indipendenza, come ha fatto la popolazione del vicino Montenegro.
Il percorso politico verso la soluzione della questione kosovara è però ancora lungo e tortuoso. La comunità internazionale deve garantire una soluzione che rispetti i diritti e gli interessi di tutti i kosovari, non solo della maggioranza albanese. Una decisione di ampio respiro che deve tenere conto della delicatezza degli equilibri di una regione, quella del sud dei Balcani, ancora in via di stabilizzazione.
Volgia d'indipendenza. I negoziati sono partiti nel febbraio del 2006, poche settimane dopo la morte del presidente Rugova, senza lasciare intravedere, dopo vari incontri, la possibilità di un accordo. Le due parti sono ancora ferme, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, sulle loro posizioni. Belgrado continua a ripetere il ritornello che sostiene da alcuni anni, racchiuso nello slogan “più dell’autonomia, meno dell’indipendenza”. Un’idea confermata dalla piattaforma per i negoziati presentata lo scorso giugno e ribadita dal preambolo della nuova costituzione. La Serbia è disposta a concedere larga autonomia al Kosovo per quanto riguarda la gestione amministrativa garantendo la continuità delle nuove istituzioni. Dall’altra parte ribadisce però la propria sovranità e integrità territoriale rivendicando il controllo sulle questioni cruciali, quali la gestione dei confini, la politica monetaria, la politica estera, la gestione delle forze armate e la rappresentanza internazionale. Nel documento si legge come la soluzione dello status “deve essere il frutto di un compromesso tra le due parti e non deve, in alcun caso, essere imposta dall’esterno.” Belgrado teme che la decisione finale possa essere presa all’interno del Gruppo di Contatto (il gruppo formato da Italia, Usa, Francia, Regno Unito e Russia, nato durante le fasi della guerra) e poi imposta alle due parti.
Dall’altra parte la delegazione albanese di Pristina continua a considerare l’indipendenza come una soluzione “non negoziabile”, rifiutando qualsiasi altra possibilità. L’impressione è che le parti mirino più a mantenere il proprio consenso interno che a trovare una vera soluzione al problema. Nonostante la sensazione di stallo nelle stanze della diplomazia internazionale si susseguono gli incontri. L’impressione è quella che l’indipendenza del kosovo sia oggi inevitabile: troppi passi sono stati fatti in questi anni in tale direzione. Il Kosovo è un’entità autonoma a tutti gli effetti: ha proprie istituzioni, una propria legislazione, una moneta differente da quella Serba, forze di polizia indipendenti da Belgrado e persino il Kpc, un embrione di quello che potrebbe essere il suo futuro esercito. L’indipendenza sarà però, probabilmente, vincolata alla presenza sul territorio, ancora per molti anni, di forze militari e osservatori internazionali, guidati dall’Unione Europea. Molti analisti prospettano, infatti, parallelamente al processo d’indipendenza, un percorso verso l’integrazione nell’Unione. La questione più delicata ancora da affrontare è la posizione delle minoranze, in particolare degli oltre 100 mila serbi, che vivono in condizioni difficili nella provincia, e la tutela del loro patrimonio storico e culturale. Il Kosovo è infatti la culla della chiesa ortodossa serba dove si trovano importanti monasteri e luoghi di culto . Una regione da sempre fortemente significativa per il nazionalismo serbo.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6815
MESSICO-AMERICA CENTRALE:
Omicidi di genere a Ciudad Juárez, solo una goccia in un oceano di sangue
Diego Cevallos
CITTÀ DEL MESSICO, (IPS) - Ciudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne". Sono state 400 le donne assassinate in questa città messicana negli ultimi 13 anni. Ma gli assassini di donne sono frequenti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala e El Salvador, anche se fin'ora il dibattito pubblico su questo tema è stato pressoché inesistente.
Secondo i dati ufficiali, tra il 1995 e il 2005, sarebbero state uccise in media circa 1.000 donne ogni anno in Messico, paese con una popolazione di 103 milioni di abitanti. Nella lista dei paesi che registrano il maggior numero di questi omicidi non compare però Ciudad Juárez, ma Toluca, una città vicina alla capitale, e Guadalajara, nello stato centrale di Jalisco.
Oltreconfine, in Guatemala, 13 milioni di abitanti, sono state uccise 566 donne nei primi 10 mesi del 2006, mentre in El Salvador, 6,9 milioni di abitanti, tra gennaio e agosto ne sono state uccise 286.
Nonostante queste alte percentuali, solo Ciudad Juárez, al confine messicano con gli Stati Uniti, è riuscita ad attrarre l'attenzione sul problema, grazie a diverse denunce mosse dai gruppi in difesa dei diritti umani, alle inchieste aperte dalle Nazioni Unite, oltre che da film, documentari e libri.
“Juárez è diventata un simbolo, a seguito di tutte le denunce e mobilitazioni che questi omicidi hanno suscitato qui, ma adesso la situazione in altre città messicane, e in particolare in Guatemala, è gravissima, anche peggiore”, ha detto all’IPS Teresa Rodríguez, direttrice del Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (Unifem) per il Messico, America Centrale, Cuba e Repubblica Dominicana.
“Siamo molto preoccupati per questi crimini, che nella maggior parte dei casi restano impuniti”, ha detto Rodríguez in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che dal 1999 viene celebrata ogni 25 novembre.
“C’è una cultura diffusa che continua a ignorare questa situazione, e non possiamo più tollerarlo - ha affermato la funzionaria. Per questo bisogna combatterla e prevenirla con delle politiche pubbliche, ma anche, come è avvenuto a Ciudad Juárez, bisogna denunciarla, e chiarire che questi omicidi non sono normali, come non è normale la violenza contro le donne e le ragazze in genere”.
Il termine 'donnicidio' - o 'omicidio di genere' - è stato coniato di recente proprio per descrivere gli omicidi alimentati da una motivazione misogina, o legata al genere, e talvolta accompagnati dalla violenza sessuale.
A Ciudad Juárez, che si trova vicino alla città di confine Usa El Paso, sono state uccise circa 400 donne dal 1993. Secondo i dati ufficiali, la violenza sessuale avrebbe riguardato 78 di questi crimini.
Il dipartimento speciale di indagine sui crimini connessi alla violenza contro le donne, creato dal governo uscente di Vicente Fox, lo scorso febbraio aveva riportato che non ci sono prove per parlare di omicidi seriali a Ciudad Juárez, contrariamente a quanto sostengono le denunce delle organizzazioni per i diritti umani.
Nel rapporto si affermava che 125 donne sarebbero morte nella propria casa, per mano di familiari o conoscenti.
Secondo l’Unifem, tra il 20 e il 30 per cento delle donne uccise in Messico e in America Centrale sarebbero state uccise dai loro partner o da familiari.
A Ciudad Juárez, l’età della maggior parte delle donne uccise risulta compresa tra i 15 e i 30 anni, e molte di esse proverrebbero da famiglie a basso reddito e sarebbero impiegate nelle “maquiladoras”, fabbriche d’assemblaggio di prodotti per l’esportazione, che utilizzano materiali importati.
Queste fabbriche sono concentrate a Ciudad Juárez, e in altre città messicane lungo il confine con gli Usa, e la loro forza lavoro è rappresentata soprattutto da ragazze giovani, che spesso vivono lontane dalle loro famiglie.
In Guatemala, nonostante il diverso contesto, gli omicidi presentano caratteristiche simili. La deputata Nineth Montenegro, presidente della Commissione legislativa della donna, ha confermato che tra gennaio e ottobre, nel suo paese sarebbero state uccise 566 donne.
Gli omicidi di genere in Guatemala vengono attribuiti prevalentemente al traffico di droga, al crimine organizzato e alle bande giovanili.
Montenegro ha segnalato che nella maggior parte di questi casi il motivo dell’omicidio rimane sconosciuto, ed evidentemente a questi crimini non è stata data grande importanza, mentre si diffondevano e prendevano piede nella società.
Secondo la direttrice regionale dell’Unifem c’è ancora molta strada da fare, per frenare gli omicidi di donne e prevenirli.
“È necessaria una migliore formazione della polizia e del sistema giudiziario. Questi settori sono piuttosto in ritardo in America Centrale, ma adesso si stanno discutendo progetti di legge al riguardo”, ha osservato.
In uno studio delle Nazioni Unite su tutte le forme di violenza contro le donne, pubblicato a luglio, il caso di Ciudad Juárez viene citato per l’ennesima volta, ma questa volta compare anche il Guatemala.
“Gli omicidi di genere si verificano ovunque, ma sono state le dimensioni di questi casi in contesti comunitari, come a Ciudad Juárez, Messico, e Guatemala, ad attrarre l’attenzione su questo aspetto della violenza contro le donne”, si legge nel documento.
In linea con le proteste dei gruppi di difesa dei diritti umani e di organizzazioni delle donne, l’Onu sostiene nel dossier che “l’impunità per questi crimini è uno dei fattori chiave degli episodi di violenza”.
Il rapporto non menziona El Salvador, ma anche qui la situazione è molto grave.
Tra gennaio e agosto, in questo paese sono stati riportati 286 casi di omicidi di donne, il che indica un aumento della media annuale del fenomeno. Dal 2001 alla fine del 2005, secondo uno studio della Commissione per i diritti umani (Procuraduría para la Defensa de los Derechos Humanos, PDDH), sarebbero state uccise 1.320 donne.
Il sessanta per cento di questi omicidi, commessi per la maggior parte in ambito domestico, rimangono impuniti.
Rodríguez spera che le denunce in Guatemala, El Salvador e diverse città del Messico, incoraggino la società civile e i governi a creare nuovi programmi e azioni per combattere questo fenomeno, dal momento che ciò che sta accadendo è “assolutamente inaccettabile”.http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=803
Wal-Mart e i nostri bambini
di Nicholas von Hoffman (The New York Observer)
L'ultima decisione di Wal-Mart – trasferire ad impiego part-time il 40% dei suoi dipendenti, mettere un tetto ai loro stipendi e obbligare molti di loro a rendersi disponibili 24 ore su 24 – è solo l'ultima conferma dell'incontrollato potere che da tempo le corporation hanno assunto nel delineare la vita familiare. Sul tema, tuttavia, le posizioni critiche sono divise
Forse è perché ci abbiamo fatto l’abitudine; alle ultime notizie sulla più grande e temuta corporation a stelle e striscie, Wal-Mart, non c’è stato seguito.
Le reazioni sono state minime anche dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo, ben documentato, sulla decisione del gruppo di trasferire ad impiego part-time il 40% dei suoi dipendenti e di mettere un tetto ai loro stipendi. Inoltre, Wal-Mart sta obbligando i propri subordinati a rendersi disponibili a qualsiasi ora, giorno e notte, presso i suoi quasi 2.000 centri, aperti 24 ore su 24. Il gruppo vuole assicurarsi personale a disposizione in particolare la sera e i fine settimana, quando la frenesia all’acquisto è massima, ma, nel nome della più estrema flessibilità, non vuole fornire ai lavoratori un piano di lavoro. Semplicemente, devono essere disponibili ogni volta che suona il telefono. Dato che Wal-Mart conta un milione e 250mila dipendenti, tutto ciò che l’azienda decide di fare porta ad importanti e di ampia portata conseguenze.
Gli effetti che questo provoca alle famiglie con bambini non hanno bisogno di tante spiegazioni. Come si può passare un po’ di tempo con i propri figli se si è continuamente in attesa di una chiamata? Questo, però, non è un problema che i cinque eredi di Sam Walton [il fondatore di Wal-Mart, NdT], tanto per fare un esempio, devono affrontare. State certi che possono vedersi garantiti una baby sitter in poco tempo; anche dopo essere stati colpiti dalla tassa di successione, i Walton sono riusciti a salvaguardare 75 miliardi di dollari – secondo quanto riportato dalla rivista Forbes nell’ultimo elenco dei 400 americani più ricchi.
Organizzazione domestica della famiglia Walton a parte, quest’ultima decisione da parte dell’azienda è un promemoria dell’enorme potere che le imprese hanno nel delineare la vita familiare. Wal-Mart sostiene che le nuove regole e le tabelle salariali sono le stesse degli altri, anche se minori, retailer, come Sears e Target. Se è vero, l’effetto è senz’altro peggiore.
Le aziende che impediscono ai genitori di prendersi cura dei loro figli rappresentano un vero e proprio flagello – se non per loro stesse di certo per la società in generale. Conosciamo tutti le più o meno recenti statistiche secondo cui un bambino trascurato sarà un adulto che avrà problemi. Che periodo per intensificare la politica anti-familiare da parte di Wal-Mart!
Personalmente dubito che Wal-Mart consideri simili problemi; ma come può aver trascurato il rischio che la prossima sia una generazione con un’alta percentuale di individui trasandati, pigri, zoticoni, intontiti e cleptomani? Il fatto non sembra turbare il processo decisionale dei dirigenti di Wal-Mart. Che i figli degli attuali dipendenti possano costituire un giorno la popolazione da cui Wal-Mart dovrà reclutare i propri futuri subalterni appare come un problema lasciato ai posteri. L’idea, come al solito, è quella di fare più soldi possibile ora e subito, e al diavolo il futuro.
Dai tempi dei padri fondatori, gli affari hanno sempre avuto un notevole ruolo nel condizionare le scelte delle famiglie americane. I primi cotonifici nel New England reclutavano manodopera tra le ragazze di campagna; per queste si apriva una vita più ricca ed eccitante rispetto a quella dei paesini sperduti del New Hampshire. Per oltre un secolo gli affari hanno fornito agli americani lo strumento per riscattarsi da un’esistenza fondata unicamente sul modello 'sudore e sangue'.
Da Andrew Carnegie, che rese accessibile il tubo di ferro grazie al quale abbiamo acqua corrente in casa, passando per John D. Rockfeller, le cui lampade al cherosene hanno sconfitto l’oscurità, fino ai computer di Bill Gates, non c’è fine ai benefici prodotti da queste attività. Peccato per qualche piccolo effetto indesiderato: questi business hanno, infatti, ridisegnato e deformato le famiglie e le comunità.
Il nuovo assetto sociale generato dalla prima industrializzazione e la sua successiva commercializzazione hanno favorito enormi cambiamenti nella vita familiare. Anche indesiderabili. Il pranzo, il grande pasto del mezzodì, è sparito. Poi è stata la volta della colazione. E oggi, in milioni di case, la famiglia che si riunisce a cena è un lusso. Le antiche storie nate tra una portata e l’altra non esistono più nell’era in cui non si fa altro che tirare fuori il cibo da una scatola piuttosto che cucinarlo. Case più grandi, televisori e computer in ogni stanza sono subentrati. In famiglie in cui ogni membro sopra i 16 anni possiede un’auto, le relazioni interpersonali non sono nemmeno il pallido ricordo di quelle di 50 anni fa – per non parlare di quelle del passato più remoto.
Le trasformazioni indotte dagli sviluppi commerciali nel XIX secolo hanno spodestato il capo famiglia, nel XXI secolo lo hanno quasi emarginato. Lo stesso sembra stia accadendo con le madri. Oggigiorno, in generale, è quasi uscita di scena l’istituzione casa, intesa come il luogo intimo e riservato in cui le famiglie possono decidere che forma, che sostanza e che ritmo dare alla vita; le corporation sono entrate in competizione con i genitori sull’istillare valori, standard e preferenze nei figli.
La pubblicità da tempo è penetrata nelle scuole, un luogo da sempre ritenuto immune dal commercio. Ora, con l’avvento di iPod, possono raggiungere facilmente le giovani menti in ogni istante. I genitori con idee e valori diversi lottano invano contro questa tendenza. Una famiglia che insista per crescere i propri figli a modo proprio ha ben poche scelte di fronte a sé, e vivrebbe comunque all’insegna di una costante eccentricità.
C’è voluto mezzo secolo per cominciare a comprendere che le corporation avevano qualche responsabilità in tutto questo. Ma tuttora, come spiegano la recente ricerca ambientale di BP o il resoconto di Merck con Vioxx, queste enormi organizzazioni non sono di certo regolamentate in modo adeguato.
Il danno sociale non conta, tranne per rare eccezioni quali il lavoro minorile o le leggi sui permessi parentali. La nuova politica di Wal-Mart contro le famiglie è grossolana, ma la tendenza generale non va in una direzione diversa: l’idea che un’azienda debba impegnarsi per “tirare su una famiglia” – aspetto che una volta vantava una certa influenza sulla gestione commerciale – è completamente svanita.
Al di là dei milionari, tutti gli altri nel mondo del lavoro si trovano sotto costante pressione per lavorare di più e percepire di meno. La facoltà di instaurare un ambiente sociale avverso alla famiglia e ai bambini attraverso l’incursione pubblicitaria continua indisturbato, chi fa eccezione viene estraniato.
Se Wal-Mart è nemico dei giovani, lo è anche, sembra, degli anziani. Il gruppo è accusato di pressioni sui dipendenti di lungo corso affinché diano le dimissioni, a causa delle loro maggiori retribuzioni rispetto ai dipendenti più giovani di uguale produttività. I mezzi utilizzati per mettere alla porta gli anziani sono meri raggiri. Su scala sufficientemente vasta, ciò può contribuire a gettare un enorme numero di individui ancora produttivi tra le braccia dell’assistenza pubblica in ogni sua varia e sfuggente forma. Tuttavia, le “controindicazioni” generate da Wal-Mart a malapena suscitano qualche alzata di spalle nella stanza dei bottoni.
D’altra parte, eredi di Walton a parte, Wal-Mart è un’azienda privata, che realizza servizi di qualità. Ricorrere al potere pubblico per condizionarne l’operato comporta evidentemente rischi ed eventualità spiacevoli. In ogni caso, se gestendo i propri affari le corporation gestiscono anche i nostri, la situazione diventa non più tollerabile.
Ciononostante, non si farà molto in proposito. Così come per il riscaldamento globale, le persone rimangono confuse e non collegano cause ed effetti tra loro fintanto che il processo non diventa ormai irreversibile. Nessuno è d’accordo sul da farsi, e quando finalmente di giunge a un accordo, la volontà e la capacità di metterlo in pratica vengono a mancare.
Una consolazione, magrissima: così come coloro che con le proprie azioni compromettono gli equilibri ambientali soffocheranno nella calura e nell’aria avvelenata, i businessmen di cui sopra avranno a che fare e dovranno confrontarsi un giorno con una generazione (a dir poco) smarrita.
Nicholas von Hoffman è stato opinionista per il programma cult negli Stati Uniti '60 Minutes' e ha curato per anni una rubrica sul 'Washington Post'. Attualmente è editorialista del 'New York Observer' e di 'The Nation'.
Di Nicholas von Hoffman Nuovi Mondi Media ha pubblicato Il dizionario diabolico del business.
Fonte: The New York Observer
Traduzione a cura di Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media
''Al limite al confine'' c'è Trento e c'è la Turchia
scrive Giulia Mirandola
Dal 29 novembre al 4 dicembre, a Trento “La Turchia tra Europa e Asia”, rassegna promossa dal Centro S. Chiara in collaborazione con la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Ne parliamo con la curatrice, Mimma Gallina
Cengiz Őzek PRIMA PARTE
Come è nato il progetto “La Turchia fra Europa e Asia”? Perché proprio a Trento?
“La Turchia fra Europa e Asia” è parte di un progetto più complesso il cui titolo è “al limite al confine”. Nell’inverno 2004-2005, discutendo con il direttore del Centro Servizi Culturali Santa Chiara sulle possibili linee di lavoro di un progetto internazionale nella città di Trento, abbiamo pensato che proprio qui il tema del confine fosse particolarmente pertinente. Trento è stata per secoli il confine, in Europa, tra l’area germanica e l’area latina. Coinvolgendo la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, una delle sedi più importanti al mondo e la più rilevante in Italia, si è deciso di articolare il progetto non solo attraverso uno spettacolo, ma formulando riflessioni anche di carattere politico e sociologico, con un approccio multidisciplinare. Il primo appuntamento risale all’ottobre 2005 ed era dedicato alla Siberia, intesa come grande metafora del confine. Grazie a questo incarico del Centro Santa Chiara, ho fatto una serie di viaggi in cui ho incontrato persone, visto spettacoli, partecipato a festival.
Quando inizia il suo interesse per i Balcani? Ricordo un suo articolo apparso sulla rivista teatrale Sipario, che si intitolava “Arcipelago Est-Albania: Passaggio a Tirana” e il progetto “1991-2001: dieci anni in Europa” dal lei curato insieme a Giorgio Pressburger nel 2001, in occasione del festival Mittelfest. Ci parla di queste diverse esperienze e di come i Balcani ne sono entrati a far parte?
Sono stata per dieci anni direttore organizzativo e condirettore artistico del festival Mittelfest di Cividale del Friuli. Era dedicato ai Paesi dell’Europa centro-orientale (lo è tuttora, ma nella pratica mi sembra molto meno). Nel 1991, anno della prima edizione, c’era un collegamento molto stretto con l’Iniziativa centroeuropea (INCE), allora “pentagonale” perché composta da cinque Paesi. Ci siamo poi occupati di un numero crescente di Paesi, allargando rispetto allo schema dell’Iniziativa centroeuropea. In Mittelfest mi sono dedicata molto ai rapporti con questi Paesi, dalla scelta degli spettacoli all’elaborazione di possibili progetti di collaborazione e quello del 2001 che citava, è l’ultimo che ho seguito, però è anche quello a cui sono più affezionata e che considero più importante. Si intitolava “1991-2001: dieci anni in Europa” e consisteva in una serie di microdrammi commissionati agli autori dei 17 Paesi con cui lavoravamo. Questi testi, uno per autore per ciascun Paese, sono stati messi in scena a Cividale e a Trieste da quattro registi diversi, successivamente ripresi in parte anche in Polonia. Questo era il punto di arrivo di un lavoro molto articolato in tutta l’area dell’Europa centro-orientale, con particolare riferimento ai Balcani. Più per riflettere che per fare lavoro giornalistico, ho riportato questa esperienza in alcuni reportage sulla rivista Sipario e su Hystrio, parlando di Slovacchia, Croazia, Albania.
Come è giunta a occuparsi di Turchia?
La Turchia è la conseguenza inevitabile di una riflessione sulle relazioni fra Europa e Asia, partita con la Siberia. Viaggiando nelle repubbliche asiatiche della Russia, ho toccato con mano quanto sia determinante la cultura turca. Oggi stiamo parlando della Turchia in rapporto all’Europa e al suo ingresso in Europa, ma la cultura turca segna tutta l’Asia centrale. Frequentando festival in Tatarstan, in Kazakistan, in varie repubbliche della Siberia, mi sono accorta che persone di provenienza diversa si capivano grazie al fatto che tutti parlano lingue di ceppo turco. Si capiscono linguisticamente e si capiscono nel senso che ‘si capiscono’, hanno una base culturale comune. Noi ignoriamo tutto ciò. Questa doppia anima della Turchia, rivolta verso occidente e verso oriente, ci è sembrata molto interessante, complessa al punto che il nostro progetto si svilupperà su due anni: quest’anno soffermandosi su “Turchia tra tradizione e modernità” e su alcune esperienze turche; l’anno prossimo portando spettacoli dall’Asia e dall’Europa, poiché su entrambi i continenti l’influenza turca esercita un peso rilevante.
In un suo intervento apparso sul sito ateatro il 31 ottobre 2006, definisce la Turchia “un vasto continente culturale tutto da esplorare, a cavallo fra Europa e Asia”. Da cosa deriva questa vastità? In che modo esplorare?
Per il tipo di attività che svolgo, l’esplorazione è legata allo spettacolo, ma penso debba riguardare anche molti altri aspetti. In primo luogo è necessario liberarsi di alcuni stereotipi. Lo spettacolo che vedremo a Trento, Una commedia per due, è di una tale modernità, sia dal punto di vista tematico che per struttura scenica, che rappresenta la contraddizione palpabile della nostra visione spesso arretrata e bigotta. Esiste una Turchia estremamente innovativa, probabilmente concentrata su Istanbul, ma esiste. Così come esiste una Turchia profonda, di provincia, radicata nel centro dell’Asia, che indubbiamente è ancorata a tradizioni estremamente arcaiche e presenta problemi come quello relativo alla condizione femminile e ai diritti umani, che andremo a discutere nella giornata di sabato 2 dicembre, nel corso del convegno “Turchia tra tradizione e modernità”.
Nello stesso articolo sottolinea la forte differenza fra Istanbul e il resto del Paese. Forse è qualcosa che va oltre la distinzione tra periferia e centro. Perché “naturalmente Istanbul non è la Turchia”?
Perché siamo di fronte a un Paese in cui la cultura e l’attività economica sono fortemente concentrate su alcuni poli e Istanbul è il principale. È la stessa ragione per cui potremmo dire che la Francia non è Parigi, senza escludere che Parigi ha un’importanza fondamentale per la Francia. Istanbul è sicuramente la punta più avanzata da tutti i punti di vista, anche la più rappresentativa dell’evoluzione socioeconomica turca. Io non ho girato se non episodicamente il centro della Turchia, ma ho incontrato persone che stanno facendo sforzi eccezionali per valorizzare le radici culturali e nello stesso tempo confrontarsi con l’occidente e misurarsi con questioni di fondo, come i diritti umani e la libertà di pensiero. Resta che operare nel centro della Turchia e nell’Anatolia che è immensa, è ben diverso che farlo a Istanbul.
Cosa rivela la situazione teatrale turca? Partirei da IKSV, la Fondazione di Istanbul per la Cultura e le Arti che quest’anno ha presentato il quindicesimo festival internazionale di Istanbul e la quarta edizione degli Olimpici del teatro, a cui lei era presente ...
Il festival di Istanbul è un grandissimo festival internazionale, come ne troviamo molti in Europa, significativo per la città e per il Paese. Quest’anno c’erano presenze particolarmente rappresentative in collegamento agli Olimpici del teatro, secondo me con un impianto un po’ convenzionale. Ospiti alcuni mostri sacri della scena europea da Nekrosius a Peter Brook. Per alcuni un ritorno; per altri una novità assoluta. Oltre a questa vetrina internazionale di altissimo livello, il festival presenta una serie di proposte nazionali fra le più innovative della scena turca, accuratamente scelte dalla direttrice Dikmen Gurun. Infine una sezione totalmente giovane, solo di esordienti. La sezione relativa alla scena turca è senza dubbio la più interessante, soprattutto se pensiamo che l’organizzazione della cultura in Turchia vede una protezione minima da parte delle amministrazioni pubbliche (Stato ed enti locali) e quindi c’è davvero uno sforzo produttivo notevole e una creatività da osservare attentamente.
Quanto sappiamo e quanto vediamo in Italia della produzione teatrale turca e della sua drammaturgia?
Quasi niente. C’è stata una prima nazionale alla Biennale Danza con Geyvan McMillen e l’Istanbul Dance Theatre, uno spettacolo a Bologna, ma non passa quasi niente. A Trento portiamo soltanto due spettacoli, ma mettono a confronto due mondi significativi: la grande tradizione del teatro delle ombre con la compagnia di Cengiz Őzek, e uno spettacolo innovativo, Una commedia per due, della compagnia Dot diretta da Bűlent Erkmen. E poi grazie alla collaborazione con il festival di Istanbul, siamo giunti a delle vere e proprie scoperte relative alla drammaturgia turca. Ritengo che siamo di fronte a una qualità di testi eccezionale, non paragonabile ad altri casi riguardanti aree a noi molto più vicine, come la Gran Bretagna o la Germania. Presenteremo quattro autori e quattro testi, anche grazie alla collaborazione con quattro compagnie italiane. In Italia non leggiamo niente di questa produzione. Escludendo un’eccezione, siamo ricorsi sempre a traduzioni dall’inglese, dal francese e dal tedesco, anche se in due casi gli autori hanno controllato le traduzioni con dei loro traduttori turco-italiani in Turchia. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6480/1/51/
Chelsea Story
Tommaso Ederoclite,
Martedì 18 Novembre al Teatro Nuovo di Napoli c’è stata la presentazione del libro Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia di Susan L. Podziba. Tra gli altri erano presenti, Giampiero Borrelli, Marianella Sclavi e Marco Rossi Doria.
La storia è questa.
Alla fine degli anni ‘80 la città di Chelsea, piccola città di provincia (28.000 abitanti) subito a nord di Boston, era in mano ad una cricca di notabili e aveva accumulato un deficit di dieci milioni di dollari su un bilancio di quaranta, nonostante un salvataggio statale dalla bancarotta di cinque milioni di dollari. “L’accesso ai servizi pubblici era consentito solo a chi aveva le giuste conoscenze e anche la possibilità di trovare un lavoro dipendeva da un sistema di protezioni piuttosto che da capacità e criteri di competenza”. Chelsea era diventato un caso particolarmente grave di degenerazione della responsabilità politica e di alienazione dei cittadini; coloro che ricoprivano cariche governative, in primis la polizia, seguivano regole di condotta completamente autonome e diverse da quelle per le quali erano stati designati. Nel 1990 Chelsea era ormai ingovernabile e attraverso una delibera del parlamento statale la città fu commissariata.
Il commissariamento, durato quattro anni, era riuscito a rimuovere i funzionari corrotti e gran parte dei dirigenti della pubblica amministrazione erano stati sostituiti, i vigili del fuoco in servizio spegnevano gli incendi anziché appiccarli in cambio di tangenti sui premi assicurativi, i club che ospitavano giochi d’azzardo erano stati chiusi. In breve, il commissariamento aveva avuto un buon esito, ma non bastava. Come ultimo atto utile per ridare nuovo vigore ad democrazia deficitaria e ad una cittadinanza cresciuta nella corruzione era quello di redigere il nuovo statuto. Il problema per il commissario Lewis Spence era come farlo.
In qualità di laureato in legge ad Harvard il commissario Lewis Spence aveva sentito parlare dei Pon (Program on Negotiation) e spinto dalla volontà di redigere lo statuto con l’ausilio di tutta la cittadinanza e con l’idea di ricucire i tratti di una partecipazione democratica ormai allo sbando decise di contattare persone che conoscevano ed avevano lavorato sui programmi di negoziazione.
L’idea di base era che il processo di stesura dello statuto doveva rafforzare la rete di pratiche democratiche già presenti e aiutarle a diffondersi nell’intera comunità; doveva educare e motivare alla partecipazione sia i nuovi immigranti privi di una storia di democrazia alle spalle, sia i vecchi residenti che non reagivano più alla corruzione.
I primi ad essere contattati per un programma di ricerca su Chelsea furono Lawrence Susskind, Ford Professor di Progettazione Urbana e ambientale al dipartimento di studi urbani e progettazione del Massachussets Institute of Tecnology, e una esperta e docente del Pon, Debbie Kolb. Entrambi i docenti fecero il nome di Susan L. Podziba e l’Agenzia di mediazione pubblica e costruzione del consenso fondata dalla stessa (Susan Podziba & Associates).
Un tema sul quale Susan Podziba ha chiesto collaborazione a Roberta Miller, esperta di costruzioni di comunità che lavorava sin dagli anni ‘70 sulla leadership locale e sulla democrazia partecipativa.
Nella prima parte del libro sono descritti i passaggi più importanti dell’esperienza fatta a Chelsea nei due anni di stesura dello statuto. Dal “negoziato basato sugli interessi” all’incontro di tutti i rappresentanti delle parti interessate per trovare problemi ai conflitti pubblici, dalla formazione di un capitale sociale inesistente sul territorio alla costruzione di un pubblico ormai assente e sfiduciato nei confronti delle istituzioni, fino alla “costruzione pubblica del consenso” meccanismo chiave nella mediazione nelle politiche pubbliche.
La seconda parte del libro si concentra sui processi di consultazione, incontro e informazione con e tra i cittadini descritti come nella seguente mappa:
Mappa processo deliberativo Chelsea
Durante la lettura la sensazione è quella di assistere ad un Araba Fenice risorta dalla proprie ceneri, una città che dopo umiliazioni e fallimenti rimette in moto, con l’ausilio di esperti, i proprio sistemi di regolazione democratica. Nei fatti però il libro si perde un po’ troppo spesso sul ruolo del mediatore di conflitti, che copre la scena e fa intravedere poco gli strumenti messi sul campo per riattivare un circuito apparentemente inguaribile. Resta il fatto che nell’intento del libro c’è un evidente voglia dell’autrice di romanzare una esperienza più che proporre un saggio sulla mediazione delle politiche pubbliche.
L’introduzione alla traduzione italiana è stata fatta da Marinella Sclavi attraverso un curioso ed esaustivo dialogo con Vittorio Foa che descrive la sua esperienza di membro della costituente e sottolinea le sue perplessità sul caso Chelsea e l’applicabilità di modelli simili nel contesto italiano.
La partecipazione alla presentazione del libro al Teatro Nuovo di Napoli è stata piuttosto elevata. Nel pubblico si potevano riconoscere studiosi di vari settori contigui all’analisi delle politiche pubbliche. Vi erano Urbanisti, Antropologi, Politologi spinti da un interesse che senza grossi sforzi era facilmente riconoscibile, ovvero l’identificazione del caso napoletano, sotto molti aspetti inopportuna, con la lontana e piccolissima cittadina a nord di Boston nel Massachussets.
Il caso di Chelsea può essere comunque annoverato come un ulteriore esperienza di democrazia partecipata in chiave moderna affiancabile ai precedenti illustri come quella di Porto Allegre, dei Jury de citoyen francesi, del progetto Singocom di Anversa o quella nostrana in provincia di Torino “Non rifiutarti di scegliere”. http://www.politicaonline.it/?p=479#more-479
Terrorismo : G8, governi e mondo degli affari a convegno
di Rico Guillermo
Si e' aperto ieri a Mosca il Forum globale per i rapporti fra i governi e il mondo degli affari per la lotta al terrorismo, che si conludera' domani.
La Russia - attuale presidente del G8 - ha proposto questa iniziativa, che sara' l'evento finale della presidenza russa e che vedra' riuniti circa 400 alti funzionari nelle delegazioni ufficiali provenienti da tutti i Paesi G8, nonche' uomini d'affari e organizzazioni internazionali come il Consiglio d'Europa.
Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha detto nei giorni precedenti all'evento che sperava di vedere "una discussione seria e coinvolgente che puntasse al raggiungimento di risultati specifici". Secondo Lavrov, i principi cardine della inedita collaborazione fra governi e business per combattere il terrorismo - che "dovrebbe provocare il lancio di un processo internazionale qualitativamente nuovo" - "saranno la cooperazione reciprocamente utile basata sulla libera volonta', l'uguaglianza, la fiducia e la considerazione degli interessi reciproci".
Per il Consiglio d'Europa partecipa al summit il direttore generale delle questioni giuridiche Guy de Vel, che coordina le attivita' del Consiglio nel campo della lotta al terrorismo e che nel suo intervento odierno ha descritto l'esperienza dell'organizzazione paneuropea in questo campo e il suo contributo futuro all'azione internazionale generale contro il terrorismo.
Il Consiglio di Europa sta dando infatti priorita' all'azione contro il terrorismo in Europa da molti anni, come testimonia l'approvazione di una convenzione sulla eliminazione del terrorismo del 1977, aggiornata con un nuovo protocollo nel 2003 e seguita da una convenzione per la prevenzione del terrorismo e da una convenzione sul lavaggio del denaro sporco, la ricerca e la confisca del ricavato del crimine e sui finanziamenti al terrorismo (2005).
Ma soprattutto il rappresentante del Consiglio d'Europa - come gia' aveva fatto il segretario generale della stessa organizzazione nel suo discorso all'assemblea dell'ONU - ha inteso sottolineare che "È possibile, ed effettivamente vitale, conciliare la lotta al terrorismo con la protezione dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali".
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 29 2006
Indagini non fatte
“Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 309 euro”
Ebbene, partendo da quest’articolo, la procura di Roma ha deciso di indagare sul giornalista Deaglio per le sue accuse di brogli documentate tramite il DVD “Uccidete La Democrazia”.
Bè, tutti lo abbiamo pensato. Anche io che in questa storia dei brogli non mi sono mai immischiato. Perchè la CdL non è mai stata indagata per questo reato???
C’erano le dichiarazioni di Fini, Pisanu e Berlusconi. Parlavano di brogli dei "comunisti", di magistratura collusa e di golpe. In quel caso non ci furono indagini, ma ora SI.
Non sto certo qui ad accusare la magistratura, che avrà avuto le sue buone ragioni per svolgere quest’indagine, ma rivolgo un sguardo di diffida verso i vari accusatori in malafede che già stanno esultando, nemmeno gli sembrasse vero, senza aver ben capito la differenza tra accusa e indagine, differenza che era ben nota quando Berlusconi era indagato per collusione mafiosa a causa del suo amico Mangano.
Effettivamente Mangano (noto mafioso stalliere del nano) è una pecca del centrodestra, quindi non possono buttare fango su di loro. Non gli sembra vero di aver trovato un appiglio e hanno preso la palla al balzo nel peggiore dei modi, loro che si innalzavano a moralizzatori.
BRAVI, BRAVI…
Ma il problema rimane se pensiamo che in tutte le regioni c’è stata un diminuzione omogenea delle schede bianche e soprattutto sul fatto che Pisanu prima della fine dello spoglio già dichiarava la vittoria della CdL con una drastica diminuzione delle schede bianche.
Magari questi moralizzatori sapranno rispondermi.
"Brogli a non finire, il risultato deve cambiare"
Silvio Berlusconi, 10/04/2006
“Se qualcuno ha fatto dei brogli elettorali, li ha fatti la sinistra”
Gianfranco Fini http://blog.libero.it/PACESEMPRE/1960808.html
ora chinate il capo e vergognatevi.
“Spero che tutti coloro che hanno dato credito a questa ignobile iniziativa, compresi purtroppo alcuni avversari politici, trovino il tempo e il modo di vergognarsene”
(sig.Giuseppe Pisanu)
"Chi è il mandante di Deaglio? E' questo che deve appurare la Procura di Roma ... sospensione cautelativa dalla professione”
(sig.Maurizio Gasparri)
"Siamo noi che continuiamo a chiedere il riconteggio delle schede. Su questa pseudo-inchiesta di Deaglio il ridicolo supera la decenza”
(sig.Enrico La Loggia)
“Non poteva finire in maniera diversa, era chiaro”
(sig.Paolo Bonaiuti)
“I fatti parlano da soli. Mi sembra che non ci sia più nulla da aggiungere su questa vicenda”
(sig.Pier Ferdinando Casini)
“Se qualcuno ha fatto dei brogli elettorali, li ha fatti la sinistra” (sig.Gianfranco Fini)
E no, adesso basta c..zo.
Ma che diavolo sta succedendo in questo paese? Dobbiamo veramente lasciare che certe dichiarazioni escano a mo di scarico fognario senza dire o fare nulla? E' rimasto qualcuno dotato di palle a difesa del giornalismo d'inchiesta?
Giornalisti dove siete? Stanno mettendo alla gogna un vostro collega, domani potrebbe capitare a voi!
No... no tranquilli, a voi che state buoni no, non può succedere nulla di male. Continuate a fare ciò che vi viene indicato e andrà tutto bene.
Art.656 Codice Penale, Enrico Deaglio e Beppe Cramagnani indagati: Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l'arresto fino a 3 mesi o con l'ammenda fino a 309 euro.
Come potete ben notare la legge dice “... per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico...”, ma in questo caso a turbarsi sono solo coloro che si sono sentiti chiamati in causa e non certo l'ordine pubblico; avete forse visto nelle vostre città orde di pazzi o squadroni della morte atti a seminare terrore o scompiglio (a parte quei tanti incazzati che non hanno potuto trovare in edicola il DVD)?
Ma allora dove sta il reato? In cosa consiste? E per quale motivo i magistrati non hanno ritenuto di dover sequestrare il film? Forse che temevano di poter... turbare l'ordine pubblico?
E allora voglio riportare i fatti, solo i fatti; saranno poi i lettori a interpretarli come meglio credono.
Fatto N.1:
durante la campagna elettorale fu Silvio Berlusconi a pre-denunciare possibili brogli “delle sinistre”, lui che era al governo e controllava, come da mandato, le operazioni di voto.
Fatto N.2:
la notte dello spoglio, inspiegabilmente, il flusso di dati all'improvviso si arrestò (nessun chiarimento è mai stato dato).
Statistica: tendenzialmente al raggiungimento di circa il 75-80% dello spoglio dei voti si nota un sostanziale consolidamento delle posizioni acquisite; nelle elezioni Politiche 2006 no e quindi
Fatto N.3:
nelle ultime due ore di spoglio elettorale (siamo già oltre l'80% di schede scrutinate) si passa da circa un +2% per l'Unione a un +0.08% (quasi due punti persi). Eccovi la tendenza che ho annotato personalmente (carta e penna, alla vecchia maniera) seguendo lo spoglio di quella notte in tempo reale attraverso internet:
2.10 %, 2.07 %, 2.11 %, 1.95 %, 1.95 %, 1.70 %, 1.72 %, 1.73 %, 1.57 %, 1.59 %, 1.54 %, 1.53 %, 1.45 %, 1.39 %, 1.52 %, 1.50 %, 1.54 %, 1.49 %, 1.51 %, 1.27 %, 1.13 %, 1.01 %, 0.95 %, 0.80 %, 0.76 %, 0.78 %, 0.66 %, 0.55 %, 0.33 %, 0.15 %, 0.17 %, 0.09 %, 0.10 %.
Fatto N.4:
Diario con DVD “Uccidete la democrazia” allegato sono introvabili a tal punto che neppure i giornalai sanno cosa dire ai clienti; e pensare che sarebbe tutto interesse e grande business dell'editore diffonderlo (su internet ovviamnte piratato va a ruba).
Fatto N.5:
“Se qualcuno ha fatto dei brogli elettorali, li ha fatti la sinistra” (sig.Gianfranco Fini)
E questa dichiarazione come la si dovrebbe definire?
Suffragata da prove certe, oppure falsa esagerata e tendenziosa?
Per quanto mi riguarda preferisco un Deaglio che prende magari cantonate a un Fini che spara di queste caz..te.http://inpolitica.net/index.php?option=com_content&task=view&id=206&Itemid=9
«Il guarito immaginario
di Marco Travaglio
Ora che Bellachioma è fuori pericolo e, perché si avverino le Scritture, risorgerà dal San Raffaele dopo tre giorni, ora che il dottor sindaco Scapagnini conferma che la sua età biologica è 55 anni, peraltro mal portati, resta da capire che fine abbia fatto James Bondi, che quando il capo ha l’orticaria si gratta e sabato scorso ha subìto un coccolone indiretto, di rimbalzo. La sola idea di perdere il suo spirito guida e soprattutto di tornare a Fivizzano a vendere polizze Unipol porta a porta, l’ha ridotto a una larva. Ma niente paura, entro un paio d’anni sarà come nuovo. I pasdaràn della ditta se la sono subito presa con i comici Paolo Rossi e Luciana Littizzetto, rei di lesa maestà, anzi di lesa infermità, per un paio di innocui sketch sul coccolone di Montecatini. Il fatto è che erano stati gli stessi portavoce dell’Infermo a giurare, mentre ancora giaceva con i piedi in alto e la testa in basso, che stava benone, che era solo un calo di pressione, che "Scapagnini dixit" «la sua età biologica è sempre di 55 anni», peraltro mal portati. Dopodichè l’han ricoverato per tre giorni al San Raffaele, fatto piuttosto insolito per un calo di pressione. E, a ogni bollettino medico, han fatto seguire una frase non proprio tipica del linguaggio scientifico: «Sabato sarà con noi in piazza contro la Finanziaria». Però Libero titola che «è vivo per miracolo». E qualche blasfemo insinua addirittura che sabato l’anziano leader, pieno di acciacchi, reduce da un intervento al menisco e imbottito di antibiotici, non fosse proprio in formissima. Tant’è che s’era portato dietro il cardiologo. Ma Dell’Utri l’ha voluto sul palco di Montecatini e, si sa, sono 40 anni che, quando Marcello chiama, Silvio risponde.
Ricapitolando. Berlusconi sviene in diretta. Il giovane redattore del sito dei Dell’Utri Boys scrive: «Si chiude qui il IV Convegno Nazionale dei Circoli giovani, con questo colpo di scena inaspettato». Manco parlasse del copione di una fiction scritto per fare sensazione. Ma le reti Mediaset interrompono all’istante il collegamento, per fantomatici «motivi di privacy» (per molto meno, in America la Federal Commission revoca la licenza alle tv): manca poco che trasmettano marce militari. Ma ecco la servitù affacciarsi ai teleschermi: non è successo niente, ci vediamo sabato a Roma, è stato solo un calo di pressione. Strano: il depresso è stato caricato sull’elicottero, che non è proprio la terapia più indicata. Prodi e Napolitano, a scanso d’equivoci, mandano auguri. L’han visto accasciarsi in diretta, metti che stia peggio di quel che dicono. L’indomani, dopo il ricovero, arrivano pure gli auguri del Papa e di Bush, lievemente eccessivi per un calo di pressione. Vengono in mente i raffreddori di Breznev, le malattie di Franco e Tito. Solo che, ai loro tempi, se il portavoce parlava di raffreddore, tutti pensavano al raffreddore. Nessun capo di Stato mandava auguri per così poco. Sarebbero suonati come una sconfessione: sappiamo che state raccontando un sacco di balle, spediamo sinceri auguri perchè sospettiamo il peggio. Roba da incidente diplomatico. Stavolta gli auguri li hanno mandati. Come dire: caro Silvio, sappiamo bene che i tuoi mentono, come sempre del resto, come gli hai insegnato tu, e sappiamo bene che ormai sei ostaggio di Dell’Utri & C., tutta gente che senza di te sarebbe spacciata, o costretta ad andare a lavorare, quindi tanti auguri. Ieri poi ci si mettono pure gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo: al processo per i fondi neri Mediaset, chiedono al Tribunale di valutare l’opportunità di rinviare l’udienza per legittimo impedimento dell’imputato principale, ricoverato al San Raffaele. Spiegano di non essere riusciti a mettersi in contatto con lui per sapere se volesse essere presente all’udienza oppure chiederne il rinvio, dunque non sono in grado di produrre un certificato medico che attesti la sua impossibilità a essere in aula. Per la verità, non s’era mai fatto vedere nemmeno quando stava bene, in ogni caso sembrano confermare che, se non è nemmeno in grado di dire un sì o un no ai suoi legali, il Cavaliere sta parecchio male. Dunque portavoce e portaborse raccontano balle. Intanto però portavoce e portaborse confermano che sabato Lui sarà regolarmente a Roma con la consueta verve. E gl’italiani, abituati a tutto, sono costretti a credere che il capo dell’opposizione sta bene, ma sta male. È vispo, ma anche moribondo. »
www.unita.it
NIENTE MEZZE VERITA' SU DEAGLIO
di Gregorj e Loska
In questo blog fino ad oggi non si è volutamente affrontato il tema del film di Enrico Deaglio, "Uccidete la Democrazia!", e delle tesi che sostiene. Il perché è semplice: non siamo riusciti a comprare il film il giorno dell'uscita in edicola. Abbiamo quindi deciso che era inutile parlarne senza vederlo, e abbiamo allora serenamente atteso che il Mulo compisse il suo dovere. Nel frattempo gli avvenimenti sono precipitati, e Deaglio è stato messo sotto inchiesta dalla procura di Roma per "diffusione di notizie false ed atte a turbare l'ordine pubblico". Oggi, nell'attesa e nel rispetto delle conclusioni a cui arriveranno i magistrati, diciamo qualcosa anche noi. La prima osservazione è che non sembra che Deaglio sia stato l'unico in questi mesi a parlare di brogli: Berlusconi ha ripetuto le stesse cose per due settimane intere subito dopo le elezioni. E allora, perché Enrico sì e Silvio no?
E ora andiamo nel merito: il documentario, nel suo complesso, è brutto e sconclusionato. Il tema è trattato con tono volutamente scandalistico, con l'atteggiamento di chi la sa lunga ma non può dirla tutta però te la fa annusare. E questo è il modo più odioso per parlare di qualcosa. Incomprensibile anche l'amarcord di Portella della Ginestra e davvero scontata la citazione del "Tutto deve cambiare perché nulla cambi" strappata dal Gattopardo di Luchino Visconti e Tomasi di Lampedusa. Detto questo, ci sono tutta una serie di domande che il documentario solleva, e che con l'inchiesta aperta a Roma difficilmente troveranno risposta. Perché i magistrati hanno già detto che non hanno alcuna intenzione di "ricontare le schede bianche". Giustamente, la procura ha deciso di incriminare il giornalista sostenendo che la proclamazione degli eletti è basata esclusivamente sui dati pervenuti alle Corti di Appello e alla Cassazione, e non su quelli che finiscono nei computer del Viminale. Risibile la replica di Deaglio: "Ma il mio film non si occupava di questo, ma della 'notte dei misteri'". Perché, in qualunque modo la si rigiri, è assai difficile che questo valga come scusante: se il ministero dell'Interno avesse proclamato vincitore Berlusconi la notte delle elezioni, e fosse stato poi smentito dalla Cassazione, chi ci avrebbe guadagnato? Probabilmente la carriera politica di Pisanu, e sicuramente anche quella del Cavaliere, sarebbero finite in quell'istante preciso, no?
Però, però. A questo punto è necessario fare in modo che qualcuno dia una risposta chiara e definitiva su domande che il documentario e la statistica pongono. E che questa vicenda non finisca all'italiana come l'ennesimo mistero irrisolto nel quale abbondano le mezze verità. In primo luogo, è assai difficile pensare che Deaglio sia un folle che ha deciso di far saltare in aria la democrazia italiana senza alcuna sponda da parte dei partiti. Vedendo il film, ci si accorge a un certo punto di un'intervista rilasciata da Gianni Giovannetti, responsabile nazionale ufficio stampa dei Ds. Ora,uno che lavora negli uffici del partito di maggioranza dell'Unione ha deciso di apparire in video senza prima chiedere l'autorizzazione ai suoi capi? Lo scaricamento in atto di Deaglio da parte del centrosinistra - a cui è stato dato il là dal presidente della Camera Bertinotti - è davvero un atto misero. Così come gli argomenti portati dai sondaggisti per spiegare la diminuzione delle schede bianche non convincono: Maurizio Pessato della Swg, ha dichiarato che "nel clima di scontro che ha caratterizzato la campagna elettorale i cittadini si sono mobilitati. La loro era una scelta “obbligata”, fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. In quest’ottica la scheda bianca non aveva senso". E allora il dottor Pessato ci spieghi come mai nel '96, quando i candidati erano gli stessi e il clima non tanto migliore, le schede bianche sono state il 200% in più che nel 2006. Nelle foto - tratte dal film - vedete una serie di dati che certificano il crollo delle schede bianche nelle ultime elezioni. Il film di Deaglio parla di brogli elettronici, e di brogli manuali (fatti nei seggi) il libro che l'ha preceduto. Allora, delle due l'una: o c'è un'altra spiegazione per le schede bianche, oppure si riconta e si scopre che i numeri sono effettivamente quelli e stop. Se andasse così, saremo i primi ad esultare quando Deaglio verrà radiato dall'Ordine dei Giornalisti e si troverà a pagare i danni per il resto della sua vita. Ma, per favore, almeno stavolta niente mezze verità . http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/
Deaglio: "Non mi faccio intimidire, l'inchiesta va avanti. Ho un po' trascurato il ruolo della Cassazione"
Corriere della Sera
ROMA — «Non finisce qui», dice Enrico Deaglio mentre sale in macchina, le luci bianche del tribunale alle spalle, le facce dei magistrati ancora addosso, con le loro domande dure, serrate, con l'accusa di aver diffuso notizie false, esagerate, tendenziose. «Tendenzioso io?». Stenta a crederci, il giornalista di tante inchieste, l'ex direttore di Lotta Continua
edi Reporter, quello che raccontava la mafia e poi Tangentopoli, che scriveva libri e girava reportage e che adesso due pm della Procura di Roma dicono che ha sbagliato, che con il suo ultimo film-documentario, «Uccidete la democrazia», ha di fatto «turbato l'ordine pubblico».
Deaglio, cosa le hanno contestato, i giudici? «Cosa non hanno capito, i giudici». Cosa? «Che il mio è un film d'inchiesta». Loro l'accusano di... «aver messo in dubbio la legittimità del risultato elettorale. Reputano il film lesivo della sacralità delle istituzioni». Vale a dire della Cassazione. «Esatto. Ma sbagliano.
Perché il film vuol solo raccontare cos'è accaduto in quella misteriosa notte delle scorse elezioni. E non aver capito una cosa così semplice...». Prosegua. «Mi sembra una roba da anni Sessanta. Sbarrano il giornalismo d'inchiesta. E meno male che il film non è stato posto sotto sequestro...».
Enrico Deaglio ha già parlato con il suo legale di fiducia, l'avvocato Caterina Malavenda. La quale gli ha suggerito di non perdere la calma, invocando misura nelle dichiarazioni. «Infatti, come dire? io sto misurando».
Lei è molto arrabbiato. «Io volevo solo raccontare ciò che accadde in quella strana notte di elezioni». Faccia una sintesi. «Lo strano balletto degli exit-poll, lo scrutinio che diviene improvvisamente lunghissimo... addirittura un blackout di informazioni, e poi l'allora ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, che sparisce, che va a casa di Berlusconi...». Poi fate il calcolo delle schede bianche. «Lo facciamo quando l'Unione di Prodi vince per soli ventimila voti e scopriamo che il numero delle schede bianche, incredibilmente, è crollato». Crollato? «Nelle precedenti elezioni erano state intorno a 4,2%, stavolta siamo all'1,1%. Ci incuriosiamo.
E scopriamo che i dati delle schede bianche sono praticamente identici in ogni zona del Paese. Da nord a sud, un dato analogo: che oscilla tra l'1% e il 2%. Così chiediamo a degli esperti, che ci dicono: impossibile. Statisticamente è un dato incredibile.
Altri tecnici vanno oltre: e ci spiegano che il dato non può che essere stato manipolato dal sistema informatico centrale».
Dal Viminale. «Esatto».
Questo è il ragionamento di Deaglio e questa, nella sostanza, la tesi accusatoria su cui si tiene tutto il film-documentario. Una tesi che secondo i magistrati, però, «non regge». Perché la proclamazione degli eletti, in caso di elezioni, viene effettuata dalla Cassazione «solo attraverso materiale cartaceo, e non attraverso sistemi informatici».
Deaglio, questo non lo sapeva? «A ripensarci, questo aspetto avremmo anche potuto metterlo nel film, avremmo potuto fare un accenno in più...». Deaglio, l'inchiesta a molti sembra, come dire? un po' debole. «Io dico di no. Io dico che noi volevamo raccontare quella notte, i lati oscuri di quella notte. Così oscuri che, mi creda, io m'aspettavo che la magistratura aprisse un'indagine». Invece hanno indagato lei. «Guardi, se volevano intimidire me e la mia redazione, sbagliano».
Non molla. Anzi, sorride ironico. «Sull'aereo, questa mattina, ho incontrato Renzo Lusetti, della Margherita. Che mi ha detto: caro Enrico, tu fai bene a fare il tuo mestiere... sappi che se però con la tua inchiesta ci fai tornare a votare, noi, questo giro, perdiamo sicuro».
Questo discorso a lui, giornalista di sinistra. «Non sarei di sinistra, se non avessi fatto questa inchiesta. Perciò, come dicevo, non mollo, non molliamo».
Sale su un aereo, torna a Milano, torna in redazione, a Diario. I suoi lo aspettano con la prima pagina da rifare. «Andiamo in edicola venerdì. La nostra inchiesta continua».
Delazione
Poco tempo fa ebbi non il presentimento, ma l'assoluta certezza che le indagini romane sui brogli alle elezioni politiche del 2006 sarebbero state un problema: "Dio ci assista!" mi limitai a invocare, venuto a conoscenza di quale fosse la Procura a cui era assegnata l'inchiesta. Il Porto delle Nebbie non si smentisce mai.
Oggi hanno messo sotto inchiesta Deaglio, reo di aver condotto un'indagine giornalistica invece che programmato domande e risposte omogeneizzate con il politicuncolo di turno. Non sto a scrivere che è un atto grave e che mi pare un attentato alla democrazia, anch'esso, come i brogli di Berlusconi alle scorse elezioni. Non sto a dire che la Procura di Roma è la stessa che non è mai riuscita a condannare un mafioso o un terrorista nero.
Sono cose banali.
Mi limito ad esprimere la seguente istanza:
Desidero essere denunciato a mia volta, per aver scritto, sostenuto e diffuso "notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico".
Per essere chiaro fino in fondo, lo ripeto: questo blog totalizza circa mille e duecento visitatori unici al mese. Non è molto, ma è più che parlarne con gli amici. In qualità di suo autore, mi assumo appieno la responsabilità di quanto sostenuto nell'articolo "Uccidete la democrazia" e sostengo nuovamente che i dati presentati da Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, se non fossero smentiti, dimostrano in maniera inequivocabile come nelle Elezioni del 2006 vi sia stata un'operazione illegale volta ad alterare il libero esito dello spoglio elettorale a vantaggio del movimento politico Forza Italia e del suo candidato Silvio Berlusconi.
Invito i bloggers che mi leggono e che condividono questo mio dubbio (perchè di questo si tratta, in fondo l'inchiesta di Deaglio e i suoi lettori/spettatori non chiedono che risposte plausibili) di rilanciare questa richiesta autodenunciandosi a loro volta. Molte volte i blog sono stati una risposta democratica forte a piccole crisi di democrazia. Spero lo possano essere anche stavolta.http://emanuele.blogspirit.com/archive/2006/11/28/denunciatemi.html
Perchè se Deaglio parla di brogli è indagato mentre Berlusconi e Fini no? .
La procura di Roma ha deciso di indagare per violazione dell’articolo 656 C.P. il giornalista Deaglio per le accuse di brogli elettorali pubblicate tramite il documentario “Uccidete La Democrazia”.
Questo è in sintesi il contenuto dell’articolo 656CP:
“Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 309 euro”
La prima cosa che ho pensato è stata come mai Berlusconi non è mai stato accusato per questo reato, eppure la notte delle elezioni accusò la sinistra di brogli, a Gubbio accusò la Cassazione e i giudici rossi (tanto per cambiare) e nei giorni seguenti non sapeva più che dire pur di non ammettere la sconfitta, accusava tutti di brogli.
La seconda cosa che ho pensato è stata quale fosse la differenza tra le accuse di Berlusconi e quelle di Deaglio. Berlusconi non è mai stato indagato e Deaglio invece si, mi sono chiesto come mai le accuse di Berlusconi non sono state ritenute esagerate o tendeziose a differenza delle accuse di Deaglio.
Ma la cosa importante ora è fare chiarezza, perchè i conti non tornano.
Non tornano perchè Pisanu prima della fine dello spoglio annunciò felicità per un drastico calo delle schede bianche.
Non tornano perchè Berlusconi prima alle 3 di notte parlava già di Brogli dei comunisti dimenticando che al governo, a capo del Ministero degli Interni c’era un Ministro di Forza Italia.
Non tornano perchè dall’80% al 100% la forbice diminuì dal 2,10% al 0,10% contro ogni statistica.
Non tornano perchè dopo verso l’una di notte lo spoglio si bloccò.
Non tornano perchè tutte le regioni hanno avuto un analoga percentuale omogenea di schede bianche.
Non tornano perchè Pisanu quella notte proprio nel momento di blocco dei dati in arrivo al viminale andò ad incontrare Berlusconi.
Non tornano per altri mille motivi, tutti indizi, nessuna prova certa, ma almeno il signor Deaglio se pure avesse fatto una grande cazzata e si fosse sbagliato perchè deve essere indagato, mentre chi senza alcun indizio ha spalato e continua a spalare merda sui presunti brogli elettorali fatti dai Rossi non ha la stesso trattamento?
Perchè non indagano anche chi come Fini proprio oggi ha detto: “Se qualcuno ha fatto dei brogli elettorali, è la sinistra” ?? Infondo anche lui sta diffondendo notizie false tendenziose e sta crando in me tanto turbamento!
Allora appoggio il post di Emanuele Dolce in cui si autodenuncia. Denunciate anche me, perchè io come Deaglio, come Fini, come Berlusconi sono convinto che qualcosa di grave quella notte è successo, perchè i conti non tornano! http://www.proveditrasmissione.net/archivi/404
Notti magiche
Sono tornato adesso, sconvolto, da una conferenza a Milano. Tra i relatori c’era il sottosegretario di Stato Nando Dalla Chiesa che, mentre si veniva a sapere che la Magistratura non conterà le schede bianche, rispondendo a una domanda sulla notte elettorale ha dichiarato:
“[…] forse abbiamo sbagliato noi, ma non credo…non credo…però è significativo che ci sia stato chiesto, a tutti, di andare nelle prefetture…questo è il [incomprensibile]. Poi che cos’è accaduto? Questa è la mia tesi: se è vero che c’è stata una manomissione delle schede bianche credo che il problema sia stato, infatti, cos’è accaduto dal momento in cui le prefetture hanno spedito i voti al momento in cui sono arrivati a Roma, lì è il mistero. E devo dire: avrebbero vinto loro se non ci fosse stata la vituperata forza del vecchio Partito Comunista, perchè cos’hanno fatto? quando vedevando che cominciavano a mangiare mezzo punto, mezzo punto, mezzo punto, mezzo punto e sono rimaste le 280-300 sezioni di cui dovevano arrivare i risultati chi aveva l’organizzazione ha chiesto alle sezioni di trasmettere immediatamente i risultati dello spoglio, i risultati dello spoglio sono arrivati direttamente da quelli che avevano assistito a chi organizzava, dei DS, il monitoraggio dello spoglio; a quel punto Prodi e Fassino hanno detto “abbiamo vinto noi” e lì hanno rotto l’incantesimo. Per quello Berlusconi è impazzito, perchè sono stati loro a dire “abbiamo vinto”, non l’ha detto il Ministro degli Interni, e Pisanu non si è sentito, sapendo che loro avevano i dati veri delle sezioni, non si è sentito di smentirli perchè sapeva che avevano contato i voti veri di quelle sezioni e quei voti non erano passati attraverso il filtro possibile di manomissione informatica. Questo è stato quello che è accaduto, allora io credo che quello che è stato rimproverato a Prodi e a Fassino ci abbia salvati, cioè il fatto che loro sulla base dei dati ricevuti dai loro militanti siano andati a dire “abbiamo vinto noi”; così questa vicenda si è chiusa, con Berlusconi che impazziva perchè c’era stato un’altro modo di contare i voti.”
Sono sconvolto, questa cosa deve avere un peso. Dalla Chiesa ha detto che le elezioni sono state vinte perchè c’è stato, parallelamente a quello ordinario, un mezzo parallelo di conta dei voti e sulla base di quello è stata possibile la vittoria alle elezioni. Se la si vede da un punto di vista oggettivo, è paradossale. Farò tutto il possibile perchè queste dichiarazioni siano divulgate, chiedo anche il vostro aiuto.
http://www.marcocanestrari.net/notti-magiche/#comments
La notte degli sciacalli
Carlo Dore Jr
Dibattito Mentre la magistratura sta facendo il suo corso per accertare quanto rivelato dal documento di Enrico Deaglio, si possono comunque avanzare alcune riflessioni su quella fatidica notte elettorale, che assume sempre più consistentemente i contorni di un tentato golpe
L'inchiesta giornalistica condotta da Enrico Deaglio in ordine ai presunti brogli elettorali verificatisi nella notte tra il 10 e l'11 aprile ha gettato una nuova luce sugli avvenimenti che scandirono l'incedere delle ore più lunghe e sofferte della recente storia politica italiana. Spetta ora alla Magistratura l'arduo compito di accertare se il DVD allegato alla copia di "Diario" contiene solo un buon thriller fantapolitico o se effettivamente, durante quella estenuante maratona di dati, cifre, dichiarazioni e smentite, si consumò un vero e proprio attentato alla democrazia italiana.
Nell'attesa che la verità giudiziaria venga offerta all'opinione pubblica, rimane comunque lo spazio per proporre alcune considerazioni circa la ricostruzione prospettata dagli autori di "Uccidete la democrazia", considerazioni rese peraltro difficilmente confutabili da una serie di dati di fatto.
Le elezioni amministrative del 2005 avevano infatti fornito un'indicazione politicamente incontrovertibile: l'onda lunga del consenso berlusconiano si era ormai esaurita, e Romano Prodi (forte della straordinaria legittimazione popolare ottenuta attraverso le primarie) si accingeva ad intraprendere una nuova marcia trionfale verso Palazzo Chigi.
Premesso che tutti i sondaggi attribuivano all'Unione una maggioranza schiacciante, ho sempre ritenuto non del tutto credibili quanti ancora affermano che le troppe incertezze manifestate, specie in politica economica, dai leaders del centro-sinistra nel corso della campagna elettorale (indiscutibilmente inficiata nelle sua impostazione dal clamoroso errore di considerare già acquisito il successo finale) sarebbero state l'unica causa della clamorosa rimonta compiuta sul filo di lana dal Cavaliere di Arcore.
Sfruttando la sua ben nota abilità di comunicatore (resa ancor più incisiva dall'impressionante apparato mediatico a sua disposizione), Berlusconi riuscì effettivamente, di fronte alla prospettiva di una sconfitta annunciata, a proporre una duplice linea di reazione: mentre infatti il suo sorriso stereotipato e la sua capigliatura posticcia dominavano in tutti i programmi televisivi, la sua maggioranza parlamentare imponeva (attraverso una scelta che i costituzionalisti definirono degna della più greve dittatura centroamericana) l'approvazione di una legge elettorale diretta a limitare le possibilità di successo dell'avversario politico.
Tuttavia, in considerazione delle continue nefandezze che avevano caratterizzato gli ultimi cinque anni di governo, i principali esperti di sondaggi rimanevano concordi nel sostenere che le contorsioni televisive del Caimano e le logiche bulgare dei suoi subordinati non risultavano idonee a scalfire il vantaggio dell'Unione, vantaggio quantificato, al momento della chiusura delle urne, tra i quattro e gli otto punti percentuali.
Curiosamente, tutti valori proposti dai suddetti sondaggi hanno trovato conferma nei dati reali, con due sole eccezioni: la radicale diminuzione (rispetto alle elezioni precedenti ed a tutte le elezioni successive) del numero delle schede bianche ed il corrispondente exploit di consenso registrato da Forza Italia. E mentre il margine di successo dell'Ulivo si assottigliava di proiezione in proiezione, per lo sgomento del popolo progressista riunitosi in Piazza Santi Apostoli, dal quartier generale di Romano Prodi partì un ordine (rivolto agli eletti ed ai militanti impegnati presso i seggi) di cui pochi nella concitazione generale compresero il significato: "vigilate".
Questa indicazione così secca ed ambigua fu interpretata da alcuni opinionisti come un segnale inquietante, come il segnale che qualcosa di grave stava accadendo in quei minuti: in altre parole, iniziò a prendere consistenza il sospetto che una strana ombra nera si stesse dipanando lungo il percorso che separa il Viminale da Palazzo Grazioli, per assicurare al Caimano altri cinque anni di permanenza alla guida del Paese.
In questo senso, se il teorema di Deaglio dovesse trovare conferma, se davvero venisse rilevato che le schede bianche sono state assegnate, in virtù di determinate procedure informatiche, al partito dell'ex premier, il significato di simili pratiche, della riforma della legge elettorale e della costante manipolazione dei mass media potrebbe essere riassunto attraverso una semplice perifrasi: colpo di Stato.
Tuttavia, nell'attesa che la magistratura accerti la verità circa le varie fasi da cui risulta scandita questa sorta di surreale notte degli sciacalli, dai fatti in commento può essere tratta una prima, importante indicazione politica: è ben noto come l'attuale maggioranza di governo sia troppo spesso vittima di pulsioni trasversali, giungendo talvolta a riconoscere alla Casa delle Libertà una legittimazione istituzionale che i seguaci del Cavaliere forse non meritano.
La notte degli sciacalli può rappresentare quindi un'ulteriore conferma di una verità tante volte affermata in passato: forte di un agglomerato di potere non configurabile presso alcuna realtà politica occidentale, Berlusconi rappresenta una variabile impazzita in grado di minare le fondamenta stesse della democrazia italiana. In confronto di questa variabile impazzita, la strada del riconoscimento reciproco, della cooperazione istituzionale, della serena dialettica nei rapporti tra maggioranza ed opposizione non risulta in alcun modo percorribile.
http://www.aprileonline.info/846/la-notte-degli-sciacalli
Ipotizzare brogli elettorali turba l'ordine pubblico... dunque...
Ricapitoliamo. Deaglio fa un film documentario sull'ipotesi che siano stati compiuti dei brogli elettorali attraverso un programma informatico la notte delle elezioni. Certo, non ci sono prove dirette, però alcuni indizi sembrano davvero proeccupanti, soprattutto il calo inspiegabile delle schede bianche. Bene, la magistratura giustamente prende atto che queste tesi sono o potrebbero essere infondate, e indaga Deaglio per il possibile reato di turbamento dell'ordine pubblico. L'ex ministro Pisanu finalmente può permettersi di prorompere in un "Si vergognino quelli che hanno creduto a Deaglio!".
Ma, mi chiedo, il caso di Berlusconi, che ha gridato e strepitato per mesi sui brogli, senza fornire neanche i pur miseri indizi di cui si è occupato Deaglio, e perdipiù lo ha fatto dall'alto della sua posizione politica e (all'epoca) istituzionale, non sarebbe meritevole anch'esso di un'indagine per presunto turbamento dell'ordine pubblico? E a Pisanu, che è uomo serio, possibile che non venga alla mente un simile pensiero prima di aprire la bocca e lanciarsi in requisitorie contro non si sa bene chi, dato che nessun personaggio politico a sinistra ha espresso particolare credulità in quest'occasione?
Oltre alla poco chiara vicenda elettorale, anche i criteri dell'atteggiamento di Berlusconi e di chi gli sta attorno continuano ad essere un mistero insondabile per l'umana ragione. http://foglie.ilcannocchiale.it/
LA PORTA CHE NON C’E’
DI CARLO BERTANI
“Quanto felice sia ciascun sel vede, chi nasce sciocco ed ogni cosa crede!”
Nicolò Machiavelli – Mandragola
Oggi, 27 novembre 2006, sembrerebbe un giorno come tanti altri: il sole si è alzato intorno alle 7.30 ed è andato a coricarsi verso le 16.30. Usually.
Legioni di autoveicoli hanno assaltato le autostrade e moltitudini d’allievi hanno atteso la campanella: è lunedì, e migliaia di bovini sono stati abbattuti nei macelli. Un giorno come un altro nell’autostrada dell’umanità. Apparentemente.
Il Presidente del Consiglio Prodi ha annunciato che in Iraq rimangono solo poche decine di militari italiani – quelli che hanno organizzato l’esodo – e che ben prima di Natale saranno tutti a casa. Lo sapevamo.
Ciò che forse non ci aspettavamo era l’annuncio – in contemporanea – del ritiro del contingente inglese dall’Iraq entro la prossima primavera e di quello polacco entro il prossimo anno. Per la scelta dei tempi è meglio fidarsi degli inglesi ed un po’ meno dei polacchi: i primi la Wehrmacht l’hanno fermata, i secondi l’hanno subita.
Se Blair (o forse è già Gordon Brown che decide?) parla di un ritiro a così breve termine significa che la situazione sta precipitando: anche l’annuncio di un ritiro nel lungo periodo dei polacchi conferma la tendenza, giacché quando s’accorsero che era iniziata una guerra si ritrovarono i panzer Mark IV alle porte di Varsavia.
Diverso è il caso degli USA, i “mecenate” dell’impresa irachena: coloro che avrebbero dovuto ricevere gloria, ricchezza ed onore dall’avventura e che oggi non si sa nemmeno se riusciranno a conservare la liquidazione dopo il licenziamento.
Oggi si parla della “exit-strategy”, ossia del modo d’andarsene: se non sapete come fare per uscire dal lavoro anzitempo pensateci, createvi una bella “exit-strategy” anche voi. Situazioni imbarazzanti, come essere scoperti a far l’amore in un ascensore oppure a fumare in un ufficio pubblico, possono essere risolte soltanto con una meditata “exit-strategy”, altrimenti vi beccano con le mutande abbassate e con il mozzicone fra le dita.
Per trovare una buona via d’uscita (e basta con questo inglese…) bisogna raccogliere prima tutte le informazioni necessarie: l’ascensore può essere sbloccato dall’esterno? C’è un aspiratore che disperde il fumo accusatore?
Se chiederete consiglio ad un polacco – per come immaginano il futuro dell’Iraq – vi scopriranno di sicuro in intimo raccoglimento con la moglie del capo mentre vi fate una canna. E’ senz’altro meglio raccogliere informazioni da gente del posto.
Ogni tanto, un iracheno di quelli che abitano nella Zona Verde e che sono sopravvissuti agli attacchi della guerriglia viene ricevuto a Washington e siede accanto a Bush con il camino acceso nel mezzo. Anche a Ferragosto. Cosa si diranno?
A mio parere, prima di farlo passare nello studio ovale gli fanno l’elettroshock ed un trattamento psicologico “embedded”, così come si comportano con i giornalisti “amici” per far loro raccontare che si è ad un passo dalla vittoria. Dopo aver ascoltato parole rassicuranti – ovvero che nel chilometro centrale della Zona Verde gli attentati sono diminuiti dello 0,3% nell’ultima settimana – Bush si consola e scendono insieme per fare la solita conferenza stampa di fronte a quattro cugini, tre nipoti ed alle amanti dei rispettivi cugini e nipoti.
Seguendo questo comportamento, il risultato è lo stesso: in un terrificante secondo che sembra un secolo, la porta dell’ascensore si apre e mostra al mondo le nudità, vostre e della vostra amante. Nel 1975, improvvisamente, la porta dell’ascensore chiamato “Vietnam” s’aprì di botto ed osservammo gli elicotteri che venivano precipitati in mare dalle portaerei per far posto ad altri che giungevano da Saigon con gli ultimi fuggitivi.
Sarebbe forse meglio lasciar perdere iracheni “embedded” e polacchi per ascoltare gli uomini dei servizi segreti? No, nel tempo sono stati tutti “scremati” ed “aggregati” all’establishment.
Deve essere terribilmente difficile mettere un orecchio non “ufficiale” fuori della Casa Bianca, ma sarebbe l’unico modo per ascoltare qualche voce che porta consigli attendibili, che racconta storie vere, mica le solite barzellette da raccontare a Rumsfeld ed a papà.
A dire il vero qualche “sussurro” s’era già udito: il Presidente iracheno (ma Presidente di che?) Jalal Talabani, curdo, poche settimane fa inviò un accorato appello a Bush chiedendogli di mantenere almeno il controllo d’alcune basi aeree in Iraq. Salvami almeno la pelle con qualche F-16, George, fammi la grazia. Oggi – sempre lo stesso sonnacchioso 27 novembre – si rivolge a Teheran per chiedere aiuto e protezione per “pacificare l’Iraq”. La paura fa veramente 90. I persiani sono persone gentili: seppero ritirarsi con onore di fronte ai greci vittoriosi, e non hanno fatto mancare a Talabani una risposta gentile. Di cortesia, appunto: magari gli faranno avere anche un valido documento per l’espatrio, come un passaporto della Jugoslavia di Tito oppure un salvacondotto emanato dalla sede diplomatica del Regno delle Due Sicilie a Teheran.
Anni e mesi fa, quando sostenevamo che la guerra in Iraq non poteva finire che con la “dipartita” (per non usare il termine “sconfitta”) degli americani – e che non ci sarebbe stato nessun attacco all’Iran perché Washington non era in grado di sostenerlo – eravamo soltanto degli scorbutici antiamericani?
Ah, come non ricordare il lordume che precipitarono addosso a coloro che paragonavano l’Iraq al Vietnam! Vogliamo fare qualche nome (in ordine alfabetico)? Magdi Allam? Silvio Berlusconi? Gianfranco Fini? Corrado Guzzanti? Dalla G in poi continuate voi.
Siamo stati tacciati d’essere una quinta colonna al servizio del nemico – i Quisling del terzo millennio – soltanto perché osservavamo la realtà senza le pelli di salame agli occhi. Non ho mai gioito per la morte dei militari americani – e nemmeno per quella dei guerriglieri iracheni – tanto meno per quella dei nostri poveri soldati. Tutte vittime, indistinte, massacrate come un lunedì qualunque nel macello comunale di una grande città. Di quale peccato saremmo colpevoli – vossignorie – per aver annunciato per tempo la cronaca di una tragedia annunciata, quando vedevamo giorno dopo giorno aumentare il numero delle vittime da entrambe le parti? Siamo colpevoli per non aver creduto nei “chiari segni di vittoria” che emanavano – dai loro sogni – Bush e la tristissima cricca dei neocon americani?
Vietnam, scrivemmo, e dal Vietnam si riparte.
Strana nemesi – o forse appena un contrappasso – quello del vertice ASEAN che si è svolto ad Hanoi nei giorni scorsi, con un Bush obbligato a tessere le lodi ai “saggi” comunisti vietnamiti per non essere stato capace di fermare l’atomica coreana.
Strana comparsata, nella terra ancora imbevuta dal napalm americano, di un presidente USA azzoppato come non mai – in Patria ed all’estero – con Putin e Hu-Jin-Tao che si concedevano qualche lazzo per la scoppola elettorale. I risultati: deludenti. Appena un accenno anti-europeo per l’eccessiva protezione degli agricoltori nel Vecchio Continente ed una velata – ma sdentata – minaccia: più del 50% del commercio mondiale si svolge oramai fra le sponde del Pacifico, e Bush ricorda d’avere qualche migliaio di miglia di coste bagnate dalla stessa acqua, più qualche atollo sperduto in mezzo all’infinità liquida.
Un Bush oramai senza artigli perché non è lui l’attore protagonista della rappresentazione – il beneficiario dei frutti di quel 50% – bensì il cinese che ha come “spalla” il russo dagli occhi di ghiaccio. Questa è stata l’unica risposta diplomatica di George Bush II dopo la scoppola elettorale e le ultime news dall’Averno iracheno: un giocatore che esce dal campo di calcio, sostituito perché inefficace, che si galvanizza scartando un raccattapalle.
Per capire la differenza fra le due situazioni – il vero Vietnam ed il nuovo Vietnam iracheno – dovremmo ricordare cosa avvenne quasi in contemporanea alla rovinosa fuga dal Vietnam: l’ignominia di Timor-Est.
A quel tempo – davanti o dietro alle quinte – c’era a reggere il timone della strategia americana un certo Henry Kissinger: la volpe astuta e sanguinaria del Cile e di tante altre malefatte americane nel pianeta.
Difatti, anche il vecchio Kissinger si è fatto vivo proprio in questi giorni per ricordare al rampollo Bush “che non si può scappare alla chetichella”: evidentemente, il vecchio macellaio conosce bene il pollastro che abita in Pennsylvania Avenue, è al corrente di quanto sa apparire forte sui media e tremebondo in politica estera.
La sconfitta in Vietnam fu l’amaro risveglio di un’America che si credeva invincibile, ancora cullata dalle glorie della guerra mondiale, ma Kissinger sapeva che la partita continuava. Perso il Vietnam? Bene: ci rimangono Taiwan, Okinawa, le Filippine, la Corea del Sud…
Già, il sud: proprio a sud – con la perdita di Saigon – c’è un fianco scoperto. Oddio, proprio “scoperto” non è – visto che il generale Suharto indonesiano ci è fedele come un Pluto a Pippo – ma non possiamo correre inutili rischi. Così, il Presidente Ford ed il suo scagnozzo Kissinger preparano un bel regalo natalizio per il generale indonesiano: Timor-est, antica colonia portoghese.
I portoghesi, dopo la rivoluzione democratica del 1974 che aveva scacciato Marcelo Caetano, avevano concesso eguali garanzie democratiche alla ex colonia: non capiterà – pensarono a Washington – che anche in quel remoto angolo dell’Oceano Indiano giungano i guerriglieri cubani come in Angola?
Detto fatto: il 7 dicembre (anniversario di Pearl Harbour?) su Dili si scatena la rabbia dell’aviazione e dei paracadutisti indonesiani: 60.000 morti, passati sotto silenzio dall’ONU, dalle potenze europee e da tutti i media.
Per anni continuano i rifornimenti d’armi americani all’Indonesia per tenerla aggrappata al carro statunitense e non si lesina né in cannoni né in coperture diplomatiche: perduto un pezzo del domino, non sia mai che un altro bastione cada. Tutto ciò causa decine di migliaia di vittime? E che gliene importa a Washington? Basta garantirsi la fedeltà dei generali indonesiani.
Il disastro andrà avanti fino al 1999 – quando sarà inviata una forza multinazionale di protezione – ma non voglio dilungarmi troppo su una vicenda sulla quale hanno scritto grandi penne internazionali – Noam Chomsky in primis – perché si tratta di uno solo dei tanti massacri compiuti dagli USA nel pianeta. Un assaggio? Cina 1945-49, Grecia 1947-49, Filippine 1945-53, Corea del Sud 1945-53, Albania 1949-53, Iran 1953, Guatemala 1953-anni 90, Medio Oriente 1956-58, Indonesia 1957-58, Vietnam 1950-73, Cambogia 1955-1973, Congo/Zaire 1960-65, Brasile 1961-64, Repubblica Dominicana 1963-66, Cuba 1959 fino ad oggi, Cile 1964-73, Grecia 1964-74, Timor Est 1975, Nicaragua 1978-89, Grenada 1979-84, Libia 1981-89, Panama 1989, Iraq anni 90 ,El Salvador 1980-82, Haiti 1987-94, Jugoslavia 1999.[1] Il 29 di novembre cade l’anniversario del Fiume Sand Creek: i Lakota non hanno mai dimenticato.
Ciò che colpisce è la differenza fra le due situazioni: sappiamo che la politica estera è spesso un bagno di sangue innocente, ma testimonia la capacità reattiva di una nazione che si confronta nello scacchiere planetario. Quali sono le attuali mosse di Bush II in politica estera?
Urlare ai quattro venti che l’atomica coreana è una bestemmia e poi stare a guardare mentre Pyong-Yang la presenta al mondo? Votare le sanzioni contro la Corea del Nord all’ONU, per poi “beccarsi” gli sberleffi di chi già afferma che non le rispetterà? Minacciare gli iraniani di terribili ritorsioni quando sa benissimo di non poter far nulla? Affiancare Israele nella sua prima sconfitta nello scacchiere medio-orientale? Sostenere la Georgia mentre Putin si permette di sottoporla al blocco aereo, terrestre e navale? Inviare messaggi di speranza agli “arancioni” ucraini che – per avere il gas per l’inverno che è alle porte – hanno dovuto “sdoganare” un premier gradito a Mosca? Sobillare la guerra civile in Libano, dimenticando che Hezbollah – se ha fermato Tzahal – non ci metterebbe molto a sconfiggere la fazione minoritaria cristiano-maronita, priva di armamento (Jumblatt vendette tutto in Jugoslavia, qualcuno lo ricorda?) e più abituata a far soldi che a crepare nella polvere?
