ulivo velletri


dicembre 31 2006

Legalita' e Responsabilita'

Ce lo immaginiamo se il capo degli arbitri diventasse capo della Juve ?

La legge dice che se prima fai il controllore, poi non puoi lavorare per il controllato.

Gli amministratori di una azienda hanno nominato Direttore Generale un ex controllore e hanno contavvenuto alla legge.

L'azienda viene multata per questa responsabilita' degli amministratori e cio' e' giusto.

Se uno guida un'auto aziendale e prende una multa, l'azienda paga ma poi si fa giustamente risarcire dal guidatore.

Dei rappresentanti degli azionisti dicono che chiederanno agli amministratori di assumersi le responsabilita' che, tradotto in italiano significa "avete violato la legge e adesso  pagate la multa".

Gli amministratori dicono "e' stato un altro che ha deciso, noi abbiamo obbedito".

Una giustificazione come dire "ho parcheggiato in divieto di sosta ma anche se guidavo io e' stata mio zio al telefono a dirmi di farlo".

La responsabilita' rispetto alle leggi e' loro. Se non condividevano potevano votare contro, astenersi o darsi malati.

D'altro canto il compenso lo prendevano come amministratori, non come portavoci.

Il malcostume tradizionale e' che un amministratore di nomina politica fa il portavoce e puo' decidere le peggio cose tanto sara' impunito.

Non mi piace una situazione in cui ruoli di reponsabilita' apparente sono coperti da persone eterodirette lautamente retribuite per fare di fatto il portavoce e di faccita l'amministratore.

Non occorre essere competenti per fare il telecomandato, basta essere fedeli.

Cio' consente all'incompetenza di occupare posizioni di potere, contro gli interessi comuni che invece vorebbero in ogni ruolo persone della massima competenza per il ruolo specifico.

Questo e' un pattern comune, anche nei regolatori.

Un report di Ovum diceva che una anomalia di AGCOM in Italia rispetto alle altre autorita' estere e' che buona parte dei commissari non hanno alcuna competenza specifica (economia, diritto, tecnologie) ma sono li' solo in quanto esponenti politici.

E si' che non dovrebbe essere difficile trovare esperti fedeli in ogni schieramento politico ed unire cosi' l'utile al vantaggioso.

Io auspico un Paese in cui chi e' retribuito per una responsabilita', se la assuma ed entri nel merito delle decisioni che prende e non obbedisca semplicemente a degli ordini telecomandati.

Ricostruire una situazione diffusa di responsabilita' e legalita', IMHO, e' uno dei punti piu' importanti per ridare in credibilita' e quindi attrattiva al Paese, condizioni essenziali per la competitivita'.http://quinta.typepad.com/


HOT-LINE RELIGIOSE - Telefonate notturne alle radio cattoliche



Alzi la mano chi non ha mai fatto uno scherzo telefonico a qualche ignoto cittadino. In gioventù ammetto di essere stato un vero specialista della telefonata anonima. Nel mio personale catalogo della stronzata, si passava dalla pernacchia volante a chiamate più complesse: promotori di mobili, sondaggisti improvvisati, venditori di pentole, spargitori di letame, etc. Il luogo da cui venivano effettuati gli assalti telefonici era la Tito-casa al mare, solitamente quando i Tito-genitori si allontanavano per andare in spiaggia. La voce per tutti questi scherzi era sempre la mia, asciutta e senza sbavature, quasi credibile. Ma l’organizzazione era sempre collettiva e coinvolgeva Alessandro Z. (ora brillante commercialista in carriera, ma allora grande esperto in pernacchiamenti vari), Paolo B. (ora stimato giornalista, ma allora grande redattore di testi semi-seri) e Gianluca G. (ora dottorando di ricerca in un Paese civile, dotato di un pauroso fiuto nell’individuare, dalla sola lettura dell’elenco telefonico, un soggetto sufficientemente sfigato da farsi prendere per il culo per qualche minuto).

Perché tutta questa premessa? È presto detto. Ieri pomeriggio, mentre percorrevo l’autostrada per rientrare a Milano, mi sono casualmente sintonizzato su una delle numerose radio religiose che tormentano la Padania occidentale. In quel momento lo speaker era Don Mario, che a giudicare dall'ampio spazio dedicato sul sito ufficiale, dovrebbe essere un po’ il mattatore di Radio Mater. Il sacerdote era nel bel mezzo di una stupenda filippica contro “i peccatori che durante la notte usano i telefoni della radio non per cercare conforto o preghiera, ma per altri scopi che nulla hanno a che vedere con il signore”. Non è tutto! Don Mario ha invitato gli ascoltatori a recitare qualche lode alla madonna per far redimere questi loschi personaggi e ha concluso alla grandissima: “Quando ci troveremo tutti insieme in paradiso, sono sicuro che la misericordia del signore farà sì che questi personaggi verranno insieme a noi a pregare dio”.

Purtroppo io e i miei amici veniamo da famiglie senza dio, quindi privi di quel tirocinio di delinquenza rappresentato dai lustri spesi fra parrocchie, catechismi, oratori e campi scout. Però ammetto una certa invidia per questi peccatori che hanno avuto la geniale idea di trasformare il centralino di Radio Mater in una hot-line per seghe notturne. Dopotutto ogni radio religiosa ha la sua pornostar pentita che risponde al telefono. Un consiglio: magari la prossima volta cambiate radio. Don Mario mi sembrava molto su di giri e non vorrei che gli cedesse qualche coronaria, mettendolo definitivamente fuori combattimento. http://titollo.ilcannocchiale.it/

Tempo di bilanci 


Anche per la signora Maria è tempo di bilanci, è chiusura d'anno e fa i conti , tira le somme e trae le debite considerazioni. Il 2006 è stato per lei un anno molto particolare , iniziato con la campagna elettorarale affinchè non vincesse il centro destra, una mobilitazione bellissima, partecipata, nel gergo politichese detta "pancia a terra". Aveva rivisto il sorriso ritornare sui volti delle compagne dei compagni della città dove vive, casualmente a Torino coincidevano amministrative e politiche, sembrava non esserci dubbi, c'erano tutte le carte in regola non per vincere ma stravincere, le Olimpiadi Invernali chiuse con un successo incredibile, nessuno dei tanti incidenti augurati dal fronte nemico, nessuna minaccia agli atleti e alle migliaia di tifosi accorsi da ogni parte del mondo, una città collaborativa che ha offerto il volto migliore di se stessa dimostrando che si può non essere solo la capitale dell'auto ma anche di altro.

Come diceva Gianni Agnelli a fare le macchine ormai sono capaci tutti, ormai è come fare frigoriferi, ma riuscire a rendere più commerciabili le nostre questa è la vera sfida, Torino oltre le macchine sembrava non saper far di più, ma le macchine ormai le fanno anche i cinesi a 1/5 del nostro prezzo, parafrasando le parole di un conoscente per una ciotola di riso i cinesi sono pronti ad imitare tutto, la signora Maria non sa se ciò sia vero o no, ma ricorda gli anni mesti e bui della cassa intregazione, delle linee fiat chiuse , dei lavoratori messi in mobilità, del glosioso "Lingotto" che dismessosi l' abito della "FABBRICA" diventare ristorante, albergo, centro commerciale per i soliti 4 cenci esposti in ogni angolo della città, le stesse scarpe di tutte le stesse vetrine.

Anni bui, anni da dimenticare in fretta e di cui non augurarsi mai più il ritorno.

Sembrava fatta, l'ottimismo era ricominciato a impadronirsi , prima la vittoria di Mercedes Bresso in regione, Saitta in provincia, poi la riconferma di Chiamparino in comune, si era fatto "cappotto " come si suol dire, non è che i tre amministratori fossero il top dei top, non è che primeggiassero per idee innovative e coraggiose, si può dire di loro senza lode e senza infamia in linea con il bon ton torinese,poichè il troppio storpia accontentiamoci della mezza misura, " esageruma nen" anche nella scelta dei candidati, a volte accontentarsi è un dovere e poi noi della base siamo come soldati, dateci un comandante e noi obbediremo.......... ma!

Ma finire con la testa reclinata su una sedia alle 4 di mattino dell'11 aprile, ad assistere con gli occhi semichiusi e il cervello annebbiato dai troppi numeri alla disfatta di Caporetto in diretta, quello la signora Maria proprio non se l'aspettava, va bene lavorare turandosi il naso, va bene volantinare al mercato per un'elezione di cui non sai neanche i nomi dei candidati ( ma compagna questa legge elettorale l'ha voluta Berluscono non noi! questa era la risposta ricevuta dalla signora-compagna Maria), ma che si finisse sul fil di lana a vincere in parlamento e senato questo tutti gli strateghi del partito l'avevano previsto?

No ! serpeggiava troppa gioia, troppe bottiglie pronte per essere aperte, troppe mani già pronte a stringersi per i complimenti reciproci, troppi abbracci sparsi e troppe pacche sulle spalle distributite, per essere pronti a ricevere quel mesto risultato.

Ma la base di sinistra è fatta di migliaia di api operaie, di formichine laboriose e faticatrici, è abituata ad ingoiare rospi, un tempo addirittura ingoiava olio di ricino, di legnate sulle orecchie e sulle spalle è abituata a prenderle da sempre, ma i calci nel sedere no! quelli preferisce rimandarl al mittente! ed è con questo messaggio di commiato che la signora Maria prende congedo dall'anno 2006 e vorrebbe giungesse ai compagni "dirigenti" un messaggio, come quelli che inviano i naufraghi in una bottiglia di vetro sperando che qualcuno lo raccolga: meno ciance, meno diatribe, meno interessi di cortile e bottega , osare,esserci, più POLITICA e meno demogogia è quello che si chiede e ci chiedono di fare, l'abbiamo promesso e ogni promessa è debito, che il 2007 sia l'anno in cui qualche debituccio si cominci a pagarlo!

buon anno!

maria http://www.onemoreblog.it/archives/013931.html

Doppio turno sì, dis-Unione no (Stefano Ceccanti su www.unita.it)
Il presidente Prodi nella conferenza stampa di fine anno ha fatto alcune affermazioni su tre aspetti relativi alla riforma elettorale: i fini da perseguire, gli strumenti con cui arrivarci, i modelli a cui ispirarsi.




Il presidente Prodi nella conferenza stampa di fine anno ha fatto alcune affermazioni su tre aspetti relativi alla riforma elettorale: i fini da perseguire, gli strumenti con cui arrivarci, i modelli a cui ispirarsi. Alcuni commenti hanno isolato l'ultimo punto, scidendolo dal contesto e riducendo il tutto a un dibattito sull'importazione secca del modello francese o di quello tedesco e su dove collocare Prodi in questo schema, se alla destra o alla sinistra del Reno.

Ripartiamo invece dal suo ordine logico e sistematico. Prima di tutto la chiarezza sui fini. Qui il Presidente ha contrapposto da una parte sistemi che si limitano a fotografare in Parlamento le volontà degli elettori, considerandoli non adatti ai nostri bisogni, e sistemi che invece agiscono come buoni trasformatori di volontà in decisioni. Solo tra questi ultimi vale la pena di scegliere perché consentono agli elettori di scegliere i governi. Secondo la lezione di Maritain, ben nota a Prodi, i sistemi che fotografano i voti sono un «cavallo di Troia nella struttura democratica» dato che «il suffragio universale non ha lo scopo di rappresentare semplicemente volontà atomiche, ma di dar forma ed espressione alle correnti comuni d'opinione e volontà. La maggioranza e la minoranza esprimono la volontà del popolo in due modi opposti, ma complementari e egualmente reali».

Com'è noto il sistema oggi vigente per Camera e Senato è da questo punto di vista del tutto contraddittorio: rispecchia e incentiva la frammentazione nelle coalizioni e contemporaneamente bipolarizza tra le coalizioni con un premio garantito. Prodi ci invita quindi a una più chiara scelta di bipolarismo con meno frammentazione. A questo punto si pone la seconda questione, quella degli strumenti. Qualsiasi osservatore ragionevole si accorge che la questione si è riaperta credibilmente solo col mero annuncio dell'iniziativa referendaria. Che ruolo potrà giocare dalla prossima primavera, quando le firme saranno raccolte? Qui occorre guardarsi da due tentazioni. La prima è quella di considerare l'iniziativa solo come un generico stimolo al Parlamento, privo di un preciso indirizzo, come se si volesse una qualsiasi riforma.

In realtà il quesito, che ripropone il sistema elettorale dei comuni fino a quindicimila abitanti, esprime, pur nella sua parzialità, un indirizzo chiaro di rafforzamento del bipolarismo, dato che elimina la competizione dentro le coalizioni e gli sbarramenti più piccoli della legge. La seconda tentazione è quella dell'attaccamento fondamentalista al quesito stesso. Il fatto che esso porti a un sistema migliore di quello vigente non esclude affatto che le Camere, prima o dopo il referendum, possano fare meglio e in modo più completo, purché vadano nella medesima direzione del miglioramento del bipolarismo. Nonostante qualche recente polemica sull'equilibrio da tenere rispetto a queste opposte tentazioni, mi sembra che il Comitato referendario abbia tenuto sin qui una posizione ineccepibile; se non è chiara, si tratta di ribadirla col concorso di tutti.

Di tutti quanti, a prescindere dallo schieramento di provenienza, essendo fisiologica e comunque indispensabile una presenza di entrambi gli schieramenti in una battaglia sulle regole, anche a prescindere dalle preferenze sui sistemi ritenuti soggettivamente migliori. Al Comitato nel suo insieme appartiene la consapevolezza che il quesito già migliora la legge e che è possibile fare di meglio in Parlamento, per il resto chi avrà più filo da tessere, tesserà su entrambi i livelli.

Solo a questo punto, chiariti fini e strumenti, ha senso parlare di modelli. Prodi ha accennato i meriti di quello francese, che recupera col collegio il rapporto con gli elettori e che consente col doppio turno, se si vuole, di andare da soli al primo e di aggregarsi dopo; ha anche segnalato il principale difetto, la possibile esclusione di forze significative dal Parlamento. Infatti i sostenitori italiani più consapevoli, a cominciare dai Ds, ritengono che esso vada introdotto con un correttivo, con una limitata quota proporzionale, secondo quanto proposto anche da studiosi francesi. Quanto al modello tedesco è noto a tutti che, a parte lo sbarramento (su cui peraltro in molti vogliono uno sconto sostanzioso) esso è un sistema perfettamente proporzionale, che si limita a fotografare i voti in seggi. Per questo è evidente che Prodi non intendesse proporne l'importazione pura e semplice perché altrimenti sarebbe stato del tutto in contraddizione col suo ragionamento precedente sulle finalità. Del resto ha anche segnalato in conferenza stampa che questa volta neanche in Germania il sistema ha prospettato e prodotto una scelta chiara per l'elettore.

Il punto è che in Italia, dato il nostro sistema dei partiti, questo accadrebbe sempre. Il bipolarismo da noi esiste solo se il sistema incentiva a unirsi o a livello di collegio (l'alternativa migliore) o con un premio di coalizione, altrimenti ciascun partito andrebbe da solo e quelli posizionati al centro del sistema giocherebbero con spregiudicatezza il loro potere di coalizione, aprirebbero due forni, con coalizioni post-elettorali e una grave regressione democratica per il cittadino elettore. L'importazione letterale del sistema tedesco sarebbe un imbroglio italiano, peggiore persino del sistema attuale (e ce ne vuole...). Da questo punto di vista è senz'altro positivo cercare in Parlamento un dialogo con le diverse minoranze, compresa l'Udc, ma con presupposti chiari, come quelli evidenziati da Fassino nella sua relazione al Consiglio Nazionale Ds dove parlava di referendum e di doppio turno.

L'Udc può certo chiedere e ottenere un sistema che col doppio turno consenta margini maggiori di autonomia rispetto a quello odierno, ma che alla fine consegna comunque la scelta all'elettore sovrano. Se invece del doppio turno in nome del modello tedesco vuole invece chiedere un sistema peggiorativo per il Paese, che comprenda il doppio forno per spostare la decisione sul governo dagli elettori a partiti irresponsabili e riprodurre un blocco al centro di una democrazia senza alternanza non può che ottenere un rifiuto. L'Unione non può certo passare alla storia per contribuire a varare un sistema che produrrebbe ancor più disunione, reintroducendo il cavallo di Troia dell'irresponsabilità a danno del cittadino elettore.




 Di Pietro all’avanguardia? Non esageriamo 

“Credo che fra breve Antonio entrerà ad essere studiato nelle università dove si analizzano i fenomeni mediatici”: così si esprime un fan del ministro Di Pietro in un post citato da Punto Informatico. A suscitare tanto entusiasmo un’iniziativa del ministro che ha pubblicato su You Tube un video in cui comunica ai cittadini le ragioni di alcune sue scelte politiche. A parte il fatto che Di Pietro non è, per fortuna, il solo politico italiano che si dimostri disponibile all’uso delle opportunità del Web 2.0, mi sembra francamente eccessiva l’euforia innescata dall’evento. In primo luogo, non mi sembra che il fatto di avere “postato” il video ” sul celeberrimo network, “senza commenti o comunicati stampa” contempli di per sé un salto qualitativo in termini di “trasparenza dell’azione di Governo” o in termini di democratizzazione del rapporto fra governanti e governati: il medium è nuovo, ma la logica continua a essere quella vecchia (neo broadcast) dell’adesso vi spiego meglio quello che noi stiamo facendo per voi. Insomma modernizzazione (che nel disperante contesto italico - vedi i recenti dati Istat - è sicuramente già qualcosa) più che democratizzazione; perciò, almeno per il momento, non imporrò ai miei studenti di Scienze della Comunicazione di studiare il “caso Di Pietro”… http://www.pazlab.net/formenti/

Stampa: maneggiare con cura
Nicola
Ho appena letto sul Corriere la bell'inchiesta di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo sui corsi di laurea fantasma nelle università italiane: percorsi di studio seguiti da uno studente all'anno. Un vero scandalo. Un malcostume da cancellare.
Poi vedo che nella lista c'è anche un corso di laurea per cui tengo un insegnamento, Ingegneria Edile a Ravenna. Quest'anno c'erano più di sessanta iscritti; ho fatto a dicembre esami a cento studenti, compresi i ritardatari.
Da dove viene quel numero "uno" della tabella del Corriere? Se il dato nell'unico caso a mia conoscenza è così impreciso, cosa debbo pensare degli altri?
Morale. Essendo "media", giornali e telegiornali danno sì notizie veritiere, ma solo "in media".www.ulivoselvatico.org

La lunga notte
di Furio Colombo

Mi piacerebbe dire che questo - il giorno in cui il mondo, adulti e bambini, ha visto in televisione l’impiccagione di Saddam Hussein - è un giorno da dimenticare. Purtroppo non lo dimenticheremo. Nessuno di noi pensava di appartenere a una civiltà e a un tempo in cui puoi chiamare «vittoria per la democrazia» l’enorme cappio che boia mascherati mettono al collo di un uomo che li guarda e che ti guarda. La nostra presenza tramite la televisione dichiara e conferma la squallida verità: siamo i testimoni partecipi di un periodo barbaro. Stiamo attraversando una lunga notte di violenza stupida e inutile che ci mette tutti sullo stesso piano.
Hanno perso San Francesco e Ghandi. A causa dell’ottusa visione del mondo di George Bush e di Tony Blair, resta al centro della scena il volto di quell’uomo che muore col cappio al collo. In un mondo di immagini è lui il vincitore. I cosiddetti carnefici iracheni di Saddam Hussein non sono altro che povere comparse. Sono, come è giusto, mascherati perché non esistono. Sono parte di una spaventosa e negata guerra civile. A quella guerra civile, impiccando Saddam, hanno dato una nuova, poderosa fiammata. Lo hanno fatto su mandato e per ordine di due leader del mondo che credevamo moderno e civile. Qualcuno ha detto alla radio: «Nessun danno. Gli arabi amano la vendetta». Affermazione imbarazzante, razzista ma anche falsa. Infatti abbiamo assistito, angosciati e impotenti, alla vendetta ordinata dai capi di due grandi democrazie.
Ma c’è un riscatto per noi italiani, ed è bene dirlo con riconoscenza e persino con orgoglio. Ho scritto che non possiamo illuderci di dimenticare il cappio che penzola accanto a un uomo vivo da mettere a morte come rito di fine d’anno, celebrato, con inconsapevole scherno, come «giustizia» e «democrazia». Allo stesso modo, per la stessa ragione non dovremo dimenticare il «no» febbrile e irremovibile di Marco Pannella, non solo a tutte le esecuzioni (che è stato l’impegno militante e non violento di tutta la sua vita) ma a questa esecuzione. Perché in questa esecuzione non era in gioco l’innocenza o la colpa (che è immensa) di Saddam Hussein, ma la nostra. A parte alcune civili dichiarazioni di governo e di opposizione contro una decisione che ci identifica con i boia mascherati, solo la voce, il gesto, il digiuno, l’ostinazione di Marco Pannella hanno reso meno solitaria l’umiliazione di chi è stato costretto a veder penzolare quel cappio e, con orrore, ha sentito pronunciare la frase: «si tratta di una pietra miliare per la democrazia». Invece, ci ha detto Pannella, è una pietra tombale. Dobbiamo dirgli grazie, perché la sua testimonianza ci riporta nel mondo della ragione. www.unita.it


Perché doveva morire. Subito.

Non gli hanno dato nemmeno il tempo di rispondere di tutti i delitti di cui è responsabile. Doveva sparire il più presto possibile. Prima che parlasse. Perché uno dei crimini per i quali la storia ora dovrà processarlo da morto è la sanguinosa guerra contro l'Iran portata avanti per 8 anni, tra il 1980 e il 1988, sostenuto in ogni modo dagli Stati Uniti con finanziamenti e armi. Nella foto, Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Regan in Medio Oriente, stringe la mano al dittatore. Era la fine di dicembre del 1983. A marzo dell'anno successivo le Nazioni Unite rendevano noto che Saddam aveva utilizzato il gas nervino contro gli iraniani.

Erano le armi di distruzione di massa che l'amministrazione Bush ha tanto cercato, ostinata, convinta fino al ridicolo di riuscire a trovarle, e questo per un semplice motivo: sapeva che l'America gliele aveva vendute. Chi in quella ammistrazione aveva lavorato per Regan, sapeva di aver dato a Saddam i soldi per comprare quelle armi. In questo ultimo mese uno degli avvocati difensori di Saddam, Giovanni Di Stefano, ha rilasciato interviste a tutto spiano a testate giornalistiche di tutto il mondo per rivelare che gli Usa negli anni '80 avrebbero "girato" al dittatore iracheno ben 1,5 miliardi di dollari perchè comperasse, tra le altre cose, armi chimiche. Solo che Saddam avrebbe fatto "la cresta", comprando meno gas del previsto (forse dando fondo alle ultime scorte proprio nella strage di Halabja del 1988) e usando il resto dei soldi in altro modo. Così l'invasore americano, trasformatosi da amico a nemico, non avrebbe trovato le armi di distruzione di massa che credeva di aver venduto al dittatore e che voleva ora sfruttare contro di lui.

Saddam tramite i suoi avvocati aveva insomma cominciato a parlare. Ma troppo tardi. Aveva probabilmente pensato fino all'ultimo momento che se taceva lo avrebbero risparmiato. Ma si sbagliava. E quando ha cominciato a cantare, ormai non gli rimaneva più tempo.


di Paolo Jormi Bianchi http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=3086


Verrà la morte e avrà il tuo collo
Ora che Saddam è stato impiccato, e realisticamente non potevamo aspettarci conclusione diversa, facciamo alcune riflessioni sull’evento. È quasi superfluo dire che da liberaldemocratico respingo la pena di morte in quanto pena, cioè punizione. L’esecuzione capitale può avere un senso unicamente in quanto autodifesa della società contro l’individuo estremamente pericoloso, e solo quando manca un’alternativa concretamente praticabile; si tratta di un’ipotesi che nei secoli passati poteva presentarsi anche con una certa frequenza, ma che oggi (presente un forte tessuto statale e amministrativo, nonché un sistema giudiziario e carcerario che pur nei suoi difetti è comunque funzionale) risulta estremamente rara se non del tutto inesistente.

Poiché il caso di Saddam sicuramente non rientrava in quest’ipotesi, l’uomo essendo ormai impossibilitato a nuocere, si può e si deve dunque dire che la sua esecuzione è stata ingiusta; e però, tanto premesso, dico pure che tutto questo stracciarsi le vesti per la morte del tiranno non mi entusiasma particolarmente. Mi sembra un po’ un mezzo per fare bella figura a buon mercato: com’è facile fregiarci della nostra purezza, noi che non abbiamo mai provato il tallone dell’oppressione saddamita. Ci sono molte altre esecuzioni quotidiane nel mondo, dall’occidente americano all’oriente cinese, che non beneficiano di altrettanto clamore mediatico e dispendio di buoni sentimenti, pur meritandolo immensamente di più.

Peraltro, non posso fare a meno di sottolineare un aspetto assai significativo: la stigmatizzazione dell’impiccagione di Saddam, nonché della pena di morte in generale (e naturalmente degli USA, ça va sans dire), proviene con particolare veemenza da quell’area politica che spesso reagisce stizzita all’idea che ci sia un qualche primato morale del nostro occidente rispetto ad altre culture. Sarà forse il caso di ricordare che l’abolizione della pena di morte nasce e si afferma storicamente in Europa, oggigiorno l’unico continente in cui l’omicidio di stato è totalmente scomparso; viceversa, l’esecuzione capitale è una costante ricorrente della civiltà che ci si contrappone nel clash of civilizations. Come facciano il relativismo culturale e la deprecazione della pena di morte a convivere nello stesso cervello, questo è un altro dei tanti misteri del nostro tempo. O forse si tratta di un magnifico esercizio di bispensiero orwelliano. Mah. http://esagono.splinder.com/



Buon 2007 a tutti i lettori dell’Esagono.

La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi.  A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

 Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.

La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi.  A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

 Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.

La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi.  A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

 Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi. A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.
La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi. A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.
La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi. A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente.
La sentenza cadde sulle loro illuminate teste

Alle quattro di stamattina, gli occupanti americani hanno consegnato Saddam Hussein ai suoi nemici iracheni, esattamente il tempo occorrente per impiccarlo.

Non sono mai stato un sostenitore di Saddam Hussein: è sufficiente la lettura del resoconto che fa Robert Fisk, nel suo magnifico libro, The Great War for Civilization (tradotto in italiano, credo,sotto il titolo di Cronache mediorientali), per capire perché.

Saddam Hussein non è solo stato un ingegnere di anime in stile sovietico. Ha anche commesso deliberatamente il più grande, e il dimenticato, di tutti i delitti, attaccando l'Iran.

Un delitto analogo a quello che hanno commesso a loro tempo, i re e i primi ministri dell'Austria-Ungheria, della Francia, dell'Italia, del Giappone, della Turchia, della Russia e dell'Inghilterra nel 1914-1915. Crimini che a loro tempo portarono subito a qualche decina di milioni di morti, e avviarono una catena di eventi che finirono solo con la morte di Hitler in Europa, e quella di Mao in Asia.

Né voglio negare il diritto dei suoi avversari di assassinarlo: quando Saddam Hussein prese il potere aveva sicuramente messo in conto la certezza di finire male, e aveva anche deciso che il gioco valesse la candela.

Non condivido affatto la campagna italiana contro la sua uccisione, in nome dell'opposizione astratta alla "pena di morte", perfettamente speculare al gioco di chi invece ha invocato "l'impiccagione del tiranno".

Perché le campagne contro la pena di morte partono sempre da un presupposto: lo Stato - ente astratto, al di sopra degli interessi contingenti, suprema sede del bene comune - ha tra i suoi diritti anche quello di privare i "criminali", cioè gli esseri umani che incarnano il male, anche della loro vita?

Già opporsi alla pena di morte implica, così, la divinizzazione di chi la applica, la giustezza della sentenza, il diritto di chi si dichiara Stato di definire il bene e il male, e di disporre della vita (ma non della morte) di chi ha deciso di relegare tra i malvagi. A questo si accompagna la spaventosa idea che l'ergastolo possa essere cosa più civile di una veloce uccisione: la condizione di asettica disumanizzazione degli ergastolani negli Stati Uniti non è diversa da quella in cui ha dovuto vivere Piergiorgio Welby.[1]

Quello che trovo ributtante, invece, dell'omicidio di Saddam Hussein è il suo travestimento da processo.

Ergendosi in maniera blasfema a Dio in terra, gli Stati Uniti non possono avere avversari.

Dio è perfettamente giusto, e perfetto il Suo regno. Quindi la ribellione non può mai avere una motivazione che vada al di là del puro e semplice peccato individuale.

Curiosamente, il peccato ha una duplice natura. Da una parte, è invasione demoniaca, o psicopatologica: ecco l'indugiare sui dettagli, veri o presunti, della psicosi del nemico.

Ma la psicopatologia, come la possessione demoniaca, implica l'incapacità di intendere e di volere: facile temere un invasato, ma difficile odiarlo. Ecco perché va visto, non come semplice malato, ma come peccatore. Cioè come persona che è in balia di Satana, eppure con piena colpevolezza.

Alla categoria storica di avversario, si sostituisce così quella trascendentale di criminale; e solo la sua eliminazione fisica, in nome della Giustizia divina, può riportare l'ordine, come spiega molto bene Cloro sul suo blog.

Ecco perché il semplice omicidio - gesto umano e comprensibile - deve essere sostituito da un rituale. In cui gli assassini non sono più uomini, ma portatori astratti del Bene.

L'esito del processo è già stato scritto - nel dicembre del 2003, Bush dichiarò alla BBC che soltanto "la pena ultima" sarebbe stata il giusto castigo per questo "disgustoso tiranno" (vedi Vittorio Zucconi su Repubblica di oggi).

Però il rito, come ogni rito, deve seguire determinate forme: la giustificazione dell'omicidio futuro deve essere trovata in qualche testo che, grazie alla sua astrazione, dia l'illusione di essere al di sopra dei furori umani. La sentenza deve cadere quasi come una sorpresa, sulle illuminate teste dei giudici.

Questo è stato esattamente il meccanismo della Santa Inquisizione. Gli anticlericali hanno sempre insistito sui suoi aspetti truculenti, ma ciò che era veramente originale dell'Inquisizione è stata la creazione di un sistema inappuntabile di regole e apparenti garanzie, che pure permettevano invariabilmente di condannare.

I giudici di Saddam Hussein, quindi, sono esseri umani che decidono del bene e del male, della vita e della morte, ma fingono che a farlo non siano loro stessi, bensì un Codice; come nell'Inquisizione, dove si fingeva l'obiettività offrendo un difensore alla vittima.

Non solo: i giudici non versano il sangue, ma fanno sì che siano altri a farlo - l'anonimo boia, che all'alba di Abu Ghraib tira qualche leva, che come nelle macchine dei fumetti, mette in moto una serie di rotelle e ingranaggi, i quali spezzeranno loro il collo a Saddam Hussein.

Nello stesso giorno in cui milioni di musulmani, molto più umanamente, sgozzano con le proprie mani un montone per far festa.

Curiosamente, anche l'Inquisizione prevedeva la consegna al braccio secolare, immancabilmente accompagnata da un appello a "non versare il sangue" del condannato. Che perciò veniva, infatti, in genere, arso vivo. Certo, qui abbiamo una doppia consegna al braccio secolare, da parte degli americani ai nemici iracheni di Saddam Hussein, e da parte dei giudici al boia.

Con tutta la distanza che provo verso Saddam Hussein, sono infinitamente più umane le sue ultime dichiarazioni, trasmesse dal suo avvocato Ahmad Siddiq (sempre su Repubblica di oggi):

"Il morale del presidente era alto. Era accaduto quello che si aspettava, niente più.

Ha consolato noi e ci ha ringraziato: più di questo, ha detto, non potevate fare. Ci ha affidato un messaggio per la famiglia, perché non ha potuto rivederli: ci ha chiesto di dire loro di essere uniti e che stava per compiersi la volontà di Dio, il suo martirio per l'Iraq.

Poi ci ha detto che lui non odia Bush e Blair:

"Ho combattuto otto anni Khomeini: non ho mai odiato l'uomo, ma la sua politica. Così è oggi: non odio loro, ma la loro condotta. E spero che il mio Paese sia unito nel rifiutarla, e nel lottare".

Nota:

[1] Sia chiaro, non intendo affatto oppormi alle campagne per l'abolizione della pena di morte nel mondo, se condotte pragmaticamente e non astrattamente. http://kelebek.splinder.com/


La Cina invade l'Africa

di Irene Panozzo

cinafrica.jpg“I primi anni del nuovo secolo testimoniano una continuazione dei profondi e complessi cambiamenti della situazione internazionale e l’ulteriore avanzamento della globalizzazione. (…) La Cina, il più grande paese in via di sviluppo del mondo, segue la via dello sviluppo pacifico e persegue un’indipendente politica estera di pace. (…) Il continente africano, che comprende il più gran numero di paesi in via di sviluppo, è una forza importante per lo sviluppo e la pace del mondo. Le nuove circostanze creano nuove opportunità per le relazioni tra Cina e Africa, tradizionalmente amichevoli.”
Inizia con queste parole il documento programmatico che il governo di Pechino ha presentato il 12 gennaio 2006. Un documento non a caso intitolato “La politica della Cina in Africa”, che fotografa e allo stesso tempo costituisce la punta dell’iceberg di un fenomeno di ampia portata, in atto da anni ma sempre più all’ordine del giorno nelle riflessioni che riguardano l’Africa: la penetrazione cinese nel continente.

La pubblicazione di questo documento è tanto più notevole in quanto si tratta di un passo più unico che raro da parte del governo di Pechino. Infatti, l’articolazione di una politica specifica nei confronti del continente è la seconda del suo genere in tutta la storia della Cina popolare. Solo nel 2003 Pechino aveva preparato qualcosa di simile per mettere nero su bianco la sua politica nei confronti dell’Unione Europea. Ma nel caso dell’Africa la presentazione di questa sorta di ‘libro bianco’ sui rapporti cinesi con il continente si è inserita in un fittissimo reticolato di incontri, firme di accordi di cooperazione economica, visite ufficiali, appalti ricchissimi per la costruzione di infrastrutture e contratti energetici miliardari. A illustrare il documento alla stampa, c’era quel giorno il portavoce del ministro degli Esteri cinese. cinafrica2.jpgIl responsabile del dicastero, il ministro Li Zhaoxing, non era presente, perché impegnato altrove. In Africa, guarda caso, in un viaggio ufficiale di otto giorni, nel quale è passato da Capo Verde al Senegal, dal Mali alla Nigeria, dalla Liberia alla Libia. Sei paesi, sei tasselli ugualmente importanti per la strategia cinese, anche se per ragioni diverse: per la pesca Capo Verde e il Senegal, per il petrolio la Nigeria e la Libia, per il legname la Liberia e per il cotone il Mali. Ma al di là delle risorse naturali, tutti gli incontri bilaterali e gli accordi firmati da Li Zhaoxing con le controparti locali hanno riguardato anche la cooperazione tecnica e politica e quella in campo medico e culturale.
I buoni rapporti tra Cina e paesi africani non sono una novità. Fin dall’epoca delle indipendenze, della guerra fredda e del non-allineamento la Cina ha sempre intessuto relazioni diplomatiche anche importanti con parte dei governi del continente. Il primo paese africano a riconoscere la Cina popolare e a instaurare relazioni diplomatiche con Pechino fu l’Egitto di Nasser, nel 1956. Cinquant’anni fa e un altro panorama internazionale: erano gli anni della nascita del movimento dei paesi non-allineati, creato dallo stesso Nasser assieme al presidente jugoslavo Tito e a quello indiano Nehru: la Cina di Mao, i cui rapporti con l’Urss di Chruščëv erano in fase di crescente tensione , era uno dei paesi a cui avvicinarsi. Tanto più che Nasser si trovava in rotta di collisione con i paesi occidentali per la questione di Suez ed era quindi pronto a guardare a quelli comunisti per ottenere i fondi necessari alla costruzione della grande diga di Assuan, soldi che arrivarono prontamente dall’Urss. Nei decenni successivi, la dottrina cinese del terzomondismo e l’arrivo al potere in alcuni paesi africani di padri della patria campioni del “socialismo africano” – primo tra tutti il tanzaniano Julius Nyerere, la cui politica di collettivizzazione agricola basata sulle ujamaa (solidarietà familiare in kiswahili), i villaggi comunitari rimasti la struttura portante del sistema agricolo tanzaniano per quasi vent’anni, era chiaramente ispirata ai princìpi della rivoluzione cinese – istituzionalizzarono ulteriormente i rapporti tra Pechino e alcune capitali africane.
È pensando a questo passato che il documento del 12 gennaio richiama nel prologo i rapporti “tradizionalmente amichevoli” tra Cina e Africa, sottolineando come tutti i paesi, sia da una parte che dall’altra, siano da catalogare come paesi in via di sviluppo. Il panorama internazionale, però, non è più lo stesso degli anni Sessanta e Settanta. E anche la natura dei rapporti tra Pechino e il continente africano è cambiata radicalmente. Non sono più l’ideologia, la solidarietà con governi e partiti comunisti o socialisti considerati amici o le scelte di politica economica a determinare il destino delle relazioni tra Cina e Africa. Da più di qualche anno ormai la parola è stata lasciata alle monete sonanti con cui le concessioni petrolifere vengono pagate, a quelle degli ingenti investimenti cinesi nelle infrastrutture di molti paesi africani o a quelle che costituiscono i prestiti a tassi quasi inesistenti per paesi così indebitati da far difficoltà a ricevere finanziamenti dalle istituzioni internazionali o dai paesi donatori riuniti nel club di Parigi.

La Cina ha iniziato la sua nuova penetrazione in Africa circa dieci anni fa, attirata dalle ricchezze minerarie del continente, soprattutto dalle sue riserve di petrolio e gas (senza dimenticare però quelle di rame, cobalto, carbone e oro), necessarie per far mantenere al paese asiatico il rapido passo della sua crescita economica. Ma è stata anche la presenza di mercati di facile penetrazione, dove i manufatti cinesi, con buona tecnologia ma di poco prezzo, sbaragliano qualsiasi concorrenza, ad attrarre l’attenzione di Pechino. L’Africa soddisfa quindi le necessità primarie della grande crescita economica del gigante cinese, che ha saputo crearsi ampi spazi d’azione nel continente.
Solo da alcuni anni però la “conquista” cinese dell’Africa, iniziata senza fanfare e con molto pragmatismo, è diventata tanto evidente da attirare l’attenzione del resto del mondo. Degli analisti politici ed economici, ma anche di quei governi, a iniziare dagli Stati Uniti e dalla Francia, che si sono trovati ad aver perso terreno, a tutto vantaggio di Pechino, in un continente considerato strategico per i loro interessi sia economici che geopolitici. Bastano alcune cifre per capire quale sia la questione: stando ai dati ufficiali del governo cinese, il volume degli scambi commerciali tra la Cina e il continente africano è quadruplicato negli ultimi cinque anni. Solo nei primi dieci mesi del 2005 è cresciuto del 39%, arrivando a superare i 32 miliardi di dollari . Di questi, le esportazioni cinesi verso il continente hanno contato per 15,25 miliardi, mentre le importazioni hanno raggiunto quota 16,92 miliardi di dollari. Sempre negli stessi dieci mesi, aziende cinesi hanno investito nei paesi africani un totale di 175 milioni di dollari .
Ufficialmente, il punto di partenza di questa crescita esponenziale nei rapporti commerciali tra le due parti è da fissare tra il 10 e il 12 ottobre 2000, quando a Pechino si riunirono i ministri degli Esteri e della cooperazione internazionale della Cina e di 44 paesi africani, creando il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, una “piattaforma realizzata dalla Cina e dai paesi africani amici per [dar vita] a consultazioni e dialoghi collettivi e a un meccanismo di cooperazione tra paesi in via di sviluppo che ricade nella categoria della cooperazione Sud-Sud” . Da allora Pechino ha cancellato i dazi su 190 tipologie di prodotti di importazione in arrivo sul suo mercato interno da 28 paesi africani meno sviluppati, mentre i manufatti cinesi invadevano il mercato africano.
Ma all’ottobre 2000 Pechino era già presente in maniera importante in alcuni paesi africani. Uno per tutti il Sudan, diventato ufficialmente produttore ed esportatore di petrolio nel settembre 1999 soprattutto grazie all’intervento cinese. Che nel sottosuolo della regione al confine tra Nord e Sud Sudan ci fosse del petrolio lo si sapeva dalla fine degli anni Settanta. Ma la ripresa della guerra civile tra le due parti del paese nel maggio 1983 aveva impedito alle compagnie petrolifere straniere presenti sul terreno di lavorare. A metà degli anni Novanta, dopo anni di stallo e a conflitto ancora ampiamente in corso, un consorzio conosciuto con il nome di Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnpoc) ha preso in mano sia i lavori di prospezione e sfruttamento dei blocchi 1, 2 e 4, sia la costruzione di una raffineria poco fuori Khartum e di un oleodotto di 1.600 km necessario a portare il greggio dai campi petroliferi del Sudan meridionale a Port Sudan, sul Mar Rosso. Con il 40% delle azioni , il partner di maggioranza del consorzio è la China National Petroleum Corporation (Cnpc), una delle più grosse (e delle più attive sui mercati esteri) compagnie petrolifere di Stato cinesi . Oltre alla partecipazione al Gnpoc, la Cnpc ha in concessione “in solitaria” anche l’intero blocco 6, mentre divide con altre compagnie straniere lo sfruttamento dei blocchi 3 e 7.
Il fatto che le compagnie cinesi non debbano rispondere delle loro azioni e del loro eventuale coinvolgimento in situazioni di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani a un’opinione pubblica sensibile a questi temi ha sicuramente favorito la stretta collaborazione che si è creata tra Pechino e Khartum. Il settore petrolifero rimane il più importante agli occhi della Cina, visto che oltre la metà dell’export sudanese di greggio va al colosso asiatico, coprendo così il 5% del suo fabbisogno. Ma non c’è solo il petrolio ad attrarre i capitali cinesi sulle sponde del Nilo. Ci sono anche le infrastrutture da creare ex novo – tra cui una pipeline di 470 km per portare l’acqua dal Nilo e dall’Atbara nell’arida regione orientale (un progetto siglato nel giugno 2005 e che costerà 345 milioni di dollari) e il più grande progetto idroelettrico in corso nel continente, una diga in costruzione 350 km a nord di Khartum, all’altezza della quarta cateratta del Nilo – e la vendita di armi, il settore delle telecomunicazioni su cui investire e la cooperazione tecnica e medica.
Il Sudan è il principale destinatario degli investimenti esteri cinesi e uno dei paesi africani con cui Pechino ha più scambi commerciali. Ma non è certo il solo. Innanzitutto perché non esiste solo il petrolio sudanese. Le tre principali compagnie petrolifere di stato cinesi, la Cnpc, la Cnooc e la Sinopec, si stanno ritagliando sempre più spazio nello sfruttamento del greggio africano. Mentre la Cnpc è impegnata in prospezioni nel Sud del Ciad e nell’Etiopia occidentale, la Cnooc ha firmato nel gennaio scorso un accordo miliardario con la Nigeria per comprare il 45% della concessione di proprietà della South Atlantic Petroleum che comprende importanti giacimenti offshore sia di petrolio che di gas.
Accanto alle risorse energetiche però c’è dell’altro. I soldi cinesi stanno trasformando il paesaggio di molte capitali africane (da Yamoussoukro, in Costa d’Avorio, dove sono già in costruzione gli alloggi per i 225 deputati ivoriani, a Luanda, in Angola, dove aziende cinesi stanno restaurando un intero quartiere), in un make-up che rispecchia anche all’esterno un cambiamento radicato nel tessuto economico. Ma anche fuori delle capitali i cambiamenti sono visibili: sono cinesi i capitali e l’ingegneria della ferrovia costruita in Angola, ad esempio, o delle strade e dei ponti eretti in Ruanda, come anche dell’autostrada in Etiopia e di buona parte della rete dei trasporti dello Zimbabwe. La buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha anche significato per molti paesi poter saltare alla telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, ancora largamente insufficiente anche in molte capitali africane.
Il rapporto tra Cina e Africa, quindi, è interessante per entrambe le parti. Ed è questa situazione che il documento programmatico pubblicato il 12 gennaio fotografa. Il “nuovo modello di partnership strategica” che il ‘libro bianco’ propone non tralascia nessun possibile ambito di cooperazione: politica, economica, sociale, infrastrutturale, culturale e via dicendo, per un totale di circa trenta diversi settori. E non c’è dubbio che ai paesi africani la proposta possa apparire allettante, tanto più che Pechino non pone condizioni politiche. O, meglio, ne pone solo una, facile da rispettare: aderire al principio di “una sola Cina”, rifiutando di avere relazioni ufficiali con Taiwan. Una scelta che, a conti fatti, evidentemente è conveniente fare, se la stragrande maggioranza dei paesi africani preferisce Pechino a Taipei.
L’ultimo in ordine di tempo a rompere con Taiwan per riaprire i rapporti diplomatici con la Cina popolare è stato il Senegal, che è stato subito premiato. Nella sua visita in Africa di metà gennaio il ministro degli Esteri Li Zhaoxing ha fatto tappa anche a Dakar, dove ha dichiarato che la Cina vuole espandere la cooperazione tra i due paesi in qualsiasi campo, dall’agricoltura all’istruzione e dalla sanità alla cultura. Nel frattempo, ha firmato assieme alla sua controparte senegalese un accordo di cooperazione economica e tecnologica.
La mancanza di condizioni politiche, one China principle escluso, è ribadita anche dall’enfasi che la Cina pone a ogni buona occasione sul mutuo rispetto dei confini territoriali, della non aggressione e (soprattutto) della non interferenza negli affari interni dei singoli paesi. Il che significa non fare questioni né porre condizioni di nessun tipo neanche a governi non democratici, violatori dei diritti umani o altamente corrotti. L’esempio sudanese non è l’unico neanche in questo senso. La politica dello “sguardo a oriente” inaugurata da Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, in risposta al progressivo boicottaggio e isolamento internazionale con cui i paesi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno reagito alle ripetute frodi elettorali e alla violenza usata dal regime per espropriare i settlers bianchi ha ricevuto un caloroso benvenuto a Pechino. Non solo a parole: quando nel luglio 2005 Mugabe si è recato in visita ufficiale in Cina, ha ricevuto tutti gli onori riservati a un capo di Stato, ma non è neanche stato lasciato tornare a casa a mani vuote. In cambio di concessioni minerarie, Mugabe ha ottenuto prestiti (tra cui uno da sei milioni di dollari da usare per importare mais) e accordi commerciali, un’iniezione vitale per l’asfittica economia di un paese ormai ridotto alla fame, privato da qualche anno degli aiuti economici occidentali e dell’assistenza finanziaria di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Il radicale cambiamento nell’orientamento della politica estera del paese si è rispecchiato anche nelle scelte del ministero dell’Istruzione, che nel gennaio 2006, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico e accademico, ha annunciato che il cinese diventerà materia di studio in tutte le università del paese, per favorire il turismo e gli scambi commerciali con Pechino .
Le cose non sono andate molto diversamente neanche in Angola, il secondo produttore di petrolio africano dopo la Nigeria, che sta risorgendo dalle sue ceneri dopo una guerra civile quasi trentennale. Il forte indebitamento del paese e la totale mancanza di trasparenza, che – non è un mistero – nasconde un sistema altamente corrotto, impediscono di fatto all’Angola di accedere all’assistenza finanziaria del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, come anche ai crediti dei principali paesi donatori. Il vuoto che le regole del club di Parigi hanno creato è stato prontamente riempito dalla Cina: nel marzo 2004 la banca cinese Eximbank ha concesso al governo di Luanda una linea di credito di più di due miliardi di dollari, da utilizzare, progetto dopo progetto, per ricostruire le infrastrutture (rete elettrica, strade, ponti, aeroporti, ferrovie e così via) del paese devastato dalla guerra. In realtà, però, i dettagli dell’accordo non sono mai stati resi noti. Ciò che si sa è che il credito ricevuto viene ripagato con forniture di petrolio alla Cina. Tanto che le importazioni del greggio angolano sono andate crescendo, fino ad arrivare a toccare, nei mesi di gennaio e febbraio 2006, 456mila barili al giorno, una cifra che basta a coprire il 15% del fabbisogno giornaliero cinese. L’Angola è così diventata il principale fornitore di greggio di Pechino, superando non solo il Sudan, finora il principale fornitore africano della Cina, ma anche Iraq e Arabia Saudita .

Legami economici e commerciali, investimenti nelle infrastrutture, cooperazione tecnica e militare, copertura politica senza fare domande: sono questi i punti di forza del rapporto di crescente amicizia tra la Cina e l’Africa. E non manca neanche l’elemento più strettamente diplomatico. A cinquant’anni dall’instaurazione delle prime relazioni diplomatiche tra Pechino e un paese africano, la Cina si pone quindi come reale alternativa al monopolio Usa. Ed è ormai chiaro anche per Washington che non si tratta di una concorrenza che riguardi solo l’ambito economico. Un’inequivocabile offerta di sostegno in ambito internazionale arriva anche dal documento programmatico del 12 gennaio, che afferma che “la Cina rafforzerà la cooperazione con l’Africa all’interno delle Nazioni Unite e in altri sistemi multilaterali, assicurando sostegno alle giuste richieste reciproche e alle posizioni ragionevoli”, mentre in un altro passaggio, i policy-makers di Pechino ribadiscono la disponibilità di “continuare a rinforzare la solidarietà e la cooperazione con i paesi africani nell’arena internazionale e a cercare posizioni comuni sulle principali questioni internazionali e regionali” .
Una tale apertura di credito, questa volta politico, non è certo destinata a passare inosservata agli occhi di molti regimi africani, visto che la copertura diplomatica in tutte le piazze che contano, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu di cui Pechino è uno dei membri con diritto di veto, non è un elemento di poco conto per governi che, in molti casi, hanno parecchie cose da nascondere. E i paesi africani sanno che la Cina non promette invano. Anche in questo caso è l’esempio sudanese a fare scuola. Con l’escalation della guerra in Darfur, nell’estate 2004, gli Stati Uniti hanno ripetutamente proposto al Consiglio di Sicurezza di adottare delle sanzioni economiche contro il Sudan per indurlo a più miti consigli. Si era parlato di un embargo sul settore petrolifero, su quello degli armamenti e di misure finanziarie mirate contro i principali esponenti del governo. L’adozione di qualsiasi sanzione, anche la più leggera, è stata però bloccata dalla minaccia di veto della Cina, pronta a difendere a spada tratta quello che al momento era ancora il suo principale fornitore di greggio in Africa.
Dopo molti tira e molla, il 30 luglio 2004 il Consiglio di Sicurezza ha adottato, con 13 voti a favore ma con l’astensione di Cina e Pakistan, la risoluzione 1556 che concedeva a Khartum trenta giorni di tempo per riportare l’ordine in Darfur e imbrigliare le milizie janjawid, i “diavoli a cavallo” diventati tristemente famosi negli ultimi anni per le atrocità commesse ai danni delle popolazioni africane della regione, promettendo in caso di mancato adempimento “ulteriori azioni, incluse quelle previste dall’articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite”. Khartum ha risposto alla minaccia con deboli misure di facciata, che non hanno di fatto cambiato la situazione sul campo. Il governo sudanese era sicuro di avere le spalle coperte dall’appoggio della Cina e, in seconda istanza, della Russia, dalle cui società il Sudan ha spesso acquistato armi pesanti. Così in effetti è stato: nonostante l’inadempienza di Khartum, in settembre il Consiglio di Sicurezza ha adottato un’altra risoluzione di contenuto simile a quello della 1556, senza però prevedere alcuna delle “misure ulteriori” annunciate a fine luglio.
Anche le velate minacce dell’estate sono state alla fine sacrificate sull’altare degli equilibri diplomatici in seno all’Onu, sempre per la strenua opposizione della Cina a ogni misura anche blandamente punitiva contro Khartum. Alla fine di una molto pubblicizzata riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza a Nairobi, la quarta fuori dal Palazzo di Vetro in tutta la storia dell’organizzazione, il 19 novembre 2004 è stata adottata all’unanimità una risoluzione totalmente “annacquata”, da cui era stato eliminato qualsiasi riferimento a eventuali future sanzioni, mentre in Darfur la situazione non accennava a migliorare.

[fonte: n.3/2006 della rivista di geopolitica LIMES]

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002084.html

 


Il futuro (nascosto) dell'Europa: Encouraged

http://blogs.it/0100206/images/corridors2.JPG

Durante la mia visita ai laboratori Enea alla Casaccia, l'ingegner Mauro Vignolini, il padre dell'Archimede, mi ha infilato, nei due chili di carta che mi ha gentilmente offerto come documentazione (e che sto attentamente leggendo) un paper, a firma di tre ricercatori dell'Enea (Liberatore, Mattucci, Tarquini) sugli scenari di integrazione europea al Nord Africa in tema di energia solare termodinamica, e di conseguente produzione di idrogeno mediante processi elettrochimici di separazione dell'acqua, nonchè di interconnessione elettrica su scala intercontinentale.

Il paper è tecnico, ma assolutamente affascinante. Mi spiace non poterlo linkare perchè è solo su carta. Quello che posso fare è connettere questo sito (un po' povero di informazioni) su un progetto europeo molto tecnico, silenzioso e poco conosciuto, Encouraged, che ha partner di prima grandezza e che va avanti da diversi anni, senza molti clamori.

Il progetto non è altro che il ridisegno della mappa energetica di due continenti: Europa (verso est) e Europa verso Africa.

La parte più innovativa, e visionaria, riguarda i corridoi mediterranei dell'idrogeno.

Uno dei padri di Encouraged è Carlo Rubbia, il Nobel per la fisica, mente abituata a pensare in grande, che è stato costretto a scappare dall'Italia a causa (a prima vista...) dei soliti piccoli burocrati e piccoli politici (conservatori). Ma che è (guarda caso) riparato in Spagna, l'altro polo mediterraneo di Encouraged.

Rubbia ha messo in pista all'Enea due progetti chiave: il solare termodinamico ad alta efficienza (su misura per il deserto) e lo studio (a buon punto ormai) di processi elettrochimici (con catalizzatori nanostrutturati) per la separazione dell'acqua, a temperature di 400 gradi (quelle di Archimede) in ossigeno e idrogeno.

In pratica: un ciclo che serve a costruire un sistema solare capace di dissalare acqua di mare e ricavarne idrogeno, trasportabile tramite idrogenodotti o navi gasiere. Ovvio: in una prima fase queste centrali solari termodinamiche possono cominciare con l'acqua (nel Medioriente assetato) e con l'elettricità....Complimenti Rubbia, il qui presente ignorante non aveva capito la portata della tua visione (peraltro risalente al 2000, ben prima della guerra infinita sull'Irak, seconda pentola petrolifera mondiale, lanciata dai neocon...).

Poi è arrivato Bush con la sua lobby di fanatici nel 2001. E insieme Berlusconi, con il suo codazzo di predicatori di odio. Il progetto europeo ha avuto qualche scossone (Kyoto è stato congelato per quattro anni, il Medioriente è entrato in ebollizione) ma è andato avanti lo stesso.

Gli istituti di ricerca, su Encouraged, ora ci stanno lavorando a tutto campo. Gas, elettricità, idrogeno. I tempi cominciano ad essere maturi per passare dagli studi all'azione. Come sostiene uno studio strategico del ministero dell'Ambiente tedesco, uscito lo scorso novembre (leggi Verdi tedeschi, quelli non minoritari).

Encouraged è uno di quei punti conoscitivi, anche se altamente tecnici, che ti fanno in realtà capire molte cose. Specie a uno come me, piuttosto ignorante in materia. E, infatti, ha avuto il pregio di farmi combaciare molti pezzi del puzzle che cerco di costruire da tre mesi a questa parte.

Per capire se c'è un futuro, e quale.

Primo: perchè a Bruxelles, di fronte a dati sulle emissioni di Co2 (e climatici) manifestamente fuori controllo (in primis a causa cinese) si sta discutendo di un prossimo semestre a guida tedesca fortemente orientato si una decisa spinta su un ciclo di investimenti, a tutto campo, sulle energie rinnovabili?

Secondo: perchè L'Enel annuncia un piano di investimenti sulle rinnovabili senza precedenti nella sua storia e, in particolare, l'avvio industriale (di corsa) di Archimede pur non avendo ricevuto dal Governo ancora alcun contributo (si pensi che il solare termodinamico di Archimede non è nemmeno ammesso ai certificati verdi di Kyoto).

Terzo: Perchè le diplomazie, industriali e non, sono oggi tanto attive nel Mediterraneo? Perchè il Vaticano santifica le energie rinnovabili e, contemporaneamente, il Papa va prima a Istanbul (partner di Encouraged) e ora prevede di andare anche a Gerusalemme? Soltanto per riaffermare valori pacifisti oppure, anche, per creare un clima favorevole a una rivoluzione culturale, strutturale e cooperativa, nel Mediterraneo? La Segreteria di Stato vaticana, famosa per la sua perspicacia (piaccia o meno), ha organizzato queste mosse a caso?

Quarto: perchè Israele ha mollato Bush e ora parla con l'Europa, e ha voluto la forza internazionale in Libano? Perchè D'Alema (che mise Rubbia all'Enea, e poi lo finanziò), che parla con Olmert e con Gheddafi, è oggi ai vertici di gradimento nel Governo?

Quinto: Encouraged, in pratica, prevede un futuro per il Medio Oriente completamente diverso dal passato. Non più dominato dalla risorsa petrolio (gestita da pochi satrapi sanguinari, locali e occidentali...), ma dalla risorsa distribuita solare, ad elevata intensità di lavoro qualificato (e quindi export di elettricità e/o idrogeno).

Quindi il Sahara, e in generale il deserto come fonte energetica nuova, e nuovo asse dell'economia (e poi anche della cultura del capitale umano) del nord-Mediterraneo. A lungo termine con un possibile modello di sviluppo a effetti diffusivi sull'intero mondo islamico e africano. Un gioco a guadagno condiviso, piuttosto profondo, per noi europei come per loro. Un gioco che mi piace.

Sesto: questa rivoluzione energetica (e economica-civile) quali implicazioni avrà sul mondo arabo, e poi africano? Un mondo energetico distribuito e interconnesso sarà compatibile con regimi autoritari, e medioevali ideologie di contrapposizione frontale (e non solo da parte islamica)?

Settimo: lo scenario geo-politico-energetico di Encouraged ha qualche senso in presenza di posizioni neocon come quelle (in Italia) di Giuliano Ferrara, del non dimenticato Marcello Pera, di molti esponenti cattolici conservatori come i vertici di Comunione e Liberazione e dell'Opus Dei? Oppure passa per una sorta di New Deal quantomeno europeo?

Sono implicazioni di riflessione davvero interessanti, food fo thinking, quantomeno per me. Ma forse non solo. Pochi giorni fa Grazia, in un commento su questo blog, affermava di utilizzare i materiali qui immessi per le sue lezioni di geografia. Bè, oggi, le offro questi.

Saranno pochi e anche un po' ostici. Ma di sicuro interessanti per quei ragazzi. Almeno li aiuteranno a immaginare e pensare, su documenti di lavoro concreti, un futuro diverso, e credo anche migliore.

Ma torniamo, per un attimo al food for thinking. Se io fossi un dietrologo, sapendo che questo progetto era già stato ideato nel 2000, e doveva rispondere a un problema planetario e strutturale, potrei anche pensare che una visione di tal fatta non fosse proprio negli interessi dei neocon sostenitori del nuovo imperialismo americano, del nuovo secolo Usa. Alllora intenti a far eleggere, in qualsiasi modo, il loro rappresentante George Bush.

Questo progetto, infatti, punta a un'Europa meno dipendente e subordinata. E a un Medioriente altrettanto, Israele compreso.

A un pezzo di pianeta capace di parlare alla pari con le lobby dell'Impero. Magari dentro l'Onu.

L'Europa non più dipendente da una tanica di benzina fossile. Gestita dalla Chevron, dalla Shell e dall'Eni nell'inferno nigeriano. Dalla Total nel carnaio del Darfur, dalla Exxon e Halliburton nel Vietnam di Baghdad. Un 'Europa e un Medioriente diversi...

Questo era negli interessi della lobby texana di Bush? E dei suoi accoliti europei? Mi limito a questo piccolo dubbio retrospettivo (ma credo ancora attuale).....

Per parte mia, dal buco della serratura, continuerò su questo filone, nascosto (come lo sono molti fatti importanti) ma degno di informazione accurata. E di dibattito, anche politico. Al di là dei soliti temi un po' stantii.

Perchè è anche questa la politica, quella vera. Sta anche nel darsi un progetto, comunicarlo, cambiare le priorità (dalla sola lotta sulla distribuzione dei redditi a questo verso quello) verso la costruzione di un futuro sostenibile.

E anche innovativo e prospero. In Pace.

http://blogs.it/0100206/images/malta.jpg

P.s. Putroppo l'esecuzione di Saddam (voluta ad ogni costo dai neocon) non aiuterà questo progetto.

Speriamo sia l'ultima zeppa che ci mettono, questi fanatici petroliferi ( ma ormai ad alto tenore di zolfo).


Buon 2007, europei e mediterranei di buona* volontà. ;-)

* anche etica, scientifica e industriale....www.caravita.biz

La necessità di un dialogo interreligioso Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni E' uno dei più autorevoli intellettuali islamici turchi. Ali Bulaç, editorialista del quotidiano “Zaman”, racconta l’impatto della visita del Papa in Turchia, soffermandosi sulle questioni del dialogo interreligioso e sulla laicità della Turchia di oggi. Nostra intervista Ali Bulaç Possiamo tentare un bilancio della visita di Benedetto XVI? Il viaggio del Papa in Turchia, in un paese a maggioranza musulmana è stato certamente importante, in primo luogo perché la Turchia rappresenta un’opportunità per il dialogo interreligioso. Però la ragione più importante del viaggio del Papa era l’incontro con il patriarca ortodosso di Istanbul e adoperasi per garantire il dialogo e buone relazioni tra le due chiese cristiane. Purtroppo non si può dire che la Chiesa ortodossa in Turchia si trovi in una situazione molto felice, hanno numerosi problemi che è necessario risolvere. Visti dall’esterno sembra che i problemi della Chiesa ortodossa siano legati alla concorrenza con l’Islam. In realtà le cose non stanno così. In Turchia i musulmani sono molto favorevoli alla soluzione dei problemi degli ortodossi. Per i musulmani è difficile immaginare che una religione si possa trovare sotto pressione, cristiani o ebrei non fa differenza. Il punto è che sono le religioni nel loro complesso ad essere sotto pressione nel nostro paese. Questo è il problema in Turchia, la laicità mantiene sotto pressione tutte le religioni. Una concezione della laicità di stampo positivista. Sono le relazioni tra questa concezione della laicità e tutte le religioni, Islam, Ebraismo, Cristianesimo ad essere difficili. C’è però in Turchia una diffidenza di origine storica verso le minoranze non musulmane e il ruolo che hanno giocato nell’ultima fase dell’Impero Ottomano... Sì, questo è un elemento supplementare. All’inizio del ‘900 le comunità e le chiese non musulmane non hanno dato grande prova di sé, hanno aggredito la struttura dell’impero, e questo ha fatto nascere paure e diffidenze. Esiste poi un’altra ragione per le difficoltà della chiesa ortodossa: se le si concedesse i diritti che reclama, allora questo imporrebbe di riconoscere gli stessi diritti alle varie realtà musulmane. Se ad esempio si riaprisse il seminario ortodosso di Heybeliada, con uno statuto indipendente rispetto al controllo dello stato turco, allora i diversi gruppi musulmani potrebbero chiedere di avere lo stesso diritto. In Turchia l’eventualità della riapertura del seminario viene percepita anche come una minaccia alla sovranità nazionale... Se si riconoscesse il titolo di ecumenico alla Chiesa ortodossa, si creerebbe uno stato dentro lo stato, è questo quello che molti temono. Io sostengo sempre che questa è una eventualità irrealistica. C’è ancora un altro problema. Il timore che gli Stati Unti possano utilizzare la chiesa ortodossa per i loro scopi, per le loro politiche nel Medio Oriente e verso la Russia. Esistono prove dei legami tra la Chiesa ortodossa e gli Stati Uniti? No, però gli Stati Uniti fanno molte pressioni perché la Turchia riconosca il titolo di ecumenica alla Chiesa ortodossa e questo genera delle paure. Non so quanto siano fondate ma le paure sono autentiche. Inoltre la Turchia teme che questo riconoscimento creerebbe dei problemi nelle relazioni con la Russia, la Chiesa ortodossa russa non vede di buon occhio questa eventualità. E la Turchia tiene molto alle sue buone relazioni con la Russia. La visita del Papa ha dato una mano agli ortodossi, gli ha fornito legittimità per le loro rivendicazioni, ed anche per noi è importante il riavvicinamento tra le due chiese. Io del resto sono d’accordo con il Papa quando dice che la laicità del mondo attuale si è trasformata in una secolarizzazione. Bisogna ridiscutere il ruolo della religione, nel senso che la religione dovrebbe riprendere il suo posto nella vita sociale. In questo senso i problemi dei cristiani e dei musulmani sono gli stessi: la droga, il degrado morale, la disgregazione della famiglia, il consumismo. Sono problemi comuni e richiedono responsabilità comuni. In questo senso si può parlare di dialogo interreligioso, gli uomini di fedi diverse si incontrano per discutere di questi problemi comuni, questa è una cosa positiva. Di quale laicità c’è bisogno? Io credo che il concetto di laicità si debba fondare su due elementi: il primo è la libertà di coscienza, ognuno deve poter scegliere liberamente la propria religione. Secondo, lo Stato non dovrebbe esercitare pressioni su nessun gruppo religioso. Questi sono gli elementi che caratterizzano la laicità e sui quali tutti si dovrebbero trovare d’accordo. Tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimere queste cose In Turchia attualmente la religione è confinata in uno spazio angusto, questo deve cambiare. Il Papa che prega nella moschea di Sultanahmet (la Moschea Blu) è un’immagine potente… Ayasofya - Istanbul Il Papa è un uomo di stato e nel contempo un uomo di religione. Come politico ha reso visita alle autorità turche ad Ankara. L’incontro con il presidente del Direttorato per gli Affari Religiosi poi è stato molto importante. In quell’occasione anche se non ha ammesso i suoi errori del discorso di Ratisbona, ha comunque parlato della necessità di stabilire un dialogo interreligioso. E’ stato un bel discorso, una bella situazione. Si è trattato però ancora di una situazione diplomatica. Anche a Santa Sofia si è comportato diplomaticamente. Io mi aspettavo, e desideravo, che pregasse a Santa Sofia ma non lo ha fatto. E tutti avevano incredibilmente paura di una eventualità del genere. Come se una preghiera avrebbe potuto far crollare Santa Sofia! Perché non pregare? in fondo all’origine era una chiesa. Anzi secondo me, si dovrebbe dividere in due, una parte per le preghiere dei cristiani e una per quelle dei musulmani e così questa storia finirebbe. Da dove viene questa paura? E’ stato Ataturk a trasformare Santa Sofia in un museo. Riaprirlo al culto sarebbe percepito come la negazione di quella scelta. Inoltre se non fosse più un museo si aprirebbe lo spazio per le contese, moschea o chiesa, e di questo la Turchia ha paura. La Turchia finisce così per ignorare i problemi reali, spazzarli sotto il tappeto e rimandarne la soluzione. Ma un giorno tutte queste questioni si imporranno e si dovrà discuterne ed arrivare ad una soluzione. Per tornare alla visita alla Moschea Blu, beh, prima del suo arrivo a causa delle parole di Ratisbona i musulmani erano molto arrabbiati con il Papa ma con la sua visita alla moschea ha conquistato i cuori di 75.000.000 di fedeli. Ha agito con molta sensibilità ed attenzione, anche se al suo ritorno a Roma, non ha parlato del dialogo tra cristiani e musulmani ma solo di quello tra le due chiese cristiane. Credo che anche l’atteggiamento del governo abbia contribuito a questo epilogo positivo. Inizialmente però il governo ha dato la netta impressione di non voler incontrare il Papa... Il Papa durante la visita in Turchia Preoccupazioni elettorali ma poi si sono accorti che se fosse successo qualcosa durante la visita, sarebbe stato ancora peggio e quindi meglio incontrare il Papa. Inoltre rappresentava un’occasione importante per l’immagine della Turchia anche rispetto all’integrazione europea. Quindi il governo si è comportato saggiamente e le proteste hanno riguardato solo gruppuscoli marginali. Parlavamo del dialogo interreligioso... Sono convinto della sua necessità. Non credo sia possibile parlare di un dialogo tra civiltà o culture ma di quello tra religioni sì. Esistono però in Europa ed in Turchia ambienti molto potenti contrari a questa eventualità. Non vogliono che la religione e il linguaggio religioso riprendano il loro posto. Certo il Papa non sembra molto entusiasta del dialogo interreligioso, sono state anche annullate le borse di studio vaticane date nel nome del dialogo. Ci sono poi altri problemi che rendono difficile questo dialogo. L’occupazione dell’Iraq o la guerra in Afghanistan fanno nascere nelle persone la sensazione che i cristiani uccidano i musulmani, anche in Palestina, dovunque, in queste condizioni la gente pensa “Ma di che genere di dialogo stiamo parlando?” Attualmente in Iraq però la violenza coinvolge soprattutto Sciiti e Sunniti... Sì, è vero, ma si pensa comunque che siano stati gli occupanti a cominciare la violenza, se non lo avessero fatto non si sarebbe arrivati a questo punto. Nonostante tutto questo bisogna mantenere in vita la possibilità del dialogo, il mondo va in direzione di una crescente tensione e violenza. Lo svuotamento del sacro, l’egemonia della laicità, sono problemi che non possono essere risolti da una sola religione, in questo senso credo sia necessaria la cooperazione di tutte le religioni, ma attualmente questa opportunità è debole. Lei non è molto ottimista rispetto al futuro europeo della Turchia. Crede veramente che l’identità islamica del paese rappresenti il maggior ostacolo? Certo l’identità islamica è un ostacolo importante. Ci sono 70.000.000 di musulmani in Turchia per non contare quelli dei Balcani. Perché l’Europa dovrebbe accettare tutto questo? Certo l’Europa non è una realtà omogenea, verdi, socialisti, atei, molti tra loro sostengono la candidatura turca. Vedono l’ingresso della Turchia come un antidoto al rischio che l’Europa, come nel Medio Evo, finisca sotto il potere della Chiesa, non vogliono questa posizione dominante della chiesa. Attualmente però sono i cristiani democratici ad essere forti in Europa. Inoltre la tesi dello scontro di civiltà esercita un’influenza molto forte, l’Occidente finisce per identificarsi con la civiltà cristiana e in questa prospettiva i musulmani sono diventati l’Altro. Difficile in questa prospettiva pensare all’accettazione di un paese islamico. Secondo me l’Europa si rinchiude progressivamente nella propria identità e gli islamici sono qualcosa che rimane fuori e la Turchia con loro. In questa prospettiva acquistano sempre più senso le parole della Merkel, un partenariato privilegiato per la Turchia invece dell’adesione. Certo non è possibile troncare le intense relazioni tra la Turchia e l’Europa e il partenariato privilegiato è una possibilità realistica. Ed è quella che personalmente preferisco. Del resto guardiamo ai fatti. Si cominciano i negoziati ma si sottolinea che questo inizio non è una garanzia per l’adesione. Inoltre non si mette una data precisa al termine dei negoziati. L’Europa non vuole né accettare né rifiutare la Turchia, preferisce lasciarla sulla porta e questo non è giusto. Sono abbastanza d’accordo con quello che ha detto recentemente Mehmet Ağar [segretario del Partito della Giusta Via, DYP, ndr.] sulla necessità di forme di cooperazione con i paesi del Medio Oriente, Siria, Iraq Armenia. E’ il ritorno del sogno di Erbakan (leader storico dell’Islam politico turco) di un mercato comune con i paesi musulmani? Il progetto di Erbakan è irrealistico, io credo che sia sempre possibile ma non nel breve-medio periodo. Per il momento bisogna rassegnarsi al partenariato speciale, limitarsi alle relazioni economiche, militari e poi rivolgersi ad Oriente. Il governo però è deciso sulla strada dell’Europa... Certo, ha puntato tutto su due carte. La prima è l’Europa, ha scommesso tutto sull’Europa. E adesso si trova in difficoltà. La seconda carta è rappresentata dalla crescita economica e anche qui ci sono problemi, la crescita sta rallentando. In quattro anni il governo è stato solo capace di arricchire un pugno di persone ma per la gente non ha fatto nulla, ad esempio per quanto riguarda le politiche sociali. Per il governo adesso comincia un momento difficile. I consensi i vista delle elezioni dell’anno prossimo stanno calando. Io credo sarà ancora il primo partito ma sarà costretto ad una coalizione. Lei è stato forse la figura più rappresentativa del movimento dei nuovi intellettuali islamici apparso negli anni ’90, una generazione di intellettuali islamici che conosceva i temi e gli autori del dibattito culturale internazionale... La prima domanda che ci ponevamo era su come poter vivere insieme dopo fine della Guerra fredda, come governare i contrasti che dividevano il paese. La modernità non è in grado di garantire qualcosa di simile, la liberal democrazia nella pratica non riesce a garantire il multiculturalismo. Sono d’accordo con il Papa quando dice che una civiltà che abbia perso la fede in Dio non può sopravvivere. L’uomo si deve riconciliare con il divino, musulmani, cristiani, ebrei, ciascuno con il proprio, e non ci sono ragioni perché queste religioni si debbano scontrare tra loro. Il secondo elemento della nostra riflessione era la necessità di una nuova filosofia morale, che si fondasse sulla religione. Nello stesso tempo deve essere una nuova filosofia morale in grado di garantire la giustizia sociale, e solo le religioni sono in grado di darci una risposta in questo senso. Le ideologie tradizionali hanno esaurito il loro compito. Cosa ne è oggi di quel movimento? Il nocciolo è ancora lì. Il problema è che la politica ha esercitato una grande attrazione, tutto si è fatto politica. Il nostro errore è stato quello di non saperci mantenere indipendenti dalla politica. I problemi della Turchia sono però ancora lì. L’Islam nel nostro paese è una sorta di grande ombrello, i partiti di centro destra e sinistra sono partiti di stato, non garantiscono la partecipazione e la democratizzazione. L’Islam è l’ideologia del popolo, probabilmente quella più forte. Certo il partito AKP ha avuto l’occasione di mettere alla prova questa ideologia ma il suo è stato un insuccesso. Ci sarà una nuovo movimento che fa riferimento all’Islam, un movimento intellettuale che forse, successivamente, si potrà trasformare in un movimento politico. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6557/1/51/

A Kofi Annan il premio internazionale dell'IPS Thalif Deen Nazioni Unite, (IPS) - Kofi Annan lascia la guida delle Nazioni Unite dopo dieci anni ricchi di eventi; e porterà con sè il Premio internazionale dell'IPS 2006. ”Dopo questi dieci anni memorabili, considero un grande insegnamento ricevere un premio per aver fatto qualcosa in cui ho davvero creduto”, ha detto durante la cerimonia annuale di premiazione dell’IPS - a cui hanno partecipato circa 300 persone, tra funzionari Onu, ambasciatori e rappresentanti di organizzazioni non governative (Ong) - tenutasi il 19 dicembre scorso al palazzo di vetro. Prima di ritirare il premio, Annan ha aggiunto: “A questo punto, le valigie sono pronte e questo sarà il solo riconoscimento – il premio internazionale dell'IPS, non il premio Nobel – che porterò con me, ora che insieme a (mia moglie) Nane partiremo per le vacanze”. ”Sono davvero onorato per questo premio, soprattutto perché mi viene assegnato da membri della stampa mondiale. Mi sembra giusto concludere con un addio per tutti voi, amici e compagni della stampa: in questi anni mi avete tenuto sempre in allerta, e qualche volta in ansia”, ha proseguito. IAnnan ha vinto il Premio Nobel per la pace nel 2001, uno dei più alti riconoscimenti ricevuti nella sua carriera di Segretario Generale. Formatosi all’interno del sistema Onu, ne ha raggiunto i gradi più alti in una carriera lunga 44 anni, durante la quale è divenuto assistente del Segretario Generale, poi Sottosegretario Generale, e infine Segretario Generale. ”Sono convinto che non avrei ottenuto neanche la metà di ciò che mi riconosce il Premio internazionale IPS se non fosse stato anche grazie al potere della stampa, e in particolare di organizzazioni come l’IPS, che ha sempre adeguatamente riportato gli errori dell’Onu, ma ha anche saputo riportare l’inestimabile operato dell’organizzazione”, ha aggiunto. Rivolgendosi al Direttore Generale dell’IPS Mario Lubetkin seduto sul palco, Annan ha detto: “Come Segretario Generale delle Nazioni Unite, e come cittadino del Ghana e del continente africano, apprezzo da sempre i vostri servizi”. ”Il vostro lavoro e la mia carriera alle Nazioni Unite sono iniziati contemporaneamente. Da allora, avete raccontato questa organizzazione dal punto di vista del mondo in via di sviluppo, permettendoci di ascoltare, e di essere ascoltati, da quei popoli che rappresentano la più grande responsabilità per le Nazioni Unite”. Annan ha proseguito con un’allusione ad alcuni dei quotidiani e media più importanti, e in particolare alla rete televisiva americana più conservatrice, la Fox News, che ha condotto una sorta di rappresaglia politica virtuale contro di lui: “Naturalmente non tutta la stampa è uguale. Non è un caso che io riceva oggi il Premio internazionale dell'IPS e non, per esempio, il premio FOX and Friends”, osservazione salutata con qualche risata. Lubetkin ha detto che la commissione aveva deciso di conferire ad Annan il premio 2006 già dallo scorso luglio per il suo continuo contributo a temi come pace, sicurezza, sviluppo, rafforzamento della prospettiva di genere e diritti umani. Lubetkin ha spiegato che il riconoscimento dell’IPS, l’agenzia che oggi ha 42 anni e che da sempre sostiene la causa dei paesi in via di sviluppo, va all’impegno di Annan in favore delle nazioni più povere del mondo e della loro lotta per ridurre fame e povertà estrema, prevenire la diffusione dell’Hiv/Aids e combattere il degrado ambientale, come richiesto negli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MDG). L'IPS, ha proseguito Lubetkin, ha seguito i successi di Annan e dell’Onu, e nel corso di questi anni, grazie alla sua vasta rete che conta più di 350 giornalisti, li ha raccontati in 150 paesi e 22 lingue diverse. ”Rendiamo omaggio alla straordinaria dirigenza di Mr. Annan, che ha perseguito la vera missione per la quale le Nazioni Unite sono state fondate nel 1945: la ricerca globale di pace e stabilità politica, la riscoperta della dignità umana e il perseguimento dello sviluppo umano”, ha proseguito. Come agenzia di stampa con una visione analoga del futuro, l’IPS considera prioritario riconoscere l’impegno personale di Kofi Annan rispetto ai timori delle nazioni più povere del mondo nella loro lotta contro la povertà e la fame, e nella difficile battaglia contro la diffusione dell’Hiv/Aids. ”Il nostro riconoscimento va anche al solido impegno dimostrato per la sostenibilità ambientale. Ringraziamo il Segretario Generale per la sua strenua battaglia in favore dei diritti umani”. Favorendo la prospettiva di genere, ha proseguito Lubetkin, Annan ha permesso che venisse affrontata una questione chiave dello sviluppo della società, perseguendo l’obiettivo di una maggiore libertà per tutti. Il Direttore Generale ha inoltre sottolineato come Annan abbia dedicato più di due terzi della propria vita a servire le Nazioni Unite, che ancora oggi incarnano speranze e aspirazioni di più di sei miliardi di persone nel mondo. ”Nei 42 anni dalla sua creazione, l’IPS ha conquistato l’approvazione generale come agenzia di informazione globale, per aver reso un contributo inestimabile alla comprensione delle Nazioni Unite e della sua missione globale, e per aver partecipato al progresso costante nelle sfide dei paesi in via di sviluppo”, ha sottolineato Lubetkin. ”Siamo certi che i servizi resi da Mr. Annan all’umanità non finiranno il 31 dicembre, e speriamo di potergli garantire informazione e comunicazione necessarie per il suo sguardo futuro sulle popolazioni mondiali”, ha concluso. L’Ambasciatore del Sud Africa Dumisani Kumalo, che ha presentato la manifestazione, ha detto: “Negli ultimi 20 anni, l’IPS ha individuato diversi destinatari meritevoli del suo premio internazionale, persone o enti la cui voce non ha mai taciuto la condizione dei poveri e degli emarginati di tutto il mondo”. ”Credo che consegnando a Kofi Annan il suo Premio internazionale 2006, l’IPS non stia solo premiando un uomo che ha rispettato il punto di vista dei suoi fondatori, ma ha forse individuato uno dei destinatari più meritevoli”, ha aggiunto l’Ambasciatore Kumalo, che è anche presidente del Gruppo dei 77, la più grande coalizione di paesi in via di sviluppo costituita da 132 membri. Secondo l’inviato sudafricano, le storie del mondo in via di sviluppo non sono facili da raccontare. Sono complesse e non si prestano certo a diventare titoli di prima pagina. Tuttavia, da quando è stata fondata 42 anni fa, l’IPS ha riportato la storia sempre molto fedelmente. Secondo l’Ambasciatore Kumalo, l’insufficienza della tecnologia e delle risorse nel mondo in via di sviluppo è stata sempre sfruttata a vantaggio dei paesi più sviluppati, che hanno potuto contare sulle loro società globali di informazione per raccontare la storia dal proprio punto di vista. ”Anche alcuni di noi che lavorano all’interno delle Nazioni Unite hanno spesso cercato sui titoli di quotidiani, radio o televisione per decidere quali fossero le questioni da sostenere o quelle alle quali opporsi”. ”E anche i nostri capitali hanno scelto le questioni da discutere alle Nazioni Unite osservando il punto di vista dei media del mondo sviluppato, spesso utilizzati per stabilire l’agenda delle Nazioni Unite”, ha proseguito. ”È stato dunque di grande aiuto oltre che di notevole interesse il fatto che Kofi Annan fosse sempre disponibile a raccontare l’altra parte della storia, anche quando non in linea con il consenso internazionale acquisito e accuratamente coltivato dai grandi poteri utilizzando proprio le compagnie di informazione globale”, ha aggiunto il presidente del G77. Il riconoscimento dell’IPS, istituito nel 1985, era andato in passato a Gracha Machel, ex first lady del Sud Africa (1998); a Danielle Mitterand ex first lady della Francia (1991), a Boutros Boutros-Ghali, ex Segretario Generale dell’Onu (1996); a Martti Ahtisaari, ex presidente della Finlandia (1994); e nel 2005 alla Coalizione dell’Appello globale all’azione contro la povertà (GCAP, Global Call to Action Against Poverty).http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=818

Edwards battuto dal suo sito web elettorale John Edwards, quello in carne e ossa, jeans e maniche di camicia arrotolate, ha fatto il proprio annuncio in un quartiere povero di New Orleans: e’ in corsa per la Casa Bianca. Ma un altro John Edwards virtuale lo ha battuto sul tempo, scendendo in campo con un giorno d’anticipo. Un infortunio legato alla messa in rete del sito web del candidato, ha offerto negli Usa un’anteprima sulle novita’ e i rischi del ruolo di internet nella campagna presidenziale del 2008. […]L’ex senatore democratico della North Carolina, gia’ in corsa per la vicepresidenza nel 2004 al fianco di John Kerry, ha scelto un’area devastata dall’uragano Katrina per invitare gli americani a unirsi a lui in una campagna che assomiglia piu’ a un movimento. ‘’Per cambiare le cose occorre agire adesso, non dopo le prossime elezioni'’, ha detto Edwards, esortando i sostenitori in tutto il paese a unirsi alla sua battaglia contro la poverta’ e per una nuova leadership americana nel mondo.Come accadra’ anche con i prossimi candidati, Edwards ha scelto le ultime tecnologie del web per creare la propria base elettorale per una campagna che si preannuncia tra le piu’ lunghe e combattute in decenni. Il suo sito, come quello dell’ altro candidato democratico gia’ in pista, il governatore dell’ Iowa Tom Vilsack, e’ tutto un fiorire di YouTube, MySpace, blogs e newsletter. Ma nell’epoca di quello che gli addetti ai lavori chiamano il Web 2.0, cioe’ la nuova struttura della rete sempre piu’ incentrata su interattivita’ e partecipazione da parte degli utenti, lo scrutinio cui sono sottoposti i candidati e’ senza precedenti. I tecnici che hanno preparato il sito JohnEdwards.com per un lancio che doveva avvenire nella giornata odierna, hanno fatto qualche test gia’ mercoledi’, provando a mettere in rete le nuove pagine dell’ex senatore, compresi alcuni video di YouTube nei quali annunciava la propria candidatura. Nel giro di pochi minuti, il cyberspazio se n’e’ accorto e ha cominciato a commentare sui blog la discesa in campo del primo vero ‘pezzo da novanta’ nella corsa alla Casa Bianca. La pagina su Edwards sulla popolare enciclopedia Wikipedia e’ stata aggiornata con l’annotazione: ‘’Il 27 dicembre 2006 ha annunciato di essere entrato nella corsa per le presidenziali 2008′’. Il tam-tam online e’ diventato tale che lo staff del candidato ha finito per confermare la candidatura ufficiale con un giorno d’anticipo rispetto al programma. Anche lo slogan che Edwards ha scelto per la propria campagna, ‘Tomorrow begins today’ (il domani comincia oggi) si e’ trasformato cosi’ in una beffa per l’ex senatore.http://marcobardazzi.com/blog7/2006/12/28/2008-edwards-battuto-dal-suo-sito-web-elettorale/#more-217

AL CONFINE COL KENYA, ONU SI PREPARA A UN POSSIBILE ESODO DI CIVILI "Ci stiamo preparando ad accogliere un gran numero di sfollati. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr) e le altre agenzie dell’Onu sono al lavoro da giorni in territorio keniano, rinforzando le postazioni presenti lungo tutto il confine con la Somalia e gli uffici presenti ai principali valichi di frontiera. Non abbiamo per il momento segnalazioni particolari, ma se nella zona di Kismaayo dovessero cominciare a combattere, in poco tempo alla frontiera col Kenya si riverserebbero decine di migliaia di persone” lo ha detto alla MISNA una fonte dell’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) contattata a Nairobi. Personale d’emergenza, scorte di cibo, beni di prima necessità e materiale sanitario e medico sono in movimento da almeno due giorni verso il nord-est del Kenya, soprattutto nei pressi dei principali valichi di frontiera, punto d’ingresso privilegiato dei somali in fuga. Per il momento l’Onu sta inviando materiale per soccorrere un numero massimo di 50.000 persone, ma sono già state mobilitate risorse per soddisfare i bisogni, qualora si rendesse necessario, di altre 100.000 persone. L’ultima fiammata di combattimenti, avvenuti a centinaia di chilometri di distanza dal confine keniano, ha provocato, secondo quanto riferito da fonti Onu alla MISNA, circa 20.000 sfollati interni, soprattutto nella regione dell’Hiran, la zona al confine con l’Etiopia, da dove è partita l’offensiva che ha portato alla riconquista di Mogadiscio da parte delle forze governative e dei loro alleati etiopi. Ma nelle ultime ore voci sempre più insistenti fanno temere che il conflitto ora possa spostarsi a ridosso del confine col Kenya, e più precisamente nella zona compresa tra jilib e Kismaayo, l’area dove le Corti Islamiche hanno le loro roccaforti. Fonti delle Nazioni Unite fanno sapere che sono 30.000 i somali entrati quest’anno in territorio keniano per sfuggire alle violenze in corso nel proprio paese, ma si teme che il 2006 possa chiudersi con un bilancio totale di 80.000 profughi. Sono già 160.000 i somali, fuggiti negli anni precedenti dalla guerra o dalla carestia, e ospitati dal Kenya. http://www.misna.org/

