ulivo velletri


gennaio 31 2007

La lettera della moglie di Berlusconi è una cagata pazzesca



A lor signori che ogni giorno ci fanno due palle così sulla difesa della famiglia, anzi della famiglia tradizionale, e a coloro i quali auspicano il "potenziamento" delle famiglie, ai Casini, ai Berlusconi ai Baccini chiedo se le loro sono famiglie normali e tradizionali. Una famiglia nella quale il marito spara cazzate in diretta TV e la moglie risponde scrivendo una lettera a Ezio Mauro. Ma non vi vergognate? La mia famiglia sarà diversa e non avrò bisogno che voi me la potenziate. Potenziatevi le vostre, sembrano averne bisogno. E smettetela di parlare di questi temi solo per interesse elettorale.

mario b http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/

Veronica va alla guerra

 

La signora Veronica Lario è una figura che mi ha sempre stupito. Perché, da quel poco che si sa di lei, cioè che è una donna riservata, appassionata di filosofia e aliena dalla mondanità, mi sono sempre chiesta come diavolo faccia a sopportare un marito come Berlusconi.  Lei, all’ombra di alberi secolari, ammantata di chiffon ottocenteschi, a leggere tomi di storia delle religioni, lui sulla spiaggia, in bandana, a organizzare feste con Apicella in stile Bilionaire. Se è vero che Dio li fa e poi li accoppia, vien da dire che a volte i criteri dell’appaiamento risultano davvero imponderabili.


Di rospi in questi anni deve averne mandati giù parecchi. Già deve essere dura sopportarsi a pranzo Baget Bozzo, Bondi che scodinzola per casa e tutta quella pletora di deputaticchi che immagino stazioni ad Arcore in pianta più o meno permanente. Ma ancor peggio dev’essere, per chi non ama i riflettori, trovarsi un giorno sulla bocca di tutt’Europa perché tuo marito racconta, con tono salace, ad un incolpevole ministro straniero in visita diplomatica che tu avresti una liason più o meno ufficiale con un filosofo di grido, e ne ridacchia pure. Ho sempre avuto il sospetto che il lifting di Berlusconi fosse dovuto al fatto che Veronica gli aveva ammollato qualche sberla. Perché se Berlusca voleva dimostrare che si può essere (presunti) cornuti e contenti, non credo che alla signora Veronica sentirsi dare della (presunta) puttana in eurovisione possa aver fatto tanto piacere.


Ma a tutto c’è un limite, evidentemente. E così quando ha sentito il marito, per l’ennesima volta, in pubblico, fare apprezzamenti pesanti su altre signore,  a cui sussurrava che le avrebbe sposate se, mannaggia, non fosse già legato mani e piedi alla Veronica, la Veronica, stavolta, si è giustamente incazzata. E per punire il marito ha scelto un’arma impropria, ma efficacissima. Non ha fatto scenate. Non ha ingombrato l’atrio di Arcore con valige e bauletti gridando “Torno da mia madre!”. Non si è fatta sorprendere in lacrime da una troupe della Vita in Diretta.


Fredda, compassata e chic, ma con piglio da consumato esperto di tattica, ha preso in mano la penna e ha scritto una lettera ferocemente gelida alla Repubblica. In cui dice una cosa semplice: mio marito mi deve delle scuse. Non solo perché è mio marito, ma anche perché è un personaggio pubblico e un rappresentante delle istituzioni. E, come tale, non può sparare a caso la prima cosa che gli passa per la testa. Perché la battuta più insignificante, che detta da un altro sarebbe solo una uscita infelice e grassoccia, in bocca a chi ricopre e ha ricoperto un ruolo pubblico assume un peso diverso. Diventa offensiva ed ingiustificabile, lesiva della dignità di intere categorie sociali. Le mogli, le donne, gli italiani civili in genere.
Per cui grazie, signora Veronica. A nome di tutte le segretarie poco carine ma efficienti che riescono comunque a trovare posto negli uffici. A nome di tutti gli islamici che non ritengono di far parte di una civiltà inferiore. A nome di tutti quelli che non votano Berlusconi e non si sentono comunque del tutto coglioni. A nome dei dipendenti pubblici che non hanno scelto il centrodestra, ma non si ritengono per questo infami traditori della patria. A nome dei cassaintegrati che non accettano lavoretti in nero per arrotondare. A nome degli imprenditori che pagano le tasse dovute (ce ne sono, in Italia si trova di tutto!). A nome degli eurodeputati che non vorrebbero sentirsi dare del kapò nazista solo perché si chiamano Schultz…devo continuare?http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/


È un concetto semplice, eppure il suo Silvio proprio non lo recepisce. Non ci arriva. Ma forse ora che se lo sentirà spiegare da lei, signora, e dalle pagine di Repubblica, nero su bianco, magari se lo fa entrare in zucca.


 


Se passa l'articolo salva-Pollari
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica

Ci sarà tempo per discutere della qualità tecnica e modernità della riforma dei servizi segreti; dell´efficienza e delle garanzie che promette. Il testo, approvato dalla commissione Affari Costituzionali della Camera, non è ancora definitivo. Ha molta strada da fare in Parlamento e, lungo la strada, ci saranno senza dubbio altre correzioni e ritocchi. Qui interessa dar conto di una "sorpresa" fiorita nel testo senza alcun preavviso o discussione perché appare utile provare a prevederne subito qualche effetto immediato e di lungo periodo.
L´articolo 39 della riforma ("Tutela del segreto di Stato") vieta agli agenti segreti (quale che sia la loro funzione e il loro contratto) «di riferire riguardo ai fatti coperti dal segreto di Stato», «ove interrogati o esaminati dal pubblico ministero, da un giudice o dalla polizia giudiziaria». La novità assoluta – mai discussa nei lunghi mesi del confronto parlamentare – è stata approvata alla chetichella, a notte fonda.
Finora l´opposizione del segreto di Stato è stata un´opportunità, un dovere garantito soltanto agli agenti segreti ascoltati come testimoni («esaminati» è il termine tecnico) dalla magistratura. Le nuove regole estendono l´opportunità (o il dovere) anche all´agente segreto, che viene «interrogato» come imputato da un giudice, da un poliziotto o da un pubblico ministero.
Della norma, della sua ragionevolezza o necessità si può e si dovrà discutere, ma è un fatto: quella norma che, fino a qualche tempo fa, nessuno ha proposto alla discussione pubblica, oggi (secondo molti) potrebbe risolvere una volta per tutte i guai giudiziari di Nicolò Pollari, fino a dicembre direttore del Sismi e oggi indagato a Milano per il sequestro di un cittadino egiziano (Abu Omar).
Accade questo. Il generale, dinanzi al giudice, rintuzza le accuse sostenendo che il segreto di Stato gli impedisce di difendersi come potrebbe e saprebbe. I pubblici ministeri gli obiettano che, per la Corte Costituzionale, il diritto alla difesa è prevalente sul segreto di Stato: che allora si difenda, se può. Nell´impasse, gli avvocati di Pollari chiedono che, a decidere, sia la Consulta con argomenti che (per coincidenza) si sposano come per un matrimonio d´amore con le ragioni del Legislatore. Come è naturale nella sospettosissima Italia, la circostanza sollecita cattivi pensieri.
L´inatteso emendamento è ad personam? È il passo laterale con cui il ceto politico vuole liberare dalla stretta un Pollari custode di molti segreti? Non aiuta a diradare l´equivoco la giornata confusa e infelicissima in cui incappa il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Luciano Violante. Giurista, politico di lungo corso, già presidente della Camera e legislatore informatissimo per gli affari di giustizia e di intelligence, Violante annuncia la nuova legge scivolando in troppi strafalcioni per un uomo della sua sapienza ed esperienza. Dice che, con il nuovo testo, i servizi segreti non potranno più ingaggiare giornalisti, come è accaduto al Sismi di Pollari con il vicedirettore di Libero (la legge attuale già lo vieta). S´infuria a sentir parlare di emendamento ad personam perché, dice, già oggi l´imputato può – anzi, deve – opporre il segreto di Stato. Abbiamo visto, come fa osservare anche il pm Armando Spataro, che la legge in vigore concede inequivocabilmente quest´opportunità soltanto al testimone (a meno che Violante non interpreti la norma con una certezza che va oltre gli stessi argomenti proposti dalla difesa di Pollari). Sorprende poi che Violante non muova la sola carta che liquida il dubbio di un "aiutino" ad personam: la legge in discussione esclude tra le «speciali cause di giustificazione» il sequestro di persona di cui deve rispondere Pollari, perché «delitto che mette in pericolo l´integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale e morale delle persone». Perché Violante non l´ha giocata?
La nuova legge non è dunque ad personam, ma è senza dubbio ad casum perché, come ammettono senza doppiezze i più lucidi nella maggioranza, «il caso Pollari ha svelato i "buchi" nel sistema, e noi abbiamo voluto porvi riparo».
Vediamo come. Perché la soluzione offerta per l´impiccio di Pollari ci dice la più autentica logica che ha ispirato la riforma dei servizi segreti. Vietando espressamente, anche agli imputati, di rispondere alla magistratura, il legislatore esclude la giurisdizione dal circuito istituzionale che garantisce la sicurezza nazionale. Come paventava già qualche tempo fa Nello Rossi, segretario dell´Associazione magistrati, la giurisdizione – nella riforma dei servizi segreti – è «sospesa, aggirata, vanificata».
Forse accade qualcosa di più: alla magistratura è interdetto l´esercizio della sua funzione di accertamento delle responsabilità. Se si oppone il segreto di Stato, l´autorità giudiziaria è interdetta esplicitamente dal raccogliere e utilizzare, anche indirettamente, le notizie coperte dal segreto (art. 39, comma 6) . Nel "caso Pollari", le testimonianze dei suoi uomini, che lo accusano, sarebbero inutilizzabili nel processo. Nasce, nell´azione dello Stato, un´area "protetta", fuori da un esame ordinario. La legge lascia slittare il controllo dell´attività dei servizi segreti, dal territorio governato dalla dialettica istituzionale dove la magistratura svolge il suo ruolo di contrappeso, a un terreno esclusivamente politico che rende il capo del governo il solo dominus in un "dialogo" con il Parlamento (comitato di controllo). Innovazione naturalmente legittima, se approvata dal Parlamento, come legittimo è chiedersi chi controllerà il presidente del Consiglio e i suoi servizi segreti?
Esclusa la magistratura, il solo controllo previsto dalla nuova legge è assegnato alla Corte Costituzionale, cui «in nessun caso, è opponibile il segreto di Stato». In caso di conflitto di attribuzione (del governo con il Parlamento o con la magistratura), «la Corte Costituzionale ha pieno accesso agli atti del procedimento e al provvedimento di autorizzazione del presidente del Consiglio». Detto più semplicemente, la Corte valuta se "tengono" le ragioni opposte dal capo del governo nell´opporre il segreto di Stato a ogni curiosità. Diventata l´ago della bilancia, la Corte Costituzionale ha due possibili strade da percorrere: o svolge un ruolo "burocratico" di controllo delle carte o, acquisita la documentazione, decide "nel merito" dell´affare. Nell´uno o nell´altro caso, con nuovi "buchi" nel sistema. Una verifica soltanto "formale" della Corte lascerebbe senza controllo e contrappeso il potere del presidente del Consiglio. Una più efficace iniziativa ne trasformerebbe la natura trasformandola, in una prassi che finora la Consulta ha sempre respinto, in un "giudice di merito" con prerogative che potrebbero essere anche immediatamente "politiche" (la Corte potrebbe smentire il presidente e decretare, come effetto, la fine di un governo).
Tappare un "buco" può anche essere una buona idea, ma le trovate della commissione Affari Costituzionali sembrano aprirne altri e di più larghi. È proprio una buona idea escludere la magistratura? Possono le generiche formule, usate nella legge per attribuire alla Corte Costituzionale un effettivo potere, creare equivoci, timidezze, contraddizioni fino a lasciare senza controllo il capo del governo?


La mia storia politica è iniziata con la legge sul divorzio, più meno nel ’70. Oh, naturalmente ero stata iscritta virtualmente al PCI fin dalla nascita, come D’Alema: solo che, invece di essere iscritta direttamente alla Direzione, mi iscrissero in una anomina sezione di campagna, inizio e fine della mia carriera. Ma nel 70, durante le discussioni per l’approvazione della legge sul divorzio, e poi negli anni successivi, fino al referendum, si consumò la mia emancipazione, per dir così, dal pensiero paterno e iniziai a sottoporre a critica serrata organizzazione sociale, educazione, relazioni familiari, insomma, tutto ciò che mi capitava a tiro. Complice l’appena trascorso ’68 e l’onda del femminismo che stava per travolgere la società italiana. Passai tutta la campagna referendaria a sgambettare da una casa del popolo a una sezione, da una riunione di condominio (allora si usava trovarsi, fra condomini, a casa dell’uno o dell’altro, per parlare, o sentir parlare, di politica) a un dibattito, superando la paura di mostrarmi in pubblico. Giovane universitaria, preparavo con puntigliosità calvinista le riunioni: portavo con me leggi, decreti, dichiarazioni dell’uno o dell’altro, preferibilmente quelle di cattolici convertiti al “NO” per qualche loro ragione, pubblica o privata (andavano forte i Valdesi, di cui sentii parlare allora per la prima volta). Competenze che sciorinavo davanti a quel pubblico che, a sentire “i dirigenti del partito” – quelli che capivano di politica, insomma – comprendeva benissimo la lotta di classe, ma non avrebbe digerito una battaglia per la libertà dell’individuo. Toccava a noi, giovani leve, educarlo. Effettivamente,  quelle serate, furono molto educative: per me. Mi colpì prima di tutto la facilità con cui si poteva essere rivoluzionari in politica e reazionari in famiglia, e lottare per la libertà dallo sfruttamento sul lavoro, ma non per la libertà dell’individuo. Ero molto giovane, e molto ingenua, e tutte queste contraddizioni facevano a pugni col mio bisogno di rigore logico – bisogno che tuttavia in parte conservo, facendomi rabbrividire l’esibizione di pubblica virtù in chi coltiva privatissimi vizi.
Alle riunioni c’era gente comune, per lo più lavoratori, qualche pensionato (molti meno di oggi però), qualche ragazzo della mia età, qualche insegnante. Il referendum faceva paura. Nella maggior parte di loro era vivo il ricordo del ’48, della Chiesa schierata contro i comunisti, della campagna elettorale senza esclusione di colpi, dei pulpiti da cui i preti tenevano comizi, che scatenavano schiere di bigotti. Queste persone, che avevano fatto la resistenza, e avevano sognato il sol dell’avvenire, la mattina del 19 aprile 1948 scoprirono che non tutta l’Italia era la Romagna, e che la chiesa possedeva una forza politica insospettata. Nel ‘74, 26 anni dopo, ancora si stavano leccando le ferite, e conservavano un sacro terrore di ritrovarsi nelle stesse condizioni. Temevano la chiesa e i suoi mezzi di persuasione. Una parte viveva questa campagna come una vera e propria rivincita, ma non aveva nessuna fiducia di farcela. Ma i più buffi erano i “quadri di base”: segretari di sezione, per intenderci, o consiglieri comunali, che sentivano il dovere di “portare alla base” il pensiero del partito. Come sempre allineati, senza il minimo cenno di dissenso, quando il partito aveva deciso, obtorto collo, che questa battaglia si doveva fare, avevano messo da parte qualsiasi dubbio e recitavano a modino la propria tiritera. Ma bastava una domanda un po’ fuori dai binari, un dubbio espresso a mezza bocca,  per metterli in difficoltà. Perché, intendiamoci, a parte la questione della rivincita – che quando ci vuole ci vuole – i miei compagni di allora non erano mica tanto convinti che quella del divorzio fosse una battaglia necessaria. Intanto non si vedeva perché andarsi a mettere contro la chiesa, col serio rischio di essere sconfitti. Poi c’erano cose più importanti a cui pensare (ci sono, nei momenti di svolta, sempre cose più importanti cui pensare): la lotta di classe, la condizione operaia, gli scioperi, la crisi economica… E, infine, che importanza aveva poi questo divorzio? Massì, cose che andavano bene per qualche intellettuale, teste calde che non conoscevano la serietà della vita: ma per i lavoratori, quelli che si alzano la mattina presto, e che faticano tutto il giorno, e per le loro donne, quelle che  non hanno grilli per il capo, che bisogno c’era del divorzio… Oddio, qualche fatto di corna c’è sempre stato e ci sarà sempre, ma perdio, non è mica un buon motivo per sfasciare la famiglia. Sotto sotto, cui deve essere lo zampino delle donne del partito, di quelle che fanno politica, invece di fare i tortellini… No, senti, compagna, non fraintendermi, le donne sono state una parte fondamentale nella guerra di liberazione, è giusto che possano fare politica, non vogliamo mica negarlo. Rimanendo donne, però, chi può negare che il compito fondamentale della donna è legato alla famiglia? Ecco, compagna, non sarà che questa legge finirà per sfasciare le famiglie?
Le donne erano in numero minore e parlavano meno. Parlavano soprattutto per prendersi gioco dei manifesti della DC, ricordate? quelli che predicevano a mogli sfiorite che sarebbero state abbandonate dai mariti, sedotti da procaci ventenni. Quelle donne – braccianti, casalinghe, lavoranti a domicilio – conoscevano fin troppo bene i loro uomini, e sapevano che non era tanto facile liberarsene. Le donne erano considerate dai compagni l’anello debole: non era tanto sicuro che avrebbero votato contro quell’indissolubilità che dopotutto era la loro assicurazione sulla vita. E non erano state soprattutto le donne – ripeteva il refrain – a farsi convincere dai preti a votare DC, nel ‘48? Ma le donne, dicevo, parlavano poco: si doveva aspettare qualche anno, con la pratica del separatismo e le riunioni vietate agli uomini, per sentirle esprimere. E di cose da dire ne avevano tante, cose di una crudezza e di un realismo insospettati. Ma questa è un’altra storia.
Come è andata a finire lo sappiamo. Una percentuale insperata di italiani si dichiararono a favore del divorzio. Le donne di sinistra, del cui voto non si era del tutto sicuri, non avevano avuto dubbi, e le donne cattoliche non avevano dato retta ai preti. Il risultato prese di sorpresa tutti quelli che “capivano di politica”. Erano – eravamo – tutti così attenti alle mosse di Fanfani, alle dichiarazioni della CEI, alle prediche dal pulpito, che non avevamo ascoltato abbastanza la società, che stava incominciando a muoversi. Uscimmo, allora, definitivamente, dal dopoguerra, e incominciammo a diventare un paese moderno, socialmente, oltre che economicamente.
 Beh, non nego che penso sempre più spesso a questa storia, quando leggo delle polemiche sui PACS. Allora il risultato dimostrò che la società era già a quei tempi più avanzata del dibattito politico. Da allora i due piani, quello delle relazioni sociali e familiari e quello della politica si sono andati sempre più divaricando, sino ad arrivare ad oggi, quando si assiste a scene surreali, in cui la classe politica si scanna sui PACS, la Chiesa scaglia anatemi, il presidente della Repubblica propone mediazioni e i vescovi gli rispondono picche… e le persone vere sono  già lontane anni luce da tutto ciò. Le coppie si formano, si sciolgono, si riformano, i gay vivono assieme, i divorziati vanno in chiesa e le ragazze non si sposano illibate. Quando la “classe dirigente” avrà partorito – sempre fra gli anatemi della CEI – il suo topolino di legge, a prezzo di dolorosissime contorsioni compromissorie, non ce ne accorgeremo neppure, perché il topolino sarà già un arnese vecchio ed inutile, e noi avremo già fatto un altro pezzo di strada.   http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm

L'Imam Silvio alla guerra santa delle Tv -


di Giulio Gargia - Megachip/Off

Come al solito, Berlusconi fa politica come si fa un palinsesto. Immaginando cioè gli elettori come spettatori di cui si deve catturare l'attenzione, per non farli finire sui “ programmi” degli avversari.

Perciò, la sua uscita dei giorni scorsi ( “ Porterò in piazza 5 milioni di persone a difendere le mie televisioni” ) non va solo collocata nel novero delle boutades, ma in quella delle mosse tattiche che raggiungono più obiettivi.

Quando era a palazzo Chigi, esisteva una struttura precisa adibita a studiare le scadenze “ televisionabili” dell'opposizione, come gli scioperi generali e i raduni a piazza S. Giovanni, e a prevedere uscite a effetto progettate per rubare la scena mediatica a quegli eventi. In questo caso, l'impressione è che il nostro segua lo stesso schema. Perché infatti, con la Gentiloni sul tappeto da oltre un mese, solo adesso Silvio si è deciso a lanciare la Jihad televisiva ?

Cos'è successo di particolare ? La risposta è semplice: il governo si è riunito per varare finalmente le liberalizzazioni che in 5 anni Berlusconi non aveva mai attuato. E si sapeva che stavolta avrebbe provato a fare sul serio. E qui non si trattava di Ici, o di nuove tasse ma di provvedimenti che buona parte dell'elettorato della CdL avrebbe gradito. Perciò, è scattata la “ controprogrammazione” dei canali Mediaset. Nello scenario dei Telegatti, il più adatto all'argomento, Silvio ha “scomunicato” la Gentiloni, una legge così cattiva con lui, che gli lascerebbe quasi la metà di tutta la pubblicità italiana ( ora ne controlla il 67% ). Con toni da crociata, ha detto : “ Si tratta di un atto criminale.

Non troveranno al Senato 160 complici che gliela approveranno”, per poi chiamare in piazza i suoi elettori/ /telespettatori. In questa maniera, tra l'altro, distoglie l'attenzione da liberalizzazioni che possono essere gradite all'opinione pubblica.

Si tratta di un giochino che a Napoli è conosciuto come “ chiagni e fotti”, ovvero fare la vittima e lamentarsi di qualcosa che in realtà non si vuole perdere. Quello che Silvio sta dicendo ai suoi nemici e ai suoi amici è : stiamo bene come stiamo.

E questo, più che l'Afhganistan, sarà il vero scoglio su cui può cadere il governo o si può spaccare definitivamente la CdL.


da Off, quotidiano di spettacolo


Dal vostro inviato nei cambiamenti del clima -


di Robert Fisk

Era un campanello d'allarme. Un filmino fatto in casa, ovviamente ormai rovinato dopo più di 50 anni, girato da mia madre, a colori. Ma il colore più ricorrente è il bianco. Bill Fisk, il cinquantasettenne tesoriere del distretto amministrativo di Maidstone, in piedi nel giardino della nostra casa con indosso il suo lungo cappotto nero, tipico della sua carica, e con al collo – come d'abitudine – la sua cravatta regimental della Prima Guerra Mondiale, lancia palle di neve a suo figlio.

Io ho 10 anni, in pantaloncini corti ma sprofondato nella neve fino alla cintola. Ci dovevano essere almeno 60 cm di neve nel giardino. Si poteva persino vedere il ghiaccio condensato agli angoli della mia bocca. Ovviamente mia madre non appare nel filmino. Lei si trova in piedi in mezzo alla neve alle spalle di mio padre: 36 anni, figlia di proprietari di un caffé i quali ogni 26 dicembre erano soliti ospitare la mia famiglia e la famiglia di mia zia, accogliendoli con un grande pranzo e un fuoco scoppiettante. Allora faceva veramente freddo.

Credo che il primo a farmi riflettere su cosa stesse accadendo sia stato Andrew Marr, quando era direttore di The Independent. Era un'estate afosa e io ero appena arrivato a Londra da Beirut; dissi che non c'era una grande differenza di temperatura. E Andrew si voltò è indicò la città. “C'è qualcosa che non va in questo dannato tempo!” ruggì. E naturalmente aveva ragione.

Adesso lo riconosco silenziosamente: le grandi perturbazioni che spazzano l'Europa, la strana turbolenza che i piloti d'aereo sperimentano ad alta quota sull'Atlantico. Poiché non ho mai viaggiato così lontano o così frequentemente, noto che a fine anno ci sono 15 gradi a Toronto e a Montreal – un “Natale primaverile”, i giornali canadesi annunciano in una terra famosa per la sua tundra. A Denver, l'aeroporto è bloccato a causa delle nevicate. Torno in Libano per scoprire che è caduta così poca neve che la maggior parte del Monte Sannine sopra casa mia è del colore della roccia grigia, appena una spruzzatina di bianco sulla vetta. La neve è alta a Gerusalemme. A Beirut c'è penuria d'acqua.

Con quanta noncuranza ci arrivano questi campanelli d'allarme. Con quanto noncuranza li ascoltiamo. Sospetto che la maggior parte della gente si senta così lontana dal potere politico – così rassegnata quando si trova di fronte a una tragedia di dimensioni planetarie – che non riesce a fare altro che restare a guardare con angoscia e rabbia crescente. Ci viene detto che il livello dell'acqua negli oceani può aumentare di sei metri. E io ho calcolato che a Beirut, le onde del Mediterraneo – col cattivo tempo – si infrangeranno contro il muro del mio balcone del secondo piano.

Mi rannicchio nel letto, perché le notti sono stranamente umide, e leggo alla luce della lampada del mio comodino il resoconto avvincente e doloroso che Hans von Sponeck dà degli anni in cui è stato Coordinatore Umanitario dell'Onu per l'Iraq, “Un tipo differente di guerra”, un'analisi del regime di sanzioni crudeli e criminali rivolte contro il popolo iracheno tra il 1990 e il 2003. Questo, ad esempio, è ciò che Sergei Lavrov, ambasciatore russo alle Nazioni Unite, scrisse nel marzo del 2000: “… la vasta portata della catastrofe umanitaria in Iraq sta inesorabilmente portando alla disintegrazione della stessa struttura della società civile.” Si trattava di “una situazione in cui un'intera generazione di Iracheni è stata piegata fisicamente e moralmente”. L'ambasciatore francese alle Nazioni Unite Alain Dejammet ha parlato in maniera simile della “crisi umanitaria molto seria in Iraq”, un crimine che alla fine avrebbe indotto von Sponeck a dimettersi.

Un altro campanello d'allarme. Ricordo come von Sponeck mi disse le stesse parole a Baghdad. E la stessa cosa aveva fatto il suo predecessore, Tennis Halliday. Ma Peter Hain, ora così disperatamente ansioso di prendere le distanze dalla politica statunitense in Iraq, invitato a esprimere un proprio commento in proposito, rispose che von Sponeck e Halliday “ovviamente non erano gli uomini giusti per questo lavoro”. James Rubin, che allora era il portavoce di Madeleine Albright, disse che von Sponeck “è pagato per lavorare, non per parlare”.

Eppure vi sono tutti i campanelli d'allarme. Pensavamo davvero che dopo averli impoveriti ed avere ucciso così tanti loro figli, dopo che una generazione di Iracheni era stata “piegata fisicamente e moralmente”, loro avrebbero acclamato la nostra “liberazione”? Dalle macerie dell'Iraq era logico che nascessero le insurrezioni e gli odi che adesso stanno lacerando e dividendo il suo popolo e che stanno distruggendo la presidenza di George W. Bush e il governo di Tony Blair.

Tuttavia che cosa ci dicono? Vogliono ancora che abbiamo paura. Terrore, terrore, terrore. Adesso abbiamo il Dottor Morte, il nostro Ministro dell'Interno, che ci dice che la Guerra al Terrorismo potrebbe durare tanto quanto la Guerra Fredda. Di recente era stata la Dama della Paura a capo dei nostri servizi segreti a dire che la Guerra al terrorismo potrebbe durare “una generazione”. Allora si tratta di 30 anni? O di 60 come sostiene il Dottor Morte? Bush ha dichiarato che potrebbe durare “per sempre”, di sicuro un obiettivo ambizioso per il boia di un ex-leader.

Ovviamente, ciò che tutti questi uomini sanno, mentre blaterano riguardo ai nostri “valori”, è che l'unico modo per limitare il rischio di un attacco contro Londra o Washington è adottare una politica giusta e onesta nei confronti del Medio Oriente. Un fallimento nel perseguire questo fine – ed è evidente che né i Blair né i Bush hanno intenzione di perseguirlo – significa che subiremo altri attacchi terroristici. E le parole del Dottor Morte non volevano essere un campanello d'allarme per le nostre orecchie. Non miravano a prepararci al futuro. Miravano a consentirgli di dire “ve lo avevo detto” quando il prossimo attentatore con lo zaino sulle spalle ucciderà altri innocenti nella metropolitana di Londra. E allora ci verrà detto che abbiamo bisogno di una legislazione ancora più severa. E dovremo avere paura.

Sì, dobbiamo avere paura. Dobbiamo svegliarci ogni giorno con un senso di paura addosso. Dobbiamo indirizzare il nostro sistema politico nel suo complesso verso una macchina di paura. La società organizzata deve ruotare attorno alla nostra paura. Come i teorici del terrore del passato – i Claire Sterling e i Brian Crozier che ci raccontavano di migliaia di terroristi, “bande di professionisti che dispensano morte violenta”, tutti addestrati a Cuba, in Corea del Nord, Unione Sovietica o Europa Orientale – il Dottor Morte, Lord Blair di Kut al-Amara e l'ex Ministro degli esteri Jack Straw “l'occultatore” (ve lo ricordate?) – vogliono farci vivere nella paura. Vogliono che noi abbiamo paura.

Io penso che noi dovremmo avere paura – di quello che stiamo facendo al nostro pianeta. Ma non dobbiamo temere i nostri nemici nel mondo. Loro ritorneranno. La nostra occupazione occidentale di così tante terre mussulmane ci assicura questo destino. Ma se adesso noi poniamo fine all'ingiustizia che stiamo perpetrando in Medio Oriente, i 60 anni del dottor Morte potrebbero trascorrere prima che lui lasci la sua alta carica. Questo è uno spunto di riflessione.

Nel frattempo, osservate il mondo e il tempo e le turbolenze ad alta quota. E ricordate la neve a Maidstone.


da The Independent - Traduzione per Megachip di Eleonora Iacono


Tra Usa e Iran è già guerra in Iraq




di Anna Momigliano
Non tutti se ne sono accorti, ma la guerra tra Iran e Stati Uniti è già cominciata. Non è il conflitto fatto di bombardamenti aerei sul modello di Enduring Freedom, né la campagna di strikes mirati sulle centrali iraniane che molti si aspettavano. E’ piuttosto una guerra di logoramento, combattuta a colpi di arma da fuoco nelle strade delle città e dei quartieri iracheni, da Najaf a Sadr City. Ormai, la stessa amministrazione americana non fa mistero dell’obiettivo della campagna militare lanciata dalla “nuova strategia Bush” contro le milizie sciite in Iraq, che si tratti delle brigate Sadr, del braccio armato del partito Sciiri legato a doppio filo con Teheran, o del piccolo ma significativo distaccamento di Hezbollah presente sul suolo iracheno: «vogliamo mandare un forte segnale a Teheran», ha tuonato il vicepresidente Dick Cheney. Un obiettivo non così indiretto, bisogna aggiungere, se si tiene conto che la campagna dell’US Army non ha colpito solamente le milizie ufficiosamente legate all’Iran, ma anche agenti e personale diplomatico della Repubblica islamica. Tutto questo, mentre prosegue la guerra civile in Iraq e le violenze settarie tra sunniti e sciiti hanno fatto precipitare il paese in un nuovo baratro di violenza: ieri una serie di attacchi bombaroli in alcune moschee sciite, programmato in coincidenza con la festività dell’Ashura, ha causato la morte di almeno 40 pellegrini. Tutto questo, aggiungono i critici, mentre gli sforzi congiunti delle diplomazie americana ed europee, come vedremo in seguito, erano riusciti a mettere in seria difficoltà il regime iraniano. In altre parole, l’interventismo del Pentagono rischia di rompere le uova nel paniere al meticoloso lavoro delle diplomazie europee, che sono riuscite a indebolire la leadership di Ahmadinejad.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=80790

Il grande giornalismo si fa cosi’ (e Internet aiuta)

 

Il grande giornalismo d’inchiesta e’ un genere raro in Italia. Negli USA e’ invece una consuetudine e ora che si e’ sposato con le possibilita’ di Internet, e’ diventato ancora piu’ affascinante. Con buona pace di quelli che sostengono che il web uccidera’ il giornalismo. Un esempio per tutti e’ una straordinaria inchiesta pubblicata dal Chicago Tribune sui pericoli dell’uranio arricchito che gli USA hanno distribuito nel mondo fin dagli anni ‘50, per poi pentirsi e cercare di recuperarlo. Il ’cacciatore di uranio’ dell’America e’ stato, per 26 anni, Armando Travelli, un fisico italiano trapianto a Chicago. Partendo dalla sua storia e dalle sue memorie, il quotidiano ha costruito pagine web con video, grafici, approfondimenti e altre proposte multimediali, oltre naturalmente a una serie di affascinanti articoli.

(Per chi non se la sente di affrontare una mole di materiale del genere, in inglese, ecco l’alternativa “all’italiana”: un mio assai piu’ modesto articolo basato su una chiaccherata con il Professor Travelli):

CHICAGO - Per un quarto di secolo ha fatto non solo lo scienziato, ma anche il diplomatico e, in alcuni casi, l’agente segreto. Spedito dal governo americano in missioni riservate in mezzo mondo, un fisico nucleare italiano trapiantato a Chicago, Armando Travelli, e’ stato l’uomo-chiave di uno sforzo disperato dell’America: recuperare l’uranio affidato con troppa leggerezza dagli anni ‘50 a paesi a rischio. Un compito diventato emergenza dopo l’11 settembre, ma che ha lasciato Travelli con l’amaro in bocca. […]

Armando Travelli

‘’Il lavoro e’ lontano dall’essere finito e oggi c’e’ ancora molto uranio arricchito in giro, ed e’ un pericolo per tutti'’, racconta all’Ansa Travelli, 72 anni, che oggi fa il pensionato a Hinsdale, un sobborgo di Chicago. Il lavoro svolto nell’arco di 26 anni dal fisico, diventato un globetrotter della lotta alla proliferazione nucleare, e’ stato raccontato con una serie di lunghi articoli dal Chicago Tribune, al quale Travelli ha offerto l’accesso al suo archivio. Il risultato e’ una saga nella quale spuntano a piu’ riprese la Cia e l’ex Kgb, una avvicente e preoccupante discesa nei segreti dei reattori nucleari sparsi nel mondo. E’ anche il racconto delle enormi difficolta’ degli Usa a rimediare a un’idea che sembrava buona ai tempi della Guerra Fredda, ma si e’ rivelata disastrosa. 

Il programma ‘Atoms for Peace’ fu lanciato nel 1953 dal presidente Dwight D.Eisenhower, con l’idea di condividere con paesi stranieri la tecnologia nucleare americana, in cambio della rinuncia a perseguire ordigni atomici. Usa e Urss si resero ben presto conto di aver in realta’ alimentato una rete sotterranea di possibili proliferatori e si lanciarono - inizialmente all’insaputa l’uno dell’altro, poi in una difficile collaborazione - in una corsa per recuperare l’uranio.

Fu il primo test atomico dell’India, nel 1974, a scatenare i timori. Nel 1978 l’amministrazione Carter decise di mettersi sulle tracce dell’uranio arricchito e affido’ all’Argonne National Laboratory di Chicago il compito di passare al setaccio i reattori nucleari in giro per il mondo. Un incarico che tocco’ a Travelli, un fisico romano che dopo la laurea in ingegneria nucleare a Roma si era trasferito nel 1961 negli Usa, diventando docente al Mit di Boston prima di trasferirsi a Chicago.

Da allora, Travelli e il suo team hanno aiutato 22 nazioni a interrompere l’utilizzo di uranio arricchito (del tipo che puo’ essere usato per costruire una bomba) in 33 reattori, facendo sparire di scena 3,3 tonnellate di uranio e ‘liberando’ cosi’ il mondo da materiale sufficiente per 120 bombe atomiche. Ma il lavoro e’ tutt’altro che finito: piu’ di 100 reattori ancora utilizzano il materiale ricevuto anche dagli Usa, con circa 40 tonnellate di uranio che restano fuori da qualsiasi controllo americano. Travelli e i suoi colleghi prima nell’Urss, poi in Russia, hanno cercato per anni di sviluppare una ’sostanza magica’ - come la chiamavano - che potesse permettere di sostituire l’uranio e convincesse cosi’ i governi a restituirlo.

La ricerca dell’alternativa e’ stata pero’ un fallimento e negli ultimi anni, ha raccontato il fisico italiano al Chicago Tribune, l’amministrazione Bush ha tolto di scena Travelli e il suo team. Dopo che l’11 settembre ha fatto emergere i rischi di un attentato terroristico nucleare, sono finalmente arrivati da Washington i fondi necessari per la caccia all’uranio. Ma gli esperti che avevano condotto le ricerche per mezzo secolo e avevano la maggiore esperienza in materia - Travelli in testa - sono stati allontanati.

‘’Oggi collaboro con un gruppo non-profit di Ted Turner che lavora in questo campo - racconta Travelli - ma i fondi sono limitati. Il pericolo dell’uranio arricchito, invece, resta molto forte e occorre una mobilitazione internazionale. Se anche il governo italiano aggiungesse la sua voce, sarebbe molto utile'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/01/30/il-grande-giornalismo-si-fa-cosi-e-internet-aiuta/#more-237


Slovenia: la prima coppia gay “sposata”

  

Nell'ottobre 2006 si è “sposata” la prima coppia gay slovena. Non si tratta di un vero e proprio matrimonio ma di una ufficializzazione della loro unione, secondo quanto prescritto dalla legge slovena. Legge che la comunità gay vorrebbe modificare
Di Svetlana Vasovic-Mekina, Vreme, 18 gennaio 2007 (tit. orig. Gej Slovenije: Problem nestasice dece)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak



Matrimonio gay
La prima coppia omosessuale sposata in Slovenia ha piegato il foglio e ha chiesto al locale Tribunale costituzionale di togliere le parti controverse dalla legge sulla “registrazione delle unioni dello stesso sesso”, approvata nel mese di giugno dell'anno scorso. Mitja Blazic, il presidente della Società per l'integrazione della omosessualità (DIH), e uno degli sposi, insieme al partner Viki Kern, si aspetta che ciò rappresenti “il primo passo per equiparare le relazioni omosessuali con i rapporti familiari delle unioni eterosessuali”, così come è già stato risolto da alcuni stati dell'UE.

“Quest'anno siamo stati testimoni della violenza fisica contro le persone orientate verso lo stesso sesso a Maribor e a Ljubljana, inoltre i vicini di casa hanno letteralmente buttato fuori dal proprio appartamento un giovane malato di AIDS, dopo aver scoperto la diagnosi”, avverte Blazic, insoddisfatto non solo dalla forma della registrazione della propria relazione davanti all'organo comunale di Ljubljana ma anche di una situazione difficile nell'ambito dei diritti umani nel paese. Blazic ricorda che non sono colpiti soltanto gli omosessuali, ma che c'è stato un inasprimento e una riduzione anche nell'ambito della politica d'asilo, che ci sono state delle mosse radicali del governo riguardo le libertà giornalistiche, la diminuzione dei diritti di alcune comunità religiose, i tentativi di limitare i diritti costituzionali delle donne - interruzione gratuita della gravidanza - e l'abolizione di alcuni diritti sociali conquistati tanto tempo fa...

Tutto questo è motivo di preoccupazione e richiede una pronta reazione da parte dei responsabili a livello statale e della società civile, se non vogliamo che in Slovenia inizino a regnare gli stereotipi, il populismo, l'odio e la paura, dice il presidente del DIH e aggiunge che non possiamo tacere perché “non dobbiamo accettare che i diritti e le libertà fondamentali vengano diminuiti”. Per quanto riguarda i diritti degli omosessuali sloveni, spera che il tribunale Costituzionale riconosca finalmente il diritto alla successione e in questo modo li renda uguali alle coppie eterosessuali. Desidera ottenere l'abolizione della norma in vigore per la successione nelle unioni omosessuali, poiché “la legge non può regolare questo diritto in base al modo di vita dell'individuo”, dunque prendendo in considerazione il suo orientamento sessuale. Questo non è in accordo nemmeno con la costituzione slovena, che dice che siamo tutti uguali, afferma Blazic.

La comunità gay della Slovenia crede che il sistema della successione della proprietà dopo la morte di uno dei partner sia discriminante, perché si differenzia in alcuni punti importanti dal “regolamento generale” di tale materia. Per cui il partner in vita adesso può tenere conto solo della propria parte di proprietà comune, perché la legge attuale non gli riconosce il diritto nemmeno alla parte indispensabile. Se, invece, i giudici costituzionali non ascolteranno le richieste della comunità gay slovena, il presidente del DIH promette una denuncia presso il Tribunale europeo per i diritti umani a Strasburgo.

Blazic e Kern dal mese di ottobre di quest'anno [2006 ndt.] vivono come “unione di partner registrata”, e poco prima della cerimonia in Comune hanno annunciato che abbatteranno la legge che i deputati hanno approvato lo scorso anno, legge che consente agli omosessuali di ufficializzare la relazione al posto del classico matrimonio, che è ancora riservato soltanto agli eterosessuali. Insoddisfazione ha suscitato anche il fatto che di non aver potuto fare un vero matrimonio per i cugini e gli amici nella sala riservata ai matrimoni nella fortezza di Ljubljana, ma hanno fatto una “cerimonia” nella pausa pranzo di un giorno lavorativo, in un piccolo ufficio dell'addetto ai matrimoni. Dopo una veloce lettura del discorso dell'addetto ai matrimoni e la firma dei documenti (senza il paragrafo per i testimoni), gli sposi si sono lamentati, arrabbiati perché tutto è durato “meno di cinque minuti”. L'addetto ai matrimoni non ha destato alcuna preoccupazione, perché la stanza era adeguata al regolamento - era “sistemata e illuminata, con i simboli dello Stato secondo il regolamento”. L'atmosfera festosa, non è prevista dal regolamento.

Mitja e Viki hanno subito detto che non hanno deciso di fare una “registrazione” umiliante dopo sette anni di vita in comune solo per “approvare la fedeltà reciproca”, ma perché in questo modo gli si apre la via legale per i ricorsi davanti alle attuali istituzioni dell'UE. Non hanno chiarito se prenderanno la strada dei colleghi di Spagna, dove una coppia gay di Barcellona il 30 settembre è riuscita ad adottare il loro primo bambino. Così per la prima volta una coppia maschile ha adottato un bambino di un anno, poiché la Spagna cattolica, in accordo con la prassi europea, un anno fa ha approvato la legge che permette agli omosessuali non solo di sposarsi ma anche di adottare dei bambini.

Gli sposi di Barcellona, la cui identità non è stata rivelata, hanno superato tutte le barriere burocratiche a casa, dopo di che il tribunale gli ha confermato i documenti per l'adozione, nello stesso modo in cui, nei mesi scorsi, sono riuscite a farlo anche le comunità delle lesbiche. Nonostante ciò l'associazione spagnola degli omosessuali non è soddisfatta è indica che la prassi e la teoria non vanno di pari passo. In Spagna sono a disposizione pochi bambini per le adozioni, per cui il presidente dell'associazione degli omosessuali spagnoli Rafael Salazar protesta perché gli stati con molta popolazione, come Russia, Cina e i paesi latino americani, non permettono ai gay e alle unioni matrimoniali lesbiche l'adozione dei bambini. L'unico paese che lo permette è la Repubblica sud africana, ma là a causa di un'enorme richiesta per avere un bambino si aspettano più di otto anni, a causa di una offerta limitata.

2006: OLTRE 100 CIVILI UCCISI IN OPERAZIONI USA E NATO



Oltre un migliaio di civili sono stati uccisi lo scorso anno nel paese e almeno 100 hanno perso la vita nelle operazioni dell’esercito statunitense o della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), guidata dalla Nato. La stima è dell’organizzazione non governativa (ong) internazionale con base negli Stati Uniti ‘Human Rights Watch’ diffusa nello stesso giorno in cui a Berlino, in Germania, si è aperta la due giorni della Conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Afghanistan. Sam Zarifi, responsabile asiatico dell’ong, accusa inoltre il governo del presidente Hamid Karzai e i suoi sostenitori internazionali di non avere rispettato gli impegni presi un anno fa “sul miglioramento dei diritti umani e della sicurezza di base” e di “avere compiuto pochi progressi nel fornire sicurezza, cibo, elettricità, acqua e cure sanitarie”. L’Afghanistan Compact, l’intesa siglata alla Conferenza internazionale tenutasi un anno fa a Londra, aveva identificato i traguardi da raggiungere nelle tre aree di sviluppo fondamentali per il futuro afgano: la sicurezza, il buon governo e lo sviluppo economico. “La sicurezza è il primo pilastro dell’intesa, ma decine di migliaia di afgani non si sentono abbastanza sicuri per condurre vite normali. La vita è così pericolosa che molti afgano non sono in grado di andare a scuola, di ricevere cure sanitarie o di comprare beni di prima necessità al mercato” aggiunge Zarifi, ricordando che secondo l’Onu sono circa 80.000 gli sfollati interni nel sud del paese. Progressi mancano anche nel campo del governo, dove i responsabili di violazioni dei diritti umani continuano a restare impuniti - conclude l’organizzazione - invitando tutti i donatori a fornire “maggiore assistenza economica, politica e militare necessaria a proteggere i diritti umani degli afgani”. http://www.misna.org/



indigeni e la Sesta
Alle radici della sollevazione zapatista.

Alessandro Ammetto


 

 


La radice dell'attuale esposizione della questione indigena nel dibattito politico non è nella sollevazione zapatista, che ne è invece la sintesi. L'origine è nei popoli e si traduce nella sopravvivenza. Gli indigeni sono professionisti della sopravvivenza e dello sterminio.



La Sesta dichiarazione della selva Lacandona è il progetto attuale con cui gli zapatisti chiamano a raccolta tutte quelle realtà, messicane ed internazionali, che vorrebbero un mondo diverso e il cui cuore batte "in basso a sinistra", affinché si uniscano per discutere come realizzare la transizione pacifica alla democrazia. L'Altra campagna zapatista è il modo di procedere delle consultazioni e degli incontri che fornirà un quadro generale della situazione messicana da cui partire per realizzare il cambiamento.
Tra i destinatari della Sesta, un segmento importante è rappresentato dalle organizzazioni indigene messicane, il cui rapporto con l'Ezln è sicuramente diverso rispetto a quello che hanno le altre organizzazioni civili e politiche, messicane ed internazionali. Di fronte alla società civile ed alle organizzazioni politiche e sociali, infatti, l'Ezln si presenta con una grande autorità morale intorno alla quale coagulare la lotta. Nel rapporto tra indigeni ed Ezln, invece, i primi non hanno nessun sentimento di subalternità nei confronti della lotta zapatista, ma vi si confrontano alla pari. La repressione che subiscono, così come denunciano i rappresentanti indigeni dei tenek, dei pame, dei náhuas del Jalisco e dei totonacas di Puebla, non è meno efferata di quella subita dagli zapatisti (da ricordare la strage di Acteal contro i membri dell'organizzazione Las Abejas, attualmente aderente alla Sesta) e la loro resistenza non è da meno di quella dell'Ezln. Le denunce più numerose e più forti arrivano da Oaxaca (anche prima della Appo e della repressione del 2006, nello stato si registrava un grosso numero di carcerati, morti, feriti, sgomberati, attacchi paramilitari, esilio, ingiustizia istituzionale) dove il governo di Ulises Ruiz e del suo predecessore José Murat, sono stati definiti, senza mezzi termini, "nemici dei popoli". Perciò, il Consejo Indígena Popular de Oaxaca "Ricardo Flores Magón" (Cipo) può affermare che la radice dell'attuale esposizione della questione indigena nel dibattito politico "non è nella sollevazione zapatista, che ne è invece la sintesi. L'origine è nei popoli e si traduce nella sopravvivenza". Ed infatti, la forma di autogoverno adottata dagli zapatisti, quella delle Juntas de Buen Gobierno, è una forma praticata da migliaia di anni dagli indigeni huicholes nello stato di Jalisco. Inoltre, gli zapatisti si rendono conto che la Sesta corrisponde a grandi linee a quanto già proponeva l'associazione Unión de Comuneros Emiliano Zapata (Ucez) del defunto Efrén Capiz già nell'ottobre del 2001. L'Ezln è cosciente del fatto che i concetti di autogoverno e di autonomia non sono sorti con lui e sa anche di non essere né l'avanguardia del movimento indigeno né il suo rappresentante, ma solo una delle tante componenti ed espressioni. E' questo che diversifica il rapporto che gli zapatisti hanno con le varie organizzazioni aderenti alla Sesta.

Stesso disprezzo, stesse lotte

Ciò che accomuna gli zapatisti a tutti gli altri indigeni è il disprezzo che i ladinos nutrono per loro. Agli incontri delle organizzazioni indigene con l'Ezln, quello che ne scaturisce è un quadro sostanzialmente omogeneo nelle situazioni di sfruttamento sociale subita - significativa l'esperienza dei mazahuas dello Stato del Messico che sono passati dall'essere peones sotto caporali ad operai di maquiladora sotto supervisori: un esempio concreto di quello che lo sviluppo economico porta agli indios. I rappresentanti indigeni forniscono un lungo elenco degli sforzi che si trovano a sostenere per difendere il loro modo di vivere. Sono lotte che le popolazioni affrontano per difendere due importanti elementi della loro vita: la concezione comunitaria della maggior parte dei beni non strettamente privati ed il rispetto per la Madre terra. Così, da un lato devono difendere la distruzione del loro ambiente sia da parte delle strutture parastatali sia da parte di imprese private, impegnate nello sfruttamento e nella distruzione dell'ambiente (perforazioni petrolifere dentro la foresta da parte della Pemex, i cui scarichi tossici danneggiano le coltivazioni e la pesca; costruzione di infrastrutture elettriche da parte della Commissione Federale di Elettricità; costruzione di enormi infrastrutture e strutture turistiche) a solo beneficio del proprio profitto; dall'altro combattono affinché non vengano approvate prima e applicate poi leggi sulla privatizzazione dei beni comuni come acqua, settore minerario, risorse energetiche, biodiversità e risorse genetiche. Fanno anche presente che tali leggi non minacciano solo le condizioni di vita degli indigeni ma quelle di tutti i messicani, riconoscendo con ciò la necessità di una lotta a livello nazionale, proprio come proposto nella Sesta. E quello che preme sottolineare a molte organizzazioni, con gli zapatisti in prima fila, è l'evidenza per cui sono tutti e tre i partiti politici istituzionali che approvano siffatte leggi, a livello federale, statale e comunale. Anzi, proprio per mantenere una facciata democratica e di alternativa, i settori del Prd più collusi con le oligarchie vengono confinati nelle amministrazioni locali, dove maggiore è la possibilità di modificare a fondo la struttura sociale del territorio. Così la maggioranza delle realtà indigene nega lo status di interlocutore a tutti e tre i partiti politici. Ed è proprio in questo ambito che si registra, nonostante la quasi totale sintonia in cui si sono trovate le varie componenti indigene, il maggiore disaccordo tra gli zapatisti ed alcune organizzazioni. Infatti, sebbene la maggior parte abbia un rifiuto quasi totale per tutti e tre i partiti istituzionali, alcune (tra cui la Unión Hidalgo che ha proprio suoi rappresentanti nel partito) hanno scelto di collaborare con il Prd dalla cui intesa hanno avuto buoni risultati, come nel caso dell'assegnazione di case popolari a Città del Messico. Partito che ovviamente è rimasto l'unico, visti i tradimenti del Pri prima e del Pan attualmente, con il quale sono possibili ancora intese; possibilità questa che fa dissentire i delegati ñahñhús della Valle di Mezquital dall'atteggiamento zapatista di criticare frequentemente il Prd e non gli altri.

Linee d'azione

La richiesta più formulata e la speranza maggiormente auspicata dalle organizzazioni indigene è quella dell'unità del movimento indio, avanzata da Nazione P'urhépecha, dall'associazione femminile Misión de Bachajón, dai rappresentanti di Sierra Juárez di Oaxaca, dal Congresso Nazionale Indigeno (Cni) della Regione Centro Pacifico, dall'associazione Ucez. In molti segnalano la necessità di incontrarsi e confrontarsi periodicamente per definire un piano minimo di azione comune e per coinvolgere tutte le realtà indigene, anche quelle che sono nell'impossibilità di partecipare agli incontri che si trovano a distanze considerevoli.
Il punto chiave delle proposte indigene è il concetto di "autonomia di fatto" e della sua difesa. In molti propongono un progetto che abbia l'autonomia come piattaforma, il territorio come base ed i movimenti sociali come strumenti. Essi auspicano cioè la costruzione da parte del movimento indigeno di un modello organizzativo locale, fondato sulle istituzioni tradizionali proprie di ogni popolo e farle funzionare indipendentemente dal potere politico ufficiale, sia sovrapponendolo ad esso sia entrandoci apertamente in conflitto, ove questo risulti possibile. La repressione, infatti, colpisce spesso proprio le forme autorganizzative indigene che entrano sempre in conflitto con la gestione ordinaria del potere politico. Per tale motivo i delegati del popolo ñahñhú affermano che il cammino dell'autonomia indigena passa solo attraverso la liberazione dei popoli indigeni. Una liberazione che non è fisica; un'autonomia che non è separazione ma riconoscimento delle realtà diverse che compongono il Messico; un riconoscimento dei popoli indigeni con tutta la loro diversità. Un'autonomia di fatto che molte organizzazioni indigene riconoscono possibile negli accordi di San Andres, di cui chiedono l'approvazione.
Ma se l'autonomia di fatto è un percorso strettamente politico, questa è resa possibile se esiste a monte una concezione identitaria di popolo; le istituzioni sono possibili se le persone vi si riconoscono. Per tale motivo, principalmente gli indigeni maya (il Foro Maya Peninsulare di Yucatan, Campeche e Quintana Roo, il Consiglio Culturale Mankense del Chiapas) propongono di amplificare i processi interni di riappropriazione della storia indigena e di affermazione della propria cultura come condizione necessaria alla costruzione di un'identità comune su cui basare l'autonomia indigena. Un'affermazione che deve passare, nelle proposte del Foro Maya Peninsulare, attraverso forum, incontri e seminari da fare sia all'interno delle comunità (per rinsaldare la concezione identitaria) sia verso l'esterno per come metodo di affermazione della propria dignità indigena. Ed è interessante notare come questa richiesta coincida con quella degli indigeni urbanizzati che stanno perdendo molto velocemente la loro identità per uniformarsi al modello cittadino dominante (gli indigeni di Xochimilco e quelli emigrati a Città del Messico).
A tal proposito, l'Altra campagna ha avuto il pregio di presentare un nuovo tema da inserire nell'agenda indigena. O meglio, un vecchio tema affrontato in termini nuovi: la questione dell'indigeno urbanizzato. Un fenomeno iniziato negli anni quaranta, quando comunità di otomíes, mazahuas, triques e nahuas giunsero a Città del Messico per cercare lavoro trovandovi invece solo rifiuto. La riflessione sulle richieste degli indigeni urbanizzati assume particolare importanza perché generalmente le istanze indigene sono associate a problemi legati alla terra e alla difesa dell'ambiente naturale in cui essi vivono. Nel loro caso, invece, l'ambiente naturale non esiste più e ciò fa perdere al movimento urbano questa caratteristica importante. Esso assume caratteristiche che lo affiliano maggiormente ad altre associazioni civiche, soprattutto nelle richieste specifiche di miglioramento delle condizioni di vita e di partecipazione sociale, ma da cui si diversificano per il forte sentimento identitario.
L'attuale minaccia che pende su di loro è una nuova espulsione dalla città in cui essi giunsero sessanta anni fa perché espulsi dalle loro terre originarie. Lo prevede la nuova "Legge civica" di Città del Messico voluta dal sindaco della capitale e candidato del Prd alle presidenziali del 2006, López Obrador. La legge vorrebbe essere un'operazione di recupero del centro storico di Città del Messico, almeno come presentata dai proponenti. La realtà è ben diversa e gli indios raccontano il modello seguito per la sua applicazione: dal centro escono quelli che lavorano per la strada (quasi sempre indigeni) ed entrano gli imprenditori che hanno investito in quella ristrutturazione. Una ristrutturazione di facciata ad uso e consumo di turisti ed investitori stranieri, dove chi perde è sempre chi sta in basso. Quando il problema è stato sollevato, questa paura degli indigeni ha assunto una particolare importanza perché lo stesso López Obrador aveva garantito di applicare a tutto il Messico il progetto di risanamento voluto per il centro storico. Ancora un segnale della scarsa fiducia accordabile all'unico partito istituzionale che ancora può rappresentare una sponda per un non peggioramento delle condizioni dei nativi.

Divergenze e preoccupazioni

Si è già detto della sostanziale differenza di vedute sul rapporto da tenere con i partiti politici e della critica rivolta agli zapatisti di monopolizzare, seppur involontariamente, il discorso sulla realtà indigena nel dibattito politico messicano.
A queste, il Cipo, l'Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (Oidho) ed il Fray Pedro Lorenzo de La Nada, aggiungono che spesso gli zapatisti hanno posto maggior attenzione alle personalità di spicco e alla problematica internazionale trascurando i singoli e le piccole realtà. Le stesse organizzazioni esprimono anche la preoccupazione di venir esclusi dalle scelte generali del movimento indigeno aderente alla Sesta. Eppure fanno presente che, se l'Altra vorrà essere veramente efficace ed includente, dovrà fare in modo che, nel momento della discussione e soprattutto delle decisioni, tutte le componenti abbiano pari voce in capitolo.
Ancora, nell'elencare le possibili strade da percorrere, alcune organizzazioni, tra cui la chiapaneca Yomlej ed il Foro Maya Peninsulare, avvertono di non cercare soluzioni uniche, ma di trovare il modo di far convivere esperienze e modalità diverse. Così, le proposizioni zapatiste che trasportate in altri continenti sembrano paradossali, qui trovano la loro normalità: le associazioni indigene chiedono che la Sesta sia un mondo che contenga tutti i mondi. Ogni popolo è un mondo, e la Sesta deve garantire che, al momento di decidere su qualcosa, in essa ci sia spazio per tutti i mondi, per tutti i popoli indigeni, per tutte le realtà. Una richiesta, questa, che l'Ezln ha sempre fatta sua, anzi, proprio questo vuole essere l'Altra campagna: un luogo dove tutti possano trovare accoglienza ed ascolto.

Proseguimento

Dopo un primo momento in cui sono stati gli zapatisti a decidere l'agenda dei lavori, in qualità di propositori degli incontri, l'Ezln ha consegnato la parola agli indigeni cessando di essere il propulsore dell'organizzazione. Un modo deciso a livello generale per l'Altra campagna ma che non funziona completamente con altre realtà associative messicane. Da quel momento, qualunque componente indigena è divenuta un possibile centro aggregante e come tale ha potuto stabilire l'agenda di lavoro: il luogo dell'incontro, a chi dare la parola e come organizzare gli argomenti. Ed infatti, dopo un primo pre-lavoro sul territorio, le organizzazioni competenti (indistintamente il Cni di zona, singole associazioni o tutte di concerto) rivolgono il loro invito ad incontrarsi per discutere e coordinarsi. Incontri che, a differenza delle marce indigene la cui permanenza dei delegati ospiti è solamente di qualche giorno, possono durare anche settimane in relazione al procedimento dei lavori. Incontri che sono strettamente legati alle problematiche indigene da portare avanti nella lotta nazionale. Questo perché pur essendo l'Altra campagna il più possibile includente nei confronti di tutti i movimenti sociali, essa dovrà mantenere sempre aperto il canale delle richieste indigene. Nel passato, ogni qual volta gli indigeni sono stati coinvolti, con la promessa di un miglioramento delle condizioni sociali, nelle guerre per salvare la patria dall'invasione straniera o dalla voracità dei potenti, sono sempre finiti per essere traditi. Alla fine di ogni fase di cambiamento i nuovi amministratori del potere dimenticavano le richieste indigene iniziali e ne reprimevano la continuazione delle lotte per il raggiungimento dei loro obbiettivi. Non questa volta. Per i popoli originari del Messico, questa dovrà essere necessariamente una doppia lotta: quella di carattere generale al fianco degli altri destinatari della Sesta e la lotta come popoli indigeni con le loro richieste specifiche. Gli indios aderenti alla Sesta dovranno avanzare attraverso una duplice organizzazione e dunque attraverso un duplice sforzo. Se così non dovessero fare, allora si ripeterà la storia di sempre, quella del tradimento e della dimenticanza.


 Z-Net.it


MOSKULTPROG: A SPASSO PER LE PERIFERIE TRA PASSATO E FUTURO DI MOSCA 30/1/07

Nella Mosca smemorata che demolisce i suoi piccoli e grandi tesori architettonici, c'è qualcuno che punta a preservare storia e memoria della capitale russa. Incluso il passato sovietico. Le passeggiate culturali in periferia del gruppo Moskultprog

Lucia Sgueglia


Mosca - Mosca, un’afosa giornata d’estate. L'appuntamento è per un sabato mattina alle 11, nei sotterranei di una stazione del metrò: il luogo più semplice e sicuro per incontrarsi in una città che oggi va smarrendo sempre più i propri punti di riferimento. Per riconoscersi basta un’occhiata: chi salta una corsa e ha l’aria di aspettare qualcosa è certamente dei nostri. Non siamo a un happening situazionista né a una flash-mob no-global, ma a un incontro del gruppo MosKultProg (Progulki po Moskvye), che da un paio d’anni organizza passeggiate culturali gratuite attraverso la storia e l’architettura di Mosca. Ci puoi trovare studenti, insegnanti, architetti, appassionati di urbanistica e storia, fotografi, semplici curiosi: di solito un centinaio di persone, ma vanno aumentando. A unirli è la passione per l'esplorazione dei margini della megacapitale russa, per il passato di un mondo che oggi cresce, si trasforma e muore a ritmi da record.
Usciti in superficie il panorama è dei meno attraenti, ricorda i cliché dell’edilizia sovietica sommati a uno scenario da film di fantascienza: rettangoli in cemento accostati a ciclopici grattacieli freschi di pittura dal bizzarro stile eclettico, in uno spazio privo di rilievi naturali. Siamo a Maryino, quartiere periferico esemplare della nuova Mosca e delle sue contraddizioni, che conta più di mezzo milione di abitanti. “Per molti moscoviti – esordisce Sergei Nikitin, ideatore del progetto ed esperto di sociourbanistica, incamminandosi lungo enormi boulevard assolati seguito da una fila disciplinata che fotografa e prende appunti tra l’incredulità dei passanti – questo è un posto orribile e privo di storia. Ma non è così”. Svelatore dei segreti di Maryino è Vadim Zudkin, nostra guida locale: 45 anni, ingegnere, abita qui dal 1990. “Maryino - dice - nasce alla fine degli anni 80, in piena perestroijka, sul sito dove a fine 800 si trovavano enormi bacini per la depurazione dell’acqua destinata a dissetare i moscoviti”. Prima tappa del tour è proprio un relitto di quei tempi, visione onirica tra gru e cantieri: una vecchia casa coloniale in legno sormontata da arabeschi, tra le pochissime rimaste in piedi a Mosca. Ora in completo abbandono, ospitava i lavoratori degli impianti. A breve distanza le ruspe lavorano alacremente intorno al nuovo megamercato “Eldorado”. Per costruire Maryino, spiega Nikitin - che è professore di storia dell’arte all’Università Pedagogica di Mosca - vennero interrati i bacini, dimenticando che il sottosuolo era fortemente inquinato dalle sostanze chimiche usate per la depurazione. Oggi l’intera periferia di Mosca, in verità, posa su terreni contaminati: in uno spazio che all’origine si trovava al di fuori della cerchia urbana, in epoca sovietica sorsero laboratori chimici e persino depositi di scorie nucleari, poi inglobati dall’espansione edilizia intensiva degli ultimi decenni. Gli Ottanta sono gli anni in cui inizia la spaventosa crisi degli alloggi che ancor oggi affligge la capitale russa: nessuno vuole più vivere nelle vecchie case comuni sovietiche, ciascuno sogna un appartamento per sé, anche piccolo (la media attuale resta di due stanze per famiglia). A Maryino, ricorda Vadim, il crollo dell’Urss capita nel bel mezzo dei lavori: la sua costruzione viene ripresa agli inizi dei Novanta, l’età della transizione. Nel 2000 arriva la metropolitana, un evento straordinario: i prezzi salgono e la zona diviene ideale per alloggiare una popolazione urbana in crescita vertiginosa, raddoppiata negli ultimi 15 anni (oggi supera i 10 milioni). Il quartiere diviene mecca della nuova “classe media russa”, grande chimera dei sociologi: appartamenti nuovi e spaziosi dotati di ogni comfort, ampi parcheggi, supermercati, scuole, chiese, cinema, persino un po’ di natura che i maryinensi strappano al deserto suburbano facendo riemergere gli antichi laghetti (incuranti della minaccia ambientale). “Una novità enorme rispetto ai vecchi quartieri-dormitorio sovietici (spalnyi raion)”, fa notare Vadim. Ma come allora, la maggioranza degli abitanti delle periferie lavora in centro.
“Maryino può considerarsi la periferia-simbolo degli anni Ottanta e Novanta per Mosca”, chiosa Nikitin. Ogni decennio di storia sovietica ne ha avuta una, sviluppatasi intorno al nucleo del centro storico dominato dalla cittadella medievale del Cremlino: prima la cintura staliniana, poi la krusceviana e infine la brezneviana. Ciascuna diede grande impulso all’edilizia popolare: i megakombinat fino a 22 piani, con i primi minuscoli appartamenti privati, sono presenti ovunque, ma nella seconda fascia dominano le “Khrushchevyi”, tipiche palazzine a 5 piani prefabbricate con materiali di scarsa qualità, dai soffitti bassissimi (facilmente evacuabili in caso di attacco nucleare). Ne vediamo anche a Maryino: “A Mosca sono ancora tantissime – precisa Nikitin - e costituiscono un enorme problema: rinnovarle è impossibile, dovranno essere tutte abbattute con costi altissimi”. L’abbattimento degli altri condomini sovietici non è ancora in questione, perché la domanda di alloggi è altissima. Ma lo sarà forse tra 10 o 20 anni: “Tutte queste costruzioni, follia del socialismo, non erano fatte per durare”. Anche le periferie però hanno una storia da preservare: “Con i nostri tour ricordiamo che quartieri come Cheremushki, nato subito dopo la morte di Stalin, avevano una presa fortissima sull’immaginario popolare, comparivano in tutti i film dell’epoca. Le periferie sono un pezzo fondamentale dell’identità di Mosca, e stanno alla base di molta elaborazione culturale, sociale e identitaria sovietica”. Inoltre conservano straordinari tesori architettonici pre-sovietici miracolosamente sopravvisuti fino ai nostri giorni: “Nelle nostre passeggiate mostriamo, anche a decine di chilometri dal centro, pezzi di architettura modernista accanto a relitti art nouveau, villette zariste e piccoli edifici del primo novecento di cui Mosca è disseminata”. Ogni quartiere è in effetti un grande palinsesto storico-artistico: meno eclatante forse dello splendore zarista di Pietroburgo, Mosca è uno straordinario laboratorio di stili, epoche e tendenze, che attira studiosi da tutto il mondo. Ma oggi è gravemente minacciato.
In pieno centro sopravvivono anche le kommunal’ke, celebri appartamenti in coabitazione che Lenin requisì ai borghesi ricchi distribuendo una stanza a famiglia, protagoniste di tanta letteratura e quintessenza di tutto ciò che il cittadino post-sovietico detesta. In Russia ne rimangono un milione. La privatizzazione e la creazione di un (selvaggio) mercato immobiliare, se non hanno risolto il problema degli alloggi, stanno ridisegnando radicalmente la mappa sociale di Mosca, costringendo migliaia di vecchi residenti del centro storico a trasferirsi in periferia dove i prezzi sono più abbordabili. Creando in centro dei ghetti per ricchi, le nuove élite russe alle quali i costruttori offrono nuovissimi appartamenti, negozi e uffici di superlusso, eretti sulle rovine del passato. Principale artefice di questa rivoluzione urbanistica è l’amministrazione comunale, guidata dal 1992 dal popolare sindaco Yuri Luzhkov, “il demolitore”. In 12 anni le politiche edilizie da lui sponsorizzate hanno visto abbattere, o lasciar perire per incuria nel solo centro 2000 costruzioni, di cui almeno 400 edifici storici, alcuni risalenti al XVII secolo. Anzi 650, secondo un libro appena pubblicato per iniziativa dell’ex ministro delle finanze Boris Fyodorov, Cronaca della distruzione della vecchia Mosca. 1990-2006, che nella prefazione parla di “pogrom culturale” e “crimine contro il patrimonio”. Strategia più frequente usata dalle grandi compagnie costruttrici, ci spiega Rustam Rakhmatullin - giornalista e coautore del volume con K. Mikhailov, da anni firma su Izvestija la rubrica “Addio Mosca!” - è lasciar andare in rovina edifici inclusi nella lista del patrimonio protetto, per poi poterli abbattere con la scusa del rischio agibilità. Sostituendoli con restauri irrispettosi dello stile originario, o nuovissime costruzioni di dubbio gusto. Del resto, si legge nel volume, il registro degli edifici storici di Mosca (che pare contenga 3000 nomi) non è mai stato pubblicato. Colpiti da questo furore edilizio sono edifici napoleonici, ville zariste, esperimenti modernisti, palazzine art nouveau. Celebre è il caso del Manezh, neoclassica scuola di equitazione imperiale (1817) a fianco del Cremlino, distrutta da un misterioso incendio nel 2004 e resa irriconoscibile da un restauro che ne ha alterato le proporzioni. Poi lo smantellamento degli storici megahotel sovietici a due passi dalla Piazza Rossa: il Moskva del 1930 (ex quartier generale dei bolscevichi) e il Rossija del 1967 (destinato ai delegati dei congressi del Pcus), le cui 3000 stanze saranno sostituite da un megacomplesso di 11 edifici firmato Norman Foster. O il sacrificio dei magazzini decò Voyentorg, nonostante le proteste pubbliche. A novembre scorso risale il primo caso di inchiesta giudiziaria su un abbattimento non autorizzato dal comune: la settecentesca Blacksmith House. Lo skyline cittadino pare destinato a cambiare per sempre: l’ufficio del sindaco ha annunciato di voler innalzare 60 grattacieli nei prossimi 10 anni, alcuni di 50 piani. Molti vedranno la luce nella nuova City di Mosca, megaquartiere per il business in corso di lavori a Krasnoprenskaya sulle rive della Moscova, spianando 2,5 milioni di mq di terreno.