Non ci sembra che Bush II sia una gran “aquila” della politica internazionale: non è certo un Cesare né un Metternich, tanto meno un Churchill od uno Stalin. Qui non basta nemmeno il “Tapiro d’oro”, qui – per “premiare” i suoi meriti – non basterebbe nemmeno un premio “Pico della Mirandola” al negativo, una sorta di Ignobel della politica internazionale. Ma come si è giunti a tanto?
Forse qualcuno immaginava – “aggiustando” le elezioni del 2000 – che avrebbe regnato Bush I il Vecchio, e che il rampollo sarebbe stato soltanto fotografato mentre saliva e scendeva dall’elicottero con il cane in braccio? Sarebbe allora interessante indagare il rapporto esistente fra i due monarchi: Bush I il Vecchio e Bush II il Giovane, per capire quali sotterranee pulsioni si siano scatenate nel giovane. Emulazione? Presunzione eccessiva? Un rapporto edipico non risolto?
Terribile vicenda, quando un monarca inetto sale al trono: Giorgi inglesi e Vittori italiani, e poi Luigi, Filippi, Nicola, russi, spagnoli, francesi…
Niente da fare: quando un monarca si ritrova con un primogenito imbecille non ha scelta. Un tempo poteva esistere la scappatoia di una morte onorevole in battaglia, od il meno decoroso veleno di corte, oggi – purtroppo – il garantismo assoluto protegge anche i Delfini più inetti.
La “chiave” della vicenda personale di George Bush II è più materia da strizzacervelli che analisti strategici: un deludente Parsifal è stato chiamato a scrivere l’irriverente necrologio per la casata dell’Arbusto[2] che nasce dal pozzo. Di petrolio.
Se il padre – forse non imperatore ma almeno mediocre re – meditò di fermarsi alle porte di Baghdad quando il truce Saladino era ormai sconfitto, perché il giovane ha osato?
Forse per mostrarsi migliore agli occhi della madre? Sono io il tuo vero cavaliere – mamma – non quel vecchio bacucco. Gli psicologi capiranno di cosa sto parlando.
Sì, perché il vecchiaccio aveva ricevuto dal cielo tutte le benedizioni: il Turco era oramai una preda inchiodata alle porte di Samarcanda, mentre nessun aiuto poteva giungere dal nord, nessun Tamerlano-Gorbaciov s’appressava all’orizzonte. Altro che il piccolo cosacco dagli occhi di ghiaccio che io mi sono ritrovato fra i piedi.
Eppure il pavido tentennò: troppo grande il rischio di scatenare le orde dei Persi contro Atene? Forse.
Il giovane pilota part-time della Guardia Nazionale – mentre sorseggiava Top-Gun e mangiava noccioline – non riusciva a comprendere la ragione di tanta codardia: perché – o padre mio – non mostri al Turco nella polvere tutta la potenza del tuo braccio, il vorticare della tua spada?
Allora, sarò io – mamma – a “completare il lavoro”: sarò ricordato come l’eroe delle Termopili, il braccio d’Achille e l’occhio d’Ulisse. Non avrò pietà né tentenno di fronte alla prova: peccato che – mentre lui continuava a mangiare noccioline ed a sorseggiare We were soldiers – a crepare ci sono andati i figli dei poveracci dell’America, quelli che il “sogno americano” l’avevano sempre visto in cartolina.
Che tremenda sciagura quando una grande casata genera un pollone rigoglioso ma dal gambo fragile, costretto a piegarsi alla prima brezza! Sarà per questa ragione che i re – oramai – regnano quasi esclusivamente nel mazzo delle carte?
Carlo Bertani
bertani137@libero.it
> www.carlobertani.it
28.11.06
NOTE:
[1] A Brief History of United States Interventions, 1945 to the Present (Una breve storia degli interventi degli Stati Uniti, dal 1945 al presente) di William Blum, traduzione di Natascia Berlincioni su http://www.zmag.org/articles/blum.htm
[2] In inglese, Bush.
Mtv & montoni
Sharshanbek e la sua vita da pastore
A 23 anni vive tra i paesaggi irreali degli altipiani kirghizi. «Perché cambiare lavoro?».
Sharshanbek e il suo fedele compagno (Foto Patricio Diez) Passo rapido e deciso, Charchanbek si dirige verso le alte cime kirghize che dominano il vecchio caravanserraglio di Tash Rabat, sul tetto dell’Asia centrale. Il vento soffia, secco e freddo, un sole lucente e caldo brilla in cielo. In quest’universo vergine e silenzioso la vita sembra spesso una lotta per la sopravvivenza, tra tempeste di neve e immensi luoghi inospitali.
Il Kirghizistan è spesso soprannominato dai viaggiatori “la piccola Svizzera” per le sue splendide montagne che ricordano le Alpi e i suoi laghi trasparenti in alta quota. E probabilmente anche perché il Paese è stato per molto tempo il più democratico dell’Asia Centrale dopo la sua indipendenza, avvenuta all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991. Ma la vita quotidiana dei kirghizi è ben diversa da quella degli svizzeri. Nonostante la famosa “rivoluzione dei Tulipani” del marzo 2005, che ha posto fine al regno del presidente Askar Akaïev, ben poco è cambiato.
- 45° in inverno
Gli yaks, i montoni e le vacche del gregge di Sharshanbek si muovono tranquilli e approfittano delle prime brine primaverili che luccicano tra gli ultimi strati di neve. Una neve che ricopre la valle sette mesi all’anno. Tutte le mattine, a cavallo, lo “sciabano”, nome dei pastori kirghizi, ha preso l’abitudine di fare il giro del bestiame, verificando che non si allontanino troppo e che nessun animale sia ferito. In primavera, periodo di riproduzione per eccellenza, i neonati e le femmine incinte richiedono un’attenzione tutta particolare.
Due anni fa Sharshanbek ha deciso di abbandonare il suo lavoro al grande Dordoy Bazar della capitale, Bishkek, per trasferirsi nella vergine vallata di Tash Rabat. «Preferisco lavorare qui, per niente al mondo tornerei a Bishkek». Riprendendosi il bestiame del padre Sharshanbek possiede oggi 200 yak, più di 250 montoni e una decina di vacche «per coprire le necessità di latte, burro, crema e carne nella famiglia».
Occuparsi di oltre 450 capi di bestiame non è facile per un solo uomo. Tra cura delle vacche, belati, ferite delle bestie, tosature, riportarle tutte nella stalla… Sharshanbek non conosce riposo. D’inverno la temperatura scende a 45° sotto zero, d’estate arriva a 40°: e il pastore vive nella sua “casetta” in argilla: due stanze senza acqua né elettricità. In equilibrio sul bordo di una delle due finestre della stanza principale, una piccola radio a pile costituisce l’unica compagnia “tecnologica”. Sotto la stufa, alimentata giorno e notte con un misto tra letame, escrementi e terra, dorme uno dei suoi tre fedeli cani.
A volte, la domenica, per la fiera del bestiame, scende a Naryn, la città principale del sud del Paese, a 4 ore in macchina. Spesso ritrova Talar e Esengul, i suoi vicini e amici della stessa età, che vivono nelle fattorie più importanti dei dintorni. Insieme fumano sigarette e parlano dei nuovi venuti nei villaggi in fondo alla valle.
Minigonne e sciamani
Nonostante le condizioni estreme, Charchanbek ama il suo lavoro. Elencando il prezzo delle sue bestie il suo volto, segnato dal gelido vento glaciale e il sole bollente, si anima, e le sue labbra sottili accennano un sorriso. Arrivato ai 250 chili, uno yak frutta 300 dollari e un montone 100 dollari. Allevare 200 yak può fruttare molti soldi.
«Quando vendo una bestia tengo un po’ di soldi da parte, e poi mi godo un’uscita al bar o magari in discoteca. Torno a casa presto però. Preferisco rimanere qui». Difficile immaginare una discoteca in questo posto selvaggio. Ma i costumi a Bishkek sono più liberali che nelle vicine capitali: infrastrutture moderne, ragazze in minigonna che fumano per strada, ragazzi cresciuti a pane e Mtv e coppie che si baciano in pubblico. L’influenza degli immigrati russi in materia di contraccezione o di unioni libere è molto evidente. Come la pratica della religione sciamanista.
Anche se la capitale è lontana dalla casetta del nostro pastore – una giornata buona in macchina - come dicono molti i kirghizi, popolo nomade che ha circa 80 etnie, sono sempre stati più aperti ed ospitali dei loro vicini.
Durante la sua ultima escursione in città, Sharshanbek si è comprato un paio di gemelli russi a 50 dollari che porta fiero ai polsi. Delle ombre illuminano all’improvviso il volto di questo cavaliere libero: non che sia nostalgico della frenetica vita trepidante. Ma l’assenza delle ragazze gli pesa. «A volte è dura», confessa.
In meno di un mese la valle sarà invasa dagli yurt e dalle famiglie venute dalle borgate di Naryn, Kara-Suu e At-Bashy che monteranno il loro bestiame sul terreno per tutta l’estate. «Tra le famiglie che arrivano ci sono almeno cinque ragazze. E tra queste c’è la mia» ammette con aria sognante. Anche se è consapevole del fatto che sarà dura sposarla e convincerla a rimanere qui tutto l’anno. «Non è solo un lavoro. È tutta la mia vita. Amo le montagne, il mio bestiame e il sole. Perché dovrei fare un altro lavoro? Non va bene così?».http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9005
La vittoria delle ali
Luca Sebastiani
C’era attesa per i risultati delle elezioni olandesi. Dopo l’assassinio del regista Theo Van Gogh e il no al referendum sulla Costituzione europea i Paesi Bassi erano infatti finiti al centro dell’attenzione come esempio, il più evidente, di come due fenomeni maggiori di questa fase internazionale, immigrazione e mondializzazione economica, agiscano sull’orientamento politico dei cittadini.
Le attese non sono state deluse. La paura della globalizzazione congiunta con quella dell’immigrazione islamica hanno operato attivamente sulle scelte degli elettori che attraverso le urne hanno determinato un quadro politico altamente instabile. Se da un lato la formazione cristiano democratica (Cda) del premier uscente Jan Peter Balkenende è stata riconfermata al primo posto con 41 rappresentanti, dall’altra i due possibili alleati, il Partito liberale (Vvd) 22 deputati, già nella coalizione di governo, e il Partito laburista (Pvda) 32 deputati, principale forza d’opposizione, hanno perso rispettivamente 6 e 10 seggi. Il parlamento olandese conta 150 membri e quindi anche se la Cda si orienterà verso la grande coalizione con i laburisti, in totale 73 deputati, dovrà aprire le porte a qualche altra formazione.
I vincitori di queste elezioni che disegnano un quadro frammentato - sono 10 le formazioni rappresentate - sono i partiti che si collocano agli estremi. Tra voto di protesta e paura a sinistra è stato il Partito socialista (Sp) a fare un’inattesa progressione triplicando i propri seggi e diventando con i suoi 26 deputati il terzo partito olandese. Formazione antiliberale uscita dalla sinistra maoista degli anni Settanta, Sp era stato uno degli artefici della vittoria del no al referendum europeo e anche in questa campagna elettorale molto del consenso che è riuscito a strappare ai laburisti, accusati di moderazione, e al partito populista di destra dell’ex Lista Pim Fortuym, lo deve alla sua opposizione “all’Europa di Bruxelles”, che incarnerebbe l’ultraliberismo che intende schiacciare lo Stato sociale olandese. Oltre alla minaccia della fine della protezione sociale, Jan Marijnissen, il leader carismatico dei socialisti, ha disegnato una politica dura sull’immigrazione proponendo ad esempio di obbligare gli immigrati a imparare l’olandese.
All’estremo opposto la nuova formazione del Partito della libertà (Pvdv), intercetta l’elettorato della Lista Pim Fortuyn, parte di quello perduto dai liberali e guadagna 8 seggi. Con il suo slogan di “meno tasse, meno Islam, più rispetto”, il Pvdv ha saputo suscitare e poi sfruttare i timori profondi per l’islamismo e la condanna di certi settori delle politiche multiculturali degli anni Novanta.
Anche la tenuta della Cda di Balkenende, che perde solo tre seggi, secondo gli osservatori affonda le sue radici nell’insicurezza e nella fiducia che l’immagine del leader ispira nei cittadini. Certo il bilancio del suo governo ha potuto vantare dei successi indubitabili dopo una fase di impopolarità dovuta alle drastiche riforme intraprese (privatizzazione della sanità, dei trasporti e dell’energia, riduzione di un terzo dell’indennità di disoccupazione, soppressione dei contributi ai pensionamenti anticipati). Tasso di disoccupazione al 4%, crescita oltre il 3% per l’anno in corso e un deficit allo 0,1% del Pil. Ma la vera arma della sua campagna elettorale, secondo gli osservatori, è stata la sincerità, la chiarezza e la sua postura di uomo tranquillo e umano. Balkenende ha addirittura spinto la sua sincerità fino ad annunciare che altri sacrifici saranno necessari per mantenere la buona salute dei conti. Il vicepresidente del gruppo parlamentare della Cda, Gerda Verburg, commentando i risultati ha sottolineato come “gli elettori durante questo periodo turbolento fossero alla ricerca di qualcuno che ispirasse fiducia” e l’hanno trovata in Harry Potter, come Balkenende è soprannominato per il suo aspetto giovanile.
Da quattro anni alla guida dell’esecutivo, Balkenende dovrà ora affrontare mesi difficili per formare una nuova coalizione di cui ad oggi non si scorge il perimetro.
caffeeuropa.it
Il caso Glavas scuote la Croazia
Da Osijek, scrive Drago Hedl [Hrvatski]
Nonostante le richieste della destra estrema, il parlamento conferma la richiesta di arresti per Glavas, l'influente politico accusato di crimini di guerra contro civili serbi. Ma gli sviluppi dei casi "garage" e "nastro adesivo" potrebbero portare il paese a elezioni anticipate
Branimir Glavas Per la prima volta nella storia del parlamentarismo croato, un rappresentante del supremo organo legislativo è finito direttamente in prigione. E' successo a Branimir Glavas, fino a poco tempo fa uno dei politici più influenti del paese. Su di lui da oltre un anno si stanno conducendo indagini sulla base del sospetto fondato che sia il responsabile di una serie di crimini di guerra commessi durante gli anni 1991 e 1992 a Osijek, quarta città della Croazia. Glavas si trova agli arresti dal 26 ottobre scorso, e da allora sta facendo lo sciopero della fame, dichiarando di essere innocente e che contro di lui è in atto un processo politico. Il caso Glavas è diventato una questione scottante che da settimane continua ad essere sulle prime pagine dei giornali nazionali, ed è la prima notizia delle trasmissioni televisive e radiofoniche. Ma il caso Glavas ha scosso seriamente anche il partito di governo, l'Unione democratica croata (HDZ) del primo ministro Ivo Sanader, e potrebbe – da ciò che si sente dire negli ultimi giorni - portare anche ad elezioni politiche anticipate.
La decisione di privare Glavas della libertà era stata adottata in maniera provvisoria. Il Parlamento croato infatti, in quanto unico organo competente a decidere sull'immunità penale dei propri rappresentanti, non si era riunito nel periodo in cui Glavas era stato messo agli arresti. Poiché il procuratore dello Stato, e poi anche il giudice istruttore che stava conducendo l'indagine, avevano chiesto l'arresto di Glavas a causa delle evidenti pressioni sui testimoni, era stata la commissione parlamentare, che secondo la legge prende le decisioni mentre il Parlamento non è in seduta, a decidere che Glavas potesse essere arrestato. Tuttavia, questa decisione era temporanea e doveva essere confermata dal parlamento alla sua prima seduta. Quando ciò è accaduto, si è scatenata una vera e propria tempesta.
Il giorno dopo essere entrato nel carcere di Zagabria, Glavas ha iniziato lo sciopero della fame, dichiarando di essere stato accusato anche per una serie di orribili omicidi di civili serbi sul fiume Drava nell'inverno del 1991, con i quali lui - sostiene - non ha niente a che vedere. Fino ad allora, l'indagine sul suo coinvolgimento nei crimini di guerra era condotta esclusivamente sulla base dell'uccisione di due civili serbi che erano stati rinchiusi nel garage vicino al suo ufficio di guerra. Questo caso era stato definito dai media croati come il “caso del garage”. Alcuni giorni prima che Glavas venisse arrestato, tuttavia, la polizia di Osijek ha scoperto anche il legame tra l'uomo politico e una serie di omicidi commessi sulla sponda del fiume Drava. Una decina di civili serbi erano infatti stati assassinati allo stesso modo: venivano arrestati nei loro appartamenti, portati via per essere interrogati, dopo di che, con le mani legate dietro la schiena e il nastro adesivo sulla bocca, venivano portati sulla sponda della Drava dove venivano uccisi con una pallottola alla nuca. I media croati, per il modo in cui le uccisioni venivano compiute, hanno definito questa serie di crimini le “azioni nastro adesivo”.
L'indagine della polizia ha reso noto, e lo hanno confermato anche alcuni membri dell'unità che ha preso parte a questi omicidi, che dietro tutto c'era Glavas. L'accusa più pesante proviene dalla sua ex segretaria Gordana Getos Magdic, che nel periodo in cui i crimini furono commessi aveva solo 22 anni. Lei ha detto alla polizia che portava gli ordini scritti e verbali di Glavas ai soldati che poi entravano in azione. Il sistema era pensato in modo molto astuto: tre soldati arrestavano il civile serbo scelto, altri tre lo interrogavano, dopo di che veniva preso da altri tre, responsabili dell'uccisione.
Quando la polizia, scoprendo questo crimine, ha avviato anche un'altra denuncia penale contro Glavas, la procura ha richiesto l'arresto di Glavas anche sulla base delle circostanze particolarmente gravi dell'esecuzione dei delitti. Secondo la legge croata, infatti, ci sono alcune ragioni per le quali il tribunale, nella fase istruttoria, può ordinare l'arresto del sospettato. Oltre alle cose già dette, l'arresto può essere disposto a causa della possibile influenza sui testimoni (motivo per cui Glavas è stato arrestato il 26 ottobre ), per la possibilità di ripetere il medesimo delitto, e per la possibile inquietudine dell'opinione pubblica causata dalla messa in libertà di un responsabile di crimini.
Siccome il giudice istruttore, che sta conducendo l'indagine sul “caso del garage”, ha richiesto il carcere solo in base alla decisione che consente l'arresto se l'accusato influenza i testimoni, esisteva la possibilità che Glavas venisse rilasciato subito dopo l'interrogatorio dell'ultimo teste. Alcuni giorni prima che ciò potesse accadere, il Parlamento croato ha iniziato la sua seduta. Nel frattempo è arrivata anche la richiesta della Procura della repubblica e del giudice istruttore che Glavas, considerando il suo coinvolgimento nel crimine scoperto recentemente dell'uccisione dei civili serbi sulla Drava, venisse messo agli arresti anche a causa delle circostanze particolarmente gravi in cui l'atto penale è stato commesso. Sicché sul tavolo del presidente del Parlamento, Vladimir Seks, si è trovata sia la richiesta di togliere l'immunità a Glavas per l'atto penale particolarmente grave, che la richiesta di togliergli l'immunità per poter svolgere l'indagine relativa al “caso nastro adesivo”.
Lo sciopero della fame di Glavas - che in quel momento era entrato nella sua terza settimana - e il fatto che i suoi avvocati abbiano bombardato l'opinione pubblica croata con le dichiarazioni che il loro assistito era pronto ad andare fino in fondo, riportando suoi messaggi del tipo: “Preferisco morire che vivere in una Croazia così”, e “E' pronta la mia tomba?” - è stato sfruttato dalla destra. Non solo da quella estrema, ma anche dalla destra all'interno del partito governativo, HDZ, dominante nel periodo tudjmaniano.
Prima della seduta del parlamento, il 15 novembre, si sono incontrati segretamente: il premier Sanader (presidente del partito di governo, HDZ); il presidente del parlamento - anche lui membro dell'HDZ - Vladimir Seks; Anto Djapic - sindaco di Osijek e presidente del Partito croato del diritto, il partito più di destra del parlamento - e Vladimir Sisljagic, un membro del partito di Glavas che ha lasciato l'HDZ quando Glavas fu espulso. Su iniziativa di Djapic, che da quando Glavas è agli arresti sta conducendo le azioni per la sua liberazione, pare che questi politici si siano accordati per far rilasciare Glavas dal carcere. Secondo quanto dichiarato in seguito da Djapic, il Parlamento doveva confermare la decisione della sua commissione sull'immunità consistente nel dare gli arresti a Glavas in base all'influenza sui testimoni, ma non concedere anche la nuova richiesta di arrestarlo per la gravità dell'atto penale e per condurre le indagini nel “caso nastro adesivo”. Se fosse stato votato, ciò avrebbe significato che Glavas sarebbe potuto uscire già la settimana seguente, visto che erano rimasti solo alcuni testimoni dell'accusa che dovevano essere interrogati.
Ma quando il presidente del Paramento Vladimir Seks, uno dei pochi del vertice dell'HDZ rimasti sulla linea dura, aveva intenzione di avanzare questa proposta per mandarla al voto, ha squillato il suo telefono. Il premier Sanader, presidente dell' HDZ, ha chiesto che la votazione sull'immunità di Glavas venisse rimandata alla settimana prossima. A Sanader era chiaro che, in quanto premier di un paese che desidera entrare nell'Unione europea, non poteva permettere che il parlamento decidesse di mettere in libertà un imputato di gravi crimini di guerra.
Questa decisione di Sanader, così come il suo modo di disciplinare il proprio partito e l'ordine impartito a tutti i rappresentanti dell'HDZ di votare affinché a Glavas venisse tolta l'immunità secondo quanto richiesto dal tribunale, ha fatto infuriare Djapic. Quando il Parlamento, mercoledì scorso, con una forte maggioranza ha votato in questo modo, Djapic ha annunciato che otto suoi deputati “trasformeranno la vita di Sanader in un inferno”, e che non lo appoggeranno più in parlamento. Djapic ha annunciato che andrà a sottrarre gli elettori all'HDZ, e che è sicuro che riuscirà a provocare le elezioni anticipate per la primavera dell'anno prossimo.
Ma le sue minacce, almeno per adesso, sono soltanto le minacce di chi tiene in mano un fucile scarico. Le ulteriori complicazioni del caso Glavas tuttavia, in particolare la possibilità che lui, se come ha annunciato dovesse continuare lo sciopero della fame, muoia in carcere, potrebbero complicare ulteriormente la situazione e andare a favore della destra.
Tuttavia, è difficile credere che Glavas farà veramente ciò che dice – lo sciopero della fame fino alla morte - visto che sono apparsi dei seri sospetti sul fatto che il suo sciopero sia rigidamente controllato. Nonostante il fatto che stia scioperando già da un mese, regolarmente e senza alcuna difficoltà ogni giorno egli si presenta in tribunale quando il giudice istruttore interroga i testimoni. Se si trattasse di un vero sciopero della fame, affermano gli esperti, dopo un mese lui non potrebbe funzionare in questo modo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6470/1/51/
La nuova teoria del domino
Il Presidente Bush è andato ad Hanoi per delle discussioni su problemi economici regionali. Gli sarebbe convenuto discutere con franchezza le paure dell'America a proposito dei “domino” del capitalismo asiatico. Forse vi ricordate la vecchia teoria del domino del comunismo asiatico. Quarant'anni fa, i decisori politici americani coltivavano l'idea che il grosso domino del comunismo sovietico fosse caduto sulla Cina, e quello del comunismo cinese avesse abbattuto il Nord Vietnam. A meno che gli Stati Uniti non sostenessero il Sud Vietnam, si presumeva, tutta l'Indo-Cina sarebbe diventata comunista.
Decine di migliaia di americani morirono in quella guerra, prima che l'America se ne tirasse fuori, lasciando che i pezzi del domino cadessero dove capitava. Ma poi successe una strana cosa. Scomparve il comunismo sovietico. La Cina diventò la nazione capitalista in più rapida crescita del mondo. E il Vietnam uno dei più vivaci mercati del Sud-Est asiatico.
Il vero domino si rivelò essere non il comunismo, ma il capitalismo.
E pure questo domino capitalista sembra essere minaccioso per l'America, oggi, quanto quello comunista lo era quarant'anni fa. Questa settimana, i leaders Repubblicani alla Camera hanno proposto un provvedimento che avrebbe dato al Vietnam rapporti commerciali correnti normali con gli Stati Uniti. Non ritenevano di poter raccogliere i voti necessari ad approvarlo.
Quando si dice spararsi sui piedi. All'inizio dell'anno, nel quadro del suo ingresso all'interno della World Trade Organization, il Vietnam ridurrà le tariffe sui prodotti stranieri, e aprirà agli investimenti dall'estero i settori delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari. Ma così come stanno le cose, l'America non trarrà alcun vantaggio da queste misure, perché il Congresso non avrà normalizzato i rapporti di scambio col Vietnam.
Perché no? Alcuni esponenti della destra considerano ancora il Vietnam una minaccia. Un rappresentante repubblicano ha dichiarato che l'America non dovrebbe commerciare coi suoi “nemici mortali”. Altri repubblicani dagli stati con produzioni tessili non vogliono stoffe a basso costo dal Vietnam. Una maggioranza di deputati democratici alla Camera pensa che le leggi sul lavoro in Vietnam siano inadeguate.
Forse il Vietnam potrebbe fare di più, per convincere l'America di non essere più una minaccia. Forse la sua organizzazione del lavoro potrebbe essere migliorata. Ma c'è motivo di sospettare che ci sia qualcosa di più in ballo, che un voto contro un paese ex comunista.
La scarsa fiducia del Congresso va oltre il Vietnam, ad altre zone dove il capitalismo globale è in espansione. Ci sono accordi di scambio pendenti con parecchi paesi poveri dell'Africa, Asia, e America Latina pure a rischio. Non c'è da aspettarsi il nuovo Congresso possa guardare a questi accordi con più favore. Molti dei membri eletti hanno fatto esplicitamente e sonoramente la propria campagna contro il libero scambio.
Se si tratti di una rinnovata paura dello straniero, o che ci faccia perdere il lavoro, questa nazione sembra comunque ritirarsi su sé stessa. É triste per noi, come per altri milioni di persone in tutto il mondo, che l'America possa essere sull'orlo di una nuova guerra fredda: e il nemico stavolta non è il comunismo, ma il capitalismo globale.
di Robert B. Reich
da The American Prospect
scelto e tradotto da Fabrizio Bottini per Megachip
Nota
The American Prospect , 17 novembre 2006; Titolo originale: The New Domino Theory Robert B. Reich è co-fondatore di The American Prospect . Una diversa versione di questo articolo è comparsa su Marketplace. La versione originale inglese anche sul sito Mall_int
http://eddyburg.it/article/archive/200
Repubblica Congo : caschi blu fermano avanzata ribelli
di Carla Amato
I caschi blu sono intervenuti nella Repubblica democratica del Congo, sostenuti da elicotteri da attacco, per aiutare l'esercito congolese ad arrestare l'avanzata delle truppe dei dissidenti sulla citta' di Goma, nella zona orientale del grande Paese africano, che sta emergendo da anni di guerra civile.
La missione ONU nel Congo (MONUC) ha rafforzato le sue truppe nella regione ed ha richiesto un cessate il fuoco immediato ed incondizionato mentre una delegazione ad alto livello, compreso il delegato speciale del segretario generale dell'ONU Kofi Annan e' giunta a Goma per stabilire il cessate il fuoco.
La delegazione include esperti umanitari dell'ONU per valutare i bisogni di parecchie migliaia di persone spostatesi a causa dei combattimenti scoppiati sabato quando i soldati condotti dal generale dissidente Laurent Nkunda hanno attacato l'undicesima brigata dell'esercito nella citta' con armi leggere, mitragliatrici e granate, forzando le truppe governative a ritirarsi ed abbandonare la loro posizione.
MONUC ha fatto sapere di star aiutando il governo della repubblica congolese negli sforzi per risolvere pacificamente e politicamente questi confronti e le loro cause ed approntera' tutte le misure necessarie a garantire la protezione dei civili contro ogni attacco.
Nel frattempo, la Corte suprema era impegnata a sciogliere il nodo sui ricorsi riguardanti i risultati delle elezioni in cui competevano Jean-Pierre Bemba e Joseph Kabila, una competizione elettorale che avrebbe dovuto rappresentare un importante passo avanti nel processo di democratizzazione del Paese ma che e' stata contestata.
I peacekeepers di MONUC hanno fino ad oggi effettuato soprattutto operazioni di pace e di controllo dello svolgimento tranquillo del voto, ma il loro mandato include l'uso di armi per proteggere i civili e mantenere la pace nel Paese.
www.osservatoriosullalegalita.org
MEDIA-IRAN:
Internet, accesso negato
Kimia Sanati
TEHERAN (IPS) - Alcuni funzionari iraniani non hanno gradito l’etichetta affibbiata al loro paese da un’organizzazione per la libertà di stampa che l’ha definito uno dei 13 buchi neri del mondo, e hanno fatto sapere che continueranno a proteggere quelli che considerano i principi morali della loro società.
In un rapporto diffuso all’inizio del mese, Reporters sans frontières ha definito l’Iran nemico di Internet, accanto a paesi come Cina, Bielorussia, Arabia Saudita e Corea del Nord, con l’accusa di aver limitato l’accesso alla rete e arrestato cyber-giornalisti e blogger.
Come reazione, il segretario dell'Informatics High Council iraniano ha dichiarato che questo paese stabilisce i propri valori diversamente dall’occidente. “Se la libertà di espressione è contro gli ideali culturali, la tutela è necessaria. Tutti i paesi del mondo esercitano un filtro perché la libertà non si trasformi in prostituzione”, così riferisce l’Agenzia di stampa Iranian Labour News Agency riportando una dichiarazione del funzionario.
Più di un decimo dei 70 milioni di iraniani utilizzano Internet, e il numero sta crescendo molto rapidamente. I cyber-cafè hanno rappresentato per diversi anni un ritrovo popolare tra i giovani che utilizzano la rete per la chat, le novità musicali e cinematografiche, e anche per notizie e ricerche.
Ai governanti iraniani è ben chiara l’influenza di Internet e data la popolarità crescente della rete, hanno deciso oramai da diversi anni di controllare l’accesso con un procedimento di filtro allargato. Una commissione istituita dal Consiglio supremo per la rivoluzione culturale del paese, e una commissione giudiziaria controllano meticolosamente ed emettono provvedimenti sui filtri.
Un funzionario del ministero delle telecomunicazioni ha dichiarato che l’Iran è tra i paesi più liberi in termini di informazione. “Nessuno dei siti di notizie viene filtrato. A parte i siti immorali, non sono più di dieci gli indirizzi filtrati e questi portano a siti che contengono insulti alla fede osservata nel nostro paese”, è la dichiarazione del vice ministro delle telecomunicazioni, Samad Momenbellah, riportata dall’Agenzia di stampa Iranian Labour News Agency. Tuttavia, il direttore generale dell'Information Technology Network, Esmail Radakani, aveva dichiarato due mesi prima che le due commissioni erano state istituite per bloccare la visibilità di circa 1.000 nuovi siti al mese, in aggiunta al filtro automatico applicato a siti porno e proxy server che danno accesso a indirizzi non consentiti. Il funzionario aveva riferito che in Iran vengono inibiti più di 10 milioni di siti, il 90 per cento dei quali con contenuto considerato immorale. Il paese ha recentemente bloccato le connessioni Internet a banda larga anche per gli utenti privati. Il veto serve a prevenire il download di prodotti della cultura occidentale come musica e film; la decisione è stata confermata dal vice del ministro delle telecomunicazioni, il quale ha dichiarato che “la ragione del divieto era l’uso illegale della rete a banda larga”.
”È vero che la maggior parte dei siti filtrati contiene materiale pornografico o immorale, ma il filtro viene applicato anche con maggiore rigidità a siti con contenuti politici, sociali e religiosi non conformi”, denuncia Arezoo (di cui viene omesso il cognome), studentessa di scienze politiche all’Università di Tehran.
”Si provi a fare una ricerca su diritti umani, gruppi politici dissidenti e diritti dell’individuo o delle donne, la risposta sarà sicuramente ‘accesso negato’. Neanche un portale di informazione o un sito affiliato a gruppi o partiti politici riformisti, o gestiti da dissidenti fuori dall’Iran, è sopravvissuto al veto”, prosegue la donna.
”Alcuni funzionari sostengono che il filtro si limita al materiale porno, ma Emrouz, portale di informazione riformista, non contiene alcun contenuto immorale, ed è bloccato da quasi tre anni. Lo stesso vale per Rooz, giornale sul web con sede in Europa. A seconda delle circostanze, anche siti di informazione conservatori possono essere inibiti. Un buon esempio è Entekhab, portale conservatore che da qualche tempo ogni tanto viene filtrato”, ha aggiunto la studentessa. Dopo la Cina, l’Iran conta il più elevato numero di blog. Anche il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha un suo blog. Molti dei blog politicamente orientati vengono filtrati e i blogger minacciati, fermati e a volte anche arrestati.
Nel 2004, dieci cyber-giornalisti e blogger sono stati convocati da corpi dell’intelligence. Successivamente, si riferisce che più di venti siano stati torturati o arrestati. Alcuni sono stati costretti a scrivere lettere di scuse pubblicate poi da quotidiani, o a mostrarsi sulle televisione nazionali confessando di aver tentato di rovesciare il regime o crimini analoghi.
I giornalisti rilasciati sono stati interrogati dalla Commissione di controllo per l’attuazione della costituzione, istituita dall’allora presidente Mohammad Khatami. Quasi tutti i casi sono stati chiusi, ne restano aperti quattro, già in stato avanzato.
Il blogger Arash Sigarchi, condannato a 14 anni, è ancora in carcere. Sigarchi era stato in carcere due mesi all’inizio del 2005. E' stato nuovamente arrestato il 26 gennaio del 2006, quattro giorni dopo aver ricevuto la condanna di tre anni per “insulto alla Guida Suprema“, e “propaganda contro il regime”.
”Il filtro facilita il controllo sul cyber-giornalismo e i blogger, senza dover ricorrere a misure estreme come il carcere e la tortura: fa sembrare tutto più pulito al mondo esterno e diminuisce la pressione da parte delle organizzazioni per i diritti umani”, è la denuncia della studentessa.
Internet è anche lo strumento di comunicazione preferito tra gli attivisti per i diritti delle donne. Tutte le pubblicazioni online di gruppi per i diritti femminili sono rigidamente filtrate, ma i militanti non si arrendono facilmente. 'Meydane Zanan', sito creato da un gruppo di attivisti per l’abolizione della lapidazione, è stato recentemente inibito. “Per raggiungere i nostri lettori abbiamo modificato l’indirizzo, e lo cambieremo ancora se anche questo accesso sarà negato”, ha detto all’IPS Mahboubeh Abbasgholizadeh, una delle organizzatrici della campagna. (http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=802
Il ministro della tortura
Francisco Ramírez Acuña nominato ministro dell'Interno. Sul suo capo, 640 denunce per tortura
Da Guadalajara
Gennaro Carotenuto
Oggi, o al massimo domani, Francisco Ramírez Acuña sarà nominato Ministro dell'Interno in Messico. Sul suo capo pendono 640 denunce per tortura e un odio viscerale per i giovani. Quindi per Felipe Calderón, che s'insedierà il primo dicembre, è l'uomo giusto al posto giusto.
La campagna elettorale. Mentre a Oaxaca si galoppa verso il punto di non ritorno, tre giorni fa lo scrittore Paco Ignacio Taibo II ha raccontato a chi scrive un episodio dell'ultima campagna elettorale messicana, che sembra preso di peso dalla storia del 18 aprile 1948 in Italia. Nello stato di Jalisco, governato da 12 anni dal Pan (Partido de Accion Nacional), in 450 parrocchie, si sono trovate almeno due persone che hanno sottoscritto denunce contro i parroci che hanno fatto apertamente campagna elettorale contro Andrés Manuel López Obrador: "In tutte le denunce -dice Taibo II- i parroci hanno affermato che Amlo sarebbe andato a levare le scarpe ai bambini dei parrocchiani".
Al di sopra dei parroci c'erano di concerto la curia di Guadalajara -la regione più conservatrice del paese- e il governatore dello Stato Jalisco, del quale Guadalajara è capitale, Francisco Ramírez Acuña.
È quello stesso Ramírez Acuña che il 28 maggio 2004 lanciò Felipe Calderón come precandidato alla presidenza e che oggi, con la nomina a Ministro dell'Interno, passa all'incasso quell'assegno in bianco. In quelle stesse ore, il dettaglio é particolarmente sinistro, un centinaio di ragazze e ragazzi venivano torturati a Guadalajara.
Furono giorni eccitanti per Ramírez Acuña. A Guadalajara -la stupenda capitale della tequila- si teneva il vertice euroamericano. Tra gli altri, andarono Romano Prodi come commissario europeo e Franco Frattini, all'epoca Ministro degli Esteri di Silvio Berlusconi. Ramírez Acuña si vantò pubblicamente di avere infiltrato i manifestanti che protestavano contro quel vertice per provocare incidenti tra i manifestanti pacifici, capeggiati dal futuro presidente boliviano Evo Morales, e la polizia.
Ma il meglio doveva ancora arrivare, lo ricorda Jaime Áviles, inviato de La Jornada: "La sera dopo gli scontri Ramírez Acuña ordinò cento detenuti, subito!"
Come nella Roma occupata, decine di camionette percorsero la città a razziare giovani. Furono presi per i capelli dai ristoranti, dai giardini, dai bar, fino a raggiungere il numero richiesto dal Kesserling di Jalisco. Un ragazzo di Monterrey fu sequestrato direttamente presso la Croce Rossa dove era arrivato coperto di sangue.
Ragazze e ragazzi furono portati in un sottoscala della direzione alla sicurezza. Le donne furono denudate e abusate sessualmente, gli uomini furono picchiati selvaggiamente. La mattina dopo la metà fu liberata, e l'altra metà fu ancora torturata fino a firmare confessioni fantasiose per crimini mai commessi per le quali -conclude Áviles- alcuni furono tenuti in carcere per un anno e altri pagarono multe astronomiche.
Quello del vertice del 2004 è solo uno degli episodi sinistri nei quali fu coinvolto Ramírez Acuña. Già nel 1999 un detenuto per presunti crimini comuni morì sotto tortura. Nel 2002, un una località isolata, si teneva un rave che radunava migliaia di giovani. Con la scusa della presenza di droga, nella retata ne furono incarcerati 1.500. La Commissione Statale per i Diritti Umani (CEDH) afferma che le detenzioni furono arbitrarie e che il trattamento dei giovani fu crudele, inumano e degradante.
Proprio la CEDH denuncia che il Governatore Ramírez Acuña è stato l'uomo chiave nel garantire l'impunità per almeno 640 casi di tortura certificati in Jalisco tra il 2001 e il 2005, anno nel quale si arrivò al record di 132 denunce per tortura. Secondo la CEDH -sempre ignorata da Ramírez Acuña- il dato non definitivo del 2006 sicuramente supererà tale record. Di nuovo, in particolare, i rapporti che condannano Ramírez Acuña parlano di "persistente intolleranza verso le manifestazioni giovanili e l'esercizio, da parte dei giovani, di diritti civili e politici".
Le sue 'opere'. Durante il suo governatorato "installò un'ideologia morale piena di pregiudizi sui giovani, le loro forme di espressione e identità, i loro diritti". Cinquantasei organizzazioni per i diritti umani -Tra queste Amnistia Internacional e Human Rights Watch- si sono già espresse contro la nomina di Ramírez Acuña per fatti così gravi che lo rendono incompatibile per ogni incarico pubblico.
Questo campione della riconciliazione e della tolleranza è stato scelto da Felipe Calderón, e dagli interessi che maneggiano come un'opera dei pupi il suo governo clerical-confindustriale, come nuovo Ministro dell'Interno. Più chiaro di cosí il segnale del nuovo governo ai mille conflitti sociali che tormentano il Messico non poteva essere: repressione, mano dura, tortura. Il Messico è a un passo da una svolta autoritaria
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6830
Uno stato, due popoli?
II Sud Africa come modello per la Palestina
Ali Abunimah
La soluzione dei due stati resta attraente e confortante nella sua evidente semplicità ed esito. Ma in realtà si è dimostrata irraggiungibile perché né i palestinesi né gli israeliani sono disponibili a cedere una quantità sufficiente della terra che amano. Di fronte a questo impasse un gruppo piccolo ma in aumento di israeliani e palestinesi stanno esplorando una vecchia idea a lungo sopita: Perché non avere un solo stato in cui entrambi i popoli possano godere uguali diritti, protezioni e libertà religiosa?
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Quando ho visto le immagini di distruzione della scorsa settimana dalla Striscia di Gaza, dove un attacco israeliano aveva ucciso un’intera famiglia, da palestinese ho potuto capire i sentimenti di uno dei sopravvissuti che diceva: “Non posso immaginare un giorno in cui vivremo in pace con loro.” Eppure non c’è un’altra scelta possibile.
Quando è stato costituito Israele, i suoi fondatori hanno dichiarato che sarebbe stato un esempio di stato morale. A molti ebrei, sembrava una redenzione miracolosa dopo tante sofferenze e perdite nell’olocausto nazista.
I palestinesi hanno conosciuto una realtà diversa. Israele è diventata uno “stato ebraico” in un paese che era sempre stato multiculturale e multireligioso. L’espulsione e l’esclusione dei palestinesi dalla propria terra ha condotto israeliani e palestinesi in un incubo senza fine di reciproco rifiuto e versamenti di sangue.
Per decenni il senso comune è stato che questo conflitto poteva solo risolversi con la divisione del paese in due stati. E nonostante gli enormi sforzi politici e diplomatici per ottenere questo risultato, i due popoli restano completamente ed infelicemente intrecciati. Il progetto israeliano di stabilire insediamenti di coloni all’interno dei territori in cui i palestinesi volevano creare uno stato ha reso impossibile la separazione.
Nello stesso tempo Israele si trova in un dilemma. Per la prima volta dalla fondazione dello stato, gli ebrei israeliani non costituiscono più l’assoluta maggioranza del territorio che controllano. Attualmente ci sono approssimativamente 5 milioni di ebrei e 5 milioni di palestinesi che vivono sulla stessa terra. Il trend è incontestabile. Nell’arco di pochi anni i palestinesi costituiranno la maggioranza.
Il primo ministro israeliano Ehud Olmert nel 2003 ha ammesso che questo significherebbe che “Ci stiamo avvicinando ad un punto in cui sempre più palestinesi diranno “Non c’è posto per due stati” in questo paese e ‘Tutto quel che vogliamo è il diritto di voto.’ Il giorno in cui lo otterranno perderemo tutto.” Preannunciando ad Israele che potrebbe non esserci uno stato ebraico e una democrazia se si continuano a conservare tutti i territori palestinesi occupati, Olmert ha aggiunto “Mi vengono i brividi al pensiero che le organizzazioni liberali ebraiche che si sono fatte carico del problema di lottare contro l’apartheid, guideranno la lotta contro di noi.”
Qualche estremista israeliano, come il nuovo vice primo ministro Avigdor Lieberman, crede che “il problema demografico” si possa risolvere con l’espulsione dei non ebrei. La soluzione scelta da Israele che viene chiamata “separazione unilaterale” chiude i palestinesi in ghetti impoveriti che i palestinesi paragonano ai distretti e ai Bantustan, costruiti per i neri dal governo sudafricano dell’apartheid. Il risultato di questo tipo di approccio, che vediamo a Gaza, è più disperazione, resistenza , opposizione e sciagura certa per entrambi i popoli.
La soluzione dei due stati resta attraente e confortante nella sua evidente semplicità ed esito. Ma in realtà si è dimostrata irraggiungibile perché né i palestinesi né gli israeliani sono disponibili a cedere una quantità sufficiente della terra che amano. Di fronte a questo impasse un gruppo piccolo ma in aumento di israeliani e palestinesi stanno esplorando una vecchia idea a lungo sopita: Perché non avere un solo stato in cui entrambi i popoli possano godere uguali diritti, protezioni e libertà religiosa? Molta gente ha abbandonato questa idea ritenendola un’utopia.
Allister Sparks, il mitico direttore del quotidiano anti-apartheid Eand Daily Mail, ha sottolineato che il conflitto in Sud Africa assomiglia a quello presente nell’Irlanda del Nord e fra Palestina-Israele, perché tutti riguardano “due nazionalismi etnici” in una lotta apparentemente inconciliabile per “lo stesso pezzo di terra”. Se la prospettiva di “un paese laico condiviso da tutti” sembra “impensabile” nella situazione attuale di Israele e Palestina, si può ammettere come sembrava inverosimile una simile soluzione in Sud Africa. Ma “è quello che abbiamo fatto “ dice Sparks “senza nessuna intermediazione esterna [e] senza strette di mano sul prato della Casa Bianca.”
E’ chiaro che palestinesi ed israeliani non prenderebbero il nuovo Sud Africa come modello. Dovrebbero lavorare sulla loro differente struttura che comprende i meccanismi che le comunità etniche devono mettere in atto per avere la loro autonomia nelle cose che le riguardano, e per garantire che nessun gruppo domini sull’altro. Ci sarebbe un lavoro impegnativo per far rimarginare le terribili ferite del passato. Ma questa soluzione offre l’opportunità ad Israele e Palestina di diventare per la prima volta la casa sicura in cui israeliani e palestinesi possono accettarsi reciprocamente. Il percorso può essere difficile ma nell’attuale vicolo cieco non possiamo permetterci di ignorare alcun raggio di luce
Z-Net.it
Il silenzio della stampa italiana sull’arresto del giornalista di TeleSur in Colombia
Gentile Direttore Ezio Mauro,
meno male che fu lo stesso Omero Ciai, in una discussione sul blog dello storico e studioso di America Latina, Gennaro Carotenuto, ad ammettere che La Repubblica si occupa pochissimo di Colombia: “negli ultimi anni ci siamo occupati di Colombia solo per il sequestro Betancourt” (avvenuto nel 2002).
Così adesso, oltre ad aspettarci di leggere notizie provenienti dalla Colombia solo nel caso che la Betancourt venga liberata, (in quanto a dire di Ciai una guerra civile che va avanti da più di 50 anni non interessa a nessuno), non ci meravigliamo del fatto che l’arresto del corrispondente di TeleSUR in Colombia avvenuto il 12 novembre scorso per La Repubblica semplicemente non sia una notizia per cui valga la pena scrivere almeno poche righe. Il giovane Fredy Muñoz Altamiranda è stato accusato sulla base di semplici testimonianze senza nessun fondamento, di essere un terrorista, ribelle, appartenente alle FARC. L’arresto è stato condannato con forza da tutte le federazioni latinoamericane dei giornalisti nonché da Reporters sans Frontières che ne chiede l’immediata scarcerazione. Il fatto assume un aspetto ancora più inquietante in quanto si ipotizza un tentativo di colpire direttamente l’emittente televisiva TeleSUR e ciò che essa rappresenta nel nuovo panorama politico latinoamericano.
Bastavano veramente poche righe.
E proprio mentre oggi, 23 novembre, pubblicate l'editoriale in prima pagina di Timoty Garton Ash, il quale afferma che "i giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico, militare o economico" viene spontaneo chiedersi se per La Repubblica questo abbia sempre valore.http://verosudamerica.blogspot.com/2006/11/il-silenzio-della-stampa-italiana.html
novembre 28 2006
Il premier: io e Padoa siamo troppo signori
Fabio Martini
La Stampa
Sotto il tendone del PalaBrescia da un’ora Romano Prodi sta provando a «spiegare la Finanziaria» a 700 elettori bresciani dell’Unione, lo fa parlando crudo, senza cercare effetti speciali né brividi demagogici. La gente lo segue più con la testa che col cuore. Fino a quando il Professore pronuncia queste parole: «La Finanziaria mica è Sant’Antonio, il luogo dei miracoli! Ho preso decisioni difficili e questo mi sta costando tante manifestazioni di piazza. Ma guai alla politica che guarda solo al giorno dopo: se un politico pensa alla rielezione, è meglio che cambi mestiere!». Ora i settecento invitati all’appuntamento della «Fabbrica del Programma» si sciolgono in un applauso prolungato, convinto: Prodi, politico che è arrivato tardi alla politica, anche stavolta ha fatto breccia così, distillando critica al politicismo professionale.
Anche se nel suo breve tour lombardo, l’intento del Professore era un altro: iniziare a spiegare le virtù di una Finanziaria che finora è stata molto attaccata e poco difesa. E Prodi lo ha fatto con speciale energia in tre diversi appuntamenti: di prima mattina, in una lunga intervista a «Telelombardia»; intervenendo al convegno «Milano globale» e successivamente coronando la giornata con l’intervista a più voci a Brescia. Un Prodi in piena, molto convinto delle sue ragioni. Soprattutto sulla filosofia della Finanziaria: «L’Italia stava arretrando dolcemente e siccome si sta abbastanza bene, nessuno dava la scossa...». E invece, dice il Prof, la scossa serviva: «Io l’ho data e ho tutti contro. Più scossa di così! Ma vedrete: tra quelli che scenderanno in piazza il 2 dicembre, diversi fra qualche mese cambieranno registro, perché nel primo semestre del 2007 il Paese tornerà a crescere».
Un’autocritica? Non è la specialità del Professore e infatti quando la annuncia, subito spiega: «L’unico peccato che rimprovero a me e a Padoa-Schioppa è quello di essere stati troppo signori e, prima della Finanziaria, non aver messo davanti al Paese le vere cifre che avevamo ereditato».
E sull’onda di un ragionamento già fatto altre volte sull’incremento delle entrate fiscali («La gente - che non è fessa - ha capito che non faremo condoni, che la festa è finita e per questo ha iniziato a pagare le tasse»), Prodi annuncia: «Non posso dare una data precisa, ma appena il bilancio dello Stato sarà in ordine, gli italiani vedranno che diminuiremo le tasse». E intanto il prezzo di una crescente impopolarità tra alcune categorie? Non sembra preoccupare il presidente del Consiglio che dice: «Non si può andare in piazza urlando contro lo scontrino fiscale. Lo scontrino è normale farlo». Sulla missione irachena oramai agli sgoccioli, Prodi rivela che «il ritiro delle truppe oramai è avvenuto, in questo momento a Nassiriya sono rimasti 60-70 soldati che stanno finendo le consegne alla polizia irachena e che arriveranno in Italia tra l’1 e il 2 dicembre».
Un Prodi baldanzoso, al limite della provocazione: «Noi al Senato la maggioranza ce l’abbiamo anche senza i senatori a vita», che però sono «senatori come gli altri» e dunque «è ora di finirla» con la polemica nei loro confronti. Il film di Deaglio sui brogli elettorali? «Di quella notte ricordo il black out, quel restare sospesi per ore e ore per la prima volta nella storia italiana, Pisanu che invece di stare al Viminale correva a casa di Berlusconi. Ma la magistratura faccia il suo corso». La scarica di polemiche dentro la maggioranza? «Qualcuno ha voluto fare il fenomeno o la prima donna. Anche questo colpa della legge elettorale...»
Parole scontate sulla riforma della legge elettorale: «Servirà una larghissima maggioranza». Battute sui tanti che lo hanno spiato («Ci sono i guardoni e ci sono gli... ascoltoni») e su Flavio Briatore («Fonderà il partito dell’evasore? Mica si può dare allo Stato, come dice lui, l’obolo che ci pare...»). Milano invece che Torino per l’Expo 2015? «Da Milano mi sarei atteso qualche applauso, ma pazienza...». E le parole affettuose per Berlusconi dopo il suo malore? «C’è un problema umano e non politico, quel malore mi ha colpito». Un feeling di reciproco interesse tra due leader che si «sorreggono» a vicenda? «E’ tutta fuffa che lascia il tempo che trova». E una piccola rivelazione Prodi la fa a «Telelombardia»: «Fra cinque anni? Vorrei dedicarmi alla famiglia, ma la vita è complicata...».
Meglio non (far) sapere
di Notuno
In questo post si parla del documentario di "Diario" sui presunti brogli elettorali, l'argomento è delicato e complesso, impossibile sintetizzarlo con efficacia. Sicuramente è lungo, ma secondo me ne vale la pena visto stiamo parlando del più importante diritto dei cittadini, il voto. Se non ve ne frega nulla accendete pure la tv e state tranquilli: per voi, come al solito, non è successo niente.
Il nuovo Dvd prodotto dagli autori di Diario ha provocato un certo clamore.
Il precedente era stato "Quando c'era Silvio", un documentario sulla genesi delle fortune, la crescita e il trionfo di Berlusconi vista al termine della sua esperienza di presidente del consiglio.
Nonostante io sia un estimatore di Deaglio e de Il Diario in generale l'avevo trovato piuttosto deludente, precotto, qualitativamente scadente e in difficoltà nell'aggiungere qualcosa di nuovo a quanto non era stato già abbondantemente detto (e soprattutto scritto nei libri di Marco Travaglio e altri).
Se "Quando c'era Silvio" era passato praticamente sotto silenzio, il nuovo "Uccidete la Democrazia!" ha animato il dibattito politico aprendo uno squarcio sul mistero delle elezioni di Aprile scorso.
Visto con occhio critico "Uccidete la Democrazia!" è estremamente povero, brutte le ricostruzioni (pericolosamente sull'orlo del trash), confusa la trattazione del tema con salti continui ed incoerenti fra dialoghi di "docufiction" e brevi interviste di Deaglio a personaggi americani che indirettamente hanno a che fare con la vicenda.
Il vero elemento forte del documentario è il fatto che va finalmente ad accendere i riflettori su fatti inquietanti che molti avevano già subodorato nelle drammatiche ore dello scrutinio che ha consegnato all'Unione una vittoria sul filo di lana ed una maggioranza più che traballante al Senato.
La tesi è nota: la quota delle schede bianche, per la prima volta nella storia delle elezioni in Italia, ha raggiunto una cifra molto bassa (l'1,1% nazionale) dopo essere stata per 50 anni abbondantemente sopra il 3-4%. Questo sarebbe stato causato da un clamoroso broglio elettorale che avrebbe tramutato buona parte di queste "bianche" (stiamo parlando di 1.200.000 schede) in voti per Forza Italia.
Ci sono diversi elementi che contribuiscono ad alimentare i sospetti sulla regolarità dello spoglio:
1) Il clamoroso passaggio a vuoto, ben oltre il margine di errore considerato fisiologico, dei sondaggi effettuati da tutti gli istituti prima del voto, degli Exit-Poll e delle prime Proiezioni successive alla chiusura delle urne
2) La lentezza del Viminale nel fornire i dati, lentezza esasperante e completamente ingiustificata vista la semplificazione che la riforma elettorale "Porcellum" di Calderoli imponeva al sistema di voto (nessuna indicazione di preferenze, forze politiche tutte inglobate nei due schieramenti)
3) La convocazione del ministro Pisanu a Palazzo Grazioli durante le fasi più calde dello spoglio, proprio nel momento in cui il Viminale è l'arbitro della partita elettorale
4) La diminuzione delle schede bianche avvenuta in maniera "statisticamente" improponibile. Per rendere l'idea: se nelle politiche del 2001 la percentuale delle schede bianche era diversa da regione a regione (si passava dal 2,3% dell'Emilia, al 9.9% della Calabria, al 4,4% del Trentino e via dicendo) nelle ultime politiche il dato è per tutte le regioni compreso fra l'1% e il 2%, nessuna esclusa.
5) Il distacco dei due schieramenti che con l'andare delle ore e l'affluire dei risultati da nuove sezioni, inesorabilmente si riduce. Con un risultato finale tanto vicino, circa 25 mila i voti di differenza, e un consenso tanto frammentato fra regioni del nord veloci nello spoglio e regioni del sud tradizionalmente più lente, l'andamento avrebbe dovuto essere molto irregolare portando di volta in volta uno schieramento a prevalere sull'altro. Al contrario la trasposizione grafica di quanto è avvenuto è sorprendentemente questo.
Insomma, dei fatti ci sono, ma Deaglio e gli altri autori oltre a dare questi elementi e a partire dalla tesi (per loro indiscutibile) che i brogli ci sono stati, non forniscono particolari dettagliati sulle procedure di conta dei voti, mentre si impegnano ad inseguire un programmatore americano che realizzò un software su commissione per l'alterazione dei dati elettorali trasmessi telematicamente.
Per la cronaca quando fu girata l'intervista il programmatore, Clinton Eugene Curtis, era impegnato nella campagna elettorale che lo vedeva contrapposto in un collegio della Florida proprio a Tom Feeney, il repubblicano che gli avrebbe richiesto la compilazione del software. Il 7 Novembre ha perso di una decina di punti.
Tirando le somme nel lavoro di Deaglio e Cremagnani manca quasi del tutto "l'inchiesta", non si aggiungono fatti nuovi a quelli che un attento osservatore avrebbe già potuto mettere insieme seguendo la cronaca.
Questo non toglie che il tema resti delicato, gli interrogativi sollevati validi e sicuramente meritevoli di una attenta verifica.
Le controdeduzioni alla tesi del broglio sono state diverse, in parte efficaci, sicuramente incapaci di rispondere a tutti gli interrogativi.
In Italia non vi è una trasmissione telematica come negli USA, per quanto sia vero che una sperimentazione fosse stata avviata in alcune regioni proprio dal ministro Pisanu in quell'occasione, e i dati vengono raccolti ancora in forma cartacea circoscrizione per circoscrizione e poi comunicati alla l'ufficio elettorale nazionale presso la Corte di Cassazione che comunica i risultati definitivi e ufficiali.
I dati che nella notte fornisce il Viminale sono raccolti telefonicamente e via fax da Comuni e Prefetture e hanno una pura valenza informativa, non ufficiale, è stato più volte detto da Pisanu e dagli esponenti di Forza Italia chiamati in causa.
Queste circostanze potrebbero mettere la parola fine alla teoria del complotto, ma in realtà sono lacunose.
Nei fatti nessuno si è ancora preoccupato di chiarire in maniera inequivocabile e dettagliata quali sono nel nostro paese le procedure di verifica del voto.
Nel pieno della polemica, 4 giorni fa, il Presidente Aggiunto della Corte di Cassazione ha rilasciato queste dichiarazioni al Corriere della Sera, dichiarazioni completamente ignorate dalle parti in causa: «Per quanto riguarda l'elezione del Senato della Repubblica la legge non prevede alcun intervento dell'Ufficio elettorale centrale nazionale costituito presso la Corte di Cassazione». «L'Ufficio elettorale centrale nazionale, costituito presso questa Corte per l’elezione della Camera dei Deputati dell'aprile 2006, ha svolto i suoi compiti sulla base dei dati risultanti dagli "estratti dei verbali" degli Uffici centrali circoscrizionali costituiti presso le corti di appello ed i tribunali circoscrizionali. Tali estratti contengono soltanto il numero dei voti validi riportati da ciascuna lista nell'intera circoscrizione. Quindi la Cassazione non è a conoscenza del numero delle schede bianche o nulle, né del numero di voti validi riportati in ciascun seggio».
Quindi?
Ammesso che la tesi della manipolazione telematica portata avanti da Deaglio sia risibile non si può dire "la magistratura effettua i controlli e i dati non sono manipolabili" e nemmeno si può risolvere il tutto sostenendo che non essendo i dati del Viminale "ufficiali" non vi è possibilità di brogli.
Chi effettua i controlli per l'elezione del Senato? Senato dove, va ricordato, la CDL ha ottenuto la maggioranza dei voti in Italia e l'Unione l'ha sopravanzata al fotofinish nei seggi solo grazie al consenso delle circoscrizioni estere.
Gli "estratti dei verbali circoscrizionali" da chi vengono compilati? Chi verifica la corrispondenza degli stessi con i singoli verbali delle 60 mila sezioni sparse nel paese? Se la Corte di Cassazione non conosce "il numero di schede bianche o nulle, né il numero dei voti validi riportati in ciascun seggio" perchè non è possibile pensare che questi dati siano stati corretti (con lo spostamento di un buon numero di "bianche" a Forza Italia o altrove)?
Insomma, molti interrogativi restano aperti, ed è palese che la procedura non è chiara e trasparente come dovrebbe essere. Il compito di svelare questi aspetti in maniera stringente spettava al documentario di Deaglio, che proprio per questa mancanza non merita la sufficienza. Poca sostanza e molto sensazionalismo.
La Procura di Roma, prima che il dvd fosse effettivamente pubblicato, ha avviato prontamente un'inchiesta d'ufficio. Sembrava proprio che saremmo arrivati ad una qualche verità. I due magistrati avrebbero proceduto ad un riconteggio delle bianche (probabilmente a campione) con la verifica di corrispondenza fra i verbali delle sezioni, quelli circoscrizionali e gli estratti pervenuti alla Corte di Cassazione.
Oggi invece la notizia che qualsiasi tipo di verifica sui numeri, sui verbali e di riconteggio in genere è da escludere. Come mai? Perchè il prefetto Fabbretti (direttrice dell'ufficio elettorale del Viminale), interrogata come persona informata dei fatti, ha spiegato ai magistrati che "i dati del viminale hanno solo valore divulgativo e che non vi è trasmissione telematica tramite la quale sarebbe avvenuta la presunta manipolazione".
In sostanza una persona che, dirigendo l'ufficio elettorale, potrebbe essere chiamata in causa se i brogli venissero dimostrati dice una cosa nota e senza nessuna ulteriore verifica, senza attendere la testimonianza di nessuno dei giornalisti autori del dvd e di nessuno dei protagonisti reali del documentario stesso la Procura di Roma si preoccupa di diffondere di sua iniziativa una nota nella quale sancisce la morte prematura di un'inchiesta mai realmente iniziata. Perchè tutta questa fretta?
Che senso ha aprire un fascicolo sulla base di una notizia di reato tanto grave e tanto destabilizzante per l'intero sistema democratico se non si ha alcuna intenzione di andare fino in fondo?
Qualche anno fa alcuni avrebbero parlato di "depistaggio".
Il modo in cui si sta mettendo in archivio la vicenda è ancora più allarmante della denuncia stessa.
Sembra di assistere ad un gioco delle parti ben oliato: da una parte c'è la politica che chiede, ma senza far seguire alcun atto ufficiale alle dichiarazioni, che "venga fatta chiarezza" (l'Unione) e che "si riconti tutto" (la CDL), dall'altra la magistratura che ne avrebbe facoltà ma che si limita a sfruttare le debolezze e i limiti dell'inchiesta giornalistica per evitare di andare a sollevare il coperchio svelando la verità, comoda o scomoda che sia, "aldilà di ogni ragionevole dubbio".
Nel mezzo, come al solito, ci siamo noi: cittadini della "Repubblica dei Misteri" ai quali nessuna certezza, nessuna verità è dovuta. Partendo dalla bontà del risultato referendario che pose fine alla Monarchia nel '46 e passando per 50 anni di stragi infinite senza colpevoli e senza mandanti.
Unica cosa consentita tanti dubbi e una montagna di disillusione. http://www.ciccsoft.com/archives/2006/11/meglio_non_far.htm
Bizantinismi
Rowena
Vedrete come va a finire la questione dei presunti brogli. Dopo che la procura avrà indagato, e la Giunta per le elezioni avrà ricontato le schede bianche, e magari qualcuno avrà riaperto i verbali e rifatto le somme, non si arriverà ad alcuna conclusione.
Qualcuno farà dei numeri e qualcun altro numeri diversi. Poi qualcuno farà ricorso, e qualcun altro un ricorso al ricorso. Ci saranno giornali che sposeranno una tesi e altri giornali che sposeranno la tesi opposta. Il Giornale sosterrà che la sinistra ha imbrogliato, l’Unità invece dirà ad imbrogliare è stato Berlusconi. Nei talk show qualcuno dirà che Deaglio è un falsario strumento del diavolo, e qualcun altro dirà che è un santo disceso dal Paradiso per svelare agli italiani la verità. Ci saranno giorni infuocati di polemiche, poi, di ricorso in ricorso, di conteggio in riconteggio, la notizia passerà nelle pagine interne, dimagrirà in una colonna, diverrà un anoressico trafiletto, e infine svanirà. Ce la dimenticheremo.
Quando saremo molto vecchi, qualche volta, poiché nei vecchi la memoria remota è quella che funziona meglio, ci verrà in mente la storia delle elezioni del 2006, dei presunti brogli e di Deaglio. E ci chiederemo come è andata a finire. Perché, naturalmente, non lo sapremo mai se le elezioni del 2006 sono state truccate e da chi (e, a corollario, non sapremo mai se Deaglio è un giornalista da Watergate o un millantatore). La questione rimarrà lì, sepolta dai bizantinismi che sono l’orgoglio di questo paese.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
Avanti a chi?
Giuseppe Veltri ha commentato un mio post precedente: «Ma non è che a un mito (quello del morire democristiani, partitici e grigi) si oppone un altro mito (quello della gente piu' avanti della politica)?» A costo di far calare lo share di occasional papers, prendo sul serio questa critica, che merita di essere discussa. La mia tesi generale è che il distacco della politica, la corruzione diffusa, i ritardi nelle azioni di governo, sono in Italia più evidenti e più gravi, ma sono comuni a molti paesi europei. Noi abbiamo la tendenza ad essere melodrammatici: le mamme di tutto il mondo amano uguale i propri figli anche se non gli urlano di mettersi la maglia di lana davanti alla nuova fidanzata. In sintesi la "gente più avanti della politica", vale per l'Italia e per molti paesi europei.
Gli ultimi dati dell'Eurobarometro dicono due cose. La prima è che c'è meno gente che è in favore del progetto dell'Unione Europea, diciamo, in generale. Questo dato ha l'effetto di far diventare immediatamente i nostri politici (nostri, ovvero, italiani, francesi, estoni, ungheresi, etc) molto prudenti. La Costituzione, si ma. La politica di ricerca europea, si ma. La riforma della politica agricola che con le nostre tasse condanna il terzo mondo alla fame perpetua, si ma. E così via fino a che prima o poi andranno in pensione, anche se nel frattempo hanno dimezzato (dimezzato) i fondi al progetto Erasmus.
Però, l'Eurobarometro qualche pagina dopo dice anche che quando ai cittadini viene chiesto di individuare le priorità che le politiche europee andrebbero affrontare essi rispondono a maggioranza: disoccupazione e povertà ed esclusione sociale, per le quali, come è noto, l'Unione spende circa zero euri, e fa delle politche inutili, inefficaci, ridicole. Insomma, i cittadini si sono disaffezionati alla UE perchè non fa ciò che vorrebbero, non perchè sono diventati tutti dei piccoli Calderoli.
In altre parole, i cittadini sono più avanti dei leader che si eleggono, secondo me. Infatti, ad analizzare attentamente i dati, si legge che nei paesi a bassa disoccupazione (dove dunque ovviamente non è considerata un problema grave) i cittadini pensano che l'Unione debba occuparsi prioritariamente di combattere il terrorismo, il crimine e il traffico di droga (in Gran Bretagna). In altre parole, i cittadini sono convinti che i problemi più gravi debbano essere affrontati a livello europeo, tutto ciò mentre il bilancio dell'Unione equivale a circa 1 virgola qualcosa per cento del prodotto interno europeo e quindi - ora che il mercato unico è a buon punto e l'euro in circolazione - nessuna decisione con conseguenze davvero incisive viene presa a quel livello.
Insomma, io credo che la politica in questa fase sia molto indietro, per cause istituzionali che è complicato affrontare qui per pietà dell'unico lettore che ha retto fin qui, ma che forse bisogna cercare di bypassare. http://www.onemoreblog.org/archives/013575.html
Vi dico da che parte sto
Ad un certo punto mi sono reso conto, forse perché vivevo una realtà complicata che la parola doveva fare altro, doveva tornare ad essere necessaria. Necessaria significa andare oltre quelle che sono le rappresentazioni delle cose. I media raccontano ad una velocità impressionante tutto ciò che accade; non c´è più bisogno quindi della parola del cronista, ma della parola letteraria, quella che entra nella ferita della ragione. La ragione è una ferita, andarci dentro è il compito. Ecco, la letteratura può fare ancora questo, perché nell´iper-rappresentazione continua, bulimica, di tutto ciò che accade, in una rappresentazione non soltanto fasulla come quella dei talk show, ma spesso anche disciplinata, come quella realizzata da alcuni reporter coraggiosi, la cronaca non basta. Tutto questo non basta, tutto questo mostra quello che è, ma la scrittura letteraria deve andare oltre, deve capire la struttura molecolare, il fegato delle cose, capire dove stiamo andando. Ad un certo punto capisci che la scrittura, in questo senso, può rovinare quello che racconta, può rovinare la vita di quel delirante autore che decide di raccontarla, può rovinarla perché la scrittura quando non ti rovina la vita, tutto sommato è una scrittura innocua.
Personalmente detesto le scritture innocue. La scrittura invece rovina la vita nel senso che ad un certo punto la scrittura diventa un unico perenne tradimento. Tradimento di tutto, perché nel momento in cui decidi di raccontare quello che per te è la verità, la tua versione delle cose, significa che stai svelando, danneggiando, infangando, rovinando, congetturando. Nel momento in cui la scrittura si prende la libertà di poter vaticinare, raccontare tutto, non aver più rispetto per nulla - perché il rispetto nello scrivere è distanza, è tutto sommato un limite, un vincolo che lo scrittore non può avere - ti accorgi che tu sei andato oltre, che hai raccontato il volto delle cose, che le hai raccontate con nome e cognome - come William Langewiesche ha raccontato i pompieri che nelle Torri Gemelle rubavano 100 paia di jeans e li andavano a vendere di contrabbando, distruggendo così l´immagine da eroi che avevano e trasformandoli all´improvviso in banditi (...)
Io cito sempre, in maniera forse anche ossessiva, l´episodio di don Peppino Diana, il parroco ucciso a Casal di Principe dalla camorra, che lui stesso prendeva da don Tonino Bello, il quale in un´omelia, ad un funerale, disse: «A me non importa sapere chi è Dio, a me importa sapere da che parte sta». Questa frase è diventata per me una sorta di manifesto anche letterario, perché gli scrittori sempre meno mostrano da che parte stanno (...)
La scrittura, tutto sommato, credo che sia questa possibilità di rendere chiara la dannazione, il vivere condizioni in cui l´umanità è sospesa ed è possibile raccontarla soltanto se gli scrittori si rendono conto che è finito il tempo della scrittura d´evasione - se mai c´è stato - quando si tratta di raccontare il meccanismo del reale. Ovviamente sto parlando di un preciso percorso letterario che per fortuna non è tutta la letteratura. La letteratura che in questo momento sento mordermi alle budella è quella che smette di raccontarsi e inizia a raccontare, a strappare la maschera delle cose, a guardare oltre, nel tessuto muscolare della realtà, senza sentire impossibile il timore della verità. Credere sempre che la verità non esiste. Una frase bellissima di Victor Serge, messa in esergo ad un suo libro sui processi staliniani, era: «tutto sommato la verità esiste». Intendendo per verità la propria versione, giocarsi così il racconto di quello che sta accadendo, il racconto soprattutto del potere.
Alla fine si va sempre a finire lì, io quanto meno vado a parare sempre lì, alla relazione tra verità e potere... forse sarà un mio errore credere all´antica verità dei tragici greci che verità e potere non coincidono mai. Questa alterità tra tra verità e potere è colmata dallo spazio della scrittura, una scrittura non cortigiana, capace di raccontare casi limite - come intendeva Foucault, raccontare lo spazio del proprio stomaco soltanto in relazione coordinata col tumulto dell´intera rete universale dell´essere umano.
Questa è la grande scommessa della letteratura. Raccontare, come mi sono ripromesso da una vita, anche se ho solo 27 anni, il percorso, per esempio, di Vito De Rosa che è stato il detenuto italiano con più anni di carcere nella storia. Più di cinquanta, dimenticato in una prigione di Aversa, un manicomio criminale. Cinquant´anni. Non bastano dieci ore per raccontare la sua storia, è finito in galera per aver ucciso il padre che lo picchiava, poi è stato volutamente dimenticato dalla famiglia in carcere. Quando mi sono accorto di lui, grazie ad un libretto pubblicato da alcuni amici, immediatamente ho pensato che solo la scrittura letteraria poteva affrontare la sua storia, perché solo la scrittura letteraria poteva coinvolgere al punto tale da far sentire quei cinquant´anni d´isolamento in una stanza. Tutti in quel momento in quella stanza, non attraverso il trucco di una parola che in qualche modo stuzzica il lettore e lo fa commuovere, ma attraverso una parola che immediatamente fa coincidere il perimetro della carne di quel detenuto col personaggio stesso, col lettore che entra in quello spazio.
Roberto Saviano
Fonte: www.unita.it
La legittimità del voto del 9 aprile
Eduardo Rina
In un sistema "democratico" il valore delle regole e, soprattutto, quello della legittimità delle azioni, dei provvedimenti e degli atti compiuti dalle Istituzioni rappresentative dei cittadini è conseguente dell'unico "atto fondamentale" della loro volontà: il voto.
Se il voto dovesse essere contraffatto, con trucchi materiali e con procedimenti non trasparenti, la "legittimità" del risultato è da considerarsi assolutamente nulla! In una democrazia i "brogli" elettorali sono un "colpo di stato".
Nella vicenda, così attuale e preoccupante, dell'eventualità di brogli nelle elezioni politiche del 9 e 10 aprile denunciata da Enrico Deaglio nel suo filmato, mi ha molto colpito e fortemente preoccupato la dichiarazione del leader di Rifondazione comunista e Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti: - «Siccome in ogni caso i risultati sono stati acquisiti, la legittimità del voto è pienamente garantita».
Da trasecolare! Soprattutto perchè non ci sono state adeguate reazioni da parte del mondo politico e istituzionale. Intanto vorrei riportarvi integralmente alcuni passaggi delle parole pronunciate da Bertinotti alla Camera dei Deputati subito dopo la sua elezione a Presidente:
- "Viviamo ogni giorno il rischio di un distacco del paese reale dalle istituzioni, il rischio di una separazione della quotidianità della vita delle donne e degli uomini dalla politica, il rischio che in questo quadro una parte della società - quella più debole, quella più spogliata - venga trascinata fuori dal quadro della politica. La politica tutta vive una sua crisi, eppure dal nostro paese viene alta e grande una domanda di politica, come si è visto anche alle recenti partecipazioni alle elezioni, una domanda esigente e, a volte, aspra. Il Parlamento non potrà da solo risolvere questi grandi problemi, affrontare questa dura crisi, ma può concorrere alla rinascita e allo sviluppo di tutte le forze democratiche, di partecipazione e di politica; concorrere con l'insieme delle istituzioni democratiche e attraverso la partecipazione delle donne e degli uomini del nostro paese, con cui penso possiamo lavorare alla riqualificazione dello spazio pubblico, che ognuna e ognuno possa vivere come propria comunità."
Erano, come si può notare, parole che esprimevano tanta emozione e passione democratica. Ne fummo tutti impressionati e favorevolmente colpiti.
La "democrazia" italiana poteva sentirsi autorevolmente protetta e garantita.
Come mai e perchè, alla luce di un'apertura di un fascicolo giudiziario sulle "schede bianche" anomale, sull'eventualità non proprio remota di fatti gravissimi se fossero dimostrati, il Presidente della Camera si arrischia in un'affermazione del genere?
Se i "risultati acquisiti" sono il frutto di manomissioni delle schede elettorali o di "elaborazioni" di programmi elettronici truffaldini, come si fa a dire che "la legittimità del voto è pienamente garantita"?
Per la verità di cronaca anche altre prese di posizione di vari esponenti dei partiti politici del centrosinistra sono state di pura "circostanza". E che devono fare attentamente riflettere su comportamenti e atteggiamenti tipici di una "aristocrazia elitaria" poco incline al rispetto della "legalità" e della "legittimità". L'unico partito che ufficialmente ha posto con serietà e con forza il problema di vederci chiaro è stato
Italia dei Valori!
Se il voto del 9 e 10 aprile è stato "manipolato", in un modo o nell'altro, vuol dire che siedono in Parlamento, alla Camera e al Senato, un buon numero di "rappresentanti abusivi" del popolo sovrano!
E, a quel punto, non solo si dovrà tornare a votare, ma sicuramente si dovrà rieleggere un nuovo Presidente della Camera dei Deputati. Presidente Bertinotti, teme forse di perdere la sua autorevole "poltrona"?http://www.centomovimenti.com/2006/novembre/27_er.htm
il fumo non previene l'alzheimer
Smoking ('s) for dummies
Ma voi lo sapevate che chi fuma ha meno probabilità di ammalarsi di alzheimer? No? Non lo sapevate? Meglio così. Perché non è vero. Il fumo non previene l’alzheimer.
Però c’è gente che ne è convinta. E non sono mica pochi, eh. Parecchi tra loro - non sorprendentemente - fumano.
Io l’ho scoperto la settimana scorsa, curiosando tra i commenti di Macchianera. Macchianera è il secondo blog in Italia per popolarità, secondo alcune classifica (il primo è Beppegrillo.it, ovviamente). Naturalmente questo non significa che un commento di Macchianera sia in qualche modo autorevole, anzi. Però è ben indicizzato.
Si parlava di anoressia (cosa c’entra? Nulla) e a un certo punto qualcuno ha tirato fuori questa storia. Io non l’avevo mai sentita, e l’ho trovata abbastanza inverosimile. All’inizio temevo che si trattasse di un’estrapolazione viziata di dati statistici: è chiaro che molti tabagisti non fanno in tempo ad ammalarsi di Alzheimer perché muoiono prima di altri malanni. Ci stavo anche scherzando sopra. È come sostenere che la Jihad islamica previene l’AIDS perché nessun kamikaze islamico è mai morto di AIDS.
Ma mi hanno obiettato che invece si trattava di un fatto noto, acquisito, comprovato da una serie di ricerche mediche. Hanno iniziato a citarmi testate di riviste anglosassoni di medicina. Naturalmente io non potevo leggermele. E continuavo a non fidarmi.
Allora ho fatto una cosa banale banale: una ricerca su Google. Che non è la Bibbia, come tutti sanno. È solo google. Digito: Alzheimer smoking. I primi tre risultati spiegano che il fumo non previene l’alzheimer. Il secondo riporta un’agenzia Reuters che parla di una ricerca condotta da un’università della California. Il terzo è un pezzo della BBC (che non è la Bibbia; però è la BBC) che riporta i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Rotterdam nel 1998. Mi sembrava materiale recente e affidabile, per cui non ho perso tempo e ho scritto un pezzo sulla home di Macchianera. Ho scritto che non era vero che il fumo previene l’alzheimer, che si trattava di una stronzata. Apriti cielo.
Si sono offesi in parecchi. Per prima la persona che aveva pronunciato la “stronzata”. Io in realtà non intendevo tirarla in ballo. Mi premeva soltanto affermare con chiarezza, su Macchianera, che l’idea che il fumo prevenga l’alzheimer è una stronzata. La luna era assai più importante del dito. Sono stato senza dubbio brusco e probabilmente arrogante. Perché l’ho fatto?
Perché il fumo è una cosa seria, e il morbo di Alzheimer è una malattia orribile. Ma anche perché Macchianera è un blog molto popolare e molto indicizzato, e i commenti di un blog molto popolare sono il sottobosco ideale per le leggende urbane.
Vi ricordate la faccenda dell’olio di colza, l’anno scorso? Nacque proprio in un ambiente del genere. Un tale divulgò nei commenti di Beppe Grillo una sconcertante rivelazione: l’olio di colza poteva sostituire il gasolio nei motori diesel. Ne parla più nessuno? No, perché anche quella era una sostanziale stronzata. Il motore parte, ma i danni collaterali per il motore sono troppi. Però la notizia era sul sito di Beppe Grillo (molti credettero che fosse proprio di Beppe Grillo): tanta gente la credette degna di fede e si avvelenò il motore convintissima di risparmiare denaro e idrocarburi.
Ora immaginatevi qualcuno, magari un fumatore, che sente dire in un bar (o in una chat, od ovunque) che il “fumo previene l’alzheimer”. Magari vuol saperne di più. Fa una ricerca su google e trova… Macchianera. È un sito molto popolare. È esagerato, da parte mia, immaginare che qualcuno possa leggere un commento apparentemente innocuo e fidarsi? No, credo di no. I vizi sono insidiosi, lo sappiamo tutti. Siamo tutti perennemente in cerca di scuse per cedere. Un fumatore che scopre, su un sito ben frequentato, che il suo vizio può aiutarlo a non ammalarsi di alzheimer, avrà un motivo in più per non smettere. Salvo che in questo modo, secondo le conclusioni dei ricercatori di Rotterdam, potrebbe avere il doppio di possibilità di ammalarsi del morbo di Alzheimer.
La discussione è proseguita con toni molto accesi. Troppo. Alcuni, tra cui Filippo Facci (che agli eccessi della cosiddetta “crociata anti-fumo” ha dedicato un libro) hanno replicato citando fior di ricerche che secondo loro proverebbero il contrario. In realtà, per quanto ho potuto vedere, esse al massimo provano che l’assunzione di nicotina potrebbe prevenire l’alzheimer. Ma parlare di effetti positivi della nicotina non equivale a parlare di effetti positivi del fumo.
Sono stato accusato di non avere competenza medica (da persone che ne sono altrettanto prive). Infatti non ce l’ho, la competenza. Non l’ho nemmeno millantata. Ho attinto a fonti di divulgazione, con lo strumento più elementare del mondo: google. Con la convinzione che se davvero fumare prevenisse l’alzheimer, i divulgatori scientifici di mezzo mondo non si farebbero sfuggire la notizia. Pensare al contrario mi sembra un po’ troppo complottistico. Devo dire che comunque le poche persone che si sono qualificate come competenti hanno detto sostanzialmente la stessa cosa che ho detto io (sotto pseudonimo, però).
C'è chi ha insistito sul fatto che 'su Internet c'è tutto e il contrario di tutto', e persino le ricerche scientifiche direbbero 'tutto e il contrario di tutto'. E se anche fosse? Questo, come minimo, significherebbe che sull'idea del fumo anti-alzheimer non c'è consenso scientifico. E se il consenso non c'è, mi pare giusto ricorrere al principio di precauzione: nel dubbio non fumare.
C’è tuttora chi persiste a equivocare (non necessariamente in buona fede) tra nicotina e fumo. Io non trovo giusto mantenere un atteggiamento così ambiguo su Internet, e in particolare su un sito così ben indicizzato come Macchianera (in questo momento l’XML dei commenti di Macchianera è il terzo risultato su Google Italia per Alzheimer fumo). A un certo punto, di fronte a certi distinguo particolarmente sottili, ho scritto che “Internet è per scemi”. Non è una battuta.
Avete presente la collana “for dummies” (=”per scemi”)? In Italia ho visto soltanto i manuali di informatica. Negli USA invece impazzano manuali for dummies di ogni tipo. Vanno molto forte quelli di medicina e farmacologia, per ovvi motivi. La gente non vuole pagare i dottori e si cura da solo con un manuale “per scemi”.