Guatemala: la pace dimenticata Dieci anni fa il Guatemala festeggiava un evento storico: il raggiungimento degli accordi di pace tra guerriglia e Stato. Il saldo di quella guerra era stato uno dei più pesanti in America Latina: 36 anni di conflitto, 150.000 morti accertati, 40-50.000 desaparecidos, l’etnia maya quasi sterminata dal genocidio. E poi, un’eredità pesantissima, fatta di una memoria storica che lo Stato avrebbe voluto cancellare e che solo la volontà della Chiesa cattolica e di alcuni movimenti laici ha potuto mantenere intatta. Monsignor Gerardi, che più aveva voluto che non si perdesse il significato della Storia, nell’aprile 1998 pagò con la vita il suo gesto, a dimostrazione di come certi mali della società guatemalteca non muoiano. La recente richiesta d’estradizione da parte della Spagna di alcuni dei colpevoli dei misfatti più efferati nella storia recente dell’umanità (Ríos Montt primo fra tutti) e la difficoltà con la quale versa il procedimento ci fa intendere quanto poco sia servito quell’accordo di pace. La società guatemalteca rimane tra le più violente dell’America Latina, eredità dei trentasei anni di guerra. I fucili e gli Ak 47 di quel conflitto sono passati direttamente dalle mani dei guerriglieri a quelle delle bande organizzate, delle pandillas, dei delinquenti comuni. La violenza aumenta (più di 6000 omicidi quest’anno), il tasso di analfabetismo non è mutato, la povertà è ormai alla soglia del 70% della popolazione, bianchi ed indigeni non trovano tratti di unione. Chi guarda a quella guerra che ha lasciato una stela di morte e distruzione non trova giustizia, perchè gli accordi –come nel Salvador- hanno cancellato ogni possibilità di processare i colpevoli dei massacri. Non è un caso che Ríos Montt sia richiesto in Spagna: deve rispondere infatti dell’uccisione di cittadini spagnoli e non delle migliaia di guatemaltechi che le sue PAC –i gruppi paramilitari- mandarono a morire. Le cause che generarono quella guerra –il cui inizio rimonta ormai a quasi mezzo secolo fa- sono ancora vigenti e, se ci è concesso, oggi sono peggiorate. Se il Guatemala vorrà salvarsi dalla morsa dovrà infine trovare una maniera per restituire la dignità a tutti coloro che hanno sofferto e soffrono l’emarginazione, la povertà, la miseria ed il disprezzo da parte di quella porzione –minima- della popolazione guatemalteca che si crede ancora oggi padrona assoluta del Paese. I testi degli accordi di pace: http://www.congreso.gob.gt/gt/acuerdos_de_paz.asp http://luiro.blogspot.com/

Luís Gerez è vivo, trionfo per i diritti umani in Argentina Riapparizione con vita, esigeva tutta l'Argentina democratica. "Sono gli stessi di sempre", sono state le sue prime parole una volta liberato. Lo hanno sequestrato in strada, lo hanno incappucciato, di nuovo torturato come la prima volta, nel 1972 quando aveva appena 16 anni, hanno finto di fucilarlo più volte, ma poi il dispiegamento di forze voluto immediatamente da Nestor Kirchner -che ha parlato alla nazione- li ha indotti a rilasciarlo. E' un trionfo per i diritti umani in Argentina. Luís Gerez, 50 anni, muratore, militante peronista, era stato sequestrato mercoledì notte a Escobar, nel nord del Gran Buenos Aires. Il suo sequestro si presentava identico a quello di Jorge López, tre mesi fa, testimone chiave come Gerez in processi per violazioni di diritti umani, che ad oggi continua ad essere desaparecido. La colpa di Gerez era stata quella di avere riconosciuto tra i suoi torturatori del 1972, quando aveva appena 16 anni, il poliziotto di Escobar, Luís Patti, che poi avrebbe fatto carriera politica. Come negli anni '70, come per Jorge López, Luís Gerez -costantemente minacciato da mesi- era scomparso nel nulla nel breve tragitto da casa di un amico al macellaio dove doveva comprare la carne per l'asado. Già nella prima notte, appena informato, il governo aveva risposto con immediatezza. Diciannove case o grandi tenute rurali erano state perquisite nella notte, oltre 50 nelle successive 24 ore, centinaia di uomini erano stati coinvolti facendo volutamente filtrare la notizia che si fosse a conoscenza che i sequestratori -al momento ci sarebbe solo una donna detenuta- fossero collegati allo stesso Patti. Quando Gerez ieri sera è stato visto da una ragazzina, seduto su un marciapiede, a torso nudo ed in grave stato di choc, mostrava segni di percosse, bruciature sul petto, i polsi segnati dalle manette, ed ha denunciato di essere stato più volte fucilato (una delle tipiche tecniche di tortura psicologica insegnata nella Scuola delle Americhe di Fort Benning). Ricoverato in Ospedale, oltre ai familiari, ha ricevuto la visita del Ministro degli Interni e la telefonata del presidente Kirchner, per il quale Gerez è un militante attivo. IL DISCORSO DEL PRESIDENTE La gravità della situazione di ieri, venerdì, era testimoniata dal discorso -appena il secondo in quattro anni- che il presidente Kirchner aveva rivolto alla nazione poche ore prima del rilascio, sul caso che stava sconvolgendo l'Argentina: "Cento giorni fa, mani anonime sequestrarono il testimone del caso Etchecolatz, Jorge Julio López. Da due giorni non abbiamo notizie del testimone del caso Patti, Luis Gerez. Tutto fa pensare che in entrambi i casi abbia agito quella che conosciamo come mano d'opera disoccupata, ovvero elementi paramilitari e parapolizieschi che minacciano per raggiungere l'obbiettivo di mantenere l'impunità". Se Patti aveva minacciato per tutta la vita Gerez -già quando aveva 14 anni gli diceva "negro, sei nel mirino"- adesso era Patti ad essere nel mirino del Presidente della Repubblica, che lo nominava espressamente in un discorso pubblico. Ma non solo. Il discorso di Don Nestor aveva una portata più vasta. Parlava mostrandosi visibilmente irato: "L'intera società argentina è sotto aggressione da parte di quelli che continuano a pretendere l'impunità. Sappiano tutti che questo Presidente non avallerà nessun tipo di amnistia". Si riferiva ai gruppi filo-militari -anche in questo Kirchner è stato esplicito- che il 5 ottobre manifestarono in piena Plaza San Martín pretendendo l'amnistia per i torturatori e gli assassini. Il fatto che il governo consideri in maniera prioritaria la difesa dei testimoni, e il fatto che il caso Gerez sia arrivato a conclusione positiva proprio per la decisa azione del governo, non sposta i termini né la gravità della questione. Per garantire che in Argentina sia definitivamente ristabilito lo stato di diritto si devono fare i processi e arrivare a condanna per migliaia di repressori. Migliaia di testimoni, spesso anziani, e decine di migliaia di familiari, vedono oggi sconvolta la loro vita, quasi sempre ricostruita con fatica dopo essere stati esposti alla brutalità più ignobile. Oggi sono sotto mira da parte di gruppi paramilitari, forse limitati numericamente ma non meno pericolosi, che hanno dimostrato di poter colpire quando vogliono. Sgominare la banda Patti e trovare gli amici di Etchecolatz che hanno sequestrato e con ogni probabilità ucciso Jorge López è un imperativo per la democrazia argentina che deve fisicamente dimostrare che oggi l'egemonia e la correlazione di forze sono dalla parte della democrazia e non c'è nessuno spazio per aprire trattative con violatori di diritti umani. L'ultima battaglia per la verità e per la giustizia in Argentina è appena cominciata.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=854


dicembre 30 2006

Anno zero di Marco Travaglio Piccolo gioco di società per Capodanno: immaginare che cosa accadrebbe se ciò che fa la Cdl l’avesse fatto a suo tempo il centrosinistra, e se ciò che fa l’Unione l’avesse fatto il Polo. Insomma, provare a riportare a testa insù un paese che cammina a testa ingiù. Per cinque anni Bellachioma ha infestato ogni fine anno con torrenziali sermoni raccontando carrettate di balle (leggendaria quella sul crollo del 247% degli sbarchi dei clandestini) e scaricando i suoi fiaschi sulla "pesante eredità del precedente governo delle sinistre", sull’euro, sull’11 settembre e sul clima sfavorevole. Ora che Prodi tiene una conferenza stampa sobria, ragionieristica, a tratti autocritica, viene investito da una grandinata di insulti: quelli risparmiati per un lustro a Bellachioma in nome del "dialogo col governo democraticamente eletto" (a differenza del governo Prodi, notoriamente frutto dei "brogli della sinistra" e mai riconosciuto come legittimo dallo sconfitto che continua a proclamarsi vincitore). Nel quinquennio berluscomico furono approvate alcune decine di leggi vergogna che assicuravano (e continuano ad assicurare, visto che sono tutte in vigore) l’impunità ai peggiori ladroni. Soprattutto a uno. Eppure nessuna ha avuto l’esposizione mediatica che giustamente sta avendo il comma salvaladri del prode Fuda. Ai tempi delle rogatorie, del falso in bilancio, della Cirielli, della Cirami, del lodo Maccanico, della Pecorella, se ne parlava per qualche giorno, poi tutto veniva dimenticato, mentre le alte cariche dello Stato invitavano alla "pacificazione" e i terzisti paraculi esortavano a "non demonizzare" sostenendo che comunque "il problema giustizia esiste" e bisogna "evitare la piazza". Ora basta un comma infilato da qualche mascalzone nella finanziaria per occupare ogni giorno le prime pagine dei giornali, giustamente indignati e lanciati alla caccia della gelida manina. Su Previti graziato dall’indulto e lasciato in Parlamento grazie alle meline della giunta della Camera, invece, silenzio. Forse perché lì le manine da stanare sarebbero troppe. Nel quinquennio berluscomico furono cacciati o emarginati dalla Rai Biagi, Santoro, Luttazzi, la Guzzanti, Freccero, Beha, Massimo Fini e altri. Anziché garantire un Cda Rai indipendente dai partiti che riportasse in onda i migliori professionisti, l’Unione ha lasciato in piedi quello vecchio. Così la gran parte degli epurati continua a non lavorare, mentre i Ds invitano a discutere del futuro della Rai gli epuratori Saccà e Del Noce. Ieri è stato arrestato in Calabria per mafia il vicepresidente della commissione regionale antimafia, Dionisio Gallo, ovviamente Udc (partito che, non a caso, ha per motto "Io c’entro"). Fosse del centrosinistra, tutto il centrodestra sarebbe sulle barricate a chiedere non solo le sue dimissioni, ma anche quelle del segretario del suo partito e, naturalmente, quelle di Prodi. Invece il centrosinistra che fa? Non dice una parola, anzi invita un giorno sì e l’altro pure l’Udc a entrare nell’Unione con tutto il cucuzzaro e, si presume, anche il Cuffaro. E fa buon viso all’ingresso nella commissione parlamentare antimafia di due pregiudicati per corruzione, Vito e Pomicino. Prendiamo il caso Scaramella-Mitrokhin, che poi è il replay del caso Igor Marini-Telekom Serbia. Se il centrosinistra al governo promuovesse due commissioni parlamentari per dimostrare che Bellachioma ha preso tangenti dal regime delle Isole Andemane e aveva rapporti coi servizi segreti delle Barbados ed è coinvolto nei delitti del mostro di Firenze, ingaggiando come testimoni dei pataccari poi arrestati per calunnia, il centrodestra scatenerebbe giustamente il finimondo, spalleggiato da stampa e tv, che non parlerebbero d’altro fino alle dimissioni dei parlamentari coinvolti. Invece tutto ciò l’ha fatto il centrodestra, raccogliendo in combutta con i servizi e diffondendo a piene mani dossier fasulli contro Prodi: e l’Unione che fa? Porge l’altra guancia e tiene fuori dal Parlamento i parlamentari (Bielli, Zancan, Kessler) che, a mani nude, hanno smontato quelle macchinazioni. Si potrebbe almeno osservare che, se da 15 anni cercano prove contro Prodi senza trovare nemmeno uno spillo, forse vuol dire che Prodi è una persona perbene. Ma nessuno si azzarda a ipotizzarlo: se si sparge la voce, cade il governo. www.unita.it

Vedo gente, faccio cose O lo ami o lo odi, non c'è via di mezzo possibile. Nanni Moretti è un personaggio scomodo, spigoloso, refrattario ai compromessi, incapace di concedersi. Eppure capace - grazie a una sensibilità quasi patologica e a un'intelligenza luminosa - di leggere i dettagli della realtà invisibili ai più e mostrarli come pochi sanno fare. In questi giorni il regista offre al suo pubblico romano l'opportunità [obbligo di registrazione] di capire qualcosa di più della sua personalità e del suo lavoro. Al suo Nuovo Sacher si sta infatti proiettando una versione restaurata di Ecce Bombo, seguita dalla lettura da parte dello stesso Moretti di alcune pagine scritte durante le riprese di Caro diario. L'occasione è ghiotta per il cinefilo, che è ammesso con la fantasia al backstage di un film di culto in fase di lavorazione, scoprendo problemi, difficoltà ansie e dubbi che tormentano l'autore, giorno per giorno. Ma è anche un'opportunità di comprensione per chi - avendo vissuto assieme a Nanni la stagione dei girotondi - si è trovato improvvisamente orfano di un leader che sembrava in grado di aggregare e coordinare energie e risorse come nessun altro, sparito nel nulla all'improvviso, senza dare spiegazioni. Di Ecce Bombo c'è poco da dire che non sia già stato detto. La prima opera professionale di Moretti è un racconto feroce e minuzioso della post adolescenza di una generazione che oggi vive tra l'inizio della mezza età. Ribellioni familiari, autocoscienze, contraddizioni e tormenti affettivi sono i protagonisti di un collage di episodi funzionali alla smitizzazione di un'epoca troppo osannata negli anni successivi. Il re (ossia il '68) è nudo. A qualcuno che c'era questo può non piacere, ma è un dato di fatto che gli atteggiamenti di consapevolezza e socialità degli "anni formidabili" erano in gran parte solo una patina, sotto la quale si celavano miserie e debolezze del tutto analoghe a quelle di ogni epoca. Dopo un centinaio di minuti di film - rigorosamente senza intervallo - compaiono un leggio, un microfono e un cerchio di luce bianca, lo scenario in cui Nanni Moretti si presenta, senza un sorriso né una parola di circostanza, per leggere il diario di bordo delle riprese del suo film forse più famoso. La scena è quasi surreale, perché contenuti anche intimi sono presentati in un distacco totale dal pubblico. Attacchi di panico, errori, morti di protagonisti e amici, traguardi non raggiunti, paure e dubbi scorrono pagina dopo pagina in un'atmosfera glaciale. Sul palcoscenico non sembra esserci Nanni Moretti, ma un ologramma, o un automa che legge restando in piedi, mani dietro la schiena, a gambe divaricate. Come non bastasse, l'automa accompagna la lettura dondolandosi sui talloni, con un atteggiamento quasi dittatoriale che esplode feroce quando uno spettatore prova a scattare una foto col telefonino. La lettura è oggettivamente interessantissima, ma agghiacciante per come è condotta e per come si conclude. Dopo le ultime parole Moretti esce dal cono di luce e sparisce, negandosi anche a un applauso commisurato alla sua affabilità (ovvero, praticamente nullo). Che dire? Azzannando una fetta di pizza del provvidenziale botteghino di viale Aventino (a due passi da piazza Albania in direzione centro, aperto fino a tarda notte), si prova a ragionare sull'evento e sul duplice stato d'animo che lascia. Da un lato c'è la percezione del valore dell'opera di Nanni Moretti, della sua capacità di essere cronista minuzioso della realtà che lo circonda e delle umane difficoltà di chi la descrive. Dall'altro c'è quella di sentirsi non destinatari di un racconto, ma strumento con cui il regista afflitto da un complesso di superiorità che supera il livello di guardia mette a tacere le proprie insicurezze. Questa immagine di Moretti consente anche una spiegazione plausibile alla sua scomparsa dalla scena politica. L'urlo di piazza Navona e i girotondi, culminati nell'organizzazione dell'evento di piazza San Giovanni, avrebbero potuto evolversi solo con un suo coinvolgimento diretto nell'azione politica. Avrebbe voluto dire mettersi in gioco in prima persona, dialogare, discutere, mediare, tutte cose incompatibili con la misantropia e il desiderio di isolamento dell'unico regista italiano produttore di se stesso, proprietario di una sala in cui proietta i propri film a modo suo per lo spettatore che accetta un ruolo a lui subalterno. E' chiaro a questo punto come Nanni Moretti possa dispiacere a destra e a sinistra (non è un caso se personaggi come Berlusconi e D'Alema sono accomunati - tra l'altro - anche da un insopprimibile astio nei suoi confronti). Ma è altrettanto chiaro che un regista capace di prestare la faccia alla esposizione di tante umane miserie nascoste da cui quasi tutti siamo ammalati merita comunque rispetto e attenzione. A maggior ragione la merita l'uomo che ha avuto il coraggio di salire sul palco da cui due leader sconfitti e decadenti spacciavano le solite fanfaluche, afferrare il microfono, additarli agli astanti e gridare quello che tanti pensavano, ma che nessuno aveva il coraggio di dire: "con questi leader non vinceremo mai". Uno così, potrebbe anche darci dei fessi e farci pernacchie, ma resterebbe sempre e comunque degno di stima e rispetto. Quindi, nonostante tutto, grazie Nanni (anche per la rinuncia alla direzione del festival di Torino). http://www.onemoreblog.it/archives/013918.html

GERALD FORD: SPIANANDO LA STRADA PER L'INCUBO DI OGGI DI WAYNE MADSEN Wayne Madsen Report Mentre la nazione loda il presidente Gerald R. Ford, che è morto la scorsa notte in California, nessuno dovrebbe perdere di vista il fatto che fu Ford a contribuire al lancio delle carriere di due delle più orribili facce nell'amministrazione di George W. Bush: Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Cheney e Rumsfeld furono scelti tra le posizioni di più basso livello nell'amministrazione Nixon e nominati rispettivamente Capo dello Staff e Vice Capo dello Staff nella Casa Bianca di Ford. Dopo che Rumsfeld fu scelto come Segretario alla Difesa di Ford, Cheney seguì al suo mentore di lunga data come Capo dello Staff. Rumsfeld e Cheney fecero della loro causa il "ripristinare" il potere della "presidenza imperiale" di Nixon ad un futuro presidente repubblicano. Questo fu impossibile sotto Reagan e Bush I, in quanto l'intero Congresso rimase nelle mani dei Democratici per tutti i sei anni. Comunque, Cheney e Rumsfeld riuscirono nell'intento con George W. Bush. Ford, Rumsfeld e Cheney In aggiunta allo "spaventoso duo" di Rumsfeld e Cheney, Ford diede una spinta anche a George H. W. Bush nel mondo dei futuri raggiri quando nominò l'ex congressista del Texas, ambasciatore alle Nazioni Unite, inviato a Beijing e presidente del Comitato Nazionale Repubblicano come Direttore della CIA. Bush, che fu direttore per un solo anno, riuscì a coinvolgere l'agenzia in molti attacchi terroristici, uno schiaffo in faccia a quanti cercavano di moderare gli eccessi della CIA sotto l'amministrazione Nixon, tra i quali il direttore uscente William Colby. Bush approvò l'assistenza della CIA nell'illegale assassinio con un auto-bomba di Orlando Letelier, ex ministro degli esteri cileno, e del suo collega statunitense, Ronni Moffitt, su una strada di Washington DC nel cuore di Embassy Row. Sotto Ford, Bush approvò il piano per far saltare in aria un aereo civile della Cubana Airlines fuori dalla costa delle Barbados, il quale uccise oltre 70 tra uomini, donne e bambini. E' stata molto usata la dichiarazione di Ford sulla scia delle dimissioni di Nixon che "il nostro lungo incubo nazionale è finito". La promozione, da parte di Ford, di Bush Senior, Rumsfeld e Cheney non ha posto fine al nostro incubo nazionale, semplicemente l'ha fatto postporre fino al 20 gennaio 2001. Wayne Madsen Fonte: http://www.waynemadsenreport.com/ Link: http://carolynbaker.org/archives/gerald-ford-paving-the-way-for-the-current-nightmare 28.12.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Tante ancora le incognite all’indomani della presa della città “La situazione a Mogadiscio è leggermente migliorata, ma la città è ancora preda delle violenze – riferisce telefonicamente a PeaceReporter il giornalista somalo Abukar Albadri -. I miliziani che hanno preso il controllo delle strade continuano a saccheggiare impunemente negozi e abitazioni. E il governo dovrà trattare con questi soggetti”. Le parole di Albadri dipingono alla perfezione le sfide che le istituzioni somale dovranno affrontare nelle prossime settimane. Tra queste, l’assistenza umanitaria alle migliaia di civili sfollati dagli scontri dell’ultima settimana. Incognite. “Tutto dipende dal governo – prosegue il nostro interlocutore - Se le istituzioni riusciranno a mettere in sicurezza la capitale otterranno anche il supporto della popolazione. Ma se falliranno, le milizie che ora spadroneggiano in città avranno la possibilità di reclutare nuovi contingenti e di tornare più forti di prima”. Il governo al momento sta trattando con i capiclan e progetta di imporre entro sabato la legge marziale. Le truppe somalo-etiopi hanno occupato l’ex-ambasciata americana, ma per ora mantengono un basso profilo: “si limitano a controllare porti, aeroporti e le strade di accesso alla capitale – conferma Albadri – ma per il resto sono le milizie a comandare”. Anche per questo il governo ha disperatamente bisogno dell’aiuto dei contingenti etiopi, che con il decisivo apporto dell’aviazione hanno spazzato via la blanda resistenza delle Corti islamiche. E sono in molti a chiedersi cosa succederà una volta che gli etiopi dovessero lasciare la Somalia. “Proprio per questo, qui a Mogadiscio, nessuno crede alle parole del premier etiope Zenawi, che ha promesso di ritirare i soldati entro poche settimane. Sono qui per rimanerci a lungo” rivela Albadri. Assistenza. Le Corti rimangono asserragliate nella città meridionale di Kismayo, a circa 500 km da Mogadiscio, favorite dalle recenti alluvioni, che rendono difficile un’offensiva contro le tre regioni dove le formazioni islamiche sono ancora presenti. Per questo motivo una delegazione delle Corti ha raggiunto Nairobi per incontrare i mediatori internazionali e vedere se ci sono prospettive per una ripresa delle trattative di pace. Trattative da cui dipenderà anche l’assistenza alla popolazione civile, duramente provata da otto giorni di scontri che hanno provocato centinaia di vittime, almeno 800 feriti e migliaia di sfollati. Oggi intanto le Nazioni Unite hanno ripreso i voli umanitari, dopo che il governo ha riaperto lo spazio aereo nazionale. Diplomazia. A livello diplomatico, le cose non vanno molto meglio: l’Unione Africana ha adottato una posizione ferma nei confronti di Addis Abeba, chiedendo l’immediato ritiro dei contingenti armati. Ma da questo orecchio l’Etiopia non ci sente: per il premier Meles Zenawi stabilizzare il governo amico somalo è troppo importante, soprattutto dopo che il Paese si è messo in gioco partecipando attivamente alla guerra contro le Corti. Tutto tace invece nel Palazzo di Vetro dell’Onu, il cui Consiglio di Sicurezza mercoledì non è riuscito, per la seconda volta, a raggiungere un accordo su una risoluzione concernente la Somalia. Colpa delle divisioni tra il Qatar, che ha proposto una bozza che chiedeva esplicitamente il ritiro degli etiopi, e gli altri Paesi, che preferiscono un testo meno “diretto”. “L’ennesima dimostrazione che per la comunità internazionale contiamo zero – commenta amaramente a PeaceReporter lo scrittore Mohammed Abdinoor - L’Occidente si mobilita per finte emergenze come l’influenza aviaria, ma non fa nulla per risolvere una crisi che dura da 15 anni e che ha ucciso più di mezzo milione di persone”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7016 Matteo Fagotto

Felicita' addio, benvenuta vitalita': la via cinese Elisabetta Ambrosi Nutrire la vita, e non l’anima. Senza aspirare alla felicità. Alla scoperta del pensiero cinese sulle tracce dell’ultimo libro del sinologo francese François Jullien, che analizza le meditazioni di uno dei testi base del taoismo, lo Zhuanghi. Un pensiero senza ontologia, che sfugge alla grande scissione metafisica tra corpo e anima tipica dell’Occidente. “Nutrire la vita” è conservare e dispiegare il proprio potenziale vitale “lasciandosi fluttuare”, che non significa esitare, ma neppure andare alla deriva, quanto piuttosto “riflettere”, come uno specchio. Liberandosi dai propri punti di fissazione, blocco e pesantezza. E dalle proprie ideologie. Vivere senza cercare sempre un senso, senza pensare alla felicità, senza agire per obiettivi, senza avere paura della morte: una cosa impossibile, per chi è vissuto nei grovigli semantici ed affettivi dell’educazione occidentale? Forse sì, però qualcosa lo possiamo imparare, aprendo il nostro modo di vivere e pensare alla riflessione cinese: questo il suggerimento del sinologo francese François Jullien in un suggestivo volume appena edito da Cortina, Nutrire la vita senza aspirare alla felicità (Cortina, 2006, pp. 184 euro 13,50), un saggio che riprende le meditazioni contenute in uno dei testi base del taoismo, lo Zhuanghi. “Nutrire la vita” è l’espressione che sintetizza la saggezza del pensiero cinese. Ma che significa questa affermazione? Per prima cosa, nota Jullien, essa sfugge alla grande scissione metafisica tra corpo e anima tipica dell’Occidente, separazione che segna anche le società secolarizzate del ventesimo secolo, perché la visione dualista continua a vivere nell’idea di uno psichismo e di un apparato mentale suscettibile di essere studiato in sé. Così come continua ad esistere nella “sotto-letteratura” relativa al benessere e alla salute, che fiorisce sulle riviste delle società secolarizzate, e che, facendo spesso riferimento alla Cina come una sorta di valvola di sfogo, attinge alle “acque torbide dove vanno a pescare e predicare tutti i propagandisti di quello che ormai convenzionalmente si chiama ‘sviluppo personale’”. Al contrario, la Cina pensa di nutrire non l’anima (a cui subentra semmai l’animazione), ma la vita, proprio perché con essa intende l’insieme dei processi intellettuali-spirituali e organici, prima della loro dissociazione (non a caso essa si focalizza non sulla testa, ma nel cuore o nel ventre). Il mio corpo è allora definibile unicamente come “l’attualizzazione particolare in continua modificazione che, in quanto tale, mi costituisce pienamente e forma la mia sola identità possibile”. In breve, esso è tutto il mio essere vitale, ciò che il “cielo” mi ha conferito e integra in sé anche l’attitudine morale. Il pensiero cinese è senza ontologia, perché, proprio come in esso non vi è anima, così non vi è concetto di materia che vi si opponga. Questa visione si riflette, com’è noto, nella concezione cinese della medicina, in cui, al di là del rifiuto di un modello ideale di salute e dell’uso della chirurgia invasiva, si protegge l’omeostasi dell’individuo, la sua regolazione di fondo che è psichica, emozionale, e somatica. In questa prospettiva, “nutrire la vita” significa soprattutto conservare e dispiegare il proprio potenziale vitale, per avere limpidezza e longevità (ma non immortalità). A sua volta, la cura della mia vitalità avviene attraverso una costante depurazione, che passa “dal processo di affinamento-decantazione che mi induce a liberarmi dei punti di fissazione, blocco e pesantezza”, così come dalle prospettive ideologiche, che sovraccaricano la mia natura. Lo Zhuanghi utilizza la metafora dell’“essere in vacanza”, intendendo con essa una modalità dell’esistere che lascia giocosamente libera la propria reattività, ripulita da obblighi e convenzioni. Un’altra, suggestiva, immagine di questo atteggiamento verso la vita è anche quella del “lasciarsi fluttuare”, che non significa esitare, ma neppure andare alla deriva, quanto piuttosto “riflettere”, come uno specchio, lasciando apparire senza fissare alcunché. L’unica morale, la mia vocazione e sola responsabilità, è quella di curare e mantenere il potenziale di vita di cui sono investito. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il gioco libero e la fluttuazione non coincidono in alcun modo con una forma di dispendio energetico, ma al contrario sono frutto di un’amministrazione programmata del proprio potenziale vitale. Né scaturiscono da una fatua eccitazione, ma proprio dal suo inverso, da quel processo di incitazione interna che tuttavia si distingue dall’intenzionalità occidentale perché non ha a che fare con la volizione, sempre fonte di conflitto. Al tempo stesso, questo paziente lavoro di “economia domestica” in casa propria non conduce ad una fissazione sulla vita stessa, al tentativo disperato di salvarla dalla morte, perché, congiungendosi intimamente con la logica del vitale, esso vede la vita stessa, così come la morte, come un fenomeno che ci oltrepassa, e di cui, al pari, non possiamo impadronirci. L’assonanza con la massima evangelica “Chi cerca la sua vita, vuol avere per sé la vita, la perde e chi perde la sua vita, la trova” è forte ma, ricorda Jullien, il pensiero cinese resta tutto interno alla logica, immanente, della vita. Esiste sì un principio di trascendenza, rappresentato dalla realtà del cielo, che incarna la regolazione naturale del grande processo del mondo, e che agisce come una molla interna al mio essere. Ma certo è radicalmente diverso dal monoteismo occidentale e mediorientale. Anzi, la prospettiva cinese si differenzia drasticamente da quel modello morale e teologico anche e soprattutto per il fatto che rifiuta sia l’idea che la vita abbia un senso (“Vivere non ha un senso, né è assurdo: ma è fuori senso”) sia quella secondo cui lo scopo dell’esistenza sia la felicità. Quest’ultima affermazione è forse la più contestata, perché, se la divergenza di teorie e religioni è un fatto assodato, l’aspirazione alla felicità sembra davvero accomunare tutti gli uomini. Eppure, nutrire la vita apre un’altra possibilità, un’altra logica, quella dell’affinamento-trasformazione che si sviluppa in alternativa alla ricerca e alla conquista, dunque in alternativa alla felicità, che è strettamente legata – nel pensiero occidentale – all’idea di scopo. Anzi, si può dire che la filosofia europea si sia sempre fronteggiata con un elemento tragico, quello di non poter rinunciare all’idea di una finalità positiva, pur constatando che la felicità è un fine purtroppo irraggiungibile. Di qui una drammatizzazione dell’esistenza e la ricerca affannosa di vie per sfuggire a questa aporia che è invece assente nel pensiero cinese. Infatti, secondo quest’ultimo, è solo cessando di sottoporsi a scopi che la vita arriva a produrre sufficienti capacità di autoincitamento, tanto da determinarsi da sé, e produrre effetti, senza che noi ci poniamo alcuna mira. resetdoc.org

Il vero significato del rapporto della Commissione Baker-Hamilton Lyndon H. LaRouche, Jr. James Baker e Lee Hamilton, hanno presieduto il gruppo di studio sull'Iraq composto anche da:Lawrence S. Eagleburger, Vernon E. Jordan, Jr., Edwin Meese III , Sandra Day O'Connor, Leon E. Panetta, William J. Perry, Charles S. Robb, and Alan K. Simpson. Poiché i resoconti della stampa europea danno un'immagine distorta della situazione politica interna agli Stati Uniti, ritengo importante elencare i fatti essenziali della situazione. Coloro che hanno promosso il rapporto della Commissione Baker-Hamilton sull'Iraq hanno informato gli strati dirigenti negli Stati Uniti che tale rapporto è stato compilato ben sapendo che sia il Presidente George Bush che il Vicepresidente Dick Cheney avrebbero respinto le proposte ivi contenute, a meno che la massima pressione pubblica da ambienti influenti non fosse riuscita a mobilitare un largo sostegno popolare all'adozione di tali proposte. Il nuovo Congresso USA emerso dal voto di novembre non sarà inaugurato fino agli inizi di gennaio. Nel frattempo non vi è dubbio negli ambienti bene informati USA che il Vicepresidente Dick Cheney sia intenzionato a lanciare un massiccio attacco aereo contro l'Iran nei prossimi mesi. In tutta la nazione americana, l'opposizione alla guerra tuttora in corso in Iraq si sta trasformando nell'ampia richiesta di una procedura di “impeachment” nei confronti di Dick Cheney. Gli europei non dovrebbero sottovalutare tale domanda di impeachment nei confronti di Cheney. Ciò che gli europei credono di aver sentito da esponenti di spicco del Congresso e del Senato USA si fonda in realtà sulla mancanza di comprensione europea della differenza sostanziale tra il sistema parlamentare europeo, ed il sistema presidenziale americano. Concisamente, in caso di impeachment di un Presidente o Vicepresidente americano, la Camera dei Rappresentanti adotta il ruolo del gran giurì in un processo penale (istruttoria), mentre il Senato agisce come giuria popolare che decide la sentenza. Ora, per via del fatto che l'impeachment di Cheney, o di Bush e Cheney insieme, è all'ordine del giorno, i portavoce dei due rami del Congresso USA sono obbligati a non far nulla che faccia apparire una decisione di impeachment come il frutto di un clima di linciaggio o di una ricerca passionale di vendetta. Tuttavia il riserbo mostrato dai leader della Camera e del Senato USA non riflette l'umore dell'elettorato, o di un numero crescente di leader repubblicani e democratici individualmente. L'odio nei confronti della guerra in Iraq e contro la prospettiva di estendere tale guerra anche all'Iran, sta crescendo e assumendo le proporzioni di un'esplosione politica contro il Presidente e il Vicepresidente. Prevale l'idea che l'impeachment o le dimissioni di Cheney siano imperativi, anche se l'impeachment fosse il risultato di una procedura legale più circospetta, per quanto appassionata. Dato l'aggravarsi della crisi finanziaria, monetaria ed economica mondiale, se l'impeachment o le dimissioni del Vicepresidente non dovessero indurre il Presidente Bush ad adottare lo spirito essenziale o i punti cruciali del rapporto della Commissione Baker-Hamilton, seguirebbe anche l'impeachment del Presidente Bush. Coloro tra noi che sono cittadini americani meglio informati e con maggiore esperienza di governo, si preoccupano che, qualsiasi cosa faremo, si proceda, come facemmo col caso Nixon, con la massima cura affinché ogni decisione presa in una crisi come quella attuale produca il minimo danno alle istituzioni del nostro sistema di governo. La stessa preoccupazione sorge dalla consapevolezza del ruolo cruciale svolto dagli Stati Uniti nelle istituzioni montarie, finanziarie ed economiche in questo periodo di crisi. Il rapporto della Commissione Baker-Hamilton dà un chiaro senso dell'assoluta urgenza di agire per preservare le istituzioni del governo americano, mantenendo il ruolo guida degli Stati Uniti nell'affrontare in modo cooperativo l'imminenza della peggiore crisi finanziaria e monetaria nella storia moderna. Solo esponenti incompetenti dei governi o delle organizzazioni politiche in Europa potrebbero pensare che la politica interna americana stagnerà nei prossimi mesi. L'attuale Presidente degli Stati Uniti vive nel mondo reale, ma le sue opinioni non appartengono al mondo reale. La sua mente, come una foglia morta autunnale, volerà dove la porteranno i venti del cambiamento. http://www.movisol.org/znews238.htm

Questa terra è la mia terra Intervista con Magdalena Pérez Vieda, india Xiqaques, presidente della Coordinadora Nacional de las Mujeres Indigenas e Negras de Honduras, Segretaria della Federacion de tribus Xiqaques de Yoro e rappresentante alla Secretaria de la Tierra nella Confederacion de Pueblos Autoctonos de Honduras. Arriva accompagnata da padre Carlos Sosa, indio Guaranì che amministra la parrocchia di Montemitro (Molise)... Magdalena è provata; ha appena saputo che un altro componente della sua famiglia, Fredy Omar Gutierrez, il 24 dicembre è stato ucciso.Si siede e risponde alle domande, alternando lunghi e profondi sospiri angosciati. Quando sei arrivata? Sono arrivata lo scorso 16 ottobre. Ho fatto un viaggio molto lungo. Sono partita dall' Honduras, sono andata a St.Josè in Costa Rica, da lì sono ripartita per Madrid e poi sono arrivata a Roma. Il viaggio me lo ha organizzato Alba, una volontaria di un'organizzazione non governativa in Honduras, in collaborazione con Anna e Davide de "il granello di Senape" che qui in Italia hanno raccolto parte dei tremila dollari necessari per il biglietto aereo. Da dove vieni con precisione? Vengo dal Dipartimento de Yoro in Honduras. Appartengo alla tribù Candelaria dell'etnia Tolupan, del Municipio di Mozaràn, a circa centocinquanto chilometri da Tegusigalpa. Che situazione hai lasciato quando sei partita? Ho lasciato una situazione drammatica e pericolosa. La mia gente è depositaria di una cultura millenaria. E' originaria del nord est degli Stati Uniti e si è stanziata nell'attuale Honduras circa tremila anni fa, prima dei Maya. I nostri avi sono i pellerossa della tribù Okan-Sioux. Attualmente il mio popolo deve lottare per il possesso della sua terra. E da chi è minacciato? Da un grande e intricato sistema d'interessi che mette insieme le aziende multinazionali, lo stesso Governo, le società minerarie e i grandi allevatori di bestiame. Tutti insieme vogliono la nostra terra. Perché vogliono togliervi la terra? La cultura indigena tradizionale ha vissuto sempre in armonia col mondo. Noi siamo vissuti di agricoltura e abbiamo coniugato da sempre le nostre attività con la cura e il rispetto del territorio e delle specie animali e vegetali che lo abitano. Tutto questo finché, con sofisticati sistemi satellitari, società nordamericane specializzate, hanno individuato le ricchezze che custodiva nel sottosuolo. Hanno scoperto una vena aurifera che pare essere la più ricca di tutta l'America centrale e poi hanno trovato l'uranio e il petrolio. Il nostro territorio inoltre è ricco di legname che è sfruttato da una multinazionale canadese e di un'acqua che è la più buona di tutto l'Honduras e che il Governo vuole privatizzare, vendendo la concessione a società straniere che vogliono sfruttarla per farci una centrale idroelettrica. Inoltre il Governo ha progettato di costruire un aeroporto internazionale sulle rovine Maya di Copàn, nel dipartimento di Estancar, vicino al fiume Giallo. Questo progetto offende la storia, la cultura e la tradizione del popolo Chorty, diretto discendente dei Maya. Che cosa hanno fatto per cacciarvi dalla vostra terra? Hanno messo in opera una strategia lunga ed estenuante che va avanti senza sosta negli ultimi trent'anni contro il popolo indigeno e negro, ma che adesso è diventata virulenta nei confronti del popolo Talupan. Negli ultimi anni hanno massacrato cinquantaquattro esponenti della resistenza militante indigena che è pacifica e disarmata. Quattro indios Lencas sono stati uccisi e altrettanti sono stati incarcerati senza motivo. Sei Garifunas sono stati trucidati e moltissimi altri sono in galera o sono stati costretti a scappare. Gli indios Misquitos poi restano invalidi a centinaia nella pesca alle aragoste che procura ai padroni nordamericani lauti guadagni e che a loro consente di sopravvivere a stento fino all'insorgenza di una malattia che li rende disabili per il resto della vita, senza nessuna forma di assistenza né dallo Stato né dall'impresa responsabile. Noi abbiamo denuciato questa situazione sia al Goveno nazionale sia ad Amnesty International, ma non abbiamo ottenuto risposta. I soldati che vengono ad aggredirvi sono governativi? Non necessariamente; più spesso sono sicari, sono mercenari privati.... sono assassini al soldo di chi li paga meglio e sono assai più spietati dell'esercito regolare. Chi li paga? Può essere una società privata, può essere un grande allevatore; comunque è qualcuno interessato a usurpare la nostra terra. E voi come vi difendete? Ci difendiamo scappando. Nella mia tribù Candelaria negli ultimi tre anni abbiamo subito una repressione sempre più forte. Il Governo ha assegnato la nostra terra a un suo fiduciario che non aveva alcun diritto e che ha venduto la concessione per il taglio del legname a una multinazionale canadese, la quale ha trovato l'oro nel nostro sottosuolo. Ci ha preso di mira Juan Ferrera, un proprietario terriero e grande allevatore che è stato nominato Ministro del Fondo Nazionale per la Cultura. Egli istiga quotidianamente gli allevatori ad occupare le nostre terre e a cacciarci via. Quando gli indigeni protestano li fanno ammazzare dalle loro truppe mercenarie. Avete subito vittime negli ultimi tempi? Nella sola mia famiglia è stata uccisa Heronima Perez, cugina di primo grado. Adam Romero, mio suocero, Eduardo e Carlos Vieda, Zaccaria Rodriguez, Noè Vieda, Dimas Humberto Guevara Niño e Amedeo Perez Vieda, mio fratello.Tutte queste persone erano miei parenti. E poi hanno ucciso Oscar Rodrigez, un mio cugino dirigente politico indigeno, procurandogli un incidente. L'ultima morte, la cui notizia ancora mi sconvolge è quella di Fredy Omar Gutierrez, trucidato la vigilia di natale. Poi ci sono tutte le altre vittime delle altre tribù indie. C'è qualcuno che vi difende visto che la vostra resistenza è pacifica e non violenta? Si, ci difende un gruppo di contadini legati alle produzioni del commercio equo e solidale chiamati "martiri di Guayma", in memoria di trenta loro compagni uccisi dall'esercito negli anni '80. Nella loro organizzazione hanno avvocati, educatori popolari, giornalisti, fotografi e quando loro ci sono vicini gli atti più efferati della repressione non si verificano perché i nostri aguzzini hanno molta paura della cattiva pubblicità. E tu personalmente da quali minacce sei scappata? Per la mia gente io ho diversi incarichi di rappresentanza. Rappresento la Federazione delle tribù Xiqaques e sono la coordinatrice nazionale delle donne indigene e nere dell'Honduras e sono anche nella segreteria della terra, nella confederazione dei popoli autoctoni del mio Paese. Negli ultimi tempi gli agenti governativi mi hanno cercato con particolare insistenza. Volevano costringermi, facendo leva sui miei incarichi di rappresentanza, a firmare un atto di vendita di 280 ettari della terra della mia gente. Io ho risposto di no, che io non ho questo potere. Io sono solo Magdalena e la terra appartiene a tutta la tribù Candelaria. Allora hanno minacciato di uccidermi, mettendo in pratica una loro vecchia ed efficace strategia: quella di decapitare la lotta del popolo indigeno che senza punti di riferimento si affievolisce e diventa più permeabile per azioni di compromesso o di corruzione. E' accaduto così con Vicente Matute Cruz, dirigente politico del mio popolo, assassinato quindici anni fa, all'età di trentanove anni. Perché sei venuta in Italia? Per la verità quando sono fuggita dall'Honduras non avevo un progetto preciso. Avevo paura e dovevo mettermi in salvo. Io sono la prima rappresentante della Confederazione indigena del mio Paese a scappare. Non era mai accaduto prima d'ora; sono riuscita ad arrivare in Italia grazie all'aiuto di Alba, di Davide e di Anna con l'angoscia della situazione nella quale ho lasciato il mio popolo e la mia famiglia. E che cosa ti proponi di ottenere nel nostro Paese? Mi propongo di continuare e di estendere la lotta della mia gente per il sacrosanto diritto a coltivare la sua terra, di stimolare la sensibilità del popolo italiano e delle associazioni non governative che lavorano in America Latina. La resistenza pacifica della Confederazione indigena ha bisogno di un centro, nella città di Tegusigalpa, presidiato da osservatori internAzionali che impediscano ai nostri aguzzini di copiere altri delitti. Abbiamo bisogno di tecnici informatici che creino collegamenti e rete fra le nostre tribù; di avvocati che ci difendano legalmente dalle continue manomissioni della legge dei nostri potenti nemici; di topografi che traccino con chiarezza i confini della nostra proprietà collettiva e che sino in grado di controbattere i loro colleghi corrotti, nominati dal Governo. Io mi auguro che in Italia sia possibile determinare le condizioni affinché si realizzi questo centro al servizio della lotta della mia gente. Di che cosa ha maggiormante bisogno in questo momento la tua tribù? La repressione da due anni ci impedisce di seminare e di raccogliere i prodotti della terra. La mia gente ha fame ed è stremata. Finora siamo stati sostenuti dai contadini dei "martiri di Guayma", ma nonostante il loro aiuto la situazione si è fatta insostenibile; abbiamo bisogno che la comunità internazionale si occupi di noi. di Antonio Ruggieri http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=3083

ALLERTA PER EPIDEMIA DI ‘FEBBRE DELLA RIFT VALLEY’ In poche settimane un’epidemia di ‘febbre della Rift Valley’, trasmessa dagli animali, ha provocato 36 morti nella provincia nord occidentale del Kenya; lo riferisce la televisione kenyana che sta seguendo attentamente la diffusione delle malattia che dieci anni fa nelle stesse zone provocò 170 vittime. I distretti più colpiti sono quelli di Garissa, Ijara e Wajir, ma giovedì un decesso è stato registrato anche nella provincia costiera e più precisamente nel distretto del fiume Tana. La malattia è trasmessa all’uomo dagli animali da allevamento, come capre e mucche, soprattutto attraverso il morso delle zanzare che, nei suddetti distretti, hanno trovato un favore ambiente riproduttivo dopo le recenti intense piogge (esse stesse causa di alluvioni con morti e di migliaia di sfollati). Molte tra le persone colpite dalla ‘febbre della Rift Valley’ sono pastori e la malattia ha ucciso anche alcune centinaia di capi di bestiame, aggiunge la televisione. Nei giorni scorsi il governo ha ordinato la distribuzione di 100.000 zanzariere, proibito il trasporto di animali da quei distretti e ordinato la chiusura dei macelli, poiché l’infezione si trasmette anche con il contato con il sangue. I sintomi della ‘febbre della Rift Valley’ si manifestano come una fortissima influenza, superabile in alcuni giorni, ma che in una piccola minoranza dei casi sfocia in meningite e in emorragie interne, portando alla morte nel 50% dei casi.www.misna.org

MEDIA-BALCANI: Le donne contro i pregiudizi Vesna Peric Zimonjic BELGRADO, (IPS) - La fine del comunismo e le guerre degli anni ’90 hanno modificato la vita nei Balcani, ma le nuove nazioni hanno ancora in comune una visione della donna che risponde a vecchi stereotipi. Lo studio “Stereotipi: la rappresentazione della donna sulla carta stampata nell’Europa sud-orientale”, effettuato a Sarajevo da “MediaCentar”, ha esaminato l’immagine della donna prevalente in Albania, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia e Serbia. MediaCentar è un istituto educativo e di ricerca istituito nel 1995 per promuovere il giornalismo professionale nella Bosnia-Herzegovina del dopo guerra. I media hanno avuto un ruolo importante nel conflitto inter-etnico tra bosniaci, serbi e croati. Il documento di 300 pagine analizza l’immagine della donna in ciascuno dei sei paesi balcanici. Gli analisti hanno esaminato le principali pubblicazioni nella regione della ex Yugoslavia per quasi un anno, arrivando alla conclusione che “la sfera pubblica rimane di competenza degli uomini, così come la politica e altre questioni ‘serie’ a loro riservate, mentre alle donne vengono assegnati ruoli nella sfera privata e nell’intrattenimento”. Tra i quotidiani presi in esame: Dnevni Avaz, Oslobodjenje e Glas Srpske in Bosnia-Herzegovina; Jutarnji List, Vecernji List e Slobodna Dalmacija in Croazia; Politika, e Vecernje Novosti e Blic in Serbia. Altri media monitorati nella regione: Jeta in Albania; Ataka e Trud in Bulgaria, e Reporter e Lobi in Macedonia. “Nell’80 per cento dei testi, in tutti i temi affrontati nei quotidiani, sono gli uomini ad essere rappresentati”, ha spiegato la co-autrice Ivana Kronja alla presentazione dello studio a Belgrado la scorsa settimana. “Le donne sono praticamente invisibili; compaiono solo nelle sezioni dedicate all’intrattenimento, alla moda o alla televisione”. Secondo lo studio, la stampa in Europa sud-orientale emargina le donne persino nei settori e nelle professioni che esse dominano, come le cure sanitarie, l’educazione e l’amministrazione locale. “Quando i giornalisti ricorrono agli analisti per commentare eventi sociali o politici, nel 90 per cento dei casi si tratta di uomini”, ha aggiunto l’esperta. “Ciò mostra chiaramente che anche gli operatori dei media hanno bisogno di un’educazione; sia i giornalisti uomini sia le donne”, ha detto all’IPS Tamara Skrozza, coordinatrice della sezione donne dell’Associazione indipendente dei giornalisti (NUNS). Anche Skrozza si è occupata del progetto, che descrive come “uno dei più importanti, essendo la prima ricerca che interessa l’intera regione dell’Europa sud-orientale”. “I giornalisti spesso scelgono la via più semplice per preparare un servizio: chiamano il primo esperto che gli viene in mente, e di solito è un uomo”, ha aggiunto. Strozza osserva che diversi gruppi regionali di giornalisti stanno pensando di aprire un sito web per diffondere i dati di esperti donne, in diversi campi. Questa ed altre iniziative sono rivolte a cambiare le vecchie rappresentazioni. In Bosnia e Albania, ma anche in altre aree, come rivela lo studio, prevale il controverso stereotipo delle donne come madri devote o come modelli di seduzione. In Bosnia, l'attenzione al genere è associata alle divisioni etniche tra bosniaci, serbi e croati, riflessi nei distinti media nazionali. I media bosniaci raccontano spesso le storie delle madri o le figlie delle vittime del massacro di 7.000 uomini a Srebrenica nel 1995, mentre le madri dei soldati serbo-bosniaci sono le protagoniste preferite dai media serbo-bosniaci. “In base all’analisi dettagliata del materiale, abbiamo evidenziato che la donna, nei quotidiani della Bosnia-Herzegovina, viene presentata o come madre/moglie/casalinga, o come donna anziana, o come figura del mondo dello spettacolo”, sostiene lo studio. Mentre in Albania, è emersa la forte tendenza a raffigurare la donna che acquista femminilità attraverso la bellezza e la maternità. L’autrice della sezione dedicata all’Albania, Ilda Londo, ha studiato la popolare rivista per le donne Jeta (Vita), interamente gestita da uno staff femminile, e ha scoperto che anche quando si parla di donne con una carriera di successo, i loro risultati vengono messi da parte, mentre l’accento viene posto sul loro aspetto fisico. “Al contrario, l’immagine che la rivista dà dei pochi personaggi maschili e della loro carriera non è centrata sul loro aspetto né sul loro destino: invece di soffermarsi sulla forma fisica, necessaria a mantenere il posto di lavoro, la rivista presenta uomini che affrontano crisi spirituali, per uscirne rafforzati e più famosi di prima”. “Malgrado il potenziale ruolo cruciale dei media per cambiare questa situazione - si legge nello studio - gli sforzi appaiono scarsi in tal senso. In assenza di coperture speciali del mainstream su questi temi, e di servizi importanti nelle riviste serie sull’uguaglianza di genere e lo sviluppo globale in questo ambito, rimane l’unica alternativa delle riviste femminili di intrattenimento”. Quanto alla carta stampata in Serbia, nel 24,9 per cento dei casi le donne vengono presentate in modo improprio, rispetto al 20,9 per cento in Croazia e al 20,2 per cento in Bosnia-Herzegovina. “Il termine ‘improprio’ si riferisce a una descrizione delle donne inadeguata, semplificata o inappropriata”, spiega all’IPS la professoressa Svenka Savic, della capitale della provincia serba settentrionale della Vojvodina. Ciò avviene spesso nel riportare i crimini commessi dalle donne, sostiene lo studio. Le donne vengono quasi automaticamente dichiarate colpevoli. I pregiudizi di genere nei media croati emergono, nel dossier, dal caso controverso di una giovane donna che uccise il marito nel 2005. La stampa le si rivoltò contro, descrivendo il marito come un giovane con una carriera di successo proveniente da una famiglia altolocata, con scarsi accenni agli abusi e alle umiliazioni che la donna era stata costretta a subire per anni. “Il quotidiano Politika, di Belgrado, è in cima alla classifica dei media serbi che descrivono le donne in modo improprio, con il 35,91 per cento dei testi”, dichiara Skrozza. Si tratta del primo quotidiano dei Balcani, e uno dei più accreditati in Serbia. Savic, tra i ricercatori che hanno collaborato allo studio, ha riferito all’IPS che “Politika promuove evidentemente uomini di successo piuttosto che donne di successo nello stesso ambito lavorativo. In pratica non promuove quasi per niente le donne di successo”. “La discriminazione sessuale, gli stereotipi e l’esclusione delle donne dai processi decisionali si sono registrati in tutti i sei paesi presi in esame”, ha spiegato Savic. Nell’insieme, tutti i nove quotidiani della ex-Yugoslavia dovrebbero cambiare il loro approccio nei confronti delle donne, per smettere di trattarle come oggetti sessuali, ha aggiunto. Dovrebbero rispettare l’uguaglianza politica e smettere di rappresentare l’inferiorità femminile. Un altro punto critico è che le donne, nei media, vengono seriamente sottorappresentate nei più alti livelli decisionali, sostiene Marina Blagojevic, una ricercatrice di Belgrado e collaboratrice del progetto. Raramente si tratta di redattrici capo, dirigenti d’azienda o di altri ruoli decisionali. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=819

EuroSlovenia scrive Franco Juri Dal primo gennaio arriva l'euro. La Slovenia è il primo paese dei dieci entrati nell'Ue nel 2004 a raggiungere quest'obiettivo. Poca euforia ma niente lacrime versate per l'addio al tallero, la moneta dell'indipendenza Dal primo gennaio 2007 c'è un nuovo stato nella famiglia dell'euro: la Slovenia. Un'economia minuta ma stabile, per molti versi esemplare, un esempio che rinfranca un pò l'Unione europea, segnata ormai negli ultimi tempi da una lunga serie di frustrazioni, aborto della Costituzione comunitaria in prima fila. La Slovenia è il primo paese tra i nuovi arrivati nell'Ue che addotta la moneta comune e lo fa il giorno stesso dell'entrata di Romania e Bulgaria nell'Ue. Essendo un paese dell'ex Jugoslavia il fatto riveste un'ulteriore importanza simbolica e politica. E gli sloveni accettano l'euro senza euforia o sindromi nostalgiche. L'addio al tallero, la moneta simbolo dell'indipendenza, è rispettoso e pacato e non lacrimoso. Lo sloveno è praticamente europeista, nazionalista invece solo laddove ciò non comporta spese. Le banche sono immerse nel compito di portare il paese in casa euro senza sobbalzi e intoppi. Il governo cerca dal canto suo di contenere "l'inevitabile“ lievitamento o "arrotondamento" dei prezzi. Il ministro del Tesoro Andrej Bajuk fa appello al buon senso e consiglia ai concittadini di confrontare i prezzi prima degli acquisti e di scegliere i negozi più corretti. Ma consigli come questi sucitano anche qualche lecita reazione. "E chi ha il tempo di girare per i negozi o meglio per gli empori calcolando gli arrotondamenti?“, si chiedono sia la casalinga che l'impiegato, costretti a pianificare gli acquisti nei megacentri commerciali che ormai sostituiscono in tutto e per tutto il negozio di quartiere. L'euro in Slovenia è comunque di casa ormai da un bel po', come lo era a suo tempo, nella Jugoslavia felix di Tito, il marco tedesco. Ci si è abituati in fretta a fare i calcoli e poi il governo si è premurato di mandare un calcolatore euro ad ogni famiglia, o quasi. Da queste parti sono pratici e risoluti. Non c'è troppo spazio per i sentimentalismi e le nostalgie per una moneta (il tallero) nata con l'indipendenza del paese nell'ottobre del 1991 con un'inflazione del 22% e che se ne va nell'archivio della storia quasi senza inflazione, una moneta tutto sommato dignitosa. Ma la paura dell'euro per molti c'è. Le operaie della Mehano, un'industria di giocattoli con sede a Isola in crisi perpetua da quando è stata privatizzata, il salario lo vedono solo e quando hanno la fortuna di riscuoterlo. E scioperano disperate e a intermittenza da almeno un mese. Facendo i calcoli al cambio ufficiale i loro 60 mila talleri di misera paga si trasformeranno in 250 euro! Per fortuna il premier Janša assicura che gli sloveni mai vissero meglio di oggi. E così un professore di liceo, un giornalista o un medico metteranno su tra gli 800 e i 1200 euro mensili. E i prezzi? Il governo aveva promesso un monitoraggio continuo in grado di evitare sobbalzi e speculazioni incontrollati. E ora l'Associazione slovena dei consumatori denuncia che molti prezzi sono già aumentati alla vigilia: acqua, luce, riscaldamento, gas, parcheggi in alcuni casi persino del 50%. E poi ci sono i trucchetti delle grandi catene commerciali come la Spar che ha tappezzato la Slovenia di jumbo manifesti con su scritto "V Sparu ne!" ( alla Spar no!) alludendo al fatto che i loro prezzi, dopo l'introduzione dell'euro non aumenteranno. Bella forza - commentano i consumatori - i loro prezzi sono già aumentati qualche settimana fa. Azione preventiva: in Slovenia i prezzi vanno su prima dell'euro. Poi si vedra', magari si arrotondano ancora un po' ma senza eccessi. Fatto sta che il potere d' acquisto è già crollato, mentre la pressione fiscale rimane elevata e minacciosa. Per le case degli sloveni circolano migliaia di ispettori fiscali che censiscono minuziosamente gli alloggi per la variante slovena dell'ICI. Un' incognita che mette i brividi a tutti. Ancora non si sa che percentuale piomberà sulle tasche dei proprietari di immobili, ma si sa che l'imposta verrà calcolata in base al prezzo commerciale di ogni immobile. In pratica chi avesse investito i suoi averi nel miglioramento delle proprie condizioni abitative (finestre nuove, tetto ristrutturato, aria condizionata, parquet, ecc) verrà punito con un ICI più elevata, naturalmente in euro. E allora è chiaro che in casa euro si entra un po' felici e un po' preoccupati. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6582/1/51/


dicembre 29 2006

Il mestiere di governare di Gianfranco Pasquino - l'Unità Elegante, rilassato, finalmente compreso del suo ruolo, con toni meno artificiosamente compiaciuti, il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha tenuto la sua prima conferenza stampa del suo secondo mandato. Lo ha fatto in maniera sintetica, ma esauriente, senza ricorso a numeri magniloquenti, a grafici colorati, a effetti speciali. Lo ha anche fatto in maniera convincente, in special modo sulla avvenuta riconquista di un ruolo internazionale appropriato ad un Paese come l’Italia. Anche se, purtroppo, non è su questo terreno che è abitualmente possibile acquisire consenso aggiuntivo dall’elettorato italiano. Ha insistito ripetute volte sul suo ruolo di governante esperto che, fatto non marginale, ha anche guidato l’Unione Europea per cinque anni e la ha positivamente “allargata”. Ha chiesto alla sua maggioranza «coraggio, coesione, generosità», garantendo che, nonostante un bizzarro invito giornalistico a farsi (improbabile: gli manca del tutto il physique du rôle) «dittatore», continuerà ad operare in maniera collegiale. Ha anche tentato di inserire ovvero, forse, di approfondire un cuneo nello schieramento di centro-destra, parlando di due opposizioni, in modo da gettare graziosamente un ponticello a Casini. Ha infine suggerito, mi è parso con non grande convinzione, la auspicabilità, forse la necessità, per dare stabilità al Paese, di far nascere, previo scioglimento di due partiti, di un Partito democratico. Fra “dittatore” e “assistente sociale”, come lui stesso riduttivamente e improvvidamente si definì qualche tempo fa, tertium datur, ovvero esiste anche un terzo tipo di ruolo, quello di effettivo capo del governo (di composita coalizione). Qui sta, credo, il messaggio che Prodi ha in buona sostanza tentato di mandare sia alla sua maggioranza che alle due opposizioni. Alla sua maggioranza ha ricordato che non esiste una “fase due”, che debba essere intesa come discontinuità con il passato e, dunque, addirittura come eventualità di un rimpasto ministeriale oppure di una vera e propria crisi governo, perché la continuità è indispensabile per passare dalla finanziaria, che ha creato le condizioni della crescita, alle riforme che renderanno più equo e più giusto il sistema politico italiano consentendogli di premiare i meriti. Le riforme, se ho capito correttamente, saranno di tre tipi. La prima servirà a rendere più efficiente la macchina dello Stato, favorendo, di conseguenza, tutti coloro che in Italia e dall’estero intendono dare vita a nuove attività. La seconda riforma, presentata però con una gradualità che desta qualche preoccupazione e con motivazioni che sembrano più economiche che sociali e culturali, riguarderà il sistema delle pensioni. Nella mia interpretazione, la motivazione socio-culturale dovrebbe essere formulata come migliore distribuzione del lavoro all’interno del Paese e fra le generazioni, creando opportunità e offrendo alternative. La terza riforma consiste nella vessatissima questione della legge elettorale. Prodi non ha espresso una sua preferenza personale limitandosi a rilevare che l’alternativa è fra il sistema elettorale proporzionale tedesco e il sistema elettorale maggioritario a doppio turno francese. Dopodiché ha, a mio modo di vedere, insistito un po’ troppo sulla necessità di giungere in materia ad accordi con le opposizioni. Delineando le riforme da fare, Prodi ha evidentemente voluto anche mandare un messaggio chiarificatore, ma controvertibile, a coloro che, come Fassino e Rutelli, più il primo che il secondo, con toni, obiettivi e enfasi diverse, suggeriscono l’esigenza urgente e inderogabile di individuare una missione riformista. Il riferimento incoraggiante di Prodi è andato all’ingresso nell’Euro, a suo tempo considerato una mission impossible, ma fortunatamente conseguito con duraturo successo. Probabilmente, toccherà al seminario dei ministri convocato per l’11 gennaio a Caserta, delineare meglio il profilo della missione governativa. A meno che Prodi non ritenga che, in realtà, la sua missione principale consista nel pilotare da Palazzo Chigi la nascita del Partito Democratico, sullo scioglimento dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Il rischio è che quella operazione, che Prodi stesso ha riconosciuto essersi appannata, ma ha rivendicato come essenziale per garantire la stabilità del Paese, crei troppi conflitti e dreni troppe energie dalla essenziale azione del governo.

Napalm Nei giorni intorno a Natale, tra una lasagna e un tramonto, ho ingaggiato una dura battaglia contro l’Altro me stesso. Ci siamo rotolati nel fango, ci siamo colpiti a sangue, ce ne siamo date di santa ragione. Il motivo che ha scatenato la lite è stata una innocua notiziola letta su un vecchio giornale locale. La notiziola diceva che l’ex portaborse di Franco Nicolazzi all’epoca delle carceri d’oro è stato chiamato a risanare in qualità di presidente la banca popolare di Intra, recentemente colpita da uno scandalo. “Deficiente! Non l’hai ancora capito che questo paese non ha più speranza? Non vedi che scorrono fiumi di merda da tutte le parti? Ora tu molli il megafono, chiudi il blog e mi fai cambiare vita, hai capito stronzo che non sei altro?!”, così mi ha urlato l’Altro Piero. Ci siamo colpiti come furie, ci siamo scannati fino al sangue per tre giorni e tre notti. Alla fine ha vinto lui. Io, il vostro timido blogger, sono stramazzato al suolo come una marionetta stanca. Questo è il mio ultimo post. Da domani il blog sospenderà le ostilità. L’altro Piero vuole riformare se stesso, dice che quella è la sfida più ardua. “Cretino, non capisci che ai merdosi fai solo un favore! Non vedi che stai somatizzando, per quanto ancora vuoi farti del male in mezzo alla mischia dei servi e dei ladri? Non ti senti ridicolo a megafonare ai sordi? Bisogna solo aspettare che la merda inondi tutto, le case, gli alberi, i campanili… solo allora si potrà ricominciare… deve sommergere tutto… ma non te, idiota, non te!”. L’Altro Piero è un tipo strano: mentre mi schiaffeggiava senza pietà ripeteva: “fai politica con le idee, brutto stronzo che sei, ma non vedi che non c’è più l’agorà? A chi parli cretino? Che cosa speri di ottenere eh? Se la facessi col napalm forse verrei con te, pagliaccio!”. Ormai è tardi, ho i minuti contati. Per ordine dell’Altro Piero sto riponendo megafoni, cartelli e volantini in un grande baule, nel quale mi chiuderò io stesso. L’Altro Piero è uscito per un paio d’ore, mi ha detto che andava a tingersi i capelli di verde. Quando torna chiuderà a chiave il baule e per me sarà finita. Scrivo a gola stretta, credetemi. Mi ha definito un fallito, un illuso, un frustrato. E forse ha ragione lui. Mi ha detto che se ne andrà via da Puffonia appena possibile. E che intanto vivrà in clandestinità, nel tempo libero seguirà un corso di cucina vegetariana. Eccolo… sento i suoi passi… sta salendo… ora apre la porta… Vi prometto che, se solo riuscirò a liberarmi dal baule, quando il mio padrone non c’è tenterò di raggiungere la tastiera e vi farò avere di tanto in tanto mie notizie. Ma non contateci. Addio amici miei: penserò a Voi, rannicchiato nel buio.http://www.pieroricca.org/

Il Capodanno dell'integrazione scrive Mihaela Iordache Anno nuovo, vita nuova, sperano i romeni anche se non si fanno più illusioni su cambiamenti immediati e radicali. Questa volta una novità grossa però c'è: dal primo gennaio saranno cittadini dell'Ue. I preparativi per l'ingresso in Europa della Romania C’è aria di grande festa in Romania. Dopo cinque decenni di comunismo e diciassette anni di transizione, i romeni festeggeranno il Capodanno del 2007 come il Capodanno dell’integrazione nell’Unione Europea. Nelle grandi città del paese ma soprattutto nella capitale Bucarest le autorità hanno organizzato spettacoli e festeggiamenti speciali per un evento che è considerato il più importante dopo quello del 1 dicembre 1918 che marcò la costituzione dello stato unitario romeno. Il 31 dicembre simultaneamente in tutti i capoluoghi della Romania e nelle sedi delle istituzioni sarà alzata la bandiera dell’Unione Europea. In questo modo tutto il popolo saprà che la Romania è diventata membro a pieno diritto dell’Unione Europa. Alle manifestazioni di festeggiamento in programma nella capitale saranno presenti, oltre alle autorità romene, anche funzionari europei e altri invitati speciali. Anno nuovo, vita nuova, sperano i romeni anche se non si fanno più illusioni su cambiamenti immediati e radicali. Verranno a Bucarest il presidente del Parlamento Europeo, Josep Borell, il commissario per l’allargamento, Olli Rehn, il commissario per la comunicazione, Margot Wallstrom, la baronessa Emma Nicholson, il capo della diplomazia tedesca, Frank Walter Steinmeir, il ministro degli Esteri bulgaro, Ivailo Kalfin, e molti altri. Prima di andare a festeggiare Josep Borell, Olli Rehn, e il ministro degli Esteri tedesco passerano da Palazzo Victoria, sede del governo romeno, dove saranno ricevuti a braccia aperte e a largo sorriso dal primo ministro, il liberale Calin Popescu Tariceanu. Per Tariceanu l’ultimo giorno dell’anno sarà fitto di impegni, nonostante la sua mobilità sia ancora condizionata dalle stampelle che è obbligato ad usare dopo un intervento chirurgico al ginocchio subito con successo in Francia. Alla sede del governo, insieme alle autorità e invitati vari, il premier romeno presidierà, a partire dalle ore 19.30, alla cerimonia dell’alza bandiera dell’Unione Europea accanto a quella della Romania. Momento storico sottolineato anche dalla fanfara che intonerà l’inno dell’UE seguito poi da uno spettacolo di suoni e migliaia di luci. Un concerto speciale per ospiti speciali e non solo avrà poi luogo all’Ateneo Romeno. Seguirà un ricevimento di Nuovo Anno offerto dal primo ministro. Mentre a mezzanotte i funzionari romeni ed europei scenderanno tutti nella Piazza della Rivoluzione nel centro di Bucarest per dare il benvenuto al Nuovo Anno europeo. Un evento per il quale il Governo ha stanziato quasi 2 milioni di euro. Prima di mezza notte si terranno “corsi” per chi ancora non sa ballare la tradizionale “Hora”. Ma non si tratterà di una Hora abituale bensì della Hora della Gioia, il ballo della Gioia, un ballo concepito appositamente per questo evento. E così, pian piano, i romeni imparano a ballare secondo le regole dell’Europa. Il presidente della Romania, Traian Basescu saluterà l'anno nuovo brindando con la gente presente nella Piazza della Rivoluzione e non è escluso che continuerà a farlo anche nella Piazza dell’Università sempre nel centro della capitale. Lo spumante sarà abbondante per tutti, così come anche l’euroentusiasmo dei romeni (il 68% desidera l’adesione). Nessuno può dire con certezza cosa rappresenterà il primo anno europeo. Nessuno sembra però pensare in questi giorni ai problemi che veranno. Altri sacrifici, ma stavolta da cittadini di uno stato membro dell’UE ed è già un riconoscimento che eleva la dignità romena spesso provata negli ultimi anni. Per i melomani l’Opera Romena ha organizzato una serata speciale, con cibi tradizionali, fuochi d' artificio, musica, giochi di luci. I 400 biglietti per lo spettacolo, messi in vendita al prezzo di 86 euro, sono tutti esauriti da tempo. Per chi non ha voluto restare nelle città a passare il Capodanno dell’integrazione insieme alle autorità, l’offerta è stata assai variegata sia per il circuito turistico interno che esterno. In montagna, per quattro giorni a Sinaia in un albergo di due stelle il prezzo parte da 200 euro e include pensione completa e cenone di Capodanno. Ad una quota più alta, nella Cabana Tre abeti (Trei brazi) per 4 giorni e il cenone bisogna tirar fuori 300 euro; nella stazione di montagna più chic della Romania, Poiana Brasov, per 6 giorni tutto compreso in un albergo di 4 stelle si arriva a 1000 euro a persona. Quest’anno il Capodanno a Poiana Brasov costa quasi il doppio rispetto a quanto si paga all’estero, a Parigi o Venezia, dicono i rappresentanti delle agenzie. Nonostante ciò, i posti si esauriscono in fretta. In molti preferiscono comunque andare a sciare in Austria dove le agenzie turistiche propongono 4 giorni in un albergo a 4 stelle con prima colazione a 435 euro a persona. Una destinazione esotica che trova clienti anche in Romania è Cuba dove per 10 giorni all inclusive si pagano 2.325 di euro a persona. Chi invece resta a Bucarest e sceglie un ristorante dove si paga, per il cenone di capodanno, almeno 70 euro . I romeni non sono diventati sicuramente tutti ricchi. Anzi, lo stipendio medio lordo in Romania è di 320 euro. Però quando si prova a telefonare per prenotare negli alberghi di montagna sotto le feste difficilmente si riceve una risposta positiva. C’è molta gente che guadagna bene. Un altro semplice esempio che fa pensare a quale velocità si sviluppa il paese (oltre alla crescità economica di quasi il 7%) sono le code. Non quelle fatte una volta durante il regime, quando per riuscire a comprare una bottiglia di latte ti dovevi mettere in fila alle 4 di mattina, altrimenti correvi il rischio che il latte finisse prima che arrivasse il tuo turno. Ora la gente sotto le feste si mette lo stesso in coda alle 6 di mattina, due ore prima che i supermercati aprano. La gente ha paura di perdere tempo. Corre a spendere e a riempirsi i carelli. Per il grande afflusso di clienti a Bucarest i supermercati hanno fatto orario continuato fino alle 23 oppure addirittura fino alle 3 di notte. Per arrivare alla cassa e pagare dovevi aspettare in fila almeno un’ora. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6575/1/51/

Un professore di scienze politiche a Pechino [ EN ]Daniel A. Bell Quando decise di accettare un incarico all’università Tsinghua di Pechino, i suoi colleghi lo accusarono di pazzia: eppure, per Daniel A. Bell si trattava di un’occasione irripetibile per vedere l’evoluzione di un paese in cambiamento e per insegnare alla sua futura élite. In confronto a Singapore, la Cina è il paradiso della libertà accademica. Non vi sono censure su ciò che si vuole insegnare, con un’unica eccezione: il pensiero marxista. Inoltre il professore è un’autorità intellettuale e una figura etica, che ha a cuore lo sviluppo emotivo dello studente. L’avversione della Rivoluzione culturale nei confronti delle élite intellettuali sembra ormai acqua passata. Pochi professori occidentali aspirerebbero a insegnare teoria politica in un contesto autoritario. Uno scambio dialettico libero e spregiudicato è indubbiamente essenziale ai fini del nostro lavoro. Quando racconto ai miei amici occidentali che ho lasciato un posto sicuro e ben pagato in un luogo abbastanza libero come Hong Kong per un incarico a progetto all’Università Tsinghua di Pechino, pensano che mi sia bevuto il cervello. Spiego loro che si tratta di un’occasione irripetibile: per la prima volta, dai tempi della rivoluzione, la Tsinghua ha ingaggiato un docente straniero in discipline umanistiche; per di più, alla Tsinghua si forma gran parte dell’elite politica cinese, e insegnare a quella elite potrebbe significare cambiare le cose; inoltre gli studenti sono dotati, curiosi e solerti, ed è piacevole lavorare con loro; infine, il futuro politico della Cina è ancora tutto da scrivere, e io godrei di una posizione privilegiata per osservare i cambiamenti mentre si producono. D’altra parte non posso negare che insegnare teoria politica in Cina è problematico. In parte per le limitazioni politiche, ma non è solo una questione di politica. Sebbene la Cina sia diventata di punto in bianco una democrazia liberale di tipo occidentale, permangono ostacoli di ordine culturale. In questo saggio tratterò alcune di queste sfide culturali e politiche. Limitazioni politiche La propensione a tollerare le limitazioni politiche dipende in parte dalla propria storia personale. Nel mio caso, all’inizio degli anni Novanta ho insegnato all’Università Nazionale di Singapore, il cui direttore di dipartimento era un membro della formazione di governo Partito d’Azione popolare. Ben presto costui fu sostituito da un altro direttore, che chiese di esaminare le mie letture consigliate e mi comunicò che avrei dovuto insegnare più comunitarismo (argomento della mia tesi di dottorato) e meno John Stuart Mill. Il che, naturalmente, mi spinse a fare il contrario. Nella mia classe allora cominciarono a presentarsi strani individui, quando trattavo temi “politicamente sensibili” come il pensiero di Karl Marx, e gli studenti ammutolivano se utilizzavo esempi tratti dalla politica locale per illustrare le mie argomentazioni. Cosicché il mancato rinnovo del contratto non fu per me una sorpresa. In confronto, la Cina è il paradiso della libertà accademica. Tra colleghi tutto è concesso, laddove la maggior parte dei colleghi di Singapore era piuttosto diffidente nei confronti degli stranieri. Le pubblicazioni accademiche sono straordinariamente libere: certo, non vi sono attacchi personali a leader politici né appelli espliciti a un sistema di governo multipartitico, tuttavia alcune politiche, come il sistema di registrazione familiare che limita la mobilità interna, sono oggetto di dure critiche. Nel 2004 la televisione di Stato ha trasmesso, per la prima volta nella storia, la diretta delle elezioni presidenziali statunitensi, senza dare un’evidente impronta politica (sospetto che la gazzarra che ha accompagnato le elezioni presidenziali del 2000 e l’invasione dell’Iraq a guida Usa abbiano screditato agli occhi di molti cinesi il modello di democrazia americano, quindi il governo ha meno da temere da quel modello). Quello che mi ha sorpreso di più, forse, è stato non ricevere alcuna direttiva esplicita (o implicita, per quanto ne sappia) su cosa potevo insegnare alla Tsinghua: il mio programma didattico è stato approvato così come l’ho proposto. Forme di censura La primavera scorsa ho tenuto un corso post lauream dal titolo “Topoi della filosofia politica contemporanea”. Si trattava di un seminario ristretto, in cui gli studenti preparavano case studies “sensibili” a scelta, ad esempio il Tibet, per illustrare le teorie sull’autodeterminazione e il multiculturalismo. Le limitazioni politiche le ho sperimentate fuori dell’aula. In un caso si è trattato di autocensura. Uno studente mi aveva chiesto di partecipare a un «salotto» alla Tsinghua sul tema della democrazia. Così ho interpellato alcuni amici fidati, che però mi hanno consigliato di starne alla larga. Ho scoperto in seguito che il “salotto” era semplicemente un gruppo di discussione tra studenti laureati in filosofia, non una trappola, e che con ogni probabilità i miei timori erano infondati. Ho vissuto un’unica esperienza di censura imposta dall’esterno. Avevo rilasciato un’intervista a un quotidiano cinese molto diffuso nei circoli intellettuali. L’intervista verteva sul ruolo della Cina negli affari internazionali, e io avevo formulato alcune critiche sull’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Quei commenti furono pubblicati. In quell’occasione però avevo anche fatto alcune riflessioni sull’antico filosofo Mencio, sostenendo che egli giustificava le “spedizioni punitive”, le quali avevano una funzione analoga agli attuali interventi umanitari. Ebbene, quei rilievi non sono stati pubblicati. Il governo cinese non tollera alcuna violazione della sovranità dello Stato e probabilmente il giornale temeva che i lettori ne avrebbero tratto spunti per i dibattiti in corso. Con mia grande sorpresa, il direttore del quotidiano mi ha telefonato per scusarsi, spiegando che l’articolo era stato “rivisto” da un dirigente del partito e che egli non aveva nulla a che fare nella faccenda. Inoltre, si è offerto di pubblicare l’intervista in versione integrale in una pubblicazione accademica esente da vincoli di quel tipo. Di contro, è poco probabile che il direttore del quotidiano filogovernativo “Straits Times” di Singapore si sarebbe scusato con un collaboratore perché le sue opinioni erano state censurate: l’umiliazione pubblica è una tattica ben più diffusa per trattare con coloro che non si attengono alla linea del partito. Lo scorso autunno ho tenuto due corsi. Sono stato invitato ad affiancare un altro docente in un corso sulla filosofia politica occidentale contemporanea all’Università di Pechino, la seconda maggiore università cinese, situata nei pressi della Tsinghua. Avendo l’Università di Pechino un passato di sommosse politiche, mi aspettavo che le limitazioni fossero più stringenti: infatti, dopo la rivolta studentesca della primavera del 1989, il governo ha imposto agli studenti dell’Università un anno di addestramento militare. Eppure, ancora una volta, ho potuto insegnare quel che volevo, con un’unica eccezione: il pensiero marxista. Mi hanno detto, infatti, che questa materia è ancora troppo delicata, e il governo non vede di buon grado gli stranieri che propongono interpretazioni alternative del marxismo. Mi è stato detto altresì che gli studenti non gradiscono l’insegnamento marxista in alcuna veste: ne hanno avuto abbastanza, e ora vogliono imparare altro. La politica in aula Alla Tsinghua ho tenuto un seminario post lauream sulla “Guerra giusta e ingiusta”. A quanto pare in Cina predomina il “paradigma realista”, ossia l’idea secondo cui negli affari internazionali gli Stati sono mossi soltanto da interesse nazionale e la morale non è, e non dovrebbe essere, usata per giudicare il comportamento internazionale degli Stati. Ritengo che sia necessario esaminare le teorie che contemplano una valutazione morale della guerra, soprattutto ora che la Cina si sta affermando quale potenza dominante sulla scena internazionale. Dopo la prima lezione, uno studente della Scuola del Partito si è trattenuto per chiedermi se poteva frequentare anche quel corso. Ho accettato. La seconda lezione era incentrata sull’intervento umanitario. A molti cinesi riesce difficile credere che un qualsivoglia intervento possa essere giustificato su basi morali. Ho chiesto agli studenti come si sarebbero comportati se nella casa dei loro vicini si fosse verificato un massacro – per esempio, un padre che uccide un figlio – e loro avessero avuto la facoltà di fare qualcosa. In molti hanno risposto che sarebbero intervenuti. Allora ho paragonato quest’eventualità ai massacri in altri Stati, chiedendo se esiste una differenza morale nel caso di uno Stato vicino. La maggior parte di essi riteneva che ci sia una giustificazione morale per l’intervento, anche in uno Stato non vicino. Quindi ho esaminato il caso del genocidio in Ruanda, rilevando che Bill Clinton afferma che il suo più grande rimpianto è di non essere intervenuto per fermare il genocidio. Fin qui, nessun problema. Dopodiché la discussione si è spostata sul Kosovo. Nessuno tra gli studenti riteneva che l’intervento della Nato fosse giustificato: in fondo, prima dell’intervento erano morte “solo” poche migliaia di persone, niente in confronto al genocidio in Ruanda. Ho cercato di contestualizzare l’evento, spiegando che per anni gli europei erano rimasti alla finestra, mentre i Serbi mettevano in atto una pulizia etnica, e che in molti credevano che fossero pronti a rifarlo. Ma dubito di essere riuscito a convincerli. Lo studente della Scuola del Partito ha posto la questione della sovranità, rilevando che per i cinesi i diritti umani non dovrebbero avere la priorità sulla sovranità. Ho replicato che i diritti umani – o quantomeno l’equivalente funzionale dei diritti umani, o come li si voglia chiamare – sono il nocciolo della sovranità. La sovranità non ha che valore morale, dal momento che, di solito, serve a tutelare i diritti umani fondamentali dei popoli, e perde il suo valore allorché uno Stato violi quei diritti o non riesca a tutelarli. Ho chiesto a quello studente se, in quanto capo di uno Stato sovrano, potevo uccidere milioni di persone del mio popolo e se sarebbe stato lecito ammonire gli altri a non intervenire, perché altrimenti avrebbero calpestato la mia sovranità. Lo studente ha riconosciuto che non sarebbe stato lecito. Allora gli ho chiesto quale era il valore morale della sovranità se non contribuire a garantire i diritti fondamentali di un popolo in uno Stato. Lo studente mi è sembrato sinceramente perplesso e ha replicato ad alta voce, rivolto alla classe, “Mhm… quello che lei dice è molto diverso da ciò che abbiamo imparato”. Ha poi rilevato che la mia idea sull’intervento giustificato era stata abbracciata anche dai fautori dell’invasione irachena a guida Usa. Avevo parlato della teoria di Michael Walzer sulla guerra giusta, sottolineando che la sua tesi in quel caso non avrebbe giustificato l’intervento, perché un’alternativa alla guerra esisteva (gli ispettori Onu), e perché la guerra dovrebbe essere sferrata solo quando prima siano state perseguite seriamente altre alternative. Ho menzionato le altre condizioni per una guerra giusta, precisando che oggi in molti casi misure come le sanzioni economiche sarebbero più adeguate per far fronte alle ingiustizie in terra straniera. Quindi lo studente mi ha chiesto se pensavo che in Cina, dopo il 4 giugno 1989, si sarebbero dovute utilizzare sanzioni economiche. Sono rimasto interdetto: era la prima volta che uno studente pronunciava quella data fatidica in un’aula (ossia in un contesto diverso da una discussione privata). Non potevo eludere la domanda, d’altra parte non potevo neanche rispondere francamente. Ho farfugliato qualcosa, e alla fine mi è venuta in mente la risposta “giusta”: ho detto che il seminario verteva sull’uso della violenza moralmente giustificato, e che nessuno pensava che le potenze straniere sarebbero dovute intervenire militarmente dopo il 4 giugno, perché il prezzo di un intervento contro una potenza nucleare avrebbe superato di gran lunga i benefici. Per la stessa ragione, ho aggiunto, nessuno sano di mente reclama un intervento militare contro la Russia in difesa del popolo ceceno. Un altro studente è intervenuto sostenendo che il 4 giugno le persone non erano state uccise per motivi etnici o razziali, e che quindi il caso non era paragonabile ad altri esempi di intervento umanitario. Avrei voluto ribattere che la giustificazione morale per un intervento esterno scatta per il numero di persone uccise più che per i motivi per i quali vengono uccise, ma ho frenato la lingua. Alla fine della lezione ho ringraziato lo studente ospite per i suoi interventi che avevano reso la discussione più interessante. Ha risposto: “Siamo noi a dover ringraziare lei, speriamo che ci siano ulteriori discussioni e ci piacerebbe ascoltare ancora le sue idee”. Il giorno seguente, ho inviato a tutta la classe un’e-mail che conteneva questo passaggio: Lunedì prossimo continueremo la nostra discussione sulla teoria di Walzer circa le condizioni per una guerra giusta. Nell’ambito del dibattito esamineremo la seguente ipotesi: siete i consiglieri di un capo di Stato e in uno Stato vicino un milione di persone, appartenenti a una minoranza debole, corre il serio pericolo di essere massacrato. Il vostro paese potrebbe avere la facoltà di intervenire per proteggere la minoranza ed evitare il genocidio, ma l’Onu non appoggerebbe l’intervento. Che fate? Possiamo dividere la discussione in due parti, e ciascuno di voi a metà del dibattito difenderà la posizione opposta. In questo modo potrete esaminare entrambi gli aspetti della questione. Vi ricordo che si tratta di un seminario accademico, e lo scopo è imparare a valutare in modo critico gli argomenti, non difendere posizioni politiche particolari. Nel corso del dibattito, gli studenti hanno avanzato un interessante argomento non contemplato nel testo, ossia che molti soldati si arruolano per difendere gli interessi nazionali e sarebbe quindi difficile giustificare il fatto di mettere a repentaglio la loro vita se il paese non ne traesse un qualche vantaggio (in altri termini, la convergenza tra interesse nazionale e interesse umanitario rafforza, non indebolisce, la giustificazione morale per un intervento umanitario). Ero ovviamente curioso di assistere alla prova dello studente della Scuola del Partito. Devo dire che ha fatto un buon lavoro nell’esporre entrambi gli aspetti della discussione, anche la difesa dell’idea secondo cui gli abusi dei diritti umani possono giustificare la violazione della sovranità, e si è astenuto da commenti provocatori. Vorrei ora tirare le somme di queste riflessioni sulle limitazioni politiche. Le restrizioni alla scrittura sono più tollerabili quando la censura viene attuata in modo schietto ed è seguita da scuse, e se vi sono opportunità alternative per pubblicare nel proprio paese e all’estero. Le restrizioni all’insegnamento sono più tollerabili se si è fatta esperienza di vincoli più stringenti, tuttavia è difficile evitare che gli studenti intavolino discussioni proprio su temi delicati suscettibili di creare problemi. Le restrizioni alle conversazioni politiche possono altresì generare paranoie ingiustificate, soprattutto nei nuovi arrivati che ancora non conoscono bene i confini della correttezza politica. Forse dovrei essere più positivo. Lavorare in un contesto politico restrittivo comporta alcuni vantaggi psicologici: dal momento che le autorità politiche si interessano a ciò che faccio, non devo preoccuparmi dell’utilità pratica del mio lavoro. Si dice spesso che gli intellettuali russi si sentivano in un certo senso demoralizzati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, perché sembrava che il popolo avesse perso interesse verso il loro lavoro. Se i loro sogni si fossero realizzati non si sarebbero sentiti demoralizzati. Ma, di solito, c’è un abisso tra i propri ideali e la realtà, persino dopo una rivoluzione, e sarebbe preoccupante se la libertà politica equivalesse a un senso di inutilità da parte degli intellettuali. Lo status di docente Uno dei vantaggi di insegnare in Cina, e ancora più di insegnare in un’università prestigiosa, è lo status sociale relativamente elevato di cui si gode. L’avversione della Rivoluzione culturale nei confronti delle elite intellettuali sembra ormai acqua passata. All’Università di Tsinghua, un tempo baluardo dell’estrema sinistra, campeggia oggi una statua di Confucio. Lo Stato riconosce ufficialmente l’importanza sociale dei professori promuovendo iniziative come i viaggi a prezzi agevolati per i docenti. L’elevata considerazione sociale si traduce in una concezione della professione docente che ha messo in discussione il mio precedente metodo di insegnamento. In passato avevo cercato di evitare che le mie idee influenzassero l’esposizione degli argomenti (sebbene una certa impostazione traspaia sempre). Così presentavo le teorie dei vari pensatori sotto la migliore luce possibile, lasciando che fossero gli studenti a discutere e a formarsi una loro opinione. Tuttavia, in Cina, un tale approccio delude immancabilmente. Mi è stato detto e ripetuto di esprimere le mie opinioni: gli studenti vogliono che i professori espongano e difendano i loro punti di vista, forse perché, in linea con la tradizione confuciana, ritengono che essi possano fungere da esempi da seguire (o rigettare). Durante il corso sull’utilitarismo di Mill, ad esempio, uno studente mi ha chiesto se il governo dovrebbe promuovere i piaceri superiori o quelli inferiori, o entrambi. Di norma, avrei chiesto allo studente quale era la sua idea, ma sapevo che così lo avrei scontentato. Ho risposto quindi che qualsiasi governo rispettabile dovrebbe cercare di promuovere sia misure che garantiscano i mezzi di sussistenza per i poveri sia politiche mirate a favorire la vita intellettuale. Non sono entrato nel dettaglio e ho schivato le questioni spinose, come la scarsezza delle risorse e i compromessi tra i valori. L’elevato status sociale dei docenti si traduce altresì in un modo peculiare di relazionarsi agli studenti al di fuori della classe. In primo luogo, il professore è considerato al contempo un’autorità intellettuale e una figura etica, che ha a cuore lo sviluppo emotivo dello studente. Così, quando ricevo gli studenti, all’inizio dell’incontro di solito mi informo su come stanno e come va la loro famiglia. Alla fine del semestre invito a casa gli studenti, che tartassano di domande la mia famiglia. Da par loro, gli studenti a volte, dopo le vacanze, mi portano dei regali. Rifiutare quei doni sarebbe il colmo della scortesia. All’inizio di settembre in tutto il paese si celebra la “Giornata del professore”, e gli studenti spesso regalano fiori ai loro insegnanti: in quell’occasione, venditori di fiori fiancheggiano i viali del campus dell’Università di Pechino. I confini tra pubblico e privato vengono messi alla prova anche in altri modi. L’apporto degli studenti laureati va ben oltre il contributo nella ricerca. Essi aiutano altresì in incombenze di tipo personale: nel mio caso, ad esempio, il dipartimento ha ingaggiato un laureato per aiutarmi con il visto e con le procedure di trasferimento. Di contro, vige un rigoroso rispetto del confine tra la sfera economica e quella accademica. Ho chiesto ad alcuni studenti di darmi una mano con il cinese classico, ed essi mi danno lezioni individuali durante le quali esaminiamo i testi classici in modo graduale e accurato. Per quanto ci provi, non c’è verso di pagarli. Così, ho dovuto barattare la loro prestazione con una mia prestazione, ad esempio li aiuto con lo studio dell’inglese. La verità è che raramente quello che faccio per loro ripaga ciò che loro fanno per me. Dicono che imparano anche quando mi danno lezione di cinese, ma probabilmente lo dicono solo per educazione. Preferirei una relazione di mercato equa per entrambi, ma forse l’idea che un docente paghi uno studente per insegnare all’insegnante è troppo lontana dalla concezione ordinaria della corretta divisione dei ruoli. Con ciò non voglio dire che gli studenti laureati non abbiano bisogno di denaro. L’università corrisponde loro uno stipendio di circa 50 dollari al mese: non sorprende, dunque, che non acquistino libri in inglese. All’inizio, ero sconcertato dall’ostinata noncuranza verso le leggi sul diritto d’autore: gli studenti vendono o distribuiscono alla luce del sole versioni fotocopiate di interi libri. Ma è poco realistico aspettarsi che comprino libri in inglese (i libri in cinese invece sono molto più economici, si aggirano di solito intorno ai 2-3 dollari). Per quel che vale, amici autori, io stesso ho prestato i miei libri agli studenti perché li fotocopiassero. In aula anche gli studenti sollevano questioni. Non sono sfaccendati, anche perché da un punto di vista statistico è molto più difficile essere ammessi alla Tsinghua o all’Università di Pechino che non in una prestigiosa università americana. I miei studenti diventeranno, con ogni probabilità, la futura classe dirigente: mi hanno detto che alla Tsinghua gli studenti membri del Partito comunista preparano il curriculum educativo per tutti i giovani comunisti cinesi. Sono sicuri di sé da un punto di vista intellettuale, e spesso molto preparati sulle tradizioni filosofiche cinese e anglo-americana (non di rado anche su quelle francese e tedesca). Spesso, tuttavia, esprimono le loro critiche per e-mail, non in classe. Naturalmente, le loro e-mail sono sempre cordiali, ma nella sostanza contengono dure critiche su ciò che ho detto in aula. Vi sono altre occasioni per dibattiti al di fuori della classe. Il dipartimento di Tsinghua organizza escursioni nel fine settimana per promuovere legami meno formali tra studenti e docenti. In questo semestre, 35 studenti laureati e 4 “giovani” professori (sotto la cinquantina) hanno fatto un viaggio di tre ore in pullman fino ai piedi della Grande Muraglia. Siamo risaliti lungo la parte “selvaggia” della Muraglia, fermandoci poi a consumare un’eccellente cena a base di prodotti locali. La cena comprendeva anche molto alcol, e i professori giravano tra i tavoli brindando con gli studenti. Con mia somma sorpresa, il gruppo si è addentrato in una discussione sul valore della critica di Alasdair MacIntyre alla modernità liberale. Due studenti avevano preparato delle relazioni che hanno letto prima del dibattito. Proprio fuori la nostra sala da pranzo/seminario, un gruppo di turisti stava facendo baldoria e alcuni studenti non hanno potuto evitare di andare a dare un’occhiata. Ma per il resto il dibattito si è svolto in modo ordinato. Mi hanno tartassato di domande sul comunitarismo, sebbene anch’io avessi consumato la mia buona dose di alcol. Il mattino seguente ho confessato al responsabile del gruppo la mia sorpresa per quel dibattito così serio avvenuto dopo tanto alcol. Mi ha risposto: “È proprio grazie all’alcol che quel tipo di discussione è stata possibile”. Vorrei tirare le somme di queste riflessioni sulle differenze culturali. Forse insegnare nel contesto di una lingua straniera è in assoluto la sfida maggiore. L’ideale per un docente straniero sarebbe conversare nella lingua locale, che meglio si presta agli scambi critici, ma ciò richiederebbe anni di full immersion. Nel breve-medio periodo, esistono compromessi meno ideali, come il “bilinguismo passivo” (ciascuno parla nella lingua che preferisce), che caratterizza anche alcuni incontri della Comunità europea. In Cina esiste una lunga tradizione di stima per l’insegnamento, il che è ovviamente una manna per i docenti, sebbene per i docenti (e per gli studenti) ciò si traduca in obblighi non accademici che travalicano la concezione occidentale di rapporto insegnante-studente. Tali obblighi possono tuttavia essere fonte di gratificazione emotiva. L’attività intellettuale non si esaurisce nell’aula: alimentato da una giusta dose di rituali, il dibattito critico con studenti e docenti può aver luogo in contesti differenti, senza che nessuno ci perda la faccia. Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista americana Dissent, nel numero della primavera del 2006.http://www.resetdoc.org/IT/Bell-Pechino.php