A battersi per salvare la Mosca storica dalle ruspe sono i gruppi “preservazionisti”, che negli ultimi anni sono riusciti a creare un movimento di protesta civile contro la distruzione sistematica del patrimonio cittadino. Tra i più agguerriti gli esperti internazionali di Maps (Moscow Architecture Preservation Society), che hanno fatto notizia in Europa lanciando l’allarme sui rischi di sparizione che corre l’eredità grandiosa del Costruttivismo russo: l’avanguardia modernista che fu l’ultima grande utopia architettonica sovietica (1920-1934 ca.) prima dell’avvento di Stalin. A occuparsi del possibile recupero degli ex immobili di Stato è invece il National Fund for the Rebirth of the Russian Estate. Dal 2003 il sito web Moskva Kotoroy Net (Mosca che non c’è più) accoglie una vasta collezione di foto d’epoca di edifici e strade scomparse, e riesce a mobilitare in poco tempo centinaia di persone contro le demolizioni. Mentre il Museo Shchusev conserva un milione di documenti d’archivio sulla storia dell’architettura russa. Più sotterraneo e difficile, ma portato avanti con passione da attivisti, è l’impegno di MosKultProg, che guarda soprattutto ai “piccoli monumenti di quartiere” dal valore storico meno riconosciuto. “Un lavoro da rabdomanti del passato”, conferma Nikitin: “Vogliamo far riemergere una Mosca dimenticata, illuminando tesori inattesi a due passi da casa che nemmeno i moscoviti doc conoscono, senza i quali questo grande spazio cittadino diventa completamente anonimo”. Un esempio è la “passeggiata di Lisa”, che ha visto accorrere 160 persone e due troupe tv. Eroina tragico-romantica di una novella di Karamzin (Bednaya Liza, 1792), la fioraia Lisa si suicida per amore di un nobiluomo in un laghetto, localizzato presso il monastero Simonov. Nell’Ottocento il luogo divenne immensamente celebre tra gli innamorati di Mosca, u chiamato per questo “Stagno di Liza” (Lizin Prud), e diede il nome anche alla fermata della ferrovia “Lizino”. Dagli anni 30, racconta Nikitin, il lago è interrato per far posto a un palazzo dei lavoratori; poi la zona diviene sede delle più importanti industrie cittadine (SIU, Dinamo, DPZ), e vi spuntano alcuni zhladima, enormi condomini staliniani per operai. Infine con l’arrivo della metropolitana, la cui fermata diviene Avto Zavodka, “il nome di Liza scompare definitivamente dalla mappa di Mosca”. Oggi, continua lo studioso, assistiamo a un’ennesima trasformazione: tutte queste industrie sono in crisi e chiudono, il sindaco vorrebbe abbatterle, e il quartiere cerca una nuova identità: “La nostra passeggiata ha riportato alla luce e legato tra loro tutte questi stratificazioni storiche che sembravano isole a sé stanti”. Spesso i percorsi di MKP si trasformano in sedute di reminescenza collettiva per i partecipanti, che richiamano alla mente edifici scomparsi, nomi di strade cambiate e il prezzo del pane nei piccoli negozi di un tempo. Un altro tour del gruppo tocca l’Anello dei Giardini, storica cintura verde che circonda la città da inizi 800, la passeggiata preferita dai moscoviti fino a pochi anni fa: oggi è diventata una delle principali arterie di traffico della città, invasa da smog e rumore. Lungo il percorso c’è la casa di Chekhov, una residenza di pittori art nouveau, palazzi ottocenteschi e un ospedale settecentesco, ma nessuno li nota più. L’esplosione del mercato automobilistico dopo il crollo dell’Urss ha cambiato radicalmente il paesaggio cittadino. La ristrutturazione delle arterie viarie intrapresa da Luzhkov per contrastare l’emergenza traffico (con la nuova autostrada a 10 corsie che si snoda intorno alla città, il terzo anello di scorrimento interno e il raccordo anulare MKAD) ha cancellato un’altra porzione di memoria metropolitana. In compagnia di Rakhmatullin Mkp ha visitato il quartiere adiacente alla nuova tangenziale, dove dagli inizi dell’Ottocento e fino a 5 anni fa passava l’acquedotto zarista: nessuno degli abitanti della zona se ne ricorda, nemmeno gli anziani. Una rimozione repentina, osserva Nikitin: “Nell’opinione pubblica manca la consapevolezza del problema, e la percezione della qualità del patrimonio da preservare”. Passeggiata d’impronta letteraria è anche quella guidata dal famoso poeta Prigov, che a Mkp ha raccontato il quartiere dove vive da 40 anni e cui ha dedicato tante liriche: Belyaevo, sudovest di Mosca, cementificato grigiore brezhneviano. Qui dagli anni 60 agli 80 vissero tutti i più importanti intellettuali russi: vi nacquero due centri importantissimi per l’arte underground sovietica, e un cinema che mostrava film non allineati che non uscivano nei cinema centrali, Tarkovskij incluso.
Nel secolo scorso Mosca ha vissuto almeno due radicali trasformazioni. Nel 1917 i bolscevichi si trovano davanti una città fatta in gran parte di legno. Nel 1935 col “piano Stalin” l’architettura (verticale) diventa ideologia del potere con le mastodontiche Sette Sorelle. Brezhnev nel 1971 disloca la crescita urbana in estrema periferia, creando dormitori-satelliti. “Ma contrariamente a quanto si pensa, i sovietici non eliminarono completamente l’eredità architettonica prerivoluzionaria, pur colpendo pesantemente chiese, palazzi e ville. Alcuni edifici antichi si sono incredibilmente conservati sul territorio cittadino fino a oggi”, fa notare Nikitin. Là dove ora si allungano le periferie, la Mosca ottocentesca si apriva su tenute nobiliari e giardini privati. Ma già alla fine del secolo la rivoluzione industriale aveva riempito questo spazio di alloggi comuni per i lavoratori (come a Maryino), impiegati nelle fabbriche tessili o militari. Già nel 1900 Mosca era una metropoli molto industriale e con una grande crisi ecologica. “Ma l’architettura industriale - lamenta Nikitin -, oggi oggetto di sapienti riqualificazioni da Londra a Parigi, qui non è ancora considerata monumento”. Forse però qualcosa sta cambiando: di recente la manifattura tessile Danilovski è stata convertita in centro culturale, la fabbrica di seta ottocentesca Rosa Rossa a Gorki Park diventa spazio multifunzionale, poco distante il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea ospita importanti studi di architettura in ambienti industriali d’epoca, il complesso di gallerie d’arte ArtStrelka fa rivivere garage dismessi nella fabbrica di cioccolato Ottobre Rosso. Mentre fra i nuovi ricchi tornano di moda le case antiche, e si ricomincia ad apprezzare il gusto retrò.

Uscito nel numero speciale sulla Memoria del Diario del mese


SALUTE:
Birmania, paesi vicini a rischio Hiv
Marwaan Macan-Markar

BANGKOK,(IPS) - Gli esperti sanitari internazionali stanno allertando le nazioni confinanti con la Birmania sulla crescente minaccia dell’Hiv, lungo le permeabili frontiere che le dividono dal paese governato dalla giunta militare.

La cifra record di casi di Hiv in due delle province a nord-est dell’India che confinano con la Birmania, è un segnale preoccupante di ciò che sta accadendo, secondo Tom Lee, co-direttore del Global Health Access Programme (GHAP), con sede a Los Angeles. “Gli stati del Nagaland e di Manipur presentano i più alti tassi di incidenza di Hiv in India. Tra le donne esaminate presso le cliniche lungo il confine si registra l’8 per cento, mentre il tasso è normalmente dell’1 o 2 per cento nel resto della regione”.

Anche la Cina sta affrontando una crisi analoga, lungo la linea di confine con la zona nord-orientale della Birmania. “Il tasso di incidenza dell’Hiv varia tra l’1,5 e il 2 per cento. I cinesi hanno capito di avere un grave problema dal punto di vista della salute pubblica”, ha detto Andrew Moss, un epidemiologo che collabora con il Centro per i diritti umani dell’Università di Berkley, California. “Il confine è completamente permeabile. Adesso starà ai cinesi far fronte alla situazione”.

Secondo il rapporto 2006 del Programma Onu sull’Hiv/Aids (Unaids), in Birmania si è diffusa una delle “epidemie più gravi” in Asia. Si stima che 360.000 persone vivano con questa malattia mortale, e il tasso nazionale di incidenza tra gli adulti è stato dell’1,3 per cento in un anno, ha aggiunto Moss. La Birmania è tra le tre nazioni con i più alti tassi annuali di incidenza di Hiv, insieme a Cambogia (1,6 per cento) e Tailandia (1,4 per cento).

L’allarme sugli alti tassi di Hiv lungo le frontiere internazionali della Birmania è stato lanciato dagli esperti della salute pubblica alla fine di un seminario di due giorni, tenutosi a Bangkok, sulle malattie infettive nelle regioni di confine dell’Asia meridionale e sud-orientale. Gli altri paesi vicini della Birmania sono Tailandia, Laos e Bangladesh.

Questo allarme è l’ultimo di una serie di avvertimenti sulla crescente diffusione delle malattie mortali dalla Birmania verso altre parti dell’Asia come una minaccia alla sicurezza internazionale.

La svolta diplomatica è stata annunciata all’inizio di gennaio, quando i timori sulla diffusione dell’Hiv dalla Birmania sono stati espressi in una risoluzione presentata dal governo Usa presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. I generali birmani ne sono usciti indenni, visto che Cina e Russia si sono schierate in loro difesa, ponendo il veto di fronte alle pressioni di Washington per mettere fine agli abusi dei diritti umani in questo paese del sud-est asiatico.

“Anche riguardo alle minacce alla sicurezza meno tradizionali, come quelle dei narcotici e la salute, la risoluzione del Consiglio di sicurezza fa capire quanto sia grave il problema”, ha detto Chris Beyrer, direttore del Centro per la salute pubblica e i diritti umani presso la John Hopkins University, Baltimora. “Queste minacce suscitano preoccupazioni sulla sicurezza locale e regionale, che i paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale dovrebbero prendere in considerazione”.

Questo forte attacco contro la Birmania avrebbe preso le mosse da un precedente rapporto, presentato nel settembre 2005 e intitolato “Una minaccia per la pace: appello al Consiglio di sicurezza dell’Onu per un’azione concreta in Birmania”, commissionato dall’ex presidente ceco Vaclav Havel e dall’arcivescovo sudafricano e premio Nobel Desmond Tutu.

”La Birmania è tra i paesi che hanno maggiormente contribuito alla diffusione dell’Hiv/Aids nel Sud-est asiatico. Poiché la Birmania è il fornitore di eroina della regione, e i ceppi di Hiv che sono nati qui si stanno diffondendo ora ai paesi vicini lungo le rotte dell’eroina”, si legge nelle 80 pagine del rapporto.

In realtà, prosegue il dossier, l’aver incluso la questione dell’Hiv/Aids all’esame del Consiglio di sicurezza in Birmania, ha fatto sì che questo paese venisse considerato come un caso a parte rispetto ad altri paesi di cui l’Onu si occupava, come la Cambogia, l’Afghanistan o il Ruanda, dove a preoccupare il Consiglio erano gli scontri tra le diverse fazioni e le violazioni dei diritti umani. I problemi causati dalle droghe e dalla diffusione dell’Hiv in arrivo dalla Birmania erano tanto critici quanto altri fattori che richiedevano l’intervento dell’Onu, come la distruzione di un governo democratico, i conflitti tra le fazioni, le violazioni dei diritti umani e i flussi di rifugiati in uscita dal paese.

Le condizioni della Birmania dopo la pubblicazione di quel rapporto non sono cambiate, ha segnalato Beyrer, evidenziando la trascuratezza dei sistemi sanitario e educativo del paese, “pesantemente sottofinanziati”, e il fatto che le risorse siano “concentrate nel centro e non nella periferia”.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha definito il sistema sanitario della Birmania come tra i peggiori al mondo, migliore soltanto di quello della Sierra Leone, che figura al 191esimo posto nell’elenco delle nazioni esaminate. Circa tre quarti della popolazione vivono sotto la soglia della povertà, nonostante la ricchezza del paese in risorse naturali. Un’ampia fetta delle spese, dal 40 al 50 per cento del bilancio nazionale, va a finanziare le 400.000 unità delle forze armate.

Perciò, sono molto scarsi l’assistenza sanitaria e i programmi educativi disponibili per le persone con Hiv o per i gruppi vulnerabili che vivono lungo il confine con la Birmania, sede delle minoranze etniche del paese, alcune delle quali hanno gruppi ribelli impegnati in lotte separatiste con l’esercito birmano.

Altrettanto sconvolgente, sostiene Lee, è l’assenza di un qualsiasi sistema di controllo per raccogliere dati credibili sulla situazione sanitaria lungo il confine. “Sono zone d’ombra vietate alle Ong internazionali, e dove neanche il governo birmano raccoglie dati”.

Le rotte della droga lungo queste aree, e i comportamenti ad alto rischio, come il dilagante commercio del sesso, sostiene Moss, rendono i 10 milioni di persone - che si stima attraversino ogni anno il confine Birmania-Cina - vulnerabili alle epidemie. “La Birmania ha generato moltissime persone dipendenti dalle droghe su entrambi i lati della frontiera. Qui manca qualsiasi informazione in grado di aiutarle”.

“È necessario un maggiore controllo lungo le frontiere, per poter registrare i casi di Hiv. Servirebbero delle postazioni specifiche sul posto per raccogliere i dati”, ha affermato J.V.R. Prasada Rao, responsabile dell’ufficio regionale Asia-Pacifico di Unaids. “Per questo le comunità di migranti figurano tra i gruppi più vulnerabili”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=842

Myanmar, guerra ai ribelli indiani
L'esercito birmano lancia un'offensiva contro i campi guerriglieri
Su richiesta del governo di Nuova Delhi, l’esercito birmano ha scatenato una violenta offensiva contro le basi dei guerriglieri indiani Naga. Da sabato, il distretto settentrionale di Sagaing, al confine con l’India, è teatro di violenti scontri armati tra oltre 3.500 soldati birmani e un numero imprecisato di combattenti del Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland, fazione Khaplang (Nscn-K). Il quartier generale e almeno due accampamenti dei ribelli sono stati bombardati con razzi e granate, poi attaccati e dati alle fiamme. Un primo bilancio dei combattimenti – che sono tutt’ora in corso – parla di almeno una dozzina di soldati birmani e di tre guerriglieri Naga uccisi.
 
MappaForse il vero obiettivo sono i campi Ulfa. Questa azione militare è stata decisa dalla giunta militare al potere in Myanmar su pressione del governo indiano – che pare abbia anche fornito al governo birmano gli armamenti necessari. La settimana scorsa, infatti, il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Pranab Mukherjee, si era recato in visita a Yangon proprio per sollecitare il regime militare birmano ad agire contro le basi di tutti i gruppi armati indiani che si rifugiano nel suo territorio: quelli del Nscn-K, certo, ma soprattutto quelli del Fronte Unito Rivoluzionario dell’Assam (Ulfa), che all’inizio di gennaio hanno sferrato in India una violenta serie di attacchi, in seguito ai quali il governo indiano ha inviato in Assam 20 mila soldati. Nuova Delhi teme che, per sfuggire alla sua offensiva, i ribelli dell’Ulfa si siano rifugiati oltre confine, in Myanmar. Da qui la richiesta indiana d’intervento al regime birmano nel distretto di Sagaing. E quindi probabile che il vero obiettivo dell’esercito di Yangon non siano le basi dell’Nscn-K, ma quelle dell’Ulfa. Anche se, per ora, si ha notizia di attacchi contro i campi dei ribelli Naga.
 
Guerriglieri del Nscn-KChi sono i ribelli del Nagaland? Secondo il governo indiano, la fazione Khaplang del Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland ha in Myanmar una cinquantina di campi e tra i cinque e i settemila uomini.
Questo gruppo è nato nel 1988 dalla scissione dell’Nscn (fondato nel 1980), che in quell’anno si spaccò in due per le rivalità interne sorte tra i due principali clan della tribù dei Naga, i Konyak e i Tangkhul. Le due fazioni, rispettivamente Khaplang e la Isak/Muivah (dai nomi dei diversi capi), hanno iniziato a farsi la guerra anche tra loro, e da allora non hanno mai più smesso. Nel 1997 la fazione Isak-Muivah ha firmato un cessate il fuoco con il governo indiano. Nel 2001 lo ha fatto anche la fazione Khaplang. Ma nessuno dei due lo ha rispettato, né con il governo, né tra di loro.
Entrambi i gruppi, a parte le divisioni di clan, accusano il governo indiano di sfruttare le risorse locali (minerali, tè, legname e petrolio) senza dare nulla in cambio alla popolazione e combattono per l’indipendenza da Nuova Delhi e per la creazione di una Repubblica Popolare del Nagaland, ispirata ai principi del maoismo e dello spiritualismo cristiano-animista che caratterizza il popolo Naga.
Dal 1980 il conflitto armato in Nagaland ha causato almeno 20 mila morti.
 
Soldati birmani in parataPressing Usa contro il regime birmano. L’offensiva birmana giunge in un momento di forti tensioni tra il regime militare di Yangon e l’Occidente, Usa in particolare. Dall’inizio dell’anno, Washington ha infatti iniziato un pressing diplomatico senza precedenti contro la giunta, chiedendo riforme democratiche e portando addirittura, per la prima volta nella storia, la questione birmana al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: solo il veto di Cina e Russia ha bloccato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani delle minoranze e degli attivisti democratici. Yangon ha reagito accusando gli Usa di voler provocare, con la scusa della democrazia, un cambio di regime per forzare l’apertura del Myanmar agli investimenti occidentali.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7214

USA : omicidio prima causa di morte fra i giovani neri
di R. G. *

Una recente analisi mostra che il tasso di omicidi fra i giovani neri negli Stati Uniti e' molto piu' elevato che quello fra i ragazzi bianchi. Il rapporto, pubblicato ieri dal Violence Policy Center di Washington (una organizzazione no profit di ricerca ed educativa), analizza i crimini del 2004 commessi nell'intera nazione, eccetto la Florida, i cui dati non sono pervenuti.

Le vittime nere di omicidio in Pennsylvania, lo Stato al vertice della triste classifica, sono state nel 2004 ben 398, di cui 348 maschi. In rapporto alla popolazione, si tratta di 29,52 vittime su 100.000 abitanti. In confronto allo stesso numero di abitanti, in Louisiana il tasso di morti neri e' di 29.48, nell'Indiana 29.30 e in California 28.95. La media nazionale e' invece di 18.71 vittime ogni 100.000 persone. Secondo l'FBI sono le pistole l'arma piu' usata nella maggior parte degli omicidi (86%).

Josh Sugarmann, direttore esecutivo del Centro e coautore dello studio, ha definito "sproporzionato, disturbante e innegabile" il dato relativo alle morti di adolescenti e giovani neri e nere. Per confrontare i dati, mentre l'omicidio e' la prima causa di morte fra i giovani neri delle fasce d'eta' 15 - 19, 20 - 24 e 25 - 34, per i ragazzi bianchi della stessa eta' e' solo la terza, mentre le prime due sono gli incidenti e il suicidio. E il dato non e' molto diverso dagli anni precedenti.

Secondo la Post Gazette di Pittsburgh, Alfred Blumstein - professore dell'università Carnegie-Mellon e direttore del consorzio nazionale di ricerca sulla violenza a scuola, nonche' uno dei maggiori criminologi della nazione - ha sottolineato soprattutto il dato nazionale sull'uso delle pistole che emerge dallo studio.

"Certamente, rileva il professore - ... l'omicidio e' un fattore nella vita cittadina per gli Americani neri e le pistole sono un aspetto importante di essa". Percio' esorta a fare qualcosa come comunita' per regolamentare l'uso delle pistole fra i giovani, ma anche per controllare la provenienza degli oggetti di valore posseduti dai giovanissimi e la loro frequenza a scuola. Meno pistole e piu' legalita', insomma.

A margine del rapporto va detto anche che sono diversi i giovani neri disarmati e innocenti uccisi, in diversi Stati, dalla polizia, nella nota logica del pregiudizio per le persone di colore che vide vittima a Londra nel 2005 Jean Charles de Menezes, ma le inchieste sono state insabbiate o hanno tempi biblici o di concludono con un nulla di fatto.

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org




gennaio 30 2007

La svolta «incompiuta» di Telecom Italia

di Giuseppe Oddo

Molto del futuro di Telecom Italia, e del suo socio di controllo, Marco Tronchetti Provera, dipende dall'esito dell'assemblea degli azionisti che, in aprile, sarà chiamata ad esprimersi sul rinnovo del consiglio, sull'approvazione del bilancio 2006 e su quella del piano industriale. Tronchetti, dunque, ha dinanzi a sé meno di tre mesi per sbrogliare l'intricata situazione del gruppo. Su cui peraltro pesa come un macigno l'inchiesta della Procura di Milano scaturita dalle indagini su Giuliano Tavaroli, l'ex capo della sicurezza di Pirelli-Telecom, finito in prigione in settembre perché al centro di un'illecita attività di spionaggio informatico-telefonica condotta ai danni di industriali, banchieri, politici, giornalisti, magistrati e cittadini comuni, tra cui alcuni dipendenti della stessa Telecom.
Le indagini
Dopo la seconda, recente ordinanza dei magistrati, culminata nell'arresto di altre quattro persone - con l'accusa di aver spiato l'ex amministratore delegato di Rcs Vittorio Colao e il vicedirettore ad personam del «Corriere della sera» Massimo Mucchetti - l'inchiesta ha compiuto un nuovo salto di qualità. E il sospetto dei pm è che i committenti di questa attività di spionaggio fossero addirittura «i livelli apicali dell'azienda»: i responsabili più alti in grado di Telecom.
Tronchetti ha rigettato con sdegno qualsiasi accusa di scorrettezza. E al suo fianco s'è schierato, al completo, il patto di sindacato di Rcs, in cui siedono alcuni tra i più influenti banchieri e imprenditori. Ciò nulla toglie al rischio che, con l'approssimarsi dell'assemblea, l'inchiesta possa registrare un'ulteriore escalation e complicare il tentativo di Tronchetti di rimettere ordine nella catena di controllo del gruppo.
Una cosa, però, è certa: gli inquietanti interrogativi sull'operato di Tavaroli company e il lavoro di riorganizzazione condotto in questi mesi da Guido Rossi, succeduto alla presidenza di Telecom dopo le dimissioni di Tronchetti, hanno sì intaccato il potere dell'azionista di riferimento, ma non al punto da chiudergli qualsiasi spazio di manovra.
Anzi. Nonostante il carisma e la forte personalità di Rossi, e il suo tentativo di inserire nuovi manager nella struttura di comando, indipendenti dalla casa madre Pirelli, l'influenza di Tronchetti Provera sulle decisioni chiave della Telecom resta elevata.
La struttura
Un'occhiata al nuovo organigramma aiuta a capire. Carlo Buora, dietro l'incarico di vicepresidente esecutivo, è di fatto il numero uno di Telecom, di cui mantiene le principali deleghe operative. E Buora è l'uomo più vicino e legato a Tronchetti. A sua volta egli ha trovato importanti alleati in Gustavo Bracco, Armando Focaroli e Francesco Chiappetta.
Bracco, che riporta direttamente a Buora, è il direttore del personale e delle relazioni industriali, e ha ottenuto la responsabilità della sicurezza dopo l'uscita di scena di Tavaroli. Focaroli, anch'egli alle dipendenze di Buora, è il presidente di Telecom Audit, la società per i controlli interni del gruppo. E Chiappetta, capo degli affari legali di Telecom, ma anche di Olimpia e Pirelli, è anche segretario del consiglio d'amministrazione del colosso telefonico. Riferisce però a Rossi e non a Buora. Ed è uno dei pochi, forse l'unico, a rivestire tuttora lo stesso incarico in più società del gruppo: ciò che l'attuale presidente sta cercando di evitare per contenere i conflitti d'interesse e le commistioni tra società controllata e società controllanti. Non a caso ha chiesto a Buora di recidere il legame con Pirelli e ha dato un taglio netto alle strutture di comunicazione di Pirelli e Telecom, che ancora qualche mese fa funzionavano come vasi comunicanti.
Questo assetto di comando è tuttavia fonte di contrasti tra Buora e Riccardo Ruggiero, che di Telecom è l'amministratore delegato. Gli scontri tra i due si sono inaspriti soprattutto dopo le dimissioni di Tronchetti da presidente. Ruggiero, che in aggiunta alle deleghe precedenti ha ottenuto di recente la responsabilità di Tim Brasile, vorrebbe che i poteri di Buora ricadessero sotto il suo controllo, non accetta questa disparità e cova un forte risentimento contro il vicepresidente. Al punto che i due hanno smesso di parlarsi.
Corsa in salita
A farne le spese è l'azienda, che rischia la paralisi. Il piano industriale, promesso per gennaio, è in alto mare; gli investimenti ristagnano. E la società subisce, a tutto campo, l'attacco della concorrenza. Operatori quali Albacom e Fastweb acquistano traffico dati all'ingrosso da Telecom per poi rivenderlo come traffico voce a prezzi di molto inferiori a quelli offerti dall'ex monopolista.
La società perde colpi e margini non solo nel tradizionale servizio telefonico, ma anche nel campo dei nuovi servizi. La conferma è in una sentenza del Tar del Lazio del 26 ottobre 2006, che ha dichiarato nulla l'autorizzazione concessa a Telecom dall'Authority delle comunicazioni per un servizio di tv via cavo con protocollo Internet. La non replicabilità di tale servizio da parte di altri operatori, come Sky, Rai, Mediaset, avrebbe infranto, infatti, i principi del libero mercato. Ebbene, si legge nella sentenza di annullamento che l'Autorità ha dato il suo benestare al lancio di questa offerta ibrida perché «l'operatore dominante rischiava di perdere quote all'interno di un settore altamente concorrenziale».
Un altro pericolo, per Telecom, deriva dal principio di neutralità della rete, reclamato dalla concorrenza. Uno dei principali motivi per cui la società si tiene stretta la proprietà delle rete è che l'infrastruttura è il mezzo per intercettare e intermediare le transazioni tra utenti e fornitori di servizi via Internet, che altrimenti avverrebbero in maniera diretta, senza alcun vantaggio per Telecom.
Se questo è il quadro generale, gli investimenti diventano la priorità assoluta. Diventa soprattutto decisiva la celerità con cui saranno effettuati. Un conto è "posare" in tre anni la rete di nuova generazione che Telecom ha intenzione di realizzare, e che rappresenta il futuro economico di un grande gestore, un altro è completarla in dieci. E qui molto dipende dalla futura struttura azionaria del gruppo.
Pirelli vorrebbe cedere il 50% della quota in Olimpia e imbarcare nuovi soci per rientrare, almeno in parte, dell'investimento iniziale. Ma fino a che Telecom dovrà destinare a dividendo il 90% dei profitti per permettere alla controllante Olimpia di rimborsare interessi e debiti, un'accelerazione degli investimenti appare quanto mai improbabile. Allo stesso modo, sembra contraria a ogni logica industriale la vendita di Tim Brasile, la consociata da cui, nel 2006, è venuto l'80% dell'incremento dell'utile operativo di gruppo: una scelta volta a ridurre l'esposizione e a impedire il declassamento del merito di credito da parte di Standard Poor's.
La domanda che investitori e clienti si pongono, anche in vista della scadenza di aprile, è se Telecom dovrà continuare a dibattersi nell'emergenza del debito o se gli azionisti intendono ricapitalizzarla per consentirle di compiere quel salto tecnologico di cui l'economia e il Paese necessitano. In tal caso dovranno mettere mano al portafoglio e rinunciare agli utili di oggi per puntare su una redditività differita nel tempo.http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/01/goddo-300107-svolta-telecom.shtml?uuid=5dd86eb4-b032-11db-b4a4-00000e251029&type=Libero


Rapporto Eurispes 2007. Un'Italia schizofrenica... Tanto per cambiare

 

Una breve premessa. Spesso i giornali non ne parlano, perché si tratta di questioni troppo tecniche. Ma è bene che il lettore sappia e capisca. Che cosa? Che gli annuali ritratti, tracciati dall’Eurispes (http://www.eurispes.it/.), sono dal punto di vista del metodo particolarmente interessanti. Perché puntano sulle differenze di comportamento degli italiani, piuttosto che sulle conformità. Infatti, il suo presidente Gian Maria Fara ama parlare, in modo immaginoso, di un metodo d’indagine che si ispira alla “dialettica degli opposti”. Probabilmente perché è proprio questa, la chiave antropologica giusta, che consente di decifrare meglio i comportamenti degli italiani. I quali, più di altri popoli, usano da sempre dividersi e ricomporsi, in modo schizofrenico, tra essere e apparire.
E, sotto questo aspetto, anche il Rapporto 2007, non delude. Perché illustra chiaramente, quanto questa “polarità” sia ancora assai diffusa nei comportamenti. Iniziamo, dando però, qualche dato sintetico.
Secondo il Rapporto - che si basa su interviste a campione - un italiano su due sente di avere meno soldi in tasca: la metà delle famiglie dichiara un reddito inferiore a 1.900 euro al mese. Ma al tempo stesso si asserisce che la principale preoccupazione non è il costo della vita ( il 15,8 % contro il 23,6% del 2006). Di conseguenza il 25 % degli intervistati afferma di continuare a viaggiare per turismo, come e più di prima. Lo stesso accade per il tempo libero: il 20,7% afferma di essere stato costretto ad annullare le spese per le attività ricreative, ma il 27,5% dichiara di non aver modificato le proprie abitudini. La risposta probabilmente è nella crescita del credito al consumo: le erogazioni delle sole banche alle famiglie, tra il 2000 e il 2006, sono cresciute del 77 % . Anche i prestiti delle società finanziarie sono aumentati nello stesso periodo dell’84 %. All’ indebitamento, corrisponde l’aumento del fatturato delle imprese: gli italiani continuano a “comprare” (magari a rate…) Crescono anche i profitti delle grandi imprese quotate in borsa. Mentre diminuiscono i redditi da lavoro dipendente.
Interessanti, anche i dati sui diritti civili postmoderni: un italiano su tre è favorevole al matrimonio tra omossessuali. Il 67% dice sì al Pacs. Diminuiscono i contrari all’eutanasia (dal 1987 ad oggi sono passati dal 40,8 % al 23,5 %). Ma il 60,7% si dichiara vicino alle posizioni dottrinarie della Chiesa, benché il dato sia in calo rispetto al 2006.
Crescono i matrimoni misti: si passa dal 3,3% del 1993 al 14,3% del 2005. Tuttavia il numero delle coppie che divorziano è elevato. In pratica una coppia mista su tre si separa, mentre il tasso dei divorzi è il doppio di quello delle coppie italiane. Restano, perciò, alcuni dubbi sulla reale volontà degli italiani di creare una società multietnica, solida e duratura. Anche perché due italiani su dieci continuano ad attribuire solo agli stranieri il presunto aumento della criminalità.
Inoltre, sono oltre 2.130.000 i soggetti che hanno "sniffato" cocaina almeno una volta nella vita, e quasi 700mila, coloro che lo hanno fatto nell’ ultimo anno. Il prezzo medio della "polvere bianca" è diminuito da 99 a 87 euro nel corso degli ultimi 4 anni: il costo cala e il consumo aumenta. La crescente popolarità di questa droga riguarda soprattutto gli uomini tra i 25 e i 34 anni; dal 2000 al 2005 gli utenti in carico presso i Sert sono più che raddoppiati (rispetto al totale) raggiungendo la quota record del 13,2 %.
Infine, l'evasione fiscale arriva a superare i 210 miliardi, ed è pari a circa 6 volte la Finanziaria 2007. Secondo stime Eurispes, nel 2007, il maggior carico per color che pagano le tasse sarà tra 9,5 e 10 punti in più rispetto alla pressione consueta. Il 69,1% degli italiani ritiene molto grave l'evasione fiscale. E quasi due italiani su tre si dicono d’accordo con l'affermazione secondo cui “è indispensabile pagare le tasse allo Stato perché la collettività possa avere un livello accettabile di servizi pubblici". E qui è facile concludere che gli italiani predicano bene ma razzolano male …
Quanto alle istituzioni, resta alta la fiducia nelle forze dell’ordine (il 73,5 % degli intervistati); segue quella nel presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitano (il 63,2%); nella magistratura (il 39,8 %); nel governo (il 30,7 %); e infine nei partiti (12,6 %). Però, circa il 47 % del campione intervistato, dichoiara, rispetto al 2006, di avere maggiore sfiducia nelle istituzioni in quanto tali.
E, ora, le nostre conclusioni.
Che dire? un italiano su due continua a non sentirsi povero. E uno su quattro a non avvertire alcuna crisi. Evidentemente, è proprio l’ economia del debito che riesce a mantenere a un livello di tollerabilità sociale spese e morale degli italiani. E di riflesso quello delle imprese. Le quali, rispetto al 2006, hanno addirittura aumentato gli ordinativi del 9,3 % . Mentre, come tradizione vuole, un italiano su due, continua a non fidarsi dello Stato ( e sempre meno delle istituzioni politiche: governo e partiti). Infine, incrociando le diverse percentuali, si scopre che tre italiani su dieci, finiscono per risultare favorevoli, sia alla morale cattolica tradizionale, sia a quella relativistico-postmoderna, incarnata dai pacs.
Insomma, gli italiani, cercano di tenersi a galla in tutto modi, ricorrendo (se capita) all’evasione fiscale e (sempre più) al credito al consumo. Mentre sul piano dei diritti civili e delle scelte morali si persevera nell’etica dell’occasione: nella stessa persona, soprattutto di età matura, (dal momento che gli anziani, over 65, sono il 20% della popolazione, e i giovani tra i 15 i 34 anni, il 25%), continuano a convivere in modo schizofrenico, e secondo convenienza, l’evasore e il cittadino modello, il cattolico all’antica e il relativista postmoderno, il gaudente e il povero. E perché no? Anche l’ottimista e il pessimista…
Ma fino a quando? Di sicuro, sul piano economico, fino a quando l’indebitamento al consumo non diverrà un peso insopportabile per singoli e famiglie. Invece, su quello dei comportamenti morali e sessuali, potremmo vederne delle belle (o delle brutte, secondo il punto di vista): il relativista postmoderno potrebbe anche avere la meglio sul cattolico all’antica… Quanto alla sfiducia nelle istituzioni potrebbe, anzi dovrebbe, andare sempre peggio. Ma questa non è una grande novità. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

L'arbitro di parte
Giovanni Valentini
la Repubblica

È come se un arbitro di calcio, mentre sta arbitrando, contestasse la regola del fuori gioco o permettesse a una squadra di scendere in campo con dodici o più giocatori. Come se la Polizia stradale, in servizio di Stato, criticasse i limiti di velocità. O come se una commissione urbanistica comunale, nell´esercizio delle sue funzioni amministrative, rinunciasse a disciplinare l´altezza dei palazzi in costruzione.
La sconcertante sortita di Antonio Catricalà - presidente dell´Autorità garante della concorrenza e del mercato - contro il "tetto" alla pubblicità televisiva previsto dal disegno di legge del ministro Gentiloni, è innanzitutto una negazione del proprio ruolo e della propria responsabilità all´interno di una democrazia economica, in base ai principi del sistema capitalistico.
Se non si può porre un "tetto" alla raccolta pubblicitaria, perché questo – secondo il ragionamento di Catricalà, definito "assolutamente falso" da una durissima nota di Palazzo Chigi – è il fatturato di un´azienda televisiva, allora non si può porre un "tetto" ad alcun fatturato di alcuna azienda. E allora tanto vale abolire il mercato, abolire la normativa antitrust e abolire di conseguenza anche l´Authority.
Sappiamo bene, invece, che dagli Stati Uniti all´Europa, al di là e al di qua dell´Oceano, proprio questa è la funzione delle autorità indipendenti (cioè non dipendenti dal potere politico ed economico) chiamate a garantire appunto la libera concorrenza: valga per tutti il caso di Bill Gates e della sua Microsoft, per fare soltanto l´esempio più recente. Nessuno può impedire evidentemente l´espansione di un´azienda all´interno di un qualsiasi settore. Ma quando la sua crescita ammazza i competitors, quando un´azienda assume o detiene posizioni dominanti, quando realizza una condizione di monopolio o di duopolio, come nel caso della tv pubblica e privata in Italia, è chiaro che si determina una situazione critica, incompatibile con il regolare funzionamento del mercato.
Tutto ciò è tanto più vero in un settore nevralgico come quello dell´informazione, dove concorrenza è uguale pluralismo e pluralismo è uguale democrazia. Lo è in particolare per la televisione che – ricordiamolo sempre – funziona in regime di concessione pubblica e a maggior ragione è vero per un gruppo come Mediaset che prima ha occupato l´etere abusivamente, con la copertura e la complicità della politica; poi ha continuato a presidiarlo con tre reti, nonostante le numerose sentenze della Corte costituzionale in materia, tutte rinviate, eluse o infine aggirate addirittura con un decreto-legge scandaloso del governo Berlusconi a favore dell´azienda Berlusconi. Non si vede perché, d´altronde, gli editori di carta stampata vengano sottoposti al "tetto" del 20% sulla tiratura complessiva dei quotidiani, anch´esso un "tetto" antitrust, mentre la tv commerciale dovrebbe crescere all´infinito senza regole e senza limiti.
Sono almeno vent´anni che la "questione televisiva" si trascina nel nostro Paese, alla ricerca di una soluzione che non arriva mai e forse mai arriverà. È dal 1997 che la legge Maccanico – predisposta per ironia della storia dallo stesso Catricalà, allora capo di gabinetto al ministero delle Poste – ha fissato due "tetti" per la tv: il 20% delle reti e il 30% delle risorse. E se vogliamo, perfino la famigerata legge Gasparri ne ha stabilito uno, seppure mostruoso e ipertrofico, con l´introduzione del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni). Ma il duopolio ha continuato a imperversare, soffocando le altre reti e tutti gli altri media, a cominciare proprio dai giornali. Eppure, in passato, la medesima Autorità antitrust – sotto la precedente gestione – aveva denunciato più volte l´abnorme concentrazione televisiva in capo alla Rai e a Mediaset, dichiarando anche "ridondante" il numero delle rispettive frequenze.
Oggi il Garante si preoccupa di garantire il fatturato del gruppo Berlusconi invece dell´equilibrio di mercato. A seconda delle stime di fonte diversa, la riduzione per le casse del Biscione potrebbe variare dai 100 ai 500 milioni di euro. Ma a parte il fatto che – all´indomani dell´approvazione della Gasparri – fu lo stesso Fedele Confalonieri ad annunciare trionfalisticamente che in forza di quel provvedimento la sua azienda avrebbe incassato uno o due miliardi in più all´anno, la proposta Gentiloni indica un "tetto" del 45% (fin troppo alto) rispetto a una "torta" che può continuare a crescere e che verosimilmente continuerà a crescere, consentendo a Mediaset di macinare utili netti nell´ordine dei 500-600 milioni all´anno com´è avvenuto negli ultimi tempi.
Con una coincidenza singolare, l´outing di Catricalà arriva proprio all´indomani del furibondo attacco di Silvio Berlusconi che – incurante del suo macroscopico conflitto d´interessi – s´è permesso di definire "un crimine" la riforma Gentiloni, annunciando la mobilitazione della piazza: ma è bene dire fin d´ora che cinque milioni di persone sarebbero comunque poche, troppo poche, per un´azienda che vanta gli ascolti televisivi di Mediaset. Per di più, la pronuncia del Garante cade alla vigilia di un´audizione presso la Commissione Trasporti (e Telecomunicazioni) della Camera, in programma già da tempo per oggi, di cui il Parlamento non potrà non chiedergli conto.
È lecito concludere, dunque, che tutta questa fretta, questa precipitazione, questa ansia di apparire e sentenziare, risultano nello stesso tempo inopportune e sospette? Con quale legittimità e credibilità l´Antitrust interverrà d´ora in poi sulle pompe di benzina, sulla vendita dei farmaci nei supermercati o su altre quisquilie del genere? Più che una bocciatura della legge Gentiloni, come si sono affrettati ad annunciare i tg di Mediaset, questa è un´abdicazione ai compiti e ai doveri istituzionali dell´Authority. Un atto di subordinazione. O forse, una tratta o una cambiale ipotecaria.


Purché voli davvero
Mario Deaglio
La Stampa

Un’impresa in fase terminale dovrebbe essere posta in condizioni di praticare l’eutanasia, di scomparire con il minor danno possibile per i dipendenti, gli azionisti e la collettività.
Sull’eutanasia, infatti, si deve giustamente discutere quando si parla di esseri umani; per le imprese, al contrario, non dovrebbero esservi dubbi. Nell'attuale sistema di mercato nel quale, bene o male che sia, ci troviamo tutti immersi, neanche lo Stato può permettersi di mantenere artificialmente in vita, per un tempo indefinito, un'organizzazione che, operando in concorrenza con altre, continua a perdere (moltissimi) soldi; e ciò non solo perché questa «simpatia» per l'impresa in perdita ha un costo impressionante, ma perché il sistema stesso (a cominciare dalle autorità di Bruxelles) non lo permette.
Le undici «manifestazioni di interesse» per Alitalia (non si tratta ancora di offerte vere e proprie, ma solo della disponibilità a un dialogo preliminare, prima tappa di un iter piuttosto lungo) hanno un senso solo se, al governo come ai gruppi interessati, è ben chiara questa realtà; se questi si pongono nell'ottica di ridisegnare completamente la società - operazione per la quale sono comunque necessari diversi anni -, di dar vita a una Nuova Alitalia, magari con un altro nome, dal momento che, così come stanno le cose, l'attuale «marchio» non sembra precisamente un successo di immagine. Non avrebbero senso se, al contrario, venissero intese, sia dal governo sia dai mercati finanziari, come un'ennesima pezza, un mezzo per tenere in vita un po' di tempo ancora, con qualche forma di accanimento finanziario, un carrozzone che fa acqua da tutte le parti al ritmo di un milione di euro al giorno.
Può sembrare un paradosso, ma solo se le verrà tolto, per prima cosa, l'appellativo, antiquato e inadeguato, di «compagnia di bandiera», un'eventuale Nuova Alitalia potrà davvero decollare. La Nuova Alitalia dovrà essere molto più «compagnia», ossia impresa impegnata a competere in un mercato durissimo e dinamico, e molto meno - o niente affatto - «di bandiera», un termine che ha dato all'Alitalia l'illusione di essere indispensabile, di poter sempre contare su un angelo salvatore in qualche parte dell'apparato pubblico. Solo se saprà guadagnarsi il pane, spendendo per ogni passeggero meno di quanto incassa, potrà riconquistare, in maniera non più ufficiale ma confermata giorno dopo giorno dai risultati - a cominciare dalla puntualità - quella «bandiera» del suo passato.
Perché questo sia possibile sono necessarie almeno tre condizioni: la prima è che il prevedibile flusso di traffico aereo, in Italia e tra l'Italia e il resto del mondo, sia di dimensioni tali da giustificare l'esistenza di una grande compagnia indipendente. La risposta è probabilmente un «sì con riserva», una riserva che può essere sciolta soltanto se il paese riprende la strada di una crescita non troppo inferiore a quella degli altri paesi europei e se l'orizzonte internazionale non si offusca per qualche ulteriore crisi. La seconda condizione è che esistano davvero investitori in grado di mobilitare sufficienti quantità di capitale in un'impresa che senza rischi sicuramente non è ma che potrebbe forse dare, in un periodo di tempo convenientemente lungo, buone soddisfazioni agli investitori stessi; e il capitale in questione dovrà essere ingente, in quanto gli aerei, come ha detto senza tanti complimenti l'esponente di uno dei due gruppi interessati, «sono da buttare».
La terza condizione è che ai vincoli di un mercato difficile non si aggiungano gli ulteriori «paletti» originariamente prefigurati dal governo: in particolare sembra assai arduo chiedere a un possibile imprenditore del futuro di farsi carico dei diritti, che pure vanno difesi, dei lavoratori del passato o delle strutture organizzative del passato. Sarà il governo stesso a dovervi far fronte. Decisioni dolorose dovranno essere prese, a esempio, circa la localizzazione del «polo operativo» della società, in quanto proprio l'attuale divisione tra Roma e Milano è una delle cause delle disfunzioni di oggi. La Nuova Alitalia dovrà sorgere all'insegna non certo del buonismo, bensì di un realismo pragmatico disposto ad accettare che molto spesso una cura, prima di far bene, è inevitabilmente sgradevole. Chi vedesse negli eventuali futuri acquirenti degli «zii d'America» disposti a dissipare capitali per guadagnarsi benemerenze o popolarità, come certi presidenti di squadre di calcio, è del tutto fuori della realtà.
Molte cose possono dipendere dalla capacità del Paese, del suo governo, dei suoi lavoratori, imprenditori e mercati di accettare una cura così severa su un'impresa che ha riassunto per almeno mezzo secolo una parte non piccola dell'identità italiana: tale accettazione implica un cambiamento completo di mentalità, la prova di una maturità senza la quale, ben al di là del caso Alitalia, sarà difficile per l'Italia rimanere a lungo un'economia moderna.


Un partito nuovo
Il Partito democratico dovrà abbandonare le vecchie rivalità e i riti logori della politica. Serve un progetto innovativo che riesca a coinvolgere la società civile, scrive Roman Arens.

Il progresso è una lumaca che a volte, per giunta, avanza come un granchio. Ma per molti anche l'andatura da lumaca è troppo rapida. Ormai, però, è urgente che nello schieramento di centrosinistra nasca un nuovo soggetto politico. Nuovo nelle forme organizzative e nuovo nel modo di porre le questioni politiche importanti e di darvi risposta. Una formazione con princìpi saldi ma senza paraocchi ideologici, che sappia comunicare anche al di là dei propri steccati, e aperta prima di tutto alla società civile.

Non si tratta dunque di creare un nuovo cartello di potere, né di attuare una semplice fusione tra Ds e Margherita. Un progetto tanto miope sarebbe solo un matrimonio forzato tra cane e gatto: rimarrebbe sterile e probabilmente fallirebbe in poco tempo.

Il nuovo soggetto politico dev'essere qualcosa di più di una fusione di antiche tradizioni. Anzi, deve tenere il passo con la discontinua evoluzione della società italiana, perché solo così potrà contribuire a gestirla. Solo così la politica potrà riconquistare il primato sul potere economico, mediatico e clericale, e affrontare le riforme radicali che ormai sono diventate indifferibili.

Con i partiti di oggi si può riuscire, pur tra grandi litigi e strappi, a dare un contributo al risanamento dei conti pubblici, a infilare tra i 1.300 paragrafi della finanziaria qualche bella ed essenziale riformina e ad accendere un piccolo fuoco di liberalizzazioni. Ma a quanto pare non riesce a correggere le vergognose leggi ad personam del regime che le recenti elezioni hanno mandato a casa: la Cirami, la Cirielli, la legge sul conflitto d'interessi e quella sull'informazione.

Certo, il centrosinistra ha davanti a sé fatiche più che erculee. Però molte energie vengono sprecati in meschine gelosie interne ai partiti e negli sforzi dei suoi numerosi gruppi per ottenere visibilità e dimostrare la necessità della propria esistenza. L'insensata divisione tra riformatori e radicali, o massimalisti, spesso è brandita come marchio di qualità nelle lotte all'interno dello stesso schieramento.

Bisognerebbe raccogliere le energie dilapidate finora e abbandonare i vecchi giochetti, che provocano fastidio e disgusto nell'opinione pubblica. E costruire un soggetto politico nuovo, basato sulla creazione di un consenso democratico dal basso verso l'alto, grazie a una più vasta partecipazione di iscritti e cittadini interessati.

Un bel sogno? Certo. Ma anche una scelta pressante rispetto alla quale non esistono alternative, se le formazioni di centrosinistra vogliono essere all'altezza delle loro responsabilità e delle grandi aspettative dei loro sostenitori. Durante la scorsa legislatura molti cittadini dei più diversi orientamenti sono scesi in piazza in numero sempre crescente: contro lo svuotamento di significato dello stato di diritto, contro l'indebolimento delle salvaguardie in caso di licenziamento, per la pace, per la libertà di pensiero e di stampa. E cosa gridavano tutti insieme quei cittadini? “Unità, unità, unità”. Lo abbiamo già dimenticato?

Nell'autunno del 2005, quando Romano Prodi ha insistito perché si tenessero le primarie per eleggere il candidato dell'opposizione, molti si aspettavano un flop, e invece è stato un successo: 4 milioni e 300mila italiani hanno testimoniato la loro volontà di partecipazione. Chissà, forse il partito democratico è nato proprio allora; o forse era sorto già dieci anni prima, con la fondazione dell'Ulivo. Non c'è più motivo di esitare. Le riserve storiche e psicologiche di fronte all'unificazione di tutte le forze progressiste sono comprensibili. Ma i tentennamenti non devono spegnere del tutto l'entusiasmo per questo progetto così importante.



Chi è l'autore

Roman Arens è corrispondente del giornale tedesco Frankfurter Rundschau. Nato nel 1944, è in Italia dal 1994. Per scrivere ai giornalisti stranieri: corrispondente@internazionale.it

Se questo è cinema
di Mauro Gervasini

Il cinema italiano subisce da sempre due ipoteche. La prima è quella neorealista: solo la rappresentazione (almeno in apparenza) realistica del contesto ha valore. La seconda, conseguenza della prima, è il senso di colpa nei confronti della commedia, genere nel quale, sullo schermo e nella vita, primeggiamo da sempre. Siccome solo il realismo è buono, per anni l'intellighenzia nostrana, con il suo fardello ideologico appresso, ha snobbato e ferocemente criticato tutto ciò che veniva considerato "popolare", da Totò a Poveri ma belli e addirittura, scopriamo oggi, Lo sceicco bianco di Federico Fellini, forse perché parlava di fotoromanzi. Se per tutto il secolo scorso è stata la prima ipoteca a contribuire pesantemente all'involuzione del nostro cinema, ora è giunto il momento di preoccuparsi della seconda.

Il senso di colpa. L'esercizio di rivalutazione delle pratiche bassissime della nostra cinematografia, nel quale si cimenta da un decennio la critica, ha creato miriadi di mostri, ma ha almeno avuto il merito di confrontarsi con una produzione un tempo considerata non meritevole di attenzione. Con notevoli conseguenze anche sulle produzioni "alte" del cinema popolare. Per intenderci: negli anni '70 era impensabile che qualcuno considerasse Dino Risi e Mario Monicelli come "maestri"; oggi ci si riferisce a loro solo così, anche se magari ci si è appena imbarazzati per Le rose del deserto. Questo anche per far dimenticare la leggerezza con la quale li si considerò in passato, il ritardo con il quale si è affrontata da un punto di vista critico una parte fondamentale non solo del nostro cinema ma della nostra cultura.

Sempre il senso di colpa è il sentimento al quale si appellano i registi contemporanei per giustificare preventivamente le proprie miserie. Per rendersi conto che Olé dei Vanzina e Manuale d'amore 2 di Giovanni Veronesi (le due facce del sistema-commedia di oggi) sono film tremendi, basta vederli. Se però si cerca di entrare nel merito del giudizio estetico (il primo titolo è sciatto e triviale, il secondo è superficiale e televisivo nei contenuti) si ritorna al peccato originale: la critica snobba il cinema popolare e non capisce la commedia, o meglio, come dice Veronesi, «Da 50 anni a questa parte in Italia non la si sa recensire». Si aggiunge, poi, la comica difesa d'ufficio del fratello Sandro: «La commedia classica che s'occupa di temi d'attualità, senza la possibilità o la volontà di esprimere una riflessione profonda, rischia di essere sottovalutata. Giovanni si dovrebbe accontentare del successo che ha. I suoi film rimarranno e nel tempo ci sarà una riscoperta». Sic.

Discorsi che non reggono, e per un motivo molto semplice. Quello dei Vanzina e di Veronesi non è cinema popolare. A meno che a questo termine - di per sé privo di connotazione ideologica - non si voglia dare un'accezione meramente contabile o statistica (del tipo: è popolare ciò che piace ai più). Se invece lo si considera come la forma di narrazione trasparente (cioè da tutti comprensibile) delle esperienze, dei valori, dei bisogni e financo delle superstizioni e delle miserie di una comunità nazionale, di un popolo appunto, allora la commedia di oggi non c'entra o meglio ne rappresenta l'aspetto peggiore e più superficiale. Steno, Risi, Monicelli e Fulci erano maestri di questa narrazione perché sapevano essere un tramite tra le esperienze delle persone e il racconto. Questo rapporto diretto non esiste più perché qualcosa lo ha spezzato. I Vanzina e Veronesi non fanno che riprodurre al cinema, di fatto assassinandolo, la versione becera che di queste esperienze ha fatto e sta facendo la televisione. Gli esempi si sprecano e sono lì da vedere, ma ne ricordo uno agghiacciante riferito ai cinepanettoni. In Natale sul Nilo (2002) non c'è differenza estetica tra una scena ambientata in una trasmissione della De Filippi e il resto del film. Stessi toni, stessa "recitazione", stessi stacchetti, stessi "tempi" degli sketch, per non parlare dei trailer che hanno la stessa musica delle pubblicità dei cellulari di cui gli attori protagonisti sono spesso testimonial... Questo è cinema?
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002126.html

Tanto tuonò che piovve


di Giulietto Chiesa - Megachip

L'esternazione del dottor Catricalà-Vulcano è risuonata come il tuono che segue i fulmini scagliati da Giove-Berlusconi . L'uno, il gregario, che dovrebbe far rispettare l'antitrust, che proclama che non ci sono limiti al trust; l'altro, il sommo, che minaccia cinque milioni di baionette (si fa per dire) nelle piazze italiane se gli toccheranno i profitti pubblicitari.

Bombardamenti preventivi contro il ministro-bolscevico Paolo Gentiloni, organizzati per impedirgli ogni mossa, dopo quelle, assai prudenti, fin qui fatte sui tre terreni su cui ha mosso i primi passi: il contratto di servizio della RAI, il DDL sulla riforma del sistema radiotelevisivo italiano, e le linee di riforma della RAI.

Ma a Giove-Berlusconi del primo e del terzo non importa niente. Quello che conta è il secondo. Che in realtà lo tocca assai meno di quello che potrebbe far pensare il “tetto” del 45% del mercato pubblicitario che Gentiloni gli vorrebbe imporre (molto al di sotto dell'attuale 67% che fa di lui un Paperon de' Paperoni al quadrato).

Perché lo ha spiegato assai bene il professor Mastroianni, intervenendo nel convegno organizzato ieri mattina all'Hotel Minerva di Roma da Mediacoop, Articolo 21, Liberi di e Provincia di Roma per discutere - alla presenza del ministro e del sottosegretario Levi – di riforma del sistema radiotelevisivo, di direttiva europea “Televisione senza Frontiere”, di libertà e di pluralismo. In realtà – ha detto Mastroianni – il meccanismo previsto consente a chi cede una rete analogica di sforare a piacimento il tetto. E poiché a Mediaset proprio questo si chiede, ecco che a Berlusconi si lascia la possibilità di riprendersi con la sinistra quello che gli si toglie con la destra.

Quindi a che serve la minaccia dei cinque milioni di beoti in piazza, e le sventagliate di scemenze del suo pasdaran messo a capo dell'Authority delle telecomunicazioni? Servono a impedire che a qualcuno venga in mente qualche altro marchingegno che possa condizionare il monopolio-duopolio attualmente dominante. Appunto un bombardamento preventivo sulla consultazione che Gentiloni ha promesso e ha lodevolmente avviato. E anche un preavviso al Governo di centro-sinistra nel suo complesso: se mi toccate là, io vi farò una guerra senza quartiere.

Il ministro sembra aver raccolto la sfida e si è presentato al convegno con un fuoco di fila di importanti dichiarazioni di principio. “Più concorrenza, in Italia, nella anomala situazione italiana, deve significare più pluralismo, più libertà di espressione, più democrazia”, ha detto. E, rispondendo a Catricalà, senza però degnarlo di una citazione, ha sottolineato che “il peso della pubblicità televisiva è, in Italia, spropositato e spropositatamente concentrato”. E ha rivendicato l'abrogazione della Gasparri (per inciso, a suo merito, l'unica delle leggi vergogna liquidata dal governo di centro-sinistra). Infine ha sottolineato, più volte, la sua volontà di rafforzare il servizio pubblico, perché , ha detto, la televisione pubblica, il servizio pubblico, è stato storicamente e deve continuare a essere, strumento per rappresentare il patrimonio culturale comune, per rafforzare l'identità e la coesione. Insomma è un bene comune inalienabile. In altri termini, non può esservi un pluralismo privato e basta. Così abbiamo capito, e abbiamo apprezzato. E – ancora Gentiloni – “non sarà il digitale a risolvere i problemi del pluralismo. Sicuramente no se non salta il comma 22 della legge Gasparri, che esclude dal digitale terrestre tutti coloro che non esercitano già sul terreno analogico, cioè che assegna la quasi totalità delle frequenze a RAI e Mediaset”.

Tutto molto bene. Anche il clima del dibattito che ha preceduto e seguito la relazione di Gentiloni. L'opinione di molti è che l'etere è un bene pubblico primario. Lo ha ribadito anche Pietro Folena nella sua veste di presidente della commissione parlamentare incaricata. Le frequenze sono proprietà pubblica, date in concessione, ma pur sempre di tutti. Mentre l'attuale distribuzione delle frequenze indica uno stato drammatico (per la democrazia italiana) di concentrazione in mani private. In due sensi: che il duopolio-monopolio esistente è divenuto, per metà, di fatto, proprietà di un solo privato. Un privato così potente da essere divenuto intoccabile.

Domanda al Governo (non a Gentiloni): è davvero intoccabile Berlusconi?

E per l'altra metà il sistema italiano della informazione comunicazione è stato monopolizzato dai partiti.

Sulla prima appropriazione (che sappiamo indebita, sancita come tale, ripetutamente, dalla Corte Costituzionale) si chiede, e si offre a Mediaset di lasciare un canale analogico e di trasferirlo sul digitale terrestre, o su satellite. Ma lo si fa offrendo su quell'altare il sacrificio parallelo di un canale dell'azienda pubblica.

E' un pari e patta? Niente affatto, perché il “pubblico” si riduce, mentre il privato si ridistribuisce e aumenta. Cioè la distribuzione del business non viene sostanzialmente intaccata e l'attuale assenza di un vero pluralismo rimane tale. Domanda a Gentiloni (e al Governo di cui fa parte, ma che non sembra molto impegnato, su questo fronte cruciale, a sostenerlo): è tutto qui quello che proponete? Davvero pensate che sia solo questo il nodo?

E il resto? E la qualità dei programmi? E le modalità di rilevazione degli ascolti televisivi che, con Auditel, costituiscono uno dei fattori più inquinanti della vita pubblica del nostro paese? Gentiloni riconosce che il monopolio Auditel è un'anomalia grave e che è fuorilegge (testualmente fuori dalla legge del 1997 che assegnava all'Authority la prerogativa di rilevare i dati di ascolto e di qualità). Ma che cosa si vuole fare adesso? Vogliamo lasciare al pasdaran Catricalà questo compito?

Tutte domande che dovranno trovare risposta nella consultazione e nel parlamento.

E, sulla seconda metà della privatizzazione dell'etere, quella realizzata dai partiti, la risposta contenuta nel DDL Gentiloni è per il momento deludente. Una Fondazione che guiderebbe il servizio pubblico, ma con un consiglio che ci fa tornare al punto di partenza, desolante, dell'attuale Consiglio di Amministrazione: tutto viene nuovamente deciso dai partiti. Con, in più, il mantenimento dell'inutile e dannosa Commissione Parlamentare di Vigilanza, camera di avallo della più smaccata lottizzazione privata di un bene pubblico.

Ben altra era ed è la proposta “per un'altra TV”, unica sul tappeto al momento, depositata in Parlamento da Tana de Zulueta, a nome di un comitato che comprende molti importanti soggetti della società civile, della dopo avere raccolto più di 50 mila firme di cittadini. Un'idea molto europea (sui modelli di Spagna, Germania, Gran Bretagna) che prevede la nomina di un Consiglio Nazionale Audiovisivo - composto da 21 membri, solo un terzo dei quali eletto dal Parlamento, mentre gli altri due terzi sono eletti dalle organizzazioni della società civile, e delle autonomie locali - alla guida dell'intero settore della informazione-comunicazione, pubblica e privata (perché l'informazione e comunicazione sono un bene pubblico primario, appunto).

Spetterebbe al Consiglio Nazionale Audiovisivo la nomina del CdA Rai, in piena autonomia. E la Commissione parlamentare di vigilanza non avrebbe più ragione d'essere, anche perché sono i giornalisti a dover controllare i politici e non viceversa, fino a prova contraria. E sono i cittadini, non solo i deputati, a dover dire la loro sul tipo di programmi che vogliono ricevere e, all'occorrenza respingerli.

Bene, ministro Gentiloni, la consultazione è cominciata e la ringraziamo per aver tirato fuori il bisturi. Adesso è il momento di incidere. Farà male a qualcuno, ma farà bene a tutti. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=3272

 


Ignorando il rischio di una nuova guerra civile in Libano
di Robert Fisk (The Independent)
Nel 1975 il linguaggio era esattamente lo stesso. Siniora a Parigi, parlando ai residenti libanesi e ai giornalisti di turismo e agricoltura, non è sembrato averlo capito. Per ogni turista in Libano esiste senz’altro un bel po’ di storia da conoscere; il problema è che, mentre il mondo rimane a guardare, se ne sta aprendo una nuova macabra pagina, inquietante più che mai

Ecco come il conflitto 1975-1990 in Libano iniziò. Esplosioni di odio settario, arresti di massa, promesse d’aiuto dall’Occidente e dai paesi arabi, un totale rifiuto nel riconoscere le prime cause alla base di ogni guerra civile.

L’esercito libanese venerdì mattina ha tolto il coprifuoco notturno, ma le auto e i camion in fiamme rimanevano i simboli di una lotta così violenta che solo il linguaggio incendiario caratteristico dei leader degli opposti schieramenti riesce ad eguagliare.