Ora, Internet, con tutta la più buona volontà, è esattamente la stessa cosa: un enorme manuale “per scemi”. Per quanto voi possiate essere persone di giudizio, se volete veramente approfondire un problema in tutte le sfaccettature, studiate altrove. Se invece venite qui, state cercando risposte facili e sicure. E avete il diritto di averle. Per cui la domanda deve essere posta in modo chiaro e semplice: il fumo previene l’alzheimer, sì o no?
Io dico di no. In attesa (va da sé) che qualcuno mi dimostri il contrario.http://leonardo.blogspot.com/
Il nuovo volto della solidarietà e delle relazioni internazionali
27 novembre 2006
Appelli In chiusura degli Sati generali della Cooperazione e della Solidarietà Internazionale tenutisi a Roma il 22-24 novembre, le associazioni partecipanti hanno redatto un documento in cui si chiede una nuova politica in materia
Stati generali della Cooperazione e della Solidarietà Internazionale
Roma, 22-24 novembre 2006
RILANCIARE UNA NUOVA POLITICA DI SOLIDARIETA' E DELLE RELAZIONI COMUNITARIE INTERNAZIONALI
Alla conclusione delle riunioni dei lavori di plenaria e per gruppi che hanno coinvolto centinaia di persone e di rappresentanti di associazioni impegnate in attività di solidarietà e cooperazione internazionale, gli Stati Generali della Solidarietà e della Cooperazione Internazionale si rivolgono alle istituzioni, al mondo della politica e alla società civile.
Appello alle istituzioni, al mondo della politica e alla società civile
Di fronte al fallimento delle politiche di sviluppo e di aiuto pubblico e alla impossibilità di raggiungere nei tempi previsti l'insieme degli obiettivi del Millennio, sentiamo la necessità di rilanciare una nuova politica di solidarietà e di relazioni comunitarie internazionali, che metta al centro gli esseri umani e i loro diritti fondamentali a partire dall'infanzia, dall'empowerment delle donne, dalla difesa dell'ambiente e dei beni comuni. Una politica che abbandoni il paradigma esclusivo del profitto e della crescita economica indiscriminata, misurando lo sviluppo in base al miglioramento delle condizioni di vita e non degli indicatori macroeconomici.
La solidarietà internazionale tra i popoli è alla base delle politiche nazionali e internazionali del Paese in coerenza con gli obiettivi sanciti nella Costituzione per la realizzazione della Pace e della Giustizia tra i popoli, e confermati dallo statuto delle Nazioni Unite. Le attività di cooperazione costituiscono la principale manifestazione delle politiche di solidarietà internazionale del Paese. La cooperazione esclude interventi a sostegno di operazioni a carattere militare o di penetrazione commerciale; gli aiuti italiani devono essere slegati dall'acquisto di beni e servizi italiani.
Non possiamo continuare a vivere secondo l'attuale modello di consumo e di sviluppo poiché è dimostrato l'esaurimento progressivo delle risorse usate a una velocità tale che non riescono a rigenerarsi. È centrale assicurare la democrazia, la corretta informazione e la partecipazione attiva a tutti i livelli, anche decisionali, di tutte le componenti della società civile, privilegiando un ruolo pieno per le donne e i giovani. In particolare nelle attività di cooperazione deve essere assicurato il legittimo protagonismo delle popolazioni e delle istituzioni locali, l'armonizzazione, la coerenza, la trasparenza, la sostenibilità degli interventi e la loro totale integrazione nel contesto locale.
Per dare attuazione a questa nuova politica di cooperazione è urgente ed indispensabile sviluppare politiche coerenti, assicurandone la gestione integrata, e garantirne il finanziamento raggiungendo un volume di APS pari almeno allo 0,7 % del Pil, nel rispetto degli impegni più volte riconfermati.
Le attività di cooperazione contribuiscono
alla valorizzazione delle reti territoriali, con il loro patrimonio di relazioni, risorse e competenze di tutti i soggetti coinvolti per un partenariato consapevole e duraturo tra comunità
al rafforzamento di rapporti di maggiore giustizia ed equità nelle relazioni fra i popoli
alla redistribuzione internazionale delle risorse
al rafforzamento di sistemi di partecipazione e al riequilibrio dei sistemi di governance globale
alla ricerca di alternative economiche, come il consolidamento di produzioni locali ispirate ai principi della solidarietà
alla difesa dei beni comuni
alla lotta povertà
al rispetto dei diritti e della dignità della persona e dei popoli
alla parità di genere
alla promozione dei diritti di cittadinanza e partecipazione attiva
al soccorso delle popolazioni in situazione di emergenza
alla tutela degli ecosistemi e alla prevenzione dei disastri naturali
allo sviluppo ecosostenibile, partecipato e duraturo a partire dalle esigenze delle comunità locali
alla prevenzione dei conflitti
Le priorità per il cambiamento
Pace, disarmo e prevenzione dei conflitti
Ridurre sensibilmente le spese militari, liberando così risorse da destinare alla spesa sociale, alla pace e alla cooperazione internazionale
Agire a livello internazionale per la regolamentazione del commercio di armi e rafforzare le normative vigenti in materia; in particolare, chiediamo che vengano applicate le parti della legge 185/90 che riguardano il divieto di esportare armi nei Paesi poveri o nei Paesi che violano i diritti umani, riconoscendo alle organizzazioni della società civile un ruolo di monitoraggio e di controllo su questa materia
Promuovere le differenti forme di impegno civile nelle situazioni di conflitto, quali: interventi di interposizione, di diplomazia popolare, di ricostruzione del tessuto civile, di riattivazione di processi democratici, di accompagnamento civile, di monitoraggio elettorale e dei diritti umani, di riconciliazione tra le parti, anche nell'ottica della sperimentazione di Corpi civili di pace
Creare un istituto nazionale di ricerche e studi per la pace il disarmo e la prevenzione dei conflitti che, senza perdere il legame con le numerose esperienze già avviate dal mondo accademico e dalla società civile, garantisca adeguati fondi e il necessario coordinamento
Promuovere e sostenere una forte azione culturale di educazione alla pace, rivolta a tutte le realtà educative e formative che operano sul nostro territorio e nei paesi in cui sono presenti progetti di cooperazione
Perseguire una coerenza nelle politiche di solidarietà e cooperazione internazionale: valutando l'impatto degli interventi di cooperazione sulle dinamiche conflittuali presenti nei Paesi dove si opera; evitando finanziamenti governativi che si pongono in contraddizione con le finalità della cooperazione all'interno dello stesso paese; prestando attenzione alla trasparenza ed eticità dei finanziamenti, soprattutto nel caso di paesi in cui avvengono evidenti violazioni dei diritti umani
Diritti
Ri-valorizzazione e attuazione dei diritti umani fin dall'infanzia, includendo in modo chiaro, tra gli altri, i diritti dei minori, al lavoro, alla sovranità alimentare, alla corretta informazione, ad un ambiente sano, all'accesso ai beni comuni, alla libera circolazione delle persone, alla formazione culturale, all'equita' di genere in tutti i sensi
Riaffermazione della salute come diritto universale in ogni parte del mondo, richiamandosi ai principi della dichiarazione di Alma Ata e Ottawa e promuovendo lo sviluppo delle capacità locali ed i sistemi sanitari nazionali
L'importanza di riconoscere i beni comuni globali (acqua, mare, terra, energia, risorse, biodiversità, territorio) come patrimonio dell'umanità garantendone l'accesso a tutti
Facilitazione attraverso l'educazione formale e non-formale dell'accesso libero all'informazione e alla cultura nel rispetto delle diversità delle espressioni culturali, come presupposto per esercitare i propri diritti e la cittadinanza attiva
Riconoscimento della cittadinanza transnazionale come superamento dei diritti legati alla nazionalità
La creazione di una rete di interventi a sostegno della scuola pubblica nelle aree di povertà, in un contesto di disgregazione del sistema scolastico destinando più risorse
Politiche di Genere
Siano stanziate maggiori risorse per le politiche di genere e la dimensione di genere diventi parte integrante di tutti i programmi di cooperazione
Ai fini del raggiungimento del terzo obiettivo del millennio (Empowerment delle donne), si lavori per attivare le reti trasversali della società civile impegnata su obiettivi globali (come il World Social Forum) e, attraverso tali reti, ci si impegni per condividere le priorità di intervento tanto con i partner locali, quanto con le donne migranti, in modo da costruire un'agenda comune. Gli interventi di cooperazione siano valutati anche in base alla loro capacità di promuovere e rafforzare relazioni paritarie, di scambio e confronto, sul territorio e tra i territori
La partecipazione delle donne ai processi decisionali nei loro contesti locali sia promossa e sostenuta, adeguando di conseguenza tempi, costi e strumenti dei programmi di sviluppo locale, e valorizzando e sostenendo le capacità di ricerca delle donne del Sud del mondo
Il ruolo delle donne immigrate presenti sul nostro territorio si valorizzi nella cooperazione come anello di congiunzione con le comunità locali nei paesi di origine
La violenza contro le donne sia considerata un costo sociale e quindi: tema trasversale in tutti i programmi di cooperazione, tema che vede coinvolti anche gli uomini, in quanto soggetti di violenza, e le organizzazioni miste, al fine di attivare tutta la società civile. Strumento privilegiato nelle azioni di lotta alla violenza contro le donne dovrebbe essere la creazione e il sostegno a Centri antiviolenza, intesi come luoghi deputati alla prevenzione della violenza, protezione delle vittime, empowerment delle donne. Nei contesti di conflitto armato, tuttavia, si richiede di ricorrere in modo prioritario alle piena attuazione della risoluzione ONU 1325
Coerenza delle politiche
Perseguimento degli impegni di cancellazione del debito incondizionata e unilaterale. Sostenere l'attuazione della riconversione del debito estero solo se su richiesta da parte della società civile dei Paesi interessati, e in protezione e valorizzazione della biodiversità e della diversità culturale, in co-gestione con le organizzazioni locali per garantirne governance e coerenza
Applicare a pieno la legge 209, in particolare l'articolo 7. Chiediamo che l'Italia rilanci la sua politica per una soluzione definitiva del problema del debito estero dei Paesi impoveriti: chiediamo che il nostro Paese si faccia promotore di un'iniziativa internazionale per il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia secondo la lettera dell'articolo 7 della 209, e che avvii un'iniziativa di studio e analisi del debito illegittimo sull'esempio del Governo Norvegese
Creare luoghi istituzionali di coordinamento governativo, quale un tavolo inter-ministeriale di confronto (Esteri, Ambiente, Agricoltura, Economia, Istruzione, Interni, Commercio, Industria) che sia sede politica di dibattito sulla coerenza del programma di lavoro (priorità, ruoli, tempi, responsabilità), monitoraggio e verifica periodica governo-società civile; il Ministero degli esteri deve essere il punto di riferimento e facilitatore dell'utilizzo di risorse ed esperienze delle diverse componenti
Cambiare il paradigma della cooperazione internazionale: assumendo l'integrazione e la supremazia della solidarietà internazionale e della costruzione di pace, per passare dalla crescita della ricchezza al miglioramento della vita delle persone. Passare quindi dalla cooperazione alla costruzione di economie solidali, modelli innovativi e paritari di comunicazione: demercificare la cooperazione, aprire la cooperazione ai migranti. Significa a livello quantitativo più investimenti per istruzione, formazione, educazione permanente lungo l'arco della vita, incrementando le capabilities delle persone
Sostenere lo scambio e la formazione culturale come strumento di cooperazione nella soluzione di conflitti, tensioni sociali e degrado ambientale. Attribuire alla cultura e al suo sostegno il ruolo di veicolo di dialogo per attuare la convivenza pacifica e il rispetto, valori fondanti per scardinare l'attuale logica donatore-beneficiario
Rispetto degli impegni presi a livello internazionale (es: Kyoto, cancellazione del debito, obiettivi del millennio) e la concretizzazione delle regole e delle convenzioni approvate sia a livello nazionale che internazionale, mantenendo la priorità dello sviluppo anche nella negoziazione di accordi commerciali regionali (EPA) e multilaterali. Significa anche spingere il coordinamento internazionale degli sforzi di sviluppo, assistenza umanitaria e tutela ambientale in maniera sinergica, per ottenere politiche e pratiche coerenti e coese e risultati più efficaci ed efficienti
Eliminare gli aiuti legati
Reti Territoriali
Tutti i soggetti che intervengono nei territori, con programmi di autosviluppo umano e sostenibile, hanno il dovere di conoscere le reti già esistenti e valorizzare i percorsi e i processi storici, culturali, linguistici ed ambientali
Il partenariato non può prescindere dal ruolo degli attori locali come costruttori di reti per lavorare e dialogare tra due o più realtà territoriali; nel caso che queste condizioni non siano presenti è importante favorire la creazione della rete in ogni territorio
I programmi della cooperazione internazionale come parte integrante della Politica Estera, dovrebbero integrare i propri progetti all'interno di un programma condiviso tra territorio e Amministrazioni Centrali, anche in autonomia rispetto all'agenzie internazionali
La costruzione di reti territoriali e dei partenariati non può basarsi sulla contingenza o sulla disponibilità di fondi ma dovrebbe avere una prospettiva di continuità e consolidamento delle relazioni mirando al conseguimento di obiettivi condivisi e individuando gli strumenti più adeguati al loro raggiungimento. Come ad esempio il protagonismo delle realtà locali nella cancellazione del debito
In questo senso, i Millennium Goals vanno ridefiniti, delineando un sistema di propositi credibili e partecipati, sostenuti da una prassi di riferimento che renda chiara la metodologia di raggiungimento di obiettivi verificabili.
All'interno delle reti territoriali ogni attore ha pari dignità; rispetto alle modalità di accesso ai fondi sulla cooperazione non ci sono attori che hanno privilegi rispetto ad altri. Va premiata invece la capacità degli stessi di stare all'interno e di costruire reti territoriali. Pensiamo alla cooperazione soprattutto come ad uno strumento di cambiamento culturale che trasformi in positivo il sistema delle relazioni tra "Nord e Sud" del mondo, attraverso nuove buone pratiche incentrate sul consumo critico e sulla promozione di un‘economia alternativa e solidale, del rispetto della biodiversità e delle diversità culturali e linguistiche tramite gli scambi di conoscenza e il turismo responsabile. Nell'ambito delle reti territoriali è fondamentale considerare il valore aggiunto che si concretizza nella molteplicità delle comunità migranti presenti nei nostri territori
Attori e strumenti
Riconoscere il ruolo dei nuovi attori della cooperazione e solidarietà internazionale, che sono emersi negli ultimi anni e che agiscono in diverse forme e in base alla propria specificità: economia solidale, mondo del lavoro, enti locali, istruzione, associazionismo non profit, fondazioni, associazioni di migranti
La riforma del quadro legislativo della cooperazione è urgente e deve tener conto dei cambiamenti nel mondo della cooperazione intervenuti negli ultimi venti anni:
le risorse destinate all'aiuto pubblico allo sviluppo, derivanti dalla fiscalità pubblica nazionale, dovranno giungere allo 0,7% del PIL, al netto delle cancellazioni del debito, molto prima del 2015;
una regia politica unitaria (per esempio, Consiglio dei Ministri) che garantisca la coerenza ed il coordinamento delle attività di cooperazione e che attribuisca ad un'autorità politica la responsabilità di attuare strategie di cooperazione
un Ente dotato di piena autonomia gestionale e contabile oltre che di finanziamenti certi. L'Ente deve avere la responsabilità della gestione delle attività di cooperazione, oltre che la capacità di istruire gli indirizzi strategici che saranno approvati dal Consiglio dei Ministri. Non deve avere capacità di iniziativa propria sulla raccolta fondi. L'Ente garantisce il finanziamento del canale bilaterale e multilaterale; per lo svolgimento di questa attività, si attiene a procedure distinte dal paradigma delle condizionalità economiche attualmente promosse dalle politiche dell'IFIS. Gli attori della cooperazione dovranno essere consultati nella definizione delle linee d'azione dell'Ente.
"Fondo nazionale della Cooperazione", gestito dall'Ente, che raccoglie tutte le disponibilità finanziarie dell'Aiuto Pubblico allo sviluppo, oggi frammentate nei bilanci di diversi ministeri; l'Ente predispone una rendicontazione unitaria di tutti i flussi dell'aiuto, che riporti separatamente le cancellazioni del debito. Il Fondo avrà una disponibilità finanziaria stabilita pluriennalmente, e mantiene la capacità di ricevere donazioni private.
Norme che consentano alle associazioni di migranti di diventare attori
Norme a sostegno di nuove forme di cooperazione: sostegno a distanza, microcredito, economia solidali
L'Assemblea degli Stati generali della Solidarietà e Cooperazione Internazionale
Roma, 23 novembre 2006
Hanno aderito al Comitato Promotore lanciato dal Comitato Cittadino per la Cooperazione decentrata del Comune di Roma: A B C solidarietà e pace ONLUS, Actionaid International, ACLI, AFFI - Casa Internazionale delle donne, AIAB, AIFO, AINA onlus, Altri Mondi, Amref, ANS-XXI onlus, ANSPS - Associazione Medina, ARCI-ARCS, Armadilla, Asal, Associazione ADL a Zavidovici, Ass. Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese, Ass. Lumbe Lumbe, Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi, Associazione Ong Italiane, Ass. per la Pace, Associazione Umanista Energia Per i Diritti Umani onlus, Ass. Umanista Reciprocità, ASSUR, Associazione Viedimezzo, Auser Nazionale, Azimut, Campagna Mine, Campagna ONU No Excuse 2015, Campagna Sdebitarsi, Campagna Un'altra alimentazione contro la fame è possibile CESTAS, CESVI, CGIL, Chiama l'Africa onlus, CIRPS La Sapienza, CIES, CINI - Coordinamento Italiano Network Internazionali, CIPSI, CISL, CISP, Coalizione Italiana Contro la Povertà, COCIS, Consiglio Nazionale Disabilità, Coordinamento nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, COSV, CRBM, CRIC, CRT Scenamadre, CTM Altromercato, Dialogo Roma, DPI Italia, Economia Alternativa, EIP Italia, FairTrade Italia, Fair, Federparchi, FISH Campania / Federhand onlus, Formin, Forum SAD, Forum Terzo Settore, Green Cross Italia, ICEI, ICS, IMAGINE onlus, IMED Roma, Impegnarsi Serve, Intersos, ISCOS - CISL, ISTISSS, Jane Goodall Institute Italia, La Gabbianella, Lega per i diritti dei popoli, Legambiente, Lilliput, LTM Gruppo Laici Terzo Mondo, Lunaria, MagicAmor Onlus, Mais, Mani Tese, Mingha Africa onlus, Mo.V.I. - Movimento di volontariato Italiano, Movimento Enzimi di Pace / Scuola di Pace, Movimondo, Osservatorio Italiano sull'Azione Globale contro l'AIDS, Osservatorio sui Balcani, Paralleli - Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest, Pax Christi, Peace Generation, PRO.DO.C.S., Progetto Sud, Progetto Sviluppo, RECOSOL - Rete dei Comuni Solidali, Reorient, Risorse Per Roma-RPR, RiL - Rete Informativa Latinoamericana, Riserva Naturale Monterano, SAL - Solidarietà America Latina, SAP, Save the Children, Sbilanciamoci, SCI - Servizio Civile Internazionale, Segretariato Permanente Premi Nobel per la Pace, Selvas, Seniores Italia, SOS BLU, Tabanka, Tavola della Pace, Terra Nuova, Terre Madri, Terres des Hommes, Tilicho, Tradewatch, Trama di Terre, Ucodep, Un ponte per..., Unione degli Studenti, Università Roma Tre, VIS, Voci della Terra, Volontari Dokita, Volontari nel mondo - FOCSIV, WWF, YAP Italia
SVILUPPO-AFRICA:
Cambiamento climatico: chi non potrà evitarlo, dovrà adattarsi
Joyce Mulama
NAIROBI,IPS) - Dalla conferenza sul cambiamento climatico da poco conclusa a Nairobi, è emerso che – insieme alla promessa di diminuire le emissioni di gas serra – un ruolo chiave può avere anche l’adattamento agli effetti della trasformazione dei modelli climatici.
Tuttavia, secondo alcuni delegati presenti al meeting di Nairobi, mitigazione e adattamento devono andare di pari passo se si vogliono affrontare i mutamenti climatici in maniera efficiente – intuizione confermata anche da Annan.
”Mentre cerchiamo di diminuire le emissioni, dobbiamo impegnarci maggiormente nell’adattamento al riscaldamento globale e ai suoi effetti, e integrare i rischi imposti dal cambiamento climatico con strategie e programmi finalizzati al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio”, ha detto Annan nel suo discorso.
Tuttavia, a molti governi africani manca il denaro necessario ai programmi di adattamento, ha dichiarato Richard Odingo, professore di geografia presso l’Università di Nairobi specializzato in climatologia. “L’Africa è vulnerabile rispetto a eventi climatici estremi, e dispone di risorse finanziarie limitate. Sono necessari finanziamenti esterni per attivare i programmi di adattamento nel continente”, ha fatto notare.
Un fondo per l'adattamento per aiutare i paesi in via di sviluppo è stato assicurato dal Protocollo di Kyoto nella Convenzione, e al meeting di Nairobi sono stati discussi alcuni dettagli su come realizzare questa iniziativa.
Il protocollo si concentra sulla riduzione delle emissioni di gas serra, come il biossido di carbonio e il metano, che molti scienziati considerano legati all’aumento delle temperature, e al conseguente cambiamento climatico. Si richiede che entro il 2012, 35 nazioni industrializzate riducano le loro emissioni combinate del cinque per cento sotto i livelli del 1990. Dei 189 stati che hanno firmato la Convenzione, solo 165 hanno ratificato il Protocollo di Kyoto del 1997.
Gli Stati Uniti, principale responsabile delle emissioni di gas serra (con circa il 25 per cento su tutti i paesi industrializzati), non ha ancora aderito al protocollo – firmato durante il mandato di Bill Clinton – che obbliga i paesi a ridurre i gas serra fino al sette per cento. Su questo punto, i funzionari americani presenti al meeting sono stati sottoposti a pesanti critiche, con appelli perché gli Usa ratifichino il protocollo.
Oltre all’inadeguatezza delle risorse per affrontare il cambiamento climatico, un altro timore per l’Africa è l’assenza di competenze tecnologiche specifiche.
”Ci manca la tecnologia per utilizzare i pozzi superficiali quando i fiumi diventano stagionali, raccogliere acqua piovana in larga scala e dirottare l’acqua dell’oceano per uso industriale”, ha detto all’IPS Juma Mgoo, funzionario presso il Ministero delle risorse naturali in Tanzania.
Il meeting tenutosi dal 6-17 novembre ha riunito circa 6.000 delegati, impegnati nella ricerca di strumenti adeguati per il cambiamento climatico, che sarà presumibilmente più disastroso per le nazioni in via di sviluppo, mal equipaggiate ad interagire con esso. Il cambiamento dei modelli climatici causerà, tra l’altro, siccità e inondazioni, eventi climatici che portano spesso ad insicurezza idrica e alimentare.
”Il nostro appello è quello di coinvolgere i nostri partner occidentali per lo sviluppo, i quali temono che pur volendo aiutare i paesi in via di sviluppo, il loro aiuto non funzionerebbe senza il nostro impegno per i mutamenti climatici”, ha detto George Krhoda, segretario permanente del Ministero dell’ambiente e delle risorse naturali in Kenya.
”Il cambiamento climatico ci costa moltissimo in investimenti. A parte la perdita di vite umane e di proprietà, riporta il paese a un punto zero, soprattutto quando si tratta di sostituire ponti abbattuti o strade spazzate via dalle inondazioni”, ha detto all’IPS, ricordando che il costo di un chilometro di strada per il governo è di circa 14.000 dollari.
Le osservazioni di Krhoda arrivano in un momento in cui la regione costiera del Kenya sta sperimentando pesanti inondazioni, con la conseguente interruzione di una parte di strada che collega alla Tanzania.
Oltre ai finanziamenti per la ricostruzione di strade e simili, il governo richiede milioni di dollari per aiutare le famiglie colpite dalla siccità, fenomeno divenuto ricorrente in questo paese dell’Africa orientale.http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=797
Il boom delle immobiliari di Dio
“Cerchi un agente immobiliare che risponda all’Altissimo?”. Si presenta cosi’ Christian Real Estate Network, una rete che unisce negli USA agenzie immobiliari unite dalla fede. Dopo aver ottenuto l’adesione del membro numero 1000, il network ha proclamato di essere ora “la piu’ vasta rete immobiliare basata sulla fede al mondo”. A darne notizia e’ stata - chi altri? - l’agenzia Christian Newswire, che a sua volta e’ un’organizzazione di pubbliche relazioni ‘faith-based’. Un altro esempio dei risvolti anche economici del boom spirituale che attraversa gli USA in questi anni…http://www.marcobardazzi.com/blog7/
«Il macho latino? Non è più violento dei maschi nordici»
La violenza contro le donne è un fenomeno europeo. La denuncia di una leader della Lobby europea delle donne.
Campagna contro la violenza contro le donne in Irlanda (Alister/flickr) Lo shock è stato generale in Finlandia quando si è scoperto che più del 20% delle donne del paese avevano subito violenze da parte dei rispettivi partner. L'inchiesta, condotta nel 1997 su poco più di 7.100 donne dai 18 ai 74 anni – la prima di tale portata in Europa – svelò una realtà che molti avrebbero preferito non vedere.
Solo il 10% delle donne sporge denuncia
A 10 anni di distanza le legislazioni sono più severe ed un maggior numero di donne osa denunciare le violenze subite. Anche se si stima che solo il 10% sporge denuncia. Tuttavia a ciò spesso non fanno seguito misure di accoglienza e di protezione ed il bilancio complessivo resta largamente insufficiente, così come la responsabilizzazione degli aggressori.
Non solo. Crescono coloro che vorrebbero diluire il problema nella cornice delle “violenze domestiche”, negando il carattere specifico di questa violenza di genere contro la donna. Per molti la violenza domestica resta ancora appartenente alla sfera privata: ciò che accade dietro i muri del focolare non riguarda nessuno e fa parte della vita normale.
Ma fortunatamente la percezione generale sta cambiando. Grazie alle organizzazioni femminili questi cambiamenti sono balzati alle cronache nella metà degli anni Novanta, e vengono oggi amplificati da grandi campagne di sensibilizzazione, come quelle condotte da Amnesty International o dal Consiglio d'Europa.
La violenza domestica è diversa dai conflitti che possono aver luogo all’interno di una coppia. È una violenza continua, cronica, di intensità crescente, che va dall'insulto all'omicidio. Non è solo fisica e sessuale ma anche psicologica e finanziaria. Ha un carattere “strutturale”, e per questo si parla di violenza di genere: perché è la società che produce modelli in cui gli uomini possono dominare la "propria" donna, in cui sono ancora detentori assoluti del potere, ed è tramite simili modelli che l’aggressività si espande.
Poche cifre
Attenzione però. Le statistiche ufficiali riflettono l'attività della polizia o dei giudici ma non i numeri reali del fenomeno. In genere nei casi di violenza domestica le vittime esitano a chiamare le forze dell'ordine. Non sempre, poi, le denunce vengono raccolte, e spesso finiscono per esser ritirate durante processi talvolta troppo lunghi.
È solamente a partire dalla metà degli anni Novanta che si è dato il via a ricerche in grado di fornire indicazioni più affidabili. Il quadro che ne emerge è scioccante: in Europa, tra il 20 ed il 25% delle donne avrebbero subito violenze fisiche da parte del loro partner. Ovvero quasi una donna su 4.
Il mito del "macho" spagnolo
E tuttavia gli uomini del Sud non sono più violenti di quelli del Nord, del Regno Unito o della Francia. Dovunque nel Vecchio Continente è possibile trovare le stesse drammatiche cifre. Nei Paesi Bassi nel 1989, il 20,8% delle donne interrogate dichiaravano di aver subito durante la loro vita violenze fisiche da parte di un (ex) partner maschile; in Polonia nel 1996, il 18% in modo sporadico ed il 9% regolarmente; in Finlandia nel 1997, il 22% ed in Lituania nel 1999 il 42,4%. Ed il machismo uccide: in Spagna, 92 donne sono state uccise dai rispettivi (ex) coniugi/partner nel 2003; 94 nel 2004. In Francia la situazione non è migliore, con 6 decessi al mese addebitabili a violenze domestiche. In Ungheria, addirittura, ogni settimana una donna muore sotto i colpi del partner.
Altra constatazione: nessuna classe culturale, geografica o di età è al riparo dalla brutalità domestica. La violenza è uniforme. Inoltre, contrariamente a ciò che si immagina, essa non è legata alla povertà, né all'alcol o alla droga.
Ciò che differisce secondo i paesi, è la vitalità del tessuto associativo e l'azione della società civile e della politica. Si pensa che il macho iberico è più violento, ma ciò capita semplicemente perché le associazioni spagnole si sono mobilitate enormemente per cambiare la legislazione.
Le diverse reazioni
Esistono note differenze nella politica rispetto alle misure intraprese. Tre paesi hanno adottato un Piano nazionale di azione per lottare contro ogni forma di violenza verso le donne: Germania, Spagna e Svezia. Otto paesi hanno solamente un Piano di azione nazionale contro la violenza: Belgio, Croazia, Danimarca, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia ed Portogallo. Solo nove paesi hanno assegnato un capitolo di bilancio a parte per simili piani di azione; mentre poi Danimarca o Svezia possiedono numerosi rifugi per accogliere le donne maltrattate, certi Stati dei venticinque non ne hanno alcuno.
La violenza verso le donne è il maggiore ostacolo verso la parità tra donne e uomini. Ad oggi l'Unione europea ha avviato solo un programma – Dafne – per finanziare progetti contro la violenza verso donne e bambini: finora, dunque, si è trattato di un settore di esclusiva competenza degli Stati membri. È da tempo che il Parlamento chiede un anno contro la violenza verso le donne e la sua “Roadmap per l'uguaglianza” fa di questo problema una priorità. È tempo di reagire in modo più attivo, ed è tempo di ottenere una vera legislazione europea in grado di proteggere le donne, responsabilizzare gli uomini e punire gli aggressori.
Colette de Troy - Bruxelles
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8961
LA FONDAZIONE FORD E LA CIA
DI JAMES PETRAS
Ratical
Un caso documentato di collaborazione filantropica con i Servizi Segreti
Premessa
La CIA si serve di fondazioni filantropiche come del mezzo più efficace per convogliare forti somme di denaro verso progetti dell’Agenzia senza destare nei beneficiari alcun sospetto circa la loro provenienza. A partire dai primi anni cinquanta fino ad oggi l’intromissione della CIA in questo contesto è stata e rimane notevole. Nel 1976 un’indagine del Congresso USA aveva svelato come almeno il 50% su 700 sovvenzioni versate da importanti fondazioni per attività internazionali erano state finanziate dalla CIA (Who Paid the Piper? The CIA and Cultural Cold War, Frances Stonor Saunders, Granta Books, 1999, pp. 134-135). La Cia considera fondazioni come la Ford “La migliore e più plausibile forma di copertura finanziaria” (Ibid, p. 135). La collaborazione di fondazioni rispettabili e prestigiose, secondo un ex agente della CIA, ha permesso all’Agenzia di finanziare “una gamma apparentemente illimitata di operazioni sotto copertura aventi come obiettivo gruppi giovanili, sindacati dei lavoratori, università, case editrici ed altre istituzioni private” (p.135) Tra cui dei gruppi di difesa dei “diritti umani” che sono tuttora operanti. La Fondazione Ford è una delle principali “fondazioni private” che per significativi periodi di tempo hanno collaborato con la CIA a progetti fondamentali per la Guerra Fredda in ambito culturale.
Il presente saggio dimostrerà come l’unione tra Fondazione Ford e CIA abbia rappresentato un comune, consapevole e deliberato sforzo atto a rafforzare l’egemonia culturale imperialistica degli Stati Uniti e ad indebolire l’influenza culturale e politica della Sinistra. Prima di tutto esamineremo i legami storici che nel corso della Guerra Fredda hanno unito la Fondazione Ford e la CIA. Vedremo chi furono i Presidenti della Fondazione, quali i progetti e gli obiettivi comuni nonché l’impegno congiunto in vari ambiti culturali.
Retroscena: la Fondazione Ford e la CIA
Alla fine degli anni cinquanta la Fondazione Ford era in attivo di oltre 3 miliardi di dollari. I capi della Fondazione si trovavano pienamente d’accordo con i propositi di egemonia mondiale di Washington che seguirono alla Seconda Guerra Mondiale. Un noto studioso di quel periodo scrive: “A volte la Fondazione Ford appariva quasi come un prolungamento del governo in tema di propaganda culturale internazionale. La Fondazione aveva precedenti di stretto coinvolgimento in azioni segrete in Europa, avendo collaborato da vicino al Piano Marshall e con i dirigenti CIA riguardo a dei piani specifici” (Ibid, p.139). Cosa che risulta chiaramente dimostrata dalla nomina di Richard Bissel a Presidente della Fondazione nel 1952. Durante il biennio in carica Bissel ebbe modo di incontrarsi spesso con il capo della CIA, Allen Dulles, e con altri funzionari in una “comune ricerca” di idee innovative. Nel gennaio del 1954 Bissel lasciò la Ford per divenire assistente personale di Allen Dulles (Ibid, p. 139). Sotto Bissel, la Fondazione Ford (FF) fu “all’avanguardia nell’escogitare strategie per la Guerra Fredda”
Uno dei primi progetti della Fondazione Ford durante la Guerra Fredda fu di fondare una casa editrice, la Inter-cultural Publications e di pubblicare in Europa una rivista in quattro lingue denominata Perspectives. Lo scopo della FF secondo Bissel “ non era tanto quello di sconfiggere gli intellettuali di sinistra sul piano dialettico (sic) quanto di indurli a prendere distanza dalle loro stesse posizioni” (Ibid, p.140). Il consiglio di amministrazione della casa editrice era totalmente dominato da Combattenti intellettuali della Guerra Fredda. A causa della radicata cultura di sinistra presente nell’Europa del dopoguerra, Perspective non fu in grado di far presa sui lettori e dovette chiudere i battenti.
Un’altra pubblicazione Der Monat fondata con il Fondo Confidenziale della forza militare statunitense e diretta da Melvin Lasky venne rilevata dalla FF, perché assumesse una parvenza d’indipendenza (Ibid, p.140).
Nel 1954 ad essere presidente della FF, sarà John McCloy. Ossia la personificazione del potere imperiale. Prima di ricoprire detta carica era stato Assistant Secretary of War, Presidente della Banca Mondiale, Alto Commissario della Germania occupata, presidente della Rockfeller’s Chase Manhattan Bank, avvocato di sette grandi compagnie petrolifere a Wall Street e amministratore di svariate società. In veste di Alto Commissario in Germania, McCloy aveva fornito copertura ad un mucchio di agenti della CIA (Ibid, p. 141).
McCloy integrò la FF con le operazioni della CIA. Creò un’unità amministrativa all’interno della FF che si occupava esclusivamente della CIA. McCloy fu a capo di un comitato di tre persone che si riunivano con la CIA per agevolare l’utilizzo della FF come copertura ed il trasferimento di fondi. Grazie a tali collegamenti strutturali la FF fu una di quelle organizzazioni che la CIA riuscì a mobilitare negli scontri politici contro la sinistra antimperialista favorevole al comunismo. Numerosi “fronti” della CIA ricevettero sostanziosi contributi dalla FF. Numerose organizzazioni culturali, gruppi per i diritti umani, artisti ed intellettuali sponsorizzati dalla CIA all’apparenza indipendenti ricevettero sovvenzioni dalla CIA/FF. Una delle più grosse donazioni della FF andò al Congresso per la Libertà Culturale organizzato dalla CIA che ricevette 7 milioni di dollari agli inizi degli anni sessanta. Numerosi agenti della CIA ottennero impiego presso la FF garantendo una continuità collaborativa con l’Agenzia (Ibid, p.143).
Tra la CIA e la FF si instaurò fin dall’inizio una fitta relazione strutturale ed uno scambio di personale ad alti livelli. Un legame strutturale basato sulla condivisione di comuni interessi imperialistici. Da tale collaborazione scaturì la proliferazione di un certo tipo di riviste e l’accesso ai mass media di cui si servirono gli intellettuali favorevoli agli Stati Uniti per lanciare accese polemiche atte a screditare i marxisti ed altre realtà che si opponevano ai principi dell’imperialismo. I fondi elargiti fornivano a dette organizzazioni e agli intellettuali anti-marxisti la copertura di cui necessitavano per potersi legittimamente reputare “indipendenti” dai finanziamenti governativi (CIA).
Il finanziamento da parte della Fondazione Ford di fronti culturali riconducibili alla CIA fu importante per disporre di intellettuali non comunisti i quali venivano incoraggiati ad attaccare la sinistra marxista e comunista. Molti di questi intellettuali non comunisti di sinistra ammisero di essere stati “raggirati” e che se fossero stati al corrente che dietro alla facciata rappresentata dalla FF si celava la CIA non avrebbero prestato il loro nome ed il loro prestigio. Tale disillusione della sinistra sfavorevole al comunismo comunque ebbe luogo dopo che vennero pubblicate sulla stampa le rivelazioni circa la collaborazione tra la FF e la CIA. Quei democratici socialisti contrari al comunismo erano davvero così ingenui da credere che tutti quei Congressi presso ville sontuose ed alberghi a cinque stelle sul Lago di Como, a Parigi e a Roma, tutte quelle costose mostre d’arte e riviste patinate altro non erano che il risultato di filantropia volontaria? Sarà. Ma anche il più ingenuo doveva essersi accorto che in tutti quei Congressi come nelle riviste specializzate obiettivo di critica erano “l’imperialismo Sovietico”, “la tirannia Comunista” e “gli apologeti di sinistra della dittatura” – nonostante costituisse un falso segreto il fatto che gli USA fossero intervenuti per sollevare il governo di Arbens in Guatemala ed il regime dei Mossadegh in Iran e che i diritti umani fossero stati massicciamente violati da dittatori forti dell’appoggio USA a Cuba, nella Repubblica Dominicana, in Nicaragua e in altre località.
“L’indignazione” e le rivendicazioni “d’innocenza” da parte di molti intellettuali anticomunisti di sinistra seguita alla rivelazione della loro appartenenza a fronti culturali della CIA deve essere presa con una buona dose di cinico scetticismo. Un eminente giornalista, Andrew Kopkind, espresse un profondo senso di disillusione nei confronti dei fronti culturali CIA finanziati da fondazioni private. Egli scrisse:
br> “La distanza tra la retorica della società aperta e la realtà di controllo fu più grande di quanto chiunque immaginasse. Chiunque si fosse recato all’estero per conto di un’organizzazione americana sarebbe stato testimone, in un modo o nell’altro, della teoria di un mondo diviso tra comunismo e democrazia dove ogni via di mezzo rappresentava un tradimento. L’illusione del dissenso veniva mantenuta: la CIA sosteneva i combattenti della guerra fredda socialisti, quelli fascisti, quelli bianchi e quelli neri. La connotazione cattolica e la flessibilità delle operazioni della CIA costituivano degli enormi vantaggi. Ma si trattava di un falso pluralismo profondamente disonesto” (Ibid, pp. 408-409)”.
Quando Dwight Macdonald, il giornalista statunitense redattore dell’Encounter (influente pubblicazione culturale finanziata dalla FF-CIA) inviò un articolo critico verso la cultura e la politica degli USA, questo gli venne respinto dai suoi superiori in stretta cooperazione con la CIA (ibid, pp. 314-321). Nel campo della pittura e del teatro la CIA operò con la FF al fine di promuovere l’espressionismo astratto a discapito di qualsiasi espressione artistica ricca di un contenuto d’ordine sociale, fornendo sovvenzioni e contatti per mostre ben reclamizzate in Europa e commenti positivi da parte di giornalisti “sponsorizzati”. L’interconnessione a livello direttivo tra la CIA, la Fondazione Ford e il Museo d’Arte Moderna di New York portò ad un’eccessiva promozione dell’arte “individualista” distante dalla gente --- e ad un feroce attacco ai pittori, agli scrittori ed ai commediografi europei che esprimevano una prospettiva critica realista. “L’espressionismo astratto” al di là delle intenzioni dell’artista, rappresentò un’arma nel corso della Guerra Fredda (Ibid, p. 263).
La storia di collaborazione ed interscambio della Fondazione Ford con la CIA per l’ottenimento dell’egemonia mondiale da parte degli Stati Uniti è oggi un fatto ben documentato. Ciò che rimane da chiarire è se tale rapporto si è protratto nel nuovo millennio dopo quanto emerso negli anni sessanta. La FF ha operato dei cambiamenti superficiali. Sono più elastici nel fornire modesti contributi ai gruppi per i diritti umani e ai ricercatori accademici che occasionalmente dissentono dalle politiche statunitensi. E’ difficile che collochino agenti della CIA ai vertici dell’organizzazione. In maniera più determinante sono sempre più propensi a collaborare apertamente con il governo USA in quelli che sono i suoi obiettivi culturali ed educativi, specialmente con l’Agenzia dello Sviluppo Internazionale.
La FF ha in qualche modo affinato il proprio stile di cooperazione con Washington nell’intento di dar vita ad una supremazia culturale mondiale senza rinunciare alla la sostanza di detta linea di condotta. Ad esempio la FF è molto selettiva nel finanziare istituzioni educative. Al pari del FMI – Fondo Monetario Internazionale – la FF impone condizioni come quella della “professionalizzazione” del personale accademico e dell’ “accrescimento degli standards”. Effettivamente ciò si traduce nella promozione di un lavoro scientifico sociale basato su congetture, valori ed orientamenti propri dell’impero USA; l’avere dei professionisti avulsi dalla lotta di classe e legati ad ambienti accademici favorevoli all’imperialismo statunitense e funzionari di fondazioni sostenitori del modello neo liberista.
Oggi come negli anni cinquanta e sessanta la Fondazione Ford finanzia in modo selettivo gruppi per i diritti umani che incentrano la loro attività sull’attacco a violazioni inflitte da paesi avversari agli Stati Uniti prendendo le distanze da organizzazioni per i diritti umani di stampo antimperialista e dai loro rappresentanti. La FF ha sviluppato una strategia sofisticata per sovvenzionare quei gruppi per i diritti umani che chiedono a Washington di modificare le proprie politiche denunciando al tempo stesso le “sistematiche” violazioni compiute dai paesi oppositori agli USA. La FF sostiene quelle organizzazioni umanitarie che non prendono parte a manifestazioni di massa contro la globalizzazione ed il neoliberismo e che difendono la Fondazione Ford ritenendola una munifica e legittima “organizzazione non governativa”.
La storia e l’esperienza di oggi raccontano tutt’altra storia. In un tempo in cui super elargizioni governative erogate da Washington a sostegno di attività culturali risultano sospette, la FF ricopre un ruolo molto importante nel tutelare le politiche culturali statunitensi come organizzazione filantropica non politica e apparentemente “privata”. I rapporti tra i vertici della FF ed il governo USA sono espliciti e continuativi. Uno studio su progetti recentemente finanziati rivela come la FF non abbia mai finanziato alcun progetto importante contravvenente la politica degli Stati Uniti.
Nell’attuale periodo contrassegnato da una massiccia offensiva USA sul piano politico-militare, Washington ha posto la questione in termini di “terrorismo o democrazia”, proprio come per la Guerra Fredda in cui ad essere contrapposti furono “Comunismo o Democrazia”. In entrambi i casi l’Impero ha ingaggiato e finanziato “organizzazioni, intellettuali e giornalisti per attaccare i propri avversari antimperialisti e neutralizzare coloro che criticano la sua democrazia. La Fondazione Ford è ben collocata per tornare a ricoprire il ruolo di collaboratrice a copertura della Nuova Guerra Fredda Culturale.
James Petras, professore (emerito) di sociologia presso l’Università di Binghampton, New York.
James Petras
Fonte: http://www.ratical.org
Link: http://www.ratical.org/ratville/CAH/FordFandCIA.html
15.12.2001
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di KOLDER http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2774
E se le spie giocassero contro Putin?
Se davvero all'origine degli assassini di Anna Politkovskaja e del colonnello Litvinenko ci fosse Vladimir Putin, ci troveremmo di fronte a un record di masochismo, ovvero autolesionismo, da Guinness dei primati. Anna Politkovskaja è stata ammazzata il giorno del compleanno del Presidente russo. Un amico russo mi ha detto: «L'hanno ammazzata di pomeriggio, proprio in tempo per far arrivare il cadavere sul tavolo della festa, quando si alzano i boccali». Colpisce la coincidenza, lo sfregio. Ma forse non è solo una coincidenza, e non è certamente una sola coincidenza.
Due vertici importanti, cruciali, dove Russia ed Europa s'incontrano per decidere il futuro dei rapporti strategici, in un momento indubbiamente difficile: entrambi vengono preceduti di poche ore da un assassinio che sembra fatto apposta per gettare una luce sinistra sul Presidente russo. Un signore, per giunta, che sa per antico mestiere come, all'occorrenza, si fanno queste cose. Ed è dunque altamente improbabile che commetta con tanta leggerezza due errori così grossolani, consistenti nel gettare tutti i sospetti proprio su se stesso.
Forse sarebbe più logico tenere d'occhio la virata che Putin ha compiuto in questo anno. Ucraina, Georgia, Bielorussia sono stati tre colpi che Mosca ha subito in un anno. Due offensive le ha dovute incassare, una, quella bielorussa, l'ha rintuzzata. Ma a Mosca non sono distratti, come gli sviluppi successivi a Kiev hanno già dimostrato. E hanno carte decisive da giocare, in primo luogo energetiche, per riportare la Russia nel novero dei giocatori mondiali. Ecco, anche, perché ogni punzecchiatura, da qualunque parte venisse, fosse essa Tbilisi, o Varsavia, o Washington, ha ricevuto risposte dure dal Cremlino, sprezzanti, senza complimenti. Detto in altri termini: è finita la «ritirata strategica» di Mosca che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni.
Questa virata ha irritato molto gli Stati Uniti e alcuni circoli europei occidentali. Si tenga presente questo dato. Questo Putin non piace più all'Occidente.
Tutti e due gli assassinii in questione sfiorano o toccano Boris Berezovskij, l'oligarca che più di ogni altro ha accompagnato l'ascesa al potere di Putin e, più di ogni altro, conosce i suoi segreti. Si ricorda ancora oggi a Mosca la sua telefonata con il terrorista Shamil Basaev all'inizio della seconda guerra cecena, allora pubblicata dal Moskovskij Komsomolets. Forse ci fu più d'un nesso tra la seconda guerra e qualcuno degli oligarchi di Mosca, nel senso che furono loro a inscenarla e a pagarla. Se Scotland Yard volesse lavorare bene, la prima cosa da fare sarebbe sentire, con molta attenzione, proprio Boris Berezovskij. Un panorama comunque inquinato. Dare credito a voci così equivoche non è ragionevole.
E c'è un altro punto da tenere in conto. Vladimir Putin è al termine del suo secondo mandato. Teoricamente non può più ripresentarsi. Lui non ha ancora detto cosa vuol fare. Ha solo lasciato capire che continuerà a esercitare un'influenza decisiva sugli affari dello Stato russo. Non ha scelta. E il fatto che non abbia scelta potrebbe essere proprio confermato da questi due «strani» e «troppo tempestivi» assassinii. Che potrebbero indicare l'inizio di una furibonda lotta per togliere di mezzo proprio il nuovo aspirante interprete della grandezza russa.
di Giulietto Chiesa
da www.lastampa.it
Nuovo Congresso, stesso pantano
di William Blum (Counterpunch)
La nuova legge petrolifera irachena sta per essere approvata. Verranno stabiliti significativi accordi con le società petrolifere straniere, si privatizzeranno la maggior parte delle riserve. L’unico problema sarà quello quello di proteggere gli investimenti delle compagnie in un paese in cui la legge non esiste. Per questo la mano militare è più che mai necessaria. Per questo gli Usa, democratici o repubblicani, non se ne andranno
La buona notizia è che i repubblicani hanno perso. La cattiva notizia è che hanno vinto i democratici.
La questione principale – il ritiro degli Usa dall’Iraq – rimane così com’è.
La maggioranza degli americani è contraria alla guerra, e la stragrande maggioranza di questa maggioranza sarebbe felice se i militari Usa iniziassero a lasciare l’Iraq da domani, se non da oggi. Il resto del mondo tirerebbe un sospiro di sollievo, e la sua interminabile controversa relazione con quel posto fantastico chiamato “America” tornerebbe alla normalità.
Un sondaggio condotto dal Dipartimento di Stato Usa in Iraq, la scorsa estate, ha indagato sui sentimenti della popolazione locale rispetto all’occupazione americana. Eccezion fatta per i curdi – che hanno sostenuto gli Usa prima, durante e dopo l’invasione e l’occupazione, e che non considerano se stessi iracheni – la gran parte degli intervistati si sono mostrati favorevoli all’ipotesi di un ritiro immediato, con percentuali che sono oscillate dal 56% all’80% del totale a seconda delle zone in cui il sondaggio è stato condotto.
Il report ha evidenziato come in tutte le aree del paese, a parte le regioni curde, la maggioranza della popolazione ritiene che il disimpegno delle forze della coalizione contribuirebbe al ripristino della sicurezza e attenuerebbe le attuali violenze.
George Bush continua a dichiarare che se la gente che vive in Iraq chiederà agli Stati Uniti di andarsene, gli Stati Uniti se ne andranno. E ribadisce di sapere che gli iracheni non “sono contenti di vivere sotto l’occupazione. Neanch’io lo sarei se venissi occupato”.
Nonostante tutto questo e molto altro ancora, gli Stati Uniti in Iraq rimangono, e le predizioni degli ufficiali del Pentagono aggiungono che vi rimarranno per anni. Diverse importanti basi militari sono state costruite sul suolo iracheno; e non sono nate come strutture temporanee.
Ricordiamo che 61 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa dispongono ancora di notevoli basi in Germania. 53 anni dopo la fine della Guerra di Corea gli Usa dispiegano ancora decine di migliaia di soldati in Corea del Sud.
Washington insiste sul fatto di non poter lasciare l’Iraq fino a quando le forze di pubblica sicurezza locali e l’esercito non saranno stati adeguatamente addestrati. Non solo questo introduce migliaia di ulteriori uomini armati, sebbene solitamente in uniforme, nelle quotidiane atrocità che quotidianamente affliggono il paese, ma implica anche gli Stati Uniti starebbero pensando di occuparsi del benessere e della felicità degli iracheni – un atteggiamento che a dir poco stride con i quattro anni d’inferno che l’Iraq ha ormai passato, periodo in cui il suo popolo ha visto annientarsi la propria antica e nuova civiltà.
Ci viene continuamente chiesto di credere come la presenza militare Usa nella terra dei due fiumi non debba essere compromessa, al fine di evitare terribili ripercussioni. (“Vi bombardiamo perché vi amiamo”… potrebbe esserci scritto sul fianco di uno dei tanti missili Cruise pronti a essere lanciati). Persino nello stesso momento in cui sto scrivendo questo articolo, oggi 14 novembre 2006, leggo: “Un raid notturno Usa ha ucciso sei persone nella Baghdad orientale a maggioranza sciita, a cui sono seguite feroci proteste anti-americane. Alcuni ufficiali iracheni hanno dichiarato che a causa di un’altra offensiva Usa presso la roccaforte sunnita di Ramadi sono morte altre 30 persone”.
Allo stesso tempo, l’occupazione fomenta le ostilità dei sunniti rispetto al “collaborazionismo” sciita nei confronti delle forze straniere, e viceversa. Ad ogni attacco segue una ritorsione. E i cadaveri si accumulano.
Se gli americani si congedassero, entrambe le parti potrebbero concordare per un negoziato e partecipare alla ricostruzione dell’Iraq senza il timore di essere etichettati come traditori. Il governo iracheno sarebbe in grado di lasciarsi alle spalle l’ombra del disonore di cui viene accusato. E le forze di sicurezza del paese non verrebbero più viste come cospiratrici con gli stranieri contro i propri connazionali.
Ma allora perché gli Yankee non se ne vanno? Non è bizzarro tutto ciò? 3.000 di loro uccisi, decine di migliaia menomati. E rimangono. Perché si rifiuta nella maniera più categorica anche soltanto l’idea di un piano graduale per il ritiro? Nessun passo indietro. Niente di niente.
No, non si tratta di bizzarie. Si tratta di petrolio.
Il petrolio non è stata l’unica motivazione per l’invasione-occupazione americana, ma gli altri obiettivi sono già stati “raggiunti” – l’eliminazione di Saddam Hussein per il compiacimento di Israele, l’avvicendamento nel paese dell’euro con il dollaro per le transazioni petrolifere, l’espansione dell’impero in Medio Oriente con una serie di nuove basi.
Le compagnie petrolifere americane hanno avuto parecchio da fare durante l’occupazione – e anche prima dell’invasione – alla luce di un maggiore sfruttamento delle ingenti risorse energetiche dell’Iraq. Chevron, ExxonMobil e tutte le altre stanno fremendo. Quattro anni di preparativi sono prossimi a dare i propri frutti.
La nuova legge nazionale petrolifera irachena – redatta in un posto del mondo chiamato Washington, DC – sta per essere approvata. Verranno stabiliti significativi accordi con le società petrolifere straniere, si privatizzeranno – a suon di fiumi di denaro – la maggior parte delle riserve. L’unico problema sarà quello della sicurezza, quello di proteggere gli investimenti e il buon operato delle compagnie in un paese in cui la legge non esiste. Per questo la mano militare è più che mai necessaria.
William Blum è tra gli autori dell'antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi.
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Fonte: Counterpunch
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Fragile Sofia
scrive Tanya Mangalakova
Sfruttata e irriconoscibile. Ma soprattutto fragile. Lo è Sofia, la capitale bulgara, dopo 17 anni di transizione e di speculazione edilizia. Molti dei lavori di costruzioni e ristrutturazione di questi anni sono stati illegali e non rispondevano alle norme di sicurezza
Il centro di Sofia - Rosita Zilli Il 19 settembre scorso un intero palazzo al centro di Sofia crollava uccidendo due ragazze. Alla base di questo incidente le ristrutturazioni selvagge che negli ultimi anni hanno sconvolto il centro della capitale bulgara, effettuate spesso senza alcun controllo e senza rispettare le norme di sicurezza. Oggi migliaia di edifici a Sofia sono a rischio, tanto che, secondo un’Ong locale, “in caso di terremoto Sofia potrebbe somigliare a Berlino il 9 maggio 1945”.
19 settembre 2006. Sono da poco passate le sei di sera, e nella centralissima via Alabin passa una Peugeot 306. Dentro ci sono Petrina Hristova, di 24 anni, e Denitza Chenisheva, di 26. All’improvviso l’intero edificio all’angolo con via Lege, costruito circa 60 anni fa e alto cinque piani, crolla, rovinando sulla macchina e uccidendo le due ragazze.
L’intera società bulgara è rimasta scioccata da questa tragedia, che ha portato in primo piano la questione della gestione, troppo spesso negligente, della ristrutturazione di molti edifici soprattutto nel centro di Sofia, con un’amministrazione comunale assente, e con molti ufficiali pubblici pronti a farsi corrompere per chiudere un occhio sulle procedure e sulle regole.
Il crollo, infatti, è stato provocato proprio dai lavori di ristrutturazione effettuati al piano terra, che hanno provocato lesioni alle strutture portanti dell’edificio di via Alabin 39. L’amministrazione locale, cioè il comune di Sofia, non aveva rilasciato alcun permesso per i lavori, che quindi venivano effettuati in modo assolutamente illegale.
2745 edifici sono a rischio di crollo
La questione degli edifici a rischio di crollo a Sofia dura ormai da parecchi anni. Di pari passo va la questione del controllo su lavori di riparazione e restauro, parzialmente o del tutto illegali. Questi lavori, spesso riguardano il piano terra degli edifici, dove vengono creati esercizi commerciali, e causano condizioni di pericolo per tutta la costruzione sovrastante, soprattutto se si parla di palazzi vecchi. Nei centri storici delle maggiori città della Bulgaria, secondo i media, sono 2745 i palazzi che rischiano di crollare da un momento all’altro, edifici in stato di abbandono da anni.
La metà di questi è proprietà delle varie municipalità, quelli restanti sono di privati o dello stato. La maggior parte di questi edifici abbandonati, secondo fonti dei vigili del fuoco, sono case, palazzi per uso residenziale e strutture una volta usate come dormitori per lavoratori. Anche 455 tra ex edifici scolastici e asili nido rientrano nel numero delle costruzioni a rischio, che durante la notte si trasformano spesso in rifugi per senzatetto, tossicodipendenti e diseredati.
Ci vuole una moratoria
“Sulla questione dei lavori di ricostruzione e riadattamento dei locali è necessaria una vera e propria moratoria”, ha dichiarato al quotidiano Monitor, poco dopo l’incidente di via Alabin, Stoil Sotirov, presidente di “Civic Association for Fighting Corruption and Illegal Construction” un’Ong che cerca di combattere contro i lavori illegali. Altri edifici nel centro di Sofia potrebbero crollare, visto che sono stati riadattati senza un vero e proprio controllo da parte di esperti, o addirittura senza autorizzazione, con documenti che poi sono stati messi in regola soltanto dal punto di vista formale e non sostanziale.
Boulevard Vitosha: la zona più pericolosa
Due anni fa la stessa “Civic Association for Fighting Corruption and Illegal Construction” ha pubblicato un rapporto in cui venivano descritti i numerosi espedienti usati per aggirare la legge sulle costruzioni a Sofia. In molti casi, come viene denunciato nel rapporto, i lavori vengono fatti senza autorizzazione, o senza perizie da parte degli ufficiali competenti. La legge in Bulgaria vuole che il proprietario dell’immobile e la ditta di costruzioni incaricata dei lavori debbano aspettare l’autorizzazione dell’amministrazione comunale prima di iniziare qualsiasi tipo di lavori.
“Dobbiamo introdurre regole molto più restrittive in questo campo”, ha dichiarato ancora Stoilov. Al momento in molti palazzi residenziali sono state fatte modifiche anche piccole, che però hanno modificato la struttura dell’immobile e la sua stabilità in caso di eventi sismici. Sono soprattutto i piani bassi ad essere ristrutturati, per fare posto a negozi e attività commerciali, mentre i piani più alti di solito vengono trasformati in uffici. Il boulevard Vitosha, la strada più commerciale di Sofia, è la zona più pericolosa.
Almeno la metà degli edifici costruiti in stile viennese dalla chiesa di Sveta Nedelya fino all’ NDK (il Palazzo Nazionale della Cultura) sono a pericolo di crollo. I locali di questi palazzi che danno sulla strada sono stati trasformati in negozi di lusso, e per far questo molti dei muri portanti sono stati rimossi. Tutti gli edifici in questione sono particolarmente vecchi, e le pareti e i pilastri che sono stati eliminati erano di particolare importanza per la loro stabilità.
Altre zone particolarmente rischiose sono via Graf Ignatiev, via Evlogi Georgiev e via Moskovska, sempre nel centro della capitale, insieme ad alcuni vecchi palazzi situati su boulevard Stamboliiski e via Opalchenska. Episodi di ristrutturazione selvaggia riguardano addirittura molti nuovi palazzi residenziali ( i cosiddetti “blok”) in cui molti strutture sono state rimosse o modificate senza rispettare le norme di sicurezza. “In caso di terremoto”, è l’avvertimento che lancia Stoilov, “Sofia potrebbe somigliare a Berlino il 9 maggio 1945”.
Una città irriconoscibile
Dopo l’incidente di via Alabin, sui quotidiani e sui media bulgari è rimbalzata la questione per le responsabilità dell’attuale situazione. Dopo 17 anni di transizione, Sofia è diventata una città irriconoscibile. Boutique e negozi di lusso hanno fatto la loro comparsa nel centro città, e nuovi quartieri residenziali sono spuntati come funghi un po’ in tutte le zone della città. Purtroppo, però, molte costruzioni e molti lavori di ristrutturazione sono illegali, e non rispondono alle norme di sicurezza. L’avidità di molti proprietari ed investitori ha portato alla corruzione delle amministrazioni municipali e delle altre istituzioni che dovrebbero esercitare la funzione di controllo. Anche la legislazione bulgara sugli immobili non è a livello di quella europea. Forse anche per questo sono in molti ad affrettarsi a realizzare lavori su edifici prima che le leggi vengano armonizzate con quelle dell’Ue. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6456/1/51/
Aule chiuse per difesa
Nel sud della Thailandia, mille scuole chiudono per difendersi dagli attacchi dei separatisti
Quasi mille scuole chiudono i battenti, nel sud della Thailandia, per difendersi dagli attacchi dei separatisti musulmani che, solo questo mese, hanno ucciso tre insegnanti. “Siamo preoccupati per le nostre vite”, ha dichiarato il direttore della Federazione degli insegnanti della provincia di Pattani, “e non riapriremo fino a quando il governo non riuscirà a garantire la nostra incolumità”.
Roghi e omicidi. Le prime quattrocento scuole hanno sospeso le lezioni questa mattina nella provincia di Pattani, dove lo scorso venerdì Non Chaisuwan, preside nel distretto di Sai Buri, era stato ucciso a colpi di arma da fuoco e poi bruciato nella sua auto, proprio davanti all'edificio scolastico. Il giorno precedente era stato freddato Suradet Wattaeng, insegnante nel distretto di Nong Chik. Dal gennaio 2005, nella più recente ondata di violenze che ha scosso le province meridionali, sono stati uccisi cinquantanove insegnanti, per la maggior parte buddisti. E decine di scuole sono state date alle fiamme, l'ultima venerdì scorso. Dopo Pattani, anche le province di Narathiwat e Yala hanno deciso di chiudere: a serrare i battenti sarà l'ottanta percento delle istituzioni scolastiche della regione. La decisione è stata presa “per motivi di sicurezza”, cioè per difendersi dagli attacchi dei separatisti musulmani, ma nelle affermazioni di presidi e insegnanti si legge anche una velata protesta contro il governo, accusato di non riuscire a proteggere adeguatamente la popolazione. Il ministro degli Interni Aree Wong-araya , da parte sua, ha detto di essere contrario alla chiusura delle scuole, “pur comprendendo le preoccupazioni degli insegnanti della zona”, ha aggiunto. “A breve andremo nel sud per discutere la questione”.
Il sud musulmano. I musulmani costituiscono meno del cinque percento della popolazione totale della Thailandia, prevalentemente buddista, ma rappresentano più dell'ottanta per cento degli abitanti delle province meridionali, e si sentono molto più vicini ai confinanti malesi che non ai connazionali thai. Negli anni Settanta alcuni gruppi separatisti hanno iniziato a chiedere l'instaurazione nel sud di uno stato islamico. Questa regione costituisce la parte più povera del Paese, ricca solo di corruzione, droga e prostituzione, e la miseria non fa che esacerbare l'insofferenza della popolazione verso il governo centrale thailandese, che negli ultimi anni ha spesso usato la mano pesante (come nel caso del “massacro di Tak Bai”), alzando sempre più il livello dello scontro. L'ultima ondata di violenza nella regione, esplosa nel 2004 e ancora in corso, ha provocato la morte di almeno 1.500 persone. Nella pressoché totale indifferenza della comunità internazionale.
Cecilia Strada http://www.peacereporter.net/
Armi : si lavora per messa al bando delle bombe cluster
di Giovanni Pisano
Gia' 24 Paesi hanno espresso il loro appoggio alla proposta del governo norvegese di mettere al bando le bombe cluster.
La Norvegia ha infatti chiesto un trattato internazionale che vieti completamente le bombe a grappolo e sta programmando di ospitare nel febbraio 2007 un congresso internazionale per sostenere tale iniziativa.
Le "cluster bomb" sono bombe a grappolo che hanno varie cariche esplosive che prima di cadere al suolo esplodono con effetti nell'arco di vari chilometri e contengono centinaia di bombe piu' piccole che a volte si depositano al suolo, diventando un pericolo per chi le calpesti inavvertitamente.
Circa il 20% degli ordigni resta inesploso, ma rispetto alle mine essi sono piu' pericolosi, in quanto hanno un raggio d'azione di 150 metri, quindi uccidono chi le calpesta e uccidono o feriscono anche chi si trovi nel loro raggio d'azione.
Tali tipi di bombe sono state sviluppate durante la seconda guerra mondiale e sono state usate in molti campi di battaglia, compreso il Vietnam, l'ex Iugoslavia, l'Afghanistan e l'Irak. Recentemente, Israele ha usato queste bombe nel Libano del sud, suscitando forti critiche internazionali.
www.osservatoriosullalegalita.org
Vince nettamente Correa. A sorpresa anche l’Ecuador svolta a sinistra.
Dai dati che arrivano dal Tribunale Supremo elettorale ecuadoriano la vittoria del candidato di sinistra, Rafael Correa, risulta schiacciante: anche l’Ecuador svolta, quasi a sorpresa, a sinistra.
Anche se ancora parziali, i risultati del ballottaggio in Ecuador non lasciano grandi margini di dubbio: Rafael Correa 68,8% - Álvaro Noboa 31,72%. Netta quindi l’affermazione del candidato di sinistra che va oltre le più rosee previsioni della vigilia. Correa, che al primo turno aveva meno voti di Noboa, è riuscito a convincere molti degli indecisi soprattutto in alcune regioni dell’Ecuador, risultate determinanti ai fini del successo: “la sierra”, roccaforte dei settori moderati e dei professionisti, Quito, e soprattutto le regioni dei piccoli produttori di banane (prodotto su cui si basa buona parte dell’economia del paese) come ad esempio nella provincia di El Oro.
L’appoggio dei piccoli imprenditori in particolare è risultato decisivo e ha confermato il malessere, già palesato da tempo, nei confronti delle grandi imprese “bananere” (per chi non lo sapesse Noboa, il candidato sconfitto, è anche l’uomo più ricco dell’Ecuador e un gran magnate della produzione delle banane). Anche tra i professionisti e le classi medie il voto a favore di Correa è stato praticamente un voto contro l’imprenditore multimilionario, i settori più culturalmente formati infatti, si sono sentiti profondamente irritati dalla campagna elettorale che ha condotto Noboa negli ultimi mesi.
Grandi sono le speranze che il popolo ecuadoriano ha quindi riposto in Correa. Un popolo che, con il voto di ieri, ha espresso il malcontento per un decennio di politiche extraliberiste che hanno messo in ginocchio l’Ecuador. Ora il compito nelle mani del neo-presidente sicuramente è un compito difficile: c’è da risanare un intero paese attraverso profonde riforme sociali ed economiche, per di più senza la maggioranza nel congresso. Le buone premesse sembrano esserci, il rifiuto del trattato di libero commercio, che avrebbe distrutto l’agricoltura e l’allevamento ecuadoriani, è un primo passo, visti i precedenti in altri stati latinoamericani. C’è anche l’esigenza, però, per il bene dell’Ecuador, di riforme sociali concrete e di una assemblea costituente che rispecchi realmente le intenzioni espresse da Correa in campagna elettorale, senza finire con un buco nell'acqua come già successo nella storia di questo paese.
“Dopo moltissimi anni di politiche sociali ed economiche tese all’esclusione che hanno provocato e costretto il nostro popolo all’emigrazione, abbiamo vinto! Non sono riusciti a rubarci la speranza”, sono state le prime parole di Correa. “Il nostro sogno è costruire una patria in cui nessuno sarà più costretto ad emigrare per necessità, dove gli ecuadoriani che già sono emigrati possano tornare e trovare salute, educazione, lavoro e dignità”. Correa ha anche confermato il programma elettorale con cui vuole trasformare l’Ecuador. Il trattato di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti non verrà firmato; l’Ecuador non verrà coinvolto nel Plan Colombia, il piano di “lotta” al narcotraffico e alla guerrilla finanziato da Washington; sarà respinto l’accordo sulla base militare di Manta, non si permetterà più quindi l’entrata a gruppi militari stranieri in Ecuador; verrà rinegoziato il debito estero ecuadoriano.
Correa non si mostra preoccupato neanche quando gli ricordano che dovrà governare senza la maggioranza al congresso. “Rispetteremo al massimo le decisioni del congresso, faremo in modo che legiferi per il bene comune, però nel caso in cui troveremo davanti a noi un’opposizione scorretta e tesa esclusivamente ad ostacolare le leggi di cui avremo bisogno, non esiteremo a consultare il popolo”. Grande attesa anche per la formazione di una assemblea nazionale costituente, principale proposta della campagna elettorale di Correa.
Sorprendendo tutti il futuro presidente ha già annunciato chi farà parte del suo esecutivo. Il ministro del governo sarà Gustavo Larrea, dirigente di sinistra, esperto di diritti umani e già capo della campagna elettorale dello stesso Correa. Alberto Acosta, da sempre un duro critico della dollarizzazione, sarà il ministro dell’energia, mentre Ricardo Patiño sarà il ministro dell’economia. Correa ha annunciato anche che la presidenza dell’industria petrolifera statale Petroecuador sarà occupata da Carlos Pareja Yanuzzelli, cioè il responsabile della rottura del contratto con le imprese statunitensi, e già presidente alcuni mesi nel 2005 costretto però alle dimissioni per alcune pressioni ricevute. Importante anche un'altra dichiarazione del neopresidente che ha annunciato la presenza all’interno del suo governo anche di rappresentanti indigeni, settore della popolazione spesso discriminato e vittima di razzismo.
Correa, che lascia aperte le porte del suo governo a chiunque abbia “coscienza e mani pulite”, ha tenuto poi a sottolineare che manterrà la dollarizzazione (anche se l’obiettivo è tra quattro anni di rendersi indipendenti dal dollaro).
Anche l’Ecuador sembra aver voltato quindi a sinistra, Correa sembra intenzionato a lavorare affinché il paese andino consolidi le relazione con gli altri stati vicini e venga rafforzata l’idea di un’integrazione latinoamericana reale. Lasciamo ora il tempo a questo nuovo presidente per lavorare in modo da poterlo giudicare in base a promesse compite o meno, non come invece fa, per l’ennesima volta, “La Repubblica”, che continuando a cavalcare la scia dell’antichavismo a priori, nelle poche righe che oggi dedicava alle elezioni in Ecuador, catalogava Correa, troppo semplicemente, come “amico di Chàvez” senza preoccuparsi minimamente di analizzare i problemi ecuadoriani o di andare a vedere nei dettagli il programma elettorale del nuovo presidente. http://verosudamerica.blogspot.com/2006/11/vince-nettamente-correa-sorpresa-anche.html
novembre 27 2006
il giallo delle schede fantas
ma
Dalla lista degli italiani all'estero:
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Periscopio
Il giallo delle
schede fantasma
di Aldo Ferrara
Articolo 21 & "Diario" hanno presentato a Roma, il 21
novembre, presso
la Sala Conferenze di piazza Monecitorio, l'anteprima nazionale del
film documentario "Uccidete la democrazia" di Enrico Deaglio
e Beppe
Cremagnani, disponibile con il giornale sabato 25 ottobre in edicola.
Un grande broglio per danneggiare il centrosinistra a tutto vantaggio
di Forza Italia. È la tesi formulata dal dvd che uscira' nelle
edicole
il 24 novembre accluso al settimanale Diario, diretto da Enrico
Deaglio.
La tesi è la seguente: ci sono dubbi sulla validità della
trasmissione dei dati elettorali con presunte falsificazioni a tutto
svantaggio del centro-sinistra.
Le ipotesi formulate da Deaglio sono numerose e tutte coerenti. Il
DVD inizialmente doveva essere un documentario sulla campagna
elettorale italiana terminata con le elezioni del 9-10 aprile. Ma nel
corso di questi mesi sono emersi elementi probativi per il broglio
presunto quando invece, se il voto fosse stato regolare, la
maggioranza di centro sinistra avrebbe 15-20 senatori in più. Come in
un processo giudiziario, alcuni dati certi, quasi fossero elementi
probativi, si mescolano con quelli indiziari per poi embricarsi con
altri che sono allo stato di pura supposizione.
La tesi di Deaglio riguarda essenzialmente computo e trasmissione
delle schede bianche. Malgrado sia stata modificata la legge
elettorale ad opera del governo di centro-destra della passata
legislatura, non si è fatto in tempo a redigere un nuovo regolamento
elettorale, che prevede il computo differenziato di schede bianche e
nulle rispetto ai voti validati. Tuttavia, se questo dovrebbe
semplificare il conteggio, malgrado siano passati sette mesi, non sono
ancora disponibili i dati ufficiali, ritardo storico perché mai
avvenuto prima dora.
E nella trasmissione dei dati relativi a schede bianche e nulle
che Deaglio intravede ilbroglio. Poiché la trasmissione avviene in
modo misto, cartaceo, mediante doppio verbale, ed in alcuni casi
elettronico, le schede bianche sono state verosimilmente dirottate
verso liste prefissate. A dimostrazione di tale tesi, si portano
alcune forti argomentazioni:
a) nelle elezioni precedenti (2001) le schede bianche erano
1.250.000 mentre nel 2006 crollano a 450.000. Il crollo appare evento
imprevisto dai sondaggi e soprattutto episodio unico in un trend
ascensionale che dura dal 1948. Tale crollo appare isolato anche
rispetto alle consultazioni amministrative dello stesso anno (
regionali in Sicilia e Molise e comunali). Anzi addirittura nello
stesso giorno, nelle sezioni elettorali studiate (Caserta e nel
Friuli) crollano le bianche nelle politiche per aumentare nella
parallela competizione amministrativa, come se lelettore avesse
deciso due diversi profili di voto, in contemporanea;
b) se nel 2001 e nelle precedenti consultazioni, si osservavano
disparità di comportamento e si registravano percentuali di schede
bianche differenti nella stessa regione, da città a città, nel 2006 si
registrava una omogenea, troppo omogenea, caduta verticale di bianche
ubiquiter senza distinzione territoriale. Un esempio: nella Varese
leghista le schede bianche sono state attorno al 5% quando nel 2006
crollano allo 0,8%, così a Trapani erano l8% nel 2001 e nel 2006 lo
0,7%. Una decapitazione troppo consistente nei numeri e per i
comportamenti elettorali dei diversi territori;
c) se questa è la fotografia del voto, il fatto che esista un
semplice programma che, dettato al computer, attribuisce le schede
bianche ad una coalizione od ad un partito, è una possibilità che,
dimostrata teorica, secondo Deaglio, prende forma e consistenza nella
attuale situazione italiana. Che il Viminale fosse in mano alla CdL (
Ministro Pisanu) e che negli ultimi giorni precedenti alle
consultazioni fossero stati cambiati 14 prefetti, in corso di campagna
elettorale, a procedure avviate, sono indubbiamente indizi che però
difficilmente possono assurgere a ruolo di prove. Sono elementi ai
quali va data comunque una spiegazione politica e che rientrano nelle
giustificazioni politico-elettorale con motivazioni diverse,
dallordine pubblico allespletamento delle procedure elettorali.
Certo è che prima non era mai avvenuto;
d) ed ancora nella notte elettorale si è assistito al giallo della
progressivo ridursi del divario che, dal 7-8% a favore dellUnione,
nel corso delle ore, si annulla fino ad uno scarto minimale dello
0,15% pari a 25 mila voti. Riduzione di divario mai registrata finora
e che dà lidea, solo lidea, di una regia occulta.
Il problema è comunque reale ed assume due diverse connotazioni:
una tecnica ed una politica.
Per quanto attiene la prima, arriva subito la smentita dellOn.
Lenzi, capogruppo Ulivo in Giunta delle Elezioni. La deputata
smentisce Deaglio, affermando che i conteggi, in fase di espletamento,
indicano che il numero di schede bianche, nei verbali, appare da un
primo esame conforme ai numeri forniti dal Viminale allatto della
proclamazione. Ossia non ci sarebbe difformità tra i dati trasmessi e
quelli validati e comunque ufficializzati dal Viminale. Il problema
sta proprio nella fase appena descritta, quella della trasmissione:
esistono due copie di ogni verbale in cui sono registrati i dati: un
verbale va alla Camera e Senato, laltro al Viminale. Se broglio è
stato, deve essere comunque avvenuto a monte di questa fase di
trasmissione ossia nella registrazione, cartacea o elettronica, del
numero delle schede e quindi per risalire al computo esatto,
bisognerebbe riesumare le schede reali, e non i verbali che ne
attestano il numero. Operazione difficile per 60 mila sezioni.
Il secondo nodo è squisitamente politico. Solo lex Premier ha
gridato al broglio che pure, se cè stato, era a suo favore. Ma il
punto è: se broglio è stato, perché non portarlo alle conseguenze
estreme ossia alla vittoria della CdL? Se la sede del broglio è il
Viminale, se la società esterna che aveva in appalto la gestione
elettronica dei dati elettorali era in mano al figlio di Pisanu (
tutto in casa), perché non forzare lo stato delle cose fino al
superamento dello schieramento vincente? Si è opposto qualcuno, che
ha visto persa la partita, non cè stato sufficiente coraggio?
Qualcuno lo ha forse impedito, fossanche Minniti (DS), che,
trafelato, arriva ad irrompere in piena notte al Viminale?
Perché alla luce di tutto questo, lUnione non accelera le
procedure per un riconteggio che le attribuisca quei seggi al Senato
che assicurerebbero la continuità politico-governativa? Chi rema
contro i riconteggi? E reale lipotesi, adombrata, e neanche
larvatamente da Deaglio, che un eventuale riconteggio possa
compromettere, per alcuni, la possibilità di un futuro governo dalla
larghe intese?
Insomma cè qualcuno che grida al complotto, qualcuno che invoca
il broglio, forse qualcun altro che teme la verità.
Noi vorremmo che nostra benedetta sinistra fosse chiara, se non
altro per un richiamo ideale alla verità, alla questione morale ormai
sepolta, alla concezione ideale e non utopica che la democrazia sia
paradossalmente tolomaica, ma con il cittadino a centro delluniverso
politico, sennò davvero la democrazia viene uccisa giorno dopo giorno.
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Oltre il giardino
Il ‘compagno’ Sgarbi e la dura legge del mercato
Vittorio Sgarbi non finirà mai di procurarci vitali e proficui stimoli. Da un lato, l'irritazione per l'arroganza della fervida intelligenza del ragazzo uscito dalla farmacia della mamma e votato al successo mediale un po' cialtronesco; dall'altro, l'ammirazione per un uomo che sa fare della banalità quasi un'arte, della provocazione un business, della mascolinità un piccolo adorabile mito. Ci spiace soltanto che, da quando è assessore alla Cultura di Milano con il sindaco Letizia Moratti, il compagno Sgarbi abbia perduto un po' della sua proverbiale verve. Scoppia il caso della Venere di Morgantina e dell'atleta di Lisippo che il Getty Museum di Malibu non vuole restituire al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. E Sgarbi che fa? Dichiara all'Ansa che dalla vicenda esce l'immagine dell'America come "un paese predatore, uno che con i soldi crede di poter acquistare tutto, anche il non acquistabile". E invoca, condannando l'incolpevole Rutelli, l'intervento del presidente del Consiglio Romano Prodi e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che secondo lui dovrebbero prendere per il bavero George Bush per ottenere la restituzione del maltolto.
Ma che Sgarbi è mai questo moralista anticapitalista che sbraita contro l'America prepotente e il potere del denaro? Forse l'Ansa l'ha raggiunto appena sveglio, quando il nostro critico d'arte non aveva ancora letto i giornali e segnatamente un interessante articolo di Ugo Bertone su "Finanza e Mercati", che raccontava come David Geffen, uno dei personaggi più importanti dello show business americano, fondatore di Dream Works assieme a Steven Spielberg, avesse appena incassato 550 milioni di dollari vendendo i suoi quadri agli hedge fund, che hanno rivoluzionato anche il mercato dell'arte importando le tecniche di hedging adottate dai derivati. Due de Kooning venduti per circa 200 milioni di dollari, un Jackson Pollock per 140 milioni, un Jasper Johns per una somma imprecisata. Altro che ciminiere e manifatture, il business è altrove. Arte e denaro si attraggono reciprocamente e inevitabilmente.
Afrodite è Afrodite, ha duemilacinquecento anni, e Rutelli fa bene a rivendicarla al Getty. Ma il solitamente iconoclasta assessore alla Cultura di Milano, notoriamente assertore degli agi del capitalismo e dell'arte miliardaria, cade sul moralismo dell' "America predatrice".
Lui che fa il mestiere del critico d'arte sa meglio di chiunque altro che il mercato, l'economia, il denaro sono il vero "motore" dell'arte. Nel medioevo le congregazioni religiose incaricavano l'artista di affrescare una chiesa per celebrare il santo protettore. Dal Rinascimento in poi furono i ricchi e potenti a farsi rappresentare nei dipinti. Oggi il ruolo dei "committenti" è svolto in pratica dai critici come Sgarbi, che in America hanno inventato l'espressionismo astratto, con de Kooning e Pollock venduti a centinaia di milioni di dollari e che sono diventati uno dei beni preferiti dagli hedge fund, i "mecenati" del nuovo millennio.
Distratto da tante occupazioni e incombenze comunali, Sgarbi non è forse più aggiornato sul rapporto tra capitalismo mercantile e arte, che già Marx aveva catalogato come merce, perché scambiata con altre cose e soprattutto con l'equivalente universale, il denaro.
Cosicché l'arte è diventata, come dimostra la diatriba RutelliGetty Museum e ancor di più il business di mister Geffen con gli hedge fund, una "sfera culturale che esprime, più di ogni altra, la natura mercantile del nostro mondo", come spiegano Alessandro Del Lago e Serena Giordano in "Mercanti d'aura", una ricchissima ricerca appena pubblicata dal "Mulino". Dall'aura dell'arte come uso all'aura come scambio.http://www.repubblica.it/supplementi/af/2006/11/27/primopiano/010geranio.html
Uccidete la democrazia
Che fine ha fatto Bianca? Il film-inchiesta di Deaglio e Cremagnani sui possibili (probabili) brogli messi in atto da Berlusconi & C. per tentare di rimontare lo svantaggio alle recenti elezioni politiche ha pregi e difetti. Da un lato offre allo spettatore una serie di informazioni con cui farsi un'opinione su quanto di inquietante potrebbe essere accaduto in quelle ore. I grafici - soprattutto - sono sconcertanti se letti tenendo presente le leggi della statistica. Non è possibile (ovvero, è tanto improbabile da risultare pressoché impossibile) che i voti degli italiani si siano spostati con una simile coerenza in tutte le regioni del Paese. Così come non è possibile (ovvero, è tanto improbabile da risultare pressoché impossibile) che la forchetta nei voti contati (attenzione! non nei sondaggi) si sia ristretta con una simile, meccanica costanza, da valori congruenti con gli exit poll che davano un divario di diversi punti percentuali a una parità quasi perfetta.
insomma, uno può leggere tabelle su tabelle e non farci caso, ma vedere il grafico è sconcertante, con le due linee, una rossa e una azzurra, che convergono inesorabilmente, fino a toccarsi. Come se un abile regista al corrente dei risultati prima dello spoglio, avesse ordinato di effettuare lo scrutinio in un ordine rigoroso, dalla regione col miglior risultato per l'Ulivo alla peggiore. Ma non è tutto qua. Ci sono anche le schede bianche, quasi un milione e mezzo alle precedenti elezioni, poche centinaia di migliaia nell'aprile 2006, tutte distribuite in modo omogeneo, da Trepalle e Villa San Giovanni, dal centro di Milano ai casolari della Sila.