Di chi è il petrolio? Ci sono voluti alcune centinaia di morti perché i "grandi" giornali italiani, e i telegiornali, facessero entrare la Nigeria nel racconto del sequestro dei quattro tecnici dell'Agip rapiti lo scorso 7 dicembre. L'esplosione dell'oleodotto alla periferia di Lagos, con le immagini di corpi carbonizzati, ha superato la reticenza dei mezzi di comunicazione che, salvo poche eccezioni [il manifesto, soprattutto] hanno continuato a parlare del sequestro compiuto dai guerriglieri del Movimento di emancipazione del Delta del Niger senza dare le minime coordinate, geografiche e politiche, per interpretare i fatti. Anche così, tuttavia, anche dopo i 270 [forse fino a 500, secondo alcune fonti] morti di Lagos, rimane una certa pelosa reticenza a unire i puntini. Nessuno quindi si azzarda a fare il nome dell'Eni in connessione con l'esplosione di Lagos. La ragione ovvia è che l'oleodotto "bucato" non è della multinazionale italiana. Quella meno ovvia è che, in effetti, le scene di disperazione e povertà che accompagnano la voce dei cronisti, per esempio, del Tg1 mal si accordano con l'immagine della compagnia petrolifera italiana, con l'Eni's way che ogni anno fa guadagnare milioni di euro di pubblicità ai principali mezzi di comunicazione italiani. Passa così la linea del governo nigeriano e delle compagnie petrolifere: 270 [o forse 500] persone sono morte mentre tentavano di "rubare" il petrolio. Rubare vuol dire appropriarsi di qualcosa altrui. Il petrolio, quindi, non è dei nigeriani. Di chi è, allora? Del governo nigeriano, forse, delle compagnie petrolifere, di certo. Quasi il 90 per cento dei due milioni e passa di barili che ogni giorno vengono estratti in Nigeria finisce all'estero. I nigeriani importano la benzina e la pagano quasi come gli italiani. Anzi, in proporzione molto di più, visto che il reddito medio non è nemmeno lontanamente comparabile. Alla domanda "di chi è il petrolio?" i ribelli del Mend danno una risposta molto diversa. Il petrolio, dicono, è innanzi tutto di chi vive nelle regioni dove sono concentrati i giacimenti. Sono quelle comunità, quei popoli, ogoni, ijaw, igbo che dal 1956, anno della scoperta del greggio in Nigeria, pagano un conto salatissimo all'industria petrolifera. Le giunte militari che hanno governato la Nigeria per gran parte della sua vita come stato indipendente, hanno via via sottratto il controllo dei pozzi ai cittadini delle regioni del Delta del Niger, con la complicità attiva delle compagnie petrolifere, ben liete di poter avere concessioni con licenza d'inquinare impunemente. I proventi dell'export petrolifero sono serviti ad alimentare corruzione, spese militari e a mantenere fedele allo stato federale un'elite politica quasi tutta estranea alla regione del Delta. La gestione rapace delle risorse petrolifere è uno dei motivi per cui l'80 per cento dei circa centoventi milioni di nigeriani vive sotto la soglia di povertà. Il Mend, come altri movimenti sociali, armati e non, nei decenni passati, ha scelto le armi per riconquistare il controllo dei pozzi di petrolio e della dignità. Non è detto che sia una scelta lungimirante o efficace o giusta. Ma sembra, a chi l'ha compiuta, una scelta migliore dell'elemosina di qualche litro di petrolio da un oleodotto bucato. di Enzo Mangini da www.carta.org

Emergenza rifugiati eritrei in Libia riceviamo e pubblichiamo Signore e Signori, Ci e giunta la notizia dai profughi eritrei che si trovano in Libia, nella carcere libico di CUFRA, circa 400 eritrei uomini e donne con bambini, rischiano di essere espulsi, rimandati in eritrea, con il rischio, al loro rientro vengano incarcerati, mandati ai lavori forzati. Tra questi 400 ci sono alcuni uomini e donne che il dittatore eritreo ha interesse a riaverli per il ruolo politico che ha avevano, queste persone rischiano la pena di morte, senza passare per nessun tribunale, chiediamo a tutti di fare pressione presso l'ambasciata libica a Roma, a finché venga fermata la procedura di espulsione nei confronti di cittadini eritrei rifugiatisi in Libia. Già nel 2003 il governo libico ha rimandato in eritrea 181 persone, su richiesta del dittatore eritreo Iseya Afewerki, fino ora di queste persone non si ha notizia, sono stati trattati da traditori alloro rientro. Per evitare tutto ciò, la comunità di rifugiati eritrei in Italia chiede appoggio di tutti, a breve ci sarà una manifestazione davanti all'ambasciata libica in Italia, per chiedere di fermare, questo atto grave che mette in pericolo tante vite umane. Un cordiale saluto A nome dell'A.H.C.S Il Presidente Mussie Zerai www.osservatoriosullalegalita.org


dicembre 28 2006

Via Craxi di Marco Travaglio Che il regime tunisino di Ben Alì, noto campione di democrazia, abbia deciso di dedicare una strada di Hammamet a Bettino Craxi, non è una notizia: è una scelta coerente con quella di dare ospitalità a un ex premier straniero condannato per corruzione e fuggito dal suo paese per sottrarsi alla giustizia. La notizia è la batracomiomachia che la cosa ha subito scatenato nella classe politica italiana, specializzata nell’occuparsi di falsi problemi per non risolvere quelli veri. Anche alcuni esponenti della sinistra, come l’acuto Caldarola, hanno subito invitato le autorità italiane a ispirarsi al luminoso modello tunisino, nell’ambito di “una revisione politica collettiva” che incastoni Bettino ”fra i padri della sinistra riformista”. Molti, giustamente, rammentano che Craxi non fu solo un tangentaro con 50 miliardi di lire su due conti personali in Svizzera e chiedono di rircordarlo anche come politico. Ma siamo sicuri che, anche dimenticando per un attimo le mazzette e concentrandosi sull’attività politica, ne esca un Craxi migliore e degno di riabilitazione? Durante i 4 anni del suo governo (1983-’87) il debito pubblico passò da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire, di pari passo con l’impazzimento della spesa pubblica, dell’inflazione a due cifre e dell’abusivismo selvaggio (grazie al condono edilizio). Per il resto, il preteso “riformismo” craxiano è una lunga galleria di errori e di orrori. In politica interna: la trattativa con le Br per liberare Moro contro la fermezza del fronte Dc-Pci-Pri; l’opposizione a ogni risanamento del carrozzone delle Partecipazioni statali, gestite dai boiardi craxiani (Di Donna, Bitetto, Cagliari, Necci...) come una vacca da mungere; la feroce lottizzazione della Rai e, con la presidenza Manca, la “pax televisiva” con la Fininvest; i due decreti ad personam del 1985 per neutralizzare le ordinanze dei pretori che pretendevano di far rispettare la legge all’amico Silvio, e nel ’90 la legge Mammì, monumento al monopolio della tv privata; l’ostilità a tutte le privatizzazioni (a cominciare da quella della Sme tentata da Prodi nel 1985); l’assalto craxian-berlusconiano alla Mondadori, con gravi sospetti di corruzione giudiziaria; l’ingaggio come consulente giuridico del giudice Squillante; il proibizionismo sul consumo delle droghe leggere, che portò alla legge Vassalli-Jervolino; l’avversione a qualunque seria riforma istituzionale (vedi l’”andate al mare” contro il referendum elettorale del ‘91) e le prime picconate alla Costituzione in nome di una “Grande Riforma” di stampo cesarista, ripresa dieci anni dopo dal degno erede Berlusconi. E ancora: la gestione satrapica del partito, con congressi plebiscitari e antidemocratici (quando Bobbio, nell’84, denunciò la “democrazia dell’applauso” dopo la rielezione per acclamazione al congresso di Verona, Craxi lo zittì: “quel filosofo ha perso il senno”); il nepotismo sfrenato, che lo portò a piazzare il giovane Bobo al vertice del Psi milanese e il cognato Paolo Pillitteri a Palazzo Marino; la dura repressione di ogni dissenso interno, culminata nella cacciata di Codignola, Bassanini, Enriques Agnoletti, Leon, Veltri e altri, bollati nell’81 come “piccoli trafficanti della politica” e accusati di intelligenza col nemico per aver osato sollevare la questione morale sull’Ambrosiano. In compenso, porte aperte ai “nani e ballerine” dell’Assemblea Socialista e a vari faccendieri da museo Lombroso, senza dimenticare i rapporti con Gelli e Calvi. Tutti personaggi piuttosto lontani dalla tradizione riformista. Quanto alla politica estera, si ricorda sempre Sigonella, dove nel 1985 Craxi disse no alla tracotanza di Reagan: ma si dimentica che il leader socialista sottrasse il terrorista Abu Abbas, mandante del sequestro dell’Achille Lauro e dall’assassinio di un ebreo paralitico americano, alla giustizia italiana per farne dono a Saddam Hussein. Fu l’acme di una politica filoaraba e levantina che portò all’appoggio acritico all’Olp di Arafat (ben prima della svolta moderata), paragonato addirittura a Mazzini in pieno Parlamento. E che “riformismo” fu l’appoggio dato a regimi sanguinari come quelli del somalo Siad Barre e dei generali argentini contro la Gran Bretagna nella guerra delle Falkland? Tutte ottime ragioni per spiegare la popolarità di cui gode Craxi in Tunisia. Un po’ meno in Italia. www.unita.it

La parola ai giovani Tito Boeri La Stampa Ieri il governo ha abrogato con decreto una norma votata dal Parlamento meno di una settimana fa e non ancora entrata in vigore. Al di là del contenuto censurabile del comma 1343 sulla sanatoria degli illeciti contabili, non è certo un bel precedente. Nei prossimi mesi l’esecutivo dovrà cimentarsi in una correzione in corso d’opera ancora più impegnativa: modificare una legge che è già in vigore, ma che avrà effetto solo fra 12 mesi perché graziosamente tramandata ai posteri dal governo Berlusconi. Si tratta del cosiddetto scalone introdotto dalla riforma Maroni-Tremonti, quello che porterebbe in una sola notte, quella del Capodanno 2008, ad alzare di ben 3 anni i requisiti contributivi necessari per accedere alle pensioni di anzianità per tre generazioni di lavoratori. Il governo in carica si è impegnato con gli elettori ad abolire lo scalone, ma, al tempo stesso, non può permettersi di cancellare i risparmi di spesa che proprio lo scalone consente. Sarebbe come buttare via l’unico vero risultato portato a casa con la Finanziaria appena varata, il ritorno a un deficit strutturale al di sotto del 3 per cento del Pil. Per abolire lo scalone senza rinunciare ai suoi effetti sul bilancio 2008 occorreva anticipare gli interventi sulle pensioni al Capodanno 2007. Ora che si è all’ombra dello scalone, è quasi impossibile ottenere gli stessi risparmi con interventi più graduali, più efficaci e meno iniqui. C’è un solo modo con cui il governo può superare questa difficile prova. Deve riuscire a varare la riforma definitiva, l’ultima riforma delle pensioni, quella che completerà la lunga stagione delle riforme previdenziali iniziata 15 anni fa. Se riuscirà in questo compito il governo sgombrerà le menti di molti dal tormentone che da tempo fa loro passare notti insonni. E oltre alla riconoscenza degli italiani, potrà trarne benefici nell’arco della legislatura in termini di maggiore crescita, quella derivante dall’allungamento della vita lavorativa di chi è maggiormente produttivo. È possibile con una riforma definitiva ottenere, in valore atteso, risparmi ben più consistenti di quelli dello scalone Maroni-Tremonti, senza violare il patto intergenerazionale su cui si regge il sistema previdenziale pubblico, anzi rendendolo più sostenibile. Bisogna però saper guardare in là, anticipando l’entrata in vigore delle regole di calcolo della pensione che varranno per chi ha iniziato a lavorare negli ultimi 10 anni e introducendo automatismi, regole contingenti, che rendano inutili nuovi interventi d’imperio dell’autorità pubblica, per compensare gli effetti di andamenti demografici ed economici imprevisti. Tre interventi, in particolare, sono indispensabili per raggiungere questo risultato. La prima misura è l’aggiornamento e la revisione automatica dei cosiddetti coefficienti di trasformazione. Quando si va in pensione, questi coefficienti convertono il montante di contributi accumulati durante la vita lavorativa in prestazioni annuali. Il coefficiente tiene conto (è decrescente) della speranza di vita perché una vita attesa più lunga implica che le prestazioni devono essere versate per più tempo. Si tratta ora non solo di aggiornare i coefficienti in linea con le raccomandazioni del nucleo di valutazione della spesa previdenziale, ma anche di rendere le revisioni automatiche in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità compilate dall’Istat. Questo eviterebbe di intervenire sempre in ritardo (e a danno dei lavoratori più giovani) nell’adeguare il sistema previdenziale alla dinamica demografica. La seconda misura è l’introduzione di riduzioni attuariali (i cosiddetti disincentivi) per chi va in pensione prima del raggiungimento di una soglia di età che dovrà avvicinarsi rapidamente ai 65 anni. Si tratta, in altre parole, di permettere all’Inps di liquidare, in valore attuale, lo stesso importo a chi va in pensione prima e a chi va in pensione a 65 anni, impedendo che chi lavora più a lungo sia, come oggi, penalizzato. Anche in questo caso si tratta di una riforma che porta ad armonizzare i trattamenti fra generazioni successive di pensionandi, evitando le attuali odiose disparità di trattamento a svantaggio dei lavoratori più giovani. Applicata alla sola parte retributiva delle pensioni, questa misura porterebbe a risparmi dell’ordine di un quarto di punto di Pil ogni anno, con un risparmio cumulato che supererebbe quello previsto dalla riforma Tremonti-Maroni. La terza misura è l’introduzione di un sistema di rendicontazione dei diritti previdenziali acquisiti uguale a quello introdotto dalle cosiddette «buste arancione» in Svezia, per cui ogni contribuente è informato ogni anno, in maniera chiara e tempestiva, sulla propria situazione previdenziale in termini di versamenti effettuati e di probabile pensione futura. Questo sistema sarà utilissimo anche nel promuovere il decollo della previdenza integrativa nell’operazione di smobilizzo del Tfr perché permetterà ai lavoratori di meglio valutare di quanto debbano cercare di integrare gli accantonanti all’Inps per assicurarsi un adeguato tenore di vita quando andranno in pensione. Non è certo difficile mostrarsi più lungimiranti del governo della passata legislatura. Ma anche questo esecutivo deve fare i conti con una classe politica e con rappresentanze sociali che hanno orizzonti cortissimi. Lo stesso scalone, accettato quasi senza colpo ferire due anni fa e ora al centro delle rivendicazioni del sindacato, è la controprova di questa acuta miopia. Se il governo vuole davvero allungare gli orizzonti delle sue decisioni su temi che riguarderanno le generazioni future dovrebbe cominciare dall’invitare al tavolo del confronto chi potrà maggiormente beneficiare dalle riforme, a partire dalle rappresentanze degli studenti universitari (ad esempio il Cnsu) e di quelli delle scuole secondarie. Saranno loro i futuri lavoratori, quelli che pagheranno le nostre pensioni. Non possono non avere voce in capitolo.

Dieci domande sull'anno che verrà


Da alcune settimane ho un po' di files temporanei nel cervello. Ho bisogno di scaricare la mia cartella temp, troppo piena, e liberare spazio.

Trasformando, come posso, questa pletora di concetti in un qualcosa che almeno abbia, in lontananza, un capo e una coda. Un sorta di file di guida, una mia faq personale da connettere a queste proposte. Stringate e Operative.

Mi ci provo qui, approfittando di un momento di pausa. Perchè ho qualcosa da vendervi, ovviamente a gratis.

Un paio di occhiali, i miei.

E parto dall'ultimo post, per risalire indietro nella cartella dei files temporanei.

Da Scilla e Cariddi. Ovvero dalla navigazione pericolosa di Ulisse.

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L'Italia deve affrontare un po' di scelte, come tutti. Partiamo dall'energia, seguiamo la rotta dei fatti, fino all'approdo della felicità sostenibile.

Prima Domanda: e se dietro le opzioni energetiche non vi fosse qualcosa di più profondo?

Il carbone è abbondante, in pratica è l'unica fonte fossile sicura. Ci consente il quieto vivere, il tran tran di ogni giorno. Metti la spina e via.

Però ha un problema: ci manderà arrosto. Emette Co2 in quantità enormi, il doppio del gas.

Gli elettrici hanno fatto sforzi notevoli per abbattere gli altri inquinanti emessi dalle centrali a carbone. Ok. Ma la Co2 è ancora un problema insolubile. L'unica è cacciarla nelle viscere del pianeta, sigillarla a chilometri di profondità in falde geologiche appropriate o in caverne sotterranee (come quelle delle miniere o dei giacimenti petroliferi o di gas sfruttati) e aspettare che si cristallizzi con la roccia, fino a divenire carbonato inerte.

Una tecnologia, diciamolo francamente, un po' brutale. Utile per sopravvivere in presenza di rinnovabili ben più costose (ci dicevano, ma ora anche i loro costi scendono...) e per assicurare centrali elettriche di grandi dimensioni a funzionamento continuo e sicuro. In attesa di reti elettriche intelligenti in grado di funzionare stabilmente anche con fonti distribuite in parte intermittenti, come è l'eolico e il solare fotovoltaico (non più l'Archimede termodinamico, che scalda a 500 gradi e quindi può operare per diversi giorni e notti di mancanza di irraggiamento solare).

Il problema della centrale a carbone con sequestro della Co2 sta però nei costi. Il gasdotto per il trasporto della Co2 a bocca di pozzo, il profondo pozzo stesso, il sistema di controllo costano. Energia, danaro, investimenti. Cinque anni fa questi aggravi di investimento venivano stimati in 50 dollari per tonnellata di Co2 sequestrata. Oggi pare si sia scesi a 25 dollari, grazie alle sperimentazioni, all'apprendimento e agli investimenti. Però il problema resta. L'International Energy Agency avverte. C'è un paradosso economico dentro il carbone, anche pulito. Ancora per i prossimi 5 anni l'elettricità da carbone pulito sarà più costosa di quella prodotta con le fonti tradizionali. L'unica è sussidiarla, o con contributi pubblici o semplicemente con tariffe elettriche più alte.

In pratica è lo stesso problema delle rinnovabili. Costano (per adesso) di più, per chilowattora, del gas e del petrolio, e quindi vanno sostenute con i sussidi. E allora tanto vale scegliere le rinnovabili....

Seconda domanda: Perchè c'è questo paradosso economico? Qual è la vera origine della crisi ambientale planetaria? Dove hanno sbagliato la politica, l'economia e la cultura?

Il prezzo del gas, del petrolio e del carbone sono puri prezzi economici. Non incorporano il costo della nostra sopravvivenza.

L'ambiente, per il mercato liberista, non è una risorsa scarsa, il prezzo della distruzione del clima è ancora zero. Quindi petrolio e gas, fonti di Co2, costano poco, troppo poco. Non esiste una carbon tax in grado di riequilibrare, ai suoi veri costi sociali, il sistema delle fonti energetiche.

I sussidi pubblici sia alle rinnovabili che al carbone (realmente) pulito sono quindi solo dei palliativi, delle pezze malmesse sul fondoschiena di un mercato mondiale incontrollato, umanamente suicida.

In economia infatti esistono tre grandi risorse: lavoro, capitale, natura. E la terza non ha ancora voce di costo, in questo capitalismo squilibrato e autodistruttivo. E ne vediamo i risultati.

Includere la natura nel sistema dei prezzi relativi del mercato capitalistico è oggi la grande sfida politica, culturale, umana. La vera soluzione alla lotta per sopravvivere, oggi, come genere umano.

Questa è la sostanza, autentica e profonda, del rapporto Stern , con le sue agghiaccianti previsioni. E questo è il fondamento di decenni di studi e economia politica urbana e ambientale non accecata dal culto del feticcio Baal-mercato.

Con il fragile e zoppicante sistema degli incentivi e dei sussidi caso per caso non arriveremo mai, infatti, a una transizione generalizzata, rapida e efficace verso un sistema più civile di trasporti, energia, consumi. Aspettare il 2012 di Kyoto, già lento e limitato, è pura follia.

Dobbiamo inizializzare subito una società sostenibile.

Terza domanda: come correggere l'errore?

Basti questa considerazione. Supponiamo di assegnare un prezzo chiaro e preciso alla Co2. Per ogni tonnellata emessa nell'atmosfera. Da qualsiasi macchina o dispositivo o soggetto. Avremmo immediatamente un effetto disincentivante preciso, anche per il cittadino più disinformato, all'acquisto o al mantenimento di un'automobile inefficiente, di un elettrodomestico inutile o esagerato, persino di una lampadina vecchia. Avremo un sistema di interessi, di scelte, e di responsabilità.

Al contempo avremmo un automatico incentivo ad acquistare impianti e energie pulite e rinnovabili. Compreso il carbone a sequestro di Co2. Senza bisogno di leggi complicate sul conto energia, sugli standard tecnici dei motori e degli elettrodomestici. Di rottamazioni e di burocrazie pubbliche e intermediari vari per erogare contributi, buoni, incentivi sempre agli stessi. Semplicemente, per una questione di convenienza, l'inclusione generale dell'ambiente nel nostro sistema fiscale porterebbe a scelte diverse, più sane, più facilmente modulabili con un minore numero di regolamenti, norme, procedure burocratiche. Basterebbero normalissime esenzioni, a fronte di giustificativi di acquisti o di investimenti.

Avremmo un minore costo della crisi ambientale sulla finanza pubblica. Meno spazio per intermediazioni spurie, per il moloch burocratico, sempre in auto-replicazione. Meno rifugi per altre elusioni fiscali, bagarinaggi sul conto energia (già avvenuti), uso anomalo delle rottamazioni. Ogni tonnellata di Co2 emessa costa tot. Chi non la emette non la paga. Punto.

Si ristruttura la fiscalità. Si usa la direttiva Europea sul contenuto dei prodotti per misurare quanta Co2 emessa, implicita e esplicita, essi contengono. Si toglie parte dell'Ici e di altre tasse e accise e si misurano in media emissioni delle centrali energetiche, dei modelli auto, delle caldaie di condominio, dei generatori, dei trasporti urbani, degli allevamenti, dell'agricoltura.... Si mettono detrazioni per chi toglie Co2 dai propri impianti,dalla propria vita, dal proprio lavoro e dai propri beni. Il conto energia diventa un pezzo incentivato della carbon tax dentro la fiscalità elettrica autoprodotta. Piano piano il sistema fiscale, tutto quanto, premia la sostenibilità e fa pagare alla fonte chi distrugge natura.

A mano a mano che arrivano sul mercato soluzioni innovative, di ogni tipo, a minori emissioni queste vengono immediatamente premiate dal mercato. Perchè costano meno e fanno risparmiare. Il ciclo innovativo accelera, l'Italia si sveglia anche sul piano della ricerca , sviluppo, nuove idee, progetti, finanza industriale (venture capital), nuove imprese. E non solo per il mercato interno. L'Italia guadagna posizioni competitive. La fiscalità sostenibile genera anche un business model meno instabile, ristretto e precario. In un capitalismo riequilibrato al vero corsto del lavoro, capitale e natura.

Genera imprese in espansione, di qualità alta. Quindi lavoro creativo e meno precario. Quindi profitti puliti, sostenibili. Industriali e pure finanziari.

Un fisco più comprensibile. Una politica industriale diffusa e innovativa. Una crisi affrontata senza inutile burocrazia aggiuntiva o emergenze fiscali. E scelte di cittadinanza individualmente più informate, coscienti e attive. Solo in apparenza impopolari.

Ci guadagneremmo tutti, credo.

Quarta domanda: come avvicinarci e lasciare lo stesso ai nostri figli un mondo meno infelice?

Tanto, in ogni caso, in quella direzione bisognerà andare. E dopo la carbon tax generale verrà la sua graduale trasformazione in sistema diffuso di certificati verdi. Ciascuno di noi avrà un tetto di emissioni, oltre pagherà comprando certificati con una carta bancomat verde. Ma se il suo tetto fotovoltaico o la sua domotica connessa ne produce in eccesso potrà anche ricaricarla e comprarsi le sue esotiche vacanze low-cost. E persino i benefit salariali, in futuro, prevederanno certificati verdi.

In un mondo meno precario, meno prono a sacrificare i figli al feticcio-mercato.

In un lontano futuro il certificato verde diverrà, ci scommetto, la prima vera e autentica moneta omogenea su base mondiale. E sarà una moneta forte, se vorremo sopravvivere. Sarà il suggello della nuova economia politica, non più a due (lavoro e capitale) ma a tre (lavoro, capitale e natura).

Quando cominceremo a vincere questa sfida (davvero epocale), solo allora comincerà ad aprirsi l'orizzonte dell'economia della felicità. Ma non prima, credo.

Vivere inerti sotto la minaccia dell'apocalisse credo non lo consenta, a qualsiasi persona di buon senso.

E altrettanto vale per tutto quel contesto, un po' festaiolo, intorno alle magnifiche sorti di Internet. Ne ero parte, ci credo e ne sono ancora parte attiva, ma non riesco più francamente ad eccitarmi troppo, per quanti sforzi faccia, per un nuovo aggeggio elettronico telefonico o musicale, o nemmeno per un blog (mio compreso).

Quinta domanda. A che serve questo blog che scrivo ogni giorno, e questo web 2.0?

So che è parte della soluzione, ma oggi vedo la rete in un modo diverso da soli sei mesi fa. Vedo la rete non come un fine, ma come uno strumento per affrontare un lavoro più ampio, più decisivo.

Oggi vedo la rete, forse, come un programmatore vede la sua applicazione.

La fase per me è cambiata, in modo piuttosto drastico. L'udite udite sulla novità tecnica del giorno dopo (il comunicato stampa o il passaparola semi-aziendale) passa in secondo piano. In primo è il servire. Servire a qualcosa.

C'è sempre una buona ragione per i politici per rinviare o eludere le scelte. Romano Prodi, il Governo e la maggioranza attuale in questi giorni stanno riflettendo sulla fase due. Fiorello mi ha chiesto un promemoria (pubblicato subito su questo blog) che arriverà, forse, da quelle parti. Almeno spero, e spero non solo come provocazione.

Da parte di uno che ha percorso in questi mesi una rotta diversa dalla loro, ma non credo così tanto solitaria.

L'Italia, proprio in questi giorni, è sul crinale delle scelte per i prossimi cinque anni di legislatura. La Finanziaria pesante ha rimesso in gioco un po' di risorse fiscali, l'industria è ripartita da sè, il sistema pubblico e amministrativo è stato in qualche modo rassicurato. E anche lui si aspetta un ridisegno in qualche modo all'altezza dei tempi. Spero non troppo in qualche modo.

Purtroppo la stampa e l'informazione mediatica italiana, sempre più debole (stretta tra motori di ricerca Ad Sense, free-press, ridicole enciclopedie a getto continuo e conseguente crisi pubblicitaria) hanno informato malissimo sul dibattito mondiale, scientifico e politico, e sui termini della grande crisi.

Credo per paura di spaventare, e di immettere angoscia in lettori (percepiti come lattanti) . Ma così facendo ha fatto perdere a sè e agli italiani uno dei dibattiti politici più straordinari degli ultimi decenni.

L'opinione pubblica italiana, se non in sparuta elite, crede ancora di vivere nel pianeta dei primi anni 90. Siamo invece alla fioritura degli alberi a dicembre, delle margherite primaverili e delle rose a Roma. E, qui a Cogne, fuori dalla mia finestra ora, i cannoni sparano neve artificiale, da tubature d'acqua connesse al torrente e uso di energia elettrica prodotta da petrolio, gas e carbone. Ogni sciata, qui, costa un altro pezzettino di strada verso il suicidio.

Tempo fa la piaga delle cavallette, del fiume rosso di sangue e della natura impazzita precedette la fine del faraone duro d'orecchi. E auto-accecato. Quanti Ramses I abbiamo attorno?

Questo blog è e vuol essere brutale, ma sincero. Se qualcosa andrà meglio lo dirà. Ma ora non trovo che notizie e fatti negativi. Ma anche tante idee, tante risposte e speranze. E le mostro tutte, con la massima serenità possibile. E' il mio mestiere. Anche oltre il giornale per cui lavoro.

Non dico soprattutto oltre perchè non voglio essere ipocrita.

Non credo però nè alla retorica del giornalismo ufficiale nè a quella dei blog. Ambedue sono solo strumenti.

Sesta domanda: possiamo fare qualcosa di importante nel 2007?

Prodi, ci scommetto, non deciderà per il coraggio a lungo termine di una carbon tax. Nemmeno a costo fiscale zero, magari come calibrata sostituzione dell'Ici. Non ne ha la forza, non è abbastanza un leader. Non c'è una coalizione sufficientemente coesa. Spero di sbagliarmi.

Perchè? Beh, semplice: perchè negli scorsi mesi il governo è stato fin troppo aggredito, e facilmente, come governo delle tasse. A torto o a ragione, non discuto troppo. Ma con i chiari di luna all'orizzonte credo che il raddrizzamento della malandata barca a chiunque, in coscienza, sia parso inevitabile, dopo cinque anni di fallita festa berlusconiana. Allegra nelle promesse, triste nei fatti. Cinque anni persi.

Resta da vedere se il raddrizzamento è per il verso giusto o sbagliato.

Ma ora ve lo vedete Prodi, o Fassino, discutere di un'altra rivoluzione fiscale? E pure a livello comunale? Ancora tasse...i sindaci in rivolta, i Formigoni in piazza, Calderoli.....la commedia nazionale riprende. Però è così, questa è la politica, oggi. Di Carbon Tax stanno discutendo in Usa (e ben oltre l'Onu), Cina, Londra, Australia, Berna, Parigi....e scusate la mia inattualità. Non ci posso far nulla, caro Visco, se un bel pezzo della manovra fiscale è incompleta (non nella quantità e nella lotta all'evasione, ma nell'evoluzione e mira dei tributi...).

Non parliamo nemmeno di Berlusconi o di Casini. Loro nemmeno sanno di che stiamo parlando. Loro fanno marketing.

C'è quindi un solo soggetto vero che può imporre la svolta necessaria. Noi. E sarebbe la prima volta nella storia d'Italia di una rivoluzione civica dal basso per chiedere e ottenere un tassa. Forse la fine della maledizione dei sudditi italiani. La nuova età adulta.

L'Italia politica resterà invece fanalino di coda, come è da decenni. Si aspetteranno interminabili trattative internazionali, ripetuti vertici europei, si perderà altro tempo, pur con la padania camera a gas di rilievo mondiale e satellitare. Si farà ancora per il 2007 e oltre la politica degli struzzi. Della fiscalità spremodoveposso, dei contentini agli inutili Formigoni, alle lobbies, alle cordate, a quelli che passano sottobanco gli emendamenti per l'impunità contabile e l'indulto. Poi ridicolmente ritirati.

In attesa di un partito decente, che le cose le decida prima, e non dopo. Aspettando Godot.

Settima domanda: possiamo fare qualcosa di virale per fermare l'odio e la guerra?

Sono pessimista e spero vivamente di sbagliarmi. Ma di questi tempi i poteri non danno troppe sorprese positive. Abbiamo un'enorme crisi di leadership in tutto il mondo. Tutti impauriti, chiusi nella loro ortodossia, nel controllo dei loro appartenenti, nei contentini verbali e nelle scelte sostanziali opposte. E' il mondo dei Bush, degli apprendisti stregoni falliti che ormai sono vittime dei demoni da loro evocati. E che fanno del male anche a noi europei.

Dei vigliacchi che sanno magari sparare, mandare altri al macello, invocare divinità terribili e glorie inesistenti. Ma mai fare scelte serie anche contro le loro minoranze appartenenti.

Bush sapeva tutto ben prima del 2000. Si è fatto eleggere come sappiamo, ha fatto il piano ernegetico che ben sappiamo, in particolare nella sua appendice militare...e ora sta facendo pagare agli usa il vicolo cieco. Come Reagan aveva un dogma vigliacco: non toccare lo stile di vita americano. Roosewelt lo fece, e con lui il secolo americano.

Vedremo, probabilmente, la guerra e la grande rivolta in Afghanistan nel 2007. Avremo anche noi dei seri problemi militari. Vedremo l'Irak immerso ancora nel suo infinito bagno di sangue. Nessuno più parla dell'Onu. Forse avremo qualche altra crisi eruttiva. Nessuno sa il destino della Palestina, del Libano, dell'Iran. Il medioriente continua e continuerà a bruciare. Politicamente oggi, climaticamente domani. Ne provo tristezza, dolore. E non ne parlo più su questo blog. Non serve.

La risposta più facile? Odiarci, e odiarli. In realtà l'odio andrebbe indirizzato al peccato. Di un capitalismo squilibrato, ignorante e infelice.

Non mi sento però impotente, come cittadino europeo, italiano e padano, giornalista e blogger, di fronte a questo continuo spettacolo di follia e di morte. L'unica mia arma, ovviamente, sono i fatti (profondi) e il buon senso da condimento.

E ambedue mi dicono una cosa semplicissima, elementare. Il rischio di distruzione del pianeta riguarda tutti, prima o poi dovrà arrivare la stagione del risveglio, prima arriva e meglio è. Atrimenti è l'autodistruzione per guerra, e poi per clima. O viceversa.

Già oggi le elites anglosassoni e europee, ma anche ebraiche, asiatiche e persino cinesi, cominciano a mutare punto di vista (e qui ne riporto solo una infinitesima parte).

Domani anche il mondo arabo. E già coloro che stanno studiando un progetto di nuova energia nel Mediterraneo e nel Golfo Persico sono su questa lunghezza d'onda. Dio li benedica.

Quello di tutti.

Pane e sale, questa è la politica, diceva Gandhi. Guardare al concreto, ma con lo spirito alto. E fece l'indipendenza meno sanguinosa di tutti i tempi.

Mi attengo, per quanto posso, a quello spirito. La grande crisi, l'ira di Dio, ha in sè un incredibile, enorme, epocale potenziale di cooperazione, di partecipazione attiva. La paura può e deve sfociare in autocorrezione. In una riforma di questo capitalismo infelice e squilibrato, per parte nostra. Per parte loro in un superamento del feudalesimo, per un ritorno alla terra, all'acqua, all'aria, alla solidarietà tra umani. E non all'illusione della guerra santa, o della catarsi suicida.

Del petrolio (rimasto) faremo plastica o fertilizzanti, tra qualche decennio. I deserti diverranno il motore solare del pianeta, interconnesso da una sola rete energetica autoriequilibrante e cooperativa a guadagno condiviso. Sarà questa la nuova Mecca, o la nuova Gerusalemme?

E' l'antica (ma ancora utile) utopia della città di Dio, che Tommaso Campanella diceva esservi innanzitutto nei nostri cuori. Anche se (e forse anche perchè) pieni di paura.

Ottava domanda: quanta paura dobbiamo avere?

In giusta dose, la paura. Sufficiente a farci alzare il sedere per dire basta, come cittadini padani qui e ora, alla camera a gas. E al contempo, dato che questa è storicamente (fino a prova contraria) una delle macroregioni guida d'Europa (per diversi secoli fiorente avanguardia nell'industria, nell'arte, nella cultura, persino in un bel cristianesimo pulito...) provarci a fare un passo avanti vero, di responsabilità seria e, spero, virale.

La riforma del capitalismo può partire dai comuni padani, e lo dico sul serio. Può partire dai nostri piedi, compresi questi qui.

La riforma del feudalesimo opprimente e corrotto partì nel Mille dai Patarini di Milano. E uno di loro fu anche Papa....e poi quell'essere cristiano si sparse in Europa

Voi credete che un padre o una madre di famiglia marocchina, rumena, albanese, senegalese che vive e lavora a Milano o a Bologna non capirebbe la carbon tax? Secondo me, pensando ai polmoni dei figli, lo capiscono molto meglio di un istupidito da Retequattro. E c'è anche la possibilità che vadano dai loro parenti in patria a raccontare cosa abbiamo fatto e spiegarlo. Come li abbiamo sorpresi.

Ma no. Noi non siamo un popolo serio. Noi non abbiamo più identità. Rubataci dalla Rai e successori. E prima dai Gattopardi.

Bisognerà aspettare la prossima catastrofe perchè l'isterico mondo mediatico italiano, e la sua connessa piccola classe politica, si accorgano della realtà, proclamando l'ennesima emergenza, e l'ennesima strangata. Intanto viva il quieto vivere, per quanto paludoso e infelice esso sia, viva la piccola ingiustizia quotidiana, la cordata deglii ipocriti ciellini o diesse (alleati nelle cooperative del finegiustificaimezzi ), la carriera non per competenza ma per appartenenza e sottomissione, le parole-parole-parole dei verdi e dei neo-comunisti, il mugugno eterno del passante, l'inerzia dei sudditi e l'immobilismo da privilegi acquisiti e da rendite di posizione.

E la foglia di fico Report, e Beppe Grillo, la grande paura agitata dai gattopardi sempre al potere, da Craxi in poi.

Viviamo, e ci tengono, nell'illusione della pancia piena, magari di alcool, di pillole o di tivvù. Questo il grande compromesso storico italiano, quello vero. E mai scritto.

Una pancia che protesta i suoi rutti alimetari, ma che resta ammalata.

Niente cittadinanza, per carità. Niente informazione. Niente occhi, manco sulle piante dell'aiuola stradale. Dritti al prossimo ristorante.

Ma la prossima catastrofe locale, quando avverrà (e c'è da scommetterci, anche se non si lavora nelle assicurazioni) sarà solo un altro passo verso un cammino strutturale verso il suicidio. Nessuno sa quanti secoli di riequilibrio stiamo accumulando, o secoli di squilibrio.

Mi spiace che il Papa perda tempo in compromessi con una gerarchia cattolica minoritaria e conservatrice. E un supposto popolo cattolico idem.

Mi spiace trascuri il Cristianesimo.

Mi spiace che sia ossessionato dal demone del relativismo dottrinario. Mi spiace che non concepisca il vero, autentico non relativo che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: il cannone che spara neve finta, l'albero anormalmente fiorito, la pianta impazzita, i milioni di profughi da deserto, i contadini australiani suicidi....Mi spiace che non pensi con la sua testa, e non quella di un libro medioevale.

Non è il caso di una lettera all'Assemblea. Detta enciclica?

Dio è Amore, diceva nella prima. Ma vale anche per i Welby e per i contadini australiani? Mi sa che qualcuno a Roma sta perdendo del tempo prezioso....e me ne dispiace.

Nona domanda: il capitalismo è da buttare o da riequilibrare?

Ho un rapporto strano con la più avanzata comunità industriale del pianeta: quella della Silicon Valley. E' un mondo cosmopolita, autoselezionato, sempre in movimento. Il tempio del capitalismo imprenditoriale, che si gioca sempre la partita, al suo meglio (anche spietato). E che però sa essere anche società e cittadinanza. Oggi sta lavorando sulla sfida, sulla vera next big thing. E riprogetta anche il suo sistema di infrastrutture, anche il suo disegno sociale. E' una lezione seria, su cui riflettere e su cui informarsi con attenzione.

Loro non aspettano la politica, il governo, nemmeno Arnold. Fanno e cercano pure di guadagnarci. Poi spendono in carbon neutral. Andate e fate, uomini attivi di Pace.

Il capitalismo migliore sta nel combinare senso della realtà con nuove conoscenze e immaginazione pratica. A Reggio Emilia, a Bergamo, a Torino, A Genova, Vicenza, Verona, Bologna, Prato...si fà lo stesso.

Ma non a Napoli, città senza classe dirigente all'altezza della città in crisi. Città senza comunità civica (più volte massacrata e costretta a emigrare), senza forza, senza idea di sè, di progetto. Città di sudditi alla Camorra. L'unico antistato efficiente, feudale e popolare. Morti o emigrati i vecchi, sempre perdenti comunisti napoletani.

Infatti dietro la cortina della disinformazione ufficiale, per i drogati di tivvù e di pubblicità, sta anche l'Italia che si muove, senza rumore. Sta il silenzioso fenomeno di un 30% di potenza elettrica aggiuntiva, nel 2006, spuntata nei sistemi distribuiti. Il conto energia in Italia è stato preso d'assalto, ma da chi? Dai piccoli e medi impreditori, quelli che sul serio devono informarsi sulle cose in atto, quelli che spendono per un tetto fotovoltaico sulla fabbrica, o per un co-generatore, pur di mandare avanti comunque l'azienda.

Anche se Putin ci chiude il rubinetto, se va in crash un elettrodotto, se si blocca la centrale. Cuore di paura, interessi, ma anche responsabilità e occhio al futuro. A quello che serve e che durerà. Hanno usato l'evasione berlusconiana per mettere da parte, per reggere l'impatto con la Cina.

Ma ora anche i furbi hanno paura. Quella stagione è finita. E lo dicono con i fatti. Le loro microbaracche producono di nuovo, vanno messe in sicurezza. Rinnovabile, a conto energia.

Decima domanda (e undicesima ora): quale possibile felicità italiana?

L'elite italiana. La residua identità, nel bene e nel male. Ci si domanda come mai l'industria stia viaggiando oggi al 16%. Certo, c'è il nuovo ceto medio asiatico con i suoi consumi (e le sue splendide centrali a carbone, aperte ogni due settimane).

Ma c'è anche, a mio avviso, un nuovo ciclo economico e industriale in corso. Che ci coinvolge tutti, europei, americani e asiatici. E che può essere consolidato non solo da sgravi fiscali alle imprese ma anche (e soprattutto) da misure solo in apparenza impopolari, come il ripensamento della realtà e dello stile di vita implicito in una carbon tax e poi in un sistema di moneta verde personale.

Questo mutamento nello stile di vita, imposto dalle cose, sarà importante. Forse decisivo per l'Italia. Non ne conosco, nè ne riesco a prevedere ancora natura e confini. Ma ho la sensazione che l'effetto combinato degli strumenti cognitivi potenti sviluppati qui sulla rete con la pratica e la cultura di vivere nei limiti della sostenibilità sarà molto, molto utile a una svolta profonda nell'essere italiani.

Stare dentro la sostenibilità. Se ci pensate è un'antica identità italiana. Stile di vita millenario, contadino. Usare al meglio la terra, nei suoi limiti, conservare, aggiustare, risparmiare, spendere con giudizio. Il giudizio necessario a sopravvivere. E quindi ascoltare gli anziani, i nonni e persino i patriarchi. Apprendere da loro il Giudizio antico. Dalle storie, dalle leggende, dalle canzoni, dalle danze, dalle vicende, dalle epiche, dalle favole. Con i bambini a cerchio a occhi sgranati, e non solo da uno schermo, da un videogioco o anche da un solitario libro.

Tutto serve, tutti servono.

Sostenibilità. giudizio, conversazione tra generazioni. Identità attiva. Ciascuno di noi conta con le sue scelte sulla natura, anche artificiale che ci circonda. Ciascuno di noi conta. Non c'è più l'eterno lamento contro il Governo separato e salvifico, siamo noi parte del Governo. Sta a noi decidere la nostra sostenibilità. Come fossimo ancora quei contadini che fummo, a discutere nel piazzale della carestia, dei maiali da scannare o no, della guerra che arriva, della semina e delle medicine, per noi e i campi, da comprare.

Con i pochi soldi che quel cammorrista dei mercati generali ci passa. e con quelli che ci restano dopo le decime per il convento, e la mezzadria al Gattopardo.

Una rivoluzione culturale, forse, starà nell'associare antico e moderno. E nel ridarci felicità nel combattere, insieme, la grande sfida.

Andiamo a colpo sicuro. siamo pessimisti. Figuriamoci se la Nomenklatura ci regalerà un atto di coraggio politico, anche necessario. Un atto di interesse generale.

Vogliamo guarirci pancia e polmoni? Vogliamo ridarci un po' di futuro e di rispetto per noi stessi in faccia ai figli? Bene, una piccola rivoluzione politica, a suon di referendum comunali, dal basso, di strada. Non ci vuole tanto. Solo un po' di tempo e parole semplici. E qualche fotografia.

Fino a ritrovare chi siamo, gnoze eautòn, conosci te stesso.

Perdonate la mia confusione mentale, e i tanti errori e approssimazioni contenute qui. Ma l'aria di Cogne aiuta, e di più mi parla quel cannone che spara acqua gelata e farina di finta neve.

Buona pausa di Capodanno, mia gente gentile. www.caravita.biz

Come Bush può rimediare ai suoi fallimenti politici Gli Usa in Iraq si trovano di fronte a quella che potrebbe essere la più consequenziale disfatta politica della loro storia. L'unico altro caso che potrebbe contendere questo primato è la guerra in Vietnam. Ma Vietnam era uno stato unitario artificialmente – e dunque temporaneamente – diviso, mentre l'Iraq è uno stato artificialmente unificato, che forse ora è stato diviso in modo permanente. Inoltre l'Iraq, a differenza del Vietnam, è circondato da pezzi del domino. Le origini della catastrofe che si sta addensando sull'Iraq e attorno ad esso risalgono agli inizi della presidenza di George W. Bush. Nei suoi primi nove mesi in carica, l'amministrazione praticamente ha sospeso ogni attività diplomatica verso il Medio Oriente, e ha indebolito o vanificato una serie di accordi multilaterali. Ne è seguito un risentimento montante in tutto il modo verso il disprezzo degli Stati Uniti per il diritto, le istituzioni, i trattati e le alleanze internazionali. Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, l'amministrazione ha dilapidato l'immediata spontanea manifestazione di benevolenza internazionale. Ha respinto una offerta senza precedenti della Nato di dispiegare truppe insieme alle forze Usa in Afghanistan, e utilizzato gli attentati dell'11 settembre come pretesto per attaccare l'Iraq, in parte “collegando i puntini” fra il terrorismo con base afgana e il totalitarismo iracheno, anche se i due fenomeni erano distinti, e ostili l'uno all'altro. L'invasione dell'Iraq è stata il massimo livello raggiunto dall'unilateralismo di Bush, e quello più basso dell'immagine dell'America agli occhi del mondo. Nei mesi e anni che ci attendono, gli Usa avranno bisogno del massimo di partecipazione e fiducia da parte della comunità internazionale, specialmente per la “offensiva diplomatica” raccomandata dal gruppo di studio Baker-Hamilton sull'Iraq. Ciò richiederà non solo un nuovo approccio alla questione, ma anche una aggiornamento di tutta la politica estera Usa. Ma la riluttanza con cui Bush ha rinunciato al tentativo di mantenere John Bolton come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite fa pensare che, o non capisca quanto Bolton abbia impersonato il disprezzo dell'amministrazione per l'organismo mondiale: o peggio, che non ci badi. Qualunque sia il corso scelto dal presidente per l'Iraq, avrà bisogno dell'Onu. Deve nominare un nuovo ambasciatore che sia al tempo stesso favorevole, e delegato, a rafforzare una istituzione che gli Usa negli anni recenti hanno sistematicamente indebolito. In questa prospettiva, Bush dovrebbe incontrare presto, il prossimo anno, Ban Ki-moon, il segretario generale entrante, aiutandolo a instaurare, su mandato dell'organismo mondiale, i migliori rapporti possibili col Congresso. Altro passo auspicato sarebbe quello di interrompere il boicottaggio Usa al Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, che discende – in una forma evoluta – dall'antica Commissione per i Diritti Umani che contribuì a istituire Eleanor Roosevelt. L'amministrazione deve trovare altri modi per rendere chiaro che rispetta il diritto internazionale. Bush ha insultato molti amici nel mondo “sfirmando” il trattato istitutivo del Tribunale Penale Internazionale. Come minimo, l'amministrazione dovrebbe abbandonare i tentativi di aggirare la convenzione di Ginevra e quella sulla tortura, e di negare l' habeas corpus ai detenuti. Dopo aver usato le prigioni di Saddam Hussein per torturare prigionieri catturati dalla coalizione, e averne spediti altri verso paesi dove era probabile che venissero torturati, gli Usa devono chiudere la struttura detentiva di Guantánamo Bay, o adeguarla alle convenzioni di Ginevra. Insieme all'Onu e agli altri organismi internazionali, che gli Usa hanno contribuito con un ruolo chiave a istituire dopo la seconda guerra mondiale, è a rischio il controllo globale sulle armi e il regime di non proliferazione: e, di nuovo, in gran parte a causa delle politiche dell'amministrazione Bush. A partire dal 2001, gli Usa si sono ritirati dal Trattato sui Missili Antibalistici, hanno rallentato i processi di riduzione delle armi strategiche, consentito che languisse non ratificato il Trattato per la Proibizione dei Test Nucleari e danneggiato considerevolmente quello per la non proliferazione nucleare. Azioni di intervento positive in questo senso possono comprendere: ripresa dei negoziati con la Russia per livelli di armamenti nucleari significativamente inferiori; perseguimento attivo di una moratoria sulla produzione di materiali fissile; infine smettere di accarezzare l'idea di sviluppare nuove testate anti-bunker che richiedano sperimentazioni: e conseguenti violazioni del trattato contro i test. Il destino del Protocollo di Kyoto sul mutamento climatico – che Bush ha dichiarato “morto” nel 2001 – potrebbe sembrare estraneo a sfide come quella di misurarsi col terrorismo, l'Iraq e la liquefazione della politica Usa nell'area del Medio Oriente. In realtà, però, l'ostruzionismo dell'amministrazione sul riscaldamento globale ha, per oltre cinque anni, simboleggiato quanto il resto del mondo conti nella forma e sostanza della leadership Usa. Un vigoroso sostegno dell'amministrazione per approvare leggi nazionali a limitazione dei gas serra sarebbe un passo verso la negoziazione di un accordo internazionale. Anche i più determinati ottimisti (ed è piuttosto difficile trovarne a Washington di questi tempi) comprendono come la sfida dell'Iraq e della sua regione continueranno per noi – per tutti noi – molti anni. Qualunque azione Bush possa intraprendere per recuperare una forma di leadership americana che altri siano pronti a seguire, non sarà soltanto un favore a chi gli succederà, ma anche al popolo Americano e alla propria eredità. Di sicuro, se c'é qualcosa che Bush vuole di più che non continuare a confidare nelle armi, è di evitare che la sua presidenza si concluda con un fallimento senza precedenti. di Strobe Talbott dal Financial Times Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini Nota: l'Autore è presidente della Brookings Institution, è stato Vicesegretario di Stato nell'amministrazione Clinton; la versione originale del testo è disponibile anche sul sito della Brookings (f.b.)

Darfur : finalmente parte missione di pace internazionale di Carla Amato E' stato finalmente raggiunto un accordo con il governo sudanese nei colloqui con l'Unione Africana sulla presenza internazionale in Darfur. Lo ha fatto sapere ieri sera l'ONU, dicendo che questa prima missione apre la strada allo schieramento di migliaia di caschi blu in Darfur. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU aveva varato infatti alcuni mesi fa una risoluzione per l'invio in Darfur di una forza di peacekeepers, subordinata pero' all'accettazione da parte del governo di Khartoum, tuttavia il Sudan si opponeva ad un intervento internazionale, mentre aveva accettato in precedenza una missione armata dell'Unione Africana. L'ultimo incontro di ieri - il terzo del cosiddetto meccanismo tripartito, che coinvolge ONU, UA ed il governo del Sudan - tenutosi a Khartoum, ha permesso di fare un passo avanti grazie al quale il primo gruppo di osservatori militari e civili delle Nazioni Unite sara' schierato ai confini della regione travagliata dal conflitto nei prossimi giorni. Si tratta per ora di 24 osservatori e 43 militari. Si e' deciso che i militari e la polizia dell'ONU porteranno le loro uniformi nazionali con un berreto blu dell'ONU. Inoltre, porteranno un bracciale dell'Unione Africana. Il finanziamento iniziale della missione - che sara' gestito dall'UA - e' di 21 milioni di dollari. UNMIS - la missione ONU in Sudan - fornira' 105 consiglieri militari, 33 agenti di polizia e 48 elementi del personale civile. Ad oggi la missione dell'Unione Africana in Darfur - AMIS - consta di 7000 elementi, mentre si prevede che quella mista ONU-UA sia alla fine di 17.000 soldati e 3.000 agenti. Il conflitto del Darfur ha visto contrapporsi da un lato i gruppi ribelli, decisi ad ottenere maggiore autonomia per la regione, dall'altro le truppe regolari di Khartoum e successivamente le milizie arabe filogovenative Janjaweed, che avrebbero ucciso e violentato, secondo quanto denunciato da alcune ONG e Stati, grazie alla copertura dell'esercito. Negli ultimi anni si sono avute centinaia di migliaia di morti civili, violenze sessuali di massa, uno spostamento forzato massiccio ed altri abusi. Il Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite ha deciso di recente di inviare una missione ad alto livello di cinque membri in Darfur per valutare la situazione nella regione sudanese travagliata dal conflitto, mentre il procuratore capo della corte criminale internazionale ha informato il Consiglio di sicurezza ONU di essere quasi pronto a portare in tribunale i casi relativi ad alcuni fra i crimini di guerra piu' gravi commessi nella regione sudanese del Darfur durante gli ultimi tre anni. www.osservatoriosullalegalita.org

Perchè Baudo è Baudo Tre anni fa, Pippo Baudo mi invitò in un suo programma per parlare di censura tv. Ne approfittai per scatenarmi in un fuoco di fila di battute su politici e tematiche d'attualità, ma al montaggio Baudo tagliò quelle più feroci. Ai giornalisti venne detto che ero presente al montaggio. Era falso. I giornali titolarono: "Luttazzi si autocensura". La Repubblica fece addirittura una pagina intera sul ritorno blando di Luttazzi, a firma di Sebastiano Messina e Leandro Palestini. Spiegai com'erano andate le cose in realtà ( "Censurato in un programma sulla censura" ) e denunciai i tagli di Baudo. Baudo sparì. Qualche giorno fa, Pippo Baudo ha telefonato alla mia ex-manager per dirle:-Voglio fare Sanremo con Luttazzi.- La mia risposta è stata:-Di' pure a Baudo che non mi interessa.-http://www.danieleluttazzi.it/?q=node/278

La marchetta infinita Intervista di Pietro Ricca con Giuseppe Altamore vice caporedattore di "Famiglia Cristiana" e autore de "I padroni delle notizie" R : Siamo con Giuseppe Altamore che è autore di un recente volume sull'informazione "i padroni delle notizie". Intanto perché questo titolo e poi ti chiedo di parlarci del sistema dei media oggi. A: Mah, i padroni delle notizie perché non siamo più noi giornalisti i veri protagonisti dell'informazione, ma i veri protagonisti dell'informazione sono gli inserzionisti pubblicitari che attreverso gli editori, attraverso i direttori dei giornali, riescono a far passare molta informazione a carattere commerciale che finisce per veicolare veri e proprio "consigli per gli acquisti" camuffati negli articoli, ai danni del povero lettore che non sa nulla di tutto questo. Il sistema dei media in Italia è viziato da un problema di concentrazione della pubblicità in mano di pochi ed è una cosa che non ha altri esempi in altri Paesi occidentali. Praticamente quasi il 70% delle risorse pubblicitarie è in mano a un duopolio televisivo: Rai più Mediaset. Il 50% grosso modo finisce a Mediaset, il 20% alla Rai e il rimanente 30% suddiviso fra televisioni locali, giornali, radio e così via. Ai giornali, soprattutto ai periodici, rimangono le briciole, rimane poca roba e quindi diciamo che la pubblicità che si riversa sui quotidiani e sui periodici è una pubblicità che ha uno scarso peso. Gli inserzionisti preferiscono innanzitutto investire sulla televisione e poi investono anche sui giornali, se da parte dei giornali c'è diciamo così un'attenzione particolare; quella che Marcello Dell'Utri chiamava "attenzione al cliente". Nei primi anni '90, agli esordi della tv commerciale, si sono inventati questa bellisssima formula. L'inserzionista arriva, attirato non soltanto dagli sconti sugli spot che venivano proposti, ma anche una forma di "coccolamento" del cliente: la sbirciatina della telecamera alla marca, un servizio benevolo e così via. R : La pubblicità è in poche mani come risorsa, come soldi; la proprietà dei mezzi è anch'essa concentrata in poche mani. A : E' concentrata in poche mani e soprattutto la proprietà dei mezzi è nelle mani di editori non puri. Chi governa questo sistema è poi soprattutto la pubblicità, perché è attraverso la pubblicità che vengono tenuti in piedi i mezzi di comunicazione di massa. Il 50% dello stipendio di un giornalista, il 50% del bilancio di una qualsiasi casa editrice, è costituito dagli introiti pubblicitari e quindi questi ultimi sono preziosissimi tanto è vero che negli ultimi tempi sono usciti diversi giornali "free press" che vengono regalati. Per questi giornali dunque non conta più l'acquisto da parte del lettore, conta molto di più la pubblicità. E quindi senza pubblicità i giornali non possono vivere assolutamente. Ma un conto è la pubblicità palese, tabellare, ben riconoscibile, ben altra cosa è la pubblicità occulta e di questo io parlo nel mio libro. R :Ecco tu dici nel libro che il sistema dell'antica "marchetta" che è un pò vecchio come il giornalismo... A : magari spieghiamo cos'è la "marchetta"... R: Si, è diventato industriale; che cos'è la "marchetta" e qual è la sua evoluzione. A:La "marchetta" è un termine volgare, brutto, mutuato dalle case di tolleranza, che sta a significare che i giornalisti si vendono per qualcosa; questo significa in estrema sintesi. Si vendono per che cosa? Per un gadget, per un viaggio premio e qualche volta anche per qualcosa di più. E' sempre esistita la "marchetta" soltanto che negli ultimi anni questo sistema è diventato dilagante perché i giornali vengono pensati soprattutto per la pubblicità e le "marchette" vengono decise non più in un accordo fra il giornalista e l'inserzionista, l'azienda, l'impresa che vuole promuovere il prorio marchio o il proprio prodotto, ma è qualcosa che viene deciso a livello alto nei giornali, nelle famose riunioni in cui - come dico nel mio libro - il direttore, l'ufficio marketing e il concessionario della pubblicità stabiliscono più o meno come dev'essere fatto il giornale. Ed è lì che davvero nasce la vera "marchetta". La "marchetta" da piccolo mezzo per corrompere il giornalista è diventato un sistema dilagante. R: Un sistema accettato dai giornalisti e imposto dagli editori? A:Diciamo purtroppo di si. Nel mio libro faccio fare una brutta figura alla mia categoria, alla categoria a cui appartengo; certo, non posso generalizzare perché ci sono delle zone d'eccellenza, però negli ultimi anni effettivamente, la professione giornalistica è stata snaturata e si è snaturata anche da sola al punto da accettare qualsiasi cosa, pur di scrivere di questo o di quell'altro. Veramente siamo arrivati a livelli molto bassi. R: Quindi l'effetto della "marchetta" esponenziale è quello d'inquinare il rapporto di fiducia fra giornalista e testata da una parte e lettore dall'altra. Ci puoi fare qualche esempio di contenuti artefatti in funzione di un'operazione commerciale? A :Beh, posso fare l'esempio di u gruppo di giornalisti che qualche tempo fa è stato trasportato con un aereo speciale a Santo Domingo per presentare una pillola anticoncezionale. La piccola anticoncezionale "Jasmine" della Shering. La Shering ha ammesso, io gliel'ho chiesto, di aver pagato il viaggio, il soggiorno e tutto il resto a questi venticinque giornalisti che si sonon sollazzati per qualche giorno per una conferenza stampa a Santo Domingo. Al ritorno poi hanno scritto, eccome se hanno scritto della pillola anticoncezionale "Jasmine". "Jasmine, la pillola anticoncezionale che non fa ingrassare e rende la pelle liscia", questa era una delle espressioni utilizzate. Gli articoli io me lisono letti, ne riporto anche stralci nel mio libro, sono proprio articoli dal sapore pubblicitario, non c'è dubbio. E senza nessun pudore poi, sui loro giornali i loro articoli venivano presentati "dal nostro inviato a Santo Domingo". Insomma, siamo arrivati veramente a livelli assurdi. R: Ma in questi casi c'è pure la pagina pubblicitaria dell'azienda o è soltanto un redazionale? A: Può essere un articolo in cui il giornalista si è venduto per un piatto di minestra o per un viaggio a Santo Domingo, può essere invece che ci sia sotto un accordo tra l'inserzionista e l'editore, a fronte di X pagine di pubblicità tabellare. Poi l'inserzionista pretende, addirittura per contratto, un'intervista all'amministratore delegato oppure un reportage sull'azienda, per far apparire quest'azienda nel migliore dei modi. E' un sistema che tradisce la fiducia dei lettori perché il lettore non sa cosa c'è dietro. E quindi si beve ques'informazione come se fosse informazione pura, in realtà è informazione commerciale. R: quindi nella futuribile legge sul coflitto d'interessi, bisogna mettere anche questa incompatibilità fra operatori dell'informazione e gestori delle tavole rotonde... A: Mah, diciamo che la legge già esiste e non ci sarebbe bisogno d'inventarsi altro. La legge sull'ordine vieta questo genere di cose. Poi abbiamo il decreto legislativo n.74 del 1992 che recepisce una direttiva europea che si occupa di pubblicità occulta e ingannevole e quindi non dovrebbe esserci confusione fra informazione giornalistica e pubblicità. Però, chi applica queste leggi? Come avvengono i controlli? E qui si apre un altro scenario inquietante perché se ne dovrebbe occupare l'ordine dei giornalisti; però l'ordine dei giornalisti svolge una funzione di controllore e di controllato nello stesso tempo. Poi c'è l'autorità antitrust, ossia l'autorità garante della concorrenza del mercato, però si muove soltanto su segnalazione. Se non arriva una segnalazione non si muove. Ma quando la segnalazione arriva si muove eccome. E' successo qualche anno fa, caso clamoroso, storico, che hanno beccato con le mani nella marmellata "quattroruote" perché hanno scoperto che "quattroruote" si era fatto pagare per scrivere degli articoli sulla "Passat". Questo è un caso che io racconto nel mio libro ed è un caso che è stato affrontato dall'autorità antitrust. R: I "big spenders" della pubblicità cosa sono?, spieghiamo in modo chiaro chi sono questi investitori? I primi quali sono e se ci puoi raccontare qualche esempio su di loro... A:L'auto, il largo consumo in generale, le acque minerali, i farmaci... sono questi che condizionano pesantemente l'informazione; sono loro i veri padroni delle notizie. R: Che ordine di cifre spendono all'anno nel mercato dei media? A: Siamo allo 0,7 del Pil; 7,5 miliardi di euro spesi in pubblicità ogni anno in Italia. R: Per esempio l'automobile quanto investe? A: Parecchi milioni di euro.Posso ricordare il caso delle acque minerali e qui siamo a circa 300 milioni di euro, che già è una bella cifretta. Quello è un prodotto tipicamente pubblicitario, nel senso che senza la pubblicità l'acqua minerale non esisterebbe. R: I grossi strateghi del mondo pubblicitario, i gestori delle concessionarie, i proprietari dei media, addirittura teorizzano l'evoluzione dell'informazione nel senso di una promiscuità fra informazione e pubblicità. A: Assolutamente si. R: Ricordavamo prima il caso Giliberti; chi è Eduardo Giliberti? A: Io ho intervistato Eduardo Giliberti che attualmente è amministratore delegato di Mondadori pubblicità ed è un personaggio che ha viaggiato moltissimo in questo settore, sempre ai vertici. E' stato amministratore delegato della Sipra, la concessionaria della Rai, poi è passato alla concessionaria della Rizzoli e adesso è al vertice della Mondadori pubblicità. Io l'ho intervistato e lui teorizza la confusione fra giornalismo e pubblicità. Dice che giornalismo e pubblicità sono la stessa cosa. Dice anche che, quando serve, chiama i direttori per far scrivere un articolo compiacente nei confronti degli inserzionisti. R: E i direttori cosa fanno? A: Accettanto R: Quindi orami questa cosa è entrata nella cultura della comunicazione? A: Si. d'altra parte io sono in grado di esibire una ricerca riservata che mi è stata passata proprio in questi giorni da un'agenzia di pubbliche relazioni. Il titolare di quest'agenzia ha letto il mio libro e lo ha trovato coerente con la realtà. Quest'agenzia, per il suo settore "ricerche e sviluppo", fa una ricerca tutti gli anni. Cosa fanno.... cercano di monitorare la stampa per capire quanto volte sono stati citati i marchi dei loro clienti. Tra novembre e gennaio controllano attentamente le cosidette "vetrine di Natale" che sono quelle paginate di giornale dedicate a vari prodotti, vendute come informazione giornalistica e in realtà è pubblicità pura. Ma questo non è tanto scandaloso perché il lettore sa che quelli sono dei prodotti promozionati. Però è curioso osservare come questi numeri sono cresciuti nel corso degli anni. Intendo dire le citazioni in pagina di questi prodotti. Nel 2002 le citazioni dei prodotto sono state 1.700, nel 2003 4000, nel 2004 5.700, nel 2005 11.799. Insomma, gli inserzionisti dicono "va bene, noi vi diamo un pò di pubblicità per tirare avanti, però voi ci date un pò di vetrine, o anche d'informazione redazionale e quindi poco a poco stanno conquistando i giornali. R: la logica è quella che gli utenti dell'informazione, i cittadini, in realtà sono dei consumatori; è questa un pò la morale della favola. A: Esattamente. I giornali si fanno per convincere i lettori ad acquistare delle merci, tant'è vero che in Italia c'è un'industria fiorente che è quella delle pubbliche relazioni. Sono 60.000 gli addetti in questo settore, contro 15.500 giornalisti professionisti. Quindi ognuno di noi ha tre addetti alle pubbliche relazioni che fanno di tutto: preparano comunicati stampa, veri e propri servizi giornalistici corredati di fotografie e di video; la nuova frontiera è preparare una parte del giornale "fuori" con una serie numerosa di "consigli per gli acquisti" da piazzare belli e pronti sui giornali. Complice è la crisi economica e anche la pigrizia dei colleghi. R: E i cittadini cosa possono fare per resistere e per opporsi? A: Beh, intanto leggere il mio libro perché è stato pensato come un manuale di autodifesa. Dopo aver letto questo libro nessun articolo vi sembrerà più autentico, o pochi articoli vi sembreranno autentici. Tenderete a vedere le cosiddette "marchette" un pò dappertutto. Però non dobbiamo esagerare; ci sono dei criteri che io spiego per individuare le "marchette". Dopo che le avete individuate, per favore, scrivere all'autorità antitrust; l'indirizzo lo trovate nel libro, lo trovate su internet e informate l'ordine dei giornalisti. E' solo così che noi possimamo mettere in un angolo i giornali, scartando quelli che vendono soltanto imbrogli. R: Diccene uno di metodo per individuare una "marchetta". A: Se un giornale vanta le proprietà di un solo prodotto e parla di un solo prodotto o di una sola azienda con degli aggettivi molto ricercati e senza un accenno di critica, quello è il primo segnale di allarme. Quando notate che accanto alla pubblicità c'è poi un articolo su un argomento simile, vuol dire che quella parte lì è stata concordata con l'inserzionista. Comunque a poco a poco, con l'allenamento, si scoprirà che solo un 30% del giornale che voi acquistate, soprattutto dei periodici, è informazione pura, il resto è quasi tutta pubblicità occulta. R: Hai fiducia in una rinascita etica del giornalismo? A: Ma si, perché stiamo toccando ormai il fondo, soprattutto perché i conti economici delle imprese editoriali non vanno bene, ci sono molte aziende in crisi e il contratto dei giornalisti non si riesce a fare e addirittura non c'è ancora un tavolo aperto con gli editori. Il giornalista in realtà è in crisi come figura professionale e quidi da questa crisi bisogna uscire nel migliore dei modi, con una riflessione etica, perché senza l'etica non si va da nessuna parte. Le leggi già esistono, però ci vuole più moralità. trascritto da www.beppegrillo.it

Bene il decreto contro le prescrizioni ora passiamo al conflitto degli interessi FEDERICO ORLANDO RISPONDE Cara Europa, prima della notte di San Silvestro, il governo Prodi ci ha fatto il regalo di cancellare con un decreto la norma, inserita da qualcuno nella legge finanziaria, che riduce i tempi di prescrizione dei reati contro la pubblica amministrazione. Purtroppo, ci sono sempre parlamentari, d’ogni colore, disposti a favorire gli amici. Ora speriamo che il parlamento converta il decreto. Ma soprattutto speriamo che questo segni il risveglio della questione morale, sulla quale anche l’Ulivo e la sinistra sembrano voler dormire. Ma siamo proprio così deboli di fronte a illegalità e prepotenza? ELENA RAGUSANO, CATANIA Temo proprio di sì, cara signora. Un po’ impotenti, un po’ conniventi, un po’ cane non morde cane, come potei constatare quando, durante, la legislatura 1996-2001, ebbi l’onore di essere deputato dell’Ulivo e il disonore di dover votare norme e decisioni che mi sembravano più pretese da Previti che scritte nel programma dell’Ulivo. Tant’è che fra i trenta e più provvedimenti che preparammo in quella legislatura sui temi della pubblica moralità, uno solo venne in discussione, in cinque anni, e in un solo ramo del parlamento. Tutto il resto finì al macero. Per la Befana, esce dall’editore Longanesi un bel libro di Francesco Paola, presidente dell’Associazione di scienza politica Dsl (Democratici, Solidali, Liberali) e di Elio Veltri, mio collega alla Camera nella legislatura ricordata e autore della metà di quei trenta disegni di legge. Il libro s’intitola Il governo dei conflitti: uno studio dei conflitti: uno studio di 200 pagine per la soluzione dei conflitti d’interesse nelle istituzioni, nell’economia e nella società, reso attuale, anche dalle ultime glorie nazionali: farmaci e sanità, la prima repubblica del pallone, l’asimmetria informativa, la finanziaria e i partiti, la riforma della classe politica (ineleggibilità e incompatibilità). Basterà questa scheletrica enumerazione per dimostrare che i nostri autori Veltri e Paola vivono forse nel mondo dei sogni (i loro colleghi in parlamento infilano in Finanziaria le prescrizioni di cui s’è detto, altro che autoriforma). Ma Augusto Barbera, l’autorevole costituzionalista di Bologna, ci offre con la sua prefazione al libro un quadro critico del saggio, a partire dal suo merito che è quello di analizzare il conflitto d’interessi a prescindere da quello di Berlusconi, che pure ne è il monumento ingombrante. Tanto da aver oscurato il duopolio Mediaset-Rai, le reti collusive che strozzano l’economia, la competitività delle imprese, la non piena trasparenza dei bilanci, il peso dei corporate insiders, la non tutela dei consumatori, la perdita di ruolo del cittadino-sovrano. A riguardo, gli autori si limitano a ricordare quel candidato ulivista della scorsa legislatura che, riconosciuto dai tribunali come il più votato, non riuscì a entrare alla Camera perché il suo posto era stato provvisoriamente assegnato a un forzista: che la Camera, in flagrante conflitto d’interessi, lasciò per cinque anni nel posto illegalmente occupato. Problema che il parlamento italiano non sa risolvere dal 1861 (elezione di Mazzini) e che l’America ha risolto dal 1868. Perché poi meravigliarci se in Italia ci sono voluti anni per la legge (non rigorosa) a tutela del risparmio, mentre in Usa, dopo lo scandalo Enron, una normativa rigorosissima è stata varata in 2 settimane? Meditate, gente, meditate, sia a centrodestra che a centrosinistra. http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

CORTE DIRITI UMANI CONDANNA GOVERNO EX-PRESIDENTE FUJIMORI La Corte interamericana dei diritti umani (Cidh) ha giudicato il governo dell’ex-presidente Alberto Fujimori (1990-2000) colpevole della strage di 42 detenuti avvenuta tra il 6 e il 9 maggio 1992 nel carcere di Miguel Castro y Castro, a est di Lima. Con una sentenza adottata alla fine di novembre, ma resa pubblica solo ieri, la Cidh, tribunale dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), ha concluso che l’operazione di polizia ordinata da Fujimori nel penitenziario non aveva come obiettivo il trasferimento dei reclusi in un centro più sicuro, ma l’eliminazione fisica dei prigionieri, tutti accusati di terrorismo e vincoli con la guerriglia di ‘Sendero Luminoso’. Nel verdetto, si esorta lo Stato peruviano a indagare, identificare e sanzionare i colpevoli dell’eccidio e i mandanti. La Cidh ha riconosciuto la responsabilità del governo di Fujimori, espatriato in Giappone nel 2000 e detenuto in Cile dal 2005 in attesa di estradizione, nel massacro di nove studenti e un professore dell’università La Cantuta di Lima, avvenuto due mesi dopo l’operazione al carcere. La ‘Asociación pro derechos humanos’ (Aprodeh) ha auspicato che i due pronunciamenti contribuiscano ad accelerare il deferimento di Fujimori alla magistratura peruviana. http://www.misna.org/

Il pesticida della discordia Fra Ecuador e Colombia è guerra diplomatica Tensione fra Ecuador e Colombia. Il governo di Rafael Correa ha convocato il suo rappresentante a Bogotá, l’ambasciatore Alejandro Suarez, e ha annullato la sua visita nel paese confinate, per protestare contro la decisione colombiana di riprendere le fumigazioni aeree dei terreni di frontiera coltivati a coca, avvelenando, così, parte del territorio ecuadoriano con il glifosfato, pesticida potentissimo. I grandi fratelli. “Il dialogo con il presidente Alvaro Uribe per cercare una via d'uscita a questa crisi riprenderà non appena la Colombia sospenderà la fumigazioni", ha precisato il ministro degli Esteri Francisco Carrión, che ha anche informato della rottura diplomatica l'Organizzazione degli Stati Americani (Oea) e le Nazioni Unite, alle quali ha chiesto di intervenire. Secondo il ministro, il governo Uribe non ha rispettato l’accordo e questo “ha generato un sentimento anticolombiano e una reazione ostile dell’opinione pubblica” ecuadoriana. Di nuovo crisi. La questione è precipitata all'inizio di questa settimana, quando la Colombia ha annunciato che avrebbe ripreso a fumigare anche quella frangia a cavallo tra i due stati, profonda dieci chilometri e lunga ben 640, concordata con Quito un anno fa e finora rispettata come zona off limits. Una decisione che ha fatto andare su tutte le furie il governo ecuadoriano riproponendo la stessa crisi che già nel gennaio scorso aveva portato alla rottura diplomatica fra i due stati. Effetti collaterali. Il fatto è che Quito rimprovera al vicino Paese che il pesticida usato come soluzione contro la coltivazione illegale della coca, pianta dalle cui foglie si estrae la cocaina, ha in realtà effetti nocivi su tutto: piante, animali, persone. Il terreno diventa inutilizzabile, gli animali muoiono e la gente si ammala. Coltivazioni di riso, yucca, mais e platano, alimenti basilari per la sopravvivenza nelle aree rurali, vanno perdute per sempre e i fiumi, vitali per la sopravvivenza di migliaia di persone, vengono inquinati. Testimone oculare. Questa la testimonianza rilasciata a PeaceReporter da una donna colombiana che vive nel Sur de Bolivar e che è stata testimone di una fumigazione: “Quel veleno è micidiale – ha raccontato - Guardate, questi sono i pomodori che crescono intorno a casa mia. Pieni di macchie bianche. E’ un incubo. Dicono che l’obiettivo è debellare le piantagioni di coca, ma a farne le spese siamo noi povera gente. Sulla pelle ha la stessa consistenza dell’olio. Ma prude. Gli occhi bruciano, lacrimano. E’ insopportabile. E poi i mal di testa, il vomito, la diarrea, specialmente nei più piccoli. Per non parlare delle conseguenze a lungo raggio. Due donne hanno abortito pochi giorni dopo e in altri villaggi qua intorno qualcuna ha partorito bambini deformi. E un uomo è morto. Stava lavorando proprio i campi fumigati. Non ha avuto scampo”. Plan Colombia. Il ministro degli Esteri ecuadoriano dunque non ci sta ed ha anche aggiunto che non accetterà nessuna pressione da parte di Washington. Sono gli Stati Uniti, infatti, a finanziare questo tipo di lotta al narcotraffico, dotando la Colombia di tanti soldi (1,7 miliardi di dollari, che ne fanno il destinatario principale degli aiuti statunitensi, dopo Egitto e Israele) e di molti aerei capaci di spargere enormi quantità di disserbante. Un’operazione targata Plan Colombia e datata 2000. Da allora Uribe invia aerei a pieno carico su tutte le zone agricole colombiane, appellandosi a uno studio dell’Oea che dice che il glifosfato, nel modo usato per le fumigazioni, non è nocivo alla salute. Conclusioni messe in dubbio da molti esperti. Il dito nella piaga. E così, l’Ecuador considera questa decisione di Uribe un “atto di ostilità” contro un paese da sempre “estremamente solidale” con la Colombia, dalla quale riceve migliaia di sfollati ogni anno. “Ci sono più di mezzo milione di colombiani fuggiti nel nostro paese valicando quel confine e la maggioranza è senza documenti. Questa risposta è d’inimicizia e sta deteriorando le nostre relazioni”. Ed è mettendo il dito nella piaga che l’Ecuador ha deciso di reagire: sta infatti pensando di chiudere la frontiera ai desplazados e di rispedire in patria tutti i colombiani rifugiati e senza documenti. Stella Spinelli http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6970