I quotidiani di Beirut la mattina pubblicavano le foto di alcuni terroristi, musulmani sunniti fedeli al governo e sostenitori sciiti di Hezbollah, a dimostrazione di come uomini armati ben organizzati pattuglino tuttora le strade della capitale libanese. L’esercito nazionale – costantemente alla ricerca dell’appoggio del leader della fazione di turno, non importa di che orientamento – ha incontrato enormi difficoltà nel sopprimere i recenti scontri. Un’immagine ormai nota mostra un uomo d’affari sparare ad uno sciita durante uno scontro armato nei pressi dell’Università araba libanese; un’altra un uomo incappucciato con un fucile da cecchino su un tetto.

I tre uomini uccisi [la settimana scorsa, NdT] erano supporter di Hezbollah: ai loro funerali, nella Beirut meridionale e nella Valle della Bekaa, si sono levate grida di vendetta e, in un caso, colpi d’arma da fuoco da parte di alcuni miliziani su una bara. Dopo che al corteo funebre di Ouzai sono giunte la vedova ventinovenne e i bambini di Adnan Shamas, si son sentiti strepiti invocanti “sangue per il sangue”.

Tutto, comunque, era piuttosto distante dagli attestati di autocompiacimento dei leader arabi e occidentali riuniti venerdì nel summit di Parigi, nel corso del quale diplomatici europei e statunitensi, dopo aver raccolto 4.000 miliardi di sterline per aiuti destinati al Libano, son sembrati credere sul serio di aver salvato il governo di Fouad Siniora dalla “minaccia estremista islamica”.

Samir Geagea, l’ex miliziano della guerra civile trasformatosi in ardente sostenitore del governo – e in ospite dell’ambasciata Usa la settimana scorsa – si è scagliato venerdì contro il leader di Hezbollah Sayad Hassan Nasrallah, accusandolo di aver provocato la guerra della scorsa estate contro Israele, quando i guerriglieri sciiti spararono migliaia di razzi contro Israele. “Non pensare, Sayad Hassan, che Beirut sia Haifa o Mount Carmel”, ha avvertito Geagea. “Fermiamoci un attimo e discutiamo insieme… o il paese andrà incontro al peggio”.

Talal Arslan, un leader druso filo-siriano, ha velenosamente definito le truppe governative “un’organizzazione criminosa, intenta a trasformare il Libano in un nuovo Iraq”.

Nel 1975 il linguaggio era esattamente lo stesso. Siniora a Parigi, parlando ai residenti libanesi e ai giornalisti, mistificando persino se stesso sulle domande riguardanti le prospettive dell’agricoltura e del turismo libanesi, non è sembrato averlo capito.

Per ogni turista in Libano esiste senz’altro un bel po’ di storia da conoscere; il problema è che, mentre il mondo rimane a guardare, se ne sta aprendo una nuova macabra pagina, inquietante più che mai.

 

Robert Fisk vive a Beirut da trent'anni. Scrive per 'The Independent' e collabora con il sito Counterpunch. Corrispondente dalla capitale libanese per il quotidiano britannico, è uno dei più autorevoli esperti di questioni mediorientali. Ha intervistato tre volte Osama bin Laden.

 

Fonte: The Independent
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


Macedonia: si allarga il muro dei visti?

Il recente ingresso della Bulgaria nell’UE non ha reso particolarmente felici i cittadini della Macedonia. La maggiore preoccupazione per i macedoni sono i visti che il vicino ha introdotto dal primo gennaio
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

"Non c’è bisogno di dire che i cittadini macedoni si felicitano del risultato raggiunto da Bulgaria e Romania, ma sarebbe ipocrita non ammettere che il loro successo ci getta in una depressione ancora più grave".

Così un introspettivo editoriale di Slobodanka Jovanovska, giornalista molto nota, commenta l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’UE per il quotidiano “Utrinski Vesnik”.

L’ultimo allargamento è stato salutato senza troppo entusiasmo in Macedonia. La vita va avanti, e ben pochi politici hanno reagito alla notizia con dichiarazioni o analisi. La Bulgaria, più vicina, riceve una maggiore attenzione. La Romania resta lontana.

In tutta onestà non sembra che in Macedonia si sia molto bene compreso quali effetti avrà sul Paese quest’ultimo accerchiamento sempre più ravvicinato. Le previsioni sono pessimistiche, ma sono sorrette da ben pochi elementi concreti. Le speranze in un incremento degli scambi commerciali si fondono con i timori dei possibili effetti negativi.

Alcuni esperti sperano in una riduzione del deficit commerciale con la Bulgaria, che si dice essere ragguardevole. Gli scambi tra Macedonia e Romania sono invece trascurabili. Gli analisti comunque avvertono che starà alle stesse imprese macedoni riuscire a cogliere le opportunità.

"Non ci si può aspettare che il solo ingresso della Bulgaria nell’UE produca per noi un miracolo, perché un possibile intensificarsi del commercio tra i due Paesi dipende dalla capacità strutturale dell’economia macedone", dice la professoressa Silvana Mojsovska. "Finché noi non ristruttureremo la nostra economia in modo tale da avere prodotti esportabili negli altri Paesi, non ci possiamo aspettare enormi miglioramenti negli scambi commerciali".

Quest’opinione è condivisa da altri esperti di economia.

"Il fatto è che i prodotti che esportiamo non hanno la qualità necessaria a mantenere un vantaggio competitivo", commenta il professor Jovan Projkovski.

Perciò non ci si devono automaticamente aspettare troppi vantaggi.

Altri sottolineano la sfida economica posta dall’ultimo allargamento. Stando all’editoriale della Jovanovska, "la Macedonia dovrà confrontarsi con la competizione di un mercato privilegiato di mezzo miliardo di persone. [Il Paese] subirà i costi dell’armonizzazione dei mercati di Bulgaria e Romania con quello dell’UE: un effetto sarà la scomparsa dei prodotti a basso prezzo con cui sopperire alle carenze del nostro tenore di vita. Ciò durerà fino al momento in cui [anche la Macedonia] li raggiungerà".

Eppure in alcuni settori la situazione è vista come l’aprirsi di un’opportunità. La produzione agricola passerà liberamente dalla Bulgaria, e per questa via raggiungerà l’intera UE. Le imprese di maggiori dimensioni ritengono di essere competitive, e di poter lottare per ottenere uno spazio nel mercato dell’Unione Europea.

Sembra invece che sia stata poco analizzata la differenza tra la Bulgaria e l’altro storico vicino UE della Macedonia – la Grecia. L’impressione complessiva è che la porta che si apre dalla Grecia verso l’Unione sia una porta spalancata ma a una sola direzione, per il capitale greco, che rappresenta il maggiore investitore in Macedonia, e che nell’altra direzione vi sia solo uno spiraglio, più che altro destinato all’immigrazione clandestina.

Ci sono già indizi concreti ad indicare che le cose andranno allo stesso modo con la Bulgaria. La maggiore preoccupazione per i macedoni sono i visti che il vicino, nuovo entrato nell’UE, ha introdotto dal primo gennaio. Già si iniziano a contare le prime vittime di questo nuovo rafforzamento del muro dei visti.

Molti disoccupati delle comunità poste lungo la frontiera si erano finora trovati un’occupazione facendo la spola tra i due Paesi e commerciando. Sono i cosiddetti "contrabbandieri-formica". Attraversano spesso il confine, anche diverse volte alla settimana, comprano beni in Bulgaria e li rivendono nei mercati dei loro paesi. Centinaia di famiglie della regione vivono di questo. Ora il sistema dei visti sta rendendo più difficile farlo.

"Ho merce per un paio di giorni ancora", dice una donna di Strumica che di solito rivende formaggio e altri generi alimentari, che compra in Bulgaria. "Ne ricavavo di che vivere, 5 o 6 mila dinari (90-100 euro). Ora, se non ci permetteranno più di portar dentro la merce, non so che cosa farò", dice. Ormai da una decina d’anni viveva del commercio frontaliero.

"D’ora in poi sarà più difficile", dice un suo collega, "non siamo sicuri se riusciremo ad ottenere il visto, né quanto spesso riusciremo a passare la frontiera".

Anche àmbiti commerciali più importanti hanno immediatamente sofferto per l’introduzione dei visti. I camionisti macedoni non possono lavorare perché non li possiedono, e le ditte si rivolgono allora, invece, ai trasportatori bulgari.

In aggiunta alla sua ambasciata di Skopje, la Bulgaria ha aperto un consolato a Bitola, più vicino al confine con la Grecia. Il sindaco di Strumica, il principale centro di scambi commerciali presso il confine con la Bulgaria, dice che le grandi ditte hanno già sofferto gli effetti negativi. Il commercio è crollato. Egli sta premendo per ottenere un ufficio visti o un consolato a Strumica, dove ce n’è la maggiore necessità.

"L’economia della città soffre già. Noi speriamo di averla vinta e di riuscire ad avere qui un ufficio visti o un consolato", dice il sindaco Zoran Zaev.

Questa è anche la speranza dei molti studenti macedoni che studiano in Bulgaria.

"Per due volte mi hanno rifiutato il visto come studente", dice uno di loro, "ora dovrò tentare con un visto turistico".

Ma soprattutto la Bulgaria ha seguito l’esempio degli altri nuovi Stati membri, che ancora non fanno parte di Schengen (ed emettono quindi autonomamente i propri visti) e che hanno reso i loro visti molto più costosi dei normali visti Schengen. Benché ci siano ancora diverse opzioni aperte, sembra che un visto bulgaro ordinario costerà intorno ai 60 euro.

Nel corso degli ultimi anni le principali esportazioni dalla Bulgaria alla Macedonia sono state costituite proprio da questo - passaporti. Le persone che "riconoscono" le loro radici bulgare possono facilmente ottenere la cittadinanza ed il passaporto bulgari, che gli aprono le porte dell’UE e del mondo. Si stima che 20.000 macedoni abbiano fatto questo negli ultimi 5 o 6 anni, spinti dalle difficoltà economiche e allettati dalle opportunità. Ciò produce un’apparentemente considerevole minoranza etnica bulgara in Macedonia, una cosa che la Bulgaria potrebbe (ed ha già provato ad) usare per controbilanciare i suoi problemi con la significativa, ma non riconosciuta, minoranza macedone là presente.

"Sì, io possiedo cittadinanza e passaporto bulgari", dice un giovane uomo. "Perché ho dichiarato di essere bulgaro? Per il semplice motivo di rendermi la vita più facile. Per il tipo di lavoro che faccio, io devo viaggiare, e perder tempo con i visti per me significa avere perdite economiche. Vero, ho dovuto firmare un documento che dichiarava che ho origini etniche bulgare. È stato un problema per me? Certo che no. Preservare l’identità nazionale macedone non è una mia responsabilità. Dovrebbe spettare a chi sta al potere. Non si può vivere di ideali".

La Bulgaria è ora il secondo vicino UE con cui la Macedonia ha questioni identitarie irrisolte. La Grecia (nonostante smentite precedenti) ha già ribadito la sua posizione, di voler bloccare l’ingresso della Macedonia nell’UE finché non sarà risolta la disputa sul nome. È perfettamente ragionevole attendersi che la Bulgaria si comporti in modo similare.

"Dov’è che incomincia la strada della Macedonia diretta in UE?", si domanda la Jovanovska nel suo editoriale. "Com’è potuto succedere che Paesi usciti dal comunismo più rigido e dal più assoluto isolamento politico siano arrivati ad entrare nell’UE, e che la Macedonia si sia svegliata il primo gennaio con un’altra barriera dei visti?"

PUZZLE AFGANO La guerra afgana é davvero ben più complicata di come i bollettini della Nato cerchino di rappresentarla. Se davvero bastasse bombardare di più, facendo tabula rasa di case, uomini e animali, la guerra sarebbe vinta in due settimane. Ma il problema sta anche là, oltre la frontiera. Sul secondo fronte dove la Nato non mette becco e che compete agli americani
(a sn operazion dell'Isaf in Afghanistan)




Emanuele Giordana



Qualche giorno prima che George Bush decidesse di scucire altri 10.6 miliardi di dollari per l'Afghanistan, i suoi soldati sulla frontiera orientale della guerra avevano appena commesso l'ennesimo svarione militare, foriero dell'ennesimo contrasto diplomatico tra Islamabad e Washington. Uno dei tanti bombardamenti oltre frontiera, che dalle basi afgane cercano di stanare quel che resta di Al Qaeda, ha ucciso per errore un soldato pachistano e ne ha feriti un paio nella valle di Shawal, in Waziristan. E' la prima volta e la cosa è stata mal digerita in un paese dove le incursioni americane hanno già fatto decine di vittime, molto spesso sbagliando obiettivo: in ottobre il bombardamento di una madrasa ha ucciso quasi una ventina di studenti. Barbuti forse, ma senza kalashnikov.
Il fatto è che sul fronte orientale, lungo i 2400 chilometri della porosa frontiera che ancora si rifà ai confini tratteggiati da Sir Mortimer Durand nel 1893, si combatte un altro conflitto da quello che si guerreggia nelle pianure di Kandahar e dell'Helmand. Benché poco sotto i riflettori, è il figlio legittimo dei bombardamenti di Tora Bora. E' cosa degli americani, che tengono d'occhio le basi pakistane di talebani, sodali di mullah Omar e quel che resta di Al Qaeda. A differenza che nella piana, dove la guerra finisce in autunno e ricomincia in primavera, qui le cose vanno avanti con continuità. Lo sfondo sono le montagne tra Pakistan e Afghanistan, il cui passaggio più noto è il passo di Kyber. Ma di passaggi ce ne sono diversi tanto che Islamabad, suscitando reazioni nelle organizzazioni umanitarie, ha pensato di minare la frontiera per contrastarne la porosità. Com'è stato però ampiamente documentato, gran parte del traffico di uomini e armi passa alla luce del sole più a Sud, tra il Belucistan pachistano e il meridione dell'Afghanistan. Con qualche spicciolo, i doganieri girano le spalle mentre sui due lati della frontiera, nei mercati di Chaman e Spin Boldak, si fanno gli affari che alimentano i talebani di denaro fresco e vettovagliamenti per le retrovie o il fronte. I due bazar sono controllati da clan tribali che sono in ottimi rapporti con i taleb. Una chiave che aiuta a capire come la guerra afgana sia davvero ben più complicata di come i bollettini della Nato cerchino di rappresentarla. Se davvero bastasse bombardare di più, facendo tabula rasa di case, uomini e animali, la guerra sarebbe vinta in due settimane. Ma il problema sta anche là, oltre la frontiera. Sul secondo fronte dove la Nato non mette becco e che compete agli americani.
L'indice è puntato sul Waziristan, una delle sette “agenzie” delle Federally Administered Tribal Area (Fata), la zona più povera e negletta del Pakistan, che gode di una giurisdizione speciale e di una discreta autonomia. I talebani hanno stretto nelle Fata un patto con popolazioni che appartengono alla stessa etnia (pashtun) e sono questi legami, uniti al mal sopportato giogo di Islamabad, a render loro possibile organizzare oltre confine basi e retrovie sicure. Le cose si sono complicate quando, dopo che nel 2004 Musharraf ha tentato, su pressione americana, di fare la faccia dura, Islamabad è venuta a più miti consigli. Visto che le Fata si trovano in una delle due province amministrate da partiti islamisti, che il pugno di ferro ha reso poco costando molto (in termini di perdite) e che il prossimo ottobre si va a votare, si è cominciato a negoziare. Nel 2004 col Sud Waziristan, nel 2006 col Nord. Si trattava anche nell'agenzia di Bajaur ma poi il bombardamento di ottobre ha fermato le cose. Se dunque c'è un problema militare (i santuari) c'è anche un grosso problema politico. Per evitare troppi guai in casa il Pakistan tratta (amnistia, fuoriuscita degli “stranieri”, tregua) mentre gli americani bombardano, spesso anche con l'aiuto dei servizi segreti pachistani che giocano su un doppio tavolo, dando una pure mano ai taleb. Situazione complessa.
Visto dall'Italia l'Afghanistan sembra un piccolo paese che ha qualche guaio con le donne velate, i papaveri e una leadership debole e corrotta. Ma il gioco è più complicato. Dire che il Pakistan non fa abbastanza è riduttivo. Come pensare che il problema sia avere più soldati. Su quel paese giocano in tanti. La riedizione moderna del “grande gioco”, non interessa solo Teheran e Islamabad, Washington e Bruxelles. Nuova Delhi, ad esempio, sta investendo quasi un miliardo nella ricostruzione, per non parlare dei paesi dell'Asia centrale ex sovietica. Se la conferenza internazionale si farà, dovrà essere molto affollata.
*Lettera22

Una road map per Mogadiscio…

Da Nigrizia

Alla vigilia di Natale, appena terminata la stagione delle piogge, l'esercito etiopico - oltre 15mila uomini, 120 carri armati, aerei ed elicotteri da combattimento - è intervenuto in Somalia in aiuto di un inesistente esercito del governo federale di transizione e si è facilmente sbarazzato delle milizie dell'Unione delle corti islamiche.
La fin troppo celere sconfitta delle Corti non deve meravigliare. Gli islamici non avevano né la forza militare, né l'organizzazione per affrontare uno degli eserciti più potenti d'Africa, guidato dai generali Seypum Hagos [tigrino] e Bacha Dabale [oromo] e forte dell'appoggio statunitense. Prima dell'attacco, addetti militari americani avevano addestrato e rifornito di armi le truppe etiopiche. Il 4 dicembre, lo stesso generale americano John Abizaid, capo del Comando centrale Usa, si era incontrato con il primo ministro etiopico, Meles Zenawi. Tre settimane dopo è partita l'offensiva.

Da sei mesi, la situazione era a dir poco confusa. A far temere il peggio era il fatto che le varie parti in causa non sembravano avere alcuna intenzione di giungere a un accordo. Impervia anche la via diplomatica: i colloqui, a Khartoum [Sudan], tra il governo di transizione e le Corti non sono parsi in grado di sortire soluzioni praticabili. Intanto, la decisa avanzata delle milizie delle Corti verso Baidoa, sede del governo provvisorio, e l'arrivo in territorio somalo delle truppe etiopiche non hanno fatto che accelerare ciò che ormai si stava delineando da settimane: lo scontro armato.

Sono bastati meno di dieci giorni per cambiare lo scenario somalo. Cambiato, sì, ma non nuovo. Ci troviamo di fronte a un déja vu. Basti dire che i "signori della guerra" hanno già preso possesso di vaste aree di Mogadiscio, e questo fa presagire una ripresa delle violenze interclaniche.
Un secondo dato inquietante è la presenza in territorio somalo di soldati etiopici. Le due nazioni hanno una lunga storia di conflitti. La Somalia ha sempre considerato l'Etiopia un nemico. Il risentimento presente tra i somali è tangibile; crescerà ancora e potrebbe portare a scontri violenti.
E l'occupazione etiopica è un grosso grattacapo per la comunità internazionale. Va ricordato che, il 6 dicembre scorso, il Consiglio di sicurezza dell'Onu, approvando la risoluzione 1725, fece sua la decisione dell'Unione africana [Ua] di istituire una forza di pace multinazionale da inviare in Somalia, escludendo però i tre paesi confinati. Ecco perché, agli occhi di molti osservatori, l'entrata dell'esercito di Addis Abeba in Somalia è una grave violazione delle norme internazionali ed è, quindi, illegale.

Quali prospettive si aprono? Sul piano interno, il governo di transizione, anche se riconosciuto internazionalmente, è malvisto dalla popolazione, soprattutto a Mogadiscio. Si tratta, del resto, di un esecutivo che, nei suoi tre anni di vita, è rimasto totalmente paralizzato da dinamiche di potere interclaniche, e questo ne ha accresciuto l'impopolarità. E i continui contrasti tra il presidente, Abdullahi Yusuf, e il primo ministro, Mohamed Ali Gedi, non fanno che aumentare il clima d'incertezza.
L'agenda politica dovrebbe prevedere tra le priorità quella di cooptare il potente clan degli hawiye in un possibile nuovo governo. È il clan di Gedi [che però è malvisto dalla sua gente] e anche il più fortemente rappresentato nelle Corti islamiche, anche se ideologicamente il meno propenso alla costituzione di uno stato islamico. Se invitato a partecipare in un nuovo esecutivo, potrebbe portare una certa stabilità. È vero che il presidente Yusuf ha dichiarato che "non ci sarà alcuna trattativa con le corti", ma con tutta probabilità dovrà ricredersi. Solo un governo di coalizione ad ampio raggio, che includa anche le forze islamiche moderate, avrà qualche possibilità di durare e di portare la Somalia ad elezioni generali entro un paio d'anni. È evidente che in questa transizione dovranno essere coinvolti il Somaliland e il Puntland, regioni che da anni si stanno autogovernando con un certo successo.

In ogni caso, servirà parecchio coraggio. Innanzitutto, per bandire una volta per sempre i "signori della guerra", poi per dare inizio a un vero processo di disarmo delle varie milizie e per creare un clima di riconciliazione. A lungo termine, si dovrà intraprendere un vero e proprio processo di ricostruzione dello stato, con un rinnovo radicale della classe politica e un progressivo sganciamento dalle dinamiche claniche.
A livello internazionale, questo processo può essere agevolato in vari modi. È indispensabile il ritiro delle truppe etiopiche, da sostituirsi con forze di pace africane. Uganda, Nigeria, Ghana, Ruanda e Benin hanno già espresso la loro disponibilità a inviare truppe. Le quali però devono avere precise regole d'ingaggio: l'esperienza del Darfur pone seri interrogativi sull'efficacia di una forza d'interposizione senza un chiaro mandato.

Quanto all'intervento diretto degli Usa, con aerei AC-130 e corpi speciali, anche se prontamente condannato dall'Unione europea, è avvertito dal mondo arabo come un nuovo attacco occidentale a un territorio islamico. È il solito, dannoso unilateralismo. D'altra parte, Washington considera la Somalia una nazione strategica, sia per la sua lotta al terrorismo, sia per la sua sicurezza energetica [petrolio], e non è certo disposta a lasciarla in mani non amiche.
Anche l'Italia potrebbe giocare un suo ruolo in questa difficile fase di transizione. Se è disposta a farlo, non potrà limitarsi a promettere aiuti, ma dovrà sviluppare un nuovo approccio politico all'intera area. Ma per cambiare approccio è necessario rinnovare il gruppo di persone che, alla Farnesina, da troppi anni si stanno occupando della Somalia.

Questo editoriale è tratto dall'ultimo numero di Nigrizia [www.nigrizia.it]


Non solo sbagliato, ma tutto sbagliato
Il diverso destino di chi, sull'Iraq, ha sbagliato e chi ha visto giusto.

Paul Campos






L'elite nazionale dei media continua a negare il fatto che la maggioranza degli esperti fosse in errore sull'Iraq. (Non tutti erano ai livelli di Kristol. Il furfante medio non può riuscire a sbagliare così tanto, neanche se ci prova) [...] Un sintomo di tutto questo è la bizzarra traiettoria ascendente presa dalla carriera di Kristol. Un altro è che tutti coloro che avevano ragione sull'Iraq, almeno tanto quanto Kristol aveva torto, adesso sono persi nel dimenticatoio


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Vent'anni fa, nel suo numero sulla pre-stagione di baseball, Sports Illustrated predisse che i Cleveland Indians avrebbero concluso la stagione con il miglior record. Finirono con il peggiore. Il mago della statistica Bill James considerò questo episodio come rappresentativo di quello che si può definire il Massimo Errore Possibile.

Quando si parla della guerra in Iraq, alcuni dei nostri più eminenti saggi hanno ottenuti analoghi risultati. Forse l'esempio più spettacolare è stato raggiunto da William Kristol.

Fin dall'inizio della guerra Kristol ha dichiarato che "praticamente non esistevano prove" che dimostrassero l'impossibilità per sciiti e sunniti iracheni di vivere insieme. Che era un errore la preoccupazione che l'Iraq si "frantumasse in piccoli clan feudali e si verificasse un bagno di sangue". Che le elezioni irachene del gennaio 2005 rappresentavano "un autentico punto di svolta", paragonabile alla caduta del muro di Berlino. Che la situazione in Iraq non sarebbe potuta peggiorare nel 2006. Che l'opposizione alla guerra in casa democratica sarebbe stata un disastro elettorale. Che la risposta irachena al bombardamento della moschea di Samarra il passato febbraio era una "prova della stabilità irachena che affrontava continue sfide miranti ad incrinarla".

Questi sono solo alcuni esempi di molte delle cose che Kristol ha detto sull'Iraq. Si sono poi rivelate non semplicemente errate ma esattamente contrarie a quanto accaduto. Rappresentano niente meno che il Massimo Errore Possibile su ogni argomento trattato.

E qual'è stato il risultato di una simile stupefacente performance? Kristol è stato licenziato per plateale incompetenza? E' stato cacciato dai media nazionali per aver completamente sbagliato, più e più volte, sulle questioni più importanti negli Stati Uniti?

Tutto il contrario. Kristol è stato assoldato dal Time, il settimanale più importante d'America, per scrivere un editoriale. Sarebbe, dal punto di vista giornalistico, come offrire al vecchio capitano della Exxon Valdex una cassa di whisky e contemporaneamente affidargli il comando di una petroliera al massimo carico.

L'elite nazionale dei media continua a negare il fatto che la maggioranza degli esperti fosse in errore sull'Iraq. (Non tutti erano ai livelli di Kristol. Il furfante medio non può riuscire a sbagliare così tanto, neanche se ci prova)

Un sintomo di tutto questo è la bizzarra traiettoria ascendente presa dalla carriera di Kristol. Un altro è che tutti coloro che avevano ragione sull'Iraq, almeno tanto quanto Kristol aveva torto, adesso sono persi nel dimenticatoio (la modestia mi impedisce di far notare che io sono tra questi).

Queste stesse persone che avevano fatto notare come non fosse propriamente manifesto il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. E che, in ogni caso, l'Iraq non rappresentava una minaccia militare agli Stati Uniti. Che invadere un paese avrebbe potuto provocare un bagno di sangue tra diverse fazioni (e che tale carneficina sarebbe potuta durare molti anni). Che combattere il terrorismo provando a creare una democrazia con la forza non aveva senso. E che l'intero progetto probabilmente sarebbe stato un disastro.

Nel migliore dei casi, questi dissidenti vennero etichettati come "poco seri" hippy semi pacifisti, persone che non comprendevano come l'11 settembre avesse cambiato le cose. Spesso il loro patriottismo veniva messo in dubbio da presunti rispettabili commentatori come il professore di legge Glenn Reynolds, il quale nella tradizione di Joe McCarthy dichiarò che le critiche alla guerra erano favori concessi ai terroristi, o quanto meno erano "azioni non patriottiche" e "danneggiavano le nostre truppe all'estero".

E via dicendo. Per esempio, il serio editorialista del New York Times, Thomas Friedman, il quale dichiarava appena sei settimane fa che le due sole logiche alternative in Iraq erano un aumento di 150.000 soldati od un ritiro per fasi, ha annunciato adesso che sosterrà il presidente Bush sulla questione di un aumento di 21.000 unità. Ma solo se Bush proporrà un grosso aumento delle tasse e metterà in atto alcune cose che hanno la stessa probabilità di verificarsi della messa in onda di uno spettacolo con John Belushi e Saddam Hussein al Saturday Night Live.

Se la sfrontatezza fosse un crimine questa gente meriterebbe l'ergastolo. 


Z-Net.it



BOMBE A GRAPPOLO: STRANO E TARDIVO 'CONTENZIOSO" WASHINGTON-TEL AVIV



Impiegando contro i civili bombe a grappolo o a frammentazione ('cluster bomb') di fabbricazione statunitense, Israele avrebbe forse violato un accordo con Washington. I fatti risalgono alla guerra tra Libano e Israele della scorsa estate, ma il quotidiano “New York Times” ha diffuso la notizia, in qualche modo confermata da un portavoce governativo, in base a un rapporto preliminare appena inviato al parlamento americano. La legge statunitense sul controllo delle esportazioni di armamenti prevede che quel tipo di munizioni sia utilizzato solo contro militari. “Potete dedurne che il fatto di avere rimesso il rapporto al Congresso implica che esistano dubbi” ha aggiunto il portavoce. Al Congresso spetta decidere se proseguire le indagini e se adottare sanzioni, come il congelamento delle esportazioni di bombe a grappolo deciso dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1986 e rimasto in vigore per sei anni. L’uso delle bombe a frammentazione contro la popolazione civile libanese era stato già denunciato da un rapporto dell’Onu e da diverse organizzazioni umanitarie. Secondo stime dell’Onu, sul territorio libanese sono disseminate circa 100.000 munizioni ‘cluster’ inesplose lanciate dall’aviazione israeliana tra il 12 luglio e il 14 agosto scorsi, praticamente a guerra finita, e uccidono due/tre persone al giorno. Sganciati in volo, questi ordigni rilasciano una quarantina di cariche su vaste aree: un pericolo mortale per chiunque le urti o inconsapevolmente le raccolga. Secondo uno studio condotto negli ultimi 30 anni in 24 paesi e regioni diffuso oggi dall’agenzia umanitaria ‘Handicap international’, le bombe a grappolo sono state largamente usate dagli Stati Uniti in passato in Cambogia, Laos e Vietnam e anche durante le più recenti guerre del Golfo, in Kosovo e in Afghanistan; ovunque, quelle inesplose continuano a uccidere e ferire civili. http://www.misna.org/


Ennesimo massacro in Iraq
Circa 350 miliziani uccisi a Najaf dall'esercito Usa e da quello iracheno
E’ dai tempi della rivolta di Moqtada al-Sadr che non si combatteva con tanta ferocia a Najaf, assieme a Kerbala uno dei massimi luoghi sacri per gli sciiti di tutto il mondo. In due giorni di combattimento, secondo fonti irachene, ci sono state almeno 350 morti tra gli insorti, ma altre fonti parlano addirittura di 500 vittime. Nella battaglia hanno perso la vita anche 3 militari iracheni e altri 21 sono rimasti feriti. A questi vanno aggiunti due piloti di un elicottero Usa, abbattuto dai guerriglieri, come confermato dai militari iracheni, anche se Washington non ha commentato la notizia.
 
un fedele sciita commemora il martirio dell'imam husseinUna battaglia sanguinosa. Si è combattuto per 15 ore, tra il 27 e il 28 gennaio, ma secondo fonti locali la battaglia sarebbe ancora in corso contro alcuni focolai di resistenza attivi nella zona.
L’operazione, condotta dall’esercito iracheno con l’appoggio di aerei e mezzi corazzati delle truppe Usa, è scattata per prevenire, secondo quanto raccontato dal colonnello dell’esercito iracheno Ali Nomas, responsabile della sicurezza a Najaf, e da Asaad Abu Gilel, il governatore di Najaf, per prevenire una serie di omicidi che il gruppo aveva in mente contro eminenti leader sciiti, che per le festività si sarebbero radunati a Najaf. “Erano bene armati, anche con razzi antiaerei, ed erano in prevalenza iracheni, ma tra loro c’erano anche alcuni stranieri”, ha commentato Gilel. L’occasione è stata la festa dell’Ashura, che finisce proprio oggi, e che commemora il martirio dell’imam Hussein nella battaglia di Kerbala del 680, l’episodio che ha sancito lo scisma sciita nel mondo islamico. Negli anni scorsi, dopo l’invasione del contingente internazionale nel 2003, che ha rovesciato il regime di Saddam Hussein, l’Ashura è sempre stata segnata da terribili stragi e attentati. Quest’anno invece, non era accaduto ancora nulla.
Secondo i militari iracheni, l’Ashura non era stata segnata dal sangue perché il gruppo preparava una grande azione finalizzata all’eliminazione di personalità scomode sciite, ritenute dagli insorti in odore di accordo con il governo iracheno e quello statunitense. Ma qual è questo gruppo?
 
pattuglia usa per le strade di najafMilizia pro-Saddam, o no? Si tratterebbe del cosiddetto Esercito del Paradiso, una milizia fedele al leader religioso Ahmed Hassani al-Yemeni, uno dei pochi movimenti presenti in Iraq che conta tra le proprie fila elementi sciiti e sunniti. Secondo la ricostruzione dei vertici militari iracheni, al-Yemeni avrebbe radunato un gruppo di circa 600 miliziani in un frutteto nei pressi del villaggio di Zarqaa, a 12 miglia a nord-est di Najaf, per preparare azioni in grande stile, approfittando della marea di pellegrini che hanno raggiunto la città santa per le celebrazioni dell’Ashura. Al-Yemeni è colui che dai suoi uomini si faceva chiamare il ‘mahdi’, cioè il dodicesimo imam che gli sciiti aspettano e che salverà l’umanità. Lo stesso che, secondo il ministro della Sicurezza nazionale iracheno, sarebbe rimasto ucciso nell’attacco subito dalla sua milizia, e che secondo gli analisti di Baghdad rappresentava l’ultimo elemento di una catena di personaggi riconducibili in qualche maniera a Saddam Hussein.
La sua milizia sarebbe stata formata, sempre secondo il nuovo governo di Baghdad, dal dittatore iracheno per riequilibrare il potere dell’ayatollah Ali al-Sistani nel sud sciita dell’Iraq, da Saddam considerato un covo di serpenti che cospiravano contro di lui. A questo scopo avrebbe sostenuto, anche finanziariamente, il gruppo guidato da al-Yemeni, ma che prima di lui era guidato dall’ayatollah Ahmad bin al-Hassan al-Basri, nemico di quel Muhammad Bakr al-Sadr che il rais vedeva come il fumo negli occhi. Un altro pezzo della resistenza in Iraq legata a Saddam sarebbe quindi stato spazzato via, ma secondo altre fonti locali al-Yemeni sarebbe stato invece il simbolo di coloro che, riuscendo a mettere assieme sunniti e sciiti nell’interesse più alto della cacciata degli eserciti stranieri, finiva per rappresentare la vera forma di resistenza. Una situazione ingarbugliata, dove niente è chiaro, come accade in Iraq da 4 anni a questa parte. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7203

Confessioni di un sicario dell'economia:

imperialismo"C'è qualcuno davvero innocente, negli Stati Uniti? Sebbene a guadagnarci più di tutti siano quelli al vertice della piramide economica, milioni di noi dipendono - direttamente o indirettamente - per la propria sussistenza dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati. Le risorse naturali e la manodopera a basso costo che alimentano tutte le nostre attività imprenditoriali provengono da paesi come l'Indonesia, e ben poca o nessuna ricchiezza torna indietro. I prestiti degli aiuti esteri condannano i bambini di oggi come pure i loro nipoti a restare in ostaggio. Saranno costretti a permettere alle nostre corporation di saccheggiare le loro risorse naturali e dovranno rinunciare all'istruzione, alla sanità e agli altri servizi sociali semplicemente per restituirci ciò che gli abbiamo prestato. La formula non tiene conto del fatto che le nostre aziende hanno già ricevuto gran parte di quel denaro per costruire le centrali elettriche, gli aereoporti e i poli industriali. Che gran parte degli americani ignori queste cose li rende forse innocenti? Disinformati e deliberamente male informati, d'accordo... ma innocenti?"

tratto da: "Confessioni di un sicario dell'economia" di John Perkins, la costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider.

confessioni di un sicario dell'economiaUn consiglio spassionato per una lettura impegnata ma molto utile. Il brano che ho riportato è facilmente adattabile, sostituendo Stati Uniti con paesi industrializzati ed Indonesia con paesi sottosviluppati, alla realtà dei nostri giorni.

I "sicari dell'economia", descritti nel libro, sono un'élite di professionisti ben retribuiti che hanno il compito di trasformare la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo in un continuo processo di indebitamento e di asservimento agli interessi delle multinazionali e dei governi più potenti del mondo; sono, insomma, i principali artefici dell'"impero", di cui disegnano - lavorando dietro le quinte - la vera struttura politica e sociale.

Per dieci anni John Perkins è stato uno di loro, e ha toccato con mano il lato più oscuro della globalizzazione in paesi come Indonesia, Iraq, Ecuador, Panama, Arabia Saudita, Venezuela, prima di affrontare una graduale presa di coscienza che lo ha portato a farsi difensore dell'ecologia e dei diritti civili delle popolazioni sfruttare.

Perkins ci costringe a riesaminare sotto prospettive inedite ed inquietanti l'ultimo mezzo secolo di storia, e ad interrogarci sul nostro futuro. Un bestseller internazionale indispensabile per comprendere a fondo le dinamiche dell'imperialismo e le ragioni dei conflitti che alimenta.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/01/confessioni.html


gennaio 29 2007

PACS: Baccini, "Va potenziata la famiglia tradizionale"

 

Ma che significa potenziare la famiglia tradizionale? Questa frase fa paura. Come tutte le frasi dei politici che per piazzare comunicazioni sul mercato politico tradizionalista e cattolico fingono e dichiarano di essere impegnati nella difesa della famiglia. Ma quale famiglia? Ma potenziate la vostra di famiglia. Ma che cos'è questa vostra famiglia? Un ponte? Una scatola? Un muro? Un camion da potenziare?

Marioemario, pacs: "L'ex Ministro Baccini va potenziato". Ps: grazie per l'ottimo, significativo lavoro svolto alla funzione pubblica. Abbiamo trovato una pubblica amministrazione davvero potenziata.http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/


Oltre il giardino


L’arbitro Bonito Oliva fra Guggenheim e Pinault



ALBERTO STATERA




Salomone s'aggira in laguna con le fattezze di Achille Bonito Oliva, il critico d'arte fondatore della Transavanguardia italiana che ben prima di Vittorio Sgarbi, e più di lui, posò nudo per un servizio fotografico da rotocalco. E' lui che complici su fronti opposti i carissimi nemici Massimo Cacciari e Giancarlo Galan ha fatto definitivamente infuriare Francois Pinault, l'uomo d'affari bretone titolare del gruppo Artémis, leader in Europa nel retail e nel lusso con marchi come Gucci e Yves Saint Laurent, e di una delle più importanti collezioni d'arte contemporanea.
La storia parte da lontano e via via assomiglia sempre più a una farsa di Feydeau. Scomparso Gianni Agnelli, il re del nichel Guido Angelo Terruzzi accarezza il sogno di poter esporre la sua collezione d'arte a Palazzo Grassi, che fu il gioiellino preferito dall'Avvocato. Ma sulla scena compare Pinault che mette sul tavolo una trentina di milioni di euro, soffia l'operazione a Terruzzi e s'insedia alla presidenza della Palazzo Grassi Spa, nella poltrona che fu di Agnelli. Gli interni del palazzo vengono ristrutturati dall'architetto giapponese Tadao Ando, i lavori durano un anno e nel maggio 2006 il palazzo viene riaperto con l'inaugurazione della mostra "Where are we going ?", la domanda formulata da Paul Gaugin all'inizio del Modernismo. Nella mostra figurano opere di cinquanta artisti, da Mark Rothko a Piero Manzoni, da Damien Hirst a Maurizio Cattelan. A questo punto il sindaco Massimo Cacciari invita Pinault "caldamente" così dicono le mirabili cronache di Enrico Tantucci su "La Nuova Venezia" a prendersi cura del complesso seicentesco della Punta della Dogana e a collocarvi la sua collezione di arte contemporanea. Magnifico, Pinault esulta. Ma il sindaco filosofo dimentica che per affidare un bene pubblico occorre indire una gara, forse perché sembrava che non ci fossero altri concorrenti. E invece c'erano perché, spalleggiata dal governatore Galan, dall' Antonveneta strappata ai furbetti del quartierino dagli olandesi dell'Abn Amro e dalla Munus, società del gruppo Abm di Alberto Rigotti, si fa sotto la Guggenheim con la sua collezione, che molti critici ritengono migliore. Quindi, chiamato dal Comune, entra in scena l'inventore della Transavanduardia, con altri due esperti, la storica dell'arte di Ca' Foscari Giuseppina Dal Canton e il rettore di Architettura Carlo Magnani. Il "Trio Lescano", come battezza la commissione lo stesso Bonito Oliva. I due progetti, Pinault e Guggenheim, vengono giudicati dal Trio.
E che succede ? Che incredibilmente risultano pari per tutto, 95 punti su cento a entrambi i concorrenti: "Sì spiega Bonito Oliva, notoriamente privo di imbarazzi perché sono due grandi collezioni, a ciascuna delle quali manca qualcosa". Che cosa ? Proprio quegli identici cinque punti. Salomone, nelle vesti di Bonito Oliva, è sbarcato in laguna. Anzi il prefetto Caruso. Caruso chi ? L'ha raccontato Sgarbi: "Quel signore candidato alle elezioni a Roma che sosteneva di essere tifoso sia della Roma che della Lazio".
Il critico della Transavanguardia ora è nudo, il sindaco Cacciari e il governatore Galan non sanno che pesci prendere, anche se il presidente della Biennale Davide Croff sostiene salomonicamente che "il pareggio nelle gare favorisce l'arbitro, cioè il Comune". Salomonicamente c'è chi pensa a mettere insieme i concorrenti, creando una salomonica PinGugg o GuggPin, ma chi lo racconta a due architetti come Tadao Ando e Zaha Hadid?
In tutto questo, Francois Pinault, un tipo che non ha esitato a mandare a quel paese il suo amico Jacques Chirac, è in giro per il mondo a occuparsi di megascalate multimiliardarie. Non è rintracciabile, ma pensiamo di poter facilmente interpretare il suo pensiero: "Ah, les italiens!"
a.statera@repubblica.it


Fanfaron de' Fanfaroni

 Fanfaron de' Fanfaroni

Che il nostro avesse la propensione a dare i numeri  lo si sapeva da tempo,

e tuttavia pensavamo che i recenti guai con sua la salute gli avessero dato una calmata:

macchè! E' sempre lui, più  spaccone che pria...

 


  • Porteremo in piazza 5 milioni di persone...
  • La Cdl ha 15 punti di vantaggio sulla sinistra...
  • Io sono 28 punti avanti su Prodi
  • Siamo al 65 percento

E' proprio nato per dare i numeri...

 

Per gli amanti del lotto: 5 - 15 -28 - 65  Sulla ruota di Arcore

In caso di mancata vincita il rimborso va richiesto a  Silvio Berlusconi...

cosi impara a dare i numeri giusti

Pistole ad acqua


Paolo Gentiloni Silveri

Ho ricevuto questa lettera su informazione e conflitto di interessi. A seguire la mia risposta.

Lettera

Caro Piero,
ho assistito al dibattito di venerdì sera promosso dall’associazione Le Girandole alla Camera del lavoro di Milano, e dall’intervento di Roberto Zaccaria si è capito, per l’ennesima volta, che il problema del conflitto d’interessi e della libertà d’informazione non è primario per il Centrosinistra. La proposta di Gentiloni ovviamente migliora la sciagurata legge Gasparri, anche se ci voleva ben poco, ma non libera certamente la Rai dai partiti, e non rende la televisione pubblica indipendente dalle influenze della politica, inoltre è emersa la solita cronica timidezza del deputato di turno dell’Ulivo, il quale su questo terreno proprio non riesce a interpretare e a cavalcare i desideri del suo elettorato, e a questo punto è lecito pensare che lo facciano di proposito. E la delusione, ti assicuro, era molto diffusa nella sala. E spero che non si avveri la profezia di Marco Travaglio, secondo cui il Centrosinistra si starebbe creando anch’esso un sorta di impero televisivo, con a capo De Agostini, e questo spiegherebbe il motivo per il quale l’attuale governo e quello del ‘96 ignorano la sentenza della Corte Costituzionale riguardo la vicenda Di Stefano. Cosa pensi di questa prospettiva? Grazie.

Mariano (20 anni, Milano)

Risposta

Caro Mariano,
su giustizia, informazione e conflitto di interessi in questo paese l’ultima parola l’avrà sempre il Puffone (cioé il reuccio dell’impunità, della manipolazione e della corruzione), ormai è chiaro. Le ragioni? Viltà, furbizia, abitudine al compromesso, mediocrità culturale del ceto di potere di centrosinistra: direi un mix diabolico di tutto questo. Poi molti parlamentari sono semplicemente in vendita, e questo complica il quadro. I danni causati nei decenni dal duopolio collusivo Rai-Mediaset con l’annesso partito-azienda sono incalcolabili. Culturali, morali, politici. E non vedo credibili rimedi all’orizzonte. Il disegno di legge Gentiloni verosimilmente non arriverà in porto nella formula, pur blanda e inadeguata, in cui è stato proposto. Venerdì sera il deputato Zaccaria ha detto che sarà difficile approvarlo perfino alla Camera. Figuriamoci al Senato, dove c’è un voto di maggioranza! Governanti seri farebbero l’impossibile pur di riaprire alla concorrenza il mercato televisivo, liberando le frequenze e abbassando drasticamente i tetti pubblicitari: Gentiloni non lo fa. E’ uno sceriffo che impugna una pistola ad acqua: e nel far west passa per bandito.
La proposta di riforma della Rai, almeno secondo le tracce fino ad ora emerse, non libera l’azienda pubblica dal giogo della partitica, come ha spiegato venerdì sera Tana de Zulueta. Il punto è chi nomina i dirigenti e chi ne controlla l’operato. Riconosco al buon Gentiloni di aver posto almeno il problema della liberazione della Rai dai partiti. Ma non basta. Comunque giudicheremo la proposta una volta che verrà formalizzata.
La bozza Franceschini di riforma del conflitto di interessi è semplicemente ridicola: si occupa solo delle eventuali incompatibilità dei membri del governo e non rende incandidabili o almeno ineleggibili coloro che controllano mezzi di comunicazione. Meglio tenerci la spudorata legge Frattini, a questo punto. Zaccaria ha promesso che la bozza verrà discussa in parlamento entro la primavera: ne dubito, vigileremo.
In generale, caro Mariano, il panorama è desolante. Non c’è vera discontinuità. Del resto, l’indulto estivo e le successive amenità ci han dato prova di che pasta son fatti questi signori. Vedi: per noi il Puffone è un problema, per lorsignori in fin dei conti è un modello. Sicché non trovo campata per aria l’ipotesi De Agostini, venerdì sera paventata da Marco Travaglio. Non dimentichiamo la vicenda Unipol-Bnl e la copertura politica dei “furbetti”: qui si gestisce ogni potere con logica da clan. Speriamo almeno che il buon Francesco Di Stefano di Europa 7, cornuto e mazziato dai legislatori fuori legge, trovi giustizia (e un congruo risarcimento) presso la corte europea. L’ho sentito ieri al telefono: mi ha raccontato spassosi retroscena dell’ultima udienza, attende incazzato e fiducioso la sentenza, entro marzo. Ne riparleremo.

Grazie e a presto, Piero 

Ps:
Martedì 30, proprio su questi temi, condurrò un dibattito a Torino. Per vedere il programma cliccate qui. Ditelo agli amici torinesi! http://www.pieroricca.org/


Palermo sommersa
dal partito del nulla

di ALBERTO STATERA


<B>Palermo sommersa<br>dal partito del nulla</B>

Palermo, Palazzo dei Normanni. La Sala d'Ercole durante una seduta dell'assemblea regionale siciliana

PALERMO - A Milano non c'è più Enrico Cuccia, a Palermo non c'è più Vito Guarrasi. "Cu è chistu?". È la sicula, storica incarnazione del potere. Scomparsi adesso i due massimi sacerdoti del potere nelle due Italie, che nel potere talvolta si ricomponevano, tutto si frantuma, si scombina in un bradisismo che confonde le linee di comando e ne fa una poltiglia persino qui nella patria del "cummannari è megghiu che futtiri". Pochi lo sanno, ma Enrico Cuccia, originario di Piana degli Albanesi, e Vito Guarrasi erano cugini.

Diversi: l'uno un omino grigio in eterno fumo di Londra, l'altro in regolamentare lino chiaro, panama e sigaro, si vedevano, si consultavano, scherzavano persino, con l'autoironia dei veri potenti, sul loro potere e sulla reciproca cattiva fama, come confessò il gran khan palermitano prima di morire.

Oggi se a Palermo chiedi di Guarrasi ti rispondono, per l'appunto: "Cu è?". Originario di Alcamo, dove la sua famiglia possedeva i vigneti "Rapitalà", giovane aiutante del generale Giuseppe Castellano fu testimone dell'armistizio di Cassibile con gli anglo-americani. Nei decenni successivi, non c'è stato evento siciliano o nazionale, politico o economico, che non lo abbia visto, sempre a cavallo tra democristiani e comunisti, protagonista silente e tenebroso: dall'autonomia regionale al milazzismo, dall'assassinio di Enrico Mattei alla bancarotta di Michele Sindona, dal finto rapimento di Graziano Verzotto - veneto di Padova diventato vicerè della Sicilia democristian-mafiosa come i veneti Silvio e Antonio Gava lo furono della Napoli democristian-camorrista - fino alla scomparsa di Mauro De Mauro. L'industria del sale, poi il petrolio, le esattorie delle imposte appaltate ai cugini Nino e Ignazio Salvo, le imprese irizzate o enizzate, la politica e gli affari furono, nel bene e più spesso nel male, il pane quotidiano dell'avvocato Guarrasi, che in Sicilia incarnò la "stanza di compensazione" dei poteri legali e illegali. Un Cuccia in salsa siciliana. Che non c'è più, come il cugino siculo-milanese di via Filodrammatici.

Oggi sbarchi a Punta Raisi, aeroporto "Falcone-Borsellino", chiedi chi comanda e ti guardano come un marziano. Non solo Guarrasi, non c'è più Salvo Lima, né il cardinale Ernesto Ruffini né l'ex ministro delle Partecipazioni statali Nino Gullotti.

Non ci sono più i Cavalieri dell'apocalisse, i signori del cemento Graci, Rendo, Costanzo e Finocchiaro, che collezionavano tutti gli appalti. Giulio Andreotti, assolto dalle colpe mafiose, fa il padre della Patria. I nobili, dai Tasca d'Almerita in giù, son tutti lì nei palazzi di campagna tra migliaia di ettari di vigneti a saggiare la gradazione dei loro vini, che vendono a milioni di ettolitri. I mafiosi della nuova generazione non ammazzano poi più tanto, fanno il "pizzo", con i piccoli imprenditori consenzienti.

Compreso Totò Schillaci che, dismesse le insegne mondiali, chiede protezione ai picciotti per difendere la sua scuola di calcio palermitana. Il procuratore capo Francesco Messineo, annunciando di aver sgominato il racket del pizzo della Noce - diciassette arresti l'altro giorno - dice che ci sono "emergenze criminali ben più intense nel paese", ma condanna l'acquiescenza dei negozianti che pagano ormai il pizzo come fosse una legittima tassa comunale. E il sostituto Alfredo Morvillo - quarantotto arresti due giorni dopo - quella della politica complice, che ha istituzionalizzato la Palermo dei favori. E favori è dir poco.

Tira scirocco su Palermo. Leoluca Orlando, che il 4 febbraio affronterà le primarie per la candidatura a sindaco la prossima primavera, dice che non c'è più "un punto unico di sintesi del potere, in assenza di ogni cultura di governo e di sano comando". Un "partito del nulla", una borghesia mafiosizzata, un blocco sociale spurio, un'economia assente, se non per il "keynesismo delinquenziale" che negli ultimi cinque anni ha dilapidato ventimila miliardi di lire dell'Unione europea in chiese, formazione professionale, precari e clientele varie. Il capo del "partito del nulla" siede a palazzo dei Normanni sulla poltrona di presidente della regione. Si chiama Totò Cuffaro, detto "Puffaro", per via del fisico brevilineo e rotondo (lui, comprensivo, si definisce un po' "pacchionello") o "Zu Vasavasa" per i baci che schiocca a tutti quelli che incontra, soprattutto ai matrimoni e ai battesimi, che sono il suo palco politico preferito. Alle signore incinte è riservata, per sua dichiarazione, una toccata del pancione. Sotto processo per favoreggiamento di Cosa Nostra, Cuffaro ha 18.239 dipendenti, di cui 5.016 precari, più 30.745 lavoratori forestali, con un bilancio di 26 miliardi, di cui 17 per stipendi e 8 per la sanità, e un archivio privatissimo computerizzato con i nomi e le abitudini di 50 mila elettori.

La sanità, ecco la cornucopia, il grande business politico e personale del governatore, che è medico, e che in materia è titolare di un record mondiale: 1.720 strutture mediche private accreditate e convenzionate in Sicilia, contro le 70 in Lombardia. Roberto Formigoni, che come lui a Milano ha ottime entrature "cielline" e sanitarie, può andare a nascondersi. Proconsole cuffariano nella sanità - o piuttosto viceversa - è don Luigi Verzè, il prete della multinazionale "San Raffaele", portatore dell'evangelica missione di curare bene i ricchi, che vola in jet privato e che il papa Paolo VI in persona accusò del peccato terreno di voler fare soltanto soldi. E Michele Aiello, presunto prestanome del boss Bernardo Provenzano, che da costruttore di strade interpoderali, con "Puffaro" si è fatto, a sua volta, ras locale della sanità.

Dal bar-ristorante Lacuba di piazza dei Marinai, ritrovo fighettoso di destra, vigila Gianfranco Micciché, come sempre eccitatissimo. Figlio di un dirigente del Banco di Sicilia, strappato agli ozi palermitani da Marcello Dell'Utri che lo assunse in Publitalia, Micciché è tuttora considerato l'artefice del voto che consegnò Palermo e la Sicilia a Silvio Berlusconi con sessantuno deputati su sessantuno. Fama che oscura persino quella ben meritata di suo fratello Gaetano, stella crescente di Imi-San Paolo-Intesa, il polo bancario di Giovanni Bazoli, Corrado Passera e Enrico Salza, supersimpatizzanti dell'attuale maggioranza governativa prodiana.

Bella coppia Cuffaro-Miccicché: "La vecchia mafia dell'Udc e la nuova mafia di Forza Italia", li bolla senza tanti complimenti Leoluca Orlando, che, se vincerà le primarie, è convinto di tornare sindaco, anche se il centrodestra spaventato gli opporrà l'ex ministro socialdemocratico Carlo Vizzini. Poi, giù giù per li rami, Enrico La Loggia, figlio di superba tradizione democristiana, ma considerato più verboso che fattivo, e Diego Cammarata, il sindaco, semplice soldato del partito del nulla: "A Palazzo dell'Aquila e dintorni - sintetizza Orlando, che alle primarie se la deve vedere con la candidata diesse Alessandra Siragusa - vivono le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano, semplicemente esternalizzano le funzioni e gli affari". Per gli appalti bisogna scendere al porto e fare anticamera dal presidente Nino Bevilacqua, che tiene il relativo sportello. Agli eventi ci pensa Davide Rampello, alle attività sociali monsignor Diliberto dalla parrocchia di San Gaetano di Brancaccio, a tutto il resto Silvio Liotta, ex segretario generale dell'Assemblea regionale e protesi vivente del Micciché, quello del bar-ristorante di piazza dei Marinai. Poi una pletora di lobbisti e avvocati d'affari, tra i quali brilla Nicola Piazza, cui si dice che piacerebbe assai fare il Guarrasi del nuovo millennio.

E il sindaco? Dicono che ricordi Carmelo Scoma, un suo predecessore degli anni Settanta che, scendendo da Palazzo dell'Aquila, dove si soffermava non troppo a lungo, e incrociando il cronista Armando Vaccarella lo apostrofava: "Armà, novità oggi in comune? " Ma quando Cammarata va a mangiare a Mondello lascia a Palazzo dell'Aquila 5.820 dipendenti, 3.353 precari, lavoratori socialmente utili pagati con trasferimenti statali, 3.402 lavoratori del "pip" (niente equivoci, per favore, è l'acronimo di piano inserimento professionale), pagati con trasferimenti regionali e una macchina comunale che costa 25 milioni al mese, su un bilancio complessivo di 3 miliardi e 202 milioni. Alla nuova e un po' scalcinata università del potere palermitano hanno detto che degli elettori devi possedere le anime: e qual è il modo migliore se non la distribuzione di lavori precari, che consegnano migliaia e migliaia di anime all'arbitrio dei politici? "Chi è potente? Chi ha assai - dice un vecchio proverbio siciliano - e chi non ha niente".

Tira scirocco su Palermo, si annuvola, ma nel grigio che incede sparano dai muri centinaia di manifesti rosso fuoco di tutte le dimensioni, insidiati soltanto da quelli della candidata diessina alle primarie, che illustrano le magnifiche sorti e progressive della città: "La Zisa, patrimonio ritrovato", "Il tram non è più un desiderio", "Anello ferroviario verso il traguardo", "Restaurate statue e fontane, splende il giardino inglese", "Palermo, rinascimento a colpi di cantiere". Salvo poi scoprire che il tram è un desiderio, l'anello ferroviario un sogno, il risanamento del centro e della Vucciria un incubo e il rinascimento una bella favola.

Si dovevano portare 50 mila nuovi residenti, da sommare ai 21 mila superstiti, ma l'ultimo censimento del degrado conta 282 immobili cadenti, 90 dei quali abitati; dei 70 milioni di euro di contributi pubblici, ne sono stati utilizzati non più di 30 mila. Il panificio, la macelleria, la drogheria a piazza del Garraffello sono sbarrate, di notte ci si aggira in un deserto surreale e terrificante. Peggio di trentacinque anni fa quando il risanamento del centro storico era l'oggetto dei pranzi al "Charleston" di Gaetano Caltagirone, palazzinaro di fede andreottiana, con il segretario socialista Giacomo Mancini. Ma a onor del vero, tra i tanti che sparano dai muri scrostati, c'è anche un manifesto non truffaldino: "Palermo a cinque stelle", dice.

E non mente: sorgono come funghi alberghi a quattro e cinque stelle, in vecchi palazzi storici, in dimore nobiliari, in nuovi grattacieli vetrati. Non si contano più le inaugurazioni. Francesco Caltagirone Bellavista, dell'Acqua Pia Antica Marcia, con il San Domenico di Taormina, l'Excelsior di Catania e l'Hotel des Estrangers di Siracusa, ha preso a Palermo Villa Igiea e l'Hotel des Palmes. Grandi pezzi di storia. Per dirne una, al des Palmes visse per mezzo secolo senza mai uscirne il barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano, chi dice per una condanna alla reclusione di lusso per uno sgarbo alla mafia, chi dice - come Gaetano Savatteri, autore per Laterza de "I Siciliani" - perché non aveva una lira e l'albergo lo ospitava gratuitamente in cambio della pubblicità che faceva alla casa invitando famosi personaggi, da Maria Callas a Mario Del Monaco, da Renato Guttuso a Carla Fracci.

"Una banalità ricorrente", secondo Leoluca Orlando il rilancio di Palermo come città turistica di lusso. E lo stesso Caltagirone, che sta investendo molti denari qui, come a Venezia e in Liguria, dice che sì, che "Palermo e la Sicilia sono un museo a cielo aperto, il turismo può essere un motore, ma non l'unico". E sapete di che si lamenta per le sue attività in Sicilia, terra d'origine della sua famiglia? Del "potere frazionato, che non decide, delle burocrazie che contano più della politica, delle furbizie italiane elevate qui all'ennesima potenza". E ha anche una ricetta: "Governi di grande coalizione a Roma e in periferia". Una specie di governo come quello che tentò a Palermo Silvio Milazzo, con democristiani, missini e comunisti? Più o meno le stesse lamentele di Caltagirone quelle del patron del Palermo Maurizio Zamparini, che vuole costruire una Zamparini-City - il potere del calcio funzionale alle speculazioni immobiliari - su 288 mia metri quadrati al confine dello Zen: un centro commerciale di 30 mila metri quadri tra Roccella e Brancaccio, corredato di servizi e impianti sportivi. Vicino ci vuol fare il nuovo stadio, al posto del velodromo, ma avverte i politici: datemi l'ok subito, pena la perdita dei campionati europei del 2012.

Tira lo scirocco su Palermo. Borghesi, nobili e politici lo sfidano a Mondello, nei circoli titolati, i veri crocicchi dei "poteri frazionati". A "La Vela", o al "Lauria", sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Gabriele Guccione Alù. E' qui che la "cupola - non - cupola" si ricompone all'ombra del ritratto dell'ammiraglio Ruggero de Lauria. Ma non dite che è mafia.
http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/politica/inchiesta-citta/potere-palermo/potere-palermo.html

Poca scuola poco valore:
rompere il circolo

Riccardo Faini
con Giancarlo Bosetti


In ricordo di Riccardo Faini, scomparso pochi giorni fa, pubblichiamo un’intervista apparsa su Reset n.87, gennaio-febbraio 2005.


Il tema del declino economico e dell’impoverimento è uno degli argomenti cruciali di cui lei si occupa: in numerose classifiche l’Italia è scivolata verso posizioni più basse. Da quali indicatori è possibile desumere questa situazione negativa?

Gli indicatori sono principalmente tre. Il primo è il rallentamento della crescita del reddito pro capite: in un mio articolo, ho evidenziato come i dati Eurostat mostrassero che questo rallentamento non fosse poi così forte, mentre, stando agli ultimi dati, in quattro anni, abbiamo perso ben 5 punti percentuali rispetto alla media europea. Il secondo indicatore è la perdita di quote sui mercati internazionali – si tratta di un indicatore di difficile interpretazione che dipende in maniera molto evidente dall’andamento del dollaro: oggi stiamo assistendo, infatti, a una tendenza – già rilevata in precedenza – che vede il mercato internazionale italiano soffrire della debolezza del dollaro proprio mentre in altri paesi, come la Germania o la Francia, si guadagnano nuove quote di mercato. L’indicatore più preoccupante resta, comunque, quello del tasso di crescita della produttività che è ormai fermo da parecchi anni e che in Italia ha subito un rallentamento molto più marcato che negli altri paesi. Non si tratta, infatti, di un fenomeno europeo ma di un fenomeno che ha nel nostro paese una sua forza specifica e che finirà inevitabilmente per determinare il progresso del benessere economico italiano nei prossimi anni: se la produttività non crescerà, è ovvio che né i salari né i profitti potranno crescere e che l’economia ristagnerà.

Che cosa intende specificamente per produttività? Produttività significa anche numero di ore di lavoro?

No, parlo di produttività per ora lavorata e, quindi, di quantità della produzione; il numero di ore di lavoro rientra, invece, nel calcolo del reddito per persona. C’è da dire che in Italia le ore di lavoro non sono inferiori a quelle degli altri paesi europei, i quali tuttavia lavorano molto meno rispetto agli Stati Uniti.

Quindi è la qualità del nostro lavoro che è più bassa?

Esatto: la qualità del lavoro si sta abbassando ed è questo sicuramente il segnale più preoccupante. Per tanti anni infatti abbiamo avuto poca occupazione, ma un tasso di produttività molto alto: i salari crescevano ma gli occupati erano pochi. Negli ultimi anni l’Europa è cambiata molto: a lavorare oggi sono molte più persone. In Italia soprattutto, questo cambiamento ha peggiorato la produttività. È per questo motivo che nel nostro paese ci troviamo di fronte a un dilemma più forte che nel resto d’Europa: da un lato ci sono salari decenti e in crescita ma poca occupazione, mentre, dall’altro, c’è un’occupazione in crescita ma i salari ristagnano. Se guardiamo ai dati sull’andamento dei salari per categorie, colpisce il fatto che a perdere potere d’acquisto siano stati soprattutto operai e impiegati mentre, al contrario, pensionati e lavoratori autonomi ne hanno guadagnato. Ciò significa che le classi produttive – se così vogliamo chiamarle – si sono impoverite, in un contesto in cui il salario medio è rimasto fermo. Si tratta di un arretramento strutturale.

La Germania ha un elevato costo del lavoro e una rigidità del mercato del lavoro simile alla nostra, eppure le sue quote di mercato internazionale sono più alte, così come la sua produttività. Cosa non ha funzionato in Italia?

La Germania ha fatto quello che noi non siamo riusciti a fare. Vanno considerati, in particolare, due aspetti: sul piano della divisione internazionale del lavoro, la Germania è meglio posizionata rispetto all’Italia: infatti, ciò che la Germania produce è ancora vendibile; in secondo luogo, nonostante le rigidità del proprio mercato, la Germania è riuscita a fronteggiare meglio il problema della globalizzazione, e questo per tante ragioni: le imprese tedesche si sono mosse più di quelle italiane, sono andate all’estero trasferendo quelle produzioni che non avevano più un vantaggio competitivo in Germania e sono, quindi, riuscite a mantenersi in uno stato di salute decente; la scelta, poi, di concentrarsi su prodotti ad alta e media tecnologia ha permesso loro di rispondere meglio alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Per quarant’anni, invece, l’Italia si è aperta agli scambi e al commercio internazionale limitando però la propria apertura ai paesi industrializzati e mantenendo, all’interno del mondo industrializzato, una posizione – in cui all’epoca aveva pochi concorrenti – che puntava sulle produzioni tradizionali, non ad alta tecnologia. Negli ultimi dieci anni il mondo si è aperto: sul mercato mondiale si sono fatte strada nazioni come la Cina, l’India, l’Indonesia e a soffrire di più della loro concorrenza è un paese come il nostro: posizionato nella divisione internazionale del lavoro sulla bassa tecnologia, a bassa intensità di capitale umano. Quando dico che l’importante oggi per l’Italia è investire in capitale umano è proprio perché è l’unico modo che abbiamo – costoso, complicato, di lungo periodo – per far fronte alla nuova situazione dell’economia mondiale. In altri termini, fare concorrenza alla Cina sul piano dei salari è impensabile: semplicemente non possiamo.

Per bassa intensità di capitale umano intende una manodopera di qualificazione più bassa che, quindi, costa meno?

Esattamente. Questo ci porta a produrre beni che richiedono meno manodopera altamente qualificata e che, quindi, si collocano nei settori tradizionali. Ci salviamo con il gusto e con il design ma si tratta di palliativi perché, prima o poi, la Cina e l’India sapranno farci concorrenza anche lì.

Non pensa che in questi campi abbiamo un valore esclusivo, ineguagliabile?

Non a lungo. Per adesso lo abbiamo perché abbiamo delle tradizioni artigianali e possiamo contare sulla capacità dell’artigiano di creare un prodotto su misura del cliente: ma non conserveremo questo vantaggio a lungo.

Nella preoccupante diagnosi che lei sta delineando non ha ancora parlato della questione della pubblica amministrazione.