Poi ci sono le facce. Oltre al boss e alla sua nota tracotanza (a cui peraltro non ci abitueremo mai), ci sono i Previti, i Cicchitto, i Bondi e tutta la banda di nani, saltimbanchi e ballerine che li circondano. Su tutti, il più inquietante è Claudio Scajola l'amorale, quello che "Biagi era un rompicoglioni", manovratore di Genova 2001, uomo di intrighi e potere, massimo esponente della trasformazione finale di ciò che resta del potere democristiano in trama golpista. Se broglio c'è stato, sicuramente Scajola ne è artefice: troppa è la sicumera con cui ribatte nella diretta elettorale a chi, in prima serata, crede in una facile vittoria dell'Unione "Tra un'ora vedrete", sicuro al 100% che un risultato annunciato venga ribaltato in zona Cesarini. Troppo sicuro per non generare dubbi.
Il film pone interrogativi, ma non risponde (almeno, nonb lo fa direttamente, e d'altra parte non sarebbe possibile farlo), ma fornisce abbondante materiale su cui riflettere. Peccato che a tratti esageri, soprattutto negli intermezzi fiction (Elio De Capitani è troppo caricaturale per essere credibile) e nella lunga digressione su Portella della Ginestra, ai margini del fuori tema. Insomma, un taglio più da documentario-inchiesta e meno fiction avrebbe dato più risalto ai contenuti. Sono debolezze comunque minori, che non inficiano il profondo valore del lavoro degli autori, che hanno saputo instillare - in chi ha l'onestà intellettuale per coglierlo - un pesante dubbio sulla condizione politica dell'Italia del terzo millennio.
C'è chi sostiene che il film non faccia un favore al paese, perché - qualora la tesi fosse confermata dall'inchiesta - darebbe al centrosinistra la possibilità di millantare un valore che comunque non ha. Sia chiaro, che Deaglio abbia ragione o torto, l'Italia resta una repubblica delle banane in cui all'elettore è concesso di scegliere tra farabutti e ladri di galline. Grazie a Deaglio può essere che gli venga concesso di distinguere gli uni dagli altri. Viste le condizioni omertose della politica italiana, c'è già da segnarsi col gomito. http://www.onemoreblog.org/archives/013557.html
Istruzioni per incastrare Prodi
Francesco Grignetti
La Stampa
Il video è disponibile sul solito Youtube, la bacheca elettronica che raccoglie i filmati più curiosi di Internet. A riguardarlo ora che l’ex spia russa Alexandr Litvinenko è morto tra atroci dolori, però, acquista un sapore diverso. Litvinenko non vi compare, ma è citato ampiamente. A parlare è il deputato inglese Gerard Batten, un euroscettico, che scandisce nell’aula del Parlamento europeo di Strasburgo: «Il generale Trofimov, ex vicecapo dei servizi segreti Fsb, avrebbe detto a Litvinenko: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb fra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo lì”. Litvinenko ha riferito questa informazione a Mario Scaramella, della commissione Guzzanti». Era il 4 aprile 2006. Soltanto con l’occhio a quell’uscita di Batten si può capire quanto scrive in questi giorni Paolo Guzzanti: «Romano Prodi è da trent’anni il “darling” di Mosca». Insomma, al solito, si parte da cose terribili, la guerra in Cecenia, Putin, il sangue dell’ex colonnello Litvinenko (e non solo: il generale Trofimov l’hanno ammazzato a fucilate un anno fa), e si finisce immancabilmente al Transatlantico.
La commissione Mitrokhin, come si ricorderà, presieduta dal senatore Paolo Guzzanti di Forza Italia, doveva indagare sulle infiltrazioni del Kgb in Italia dal dopoguerra fino alla caduta dell’Urss. Si scopre ora che il plenipotenziario di Guzzanti, il misterioso Mario Scaramella, un napoletano furbo che è stato magistrato onorario e si muove come uno 007, interrogò a Napoli diversi ex agenti russi chiedendo informazioni sui politici di casa nostra. Quelli di oggi, non di ieri. Come ha rivelato «Repubblica», le domande di Scaramella vertevano su Prodi, su Oliviero Diliberto, su Alfonso Pecoraro, su Pino Sgobio (Pdci), Umberto Ranieri (Ds), Alfonso Gianni (Rifondazione), Eugenio Duca (Ds), Antonio Rotundo (Ds). Scaramella avrebbe interrogato segretamente, a questo scopo, tra il gennaio e il febbraio 2006, due che sono passati per il Kgb e che sono scappati in Occidente: Eugenji Limarev e Litvinenko. Forse anche qualcun altro. E guarda la coincidenza. Passano poche settimane e arriva l’exploit dell’onorevole Batten all’Europarlamento. In Italia però si era in piena campagna elettorale e la vicenda passò sotto silenzio.
La morte di Litvinenko sta facendo venir fuori ora tutta questa storia. Deflagrante. Da una parte c’è Guzzanti che teme per la sua vita e attacca tutto e tutti, Berlusconi compreso che non lo spalleggia. Nega assolutamente, Guzzanti, di aver mai conosciuto questo Limarev. Assicura: «Non ho mai utilizzato alcuna informazione passata da questo signore ad altri, né per i lavori della commissione Mitrokhin né per altri scopi». Epperò non smentisce lo strano interrogatorio di Napoli a cura di Scaramella. E un contatto tra i due, sia pure indiretto, c’è stato. Lo conferma Guzzanti stesso: «Limarev ha voluto farmi sapere in tempi recenti, tramite un ex consulente della commissione, che sul mio conto sarebbe stato fabbricato in Russia e diffuso in Italia un dossier per screditare sia me che il lavoro del Parlamento». La vittima del dossieraggio, insomma, sarebbe lui.
Dall’altra c’è mezza sinistra che scopre l’ennesima vicenda maleodorante. Di nuovo scandali costruiti a tavolino. Di nuovo dossier in preparazione. «Ci chiediamo - sostiene ad esempio Angelo Bonelli (Verdi) - perché consulenti della commissione Mitrokhin si dedicassero alla raccolta di informazioni sulle forze politiche dell’allora opposizione». E Manuela Palermi (Pdci): «Avevamo già avvertito segnali inquietanti attorno al nostro partito e al segretario. Se risultasse vero, sarebbe la conferma che contro i comunisti italiani è in corso un attacco, e non da oggi». Uno dei diretti interessati, poi, è arrabbiatissimo. «L’ex presidente della commissione Mitrokhin - dice Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera - dovrà dare molte spiegazioni».
Liste false, la multa non basta
Vittorio Grevi
Corriere della Sera
Non ha avuto adeguato risalto la complessa sentenza con cui, nei giorni scorsi, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità delle disposizioni che — con riferimento alle elezioni politiche e amministrative — punivano con la sola pena dell'ammenda i reati di falsità nella formazione di liste di elettori o di candidati, ovvero nell'autenticazione delle sottoscrizioni delle medesime liste. Eppure si tratta di una sentenza di grande importanza (non a caso redatta dal giudice Giovanni Maria Flick, specialista del settore), ben al di là del merito delle singole questioni affrontate, poiché per giungere alla decisione la Corte ha dovuto esaminare a fondo, sviluppando e razionalizzando gli spunti già ricavabili dalla sua precedente giurisprudenza, la portata e i limiti del proprio potere di controllo di costituzionalità rispetto alle cosiddette «norme penali di favore». Tali essendo, come ha precisato la medesima Corte, le norme che, in rapporto a particolari «soggetti o ipotesi», stabiliscono «un trattamento penalistico più favorevole di quello che risulterebbe dall'applicazione di norme generali o comuni», già presenti nel sistema.
È questo, evidentemente, un tema assai delicato, poiché all'area così definita appartengono tutte quelle previsioni (si pensi all'eventualità, non soltanto teorica, delle leggi ad personam), le quali introducono una disciplina ingiustificatamente privilegiata a vantaggio di certe persone, o con riguardo a certi comportamenti, di fronte all'ordinaria normativa penale. Ebbene, dinanzi a un simile fenomeno patologico, la Corte costituzionale ha ribadito con chiarezza il proprio potere di sindacarne la legittimità. Senza dubbio, infatti, il principio di legalità costituzionalmente sancito nell'ambito «dei delitti e delle pene» impedisce alla Corte di adottare pronunce volte a introdurre nuove figure criminose, come pure a estendere quelle esistenti a casi non previsti. Tuttavia il medesimo principio non le preclude di cancellare quelle disposizioni penali che indebitamente «sottraggano determinati gruppi di soggetti o di condotte alla sfera applicativa di una norma comune, o comunque più generale, accordando loro un trattamento più benevolo».
Tutto ciò significa (e la conclusione suona come un significativo campanello d'allarme per il legislatore, affinché si astenga da simili scelte discriminatorie nel settore penale) che, in ipotesi del genere, la Corte costituzionale non esiterà a dichiarare l'illegittimità di eventuali norme penali di favore, le quali deroghino senza plausibili ragioni all'ordinaria disciplina penalistica, che altrimenti si sarebbe dovuta applicare nel caso concreto. Con la conseguenza che, qualora il reato fosse stato commesso prima dell'entrata in vigore della norma dichiarata incostituzionale, nessun diritto spetterebbe all'imputato, se condannato, a fruire del trattamento più vantaggioso previsto da quest'ultima, in quanto la sua accertata illegittimità eliminerebbe lo stesso presupposto perché potesse operare il principio di retroattività della legge più mite.
Così è accaduto, per l'appunto, con riferimento alle previsioni dei reati di falsità nelle liste elettorali, sottoposte nella specie all'esame della Corte costituzionale. Al riguardo la Corte ha ritenuto, non a torto, che la configurazione di tali reati come semplici contravvenzioni, punite con la sola ammenda (e perciò suscettibili di oblazione «necessaria»), rivelasse una «palese dissimmetria» nella risposta punitiva rispetto all'ordinaria disciplina degli altri «falsi elettorali», nonché dei corrispondenti delitti di falsità previsti dal codice penale. E poiché una così «macroscopica differenza» di trattamento costituisce il sintomo di una normativa di favore «manifestamente irragionevole», in coerenza con le proprie premesse la Corte non ha avuto dubbi nel dichiarare l'incostituzionalità delle suddette disposizioni. Ma lo stesso potrà accadere, in futuro, anche rispetto ad analoghe situazioni di norme penali dirette a «favorire», in modo irragionevole, determinate categorie di persone o di comportamenti.
novembre 26 2006
elogio dell'esser deficienti
C'è questo spot folle, veramente folle, dell'Alfa Romeo, con un sacco di gente che fa pazzie assurde, e una voce off che spiega in tono compreso quant'è importante far cazzate nella vita (tra cui anche comprare un'alfa, ça va sans dire). Lo spot terminava con un bolide biscionato catturato proprio nel momento magico della frenata assassina, quando sai che andrai in testacoda e che non c'è niente al mondo che tu possa fare. E la voce: "Se gli umani si astenessero da ogni rapporto con la saggezza, la vecchiaia nemmeno esisterebbe".
E uno dice, ok, ho capito il messaggio: se tutti ci sforzassimo di perire in incidenti stradali, nessuno rischierebbe di invecchiare e far la fine di Lindo Ferretti. Roba da apologia di reato, ma si sa, i creativi. Però da qualche parte mi suonava un campanello.
E oggi finalmente ho controllato: il creativo in questione è Erasmo da Rotterdam, il testo dello spot è una citazione (edulcorata, credo) dell'Elogio della Follia. Una citazione che impazza in Rete, peraltro, dove tutti la prendono molto seriamente, come se Erasmo non volesse dirci l'esatto contrario... perché è ironico, Erasmo, vero?
Svelo un segreto: non ho mai riletto l'Elogio della Follia. Avrei dovuto farlo l'anno scorso, quando il blog era in pieno esperimento fiction, perché in teoria il 2025 era anche il mondo secondo Berlusconi, e l'Elogio della Follia è il libro preferito prefato da Berl. Il che significa che, al di là dei meriti erasmiani, dev'essere un libro davvero importante. In un certo senso ci viviamo dentro.
Ma non l'ho fatto. Si sa, mille impegni. Quando sarò vecchio. Io spero di invecchiare prima che muoio, io.http://piste.blogspot.com/
Margherite staliniste
Intanto, ha annunciato Fioroni, Per arginare i fenomeni che portano i giovanissimi a riprendere le proprie bravate ai danni dei più deboli per poi addirittura diffonderle via Internet, il Ministro e il Governo stanno, nel concreto, discutendo per rivedere la normativa che regolamenta l’accesso alla rete web e l’utilizzo dei videogiochi.
Belle nuove, vero?. Notate il fluido passaggio logico tra arginare il bullismo e regolamentare la rete e l’uso dei giochi.
Se ne parlava oggi con Andrea Monti. Lui dice: esiste già una normativa, è nel codice civile e dice che i genitori sono responsabili per quello che i figli fruiscono. Invece di fare rispettare le leggi esistenti, se ne vogliono fare altre, che rischiano di rendere ancora più lontana internet dalla gente; ancora di più vista come un mostro. Facciamoci del male, già siamo sotto la media UE per utenti internet, uso del pc, banda larga…La proposta politica è stata di obbligare i minorenni a navigare in internet solo con il permesso scritto dei genitori. In questo modo si mette intorno alla rete un’aura di pericolo, già mi immagino i genitori tecnofobi rassicurati nelle giustezze delle proprie paure, allontanare le nuove generazioni da Internet.
La strategia del potere è vecchia, anche ai tempi di Socrate censurava l’inovazione (del pensiero, in quel caso) con la motivazione che “corrompe i giovani”. Ma è della libertà che i politici hanno paura.
www.alongo.it/
Un robot che non funziona
L'homo oeconomicus era un robot che non funzionava. Sul manuale di istruzioni c'era scritto che era capace di andare in giro tutto il giorno a raccogliere tutte le informazioni possibili e a elaborarle con una lucidità disumana, per calcolare il massimo vantaggio di fronte a ogni scelta di tipo economico che doveva compiere nel corso della giornata.
Non solo quel robot non funzionava come diceva il manuale di istruzioni. In realtà, esisteva solo nei manuali di istruzioni.
Noi comunque siamo fatti in maniera molto più interessante. Ci sbagliamo una volta su due. Ci lasciamo influenzare dalle più assurde convinzioni preconcette. Aderiamo a comportamenti irrazionali solo perché ci ricordano qualcosa di piacevole, un sentimento, un momento di amicizia.
Soprattutto, a motivarci sul serio ci sono soprattutto quelle cose che non hanno prezzo (e per questo sono tanto preziose).
Il gratuito è una dimensione dell'economico nella quale prevale la qualità o la relazione personale o la fruizione di beni ambientali e culturali disponibili (almeno fino a che qualcuno non se ne appropria o non li distrugge).
E quel gratuito è la motivazione della maggior parte dei blog. Secondo Pew, citata dall'Economist di questa settimana, solo il 7 per cento dei blogger aspira a fare soldi con i blog. Gli altri possono anche mettere un adsense ma non sono motivati dal denaro.
Oggi sempre più spesso ci si fa anche qualche soldo con i blog. Anche in Italia come testimonia Sid05. E' un male? E' un bene?
Sul mondo dei blog, dei network sociali, delle relazioni online, si possono costruire modelli di business. Non è un male fino a che si resta trasparenti: il blogger che cerca soldi può dire "prometto la mia linea editoriale e mantengo la promessa". Mi pare giusto e sicuramente nessuno può impedirglielo. E poi tutti devono sbarcare il lunario: se lo fanno così non c'è nulla di male. Il problema casomai è che questo introduca una forma di mancanza di trasparenza: "parlo bene di lui perché mi serve" e "cito quell'altro perché mi dovrà un favore"... Succede e succederà. Il denaro introduce una sorta di competizione che spiazza la collaborazione di chi semplicemente conversa... Ci possiamo spaccare la testa per questo? No: cerchiamo però di mantenere un buon gusto, anzi di alimentarlo e coltivarlo, per arrivare a selezionare il bello dal brutto, il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso...
Vabbè... è una questione già analizzata più volte... non se ne può venire a capo se non per scelte e sensibilità individuali: si può però sostenere chi lavora bene e con motivazioni solide. E' un fatto di pratica più che di teoria. Ma finora ha funzionato, mi pare. http://blog.debiase.com/categories/braudel/2006/11/19.html#a1019
Barare
Se per caso si dimostrasse che Forza Italia ha barato, che si fa?
Li si aspetta in piazza il 2 dicembre? Saremmo autorizzati a prenderli, come minimo, a calci in culo fino a consumare le suole delle nostre scarpe? Bastasse, lo farei.
Io dico che la catena delle enormità se questa cominciasse con la prova di brogli informatici da parte del partito che ad aprile del 2006 aveva un suo rappresentante al Ministero degli Interni, non potrebbe fermarsi alla semplice (sic) ripetizione delle elezioni.
Le conseguenze di un simile evento sarebbero senza precedenti.
Le cose sono assai complicate. Già Al Gore dinnanzi ai più che certi brogli orditi a suo danno e a favore di George W. Bush nel seggio della Florida per la corsa alla Casa Bianca, si rese conto di non poter aprire un contenzioso di quella portata per invalidare un’elezione presidenziale, pe di più della più grande democrazia del mondo. Così Bertinotti ha già detto che il voto è legittimo e nulla cambierà da qui alla fine della legislatura, qualunque cosa emerga dall’esame delle schede, seppur l’Italia sia priva del blasone democratico statunitense.
Faccio notare che Forza Italia e il suo leader non hanno mai chiesto in nessuna sede, veramente e formalmente, il controllo delle schede e che sempre si sono limitati a chiedere il controllo dei voti validi, omettendo, tra l’altro, di fare analoga richiesta a proposito delle schede bianche.
Ma la domanda resta lì per aria. Che si fa se domani qualcuno apre bocca pubblicamente e spiega dettagliatamente quello che oggi difficlmente potrà essere verificato?
Perché se una scheda era bianca ora non essendolo più, dubito che si possa risalire al suo stato di originaria verginità, a meno che non si risalga a errori nella falsificazione (secondo sic) nei verbali.
Ma c’è una cosa che francamente offende: è assistere agli show di parlamentari di Forza Italia che addirittura attaccano il centro sinistra perché non vorrebbe fare chiarezza, sproloquiando di commissioni parlamentari e ricorsi della CdL sull’argomento, ad oggi, inesistenti.
Per far partire l’indagine della magistratura è bastato un dvd. Non aver prodotto nulla di simile per un partito che possiede tre televisioni, un direttore di quotidiano come Belpietro e un avvocato come Ghedini accampato in tutti i Palazzi di Giustizia d’Italia, vorrà pur dire qualcosa.http://www.insolitacommedia.it/
Flexsecurity: mito o modello?
di Livia Petersen
Gli italiani sono i più pessimisti in Europa sulle possibilità di trovare e poter mantenere un posto di lavoro. I danesi sono i più ottimisti. Lo rivelano i dati dell’Eurobarometro che ha condotto uno studio commissionato dalla Commissione europea. I motivi di questo divario sono diversi, ma certamente in Italia le occasioni di lavoro sono minori e minore è la sicurezza di poter trovare una sistemazione in cui realizzarsi senza rischiare di restare discoccupati. Anche per questo in Italia, come in altri paesi europei, si guarda con sempre maggiore interesse al cosiddetto "modello danese" e alla formula della "flexsecurity" come ad uno strumento miracoloso. Flexsecurity vuol dire in sostanza che le aziende sono libere di licenziare quando lo ritengono opportuno senza far altro che dare un preavviso di 5 giorni, e che al lavoratore licenziato lo stato garantisce la sicurezza del reddito insieme ad una serie di misure per reinserirlo nel mercato del lavoro. Dunque flessibilità da parte delle aziende e sicurezza per i lavoratori, ma con diverse possibilità di attuazione di cui è bene comprendere i meccaismi, anche per riuscire a capire quanto un sistema come questo possa venire adottato in un paese come l’Italia.
La flexsecurtity venne introdotta dai socialdemocratici negli anni 90 come una formula tesa a rinnovare quel welfare-state che era stato inteso fino ad allora come garante a tempo indetereminato dalla emaginazione sociale sopravvenuta a causa di situazioni problematiche come la disoccupazione, un divorzio, una malattia invalidante e così via. Ma negli anni 90 la disoccupazione raggiunse livelli tali da richiedere degli interventi che portarono i socialdemocratici a modificare il welfare introducendo dei limiti di tempo ai sussidi di disoccupazione (4anni) ed a creare una politica attiva del mercato del lavoro che puntasse alla formazione dei lavoratori per poterli reinserire in altri settori. Da quel momento si passò dal modello di uno stato assistenziale-indennizzante, che interviene quando l’esclusione sociale è avvenuta, a quello di uno stato che investe in ogni individuo per garantire che rimanga legato al mercato del lavoro attraverso una formazione continua.
Il professor Ove Kaj Pedersen, che sta a capo del Centro Business and Politics della Business School di Copenaghen, definisce questo secondo modello come quello di uno stato concorrenziale che deve investire in un’economia del futuro e in una forza lavoro che oggi appaiono meno prevedibili di quanto non lo fossero in passato. Secondo lui il welfare si trasforma così da un costo economico ad un investimento sociale. Questo richiede di formare una forza lavoro in grado di concorrere sul piano internazionale, di rendere attivi tutti coloro che sono in età lavorativa con degli incentivi e delle motivazioni e in caso di rifiuto costringerli con delle sanzioni economiche. Se questo è il modello che ha reso quella danese un’economia forte e stabile anche qui non mancano però alcuni difetti.. Nostante tutta l’enfasi che viene data alla maggiore qualificazione individuale in Danimarca la flexsecurty punisce proprio le persone maggiormente qualificate. Per questo i compensi massimi decisi dal governo in caso di disoccupazione sono parecchio inferiori agli stipendi e l’obbligo di reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi brevi troppo spesso le costringe a dover accettare di svolgere attività meno legate alle proprie competenze. In questo modo il lavoro non risponde più ad una propria scelta personale legata alle proprie vocazioni professionali, ma si trasforma in un obbligo imposto come un dovere. La politica di welfare adottata dal governo di Fogh tende poi a dare priorità alla flex più che alla security, dicono i sindacati, anche quando punta a ridurre i sussidi sociali per le fasce d’età fra i 25-29 anni e fra i 55-60 per incentivarle al lavoro. Questo non potrà che creare maggiore precarietà e frustrazione, senza parlare della situazione discriminante in cui si trovano gli immigrati che ricevono sempre di meno e restano ugualmente esclusi dal mercato del lavoro . Anzichè accantonare denaro per potere ridurre le tasse, si dovrebbe investire meglio nella riqualificazione e nell’integrazione, sostengono i socialdemocratici. In altre parole anche la flexsecurity può essere di sinistra oppure di destra.
Comunque sia, con tutti i suoi limiti il modello danese funziona molto meglio di quello italiano. È realistico pensare di adottarlo anche in Italia? La prima considerazione da fare è che la ricetta danese è basata su quella che gli esperti chiamano "un’economia negoziata", nata già negli anni 30 attraverso un vero e proprio patto sociale stipulato fra il capitale e i rappresentanti del mondo del lavoro, tale da lasciare alle imprese la piena gestione del mercato e al governo socialdemocratico la ricerca della maggiore equità sociale attraverso una redistrubuzione dei redditi tesa a garantire a tutti dei servizi pubblici efficienti. Qui la concertazione esiste da quasi un secolo senza quella conflittualità che ha segnato sempre l’Italia a causa del suo modello politico e sociale. Ma anche la situazione contingente non aiuta: dopo il governo Berlusconi la situazione della finanza pubblica in Italia è disastrosa ed in questa fase è molto difficile pensare di accrescere la pressione fiscale e trovare le risorse necessarie per finanziare la security e per investire nella riqualificazione. In Danimarca il debito pubblico è a livelli minimi e proprio quest’anno si è arrivati ad un notevole surplus. Da invece noi prima di ogni cosa occorrerà risanare! Un aspetto positivo per il momento è la ripresa da parte del governo Prodi della concertazione, il resto forse in futuro sarà possibile ma con molta gradualità.http://scandinaria.blog.com/1290874/
Il futuro della cooperazione italiana allo sviluppo Lettera agli On. D'Alema e Sentinelli
Paolo de Renzio
Marta Foresti
Massimiliano Calì
Sara Pantuliano
Lauren Phillips
Abbiamo seguito con interesse e partecipato, sebbene da lontano, ad alcuni dei dibattiti pre-elettorali sul futuro della cooperazione allo sviluppo italiana, e accolto con entusiasmo la notizia della nomina di un viceministro con delega specifica alle politiche di cooperazione. La creazione di un incarico politico interamente preposto a una gestione più efficace degli aiuti italiani ai paesi in via di sviluppo, nonché alla definizione di un indirizzo politico chiaro in materia, è una svolta importante in un’area che è stata spesso trascurata dai governi precedenti.
Più impegno nella lotta alla povertà
Il nostro lavoro ci porta spesso a verificare come la cooperazione italiana sia percepita poco positivamente a livello internazionale, riguardo alle sue linee strategiche, all’efficacia dei suoi interventi e al suo ruolo nell’informare altre questioni legate allo sviluppo come il commercio internazionale, la sicurezza o l’immigrazione. Per questo crediamo sia fondamentale che il governo rivisiti in modo sistematico il suo approccio alle politiche di cooperazione, e partecipi più attivamente e responsabilmente ai dibattiti internazionali in tema di efficacia degli aiuti e di coerenza tra le varie politiche governative che hanno un impatto diretto sui paesi in via di sviluppo. Le ragioni di ciò sono numerose.
In primo luogo, un maggiore impegno per lo sviluppo internazionale e la lotta alla povertà sarebbe in linea con le preferenze di una parte consistente dell’elettorato italiano. Dati Ocse mostrano come, malgrado il governo italiano investa risorse minime per informare l’opinione pubblica sulle attività di cooperazione, il livello di sostegno pubblico di cui esse godono è tra i più alti nei paesi occidentali. (1)
Inoltre, vi sono chiare esternalità positive generate dallo sviluppo nei paesi più poveri, in termini per esempio di maggiore stabilità politica internazionale, di riduzione delle disuguaglianze che caratterizzano l’economia globale, e di creazione di opportunità commerciali per produttori italiani.
Infine, l’importanza del ruolo ricoperto dalla cooperazione allo sviluppo nei rapporti internazionali è confermato dai recenti accordi a livello Ocse, Unione Europea e G8 sulla necessità di un aumento sia della quantità che della qualità dei fondi dedicati alla lotta alla povertà. È importante che anche in Italia si affrontino alcuni dei temi emersi dai più recenti dibattiti sull’allocazione e l’utilizzo degli aiuti. In particolare, quelli sull’adozione di nuove modalità di canalizzazione degli aiuti, come il sostegno diretto al bilancio, sul ruolo della governance e della trasparenza per assicurare che le risorse contribuiscano a uno sviluppo sostenibile ed equo, e sulla relazione tra le politiche per la sicurezza e gli aiuti, soprattutto nelle zone di conflitto.
Le priorità da affrontare
Riteniamo che la nomina di un viceministro sia un segnale forte della volontà di riforma del governo, che riflette i contenuti del programma presentato all’elettorato. (2)
Tale riforma, per non rimanere sulla carta, dovrà però affrontare diverse priorità nella definizione di un nuova politica di cooperazione. A nostro parere, le più importanti includono:
(a) una definizione chiara degli impegni del governo riguardo ai livelli di aiuti e alle loro fonti di finanziamento su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo;
(b) lo sviluppo di linee strategiche e criteri per l’assegnazione dei fondi ai vari paesi e ai vari settori, dichiarando la centralità della riduzione dei livelli di povertà come obiettivo finale delle politiche di cooperazione, e identificando aree dove la cooperazione italiana può portare contributi più significativi, sia a livello bilaterale che multilaterale;
(c) il chiarimento e la semplificazione delle responsabilità delle varie istituzioni coinvolte nel "sistema Italia", riducendo le sovrapposizioni di competenze e le inefficienze, in particolare riguardo alla cooperazione decentrata;
(d) l’assicurazione della coerenza fra le politiche di cooperazione e altre politiche governative che sono collegate alla problematica dello sviluppo e della povertà, come il commercio internazionale, le politiche umanitarie, i diritti umani, l’immigrazione, eccetera.
Ci auguriamo che la volontà di cambiamento segnalata da questo governo si traduca in un dialogo aperto, in impegni concreti e in uno sforzo più specifico di coinvolgimento e di confronto a livello internazionale. Soltanto così i nodi dello sviluppo sostenibile e della povertà possono ricevere un’adeguata considerazione nel dibattito politico, pubblico e istituzionale italiano.
* Ricercatori presso l’Overseas Development Institute di Londra (www.odi.org.uk).
(1) Vedi http://www.oecd.org/dataoecd/33/41/31484642.pdf
(2) "Per il bene dell’Italia. Programma di governo 2006-2011" (http://www.fabbricadelprogramma.it/adon/static/programma-unione.pdf), pp. 105-108.http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=2456&from=index
Il mistero di Bianca
Ieri sera mi sono visto Uccidete la Democrazia di Deaglio e Cremagnani. Mia moglie se l'era prenotato per tempo e ha fatto bene.
L'inchiesta ha al suo centro, corposa, la questione schede bianche. E la scena, davvero efficace e chiara, in cui la giornalista spiega, grafici alla mano, come siano spariti un milione e passa di voti bianchi in tutte le regioni italiane, fino ad alcune assurdità campane e calabre. Una piallatura incredibile.
Mi ha colpito poi il cartone animato in cui si spiega come la scheda bianca sia un fantasma, che a poco a poco svanisce nei meandri del Ministero degli Interni. Ieri la Cassazione ha confermato in pieno questo status di fantasma.
Alle contestazioni di Berlusconi (in aprile) ha spiegato di aver verificato sui verbali solo i voti validi, non le schede bianche e il loro rapporto con i il totale dei voti.
CASSAZIONE - Nel frattempo il presidente aggiunto della Corte Suprema, Vincenzo Carbone, ha dichiarato che «la Cassazione non è a conoscenza del numero delle schede bianche o nulle, né del numero di voti validi riportati in ciascun seggio». «Per quanto riguarda l'elezione del Senato della Repubblica - aggiunge Carbone - la legge non prevede alcun intervento dell'Ufficio elettorale centrale nazionale costituito presso la Corte di Cassazione». «L'Ufficio elettorale centrale nazionale, costituito presso questa Corte per l’elezione della Camera dei Deputati dell'aprile 2006, ha svolto i suoi compiti sulla base dei dati risultanti dagli "estratti dei verbali" degli Uffici centrali circoscrizionali costituiti presso le corti di appello ed i tribunali circoscrizionali. Tali estratti contengono soltanto il numero dei voti validi riportati da ciascuna lista nell'intera circoscrizione. Quindi la Cassazione non è a conoscenza del numero delle schede bianche o nulle, né del numero di voti validi riportati in ciascun seggio».
Se capisco bene la Cassazione ha soltanto verificato la corretta formazione dei verbali, non ha riconteggiato niente. Quindi l'accusa di Uccidete la democrazia resta in piedi tutta intera. E il conteggio delle schede bianche, fisico, è assolutamente necessario.
Saranno 60mila scatoloni da aprire e contare. Ma ne vale la pena.
E cerchiamo di non fare i pompieri stavolta, capito Bertinotti?
www.caravita.biz
FELICITA': A CIASCUNO IL SUO RISULTATO ELETTORALE!
DI CARLO BERTANI
“Quale errore disvia i nostri occhi e i nostri orecchi? Finché non abbia fatto luce su questa sicura incertezza, voglio prestarmi all'illusione che mi si offre”.
William Shakespeare – La commedia degli errori
Che tristezza – ad ogni appuntamento elettorale – osservare gli sconfitti! Facce truci o di circostanza: “Salvare il salvabile!” sembra l’imperativo, cosicché il gran mestiere dei politici (soprattutto i nostrani) è quello d’azzeccare qualche garbuglio nelle vagonate di numeri che i TG sciorinano per riuscire a dimostrare che in fondo non si è proprio perso…che si tratta di un “aggiustamento”, di una “riconversione” di voti…insomma…gli altri non possono proprio cantare vittoria.
L’altra parte, invece, gongola e distribuisce battute al vetriolo: più che di democrazia, verrebbe quasi la voglia di mandarli tutti allo stadio con i loro striscioni a rilanciarsi i coretti di sfottò l’un l’altro. Non è quello che fanno usualmente dal Vespone o da Hulk-Ferrara?
La storia delle elezioni italiane non si discosta molto dall’andazzo generale dello Stivale: né commedia e né tragedia, solo farsa.
S’iniziò con il referendum monarchia/repubblica, sul quale nessuno – ancora oggi – può mettere la mano sul fuoco per il risultato: l’unico potentato internazionale che sostenne i Savoia fu la Corona Britannica, ma i grandi vittoriosi della guerra mondiale erano stati gli USA, che di re non volevano sentire parlare. Per i sovietici non faceva gran differenza: abbattere un re dispotico oppure un governo capitalista affamatore della classe operaia era la stessa cosa. Inutile stare qui a parlarne: nessuno saprà mai la verità, quella vera.
Più interessante fu invece il risultato delle elezioni del 1948, vinte da De Gasperi contro il fronte unito delle sinistre: qui non è tanto in discussione il risultato, quanto una serie di “precauzioni” che la DC aveva preso in caso di sconfitta.
L’ex presidente della Repubblica Cossiga ha tranquillamente affermato che trascorse la notte precedente alla proclamazione dei risultati insieme a molti “amici” nei pressi di una caserma dei Carabinieri – nella natia Sardegna – i quali custodivano un consistente arsenale da consegnare ai molti “amici” nel malaugurato caso le sinistre avessero vinto. Bel concetto di democrazia per una persona che è stata assisa per sette anni sul più alto scranno della Repubblica.
Il “piatto forte” della democrazia italiana, però, è sempre stata la legge elettorale: veri capolavori di diritto costituzionale, alchimie raffinate scritte dalle migliori penne del diritto italiano. Se riflettiamo che l’ultima l’ha scritta Calderoli, riusciamo a comprendere quanto siamo caduti in basso.
Per molti anni votammo con una legge scritta per il sistema proporzionale: cosa c’è di più democratico del sistema proporzionale? Tante teste, tanti voti, tanti rappresentanti.
Sorvolando sulle varie “leggi truffa”, sui “premi di maggioranza” e sulle infinite compravendite di parlamentari che sono avvenute nei decenni – quando abitavo a Torino, Giuliano Ferrara era il segretario cittadino del PCI e Bondi il sindaco comunista di un paese della Garfagnana – sembra che tutti abbiano scordato il sistema delle “preferenze”, mediante le quali venivano eletti i nostri “dipendenti”, come li chiama Grillo. E non solo.
Il sistema delle preferenze era così basato: ad un voto di lista potevano essere aggiunte quattro preferenze tratte dalla lista dei candidati. Cosa c’è di male? Nulla…aspettate. La preferenza poteva essere espressa sia scrivendo il cognome, sia il cognome e nome oppure il numero di lista: cosicché, “Giulio Andreotti” poteva essere indicato ,come “Andreotti”, “Andreotti Giulio”, oppure il numero 1 se quello era il suo posto nella lista.
Potevano esserci così schede votate per la DC che riportavano – oltre alla croce sul simbolo – “Andreotti, Bibbini, Cacacci e Deretti”, oppure “Giulio Andreotti, Carlo Cacacci, Bruno Bibbini e Dario Deretti”. Ancora: Andreotti, 12, Cacacci, 23”, oppure “1, 12, Cacacci, Deretti”. Attenzione: il voto andava ai soliti quattro, ma poteva essere espresso in una miriade di combinazioni diverse.
Questo – per decenni – fu il metodo per controllare i voti: come funzionava?
Semplice: volevi una pensione d’invalidità? Eccola, ma alle prossime elezioni vogliamo trovare nell’urna una scheda votata “1, Bibbini, 14, Deretti”. E se non la troviamo? Eh, mio caro, sai che le visite fiscali delle commissioni mediche – talvolta – diventano minuziose…pignole…cavillose…
Per decenni – indebitando lo Stato oltre ogni ragionevole limite (per questa ragione Francia e Germania hanno un rapporto deficit/PIL intorno al 60%, mentre l’Italia supera il 110%) – i voti furono assicurati da un minuzioso controllo del territorio, e lo Stato elargiva in cambio dei voti pensioni, prebende e posti nell’apparato.
Mafia? Sì, forse, ma non era necessario giungere a tanto: il “proconsole” democristiano del Sannio – Remo Gaspari – fu “pizzicato” mentre eseguiva il solito tour pre-elettorale fra le poverissime popolazioni del luogo con l’elicottero dei Vigili del Fuoco. Fu “beccato” perché – dopo aver distribuito coscienziosamente posti da bidello e pensioni d’ivalidità, raccomandazioni per i concorsi e quant’altro in cambio dei soliti “pizzini” elettorali – s’era fatto condurre in elicottero alla partita di calcio. Che sfiga: “pizzicato” per il pallone.
Si giunse così ai famosi 7,5 milioni di pensioni d’invalidità, che i democristiani dell’epoca – oggi – giustificano come una forma “primordiale” di stato sociale. Paolo Cirino Pomicino giunse ad affermare: “Qualcosa dovevamo pur dare loro, no?”. Peccato che nessuno riconosca mai cosa chiedevano in cambio.
Cari italiani: tutte le elezioni che si sono svolte dal 1948 fino agli anni ’90 hanno seguito questo copione. Democrazia? Chi era costei?
Quella pratica perversa fu alla base di profonde tensioni fra Nord e Sud, quando il Nord votava prevalentemente a sinistra ed il Sud era la solida ancora del potere democristiano ed anticomunista, ma non si preoccupavano troppo del problema: dividi et impera.
L’aspetto curioso della vicenda è che tutti continuano a parlare di “democrazia”, mentre di democratico – per più di quarant’anni – l’Italia non ha avuto un bel cazzo di niente. E lo sanno tutti benissimo.
Erano così sicuri del loro sistema che – quando qualche “smagliatura” s’evidenziava – cadevano come birilli: la giunta di sinistra che vinse le elezioni comunali a Torino nel 1976 (ricordi Ferrara?) trovò nella Mole Antonelliana un deposito di vini pregiati. Gli assessori democristiani dell’epoca la usavano come “cantinetta” personale.
La giustificazione di tante malversazioni era sempre la stessa: proteggere l’Italia dall’Orso Sovietico, dai cosacchi che avrebbero abbeverato i loro cavalli nel Tevere. Non sia mai che la FIAT diventi la Fabbrica cooperativa Italiana Automobili Torino.
Anche la cosiddetta “sinistra” conosceva il giochetto, ma non poteva farci nulla perché le risorse dello Stato le gestivano altri: ad ogni modo, cercò di copiare il modello nelle regioni che governava e – siccome hanno sempre avuto migliori amministratori – migliorarono ancora il modello democristiano.
Prima delle elezioni del 1976, chiesero ad Enrico Berlinguer cosa sarebbe successo se il PCI avesse vinto le elezioni. Risposta: “L’Italia si schiererà con il Patto di Varsavia”. Poteva permettersi quella ed altre affermazioni, tanto sapeva benissimo che non sarebbe mai potuto avvenire.
Giunsero infine gli anni ’90 ed il crollo dell’Orso Sovietico: adesso sì che possiamo permetterci una democrazia compiuta! Finora – ragazzi – abbiamo scherzato, ma da oggi in avanti…
Con un travolgente referendum furono abolite le preferenze e si giunse al sistema bipolare: contenti? Siamo diventati anche noi come gli americani e gli inglesi.
C’era da fidarsi di quella sinistra uscita dall’ultimo congresso del PCI alla “Bolognina”? Qualcuno sospettava che la sinistra “sdoganata” avrebbe comunque chiesto troppo. Indennità di disoccupazione? Veri assegni familiari? Ma dove credete di vivere: negli USA, in Francia od in Germania? Oh, ragazzi, siamo in Italia: siamo un paese povero, pieno di debiti, senza un sistema industriale solido…
Il solito pianto antico. Il debito lo avevo fatto loro comprando i voti per decenni, mentre al sistema industriale pensavano personaggi come De Benedetti (informatica) e Gardini (chimica), che – difatti – ci hanno condotti all’anno zero sia per l’informatica e sia per la chimica. In cambio, hanno conservato ingenti patrimoni che oggi investono sui mercati orientali: oh, sono soldi miei, voi che cosa volete? Vorremmo sapere quanti di quei soldi “tuoi” sono stati creati dagli operai della Olivetti o da quelli della Montedison, compresi quelli che si sono beccati il cancro.
Insomma, la “gioiosa macchina da guerra” messa insieme da un povero e maldestro Occhetto si trovò di fronte ad una spavalda, nuova formazione aziendal-televisiva che in poco tempo era stata creata da monsignor Berlusconi da Arcore, sconosciuto ai più, molto, ma molto conosciuto invece da quelli che contano.
Giunsero al Cavaliere in quegli anni montagne di soldi – denari dei quali Berlusconi si è sempre rifiutato di parlare ai giudici – erano centinaia di miliardi che provenivano dal PSI? Dalla mafia? L’ex procuratore elvetico Carla del Ponte – stranamente assunta in cielo al Tribunale Penale Internazione dell’Aia – è ancora là che li cerca. Travaglio qualche idea ce l’ha, ma lo stanno facendo diventare un fenomeno da baraccone.
Nel frattempo, quella sinistra massimalista e – diciamolo – troppo attenta alle istanze degli operai e troppo poco sensibile alla classe media, fu “sdoganata” da un Prode cavaliere bolognese e portata in Paradiso. Barche, stipendi da favola e mogli parlamentari comprese.
Il resto è storia dei nostri giorni: date queste premesse, possiamo affermare che sia esistita e che esista una “democrazia” italiana?
Se abbiamo votato inutilmente per decenni, se in seguito il consenso è stato ottenuto a suon di miliardi da una persona che controllava quasi l’intera editoria italiana, che senso hanno quei numeri?
Forse per disperazione, ma dopo cinque anni di Finanziarie “creative” di Tremonti – che ci hanno condotto al disastro nel rapporto deficit/PIL – e di leggi pazzesche come la riforma della giustizia contro i giudici e quella della scuola contro gli insegnanti, gli italiani s’affidarono ancora una volta a Prodi. Il meno peggio.
L’ultima trovata – sembra – sia stata quella di “rimodellare” i risultati elettorali, come Nanni Moretti lasciò capire nel film “Il portaborse”: «Ricordi quante notti abbiamo passato a ri-votare le schede bianche?» Fantasie? Fantapolitica? Perché, allora, nel terzo millennio si continua a votare con una matita? Forse perché si può cancellarla facilmente?
La giustificazione ufficiale è puerile: poiché con altri tipi di penna l’inchiostro potrebbe trapassare il foglio e rendere visibile il voto.
Oh: facciamo subito una colletta ed inviamo loro un mazzo di penne a biro cinesi da pochi euro, indelebili e che non “trapassano” nemmeno la carta velina. Compiamo questo sforzo economico per la nostra democrazia: se vogliamo bene al nostro paese non possiamo voltarci dall’altra parte.
L’ultima frontiera è il voto elettronico: cosa c’è di più sicuro dell’elettronica e dei computer? Tutto, dal sigillo imperiale alla firma, è più sicuro di una qualsiasi comunicazione elettronica.
Chi, di noi, darebbe peso ad una comunicazione via e-mail dove viene assunto, licenziato, promosso, condannato…
Tutti sanno che ciò che un programmatore scrive può essere cambiato da un altro, al punto che Microsoft non è mai riuscita a proteggere il suo principale prodotto, il software.
Nel caso delle elezioni italiane, un Ministro dell’Interno sparì dal Viminale la notte delle elezioni per due ore e si recò (pare) da Berlusconi, dov’era presente (pare) anche il Ministro per l’Innovazione Tecnologica Stanca (ex direttore di IBM Italia). Qui prodest?
L’ultima baggianata che tentano di spacciarci è che non sia possibile intervenire sui flussi di dati in arrivo al Viminale: troppo poco tempo…è una cosa complicata…ci vorrebbero complicatissimi programmi… Noi, che siamo persone generose, vogliamo regalare agli italiani un piccolissimo programma mediante il quale potranno cambiare in un amen i risultati elettorali di una serie di comuni così, semplicemente con un clic, seduti comodamente in poltrona.
Scaricatelo qui (42 K)
Quanto ci ho messo a farlo? Eh…è stato un lavoro gravoso…dunque: ho aperto la porta dello studio mentre suonavano le campane di mezzogiorno, poi…ah, già…quando mia moglie mi ha chiamato per dirmi che il pollo era in tavola era già finito.
Per gli amanti degli arzigogoli informatici, ricordiamo che per chi aveva sott’occhio il flusso dei dati la cosa sarebbe stata ancora più facile: invece delle macro, potevano usare una semplice routine in linguaggio SQL, che sui database funziona velocemente e con precisione. Una bellezza.
Divertitevi, e tanti auguri alla grande democrazia italiana!
Carlo Bertani
bertani137@libero.it
www.carlobertani.it
cosa è successo alle elez
ioni
Io al Senato e Beatrice Magnolfi alla Camera, presentammo due
interrogazioni per capire il senso dello scrutinio elettronico
che in nome dell'urgenza (quale? visto che la scadenza elettorale
non è
stata anticipata e quindi rispondeva ad una calendario
ampiamente prevedivile) aveva affidato alla stessa società che negli USA
era riuscita ad imbrogliare i risultati della Florida a sfavore di Al
Gore.
Enrico Deaglio su Diario, sia Giulietto Chiesa su Micro Mega raccolsero
la
denuncia, in seguito venne anche istituita una commissione, che non ha
mai
rendicontato nulla perchè anche per l'iniziativa parlamentare messa
in
atto il gioco era stato scoperto. Allora dissi che nel migliore dei casi
si trattava di uno spreco di danaro pubblico delle cui responsabilità si
sarebbe dovuta occupare la Corte dei Conti, nel peggiore...
Enrico Deaglio e Diario non hanno mollato la presa ed hanno documentato
in
modo dettagliato ciò che si era provato a mettere in atto e lo
presentano
in una serata organizzata dll'Associazione Puntorosso:
Imbrogli di primavera...
Cosa è successo veramente il 10 aprile 2006?
Dibattito pubblico e presentazione del film Uccidete la democrazia.
Memorandum sulle elezioni di aprile, di Beppe Cremagnani ed Enrico
Deaglio. Regia di Ruben H. Oliva.
Questo film parla di un tabù, l?ultimo che si vorrebbe mettere in
dubbio.
Il tabù dice che in democrazia tutti siamo uguali e così i nostri voti.
Il
tabù dice che andando a votare eleggiamo chi ci governerà.
Questo film parla delle elezioni politiche italiane dell?aprile 2006,
finite sul filo di lana.
Non sono state regolari. Se lo fossero state il centro sinistra avrebbe
vinto con ampio margine.
Questa è un?inchiesta giornalistica, un docu-thriller politico. Al
centro
dell?indagine il ritrovamento di Bianca, la scheda scomparsa.
Indizi sull?arma del delitto. Un movente chiaro. Molti testimoni
reticenti.
Tutto cominciò quando si chiusero le urne delle elezioni politiche
italiane, alle ore 15 del 10 aprile 2006.
Milano - mercoledì 29 novembre 2006 ? ore 20.30 Camera del Lavoro ?
Corso
di Porta Vittoria 43
Ore. 20.45 (puntuali): Proiezione del film (90 minuti)
A seguire dibattito con Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio, Stefano
Draghi,
Alessandro Robecchi.
Presiedono Giorgio Riolo e Antonio Lareno
_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
Rapida ricognizione del campo di battiglia
Rocco Di Rella
Dopo la risicata vittoria elettorale di aprile, si sprecavano i commenti sulla breve durata del secondo governo Prodi. Molti affermavano che non sarebbe durato più di sei mesi e che sarebbe caduto durante l'iter di approvazione della legge finanziaria. Secondo molti commentatori interessati, una maggioranza risicata e politicamente eterogenea non avrebbe retto l'urto degli impopolari sacrifici da imporre per far quadrare i conti pubblici intossicati dai condoni e dai trucchi contabili di Tremonti e Berlusconi.
Bisogna premettere che la maggioranza di centrosinistra i guai se li va spesso gratuitamente a cercare, ma va anche ribadito che la visibilità stucchevolmente ricercata da ogni partitello della coalizione è la conseguenza di una legge elettorale stupida e scriteriata, scritta da un odontotecnico (Calderoli) ed approvata, solo un anno fa, da un'orda di teppisti ululanti (la Casa delle Libertà).
Insuperabili nella ricerca della visibilità sono i regressisti di Rifondazione Comunista. Hanno iniziato, a luglio, col bocciare il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, perché si faceva riferimento all'abolizione delle pensioni di giovinezza; hanno continuato con la pauperistica pretesa di aumentare le tasse a coloro che guadagnano, lavorando, più di 40.000 euro all'anno; si sono fermati, purtroppo per poco, al voto contrario al trasferimento del TFR ai Fondi Pensione, perché coltivano l'illusione statalista che debba essere esclusivamente pubblica la gestione del sistema pensionistico.
I regressisti di Rifondazione Comunista sono stati temporaneamente accontentati solo sull'aumento dell'IRPEF sopra i 40.000 euro; sulla materia previdenziale dovranno, per forza di cose, cedere e stanno solo cercando il modo di farlo nella maniera più indolore.
L'aumento delle tasse per i redditi (da lavoro!) sopra i 40.000 euro è sicuramente l'aspetto più criticabile della Finanziaria del secondo governo Prodi, ma era il prezzo da pagare per garantirsi l'appoggio di Rifondazione Regressista. Una sinistra con lo sguardo rivolto al futuro non dovrebbe aver paura di applicare una sola aliquota fiscale su tutti i redditi e di introdurre un'intelligente tassazione dei grandi patrimoni (che esenti i patrimoni/capitali di rischio e colpisca i patrimoni/capitali privi di rischio). Purtroppo, lo sguardo di Rifondazione Regressista non riesce a schiodarsi dalla contemplazione di idee ottocentesche.
Zoomando dall'interno all'esterno del centrosinistra, non si può tacere dei suddetti commentatori interessati, che sono l'ariete di cui si serve la trimurti Confindustria-CorriereDellaSera-Sole24ore per abbattere il governo Prodi. E' alla caduta di Prodi che mirano gli sdottoreggianti attivisti della trimurti (travestiti da imparziali commentatori), quando sparano incessantemente le loro impressionanti bordate mediatiche contro la finanziaria 2007.
La trimurti ha un chiaro obiettivo politico: arrivare alla grande ammucchiata, al governo delle larghe intese. La trimurti vuole una marmellata centrista che stemperi l'impresentabilità di Berlusconi e metta fuori gioco la sinistra meno malleabile ai suoi disegni. Il loro referente parlamentare è l'UDC di Casini. Hanno picchiato duro perché speravano e sperano di indurre alla defezione qualche gruppo politico o, in subordine, qualche senatore del centrosinistra.
L'attuale campagna mediatica della trimurti ricorda quella che intraprese all'inizio degli anni novanta per accaparrarsi le aziende pubbliche. Quella campagna, è bene ricordarlo, si concluse con la sciagurata privatizzazione della Telecom e con la svendita di Autostrade S.p.A. ai Benetton.
Ciò che stupisce dell'attuale aggressione mediatica non è solo la pretestuosità delle critiche teoriche, ma, soprattutto, l'elevato e pratico rischio di rappresaglia cui costoro si sono esposti.
Sul piano teorico, va detto che la trimurti finge di non cogliere i pregi strutturali di questa finanaziaria: la creazione di un avanzo primario, la riduzione del rapporto deficit/pil e la riduzione del rapporto debito/pil. Non ho sentito nessuno di questi sdottoreggianti attivisti di partito (Giavazzi, Alesina, Panebianco, ecc.) fare cenno al fatto che, in Europa, gli stati con la maggiore crescita economica sono quelli che hanno il più basso rapporto debito/pil. Costoro, anziché riconoscere al centrosinistra il merito di aver invertito la rotta rispetto al quinquennio passato, rimproverano a questo governo (in carica da soli 6 mesi!) ogni sorta di nefandezze. L'insensatezza e la durezza di certe critiche sono la prova più evidente del disegno politico che anima le loro "imparziali" valutazioni.
Sul piano pratico, va rimarcato che la trimurti avrebbe meritato il ritiro della riduzione dell'IRAP destinata alle imprese. Non è ammissibile che, dopo aver blaterato per anni dai loro giornali sull'esosità dell'IRAP e mentre il governo provvede alla sua riduzione, gli sdottoreggianti attivisti della trimurti ignorino l'importanza di questa decisione e sputino nel piatto che viene loro servito! Così non si fa, signori della trimurti! Così si comportano gli ingrati e i maleducati! A quello sputo, il centrosinistra avrebbe dovuto rispondere con un ceffone monetariamente sonante.
Chiudo queste mie considerazioni senza occuparmi di quegli sguaiati apologeti dell'evasione fiscale che vanno sotto il nome di Casa della Libertà; se Prodi e Padoa Schioppa riescono a far approvare la loro finanziaria, la CDL si dissolverà molto rapidamente.
La battaglia sulla finaziaria 2007 sta per volgere al termine; è arrivato il momento di bandire le polemiche, di serrare le file e di eseguire, con slancio ed entusiasmo, l'ordine d'assalto impartito dal Comandante.
E' ora che la sinistra italiana provi ad assaporare il piacere di sfondare e travolgere le linee nemiche!http://www.centomovimenti.com/2006/novembre/24_rd.htm
VITA E MORTE DELLA NUMERO 211
È stata la duecentoundicesima giornalista russa a essere uccisa dal 1992. Era una donna innamorata del suo mestiere, che combatteva per denunciare le ingiustizie.
RUSSIA
L’ASSASSINIO DI ANNA POLITKOVSKAJA: PARLA IL MARITO ALEKSANDR POLITKOVSKIJ
Mosca
Quella che proveremo a raccontarvi è la storia della numero 211. Una storia complicata e strana, cominciata in un palazzo di New York e finita su un selciato di Mosca. Piena di emozioni e sentimenti, ideali e violenze. La storia di un uomo e di una donna a loro modo eccezionali, delle loro carriere, dei loro figli, delle loro passioni, e insieme degli ultimi vent’anni di una Russia mai così dura da interpretare con i nostri schemi vecchi e frusti.
«Con Anna ci siamo incontrati nel 1976», dice Aleksandr, l’uomo che con la numero 211 ha diviso una vita, «a una festa di studenti a casa sua. Io già frequentavo la facoltà di giornalismo, lei faceva ancora le superiori. Ero stato invitato da sua sorella, ma appena la vidi… Non potevamo essere più diversi, almeno per origine. Io di una famiglia modesta, un tipico prodotto della moskovskaja spanà, un ragazzo cresciuto sulla strada, un teppistello. Lei di una famiglia della nomenklatura sovietica: suo padre era un diplomatico e lei stessa era nata a New York, nella nursery dell’Onu. Quando ci sposammo, nel 1978, io arrivai alla cerimonia con un cappellaccio in testa e una bottiglia di vodka in mano, i suoi parenti erano eleganti, seri e compiti. Ma avevamo tanti interessi in comune, per esempio i libri. A quell’epoca leggevamo con furia la Achmatova e Pasternak, autori proibiti nell’Unione Sovietica. I libri ce li procurava dall’estero suo padre, che approfittava dello status di diplomatico, mettendo anche a rischio la carriera. Eravamo simili anche nel carattere: lei, così minuta e intellettuale, aveva un vulcano dentro e non aveva problemi a tenermi testa. Nel 1977 nacque Ilja, il nostro primo figlio, e nel 1980 Vera. In quello stesso anno Anna e io finimmo l’università insieme: lei, che era più giovane di me e aveva fatto due figli, era riuscita a prendere la laurea in giornalismo in meno tempo di me».
Le Olimpiadi di Mosca del 1980
A quei tempi, con quella laurea, un giovane sovietico della capitale non faceva fatica a trovare lavoro. A parte questo, anche Aleksandr e Anna ebbero i problemi di una giovane coppia qualunque. «Io cominciai a lavorare per il primo canale della Tv di Stato (il più importante, l’unico ricevibile su tutto il territorio dell’Urss, ndr.) nel 1980, con le Olimpiadi di Mosca», racconta lui. «Giornalista sportivo, specializzato in arti marziali. Anna stava a casa con i bambini e mordeva il freno. Fare solo la mamma non era da lei. Intendeva realizzarsi pure nel lavoro, ma per farlo voleva aspettare che Ilja e Vera crescessero. Anche perché io, invece, ero sempre in giro, proiettato sulla carriera. E certo, sentivo anche che lei un po’ mi invidiava».
Carriera che esplode a metà degli anni Ottanta, con l’arrivo sulla scena di Michail Gorbaciov e il lancio della perestrojka. «Nel 1982 un decreto del Governo dell’Urss mise fuori legge le arti marziali, così dovetti cercarmi qualcos’altro. Prima furono gli sport minori, poi i programmi educativi per ragazzi».
E da lì, nel 1987, arriva a un programma che parte in sordina e diventa un mito: Vzgljad ("Sguardo", o "Punto di vista"), che Aleksandr conduce con due colleghi (uno dei quali, Jurij Shikocikin, sarà poi collega di Anna e morirà avvelenato per le sue inchieste sulla corruzione, n.d.r), il primo programma a criticare la realtà sovietica nella sua drammatica realtà. «In un attimo diventammo delle star. La gente ci fermava per strada, fummo eletti al Parlamento, facevamo serate e riempivamo i teatri in tutta l’Urss».
Ancora nei primi anni Novanta, quando chi scrive viveva a Mosca, Aleksandr bruciava gli ultimi spiccioli di gloria con il programma Politbjuro. Poi le porte della Tv di Stato si chiusero per lui, che oggi ha una piccola casa di produzione di documentari. «So benissimo che quelle porte per me sono chiuse per sempre», dice con un sorriso, «ma quei tempi sono stati fantastici».
D’accordo, Aleksandr, ma siamo qui per parlare della numero 211, giusto? «Giusto. Come dicevo, lei era una donna colta, intelligente e vivace. D’altra parte, non è che i suoi interessi, quando poi decise di buttarsi nel giornalismo, fossero spuntati dal nulla: negli anni della perestrojka tutte le sere c’erano a casa nostra intellettuali, politici, giornalisti, le persone che frequentavo per lavoro o per amicizia. E lei era a pieno titolo parte di quell’ambiente. Convinta e battagliera come sempre. Ricordo che quando mi arrivava il "consiglio" di non andare a certe manifestazioni per non compromettermi, e succedeva spesso, io rispondevo sempre: "Tanto, se non vado io ci va mia moglie…"».
Le prime inchieste sul campo
E poi? «Poi i figli sono cresciuti e Anna ha deciso di mettersi a lavorare. Prima all’Izvestija, dove curava la posta dei lettori. Poi a Vozdushnyj Transport, il giornale dell’Aeroflot. E quindi, come desiderava, alla Obshaja Gazeta e alla Novaja Gazeta, a fare inchieste sul campo». E magari, a quel punto, l’invidia era sua, Aleksandr... O no? «No, direi di no. Perché la mia parte io l’avevo già fatta e la mia fetta di gloria l’avevo avuta».
Ricorda un momento decisivo, quello in cui Anna cominciò a trasformarsi nella numero 211? «Sì, certo. Fu nel 1994, quando si occupò della lotta tra gli oligarchi Vladimir Potanin e Vladimir Gusinskij per il controllo di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel, che doveva essere privatizzato. Vinse Potanin, ma a un certo punto Gusinskij chiamò Anna e le mostrò un dossier diffamatorio che aveva raccolto sulla nostra famiglia. Anna era spaventata, andai a prenderla e parlammo a lungo, seduti in macchina. Lì lei decise che sarebbe andata avanti comunque, anche se temeva il discredito anche più della morte. Lì nacque l’Anna che poi tutti hanno conosciuto».
E perché temeva il discredito sopra ogni cosa? «Lei scriveva i suoi articoli per cambiare le cose. Ogni pezzo doveva aiutare qualcuno o contrastare un’ingiustizia. Doveva produrre qualcosa, anche poco, ma qualcosa. Senza la sua credibilità questo sarebbe diventato impossibile. La stessa cosa le successe, anni dopo, con Ramzan Kadyrov (il governatore filorusso della Cecenia, ndr.), che minacciò di trascinarla in una sauna e farla fotografare in pose sconce con uomini nudi».
Un amore come nei romanzi
La numero 211 diventa in poco tempo uno dei giornalisti più famosi di Russia e d’Europa. Rischia la vita, denuncia l’atrocità della guerra in Cecenia, viene sequestrata e avvelenata, fa da mediatrice durante l’attacco al Teatro Dubrovka di Mosca, nell’ottobre 2002. Una domanda, Aleksandr. Lei descrive una coppia affettuosa e solidale, ma nel 1999 vi siete separati. E ciò, disse Anna in un’intervista, perché lei non reggeva più, era spaventato dalle sue inchieste, dalle minacce che ricevevate. Come si spiega?
«Forse non eravamo fatti per vivere insieme per sempre. I nostri figli, a dire il vero, si stupivano spesso che avessimo resistito 22 anni. Quanto al resto, Anna l’avrà pure detto, ma non capisco perché. Ben prima di lei avevo ricevuto anch’io pressioni e minacce per le mie denunce. E ho sopportato a lungo le stesse cose che poi sono toccate a lei. Il nostro era stato un grande amore, sbocciato sui banchi di scuola come nei romanzi. Forse era solo finito, tutto qui».
Voi, i familiari, vi aspettavate quanto poi è successo? «Sì, certo. Ormai Anna aveva dato fastidio a troppi con il suo impegno. E poi era una specie di spirale senza fine. Lei non riusciva a passare accanto alla sofferenza altrui e girarsi dall’altra parte. Così, chi non aveva più speranza di trovare giustizia finiva da lei, che trovava altre storie, altre notizie».
Il ruolo dei militari
«Un esempio del suo carattere: all’epoca di Vzgljad feci un servizio sul Centro ematologico di Minsk, che era in condizioni disastrose. Con quel reportage e una colletta tra i telespettatori raccogliemmo un sacco di soldi, che girammo al Centro. Anna in seguito pretese che io tornassi ogni anno a Minsk per controllare che i soldi fossero spesi bene. Avevo parlato della possibilità che la uccidessero con Ilja e Vera la sera del mio compleanno, un mese prima che succedesse davvero».
Tutti, in Occidente, hanno puntato il dito contro il Cremlino e il presidente Putin, che in effetti ha avuto parole a dir poco gelide. Qual è la sua versione? «Putin non c’entra e nemmeno Kadyrov: è un idiota e durerà poco, lo ammazzeranno presto come hanno fatto con il padre. Secondo me, le ipotesi più credibili sono due. Sono stati dei militari che lei aveva denunciato per le violenze in Cecenia: molti credevano di ottenere gloria e medaglie con quello che facevano, e si sono trovati in carcere o in congedo. Più facile per loro prendersela con Anna che con chi li aveva mandati allo sbaraglio in una guerra sbagliata. Oppure sono stati i nemici di Putin, che hanno voluto "avvertirlo". L’omicidio è avvenuto nel giorno del compleanno di Putin e tra poco più di un anno si vota per il nuovo presidente...».
Come ha saputo dell’accaduto? «Stavo dormendo, è suonato il telefono ma non sono riuscito a rispondere. Dopo qualche minuto è suonato di nuovo: era la radio Eco di Mosca che mi chiedeva di confermare la notizia».
La sua ex moglie era stata appena uccisa con tre colpi di pistola davanti al portone della casa in cui viveva. Aleksandr Politkovskij ci dà la mano e si perde nella folla del centro di Mosca. La numero 211 era Anna Politkovskaja: la giornalista numero 211 uccisa in Russia dal 1992.
LA PISTA ITALIANA E I SERVIZI SEGRETI
La "pista italiana" sull’assassinio di Anna Politkovskaja getta luce nuova su quanto accade a Mosca. Come rivelato da Chechen Press, il 1° novembre Aleksandr Litvinenko (ex tenente colonnello dei servizi segreti russi, nel 2001 fuggito a Londra dopo essere stato accusato di tradimento) incontra Mario Scaramella (ex consulente della Commissione Mitrokhin), che gli consegna documenti sulla morte di Anna. Subito dopo Litvinenko viene avvelenato con tallium radioattivo.
Scaramella è ora irraggiungibile. E la figura di Litvinenko è ancor più complessa: era il braccio destro del generale Anatolij Trofimov, capo del Fsb della regione di Mosca, assassinato il 10 aprile 2005; fu accusato di tradimento perché sosteneva che gli attentati del 1999, attribuiti ai ceceni, erano invece opera dei russi per lanciare Putin al Cremlino; è considerato un "uomo di Gusinskij", l’oligarca emigrato a Londra nel 2000, ma ancora attivo in Russia con i media e fondazioni; era una "fonte" di Anna Politkovskaja.
A Mosca indaga la Procura, ma anche un gruppo di giornalisti della Novaja Gazeta. Tra loro Vjaceslav Izmailov, un ex militare che con Anna aveva lavorato in Cecenia. «È stata un’uccisione professionale», dice, «in uno stile (5 persone: un killer, due uomini di scorta e due donne di vedetta) che ricorda il Kgb. Per questo con noi collaborano in segreto elementi "puliti" dei servizi segreti. I nostri telefoni sono sotto ascolto, dobbiamo prendere molte precauzioni». Si delinea, così, un’ipotesi: la morte della Politkovskaja decisa quale mossa di una guerra tra fazioni diverse dei servizi segreti, già impegnati nella lunga e pericolosa campagna verso le presidenziali del 2008.http://www.sanpaolo.org/fc/0648fc/0648fc30.htm
PALUDE AFGANA
Emanuele Giordana
Durante i suoi incontri in Afghanistan – ha raccontato in settembre il professor Barnett R. Rubin al Congresso degli Stati Uniti – un diplomatico che è stato nel paese per tre anni si è lasciato andare andare a uno sfogo emotivo: “non sono mai stato tanto depresso. I ribelli trionfano”. La verità che nessuno vuol sentirsi ripetere è che in Afghanistan le cose vanno male. Che li si chiami ribelli, insorti, mujaheddin, talebani o neo-talebani, la verità amara è che le truppe di mullah Omar si sono saldate, attraverso almeno cinque comandi operativi, con i vari spezzoni di guerriglia islamica che si tramandano l'arte della guerra dai tempi dell'invasione sovietica. E che guadagnano terreno. La strategia l'ha compiutamente spiegata il comandante Dadullah: “La nostra tattica è il mordi e fuggi e siamo noi che decidiamo quando attaccare per poi tornare nelle nostre basi sicure” che, secondo l'International Crisis Group, ma anche per il presidente Karzai e l'intelligence occidentale, sono per lo più nella cintura tribale pachistana.
Come che sia i proclami della Nato-Isaf, secondo i quali sono stati uccisi centinaia di talebani, appaiono sempre più simili al tentativo di nascondere il fatto che la guerra nel Sud arranca anche se gli stessi militari, pur senza ammettere apertamente che il conflitto è in una palude, hanno in qualche modo fatto capire che bisogna cambiare strategia. Opzione politica, aiuti umanitari, ricostruzione, sono le parole che ormai circolano da Washington a Bruxelles, da Berlino a Ottawa dove, tra l'altro, non si nasconde un certo malumore. Per il fatto che “nel mattatoio dell'Afghanistan meridionale”, ha scritto il Corriere canadese, ci sono finite solo le giubbe rosse, i britannici e qualche povero soldato rumeno, così che il ministro della Difesa O'Connor avrebbe fatto le sue rimostranze anche agli italiani, rei, come altri contingenti, di limitarsi a qualche giro di pattuglia a Kabul e dintorni.
Il sasso nello stagno l'ha gettato il senatore americano Bill Frist che, all'inizio di ottobre, ha innocentemente affermato che la guerriglia talebana non potrà essere sconfitta militarmente. Le sue dichiarazione hanno scatenato polemiche ma hanno anche scostato il velo sulla guerra che nessuno vuol vedere e sulla quale Frist, repubblicano, ha persino avanzato un'ipotesi eclatante: negoziare l'inclusione dei talib e dei loro alleati nel governo. Del resto il generale Nato David Richards, comandante dell'Isaf (30mila uomini da 37 paesi e 24 Provincial Reconstruction Teams, organismi di cooperazione civile-militare), uomo non certo incline a gettare la spugna, ha ammesso, dopo l'ennesima strage di civili alla fine di ottobre, che la Nato ha fatto degli “errori”. Dal suo punto di vista si è trattato anche di una sottovalutazione generale della forza dei talebani, ma il generale ha finito per dire che, se non si cambia, si rischia di perdere. E ha citato un sondaggio che parla apertamente di come la stragrande maggioranza degli afgani stia scivolando dalla parte degli insorti. Richards si riferiva probabilmente a un'indagine commissionata dalla Nato sul reale supporto di cui gode tra la gente la forza multinazionale. Il sondaggio, di cui Diario ha avuto notizia, rivela ciò che nessuno vorrebbe sentirsi dire. Cioè quello che ha detto Richards. Il problema è che la ricerca non è mai stata resa pubblica.
Secondo diversi osservatori, i talebani guadagnano consensi e vengono ricordati per un periodo in cui regnavano legge e ordine. Facile adesso dimenticarsi, nel Sud fiaccato dai bombardamenti, le impiccagioni pubbliche degli adulteri, la scuola negata alle bambine o la leva obbligatoria esercitata dai barbuti andando a prendere i ragazzi casa per casa per mandarli al fronte. Adesso David Loyn della Bbc ha documentato l'ospitalità offerta ai mujaheddin talebani dalle famiglie, soprattutto pashtun, che vedono in loro i combattenti che, nella miglior tradizione afgana, cacciano gli stranieri da casa.
Un'analisi puntuale delle difficoltà della guerra afgana l'ha scritta per il quotidiano telematico Atimes (Nato fighting the wrong battle in Afghanistan) il diplomatico indiano M K Bhadrakumar, secondo cui la crisi attuale è a “cerchi concentrici”, al centro dei quali sta il vuoto, l'impopolarità e la corruzione che contrassegnano il governo Karzai, circondato dal dominio di un rampante warlordismo e dal narcotraffico. Situazione nella quale il cosiddetto doppio gioco di Musharraf, che è adesso sulla bocca di tutti (perseguire pubblicamente i talebani in territorio pachistano, in realtà girare lo sguardo dall'altra parte) conta fino a un certo punto. Il problema vero è l'aumento della popolarità dei talebani e il loro radicamento nel territorio come “afgani che combattono per l'Afghanistan”(non tanto per l'islam dunque), al punto che Karzai ha pensato bene di rivitalizzare la jirga, l'assemblea dei capo clan con 1800 delegati che si dovrebbe riunire il mese prossimo a Jalalabad. Quella, per intendersi, che dovrebbe ormai essere superata dal parlamento di Kabul che in realtà sembra comandare sull'Afghanistan come un buon comitato di quartiere della periferia romana. Questo articolo è uscito sul Diario di questa settimana
Harvard, il dibattito su fede e ragione infiamma il campus
Si fa sempre piu’ acceso ad Harvard il dibattito (interessantissimo) sulla proposta di inserire nel curriculum obbligatorio degli studenti una serie di insegnamenti inseriti in un’area che e’ stata indicata come ‘Ragione e Fede’.
Spirit of America ne ha parlato nelle scorse settimane, ma vale la pena navigare la pagine del quotidiano del campus, The Harvard Crimson, per scoprire come sta andando la discussione. E’ utile ricordare che se l’universita’ piu’ celebre d’America decidera’ di proporre ai propri studenti di approfondire il rapporto tra la ragione e la fede, tutti gli altri atenei degli USA si muoveranno nella stessa direzione, con conseguenze significative per l’intero apparato dell’educazione americana (e inevitabili ripercussioni in Europa, dove non si puo’ non fare i conti con le idee che maturano nei campus statunitensi).
Il Crimson, che non sembra avere molta simpatia per la proposta, racconta di accese riunioni di facolta’ nelle quali molti professori si stanno ribellando di fronte all’idea di “avere piu’ religione” nel curriculum.
Stephen Pinker, autorevole professore di psicologia ad Harvard, e’ intervenuto con un editoriale per chiedere “meno fede, piu’ ragione” negli insegnamenti universitari. L’economista Edward L. Glaeser ha insistito sulla necessita’ di far prevalere il metodo scientifico su qualsiasi altro approccio educativo.
Tra gli studenti, c’e’ chi ha reagito spiegando al professor Pinker che l’universita’ e’ un luogo ideale per discutere “la ragionevolezza della fede” e chi gli ha suggerito che forse esiste un concetto piu’ ampio di ragione rispetto a quello da lui utilizzato per giudicare la proposta.
E’ un dibattito affascinante e questo blog continuera’ a tenerlo d’occhio. Nella speranza magari che qualcuno ad Harvard si accorga dell’invito a ritrovare il “coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione”, di cui ha parlato Papa Benedetto XVI nel suo celebre discorso di Ratisbona. Che, guarda caso, era intitolato proprio Fede, Ragione e Universita’…http://www.marcobardazzi.com/blog7/
202 sostanze tossiche per il cervello
Non ci si preoccupa abbastanza degli effetti tossici dei prodotti chimici come pesticidi e solventi sullo sviluppo del cervello dei feti e dei bambini. E' l'inquietante conclusione di uno studio condotto da alcuni specialisti della salute pubblica e pubblicata oggi sul sito Internet della rivista The Lancet. Autismo, disturbi da mancanza dell'attenzione, ritardo mentale, paralisi cerebrale sono delle malattie comuni di cui ancora oggi non si conoscono tutte le cause. L'inquinamento chimico potrebbe giocare un ruolo importante nella loro genesi.
Esiste un certo numero di prodotti come il piombo, il metilmercurio, il policlorobifenile, l'arsenico ed il toluene, conosciuti da tempo per i loro effetti neuro-tossici. Il Dr. Philippe Grandjean della scuola della salute pubblica di Harvard a Boston e Philippe Landrigan della scuola di medicina del Monte Sinai ricordano che “ le campagne di prevenzione contro il pericolo di queste sostanze sono iniziate molto tempo dopo che i loro effetti nefasti fossero stati scientificamente provati .” Sta a dire che queste sostanze avevano già portato dei danni.
I due ricercatori hanno passato in rassegna i dati disponibili sulla tossicità delle sostanze suscettibili d'alterare il cervello, tentando di recensire i più pericolosi . Questa ricerca gli ha permesso di stabilire una lista di 202 prodotti industriali capaci di nuocere al cervello degli individui adulti. A loro avviso il risultato era chiaro: non si conoscono ancora gli effetti di questi prodotti sullo sviluppo del cervello. Più grave ancora, non esiste alcuna regolamentazione per proteggere i bambini dagli effetti potenzialmente tossici.
I ricercatori parlano di “epidemia silenziosa”. Secondo loro queste sostanze potrebbero già aver danneggiato il cervello di milioni di bambini senza che lo si sappia ancora. Le conseguenze di questi prodotti possono in effetti essere discrete, può non trattarsi che di una diminuzione dell'intelligenza o di modificazioni del comportamento, di sintomi difficili da individuare per un medico.
“ Il cervello umano è un organo prezioso e vulnerabile ” spiega Philippe Grandjean “ anche dei danni limitati su questo organo possono avere delle serie conseguenze (…) Anche quando c'è una solida documentazione sulla tossicità, la maggior parte delle sostanze non fa l'oggetto di regolamentazioni a tutela del cervello in sviluppo. Alcune sostanze, come il piombo ( saturnismo) ed il mercurio , sono tenute sotto controllo, per proteggere il feto ed il bambino ”, ma non è il caso per le altre 200 sostanze “, aggiunge.
I ricercatori suggeriscono di applicare a queste 200 sostanze il principio di precauzione. Per loro questi prodotti devono essere l'oggetto di regolamentazioni rigide che potrebbero essere ammorbidite solo in un secondo momento, in funzione del risultato di studi tossicologici.
Resterà da appurare che i regolamenti siano ben applicati. Ieri, a Parigi, la fondazione Abbé Pierre e L'Ong Medici Del Mondo (Mdm) hanno sollecitato le direzioni sanitarie a “ sviluppare in tutta la Francia il reperimento dei bambini intossicati dal piombo ” per finirla col saturnismo “ malattia dei bambini poveri e in scarse condizioni igieniche ”. In Francia secondo Mdm, 3 bambini su 10 viventi che vivono in abitazioni in stato d'insalubrità sarebbero impregnati o intossicati dal piombo.
di Véronique Molénat
Traduzione per Megachip di Cristina Falzone
da Le Journal de la Santé
http://www.lejournalsante.com/site/actu.asp?ID=4231&Rub=Mes%20enfants
BALLOTTAGGIO PRESIDENZIALI: DOMANI AL VOTO, ESITO INCERTO
Nove milioni di ecuadoriani scelgono domani il loro presidente tra il magnate dell’industria bananiera Alvaro Noboa, al suo terzo tentativo, e l’ex-ministro dell’Economia Rafael Correa, al termine di un’accesa e serrata campagna elettorale che lascia aperto ogni dubbio sull’esito finale del voto. L’ultima inchiesta dell’istituto Cedatos-Gallup diffusa giovedì per i media stranieri, ma di cui vietata la pubblicazione nel paese andino, vede in vantaggio il socialdemocratico Correa, 43 anni – l’uomo della lotta alla ‘dollarizzazione’, poi inevitabile, del sucre, la valuta nazionale – con il 52% delle preferenze contro il 48% di Noboa; ma ‘Alvarito’, 56 anni, come viene chiamato l’erede di Luis Noboa Naranjo - un imprenditore capace di creare un vero e proprio impero con il commercio delle banane, prima voce delle esportazioni ecuadoriane – fino al 14 novembre era dato vincente da Cedatos-Gallup con le stesse percentuali, ribaltate, dell’ultimo sondaggio. L’incertezza si accompagna alla disillusione di una popolazione - 13 milioni di abitanti, il 70% dei quali vive sotto la soglia di povertà con un indice di disoccupazione del 10% (ma la sub-occupazione arriva al 50%) – che negli ultimi 27 anni è stata guidata da 12 presidenti coinvolti in due grandi rivolte sociali, tre insurrezioni militari e gravi conflitti politici. Nessuno dei 7 capi di Stato succedutisi negli ultimi 9 anni è riuscito a terminare il suo mandato. Noboa, già fondatore e candidato del conservatore ‘Partido renovador institucional de acción nacional’ (Prian), ha attaccato frontalmente Correa senza esclusione di colpi, definendolo un “diavolo comunista” e arrivando a preconizzare lo scoppio di “una guerra civile” in caso di vittoria del rivale che, a suo dire, “trasformerebbe l’Ecuador in Cuba”. ‘Alvarito’ ha annunciato che da presidente promuoverà il libero commercio, estenderà l’autorizzazione alle truppe statunitensi stanziate dal 1999 nella strategica base di Manta – principale centro per le operazioni anti-droga sull’Oceano Pacifico - e romperà le relazioni diplomatiche con Cuba e Venezuela. Correa, estimatore del venezuelano Hugo Chávez e vicino al cosiddetto nuovo socialismo latinoamericano incarnato da Néstor Kirchner in Argentina e Luiz Ignacio Lula da Silva in Brasile, viaggia sul binario opposto: no al Trattato di libero scambio (Tlc) con gli Usa e alla permanenza americana a Manta; espulsione dell’impresa petrolifera americana ‘Oxy’, rea, secondo la Procura generale ecuadoriana, di avere violato il contratto di sfruttamento sottoscritto con Quito, e nazionalizzazione degli idrocarburi sono solo alcuni dei suoi ‘cavalli di battaglia’. Tra denunce di brogli – Correa ha già evocato il ‘fantasma’ di Andrés Manuel López Obrador, il candidato della sinistra messicana sconfitto nel luglio scorso per una manciata di voti dal conservatore Felipe Calderón – e appelli a rispettare il verdetto delle urne, gli ecuadoriani sono attesi alle urne dalle 7:00 alle 17:00, ora locale, di domani. http://www.misna.org/
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L’esperto: «Cresce il numero di uomini picchiati»
Degli studi canadesi indicano che sempre più uomini non sono più solo carnefici. Ma anche vittime.
Boys don't cry? (Foto Ali K/Flickr) Talvolta è la mammina che si inalbera e mette il suo dolce consorte al tappeto. «I casi di uomini vittime della violenza delle loro compagne sono più diffusi di quanto non si creda», spiega Yvon Dallaire, psicologo canadese di lingua francese e autore di ‘La violenza esercitata sugli uomini. Una complessa realtà tabù (2002).
Quali sono le caratteristiche degli uomini picchiati? Si tratta realmente di un fenomeno marginale?
Per la maggioranza delle persone, parlare di uomini picchiati appare poco credibile, tuttavia la realtà è che esistono degli uomini oggetto di violenze. Questo tema è affrontato più sul continente americano che in Europa perché i movimenti che difendono i diritti dei maschi sono meglio organizzati e più attenti ai temi sociali, e perché l'argomento viene maggiormente diffuso tramite i mass media. In un’inchiesta condotta da Denis Laroche per l'Istituto nazionale statistico del Quebec nel 1999, 62.700 donne e 39.500 uomini si sono detti vittime di violenza coniugale dove per “violenza” va inteso ogni tipo di violenza. Cifre queste che vanno contro la storia politicamente corretta secondo la quale gli uomini sarebbero sistematicamente i boia e le donne esclusivamente le vittime. Altro luogo comune: gli uomini utilizzerebbero la violenza fisica, le donne i ricatti psicologici. Oggi, invece, capita a molti uomini di esprimere psicologicamente la loro violenza, soprattutto attraverso il silenzio. E l’80% delle donne violente usano ricorrere ad oggetti, stoviglie, coltelli… Durante gli attacchi psicologici, le donne in genere denigrano l'identità sessuale del maschio, la sua virilità, mentre l'uomo violento si limita a voler avere ragione.
Perché la violenza delle donne è tabù?
In ogni coppia, c’è un momento in cui la relazione diventa una lotta di potere nella quale i due protagonisti tendono ad esercitare violenza a turno. Oggi, tuttavia, si assiste ad una valorizzazione della violenza femminile: una donna che si difende o si batte viene considerata come una donna forte. Questo atteggiamento entra in contraddizione con l'immagine tradizionale che la vuole dolce e materna. Bisogna sapere che le coppie lesbiche sono due volte più violente rispetto alle coppie eterosessuali, e che nei casi di infanticidi oltre il 56% dei bambini viene ucciso dalla propria madre. Questo paradosso mina le fondamenta del pensiero femminista che mira proprio a demonizzare il maschio e ad idealizzare la donna. Eppure in Quebec, è la violenza delle donne verso gli uomini in aumento, non l'inverso.