Una falsa alternanza negli Stati Uniti Bush ha perso, ma non per questo abbiamo vinto Nel momento in cui una parte della stampa occidentale si rallegra della vittoria dei Democratici al Congresso statunitense, la sinistra statunitense non vede motivi di soddisfazione. Sam Smith ricorda che il partito Democratico, lungi dall’essere un partito di opposizione ai Repubblicani, condivide gran parte dei suoi punti di vista e dei suoi obiettivi. All’indomani dell’elezione, sono stato sorpreso nello svegliarmi di umore triste. Ci misi tempo per capire ciò che non andava. Non era certo perché Bush aveva perso. Questo era chiaro. Poi improvvisamente capii. Era perché non avevamo per questo vinto. Senza alcun dubbio la situazione è migliorata. Ma non c’è nulla per cui provare una vera gioia. E mi sono ricordato degli anni di Clinton, quando la capitale era diventata miope dalla boria e non contava più niente al di fuori delle preoccupazioni del momento. Se non seguivate il programma del giorno, ai loro occhi non valevate più di un Repubblicano. Nessuno voleva sentire le verità spiacevoli, tutto un insieme di problemi venivano ignorati, la socialdemocrazia che era stata costruita per il New Deal e le riforme sociali della Great Society (messe in opera dal Presidente Johnson nel 1964) erano poco a poco svuotate del loro senso, il Paese scivolava sempre di più verso la destra… di tutto ciò non si doveva parlare. Washington D.C. era diventata un immenso campo di calcio e noi dovevamo giocare sempre il ruolo di supporters. L’ho scritto lì nelle mie memorie.. e poi ho capito, anni più tardi, che mi ero imbattuto nei contorni di una nuova frattura nel paesaggio politico degli Stati Uniti. Questa era così nuova da non aver ancora un nome, gli esperti e i profeti non le avevano ancora affiancato uno stereotipo o un cliché. In qualche maniera questo nuovo gruppo sembrava più un campo di rifugiati che un’assemblea deliberata. Ma più la studiavo, più mi rendevo conto che la logica comune dietro l’apparizione di questa frattura era lì, anche se non era stato facile vederla. Da un lato c’erano i libertarians, i neri, i verdi, i populisti, i liberi pensatori, gli apatici alienati, i contadini abbandonati, i giovani apolitici e ben altri ancora, tutti convinti che il paese stesse perdendo la propria democrazia, la sovranità e il suo senso morale. Dall’altro lato della frattura si trovava un’élite tecnocratica, mediatica, legislativa, finanziaria e culturale, che dimorava essenzialmente a New York e Washington. In quel periodo si ebbe l’impressione che tutto il paese al di fuori di questi due centri di potere fosse diventato un gigantesco e caotico “Salone dei Rifiutati”. Un'altra cosa che mi colpì in quell’epoca fu che questa frattura oltrepassava ampiamente la sfera politica. Era in corso un colpo di stato culturale, gestito da una classe sociale ben determinata e nella quale l’amministrazione Clinton giocava un ruolo primario. Questa classe sociale stava costruendo un’economia divisa e il suo scopo era trasformare coloro che dovevano restare dall’altro lato della barriera in un gruppo di consumatori malleabili, omogenei e multinazionali. Per questi consumatori soprattutto le idee di libertà, di scelta e di democrazia dovevano essere condizionate, atrofizzate, fino a che non fossero stati altro che dei simboli virtuali, senza significato concreto. In questo “migliore dei mondi” persone come me erano dei traditori della causa. Le parole di incoraggiamento che ricevevo provenivano sempre più da posti diversi dalla mia città natale Washington, capitale federale di cui avevo con entusiasmo sfidato il conformismo per circa 30 anni. Negli anni 1960 e 1970 questo non mi poneva problemi: era pieno di gente con la quale ero d’accordo e Washington —così come Madison e Berkeley---ospitava una contro-cultura vigorosa, pronta a dividere, provocare e scioccare… e divertire mentre la si faceva. Quando arrivarono gli anni 1980, le voci di contestazione si erano sensibilmente affievolite anche se la dissidenza era ancora viva quando si trattava di bersagliare Reagan e Bush. Ma quando arrivarono gli anni 90, l’establishment di Washington chiuse i boccaporti e diventò sordo al ribollimento intellettuale. Questo abbandono non riguardava solo gli avvocati –lobbysti del partito Democratico che praticarono improvvisamente nel grande giorno tutte le manovre ciniche che avevano praticato in maniera discreta durante l’amministrazione repubblicana. Non concerneva solamente i giornalisti la cui inerzia e la sottomissione ai potenti si dispiegarono nel grande giorno. No, questa deriva toccò in maniera uguale l’establishment progressista di Washington —i leaders sindacali, femministi ed ecologisti. Essi erano talmente eccitati di avere improvvisamente accesso alle sontuose dimore che si erano dimenticati di vedere quanto le cause che difendevano in precedenza erano lontane da quelle che accettavano di sottoscrivere oggi al momento di un pranzo di affari —e spesso il semplice fatto di essere invitati a pranzo bastava loro come remunerazione per la loro sottomissione. Tutto ad un tratto nello stagno di Washington non si parlava più di politica, ce n’era solo per il do ut des. Non c’erano più vittorie, solo soluzioni negoziate finanziariamente. Non c’era più ideologia, solo la fedeltà ad una marca. Si era conservatori o liberali come altri (spesso gli stessi) sono Coca Cola o Pepsi, Nike o Adidas. Oh certo le cose sono diverse dai nostri giorni. La Casa Bianca rimane chiaramente il nostro nemico e al Congresso abbiamo oggi persone che meritano il nostro rispetto: John Conyers, Bernie Sanders, Russ Fingold per citarne alcuni. Ma la grande massa dei Democratici resta fermamente nella palude della miopia politica dove i finanziatori delle loro campagne e i lobbysti dalle tasche piene li hanno attirati. Dean Baker nel suo editoriale del “Prospect” ce ne dà un’idea: "Tra le urgenze del calendario dei democratici c’è la Riforma del Medicare (assicurazione malattie). Al momento della campagna, i Democratici avevano promesso una riforma sostanziale. Stamattina alla radio i Democratici non parlano di altro che non sia ripulire alcuni aspetti più palesi e lasciare intatto il grosso dei cambiamenti alla legge ingiusti votati dai Repubblicani. Se si accontentano di una riforma simbolica senza ricadute concrete per i malati e gli anziani esclusi dal sistema di cure, milioni di elettori si sentiranno traditi." Quando, tre giorni dopo la 'vittoria' prendono forma già il tradimento e la tiepidezza di coloro i quali abbiamo eletto, è importante che tutti quelli in questo paese che vogliono veramente vivere in un’America democratica, morale e progressista, si dissocino chiaramente dai due grandi partiti che si dividono il potere. Noi abbiamo bisogno di una terza voce che parli alto e forte —una voce che non sia solo politica ma soprattutto morale e pragmatica— una voce che si ricordi in permanenza delle sanguisughe politiche del potere, che forzi i politicanti dei due bordi a girarsi verso le vere questioni, le vere riforme, i veri problemi. La vera ragione per cui Bush ha vinto 6 anni fa è stata che numerosissimi rappresentanti di questa terza voce —ivi comprese le femministe, i combattenti per i diritti civili e gli ecologisti— si erano lasciati risucchiare dalla macchina Clinton e avevano volontariamente fatto tacere le loro rivendicazioni progressiste. Oggi non è il momento del silenzio, al contrario. La terza voce della politica americana deve diventare sempre più forte. Deve puntare costantemente in direzione di un cammino migliore, fortemente diverso dal cammino che il nuovo Congresso probabilmente intraprenderà. Noi dobbiamo proporre un’alternativa chiaramente visibile a tutte le vigliaccherie e le corruzioni commesse dal centro molle della “sinistra”, dobbiamo spingerli ad andare nella direzione in cui non vogliono andare. E’ finito il tempo in cui accettavamo di tacere per “ragioni strategiche”, non dobbiamo più avere paura di proferire parole grosse come “copertura malattia universale” o di osare dire che i produttori stanno distruggendo il nostro pianeta.. anche se hanno finanziato la “nostra” campagna elettorale. Non dobbiamo mai dimenticarci che, se Bush e i suoi Kapò hanno perso la partita questa volta, noi non abbiamo ancora riportato la vittoria. Sam Smith Nato a Washington nel 1937, Sam Smith è una figura della sinistra degli Stati Uniti. E’ stato di volta in volta assistente parlamentare, sindacalista poi organizzatore sociale nei quartieri disagiati della capitale, fondatore dei Verdi statunitensi, editore di giornali autogestiti. Dopo il 1964, il suo bollettino settimanale chiamato Progressive Rewiew è considerato uno dei migliori osservatori della vita politica a Washington. Link: http://www.voltairenet.org/article144127.html Traduzione di Saveria Bramanti per Comedonchisciotte.org

Le due storie del Kosovo A giudicare da quello che gli viene insegnato nei rispettivi corsi di Storia, si potrebbe pensare che in Kosovo gli studenti albanesi e quelli serbi abbiano vissuto due guerre differenti. Una nostra traduzione Di Fatmire Terdevci*, per Transitions On Line", 20 dicembre 2006 (titolo originale: “Heroes and Villains”) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta Arber Desku and Dejan Milic, entrambi diciassettenni, vivono a 11 chilometri di distanza. Arber frequenta il ginnasio Sami Frasheri di Pristina e Dejan è studente di una scuola secondaria della città di Lipjan. Sono entrambi nati in Kosovo, ma la distanza tra loro sembra insormontabile. Le differenze tra Arber, di etnìa albanese, e Dejan, serbo, vanno oltre l’appartenenza etnica, la lingua, la religione e la cultura. Esse affondano le loro radici nella percezione del passato, di chi sono gli eroi e chi le vittime. Quelli che per una parte sono eroi, per l’altra sono terroristi. Perfino una storia recente come quella del conflitto in Kosovo del 1998-1999, che entrambe le parti ricordano così vividamente, sembra molto diversa se osservata dall’uno o dall’altro punto di vista. Quotidianamente queste differenze vengono solo esasperate, quando Arber si reca alla sua scuola albanese e Dejan alla sua scuola serba. Questo perché nelle scuole del Kosovo vengono insegnate due storie diverse, e finché il conflitto recente rimarrà nella memoria viva è pressoché impossibile immaginare una versione dei fatti che soddisfi entrambe le parti. Benché i funzionari dell’Istruzione di ambo le parti sostengano che i loro libri di testo sono privi di linguaggio xenofobo, o che inciti all’odio, nei libri di testo serbi gli albanesi sono spesso dipinti come stranieri sul suolo serbo, mentre i libri di testo in lingua albanese descrivono i serbi come colonialisti giunti dalla Russia. I libri in lingua albanese sono pubblicati in Kosovo sotto supervisione internazionale, mentre i libri per la minoranza serba sono importati dalla Serbia. Secondo Slavomir Miric, vicepreside della scuola elementare serba di Lipjan, gli allievi studiano principalmente la storia dell’Impero ottomano e la Seconda guerra mondiale. “Ci sono cinque o sei righe riguardo ai bombardamenti NATO. E ce n’è due o tre sulla fine del regime Milosevic. Vi si legge che egli fu deposto il 5 ottobre 2000 e che in seguito le forze democratiche salirono al potere in Serbia. Questo è tutto.” Miric dice che gli eroi al cui riguardo gli studenti imparano di più sono Nikola Tesla, grande inventore e pioniere nel campo dell’elettricità; Aleksandar, re della Serbia, a cavallo tra Ottocento e Novecento; e Vuk Karadjic, un linguista del diciannovesimo secolo che contribuì a definire la moderna lingua serba. Miric riconosce comunque che nei libri di storia e letteratura in lingua serba si fa riferimento al Kosovo come alla "culla della nazione serba", un’idea respinta dalla maggior parte degli albanesi kosovari. Maria Vasic, di 14 anni, dice che l’eroe che più ha ammirato nelle sue lezioni di storia è Karadjordje Petrovic, leader della prima rivolta dei serbi contro gli ottomani all’inizio del diciannovesimo secolo. Da parte sua, Dejan ammira una figura più recente. “Io non so che cosa gli altri imparano su di lui, ma noi parliamo soprattutto di Milosevic e di come per noi le cose andavano bene e come si era sicuri quando c’era lui”, dice Dejan sogghignando. Poi fa un po’ marcia indietro: “Forse nei libri non c’è proprio scritto così, ma questo è quello che ci insegna il nostro professore di storia, durante le lezioni”, dice Dejan. La sua controparte albanese, Arber, segue un’analoga linea. “Non si può fare a meno di menzionarlo [l’Esercito di liberazione del Kosovo], non si può costruire una storia senza la famiglia Jashari, e non si può semplicemente ignorare tutti i massacri, gli omicidi e le distruzioni che sono successe qui. Se no, non sarebbe più storia, e una storia senza quei nomi e quei fatti non è la nostra storia”, dice Arber. Adem Jashari, comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo, fu ucciso, insieme a 28 membri della sua famiglia, in uno scontro con le forze serbe nel marzo 1998. Tra gli albanesi kossovari è diventato una leggenda. Una scuola divisa La guerra tra l’esercito e le forze di polizia serbe e l’Esercito di liberazione del Kosovo ebbe fine nel 1999, dopo 78 giorni di bombardamenti NATO sull’ex Jugoslavia. Più di 10.000 albanesi kossovari restarono uccisi e migliaia furono i dispersi. Dopo la guerra, con la presenza permanente delle truppe di pace della NATO in Kosovo, i serbi locali divennero vittime di attacchi e ritorsioni, col risultato di migliaia di profughi sparsi nella regione e nella Serbia. Dalla fine della guerra una missione ONU ha retto la provincia, il cui status dovrebbe essere definito, stando alle aspettative, all’inizio del prossimo anno. La maggior parte degli osservatori si aspettano che il capo negoziatore dell’ONU, ai colloqui sullo status, raccomandi una qualche forma di indipendenza per il Kosovo. Gli albanesi kossovari hanno sofferto quasi dieci anni di segregazione dopo che la provincia perse la sua autonomia nel 1991 sotto il regime di Slobodan Milosevic, quando professori e studenti albanesi furono espulsi dalle università e dalle scuole secondarie. Gli albanesi kossovari costituirono un sistema di istruzione parallelo, usando libri e programmi propri. I serbi hanno fatto altrettanto, nonostante gli sforzi della comunità internazionale e della leadership locale per integrarli nel sistema educativo kossovaro. La maggioranza dei serbi kossovari, che costituiscono meno del 10 per cento della popolazione della provincia, sono riluttanti a venire inclusi nel sistema educativo. “Ciò è semplicemente impossibile. Cosa dovremmo insegnare allora, facciamo lezione su Adem Jashari e l’Esercito di liberazione del Kosovo?" dice Miric, il vicepreside serbo. Arif Demolli, che supervisiona i libri di testo per il ministero dell’Istruzione, dice che dopo la guerra tutti i libri sono stati riscritti. “Questi libri sono privi di nazionalismo e xenofobia. Non ci sono critiche al popolo serbo né a nessun altro popolo, ci sono critiche solo per i regimi come quello di Milosevic". I libri in lingua albanese sono stati redatti dopo la guerra, sotto la stretta supervisione della missione ONU. Il ministero dell’Istruzione, retto da rappresentanti locali, fu istituito nel 2002. Dopo di ciò, il sistema educativo della provincia è stato supervisionato da un funzionario internazionale e da uno locale. “Qui noi abbiamo degli osservatori internazionali. Non possiamo pubblicare libri che in seguito potrebbero essere messi al bando", dice Demolli. Al di là della supervisione internazionale, il ministro potrebbe volersi guardare dal glorificare i membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo perché il ministero, fin dall’inizio, è stato retto da esponenti della Lega democratica del Kosovo, il partito dell’ultimo presidente, Ibrahim Rugova, che non si era alleato con l’Esercito di liberazione del Kosovo. L’ultima guerra in Kosovo è insegnata nelle scuole albanesi al tredicesimo anno, in un capitolo di quattro pagine intitolato “La guerra dell’ Esercito di liberazione del Kosovo e l’intervento della NATO”. Interrogato sul fatto, se gli insegnanti si attengano ai programmi e ai testi scolastici, Demolli risponde: “È difficile sapere se vadano al di là di quello che hanno nei libri. È impossibile controllare tutti”. Molti genitori di ambo le parti hanno convinzioni molto decise riguardo a cosa dovrebbe esserci nei libri di scuola dei loro figli. “Io non vedo perché mio figlio, in futuro, non dovrebbe imparare di più sul nostro leggendario eroe Adem Jashari e su altri eroi dell’Esercito di liberazione del Kosovo, che rappresenta un momento cruciale della nostra storia”, dice Hilmi Zekaj, padre di un bambino che frequenta la prima elementare. Zekaj sostiene che la prossima generazione dovrebbe imparare di più su ciò che lui chiama le sofferenze dei loro antenati. Djurica Nedelkovic, una madre serba di due bambini di Lipjan in età scolare, sostiene essenzialmente una tesi similare. “Nessuno può semplicemente lasciare fuori più di 10 anni della nostra storia e dei nostri eventi solo perché c’è un nome che non piace alla comunità internazionale e ai Siptari (albanesi kossovari). Invece, loro dovrebbero imparare di Milosevic, e certamente dovrebbero vederlo come un eroe nazionale, così come ogni nazione ha i suoi eroi”, dice la Nedelkovic. Halim Hyseni sviluppa programmi scolastici per il Centro kossovaro per l’Istruzione, una organizzazione nongovernativa istituita dalla Soros Foundation. Secondo lui il problema di trasporre la storia recente nei libri di scuola esiste in tutti i Paesi dei Balcani. “Tutti i testi di storia nei Balcani sono pieni di un linguaggio fatto di odio e di nazionalismo, che dà troppo spazio all’[aspetto della] identità etnica. C’è troppa mitologia, ci sono troppe distorsioni storiche”, sostiene Hyseni. Secondo lui i libri di testo dovrebbero essere rinnovati in tutta la regione, non solo in un singolo Paese. Considerata la sistematica distruzione delle relazioni tra i popoli dei Balcani e la persistente negazione dei crimini commessi negli ultimi decenni, questa potrebbe essere una vera e propria “Mission Impossible”. *Fatmire Terdevci è corrispondente di TOL da Pristina

"Il villaggio globale ha portato individualismo e cosmopolitismo" [ EN ]Una conversazione con Minxin Pei “La civiltà cinese oggi sa guardare di più fuori da sé, ed è diventata più materialista e più individualista. E’ il risultato dell’integrazione nel sistema globale e della influenza dell’economia di mercato, che enfatizza individualismo, materialismo e cosmopolitismo”. Minxin Pei è il direttore del China Program al Carnegie Endowment for International Peace di Washington, e non pensa che la Cina sia una minaccia per l’Occidente: “Il successo della Cina sarà un grande vantaggio per l’Occidente”. Un’intervista di Daniele Castellani Perelli. Minxin Pei ha studiato alla Shanghai International Studies University e alla Harvard University. E’ autore di China’s Trapped Transition: The Limits of Developmental Autocracy (Harvard University Press, 2006). Le sue ricerche sono statae pubblicate da Foreign Policy, Foreign Affairs, The National Interest, Modern China, China Quarterly, Journal of Democracy. I suoi editoriali sono apparsi su Financial Times, New York Times, Washington Post, Christian Science Monitor, e molti altri giornali. Esiste secondo lei una “Sinic Civilization” che comprende Cina, Corea del Nord, Vietnam, Singapore, Taiwan e la diaspora cinese? Penso che questo concetto sia in grado di descrivere solo l’eredità culturale di queste società. Ovviamente l’influenza confuciana è forte in ognuna di esse, ma rimangono molto diverse tra loro, e il concetto di civiltà non include solo la cultura, ma anche l’economia e la politica. Pertanto sono un po’ esitante nel metterle tutte insieme. Come è cambiata la civiltà cinese negli ultimi decenni? La civiltà cinese oggi sa guardare di più fuori da sé, ed è diventata più materialista e più individualista. E’ il risultato dell’integrazione nel sistema globale e della influenza dell’economia di mercato, che enfatizza individualismo, materialismo e cosmopolitismo. Alcuni temono che la Cina rappresenti per l’Occidente la più potente minaccia di lungo termine. E’ d’accordo? No. Il successo della Cina sarà un grande vantaggio per l’Occidente. Grazie ad esso può giocare un ruolo più attivo e positive nella politica globale. Ma se lo sviluppo della sua economia fallirà e non saprà conservare una stabilità interna, allora la Cina potrà diventare una vera minaccia per il mondo. Samuel Huntington, nel suo “Scontro di civiltà”, vedeva nella civiltà islamica un potenziale alleato della Cina. Vedeva emergere una “Sino-Islamic connection”, in cui la Cina avrebbe collaborato sempre più attivamente con Iran, Pakistan e altri paesi musulmani. Questa “connection” è una realtà? Penso che questa profezia non sia stata confermata dalla realtà. La Cina ha ben pochi interessi in comune con il mondo islamico, se si eccettua il petrolio (ma quale paese non ne ha?). La maggior parte dei suoi scambi commerciali sono con l’Occidente, a cui guarda come al suo modello di riferimento. Perdipiù, la Cina ha anche i suoi problemi con il mondo musulmano, se solo pensiamo che una sua provincia ha un movimento separatista islamico. E’ una situazione complessa. Alle Nazioni Unite, però, Pechino spesso difende i paesi musulmani. Non è vero. A volte li difende e a volte no. La Cina è molto realista e basa la sua politica estera su considerazioni di interesse nazionale, non di valori culturali. Dovremmo temere che il modello cinese (benessere senza democrazia) alla fine diventi il modello più diffuso del mondo? Prima di tutto, il successo economico senza democrazia è molto raro, e quindi non credo che la Cina abbia abbia provato di possedere un modello di successo. Se guardiamo alla storia del mondo, lo sviluppo economico senza democrazia e rule of law alla fine capitola. Perciò non abbiamo motivo di temere il modello cinese. Il New York Times ha scritto che i Democratici avranno un atteggiamento diverso nei confronti di Pechino. Sarà così? Sì, i Democratici non credono che la Cina sia una minaccia militare, ma pensano che Pechino abbia un impatto molto negative sul mercato del lavoro americano, e non mandano giù le performance del governo cinese in tema di diritti umani. resetdoc.org

Dove si trova la Russia a 13 anni dal crollo dell'Unione Sovietica di Giulietto Chiesa (da Limes n.6 del 2006) L'aspettativa media di vita per un maschio russo è oggi molto al di sotto di quanto non fosse 40 anni orsono. Meno della metà dei ragazzi russi che oggi hanno 16 anni raggiungerà i 60 anni di vita. È evidente che – esattamente come ai tempi del marchese De Custine – Mosca non è la Russia “In linea con la sua propensione alle situazioni estreme, mentre l'Europa Occidentale si trova di fronte a un problema demografico, la Russia si trova di fronte a una catastrofe. La sua popolazione è diminuita di circa 3 milioni e mezzo dal momento della frantumazione dell'Unione Sovietica. Riduzioni di queste proporzioni dipendono di regola da emigrazioni di massa o da eventi bellici, ma la Russia è stata [nel periodo in questione] largamente in pace ed è un importatore netto di individui. La causa è cruda: dalla fine del comunismo i decessi sono stati circa dieci milioni di più delle nascite”. Così scriveva l'Economist all'inizio dell'ottobre 2004. E poiché all'Economist si può fare l'osservazione affettuosa opposta, cioè la tendenza all'understatement, il quadro va preso sul serio. Ed è crudo davvero. L'analisi del dato è complessa. Un problema di povertà, di cattiva nutrizione, di elevato alcoolismo? Probabilmente tutte questo cose insieme. Un problema di micidiale diffusione della droga, della crescita esponenziale dei malati di Aids, della ricomparsa su larga scala della tubercolosi? Sicuramente tutte queste cose insieme. Ma questo mix desolante, a sua volta, è irrorato da una miscela corrosiva di disorientamento, di choc collettivo non ancora superato per la perdita d'identità e di standard di vita che ha colpito decine di milioni di russi. Il risultato è devastante: l'aspettativa media di vita per un maschio russo è oggi molto al di sotto di quanto non fosse 40 anni orsono. Meno della metà dei ragazzi russi che oggi hanno 16 anni raggiungerà i 60 anni di vita. Parto da questi dati della realtà, non aggirabili, per evitare di cadere nelle dispute, astratte e inconcludenti (quando non puramente ideologiche), sul tema se “si stava meglio quando si stava peggio”, o viceversa. Oppure su quell'altra osservazione, assai comune tra coloro che visitano Mosca e scambiano Mosca per la Russia intera, secondo cui “c'è tutto nei negozi”, oppure “Mosca è ormai identica a una qualunque città europea”. E' evidente infatti che – esattamente come ai tempi del marchese De Custine – Mosca non è la Russia. E misurare il paese in base a ciò che si vede sugli scaffali dei negozi (per giunta di Mosca) è il miglior modo per non capire nulla di ciò che vi sta accadendo. Questa rivista dedicò al dramma della Russia un numero speciale, ……….. sulla copertina del quale campegggiava la scritta: “La Russia in pezzi”. Era un giudizio esatto e sarà dunque utile ripartire da quella rassegna di materiali e riflessioni per rifare il punto, a …….. tot anni di distanza. Per quanto concerne l'economia, il primo dato su cui basare la riflessione è il prezzo del petrolio. Vladimir Putin, dal momento della sua ascesa al potere al momento in cui scriviamo, ha avuto dalla sua parte, invariabilmente, la congiuntura petrolifera. Il petrolio “alto” lo ha accompagnato e lo accompagna come dato costante. E tutte le previsioni più attendibili dicono che una inversione di tendenza del prezzo del barile, e di quello del gas, come pure di tutte le materie prime, non appare probabile. Tuttavia gli enormi afflussi di capitali sull'industria energetica russa non si sono tradotti né in modificazioni strutturali e giudiche del “sistema russo”, né in un miglioramento della vita delle grandi masse popolari. Qui emerge, con tutta evidenza, un limite del presidente russo e della sua squadra. In entrambe i casi l'assenza di risultati denuncia l'assenza di una visione strategica sulla rinascita della Russia. Ma il giudizio concerne tutta l'élite russa attuale, come dimostra il protrarsi, praticamente invariato rispetto alla fase eltsiniana, della esportazione illegale dei capitali. Al ritmo di un miliardo e mezzo di dollari al mese, mediamente, la ricchezza petrolifera russa è emigrata esentasse nelle banche occidentali, producendo tra le altre cose rilevanti distorsioni nei prezzi dei mercati immobiliari di diversi paesi europei e perfino degli Stati Uniti. Vladimir Putin non ha del resto intrapreso alcuna reale riforma dell'economia russa. I due capi di governo e i ministri delle finanze che si sono succeduti sotto la sua presidenza hanno proseguito nella gestione degli affari correnti senza modificare nulla delle strutture economiche. L'unica novità di rilievo è stata l'introduzione dell'aliquota unica per la tassazione, al modico livello del …….., che nelle intenzioni avrebbe dovuto incentivare il numero delle dichiarazioni dei redditi delle famiglie e delle imprese. Il dato statistico dei risultati non è disponibile, ma – secondo fonti qualificate del ministero delle Finanze – non appare esaltante. Il fatto, ad esempio, che la Jukos sia stata posta sotto inchiesta penale per frode tributaria per cifre che si collocano intorno ai 3 miliardi di dollari l'anno, dice che il potere centrale non è in condizioni (o non ha voluto fino ad ora) far pagare agli oligarchi le imposte sui redditi e sui profitti. E, quando ha deciso di imporsi, lo ha fatto spinto da motivazioni di lotta di potere, impiegando le guardie armate in assetto di combattimento, muovendo la magistratura come una pedina di scacchi, non per imporre la legge. Tutti segnali di una anomalia profonda. Lo stato russo è, prima di tutto, paralizzato da una corruzione generalizzata, che permea tutti i canali di funzionamento, rendendo costose e mai automatiche tutte le procedure. Al centro come in periferia l'intrapresa economica è bloccata dalle tangenti che devono essere pagate ad ogni piè sospinto. Le banche, nemmeno quelle di stato, prestano denaro al piccolo e medio imprenditore. Semplicemente non esiste una politica di sostegno pubblico alla piccola e media industria, all'iniziativa privata. Questa dunque si sviluppa poco e con grande fatica e deve restare sommersa per non subire il taglieggiamento dei criminali e quello – parallelo e non meno avido – delle burocrazie. Per cui, chi rischia, in una giungla dove perfino il diritto proprietario è sempre rimettibile in discussione, rischia al buio. Tutti i diritti sono, per così dire, appesi a un filo: quello dell'arbitrio del funzionario di turno. L'unico diritto che Putin non ha rimesso in discussione è stato quello delle privatizzazioni selvagge dell'era Eltsin-Gaidar-Ciubais. Per meglio dire: le privatizzazioni sono rimaste intatte nella loro generalità, salvo alcune. Ribadendo così la più totale “incertezza del diritto”. Le ricchezze acquisite in modo truffaldino, ai danni del popolo russo dei vouchers , rimangono nelle mani dei truffatori, salvo quelle degli oligarchi “nemici” del presidente. O ex amici, com'è il caso di Vladimir Gusinskij (ex proprietario costretto all'esilio del canale privato NTV), e di Boris Berezovskij (ex azionista di maggioranza della ex televisione pubblica di stato ORT, anche lui costretto all'esilio e inseguito da mandato di cattura). Il terzo oligarca “ribelle” ha avuto la sorte peggiore: si trova in prigione. Mikhail Kodorkhovskij, miliardario proprietario della Jukos e di un'intero sistema di holdings, è stato costretto ad arrendersi e la sua sorte pende come un monito sulla testa degli altri oligarchi. Anche per loro la certezza del diritto è sospesa. Per meglio dire: è condizionale. Se resteranno tranquilli non succederà nulla, finchè gli appetiti della nuova classe non si rivolgeranno anche a loro. Secondo il censimento generale portato a termine nel 2002, il numero degl'imprenditori indipendenti, a undici anni dalla fine ufficiale dell'economia socialista, non superava i due milioni. Una cifra molto probabilmente assai inferiore alla realtà (perché è assai probabile che solo una piccolissima parte di coloro che si sono “messi in proprio” abbiano rischiato di rendere nota la loro situazione), ma comunque eloquente: una classe media nazionale, determinata a produrre qualche cosa e a trarne guadagno, non si è formata. E, in queste condizioni, non poteva formarsi. Esiste una classe media “anomala”, variamente composita, in cui confluisce in primo luogo la classe politica (periferica e centrale), con il codazzo dei portaborse e di coloro che fruiscono del suo fallout economico, in gran parte costruito su tangenti e privilegi. Ovviamente nulla di questa massa di redditi emerge in superficie, non è dunque né visibile, né tassabile. Altrettanto ovviamente si può dire che è un settore parassitario, che non produce e non produrrà mai né beni né servizi, ma produce, appunto, corruzione, cioè malessere sociale. Altra componente fondamentale di questo ceto medio “anomalo” è rappresentata da quelle che da noi sono considerate libere professioni, cioè medici, avvocati, notai ecc. Con il crollo verticale del sistema sanitario pubblico (una delle concause della elevatissima mortalità), i medici sono diventati classe media benestante. I loro servizi, inclusi quelli delle strutture pubbliche, sono tutti a pagamento (ad alto pagamento). E poiché la gente vuole vivere, i soldi da qualche parte, in estremis li trova. Un mercato assai ampio di ceto medio anomalo nutre le classe del ceto medio anomalo. Gli altri muoiono prima. Avvocati (pressochè inesistenti nella società sovietica) e notai (idem) sono tra i meglio pagati e i meglio piazzati nella scala sociale di questo ceto medio russo. L'introduzione della proprietà privata (specie di quella della casa) ha prodotto un immenso seguito di procedure legali, di litigiosità legale, di caccia al tesoro ai danni dei poveri, dei pensionati rimasti in gran parte sul limitare della più acuta indigenza. I più forti prendono e, immediatamente dopo, legalizzano. Terza componente del ceto medio anomalo russo è rappresentata dalla criminalità. Esauritasi la fase della spartizione violenta – su dimensioni gigantesche – delle spoglie dello stato russo e sovietico, rimane una sterminata prateria per le illegalità di piccolo e medio calibro. Battaglioni criminali agiscono in tutte le direzioni, s'impossessano dei mercati, esercitano taglieggiamenti, si alleano con le mafie delle amministrazioni locali e ne costituiscono il braccio armato. E' una mafia diffusa che permea praticamente tutte le attività sul territorio, fino al punto che nemmeno gli orti privati nelle periferie delle città, quelli che ai tempi sovietici permettevano alle famiglie di approvvigionarsi di frutta e verdure senza andare al mercato, sono ora oggetto delle attenzioni del racket. La Borsa di Mosca si muove da due anni a ritmi analoghi a quelli delle grandi tigri asiatiche. Il Pil cresce ai ritmi del 6-7% medio annuo. Ma la statistica non nasconde il fatto che il 60% della crescita è di nuovo legato ai prezzi del petrolio e che un pugno di compagnie petrolifere decidono le sorti delle statistiche e della borsa. Come ai tempi sovietici è il petrolio a dominare l'economia. E l'alcol. Centinaia di nuove marche di birra e di prodotti alcolici hanno invaso il mercato del consumo. La crescita del settore industriale della trasformazione alimentare è stata determinata, per oltre il 50 %, dalla produzione alcolica. La pubblicità è anch'essa in parte cospicua debitrice alla produzione alcolica. Ai tempi sovietici Gorbaciov parlò di “bilancio ubriaco”. Non si è fatta molta strada da allora. Ma anche sotto un altro profilo è cambiato poco o niente: come ai tempi sovietici è la politica a dettare legge. L'economia è la sua ancella. Non è cambiato niente, dunque? La Russia continua a andare in pezzi? Se il quadro ha questi colori non c'è da stare allegri. Ma almeno su un punto Vladimir Putin è riuscito a frenare i processi disgregativi che aveva ereditato dalla gestione di Boris Eltsin. Lo ha fatto nell'unico modo realisticamente a sua disposizione, cioè imponendo con l'imperio una idea centralistica dello stato sulle burocrazie ultracorrotte, ormai adagiate nell'illusione di sovranità molteplici, diffuse e impunite. E' stato il primo segnale netto della sua gestione. Il primo passo fu un secco ridimensionamento del Consiglio della Federazione, cioè la camera alta del parlamento russo, trasformato in assemblea di notabili locali, ancora eletti a suffragio universale, ma ormai privati di ogni potere reale di controllo sul governo. Il secondo passo – meno importante del primo ai fini pratici, ma assai rilevante simbolicamente – fu la costruzione di una “verticale del potere presidenziale” con la nomina di sette governatori territoriali completamente dipendenti dal Cremlino, imposti sopra le regioni e le repubbliche, con potere generale di supervisione. Unico difetto: i sette supergovernatori altro non erano che uomini di Eltsin. Ma Vladimir Putin, in quel momento non aveva altre scelte a disposizione. Non tutto di quella fase può essergli imputato, poiché non era solo farina del suo sacco. Era il frutto di un faticoso compromesso con la Famiglia del predecessore. A conferma Putin fu costretto ad appoggiarsi al partito Edinstvo (Unità), summa dei signori feudali e dei funzionari dell'oligarchia. Ricostruire l'unità russa su quelle basi risultò impossibile, ma Putin guadagnò comunque tempo e forze. In tutta quella prima fase, dall'estate del 1999 fino alla fine del 2003, Vladimir Putin fu più oggetto che soggetto. Egli non è persona che arretra di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla guerra. Egli ha condiviso tutte le mosse dei suoi mentori, di coloro che lo portarono al potere, anche quelle più sanguinose come la seconda guerra di Cecenia. Egli ha anzi assecondato ognuna di quelle mosse, le ha sottoscritte, vi ha contribuito. Ma non fu lui a scegliersi, fu scelto. Questo spiega perché mantenne i patti con i suoi grandi elettori. Per quattro anni. I patti erano sostanzialmente tre: non modificare gli assetti del potere all'interno dell'élite vincitrice; tenere al riparo la Famiglia da ogni futura conseguenza giudiziaria per le sue malefatte e da ogni vendetta; non toccare in alcun modo gl'interessi finanziari degli oligarchi, né rimettere in discussione le privatizzazioni gangsteristiche della prima ora post-sovietica. Questa situazione si è protratta fino alla fine del 2003, quando Putin decise di non avere più bisogno di suggeritori e mise in pratica – magari senza averlo mai letto – un fondamentale insegnamento di Machiavelli. Quella “regola generale, la quale mai o raro falla: che chi è cagione che uno diventi potente, ruina; perché quella potenzia è causata da colui o con industria o con forza, e l'una e l'altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente” (“Il Principe”, Cap.II: De' principati misti). Da quel momento l'offensiva interna di Putin è stata durissima. Khodorkovskij, che cominciava a porre le basi della propria ascesa politica, fu arrestato mentre muoveva i primi passi, di fatto espropriato, messo fuori gioco. Il segnale fu colto e impaurì. Molti temettero, con ragione, che tutti i patti sarebbero stati rotti in breve tempo. Ci fu chi reagì. Aleksandr Voloshin, capo dell'Amministrazione presidenziale con Eltsin e poi con Putin, fu costretto ad accettare una dimissione anticipata ed è stato parcheggiato, come presidente della RAO-EES (il monopolio elettrico russo), nelle vicinanze dell'altro oligarca di stato Anatolij Ciubais. Trascorsero pochi mesi è anche l'altro testimone della ascesa di Putin, il premier Mikhail Kasianov, veniva costretto alla resa e alle dimissioni. Ma Putin è uomo pur sempre prudente. Non tutti i patti sono stati rotti. Per esempio Boris Eltsin e i suoi famigli sono stati lasciati in pace. Probabilmente a patto che non disturbino in alcun modo il manovratore. E le privatizzazioni, come è stato già detto, non sono state (e probabilmente non lo saranno) toccate. Gli oligarchi obbedienti hanno avuto il tempo di proclamarsi fedeli al capo e non sono stati sfiorati. Giulietto Chiesa è tra gli autori dell'antologia Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi. Fonte: GiuliettoChiesa.it


dicembre 27 2006

Scaramelle da uno sconosciuto di Marco Travaglio L’arresto di Mario Scaramella lascia un vuoto incolmabile nel mondo dell'avanspettacolo, almeno quanto la scomparsa di James Brown in quello della musica. Naturalmente i giudici di Roma avranno avuto i loro buoni motivi, se sono ricorsi alle manette nei confronti del pirotecnico superconsulente della commissione Mitrokhin. Ma ciò non basta a lenire il dolore e la tristezza provocati dalla notizia. L'uomo che per 5 anni ha girato il mondo a spese nostre per aiutare Paolo Guzzanti a dimostrare che Prodi era, fin dalla più tenera età, la quinta colonna del Kgb in Italia e che forse anche Pecoraro Scanio era un agente sovietico sotto copertura (Mario lo chiamava, in codice, «Culattoski»), senza contare il coinvolgimento del mefistofelico professore bolognese nel sequestro e nell'assassinio di Aldo Moro, era la prova vivente che l'Italia ha sostituito gli Stati Uniti come il paese delle opportunità. Se questo intraprendente peracottaro napoletano, per un'intera legislatura, ha tenuto in scacco una commissione parlamentare formata da decine di esponenti del centrodestra e del centrosinistra più 42 consulenti, senza farsi scoprire, vuol dire che c'è speranza per tutti. E, se non si fosse trovato nel celebre sushibar di Piccadilly Circus mentre il povero Litvinenko diventava fosforescente per il polonio 210, saremmo ancora qui a discutere dei legami del presidente del Consiglio con i servizi dell'Urss e le Br. Invece quella tragica fatalità ha indotto le polizie di mezza Europa a fargli le pulci, esattamente come avvenne nel 2003, quando un altro supertestimone parlamentare, l'autorevole Igor Marini, sedicente conte polacco, guardiano del Santo Sepolcro, vicepresidente dello Ior e mediatore dell'affare Telekom Serbia, partì in missione segreta per Lugano con gran codazzo di Trantino, Calderoli e Taormina alla ricerca delle prove dei conti cifrati Mortadella, Cicogna e Ranocchio con dentro le tangenti di Prodi, Fassino e Dini. Intervennero la gendarmeria svizzera, arrestando in blocco l'allegra brigata, e la Procura di Torino, incarcerando il conte Aigor, a smascherare la megatruffa. Appena varcano la frontiera di Chiasso, i nostri «supertestimoni» fanno una brutta fine. In Italia, invece, vengono presi terribilmente sul serio. Da 12 anni, per dire, diamo credito a un ometto che mente su tutto, persino sulle sue condizioni di salute, un giorno sta benone, l'indomani ha un calo di pressione, poi lo ricoverano per tre giorni, poi è sano come un pesce, poi lo ricoverano a Cleveland per una visitina, poi si scopre che gli han messo un pacemaker e chissà cos'altro. Scaramella, che un giorno è moribondo perché ha ingerito «una dose di polonio 5 volte superiore a quella mortale» e l'indomani esce d'ospedale perché sta benissimo, ha provato a imitarlo. Ma gli è andata male. Ora che l'hanno arrestato per calunnia aggravata, rivelazione di segreti e traffico internazionale di armi, si spera che i giudici riescano a accertare come sia possibile che nessun commissario della Mitrokhin, per 5 anni, abbia obiettato sul sontuoso curriculum che questo millantatore vantava a suon di lauree, master e consulenze in tutto l'orbe terracqueo. E soprattutto ad accertare chi, nel duo Guzzanti-Scaramella, fosse il capocomico e chi la spalla. In attesa, chi volesse farsi quattro risate può consultare il blog del senatore Guzzanti che, alla vigilia dell'arresto del suo spirito guida, scriveva: «Siamo 1000 da pochi minuti. L'afflusso degli iscritti continua incessantemente e di questo passo 'Rivoluzione Italiana' sarà presto il primo blog italiano, e uno dei primi d'Europa e del mondo, grazie a voi» (a riprova del fatto che, come insegna il caso di Beppe Grillo, in Italia sono i comici a occuparsi di cose serie). E ancora: «La questione Mitrokhin sarà il centro della Rivoluzione Italiana, perché - detta così, brutalmente - lo scandalo Mitrokhin -(quello vero e non quello fabbricato) è la più grande merda della storia repubblicana… Dalla verità sulla più grande merda della storia d'Italia nascerà la guerra di liberazione della verità e dunque della libertà... Viva la verità, viva la libertà, viva il diritto del popolo a sapere e a scegliere, cioè a disporre della verità per esercitare la libertà. Buona Rivoluzione. Paolo Guzzanti». In questo caso, più che di un giudice, urge l'intervento di uno specialista. www.unita.it

I diritti e la politica Stefano Rodotà, la Repubblica, Le politiche dei diritti civili generano conflitti, scavano fossati, alimentano polemiche spesso strumentali. Lo ha confermato la vicenda drammatica di Piergiorgio Welby. E le divisioni non passano soltanto tra maggioranza e opposizione. Si manifestano all´interno dei due poli, sono create e adoperate nell´infinita guerriglia che accompagna il cammino travagliato verso il Partito democratico. A queste difficoltà si cerca di sfuggire negandole o aggirandole. Il Presidente del consiglio dice che gli italiani non sono interessati alle unioni di fatto o ai temi del morire con dignità, ma alle questioni economiche. I saggi incaricati della stesura del manifesto del Partito democratico rimuovono la questione della laicità, rifugiandosi in ciò che si ricava da una antica sentenza della Corte costituzionale. Ma queste non sono soltanto fughe dalla realtà. Sono errori politici, figli di una perdurante presunzione che fa ritenere che l´agenda politica sia affare di un ceto ristretto, che può farla e disfarla a proprio piacimento ascoltando, invece della voce dei cittadini, quella dei consulenti per la comunicazione e l´immagine. Una politica cosmetica prende così il posto di quella vera, ma non ce la fa più a nascondere vecchiaia e rughe. Non è la prepotenza dei radicali o l´enfasi dei mezzi d´informazione a mettere le questioni di vita al centro della scena politica e sociale. Basta guardarsi intorno per rendersi subito conto che di questi temi si discute intensamente ovunque, che i parlamenti intervengono con misura, che i giudici adattano a situazioni concrete principi generali e mantengono così in sintonia il sistema giuridico con le esigenze che via via si manifestano nella società. Negli Stati Uniti si è detto che le ultime elezioni di novembre hanno visto una più ampia partecipazione anche perché erano accompagnate da referendum su matrimoni gay e suicidio assistito, aborto e salario minimo, dunque proprio dai temi che hanno individuato una nuova, e non più eludibile, dimensione della libertà e della dignità delle persone. Dalle nostre parti continuiamo ad accumulare ritardi, a ripetere la giaculatoria della "deriva zapaterista" da evitare, ad avvolgere di parole i problemi cercando di congelarli in formulette all´interno di un chilometrico programma elettorale. Poi un giorno arriva Piergiorgio Welby, fa saltare equilibrismi e compromessi e sconvolge il tran-tran politico, come fece nel 1955 Rosa Parks rifiutando di cedere il posto ad un bianco nella zona riservata di un autobus di Montgomery, Alabama, così rendendo non più rinviabile la questione della segregazione razziale. Per affrontare una situazione così mobile e complessa, servirebbe una cultura adeguata, che non c´è. Lo riconosce lo stesso mondo politico, e dintorni, che affannosamente crea centri studi e fondazioni, riviste e scuole di politica, ma ancora sembra che tutto questo serva soprattutto a rafforzare identità incerte, a manifestare in modo ancora più evidente la parzialità di ciascuno, rendendo così difficile il confronto e il dialogo. La verità è che il circuito tra politica e cultura si è interrotto da tempo. Le oligarchie politiche, sempre più aggressive e insicure, vivono con diffidenza il rapporto con il mondo degli studi, preferendo consiglieri compiacenti. Non è sempre stato così. Se si torna con la memoria alle vere stagioni riformatrici, ci si imbatte, per fare solo qualche esempio, nello statuto dei lavoratori, per il quale si riconosce giustamente grande merito a Gino Giugni, che con la sua persona rese evidente il rapporto profondo, e niente affatto strumentale, che s´era istituito tra sindacato e nuova scuola di diritto del lavoro; nella chiusura dei manicomi, nella "Legge Basaglia", che porta appunto il nome non di un parlamentare, ma dell´esponente di punta della critica alle "istituzioni totali"; nella riforma del diritto di famiglia, che sarebbe stata impossibile senza un rinnovamento degli studi di diritto civile che permise di travolgere le resistenze di chi, arroccato intorno ad una interpretazione chiusa della norma costituzionale sulla famiglia fondata sul matrimonio, voleva impedire il riconoscimento di pari diritti ai figli nati fuori di esso (oggi quella logica chiusa e impietosa torna nella resistenza al riconoscimento delle unioni di fatto). Certo, in quelle occasioni altro era l´ambiente sociale, altro il ruolo dei partiti politici. Ma buona politica e buona cultura trovavano momenti di sintonia, e questo contribuiva ad evitare che le distanze tra politica e società divenissero troppo marcate. Questo aspetto del problema è divenuto particolarmente importante perché si sta svolgendo una vera lotta per l´egemonia culturale, protagonista la Chiesa. Non si tratta di misurare il grado di "ingerenza" accettabile, di discutere intorno al ruolo della religione nella sfera pubblica, valutando così la legittimità di quello che, con cadenze ormai quotidiane, dicono il Pontefice e i cardinali. Bisogna riprendere una discussione costituzionale, perché ai principi e ai diritti sanciti nella prima parte della Costituzione si contrappongono valori cristiani di cui si afferma in modo perentorio l´essenzialità e l´irrinunciabililità. Viene così sostanzialmente negata una doppia legittimità: quella dello Stato di intervenire autonomamente in una serie di materie; quella dei singoli di autodeterminarsi nelle questioni riguardanti vita e salute (come vogliono gli articoli 13 e 32 della Costituzione, richiamati proprio nel caso Welby), di costruire liberamente la propria personalità (lo dice l´articolo 2), di veder tutelate le scelte esistenziali nella diversità delle formazioni sociali (sempre l´articolo 2, qui a proposito delle unioni di fatto). Se questa linea trovasse accoglimento, anche parziale, il quadro istituzionale della Repubblica sarebbe drammaticamente modificato. La via d´uscita da questi travagli e da questi dilemmi non può essere quella, vecchia, del riconoscimento ai singoli parlamentari della libertà di coscienza. Non è la loro libertà a dover essere salvaguardata, ma quella di ciascuno di noi. "La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana", dice con il suo bel linguaggio la Costituzione proprio nell´articolo 32. E´ la coscienza individuale, con i suoi tormenti, a dover essere rispettata da un legislatore al quale si addice la sobrietà e, nei casi limite, il silenzio. Inoltre, convenendo che vi sia un´area "indecidibile" per il legislatore e rimessa alle decisioni individuali nel quadro di principi generali, si troverebbe una regola capace di evitare conflitti laceranti là dove una o più delle parti politiche faccia riferimento a valori ritenuti non negoziabili. Il caso Welby lascia una eredità pesante. Vi è il rischio che, con l´argomento o il pretesto della necessità di risolvere le questioni discusse in questo periodo, si rimetta in discussione quello che già è acquisito in materia di inammissibilità dell´accanimento terapeutico e di diritto al rifiuto di cure, sciogliendo qualche dubbio residuo in senso negativo e introducendo così limiti al potere individuale di governare liberamente il tempo del morire. E´ già accaduto quando si aprì in modo improvvido, e culturalmente approssimativo, il tema della procreazione medicalmente assistita, portandoci ad una legge assurdamente proibizionista. Non si dia retta ai cattivi consiglieri che vorrebbero chiudere in definizioni rigide, in casistiche definite una volta per tutte, una nozione necessariamente fluida come "accanimento terapeutico", che proprio nell´apparente sua vaghezza trova la possibilità di adattarsi a situazioni sempre diverse, quali sono appunto quelle in cui si trova ciascun morente. Il codice deontologico già obbliga il medico ad "astenersi dall´ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per l´assistito e/o un miglioramento della qualità della vita". E´ una indicazione chiara, che una pratica sempre più pubblica e condivisa consentirà di precisare senza impropri interventi legislativi. Non si accetti l´interpretazione restrittiva della nozione di "trattamento" escludendo quelli di semplice sostegno vitale dalla possibilità del rifiuto. Anzi, sono proprio la ventilazione e l´idratazione forzata a trascinare la sopravvivenza oltre i limiti dell´ammissibile, rendendo obbligatorio per la persona quel che più è in contrasto con la sua dignità e che, proprio per questo, la Costituzione non ammette.. Non si adoperi la discussione parlamentare sul testamento biologico per farne uno strumento burocratico, irto di divieti e di formalismi. L´esperienza di altri paesi è limpida, fornisce dati empirici significativi, dovrebbe fugare i dubbi residui. Si risolva rapidamente questo non difficile problema, e si affronti con mente sgombra da pregiudizi l´unica questione ancora aperta, quella del suicidio assistito. A chi teme che, insistendo sul diritto di morire con dignità, si lanci ai morenti un messaggio disperato, quasi che l´accelerare il momento della morte sia l´unica via percorribile, si chieda di abbandonare una contrapposizione astratta e fuorviante tra cultura della morte e cultura della vita, quasi che il morire non sia esso stesso momento essenziale della vita. Da questa va allontanata la sofferenza, e sempre salvaguardata la dignità. I morenti devono poter scegliere liberi da ogni forma di abbandono. Si insista, allora, sull´assistenza domiciliare, sul sostegno ai familiari, sulle cure palliative. Ma questo vuol dire impiego di risorse pubbliche, servizi in grado di garantire eguaglianza di fronte al dolore, superamento di situazioni che, in Italia, vedono da Roma in su 125 centri antidolore e solo 5 nel Mezzogiorno. L´opposto, dunque, delle derive privatistiche che ci affliggono. Qui è il legittimo campo per il legislatore, il banco di prova per una politica davvero umana.

Prodi cancella con un decreto la sanatoria dei reati contabili Marco Marozzi la Repubblica ROMA - Chiudere una delle ultime ferite del 2006, rilanciare le speranze verso il 2007. Romano Prodi termina il suo anno difficilissimo cercando di far quadrare i conti del governo e della maggioranza. Oggi verrà «ripulita» la Finanziaria 2007 convertita definitivamente in legge la scorsa settimana. Il Consiglio dei ministri varerà due modifiche attese. L´abolizione del comma sui termini per la prescrizione dei reati contabili commessi contro la pubblica amministrazione e gli incentivi per l´energia prodotta con fonti rinnovabili, i cosiddetti Cip6. La norma sui reati contabili verrebbe cancellata da un mini-decreto ad hoc. Per i Cip6 si interverrebbe con un emendamento al decreto «milleproroghe» che dovrebbe essere varato sempre stamane. E domani il premier presenterà il consuntivo del suo 2006 in una conferenza stampa. Sarà il segno di una svolta. Prodi non la chiama «fase due», rifiutando una qualsiasi soluzione di continuità fra il momento (attuale) dei sacrifici e quello (futuro prossimo) dello sviluppo: comunque si tratterà dell´annuncio di una nuova marcia «in progress». E per l´11 e 12 gennaio è già convocato un conclave del governo a Caserta. Per discutere e lanciare l´agenda 2007. Ci saranno con il premier tutti i ministri. Sul tappeto il programma delle riforme: da quelle immediate per aiutare le iniziative imprenditoriali al prezzo della benzina, a quelle strutturali su cui il governo si gioca tutto. Dalle pensioni alle liberalizzazioni, alla riforma elettorale alle grandi opere. Decisivo è intanto spazzar via la contestatissima norma proposta dal senatore Pietro Fuda, eletto per il centrosinistra nella Lista dei Consumatori, che allarga la prescrizione per i reati contabili. «E´ chiaro - dice Prodi - che noi abbiamo una politica diversa rispetto a quanto è contenuto nella norma». «La nostra - continua il premier - è una politica fondata sulla responsabilità di fronte al Paese di chi deve amministrare la cosa pubblica. Una responsabilità aperta, chiara e trasparente». Il presidente del Consiglio vuol cancellare ogni idea di copertura rispetto ai reati commessi da pubblici amministratori, mentre è scattata un´indagine per stabilire come la norma contestata sia stata inserita nella Finanziaria. Senza che nessuno se ne assumesse davvero la responsabilità e fra generali dichiarazioni di stupore a posteriori. La faccenda comunque continua ad essere presa di mira da Antonio Di Pietro. E il ministro critica il premier anche per le sue dichiarazioni sull´indulto. «L´indulto e la Finanziaria io le rifarei» ha detto Prodi. «Non c´è peggior errore che la recidiva sulla decisioni sbagliate» attacca Di Pietro. Mentre dal centrosinistra lo si invita a lasciar perdere con le polemiche. «Le riteniamo francamente concluse « dice Renzo Lusetti della Margherita. «Invece di guardare al passato adesso serve un forte impegno sui provvedimenti anticorruzione» bacchetta un altro ministro, il verde Alfonso Pecoraro Scanio.

Tengo famiglia La Penisola allegramente tiranneggiata dal Puffone non è, come pure verrebbe di pensare, il Regno della Menzogna. A Puffonia la verità qualche volta viene detta. Nei fuori onda, nelle conversazioni intercettate, per bocca degli utili idioti. O come estrema dimostrazione di sfrontatezza. Penso a verità come queste: - La dc è il mio editore di riferimento (Bruno Vespa) - Con la mafia bisogna convivere (Pietro Lunardi) - La legge elettorale è stata una porcata (Roberto Calderoli) Vespa in sostanza ci disse di essere un servo. Lunardi ci informò che la mafia non ha avversari ma alleati. Calderoli ammise la logica paragolpista della legge elettorale. Possiamo divertirci a raccogliere le migliori. Accetto vostre segnalazioni. Magari per un libello antologico: Parola loro. Alla brutale franchezza di due cittadini esemplari di Puffonia, Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi, secondo me, dobbiamo la sintesi più efficace. Sono perle, annotiamole: 1 Per fare politica in questo Paese bisogna essere ricattabili (G. Ferrara) 2 Il sistema è così corrotto che tanto vale approfittarne (V. Sgarbi) Propongo di metterle su pergamena ed esporle in ogni municipio. Accanto alla teca con la sentenza Andreotti e al tricolore, adeguato ai tempi dal motto già suggerito da Longanesi: Tengo famiglia. Sarebbe tutto più trasparente, più onesto. http://www.pieroricca.org/2006/12/20/tengo-famiglia/

Angelina e le sue sorelle. Se donare è business La fondazione di Gates. Le zanzariere della Stone. I miliardi di Telethon. E la pioggia di critiche che suscitano, tra gli altri, dalla Chiesa. Benvenuti nella beneficenza versione Ventunesimo secolo. Angelina Jolie, nuova sacerdotessa dell'azione umanitaria (Wdrwilson/Flickr) Per Natale l'ong inglese Good Gifts ha messo on line un catalogo di regali da destinare al Terzo Mondo. Nel catalogo – fatto di regali-offerte che ogni utente può finanziare – compaiono: una “bicicletta per veterinario” a 35 sterline, un “vestito nuovo per mamma” a 12 sterline; o, se siete ricchi, una “fattoria modello per il Ruanda”, a 25.000 sterline. Basta un click e il cliente generoso seleziona e paga con carta di credito. Tra il dire e il fare c'è di mezzo Sharon Stone Se la filantropia fa la sua comparsa su internet, si diffonde anche tra i miliardari e le star. E si espande anche nel mondo degli affari, come alla borsa di Parigi che da 3 anni emette delle “azioni a scopo caritatevole”. Durante una conferenza al summit di Davos, nel 2005, Sharon Stone ha deciso di fare una donazione di 10.000 dollari al Presidente della Tanzania per comprare delle zanzariere contro la malaria. La protagonista di Basic Instinct ha poi invitato il pubblico a fara come lei. Ha avuto successo? Sì, stando alla Cbs News, che il giorno successivo ha intitolato: “Sharon Stone raccoglie 1 milione di dollari in 5 minuti”. Ma non secondo il Courrier suisse. Che, nel gennaio 2006, rivelò che i donatori avevano versato solo 140.000 dollari. E che le zanzariere regalate avevano danneggiato i programmi di aiuto locali. La beneficenza? È glamour Alain Caillé, sociologo francese autore di Don, intérêt et désintéressement (“dono, interesse e disinteressamento”, ndr), evoca un «ritorno del rimosso», per spiegare il successo delle pratiche volontarie. Secondo Caillé, le società contemporanee hanno visto trionfare l’ideologia dell’utile e la logica dell’interesse individuale, a scapito della gratuità e del dono. Ma l'umanità non può accontentarsi della prospettiva monetaria: l’azione disinteressata, la generosità, restano indispensabili alla nostra umanità. Ed è per questo che la beneficenza e la filantropia riprendono piede. Si potrebbe obiettare chi dona lo fa per un interesse. Così Angelina Jolie, una delle nuove icone dell'azione umanitaria, non ha esitato a dichiarare che il suo lavoro di attrice non l’aiutava per niente a dormire la notte: «Quando faccio qualcosa per gli altri, sento che la mia vita ha un senso». Se beneficenza e arricchimento, uno dei motori del capitalismo, sembrano non andare di pari passo, la filantropia, che prima di tutto è una cosa da ricchi e fondazioni, va d’accordo con il liberismo. Secondo il quale, infatti, per lottare contro la povertà bastano i doni, mentre la redistribuzione statale e la protezione sociale sono superflue. Ecco perché i discepoli dell’economista Von Hayek non possono che rallegrarsi nel vedere imprenditori miliardari come Bill Gates e Warren Buffet trasformarsi in nuovi crociati umanitari. Se la Chiesa accusa Telethon di eugenismo La fondazione di Bill e Melinda Gates, creata nel 2000 per portare innovazioni a livello di sanità e conoscenza ai più disagiati, fa girare ormai più di 60 miliardi di dollari, da quando, a giungo scorso, Warren Buffet, il secondo colosso degli Stati Uniti, ha deciso di fare una donazione di una trentina di miliardi. Una somma che rappresenta quasi i tre quarti del suo patrimonio totale, che si aggira intorno ai 45 miliardi. La donazione totale della fondazione oltrepassa ormai il Pil totale di Camerun, Tanzania, Costa d’Avorio e Repubblica del Congo messi insieme. E poco importa se le scuole aiutate dalla fondazione hanno computer Microsoft… Milionari, star e buoni sentimenti: per i canali televisivi si tratta di un vero cocktail vincente e acchiappa-audience. I programmi di beneficenza come Aranyag in Ungheria o Telethon in Francia e in Italia sono ormai degli appuntamenti fissi. Il che ha portato a diversi effetti collaterali, come dimostrato dalle accuse di eugenismo indirizzate a Telethon da alcuni settori cattolici in Francia. In quanto alcuni programmi di ricerca finanziati lavorano sulla “selezione” degli embrioni in vitro. Ma c’è dell'altro: i media che raccolgono gli oboli di queste nuove messe del Bene, in particolare le televisioni private, sono anch’essi divenuti caritatevoli. Soprattutto nei confronti delle associazioni, come sottolinea Bruno David, consulente in comunicazione: «È estremamente diffuso il fenomeno per il quale canali televisivi offrono spazi pubblicitari alle ong. Ma le ong si ritrovano tutt’a un tratto sottomesse al volere della regia pubblicitaria o del direttore del canale che deciderà di sostenere un’associazione piuttosto che un’altra». Ed è qui che si trova uno dei limiti della beneficenza: il donatore è l’unico regista, muove i fili della borsa di fronte ad un beneficiario che raramente può dire la sua. Tuttavia, milioni di persone che fanno beneficenza in silenzio fanno atto di resistenza, in un società che dà valore all’acquisto impulsivo. E poco importa che lo facciano per stare a posto con la coscienza come se fosse un prodotto di largo consumo. Thibault Llecuyer - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9333

STRAGE PER ESPLOSIONE OLEODOTTO ALLA PERIFERIA DI LAGOS Potrebbero essere diverse centinaia - anche tra 500 e 700 secondo alcune fonti, inclusa la Croce Rossa locale - i morti provocati dall’esplosione di un oleodotto in un quartiere di Lagos, capitale economica della Nigeria. Esplosione e successivo incendio sarebbero stati causati da una serie di danneggiamenti arrecati alla struttura nella notte scorsa da residenti del povero quartiere periferico di Abule Agba che cercavano di procurarsi carburante. Analoghi incidenti si ripetono da anni in diverse località della Nigeria, paese ricconi petrolio come pochi al mondo; quello di oggi rischierebbe però di stabilire un tragico primato. Le strade di Abule Agbe, secondo testimoni oculati, sarebbero cosparse di corpi bruciati e spesso irriconoscibili. Non è chiaro quando sarà possibile un bilancio preciso, in particolare dei feriti che, per paura di possibili provvedimenti dovuti al “furto” di petrolio, rinuncerebbero a curarsi in ospedale e si nasconderebbero.http://www.misna.org/

Natale : ONU pensa ai giornalisti nei luoghi di guerra di Rico Guillermo Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la notte di Natale una risoluzione che invita le parti in guerra ad impedire gli abusi contro i giornalisti ed a rispettare la loro indipendenza ed i loro diritti professionali, ricordandone la condizione di civili e richiamandosi al diritto internazionale. La risoluzione - che e' stata adottatta all'unanimita' - segue i recenti numerosi attacchi mortali ai professionisti dei media. Secondo Reporter senza frontiere, solo in Iraq sono stati uccisi dall'inizio della guerra, nel 2003, un totale di 137 giornalisti ed operatori dei media. Precisando che designare deliberatamente i civili ed altre persone protette (ad es. gli osservatori ONU, ndr) come bersaglio puo' costituire una minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionali, il Consiglio ha riaffermato la sua decisione nel prendere misure di risposta a tali violazioni. Sul fronte opposto, il Consiglio ha affrontato anche il nodo dei medi usati per infiammare ulteriormente gli animi o per esortare al genocidio, riaffermando la sua condanna di tutti gli incitamenti alla violenza, parlando della necessita' di portare i responsabili davanti alla giustizia. Fra i casi in cui l'ONU aveva additato a suo tempo come colpevoli gli operatori dei media vi e' quello del Ruanda, in cui la radio ebbe un ruolo significativo nel fomentare il genocidio. Nei piu' recenti scontri nel Kosovo fra etnie diverse fu invece l'OSCE ad accusare i media di aver contribuito ad esacerbare gli animi. La risoluzione indica pertanto anche la volonta' del Consiglio di considerare - quando autorizza le missioni di mantenimento della pace - misure di risposta ai media che si siano fatti promotori di violenza etnica, crimini contro l'umanita' o violazioni gravi della legge umanitaria internazionale. www.osservatoriosullalegalita.org


dicembre 26 2006

Addome gonfio? Per me Natale significa semplicemente ozio, e nonostante la Coldiretti (come se non bastassero l’ISTAT e l’Eurispes) non mi sono nemmeno strafogata. Anzi! Oggi non ho nemmeno mangiato. In compenso ho visto il mio programma preferito in TV. La pubblicità. Ne sono rimasta affascinata. Mi sono detta: “Minchia! Come cambiano i tempi.” Ricordate le pubblicità degli anti influenzali di qualche anno fa? Un relitto umano giaceva su un letto e la voce fuori campo diceva: “Naso otturado? Febbre? Mal di gola? Stai al caldo, resta a letto e prendi un …” Poi è arrivata la legge Biagi, rivisitata da maroni, che ha sancito la schiavitù del lavoratore, impossibilitato ad usufruire della malattia e la pubblicità si è trasformata. Oggi il malato è donna, fa la cassiera al supermercato e se ha un’influenza, non deve preoccuparsi. Assume una dose di mega-stura-stappa-vaporub e torna subito in forma. Per fugare ogni plausibile dubbio sul possibile contagio che la cassiera ammalata avrebbe potuto diffondere, e per tenere a bada il rischio di psicosi da pandemia, il pubblicitario è ricorso allo stratagemma della barriera protettiva arancione. Mi sono sentita esclusa dal target; l’alone arancione mi ha riportato in mente quello viola, tristemente usato in una campagna anti AIDS. L’influenza però è come la morte: prima o poi colpisce tutti. Lo so io, lo sapete voi e lo sanno anche i pubblicitari che hanno pensato non solo agli schiavi, ma anche ai manager o i dinamici business men che affollano l’italica imprenditoria, e per loro hanno creato uno spot a doc: “Raffreddore? Vuoi essere subito in forma? Vuoi continuare ad essere attivo? Prendi una compressa di … e sarai subito attivo”. Ovviamente … il prodotto “può provocare sonnolenza.” Sono le più belle quelle a tema medico, per esempio quando si sta a tavola e qualcuno dall’elettrodomestico chiede: “Addome gonfio? Meteorismo? Flatulenza?” Che viene istintivo gridare: “Non sono stata io!” Personalmente ammetto di avere un debole per la trasformazione, nel tempo pubblicitario, dell’oggetto “assorbente”. Da oggetto misterioso, divenne attrezzo utile al paracadutismo o per le giocatrici di pallavolo, che quasi ti sentivi in colpa se avevi le mestruazioni senza essere sportiva; siamo arrivati ai petali blu per stare sedute comode, alla meraviglia di avere gli agrumi tra le gambe, e finire ai nostri giorni per poter conoscere, finalmente, l’assorbente intelligente, che assorbe “solo dove serve”, cioè qui e qui. Ovviamente, l’assorbente mostrato (anche questo spesso mentre mangi) non appartiene ad una comune mortale, ma o a Puffetta o a qualche nobildonna, perché il sangue è sempre blu. Fate come me, se vedete la pubblicità di un prodotto, NON compratelo.http://r-esistenza-settimanale.blogspot.com/2006/12/addome-gonfio.html

Cara Meteorite, gli scienziati hanno detto che distruggerai la terra entro il 2017. Io non so se è vero. So che sul nostro pianeta gli scienziati seri non sono quasi mai ascoltati, e poi si scopre che hanno ragione. Si ascoltano solo gli scienziati che dicono che questa economia e questa scienza sono le migliori possibili, e chi non è d’accordo con loro è un catastrofista e un ecoterrorista. In effetti il 2017 è un po’ presto, io contavo che la terra finisse nel 2046, come sostengono gli scienziati del riscaldo globale. Quindi a Natale regalerò solo dolci e cotechini, che vanno bene nel breve periodo. Ora, cara Meteoritona, vorrei farti una richiesta. Io so che lassù nell’universo avvengono grandi trasformazioni e ribaltoni, miliardi di mondi che nascono e muoiono, stelle che scompaiono come i processi a Previti e buchi neri come i bilanci Tim. Perciò forse, in quel frastuono, non vi giunge la voce di grandi protagonisti cosmici come Mastella, Casini, Calderoli o Scaramella. Quindi, se avete deciso di farci fuori come un birillo da bowling fate pure. Forse il nostro paese se lo merita. Se lo merita il popolo dei no fiscal che piange miseria, e poi si scopre che le vacanze natalizie alle Maldive e ai Tropici sono aumentate del trenta per cento. Se lo merita questa destra che appena ha perso il potere è impazzita di rabbia, neanche sa cos’è la dignità dell’opposizione. Se lo merita questa sinistra molliccia che prende gli schiaffi senza reagire, patteggia e costruisce della finanziarie arroganti che poi deve smontare pezzo per pezzo. Se lo meritano i cosiddetti indecisi che solo perché gli mettono una tassa in più si pentono di aver votato e dimenticano in un giorno cinque anni di governo di centro-destra corrotto, incapace e succube dei super-ricchi. Un paese che insulta i partigiani, gli omosessuali, gli immigrati, e si inchina a qualsiasi grande ladrone. Un paese intriso di mafia non solo in una regione, ma in ogni dove, dalla grande economia al piccolo cantiere, dalle spartizioni televisive al campionato di calcio. Un paese che, proprio nel momento che l’ha mandato all’opposizione, dimostra di meritarsi Berlusconi e i suoi ispiratori. Ma anche se non ci credi, cara Meteorite, in questo paese ci sono tante persone che si prendono delle responsabilità, che aiutano gli altri , che lavorano e che pensano di essere cittadini con diritti e (orrore!) anche con doveri. Tante persone (ahimè non la maggioranza, e forse mai lo saranno) che non pensano che destra o sinistra siano la stessa cosa. E neanche che sia uguale scegliere onesto o ladro, aria o smog, guerra o diplomazia, progresso e sfruttamento. Non chiedo una chance per loro: per scegliere quelli da salvare nascerebbero tremila commissioni e sotto-commissioni, ci sarebbero ribaltoni e alla fine arriveresti tu a risolvere la questione. Io propongo: se noi ci organizziamo e prendiamo un milione di bambini e adolescenti , e li portiamo in Nuova Zelanda, non potresti tamponarci dall’altra parte, in modo che almeno loro sopravvivano e alla razza umanoide sia data una seconda possibilità ? Una piccola chance, dai. Magari non ce la fanno, magari diventano carogne come noi, ma almeno lasciali provare. Le ragioni sono quattro: tre importanti e, una meno. Le tre importanti sono: Primo, vorrei vedere quanti chili e quante querele riesce a raggiungere Beppe Grillo. Secondo, vorrei vedere una partita dove regalano un gol finto al Bologna contro la Juventus. Terzo, ho un'assicurazione sulla vita e il capitale mi torna indietro nel 2018. La quarta, meno importante, è questa, credo che questo mondo sia il migliore di tutti, perché non ne ho mai visto un altro. Ti ringrazio, cara Meteorite, e ti auguro un buon viaggio, stai attenta perché quando arriverai nell’atmosfera terrestre troverai centomila rottami di satelliti, tonnellate di spazzatura intergalattica radioattiva, cessi orbitanti, schizzi di polonio in libertà, e Montezemolo e Silvio che cercano di svignarsela col loro jet personale. Comunque buon Natale anche a te, cara Meteorite, e se sei stanca, fermati pure a riposare". di Stefano Benni (il lupo)

Montagna Longa. Una storia siciliana Voglio raccontarvi una storia. Di uomini. Di donne. Siamo in Sicilia, Palermo, ed è il 5 maggio del 1972. Un aereo esplode e cade su Montagna Longa. Nessun sopravvissuto. Le vedove incassano un risarcimento. Meglio non fare domande. Tutto si chiude presto. Alcune famiglie chiedono la riapertura dell'inchiesta. Si costituiscono parte civile. Gli orfani sono troppo giovani. Poche persone adulte a prendersi carico di una battaglia contro il solito "muro di gomma". E' tutto un succedersi tra presentazione di istanze e rifiuti immotivati. Il risarcimento alcuni lo spendono tutto così. L'aereo ha deviato la rotta e si è schiantato. Poi alcuni testimoni dicono: no, è esploso in aria. Di cosa è esploso? Per autocombustione? Non si sa. Ma al giudice non importa. Tanto è già deciso. Carta canta. L'aereo urta, no cade, no esplode. La cassazione dice che è tutto ok. Ah, allora ok. I piloti non hanno dato nessun allarme. Erano drogati. Ubriachi. La controperizia dice che non è vero. Ma al giudice non importa. La scatola nera non da notizie. La controperizia dice che è stata danneggiata. Rispondono che può succedere. Una scatola nera si può riavvolgere. "Come una vecchia musicassetta" - dice Maria Eleonora Fais. Al giudice i dubbi non interessano. Alcuni corpi erano disintegrati. Come può un impatto disintegrare la gente? Sull'aereo c'erano un giudice, una giornalista... Erano tutti senza scarpe. I soccorsi sono arrivati con comodo. Prima sono arrivati gli sciacalli del territorio a rubare ai morti... Così si dice. L'autopsia è stata fatta solo sui corpi dei due piloti. C'era una borsa dilaniata dall'interno. C'era un corpo che non è mai stato identificato. C'e' che il volo ha ritardato l'atterraggio di dieci minuti. Buoni, forse, a far saltare in aria una bomba ad orologeria prima di far scendere un possibile attentatore. C'e' che un vicequestore, Giuseppe Peri, ha scritto in un rapporto che poteva trattarsi di una strage inserita in un contesto di trame tra eversione nera e mafia. C'e' che il vicequestore è stato liquidato come pazzo e lo hanno trasferito a Palermo. Quando c'era Bruno Contrada. Il Rapporto Peri è sparito. Maria Eleonora Fais lo ha ritrovato dopo venti lunghi anni. Lo ha pubblicato l'Istituto Gramsci Siciliano. Qui - racconta Maria Eleonora - chiedono autori a fare da curatori della pubblicazione. Altrimenti non si pubblica. Maria Eleonora, oggi settantenne, ne trova due. Quelli che offre la piazza. Un ispettore di polizia e un giornalista del giornale "La Sicilia". Introducono il rapporto con uno splendido esempio di pessima cultura siciliana: Per un verso "allìsciano" ovvero cantano l'osanna e l'alleluia per questo sant'uomo, Giuseppe Peri, e il suo lavoro, e per l'altro gli ridanno del pazzo, anzi di più, sostengono - screditandolo - che si sarebbe fatto depistare pure lui. Siamo in pieno periodo revisionista. La P2 è apparsa e scomparsa come per incanto. Gli stragisti neri magari si candidano alle elezioni. Brutto periodo per Peri per essere riscattato. Davvero brutto. Però il rapporto c'e'. Introdotto da schifo, ma c'e'. Ma al giudice questo non importa. Tanto non basta per riaprire l'inchiesta. C'e' la sorella della giornalista de L'Ora, Angela Fais, che ostinatamente cerca da trent'anni la verità e a casa ha quintali di carta che le dicono che la spiegazione è un'altra. C'e' che gli orfani e le orfane delle vittime della strage di Montagna Longa ora sono cresciuti e vorrebbero una spiegazione seria. Perchè non hanno mai dimenticato e non possono rimuovere quell'assurdo dolore che, come un tornado, un'eruzione vulcanica, uno tsunami, un terremoto, è passato sulle loro vite e le ha lasciate apparentemente, fisicamente, intatte ma finite. Tutte da rifare senza poter contare su niente. Nessun relitto, nessuna scialuppa di salvataggio. Neanche un grammo di energia per permettere loro di continuare a vivere senza pensare al nulla e al vuoto a perdere che il dolore aveva lasciato loro come unica eredità. Allora qualcun'altro per stima e affetto si appassiona alla storia e si capisce che il guaio è grosso. Così la Regione Siciliana equipara quegli orfani alle vittime della mafia e destina un posto di lavoro a famiglia. Molti di quei figli però un lavoro già lo hanno. Se lo sono guadagnato. Per alcuni di loro invece la vita è stata difficile come per tutti ma anche più sfigata perchè un padre e una madre morti, o un padre morto e una madre casalinga in Sicilia non sono una gran cosa. Quel lavoro li trova a volte quarantenni e non indipendenti. Non basta. La verità non arriva ancora. Quei figli orfani non capiscono. Vogliono capire. Danno soldi e riconoscimenti ufficiali e nessuno intende spiegare il perchè? Chiedono di riesumare i corpi dei loro cari, o quello che ne rimane. Chiedono una ulteriore perizia. La chiedono da tanto. Bisognerebbe capire se nelle ossa, in qualunque parte del corpo di quelle vittime c'e' traccia di esplosivo. La giustizia non vuole saperne nulla. Riesumare e fare la perizia si può ma a loro spese. Un salasso di spesa. Quindici figli (Tra i cognomi: Scaccianoce, Fontana, Guccione, Scaglione, Vaccaro, Gennardi...) in una lettera del 23 marzo 2003 scrivono: "Era una mite serata di maggio, senza vento, nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di una intera cittadinanza... si, perchè in città nel disastro di Montagna Longa tutti avevano perso qualcuno: uno o più parenti, un amico, o semplicemente, un conoscente. Era il 5 maggio 1972: su quell'aereo c'erano i nostri genitori. Eravamo bambini, alcuni di noi avevano solo pochi mesi. Non sapevamo che quel giorno avrebbe segnato l'inizio di una vita piena di quesiti ai quali, a tutt'oggi, nessuno ha saputo, o voluto dare risposta: a che ora è caduto l'aereo? E' caduto o è esploso? E' stato un tragico incidente causato dal cattivo funzionamento della strumentazione di bordo o un misterioso attentato? C'erano le elezioni politiche dopo pochi giorni e su quell'aereo c'erano anche personalità di spicco [...] quali giornalisti, un giudice... Perchè i corpi erano tutti privi di scarpe? Perchè Franco Indovina, regista, è stato trovato disintegrato (di lui sono state trovate solo la protesi dentaria ed un documento di identità) mentre altri corpi sono stati trovati quasi integri? Perchè l'autopsia è stata fatta solo sui corpi dei due piloti? Perchè una borsa risultava dilaniata dall'interno, da cosa? Perchè il nastro della scatola nera è risultato strappato? Chi era la vittima il cui corpo non è mai stato identificato? Perchè è stata data la colpa ai piloti? Responsabilità poi esclusa dalla perizia tossicologica... Quali le responsabilità del Ministero dei trasporti, dell'aviazione civile, dell'Itav (impianti tecnici di assistenza di volo), dell'aeroporto di punta raisi? [...] Il processo di primo grado si conclude con l'assoluzione di tutti, è il 27 aprile 1982, stessa cosa per la sentenza di appello e anche per quella della cassazione del 1984. Ma c'e' chi non si arrende [...] niente da fare, il caso viene nuovamente archiviato nel 2002, dopo una ennesima istanza presentata da Eleonora Fais presso la Procura di Palermo con elementi inediti che rafforzerebbero l'ipotesi di un attentato di tipo stragistico. Istanza poi respinta Ma non finisce qui perchè proprio in questi giorni Eleonora presenta ancora una volta istanza per la riapertura del processo...sarebbe bello..." E dopo tanto tempo c'e' chi - il politico in odor di elezioni di turno - vorrebbe persino celebrare l'anniversario della morte di persone che sono state ignorate per trenta anni. I parenti hanno fatto una richiesta: "Non usateli. Non usateci!" grazie. Alcune persone però se ne sono occupate. Alcune cominciano ad occuparsene ora. Insieme stiamo mettendo una parte del materiale leggibile, che narra e informa, in un sito che è in corso d'opera. Su Noblogs, che è un grande progetto (l'ennesimo di Autistici/Inventati). Fatto di luoghi intimi e pagine di storia del passato e del presente. Il materiale su Montagna Longa viene inserito dopo scannerizzazione e conversione in file di testo. Un lavoro che richiede tempo. Quindi dateci un'occhiata ma tornateci altre volte se potete e volete per leggere di più. Per ogni persona che si interessa a questa strage dimenticata i parenti delle vittime, ovviamente ringraziano!http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2006/12/25/Montagna-Longa.-Storia-di-uomini-e-donne-siciliane.