Volevo evitare di recitare la litania del declino: l’amministrazione inefficiente, la mancanza di infrastrutture, le difficoltà per creare un’impresa, la mancanza di riforme per la concorrenza, le carenze degli investimenti in ricerca e sviluppo. Sono cose che sappiamo. Volevo insistere su una causa più profonda: siamo un popolo fondamentalmente ignorante. Abbiamo pochi universitari – per i quali spendiamo relativamente meno di quanto avvenga negli altri paesi – e quei pochi che abbiamo, e che arrivano alla laurea, non sono poi a un livello eccelso.

Siamo ignoranti: questo è un punto capitale. Osservando le statistiche dei Paesi Ocse relative al dopoguerra, balza subito agli occhi l’impressionante risalita della Corea del Sud, che oggi ha raggiunto uno standard simile a quello americano, pur partendo da posizioni molto più arretrate delle nostre. Come si fa a muovere una scalata del genere? Quali fattori culturali possono innescarla?

Potrei citarle un ricordo: quando ero uno studente del Mit, il Mit era popolato da studenti coreani, proprio come oggi è popolato da studenti cinesi. Credo che la differenza sostanziale che divide la scalata coreana dalla battuta d’arresto dell’Italia sia nella mancanza di incentivi: gli italiani che hanno compiuto i propri studi all’estero non sono incentivati a tornare. E qui entra in gioco nuovamente il disastroso problema del sistema universitario italiano. Con un sistema industriale che non è riuscito a generare una domanda di capitale umano qualificato, infatti, l’Italia si trova in una sorta di circolo vizioso: il sistema industriale non si sposta verso produzioni ad alta tecnologia perché mancano le risorse umane, e le risorse umane non si creano perché manca la domanda da parte del settore industriale e da parte dell’università. Il grande progetto dovrebbe essere la rottura di questo circolo vizioso, rottura che può realizzarsi rafforzando il sistema di istruzione a partire dalla scuola media superiore e attuando politiche non settoriali, ma orizzontali di sostegno reale alla ricerca. Oggi la ricerca è incredibilmente sotto-finanziata.

Come andrebbero spesi, perché siano efficaci, gli investimenti pubblici per la ricerca?

Probabilmente lo strumento più semplice e più efficace è quello dello sgravio fiscale perché ha un carattere di automaticità e non discrezionalità che lo rende più trasparente. Ma va pure considerata la necessità che sia un provvedimento permanente: la tecno-Tremonti, da questo punto di vista, è stata inutile perché nessuna impresa si lancerà mai in un programma pluriennale di investimenti nella ricerca in base a uno schema fiscale che prevede una riduzione una tantum. È necessario, invece, dare alle imprese la certezza di un quadro incentivante di medio-lungo periodo, ovvero di una riduzione sostanziale, ben finanziata e pluriennale. Bisognerebbe, poi, evitare situazioni in cui sia un burocrate del ministero a decidere quale settore sia più meritevole: deve essere il mercato a decidere. Il governo potrebbe comunque incentivare la creazione di consorzi, soprattutto per piccole e medie imprese.

Sembrerebbe che, rispetto al problema della costruzione di un programma che riguardi la cosiddetta “missione italiana” nel mondo, lei tenda a ridimensionare quell’intreccio di beni culturali, gusto, design e prodotti tipici che è, in realtà, un fattore di grande influenza sulla nostra economia.

Si tratta di risorse importanti che vanno difese e, a questo proposito, credo che il lavoro che viene svolto in questo senso nelle sedi internazionali debba essere continuato e rafforzato. Ci sono molti altri prodotti, però, che non usufruiscono dei vantaggi legati al marchio: molte piccole e medie imprese lavorano su commissione e creano prodotti pregevolissimi i quali restano, tuttavia, senza marchio. Alcune proposte di legge, che sono già state avanzate e che giacciono in parlamento, propongono di favorire, anche attraverso degli strumenti fiscali, consorzi di imprese che consentano alle aziende di associarsi sia per poter affrontare i mercati esteri, sia per ottenere una protezione di marchio e di brevetti.

Dal punto di vista dei beni più propriamente culturali, abbiamo un patrimonio di indiscutibile valore che va da Pompei agli Uffizi. Si potrebbe calcolare il valore potenziale che questi beni assumono oggi che centinaia di milioni di persone con reddito medio alto – una quantità impensabile solo vent’anni fa – possono permettersi un viaggio in Italia?

Ci sono trecento milioni di persone con reddito medio alto in Cina e altrettante in India. La cosa dovrebbe farci riflettere: esistono molti modi per attirare queste persone in Italia. Se pensiamo solo a come la Spagna meridionale sia riuscita a integrare il turismo medio-alto con il turismo culturale possiamo trarne un’utile lezione perché anche in Italia si può trovare il modo. Eppure, di nuovo, da buon ex-marxista, suggerirei di guardare alla struttura e la struttura è quella di un popolo che è ancora poco educato rispetto ai suoi concorrenti. Un popolo meglio educato riuscirà a trovare nuove strategie di investimento che permetteranno all’Italia di posizionarsi meglio nel processo di internazionalizzazione. È questa la cosa fondamentale.

Si può essere competitivi anche nelle industrie alimentari, nel baby food o nei surgelati: tuttavia nel nostro paese queste industrie, che potevano essere collegate al marchio italiano e avevano una buona base di partenza sono state trascurate. Come mai? Perché ci manca la forza di penetrare nei mercati stranieri? Anche questo dipende dall’università?

Non solo. Ritengo che il problema dell’istruzione nasca già con la scuola media superiore. Alcuni licei possono anche essere decorosi, ma in generale l’istruzione italiana versa in uno stato piuttosto disastrato. Tra l’altro, la riforma Moratti, va, a mio parere, nella direzione opposta a quella auspicabile: di fronte a un mondo in continuo cambiamento, non è opportuno obbligare la gente a scegliere da subito il proprio mestiere, sarebbe necessario, invece, garantire una preparazione generale con delle basi di conoscenza globale che permettano di adattarsi con flessibilità ai cambiamenti dell’economia mondiale. La scuola dovrebbe offrire flessibilità mentale, non una preparazione specifica, che verrà, comunque, offerta successivamente dalle imprese e che rischia, a lungo andare, di risultare obsoleta. Anche il sistema scolastico tedesco dovrà affrontare questo problema, mentre se guardiamo al modello americano, in questo caso, la scelta viene ritardata all’inizio dell’università e la scuola fornisce una preparazione molto generale e molto flessibile.

Qual è allora la direzione principale di cambiamento da introdurre nell’università?

L’università ha bisogno di riformare radicalmente i sistemi di reclutamento successivi. Le università devono differenziarsi, devono essere in grado di chiamare le persone migliori, non sulla base di un sistema di controlli ma sulla base di un sistema di incentivi. Il primo passo da compiere sarebbe l’abolizione del valore legale del titolo di studio. A quel punto le università potrebbero presentarsi sul mercato e gli studenti potrebbero scegliere l’università che offre loro un prodotto migliore. Questo incentiverebbe le università a chiamare a collaborare i docenti migliori e, semmai, a remunerarli in maniera diversa sulla base del contributo che essi offrono all’università. Penso, poi, che si potrebbe lasciare alle università migliori, e a quelle che lo volessero, la possibilità – e questa è una proposta di Nicola Rossi e Gianni Toniolo su «Italiani Europei» – di trasformarsi in fondazioni che competano sul mercato per i migliori docenti e i migliori studenti, offrendo la migliore preparazione. Anche l’educazione oggi è un mercato e come tale va trattata, perché trattarla come uno strumento protetto non è servito, anzi ha fatto sì che il sistema italiano arretrasse rispetto al resto del mondo.

 

 

 

caffeeuropa.it


Edizioni L'Association, se il no-profit vende best-seller

Bianco e nero, struttura associativa e Marjane Satrapi. La casa editrice parigina ha creato un nuovo stile nell'industria del fumetto d'Oltralpe.
Una pubblicazione de L'association (Foto L'Association)
Gli eroi non muoiono mai. Creata nella primavera 1990 da sette franchi tiratori del fumetto, cresciuti tra riviste amatoriali e collaborazioni con editori avanguardisti, L’Association non poteva scegliere un nome migliore per inaugurare le proprie pubblicazioni: infatti il primo titolo della collezione, Eperluette (nome della “e” commerciale o “&” in francese), non poteva non avere un seguito.

I best-seller di Marjane Satrapi? «Oh-la-la, che scandalo!»

A 16 anni di distanza i buoni auspici sono stati confermati. Il gruppo parigino, che ancora si stupisce di poter contare su un locale e 8 dipendenti, propone un catalogo che si avvicina ai 300 titoli, in cui si affiancano autori illustri e disegnatori o sceneggiatori più confidenziali, album originali di formato classico (in Francia e in Belgio i fumetti vengono stampati su album cartonati, ndr), e gli emblematici “formato romanzo” targati 'Ciboulette' (più piccoli).
Con Persepolis, successo mondiale in quattro volumi di Marjane Satrapi, l’Association si è assicurata un best seller che ha raccolto successo di critica e di pubblico: «Oh-la-la, che scandalo!» amano ironizzare nella casa editrice che si vanta di essere “indipendente” e quindi allergica ai prodotti “commerciali”. Dopo il colpo di fulmine della giuria del Festival del Fumetto di Angoulême per l’autrice iraniana nel 2001, anche il suo Poulet aux prunes (“Pollo alle prugne”, ndr) è stato premiato come miglior album nel 2005. Quanto a Lewis Trondheim, uno dei fondatori de ‘l’Association’, la sua produzione abbondante ed eclettica gli è valsa, quest’anno, la presidenza del trentaquattresimo Festival organizzato nella cittadina della Francia occidentale. Ma da ultimo, Trondheim ha fatto sapere di aver lasciato la casa editrice di Parigi.

Mercato del fumetto, la salute è solo apparente

Ma allora il successo de L'association prova la consacrazione dell’avanguardia “dissidente”? «Non è il caso di cullarci sugli allori», ribattono dal quartier generale di Parigi semplicemente perchè «non lo ha mai fatto» come rivendica l’editoriale dell’ultimo catalogo. Ma anche perché l’apparente ricchezza del mercato, che comprende album patinati, romanzi grafici, manga e riviste specializzate, può trarre in inganno.
«Sì, perché il fumetto sta entrando in un periodo di turbolenze tali che, se non si intraprende una lotta decisiva, 15 anni di indipendenza potrebbero esser spazzati via da scaffali di surrogati senz’anima né gusto, senza rispetto né per l’autore, né per il lettore. In un clima di sovrapproduzione, di confusione e di concorrenza spesso sleale, L’Association non intende confondersi con la massa».
Due le parole chiave: ostinazione ed intransigenza. Jean-Christophe Menu, uno dei pilastri del collettivo, pare prenderci addirittura gusto nel rivendicarlo. Ma, prendendo a pretesto un impegno per il Festival di Angoulême, non riusciamo ad intervistarlo. Dobbiamo quindi accontentarci dei suoi numerosi interventi pubblicati. A gennaio 2005 ha fatto polemica il suo Plate-bandes, un intervento in cui ricorda che è troppo facile per i concorrenti calpestare le “aiuole” (plate-bandes in francese) de L’Association, specialmente per pubblicare fumetti insulsi. «Perché abbiamo creato la nostra casa editrice? Eravamo arrivati a un punto tale che nessuno era più in grado di pubblicare ciò che volevamo davvero realizzare come autori».

Una casa editrice senza scopo di lucro

Gli anni Ottanta sono stati segnati dal regno dell’album standard, 48 pagine, cartonato, a colori: meno caro da stampare, quello che piace ai bambini. All’epoca, la casa editrice emergente ha cercato di proporre altri formati, imponendo il bianco e nero, in brossura, più piccolo, con un’impaginazione più elastica. Da Casterman agli Humanoïdes Associés, da allora sono stati «spesso copiati, mai eguagliati». Oggi gli autori de L’Association hanno molte cose da disegnare, ma altrettante da raccontare.

Perfino diari personali, cronache quotidiane, tra l’acerbo e l’ironico. «Sono libri che non avrebbero potuto esistere altrove, o che comunque sarebbero esistiti diversamente». Creazioni, riedizioni, traduzioni, opere originali già considerate dei classici: «Non pensiamo che uno scarso numero di vendite sia sinonimo di fallimento, e abbiamo pochi rimpianti», difende Jean-Christophe Menu, ricordando che L’Association non ha scopo di lucro, e si sostiene grazie all’adesione dei membri.
Un eclettismo confermato da Marjane Satrapi al microfono di una radio di Tolosa, poco prima di dedicarsi all’adattamento cinematografico del suo 'Persepolis'. «Sono cose che diventano sempre più rare nel mondo attuale. Io sono la prova vivente che si può diventare ricchi e celebri restando con case editrici indipendenti, senza pubblicare nient’altro altrove. Credo che un autore e un editore siano molto legati: il nostro è un mestiere che si fa in due. E quelli de L’Association non sono cambiati».
Anne-Laure Murier - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9750

In America e’ gia’ 2008

 

Hillary Clinton batte a tappeto l’Iowa e nel Midwest degli Stati Uniti c’e’ chi guarda perplesso il calendario e si chiede se la data non sia sbagliata: e’ il 2007, ma assomiglia gia’ al gennaio 2008, quando lo stato aprira’ la serie dei voti che conducono alla Casa Bianca. Un incrocio di circostanze, non ultima la necessita’ di raccogliere una mole enorme di finanziamenti elettorali, ha gia’ trasformato la campagna presidenziale in una corsa forsennata, partita con un anticipo mai visto in America. […] ’Mancano solo 648 giorni alle elezioni!’, titola - tra l’ ironico e lo sconcertato - la copertina dell’ultimo numero del settimanale Time, dedicata a tracciare una panoramica della ventina di aspiranti presidenti gia’ in campo per entrambi i partiti. Anche il senatore democratico Joe Biden, che mercoledi’ annuncera’ ufficialmente di essere in corsa, non ha potuto fare a meno di scherzare sull’affollamento elettorale: ‘’Sono l’800mo candidato…'’, ha detto in un talk show televisivo domenicale.

In Iowa, nel fine settimana, la Clinton ha raccolto folle mai viste a un anno dai primi voti. Nelle ultime settimane, i suoi sfidanti John Edwards e Barack Obama avevano suscitato analogo entusiasmo con largo anticipo sia in Iowa, sia in New Hampshire, un altro degli stati-chiave del voto. Sul fronte dei repubblicani, attira gia’ folle proprio in New Hampshire anche Rudolph Giuliani, nonostante l’ex sindaco di New York non abbia ancora sciolto del tutto le riserve sulla propria candidatura.

Il largo anticipo della campagna 2008 e’ legato al fatto che si tratta di una delle sfide piu’ aperte nella storia recente degli Usa: e’ dal 1928 che non ci sono un presidente o un vicepresidente in carica sulle schede elettorali delle primarie ed esiste quindi, sulla carta, la possibilita’ per una vasta gamma di candidati di mettersi in luce.

Ma sono soprattutto i costi della politica a segnare i ritmi della campagna infinita. Gli analisti prevedono che qualunque candidato voglia avere una qualche chance nelle primarie del 2008, dovra’ darsi da fare per raccogliere almeno 100 milioni di dollari entro la fine del 2007. Nel 2003 Edwards aveva stupito riuscendo a incassare 7 milioni di dollari di fondi elettorali nei primi tre mesi dell’anno, quando ancora il voto era lontano. Oggi si tratta di una cifra da perdenti: se anche un candidato volesse tentare di affrontare le primarie del 2008 con ’soli’ 50 milioni in tasca, dovra’ trovare il modo d’ora in poi di racimolare 137.000 dollari al giorno.

Proprio le esigenze finanziarie e la necessita’ di tenere il passo con macchine da soldi come la Clinton, Giuliani o il senatore repubblicano John McCain, hanno spinto anche chi sperava di ritardare l’annuncio a lanciarsi in campo. E’ il caso del governatore repubblicano dell’Arkansas, Mike Huckabee, che ha ufficializzato nel fine settimana il proprio tentativo di diventare il secondo governatore che arrivi alla Casa Bianca partendo da Little Rock. Era riuscito a Bill Clinton nel 1992, ma Huckabee stavolta dovra’ fare i conti anche l’ex ‘First Lady dell’Arkansas’, Hillary.

Sul fronte dei sondaggi, per ora prevale la popolarita’, con i volti noti come Clinton, Giuliani, McCain, Edwards e l’emergente Obama a raccogliere la maggioranza dei consensi. Ma nelle retrovie crescono candidati solidi che devono ancora farsi conoscere, come l’ex governatore repubblicano del Massachusetts Mitt Romney. Il loro vantaggio sta nelle debolezze degli attuali leader della top ten. Hillary e’ ritenuta fortissima nelle primarie, ma a rischio nel voto generale. Giuliani ha il problema opposto: convincere i repubblicani conservatori nella primarie a dare la nomination a un newyorchese con molte idee liberal. McCain si gioca la campagna sull’esito della guerra in Iraq e Obama deve ancora dimostrare di avere idee convincenti, e non solo un volto da copertina patinata. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/01/28/in-america-e-gia-2008/#more-236


Stipendi in Serbia e dintorni

26.01.2007   

Quanto guadagna un postino in Serbia? E in Croazia, Bosnia o Montenegro? Una breve rassegna del quotidiano belgradese “Politika” tra stipendi medi e potere d'acquisto. Nostra traduzione
Di A. Nikolić, Politika, (tit. orig. Плате у Србији и окружењу. Од 200 до 750 евра)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak


Se i portafogli dei cittadini della ex Jugoslavia si misurassero secondo lo spessore il migliore sarebbe quello degli sloveni con uno stipendio medio mensile di 750 euro. I portafogli più sottili, come ha mostrato la nostra ricerca, sono quelli dei macedoni con poco più di 200 euro al mese. Abbastanza male, con circa 250 euro al mese, se la pasano i montenegrini. Nella stessa situazione si trovano anche i cittadini della Bosnia ed Erzegovina, dove in media si guadagna poco più di 500 marchi convertibili, che sono circa 250 euro. Un po’ meglio se la passano i cittadini del nostro paese (meno di 300 euro), mentre i croati, con 610 euro in media, trottano dietro agli sloveni che sono al primo posto.

Non bisogna trascurare il fatto che nell’unico paese jugoslavo membro dell'Unione europea anche i prezzi sono comunque europei e molto più alti che da noi. Nonostante le differenze nello standard, quando vengono paragonati gli stipendi medi secondo le professioni, indubbiamente in tutti i paesi nella miglior posizione sono i programmatori dei computer, i manager, gli ingegneri e gli impiegati del settore finanziario. Sul territorio della ex Jugoslavia i parrucchieri, i postini, i droghieri, i muratori e gli spazzini continuano ad essere i mestieri meno pagati.

In Serbia, per fare un esempio, secondo i dati delle imprese comunali pubbliche, gli spazzini guadagnano circa 260 euro. In Montenegro questo lavoro in media viene pagato da 120 a 200 euro, mentre gli spazzini sloveni mensilmente guadagnano più di 400 euro.

Coloro che ricevono lo stipendio dal budget statale, generalmente stanno meglio in Serbia che in Montenegro. Comunque, come dice il nostro corrispondente dal Montenegro, è molto difficile stabilire a quanto davvero ammonta l’importo dello stipendio. I datori di lavoro a causa delle tasse per lo più fanno vedere solo il minimo stabilito per legge e su quella cifra saldano gli obblighi verso lo Stato.

In Serbia esiste un problema di altro tipo. Nessuna statistica segna quanto in media si guadagna secondo le professioni, sicché come fonti per questa ricerca sono stati usati principalmente i dati dei ministeri competenti, delle imprese statali e private. Gli stipendi degli avvocati e delle altre professioni non possono che essere oggetto di indovinelli e di storie “per sentito dire”.

Quello che si sa per certo e che la statistica segna regolarmente è che da anni gli stipendi più alti in Serbia li percepiscono gli impiegati nell'industria del tabacco. Secondo i dati recenti, lo stipendio medio nel mese di novembre in questo ramo dell'industria, senza le tasse e i contributi, ammontava persino a 59.576 dinari. Guadagni un po’ più inferiori li hanno avuti gli impiegati nel settore finanziario (48.868) e nel settore delle assicurazioni (45.056). Persino otto volte più bassi sono gli stipendi dei tessili che da anni si trovano in fondo alle tabelle. A novembre i loro stipendi, secondo i dati dell’Istituto per la statistica della Repubblica, erano di poco superiori ai 6.000 dinari.

E' disastroso anche il fatto che addirittura sei comuni in Serbia segnano gli stipendi medi soltanto con una cifra. Meno di diecimila guadagnano gli abitanti di Ivanjica (9.619), di Blac (9.554), Pantelej, il comune di Nis (8.569), e di Svrljig (7.992). Di sicuro peggio, con solo 7.127 dinari, se la passano gli abitanti di Bela Palanka. Dall'altra parte, Vracar, Beocin, Lazarevac, Novi Beograd e Surcin appartengono ai comuni dove si vive meglio. Già da mesi, i loro abitanti mediamente hanno gli stipendi più alti di 30.000 dinari.

Fra l’altro, il guadagno medio senza le tasse e contributi in Serbia, percepito nel mese di novembre, era di 23.148 dinari, poco meno di 300 euro. Rispetto al guadagno medio senza le tasse e i contributi pagato nel mese di ottobre 2006, nominalmente è più alto del 3,62, e realmente del 2,59 per cento.

La statistica ha segnato anche il fatto che per i primi 11 mesi dell'anno scorso gli stipendi sono aumentati realmente di 10,93 per cento.

Cinque dollari

Giorgio Dal Fiume

Il Forum sociale mondiale ha sempre scontato varie contraddizioni, senza mai perdere il suo valore. Qui in terra africana inevitabilmente tutti i problemi e le contraddizioni si amplificano, risentendo degli squilibri estremi della terra che lo ospita.

La conferenze stampa di martedì mattina, ad esempio, è stata interrotta da un folto gruppo di giovani kenyoti che protestavano con forte violenza verbale verso il Forum sociale, in quanto capitalista ed escludente proprio verso gli africani. La ragione è semplice: fino al giorno d'apertura l'accesso giornaliero al Forum costava come due giorni di lavoro [5 dollari] di un kenyota medio. Poi l'organizzazione ha ridotto quella cifra per tutto il Forum, ma questo grave errore aveva già prodotto i suoi effetti. Da cui la giusta contestazione, alimentata anche dai prezzi davvero alti, e in aumento, dei prodotti [cibo e acqua] in vendita negli spazi del Forum, con costi per gli africani inaccessibili e offensivi: un piatto vegetariano [500 scellini kenyioti] costa quanto il guadagno di due giornate di lavoro [per chi il lavoro in Kenya ce l'ha], un succo di frutta [100 scellini] mezza giornata.

In un paese con oltre il 53 per cento della popolazione ufficialmente sotto il livello di povertà, alcuni milioni di baraccati disperati solo a Nairobi, condizioni di esclusione sociale fortissime, la protesta è più che giustificata. Ciò nulla toglie al senso del Forum, ma certamente ne riduce il valore globale, poiché anche si svolge in Africa rimane nettamente più accessibile agli occidentali che agli africani stessi. Intanto, gli spazi del Forum si riempiono di tutti quelli i quali, riuscendo ad entrare in un modo o nell'altro, approfittando della presenza dei danarosi occidentali, si aggiungono agli stand ufficiali vendendo ciò che possono: quattro banane, un oggettino d'artigianato, una bottiglietta d'acqua. La passeggiata nel cirquito esterno dello stadio che ospita il Forum potrebbe a volte assomigliare - dati i venditori di artigianato presenti e gli occidentali che osservano e contrattano - a quella di una qualsiasi località turistica della costa kenyota.

Ma di africani all'interno del Forum ce ne sono comunque molti, tra cui vari Masai, una delle comunità forse più note del Kenya e della Tanzania, con i loro mantelli rossi, estremamente decorati di perline decorate, specchietti e sonagli vari appesi a vestiti e volto, con i loro bastoni e i sandali fatti con i copertoni dei pneumatici usati: non è facile immaginare cosa colgono del Forum e come lo interpretano, ma in ogni caso la loro presenza e quella di altri gruppi analoghi, almeno in parte motivata da seminari che parlano delle problematiche del possesso della terra [tra i principali problemi delle comunità locali del Kenya] e delle condizioni di vita dei nativi kenyoti e africani, costituisce qui come in India una valida motivazione per la realizzazione dei Forum "fuori dall'Occidente".

Motivazione che rischia però di entrare in crisi qui [come non successe invece in India] causa l'estremo livello di disorganizzazione. Internet a parte, la mancanza di informazioni è assoluta, anche per i giornalisti. Ancora non si sanno i luoghi degli incontri di domani, non esistono comunicati stampa, eventi programmati con l'uso di internet saltano continuamente con il saltare della connessione, il lavoro di comunicazione [e quindi di valorizzazione] del Forum risulta fortemente compromesso.

Ma a determinare il futuro del Forum saranno, più che l'esasperazione dei giornalisti e degli operatori presenti, le decisioni che prenderà il Comitato organizzatore tra oggi e domani, e la sintesi che ne farà appena concluso. Si discute se svolgere o meno l'edizione mondiale del Forum nel 2008 o rimandarla al 2009, e la connessione con il Piano d'Azione che mercoledì dovrebbe essere formalizzato dopo una discussione cui fare seguire la sintesi [passaggio molto delicato: a noi dell'economia sociale che abbiamo lavorato per una proposta concreta e condivisa tra i presenti, rimane il dubbio che per scarsa organizzazione tutto possa non filare liscio nella giornata di domani che dovrebbe concludersi appunto con la definizione del Piano].

Molte organizzazioni pensano che mantenere una scadenza annuale del Forum mondiale significa condannarlo a un declino [fisiologico] già cominciato, e che per reagire a ciò occorre [mantenendo comunque i Forum continantali e tematici] rimandare al 2009 il Forum mondiale, onde innovare il percorso dei Forum con iniziative in grado di allargarne la visibilità, e rimotivare la partecipazione e il coinvolgimento delle persone in questi anni mobilitatesi in vari modi sui temi della globalizzazione o dei modelli di economia-stili di vita alternativi.

Occorre accettare la sfida [ed il rischio] di misurarsi con la capacità di impatto dei Forum all'esterno degli spazi nei quali il Forum è cresciuto e si è moltiplicato in questi anni: a sette anni dal suo splendido inizio occorre valutare il suo peso politico non piu solo con le parole e il valore educativo dell'"evento" Forum, ma anche con la capacità di mobilitazione "extra Forum". Per questo un Piano di Azione credibile e in grado di rappresentare e coinvolgere l'eteorogeneità delle organizzazioni che in questi anni hanno "fatto" il Forum [e contrastare la diminuzione della partecipazione di persone ed organizzazioni] è fondamentale. Per questo, per molti a Narobi pensano che, se il Forum sarà in grado di evitare la deriva ideologica e di riflusso nel militantismo di sinistra vecchia maniera, valga la pena di continuare a rimanere agganciati a questi ambiti e sostenere la proposta per una "Settimana di mobilitazione internazionale su sovranità alimentare e consumo critico".http://www.carta.org/editoriali/2007/070123.htm


MISSIONE ONU: “CIVILI ESPOSTI A VIOLENZE ABERRANTI NEL NORD”
 

Esecuzioni sommarie, attacchi mirati contro gruppi etnici, incendi parziali o totali di villaggi: è la realtà in cui vivono i civili di tre prefetture settentrionali e nordorientali della Repubblica Centrafricana, al confine con Ciad e Sudan, secondo le testimonianze raccolte da una missione delle Nazioni Unite, appena rientrata dalla regione. Le violenze contro i civili hanno portato allo spostamento forzato di almeno 40.000 persone in una zona dove risiedono oltre 200.000 abitanti; per paura di rappresaglie legate al conflitto in corso tra le forze di sicurezza governative e la ribellione armata l’intera popolazione di alcuni centri ha lasciato l’area. “La sofferenza causata da queste gravissime violazioni dei diritti umani è spaventosa. Nonostante il diritto assoluto di protezione in tempo di guerra sancito dalle leggi internazionali, i civili vengono attaccati e perseguiti” ha detto Margaret Wahlström, coordinatrice delle operazioni di emergenza dell’Onu. Secondo l’Humanitarian community partnership Team (Hcpt) in totale un milione di persone, pari a un quarto dell’intera popolazione centrafricana, è colpito dall’emergenza. In diverse zone del paese, il numero di sfollati interni (Idps) si è addirittura triplicato nel 2006: sono attualmente 220.000, cifra che include anche 20.000 rifugiati in Camerun e 50.000 in Ciad. Decenni di conflitti armati e instabilità politica hanno frenato lo sviluppo del paese che è al settimo posto nella lista delle nazioni più povere al mondo, priva delle infrastrutture e dei servizi sociali di base, come sanità e istruzione, praticamente inesistenti o abbandonate da un ventennio al totale degrado, al di fuori della capitale Bangui. L’Onu sta studiando l’invio di una missione di peace-keeping nel nord e nell’est del confinante Ciad. http://www.misna.org/


 

Più armi, più morti
Una ricerca di Harvard scopre un rapporto negli Usa tra la quantità di pistole e gli omicidi. Con un limite
Se lo chiedeva anche Michael Moore in Bowling a Columbine, il suo film sugli statunitensi e il loro rapporto con le armi: perché gli Usa hanno un numero di omicidi pro capite tre-quattro volte più alto di quello dei più ricchi paesi europei? La spiegazione di Moore è che negli Stati Uniti ci sono molte più armi. Nei giorni scorsi, la Harvard School of Public Health ha corroborato questa ipotesi, diffondendo uno studio relativo a tutto il territorio nazionale, la cui conclusione è: dove ci sono più armi, ci sono più omicidi.
 
Un negozio di fucili negli UsaI dati. I La ricerca, pubblicata sul numero di febbraio della rivista Social Science and Medicine, ha incrociato i dati degli omicidi per arma da fuoco e non, insieme a quelli relativi al possesso di queste ultime. Negli Usa, si calcola, sono in circolazione oltre 200 milioni di armi da fuoco, circa una famiglia su tre ne possiede una e, ogni tre omicidi, due vengono commessi sparando. Facendo una classifica degli stati Usa secondo il possesso di fucili e pistole – gli stati del sud e quelli delle Montagne Rocciose sono in testa – i ricercatori della Harvard School of Public Health hanno scoperto che nei 12 stati con più armi pro capite, rispetto ai 12 che ne hanno meno, il tasso pro capite di omicidi per arma da fuoco è più alto del 114 percento, mentre il tasso di omicidi in generale è superiore solo del 60 percento: in sostanza, le differenze erano determinate solo dalla presenza elevata o no di armi da fuoco. Oltre a suggerire che per i potenziali criminali è più facile dotarsi di una pistola dove queste sono maggiormente presenti, secondo l’istituto i dati rivelano che una maggiore quantità di armi aumenta gli omicidi di uomini, donne e bambini, sia in casa sia fuori.
 
L'attore Charlton Heston, presidente della National Rifle Association dal 1998 al 2003Il limite. Quello della Harvard School of Public Health è il primo studio di questo tipo effettuato su tutti gli Usa, con confronti stato per stato. Ma gli stessi autori della ricerca specificano che il loro lavoro non riesce a stabilire una “relazione causale tra le armi e gli omicidi”. In pratica, non è dimostrabile che il maggiore numero di omicidi sia causato dal maggiore numero di armi. Non è possibile escludere che le vendite di armi siano più elevate in alcuni stati proprio perché gli omicidi sarebbero comunque più alti. Che in sostanza è l’argomento tipico con cui ribattono le associazioni che difendono il diritto di possedere un’arma da fuoco, garantito dal secondo emendamento della Costituzione statunitense, in un muro contro muro dove le posizioni dei due campi sono note. Per quanto completa, la ricerca della Harvard School of Public Health difficilmente smuoverà il dibattito.

 

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7135


Ritiro e media
Al di là dalla richiesta di un aumento delle truppe, la necessità di dare una bella ripulita ai nostri mass media.

David Schechter






Al centro della scena un uomo che parla ad una telecamera, da solo in una biblioteca, una delle stanze della Casa Bianca in cui non sembra proprio essere a proprio agio, che legge su un teleprompter le parole di qualcun altro, mostrando tutta la sicurezza di cui è capace. [...] Ogni frase pronunciata grondava audacia (e cinismo).


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New York, New York: All'indomani del discorso di Bush sulla necessità di un aumento delle truppe americane in Iraq, trasmesso in prima serata dalla biblioteca della Casa Bianca, i telecronisti delle varie emittenti televisive si mostravano scettici sulle sue possibilità di successo, ma impressionati dalla sua ferma volontà di sostenere ciò in cui pensano creda, quasi come un solitario e temerario eroe della prateria.

Gran parte del commento descriveva un leader bersagliato, imperturbabile dinanzi all'opinione pubblica e che nonostante tutto continua a fare ciò che sente di fare. Il sottotesto era " come puoi non ammirare quest' uomo". Ed era del resto proprio questa la posizione che i suoi curatori d'immagine avevano coltivato per lui.

Al centro della scena un uomo che parla ad una telecamera, da solo in una biblioteca, una delle stanze della Casa Bianca in cui non sembra proprio essere a proprio agio, che legge su un teleprompter le parole di qualcun altro, mostrando tutta la sicurezza di cui è capace. Il tono è moderato a causa delle numerose polemiche che lo hanno coinvolto per aver seguito i suggerimenti della sua equipe e persino dei critici.

Nessun accenno al vero scrittore del discorso o alle posizioni dei molti Generali e consiglieri in disaccordo con la sua idea di aumentare il numero dei soldati. Nessun riferimento al fatto che le truppe armate irachene in realtà si oppongono a questa scelta. Il presidente ha citato positivamente l'Iraq Survey Group (ma in realtà aveva rifiutato le sue raccomandazioni) affermando: " in accordo con le raccomandazioni dell'Iraq Survey Group, inseriremo altri soldati nelle unità delle forze armate irachene e condivideremo una nuova truppa di coalizione con ogni divisione dell'esercito iracheno". Non ha invece citato Joe Liberman, un democratico rifiutato dagli elettori democratici e attualmente schierato con il repubblicano John McCain.

Ogni frase pronunciata grondava audacia (e cinismo).

Per i telecronisti, il dibattito sulla guerra vede ormai coinvolte soltanto la Casa Bianca e il Congresso. La PBS (emittente pubblica americana) ha trasmesso la risposta democratica del senatore Charles Durbin che ha spiegato perché questo piano non può funzionare e, di fatto, non funzionerà. Nessun'altra emittente l'ha fatto. La maggior parte di loro ha come al solito offerto una sola versione.

Il pubblico e il movimento contro la guerra hanno intonato a gran voce slogan fuori della Casa Bianca, ma la CBS non ce li ha mostrati. In questo dibattito, gli attivisti contro la guerra si ritrovano sempre emarginati.

La sostanza del discorso, le sue supposizioni, pretese e direttive politiche non hanno subito nessun tipo analisi. Non sono state prese in esame le possibili conseguenze, in particolare le minacce di attaccare la Siria e l'Iran. Com'è possibile che una simile cosa sia potuta accadere per un evento pubblicizzato per ben una settimana e i cui punti fondamentali erano ben noti già prima che fosse trasmesso.

L'attivista David Swanson ha commentato:

"Bush ha appena dichiarato che occupare l'Iraq significava rendere l'America più sicura. I media non contrasteranno questa dichiarazione con un'analisi degli effetti reali della guerra in Iraq.

Bush ha appena espresso la sua preoccupazione per i soldati e le soldatesse americane. I media non domanderanno alle nostre truppe cosa ne pensano. Alle organizzazioni dei veterani e delle famiglie dei militari contrarie alla guerra non verrà chiesto di commentare quello che titoleranno i giornali.

Riporteranno piuttosto la postura di Bush, il tono di voce, il colore della cravatta, l'atteggiamento. I piccoli e banali particolari saranno resi colossali. L'assunzione implicita secondo cui questa nuova "ondata" di soldati è già in atto, senza che il Congresso sia riuscito a fermarla, scivolerà via inosservata, con tutta tranquillità.

I media non domanderanno o tenteranno di chiarire cosa intende Bush quando parla di "vittoria". I media non solleveranno una questione sulle effettive motivazioni di questa guerra. Nessun accenno agli sforzi per ridurre o concludere questa guerra. I media continueranno a definire "l'ondata" un'ondata, omettendo gradualmente le virgolette. I media non ci mostreranno il popolo iracheno ferito e trucidato da questa guerra".

Ci risiamo quindi, ancora Bushaganda! Siamo arrivati al 2007, con una guerra che è durata fino ad ora più della seconda guerra mondiale. Questo oltraggio è in atto dal 2002, prima che i primi missili Cruise fossero lanciati, quando il Congresso commise l'indecenza di approvare la richiesta d'autorità da parte di Bush di fare la guerra. E ancora, non ci viene offerto un degno quadro della situazione.

Tutti, nel mondo della comunicazione, sanno che non sta funzionando, che stiamo perdendo, che la sua attuazione è stata, per citare le parole del titolo del libro scritto da un reporter del Washington Post Tom Ricks, "un fiasco" ("a fiasco"). Tutti sanno che i fornitori ci stanno derubando e che uomini e donne stanno morendo per niente. Tutti sanno che questa guerra sta disonorando l'America, dalle camere di tortura di Abu Ghraib al linciaggio deprecabile di Saddam Hussein.

Non esiste senso del pudore che questa guerra non sia in grado di offendere.

Il pubblico ha disertato. Il mondo è contro di noi. Gli iracheni vogliono che ce ne andiamo. Qualunque intellettuale abbastanza saggio sostiene che l'unica soluzione sensata sarebbe andarsene il prima possibile.

E nonostante questo, due grandi istituzioni sembrano brancolare nel buio. Una di queste è la Casa Bianca che tenta disperatamente di resistere e di ottenere qualcosa, qualsiasi cosa che possa giustificare una delle guerre peggiori nella storia e definirla "vittoria". George Bush somiglia incredibilmente al capitano Ahab in questo dramma.

Fiumi di parole continuano a scorrere assieme alle sue promesse che altri moriranno e che il massacro è la risposta iniziale più verosimile. Come Tom Engelhard ha spiegato:

L' "ondata" dell'altra sera era innanzitutto un'ondata di parole, ben 2,898 parole equivalenti a venti minuti del nostro tempo. Nella preparazione di questo discorso, dal momento che ogni dettaglio era trapelato alla stampa , un incalcolabile numero di parole ha inondato le pagine dei giornali, i telegiornali, talk radiofonici ed internet, ed un altrettanto incalcolabile numero di parole, incluse queste, seguirà nei prossimi giorni.

Tom Engelhard cita il Christian Science Monitor (quotidiano indipendente) quando dice che la risposta più probabile a queste parole saranno altre parole dal Congresso, ma niente di più. I primi sondaggi dimostrano che la gente si oppone, ma molti di questi sono disposti a dare al "PIANO" una possibilità, anche se nessuno pensa che abbia la minima possibilità di successo. Molti non vogliono assumersi la responsabilità di presentare un piano proprio.

L'altra parte in causa del massacro che seguirà sono i media che non vogliono e non sanno imparare dai propri errori, che non vogliono e non sanno rifiutare di rafforzare questo crimine contro la nostra costituzione e l'umanità. Sono i media a non avere il coraggio e il buon senso di rifiutarsi di fare ancora propaganda elettorale per la Casa Bianca, di valutare le varie opzioni e lasciare più spazio ai critici. Insistono col legittimare istituzioni che hanno perso ogni credibilità. In Inghilterra, invece, Channel 4 manderà in onda un programma sui crimini commessi da Tony Blair.

Ho scritto due libri su questi crimini mediatici e girato il film WMD sulla fusione tra news e propaganda elettorale. Sfortunatamente, sono troppo pertinenti. Continuo ad aggiungere pensieri e passione per sbarrare la strada alla guerra mediatica, a quella che il mio collega David Degraw definisce "arte della guerra intellettuale" nel suo nuovo e coraggioso libro "Art of Mental Warfare", in cui viviseziona i modi in cui l'opinione pubblica viene plasmata da dittatori invisibili.

Il problema è che molti di quei direttori e dei loro funzionari ci sono ben noti, sono bene impressi nelle mostre menti, riconoscibili dai loro loghi e dalle loro personalità mediatiche. Sappiamo chi sono, ma siamo pronti a farne ciò che dovremmo farne di loro, spegnerli, disintonizzarli e costruire un mondo massmediatico antagonista che possiamo sostenere e dal quale possiamo imparare? Siamo veramente pronti a capire che i media sono parte di una guerra e devono essere censurati?


- Z-Net.it



Non intendo mettere in dubbio l'essenziale della tesi sostenuta da Enzo Modugno nel suo articolo http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/1827

su l'oro
nero della guerra in Iraq. E' fuori discussione che la guerra sia un ricostituente per alcuni settori
dell'economia americana, quelli da cui provengono i personaggi che compongono la banda Cheney Bush
Rice: petrolio, produzione di armi, servizi per l'esercito. Ma queste considerazioni non sono
sufficienti per descrivere quel che sta accadendo e le tendenze che si delineano nell'economia mondiale.

La mia tesi è che l'attuale gruppo dirigente americano è da tempo in collisione con gli interessi
strategici del capitalismo americano.  Non si può sottovalutare la disfatta militare iraqena con la
considerazione che anche se l'America perde la Halliburton e la Exxon Mobil ci guadagnano. Certo
Halliburton e Exxon Mobil incassano allegramente sacchi di dollari per ogni giovinotto americano che
ritorna in una bara, ma questo non significa che la guerra iraqena sia un affare positivo per il
capitalismo americano.
Enzo mi perdonerà se amichevolmente dissento dalla sua posizione, ma io credo che la guerra iraqena sia -
come del resto la Casa Bianca dichiara fin dal primo giorno - l'inizio di una guerra di cui probabilmente la
nostra generazione non vedrà la fine. Ma è anche l'inizio della fine per l'egemonia americana sul piano
militare ma anche sul piano economico.
Cerco di argomentare sinteticamente entrambi questi punti.

Quando il 25 aprile del 1975 l'ambasciatore americano fuggì sui tetti di Saigon con la bandiera a stelle e
striscie sotto il braccio, la guerra vietnamita era finita e tanti saluti. Dopo un milione di morti
vietnamiti, e cinquantamila morti americani la storia era conclusa e chi s'è visto s'è visto.
Ma questa volta non sarà così. Quando un funzionario americano ripiegherà la bandiera a stelle e
striscie e fuggirà sui tetti di Baghdad, e gli americani se ne andranno dall'Iraq contando i morti non
sarà affatto finita.
Bush ha perso la battaglia iraqena, ma l'incendio non lo può spegnere più nessuno.
Aggressione all'Iran o alla Siria, ripresa del terrore nelle città occidentali, vittoria talebana in
Afghanistan, colpo di stato integralista in Pakistan: gli scenari destinati ad aprirsi sono molti.
Infinita (e del tutto cmoprensibile) è la voglia di vendetta antioccidentale della nuova generazione
islamica: milioni di giovani che crescono con le immagini di Abu Ghraib nella memoria. Perciò dobbiamo
concludere che Bush è sconfitto, ma ha vinto la sua scommessa strategica: ha iniziato una guerra che non
si può chiudere.

Il problema è che questo non è più nell'interesse del capitalismo americano. L'egemonia economica USA
non è mai stata separata dall'egemonia militare. Da quando nel 1971 Nixon decise di svincolare il
dollaro dal regime dei cambi fissi, il debito americano ha potuto crescere a piacere per la semplice
ragione che il debitore è più forte dei creditori e quindi può continuare a indebitarsi senza
restituire. Negli ultimi anni il sistema finanziario americano ha potuto sorreggersi sull'immenso
investimento cinese nelle finanze americane. Se la Banca della Repubblica popolare ciense decidesse di
vendere i dollari che sono nei suoi forzieri per gli USA suonerebbero campane a morto. La Cina non lo fa
perché ha tutto l'interesse ad avere un mercato americano florido sul quale vendere le sue merci. Ma fino
a quando?

Il protezionismo americano è destinato a crescere dopo l'esito fallimentare della missione di Paulson a
Pechino un mese fa. D'altra parte il recente lancio dimostrativo di un missile spaziale ha segnalato la
volontà cinese di aprire una corsa al riarmo nello spazio, che per gli americani è una provocazione
inaccettabile (qualche tempo fa Bush ha dichiarato che gli americani vogliono l'esclusiva
nell'occupazione dello spazio extraterrestre e il lancio cinese sembra proprio una risposta
all'arroganza dello stupido texano).
Dopo il disastro iraqeno è probabile che altri ne verranno a catena. La guerra infinita si delinea come una
disfatta infinita.
Naturalmente alla classe dirigente americana non importa un fico secco del fatto che qualche migliaia di
neri o ispanici o bianchi poveri muoiano o tornino ciechi sciancati o impazziti. Ma il problema è che
questo peserà sulle sorti dell'economia americana perché il ricatto militare, su cui l'egemonia
economica si reggeva, non spaventa più nessuno.

Nella seconda settimana di dicembre l'Economist titolava "The failing dollar", e spiegava che
"l'economia globale potrebbe beneficiare da uno scivolamento graduale del dollaro."
Il capitalismo globale si prepara a liberarsi del capitalismo americano?
Il 7 dicembre un articolo comparso (senza firma) sull'Herald Tribune spiega che per i grandi gruppi
finanziari oggi possedere dollari comincia ad essere un gioco pericoloso. Da un giorno all'altro
potrebbe rivelarsi la sopravvalutazione del dollaro e la corsa alla svendita potrebbe farsi allora
precipitosa. Qual è il punto di equilibrio non può saperlo nessuno, neppure la Banca di Cina che un
giorno o l'altro potrebbe accorgersi di avere nelle sue casseforti pacchi di dollari che valgono la metà.

Non è mia intenzione trarre da queste considerazioni alcuna teoria generale per il futuro, ma solo alcune
parzialissime conclusioni: la prima è che il capitalismo globale (che non è un soggetto ma un processo e
dunque non ha una volontà né un piano, ma solo delle dinamiche di ricombinazione e aggiustamento) si sta
preparando a liberarsi degli Stati Uniti d'America.
La seconda è che il governo italiano dovrebbe riconsiderare le sue scelte afghane sullo sfondo di una
prospettiva di estensione catastrofica del conflitto e di declino della potenza militare americana.

+ http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
+ http://www.rekombinant.org



gennaio 28 2007

La capacità attentiva dello studente medio dura il tempo di uno spot televisivo

 

Leggo in questo articolo:

Si inaugura venerdì 26 gennaio la seconda edizione di “Scienziati e studenti  all’Auditorium”. La manifestazione è frutto della collaborazione tra Musica per Roma, Cnr, Eni e Assessorato alle Politiche della Scuola della Provincia di Roma. L’obiettivo? Portare gli scienziati e la loro attività tra i giovani. Appuntamento ogni venerdì alla libreria dell’Auditorium.

Si tratta di una sorta di prosecuzione del Festival delle Scienze, in cui le scuole soprattutto romane hanno avuto un ruolo molto attivo. Se vediamo queste manifestazioni come un tentativo di diffusione della cultura scientifica, ben vengano. Se invece le scuole che vi partecipano pensano di voler fare anche dell'orientamento, beh....non basta mettere in contatto i ragazzi con esponenti del mondo scientifico: bisognerebbe raccontare proprio tutto.

 Vi invito a leggere questa intervista (settembre '06) a Piergiorgio Oddifreddi sulla Notte europea della ricerca, un'altra manifestazione che, come il Festival delle Scienze, cerca di diffondere la cultura scientifica in particolare tra i giovani. Pur lodando l'iniziativa Odifreddi, ordinario di logica matematica all'Università di Pavia, non crede che tali manifestazioni portino un aumento dell'afflusso di matricole nelle facoltà scientifiche. Il motivo? Il calo degli iscritti in taluni corsi di laurea è dovuto a un motivo più strutturale, che possiamo identificare nella pubblicità; o meglio, nello spirito da programma televisivo continuo, con le sue frequenti pause, interruzioni, con i suoi fastidiosi rumori, con il volume che ora si alza ora si abbassa, in un caos che ci illudiamo di controllare ma di cui siamo solo vittime più o meno inconsapevoli. Dice Odifreddi:

Tv, cellulari, internet hanno cambiato radicalmente il modo di comunicare, in una maniera che non si combina con il fare scienza. Quando andavo a scuola io, e non era l'Ottocento, mantenere la concentrazione per 45 minuti, un'ora, era più che normale. Oggi per i giovani la capacità di concentrazione è scesa a 6-7 minuti, perché sono abituati a una maniera diversa di presentare le informazioni. Più televisiva, discontinua, intervallata da continue pause. E a lezione ci accorgiamo di questa difficoltà nel restare concentrati. Se fai una facoltà scientifica e riesci a stare attento solo dieci minuti, è chiaro che vai poco lontano.

Intervistatore: Ma questo vale anche per gli studi umanistici?
E infatti c'è un secondo elemento che allontana dalle facoltà scientifiche, ossia la percezione comune di facoltà difficili. Ed è vero, bisogna studiare, non ci sono scorciatoie. Ci sono invece alcuni corsi di laurea, come scienze della comunicazione e altri, che si presentano meglio. Sono più attraenti per un ragazzo di 18 anni, che magari pensa: è già difficile trovare lavoro, perché allora devo fare una facoltà più difficile? Paradossalmente, però, matematici, fisici, chimici trovano lavoro prima degli altri, in media entro un anno dalla laurea.     

Anche questo è vero. Per fortuna non tutti i laureati scientifici stanno messi come i ricercatori.

Un'ultima nota: Odifreddi ha detto una scomoda verità sugli studenti; i giovani hanno una capacità media di concentrazione di 6-7 minuti. Da docente di ragazzi dai 16 ai 20 anni posso confermare tale dato. Ci rendiamo conto di cosa significhi?http://ascuoladibugie.blogosfere.it/


LA BINETTI CHE C'E' IN NOI - Estirpamenti

Sono cresciuto in una famiglia progressista, laica e orgogliosamente anticlericale. Sin da bambino ho visto girare per casa personaggi estrosi, lesbiche a manina, omosessuali rei confessi, femministe di ritorno, marjuanomani e pure una indimenticabile transessuale ex-compagno di università di mia madre a cui io, sin da allora piccolo demonio, avevo chiesto innocentemente se avesse ancora il pistolino. Pensavo di essere vaccinato contro tutte le diversità che tanto provocano dolore al santo padre, e invece ieri sera sono rimasto sconvolto dalla banale notizia che il mio coinquilino, un coetaneo molto più bello e intelligente di me, ha un figlio di 10 anni, frutto di una relazione giovanile con una amica. Sono andato a dormire con la consapevolezza che pure in me, giovane immoralista e relativista, c’è un pezzo di Binetti da estirpare.  http://titollo.ilcannocchiale.it/


Analizzare dati omogenei (come quelli prodotti da un singolo istituto di ricerca)

Un post interessante, intitolato "il tracollo dell'Unione", e il suo update, mette in un grafico temporale diversi sondaggi fatti da un istituto di ricerca demoscopica. A parte il giochino da prima lezione di Marketing sulle scale delle ordinate, questo è un errore metodologico enorme.
Eventi statistici scorrelati, come quelli di un sondaggio a campione, non si possono mettere su un asse temporale. Per poterlo fare si dovrebbero misurare le intenzioni di voto sul medesimo campione. In particolare la frase "quello che si può fare, invece, è analizzare dati omogenei (come quelli prodotti da un singolo istituto di ricerca) per cercare di individuare un trend di medio-periodo in grado di fornire un'immagine abbastanza precisa, anche se in movimento, degli spostamenti interni al corpo elettorale." farebbe rabbrividire uno studente al primo anno di statistica.
Questa storia dell'importanza dei sondaggi sta diventando ciclica: dopo ogni elezione, passa la sbornia e si capisce che sbagliano e di molto. Passa qualche mese, e ricominciano a comparire. In particolare vengono fuori i sondaggi che "non hanno sbagliato" (solo a scriverla una frase del genere in contesto statistico, viene da rabbrividire). Su queste basi si creano/fondono società e si piazzano nuovi sondaggi, corredati dal "trend temporale".
E il gioco ricomincia, fino alla prossima tornata elettorale.
http://carlettodarwin.blogspot.com/


Gli incontentabili
Dialogo tra il tabaccaio e la cliente al quartiere Ostiense di Roma.
Cliente: «Vorrei una ricarica da 20 euro per il mio cellulare».
Tabaccaio: «Mi dica il numero».
Cliente: «Ma l’hanno tolto, vero, il costo fisso? L’ho letto sul giornale».
Tabaccaio: «No signora, sarà una cosa lunga».
Cliente: «Eh, bravi, ma a metterlo ci hanno messo niente però!». http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


 

Immaginate una spiaggia e due gelatai che si sono divisi in altrettante parti uguali la sua superficie.
In quale posizione sarà consigliabile posizionare i loro chioschi per ottimizzare il flusso dei clienti?
Ovviamente al centro della spiaggia stessa.

Questa posizione permetterà infatti al gelataio di sinistra di raccogliere tutti i bagnanti del suo lato e magari carpirne qualcuno anche dell'altro lato.
Lo stesso dicasi per il gelataio di destra.

Ora sostituite alla spiaggia il corpo elettorale e ai due gelatai il Partito Democratico ed il "partito unico delle libertà".http://www.tiziano.caviglia.name/blog/post.php?post=961


Gravissimo errore passare al sistema elettorale degli enti locali
di Claudio Croci,
 
Mentre l’attenzione dei cittadini ulivisti, in particolare, è distratta dalle vicende congressuali e dalle “ rivoluzionarie “ e coraggiose misure sulle liberalizzazioni, si sta, in sordina, cercando di trovare un accordo sulla riforma elettorale attraverso l’adozione del sistema usato nelle elezioni degli enti locali, il cosiddetto Tatarellum. Tale sistema prevede l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e la contemporanea elezione dell’assemblea elettiva con premio di maggioranza per la coalizione legata al Presidente, non sono previsti sbarramenti per le formazioni minori.
Premettiamo alcune considerazioni dateci dall’esperienza, proprio degli enti locali. Il sistema elettorale in questione ha funzionato, soprattutto per quanto attiene la figura del Sindaco e della sua giunta che finalmente dura in carica per tutta la consigliatura e non è gravata dai continui ricatti dell’assemblea consigliare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: finalmente i governi locali vengono giudicati dai cittadini e premiati se lavorano bene e mandati a casa se lavorano male. Un esempio eclatante Bologna, in cui per la prima volta si è avuta l’alternanza e la sinistra ha imparato a guadagnarsi la fiducia non sulle parole d’ordine, ma su ciò che effettivamente riesce a dare ai cittadini. Roma è uscita dal medioevo ed è divenuta città faro per l’Italia, grazie a Rutelli e Veltroni, sindaci di spessore e simbolo del nuovo sistema elettorale di governo cittadino. Ma! C’è un grande ma, dato dal dissolvimento delle funzioni dei Consigli che hanno perso la loro funzione di controllo, infatti essendo il sistema premiante al 60 % per la coalizione vincente , la maggioranza è assolutamente omogenea al Sindaco e quindi l’unico gioco possibile è quello di una maggioranza della maggioranza che si contrappone ad una minoranza della maggioranza . Gioco molto bizantino, ma esistente in alcune realtà. Premetto questo per dire che il sistema proposto è assolutamente sbilanciato e se adottato a livello nazionale sarebbe un vero disastro. Infatti il sistema praticamente è un vero e proprio sistema presidenziale in cui la figura del Capo del Governo risulterebbe direttamente eletto dal popolo , più forte quindi del sistema USA, in cui l’elettore elegge i delegati per ogni stato e questi eleggono il Presidente, elezioni quindi di secondo grado e non dirette . Inoltre negli USA, il Parlamento viene eletto su base maggioritaria semplice senza alcun premio, dividendo il paese in collegi nei quali viene eletto un solo rappresentate per collegio, e può capitare che il Presidente si trovi in minoranza nel Parlamento: Bush, repubblicano, ha attualmente un Senato a maggioranza, per un voto, democratica ed una Camera dei Rappresentanti a stragrande maggioranza democratica. In altre parole il sistema americano vive su un bilanciamento dei poteri tra Presidente e Congresso tipico dei sistemi presidenziali, in cui i due poteri si contrappesano. Il sistema, quindi, proposto non avrebbe di per sé questo bilanciamento e praticamente il Presidente diverrebbe, capo dell’esecutivo e capo automaticamente di una maggioranza forte oltre i suoi meriti. In pratica non esisterebbe funzione di controllo possibile. Il Presidente della Repubblica perderebbe poi la sua funzione di garante tra i poteri dato che il Presidente del Consiglio diverrebbe l’arbitro del potere politico avendo non solo l’investitura diretta dal popolo, ma anche un legislativo a suo totale sostegno. Già il quinquennio di Berlusconi , senza che lo stesso fosse investito da un voto diretto, ha mostrato le sue contraddizioni e i suoi pericoli , di una dittatura della maggioranza in cui sistemi elettorali , leggi costituzionali, leggi sui diritti dei cittadini venivano approvate a maggioranza relegando l’opposizione ad una veste del tutto insignificante priva di effettivi poteri. Quindi un sistema fortemente presidenziale sbilanciato ed in cui addirittura sopravvive la miriade di partiti e partitini , legati da patti di coalizione, cementati solo dal nome del Capo e non da un progetto condiviso. Insomma un sistema partitocratrico, cementato dalla forza della dittatura del Capo.
E’ un assurdo veramente, la Costituzione repubblicana è veramente in pericolo, i sistemi di bilanciamento costituzionale sarebbero del tutto vanificati. Attenzione!!! Amici e compagni stiamo attenti a quel che stiamo facendo.http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=5917

Il dio di don Verzè

Un prete che disprezzo è don Luigi Verzè.
Ripesco dall’archivio e gli dedico, quale necrologio in vita, questo racconto.

Giovedì 2 dicembre 2004 si presentava a Milano l’ultimo libro di Don Verzè, “Pelle per pelle” (ed. Mondadori), che ne illustra le imprese.
Sono andato a curiosare, insieme all’amico Ric Farina.
La sede, il Palazzo dell’Ispi di via Clerici 5, è prestigiosa, come la platea. Non ne parliamo del panel dei relatori. Primissima scelta: Giovanni Bazoli di Intesa, Carlo Salvatori di Unicredit, Roberto Mazzotta della Popolare di Milano, l’imprenditrice Emma Marcegaglia e il magistrato Carlo Nordio.
Modera Ferruccio de Bortoli, il martire di via Solferino.
I convenevoli durano un’ora. Saluti, abbracci, congratulazioni reciproche. E pellicce, cappellini, dentiere all’ultima moda, abbronzature fuori stagione, giornalisti di quelli che vedi solo nelle occasioni importanti.
Finalmente Ferruccio prende la parola.
Il tono è ossequioso e solenne, da processo di beatificazione in vita. E se facessi l’avvocato del diavolo?
L’Augusto Vegliardo, in giacca cravatta e croce d’oro, siede in prima fila. Ha una premura per tutti. Alcuni lo chiamano “presidente”.
Verzè a Milano è qualcuno. Ha fondato il San Raffaele, è stato intimo di Craxi, è da decenni il boss della sanità lombarda. Alcuni lo venerano come un benefattore, altri lo stimano un buon manager, altri ancora lo considerano uno spregiudicato uomo di potere.
Spio i volti, orecchio brandelli di conversazione. Lo spettacolo inizia a chiudermi lo stomaco. Ma curiosità e masochismo mi inducono a resistere.
In sala ci sono pure due belle signore, visibilmente annoiate.
Dopo il primo intervento, di Bazoli, decido di intervenire, per farle divertire un po’.
Dalla mia postazione in terza fila mi alzo di scatto appena l’applauso scema, mi piazzo davanti alla cattedra dei relatori e dico, rivolto a De Bortoli:
“Chiedo scusa, avverto l’urgenza di porre una domanda a Don Verzè”.
De Bortoli rimane interdetto per qualche secondo, sembra non capire, guarda gli organizzatori e il Prete, balbetta qualcosa:
“Beh se sente l’urgenza, anche se non è previsto…”.
So di avere pochi secondi, non posso curarmi del cerimoniale. Mi giro verso il Santo e dico, guardandolo negli occhi:
“Don Verzè, lei il 3 maggio scorso ha detto che ‘Berlusconi è un dono di Dio al nostro Paese’. Conferma questa affermazione? Non le sembra che sia blasfema e anche offensiva verso i cittadini italiani? Il nome di Dio non va nominato invano. E in una democrazia l’autorità non proviene da Dio. Se la sente di chiedermi scusa, come cristiano e come cittadino italiano?”.
Lui rimane di pietra, non proferisce sillaba. Ci guardiamo per una manciata di lunghissimi secondi. Poi il Granduomo risolve la situazione con un gesto. Solleva l’indice destro guardando Ferruccio il Cerimoniere, che subito si riprende, come caricato a molla: “Bene, il signore ha fatto la sua domanda, ora riprendiamo gli interventi”.
In sala nessuno fiata, tranne due, seduti vicino a me. Uno mi sembra di riconoscerlo: è l’ex direttore della Padania Gigi Moncalvo. Dice: “Non sei polemico, sei un cafone”. Ha un amico alla sua destra, che gli sussurra qualcosa. Anche loro forse mi conoscono già.
Poi i tizi si rivolgono a Ric Farina: “Ehi bimbo non ci devi riprendere, hai capito?”. Lo strattonano per un braccio. Dico al gentiluomo: “Bambino lo dica al suo figliolo”. E Moncalvo: “Zitto tu!”.
Dopo mezz’ora gli squilla un volgarissimo telefonino. “Ma spegniamoli questi cellulari!”, gli urlo. Stavolta è Moncalvo a non fiatare.
Gli interventi si susseguono, avvincenti come una messa cantata da frati svogliati. Ne esce il profilo di un nuovo San Carlo Borromeo.
La mente mi corre al mio Lago Maggiore. E se gli erigono una statua di 24 metri pure a lui? Scaccio il pensiero e mi concentro sul discorso di un altro Carlo: Nordio. So che da lui, commensale di Previti e riscrittore del codice penale, mi posso aspettare grandi cose.
Insiste sul concetto di “umiltà, necessaria per chi fa il magistrato”. Racconta la sofferenza del giudicare. Allude agli eccessi di questi anni. Poi propone a Don Verzè: “Per i magistrati è necessaria una formazione umanistica e di filosofia del diritto. Mi chiedo: perché non istituire dei corsi ad hoc proprio presso l’Università del San Raffaele?”. Don Luigi scribacchia un appunto.
Le nuove Boccassini, riformate da Castelli, andranno a scuola di umiltà da Cacciari e Don Verzè? 
Anche Giorgio Gandola, il cronista del Giornale che ha limato le memorie del Santo, prende la parola. Si apprende che il feeling è sbocciato in America Latina. Poi a Milano il biografo ha avuto accesso ai segretissimi Diari. Come Gelli e Andreotti, Verzè annota l’essenziale di ogni giorno.
Mi viene un attacco di vanità: annoterà anche la mia domandina questa sera?
Tocca infine a Lui. Ed è subito trascendenza.
Si alza grave, guarda la platea. La spilla riluce sotto i flash. “Sarò breve”, premette. E parla per tre quarti d’ora. Mi dico: questo è uno che tiene botta, avrà pensato a una battuta con la quale liquidarmi, mi risponderà e mi farà fare una pessima figura.
Previsione sbagliata, non mi risponde. Ho detto a un prete: “Sei blasfemo”. E quello non risponde. Se gli avessi detto: “Padre ho bisogno di aiuto”, mi avrebbe invitato a sedere accanto a lui? Questi Santi!
In compenso dice molte altre cose. Registro il suo intervento, per gustarmelo con calma, allusione per allusione.
Legge da un foglietto di appunti, si è annotato alcune parole chiave. Niente è casuale. Parla di “carisma del denaro”. Manifesta l’orgoglio delle opere. La stella polare è naturalmente il bene dei sofferenti.
Quanti aneddoti di serena confidenza coi potenti! Gratifica ogni relatore, senza rinunciare alle punzecchiature. Lui si butta giù, con sapiente ostentazione di umiltà.
Ricorda: “Da giovane mi son detto: o delinquente o santo. Non ci sono altre possibilità. Poi ho capito di essere soltanto il più umile servo di Dio”. Dice proprio così: il più umile. “Forse non andrò in Paradiso. Se anche andrò all’Inferno dirò a Dio (sembra avere proprio il filo diretto con l’Onnipotente!): permettimi di continuare ad amarti”. Amen.
A un certo punto parla di Di Pietro. “Ero un suo amico, gli ho consigliato di dimettersi. Anche se prima di entrare in politica avrebbe fatto meglio ad andare un anno in convento. Per fare politica occorre molta umiltà“. Ora sappiamo la verità: i dossier di Previti e soci non c’entrano, Tonino il Superbo si è dimesso per consiglio divino.
Poi cita l’Apologia di Socrate, un testo che anche Marcello Dell’Utri considera cosa sua. Quante Vittime della Malagiustizia in questi anni! Ma la cicuta, non la beve più nessuno?
E’ tempo di andare a cena. Si passa ai voti augurali, e poi chiude la messa un applausone affettuoso. Al termine gli urlo:
“Signor Verzè, perché non mi ha risposto? E’ questa la sua tolleranza cristiana? Una critica le appare un’insolenza vero? Lei ha fatto un’affermazione blasfema e fascista. Nessun potente è dono di Dio. Altrimenti torniamo a piazza Venezia! Dio ama gli uomini semplici e le menti libere. Perché non risponde, ipocrita, falso e giuda!”.
Attendo scomunica e querela.
Il gruppetto dei vip lascia la sala con una certa premura. Alcuni presenti inveiscono verso di me, ma timidamente; altri vorrebbero capire meglio, ma hanno l’aria di chi non ha molta voglia di indagare.
La signora seduta davanti a me sorride. Fortunatamente i due leghisti se ne sono già andati.
Ecco arrivarmi addosso due della Digos. Il solito rituale.
“Venga con noi per favore”.
“E perché dovrei?”.
Vogliono a tutti i costi identificarmi. Ma soltanto su mia richiesta mi fanno vedere il tesserino. In questo paese il singolo cittadino che dice la sua non è mai previsto dal cerimoniale e viene subito generalizzato.
“Lei non può rifiutarsi di declinare le sue generalità alla forza pubblica, ce l’ha un documento?”.
“Io non ho fatto nulla di male, rifiuto l’idea che in un paese libero chi esprime la propria opinione, esercitando un proprio diritto, debba essere identificato dalla polizia!”.
La scaramuccia dura un bel pezzo, la mia voce a questo punto è di tuono; la signora dell’ufficio stampa si mette le mani nei capelli; il deflusso dei vip è definitivamente rovinato. In lontananza mi sembra di udire un crepitio di calcinacci.
Mi impunto, mi portano via con la macchina della polizia. Mi accompagna Ric Farina, per solidarietà. E’ la mia prima volta.
Scopro che le gazzelle sono scomode, i sedili sono duri e bassi, non puoi aprire il finestrino; dopo pochi minuti mi prende una sensazione di soffocamento.
Ci portano in un commissariato del centro. Ci rimaniamo tre ore. Mi stanno intorno cinque o sei agenti, provano a convincermi in tutte le maniere. Per me è una questione di principio. Discutiamo a lungo. Sono più aperti al dialogo di don Verzè. In realtà sanno chi sono. Ne ho la conferma quando vedo apparire un agente in borghese che mi ha fatto altri scherzetti in passato. “Le altre volte eri più collaborativo”. “Ecco appunto: mi sono stancato di collaborare con te”. Minacciano di denunciarmi e di farmi passare una notte in stato di fermo. “Sai non è piacevole passare una notte con degli sconosciuti”. Mi sento in un telefilm sceneggiato da un mediocre. Non fa caldo ma c’è il ventilatore acceso. Iniziano a verbalizzare. “Ha un avvocato di fiducia?”.
A mezzanotte sblocca la situazione una telefonata. “Le passiamo un dirigente”. E’ un vecchio amico. “Piero che succede? Dai, dire chi sei alla polizia è un dovere, e in fondo anche assumersi la propria responsabilità è democrazia”. Sa benissimo che non è questo il punto, ma è tenuto a dirlo. “Ne riparliamo, intanto per rispetto della nostra amicizia darò ai tuoi colleghi la mia carta di identità. Ma vi prego: rifuggite da questo assurdo automatismo: la libertà di espressione è un bene essenziale per tutti”.
Torno a casa a piedi, fantasticando: che cosa avrebbe scritto Dante di tipi come Berlusconi e don Verzè? A quale contrappasso d’inferno li avrebbe condannati? http://www.pieroricca.org/


Le liberalizzazioni secondo "Repubblica"

Su Repubblica di ieri è apparso un servizio a commento di un recentissimo studio dell’Antitrust sugli effetti delle liberalizzazioni del 1998 (Legge Bersani).
Ora, non abbiamo preso visione diretta dello studio. Ma quel che interessa è l’uso che ne ha fatto Repubblica. Se poi anche la ricerca dovesse riflettere i contenuti del servizio, allora la cosa sarebbe ancora più grave. Perché non si tratterebbe più di un caso di ordinaria manipolazione giornalistica, ma di una dimostrazione della bassa qualità scientifica degli “uomini di Catricalà”. Limitiamoci, per ora, a Repubblica.
Il succo del servizio è quello di dimostrare quanto le liberalizzazioni (commerciali) del 1998 abbiano fatto bene all’economia, ai lavoratori e ai cittadini. E che di conseguenza anche la legge del 2006 in materia otterrà gli stessi risultati. Ma la tesi ideologica di fondo è quella di mostrare quanto le liberalizzazioni, in ogni campo, siano una specie di panacea.
Per non farla tanto lunga, va detto che il dato più significativo, e più “pesante”, delle ricerca viene liquidato in sei righe. E di che si tratta? Lo studio dell’Antitrust dimostra che le liberalizzazioni commerciali hanno tagliato posti di lavoro. Ma Repubblica non ci dice quali e quanti. Però, ciò sarebbe avvenuto secondo l’Antitrust - come riporta (e non riteniamo casualmente) l’articolista - nella prospettiva “ di un’espansione futura attraverso un’intensa attività di investimento”. Peccato che nel servizio si siano dimenticati di riportare dati più precisi sugli investimenti effettuati dalle imprese commerciali “liberalizzate”.
Anche un altro dato pubblicato è sospetto, e perciò da verificare. Quale? Quello dell’aumento delle retribuzioni dopo il 1998 (dopo l’entrata in vigore della Legge Bersani). Perché sono aumentate, come si evince tra le righe dello stesso servizio, anche dove le riforme “liberali” non hanno funzionato. Quindi evidentemente, a differenza di quel che vuole fare credere Repubblica agli affezionati lettori, la relazione causale tra liberalizzazioni e crescita di salari e stipendi è solo uno delle relazioni, e neppure le più importante, per spiegare l’aumento delle retribuzioni. Ma qui lasciamo la parola agli economisti. Quelli veri. Che magari, ogni tanto, ci leggono.
Lo stesso discorso va fatto per i dati sulla crescita dell’inflazione. Il cui tasso di crescita è stato più o meno uguale ovunque, a prescindere dalle “liberalizzazioni”. Non può, insomma, un differenziale, tipo 0,2 %, avere valore probatorio, come invece gabella il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Diciamo la verità, credere sull’efficacia delle liberalizzazioni è un atto di fede. Ora, in campo politico-economico, ognuno di noi può adorare gli dei (economici) che vuole. Quello che non può essere assolutamente ammesso, è il monoteismo liberista. Come fa Repubblica.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

 

Ecce Bombo e Nanni Moretti. L'estetica del non risolto.

di Nicola Artico

 

Nel 1978 avevo diciannove anni e si andava ancora al cinema di pomeriggio. Quando incontrammo il primo lungometraggio di Nanni Moretti, davanti grande schermo eravamo proprio quattro amici, come i protagonisti del film. Tutti della stessa annata e dunque tutti maturandi, anche per questo, la scena dell’esame di stato che poi diventerà un cult, ci rimase impressa a fuoco. Vedere unite in un mix tragicomico, purtroppo profetico, la pantomima dei professori "democratici" e l’insipienza culturale degli studenti che parlano per luoghi comuni, ebbe allora un effetto catartico sulla tensione degli esami che ci aspettavano.