Cosa diventa l'uomo picchiato?
Gli uomini che vengono picchiati fisicamente spesso sono creduti poco e vengono ridicolizzati. La lobby femminista, molto potente nel nord degli Stati Uniti, ha voluto guardare con un occhio solo al fenomeno delle violenze coniugali. Una donna picchiata guadagna uno statuto e può contattare e trovare sostegno presso tanti gruppi di pressione o associazioni per uscire dall'inferno delle violenze coniugali, come spiega Sophie Torrent (ricercatrice svizzera autrice di una tesi nel 2000 dal titolo L'uomo picchiato, un argomento intimamente tabù ndr). Un uomo che si dice maltrattato prova un enorme senso di colpa e perde il suo status di uomo, finendo per restare isolato. Non esiste allo stato attuale struttura di accoglienza o di sostegno sociale. E persistendo a negare il fenomeno degli uomini maltrattati, le femministe stanno ostracizzando tutta una categoria di donne che soffrono dei loro comportamenti violenti. E che hanno bisogno di aiuto. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8960
Alcune riflessioni a due mesi dalla scomparsa di Jorge López
Sono passati più di due mesi dalla scomparsa di Jorge Julio López, testimone chiave al processo contro Etchecolatz, però un dubbio ancora non è stato chiarito: qual è il reale significato di questa scomparsa? Nonostante la grande reazione del popolo argentino, sceso in massa nelle piazze per chiederne la liberazione, si teme per la fragile democrazia argentina e non solo.
Voglio partire dall’inizio della storia. Lo scorso 19 settembre il tribunale argentino emettendo una sentenza, straordinaria e di grande valore storico, ha condannato all’ergastolo l’ex commissario di polizia Miguel Etchecolatz, ossia uno dei più spietati e cruenti torturatori della dittatura militare argentina.
Nella sentenza il tribunale ha riconosciuto per la prima volta il genocidio e i crimini contro l’umanità avvenuti sotto la dittatura (si parla di circa 30'000 desaparecidos). L’Argentina così si butta alle spalle una vecchia decisione del suo congresso che, negli anni ’80, salvò gli ufficiali accusati di crimini contro l’umanità attraverso una legge tristemente conosciuta anche come “ley de Obediancia Debita y punto final”, una legge che macchiava terribilmente la nuova democrazia argentina e in pratica concedeva condono e amnistia verso crimini commessi dai militari durante gli anni della dittatura.
Finalmente Etchecolatz è stato così giustamente condannato all’ergastolo per vari omicidi, casi di tortura e privazioni di libertà.
Jorge Julio López, un muratore di 77 anni e vittima delle torture della dittatura, è stato il testimone chiave nella causa contro l’ex commissario Etchecolatz. Pochi giorni dopo la sentenza definitiva però, mentre era uscito per fare una passeggiata vicino casa, López è scomparso nel nulla e nessuno ha più saputo niente di lui.
Mentre vi scrivo sono passati più di due mesi da quel giorno, nel frattempo c’è stata più volte una forte mobilitazione popolare di tutto il popolo argentino per chiederne a voce alta la liberazione, Plaza de Mayo gremita di manifestanti è tornata ad essere il simbolo della condanna alla dittatura. Quello che rimane però, è il fatto che Jorge López è in pratica il 30'001 desaparecido argentino, il primo da quando l’Argentina è un paese democratico.
E’ chiaro che una sentenza che per la prima volta qualifica ufficialmente i crimini della dittatura con termini come genocidio o crimini verso l’umanità ha colpito al cuore di varie organizzazioni ancora dipendenti dall’oligarchia militare, che purtroppo l’Argentina non è riuscita ancora a debellare, e che anzi, tutt’ora, agiscono nella penombra usurpando la democrazia e invitando alla dissidenza. La scomparsa di Jorge López sembra essere un chiaro segnale, un segnale diretto al movimento popolare argentino. Sembra quasi un messaggio al popolo argentino che suona come: “Non cantate vittoria troppo presto, noi ci siamo ancora, e siamo ancora solidi e forti”.
Dante Roberti, un peronista sopravvissuto alla dittatura militare ha scritto circa la scomparsa di López: “Stiamo affrontando un gruppo che si può collocare con la destra fascista, ma non solo, questa forza non è da sola, è spalleggiata anche da alcuni gruppi economici, sia nazionali che stranieri, che non condividono l’operato dell’attuale governo”.
“Ogni volta che ne hanno la possibilità ne approfittano per dimostrare che sono presenti. Stiamo attenti, argentini, non possiamo permettere che il passato torni a ripetersi. Se realmente la scomparsa ha lo scopo di spaventarci che sappiano che stiamo portando avanti una politica di giustizia e andremo fino in fondo affinché verità sia fatta. Non abbiamo diritto ad avere paura” – queste sono stare le parole del presidente argentino Kirchner.
In pratica, però, c’è il forte sospetto che la scomparsa di López possa essere un segnale per l’intera America Latina. Le forze economiche che stanno dietro questo rapimento, ma anche dietro a molti mezzi d’informazione, non si rassegneranno tanto facilmente all’avanzata dei movimenti popolari che stanno riconquistando spazio all’interno del continente e che continuano a reclamare il potere (notizia di qualche giorno fa è l’arresto in Colombia di un giornalista di TeleSUR, un progetto informativo ritenuto scomodo da più parti).
Personalmente spero che il popolo argentino non si lasci intimidire, ma anzi che continuii, come ha fatto sino ad ora, a dimostrarsi forte ed unito a difesa della democrazia. Cerchiamo però di dare il giusto peso al rapimento di López, di non snobbarne l’effettiva importanza ed il reale significato. Non è solo opera di radicali gruppi di estrema destra, sicuramente c’è anche qualcun altro che cerca di approfittare dell’accaduto, magari mandando in questo modo forti messaggi non solo all’Argentina, ma anche al Venezuela, alla Bolivia e a tutti gli stati latinoamericani che stanno cercando di opporsi ai piani che qualcun altro aveva disegnato da più in alto.
La scomparsa di Jorge Julio López sicuramente causa indignazione e rabbia, ma questa rabbia non deve offuscarci gli occhi, non ci deve impedire di fermarci a riflettere e di trarne le giuste conclusioni…http://verosudamerica.blogspot.com/2006/11/alcune-riflessioni-due-mesi-dalla.html
Immigrazione : Amato e D'Alema alla conferenza di Tripoli
di Mauro W. Giannini
I ministri degli esteri e dell'interno, Massimo D'Alema e Giuliano Amato, hanno incontrato ieri a Tripoli il colonnello libico Moammar Gheddafi a margine della Conferenza ministeriale Ue-Africa, l'incontro tra l'UE e i Paesi del continente africano finalizzato a lanciare un partenariato sulla migrazione e lo sviluppo.
La conferenza di Tripoli - come sottolineato dalla Commissione UE - si inquadra nella strategia globale dell'Unione in materia di migrazione "volta a conciliare gli interessi e le priorità dei paesi di origine, di transito e di destinazione, nonché dei migranti stessi, incentivando partenariati con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali e inglobando le differenti tematiche connesse, quali il buon governo, i diritti umani e le politiche di sviluppo".
In seguito ai fatti di Ceuta e Melilla del settembre 2005, i capi di Stato e di governo europei, riunitisi a Hampton Court, discussero la questione migrazione riconoscendo la necessita' urgente di maggiori interventi coordinati in ambito UE o con partenariati tra l'UE e i paesi di origine e di transito, in particolare dell'Africa settentrionale e subsahariana. In risposta, il 30 novembre 2005 la Commissione ha pubblicato la comunicazione dal titolo Priorità d’azione per rispondere alle sfide dell’immigrazione che definisce una strategia globale in materia e individua una serie di interventi immediati di ordine pratico da intraprendere in partenariato con i paesi di origine e di transito.
Sulla base della comunicazione della Commissione, il Consiglio europeo ha adottato, nelle conclusioni del 16 dicembre 2005, un Approccio globale in materia di migrazione: Azioni prioritarie incentrate sull'Africa e il Mediterraneo, sollecitando entro un anno una relazione della Commissione sui progressi compiuti nel settore. In risposta, la Commissione pubblicherà il 30 novembre una nuova comunicazione che precisa le azioni fin qui intraprese. Le conclusioni del Consiglio del 2005 elencano una serie di interventi da attuare nel 2006 e definiscono azioni prioritarie in tre settori: potenziamento della cooperazione e dell'operato degli Stati membri, cooperazione con i principali paesi d’origine in Africa e cooperazione con i paesi vicini dell'area mediterranea.
Nel dicembre del 2005, in occasione dell'incontro della troika ministeriale UE-Africa di Bamako, è stato deciso l'avvio di un dialogo sulla migrazione secondo un approccio globale che abbracci temi connessi alla coesione sociale, all'integrazione economica e allo sviluppo. Nella stessa occasione, è stata decisa l'organizzazione di una conferenza ministeriale congiunta nel 2006 in materia di migrazione, che la Libia si è offerta di ospitare. Nell'aprile 2006, in occasione di una riunione di esperti tenutasi ad Algeri, l'Unione africana (UA) ha definito una posizione comune in materia di migrazione e sviluppo in vista della conferenza ministeriale, posizione sottoscritta dal vertice UA del 1° e 2 luglio a Banjul.
In occasione del 7° incontro della troika ministeriale UE-Africa di Brazzaville del 10 ottobre 2006, è stata accettata l'offerta della Libia di ospitare la conferenza ministeriale UE-Africa sulla migrazione e lo sviluppo da tenersi il 22 e 23 novembre a Tripoli. I ministri hanno inoltre deciso che in tale occasione sarebbe stata elaborata una dichiarazione congiunta Africa-UE incentrata su un approccio sostanziale, mirata all'azione e provvista di un meccanismo di controllo adeguato e riguardante l'intera gamma di questioni connesse alla migrazione, in particolare la migrazione legale e illegale, il rapporto tra migrazione e sviluppo, la protezione dei rifugiati, e abbracciare problematiche più vaste quali la pace, la sicurezza e i diritti umani.
In occasione della conferenza - cui hanno partecipato il vicepresidente Frattini, commissario per la giustizia, la libertà e la sicurezza, e il commissario Louis Michel, responsabile della politica di sviluppo e degli aiuti umanitari - e' stato inoltre adottato il piano d’azione di Ouagadougou per combattere la tratta degli esseri umani, in particolare donne e bambini.
Dopo la conferenza il ministro Amato ha commentato che Europa ed Africa parlano la stessa lingua "nel cogliere come naturale il collegamento tra intensità di migrazione e povertà o guerra nei Paesi di origine; nei ruoli rispettivi che possono essere giocati per combattere queste cause; nell'immigrazione illegale vista da tutti non come un fenomeno di delinquenza di massa, ma come bisogno di massa sfruttato da alcune organizzazioni criminali". Bisognerà ora capire – ha spiegato il Ministro dell´Interno - quanto questa identita' di vedute "riesca a tradursi in una concertazione di azioni".
Dal punto di vista delle associazioni per i diritti umani e delle agenzie ONU interessate alla questione migratoria in Europa - sulla quale sono piu' volte intervenute - resta da capire quali saranno nel concreto queste azioni e se saranno soddisfacenti dal punto di vista della tutela dei diritti.
www.osservatoriosullalegalita.org
Luanda, la seconda giovinezza
Il boom economico del dopoguerra ha cambiato volto alla capitale angolana
Sono passati appena quattro anni dalla fine della guerra civile, ma a Luanda sono determinati a lasciarsi alle spalle le cicatrici del conflitto. Il boom economico angolano ha permesso una rivoluzione edilizia, che sta cambiando il volto della capitale. Tra complessi residenziali, ville e nuove infrastrutture, le autorità vogliono trasformare Luanda nella Dubai dell’Africa. A spese degli abitanti delle bidonvilles, sfollati d’autorità per far posto alle ville dei nuovi ricchi.
Progetti. Il cuore pulsante della nuova vita della capitale è Luanda Sul, il complesso dove le gru si perdono a vista d’occhio. La lista dei progetti è infinita: centri residenziali, ville che arrivano a costare 2 milioni di dollari, un centro congressi, un raccordo che correrà attorno alla città, un porto e un aeroporto nuovi di zecca che, nelle intenzioni delle autorità, dovrebbero soppiantare quelli sudafricani come hub regionali. Dulcis in fundo, a breve dovrebbe aprire la prima borsa valori del Paese. Il boom di Luanda è frutto dell’impressionante sviluppo economico del Paese: secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2004 gli investimenti esteri si sono più che triplicati, toccando i 185 milioni di dollari. Nel 2005, la crescita economica è stata del 14 percento, in buona parte grazie allo sviluppo di nuovi settori. Non solo diamanti e petrolio (la cui esportazione dovrebbe toccare i 2 milioni di barili all'anno nel 2008), ma anche edilizia, telecomunicazioni e servizi, grazie agli investimenti provenienti in primis da Portogallo, Sudafrica e Cina. Nell’ultimo anno, Pechino ha stanziato 2 miliardi di dollari come contributo alla rinascita economica del Paese.
Problemi. Ma non è tutto oro quel che riluce. “Per far posto ai nuovi cantieri di Luanda Sul, migliaia di persone sono state sfollate – rivela a PeaceReporter un attivista angolano per i diritti umani, che preferisce rimanere anonimo per ragioni di sicurezza – e c’è il rischio che nei prossimi mesi la situazione peggiori ancora, visto che le gru spuntano come funghi. Abbiamo denunciato questo scandalo, ma personalmente l’unica cosa che ho ottenuto è stata una condanna a sette mesi di carcere”. E’ molto difficile avere dati sicuri sul fenomeno, ma si calcola che almeno 10 mila persone siano state allontanate dalla città negli ultimi mesi. Le autorità si difendono precisando che gli sfollati sono tutti abitanti abusivi delle bidonvilles, che nei prossimi anni verranno risanate per fare di Luanda una città modello per tutto il continente.
Petrolio. Il boom cittadino non sarebbe stato possibile senza i soldi provenienti dal petrolio, che hanno permesso all’economia di decollare. Secondo produttore africano, l’Angola deve ancora molte delle sue fortune all’oro nero. Il pericolo è che, esauriti i giacimenti, il Paese ripiombi nella miseria in cui si è dibattuto dall’indipendenza ad oggi, a causa della lunghissima guerra civile che l'ha insanguinato dal 1974 al 2002. Per questo, le autorità stanno tentando di diversificare l’economia per dare all’Angola la possibilità di volare con le proprie ali, corruzione permettendo (il Paese è 142 esimo su 163 nell’indice di corruzione di Transparency International). “Ci sono tante, troppe falle nel nuovo sviluppo economico angolano – conclude il nostro anonimo interlocutore – ma se non altro, per la prima volta, la gente può sognare un futuro migliore”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6802
Matteo Fagotto
novembre 25 2006
La misteriosa notte di Pisanu (Antonio Padellaro su L'Unità)
Sabato scorso ci chiedevamo su queste colonne se il mistero delle schede bianche scomparse sarebbe mai stato svelato......
Sabato scorso ci chiedevamo su queste colonne se il mistero delle schede bianche scomparse sarebbe mai stato svelato. Alla luce del gran polverone politico che in queste ore si sta sollevando sul film di Enrico Deaglio «Uccidete la democrazia», inchiesta sui brogli che avrebbero falsato il voto dello scorso aprile, dovremmo concludere che il mistero elettorale come, del resto, tutti gli altri misteri italiani, dolorosi e gloriosi, è destinato a restare tale, coperto da una fitta coltre di dichiarazioni alle agenzie. Nell´attesa comunque fiduciosa che la magistratura faccia, come si dice, piena luce, restiamo anche noi convinti come lo è il portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana, che, brogli o non brogli nella notte tra il 10 e l´11 aprile, la notte del conteggio qualcosa di poco chiaro sia accaduto. Lo scriviamo non facendo nostre ipotesi, sospetti o congetture ma sulla base di fatti oggettivi facilmente riscontrabili. Sappiamo certamente che quel lunedì, verso le ventitré, l´onorevole diessino Marco Minniti varcò il portone del Viminale inviato dalla segreteria del partito in fibrillazione per l´improvvisa interruzione nella trasmissione dei dati. Inutile ricordare come nello stato maggiore dell´Unione la tensione fosse al cardiopalmo dopo l´incredibile altalena che nel pomeriggio annunciava la larga vittoria del centrosinistra (secondo tutti gli exit-poll a conferma di tutti i sondaggi della vigilia) e alla sera, invece, consentiva alla destra una speranza di vittoria.
Mentre dunque la forbice tra Unione e Cdl si andava progressivamente restringendo con la concreta possibilità di un sorpasso sul filo di lana, qualcosa deve essersi inceppato nella macchina del ministero degli Interni e Minniti andava a vedere come mai. Accolto da un gentilissimo prefetto il deputato della Quercia fu subito accompagnato nella decision room elettorale, circostanza che non mancò di colpirlo favorevolmente attendendosi un trattamento più formale. La sorpresa di Minniti aumentò quando scoprì di essere l´unico esponente politico presente al Viminale in ore cruciali per la vita repubblicana. Si stava decidendo il futuro politico del paese in un clima surriscaldato. Era in corso una drammatica partita sul filo dei voti. A piazza Santi Apostoli il popolo di Prodi sempre più sotto choc rumoreggiava aspettandosi il peggio. Centinaia di giornalisti di tutto il mondo erano in elettrica attesa. Ebbene, mentre tutto ciò accadeva, la stanza del ministro degli Interni era deserta. Non c´era Giuseppe Pisanu, e nel palazzo del Viminale non risultava neppure fossero presenti i suoi sottosegretari. Insomma, fatto senza precedenti, come unico testimone politico presente nella stanza dei bottoni (una volta si diceva così) del governo Berlusconi c´era un uomo dell´opposizione. Erano circa le due dell´11 aprile quando Minniti poté comunicare a Fassino che pur mancando alcune sezioni da scrutinare era matematicamente impossibile che la Cdl potesse recuperare il piccolo vantaggio dell´Unione (i famosi 24mila voti). Fassino avvertì Prodi che, pochi minuti dopo, poté dare alla folla incredula, l´insperato annuncio. A quanto si sa, Pisanu, quella notte non rientrò più al Viminale. Dove era andato?
Le cronache del giorno successivo racconteranno un´altra storia che ha dell´incredibile. Verso le ventitré del 10 aprile, a spoglio ancora in corso, proprio mentre stava arrivando Marco Minniti, il ministro degli Interni fu visto uscire dai portoni secondari del Viminale. E fu visto entrare a palazzo Grazioli tre ore prima della fine dello scrutinio dove ad attenderlo c´era il presidente del Consiglio in carica Silvio Berlusconi. Cosa sia avvenuto in quelle ore nessuno lo sa con certezza. Ma sono numerosi i giornali che ricostruiranno quelle concitate ore in maniera assai poco tranquillizzante. Qualcosa di simile a un golpe elettorale. Dunque lunedì notte a scrutinio in corso Pisanu dichiara al Tg2 che «le operazioni di voto sono state regolari». Berlusconi lo convoca e gli chiede di invalidare il voto. A palazzo Grazioli ci sono anche il sottosegretario Gianni Letta, il vicepremier Gianfranco Fini, il presidente del Senato Marcello Pera, il segretario dell´Udc Lorenzo Cesa. Pisanu risponde che non può fare nulla di simile, che bisogna aspettare la fine delle operazioni di scrutinio e contestare semmai, dopo, le schede nulle.
Dicono che da quel momento i rapporti personali tra Berlusconi e il suo ministro si siano bruscamente interrotti. La mattina dopo, martedì, il presidente Ciampi chiama Pisanu, gli chiede una parola definitiva sul voto e la ottiene. Nei giorni successivi sarà Berlusconi a lanciare contro il centrosinistra le accuse di brogli. Le stesse ripescate ora da Forza Italia e da Gianfranco Fini che vedono nel film di Deaglio un insperato grimaldello per pretendere il conteggio non solo delle schede bianche ma di tutti i voti elettorali.
I fatti così esposti mettono al centro della scena Giuseppe Pisanu. La sua è una situazione per certi versi paradossale. Deaglio lo ritiene responsabile di qualcosa di molto grave che sarebbe avvenuto nella trasmissione dei dati elettorali dalle circoscrizioni al Viminale. Addirittura una trasformazione delle schede bianche in schede per Forza Italia. Pisanu reagisce con rabbia e annuncia querele. Si sente ingiustamente diffamato in base a una verità rovesciata. Secondo le ricostruzioni di cui sopra infatti non è stato proprio lui a impedire nella famosa notte l´invalidazione del risultato elettorale così come richiesto dal suo premier e leader di partito? Va ricordato che successivamente all´ex ministro Pisanu giungeranno da molti esponenti del centrosinistra apprezzamento e riconoscimento per aver tenuto in un frangente così difficile un comportamento corretto. A maggior ragione quindi Pisanu dovrebbe rendere un altro servizio alla verità dei fatti.
Sulle vere o presunte manipolazioni di schede bianche si pronuncerà la magistratura. Ma su ciò che è accaduto nella famosa notte è Pisanu che deve dirci qualcosa di più. Rispondendo a molti interrogativi che sorgono spontanei. Perché si allontanò dal Viminale mentre era in corso la fase decisiva dello spoglio? Perché si recò a palazzo Grazioli, residenza privata di Berlusconi con un evidente strappo al ruolo istituzionale e super partes che ogni ministro degli Interni dovrebbe mantenere specie durante le elezioni? Cosa diavolo successe infine nello studio del cavaliere durante quelle tre ore di discussioni a quanto sembra piuttosto animate? È vero che Berlusconi cercò di imporgli un provvedimento di invalidazione elettorale che alla luce anche degli ultimi avvenimenti suona come un tentativo di interruzione della democrazia? Quella di cui ci stiamo occupando è una storia troppo delicata e il silenzio prudente del personaggio chiave potrebbe apparire a questo punto come un silenzio complice.
LA DISGUSTOSA PRESENZA DI DELL'UTRI AL TG1
Qualcuno mi deve spiegare perchè, in un Paese civile, il telegiornale della rete pubblica più importante, nell'edizione delle 20, debba dedicare un servizio alla Convention di uno come Marcello Dell'Utri, senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva per frode fiscale e false fatturazioni ma, soprattutto, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
E' sorprendente che, davanti a quest'uomo che parla, vi sia una platea di persone, tra cui molti giovani, che stanno stipati ad ascoltarlo e, in prima fila, i vertici dell'opposizione che applaudono appassionatamente.
Il principio della presunzione di innocenza qui non c'entra niente. E' una questione morale. C'è una condanna di un Tribunale. Non chiedo che venga incarcerato, ma non posso nemmeno accettare che un personaggio di così dubbio gusto possa ricevere quest'attenzione sulle reti del servizio pubblico.
E' ora che certe persone vengano emarginate. In Italia, però, succede il contrario: più sei disonesto, più ti considereranno.
Dell'Utri dovrebbe farsi intervistare da giornalisti come Santoro, Travaglio o Milena Gabanelli. Chiedo troppo: meglio i docili e mansueti giornalisti del TG1.
Sono disgustato da quei "giovani buzz...pardon, azzurri" che gli vanno dietro: che ideali hanno? http://andryyy.ilcannocchiale.it/
Broglio col bene che ti voglio
di Marco Travaglio
La notte delle elezioni ero a Telelombardia a commentare i dati che via via giungevano dal Viminale. Era in studio l’ex sondaggista di Berlusconi, Luigi Crespi, il quale confrontava i dati con i sondaggi e gli exit poll di tutti gli istituti di rilevamento italiani e stranieri, e rilevava che tutti avevano azzeccato al dettaglio i risultati di tutti i partiti, anche i più piccoli, tranne due: l’esito di FI (sottostimato dai sondaggisti) e la percentuale delle schede bianche (sovrastimato dai sondaggisti). E chiudeva con una sola parola: “Brogli”. Poi arrivò il ds Franco Grillini, che rivelò: “Il partito sta presidiando le prefetture, abbiamo l’impressione che stia accadendo qualcosa di grave”. Da allora decine di giornalisti raccontavano a mezza voce che quella notte Pisanu e Berlusconi avevano litigato furiosamente. Per sette mesi i giornali hanno atteso senza fiatare che il Viminale si degnasse di comunicare i dati delle schede bianche: un ritardo che nemmeno nelle isole Andamane. Per sette mesi stampa e tv hanno riferito, senza muovere un sopracciglio, le accuse di Berlusconi che dava per sicuri i “brogli della sinistra”. Per sette mesi i giornali °© salvo rare eccezioni - hanno finto di non accorgersi dell’uscita di un libro, “Il broglio” di Agente Italiano, pieno di riferimenti precisi sui misteri del 9-10 aprile. Ora due giornalisti, Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, hanno avuto il coraggio di fare quello che in Italia non fa quasi più nessuno: un’inchiesta giornalistica. Ci hanno messo la faccia e la firma. L’hanno intitolata “Uccidete la democrazia!”. Da ieri è in tutte le edicole, in dvd, con Diario. Finora, soltanto Lucia Annunziata ed Enrico Bertolino hanno avuto il coraggio di parlarne in tv. Comunque la si pensi, è doveroso vederla e discuterne, per evitare che anche quest’inchiesta, come tante nel recente passato, scivoli via come un’opinione più o meno fondata, dunque confutabile con altre opinioni in un bel dibattito catodico. Lo scriveva l’altroieri Michele Serra su Repubblica: ci vorrebbe un Garante dei Fatti, un’Authority dell’Oggettività per farla finita con l’opinionismo che sta uccidendo il giornalismo. Se Deaglio e Cremagnani fanno domande giuste, qualcuno dovrà fornire risposte giuste. Se Deaglio e Cremagnani diffamano o calunniano qualcuno, dovranno essere condannati per calunnia o diffamazione (“Se ha ragione Pisanu, mi porterà via la casa”, ha detto Deaglio). Ma se dicono cose vere, se quelle cose sono realmente accadute, in galera non ci dovranno finire loro. Ci dovrà finire chi quelle cose le ha fatte. E, finchè non sapremo la verità, i giornali dovranno tener vivo l’argomento, pretendendo la verità. Che non è un diritto del centrosinistra (così poco interessato a sapere se è stato davvero scippato) e dei suoi elettori, ma di tutti i cittadini italiani, comunque abbiano votato. Il tema è un po’ più cruciale del velo islamico, del delitto di Cogne e della fiction di Lino Banfi. Perché, se le accuse sono vere, hanno un solo nome: colpo di Stato. Il giallo c’è tutto: le bianche (ma non le nulle) che crollano uniformemente in tutto il Paese alle politiche, per risalire prodigiosamente un mese dopo alle amministrative; il ministro dell’Interno che, anziché stare al Viminale, fa la spola con casa Berlusconi mentre il flusso dei dati s’interrompe per un lungo periodo; i sondaggi che azzeccano tutti i partiti tranne uno, il solito; l’improvviso giro di prefetti alla vigilia delle urne; il Viminale che tace per sette mesi proprio sulle schede bianche;la società informatica addetta allo scrutinio elettronico in quattro regioni, che ha come partner il figlio del ministro. E Bellachioma che, come la famosa gallina che canta per prima perché ha fatto l’uovo, tuona contro i brogli della sinistra ancor prima che le urne siano aperte, per poi proseguire dopo. Il dvd del Diario ha anche le sue debolezze. Per esempio, colloca i presunti brogli in sede di conteggio centrale, anziché (come faceva il libro di Agente Italiano) nei seggi, prima della compilazione dei verbali. Per esempio, trae la conclusione (non dimostrata) che tutti i misteri del 9-10 aprile si spiegano con un milione e mezzo di voti sottratti dalla destra alla sinistra, rischiando così di depotenziare i fatti provati: e cioè i buchi neri che finora il Viminale non ha spiegato. Si spera che, dopo il lungo sonno, i giornali terranno viva la faccenda finché tutti i dubbi non saranno cancellati. Per ora, grazie Enrico e grazie Beppe.www.unita.it
IL CASO DEAGLIO.
Come sappiamo oggi è uscito, in tutte le edicole d’Italia, il nuovo dvd-documentario di Beppe Cremagnani e Enrico Deraglio dall’eloquente titolo “Uccidete la democrazia", che analizzerà i presunti brogli elettorali attuati da Berlusconi e company, al fine di portare più voti a ForzaItalia, e quindi, alla destra illiberale e demagogica italiana.
Per essere più precisi, il documentario di Deaglio,afferma che grazie ad un sofisticato software, si sarebbero potuto modificare le schede bianche in favore della coalizione berlusconiana, fatto che giustificherebbe il grande caos degli exit pol di Aprile.
Grazie al mio amico (http://andryyy.ilcannocchiale.it), andiamo ad analizzare i punti misteriosi di tale faccenda, pubblicati su http://officinademocratica.ilcannocchiale.it/ :
L'enorme differenza tra gli exit poll e le percentuali dei voti
Il fatto che questa differenza corrisponda al maggior numero di voti conseguito da Forza Italia
L' aumento costante (0,5% all'ora) dei voti per FI durante lo spoglio
I tre viaggi di Pisanu da Berlusconi a Palazzo Grazioli durante lo spoglio
La misteriosa telefonata di Minniti a Pisanu durante lo spoglio
Il programmino informatico illustrato dall'americano Curtis che permette di convertire senza rischi le schede bianche in voti per un partito
Il fatto che la gestione del voto elettronico sia stata affidata con trattativa privata (quindi senza concorrenza) alla società del figlio di Pisanu
Il calo inspiegabile nel numero delle schede bianche rispetto al 2001 (non giustificabile in base al cambiamento del sistema elettorale: non si parla di schede nulle)
L'uniformità nella percentuale di schede bianche nelle varie regioni, variante dall'1 al 2 % (nel 2001 variava dal 2 all'8%)
Il fatto che il sito del Ministero dell'Interno non abbia ancora fornito il numero delle schede bianche e di quelle nulle (ci sono tutti gli altri dati);
Il fatto che il governo di cdx abbia cambiato 14 prefetti a pochi giorni dalle elezioni;
il fatto che il responsabile dell'ufficio elettorale di Forza Italia Denis Verdini, nonostante la differenza di 5 punti negli exit poll si dice convinto di un "testa a testa alla Camera"
il fatto che Forza Italia, pur chiedendo continuamente il riconteggio dei voti, non abbia mai mai formalizzato la richiesta del controllo cartaceo delle schede.
Episodi strani: "C'è chi è andato a controllare il dato del suo seggio e ha scoperto che a verbale c'erano 16 sede bianche, ma nel risultato finale ne risultano solo 6. Altri ci raccontano di aver votato scheda bianca e di aver poi scoperto che nel loro seggio risultano zero schede bianche".
Il fatto che le Corti d'Appello abbiano conteggiato i voti validi, non le schede bianche
La modifica della normativa sugli scrutatori
Inoltre prendiamo in considerazione alcuni commenti autorevoli:
Renato Mannheimer, numero uno dell'Ipso e massimo esperto italiano di sondaggi, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it, commenta così «Non l'ho ancora visto, però conosco bene la vicenda e credo che la diminuzione così forte delle schede bianche sia un elemento assolutamente degno di approfondimento».Quindi la mia risposta, sciaguratamente, è non so». «Il caso - conclude Mannheimer - merita molta attenzione e sarebbe giusto che fossero disponibili tutti i dati per analizzare a fondo quanto è accaduto».
Lo ha dichiarato Silvio Sircana, portavoce del premier Romano Prodi e deputato dell'Ulivo, in un'intervista a 'Quotidiano Nazionale': "di fronte alle accuse di brogli da parte di Berlusconi il centrosinistra è stato troppo remissivo. Già prima delle elezioni denunciava brogli a futura memoria, e ancora oggi continua a sostenere che abbiamo truccato il voto. Credo che, a questo punto, una verifica complessiva e definitiva sui risultati elettorali vada fatta. Bisogna eliminare tutti i dubbi, la democrazia è un bene prezioso".
Ragazzi fatemi capire qualcosa...voi come la pensate?http://rinascitanazionale.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1259455
La fucina della rivolta
Sono trascorsi dieci anni dalla rivolta studentesca dell'inverno 1996-97, uno dei momenti più limpidi dell'oscura storia della Serbia degli anni novanta. I ricordi e la Serbia di oggi nelle parole di Danijela Nenadic
Di Danijela Nenadic, Politika, 22 novembre 2006 (tit. orig. Расадник побуне )
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Luka Zanoni
Un'immagine delle proteste del '96-97 Belgrado è il mondo (Beograd je svet), è lo slogan degli studenti dell’università di Belgrado - che diedero il via alle proteste durate alcuni mesi in reazione a pesanti brogli elettorali - e che ha fatto il giro del mondo diventando il simbolo della rivolta contro il regime autoritario.
I media di tutto il mondo in quei mesi da Belgrado, Nis, Kragujevac, Novi Sad inviavano notizie sull’ottimismo, sulla forza, sullo spirito, sulla serenità e sull’inventiva degli studenti che ogni giorno deridevano il regime e promuovevano la non violenza come modalità per opporsi al non senso imperante.
Lo slogan Belgrado è il mondo era la voce contro la politica che ha spinto il paese nell’isolamento, ma era anche un chiaro messaggio rivolto all’opinione pubblica internazionale che la Serbia è parte dell’Europa. Dieci anni dopo, la Serbia, almeno formalmente, non è molto più vicina alla famiglia degli stati europei, e i processi democratici non avanzano con la dovuta velocità, cosa che sfocia in un alto tasso di disinteresse dei cittadini non solo per ciò che riguarda le elezioni ma anche per la maggior parte degli avvenimenti sociali.
L’università al tempo di Milosevic era la fucina della rivolta e del pensiero critico. Era pure il luogo in cui si formavano i nuovi valori e si dava il via ai cambiamenti sociali.
Nella storia delle rivolte studentesche dall’inizio degli anni novanta, la protesta studentesca del 96/97 senza dubbio rappresenta il passo più significativo nell'organizzazione politica del mondo accademico.
Questa protesta sarà ricordata come uno specifico movimento sociale che contribuì in modo cruciale alla creazione di spazi d'azione alternativa, alla diffusione delle azioni, così come alla democratizzazione della società. Oltre ad aver risvegliato l’energia e infuso la speranza in molti cittadini, la protesta viene considerata importante anche perché cercò di mantenere una certa distanza non solo rispetto al regime ma anche rispetto ai partiti di opposizione, fondando i propri obiettivi su valori sociali fondamentali, come la giustizia, l’equità, la non violenza, la solidarietà. La protesta studentesca fu soprattutto la credenza in una Serbia diversa: perché la sua energia era enorme e perché riuscì a raggiungere anche coloro i quali non potevano o non desideravano identificarsi con gli allora partiti di opposizione.
Oggi sono trascorsi dieci anni dall’inizio della protesta. Un vero e proprio giubileo. Alcuni di quelli che a quel tempo trascorrevano ogni giornata sulla strada celebreranno in vario modo l’anniversario. Alcuni giorni fa è stata inaugurata una mostra fotografica al SCK [Centro culturale studentesco, ndt.], e forse qualcuno si ricorderà di passeggiare, ancora una volta, per Belgrado con la ben nota scenografia e l’inconfondibile suono dei fischietti. Ma sarà più un raduno di vecchi amici, un ricordo di quei giorni, una storia quasi comica di persone la cui gioventù è stata segnata da quella lotta contro il regime.
Probabilmente nello stesso luogo si ritroveranno gli allora leader della protesta, e oggi rivali politici, i quali non di rado si colpevolizzano per le aspettative disattese. Due tra i più noti, Ceda Jovanovic e Ceda Antic subito dopo le proteste sono diventati tra i leader del DS [Partito democratico, ndt.], per poi lasciare entrambi questo partito, l’uno fondandone uno tutto suo, l’altro aderendo alla cerchia di coloro per i quali la professionalità è al primo posto. Molti altri hanno seguito le loro tracce, entrando nel mondo della politica istituzionale attraverso alcuni dei partiti dell’allora opposizione. Ci sono anche quelli che sono rimati fuori dalla politica e che hanno più tardi partecipato alla creazione di Otpor e alla continuazione dell’opposizione al regime, ma la maggior parte dei leader studenteschi di allora è diventato parte dell’establishment politico e sociale, così come molti tra i “semplici passeggiatori”.
La protesta studentesca rappresenta uno dei momenti più limpidi dell'oscura storia della Serbia degli anni novanta, soprattutto per l'energia che l'ha caratterizzata. Oggi di quell'energia non c'è nemmeno la traccia. Oggi si parla del disinteresse, dell'apatia, della delusione, dell'incapacità di influire in modo simile sul futuro del paese. Indubbiamente per tale situazione esistono molti motivi. Non c'è dubbio che i litigi, lo sfruttamento della politica e la lenta (e contesa) democratizzazione hanno contribuito a dissipare quell'energia. È chiaro anche che le circostanze sono differenti, che non esiste più un “nemico evidente”, e poi che è sempre più difficile mobilitare i cittadini in qualsivoglia impegno politico. I numerosi problemi coi quali la Serbia tuttora si confronta hanno contribuito alla passività dei cittadini e all'aumento dell'apatia.
Ma ritorniamo alla constatazione dell'inizio di questo testo. Gli studenti odierni non mostrano un grande interesse nel prendere parte a qualche nuovo movimento che potrebbe essere l'espressione dei loro bisogni. Ma anche se la situazione è cambiata, esiste un ambito quasi illimitato di possibilità all'interno del quale trovare obiettivi comuni della popolazione studentesca e giovanile. Per far sì che ciò accada serve una visione simile a quella del 1996, la visione di una Serbia democratica, sviluppata e aperta. La verità è che un paese in cui i giovani non vedono motivo di essere gli iniziatori del cambiamento e della costruzione di un nuovo sistema di valori non offre molti motivi per essere ottimisti.
La responsabilità di ciò, certamente, risiede nei rappresentanti delle élite politiche e sociali che dovrebbero farsi carico del rendere possibile ai giovani lo spazio e l'occasione per l'impegno, ma cade anche sugli studenti e sui giovani che dovrebbero trovare il modo di organizzarsi e di perseguire propri obiettivi.
Non ci si può aspettare dall'élite politica che da sola riconosca questi interessi e cambi rapidamente la sua posizione rispetto ai giovani. Al contrario, la strada che si dovrebbe seguire è proprio quella in cui i giovani da soli fanno emergere tematiche nuove e le pongono come prioritarie. L'attività dei giovani che è necessaria alla Serbia non è necessariamente la stessa degli anni novanta e non deve essere letta ad ogni costo attraverso la negazione delle proteste di massa, ma può certamente contribuire parecchio alla realizzazione di un differente sistema di valori. Attraverso la creazione di un pensiero critico dei giovani, e soprattutto degli studenti, si può influire sul cambiamento dell'approccio dell'élite politica attuale la cui ideologia spesso non segue l'attualità del mondo.
Hiroshima 2006
A seguito dell'appello lanciato nella città giapponese il 6 agosto scorso dalla rete internazionale per la messa al bando dell'uranio impoverito, si è svolto a Modena un importante convegno. La discussione e le reticenze di politici e militari su Balcani e Italia
Di Stefania Divertito*
2006, bombardamenti sul Libano Hiroshima chiama, Modena risponde. Il tema è l’uranio impoverito, anzi, come sostengono gli scienziati che da anni se ne occupano, le munizioni ad alta temperatura. Uranio impoverito (Du), ma anche tungsteno e le armi ad alta capacità piroforica e che bruciando a oltre 3.000 gradi creano minuscole particelle radioattive e chimicamente tossiche.
Un tema, quello dell’inquinamento bellico, al centro della due giorni di studio e dibattito organizzata a Modena dal comune emiliano, dalla casa editrice Infinito Edizioni, dal centro di documentazione Semi sotto la neve, Peacelink e dalla rete internazionale per la messa a bando dell’uranio impoverito che da Hiroshima il 6 agosto ha lanciato l’appello: organizzare iniziative per il 6 novembre, quando in molti Paesi del mondo è celebrata la giornata anti Du.
Uranio e Libano
Tank e carri armati. L’ultimo teatro di utilizzo dell’uranio sembra essere stato il Libano. I due fotoreporter giapponesi Naomi Toyoda e Hitoshi Shimizu, in Italia per una serie di conferenze, ne hanno mostrato le prove: fotografie di blindati perforati come panetti di burro. È la prova che a colpire sono stati proiettili a uranio impoverito. Inoltre in prossimità del foro il livello di radioattività è molto elevato. I due fotografi hanno mostrato questi eccezionali documenti negli incontri avvenuti a Firenze, Genova, Torino, Modena e Ladispoli, insieme con filmati che testimoniano le condizioni di vita del popolo iracheno dopo i bombardamenti.
La Sindrome dei Balcani
L’esplosione dei proiettili genera nanoparticelle tossiche di metalli pesanti che, depositate nell’organismo, possono essere cancerogene. È stata la ricerca mostrata dal dottor Stefano Montanari ad aprire la sessione scientifica modenese. Una teoria provata da numerose “tracce” lasciate nell’organismo da queste particelle tondeggianti e trovate sia nei tessuti dei soldati malati (più di 300, mentre sono circa 50 quelli deceduti) che nei bosniaci vittime dei bombardamenti, sia negli animali nati con malformazioni intorno ai poligoni di tiro in Sardegna.
C’è un legame che da Hiroshima - e dalla devastante esperienza della bomba H - porta a Modena. E non solo la radioattività provocata dai bombardamenti. L’uranio impoverito, come si sa, ha una debole attività radioattiva. Ma la dottoressa Antonietta Gatti di Modena, fisico dell’università emiliana e titolare della prima ricerca internazionale sulle nanoparticelle, ha ricevuto l’ok dal sindaco di Hiroshima per esaminare brandelli di abiti di persone morte nel 1946, quando la bomba H esplose nella città giapponese. “Sono sicura di trovare tracce di nanoparticelle anche lì”, ha detto la dottoressa che sta anche studiando l’effetto per la popolazione newyorkese dell’esplosione delle Torri Gemelle, avvenuta anch’essa a temperature elevatissime. Si sta aprendo un nuovo fronte, quindi nella comunità scientifica così come nella società civile: un fronte di opposizione delle cosiddette “guerre termiche”. Ecco allora che la battaglia contro l’uranio impoverito è diventata più vasta, e comprende tutte queste nuove armi.
E se il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri ha sottolineato che “per quanto riguarda la Sindrome dei Balcani occorre ricercare la verità più che i responsabili”, il senatore Gigi Malabarba abbandona il politichese: “Bisogna dire con forza che c’è stato un ritardo colpevole nel fornire i dati, alla commissione Mandelli e a quella d’inchiesta. E occorre fugare un dubbio: che si vuole nascondere gli effetti tra i militari per non rendere noti i danni alle popolazioni. Anche se l’uranio impoverito non è stato trovato fisicamente nei tessuti malati, i suoi effetti cancerogeni sono dimostrati”.
Ma non tutto il pubblico – costituito per lo più da uomini e donne in divisa, militari della vicina accademia e colonnelli arrivati da Roma – ha gradito. E quando è toccato al colonnello Rossetti, non sono stati usati mezzi termini: “La letteratura scientifica - ha detto – è zeppa di studi che testimoniano la innocuità dell’uranio impoverito. Alcuni minatori che hanno respirato polveri di uranio durante l’estrazione sono stati monitorati e tra di loro c’è stato un decremento dei casi attesi. Stessa situazione anche per gli abitanti di Amsterdam che hanno respirato aria inquinata dall’esplosione di un aereo i cui contrappesi erano appunto costituiti da uranio impoverito”.
L’intervento del colonnello è stato controbilanciato dal generale Aprea che, sui poligoni nazionali, ha aperto un capitolo inquietante: “Esistono gravi elementi critici nelle bonifiche dei siti, laddove pure vengano fatte. E non c’è alcun collegamento tra le autorità militari responsabili di questi siti e chi è preposto alla bonifica del territorio”.
Se il mondo militare a conti fatti si è mostrato diviso, si è rilevata invece unanimità sulla “bocciatura”, seppure con i se e con i ma, al lavoro della commissione Mandelli. A partire dal professor Martino Grandolfo, dell’Istituto superiore di Sanità che di quella commissione - la quale ha rilevato un eccesso statisticamente rilevante di linfomi di Hodgkin tra i militari ma senza trovare un nesso causa-effetto con l’uranio impoverito – era parte integrante. “Abbiamo avuto dei limiti nello svolgimento del nostro lavoro – ha ammesso il professore – che hanno potuto inficiarne alcuni aspetti”. Ci ha pensato l’epidemiologo Valerio Gennaro, dell’istituto per i tumori di Genova, a puntualizzare i difetti: “Errori statistici e di metodo – ha detto – che rendono vane le conclusioni raggiunte”.
Mentre la comunità scientifica dibatte, la giustizia prosegue il suo corso, anche se lento.
Lunedì si è svolta al tribunale di Roma la prima udienza del processo che vede contrapposta la famiglia Antonaci allo Stato Maggiore della Difesa e dell’Esercito. Andrea Antonaci è morto il 12 dicembre 2000, stroncato dal linfoma non Hodgkin al ritorno dalla missione in Bosnia. L’avvocato Angelo Fiore Tartaglia ha promosso una causa per risarcimento del danno nei confronti dell’amministrazione della Difesa perché Andrea, come gli altri soldati, è stato mandato in missione senza precauzioni, nonostante si sapesse la pericolosità dell’uranio.
Lunedì però l’avvocatura dello Stato ha rigettato le accuse: poiché l’invio dei soldati è formulato dal Parlamento, non è certo lo Stato Maggiore a essere responsabile delle mancate precauzioni. “I vertici – si legge nella memoria difensiva dell’avvocato Giovanni Pietro de Figueiredo – hanno operato nella misura e con le modalità strumenti e mezzi in dotazione già esistenti nel momento dell’invio dei militari e consentiti dai bilanci della Difesa. Bilanci approvati dal Parlamento, in relazione ai fini determinati dagli indirizzi di politica militare individuati, anch’essi, al Parlamento”.
*www.infinitoedizioni.it
Ds e Margherita devono chiudere (Natale D'Amico su Europa)
Il Vice Presidente di LibertàEguale, spiega le ragioni della mozione ulivista al congresso della Margherita
Finalmente ci siamo. La Margherita potrà finalmente celebrare il suo primo vero congresso; un congresso nel quale si discuterà di politica, sulla base di tesi politiche fra di loro diverse. Fa parte dei paradossi della lunga transizione italiana il fatto che noi ulivisti, che con la presentazione di una mozione distinta rendiamo possibile questo primo congresso compiutamente politico, nello stesso tempo sosteniamo che debba essere anche l'ultimo: quello con il quale la Margherita dovrà cessare la propria attività politica per dar vita al Partito democratico.
Proprio qui sta la principale differenza fra le due mozioni; noi crediamo che il Partito democratico dovrà essere un partito vero, non una federazione di Ds e Dl; ma, affinché così sia, è indispensabile che i due soggetti promotori cessino di essere a loro volta partito. Da qui non si scappa. Nei fatti, al di là delle chiacchiere, chiunque non proponga la cessazione di Ds e Dl, e fra questi i promotori della mozione Rutelli, sta immaginando un futuro nel quale coesistano il Partito democratico e i partiti promotori; ma allora il partito nuovo non potrà essere un vero partito, ma al più una federazione fra i partiti esistenti. La nostra idea è che un Partito democratico siffatto non sia adeguato rispetto alle esigenze di governo del paese; che non risolva il problema della competizione all’interno della stessa area riformista del centrosinistra; che non dia concreta e compiuta realizzazione al grande progetto dell’Ulivo.
Questo dibattito è con noi da oltre un decennio. Fin da principio c’è chi ha inteso l'Ulivo come mera alleanza, cartello elettorale, federazione tra partiti. C’è chi invece lo ha inteso come progetto volto alla costruzione del partito nazionale, a vocazione maggioritaria, adeguato a sostenere la sfida bipolare dal lato del centrosinistra. Sappiamo che la seconda tesi, la nostra, è probabilmente minoritaria nei partiti esistenti; sappiamo però che è largamente maggioritaria fra i nostri elettori.
Ne abbiamo avuto conferma con il vecchio Mattarellum, ogni qual volta l’Ulivo - presente nei collegi uninominali - otteneva molti più voti di quanti ne ricevevano le liste di partito presenti nella quota proporzionale. Ne abbiamo avuto conferma con la nuova legge elettorale, quando la lista dell'Ulivo è stata decisiva per rendere possibile la vittoria alla Camera dei Deputati, e la sua assenza al Senato ha pericolosamente messo a rischio la possibilità di un governo di centrosinistra. Ne abbiamo avuto clamorosa conferma con lo straordinario successo delle elezioni primarie del 2005.
Sarebbe stato possibile che questa posizione, che noi chiamiamo ulivista, restasse fuori dai congressi dei partiti? Avrebbe giovato alla Margherita, all'Ulivo, all'intero centrosinistra? Noi abbiamo ritenuto e riteniamo di No. E non per smania di "conte interne"; ché sappiamo - è bene ripeterlo - quanto questa posizione ulivista sia più diffusa fra gli elettori che fra gli iscritti ai partiti. Ma per tentare di evitare un rischio mortale: che i partiti, in particolare la Margherita, consumino un congresso all’insegna dell’unanimismo ambiguo, e dunque tutto concentrato sugli assetti di potere interni. E così vada avanti un progetto di Partito democratico inadeguato rispetto alle esigenze, incapace di mobilitare le grandi energie, anche esterne ai partiti già esistenti, necessarie per dare compimento al progetto dell’Ulivo. Dunque, una mozione congressuale aperta alla speranza: di un congresso della Margherita vero, che apra la strada a un Partito democratico che sia il vero partito dell’Ulivo.
Fonte : www.europaquotidiano.it
Non sottovalutate l’Europa
(Anche Putin lo sa)
Nel braccio di ferro sull’energia, l’Unione Europea ha molti assi nella manica. Ecco quali.
Inossidabile Putin Da quando il colosso russo Gazprom, numero uno al mondo nel settore del gas naturale, ha ridotto le forniture destinate all'Ucraina aumentano le preoccupazioni che la Russia possa usare la sua egemonia per ostacolare l'Unione Europea, che attualmente importa dal vicino russo il 30% del petrolio e il 44% di gas. Media e commentatori si sono affannati a dibattere della “dipendenza” dell’Europa e delle possibili alternative..
Un’eventuale riduzione delle importazioni devasterebbe l’economia russa
Ma attenzione. Il grado di dipendenza dalla Russia e la minaccia agli interessi europei vanno relativizzati. Innanzitutto se l'Ucraina acquista energia da Mosca a prezzi agevolati, l'Ue non gode di tali privilegi, anzi. Le sue importazioni rappresentano più della metà dell’export russo. In secondo luogo, la Russia è molto più dipendente dal mercato europeo che non viceversa: due terzi del suo petrolio e gas sono esportati verso Ovest negli stati membri dell’Unione. Un’eventuale riduzione delle importazioni devasterebbe l’economia russa.
Oltre tutto, l’Europa è gia libera di cercare altri fornitori, ma da un recente studio dell’European Policy Centre emerge che le principali alternative sarebbero Iran, Nigeria, Venezuela, Algeria e Libia. Paesi che potrebbero rivelarsi, in futuro, molto meno stabili, amichevoli e affidabili della Russia.
Ma per i russi riorientare le esportazioni verso Cina e Stati Uniti comporterebbe non pochi rischi. I costi di produzione e di trasporto sono molto alti: il petrolio prodotto in Russia arriva a costare 12-14 dollari al barile contro i 1-1.5 dollari in Medio Oriente. Se lo si trasportasse via terra in Cina si aggiungerebbero 5-7 dollari. Lo sbocco principale per l’energia russa resta quindi il mercato europeo.
Putin, l’inossidabile
Tuttavia, nonostante l’imponente apparato negoziale dell’Ue, rimane la sensazione che l’Europa sia intimidita dalla minaccia di una supremazia russa sull’energia. Soprattutto se la si paragona con la spavalderia dell’ex vice-presidente americano, Dick Cheney, che, lo scorso maggio in Lituania, ha evidenziato il fallimento della Russia nel proteggere la libertà di parola.
La realtà però è diversa da come sembra. «C’è qualche progetto nascosto», sottolinea un anonimo analista inglese, specialista delle politiche europee da noi raggiunto: «I leader europei considerano Putin una forza stabilizzante nella politica russa, capace di cooperare e allo stesso tempo di affrontare il problema del crimine organizzato e del terrorismo internazionale». I confini dell’Ue necessitano di una Russia stabile e cooperativa. E Putin è riuscito a fare entrambe le cose. La Russia e l’Unione Europea hanno poi attivato un comune piano d'azione per combattere il crimine organizzato, tanto quanto ingaggiare una forte cooperazione con Moldavia ed ex Jugoslavia. L’Europa non ha mosso un dito per impedire la consolidazione del potere del Presidente russo. Sebbene le sentite preoccupazioni sulla repressione dell’indipendenza dei media e della minaccia degli avversari liberali come Khodorkovsky , alcuni leader, segretamente, credono che il modello di democrazia pensato da Putin sia il peggiore tra i governi possibili per la Russia, fatta eccezione per quelli già sperimentati.
Ma i leader europei sono consapevoli della limitata influenza che ogni attore esterno, Ue compresa, può avere sulla politica di sviluppo della Russia. Consolidato il suo potere, Putin rimane di una popolarità schiacciante tra i russi e la sua presa su gli oppositori oligarchici come Berezovsky e Khodorkovsky, hanno ovviamente contribuito. E anche se la fine del suo mandato terminerà nel 2008, sicuramente questo non sarà l'ultimo. Charles Clover, ex corrispondente del Financial Times nell’allora Unione Sovietica e autore di un libro di prossima uscita sull’ideologia conservatrice della Russia post-comunista, sostiene che «il suo successore sarà quasi certamente un fidatissimo membro del suo entourage e, anche la Costituzione gli impedisce di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo entro i prossimi dieci anni, è probabile che scelga di ripresentarsi in prima persona alle elezioni del 2012».
È così che proprio mentre la Russia è costretta a collaborare con un’emergente realtà europea, l’Europa si ritrova – non solo per scelta – a dover scendere a patti col suo grande vicino dell’Est. In questo rapporto di forza l'Europa possiede molte più leve di quanto comunemente si creda. Diversificando il suo approvvigionamento energetico, e coltivando i rapporti con gli altri Stati confinanti, potrà aumentare la sua influenza. Ancora più di ora. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8947
Roberto Foa - Washington
Litvinenko, oppositore fino alla fine
Alessandro Chiappetta
Spionaggio L'ex spia russa è morta accusando il regime di Mosca di averlo assassinato. Parole di fuoco per Putin: "Possa Dio perdonarti per quello che hai fatto a me e a tutta la Russia". Il dolore degli amici, l'inquietudine della comunità internazionale, la freddezza del Cremlino
"Potete riuscire a farmi tacere, ma questo silenzio comporta un prezzo. Avete mostrato di essere barbari e crudeli così come i vostri critici vi dipingono". Sono pesanti come macigni le ultime parole di Alexander Litvinenko. L'ex spia russa è morta la notte tra giovedì e venerdì, non riuscendo a superare l'avvelenamento che lo aveva colpito il primo novembre e che l'ha costretto a tre settimane di agonia. Consapevole della sua sorte, ma lucido e determinato fino in fondo, ha lasciato una lettera in cui accusa apertamente Vladimir Putin di averlo voluto assassinare.
Ora tocca a Scotland Yard indagare sul caso. E' stato proprio il governo di Mosca, che ha definito il fatto "una tragedia", a ribadire che il compito di indagare sulla morte dell'uomo, sul cui avvelenamento si sono divisi anche i medici londinesi negli ultimi giorni, spetta alla polizia inglese. Quest'ultima ha aperto un'inchiesta, parlando di "atto di avvelenamento deliberato" e sta cominciando ad analizzare un mistero fittissimo che sviscera le trame più nere della storia recente della Russia.
I primi a brancolare nel buio sono proprio i medici che l'hanno tenuto in cura. La prima diagnosi di avvelenamento da tallio (una sostanza topicida, inodore e insapore, altamente tossica) è stata successivamente smentita, poi riconfermata, ed accostata all'uso di farmaci usati per la chemioterapia. Giallo anche su presunti oggetti individuati nello stomaco dell'uomo, e poi definite macchie compatibili con un avvelenamento. La vittima si era resa subito conto della situazione, ma solo dopo due settimane i medici si erano convinti a ricoverarlo. Il governo inglese sospetta l'uso di una sostanza radioattiva, e l'Ue sorveglia chiedendo prudenza, ma il caso scuote il vertice tra Unione Europea e Russia in corso ad Helsinki.
Secondo il Cremlino "le accuse contro la Russia non sono altro che sciocchezze", e nella Duma ci si affretta a liquidare il caso all'interno di conflitti tra i clan che fanno capo a Boris Berezovskij, il miliardario esiliato in Inghilterra, da sempre nemico di Putin. Il quale, dal canto suo, dichiara da tempo che esistono persone che si sottraggono alla giustizia russa e che hanno maturato la decisione di sacrificare qualcuno per creare un'ondata di sentimento antirusso nel mondo.
La convinzione che Litvinenko, a Londra dal 2001 e cittadino britannico da appena un mese, sia stato assassinato è oramai una certezza. Il padre ha paragonato il veleno ad una piccola bomba nucleare. Nessuno crede ad altre ipotesi, benché Mosca ritenga insensato immaginare che ci sia il Cremlino dietro l'eliminazione del 43enne ex colonnello del Kgb, nemico dichiarato di Vladimir Putin. Gli amici che lo piangono sottolineano che Litvinenko è morto "con dignità, con la coscienza limpida, e il cuore pulito", e che è stato il suo impegno contro le forze del male in Russia a farlo diventare l'ennesima vittima del regime. L'ipotesi di una vendetta del governo alla sua opposizione si è fatta immediatamente largo tra i segnali inquietanti che hanno fatto da contorno al suo avvelenamento. Nel 2002, Litvinenko è stato coautore di un volume intitolato Blowing up Russia: Terror from Within, in cui gli agenti dei servizi segreti russi erano accusati di aver pianificato gli attentati del 1999, quando tra 4 e il 16 settembre diverse esplosioni in alcuni condomini nella periferia di Mosca uccisero più di trecento persone. E negli ultimi tempi stava indagando sull'omicidio di Anna Politkovskaya.
L'incontro con l'informatore italiano Mario Scaramella, che gli aveva consegnato un dossier sui presunti assassini della giornalista, e una serie di particolari delle sue ultime ore avevano fatto gridare al delitto anche molti dei vecchi oppositori russi, esuli in Gran Bretagna. Oleg Gordievsky, celebre ex agente sovietico passato all'Occidente, è convinto "che l'ex spia, messasi contro un regime sanguinario, sia stata uccisa da servizio segreto brutale e corrotto". Accuse anche da Alexander Goldfarb, anch'egli dissidente russo e oggi cittadino statunitense, certo che sia un'operazione dei servizi sostenuta da Mosca. C'è perfino chi pensa che la morte di Litvinenko sia un messaggio a Berezovskij, inviso da Mosca e possibile candidato antagonista di Putin. Ma dal passato emergono altre ombre. Come Vladimir Bukovskij, neurobiologo finito in un gulag sovietico per aver rivelato l'uso del manicomio per i dissidenti. Amico di Litvinenko, racconta l'episodio di una strana telefonata ricevuta dall'ex spia, e della sua profezia di non sentirsi sicuro neanche a Londra.
Sullo sfondo due personaggi misteriosi, scomparsi da Londra immediatamente dopo aver incontrato Litvinenko, verosimilmente coinvolti nel delitto. Uno sarebbe Andrei Lugovoy, altro ex colonnello dell'Fsb, ex collaboratore di Berezovskij, caduto in disgrazia con Putin dopo aver negoziato a lungo coi guerriglieri ceceni. Ma che negli ultimi tempi sarebbe diventato misteriosamente un ricco uomo d'affari. Dell'altro uomo non si ha nient'altro che una sommaria descrizione fisica fatta dalla vittima, e si sa che si presentò come "Vladimir", insistendo perché Litvinenko bevesse una tazza di tè. Scotland Yard cerca in queste ore di dargli un nome, grazie ai filmati a circuito chiuso, in una zona circondata da ambasciate.
Un rompicapo che rispecchia un'atmosfera di terrore e un clima di spionaggio, all'ombra dei quali il regime di Putin è riemerso nello scenario internazionale e nei sistemi economici, con ricatti e soprusi che non lasciano posto ai dissidenti. Un incastro in cui si mischiano buoni e cattivi e che starebbe subendo una pericolosa escalation del crimine negli ultimi tempi. Il Svr, il servizio segreto russo per le operazioni all'estero, sostiene che Litvinenko fosse una pedina di poco conto e che non fosse certo un bersaglio da colpire a rischio di rovinare le relazioni con Londra. Lo spauracchio del caso diplomatico agita il Cremlino, ma senza intaccare i suoi gelidi e sinistri segreti.
Ma adesso sono le stesse parole di Litvinenko, rassegnato a morire, a suonare come un guanto d'accusa contro il Cremlino: "I bastardi mi hanno beccato!" avrebbe detto all'amico regista Andrei Nekrasov prima di perdere conoscenza, "Questo è quello che succede a chi dice la verità., ma non riusciranno a mettere tutti nel sacco.". E rivolto al presidente: "Avete dimostrato di non aver rispetto per la vita, per la libertà o per i valori civili, di essere indegno della fiducia degli uomini e delle donne civili. Siete riuscito a mettere a tacere un uomo ma la protesta del mondo intero continuerà a echeggiarvi nelle orecchie per il resto della vita. Possa Dio perdonarvi per quello che avete fatto non solo a me, ma all'amata Russia e al suo popolo".http://www.aprileonline.info/793/litvinenko-oppositore-fino-alla-fine
I CINESI POSSIEDONO LA MAGGIOR QUANTITA’ DI DENARO SUL PIANETA
DI BILL BONNER
American Free Press
Gli USA sono il più grande debitore al mondo
30 e 80 milioni di dollari. Due grandi cifre, e la fine del mondo come lo abbiamo conosciuto. Il primo numero è il tasso a cui la Cina sta accrescendo le sue riserve con valuta straniera- dollari in gran parte- ogni ora! Il secondo è il tasso a cui il capitale dell’America- come riportato dagli attuali resoconti,– viene svuotato, sempre ogni ora.
Nei primi di Novembre, il bacino di riserve della Cina ha superato il segno dei mille miliardi di dollari, rendendola di fatto il più grande lago di moneta del mondo. Anche gli Stati Uniti hanno una collana di grandi laghi. Ma essi sono di un tipo differente: vasti cavi di debito che diventano ogni giorno più grandi. Solo il costo della guerra in Iraq è di 8 milioni di dollari ogni ora.
Un altro dato di confronto: il terzo quarto del 2006 ha mostrato che il PIL della Cina continua a crescere a più del 10% per anno. Lo stesso quarto negli Stati Uniti ha rivelato un’economia lenta- con un a crescita di solo l’1,6% annuo.
The Economist descrive l' accumulo crescente della Cina: dalla fine di Ottobre, lo scambio di valuta straniera della Cina è vicino alla vetta di 1 mille di dollari, il doppio del livello di due anni fa e più del quinto delle riserve globali.
Questa ragguardevole somma sarebbe sufficiente a comprare tutto l’oro stipato nelle volte delle banche centrali o quasi tutte le proprietà residenziali di Londra...
Le riserve ufficiali della Cina sono già oltre le necessità richieste per la stabilità finanziaria. Di regola, un Paese ha bisogno di scambi esteri sufficienti per coprire l’import di tre mesi o per sistemare il suo debito estero a breve termine. Le riserve della Cina sono equivalenti a 15 mesi di import e sono sei volte più grandi del suo debito a breve termine. L’esplosione della riserva è un mal di testa anche per la banca centrale. Essa crea un eccesso di liquidità, che rischia di alimentare un’inflazione più alta, le bolle sui prezzi dei beni e imprudenti prestiti bancari.
C’è di più: gli esperti stimano che la Cina possa avere 2 mila miliardi di dollari in riserve prima che capisca cosa farsene. Povera Cina. Tutto quel denaro a disposizione. Cosa può fare? Il denaro è una sventura, naturalmente. Guardate solo Paris Hilton. Quando se ne ammucchia troppo in un posto, comincia a puzzare come calzini vecchi. Adesso la Cina dovrà tirare fuori un escavatore e cominciare a spargere tutte le cose intorno. Forse potrebbe comprare una casa da Donald Trump o un Picasso da Steve Wynn?
No, quello verrà più avanti, quando il cinese sarà ricco e degenerato. Adesso, la Cina continua semplicemente a comprare le cose di cui ha bisogno per proseguire nella sua espansione- compagnie minerarie, pozzi petroliferi, prodotti agricoli...o forse le stesse fattorie.
Vediamo: un acro di terra coltivabile del Kansas costa dai 550 ai 1.265 dollari. Diciamo 1000 dollari, così possiamo fare i conti a mente. Con mille miliardi di dollari in tasca, si potrebbe comprare un’abbondante distesa nell' heartland- ossia, un miliardo di acri, giusto? Il Kansas ha solo 52,36 milioni di acri. Così il cinese potrebbe comprare l’intero stato e gli resterebbero ancora 947,64 miliardi di dollari- sufficienti per comprare tutta la terra coltivabile del Nebraska, Iowa, South Dakota, North Dakota, Missouri, Arkansas, Louisiana, Colorado, New Mexico, Montana, Wyoming, Oklahoma, e probabilmente anche del Texas.
“Bene, non è niente di speciale”, potrebbero dire gli economisti americani. Gli stranieri sanno che l’America ha l’economia più dinamica e di maggiore successo di tutto il dannato mondo. È vero, noi consumiamo più di quanto produciamo. Ma alla fine il denaro torna a noi. E ciò dimostra che grande economia abbiamo. Gli stranieri ne vogliono un pezzo.
E giorno dopo giorno, a un tasso di 80 milioni di dollari all’ora, gli stranieri se ne prendono un pezzo in più. E adesso la Cina, se lo vuole, potrebbe commerciare i suoi pezzi di carta americana con pezzi di terra della dimensione del Louisiana Purchase. O potrebbe comprare azioni o bond del Tesoro. La capitalizzazione complessiva delle 30 azioni del Dow è di circa 3 mila miliardi di dollari. Così, potrebbe comprarsi un terzo del Dow, o avere interessi di controllo in ognuna di esse.
Non sarebbe carino! Eventualmente, noi tutti saremo in grado di lavorare in una azienda di proprietà cinese o di vendere i nostri organi a dottori cinesi. Che grande economia.
Ma qui vorremmo fare una pausa, prendere un respiro, e sfogare la nostra ammirazione per questa grande fandonia. Non c’è dubbio che gli americani hanno un modello di capitalismo democratico invidiato dal mondo intero. Funziona splendidamente- in teoria. Ma in pratica, ha raggiunto uno stadio del suo ciclo in cui solo il ricco sembra fare soldi, mentre il povero e la classe media li perde.
Oggi, quando gli americani vanno ai seggi, la fornitura di denaro è in forte aumento. Saddam è stato condannato a morte e il Dow è salito di più di 100 punti. E ancora, le difficoltà di denaro della classe media causano angosce elettorali, afferma un giornale di Houston.
Agendo secondo le loro inclinazioni, ma non nei loro interessi, i capi famiglia sottoproletari d' America si fanno carico del debito pubblico. Loro cercavano solo di restare al passo con i Jones, i quali cercavano di stare a passo con loro. Inoltre, erano sicuri che il capitalismo democratico e i politici Repubblicani non li avrebbero abbandonati.
Nel frattempo, la Cina è ancora un paese comunista i cui leader e la cui gente ricorda un’epoca molto diversa, quando la Banda dei Quattro dominava e la gente moriva di fame e quando cercarono di fare acciaio in fornaci nei cortili di casa. Allora, il paese sembrava pronto a realizzare qualunque stramba idea con cui i capi del partito se ne fossero venuti fuori. Persino ora, quella cinese, è ancora una economia parzialmente pianificata a livello centrale da persone le cui idee sono state parzialmente formate dal contorto “Libretto Rosso” di Mao. In teoria, dovrebbe essere un caso disperato. Invece, sia i numeri che le testimonianze ci dicono che è un boom.
Bill Bonner, è fondatore e presidente di Agora Publishing, una delle migliori società al mondo di pubblicazioni per i consumatori.
Bill Bonner
Fonte: http://www.americanfreepress.net
Link: http://www.americanfreepress.net/html/chinese_have_most_money_.html
Numero di American Free Press del 27.11.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CAROLINA CORRADINI
Arrestato in Colombia il corrispondente di Telesur
La scorsa domenica notte il corrispondente di Telesur in Colombia, Fredy Muñoz Altamiranda, è stato arrestato dalle autorità del Departamento Administrativo de Seguridad (Das - Dipartimento Amministrativo di Sicurezza), al suo arrivo all'aeroporto El Dorado, di Bogotà, di ritorno da Caracas. L'arresto è avvenuto per ordine della Fiscalía 5, della sezione Barranquilla, con la presunta accusa di “ribellione e terrorismo”. L'avvocato del giornalista, Tito Gaitán, ha spiegato le condizioni dell'arresto: “È stato catturato alle 9 di sera di domenica, quando stava tornando da un laboratorio di formazione audiovisiva svoltosi in Venezuela, dagli agenti del Das che hanno mostrato un ordine di cattura della fiscalía”. Attualmente, secondo quanto ha detto l'avvocato difensore, Muñoz si trova nei locali del Das. Gaitán ha spiegato che il giornalista coopererà per rendere più agile e veloce il processo.
Il pubblico ministero incaricato del caso, Manuel Molano, ha spiegato per telefono di non poter rivelare informazioni prima che siano resi pubblici gli sviluppi dell'udienza di indagine.
In un comunicato ufficiale emesso dalla multinazionale di notizie Telesur, si spiega che il giornalista è membro fondatore della rete e si è distinto come corrispondente in Colombia, dimostrando professionalità ed etica nei suoi lavori di reportage.
Andrés Izarra, presidente di Telesur, ha segnalato, in un'intervista diffusa questo lunedì dalla televisione, che nel caso di Fredy Muñoz non si scarta il coinvolgimento “di interessi che pretendono di attaccare la credibilità di Telesur, le relazioni bilaterali tra Colombia e Venezuela, e l'integrazione”.
“Contro Telesur sono stati lanciati tutti i tipi di manovre, accuse, menzogne, vilipendi, così come contro il Venezuela e il processo di integrazione […]. Le accuse più aggressive e le offese più dure che Telesur ha ricevuto provengono proprio dalla Colombia. A questo punto non scartiamo che l'arresto di Fredy Muñoz, avvenuto in modo tanto sorprendente, possa essere vincolato a qualche risvolto oscuro”.
In una lettera resa pubblica questo lunedì, Fredy Muñoz Altamiranda, dal suo luogo di reclusione, ha assicurato che l'azione da parte della Fiscalía 5, rappresenta un ulteriore attacco al “giornalismo libero e critico”, e ha ribadito che l'intenzione è stata di colpirlo “attraverso la menzogna e la forza”.
Nella lettera ha inoltre ringraziato tutte le persone e le organizzazioni che lo stanno appoggiando in questo momento: “Grazie per avermi insegnato a non perdere le forze, perché fare giornalismo significa rendere pubblico ciò che non si vuole che si sappia”.
In secondo momento, nel corso di un contatto telefonico con Telesur, il corrispondente ha rifiutato le accuse che gli sono state imputate, assicurando di essere un giornalista “impegnato ad esprimere tutte le opinioni, rispettando sempre i diversi punti di vista”. Ha spiegato che non è un terrorista e che ciò di cui è stato vittima è “un attacco aperto alla libertà di stampa”.
Alla fine ha fatto appello all'opinione internazionale affinché presti molta attenzione a quello che succede in Colombia, e ha ribadito che “dire la verità è diventato un pericolo”.
Il giornalista colombiano Libardo Muñoz, padre del corrispondente Fredy, ha denunciato che l'arresto del figlio da parte del DAS è stato un atto di sopruso delle autorità colombiane. Al tempo stesso ha sollecitato l'appoggio delle organizzazioni di diritti umani affinché si mobilitino in seguito a questa nuova violazione. Dal canto suo, Alcira Armedo, moglie di Fredy Muñoz, ha assicurato che quello del marito è un arresto ingiustificato: “Si tratta di accuse assolutamente assurde, quello che ha fatto è lavorare con trasparenza e onestà”.
Organizzazioni di diritti umani hanno cominciato a pronunciarsi. Amaury Padilla, difensore di Diritti Umani dell'associazione MINGA, ha commentato: “Quello che si sta commettendo contro la libertà di espressione e contro la libertà di giornalismo indipendente e alternativo nel nostro paese è un sopruso. Ciò che stanno facendo contro Fredy non ha nessuna giustificazione. Ci sono cifre statistiche che dimostrano come negli ultimi 4 anni sia stata commessa la maggior quantità di arresti arbitrari. Le organizzazioni di diritti umani stanno condannando questo sopruso contro Fredy”.
Da parte sua la Federación Latinoamericana de Periodistas (Felap - Federazione Latinoamericana dei Giornalisti) ha ripudiato l'arresto di Muñoz, attraverso un comunicato in cui chiede la liberazione immediata del corrispondente di Telesur: “Questa è una dimostrazione di attacco contro l'esercizio del giornalismo, contro una linea editoriale che non risponde agli interessi dei grandi canali privati, e contro i movimenti sociali che cercano la verità”.
Javier Dario Restrepo, della Fundación Nuevo Periodismo (Fondazione Nuovo Giornalismo), ha assicurato che Fredy Muñoz ha tutte le carte per dimostrare che nei suoi dodici anni di esperienza come giornalista non ha avuto una condotta sovversiva, “a meno che essere sovversivo non significhi dar voce a chi non abbia l'opportunità di esprimersi”.
Traduzione per Megachip di Ilaria Leccardi
da Telesur
VIOLENZA ALLE DONNE: IL CASO DELLE MAMME IN GUERRA
Più di 150.000 mamme americane - 16.000 delle quali senza coniuge - hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan negli ultimi cinque anni: riferendo dati del ministero della Difesa, il quotidiano Washington Post, esamina il caso emblematico del sergente Leana Nishimura, 29 anni, partita per la guerra, lasciando i suoi tre bambini alla nonna nelle Hawaii. Tornata negli Stati Uniti non ha casa né lavoro e nemmeno il denaro per andare a riprendersi i figli; all’origine, per arrotondare lo stipendio la Nishimura si era arruolata part-time nella Guardia Nazionale dello stato del Maryland come esperta in telecomunicazioni, neanche immaginando che poteva finire in guerra. Ora, tornata dall’Iraq, dove peraltro potrebbe essere costretta a tornare, sopravvive grazie agli aiuti di una chiesa cristiana locale e dell’assistenza sociale.
http://www.misna.org/
"Guerra civile in Libano"
di Robert Fisk (The Independent)
Il fuoco ha bruciato l’altra notte nelle strade della Beirut cristiana. Centinaia di giovani e sporadici gruppi di uomini armati si sono riuniti nei dintorni di Jdeideh, dove Gemayel è stato ucciso. “Non voglio vendetta”, ha dichiarato il padre Amin di fronte all’ospedale dove è stato portato il corpo del figlio. Ma la violenza è palpabile nella città dove quattro tra politici e giornalisti anti-siriani in 21 mesi sono stati assassinati
Guerra civile: queste le parole che dall'altro ieri escono di bocca. L’assassinio di Pierre Gemayel – nel quartiere cristiano di Beirut, in pieno giorno, l’auto su cui viaggiava il ministro dell’industria del governo libanese è stata avvicinata in perfetto stile mafioso da un altro veicolo, da cui un killer gli ha sparato alla nuca – è stato un messaggio per quanti di noi vivono oggi in questa terra disgraziata.
Per giorni abbiamo dibattuto se fosse arrivato il momento di temere un altro omicidio politico volto a condizionare le divisioni settarie, ora che il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Fouad Siniora è entrato in crisi. Da giorni, il linguaggio della politica in Libano è diventato incendiario, le minacce dei suoi protagonisti ancor più inquietanti. Sayed Hassan Nasrallah, il leader sciita di Hezbollah, ha definito illegittimo il gabinetto di Siniora. “Il governo di Feltman”, ha tuonato – Jeffrey Feltman è l’ambasciatore Usa in Libano; il druso Walid Jumblatt, il capo dell'opposizione riformista libanese, ha invece denunciato la volontà dell’Iran di assumere il controllo della situazione.
L’assassinio di Pierre Gemayel è stato un avvertimento. Avrebbe potuto toccare a Jumblatt, che più volte mi ha confessato di essere preparato all’idea di essere ammazzato, o allo stesso Siniora, il piccolo economista amico del defunto primo ministro Rafik Hariri.
Ma non è andata così. Gemayel, figlio dell’ex presidente Amin Gemayel e nipote del presidente eletto Bashir Gemayel, assassinato a sua volta nel 1982, non è mai stato una figura particolarmente carismatica; piuttosto, un laborioso ministro cristiano maronita, scapolo, il cui non ricompensato compito è stato quello di favorire il ritorno in patria degli emigrati libanesi, allo scopo avviare la ricostruzione del paese dopo i bombardamenti isreliani.
Il fuoco ha bruciato l’altra notte nelle strade della Beirut cristiana. Centinaia di giovani e sporadici gruppi di uomini armati si sono riuniti nei dintorni di Jdeideh, dove Gemayel è stato ucciso. “Non voglio vendetta”, ha dichiarato il padre Amin di fronte all’ospedale dove è stato portato il corpo del figlio. Ma la violenza è palpabile nella città dove quattro tra politici e giornalisti anti-siriani in 21 mesi sono stati assassinati.
Gemayel era un severo critico della Siria, e per questo il figlio di Hariri Saad – leader della coalizione anti-siriana “14 Marzo”, che controlla il parlamento – ha chiamato in causa Damasco per la sua morte.
Niente in Libano accade per caso: i detective politici, considerato come quasi sicuramente le forze di polizia non assicureranno gli assassini di Gemayel alla giustizia, dovranno guardare oltre i confini del paese per capire perché il fantasma della guerra civile è tornato ad angosciare i libanesi.
Come mai Gemayel muore proprio qualche ora più tardi dell'annuncio siriano del ripristino delle relazioni diplomatiche con l’Iraq dopo un quarto di secolo? Perché Nasrallah minaccia dimostrazioni di piazza a Beirut per colpire il governo dopo che Siniora accetta il tribunale ONU per scovare i sicari di Hariri?
E perché l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, John Bolton, piange lacrime di coccodrillo per la democrazia in Libano – a cui sembrava così poco tenere quest’estate quando Israele non risparmiava un colpo – senza menzionare la Siria?
Tutto questo, naturalmente, nello stesso momento in cui migliaia di soldati occidentali presenziano il Libano meridionale sotto la forza ONU – soldati che dovrebbero proteggere Israele (cosa che non potranno fare) e disarmare Hezbollah (cosa che non faranno), e che nel frattempo sono già stati minacciati da al-Qaeda.
Non meraviglia che gli europei, le cui forze armate ONU ora sono bloccate nel sud del paese, siano preoccupati. Non meraviglia che il Foreign Office abbia detto ai cittadini britannici di stare alla larga dal Libano. Non meraviglia che Tony Blair, screditato in Medio Oriente come in Gran Bretagna, abbia invocato – invano – un’inchiesta per l’omicidio di Gemayel.
Tuttavia, ipocrisia non è la parola giusta, anche se la storia recente lo suggerirebbe. Quando il 12 luglio scorso Hezbollah ha rapito due soldati israeliani e ne ha uccisi altri tre, Israele ha bombardato il Libano per 34 giorni, massacrando più di mille civili e causando danni per miliardi di dollari. Bolton e i suoi collaboratori della diplomazia non mossero un dito. George Bush voleva che Israele distruggesse Hezbollah – obiettivo totalmente mancato – come avvertimento per il suo ultimo bersaglio mediorientale, l’Iran, il principale sostenitore del movimento armato sciita. Ma che mirabili intenzioni a favore della democrazia in Libano! Anche Blair, ultimamente così ansioso, nulla fece per favorire un immediato cessate il fuoco.
Successivamente alla guerra e al fallimento degli obiettivi di Israele, Sayed Nasrallah ha iniziato a proclamare la propria “vittoria divina” e la sconfitta di Sinora. Hezbollah è a sua volta vicino alla Siria; nessuno si è sorpreso che il governo libanese anti-siriano sia caduto sotto il giogo del prelato sciita – le cui recenti gigantografie in lungo e in largo per il Libano sgombrano il campo da dubbi sulle sue smanie di venerazione.
Una quindicina di giorni fa, i sei ministri sciiti del gabinetto Sinora si sono ritirati, lasciando la più vasta componente religiosa del Libano senza rappresentanza. Lunedì, il governo libanese, Gemayel incluso, ha approvato il piano ONU per un tribunale che faccia giustizia dell'assassinio di Hariri – in cui come noto molti libanesi, e non solo, vedono la mano siriana. Tuttavia, consolidata l’assenza dei rappresentanti sciiti, la decisione rischia di essere affetta da un deficit di legittimità. E Nasrallah non ha perso tempo per chiamare la gente in strada.
Se egli è una creatura di Siria e Iran – aspetto di cui i libanesi continuano a discutere nonostante le smentite del leader sciita – non avrebbe potuto esserci modo migliore di attaccare l’anti-siriano governo libanese. “Non abbiamo fiducia in questo governo perché lo riteniamo al servizio dell’amministrazione statunitense”, ha ribadito Nasrallah. “… l’ordine che ha ricevuto è stato quello di far sì che la politica Usa nella regione non cambiasse. Gli americani hanno detto: ‘Siamo con voi. Non mollate!’”. Nasrallah ha anche redarguito coloro che l’hanno accusato di voler ideologicamente fomentare la crisi tra musulmani sciiti e musulmani sunniti, sebbene molti sanno che all’origine dei sanguinosi scontri settari tra le due comunità ci sia l'esasperazione di motivazioni prettamente religiose.
E gli Stati Uniti? Davvero sostengono Sinora, il cui esecutivo potrebbe ora doversi congedare definitivamente? Alle Nazioni Unite, qualche giorno fa, Bolton l’ha sostenuto, al contempo evitando a fatica di citare il nome della Siria. Ciò, quasi sicuramente, significa che Washington ha realizzato di aver bisogno anche di Damasco – come di Teheran – per uscire in un qualche modo dal pantano iracheno.
Accanto alla catastrofe americana in Mesopotamia, la democrazia del Libano e del governo Sinora purtroppo valgono poco – e Siria e Iran lo sanno bene. Fra l'altro Damasco, l’altro giorno, ha ripreso le relazioni con il governo iracheno sostenuto dagli Usa.