Il guardiano (a due teste) della Costituzione Giorgio Napolitano cerca la coincidentia politica degli opposti. Per fare questo si fa scrivere i suoi discorsi da Pierferdinando Casini, mostrando di confondere alto profilo istituzionale e politica centrista. Il suo sogno sono le larghe intese ed i suoi discorsi sono una sorta di demo di questo progetto politico. Un esempio su tutti è stato il discorso fatto al ritorno dei soldati da Nassiriya: in questo discorso, degno di Carneade, egli ha cercato di dimostrare che si ritirava l'esercito dall'Iraq, ma che il governo precedente aveva fatto bene a mandare le truppe. E ha accreditato l'ipotesi che la politica estera sia come il Presidente della Repubblica : una e indivisibile, e su di essa non può esservi dibattito se non all'insegna del vecchio centralismo democratico (che Napolitano tanto ama perchè fa tanto immagine). Non parleremo del suo inopportuno richiamo al Capitolo VII dello statuto dell'Onu; non diremo che la lettera di tale capitolo è abbastanza ampia da metterci molte cose, ma forse non degli eserciti che occupino una nazione invasa da un altro esercito che non ha rispettato una decisione precedentemente presa dall'Onu. Non diremo che egli sta interpretando capziosamente lo statuto Onu e la Costituzione italiana e sta preparando pericolosamente il terreno a nuovi interventi bellici dell'esercito professionista dello stivale. Perderemmo tempo, dal momento che il ragionamento di Napolitano tiene finchè si tiene la cerimonia: dopo c'è pronto un altro discorso dove si cerca di dimostrare l'impossibile, sempre nel nome dell'unione del paese. In questo suo inesausto tentativo il Presidente dà ragione un po' a tutti quelli che occupano il centro (i laici radicali e i cattolici moderati, l'Udeur e l'udc, il Ppe e il Pse, Welby e il Papa...) Ma, come dice un vecchio filosofo, il lusso di dare ragione a tutti lo si paga con il prezzo di essere in disaccordo con se stessi. Ma questo a Giorgio Napolitano non importa : egli è politico troppo signorile e di alto profilo per guardarsi allo specchio. http://pensatoio.ilcannocchiale.it/

Fu Pansa Sono triste. Mi deprime vedere persone intelligenti rincitrullirsi, uomini lucidi e vivaci ridursi allo stato larvale di uno Schifani o di un Elio Vito. Questo è capitato a Giampaolo Pansa. Nella sua un tempo gloriosa rubrica sull’Epresso, la scorsa settimana egli ha affrontato una vera e propria emergenza nazionale: lo scandalo delle contestazioni ai politici. “Ora è tempo di dire basta a tutti i fondamentalismi”, ammonisce Pansa. Questo clima d’odio che serpeggia nel Paese, aggiunge Pansa, è colpa di coloro che hanno accusato “il Cavaliere di voler costruire un regime antidemocratico”, di chi “l’ha dipinto come il nuovo Mussolini”: gli spregevoli demonizzatori. Poi Pansa mi onora di un cenno: “anche l’insulto scagliato contro Prodi a Bologna ha un copyright di sinistra, e perfino un urlatore, denunciato dal Cavaliere e assolto”. (A marzo, dopo che urlai addosso a Fassino a Torino, il medesimo Pansa prese le mie difese, in nome della libertà di critica, contro i riflessi autoritari dei dirigenti di sinistra…). Sicché “la condanna dei fischi e degli insulti di Bologna è sacrosanta. Ma perde efficacia se non si riconosce che perfino nell’Unione abbondano i fondamentalisti aggressivi”. Occorre stare allerta, avverte Pansa: “vediamo ripresentarsi un insopportabile schema di battaglia che negli anni Settanta ha generato le tragedie che conosciamo”. Occorre che “Prodi dica un basta deciso a quanto accaduto e, fatalmente, accadrà”. Infatti “la campana a Bologna è suonata per il professore, ma attenti al prossimo rintocco”. E così via delirando. Poiché escludo che sia in malafede, mi tocca prendere atto che Giampaolo Pansa s’è rincitrullito. La sua coscienza è integra, il suo pensiero s’è corrotto. Può capitare a tutti, la vita è cattiva. A Natale ricordiamolo nelle nostre preghiere: era un uomo assennato, un giornalista intelligente. http://www.pieroricca.org/

Sono stato un liberale, prima. Sono stato liberale, liberalissimo. Oltranzista della liberta' quasi. La liberta' di tutti, di Bossi, della destra sociale, dei comunisti, di Diliberto (che qualche volta e' piu' di un comunista), di Mussi, di Scalfaro, di Salvi (e Marx solo sa quanta pazienza e amore per la liberta' mi ci voglia per ascoltare cosa ha da dire Salvi). Ho discusso con socialisti e cenato con vecchi democristiani. Ho diviso bottiglie d'acqua con cardinali e preso aperitivi con forzaitalioti. Ho litigato ferocemente con teocon di tutte le parti, li ho dileggiati e messi alla berlina. Ho offeso craxiani e dalemiani (soprattutto i dalemiani), ho avuto (ed ho) amici e nemici di ogni schieramento e, credo, ideologia. Ho sempre sostenuto che, perfino nei confronti degli Ultrafascisti e delle teste rasate, le parole sono l'unica possibilita' di trovare una base comune, un senso, una logica di convivenza. Ho sempre pensato che se non si va a capire la radice di certi malesseri, le soluzioni non arriveranno mai. Ma... ecco... perdonatemi. La Binetti e' troppo. Troppo. La Binetti e' oltre. Non difende un interesse privato o un bene pubblico, non lamenta una diminutio dei propri diritti o una lesione del proprio credo. Vuole semplicemente imporre la propria visione del mondo, religiosa peraltro (rispettabilissima sia chiaro) anche a chi non ha alcun motivo per condividerla (ed anche questo rispettabilissimo). E' come un vegetariano che si batte per vietare il commercio della carne. La signora Binetti , ed i suoi consorziati, spara degli iperboli insensati asserendo di "difendere la famiglia"... da che? Da chi? Chi ha mai messo in pericolo o leso la famiglia? Inutile soffermarsi su sottigliezze quali il domandarsi sulla base di cosa la "famiglia" e' quella che nasce dal matrimonio: un padre ed i suoi figli non sono forse una famiglia? In cosa i Pacs la minaccerebbero? Vien da domandarsi se questi nuovi infervorati cattolefevriani non intendano per "famiglia" qualcosa di diverso... che so io, una loro "famiglia", un loro bacino di interessi, piu' o meno porporati. Ma son cattivi pensieri... son incubi di balene bianche sponsorizzate da croci dorate. Rifuggendo da ogni dietrologia, devo rifugiarmi nell'unica realta' che m'appare palese: per essere sicuri che la signora Binetti possa dormire sogni tranquilli, noi siam tutti qui, fermi, ad aspettare, o, magari, come Welby, a soffrire, cosicche' il suo mondo del Mulino Bianco non si sporchi troppo. Non ce la faccio... con quelli come la signora Binetti non riesco a parlare. Con l'egoismo becero e bigotto di chi congiunge le mani invece che i neuroni non ce la faccio. Sarebbe piu' semplice fondare una religione alternativa che ammetta le coppie di fatto e tutto il resto... far loro concorrenza. Creare schiere di beoti alternativi disposte a contrastare le falangi cattofasciste cantando le lodi di un dio altr; pronte a liberarci, con Crociate fatte di convivenze e mancanza di battesimi, da questi Cattolici da fumetto, piu' ansiosi di baciar le sacre pile che di rispettare il dettato del Vangelo (tipo lascia a Cesare...). Ma se c'e' un Dio (disse una volta qualcuno)...http://piste.blogspot.com/

I NUOVI MERCATI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA Droga, le mani della ’ndrangheta sulla Colombia REGGIO CALABRIA L’Italia è pronta a chiedere l'estradizione di Salvatore Mancuso: signore della guerra, signore della coca, il più potente narcotrafficante della Colombia. Quattro anni fa l'hanno già chiesta gli Stati Uniti. Niente da fare: è rimasto dov'è. «Mancuso è un problema internazionale - dice Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia - ed è necessaria una convergenza internazionale per arrestarlo». Quarantadue anni, di origini italiane, Mancuso resta il capo indiscusso dell'Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, il più forte gruppo paramilitare di estrema destra al quale sono attribuiti migliaia di omicidi. E' indagato nell'inchiesta «Galloway Tiburon», condotta dalla Dda di Reggio Calabria, su un traffico di stupefacenti tra Europa e Sud America. La stessa che in questi giorni ha coinvolto Massimo Cragnotti, figlio di Sergio, ex patron della Lazio. Le intercettazioni Mancuso è stato tradito dalle conversazioni telefoniche con un imprenditore romano, Giorgio Sale, 63 anni, anch'egli arrestato. Il prossimo passo sarà la richiesta d'estradizione. E per evitarla, Mancuso, potrebbe esercitare in Colombia ritorsioni devastanti: «Comanda 5 mila uomini, controlla 15 regioni, dispone di elicotteri da guerra», dice uno degli investigatori. «Attraverso il controllo esercitato dall'Auc sulle piantagioni, incassa percentuali sulla vendita della coca, è legato alla 'ndrangheta, anche se non affiliato, e può esercitare una grande influenza sulla politica della Colombia». Il made in Italy, in Colombia, è una potenza: Giorgio Sale, pressoché sconosciuto in Italia, in Colombia è un pezzo da novanta. Proprietario di una catena di ristoranti e negozi, nella sua caduta ha trascinato persino il presidente del Consiglio superiore della magistratura colombiana, José Alfredo Escobar. Accusato dall’opinione pubblica, d'essere legato alla mafia italiana. Sangue e coca Un video incastra il giudice: Giorgio Sale lo abbraccia nei corridoi dell'aeroporto di Bogotà. E poi alcune intercettazioni, pubblicate dal settimanale Semana, nelle quali il giudice parla con tale Obrando, collaboratore di Sale. «Ti chiamo - dice Obrando al giudice - per un problema che riguarda una persona molto legata a Giorgio. Il giudice Martha Marin Mora ha la pratica. Basta dirle di guardarla con attenzione. Niente di più». Escobar, al telefono, assicura che la sua segretaria farà da tramite con i giudici in questione. Grazie all'amicizia con Mancuso Sale poteva comprare cocaina a soli 1.800 dollari il chilogrammo. Prezzo alla fonte, ottenuto nelle fattorie che producono coca nella giungla colombiana. «Luoghi - continuano gli investigatori - dove i paramilitari dettano legge con violenza. Per incrementare la produzione obbligano i contadini a lavorare di più, oppure li cacciano, ammazzando i figli dinanzi ai genitori. Ad alcuni cavano gli occhi con un cucchiaio». Sale abitava a ridosso della settima Strada: il cuore del potere colombiano. All'inizio riciclava soldi per la cosca dei Pannunzi. Poi, con i suoi figli, decise di mettersi in proprio. In pochi anni sono diventati potentissimi. Pare che Giorgio Sale abbia escogitato un piano - mai realizzato - per trasferire Mancuso in Italia: in cambio gli avrebbe fatto da faccendiere in Colombia. Sale non risulta affiliato ad alcuna cosca: probabilmente la 'ndragheta, in virtù dell'amicizia con Mancuso, deve aver tollerato il suo business. L'unico contatto con la mafia calabrese, secondo gli investigatori, sarebbe Domenico Trimboli, residente in Colombia e presentatogli dal figlio Cristian che, a sua volta, l'avrebbe conosciuto grazie a un ex della banda della Magliana. Per il resto era un intermediario puro tra produttori e rivenditori. «Sale non toccava mai la droga e non scuciva un centesimo - concludono gli investigatori - il suo guadagno era in merce. Chi comprava gli lasciava una parte in un deposito europeo. Lui la rivendeva a un altro trafficante: si faceva pagare, indicava il deposito, e il trafficante andava a prendersela». La Stampa

Pacifico, rivoluzionario, profeta dell’unità sovranazionale Guido Montani Quello che segue è l’intervento tenuto dal presidente del Movimento Federalista Europeo al convegno “Verso la Costituzione Europea. Il messaggio di Altiero Spinelli, padre del federalismo europeo”, in occasione dell’apertura dell’attività del Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Altiero Spinelli (1907-2007) La celebrazione del centenario della nascita di Altiero Spinelli, voluta dal Governo italiano, dimostra come l’ideale dell’unità politica dell’Europa e il federalismo sovranazionale stiano diventando parte del patrimonio culturale italiano ed europeo. Tuttavia, l’Europa è ancora divisa su troppi fronti. Abbiamo dunque il dovere di ricordare Spinelli anche per illuminare il difficile cammino che ci resta da percorrere. Approdando all’isola di Ventotene e, idealmente, nella cittadella della democrazia, Spinelli non lasciava alle sue spalle solo l’ideologia comunista, a cui aveva aderito giovanissimo per combattere il fascismo, ma anche l’ideologia nazionale, perché aveva compreso che lo Stato nazionale sovrano, causa prima di due guerre mondiali, non poteva più rappresentare l’orizzonte nel quale concepire un futuro di pace e di progresso. Nel lontano 1941, nella fase più disperata della guerra, il Manifesto di Ventotene diffuse tra i resistenti al nazifascismo l’idea che il nuovo crinale tra conservazione e progresso passava tra coloro che si sarebbero impegnati per la costruzione della Federazione europea e coloro che avrebbero continuato a perseguire, invano, i valori della libertà, della democrazia e del socialismo, nel quadro nazionale. In un mondo interdipendente, nel quale nessun governo nazionale può pretendere un controllo sovrano sulla società, sulla tecnologia e sull’economia, accettare come limite dell’azione politica le frontiere nazionali significa favorire le forze della conservazione. Il processo di integrazione europea dimostra con chiarezza questa contraddizione. I paesi dell’Unione europea, nonostante abbiano realizzato passi significativi nella costruzione di uno Stato sovranazionale, non hanno ancora avuto il coraggio di compiere quello decisivo: l’istituzione di un governo federale europeo, responsabile della politica estera e della politica economica. Essi sono pertanto continuamente costretti a combattere la rinascita, in forme nuove, degli antichi demoni nazionalisti e non hanno più la forza di contrapporre alle rivendicazioni corporative il perseguimento del bene comune. La democrazia nazionale langue, perché manca la democrazia europea. Eppure, uno sguardo al di fuori dell’Europa, mentre irrompono sulla scena internazionale nuovi giganti continentali come la Cina, l’India e il Brasile, dovrebbe convincere gli europei che, restando divisi, perderanno presto la loro dignità, identità e indipendenza. Chi non comprende il corso della storia, ne sarà travolto. Per realizzare il suo progetto politico, Spinelli fondò, in clandestinità, nel 1943, a Milano, il Movimento Federalista Europeo e, nel 1946, a Parigi, l’Unione Europea dei Federalisti. Era sua ferma convinzione che l’unità federale dell’Europa dovesse scaturire da un moto popolare. La Federazione è una unione democratica di stati democratici. Non si può costruire l’Europa senza la partecipazione attiva dei cittadini. La pressione dei movimenti federalistici ed europeistici è necessaria per provocare la convocazione di una costituente europea, così come avevano fatto gli americani a Filadelfia. Sulla base di questo modello d’azione, nel 1951, con un’audace iniziativa, Spinelli riuscì a convincere il governo italiano che la proposta francese di una Comunità Europea di Difesa (Ced) non era realizzabile senza una Costituzione e senza un governo democratico europeo. Un’assemblea costituente venne effettivamente convocata. Tuttavia, il progetto di Comunità Politica Europea fallì a causa del rifiuto francese del 1954. Si trattò di una grave sconfitta per i federalisti, che per molti anni non riuscirono a riprendere l’iniziativa. Solo trent’anni dopo, nel 1984, come deputato nel primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale, Spinelli riuscì a far approvare il Trattato di Unione europea. Si trattava di un nuovo progetto di Costituzione. Ma il Parlamento non possedeva sufficiente autorità per sostenere il progetto e i governi nazionali lo rifiutarono. Spinelli venne così sconfitto per la seconda volta. Il destino non ha concesso a Spinelli di riprendere la lotta. Lo hanno fatto i federalisti con una tenace pressione sul Parlamento europeo e sui governi nazionali, in un’Europa ormai alle prese con i problemi creati dalla disgregazione dell’Urss. Grazie a queste pressioni, oggi, abbiamo il terzo progetto di Costituzione europea, sebbene con difetti vistosi e in bilico tra la vita e la morte. Lo trattiene in vita solo il timore che, senza una Costituzione, l’Europa si disfi. Ma una vera volontà di rilancio non si è ancora manifestata. Spinelli direbbe che, per uscire dalla crisi, occorre avere fiducia nella volontà di unità del popolo europeo. La Costituzione europea è rimasta vittima di lotte nazionali di potere. Per evitare nuove trappole nazionali, chi vuole riprendere il cammino deve proporre un referendum europeo sulla Costituzione europea in occasione delle elezioni europee del 2009. I cittadini potrebbero così esprimersi, nel medesimo giorno, in tutti i paesi dell’Unione. In questo senso si stanno orientando anche i partiti più europeistici nel Parlamento europeo. L’insegnamento di Spinelli va al di là dell’Europa. Il 14 febbraio 1984, dopo il voto sul Trattato di Unione europea, in uno dei suoi ultimi discorsi, Spinelli così si è rivolto al Parlamento europeo: “Se le idee contenute in questo testo non fossero esistite nella mente della grande maggioranza di questo Parlamento, non sarei mai riuscito a mettervele. Mi sono limitato ad esercitare, come Socrate, l’arte della maieutica. Sono stato l’ostetrica che ha aiutato il Parlamento a dare alla luce questo bambino”. Come Socrate, Spinelli è stato un autentico rivoluzionario, perché l’unificazione europea è una rivoluzione pacifica. L’unità europea non può essere fatta con la violenza, ma solo con la forza della ragione. Chi vuole veramente la pace deve costruire istituzioni sovranazionali. In un mondo insanguinato quasi quotidianamente da guerre e massacri, afflitto dalla povertà di massa e minacciato da una crisi ecologica irreversibile, è assurdo perpetuare la divisione dell’umanità in tribù sovrane. La politica della divisione appartiene al passato. Il nuovo modo di fare politica consiste nella tenace costruzione dell’unità di popoli, di nazioni, di religioni e di culture differenti. Se l’Europa si darà una Costituzione sovranazionale, un giorno anche l’umanità potrà decidere il suo futuro sulla base di una Costituzione cosmopolitica. Con Socrate, l’umanità ha appreso l’arte della ricerca razionale della verità. Con Spinelli, può apprendere l’arte della costruzione della pace. caffeeuropa.it

«Il commercio equo? Non è beneficenza, ma un’alternativa» Come spiegare il boom degli “aquisti intelligenti” in Europa? Risponde una protagonista, Gaga Pignatelli. Le logo Max Havelaar, pionnier du commerce équitable (Dr Fujitronicd/flickr) 660 milioni di euro di fatturato annui, vale a dire due volte e mezzo rispetto al 2001. Secondo l’ultimo Rapporto Fair trade 2005, nell’Unione europea, il commercio equo e solidale decolla. Ma sarà vera gloria? Lo abbiamo chiesto a Gaga Pignatelli, presidente dell’Agices, l’associazione italiana delle organizzazioni di commercio equo e solidale, e rappresentante per l’Italia dell’International Fair Trade Association. Una ricerca realizzata nel 2004 dalle università Cattolica e Bicocca di Milano sulle dimensioni del commercio equo e solidale ha ipotizzato che possa diventare un’alternativa per i paesi in via di sviluppo. Che cosa lo rende possibile? Il commercio equo e solidale mira ad attivare processi di sviluppo economico e sociale delle comunità presso cui interviene. Non si tratta di una forma di beneficenza, ma di una vera e propria alternativa commerciale. Si dimostra, in altre parole, che un’economia rispettosa dei diritti umani ed ambientali è possibile, attraverso una differente redistribuzione delle risorse e attraverso la garanzia del rispetto di regole semplici ed essenziali (pagamento di un prezzo giusto per il lavoro svolto, trasparenza nelle relazioni commerciali, non sfruttamento del lavoro minorile, attenzione per l’ambiente, ecc.). A differenza di quanto accade nell’economia tradizionale, tutti gli anelli della catena sono corresponsabili della relazione economica, dal produttore al consumatore. 79mila punti vendita, aumento delle vendite del 20% dal 2000: nell’Ue l’“equo e solidale” è un vero boom. Non potrebbe trattarsi di una “moda” passeggera? Non credo, visto che nei Paesi del Nord Europa il commercio equo e solidale esiste ormai da quasi 50 anni e in Italia da quasi 30 anni. Le persone sono sempre più disponibili ad acquistare prodotti “puliti” e sempre più attente a capire cosa si cela dietro i nostri acquisti quotidiani. Anche nel marketing il commercio equo e solidale differisce da quello del commercio tradizionale? Tanto per cominciare non si punta sul prodotto, ma sul produttore e sul progetto. Si insiste sulla responsabilità dei consumatori, sul potere di scelta e di cambiamento che ognuno di noi ha anche attraverso il semplice gesto dell'acquisto. Inoltre tra i mezzi di comunicazione usati spicca Internet perché poco caro, anche se bisogna dire che negli ultimi anni possiamo permetterci in alcuni casi anche canali più tradizionali (pubblicità sui giornali, tv, ecc.) ma mai vere e proprie campagne promozionali. Come sono regolamentate le transazioni nell’ambito del commercio equo? Ci sono diverse normative nazionali o si fa riferimento a una normativa europea? Non esiste una normativa europea o nazionale specifica. Certo, nel movimento, abbiamo tutti apprezzato la risoluzione del Parlamento Europeo sul Commercio Equo e Solidale e lo sviluppo approvata nel luglio 2006 ma si tratta di un atto senza valore di legge. In diversi Paesi europei, poi, si stanno muovendo processi di normazione del fenomeno. In particolare, Francia, Belgio e Italia sono gli stati membri dell’Ue più coinvolti, anche se manca ancora un coordinamento fra le diverse iniziative legislative. Secondo alcuni economisti e filosofi, tra cui Fritjof Capra, il modello di mercato proposto dal commercio equo solidale non è efficace rispetto agli obiettivi che si pone. Capra ha affermato che l'agricoltura biologica in Brasile avviene a scapito della foresta amazzonica, ed il suolo ottenuto dal disboscamento resta fertile solo per pochi anni. Che cosa risponde a queste critiche? Ben vengano tutte le critiche a condizione, però, che siano costruttive. Il commercio equo e solidale intende dimostrare che un’economia differente è realizzabile o dovrebbe realizzarsi, ma non è un sistema perfetto. Sarebbe importante raccontare più spesso dei casi eccellenti, ascoltare la voce dei produttori e delle comunità in cui il commercio equo e solidale ha fatto la differenza, parlare con le migliaia di volontari che da decenni sostengono le organizzazioni. Ancora più importante, poi, sarebbe la presa di coscienza soprattutto da parte degli economisti dell’inadeguatezza di questo sistema economico che provoca diseguaglianza, ingiustizia sociale, distruzione delle risorse ambientali. http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2232 Tiziana Sforza - Roma

Cooperazione. Cosa c'è dietro l'ospedale in Sudan Giovanni Fattore* & Guglielmo Pacileo*, Dibattito Riprende il dibattito sugli aiuti sanitari cooperativi innescato dall'intervento di Gino Strada sul centro di cardiochirurgia di Kartoum. Con una speranza: che al più presto si metta in moto un processo di profonda e radicale riforma dell'assetto del settore ''E' ora che la smettiamo di mandare nel terzo mondo aiuti da terzo mondo''. E' questa una delle affermazioni usate dal fondatore e presidente di Emergency, Gino Strada, per sostenere il progetto di costruzione del centro di Cardiochirurgia "Salam" di Khartoum, ormai prossimo all'apertura. Emergency è una delle principali organizzazioni non governative (Ong) di cooperazione italiana ed opera nel campo delle emergenze con interventi di natura sanitaria. Nel 2004 ha deciso di avviare la creazione di una struttura di cardiochirurgia di riferimento per 10 paesi africani; questo progetto è stato anche oggetto di una specifica campagna di raccolta fondi denominata "diritto al cuore". Con questo progetto Emergency vuole sostenere l'universalità del diritto alla salute, promuovendo l'accesso a tecnologie sofisticate e relativamente costose anche in paesi poveri. In questo senso la costruzione di un centro medico ad alta specializzazione rappresenterebbe, anche da un punto di vista simbolico, un segnale forte in questa direzione. L'iniziativa suscita notevoli perplessità da parte di alcuni esperti di cooperazione sanitaria (www.aprileonline.info). In sintesi, due sono le principali critiche sollevate al progetto in questione. Primo, dati gli ingenti investimenti necessari per l'avvio e il funzionamento del centro e il numero comunque limitato di potenziali beneficiari degli interventi, esso rappresenterebbe un utilizzo irrazionale delle risorse per la cooperazione sanitaria. Se impiegate in interventi a minor contenuto tecnologico e rivolte ad una popolazione più ampia, le stesse risorse economiche potrebbero avere un impatto sulla salute della popolazione nettamente maggiore. In termini tecnici, il progetto di Emergency non sarebbe costo-efficace. Il progetto non sarebbe costo-efficace perché un paese povero e martoriato come il Sudan avrebbe ben altre priorità. Il Sudan è infatti il più esteso paese del continente africano, con una popolazione di 36.233.000 e un PIL procapite di 1,361 dollari (PPP) nel 2004. L'aspettativa di vita alla nascita è di 56 anni per gli uomini e 60 per le donne, mentre la spesa sanitaria procapite è 54 dollari (PPP). A causa delle guerre civili il Sudan è il paese con il più alto numero di sfollati al mondo: più di 5 milioni, dei quali si stima che circa 2 milioni vivano attorno alla capitale. La seconda critica riguarda la sostenibilità economica ed operativa nel medio periodo. E' difficile immaginare che una tale struttura possa auto-finanziarsi, anche solo per coprire le spese di gestione corrente. Il futuro del centro, sempre che voglia continuare a dare assistenza gratuita, dipenderebbe quindi dal sostegno di Emergency, da altri contributi della cooperazione internazionale o dai finanziamenti pubblici dei paesi beneficiari. Vediamo favorevolmente questa polemica in quanto consente, in termini relativamente semplici e concreti, di ragionare sul significato della cooperazione sanitaria e sulla crisi della cooperazione italiana. E' su questi due aspetti che vogliamo attrarre l'attenzione. Il caso del centro di cardiochirurgia di Khartoum esemplifica i profondi cambiamenti in atto nella domanda e nell'offerta di servizi sanitari nei paesi poveri e nelle aspettative nei confronti della cooperazione sanitaria. Anche in questi paesi aumenta la domanda per servizi specialistici e costosi, per effetto della diffusione globale delle conoscenze e per l'affermarsi di elite urbane che aspirano a servizi sanitari simili a quelli disponibili nei paesi più ricchi. Sul lato dell'offerta cresce l'interesse per interventi con impiego di tecnologie avanzate; cresce l'interesse tra gli operatori "specialisti" per trasferire esperienze e competenze, spesso motivato da un genuino spirito di solidarietà, anche perché gli interventi strutturali (ospedali e tecnologie) possono favorire la visibilità dei progetti e facilitano pertanto anche la raccolta di fondi. E cresce anche l'interesse delle imprese fornitrici di tecnologie sanitarie, che vedono nella cooperazione un'area dove crearsi visibilità e nuovi spazi di mercato. In sintesi, fattori sul lato della domanda e dell'offerta spingono verso investimenti in tecnologie avanzate nei paesi a basso reddito, anche quando criteri di razionalità economica suggeriscono di dare priorità ad altri interventi. A ben vedere sulla vicenda del centro di Cardiochirurgia "Salam" si confrontano due concezioni diverse. Da un lato si vogliono affermare i principi della razionalità economica e della sostenibilità degli interventi. E' indubbio che molto si potrebbe fare per ridurre mortalità e sofferenza se si spendesse in modo più costo-efficace, dando priorità agli interventi con i migliori profili rischi-benefici, a contenuto tecnologico limitato (e appropriato al cotesto) e da offrire in modo capillare sul territorio. D'altra parte si può comprendere come il progetto di Emergency voglia affermare l'universalità dei diritti anche con iniziative forse economicamente non razionali, ma in grado di dare concrete risposte a patologie che uccidono in Italia come in Africa. Auspichiamo che i temi della razionalità economica, della sostenibilità delle iniziative di cooperazione, ma anche della promozione di diritti universali, dell'ampliamento delle dimensioni della solidarietà e della piena comprensione dei cambiamenti in atto nei sistemi di tutela della salute, compreso il difficile equilibrio tra assistenza primaria e medicina specialistica, tornino al centro del dibattito culturale del nostro paese. Se il confronto tra sostenitori e oppositori del progetto riuscirà ad affrontare seriamente questi temi, Salam potrebbe essere una grande occasione per risvegliare il dibattito italiano sulla cooperazione dal torpore che lo caratterizza ormai da più di un decennio. Venti anni fa fu approvata la legge che ancora norma la cooperazione italiana. Quella fu una stagione di grande dibattito, sia sul significato della cooperazione internazionale, sia sul ruolo delle istituzioni pubbliche. In questi ultimi anni, il cambiamento più significativo è stato l'affermazione di modalità decentrate di cooperazione, che hanno visto le regioni italiane impegnarsi come soggetti attivi con tanto entusiasmo, risorse comunque limitate e la mancanza di un quadro di coordinamento generale a livello nazionale. Oggi le risorse gestite dall'Italia per la cooperazione sono significativamente diminuite, le Ong sono spesso in difficoltà finanziarie e gestionali, e il governo nazionale appare incapace di superare una crisi ormai decennale che riguarda l'assetto istituzionale, i sistemi di gestione e la capacità di disegnare e attuare strategie efficaci. Questo mentre paesi come la Germania, la Svezia o il Regno Unito hanno aumentato le risorse a disposizione della cooperazione, ma soprattutto hanno investito nelle loro capacità di finanziare, programmare e gestire gli interventi. La nostra speranza è che al più presto si metta in moto un processo di profonda e radicale riforma dell'assetto della cooperazione italiana. Gli sforzi di Emergency e il lavoro di tutti gli attori del mondo della cooperazione sono in parte vanificati dalla mancanza di una politica italiana sulla cooperazione allo sviluppo e dalla debolezza delle attività concrete con cui si sostengono ed indirizzano i progetti di cooperazione: dalla identificazione delle priorità di azione alla qualificazione degli interventi, dallo sviluppo delle professionalità operanti nella cooperazione e alla valorizzazione del patrimonio di solidarietà e conoscenze del nostro paese. *Professore associato presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS) dell'Università Bocconi **Osservatorio Globale Salute Globale http://www.aprileonline.info/1159/cooperazione-cosa-ce-dietro-lospedale-in-sudan

mandarino alla conquista del mondo Alessandro Lanni “È l'equivalente linguistico del mandare un uomo sulla Luna”, ha detto Oded Shenkar, autore di The Chinese Century. La strategia del governo di Pechino è di diffondere il più possibile la propria lingua per conquistarsi più facilmente uno spazio al sole in Occidente. I mercati più caldi sono, per ora, la Thailandia e la Corea del Sud, ma intanto anche in Europa, in particolare in Francia e Germania, il cinese si va diffondendo. Pechino non sta facendo nulla di diverso da quel che a loro tempo hanno fatto inglesi, americani o francesi: sta inviando emissari all’estero per diffondere la propria lingua e la propria cultura. Il cinese mandarino è uno degli strumenti con cui da qualche anno la grande potenza orientale sta provando a conquistare l’Occidente. Una lingua ufficiale che, secondo un sondaggio del 2004 realizzato dal Comitato nazionale per la lingua cinese, è parlata dal 53 per cento della popolazione entro i confini della Repubblica popolare ma che è al tempo stesso l’idioma più diffuso al mondo, superando l’inglese con ben 500 milioni in più di parlanti. Da una lunga inchiesta di Wired emerge che proprio la strategia del governo di Pechino è di diffondere il più possibile la propria lingua così difficile per conquistarsi più facilmente uno spazio al sole in Occidente. I mercati più caldi sono, per ora, la Thailandia e la Corea del Sud, dove entro il 2007 tutte le scuole elementari e medie garantiranno l'insegnamento del cinese. Ma intanto anche in Europa, in particolare in Francia e Germania, il cinese si va diffondendo. Malgrado i vincoli posti dal governo sull’uso della Rete, è anche la seconda lingua più usata in patria. Il governo di Pechino punta a renderla indispensabile per gli anglofoni (e non solo). Secondo le stime del Dipartimento nazionale per l’Insegnamento del Cinese come Lingua straniera, attualmente 30 milioni di persone in tutto il mondo starebbero studiando il cinese come seconda lingua. Con questa strategia di espansione, Pechino non sta facendo nulla di diverso da quel che a loro tempo hanno fatto inglesi, americani o francesi: sta inviando emissari all’estero per diffondere la propria lingua e la propria cultura. Del resto non è la prima volta che i cinesi tentano di promuovere la loro lingua madre: nel XVII e XVIII secolo, infatti, la Cina imperialista ha esportato molti dei suoi idiomi in gran parte dell’Asia sud orientale. Questa campagna di diffusione nel nostro secolo, però, ha una portata più globale, come giustamente si addice a una superpotenza mondiale emergente. “È l'equivalente linguistico del mandare un uomo sulla Luna”, ha detto Oded Shenkar, professore della Ohio State University e autore del saggio The Chinese Century. I burocrati cinesi hanno preso molto sul serio questa missione di evangelizzazione. E, come ha detto Zhang Xinsheng, viceministro dell'Istruzione cinese, “la Cina, in quanto terra madre di questa lingua, vuole assumersi la responsabilità di promuoverla e di aiutare le altre nazioni ad apprenderla meglio e più velocemente”. A buon intenditor poche parole.http://www.resetdoc.org/IT/Mandarino.php

Occhio L'italiano Simone Fatiga ha convocato una conferenza stampa per denunciare ai media colombiani ed internazionali che la moglie colombiana lo ha sfregiato e minacciato di morte. "Le cicatrici non se ne andranno, ma quello che mi fa più paura sono le sue minacce di farmi ammazzare dai suoi amici", dice il Fatiga, chiedendo protezione al Governo locale ed all'Ambasciata Italiana. Sarebbe un episodio minore, se: 1) la moglie non fosse Lía Araújo; 2) Lía Araújo non fosse sorella di María Consuelo Araújo; 3) María Consuelo Araújo non fosse il ministro degli esteri colombiano e sorella del Senatore Álvaro Araújo, accusato ed attualmente indagato per legami coi paramilitari. Povero Simone: in che guaio si è andato a ficcare! Ringrazio Loupsos per la segnalazione; rimando all'articoletto sul Corriere (dove non accennano alle miancce di morte per mano di amici: chissà perché); e segnalo l'edizione del 6 dicembre dell'Heraldo di Barranquilla per la notizia locale. Tags: Bogospigo, vista da lì ¶ 9:01 AM 4 comments 7.12.06 Giustizia o Pace? Il trasferimento dei capi paramilitari da La Ceja a Itagüí ha portato alla crisi del cosiddetto "processo di pace" , mostrandone tutte le contraddizioni. Meno di una settimana fa, il Presidente Uribe ha deciso di trasferire decine di boss delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, la massima associazione dei paramilitari) a un carcere di massima sicurezza, quello di Itagüí. Decisione di grande impatto, specie se si considera che fino a quel giorno i boss erano "riuniti" in un centro vacanze a La Ceja, dove ricevevano decine di visite al giorno, consumavano tutto il whisky disponibile in paese e gestivano liberamente traffici e guerre intestine. La reazione delle AUC è stata immediata: prima uno sciopero della fame, interrotto solo con l'arrivo al supercarcere del Commissario di Pace Restrepo; poi un'accesa riunione di 3 ore (in cui pare che al Restrepo lo abbiano lasciato parlare non più di 5 minuti) e finalmente la dichiarazione di "Ernesto Baez": "il processo di pace è finito", accompagnata da dichiarazioni anonime del tipo: "non sappiamo come reagiranno alla notizia i 30,000 smobilizzati del paese: speriamo che non ci sia un bagno di sangue nel paese". Se il senso comune suggerisce che il posto di un assassino sia dietro le sbarre, rimangono però diversi dubbi sulle motivazioni di Uribe: perchè ha preso una decisione così contraria allo spirito delle conversazioni coi para? La "reclusione" a La Ceja faceva parte di articolati accordi, senza contare che diversi dei capi "reclusi" non sono neppure formalmente imputati dalla giustizia. Sui media colombiani si fanno diverse ipotesi: 1) che Uribe abbia voluto distrarre l'opinione pubblica per coprire lo scandalo della para-politica e le sue ramificazioni (abbondanti) all'interno della sua coalizione e del suo governo. A me pare improbabile, visto che i para delusi, incarcerati e minacciati d'estradizione avranno meno remore a raccontare ciò che sanno sui loro legami con la società colombiana; 2) che fossero giunte voci di un piano di fuga; questa è la versione ufficiale, diffusa dallo stesso Uribe in un'intervista a la radio "La W", alla quale a dire il vero nessuno pare credere. A Uribe i piani li avrebbe rilevati il direttore di un mezzo di comunicazione, ma in Magistratura non ne sanno nulla. 3) che il vero segnale sia rivolto agli USA, dove un congresso democratico esige posizioni più dure coi paramilitari e condizionerà gli aiuti 2007 (e la firma del TLC) a progressi sul fronte sociale e dei diritti umani; questa - a mio parere - è la più probabile delle tre, e non è un dettaglio che poco prima di rendere pubblica la sua decisione Uribe si sia incontrato con l'Ambasciatore USA William Wood - secondo l'articolo di Semana. In poche parole: il cambio del vento a Washington non consentirebbe più ad Uribe di avere la botte piena (i soldi del Plan Colombia, il TLC, l'estensione dell'ATPDEA) e la moglie ubriaca (un finto processo di pace orientato al perdono dei paramilitari). La coperta diventa troppo corta, ed obbliga a scelte difficili.http://bogotalia.blogspot.com/

I due volti della storia Libero su cauzione lo storico David Irving. Negò l'esistenza delle camere a gas Scritto per noi da Lucilla Tempesti Tra reato e libertà. David Irving, lo storico revisionista da un anno rinchiuso in un carcere austriaco, è di nuovo in libertà. Risale allo scorso febbraio la condanna a tre anni di reclusione per apologia del nazismo. E’ di oggi la sospensione della pena, e la concessione della libertà condizionale. L’episodio riporta sulle prime pagine dei quotidiani, nazionali e internazionali, il dibattito sul revisionismo storico: reato d’opinione o libertà di espressione? Il nuovo secolo ha conosciuto diversi casi giudiziari con, per protagonisti, esponenti della corrente storiografica revisionista. In Germania così come in Austria l’apologia del nazismo costituisce reato. Per questo sono attualmente detenuti in carceri tedesche in attesa di processo, i revisionisti Ernst Zündel, German Rudolf e Siegfried Verbeke. E per questo la scarcerazione di David Irving, dovuta ad una semplice sospensione della pena, si tinge di colori diversi rispetto a quello della semplice cronaca giudiziaria. Ne è una riprova la definizione data della precedente sentenza a carico di Irving dallo scrittore Israel Shamir: una condanna non per negazione dell’Olocausto, ma per negazione della “superiorità ebraica”. Il primo volto di Irving. “Chiamatemi pure un moderato fascista”, avrebbe affermato quarant’anni fa Irving. Del resto, le sue posizioni concilianti verso le responsabilità dei gerarchi nazisti lo posero, sin dalle sue prime pubblicazioni primi anni ’60, come elemento di spicco del movimento revisionista. Il revisionismo di Irving negli anni si tramuta però in negazionismo spinto: per Irving la storia non ha conosciuto né le camere a gas di Auschwitz, né la notte dei cristalli del ‘38, una bravata quest’ultima per lui attribuibile a sconosciuti travestiti da “Sa”. Per Irving l’Olocausto diviene, in quanto fortemente ridimensionato nei numeri, una strage come altre. Per Irving non c’è documento che attesti l’ordine della cosiddetta “soluzione finale”, e dunque non esiste alcuna certificabile volontà di Hitler di una “soluzione finale”. Per Irving, infine, la Seconda guerra mondiale è figlia dell’ambizione e fallimento delle responsabilità di uno: non Adolf Hitler, ma Winston Churchill. Giano bifronte. Arriva il carcere, e con esso Irving mostra un’altra faccia. L’11 novembre 2005 Irving viene arrestato in Austria mentre si recava ad un dibattito pubblico organizzato dalla confraternita di estrema destra Burschenschaft Olympia. L’episodio incriminato risale a 17 anni prima. Nel 1989, in occasione di due discorsi, a Vienna e a Leoben, Irving aveva negato l’esistenza delle camere a gas ad Auschwitz e messo in dubbio l’Olocausto. Irving ha per la corte compiuto un reato: la legge austriaca vieta l’apologia, la relativizzazione e la negazione dei crimini del nazismo. In attesa del processo, Irving concede un’intervista. Nuovi documenti compaiono, a suo dire, dagli archivi di Mosca, di Auschwitz e di Londra: è l’analisi dei dati a consentirgli una rettifica. L’Olocausto è esistito, i crimini del terzo Reich pure. Ed è ad un secondo nazismo, quello della fine, che sono imputabili le “vittime innocenti”. Ci si chiede come verrà accolto questo voltafaccia dai 13mila ammiratori che Irving stesso si vanta di possedere. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6990

Strade antiliberiste Intervista a Jean-Louis Laville di G. Carmosino e S. Di Nella Tra le novità editoriali di queste settimane, il "Dizionario dell'altra economia" di Jean Louis Laville e Antonio Davi Cattani [Sapere 2000], merita una segnalazione. Se non altro perché dimostra la crescita culturale di un movimento che interessa sempre più non solo ricercatori, operatori, amministratori, giornalisti, economisti e sociologi [come Laville], ma soprattutto cittadini comuni alla ricerca di strade diverse dalle ricette liberiste. Economia sociale ed economia solidale, critica allo sviluppo e decrescita: di certo, come spiega Laville nel libro e in questa intervista realizzata da Carta - in occasione di un incontro promosso a Roma dall'ufficio di Autopromozione sociale del Comune di Roma - l'altra economia è un movimento plurale e nonostante tutto piuttosto vivace. I movimenti sociali che da Seattle ai forum sociali mondiali chiedono un'economia diversa da quella globale costruita introno al libero mercato sono figli dell'economia sociale e dell'economia solidale. Esiste un filo rosso che unisce queste due forme di economia e perché oggi si parla sempre sempre più spesso invece di "altra economia"? L'altra economia ha una lunga storia attraverso la quale si può provare a capire perché oggi comprende sia forme di economia sociale che di economia solidale. L'idea di altra economia è nata nella prima metà del diciannovesimo secolo quando alcune associazioni hanno provato a vedere come, mentre l'economia di mercato cominciava a entrare in crisi e si inizava a parlare di "questioni sociali", era possibile fondare un'economia non solo sui principi dell'interesse e dell'utilità, ma sui principi della solidarietà. Per riprendere i termini usati da alcuni allora, non si può avere la democrazia nella società e la monarchia nell'impresa. Il senso di fratellanza che unisce cittadini liberi e uguali può avere una traduzione nell'economia Nel tempo si sono distinte due correnti in seno a chi raccomandava la solidarietà nell'economia. Una corrente di solidarietà filantropica che è stata la corrente con la quale il liberismo ha provato a reintegrare la solidarietà, sostenendo un modello basato su rapporti di tipo individuale di compassione e di benevolenza, rapporti regolati da parte dei più benestanti nei confronti dei più poveri. Si trattava di un progetto che per la prima volta non si riferiva più alla religione, ma conservava tuttavia interamente la distanze tra il donatore e il beneficiario. Dall'altro lato c'era la solidarietà democratica, cioè l'idea che la solidarietà era un legame sociale volontario che univa delle persone su un piano di uguaglianza a partire dai nuovi diritti di cittadinanza. Questa solidarietà aveva due caratteristiche: il fatto che erano reti orizzontali tra persone che volevano avere un obiettivo comune e che organizzavano la produzione, il mutuo aiuto e che avevano un certo numero di richieste politiche da rivolgere al potere democratico. Per molto tempo è esistito un forte contrasto tra la solidarietà filantropica e la solidarietà democratica: nella seconda metà del diciannovesimo secolo, alla fine, la solidarietà democratica è riuscita a diventare la base di quello che sarà progressivamente lo stato sociale. Ma in quel momento, si è dimenticata la dimensione iniziale della solidarietà orizzontale per pensare che, da un lato c'era l'economia di mercato, e dall'altro lo stato sociale che poteva prelevare dall'economia di mercato per ridistribuire secondo norme determinate dalla legge. Quello che è stato importante in quel passaggio, è che la solidarietà non era più un rapporto interindividuale ma una relazione che implicava l'esistenza di diritti sociali. È stato un passo in avanti, ma nello stesso tempo ha rimandato l'associazionismo a un ruolo secondario, perché i pilastri della società erano il mercato e lo stato. Nello stesso tempo, nei nuovi statuti, si è cominciato a parlare di economia sociale, con una dimenticanza di quello che era stata l'origine dei tentativi di economia solidale, cioè un progetto di cambiamento politico e sociale. Ciò che ritroviamo da venti o trenta anni attraverso tre generazioni di innovazioni e sperimentazioni nuove - la generazione di quelli che hanno voluto dare nuove possibilità di presa di parola degli utenti nel settore pubblico, quelli che hanno voluto dare nuove possibilità a chi era escluso del mercato del lavoro, quindi agire nel campo dell'inserimento, e poi questa terza ondata più culturale con l'emergenza del movimento del software libero e di luoghi culturali e di attività nel campo della vita quotidiana e dei servizi - è l'idea secondo cui le iniziative hanno una doppia componente, economica, e in questo sono imprese, e politica, perché sono anche azioni collettive. Questa tensione e questa volontà di iscriversi in queste due sfere, quella economica e quella politica, è la caratteristica dell'economia solidale ed è anche la differenzia rispetto all'economia sociale che si è più istituzionalizzata. Che ruolo hanno giocato in questi ultimi anni i forum sociali mondiali rispetto ai temi dell'altra economia? Il momento in cui è stata introdotta la discussione sull'altra economia a livello mondiale è interessante anche a livello dei forum sociali, perché è il momento in cui si è passati dall'antimondializzazione, cioè di un movimento di movimenti che era basato sulla protesta, a una rete di movimenti che ha ammesso la necessità di articolare strettamente le proteste, che sono necessarie, con delle proposte concrete. Andando in questa direzione, che non è stato facile nemmeno all'interno della rete che promuove il forum sociale mondiale, mi sembra che ci si sposti rispetto a quello che è stata la rappresentazione dominante del cambiamento sociale del ventesimo secolo, ovvero quello di una rottura radicale con il liberismo. Prevale una rappresentazione del cambiamento sociale ancorata a delle pratiche. La novità degli ultimi annim duqneu, è nel nostro sistema a dominante capitalista, non c'è più solo la dominante capitalista che si esprime, ci sono altre forme e altre logiche anche se sono ancora subordinate al capitalismo. Il problema è riuscire a costituire reti che permettano a queste esperienze di economia altra di vivere in condizioni meno difficili, di consolidarsi e di rinforzare il loro capacità di trovare consensi. È per questo che, a livello di concettualizzazione, non basta aggiungere un "settore" che sia residuale rispetto agli altri settori che rimarrebbero incambiati, così è nata l'espressione "terzo settore". Si tratta di avere una capacità di interpellazione - penso ad esempio al caso del movimento del commercio equo e solidale - su come funziona il resto dell'economia. Nei tuoi libri sostieni che è esiste un interessante modello di economia "ibrido", costituito da economia informale, economia pubblica ed economia di mercato. Di cosa si tratta esattamente? Nella maggior parte delle esperienze di economia solidale non conta tanto l'aumento della dimensione delle attività, quanto il fatto che si mostri che ci sono altri modelli economici che possono funzionare. E a partire da questi modelli terzo settore è possibile smarcarsi dalla naturalizzazione dell'economia dominante, che è sempre stata una delle forze del neoliberismo: ovvero, non c'è altra scelta. Questa assolutizzazione dell'economia di mercato liberista è stata rinforzata dal disastro del totalitarismo al ventesimo secolo. Ha trovato una nuova legittimità: il neoliberismo si è imposto anche perché, storicamente, quello che era stato mostrato come un modello alternativo si era concluso come una catastrofe. Invece, dal momento in cui le attività di economia solidale hanno la volontà di essere accessibili a tutti - per esempio nei servizi - si suppone, da una parte che ci siano negoziati con i poteri pubblici per che ci sia una redistribuzione pubblica che permetta di non rivolgersi solo alle clientele solvabili ma a tutta la popolazione che abita su un territorio, e nello stesso tempo, rimobilita questa solidarietà orizzontale che era il punto di partenza del senso di solidarietà democratica. A livello economico, c'è dunque un'ibridazione nelle esperienze di economia solidale tra le risorse che vengono dal mercato, le risorse che vengono dalla reciprocità orizzontale - che è una forma di solidarietà democratica - e le risorse che vengono dalla solidarietà pubblica. Questo è nell'ideale, ovviamente questo processo è plurale a livello economico e politico e molto difficile da condurre nel nostro ambito istituzionale, perché si basa sulla volontà di riunire ciò che è stato separato: è stato separato quello che appartiene al campo dal mercato, da ciò che appartiene al campo della redistribuzione, dell'economia e della politica. Intanto, in Francia, negli ultimi anni più di trecento amministrazioni locali hanno avuto un assessorato all'economia sociale o solidale. Il segnale che qualcosa sta cambiando anche a livello di politiche locali? Quello che abbiamo conosciuto in Francia è l'inizio di politiche pubbliche nei confronti dell'economia solidale attraverso la creazione di un segretariato di Stato all'economia solidale, ma è durato solo due anni, il governo di destra lo ha soppresso. È stato ripreso a un altro livello dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali e locali. Ci sono ora una quindicina di regioni francesi, su ventidue, che hanno una politica in materia di economia sociale e solidale, e centinaia di delegati all'economia solidale nelle amministrazioni locali. Per la prima volta si integra nei schemi regionali di sviluppo economico una componente di economia sociale e solidale. Sta emergendo una presa in considerazione, serve sia la decisione politica sia la capacità e la volontà dei servizi tecnici di portare avanti queste politiche, ma tuttavia c'è un gran cambiamento rispetto all'assenza nelle politiche precedenti. L'articolazione tra azione pubblica e economia solidale è assolutamente determinante per il futuro, per mostrare che non si tratta di un vago delirio ma di esperienze che esistono già e si confrontano a delle difficoltà che i poteri pubblici possono aiutare a risolvere, a condizione di preservarsi da una tendenza francese molto forte: quella di mettere sotto tutela dei poteri pubblici la società civile… Per questo gli attori delle reti dell'economia solidale vengono difficilmente presi in considerazione, perché c'è una difficoltà - che viene dallo Stato sociale francese - di arrivare a negoziare in una vera e propria partnership e non in un relazione asimmetria. L'altra difficoltà è che le esperienze di economia solidale non possono giustificarsi sempre come creazione di nuovi posti di lavoro, perché creano lavori ma contribuiscono sopratutto alla coesione sociale e alla democrazia partecipativa. È molto difficile considerare questi tre ruoli complementari in un'amministrazione così suddivisa tra il sociale, il politico e l'espressione politica. Quello che accade in Francia - come in altri paesi - a livello locale e regionale - costuitisce un progresso rispetto a quello che c'era prima ma i problemi sono anche a livello europeo, dove non viene ancora presa in considerazione questa componente dell'economia. Qual è la tua opinione sulla critica allo sviluppo e la decrescita? Da ormai diversi anni quando si affronta il tema della critica allo sviluppo e delle alternative al neoliberismo, molti oppongono il concetto di sviluppo durevole a quello di decrescita. Mi sembra che sbaglino lotta. Entrambi hanno lo stesso nemico comune: l'ideologia economicista. Oggi il movimento per la decrescita solleva un certo numero di domande davvero importanti che, nelle nostre società occidentali, erano un vero e proporio tabù, e genera così una liberazione della parola importante, la possibilità cioè di prendere le distanze con l'economicismo che rimane fortemente diffuso nella società. La nozione di sviluppo durevole cerca di portare avanti un'idea di doppia solidarietà: orizzontale, per ridurre le disuguaglianze sociale, e verticale, per tenere conto di quello che con il nostro stile di vita lasciamo alle generazioni future, ma è anche in sinergia con quello che propone la cosiddetta economia solidale. Dal mio punto di vista, non bisognerebbe entrare in una guerra di religione, tra sviluppo durevole e decrescita. Si può avere l'impressione che c'è una difficoltà a capirsi, ma la cosa più importante è probabilmente riuscire a cambiare la rappresentazione dell'economia: la maggior parte delle politiche di sinistra considera ancora la crescita come la condizione necessaria per poter fare qualsiasi cosa. Ma la società non è basata solo su due pilastri: quello del mercato che sarebbe il pilastro dell'efficienza e l'altro, quello dello stato sociale, che sarebbe il pilastro della ridistribuzione; il mercato non può funzionare senza un'azione pubblica articolata e senza un terzo pilastro, quello della socialità primaria, vale a dire gli scambi che possiamo fare sul piano della reciprocità e del dono, che fanno la vera qualità della nostra vita. http://www.carta.org/campagne/globalizzazione/decrescita/061129dinella_carmosino.htm

Libia: ancora una condanna a morte per le infermiere bulgare Da Sofia, scrive Francesco Martino La Bulgaria è sconvolta. Le reazioni rispetto alla conferma, in appello, della condanna a morte alle cinque infermiere bulgare e al medico palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus HIV di 426 bambini nell’ospedale pediatrico di Bengasi nel 1998 “Gheddafi distribuisce la morte per Natale”, “Ancora una volta a morte”, “Lotteremo fino in fondo!”. Sono questi alcuni dei titoli dei quotidiani bulgari usciti lo scorso 20 dicembre, dopo che il tribunale di Tripoli ha confermato in appello la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus HIV di 426 bambini, di cui 52 sono già morti, avvenuto nell’ospedale pediatrico di Bengasi nel 1998. Nonostante le pressioni di Unione Europea e Stati Uniti e numerosi studi scientifici, tra cui quello recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature, che hanno dimostrano che i ceppi virali responsabili delle infezioni erano già presenti nell'ospedale molti anni prima dell'arrivo delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, i giudici libici hanno ribadito la sentenza di morte già emessa in primo grado il 6 maggio 2004, decisione poi annullata dalla Corte suprema per vizi di forma. Adesso la sorte degli imputati, agli arresti dal 1999, è nelle mani della Corte di cassazione, che può confermare o ribaltare la sentenza, ed in quelle del Consiglio superiore della magistratura libica, che assume il ruolo di ultimo grado di giudizio. Ma più che i procedimenti nelle aule giudiziarie, a porre la parola fine all’odissea di Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka e del dottor Ashraf Alajouj saranno gli equilibri interni del sistema di potere libico e la voglia del colonnello Gheddafi di salvaguardare il processo di apertura del paese verso l’occidente, di cui la Bulgaria, con la prossima adesione all’Unione Europea del 1 gennaio 2007, diventa parte integrante. Le autorità di Sofia hanno reagito in modo molto duro alla notizia della condanna emessa dal tribunale di Tripoli. Per la prima volta, attraverso le parole del presidente Georgi Parvanov, il processo contro le infermiere bulgare è stato definito “un processo su ordinazione”. “La condanna a morte delle nostre compatriote e del medico palestinese, del tutto innocenti”, ha dichiarato Parvanov, che due anni fa si era recato personalmente in visita da Gheddafi, nella speranza di riuscire a sbloccare la situazione, “serve soltanto a nascondere le vere cause che hanno provocato l’epidemia di AIDS nell’ospedale di Bengasi”. Questa presa di posizione rompe con la strategia adottata fino ad ora, che puntava a costruire rapporti di maggiore fiducia con Gheddafi e le autorità libiche per favorire la liberazione delle infermiere, puntando anche sul fatto che dal 1999 il regime del paese nordafricano ha operato una netta svolta nel campo della politica internazionale, col tentativo di uscire dall’isolamento e di riavvicinarsi alle potenze occidentali. Anche il parlamento di Sofia ha definito come assurda la decisione del tribunale libico. In una dichiarazione ufficiale la sentenza viene rigettata come “basata su atti processuali preordinati e prove ottenute con la violenza”, in riferimento alle accuse fatte dagli imputati di essere stati minacciati, sottoposti a pressione psicologica e torturati al fine di ottenere una loro confessione. Il procuratore generale, Boris Velchev, ha assicurato che la possibilità di aprire un processo nei confronti degli agenti che avrebbero estorto le confessioni con la tortura, e che dovrebbe essere aperto dalla procura cittadina di Sofia, non è stata esclusa, ma al tempo stesso ne ha ridimensionato fortemente la possibilità di influire sul processo in Libia. “Il processo contro i torturatori delle infermiere bulgare è un’iniziativa che arriva con grande ritardo, con parecchia confusione e senza certezze, ma abbiamo basi giuridiche sufficienti per poterlo aprire”, ha dichiarato Velchev. Nonostante un accordo di collaborazione giudiziaria tra Bulgaria e Libia, infatti, non è affatto chiaro se le autorità di Tripoli potrebbero permettere ai procuratori bulgari di interrogare gli ufficiali accusati delle torture, anche perché questi sono già stati assolti da queste accuse da un tribunale libico.“Tutto dipenderà dalle autorità di Tripoli”, ha concluso il procuratore generale. Forti reazioni sono venute anche da diversi esponenti del mondo politico bulgaro. Secondo il sindaco di Sofia, Boyko Borisov, che da poco ha fondato GERB, un nuovo partito politico già accreditato di larghi consensi, “la strategia della diplomazia discreta non ha portato a nessun risultato”, ed è quindi ora di isolare completamente Gheddafi a livello internazionale per riportare a casa le “infermiere rapite”. Borisov ha anche incontrato i rappresentanti delle varie comunità arabe che vivono nella capitale bulgara, chiedendo il loro sostegno. Se quasi tutti in Bulgaria hanno chiesto una reazione forte, dopo anni di tentativi di mediazione, soltanto Volen Siderov, leader di Ataka, si è spinto a chiedere la ritorsione con l’arresto di sei cittadini libici da usare come merce di scambio. Secondo Siderov i principali responsabili dell’attuale situazione sono i governi succedutisi in questi anni a Sofia, insieme all’Ue e agli Stati Uniti che non farebbero abbastanza pressioni se non attraverso frasi di circostanza. Anche il mondo del business ha reagito, attraverso la Camera di commercio, che ha invitato le poche aziende bulgare che ancora lavorano in Libia a ritirare i proprio impegno economico dal paese nordafricano. Negli ultimi anni molte delle grandi industrie statali bulgare che operavano in Libia, come l’ “Agrokomplekt” e l’ “Energoproekt” hanno già abbandonato il paese, e lo scambio commerciale tra i due paesi si è ridotto a livelli quasi esclusivamente simbolici. Adesso in Bulgaria si spera soprattutto nella capacità di influire maggiormente sul regime libico dopo l’ingresso a pieno titolo nell’Unione Europea. Una lettera sottoscritta contemporaneamente dal presidente Parvanov, dal premier Stanishev e dal presidente del parlamento Pirinski, e inviata ai governi e ai parlamenti di tutti i paesi membri dell’Ue, chiede una ancora maggiore pressione dell’Europa per liberare le infermiere bulgare. “Dobbiamo avere una posizione univoca e cercare nuove strade per risolvere in modo equo questo processo ingiusto contro cinque cittadini europei”, hanno scritto le più alte autorità bulgare, ricordando alle proprie controparti nell’Unione le numerose irregolarità del processo di Tripoli e le evidenti violazioni dei diritti umani degli imputati. Anche il ministro degli esteri, Ivaylo Kalfin, ha minacciato di usare tutte le nuove possibilità conferite dallo status di membro dell’Unione Europea, compreso il diritto di veto, per isolare quanto più possibile la Libia finché le infermiere non potranno ritornare a casa. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6574/1/51/


dicembre 25 2006

Un Natale da ateo E’ giunto il Natale e anche il 2006 volge a termine.. Da naturalista vivo questo periodo in modo alquanto “insolito” visto da occhi cattolici. Insolito perché non lo sento come una festività spirituale, ma come una festività consumistica. E anche questo consumismo non lo vivo nel modo in cui ci è offerto, ma rientro in quella grossa fetta di consumatori che preferisce un tappeto equo solidale ad uno stereo o una cravatta da centinaia di euro. Qualcuno per questo mi ha dato dell’ipocrita, ma in non credo di esserlo, visto non ho mai negato il diritto di altri a festeggiare il natale, ma semplicemente non credendo in Dio vedo il natale come uno dei tanti riti che caratterizzano una struttura religiosa; quindi far trovare un regalo sotto l’albero della cocacola…ops…di natale è semplicemente l’accettazione di una caratteristica simpatica di questa festa verso cui non si prova alcun risentimento. In questo non c'è nulla di male, anzi, può mostrare ancora di più il rispetto per un credo senza dover averne per le sue gerarchie. Ogni festa, religiosa o consumistica che sia può essere vissuta da chiunque purché rispetti la propria idea di festività e di stile di vita. Quindi bisognrebbe smetterla con il solito ritornello dell’ateo che il 25 Dicembre deve lavorare senza ricevere regali, perché l’unico frutto che quest’idea può dare è solo allontanare dalla vostra religione chi ancora non si è definito ateo ma non sa bene qual è la sua spiritualità...ma in fondo a me questo non interessa, è solo un cosiglio. La fortuna del cattolicesimo è che grazie ad una base aperta dopo anni di conquiste sociali (non certo concesse, ma sudate) l’intransigenza verso altre filosofie diventa sempre meno diffusa. Ma questo non vuol dire che non esista più.http://blog.libero.it/PACESEMPRE/2075710.html

Germania - Neonazisti tedeschi e islamisti arabi collaborano Gerhard Moog QuadrantEuropa Tra neonazisti ed islamisti la cooperazione data dal 2000. La storia insegna però che questo andazzo era prevedibile. In una parte del mondo arabo queste tendenze esistevano già dagli anni trenta del secolo scorso Adesso è ufficiale islamisti e neonazisti tedeschi stanno rafforzando la loro collaborazione. Lo ha dichiarato da poco il presidente dell’Ufficio federale per la tutela della costituzione, Heinz Fromm. Finora parlare ufficialmente di questo problema era considerato un tabù. Ma è anche vero che finora le autorità di Berlino sembravano sottovalutare la gravità di questo problema. Forse è proprio questa la ragione che ha impedito al ministero degli Interni e agli organi investigativi della repubblica federale di attuare a tempo debito una contro strategia operativa degna di questo nome. Nel 2000 i primi segnali dell'alleanza Già nell’ottobre del 2000 vi erano evidenze che tra islamisti e neonazisti tedeschi la cooperazione si trovava a un buon punto. Proprio in quel mese era stato appiccato il fuoco alla sinagoga di Düsseldorf, e i sospetti del crimine erano caduti sull’estremismo di destra tedesco. Allora il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, mettendosi a capo della protesta, aveva chiesto la “rivolta delle persone per bene”. Poco dopo le indagini avevano messo in luce che l’atto teppistico era da attribuire al mondo islamista e ai movimenti politici nazionalista arabi antisraeliani. Pochi giorni dopo l’incendio di Düsseldorf, ad Essen islamisti e nazionalisti arabi avevano attaccato a colpi di pietra la vecchia sinagoga della città, azione condita da slogan antisionisti. Questa volta però erano presenti anche i neonazisti tedeschi con i loro striscioni e le ovazioni per gli assalti arabi. Quel giorno era diventata visibile a tutti l’alleanza tra il nazismo tedesco vecchio e nuovo e l’islamismo religioso e nazionalista arabo. La stampa tedesca non aveva mancato di far notare che quell’azione sarebbe potuta diventare il segnale della nuova alleanza. Lo scetticismo di Schily e le lezioni della storia Allora il ministro degli interni di Berlino Otto Schily, aveva fatto capire di non essere d’accordo con le conclusioni tirate dai media tedeschi. Per Schily quelle analisi non poggiavano su nessuna base reale. Le autorità investigative federali non erano a conoscenza di nessuna forma di collaborazione tra estremismo di destra tedesco e islamisti o nazionalisti arabi. Per Schily la stampa tedesca a forza di parlarne e scriverne avrebbe realizzato queste cupe profezie. Giornalisti come uccelli del malaugurio allora? Eppure basterebbe ricordare le lezioni della storia. Durante gli anni trenta del secolo scorso il leader politico e spirituale dei palestinesi, Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, per la sua lotta antisionista aveva ricevuto armi dalla Germania hitleriana. Questo proto islamista nel maggio 1941 in un’insurrezione portata avanti insieme ai nazionalisti iracheni, avevano ucciso numerosi ebrei. La loro colpa? Essere appunto ebrei. Nel 1941 gli inglesi erano riusciti a schiacciare la rivolta irachena, proprio come avevano fatto con l’insurrezione palestinese di Hussein del 1936. Ma questa volta i suoi caporioni, al-Galiani e il Gran Muftì, avevano potuto trovare asilo politico nella Germania nazista. Il Muftì aveva mostrato la sua gratitudine per l’ospitalità di Hitler, tentando di guadagnare alla Germania e alla strategia tedesca dell’olocausto, tutti i musulmani che si trovavano nei territori posti sotto la sua giurisdizione. Gli islamisti contemporanei, ritengono il Gran Muftì un “eroe”, e il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non è famoso per essere un critico di Adolf Hitler. Dopo il 1945 molti “vecchi combattenti” tedeschi, tra cui diversi ufficiali delle SS, si sono rifugiati nel mondo arabo. Negli anni settanta e ottanta, il Fatah di Yassir Arafat ed altri gruppi palestinesi presenti in Libano, si erano addestrati insieme a gruppi terroristi tedeschi di destra e di sinistra, tra cui anche il gruppo Hoffman per l’addestramento paramilitare, e coloro che poi avrebbero commesso degli attentati a Monaco durante l’Oktoberfest del 1980. Anche senza essere a conoscenza di questi avvenimenti storici, si possono riconoscere gli interessi comuni di tutti i soggetti protagonisti di questa “cooperazione antagonista”. Destra tedesca e islamisti o terroristi secolari arabi, sono uniti da sempre dall’odio nei confronti del sionismo e Israele, dell’America, del capitalismo e del comunismo, anche in questo caso presumibilmente “ebraico”. Ideologia e storia hanno creato, a partire dagli anni trenta strutture operative e di comunicazione “protette”. È possibile pensare che tali alleanze possono rinunciare da soli alle proprie strutture “protette”?

di Rosanna Biffi ARGENTINA LA VINCITRICE DEL PREMIO DONNA DELL’ANNO L’ANGELO DEGLI INDIOS Nata da una famiglia agiata, ex modella ha deciso di spendere la sua vita in favore degli ultimi, in particolare dei bambini. Vivendo su un camper. Ecco la sua storia. È abbagliante come un lago alpino in cui si rifletta il sole, Natty Petrosino. Lo sono gli occhi azzurrissimi, magnetici nelle foto di ventenne, quand’era una modella argentina che il trucco caricato e i capelli semiselvaggi dalla fine anni ’60 trasformavano in una versione addolcita dell’icona del tempo, Veruschka. E abbagliante, impossibile da ignorare, Natty Petrosino lo è ancor più oggi che ha 67 anni, veste camicioni informi e dorme sotto gli alberi dell’Argentina, tra gli indios per i quali è un po’ madre e un po’ angelo. In cinque minuti a tu per tu si è soggiogati dalla passione e dalla forza che emanano da lei, recente vincitrice del Premio internazionale Donna dell’anno assegnatole a Saint Vincent dalla Regione Valle d’Aosta. Ventimila euro che andranno agli indios fino all’ultimo centesimo; una motivazione, quella della giuria presieduta da Maria Gabriella di Savoia, che sintetizza una vita da romanzo: «Per la sua capacità d’essere presente nei luoghi dove c’è bisogno di aiuto e per essersi presa cura degli emarginati, in particolare dei bambini, degli invalidi, degli anziani abbandonati, dei vagabondi e degli ammalati di Aids di Buenos Aires. Sorretta da una profonda fede, raggiunge obiettivi apparentemente impossibili; il suo monito è: "pregate, e vi verrà dato, cercate, e troverete, bussate alla porta, e vi verrà aperta"». Natty Petrosino non ama parlare dei suoi primi trent’anni, eppure meritano un cenno per la sorprendente distanza dalla Natty di oggi. Era nata in una famiglia benestante della città di Bahia Blanca, nella provincia di Buenos Aires, e prima del matrimonio era una modella. Per le strade della città Sposata a un uomo d’affari dell’alta borghesia, madre di due maschi, alle soglie dei trent’anni fu travolta da una diagnosi fulminante: aveva un tumore al cervello. Questo racconta: «Quando mi operarono, mi somministrarono molta anestesia. Uscii dal mio corpo e vidi Gesù. Io ci credo. Da allora decisi di seguire il Vangelo rinunciando a tutto». Lo fece sul serio. Si mise a cercare per le strade della città bambini bisognosi, invalidi, anziani e vagabondi da assistere. Ricorda: «Portavo i vagabondi nella mia casa grande in un bel quartiere, li sistemavo nelle nostre stanze e noi della famiglia andavamo a dormire in quelle della servitù». Dopo sette anni di questo andirivieni di facce poco rassicuranti per vicini e parenti, Natty dovette prendere atto dell’ostracismo del quartieree, soprattutto, dell’aut aut che le diede il marito: «Basta, non posso più sopportare questa situazione». Pianse e abbracciò marito e figli, ma decise di andare a vivere con i poveri che non avevano niente. Oggi che Jorge e Fabian sono adulti e hanno professioni avviate, aiutano la madre che non possiede nulla di suo e ha bisogno di tutto per gli indios, la sua famiglia d’elezione. Fuori dai quartieri alti, fuori dalla società che contava, Natty Petrosino costruì, su un terreno ai margini della città ricevuto dal sindaco, l’asilo "Hogar Peregrino San Francisco de Asis" dove ogni povero, emarginato, malato poteva trovare rifugio. Il richiamo a san Francesco non era casuale; il santo di Assisi è figura di riferimento per questa donna che fu ricca e si è spogliata di tutto: «Molte volte mi chiedono perché Gesù ha scelto me e non una suora. Io rispondo, come san Francesco, che Gesù sceglie i peggiori, i più mondani e frivoli, per dimostrare al mondo che è lui a operare e noi siamo solo strumenti. Se io fossi stata una suora, il mondo direbbe che è naturale. Invece così si stupisce, e Dio vuole svegliare tutti i suoi figli perché lo conoscano». È naturale stupirsi per la storia di Natty. Negli anni ’80, durante la crisi economica e sociale dell’Argentina, arrivava a cucinare fino a 7.000 pasti al giorno. Ogni volta che le chiedevano aiuto per una calamità, non si tirava indietro: fosse un uragano o una rivolta in carcere, si trattasse di andare in Russia oppure in Nicaragua. E negli stessi anni ’80 diventavano sempre più pressanti in lei l’interesse e la lotta per la sopravvivenza degli ultimi popoli indio, i mapuches nel Sud, gli huarpes nella provincia di Mendoza, i wichis in quella di Formosa, a Nord. Finché nell’88 affidò l’asilo alle suore e si dedicò completamente agli aborigeni. Rinunciò anche a un tetto. Vivere e spostarsi su un camper Vive e si sposta a bordo di un camper essenziale, senza doccia né acqua corrente. Se deve soccorrere un indio malato, lo sistema nel suo camper e lei dorme fuori. Spiega: «Io e altre 7-8 persone proviamo a fornirgli ciò di cui hanno bisogno, ma rispettando loro e la loro cultura. Vivono in condizioni terribili, dormono e partoriscono sotto gli alberi. Portiamo cibo, li curiamo e li trasportiamo nei centri di assistenza, perché soffrono di malattie come lebbra e tubercolosi. Soprattutto, insegniamo loro a costruire le case insieme a noi e per questo lavoro ricevono un piccolo stipendio, così imparano che si può guadagnare attraverso il lavoro. Alleviamo i loro mali e li amiamo. Tutto il resto lo lasciamo nelle mani di Dio».http://www.sanpaolo.org/fc/0652fc/0652fc72.htm Rosanna Biffi

ESTENDE IL CONFLITTO, CIVILI IN FUGA “Stamattina, intorno alle cinque, siamo stati svegliati sa violentissimi bombardamenti. Le parti stanno usando artiglieria pesante e il rumore che stamani ci ha tirati giù dal letto era molto più forte dei colpi di mortaio a cui ci siamo abituati nei giorni scorsi”: lo hanno detto alla MISNA fonti locali da Bur Hakaba - il piccolo centro abitato che sorge sulla principale strada che collega Mogadiscio con Baidoa (60 chilometri a sud di questa) e che rappresenta la postazione più avanzata delle Corti in direzione della sede delle istituzioni di transizione- confermando i violenti combattimenti che, per il sesto giorno consecutivo, vedono coinvolti miliziani legati alle Corti Islamiche e forze fedeli al governo di transizione, appoggiate dai militari etiopi. Fonti locali confermano oggi l’estendersi del conflitto in varie zone del paese. Mentre si continua a combattere su più fronti (Idaale, Daynunay, Gasarte) tutto intorno a Baidoa (sud-ovest della Somalia) – fonti delle Corti hanno annunciato oggi la presa di alcuni piccoli centri abitati a una dozzina di chilometri dalla sede del governo di transizione, che smentisce e parla di propaganda –, aerei da guerra dell’aviazione etiope sono entrati in azione stamani nel centro della Somalia a Beledwyne, località strategica controllata dalle Corti al confine tra Somalia ed Etiopia. Secondo fonti locali i raid aerei sarebbero stati seguiti da un intervento di forze di terra e combattimenti sarebbero in corso da stamani sia a Beledwyne che a Bandiradley, sempre nel centro della Somalia. L’Etiopia oggi ha fatto sapere di aver sferrato un “contrattacco in Somalia”, senza precisare ulteriormente, ma confermando in parte le notizie relative all’intervento diretto dei soldati etiopi. Si tratta comunque di informazioni ancora abbastanza confuse e su cui è difficile trovare conferme indipendenti, visto che sia il governo somalo che le Corti sono impegnate in una vasta operazione di propaganda. Incerto anche il bilancio di vite umane di sei giorni di conflitto e anche se mancano cifre ufficiali, svariate fonti concordano nel sostenere che vi sarebbero già state decine di morti e centinaia di feriti. Fonti locali confermano la fuga di numerosi civili dalle zone dei combattimenti e il loro coinvolgimenti negli scontri.www.misna.org

Birmania, raccolti minati L'esercito mina le risaie e i villaggi Karen per affamare la popolazione e colpire la guerriglia In coincidenza con la stagione del raccolto del riso, iniziata il mese scorso, l’esercito della giunta militare birmana ha minato tutte le risaie, i villaggi e i sentieri dei distretti settentrionali dello Stato Karen. Lo scopo è impedire ai contadini karen di lavorare nei campi, così da affamare le comunità che costituiscono la base sociale della loro guerriglia indipendentista. Un crimine di guerra che, come ogni anno, provoca non solo drammatiche carestie, ma anche un drastico aumento delle vittime da mina tra la popolazione civile locale. Civili vittime delle mine e del cinismo. La scorsa settimana – riferisce Human Rigths Watch sulla base di proprie fonti locali – tre persone sono morte e otto sono rimaste mutilate nella zona di Mon a causa dell’esplosione di una mina piazzata dall’esercito addirittura nel cortile-cucina di un’abitazione privata. Impossibile avere cifre complessive sulle vittime, data la completa inacessibilità dell’area, attualmente al centro della più massiccia offensiva governativa anti-Karen degli ultimi dieci anni. Un'offensiva che non fa alcuna distinzione tra civili e guerriglieri del Karen National Liberation Army (Knla). “La crudeltà della giunta militare nei confronti della popolazione karen – spiega Brad Adams, direttore della sezione asiatica di Hrw – giunge fino al punto di multare per ‘distruzione di proprietà statale’ le famiglie dei civili morti o feriti per aver calpestato mine governative. E le multe sono di circa 10 dollari, una cifra enorme in Birmania”. Civili come apripista sui campi minati. Ma il cinismo del regime militare non si ferma qui. L’esercito infatti continua a costringere la popolazione locale a fare da ‘apripista’, obbligandola sotto la minaccia delle armi a camminare davanti ai soldati per ‘sminare’ i sentieri minati dai guerriglieri del Knla. Secondo fonti di Hrw, l’ultimo caso risale solo a pochi giorni fa, quando dodici contadini del distretto di Tangoo sono stati costretti a camminare davanti a una colonna di soldati della 66esima divisione di fanteria. Oltre a questo, come ha recentemente denunciato l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), l’esercito birmano continua a utilizzare regolarmente la popolazione karen per la costruzione di strade e accampamenti e per il trasporto di armi. Enrico Piovesana http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6991


dicembre 24 2006

Lotta dura a Villa Arzilla Anche qui a L’espresso, l’altro giorno, è stato deciso lo “sciopero delle firme”, un po’ come sta facendo in questi giorni Repubblica (guadagnandone peraltro in termini di pulizia grafica). Fatico a capire come l’astensione delle firme possa danneggiare qualcuno, tranne i colleghi free lance (quelli la cui precarietà il sindacato vorrebbe combattere…) i quali hanno bisogno di far circolare il proprio nome perché dalla visibilità traggono futuri assignments. Ma soprattutto non riesco a sentire mia una vertenza sindacale tutta ancorata al passato e colpevolmente indifferente verso gli scenari della comunicazione futura e dei ruoli che, in questi possibili scenari, i giornalisti possono svolgere in libertà e autonomia. Nessuno, alla Fnsi, si chiede se per caso il piccolo mondo dei “giornalisti” non stia per essere rapidamente soppiantato da quello assai più ampio dei “comunicatori”, galassia molto più poliforme e sfumata della precedente, i cui confini saranno sempre più porosi verso il pianeta dei non professionisti e degli utenti. Nessuno che ponga al centro del dibattito e del confronto con gli editori il problema dei know how multimediali di cui abbiamo sempre più bisogno. Nessuno che si renda conto che solo aggiungendo al proprio bagaglio di esperienze giornalistiche questi nuovi know how si resta - o si diventa - professionalmente adeguati. E nessuno che ammetta come il nuovo contesto - e non solo quello della comunicazione - renda ormai del tutto inaccettabile la persistenza nelle redazioni di vaste sacche di privilegi e di improduttività. Dove dalle firme ci si astiene assai tranquillamente, e senza subirne alcun danno.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2006/11/24/il-cialtrone-in-redazione-3/

I Custodi della Vita e le Vittime Il caso di Piergiorgio Welby è il punto focale delle notizie in questi giorni. Sarà dimenticato prestissimo, ovviamente. Diciamo subito che sto dalla parte sua, nel senso che io, come la grande maggioranza delle persone, vorrei che mi staccassero la spina, se mi dovessi trovare nelle sue condizioni. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì del riflesso mediatico del suo caso. La prima cosa che si nota è che Welby fa notizia perché è comprensibile. Provate ad andare sul blog di Ripensaremarx, che riporta i saggi quasi quotidiani del brillante economista Gianfranco La Grassa. Ci racconta cose tremende che stanno succedendo sul piano economico e politico, cose che ci riguardano tutti, e che stanno plasmando momento per momento il nostro futuro. Cose in cui "destra" e "sinistra", come li intendiamo noi, non c'entrano niente, o assumono ruoli inaspettati. Eppure gli scritti di La Grassa sono noiosissimi: non per colpa dell'autore, che cerca di essere chiaro, ci mette anche le battute e qualche parolaccia. No: le cose importanti sono difficili da capire; e pochi scelgono di fare le cose difficili; ma ciò che interessa solo ai pochi, non interessa ai media. E quindi, i media non si occupano delle cose importanti. Capire il caso Welby è invece facile, come tutto ciò che riguarda corpi, indigestione, intrighi amorosi, macchie sulla pelle, tette e così via. E qui i compari di destra e sinistra, che sono uniti quando si tratta di economia, di politica estera o di altre cose che il cittadino ordinario non capisce, improvvisamente scoprono le loro presunte divisioni, e si mettono a litigare rumorosamente. Anche perché la partita in gioco è puramente simbolica, non essendoci particolari interessi da una parte o dall'altra. L'eutanasia, in forme più o meno attive, viene praticata con regolarità dai medici di tutto il mondo. E' una di quelle cose, come l'alcol in certi paesi islamici, che è accettabile, anzi desiderabile, finché non assume veste pubblica, come richiesta invece da Welby: è lì che nasce lo scandalo, e assieme allo scandalo, la notizia. Lo scandalo nasce a causa del conflitto con la Chiesa cattolica. Cosa c'entra la Chiesa cattolica con l'eutanasia? Ai tempi in cui c'erano le mezze stagioni e lasciavamo aperte le porte di casa, la Chiesa fondava il proprio senso su un racconto che ha un fascino tremendo. Siamo stati messi in questo mondo, dotati di libero arbitrio, con vite uniche, brevissime e dolorose, per metterci alla prova davanti all'unica cosa che conti, la vita eterna. Il cattolicesimo, e il cristianesimo tutto, costituiscono quindi una profonda riflessione sul punto di passaggio tra la vita effimera e quella senza fine: e cioè sulla morte, come testimoniano duemila anni di arte cristiana. In questa prova siamo sostenuti dalla grazia divina, dalla fede interiore con tutti i suoi contorcimenti ("ma davvero credo, o è solo che credo di credere?"), ma anche dalle opere: in particolare il pane e il vino realmente trasformati in carne e sangue di Cristo attraverso un preciso rituale, e - secondariamente - l'adesione a certe regole di comportamento, socialità e purezza. Queste regole comprendevano anche alcune restrizioni sull'omicidio. Ma il cattolicesimo non ha mai avuto l'interesse dei buddisti per la salvaguardia di ogni forma di vita: con poche eccezioni, la Chiesa non si è interessata alla devastazione ambientale, o alle stragi di animali; anzi, ha assunto il consumo dell'agnello pasquale come rito sociale (non sacramentale, ovviamente). Non ha mai condannato in maniera assoluta né la guerra, né la pena di morte. E infatti, visto il racconto fondante della Chiesa, che parla della vita come prova e non come valore assoluto, non c'era motivo per cui lo dovesse fare. A contare era la qualità morale della vita, non la quantità. Ora, improvvisamente, un'istituzione che porta ancora il nome di "Chiesa cattolica", messi in un angolino sacramenti, vita eterna, paradiso, inferno, salvezza, dannazione e grazia, nonché le immagini di santi traforati dalle frecce e arrostiti sulle griglie, si pone come Garante Assoluto della Vita (umana, non di altre specie). E' una funzione che la Chiesa si è arrogata da sola, e in decenni recenti - vi immaginate Pio V a parlare dei "valori della vita"? Eppure questa funzione viene riconosciuta da tutti come se fosse l'essenza del cristianesimo. La metamorfosi della Chiesa da mezzo per il superamento della morte, in ossessiva custode della vita (umana) è una strategia vincente e perdente, allo stesso tempo. E' vincente, perché si inserisce perfettamente nell'ideologia diffusa dei nostri tempi. Fino a metà del Novecento, vivevamo in un mondo di produttori e di combattenti, cioè di disgraziati a faticare in fabbrica, e di disgraziati mandati a morire in trincea. Perciò era tutto un parlare di sacrificio e di volontà, e quindi, per estensione, di morte. Poi l'economia ha trasformato l'Occidente in un luogo di fornitori e consumatori di servizi. E così è tutto un parlare di donne e bambini, un tintinnio di canzonette, figure di surfisti abbronzati, di bella vita insomma. Ecco che la Chiesa si candida a benedire questa finzione di immortalità; ma nel momento stesso in cui lo fa, nega i piaceri della vita, e difende la vita anche quando diventa sgradevole. E perciò diventa la prima nemica della cultura che vorrebbe cooptare. La civiltà consumista si focalizza sulla Vita Gaudente; quella cattolica sulla Vita Sgradevole, a qualunque costo. Ma entrambi convergono sulla figura della Vittima, cioè della persona a cui è negata la Vita Gaudente. Un po' perché siamo tutti vittime - tu che ti sacrifichi tanto a lavorare in ufficio, le vacanze alle Maldive te le meriti, fatti un regalo; un po' perché la sinistra, avendo rinunciato, come dice Ucalcabari, alla "coscienza etica ed analitica", si occupa solo di vittime, vittimismo e vittimologia; e un po' perché, come ci insegna l'incredibile fortuna di Gesù Cristo, la questione della Vittima è in qualche modo centrale alla psiche umana. Welby è una perfetta vittima, caso perfetto della Vita Sgradevole. E infatti, attira subito una moglie profondamente cattolica. Poi, improvvisamente, Welby rifiuta la Vita Sgradevole, e quindi il ruolo stesso di Vittima, più o meno come, in altre circostanze, ha fatto Nonna Fatima. Rigetta quindi l'abbraccio della Chiesa. E giustamente la Chiesa se ne risente, e gli nega un funerale cattolico. Chiunque dovrebbe capire che questo è il pieno diritto della Chiesa. Non vedo perché Forza Italia mi dovrebbe concedere l'uso di una sua sede per festeggiare l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, e non vedo perché la Chiesa cattolica dovrebbe concedere un proprio rito a uno che alla Chiesa si è opposto. Ma qui subentra l'altro ruolo della Chiesa: lo Stato italiano, cioè l'insieme di sessanta milioni di contribuenti miscredenti, bestemmiatori impenitenti, evasori, frequentatori di puttane, usurai, bisessuali e trisessuali, versa ogni anno l'otto per mille, nonché tutta una serie di altri benefici, alla Chiesa cattolica, in cambio dell'erogazione automatica di sacramenti: sacramenti che, assieme al calcio, servono per garantire la compattezza della società. Questo patto profondamente ipocrita spiega la scena paradossale vista ieri sera in televisione: Marco Pannella, nella sede del Partito Radicale, che tiene una conferenza stampa, per invitare la Chiesa a concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Dopo aver definito il diniego della Chiesa, un "errore" (ma la Chiesa saprà meglio di lui cosa è dottrinalmente "errato" e cosa no?), dice "Mi auguro che il Vaticano ci ripensi". E proprio mentre dice queste cose, le telecamere inquadrano, sopra la testa di Pannella, il simbolo del Partito Radicale e un cartello con le parole, "NO VATICANO".http://kelebek.splinder.com/

Editori e giornalisti non si parlano. Non capisco cosa ci sia da stupirsi. Loro si occupano di scrittura.....http://aronne.ilcannocchiale.it/

Un racconto di Natale (ovvero: uscire vittoriosi dal confronto con i fantasmi del passato, del presente e del futuro del giornalismo) Ho fatto le ultime - limitate - compere di Natale, sono tornato a casa, ho aperto la posta e vi ho trovato con qualche giorno d'anticipo un bellissimo regalo di Natale: la storia, che avevo richiesto, di come un giovane giornalista italiano può trovare regolare lavoro in questo scorcio di 2006 in una delle più prestigiose testate internazionali. Niente "collaborazioni full time in eterno", niente umile e silenziosa gratitudine per il caporedattore che ti fa scrivere pezzi a ripetizione e ti paga poche decine di euro (a tre mesi) solo quando te li pubblica, niente "contrattini" di fame con cui non si può pagare neanche l'affitto di mezzo appartamento. Specialmente niente sensazioni che la vità è questa e non ti può dare di più. Solo un curriculum vitae, qualcuno che parla bene di te in redazione, test, esami e colloqui a raffica, poi il contratto a tempo indeterminato. Lorenzo Luzi non sarà Dickens e d'altra parte Michael Bloomberg non è certo Scrooge, ma questa - una volta tanto - è una storia a lieto fine e io voglio condividerla con chi in queste ore trova il coraggio di cliccare questo blog. COME SONO STATO ASSUNTO A BLOOMBERG TV di Lorenzo Luzi Un esame scritto di oltre tre ore, sette colloqui in inglese e molta voglia di passare dall’altra parte. Dalla parte di quelli che un lavoro ce l’hanno. Ecco cosa mi è servito per essere assunto a tempo indeterminato nella redazione londinese di Bloomberg Television. Nel primo gruppo di informazione finanziaria al mondo per essere assunti serve solo essere bravi ed avere qualcuno che nella tua bravura ci crede. Prima di iscrivermi all’IFG di Urbino per apprendere le basi del giornalismo, avevo già lavorato per un anno intero in una tv che produce notiziari finanziari in Italia e che trasmette sul satellite. Un anno importante in cui oltre ad aver deciso cosa fare da grande, ho conosciuto molti altri giovani giornalisti o aspiranti tali come me. Tra questi più di un collega è passato a Bloomberg negli ultimi 36 mesi e ogni volta che in questo lasso di tempo ho provato a mandare il mio curriculum a Londra qualcuno diceva di conoscermi. Ma per molti mesi nessuna risposta. Intanto una scelta in controtendenza. Dopo un anno di lavoro “nell’ambiente”, sono tornato sui banchi di scuola. La scuola di giornalismo di Urbino. Una lunga pausa di due anni. Una scelta che rifarei. Sono rimasto lontano dal mondo del lavoro per buona parte dell’anno è vero, ma ho imparato a cercare e raccontare. In quella scuola ho incominciato ad imparare il mestiere che sapevo di voler fare, senza perdere nulla di quello che avevo seminato prima di cominciarla. Sì perché se fai bene il tuo lavoro alla fine qualcuno (che sia un capo non è necessario), se ne ricorda di sicuro. Ed è così che sono stato chiamato, proprio alla fine della scuola, proprio quando ormai dalla mia esperienza precedente credevo di non poter trarre più nulla per il futuro. Un ex collega mi ha cercato. Si ricordava di me. Mi ha detto “Guarda che qui cercano e io ho fatto il tuo nome”. Se non ho capito male a Bloomberg chi propone una persona che viene poi assunta prende un piccolo premio in busta paga. Una forma di raccomandazione pare funzionare molto bene visto che le assunzioni del gruppo solo quest’anno sono nell’ordine delle centinaia. Una volta passato lo scoglio dello scritto di tre ore abbondanti tutto in inglese e una parte in italiano su temi correnti di finanza e macroeconomia, il resto è stato tutto molto graduale. Ci ho messo circa due mesi a fare tutti colloqui. Dal mio capo diretto di Londra al braccio destro di Michael Blooomberg stesso. In ogni telefonata ero messo alla prova. Prima sulla motivazione, poi sulle competenze, poi sulle richieste di trattamento. In uno degli ultimi colloqui, una delle domande è stata “Cosa potrebbe farti decidere di non accettare la nostra offerta?”. Tornando indietro forse non lo rifarei, ma ricordo di aver risposto: “Avere la certezza di dover fare gli straordinari per una azienda che non me li riconoscerebbe mai e che prenderebbe come dovuta la mia dedizione. Sapere che siete un’azienda che sfrutta i giovani e la loro voglia di lavorare”. Due settimane dopo l’ultimo colloquio. Una formalità. Poi la telefonata delle Risorse umane, il contratto spedito a casa in una notte, la firma la mattina dopo e l’inizio di una vita nuova. PS: Lorenzo prenderà servizio a Londra a gennaio, dopo una breve vacanza. In questi giorni sta facendo una sostituzione a Euronews a Lione. E sapete come ci si arriva? Anche in questo caso un CV mandato, colloquio e test a Lione (con spese a carico dell'emittente) e poi l'inserimento nella lista dei collaboratori occasionali. Quando serve una sostituzione di qualche giorno, ti chiamano, ti pagano l'aereo, l'albergo e ti danno per quei giorni lo stipendio e i benefit dei redattori fissi. Poi, certo, torni a casa ma hai la sensazione di essere trattato da professionista, non da ingenuo mendicante. Siamo in una fase affannata (a volte, direi, disperata) del giornalismo italiano. Ognuno può fare il suo esame di coscienza guardando agli altri giovani colleghi all'inizio del mestiere -- che costringiamo a restare psicologicamente "all'inizio" per anni e anni. Io da tempo sto facendo il mio. Auguri a tutti. (A Christmas Carol di Charles Dickens, full text. Voce Canto di Natale da Wikipedia)http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2006/12/racconto_di_nat.html