Ci riconoscemmo subito, nel bene come nel male.

E’ anche per questo, ora che le sale lo ripropongono dopo tanti anni, che sono andato a rivederlo. Perché, anche se la generazione che viene messa in scena è quella subito prima della mia, i protagonisti sono già all’università o lavorano, noi dovevamo ancora uscire dalle scuole superiori, tuttavia le passioni e le inquietudini che ci raccontarono erano già anche le nostre.

Cosicché una parte di noi ha amato molto quel film. L’incapacità a pensare percorsi esistenziali credibili (figuriamoci a praticarli), l’incomunicabilità che trovava il suo massimo vertice tra i sessi, l’oppositività ai genitori tutta costruita su idee e parole ma senza l’ombra d’un fatto. Insomma un mondo psicologico che trovava la sua massima sintesi, anche cinematografica, nella "cameretta" scarna e confusa di Michele protagonista alter ego del regista.

Ho sempre pensato che la "cameretta" (a venticinque anni) fosse un tòpos tutto italiano. Cameretta naturalmente con poster (e chi non li aveva), quello che si intravedeva nelle varie inquadrature rappresentava Buster Keaton. Un comico sicuramente sui generis come, credo, sia poi diventato il cinema morettiano, difficilmente classificabile.

Eppur tuttavia, dentro quelle camerette, molti di noi si incontravano, ascoltavano i dischi in vinile e le radio libere (come nel film). In quegli ambienti, quasi sempre rettangolari (perché la forma quadrata era riservata alla camera dei genitori), si affrontavano all’arma bianca temi universali come l’amicizia, l’uguaglianza, la giustizia, l’amore. Tanto intensi erano quegli incontri/scontri che talvolta anche le nostre relazioni ne uscivano un po’ ammaccate.

Quel cinema gettava uno sguardo ironico e convincente, forse per la prima volta, su una generazione vicinissima alla nostra nella sua attività principale: farsi domande. Naturalmente c’erano già stati esempi importanti, uno per tutti "I Vitelloni" di Fellini, ma era l’epoca dei nostri padri. Questi invece erano i nostri "fratelli maggiori" poco più grandi di noi, li frequentavamo già nelle nostre case, al bar, o durante una manifestazione (sportiva o politica che fosse).

 

Quel cinema ci avvisava su quello che avremmo incontrato di li a pochissimo. Ragazze con le gonne a fiori e gli zoccoli (espadrillas in estate) che alla morettianissima domanda: "ma tu, concretamente, che cosa fai?....come campi?" potevano risponderci: "giro….vedo gente….mi muovo…conosco….faccio cose…". Una frammento della società della fine dei settanta che questa sceneggiatura ha immortalato.

Ho memoria di pochi affreschi, sull’arte di non definirsi, così ben riusciti. Questa difficile arte che si apprende fin dall’adolescenza ma che alcuni, purtroppo, protraggono fin a maturità inoltrata.

Anche il narcisismo mal sorvegliato di Michele al telefono invitato ad una festa ci riguardava: "Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? ….Mi si nota di più se vengo e me sto in disparte o se non vengo per niente?

 

Ecce bombo ci ha aiutati a ridere di noi e dei nostri "fratelli", anche se nell’intenzione del regista il film doveva essere di genere drammatico. Invece ha s-drammatizzato, ci ha permesso quindi di prendere distanza, di prenderci in giro. In qualche modo di crescere. Non scordiamoci che eravamo ancora nello scorcio finale degli anni di piombo, dove lo spazio perché una generazione politicamene orientata si osservasse con un po’ di sana autoironia era veramente poco.

In questo gruppo di amici non sembra funzionare niente. Ci si raduna di notte in una spiaggia con i sacchi a pelo, per vedere sorgere il sole sul mare. Questi naturalmente (essendo ad Ostia) sorge alle loro spalle, sorprendendoli. Sono comici loro malgrado. Una parte di noi credo, è grata a quel cinema, a quella cultura, proprio per questo. Aver introdotto ironia, a tratti disincantata, senza però aver tolto dignità ai temi pubblici e privati che rimanevamo tutti sul tappeto, in gran parte irrisolti.

Non so se quel film avesse nel suo "genoma" e dunque nel conseguente scopo, mostrare una sorta di estetica del non risolto.

Sia in ambito politico che privato. Certo ha messo finalmente alcune carte sul tavolo, ha fatto ridere e pensare una classe di persone che anche se non aveva avuto l’età per fare il ’68, non voleva nemmeno esser ricordata per quella che avrebbe fatto il "riflusso".http://www.pol-it.org/ital/eccebombo.htm


Porrajmos, lo sterminio zingaro dimenticato
Maurizio Pagani*,
In 500 mila trovarono la morte nelle camere a gas naziste, anche se è difficile ancora oggi stabilire con certezza la proporzione della persecuzione. In Italia, la legge che istituisce la Giornata della Memoria, non estende il riconoscimento alla loro tragedia




Durante la seconda guerra mondiale oltre 500.000 zingari trovarono la morte nei lager nazisti di tutta Europa. Si trattò di una persecuzione "razziale", assimilabile a quella ebraica, fondata su una presunta "asocialità biologica" degli zingari, la cui origine indoeuropea, cioè ariana, era stata irrimediabilmente compromessa dalle contaminazioni con i popoli "slavi" e dalla presenza del gene del wandertrieb, l'istinto al nomadismo. La persecuzione degli zingari fu però anche la conseguenza più o meno diretta dei pregiudizi che la società europea aveva maturato nei loro confronti, ricollegandosi a una storia secolare di incessanti discriminazioni.

Nella lingua zingara, il romanès, vi è una parola per indicare la propria shoà: porrajmos, che significa letteralmente distruzione, divoramento. La scarsità delle fonti storiche disponibili fino ad oggi in Italia ha segnato il limite più evidente per documentare le responsabilità del fascismo circa le deportazioni e le stragi che subirono le comunità rom e sinte. Già i Rom stranieri presenti sul territorio italiano, insieme a saltimbanchi e girovaghi, vennero a trovarsi nel mirino della polizia fascista dal 1926, respinti oltre frontiera benchè provvisti di regolare passaporto. Ma saranno gli articoli degli scienziati Renato Semizzi e Guido Landra, consulenti di Mussolini ed estensori delle Leggi Razziali, a segnare tra il 1938 e il 1940 una svolta significativa del regime. L'ampia discrezionalità nell'applicazione estensiva di alcune norme anti - ebraiche e il ricorso a disposizioni prefettizie in materia d'ordine pubblico, consentirono infatti l'invio al confino e l'internamento nei campi di prigionia dei rom sul territorio nazionale o la deportazione verso i lager nazisti, segnando una continuità di sostanza con quanto di più cruento ed efferato avveniva nei territori dell'Europa Orientale. Nel 1938 ebbero dunque inizio nelle regioni del Nord Est rastrellamenti e deportazioni in massa di famiglie rom verso il meridione e le isole. In seguito alle prime disposizioni d'internamento inviate dal Capo della Polizia di allora Arturo Bocchini ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma con Circolare dell'11 settembre 1940, zingari stranieri e italiani furono arrestati e trasferiti nei campi provinciali allestiti dal Ministero dell'Interno a Bolzano, Berra, Boiano, Agnone, Tossicìa, Ferramonti, Vinchiaturo e nelle isole, tra cui la Sardegna, la Sicilia e le Tremiti.

Tranne che in studi più recenti, "la memoria custodita nelle comunità Rom" è stata di fatto ignorata, tralasciando di raccogliere i racconti dei perseguitati e di incrociarli con i dati riscontrabili negli archivi statali, comunali, delle questure e dei giornali dell'epoca, rimuovendo e tacendo un vuoto storico carico di una forte responsabilità sociale. I piani di sterminio del popolo Rom vennero attuati non solo nei territori annessi dal dominio nazista ma anche dai governi collaborazionisti, in particolare in Romania e Jugoslavia, che furono, con la Polonia, tra i principali teatri di questa efferata persecuzione. Non solo i limiti della precisione statistica e lo stato di guerra generalizzato, ma la stessa struttura sociale dei gruppi rom e il loro prudente "mimetismo", che rendeva parziale il censimento anagrafico dei nuclei familiari, la forte dispersione territoriale, le sommarie registrazioni degli internati e la distruzione dei documenti rendono arduo il compito di dire quanti furono gli zingari sterminati. Si sa però che interi gruppi sparirono da zone di antico insediamento, come l'Olanda, insieme alla quasi totalità della generazione degli anziani, depositari del sapere e delle tradizioni. In Italia, la legge dello Stato che istituisce la Giornata della Memoria, non estende il riconoscimento alla tragedia subita dagli zingari.

Quella "Rom" è una delle grandi questioni morali che riemerge nell'Europa di oggi. Una diaspora di popolazioni lacerate dalle nuove povertà e dai processi di modernizzazione, dalla perdita di protezioni sociali nelle proprie comunità di antico insediamento che danno impulso a nuove immigrazioni. L'Italia accoglie una minima parte dei Rom che emigrano, con un ritardo culturale grave a cui si associano politiche pubbliche logore o discriminanti. La politica dei campi nomadi, ad esempio, è una mera invenzione amministrativa, "tutta" italiana, che condanna le comunità romanì all'emarginazione e alla ghettizzazione per il ripetersi di politiche di esclusione e assimilazione, collocandole sostanzialmente al di fuori della società, dei legami sociali stabiliti, dei rapporti familiari e di vicinato.
In Italia, paese il cui tasso di "fastidio" verso i Rom non è certo minore alla media europea, i casi di violazione dei diritti privati ai danni dei Rom compiuti dalle Istituzioni per mano dei comuni o delle prefetture rischiano, come nel recente caso del comune di Opera alle porte di Milano, di "innescare" un'analoga violenza immotivata e razzista di una parte della popolazione o delle forze politiche che ne alimentano ad arte il malcontento.
L'immagine sociale che ne emerge diviene così, del tutto impropriamente, quella centrata sulla devianza, il disturbo e la pericolosità sociale che vanno sanzionati e disciplinati con rigore. Dichiarare, come è stato fatto e scritto dalle Istituzioni milanesi e dalla Casa della Carità di Don Virginio Colmegna che le comunità rom dovranno da qui in avanti sottoscrivere un "patto di legalità e socialità", unici tra i cittadini di questo Paese a cui viene richiesto, in cambio di interventi pubblici di "solidarietà", è come affermare implicitamente che i Rom sarebbero "portatori di illegalità e asocialità". Come nelle più buie epoche del passato. Le politiche "emergenziali" hanno dunque il fiato corto e scansano i più scomodi nodi strutturali, quali quello della condizione abitativa metropolitana, producendo nell'immediato solo nuovi ghetti sociali. Il rapporto tra la nostra società e quella rom andrebbe viceversa riportato nell'ambito di una dialettica sociale che riconosca e rispetti i valori culturali e umani delle specifiche identità. Senza riconoscimento e reale negoziazione non vi può essere una condizione di diritto e di eguaglianza ma, solo, la tentazione di percorrere scorciatoie "differenziali" che modificano il quadro giuridico e il "trattamento istituzionale" a cui si sottopone la parte più debole dei nostri concittadini.

*Vicepresidente Opera Nomadi Milano http://www.aprileonline.info/1502/porrajmos-lo-sterminio-zingaro-dimenticato

Anno mozartiano, la maratona è finita

Il 27 gennaio 2006 si apriva a Salisburgo l'anno di festeggiamenti per i 250 anni dalla nascita di Mozart: compositore, intellettuale e... massone.
250 anni portati bene: una statua di Mozart a Vienna (Foto: Sanja Gjenero/StockXchange)
“L’Austria festeggia il Genio”. Così i promotori davano il via al programma di eventi di Salisburgo e Vienna per celebrare il 250° anniversario della nascita di Mozart. Agli esperti di marketing era stato messo a disposizione un budget di 30 milioni di euro per soddisfare i visitatori appassionati di arte. E nel centro storico di Vienna si poteva passeggiare sulle tracce dell'illustre compositore con l’aiuto delle audioguide. Nei 50 luoghi simbolo della sua vita erano installate colonnine informative rosse che, fino al 5 dicembre scorso, anniversario della morte di Mozart, hanno caratterizzato la fisionomia della città e hanno accompagnato i turisti anche sui telefonini.
Come aveva promesso Peter Maboe, sovrintendente all’anno mozartiano, era inevitabile un’assuefazione nei confronti dell’artista. Nei negozi, come sempre, non sono mancati souvenir kitch.

24 ore con Mozart

Senza dubbio i festeggiamenti in onore di Mozart hanno raggiunto il culmine già il 27 gennaio dello scorso anno, data esatta del 250° anniversario della nascita del compositore e apertura ufficiale delle manifestazioni in suo onore a Salisburgo e a Vienna. Salisburgo è stata teatro di eventi mondani, feste di strada e di alcuni film su Mozart. A Vienna, invece, ci sono state diverse manifestazioni parallele tra cui gli esperti dell’artista potevano scegliere, come letture, mostre e concerti.
L’evento in mondovisione “24 ore di Mozart” della EuroArts Music International si è rivelato effimero, nonostante la sua considerevole durata. Senza iscrizione non si possono scaricare nemmeno le prove acustiche del concerto del 27 gennaio scorso e in commercio non esistono dvd o cd con le riprese.

“Mozart è grasso e scoppia di salute”. Lo sberleffo di uno scrittore

Tra gli eventi dell’anno mozartiano spicca in particolare la manifestazione che si è svolta a Vienna il 7 maggio 2006: in onore dell’infaticabile compositore è stata organizzata una doppia maratona. Nella sala dorata del Musikverein Rudolf Buchbinder ha suonato con i Wiener Philarmoniker sei dei concerti per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart, mentre all’esterno alcuni atleti concludevano il percorso della maratona di Vienna, giusto in tempo per ascoltare una parte del concerto. Non si poteva fare di meglio per sottolineare il legame tra la concentrazione di energie fisiche e spirituali che portano sia gli atleti che gli artisti ad ottenere prestazioni di alto livello.
Non tutte la manifestazioni, però, hanno contribuito a dare lustro al genio di Mozart. Lo scrittore Kurt Palm, ad esempio, ha partecipato a modo suo alle ricorrenze, osservando che con tutta probabilità oggi Mozart «voterebbe per i comunisti». Nel suo libro Der_Wolfgang ist fett und wohlauf (“Mozart è grasso e scoppia di salute”,ndr), Palm svela alcuni dei piatti preferiti dal compositore. Per concludere i festeggiamenti, infine, all’interno del Festival autunnale “Vienna Moderna” è stata messa in scena l’opera I hate Mozart di Bernhard Lang.
Un altro libro ha fatto piazza pulita dei pregiudizi sull’artista. Nella sua nuova monografia su Mozart, infatti, Manfred Wagner chiarisce che le opere giovanili del compositore non sono solo acerba “musica da intrattenimento”. Così mette in discussione anche la teoria molto diffusa secondo cui l’artista sarebbe stato avvelenato da un rivale invidioso e che dopo la morte i suoi contemporanei l’avessero dimenticato.

Mozart massone

Il 12 dicembre 2006, al termine di una conferenza nel Gesellschafts-und Wirtschaftsmuseum, il Museo della Società e dell’Economia, il dottor Peter Dusek ha incontrato alcuni appassionati di Mozart. In un circolo esclusivo il direttore degli archivi televisivi dell’emittente radiofonica austriaca, circondato dai famosi cioccolatini ispirati al compositore, ha fatto il bilancio dell’anno mozartiano che si avviava alla conclusione.
Egli stesso, come appassionato di Mozart, è rimasto colpito dalle novità venute a galla: la grande
mostra “Mozart. Esperimento informazione” ha dettagliatamente messo in luce l’influenza del movimento massonico sulle opere di Mozart. Quella di Mozart era una figura di intellettuale completo, che con la stessa intensità componeva, suonava, si interessava alla letteratura, conversava e si impegnava nella società.

Ma Dusek già pensa ai festeggiamenti del Trecentesimo anniversario della nascita del compositore nel 2056. L'obiettivo? Rappresentare tutte le 22 opere sceniche dell’artista. Intanto, tornando al presente, Dusek crede che le giovani generazioni di cantanti d'opera – quali Anna Netrebko, Rolando Villazòn e Ildebrando D’Arcangelo – sono molto promettenti. Ma il problema non sono le “stelle”, quanto la mancanza di “gregari”.
Annamaria Szanto - http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9775

KISSINGER SI UNISCE AI NEO-CON

DI KURT NIMMO
Another Day In The Empire

Henry Kissinger, il macellaio della Cambogia, colui che ha firmato il certificato di morte di migliaia di Cileni e di Indonesiani, che ha supervisionato da vicino il massacro di innumerevoli Vietnamiti e che ha strizzato l'occhio a Pol Pot, ha accordato i suoi favori a Bush e ai neocon.

"L'anziano segretario di stato H. Kissinger, icona conservatrice che continua a intercettare l'attenzione della Casa Bianca, appoggia le manovre del pres. Bush in Iraq e dichiara che abbandonare la nazione dilaniata dalla guerra é attualmente impossibile" scrive Mke Sheehan per Raw Story. In un commento sullo Herald Tribune, il vecchio malthusiano* - che suonerebbe meglio di "anziano statista" - tesse l'elogio della "audace decisione di Bush circa l'invio di altri 20.000 soldati in Iraq, fornendoci le prove che neo-con e neo-liberal tradizionali sono sulla stessa lunghezza d'onda, quando si tratta di massacrare arabi e mussulmani.

Se Kissinger é un'icona conservatrice, allora il Cow Boy Bebop, il personaggio animato di Shinichiro Watanabe, é un vero bounty-hunter.

Più precisamente é un neo-liberal tradizionale e collaboratore criminale con David Rockfeller, che si é avvicinato ai gusti del defunto principe Bernardo d'olanda, membro delle SS, del principe Filippo, che nei suoi sogni maltusiani più deliranti voleva tornare sotto forma di virus per sterminare milioni di esseri umani, e di diversi membri del Bildelberg, del consiglio per le relazioni estere della Pilgrim Society, della Commissione Trilaterale e dell'infame Tavola Rotonda Britannica; gente che ha lavorato per decenni a favore di un ordine mondiale che renda il pianeta un gulag, una coltivazione di schiavi.

"Kissinger asserisce che la guerra in Iraq faccia parte di un più grande conflitto, l'assalto contro l'ordine internazionale condotto dai gruppi radicali delle due sette islamiche* e, in particolare contro gli Usa. Egli insiste che, a dispetto del pubblico disincanto sulla guerra in Iraq, nelle presenti condizioni, il ritiro non é un'opzione". Sheehan continua: "egli chiama America la componente indispensabile per ogni tentativo di stabilire un nuovo ordine mondiale".

Naturalmente, per Kissinger e l'élite mondiale, gli Usa sono "la componente indispensabile per ogni nuovo ordine mondiale, o piuttosto i soldati Usa "gli stupidi animali..." sono la componente "indispensabile" o più precisamente gli elementi eliminabili (secondo B. Woodward e K. Bernstein*, Kissinger ha ripreso l'espressione "stupidi animali" da A. Haig). Kissinger, come tutti i neocon, non ha alcun rispetto per la popolazione statunitense, al di là della sua utilità come carne da cannone o come vacca da mungere, e dunque non si preoccupa della crescente opposizione della popolazione Usa alla guerra e all'occupazione dell'Iraq.

La frase di Kissinger sull'attacco all'ordine internazionale condotto da gruppi radicali di entrambe le sette islamiche, in pratica tutto l'Islam, é la prova che neo-con e neo-liberal parlano la stessa lingua quando si tratta di usare il terrorismo di stato non solo per smantellare le società islamiche, ma anche per imporre l'ordine neoliberale, con l'obiettivo di mantenere il controllo delle ricchezze mondiali. Tale ordine, nella vulgata corrente, é chiamato "libero scambio" o "privatizzazione", effettuati sotto la minaccia delle armi.

Alla fine dell'articolo, come un'indicazione, si precisa che tale "smantellamento" (criminale) supportato dallo stesso Kissinger e dai neocon, che include l'assassinio di centinaia di migliaia di persone, "non deve coinvolgere gli Usa per periodi troppo lunghi", poiché tale miserabile processo, lungamente pianificato dai neo-con e dai loro collaboratori israeliani, deve essere lasciato libero di svilupparsi da solo (in guerra civile), "livellando così il terreno di gioco" a beneficio dei neo-liberal, che vi si precipiteranno per raccogliere i cocci, ovvero il petrolio e le altre preziose e redditizie ricchezze naturali.

Note del traduttore:

* Robert Malthus, 1766-1834, pastore ed economista inglese, le cui teorie economiche, molto in voga nel XVIII e XIX secolo, vertevano principalmente sul rapporto tra ricchezza delle nazioni e popolazione.

** Sciiti e Sunniti

*** Woodward e Bernstein sono i giornalisti autori dell'inchiesta sullo scandalo Watergate. Sulla scia dello scalpore e dello sdegno suscitato negli Usa da tale inchiesta giornalistica, il presidente Nixon si dimise.

Kurt Nimmo
Fonte: http://kurtnimmo.com/
Link: http://kurtnimmo.com/?p=724
20.01.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURIZIO CARENA

Terrorismo di stato in Messico -


di José Gil Olmos traduzione per Megachip di Laura Nangano

Il problema di Oaxaca è il conflitto messicano con il maggior numero di denunce e avvertimenti degli ultimi dieci anni, la cui causa principale è il governatore priista Ulises Ruiz. Nonostante ciò, secondo quanto affermato dagli stessi abitanti di Oaxaca, non succede niente di nuovo. La Commissione dei Diritti Umani dell'Onu, Amnesty International, Human Right Watch e la commissione internazionale di osservatori, sono alcune delle organizzazioni che hanno accertato una grave violazione dei diritti umani in questo stato, da parte delle autorità statali e federali. A questa lista, dovrebbero essere aggiunte le denunce fatte dalla Rete Messicana di Organizzazioni dei Diritti Umani e dalla stessa Commissione Nazionale dei Diritti Umani.

Dopo quanto avvenuto in Chiapas, nessun altro conflitto aveva provocato così tante reazioni internazionali come il caso di Oaxaca. Gli omicidi, le torture, le sparizioni e gli arresti arbitrari di membri e simpatizzanti dell'Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (Appo) costituiscono la lista delle aggressioni di cui sono accusati alcuni membri della polizia statale e federale, oltre a componenti dell'Esercito.
Proprio lo scorso fine settimana, la Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (Cciodh) che, dal 1998, ha visitato varie volte il Messico per vigilare sul caso Acteal,  ha presentato, in questa occasione, una dettagliata relazione di osservazioni e avvertimenti sul conflitto di Oaxaca, dopo avere realizzato per un mese 420 interviste a protagonisti del conflitto, fra cui figurano autorità, prigionieri, gruppi e settori coinvolti.
In questa relazione si segnalano gravi violazioni dei diritti umani, come non si vedevano dalla cosiddetta "guerra sporca" degli anni 70: azioni di gruppi civili sotto la protezione delle autorità statali e federali -paramilitari e parapoliziesche-; arresti arbitrari di civili all'interno delle proprie case; persecuzione per questioni politiche e ideologiche; annullamento dei diritti processuali dei prigionieri, riconosciuti dalla Costituzione e dai trattati internazionali firmati dal Messico; violenze a uomini e donne; torture fisiche e psicologiche; minacce di essere lanciati dagli elicotteri, e sparizioni.
In definitiva, quanto denunciato dai gruppi nazionali e internazionali è molto grave: il terrorismo di stato, vale a dire, l'attivazione di una strategia giuridica, politica, militare e poliziesca contro un movimento sociale, la cui unica finalità è la sua eliminazione.

La situazione a Oaxaca è talmente preoccupante che la Commissione dei Diritti Umani dell'Onu ha fatto pressioni, attraverso un'istanza civile di osservatori, affinché in questo stato venga istallato un ufficio permanente, per tenere sotto controllo il conflitto.
Il governo messicano non può non tenere conto delle osservazioni e degli avvertimenti di tanti organismi internazionali già riconosciuti, né delle istanze civili, come la Cciodh, su ciò che è accaduto e continua a verificarsi a Oaxaca, dal momento che si tratta di una strategia di repressione e persecuzione di movimenti popolari, che iniziò ad attivarsi in Chiapas nel 1996 con le cosiddette Bom, gruppi costituiti da militari e agenti di polizia dei tre livelli di governo, usati per reprimere comunità di base dell'Ezln.
Durante un'intera decade, questi gruppi sono stati usati in distinti momenti per reprimere movimenti, fra cui quello dei contadini di Atenco, dei minatori a Lázaro Cárdenas e ora contro i membri e i simpatizzanti dell'Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (Appo).
Uno degli aspetti più preoccupanti è la nota e aggressiva violenza con cui hanno agito gli agenti di polizia, alcuni facenti parte della Polizia Federale Preventiva (Pfp), che sono soldati trasferiti a questo distaccamento.
Oltre alle torture fisiche e psicologiche, come le minacce di essere gettati in mare da un elicottero, si sono verificati anche atti di violenza sessuale non solo contro le donne, ma anche ai danni di uomini che simpatizzavano con alcuni dei movimenti sociali.
Questi fatti generano uno stato di terrore fra gli attivisti e nella società in generale, terrore di continuare a partecipare a un movimento popolare, terrore di denunciare i maltrattamenti di cui sono stati vittime, terrore di denunciare la scomparsa di familiari..
Di fronte a questi fatti, denunciati dall'opinione pubblica nazionale e internazionale, il governo di Vicente Fox e, ora, quello di Felipe Calderón ha adottato un atteggiamento di indifferenza. Per non parlare dei governatori in carica, come quello di Oaxaca, che ha avuto il coraggio di dichiarare che nello stato regna la pace e la tranquillità, grazie all'uso della forza.
Ma forse, è ancora più preoccupante che la società messicana nella sua totalità non si stupisca di fronte a questi atti di terrore, di fronte all'omicidio, alla repressione, alle sparizioni e agli abusi sessuali commessi contro quei gruppi sociali che richiedono migliori condizioni di vita.
Abituarsi alla violenza, considerarla naturale, è ciò che più dovrebbe allarmarci, perchè la società in quanto tale non può raggiungere livelli di indifferenza talmente alti da ignorare l'esistenza di una strategia di terrorismo di Stato, al punto da renderla istituzionale.


da Proceso
traduzione per Megachip di Laura Nangano


Cina e India alla conquista dello spazio

sterlingcindia.jpgdi Bruce Sterling

frecciabr.gif TUTTI I LIBRI DI BRUCE STERLING

cindiaspazio.jpgNell'ottobre 2003 il tenente colonnello dell’Aeronautica Yang Liwei è stato il primo cinese in orbita intorno alla Terra. Meno di un anno dopo, l’India ha lanciato Edusat, un satellite di monitoraggio scientifico e tecnologico. Ci si potrebbe chiedere per quale motivo paesi in via di sviluppo come l’India e la Cina abbiano così tanta voglia di investire risorse preziose nell’esplorazione spaziale. In realtà le ragioni di queste nazioni sono più che valide, e forse più inoppugnabili di quelle che spingono, per esempio, gli Stati Uniti. Prendete il caso del fattore climatico, che in Asia può diventare anche una questione di vita o di morte. Grazie ai satelliti, si possono prevedere in anticipo tifoni, alluvioni e tempeste di sabbia, allertando tempestivamente le potenziali vittime.

Monitorando il clima è inoltre possibile gestire al meglio le produzioni agricole, salvando migliaia di persone dal rischio di morire di fame. Seguendo poi gli spostamenti degli sciami di insetti si ha la possibilità di difendere i raccolti da eventuali invasioni. E controllare le attività di popolazioni recalcitranti come quelle del Kashmir o del Tibet consentirebbe di arginare i fenomeni di smembramento e le rivendicazioni di autonomia.
Naturalmente, l’America è il leader mondiale nel settore dell’esplorazione spaziale. Spinto dalla paura per i precoci successi dell’Unione Sovietica, il governo federale ha finanziato progetti ambiziosi come l’Apollo e lo Skylab, programmi connotati da un indiscusso machismo tecnico ma anche da ben pochi vantaggi pratici. Senza contare che lo Stato ha sempre avuto difficoltà a ingoiare il rospo di investimenti così ingenti. Ma l’opinione pubblica freme. Il recente successo dell’Ansari X Prize suggerisce l’ipotesi che il futuro nel cosmo della nazione sia nelle mani di audaci imprenditori con gli occhi puntati sui rapporti quadrimestrali. Indiaspace.gifIndia e Cina sono come la tartaruga della vecchia favola, e l’America è la lepre, troppo sicura della sua forza. La chiave della politica spaziale dei paesi in via di sviluppo è la pazienza, unita alla praticità e alla fiducia nelle proprie potenzialità. Evitare le tecno-delusioni. Non puntare a budget spettacolari. Focalizzarsi sugli obiettivi che possono migliorare la vita della gente normale. Gestire accordi con europei, russi, americani, insomma con chiunque sia disposto a contribuire economicamente. Il tutto condito da un alone di abnegazione socialista.
L’Agenzia Spaziale Indiana, l’Indian Space Research Organization, ha deciso, per esempio, di sottoporre a controllo gli ingegneri per evitare che un’eventuale burocrazia corrotta succhi risorse al programma cruciale. I primi risultati sono di tutto rispetto: poderose piattaforme nazionali per il lancio di satelliti e un arsenale proprio di missili nucleari. Lo scorso gennaio, il primo ministro Atal Behari Vajpayee, ha invitato il paese a impegnarsi per arrivare sulla Luna. Anche in Cina, il programma spaziale ha un ruolo significativo e d’avanguardia in un contesto sociale fortemente ideologico e turbolento. La Repubblica Popolare ha lanciato il suo primo satellite nel 1970, e oggi ha abbastanza Icbm nucleari da poter eventualmente disintegrare l’America intera. Nel 2003, le autorità del paese hanno annunciato di avere in progetto una spedizione umana sulla Luna per il 2010, ma successivamente hanno smentito la dichiarazione. È evidente che India e Cina hanno i mezzi, la volontà e la possibilità di diventare i leader spaziali del futuro. Ma cosa saranno portate a fare quando avranno una tale posizione di predominio? Probabilmente continueranno a comportarsi come hanno sempre fatto, in modo pacato e pragmatico. I leader cinesi hanno parlato di fondare una città sulla Luna, ma era chiaramente un’esagerazione: una Pechino su satellite sarebbe inutile. Tuttavia, il rapido processo di industrializzazione che sta coinvolgendo la Cina sta facendo sviluppare al paese un’incontenibile sete di energia. E data la notoria passione di questa nazione per i progetti di ingegneria civile di proporzioni mastodontiche, non è da escludere che i cinesi possono decidere di costruire una gigantesca centrale orbitante a energia solare. Farebbero anche bene. Spenderebbero quanto per la Diga delle Tre Gole, e l’iniziativa rispetterebbe tutte le leggi della fisica.
Mentre la Cina è da tempo preda di un boom dell’industria, l’India ha invece costruito una forte economia dell’informazione che dipende dai satelliti. La necessità di metterli in orbita in maniera efficiente e la posizione del paese che si trova vicino all’equatore, dove la gravità terrestre è più uniformemente distribuita, garantiscono alla regione un incentivo particolare alla realizzazione di un ascensore spaziale geosincrono. Una struttura di nanotubi al carbonio di quasi 50 mila chilometri d’altezza potrebbe trasportare avanti e indietro le economiche componenti hardware di produzione indiana, trasformando la patria di Ghandi in un ufficio informazioni mondiale. Volete sapere dove avete parcheggiato una macchina? Basta che chiediate a un indiano. E gli americani? Che ruolo avranno in tutto questo? Potrebbero alzare la posta ora e contare su quello. D’altra parte l’esperienza americana è sempre stata che nessun altra potenza poteva competere con gli Stati Uniti. Il potere è ancora in mano loro. Ma non per molto.

[fonte: WIRED]

http://www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002118.html


LA CORTA VITA DEI RUSSI

Quando un paio di settimane fa il fondatore di Yukos Yuri Golubev é stato trovato morto nel suo appartamento, i piú gonzi hanno pensato al polonio, sparando la notizia in prima pagina e pensando di bruciare la concorrenza. Golubev aveva 65 anni: e superato di ben sei anni la vita media del russo medio. Insomma, morto di cause naturali e tutto sommato fortunato, visto che i suoi connazionali abbandonano questa terra senza aver raggiunto la pensione. Ironizziamo, ma la questione é tragica.

Durante l'ultimo soggiorno moscovita una signora di mia conoscenza ha pensato bene di star male il pomeriggio del 31 dicembre e chiamare il 118: le sono arrivati in casa due studentelli semiubriachi che le hanno ordinato di bersi un té. Per fortuna la situazione non era grave e tutto si é risolto, anche se il cenone é andato a puttane.

Leonardo Maisano su Il Sole di ieri racconta come si accorcia la vita media dei russi:

"Ricchi da morire. L'apatico Oblomov, prototipo letterario del russo indolente, si fa edonista con il rublo pesante dell'era Putin. Festeggia o si consola fino al trapasso. Ognuno come può. Il ricco da ricco, il povero da povero tutti insieme appassionatamente lanciati in una precipitosa marcia verso il cimitero. In Russia l'aspettativa di vita di un uomo è di 58 anni, vent'anni meno che in Italia. Per le donne il gap si riduce (72 anni una moscovita contro gli 80 di una romana), ma il risultato non cambia. La Russia del neo-capitalismo di Stato scambia petrolio e gas, diamanti e oro con vodka, sigarette e prelibatezze letali. La Russia che scala le classifiche dell'opulenza planetaria, nei patrimoni del singolo oligarca e in quelle dell'economia nazionale, non si libera dall'abbraccio con la morte. Accadeva nell'era zarista, s'è ripetuto in epoca staliniana grazie anche alla buona volontà del dittatore georgiano, è una costante dell'ultimo trentennio. Nonostante gli sconvolgimenti storici - la fine del comunismo, la transizione al mercato, l'esplosione del benessere relativo di oggi - i russi continuano a morire giovani. Le Nazioni Unite in un rapporto del 1980 prevedevano che i Paesi del mondo con aspettative di vita inferiori ai 62 anni avrebbero scalato la media di due anni e mezzo in appena un lustro, per poi continuare la crescita del tasso di vita con un ritmo più moderato. Previsione errata in almeno due aree: il continente africano flagellato dall'Aids e l'ex Urss che invece di avanzare scivola indietro. Un recente studio della Banca Mondiale indica che la popolazione russa nel suo complesso s'è ristretta di sei milioni di persone dal 1992 ad oggi e, se il trend proseguirà, fra vent'anni ci saranno 18 milioni di russi in meno. Saranno in tutto 120 milioni, ovvero il doppio degli abitanti dell'Italia disseminati su un ottavo del pianeta, distesa sterminata di terre e ghiacci. Non solo: se non saranno introdotte misure adeguate la vita media di un maschio russo nel prossimo futuro arriverà a 53 anni. «Èpossibile, dipende dalla misure che saranno adottate», commenta Vladimir Shkolnikov, direttore del laboratorio di Studi demografici all'Istituto Max Planck di Monaco. Vladimir Putin nella scorsa primavera aveva messo l'accento sul disastro demografico che si spiana davanti alla Russia, ma fino a ora non sono state prese decisioni in grado di mutare un trend che si perpetua da decenni. A metà degli anni Sessanta la Russia sembrava essere riuscita a colmare il gap con il mondo sviluppato. «Fra il 1965 e il 1984 - continua Shkolnikov - la situazione è cambiata e il Paese s'è avvitato in una spirale che fu interrotta brevemente dalla campagna anti-alcol promossa da Gorbaciov». Poi, in coincidenza con le fasi più tumultuose della transizione, il tasso di mortalità riprese a peggiorare, per conoscere una fase di assestamento fra il 1995 e il 1998. Con la crisi economica russa le statistiche tornarono ad aggravarsi arrivando ai valori di oggi, ovvero a un caso unico al mondo per una realtà industrializzata. «In questi ultimi anni - nota Shkolnikov - la situazione si è stabilizzata. L'alta mortalità in Russia è il prodotto di due fattori: lo stile di vita e l'assistenza sanitaria. Fumo, ma soprattutto alcol sono gli elementi-chiave. Uno studio effettuato a Udmurt, negli Urali occidentali, ha rivelato che gli uomini fra i 25 e i 55 anni hanno venti volte più chance di morire del resto della popolazione per il cosiddetto zapoi, ovvero una condizione di ubriacatura che si protrae per molti giorni, oppure per l'assunzione di sostanze alcoliche velenose, come il somogon, la vodka distillata in casa. Perché tutto ciò? Per antica tradizione - dei danni provocati dal bere in Russia si trova traccia in resoconti del XII secolo - che associa l'alcol alla socializzazione e per ragioni più congiunturali connesse alla democratizzazione. La vodka affievolisce la condizione di stress provocato da una transizione dolorosa, senza contrappesi sociali». È su questa realtà che si inserisce la seconda causa della fragile esistenza russa: la struttura sanitaria in progressivo decadimento. A Mosca il tasso di malattie cardiovascolari è elevatissimo e l'assistenza non è più garantita come in epoca sovietica. «Ai tempi del comunismo la qualità del sistema sanitario - riprende Shkolnikov - era scarsa, ma l'accesso era buono. Oggi ci sono solo dieci prodotti gratuiti per curare la pressione alta. Spesso mancano e per averli si deve pagare. A Mosca almeno, fuori dalla capitale invece non si trovano mai. Oggi come ieri l'assistenza sanitaria non è considerata una priorità nazionale, il bene dello Stato continua a essere percepito come esigenza prevalente sui bisogni dell'individuo. Un esempio? Il prelievo fiscale per la sanità in Russia è il 3 per cento del salario, nell'Unione europea fra il 13 e il 15». Nessuno stupore quindi se le probabilità di sopravvivenza di un uomo di vent'anni russo sono la metà di quelle che ha un coetaneo dell'Europa occidentale. Un fenomeno unico oggi, ma non nella storia della società umana. «Èaccaduto in Svezia - ricorda Shkonikov - nel 1835, quando si consumò il passaggio da società agricola a mondo industrializzato. L'etilismo creò un enorme allarme sociale e da quel fenomeno ha origine l'alta tassazione sugli alcolici che sopravvive ancora oggi nel mondo scandinavo». Per invertire la lunga marcia funebre che avvolge la Russia, Putin dovrà andare oltre le denunce sull'allarme demografico, dovrà fare suo il pensiero dell'economista Amartya Sen secondo il quale il tasso di mortalità indica la misura del successo o del fallimento dello sviluppo di una Nazione. «Misura l'abilità di uno Stato - ha detto il premio Nobel - di trasformare le risorse economiche nel più importante bene pubblico, la salute dei suoi cittadini». Una scommessa su cui puntare gas e petrolio, oro e diamanti, per continuare a vivere da ricchi. Soprattutto per continuare a vivere".http://poganka.splinder.com/

Russian Vodka Museum, St. Petersburg

Prima vennero per gli avvocati
Un altro colpo da parte di Bush al sistema delle libertà civili in Usa.

Marjorie Cohn


 

 


L'attacco di Bush agli avvocati è l'ultimo di una serie di assalti alle nostre libertà civili, i quali includono adesso il controllo senza garanzie delle nostre telefonate e delle nostre email, e più recentemente della posta. Nonostante Bush affermi di spiare i terroristi, coloro che criticano la sua politica, inclusa la sua guerra immorale e illegale in Iraq, possono finire inevitabilmente in questa rete.



In una delle più gravi accuse rivolte dall'amministrazione Bush alla nostra costituzione democratica, il pentagono ha attaccato gli avvocati che hanno volontariamente rappresentato i detenuti di Guantanamo. L'assistente del segretario della difesa Charles Stimson ha minacciato gli avvocati degli studi che acconsentono a difendere gli uomini e i ragazzi imprigionati. Elencando una lista di aziende che si servono di studi di avvocati che esercitano questo lavoro "pro bono" Stimson ha dichiarato "gli amministratori delegati devono imporre a questi studi una scelta:o i lucrosi onorari o la difesa dei terroristi".

Nel 1770, John Adams difese nove soldati inglesi, incluso un capitano che era stato accusato di aver ucciso 5 americani. Nessun altro avvocato li avrebbe difesi. Adams pensava che a nessuno, in un paese libero, dovrebbe essere negato il diritto ad un equo processo e ad una giusta difesa. Venne preso in giro ed offeso e predissero che avrebbe perso metà dei suoi clienti per colpa della sua scelta. Adams in seguito affermò che la rappresentanza legale di quei soldati inglesi fu "uno dei più generosi, splendidi, risoluti e disinteressati gesti nella mia intera vita, e uno dei migliori servigi resi al mio paese".

Il giudice federale Green, il quale ha avuto a che fare con molte petizioni legate all' habeas corpus inoltrate dai detenuti di Guantanamo, ha espresso apprezzamento per gli avvocati: "Voglio dire che sono estremamente grato a quegli avvocati che hanno accettato incontri pro bono. E' un servizio che viene reso al paese, ai partiti. Non importa che opinione abbiate a riguardo, è un grande gesto".

A Guantanamo nel corso degli ultimi 5 anni più di 750 esseri umani, tra uomini e ragazzi, sono state tenuti come animali in gabbia. Molti sono stati rapiti dai signori della guerra e venduti all'esercito americano in cambio di una qualche taglia. Nessuno è stato processato per alcun crimine. Solo per pochi sono state formulate accuse ufficiali.

Ironicamente, non erano presenti presunti terroristi connessi all'11 settembre fino a quando Bush recentemente non ha trasferito dalle prigioni segrete della CIA presso Guantanamo 14 uomini. Contemporaneamente centinaia di prigionieri languono in custodia, aiutati da 500 coraggiosi avvocati di 120 studi legali i quali hanno volontariamente utilizzato molto del loro tempo per rappresentarli.

Secondo il Military Commissions Act i prigionieri di Guantanamo potrebbero passare il resto della loro vita senza avere mai l'occasione di vedere un giudice. Coloro che hanno deciso che la morte non può essere peggiore della vita a Gitmo hanno iniziato uno sciopero della fame. Piuttosto che mettere in imbarazzo l'amministrazione Bush con dei prigionieri morti mentre erano sotto custodia americana, le guardie militari hanno deciso di nutrirli a forza. Grossi tubi di plastica sono infilati forzatamente lungo la gola senza alcuna anestesia. La commissione dei diritti umani statunitense ha definito questo tipo di alimentazione forzata una "tortura". Molti prigionieri raccontano di essere stati torturati durante gli interrogatori.

Guantanamo è divenuto il simbolo dell'ipocrisia americana. Mentre si combatte la "guerra al terrore" e si attaccano altri paesi colpevoli di abusi dei diritti umani, gli ufficiali dell'amministrazione americana sono diventati criminali di guerra. Tortura e crudeltà o trattamenti disumani sono punibili come crimini di guerra secondo l'US War Crimes Act.

Nel caso "Rasul contro Bush" la corte suprema ha ritenuto che la prigione di Guantanamo si trovi sotto la giurisdizione statunitense e di conseguenza i prigionieri possono godere dei diritti legati alla costituzione. Il sesto emendamento afferma che ogni persona accusata di un crimine ha diritto di essere difesa da un avvocato. Il governo non può, secondo il quinto emendamento, negare a nessuno, sia esso cittadino americano o meno, un giusto processo. La presunzione di innocenza è ben radicata nel nostro sistema legale.

L'attacco di Bush agli avvocati è l'ultimo di una serie di assalti alle nostre libertà civili, i quali includono adesso il controllo senza garanzie delle nostre telefonate e delle nostre email, e più recentemente della posta. Nonostante Bush affermi di spiare i terroristi, coloro che criticano la sua politica, inclusa la sua guerra immorale e illegale in Iraq, possono finire inevitabilmente in questa rete.

Tutti gli americani dovrebbero prestare attenzione alle parole di Martin Niemoller:

"Prima vennero per i comunisti
e io non parlai perché non ero un comunista.
Quindi vennero per i socialdemocratici,
e io non parlai perché non ero un socialdemocratico.
Quindi vennero per i sindacalisti
e io non parlai perché non ero un sindacalista.
Quindi vennero per gli ebrei,
ed io non parlai perché ero un protestante.
Quindi vennero per me
e a quel punto non rimaneva nessuno che potesse alzare la voce."

George W. Bush deve immediatamente sconfessare le minacce di Stimson e sollevarlo dai suoi incarichi. Un paese che sia disposto a sacrificare i propri valori con la scusa di proteggerli non detiene alcuna autorità in questo mondo.


 Z-Net.it


Bosnia Erzegovina: sbloccare il futuro

In giugno è prevista la sostituzione dell'OHR con una presenza UE. Ora l'Alto Rappresentante Schwarz Schilling sostiene che dato l'evolvere degli eventi questa chiusura rischia d'essere prematura. La posizione del Centro per le Strategie di Integrazione Europea (CEIS)
A cura del CEIS, Ginevra-Sarajevo-Vienna, (titolo originale: “OHR: Results First, Exit Later”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta


Christian Schwarz Schilling
La sicurezza regionale e l’implementazione degli accordi di pace di Dayton (GFAP)

Per molti anni la presenza in Bosnia dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (OHR) è stato un peso sulla coscienza degli occidentali, non più abituati al concetto di democrazia controllata. Fin dal principio fu chiaro che l’OHR e l’organo preposto alla sua supervisione, il Consiglio per l’implementazione della pace (PIC), erano istituzioni transizionali, da abolire nel momento in cui avessero compiuto la loro missione. All’inizio del 2006 all’attuale Alto rappresentante, il tedesco Christian Schwarz-Schilling, è stato conferito dal PIC l’incarico di predisporre per la smobilitazione dell’OHR, e nel giugno dello stesso anno il PIC ha dichiarato ufficialmente la sua intenzione di chiudere l’OHR nel giugno 2007, in attesa di una valutazione dei progressi che dovrà tenersi nel febbraio 2007. Da allora, l’evolversi degli eventi suggerisce che chiudere l’OHR sarebbe prematuro; diversi governi rappresentati nel PIC, come anche lo stesso Alto Rappresentante, sembrano aver accettato questa posizione già prima del prossimo incontro del PIC.

Naturalmente la principale sfida del 2007 per i Balcani – l’indipendenza finalmente, per quanto condizionata, del Kosovo – solleva la questione se la Bosnia sia sufficientemente stabile da sopportarne i possibili effetti derivanti, e i politici e gli osservatori tendono a dare una risposta negativa a tale quesito. La comunità internazionale nei Balcani è chiaramente ancora responsabile della sicurezza della regione, in un momento di grande potenziale pericolo. In Bosnia, prima che siano state implementate le indicazioni chiave dell’Accordo quadro per la pace del 1995 (GFAP), il PIC non può semplicemente limitarsi a trasferire le responsabilità dell’OHR ad una nuova istituzione come il Rappresentante speciale dell’Unione Europea (EUSR). (Ormai da qualche tempo, l’Alto rappresentante sta contemporaneamente ricoprendo anche la carica di EUSR). Ciò significa che ogni decisione sul fatto se l’OHR debba essere chiuso o meno dipende dalla valutazione se e fino a che punto le indicazioni chiave del GFAP sono state implementate.

Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni osservatori occidentali, la presenza dell’OHR non ha ostacolato lo sviluppo di un vero e proprio Stato bosniaco. È successo esattamente l’opposto. Invece di essere un quasi-protettorato, la presenza internazionale in Bosnia costituisce un nuovo esperimento di “democrazia controllata”, un regime ibrido che combina strutture democratiche e non democratiche, in cui attori esterni giocano un ruolo chiave. La sfida della democrazia controllata è quella di rafforzare la democrazia interna, il che rende indispensabili delle strategie di gestione, allo scopo di garantire la piena implementazione di riforme imposte e/o su cui ci sia stato consenso. Esperienze di successo in Bosnia sono state la creazione del Servizio statale di frontiera e del SIPA, l’introduzione della partita singola, dell’ITA [Amministrazione delle imposte indirette, NdT], e dell’IVA.

Dopo progressi significativi nell’affrontare le 16 priorità chiave identificate dallo Studio di fattibilità del 2003, verso la fine del 2005 sono incominciati i negoziati con l’UE per un Accordo di stabilizzazione e associazione (SAA), che sono proseguiti positivamente nel corso del 2006, almeno a livello tecnico. Gli esperti dell’UE hanno riconosciuto la professionalità del team negoziale bosniaco. Il fatto che il SAA non sia stato ancora firmato è dovuto interamente alla situazione politica di stallo. Nonostante questa mancanza di progressi politici, la Bosnia è stata invitata ad unirsi al Partenariato per la pace della NATO (PfP) il 14 dicembre 2006, esattamente undici anni dopo gli Accordi di pace di Dayton e Parigi.

La chiusura tecnica dei colloqui per il SAA e la membership nel PfP sono risultati che suggeriscono che la decisione del PIC del giugno 2006, quella di iniziare i preparativi per una graduale smobilitazione dell’OHR entro il 30 giugno 2007, avrebbe potuto essere corretta. Comunque la decisione prevedeva anche che il Comitato direttivo del PIC avrebbe, il 26 e 27 febbraio 2007, valutato nuovamente la situazione e determinato se il livello raggiunto di implementazione degli aspetti civili del GFAP avrebbero permesso la chiusura dell’OHR. Il CEIS ritiene che non sia così.

Carenze chiave

Il Comitato direttivo del PIC deve affrontare il fatto che i risultati positivi sopra menzionati sono minacciati da tre fattori. Primo, in Bosnia non c’è un consenso sul futuro del Paese come comunità politica. Secondo, molte riforme chiave sono state approvate ma non completamente implementate. Terzo, il Paese non è ancora saldamente ancorato in Europa: il SAA non è stato firmato e non verrà firmato se i politici bosniaci non troveranno un accordo sulla riforma della polizia e del sistema pubblico radiotelevisivo. Un pacchetto di riforme costituzionali è stato respinto dal parlamento nell’aprile 2006; intanto, i partiti con le visioni meno reciprocamente compatibili sul futuro della Bosnia hanno avuto buoni risultati alle elezioni generali di ottobre. Sarebbe irresponsabile da parte del PIC, in una congiuntura così critica, farsi da parte chiudendo l’OHR.

Certo, l’OHR non può essere soddisfatto di riforme che sono in parte genuine, ma in parte di pura facciata. L’OHR deve concentrare tutta la sua attenzione nell’assicurare che la Bosnia sia uno Stato funzionante, attraverso accordi su – ed una piena implementazione di - riforme significative. Ogni altro compito dovrebbe essere immediatamente passato all’EUSR e alle varie agenzie internazionali che continuano ad operare nel Paese. Anche se gli aspetti politici non possono essere interamente separati da quelli tecnici, questi ultimi dovrebbero essere il più possibile gestiti dall’EUSR e da altre strutture, mentre i primi dovrebbero catalizzare l’esclusiva attenzione dell’OHR.

Questa raccomandazione non è nuova. Nel suo sesto documento sulle linee politiche, il CEIS ha chiesto all’OHR di concentrarsi sul proprio mandato anziché sulla propria chiusura ( CEIS, “How (Not) to End: The OHR's Last Days in Bosnia,” CEIS, Sarajevo 12 luglio 2006). Come sottolineato in quel documento, questo comprende tre aree critiche: supportare le necessarie modifiche costituzionali, lavorare per confini più sicuri, e preparare il trasferimento dall’OHR all’EUSR. Nel frattempo tali questioni si sono, se mai, acutizzate, anche se ora le vorremmo riproporre con un’enfasi leggermente diversa: mentre il terzo punto – il passaggio all’EUSR – dev’essere gestito dall’UE e dal PIC, il secondo dipende essenzialmente dalle prossime decisioni sullo status del Kosovo; entrambe sono al di fuori del controllo dell’OHR. L’OHR dovrebbe perciò concentrare tutta la sua attenzione sulla riforma costituzionale e sul far progredire l’integrazione della Bosnia nelle strutture europee. Molto tempo è già stato perso mentre i politici hanno ignorato la gravità della situazione.

Tre compiti critici

Le modifiche costituzionali – sia che avvengano mediante emendamenti sostanziali, oppure attraverso una bozza completamente nuova – richiedono tempo, e sarebbe perciò ingenuo aspettarsi che l’OHR arrivi a vedere la fine di questo processo. Invece l’OHR dovrebbe sviluppare dei principi costituzionali chiave, che tutte le principali forze della società bosniaca possano sottoscrivere. In termini operativi l’OHR dovrebbe aiutare a stabilire o a migliorare un ufficio esistente, interno al governo, e l’Alto rappresentante dovrebbe essere un invitato fisso alle riunioni della Presidenza bosniaca e del Consiglio dei ministri, per assicurare un partenariato effettivo con le autorità legittime. Il governo dovrebbe anche condurre un ampio processo di consultazione al fine di coinvolgere tutte le realtà interessate. Ciò dovrebbe essere la principale priorità dell’OHR prima della sua uscita di scena.

La seconda priorità è quella di assicurare l’implementazione delle riforme che sono già state approvate. Mentre gli aspetti tecnici possono essere immediatamente delegati all’EUSR e ad altri organismi, l’OHR deve assicurare il consenso, tra le élite politiche a tutti i livelli, sul fatto che il processo di riforma è di vitale importanza per il futuro del Paese. Ciò implica soprattutto decidere di passare allo Stato le responsabilità dei cantoni e delle entità. Nel passato è spesso successo che un tale trasferimento sia avvenuto solo sulla carta, mentre i livelli inferiori mantenevano le loro prerogative. Affrontare questo tema genererebbe benefici immediati, aiutando a ridimensionare strutture amministrative inefficienti. Ciò manderebbe un chiaro segnale ai contribuenti – in Bosnia e all’estero – che le considerevoli quantità di denaro pubblico spese in Bosnia negli ultimi undici anni non sono andate perdute.

La terza priorità consiste nelle sei riforme chiave che stanno bloccando la conclusione del SAA, e di conseguenza il consolidamento delle relazioni della Bosnia con l’UE: la piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), la piena implementazione degli Accordi per la riforma della polizia di ottobre 2005, l’adozione e l’implementazione di tutte le necessarie norme legislative sull’emittenza pubblica radiotelevisiva a livello di Stato e di entità, assicurare che tutti i ministeri e le istituzioni statali siano adeguatamente finanziati e propriamente dotati di strumenti, l’adozione e l’implementazione di un piano d’azione esauriente per la riforma della pubblica amministrazione; e infine assicurare l’esistenza di un vero mercato interno, che comprenda l’intero Paese. In stretta cooperazione con il Consiglio per l’integrazione europea, si dovrebbero esercitare pressioni al fine di ottenere un accordo su queste riforme, come pure sulla loro piena implementazione. La definizione e la firma del SAA nel 2007 è un secondo caposaldo che dovrebbe essere raggiunto prima della scomparsa dell’OHR.

La transizione OHR-EUSR

Finora l’EUSR è stato un organismo in larga misura virtuale, con poca realtà operativa. Il CEIS sta ora chiedendo al PIC ed all’UE di operare una chiara divisione dei compiti tra le due istituzioni, dal momento che entrambe sono per il momento necessarie. In termini operativi, comunque, l’OHR può ugualmente essere ridimensionato, affinché si concentri solo sulle questioni politiche chiave, con tutto il pieno supporto dei poteri di Bonn e del PIC.

Al fine di sottolineare il costante, forte interesse dell’UE per gli affari bosniaci, un EUSR con un mandato forte – che includa la guida della delegazione in Bosnia della Commissione europea, sulla falsariga del modello utilizzato con qualche successo in Macedonia – dovrebbe essere nominato o nominata perché assuma il suo ruolo il primo luglio 2007. Mentre alcune prerogative dell’Alto rappresentante – consigliare e monitorare l’implementazione delle riforme, coordinare le attività della comunità internazionale – possono essere subito trasferite all’EUSR, altre dovranno essere completate dall’OHR o trasferite solo più tardi. Questa divisione dei compiti aiuterà l’OHR a concentrarsi esclusivamente sui suoi obbiettivi, mentre darà all’EUSR il tempo di costruire la propria capacità di giocare un ruolo guida nel facilitare gli accordi politici, nel garantire una stabilità duratura, e nel promuovere le riforme necessarie.

Perciò, posporre la chiusura dell’OHR non dovrebbe creare all’istituzione dell’ufficio dell’EUSR quella sorta di problemi che alcuni esperti temono. Al contrario, il valore aggiunto di questo approccio contribuirebbe alla coerenza del mandato e delle operazioni dell’EUSR. I compiti specifici dell’OHR verrebbero completati dall’OHR nell’ambito del mandato che gli era stato affidato a Dayton, al posto di dover essere aggiunti al faldone degli incarichi dell’EUSR. L’altra opzione, mantenere il ruolo di Alto rappresentante, inclusi i poteri di Bonn, sotto le vesti di EUSR, confonderebbe solamente: l’EUSR deve trovare e affermare il suo ruolo specifico, distinto da quello dell’OHR.

Un aspetto importante per il nuovo EUSR sarà coinvolgere nel processo di rafforzamento i partner non-UE, specialmente gli Stati Uniti. Nel sistema attuale, questo è realizzato attraverso il PIC; un tale coinvolgimento formale non esisterà più nel caso dell’EUSR; di qui il bisogno di qualche altro mezzo istituzionale per mantenere stretto il coinvolgimento dei Paesi non-UE. Ciò è importante soprattutto alla luce del fatto che l’EUSR alla fine dovrà anche assumere, dopo che l’OHR avrà chiuso i battenti, una qualche forma di leadership politica all’interno della comunità internazionale in Bosnia.

Conclusioni

I tre importanti aspetti sopra evidenziati indicano che l’OHR deve agire rapidamente e con efficacia, al fine di assicurare il futuro europeo della Bosnia. Un piccolo ufficio, flessibile e dinamico, dovrebbe servire allo scopo, usando i poteri di Bonn ogniqualvolta si rendessero necessari. Questo è l’unico modo per la comunità internazionale di proteggere i suoi considerevoli investimenti sul futuro della Bosnia.

Un fallimento in Bosnia sarebbe un duro colpo per le azioni multilaterali volte a metter fine alle guerre; per la visione dell’UE, di portare la pace attraverso l’allargamento e l’associazione; e per tutti i cittadini dell’ex Jugoslavia. Ecco perché la Bosnia deve essere centrale in un approccio autenticamente regionale. Ciò è tanto più importante in un momento in cui la strategia di allargamento dell’UE si è incagliata; consolidare la democrazia e i fragili Stati della regione dovrebbe essere una priorità assoluta per la comunità internazionale, e specialmente per i politici europei. La presidenza slovena dell’UE nella prima metà del 2008 dovrebbe essere vista come un’opportunità di rinvigorire le prospettive di membership dei Paesi dei Balcani occidentali; nel frattempo, l’OHR deve assicurare che il lavoro in Bosnia venga portato a termine.


FORUM SOCIALE MONDIALE:
Appuntamento al 2009. Ma dove?
Gavin Yates

NAIROBI, (IPS) - Al comitato organizzatore del Forum sociale spetta ora il difficile compito di decidere in che direzione andrà il FSM, nel senso del suo futuro e della sua prossima sede.

Il comitato organizzatore internazionale del Forum si incontrerà a Nairobi questo week-end per risolvere una serie di questioni incombenti, come la sede del prossimo appuntamento.

Finora, le mete esaminate ufficiosamente sono Barcellona in Spagna, Bahia in Brasile, una località italiana ancora da stabilire, e una città dell’Africa francofona.

Secondo Edward Oyugi, presidente del comitato organizzatore keniota, il FSM 2009 dovrebbe tenersi in Sud America: “Ritengo molto probabile che possa tornare al suo luogo d’origine in Brasile, per poi uscire dall’America Latina l’anno successivo”.

A suo parere, l’evento di quest’anno ha avuto successo, e sono state tratte importanti lezioni, ma bisogna essere molto cauti su un suo ritorno in Africa in tempi brevi.

”L’Africa - ha sostenuto - ha bisogno di uno o due anni per riflettere e fare valutazioni (sul FSM), prima di poter ospitare un altro Forum. Questo sarebbe onesto, e non dico che non vogliamo che si svolga in qualche altro paese africano. Quando un'altra nazione africana vorrà proporsi come sede, potremo beneficiare dalle esperienze avute a Nairobi”.

Il tunisino Taouik Ben Abdallah ha commentato che non sarà tanto importante il prossimo evento del 2009 in sé, quanto piuttosto ciò che dovrà accadere nel frattempo.