Ieri, 22 novembre, il Paese dei cedri ha celebrato – mai espressione è sembrata più fuori posto – il suo 63esimo anno di indipendenza dalla Francia, le cui truppe stanno oggi pattugliando il Libano meridionale. Il governo Siniora esiste ancora. Con la morte di Gemayel, comunque, basterebbe la perdita di altri due ministri per delegittimare il suo esecutivo monco della componente sciita, e dire addio alla democrazia in Libano.
Magari i libanesi sono oggi troppo maturi per un’altra guerra civile. Ma i loro ministri sanno di doversi guardare dal guidare per le strade di Beirut nei prossimi giorni. L’ennesimo tragico agguato al finestrino delle loro auto potrebbe essere dietro l’angolo.
Robert Fisk vive a Beirut da trent'anni. Scrive per 'The Independent' e collabora con il sito Counterpunch. Corrispondente dalla capitale libanese per il quotidiano britannico, è uno dei più autorevoli esperti di questioni mediorientali. Ha intervistato tre volte Osama bin Laden.
Correlato:
Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, di David Hirst
Fonte: The Independent
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Parmalat : New York , sospesa istruttoria si esorta a transazione
di osservatoriosullalegalita.org
E' stata sospesa la sera del 21 ottobre l'attivita' istruttoria dei procedimenti Parmalat aperti presso il tribunale di New York.
Secondo la compagnia, il giudice Kaplan, del distretto meridionale di New York, ha infatti ordinato la sospensione, fino al 31 dicembre 2006, di tutte le attivita' istruttorie delle cause relative a Parmalat pendenti avanti a lui ed ha ingiunto alle parti di esaminare alternative di transazione.
Parmalat ha reso noto che comunichera' tempestivamente al mercato gli eventuali sviluppi.
La Banca d'America ha presentato un ricorso che accusa Parmalat e la sua ex amministrazione di frode, dichiarazione mendace, cospirazione ed altri atti illegali, e teme che si sta provando semplicemente a spostare la colpa dal colpevole alle vittime della frode.
Più di una riserva
Le compagnie minerarie vogliono estrarre l'uranio dai territori Navajo
Con la domanda mondiale di uranio alle stelle, vista la crescita degli impianti di energia nucleare, le compagnie minerarie sono tornate a mettere gli occhi su quella che un analista ha definito “l’Arabia Saudita dell’uranio”: una regione nel sud-ovest degli Stati Uniti, divisa tra Arizona, Utah e New Mexico, che ricade nella riserva dei Navajo. I circa 300.000 nativi americani della zona, già scottati da casi di cancro con frequenza superiore alla media, si oppongono ai piani di estrazione. Ma ancora una volta rischiano di venire schiacciati nella corsa verso la nuova frontiera.
Il boom dell’uranio. Le riserve delle terre Navajo sono già state sfruttate intensamente durante la guerra fredda: da qui proviene l’uranio finito poi nell’arsenale atomico degli Usa. Oggi la domanda del minerale, più che da scopi bellici, è spinta da esigenze energetiche. Cina e India, due paesi in rampa di lancio che insieme contano più di due miliardi di abitanti, hanno un bisogno crescente di energia, che intendono soddisfare anche costruendo nuove centrali nucleari. Gli stessi Stati Uniti, interessati a ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale, hanno intenzione di puntare nuovamente sull’atomo. Di conseguenza, se nel 2001 il prezzo dell’uranio era sceso fino a 3 dollari al chilo, ora si aggira sui 28 dollari. E l’industria mineraria si lecca i baffi.
I timori per la salute. Negli Usa, al momento, l’uranio viene estratto in Texas, Wyoming, Nebraska e prossimamente anche in Colorado. Ma i giacimenti più ricchi si trovano in terra Navajo, una riserva che si estende su circa 70.000 chilometri quadrati, poco meno di un quarto dell’Italia. Alcune compagnie del settore hanno già avviato le pratiche per accaparrarsi i diritti dell’estrazione, dentro la riserva o ai suoi margini, nonostante il parere contrario dei leader della comunità nativa. Non è solo l’orgoglio di essere padroni della propria terra: dopo le estrazioni intensive dei decenni scorsi, gli abitanti della riserva temono conseguenze per la loro salute. Casi di tumori agli organi riproduttivi, in particolare, si verificano tra le ragazze Navajo in un numero diciassette volte maggiore rispetto al resto delle ragazze statunitensi. Secondo molti, il materiale radioattivo si è propagato da miniere abbandonate, contaminando l’aria e le falde acquifere.
Nuovi metodi. Le compagnie minerarie fanno notare che le rinnovate attività di estrazione porterebbero nuovi posti di lavoro anche per i Navajo, riducendo così la povertà nella riserva. I nuovi processi di estrazione, inoltre, sarebbero molto più sicuri che in passato. Uno di questi consiste nell’iniettare un composto di acqua, ossigeno e bicarbonato nelle rocce che contengono uranio; la soluzione, arricchita con il minerale, verrebbe poi pompata in superficie, filtrata, isolata e lavorata all’interno della miniera, cancellando il rischio di contaminazioni.
Rischio di contaminazioni. Ma le comunità Navajo ricordano ancora il disastro del fiume Puerco, le cui acque scorrono a sud della riserva. Nel 1979, scorie della lavorazione dell’uranio defluirono nel corso d’acqua, che i nativi utilizzano per abbeverare il bestiame e per l’irrigazione: si trattò della più grande contaminazione di materiale radioattivo nella storia degli Usa. Oggi, tra l’altro, uno dei terreni su cui hanno messo gli occhi le compagnie minerarie si trova a meno di due chilometri da sei pozzi che forniscono acqua a circa 15.000 persone. Anche per questo, il nuovo grido di battaglia Navajo è “leetso doo’da”: nella loro lingua, no all’uranio. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6779
Alessandro Ursic
novembre 24 2006
political comics: Il Feltri-pensiero su immigrati e kamikaze
Che c'entra Vittorio Feltri, col capitalismo, gli immigrati e i kamikaze? Solo un attimo di pazienza...
Basta sfogliare i giornali italiani per capire che ci sono due tipi di amici del capitalismo: quelli che vogliono pagare il conto e quelli che non lo vogliono pagare mai. Mi spiego meglio.
Prima categoria: quelli che vogliono pagarlo, come ad esempio gli Scalfari boys di Repubblica. Ecco come ragionano: il capitalismo, da sempre affamato di manodopera a basso prezzo, provoca migrazioni di massa, qualcuno degli immigrati non ci sta, perché vede minacciata la propria identità e magari reagisce... Per evitare questo c’è un conto da pagare. Che noi paghiamo volentieri trattando umanamente gli immigrati ed “educandoli” al capitalismo. Morale: in ogni kamikaze c’è un consumatore mancato
Seconda categoria: quelli che non vogliono pagarlo mai. E finalmente veniamo a Vittorio Feltri. Il suo ragionamento è questo: il capitalismo è sradicamento. Bene, tanto peggio per gli sradicati.Tu reagisci e metti la bomba. Bene, io ti distruggo e poi ballo sulle macerie di casa tua: il capitalismo è nostro, i cocci e il conto vostri. Ma quale singhiozzo dell’uomo bianco… Appena mi guardi ti fulmino… e non solo in senso figurato. Morale: in ogni immigrato o immigrata col velo c’è un kamikaze.
Insomma, Feltri non solo vuole mangiare a sbafo, ma vuole pure i colonnelli, magari dal grilletto facile. Dopo gli attentati londinesi dell’ 11 luglio dell’anno scorso, in un editoriale di Libero, (religiosamente conservato ) se la prese non solo con i bombaroli: “quattro deficienti imbottiti di tritolo chiamati kamikaze, giovinotti istupiditi dalla religione e da promesse di improbabili paradisi”, ma anche con un Occidente, dalla “faccia pallida e spaventata”, abitato da omiciattoli “molli e decadenti”. Titolone esemplificativo sparato in prima pagina (dallo stesso ritaglio...) : “Noi in ferie, loro in guerra”. Come dire “tutti ar mare, tutti ar mare, a mostra’ le bare chiare”…
Chi voglia fare corsi di aggiornamento in scontro delle civiltà può comprare Libero tutti i giorni. Per una bella abbuffata di insulti all’immigrato maghrebino. Ovviamente, dopo quelli quotidiani indirizzati al governo Prodi. Il quale, va detto, ce la sta mettendo tutta per facilitare il “lavoro” del direttore di Libero.
Del resto lo Spengler di Bergamo Alta, gode anche quando può crocifiggere la sinistra. Accusata di aver introdotto in Italia una pseudocultura garantista per cui, spesso si legge su Libero, che se la Polizia rincorre un immigrato che ha violato le regole, e lo becca e ammanetta bruscamente, invece di encomiarla la accusano di violenza.... Notare la finezza sociologica alla Charles Bronson… Ma spesso Feltri non risparmia neppure gli italiani a Sud di Brembate di Sopra: per lui così egoisti e vigliacchi da fare tifo per la Moschea, come in passato brindavano al comunismo per avere salva la vita… Anche qui, notare la finezza sociologica alla Bush...
Troppo facile… I conti non tornano (proviamo a metterla sullo storico): il garantismo, non è comunista ma liberale, e non risale al 1968, ma almeno alle Rivoluzioni Inglesi del Seicento. Anche l’individualismo, pur nella variante italiana, è un prodotto delle riforme protestanti, o comunque di certo cattolicesimo liberale o "progressivo". E i due addendi (liberalismo + individualismo) sommati insieme danno pure il capitalismo. Un macchinone che porta con sé, certo, progresso e benessere per pochi, ma anche sradicamento e sfruttamento per molti, forse troppi. E quindi, periodicamente, cocci e conti da pagare.
Pertanto, Feltri non può dire questo sì, quello no: per onestà intellettuale dovrebbe cuccarsi tutto il pacchetto, come fanno senza battere ciglio, piaccia o meno, gli Scalfari boys. A meno che Feltri non sia un sostenitore del modello cinese: carri armati e libera impresa… Un bel capitalismo (si far per dire) ad uso e consumo di squali e colonnelli.
Il direttore di Libero dovrebbe capire che i conti vanno pagati, tutti i conti, in particolare quelli dei vetri (solo vetri?) rotti periodicamente dai monelli di Wall Street e dintorni. Non si può fare finta di niente (solo ragazzate…), o dire non li ho rotti io, dare un bel calcio nel sedere all'immigrato nordafricano e metterlo su un aereo. Perché poi quello si butta sul Corano, lo legge in fretta e male… E magari poi combina qualche guaio… Se la mamma non riesce a fermarlo…
Già, ma a Feltri che gliene frega, lui, come John Wayne, va a cavallo.
Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
venere di caucciù
Just Tell That Kate Moss Ain’t Pretty
Ma al di là di ogni discorso serio in merito, a voi Kate Moss piace? sul serio? Ok, ve la mostrano in tutte le salse, la riconoscete, vi spiegano che è bella, più o meno la stessa trafila della Gioconda. Ma vi eccita? Vi ispira?
A me no. Kate Moss non mi piace. È secca, è cruda, è morta.
Se Kate Moss ci provasse con me, non ci starei.
Se Kate Moss insistesse con gentilezza, forse cederei; mai stato bravo a dir di no – ma chi l’ha detto che poi ce la farei? Forzato a commettere atti sessuali con Kate Moss, probabilmente mi sorprenderei a chiudere gli occhi e fantasticare sulla vicina di casa chiattona.
Se io e Kate Moss rimanessimo unici superstiti sul pianeta Terra, mi estinguerei. Meglio estinguersi da uomo.
Se smonti la vecchia Barbie di tua sorella, le riempi il bustino di ghiaccio tritato e le sbianchi il bel pigmento rosa, quello che ottieni è più o meno la proiezione plastica di quel che provo per Kate Moss.
E non me ne vergogno. Ci stamperei dei manifesti, se servisse a qualcosa. Maschi di tutto il mondo, ditelo forte e chiaro: Kate Moss è un mucchietto di ossa puzzolenti di Chanel che non ispira sesso a nessuno!
...Ma non serve a niente. Assolutamente. Alle bambine piace Kate Moss, Kate Moss è fatta per piacere alle bambine, e il parere del maschietto non c’entra. Non è il maschietto che costringe la bambina a mutilarsi a morte. La pulsione suicida che porta un’adolescente all’anoressia (sbandate bulimiche annesse) ha assai poco a che fare con l’altro sesso.
(Forse ha più a che fare coi bambolotti. Se passa di qui un esperto di età evolutiva, mi spieghi questa cosa: perché tra l’infanzia e l’adolescenza il bambino e la bambina devono trastullarsi con giocattoli e proiezioni omoerotiche? Perché il bambino deve passare dal bambolo di He-Man alle telecronache di wrestling? Perché la bambina deve diventare una stilista di Barbie e bambolotte consorelle? Era così anche in passato, o è una novità dell’era del caucciù? Non avrà per caso qualcosa a che fare col crollo demografico?)
Il percorso anoressico-bulimico è lastricato di caucciù, riviste patinate, corsi di danza. L’altro sesso è raramente interpellato: a volte è una proiezione remota, il più delle volte semplicemente assente. Del resto è noto: quando alcune di queste amebe ermafrodite, terminato il cursus honorum specifico (concorsi di bellezza, sfilate, ecc) tentano la strada della televisione (dove è ancora il maschio che comanda), devono necessariamente carrozzarsi con quegli attributi sessuali secondari che fino a quel momento erano inutili.
La donna “secondo il maschio” l’abbiamo sotto gli occhi da secoli: da Picasso a Giorgione su su fino alla Venere di Savignano. Se volete è un mostro deforme anche lei, una sovrastruttura maschilista, ecc ecc… ma non somiglia a Kate Moss. Kate Moss è un incubo tutto femminile, questo è il guaio. La prima generazione di donne ad affrancarsi dalle proiezioni maschili ha partorito Kate Moss. Teniamone conto, prima di chiedere ad altre bambine di altri mondi di togliersi il velo.
Non vorrei dover dire che c’è più libertà sotto un velo che in una strada tappezzata di Kate Moss. Sotto un velo fa caldo, questa è l’unica cosa che so dei veli. Ma immagino che possa fare comodo un riparo, quando Kate ti fissa dal cartellone.
***
Ciò che rende tanto angosciosa questa fine 2006, secondo me, è che ormai abbiamo sviluppato un’abilità spaventosa a discutere dei nostri problemi. Ma non abbiamo ancora sviluppato nessuna capacità di risolverli.
Passiamo da uno scandalo all'altro, e sono tutti gravi: la cocaina, il malaffare nel calcio, la camorra, il bullismo, l’anoressia. A volte arrestiamo anche i protagonisti. Qualche vittima sacrificale ogni tanto: Luciano Moggi, gli studenti di Torino. E qualcun altro che se la cava con un quarto d’ora di ignominia: la Gregoraci, Kate Moss. Però i problema li vediamo. Non siamo come gli struzzi, noi. Ci andiamo a sbattere in piena consapevolezza.
Parliamo anche di anoressia in tv! con Bruno Vespa e tre stilisti che garantiscono che la moda non c’entra per niente (“è un problema psicologico”). Gente che spesso in Italia si rifiuta di commerciare la taglia Quarantasei. Persone con nomi e cognomi su capi che non produciamo più, ma che vendono a peso d’oro. Alle nostre bambine. Li vediamo, li conosciamo, sappiamo l’entità del danno che ci arrecano, ma non riusciamo a fermarli. Del resto sono la nostra gloria, il Made in Italy.
Siamo cresciuti male, sarà questo. Da una parte la tv ci ha insegnato a cercare tutto il piacere nel nostro corpo: gonfiarlo, asciugarlo, trasformarlo nel nostro bambolotto di caucciù preferito. Dall’altra parte il Papa ci sconsigliava l’uso dell’unico pezzo di caucciù che ci avrebbe permesso di scoprire un po’ di piacere (protetto) in qualcun altro. Per fortuna le cose cambiano. O no? La tv si parla addosso, ma non cambia mai. Ormai fa quasi prima a cambiare idea il Papa. E ho detto tutto.http://leonardo.blogspot.com/
Specchio delle mie trame
di Marco Travaglio
L’idea di combattere la mafia con Vito e Pomicino, condannati per corruzione, ha destato un certo scandalo nell’opinione pubblica. Ma non ha minimamente turbato il neopresidente della commissione Antimafia Francesco Forgione. Il quale anzi, in un’intervista al Corriere, difende l’illustre consesso così ben composto. E se la prende pure con i pochissimi che hanno osato sollevare obiezioni, tra i quali Nando Dalla Chiesa sull’«Unità», accusandoli di spargere «veleni» per «delegittimare l’istituzione» e tirando addirittura in ballo gli attacchi a Falcone e Borsellino. Chi ha conosciuto Forgione fino a 8 mesi fa, quando all’assemblea siciliana chiedeva le dimissioni del governatore Cuffaro «soltanto» indagato e poi «soltanto» rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia, non può non ipotizzare un caso di omonimia, o di amnesia, o di possessione.
1. «Nella scorsa legislatura -dice Forgione- Dalla Chiesa fu parte di un’Antimafia in cui tre membri avevano vicende giudiziarie in corso o già risolte, eppure non ricordo di aver sentito sollevare questo argomento». Ma intanto la precedente Antimafia non ospitava alcun pregiudicato: questa ne ha due. Dalla Chiesa era uno dei tanti membri della commissione, non il presidente. E, soprattutto, l’altra volta la maggioranza e la presidenza erano della Cdl: ora sono dell’Unione, i cui elettori forse si attendevano qualcosa di diverso sulla questione morale, o penale. O no?
2. «Il Parlamento è lo specchio del Paese«. Una vecchia solfa che poteva reggere quando i parlamentari li eleggevano gli elettori. Stavolta - complice il “porcellum” di Calderoli, biecamente sfruttato anche dai partiti dell’Unione con le liste bloccate senza primarie sui candidati - i parlamentari li hanno nominati dieci segretari riuniti a Roma. Il problema non sono più gli elettori che votano condannati e inquisiti: sono i partiti che li candidano nei posti sicuri. Forgione sostiene che Rifondazione non l’ha fatto. Ma non è vero: a parte Francesco Caruso, c’è Daniele Farina, condannato per fabbricazione e porto abusivo di esplosivi, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni gravi, nominato addirittura vicepresidente della commissione Giustizia. L’uomo giusto al posto giusto. E poi dove sta scritto che il Parlamento dev’essere lo specchio del paese, con i delegati delle categorie criminali? Siccome abbiamo molti spacciatori, rapinatori e pedofili, si prevederà una quota di rappresentanza anche per costoro?
3. Forgione è angosciato dal «clima pericoloso che si respira in vari settori dell’informazione e dei cosiddetti movimenti, per cui destra e sinistra sono uguali, la politica è tutto scambio e inciucio». Giusto. Se però evitasse di giustificare chi manda in Antimafia pregiudicati per corruzione, aiuterebbe a smentire quelle orrende dicerie. Perché, se dice che «è sempre stato così anche in passato», qualcuno si domanderà che senso abbia andare a votare per un futuro migliore. Chi voleva conservare il passato il 9-10 aprile ha votato Berlusconi o è rimasto a casa.
4. «Dopo che un candidato è stato eletto al Parlamento, non si possono mettere confini alla sua attività. Gli unici sono quelli posti dalla Costituzione». Oh bella: e allora perché Forgione chiedeva le dimissioni di Cuffaro, visto che nessuna legge o articolo della Costituzione impone agli inquisiti e agli imputati di dimettersi? «Per ragioni politiche», risponde. Perfetto: e allora perché le stesse ragioni politiche non valgono per Pomicino e Vito? Angela Napoli (An) e Orazio Licandro (Pdci) avevano proposto di escludere imputati e condannati dall’Antimafia: perché tutti gli altri, Forgione incluso, hanno votato contro? Qualcuno dirà: anche se glielo si chiede, Vito e Pomicino non si dimettono. Già. Ma, se non gradisce la compagnia, potrebbe sempre dimettersi il presidente. Non gliel’ha mica prescritto il medico, di presiedere «questa» Antimafia. Paolo Sylos Labini, quand’era consulente del ministero del Bilancio, si vide arrivare come sottosegretario Salvo Lima. Protestò subito: “O Lima o io”. Andreotti rispose: «Lima non si tocca». E Sylos Labini se ne andò, su due piedi. Era il 1974. Altri tempi. Altri uomini.
www.unita.it
Beirut rivive la rivoluzione dei cedri
Il 14 marzo trasforma i funerali di Gemayel in atto di forza contro la Siria e l'opposizione
Scritto per noi da Erminia Calabrese
La folla di manifestanti che ha accompagnato oggi la salma di Pierre Gemayel, ministro dell’Industria ucciso martedì scorso, verso la chiesa maronita di S. George, nella down town beirutina, ha fatto rivivere con i colori, il clima di festa, le canzoni e gli slogan la rivoluzione dei cedri del 2005.
Sotto una marea di bandiere bianche e rosse una folla imponente si è riversata in una down town dal perimetro fortemente presidiato dall’esercito nazionale libanese, con carri armati e mezzi militari. Ingenti misure di sicurezza già da ieri sono state prese in tutta la città e soprattutto nei quartieri cristiani. I funerali di Pierre Gemayel, membro di una delle famiglie maronite più potenti in Libano, sono stati trasformati dalle forze del 14 marzo (Hariri, Joumblatt e Geagea), in cui i Kataeb (falangisti) di Gemayel si riconoscono, in una vera e propria manifestazione contro la Siria, il presidente libanese Lahoud, e l’opposizione al governo (Hezbollah, Amal e Aoun). Esattamente come ai tempi della Primavera di Beirut. Nel corso della mattinata, ritratti di Lahoud, Assad e Ahmadinejad sono stati bruciati, mentre la folla ha scandito e urlato slogan fortemente antisiriani : “Fate uscire l’agente di Bashar da Baabda”. “Non vogliamo le armi dell’esercito”. “Nasrallah vieni a vedere chi è la maggioranza”.
Beirut oggi è ferma. Scuole, negozi e uffici sono rimasti chiusi. Lutto nazionale fino a domenica, mentre sit-in avranno luogo nel cuore della capitale. Numerosi blocchi di polizia sono stati installati lungo le strade. In realtà l’uccisione di Pierre Gemayel ha riportato alla luce vecchi dissapori intercristiani: da una parte i falangisti e dall’altra gli shebeb (i ragazzi) di Aoun. Prima dell’uccisione di Pierre Gemayel, il paese dei cedri già viveva una crisi politica, acuita dalle dimissioni di sei ministri: cinque di Hezbollah e un cristiano ortodosso. Il governo Siniora, a detta di molti, appare incostituzionale, in quanto appoggiato solo dalla coalizione sunnita, drusa e cristiana, cosiddetta del “14 marzo”, e secondo gli Accordi di Taef del 1989 (che posero fine alla guerra civile) le decisioni del governo sono valide con la maggioranza dei due terzi dei suoi membri. Attualmente al governo Siniora, dei 24 membri ne restano solo 17, che non costituiscono i due terzi.
Questo nuovo assassinio ha messo in difficoltà l’opposizione, che si preparava a una mobilitazione per chiedere un governo di unità nazionale o nuove elezioni. “Quella che avevamo organizzato per oggi sarebbe stata una vera e propria mobilitazione pacifica per poter chiedere un governo di unità nazionale -racconta Hassan, un giovane di vent’anni - ma l’assassinio di Gemayel ha dato tempo al governo Siniora”. Molti sono i leader del 14 marzo ad accusare apertamente la Siria ma c’è anche chi, soprattutto tra i giovani, ha qualche dubbio, come Joseph, 25 anni: “E’ vero, per quanto riguarda gli altri omicidi avvenuti dopo la morte di Hariri sono convinto che sia stata la Siria, ma questa volta non lo so davvero. Non escluderei nessuna possibilità, vista la crisi in cui versa il governo Siniora”. Si aggiunge la voce di Elie, 26 anni: “E’ vero, io oggi sono qui per Gemayel, ma anche per mostrare che il Libano vuole la sua vera indipendenza. Non so chi ha potuto commettere questo assassinio, anche se qui tutti accusano la Siria”. Dopo le esequie, non sono mancati piccoli scontri tra fazioni sunnite e sciite nella capitale. Guardando da Piazza dei Martiri all’orizzonte, si profila una trama politica difficile da sbrogliare.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6787
OLTRE ALLA GUERRA, ALLUVIONI E FRANE: MIGLIAIA DI SFOLLATI
Gli sfollati delle alluvioni vanno a sommarsi alle migliaia di sfollati della guerra: quasi 3000 famiglie, circa 18.000 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in seguito alle alluvioni iniziate lo scorso 25 ottobre e continuate sino ai primi del mese, che hanno tra l’altro ucciso almeno 20 persone ferendone dozzine. Secondo la Croce rossa irachena (Ircs), si tratta di poveri agricoltori che vivevano sugli strapiombi delle montagne della regione autonoma del Kurdistan in case di fango o legna che sono state travolte facilmente dalle forti piogge, dai temporali e dalle frane delle scorse settimane. “Ponti, case e scuole sono state abbattute; stazioni idroelettriche sono state distrutte; il bestiame è stato decimato; migliaia di alberi da frutto sono stati spazzati via e i terreni agricoli sono stati resi inservibili” si legge ancora in un comunicato dell’Icrs, mentre Hans Peter Gaiss, coordinatore degli aiuti umanitari dell’Icrs, evidenzia che “si tratta di una situazione disperata per quanti hanno perso tutti i loro mezzi basilari di sopravvivenza” e che servirà molto tempo prima che gli sfollati possano “tornare a una vita normale”. I residenti locali, dal canto loro, rimproverano i governi centrale e regionale. “Li abbiamo avvertiti parecchie volte che eravamo vulnerabili nelle nostre abitazioni e avevamo chiesto un intervento urgente, ma hanno sempre fatto orecchie da mercante alle nostre richieste” dice Haji Kemeran Ali, un agricoltore sessantenne che ha perso la sua casa e tutto il suo bestiame. http://www.misna.org/
Violenza alle donne : manifestazioni in parlamento e in Europa
di Elisa Mabrito
Si e' aperta oggi, nella Sala della Lupa a Montecitorio, la 'Giornata parlamentare contro la violenza alle donne'. Nel suo messaggio di saluto, il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha parlato del "contributo del Parlamento italiano alla Campagna per combattere la violenza contro le donne, promossa dal Consiglio d’Europa e che ha visto quest’anno l’azione convergente di numerosi parlamenti europei".
Bertinotti ha sottolineato che "per un certo periodo si è teso a valutare il fenomeno della violenza sulle donne come un problema principalmente legato a determinate dinamiche antropologiche e a condizioni culturali e sociali di arretratezza nel pianeta" ma la presente realta' rivela invece come la violenza di genere riguardi da vicino "anche i Paesi e le realtà più sviluppate. Questa intollerabile violenza costituisce una realtà diffusa, che riguarda le donne di ogni livello sociale e culturale, una realtà che si riproduce in forme sia antiche che inedite".
Il presidente della Camera ha ricordato i dati degli studi condotti in ambito comunitario: in Europa la violenza subìta rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di eta' compresa tra i 16 e i 50 anni e si presenta soprattutto all’interno delle mura domestiche, per cui spesso non viene denunciato.
Secondo Bertinotti, "la violenza di genere trova le sue radici in una condizione di minorità e subalternità imposta alle donne... la pervasività di alcune forme patriarcali ... che alimentano stereotipi che impediscono la piena realizzazione della parità tra i generi", mentre "i recenti casi di abusi sulle donne, compiuti da ragazzi minorenni, ci impongono con urgenza una riflessione sul tema della crescente disposizione alla violenza che si sta evidenziando tra le giovani generazioni, in particolare nei confronti dei soggetti più deboli ed indifesi".
Per Bertinotti e' necessario "intervenire fin dalla scuola, nelle famiglie, in tutti i luoghi della formazione civile e sociale dei ragazzi per prevenire inciviltà e degrado, per costruire nei giovani il rispetto ed il riconoscimento della diversità, il rifiuto dell’intolleranza e della prevaricazione fisica, il controllo dell’emotività, superando lo squilibrio relazionale tra uomini e donne e i pregiudizi che alimentano discriminazioni e prevaricazioni a danno di queste ultime".
Il presidente della Camera ha concluso il suo intervento ribadendo le parole del segretario generale dell'ONU Kofi Annan: "La violenza contro le donne e' forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, né cultura, o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace".
I lavori della giornata odierna saranno articolati in quattro sessioni alle quali parteciperanno parlamentari ed esperti italiani e stranieri. La prima, “Informativa sulle indagini italiane ed europee” sarà coordinata da Erminia Mazzoni, componente del Comitato per le Pari Opportunità. Seguirà la Tavola Rotonda sulla “Violenza di genere in Italia e in Europa” coordinata da Franca Bimbi, Presidente della XIV Commissione della Camera. La terza sessione “Azioni di contrasto nel quadro europeo” sarà coordinata da Giorgia Meloni, Vicepresidente della Camera, mentre la quarta, “Pratiche delle donne e politiche locali”, sarà coordinata da Valentina Aprea, Segretario di Presidenza della Camera, e Sesa Amici, componente del Comitato per le Pari Opportunità. Nel primo pomeriggio e' previsto l’intervento del Ministro per i Diritti e le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini.
Manifestazioni analoghe a quella di oggi si svolgeranno in questi giorni nei quarantasei paesi aderenti al Consiglio d'Europa, che l'ha promossa. Una grande campagna del Consiglio sara' poi lanciata il 27 novembre a Madrid presso il senato spagnolo alla presenza del primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, e dai massimi rappresentnti del Consiglio d'Europa. In Spagna il problema e' infatti molto sentito ed all'inizio della presente legislatura sono state varate norme specifiche sulla violenza domestica.
Il lancio della campagna europea avverra' durante un congresso che riunisce circa 300 esperti, politici e associazioni europee impegnate contro la violenza domestica contro le donne e mettera' a fuoco tre temi: supporto e protezione delle vittime, misure politiche e legali per combattere la violenza ed il cambiamento dell'atteggiamento nei confronti della violenza.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 23 2006
Andreatta: "Basta con le ipocrisie
i partiti vanno sciolti"
la Repubblica,
SPECIALE PARTITO DEMOCRATICO // BOLOGNA - No «a una transizione che rischia di diventare la normalità». Niente «ipocrisie». «Scioglimento automatico» della Margherita. Per stimolare i Ds «a fare altrettanto». Filippo Andreatta va all´attacco. Nella Margherita è fra i firmatari-promotori della mozione di Arturo Parisi. Quella dei super-ulivisti, di cui Andreatta è una delle teste d´uovo. Docente di politica internazionale all´Università di Bologna, cattedra nella sede di Forlì dedicata a Roberto Ruffilli, il politologo assassinato dalle Br e grande amico di suo padre Nino, è uno dei pochi ulivisti a essere entrato (2003) nella Margherita direttamente dal Ppi, senza passare per il prodiano Asinello. Ora siede nell´Assemblea federale, anche se si è defilato per occuparsi del progetto del Partito democratico. Ha fondato a Bologna - insieme a Massimo Bergami, Maurizio Sobrero e Salvatore Vassallo - Ulibo, l´"università dell´Ulivo". Prodi l´ha nominato coordinatore per la formazione del futuro partito.
Rutelli e altri vi accusano di minare una possibilità unitaria: la mozione della maggioranza non è già abbastanza a favore del Pd?
«Quello che temo è l´ipocrisia. Al seminario di Orvieto la linea che è emersa era ottima: partito unitario e non federazione, partito aperto con il principio una testa-un voto. Poi le minoranze si sono mobilitate, le leadership sono diventate ossessionate dall´unanimismo, il ceto politico tradizionale ha rialzato la testa».
Non può chiedergli di suicidarsi.
«Nessuno lo chiede, lo vuole. Il problema è che ora più o meno esplicitamente si parla di una "fase transitoria" di tipo confederale tra Ds e Margherita. Transizione che rischia di diventare la normalità. Se si blindano i partiti prima dello scioglimento, non si può che ottenere un risultato parziale. La clausola di scioglimento automatico prevista nella mozione Parisi garantisce che la Margherita vada fino in fondo senza tentennamenti, e stimola i Ds a fare altrettanto».
Ma perché una federazione non le andrebbe bene?
«Primo, le nomenclature dei due partiti si legittimerebbero a vicenda. Senza cercare nuove legittimazioni dal basso e dagli elettori. Si farebbe un partito delle tessere e non delle primarie. Secondo, si bloccherebbero quelle contaminazioni trasversali che sono una delle ragioni per fare il Pd. Perché Letta e Bersani, Bordon e Morando, Salvati e Cacciari dovrebbero essere costretti a stare divisi invece di fare politica insieme? Terzo, si chiuderebbero le porte a chi non entrasse nel nuovo soggetto tramite i vecchi partiti. E questo sarebbe un peccato e un pericolo».
Non le pare di esagerare?
«Parlo di pericolo perché il nuovo partito sarebbe bloccato da bizantinismi interni per poter funzionare con due teste. E non funzionerebbe quindi come motore della coalizione. Abbiamo bisogno di un partito unitario e vero, non di una federazione assorbita da giochi interni. E sarebbe un pericolo perché senza coinvolgere con pari dignità gli elettori degli altri partiti di centrosinistra, le associazioni e i movimenti, non scalderebbe cuori e menti dell´opinione pubblica».
Chi ha ucciso la democrazia?
Andrea Scarchilli
Politica Presentato il film - inchiesta di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani. La tesi: brogli nelle ultime elezioni a favore della Casa della Libertà. Tanti i punti oscuri, dal crollo delle schede bianche alla strana gestione telematica
E' stato presentato "Uccidete la democrazia", il documentario realizzato da Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani sulle ultime elezioni politiche. La proiezione, patrocinata dall'associazione "Articolo 21", è avvenuta al "Capranichetta" di piazza Montecitorio. Sarà in edicola il 24 novembre, la seconda parte è prevista per febbraio. La tesi dell'inchiesta, già largamente anticipata via mass media, è che le elezioni dell'aprile 2006 siano state truccate e che dei brogli abbia beneficiato la coalizione di centrodestra, alla fine uscita perdente per poche migliaia di voti.
Il documentario è costruito in tre tappe: la ricostruzione, attraverso le dichiarazioni dei politici e di spezzoni radiotelevisivi, della concitata notte post - elezioni, quella in cui si dovette attendere tarda notte per conoscere l'esito del voto; gli aspetti oscuri, in primo luogo il crollo della percentuale delle schede bianche rispetto alle elezioni politiche di cinque anni fa e gli incredibili errori degli exit - poll; la tesi, suffragata dalle opinioni di un esperto americano.
Il filmato è ben realizzato, frizzante con l'alternanza di documenti "vivi", parti animate e due attori per esplicitarne le conclusioni. Forse solo un pochino fiacco nella parte centrale ma certo inquietante. Se ne sono resi conto gli autori che hanno scelto per l'apertura la frase: "Questo film rompe un tabù. Il tabù dice che siamo tutti uguali, così i nostri voti".
Il dato incredibile, messo in luce da "Uccidete la democrazia", è quello relativo alle schede bianche. Rispetto al 2001 i votanti sono diminuiti, eppure le schede bianche, che sarebbero dovute aumentare con l'astensione, hanno subito un crollo mai visto: da un milione e settecentomila sono passate a mezzo milione. Non solo: i dati, analizzati provincia per provincia, rivelano che le percentuali di schede bianche sono praticamente, ovunque, identiche: dallo 0,8 al 2 per cento, quando negli anni passati erano comprese in una forbice ben più ampia, tra il 4 e oltre il 10 per cento. Non quadra nemmeno l'andamento dei consensi, mostrato attraverso una ricostruzione grafica del ministero dell'Interno: nelle prime ore del conteggio l'Unione appariva saldamente in vantaggio, con il passare delle ore le coalizioni si sono avvicinate, fino al quasi pareggio finale: due linee convergenti. Non si spiega, i dati provenivano, uniformemente, da tutta Italia.
Perché poi, a una settimana dal voto, il ministro dell'Interno Pisanu sostituì dodici prefetti, ufficiali di collegamento tra sezioni e ministero (sede di raccolta dati), tra cui quello di Caserta, dove, in piena notte di conteggio, si interruppe per due ore il flusso? Perché, invece di rimanere al Viminale, dopo la mezzanotte Pisanu si recò a Palazzo Grazioli da Berlusconi? E poi c'è quel libro, "Il Broglio" (autore anonimo), un "Instant book" uscito poco dopo le elezioni, dove si racconta di un golpe fantapolitico. Ma i dati sono quelli veri, quelli nostrani.
E c'è soprattutto a fine film questo programmatore americano a cui, nel 2001 in Florida, i repubblicani commissionarono un software, dissero, per prevenirsi contro brogli democratici. Ma lui sostiene che lo stesso programma venne usato per truccare le elezioni, quelle che consegnarono a Bush il primo dei due mandati. Mostra a Deaglio il funzionamento del programma, spiega che è facilissimo, bastano quattro o cinque persone, e un clic per spostare i voti senza proprietario - le schede bianche - a una coalizione scelta in anticipo. Basta non trascurare una sola cosa, lui la dice sorridendo: "maths", la matematica. Ovvero, far quadrare i conti, non muovere più voti del totale delle schede bianche. Non cambia il fatto che da noi il voto è cartaceo (anche se nelle ultime elezioni c'è stato qualche esperimento elettronico), perché la trasmissione è telematica. Ed è in quella fase che si può procedere alla manipolazione, chi riceve può impostare e "gestire" il flusso delle bianche. Il software, del resto, l'abbiamo preso in America, la società si chiama "Axenture". Vicina ai repubblicani.
Rimane una domanda: perché, allora, Berlusconi non ce l'ha fatta, anzi, è stato lui a partire con la litania dei brogli? Il filmato chiama in causa il ministro Mirko Tremaglia e le sue liste all'estero che, inaspettatamente, persero quattro a uno. Viene pure inquadrato lo striscione esibito in una manifestazione, "Tremaglia santo subito" con la falce e il martello disegnati sotto. Rimangono alla fine, le frasi della "Gola Profonda", del personaggio che interpreta la fonte principale dell'inchiesta. L'uomo era presente a Palazzo Grazioli nella notte delle tensioni, fu testimone dell'ira di Berlusconi, delle pressioni a cui venne sottoposto Pisanu che "capì che Berlusconi si agitava come un gatto. Ma ormai era un gatto morto". Si chiude tutto con un applauso, lungo ma amaro, come la paura agitata dal documentario: e se, a pensarci bene, si fosse vinto solo perché qualcuno ha sbagliato i conti? http://www.aprileonline.info/763/chi-ha-ucciso-la-democrazia
La ricetta antitraffico di Londra
Luigi Meda ha scritto a Corsera: Sono reduce dall'ennesimo viaggio a Londra. Quando torno nella mia città, Milano, mi rendo inevitabilmente conto di quanto sia diversa, nel bene e nel male, da una città così caotica, assordante ma nello stesso tempo affascinante. Le differenze sono molteplici, ma la cosa inevitabile che le accomuna sono l'incalcolabile numero di autoveicoli che circolano e che inevitabilmente parcheggiano. A questo problema gli inglesi hanno trovato una semplice ed antica soluzione: disciplina e rigore.
Non ho mai visto una macchina in seconda fila, un'auto parcheggiata su un marciapiede, una vettura sul passaggio dei disabili, un veicolo con gli stop accesi fuori da un negozio.
Tutte regolarmente parcheggiate nei posti consentiti. Nessuno può sottrarsi al rispetto dei divieti. I parchimetri, sicuramente costosi, non consentono di prorogare anche di un solo minuto la sosta. I vigili sorvegliano come faine. Solo così il traffico scorre e non si creano disagi, code inutili, intasamenti. Insomma, a Londra i vigili sono ovunque, in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora. Qualcuno ricorda la settimana della moda a Milano?http://www.onemoreblog.org/archives/013520.html
«Morto un Pym (Fortuyn) se ne fa un altro». Ma l'Olanda non abbocca
È aspra la lotta a destra per raccogliere l’eredità del populista assassinato. Ma l’elettorato è scettico.
Geert Wilders cerca di colmare il vuoto a destra(Foto ANS-online/ Flickr) C’era una volta in Olanda una classe politica noiosa ma credibile. Quei tempi sono ormai lontani. Le improvvise elezioni di questo mese fanno seguito alla seconda caduta del governo in quattro anni di completo caos politico. Dimissioni amare, inciuci, minacce di morte e perfino omicidi politici hanno intaccato l’esemplare reputazione di questo Paese. Ora arrivano i risultati dei primi sondaggi elettorali e sembra che l’elettorato sia intenzionato a ripristinare parte di quella stabilità ormai perduta da tempo, voltando le spalle ad una destra rissosa.
Uno scossone all’establishment
Tutto ha avuto inizio con la spettacolare ascesa di Pym Fortuyn durante la corsa alle elezioni parlamentari del 2002. Populista non convenzionale, Fortuyn metteva pubblicamente in dubbio il multiculturalismo ed esprimeva feroci critiche contro l’Islam, argomento restato tabù a lungo nel paese dei tulipani. Il suo assassinio, per mano di un attivista per i diritti degli animali alla vigilia delle elezioni, ha contribuito a proiettare il suo partito di “dilettanti” al secondo posto, con una quota smisurata di 26 seggi.
Ma senza il suo leader carismatico, la Lista Pym Fortuyn, ha ben presto iniziato a disgregarsi, causando la caduta del governo nel giro di sei mesi. Il partito ha continuato ad esistere pur smarrendo credibilità e vigore. Gli ultimi sondaggi non gli attribuiscono nemmeno un seggio.
E spuntò anche un Partito dei pedofili
In realtà molte correnti scissioniste di recente formazione sono in competizione per riempire questo vuoto politico della destra. Fra queste ci sono il Partito per la Libertà, guidato dall’ex parlamentare liberale Geert Wilders, Olanda Una, capeggiato dall’ex parlamentare del Lpf Joost Eerdmans insieme al consigliere di Rotterdam Vivibile Marco Pastors, ed il Partito per l’Olanda, il cui leader è l’ex-ministro del Lpf Hilbrand Nawijn. Questi sono affiancati da partiti dai nomi quali Nuova Destra, Olanda Nostra e Forza Olanda!. Tutti concorrono per lo stesso voto post-Fortuyn.
A Fortuyn viene ora riconosciuto non solo il merito di aver infranto il tabù delle delicate questioni sull’immigrazione. Si tratta anche di aver scalzato un’elite politica granitica ed autoreferenziale. La facilità con cui si è imposto sul palcoscenico della politica, però, ha ricordato al Paese le possibilità di cambiamento che offre il suo sistema democratico. E ha spinto tanti a rimboccarsi le maniche.
Nei primi giorni di settembre il consiglio elettorale ha annunciato di aver ricevuto non meno di 74 registrazioni di partiti (delle quali solo 24 soddisfacevano effettivamente i criteri di partecipazione), contro le 45 delle ultime due elezioni. Particolarmente rappresentativi di questo gruppo sono il Partito per gli Animali, il Partito dei Fumatori, il Partito per i Giovani e il Partito contro la Sovrappopolazione. Fra gli altri nomi curiosi ricordiamo “Tutti per uno”, “Non votare”, “XyZyX AncheXte” oppure il “Pnvd”, meglio noto come il “partito dei pedofili”, la cui legalizzazione, avvenuta all’inizio di quest’anno, ha scatenato un’ondata di indignazione in patria come all’estero.
Non ci sono più Fortuyn
Probabilmente però non assisteremo ad un’acrobazia politica simile a quella compiuta da Fortuyn quattro anni fa. Un politico carismatico come lui deve ancora nascere, e nessuno è riuscito a persuadere i rissosi partiti politici individuali ad unire le proprie forze. I partiti più consolidati sembrano inoltre aver imparato la lezione: hanno tutti inasprito le loro posizioni sull’immigrazione, esautorando il monopolio populista. Si è discusso così tanto su questo argomento che ora si può quasi avvertire un sentimento di esasperazione verso l’immigrazione. E a differenza delle ultime due elezioni, quest’anno l’agenda politica è dominata da più pressanti problemi economici.
Gli olandesi, però, sembrano stufi soprattutto di quella politica “amatoriale” incarnata dalla sconfitta della Lista Pym Fortuyn. Una tendenza, questa, che sembra essere confermata dai sondaggi. E così, anche se gli eredi politici di Fortuyn sostengono di avere ormai in pugno numerosi seggi, in realtà ne dovranno spartire ben pochi, mentre la maggior parte di loro non dovrebbe sperare nemmeno in un singolo seggio. Ma l’elettorato non castigherà soltanto la Lista Pym Fortuyn o i suoi emulatori: il Partito Liberale sembra rimanere fermo sotto la media dei suoi voti, in parte a causa delle aspre lotte intestine per la leadership. Ciò che sorprende di più, tuttavia, è assistere all’effettivo annientamento dei Liberali Sociali del D66, considerati da tutti i veri responsabili della recente caduta del governo.
E infatti l’elettorato sta svoltando a sinistra. Perché è proprio qui che si aspetta di trovare la stabilità politicoeconomica che cercano. Le elezioni locali tenutesi lo scorso marzo potrebbero dimostrarsi profetiche: in quell’occasione il Partito Laburista ha stravinto con un largo margine, battendo i Cristiano-Democratici ed i Liberali, i due partiti maggioritari degli ultimi due governi (nonostante i sondaggi indichino che i Democratici Cristiani sono leggermente favoriti). Dati per attendibili i sondaggi, il Partito Socialista sembrerebbe raccogliere i frutti del caos della destra. Tradizionalmente all’opposizione, per la prima volta si aspettano di salire al governo. E fra l’altro hanno già apportato lievi cambiamenti al logo del partito, che per tradizione raffigurava un pomodoro sospeso a mezz’aria.
Philip Ebels - London -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8931
NON GUARDATE INDIETRO
DI WILLIAM BLUM
Killing Hope
Il tintinnar dello sciovinismo
“In realtà chi pone il maggiore pericolo alla pace mondiale: l’Iraq, la Corea del Nord o gli Stati Uniti?” chiese la rivista Time in un sondaggio online all’inizio del 2003, poco prima dell’invasione USA dell’Iraq. I risultati finali furono: Corea del Nord 6,7%, Iraq 6,3%, Stati Uniti 86,9%; totale dei voti, 706.842.[1]
Immaginate che dopo il recente test sotterraneo della Corea del Nord né gli Stati Uniti né alcun altro governo avesse strillato che stava cascando il mondo. Che nessuna minaccia alla pace mondiale fosse stata dichiarata dalla Casa Bianca o da qualsiasi altra casa. Così non sarebbe stata questa l’apertura di qualsiasi giornale radio o TV, né la notizia sarebbe stata sulla prima pagina di ogni quotidiano. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non l’avrebbe condannato all’unanimità. Né la NATO. “Che dovremmo fare con lui?” non sarebbe stato per tutto il giorno il lamentoso titolo di America Online, accanto a una foto del leader nordcoreano Kim Jong-il.
Chi avrebbe saputo dell’esplosione, anche se non fosse stata minuscola? A chi sarebbe importato? Ma dato che tutto questo cavalcare la paura in realtà ha avuto luogo, www.vote.com ha potuto porre la domanda – “La minaccia nucleare della Corea del Nord: è il momento di un blocco economico internazionale per farla fermare?” – e calcolare quindi un voto “sì” del 93%. In realtà non ci vuole troppo per convincere i cuori e le menti (quando queste non ci sono). Il guru mediatico Ben Bagdikian una volta scrisse: “Anche se per i media è impossibile dire alla popolazione cosa pensare, sono loro che dicono al pubblico su cosa pensare".
Così in un qualche momento in futuro, il mondo potrebbe, o non potrebbe, avere nove stati in possesso di armi nucleari invece di otto. E allora? Conoscete tutti i terrificanti avvertimenti che gli Stati Uniti pubblicarono su un’Unione Sovietica dotata di armi nucleari? Su una Cina dotata di armi nucleari? E i non-avvertimenti su un Israele dotato di armi nucleari? Non ci sono stati avvertimenti allarmistici o minacce contro l’alleato Pakistan per l’aiuto dato alcuni anni fa alla Corea del Nord per lo sviluppo di armi nucleari, e quest’anno Washington si è affaccendata ad aumentare l’arsenale nucleare indiano, eventi a cui il mondo ha prestato poca attenzione, poiché gli Stati Uniti non hanno montato una campagna per dire al mondo di preoccuparsi. Ancora c’è un solo paese che ha usato armi nucleari su un altro popolo, ma su di lui non riceviamo messe in guardia.
Nel 2005 il segretario alla guerra Rumsfeld, commentando le grandi spese militari cinesi, ha detto: “Dato che nessuna nazione minaccia la Cina, uno si chiede: perché questi crescenti investimenti?”[2] L’anno seguente, quando gli è stato chiesto se credesse all’affermazione del Venezuela che il suo grosso accumulo di armi fosse strettamente difensivo, Rumsfeld ha risposto: “Non conosco nessuno che minacci il Venezuela – nessuno in questo emisfero.” [3] Presumibilmente, l’onorevole segretario, se gli fosse chiesto, direbbe che nessuno minaccia neanche la Corea del Nord. O l’Iran. O la Siria. O Cuba. Potrebbe perfino crederci. A cominciare con l’Unione Sovietica, tuttavia, man mano che un paese dopo l’altro entrava nel club nucleare, la capacità di Washington di minacciarli o costringerli diminuiva, che è naturalmente la ragione principale della Corea del Nord per cercare di diventare una potenza nucleare; o quella dell’Iran, se seguirà questa strada.
Indubbiamente ci sono alcuni nell’amministrazione Bush che non sono scontenti per il test nordcoreano. Una Corea del Nord nucleare con un leader “pazzo” serve come giustificazione logica per politiche che la Casa Bianca sta perseguendo comunque, come sistemi antimissile, basi militari su tutta la Terra, spese militari sempre più elevate, e tutte le altre belle cose di cui un impero che si rispetti intento alla dominazione del mondo ha bisogno. E naturalmente delle importanti elezioni sono imminenti, e fare i duri sul serio con dei comunisti matti vende sempre bene.
Mi è sfuggito qualcosa o c’è una legge internazionale che proibisca solo alla Corea del Nord di sperimentare armi nucleari? E qual è mai il pericolo? La Corea del Nord, anche se avesse armi nucleari e sistemi per lanciarle, e non c’è prova che ne abbia, naturalmente non minaccia di attaccarci nessuno. Come l’Iraq sotto Saddam Hussein, la Corea del Nord non è suicida.
E giusto per la storia, contrariamente a quanto ci è stato detto un milione di volte, non c’è prova oggettiva che la Corea del Nord quel famoso giorno del 25 giugno 1950 abbia invaso la Corea del Sud. Le accuse vennero solo dai governi sudcoreano e americano, nessuno dei quali fu testimone dell’evento, e nessuno dei due con la minima quantità di imparzialità credibile. No, gli osservatori delle Nazioni Unite non osservarono l’invasione. Cosa ancora più importante, in realtà non importa molto quale parte fosse stata la prima a sparare o a passare il confine quel giorno, dato che qualsiasi cosa sia successa fu solo l’ultimo incidente in una guerra già in corso da diversi anni.[4]
Operazione perché possiamo
Il capitano Ahcab aveva la sua Moby Dick. L’ispettore Javert aveva il suo Jean Valjean. Gli Stati Uniti hanno il loro Fidel Castro. Washington ha anche il suo Daniel Ortega. Da 27 anni la nazione più potente al mondo ha trovato impossibile condividere l’emisfero occidentale con uno dei suoi vicini più poveri e deboli, il Nicaragua, se il suo leader non è innamorato del capitalismo.
Dal momento in cui nel 1979 i rivoluzionari sandinisti rovesciarono la dittatura di Somoza, appoggiata dagli USA, Washington si preoccupò dell’ascesa di quella belva a lungo temuta – “un’altra Cuba”. Fu guerra. Sul campo di battaglia e nelle cabine elettorali. Per quasi 10 anni l’esercito delegato dagli USA, i Contras, condusse un’insorgenza particolarmente brutale contro il governo sandinista e i suoi sostenitori. Nel 1984 Washington fece del suo meglio per sabotare le elezioni, ma non riuscì a impedire al leader sandinista Ortega di diventare presidente. E la guerra continuò. Nel 1990 la tattica elettorale di Washington fu martellare al popolo del Nicaragua questo messaggio semplice e chiaro: se rieleggete Ortega tutti gli orrori della guerra civile e dell’ostilità economica americana continueranno. Appena due mesi prima delle elezioni, nel dicembre 1989, gli Stati Uniti invasero Panama senza un’apparente ragione accettabile per il diritto internazionale, la moralità, o il senso comune (naturalmente gli Stati Uniti la chiamarono “operazione giusta causa”); una probabile ragione per farlo fu inviare al popolo del Nicaragua il chiaro messaggio che era questo che poteva aspettarsi, che se avesse rieletto i sandinisti la guerra USA/Contra sarebbe continuata e avrebbe avuto perfino un’escalation.
Funzionò; non si può sopravalutare la potenza della paura, dell’omicidio, dello stupro, e della tua casa che viene incendiata. Ortega perse, e il Nicaragua tornò al dominio del libero mercato, sforzandosi di azzerare i programmi economici e sociali progressisti che erano stati intrapresi dai sandinisti. Entro qualche anno una diffusa malnutrizione, un accesso all’educazione e alle cure sanitarie totalmente inadeguato e altri mali sociali ancora una volta erano diventati un diffuso fatto della vita quotidiana per il popolo del Nicaragua.
Da allora ciascuna elezione presidenziale ha visto il perenne candidato Ortega contro l’interferenza di Washington nel processo, in modi sfacciatamente evidenti. Si è premuto regolarmente su determinati partiti politici perché ritirassero i propri candidati in modo da evitare di dividere il voto conservatore contro i sandinisti. Ambasciatori americani e funzionari del Dipartimento di Stato in visita hanno fatto pubblicamente ed esplicitamente campagna per i candidati antisandinisti, minacciando ogni sorta di punizione economica e diplomatica se avesse vinto Ortega, comprese difficoltà con le esportazioni, con i visti, e con le vitali rimesse familiari dei nicaraguensi che vivono negli Stati Uniti. Nelle elezioni del 2001, poco dopo gli attacchi dell’11 settembre, i funzionari americani fecero del loro meglio per legare Ortega al terrorismo, pubblicando una pubblicità a tutta pagina nel principale quotidiano che dichiarava, fra altre cose, che: "Ortega ha un rapporto di oltre trent’anni con stati e individui che riparano e tollerano il terrorismo internazionale."[5] Quello stesso anno un analista esperto di Nicaragua della società di sondaggi internazionali Gallup fu spinto a dichiarare: “In tutta la mia vita non ho mai visto un ambasciatore in carica coinvolgersi pubblicamente nel processo elettorale di un paese sovrano, né ne ho mai sentito parlare" [6].
Inoltre il National Endowment for Democracy (NED) – al quale piacerebbe che il mondo creda si tratti di un’organizzazione privata non governativa, quando in realtà è una creazione e un’agenzia del governo USA – fornisce regolarmente grosse quantità di denaro e altri aiuti a organizzazioni che si oppongono ai sandinisti in Nicaragua. Anche l’International Republican Institute (IRI), da lungo tempo un’ala del NED, il cui presidente è il senatore dell’Arizona John McCain, è stato attivo in Nicaragua per creare il Movimiento por Nicaragua, che ha contribuito a organizzare marce contro i sandinisti. Un funzionario dell’IRI in Nicaragua, parlando a una delegazione americana in visita nel giugno di quest’anno, ha equiparato il rapporto fra il Nicaragua e gli Stati Uniti a quello di un figlio con il padre. “I figli non dovrebbero discutere con i loro genitori”, ha detto.
Avendo in mente le elezioni presidenziali del 2006 un alto funzionario americano ha scritto l’anno scorso su un giornale nicaraguense che se Ortega venisse eletto “il Nicaragua affonderebbe come una pietra”. In marzo è venuta in visita Jeanne Kirkpatrick, ambasciatore all’ONU degli USA sotto Reagan e uno dei principali sostenitori dei Contras. Ha incontrato membri di tutti i principali partiti opposti ai sandinisti e ha dichiarato la sua convinzione che la democrazia in Nicaragua “è in pericolo”, ma di essere sicura che la “dittatura sandinista” non sarebbe tornata al potere. Il mese successivo l’ambasciatore americano a Managua, Paul Trivelli, che parla apertamente della sua disapprovazione per Ortega e per il partito Sandinista, ha inviato una lettera ai candidati alla presidenza dei partiti conservatori offrendo aiuto tecnico e finanziario per unirli in vista delle elezioni generali del 5 novembre. L’ambasciatore ha asserito di rispondere a richieste di appoggio degli USA provenienti da “partiti democratici” nicaraguensi nella loro missione di impedire una vittoria di Daniel Ortega. La delegazione americana in visita ha riferito: “In una dichiarazione un po’ oscura Trivelli ha detto che se Ortega dovesse vincere, il concetto di governi che riconoscono governi non esisterebbe più e che comunque era un concetto del 19° secolo. I rapporti dipenderebbero da cosa realizzerebbe il suo governo.” Probabilmente uno dei timori dell’ambasciatore ha a che fare con i discorsi fatti da Ortega di una rinegoziazione del CAFTA, l’accordo commerciale fra USA e America centrale, tanto caro ai cuori dei globalisti aziendali.
Poi, in giugno, il vice segretario di Stato USA Robert Zoellick ha detto che era necessario che l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) inviasse “appena possibile” una missione di osservazione elettorale in Nicaragua in modo da “prevenire che i vecchi leader della corruzione e del comunismo tentino di restare al potere” (anche se dopo il 1990 i sandinisti non hanno occupato la presidenza, ma solo incarichi minori).
Il messaggio esplicito o implicito delle dichiarazioni americane relative al Nicaragua è spesso l’avvertimento che se i sandinisti torneranno al potere, l’orribile guerra, così fresca nella memoria dei nicaraguensi, tornerà. L’Independent di Londra ha riferito in settembre che in Nicaragua su “uno dei tabelloni pubblicitari di Ortega era stato scritto con la vernice spray ‘Non vogliamo un’altra guerra’. Voleva dire che se voti per Ortega stai votando per una possibile guerra con gli USA” [7].
In Nicaragua il reddito pro capite è di 900 dollari l’anno, il 70% circa della popolazione vive in povertà. Vale la pena di osservare che Nicaragua e Haiti sono le due nazioni dell’emisfero occidentale in cui gli Stati Uniti sono intervenuti di più, dal 19° secolo al 21°, compresi lunghi periodi di occupazione. E oggi sono i due più poveri dell’emisfero, miserevolmente.
Non guardate indietro
L’orrore da cartoni animati della politica estera dell’organizzazione criminale di Bush basta a far venire agli americani la nostalgia per quasi tutto quello che c’è stato prima. E mentre Bill Clinton si pavoneggia per il paese e per il mondo associandosi a “buone” cause, questo basta a destare struggimento in molte persone di sinistra che dovrebbero saperla più lunga. Così ecco un ricordino di cosa componeva la politica estera di Clinton. Tenetevelo stretto nel caso che Lady Macbeth si candidi nel 2008 e cerchi di sfruttare il curriculum del suo piacione.
Jugoslavia: gli Stati Uniti durante gli anni ’90 svolsero il ruolo principale nella distruzione di questa nazione, repubblica per repubblica, il cui punto più basso furono i 78 giorni consecutivi di terribile bombardamento della popolazione nel 1999. No, non fu un atto di “umanitarismo”. Fu imperialismo puro, globalizzazione aziendale, un liberarsi dell’”ultimo governo comunista in Europa”, tenere in vita la NATO dandole una funzione dopo la fine della guerra fredda.. Dietro la politica degli USA non c’era un problema morale. Il leader jugoslavo cacciato, Slobodan Milosevic, viene abitualmente definito “autoritario” (rispetto a chi? Ai bushevichi?), ma questo non c’entrò niente. Il grande esodo della popolazione del Kosovo risultò dal bombardamento, non dalla “pulizia etnica” serba; e mentre salvava i kosovari l’amministrazione Clinton stava provvedendo alla pulizia etnica turca dei curdi. La NATO ammise (sic), fra altri crimini di guerra, di aver preso ripetutamente come bersaglio dei civili [8].
Somalia: l’intervento del 1993 fu presentato come una missione per aiutare ad alimentare masse che morivano di fame. Ma presto gli USA cominciarono a schierarsi nella guerra civile fra clan e cercarono di riorganizzare la mappa politica del paese eliminando il signore della guerra dominante, Mohamed Aidid, e la sua base di potere. In molte occasioni gli elicotteri americani mitragliarono gruppi di sostenitori di Aidid o spararono missili contro di loro; dei missili vennero lanciati su un ospedale perché si credeva che le forze di Aidid vi si fossero rifugiate; e anche una casa privata, dove dei membri del movimento politico di Aidid stavano tenendo una riunione; infine, un tentativo delle forze americane di rapire due leader del clan di Aidid produsse una battaglia orrendamente sanguinosa. Solo quest’ultima azione costò la vita a più di mille somali, con molti altri feriti.
È discutibile che far arrivare da mangiare a gente affamata sia stato importante come il fatto che quattro giganti petroliferi americani detenevano diritti di esplorazione su grandi aree di territorio somalo e speravano che le truppe USA avrebbero posto termine al caos prevalente che minacciava i loro assai costosi investimenti [9].
Ecuador: nel 2000 i contadini indios oppressi si sollevarono ancora una volta contro le sofferenze inflitte dalle politiche globalizzatrici USA/FMI, come le privatizzazioni. Agli indios si unirono i sindacati e alcuni ufficiali militari dell’esercito e la loro coalizione costrinse il presidente a dimettersi. Washington si allarmò. Funzionari americani a Quito e a Washington scatenarono un blitz di minacce contro il governo e gli ufficiali ecuadoriani. E questa fu la fine della rivoluzione ecuadoriana [10].
Sudan: nel 1998 gli USA bombardarono e distrussero deliberatamente un impianto farmaceutico a Khartoum credendo, come affermarono, che fosse un impianto per produrre armi chimiche per terroristi. In realtà l’impianto produceva il 90 per cento circa dei medicinali usati per curare le malattie più mortali in quel paese disperatamente povero; si sarebbe trattato di uno dei più grandi e migliori nel suo genere in Africa. E non aveva alcuna connessione con armi chimiche [11].
Sierra Leone: nel 1998 Clinton spedì Jesse Jackson come suo inviato speciale in Liberia e Sierra Leone, quest’ultima nel mezzo di uno dei grandi orrori del 20° secolo – un esercito di ragazzi e ragazzini, il Revolutionary United Front (RUF), che andava in giro stuprando e tagliando alla gente le braccia e le gambe. L’opinione africana e mondiale era infuriata contro il RUF, che era impegnato a difendere le miniere di diamante sotto il suo controllo. Il presidente liberiano Charles Taylor era un alleato e sostenitore indispensabile del RUF e Jackson era un suo vecchio amico. Jesse non venne inviato nella regione per cercare di limitare le atrocità del RUF, né per tormentare Taylor sulle sue generalizzate violazioni dei diritti umani, ma invece nel giugno 1999 Jackson e altri funzionari americani redigettero intere sezioni di un accordo che fece del leader del RUF, Foday Sankoh, il vicepresidente della Sierra Leone, e gli dette il controllo ufficiale delle miniere di diamanti, la maggiore fonte di ricchezza del paese [12].
Iraq: altri otto anni delle sanzioni economiche che il consigliere per a sicurezza nazionale di Clinton, Sandy Berger, chiamò “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”, [13] che devastarono assolutamente ogni aspetto della vita degli iracheni, in particolare la loro salute; veramente un’arma di distruzione di massa.
Cuba: altri otto anni di sanzioni economiche, ostilità politica, e riparo fornito a terroristi anticastristi in Florida. Nel 1999 Cuba ha fatto causa agli Stati Uniti per 181 miliardi e 100 milioni di dollari di indennizzo per danni economici e perdite di vite umane durante i primi quarant’anni di questa aggressione. La denuncia sostiene la responsabilità di Washington per la morte di 3.478 cubani e il ferimento e l’invalidità di altri 2.099.
Solo le potenze imperialiste hanno la capacità di imporre sanzioni e dunque ne sono sempre esenti. Quanto alle politiche interne di Clinton, tenete presenti queste due meraviglie: l’"Effective death penalty Act" e il "Welfare Reform Act". E non dimenticate il massacro a Waco, in Texas.
Tre miliardi di anni dalle amebe alla Homeland Security
"Il Department of Homeland Security gradirebbe ricordare ai passeggeri che non potete portare liquidi in aereo. Sono compresi i gelati, dato che i gelati si sciolgono e si trasformano in un liquido". Questa è stata effettivamente sentita di recente da uno dei miei lettori nell’aeroporto di Atlanta; è scoppiato a ridere ad alta voce. Mi informa che non sapeva cos’era più bizzarro, che un annuncio del genere venisse fatto o che fosse lui l’unica persona che vedesse reagire alla sua assurdità [14]. È così che funziona con le società. Come la proverbiale rana che accetta di essere bollita a morte in una pentola d’acqua se questa viene scaldata molto gradualmente, la gente si sottomette una dopo l’altra a un’indegnità e un’assurdità una peggio dell’altra, se vi viene sottoposti a un ritmo abbastanza graduale. Questo è uno dei filoni più comuni che si trova nelle storie personali dei tedeschi che vivevano nel Terzo Reich. Questa storia dell’aeroporto in realtà è un esempio di assurdità dentro un’altra assurdità. Dopo che la storia della “bomba fatta di liquidi e gelatina” è stata affibbiata al pubblico, diversi chimici e altri esperti hanno evidenziato la quasi impossibilità di costruire una bomba del genere in un aereo in movimento, per la ragione se non altro della necessità di passare almeno un’ora o due nel bagno dell’aereo.
William Blum
Fonte: http://www.killinghope.org/
Link: http://www.killinghope.org/
19.10.2006
Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI
NOTE:
[1] Time European, edizione online: http://www.time.com/time/europe/gdml/peace2003.html.
[2] Washington Post, 4 giugno 2005.
[3] Associated Press, 3 ottobre 2006.
[4] William Blum, Killing Hope: US Military & CIA Interventions Since World War II (2004) [ed. italiana di un’edizione precedente Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi editore, 2003], capitolo 5.
[5] Nicaragua Network (Washington, DC), 29 ottobre 2001 - www.nicanet.org/pubs/hotline1029_2001.html, e New York Times, 4 novembre 2001, p.3.
[6] Miami Herald, 29 ottobre 2001.
[7] Il resto della sezione sul Nicaragua deriva in primo luogo da The Independent (Londra), 6 settembre 2006, e “2006 Nicaraguan Elections and the US Government Role. Report of the Nicaragua Network delegation to investigate US intervention in the Nicaraguan elections of November 2006" -- www.nicanet.org/pdf/Delegation%20Report.pdf. Si veda anche: “List of interventions by the United States government in Nicaragua's democratic process.” -- www.nicanet.org/list_of_interventionist_statments.php.
[8] Michael Parenti, “To Kill a Nation: The Attack on Yugoslavia” (2000 Diana Johnstone, “Fool's Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusions” (2002) William Blum, “Rogue State: A Guide to the World's Only Superpower” (2005) [trad. italiana di un’edizione precedente Con la scusa della libertà , Milano, M. Tropea, 2002], vedi nell’indice alla voce "Yugoslavia".
[9] Rogue State, pp. 204-5.
[10] Ibid., pp. 212-3.
[11] William Blum, “Freeing the World to Death: Essays on the American Empire”, capitolo 7.
[12] Ryan Lizza, "Where angels fear to tread", New Republic, 24 luglio 2000.
[13] Conferenza stampa della Casa Bianca, 14 novembre 1997, trascrizione US Newswire.
[14] Questa storia mi è stata raccontata da Jack Muir
A Est del Rio Mincio
“Arrivare in aereo in questa metropoli del deserto è ingannevole come un miraggio. Da 3.000 metri si vedono spazi vuoti in tutte le direzioni e si potrebbe giurare che lo sprawl suburbano possa proseguire tranquillamente senza alcun controllo. Si potrebbe giurare che non ci sono confini in vista alle lottizzazioni che si estendono per chilometri ”. Inizia così, un articolo di John Ritter sulla regione di Las Vegas pubblicato lunedì scorso da USA Today , e prosegue raccontando come, una volta al suolo, chiunque inizi a rendersi conto (i costruttori di case e strade per primi) di come lo spazio sia letteralmente finito.
La conclusione, molto pragmatica, è che bisogna cominciare, piaccia o meno ai pasdaran della villettopoli coi centri commerciali e affini, a diventare più città, stare un po' più stretti e condividere gli spazi verdi, in definitiva a guadagnarci tutti in quanto a socialità, zone pedonali, varietà di ambienti. Il modello, come osservano urbanisti e investitori, è quello della città europea: compatta, a misura d'uomo, cresciuta quando ancora l'abuso di spostamenti automobilistici e grandi zone di “segregazione funzionale” non aveva iniziato a produrre quel blob indistinto.
E noi qui in Europa, evidentemente ben consapevoli di tanta ricchezza, la ostentiamo in modo fresco, giovane, creativo: buttandola dalla finestra.
Ad esempio nell'enorme regione urbana dell'Italia settentrionale, cresciuta per quasi duemila anni secondo le grandi campiture disegnate dalla geografia: le linee degli sbocchi di valle alpini e appenninici, il serpentone del grande fiume, e di qua e di là i puntini degli insediamenti umani e le linee dei percorsi che li collegano. Con l'epoca industriale, della macchina, del vapore e dell'elettricità, i puntini si sono gonfiati e moltiplicati, le linee di connessione allargate e staccate dalle determinanti geografiche. Alle vie, e ferrovie, si sono sovrapposti e sovrimposti i “corridoi”, ahinoi!
Ahinoi, perché questi corridoi in sé sarebbero un bel concetto utile e moderno, se non venisse manipolato dai soliti sofisti a senso unico. L'idea di corridoio nasce a definire un'idea di mobilità elastica e complessa, di processo anziché di progetto. La sua interpretazione distorta diventa invece una fascia allargata tanti quanti sono gli appetiti da soddisfare, e una somma di opere varie sparpagliate dentro a questa fascia. Si evocano così i miti dei grandi spazi e delle nuove frontiere anche dove di spazi ce ne sono rimasti assai pochi, e semplicemente per saturarli di oggetti vari, di dubbia utilità e logica collocazione.
È il caso, tra l'altro, della sedicente “città ideale” di VeMa, che come suggerisce il nome starebbe a cavallo fra le due province di Verona e Mantova. Presentata con un discreto clamore mediatico alla Biennale Architettura di quest'anno, è stata giudicata dalla stampa soprattutto per il suoi caratteri formali e storici. Anche le critiche meno passive, come quella di Maurizio Giufrè sul Manifesto , ne hanno indicato soprattutto una natura di “ anacronistico e sterile esercizio accademico ”. Magari!
Esercizio accademico forse. Sterile proprio per niente, visto che su quel rettangolone dalle accattivanti forme architettoniche moderne si sono giù puntati gli interessati sguardi di banche e investitori. Ed era naturale, perché questa sedicente città ideale cala sul territorio come una vera e propria ciliegina sulla torta: la torta della “valorizzazione” a colpi di opere infrastrutturali, manco a dirlo nel contesto di almeno un paio di “corridoi”: l'ormai leggendario Lisbona-Kiev, e quello - minore ma mica tanto – che passa per il Brennero, già trattato per altri versi su Megachip da Marco Niro.
E qui, nelle pianure a cavallo fra le due province, a est del Mincio, si intreccia una vicenda parallela a quella di altri nodi padani, più o meno noti e discussi. Ci sono le linee ad alta capacità (visto che la velocità ce la siamo persa per strada) ferroviaria, ci sono le grandi autostrade parallele e trasversali, e tutti i vari incroci attrezzati, stazioni, interscambi, annessi e connessi.
Del resto, come dicevo all'inizio, questo potenziale triangolo d'oro per i venditori di asfalto e precompressi non è più una steppa selvaggia almeno da duemila anni. Passava e ancora a lunghi tratti passa, l'antica Postumia romana, che sale dalle basse cremonesi, attraverso la piana di Goito, e attraverso Villafranca su fino a Verona, dove a Porta Borsari si ricongiunge alla linea pedemontana padana superiore. Non è più lastricata, naturalmente, né percorsa dai pesanti sandali delle legioni. Asfaltata, abbastanza allargata e percorsa dalle auto, salta ancora però agli occhi su qualunque cartina stradale per come taglia dritta dritta a 45° le piane di Gazoldo Ippoliti, fra Piadena e Goito. Lì a Gazoldo passa proprio davanti ai capannoni di una delle principali imprese del mantovano, e oltre: la Marcegaglia. Esattamente nel punto dove si prevede uno svincolo del futuro Ti-Bre (Tirreno-Brennero), tracciato autostradale verniciato in questo tratto su quello bimillenario della Postumia (coerenza tecnica), e che a est di Goito si curva verso Nogarole Rocca, a congiungersi con l'A22. Nel posto che hanno chiamato VeMa.
Ma se guardate le suggestive immagini Google Earth di VeMa proposte dal sito http://www.padiglioneitaliano.org/presentazione?idlingua=1 non troverete traccia di tutto questo. Già: la città ideale discendente di Sabbioneta, Pienza, magari delle città di fondazione del ventennio nelle paludi redente, deve per statuto stare sospesa nell'aria, senza tempo e senza spazio.
Peccato che lo spazio lì attorno, immerso nel suo tempo, esista eccome. Naturalmente trattasi di territorio reale, non appeso alle grandi categorie dello spirito: campi, villette, nuclei storici, capannoni, macchie di bosco, fossi, strade, eccetera. Per darci un'occhiata un buon percorso è quello trasversale che comincia proprio a Goito, dove gli infiniti rettilinei della vecchia Postumia si interrompono sulla riva del Mincio, e dove superato il ponte della statale Brescia-Mantova (quella che scende dal futuro HUB/TAV di Montichiari) si entra nel territorio a est del fiume. C'è un'aria di campagna, e insieme di variante della città diffusa veneta, da queste parti, lungo la strada che taglia la pianura verso l'abitato di Roverbella e i confini provinciali, poco più a nord, dopo la confluenza nel tracciato della Mantova-Villafranca-Verona e l'abitato di Mozzecane, un'altra trasversale attraversa dei bei campi coltivati a scatoloni precompressi, inoltrandosi a est fino all'abitato di Pradelle e al ponte sulla A22. È dall'alto del ponte, guardando verso sud che appoggiando la mano sulla spalla di un ipotetico architetto potremmo pronunciare il fatale “tutto questo un giorno sarà tuo”.
Suo per modo di dire. Dato che fra strade, svincoli, autostrade, stazioni di interscambio e via di questo passo, la città ideale sarà disegnata secondo linee che vengono da ben altro tavolo di progettazione. Quel genere di espansione suburbana che gli storici dello sprawl ci raccontano da decenni, definito dalle decisioni della road-gang e in cui gli architetti si inseriscono firmando il trattamento a verde di un parco per uffici, o le ardite forme del nuovo factory outlet a cavallo delle otto corsie …
Pensare, che da anni i convegni più o meno affollati di accademici e pubblico risuonano della fiera intenzione di “riqualificare la città diffusa”. A prima vista, si direbbe che la riqualificazione consista nel riempire i pochi spazi rimasti disponibili, e lasciando quelli “diffusi” tali e quali al loro destino. Ci sarebbero centinaia di occasioni anche grosse di lavoro progettuale, da queste parti, ma ahimè bisognerebbe sporcarsi le mani con la città vera, con le distanze, le densità, i condizionamenti. Insomma bisognerebbe lavorare.
Meglio, molto meglio, atterrare con la propria astronave concettuale Enterprise nel virtuale spazioporto disegnato dai corridoi intermodali, in quei terreni pronti a schizzare alle stelle in qualche piazza finanziaria, magari meno ben disegnata di quelle di VeMa, ma molto più vicina ai cuori degli investitori. Magari guardando giù dall' Enterprise verso il mondo vero dei campi e dei capannoni, si può anche borbottare, coerentemente perplessi come il signor Spock: illogical !
E quando anche a est del Rio Mincio i gringos non troveranno più i prati con le vacche al pascolo, e da Mantova a Verona ci saranno soltanto metri cubi – griffatissimi, per carità - sparsi a profusione, potremo gemellarci con Las Vegas, la vera città ideale. Nel senso dei risultati finali, di spazio vitale tutto esaurito, si chiude: rien ne va plus .
Nota: l'urbanista Edoardo Salzano, su questo stesso tema ha scritto una breve (ma intensa) nota per il settimanale Carta, disponibile anche sul sito Eddyburg (f.b.) http://eddyburg.it/article/articleview/7659/0/11/
di Fabrizio Bottini http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2925
Slovenia Express
scrive Nicola Falcinella
A Milano tre giorni dedicati al cinema sloveno. Un Paese giovane con una cinematografia vivace e ricca di tradizione. Che parte dal cinema muto. Erano slovene ad esempio Ita Rina, star del cinema tedesco tra gli ’20 e ’30, e Marija Vera, imperatrice Eugenia in “Bismarck” (1913)
Un'immagine di ''Od groba do groba'' “Slovenia Express” porta per tre giorni il cinema sloveno a Milano, al Cinema Gnomo da venerdì 24 a domenica 26. Sei film, da “Il ballo nella pioggia” (1961) di Boštjan Hladnik - ancora considerato uno dei più bei film della storia slovena – fino ai due lungometraggi di Jan Cvitkovič, il regista che meglio rappresenta la forza di una delle cinematografie più vivaci del Continente.
Cvitkovič sarà presente venerdì alle 20 per introdurre la proiezione di “Di tomba in tomba – Odgrobadogroba” (che dovrebbe essere distribuito in Italia nel primi mesi del 2007) inserita fra le due (alle 18 e alle 22) del suo esordio “Pane e latte – Kruh in mleko” (2001, vincitore del Leone del futuro come miglior opera prima alla Mostra di Venezia).
La rassegna è promossa dal Comune di Milano - Milano Cinema e organizzata da Associazione Culturale Dioniso in collaborazione con Fondazione Cinema Sloveno – Filmski Sklad Republike Slovenije di Lubiana e Kinoatelje di Gorizia con il patrocinio del Consolato generale della Repubblica di Slovenia a Trieste. Si tratta in gran parte di anteprime milanesi e di film pochissimo visti in Italia. “Pane e latte” non ebbe distribuzione nonostante i premi e “Di tomba in tomba”, vincitore tra gli altri a San Sebastian e Torino Film Festival 2005, sarebbe il primo film sloveno con una regolare uscita nelle sale italiane.
La Slovenia ha prodotto circa 200 film in poco più di cento anni di storia della sua cinematografia. La sua produzione è cresciuta dopo l’indipendenza nel 1991 e che negli ultimi anni si è attestata sui 5-7 nuovi lungometraggi ogni anno, con un numero significativo di coproduzioni con i Paesi vicini (tra questi il premio Oscar “No Man’s Land”). Significativa anche la crescita dei cortometraggi, dei documentari e dei film d’animazione.
Diversi di questi film hanno partecipato a festival internazionali, ottenendo riconoscimenti importanti. Spiccano “Kruh in mleko – Bread and Milk” (2001) di Jan Cvitkovic (Leone del futuro alla Mostra di Venezia 2001) e “Rezervni Deli – Spare Parts” (2003) di Damian Kozole (in concorso alla Berlinale 2003).
I momenti di svolta sono stati la creazione della Fondazione Cinema Sloveno – Filmski Sklad nel 1994, che dal ’95 ha provveduto alla programmazione, pianificazione e produzione di nuovi film con il sostegno finanziario statale.
La storia del cinema sloveno comincia nell’epoca del muto. Slovena era, per esempio, Ita Rina, star del cinema tedesco tra gli ’20 e ’30, oppure Marija Vera, imperatrice Eugenia in “Bismarck” (1913) una delle prime grandi produzioni germaniche.
Più tardi si sviluppa una produzione locale che, tra alti e bassi legati alle vicende politiche della futura Jugoslavia, rimane comunque sempre viva e permette di lavorare a registi sloveni e non, come il ceco Frantisek Cap, Frantisek Stiglic o il serbo Zivojin Pavlovic, uno dei maggiori cineasti jugoslavi. Un ruolo molto interessante lo ebbe, anche nello sviluppo di coproduzioni internazionali, la casa di produzione Triglav Film che realizzò oltre 40 pellicole creando a Lubiana una vera e propria Cinecittà. Esperienze che contribuirono a creare l’ambiente che molti anni dopo fece della Slovenia il primo Paese della Jugoslavia a veder nascere un film indipendente.
La produzione attuale, abbastanza consolidata nei numeri (anche se il 2006, per fattori contingenti, è stata un’annata poco prolifica) e nella qualità, rispecchia la cultura di un Paese in bilico tra occidente e oriente d’Europa, anche se la tendenza più marcata è negli ultimi anni quella di una vicinanza di atmosfere e di spirito con il nuovo cinema austriaco.
Alle opere di Ulrich Seidl, Michael Hanecke, Barbara Albert, Andrea Dusl e altri si avvicinano in particolare Cvitkovic, Hanna A.W. Slak, Maja Weiss o Damjan Kozole. Soprattutto nel definire un orizzonte pessimistico, di solitudine quando non di disperazione, di mancanza di prospettive (“Slepa pega”), di chiusura, di traffici illeciti.
Tema ricorrente è quello del limite, della frontiera, una sorta di claustrofobia forse accentuata da un Paese piccolo come superficie e confinante con 4 Stati (Italia, Austria, Ungheria e Croazia) tanto diversi dal punto di vista culturale. E anche dall’essere da anni terra di passaggio per migliaia di immigrati clandestini che cercano di passare in Italia con l’aiuto di trafficanti locali (“Spare Parts” o “Guardian of the Frontier”). Non manca però una presenza di cinema di genere o più leggero, dalla commedia al sentimentale. È il caso di “Cheese and Jam”, esordio dell’attore Branko Djuric (uno dei protagonisti di “No Man’s Land”), o di “Sweet Dreams” (2001) di Sašo Podgoršek. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6429/1/51/
La grande fuga
I migliori talenti iracheni si uniscono all'esodo di massa della popolazione
Karim Sa’id e la sua famiglia sembravano tristi mentre salutavano i loro parenti.Sa’id, 54 anni, che ha un negozio di pelletteria a Baghdad, ha deciso di portare in Siria la moglie e i figli, dopo essere stato minacciato dai ricattatori. Questi si sono presentati al suo negozio, e gli hanno chiesto di pagare il pizzo. Se lui avesse rifiutato, hanno detto che avrebbero dato fuoco al locale o avrebbero rapito lui stesso o uno dei suoi figli.