UNA BOLLA MOLTO INFLUENTE C'e' una asimmetria che mi spinge a scrivere questo post stasera. Da una parte c'e' la frase di Gaspar a margine della presentazione della mappa della blogosfera. La frase - una delle solite fulminanti frasi di Gaspar - e' questa: "siamo sostanzialmente irrilevanti" dall'altra c'e la mia esperienza di "blogger influente" in giro per l'Italia, le volte che negli ultimi tempi mi e' capitato di metterci la faccia. Una esperienza molto forte che, se non avessi l'eta' che ho e se non avessi smesso da tempo di credere alle favole forse mi avrebbe condizionato maggiormente. Voglio dire: io credo che abbiano tutti ragione. Il blog che state leggendo e' da un certo punto di vista influente, perche' e' aggiornato regolarmente da molti anni, perche' lo leggono molte persone che lavorano nei media, perche' lo segue qualche politico, perche' quello che scrivo qui e altrove, e' in qualche misura giunto all'orecchio a chi si occupa di tecnologia. Lo e' anche se ha solo 2000 lettori al giorno, forse perche un discreto numero dei suoi lettori sono lettori particolari (un po' la scusa che usano al Foglio per giustificare il fatto che non lo compra quasi nessuno). Ma hanno ragione anche quanti affermano, come Gaspar, che la blogosfera italiana (e questo blog dentro quella) e' sostanzialmente ininfluente, per lo meno in relazione ai numeri che produce. Probabilmente il 98% dei blog compresi nella classifica di Qix hanno meno lettori di questo e la gigantesca nuvola della blogosfera italiana (o di una parte di essa) pubblicata dal Sole24ore qualche giorno fa e' in qualche misura niente di piu di un fantasmagorico gioco di specchi. Ora la domanda corretta da porsi sarebbe: quali sono le consegenze di questa asimmetria? Quanto incide concretamente la blogosfera italiana nel conteso generale della comunicazione in questo paese? Hanno ragione quanti vedono in molte tematiche che approdano nei grandi media una ispirazione-blog oppure si tratta semplicemente di una rete sociale di individui che studia molto se' stessa e poco tutto il resto? E ancora: hanno ragione quanti affermano che i blog italiani hanno fino ad oggi prodotto contenuti e comunicatori deludenti dal punto di vista della loro capacita' di interessare audiance piu' ampie? La domanda non e' banale: o meglio lo puo' essere per me che certo non bloggo da anni per ottenere risultati di visibilita' o per stimolare proselitismi o movimenti di opionione (che ci crediate o no). Anzi per me - a dirla tutta - si tratta di una cosa proprio accademica: mi piacerebbe immaginare una blogosfera (o una parte di essa) che obbliga il Codacons a smettere di ladrocinare le telefonate di chi vuole iscriversi ad un movimento consumatori o che spiega agli italiani (convicendoli) che il Ministro Fioroni parla senza vergogna di cose sulle quali non ha alcuna competenza o che incide sulle prassi del marketing in questo paese dove le relazioni fra aziende e clienti sono all'eta' dela pietra. Mi piacerebbe, ma poi se anche non accade io non sento sulle mie spalle nessun personale fallimento. Il mio parere e' che la blogosfera oggi faccia bene soprattutto a chi la frequenta e che questa sia una ottima ragione per essere rappresentato dentro la mappa di Ludo. Le persone che ho imparato a conoscere in questi anni dentro il microscopico spicchio di sfera che frequento sono state per me importanti (lo dico sempre lo so), mi hanno fatto crescere, mi hanno indicato argomenti interessanti, divertito, fatto compagnia. Sarei stupido se pensassi che tutto cio' non e' sufficiente. Nello stesso tempo credo che, se non irrilevanti, i blog in questo paese, siano largamente sopravvalutati in termini di capacita' di orientamento dell'opinione pubblica. E mi pare che se davvero una bolla c'e' in giro di questi tempi (una bolla che riguarda sia la qualita' dei contenuti che la possibilita' di generare denaro dalla blogosfera) questa sia quella di chi pensa che con i blog si possa ottenere qualsiasi cosa. Forse e' colpa dei blogger "influenti" che non valgono abbastanza, forse e' colpa del "sistema" mediatico che certo in Italia e' assai piu' rigido che altrove, forse non e' colpa di nessuno e quello dei blog-che-possono-tutto e' uno dei soliti hype fornitici da questo universo accelerato. Ma fortunatamente io non sono Howard Dean e se anche da queste parti continueremo a rimanere "ininfluenti" non sara' la morte di nessuno.http://www.mantellini.it/

non è Natale se non è relativista culturale Gli spettri dei Natali passati Tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente piú buono di quello dei non credenti: è semplicemente piú ragionevole. (Cardinale Biffi) 1) Publio Plinio a Domizio Rufo: "Carissimo, ti auguro con questa epistola di trascorrere un buon Natale del Sole. Non so da voi, ma qui a Mediolanum ormai lo festeggiano tutti: persino i cristiani! Sì, anche quella setta di santoni pseudoebrei, gli adoratori dei crocefissi, dopo qualche resistenza ormai si sono decisi a festeggiare come tutti gli altri. Non c’è che da apprezzare la saggezza del nostro grande imperatore Aureliano, che volle rendere ufficiale la festa, l’ottavo giorno prima delle Calende di Gennaio. Noi cittadini dell’impero siamo diversi per lingua, razza e religione, ma tutti siamo scaldati dallo stesso Sole, che dopo il freddissimo Solstizio d’Inverno ora ricomincia timidamente a riallungare le giornate. Né Aureliano volle inventarsi una Festa di sana pianta, ma lungamente studiò il problema coi suoi collaboratori, scoprendo che la festa della Rinascita del Sole è la più universale; anche se alcuni lo chiamano Mitra, altri Elagabal, altri Helios: in fin dei conti è sempre lo stesso per tutti, e tutti ugualmente ci riscalda. Solo i cristiani, nella loro superstizione, sono convinti di non adorarlo. Ho appreso da un mio servo, che partecipa alle loro riunioni, che pure loro mangiano gli stessi dolci impastati con frutta candita e miele: ma non per festeggiare il Sole a cui devono la frutta e i fiori, bensì la nascita del loro Dio, o profeta (essi non hanno chiara la distinzione tra i termini), Gesù Cristo. Confesso di essere affascinato dall’ignoranza che nutrono per la loro stessa religione. Avendo dato un’occhiata, per curiosità, ai loro libri sacri, so bene che in nessun giorno del calendario è fissata la data di nascita del loro eroe. Stavo quasi per dirlo al mio servo, ma a che pro? Non sa leggere. Ma lasciamolo pure mangiare il suo pane dolce e i suoi canditi, anche se ignora l’autentico significato di ciò che fa". 2) Ebrhardt a Kwenghjil "Gran figlio di vacca visigota e padre ignoto, come va? Spero che in Hispania faccia meno freddo che qui. Tra un po’, grazie al cielo, le giornate si riallungheranno. Nel frattempo io me ne resto accampato in questa nebbiosa valle padana. E mi si gelano i coglioni. Mi gelano anche perché la mia Orda ha deciso di convertirsi in blocco a quella religione del menga, il Cristianesimo. Dicono che conviene farsi amici i vescovi, che sono i veri capi delle città. Mah. Fosse per me avrei giù brindato coi loro teschi disossati, ma forse hanno ragione. Ci vuole gente che sappia amministrare tutto questo casino. Del resto mi conosci, io di religione mi sono sempre interessato quanto bastava per portare le fanciulle alle orge. Però, boia d’un Thor, non toccatemi Odino! Te lo ricordi, Kwenghjil, quando eravamo bambini e la mamma ci diceva di mettere fuori gli stivali pieni di carote per il cavallo del dio Odino? Era due giorni dopo il solstizio d’inverno, come oggi. Nella notte lunghissima il dio con la barba bianca portava gli eroi caduti a una battuta di caccia. E quando si fermava alla nostra stalla, dovevamo essere a letto e non fiatare, se volevamo che ci riempisse gli stivali di nocciole al miele e altre leccornie. E adesso mi spieghi, Kwenghjil? Se mi converto al cristianesimo, cosa ci racconto al mio nipotino? Ha il diritto di credere in Odino anche lui, o no? Ieri sera l’ho preso davanti al fuoco e ho attaccato con la storia del dio che cavalca nella notte. Si è messo a piangere come un puledrino! Ben ti sta, mi ha detto mia moglie. Basta con queste storie di Dei barbari a cavallo, mi dice, sei vecchio, aggiornati! Se non fossi il vecchione che sono l’avrei impalata lì dov’era! E invece l’ho lasciata fare: ha preso in braccio il marmocchio e (non credevo alle mie orecchie) ha completato il racconto spiegando che Odino era un dio cattivo e feroce, che abitava nei boschi, ma poi ha incontrato un tale San Nikolao, Santa Nicola, non so, che ha convertito pure lui, e da allora è buono e porta i dolci dal camino! ...E poi dimmi se a uno non devono gelarsi le palle. Dove sono finite le tradizioni dei nostri padri? È tutta una schifezza. Meno male che posso mangiarmi ancora le mie nocciole al miele. Le mangio alla tua salute, vecchio scannagalline". 3) Ing. Taddei Barnaba a Dott. Taddei Luciano "Ciao dutòr, spero che ti passi un buon Natale. Qui a Milano è un freddo cane come sempre (e poi dicono il riscaldamento globale, bah). Ma se Dio vuole, da qui in poi ci si riallungheranno le giornate. Ti saluta anche tuo nipote – perlomeno ti saluterebbe, se riuscissimo a staccarlo da quella plaistescion rivoluzionaria che gli hai regalato. Che sia l’ultima volta: siamo seriamente preoccupati. Da mezzanotte alle nove del mattino è rimasto lì impalato a dimenarsi davanti al televisore. Al che mia moglie gli ha detto: “Ma devi proprio giocarci da solo? Perché non inviti i tuoi amici?” Gli amici di mio figlio: un cinese, un turco e un Di Gennaro. Tre ore chiusi nella stanza a dar di matto con quell’affare. A un certo punto blocco mia moglie nel corridoio con in mano un vassoio di panettone: ma sei sicura? Le ho detto io. E se è contro la loro religione? Ma che religione e religione, fa lei. È un dolce, non lo proibisce nessuno. Appunto, faccio io, è un dolce di Natale, cosa vuoi che sappiano in Cina? Loro mica ci credono, in Babbo Natale. E poi c’è un turco, figurati. Proprio in quel momento dal bagno salta fuori Giampiero, e alza le spalle: Papà, dice, veramente Babbo Natale viene dalla Turchia. Ma che Turchia e Turchia, dico io, chi te le racconta queste cose? La prof di religione, dice lui. Ci ha spiegato che Babbo Natale è San Nicola, e San Nicola è nato in una città che adesso è in Turchia. Ah, sì? Vorrà dire che l’anno prossimo ti esentiamo dalla materia, visto che la tua prof non sa nemmeno che San Nicola sta a Bari! E vai!, ha detto lui. Che stronzetto ho messo al mondo. Alla fine se lo sono sbafato, il panettone. Glie n’è fregato assai, di sapere perché lo mangiano. Che mondo. Che mondo. Speriamo in un po’ di sole". (...E un buon Natale di Sole a tutti quanti).http://leonardo.blogspot.com/

UN BENE PUBBLICO DI PROPRIETA' PRIVATA di Gregorj Io, personalmente, senza i giornali non ci so stare. A prescindere dal lavoro che faccio, la "preghiera laica del mattino" - come chiamava Hegel la lettura dei quotidiani - è un rito che crea dipendenza psicologica al pari delle droghe, e anche se mi fa piacere, alla fine, fare qualche giorno di vacanza, non avere nulla da sfogliare mi dà un senso di vuoto. Così come mi irrita non vedere le firme sotto gli articoli, e dover quindi indovinare chi è che ha scritto la tale frase etc. Conosco le motivazioni dello sciopero, sono con la Fnsi per la lotta al precariato, ritengo che l'atteggiamento degli editori sia ingiustificatamente rigido, e che la decurtazione della tredicesima operata dal gruppo Espresso e da Caltagirone sia un'azione miserabile, da "padroni delle ferriere", come l'ha chiamata il sindacato interno di Repubblica. Però, però. Questa vertenza, la più dura che io ricordi, prima o poi finirà. E si troverà un punto d'incontro, che non necessariamente avrà come base la tutela dei più deboli tra quelli che fanno questa professione. Anzi. E allora viene d'obbligo una riflessione, che chiunque abbia bazzicato per qualche redazione prima o poi si è trovato a dover fare. Nonostante il tema dell'indipendenza dei media sia il più gettonato nei richiami della Fnsi, di "paladini della libera informazione" non è che siano pieni i giornali. Basta approfondire un po' la conoscenza di talune dinamiche lavorative per rendersi conto che "la voce del padrone" è quella più ascoltata, rispettata, condivisa, anche quando il padrone stesso non la fa sentire: essere "più realisti del re" è un hobby diffuso in qualunque professione, anche in questa. Eppure, l'informazione è un bene pubblico, la cui tutela dovrebbe prescindere da tutti gli interessi particolari, non solo quelli pubblicitari o padronali, ma anche dagli obiettivi di carriera dei giornalisti. Invece c'è chi per diventare caposervizio ammazzerebbe volentieri anche il collega che ha a fianco da dieci anni. C'è persino chi oggi raccoglie firme e crea petizioni on line per difendere dalla radiazione gente che ha preso soldi dai servizi segreti per scrivere articoli sotto dettatura. L'informazione rimane comunque diproprietà privata. Che poi questa proprietà sia diretta (i pacchetti di maggioranza nei consigli di amministrazione) o indiretta (i gruppi politici che si spartiscono le poltrone), è una questione di lana caprina. E, al di là di ogni retorica, la sopravvivenza del giornalismo come funzione di utilità sociale è strettamente connessa al significato che di volta in volta questo riuscirà a dare alla parola 'indipendenza'. L'informazione, che un tempo veniva definita la "scuola per adulti" (Gramsci), oggi, muovendosi all'interno di fedeltà di gruppo contrapposte, perde progressivamente quel prestigio che gli era riconosciuto. Tutta una serie di nodi gordiani ne blocca le potenzialità e la rilevanza. Ecco, oltre ai sacrosanti scioperi per i rinnovi dei contratti, se il giornalismo come settore non riuscirà a sciogliere o tagliare questi nodi, difficilmente riuscirà a perdere quella che appare contemporaneamente come una sua vocazione e contraddizione: essere un bene pubblico... di proprietà privata. http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/

I democratici in bilico Stefano Rizzo, 24 dicembre 2006 Approfondimenti Come sono andate le elezioni americane è ormai notizia assodata: i democratici hanno vinto. Ma non tutti sanno che a sette settimane dall'appuntamento elettorale non esistono ancora dati definitivi certi e certificati, mentre il Segretario generale ha annunciato recentemente che "presto" saranno resi pubblici Come sono andate le elezioni americane? Lo sanno tutti, hanno vinto i democratici. Ma non tutti sanno che ancora non esistono dati definitivi certi e certificati. A fine dicembre (sette settimane dalle elezioni) il Clerk of the House (Segretario generale) annuncia sul sito ufficiale del Congresso che sono in corso le verifiche e che "presto" verranno resi noti i risultati. Intanto, dei 435 seggi alla Camera 434 sono stati assegnati in via definitiva, ma per uno, quello del 13° distretto della Florida, c'è un ricorso alla commissione elettorale della Camera. La candidata democratica Christine Jennings, che ha preso 369 voti in meno del suo antagonista repubblicano su un totale di oltre 250.000, ha contestato il risultato perché sarebbero spariti senza spiegazioni 18.000 voti (come si vede tutto il mondo è paese). In ogni caso, comunque vada il ricorso, la maggioranza democratica alla Camera è assicurata con 233 seggi contro i 202 repubblicani. La situazione è un po' più complessa al Senato, dove il 7 novembre i democratici avevano conquistato un'esile maggioranza di 51seggi a 49. Qualche giorno fa il senatore democratico del Sud Dakota, Tim Johnson, ha avuto un'emorragia cerebrale ed è tuttora in pericolo di vita, anche se sembra che si stia riprendendo. Johnson, che era già in carica e non è stato eletto in questa tornata, è un tipico "blue dog democrat" (un cane blu democratico - il blu è il colore del partito), vale a dire un conservatore molto vicino ai repubblicani su molte questioni - armi, religione, aborto, politiche sociali - e che infatti ha votato spesso con loro. Se Johnson sopravvive, anche se non sarà in grado di svolgere le funzioni di senatore le conseguenze non sarebbero irreparabili perché i democratici conserverebbero la maggioranza di un voto. Eccetto che in questo caso probabilmente Dick Cheney, che oltre ad essere vicepresidente degli Stati Uniti è anche il presidente del Senato, parteciperebbe più spesso ai lavori, i democratici e repubblicani sarebbero a questo punto in parità (50 a 50), con la conseguenza di una possibile paralisi dell'agenda politica democratica, particolarmente nelle questioni più controverse. Se invece Johnson non sopravvive, o se si dimette, sarebbe una catastrofe. In base alla Costituzione infatti quando un seggio del Senato è vacante il nuovo senatore viene nominato dal governatore dello stato che rappresenta. Il governatore in questione, Michael Rounds, è un repubblicano che sicuramente non nominerebbe un democratico, ma un esponente del proprio partito. A questo punto la situazione sarebbe rovesciata, 51 a 49 per i repubblicani, e addio ai grandiosi progetti di riforme e di inchieste parlamentari. Mentre quindi tengono il fiato sospeso e pregano per la salute del loro compagno di partito, i membri democratici del Senato, così come quelli della Camera, hanno già provveduto ad eleggere i capigruppo e a nominare i presidenti delle principali commissioni, tutte cariche che spettano alla maggioranza, come anche le presidenze dei due rami del parlamento. Il capogruppo al Senato Harry Reid e la sua collega della Camera Nancy Pelosi hanno promesso che i democratici lavoreranno molto di più dei repubblicani nella scorsa legislatura, che in campagna elettorale hanno definito il "Congresso dei nullafacenti". Hanno anche annunciato il programma minimo di inizio legislatura da attuare non nei primi 100 giorni, ma "nelle prime 100 ore". I punti sono essenzialmente: 1) l'aumento della paga minima oraria, che è attualmente di 5,15 dollari, portandola a 7,25 dollari; 2) maggiori finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali che nella scorsa legislatura erano stati bloccati dal veto del presidente; 3) nuove regole etiche per i parlamentari per porre argine ai molti fenomeni di corruzione che hanno funestato il precedente Congresso, tra cui il divieto di usare jet privati gentilmente messi a disposizione dalle imprese e l'obbligo di astenersi da attività di lobby per almeno due anni dopo essere cessati dal mandato (attualmente è un solo anno); infine 4) l'obbligo di firmare le "leggine" o i provvedimenti minuti (i cosiddetti earmarks) che vengono nascostamente infilati nel testo di una legge per favorire questo o quel gruppo di pressione senza assumersene la responsabilità. (Come si vede, anche in questo tutto il mondo è paese.) La prima cosa che il nuovo Congresso dovrà fare, dopo il programma delle 100 ore, è mettere ordine nel "pasticcio finanziario" lasciato in eredità dai repubblicani. Si tratta della bella somma di 460 miliardi di dollari (oltre dieci volte l'importo della manovra finanziaria italiana per il 2007) che mancano per coprire le spese di una dozzina di dicasteri. La precedente maggioranza avrebbe dovuto reperire questi fondi entro il 1° ottobre scorso (data di inizio dell'anno fiscale), ma di lì a poco ci sarebbero state le elezioni e non volevano rischiare di scontentare qualcuno. Poi, dopo la sconfitta, i repubblicani erano troppo presi a leccarsi le ferite per occuparsi del bilancio dello stato e sono andati in ferie senza approvarlo e lasciando vuote le casse dello Stato. Con la conseguenza che i democratici adesso dovranno fare i salti mortali per reperire i fondi per attuare il loro programma sociale. Nel medio periodo, ma sicuramente entro i primi 15 mesi di legislatura perché poi inizierà la campagna elettorale del 2008 per il nuovo Congresso e il nuovo presidente, i democratici dovranno cercare di dare seguito alle promesse fatte prima delle elezioni: riformare l'assistenza sanitaria, ampliare la sicurezza sociale e pensionistica, ridurre la dipendenza dal petrolio nei consumi energetici, approvare una legge sull'immigrazione rispettosa delle tradizioni di accoglienza americane e, non da ultimo, risolvere il problema del pauroso deficit e debito pubblico che sta minando la credibilità finanziaria degli Stati Uniti. Poi, naturalmente, c'è la guerra - il pasticcio peggiore fra i tanti creati dall'amministrazione Bush con la complicità del Congresso repubblicano (e la connivenza dei democratici). Qui, probabilmente i democratici si muoveranno con grande cautela e aspetteranno di sapere cosa intende fare il presidente, anche perché, al pari dei loro colleghi repubblicani, sono divisi al loro interno. Tutti vorrebbero fare rientrare le truppe e metter la parola fine a un'avventura da tutti considerata sbagliata e comunque perduta, che ha fatto perdere le elezioni al partito repubblicano e, se non risolta, potrebbe costituire piombo nelle ali della nuova maggioranza democratica. La parola magica, da tutti invocata, è "bipartisan", che vuol dire anche far fare all'altro il primo passo per cavarne un vantaggio politico. E anche il riferimento costante nelle dichiarazioni dei democratici al fatto che il presidente è "il comandante in capo" e a lui spettano le decisioni finali sulla condotta della guerra. Nel frattempo, per non sbagliare, hanno promesso che non taglieranno i fondi ai "nostri ragazzi", cioè alla guerra. Inizieranno piuttosto un'operazione di accerchiamento dell'amministrazione dando vita a commissioni di inchiesta per svelare le malefatte di George W., ma anche per avere maggiori margini di contrattazione se le cose dovessero farsi difficili nel controllo del Congresso. Tutto ciò a patto che Tim Johnson guarisca e che non perdano la maggioranza.http://www.aprileonline.info/1163/i-democratici-in-bilico

Volontariato, è boom Il 5 dicembre si celebrava la Giornata Mondiale del Volontariato. Un fenomeno in continua crescita in Europa. E c'è chi propone un servizio volontario europeo per tutti. Volontari in cerca di offerta per la lotta contro il cancro (Spider Dijon/flickr) Letteralmente il volontariato è un’attività praticata liberamente da persone di buona volontà, per scelta e senza scopo di lucro. Alcune ricerche riportano che il volontario-tipo ha tra i 35 e i 55 anni. Ma la percentuale più bassa di “giovani” si trova nelle cosiddette “giovani democrazie” del centro e dell’est europeo, come Grecia e Portogallo. O Polonia. Darek Poetrowski, direttore del Centro Volontari di Varsavia, spiega che negli ex Paesi comunisti il volontariato ha una «connotazione negativa», perché lo si associa alla nozione di lavoro obbligatorio e collettivo. 124 milioni di euro nella sola Francia I volontari possono raramente beneficiare di privilegi sociali, come assicurazioni sanitarie o riduzioni. Si tratta di un lavoro che che può semplicemente cambiare la vita della gente, stimolando le attività della cittadinanza e sviluppando le comunità locali: ovvero l’integrazione delle fasce più anziane, dei disoccupati o degli emigranti, conducendo a cambiamenti sociali, politici ed ecologici, e contribuendo in parte al trascurato sviluppo economico. Molti Paesi non identificano il volontariato nelle loro statistiche nazionali. Ma anche se esso non può e non vuole sostituire i lavoratori regolarmente remunerati, le attività di volontariato contribuiscono in modo consistente all’economia nazionale. In Inghilterra la stima economica del volontariato si aggira attorno al 7,9% del Pil. In Polonia vale circa 124 milioni di euro. In Francia il tempo consacrato al volontariato tramite associazioni è equivalente ad oltre 716.000 lavori full time nel 2002. Volontario o non volontario, questo è il problema Tuttavia, in generale, l’uomo della strada non è molto cosciente delle diverse possibilità che esistono. A livello locale ci sono centri culturali, ricoveri per animali, orfanotrofi… e gli esempi potrebbero continuare. Ma con lo sviluppo di internet, è nata una nuova forma di volontariato, il cyber volontariato. Senza uscire di casa si possono tradurre articoli online o aiutare qualcuno a risolvere problemi: una sorta di “telefono rosa” online, insomma. Le opportunità di volontariato internazionale sono le più interessanti. Il a href=" http://europa.eu/scadplus/leg/it/cha/c11603.htm" onclick="window.open(this.href,'_blank'); return false;">Programma d’azione Gioventù ha sedotto moltissimi giovani, che hanno così potuto partecipare a progetti locali di altri Paesi. I vantaggi? Imparare qualcosa di altre culture e di altre lingue; accumulare esperienze di vita significative. Monika ha passato un anno in Francia, lavorando con bambini disabili. Ed è partita con un bilancio molto positivo: «Quest'esperienza mi ha reso più coraggiosa». E aggiunge, sorridendo: «Ora guardo i miei “problemi” di prima con una prospettiva totalmente differente». Monika è partita nell'ambito del Servizio Volontario Europeo. E un progetto di volontariato europeo più ampio, che coinvolga gente di ogni età? È a questo che mirano i centri di volontari, che iniziano a mobilitarsi e a cercare appoggio legale, creando network regionali ed internazionali. Lo European Volunteer Centre ne è un esempio lampante. Markus Held spiega: «Noi rappresentiamo 43 centri regionali e nazionali, che nel marzo di quest’anno hanno lanciato il Manifesto per il Volontariato in Europa, rivolto ai leader europei». Il settore privato è pure attento a questa realtà. Incorporando corporate social responsability nel suo lavoro, con un disegno induttivo dei programmi innovativi. Gli impiegati vengono aiutati nella creazione di collaborazioni tra i vari business, centri di volontariato e autorità pubbliche. Volontari globalizzati Un tempo i volontari erano per lo più associati alla carità e all’aiuto ai più poveri o ai disabili. Oggi, invece, molte organizzazioni professionali si sono fatte conoscere al di fuori di questi ambiti. Si pensi a Greenpeace o Amnesty International. Il volontariato è anche una risposta alla globalizzazione. La gente trova ancora il tempo di occuparsi delle campagne contro l’Aids, di porre rimedio agli effetti dei disastri ecologici, come avvenne in occasione del disastro del Prestige o di prendere parte a missioni umanitarie. Ma non tutto è oro quel che riluce. Alcune compagnie, o ong, usano i volontari come forma economica di forza lavoro, mentre questi ultimi accettano questa situazione, sperando così di ottenere esperienze professionali. Kamila Czerwińska - Bruksela http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9334

Lisbona è sempre più lontana Luca Sebastiani Sono anni che si parla di ricerca e innovazione come motore dello sviluppo. All’inizio del millennio anche i responsabili politici europei, riuniti a Lisbona per un Consiglio eccezionale, presero atto della necessità di dare un impulso schumpeteriano ad un’economia europea già in ritardo rispetto agli altri paesi avanzati. Ne andava di perdere il treno della crescita che la mondializzazione stava spingendo a tutta velocità. L’impegno fu solenne e l’obiettivo prometeico: fare di quella europea “l’economia della conoscenza la più competitiva e dinamica entro il 2010”. Entro quell’orizzonte bisognava colmare un ritardo e avanzare anche rispetto ai paesi emergenti che cominciavano a mordere il collo del Vecchio continente. Per farlo si fissò al 3 per cento del Pil dell’Unione la spesa necessaria al grande balzo. Da allora, nonostante il Community Lisbon Programme della Commissione Barroso, da questa fortemente voluto nel marzo 2005 per rilanciare la “strategia di Lisbona”, poco si è fatto e male poiché risultati non se ne sono visti. Si è andati avanti per ordine sparso, ogni paese per sé, ed ora, ci dice un rapporto dell’Ocse, non solo la distanza con i paesi più sviluppati è aumentata, ma quella con i paesi ormai emersi è molto diminuita, tanto che in prospettiva saremo superati dalla Cina entro una decina d’anni. I dati parlano chiaro. Nel periodo preso in esame, 2000-2004, gli investimenti nel settore Ricerca e Sviluppo in Ue sono cresciuti in media del 2,3% l’anno e si sono attestati intorno ai 210 miliardi di dollari, mentre dall’altra parte dell’Atlantico la media di crescita annuale è stata quasi il doppio (4%) con una spesa nel 2003 di 313 miliardi. Cosa vuol dire? Che a scorno di Lisbona e dei suoi rilanci, la differenza si è accresciuta, con gli Stati Uniti che sostengono l’innovazione con il 2,68% del loro Pil, con il Giappone che spende il 3.13% del suo e un’Europa dei Venticinque si piazza ad una media dell’1,81%. Altro che 3 per cento entro il 2010. Si potrebbe obiettare che nel periodo preso in esame la congiuntura non sia stata granché favorevole dalle nostre parti e che quindi, anche volendo, soldi non ce n’erano. È vero, ma quello che sottolinea l’Ocse è che la “minore intensità di R&S in Europa, comparata a quella degli Stati Uniti e del Giappone, dipende in parte dalle condizioni congiunturali, ma soprattutto dai fattori strutturali” oltre che dal “clima economico che in numerosi paesi dell’Ue non incoraggia sufficientemente l’investimento privato nella ricerca e l’innovazione”. Infatti, seppur nel 2005 le imprese europee abbiano speso il 5,3% in più in R&S grazie alle condizioni congiunturali favorevoli, la cifra rimane sempre indietro rispetto alle imprese statunitensi che hanno incrementato la spesa dell’8,1. Altro capitolo dolente è quello del numero dei ricercatori. Sempre nel 2000 a Lisbona si era fissato l’obiettivo di 700mila in più entro il 2010, cosa quasi impossibile da raggiungere se si tiene conto, come fa l’Ocse, che la maggior parte di quelli che lavorano oggi nella ricerca hanno un’età pensionabile: “In Austria, in Francia, in Svezia dal 40 al 55 per cento dei ricercatori hanno più di 55 anni”! Discorso inverso dall’altra parte del mondo. In Cina il numero dei ricercatori è aumentato del 77% tra il 1995 e il 2004 e con i suoi 926mila studiosi il paese si piazza ormai al secondo posto dietro gli States (1,3 milioni). Frutto di un interesse per la ricerca che negli anni è andato crescendo insieme agli investimenti che nello stesso periodo sono raddoppiati passando dallo 0,6% del Pil all’1,23, cioè con un ritmo più rapido di quello della crescita che si è attestato intorno al 9% l’anno. Se le tendenze osservate dall’Ocse si prolungheranno nel futuro l’Ue continuerà a perdere treni. Per scongiurare tale eventualità all’inizio dell’anno è stato il primo ministro finlandese Esko Aho a lanciare l’idea di un Patto per la ricerca e lo sviluppo sul modello del programma che alla fine degli anni Ottanta inizio Novanta ha portato alla creazione del mercato unico. Al di là degli strumenti che Aho ha proposto, quello che oggi conta è infatti che misure siano prese in maniera coordinata e coerente e che ci sia uno sforzo collettivo di tutti i paesi dell’Unione. caffeeuropa.it

DICHIARANDO GUERRA ALLO SHAMPOO "Più propaganda che piano terroristico". Le cosiddette "bombe liquide" erano una bufala patrocinata dal Ministero degli Interni britannico. DI CRAIG MURRAY Se su Google si digita "Rashid Rauf – mastermind", sulla prima pagina di risultati troveremo fonti come CBS, BBC, Times, Guardian e Daily Mail che, la scorsa estate, basandosi su fonti dei servizi segreti o della polizia, descrivevano Rauf come "la mente" dietro il "piano terroristico delle bombe a base di liquidi". Quindi, il fatto che un tribunale pakistano non abbia trovato alcun legame col terrorismo nei suoi confronti, non può essere considerata una cosa da niente da parte dei sostenitori della tesi riguardo il piano terroristico. Rashid Rauf è tuttora indagato per altre attività illecite, inclusa quella di contraffazione, e presunto possesso di esplosivi, nonostante quanto è stato trovato in suo possesso non fosse altro che acqua ossigenata, la quale ovviamente non è un esplosivo. Siccome l'acqua ossigenata è facilmente reperibile senza limiti di sorta in farmacie o negozi di ferramenta nel Regno Unito, insinuare che Rauf l'avrebbe portata dal Pakistan con l'intento di far esplodere dei jet in Gran Bretagna è qualcosa che non ha mai veramente convinto. Il tribunale pakistano ha forse pensato lo stesso. Rashid Rauf deve rispondere di molte accuse. È ancora sotto inchiesta nel Regno Unito per l'assassinio di uno zio alcuni anni fa – crimine che, come quello di contraffazione, non ha evidenti legami terroristici. E questo non fa che rendere meno credibile la sua presunta testimonianza rilasciata ai servizi segreti pakistani sul piano riguardante le bombe fabbricate con liquidi in Gran Bretagna. Ultimamente, poi, come a comprovare che tutta questa enorme paura fosse frutto "più di propaganda che di piano terroristico" come dissi allora, è saltato fuori che la Thames Valley Police, dopo cinque mesi di inutile setacciamento dei boschi nei pressi di High Wycombe, dove si diceva che il materiale per fabbricare le bombe fosse stato nascosto, ha deciso di abbandonare le ricerche. Il 12 dicembre scorso i poliziotti hanno fatto sapere al Ministero dell'Interno che avrebbero continuato le ricerche soltanto se il governo fosse stato preparato a coprirne le spese perché intendevano usare i loro fondi per crimini veri, come rapine a mano armata e furti. Ricordiamoci le parole con cui le autorità avevano descritto questo piano terroristico: "assassinio di massa di proporzioni inimmaginabili" e "più grande dell'11 settembre". In Gran Bretagna ci sono state occasioni in cui centinaia di poliziotti sono stati impegnati per anni nel tentativo di trovare anche un solo assassino, quindi, se la polizia avesse veramente creduto di indagare su di un caso di "assassinio di massa di proporzioni inimmaginabili" avrebbero forse interrotto le ricerche dopo soli cinque mesi? No. Questo ci porta alle bugie che sono state raccontate – di cui una riguarda questa ricerca. Agli inizi, una fonte anonima della polizia informò giornali e televisioni di aver scoperto una "valigia" che conteneva "materiale per fabbricare bombe". Un ufficiale mi ha detto recentemente che si trattava di "robaccia che qualcuno, svuotando un garage, aveva abbandonato nei boschi". Certo che pezzi di cavi maciullati, orologi e parti di automobile possono sembrare materiale da costruttore di bombe; se poi li metti in una valigia il gioco è fatto. Ma è stato effettivamente trovato materiale che sarebbe servito esclusivamente a provocare un'esplosione, come detonatori, esplosivi o quelle famose sostanze chimiche liquide? No, non è stato trovato niente di simile. Dai boschi di High Wycombe, come dalle sabbie dell'Iraq, non sono saltate fuori le famose Armi di Distruzione di Massa. Le altre "prove" che la polizia annunciò di aver trovato consistevano in testamenti (fatti da kamikaze, si disse) e di una cartina dell'Afghanistan. Si scoprì poi che i testamenti erano stati scritti all'inizio degli anni '90 da volontari per il fronte serbo in Bosnia – erano stati lasciati presso lo zio, ora defunto, di uno degli arrestati. La cartina dell'Afghanistan era stata ricopiata da un ragazzino di 11 anni. I media inglesi sapevano tutto questo, ma non ne fecero parola per paura di pregiudicare il processo. Non mi so proprio spiegare come non pregiudichi il processo lo strombazzare sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il fatto che la polizia abbia trovato testamenti, cartine e materiale per costruzione di bombe. Solo se si contraddice la polizia diventa pregiudizio? C'è qualcuno che me lo possa spiegare? E ancora, mentre è stato dato enorme spazio all'arresto di 26 persone "coinvolte" nel piano terroristico, il graduale rilascio di molti di loro è passato completamente in sordina. Ad esempio, il 31 ottobre un giudice ha rilasciato due fratelli del quartiere londinese di Chingford, dicendo che la polizia non aveva prodotto alcuna prova tangibile contro di loro. Imputazioni contro altri sono state ritirate, tanto che adesso gli accusati di quel piano terroristico sono meno dei dieci aerei che la polizia declamava che volessero far esplodere con attacchi suicidi. Cinque testate giornalistiche inglesi hanno dovuto risarcire un uomo di Birmingham che avevano accusato di far parte del piano terroristico, pur essendosi basate su testimonianze rilasciate dai servizi di sicurezza. Soltanto il Guardian ha avuto il garbo di pubblicare il fatto e scusarsi. Un'ultima cosa da ponderare: nonostante averlo chiamato "la mente" dietro qualcosa di "più grande dell'11 settembre", il governo inglese non ha fatto alcun tentativo per estradare Rashid Rauf con l'accusa di terrorismo. Non che sia una cosa difficile a farsi, dato che le autorità pakistane hanno consegnato a quelle americane decine di sospetti terroristi, molti dei quali per processi straordinari, e in media la procedura è sorprendentemente veloce, meno di una settimana e questi partono. Ma i servizi di sicurezza inglesi, che avevano dato eccessivo peso ad informazioni su Rashid Rauf, sono stati oltremodo riluttanti a farlo venire qui, dove la sua testimonianza avrebbe facilmente potuto essere scrutinata da un tribunale inglese. Ad ogni modo, gli agenti del MI5 sono stati messi in grande imbarazzo dalla polizia di Birmingham, che, insistendo nel precisare che Rauf è ricercato nel Regno Unito per il presunto omicidio di suo zio a Birmingham, si chiedevano perché adesso che è sotto custodia in Pakistan non lo si faccia estradare. Alla fine una richiesta di estradizione per omicidio è stata formalmente presentata, ma perseguita con poco slancio. Non ci sono indicazioni che rivedremo Rauf nel Regno Unito. Ancora non escludo che al centro di questa investigazione ci fosse un piano terroristico embrionale. Possiamo fare speculazioni circa il coinvolgimento di agenti provocatori e servizi segreti, sia britannici che pakistani, oppure che veri e propri terroristi fossero coinvolti, ma l'incredibile caos che la guerra allo shampoo ha creato ai passeggeri di tutto il mondo e la bufala "più grande dell'11 settembre" sono temi tuttora irrisolti. Quanto sopra non lo leggerete sui giornali. Infatti Craig Murray – lo schietto Ambasciatore Britannico nella Repubblica dell'Uzbekistan dell'Asia Centrale – ha contribuito a portare alla luce cruenti abusi dei diritti umani da parte del regime di Islam Karimov, finanziato dagli Usa. Adesso è uno dei principali critici della politica occidentale in quella regione. Craig Murray Fonte: http://www.craigmurray.co.uk Link: http://www.craigmurray.co.uk/archives/2006/12/the_war_on_sham.html 15.12.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

Teatro e femminismo all'Università di Istanbul scrive Giulia Mirandola L’attività del Dipartimento di drammaturgia e critica teatrale dell'Università di Istanbul, politica da costruire, patrimonio da conservare. Un'intervista a Fakiye Özsoysal, critica teatrale e docente universitaria incontrata a Trento in occasione dell'iniziativa "Al limite, al confine" Università di Istanbul Che attività svolge il Dipartimento di critica teatrale dell’Università di Istanbul? Quanti corsi sono attivati e quali? Quanti studenti lo frequentano? Il Dipartimento di è stato fondato nel 1992, con lo scopo di formare in ambito critico e di ricerca teatrale. Attualmente sono iscritti 120 studenti che frequentano corsi ordinari, post-laurea, master e dottorati. Molti di loro lavoreranno poi per i media - carta stampata e informazione televisiva - in università o in scuole di teatro. I corsi sono incentrati soprattutto su drammaturgia, critica teatrale, storia del teatro - turco e non - movimenti teatrali, regia e tecniche teatrali. Le aree di ricerca del Dipartimento sono: relazioni interculturali, interdisciplinarietà e teatro, teatro femminista, semiotica teatrale. Di cosa si occupa esattamente all’interno del Dipartimento? Sono critica teatrale e professore associato presso il Dipartimento di drammaturgia e critica teatrale dell'Università di Istanbul. İ miei seminari vertono in particolare su critica teatrale, teatro femminista, laboratori di scrittura critica e mi occupo di seguire e monitorare progetti di ricerca sul teatro turco. In quali altre sedi insegna? Con che riscontri? Attualmente non insegno in altre università, ma tre anni fa ho lavorato due anni in Germania, presso l'Università Duisburg-Essen, tenendo seminari sull'analisi di testi letterari e teatrali e di scrittura creativa. Il mio obiettivo principale è quello di migliorare l'atteggiamento critico degli studenti. Importante è che riescano a esprimersi liberamente, discutendo e sostenendo le proprie posizioni con consapevolezza. Nel rispetto dei diversi punti di vista, con flessibilità e capaci di avere opinioni originali sui temi trattati. Con quali centri di ricerca è in contatto il Dipartimento di critica teatrale? Su che tipo di progetti? Abbiamo contatti con l'Università di Duisburg-Essen, la Freie Universität di Berlino e l'Università di Atene. In particolare con questi atenei sono attivi programmi di scambio e il programma Erasmus. Inoltre si sta lavorando per l'istituzione di un Istituto teatrale, il “Haldun Taner Theatre Institute” da creare in seno all'Università di Istanbul. Che relazioni con il Festival Internazionale di Istanbul (IKSV)? Le relazioni con l'ISKV avvengono tramite Dikmen Gurun, che guida il nostro dipartimento ed è anche consulente ufficiale dell'ISKV. Molte conferenze e workshop sono organizzati in collaborazione tra le due istituzioni. Quali letture proporrebbe per iniziare ad analizzare ‘la scena turca oggi’? Chi, in questo momento, la sta studiando più a fondo (in Turchia o altrove)? Il nostro dipartimento sta lavorando attualmente ad alcune pubblicazioni che però non sono ancora disponibili. Posso indicare alcuni approfondimenti a cura di Dikmen Gurun, tradotti in inglese e disponibili in internet: An excursion in Turkish Theatre e History of Theatre Criticism. Al convegno tenutosi a Trento il 2 dicembre, è intervenuta con una relazione sulla posizione sociale della donna nelle leggi, nei media e nei testi teatrali in Turchia. Che cambiamenti sono in atto in questo momento? In che modo la drammaturgia turca testimonia la condizione femminile? Nella mia relazione ho provato a spiegare che alcune leggi sono state cambiate, ma nella pratica quotidiana la mentalità patriarcale non è mutata. Vi sono poi differenze sostanziali tra città e campagna. Alcuni gruppi teatrali femministi si stanno occupando in profondità di alcuni temi, ma i loro tentativi sono piccoli passi lungo una strada ancora molto lunga. Sfortunatamente la drammaturgia turca è molto lenta a reagire e creare dibattito sui cambiamenti avvenuti. Qual è, secondo Lei, la voce più interessante della drammaturgia turca (vivente e non)? Perché? Non me la sento di classificare per nazionalità. Un testo teatrale si rivolge in particolare a chi vive nel luogo in cui viene scritto e interpretato, ma ha anche un carattere universale, perché stiamo tutti vivendo nello stesso mondo globalizzato. Come è avvenuta la selezione dei testi presentati a Trento? Cosa li differenzia e cosa li accomuna? La valanga di Tuncer Cucenoglu e La maledizione del cervo di Murathan Mungan, riguardano il conflitto tra tradizione e individuo e sono scritti in modo convenzionale. Affitasi di Ozen Yula e Ultimo mondo di Yesim Ozsoy Gulan, trattano il tema della vita nella metropoli, Istanbul, di alienazione e solitudine dell’individuo. Questi ultimi sono scritti in modo sperimentale, Ultimo mondo ha caratteristiche interdisciplinari e intertestuali. In tutti questi casi, i testi riprendono problematiche della società turca contemporanea e sono esempi rilevanti della produzione drammaturgica della Turchia di oggi. Cosa Le fa pensare il congelamento di queste ultime settimane dichiarato dall’Unione Europea, rispetto alla candidatura all’Europa della Turchia? Che rischi comporta? Non è semplice rispondere in poche righe. A mio avviso entrambe le parti non sono pronte a essere sufficientemente flessibili per modificare i rispettivi punti di vista; non sono pronte ad accettare o apprezzare le differenze culturali intese come differenze e non come minacce alla propria identità. Potrebbe essere per entrambi un'occasione di liberazione dai pregiudizi ed è un percorso che Ue e Turchia devono intraprendere. Come cittadina turca, potrei anche accontentarmi delle significative riforme legislative attuate in questi anni per garantire e migliorare i diritti umani, e del fatto che, proprio grazie al percorso verso l'Ue, ci sia ora più attenzione alla situazione sociale delle donne. Malgrado ciò, in Turchia le studentesse e le attiviste femministe hanno due diversi punti di vista: alcune sostengono l'integrazione nell'Ue come occasione di miglioramento dei diritti umani; altre si oppongono, poiché temono che causi l'applicazione di politiche neoliberali che andranno a peggiorare la situazione delle donne, in particolare su protezione sociale e lavoro. Se dico ‘Europa’ che confini ha in mente? Che significa per Lei ‘oriente’? E ‘occidente’? Credo che l'Europa sia quella segnata sulle cartine geografiche e comprenda ora anche tutti i Paesi che in passato erano oltre la cortina di ferro. Per quanto riguarda ‘est’ o ‘ovest’, dipende da dove ci si pone. Se si guarda alla Turchia e in particolare al suo periodo di modernizzazione, tre sono i Paesi che sono stati punto di riferimento, sia per l'Impero Ottomano che per la nuova Repubblica Turca: Francia, Germania e Inghilterra. E i loro sistemi legali. In questo senso si può parlare di occidentalizzazione. Cosa difende senza condizione del Suo Paese? Cosa invece considera inaccettabile? L'Anatolia è sempre stata ed è una vera e propria ‘melting pot’. Per secoli molte culture diverse sono coesistite, ciascuna condividendo e scambiando il proprio patrimonio. La cultura dell'Anatolia, quella dei Goti, degli Ittiti, degli Ionici, dei Bizantini, dei Persiani, dei Macedoni, dei Greci, degli Arabi, dei Caucasici, degli Ottomani, dei Turchi, dei Curdi, la cultura della Mesopotamia e del Medio Oriente e via dicendo, hanno inciso sulla nostra società e sulla nostra storia, le ritroviamo nell’arte e nella letteratura, nel teatro, nell'architettura, nelle fedi, nella cucina, nei nostri comportamenti, nel nostro modo di vedere la vita. Questo difendo del mio Paese: la cultura dell'Anatolia non è omogenea, è un vero e proprio tesoro culturale. L'unica cosa che definirei inaccettabile è la violazione dei diritti umani, anche se negli ultimi anni, dal punto di vista legislativo, si sono verificati cambiamenti.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6570/1/51/

DIAMANTI, ESPERTI ONU CONTRARI A REVOCA EMBARGO Non sono ancora maturi i tempi perché il Consiglio di sicurezza revochi l’embargo sull’esportazione di diamanti: secondo il consiglio di esperti esterni dell’Onu, la Liberia non ha ancora raggiunto i requisiti previsti dal ‘Kimberley Process’, il sistema di certificazione internazionale lanciata nel 2002 per tentare di porre fine al commercio dei cosiddetti ‘diamanti insanguinati’. Per garantire la provenienza delle gemme preziose – che furono uno dei motivi della guerra civili del 1989-2003 – gli esperti chiedono un “meccanismo coerente e funzionante”. “Raggiungere quest’obiettivo – si legge nel loro rapporto – richiederà una leadership più forte, specialmente da parte del ministero delle Terre, delle miniere e dell’Energia, e una gestione efficace delle risorse umane, finanziarie e materiali”. Lo scorso ottobre è stato revocato l’embargo sull’esportazione di legni pregiati introdotto nel luglio 2003, mentre il divieto di esportare i diamanti risale al 2001, quando da un’inchiesta emerse che l’allora presidente Charles Taylor aiutava i ribelli del Fronte di liberazione unito (Ruf), protagonisti di una decennale guerra civile nella vicina Sierra Leone. Da mesi la presidente Ellen Johnson-Sirleaf – insediatasi a gennaio 2006 – chiede una revoca delle sanzioni che ostacolano la ricostruzione dopo il conflitto che tra il 1989 e il 2003 ha causato almeno 200.000 vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati. Se gli embarghi, pur violati, frenano la corruzione, è tuttavia “altamente improbabile – aveva scritto il 24 maggio in una lettera al Consiglio – che il governo della Liberia possa fare significativi passi avanti nella riduzione della povertà e nell’erogazione di servizi sociali, quando le industrie dei diamanti… fili conduttori vitali significativi nell’economia del paese, continuano a essere sanzionate dall’Onu”. http://www.misna.org/

La Bolivia apre alla foglia di coca Evo Morales vuole aumentare fino a ventimila gli ettari di terreno destinati alla coltivazione della foglia di coca. La proposta ha creato la solita protesta da parte degli Stati Uniti che, attraverso il loro ambasciatore Philip Goldberg, prima hanno tagliato il 25% degli aiuti per la lotta al narcotraffico (che equivale a otto milioni di dollari) e quindi hanno chiesto uno studio sul destino che si vuole dare alla futura produzione. Attualmente la Bolivia ha 12.000 ettari coltivati e il sostanziale aumento risponde alle richieste dei coltivatori del Chapare, trentamila persone con le rispettive famiglie che aspettavano da tempo l’apertura del mercato. Una sorta di liberalizzazione della coltivazione che, sebbene risponda agli insegnamenti del mercato liberista, non piace a Washington. Secondo gli Usa la Bolivia, per il suo mercato interno –per fini medicinali e tradizionali- non ha bisogno di più di settemila ettari, per cui l’eccedente andrebbe ad alimentare il mercato della produzione di cocaina. Morales risponde difendendo il suo piano: rispetto per il consumo tradizionale della foglia di coca e trasformazione delle coltivazioni clandestine in piantagioni sotto il controllo governativo. In questa maniera per il 2010 la Bolivia avrà ridotto la sua partecipazione alla produzione di coca con fini illegali dall’8,4% attuale all’1%. Per ottenerlo, il gabinetto di Morales ha inaugurato da tempo un progetto che chiama in causa le comunità locali e che chiede la partecipazione diretta dei contadini. Morales ha anche trovato un insperato alleato: il vicino Alan García ha infatti lodato la politica attuata dal governo boliviano, ritenendola la unica che, aprendo il mercato, rende inutili le piantagioni illegali. Gli Usa, naturalmente non ci credono e manderanno a La Paz la prossima settimana una delegazione che valorerà le intenzioni del governo boliviano. Fotoreportage sul Chapare ed i coltivatori di coca: http://www.prensadefrente.org/pdfb2/index.php/fot/2006/05/07/p1457 http://luiro.blogspot.com/

Hasta la vista babbo Natale L'ultima istrionica decisione del presidente Hugo Chavez: basta aiu simboli statunitensi del Natale Fra poco in tutto il mondo cristiano ci si appresta a festeggiare quella che è considerata la ricorrenza più importante di questa religione. Le vie delle città saranno illuminate a festa, le vetrine dei negozi si vestiranno di luci e colori tipici del Natale, gli alberi addobbati e Santa Klaus faranno capolino a ogni angolo. Anche le periferie più disagiate sembreranno più vivibili. Ma in Venezuela il Natale avrà un sapore decisamente diverso, soprattutto nelle intenzioni di Hugo Chavez. Le decisioni presidenziali. Non è certo la prima volta che il vulcanico presidente venezuelano regala argomenti sui quali discutere: oggi sono gli addobbi natalizi a essere presi di mira e il numero uno della repubblica bolivariana sembra avere idee chiarissime su questa festa e su come celebrarla. Quest’anno, infatti, gli uffici pubblici venezuelani non saranno addobbati con i classici addobbi natalizi: niente albero, niente luci colorate, niente babbo Natale. A dirlo, una disposizione del governo venezuelano che, come se non ce ne fossero abbastanza, ha inevitabilmente innescato una nuova polemica che rischia, considerate le parti in causa, di diventare gigantesca. Secondo quanto stabilito dall’amministrazione di Caracas, gli impiegati pubblici non potranno collocare all’interno dei loro uffici i classici alberi di Natale o immagini che raffigurino Santa Klaus, simboli considerati “estranei alla tradizione venezuelana”. L’amministrazione venezuelana, però, si è affretta a smentire che si tratti di un divieto, ammettendo, però, che si augura che nelle sedi della pubblica amministrazione non compaiano le decorazioni natalizie. La conferma arriva anche dal rappresentante del dicastero dell’Informazione, William Lara, che ha voluto aggiungere che non esiste nessuna proibizione da parte del governo ma è “un orientamento sociale che possa riscattare le tradizioni autoctone venezuelane”. Il ministro ha anche dichiarato che le immagini di Babbo Natale e dell’albero addobbato sono usanze innalzate a modello soprattutto dalla società statunitense e contrarie, quindi, a quella venezuelana. E’ da molto tempo infatti che il presidente Chavez, nemico acerrimo di George Bush, cerca pretesti che gli permettano di criticare la politica portata avanti dall’amministrazione statunitense e rafforzare così la cultura nazionale, contrapponendola, appunto, agli usi e costumi statunitensi adottati da molte nazioni nel mondo, con l’aiuto delle pellicole cinematografiche holliwodiane. La situazione politica. Siamo in piena campagna elettorale (le elezioni presidenziali si terranno il prossimo 3 dicembre e Chavez è il favorito), e la polemica innescata ha avuto eco soprattutto nell’opposizione parlamentare. Gli uomini vicini a Manuel Rosales, considerato il più ‘pericoloso’ avversario politico di Chavez, hanno ricordato che per assicurarsi i voti degli impiegati pubblici, Chavez, ha anticipato il pagamento delle ‘tredicesime’, che solitamente avviene verso il 15 del mese di dicembre. E’ stato il vicepresidente della repubblica Josè Vicente Ranger a chiudere la polemica sui pagamenti anticipati: “Anticipare il pagamento delle tredicesime non è non è un modo per comprare voti. E’, invece, - continua il vicepresidente - un atto di amore, di riconoscimento di quello che i lavoratori rappresentano nell’amministrazione della cosa pubblica”. I venezuelani. “Con tutto il rispetto per il nostro presidente e per il processo bolivariano in corso -racconta Veronica Vega, del Circolo Bolivariano di Milano - consideriamo che un gesto del genere possa causare un po’ di confusione, in questo momento assolutamente poco necessario per via della sua vicinanza alle elezioni presidenziali”. Ma la signora Vega non si ferma a questa considerazione e racconta: “Crediamo che sia importante il rispetto e il recupero di tutte le produzioni originarie e tradizioni del nostro paese proprio per riscattare il sentimento di appartenenza, importantissimo per la costruzione della nostra identità venezuelana. Purtroppo, in questo caso, non ci sono tradizioni in “pericolo”, non ci sono da “riscattare” i nostri piatti tipici, e le canzoni di natale sono ben radicate nelle nostre tradizioni, secondo me non in “pericolo di estinzione”. Quindi una mossa come quella di Chavez, che sembra essere quasi ed esclusivamente politica, senza uno scopo evidente a livello sociale, può trovare motivazione solo nell’inasprimento del nostro disaccordo con la politica statunitense”. Certo è che l’amministrazione di Caracas non riuscirà a interrompere il sogno di migliaia di bambini venezuelani che scrivono la letterina a Babbo Natale e si aspettano doni sotto l’albero, come sottolinea la Vega: “L’albero, le luci colorate e tutti gli altri addobbi sono sempre stati dentro le case dei venezuelani. Mi può anche stare bene che all’interno degli edifici e degli uffici pubblici non ci siano”. Ma se gli alberi addobbati e le immagini di Babbo Natale saranno all’interno della propria casa? Veronica Vega ne è sicura: “Di certo non si tradirà la rivoluzione bolivariana e chavista”.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6955

EUROPA, UNA CASA PER DUE ROMANIE Un Paese dai mille volti, proiettato verso il futuro, ma ancora alle prese con corruzione e arretratezza economica, pesanti eredità del regime di Ceausescu. Bucarest Che non sarà un Capodanno come gli altri lo si può intuire dal colore delle luminarie accese lungo i bulevardul Balcescu e Bratianu confluenti in plata Universitatii: tutte blu con una corona di stelle. La più grande è quella della Romania, che entra nell’Unione europea. Dal 1° dicembre, quando il sindaco di Bucarest ha illuminato con una cerimonia ufficiale le strade del cuore di Bucarest, il centro storico è un’immensa bandiera europea. Anche i bambini sanno che il loro Paese, assieme alla Bulgaria, il 1° gennaio 2007 diventerà membro dell’Ue. Nella scuola di Breaza, piccola località di villeggiatura non distante dalla capitale, si fa il "gioco dell’Europa": 25 bambini in cerchio ne accolgono un altro tra loro e lo festeggiano con un girotondo. Ma, nonostante l’entusiasmo, per i rumeni l’ingresso in Europa non sarà proprio un gioco da ragazzi, perché questo Paese di 22 milioni di abitanti è un puzzle di realtà contraddittorie, un groviglio di problemi irrisolti, che si è liberato dalla tirannia di Ceausescu con la rivoluzione del 1989, ma non ancora dalla corruzione dilagante e dall’arretratezza del sistema economico. Verso Bruxelles, a due velocità Così da una parte stanno le grandi città che guardano al futuro, e dall’altra i villaggi rurali legati a un’economia ancestrale. Due Romanie, insomma, che viaggiano verso Bruxelles a differenti velocità: la prima a bordo di uno dei tanti coupé che sfrecciano per le strade di Bucarest, la seconda su una vecchia "Dacia" o seduta a cassetta di uno sgangherato carro a cavallo, come quelli che vedi sugli sterrati della Moldavia. Bucarest è l’emblema della prima Romania, anche se povertà e ricchezza qui si sfiorano, come nella elegante via Pictor Stahi, dove tra marciapiede e strada t’imbatti in una baracca di legno e nylon su tre lati che lascia aperto il quarto mostrando tre inquilini rom e il loro arredamento miserabile. A fianco i Suv tedeschi dei residenti altolocati del "Sector 1" di Bucarest. Le acque del fiume Dambovita, che attraversano la capitale, scorrono rapide, ma non certo come lo sviluppo di questa metropoli di due milioni d’abitanti per un milione d’auto: modernissimi shopping center, banche-grattacielo europee e le onnipresenti, rutilanti insegne pubblicitarie "stile Las Vegas" contrastano sempre più con il grigiore dei pesanti edifici voluti dal gigantismo architettonico dell’"era Ceausescu". «I tanti cantieri già aperti non sono nulla rispetto a quello che accadrà a breve», afferma Liviu Apostoiu, vicepresidente del "Metal", il maggior sindacato rumeno dei metalmeccanici (30.000 iscritti) confederati al Cartel Alfa. «Sono previsti da oggi al 2012 finanziamenti europei per 30 miliardi di euro. Ciò significherà nuova occupazione e miglioramento delle infrastrutture. Anche le condizioni salariali dei lavoratori dovrebbero trarne beneficio. Le multinazionali, che arriveranno a rimorchio degli appalti miliardari, spesso, però, non rispettano i diritti contrattuali minimi. Potrebbe così aprirsi una dura stagione di conflitti. Intanto stiamo lottando per ottenere un contratto unico per tutte le federazioni di lavoratori, che imponga un salario minimo garantito di 130 euro, e di 180 dal 2008». In Romania la media salariale è di 150-200 euro mensili, il che colloca il Paese al penultimo posto dell’Ue, meglio solo della Lettonia; e le pensioni sociali non superano i 75 euro. Tanto per capire: un litro di benzina costa quasi un euro; e un appartamento in centrocittà, si legge nella terza pagina del quotidiano Libertatea, ha prezzi superiori a quelli di Roma e Miami. «Si stava meglio quando c’era Ceausescu, almeno qualcosa si mangiava», dice Nelu, settantenne pensionato, uscendo da un panificio. Generazioni divise È lo stesso nostalgico ritornello di molti rumeni di quell’epoca: «Con l’avvento dell’Europa anche la generazione di mezzo, la mia, sarà sacrificata. Siamo stati abituati a fare un solo mestiere in tutta la nostra vita, ed è difficile riciclarsi e riqualificarsi a cinquant’anni. I miei figli ultraventenni, invece, si sentono già da tempo in Europa, viaggiano e parlano inglese come moltissimi loro coetanei», ammette Ioana Nedelcu, sottosegretario responsabile dell’autorità nazionale per "La protezione dei diritti dei bambini", del ministero del Lavoro, solidarietà sociale e famiglia. Un moderato ottimismo dei giovani lo si respira entrando all’università: «Molte aziende straniere vogliono venire in Romania e, con l’ingresso nella Ue, aumenteranno ancora. E con esse le opportunità di occupazione, anche se per alcuni anni dovremo fare molti sacrifici», afferma Nicolaj, 27 anni, una laurea al Politecnico già in tasca e ora studente in Economia e commercio all’Accademia di studi economici di Bucarest. D’altra parte perfino i pieghevoli stampati dal Governo e distribuiti ai cittadini recitano: "Il livello di vita non crescerà immediatamente entrando in Europa". Se si lasciano alle spalle i bulevardul accesi a festa per uscire dalla città, la nebbia si mangia tutto e, quando riappare il paesaggio, sei già nella "seconda" Romania, quella dei contadini che hanno ottenuto, sì, dallo Stato, dopo la rivoluzione, la restituzione delle terre, ma senza i mezzi per lavorarle. «Se i denari europei saranno investiti, come pare, anzitutto nello sviluppo agrario e nella creazione della filiera agroalimentare, si potrà far decollare la povera economia delle regioni orientali e meridionali, senza dimenticare il turismo, data la bellezza di queste terre», afferma Apostoiu. Ora la disoccupazione in queste aree corre a doppia cifra e l’emigrazione è una piaga: «La gran parte del milione e mezzo di rumeni in Italia e dei due milioni in Spagna viene dalla Moldavia. Da quelle parti, lo abbiamo scoperto anche noi di recente, vivono famiglie così povere che sono costrette in igloo di fango seminterrati: un solo locale per dodici persone», rivela Cristina Loghin, presidente della Caritas Romania ed Europa. Italiani in prima linea La disoccupazione, invece, non si sa più cosa sia nelle regioni più occidentali, tra Timisoara e Arad, le città colonizzate dalle aziende italiane. «Sono oltre 20.000 gli imprenditori italiani che sono venuti qui a delocalizzare. Danno lavoro a 600.000 dipendenti rumeni. L’interscambio commerciale con la Romania è di 10 miliardi di euro, maggiore di quello col Giappone. Siamo il primo Paese straniero come numero d’aziende e il quinto come investimenti», snocciola Guglielmo Frinzi, presidente della Camera di commercio italiana per la Romania. «Eppure anche qui non si riesce a "fare sistema"; gli imprenditori vengono lasciati a loro stessi e le banche italiane sono arrivate buone ultime. Risultato: i settori economici strategici se li sono pappati francesi e tedeschi», parola del marchigiano Italo Mazzanti, presidente di Techno Fluid, rappresentante esclusivo in Romania di marchi leader nella produzione di infrastrutture per gasdotti e oleodotti. Mezza Bucarest è riscaldata grazie alla loro tecnologia. Ma mezza Romania non sa come difendersi dal gelo dell’inverno che qui tocca i meno 20°. L’ingresso nella "casa europea" la salverà dal congelamento? Alberto Laggia http://www.sanpaolo.org/fc/0652fc/0652fc42.htm

Proposta di azione contro la pena di morte in Tennessee di Claudio Giusti* Il Tennessee è stato per 40 anni senza esecuzioni, poi ha ucciso Robert Glen Coe nel 2000 e Sedley Alley nel 2006. Ora ha in programma 7 esecuzioni per i primi mesi del 2007. Scrivete lettere gentili (anche in italiano) contro la pena di morte. Spedite una cartolina illustrata ai membri della Corte Suprema (**). Date per scontato che il vostro interlocutore sia aperto al dialogo. Non insultate e non date l'impressione di essere contro gli Usa. Siate brevi e fate domande (pensa proprio che la pdm sia utile?). Non trasformate i condannati a morte in santi ed eroi. Ricordate il dolore dei familiari delle loro vittime, ma anche che i condannati sono quelli che non si potevano pagare una difesa adeguata. Quando scrivete in America (o in altri paesi) non abbiate paura di farlo in italiano. C'è un sacco di gente che lo sa leggere. Non scrivete dei "romanzi" e usate un linguaggio piano con frasi brevi. Siate propositivi e ottimisti. Soprattutto ricordate che non siamo in guerra con gli Stati Uniti. Scrivete anche ai giornali italiani. Chiedete che si occupino sistematicamente di pena di morte (non solo americana) e che tengano alta l'attenzione dell'opinione pubblica. Scrivete anche ai politici (deputati, senatori, sindaci, ecc). La lotta alla pena di morte non può essere fatta solo il 30 novembre. **Chief Justice William M. Barker 540 McCallie Avenue, Suite 410 Chattanooga TN 37402-2096 Justice Janice M. Holder 50 Peabody Place, Suite 209 Memphis TN 38103 Justice Cornelia A. Clark 318 Supreme Court Building 401 7th Avenue No. Nashville TN 37219-1407 Gary R. Wade 55 Main Street, Suite 200 Knoxville TN 37902 Senato del Tennessee Camera del Tennessee Giornali *membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio Speciale diritti umani ___________ www.osservatoriosullalegalita.org


dicembre 23 2006

Un'altra mania italiana: la laurea ad honorem Il ministro Mussi, titolare dell’Università e della Ricerca, ha detto basta. Alla centesima laurea ad honorem in sei mesi, finalmente, ha preso posizione. La lista dei neodottori famosi è piuttosto lunga, e include i nomi persino di Peppino di Capri, Vasco Rossi, Arrigo Sacchi, Valentino Rossi. E poi tanti, troppi imprenditori: magari nomi non molto conosciuti, ma che, guarda caso, di solito finiscono per contribuire finanziariamente a qualche progetto universitario, privato o pubblico… Insomma, come al solito si è ecceduto. E probabilmente si è toccato il fondo nel giugno scorso col discorso postdottorale di Valentino Rossi: uno spot per l’Università di Urbino (in fondo un marchio di birra, pardon universitario, come un altro…) con tanto di grazie alla mamma, ai professori e agli amici per essere arrivato primo. Mancava solo un bel “viva la foca” conclusivo… Ma perché si eccede? In primo luogo, conferire una laurea ad honorem al personaggio famoso, significa richiamare attenzione mediatica sull’università che addottora. In secondo luogo, come ho già accennato, i rapporti con le imprese sono importanti, soprattutto in tempi di strisciante privatizzazione dell’università. E un imprenditore laureato (ad honorem) è un imprenditore mezzo comprato… Non nel senso corruttivo e penale del termine, ci mancherebbe. Nel 99,99 per cento dei casi si tratta di lauree già guadagnate sul campo del lavoro. Ma la laurea serve sicuramente a mettere il neodottore nelle condizioni di spirito giuste per sviluppare, come si legge in un recente studio, quelle “cospicue sinergie tra mondo della cultura e delle professioni”. E poi c’è una terza ragione. Siamo italiani e molto borghesi: il titolo di dottore, non solo piace, ma entusiasma… Amiamo la pompa, il tocco, le toghe, i fotografi, le televisione, la presenza di mamma e papà, se ancora vivi e vegeti. Vuoi mettere quel mezzo minuto di gloria, che non dispiace neppure a chi la gloria o magari una laurea l’ha già raggiunta da un pezzo… Ma così cresce anche il mercato delle illusioni… Perché, stando alle statistiche, laurea ad honorem o meno, quattro laureati su cinque trovano lavoro solo grazie alle conoscenze familiari. E probabilmente proprio per questo sette laureati su dieci, di estrazione alto-borghese, continuano la professione paterna… Insomma, la società italiana è bloccata e classista più che mai. E se non si appartiene alla classe giusta la laurea da sola non basta. Ma questa è un'altra storia.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

lo sciopero descritto dagli scioperanti Boh. Che i giornalisti ci raccontino del loro sciopero con vibranti comunicati in cui dichiarano di voler "tutelare i più deboli" della loro categoria, che si descrivano come angelici e generosi è cosa forse prevedibile, ma assai innervosente, come direbbe il mio amico MMAX. Insomma, conosco qualche pubblicista che riempie pagine di testate tutt'altro che di second'ordine e con paghe davvero da fame, ma tipo dai 5 ai 15 euro ad articolo, e mi risulta che per questi proletari intellettuali l'accesso all'albo sia praticamente impossibile: bisogna infatti per fare l'esame essere già in una redazione, e nelle redazioni entrano i nipoti, i figli, i figli dei figli dei giornalisti. Comunque pochissimi privilegiati. Ora, tra le altre cose i giornalisti si stanno battendo contro l'eliminazione dell'albo, e quindi - a me pare - per tutelare i loro privilegi di casta acquisiti. Allora perché quando sono i tassisti a difendere i loro diritti acquisiti son tutti lì ad accusarli (giustamente) di corporativismo, e quando tocca a loro si descrivono come i paladini dei più deboli?http://rosalucsemblog.blogspot.com/

Multiculturalismo a Roma Il sindaco Weltroni ha deciso di installare, oltre ai tradizionali simboli cristiani ed ebraici, una bambola wodoo in piazzale degli eroi, un gazebo di scientology all'Eur, una pietra nera alla Garbatella, una navicella spaziale di mork alla Magliana, un feticcio cumbaiano in via baldo egli ubaldi.http://marioemario.ilcannocchiale.it/

cose di questo mondo Pare che la parrocchia del fu Piergiorgio Welby, che egli frequentava con assiduità prima che la malattia glielo rendesse impossibile, si sia rifiutata di seppellirlo cristianamente nel suo cimitero, in ragione del modo in cui ha deciso di morire. Se la notizia fosse confermata, cioè la decisione non fosse cambiata, sarebbe davvero un bell'esempio di cosa può significare una fede religiosa... http://foglie.ilcannocchiale.it/

Daiva, fashion baltico sopra le righe La Urbonaviciüté, 33enne stilista non convenzionale, ha un obiettivo: conquistare l’Occidente... restando in Lituania. L'ambiziosa Daiva nella sua boutique di Vilnius (Patricio Diez) Nella via principale della capitale lituana, una boutique di nome “Zoraza” attira l’attenzione dei passanti. Il negozio è minuscolo: in pochi metri quadrati sono esposti cappotti in pelle, pellicce, vestiti in pizzo, in cotone, stivali multicolori, gonne lunghe a fiori, mogliettine aderenti, un grande specchio e due vecchie poltrone presentate in un piacevole disordine. È in questa piccola showroom che Daïva Urbonaviciüté espone le sue creazioni. Con Daiva nel retrobottega Un atelier-negozio che ha tutta l’aria di un salottino. Lo studio, proprio nel retrobottega, è pieno di cataloghi di tessuti, pagine strappate da riviste di moda e di bozze di vestiti. Un computer occupa il tavolo da disegno sul quale spiccano le foto della sua ultima sfilata. La giovane stilista sembra molto fiera del suo cammino e del suo piccolo negozio, che si trova proprio nel quartiere più ‘in’ della città. Sembrano lontani i tempi in cui quella stessa ragazza studiava all’Accademia di Belle Arti di Vilnius e lavorava per cinque mesi di fila sulla sua piccola macchina da cucire per creare una collezione che presto avrebbe presentato alla sua prima sfilata, investendo tutti i suoi risparmi. Ora stilista riconosciuta e apprezzata dai personaggi del jet-set della moda, Daiva Urbonaviciüté possiede un suo marchio, Zoraza, e ha potuto assumere un manager che gestisce la vendita dei suoi modelli. In una cittadina come Vilnius, Zoraza è riuscita a farsi velocemente una buona reputazione. La moda rappresenta una passione travolgente e contagiosa per questa timida e giovane donna. La parola “Zoraza” deriva dal russo e significa “infezione”: secondo la stilista «la moda deve saper contagiare tutto il mondo». Con le sue creazioni, che, naturalmente, colpiscono e sorprendono. Alle operaie, che lavorano per lei nel piccolo studio sopra il negozio, chiede di dimenticare le regole del mestiere, cercando di trasmettere loro la sua mentalità e il suo stile. «La cucitura non deve essere dritta e perfetta, ma piuttosto instabile ed irregolare. In questo modo un vestito è comodo e vivace» sostiene convinta Daiva. La sua moda Come una malattia, lo stile Zoraza contamina tutto, dolcemente. E tanto meglio se le icone delle sfilate internazionali erstano lettera morta nella sua collezione, Daïva crea i modelli seguendo il suo istinto e i suoi gusti, e non la moda del momento. Ispirandosi ai costumi di teatro o al suo immaginario, o alle illustrazioni di vecchie riviste, disegna e inventa quasi senza rendersene conto. Comodità e stile: questi i suoi principi. L’essenziale per questa creatrice inclassificabile è di sentirsi a proprio agio prima d’iniziare a disegnare. Per questo si veste solo con i suoi abiti, non per snobismo, ma proprio per sentirsi bene. Daiva Urbonaviciüté crea moda senza essere alla moda, è questo che seduce di lei. Né classica, né contemporanea, rimane ai martigli dall’inizio della sua carriera, intorno alla fine degli anni Novanta. D’altronde mette in guardia i suoi clienti sin dal principio dicendo: «State bene con voi stessi, perché con indosso i miei vestiti si fermeranno tutti a guardarvi per strada!». Umile quando si parla del suo successo ma cosciente del suo potenziale, Daiva ricorda le osservazioni di alcuni stranieri che, entrando nella sua boutique quando era ancora agli inizi, domandavano se i capi provenissero da Londra, Parigi o Milano.«No» rispondeva con soddisfazione, «direttamente da Vilnius!». Successo londinese Anche se non è stato facile, questa sorridente donna dalle mani d'oro non ha brutti ricordi delle difficoltà attraversate. «All'inizio non è stato semplice per me, non avevo mai creato per vendere. Credevo in uno percorso artistico, e le sfilate per me erano prima di tutto una performance d’arte». Oggi Daiva è contenta di quello che ha realizzato e sogna di lavorare per qualche anno con stilisti di fama internazionale, quali Comme des Garçons, Christian Lacroix, Vivienne Westwood. O di aprire una boutique a Londra o a Tokyo. A Daiva, giovane e riservata, brillano gli occhi quando ci racconta la storia di una sua amica cantante che vive a Londra. Puntualmente, per telefono, la sua amica le chiede di trasferirsi nella capitale londinese. Perché? Perchè «non fa in tempo ad uscir di casa con indosso i vestiti disegnati da me senza che la gente la fermi per strada per sapere dove li ha comprati ». Ma per adesso è meglio rimanere a Vilnius. «Se mi spostassi forse potrei guadagnare molto di più, ma qui la gente ama ciò che faccio. Non so come verrebbe vista la mia produzione altrove. Per me è essenziale avere un riscontro positivo da parte del pubblico, la mia creazione non sarebbe riuscita altrimenti ». Parlando di moda il volto di Daiva Urbonaviciüté è sempre sorridente. Questa stilista dall'immaginazione inesauribile ama il suo lavoro. Con modestia, confessa di non riconoscere sempre i suoi vestiti una volta indossati da qualcuno o semplicemente realizzati. «Spesso quando i sarti mi riportano gli abiti che avevo dato loro in bozze qualche settimana prima mi capita di non riconoscerli. A volte è così bello e sorprendente che non capisco come ho potuto avere un'idea simile».http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9354

Quando il velo va di moda, e la religione non c’entra Alessandro Lanni RABAT – “Abbasso la tolleranza”. In Marocco, il desiderio di distinguersi tanto dal fondamentalismo islamico in crescita quanto dal modello occidentale passa anche attraverso uno slogan provocatorio come quello strillato da Tel Quel, importante settimanale marocchino, d'orientamento peraltro progressista. La periferia ovest del Mediterraneo è una terra di confine, presa in mezzo tra una marea integralista che cresce (il Partito della giustizia, la formazione islamica nata nel 1998 è al momento al terzo posto in Parlamento) e i tentativi timidi di modernizzazione per diventare una società più aperta. L'islamismo è una minaccia ma i valori occidentali non li vuole accettare nessuno a scatola chiusa. La società si muove, non è ancora chiaro in quale direzione. Ma si muove. Prendiamo il velo, indumento simbolo in agenda ai primi posti nel mondo islamico e da noi. Un ministro egiziano lo vuole eliminare perché i capelli delle donne sono come le rose che nessuno si sognerebbe di nascondere; l'Olanda vieta il burqa; da noi ci si pensa e forse non entrerà nelle scuole. In Marocco, qualche settimana fa una sindacalista ha denunciato il comportamento della compagnia aerea di bandiera (la Royal Air Maroc) che avrebbe fatto pressioni sulle sue dipendenti affinché nessuna lo indossasse. Altre aziende l'hanno seguita sollevando polemiche in un paese indeciso sulla strada da prendere. Eppure, lo stesso Tel Quel contrappone a questa “hijabfobia” (l'hijab è il velo più liberale) una nuova “tendenza hijab” soprattutto tra le ragazze. Nella Medina di Rabat, a passeggio lungo le mura giallo ocra, le adolescenti indossano il foulard sui capelli con disinvoltura e, soprattutto, sono molte più delle donne tra i quaranta e i cinquanta. Un mondo al contrario, si potrebbe dire guardandolo da qua. Una rivoluzione in senso inverso. Un po' come se nel nostro di mondo fossero state le madri a combattere per l'emancipazione femminile nel Sessantotto e le figlie a ostacolarla. Oppure come se i vestiti neri tradizionali di un nostro sud che quasi non esiste più fossero indossati dalle ragazzine mentre mamme e nonne girassero in jeans. Perché la direzione del costume in Marocco sembra camminare fuori squadra, almeno agli occhi dell'occidentale? Una domanda che è una crepa per la nostra rappresentazione monolitica dell'identità islamica. Ma alla quale pure qui, nel regno di Mohamed VI, si fa fatica a rispondere. Si dice – per esempio, nelle analisi sui nostri giornali – che le ragazze tornino a indossare l'hijab (in arabo “ciò che nasconde”) perché insoddisfatte dell'Occidente oppure perché influenzate da un certo integralismo islamico. Oppure, anche qui la società “postsecolare”, per dirla col filosofo Jürgen Habermas, sta arrivando come da noi. Chissà. Al centro congressi di Skhirat, a una ventina di chilometri da Rabat, si svolge la Giornata mondiale della filosofia organizzata dall'Unesco. In platea, ci sarà qualche centinaio di persone, di cui una cinquantina di giovani, tutti con la targhetta etudiant. Tra le ragazze, la maggior parte indossa vezzosi fazzoletti stretti stretti a coprire i capelli. Alcuni veli sono arancio quasi fosforescente o rosa shocking; c'è chi li tiene fermi con mollette colorate o belle spille vistose. Chi addirittura ci abbina un tailleur o il vestito dello stesso colore. Si nascondono le chiome ma si vuole che quello che le copre si veda e piaccia. Questo revival del velo tra le giovani, anche quelle dell'élite, non è un caso dicono le signore marocchine, capelli corti e molto savoir faire, che hanno combattuto in passato per scegliere come presentarsi in pubblico. Eppure, neanche loro sanno bene come prendere il fenomeno. “Per ora, si tratta di una questione perlopiù culturale. La maggior parte delle ragazze non lo indossa per motivi religiosi. Almeno per quanto riguarda le adolescenti. Nelle università, il fenomeno è diverso, c'è più consapevolezza in chi indossa il velo”. Dice così Khadira Assadi, cinquantenne, consigliere per la comunicazione di una Ong e con le idee ben chiare. Ci sarebbe la tradizione a giocare un ruolo, insomma. “Percepiamo l'immagine che avete di noi musulmani – prosegue Assadi – tutti uguali, senza differenze, incapaci di divertirsi. Questa immagine molto rigida e superficiale sta creando il terreno per l'affermazione della tradizione, e del velo”. Driss Kattir di ragazze velate ne incontra diverse tutti i giorni. Insegna all'Ecole Normal Superieur, la scuola di formazione per i giovani insegnanti marocchini. “Esistono diverse ragioni – spiega Kattir – per questo ritorno del velo. Da una parte c'è una questione di moralità. Che non c'entra direttamente con la religione, viene prima. Le numerose giovani che hanno scelto di coprirsi desiderano mostrarsi integre moralmente. Un'altra ragione importante per questa nouvelle vague è poi l'immagine della donna che arriva, attraverso le tv satellitari come al Jazeera o al Arabia, da paesi come l'Arabia Saudita, il Qatar e gli altri paesi del Golfo. Modelli forti e vincenti di un'identità alternativa a quella occidentale”. Tra i giovani c'è invece chi si riferisce al dettato del Corano. Dice Abdelhafid Sanhou, bel ragazzo che adora Eros Ramazzotti, “le donne, in particolare le adolescenti devono portare il velo per proteggersi dagli uomini e nascondere la natura sexy che tutte avrebbero per natura”. Eppure, tra le sue colleghe universitarie ce ne sono alcune che non portano il velo sentendosi lo stesso buone musulmane. E' difficile mettere tutti d'accordo. E neanche il testo sacro riesce ad aiutare. “Il velo non simbolizza per forza l'islamismo”, puntualizza Mohamed Darif, esperto di islamismo e professore di Scienze politiche all'università di Casablanca. “Oggi un gran numero di ragazze sceglie il foulard, senza che esso significhi un’adesione al radicalismo islamico”. “Credo che dietro questo ritorno del velo – spiega Naima Hadj Abderrahmane, professoressa all'università di Algeri e in viaggio qui in Marocco – non ci sia nessun ragionamento. Le ragazze lo indossano senza pensarci su. Si guardano intorno e vedono l'amica o la sorella e decidono di indossarlo anche loro. Tutto qui”. Tuttavia, le famiglie non si spaccano per il velo. “È considerata una libera scelta – spiega Kattir – esistono famiglie nelle quali alcune sorelle indossano l'hijab e altre no. E tra loro non esiste interferenza”. Cultura, tradizione, religione, mass media. Si intuisce che un po' di tutto questo spiega perché le giovani tornino all'hijab. Non basta il Corano a spiegare il nuovo boom del velo. Oppure, forse ha ancora più ragioni Nadia Athami, giovane studentessa di Rabat. “Penso che sia solo una moda per molte delle giovani marocchine. In fondo, non c'è né religione né moralità in questa scelta, col velo o senza rimaniamo libere”. Sorride, gira la testa e se ne va col suo elegante hijab nero fermato con una farfalla d'argento. caffeeuropa.it

Donne e matematica: Sofia Kovalevskaya Nicola Prof. "Come mai nessuno dei teoremi che abbiamo visto in questo corso è stato dimostrato da una donna?" Voce dall'aula: "Perchè in matematica non ci pigliano". Virginia Woolf spiegava in A room of her own come mai le donne, confinate nel malsani angoli delle cucine, non avessero avuto molte possibilità di scoprire il loro talento letterario. Per quel che riguarda la matematica, neanche una "stanza per sè" basta a coltivare interessi così specifici: occorrono almeno l'accesso a una biblioteca, la possibilità di frequentare corsi universitari e di entrare in contatto diretto con i maestri da cui imparare e con altri ricercatori con cui scambiare le idee che gli articoli, nella loro forma ripulita e assertoria, solo parzialmente riescono a comunicare. Insomma, serve un passaporto; ciò che mancava a Sofia Kryukoskaya, nata in Russia nel 1850 e incoraggiata dal padre a coltivare il suo talento matematico fino al punto in cui questo interesse non urtasse il decoro della famiglia, piccola nobiltà militare bisognosa d'ottemperare alle apparenze. Le donne erano considerate come minori: potevano avere il passaporto solo col consenso del padre o del marito. Mancando del primo, Sofia si procurò d'ottenere il secondo e trovò un giovine gentiluomo disposto a sposarla senza consumare il matrimonio e a procacciare a lei il passaporto per proseguire gli studi e alla sorella quello per condurre una vita da intellettuale avventurosa in giro per l'Europa. Sofia, maritata Kovalevskaya, sua sorella Anna e il marito Vladimir erano "nichilisti": giovani radicali russi devoti alla rifondazione ex nihilo di una società che pareva non offrire speranze. Non erano nichilisti nel senso che al termine si dà oggi (e che non ho mai capito): Sonia studiava matematica a Vienna, poi a Berlino, Anna traduceva Marx, che conosceva di persona, Vladimir si dilettava di paleontologia e corrispondeva con Darwin, tutti e tre s'interessavano di letteratura, teatro e politica, passioni coltivate dalla primissima adolescenza, come spesso accadeva ai tredicenni di buona famiglia prima del rock, dei telefilm e dei reality. Come adesso, invece, succedeva che uno si accompagnasse con una castamente, per fini puramente umanitari, ma che poi reclamasse i diritti del talamo. Sonia e Vladimir consumarono, forse in quello che oggi si chiamerebbe stupro matrimoniale, forse solo insistendo fino allo sfinimento. Fatto sta che Sofia ebbe una figlia, a cui diede lo stesso nome e il diminutivo "Fufa", e il matrimonio andò avanti tra bassi e bassi finchè Vladimir non si suicidò per insolvenza, bancarotta e generale incapacità di vivere. Sofia, intanto, aveva ottenuto il dottorato con Karl Weierstrass, uno dei più gandi e sicuramente il più influente dei matematici dell'epoca. Per dare un'idea, la discendenza matematica di Weierstrass (studenti, studenti di studenti...) consta ad oggi di 10732 matematici. Io stesso sono uno tra le migliaia di bis-bis-bis-bis-bis-nipoti di nonno Karl, per quanto, ahimè, destinato a chiudere la mia esistenza matematica senza prole. La vita di Sofia andò avanti tra ricerca matematica di altissimo livello e una vita di avventure non richieste. Alla fine ebbe una insegnamento a Stoccolma, dove fu anche nel primo comitato editoriale dei mitici Acta Mathematica, ancor oggi una delle due migliori riviste del settore. Per il suo lavoro di docente, guarda un pò, veniva pagata molto meno dei suoi colleghi maschi. Una mia professoressa d'analisi matematica all'università, reazionaria e antipatica, ma a suo modo femminista, voleva ogni anno chiudere il suo corso di analisi superiore con il teorema di Cauchy-Kovalevskaya. Sofia fece in tempo a trovare un amante, anche lui di nome Kovalevsky (ma essendo entrambi "in carriera" non riuscirono mai a vivere insieme), a scrivere una commedia e a vincere un premio matematico, prima di morire, a quarantuno anni, nel 1891. La figlia Fufa fu adottata dalla una amica, la chimica Lermontova, che la riportò in Russia dove diventò medico. La breve vita di Sofia Kowalevskaya, letta d'un fiato, sembra un libretto d'opera di qualche scrittore scapigliato, ma col respiro grande d'un romanzo russo. Se nessuno ne ha ancora tratto uno sceneggiato televisivo è forse perchè le avventure della ragazza che voleva fare la matematica sono, per quanto vere, alquanto inverosimili http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

PROCESSO ATTIVISTI DIRITTI UMANI, CHIESTA CONDANNA Una pena a tre anni di reclusione con i benefici della condizionale è stata richiesta dal procuratore della città meridionale di Point- Noire contro due attivisti anti-corruzione e per i diritti umani della Repubblica del Congo, arrestati e incarcerati dal 7 al 29 aprile scorso con l’accusa di appropriazione indebita di fondi. Secondo fonti giudiziarie citate dall’agenzia ‘Afp’, l’accusa ha chiesto anche una pena pecuniaria di 6 milioni di franchi Cfa (pari a circa 9.150) contro Christian Mounzéo, presidente della Rete per la pace e i diritti umani e Brice Mackosso, segretario esecutivo della Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale. I legali della difesa hanno chiesto il proscioglimento perché il fatto non sussiste. “Tutte le testimonianze non hanno portato alcuna prova contro gli imputati” ha detto un avvocato dei due attivisti dei diritti umani. Mounzéo e Mackosso sono anche coordinatori della sezione congolese della coalizione internazionale ‘Publiez ce que vous payez’ – un gruppo di organizzazioni civili e religiose che conducono una campagna per una maggiore trasparenza nella gestione delle risorse dell’industria petrolifera. Sono accusati di aver sottratto fondi dalle casse di un’organizzazione umanitaria locale di cui almeno Mounzéo faceva parte, ma secondo numerosi esponenti della società civile locale, le autorità di Brazzaville starebbero usando il processo per ostacolare il lavoro degli attivisti nella promozione della lotta contro la corruzione e del buon governo.http://www.misna.org/