”La cosa importante non è il 2009 ma che, tra i due forum, si inneschi un nuovo processo. Dobbiamo costruire a partire dallo spirito delle innovazioni di questo forum. Quest’anno abbiamo avuto quattro giorni, e abbiamo riunito diverse coalizioni e nuove azioni collettive. Spero che nei prossimi anni ci saranno ancora altri miglioramenti”.

Ha poi chiesto più azione nei prossimi due anni, per rispondere rapidamente agli appuntamenti mondiali.

”L’idea di fondo - ha spiegato - è trasformare il forum da un evento a un processo permanente, rendendo più attiva la gente. Ogni giorno ci sono iniziative in tutto il pianeta, e se non siamo proattivi rispetto alla realtà del mondo, ci stiamo perdendo qualcosa. È un’evoluzione. In passato abbiamo esteso il movimento attraverso i diversi forum sociali mondiali. Ora è il momento di avvicinarsi alla realtà”.

Flavio Lotti, della delegazione italiana, non condivide l’opinione dei due colleghi: piuttosto, dice, è importante che il prossimo forum si tenga in Africa.

”Credo che dovremmo tornare in Africa - dovremmo rimanere in Africa. Concordo che il processo è importante, ma ha bisogno di una direzione. L’incontro deve essere parte del processo”.

“L’Africa è il continente più trascurato - ha proseguito Lotti. Qui, il FSM ci ha portato non solo vicino alle popolazioni povere, ma ci ha anche permesso di lavorare insieme a loro. Lo spirito iniziale del forum è nato da una marcia della pace in uno slum, e finirà con una maratona in un altro slum. E l’iniziativa è stata organizzata dagli abitanti degli slum, non dal comitato organizzatore”.

“Sta all’Africa stabilire in quale paese africano dovrà tenersi il prossimo forum. Andrebbe bene una zona francofona, ma anche portoghese. Sarà l’Africa a decidere”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=840

George Bush come Sean Connery: Licenza d'uccidere
  
George N(erone) Bush ha dato licenza di uccidere gli agenti iraniani in territorio iracheno. Appena due settimane fa aveva fatto assaltare il consolato iraniano ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, e sequestrare cinque diplomatici.

Non fosse stato per l'asimmetria mediatica, che giustifica sempre smaccatamente le azioni criminali a patto che siano perpetrate dai "buoni" (Machiavelli?) l'incidente di Erbil doveva essere comparato al sequestro di diplomatici statunitensi a Teheran del 7 aprile 1980, del quale si dice fu protagonista il giovane Ahmedinejad, e che fu utilizzato per debilitare Jimmy Carter e favorire l'elezione di Ronald Reagan ritardando la liberazione in un contesto particolarmente oscuro.

Licenza d'uccidere... vale l'effetto annuncio, più che la prassi. Per un paio d'anni Iran e Stati Uniti avevano vissuto in territorio iracheno una sorta di drôle de guerre, se non proprio un'alleanza, per permettere agli alleati sciti di entrambi di fare lo scalpo ai sunniti. Adesso però, con un vero estremista come Moqtada al Sadr domino della situazione, il patto col diavolo, il Molotov-Ribbentrop mai firmato ma attuato tra Iran e Stati Uniti per spartirsi l'Iraq come la Polonia, appare rompersi. Per il momento si combattono in territorio iracheno, ma domani chissà.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=891

Il giorno più triste di Abu Youssef

 

 



Per la tradizione araba, noi siamo in quanto genitori. Io sono Umm Francesco, la madre di Francesco. Azouz Marzouk era Abu Youssef, il papà di Youssef morto a un anno, sgozzato da una vicina di casa. Per un arabo, un figlio, per giunta primogenito e maschio, è più di noi stessi. Perché noi – a sud e a est del Mediterraneo – siamo in quanto diamo la vita e la perpetuiamo. Per lo stereotipo no. Un padre arabo può essere subito indicato come lo spietato assassino di suo figlio. Forse perché di delitti d’onore nel mondo arabo ce ne sono ancora troppi. Anche da noi, a dire il vero, ma ormai li chiamiamo in altro modo: delitti passionali, omicidi tra le mura domestiche, assassini in famiglia.

“Stereotipo: percezione o concetto relativamente rigido ed eccessivamente semplificato o distorto di un aspetto della realtà, in particolare di persone o gruppi sociali”. La definizione del vocabolario di Nicola Zingarelli è per forza di cose asettica. Il suo risultato, invece, può incidere profondamente nella carne. Come dimostra il caso di Erba e il capro espiatorio iniziale rappresentato da Azouz Marzouk, trasformatosi nelle prime ore dopo la strage da vedovo e padre senza più un figlio, ad assassino spietato. Il tunisino, il nordafricano, l’immigrato, l’arabo, il musulmano.

Erba è ormai un ricordo lontano per la nostra bulimia informativa. Ma oggi si sono svolti i funerali di Raffaella e del piccolo Youssef in Tunisia. E mi viene da pensare che noi italiani ce la saremmo presa molto, se un giornale tunisino avesse titolato a tutta pagina “Civiltà cristiana”, in prima pagina sopra la foto della coppia luciferina dei vicini di Erba. Un giornale italiano, pochi anni fa, titolò “Civiltà islamica” sopra l’immagine di uno degli ostaggi rapiti e sgozzati in Iraq dal terrorismo legato ad Al Qaeda.

Ognuno, insomma, dovrebbe fare un passo indietro prima che il vaso di Pandora esploda e sparga i frutti del razzismo dentro i pilastri della nostra cultura individuale. Laura Boldrini, la portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, ha mandato una lettera ai direttori dei giornali. Laura Boldrini è un volto ormai noto ai telespettatori italiani: la si vede spesso a Lampedusa, accanto ai barconi che pochi minuti prima erano pieni di quelli che Ivano Fossati non definisce “clandestini”, bensì “arcangeli”. Laura Boldrini ha chiesto ai giornalisti (come me) un codice deontologico sugli immigrati e sui rifugiati. Sugli stranieri che arrivano da noi, direi io. Un codice perché non ci siano più capri espiatori e perché si ridia viso, anima, corpo, dignità a persone che lasciano una vita, una storia e una famiglia per venire da noi.

La lettera di Laura Boldrini, con poche eccezioni completamente ignorata dai giornali, stigmatizza il linguaggio usato dalla stampa e dalla tv. “Allarmistico e bellico, simile a quello usato nei conflitti, nelle contrapposizioni tra entità ostili. Le coste siciliane sono “prese d’assalto”, Lampedusa è “assediata”, l’Italia “invasa” dagli extracomunitari, i centri d’accoglienza sono “al collasso”, la gestione dell’immigrazione è “lotta ai clandestini” e il controllo delle frontiere diventa “difesa dei confini”.” Situazione amplificata “quando si parla di immigrati arabi i quali vengono troppo spesso ritratti dai media italiani in collegamento con attività giudiziarie o nel contesto del terrorismo internazionale, come se, mutatis mutandis, gli italiani venissero prevalentemente rappresentati all’estero in processi di mafia”.

Per lavoro, per residenza e ormai per passione, mi occupo di quelli che arrivano da noi, quando stanno ancora dall’altra parte del Mediterraneo. Li vedo vivere, amare, soffrire, incazzarsi in un bel pezzo di mondo che va da Casablanca ai deserti della penisola arabica. E li vedo ormai sempre più schiacciati da un enorme stereotipo che li sta spersonalizzando agli occhi degli occidentali. Non solo americani, non solo europei, ma anche mediterranei. Chi vorrà seguire questo blog, scoprirà – invece – che oltre ad avere occhi, naso, stomaco e cuore come noi, sono molto diversi da come ce li immaginiamo. Tenterò di renderli meno trasparenti. Visibili.http://www.feltrinelli.it/BlogAutore?id_autore=1000621&blog_id=36

LO SPIRITO DI UN SORRISO

Nel Paese del Sol Levante sarebbero 208 milioni i cittadini membri di varie confessioni, ma gli abitanti sono in tutto 127 milioni. Che cosa si nasconde al di là dell’apparenza?

Tokyo (foto Zichittella).

Anni fa, un prete italiano, missionario in Giappone, fu presentato a un anziano, che gli chiese: «Lei che cosa è venuto a fare in Giappone?». Il missionario rispose: «Sono venuto a insegnare la mia religione». L’uomo si stupì e sorrise: «Ma perché non ci insegna la sua lingua, invece della religione? Qui di religioni ne abbiamo già tante!».

La battuta, che ci riferisce il Nunzio, è divertente, ma l’uomo scherzava fino a un certo punto. Secondo l’Annuario delle religioni, i giapponesi membri di organizzazioni religiose sarebbero 208 milioni. Cifra a dir poco esagerata, dal momento che gli abitanti dell’arcipelago sono poco più di 127 milioni. Ma non si tratta di un errore. In Giappone le famiglie possono essere registrate, nello stesso tempo, al tempio shintoista e a quello buddhista; poi magari frequentano anche una chiesa cristiana.

Ma a questi dati non sembra corrispondere una pratica religiosa diffusa. Almeno in grandi città come Tokyo. Qui l’unica religione sembra quella del fare soldi, lavorare fino a tardi, divertirsi e spendere tanto, soprattutto in beni di lusso. I templi e le chiese stanno nascosti tra i grattacieli, le strade sopraelevate e le innumerevoli insegne luminose.

In questo contesto quale spazio e visibilità ha il milione di cattolici che vivono in Giappone? La situazione non è rosea. «Diminuiscono le vocazioni e le conversioni. Ci sono solamente conversioni adulte e ciascuna è prodotta dalla grazia di Dio, qui la fede te la devi cercare», sostiene il Nunzio vaticano monsignor Alberto Bottari de Castello, arrivato a Tokyo alla fine del 2005 dopo un trentennio di esperienze in Africa. Il cardinale Peter Seiichi Shirayanagi, 78 anni, arcivescovo emerito di Tokyo, concorda: «La Chiesa giapponese soffre per mancanza di preti e di vocazioni, i missionari non vengono più, nascono pochi bambini, la famiglia è in grande difficoltà. Tutti, qui a Tokyo, abitano dentro un grande deserto».

L'esterno della libreria San Paolo a Tokyo.
L’esterno della libreria San Paolo a Tokyo

Tanti sono stranieri

Metà del milione di cattolici è straniera, soprattutto immigrati dal Sudamerica e dalle Filippine. Le diocesi sono sedici. Metà dei vescovi sono convertiti adulti. «La Chiesa cattolica qui è ben vista e accettata. Viene ancora ricordata con emozione la visita di Giovanni Paolo II nel 1981», assicura il Nunzio. La Chiesa si è guadagnata rispetto e ammirazione, grazie alle opere create nel corso degli anni dai missionari: gesuiti, salesiani, saveriani, domenicani, francescani, paolini. È anche una Chiesa che conta i suoi martiri. Il più celebre è il gesuita Paolo Miki, ucciso con altri 25 cattolici nel 1597. Durante il periodo Edo (1603-1867) furono uccisi 4 preti e 184 laici, per i quali si attende una prossima beatificazione.

I primi ad arrivare furono i Gesuiti, con la missione di Francesco Saverio nel 1549. Oggi in Giappone ne sono rimasti poco più di 300, di 20 nazionalità diverse, molti anziani. Tra i veterani c’è padre Giuseppe Pittau, sardo, 78 anni, arrivò in Giappone nel 1952. È amico personale dell’imperatrice Michiko («Ha studiato all’Università del Sacro Cuore, di spirito è una donna cattolica», dice padre Pittau). Pittau è stato rettore dell’Università Sofia, una delle più prestigiose università giapponesi. «L’ateneo accoglie ogni anno 2.500 studenti», dice, «ma alle selezioni si presentano in 10.000. Siamo stimati perché non ci limitiamo a formare solo buoni laureati, ma anche buoni cittadini, aperti al mondo, con una visione umana e spirituale della vita».

Accanto all’Università c’è la chiesa dedicata a Sant’Ignazio di Loyola. «Abbiamo 14.000 parrocchiani», spiega padre Pittau, «ed è la parrocchia più grande del Giappone. Ci lavorano dieci padri e la teniamo sempre aperta. La domenica viene celebrata la Messa anche in inglese, spagnolo, portoghese e cinese». A poche centinaia di metri dalla chiesa dei gesuiti spicca su un palazzo il logo della Società San Paolo. I Paolini arrivarono in Giappone nel 1934. Erano in due, don Paolo Marcellino e don Lorenzo Bertero (che nel 1948 fondarono Radio San Paolo), e sbarcarono a Kobe e poi a Tokyo. Oggi sono 42, tutti giapponesi. L’edizione locale di Famiglia Cristiana è un mensile di 46 pagine. «Le vocazioni sono scarse, c’è un solo chierico paolino in tutto il Giappone», lamenta don Timoteo Yamauchi, segretario della Provincia paolina. Anche le suore paoline, più numerose, non se la passano troppo bene. «Abbiamo solo una novizia e per ora nessuna aspirante. Peccato. Nel dopoguerra era diverso, ci aspettavamo chissà che cosa, invece tutto si è fatto più difficile», spiega suor Ignazia Ishino.

Il dialogo che funziona

Se la passano un po’ meglio i Salesiani. A metà dicembre, due loro religiosi sono stati ordinati preti dal vescovo di Tokyo. I Saveriani sono trenta in tutto il Giappone, per la maggior parte italiani, spagnoli e messicani. Sono tra i più impegnati nel dialogo interreligioso, in particolare con il Centro Shinmezian e il Centro studi asiatico. Il dialogo funziona. «Si collabora sui temi della pace e dei problemi sociali», conferma il cardinale Shirayanagi, «se ciascuno mantiene una forte identità non si corre il rischio del sincretismo».

Sulle difficoltà attuali della Chiesa giapponese padre Pittau la vede così: «Forse abbiamo commesso l’errore di presentare il cristianesimo come una cosa europea, senza riuscire davvero a penetrare il sentimento religioso dei giapponesi».

E dopo mezzo secolo di Giappone padre Pittau che cosa ha imparato dalla spiritualità giapponese? «Ho imparato a sorridere a tutti», risponde, «a non perdere mai la pazienza e la serenità. Ho capito che ogni persona è un dono del Signore».

Roberto Zichittella
   
    

NIWANO, UN BUDDHISTA IN VATICANO

La simbolica rottura di un barile di sake (la bevanda alcolica ricavata dalla fermentazione del riso) è il momento culminante di molte celebrazioni tradizionali giapponesi. Riuscire a farvi partecipare due ex primi ministri (Nakasone e Mori), un cardinale, il Nunzio vaticano e altre personalità del mondo politico, economico e religioso del Giappone dà la misura del prestigio che circonda la Rissho Kosei-kai, l’organizzazione buddhista che poche settimane fa ha celebrato il centenario della nascita del suo fondatore, Nikkyo Niwano (1906-1999).

Nato in un villaggio di montagna, nel 1938 Niwano fondò la Rissho Kosei-kai con Myoko Nagamuna. Organizzazione di laici, la Rissho Kosei-kai si è distinta per il dialogo fra le religioni e un grande impegno per la pace. Nel 1965 Niwano fu invitato a Roma come osservatore del Concilio ed ebbe anche occasione di incontrare Paolo VI, un incontro che Niwano ricorda con parole commosse nella sua autobiografia.

La Rissho Kosei-kai ha da tempo stretti legami anche con i Focolarini di Chiara Lubich e ha sempre partecipato agli incontri ecumenici organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio. Per il gesuita padre Giuseppe Pittau, si tratta del gruppo buddhista giapponese «più aperto al dialogo e alla collaborazione con la Chiesa cattolica».

Oggi sono legate all’associazione un milione e 800.000 famiglie giapponesi. Altri 10.000 aderenti vivono in Corea, India, Sri Lanka e Stati Uniti. Molto impegnata in attività umanitarie, la Rissho Kosei-kai assegna ogni anno il premio Niwano per la pace. Tra i premiati: Hélder Câmara, Hans Küng e la Comunità di Sant’Egidio.

R.ZIC.

http://www.sanpaolo.org/fc/0704fc/0704fc60.htm

Una scommessa vinta

 

[voci e commenti della delegazione italiana, ]


Mariarosa Cutillo, Mani tese. "Mani tese ha organizzato a Nairobi un seminario su diritti umani e imprese e coorganizzato l'iniziativa sull'acqua. Quest'anno è stato davvero un forum sui diritti umani: a Davos dichiarano di parlare delle questioni sociali, qui le si affrontano davvero. C'è un filo rosso tra ciò che succede nel forum, a Kasarani, e la vita negli "slums". Questa è stata la sfida più grossa vinta da questo forum. Non tutti credevano al "forum africano", il successo di Nairobi deve spingere il Consiglio del Forum a... osare di più!".

Mauro Solari, assessore all'innovazione e sicurezza sui luoghi di lavoro della Provincia di Genova: "La Liguria è presente a Nairobi con una delegazione composta dall'assessore regionale Franco Zunino, da due assessori della Provincia di La Spezia, da me e dal Consigliere Demontis della Provincia di Genova. Oltre, ovviamente a tutti i liguri del movimento.... Personalmente ero partito con molte perplessità legate soprattutto alle difficoltà del rapporto con la comunità locale. Si è invece registrata, seppur con contraddizioni, una significativa presenza africana, come la manifestazione di apertura ha ben dimostrato. Molto positive le conclusioni del Fal [il Forum della autorità locali] anche se ritengo che lo stesso Fal debba meglio strutturarsi per diventare effettivo coordinamento tra gli enti locali del nord e sud del mondo. Se dovessi decidere adesso... tornerei al Nairobi Wsf che è stata una scommessa vinta!"

Loche Bernard, consiglio regionale di Parigi: ""E' la prima volta del Wsf in Africa, il che dimostra la buona capacità che hanno avuto gli africani nel gestire un meeting! Ho partecipato al Fal e a diversi seminari su argomenti che hanno trattato il rapporto tra autorità locali e movimenti. Il Fal si è concluso con un documento molto positivo di obiettivi concreti che adesso dovranno tradursi concretamente. Ci deve essere una alleanza tra autorità locali e movimenti. Ora occorre tradurre in obiettivi concreti anche le conclusioni del Wsf".

Lisa Clark, Beati i costruttori di pace: "Comincio dai commenti negativi: l'esclusione della cittadinanza di Nairobi ed anche in un certo senso della mancanza di eticità delle delegazioni che è stata rimarcata dagli africani! (Alberghi dell'ospitalità...) In compenso il Forum che si svolge principalmente nei vialetti e negli stand ha permesso l'intrecciare di relazioni umane che saranno utili nel futuro. Vado via ricaricata di energia e speranza".

Monica Sgherri, capogruppo Prc in Consiglio Regionale Toscana: "Ottima impressione, il Forum è partito lentamente ma è esploso nella sua positività nella costruzione di una rete di soggetti per l'altro mondo possibile. Sull'acqua finalmente si rafforza una rete internazionale dei soggetti che lavorano per la ripubblicizzazione. Il diritto all'acqua si coniuga con il diritto alla terra,a lla agricoltura sana ed alle grandi tematiche dell'energia a partire dal no alle grandi dighe! Torno soddisfatta: il salto di qualità che chiedo è più tematizzazione e più soggetti collettivi che si confrontano sulle scelte concrete".

Rita Zanutel, assessore Provincia di Venezia: "Il Forum è stata una occasione importante per incontrare altri amministratori, oltre che i movimenti e la società civile. Anche in questa occasione verifichiamo che cambiare si può dando un grande contributo dal basso. Credo che la sfida vera sia dare continuità alle iniziative, rinforzare le reti, mantenere forti i legami e gli obiettivi che uniscono... non sarà facile".http://www.carta.org/cantieri/nairobi07/070124scommessa.htm


L'idraulica d'Egitto
Seham Mughazy, egiziana si aggira per le strade del Cairo in tuta blu: è un'idraulica
Scritto per noi da
Federica Zoja
 
"Ho provato il corso di sartoria, ma mi è piaciuto di più quello da idraulico". E così Seham Mughazy, egiziana di 52 anni, si aggira per il quartiere popolare di Darb el Ahmar (La strada rossa, ndr), nel cuore del Cairo islamico, in tuta blu, scarponi, hijab – il velo islamico che copre i capelli, ma non il viso – e caschetto protettivo giallo

Una presenza che si nota. Cinque mesi fa si è iscritta a un corso di formazione per aspiranti idraulici insieme ad altre quattro donne, ma è stata l’unica a continuare. Le lezioni comprendono ore di teoria  – con nozioni di matematica, disegno tecnico, edilizia – e tirocinio pratico.
L’esperienza sul campo se la sta facendo nel cantiere a ridosso delle mura antiche, dove un’équipe internazionale di architetti e restauratori è al lavoro da cinque anni per ristrutturare l’intera area. Un progetto ciclopico finanziato dall’Aga Khan.
La presenza di Seham non è passata inosservata. “Ovunque io vada, la prima settimana pensano che la mia sia un’idea strana, voler fare l’idraulica – racconta divertita alternando arabo e inglese, il tutto condito da risate squillanti - ma poi cambiano idea. Perché sono brava, brava davvero”.
Compagni di classe e insegnanti, tutti uomini, non rappresentano un problema: “Si comportano come figli o fratelli. Insomma, ho cinquant’anni, sono mamma e nonna”, sottolinea Seham con un misto di imbarazzo e orgoglio, ben sapendo che il suo viso rotondo, truccato vezzosamente nei toni del blu, inganna il tempo.
 
Fra passato e futuro. In passato Seham ha lavorato come ristoratrice, insegnante, ricamatrice. Figli e nipoti non si stupiscono: “La mia famiglia sa che la mamma è in grado di fare qualsiasi lavoro, sono preparati”.
Nessun accenno al marito. Nel quartiere le voci si rincorrono, ma vedova, divorziata o ripudiata non importa. Una volta terminato il corso, il lavoro non le mancherà: “Oggigiorno molte donne portano il velo, oppure sono interamente coperte (indossano il niqab, ndr), nessun uomo può entrare in casa. Ed ecco che io sono perfetta: fare l’idraulico è una grande idea”.
A proposito di velo, guardando le foto che la ritraggono fra tubi e cacciaviti, una domanda è d’obbligo: il velo c’è e non c’è. Un effetto ottico? “Diciamo che quando i capelli non sono in ordine fa comodo, altrimenti…”, risponde Seham Mughazy strizzando un occhio.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7165

Londra : prigioni piene , criminali liberi , Blair nel mirino
di osservatoriosullalegalita.org

La liberazione di criminali potenzialmente pericolosi a seguito di un allarme del governo riguardo alle prigioni piene sta mettendo in imbarazzo il Primo Ministro britannico Tony Blair.

Il ministro degli interni, John Reid aveva infatti scritto ai giudici chiedendo loro di mandare i criminali in prigione solo se necessario, a causa di una mancanza di celle, e Blair si e' dovuto dar da fare per evitare una crisi politica venerdi' dopo che la liberazione di due pedofili gia' condannati ha suscitato uno scandalo.

Un giudice del Galles ha detto che aveva considerato la nota di Reid prima di rilasciare un uomo, condannato per traffico di immagini pedopornografiche i rete. Venerdi', un secondo giudice ha detto di aver tenuto contro dell'avvertimento sul sovraccarico delle prigioni per liberare un uomo in attesa di processo per abusi sessuali su un adolescente.

Dopo il rilascio dei due pedofili, Blair ha negato che Reid avesse ordinato ai tribunali di liberare i criminali pericolosi: "E' vero, c'e' una pressione sui posti in prigione. Ma se qualcuno e' un pericolo per il pubblico, non c'e' da domandarsi dove debba stare. Dovrebbe stare in prigione".

Ma anche un ladro gia' alla sua ottava recidiva - e quindi avvezzo al carcere - non e' stato incarcerato dopo l'arresto per l'ultimo crimine, dopo che il suo avvocato aveva affermato che la Corte non poteva incarcerarlo perche' tutte le prigioni britanniche sono piene. A anche questo giudice, prima di decidere la liberazione su cauzione, hanno tenuto conto della circolare di Reid.

Mentre montava lo scandalo, sono arrivate anche le dimissioni di Rod Morgan, capo dell'ufficio del ministero della giustizia che sorveglia la detenzione dei minori, a causa del fatto che il sistema gudiziario minorile e' stato inondato da poccoli criminali.

Questo e' solo l'ultimo degli scandali amministrativi che sono costati la carriera politica gia' a diversi politici del partito di Blair.

www.osservatoriosullalegalita.org



LEBBRA, "UNA MALATTIA DIMENTICATA" MA NON SCONFITTA


Una malattia curabile e dunque una malattia “dimenticata”, anche se purtroppo “le cose non stanno in questi termini”: inizia così l’analisi del cardinale Lozano Barragan sui bilanci più aggiornati riguardanti i malati di lebbra, diffusa in occasione della 54esima giornata mondiale dei malati di lebbra che ricorrerà domani, che nel mondo sono ancora dieci milioni. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), secondo le cifre aggiornate all’agosto 2006, rileva almeno 220.000 nuovi casi di contagio all’anno, quasi 602 al giorno: 133.500 nell’Asia sudorientale, oltre 40 mila in Africa, 33 mila in America, 8.600 nell’area del Pacifico occidentale e 4 mila in quella del Mediterraneo orientale. Accanto a queste cifre che parlano di una malattia, curabile sì, ma per nulla sconfitta, si trova comunque l’incoraggiante dato secondo cui nel 2006 si sono registrati 77 mila contagi in meno del 2005. Il merito di questa riduzione lo si deve attribuire alla tempestività di specifiche cure, dette di polichemioterapia, fornite nei centri antilebbra sparsi nel mondo. Tuttavia, osserva il cardinale Barragan, “là dove le condizioni ambientali di accesso ai servizi sanitari sono poco favorevoli” e si registra “l’assenza di prevenzione e di igiene, come pure il perseverare del sottosviluppo, il bacillo ‘hanseniano’ si radicalizza e i progetti di totale eliminazione sono fortemente ostacolati”. http://www.misna.org/




gennaio 27 2007

La Pecorella smarrita
di Marco Travaglio

Ora sì che lo riconosciamo di nuovo. È tornato lui, il Bellachioma di sempre, bello ringhioso come l’avevamo conosciuto ai bei tempi delle leggi illegali e della privatizzazione, anzi previtizzazione, dello Stato. È bastato che, in un giorno solo, l’Europa cancellasse i suoi aiuti pubblici ai decoder prodotti dal fratello condannando Mediaset e le altre tv a restituire il maltolto (400 miliardi di lire, che lo Stato riavrà grazie al ricorso di Europa7) e la Corte costituzionale radesse al suolo la legge Pecorella che aboliva il processo d’appello Sme e impediva ai pm di appellare le assoluzioni e le prescrizioni, per far cadere lifting, ceroni e trapianti e rivedere il vero Berlusconi. Quello che nel ’94 - anche se molti suoi oppositori fingono di dimenticarlo - era sceso in campo per non finire in galera e proteggere il suo monopolio televisivo incostituzionale. La doppia ragione sociale del suo impegno politico riemerge con le sue urla belluine contro la Consulta, rea di aver fatto il suo mestiere bocciando l’ennesima legge illegittima (dopo rogatorie, lodo Maccanico-Schifani, un pezzo di ex Cirielli e di Bossi-Fini), e contro la timidissima legge Gentiloni sulle tv, che pure regala ancora a Mediaset il 45% di affollamento pubblicitario (nel resto d’Europa il massimo è il 30) e le conserva tutte e tre le reti. Visto che la Consulta non prende ordini dal suo collegio difensivo, è «una cosa indegna» e «l’Italia non è una democrazia». E siccome la Gentiloni non l’han fatta scrivere a lui, è un «piano criminale contro le mie proprietà private», a difesa delle quali i suoi discepoli abbandonano come un sol uomo le commissioni parlamentari, in attesa che l’Unione si cali le brache per far tornare le pecorelle smarrite. Non bastasse tutto ciò, ci si mettono pure i titolari del Sorrento Palace, teatro dell’indimenticabile convention dei Dell’Utri Boys: anziché sentirsi onorati per aver ospitato l’Evento, questi mariuoli pretendono addirittura che Dell’Utri paghi il conto: una cosina da 700 mila euro. E poi dicono che l’Italia è una democrazia. Chissà, di questo passo, dove andremo a finire. E non basta ancora, perché il presidente d’Israele Moshè Katsav, nemmeno ancora incriminato per uno scandalo sessuale, non trova di meglio che autosospendersi e promettere le dimissioni se sarà rinviato a giudizio: lo fa apposta per mettere in cattiva luce il Cavaliere, che di rinvii a giudizio ne ha avuti una dozzina, ma non s’è mai posto il problema (anche perché il centrosinistra si guardò bene dal porglielo, anzi lo pregò di restare a Palazzo Chigi). Se questa non è giustizia a orologeria! Ora, grazie alla Consulta, è probabile che l’abrogato processo d’appello Sme a Berlusconi, in cui i pm chiedevano di trasformare la prescrizione in condanna revocando le attenuanti generiche generosamente concesse dal Tribunale, si riapra. Anche se è improbabile che giunga in porto prima d’esser falcidiato dall’ex Cirielli. Ma soprattutto ripartiranno gli altri appelli, per esempio quello di Palermo a carico di Dell’Utri appena assolto per il complotto ultraprovato con falsi pentiti contro quelli veri. Gli errori giudiziari più diffusi, si sa, non sono le condanne degli innocenti, ma le assoluzioni dei colpevoli. Ed era per consolidare queste ultime che era nata la bella trovata di abolire l’appello del pm (ma non del condannato). Ora l’ottimo Pecorella, che un anno fa si era visto dichiarare incostituzionale la sua legge da Ciampi, ma l’aveva ripresentata quasi uguale, ottenendo anche una proroga di 15 giorni sulla fine della legislatura per mandarla in porto, piagnucola con argomenti piuttosto miserelli. Farfuglia di «oscurantismo giudiziario», come se fino a un anno fa l’Italia avesse vissuto nel Medioevo. Afferma che, nel processo accusatorio basato sull’oralità, non ha senso l’appello sulle carte, e avrebbe ragione se solo completasse l’opera chiedendo di abolirlo per tutti, anche per i condannati. Poi vaneggia di un «regalo della Consulta ai pm», come se i pm facessero le indagini per sfizio personale, per divertirsi un po’, o per guadagnare di più, e non invece perché rappresentano il «pubblico ministero», cioè tutta la collettività, e hanno l’obbligo di scoprire la verità, facendo condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti, contrariamente ai difensori, che sono pagati per far assolvere il cliente sempre e comunque, colpevole o innocente che sia. Ma certo, per chi era abituato a vincere i processi per legge (fatta da lui), è dura riabituarsi alla normalità.www.unita.it


Anche per la Rai ultimo treno

Giancarlo Bosetti



Tratto dall’ultimo numero di Reset (n.99 gennaio-febbraio 2007), in edicola e in libreria.

Considerate questo articolo una lettera aperta ai responsabili della Rai. Le proposte che contiene rappresentano un ultimo treno, un’estrema chance per produrre almeno una piccola novità che inverta una tendenza di lungo periodo e riavvicini il servizio pubblico radiotelevisivo alla sua missione istituzionale, quella per cui in Italia si paga il canone, la stessa per cui in Gran Bretagna i costi della Bbc sono sostenuti dallo Stato.

La missione pubblica
Che cosa sia questa missione si può sintetizzare così: un servizio reso ai cittadini, all’opinione pubblica nel “garantire – cito dal contratto di servizio tra il ministero del Tesoro e la Rai – la libertà, il pluralismo, l'obiettività, la completezza, l'imparzialità e la correttezza dell'informazione” e poi ancora “favorire la crescita civile ed il progresso sociale; promuovere la cultura, l’istruzione… riservando, in tutte le fasce orarie anche di maggiore ascolto, un adeguato e proporzionato numero di ore di trasmissione all'informazione, educazione, formazione, promozione culturale”.
La Rai si è allontanata da questa missione per due ragioni fondamentali: la prima è la dipendenza dai partiti, che controllano attività e nomine e che perseguono finalità diverse da quelle descritte nel contratto; la seconda è quella che comunemente viene chiamata “competizione” con la televisione commerciale e che meglio sarebbe definire “concorso duale al monopolio”. Il risultato è un disservizio palese come il Tg1 sotto la direzione di Clemente Mimun, la cui natura propagandistica, partitica, distorsiva, asservita era di tragica evidenza. Pubblicherò personalmente alcune trascrizioni di edizioni di prima serata. Non si pensi che un cambio di direttore (da Mimun a Gianni Riotta), per quanto benvenuto e decisamente migliorativo, sia sufficiente a liquidare il problema. Tanto più che esso non è il risultato di una riflessione critica, ma la conseguenza di un risultato elettorale!

La cultura della discussione
La proposta che avanzo come “estrema chance” nella gravissima situazione italiana è quella di introdurre vari elementi della “democrazia deliberativa” che chiamerò per comodità “democrazia della discussione” traducendo il termine delle scienze politiche che usano la parola inglese to deliberate che significa “discutere attentamente i pro e i contro di una questione prima di decidere”. Diciamo subito che non si tratta di discutere di più ma di discutere meglio, adottando un metodo critico verso il modo in cui spesso si forma la opinione e si prendono le decisioni, senza i necessari approfondimenti, adottando punti di vista per le ragioni più varie, spesso indipendenti dal merito e legate a impressioni superficiali. La “democrazia della discussione” è poco conosciuta in Italia (anche dai dirigenti politici) al di fuori ovviamente degli addetti ai lavori non pretende di portare la competenza dei cittadini fino a un’utopistica, e assurda, perfezione, ma invita semplicemente a migliorare un po’ le cose: più informazioni, più attenzione dei professionisti dell’informazione al contenuto delle decisioni, maggiore fiducia nella intelligenza degli elettori, clima più trasparente nei rapporti tra cittadini e politici. Di questa cultura ha bisogno certamente la Rai. Un ente pubblico che ha legittimato per anni un’informazione asservita ai bisogni dei partiti e dei loro leader, al dettaglio, e al tempo stesso, le trasmissioni più banali e commerciali deve aprire una stagione di riflessioni sulla propria natura, credibilità, funzione. Come si giustifica e che cosa insegna ai suoi aspiranti professionisti, e nelle sue scuole, una Rai che affida la nomina delle direzioni dei Tg ai partiti?

La “cultura della discussione” ha decisamente molto da offrire: come addestrare alla neutralità generazioni di professionisti abituati a servire i partiti? Come distaccarsi da una tradizione che legittima il mandato politico fino ad insediare un consiglio di amministrazione interamente etichettato dai partiti?

I nuovi sondaggi e nuove trasmissioni
Dalla riflessione di questi anni della “cultura della discussione” vengono alcune proposte specifiche.

1) Introdurre la sperimentazione dei “sondaggi deliberativi” (che per le stesse ragioni di cui sopra chiameremo “sondaggi informati”). Si tratta dei sondaggi sui quali Reset ha condotto una campagna in questi anni (sulle sue pagine cartacee e su quelle telematiche di Caffè Europa): un campione di gente comune viene riunito per un evento di tipo congressuale la cui diffusione in tv e radio, e sui giornali, diventa occasione per riflettere sul merito dei problemi, per verificare in concreto e in modo spettacolare come, avendo più informazioni e discutendo seriamente con esperti e con altri di diverso parere, le opinioni possano cambiare e di molto. I sondaggi informati, sull’esempio del primo che si è condotto in Italia il 3 dicembre 2006 per iniziativa della Regione Lazio, possono diventare una produzione tipica della Rai in occasione delle campagne elettorali, amministrative, politiche ed europee. È bene applicare la formula standard dei sondaggi deliberativi ideata da James Fishkin, con lo Stanford Center for Deliberative Democracy, perché è al momento l’unica davvero collaudata e affidabile, in attesa che maturi una nuova generazione di queste tecniche spettacolari di consultazione.

2) Introdurre una trasmissione sull’opinione pubblica, sul modo in cui si forma e sui vari modi in cui la si inganna o la si condiziona. La propaganda politica e i suoi effetti, la costruzione della agenda pubblica di un paese, il modo in cui i politici mostrano o nascondono le loro intenzioni in Italia e all’estero, il funzionamento e il disfunzionamento di sondaggi tradizionali, exit poll, il lavoro dei consulenti e del marketing politico, tutto ciò può alimentare una trasmissione televisiva che potrà apparire irrealizzabile solo a coloro che concepiscono la televisione come diretta emanazione dei poteri dei partiti.

3) I metodi di conduzione della discussione, la capacità di interessare, attrarre il pubblico senza ricorrere ai diverbi, anzi cercando di evitarli, la tenuta del filo della attenzione sui temi pertinenti allo svolgersi di una discussione bene informata, queste e tante altre utili cose si possono imparare e mettere in pratica a condizione di desiderarle. Il successo di ascolti dei due duelli televisivi tra Prodi e Berlusconi ha mostrato una prima novità che muoveva finalmente nella direzione che stiamo descrivendo, ma è giunta al termine di una campagna elettorale condotta dai tg in modo orribile, con una quasi totale assenza di argomenti pertinenti per lo più incentrata su scambi di accuse personali.

 

Via dalla cultura dello spoil-system
L’uscita della Rai dalla fase della spartizione elettorale delle spoglie non si farà, se mai si farà, senza passare da una articolata enunciazione di una diversa cultura politica, comunque la si voglia chiamare, democrazia deliberativa, con James Fishkin, Bruce Ackerman, Amartya Sen, John Ralws, o democrazia della discussione, government by discussion, se vogliamo seguire la formula cara a John Stuart Mill e William Bagehot. La buona informazione, pluralistica, indipendente, ricca, competente, interessante, ben sintetizzata, aperta alle critiche non nasce dalla mediazione tra le risse di partito, ma ha delle sue proprie basi, fiorisce sulla professionalità di giornalisti e operatori della tv che amino la propria indipendenza e il proprio giudizio critico. Perché una nuova storia cominci occorre che chi ha la responsabilità della Rai, presidente, direttore, generale, consiglieri, muova qualche difficile primo passo. C’è molto scetticismo circa il fatto che tanti figli di partito riescano a produrre qualcosa di “deliberativo” e a contraddire il proprio atto di nascita (o di nomina) nel posto che occupano. Sta a loro smentire. Noi questo articolo-lettera aperta glielo faremo arrivare sulla scrivania.

 

 

 

caffeeuropa.it


Con pochi euro divento sindaco
(Mario Lancisi)

Il popolo dell’Unione va alle urne scendono in campo gli outsider

LUCCA. Cinquanta euro per diventare sindaco di Lucca. E’ quanto ha deciso di spendere Elisa Del Chierico, partecipante alle primarie lucchesi dell’Unione per la scelta del sindaco, che si terranno, così come a Carrara, il 4 febbraio prossimo. Insomma, un po’ come giocare due euro per una schedina del totocalcio e sperare di fare tredici. Le primarie sono anche questo: la scommessa degli outsider. Alla Ivan Scalfarotto. Lo ricordate? Spuntò da Londra per sfidare Prodi. Il pisano Davide Guadagni, che ne curò l’immagine, dice: «Se sei un autentico outsider, il tuo risultato sarà dimenticato il giorno dopo».
Però succede qualche volta che una schedina da due euro possa far vincere milioni. Anche se per gli outsider le primarie sono come un terno al lotto. Prodi corse nell’ottobre del 2005 senza concorrenti. L’impressione che la macchina delle primarie sia abbastanza blindata è piuttosto diffusa. Con il tempo in molti, anche a destra, scommettono però che diventeranno uno strumento efficace ed equilibrato di selezione della classe di governo.
Sorpresa Bramerini. La Toscana, la regione dove le primarie sono legge regionale (seppure facoltativa), c’è un precedente che lascia bene sperare. Quando nel febbraio del 2005 i Ds le indissero per scegliere i loro candidati al consiglio regionale ci furono diverse sorprese. La più clamorosa fu quella di Annarita Bramerini. Era un outsider, per quanto molto quotata, ma arrivò prima, sconfiggendo alla grande l’ex sindaco Loriano Valentini.
Carrara, gara non scontata. Ora i fari sono accessi su Carrara e Lucca, due dei ventisette comuni toscani dove in primavera si voterà per il sindaco e il rinnovo dei consigli comunali. Qui l’Unione ha deciso di scegliere il candidato a sindaco attraverso le primarie. A Carrara corrono in tre per la successione del sindaco uscente, il diessino Giulio Conti: Gianmaria Nardi (Ds, Margherita e Rifondazione), Angelo Zubbani (Sdi) e Elena Beisso (Pdci, Italia dei valori e Verdi). Nardi è favorito ma a Carrara la partita non è tipo Inter-Ascoli. Zubbani, assessore uscente all’urbanistica, molto popolare, e la Beisso sono avversari scomodi. «Un risultato soddisfacente? Direi il 51%. Punto a vincere», dice spavalda la Beisso.
«Mi regala una casa?». La gara non scontata rendono le primarie molto partecipate. Le agende dei candidati sono strapiene di incontri, convegni, tavole rotonde, volantinaggi, cene elettorali. Le sedi dei candidati sono prese da assalto dai cittadini. Chi sottopone un problema, chi chiede chiarimenti e chi raccomandazioni: «Una signora mi ha chiesto di regalarle per sua figlia un appartamento a mie spese. Molti si rivolgono a me per le richieste più strane: spostare o fissare visite mediche, avere certificati di residenza o una nuova linea telefonica», racconta Nardi.
Veleni e polemiche. Una riprova della gara incerta viene anche dalle polemiche e dai veleni di queste primarie. Pieraldo Ciucchi, segretario regionale dello Sdi, è intervenuto per difendere Zubbani dagli attacchi degli alleati: «Sono sincero: non mi aspettavo tutti questi attacchi. Dopo che un sondaggio ha rivelato che sono molto popolare su di me è calato il gelo...», racconta l’assessore all’urbanistica. E Nardi è stato accusato di aver violato la privacy per una cartolina in cui c’è scritto «Noi votiamo Nardi».
Tagliasacchi favorito. A Lucca il clima appare più sereno. Forse perché qui la partita è abbastanza scontata. Andrea Tagliasacchi, presidente uscente della provincia di Lucca, è il super favorito. Anche se dice che a lui «basta un solo voto in più rispetto agli altri candidati». Che sono Alessandro Tambellini, capogruppo dell’Ulivo («Corro per vincere, non per semplice testimonianza), Bruno Rossi (Italia dei valori) e la Del Chierico (indipendente di sinistra).
Guida al voto. Si voterà domenica 4 febbraio, dalle 8 alle 20. Le regole saranno le stesse delle primarie per Prodi. Per partecipare al voto basta pagare un euro e sottoscrivere il programma dell’Unione. Potranno votare anche gli stranieri, se sono residenti da due anni, e i giovani che nel maggio prossimo avranno 18 anni.
Regole ferree per i candidati. La spesa per la propaganda personale non deve superare i 10mila euro. I big come Tagliasacchi e Nardi hanno deciso di spenderli tutti. Gli outsider si frugano in tasca con parsimonia: si va dai 50 euro della del Chierico ai 1.500 di Tambellini. A Lucca sono più severi: i candidati possono tenere incontri ma non affiggere manifesti personali. A Carrara invece non ci sono limiti all’attività di propaganda dei candidati.http://www.iltirreno.quotidianiespresso.it/giornalilocali/index.jsp?s=tirreno&l=articoli-dettaglio&id=1487967

Gli economisti promuovono
Bersani con un sei di stima



di Tonia Mastrobuoni
E’ una buona iniziativa, «non sconvolgente ma doverosa», commenta Carlo Scarpa, professore di Economia politica dell’Università di Brescia. Peccato che il sospiratissimo pacchetto Bersani varato giovedì sera metta a nudo un problema più profondo. Che viviamo in un paese che ha ancora bisogno di tutelare il consumatore «come se fosse un minorato mentale o un bambino di cinque anni», osserva Giacomo Vaciago, professore di Politica economica della Cattolica di Milano. La questione, secondo l’editorialista del Sole24Ore, è infatti che «nei paesi dove il mercato dei beni privati funziona, non c’è bisogno di ministri che tutelino il consumatore: questi è automaticamente sovrano e libero di scegliere».
Da noi invece - e lo dimostra anche la recente indagine avviata dall’Antitrust sul presunto cartello tra compagnie petrolifere sui prezzi della benzina - il mercato è imbrigliato dagli interessi delle lobby e delle corporazioni ed ha accumulato decenni di ritardo sulle liberalizzazioni, rispetto agli altri paesi europei. Tanto che se i provvedimenti approvati l’altroieri passassero indenni le forche caudine dell’iter parlamentare (dove le lobby hanno, appunto, terminali efficientissimi), Andrea Boitani, professore di Economia politica della Cattolica, è convinto che «l’Italia diventerebbe davvero un paese un po’ diverso da quello che è oggi». Fermo restando, è il giudizio unanime di tutti e tre gli economisti, che occorra tenere la barra dritta sulla rotta della modernizzazione del paese, toccando prima o poi anche questioni più grandi, come i servizi pubblici locali o l’energia.
Comunque ha fatto bene Prodi, sottolinea Vaciago, a esordire con due provvedimenti, il Bersani-Visco di giugno scorso e il “pacchetto” di questa settimana, che «catturano il consenso dell’opinione pubblica. In questo momento è ragionevole tentare di conquistare l’applauso generale e cominciare da settori che fanno notizia. Il consenso conquistato ora sarà molto importante, quando si tratterà invece di affrontare i nodi più grossi»
Per l’economista la prima sfida è fare in modo di emancipare man mano i consumatori dall’“ombrello” governativo: «bisogna che l’Antitrust si sostituisca all’esecutivo e che giri con una mazza chiodata da dare in testa a tutti coloro che non rispettano il mercato. Fuori di crude metafore: occorre che abbia il potere di sanzionare anche penalmente chi non rispetta le regole di mercato». L’economista suggerisce di copiare gli Stati Uniti, di approfittare della riforma delle Authority che dovrebbe approdare al prossimo Consiglio dei ministri per ispirarsi a «quel paese così cattivo e di destra che ha introdotto l’Autorità per la concorrenza nel 1890, cioè 89 anni prima di noi. E che manda la gente in galera che manipola o sfrutta il mercato». Scarpa al contrario invita a riflettere sul fatto che «nei paesi in cui l’Antitrust ha poteri penali, gli standard di prova sono molto più severi: in realtà negli Usa o in Gran Bretagna si va in galera raramente, proprio per questo motivo. Pensiamo in un paese bizantino come il nostro rischierebeb di diventare un’arma spuntata».http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=80597

VIDA RECICLADA”, UN CORTOMETRAGGIO DA ‘OSCAR ALLA MEMORIA’?
   

In gara per gli Oscar, nella sezione cortometraggi, ‘Recycled Life’ (‘Vida Reciclada’), documentario dedicato ai bambini che sopravvivono raccogliendo rifiuti nella più grande discarica di Città del Guatemala raccontato attraverso la testimonianza di Hanley Denning, 36 anni, un’americana di Yarmouth (Maine), scomparsa giovedì scorso in un incidente d’auto sulla strada per Antigua Guatemala. “Ha dimostrato che quando c’è la volontà si può fare ogni cosa. Andava a cercare i bambini e li portava alle lezioni che organizzava in strada, nelle parrocchie, ovunque, per combattere la povertà con l’istruzione” ha detto Rosemary Lemcke, portavoce di ‘Camino Seguro’, (‘Safe Passage’), l’organizzazione senza scopo di lucro fondata da Hanley, che oggi assiste 600 minori. La giovane era arrivata per la prima volta in Guatemala nel 1999 per imparare lo spagnolo; un giorno un’amica la portò a vedere la discarica della capitale, un’area di 284.000 metri quadrati dove migliaia di disperati ogni giorno rimediano qualcosa da vendere o mangiare. Rientrata a casa, vendette la sua automobile e il suo computer racimolando 2000 dollari per tornare in Guatemala e dare vita al suo progetto. Oggi, 500 bambini di ‘Camino Seguro’ ricevono due pasti al giorno e studiano con i volontari; altri 65, di età compresa tra uno e cinque anni, sono accolti in un asilo e 45 ragazzi di strada sono ospitati in una casa-famiglia. Così ha ricordato Hanley una delle sue più strette collaboratrici, Ley Méndez: “Dicono che le farfalle rallegrano un giardino. Per noi sei stata tu farfalla nel nostro giardino, e non ti è mai importato che fosse un immondezzaio”.

http://www.misna.org/

Gli indesiderati

 

Una delle notizie taciute di questi giorni è l’espulsione in massa dei salvadoregni dagli Usa. A partire da lunedì è giunto un volo quotidiano di rimpatriati, cacciati dagli Stati Uniti per la mancanza di legali documenti di residenza. La quota ha già superato solo in gennaio di gran lunga il dato di tutto il 2006: 1300 fogli di via contro 757.
Il frustrato sogno americano significa un forte colpo per l’economia salvadoregna. Sono infatti due milioni e mezzo gli emigrati –leciti e non- che vivono negli Stati Uniti, le cui rimesse nel 2006 hanno toccato i 3315 milioni di dollari, pari al 16% del prodotto interno lordo del Salvador.
Esiste un piano da parte delle autorità statunitensi di ridurre la presenza di emigrati anche in questa maniera. Non solo costruendo muri, quindi, ma anche setacciando l’interno del Paese alla ricerca di emigrati privi di permesso. Il servizio di migrazione espellerà una media di 600 salvadoregni per settimana durante tutto il 2007, senza importare i legami famigliari. Questo significa che se una madre ha fatto entrare un figlio in maniera illegale, i due dovranno separarsi. La legge, infatti, non guarda in faccia nessuno e l’unica cosa che importa è quella di sfoltire il numero di presenze degli ispani emigrati.
Per le autorità statunitensi è anche un modo per liberarsi di molti indesiderabili. Tra i rimpatriati, infatti, ci sono anche centinaia di pandilleros. Per un paese come il Salvador, che soccombe sotto i colpi della violenza quotidiana, non è certo una bella notizia.
Stessa storia per i guatemaltechi, come riporta la Bbc:
http://news.bbc.co.uk/hi/spanish/latin_america/newsid_6301000/6301193.stm
con una domanda formulata da Byron Vásquez a cui ci piacerebbe dare una risposta: “Perchè un cubano che arriva negli Usa appena posa piede è considerato un rifugiato, mentre un guatemalteco che vive da 20 anni negli Usa scappando da una guerra che gli Stati Uniti provocarono, finanziarono e mantennero non lo è?”.
La pittura nella foto è “Los deportados”, di José Lozano:
http://www.lisacoscinogallery.com/lozano/lozano.htm
http://luiro.blogspot.com/

Londra : vescovi contro legge di adozione a coppie gay
di osservatoriosullalegalita.org

Nei giorni scorsi l'arcivescovo di Westminster, Cormac Murphy-O'Connor - contrario alla legge che in Gran Bretagna, a partire dal mese di aprile, consentira' anche alle coppie dello stesso sesso di adottare bambini - aveva scritto al premier Tony Blair per chiedergli di esentare le agenzie di adozione cattoliche dalle nuove norme.

L'arcivescovo minacciava, in caso contrario, la chiusura delle organizzazioni religiose che si occupano di trovare una casa ai bambini senza famiglia, adombrando la possibilita' di gravi conseguenze per gli orfani. Poco dopo erano giunte sulla scrivana di Tony Blair altre lettere di sostegno ai cattolici: quelle degli arcivescovi anglicani di Canterbury e York, Rowan Williams e John Sentamu, secondo cui "i diritti della coscienza non possono essere disciplinati da una legge".

Nel Governo le opinioni sull'argomento non sono unanimi. Il ministro Ruth Kelly, fervente cattolica, sostiene il punto di vista dell'arcivescovo. Altri ministri criticano l'eccessiva sensibilita' dimostrata da Blair nei confronti delle pretese dei cattolici, e l'accusano di debolezza. Ieri, scrive il Guardian, Blair ha incontrato una delegazione di parlamentari laburisti, e alcuni parlamentari cattolici, tutti contrari all'esenzione.

La laburista Angela Eagle, che ha partecipato alla riunione, in cui si e' prospettata la possibilita' di un periodo di transizione di circa tre anni tale da permettere alle agenzie cattoliche di trovare una famiglia per i bambini attualmente affidati alle loro cure, si e' dichiarata favorevole al compromesso "a patto che la transizione abbia una durata definita e non vada avanti per sempre" e ha anche aggiunto: "Non saremo noi a fare i dogmatici sull'argomento. Non stiamo dicendo che le coppie omosessuali debbano essere selezionate sempre e in qualsiasi circostanza. Diciamo che non dovrebbero essere escluse per principio".

Anche il Lord Cancelliere, Lord Falconer, e' tra coloro che sostengono che nessun gruppo religioso puo' esssere esentato dall'ubbidire alla nuova legge sui diritti degli omosessuali, e dello stesso parere e' il ministro dell'Istruzione, Alan Johnson. Il ministero dell'Istruzione ritiene di poter coprire il vuoto lasciato dalle agenzie cattoliche nel caso di un loro ritiro: infatti ogni anno vengono dati in adozione circa 2900 bambini, di cui circa 200 tramite le agenzie cattoliche.

Harriet Harman, ministro degli Affari Costituzionali, ha spiegato che "si puo' essere contro la discriminazione o si puo' permetterla. Non si puo' invece essere 'solo un pochino' contro la discriminazione".

Riportiamo, tratto dal sito della diocesi di Westminster, il testo della lettera scritta dall'arcivescovo Cormac Murphy-O'Connor a Tony Blair per spiegare le ragioni che dovrebbero esentare le agenzie di adozione cattoliche dall'attenersi all'Equalities Act, 2006, che entrera' in vigore in aprile.

www.osservatoriosullalegalita.org

 

   


gennaio 26 2007

ad personam

 

E anche la legge Pecorella e i contributi al digitale terrestre ce li siamo tolti dalle palle. Prima o poi, gran parte dell'eredità del Governo Berlusconi verrà cancellata dalla faccia della terra. It's a good day.

http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/


Il Paese di U’ Tube.

11 Aprile 2007

Caro XXY,

E’ cominciato tutto col messaggio di Hillary Clinton, a gennaio di quest’anno. Due giorni dopo, il 23 gennaio Tonino Di Pietro ha inaugurato la sua rubrica su YouTube, un vero e proprio spazio televisivo di alcuni minuti per resocontare il consiglio dei ministri (la prima puntata, in verità, una bella noia). Ma poi fu il diluvio.

La campagna elettorale per le comunali di Genova, le provinciali di Roma e pochi altri comuni è diventata la campagna YouTube - ma anche Google Video e MySpace. Sono le elezioni della snack television.

A Rifondazione hanno realizzato l’equivalente video dei post -it delle politiche: un wiki, un modulo accessibile da tutti, che tu riempi, e mandi all’ufficio propaganda del partito, ma quelli liberisti li cestinano.

I DS ci stanno facendo sopra un bel pezzo del loro dibattito interno, Mussi ieri ha postato sette interventi diversi contro Fassino. Ma a trionfare è Berlusconi: ha insediato uno staff apposito che produce snack tv a tutto andare. Funziona? Non si sa, di certo è un’alluvione, e la saturazione è prossima, e ancor più certo è che l’autorità se ne sta occupando. E’ preoccupata.

Dice che questo ingombro degli spazi ha cambiato tutti i termini della propaganda televisiva: che non rispetta tetti, fasce (e fasci) orarie, che ormai le regole sono saltate.

Amico mio, che ti scrivo in quel punto del mondo dove internet non arriva, noi ce l’eravamo immaginato che con internet le regole saltavano e, quando ci fu il video dei bulli di Torino contro il ragazzo disabile, e poi quello delle ragazzine nude e spubblicate su YouTube dai compagni di scuola, noi glielo spiegammo: noi giornalisti, voi politici e loro bulli e nazistelli di quartiere siamo, per opera di questa tecnologia meravigliosa e potente, tutti nella stessa barca. Siamo cittadini elettronici, e le norme di convivenza dobbiamo darcele a partire dal fatto che censurare non si può, prima che non doversi. Non ci credettero. Nemmeno quando il ministro Fioroni si ritrovò il sito inondato di link pornografici, proprio mentre tuonava e pioveva, e sì che impedirlo si può, basta avere un portaborse non tecnologicamente analfabeta.

Ma niente: e allora eccolo, Berlusca, che ha realizzato il suo video virale, con lo Stilista milanese che dice di sorvolare sui pacs che non ci sono, tanto conta non pagare le tasse: e tutti quelli di destra a mandarci i link a loro di sinistra (la condivisione, questo gesto internet così elementare e umano). E noi (loro) a rimandargli quello sulle cinque modernizzazioni che ce l’hanno passato quei ragazzi che lavorano con Fede.

E poi i radicali, che dopo “Famiglia Pannella” avevano risposto con il blitz di Marco a Caserta - un audio da fare schifo ma un bel colpo, non c’è che dire. Ora c’è Capezzone che ha deciso di mandare in onda tutte le telefonate in cui Cappato si lamenta perché non gli fanno fare a lui la rassegna stampa della domenica mattina. Bello il brano di Massimo (o è Gelindo?) Bordin, che dice: “No Pasaràn, piuttosto mettete la Bernardini al posto mio”.

Amico mio, per dirla con un linguaggio poco alto: è un casino. L’Italia si è trasferita tutta su YouTube. En passant, hanno mandato su quel canale lì tutti i brani di Sanremo, scazzi dietro le quinte compresi, pianti, urli, e tiri su col naso per la tristezza. Ormai un povero professore non può più dare del “negher” a un marocchino che subito quei comunisti lo sbattono su internet. It’s a Youtube Country, It’s a YouTube Time. Noi glielo avevamo detto.

Non tanto che i media sarebbero stati delegittimati e disintermediati, anche questo s’era detto e scritto. Quanto che il diritto di usare questi mezzi era di tutti e che la soluzione all’eccesso e alla sopraffazione andava cercata attraverso la libertà - quella cosa che dice che bisogna educare alla libertà attraverso la libertà.

E invece a Capodanno hanno fatto una legge in cui hanno deciso che basta chiedere da parte delle autorità di polizia ai provider di bloccare un sito di gioco d’azzardo (quello già c’era, per la verità) o uno giudicato porno (da chi?) e quel sito non si vede più. Insomma ad alcuni il diritto è stato revocato - ovviamente e giustamente è stato revocato ai banditi, ai pedofili e ai mascalzoni, ma col metodo della rete a strascico, il che è sempre un danno per la libertà, perché in mezzo ci finiscono gli innocenti, uno si chiama libertà d’espressione. Come quando dici al nazista “non mostrare la svastica”. E quello nazista resta, mica smette di esserlo.
E ora? Ora sappiamo cosa dovrebbe fare un golpista per chiudere l’Italia. Mussolini marciò su Roma nel ‘22, Pajetta prese la prefettura di Milano dopo l’attentato a Togliatti, il golpe Borghese prevedeva di zittire la Rai all’inizio dei famigerati ‘70.

Ora basta chiudere YouTube: la libertà illimitata fa male, soprattutto per i politici che l’hanno voluta per sé e l’hanno limitata a noi. O no?http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2007/01/23/hanno-voluto-per-se-cio-che-censurano-per-gli-altri/


"No ai finanziamenti pubblici
alle Fondazioni di partito"
LeG: col presidente Onida,
La chiamano proposta Sposetti-Tremonti. E sono stati proprio l’ex ministro di Forza Italia e il tesoriere dei Ds ad avere l’idea di inserire un emendamento alla legge sui rimborsi spese elettorali. Un articolo presentato dal Verde Marco Boato consente ai partiti di istituire Fondazioni per ricevere contributi pubblici.
In commissione Affari costituzionali della Camera la novità ha ricevuto il consenso di tutte le forze politiche. Solo la Lega ha chiesto un "congruo termine" per la presentazione degli emendamenti. E il termine, fissato in un primo momento a giovedì 25 gennaio, è stato aggiornato al 31 gennaio.
Valerio Onida, che è stato presidente della Corte Costituzionale, mette in guardia dai possibili pericoli: “Le fondazioni di partito svolgono un’importante attività culturale, sono utili e fanno bene alla politica. Ma con questo emendamento potrebbero usufruire di contributi pubblici e anche di erogazioni da parte di privati. E sarebbero donazioni segrete, non pubbliche. E’ qui che si può nascondere il trucco: un modo di aggirare il finanziamento pubblico ai partiti, si danno soldi alle fondazioni per farli arrivare ai partiti”.
Il tutto, mentre si discute di ridurre i costi della politica: non le sembra strano?
“Il minimo che si possa chiedere è che se uno dà soldi ai partiti, la donazione risulti, sia dichiarata. Alla luce del sole, ecco”.
Chi difende l’emendamento dice però che il meccanismo proposto è identico a quello tedesco.
“Non conosco in particolare il sistema tedesco di finanziamento delle Fondazioni. Dico che le Fondazioni servono certamente per promuovere la politica, ma deve essere garantita la trasparenza dei finanziamenti”.
Un referendum nel 1993, in piena stagione Mani Pulite, ha bocciato il finanziamento pubblico ai partiti. Con questo emendamento non si rischia di seppellire quel risultato?
“Il referendum aveva bocciato allora il sistema di finanziamento. Nulla vieta che quel risultato sia messo in discussione. L’obiettivo finale è che il sistema sia equo: nessuno vuole impedire nuovi ingressi, ma deve essere chiaro chi dà soldi per la politica, deve risultare, in un paese democratico non possono esserci finanziamenti occulti. Un buon finanziamento pubblico è uno dei modi per evitare la corruzione”.
I nuovi articoli sono stati presentati dal Verde Marco Boato, quasi di soppiatto, senza che molti ne sapessero nulla. Un po’ come avvenuto per le norme sulla droga infilate nella legge sulle olimpiadi…
“E’ un pessimo modo di legiferare, una scorciatoia, un iter semplificato. Accade spesso, in Italia”.

LeG che condivide in pieno le perplessità di Valerio Onida chiede alla maggioranza di governo di riflettere bene prima di compiere un passo che sicuramente, per la sua mancanza di trasparenza, contribuirebbe ad approfondire il solco tra elettori e politica. Soprattutto venendo meno a uno dei punti fondamentali del programma di governo: diminuire i costi della politica.

Di seguito, il testo dell'emendamento:

Rimborsi delle spese per le consultazioni elettorali svoltesi nell'anno 2006 per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. C. 1667 Brugger.

EMENDAMENTI

Dopo l'articolo 2, aggiungere il seguente:

Art. 2-bis.
(Fondazioni politico-culturali).
1. Al fine di dare compiuta attuazione all'articolo 49 della Costituzione, per lo sviluppo in Italia ed all'estero di attività di ricerca, formazione, cooperazione, promozione, propaganda e comunicazione culturale e politica, nonché per stimolare il dialogo tra istituzioni e cittadini, ed incentivare la partecipazione diretta dei cittadini alla vita civile e politica, possono essere costituite dai partiti e movimenti politici rappresentati nel Parlamento della Repubblica fondazioni politico culturali, regolate ai sensi del presente articolo.
2. Le fondazioni, all'atto della costituzione, per l'avvio della rispettiva attività, sono iscritte in un elenco tenuto dal Presidente della Camera dei deputati, che vigila sulla sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, l'assenza di eventuali incompatibilità e la corretta rendicontazione contabile dell'attività svolta, sulla base del controllo dei bilanci trasmessi dalle fondazioni medesime. La mancanza dei requisiti predetti o irregolarità nella gestione e rendicontazione contabile comportano la cancellazione dall'elenco della fondazione. Lo stesso esito deriva da eventuali incompatibilità successive alla costituzione, se non rimosse entro 30 giorni dalla relativa contestazione da parte del vigilante.
3. Le fondazioni si costituiscono con atto pubblico del quale fa parte integrante anche lo statuto. Lo statuto deve espressamente prevedere:
a) la denominazione, la natura giuridica, la sede legale;
b) l'oggetto della fondazione;
c) l'attribuzione della rappresentanza legale ed i membri che la possono formare con le relative incompatibilità;
d) modalità di finanziamento e di rendicontazione;
e) gli organi e le modalità di funzionamento.


4. Le fondazioni non possono concorrere all'attività dei partiti e dei movimenti politici mediante trasferimenti finanziari. Lo statuto prevede le modalità di trasferimento dei beni e dei servizi ai partiti e ai movimenti. I trasferimenti sono evidenziati in capitoli separati nei bilanci dei partiti, dei movimenti e delle fondazioni.
5. Lo statuto delle fondazioni può prevedere, tra le fonti di approvvigionamento finanziario necessarie al funzionamento:
a) eredità, nonché legati, erogazioni liberali e donazioni effettuati su apposito conto della Camera dei Deputati Intestato «Fondazioni politico-culturali». L'erogante con dichiarazione indirizzata al Presidente della Camera, manifesta la volontà di finanziamento ed il nome della fondazione beneficiaria;
b) conferimento, eventuale, di cespiti patrimoniali ed attività economiche dei partiti e movimenti politici di riferimento all'atto della costituzione;
c) entrate derivanti da prestazioni rese a terzi su base convenzionale;
d) entrate derivanti da specifiche iniziative promozionali;
e) proventi di attività editoriale, di ricerca ed analisi sociale e politica, nell'ambito dei fini statutari;
f) contributi pubblici eventualmente previsti per il finanziamento di specifici programmi culturali e di formazione realizzati nell'ambito dei fini statutari.

6. Le fondazioni possono avvalersi di personale con le modalità e nel rispetto delle vigenti normative in materia. Tale personale ha diritto al collocamento in aspettativa senza assegni, se dipendenti di ruolo o non di ruolo dell'Amministrazione statale, di enti pubblici e società con capitale interamente o parzialmente pubblico. Il periodo di tempo trascorso in aspettativa è computato per intero ai fini della progressione di carriera, della attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e previdenza. Alle imprese private che concederanno al personale il collocamento in aspettativa senza assegni èhttp://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1044&id_titoli_primo_piano=1 data la possibilità di assumere personale sostitutivo con contratto a tempo determinato.