Violenza quotidiana. Piuttosto che pagare, ha deciso di lasciare il Paese, ha venduto la macchina, ha chiesto in prestito soldi al fratello e gli ha chiesto di vendere i beni di famiglia. Con quei soldi, intende iniziare una nuova attività in Siria. ''Non avevo mai pensato di lasciare il mio paese prima'', ha detto Sa’id, ''ho lavorato duro per farmi una vita qui, ma questi tempi duri ti forzano ad andartene''. Ogni giorno, famiglie irachene fanno le valige ed emigrano per fuggire alla violenza che sconvolge il loro paese. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, l'Unhcr, ha stimato che 1,8 milioni di persone sono fuggiti dall'Iraq nei paesi vicini e 1,6 milioni sono stati deportati dalla caduta di Saddam. Nel solo 2006, 425mila iracheni hanno cercato di fuggire all’estero. Il generale Sabah Mahdi, capo del servizio passaporti nella capitale, ha detto che la richiesta per documenti di viaggio non è mai stata così alta. ''Nei nostri sei uffici a Baghdad, abbiamo notato che il numero è aumentato notevolmente''. La maggior parte delle persone va in Siria, Giordania o Egitto. La Siria è popolare perchè le abitudini e le tradizioni sono simili a quelle irachene, e i costi della vita sono relativamente bassi. Sa’id spera di affittare un appartamento per 200 dollari al mese, un terzo in meno a quanto costa un appartamento simile nel Kurdistan iracheno, dove un crescente numero di iracheni si sta affollando.
Pochi immigrati possono permettersi voli aerei, quindi rischiano la vita viaggiando con pullman e taxi, passando attraverso aree senza leggi dove gli insorti e i criminali operano liberamente.
Un agente di viaggio, che non ha voluto dire il suo nome, ha detto che coloro che portano gli iracheni all’estero si tengono in stretto contatto tra di loro sui punti pericolosi. Ha stimato che tra le 3 e le 4mila persone lasciano il paese ogni giorno.
Speranze future. Molte famiglie sperano di tornare appena la situazione migliorerà e la sicurezza sarà di nuovo restaurata. Majid Hamid, 50 anni, che ha una tipografia, ha detto che ha chiesto ad un parente di vivere in casa sua finchè non torna. ''Aspetterò pazientemente finchè le cose non si ristabiliranno'', ha detto, ''la cosa importante è stare lontano dalle autobomba, dalle esplosioni e dagli assassinii quotidiani''.
Tra quelli che lasciano il paese ci sono tra le persone più capaci, come avvocati, dottori e scienziati e accademici. L’anno scorso, il governo ha cercato di arrestare la fuga di cervelli offrendo il doppio dei salari agli immigrati esperti. La fuga dei migliori cervelli del paese aggrava il problema della mancanza di professionisti che già emergeva ai tempi di Saddam quando centinaia di migliaia di persone esperte lasciò il paese.Husam Jamal, professore di archeologia, si sta preparando a lasciare l’Iraq per la Siria. Teme che l’esodo di professionisti porterà ad un collasso in tutti i settori, specialmente nell’educazione.
L’educazione sembra essere stata scelta dagli insorti, con 89 professori universitari uccisi dalla caduta di Saddam, secondo il ministro dell’educazione superiore. Alcuni hanno suggerito che le intimidazioni dei militanti verso gli insegnanti, dottori e altri professionisti è volta a paralizzare i servizi primari.
Molti iracheni credono che i paesi confinanti finanzino gli estremisti per mantenere instabile l’Iraq. ''Ci sono altre mani nascoste dietro l’esodo'', ha detto Jamal.
Nel mentre, la gente fa lunghe file fuori dagli uffici passaporto. Ci vogliono fino a 20 giorni per ottenere le carte, ed è per questo che molti si rivolgono al mercato nero sebbene debbano pagare 15 volte la cifra ufficiale di 40 dollari. Mohammad Abdul-Qadir, 45 anni, fa la fila per un nuovo passaporto. Dice di non sentirsi più al sicuro nel suo quartiere. ''E' deserto. Tutti hanno lasciato il paese per andare in un posto più sicuro'', ha detto.
Yasin al Ruba’i*
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6765
Iraq, nessuna tutela per le infrastrutture e la popolazione
di Dahr Jamail e Ali al-Fadhily (Inter Press Service)
Il Facilities Protection Service (FPS), creato dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 per proteggere le infrastrutture del paese, è diventato il principale scenario degli squadroni della morte in Iraq, secondo quanto riferiscono alti funzionari. A Baghdad è risaputo che l’FPS sarebbe costituito soprattutto da criminali che rapinarono banche e uffici pubblici all’inizio dell’invasione Usa nell’aprile 2003
“Il primo risultato di Paul Bremer (l’ex amministratore Usa in Iraq) è stato disgregare l’esercito e l’intero sistema della sicurezza iracheni”, ha rivelato all’IPS [Inter Press Service] il consulente di un ministro iracheno che ha chiesto di rimanere anonimo: “(Bremer) è stato insignito dal presidente delle più alte onorificenze per l’ottimo lavoro svolto”.
Le autorità d’occupazione Usa, e i leader iracheni che vi collaboravano, hanno istituito un nuovo esercito e nuove forze di polizia sotto la supervisione della Forza multinazionale (MNF). È stato deciso che ciascun ministro potesse creare una propria forza di protezione, al di là del controllo dei ministeri degli interni e della difesa.
L’FPS fu istituito, con l’ordine n. 27 dell’Autorità provvisoria della coalizione (CPA), il 10 aprile 2003, il giorno dopo la caduta di Baghdad.
Nel documento si legge: “L’FPS può essere costituito anche da dipendenti di società private di sicurezza assunte tramite contratto per svolgere servizi per conto di ministeri o governatorati, purché tali società private e i loro dipendenti siano accreditati e autorizzati dal ministero dell’interno”.
Global Security.Org, un gruppo di studio sulla sicurezza con sede negli Stati Uniti (Usa), afferma: “Il Facilities Protection Service lavora per tutti i ministeri e le agenzie governative, ma i suoi parametri vengono stabiliti e attuati dal ministero dell’interno. Può anche essere ingaggiato privatamente. L’FPS viene incaricato specificatamente della protezione di edifici, infrastrutture e personale ministeriali, governativi o privati”.
Sul sito web di Security.org si aggiunge: “La maggior parte del personale dell’FPS è composto di ex membri dei servizi ed ex guardie della sicurezza. L’FPS garantisce la sicurezza di infrastrutture pubbliche come ospedali, banche e centrali elettriche per ogni zona di competenza. Dopo aver ricevuto un addestramento, le guardie collaborano con le forze dell’esercito Usa per proteggere luoghi critici come scuole, ospedali e impianti di produzione elettrica”.
Secondo il generale Harith al-Fahad, membro del vecchio esercito iracheno, l’FPS sarebbe diventato in realtà qualcosa di diverso: “Tutte le forze costituite erano di fatto milizie, non forze organizzate, poiché erano state formate a seconda delle quote assegnate a ciascun partito al potere”; ha spiegato all’IPS in un caffè di Baghdad, mentre gli echi delle esplosioni rimbombavano in lontananza.
“Alcuni di quei politici hanno portato i propri seguaci nelle cosiddette forze di sicurezza. Altri hanno preso tangenti di 500, 700 dollari dai candidati che vi volevano accedere, incuranti dei regolamenti”.
Con l’esplodere della violenza settaria in Iraq dopo la distruzione del sacrario sciita a Samarra nel febbraio di quest’anno, “sembra che l’FPS fosse il principale responsabile degli omicidi a Baghdad, e alcune prove dimostrano che agì per denaro”.
E ancora, alcuni funzionari Usa incaricati dell’addestramento della polizia irachena avrebbero riferito ai giornalisti due settimane fa che l’infiltrazione nelle unità di polizia di membri delle milizie avrebbe potuto ritardare il trasferimento del controllo alle forze di sicurezza irachene per anni.
“Come possiamo pensare che gli iracheni abbiano fiducia nella polizia, quando non possiamo nemmeno confidare che non uccidano i nostri stessi uomini?”, ha detto il capitano Alexander Shaw, a capo della squadra di polizia militare di transizione del 372° battaglione, un’unità con sede a Washington incaricata di coordinare l’addestramento di tutta la polizia irachena di Baghdad ovest.
“In tutta onestà, non sono nemmeno sicuro che qui potremo avere una polizia libera dall’influenza delle milizie”, ha ammesso.
La maggior parte delle infiltrazioni provengono dalle due grandi milizie sciite: l’organizzazione Badr, braccio armato del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (o SCIRI), filo-iraniano, e l’esercito Mehdi, le milizie del leader sciita Muqtada al-Sadr.
Secondo Shaw, circa il 70 per cento delle forze di polizia irachene sarebbero infiltrate, e i funzionari di polizia avrebbero troppa paura di pattugliare molte zone della capitale.
“Nessun poliziotto iracheno sta lavorando per migliorare il paese”, ha detto recentemente ai giornalisti il generale di brigata Salah al-Ani, capo di polizia di Baghdad ovest. “Lavorano per le milizie, o per mettere il denaro nelle proprie tasche”.
Nameer Hadi ha da poco lasciato il posto di lavoro in un importante ospedale di Baghdad, perché si sentiva minacciato dall’FPS.
“Li ho visti uccidere a sangue freddo una paziente, dopo aver saputo che era la moglie del leader di una tribù sunnita”, ha raccontato all’IPS. “Io sono un fedele sciita, ma un crimine di questo tipo è intollerabile”.
A Baghdad è risaputo che l’FPS sarebbe costituito soprattutto da criminali che rapinarono banche e uffici pubblici all’inizio dell’invasione Usa nell’aprile 2003. Si pensa anche che dopo aver speso tutto il denaro rubato, gli sciacalli avevano bisogno di nuove fonti di reddito, e così sarebbero stati assunti dai poteri locali e regionali per le attività del crimine organizzato.
Jawad al-Bolani, ministro dell’interno iracheno, ha respinto alcune ipotesi avanzate lo scorso ottobre, secondo le quali polizia ed esercito iracheni avrebbero avuto un ruolo decisivo negli squadroni della morte. Il ministro ha dichiarato che proprio l’FPS, composto da circa 150.000 unità, sarebbe il principale responsabile degli elevatissimi livelli di violenza.
”Quando catturiamo qualcuno, raramente si tratta di un impiegato presso un ministero statale”, ha detto Bolani. “Si rivelano per lo più appartenenti all’FPS”.
In un’intervista al canale satellitare al-Arabiya del 21 ottobre scorso, il portavoce ufficiale del governo iracheno Ali al-Dabbagh ha ammesso che le forze di sicurezza dovrebbero essere “ripulite”, attribuendo la responsabilità degli attuali livelli di violenza agli errori commessi nel “periodo di Bremer”.
Con l’aumento degli attacchi contro obiettivi governativi, ci si chiede anche quanto l’FPS sia stato efficace nel proteggere le infrastrutture.
Dahr Jamail è un giornalista free lance che ha trascorso oltre otto mesi nell’Iraq occupato. Lo scorso gennaio a New York ha fornito le prove dei crimini di guerra Usa alla Commissione Internazionale d’Inchiesta sui Crimini contro l’Umanità commessi dall’Amministrazione Bush. Scrive regolarmente per ‘Inter Press Service’, ‘Truthout.org’, ‘Asia Times’, ‘TomDispatch’; il suo sito è www.dahrjamailiraq.com.
Dahr Jamail è tra gli autori dell’antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi.
Sull'Iraq vedi Iraq Confidential – Intrighi e raggiri: la testimonianza del più famoso ispettore ONU (prefazione di Seymour Hersh, prefazione all'edizione italiana di Gino Strada).
Fonte: Inter Press Service News Agency
22 novembre 1888 : moriva la pena di morte in Italia
di Claudio Giusti
Il 22 novembre 1888 il Parlamento approvava il Codice Zanardelli che, promulgato il 30 giugno 1889, entrerà in vigore il primo gennaio del 1890 e farà dell'Italia un paese abolizionista per i crimini comuni (ma già dal 1877 non c'erano esecuzioni).
Sarà il fascismo, il 25 novembre 1926, a fare tornare il plotone d'esecuzione con le leggi fascistissime (9 novembre 1926). Gli ultimi ad essere "giustiziati" nella primavera del 1947, saranno "Quelli di Villarbasse", poi la Costituzione repubblicana metterà fine a questo obbrobrio.
Vale appena la pena di ricordare che il Granducato di Toscana aveva abolito la pena capitale il 30 novembre 1786; che la gloriosa e sfortunata Repubblica Romana questa abolizione l'aveva scritta nella sua costituzione democratica, il 3 luglio 1849; che il governo provvisorio toscano aveva ripetuto il gesto degli antenati abolendo di nuovo questa pena il 30 aprile del 1859 e che la Camera dei Deputati dell'Italia unita aveva seguito questo luminoso esempio con il voto del 13 marzo 1865.
Viva l'Italia.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 22 2006
Raid dell'Fbi dal "socio occulto" di Berlusconi Perquisito da 50 agenti della polizia federale. Trovati a Los Angeles i timbri per simulare le firme dei contratti ad Hong Kong
MILANO — Dall'Italia, la Procura di Milano chiede aiuto. E gli Stati Uniti lo danno, schierando in forze l'Fbi. Perché la risposta, alla richiesta di collaborazione giudiziaria formulata dai pm milanesi che indagano sulla compravendita all'estero dei diritti cine- tv del gruppo Fininvest- Mediaset, è una perquisizione molto «americana»: il procuratore distrettuale di Los Angeles, Jason Gonzales, ha infatti spedito in Sunset Boulevard 7655, dove lavora il produttore di Hollywood Frank Agrama, più di 50 agenti della divisione «reati dei colletti bianchi» della polizia federale. A sequestrare 10 computer, a svuotare ogni cassetto dei tre piani di uffici e a rovistare in tutti gli angoli della sua villa californiana in Canyon Back Road. L'«attorney» Gonzales ha ordinato il raid dopo essere stato convinto dagli elementi di prova fornitigli dai magistrati italiani e riassunti in un «affidavit» americano (che equivale a un mandato di perquisizione) che definisce Agrama «socio occulto di Silvio Berlusconi». È la stessa accusa ipotizzata dai pm De Pasquale e Robledo nel processo, aperto ieri a Milano, dove Berlusconi e Agrama sono imputati di frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita per i contratti cine-tv intermediati appunto dallo stesso Agrama.
DALLA SVIZZERA AGLI USA — Il 75enne produttore cinematografico di origine egiziana già un anno fa era stato al centro del più grande sequestro di denaro mai eseguito all'estero per un'indagine italiana. Da allora infatti la Svizzera gli ha «congelato», sempre su richiesta dei pm di Milano, oltre 140 milioni di franchi su conti intestati a società offshore, come la «Wiltshire Trading», in apparenza gestita da amministratrici di Hong Kong, come Paddy Yiu Mei Chan e Katherine Chun May Hsu. Fino a un anno fa, i magistrati americani e italiani si scambiavano lettere di fuoco. I primi polemizzavano: «Ci dispiace che il nostro carico di lavoro non ci permetta di spiegarvi nei dettagli i vostri numerosi errori e omissioni». E i milanesi reagivano: «Ci dispiace che il vostro "carico di lavoro" vi impedisca di adempiere pienamente al vostro dovere di collaborazione internazionale». Ora, con Berlusconi non più premier in Italia e Bush indebolito dal voto di metà mandato, i due apparati giudiziari hanno ritrovato sintonia.
I TIMBRI SEQUESTRATI — Forse proprio di quel gelo ora dissolto si era fidato troppo Agrama, se è vero che nella sede della sua società, la Harmony Gold, l'Fbi ha sequestrato uno scatolone che rischia di costargli molto caro, benché contenga soltanto un pugno di timbri. Timbri con firme proprio di Paddy Chan, cioè della manager che in apparenza risultava firmare a Hong Kong i contratti sui diritti cine-tv, mentre Agrama se ne poteva così dichiarare semplice intermediario esterno. Adesso questi timbri, oltre a confermare i dubbi della Procura sulla genuinità grafica delle firme della Chan, accreditano un altro sospetto, grave soprattutto negli Stati Uniti: se i contratti venivano in realtà «fabbricati» a Los Angeles, allora anche i relativi redditi non erano prodotti a Hong Kong, come Agrama ha sempre sostenuto per sfuggire al fisco americano, ma negli Usa. Le stesse autorità giudiziarie e fiscali americane a questo punto potrebbero aprire un procedimento autonomo per evasione contro Agrama, anziché limitarsi ad «assistere» l'inchiesta italiana. Secondo rischio: siccome le identiche firme di quei timbri compaiono sui conti elvetici congelati, ora per Agrama potrebbe aggravarsi anche l'accusa in Svizzera e di certo si allontana la speranza di far dissequestrare i cento quaranta milioni di franchi.
LA DIFESA — All'epoca il difensore di Berlusconi, Niccolò Ghedini, aveva ribadito: «Agrama non è mai stato socio di Berlusconi». Oggi il legale italiano di Agrama, Astolfo Di Amato, commenta: «La perquisizione è sproporzionata, anche perché in Italia è già stata dichiarata la prescrizione di gran parte delle accuse. Comunque non abbiamo paura: l'Fbi non può aver sequestrato ad Agrama documenti compromettenti, perché non ne esistono».
Paolo Biondani e Luigi Ferrarella http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/11_Novembre/22/biondani.shtml
Dell'Utri: "Silvio non molla, parla in segreto con i dalemiani"
Ugo Magri
La Stampa
Marcello Dell’Utri scuote la testa. Lui Berlusconi lo conosce fin troppo bene, fianco a fianco hanno costruito pezzi dell’impero mediatico, insieme hanno fondato Forza Italia. A quest’idea che Silvio voglia fare un passo indietro, premier mai più, non crede nemmeno un po’: «Io, semmai, vedo un Berlusconi molto motivato. Non dico a compiere una traversata del deserto come l’altra volta, ma un percorso di vera opposizione quello sì. In attesa di guidare nuovamente il Paese».
Però un attimo di stanchezza il Cavaliere l’ha avuto...
«E’ umano. Io, che al suo confronto ne ho passate molte meno, sono distrutto. Spesso mi domando: come fa a stare in piedi?».
Già, come fa?
«E’ la folla che lo gasa. Sente l’affetto in giro e si ricarica».
Prepara la spallata decisiva al governo?
«Ma no... Non ci sono spallate che si possano dare, né passaggi di qua o di là. Al Senato la situazione è semplicissima: siamo pari. Con sette senatori a vita che fanno la differenza. Sarà pure un’anomalia, ma ce ne accorgiamo solo ora perché sono determinanti».
Quando Berlusconi parla di larghe intese per il dopo Prodi, è sincero?
«Francamente, non penso che ci creda molto. Perché non ne esistono ancora le condizioni».
Come mai se ne parla?
«Gossip della politica. Larghe intese, ma con chi? Su, andiamo... Già è difficile mettersi d’accordo all’interno della stessa coalizione. Lo vediamo a sinistra, e non è che a destra siano rose e fiori».
Casini vuole strappare la leadership a Berlusconi. All’amico lei che consiglia?
«Di non parlarne neanche, perché dalle paroline poi si va alle parolone, non giova. Casini se vuole sta con noi, se non vuole farà altro. Non rappresenta comunque un problema. Perché i suoi elettori, quasi tutti, sono dalla nostra parte».
All’Italia non farebbe bene un po’ di dialogo?
«Certo. Nella maggioranza ci sono persone con alte qualità e senso di responsabilità con cui confrontarsi».
Un nome, tanto per far capire al lettore...
«Massimo D’Alema. Mi sembra la persona con cui meglio si possono fare dei discorsi».
Vi parlate?
«Non direttamente con lui, diciamo col suo mondo. Contatti né ufficiali e neanche ufficiosi. Semplici conversazioni».
A proposito di cosa?
«Del sistema bloccato, del modo per sbloccarlo».
Ha appena detto che alle larghe intese non crede...
«Larghe no. Semmai un po’ più strette... Perfino nelle guerre più aspre, i canali di diplomazia sotterranea non sono mancati mai».
Sabato lei riunisce i suoi circoli a Montecatini. Quanti sarete?
«In 4 mila. Quasi tutti giovani».
Di Forza Italia?
«Non sono un’emanazione. Magari può trovarci chi vota altri partiti».
Della sinistra?
«Beh, non esageriamo. Dell’area nostra. Tutte persone che si conoscono tra loro, su cui si può mettere la mano sul fuoco».
Saranno le nuove leve del futuro partito unico?
«Questa è l’idea di Berlusconi: i Circoli della libertà. Che sono un’altra cosa ancora, perché vengono costituiti da militanti di Forza Italia, An, Udc, Lega. Un movimento dal basso per unificare il centro-destra».
A questo progetto i suoi circoli che contributo danno?
«Si sono attivati per far nascere a loro volta dei circoli della libertà. A Berlusconi ne presenteremo una lista di mille fondati da noi».
Forza Italia, come vive questa proliferazione di organismi collaterali?
«Con un mix di curiosità e diffidenza. A livello locale qualche problema c’è. Fisiologico, credo. Ma domenica Berlusconi darà la sua benedizione».
Proud to be prodian
Da una quindicina d'anni tutti i sondaggi indicano in maniera inequivocabile che Romano Prodi ha un elemento di vantaggio su tutti gli esponenti politici più importanti (di destra e di sinistra): viene ritenuto onesto. Così dal 1996 gli avversari hanno cercato di attaccarlo proprio su questo aspetto: hanno scatenato investigatori privati e quando erano al governo hanno impiegato persino risorse pubblice (i Servizi Segreti) per cercare gli scheletri nell'armadio, con la convinzione che prima o poi sarebbe saltata fuori qualcosa; hanno prezzolato delle persone per dichiarare il falso (tipo Igor Marini, ora in carcere proprio perché "si era inventato tutto" sul caso Telekom Serbia), hanno mosso uomini della Finanza per intercettare eventuali illeciti finanziari del nostro attuale premier. Qual è stato il risultato di tutto questo spiegamento di forze? Pare che la cosa più disonesta che Prodi abbia fatto è stata vendere una casa di proprietà e donare il ricavato ai due figli per comprare due appartamenti a Bologna. Certo tutte le presunte irregolarità meritavano le prime pagine dei giornali quotidiani e settimanali, le smentite no. Ma in questo periodo caratterizzato da una generale sfiducia verso la classe politica non sarebbe giusto evidenziare che esiste anche qualche politico onesto? Perché noi ai politici chiederemmo competenza, professionalità, capacità di governo, ma soprattutto una cosa: l'onestà.
(ElleKappa oggi su Repubblica fa commentare ai suoi due personaggi: "I vertici del SISMI sono stati cambiati", "Ora la CDL per infangare Prodi può contare solo su Diliberto")http://animasalva.splinder.com//post/9975957/Proud+to+be
Dl: mozione Parisi; nel 2008 primarie e fine attività partito
Ansa - 21 Novembre 2006
Roma - Cessazione delle attivita' della Margherita entro il 2008 e contestualmente indizioni di primarie per l'elezione del primo leader del Partito democratico, che non dovra' essere una semplice federazione tra Ds e Dl, e al cui interno dovra' da subito valere il principio 'una testa, un voto'.
Questi alcuni dei punti piu' significativi della mozione presentata dagli ulivisti della Margherita, primo firmatario Arturo Parisi.
Il testo propone poi l'appoggio al referendum elettorale e una riforma costituzionale per l'elezione diretta del premier.
Il documento Parisi chiede di 'favorire un positivo confronto trasversale tra i militanti dei diversi partiti e la costituzione del tessuto unitario del futuro PD.
Esattamente l'opposto di un confronto politico ingessato tra i partiti che si rapportano nella loro separatezza e che porrebbe le premesse di una inaccettabile soluzione federativa e bipartitica'.
La mozione impegna poi il congresso a 'a fissare la data, entro il 2008, in cui tenere la grande consultazione democratica nella quale chiunque condivida statuto e carta dei valori del partito nuovo sara' chiamato ad eleggere leader e dirigenza, secondo il principio di 'una testa, un voto', e a fissare, per la stessa data, la cessazione dell'attivita' politica della Margherita'.
Poi ci sono i due punti politici sulle prossime scelte politico-istituzionali da parte della Margherita.
La mozione infatti propone di 'sostenere i referendum elettorali gia' presentati in Cassazione, in vista di una riforma della legge elettorale che rafforzi il bipolarismo, restituisca potere di scelta agli elettori, riduca la frammentazione' e a 'perseguire l'affidamento agli elettori della scelta del titolare dell'indirizzo politico nazionale, cosi' come gia' avviene ai livelli di governo locali e regionali'.
Chi ha ucciso l´Antimafia
Chi ha ucciso la commissione Antimafia? La politica, non c'è dubbio. Doveva essere la punta di diamante del Parlamento nella lotta alla mafia, un Parlamento prudente, equilibrato, chi lo discute, però serio, credibile. E invece eccola qui, arnese senza prestigio, materia di mercanteggiamenti, addirittura più controproducente che altro. Giudizio eccessivo? Non mi pare. Perché qui la questione - sia chiaro - non è solo quella dell'indecenza simbolica, dell'affronto implicito nella presenza di pregiudicati per reati contro la pubblica amministrazione.
Dove? In una commissione che ha la funzione di rappresentare la pubblica amministrazione nella sua battaglia per la legalità. E non riguarda nemmeno solo il mistero di una stragrande maggioranza di parlamentari che ha rifiutato di fare propria la proposta bipartisan Licandro-Napoli di escludere chi è ragionevolmente ritenuto vicino ad ambienti «complici». Proposta che non aveva proprio nulla di «giudiziario» ma moltissimo di «politico» (se no che diavolo è il famoso controllo politico diverso da quello giudiziario? qualcuno lo può spiegare?). Il problema è che, come è già accaduto con la commissione Stragi, l'uso che si è fatto dell'Antimafia ne ha decretato la morte. Si può continuare con l'accanimento terapeutico, ma il malato è morto. Punto e a capo.
Proprio poche settimane fa, richiesto di intervenire nel dibattito se insistere con le cure o staccare la spina, avevo proposto di dare al parlamento l'ultima chance. Perché sono il primo a sapere quale può essere l'importanza di una buona commissione Antimafia in un paese martoriato da organizzazioni criminali di ogni genere e specie. Vogliamo mettere? Una istituzione rispettata che ha gli stessi poteri della magistratura, parlamentari formati dalla lotta politica contro il crimine o dagli studi più seri sull'argomento, l'attenzione perfino spasmodica dei media, i viaggi nelle zone più difficili per portarvi conforto a chi rischia e minaccia di sanzioni ai felloni. Certo, tutto questo può essere una commissione Antimafia. Ma questo la politica ha deciso che non sia più, rivendicando il diritto (incontestato, purtroppo) di metterci dentro chi si vuole da parte di ciascuno. Offendendo il buon senso del cittadino medio: il quale vorrebbe -pensa te che bizzarria- che la lotta alla mafia la facessero non si dice gli antimafiosi per biografia, ma almeno quelli che hanno dato prova nella vita di avere il senso delle leggi e delle istituzioni. O no? Largo invece ai pregiudicati, da Cirino Pomicino ad Alfredo Vito, nominati formalmente a quel ruolo addirittura dai presidenti delle Camere (in questo caso non essendovi infatti una nomina automatica da parte dei gruppi parlamentari di appartenenza). Insomma. L'ultima chance c'è stata. L'ultima chance è stata buttata. Non si sa se con più miopia o più cinismo.
La questione vera, dicevo, è tutt'altro che simbolica. Ma è quella, praticissima, che viene subito dopo le scelte fatte; ossia quella dei meccanismi che inevitabilmente produrrà questa prova del nove, questa dimostrazione che i partiti non hanno alcuna volontà di porre la commissione al di sopra dei sospetti. Di darle credibilità, affidabilità. Succederà questo. Succederà che un magistrato, un commissario di polizia, un ufficiale dei carabinieri, quando sarà chiamato a deporre davanti alla Commissione si chiederà che uso sarà mai fatto delle informazioni che è chiamato a dare. Resterà tutto qui in questa stanza?, si chiederà. Basterà l'accorgimento di fare secretare i passaggi più delicati? O piuttosto quello che sto dicendo sarà trasmesso a chi non lo deve sapere? Mica per complicità intenzionale, si capisce. Ma perché può spuntare un amico a chiedere piccole confidenze, un amico politico del posto, che poi a sua volta parlerà, farà sapere. O ci sarà una confidenza fatta in un ambiente frequentato da qualche infiltrato «loro». Manderò in fumo le mie indagini, il nostro lavoro?, si chiederà ancora la fonte informativa. O addirittura correrò dei rischi personali aggiuntivi spiegando in anticipo che cosa penso, in che direzione sto indagando?
Proviamo a metterci nei panni del servitore dello Stato in trincea, che già opera in ambienti in cui anche i muri hanno le orecchie. Perché dovrebbe dire tutto quello che fa a decine di sconosciuti che sa, già in partenza, che non sono passati attraverso alcun filtro morale e politico? Che «non si è voluto», anzi, che ci passassero? Ricordo una volta che, nella scorsa legislatura, partecipai a una audizione che riguardava la presenza della mafia in Emilia-Romagna. A una precisa domanda su una banca, il giovane ufficiale della Guardia di Finanza interpellato rispose «questo è segreto istruttorio».
Probabilmente non sapeva, appunto, che la commissione ha gli stessi poteri della magistratura. E francamente, sulle prime, mi sentii urtato, quasi offeso da quella risposta. Poi provai a rifletterci. Conoscesse o no i poteri della commissione, non è che per caso quell'ufficiale avesse cercato di tutelare il suo lavoro? Confesso sinceramente che se qualcuno dovesse comportarsi così di fronte all'ennesima cattiva prova della politica, io avrei difficoltà a criticarlo. E non per scarso senso delle istituzioni, ma proprio per difendere meglio il lavoro delle istituzioni, quelle che stanno in prima fila.
Ma se così è, se l'inchiesta non si può fare, che senso ha tenere in vita una commissione che già in partenza sarà priva di quell'idem sentire che solo garantisce affidabilità a organismi del genere? Non si tratta qui di trasformare in anatemi i nomi, visto che è anche possibile che Cirino Pomicino non sia poi il peggior fico del bigoncio. E nemmeno si tratta di entrare nel merito della novità (pur notevole) dei fondi limitati su cui la Commissione potrà contare questa volta. Qui si tratta di capire che non c'è più la premessa necessaria, minima e indispensabile, dell'inchiesta parlamentare. E che questa premessa viene meno non solo di fronte all'investigatore ma anche di fronte all'associazione antiracket o all'assessore che voglia fare una denuncia ufficiale. O non lo ricordiamo più Piersanti Mattarella che, da presidente della Regione Sicilia, fa le sue denunce in consiglio dei ministri con i boss che ne vengono a sapere il contenuto mezz'ora dopo? Morale: al di là delle discettazioni bizantine (i sospetti, le prerogative dei parlamentari ecc.), la commissione non c'è più. La scorsa legislatura le ha dato una mazzata mortale, la nuova legislatura le ha dato il colpo di grazia. È un grande apologo, conveniamone, della irriformabilità della politica. La quale può fare leggi migliori (questo governo le farà, a partire dalla confisca dei beni), ma mai riesce a garantire in proprio un elevato grado di credibilità dei suoi esponenti. Le soluzioni? Due proposte.
La prima è istituzionale. Si faccia finalmente, sia alla Camera sia al Senato, una commissione permanente Interni, in cui discutere e affrontare i temi della sicurezza, ben oltre i limiti tipici delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali. E lì si lavori seriamente, senza avere i poteri d'inchiesta ma con la ricchezza di informazioni che la normale attività parlamentare può comunque offrire. La seconda proposta è civile. La commissione antimafia sia fatta fuori dal parlamento da studiosi, giornalisti, esponenti di associazioni, anche esponenti politici (da Orazio Licandro ad Angela Napoli, per capirsi) che in modo sistematico -e su base volontaria- lavorino al monitoraggio del materiale esistente e su quella scorta forniscano un rapporto annuale al paese, facendo riferimento a un comune grappolo di valori e di riferimenti. Con stile istituzionale, senza nulla concedere ai sussulti di indignazione, ma anche senza nulla concedere ai «grandi elettori», alle pressioni a omettere, all'interesse a proteggere questa o quella parte politica. Un rapporto prestigioso, esattamente come avviene con i rapporti sullo stato dell'economia e dei conti pubblici o sulla qualità della vita nelle città. Il resto è finito, purtroppo. Facciamocene una ragione e andiamo avanti. Potrebbe anche nascerne qualcosa di buono.
di Nando Dalla Chiesa
www.nandodallachiesa.it
Ma ci sono o ci fanno?
Solimano Sabato mattina sono andato ad una riunione politica. Era la festa dell'inaugurazione della sede di un gruppo che si è costituito a Monza per realizzare un settimanale gratuito di otto pagine tutte a colori intitolato MonzaLaCittà. Del settimanale sono già usciti i primi numeri, con una tiratura consistente, che sfiora le 35.000 copie, ed è fatto piuttosto bene. Sono rimasto molto sorpreso dal numero dei presenti sabato mattina, mi aspettavo 50 persone e ce n'erano più di 200. Va bene che c'era anche il buffet degli stuzzichini, ma sono tanti, per un sabato mattina, e non basta a spiegare il numero il fatto che fossero presenti il sindaco Faglia e Penati (presidente della provincia di Milano), tutto sommato si trattava di una riunione in un appartamento medio-grande.
A mio avviso questo significa che le persone ci sono, e che sono disposte a farsi coinvolgere, in fondo non è vero che molti abbiano tirato i remi in barca. Solo che non le si coinvolge, e sto cominciando a pensare che forse non lo si fa per l'astuzia di tenerle fuori così non rompono le scatole, ma perché chi fa abitualmente politica non capisce certe cose che invece sono assolutamente scontate per chi nella sua vita ha avuto ed ha una normale esperienza aziendale. E non le capiscono, perchè credono di non avere nulla da capire, non si rendono conto. Faccio due esempi altrimenti il mio discorso rischia di diventare generico.
Primo esempio. Ci sono state le primarie. Oltre a lasciare dei soldi, ognuno di noi ha lasciato il suo indirizzo e la sua e-mail, e così credo che sia andato dovunque in Italia. Fino a poco tempo fa ho creduto che questi dati non venissero utilizzati per una furbata dei politici che non vogliono fastidi. Comincio a pensare che questi dati non siano utilizzati perchè non si rendono conto del patrimonio informativo che hanno a loro disposizione, mentre qualsiasi giovane che lavora presso una azienda sa benissimo che come minimo verrebbero inserite in un PC sia le anagrafiche che le e-mail, dando come prima cosa un riscontro a chi ha fornito i propri dati. Sono evidenti (a noi, non a loro) tutti i vantaggi che possono derivare da simili dati, ma a un discorso così semplice non ci arrivano, non si rendono conto. Questo sto cominciando a pensare. Chi di noi ha trovato nella sua posta elettronica un invito o qualcosa del genere da parte di un partito, da parte degli stessi DS?
Secondo esempio. Qualche sera fa ci eravamo trovati per una pre-riunione in cui discutere anche dell'affiancamento a MonzaLaCittà di un sito che contenesse gli articoli del settimanale e che facesse anche altre cose. E il gruppo è bene organizzato, ha sue risorse sia finanziarie che di persone. Abbiamo detto che, oltre a fare questo affiancamento, utile senz'altro, ma niente di eccezionale, si potrebbe inserire una rubrica quotidiana in cui appaiono le notizie del giorno di Monza, città di 150.000. Se ci sono le risorse finanziarie e di persone è del tutto fattibile ed ha dei grandi vantaggi, perchè a quel punto diventa certamente attrattivo per i monzesi visitare tutti i giorni un sito in cui ci sono 10-15 post di quindici righe l'uno che raccontano cosa sta succedendo a Monza, notizie non solo di politica, ma di cronaca, sportive, perchè no. Come in un vero e proprio giornale, e ci sono giù dei precedenti di successo, anche in Lombardia. Abbiamo visto che la difficoltà vera che hanno è nel capire che il problema di un sito non è solo il farlo bene, ma di fare in modo che la gente lo venga a visitare, e che l'unica cosa che si può fare è dare alle persone un buon motivo per fare quel benedetto click. Niente, il problema era se metterci un forum, se dovesse essere moderato o no, cose così. E fa rabbia, perchè i soldi ci sono, basterebbero fra l'altro due giovani sgamati a tempo pieno per tenere in mano la pagina Cronaca, intesa proprio come cronaca di un giornale. Insisteremo, ma a una cosa così ovvia proprio non ci arrivano. Vorrebbe dire avere anche 3000 visite al giorno... pensate un po'. D'altra parte, basta vedere il desolato squallore di tutti i siti dei partiti per rendersi conto del ritardo non intellettuale ma proprio cerebrale che hanno riguardo questi argomenti. Quasi quasi, preferirei che fossero dei furboni pigliatutto ed autoreferenziali, ma comincio a credere che non sia così: sono somari, ma non umili, il che è ancora peggio. http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
Bassolino-Report: uno pari e palla al centro
di Anonimo
Il Governatore furioso mette sul blog le parti di intervista tagliate da Gabanelli & C. E' nato il contro-fuorionda politico?
"Ma che cazzo ne so io di questo Arena!". L'hanno visto in tanti lo sfogo un po' sopra le righe di Antonio Bassolino, incalzato dall'inviato di Report Bernardo Iovene sulle consulenze miliardarie del Commissariato per l'emergenza Rifiuti della Campania. Cifre a sei zeri, anche con l'euro, di cui o' governatore è stato chiamato a rispondere.
Davanti all'obbiettivo Bassolino tentenna, cincischia, si incaponisce. E poi, a telecamere (quasi) spente, si incazza. E dice chiaro e tondo al malcapitato Iovene che a distanza di anni non può ricordarsi un singolo nome e una cifra particolare in un faldone di centinaia di pagine.
Questa la verità secondo Report, che sembra aver colto in castagna uno dei simboli del rinascimento napoletano.
Ma Bassolino, si sa, tiene la testa dura. E oggi risponde a modo suo. Sul blog che porta il suo nome (www.antoniobassolino.it) pubblica l'intervista integrale realizzata da Iovene: circa 30 minuti di confronto serrato, di cui in tv non si è visto quasi niente.
A leggere bene il testo della discussione, qualche spunto importante lo si trova. Per esempio, l'ex primo cittadino di Napoli dice a chiare lettere che il presidente della commissione parlamentare sui rifiuti - tal Paolo Russo, di Forza Italia - è stato uno dei principali organizzatori delle proteste di piazza che hanno rallentato o impedito la realizzazione degli impianti di stoccaggio o termovalorizzazione dei rifiuti.
In effetti qui qualcosa non quadra: se è vero che da un lato l'on. Russo fa di tutto per rallentare i lavori, mentre dall'altro scrive una relazione ufficiale per denunciare i ritardi, c'è qualcosa che effettivamente non va. E perché Report, che tra l'altro lo ospita in trasmissione, glissa amabilmente su questo punto?
Ha ragione Bassolino a chiedere prima le domande di un'intervista e a incazzarsi se gli si infila qualche trappolone? Probabilmente no.
Ha ragione la Redazione di Report a mandare in onda solo uno sparuto fuorionda su mezz'ora di intervista? Probabilmente no.
Nel campionato di chi non ha ragione, il politico e i freelance targati Rai al momento sono alla pari. Ma Bassolino si consola con il blog. E' la disintermediazione octroyée, bellezza. http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=16312
Paola Binetti
«È altamente inopportuna una trasmissione che tocca un problema su cui ancora non si è discusso adeguatamente e che comunque non fa parte del programma di governo». Sono le parole ispirate di Paola Binetti (che ci dobbiamo cuccare nella maggioranza per non restituire il paese a Silvio). Due considerazioni su questa dichiarazione inducono l'Autorevole Giuria ad assegnare alla candida suorina da combattimento il Prestigioso Premio. La prima è che - secondo lei - due persone dello stesso sesso che hanno voglia di vivere assieme e magari anche fare all'amore sono oggetto di discussione governativa. Secondo, che la Rai - servizio pubblico - non può mettere in onda temi su cui il governo non si sia ancora pronunciato. Bella lì. Ci domandiamo se nei regimi di Pinochet, Ceausescu e altri dittatori a tutto tondo si sia mai raggiunto un simile livello di oscurantismo idiota. Ci sarebbe in realtà da prendere la Binettti a colpi di pomodori marci, tuttavia l'Autorevole Giuria, nota per la sua saggia moderazione, decide di premiarla con l'Ambito Riconoscimento Verde. Certo che siamo messi male. Grazie Dario per la segnalazione.
http://www.onemoreblog.it/
non smontare la Barbie di tua sorella
Alla corte della Donna Ragno
- Attenzione: Andropausa
Più o meno fino ai 12 anni, un maschietto non trova nella femmina nulla di realmente interessante. È una creatura insensata che gioca morbosamente con le bambole e si fissa la punta delle scarpine. Non ci si capisce nulla. Forse non c’è nulla da capire.
Quel che accade dopo i 12 anni è materia per gli endocrinologi. L’ormone insorge, avvampa, intorbida la consapevolezza. Non si tratta tanto di cercar di capire quanto di cercar di toccare. Ci si illude nel frattempo d’esser bestie razionali, di progredire anche nella conoscenza, e forse è così, ma forse anche no. Nel bene o male si comunica, ci si scrivono le mail, si fanno passeggiate assieme, si ha la sensazione di capirsi. Fino a un certo punto è anche bello, eh. E poi finisce.
Quando? Mah diciamo che a un certo punto dei trenta, finisce. L’ormone ha scollinato; la donna, pur continuando ad essere appetibile, smette d’un tratto d’esser comprensibile (lo è mai stata?). Un giorno come un altro ti trovi davanti a una vetrina, o al cinema, e ti trovi davanti… una creatura insensata che gioca morbosamente con gli accessori e si fissa la punta delle scarpine. Et voilà, il cerchio della non-conoscenza è chiuso.
- Gli uomini e le donne sono uguali (ma sono diversi)
Non si tratta di superiorità, signore e signorine. Si tratta di alterità, pane per i denti delle professioniste dei gender studies. Del resto non sarà vero anche per voi? Per un certo periodo di tempo ci siamo trovati comprensibili, ma adesso è finita. Si può andare ancora d’accordo? Magari sì, ma sarà una contrattazione quotidiana: se tu mi accompagni a vedere Spider Man, io verrò a vedere Marie Antoinette. Tu fingerai di credere agli assunti intellettuali del mio ex bambolotto di plastica preferito (dai grandi poteri derivano grandi responsabilità) e io fingerò di credere agli assunti intellettuali della tua Barbie alla Corte del Re Sole; e non farò molta fatica, visto che più o meno è la stessa musica: dai grandi poteri derivano grandi responsabilità. Sembra proprio che i nostri coetanei americani non sappiano dirci altro. Ehi, sveglia ragazzi, non siete sempre per forza così potenti: ogni tanto perdete anche le guerre. Sì, anche voi.
- Come dei simbolici Big Jim
Però su qualcosa avete ragione: in occidente abbiamo un problema coi nostri bambolotti. Piuttosto di separarci da loro, li intellettualizziamo. Per cui ok, Marie Antoinette è la versione intellettuale di Barbie e le 12 principesse danzanti: contiene tutta una serie di metafore politiche ed esistenziali che ci farà discutere per una settimana. Anzi, mi sbilancio. Questo film ci sopravviverà, e di parecchio.
Un giorno Marie Antoinette sarà materia di studio per un popolo di un colore e di una lingua diverso dal nostro. Un signore punterà il righello sull’acconciatura di Kirsten Dunst e dirà: vedete, all’inizio del Ventunesimo secolo gli Occidentali si sentivano così. Una casta chiusa, incipriata e segregata dalla massa degli oppressi. Vecchi ruderi, puttanieri o beghine; oppure giovani signori patiti di caccia e di biliardo, ma tutti assolutamente consapevoli della propria inutilità. Da qualche parte nella campagna d’occidente, masse di selvaggi incatenati coltivavano i pomodori e realizzavano i prodotti di haute couture che Marie e le sue amichette erano condannate a consumare in grande quantità. Per far girare l’economia. L’Altro, il Lavoratore, l’Operaio, è sempre più invisibile. Sophie Coppola non riesce nemmeno a inquadrarlo in piena luce. Solo il chiasso, un chiasso spaventoso, che sale lentamente, più forte di qualsiasi playlist, un muro d’odio che ci attende da qualche parte lungo questa strada. Lo sappiamo.
E siccome lo sappiamo, e non possiamo farci nulla, che si fa?
1-2-3: shopping!
- Quel bisogno di scarpe che non vuole sentire ragioni
Il limite dell’intellettualizzazione del bambolotto è appunto questa: puoi coprirlo di sfighe e autocoscienze finché vuoi, ma il messaggio di Spider Man resta sempre “wow, che figo arrampicarsi su per i grattacieli”. Allo stesso modo, puoi scalfire Marie con mille chiavi di lettura intellettualissime e concettualissime, ma l’unica che fa scattar la serratura è: “wow, che figo essere principessa! Quante scarpe, quanti dolci, quanti cortigiani chiacchieroni!” C’è anche Ken versione stallone svedese.
Eppure, sotto sotto, Marie sarebbe una ragazza alla buona (anche Peter Parker vorrebbe soltanto essere un nerd del dipartimento di chimica, come no). In un attimo di stanchezza rilancia la moda dell’Arcadia (il Tweet del Settecento). Le dame di corte si travestono da pastorelle, mungono le vacche e leggono Rousseau. Ma è solo un attimo. Può Peter Parker ignorare il suo destino di salvatore del mondo? Può Marie realmente resistere a quel bisogno di scarpe che non vuole sentire ragioni? Ok, la mezz’ora di approfondimento è finita. Si riparte col bambolotto.
- She’s got the worst taste in music
E fosse solo un bambolotto, il problema dei trentenni. Il guaio è che col tempo i giocattoli si accumulano. Il più pernicioso è l’Ipod: ci ha trasformati tutti in dj solipsisti da strapazzo, non necessariamente bravi. Sophie Coppola, per esempio, sotto i colonnati di Versailles è libera di ascoltare gli Strokes, ma è una cosa sua e unicamente sua: perché vuole impormela? O devo, anche qui, pescare una metafora? Posso anche provarci, ma non rischio di intellettualizzare eccessivamente una selezione random? “Gli anacronismi sono voluti”, ci mancherebbe altro. Ma oltre a fare i pugni con ogni buon gusto, funzionano? Vent’anni fa a Milos Forman bastava giocare un po’ coi parrucchini di Amadeus per farlo sembrare una rockstar neoromantica; invece Marie Antoinette cosa sarebbe? Una punk, perché balla Siouxsie? A questo punto facciamo come al tempo delle mele: ognuno venga al cinema con le cuffiette sue. Libero di trovare ogni sorta di accostamento. Saranno tutti originali e ci assomiglieranno.
- “La morte di una persona è una tragedia”
Il bambino chiede “come va a finire?”, la bambina: “che numero portava la principessa?”
Se vent’anni dopo la bambina porta il bambino al cinema a vedere un film storico, quest’ultimo non riconosce la Storia. Ogni spunto narrativo sembra trasformato in tappezzeria. Tutto è superficie, atmosfera. La Du Barry (magistralmente interpretata da Asia Argento, l’orgoglio del cinema italiano all’estero) ridotta a mignottona figurante: ma come? era la principale protagonista del mobbing di corte, l’altoparlante che mise in giro tante frottole che la rivoluzione avrebbe amplificato.
E ancora il bimbo si domanda: perché chiudere il film proprio là dove la storia di Marie comincia a farsi interessante? Quella notte a Versailles, per esempio, il linciaggio fu sfiorato davvero di poco. E poi? La gente esce dal cinema con la sensazione che Marie sia già sul primo gradino del patibolo. Per niente: stava andando a regnare da sovrana costituzionale alle Tuilleries, nel bel mezzo di Parigi, dove senza dubbio si sarebbe annoiata di meno. Gli ultimi mesi di vita della regina sono un incubo, però Marie li vive da donna adulta. Non è una Claretta Petacci che segue l’uomo della sua vita fino in fondo; è una degna rappresentante dell’ancien régime che tradirà il suo giuramento ai francesi, venderà il suo popolo allo straniero (suo fratello) e tenterà la fuga travestita. Certo, se oggi ci commuove Saddam Hussein, figurarsi una madre di famiglia. A dimostrazione del vecchio proverbio: uccidere una persona è una tragedia (specie se la persona in questione è una principessa, un despota, insomma un Vip); affamare un popolo è solo statistica.
- Dopo di me, il diluvio
Mettiamola così: io non ho visto Marie Antoinette. Non ne ero capace. Probabilmente è un bel film. Il futuro è delle donne, che leggono di più, hanno più gusto per gli accostamenti e meno inclinazione per i giocattoli pericolosi, armi e motori. Tra due secoli qualche ricercatrice scoverà la cache del mio blog e non ci troverà niente di interessante. Le schiferà il template.
Nel frattempo io continuo ad aver bisogno di donne: amiche, fidanzate, mamme, non potrei vivere senza queste presenze che non capisco. Passo la mia vita in una tappezzeria incomprensibile, ignorando tutto quello che sarebbe importante sapere, chi lo sa? Forse Marie Antoinette sono io. Perciò m'inchino a tutte voi, abbiate pietà. Non sono cattivo. Sono solo cresciuto in un mondo un po' così.http://leonardo.blogspot.com/
La televisione deve raccontare il mondo
di Giulietto Chiesa e Giuseppe Giulietti
Noi pensiamo che il mondo debba essere riportato in Tv, nella televisione pubblica italiana. Non chiediamo troppo, neppure molto. Chiediamo che, in attesa di meglio, si stabilisca almeno una par condicio tra i reality show, che impazzano (non sarà anche da questo che viene l'impazzimento del paese?), e ciò che succede sul pianeta Terra.
La radiotelevisione pubblica italiana ha grandi tradizioni in questo campo. E ha anche un presente degno di assoluta attenzione.
Le inchieste di Rai News 24, per esempio, hanno portato l'Italia sugli schermi mondiali. Ed è un esempio soltanto di programmi di qualità, che pure la tv pubblica produce.
Andrebbero portati stabilmente all'attenzione del grande pubblico di una delle reti generaliste, e magari non solo di una. C'è un grande pubblico, non solo giovanile, che lo chiede.
Si sono appena conclusi gli Stati Generali dell'Antimafia, dove un documento sulla comunicazione e l'informazione democratica come necessità per il risanamento del paese è stato approvato con un'ovazione. Diamogli ascolto.
Tra poche settimane il governo dovrà dare le indicazioni necessarie per il nuovo contratto di servizio con la Rai. Chiediamo che questi temi ne siano parte costitutiva e qualificante. Serviranno a premiare e rafforzare le professionalità che in Rai esistono, ma sono state mortificate in questi anni e hanno potuto farsi strada solo con aspre battaglie. Sarà un investimento per un'Italia più consapevole, quindi più democratica.
Chi, tra i giornalisti, gli scrittori, gli autori, i sindacalisti non solo della comunicazione e dello spettacolo, sente questo problema come proprio, faccia sentire la sua voce.
di Giulietto Chiesa e Giuseppe Giulietti http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2915
Torna il terrore in Libano
Pierre Gemayel, figlio dell'ex presidente e componente del partito cristiano maronita, era ministro dell'Industria. L'uomo è stato colpito alla testa con armi da fuoco, ed è morto poco dopo in ospedale. Gli Usa accusano la Siria. Maggioranza e opposizione, preoccupati per la presenza dei soldati italiani, chiedono a D'Alema di riferire in Parlamento
E' stata una vera e propria esecuzione quella costata la vita al ministro dell' industria libanese, il cristiano Pierre Gemayel, ucciso con un colpo alla testa sparato con una pistola dotata di silenziatore da un misterioso sicario nella zona di Jdeide, a est di Beirut. Il ministro, 34 anni, era figlio dell'ex presidente Amin Gemayel e componente della Falange, il partito cristiano maronita. Anche suo zio Bashir era stato a sua volta ucciso in un attentato nel 1982. E suo nonno, Pierre, è stato ininterrottamente ministro a partire dall'inizio degli anni Sessanta.
Quello di oggi (martedì) è dunque un omicidio che mira evidentemente a destabilizzare il paese e rallentare il processo di riappacificazione nazionale rendendo ancor più incandescente il già esplosivo clima politico in Libano, dove la crisi innescata dieci giorni fa dalle dimissioni dei cinque ministri dei movimenti sciiti filosiriani Hezbollah e Amal e di un sesto ministro cristiano minaccia di degenerare in scontri di piazza dall' esito imprevedibile. E non passa inosservato il fatto che proprio in queste ore è atteso al Palazzo di Vetro il via libera del Consiglio di Sicurezza dell'Onu al tribunale internazionale sull'assassinio di Rafik Hariri, l'ex premier libanese.
Poco dopo la diffusione della notizia dell'assassinio di Pierre Gemayel, nel centrale quartiere cristiano Hasharafiye di Beirut si sono verificati tafferugli e scontri. Gruppi di sostenitori delle Forze Libanesi, il partito guidato dal leader cristiano Samir Geagea, hanno dato alle fiamme dei cassonetti della spazzatura, bloccando il traffico e ingaggiando risse con automobilisti di passaggio, nei pressi della centrale piazza Sassine, mentre le linee telefoniche sono state interrotte in quasi tutta la città. Il timore è che incidenti di maggiore gravità possano adesso verificarsi anche nel resto della capitale libanese, già in preda da domenica scorsa a un clima di tensione per le manifestazioni di piazza preannunciate dal leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, per costringere alle dimissioni il governo del premier antisiriano Fuad Siniora oppure imporre la convocazione di elezioni anticipate.
Il rischio è che lo scontro assuma caratteristiche di lotta interconfessionale: Hezbollah infatti rappresenta la comunità sciita, mentre il governo di Siniora è appoggiato da quella sunnita; e le organizzazioni filo-governative hanno annunciato delle contromanifestazioni.
In una conferenza stampa, il premier libanese ha ribadito che, malgrado le dimissioni di sei ministri sciiti, il governo conserva i pieni poteri garantitigli dalla Costituzione, e che dunque non vi è motivo di presentare le dimissioni. Avvertendo che i problemi politici del paese non devono andare a detrimento della sua sovranità: "Dobbiamo proteggere i nostri interessi nazionali, non cercare di risolvere conflitti regionali o internazionali né lasciare che il nostro territorio diventi teatro dei conflitti altrui".
"Vogliono uccidere tutte le persone libere. La serie degli assassini è cominciata", è il grido d'allarme lanciato proprio dal figlio di Hariri, che non ha perso tempo ad accusare la Siria di essere la mandante anche dell'assassinio di Gemayel. E, sebbene Damasco abbia immediatamente condannato l'attentato, l'accusa contro il regime di Assad trova credito negli Stati Uniti. Se Nicholas Burns, numero tre del Dipartimento di Stato, si limita a definire la morte di Pierre Gemayel, "un atto terroristico", l'ambasciatore statunitense presso l'Onu John Bolton è molto più esplicito. "I fatti devono ovviamente essere appurati - dice - ma come ha rilevato l'inquirente Onu Serge Brammetz ci sono prove del coinvolgimento siriano nell'omicidio di Rafik Hariri (l'ex premier libanese). Lascio a voi il compito di trarre le dovute conclusioni". Bolton ha chiesto quindi alla comunità internazionale di appoggiare "il governo democraticamente eletto" di Fuad Siniora.
Unanime la condanna dalle capitali mondiali. "I responsabili di questo vile attentato d'altri tempi devono essere individuati e giudicati", ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell'Unione europea Javier Solana.
Il governo britannico ha espresso "sgomento" per l'assassinio del ministro dell'Industria libanese. Un atto che va "assolutamente contrario agli interessi di ogni singola persona che vive nella regione e profondamente dannoso", lo ha definito il ministro degli Esteri, Margaret Beckett. E il presidente della repubblica francese Jacques Chirac ha condannato "l'odioso attentato", ha ribadito l'impegno di parigi alla creazione di un tribunale internazionale sull'uccisione dell'ex premier Rafik Hariri e si è augurato che gli assassini del ministro dell'Industria libanese siano "perseguiti e puniti".
Anche la Farnesina ha espresso la propria condanna ed ha esortato affinché "in Libano non prevalga la logica del terrore". Ma in Italia la preoccupazione è concentrata invece sulle ripercussioni che l'acutizzarsi della tensione in Libano potrebbe avere sulla presenza dei nostri soldati nell'ambito della missione di pace Onu. Per questo sia dalla maggioranza che dall'opposizione è stato chiesto al ministro degli Esteri Massimo D'Alema di riferire in Parlamento sugli sviluppi della situazione nel paese. Secondo il ministro della Difesa Arturo Parisi, il mortale attentato in Libano al ministro dell'Industria Pierre Gemayel "conferma la pericolosità del nostro impegno, ma allo stesso tempo la doverosità" dell'intervento italiano.http://www.aprileonline.info/745/torna-il-terrore-in-libano
Leonid, saltimbanco giramondo
A 25 anni il novello trovatore canta e recita in giro per il mondo. Direttamente dall’Ucraina.
Un ucraino sognatore (Patricio Diez) L’avventura comincia nel 2003. Quando, con qualche amico, Leonid Kantier, 25 anni, dà il via ad una tournée musicale nella regione di Leopoli, uno dei maggiori centri culturali ad ovest dell’Ucraina. Nel giro di due settimane percorrono 200 chilometri e in ogni villaggio attraversato presentano scenette e canti tradizionali. Il loro viaggio finisce il 24 agosto, giorno dell’indipendenza del Paese. Tre mesi dopo, Kiev è invasa da una folla di persone: ha inizio la Rivoluzione Arancio. Tutti cantano e danzano nella Piazza dell’Indipendenza.
L’anno dopo, Kantier lancia la sua prima vera tournée intitolata Uno sgabbello fino all’Oceano. Il pretesto? Portare lo sgabbello, fedele strumento di scena, fino alle rive dell’Atlantico. L’obiettivo? Fare teatro di strada traendo ispirazione dai vecchi racconti ucraini o da repertori classici. Kantier e la sua compagnia preparano in fretta i bagagli con destinazione Polonia, Germania e Francia. Senza soldi, l’autostop s’impone presto come l’unico mezzo di trasporto per questi novelli trovatori dell’est, anche se numerosi e carichi di attrezzi del mestiere. India e Sri Lanka seguono poco dopo. Presto, il prezioso sgabello dovrà attraversare le acque della Cina e, forse, anche quelle dell’America Latina.
Una doppia vita
«Ogni volta che si arriva in città, prendo il megafono e grido alla gente del luogo: avvicinatevi, venite…», racconta Kantier. In Francia o Germania, i saltimbanchi chiedono soldi mentre nei paesini più poveri della Polonia o dell’Ucraina preferiscono un posto dove dormire e una coperta. Artefice di queste avventure, Kantier non vive solo di questi viaggi in capo al mondo. Professore di cinema e direttore degli studi di produzione Lizard Studio, da lui stesso creati nel 2000, rimane un semplice ragazzo pieno di sogni e progetti. La sua casa di produzione funziona così bene che una pubblicità o un videoclip musicale riesce a fruttargli molti soldi in un colpo solo. «Il periodo in cui ho viaggiato mi è servito molto più che vivere un anno a Kiev. Certo, ho vissuto come un barbone ma è stato molto più interessante che girare dei film o videoclip. Sono tante le cose che ho dato, ricevuto, capito e condiviso in tutti quei mesi».
Mentre in altri paesi è facile incontrare ragazzi con zaino in spalla alla scoperta del mondo, in Ucraina è una scelta di vita ancora poco frequente. «Noi attiriamo l’attenzione della gente. Qui nessun giovane oserebbe mai partire per così tanto tempo e vivere per strada senza avere una meta precisa. Bisogna lavorare per comprare da mangiare e pagare l’affitto di una stanza… Per loro, noi incarniamo gli hippy di una volta», confida Kantier col sorriso sulle labbra.
L’ebbrezza della libertà
Il giovane artista non può fare a meno del teatro di strada. «Sappiamo cosa aspettarci dalla gente che viene a verderci a teatro: applausi lunghi e fragorosi o brevi e poco convincenti. I tempi in cui il pubblico osava lanciarti pomodori o abbandonare la sala per criticare lo spettacolo sono finiti. Le regole della strada sono diverse. Non si sa chi verrà né quali potrebbero essere le reazioni. La strada trasmette all’attore una forza creatrice che il teatro non possiede più. Tutto sta nell’attirare i passanti, incantarli». Tra acrobazie e mimi, bisogna saper catturare gli occhi della gente. «Tutto è concesso: cucinare un piatto tipico indossando un costume ucraino in mezzo alla strada o intonare una canzone popolare. L’importante non è cosa fai ma come lo fai, è l’esibizione che la gente si ferma a guardare». Leonid costruisce i suoi spettacoli a seconda del paese in cui si trova, narrandone mentalità e storia: l’amore tra due operai in Cina o la guerra e il rifiuto dell’altro in Francia. Ha fatto tradurre il suo progetto in diverse lingue e, appena avuta la possibilità, ha chiesto ad un’organizzazione ufficiale di metterci la propria firma «da usare, in caso di necessità, come una sorta di “raccomandazione”». Durante la tappa parigina, sebbene la Prefettura avesse dato l’autorizzazione, le autorità francesi hanno vietato loro di esibirsi sotto la Tour Eiffel. Ma ci voleva ben altro per fermarli… con due chitarre e due bottiglie di vino, seduti ai piedi della maestosa “torre di ferro” raggiunti, poco dopo, da un chitarrista francese, due israeliani, due libanesi, due russi…
Sono proprio questi i «momenti intensi», come li definisce Leonid, che il giovane giramondo cerca. Poco importa che il pubblico apprezzi i canti e gli spettacoli ucraini, anzi «ce ne freghiamo». A loro basta «arrivare al cuore della gente, risvegliare i loro animi perché vivano… perché siano liberi». http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8888
Evangeline Masson - Kiev
Gli ideologi della jihad, Osama non vale niente
Il Combating Terrorism Center della prestigiosa accademia militare di West Point ha presentato un vasto Atlante dell’ideologia jihadista, che individua gli autori del movimento piu’ citati al mondo analizzando quante volte vengono menzionati nell’universo dei forum online, delle chat rooms e delle pubblicazioni degli estremisti islamici. Si tratta della prima mappa sistematica del fenomeno e all’interno delle 382 pagine dell’Atlante e’ possibile, anche graficamente, vedere ‘chi parla di chi’ nel mondo del jihadismo globale.
Il risultato e’ che i nomi piu’ celebri, come quelli di Osama bin Laden, del suo vice Ayman al Zawahri o dell’ideologo ritenuto l’ispiratore del jihadismo moderno, Sayyid Qutb, in realta’ sono snobbati. La vera superstar? Un giordano poco noto ai piu’, Abu Muhammad al-Maqdisi, che si trova attualmente in una prigione del suo paese.
I leader di Al Qaida, per quanto abbiano assunto prestigio per le loro gesta di questi anni, non vengono considerati sul piano intelletuale autori di particolare spessore.http://www.marcobardazzi.com/blog7/
NUOVO ORDINE DI CATTURA CONTRO EX-PRESIDENTE FUJIMORI
Una corte penale di Lima ha ordinato l’arresto dell’ex-presidente Alberto Fujimori, trattenuto da oltre un anno in Cile in attesa di estradizione, sospettato di essere il mandante, nella primavera del 1992, dell’uccisione di una ventina di reclusi del penitenziario di massima sicurezza Miguel Castro Castro, alla periferia della capitale. Il mandato di cattura è stato emesso dal giudice Omar Pimentel che contesta a Fujimori, al governo tra il 1990 e il 2000, di non essersi mai presentato a deporre a fronte di ripetute richieste. Secondo indagini di polizia, ‘el Chino’, come viene chiamato l’ex-capo di Stato per la sua doppia nazionalità, peruviana e giapponese, pianificò l’assassinio dei detenuti, accusati di terrorismo e appartenenza a ‘Sendero Luminoso’. Secondo alcune ricostruzioni, il 6 maggio 1992 esercito e polizia fecero incursione nel penitenziario per un’apparente operazione di trasferimento dei prigionieri, ma raggiunsero in seguito il padiglione con i detenuti ‘senderisti’ contro cui aprirono il fuoco. Già nell’ottobre 2004, la magistratura aveva concluso che quello avvenuto nel maggio 1992 a Castro Castro “fu un massacro ordinato da Fujimori”. Sull’ex-presidente pesano già 12 richieste di estradizione per altrettante ipotesi di reato, dal suo presunto coinvolgimento in due stragi di civili (Barrios Altos, 1991 e La Cantuta, 1992), all’arricchimento illecito, al traffico illegale di armi con i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Il ‘caso Fujimori’ aveva innescato nel 2000 anche una grave crisi diplomatica tra Lima e Tokyo, sanata nei giorni scorsi con la visita del ministro degli Esteri peruviano José Antonio Garcia Belaunde in Giappone. http://www.misna.org/
Venti di crac: il rischio sistemico della bolla immobiliare
Le ultime cifre rese disponibili sul settore abitativo USA indicano come il crac sia ormai iniziato. Le nuove costruzioni di ottobre sono al minimo storico in più di sei anni. La costruzione di nuove case monofamiliari e di appartamenti è scesa del 14,6% rispetto al mese precedente e del 27,4% rispetto all'anno precedente. La flessione più alta da 15 anni, nell'arco di 12 mesi. I permessi di costruzione sono al minimo da 9 anni. Continuano a scendere ininterrottamente da nove mesi, cosa mai registrata prima. L'invenduto, sia di case nuove che usate, sta raggiungendo nuovi record.
Il 9 novembre James Lockhart, il nuovo direttore dell'ente di supervisione del settore abitativo OFHEO, ha lanciato un monito sui rischi derivanti al settore bancario da un crollo del settore abitativo. Parlando alla New York Bankers Association, Lockhart ha chiesto poteri analoghi a quelli di supervisione bancaria per poter intervenire sulle conseguenze “significative” su mercati e istituti finanziari derivanti dalle “gravi difficiltà finanziarie” che potrebbero nascere dai due istituti del mercato ipotecario secondario Fannie Mae e Freddie Mac, di cui ha riconosciuto “la forte leva”, cioè gli elevati rapporti d'indebitamento. Questi enti sostenuti dal governo, ha spiegato Lockhart, dominano il mercato ipotecario, tanto che alla fine del 2005 possedevano o garantivano più del 40% dei mutui casa, con un debito di 4 mila miliardi di dollari, soprattutto titoli emessi sulla base di mutui. La rapida crescita dei portafogli di Fannie e Freddie ha aumentato “la possibilità che esse provochino eventi sistemici”. Le banche incorrono in rischi a motivo del debito di Fannie e Freddie: “In particolare le banche molto esposte al debito dei due enti potrebbero subire perdite e problemi di liquidità tali da condurre a una riduzione del prestito bancario o anche a fallimenti bancari”, ha detto Lockhart. Alla fine del 2005 le banche detentrici di debito di Fannie e Freddie e di titoli emessi sui mutui che insieme ammontavano a più del 50% del patrimonio di base erano più del 60% del totale. Molti mutuatari “avranno difficoltà nel mantenere i propri modelli di attività”.
In un discorso tenuto il 15 novembre all'Associazione bancaria britannica Clive Briault, un direttore dell'ente di supervisione finanziaria britannica FSA, ha riferito di aver controllato la possibilità che hanno le banche di resistere ad un crollo del settore abitativo ed ha concluso che le procedure previste non sono sufficientemente serie. La FSA ha di conseguenza emesso una circolare che ordina alle banche di condurre dei test presupponendo un'emergenza che vede crollare prezzi delle abitazioni del 40% e l'esproprio e la rivendita del 35% delle abitazioni in cui il mutuatario è insolvente. In un'altra circolare ai dirigenti di banca il mese scorso, la FSA asseriva che alcuni amministratori delegati non hanno voluto considerare gli scenari in cui essi potrebbero subire perdite, riduzione dei dividendi e mancanza di capitale. Nel periodo 1989-1992 i prezzi immobiliari in Inghilterra sono crollati del 15%, con punte del 40%, portando al riacquisto degli immobili e a riduzioni dei mutui.
Helmut Schmidt: apprendere la lezioni di Weimar
L'ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt ha lanciato un chiaro allarme sulla disoccupazione in Germania, che “diventerà la sfida più importante che la Grande Coalizione si troverà ad affrontare”.
Parlando all'Accademia evangelica di Tutzing l'11 novembre, l'ottantasettenne ex cancelliere ha affermato che se l'attuale governo non trova una soluzione al dilagare della disoccupazione il paese si avvia sulla stessa strada in cui la portò la grande coalizione di Weimar negli anni Trenta. “A quell'epoca i partiti democratici erano incapaci di affrontare le conseguenze della crisi economica mondiale, furono incapaci di affrontare l'emergenza disoccupazione dal 1929 in poi”. Schmidt ha notato come la Grande Coalizione di Weimar, sotto il Cancelliere socialdemocratico Hermann Müller, crollò nella primavera del 1930 su una questione di politica sociale di second'ordine. Fecero seguito due governi di minoranza, sotto Brüning e von Papen, capaci di governare solo per decreto, e “tre anni più tardi Hitler arrivò al potere”, ha detto Schmidt.
Il noto politico socialdemocratico ha quindi raccomandato all'attuale Grande Coalizione di apprendere le lezioni del fallimento della Coalizione di Weimar: “Vedo specialmente dal punto di oggi che il fallimento della Coalizione di Weimar è una lezione estremamente significativa. Perché la Grande Coalizione deve tenere in mente: se non mette sotto controllo la disoccupazione, le conseguenze politiche e psicologiche potrebbero anche oggi - specialmente se si aggiungono altri fattori politici - condurre come conseguenza a un grave tracollo strutturale interno”.
Rubin sulla minaccia al dollaro USA
Robert Rubin, ex segretario al Tesoro di Clinton, ha lanciato un monito sulla “grave minaccia all'economia USA e all'economia globale”. Parlando all'Economic Club di Washington, il 9 novembre, Rubin ha dichiarato che occorre affrontare il problema dell'aumento del deficit, dell'aumento della spesa pensionistica, e della dipendenza dai prestiti dall'estero, pensando con urgenza a “una combinazione di disciplina nelle entrate e nelle spese”. Per quanto concerne le obiezioni contro un aumento delle tasse, che metterebbe in ginocchio l'economia, Rubin ha affermato: “Ritengo che se dovessimo aumentare già ora le tasse, gli effetti negativi sull'economia saranno probabilmente attorno allo zero”.
Solo qualche giorno più tardi, il 14 novembre, Rubin ha affermato che l'incapacità di arginare la crescita del deficit del bilancio USA potrebbe far innervosire le banche centrali, gli hedge funds e chiunque abbia acquistato titoli del Tesoro USA. “Sembra quasi inconcepibile che ciò possa continuare a tempo indefinito”, ha esclamato Rubin in una videoregistrazione presentata ad un banchetto della Concord Coalition. A quell'incontro era presente anche l'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, che prendendo la parola ha confermato i timori di Rubin aggiungendo che le esigenze di contrarre nuovo debito degli USA rappresentano un rischio di “crisi”. “E' incredibile come la gente continui a tenere titoli in dollari per così tanto tempo. Ad un certo punto si arriverà alla situazione in cui la gente ne avrà avuto abbastanza”.
In un discorso al congresso annuale della New York Bankers Association il 10 novembre il Comptroller of the Currency John C. Dugan ha dichiarato che i rischi nella gestione dei derivati potrebbero “provocare interruzioni distruttive dei mercati che colpiscono la fiducia del pubblico nelle istituzioni finanziarie in generale”. Ha osservato che una banca su sei nel paese tratta titoli derivati e che l'esposizione creditizia complessiva ha raggiunto i 199 miliardi di dollari. Dugan ha quindi spiegato come “l'esposizione dei derivati sul credito rappresenti un rischio reale e molto significativo”, notando tra l'altro che cinque grandi istituti bancari, tutti statunitensi, posseggono il 97% dei contratti derivati aperti, il cui valore nozionale ammonterebbe a 119 mila miliardi di dollari.
Anche l'ex ministro dell'Economia italiano Giulio Tremonti è intervenuto sul tema del crac globale. In un'intervista molto letta, pubblicata sul Corriere della Sera del 12 novembre, Tremonti così si esprimeva sull'economia USA: “Le ipotesi sono due. La prima: il passaggio dal boom allo sboom non ha causato il collasso, perché il sistema finanziario è ben equilibrato, ha assorbito la crisi e può ripartire. La seconda è avanzata da molti siti economici, che ospitano previsioni di crisi strutturale, tipo 1929. Io spero nella prima ipotesi, ma temo la seconda”
http://www.movisol.org/znews223.htm
Esercito in Romania: dalla leva ai professionisti
scrive Mihaela Iordache
A partire dal 2007 5000 giovani rumeni e rumene potranno fare dell'esercito la loro scelta di vita. Si passa infatti dall'esercito di leva ad un esercito di professionisti. Le candidature non mancano, in molti attirati da un lavoro garantito e uno stipendio decente
Truppe rumene in Afghanistan L’esercito romeno diventa composto esclusivamente da professionisti. Non vi sarà più servizio di leva obbligatorio. D'ora in poi sarà composto solo da volontari. E sembra per ora che le candidature non manchino. Dall'anno prossimo inoltre l'esercito apre le porte anche alle donne. Ed il 35% delle richieste sino ad ora pervenute al ministero sarebbero state inoltrate proprio da donne.
L’uniforme sembra attirare giovani dalle più svariate professioni, tra questi anche insegnanti e medici. Un lavoro sicuro e uno stipendio decente sembrano gli stimoli principali nella loro scelta.
Un’altra categoria è rappresentata da quelli che hanno avuto già parenti nell’esercito e ne fanno quindi una sorta di tradizione famigliare.
L’anno prossimo 5000 giovani donne e uomini potranno entrare nell’esercito romeno, la maggior parte nelle forze terrestri. Tra i requisiti richiesti vi sono età tra 18-26 anni, la cittadinanza romena, la residenza in Romania, buone condizioni fisiche e psichiche, non aver avuto problemi con la giustizia e non fare parte di alcun partito politico. I futuri soldati riceveranno 385 euro al mese. A questi si potranno aggiungere altri compensi in base alla specializzazione, le condizioni di lavoro, nonché facilità abitative oppure una somma in denaro per l’affitto quando si tratta di soldati che provengono da un'altra località rispetto a quella dove svolgeranno il loro lavoro.
I volontari dovranno prima passare un concorso dopo di che seguono 4 mesi di preparazione e poi l’aspirante militare potrà firmare un contratto per 4 anni. Possono restare sottufficiali ma avranno la possibilità di diventare ufficiali.
Intervistata da un giornale di Bucarest una giovane insegnante spiega così la sua scelta per l’esercito: ”Certamente contano anche i soldi. Io sono insegnante di lingua romena e mi piace questo mestiere. Ma per quanto riguarda lo stipendio, non sono contenta. La stabilità finanziaria conta molto”.
Invece, una cameriera ha un altro punto di vista: ”Mi piace fare attività fisica; sono una persona attiva. Mi piace l’ordine e come si lavora nell’esercito.
Un maggiore dell’esercito romeno, citato dalla stampa si ricorda l’esperienza di una scuola militare dove tre anni fa il numero delle donne aveva superato quello degli uomini. “Erano 100 posti e le donne avevano il diritto di entrare al apri degli uomini. Ma abbiamo cominciato a porre poi dei limiti ...”.
L’anno prossimo l’esercito romeno avrà 75.000 militari e 15.000 dipendenti civili. La Romania è dal 2004 membro della Nato e in più occasioni le autorità romene hanno ribadito l'intenzione di svolgere un ruolo di stabilità nella regione del Mar Nero, anche in veste di futuro membro dell’Unione europea.
Bucarest inoltre negli ultimi anni è scesa in campo al fianco degli Stati uniti nell'impegno “contro il terrorismo”. Circa 900 militari romeni si trovano in Iraq mentre altri 500 sono dislocati in Afghanistan. Inoltre i militari romeni hanno partecipato a missioni per il mantenimento della pace in Somalia, Ruanda, Angola e sono presenti in Congo, Kosovo, Etiopia, Costa d’Avorio, Burundi, Liberia, Georgia. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6417/1/51/
Una moda di vita
Le prostitute di Rio de Janeiro lanciano una linea di abbigliamento che incanta il Brasile... e sbarca a Parigi
Dimenticate dai politici e snobbate dalla società, le prostitute brasiliane sono scese in campo per reclamare i propri diritti, usando un’arma che sta mietendo migliaia di vittime: stravaganti abiti alla moda.
Concorrenza spietata. Sta accadendo a Rio de Janeiro dove, scandendo il motto “prostitute e fiere di esserlo”, le donne di strada hanno ideato magliette, vestitini sexy e borsette rigorosamente ispirati al loro stile di vita. Marchio della linea fashion: Daspu, dal portoghese “das putas”, letteralmente “delle puttane”.
L’intento è racimolare quanto basta per mettere in atto una vera e propria campagna di sensibilizzazione e di riscatto. Convinte che il loro sia un lavoro al pari di ogni altro, le prostitute pretendono leggi adeguate a garantire loro assistenza e anche una pensione. Perché se in Brasile prostituirsi è legale, manca ancora ogni tutela.
“A 60 anni alcune di noi sono ancora obbligate a battere il marciapiede – raccontano –, la concorrenza delle giovani è spietata e i clienti sempre più rari”.
Successo inatteso. Ad aiutarle, un’organizzazione non governativa brasiliana, Davida, che da sempre lotta per il riconoscimento della prostituzione quale attività professionale e si batte contro le malattie sessualmente trasmissibili. È stata la direttrice della Ong, Gabriela Leite, ex prostituta, a far sì che la nuova firma esplodesse nel mondo della moda, tanto da essere ospitata alla Biennale delle arti di San Paolo, in ottobre, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti.
Dalla maglietta alla passerella. Con le “putas”, che oltre a ispirare l’abbigliamento fungono da indossatrici, lavora una stilista a tempo pieno, Rafaela Monteiro, che cura i dettagli. La prima collezione si è intitolata “Strada 69” e ha girato intorno al cliente ideale, “l’uomo che passa e che non resta”, ovvero il camionista. L’impronta scelta è stata “femminile ma non volgare”, dato che l’abbigliamento Daspu “si rivolge a tutte le donne”, ha spiegato la stilista, la quale ha attinto le proprie idee per le strade di Rio e a Copacabana, la famosa spiaggia carioca. Abiti volutamente “molto brasiliani” sia nei colori che nello stile.
Nata con magliette militanti a sostegno dei loro diritti, questa linea è diventata in sei mesi pret-a-porter e le sfilate di presentazione della collezione si moltiplicano. Con loro, i clienti e la fama. In poco tempo i negozi di grido della capitale carioca hanno venduto più di cinquemila magliette. Un successo inaspettato.
Non solo moda. Grazie a questo impatto, anche le rivendicazioni sostenute da Davida hanno guadagnato visibilità. “Vogliamo far sparire ogni pregiudizio e ogni discriminazione contro le prostitute facendole salire in passerella – ha spiegato Gabriela Leite - A tutte le età e con le loro forme generose, in modo che rompano i canoni della bellezza. È anche un tentativo per dar loro fiducia in se stesse”. L’associazione, infatti, lavora molto nel sostegno psicologico di queste donne.
Contro la tradizione. La speranza è che il successo del marchio, che ha letteralmente stregato Rio e si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il paese, riesca a scuotere la società e ad arrivare in Parlamento. Da tre anni è in sospeso un progetto di legge presentato da Fernando Gabeira, deputato federale dei Verdi, che prevede la regolamentazione del mestiere più vecchio del mondo e che è probabile venga discusso quanto prima. Anche se è opinione comune che la società brasiliana non sia ancora pronta a tanto. Dopotutto, il Brasile è un paese tradizionalista, dove la società e la politica sono molto influenzate dalla Chiesa, cattolica o evangelica che sia e quindi la strada è lunga.
Intanto però le prostitute, almeno quelle di Rio, si consolano con il successo della loro iniziativa. La loro griffe sta addirittura per fare il grande salto: quello oceanico. Destinazione? Niente meno che Parigi, la capitale della moda, dove si sono già dette interessate alla collezione le Gallerie Lafayette.
Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6770
UE discute violazioni diritti in Russia e ricorda Politkovskaya
di Rico Guillermo
Il parlamento UE ha reso omaggio alla giornalista Anna Politkovskaïa, assassinata in Russia, ospitando oggi nel suo sottocomitato per i diritti dell'uomo quattro esperti sulla situazione delle liberta' fondamentali nella federazione russa. Tutti e quattro sono stati concordi che la situazione stava deteriorandosi e che la pressione sul giornalismo indipendente, la centralizzazione del potere politico e l'aumento dei gruppi ultranazionalisti costituisce un pericolo grave.
Una esperta ha notato che il regime di Putin "durante gli ultimi tre anni e' diventato sempre piu' autoritario, arbitrario, opaco, corrotto". Un'altra esperta ha detto che "i diritti dell'uomo sono violati quotidianamente in Russia" e che "la violenza della polizia fa parte del pacchetto del sistema". In pratica, ha detto, il servizio di sicurezza federale (FSB) "decide chi vive e chi muore e chi sara' o meno assassinato". Tutti i partecipanti hanno notato una crescita dell'atmosfera di violenza in Russia, specialmente contro i Ceceni e i Georgiani.
Un'altra testimone ha parlato dell'aumento dei gruppi di ultranazionalisti che stanno minacciando esponenti della societa' civile e giornalisti civili. Ha riferito che sui siti internet di estrema destra forniscono liste di oppositori ai loro punti di vista ed invitano i loro sostenitori ad ucciderli, fornendo indirizzi e dettagli personali dei loro avversari. Va ricordato anche che internet e' il veicolo anche per l'odio etnico e le "tecniche di caccia allo straniero". La Russia conta 60.000 skinheads e l'anno scorso sono state uccise in attacchi razzisti 28 persone, mentre 366 sono state ferite.
Quanto alla censura delle idee, il vicedirettore di Novaya Gazeta, il giornale per cui Anna Politkovskaya stava lavorando, ha parlato di pressione sui giornalisti, sottolineando che "non ci sono praticamente media indipendenti", c'e' un programma di acquisizioni di media e i capi delle stazioni TV sono cloni "che spargono propaganda di regime", confondendo "inestricabilmente" nei loro programmi fatti e commenti.
I deputati europei si sono chiesti cosa poter fare, come nel caso di un esponente del PPE ha parlato di cammino verso un "terrorismo interno" in Russia. Alcuni degli esperti hanno risposto che l'UE non dovrebbe soffermarsi a "disegnare linee nella sabbia" ed insistere sul fatto che determinate azioni avranno adeguate conseguenze. Inoltre ha invitato i politici ad instaurare contatti anche con altre parti del sistema politico russo, non solo il Cremlino. Hanno poi invitato l'UE "ad accogliere favorevolmente i Ceceni" costretti alla fuga da una situazione invivibile. Hanno infine messo in guardia sul fatto che la Russia rischia di sparire o esplodere… "ed al contrario alla scomparsa dell'Unione Sovietica, questo sarebbe un fatto molto sanguinoso".