LETTERA AD UN SOLDATO AMERICANO Quelli che hanno figli e figlie in Iraq ed Afghanistan dovrebbero leggere A letter to an American G.I, scritta da una donna irachena. Questa lettera sarebbe il più importante regalo di Natale per i vostri figli. Inviatela! Gabriele Zamparini, Cannon fodder in Christmas’ times, The Cat's Blog, DI LAYLA ANWAR An Arab Woman Blues - Reflections in a sealed bottle... Quando guardo le foto su albasrah.net dei vostri compagni morti e leggo qualche vostra candida poesia infantile, mi sento triste per voi. Lo faccio davvero. Mi sento triste per voi e allo stesso tempo mi sento furiosa. E' un mix molto confusionale di emozioni ambivalenti, contraddittorie. Da un lato, vorrei uccidervi, dall'altro mi dico: non è davvero colpa vostra. Lo scegliete ma allo stesso tempo non lo scegliete. Dalla vostra prospettiva state solo "eseguendo gli ordini". Ma i duri fatti sul campo di battaglia mi dicono che godete dell'umiliazione da voi inflitta a questo popolo "malvagio", "estraneo" - gli Iracheni. Nonostante la vostra stessa indigenza e il vostro "esserci" perché "esserci" vi garantirà un lasciapassare e forse il famoso passaporto con un'aquila goffrata a stelle e strisce, credete ancora di essere superiori, una razza migliore, più evoluta, più pura. Vedo le foto dei vostri compagni morti e penso alle loro madri e ai loro padri e all'amarezza e al dolore che devono provare. Sembrate tutti così giovani e in molti sensi così innocenti. Quando vi vedo calciare giovani Iracheni e picchiarli a morte, quando vi vedo violentare ragazzine irachene e bruciarle, quando vi vedo far correre bambini iracheni per miglia dietro ad una bottiglia plastificata d'acqua, o quando insegnate a quelle piccole e povere anime a dire "Fottiti, Iraq", solo per il divertimento di farlo - non posso fare a meno di odiarvi. (Non menzionerò nemmeno la tortura, né i saccheggi - sapete già tutto al riguardo). Quando vi vedo orinare dentro e su luoghi sacri e quando vi vedo scrivere i vostri perversi graffiti su siti archeologici vecchi di 7.000 anni, senza alcun rispetto o riguardo per la Fede, la Cultura e la Storia di un altro popolo - non posso che avere disprezzo per voi. Quando sento racconti come questo, quando avete spogliato completamente una mia amica - una donna con più qualifiche di tutto il vostro esercito messo assieme, di 45 anni, abbastanza vecchia da essere vostra madre. Dicevate di volervi assicurare che non stesse "nascondendo qualcosa là giù" nella sua biancheria intima. Lo ricordate? Lo avete fatto davanti a 30 vostri compagni maschi nel vostro campo "speciale". Poi le avete offerto una coca in modo che potesse rilassarsi e "calmarsi". Non mi ha raccontato il resto della storia, ha detto: "Non disturbiamo il can dormiente". Voglio farvi sapere che lei ha lasciato l'Iraq e tutto quello che aveva dopo questo incidente a causa vostra. Mi ha detto: "Non voglio portarmi dietro niente, nemmeno un ricambio di biancheria intima. Lascio che si prendano tutto". E' così che l'avete disgustata con le vostre azioni. Sì, quando odo un'altra storia come questa non posso fare a meno di disprezzarvi. Lo ammetto: a volte, provo empatia per voi e per la vita che vi lasciate dietro - una vita a cui potreste non tornare mai più. E a volte mi siedo chiedendomi se realizzate la quantità di dolore e sofferenza che state infliggendo a delle persone innocenti che non vi hanno fatto NULLA. Realizzate l'enormità e la gravità delle vostre azioni? Realizzate quante profonde ferite e sfregi che potrebbero non guarire mai state lasciando dietro a voi? E a volte mi siedo chiedendomi cosa vi capita quando andate a dormire, la sera. Potete dormire in pace? Potete chiudere gli occhi con la coscienza pulita? E a volte mi siedo chiedendomi: quando finite la vostra ronda di uccisioni e molestie di Iracheni e li lasciate deliberatamente nelle strade, congestionati dalla Morte, per giorni e giorni - potete ancora ingannarvi da soli e pretendere di mandare lettere d'amore alla vostra famiglia, alla moglie o alla fidanzata? Ho ancora molto da dirvi ma sento di aver detto abbastanza. Dopotutto, non vi devo mica arruolare. Ma prima che io termini questa lettera e torni alla mia "vita" quotidiana sotto occupazione, voglio che sappiate come io, da qualche parte, in profondità, mi preoccupi dei vostri spiacenti culi. Me ne preoccupo abbastanza non perché apprezzi la vostra presenza - no, per niente - ma semplicemente per il mero fatto che ci è capitato di appartenere alla stessa "razza". Quella umana. E ho ancora un po' di fede su quel "fronte". Mi preoccupo abbastanza da volere che salviate il vostro stesso Io, quell'Io che senza dubbio tornerà a perseguitarvi uno di questi giorni. E, facendolo, state salvando anche la vostra stessa Vita. Lo dovete a "voi stessi", e potete farlo con una semplice parola: RIFIUTO. Fatelo e basta, fatelo ORA, fatelo prima che sia troppo tardi. Layla Anwar Fonte: http://arabwomanblues.blogspot.com/ Link: http://arabwomanblues.blogspot.com/2006/12/letter-to-american-gi.html 17.12.2006 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI

Il colpevole di Tlatelolco Ci ha messo 920 pagine il giudice Ricardo Paredes Calderón per spiegare come e perchè l’ex presidente messicano Luis Echeverría progettò ed ordino il massacro di studenti a Tlatelolco il 2 ottobre 1968. Echeverría fungeva al tempo come ministro dell’Interno e, ora è una certezza, diede direttamente gli ordini al comandante del Batallón Olimpia di aprire il fuoco sui manifestanti. Sul selciato rimasero centinaia di morti, feriti dai colpi dei fucili e poi finiti alla baionetta. Il massacro, iniziato alle sei del pomeriggio, diede poi spazio ad una notte di repressione, dove centinaia di giovani vennero arrestati e torturati dalla polizia. Esercito ed agenti entrarono nelle case del quartiere alla ricerca dei manifestanti che si erano dati alla fuga e con brutalità passarono per le armi quanti si opponevano all’intrusione. Dato che il Messico era sotto l’occhio dell’opinione internazionale per l’imminenza delle Olimpiadi, prima dell’alba i camion della spazzatura ripulirono la piazza, portandosi via anche i morti, che poi finirono nelle sterminate discariche della capitale. Al mattino, sembrava che nulla fosse accaduto. Echeverría, che poi divenne presidente della Repubblica, aveva sempre negato la sua partecipazione diretta e per tutti questi anni è riuscito a sfuggire alla giustizia. Per lui, che ha 84 anni ed è già agli arresti domiciliari data l’età, è scattata anche l’accusa di genocidio già che, secondo i piani, l’azione dell’esercito doveva portare all’eliminazione totale di quanti protestavano nelle piazze. Una testimonianza struggente di quel giorno viene data nel film “Amanacer rojo” , (http://cinemexicano.mty.itesm.mx/peliculas/rojo.html) di Jorge Fons. Le foto della strage: http://www.jornada.unam.mx/2005/10/02/mas-jesus.html http://luiro.blogspot.com/

Infiltrazioni incrociate Un rapporto d'intelligence saudita denuncia l’infiltrazione iraniana in Iraq. Ma non quella occidentale in Iran “Il vuoto lasciato dal fallimento degli Stati Uniti in Iraq è stato riempito dagli iraniani”. Questo il concetto principale attorno al quale ruota il rapporto, di 40 pagine, del Saudi National Asessment Project, società saudita che si occupa di consulenze in materia di sicurezza per il governo di Riad. Il contenuto dell’indagine sollecitata dal governo saudita è stato pubblicato il 18 dicembre scorso sul quotidiano statunitense Washington Post, alimentando polemiche negli Stati Uniti. Infiltrazione iraniana. Il documento, che si riferisce in particolare all’Iraq meridionale, dove gli sciiti sono la maggioranza assoluta, denuncia come esperti militari iraniani abbiano fornito negli ultimi tre anni sostegno finanziario e logistico alle milizie sciite. Ma l’aiuto di Teheran non si limita all’addestramento: scuole, ospedali, investimenti finanziari e sostegno ai politici ‘amici’. La strategia di penetrazione in Iraq, secondo il documento saudita, è quindi strutturata a tutti i livelli: militare, politico ed economico. Senza tralasciare l’opera d’intelligence, che viene affidata, sempre secondo il Snap, a elementi della divisione al-Quds, una specie di formazione d’elité delle Guardie della Rivoluzione iraniane. Secondo il rapporto, gli investimenti principali avrebbero riguardato il partito Sciri con la sua milizia, chiamata Brigata Badr e composta da circa 25mila uomini, e l’esercito del Mahdi, gli uomini dell’ayatollah Moqtada al-Sadr, forte di 10mila uomini. Il documento non si spinge fino ad affermare che Teheran manovri direttamente queste formazioni, ma lascia intendere che l’intelligence iraniana ha infiltrato in profondità i gangli vitali della comunità sciita irachena, polizia compresa. Fronte unito. Il rapporto non offre elementi rivoluzionari di novità, in quanto da tempo si sospettava un’infiltrazione massiccia dell’Iran nella politica interna irachena, fatto che in passato era stato denunciato dagli stessi politici iracheni. Così come non stupisce la preoccupazione dell’Arabia Saudita, punto di riferimento politico religioso del mondo sunnita, verso la nascita di un asse sciita Iran –Iraq. La monarchia di Riad si è preoccupata dal 2003 di quello che sarebbe potuto accadere dopo il collasso del regime di Saddam, fino al punto di minacciare la costruzione di un muro lungo il confine e, anche se il rapporto non ne parla per ovvii motivi, tenta la stessa operazione d’infiltrazione dell’Iran attraverso i legami tra i sunniti sauditi e quelli iracheni, ma con minori risultati. Riad è preoccupata dell’egemonia iraniana sulla regione, al punto da trattare con gli Usa, con Israele e tutti gli altri nemici di Teheran per limitarne l’influenza. Un porto di mare. Tutti i governi che, per un motivo o per l’altro, non vedono di buon occhio l’espansione iraniana si stanno muovendo, anche la Gran Bretagna. I britannici, che hanno il loro contingente dispiegato nell’Iraq meridionale, sono stati i primi a denunciare e a tentare di ostacolare l’infiltrazione iraniana, passando al contrattacco e utilizzando lo stesso metodo: l’infiltrazione. La Gran Bretagna ha puntato tutto sulla regione del Khuzestan, al confine tra Iran e Iraq, teatro di alcune tra le più sanguinose battaglie della guerra tra i due paesi negli anni Ottanta. Il Khuzestan è l’unica regione dell’Iran dove la maggioranza della popolazione è araba e non persiana. Attorno al capoluogo della regione, la città di Avhaz, si sono registrati una serie di episodi di ribellione e di attentati contro il governo centrale di Teheran, fino a un episodio clamoroso: il presidente Ahmadinejad ha dovuto disdire un comizio nella città perché, sotto il palco dal quale avrebbe dovuto parlare, era stata trovata una bomba. Gli iraniani hanno sempre accusato i britannici di fomentare gli arabi contro il governo, tenuto conto che il Khuzestan è la regione più ricca di petrolio del Paese, per destabilizzare l’Iran. Mentre quest’ultimo fa lo stesso con l’Iraq del dopo-Saddam. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=6974 Christian Elia

La vera leggenda di Tony Vilar QuadrantEuropa Antonio Ragusa, calabrese, partì emigrante per Buenos Aires all'inizio degli anni '50 e laggiù fece fortuna diventando Tony Vilar, cantante melodico ai tempi e con lo stile di Paul Anka, che portò al successo molte canzoni italiane Antonio Ragusa, calabrese, partì emigrante per Buenos Aires all'inizio degli anni '50 e laggiù fece fortuna diventando Tony Vilar, cantante melodico ai tempi e con lo stile di Paul Anka, che portò al successo molte canzoni italiane nell'America di lingua spagnola, e soprattutto si identificò con la canzone Cuando calienta el sol. Ma Tony all'apice del successo scomparve: l'improvvisa rivelazione della sua calvizie lo fece così vergognare da indurlo a far perdere le proprie tracce. Si trasferì in Nordamerica e diventò venditore di auto. Un roadmovie sulle tracce del cantante Tony Vilar, bizzarro personaggio che all'inizio degli anni Cinquanta si affermò in tutto il Sudamerica come star italiana del genere melodico. Un film che, con rispettoso umorismo, non evita il tema della labilità del successo. In una sola settimana dell’anno di grazia 1959, Vilar debutta su Canalsiette nel programma della domenica, incide il suo primo 45 giri Clarito de luna (“Tintarella di luna”) e scala le classifiche delle hit radiofoniche. La vita gli cambia in fretta e i successi si susseguono uno dopo l’altro. Incide Bailando, poi il pezzo rockettaro di Celentano Non esiste l’amor, e quindi arriva Y los cielos joraron che gli fa fare il boom in tutta L’Argentina, il Venezuela, la Colombia, il Cile. Centinaia di migliaia di dischi venduti, donne che impazziscono per lui, soldi a palate, macchine di lusso, tre concerti a serata, autori che lo pregano di cantare le loro canzoni. Quando bussano alla sua porta gli Hermanos Rigual con la loro canzoncina in tempo di bolero, Tony non gli dà neanche retta. Troppo lenta, troppo stupida, roba da vecchi. Il discografico insiste e lui è costretto a portarsela a casa, magari per provarci sopra un ritmo un po’ più da rock lento. Niente di che, ma magari così può funzionare, qualcuno alla fine la ascolterà se la canta lui. Nessuno si aspettava cosa sarebbe successo all’uscita di Cuando calienta el sol, nessuno poteva prevedere quell’ira di dio in tutto il mondo. Che fine ha fatto il grande Tony Vilar? Il peregrinare di un uomo tra Argentina e Stati Uniti per far dimenticare di essere un idolo perduto. Antonio Ragusa, emigrante calabrese che negli anni '60 aveva fatto fortuna in Sudamerica come cantante melodico, raggiunge la fama con lo pseudonimo di Tony Vilar rendendo celebri brani come Cuando calienta el sol, Tintarella di luna e Non esiste l'amor. La stella di Tony smette di brillare al massimo del suo successo. Dopo un concerto, un fan gli strappa dalla testa il parrucchino che nascondeva un'imbarazzante calvizie. Tony non è mai riuscito a superare quella vergogna. La stempiatura si rivela un'onta insopportabile per il beniamino di migliaia di ragazzine e ragazzine, che decide così di ritirarsi per sempre dalle scene. Il mockumentary su questo personaggio uscito da poco, lavora sulla fragile frontiera esistente tra realtà e finzione, presenta come materiale d'archivio scene girate appositamente e sbaragliando l'idea di verità del documentario, manipolandola con ironia ed intelligenza. La storia dell'ascesa e della caduta dell'eroe Tony aiuta a riflettere, senza prendersi troppo sul serio, sulla vita degli emigranti italiani in America un secolo dopo il loro sbarco nel Nuovomondo, giocando con i luoghi comuni e rappresentando i nostri connazionali d'oltreoceano come malinconici abitanti di un'Argentina che fatica ad uscire dalla crisi in cui era sprofondata pochi anni fa, e branchi di Tony Manero votati alla bella vita nel Bronx di New York, con petto in fuori, camicie dai colori sgargianti, gioielli a gogo e la convinzione che la città in cui vivono sia stata fatta dagli italiani. Accanto allo sguardo su queste Little Italy americane che si apprestano però ad essere fagocitate dalle future Chinatown si inserisce, con rispettoso umorismo, il tema della labilità del successo, di come un piccolo, insignificante evento come la caduta dei capelli possa determinare il destino di una persona e la fine di una brillante carriera. La vera leggenda di Tony Vilar ha quel fascino tipico dei vecchi dischi in vinile, che con il loro fruscio sanno creare l'atmosfera di un'epoca lontana, mescola e confonde in un divertissement on the road tutta una serie di colori, musiche, lingue, volti, ricordi, che ci offrono un quadretto, forse un po' troppo folcloristico, ma interessante, della nostra vita al di là dell'oceano.

Un’utopia concreta Da Roma, scrive Luka Zanoni Intervista con Miodrag Lekic, ex ambasciatore della SRJ in Italia, docente alle università La Sapienza e LUISS di Roma, intervenuto alla tavola rotonda del Convegno di Osservatorio sui Balcani tenutosi a Roma il 15 dicembre scorso Miodrag Lekic Professor Lekić, come vede l’odierna situazione in Kosovo? La situazione è estremamente complicata, piena di contraddizioni, con tutte le conseguenze della disintegrazione selvaggia della ex Jugoslavia. La situazione del Kosovo è figlia di questo caos. Non c’è una soluzione facile e anche io mi chiedo come si risolverà tutto questo, perché qualsiasi decisione sarà contestata con possibili conseguenze negative per la regione. E cosa pensa della proposta di Osservatorio sui Balcani di un Kosovo come prima “regione d’Europa”? La vedo molto positivamente, e sono sorpreso, perché non vedo altre soluzioni che abbiano argomenti convincenti. Se si trova un compromesso è un bene, perché la situazione di oggi è basata su una risoluzione del Consiglio di sicurezza che prevede l’integrità territoriale della Serbia e se si rinuncia a questo vuole dire che si è vinta una guerra con un trucco diplomatico, perché si è promessa l’integrità territoriale con la risoluzione di Kumanovo e adesso si dice che non vale. Dall’altra parte so bene che se si conferma l’integrità territoriale ci saranno reazioni in Kosovo. In questo spazio vuoto, non vedo una soluzione intelligente. Mentre vedo la vostra come una possibile soluzione per un certo periodo, in attesa di elementi che possano far scaturire una soluzione definitiva. Veramente, e non lo dico per cortesia, la trovo un’idea interessantissima, nuova. Forse, come ha detto uno dei relatori, è un’utopia ma è un’utopia concreta. Passando alla Serbia. Di recente è stata adottata una nuova costituzione e nel preambolo della stessa c’è una parte importante dedicata al Kosovo, dove si dice che il Kosovo è parte inalienabile della Serbia. Dato che lo status del Kosovo non è ancora stato definito, secondo lei si è trattato di un compromesso per avere i due terzi della maggioranza parlamentare necessari a modificare la costituzione oppure c’è un altro motivo? È vero che possono esserci diversi motivi ed elementi, ma c’è una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, che hanno concordato insieme diversi paesi, e dice che il Kosovo e parte integrante della Serbia. Quindi Belgrado non ha fatto un colpo di stato, non ha violato nessuna regola, ha solo rispettato una norma che è base del diritto internazionale. Possiamo discutere se è realistica questa integrità territoriale, ma in questo momento Belgrado ha confermato una cosa che è stata stabilita dalle grandi potenze. In questo senso non vedo alcun trucco o invenzione negativa. Certo ci sono degli elementi politici, la Serbia si sente ferita e forse hanno voluto sottolineare che il Kosovo è parte della Serbia. Ma non hanno inventato niente, hanno solo confermato una cosa che avevano già deciso le Nazioni Unite. Lei è stato ambasciatore durante i bombardamenti della NATO nel 1999, e proprio in questi giorni la Serbia è stata accolta nella Partnership for Peace, il programma di pre-accesso alla NATO. Ma non solo, i piloti dell’aviazione serba in questi giorni sono andati alla base di Aviano per fare dei training coi piloti della NATO. Come vede questo cambio di prospettiva? Beh, abbiamo un’evoluzione in corso, un processo politico che ha condotto a questa realtà. Ma vede, io credo che in questi ultimi quindi anni i Balcani siano stati un laboratorio sperimentale, dove c’erano molte cause interne, politici irresponsabili, nazionalisti, ma credo sia stato anche un gioco internazionale dove si è sperimentato. E adesso forse siamo alle ultime tappe di questi esperimenti. Miodrag Lekic, Docente Università La Sapienza e Luiss di Roma (già Ambasciatore SRJ in Italia) In questi giorni c’è stato un forte dibattito in seno all’Unione europea sul tema della Serbia. L’Unione ne è uscita divisa, con le posizione di Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia che preferiscono una linea dura, e dall’altra parte il gruppo guidato dall’Italia che invece è più propenso ad ammorbidire la posizione rispetto alla Serbia, in particolare rispetto al proseguimento dei negoziati per l’Accordo di associazione e stabilizzazione. Lei pensa che l’Italia possa influire sul Consiglio dei ministri dell’UE, pensa che possa giocare un ruolo decisivo per fare cambiare le cose rispetto alla Serbia? Io mi auguro di sì, perché l’Italia è un paese vicino, ha subito le conseguenze negative: profughi, criminalità organizzata. Non dimentichiamo che nel 1995 l’Italia aveva proposto l’approccio regionale che è stato subito rifiutato e ci si è irrigiditi sulla formula ridicola su chi sono i buoni e chi i cattivi nei Balcani. Ed io vedo anche quest’ultima iniziativa come un’iniziativa con molti argomenti. Non si può dire che la Serbia non abbia collaborato con il Tribunale dell’Aja, perché generali, politici, presidenti della Serbia si trovano all’Aja. Ne è rimasto ancora uno da actturare. Che tra l’altro è un cittadino della Bosnia Erzegovina… Voglio dire che continuare con questa specie di umiliazione può avere delle conseguenze negative. Mentre mi sembra che l’Italia abbia capito e che stia cerando di trovare un compromesso per evitare di isolare completamente la Serbia. Lei di origine è montenegrino. Che idea si è fatto del Montenegro dopo l’uscita dalla federazione con la Serbia? Guardi, io ancora mi dichiaro jugoslavo, anche se la Jugoslavia non c’è più. In Montenegro è sorto un nuovo vecchio stato con tutta la legittimità dell’autodeterminazione, con un referendum che è andato molto bene. Perché, come lei ben sa, spesso i referendum nei Balcani comportano un alto rischio. Ma dobbiamo ricordare che tutt’oggi c’è una popolazione divisa quasi a metà, perché c’è una parte che voleva mantenere dei rapporti con la Serbia in un contesto di federazione o di confederazione sulla base di pari dignità. Abbiamo anche un Montenegro che ha delle conseguenze negative che provengono dalle guerre, come la criminalità organizzata… ma tutto sommato abbiamo diversi aspetti positivi, perché è andata bene, senza problemi, senza conflitti. Quindi possiamo forse riassumere in questo modo: l’indipendenza è un bel ramo ma adesso dobbiamo occuparci della chioma. Cioè lei sta dicendo che ora che si è ottenuta l’indipendenza del Montenegro è giunto il momento di occuparsi dei problemi concreti del paese? Direi che è ora di cancellare l’immagine negativa di covo sull’Adriatico, perché sappiamo che una parte dei dirigenti montenegrini sono stati coinvolti in diversi processi, nella stessa Italia... È arrivato il momento per avere una realtà democratica pulita… L’uscita di scena di Milo Djukanovic potrebbe rappresentare una svolta in questo processo? Potrebbe essere una svolta. Lui tra l’altro è processato qui in Italia per presunta collaborazione con la mafia. Ma dobbiamo vedere se si è trattato di un’uscita vera o di una piccola pausa, perché Djukanovic rimane il presidente del partito al potere… vediamo se si è effettivamente ritirato oppure no. Lei ha scritto un libro sui bombardamenti del 1999 sull’allora Federazione di Jugoslavia, ci dice in due battute di cosa si tratta? Si tratta di un mio diario durante i bombardamenti. Non l’ho scritto a posteriori, è stato scritto durante i bombardamenti perché dovevo controllare dei fatti. Spero che venga accolto come un modesto contributo alla ricostruzione dei fatti. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6554/1/51/


dicembre 22 2006

In Italia ci sono due tipi di treni: gli eurostar e gli stronzi In Italia ci sono due categorie di treni. Senza forme intermedie di qualità e tecnologia. Senza mezze misure di confort e pulizia. Ci sono gli Eurostar e ci sono gli Stronzi. Ieri ho viaggiato all'andata su uno stronzo e a ritorno su di un Eurostar Tbiz. Il treno stronzo è puzzolente, lento, affollato, in ritardo cronico, sporco, stagionato, rumoroso. La classe politica di questo Paese conosce solo gli Eurostar, e ne conosce solo la prima classe. E non paga il biglietto. Lo stronzo che attendevo alle 6 del mattino era segnalato con 50 minuti di ritardo. Per fortuna passava di li per caso un altro treno che viaggiava con 2 ore e 50 di ritardo. "Guasti al sistema di controllo della circolazione" avvertiva l'altoparlante. Ci sarà pericolo mi chiedo? Nel frattempo in biglietteria un impiegato trenitalia di 70 anni litiga ferocemente con un passeggero irritato dai ritardi. Saltano le coronarie, arriva una ambulanza. Salgo sullo stronzo delle 0450 che passa in realtà alle 7. A bordo trovo i passeggeri di tre treni che si erano riversati su di un unico treno viaggiante su quella tratta, la Bologna Milano, non la Trigoria - San Paolo. Consiglio ai parlamentari interessati e al dott. Cimoli di viaggiare sugli stronzi, ogni tanto. E' istruttivo. Lo stronzo è una palestra di vita. E alla fine, sa anche farsi voler bene.http://marioemario.ilcannocchiale.it/

Sondaggio: i bambini desiderano celebrità e ricchezza. Babbo Natale quest’anno porterà tessere di Forza Italia Natale è la festa in cui gli adulti tornano bambini. E la cosa ormai è diventata facile visto che i bambini, oramai, pensano sempre piu’ come gli adulti. Secondo un sondaggio, infatti, le cose più desiderate dai bambini sarebbero celebrità, bellezza e ricchezza. Ma ci sono anche i bimbi idealisti: sognano sempre di ottenere celebrità, bellezza e ricchezza ma senza dover sposare Brooke Logan.Io vorrei sapere a cosa giocano questi bambini per avere desideri del genere! Mio nipote, per Natale, mi ha chiesto il Billionaire della Fisher Price! E per giocarci anche altri due barboni, perchè ne ha solo uno e tutte le volte che gioca all’assalto vincono sempre i cumenda. Avendo come desideri la celebrità e la ricchezza, Babbo Natale quest’anno ha portato ai bambini la tessera di Forza Italia. Dopotutto chi se non Berlusconi può essere un modello per i bambini: è celebre, è ricco, e qualsiasi cosa succeda, dice sempre: “Non è colpa mia!”.Giorni fa la convention di Forza Italia in un asilo. La Gardini si è messa ad urlare perché c’era un maschio nel bagno delle femmine. Stavano cambiando il pannolino a Bondi... E’ arrivato il Natale: la festa in cui ci ricordiamo della nascita di Christian De Sica…ops: scusate. Mi sono confuso: E’ arrivato Il Natale: la festa in cui ci ricordiamo della nascita di Massimo Boldi… Ops: di nuovo: E’ arrivato il Natale: la festa in cui ci ricordiamo la nascita di Gesù. Che nasce in questi giorni per presentare alla stampa “Nativity”. Dopotutto ricordiamo tutti come andò quella storia,no? Gesù stava per nascere dentro un’Ikea. Ma poi Giuseppe e Maria dovettero andare in una grotta perché dentro l’Ikea non vogliono i presepi. E’ un pò un Natale di divieti quello di quest’anno: dopo il divieto dei presepi nei supermercati, anche il divieto di cantare canzoni di Natale e il divieto di truccare la tombola senza aspettare Vittorio Emanuele. Lo ha detto anche Fioroni in un solenne discorso: “Il Natale non si fa con i divieti!”. Ma nonostante i suoi appelli la mamma continua a vietargli il torrone. In una scuola di Bolzano sono stati vietati i canti di Natale perché, secondo gli insegnanti, offenderebbero i bambini musulmani. Giorni fa il corteo della Lega: Bossi, per fermare l’immigrazione, ha chiesto Cristina D’Avena alle frontiere. Le canzoni di Natale offenderebbero i bambini musulmani! Certo: dopotutto sappiamo il perché del caos in Medio Oriente. L’Antoniano di Bologna non vuole rendere i territori al popolo palestinese. E Hamas, inoltre, ha detto che non finiranno gli attacchi sino a che il Coro dell’Antoniano non la pianterà di cantare “Le tagliatelle di Nonna Betsabea”. Niente presepi nei supermercati. In alcuni c’è solo quello itinerante con i testimonial. Nel settore falegnameria c’è come testimonial Giuseppe. Nel settore infanzia c’è testimonial la Madonna. Gesù invece è alle casse perché ha smarrito i genitori. In America hanno addirittura vietato i cartelloni del film Nativity, perché le immagini che raffigurano soggetti sacri “disturbano la gente dallo shopping”: -Amore, facciamo un salto anche in Chiesa? - Oh, no: ci sono stato una volta. Vendono solo panche. (Nativity comunque è un film molto brutto. Lo hanno proiettato in Vaticano, alcuni cardinali si sono alzati a metà, usando la scusa: “Che ore sono? Caspita!Ho l’aereo che mi parte per il pellegrinaggio a La Mecca!”) Natale è la festa in cui gli adulti tornano bambini. E la cosa ormai è diventata facile visto che i bambini, oramai, pensano sempre piu’ come gli adulti. Secondo un sondaggio, infatti, le cose più desiderate dai bambini sarebbero celebrità, bellezza e ricchezza. Ma ci sono anche i bimbi idealisti: sognano sempre di ottenere celebrità, bellezza e ricchezza ma senza dover sposare Brooke Logan. Una volta i bambini desideravano la pace nel mondo, non di diventare celebri! Ormai siamo arrivati al punto che, se intervistano Miss Italia e le chiedono cosa desidera, lei risponde la pace nel mondo. Se intervistano una bambina e le fanno la stessa domanda, lei risponde "diventare Miss Italia". Io vorrei sapere a cosa giocano questi bambini per avere desideri del genere! Mio nipote, per Natale, mi ha chiesto il Billionaire della Fisher Price! E per giocarci anche altri due barboni, perchè ne ha solo uno e tutte le volte che gioca all’assalto vincono sempre i cumenda. Avendo come desideri la celebrità e la ricchezza, Babbo Natale quest’anno ha portato ai bambini la tessera di Forza Italia. Dopotutto chi se non Berlusconi può essere un modello per i bambini: è celebre, è ricco, e qualsiasi cosa succeda, dice sempre: “Non è colpa mia!” Boom di Forza Italia tra i giovanissimi: Dell’Utri ha chiamato un sacco di bambini nei suoi circoli culturali. E ne è entusiasta: i bambini gli stanno insegnando un sacco di cose. Giorni fa la convention di Forza Italia in un asilo. La Gardini si è messa ad urlare perché c’era un maschio nel bagno delle femmine. Stavano cambiando il pannolino a Bondi. Per i bambini che invece desiderano essere prima di tutto belli, Babbo Natale porterà la tessera dell’Udc. Mi dispiace per Casini: quest’anno riceverà un doppione. Sempre secondo il sondaggio citato tra i bambini Dio è al decimo posto tra le cose importanti. Dopo la celebrità, la bellezza, la ricchezza. Dobbiamo preoccuparci di questo? Noooo! Dopotutto è Dio, mica Lele Mora! Auguri Italia. www.giuda.it

Una bestia che muore Piero Ricca Ho deciso di vincere la nausea e dedicare un poco di attenzione alla transizione verso il puffonesco “partito democratico”, nel quale Ds e Margherita hanno deciso di fondersi. Ecco alcuni dati di partenza. Il dibattito dura da anni, inutile e irreale. Gli iscritti ai partiti, quelli consapevoli di essere tesserati, sono anziani militanti (in gran parte ex comunisti e democristiani) e ragionano con schemi di altre ere geologiche. A loro viene chiesto l’estremo sacrificio: fondersi, su richiesta dei dirigenti, con persone di storia e idee lontane anni luce. I dirigenti sono piccoli oligarchi senz’anima, rotti a tutte le sconfitte. Il confronto si avvita da anni su questioni comprensibili solo alla cerchia ristretta di coloro che vivono di politica. Alle assemblee preparatorie gli spettatori sono chiamati per riempire le sale e per applaudire. L’apertura alla cosiddetta società civile è falsa e caricaturale. Della struttura malata, oligarchica e illegale degli attuali partiti, il primo problema politico di Puffonia, non sembra importare nulla a nessuno. Dovrebbero suicidarsi politicamente, i piccoli oligarchi, per autoriformarsi: chi si sente di chieder loro l’estremo sacrificio? La vera difficoltà da superare, nella logica distorta degli oligarchi senz’anima, appare la spartizione dei posti al sole, i famosi organigrammi. Può essere interessante seguire questa vicenda, con approccio etologico: per studiare l’ultimo, disperato dibattersi di una bestia che muore: la partitica.http://www.centomovimenti.com/2006/dicembre/20_pr.htm

La “banda Bassotti” era attiva a Genova 2001? – L'inquietante interrogativo sorge dopo l'emergere di nuove prove nell'inchiesta Telecom-spioni, che delineano ancor meglio i contorni dell'attività del trio Tavaroli-Mancini-Cipriani. Come riferito dalla newsletter "Strategic Alert dell'EIR" (n. 39 del 28 settembre 2006), l'investigatore privato Emanuele Cipriani è talmente vicino a Licio Gelli che l'indirizzo monegasco della sua ditta corrisponde a quello della nuora di Gelli, Marta Sanarelli. La procura di Milano sembra aver ora stabilito che attraverso Mancini, Cipriani era in grado di entrare in possesso di qualsiasi documento o rapporto del SISMI riguardante attività di soggetti esteri, come ad esempio persone vicine al Presidente russo Putin, altre definite finanziatori di Al Qaeda, o addirittura relazioni riservate sul servizio segreto francese. Cipriani aveva dunque accumulato un archivio formidabile grazie ai servigi dell'amico Mancini, che erano stati pagati dal terzo componente della banda, l'ex responsabile della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli. Tra gli innumerevoli dossier, uno sembra particolarmente preoccupante, e non proviene nemmeno dal SISMI, ma, stavolta, dal SISDE: nelle parole degli inquirenti, “un documento composto da tre fogli, intitolato Social Forum Europeo (Firenze 6-10 novembre 2002), contenente l'analisi dettagliata del quadro della minaccia incombente sulla città da parte dei partecipanti all'evento denominato Social Forum Europeo”. Come scrivemmo a suo tempo, qualsiasi competente analista sarebbe stato in grado di giudicare in anticipo che tale minaccia era in realtà ridotta al minimo. A differenza del Social Forum di Genova 2001, che fu teatro di scontri violenti tra polizia e black block, culminati nella morte del giovane Carlo Giuliani, la manifestazione di Firenze offriva adeguate garanzie di sicurezza dovute fondamentalmente a due fattori: 1. essa era organizzata dai sindacati, che gestivano anche il servizio d'ordine; 2. il percorso del corteo e la disposizione delle forze dell'ordine erano tali da escludere campo favorevole ai gruppi violenti, come si era fatto con incredibile leggerezza a Genova. Per questo motivo, la manifestazione di Firenze si svolse in modo pacifico, anche se qualche ambiente avrebbe voluto una ripetizione dei fatti di Genova. Dato il ruolo svolto dalla P2 nei più torbidi momenti della storia d'Italia del dopoguerra, il fatto che il dossier supersegreto del SISDE finisse su una scrivania molto vicina a villa Wanda giustifica quindi l'interrogativo: c'era, in determinati ambienti sinarchisti, l'intenzione di studiare la possibilità di inscenare una provocazione alla manifestazione di Firenze? E a questo interrogativo ne fa seguito uno più inquietante: gli stessi ambienti erano già stati attivi a Genova, sia da parte dei Black Block, che da quella delle forze di polizia? Ricordiamo che Genova fu una specie di prova generale dell'11 settembre, con il dispiegamento di missili antiaerei per proteggere il concomitante vertice del G-8, a cui partecipava George W. Bush, da un temuto attacco aereo di “Bin Laden”.http://www.movisol.org/znews237.htm

Casa Bianca 2008, la prima campagna da 1 miliardo di dollari E’ il regalo piu’ ambito d’America, che molti gia’ sognano in questo periodo natalizio nonostante occorra attendere due anni per averlo. Ma il cartellino del prezzo stavolta e’ davvero proibitivo: per mettere le mani sulla Casa Bianca nel 2008, sara’ necessario raccogliere almeno 500 milioni di dollari. I due finalisti della corsa alla Studio Ovale daranno quindi vita, con ogni probabilita’, alle prime elezioni da un miliardo di dollari. […] La previsione e’ di un’autorita’ in materia, Michael Toner, presidente della Federal Election Commission (Fec), la commissione federale che sta scaldando i motori per dedicarsi per un biennio a vigilare sulla raccolta dei fondi elettorali e la correttezza della sfida. ‘’Le elezioni presidenziali del 2008 - ha detto Toner al Washington Times - saranno le piu’ lunghe e costose nella storia degli Stati Uniti'’. Una realta’ legata anche all’incertezza che stavolta caratterizza la competizione. Per la prima volta almeno dal 1952 - ma in realta’ dagli anni Trenta se non si considera un breve tentativo del presidente Harry Truman di farsi rieleggere - non sara’ in campo alcun candidato che proviene dalla Casa Bianca, presidente o vicepresidente. In entrambi gli schieramenti, democratico e repubblicano, non ci sono ancora candidati visti in anticipo come imbattibili e questo lascia aperto il campo a un largo contingente di aspiranti. A selezionarli, oltre alle loro capacita’ oratorie e la loro linea politica, sara’ anche il previsto costo enorme della competizione. Le regole elettorali prevedono che i candidati facciano una scelta se accettare o meno finanziamenti federali sia nella fase delle primarie - quando sono in corsa per la nomination del loro partito - sia in quella delle elezioni presidenziali di novembre. Nel 2004, il presidente George W.Bush e lo sfidante democratico, il senatore John Kerry, valutarono entrambi se rinunciare al tetto di 75 milioni di dollari del finanziamento federale per la fase finale, ma poi lo accettarono per non far finire fuori controllo le spese. Stavolta, secondo Toner, ‘’i candidati di entrambi i partiti con ogni probabilita’ sceglieranno di rinunciare al sistema di finanziamento pubblico, per la prima volta in assoluto nelle elezioni generali'’. Il che significa che si combattera’ senza guantoni, con la liberta’ di raccogliere quanti piu’ fondi possibile. Le previsioni della Fec sono che complessivamente un candidato che mira alla Casa Bianca debba puntare a raccogliere mezzo miliardo. Uno spartiacque sara’ gia’ imposto alla fine del 2007: chi a quel punto non avra’ in tasca 100 milioni di dollari, puo’ meditare il ritiro. Per le regole americane, questo non significa che diventa presidente solo chi e’ ricco, perche’ la legge vincola l’uso dei soldi personali. Ma senza dubbio e’ favorito chi ha amici ricchi che lo possono finanziare. O chi e’ in grado di suscitare un entusiasmo tale da spingere la gente a staccare assegni generosi (tutti registrati e resi pubblici, d’obbligo, dai candidati). Secondo gli addetti ai lavori, i costi di una lunga campagna come quella che conduce al voto del 2008 danno gia’ indicazioni sui favoriti. La democratica Hillary Clinton non sembra aver problemi in questo senso: gli esperti la ritengono in grado di raccogliere 350 milioni per le primarie e altri 250 milioni per il voto generale. Dall’altra parte della barricata, in una posizione simile sono il senatore John McCain, il candidato meglio organizzato, e l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, che si e’ gia’ dimostrato una macchina da soldi: martedi’ sera a Times Square ha organizzato un primo evento per la raccolta di fondi e in un paio d’ore ha intascato senza sforzi mezzo milione di dollari. E gli invitati erano per ora solo amici e parenti, non i presidenti delle multinazionali.http://marcobardazzi.com/blog7/2006/12/21/casa-bianca-2008-la-prima-campagna-da-1-miliardo-di-dollari/#more-214

La politica non è più una questione di confini Tullio D’Aponte con Fabio Amato Modificherà gli scenari internazionali, avvicinerà le sponde dell'Atlantico e sovrapporrà la cartina geografica dell'Europa alla sua rappresentanza politica. Il professor Tullio D'Aponte, curatore del rapporto 2006 della Società geografica italiana, spiega la sua idea dell'Europa a 27, e dell'intreccio necessario tra la direzione economica e la politica, non più basata sui confini ma sulle grandi rotte energetiche. Professor D'Aponte, il rapporto della società geografica anticipa alcuni dubbi sull'Europa a 27... La domanda delle domande è se esisterà davvero questa Europa. Da sempre cerchiamo di identificare l'Europa con una configurazione geografica. La verità è semplice. Se pensiamo a un’Europa patria delle patrie, allora probabilmente la vediamo unita. Se invece guardiamo ai nazionalismi e alle singole patrie è evidente che questo elemento comune non si riesce a trovare. Perché? Ci sono dei motivi di fondo. Il primo è il differenziale linguistico. Trovandoci di fronte a un insieme di lingue e modelli talmente distanti l'uno dall'altro, la cosa non è semplice. E non è semplice neppure attraverso la mediazione anglofona, che ha forza e rilevanza ma non può fare giustizia dei linguismi individuali. È un aspetto che non si riscontra in nessun altro sistema di poteri federali forti. Nemmeno negli Stati Uniti? Non pensa che l'immigrazione stia creando differenze linguistiche simili alle nostre? La forte immigrazione è tardiva rispetto al formarsi della struttura. Il corpus forte degli Stati Uniti è la comune patria di lingua anglosassone. A questa poi si sono aggiunte le tante famiglie immigrate. Prima però si era passati attraverso l'immigrazione forzosa dall'Africa, lo schiavismo, processi che hanno determinato l'emergere di un denominatore, su cui non è stato difficile costruire lo stato federale. La nascita dell'Europa è così complicata? Alla lingua si unisce una serie di altri elementi geo-economici che sono la matrice dell'incapacità di ricerca di un'anima comune. Ci sono egoismi nazionali che sono dettati da esigenze e considerazioni strategiche sul piano economico. Una per tutte quella energetica. Ricordo cosa successe con il primo shock petrolifero. Quando l'Europa all'improvviso si svegliò e si accorse che le mancava il carburante per poter camminare speditamente. In quel momento iniziò in maniera disordinata e senza coordinamento a rincorrere il petrolio arabo. Egoismi evidenti e filo-arabismo a più non posso. Qualcuno in quegli anni disse: “Di questo passo l'Europa rischia di sprofondare nel Mediterraneo”. Siamo ancora fermi a quel disordine? Esiste una diversità di strutture produttive, una diversità di orientamenti, che ha la propria radice nella costituzione dell'Europa post Yalta, dove ciascun paese, tra quelli in diritto ovviamente, ha fatto una scelta. Quale scelta? La potremmo riassumere in questi termini: “Che facciamo, approfittiamo del momento e della forte domanda del mercato e la soddisfiamo con gli apparati produttivi, sistemati e rappezzati, di cui siamo in possesso? Oppure ci mettiamo a fare una politica strutturale con un intervento di trasformazione dell'apparato produttivo?”. Ovviamente il nostro Paese optò per la prima... L'Italia fece le lavatrici, i frigoriferi, approfittò degli impianti produttivi esistenti e della domanda di mercato. “Vendiamo, vendiamo, vendiamo”... L'abbiamo chiamato boom economico. Dove poi è stato, tutto sommato, la causa del gap tecnologico che ha portato l'Italia in una posizione sempre più affannosa tra i paesi industriali. Ed è il motivo per cui il motore d'Europa è stata alla fine la più sgangherata delle potenze post belliche, la Germania. Leggendo il rapporto, questo divario ancora oggi esiste... Ha significato molto. Da noi alla ricerca si pensava poco, si è data scarsa importanza perché il mercato tirava. Tirava su qualche idea, non sulla ricerca, e sull'adattamento dell'apparato produttivo a quell'idea. Grazie all'Europa e alla sua fase mercantilista l'Italia ha trovato il suo mercato privilegiato e ha rafforzato tutte le sue relazioni in ambito quasi domestico. Il resto del continente si è però organizzato in maniera abbastanza antagonista. Non teme che questo divario possa ripresentarsi adesso, con l'ampliamento a 27? Perché è tanto importante? L'allargamento è la risposta, è la spinta, la tempestiva attenzione dell'Europa alla disgregazione dell'ex impero sovietico, ma con una forza di regia oltre Atlantico. Una regia che chiede di “mettere il cappello” su queste realtà tradizionalmente europee che impropriamente erano nell'orbita sovietica. Una regia indotta? Se devo trovare una leva interna, per me è il Regno unito. Lo leggo forse in maniera rozza, ma per me è un rappresentante permanente degli Stati Uniti in Europa, anche se naturalmente con i suoi interessi. Sta dicendo che l'Europa allargata non sarà un blocco alleato e nel contempo alternativo agli Stati Uniti, ma che le due sponde dell'Atlantico si avvicineranno ulteriormente? Questo è lo status quo, l'ordinario. Che cosa è successo nelle repubbliche caspiche che si sono ribellate alla federazione russa? Come si sono mantenute? Repubbliche che sul piano etico sarebbero discutibili, altro che Turchia. Chi le sta foraggiando e chiude tutti e due gli occhi sul piano dei diritti umani? Gli Stati Uniti. Sono presenti con interessi economici e basi. Fanno circolare denaro. Con la loro presenza tranquillizzano queste nuove oligarchie pseudo-autoritarie. Se poi a questo aggiungiamo che nel 2007 l'Europa si prende Romania e Bulgaria, che sono le più comuniste fra le ex repubbliche comuniste, allora si avrà una sorta di accerchiamento della Federazione russa. In che termini? Non un tentativo di prevaricare, ma un modo per esercitare un controllo, aiutando di fatto la Federazione russa a recuperare una capacità di proposizione verso est che renda da interposizione verso l'estremo oriente, verso Cina e India. E come fare questo, se non attraverso la leva energetica, in un patto tra America e Russia che ridimensioni l'egemonia dell'Arabia saudita. In questo modo l'Europa si garantirà il petrolio del grande serbatoio russo. Mentre il ramo orientale che va incontro alla Cina e alla sua grande sete di energia è anche in grado di regolarne i flussi di crescita. L'Europa come agente americano verso est? No, in realtà seguendo questa direttrice l'Europa fa anche i propri interessi e contemporaneamente costruisce una base politica che le dà maggiore forza e le consente di essere interlocutore. Sarà possibile conciliare la forte disparità economica tra la vecchia e la nuova Europa di eredità socialista? Quando c'è un passaggio così brusco da una economia paritaria, quale quella comunista, ad una economia di mercato subito si creano dei delta profondi. Alla lunga il delta resta, ma il valore più basso diventa un valore accettabile di vita. Del resto, se noi guardiamo alle aree marginali d'Europa, pur mantenendo un delta considerevole, il livello di vita più basso – che in passato portava alla soglia della povertà - diventa soddisfacente, anche se certo non eccellente. È il principio dei vasi comunicanti: se lungo il Reno si genera ricchezza, prima o poi una parte di questa ricchezza raggiungerà anche la Calabria. D'altra parte, tutte le società ricche ammettono una classe povera molto ampia. Tanto per citarne una: gli Stati Uniti. E lei trova che questo sia uno scenario auspicabile? Questa è la globalizzazione. È velleitario pensare a una diversa forma di equilibrio, a meno di cambiare l'indirizzo in maniera autoritaria, con un potere soffocante che tutti deprecheremmo. Chiamiamo il mondo Europa, America, Asia, ma come diceva Friedman il mondo è piatto. Qualcuno dice addirittura che il mondo non ha più confini, e che adesso possiamo aspettarci solo il rimescolamento generale. In verità il confine esiste, ma esiste sempre di meno man mano che cresce la scala. Ci è rimasta la virtualità dei confini ma non la sua materialità. caffeeuropa.it

La Corea del Nord torna al tavolo dei negoziati. Ma ora ha la bomba L'Europa assente dalle trattative a sei che si aprono a Pechino oggi. In marcia verso altre sanzioni? (Foto Veji/Flickr) «Pensate che abbiamo fatto un test nucleare per poi abbandonare il progetto?». Questa la domanda di Kang Sok-ju, portavoce del ministro degli Affari esteri nordcoreano. Benché il gruppo dei sei – Russia, Stati Uniti, Giappone, Cina e le due Coree – abbia accettato, sotto la pressione di Pechino, di tornare al tavolo dei negoziati, il braccio di ferro nucleare è ancora lontano dall’essere vinto. Esperimenti nucleari, la paura dell'autunno Flash back. Tra il 2003 e il 2006 evocare le trattative con la Corea del Nord significava tentare di « dissuadere Pyongyang dal continuare lo sviluppo del suo programma nucleare palesemente militare. Un programma che restava a livelli embrionali. Le grandi potenze hanno agitato a lungo e a intermittenza carote e bastoni. La Cina, altro partecipante ai negoziati, si è destreggiata tra il suo ruolo di alleata naturale del fratello comunista e quello di nuova e responsabile potenza internazionale. Nel settembre 2005 il colpo di scena: Washington decide di congelare unilateralmente i crediti nordcoreani presso le banche estere. Una sanzione ingiusta, secondo Pyongyang, che insiste dalla ripresa dei negoziati per la sua rimozione. Ma nell’autunno 2006 l’ultimo regime stalinista del pianeta vince la sua scommessa ed entra nel club esclusivo delle potenze nucleari. Il 9 ottobre Kim Jong-il sfida la comunità internazionale procedendo ad una serie di esperimenti nucleari. Il ministro degli Esteri nord-coreano dichiara allora: «La minaccia estrema degli Stati Uniti di scatenare una guerra nucleare, le sanzioni e le pressioni ci obbligano a procedere con l’esperimento, una pratica essenziale per rinforzare il nostro potere di dissuasione nucleare e una misura di autodifesa». Addio a vini francesi e auto tedesche Che fare adesso che la Corea del Nord ha dimostrato di possedere l’arma atomica? La domanda assilla tutti i diplomatici in carica. Se l’opzione dell’intervento armato è sempre valida, come attaccare un Paese che possiede ormai la bomba? Il rischio è troppo grande. Il missile Taepodong II, la cui portata è stimata intorno ai 6.700 chilometri, permetterebbe alla Corea del Nord di colpire l’Alaska. Altri esperti affermano che un’altra versione dell’ordigno potrebbe avere una portata di addirittura 15.000 km, mettendo in pericolo tutto il territorio americano. Per quanto riguarda lo scontro militare, nessun Paese possiede i mezzi per attaccare un esercito di più di un milione di soldati, a parte gli Stati Uniti, che per il momento sono troppo occupati in Iraq. L’insieme della comunità internazionale decide allora di condannare gli esperimenti nucleari nordcoreani con la Risoluzione 1718 dell’Onu, assortita di diverse sanzioni. Che comprendono un embargo su tutti i prodotti e le tecnologie militari e sui beni di lusso che potrebbero servire al regime. La strategia mira a privare il dittatore Kim Jong-il e le 600 famiglie a lui assoggettate dei loro gadget preferiti: automobili tedesche, vini francesi, prodotti di alta tecnologia giapponesi e americani, tanto per fare qualche esempio. Le sanzioni prevedono anche il blocco di alcuni crediti nordcoreani nelle banche estere e lo stop dell’aiuto tecnologico. E l'Europa? In questa cornice l’Unione Europea deve giocare il suo ruolo. Benché sostenga la risoluzione dell’Onu contro la Corea del Nord, l’Ue vuole anche portare avanti il suo programma di aiuti umanitari, stimato intorno agli 8 milioni di euro per il 2007. Le ong europee sono presenti nel Paese dagli anni Novanta, e la regola principale è di non punire un popolo oppresso da decenni dal suo Governo. Un alto funzionario del Ministero nordcoreano degli Esteri ha dichiarato al quotidiano Le Monde: «Vogliamo che l’Ue porti avanti la sua politica di stabilizzazione della penisola coreana e siamo pronti, dal canto nostro, a rispondere alle sue preoccupazioni fornendo tutte le garanzie di non proliferazione». La sfida per l'Ue? Trovare una giusta via di mezzo tra l'intransigenza di statunitensi e giapponesi e le posizioni dei nord-coreani. Chiusi in un immaginario bellicoso e anti-imperialista. Senza un posto al tavolo dei negoziati sarà dura. Jean-Sébastien Lefebvre - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9269

I scratch a living, it ain't easy Disco 2006 Non è che non piacerebbe anche a me, stilare la top 10 dei dischi dell’anno. Se solo quest’anno fossi riuscito ad ascoltarne 10. La verità è che ho raccolto solo qualche canzone sparsa qua e là, e non ha molto senso metterle in ordine. Tutto quello che riesco ad allestire è una piccola cerimonia per… la Canzone dell’Anno. Ma intendiamoci, la Canzone dell’Anno 2006 non è la più bella del 2006, non ci tengo ad essere fatto a pezzi. La mia preferita, se proprio v’interessa, è Young folks, un inno al rapporto di coppia contro tutto e contro tutti. O perlomeno così ho voluto capirla (e fischiettarla) io. Chi non l’ha mai ascoltata non ha da rimproverarsi, fa ancora in tempo a documentarsi (via polaroid ovviamente, è roba svedese). Ma non credo che a molti Young folks possa ricordare particolarmente il 2006. La Canzone dell’Anno, invece, è la canzone che dovrebbe aiutarci a capire che razza di anno è stato questo. Va pescata nell’heavy rotation delle radio o di MTV: tutti dovrebbero averla sentita almeno una volta. Probabilmente è un pezzo in inglese, eppure dovremmo aver capito almeno il ritornello. Per fare un esempio, la filastrocca sulle biciclette a Pechino. Abbiamo tutti capito che sono nove milioni. Ecco. Il 2006 è stato l’anno in cui ci siamo resi conto che a Pechino ci sono nove milioni di ciclisti (molti in procinto di motorizzarsi), “It's a thing we can't deny”. Non resta che amarsi fino alla morte. Così forse Katie Melua potrebbe aver cantato la Canzone dell’Anno. Se la metafora politica non fosse stiracchiata assai. E allora? Probabilmente bisognerebbe incoronare Lily Allen, ha messo d’accordo fin troppa gente. In settembre, mentre cercavo di risintonizzare l’autoradio abbandonata per due mesi in un parcheggio, non facevo che saltare di Smile in Smile, roba da piangere. E pensare che fino a qualche mese prima era un pezzo su MySpace. Già. E “L’inno dei mondiali po-po-po-po-po” era ancora “Seven Nation Army”. Quel tipo di cose che succedevano nel 2006. Ok, vada per Lily Allen, persona dell’anno. Ma davvero non c’era niente di meglio in giro? Io mi butto. Secondo me la canzone dell’anno è Cash Machine. Probabilmente non ve la ricordavate più. Ma dovreste averla sentita, almeno una volta: io per esempio la stavo ascoltando mentre decollavo da Bologna, quest’estate. Gli Hard-Fi sono l’ennesimo gruppo inglese: non suonano nulla di particolarmente originale, e anche il pezzo non è un capolavoro. Niente da ballare o fischiettare. Ma ti rimane in testa. E dopo un po’ germoglia. Sapete com’è l’inglese, per noi. Molti messaggi ci arrivano per via subliminale. Ci metti un po’ a renderti conto di un fatto banalissimo: Cash Machine è una canzone sul denaro. Su quanto sia frustrante non averne. Go to a cash machine To get a ticket home Message on the screen Says don't make plans, you're broke Da quand’è che non si parlava di denaro in questi termini, nelle hit parade? Per quanto mi sforzi a me non viene in mente altro che Mick Hucknall quando cantava Money’s to tight to mention. E poi basta, fine, il pop ha goduto vent’anni di paghette garantite. Finché un bel giorno questo ragazzino inglese arriva davanti al bancomat e… I scratch a living, it ain't easy You know it's a drag I'm always paying, never making But you can't look back I wonder if I'll ever get To where I want to be Better believe it I'm working for the cash machine Non sono versi immortali, è un grido di dolore abbastanza banale: come ogni dolore, del resto. Viene il giorno in cui ti accorgi che il bancomat non lavora per te: sei tu che lavori per lui. Quel giorno per molti è arrivato nel 2006. E nel video – tenetevi forte – ci sono gli operai! In pieno giorno, su MTV, gli Hard Fi travestiti da minatori fabbricano le odiose banconote. Se siamo tutti imprenditori di noi stessi, siamo anche gli operai di noi stessi. Siamo da una parte e dall’altra di quello sportello. Si chiama alienazione, e il pop non ne parlava da un pezzo. Nella terza strofa il dramma diventa famigliare. “What am I gonna do? My girlfriend's test turned blue!” Levare le tende perché non puoi permetterti “di essere un papà”? È una mia impressione, o fino a qualche anno fa sarebbe stato incantabile? Pensate solo al 2005, quando i Kaiser Chiefs cantavano “and my parents love me, that’s enough love for me”. È stato un anno lungo. Qualcuno ha scollinato. Il pezzo finisce intonando un coro normalissimo, ma che potrebbe venire da un vecchio blues del Delta: There's a hole in my pocket, my pocket, my pocket. Non è un capolavoro, no. Ma Cash machine è la Canzone del 2006. E poi – ma questo forse l’ho sentito solo io – c’è quel vago suono di armonica, all’inizio, che per un attimo ti fa sentire di nuovo tra una track e l’altra di Sandinista! Davvero, soltanto una frazione di secondo. Ma sarebbe stato bello se un giorno qualcuno ripartisse da lì.http://leonardo.blogspot.com/

NORD-KIVU: DECINE DI MIGLIAIA SFOLLATI, AVVIATI COLLOQUI CON GENERALE DISSIDENTE Sarebbero oltre 80.000 gli sfollati per i combattimenti degli ultimi mesi tra l’esercito regolare e i miliziani fedeli al generale dissidente Laurent Nkunda nella regione orientale del Nord-Kivu, non lontano dal confine con il Rwanda. La MISNA lo ha appreso da fonti di Radio Okapi, l’emittente della missione di pace dell’Onu in Congo (Monuc). I civili – di cui circa 20.000 raggruppati a una dozzina di chilometri del capoluogo Goma – sono fuggiti dai territori montagnosi di Masisi e Rutshuru; altri arrivano dalla zona di Saké, la località attaccata alla fine di novembre dai miliziani di Nkunda, appoggiato dal Rwanda malgrado un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra. La Monuc ha reso noto ieri che sono stati avviati colloqui con il generale dissidente; delegati dell’esercito governativo avrebbero incontrato alcuni collaboratori di Nkunda, concordando un piano per garantire la libertà di movimento dei civili. Le due parti avrebbero concordato il ritiro dalle proprie posizioni. Secondo un portavoce della Monuc, la presenza di gruppi armati – esercito governativo e militari dissidenti – continua a rappresentare “un motivo di forte instabilità”, in uno dei territori più colpiti dalla guerra in ex-Zaire. Nei giorni scorsi la stessa missione Onu aveva detto che in nord Kivu si contano ancora 551.000 sfollati in relazione al conflitto del 1998-2003 che il Congo sta cercando di archiviare in modo definitivo con il processo democratico, dopo le storiche elezioni di luglio e ottobre che hanno portato alla riconferma del presidente uscente Joseph Kabila. http://www.misna.org/

Come può una società cristiana accettare la tortura? di George Monbiot (The Guardian) Il Presidente Bush sostiene di combattere una guerra contro le minacce ai “valori delle nazioni civilizzate”: terrore, crudeltà, barbarie ed estremismi. Ha chiesto agli inquisitori della sua nazione di scovare questi mali e debellarli, ad ogni costo. Dovrebbero congratularsi con loro stessi. Sembra ce l’abbiano fatta Dopo migliaia di anni di pratica, si potrebbe pensare che sia già stato architettato qualsiasi mezzo per provocare dolore. Tuttavia, non bisognerebbe sottovalutare l’ingegno dell’uomo. Durante gli interrogatori, si viene a sapere, è stato scoperto un nuovo modo per annientare un essere umano. All’inizio di dicembre i difensori di Jose Padilla, un cittadino americano detenuto in quanto “combattente nemico”, hanno proiettato un video che mostrava Padilla mentre veniva accompagnato dal dentista della prigione. Un gruppo di guardie mascherate in assetto da battaglia gli hanno incatenato gambe e braccia, lo hanno bendato e gli hanno tappato le orecchie con un paio di cuffie. Poi lo hanno condotto al piano inferiore, giù per i corridoi del carcere. Davvero Padilla è tanto pericoloso? Si direbbe di no: i suoi carcerieri lo descrivono come un individuo mite e inerte, tanto da poterlo scambiare per “un soprammobile”. Lo scopo delle misure di cui sopra sembra sia stato quello di non far dimenticare all’uomo il regime in cui ha vissuto per oltre tre anni: privazione totale di ogni sensazione. Era stato tenuto in una cella completamente buia, impossibilitato a vedere o sentire alcunché al di là dei muri. Di più: non aveva avuto nessun tipo di contatto umano all’infuori dell’essere regolarmente sbattuto contro le pareti durante gli interrogatori. Per questo motivo sembra che l’uomo abbia perso la testa. Non in senso metaforico: Padilla non ci sta più con la testa. Lo psichiatra che lo ha visitato ha dichiarato: “Jose Padilla non si rende conto della natura e delle conseguenze dei procedimenti a suo carico, è incapace di dare risposte agli avvocati, accusa difficoltà di ragionamento quale sintomo di un disturbo post traumatico. A questo si aggiungono traumi neuro-psichiatrici dovuti al prolungato isolamento”. Sembra proprio che Jose Padilla sia stato lobotomizzato; non dal punto di vista medico, ma da quello sociale. Se si è arrivati a tutto ciò per tentare di estorcere qualche informazione, il tentativo non ha dato i risultati sperati. Le autorità lo hanno trattenuto, senza accuse, per tre anni e mezzo; successivamente, sotto pressione di una Corte suprema, hanno improvvisamente lasciato cadere le accuse secondo cui l’uomo avrebbe tentato di far esplodere una bomba. Ora gli addebitano reati vaghi e minori inerenti un suo supposto sostegno al terrorismo internazionale. È improbabile che Padilla sia l’unico sottoposto a tali sofferenze. Un altro “combattente nemico”, Ali al-Marri, sostiene di aver conosciuto il medesimo programma di isolamento e privazione sensoriale, nello stesso carcere della base navale della Carolina del Sud. Chissà cosa stanno facendo a coloro scomparsi nelle gattabuie della CIA. Non c’è dubbio ormai che gli Usa, mentre proseguono la loro “guerra al terrorismo”, torturino, abitualmente e sistematicamente. Il “Detainee Abuse and Accountability Project” (DAA), un’associazione di esperti e gruppi per i diritti umani, ha documentato abusi e omicidi su complessivamente 460 detenuti nelle prigioni militari americane in Afghanistan, Iraq e a Guantanamo (naturalmente, è un dato approssimato per difetto: molti casi rimangono anonimi). I prigionieri sono stati picchiati, violentati, obbligati ad abusare gli uni degli altri, costretti a mantenere “posizioni stressanti”, sottoposti a prolungati periodi di privazione del sonno e a finte esecuzioni. Il New York Times ha riportato che i prigionieri detenuti nella base militare americana di Bagram, in Afghanistan, sono stati lasciati 13 giorni con le mani incatenate al soffitto, nudi, incappucciati, senza possibilità di dormire. Il Washington Post ha scritto che i prigionieri della stessa base aerea venivano “normalmente bendati e scaraventati contro le pareti, costretti a rimanere a lungo in posizioni dolorose, sottoposti a rumori assordanti e privati del sonno”, mentre dovevano rimanere nascosti, come Jose Padilla e come i nuovi arrivati a Guantanamo, “in cappucci neri o mascherine oscuranti”. Alfred McCoy, professore di Storia all’Università di Wisconsin-Madison, sostiene che le fotografie scattate nella prigione irachena di Abu Ghraib riflettano lo standard delle pratiche di tortura della CIA: “Posizioni stressanti, privazioni sensoriali e umiliazioni sessuali”. La tristemente famosa foto dell’uomo incappucciato con cavi attaccati alle dita in piedi su una scatola mostra due di queste tecniche utilizzate contemporaneamente. Senza la possibilità di vedere, l’uomo non ha la più pallida idea di quanto tempo sia passato o di cosa possa succedere. In piedi, in una classica posizione da stress costretto a mantenere per ore, che gli causa un indicibile dolore. Sembra gli fosse stato promesso che, se avesse abbassato le braccia, sarebbe stato sottoposto a elettroshock. Ma, come sappiamo, qualcosa è andato storto ad Abu Ghraib, qualcuno ha scattato qualche foto. Né le autorità militari né quelle civili si son date troppo da fare per indagare su questi crimini. Sono stati presi piccoli pesci; pochi altri sono stati costretti a pagare una penale o sono stati declassati; nella maggior parte dei casi le autorità hanno fallito, o nell’indagare o nel punire. Il DAA ha fatto notare che nessun ufficiale finora ha dovuto rendere conto delle torture inflitte dai propri subordinati. Sembra che i torturatori americani godano di impunità fino al momento in cui, peraltro ingenuamente, vengono traditi da qualche autoscatto. Ma il trattamento di Padilla riflette un’altra gloriosa tradizione americana: la reclusione isolata. Circa 25.000 prigionieri statunitensi sono attualmente detenuti in isolamento – un castigo a cui si fa ricorso più raramente in altre democrazie. In alcuni luoghi, ad esempio nella prigione federale di Florence, in Colorado, i detenuti sono rinchiusi in celle isolate acusticamente. Rimangono senza vedere altri essere umani a lungo, anche diversi anni. Non possono toccare nessuno né essere toccati. Negli Stati Uniti ci sono stati casi di individui isolati per oltre 20 anni. Nella prigione californiana di Pelican Bay, dove in isolamento sono detenute 1.200 persone, i carcerati vivono in celle microscopiche per 22 ore e mezzo al giorno; per il resto del tempo vengono lasciati in un “recinto per esercizi”: è il loro momento di “ricreazione”. Il “recinto” è in realtà un pozzo di cemento di circa profondo 4 metri, con mura di 6 e una griglia di metallo come soffitto. La “ricreazione” non è altro che passeggiavi avanti e indietro, in perfetta solitudine. Ciò che emerge del Pelican Bay è esattamente quello che ci si aspetta. Come rivela la National Public Radio Usa, il 10% dei prigionieri in isolamento nel carcere si trova ora nel reparto psichiatrico, dove esiste persino una lista di attesa. I prigionieri isolati, secondo il Dr. Henry Weinstein, uno psichiatra che studia i loro casi, soffrono di disturbi che vanno dalla “perdita della memoria a gravi crisi di ansia, da allucinazioni a forti depressioni… È noto del resto come nei casi più evidenti di privazione sensoriale le persone possano anche impazzire”. Le persone incarcerate in isolamento spesso escono di prigione affette da pazzia. Gli unici due studi condotti finora, negli stati del Texas e di Washington, dimostrano che il tasso di reiterazione dei reati per i prigionieri detenuti in isolamento è più alto rispetto a quello che caratterizza coloro a cui è stato permesso vedere altre persone. Se dovessimo giudicare gli Usa per la loro politica penale avremmo una strana sensazione: una società cristiana che non crede né nel perdono né nel recupero. Gli Stati Uniti sembrano aver imparato una lezione malsana: se volete cancellare la mente di un uomo, privatelo del contatto con il resto del mondo. Questo non ha nulla a che fare con l’ottenimento di informazioni: le torture, di ogni tipo, fanno sì che chi le subisce sia disposto a tutto – a dire tutto, anche a confessare il falso – pur di vederle cessare. È la scoperta terrificante che in determinate condizioni il potere di un uomo su un altro uomo è illimitato. Il Presidente Bush sostiene di combattere una guerra contro le minacce ai “valori delle nazioni civilizzate”: terrore, crudeltà, barbarie ed estremismi. Ha chiesto agli inquisitori della sua nazione di scovare questi mali e debellarli. Dovrebbero congratularsi con loro stessi. Sembra ce l’abbiano fatta. Correlato: Prigionieri di Guantanamo – Quello che il mondo deve sapere, di Michael Ratner e Ellen Ray Fonte: The Guardian Traduzione a cura di Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media

Un popolo sotto assedio William Fisher NEW YORK, (IPS) - Cinque anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’“islamofobia” - intensificatasi con la guerra in Iraq e le iniziative dei governi - ha reso milioni di musulmani qui e in altri paesi occidentali timorosi di molestie, discriminazioni e dubbie persecuzioni, e confusi sul loro ruolo nella società. Recenti sondaggi indicano che quasi la metà dei cittadini americani ha una percezione negativa dell’Islam, e che una persona su quattro ha una visione “estremamente” anti-musulmana. In un’inchiesta condotta dal Consiglio per le relazioni americano-islamiche (CAIR) è emerso che un quarto degli abitanti degli Usa crede a stereotipi come: “I musulmani danno un valore diverso alla vita rispetto ad altri popoli”, e “la religione musulmana insegna la violenza e l’odio”. Nel 2005, CAIR ha ricevuto 1.972 reclami sui diritti civili, rispetto ai 1.522 del 2004. E cioè il 29,6 per cento in più rispetto ai ricorsi nel 2004 per molestie, violenze e comportamenti discriminatori contro i musulmani. È il maggior numero di reclami per i diritti civili dei musulmani mai presentati a CAIR. Qual è l’impatto sui musulmani e sugli altri americani di origine araba? Una persona, che ha preferito rimanere anonima, ha detto all’IPS: “Talvolta ci si sente soffocare a vivere negli Usa oggi. Non possiamo accendere la televisione per vedere la CNN o la MSNBC, o altri canali di notizie, a causa di persone come Glenn Beck, o altri che sputano continuamente odio, fandonie e mala informazione sull’Islam e sugli arabi, in prima serata”. “E se vogliamo vedere uno spettacolo qualsiasi in televisione, veniamo bombardati da programmi sul terrorismo mediorientale/arabo e islamico; trasmissioni come “24”, “Sleeper Cell”, “The Agency”, ecc. È molto difficile essere un americano arabo/musulmano al giorno d’oggi”. Dopo l’11 settembre, il Dipartimento di giustizia Usa (DOJ) ha cominciato a non fare più distinzione tra gli arabi e gli altri musulmani e, erroneamente, chiunque avesse un aspetto “mediorientale”, compresi i Sikh dell’Asia meridionale. Nei mesi immediatamente successivi agli attacchi, 5.000 uomini sono stati trattenuti senza accuse formali, la maggior parte di essi senza poter contattare un avvocato o i propri familiari. Come conferma un’inchiesta dell’ispettore generale del DOJ, molti sono stati incarcerati e tenuti in isolamento e hanno subito abusi fisici. Nessuna di queste persone ha subito procedimenti legali o condanne. Alcuni, che si trovavano negli Usa con un visto scaduto o avevano commesso altre trasgressioni relative all’immigrazione, sono stati espulsi dal paese. Da allora, l’elenco apparentemente infinito di molestie e abusi dei diritti civili dei cittadini Usa è andato inesorabilmente infoltendosi. Alcuni esempi: Ahmad Al Halabi si è diplomato all’istituto superiore di Dearborn, Michigan, nucleo della comunità musulmana del paese. Si è poi arruolato nell’aviazione ed è stato mandato come traduttore dei sospetti membri di al Qaeda presso il centro di detenzione di Guantanamo, Cuba. Ma è stato accusato di spionaggio e ha dovuto trascorrere 10 mesi in isolamento, prima che fossero ritirate le accuse contro di lui. Osama Abulhassan e Ali Houssaiky, entrambi 20enni di Dearborn, sono stati accusati lo scorso agosto di sostegno al terrorismo a Marietta, Ohio, dopo aver acquistato una grossa quantità di carte telefoniche prepagate a basso costo in magazzini discount. Le accuse sono cadute dopo una settimana. Farooq Al-Fatlawi, che stava viaggiando in autobus verso Chicago, è stato fatto scendere dal mezzo con i propri bagagli a Toledo, Ohio, dopo aver detto all’autista di essere iracheno. A San Francisco Bay, Raed Jarrar, un attivista per i diritti civili, non ha potuto imbarcarsi su un aereo perché indossava una maglietta con la scritta: “Non resteremo in silenzio”, in arabo e in inglese. Sei imam che erano stati visti pregare in un aeroporto di Minneapolis sono stati fatti scendere da un aereo della US Airways, dopo che un passeggero ha dichiarato all’assistente di volo di aver visto gli uomini comportarsi in modo sospetto. Gli imam sono stati portati fuori dall’aereo in manette. Sono stati interrogati e poi rilasciati, ma la compagnia aerea ha dichiarato che l’equipaggio aveva agito bene nel respingere gli imam, e ha rifiutato di emettere nuovi biglietti per il giorno successivo. Gli imam hanno fatto causa alla compagnia. In un altro caso spesso citato come esempio di islamofobia, il musulmano canadese/siriano Maher Arar è stato sequestrato da alcuni funzionari Usa all’aeroporto Kennedy di New York nel 2002, e poi deportato in un carcere in Siria, dove è rimasto prigioniero per più di 10 mesi in una cella in condizioni disumane. È stato picchiato, torturato, e costretto ad una falsa confessione sui suoi presunti legami con al Qaeda. Una commissione d’inchiesta canadese ha sentenziato, dopo una investigazione durata due anni, che tutte le accuse erano infondate. Ma ad Arar è stato impedito di sporgere denuncia contro il governo Usa, il quale ha spiegato che con un processo si sarebbero divulgati “segreti di stato”. Il Dipartimento del tesoro Usa, nell’intento di tagliare i finanziamenti alle organizzazioni islamiche radicali, ha utilizzato un provvedimento del Patriot Act per definire organizzazioni terroristiche gli enti di beneficenza che sostengano la causa musulmana. Quando una di queste organizzazioni di volontariato viene definita sostenitrice del terrorismo, tutto il suo materiale e le sue proprietà vengono requisite, e i suoi beni congelati. Fino ad oggi, questo intento ha portato alla chiusura da parte del governo di cinque istituti di beneficenza. Ma è stata formulata solo un’accusa; nessun processo, e nessuna condanna. È stata sporta solo un’accusa penale ufficiale contro un’organizzazione musulmana per appoggio al terrorismo, ma il caso non è ancora passato in giudizio. Tre mesi fa, alcuni agenti federali hanno fatto irruzione in uno dei maggiori istituti di beneficenza islamici del paese, Life for Relief and Development. Gli agenti hanno sequestrato i computer e i registri dei donatori. Ma non è stata formulata nessuna accusa, e l’organizzazione è ancora operativa. Molti americani musulmani sono impiegati nelle forze armate Usa, mentre hanno meno fortuna se cercano un lavoro presso agenzie civili incaricate della sicurezza nazionale. Quando l’FBI, la CIA e il DHS (Dipartimento per la sicurezza nazionale) hanno avuto un forte bisogno di reperire ed assumere nuovi analisti e traduttori, molti arabo-americani e altri musulmani americani hanno fatto domanda. Ma non hanno avuto molto successo, poiché spesso vengono negate loro le autorizzazioni di sicurezza, sulla base del fatto che hanno amici e familiari in Medio Oriente. Ma questa isteria post 11 settembre non si limita ai soli Stati Uniti. In Gran Bretagna, anch’essa vittima di attacchi terroristici, il parlamentare ed ex ministro degli esteri Jack Straw ha suggerito che le sue elettrici musulmane si togliessero il velo con cui coprono il proprio viso, così che lui potesse interagire meglio con loro. E i tentativi del governo britannico di impegnarsi con la comunità musulmana dopo le bombe a Londra dello scorso anno, sembra gli si siano rivoltati contro, e non sono in grado di ostacolare la diffusione del fondamentalismo. Un rapporto del think tank Demos riferisce che “invece di isolare gli elementi estremisti, le iniziative del governo hanno portato ad ‘ampliare la distanza’ tra la popolazione musulmana e il resto della comunità”. In Olanda, un tempo considerata la società più aperta e tollerante in Europa, il governo di centro-destra ha promesso di introdurre una legislazione per proibire l’uso del burqa e di altri veli sul viso in quasi tutti i luoghi pubblici, tra cui tribunali, scuole, treni e persino in strada. La Francia, sconvolta la scorsa estate dai tumulti nelle periferie povere di Parigi, abitate in gran parte da immigrati nordafricani e mediorientali, ha già vietato agli studenti nelle scuole pubbliche di indossare veli che coprano il capo. Nicolas Sarkozy, un ministro del governo e tra i candidati favoriti per la presidenza del paese, ha adottato la linea dura sia verso l’immigrazione che nei confronti della vasta popolazione musulmana della Francia. Sostiene di non volere l’Islam “in Francia”, ma di sostenere “un Islam francese”. Negli Usa, il governo riconosce le proteste degli arabi e musulmani americani. Daniel Sutherland, a capo della divisione diritti civili del Dipartimento della sicurezza nazionale, dice che combattere il terrorismo rispettando al tempo stesso i diritti civili, implica “sfide difficili”. Ma secondo Sutherland, il governo ha bisogno dell’aiuto di questi gruppi nella lotta contro il terrorismo nel paese: “La sicurezza nazionale non verrà conquistata da persone sedute in un palazzo nella Beltway”, ha affermato. La maggior parte dei membri di questa comunità pensa che il governo stia - forse inavvertitamente - alimentando il fuoco del bigottismo, con l’uso di frasi come “islamico-fascisti”, prese dal vocabolario che ha coniato per la “guerra globale al terrore”, e con iniziative come conferenze stampa di alto profilo annunciando persecuzioni che spesso falliscono. Samer Shehata, professore di politica araba presso la Georgetown University, parla probabilmente a nome della maggior parte della comunità musulmana negli Usa: “Semplicemente”, ha detto all’IPS, l’islamofobia “produce un ambiente che è fondamentalmente in conflitto con il modello che si presume rappresenti gli stessi Stati Uniti, con i nostri valori di un comportamento giusto e uguale per tutti, senza discriminazioni in base al colore della pelle, alla razza, religione, genere, ecc.” ”Questo sta certamente danneggiando tutti gli americani, e danneggia anche la reputazione degli Usa all’estero”, ha sostenuto. “Uno degli interrogativi che sento più spesso mentre sono in Egitto o in altre parti del Medio Oriente è: Com’è adesso la situazione per gli arabi negli Usa? Siete vittime di discriminazioni, di bigottismo, di abusi?”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=817

Portopalo, la strage dimenticata Dieci anni fa il naufragio più infausto della storia italiana: 283 migranti morti nel Canale di Sicilia Non siamo più la generazione di Kunta Kinte. Quando lo sceneggiato televisivo tratto dal libro 'Radici' di Alex Haley apparve sugli schermi italiani nel 1979, l'indignazione contro il razzismo e la schiavitù avevano già da tempo consolidato in noi, popolo di emigranti, valori antichi. Ma quando, nei decenni successivi, l'incontro con quelli che avrebbero dovuto diventare l'oggetto della nostra solidarietà e della nostra accoglienza - cioè i migranti - diventò il vero banco di prova dei nostri valori, il ricordo di Kunta Kinte era ormai evaporato. A Natale non si è tutti più buoni. Almeno non lo furono gli scafisti della Yiohan, che dieci anni fa abbandonarono al loro destino 283 migranti nel Canale di Sicilia. Il loro destino fu la morte, e dopo la morte l'oblio. Un oblio che sarebbe stato eterno, se cinque anni dopo un coraggioso e ostinato giornalista di nome Giovanni Maria Bellu non avesse mostrato al mondo la conclusione della sua personale battaglia alla ricerca della verità. Il naufragio più infausto. Le immagini di un relitto depositatosi a 106 metri di profondità tra Malta e la Sicilia, filmate con un robot subacqueo, scossero l'opinione pubblica a tal punto che si mobilitarono quattro premi Nobel. Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia lanciarono un appello in cui chiedevano di cancellare quella vergogna e di recuperare i corpi che si trovavano ancora nella carcassa della nave affondata, dando loro la meritata sepoltura. Eppure, nonostante tanta mobilitazione per ciò che avvenne la notte del 26 dicembre 1996 a 20 miglia dalla località siciliana in provincia di Siracusa, giustizia non è ancora stata fatta per le 283 vittime di Portopalo. Fu una strage che rischiava di rimanere sepolta negli abissi. L'emersione dall'oblio di quello che fu il primo, e forse il più infausto, naufragio di massa di migranti della nostra storia, comincia con due fatti casuali: l'incontro di Bellu con un conoscente che gli fece incontrare "un marinaio siciliano con molte cose interessanti da raccontare", e la scoperta della nave Yiohan, capitata per un colpo di fortuna dritta dritta nelle mani delle autorità marittime italiane. Il coraggio di un pescatore. Il marinaio di Portopalo si chiama Salvatore Lupo. Fu lui a rivelare a Bellu che dalle sue reti un bel giorno vennero fuori pantaloni, magliette, scarpe, monete e una carta d'identità di un Paese straniero, scritta in caratteri incomprensibili. Era quella di Anpalagan Ganeshu, 17 anni, tamil, di nazionalità singalese. Anpalagan era uno dei viaggiatori a bordo della Yioahn, che trasportava un carico di più di 400 migranti indiani, pakistani e singalesi, e che si scontrò la notte di Natale con la F-174, un'imbarcazione più piccola partita da Malta per 'trasbordare' gli immigrati fino alla costa della Sicilia. Dopo l'incidente, la F-174, stipata di migranti, colò a picco, portando con se' 283 di loro. In 29, aggrappandosi alle funi della Yiohan, riuscirono a salvarsi. Il trafficante di uomini che pilotava quest'ultima nave non lanciò l'Sos, ma fuggì facendo rotta verso la Grecia, dove scaricò gli uomini e scomparve. Una volta a terra, nessuno credette alle testimonianze dei superstiti, che furono arrestati. Una sciagura di tali dimensioni non poteva essere vera. Quegli uomini mentivano, per impietosire le autorità greche e ottenere così l'asilo politico. Rigettati in mare. La Yiohan cambiò nome, e fu in seguito riutilizzata per un altro trasporto di esseri umani verso le coste siciliane. Intercettata e posta sotto sequestro dalle autorità italiane, solo dopo rivelò la sua vera identità. Sotto la vernice del suo nuovo nome, qualcuno si accorse che spuntavano alcune lettere: una 'h', una 'a', una 'n'. Ma non fu questo l'elemento che permise di scoprire cosa era accaduto nel '96, bensì il racconto del marinaio Salvatore Lupo al giornalista Bellu. Poiché nessun cadavere fu restituito dalle acque, quale credito avrebbe potuto avere chi raccontava di una strage di proporzioni così inimmaginabili? Bellu indagò, recandosi a Portopalo e scoprendo un clima di omertà, di silenzio, di comportamenti omissivi e illegali. Il giornalista trovò però conferma di quanto raccontava Lupo. Fu un'orribile verità. Del naufragio non furono trovati corpi perchè man mano che i pescatori di Portopalo li trovavano nelle loro reti, subito li rigettavano in mare. Se avessero fatto quello che la legge impone, cioè denunciare il ritrovamento alle autorità, avrebbero rischiato di vedersi i pescherecci bloccati per giorni e giorni, con una notevole perdita economica. Un unico imputato. Furono le autorità del paese, vice-sindaco, vigile urbano, parroco e compagnia bella, a confermare, in forma più o meno esplicita, quanto Lupo asseriva. Per avere la prova definitiva e inoppugnabile che il naufragio era avvenuto, Bellu decise di acquistare, a sue spese, un robot per la ricerca sottomarina, chiamato Rov (Remotely Operated Vehicle) e di partire verso il luogo che Lupo gli aveva indicato. Nel 2001 tutti videro le immagini del relitto della F-174, dentro il quale erano ancora imprigionati i cadaveri, ridotti a scheletri. La Procura di Siracusa aveva aperto un'ìnchiesta anni prima, quando, una volta individuati, i membri dell'equipaggio erano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Ma nel 2001, grazie all'inchiesta di Bellu, si scoprì che il relitto era in acque internazionali. Tutto si bloccò. La Procura decise allora di applicare una norma del codice penale che, in casi di eccezionale gravità, consente di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani e non sono accaduti in Italia. Questo comportò la contestazione di un reato più grave, l'omicidio volontario plurimo aggravato, un reato contestabile però solo a due persone: il capitano della nave e il trafficante di uomini pakistano. Recentemente, i giudici francesi hanno rifiutato di estradare il capitano, che risiede oltralpe. Dieci anni dopo. Giovanni Maria Bellu raccontò la strage di Portopalo in un libro dal titolo 'I fantasmi di Portopalo', pubblicato nel 2004. A dieci anni di distanza, il processo rimane aperto per un unico imputato, l'armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, che vive a Malta. A dieci anni di distanza, il diciassettenne tamil, Anpalagan Ganeshu, riposa ancora in fondo al mare con 282 uomini e donne, partiti dalle loro terre per una nuova terra, dove speravano di trovare una vita migliore. La notte di Natale del 1996, quei disperati hanno trovato nel Mediterraneo uomini senza scrupoli che li hanno lasciati morire, un Paese che ha ignorato la loro tragedia e una generazione che non ricordava più chi era Kunta Kinte. Ancora c'è chi crede che Natale si è tutti più buoni. Fleba il Fenicio, morto da due settimane, Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare E il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava Traversò gli stadi di maturità e gioventù Entrando nel gorgo. Gentile o Giudeo Tu che giri la ruota e volgi lo sguardo al vento, Pensa a Fleba, che un tempo era bello e alto come te. ('La morte per acqua', da La Terra Desolata di Thomas Stearn Eliot) Luca Galassi http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=6993