Cominciamo dal mercato del gas,
non dai barbieri




di Enrico Morando
Se il problema è la crescita - negli ultimi dieci anni abbiamo accumulato un ritardo di ben dieci punti rispetto all’area dell’euro, maglia nera dell’economia globale - la soluzione può essere trovata in politiche che aiutino il Paese, prima, a frenare la caduta della produttività totale dei fattori e, poi, a farla aumentare a ritmi adeguati. Il Dpef, forse per questo apprezzato dai più, ha assunto questo ambizioso obiettivo - una crescita significativa e duratura nel tempo - e ha indicato le tre fondamentali mosse di politica economica che il governo di centro-sinistra ritiene necessarie (anche se non sufficienti: altri attori debbono fare la loro parte) per conseguirlo. La prima: subito, con la prima Finanziaria, una riduzione di 5 punti (a tanto ammonta il differenziale rispetto all’area Ocse) del cuneo fiscale contributivo sul lavoro. La seconda, da sviluppare nei 12-18 mesi in cui il sistema produttivo italiano “prende un po’ di ossigeno” grazie alla riduzione del cuneo, è composta da due scelte: liberalizzazione e apertura di tutti i mercati chiusi e rapida riduzione del volume globale del debito pubblico. La terza: investimenti massicci per la infrastrutturazione materiale (porti, aeroporti, strade, ferrovie, telecomunicazioni) e immateriale (i cervelli dei nostri ragazzi) del Paese.
La prima crea lo spazio (recupero non inflattivo della competitività di prezzo dei nostri prodotti) per la seconda (che spiega perché la manovra 2007 è stata di 35 e non di 15 miliardi), la quale determina a sua volta le condizioni per la terza (se spendiamo quasi il doppio di Francia e Germania per servire il debito, non ci sono soldi per gli investimenti pubblici, necessari perché i capitali privati non “guardano” così lontano). La riduzione del cuneo in Finanziaria c’è. La stabilizzazione della finanza pubblica anche. C’è persino un assaggio della terza mossa: la spesa in conto capitale, dopo anni, è superiore al livello dell’indebitamento. E le liberalizzazioni? In Finanziaria, per regolamento parlamentare e buon senso, non potevano e dovevano entrare. Ma a luglio la strada era stata aperta, in modo decisamente promettente (visto il cartello esposto alle porte delle farmacie: «farmaci da banco: meno 25%»?). Non può dunque che essere apprezzata la scelta del governo - sì, del governo, non di questo o quel ministro - di far ripartire subito la macchina delle liberalizzazioni: l’ossigeno del “cuneo” (proprio come quello delle vecchie svalutazioni competitive della moneta) non durerà a lungo: la “seconda mossa”, tra un anno e mezzo, dovrà quindi risultare completata. E in Italia, di mercati chiusi, non concorrenziali, ce ne sono davvero tanti.
Proprio per questo, però, si impone una scelta di priorità. Vedremo l’esito del consiglio dei ministri. Ma, per quel che se ne è compreso da Caserta in poi, qui il procedere del governo appare decisamente più confuso e, almeno per ora, non convincente.
Con tutto il rispetto dovuto all’esigenza di rendere più aperto agli outsider il mercato dei barbieri e delle rivendite di quotidiani (arrivo a dire: persino della distribuzione al dettaglio dei carburanti), credo che l’attenzione debba prioritariamente e massicciamente concentrarsi su quei mercati la cui chiusura ha un rilevante effetto depressivo della produttività totale dei fattori. Un esempio basterà per tutti, anche se si potrebbero fare di altrettanto significativi: nel mercato del gas l’Eni ha da sempre una posizione dominante che conserva anche dopo la separazione societaria di Snam rete gas. Si impone il passo definitivo: la separazione proprietaria. E si impone, sia chiaro, non solo e non tanto perché «ce lo chiede l’Europa», ma anche e soprattutto perché solo così potremmo garantire a famiglie e imprese italiane gas a prezzi più bassi.
Un comma della legge finanziaria prescrive che il governo emani un decreto del presidente del consiglio dei ministri (Dpcm) - come si vede, non c’è nemmeno bisogno di una legge da far passare nei “difficili” numeri del Senato - che realizzi (con la calma necessaria: entro due anni) l’operazione di separazione proprietaria. Durante la discussione della legge finanziaria in Senato ho provato - assieme a tutto il gruppo dell’Ulivo - a precisare che questo Dpcm doveva essere emanato entro tre mesi: due anni da mai, è mai. In piena riunione della “cabina di regia” dell’Unione, di fronte alla proposta di Rifondazione Comunista di scrivere «entro il 2010», sono stato costretto ad accontentarmi delle garanzie fornite dal governo: «non scriviamo un termine preciso, ma ci impegniamo a fare molto presto». Avanzo quindi una proposta precisa e assolutamente moderata: entro i termini di conversione del nuovo decreto sulle liberalizzazioni, il governo emani questo Dpcm.
Come si vede, la questione non ha a che vedere con le presunte o reali dispute tra ministri su chi fa le liberalizzazioni (ed è stato un gravissimo errore far emergere da Caserta questo messaggio, e anche se la proposta avanzata ieri da Bersani sull’istituzione di una Borsa del gas è sicuramente da apprezzare). Né si tratta di ipotizzare privatizzazioni indigeste alla sinistra antagonista. La questione aperta ha ben altro rilievo: fermo l’obiettivo di fare tutte le liberalizzazioni necessarie, si tratta di aggredire prima i nodi che strangolano la competitività italiana. Perché serve al rilancio dell’economia e perché serve a creare il consenso necessario a condurre in porto le politiche liberalizzatrici.
Se è vero che la società italiana è caratterizzata da diffuse e resistenti chiusure corporative, è altrettanto vero che il successo dell’iniziativa politica volta a superarle è vitalmente legato alla capacità dei riformatori di selezionare le priorità e di impedire il coagularsi di vasti schieramenti di resistenza, dove i portatori di piccoli privilegi diventino la massa di manovra dei soggetti che lucrano sovrapprofitti da rendita mono-oligopolitistica. Meglio fare tutto nello stesso tempo? Se si vuole, si può provare. Ma, certo, non è saggio mettere dopo ciò che per oggettivo rilievo economico viene prima. Perché così si alimenta il sospetto - micidiale per chiunque governi - che i bersagli siano individuati in funzione dei dividendi che lo Stato incassa come azionista dei monopolisti.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=80514

Comuni a 5 stelle

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Vedo una sola possibilità. Per riappropriarci dei nostri diritti naturali. Del territorio, dell’acqua, dell’aria, della luce, della salute, dei trasporti, dell’ambiente. Tutta roba nostra di cui siamo stati espropriati dai partiti. Ripartire dai Comuni. I partiti sono anacronistici. Finiti e autoreferenziali. Lontani da Vicenza e dalla Val di Susa. Lontani dagli inceneritori e dal Pm10. Lontani dai cittadini con leggi elettorali, condoni, conflitti di interessi, tutti ad hoc. Sono un mondo a parte. Un club che legge i giornali e va in televisione. Che pensa al Libano e all’Afghanistan. Al Pil, ma non alle pensioni. Al lavoro, ma non al precariato. Cose già dette, sulle quali il consenso nazionale è ormai assoluto. I partiti sono il passato. Zombie di Romero a caccia di elettori.
Esprimete liste civiche in ogni Comune. Un programma che tuteli voi, i vostri figli, il futuro. Non permettete che una sola decisione venga presa senza consultarvi. E su questo punto siate chiari, duri, intransigenti, con sindaci e assessori. Vostri dipendenti. Chi viola la regola, fuori a calci nel culo.
Il blog inaugura da oggi l’iniziativa “Comuni a 5 stelle”. Una stella per l’energia, una per la connettività, una per l’acqua, una per la raccolta rifiuti, una per i servizi sociali.
Per ogni stella il blog proporrà dei modelli reali.
Invito i sindaci a segnalarmi le loro stelle.
Chi non vorrebbe vivere in un Comune a 5 stelle?
Nel blog darò visibilità ai migliori esempi attuati dai Comuni e entro l’anno pubblicherò la “Guida Grillo ai Comuni”.
Meglio della Michelin.http://www.beppegrillo.it/


Euromanga, quando il manga è europeo

Sono europei. E sono cresciuti a pane e cartoni. Adesso si stanno appropriando del celebre genere di fumetto nipponico.
Iovinelli e Dall’Oglio, gli autori 33enni di Underskin.
Dal Giappone all’Europa, e ritorno. Cresciuta a colpi di cartoni animati nipponici (i mitici Candy Candy & co.) negli anni Ottanta e di manga (storie a fumetti) dai Novanta ad oggi, la generazione dei trentenni europei restituisce il favore al Sol Levante. E inventa un genere tutto suo, talmente nuovo da non avere ancora un nome che lo identifichi. Chiamatelo manga occidentale, manga europeo o euromanga. Il concetto non cambia: i popolari albi a fumetti, quelli da leggere al rovescio, ora vengono realizzati anche nel Vecchio continente da giovani autori. Senza gli occhi a mandorla, però. Certo, il fenomeno è appena all’inizio. Ma l’esperimento è interessante: ci si può impossessare di un genere culturale straniero, rielaborarlo e farlo diventare un concept originale, al punto da riuscire a esportarlo come tale nel suo Paese d’origine?

«Pensare che solo un giapponese possa realizzare un manga? Non ha senso»

Per il momento a raccogliere il guanto della sfida è stata la Francia, ad oggi la realtà europea più interessante e sperimentale nel campo del fumetto. Qui la casa editrice Les Humanoïdes Associés ha dato vita nel settembre scorso a Shogun Mag, rivista tutta dedicata ai lavori di giovani artisti occidentali che propongono una loro personale interpretazione dello stile letterario e grafico dei manga. Tra di loro Andrea Iovinelli e Massimo Dall’Oglio, 33enni, sceneggiatore e disegnatore di Underskin, serie fantascientifica che ha recentemente fatto la sua comparsa proprio tra le pagine di Shogun, le cui vendite si aggirano intorno alle 14mila copie al mese.
«Tutto questo sta accadendo perché gli editori hanno capito che, se non vogliono perdere la battaglia nei confronti dei manga (il 35% circa dei fumetti venduti in Francia oggi viene da Oriente, ndr)» – ci spiega lo stesso Iovinelli – «devono riavvicinare i più giovani al loro fumetto, a quello che potremmo chiamare il fumetto autoctono. Altrimenti sanno che perderanno un’intera generazione di lettori». E fare un manga “in casa”, come spiega Iovinelli, vuol dire non doversi ridurre ad acquistare esclusivamente licenze dall'estero e quindi non dipendere totalmente dagli editori nipponici per produrre nuovi fumetti. Dunque un’esigenza prima commerciale e poi artistica che, come sempre, vede in prima linea gli Stati Uniti. Qui questo tipo di fumetto dilaga a tal punto, ci racconta Dall'Oglio, che la Tokyo Pop, prima casa editrice di manga negli States, sta cominciando a proporre manga di produzione americana. «Io ci vedo grandi potenzialità – afferma Massimo – e ho molta fiducia nell'evoluzione del genere: in fondo non ha alcun senso pensare che solo un giapponese possa realizzare un manga. Un europeo o in genere un occidentale può ben permettersi di lavorare alla sua evoluzione».

Generazione Ufo Robot

E di fatto le differenze sono ancora poche. I lavori sinora pubblicati, sempre da editori francesi, mostrano una forte continuità con i loro predecessori, alle cui regole sono strettamente vincolati. Andrea ci spiega che la differenza, se proprio la vogliamo trovare, «sta nel fatto che a realizzarli sono autori europei, ognuno con una propria cultura, sensibilità e visione del mondo, e che vivono, sono nati e cresciuti in un contesto sociale del tutto differente da quello nipponico». Lontani sì, ma comunque vicini. Non dimentichiamo che chi disegna manga oggi fa parte della cosiddetta generazione “Ufo Robot”, dal nome del celeberrimo cartone animato giapponese. Così si definisce Massimo, spiegando che il suo «modo di raccontare è molto legato alla cultura giapponese: i ritmi narrativi, le inquadrature, la regia, le ambientazioni. Ma d'altro canto – continua – sono anche molto legato alla mia cultura occidentale e non posso fare a meno di ricercare una possibile commistione tra i due mondi».

Insomma anche il manga diventa globale. Da un lato è vero che, come ci dice Andrea, «oggi più che mai, in un mondo che è diventato di colpo piccolissimo, tracciare dei confini netti e stabilire in modo inequivocabile se un fumetto sia o non sia un manga è veramente difficile». Dall’altro è un dato di fatto che l’afflusso di manga nei nostri Paesi continua ad essere più che abbondante. Ma allora, viene da chiedersi, c’era davvero bisogno di iniziare a produrne di nuovi? «Non è che ce ne sia bisogno – ci spiega Massimo - semplicemente è un genere diffuso perché immediato, fresco, stimolante e sopratutto perché privo di molti di quei vincoli che caratterizzano il fumetto occidentale». E chissà che tra qualche anno nelle fumetterie di Tokyo non facciano la loro comparsa i manga made in Europe.
Silvia Cravotta
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2297

direbbe Martin Luther King


di Katrina Vanden Heuvel - da The Nation

Sin dal 1865, quando fu fondata dagli abolizionisti, The Nation ha creduto nel potere liberatorio della verità, della convinzione, della coscienza, della lotta per le cause, vinte o perse. E come i suoi fondatori, The Nation crede fermamente che in politica non esista forza più potente della morale.
Una delle grandi figure morali del nostro paese, Martin Luther King Jr. è stato collaboratore di The Nation negli anni '60, autore di resoconti sullo stato dei diritti civili fino all'assassinio nel 1968.

Nel 1967, il Dottor King si recò a Los Angeles con l'auspicio di The Nation e The Nation Institute a tenere un discorso che avrebbe fuso le schiere del Movimento dei Diritti Civili con la protesta in rapida diffusione contro la guerra in Vietnam. Fu in quell'occasione che King si espresse, coraggiosamente, eloquentemente e inequivocabilmente, per la prima volta, contro il coinvolgimento militare degli Usa nel sud-est asiatico.

Oggi, siamo ancora nella trappola di una ingestibile e mostruosa guerra oltremare. Nel suo discorso al convegno di The Nation , parecchie settimane prima di quello alla Riverside Church dell'aprile 1967, ( Oltre il Vietnam: è tempo di spezzare il silenzio ) il Dottor King tracciò un quadro della società di quarant'anni or sono che appare notevolmente, impressionantemente simile a quella in cui viviamo oggi. É un momento per ricordare le parole di King sulle vittime estese della guerra: vittime che vanno oltre il carnaio della battaglia, ai suoi devastanti costi fino in patria. Vittime che comprendono i danni per la giustizia sociale e l'eguaglianza razziale, e impongono costi insopportabili alla libertà di parola e di dissenso.
Quarant'anni dopo, ci ritroviamo ancora come diceva il Dottor King, “in una posizione inconcepibile, moralmente e politicamente ...”. Chi, sano di mente, può guardare all'attuale panorama americano e essere sereno? Un presidente disonesto sta montando una guerra nonostante l'opposizione della gente, del Congresso, e anche di gran parte dei suoi militari.

In questo anniversario, Martin Luther King, Jr vedrebbe il fallimento politico, la distruzione senza freni, le false promesse e una spirale discendente dell'America davanti al mondo. Ci chiederebbe di riflettere su come, per il futuro della nostra democrazia, lottiamo per la nostra esistenza. E ci chiamerebbe a rispondere alla sfida. “ C'è un tempo in cui silenzio significa tradimento ” disse King alla Riverside Church nel 1967. Di fronte a un altro conflitto ingiusto e autodistruttivo quarant'anni dopo, è tempo di usare tutto il potere a nostra disposizione per farlo finire, lavorando per una nazione e un mondo migliore.

Nota: il testo originale anche sul mio sito Mall_int sezione Society (f.b.)

di Katrina Vanden Heuvel
da The Nation
Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini per Megachip


Il Pentagono contro la libertà di stampa
di Norman Solomon (Common Dreams)
La giornalista americana Sarah Olson è stata sollecitata a comparire per testimoniare al processo a carico del luogotenente dell’esercito Usa Ehren Watada – accusato di essersi espresso contro la guerra in Iraq e di essersi rifiutato di prendere parte all’occupazione. L’attacco del Pentagono al giornalismo Usa è un attacco al Primo Emendamento. La resistenza è più che mai essenziale per la democrazia

Sentiamo spesso dire che il Pentagono esiste per difendere le nostre libertà, ma in realtà esso si sta muovendo contro una libertà fondamentale, quella di stampa.

Non molto tempo fa, la giornalista americana Sarah Olson è stata sollecitata a comparire per testimoniare, il prossimo mese, davanti alla corte marziale al processo a carico del luogotenente dell’esercito Usa Ehren Watada – accusato di essersi espresso contro la guerra in Iraq e di essersi rifiutato di prendere parte all’occupazione. Sembrerebbe che gli ufficiali del Pentagono siano così ansiosi di punire Watada da aver deciso di andare alla ricerca dei giornalisti che del soldato hanno rese pubbliche le dichiarazioni.

Coloro che conducono le guerre sono notoriamente ostili ad una stampa libera. Fanno presto ad elogiarla – a meno che le notizie fornite non vadano oltre la mera stenografia per i signori della guerra e a meno che non si tratti di un giornalismo che mette l’esercito a disagio.

Chiaramente, questo spiega il motivo per cui il Pentagono ha inviato un mandato di comparizione alla Olson. Vogliono che testimoni per legittimare le sue citazioni delle parole di Watada – che equivale a dire volerla obbligare ad accusare il giovane militare. "Gli avvocati militari imbrogliano quando cercano di perseguire la propria azione legale selezionando reporter chiamati a testimoniare", scrive il Los Angeles Times in un editoriale datato 8 gennaio.

Il quotidiano aggiunge: "Nessuno dovrebbe forzare un reporter a testimoniare su una dichiarazione rilasciata da una fonte – oppure cercare di ottenere informazioni che vanno oltre a quelle riportate da un giornalista – a meno che ciò non sia assolutamente vitale per proteggere i cittadini americani da serie minacce. Questo principio dovrebbe applicarsi in qualunque caso, che le dichiarazioni rilasciate dalla fonte siano o meno confidenziali, o se il reporter lavori per un media oppure no".

La Olson è una giornalista freelance; il suo articolo su Watada è apparso sul seguitissimo sito web Truthout.org ed è stato trasmesso dal programma radiofonico pubblico Usa Making Contact. (Rivelazione: sono stato uno dei fondatori di quel programma e vi ho lavorato come consulente). Da molti anni la Olson svolge la professione di giornalista. Ora il Pentagono, per il modo in cui alla stessa Olson si sta rapportando, sta spregevolmente cercando di calpestare il Primo Emendamento della Costituzione Americana1.

Così ha commentato il Los Angeles Times: "C’è qualcosa di agghiacciante nel tentativo dell’esercito Usa di trascendere la propria autorità per costringere un cittadino statunitense, non appartentente all’esercito, col compito di raccogliere notizie, a testimoniare in un tribunale militare, semplicemente per sostenere un caso legale in corte marziale... Incoraggiare i mandati di comparizione militari creerebbe un grave precedente. È ora che l’esercito faccia marcia indietro".

Ma dai comandi militari non è giunto alcun segnale di retromarcia, nonostante grida di protesta si siano levate da un esteso gruppo di eminenti giornalisti, media ufficiali e associazioni a favore del Primo Emendamento.

"Cercare di obbligare una reporter a testimoniare davanti ad una corte marziale è un pessimo messaggio per i media e per l’esercito", ha dichiarato James W. Crawley, presidente dell’organizzazione Military Reporters and Editors (lett. Giornalisti e redattori militari). Crawley ha commentato: "Una delle caratteristiche del giornalismo americano, come documentato nel Bill of Rights e difeso dalle forze armate statunitensi, è una netta separazione tra stampa e governo. Usare i giornalisti per aiutare l’esercito a perseguire la propria azione legale si presenta come una vera e propria violazione".

Con l’invio dei mandati di cui sopra a Sarah Olson e a un altro giornalista che ha parlato di Watada (Gregg Kakesako dell’Honolulu Star-Bulletin), il Pentagono sembra voler a tutti i costi mandare in frantumi il rispettabile ruolo della stampa.

Due ufficiali del PEN American Center , una stimata organizzazione che si batte per la libertà di espressione, hanno esposto molto bene la questione in una recente lettera indirizzata al Segretario della Difesa Usa Robert Gates: "Se la Olson e Kakesako rispondono a quesi mandati testimoniando, parteciperanno fondamentalmente all’accusa della propria fonte. I reporter non dovrebbero fungere da braccio investigativo del governo. Un tale ruolo compromette la loro oggettività e può avere effetti inquietanti sulla stampa".

In un articolo per la rivista Editor & Publisher, la Olson ha ben sintetizzato l’importanza della posta in gioco: "Un responsabile della stampa non dovrebbe mai essere messo nella posizione di favorire un’accusa avanzata dal governo. Questo va contro persino al più elementare principio di libertà di stampa del Primo Emendamento, e si scontra con l’aspettativa di una democrazia che fa affidamento su un libero flusso di informazioni e prospettive senza il timore di censure o punizioni". E ha aggiunto: "Vi potreste domandare: ‘Voglio essere mandata in prigione dall’Esercito Usa per non aver collaborato con il procedimento legale da loro avanzato contro il luogotenente Watada?’ La mia risposta sarebbe: ‘Certo che no!’ Vi potreste anche chiedere: ‘Contribuiresti piuttosto ad accusare una fonte di notizie per aver espresso punti di vista rispettabili su una questione di interesse nazionale?’ Prima di tutto, si tratta di una domanda che disapprovo, interamente".

L’attacco del Pentagono al giornalismo è un attacco al Primo Emendamento – e un tentativo di mettere disaccordo tra giornalisti e dissidenti dell’esercito. La resistenza è più che mai essenziale per la democrazia.


1. Il primo emendamento garantisce, tra le altre cose, la libertà di parola e di stampa (NdT).

2. L’acronimo PEN sta per “Poets, Playwrights, Editors, Essayists, and Novelists” – poeti, drammaturghi, redattori, saggisti e romanzieri (NdT).

 

L’ultimo libro di Norman Solomon è “War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death”, pubblicato da Wiley nel 2005 ed edito in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo MediaWar. Dal Vietnam all’Iraq, le macchinazioni della politica e dei media per promuovere la guerra. Solomon è fondatore e direttore esecutivo dell’Institute for Public Accuracy.
È inoltre autore dell'introduzione a Censura 2006 – Le 25 notizie più censurate.
Sull'Iraq vedi Iraq Confidential – Intrighi e raggiri: la testimonianza del più famoso ispettore ONU (Prefazione del premio Pulitzer Seymour Hersh – Prefazione all'edizione italiana di Gino Strada), di Scott Ritter.

 

 

Fonte: Common Dreams
Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media

 


Elezioni in Serbia: chi ha vinto e chi ha perso?
Da Belgrado, scrive Francesco Martino

Dusan Pavlovic è docente alla Facoltà di Scienze Politiche di Belgrado e tra i più autorevoli analisti politici in Serbia. I risultati delle elezioni, la formazione del nuovo governo, la questione del Kosovo in un'intervista di Osservatorio Balcani

Dusan Pavlovic Chi sono i vincitori e chi gli sconfitti delle elezioni del 21 gennaio scorso?

A vincere, sia in termini di successo politico che di numero di voti ottenuti, sono stati i partiti del blocco che ha lottato per abbattere il regime di Milosevic con in testa il Partito Democratico e il Partito Democratico Serbo, che sono riusciti a conservare e riattivare il proprio elettorato in queste consultazioni nonostante abbiano dovuto gestire, prima col governo Djindjic e poi con quello Kostunica, molti aspetti dolorosi della transizione economica e sociale. Io credo che il loro successo dipenda proprio dalla responsabilità dimostrata in campo sociale, con esecutivi che hanno cercato di minimizzare i costi della transizione, smentendo chi sosteneva volessero attuare una politica di tipo esclusivamente neo-liberista. Hanno perso invece quei partiti che del regime di Milosevic hanno fatto parte integrante, radicali in testa. Infatti il Partito Radicale Serbo, sebbene sia ancora il primo nel paese, non è riuscito a realizzare i dividendi dell’essere all’opposizione in un periodo così travagliato, e si trova ora in una posizione di stallo. Credo che questo sia dovuto da una parte alla loro incapacità di approfittare politicamente della situazione e dall’altra al fatto che l’ attenzione dei radicali è tradizionalmente focalizzata su temi soprattutto politici, come la questione del Kosovo e quella della resistenza alla collaborazione col tribunale dell’Aja, che secondo me non erano i primi nella lista delle priorità degli elettori.

All’interno del cosiddetto blocco democratico, però, mentre il Partito Democratico di Tadic ha raddoppiato i propri consensi, il Partito Democratico Serbo di Kostunica è rimasto fermo sulle stesse posizioni. Questo a cosa è dovuto?

Il successo di Tadic, secondo me, deriva dalla sua capacità di rinnovare il partito, e di allontanarne i suoi elementi più aggressivi, elementi che ne facevano, alla vigilia delle scorse elezioni del 2003, un partito molto conflittuale e poco preparato a collaborare con altre formazioni politiche. Il risultato del Partito Democratico Serbo, che ha ottenuto 8mila voti in meno delle scorse elezioni pur essendosi presentato in coalizione con il partito “Nuova Serbia”, può essere secondo me spiegato dall’insistere di Kostunica sul tema dell’unità nazionale, dai suoi continui appelli a superare le differenze e le divisioni e a fare fronte comune. Questa strategia si è rivelata vincente l’anno scorso, quando si trattava di rinnovare la costituzione, ma campagna elettorale non paga, perché il voto è per definizione una scelta di campo. Nonostante il risultato in parte deludente, Kostunica rimane comunque l’attore politico più forte, visto che è l’unico che può giocare su due fronti, potendo proporre alleanze sia al Partito Democratico che al Partito Radicale. La sua posizione strategica al centro dello spettro politico, rende il DSS più forte dei voti che ha ottenuto nelle urne.

Se guardiamo il risultato dei radicali, ci accorgiamo che, oltre ad essere rimasti il primo partito, hanno aumentato in termini assoluti il numero di voti. Perché ritiene che il loro risultato non possa essere definito una vittoria?

Il motivo principale è che, molto probabilmente, rimarranno ancora una volta esclusi dal governo. Sono le terze elezioni in cui, pur ottenendo il maggior numero di voti, i radicali non riescono a raggiungere il traguardo che si erano proposti, mettendo insieme le politiche del 2003, le presidenziali del 2004 ed il voto del 21 gennaio 2007. Questa situazione è frustrante sia per il partito che per i suoi elettori, e credo che alla lunga porterà ad una perdita della sua popolarità. In queste elezioni si è visto che il Partito Radicale non riesce a mobilitare altre forze oltre al suo elettorato tradizionale, ed infatti l’alta affluenza ha significato un miglior risultato per i partiti democratici, mentre i radicali sono rimasti al palo. Per finire, non bisogna dimenticare che il Partito Radicale perde posizioni in parlamento, passando da 82 a 81 deputati.

Quasi tutti i sondaggi davano per spacciato il Partito Socialista Serbo, orfano di Milosevic, che invece è riuscito a superare la soglia di sbarramento al 5% e ad entrare in parlamento. A cosa è dovuta la capacità di sopravvivenza di questa formazione politica?

Il partito socialista, effettivamente, ha avuto un risultato molto migliore del previsto, pur correndo con due handicap non indifferenti. Il primo è l’aver rinunciato all’eredità di Milosevic, operazione politicamente rischiosa e che poteva portare all’esaurimento del suo elettorato tradizionale, il secondo la presenza alle elezioni della coalizione “Unione dei Pensionati Serbi- Partito Socialdemocratico”, che ha raccolto circa il 3% delle sue preferenze soprattutto tra i pensionati, pescando voti proprio in uno dei principali serbatoi elettorali del partito socialista. Nonostante ciò, il partito è riuscito a superare lo sbarramento, e credo che questo risultato sia dovuto soprattuto all’attenzione mostrata dal partito verso temi sociali, alla sua capacità di presentarsi come rappresentante degli esclusi dalla transizione, cosa che i radicali hanno saputo fare molto meno. Io non mi sorprenderei se in futuro, restando così le cose, molti voti iniziassero a passare proprio dal partito radicale a quello socialista.

Venendo alla formazione del prossimo esecutivo, l’ipotesi ventilata dalla maggior parte degli analisti serbi e internazionali è quella di una coalizione DS-DSS, insieme a G17+. Quali sono i principali problemi che i partiti di Kostunica e Tadic dovranno superare per giungere ad un accordo di governo?

Il vero problema è Kostunica, o meglio la sua volontà o meno di voler restare primo ministro anche nel prossimo esecutivo. Se Kostunica insisterà nel voler essere premier, prevedo colloqui molto tesi, che potrebbero anche fallire. Infatti, non vedo come i democratici possano rinunciare a guidare il governo, dopo che le elezioni li hanno portati ad essere il primo partito di questa possibile coalizione. Se invece Kostunica si farà da parte, puntando a restare leader del suo partito, a fare il ministro o a candidarsi per le prossime elezioni presidenziali, che si terranno entro la fine di quest’anno, credo che un accordo potrà essere raggiunto molto in fretta.

Presto dovrebbero iniziare in Serbia le privatizzazioni di molte importanti società pubbliche. Ci potrebbe essere uno scontro anche per assumere il controllo di questo processo?

Anche questo è un tema delicato, che può senz’altro portare a tensioni. Gestire le privatizzazioni, o almeno l’inizio di questo processo, è proprio uno dei principali incentivi a partecipare al prossimo esecutivo. Si parla innanzitutto di privatizzare la Naftna Industrija Srbije, compagnia petrolifera il cui valore è stato recentemente stimato intorno ai sei miliardi di euro, ma anche la Elektrodistribucija, società di distribuzione elettrica, le ferrovie e la Telekom Srbija. Si tratta di una torta enorme, e chi ne controlla la privatizzazione può aspettarsi sicuramente dei grossi benefici.

D’altra parte però far parte di questo esecutivo vuol dire avere a che fare con la questione del Kosovo…

Questa è l’altra faccia della medaglia. Quale che sia la proposta finale di Ahtisaari, questa non sarà affatto favorevole alla Serbia, e chi si troverà a governare con questa patata bollente tra le mani avrà non pochi problemi a gestire gli sviluppi della situazione. Può essere letta in questa prospettiva la dichiarazione del leader dei radicali Nikolic nella notte elettorale, quando ha detto: “Non ci vediamo nel governo che verrà creato dopo queste consultazioni, ma vorremmo essere in quello che lo seguirà”. Nikolic ha invitato i propri elettori alla pazienza, perché è convinto che la soluzione della questione kosovara sarà così negativa per la Serbia che porterà il prossimo governo a fondo, dandogli la possibilità di una vittoria schiacciante alle prossime elezioni. E’ questa la loro strategia, e io credo che rigetterebbero un’eventuale proposta di alleanza da parte di Kostunica, anche nel momento in cui questa dovesse essere davvero messa sul tavolo.

Ma esiste davvero questa possibilità? Sul serio Kostunica potrebbe orientarsi verso una coalizione con i radicali, in quello che dall’esterno sembrerebbe un vero suicidio politico, almeno per quanto riguarda la sua credibilità internazionale?

Sì, è possibile, soprattutto se si trova costretto da un mancato accordo con i democratici e senza alternative. Ci sono almeno tre motivi per cui Kostunica potrebbe prendere in considerazione una coalizione con i radicali. Il primo è quello, già menzionato, di poter gestire i processi di privatizzazione. Il secondo è la volontà politica di proteggere e allo stesso tempo controllare i servizi di sicurezza, proprio quei servizi che non vogliono le riforme, che non vogliono l’arresto di Mladic e che non vogliono che vengano presi gli assassini di Djindjic. Alcuni dei personaggi dell’entourage di Kostunica, come Rade Bulatovic, capo dei servizi, sono stati direttamente implicati nelle indagini sull’omicidio di Djindjic, e potrebbero forzare il leader del DSS a rimanere al potere a tutti i costi, anche a quello un’alleanza con i radicali, pur di continuare a godere di una qualche forma di protezione. L’ultimo motivo riguarda il desiderio di Kostunica di affrontare in prima persona il processo di definizione del destino del Kosovo, tema che gli è caro più di ogni altro. A Kostunica riesce difficile vedersi escluso dal posto di comando proprio nel momento in cui viene deciso il futuro assetto della regione.

A proposito di Kosovo, l’annuncio delle proposte sullo status finale della regione verranno presentate da Ahtisaari il 2 febbraio, proprio nel bel mezzo delle consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Pensi che questo possa avere un effetto destabilizzante sui colloqui per creare la nuova coalizione di governo?

Forse, ma credo di no. Ad essere presentato, infatti, non sarà il piano dettagliato sul destino del Kosovo, ma probabilmente una serie di proposte non troppo definite. A quel punto, quasi sicuramente, la diplomazia internazionale inizierà un processo di discussione delle proposte presentare da Ahtisaari, operazione che richiederà vari mesi, e che quindi dovrebbe dare il tempo di portare avanti le consultazioni e di formare il governo in un clima relativamente tranquillo.

Tornando alle operazioni di voto, né in partiti in lizza né i numerosi osservatorio internazionali hanno denunciato irregolarità sostanziali. Credi che questo sia l’inizio di un nuovo clima politico in Serbia?

Il processo elettorale è stato, nel suo complesso, impeccabile, fatto sottolineato dai molti osservatori dell’Osce con cui ho avuto modo di dialogare. Da questo punto di vista siamo davvero di fronte ad un cambiamento di importanza epocale per il paese, e credo si possa affermare che i partiti del blocco democratico si sono dimostrati, in questa occasione, degli ottimi organizzatori della competizione elettorale. Rimane naturalmente da verificare cosa succederebbe in eventuali prossime elezioni organizzate dei radicali che, ricordiamo, durante il regime di Milosevic sono stati complici di numerosi brogli e irregolarità. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6713/1/51/

Somalia, terra di nessuno
Riprendono i raid Usa nel sud, l'instabilità regna sovrana
Non è più il far west delle scorse settimane, ma in Somalia la stabilità resta un’utopia. Il giorno dopo il ritiro da Mogadiscio di 200 soldati etiopi, l’aeroporto della capitale è stato bombardato da colpi di mortaio che hanno provocato almeno 4 morti. L’Unione Africana non riesce a organizzare l’invio dei peacekeepers promessi, nonostante il governo assicuri che i primi berretti verdi arriveranno entro una settimana. Intanto, continuano i raid statunitensi nel sud del Paese, a caccia degli islamisti nascostisi nelle foreste. Le vittime degli ultimi bombardamenti sarebbero almeno venti.
 
Un poliziotto di guardia all'aeroporto di MogadiscioAttacchi. “L’attacco all’aeroporto è avvenuto verso le 11.30, durante l’ora di punta, poco dopo l’atterraggio del personale Onu – racconta a PeaceReporter Sahal Abdulle, giornalista somalo – una selva di proiettili di mortaio ha colpito sia l’interno che l’esterno dell’aeroporto, dove sostavano alcuni venditori. Almeno 5 persone sono rimaste ferite, tre in maniera grave”. L’attacco è avvenuto poco dopo il ritiro di alcuni contingenti etiopi, a cui però il nostro interlocutore non dà importanza. “E’ poco più che propaganda per soddisfare le pressioni della comunità internazionale e della popolazione, la cui insofferenza verso gli occupanti stava crescendo – continua Abdulle –. Gli etiopi continuano a stazionare in città: ieri 43 camion militari sono usciti dalla città in questa sorta di show, ma altri 43 ne sono entrati dalla direzione opposta. Hanno semplicemente fatto rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta”. Una visione che contrasta con la versione ufficiale di Addis Abeba, che continua a sostenere come la sua missione sia terminata e il ritiro degli uomini, concordato in tre fasi, sia effettivamente iniziato.
 
Peacekeepers. L’ultima di queste fasi dovrebbe coincidere con l’arrivo dei primi peacekeepers dell’Unione Africana. Nelle intenzioni almeno 9 mila uomini dovrebbero essere schierati nel Paese, ma finora solo il Sudafrica (previa approvazione del Parlamento) e il Malawi hanno effettivamente messo a disposizione un totale di 2.500 uomini. L’Unione Europea, che ha promesso un contributo per finanziare la missione, tentenna. “L’Ue chiede delle garanzie, in primis che venga revocata la legge marziale perché il regime somalo attuale sembra in modo preoccupante una dittatura” rivela Abdulle. Il primo ministro, Mohammed Ghedi, continua a sostenere che i primi uomini dell’Ua arriveranno entro una settimana, ma la situazione sul campo sembra suggerire tutt’altro.
 
Truppe etiopi si ritirano da MogadiscioBombardamenti. Intanto, nel sud continua la battaglia con i superstiti delle Corti islamiche. Nel “mar nero”, come sono chiamate le fitte foreste della parte meridionale del Paese, le truppe governative non sembrano aver acquisito un vantaggio decisivo. “Ieri, alcuni ufficiali Usa hanno ammesso l’organizzazione di nuovi raid aerei avvenuti lunedì scorso – continua Abdulle – ma non è chiaro che zona sia stata colpita. Sarà necessario trattare con le Corti, almeno con l’ala moderata, per avviare un processo di riconciliazione nazionale. Solo così la situazione interna potrà stabilizzarsi e Mogadiscio potrà smettere di essere una città armata fino ai denti”. Un suggerimento che i mediatori europei e nordamericani sembrano voler seguire, sponsorizzando il dialogo tra il governo e Sheikh Sharif Ahmed, il leader dell'ala moderata delle Corti catturato recentemente in Kenya. Dialogo a cui, finora, il governo somalo sembra prestarsi più per le pressioni degli alleati che per volontà propria.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7183

Il Kenya estraneo al forum [Alessandro Reda]
Concluso il quarto giorno del World Social Forum di Nairobi si può provare a tirare alcune parziali somme. Questa parzialità è in primo luogo figlia della struttura stessa dell'evento Forum. È illusorio pensare per chiunque di poter raccontare questi giorni se non in una prospettiva personale, e quindi vi è la possibilità di essere una voce all'interno di quello che per poter affrontare la complessità stessa di quanto avvenuto non può che essere un discorso collettivo ed una narrazione che prosegue nel tempo. In grado di arricchire i punti di vista, sommare le esperienze e probabilmente arrivare, non a comprendere, ma a rendere meno limitata la stessa esperienza vissuta.
Con questa consapevolezza e sulla scorta delle precedenti occasioni abbiamo mediato tra il partecipare il più possibile al clima complessivo del foro e l'operare delle scelte nella straordinaria offerta di seminari e possibilità di incontro, optando per partecipare in modo particolare alle attività del Forum Mondiale delle Alternative. La proposta si struttura di 4 conferenze che si sono tenute in tutti i quattro giorni di attività del forum sociale mondiale e di 6 seminari per i primi tre giorni in cui erano previste attività autorganizzate. La parola più ricorrente nei titoli di queste attività è lotta. La parola che emerge più chiaramente dalla discussione è unità.
Le figure che hanno maggiormente ispirato questa operazione di costruzione di senso e di proposta politica, fra gli altri Samir Amin, Francois Houtart, Wim Dirckxxens e Walden Bello, parte da una consapevolezza che sia necessaria superare la frammentazione che gli stessi movimenti sociali continuano ad esprimere sia a livello globale, o meglio dei popoli, sia al livello nazionale. Occorre intraprendere questo cammino, un processo che ovviamente su scala planetaria sarà difficile e lungo, ma che è necessario al fine di passare dalla fase, ormai di lunga durata, delle lotte di resistenza al capitalismo e all'imperialismo, che sono ancora oggi la cifra della globalizzazione neoliberista, alla fase in cui questa viene sconfitta attraverso quelle che Samir Amin chiama "avanzate rivoluzionarie", progressi in avanti che trasformano realmente le cose.
Le lotte e i movimenti più diversi hanno la necessità di confrontarsi con una proposta alternativa nazionale, e in conseguenza internazionale, portando alla nascita di ulteriori governi di natura progressista e realmente democratica come accade ad esempio nel continente americano. Questo non vuol dire ovviamente che i movimenti debbano unificarsi, ma che debbono affrontare la questione nazionale nella sua complessità. Confrontarsi con la necessità di divenire movimenti di popolo, ovvero capaci di coinvolgere e attivare la stragrande maggioranza del proprio paese su obiettivi condivisi e che pratichino metodicamente la partecipazione e l'acquisizione ed estensione della democrazia e dei diritti per tutte e tutti.
Quello che si sta concludendo è un forum difficoltoso e che rappresenta una sfida per tutto il movimento contro la globalizzazione. In primo luogo, diversamente dai precedenti, con scarsa o nulla ricaduta con la circostante società keniota. Un corpo estraneo. Relativamente, poiché con il passare dei giorni la presenza africana ha acquistato corpo e si è estesa anche agli esclusi fra gli esclusi. La presenza delle associazioni religiose e delle chiese nella sua pervasività entra in contatto e crea comunità anche dove sembra apparire improbabile. Così dopo un primo giorno in cui la presenza di giovani e bambini è incredibilmente all'opposto di quello che si vede per le strade, ad ogni ora percorse a piedi da centinaia di persone ovunque si posi lo sguardo, questi prendono possesso del forum, con una presenza discreta ma che riporta nel recinto del forum quelle contraddizioni che cosi evidentemente permeano la società keniota e probabilmente subsahariana in generale. In questo modo si può assistere a un vero e proprio "esproprio proletario" (condotto nella più assoluta eleganza e accompagnato dal grido inequivocabile di "we want food") fatto mercoledì 24 gennaio ai danni di un bar interno al social forum che ha la triplice colpa di praticare prezzi incomparabili rispetto alla reale capacità di spesa della stragrande maggioranza dei kenioti, di essere probabilmente il più visibile fra quelli presenti al forum e non da ultimo di essere gestito dalla società dell'attuale ministro degli interni keniano.
Questo piccolo fatto serve a comprendere l'intreccio economico, i contratti con ditte private, le relazioni con il governo che in qualche modo hanno caratterizzato questi giorni. Ciò ha portato l'assemblea conclusiva dei movimenti sociali ha prendere una chiara posizione contro la riproduzione all'interno del recinto del social forum dell'economia di mercato nella sua versione più deteriore ovvero con la mercificazione di tutto (a partire dall'acqua anch'essa venduta a prezzi impossibili per i locali sia nella versione più o meno calmierata controllata dal Forum, sia dalla preponderante commercializzazione più o meno improvvisata fornita dai molti kenioti attirati dall'evento di massa Wsf) e la militarizzazione del territorio esemplificata dal recinto e dalla presenza consistente (e comunque discreta e distesa almeno per esperienza personale) delle forze di polizia, e militari in generale.
La nota maggiormente dolente di un forum per molti versi entusiasmante e che come scorta di esperienze ha pochi rivali. Una delle finalità del forum è quello di 2tradurre" analisi, esperienze ecc. vale a dire creare seminari e workshop per mettere a confronto attivisti e studiosi dei quattro angoli del pianeta per discutere, approfondire, proporre. Tradurre quindi non solo le parole nei vari idiomi, altro aspetto della ricchezza racchiusa nelle esistenze umane del pianeta stesso, nelle culture, nelle antropologie, nei sentire diversi, ma anche cercare per quanto possibile di rendersi intellegibili l'un l'altro, comprendersi. Arte politica, filosofica, etica. Culturale nel senso pieno e vasto e ricco della parola. Ma è mancato il primo gradino, il primo step: la traduzione linguistica e questa è stata una carenza enorme.
Infine rimane l'esperienza straordinaria di Korogocho. Che dire. Se questi sono esseri umani. Guardare il mondo da uno slum è l'esperienza limite. Non per pochi nel pianeta. Già oggi sono un miliardo e mezzo circa gli esseri umani spinti ad abbandonare le campagne e cercare fortuna nei mostri contemporanei detti città o megalopoli. Se così si lasceranno le cose andremmo incontro a un mondo ?bidonvillizzato? nel quale metà della popolazione mondiale vivrà questa vita che non è vita. Abbiamo visto gli occhi di questi bambini, di queste donne e dei pochi uomini. Intelligenza, fame di istruzione, di una vita dignitosa, fame letterale. Una energia pronta ad esplodere, ma gentile e rassegnata. Quanto fantasma di Frantz Fanon in ogni dove. Quanto monito a noi. La Chiesa cattolica e le varie chiese protestanti danno una risposta e un aiuto importanti. Senza la loro presenza l'inferno sarebbe inferno e basta. Tuttavia: senza riforma agraria, senza la soluzione dell'agricoltura di sussistenza famigliare di contro all'agro business non c'è futuro. Frantz Fanon appunto. Eppoi Lumumba. Eppoi... Black Mama Africa grazie.
http://www.carta.org/cantieri/nairobi07/070125Reda2.htm

USA : niente pensione ai parlamentari corrotti
di Rico Guillermo*

La camera dei rappresentanti USA ha deciso ieri all'unanimita' di negare la pensione ai parlamentari condannati per corruzione, spergiuro e simili crimini, eccetto che in caso di bisogno finanziario accertato.

Il promotore della legge, Nancy Boyda, ha detto che "i politici corrotti meritano condanne alla prigione, non pensioni pagate dal contribuente". Una misura simile e' stata approvata dal senato USA la scorsa settimana. Entrambe sono conseguenza degli scandali congressuali verificatisi lo scorso anno che hanno portato alla condanna di ex membri del Congresso repubblicani.

Tuttavia - osserva il Washington Post - la punizione per coloro che hanno gia' tradito la fiducia pubblica non sara' di grande portata. La legge approvata al Senato non entrera' in vigore che nel gennaio 2009, mentre quella della Camera entrera' in vigore immediatamente dopo la promulgazione, ma le due leggi approvate non hanno effetto retroattivo, il che significa che i condannati Cunningham e Ney avranno pensioni notevoli per il resto delle loro vite, a carico dei contribuenti.

Anche il rappresentante democratico della Camera William J. Jefferson - attualmente sotto indagine federale per corruzione - potrebbe ancora essere autorizzato ad una pensione qualora incriminato e condannato per i crimini passati. Ovviamente questo aspetto - motivato ufficialmente dal desiderio di avere un sostegno bipartisan - ha suscitato le vive proteste delle associazioni dei contribuenti.

Un'altra critica e' volta al numero troppo limitato di crimini preso in considerazioni dalle due leggi (5), mentre altre proposte di legge ne prevedevano 21 (compresa frode ed evasione fiscale).

Alcuni quindi lamentano la limitatezza dell'azione del Congresso a guida democratica dopo le promesse elettorali sui temi etici. Tuttavia rispetto a qualche anno fa, quando i Repubblicani cercarono di addolcire il regolamento del Congresso sui parlamentari inquisiti, e rispetto ad altri Paesi come l'Italia, dove in parlamento siedono da anni condannati per corruzione ed altri reati, si tratta comunque di un progresso...

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org

 

   


gennaio 25 2007

Quelle che l'ho data a Silvio

 

Metti una domenica pomeriggio tra una linea di febbre e l’altra sotto il plaid di pile con in sottofondo il cazzeggio televisivo di “Quelli che il Calcio”.
Simona Ventura intervista Fabrizia Carminati, un residuato inesploso della televisione anni 80. Me l’ero quasi dimenticata, ma a sentire il suo nome e all’ondeggiar dei boccoli d’oro, per automatismo ho salivato subito come il cane di Pavlov, “Ah, quella delle pentole”.

E’ carino ogni tanto ricordare i personaggi che ci hanno fatto crescere, come il Supertelegattone Maaaooo, Jeeg Robot d’acciaio e Zed, il tizio con i capelli di plastica come Ken, il marito evirato di Barbie.
La Carminati, dopo un piccolo sforzo per inquadrarla nel periodo e nel contesto tra le nebbie della memoria, mi appare come la bionda sempre allegra anche ai funerali, di bellezza media, più da segretaria che da showgirl.
Valletta di Mike Buongiorno, è vero, che di lui ci dice che era tirchio perché teneva i cesti con le burrate e i capocolli tutti per sé senza dividerli con i colleghi. Lo avevamo intuito, ma poi ecco la grande rivelazione, lo sgubb, la bomba, ciò per cui è venuta in televisione, o ce l’hanno mandata dopo averla scongelata, dopo tanto oblio.
La Fabrizia racconta, dopo averlo già spiattellato ai giornali, che ha avuto una relazione con Silvio vent’anni fa e che lui era da 10 e lode in tutto, anche in quella cosa lì, che è poi l’unica che conta, il resto tipo il romanticismo è fuffa. Un mandrillone, insomma, e detto da lei c’è da crederci.

Era dai tempi delle mitiche pagelle di Moana che non si sentivano apprezzamenti sulle prestazioni sessuali dei leaders politici. Che poi, in questi casi, sono tutti delle sex-machines con un’attrezzatura da far invidia al Divo Rocco e tempi di durata da maratoneti del sesso.
Eh già, chi si azzarderebbe, tra le ex o attuali amanti dei potenti di dire:”E’ una delusione, lo fa in 9’ 85” netti, più veloce di Carl Lewis sui 100 metri, quando gli riesce e con i calzini corti”.

Un dubbio mi assale, ma il palco di corna posticce che Simona Ventura ostenta dall’inizio dell’intervista è una pesante allusione a Veronica? Tranquilli, all’epoca della tresca lui era già separato dalla prima moglie e non conosceva ancora Veronica. Anzi quest’ultima gliel’ha presentata proprio la Fabrizia, guarda un po’. Un cambio della guardia in stile Buckingham Palace. Non basta sicuramente per poter fare la Comunione (anche se lui la riceve lo stesso, mysterium fidei) ma per tranquillizzare l’elettorato medio si.

Tra parentesi, l’intrepida Ilona Staller sempre arruolata nel corpo “Poveretta, come s’offre”, aveva già raccontato alla stampa, senza scendere in particolari intimi però, di un suo week-end in Grecia con il Mandrillo della Libertà nel lontano 1974.
In piena zona adulterio questa volta, ma forse eravamo già all’epoca in cui con Carla “l’amore si trasforma in sincera amicizia”.

Tornando alla Carminati. Nel 2004, forse come tardiva ricompensa per tanta abnegazione amatoria, l’eroica Fabrizia, ripescata come i vecchi pugili negli incontri di contorno, si candidò per Forza Italia alle Europee ma fu, non sembri una battutaccia, trombata.
Cosa pensare di quest’ultimo coming-out mediatico?
A me ha fatto l’effetto di quelle lettere di raccomandazione che suonano più o meno così: “Posso testimoniare che il ragazzo si impegna nel lavoro ed è sempre puntuale e affidabile.” Una sorta di pizzino erotico, un messaggio rassicurante alle ragazze ancora da concupire dopo l’impianto delle duracell, “andate tranquille, che non sarà solo un sacrificio”. Abbastanza patetico, tutto sommato.

L’intervista del secolo con la Ventura termina con una simpatica gag nella quale la Carminati finge di essere stata anche l’amante di Prodi, facendone l'imitazione. Un momento di grande televisione. Missione compiuta, roger, portiamo a casa questo baby e rientriamo alla base. La Fabrizia fa le pentole e anche i coperchi.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/2007/01/quelle-che-lho-data-silvio.html

L'ombra lunga del Cavaliere
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica

Legge ad personam per eccellenza, la «legge Pecorella» sull´inappellabilità delle sentenze di assoluzione è da buttare perché incostituzionale. Lo ha deciso la Consulta infliggendo un´altra umiliazione al legislatore dell´età berlusconiana. Gli addetti agli affari di giustizia non ne sono sorpresi. A occhio nudo o anche soltanto alla luce del senso comune, quella legge – fin dalla nascita – appare deforme, soltanto un espediente per evitare a Silvio Berlusconi un nuovo processo, dopo l´assoluzione per prescrizione dall´affaire Sme. Per proteggere il Capo da ogni imprevisto, come sempre per le leggi ad personam (di volta in volta hanno inventato l´impunità del capo del governo o cancellato il reato, la prova o addirittura il giudice, quando sgraditi o pericolosi), la maggioranza dà il via a una regola del processo che cancella la possibilità di un processo d´appello. E´ una correzione della procedura penale che lascia pendere la bilancia a vantaggio dell´imputato. Come conferma ora la Corte Costituzionale, viola il principio di uguaglianza e ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione). Deforma la parità tra le parti per processo (se l´imputato è assolto in primo grado non può ricorrere al secondo grado di giudizio mentre, al contrario, può farlo l´imputato se condannato). L´inappellabilità, secondo un´interpretazione, giunge a interdire finanche la tutela delle parti offese del reato, bloccandone ogni loro iniziativa. La norma transitoria, elaborata nella scorsa legislatura, non spiega nemmeno, secondo gli addetti, che cosa può fare o non fare la parte civile, cioè la parte offesa, la vittima del reato. Può impugnare la sentenza di proscioglimento, fare ricorso in Cassazione? Anche in questo elementare aspetto la questione, per i giuristi, appare controversa.
E´, comunque, un ventaglio di incoerenze che a quel Parlamento oppone anche il Capo dello Stato, lo scorso anno. Carlo Azeglio Ciampi rinvia alle Camere quel garbuglio «palesemente incostituzionale», ma di nuovo il Parlamento lo approva, per il rotto della cuffia, alla fine della scorsa legislatura conservando, con un´inutile cosmesi, un arbitrario e incostituzionale squilibrio tra difesa e accusa, tra pubblico ministero e imputato.
Nata deforme, la legge non poteva che essere annientata dalla Corte Costituzionale. Così è stato, ma la storia è soltanto all´incipit perché ora cominciano i problemi, intricati come un gomitolo di lana, come sempre accade quando si manomette – nell´interesse di uno – regole che valgono per tutti.
Il primo problema riguarda naturalmente il ripristino del principio di uguaglianza, della parità tra accusa e difesa. Potranno i pubblici ministeri, che si sono visti bloccare ogni iniziativa per l´approvazione della legge, chiedere ora un processo di appello? In teoria, no. L´appello va proposto entro trenta giorni dalla sentenza di primo grado. Approvata quella legge storta, gli appelli presentati nell´ultimo anno nei tribunali d´Italia sono stati dichiarati tutti inammissibili. Anche quello di Berlusconi. Possono riproporlo oggi? No, secondo una corrente di pensiero, perché se è vero che la sentenza della Corte Costituzionale cancella la legge come se non fosse stata mai approvata, è anche vero che i termini sono scaduti. I trenta giorni previsti dalla norma processuale sono bell´e che trascorsi. Dunque, per restituire la chance di un nuovo giudizio all´accusa sarebbe necessario o una motivazione della Corte che indichi una strada interpretativa o, in assenza di una presa di posizione della Corte, un decreto legge del governo che riapra con urgenza i termini dei trenta giorni. Di diverso parere il ministero di Giustizia che non ritiene necessario il decreto in quanto l´incostituzionalità della legge riapre «automaticamente» i termini per il ricorso d´appello. Quale che sia la soluzione del guazzabuglio interpretativo, ogni via d´uscita tecnica diventerà immediatamente questione politica. E´ il secondo problema. Qualora necessario, il decreto legge sarebbe interpretato dall´opposizione come un provvedimento governativo ad personam contro Berlusconi.
Ne nascerebbero baruffe, altre grida, nuove polemiche alimentando l´abituale vittimismo del presidente di Forza Italia, paralizzando i lavori delle Camere nei prossimi mesi. Il governo dovrebbe avere la forza di affrontarne le conseguenze, nella convinzione che il decreto legge permetterebbe a tutti coloro che ne sono stati privati di godere di una prassi (l´appello) eliminata per avvantaggiare uno solo. Il governo avrà questa forza? C´è chi ne dubita, c´è chi lo promette. Quale che sia la previsione, è invece prevedibilissimo che assisteremo a nuovi strappi. Se il governo dovesse approvare un decreto d´urgenza bisognerebbe dire addio al dialogo sollecitato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e necessario al ministro della Giustizia per approvare un programma di riforme che, con molta enfasi, definisce di «umanesimo giudiziario».
Se il governo non dovesse legiferare d´urgenza, ne pagherebbe il prezzo al suo interno con una spaccatura tra i "pragmatici" (come Clemente Mastella) e chi – ed è un larga parte della coalizione – chiede la cancellazione delle leggi ad personam. Anche se non è più presidente del Consiglio, dobbiamo abituarci all´idea che pagheremo ancora qualche prezzo collettivo al destino personale di Silvio Berlusconi.


Pirelli santo subito
di Marco Travaglio

Faceva una certa impressione leggere sui giornali i ritratti dello scomparso Leopoldo Pirelli. Tutti, ma proprio tutti, recano nel titolo l’epiteto di «galantuomo». Un po’ come quando morirono Berlinguer, Fanfani e Spadolini, salutati come «politici galantuomini» da chi sapeva benissimo che gli altri non lo erano (oggi, per dire, passa per galantuomo persino Craxi). In Italia, che un imprenditore sia - prim’ancora che capace, innovativo, laborioso, geniale, onesto, è considerato un fatto eccezionale. L’onestà, ai piani alti, non solo è merce rara. Ma può diventare un handicap, come giustamente segnala «il Giornale» della famiglia Berlusconi, che distinguendosi dagli altri quotidiani definisce Pirelli «troppo galantuomo». Ecco: un po’ galantuomo, passi; ma il troppo stroppia. Un imprenditore troppo galantuomo rischia di mettere in cattiva luce tutti gli altri. Montezemolo, quando aveva i calzoni corti e lavorava alla Fiat, fu beccato a prender soldi per presentare gli amici alla famiglia Agnelli e ora è presidente di Confindustria, di Fiat e di un’altra dozzina di confraternite. Romiti ha una condanna definitiva per falso in bilancio (poi cancellata dalla legge Berlusconi). Bellachioma e famiglia li conosciamo. Tanzi e Cragnotti, pure. Cesare Geronzi, fresco di condanna per il crac Bagaglino, è stato appena reintegrato ai vertici di Capitalia. Gran parte dei banchieri italiani sono imputati per aver rifilato bond argentini, Parmalat e Cirio, cioè carta straccia, agli ignari risparmiatori. Ricucci è fallito. I suoi amici furbetti Fiorani, Consorte, Sacchetti, Gnutti, Coppola, Caltagirone, basta la parola. Ligresti, 12 anni fa, entrava e usciva dalle patrie galere insieme alla famiglia Ferruzzi. De Benedetti ha confessato pure lui le sue mazzette. Le coop rosse hanno avuto i loro guai. I migliori stilisti made in Italy pagavano bustarelle alla Guardia di Finanza. Il presidente di Confindustria a Palermo ha avuto i beni sequestrati e l’interdizione dalla carica per storie di mafia. Tronchetti Provera è lì appeso agli umori di un Tavaroli. Invece l’ex suocero Leopoldo Pirelli, rara avis, non era mai entrato nelle cronache giudiziarie. Vuoi vedere che si può fare l’imprenditore anche senza rubare? Nel 1999, mentre il Tronchettino in erba invocava la depenalizzazione del falso in bilancio, poi ottenuta dall’amico Silvio, il vecchio Leopoldo rilasciava una memorabile intervista a Eugenio Scalfari, udite udite, sull’«etica negli affari». E confessava «un rimorso» su Tangentopoli: «Alcuni imprenditori han sostenuto di essere stati costretti a pagare partiti, uomini politici, pubblici amministratori, altrimenti le aziende non avrebbero potuto lavorare. Hanno sostenuto d’esser stati vittime di una concussione generalizzata. No, non è stato così. Concussi sono stati i piccoli imprenditori costretti ad allungare il milione o i dieci milioni al vigile urbano o al finanziere o all’assessore per ottenere una licenza o un favore fiscale. Ma non le maggiori imprese del Paese. Se una decina di grandi aziende avessero insieme denunciato la corruzione che era diventata sistema, nessuno avrebbe potuto impedircelo e schiacciarci, tutti insieme eravamo forti a sufficienza per schiacciare quel malcostume». Scalfari domandò: «Come mai non è avvenuto? L’hai proposto agli altri tuoi colleghi?». E Pirelli: «No, per questo sento rimorso. Poi è arrivata la magistratura. Nonostante errori e interventi a volte discutibili, penso che il giudizio storico sul comportamento della magistratura sarà positivo». Ecco, sentiva rimorso non per aver pagato tangenti (non aveva questa abitudine). Ma per non aver costretto i colleghi a denunciarle. Ora sarebbe da maramaldi scaraventare le sue parole sull’uomo che, per via matrimoniale, ha ereditato la Pirelli. Ma è mai possibile che oggi parole come rimorso, vergogna, o soltanto autocritica siano così sconosciute alle nostre classi dirigenti? Fosse solo Berlusconi, passi: intorno a lui tutti violavano le leggi, ma lui non ne sapeva nulla, essendo la Fininvest la prima holding al mondo a realizzare la perfetta anarchia (subito imitata da Telecom, dove tutti spiavano tutti, a spese ma all’insaputa del padrone). Ma non c’è finanziere, o top manager, o imprenditore coinvolto negli scandali di questi anni che abbia chiesto scusa, assumendosi le proprie responsabilità, se non penali, almeno aziendali o, parlando con pardòn, morali. L’ultimo che chiese scusa, pur non avendo fatto nulla di male, fu Leopoldo. Ma ora è morto e non darà più il cattivo esempio.www.unita.it

 


Berlusconi sbrocca di nuovo, dategli un calmante che non arriva all’uovo di Pasqua

swampthing

longberl.jpg

Le ultime dichiarazioni del rosicone numero uno in Italia, berlusconi:

Sulla riforma tv:
“Quello non è un ddl ma un piano criminale verso il capo dell’opposizione e verso le sue proprietà private. Tuttavia non credo, anzi sono sicuro, che non troverà 160 complici che porteranno a realizzazione un progetto criminale”.

Sul governo:
“Non hanno neppure vinto le elezioni, perché hanno imbrogliato”.
“Gli italiani vogliono cambiare questo governo e questa maggioranza taroccata” e dunque l’Italia “tornerà a essere governata dal fronte liberale e da un uomo di sinistra come me“. :fkoff:

Sulla bocciatura della legge “Pecorella“:
“Non siamo una vera e piena democrazia. Questa sentenza della Corte Costituzionale ci riporta indietro ed è la conferma che tutte le istituzioni sono in mano alla sinistra che fa quello che vuole. Questa è una cosa negativa e preoccupante per tutti”.

Questo si mangia il fegato, dategli una dose massiccia di Ritalin, così si calma un attimo.

Non conosco ancora la riforma TV, ma che silvio parli di piano criminale è davvero paradossale. Lui che ha pagato Craxi per poter trasmettere su tutto il suolo nazionale, quando violava la legge; lui che ha promosso la legge Gasparri e fregato i soldi delle tasse agli italiani, perché ci sia in tutte le case un decoder per Mediaset Premium… quando dice ste cazzate mi viene davvero voglia di prenderlo a sprangate nelle gengive (metaforicamente si intende).
Quando va avanti con sta litania delle elezioni perse a causa di imbrogli, invece, andrebbe preso a calci nelle palle (sempre metaforicamente). Basta con le menzogne.
La legge Pecorella, una delle tante leggi ad partitum, che prende la giustizia alla pecorina e se la fotte a più non posso, atta più che altro a tutelare i forza italioti dai loro problemi giudiziari. Ora che silvio urli che non siamo una democrazia fa sorridere, lui e le sue leggi ad personam, coem la depenalizzazione del falso in bilancio, il Lodo Schifani, la Legge ex-Cirielli, e tante altre. Per questo schifo non siamo una democrazia compiuta, ma piano piano, sono fiducioso che le cose andranno a loro posto.
Alla faccia di :berluska: :fkoff: http://blog.terrorpilot.com/archives/1884


Archivi Rai: fate come la Bbc -

di Loris LDE D'Emilio - Megachip

I presupposti c'erano tutti: ormai quasi due anni fa la BBC aveva lanciato l'idea, e pochi mesi dopo la piattaforma era disponibile online per gli utenti. All'indirizzo http://creativearchive.bbc.co.uk/news/index.html [1] sono disponibili gli audio/video prodotti dalla televisione di Sua Maestà, liberamente scaricabili e fruibili da tutti i cittadini britannici grazie alla “Creative Archive License” [2], una licenza derivata dai Creative Commons [3]. In sostanza, tutti i cittadini britannici possono scaricare il materiale, visionarlo, copiarlo, distribuirlo, a condizione che sia citata la fonte, che non se ne faccia un uso commerciale, che sia ridistribuito sotto la medesima licenza.

Naturalmente, i “produttori di contenuti” hanno immediatamente cercato di bloccare l'iniziativa tacciandola di “concorrenza sleale”, ma la BBC ha saputo tenere testa, e non cedere di un passo, in nome della “pubblica utilità”. Insomma, se i servizi della televisione di stato sono realizzati grazie al canone pagato dagli utenti non si capisce perché gli stessi utenti non debbano essere in grado di poterne fruire come e quando vogliono, gratuitamente.

Sembra un fatto banale, quasi scontato per non dire ovvio. Eppure così non è.

Recentemente anche in Italia il ministro delle comunicazioni Gentiloni, con l'approssimarsi della scadenza del contratto di servizio della Rai, ha fatto predisporre una nuova bozza di contratto avvalendosi della collaborazione dei diversi settori della società civile interessati; tra le tante novità introdotte quella forse più interessante era proprio l'ipotesi di potenziare il portale internet della Rai attraverso la creazione di un archivio digitale di prodotti audio/video realizzati dal servizio pubblico e rilasciati sotto licenza Creative Commons [4]. Una vera e propria svolta epocale per un servizio, quale quello della televisione pubblica, che ormai di innovativo non offre praticamente nulla. Talmente innovativo che qualcuno ha pensato bene di cambiare il documento presentandone un altro alla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai; e, ovviamente, in questo nuovo documento di Creative Commons nemmeno l'ombra.

La denuncia, partita dall'associazione dei consumatori Adiconsum [5], è stata immediatamente ripresa e rilanciata [6] da altre agenzie e bloggers su internet, fino ad arrivare ad organizzare una petizione online a cura di Arcoiris.tv [7] “ Libera Rai in Libero Stato ” per “liberare gli archivi del servizio radiotelevisivo italiano”.

La richiesta è semplice: datosi che oggi, sia sotto l'aspetto tecnologico (portali internet multimediali, banda larga, filesharing, etc.), sia sotto quello legislativo (i Creative Commons) è possibile realizzare un prodotto di buona fattura e distribuirlo gratuitamente al cittadino, perché non farlo? Perché non cercare di riportare la televisione a quella funzione “di unificazione e creazione di linguaggi comuni” magari partendo proprio dalla socializzazione e dalla libera condivisione dei saperi? Perché non re-distribuire l'enorme patrimonio culturale, ammassato in qualche angusto magazzino di viale Mazzini a Roma, in forma gratuita? Perché l'informazione, la cultura, il sapere, devono sempre e comunque essere quantizzati, monetizzati, mercificati e non liberamente distribuiti a tutti ?