Proprio in questi giorni il Cremlino e' sotto accusa per l'avvelenamento di Alexander Litvinenko, l'ex spia dei servizi segreti russi ricoverato a Londra in gravi condizioni. Litvinenko e' autore di un libro che accusa gli agenti dei servizi segreti russi di avere pianificato gli attentati del settembre 1999 avvenuti in alcuni condomini russi. Inoltre di recente stava indagando proprio sull'assassinio di Anna Politkovskaja. Sabato, invece, e' stato ucciso a Mosca in un blitz delle forze di polizia russe e cecene Movladi Baisarov, l'ex capo della sicurezza del defunto presidente ceceno Akhmad Kadyrov.
Ieri il direttore di un mensile moscovita indipendente, Boris Stomakhin, e' stato condannato a 5 anni di carcere per istigazione all'odio religioso e alla violenza in Cecenia con "azioni dirette a distruggere il popolo russo come nazione". In realta' si trattava di articoli che criticavano Putin e parlavano di azioni militari russe nella repubblica travagliata dalla guerra civile ed in cui, secondo l'accusa, il giornalista sosteneva "i criminali e i terroristi", ritenendo occupazione la presenza dei militari russi in Cecenia.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 21 2006
Carlo Fatuzzo
Sezione “la faccia come il culo”
Carlo Fatuzzo, leader del Partito dei pensionati, in una conferenza stampa alla Camera ha annunciato che «ingannato e deluso da Prodi» toglie la fiducia al governo e passa alla Cdl. Il suo partito parteciperà quindi alla manifestazione del 2 dicembre contro la Finanziaria indetta dalla Cdl e subito dopo annuncerà la piena adesione al centrodestra. Interessante il commento di Antonio Tajani, presidente degli europarlamentari di Forza Italia: «Con la sua scelta di campo il partito dei pensionati ribalta la situazione numerica" a favore del centrodestra».
A margine: il Partito dei pensionati ha ottenuto alle elezioni politiche 340.000 voti ed ha mancato il quorum dello 0,4 per cento, quindi non ha mandato alcun rappresentante in Parlamento.
La clamorosa notizia da Repubblica è stata segnalata da Dario Palumbo, che commenta: «Dalle mie parti si dice "pur i pullec' tenen a toss" (pure le pulci hanno la tosse). Perchè i giornali danno risalto alle parole del capo di un partito col chiodo fisso dell'aumento delle pensioni, che su politica estera, istruzione, sanità e molto altro non ha uno straccio di parola da dire? E perchè questo tizio può indire una conferenza stampa alla Camera? Non lo capirò mai, ma domattina fondo un partito e dico anche io la mia».http://www.onemoreblog.org/archives/013501.html
ipocrisia del concorso
Pietro Ichino
Corriere della Sera
Sul Corriere del 14 novembre Francesco Giavazzi ha indicato nelle «regole di reclutamento» attuali uno dei quattro difetti fondamentali del nostro sistema universitario. Lo stesso potrebbe dirsi in riferimento all'intera nostra amministrazione pubblica. Ma è un discorso difficile, perché porta a mettere in discussione niente meno che una regola contenuta nella Costituzione (articolo 97): «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso».
Il concorso dovrebbe garantire la scelta imparziale della persona migliore tra le disponibili. Ma l'esperienza insegna che nella maggior parte dei casi le cose non vanno affatto così; al punto che molti esperti considerano il metodo del concorso come un ostacolo alla scelta migliore. Il problema — va subito chiarito — non è costituito soltanto dalla frequenza con cui accade che l'esito del concorso sia inquinato da clientelismi baronali, politici, sindacali o di altro genere. Il fatto su cui occorre riflettere è che il concorso si rivela come un metodo cattivo di scelta anche quando esso si svolge rigorosamente secondo le regole. In primo luogo perché l'idoneità di una persona a un determinato ruolo dipende per lo più da un insieme di qualità e attitudini molto più complesso di quanto si possa accertare e verbalizzare con una procedura concorsuale: questo vale per tutte le figure professionali, dal docente al giovane ricercatore, dal dirigente al fattorino. Quand'anche, poi, le prove concorsuali consentissero di accertare le qualità che veramente contano per la funzione specifica, resterebbe il fatto che la commissione giudicatrice non risponde per nulla della bontà della scelta. Svolto il compito, essa si scioglie; e se il vincitore si rivelerà inidoneo al ruolo, nessuno ne chiederà mai conto ai commissari.
Il metodo del concorso è legato all'idea ottocentesca dell'amministrazione pubblica come luogo dove i comportamenti sono soggetti al controllo ex ante
di legittimità, ma non al controllo ex post dei risultati prodotti. Oggi sperimentiamo che questo sistema non soltanto non garantisce il risultato ex post, ma di fatto non riesce a garantire neppure un tasso accettabile di legittimità sostanziale, sotto la scorza della (apparente) legittimità formale. Sono davvero pochissimi i concorsi nei quali non vi sia un vincitore designato ben conoscibile già prima del bando. E in qualche caso — occorre dirlo — non è neppure male che le cose vadano così. Ma allora non sarebbe meglio, là dove è possibile attivare un sistema di controllo rigoroso dei risultati, abbandonare questo ferro vecchio, eredità di un sistema amministrativo superato? Così, almeno, chi continuerà a praticare il clientelismo baronale, politico o sindacale, rischierà lo stipendio.
Per esempio: pensiamo a un sistema universitario nel quale sia abolito il valore legale della laurea (dove cioè siano abrogate tutte le norme che richiedono quel titolo di studio per accedere a qualsivoglia posto, funzione o beneficio) e nel quale lo Stato non finanzi direttamente gli atenei, ma dia a ogni diciottenne l'80% del necessario per l'iscrizione a una facoltà universitaria liberamente scelta, a suo rischio. A quel punto potremmo lasciare altrettanto libera ogni facoltà di assumere il personale docente e amministrativo secondo le procedure che essa preferisce: se sceglierà male, gli studenti andranno altrove ed essa dovrà chiudere.
Forse, paradossalmente, sarà la prima volta che vedremo dei concorsi veri: magari con minor dispendio di verbali e ceralacca, ma con un impegno sostanziale assai maggiore a selezionare le persone più capaci e più adatte, rispetto alle specifiche esigenze effettive.
Il PD fuori dal PSE? dipende dalla zattera...
Questo matrimonio s'ha da fare. Ne sono sempre stato convinto e continuo a esserlo, perchè così come sono ora, gli assetti della politica e della sinistra italiana non mi convincono. Alta gerarchizzazione, bassa partecipazione, scarsa trasparenza, abbondanti divisioni in partiti e partitucoli, correnti e controcorrenti, vortici e mulinelli: non se ne può più. Il PD può essere un'occasione per far saltare il banco, per aprirsi alla società civile, per rompere gli equilibri di potere. Ma può anche essere il fallimento di quanto appena detto, se lo si concepisce come una semplice somma di gerarchie partitiche.
Recentemente il dibattito sul PD si è focalizzato sui contenitori. Il PD deve stare nel PSE (partito socialista europeo), o a cavallo tra il PSE e l'ALDE (alleanza dei libeali e democratici per l'Europa), in tal modo confermando di essere non un rinnovamento della tradizione socialista, ma una contaminazione tra la cultura liberale e socialista? La domanda è insidiosa, la situazione in realtà è più complessa. Perchè la Margherita in realtà, fino a pochi anni fa, faceva riferimento al Partito Popolare Europeo (PPE), dunque ad una cultura popolare, e non liberale. Il progressivo movimento verso posizioni conservatrici e populiste del PPE ha causato una piccola scissione a cui hanno preso parte Margherita e l'UDF (Union pour la Democratie Française) i quali hanno fondato il PDE (partito democratico europeo). A sua volta il PDE si è alleato con l'ELDR (Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori), dando vita al gruppo parlamentare ALDE (Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa). Nell'ALDE troviamo quindi Diellini e Radicali seduti fianco a fianco, mentre i compagni di partito Rosapugnanti, i Socialisti, stanno insieme ai DS nel PSE.
Dunque ricapitolando: la Margherita, partito di ispirazione popolare per quanto liberaleggiante e socialisteggiante, si scinde dai popolari e crea il "partito democratico", che sia allea con i liberali ma senza fondersi con essi; poi chiede ad un partito di chiara ispirazione socialista (i DS) di lasciare il PSE e creare un "partito riformista", che altro non è che quella "zattera" chiamata PDE, temporaneamente ancorata all'ALDE ma pronta a salpare per approdare a metà tra ELDR e PSE. I Dielle sono stati molto lungimiranti, non c'è che dire, e hanno saputo venire incontro ai DS, ma... il punto è... la natura della zattera. E' rimasta una zattera popolare e centrista, per quanto sinistreggiante, o è diventata una zattera liberale?
Insomma, il PD sarà una creazione liberalsocialista o popolarsocialista? Io naturalmente propendo per la prima, ma i DL mi sembrano molto più popolari di quanto sembrino liberali, nonostante quella trovata pubblicitaria rutelliana che va sotto il nome di "manifesto per le liberalizzazioni". Forse sono liberali in economia e popolari nei temi etici. Forse. D'altra parte escludere organizzazioni come l'Azione Cattolica e le Acli dalla militanza nel PD, renderebbe quest'ultimo un esperimento fallimentare. Ci saranno dei compromessi, ma del resto anche il partecipare ad una coalizione impone dei compromessi, a partire dal programma. Il solo modo di rendere questi compromessi più digeribili sarebbe quello di aprire il duopolio DL-DS ad altre forze politiche (SDI, Repubblicani Europei e anche, perchè no, Radicali) e sociali (associazioni e think tank che stanno fiorendo anche nel mondo dei blog). Staremo a vedere.
PS: Nel frattempo Segolene Royal vince le primarie in Francia (a sostegno della tesi che il socialismo sta rinnovandosi dall'interno); muore Milton Friedman (a sostegno della tesi keynesiana che sul lungo periodo siamo tutti morti, copyright marioemario) e Cannavaro vince il Pallone d'Oro (a sostegno della tesi secondo cui Blatter è un cretino, anche se non c'entra nulla con tutto il resto)...http://www.bloggers.it/supramonte/index.cfm
Due governi immaginari per il Messico
Gennaro Carotenuto
Reportage In dieci giorni la polveriera messicana vedrà l'insediamento di due governi, uno di centrosinistra che si proclama "legittimo" e l'altro di destra, che è reale. Basta una scintilla
Lunedí 20, festa della Rivoluzione, Andrés Manuel López Obrador, candidato del centrosinistra alle elezioni del 2 luglio, giura come presidente "legittimo" del Messico nella piazza principale della capitale, lo Zócalo. Undici giorni dopo, Felipe Calderón, candidato della destra, proverà ad installarsi come presidente eletto e successore del suo collega di partito Vicente Fox.
Proverà, Calderón, perché López Obrador giura che il passaggio di poteri verrá impedito con tutti i mezzi. Secondo il PAN, il partito di Calderón, che da settimane - per evitare le proteste - entra dalla porta posteriore in ogni evento al quale prende parte, arriverà al palazzo di San Lázaro, la sede del Parlamento, protetto dalla PFP, la Celere messicana, e forse addirittura in elicottero.
Apparentemente è il quadro di una situazione esplosiva alla vigilia di una rottura istituzionale senza precedenti nel paese. López Obrador, che ha denunciato brogli nelle elezioni dello scorso 2 luglio, che gli hanno impedito la vittoria per appena 250.000 voti, da due mesi non convoca piú alcuna manifestazione pubblica. Dal due luglio al 14 settembre le proteste contro i brogli avevano coaugulato masse di persone valutate tra i due e i tre milioni nel centro della capitale, tanto da far parlare di una protesta simile a quella che aveva portato all'annullamento del voto in Ucraina, due anni fa. Quella ucraina aveva goduto di un supporto senza precedenti della stampa internazionale che però del Messico si è sintomaticamente disinteressata. Il paragone Ucraina-Messico svela perfectamente come vanno le cose mediaticamente: due Paesa importante, due elezioni giocate sul filo di pochi voti, con probabili brogli da parte del vincitore. Nel caso ucraino gli sconfitti filostatunitensi ribaltarono la situazione e ottennero l'annullamento del voto, soprattutto a causa della piú grande mobilitazione mai vista della stampa internazionale. Nel caso messicano, del tutto analogo il filostatunitense era il vincitore e le colossali proteste che hanno coinvolto milioni di persone sono state artatamente fatte passare sotto silenzio.
Ma quattro mesi dopo Cittá del Messico è tranquilla. Attraversando in lungo e in largo l'enorme megalopoli - 25 milioni di abitanti - solo negli incroci principali si trovano dei piccoli striscioni che danno appuntamento a lunedì. Non ci sono posti di blocco, barricate, assemblee, nessuno sciopero è stato convocato; nulla che faccia presagire una rottura così importante come quella gridata dalla cupola del PRD. Tra gli elettori di López Obrador, rispetto al governo ombra, sembra prevalere lo scetticismo: "abbiamo perso ingiustamente ma abbiamo perso, sará per la prossima volta". Le proteste degli ultimi due mesi sono state inscenate come opportunitá mediatica, con piccoli e brevi eventi a sorpresa, soprattutto da parlamentari e quadri del PRD, il partito di López Obrador. Questo, rispetto alla rotura istituzionale del non riconoscimento, registra delle defezioni gravi da parte dei quattro governatori di stati amministrati dal PRD e da parte di vari deputati, che hanno dichiarato che riconosceranno Calderón. Il governo di López Obrador, alla vigilia del suo insediamento, appare uno strumento politico d'opposizione, istituzionalmente dura, politicamente moderatissima, ed è ben lontano dall'essere la millantata rottura istituzionale che disegna un Messico sull'orlo della guerra civile.
Uno strumento di pressione che, secondo alcuni analisti, sarebbe soprattutto funzionale a difendere il monopolio privato nei telefoni fissi e mobili del magnate delle comunicazioni Carlos Slim, una sorta di Tronchetti Provera messicano, vicino a López Obrador, mentre Calderón avrebbe già pattato l'apertura del mercato a multinazionali statunitensi del settore.
Non la pensa così Porfirio Múñoz Ledo, uno dei patriarchi della politica messicana, già tre volte presidente del PRI e nel 1988 fondatore con Cuauhtémoc Cárdenas del PRD e responsabile della campagna contro i brogli e per il "governo legittimo". Ci riceve nel suo studio del Parque Lira ed è durissimo: "non c'è alcuna possibilità di riconoscere Calderón, sarebbe un tradimento verso la democrazia di questo paese, l'ammissione che ogni sopruso paga". Gli facciamo notare che, soprattutto per una forza politica moderata come il PRD, non appare esistere una correlazione di forze tale da sostenere toni così apocalittici. Múñoz Ledo si rifugia in calcio d'angolo: "non importa, lo vedremo, e comunque combattiamo per la dignità del paese".
Se quello di AMLO si profila a tutti gli effetti un governo immaginario, non sembra avere più possibilità concrete di fare politica quello del neofalangista Felipe Calderón. In un Messico che comunque ribolle di conflittualità sociale -c'è Oaxaca e "l'altra campagna" zapatista che continua a battere il paese palmo a palmo- il PAN ha dovuto pattare con tutti i poteri fattuali possibili nel crescente ripudio della società civile. Quello di Calderón non è solo un governo illegittimo perchè ben pochi hanno dubbi sui brogli che lo hanno portato al potere, ma si presenta, ancora di più di quello di Fox, come un governo dai margini di manovra infimi. La crisi del neoliberismo colpisce anche in México e durante i sei anni di Fox il potere d'acquisto delle classi popolari ha raggiunto minimi storici. Quello di Calderón è anch'esso un governo immaginario dove tutto è deciso, un governo confindustriale, al servizio degli interessi del governo degli Stati Uniti del quale vuole apparire in perfetta sintonia anche su temi dove il conflitto è evidente, come quello migratorio, e della parte più retriva della chiesa cattolica, dove perfino il Cardinale Norberto Rivera è in queste ore lambito da uno scandalo di pedofilia che la politica debe mettere a tacere. Ed è un governo al servizio del narcotraffico che innerva la classe politica dai vertici verso il basso, ed ha fatto oltre 2.000 morti ammazzati nel solo 2006. Come in Colombia. I narcos sono oggi una lobby trasversale in parlamento temuta e corteggiata allo stesso tempo. Confindustria, Stati Uniti, Conferenza episcopale, narcotraffico, sono i quattro soggetti politici che tengono per il collo Calderón. Se anche lo volesse non avrebbe margini di manovra.
I segnali che l'unico strumento politico nelle mani di Calderón sia la repressione dura e pura del conflitto sociale ci sono tutti. Lo testimoniano le oltre 40 ragazze lasciate stuprare in maggio alla polizia che aveva assediato alla maniera medievale e poi conquistato il sobborgo di Atenco. Fu un'atroce vendetta contro il movimento sociale che aveva impedito la costruzione di un mega-aeroporto voluto dai soliti noti. O lo testimoniano i 17 morti di Oaxaca che sanciscono nel sangue l'alleanza tra la nuova politica del PAN ed il vecchio PRI. Vicente Fox, come ultimo favore al suo successore, si è preso la briga di aumentare del 25% il prezzo del latte che diverrà inaccessibile per milioni di bambini.
Il Messico sembra cosparso di benzina, pronta ad esplodere. Un partito socialdemocratico come il PRD e che condivide la maggior parte dei disastri del vecchio sistema di governo clientelare -e che si è a lungo disinteressato di Oaxaca e sembra incapace di dialogare con i movimenti, a cominciare da quello zapatista- si radicalizza per impedire l'insediamento di Calderón.
Forse non succederà nulla; ma può succedere di tutto.http://www.aprileonline.info/712/due-governi-immaginari-per-il-messico
«Sradicheremo 400.000 ettari».
I viticoltori contro l’Ue
Il 2007 sarà un’annata particolare per il vino europeo. La Commissione prevede di riformare il settore. In modo radicale.
Sos viticoltura. Se resta la prima al mondo per superficie e volume, la viticoltura europea soffre. E tanto. Ogni anno il 15% della sua produzione rimane invenduta. La causa? La concorrenza mondiale, sempre più implacabile. Nettari provenienti dal “Nuovo Mondo” sono esposti in bella mostra sugli scaffali dei supermercati europei. E i vigneti locali non nascondono più la loro preoccupazione di fronte ad un consumo di vino in caduta libera. Il colmo è che quando i consumatori bevono, bevono principalmente vini d’importazione.
In giugno 2006 Mariann Fischer-Boel, Commissaria europeo all’Agricoltura, ha presentato i principali orientamenti della riforma del vino. In programma: sradicamento sovvenzionato di 400.000 ettari di vigne (per accompagnare i viticoltori meno competitivi verso una riconversione e ridurre la produzione); liberalizzazione totale dei diritti di piantagione (per permettere a chi è competitivo di crescere); adattamento dei processi di fabbricazione del vino; creazione di centri di gestione nazionali che permettano una maggiore decentralizzazione; incoraggiamento al raggruppamento e alla razionalizzazione delle filiere di vendita.
Sradicamento delle vigne: un palliativo?
Se tutti si trovano d’accordo sull’obiettivo di ritrovare la competitività, i metodi adottati suscitano non poche polemiche. Secondo Patrick Aigrain, membro di Vinifhlor, organismo pubblico incaricato in Francia di seguire e di inquadrare le filiere orticole e vinicole: «Il nostro problema non è l’eccessiva produzione, ma le vendite che sono insufficienti». Perché la domanda mondiale continua a crescere.
Ma la Commissione mette l’accento sullo sradicamento dei vigneti: 1/3 del budget – circa 300 milioni di euro – dell’Organizzazione Comune di Mercato sarebbe dedicato all’attuazione di tale operazione per eliminare 400.000 ettari di vigne, cioè il 12% della superficie vinicola totale. Una cifra puramente arbitraria: lo sradicamento sulle terre europee non vorrà dire la fine delle piantagioni in altre regioni del globo. La produzione mondiale è in sovrapproduzione. Ma l’impatto di questa misura appare potenzialmente devastante per delle regioni dove la cultura della vigna fa rima con identità regionale. Basti pensare alla Castiglia in Spagna o alla Linguadoca in Francia. Infine un abbassamento della produzione europea avrebbe un effetto minimo sui consumatori: perché dovrebbero smettere di comprare vini importati?
Vino cileno in vigneti europei
Il punto, in realtà, resta: “come vendere di più?”. Ristrutturare le filiere di promozione e di vendita è necessario, certo. Ma non basta. Sui mercati in espansione, soprattutto in Inghilterra e in America, i consumatori, spesso neofiti, preferiscono nettamente i vini provenienti dal Nuovo Mondo, più “regolari” e di facile accesso rispetto ai loro concorrenti europei.
Per i negoziati raggruppati in seno al Comitato Europeo delle Imprese Vinicole l’insegnamento è chiaro: bisogna adattarsi ai gusti dei consumatori attraverso l’adozione di alcuni comportamenti diffusi presso alcuni concorrenti in merito a etichettatura e marche, oltre che a pratiche enologiche. Molti sostengono che si arriverà a produrre vino “australiano” o “cileno” in Europa.
Anche se l’idea provoca le urla scandalizzate degli intenditori, sta comunque prendendo piede. Prova ne è che il Consiglio Europeo, durante la riunione del 24 e del 25 ottobre scorso, ha ammesso di aver applicato una certa flessibilità nelle pratiche enologiche, giacché modernità e pratiche ancestrali non sono considerate incompatibili.
La fine del Doc?
La Commissione si difende dall’accusa di voler indebolire le tradizioni vinicole nel Vecchio Continente, insistendo sul fatto che il regime riguardante i vini “di qualità”, protetti da un’indicazione geografica, sarebbe rinforzato.
L’indebolimento che si suppone riguarderebbe solo il settore dei vini da tavola, non beneficiari di alcuna denominazione. L’idea sarebbe quella di rimettere i produttori europei ad armi pari con i loro concorrenti mondiali.
Un’alternativa? Riconquistare il consumatore europeo facendo giocare la fibra culturale. Un gruppo di deputati chiede oggi l’esclusione del vino dal regime generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, poiché non si tratterebbe di un prodotto industriale. Ma l’affermazione dell’eccezione culturale è possibile per il vino? Alcuni ne sono convinti. Astrid Lulling, presidente dell’intergruppo Viticulture all’Europarlamento, protesta regolarmente contro le politiche della salute della Commissione che, a suo dire, provocherebbero un abbassamento dei consumi.
Altri si mostrano più rassicuranti. E affermano che i consumatori neofiti, formatisi su vini extraeuropei, vorranno presto passare a vini giudicati “più complessi”. Resta il fatto che questa politica, riguardo il consumo di massa, avrebbe bisogno di un solido consenso e di una volontà politica che probabilmente manca al giorno d’oggi. Mentre se ne sente estrema urgenza sul terreno.
Lorenzo Morselli - Bruxelles http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8864
Il formaggio nel sacco
20.11.2006
Dal miele, alla frutta, ai formaggi. Sono stati più di trenta i produttori provenienti dai Balcani che hanno partecipato a Terramadre 2006, l'incontro mondiale delle comunità del cibo. Tra i vari prodotti anche il “formaggio nel sacco”. Un'intervista
Un grande sacco di pelle di pecora rivoltata di color marroncino chiaro: ecco come si presenta il “sir iz mijeha” (formaggio nel sacco) dell'Erzegovina.
Slow Food presenta così il formaggio che Slavica Samardzic è venuta a a far conoscere al pubblico dell'ultima edizione di Terra Madre, incontro internazioinale di contadini e produttori promosso a Torino e in Toscana. Slavica è divenuta da poco tempo referente per Slow Food del presidio internazionale di Nevesinje, sua città natale. Qui è tradizione fare in casa il “formaggio nel sacco”, cosiddetto perché contenuto all'interno di una pelle di pecora affumicata. Slow Food ha deciso di attivarsi per tutelare e valorizzare questo prodotto tipico che, In Italia, ha raccolto grandi apprezzamenti dagli intenditori di settore.
Quale il percorso che l'ha portata a diventare referente di Slow Food a Nevesinje?
Nel 2003 avevo concluso un corso presso l'Istituto Economico di Bari e avviato uno stage presso la Cefa, Ong bolognese, dove ho conosciuto il coordinatore del progetto “Sapori d'Erzegovina”, Paolo Volvacchini. Lui è la prima persona che ha assaggiato, a casa mia in Bosnia, questo formaggio e si è poi trascritto la lavorazione. Continuava a ripetermi che era una cosa che non aveva mai visto. Un anno dopo, nel 2004, Paolo ha cominciato a lavorare per Slow Food ed è Slow Food che ha avviato tutto il progetto in cui sono coinvolta, al quale successivamente si è aggiunta un'organizzazione di Arezzo, UCODEP. Il progetto prevede la mappatura di tutti i prodotti tipici dell'Erzegovina, al quale collaborano anche l'Istituto zootecnico di Potenza e la Provincia di Arezzo.
Ci si è attivati affinché il prodotto “Sir iz mijeha” venisse presentato ad Arezzo, a Prato, e poi nell'aprile del 2006 a Vinitaly, fiera enologica internazionale, dove ha riscosso grande successo. Nel giro di venti giorni da questa fiera internazionale, Slow Food l'ha definito formaggio di presidio. I presidi di Slow Food sono progetti nati per sostenere i piccoli produttori e per salvaguardare i prodotti artigianali tradizionali di qualità.
Ci può raccontare quali sono le particolarità di questo formaggio?
Il formaggio viene fatto dal latte crudo di pecora o con latte misto d'estate, mentre d'inverno si usa il latte vaccino. La particolarità sta soprattutto in due fattori: che viene fatto con latte crudo, quindi non viene cotto, e che alla fine della lavorazione si ripone in un sacco di pelle di pecora previamente affumicato. A seconda di quanto è grande l'animale si ottengono forme che vanno dai 30 ai 70 chili di formaggio. Il formaggio stagiona da due a tre mesi e solitamente viene consumato come antipasto, con le patate lesse, con il prosciutto o con gli gnocchi fritti.
Siete organizzati in un'associazione di produttori? Avete il sostegno della municipalità di Nevesinje?
La municipalità, nella fase iniziale, non ha dimostrato alcun tipo di interesse. Si sono inseriti solo quando hanno visto che il progetto prometteva bene. Tutto quello che sta succedendo attorno a questo formaggio è frutto dello spirito d'iniziativa di poche persone, che non avevano alcun legame con la municipalità, a partire da Paolo fino a me e altre quattro famiglie di Nevesinje sino alla partecipazione di UCODEP. La municipalità si è presentata a lavoro finito... e quindi oggi sono ufficialmente coinvolti e informati dell'andamento del progetto. Ma ad oggi non abbiamo ottenuto alcun tipo di sostegno, né economico, né politico. Ora, dopo 15 anni, abbiamo una nuova rappresentanza politica che ha vinto di recente alle elezioni di ottobre, e ci aspettiamo che si muova qualcosa sebbene sappiamo che ci vorrà comunque parecchio tempo.
Come produttori non siamo organizzati in associazione, perché si teme di dover sostenere direttamente l'associzione e che questo abbia costi troppo elevati per gli associati. Nessuno dei produttori locali qui da me ha la possibilità economica di coprire queste spese.
Quali possibilità hanno i produttori locali di trasformare questa tradizione “casalinga” in fonte di reddito familiare e di sviluppo dell'economia locale?
Sono circa dieci le famiglie che si occupano attivamente della produzione di questo formaggio. Ma qui ogni famiglia ha una media di 2-4 vacche o 10-20 pecore, per non parlare di alcune famiglie che possiedono anche centinaia di pecore. Quindi il potenziale di produzione è grande ma la situazione dipende dal mercato che in questo momento non ci rende possibile produrre quantità maggiori. Il nostro formaggio viene piazzato esclusivamente in Erzegovina perché in altri luoghi della Bosnia Erzegovina non esiste questa tradizione e quindi non sono abituati a consumarlo. Dobbiamo considerare che c'è anche la questione del prezzo di questo prodotto, che costa al chilo tra i 4 e i 6 euro, un prezzo troppo elevato anche per la media degli abitanti del mio paese che abitano nei centri urbani. Al momento questo è il fattore di maggior impedimento.
Inoltre non ci è possibile esportarlo nei paesi dell'Unione europea, perché vi è il divieto di importare prodotti di origine animale dai paesi che non sono membri dell'Unione. Rispetto a questo so che UCODEP ha scritto la seconda fase del progetto “Sapori d'Erzegovina”, che non ho ancora letto e quindi non so ancora di preciso che cosa preveda. Per quanto mi riguarda ho in programma di fondare il consorzio di produttori di formaggio “Sir iz mijeha” e di fare richiesta per l'ottenimento del marchio DOP dell'Unione europea. Sappiamo che la procedura è lunga e complessa ma anche che la Ue ha già concesso questo marchio a prodotti provenienti da paesi terzi non membri, quale è ad esempio la Bosnia Erzegovina. Cercherò anche di ottenere il sostegno delle nostre rappresentanze governative affinché sostengano questa richiesta.
Il vostro prodotto potrebbe essere un buon potenziale per il settore del turismo agreste...
Era stato avviato un progetto, finanziato dalla Comunità Europea, dal titolo “rafforzamento del settore del turismo nell'area dell'Erzegovina”. Nell'ambito di questo progetto avevano organizzato un corso per guide turistiche al quale avevo partecipato. Ma finito il progetto, più nessuno ha continuato. Perché tutti i progetti finanziati dall'esterno da noi durano, cioè sono “sostenibili”, solo fintantoché permane questo supporto esterno. Nel momento in cui gli aiuti vengono meno, il progetto viene dimenticato. Purtroppo questa da noi è divenuta una tradizione e prassi ... http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6411/1/51/
LE “SOLUZIONI AFRICANE” ALLE CRISI SANITARIE…
Il ‘treno della salute’ in Sudafrica e un corso d’aggiornamento per le ostetriche del Mali sono tra i “segni” evidenti in tutto il continente che “l’Africa sta trovando soluzioni africane per risolvere le emergenze sanitarie”: sono queste le conclusioni del primo rapporto dell’ufficio africano dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who) sulle condizioni di salute dei 738 milioni di abitanti dei 46 paesi del continente diffuso oggi ad Addis Abeba, in Etiopia, e simultaneamente a Londra e Ginevra. Secondo il ministro della Sanità etiope, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il documento offre un “confortante scostamento dai tetri studi passati sulla situazione africana, perché mentre riconosce le sfide persistenti, presenta anche soluzioni pratiche, economiche e accessibile che hanno avuto successo in alcuni paesi e che quindi potrebbero servire da modello negli altri”. Tra gli esempi positivi, il rapporto segnala innanzitutto il caso dell’Uganda, dove il 50% dei malati di sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, e del Mali, dove il personale di 35 centri sanitari su 57 adesso è in grado di praticare parti cesarei e prendersi. In Ruanda, una campagna d’educazione stradale e l’introduzione di multe per chi non indossa il casco o le cinture di sicurezza ha ridotto di circa un quarto in un anno il numero di vittime di incidenti stradali. In Sudafrica, una sorta di ‘treno della salute’ conduce giovani dottori o studenti di medicina all’ultimo anno nelle zone più isolate e sinora ha fornito cure a mezzo milione di persone e controlli ad altre 800.000. Se è pur vero che, come ha osservato Alpha Oumar Konaré, presidente della Commissione dell’ Unione africana (Ua), il continente “si confronta con le più drammatiche crisi sanitarie”, ad esempio con il 90% dei casi mondiali di malaria, incoraggia il dato che in 33 su 43 paesi si faccia ricorso al farmaco più efficace, l’artemisinina, e che – da quando nel 1999 oltre il 60% della popolazione di 37 paesi beneficia di un vaccino – i decessi siano diminuiti del 99%. “Sappiamo quali sono le sfide e sappiamo come affrontarle” ha detto infine Luis Gomes Sambo, direttore regionale dell’Oms-Africa, aggiungendo che “se si continua ad andare avanti”, i governi africani a poco a poco, contando anche su aiuti internazionali sufficienti, potranno liberarsi delle sfide colossali cui si trovano tuttora a far fronte.
http://www.misna.org/
Somalia, la resa dei conti
Primi scontri tra Etiopia e Corti islamiche, si teme il peggio
Dopo mesi di minacce più o meno velate, domenica le truppe etiopi di stanza in Somalia e le milizie vicine alle Corti islamiche si sono scontrate per la prima volta nei pressi di Mogadiscio, facendo materializzare gli spettri di un nuovo conflitto nel Corno d’Africa.
Scontri. Il momento tanto temuto è arrivato in mattinata: un convoglio di ventuno mezzi militari etiopi, diretti a Baidoa, è saltato su due mine nei pressi di Bardaleh, città a 85 km a sud-ovest della capitale Mogadiscio. Secondo quanto riferito da un portavoce delle Corti, negli scontri susseguenti sono morti sei soldati etiopi. Una versione confermata dai residenti di Bardaleh, ma non dai governi somalo ed etiope, che hanno preferito non commentare la notizia. I superstiti del convoglio sarebbero giunti in serata a Baidoa, la città meridionale sede delle istituzioni di transizione circondata dagli uomini delle Corti.
Etiopia. Finora, nonostante i proclami bellicosi provenienti da entrambe le parti, Corti ed esercito etiope erano riusciti a evitarsi. Stanziati prudentemente a Baidoa, gli etiopi erano arrivati al massimo a dare supporto alle truppe governative negli sporadici scontri avvenuti con le milizie delle Corti. Le quali, con l’attacco di domenica, hanno deciso di alzare il livello dello scontro. Ora la palla passa al governo etiope, che dovrà decidere se rispondere colpo su colpo, rischiando così di scatenare una guerra regionale, o se fare buon viso a cattivo gioco. Finora, infatti, la presenza etiope in Somalia è stata di basso profilo: il premier dell'Etiopia Meles Zenawi ha più volte ammesso la presenza di alcuni contingenti militari incaricati di addestrare l’esercito locale, senza però confermare il dispiegamento di migliaia di forze presso la regione di Baidoa, denunciato invece dalle Corti.
Baidoa. Una versione confermata dalle testimonianze della popolazione locale, che parla di un nutrito aumento di contingenti etiopi in Somalia nelle ultime settimane. Se si aggiunge che le Corti hanno recentemente ammassato centinaia di combattenti attorno a Baidoa, si comprende la gravità della situazione. Da una parte, infatti, Zenawi non è disposto a veder cadere l’attuale governo somalo, uno dei pochi alleati di Addis Abeba nella regione; dall’altra, le Corti mantengono nei confronti delle autorità somale un atteggiamento ambiguo, fatto di periodiche offensive intervallate da aperture diplomatiche che, finora, hanno portato a poco. L’attacco di domenica potrebbe aver precluso alle Corti la possibilità di giocare su due tavoli.
Trattative. La situazione è talmente grave che lunedì mattina Francois Fall, inviato speciale dell’Onu per la Somalia, è arrivato a Baidoa per colloqui d’urgenza con il presidente Abdullahi Yusuf e il premier Mohammed Ghedi. L’obiettivo è quello di riavviare le trattative di pace con le Corti, dopo che, la scorsa settimana, la mediazione tentata dal portavoce del Parlamento era stata apertamente sconfessata dal governo. Difficile che Fall riesca a cavare qualcosa di più dai colloqui, visto il radicalizzarsi delle posizioni nelle ultime settimane. Per la prima volta, la guerra santa lanciata dalle Corti contro l’Etiopia non sembra più una vuota minaccia. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6757
Matteo Fagotto
"Morti accidentali": quante storie ancora da raccontare?
di Dahr Jamail (Dahr Jamail's MidEast Dispatches)
La tragica storia di Tim Eysselinck, una delle tante "fatalità" non prese in considerazione nella cosiddetta "guerra al terrore" di Dick Cheney, e della sua famiglia, torna a far riflettere sui rischi a cui sono esposti gli operatori civili nelle zone di guerra. Possiamo tranquillamente presumere che ci siano migliaia di altre tristi vicende simili a quella di Tim, ancora da raccontare
In tutte le guerre in cui sono stati coinvolti gli Stati Uniti, inclusi i due conflitti mondiali, il Vietnam e la prima Guerra del Golfo, l’esercito Usa è sempre sembrato sicuro di sé e ha sempre provveduto alle proprie basilari funzioni di supporto, come la cucina, le pulizie e altri servizi. Le cose sono cambiate quando l’amministrazione Cheney è salita al governo nel 2000.
La guerra è stata privatizzata, ed esempi lampanti ne sono l’Afghanistan e l’Iraq. Mentre leggete questo articolo circa 100.000 – 125.000 appaltarori civili americani stanno operando in Iraq e in Afghanistan. Il loro lavoro spazia dalla sicurezza al lavoro d’ufficio, dagli interrogatori dei prigionieri alla guida di convogli e al disinnesco di ordigni inesplosi.
Nel novembre del 2005, il Dipartimento del Lavoro Usa ha contato in Iraq 428 operatori civili morti e 3.963 feriti – nessuno dei quali compare nella lista ufficiale dei “decessi accidentali”. Impiegare civili, presumibilmente, nel lungo periodo consente di risparmiare e, ancora più importante, libera soldati addestrati per il campo di battaglia. I bassi costi si rendono possibili in quanto i civili sono stati reclutati per impieghi temporanei o d’emergenza. Tuttavia, di fronte all’attuale conflitto a lungo termine (permanente) – leggi Iraq e Afghanistan – tali condizioni non sussistono più.
Considerati gli astronomici profitti garantiti da questi appaltatori, sommati alla frode e allo sperpero dilaganti, è difficile credere che un qualsiasi ragionevole amministratore voglia aderire a simili iniziative. A meno che, naturalmente, quello stesso amministratore non ne ricavi un cospicuo profitto.
Le condizioni di cui sopra si diradano ulteriormente sulla via di casa, perché è stato proprio a casa che Tim Eysselinck è diventato una delle migliaia fatalità non prese in considerazione nella cosiddetta "guerra al terrore" di Dick Cheney. Eysselinck lavorava per la RONCO Consulting Corporation dal 2000, e il suo ultimo compito in Iraq, da agosto 2003 fino a febbraio 2004, è stato quello di responsabile della squadra sminamento – impiegata per disinnescare le bombe a grappolo, mine da terra e altri ordigni inesplosi.
La combinazione tra il duro lavoro, la minaccia percepita di un incidente aereo e l’esser stato testimone dell’uccisione di civili innocenti da parte di alcuni militari, gli si è rivelata letale. Da quando rientrò a casa, in Namibia, Eysselinck cadde vittima di un disturbo dal cosiddetto 'stress post-traumatico' (PSTD). Due settimane prima della sua morte, aveva detto a un’amica in Namibia: “Gli omicidi [in Iraq] erano così frequenti… l’unica cosa che potevano fare era eseguire gli ordini”. Disse inoltre: “Nonostante tutto, dovrei tornarci”.
Per nove anni, Eysselinck aveva servito come capitano nell’esercito americano. Era molto orgoglioso di far parte delle forze armate. Era stato nominato tenente di fanteria dal ROTC all’Università della Florida come completamento del suo BA. Si era laureato al corso della Infantry Officer Basic alla Airborne School, ed era un ranger qualificato.
Aveva servito come capo squadra, ufficiale in capo della compagnia e aiutante del battaglione in una divisione di fanteria di stanza alle Hawaii. Dopo quattro anni fu promosso capitano. Prima di lasciare rinunciò al servizio attivo. Nel 1994 tornò a servire con il Commando Operazioni Speciali per l’Europa e fu inviato in Bosnia, in Africa Occidentale e infine, nel 1998, in Namibia.
Durante la sua carriera militare il capitano Eysselinck è sempre stato oggetto di ottimi report di valutazione. Il tenente colonnello Nichols, direttore del SOCEUR (Special Operations Command Europe), scrisse del capitano Eysselinck: “Assolutamente eccellente. Al di sopra del 5% rispetto a tutti gli ufficiali che abbia mai conosciuto. Ottima scelta per il comando del battaglione. Ottime performance sotto stress mentale”. I commenti di valutazione sullo stanziamento di Eysselinck nel 1998 in Namibia come ufficiale militare di liaison comprendevano il seguente: “Il Capitano Eysselinck ha dimostrato ancora una volta perché è stato incluso nelle nostre (brevi) liste di ufficiali su cui si può contare per portare a termine importanti missioni a livello mondiale”. Lasciò l’esercito nel 2000 perché la moglie, Birgitt, lo aveva imposto come condizione per il matrimonio. Tuttavia, quando tornò a casa dopo il periodo in Iraq, Tim era un altro uomo.
La madre di Tim, Janet Burroway, è una scrittrice e accademica che vive in Florida. In un’intervista con il giornalista Rick Kelly, così ha descritto il figlio di ritorno dall’Iraq: “Quello che ha patito ha avuto un effetto devastante su di lui. Non vi erano segnali che premonissero una depressione. Ma la rabbia era palpabile. Per lui è stato devastante arrivare a percepire che la guerra era ingiusta. Parlava di corruzione, menzogne, avidità, e di una stupidità brutale. Non smettevo di pensare a quanto profondamente ne era stato ferito. Diceva di essere disgustato del regime di Bush, e che Brewer aveva mandato tutto all’aria con gli iracheni. Era sempre stato, quasi incosciamente, disposto a morire per il suo paese, e addirittura vedeva se stesso andare eroicamente verso la battaglia. Ma non è questo che gli è successo. A un certo punto disse a un amico in Namibia che si vergognava di essere americano. Una cosa che io dico quasi ogni giorno. Ma per Tim ha rappresentato una vera svolta”.
Sua moglie Birgitt ha raccontato allo stesso giornalista che, tornato in licenza a casa nel Natale del 2004, il marito le aveva parlato delle atrocità di cui era stato testimone in Iraq. Birgitt aveva la sensazione che ciò avesse contribuito al manifestarsi del disturbo da stress post-traumatico: “Mi disse anche che, mentre erano alla guida di un veicolo, un convoglio militare aveva iniziato a sparare contro abitazioni civili. ‘E poi cercano anche di negare le uccisioni civili’, notò.
Aggiunse che l’esercito non avrebbe assicurato un risarcimento – e lo disse con un sorrisetto come a intendere ‘ormai è un classico.’ C’erano esplosivi improvvisati piazzati lungo le strade che percorrevano, nei luoghi dove lavoravano. Uno dei suoi colleghi fu mutilato da un’esplosione. Adesso si finge che tutte queste cose non siano mai successe. Per lo meno, si dovrebbe rilasciare un documento che attesti che chi lascia una zona di guerra debba ricevere assistenza. Non si può farli tornare come se niente fosse a una famiglia o a una società che non sono in grado di accogliere. Di ritorno in Namibia, non eravamo preparati. Non sappiamo nemmeno cosa sia un disturbo da stress post traumatico. Se avessi avuto il minimo sentore, lo avrei fatto immediatamente curare”.
Come sua madre, anche sua moglie aveva notato che Tim era un uomo diverso da quando era tornato dall’Iraq. “C’erano stati diversi cambiamenti. Il più evidente era l’insonnia”, ha detto a Kelly. “Dava segni di questa particolare smania di iper-vigilanza: chiudeva a chiave tutte le porte, ogni volta assicurandosi che entrambi i cancelli di sicurezza fossero non fossero rimasti aperti. Tim guidava in modo spericolato, a volte tremava e sbatteva gli occhi ripetutamente. Era irritabile, ansioso e negli ultimi tempi manifestava strane esplosioni d’ira. Seguiva le cronache dei media in modo ossessivo e scriveva ai suoi uomini ogni due giorni – particolare che ho scoperto solo in seguito. Chiedeva in continuazione come stessero. Quando l’Hotel Libano saltò in aria, scrisse: 'State bene? Ho guardato il i telegiornali con ansia, spero abbiate cura di voi. Sono preoccupato, spero sia tutto ok dopo gli ultimi bombardamenti'. Naturalmente, sentiva il rimorso del soldato, o del sopravvissuto, come lo vogliate chiamare”.
In un profondo stato di shock, amareggiato per una guerra che un tempo aveva sostenuto, il quarantenne Tim Eysselinck si suicidò nella sua abitazione di Windhoek, in Namibia, subito dopo essere tornato dall’Iraq durante una licenza di tre mesi – ottenuta, in accordo con la RONCO, dopo essersi sentito “iper stressato” alla fine di un biennio tra Etiopia e Iraq. È stato riferito che, mentre era in Iraq, per Tim un fattore di grande stress sono state le continue pressioni da parte del quartier generale della RONCO di disarmare lui e la sua squadra, allo scopo di evitare potenziali responsabilità. La vicenda era degenerata anche dopo che erano stati uccisi alcuni appaltatori precedentemente disarmati. Erano caduti in imboscate e pesantemente picchiati. Tim minacciò di andarsene se lo avessero disarmato.
Cinque minuti prima di togliersi la vita, con in mano le carte da gioco raffiguranti i maggiori ricercati iracheni, Tim disse a sua moglie: “Mi state dando aiuto”. Così Birgitt durante l’intervista con Kelly: “Sapeva che c’era qualcosa che non andava. Tre settimane prima della tragedia, una notte mi disse: ‘C’è qualcosa di sbagliato in me, mi sento giù’. Cosa avrei dovuto fare? In un certo senso, mi rimprovero di non aver saputo nulla di depressione. Non ne so niente. Era un sintomo chiaro e lampante. Mi ribadì la stessa cosa una settimana dopo: non riusciva a dormire e si svegliava tre volte a notte”.
Il giorno della sua morte, verso mezzogiorno, in presenza della signora delle pulizie, Tim disse che era depresso. Successivamente, la donna raccontò che lo aveva visto marciare per casa come un soldato.
Con la morte di Tim cominciarono per Birgitt un incubo e un’odissea legale. La RONCO si rifiuta di riconoscere che la causa dei malesseri del marito fosse il suo lavoro, e si rifiuta di pagarle un indennizzo per la morte. Birgitt ha intrapreso un’azione legale per ricevere assistenza dall’Assicurazione Internazionale CNA, in base al “Defense Base Act” americano. La RONCO rispose prima definendo il caso del marito come una “fatalità di guerra”. Non solo la compagnia si comportò freddamente, ma addirittura arrivò a gettare fango su Tim, particolare che per Birgitt non fece altro che aggiungere angoscia ad angoscia.
È importante ricordare che tra gli impiegati a tempo pieno della RONCO, su 90 americani e 300 di paesi altri paesi, figurano molti ex membri del governo Usa, fra cui l’assistente di un ex deputato dell’USAID, direttori di campagne militari e ufficiali senior in pensione. Tra i clienti, l’USAID, il Dipartimento della Difesa Usa e la Blackwater. La compagnia in Iraq ha sottoscritto contratti per un valore superiore ai 10 milioni di dollari.
Birgitt mi ha recentemente confessato che tre giorni dopo la morte di Tim ricevette una chiamata da Stephen Edelmann, presidente della RONCO. “Espresse cordoglio e volle sapere cos’era successo. Concluse dicendo: ‘[La morte di Tim] non è colpa di nessuno… è come un gene difettoso’“. Sembra che Edelmann abbia aggiunto: ‘La RONCO è una società troppo piccola per dotarsi di un piano pensionistico’.
Birgitt ha aggiunto che la RONCO ha inviato fiori per il funerale. Alle parole della vedova non serve aggiungere altro: “Questa è stata tutta la loro assistenza verso un uomo che ha sgobbato per loro così duramente. Nella fattispecie, prima come ‘Deputy Task Leader’ in Namibia, successivamente come Capo di Partito in Etiopia. Tim ha posto la propria vita in prima linea per mettere a punto il 'progetto' di questi signori in Iraq”.
Circa tre mesi più tardi, la madre di Tim scrisse una lettera alla RONCO a cui allegò una perizia psichiatrica, con la richiesta di indennizzo da parte della società. La RONCO si rese conto di non poter evitare di pagare i 3.300 dollari che dovevano a Tim per ferie non usufruite. Alla richiesta della madre di Tim, risposero che il figlio era stato un valido membro del loro team, e indirizzò la famiglia a un legale con cui compilare un reclamo DBA (‘Defense Base ACT’).
È chiaro, inoltre, come la RONCO non disponga di infrastrutture di controllo per i propri dipendenti che tornano dall’Iraq. Come disse Birgitt, “il fatto è che avrebbero dovuto interrogare queste persone. Non possono inviare la gente in guerra e poi non curarsene a dovere. L’uomo che è stato mandato in Iraq, mio marito, era un uomo sano, felice. Non avevamo problemi, nessuna crisi matrimoniale, nessuna difficoltà economica. Davvero, nessun problema. È più che mai evidente che [il suicidio di Tim indotto da disturbo da stress post-traumatico è stato causato dalla guerra e da quello che è successo laggiù”.
Cinque mesi prima di morire, il 16 novembre 2003, Tim scrisse questa mail alla sua madre adottiva: “Ho parlato con Ben questa sera. Mi ha detto che sei preoccupata per me. Non devi esserlo, ho fatto un patto con Birgitt: se le cose dovessero mettersi male, verrò via. Non ci avrei mai pensato se fossi stato nell’esercito regolare, ma sono abbastanza sveglio da sapere che non dovrei essere qui. Ho fin troppo per cui vivere da accettare tutto tranne rischiare la vita. Ho un figlio e una figlia. Entrambi hanno bisogno di me più di questo luogo. Ancora una volta, diventerò coraggioso e fifone allo stesso tempo, se sentirò la mia sicurezza a rischio. Nel frattempo, ho addestrato più di 100 iracheni; potrebbe fare la differenza e salvare qualche vita. Non c’è dubbio che questa sia una conquista”.
I pensieri di Tim evidentemente cambiarono dopo che la RONCO divenne operativa, nel novembre 2003, cioè quando il Capitano Eusselick e la sua squadra di addestratori internazionali accompagnarono gli iracheni verso molteplici incarichi giorno dopo giorno – soprattutto attraversare i checkpoint intorno a Baghdad per ripulire le aree di battaglia dalle munizioni inesplose. Il 10 gennaio 2004 Tim scrisse nel suo diario: “È tutto fuori controllo ora. Spero di tornare a casa sano e salvo”. In altre pagine erano disegnati schizzi di bombe, fucili, aerei, maschere antigas e granate varie.
C’è qualcosa di cui ci siamo scordati? Qualcosa di prezioso che abbiamo smarrito errando sul suolo di terre straniere?
Arna Bontemps
Quando il caso venne alla luce, invece di assumersi le proprie responsabilità per avere contribuito all’irreparabile perdita di un amato marito, padre e figlio, e tentare di scusarsi per il grave danno inflitto alla sua famiglia, la RONCO architettò una volgare offensiva. Tra le altre cose, il defunto Tom Eysselinck fu accusato di essere rude, negligente e indifferente, alla stregua di un ranger militare che “sfoggiava le mostrine ma non aveva mai visto un combattimento”. Questa maleodorante “strategia di difesa” ha costretto Birgitt a contattare oltre 16 testimoni, compreso un ufficiale dalla Difesa della Namibia, in modo da respingere al mittente le infamanti accuse.
La RONCO ha poi assunto uno 82enne psichiatra che, durante l’interrogatorio, riconobbe di non aver preso visione degli attuali studi sul PTSD, fino a – dichiarando il falso – affermare che la comparsa dei sintomi della patologia in questione si manifesterebbero immediatamente dopo l’evento traumatico, e che il suicidio sarebbe il risultato della depressione e non del PTSD.
Dopo che i tentativi di screditare Eysselinck si rivelarono controproducenti, la RONCO cominciò a denigrarne il lavoro e a dibattere sulla vera natura della guerra in Iraq. Due impiegati della compagnia rilasciarono la sconcertante testimonianza secondo cui a Baghdad, tra l’agosto del 2003 e il febbraio del 2004, non c’era pericolo. Dissero inoltre che Tim non era stato soggetto a minacce. Rilasciarono false dichiarazioni e testimoniarono che nessuno di loro aveva visto Tim durante quel periodo. C’erano – e ci sono tuttora – prove evidenti di report che dimostrano il contrario. Tutto lascia evidentemente pensare che la RONCO sia più preoccupata di eludere potenziali responsabilità e sostenere il proprio margine di profitto piuttosto che salvaguardare la sicurezza e il benessere dei propri dipendenti.
A Tim lo 'stress post-traumatico' non era mai stato diagnosticato; pertanto, di fatto non esiste dimostrazione incontrovertibile che egli avesse sofferto della patologia prima di morire. Il fatto che non esistano prove inconfutabili che soffrisse di PTSD appare a tutti gli effetti una negligenza criminale della RONCO, che non ha assistito i propri uomini che hanno passato sette mesi in una zona di guerra.
Nel luglio 2005 il Generale Kevin Kiley ha dichiarato che secondo uno studio sui soldati di ritorno dall’Iraq il 30% avrebbe sviluppato problemi psichici da tre a quattro mesi dopo il rientro a casa. Inoltre, il 13% è andato incontro a significative impreviste anomalie già nei campi di battaglia. Per decenni è stato un indiscusso credo medico-scientifico che la comparsa dello 'stress post-traumatico' non si verificasse immediatamente dopo il fattore scatenante. Questo perché l’esercito americano solitamente si preoccupa delle truppe di ritorno dalle aree di guerra solo diversi mesi dopo l’effettiva data del rientro in patria.
La famiglia di Tim non avrebbe mai creduto di dover dimostrare in tribunale l’ovvietà che fosse pericoloso lavorare a Baghdad durante l’occupazione, oltre al fatto che il loro caro abbia dovuto affrontare minacce quotidiane, per non dire del fatto che il suo lavoro includesse l’occuparsi degli ordigni inesplosi. Tim era esposto a reali pericoli mentre maneggiava bombe e mine inesplose, molto al di sopra di quanto gli appaltatori in Iraq debbano affrontare.
Il giudice – nonostante abbia accertato come Eysselinck fosse “una persona contraddistinta da alti principi morali, molto amato dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi”, “un patriota, un perfezionista cortese, un galantuomo”, “un marito e un padre devoto, rispettato dai colleghi e dai superiori” – si è dimostrato di diverso avviso rispetto alla famiglia e al resoconto del loro psichiatra.
Un essere umano è infinatemente prezioso e deve essere protetto in modo incondizionato.
Hans Kung
Ci possiamo chiedere quanti altri Tim Eysselinck ci sono in Iraq? Quanti altri sono tornati a casa non sapendo delle gravi malattie riscontrate e di come affrontarle? Quante altre famiglie sono a rischio e vengoono lasciate nella stessa situazione in cui si trova quella di Tim?
In Iraq gli operatori civili, nonostante il loro lavoro venga remunerato lautamente, sono continuamente esposti a gravi pericoli. E le loro famiglie sono abbandonate alla più totale incertezza. Con una stima di 100.000 – 125.000 appaltatori americani presenti in Iraq e Afghanistan, possiamo tranquillamente presumere che ci siano migliaia di storie simili a quella di Tim e ancora da raccontare. Ad ogni storia è legata la sofferenza di un individuo e di una famiglia.
E l’occupazione si trascina, la sua fine all'orizzonte è ancora lontana...
Dahr Jamail è un giornalista free lance che ha trascorso oltre otto mesi nell’Iraq occupato. Lo scorso gennaio a New York ha fornito le prove dei crimini di guerra Usa alla Commissione Internazionale d’Inchiesta sui Crimini contro l’Umanità commessi dall’Amministrazione Bush. Scrive regolarmente per ‘Inter Press Service’, ‘Truthout.org’, ‘Asia Times’, ‘TomDispatch’; il suo sito è www.dahrjamailiraq.com.
Dahr Jamail è tra gli autori dell’antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi.
Sull'Iraq vedi Iraq Confidential – Intrighi e raggiri: la testimonianza del più famoso ispettore ONU (prefazione di Seymour Hersh, prefazione all'edizione italiana di Gino Strada).
Fonte: Dahr Jamail's MidEast Dispatches
Traduzione a cura di Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media
Oggi giornata mondiale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza
di Elisa Mabrito
Si celebra oggi la Giornata dei diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza, nell'ambito della giornata mondiale del bambino promossa dall'UNICEF per ricordare il 17° anniversario dell’approvazione della Convezione ONU dei Diritti dell'Infanzia da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (20 novembre 1989). Varie iniziative si sono tenute e si terranno in tutta Italia.
Da noi l'anniversario giunge in un momento in cui gli adolescenti sono purtroppo al centro dell'attenzione come autori e vittime di violazioni dei diritti per gli episodi di violenze e bullismo verificatisi nelle scuole, e spesso venuti alla ribalta grazie a agghiaccianti filmati girati con il telefonino e diffusi con vari mezzi. La politica e la societa' si interrogano sulle cause piu' profonde di quanto accade e sui mezzi per arginare il fenomeno, e alcuni autori di pestaggi vengono sospesi, mentre la magistratura in alcuni casi non ha dubbi e punisce i genitori: sono le famiglie a dedicare poca attenzione allo sviluppo del rispetto per gli altri nei figli.
Ma anche nel nostro Paese ci sono bimbi e ragazzi che "non godono ancora dei diritti più elementari: la famiglia, la salute, l'istruzione, il rispetto, l'incolumità fisica e psicologica", come ricorda Telefono Azzurro, che per "tenere accesa la speranza che i bambini possano vivere in una società che li rispetti davvero" ha varato il 18 e 19 novembre in mille piazze italiane l'iniziativa Accendi l'Azzurro, un progetto per divulgare e costruire una cultura di tutela dei diritti dei più piccoli.
Il Comune di Bologna, in collaborazione con enti e associazioni cittadine e nazionali, ha organizzato nell'arco di due mesi incontri, seminari, letture, laboratori, spettacoli e altre iniziative fra le quali la seconda edizione di “Pensieri diritti”. La manifestazione, spiega il Comune, "ha l'obiettivo di rendere più visibile e fruibile da tutte le famiglie il patrimonio di risorse e servizi educativi e culturali della città, nonché sensibilizzare la popolazione sul tema dei diritti e del benessere psico-fisico dei bambini e dei ragazzi" ed e' dedicata anche agli adulti che di loro si occupano.
Oggi alle 10, presso il Teatro Alemanni, si terra' una seduta congiunta del Consiglio Comunale e Provinciale sul tema "Etica e Sport", e un dialogo di rappresentanti di varie discipline sportive con studenti di alcune scuole medie superiori. Saranno presenti il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e la presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti e gli atleti Ester Balassini (atletica leggera), Mauro Checcoli (sport equestri), Giancarlo Marocchi (calcio), Emanuela Pierantozzi (judo) e Renato Villalta (pallacanestro).
Mercoledì 22 novembre, dalle 9 alle 17, presso la Sala del Baraccano: seminario "L'affidamento condiviso nella legge n.54/06: prospettive e modalità operative". Sempre oggi, alle ore 17, in Vicolo Bolognetti 2, Quartiere San Vitale, si terra' un Consiglio delle ragazze e dei ragazzi del Quartiere congiunto con i consiglieri adulti. I ragazzi e le ragazze sono stati eletti l’anno scorso nel Consiglio delle ragazze e dei ragazzi del Quartiere (CQR). Durante la seduta congiunta verrà illustrata dai ragazzi l’attività svolta durante l’anno scolastico passato.
Il progetto di cittadinanza attiva e di partecipazione alla vita del Quartiere, spiega l'amministrazione, "ha come obiettivo quello di familiarizzare i ragazzi con la vita pubblica e con la politica, per favorire una sorta di apprendistato educativo alla cittadinanza; far conoscere ed interessarsi al proprio territorio, far decidere insieme imparando a confrontare le proprie idee con quelle degli altri. È anche un modo per far riflettere gli adulti, i quali prendono decisioni che riguardano la vita dei ragazzi (ambiente, cultura, urbanistica). Il confronto su queste tematiche potrà aiutarli a cambiare prospettiva e, attraverso la valutazione e la progettazione dei ragazzi, a modificare i propri punti di vista".
Da oggi al 22 novembre, nel Palazzo della Regione, viale Aldo Moro, si terra' invece l'iniziativa "Educazione alla Cittadinanza attiva e ai diritti umani", mentre il 22 novembre, dalle 9 alle 17, nella Sala del Baraccano, Quartiere Santo Stefano, si terra' “L'affidamento condiviso nella legge n.54/06: prospettive e modalità operative", un corso di formazione sull’affidamento rivolto a operatori dei servizi sociali.
Dal 28 novembre al 20 gennaio si terra' invece "I diritti degli adolescenti in una città multietnica", iniziativa promossa dal Centro per le famiglie del Comune di Bologna, e organizzata in collaborazione con le scuole medie Carracci e l'associazione Hamelin. I ragazzi leggeranno e discuteranno in classe il libro di Tahar Ben Jelloun "Non capisco il mondo arabo, dialogo tra due adolescenti". A conclusione dell'iniziativa è previsto a gennaio un incontro condotto dalla giornalista RAI Milena Gabanelli.
Da mercoledì 29 novembre, nella Sede del Quartiere Santo Stefano, si svolgera' "Separazione e mediazione familiare. La scuola di fronte al fenomento delle separazioni coniugali", percorso di formazione per insegnanti delle scuole dell'infanzia del Quartiere Santo Stefano. Il Comune di Milano ha voluto invece celebrare l’appuntamento con una settimana di iniziative dal 16 al 24 novembre.
"Il messaggio che vogliamo mandare è la necessità di un’attenzione costante verso i diritti dei bambini" ha affermato Mariolina Moioli, assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali. I temi sviluppati saranno quelli della conoscenza e l’accoglienza dell’altro, la valorizzazione della creatività e delle capacità espressive di ogni bambino, i diritti di tutti i giorni e il gioco. Ieri si e' svolta la settima marcia per i diritti dei bambini e dei ragazzi, da piazza Duomo al Castello Sforzesco.
Al termine della marcia, a cura dei Vigili del Fuoco - testimoni Unicef - si e' tenuta l'iniziativa “Piccoli pompieri per un giorno” e visita sui loro automezzi, mentre a cura degli agenti della Polizia Locale, sono stati realizzati percorsi in bicicletta nello spazio “Ghisalandia”. Infine si e' tenuta una fiaccolata silenziosa da Largo Cairoli all’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele.
E' rivolta invece alle scuole secondarie di Milano e Provincia l'iniziativa che si terra' il 22 novembre in via Mosè Bianchi 94 Milano, promosso dalla Fondazione Roberto Franceschi onlus e dal Centro Missionario Pime, in collaborazione con l'Associazione Culturale e Teatrale Itineraria, con il patrocinio della Provincia di Milano e dell'Ufficio Scolastico Regionale.
Si tratta di una giornata a teatro sul diritto all'acqua per i bambini del mondo. L'Unicef, nel rapporto 2005, ha denunciato che in un anno un milione e seicentomila bambini, 4.500 al giorno, sono morti di diarrea, malattie parassitarie, colera e tifo. Tutte malattie dovute alla mancanza di acqua potabile e alle scarse condizioni sanitarie. Inoltre circa 1 miliardo di persone nel mondo non ha accesso all'acqua potabile, lo ha affermato l'Organizzazione mondiale della sanità in occasione della giornata mondiale dell'acqua che ha inaugurato «Water for Life 2005-2015», il Decennio internazionale dell'acqua deciso dall'assemblea generale dell'Onu. L'obiettivo scelto dalle Nazioni Unite per le azioni dei prossimi 10 anni è il riconoscimento da parte della comunità internazionale dell'accesso all'acqua come un diritto inalienabile e imprescindibile.
All'interno della Giornata verrà presentato lo spettacolo: H2ORO - L'acqua un diritto dell'umanità Una rappresentazione teatrale per sostenere il diritto all'acqua per tutti Attraverso una documentazione rigorosa si affronteranno temi quali: la privatizzazione dell'acqua, le multinazionali, il contratto mondiale dell'acqua, le guerre dell'acqua e delle dighe, gli sprechi e dei paradossi nella gestione dell'acqua in Italia, il cosa fare noi-qui-ora, la necessità di contrastare e invertire l'indirizzo di mercificazione e privatizzazione. Uno spettacolo per affermare che un altro mondo è possibile, non all'insegna del denaro, ma della dignità umana. Lo spettacolo è stato premiato con una targa d'argento dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed è allestito dall'Associazione Teatrale Itineraria.
www.osservatoriosullalegalita.org
novembre 20 2006
OLTRE IL GIARDINO
Ritorni craxiani: Ligresti riporta Pini in primo piano
di ALBERTO STATERA
A volte ritornano, anzi in Italia ritornano sempre. Adesso è la volta di Massimo Pini, grande amico e confidente di Bettino Craxi finchè fu in vita, ex editore privato e manager pubblico, pluriarrestato, pluriprocessato e pluriassolto dai tempi di Mani pulite, che torna "ricco e spietato" come il conte di Montecristo a dire la sua anche negli assetti periclitanti del sistema bancario italiano.
Non solo l'ex editore fattosi scrittore ha licenziato da poco per Mondadori una colossale e non banale biografia del defunto leader socialista in un tomo di 736 pagine, ma è stato anche cooptato la settimana scorsa nel board di Capitalia, su designazione della Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti, anche lui ex sponsor craxiano, proprio alla vigilia della partita romana che condizionerà non poco gli assetti della finanza italiana, da Mediobanca fino alle Generali.
Ex consigliere d'amministrazione della Rai, ex componente del Comitato di presidenza dell'Iri su personale designazione craxiana, nemico storico e spina nel fianco di Romano Prodi, cui dedicò un libro intitolato "I giorni dell'Iri Storie e misfatti da Beneduce a Prodi", Pini, dopo essere caduto in disgrazia, venduta la sua casa editrice SugarCo, fu uno dei pochi socialisti che, invece di accasarsi con Berlusconi, si buttò con Alleanza Nazionale, con cui si candidò senza successo nel 2001, a differenza di sua moglie Margherita Boniver, nominata dal Cavaliere sottosegretario agli Esteri.
Scelta strategica quella di Pini. Nel 1999 l'ex potente craxiano, che Prodi ai tempi dell'Iri considerava il suo "principale avversario", si acconcia a fare, accanto a don Pierino Gelmini, il consigliere di Silvano Moffa.
Moffa chi? Il presidente della Provincia di Roma, di An.
Poi, insieme a Gennaro Malgieri e Giulio Rapetti, il Mogol paroliere di Battisti, diventa consigliere di Gasparri al ministero delle Comunicazioni e riemerge, sponsorizzato da Giulio Tremonti, nel consiglio d'amministrazione della Finmeccanica e nella FondiariaSai, dove Ligresti lo nomina vicepresidente.
Ora il board di Capitalia. Nomina non insignificante, nel momento in cui il futuro assetto del gruppo bancario condiziona altri importanti equilibri nel finanziarizzato capitalismo italiano. I vertici romani, Cesare Geronzi e Matteo Arpe, sono sempre ai ferri corti tra loro, tanto che gli olandesi di Abn Amro, stufi di non sapere bene con chi confrontarsi per discutere della valorizzazione della loro partecipazione miliardaria, hanno sostituito Dolf Collee, l'ex numero due di Rijkman Groenink nel board di Amsterdam, con Paolo Cuccia e con altri tre consiglieri di non proprio primaria responsabilità a livello internazionale. Le ipotesi di matrimoni e apparentamenti di Capitalia si accavallano con l'esegesi delle loro sponsorizzazioni politiche, dopo l'operazione SuperIntesa di Giovanni Bazoli e Corrado Passera, considerata al momento tra i pochi attivi ma non in termini di popolarità elettorale del semestre governativo di Romano Prodi.
Che c'entra Massimo Pini? C'entra, eccome, almeno come segnale della battaglia campale imminente, perché fu lui la "spina nel fianco" di Prodi al tempo della privatizzazione di Mediobanca, quando il presidente dell'Iri e il banchiere dei banchieri vennero a collisione dura. Nei suoi libri Pini pur a protagonisti defunti racconta con dovizia di dettagli come Cuccia, nemico ancestrale di Craxi e del debordare dei partiti nell'economia, riconoscesse allora il "ruolo positivo" svolto dall'inquilino di palazzo Chigi nella privatizzazione di Mediobanca. Nel frattempo, per allenarsi, l'ex editore craxiano fattosi scrittore rilascia interviste (cfr." La Padania") nelle quali identifica i colpevoli di privatizzazioni che sono state "un disastro" in Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi. Ma soprattutto avverte: basta col `giavazzismo', dal nome del professor Francesco Giavazzi, non andremo ad Amsterdam "per discutere di cose nostrane".
a.statera@repubblica.it
30 miliardi di euro
Nicola Non vorrei che dalle ultime righe del mio intervento precedente sembrasse che anche io sia tra i tantissimi che abiurano il loro voto e lasciano il governo orfano del proprio elettorato proprio mentre si prendono le prime decisioni. Perdonate quindi un secondo intervento. 30 miliardi è il volume della manovra: a questo ci siamo preparati per anni, abbiamo sorriso delle previsioni di Tremonti e dei suoi bilanci che spostavano alla legislatura seguente le indecisioni di quella che a lui competeva, abbiamo visto con favore un civil-servant di valore quale Padoa-Schioppa diventare ministro dell'economia, abbiamo ascoltato in campagna elettorale gli avvertimenti dell'agenzia certificatrice di bilanci Fitch (derisa da quel sapientone di Fini a un memorabile Ballarò). Diversi di questi miliardi verranno dal recupero dell'evasione fiscale: se ciò avverrà veramente, si tratterà di una svolta nel rapporto degli italiani con la legalità, ciò di cui il paese ha un bisogno impellente e non solo per questioni di bilancio. Molti miliardi sono destinati allo sviluppo in diverse forme, per la prima volta incidendo su alcuni nodi strutturali (il cuneo fiscale, per esempio) che da due decenni erodono la competitività del paese e quindi il suo futuro.
Certo, vorrei di più e anche alcune cose diverse. In un paese giustamente orgoglioso della speranza di vita elevatissima, non è possibile manenere l'età pensionabile a meno di sessant'anni. Se lo si fa è perchè ci s'illude che lo stato generi risorse dal nulla o perchè si vuol dilapidare la ricchezza dei propri figli per garantire la propria vecchiaia. Vorrei anche una maggior redistribuzione di risorse verso le regioni e, soprattutto, verso i comuni, che sono l'anima amministrativa del paese (e l'abolizione delle inutili provincie). Mi dispiace che il governo si appresti a tagliare i miei scatti di stipendio, così come ha già tagliato del 25% la retribuzione non eccelsa della mia supplenza fuori sede; questa è una parte dei sacrifici che mi compete, comunque, e non scenderò in piazza, poichè i debiti vanno pagati e considero questo un biglietto per accedere a un futuro più sereno, per cui dò al governo una cambiale fiduciosa. Ma non in bianco: mi chiedo cosa produce la pletora di funzionari e portaborse che i politici di ogni colore piazzano sempre più numerosi nei loro seguiti e dentro la macchina pubblica a spese del contribuente che proclamano di servire.
Vedo che l'inizialmente critico governatore della Banca d'Italia ha a un certo punto virato verso un appoggio pieno al governo, così come Unione Europea, il Fondo Monetario e altra gente. Lascio ad altri la retorica sui poteri forti. A me sembra che svariate persone in giro per il mondo ci vedano in bilico sull'abisso e considerino il governo Prodi come un'ultima chance per l'Italia: non la più seducente, di sicuro, nè la più ferma nelle decisioni, nè la più giovane ed elegante. L'ultima, però.
http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
Il vino moldavo tra business e sopravvivenza
Se Andreï, 26 anni, cura tanto le sue vigne, è anche nella speranza di coltivare la fortuna negli affari. Come la maggioranza dei suoi compatrioti.
Un moldavo ambizioso (Foto Patricio Diez) Come ogni prima settimana di ottobre, Chişinău, capitale moldava, è stata invasa dal festival del vino, serie di celebrazioni “etiliche” figuranti tra le feste più importanti di questo piccolo stato schiacciato tra l’Ucraina e la Romania. E sono i moldavi stessi a ripetersi spesso il perché: «Questo paese ha solo una ricchezza. Le vigne».
Secondo l’agenzia Moldovavin il vino rappresenterebbe infatti circa il 20% del Pil del paese e un terzo delle esportazioni totali.
Responsabile della qualità e direttore marketing della cantina vinicola Lion Gris, Andreï non può non trovarsi nella piazza centrale di Chişinău. Sotto una larga tettoia protetta all’entrata da piccoli leoni, il 26enne, spalle larghe e sorriso entusiasta, accoglie gli interessati e i curiosi. Questo weekend è per lui l’occasione per stringere contatti, rappresentare la sua azienda, vendere bottiglie ma, soprattutto, festeggiare un po’.
Chiudere il rubinetto del vino
Quest’anno però l’atmosfera è un po’ rovinata dalle recenti decisioni russe di vietare le importazioni dei vini moldavi e georgiani. Motivo ufficiale dichiarato dalle autorità sanitarie russe: la scoperta, nel prezioso liquido, di tracce di pesticidi non autorizzati.
«La decisione russa ha messo le imprese vinicole moldave in una situazione molto delicata. Dobbiamo versare salari, rimborsare crediti, pagare interessi e imposte», dichiarava in aprile il Presidente dell’Unione degli Esportatori dei Vini moldavi, Georg Kozub. Chişinău esportava l’86% della sua produzione verso il grande vicino nonché ex fratello sovietico. A causa dell’embargo russo e di fattori congiunturali, quali l’aumento del prezzo del gas dalla Russia, il governo moldavo ha abbassato le previsioni di crescita economica di quest’anno: 4%, contro il 6% degli ultimi anni.
Anche la casa vinicola dove lavora Andreï, coi suoi 1600 ettari e i suoi container di tonnellate di vino che ogni settimana partono verso per l’estero, risentono di questa decisione puramente politica. La nuova strategia di Vladimir Putin consiste nel tagliare tutto, che sia il gas o l’esportazione dei prodotti alimentari. E il divieto delle importazioni indispone Andreï. Se inizialmente, prudente, afferma che «non si parla di politica in pubblico», si lascia poi andare tristemente: «I russi sono dei bastardi. Sono pazzi, pazzi, pazzi».
Per il resto, Andreï riconosce di non essere appassionato al vino in sé: quello che gli piace veramente è il business. Con un largo sorriso spiega che quello che trova davvero eccitante sono gli affari, e che «il commercio [gli] dà l’adrenalina».
Il suo stipendio purtroppo non è sufficiente a mantenere lui e la sua ragazza, Diana, e quindi, come tutti gli altri, si arrangia come può per sbarcare il lunario alla meglio.
Money money money
Intraprendente e con una bella faccia tosta, da qualche tempo si è specializzato nella creazione di relazioni tra gestori di vivai francesi e aziende russe e ucraine. Per il momento ha concluso solo una vendita, che si appoggia però già su migliaia di innesti di melo e di noce. Con pazienza, Andreï sta aspettando il suo turno per mettere in piedi la propria azienda, perché «il mercato moldavo non è come quello canadese: se qualcuno entra, qualcun altro dovrà uscire».
Grazie a questa doppia protezione Andreï vive piuttosto bene: ha un appartamento di proprietà non lontano dal centro di Chişinău e possiede una bella Toyota, pur continuando a limitarsi su tutto e a uscire solo di rado. Il suo motto: il lavoro. Andreï si rende conto della fortuna che ha rispetto agli altri giovani della sua età, una fortuna per la quale ha dovuto «battersi senza permettersi di fallire», confida. «A 22 anni mio padre mi ha detto che me la sarei dovuta cavare da solo. È per questo che ce l’ho fatta. Se uno vuole farcela, qui, ci riesce. Diversamente dagli ucraini, però, che non vivono più alla giornata, i moldavi per il momento non possono pensare ad altro se non ai bisogni primari: avere un tetto e alimentarsi».
Il Paese senza sogni
Nonostante le difficoltà materiali, Andreï ama il suo Paese e si rammarica della partenza dei giovani all’estero. Aggiunge poi senza enfasi: «Preferisco vivere qui che altrove. Qui ho i miei amici, la mia famiglia, è il mio Paese. E poi ho visto com’è la Francia: non c’è atmosfera per le strade, neanche la sera di Natale. È molto individualista, è difficile». Per il momento Andreï ammette di non pensare molto all’avvenire: «Ho troppe preoccupazioni quotidiane per potermi occupare del futuro. Abbiamo spesso l’impressione di essere tagliati fuori dal mondo qui, come se fossimo nella più completa oscurità. Non abbiamo sogni. È triste ma è così».
Alcuni clienti americani aspettano i cuoi consigli accanto a delle bottiglie di Cabernet Sauvignon e di Chardonnay in esposizione in un angolo. Con una strizzata d’occhio, ritrova il sorriso che da qualche istante si era spento sul suo viso. La vita continua, e poi questo weekend c’è la festa del vino. In fondo, niente riuscirà a rovinarla.
Evangeline Masson - Chisinau http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8866
Cicli di investimento
L'Economist dedica all'energia solare e alle fonti rinnovabili un dettagliato scenario, ricco di cifre e di previsioni.
Il fotovoltaico avanzato e le rinnovabili (in particolare eolico) appaiono oggi a molti venture capitalist californiani come la Next Big Thing, il nuovo ciclo di investimenti su base mondiale. E stanno firmando assegni.
L'Economist però immette una dose di scetticismo in tanto entusiasmo. L'industria emergente delle rinnovabili cresce al 30%, non riesce a soddisfare la domanda ma dipende pesantemente dagli incentivi pubblici. Oggi attivi in 49 Paesi (per fortuna).
E con un caso, il Giappone, in cui l'incentivo al fotovoltaico (il primo al mondo, da più di dieci anni) è stato soppresso. Ma la domanda di pannelli, anche da parte delle famiglie, appare tuttora attiva e in crescita, e per forza propria (anche perchè là l'energia elettrica è tra le più care al mondo).
Mi pare quindi che tanto scetticismo dell'Economist non sia del tutto giustificato:
1) Perchè, anche dopo Nairobi, la permanenza di politiche pubbliche di incentivo resterà sul campo per molti anni, data la gravità e l'urgenza dell'incombente riscaldamento globale. E forse si accentueranno ulteriormente.
2) Stanno per affacciarsi sulla scena delle energie rinnovabili nuove tecnologie, anche dirompenti (eolico di alta quota, pannelli a film sottile in tellururo di cadmio, tanto per citare solo due casi italiani) che forse accelereranno uno scenario di transizione competitivo alle fonti fossili stimato in un decennio.
3) Non è escluso che, dopo Bush, qualcosa di simile a una Carbon Tax globale (caldeggiata anche dal liberista Economist) verrà in essere.
Consiglio quindi la lettura del pezzo dell'Economist. Con un pochino di ottimismo in più.
Ci dice, alla fin della fiera, che l'industria e i governi si stanno muovendo.
Di fronte al peggiore fallimento di mercato di tutti i tempi. http://blogs.it/0100206/
Un mondo a parte
Un reportage di Vauro racconta come è lontana la guerra nel Kurdistan iracheno
dal nostro inviato
Vauro
Poco più di tre ore di macchina separano Baghdad dalla regione curda. Ma da Erbil o da Sulemanya, la capitale mattatoio dell’Iraq sembra essere a una distanza siderale. Non solo per il paesaggio che da piatto e brullo declina verso gli altipiani verdi, con promontori che sembrano ondate geologiche sollevate dal vento, quanto perché la guerra non pare aver lasciato molte tracce, né nel panorama naturale né nelle città del Kurdistan.
Vicini, eppure così lontani. E’ solo una impressione superficiale, perché questa, specialmente nella zona di confine con l’Iran, continua ad essere una delle aree più minate del mondo. Nelle città come Sulemanya la luce elettrica è erogata solo per due ore al giorno, perché il bacino idrico non è sufficiente a coprire il fabbisogno di energia e dalle centrali fuori dal Kurdistan. L’elettricità non arriva più perché le centrali stesse sono oggetto di continui attentati, come gli oleodotti, nonostante i peshmerga (guerriglieri curdi ora inglobati nel nuovo esercito iracheno) li presidino in armi, perciò accade che in un’area ricchissima di petrolio come questa scarseggi il carburante e la benzina sia venduta al mercato nero. La presenza militare americana è molto discreta, quasi impercettibile, se non per qualche corto convoglio di auto civili blindate, con i vetri oscurati che percorre a grande velocità la strada principale. Sono i contractors, l’esercito ombra di mercenari che ha fatto di Erbil la propria retrovia. Nei centri cittadini comunque la vita pare scorrere pacifica come mai in questa regione dilaniata da anni di guerra e di oppressione.
Un mondo a parte. I mercati sono colorati e gremiti di persone pronte al sorriso anche se, appese alla spalla, spuntano non poche canne nere di kalashnikov. Da dopo il 1991 il Kurdistan ha goduto di una sostanziale autonomia dal governo centrale, anche durante il regime di Saddam Hussein, ma le ferite inflitte in quel periodo alla popolazione curda sono state troppo feroci e profonde perché essa non viva come una liberazione l’occupazione dell’Iraq. Però la preoccupazione per le sorti dell’intero paese si fa sempre più forte, fino a far affermare ad un anziano peshmerga che incontriamo “certo qui si vive meglio adesso ma in tutto il resto dell’Iraq si viveva certamente meglio quando c’era Saddam”. Ora il leader del Puk (Partito dell’Unità Kurda) Talabani è il presidente dell’Iraq e quello del Pdk (Partito democratico kurdo) Barzani è il presidente della regione e tra le due fazioni, che per anni sono state in lotta, anche armata, tra loro, regna l’accordo. Nel Kurdistan si riversa il fiume di denaro degli investitori stranieri (pochissimi gli italiani) e della cosiddetta ricostruzione, ma solo qualche flebile rivolo arriva davvero a rispondere ai bisogni della popolazione. La gran parte dei soldi è drenata dalla speculazione e dalla corruzione, resa ancora più vorace e accanita dalla oggettiva instabilità della situazione generale.
Halabja, sola con il suo dolore. E la rabbia cresce anche nel 'pacificato' Kurdistan. Vi è un segno drammaticamente eloquente. La rivolta, di poco meno di due mesi fa, della popolazione di Halabja. Nel 1988 proprio ad Halabja i gas usati da Saddam Hussein sterminarono 5mila persone. Nel centro della cittadina era stato recentemente eretto un monumento a ricordo dell’eccidio, quel monumento è stato bruciato e distrutto dalla stessa gente di Halabja a significare che non bastano nuovi monumenti ma servono infrastrutture: strade, scuole, ospedali. Promesse mai mantenute. La rabbia e la disillusione di Halabja hanno portato al fatto che oggi la cittadina è off limits, pericolosa per qualsiasi straniero, quasi come una città del Triangolo sunnita. Isola, nell’isola che è il Kurdistan, separato dal resto dell’Iraq da nessuna frontiera ma da un muro invalicabile di paura e violenza. Ancora isole nel libero Kurdistan, sono i campi profughi dei curdi turchi, per i quali la persecuzione non è mai finita. È lo stesso governo turco che impone a quello del Kurdistan iracheno di tenerli segregati nei campi, condizione senza la quale non consentirebbe agli aerei della nuova compagnia curda, la Kurdistan Airlines di solcare i cieli turchi. Libertà limitata per il Kurdistan, anche nel cielo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6744
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