Energia elettrica, la Bulgaria protesta Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova Bollette sbagliate, distribuzione a 390 volt al posto dei canonici 220 e molti impianti elettrici saltati. Le aziende elettriche straniere sono nell'occhio del ciclone. I cittadini protestano e c'è chi chiede che il servizio di distribuzione dell'energia elettrica venga rinazionalizzato Le compagnie per la distribuzione dell'energia elettrica in Bulgaria sono nell'occhio del ciclone da settembre, da quando cioé è venuto a galla che la compagnia ceca "CEZ", quella austriaca "EVN" e la tedesca "E.ON" avevano inviato ai propri utenti delle bollette maggiorate. La Commissione statale per l'Energia e le Acque, dopo un controllo effettuato lo scorso 14 dicembre, ha annunciato che durante i mesi di settembre e ottobre le società distributrici proprietà della CEZ hanno inviato bollette sbagliate nelle zone di Sofia città, Sofia provincia e Pleven. Lo stesso ha fatto due mesi fa la EVN, maggiorando i consumi di 17 villaggi nell'area di Plovdiv. A causa di questi errori entrambe le società sono state multate per 100mila leva (50mila euro) dalla stessa Commissione e dal Comitato Antitrust. Ottobre e novembre sono stati mesi difficili anche per la "E.ON" Bulgaria, che ha diffuso elettricità alla potenza record di 390 volt, bruciando buona parte delle apparecchiature elettriche nella città di Shumen. Nonostante la promessa fatta dalla società di risarcire i danni, lo scontento degli utenti, dovuto anche a numerosi black-out che nella regione nord orientale del paese, è sfociato in una protesta di piazza che ha avuto luogo a Varna alla fine di novembre. Alcuni deputati hanno proposto una rinazionalizzazione del servizio, mentre su vari media comparivano commenti che definivano un fallimento e un'utopia la privatizzazione dei servizi energetici in Bulgaria. A Varna i dimostranti, circa duecento secondo gli organi di polizia, si sono scagliati contro gli uffici dell' Elektrorazpredelenie (la società che distribuisce l'energia). La protesta è stata organizzata dal partito di opposizione VMRO insieme ad alcune Ong locali al grido di "Riaccandiamo l'elettricità a Varna!". I cittadini, scontenti della qualità del servizio ed esasperati dai black-out e dalle bollette maggiorate, hanno protestato gridando "Basta con la schiavitù elettrica", "Basta con il genocidio elettrico, vogliomo energia a 220 volt!", "E.ON, fuori da Varna!", chiedendo che fosse reso pubblico il contratto di privatizzazione del servizio. I dimostranti hanno anche gridato "Chi è che paga le bollette degli zingari?" chiedendo di avere informazioni anche sui debiti verso la società del quartiere rom di Maxuda. I manifestanti hanno rotto un vetro all'ingresso dell'Elektrorazpredelenie nel tentativo di entrare negli uffici per presentare una petizione, ma la polizia è intervenuta ristabilendo l'ordine. Alla compagnia sono arrivate migliaia di lettere di protesta per le bollette aumentate. Secondo Daniela Yaneva, coordinatrice del Sindacato Indipendente dell'Energia a Varna, la compagnia statale bulgara è stata venduta ai tedeschi di "E.ON" per soli 140,7 milioni di leva, pur avendo un valore di più di un miliardo. Nel frattempo 1100 dipendenti sono stati licenziati, mentre altri 400 sono stati costretti a firmare delle "volontarie" dimissioni. VMRO contro "E.ON" Il leader di VMRO, Krasimir Karakachanov, ha posto seri dubbi sulla privatizzazione delle compagnie statali di distribuzione dell'elettricità. Il VMRO proporrà la revisione del contratto con la "E.ON" per stabilire se la società tedesca viola i diritti dei consumatori bulgari. Secondo il partito licenziamenti, bollette gonfiate e appropiazione del capitale statale rappresentano un vero e proprio genocidio nei confronti dei Bulgari. Lo stesso Karakachanov ha accusato la "E.ON" di aver provato a corrompere politici bulgari per fermare la protesta. La compagnia tedesca ha subito inviato una lettera al procuratore generale, ricusando ogni accusa. "Un pessimo contratto ha portato a licenziamenti di massa e a stipendi d'oro per gli stranieri", ha scritto il quotidiano Standart. Secondo Karakachanov il personale tedesco della "E.ON" percepisce un salario di 8mila euro, 15 volte di più del personale bulgaro con stessa qualifica. Per il leader del VMRO il punto più dolente di questa storia è nel modo in cui sono stati stipulati i contratti di privatizzazione. In primo luogo gli investimenti fatti dallo stato nelgi ultimi 5 anni, come il rinnovo della rete, non sono stati inclusi nel prezzo della privatizzazione. I contratti, inoltre, non obbligano gli acquirenti ad effettuare ulteriori investimenti, cosi' che questi godono dei profitti, ma non devono riammodernare o riparare la rete. In definitiva, secondo Karakachanov questi contratti sono convenienti solo per gli acquirenti, e fanno parte integrante della strategia di sploliazione dello stato attraverso privatizzazioni facili. "Il VMRO", ha dichiarato il suo leader, "non permetterà che i bulgari siano trattati alla stragua di aborigeni, che gli investitori stranieri possono imbrogliare con banane e specchietti". Da parte sua Markus Kaune, vice presidente dell' "E.ON" Bulgaria, ha sostenuto che le accuse sono populismo bello e buono. Kaunas ha dichiarato che la compagnia ha pagato i 55 milioni di leva accumulati dalle due società che ha rilevato, mentre i licenziamenti e le dimissioni sono sono stati portati a termine dopo un accordo con i principali sindacati bulgari. La Commissione statale per l'Energia e le Acque ha provveduto a 20 ispezioni sulla "E.ON" a causa dei black-out a Varna. Lo standard dei 220 volt, secondo Kostantin Shushulov, presidente della commissione, non viene mantenuto a causa delle cattive condizioni della rete e dell'aumento degli utenti. La "E.ON" dovrà provvedere ad un servizio di riparazioni d'urgenza non-stop, altrimenti verrà multata di 20mila leva. Lottare contro il monopolio All'inizio del 2005 "E.ON" Bulgaria, ramo di "E.ON Energie AG", la più grande compagnia privata europea per la distribuzione dell'energia elettrica, ha acquistato il 67% delle compagnie di distribuzione di Varna e Gorna Oryahovitza. Attualmente serve circa 1,1 milioni di utenit nella Bulgaria nord-orientale, attraverso 40mila chilometri di rete. Ma perché "E.ON" fornisce un servizio scadente? Alcune risposte possono essere trovate nell'analisi fatta dall'Istitute for Market Economics sulle compagnie elettriche. L'idea iniziale era quella di privatizzare prima le compagnie di distribuzione, poi quelle produttrici e infine l'intero settore. La realizzazione della seconda fase del progetto, però, è stata ritardata. In queste condizioni le società distributrici possono cercare di recuperare i propri investimenti soltanto cercando di aumentare la raccolta delle bollette, facendo salire i prezzi senza ulteriori invetimenti e risparmiare sulle spese, comprese quelle di mantenimento della rete. Di fatto le compagnie di distribuzione non possono scegliere i produttori da cui rifornirsi, ma devono sottostare al monopolio della NEK, la compagnia elettrica nazionale, che ha un'infrastruttura vecchia e inefficiente, soprattutto nelle aree che hanno visto una crescita delle richieste di energia. Il controllo da parte di un organismo statale sembra necessario per regolare i prezzi, i contratti e le relazioni tra compagnie e produttori. Nel frattempo gli utenti sono indifesi, e non riescono a far valere i propri diritti, visto che le regole sono rimaste quelle risalenti al monopolio pubblico. Anche le organizzazioni dei consumatori sono armi spuntate, visto che di fatto vengono finanziate dal governo. In quest condizioni, che cosa può fare un cittadino, che non può né cambiare il produttore né la società di distribuzione dell'energia? http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6552/1/51/

giovedì, dicembre 21, 2006 Il Messico di Calderón: una democrazia formale E’ passato poco più di un mese e mezzo da quando Felipe Calderón ha assunto la presidenza in Messico, si può già criticare aspramente tutte le scelte di questo governo. Ultimamente sto scrivendo molto spesso circa l’operato del governo Felipe Calderón. Non lo faccio per puro accanimento contro un presidente comunque illegittimo e in carica solo grazie ai conclamati brogli elettorali del 1 luglio, lo faccio esclusivamente perché non passa un solo giorno senza che questo nuovo governo panista (PAN) si metta in evidenza per le sue quantomeno discutibili scelte. Si può affermare tranquillamente infatti che, anche se un mese e mezzo è un arco temporale molto breve, soprattutto per valutare un governo di sei anni, il presidente Calderón non sembra assolutamente adatto a risanare le sorti di un paese come il Messico, sicuramente non in buona salute. Calderón sembra anzi un presidente perfettamente in linea con la visione neoliberale imperante in Messico dagli inizi degli anni novanta, insomma un presidente sulla scia degli ultimi tre presidenti priisti (PRI) e del primo presidente panista Vicente Fox. Riassumiamo brevemente cosa è riuscito a combinare Calderón in queste settimane. Partirei ricordando come Calderón si sia impegnato nel cercare di gestire la situazione ad Oaxaca. Avendo ricevuto in consegna dal ex presidente Fox una situazione quasi drammatica, il nuovo governo ha pensato bene di continuare sulla stessa linea, quella della repressione. Una repressione fondata sulla continua violazione dei diritti umani, alla quale si sono aggiunti però anche gli arresti, a tradimento, dei portavoce e leader della APPO, l’assemblea popolare: si tratta di veri e propri arresti politici. Flavio Sosa e gli altri infatti sono stati detenuti proprio mentre si trovavano a Città del Messico per dialogare con i rappresentanti della segreteria del governo. Calderón ed il suo governo si sono praticamente presentati subito come un autorità disposta a reprimere e cancellare chiunque non condivida i loro progetti ed il loro modo d’agire. Gli arresti dei leader dell’assemblea popolare infatti non fanno altro che confermare la rotta già seguita precedentemente dal governo Fox: proteggere il governatore priista di Oaxaca, Ulises Ruiz. Una scelta quasi scontata visto che senza l’appoggio del PRI il governo Calderón è impossibilitato a governare. Proprio Ulises Ruiz, poi, ha ultimamente sconvolto tutti con l’affermazione che circa “l’80% degli arrestati negli scontri del 25 novembre ad Oaxaca dal gruppo operativo guidato dalla polizia federale preventiva (PFP) non ha nessun vincolo con la APPO”, purtroppo però a queste affermazioni non sono seguite le dovute scarcerazioni, infatti, per il momento, solo tre delle 214 persone arrestate sono state liberate, dopo aver pagato 108'000 pesos di cauzione (circa 13'000 euro). Ma non è ancora tutto. Continuando a trattare Oaxaca non si può non fare riferimento ad uno degli ultimi atti del governo Calderón. In tanti si sono spaventati leggendo i nomi scelti per l’esecutivo, in particolare ha fatto molto discutere la nomina di Ramírez Acuña come ministro dell’Interni. Per chi ancora non conoscesse Acuña può bastare ricordare le 640 denunce per tortura a suo carico riconosciute dalla Commissione Statale per i Diritti Umani, CEDH (vi rimando qui per approfondire sul ministro della tortura). I timori dei “malpensanti”, così infatti sono stati tacciati chi come me nutriva fortissime preoccupazioni su questa nomina, sono stati invece subito confermati pochi giorni fa, quando Calderón ed Acuña hanno raddoppiato il numero degli effettivi della Polizia Federale Preventiva, spinti dalla voglia di ridurre la violenza nel paese. Ad Oaxaca in particolare il corpo di polizia è passato da 4'000 uomini a 20'000 tanto da far pensare che più che ridurre il grado di violenza in Messico questa scelta miri effettivamente a risolvere i diversi conflitti sociali sparsi per tutto il territorio messicano esclusivamente con la forza: non bastavano gli arresti politici in pieno stile dittatoriale, serviva anche raddoppiare la presenza di manganelli in mano allo stato in tutto il paese. (La vignetta è di Ángel Boligan ed è stata pubblicata qui) Oltre ad Acuña ci sono però anche altre nomine all’esecutivo degne di nota. A completare la formazione del governo il presidente Calderón ha infatti scelto tra i principali esponenti del neoliberismo messicano in particolare: Georgina Kessel Martínez (del PAN, ministro dell’energia), Eduardo Sojo Garza-Aldape e Luis Téllez (del PAN, ministro dell’economia), Javier Lozano Alarcón (del Pan, ministro del lavoro), Rodolfo Elizondo Torres (unico esponente del PRI e riconfermato al ministero del turismo dopo i 6 anni di governo Fox). C’è però un altro ministro degno di essere menzionato: Agustín Carstens nominato da Calderón ministro delle Finanze e del Credito Pubblico. Proprio Carstens sembra incarnare in pieno la linea che questo nuovo governo messicano sembra abbia deciso di seguire, soprattutto in economia. Agustín Carstens infatti è uno degli alfieri del Fondo Monetario Internazionale, in particolare negli ultimi anni ha ricoperto la carica di direttore esecutivo del FMI in Costa Rica, El Salvador, Spagna, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Venezuela, prima di abbandonarla accettando l’invito di Calderón a partecipare al governo. E’ chiara quindi l’intenzione di questo governo di continuare a seguire le scelte neoliberali ed ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, proprio come è stato fatto negli ultimi decenni. Una cosa però non mi è tanto chiara, è più importante mantenere il consenso di Washington o cercare di soluzionare il problema della povertà e dell’esclusione sociale nel paese? Qualcuno ha forse anche solo intravisto qualche beneficio per il Messico derivante dal NAFTA (Tractado de Libre Comercio de América del Norte) il trattato di libero commercio stretto con Stati Uniti e Canada? E’ difficile quindi spiegarsi come Calderón abbia il coraggio di dire che la massima priorità nei suoi sei anni di governo sarà data alla lotta alla povertà. Non riesco a credere a queste promesse in particolare andando a vedere come le politiche ispirate dal FMI abbiano ridotto l’intera America Latina. Si può forse ridurre la povertà e l’esclusione dei ceti più bassi attenendosi alle politiche del Fondo Monetario Internazionale? Non mi sembra che in qualche posto al mondo si sia verificato ciò, ed anzi proprio in Messico dovrebbero saperlo bene, visto come il divario tra ricchi e poveri sia aumentato a dismisura da quel 1 gennaio 1994, quando è stato firmato il NAFTA. Non ci si può bendare gli occhi, è stato infatti chiarissimo come da quel giorno i trattati di libero commercio abbiano assicurato il dominio incontrastato, urbi et orbi, alle corporazioni statunitensi ed internazionali nel paese. Queste paure dei “soliti malpensanti” sono state puntualmente confermate. Prima decisione di Calderón e Carstens: un severo taglio al fondo cultura, educazione, scienza e tecnologia. Un taglio inserito nel pacchetto economico del 2007, già criticato da diversi settori, movimenti sociali ed associazioni, che però sicuramente non avrà problemi ad essere approvato con i voti del PAN e del PRI. Questo taglio del 30% al fondo cultura che colpisce anche l’istruzione e le università pubbliche era stato già fortemente criticato nei giorni scorsi da tutti i più grandi intellettuali messicani da Paco Ignacio Taibo II, a Víctor Hugo Rascón Banda, José Agustín, Guillermo Tovar, Margo Glantz, Jesusa Rodríguez etc etc. Alla loro protesta si sono aggiunti martedì scorso più di 5'000 persone che sono scese in piazza a Città del Messico per protestare l’intero progetto economico targato Calderón-Carstens, per chiedere una maggiore attenzione ed una maggiore spesa proprio per l’educazione e la cultura e per protestare contro il programma di sicurezza pubblica che ha previsto il raddoppiamento della Polizia Federale Preventiva. La manifestazione al grido “arte sí, armas no” ha attraversato l’intera città e vi hanno preso parte sia gruppi di studenti delle diverse scuole ed università della capitale, sia artisti, scrittori, scenografi, coreografi, musicisti e ballerini che cercavano di richiamare l’attenzione del governo messicano nella speranza quantomeno di evitare ulteriori tagli in favore di educazione e cultura. “Un popolo senza cultura è un popolo senza anima”, “l’arte è la migliore medicina per la peggiore delle malattie: la corruzione delle coscienze”, “avete tanta paura per la cultura?” – sono stati i motti della manifestazione. Non c’è quindi molto da aspettarsi da questo governo. Un mese e mezzo sono più che bastati per far emergere gli obiettivi e gli scopi di Calderón e del suo esecutivo. Forse continuerò ad essere definito “un malpensante” però non si possono non denunciare queste scelte spaventose in un paese come il Messico che sicuramente non ha bisogno di una cura targata FMI ma ha bisogno di essere rigenerato da programmi sociali mirati alle classi più deboli e che puntino sull’educazione e sulla sanità. Calderón sembra invece puntare subito sui tagli all’istruzione. Questo qualcosa vorrà pur dire. Non si può non denunciare. Non trascuriamo poi l’applicazione della cosiddetta “mano dura”, che più che combattere narcotraffico, violenza e crimine organizzato, viene utilizzata come un pugno di ferro in mano del governo non in difesa della legge ma per violare la legge stessa, reprimere i movimenti sociali e violare i diritti umani. Se peggiorare l’esperienza del governo Fox sembrava difficile, Calderón sta smentendo tutti con uno spostamento a destra rilevante del suo governo e con l’utilizzo della forza per far rispettare le sue decisioni. Insomma più che una rinascita nei prossimi sei anni per il Messico è prevista una caduta nel baratro di una dittatura, mascherata da democrazia, che utilizza la forza e la polizia per difendere uno statu quo conquistato esclusivamente attraverso elezioni per giunta delegittimate da brogli. Cos’altro credete ci si può aspettare da una democrazia formale di questo tipo? I risultati di questo mese non ammettono rosee prospettive.http://verosudamerica.blogspot.com/2006/12/il-messico-di-caldern-una-democrazia.html

Uccideteli! Uccidete tutti! Tutti! C'è un solo modo di vincere una guerra in Libano: evitarla. Uri Avnery Tutti gli sforzi di eliminare l'influenza siriana dal Libano sono destinati a fallire. Per capire questo, è sufficiente guardare una cartina. [...] Storicamente il Libano è parte della Siria ("Sham" in arabo). I siriani non si sono mai rassegnati al fatto che il regime coloniale francese abbia strappato il Libano dalla sua stessa terra. -------------------------------------------------------------------------------- Durante la prima guerra del Libano, sono stato a Jounieh, una città a circa 20km a nord di Beirut. A quell'epoca era usata come porto per le forze cristiane. Era una serata eccitante. Nonostante la guerra stesse imperversando nella vicina Beirut, Jounieh era piena di vita. L'elite cristiana aveva passato la giornata sulla marina assolata, le donne in bikini, gli uomini a sorseggiare whisky. Noi tre (io e altre due giovani donne della mia redazione, una corrispondente e una fotografa) eravamo gli unici israeliani in città, e così ci facevano festa. Tutti ci invitavano nei loro yacht, e una ricca coppia insistette che andassimo a casa loro come ospiti per una ricorrenza familiare. Era qualcosa di davvero speciale. Le decine di parenti appartenevano alla crema dell'elite, ricchi commercianti, un pittore ben conosciuto, diversi professori universitari. I drink scorrevano come acqua, anche la conversazione risuonava in varie lingue. Verso mezzanotte, tutti erano leggermente ubriachi. Gli uomini mi coinvolsero in una conversazione "politica". Sapevano che ero israeliano, ma non avevano idea delle mie opinioni. "Perché non vai a Beirut Ovest?" mi chiese un corpulento gentleman. Beirut ovest era in mano alle forze dell'OLP di Arafat, che difendevano centinaia di migliaia di abitanti Sunniti. "Perché? A che scopo?" domandai. "Che vuoi dire? Per ucciderli! Ucciderli tutti!". "Tutti? Anche le donne e i bambini?" "Naturalmente! Tutti!" Per un attimo, ho pensato che stesse scherzando. Ma le facce degli uomini che erano intorno a lui mi dicevano che era serissimo e che tutti erano d'accordo con lui. In quel momento capii che questo paese meraviglioso, ricco di storia, benedetto da tutti i piaceri della vita, è malato. Molto, molto malato. Il giorno successivo andai davvero a Beirut ovest, ma con uno scopo ben diverso. Attraversai le linee di confine per incontrare Yasser Arafat. (Ad ogni modo, alla fine della festa a Jounieh i miei ospiti mi diedero anche un regalo di addio: un grosso pacchetto di hashish. L'indomani tornando in Israele, dopo che Arafat aveva reso pubblico il nostro incontro, sentii alla radio che 4 ministri chiedevano che io fossi processato per tradimento. Mi ricordai dell'hashish e la feci volare via dal finestrino della macchina). -------------------------------------------------------------------------------- Mi ricordo di quella conversazione a Jounieh ogni volta che in Libano succede qualcosa. Questa settimana per esempio. Sono state dette e scritte molte cose insensate su quel paese, come se fosse un paese come qualsiasi altro. George W. Bush parla di "democrazia libanese" come se qualcosa del genere esistesse, altri parlano di "maggioranza parlamentare" e "fazioni minoritarie", e del bisogno di "unità nazionale" per mantenere "l'indipendenza nazionale", come se stessero parlando dell'Olanda o della Finlandia. Tutte queste cose non hanno nulla a che fare con la realtà libanese. Geograficamente, il Libano è un paese lacerato, e in questo sta una parte del segreto della sua bellezza. Catene montuose coperte di neve, vallate verdi, villaggi pittoreschi, una meravigliosa costa. Ma il Libano è anche lacerato dal punto di vista sociale. Le spaccature sono connesse tra di loro: nel corso della storia, minoranze perseguitate da tutta la regione hanno cercato rifugio tra le sue montagne, dove potevano difendersi. Risultato: un gran numero di comunità piccole e grandi, pronte a prendere le armi in qualsiasi momento. Al suo meglio, il Libano è una federazione frammentata composta da comunità sospettose l'una verso l'altra; al suo peggio un campo di battaglia di gruppi che si scontrano in faide e che si odiano fino al midollo. Gli annali del Libano sono pieni di guerre civili e terribili massacri. Molte volte, questa o quella comunità ha chiamato nemici stranieri perché li aiutassero contro i loro stessi vicini. Tra le comunità, non ci sono alleanze permanenti. Un giorno, le comunità A e B si mettono d'accordo per combattere la comunità C. Il giorno dopo B e C combattono contro A. E per di più ci sono sotto-comunità, che più di una volta si sa che si sono alleate con una comunità nemica contro la loro stessa comunità. Nel complesso si tratta di un mosaico affascinante, ma anche molto pericoloso, ancor di più dato che ogni comunità ha il proprio esercito privato, equipaggiato con le armi migliori. L'esercito ufficiale libanese, composto da uomini di tutte le comunità, è incapace di portare avanti una qualsiasi missione di una certa importanza. Che cos'è una "comunità" libanese? A guardare bene, è tutta una questione religiosa. Ma non solo religiosa. La comunità è anche una tribù etnica, con alcuni attributi nazionali. Un ebreo può capirlo facilmente, dato che anche gli Ebrei sono una comunità del genere, anche se sono distribuiti in tutto il mondo. Ma per un comune cittadino europeo o americano, è difficile capire questa struttura. E' più facile pensare a una "nazione Libanese", una nazione che esiste solo nell'immaginazione o come visione del futuro. La lealtà alla comunità viene prima di qualsiasi altra forma di lealtà, e certamente prima di qualsiasi lealtà verso il Libano. Quando i diritti di una comunità o sotto-comunità sono minacciati, i suoi membri insorgono tutti uniti per distruggere chi li sta minacciando. -------------------------------------------------------------------------------- Le comunità principali sono i Cristiani, i Musulmani Sunniti, i Musulmani Sciiti e i Drusi (che, per quanto riguarda la religione, sono una specie di estremisti Sciiti). I cristiani sono divisi in diverse sotto-comunità, le più importanti delle quali sono i Maroniti (che prendono il nome da un santo che visse 1600 anni fa circa). I sunniti furono portati in Libano dai governanti Ottomani (Sunniti) per rafforzare il loro potere, e furono collocati principalmente nelle grandi città portuali. I Drusi vennero per trovare rifugio nelle montagne. Gli sciiti, la cui importanza è cresciuta negli ultimi decenni, per molti secoli sono stati una comunità povera e perseguitata, trattati come uno zerbino da tutti gli altri. Come in quasi tutte le società Arabe, l'Hamula (la famiglia estesa) gioca un ruolo vitale in tutte le comunità. La lealtà verso l'Hamula viene anche prima della lealtà nei confronti della comunità, secondo l'antico detto arabo: "Con mio cugino contro lo straniero, con mio fratello contro mio cugino". Quasi tutti i leader libanesi sono capi di grandi famiglie. -------------------------------------------------------------------------------- Per dare un'idea del groviglio libanese, ecco qualche esempio recente: nella guerra civile che scoppiò nel 1975, Pierre Gemayel, il capo di una famiglia Maronita, chiese ai Siriani di invadere il Libano per aiutarlo contro i suoi vicini sunniti, che stavano per attaccare il suo territorio. Suo nipote, che portava lo stesso nome, e che è stato ucciso questa settimana, era membro di una coalizione il cui scopo è di annullare l'influenza siriana in Libano. I sunniti, che combattevano contro i siriani e i cristiani, sono ora alleati dei cristiani contro i siriani. La famiglia Gemayel era il principale alleato di Ariel Sharon, quando invase il Libano nel 1982. Lo scopo comune era di scacciare i palestinesi (per lo più sunniti). A questo scopo, gli uomini di Gemayel fecero l'orrendo massacro di Sabra e Shatila, dopo l'assassinio di Bashir Gemayel, zio dell'uomo che è stato assassinato questa settimana. Il massacro fu controllato da Elie Hobeika dai tetti del quartier generale del generale israeliano Amos Yaron. In seguito Hobeika è diventato ministro sotto gli auspici della Siria. Un altro responsabile del massacro è Samir Geagea, l'unico che sia stato processato in una corte libanese. E' stato condannato a vari ergastoli che in seguito gli sono stati condonati. Questa settimana lui era uno dei principali oratori al funerale di Pierre Gemayel nipote. Nel 1982 gli Sciiti hanno dato il benvenuto all'esercito israeliano invasore con fiori, riso e dolci. Pochi mesi dopo hanno cominciato una guerriglia contro di loro che è durata 18 anni, nel corso della quale Hezbollah è diventata una delle forze principali in Libano. Uno dei leader maroniti nella lotta contro i siriani era il generale Michel Aoun, che fu eletto presidente dai maroniti e in seguito cacciato. Ora è un alleato di Hezbollah, il principale aiutante della Siria. Tutto questo somiglia all'Italia del Rinascimento o alla Germania della Guerra dei Trent'anni. Ma per il Libano questo è il presente e anche il prossimo futuro. In una realtà del genere, usare la parola "democrazia" è ovviamente una presa in giro. In base ad un accordo, il governo del paese è diviso tra le comunità. Il presidente è sempre un Maronita, il primo ministro un Sunnita, il portavoce del parlamento uno Sciita. Lo stesso vale per tutte le altre posizioni nel paese, a tutti i livelli: un membro di una comunità non può aspirare a una posizione adatta alle sue capacità se questa "appartiene" ad un'altra comunità. Quasi tutti i cittadini votano in base alle affiliazioni familiari. Un elettore Druso per esempio, non ha chance di spodestare Walid Jumblat, la cui famiglia domina la comunità drusa da almeno 500 anni (e il cui padre fu assassinato dai siriani). Lui dispensa tutte le posizioni che "appartengono" alla sua comunità. Il parlamento libanese è un senato di capi comunità, che si dividono il bottino tra loro. La "coalizione democratica" che è stata messa al potere dagli americani dopo l'uccisione del primo ministro sunnita Rafik Hariri, è un'alleanza temporanea dei capi maronita, sunnita e druso. L'"opposizione", che gode della protezione siriana, è composta da sciiti e da una fazione maronita. La situazione può rovesciarsi in un attimo, quando altre alleanze saranno formate. Hezbollah, che appare agli israeliani come un'estensione dell'Iran e della Siria, è prima di tutto un movimento sciita che lotta per ottenere per la sua comunità in Libano una fetta di potere più ampia di quanto le sia invece dovuta in base alla sua grandezza. Hassan Nasrallah, che è anche un discendente di un'importante famiglia, ha messo gli occhi sul governo di Beirut, non sulle moschee di Gerusalemme. Che cosa ci dice tutto questo sulla situazione attuale? Per decenni ormai, Israele ha rimescolato la situazione in Libano. In passato, ha appoggiato la famiglia Gemayel ma è stata amaramente disillusa: le "Falangi" della famiglia (il nome è stato preso dalla Spagna Fascista, che era molto ammirata dal nonno Pierre), nella guerra del 1982 si sono rivelati una banda di esagitati senza valore militare. Ma il coinvolgimento israeliano in Libano continua a tutt'oggi. Lo scopo è eliminare Hezbollah, eliminare i siriani e minacciare la vicina Damasco. Tutti questi obiettivi sono senza speranza. Un po' di storia: negli anni Trenta, quando i maroniti erano la forza principale in Libano, il Patriarca maronita espresse aperta simpatia per l'impresa Sionista. A quel tempo, molti giovani di Tel Aviv e Haifa studiavano nell'Università Americana di Beirut, e dalla Palestina ricchi ebrei andavano a passare le loro vacanze nei resort libanesi. Una volta, prima della costituzione di Israele, ho attraversato il confine libanese per sbaglio e un gendarme libanese gentilmente mi mostrò la via del ritorno. Durante i primi anni di Israele, il confine israeliano era il solo ad essere pacifico. In quei giorni c'era un detto: "Il Libano sarà il secondo paese arabo a fare la pace con Israele. Non oserà essere il primo." Solo nel 1970, quando il Re Hussein scacciò l'OLP dalla Giordania in Libano, con l'aiuto attivo di Israele, questo confine divenne caldo. Ora anche Fuad Siniora, il primo ministro messo dagli americani, si sente in dovere di dichiarare che "il Libano sarà l'ultimo Stato arabo a fare la pace con Israele!". Tutti gli sforzi di eliminare l'influenza siriana dal Libano sono destinati a fallire. Per capire questo, è sufficiente guardare una cartina. Storicamente il Libano è parte della Siria ("Sham" in arabo). I siriani non si sono mai rassegnati al fatto che il regime coloniale francese abbia strappato il Libano dalla sua stessa terra. Le conclusioni: Primo, non rimaniamo impantanati nel caos libanese di nuovo. Come l'esperienza ha mostrato, ne usciremo sempre sconfitti. Secondo, per avere la pace sul nostro confine settentrionale, tutti i nemici potenziali, prima di tutto la Siria, devono essere coinvolti. Significato: dobbiamo restituire le Alture del Golan. L'amministrazione Bush impedisce al nostro governo di parlare con i siriani. Vogliono parlare loro stessi con loro, quando sarà il momento. E' molto probabile che offriranno loro il Golan in cambio di aiuto da parte della Siria in Iraq. Se è così, non dovremmo sbrigarci e "vendere" loro il Golan (che comunque gli appartiene) ad un prezzo migliore per noi stessi? Ultimamente si sono sentite voci, anche da militari anziani, che suggeriscono questa possibilità. Dovrebbe essere detto in maniera chiara e forte: a causa di poche migliaia di coloni e di politici che non osano affrontarli, rischiamo di essere trascinati in altre guerre ancora più inutili mettendo a rischio la popolazione di Israele. Questa è la terza conclusione: c'è un solo modo di vincere una guerra in Libano, cioè evitarla. Z-Net.it

ONU : dichiarazione UE sulla pena di morte su spinta Italia di osservatoriosullalegalita.org E' stata presentata la notte scorsa a New York all'Assemblea Generale dell'ONU una 'Dichiarazione sulla pena di morte', predisposta dall'Unione Europea su iniziativa italiana e sottoscritta da 85 Paesi membri delle Nazioni Unite. Il coinvolgimento dell'Unione Europea ha avuto l'effetto di accrescere considerevolmente le possibilità di successo dell'iniziativa, rispetto a quelle che potrebbe avere la presentazione di un progetto da parte di un solo Stato membro. A giudizio della Farnesina, il risultato positivo dell'iniziativa europea consiste non solo nel numero di Paesi che hanno deciso di sottoscrivere la Dichiarazione, "strumento di alto valore politico e civile", ma soprattutto nella presentazione all'attenzione dell'Assemblea Generale delle questioni dell'abolizione della pena di morte e dell'introduzione di una moratoria delle esecuzioni. La dichiarazione e' stata presentata proprio in concomitanza con la condanna a morte a Tripoli di cinque infermiere bulgare e un medico palestinese, sentenza condannata da esponenti di tutt'Europa.


dicembre 21 2006

Il basso commissario di Marco Travaglio L’Alto Commissario per la Prevenzione e il Contrasto della Corruzione e delle Altre Forme di Illeciti nella Pubblica Amministrazione, al secolo Gianfranco Tatozzi, magistrato, si è dimesso rumorosamente dopo due anni perché - spiega - «da qualche mese ho cominciato a percepire un certo stato di isolamento professionale. Ho chiesto un colloquio al presidente del Consiglio, dal quale dipendo, ma non mi è stato concesso, e intanto sono state “esternate” una serie di iniziative in contrasto con la mia attività», tra cui lo sciagurato colpo di spugna infilato in finanziaria. Tatozzi denuncia pure la «scarsa sensibilità» delle istituzioni «verso un tema importante come la corruzione». Ora, per carità, del comma salvaladri abbiamo già detto (e pensato) il peggio possibile. Così come dell’allarmante continuità fra vecchio e nuovo governo in tema di legalità (le leggi vergogna sono tutte al loro posto e per il ministro Santagata non è il caso di «perdere tempo» a cancellarle, con tanti saluti agli elettori che si eran bevuti le promesse elettorali). Ma è curioso che Tatozzi abbia scoperto l’insensibilità dei politici sulla corruzione solo «da qualche mese». Cioè da quando Prodi ha sostituito Berlusconi. Prima invece, ai bei tempi di Previti e Dell’Utri, coglieva una ferrea volontà di combattere le tangenti. Oggi non più. I meccanismi della percezione umana, si sa, sono insondabili. Ma per comprendere meglio quelli dell’ Alto Commissario converrà riepilogare il suo curriculum. Nato all’Aquila 66 anni fa, iscritto alla corrente centrista di Unicost, a metà anni 80 Tatozzi diventa membro del Csm. Lì si segnala per un pubblico elogio di Giovanni Falcone («dovrebbero farlo senatore a vita»). Però quando si tratta di nominarlo capo dell’ufficio istruzione di Palermo, gli vota contro, spiegando che «un’eventuale scelta a favore di Falcone può essere interpretata come dichiarazione di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo, decretata da un organo (il Csm, ndr) che, politicamente irresponsabile, si arrogherebbe il potere di sospendere l’applicazione delle regole legali». Nel ’94 diventa capogabinetto al ministero della Giustizia del primo governo Berlusconi, che vanta due Guardasigilli: uno ufficiale, Alfredo Biondi, uno ufficioso, Cesare Previti. Già allora è molto sensibile al tema della corruzione. Ma è anche sbadato: quando Biondi vara il decreto salvaladri che scarcera centinaia di corrotti e corruttori, non fa una piega. Nell’ottobre ’94 Biondi & C. sguinzagliano gli ispettori contro i pool di Milano di Palermo, rei di indagare sulla corruzione e sulla mafia. Lui sempre zitto. Sotto il suo naso passano i dossier dell’assicuratore Gorrini contro Di Pietro, inviati in via Arenula grazie ai buoni uffici di Previti e di Paolo Berlusconi per attivare l’ispezione segreta che porterà il pm alle dimissioni. E Tatozzi? Neanche un plissè. Nel ’95 è capo di gabinetto del ministro Mancuso, altro specialista nella persecuzione del pool di Milano. Ma Tatozzi non dice una parola. Il silenzio, in certi casi, è d’oro. Nel ’96 per combattere meglio la corruzione, viene candidato in Abruzzo dal Polo guidato da Berlusconi, imputato di corruzione giudiziaria. Ma viene trombato e va in Cassazione. Negli anni della guerra alle «toghe rosse», qualcuno potrebbe parlare di «toga azzurra», ma non si usa. Nel 2001 il gran rientro al ministero, al seguito del secondo governo Berlusconi: prima capodipartimento Affari di Giustizia col cosiddetto ministro Castelli, nel 2004 alto commissario anticorruzione nominato dall’unico premier del mondo imputato di corruzione. Vengono in mente le battute su Dracula presidente dell’Avis o sul mostro di Firenze primario di ginecologia. Alcuni insinuano che Tatozzi fosse il candidato di Previti: lui lascia dire. Poi, a scanso di equivoci, fa sapere che a lui i politici corrotti, piuttosto numerosi nella maggioranza che l’ha scelto, non interessano: «Se il politico fa una legge e prende soldi, non mi riguarda. Mi interessa il commesso che intasca la mazzetta». Intanto il governo vara una legge salvaladri dopo l’altra: rogatorie, falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Pecorella. Lui niente: mai una parola. La ritrova quando arriva l’Unione. Si stava meglio quando si stava Previti. www.unita.it

Europa: speranze, ritardi e immobilismi - di Amir Madani - Megachip L’Europa cioè quell’ insieme di ragioni ed entità sociali politiche, economiche e geografiche ma soprattutto culturali e filosofiche tutt’ora in uno stato embrionale rimane prevalentemente una speranza. C’è l’attesa e la speranza di un parto che risulta sempre più lento e doloroso e continuamente rinviato. Ogni cittadino prima di essere europeo rimane ancora francese, italiano, tedesco… Il passaggio dall’Europa concettuale all’Europa di fatto sembra più lungo di quanto si fosse sperato. Questo stato embrionale ed il fatto che l’Europa non si propone come global player politico con una sola voce, mettono a rischio il suo futuro ma anche le speranze dei popoli, le loro istanze di riforma e la richiesta di diritti: nel Medio Oriente soprattutto. Tuttavia non fa piacere vedere che i principi repubblicani, insieme al ripudio della guerra, la politica del dialogo, il sostegno ai diritti di cittadinanza, a prescindere dalla provenienza etnico-culturale, l’unificazione volontaria degli stati basata sul diritto, il superamento di ogni tribalismo etnico e religioso, nel quadro di una civiltà scientifico-laica …. Non fa piacere che tutto questo non diventi forza politica. Eppure quei principi sono all’origine dell’Europa stessa, e sono il punto più avanzato del pensiero che l’umanità ha maturato su un territorio cosi vasto. L’ idea di Europa è maturata soprattutto dopo le due devastanti guerre mondiali e dopo secoli di guerre intestine e delle guerre coloniali dell’Ottocento e Novecento. L’Europa nasce proprio quando sembra alla vigilia del collasso finale e nasce soprattutto ripudiando la guerra. Nell’attuale quadro geopolitico la continuità di un operato pallido potrebbe essere fatale e l’origine di un declino a tutti i livelli. L’Europa rischia l’eclissi. Non il conservatorismo pieno di fobie che vede l’ “Europa Assediata” dall’immigrazione (vedi Alberto Ronchey, Corsera 3-Giu-2006) può salvarla. Né le chiusure soffocanti in una tana territoriale. In parallelo a queste visioni fobiche ci sono desideri di espansione patetici come quelli di qualche sceicco a lavoro in silenzio a Mazzara del Vallo in Sicilia, o come quelli del colonnello Gheddafi (intervista con Aljazirah de La Stampa 3-maggio-2006) che vede “i segni che preannunciano la vittoria di Allah sull’Europa senza ricorso a spade o fucili….Abbiamo in Europa cinquanta milioni di musulmani e la trasformeranno in un continente islamico fra pochi decenni ”. A opinionisti come Ronchey si può dire che l’acqua diviene melma solo quando rimane ferma, ogni fortezza prima o poi viene espugnata. A Gheddafi e i suoi simili bisogna far sapere che molti musulmani si trasferiscono in Europa spesso per sfuggire al dispotismo e all’incapacità di individui come lui. E anche se questi 50.000.000 sono musulmani, nella loro stragrande maggioranza si sentono europei e legati a quel sistema di diritti inesistente altrove. Se questi musulmani reclamano alcuni legittimi diritti -anche islamici- non è per amore di Gheddafi e affini o perché vogliano rovesciare il sistema repubblicano. Il mondo è avviato verso una tripartizione geopolitica. Accanto agli Usa cioè la massima potenza mondiale attuale ma in via di declino, c’è un’Europa come risultato dell’unificazione volontaria degli stati basati sul diritto, stati in via di ridimensionamento economico - vista la velocità dello sviluppo di altre aree. Gli Stati Uniti hanno affermato la propria leadership in nome della partnership. Ma anche se ancora non si dice ufficialmente si sa, sia nelle cancellerie ma soprattutto a livello delle opinioni pubbliche, che oramai i due poli competono e hanno interessi diversi. Accanto a questi due poli c’è il polo asiatico, con i suoi contorni in via di definizione: in gioco ci sono l'area del Pacifico (Cina), quei 3/5 dell'Eurasia (Asia Centrale-Caucaso) e del subcontinente indiano, assemblati alla Russia in via di spopolamento e all'area dell'Asia sud-occidentale (Iran – Iraq , Pakistan, e area del Golfo Persico). Su questo amplissimo fondale che oggi gravita sulla "Shanghai cooperation Organization (Sco)" si muoveranno i prossimi scenari. Una cosa è certa: il futuro sarà determinato dall’esplosione demografica e dai cambiamenti causati dalla crescita di questa area che comprende più di 3 miliardi di abitanti e che porrà seri problemi di crescita sostenibile a tutto il globo. Il polo asiatico assorbe gran parte delle poche risorse rimaste ed inquinando quanto paesi industrializzati come gli Usa, sta entrando pienamente nel ciclo produzione-consumo. Un ingresso caotico e talmente frenetico da determinare anche un cambio strutturale nell’uso e consumo degli idrocarburi. La Sco (Cina,Russia, Stati centroasiatici ex sovietici, ad eccezione del Turkmanistan), è il nocciolo del polo asiatico. La Sco è stata definita dai media dei paesi occidentali, “la Nato dell'Est”, “il nuovo Patto di Varsavia”, “il Club dei dittatori”. A parte le definizioni di carattere ideologico si sa che il polo asiatico, nella sua varietà straordinaria, non ha tradizioni di democrazia e le sue tradizioni civili sono essenzialmente basate sugli equilibri di natura socio-economica, etnico-confessionale e non su un equilibrio democratico come risultato di una convenzione sociale. Alcuni aspetti della straordinaria civiltà indoiranica , alcuni aspetti dell’induismo mistico o la filosofia e pratica di vita sufi della civiltà islamico-iranica o il Buddismo e alcuni aspetti di taoismo e shintuismo… basandosi sulla crescita della persona e dell’individuo e non basandosi sulla crescita solo materiale del Pil e del reddito personale - come avviene in tutto l’Occidente - sono per certi versi insuperabili da qualsiasi altra civiltà. Non si può però parlare di istituzioni democratiche. In tutta quest’area insieme alla domanda di “sicurezza culturale” c’è una forte domanda di democrazia. Il polo nordamericano dominato dagli Stati Uniti, essendo la massima potenza mondiale del momento, è anche protagonista di quasi tutto quel che avviene nel globo. Il voto di mid-term del novembre 2006 ha ridimensionato l’unilateralismo dello staff neoconservatore del presidente G.W.Bush. Infatti la tradizionale politica americana di free trade basata sull’abbattimento delle barriere doganali per allargare i mercati e favorire grandi gruppi americani ha il sostegno dell’establishment e i potentati che determinano gli indirizzi della politica globale Usa. Questa politica all’insegna della promozione della libertà e democrazia formale con o senza l’uso della forza mira a una capillare penetrazione per perpetuare il dominio economico, è contestata dai popoli che rivendicano i propri diritti. La politica Usa anche se è gravemente in difficoltà - vedi Iraq e Afghanistan - rimane essenzialmente ancorata a questi obbiettivi. L’Europa, matura e non giovanissima, che ha più tempo e mezzi per meditare e riflettere per ragioni ideali, culturali, storiche ma anche economiche, è la fonte di certe convinzioni (ripudio della guerra, dialogo, estensione dei diritti, la sicurezza basata non sulle armi ma sulla ricerca e sull’impegno per la giustizia distributiva e non punitiva …..) e sensibilità di respiro generale e di interesse universale ( in materia dei diritti basta accennare alla Corte della Giustizia, la sensibilità verso la questione palestinese e in materia ambientale vedi l’impegno per attuare i protocolli Kyoto) è un modello. Questi principi non hanno alternative ed i popoli non europei nelle loro anime riformiste guardano con favore a queste conquiste del pensiero. Quest’Europa purtroppo non solo tarda a nascere ma è lentissima nell’operare in quelle sfere dove già si è affermata. In particolar modo dopo l’uscita della coppia Schroder-Fisher, la semivittoria della Merkel , il potenziamento della destra gollista che si accoda calla Casa Bianca e Blair, che per conservare l’insostenibile eredità del passato rimane ancorato alla politica Usa, continua a lavorare per un’Europa subalterna agli interessi Usa. Questa Europa nonostante la coraggiosa politica di Zapatero e i saggi passi di D’Alema per riequilibrare l’asse europeo rimane sbilanciata a destra. Lo sbilanciamento si aggrava con il presidente della Commissione europea Barroso che si distingue per l’immobilismo, accompagnato ad una subalternità psicologica e pratica. Questa immobile Europa non ha potuto prendere una seria iniziativa. In Afghanistan la missione Isaf ha la partecipazione di diversi paesi europei ma rimane ostaggio della linea americana nel quadro della campagna bellica “ Enduring Freedom” e non è neanche capace di ridiscutere il mandato delle forze internazionali nella sede dell’Onu. Sulla questione del nucleare iraniano l’Europa, cedendo alle posizioni intransigenti americane, invece di lavorare sulla questione dei diritti dell’uomo gravemente limitati in Iran per avere il sostegno della società civile iraniana, ha seguito la politica e gli interessi americani lavorando per le sanzioni e rafforzando il blocco conservatore iraniano. Questa Europa, nonostante abbia parlato della necessità del multilateralismo, è stata essenzialmente rinunciataria della propria identità. Si è atteso un cambiamento a Washington con il voto di mid-term, per annunciare la fine dell’unilateralismo . In questo quadro di immobilismo dovrebbe avvenire anche l’allargamento dell’Europa . L’allargamento in sé è un fatto positivo ma in questo quadro è fonte di preoccupazione. Perchè i paesi di nuovo ingresso, come è noto a tutti, sono più legati a Washington che a Bruxelles. Votano in Europa per avere i benefici europei ma seguono la linea di Washington nell’allestire le carceri americane sul proprio territorio e collaborare a gestire Guantanamo-express. E’ necessario che l’Europa democratica si risollevi. Che lavori per un’identità europea indipendente dall’identità americana (basata anche sulla collaborazione e non necessariamente sulla competizione) . A livello di cancellerie bisogna partire dall’asse italo-spagnolo per coinvolgere i socialdemocratici tedeschi che hanno anche un piede nel governo. In questo quadro vanno sostenute le parole del ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema di isolare Al Qaeda in Iraq, ripensare ad una soluzione in Afghanistan ma soprattutto e prioritariamente, partire dalla questione palestinese. Bisogna lavorare a livello di opinioni pubbliche per la loro profonda sensibilità ai valori democratici. L’Europa deve avere proprie proposte di fronte alle imposizioni della politica Usa e impegnarsi a consolidare la cooperazione internazionale attraverso istituzioni come l’Onu, riformata e riempita di contenuti e nuovi valori.

Libia condanna a morte infermiere e medico : le reazioni europee di Mauro W. Giannini L'Europa e' scioccata dalla condanna a morte per le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese ritenuti responsabili di volontaria contaminazione con il virus dell'AIDS di centinaia di bambini, mentre scienziati di tutto il mondo affermano che ci sono le prove della presenza preesistente del virus nella struttura ospedaliera di Bengasi e scagionano quindi i sei condannati. Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, Massimo D'Alema, ha espresso ieri il proprio turbamento per la sentenza. Pur esprimendo rispetto per l'autonomia della giustizia libica, il Ministro degli Esteri ha ribadito "la piu' ferma e determinata opposizione dell' Italia alla pena di morte". D'Alema e' intervenuto personalmente sulle autorita' libiche per rivolgere un appello alla clemenza, sollecitando un intervento personale del leader libico, colonnello Gheddafi, per una sospensione della pena e per una sua successiva commutazione. La Farnesina sottolinea che l'opinione pubblica italiana guarda da tempo alla tragica condizione dei minori di Bengasi e delle loro famiglie con viva partecipazione, ed è anche per questa sensibilita' che il Governo italiano e le strutture sanitarie italiane, in spirito di amicizia e cooperazione con la Libia, hanno in questi anni, con grande impegno, contribuito a garantire - e non mancheranno di farlo anche in futuro - un' adeguata assistenza medica. D'Alema ha anche sottolineato la grande attenzione con la quale da parte italiana ed europea viene seguita questa vicenda ed auspicato che le determinazioni che il Governo libico vorra' assumere in proposito tengano conto di tale sensibilita'. Ed infatti sconcerto e condanna sono stati espressi da tutti i principali esponenti europei interessati alle questioni dei diritti umani e della giustizia. Oltre alla reazione scioccata e delusa del commissario europeo alla giustizia, liberta' e sicurezza e vicepresidente della Commissione UE Franco Frattini, e' da segnalare quella del Consiglio d'Europa - del quale la Bulgaria fa parte - che ha ribadito di opporsi alle esecuzioni capitali in tutte le circostanze e in particolare ha sottolineato ieri che il comportamento delle autorita' libiche in questo caso tragico merita una condanna particolarmente forte ed inequivocabile. Terry Davis, segretario generale del Consiglio, ha condannato decisamente il comportamento delle autorita' libiche, commentando che "i bambini contagiati da HIV non hanno guadagnato niente da questo processo-spettacolo che ha distratto l'attenzione dalla loro esigenza disperata di cure mediche e di assistenza adeguata. Egli ha invitato le autorita' libiche a liberare il personale medico e concentrarsi sull'assistenza dei bambini, ed ha detto che questa e' ora "l'unica linea di condotta decente". René van der Linden, presidente dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, ha dichiarato di essere "profondamente scosso da questa decisione", presa a fronte di una "decisa prova presentata da esperti neutrali che questi sanitari sono innocenti". Egli ha ricordato che l'Assemblea aveva da tanto tempo invitato le autorita' libiche a mettere fine a questo processo, e nella stessa direzione erano andati gli sforzi della Comunita' internazionale. "Le morti dei bambini infettati sono immensamente tristi - ha detto Van Der Linden, ma l'esecuzione di ulteriori innocenti - che sono andati in Libia allo scopo di aiutare i malati - sarebbe una pesante ingiustizia". I sei condannati, in carcere da 7 anni, erano stati condannati a morte nel maggio 2004, ma la Corte suprema libica aveva ordinato un nuovo processo, iniziato nel maggio 2006. C'e' la possibilita' di un nuovo ricorso alla Corte Suprema, ma l'opinione pubblica e i media sono contrari ai sei condannati. Intanto la Bulgaria ha intimato a Tripoli di non eseguire le condanne. www.osservatoriosullalegalita.org


dicembre 20 2006

La questione del Partito Democratico è la questione dell'incontro
tra le
culture e le esperienze politiche democratiche storiche e recenti del
Paese.
Questa consapevolezza costituiva il consapevole retroterra
dell'Ulivo '96.
Dopo il disincanto il reincanto è più difficile e certamente non basta
affidarsi
ai modelli elettorali. Credo che occorra un processo partecipato, sia
politicamente che emotivamente, per compromettere in una positiva
inerzia
gruppi dirigenti
altrimenti presi da altre , legittime, ipotesi: la campagna referendaria
può costituire un'utile metafora/strumento, in questo senso, per il
"popolo delle priimarie" e la sua articolazione in circoli e
associazioni,
che attraversano e/o sono esterni ai partiti e alle loro forme di
partecipazione.
Certamente occorrerà accompagnare la raccolta di firme per abrogare la
legge elettorale ad una sottoscrizione di richieste specifiche di quote
di
sovranità
sulle procedure di partecipazione e definizione degli indirizzi e degli
organismi di quel che sarà l'esito momentaneo, più o meno
contraddittorio,
della costituente
democratica: partito o federazione che sia. Insomma, non vorrei indicare
Veltroni per poi vedere che le segreterie, in modo autoreferenziale ed
autistico, fanno altro,
vorrei concorrere con la mia quota parte di potere decisionale.
C'è, però,
una consapevolezza preliminare che occorre avere, affinchè le cose pur
difficili divengano
possibili, Berlusconi non è la causa del disastro, bensì il prodotto più
probabile della crisi di forma, di cultura, di senso, dei partiti
popolari. Anche noi verdi, così
come la Rete, Di Pietro, i Radicali, siamo stati degli indicatori
biologici, di questa crisi. Senza questa consapevolezza si riproducono
sotto i nostri occhi tutte
le derive personalistiche e plebiscitarie, quell'essere funzione
furba ed
efficacie degli interessi particolari e non dei regolatori capaci di
gardare
all'interesse generale di queste e delle future generazioni.
Tenacia e
lucidità dunque, anche se i congressi porteranno a guardarsi i singoli
ombelichi.

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Matematica e Anarchia
Nicola

Tutta la scienza, si sa, è anarchica, non sopporta autorità di nessun tipo. La matematica, che tra le scienze è quella meno scientifica, mancando del lato sperimentale, è però anche quella più anarchica di tutte, proprio perchè il giudizio sui lavori di matematica non dipende da costosi apparati di misura, nè dal lavoro di grandi gruppi di ricerca. In matematica chiunque, anche un non matematico, può alzarsi e dire: "quel risultato è falso; quella dimostrazione non sta in piedi". Basta avere le competenze per farlo.
Giovani anarchici modenesiI primi anarchici, lo si dimentica spesso, non erano persone che aspiravano a vivere alla giornata, ma artigiani e operai altamente specializzati. Non solo i primi: l'anarchico tramviere Pinelli fu l'ultimo erede di una stirpe politica che in alcune città contava la maggioranza dei macchinisti di treno. Gli anarchici avevano il pallino, tipico degli artigiani, che chi non sa fare il lavoro non deve metterci il naso, ma chi sa ce lo può mettere sempre. Lo stesso pallino di noi matematici.
Tra i matematici non esistono gerarchie, almeno quando si parla di matematica. Esistono grandi matematici, matematici da poco e tutto quello che sta in mezzo: quello che distingue gli uni dagli altri non è una medaglia o un titolo o un grado nella gerarchia universitaria, ma l'universale riconoscimento del lavoro svolto da parte di chi lo conosce e lo apprezza, o lo disprezza. Alcuni matematici sono considerati come condottieri, ma non hanno galloni: li si riconosce come tali in virtù del loro carisma professionale e scientifico.
La maniera di lavorare della scienza, della matematica in particolare, ha dato origine a un mondo organizzato in maniera singolarmente orizzontale, a un'anarchia strutturata. Prendete per esempio il metodo con cui le riviste scientifiche scelgono i lavori da pubblicare. Si manda un lavoro a una rivista. Dopo un primo giudizio da parte del comitato editoriale, che può immediatamente respingere l'articolo come evidentemente non in linea con la rivista, il lavoro viene affidato a un recensore anonimo ("referee"), scelto tra gli esperti dell'area. Il referee, dopo aver letto l'articolo e, si suppone, dopo aver controllato la veidicità delle affermazioni in esso contenute, dà un giudizio inappellabile. L'autore dell'articolo non sa chi è il referee ed è punt odi deontologia che non lo venga mai a sapere. Da un lato questo dà al referee una libertà pressochè assoluta, dall'altro il suo lavoro, che è gratuito, non gli porta alcuna fama nè titolo. La verità della matematica che esce sulle riviste è certificata, attraverso i referee, dalla comunità matematica stessa, in forma anonima. A tutti noi capita, di tanto in tanto, di fare i referee: lavoro che ci si sobbarca senza piacere, ma che è ritenuto comunque necessario alla sopravvivenza della disciplina, e che quindi (quasi) tutti fanno senza mugugni.
Il parere del referee non mette comunque il risultato scientifico al sicuro per sempre. Basta una voce discordante in tutta la comunità matematica, un solo che dica "ho rifatto i conti e non mi tornano", o "ho un esempio che mostra come il teorema sia falso", e il risultato ritorna in discussione. Sto proprio ora scrivendo un articolo che dimostra un teorema già pubblicato, ma con una dimostrazione che, in una riga sepolta tra dieci pagine di conti, contiene un errore che manda tutto l'argomentare a remengo. Il matematico che lo ha scrisse ha una certa fama, ma quella sua dimostrazione è sbagliata al di là di ogni dubbio (mentre quella mia e dei miei collaboratori deve passare ancora al vaglio della comunità, anche se a me pare stare in piedi).
Giovani matematiciQuesta maniera di lavorare deve essere difesa continuamente, perchè ha dei nemici. Non si tratta dei referee che usano dell'anonimato per consumare le loro vendette personali (esistono, ma si tratta di casi isolati e comunque le riviste sono tante e, prima o poi, un risultato degno viene pubblicato). Si tratta, piuttosto, dei referee che fanno il loro lavoro sempre più svogliatamente, per esempio senza controllare le dimostrazioni. Anche perchè, va detto, la lunghezza e la complessità degli articoli cresce a continuamente, così come la pressione a pubblicare, e il tempo che rimane per recensioni è quello che è. C'è poi il fatto che chi utilizza un teorema di un altro per dimostrarne uno proprio, non sempre controlla (per le stesse ragioni) la veridicità dello strumento che si utilizza, violando una regola deontologica accettata a parole, ma spesso rifiutata nei fatti. Così viene meno, alcune volte, quel continuo, orizzontale controllo della verità dei teoremi che, da Euclide ai giorni nostri, ha garantito la solidità della matematica in ogni sua parte. E di cui, in attesa di programmi per computer che verifichino delle dimostrazioni o di un un "istituto per la certificazione della verità in matematica" (governato da chi? pagato da chi? sottoposto a quali controlli?), non si può assolutamente fare a meno.
Un altro nemico della orizzontalità in matematica è la crescente concentrazione tra pochi editori delle riviste di matematica di un certo peso, e anche di quelle meno importanti; concentrazione che avviene acquistando le riviste che una volta venivano pubblicate da un'università o da un istituto pubblico di ricerca. Questi editori perseguono la massimizzazione di alcuni parametri quantitativi (l'"impact factor", che dovrebbe misurare l'impatto di una pubblicazione sul mondo della ricerca), che poco o nulla hanno a che fare con il valore e con l'utilità della ricerca in sè. L'impact factor è un altro nemico dell'orizzontalità, ma è comodo per prendere decisioni rapide e "oggettive" (chi assumere, a chi dare i fondi per la ricerca) e sta quindi prendendo sempre più piede.
D'altra parte, l'avvento di Internet ha liberato i matematici dal vincolo della pubblicazione su rivista. Cascuno può mettere in rete i propri risultati su grandi depositi di dattiloscritti (arxiv è il più famoso), che diventano altrettante mega-riviste di libero e gratuito accesso sia in scrittura che in lettura, a cui ormai ci si rivolge per leggere quello che c'è in giro nel proprio campo. Questa parrebbe la vittoria definitiva dell'orizzontalità e dell'anarchia, ma manca per ora ogni controllo di veridicità sul materiale pubblicato: arxiv non sottopone i propri articoli a dei referee. In attesa di una struttura più in stile wikipedia (ma qui non si tratta di correggere una voce d'enciclopedia, bensì di passare giorni o settimane a spulciare il lavoro altrui senza tornaconto alcuno), la certificazione della pubblicazione in rivista è ancora necessaria.www.ulivoselvatico.org


Berlusconi operato per problemi di cuore in America. Non si fidava di Stranamore

E noi che c'eravamo preoccupati! Quello di Montecatini era un semplice coccolone. Altro che polonio nell'acqua. Però potevano dircelo. Cavolo, peggio della disinformacija sovietica. Sì, insomma, noi poveri redattori di Giuda dovremmo sapere una cosa: è immortale o no? Se non è immortale ci tocca anche scrivere il suo caimano. Oops. Il suo coccodrillo.

CLEVELAND – Col senno di poi va a finire che uno se lo chiede davvero: ma Scapagnini è medico? No perché secondo lui il Cavaliere il mese scorso ha avuto un leggero calo di pressione. E mo' si scopre che quello poteva pure restarci secco. Comunque tutto è bene quel che finisce bene. Tanto più che a Montecatini hanno finalmente smesso di comprare la Ferrarelle.

Problemi di cuore. C'era il dottor Stranamore, ma si è scoperto che esercitava abusivamente anche lui e che aspettava una legge ad personam dalla scorsa legislatura. A Retequattro ci sono rimasti un po' male. Infatti adesso che Berlusconi è lontano e malato hanno lanciato uno strano promo. Ogni tanto parte uno stacchetto ('All you need is love... poroppopopopò...') e appare Fede in gramaglie.

L'operazione è andata talmente bene che il leader di Forza Italia ne ha approfittato per farsi anche un lifting. Ma insomma, chi l'ha salvato? Qua bisogna precostituire le prove. L'enigma dovrebbe essere ormai risolto. La volta scorsa, svegliandosi, aveva visto un medico con la barba e lo aveva scambiato per bin Laden. Adesso lo ha rivisto in sala operatoria con un berretto rosso bordato di pelo. È un certo professor Natale. Per festeggiare la riuscita dell'intervento sarebbero andati a mangiare la renna affumicata insieme a una carampana finlandese con la quale si dice che un tempo ci fosse del tenero (renna a parte).

'Cribbio!' avrebbe esclamato l'ex premier chiamando Casini in diretta a Ballarò 'Vieni subito: questa roba è meglio del vitello grasso!'. Seeeh, Casini se ne frega assai di vitelli. Ieri stava quasi per ricorrere al tribunale: voleva chiedere il permesso di staccargli la spina. Ma poi ci ha riflettuto e ha pensato che poteva sembrare un tantino incoerente. Quasi come se lui fosse divorziato, convivente e contrario ai Pacs, te l'immagini...

Per il resto, tanti messaggi di solidarietà. Commoventi quelli del centrosinistra, perché (siamo in disaccordo con Cesa) non è solo l'opposizione che ha bisogno del contributo umano e politico del grande leader. Prodi: 'Silvio, torna presto, ti voglio bene'. Rutelli: 'Sei troooppo gajardo, 'n combattente, ahò!'. D'Alema: 'Dai, torna, ti facciamo senatore a vita. Che ho detto?'. Nel centrodestra il più disperato è quel poveraccio di Umberto Bossi. L'altro ieri ha esalato l'ultimo respiro per fargli gli auguri, e per tutta risposta quell'ingrato si è pure toccato le palle.www.giuda.it


Coniugare mercato e stato sociale

Una serie di post sulla Germania: alcuni giorni addietro, Fastidio si è occupato delle curve pensionistiche. Ieri PiGi della sempre più complessa riforma della sanità. Oggi tocca ad una statistica molto interessante pubblicata da un istituto di analisi berlinese sulle spese sociali dei vari Länder:
La prospettiva tedesca su uno dei temi più caldi degli ultimi decenni, e cioè lo snellimento dello stato sociale, è senza dubbio unica, per cultura metodo e risultati. Mentre molti stati anglosassoni ed ex-sovietici si sono spinti molto nella direzione delle politiche liberiste, la Germania è rimasta ancorata ad uno stato sociale pesante e con una serie di storture, non ultima il "permettersi" una quota di disoccupati molto elevata.
La questione si gioca intorno al concetto stesso di socialità, intesa come supporto ai più deboli e ridistribuzione del reddito; da destra si direbbe "le tasse e la burocrazia". Quello che però è curioso è il fatto che in Germania c'è una ricetta che sembra mettere d'accordo sullo stesso piatto Friedman e Marx. Creazione a ritmi notevoli di ricchezza e tasse elevate. Quello che spesso si dice del modello svedese, però qui applicato ad una base numerica decisamente più grande.
È della settimana scorsa la pubblicazione (anche il pdf è in tedesco) di uno studio su "quanto sociali" sono le regioni tedesche; ne è venuto fuori un dato notevole: le due regioni del Süd, le due regioni governate da sempre dalla destra sociale tedesca, non sono solo le più ricche, con PIL da est asiatico, redditi maggiori degli USA e disoccupazione quasi nulla. Sono anche le più sociali, quelle che offrono ottime possibilità di inserimento e di studio, quelle con meno povertà, quelle in cui c'e' meno differenza di salario tra uomini e donne, con il maggior numero di asili, con più bambini, ...
A dispetto di cassandre e di editorialisti che riportano e commentano solo le notizie quando sono di un certo tipo, esiste e prospera un modello sociale in cui stato e mercato vivono insieme sulla base di fondamentali valori umani di solidarietà. In cui al primo posto è la produzione della ricchezza, ma al secondo c'è la sua distribuzione secondo criteri di equità sociale accettati da tutti; non prima la distribuzione e poi la produzione, errore tipico della sinistra massimalista; ma neanche la sola produzione, errore della destra liberista. Che questo rispecchi anche il fatto che le due regioni sono quelle in cui la religiosità cristiana sia la più sentita, è anche un dato di fatto correlabile al 100% con i risultati di cui sopra; perchè il forte richiamo alla centralità dell'uomo e del sociale rimane uno dei valori più universali espressi dal cristianesimo.
È una tradizione pressocchè inesistente in Italia, sia culturalmente che come risultati economici: forse dal punto di vista economico può essere assimilata al modello lombardo e veneto, ma dal punto di vista sociale non ha termini di paragone pratici; dal punto di vista dell'elaborazione teorica, permettetemi la forzatura, si può ritenere vicina al concetto sviluppato negli anni '70 da Moro e Berlinguer, noto come cattocomunista. In Italia assunse una valenza negativa, nel senso dell'occupazione del potere da destra e da sinistra contemporaneamente; in realtà il modello ha avuto una brevissima stagione politica e non si è espresso dal punto di vista economico sul lungo termine.
PS: il rapporto rispecchia al 100% al sensazione curiosa che il sottoscritto ha da quando vive e lavora qui: e cioè di pagare tante ma proprio tante tasse; ma di esserne soddisfatto.http://carlettodarwin.blogspot.com/

Prodi concorda l´agenda sulle riforme, ma la cabina di regia non ci sarà (u.r.) la Repubblica ROMA - A consulto dal premier. Apre Fassino, chiude in serata Padoa-Schioppa, nel corso della giornata colloqui con Rutelli. Prodi mette a punto l´agenda delle riforme. L´idea che prende forma dai colloqui è quella di definire i contorni del progetto in un vertice di maggioranza, probabilmente a metà gennaio, e che potrebbe essere accompagnato anche da un nuovo conclave "stile" San Martino in Campo (l´incontro dei leader del centrosinistra per lavorare al programma di governo). Silvio Sircana, portavoce del premier, non conferma e si limita a spiegare che «ci sono tante idee allo studio ma nessuna convocazione». Ma, privilegiando l´ipotesi di incontri collegiali, sembra perdere quota la "cabina di regia" riformista, che del resto ha scatenato le dure reazioni del Prc, che si sente minacciato dall´asse Ds-Margherita. Da Fausto Bertinotti solo una battuta secca, «Rifondazione è un partito forte ed autorevole» (con l´aggiunta che sulle pensioni è «ragionevole coinvolgere i diretti interessati»), ma vale a rendere bene tutta la contrarietà del presidente della Camera all´operazione "cabina di regia". Affondata poi esplicitamente dal capogruppo alla Camera, Gennaro Migliore: «Il timone riformista ci porterebbe al disastro, dobbiamo rilanciare lo spirito della coalizione». Rifondazione punta piuttosto a aprire un tavolo diretto con i sindacati, a metà gennaio Giordano presenterà il pacchetto del partito. Ma pure Fabio Mussi, leader del correntone ds, boccia la proposta. Così: «Una bufala, un governo si regge su un programma». Il giro di colloqui di Prodi è cominciato con Piero Fassino, arrivato all´ora della prima colazione a Palazzo Chigi. Clima disteso (anche grazie al sondaggio pubblicato dal Corsera che dà il governo in recupero di sei punti) ma incontro delicato dopo le incomprensioni dei giorni scorsi sulla "fase 2". Alla fine, freddezza che si scioglie, e sintonia ritrovata fra premier e segretario ds. Attorno ad una parola-chiave: concertazione. La stagione che si apre a gennaio - e che ruoterà attorno alla riforma delle pensioni, liberalizzazioni e riforma del pubblico impiego - dovrà procedere senza strappi, cercando il massimo consenso. Come ha spiegato Fassino «va costruita con i cittadini e con il confronto con imprenditori e sindacati». Per evitare certi errori di questa prima fase e per rilanciare l´azione di governo, «attenzione - avverte Fassino - a non farsi cucire addosso un´etichetta sbagliata, ovvero riforme uguale tagli». Sulla stessa lunghezza d´onda anche Francesco Rutelli, che pure ancora non sembra abbandonare del tutto l´idea della "cabina di regia". Lo ha spiegato ai suoi, in una riunione della Margherita, «non chiamiamolo timone riformista, ma anche Blair nel suo governo ha creato uno strumento di consulenza, il policy unit, sulle riforme più importanti».

Lo scandalo della Finanziaria abruzzese La storia 16 milioni di euro dalle casse pubbliche per pagare clientele e lobbies. Così la Fira è diventata una vacca da mungere. Un'inchiesta che punta in alto Oltre 16 milioni di euro usciti dalle casse pubbliche per sponsorizzare clientele e lobbies «succhiadenaro». Finanziamenti che dovevano servire a far sviluppare l'economia regionale hanno fatto la ricchezza di amici, parenti e compari. E' una storia di imbrogli e intrighi portati avanti per anni all'interno della Regione, quella che sta venendo fuori in Abruzzo. Un sistema di favori ritenuto inattaccabile, che ha vissuto momenti «d'oro» con il passato governo di centrodestra, guidato da Giovanni Pace, e che ha toccato anche quello attuale di centrosinistra. Ma che ora la procura di Pescara sta portando a galla. Agli arresti sono al momento finiti in undici. Tra questi Giancarlo Masciarelli, già potentissimo e inavvicinabile presidente della Finanziaria regionale (Fira), e Vincenzo Trozzi, commercialista ed ex marito della figlia dell'ex governatore e onorevole di An Pace. Associazione per delinquere finalizzata alla truffa nei confronti della Regione e dell'Ue, falso, malversazione di contributi pubblici, corruzione: queste le accuse rivolte al gruppetto, che avrebbe trasformato la società finanziaria della Regione in un'azienda privata. Ci sono, inoltre, 45 indagati e 34 denunciati, per lo più di titolari di ditte che hanno goduto di benevolenze e agevolazioni. Il vertice dell'organizzazione, secondo gli inquirenti, era Giancarlo Masciarelli, presidente della Fira dal 2002 al 2004 e che poi, con l'arrivo di Ottaviano Del Turco, ha continuato a operare come consulente in Regione, infilando le mani nel settore della sanità, nelle cartolarizzazioni e sembra anche negli appalti delle Asl. Masciarelli fu ingaggiato alla Fira su suggerimento dell'ex assessore regionale Vito Domenici, pur non possedendo i requisiti minimi richiesti. Col tempo avrebbe creato un «sodalizio criminale» allo scopo di ottenere e far recapitare illecitamente cospicue somme a società «elette», anche intestate a suoi familiari e a congiunti. La distrazione fraudolenta dei fondi Docup è stata possibile poiché Masciarelli aveva il totale controllo della Fira e riusciva ad esautorare dirigenti e dipendenti che avrebbero dovuto monitorare e verificare le pratiche ed esprimere pareri. E così, via libera a false attestazioni di progetti in realtà inesistenti, dichiarazioni fasulle sull'apertura di sedi aziendali in aree all'interno del cosiddetto «Obiettivo 2», fatture false o gonfiate che poi figuravano anche in differenti richieste di contribuzione, duplicandone il rimborso. Tutto ciò avrebbe fruttato 18 milioni di euro, due dei quali sono stati recuperati. Una pioggia di denaro andata a un nugolo di società, passando anche per Svizzera, Gran Bretagna e San Marino. Molte delle imprese sono fantasma e sarebbero state costituite appositamente. Come, ad esempio, quelle di Marco Picciotti, ai vertici di una decina di srl tutte con sede nel piccolissimo comune di Bomba (Ch), dove non è stata trovata traccia di attività. Con questo espediente l'imprenditore sarebbe riuscito ad accaparrarsi circa 2 milioni 700 mila euro. Per ricambiare il favore, avrebbe regalato a Masciarelli due Bmw 530 e 730 e la «Lupo», una splendida barca servita per più di una gita alla volta del Danubio. C'è pure un piccolo giallo. Masciarelli e Picciotti, rinchiusi in isolamento a Pescara, sono stati invece trovati nella stessa cella dal sostituto pm Filippo Guerra, andato per gli interrogatori. I due per una settimana hanno potuto chiacchierare e confrontarsi e inquinare le prove. Lapidario il commento del procuratore capo Nicola Trifuoggi: «In tanti anni di carriera un fatto del genere non mi era mai capitato». I parlamentari del Prc Giuseppe Di Lello e Maurizio Acerbo hanno chiesto l'intervento del ministro Mastella.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Dicembre-2006/art41.html

Il testimone padre Sorge A Piacenza il direttore di "Aggiornamenti sociali" Sotto la sua lente la società italiana -------------------------------------------------------------------------------- Padre Bartolomeo Sorge. Un incontro alla Cattolica, dove è venuto per una lezione su Politica, democrazia e Costituzione al Corso di Formazione "Cives". C'è un po' d'emozione nel conoscere quest'uomo che ha vissuto da protagonista la "Primavera di Palermo", che ha attraversato con uno sguardo attento e particolarmente serio sia la via politica italiana sia il mondo cattolico e la Chiesa. Sa di storia la vita di questo personaggio, gesuita, ordinato nel 1958, direttore per 12 anni della rivista "La Civiltà Cattolica", poi lunghi anni A Palermo, direttore del Centro Studi dei gesuiti e dell'Istituto di formazione politica "Pedro Arrupe", da lui fondato nel 1986, e attualmente da dieci anni direttore della rivista "Aggiornamenti Sociali", un mensile di ricerca e d'intervento sociale della Compagnia di Gesù, nato nel 1950. Affronta i problemi dell'attualità sociale, politica, economica e culturale proponendone una lettura critica e suggerendo orientamenti operativi, alla luce sia dei risultati di un'analisi scientifica della realtà, sia degli insegnamenti sociali della Chiesa. Redatta da un gruppo di gesuiti e di laici, impegnati nei Centri Studi Sociali di Milano e di Palermo, con la collaborazione di esperti qualificati nelle varie discipline, la rivista promuove la cooperazione e l'integrazione tra Nord e Sud del Paese, favorendo sia lo scambio di conoscenze e d'idee, sia comuni iniziative di natura culturale e sociale. Sorge è autore anche di numerosi libri che spesso hanno riscosso un notevole successo di critica, quali "La ricomposizione dell'area cattolica in Italia", "Uscire dal Tempio", "L'Ulivo che verrà. Un nuovo progetto per l'Italia", "Tempo di osare. L'area popolare democratica. Un progetto e un movimento", "Quale Italia vogliamo?". Cosa ricorda della sua esperienza siciliana, di quel periodo che viene definito la Primavera di Palermo? «Quell'esperienza è nata in un periodo molto particolare; la ritengo perciò irripetibile. Erano gli anni della mafia sanguinaria, dell'attacco al cuore dello Stato. Palermo visse a lungo in ebollizione, ferita e quasi rassegnata, finché un giorno si risvegliò la società civile. L'assassinio di Falcone e Borsellino fu la scintilla che fece divampare l'incendio. La "primavera di Palermo" fu una reazione di popolo contro il giogo della mafia. Ricordo l'indignazione dei giovani, la voglia di riscatto, il bisogno di sentirsi veri, autentici, di tanti, tantissimi palermitani. Fu la gente comune a sollevarsi, stendendo lenzuola bianche alle finestre dei quartieri popolari, formando una catena umana lunga due o tre chilometri, che attraversò la città in lungo e largo al grido di "Basta con la mafia!". Quanta differenza dal primo incontro che ebbi poco dopo il mio arrivo, qualche anno prima, quando una donna mi fermò per strada, mi ringraziò perché "ero venuto a stare in una città da cui molti invece fuggivano", ma si guardò bene intorno prima di pronunciare la parola "mafia" abbassando voce... Finché finalmente un giorno si mosse la gente. Fu una vera rivolta morale, di cui ancora si parla anche fuori d'Italia. Pensi che nel maggio scorso sono stato invitato a Mosca a tenere una conferenza proprio sull'esperienza palermitana. In Russia, infatti, hanno problemi molto simili a quelli con i quali ci siamo confrontati in Sicilia, e studiano con interesse il nostro caso e il nostro comportamento. Di quegli anni, difficili e belli, mi rimane soprattutto la grata memoria della scorta che, mio malgrado, mi venne assegnata dal Ministro dell'Interno. Ricordo con gratitudine i bravi giovani della Digos, molto ben preparati, che non mi lasciavano mai. Un ricordo particolare mi lega al caposcorta, Agostino Catalano, papà di tre figli, che saltò in aria con il giudice Borsellino. Io mi trovavo all'estero, e Agostino, che aveva fatto coincidere le sue ferie con la mia assenza, si offrì spontaneamente ad accompagnare Borsellino, perché quel giorno mancava personale. Pagò con la vita la sua innata generosità. Sono riconoscente al Signore che mi ha concesso di impegnarmi a Palermo con i miei confratelli dell'Istituto Arrupe per aiutare la gente a vincere la paura, per trasmettere fiducia e ideali grandi soprattutto ai giovani, per rinnovare il tessuto sociale e culturale di una città bella, grande e ferita. In quel periodo non mancarono, certo, episodi un po' strani o quanto meno inusuali. Per esempio, un giorno ero andato a tenere una conferenza in una città, dove passai la notte, sempre guardato a vista dalla scorta. Chiesi di poter celebrare la Messa presto, la mattina dopo, prima di ripartire. Il Parroco, molto zelante, mi aprì la Chiesa alle cinque e mezzo, e io celebrai nella Chiesa vuota, assistito dal parroco e dai cinque uomini di scorta armati di fucile mitragliatore? Povero Gesù, pensai, guardato a vista anche lui! Questa era la Sicilia di quegli anni. Oggi la mafia agisce sotto traccia, non credo punti più apertamente al cuore dello Stato, pensa piuttosto a fare i propri affari illeciti, a riciclare denaro sporco, a gestire il traffico della droga, a controllare il territorio. Il fatto è che occorrerebbe valorizzare il Sud del Paese, favorire le eccellenze e le intelligenze che nel Mezzogiorno sono tante e si sprecano. Mi ribello al pensiero che per il solo fatto di essere nato a Palermo o a Napoli, anziché a Milano o a Genova, un giovane sia condannato a essere un cittadino di serie B per tutta la vita. Troppo silenzio circonda ancora il nostro Sud, pieno invece di grandi risorse e di futuro». Effettivamente, il Paese oggi è diviso e c'è indifferenza se non intolleranza verso i problemi del Sud. Che cosa pensa in proposito? «Non sono mancate sia al Sud, sia al Nord reazioni diverse, ma assai discutibili. Mi riferisco in particolare alla "Rete" di Leoluca Orlando e, in parallelo, alla Lega Nord di Bossi. Due reazioni a forte inclinazione locale, per cui non aveva senso tentare - come i due leader invece hanno provato - di diffonderle a livello nazionale. Ho sempre giudicato uguali le due esperienze. Se non ci fossero state, andavano inventate. Perché era importante che questi movimenti di denuncia esplodessero. Un po' come la febbre: se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Infatti, essa denuncia la presenza di una patologia nell'organismo. Senza la febbre non ce ne accorgeremmo e potremmo anche morire. Ma l'errore è confondere la denuncia con la terapia. La febbre denuncia il male, ma non lo cura; e poi, una volta eliminata la patologia, la febbre è destinata a scomparire. Ciò è già avvenuto con la "Rete" e accadrà, prima o poi, anche con la Lega Nord. In realtà, in una società pluralistica la democrazia matura sta nel vivere uniti nel rispetto della diversità. Per cui, una città o una società razzista, xenofoba ed egoista è democraticamente immatura. Occorre imparare a fare unità nel rispetto delle pluralità. Il pluralismo e le diversità non sono un male, ma una ricchezza». Qual è il suo pensiero a proposito di Berlusconi? «Quello che più mi preoccupava in lui come premier era il fatto che ispirasse il suo programma alla cultura neo-liberista. Infatti, questa cultura politica è inadeguata in sé a risolvere i problemi di un Paese a due velocità com'è l'Italia. Finisce ineluttabilmente con il favorire i ceti medio-alti a scapito dei ceti sociali più poveri, il Centro-Nord a scapito del Sud. Ciò è nella logica del sistema: una logica che contesta la funzione dello Stato nella tutela de più deboli, che subordina la solidarietà al profitto, alla efficienza e alla competitività. Perciò anche la Dottrina Sociale della Chiesa è sempre stata critica verso le varie forme di liberismo, vecchio e nuovo, proprio per ragioni etiche e culturali, oltre che economiche e politiche. Su posizioni opposte si pone invece, per esempio, il centrosinistra, che si ispira a una cultura politica solidale. Però per rendersi conto di quanto noi italiani siamo lontani da questa cultura basta vedere le reazioni scomposte che rendono arduo e accidentato il cammino della finanziaria. Il problema è che noi italiani viviamo di fatto al di sopra delle nostre possibilità: è difficile rendersene conto e ancor più difficile far qualche passo indietro. Eppure, se vogliamo restare in Europa, è necessario affrontare i sacrifici necessari, in vista del bene comune. Forse quello che è mancato all'attuale Governo è riuscire a spiegare ai cittadini perché dobbiamo tutti fare un passo indietro. La nostra gente, come ha dimostrato tante volte, è pronta ad affrontare sacrifici, ma (giustamente) vuol capire, in primo luogo, perché li deve fare e, in secondo luogo, vuol vedere che li facciano tutti indistintamente e non solo alcuni. Detto questo, non c'è dubbio che gli obiettivi di riequilibrio dei conti pubblici, della ridistribuzione del reddito a favore dei ceti meno favoriti, e di promozione dello sviluppo siano in sé buoni e da perseguire con coraggio». Perché tanta litigiosità tra i poli, litigiosità che poi si trasmette indirettamente anche a livello sociale? «La dialettica è il sale della politica. La litigiosità invece rappresenta l'immaturità della politica. Le risse da bar espresse attraverso un linguaggio volgare sono espressione di immaturità, mentre la dialettica politica, anche quando è serrata, è espressione di maturità civile. Raramente i grandi personaggi politici perdono il dominio di sé e l'equilibrio. Poi si deve anche dire che l'eccessiva frammentazione all'interno di entrambi i poli non contribuisce certo a rendere tranquilla la navigazione?». A proposito di personaggi della politica, Lei ha conosciuti tanti esponenti del mondo dei partiti e delle istituzioni, chi ricorda con maggiore affetto? «Difficile fare liste o paragoni. Il rischio è quello di dimenticare qualcuno. Penso a Sandro Pertini. Lo conobbi quando era presidente della Repubblica nel periodo in cui io dirigevo "La Civiltà Cattolica". Pertini leggeva la rivista e seguiva da vicino quanto andavamo pubblicando. Più di una volta mi chiamò al telefono per incoraggiarmi. Un giorno mi invitò a pranzo al Quirinale. Eravamo solo noi due. Era ancora turbato dalla visita che aveva fatto alla salma di un carabiniere ucciso dalle Brigate Rosse. Nelle due ore che passammo insieme, mi disse che non era credente, ma "se Dio c'è - aggiunse - io non sono lontano da lui". Mi raccontò nei dettagli il suo incontro con Papa Giovanni Paolo II. Era rimasto molto sorpreso, perché - mi disse - "il Papa non ha cercato di convertirmi!" Ne parlava con pudore. Mi disse che ogni mattina, svegliandosi, faceva l'esame di coscienza e se doveva chiedere scusa a qualcuno subito provvedeva a farlo. Poi aggiunse: "Ho detto anche a Giovanni Paolo II che io seguo sempre la mia coscienza. Lui mi ha toccato un braccio con la sua mano e mi ha detto: Bene. Segua sempre la sua coscienza, perché la coscienza è trascendenza". "Non può credere, Padre - concluse Pertini - quante volte faccio la meditazione su queste parole del Papa!". Ho ammirato sempre la rettitudine di Pertini. Potrei fare il nome di un altro "laico", Giovanni Spadolini, che ebbi modo di avvicinare più volte. Per non parlare di tanti cattolici esemplari, da Vittorio Bachelet a Benigno Zaccagnini, al sen. Giovanni Spagnolli, presidente del Senato dal 1973 al 1976, che seguii spiritualmente per molti anni. Sono personaggi che hanno vissuto la politica non come una professione, ma come una vocazione». Dove va la Chiesa italiana in questi tormentati anni Duemila? «Ho letto e studiato con molta attenzione il discorso fatto da Benedetto XVI al Convegno ecclesiale nazionale di Verona. Non vorrei sbagliare, ma mettendo insieme le cose da lui dette a Verona, con il messaggio contenuto nell'enciclica Deus caritas est e con alcuni altri suoi discorsi, è già possibile intravedere le linee lungo le quali il Papa sta orientando la Chiesa italiana. Non è un caso che a Verona abbia iniziato col dire che per la Chiesa italiana si apriva una "nuova tappa" nel cammino postconciliare, iniziato ormai tanti anni fa. Paolo VI aveva insistito, subito dopo il Concilio, sulla "scelta religiosa"; Papa Wojtyla, con sensibilità diversa da Papa Montini, condusse a vedere la Chiesa piuttosto "forza sociale"; ora Benedetto XVI chiede alla Chiesa italiana di fare un ulteriore passo in avanti: di esercitare una "testimonianza" della carità di alto profilo. E, dopo aver ribadito il primato dell'amore per i poveri e per gli emarginati di ogni tipo, indica come altra forma "alta" di carità l'assunzione di responsabilità civili e politiche da parte dei fedeli laici. La Gerarchia non può né deve fare politica - ribadisce -, ma tocca ai laici debitamente formati assumersi le proprie responsabilità nel rispetto della laicità della politica, del pluralismo e delle regole democratiche. Benedetto XVI a Verona ha preso, quindi, da Giovanni Paolo II il concetto della Chiesa come ruolo-guida ed efficacia trainante, ma - come ama ripetere - ciò dovrà avvenire attraverso la testimonianza della fede, di una fede che purifica la ragione e rafforza le energie morali e ideali. In conclusione, a quarant'anni dalla fine del Concilio, questo straordinario evento ecumenico conserva tutta la sua forza propulsiva e continua a essere la bussola della Chiesa nel suo cammino, al servizio della pace e della civiltà dell'amore». http://www.liberta.it/asp/default.asp?IDG=612188508&H=

Television Impossible di mimmolombezzi Prima puntata : utili esercizi Andare sul sito www.lucacoscioni.it/welby/messaggi.php e leggere i messaggi a Piergiorgio Welby. Immaginare che cosa accadrebbe se il cammino verso la morte (più che l'agonia) di Welby venisse seguito dalla tv come venne seguito quello di Giovanni Paolo II e immaginare che durante questo percorso venissero letti tutti i messaggi che stanno arrivando. Forse alla fine nessuno urlerebbe "santo subito!" - Welby sarebbe il primo a non gradire - ma forse questo paese ne uscirebbe migliore perché capirebbe: 1) che esistono laici capaci di trasformare la sofferenza in un atto di testimonianza ancora piu' grande di quello compiuto del papa polacco perché avrebbe potuto "staccare la spina" molto prima; 2) che esitono ancora dei "patrioti" nel senso che la parola ebbe durante il risorgimento o a Cefalonia; 3) che intorno a capezzale di Welby ci stiamo giocando l'unica libertà che non puo' essere strappata a nessuno: quella di morire dignitosamente. Detto cio' capirete da soli che una trasmissione del genere in Italia é piu' intrasmettibile (piu' "eversiva") di "Bella ciao" , di "Fascist legacy" , dell'ultima intervista a Borsellino o della battaglia di Falluja. http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=16424 Mimmo Lombezzi

A lezione da Ségolène E. S., Socialismi in Europa Ha fatto scalpore negli ambienti politici francesi la recente riunione politica del Psf, dove la candidata all'Eliseo ha esposto ai quadri del partito la strategia della sua campagna elettorale. Intanto a Parigi incontro tra Ds e socialisti francesi Narrano le cronache francesi di sorpresa e incredulità tra quei dirigenti politici del Psf, partecipanti alla riunione organizzativa tenutasi nei giorni scorsi per tracciare le linee guida della prossima campagna elettorale che vedrà protagonista Ségolène Royal, candidata all'Eliseo dopo aver stravinto le primarie della sua componente partitica il cui segretario, è bene non dimenticarlo, è il marito della stessa Ségolène, François