Ma la cosa forse ancor più sconcertante è che, a tutt'oggi, nessuno pare sia ancora riuscito a dare un nome all'autore, o agli autori, del nuovo documento presentato in commissione parlamentare. Un lavoro certosino, frutto di ore di incontri tra funzionari ministeriali, rappresentanti di categorie, cittadini e quanti altri, cancellato dalle mani di un “chicchessia” qualunque chissà dove. Che non ha nemmeno il coraggio di mettere il proprio nome e cognome (e la sua faccia) in calce al documento.

E vogliamo ancora parlare di democrazia, rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni, servizi pubblici via dicendo?


Note

[1] alcuni articoli di approfondimento:

Copyfight, di Stefano Porro
Quei pirati della Bbc

Il network britannico lancia il progetto “Creative Archive”. Migliaia di file audio-video saranno disponibili online gratuitamente sotto licenza Creative Commons http://www.lastampa.it/_web/_INTERNET/copyfight/default_copyfight.asp

Diritto d'autore flessibile BBC-style

Bernardo Parrella http://www.stampalternativa.it/liberacultura/?p=20

OPEN CONTENT
La Bbc mette in rete il suo archivio

di Nicola D'Agostino http://www.mytech.it/news/articolo/idA028001062120.art

La BBC ci prova col P2P

Per la prima volta un grande network televisivo mette a disposizione degli utenti tutti i propri programmi: pronti per essere scaricati e visti quando e come si preferisce http://punto-informatico.it/p.aspx?i=52874

[2] http://creativearchive.bbc.co.uk/licence/nc_sa_by_ne/uk/prov/

[3] versione italiana http://www.creativecommons.it/

[4] alcuni articoli di approfondimento:

RAI RIVOLUZIONE DIGITALE ARRIVANO LICENZE CREATIVE COMMONS I CONTENUTI PRESTO DISPONIBILI ONLINE
http://www.assodigitale.it/content/view/2943/1/

Rai, la novità vera sta nell' articolo 6

È nel contratto di servizio e prevede la «liberalizzazione» dei contenuti multimediali http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/cor-economia/2007/01/ce_0_070108024.xml

[5] http://www.adiconsum.it/index.php?pagina=notizia&idarticolo=91&categoria=7  

[6] alcuni articoli di approfondimento:
Contratto Rai riveduto e scorretto

Modificato misteriosamente il contratto di servizio Rai. Così sono stati traditi i buoni propositi dell'offerta multimediale. Il palazzo contro la partecipazione Gabriele De Palma, Franco Carlini http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Gennaio-2007/art70.html http://chipsandsalsa.wordpress.com/2007/01/18/contratto-rai-riveduto-e-scorretto/

Rai, retromarcia sulle Creative Commons

L'ente televisivo non distribuirà i contenuti pagati dagli italiani sotto licenze libere. L'annuncio con l'elastico è una prassi purtroppo comune. http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=5318&numero=999

Creative Commons, alcuni diritti riservati
http://www.forumpa.it/archivio/3000/3800/3850/3855/creativecommons-veloci.html [7] http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Petizione


Incontriamoci per il referendum elettorale




Personalmente, ma ho potuto verificare presso amici e conoscenti che molti
altri la pensano come me, ritengo il REFERENDUM su questa materia e con la
legge che si vorrebbe abrogare ESTREMAMENTE PERICOLOSO.
Infatti, SE NON SI RAGGIUNGE IL QUORUM (fatto certo) i fautori di questa
sciagurata legge strumentalizzerebbero questo fatto per affermare che agli
italiani, visto che non sono andati a votare, va bene questa legge. E allora
voglio vedere come la cambiamo. Dopo.
Come ho già avuto modo di dire, ad una nuova legge si dovrebbe arrivare in
due passi:
1. cancellare l'attuale e ripristinare la precedente SUBITO e senza
ricercare ampi consensi (loro non lo hanno fatto), mediante una semplice
legge di due soli articoli (si cancella l'attuale, si ripristina la
precedente)
2. lavorare ad una nuova legge, con calma e ponderazione, ricercando la
massima convergenza possibile (se si trova, altrimenti ci teniamo il
mediocre MATTARELLUM)
Per questo motivo, non intendo appoggiare la raccolta di firme per questo
referendum. La maggioranza si era impegnata a cancellare la legge elettorale
(anche pericolosa) della destra (come anche tante altre leggi vergogna). Noi
cittadini abbiamo votato questa maggioranza e il suo programma. Ora la
maggioranza si dia da fare e il Parlamento lavori.
Con cordiali saluti.
Dott. Ing. Ferdinando Longoni (a titolo strettamente personale)
dei Cittadini per L'ULIVO
Comitato "Montemario & Girotondi per L'ULIVO" di Roma




La dissidente: «Il regime bielorusso? Prende gli europei per dei mollaccioni»

Incontriamo Olga Karach, 28 anni: «Quando portai il caffè al Kgb che mi sorvegliava sotto casa...»
Piazza Lenin a Minsk (Foto Kalle Kniivila / Fickr). Foto in Home page: Caricatura di Lukashenko (Foto Kirillbelarus / Flickr)
Attivista per i diritti umani in Bielorussia, insegnante, consigliere comunale a Vitebsk (quarta città di questa ex repubblica sovietica ndr), la 28enne Olga Karach è oggi a Varsavia. Viene da Praga, dove ha partecipato ad una conferenza sui diritti umani. A Bruxelles, poi, ha tentato di far sentire la sua voce sul problema della libertà di stampa nel regime del padre-padrone Lukashenko. Del resto la Presidenza tedesca ha reso noto che non considera come democratiche le elezioni locali tenutesi il 14 gennaio.

Più giornali (rispetto ai tempi dell'Urss) non vuol dire più informazione

Anche se è stata diverse volte imprigionata e soggetta a maltrattamenti, la Karach sembra in forma e piena di energie: «Il movimento cui appartengo, La Nostra Casa, è attivo in ben dieci città; l’unica in cui non abbiamo un ufficio è proprio Minsk, capitale del Paese. Non perché vi manchino oppositori del regime, ma per il problema della repressione. Lukascenko» – rieletto nel 2006 coll'82% dei voti – «è diventato presidente per la prima volta nel 1994. Questo significa che i bambini che allora frequentavano la scuola elementare hanno ora vent’anni. Sono stati così indottrinati che è difficile, anche da un punto di vista psicologico, spiegare loro che hanno vissuto tutta la loro vita nel giogo di una grande bugia». Un indottrinamento, questo, che si riflette nei segmenti di popolazione che appoggiano il dittatore: secondo i dati di La Nostra Casa votano per lui le persone dai 18 ai 22 anni e gli over 65. La maggior parte degli oppositori hanno tra i 23 e i 45 anni.

Olga Karatch - Photo, Natalia Sosin Come fare allora per informare correttamente i bielorussi? Secondo la Karach (a sinistra, durante l'intervista) «deve essere un processo lento e graduale. In Bielorussia regna l’illusione della libertà dei media. La maggior parte di noi ricorda ancora l’epoca sovietica, quando era proibito tutto all’infuori della televisione di governo: per questo le persone ascoltavano Radio Free Europe. Oggi abbiamo la televisione via cavo, centinaia di giornali, internet, ma se si osserva attentamente, ci sono solo canali di intrattenimento o sulla natura, non canali di informazione. Lo stesso con la stampa: nelle edicole ci sono titoli a non finire, ma sono solo riviste di gossip, cruciverba, o riviste femminili». La Karach è categorica: i media che trattano di politica sono tutti controllati dal regime.

«L'Ue? Vorrebbe che dicessimo a Lukashenko: “Voglio distruggerti, mi autorizzi?”»

Per contro l’Unione Europea, che dichiara di voler aiutare l’opposizione in Bielorussia, ha attribuito a Alaksander Milinkevic, uno dei leader dell’opposizione, il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Olga sorride e spiega: «La politica dell’Ue è terribilmente ambigua. Il fatto che la Russia sponsorizzi la dittatura bielorussa è pacifico. Ma l’Unione Europea, comprando gas, petrolio, prodotti tessili, sostiene la Russia! I politici dell’Ue vogliono insegnare la democrazia, ma non si pongono domande difficili sui politici dell’opposizione spariti, sul budget, sulla provenienza dei capitali e su come sono distribuiti». E Lukashenko? Olga sfodera un riso amaro: «Lui gioca il suo gioco: per lui il dialogo è per i deboli. Considera i politici Ue dei mollaccioni, perché gli danno i soldi senza far richieste». A supporto di ciò cita l’esempio del Tacis, il programma comunitario che promuove la democratizzazione, il consolidamento dello Stato di diritto e la transizione verso l'economia di mercato dei nuovi Stati indipendenti sorti dal collasso dell'Unione sovietica. «Affinché un’ong possa utilizzarne i fondi, deve ricevere l’autorizzazione per le proprie attività dal Governo. Vi immaginate andare nell’ufficio del presidente e chiedere: “Onorevole Lukashenko, voglio distruggere Lei e il Suo sistema. Potrebbe concedermi l’autorizzazione affinché possa utilizzare i fondi dell’Unione europea?” È un vero paradosso. Intanto» continua la Karach «costruendo l’oleodotto sul Baltico e affermando che il problema gas tra Bielorussia e Ucraina non la riguarda, l’Ue condanna questi Paesi ad essere dipendenti dalla Russia».

Proteste a tutto gas

Olga vede una chance perché i bielorussi prendano coscienza del problema Lukashenko: «Pensiamo ai problemi legati al gas. La gente è abituata ad averne in abbondanza e certo non vuole che ne se ne aumentino i prezzi. Se ciò accadesse ripetutamente, senza ottenere nulla in cambio, arriverebbe il momento in cui le persone scoppierebbero chiedendo: “dove sono finiti i nostri soldi?”. Ma Lukascenko non è nella posizione di spiegare il suo budget o di rispondere a simili domande».

Si parla di scontento per il rialzo dei prezzi o rivoluzione? Olga ride ancora: «Rivoluzione? In Bielorussia nessuno ha mai preparato una rivoluzione, a parte Lukashenko». Il capo dei servizi segreti, durante un discorso durato ben 24 ore, ha annunciato che a tutti gli oppositori saranno comminati 25 anni di carcere oppure la pena capitale. In Bielorussia questi discorsi si prendono sul serio. «Ma non ha avuto paura, non vuole andarsene?», domando scioccata. «La prima prigione è come il primo amore: non si scorda mai. È importante in queste battaglie non darsi mai per vinti e conservare la propria umanità. Sa che cosa sconcertò maggiormente alcuni agenti del Kgb (servizi segreti bielorussi ndr) seduti in macchina sotto casa mia? Ho chiesto loro volevano un caffè, dal momento che dovevano essere stanchi. Rimasero impietriti!».

Qui sotto le immagini del video Solidali con la Bielorussia. Da You Tube.

Natalia Sosin - Warszawa http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9730

Rifugiati, no grazie. Il Kenya chiude i confini
Secondo Human Rights Watch, durante i due anni che seguirono lo scoppio della guerra civile (1991-1993), circa 300.000 somali fuggirono in Kenya. Le cose non sono cambiate. In seguito ai recenti scontri in Somalia, migliaia di Somali, ancora una volta, sono fuggiti verso il confine kenyota, ma hanno trovato una frontiera chiusa. A nessun rifugiato è permesso entrare. Il Ministro degli Esteri kenyota Raphael Tuju ha spiegato che poiché le autorità non possono stabilire se coloro che richiedono l’ingresso sono rifugiati o combattenti, non è permesso loro superare il confine. Le critiche delle Nazioni Unite.

Una delle tragedie del conflitto somalo è il destino dei rifugiati, come accade tutte le volte che c’è una guerra. Dal 1991, quando venne rovesciato il regime di Siad Barre, molti somali – soprattutto donne e bambini – sono fuggiti cercando di attraversare il confine kenyota. Che avessero camminato attraverso una regione desolata o che avessero cercato di arrivare alla costa su una barca, una volta arrivati non erano al sicuro. Secondo Human Rights Watch, durante i due anni che seguirono lo scoppio della guerra civile (1991-1993), circa 300.000 somali fuggirono in Kenya. La loro destinazione erano i campi profughi: Dagahaley, Liboi, Marafa, Hatimy. La vita nei campi non era facile: molte donne furono violentate o aggredite; le persone erano costrette a rimanere all’interno dei campi e a utilizzare esclusivamente le scarse risorse presenti in loco: limitate misure sanitarie, strutture scolastiche, risorse idriche e alimentari.

Le cose non sono cambiate e le notizie arrivate nell’ultimo mese dall’Africa orientale fanno presagire un’imminente crisi umanitaria. In seguito ai recenti scontri in Somalia, migliaia di somali, ancora una volta, sono fuggiti verso il confine kenyota, ma hanno trovato una frontiera chiusa. A nessun rifugiato è permesso entrare. Il Ministro degli Esteri kenyota Raphael Tuju ha spiegato che poiché le autorità non possono stabilire se coloro che richiedono l’ingresso sono rifugiati o combattenti, non è permesso loro superare il confine. Amareggiato dal fatto che ogni volta che in Somalia si combatte le persone cercano di arrivare in Kenya, Tuju ha lamentato che non è scritto da nessuna parte che spetti al Kenya occuparsi di loro.

L’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite ha espresso le proprie critiche e ha dichiarato esplicitamente attraverso il proprio portavoce, Millicent Mutuli, che negare assistenza umanitaria è contrario al diritto internazionale. Ciononostante, secondo le agenzie, le autorità kenyote hanno deportato centinaia di rifugiati somali che avevano attraversato il confine, la cui chiusura è controllata da carri armati ed elicotteri. Prima che fossero deportati, secondo quando riferito, erano stati condotti a Liboi nel Kenya nord-orientale ed era stato negato alla Croce Rossa di visitarli. I racconti parlano, inoltre, di migliaia di rifugiati bloccati nella città di Doble, nella Somalia meridionale, una città vicina al confine ma anche ai combattimenti.

Da dove nascono le apprensioni di Nairobi? Da un lato c’è la paura di un flusso continuo di rifugiati che il paese non può, o forse non vuole, sostenere. Ma dall’altro lato, può non essere casuale che i confini siano stati chiusi non appena le truppe etiopi sono entrate a Mogadiscio e che, allo stesso tempo, il governo kenyota stia sollecitando i paesi africani a inviare militari per una forza di peace-keeping in Somalia. In altre parole, la prospettiva di una forte influenza etiope in Somalia non è vista di buon grado per un futuro di dialogo e riconciliazione nella regione. Mentre l’Agenzia per i rifugiati della Nazioni Unite sta negoziando con il governo del Kenya affinché permetta l’accesso ai veri rifugiati, mentre il Kenya sta negoziando con gli altri paesi africani per il peace-keeping in Somalia, le condizioni dei rifugiati bloccati al confine continuano ad essere preoccupanti. Fuggiti dalla Somalia divisa dalla guerra, aspettano di conoscere il loro destino senza cibo, acqua o misure igienico-sanitarie.http://www.resetdoc.org/IT/Rifugiati-Somalia.php





L’America del re delle brioches

di ALESSANDRO CARRERA


Il discorso dello Stato dell’Unione del 2007 non passerà certo alla storia.
Basterà un’altra strage a Bagdad per far dimenticare la cortesia squisita con la quale George Bush si è rivolto alla presidente della camera Nancy Pelosi, sottolineando la sua soddisfazione nel poter pronunciare le parole: «Madame Speaker». Più difficile sarà dimenticare il silenzio che ha accompagnato Bush mentre implorava dai democratici, e anche dai membri del suo partito, che gli dessero altri sei mesi, un altro anno, altri soldati, per non trasformare l’intero Medio Oriente in una Bagdad di dimensioni planetarie. Per un momento si è avuta l’impressione che Bush ci credesse veramente, e che fosse lui il primo ad averne paura. Poi è venuto lo scatto retorico calcolato per spingere tutti all’applauso, democratici compresi, con un richiamo, posto accuratamente alla fine della frase, alle truppe laggiù in prima linea. Fino a quel momento, le uniche vere grida di approvazione erano partite quando Bush aveva promesso che con il suo nuovo piano economico il mostruoso deficit federale degli Stati Uniti verrà pareggiato in cinque anni e senza nessun aumento di tasse.
Avrebbe anche potuto dire che lo pareggerà Babbo Natale, sarebbe stato più realistico. È bello avere un presidente che crede nelle favole, e Bush ne ha raccontate molte. Ha detto che la soluzione del problema dell’educazione pubblica consiste nel permettere ai genitori di scegliere le scuole migliori per i loro figli (cosa che i ricchi fanno già da sempre, visto che sono gli unici a poterselo permettere), e che la crisi dell’assistenza sanitaria si risolverà dando un incentivo, sotto forma di riduzione di tasse, a chi comprerà un’assicurazione privata.
Questa però non è più una favola, è una battuta degna di Marie- Antoinette («Qu’on leur donne des brioches», anche se è una leggenda che la povera regina l’abbia detto davvero). All’epoca in cui Bill e Hillary Clinton tentarono di riformare la sanità, gli americani non assicurati erano 26 milioni. Oggi sono 46 milioni. Bush ha detto, a questi 46 milioni: non avete l’assistenza sanitaria perché siete dei precari e il vostro datore di lavoro non ve la fornisce, perché siete disoccupati e l’avete persa, perché siete malati e ve l’hanno rifiutata (può succedere benissimo, chi è malato costa di più)? Be’, compratevela, che io vi rendo la spesa deducibile dalle tasse. Anzi, più la comprate costosa, più soldi risparmiate in tasse. Cosa aspettate? Ma c’è un solo americano, tra quei 46 milioni di non assicurati, che ha bisogno di essere “incentivato” a farsi un’assicurazione sanitaria? Se non ce l’ha è perché non se la può permettere, non perché non la può dedurre dalle tasse. Niente paura, ha aggiunto il Re delle Brioches. Verrà elaborato un piano di assicurazione privata studiato apposta per i non assicurati. Non ha detto come, con che soldi, ma si sa già: tagliando i fondi agli ospedali pubblici, che sono terrorizzati all’idea che questo progetto possa passare, se non viene fermato dal parlamento.
La filosofia del gruppo di potere che sostiene Bush è fondata su una assoluta sfiducia nello stato. Non ho detto odio e non ho detto disprezzo. Non escludo che siano ampiamente presenti, ma al loro fondamento sta un rifiuto che ha la forza di una religione. Come ha scritto l’economista Paul Krugman, è la convinzione profonda che lo stato non può fare niente di giusto e che il privato non può fare niente di sbagliato. Ma il bushianesimo, del quale Bush è sia simulacro che grande sacerdote, va molto più in là dell’antistatalismo, che in fondo è comune anche presso di noi, da Berlusconi alla Lega (dove odio e disprezzo sono ben più forti della sfiducia).
Per il bushianesimo, un povero ragionevolmente felice, con uno stipendio decente, una scuola pubblica passabile dove mandare i propri figli e un’assistenza sanitaria decorosa, è un’anomalia del creato, una mostruosità, una bestemmia vivente. Se anche un povero può essere felice, si chiede il bushiano, allora perché io mi danno l’anima a diventare ricco? Dove sta la differenza tra me e lui? Il bushiano è una categoria umana inaudita: non si era mai visto in precedenza un simile incrocio tra un protestante e un sibarita.
Come ha detto il senatore della Virginia James Webb nella sua risposta al presidente, come si può tollerare che un manager oggi in America possa guadagnare 400 volte lo stipendio di un suo impiegato? Come si può permettere che l’intera classe media perda il suo posto alla tavola della nazione? Era successo anche alla fine dell’Ottocento, all’epoca dei “robber barons”, quando non si pagavano ancora le tasse sul reddito, ma era stato proprio un presidente “duro” e poco sentimentale come Theodor Roosevelt a cercare di porre un freno ai loro eccessi. Dov’è un Theodor Roosevelt oggi? Certo non Hillary Clinton; certo non Barack Obama, che intervistato subito dopo ha mosso le critiche del caso all’assenza di strategia in Irak, ma ha anche aggiunto di aver trovato incoraggianti alcune proposte del presidente e di essere disposto a discuterle costruttivamente. Parole vuote, o solo ami da pesca per i moderati. Nessuno discuterà niente. Non c’è niente da discutere. Il seguace del bushianesimo ha un solo comandamento: tu ti espanderai all’infinito, accrescerai la tua ricchezza e il tuo potere all’infinito, e non c’è stato, autorità, effetto serra, esaurimento dei carburanti fossili o semplice decenza umana che ti possano fermare (per inciso, Bush ha ammesso per la prima volta che c’è un «cambiamento climatico globale» di cui bisogna tenere conto, ma non ha assolutamente detto che cosa intende fare).
Mi rendo conto di non avere parlato dell’Iraq.
Bush, in compenso, non ha pronunciato neanche il nome di New Orleans, che è in condizioni peggiori che mai. Ma sull’Iraq basta ricordare quello che diceva Madame Nhu, la cognata del presidente sudvietnamita Diem, all’epoca di quell’altra guerra: «Chi ha gli Stati Uniti come alleati non ha bisogno di nemici». http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp



Mobilitazione del Congresso USA contro la guerra

 Molti parlamentari americani sono mobilitati per impedire al presidente Bush di procedere con i piani per la guerra contro l'Iran. La loro iniziativa va oltre il dibattito sull'aumento delle truppe in Iraq, ed esige che il presidente renda conto al Congresso - come prescrive la Costituzione - di qualsiasi iniziativa egli intenda prendere.
Contrariamente a quanto diffuso dai mezzi d'informazione, le iniziative del Congresso a tale riguardo sono frutto di un orientamento bipartitico ad impedire che la reputazione delle Forze Armate americane e degli Stati Uniti nel mondo subiscano un nuovo colpo gravissimo, provocato dalla politica di guerra permanente di Cheney e Bush.
Parlando al National Press Club il 19 gennaio, il capogruppo democratico al Senato Harry Reid ha affermato: “L'epoca in cui il Congresso approvava tutto supinamente è finita ... Siamo fermamente convinti che il presidente abbia scelto la direzione sbagliata in Iraq e temiamo sempre di più che egli imbocchi la direzione sbagliata in Iran e Afghanistan ... [quest'ultimo] ormai rischia di sfuggire ad ogni controllo; però secondo alcuni resoconti si desume che il Presidente intende trasferire alcune truppe USA dall'Afghanistan all'Iraq. Si tratta di un errore terribile ... Molto è stato detto sulle bellicose minacce del presidente Bush nei confronti dell'Iran ... Cerco di essere chiaro: il Presidente non ha l'autorità di lanciare operazioni militari contro l'Iran senza prima chiedere l'autorizzazione al Congresso; la risoluzione in base alla quale attualmente è consentito il ricorso alla forza in Iraq non gli conferisce tale autorizzazione”.
Le dichiarazioni di Reid giungono a seguito delle audizioni del 18 gennaio della Commissione Esteri del Senato, in cui il presidente Joe Biden ha affrontato il pericolo di un attacco USA contro l'Iran. Biden ha interrogato l'ex generale Barry McCaffrey secondo il quale le valutazioni della Casa Bianca sul pericolo derivante dall'Iran sono “pura follia”. Secondo il generale se si procedesse con i piani di bombardare l'Iran “sarebbe davvero l'errore di pensiero strategico più grave a cui avremmo assistito dalla seconda guerra mondiale”.
Il 20 gennaio il sen. Jay Rockefeller, passato a presiedere la Commissione sull'Intelligence del Senato, ha spiegato in una intervista al New York Times di temere che l'amministrazione “stia ripetendo l'Iraq da capo”, con i suoi preparativi per attaccare l'Iran senza disporre dell'intelligence competente.
Per il momento, le iniziative bipartitiche contro l'attacco in Iran provengono soprattutto dalla Camera dei Rappresentanti, dove 11 parlamentari, democratici e repubblicani, hanno presentato una risoluzione in cui si afferma che il Presidente non ha l'autorità per attaccare l'Iran: “Senza un'emergenza nazionale creata da un attacco da parte iraniana, o un attacco dimostrabilmente imminente dell'Iran contro gli USA, i suoi territori e le sue forze armate, il presidente dovrà consultarsi con il Congresso e ricevere l'autorizzazione specifica secondo la legge del Congresso prima di iniziare qualsiasi ricorso alla forza militare contro l'Iran”, recita la risoluzione.
L'on. Pete De Fazio è promotore di una risoluzione simile, che ha già raccolto 18 sostenitori, in cui si afferma che il presidente non deve prendere iniziative militari contro l'Iran senza previa approvazione del Congresso. Si tratta di iniziative che in base alla Costituzione il presidente non può prendere in virtù dei suoi poteri di “comandante in capo”. La risoluzione nega espressamente che l'autorizzazione al ricorso alla forza emessa dopo i fatti dell'11 settembre 2001 (Public LAW 107-40) possa essere estesa all'Iran e al suo programma nucleare.
Oltre a queste mosse preventive, alcuni congressisti propongono di intavolare colloqui con l'Iran. L'on. Gregory Meeks ha chiesto alla Commissione Esteri se è possibile istituire un gruppo per il dialogo composto da parlamentari americani e iraniani. L'idea è stata entuasisticamente sostenuta da Lyndon LaRouche, secondo il quale i parlamentari debbono fare lo sforzo di spiegare a Bush quanto sia stupido il suo rifiuto di parlare con la Siria e con l'Iran.

Il Congresso USA contro l'aumento delle truppe in Iraq

Diverse iniziative parlamentari USA hanno cercato di sbarrare la strada all'invio di rinforzi in Iraq:
* L'on. John Murtha, presidente della Sottocommissione per gli stanziamenti militari della Camera, ha ripresentato una risoluzione del 2005, in cui si stabilisce il ritiro graduale delle truppe dall'Iraq, per la quale vi sono già 87 cofirmatari.
* Gli onorevoli Lynn Woosey, Maxine Waters e Barbara Lee insieme a 14 altri cofirmatari hanno presentato il 17 gennaio una risoluzione che ritira l'autorizzazione del Congresso a fare ricorso alla forza in Iraq, dispone il ritiro di truppe e contractor privati nel giro di sei mesi e prevede di fornire aiuto economico e politico al governo iracheno.
* Al Senato Chris Dodd ha presentato una risoluzione affinché le truppe in Iraq siano limitata a 130 mila unità, che possono essere aumentate solo se il presidente ottiene un'apposita autorizzazione del Congresso.
* Il sen. Edward Kennedy ha presentato una risoluzione per limitare il finanziamento dell'escalation fino a quando il presidente non otterrà un'aurorizzazione esplicita del Congresso.
* Un'altra risoluzione non vincolante dei senatori Carl Levin, Joe Biden e Chuck Hagel (i primi due rispettivamente presidenti delle Commissioni Armamenti ed Esteri) sostiene che un maggiore impegno militare in Iraq non è nell'interesse degli USA, specialmente per quanto riguarda la presenza di truppe. L'interesse degli USA sta piuttosto nel coinvolgere diverse nazioni mediorientali nell'organizzazione di una conferenza di pace regionale e di un processo di riconciliazione in Iraq.

Moniti contro la guerra in Iran

Sam Gardiner, colonnello USA in congedo esperto di questioni mediorientali, ha rinnovato le denunce di una escalation contro l'Iran. Commentando l'invio di un'altra squadra navale nel Golfo, Gardiner ha notato che se si sta andando verso una guerra i passi degli USA saranno i seguenti: una campagna stampa guidata dagli addetti alla propaganda del National Security Council mirante a produrre un'ondata di sdegno nei confronti dell'Iran, dispiegamento in Israele dei missili difensivi di stanza in Europa, rincalzo dei caccia in Iraq e forse in Afghanistan, dispiegamento delle truppe di rincalzo in Iraq sul confine iraniano, e “come ultimo passo prima di colpire, vedremo che i rifornitori dell'USAF saranno stazionati in località insolite come la Bulgaria. Questi saranno usati per “il rifornimento di bombardieri B-2 di stanza negli USA che si recheranno a colpire in Iraq. Quando ciò avverrà l'attacco sarà allora solo questione di giorni”.
Il 19 gennaio Wayne White, ex vicedirettore dell'Ufficio intelligence e ricerca del Dipartimento di Stato, ha ammonito che i piani di un'aggressione contro l'Iran non riguardavano attacchi “chirurgici”, ma una vera guerra che avrebbe destabilizzato l'intera regione.

Una iniziativa bipartitica contro l'escalation in Iraq

Il Sen. John Warner, repubblicano, già segretario della Marina e presidente della Commissione Forze Armate al Senato, ha annunciato il 22 gennaio un'iniziativa bipartitica per fermare l'aumento di truppe in Iraq deciso da Bush e Cheney. Alla conferenza stampa, insieme al Sen. Warner, erano presenti la Sen. Collins (repubblicana) e il democratico Ben Nelson. La mozione del Sen. Warner afferma: (1) Il Senato non concorda col piano di aumentare le nostre truppe di 21.000 unità e chiede con urgenza al Presidente di considerare tutte le alternative per raggiungere gli scopi strategici indicati …
(3) La parte militare di questa strategia dovrebbe concentrarsi sul mantenimento dell'integrità territoriale dell'Iraq, negando un covo sicuro ai terroristi internazionali, conducendo operazioni anti-terrorismo, promuovendo la stabilità regionale e addestrando le forze irachene affinchè assumano piena responsabilità per la propria sicurezza…
(8) Il Senato ritiene che gli Stati Uniti debbano coinvolgere nazioni selezionate del Medio Oriente in un processo di pace regionale e riconciliazione promosso a livello internazionale.
Il Sen. Warner e il Sen. Robert Byrd guidarono nel maggio 2005 l'opposizione del Senato USA che sconfisse la cosiddetta “nuclear option”, un tentativo anti-costituzionale di Bush e Cheney di negare al Senato USA il diritto ad opporsi a decisioni della Casa Bianca.

Proposto un omitato per il dialogo tra parlamentari americani e iraniani

Nel corso di un “question time” a Lee Hamilton, che co-presiede la Commissione Baker-Hamilton, per commentare l'esito delle recenti elezioni comunali in Iran, da cui è emersa una chiara opposizione interna al presidente Ahmadinejad, l'on. Gregory Meeks (democratico) ha chiesto ad Hamilton come giudichi l'opportunità di creare un comitato per il dialogo tra il Congresso USA e il Parlamento iraniano, aggiungendo che la situazione politica in Iran è “poco omogenea, esattamente come negli Stati Uniti”. Hamilton ha lodato l'iniziativa, sottolineando che qualsiasi colloquio bilaterale con gli iraniani, sia tramite canali parlamentari che canali non ufficiali, è “molto importante”. Anche l'economista e leader democratico LaRouche ha commentato positivamente l'iniziativa che dimostra “come la diplomazia funzioni” anche se non piace alla mente distorta di Bush. La proposta dell'on. Meeks, ha aggiunto LaRouche, è “coerente con le ottime raccomandazioni del rapporto Baker-Hamilton”.http://www.movisol.org/07news012.htm


USAfilia albanese

Gli albanesi sono davvero così filo-americani come i media fanno credere? E perché gli albanesi amerebbero così tanto gli Stati Uniti? Un’analisi dettagliata di uno dei più noti intellettuali albanesi. Nostra traduzione
Di Ardian Vehbiu, Bota Shqiptare, 16-31 dicembre 2006 (tit. orig. Streha e fundit e levantizmit)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Marjola Rukaj


Ma sono davvero gli albanesi così americano-fili come i media fanno credere? E’ una convinzione talmente spesso ribadita dai media, dai diplomatici e dai politici che ormai tutti la prendono per scontata come una caratteristica acquisita della fisionomia nazionale tra “l’amore per la libertà”, “l’ospitalità proverbiale”, “l’onore” e altre caratteristiche nazionali usate e abusate infinitamente nei discorsi solenni.

A mio avviso, l’americanofilia è da considerare come un dato statistico, da cui è facile notare che il numero degli albanesi che si pronunciano con simpatia sugli Stati Uniti e sulle politiche americane, prese a parte o paragonate ad altre politiche parallele, è relativamente alto, in particolar modo se lo si paragona ai dati riguardanti altri paesi. Detto in altre parole non solo molti albanesi preferiscono gli Stati Uniti ai paesi dell’Europa occidentale, ma la percentuale di coloro che si esprimono a favore degli Stati Uniti in Albania è notevolmente maggiore rispetto a quello che si può dedurre in altri paesi comparabili all’Albania.

Se si tratta di simpatie che si basano su opinioni e sulla condivisione delle politiche intraprese dagli Stati Uniti, c’è da chiedersi fino a che punto gli albanesi che vivono in Albania siano informati riguardo le politiche internazionali statunitensi. Vi è da ammettere che a differenza dell’Unione Europea, della Russia e della Cina, gli Stati Uniti hanno sostenuto e continuano a sostenere fermamente opzioni favorevoli alla questione albanese in Kosovo e altrove nei Balcani – elemento fondamentale alla cristallizzazione dell’opinione americano-fila tra gli albanesi ovunque siano, ma soprattutto tra coloro che vivono all’estero e tra i migranti.

Tuttavia considerando che in Albania alle notizie riguardanti l’estero viene riservata un’attenzione troppa esigua dai media e dal pubblico, direi che il sostegno americano agli albanesi, non sia sufficiente per spiegare del tutto l’adorazione e persino l’idolatria da parte del “popolo” in Albania; non basterebbe neanche aggiungere i benefici che lo stato albanese ha ottenuto dagli Stati Uniti poiché è evidente che si tratta di livelli molto lontani dal contributo offerto da altri paesi amici. Vi sono altri fattori che riterrei opportuno discutere.

In primo luogo, il fatto che oggi gli Stati Uniti sono l’unica super-potenza a livello planetario: dal punto di vista militare, economico, politico, che per ora nessuno è in grado di affrontare apertamente. Per un paese piccolo e straordinariamente debole come l’Albania, l’amicizia con un tale gigante non può che giovare alla sua sopravvivenza. Tra l’altro è noto che nella storia dell’Albania non manca mai una certa venerazione per i super-stati: a cominciare dall’Impero Ottomano, e in seguito di volta in volta l’Italia di Mussolini, la grande Jugoslavia di Tito, la grande Unione Sovietica, la grande Cina di Mao, e infine gli Stati Uniti. Mi sembra che siamo sempre mossi da una logica strategica: i più piccoli si alleano con i giganti in assoluto, per affrontare altri di media importanza, analogamente come i rapporti diretti che i re e i dittatori tendevano a stabilire con i propri sudditi, per opporsi agli interessi dei feudatari, degli aristocratici o della classe media in generale. Vi è inoltre da aggiungere una concezione paternalistica del potere e delle relazioni internazionali da parte dell’opinione pubblica albanese; una sorta di ammirazione per la “mano pesante” , l’autorità che posa nella forza brutale, dal carattere indiscutibile che ha solo da venir obbedito ciecamente, altrimenti non resta che un’opposizione disperata mediante l’auto-sacrificio. In tal senso l’America super-potenza è per gli albanesi una proiezione della figura primordiale del Padre nei rapporti internazionali.

In secondo luogo, vi è da annoverare inoltre una dimensione pragmatica di questo fenomeno, è una sorta di aspettativa furba secondo cui sostenendo il più forte quest’ultimo a sua volta sosterrà noi nelle dispute con i nostri avversari, nel nostro piccolo. Questo tipo di ragionamento tipicamente levantino lo si nota in particolar modo presso i politici; che usano galvanizzarsi e giurare fedeltà agli interessi americani e disponibilità ad impegnarsi in qualsiasi modo venga chiesto – sperando così di guadagnarsi la fiducia degli Stati Uniti per poi poterla utilizzare come capitale politico contro i propri avversari. E’ una equivalente della tangente diplomatica, amplificata per adeguarsi alle circostanze in questione. Gli americani sono a conoscenza di questa sorta di furbizia corruttiva, negli atteggiamenti dei politici albanesi o di altri paesi simili al nostro; e ne fanno sistematicamente uso per i propri fini strategici o meramente tattici.

In terzo luogo molti albanesi che negli anni ’90 sono stati catapultati al vertice della politica si imbarazzano di fronte ai loro colleghi europei dalla formazione raffinata e colta; si sentono impreparati, provinciali, discriminati e snobbati dalle élite europee intellettuali dalle labbra sottili. In questo caso l’America viene vista come un’alternativa “democratica” dell’Europa ed elemento di partenariato potenzialmente riuscito, nel senso che al disprezzo dell’Europa nei nostri confronti noi rispondiamo schierandoci puntualmente con gli Stati Uniti ogni volta che vi è una disputa con il nostro continente. Ma anche da un altro punto di vista: di fronte a un’Europa che si trova alle nostre porte ma che ci rendiamo conto di non riuscire a raggiungere, l’America oltre l’oceano ci sembra sempre più vicina e raggiungibile poiché posa sulla lucentezza dell’oro e non sulla gloria storica.

In quarto luogo gli anni dell’economia di mercato hanno coltivato un forte anti-intellettualismo in Albania; visto che il prestigio e lo status sociale ormai si ottengono grazie al denaro e il denaro a sua volta si ottiene facilmente violando la legge. Per dirla esplicitamente molta gente che non avremmo voluto avere non solo nella nostra cerchia socio-familiare ma neanche nel nostro vicinato o quartiere, si trova al vertice della politica, urla in parlamento, al governo e sui media, pavoneggiandosi come la nuova élite albanese; però finendo sempre come eroi di barzellette à la Borat nei salotti dell’Europa occidentale con le loro azioni grossolane e l’avidità di lusso sfrenato degno dei gusti dei gangster di Chicago nel tempo del proibizionismo. Questa gente non ne vuol sapere dell’Europa quale centro della cultura e della civiltà e non si commuove affatto dall’eredità di questo patrimonio che è stata trasmessa nella cultura albanese. Per loro invece l’occidente è il suolo dove si scatena l’individualismo e l’impresa criminale per potersi arricchire velocemente e a ogni costo; e da questo punto di vista l’Europa con le sue gerarchie flemmatiche e le burocrazie efficienti non può avvicinarsi all’America.

In quinto luogo l’America ha sempre attratto la piccola gente come paese della speranza, o come possibilità della riformulazione totale dello status offrendo l’opportunità di ricominciare da capo; oppure come una via di uscita dalla prigione soffocante delle strutture sociali del vecchio mondo. E’ vero che agli occhi di un albanese gli Stati Uniti sembrano molto più accoglienti e benevoli dell’Europa occidentale; e vengono anche percepiti come suolo spoglio da pregiudizi escludenti, e miti anti-albanesi che ci inquietano e ci amareggiano la vita quando viviamo in Europa. Non solo, l’ingenua lucentezza della ricchezza americana sembra più raggiungibile della brillantezza della cultura europea; dopo tutto basta solo avere soldi per costruire in Albania le ville carnevalesche di Beverly Hills, o i grattacieli arroganti di New York o una Las Vegas ancora più grottesca dell’originale; il san Pietro però non lo si può costruire se non in modo parodistico, e neanche i canali di Venezia o di Amsterdam, neanche i palazzi reali di Vienna i boulevards geometrici di Barcellona. L’America viene quindi percepita come radicata nel presente e riproducibile a prescindere da ogni percorso storico.

In sesto luogo l’America giunge ormai in Albania attraverso i prodotti preconfezionati della cultura pop o della gomma mediatica: i film, le soap, la musica, internet, produzioni televisive, videogiochi, l’architettura dell’informazione, i vari gadget, e lo stile di vita dei giovani. In questo modo l’America sembra una versione semplificata dell’occidente – facile da adottare poiché è sempre più facile cantare rap a pancia nuda, che suonare al pianoforte Chopin od Erik Satie. La Tirana VIP sembra ormai invasa definitivamente da una cultura che privilegia la nudità femminile, il gioco d’azzardo, la vita da gangster in abiti eleganti bianchi e occhiali da sole, macchine di lusso, guardie del corpo, armi da fuoco, arti marziali, cocaina, pesanti gioielli d’oro appesi al collo come campane, la brutalità nel comportamento, la convivenza del crimine con la politica in particolar modo quella locale, la speculazione economica, il contrabbando e la manipolazione delle dogane, prostituzione e traffici di esseri inferiori, congiure dei potenti, e i bagni come scene di drammi personali post-moderni, e via dicendo a seconda del film americano che si è scelto di imitare. La cultura a cui si riferiscono queste élite albanesi attualmente è stata importata dall’Italia e dalla Grecia provinciali, però si ispirano esclusivamente all’America, ma non all’America reale, bensì a quella virtuale che vive e si produce come un super-mito nella sfera della comunicazione di massa, di pari passo con il consumismo, la pubblicità, il mito dell’economia di mercato e il culto del materialismo grezzo.

A mio avviso, il filo-americanismo dell’albanese post-comunista oggi assume principalmente le sembianze di una religione volgare, o di un mito complesso della salvezza oltre le costrizioni etiche che impone il trovarsi geograficamente in Europa. Per quanto si enfatizzi e rimbombi nei media, questo fenomeno altro non è che un’ennesima conferma del fatto che la mentalità albanese rimane schiavizzata dagli schemi paternalistici orientali nel rapportarsi con il prossimo.

 

«Nelle presidenziali Usa sarà Internet il mezzo di sintesi»

di Sara Bianchi

Marco Marturano, docente di tecnica della comunicazione, è consulente di partiti, candidati, amministrazioni pubbliche e, come consulente, ha seguito la campagna elettorale di Bill Clinton nel '96, e quelle di Hillary Clinton nel 2000 e nel 2006 (per le elezioni di mid-term).

Barak Obama prima e Hillary Clinton quattro giorno dopo hanno utilizzato Internet per dare l'annuncio dell'avvio della loro corsa alle presidenziali del 2008. A cosa è legata la scelta di questo mezzo per il primo messaggio importante della campagna per le primarie?
Tutti ricorderanno la scelta di Silvio Berlusconi, quando scese in campo con un messaggio televisivo: un uomo della tv sceglieva il "suo" mezzo per aprire la sua strada politica. Nel caso di Hillary Clinton e Barak Obama, come pure nel caso di Al Gore per la candidatura delle presidenziali del 2000, la scelta di internet ha due valenze: sono uomini politici e non uomini dei media che scelgono internet perchè un è mezzo che scavalca gli altri media, li costringe a creare la notizia sul fatto che loro non scelgono una conferenza stampa, cioè il modo più tradizionale per cominciare il percorso elettorale. Dimostrano così di giocare con i media dettandogli l'agenda e saltando le mediazioni possibili. Anche il messaggio di Berlusconi nel gennaio del 1994, la cassetta inviata a tutte le redazioni, saltava le mediazioni, ma utilizzand il linguaggio televisivo, mezzo più rappresentativo dell'uomo e dell'imprenditore Berlusconi. In questo caso Barak Obama e Hillary Clinton scelgono uno strumento che costringe tutti gli altri mezzi a dare notizia del fatto. L'altra valenza della loro decisione è legata a una considerazione sociologica: per Al Gore prima, come per Hillary Clinton, Obama e Howard Dean nel 2004, Internet è anche il mezzo simbolico della modernità, segno dell'approccio che poi adotteranno in politica; e chi tra loro lo ha utilizzato in maniera più moderna è stato finora Howard Dean.

Dean raccolse attraverso Internet un buon numero di contributi finanziari. In questi casi la campagna è più funzionale alla raccolta di fondi o al tipo di messaggio mediatico che si vuole lanciare?
A entrambi. Nella campagna elettorale americana una cosa nutre inevitabilmente l'altra, a differenza della campagna italiana dove il found racing esiste ma in maniera diversa. Negli Usa non c'è la tradizione di cominciare una campagna elettorale senza avere almeno il 60-70% della base economica per sostenerla: tutto quello che è mediatico guida il found racing e tutto quello che è orientato a produrre portafogli nutre la possibilità di utilizzare i media, le due cose sono reciproche. La scelta fatta sia per Obama che per Hillary va in queste due direzioni, tenendo conto che finora entrambi avevano fatto più lavoro di raccolta fondi e meno lavoro mediatico. Obama è nuovo alla politica di massa americana e ha goduto di alcuni passaggi di visibilità in più rispetto a Hillary; ma entrambi hanno seguito una strategia abbastanza coperta, fatta di costruzione della rete di fondi per partire con maggiore solidità; adesso questa accelerazione indica che comincia la fase in cui tutto ciò che diventa mediatico aiuterà ulteriormente il found racing.

Hillary Clinton più di Barak Osama ha impostato il suo messaggio in termini di comunicazione diretta, improntata al colloquio con il potenziale elettore, la "national conversation" via video. È il segno di un'impostazione che caratterizzerà tutta la sua campagna?
Sì, sono convinto che sarà così, anche perchè se c'è un punto debole su cui Hillary deve recuperare è sicuramente quello della creazione del feeling con gli elettori. C'è una frase che mi ha molto colpito che lei usa spesso e ha utilizzato anche nella campagna di mezzo termine: ha raccontato quanto una sua amica dice di lei e cioè che è la donna più famosa che gli americani conoscono meno. È molto vero, anche se è riuscita a disegnarsi una personalità politica, pure con la questione irachena sulla quale non si è mantenuta sempre in linea con i democratici; ma è stata capace di sdoganarsi dall'essere la signora Clinton, anzi a diventare un modello di leadership al femminile vero. Nonostante questo per la maggior parte degli americani, molto più che per i newyorkesi, è ancora in parte la signora Clinton e in parte, come ha detto Camille Paglia "una signora che porta più i pantaloni che la gonna". È lo stereotipo che vige in tutta Europa, anche in Italia, di Hillary: una persona non simpatica, non calda, piuttosto aggressiva, cinica. Allora occorre da subito dare il segno, come lei ha fatto, di quella che sarà la sua campagna elettorale da presidente, una campagna che potrà consentirle di passare nell'immaginario collettivo dall'essere la donna più famosa che gli americani conoscono meno, alla donna più famosa che gli americani conoscono e amano di più.

In Italia per le ultime elezioni politiche abbiamo assistito all'utilizzo di Internet da parte delle due coalizioni in termini differenti, attraverso la forma classica della scrittura, non di files video. Continueremo con uso del mezzo meno spinto rispetto agli Usa?
Anche in Italia ci sono esperimenti che hanno dato frutti diversi. Faccio un esempio: i Ds hanno fatto nella campagna elettorale delle politiche del 2006 un esperimento con alcuni "corti", realizzati da un'agenzia di comunicazione, quella che aveva già fatto la campagna di Nicky Vendola. Questi corti sono stati distribuiti in un piccolo circuito, in sale cinematografiche, ma soprattutto sono stati pensati per Internet. È chiaramente una cosa diversa da una campagna elettorale che considera Internet il media principale, però è un'idea coraggiosa. Ma se dovessimo dire che quell'idea è stata vincente e dovessimo misurare il risultato finale dei Ds faremmo fatica a trarre conclusioni certe. È stato un esperimento. Perciò penso che non siamo veramente così indietro rispetto all'utilizzo di Internet in politica, ma abbiamo poco coraggio, forse perchè i risultati dell'utilizzo della rete sia nella politica che nella pubblica amministrazione non sono stati finora esaltanti. La cultura italiana del consensus come dimensione resta ancora confermatrice, quindi il problema non è della politica italiana che non sperimenta, ma è degli elettori che forse non sono ancora abbastanza sensibili a questo mezzo rispetto alla tv e al territorio. Tenuto conto che l'utilizzo di Internet per usi informativi e commerciali è diverso rispetto agli aspetti di consenso per i quali il riferimento principale sono le fasce più giovani e più acculturale.

Cosa sarà invece Internet per questa campagna presidenziale Usa?
Sarà un mezzo di coordinamento di tutte le strategie di campagna, sarà il mezzo che consentirà di fare sintesi, di dare la linea, pur non essendo il mezzo principale. Pensiamo a Hillary, che lancia attraverso Internet il suo programma di percorso sul territorio, o a Obama che lancia sul web la data esatta dell'evento di presentazione della sua candidatura. Internet passerà dall'essere il mezzo dominante della campagna (come fu per Howard Dean) o dall'essere uno dei mezzi utilizzati per agganciare un pubblico preciso, ad essere il mezzo di coordinamento di tutta la strategia di comunicazione. E sarà un mezzo forte per l'ascolto, non solo per raccontare ciò che il candidato vuole fare, ma anche per dare risposte e essere ricettivi. Nel caso di Hillary la novità è che l'ascolto e la risposta passano dal video, anzichè dalla scrittura, come ha fatto Letizia Moratti. Dunque si lavora per un'evoluzione più viva del mezzo nel rapporto con l'elettore. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/01/Sb230107InternetUsa.shtml?uuid=b7470d62-ab13-11db-a319-00000e25108c&DocRulesView=Libero


Morto Hunt, il bizzarro spione che invento’ il Watergate

Era il capo degli ‘idraulici’ a cui Richard Nixon aveva affidato l’incarico di tappare perdite e fughe di notizie dalle ‘tubature’ della sua amministrazione. Ma E.Howard Hunt, un ex agente della Cia morto martedi’ sera a Miami a 88 anni, nel riparare in modo poco ortodosso le falle, fini’ con l’aprire una voragine nella diga che proteggeva uno dei piu’ controversi presidenti americani: il risultato fu l’alluvione del Watergate, con la conseguente caduta di Nixon. […] 

Con Hunt esce di scena uno dei principali protagonisti dello scandalo che sconvolse l’America degli anni Settanta. Ma anche uno dei personaggi piu’ curiosi e bizzarri nel cast di primedonne e comparse della vicenda che sfocio’ nelle uniche dimissioni presidenziali nella storia degli Stati Uniti. Ex agente segreto, protagonista di avventurose operazioni di spionaggio o di sabotaggio puro dal Guatemala a Cuba, Hunt fini’ in cella sulla scia del Watergate, ma fu liberato dopo 33 mesi e ha trasorso gli ultimi anni da pensionato in Florida, dove e’ morto per le complicazioni di una polmonite.

La notte del 17 giugno 1972, quando cinque esuli cubani fecero irruzione nella sede del quartier generale del partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington, Hunt li seguiva con un binocolo da un edificio vicino. Era stato lui ad assumerli, scegliendoli tra i personaggi dall’incerto passato che, con lui, avevano preso parte nel 1961 alla fallita operazione della Baia dei Porci, il tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro deciso dal presidente John F.Kennedy.

L’operazione al Watergate, sulla carta, non doveva essere particolarmente difficile per gli ‘idraulici’, come erano stati ribattezzati alla Casa Bianca i membri del team clandestino guidato da Hunt. Lavori del genere ne avevano gia’ fatti molti per conto di Nixon. ‘’C'erano voci - ha raccontato qualche anno fa Hunt - che i vietnamiti e Castro stessero finanziando illegalmente il Comitato nazionale dei Democratici. L’idea era di entrare negli uffici, fotografare i libri contabili e uscire. Niente di particolarmente impegnativo. Avevamo fatto roba del genere per anni, lavori ‘in nero’ nelle ambasciate. Il problema, pero’, e’ che non avevo personale qualificato'’.

I maldestri scassinatori si fecero sorprendere quella notte da una guardia e furono arrestati. Il cronista del Washington Post Bob Woodward, nel seguire il giorno dopo l’udienza per i loro arresti, scopri’ che avevano il numero di telefono di Hunt: fu l’indizio iniziale dell’inchiesta giornalistica, condotta con Carl Bernstein, che nei due anni successivi spinse Nixon fino alle dimissioni, annunciate il 9 agosto 1974.

Hunt era stato per anni un agente della Cia, prima di dimettersi nel 1970 dopo aver scoperto - nelle sue parole - che l’agenzia d’intelligence era ‘’infestata dai democratici'’. Quando il suo ruolo nel Watergate comincio’ a emergere, chiese soldi alla Casa Bianca a piu’ riprese per pagare le spese legali. Una discussione tra Nixon e il suo consigliere John Dean su alcune decine di migliaia di dollari da dare a Hunt - catturata dal registratore segreto che il presidente teneva nello Studio Ovale - divenne in seguito uno degli elementi piu’ seri che avvaloravano la tesi secondo la quale Nixon era a conoscenza dei lavori sporchi dell’ex spia.

I protagonisti dell’era del Watergate stanno pian piano scomparendo. Poche settimane fa e’ morto l’ex presidente Gerald Ford, nelle cui mani Nixon (morto nel 1994) lascio’ la Casa Bianca dopo le dimissioni. E Mark Felt, l’ex vicedirettore dell’ Fbi che guido’ il lavoro di Woodward e Bernstein nascosto sotto il soprannome ‘Gola Profonda’, ha superato i 94 anni.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/01/24/morto-hunt-il-bizzarro-spione-che-invento-il-watergate/#more-232


A volte ritornano: Noriega

 

Pochi se lo ricordano, convinti ormai che le porte delle prigioni Usa si fossero definitivamente chiuse dietro di lui, eppure i termini della prigionia di Manuel Noriega scadranno il prossimo settembre.
Faccia d’ananas (Cara de piña, come lo chiamavano a Panama) venne deposto nel dicembre 1989 dagli stessi amici che ne avevano determinato l’ascesa, quelli del Dipartimento di Stato Usa, preoccupati per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti nello Stato del Canale.
Portato a Miami e processato, per Noriega scattò la condanna per narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco. Oggi, l’ex uomo forte di Panama ha 69 anni e ha passato gli ultimi diciassette nel centro di detenzione di Miami Dale. La buona condotta e una revisione del processo gli hanno fruttato un forte sconto sulla pena, già che in origine avrebbe dovuto passare 40 anni dietro le sbarre.
Se Noriega, una volta riottenuta la libertà (sarà il 9 settembre 2007), decidesse di tornare a casa, lo aspettano altri 64 anni di prigione, oltre che due processi non ancora giunti a conclusione. Il 62% dei panamensi, secondo un sondaggio del quotidiano “La Prensa”, lo rivuole indietro proprio perchè compia le condanne che lo aspettano. Noriega, però, non è rimasto senza amici ed anzi può contare con un discreto sostegno nell’attuale governo. Non ci sarebbe da gridare allo scandalo, quindi, se una sua decisione di tornare coincidesse con una repentina amnistia.http://luiro.blogspot.com/

Gli economisti di Nairobi
[Giorgio Dal Fiume, ]
L'astronave del Forum sta lasciando il Kenya, e la massa dei venditori che è calata negli spazi del Forum, cercando fortuna, tornerà sui suoi marciapiedi. A Nairobi rimarrà tanto fermento sociale, un po' di polemiche e di domande aperte sul mondo, tanti collegamenti con altre organizzazioni di tutto il mondo, e la domanda su come mai la loro vita è rimasta ad affrontare gli stessi problemi di prima.
Noi dell'economia sociale del commercio equo possiamo essere soddisfatti: ancora una volta abbiamo dimostrato il valore aggiunto che siamo in grado di portare al Forum, non molto apprezzato dal Comitato organizzatore ma molto dal pubblico (anche nel workshop finale i presenti erano cento, e in tutti i nostri eventi c'è Gli estato molto pubblico): la capacità di portare proposte concrete e di agganciarci a tante altre realtà presenti sul territorio di svolgimento dei Forum; il dimostrare che lavorare in rete con un metodo partecipativo è possibile anche tra organizzazioni diverse o che non si conoscono, valorizzando gli aspetti comuni e l'impatto complessivo.
Torniamo a casa con un bilancio positivo, che include la proposta della settimana di mobilitazione sulla "Sicurezza e sovranità alimentare e sul consumo responsabile". Sono molti i nuovi contatti e semi raccolti e gettati da organizzazioni africane, e un gruppo eterogeneo e numeroso di persone che ha seguito i nostri lavori ed ha condiviso gli aspetti principali che caratterizzano l'attuale fase del Fair Trade, le sfide future, i principali temi e problemi.
Durante l'ultimo workshop proprio su questi aspetti ci siamo concentrati: quali i principali temi sollevati nei seminari precedenti? Quali questioni tutti noi interessati al commercio equo ed all'economia alternativa dobbiamo curare con attenzione nel prossimo futuro? Quali possibili punti di incontro tra una rete di organizzazioni oramai grande ed in espansione? Col senso di portarne e conoscenza la rete del commercio equo italiana, di contribuire al dibattito interno al Fair Trade del nostro paese ed europeo, e di coinvolgere i media che ci rivolgono l'attenzione, facciamo di seguito una lista (non in ordinde di importanza) dei punti su cui abbiamo ragionato per due ore, in un partecipato e concentrato workshop:
- curare maggiormente (in particolare le reti internazionali del Fair Trade) le connesioni con il commercio equo africano;
- elaborare e divulgare un carta comune della visione e dei criteri internazionali del comemrcio equo;
- il tema della certificazione;
- consolidare il metodo di partecipazione all'interno del Fair Trade;
- costruire ponti tra le piattaforme nazionali di commercio equo;
- maggiori informazioni sui servizi disponibili per chi è interessato al Fair Trade;
- mancanza di risorse finanziarie per investire nel Fair Trade;
- allargare la gamma di prodotti del commercio equo;
- dare maggiore attenzione al favorire l'accesso al mercato dei piccoli produttori;
- mancanza di conoscenza ed informazioni e strutture sul commercio equo;
- lavorare di più sulla capacity building dei produttori;
- contrastare privatizzazioni e neoliberismo degli stati;
- aumentare le partneship dal Nord verso i produttori;
- aumentare la pressione per un cambiamento delle politiche governative;
- ricercare la connessione tra organizzazioni Fair Trade delle diverse parti dell'Africa;
- connettersi alle organizzaizoni dei consumatori;
- tenere in considerazione i bisogni del mercato e dell'economia locale;
- il commercio equo è troppo tecnico, deve tenere maggiormente in considerazione gli aspetti educativi;
- troppa confusione sugli standard del Fair Trade: ricercare la strada per giungere ad una sola carta degli standard mondiale;
- riflettere e connettersi di piu' alla critica dello sviluppo;
- investire nelle filiere produttive;
- portare il Fair Trade negli slums;
- investire nello sviluppo del mercato Fair Trade Sud Sud, che incontra grosse difficoltà a svilupparsi da solo;
- non concentrarsi solo sul miglioramento dei prodotti ma anche della conoscenza e del lavoro di lobby verso le istituzioni;
- giungere a criteri e processi comuni per il Fair Trade, che però tengano in conto le differenze esistenti al suo interno.
Non tutto è nuovo e non tutto forse costituisce una priorità. Ma il quadro che ne esce racconta di incontri dove la promozione e divulgazione del commercio equo si è accompagnata - oltre ad un forte aggancio alle tematiche globali del Forum - ad una forte consapevolezza dei suoi temi e problemi, e di cosa può aspettarci nel breve futuro.http://www.carta.org/cantieri/nairobi07/070124economisti.htm

FORUM DI NAIROBI: SIDA/AIDS, UNA SINDROME CHE E' ANCHE UN MARCHIO SOCIALE
 

"Possiamo continuare a lungo a discutere di sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) ma servono azioni concrete: è necessario garantire accesso all'acqua e sicurezza alimentare, indispensabili perché la cura della malattia abbia effetto": ne è convinto Josephet Mulyungi, responsabile di un gruppo di volontari della diocesi keniana di Kitwi, in un dibattito in cui questo è un parere ampiamente condiviso. Oltre il 7,5% dei 34 milioni di abitanti del Kenya - che a Nairobi ospita fino a domani il Forum mondiale sociale - sono sieropositivi, cotagiati cioè dal virus dell'immunodeficienza umana (viu/hiv) che può essere causa della sindrome conclamata. La battaglia si gioca su molti fronti. "A partire dall'educazione sessuale nelle scuole e dalla necessità di abbattere muri culturali tra insegnanti e studenti, tra genitori e figli" dice alla MISNA Amina Abdullahi, operatrice socio-sanitaria dell'organismo che coordina le comunità di base della diocesi di Isiolo, nel nord del Kenya. "Abbiamo una serie di centri di prevenzione e formazione dove le persone possono effettuare il test e ricevere informazioni sui farmaci anti-retrovirali", che in Kenya sono distribuiti gratuitamente negli ospedali. "Ma il problema non è solo sanitario, è anche una questione di giustizia per combattere uno stigma ancora troppo forte" spiega alla MISNA Laurene Racho, dell'associazione 'Donne per la lotta all'Aids in Kenya'. "Molto spesso alcuni datori di lavoro obbligano i propri dipendenti a sottoporsi al test per l'hiv. L'eventuale risultato positivo comporta il licenziamento". Per questo - sottolinea suor Encarnacion, comboniana impegnata nella baraccopoli di Korogocho a Nairobi - "il Forum deve impegnarsi affinchè i sieropositivi vincano la battaglia contro questo 'marchio sociale' che si portano addosso. La lotta contro lo stigma dell'Aids è una corresponsabilità mondiale". Soprattutto perché l'Africa - secondo i dati dell'organismo Onu per il sida/aids (Unaids) conta oltre 25 milioni di sieropositivi, con circa 2 milioni di morti l'anno. Anche l'accesso alle cure resta una sfida ancora carica di incognite: se in Kenya i farmaci anti-retrovirali sono distribuiti gratuitamente, in Uganda non ancora. "A Gulu - sottolinea suor Fernanda Pellizzer, missionaria comboniana - abbiamo attivato programmi per seguire le persone più povere e vulnerabili con un programma di cura ma anche di prevenzione" che coinvolge tra gli altri anche i bambini orfani. Con la collaborazione del Lachor Hospital della città - il centro abitato più importante del nord Uganda - viene garantita una terapia a chi non potrebbe permettersela. Circa 12.000 persone sono registrate per un programma di assistenza "che non è solo sanitario - aggiunge la religiosa - ma che tiene conto anche della dimensione sociale degli ammalati e li segue anche dopo la dimissione dall'ospedale". (E.B. da Nairobi)http://www.misna.org/


FORUM SOCIALE MONDIALE:
“Lavoro, cibo, medicine”. Benvenuti nel mio mondo.
Qurratul-Ain-Tahmina

NAIROBI, (IPS) - I quasi 50.000 partecipanti al FSM di Nairobi non devono guardare tanto lontano per scorgere i segni della povertà. A circa sette chilometri a est del vivace stadio Moi, lungo una strada sterrata, si estendono qua e là insediamenti di fango e baracche di lamiera. E molte delle persone che vi risiedono non hanno mai sentito parlare del Forum sociale mondiale.

È un mondo lontano dagli accesi dibattiti del forum su “Un altro mondo” e un’altra globalizzazione. Qui, i giovani, uomini e donne, sono troppo impegnati a sopravvivere. In un mercato della zona, Mwangi James, un venditore di polli, ha detto: “So che laggiù sta succedendo qualcosa. Ma non so bene di cosa si tratta”.

Peter Muiga, un elettricista, ha aggiunto: “Vorrei andare al Forum, per imparare delle cose. Ma ho sentito che bisogna pagare un sacco per entrare. E non ho i soldi”.

Gli organizzatori del FSM chiedono fino a 2000 Ksh d’iscrizione ai partecipanti, per contribuire ai 5 milioni necessari a ospitare il forum. I kenioti pagano 500 Ksh.

Nairobi, capitale di uno dei paesi più poveri al mondo, mette in luce molte contraddizioni: qui c’è grande ricchezza, ma anche una profonda povertà - con tutti quei segni rivelatori dell’ineguaglianza economica che i partecipanti al Forum vogliono eliminare.

L’Onu la colloca al 152esimo posto su 177 paesi in termini di sviluppo umano, e secondo la Banca Mondiale il reddito medio di Nairobi è di 460 dollari.

Qualcuno al mercato ha gridato: “Stanno cercando di risolvere problemi laggiù allo stadio”, e subito James e Muiga hanno cominciato ad elencare i loro vari problemi: mancanza di denaro, scarso interesse all’educazione…

“Trovare qualcosa da mangiare”, ha detto Karmja, che cerca lavoro da otto anni. Un altro abitante ha mostrato la sua gamba rotta dopo un incidente d’auto: “Ho bisogno di medicine”.

Secondo l’Habitat Centre dell’Onu, a Nairobi ci sarebbero circa 200 slum. Come Kahawa Soweto, vicinissimo al Forum, e i cui 4000 residenti dicono di riporre le loro speranze su ciò che i partecipanti al Forum faranno e diranno.

Domenica scorsa, un gruppo ecclesiastico ha invitato Esthel Wangui e altri dello stesso slum a partecipare alla sessione del FSM sugli alloggi. “Mi è piaciuto, perché hanno detto che elimineranno questo tipo di case dove viviamo adesso”, ha commentato. “Vorrei vivere in una casa migliore. Ho capito che tutte queste persone sono qua per occuparsi dei nostri problemi”.

La pensa allo stesso modo anche Samuel Kahuhu, che ha aggiunto: “Le parole non cambieranno da sole le cose. Stiamo aspettando dei passi concreti”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=836

Nella roccaforte dei talebani
La remota valle di Baghran sarà la base da cui in primavera partirà l’offensiva finale dei talebani
di Syed Saleem Shahzad*
 
I fronti della battaglia sono stati definiti sullo scacchiere afgano per quello che sarà probabilmente lo scontro decisivo tra le forze Nato e la resistenza dei talebani. Entrambi gli schieramenti hanno messo a punto le loro strategie, posizionato le loro pedine e sono pronti all’azione.Gli sforzi dei talebani sono concentrati verso  la prossima primavera, quando il tempo sarà migliore dopo l’inverno rigido.
Stando a fonti vicine ai talebani, essi creeranno il loro quartier generale nelle impervie montagne della Valle di Baghran, nell’estremo nord della provincia di Helmand. Sarà lì che i principali capi talebani, finora rintanati al sicuro nella cinta tribale tra Pakistan e Afghanistan, si sposteranno durante l’offensiva finale.
 
combattenti talebaniI preparativi della battaglia finale. Maulana Jalaluddin Haqqani, capo delle operazioni militari dei talebani in Afghanistan, si trova ora nell’area tribale pachistana del Nord Waziristan. Il Mullah Dadullah, già capo dell’intelligence talebana, si muove invece tra le province pachistane del Sud Waziristan e del Balucistan e la provincia afgana di Helmand. Haqqani e Dadullah, seguendo le istruzioni del Mullah Omar, stanno trattando con i capi tribù afgani per preparare il terreno al ritorno al potere da parte dei talebani. Questo processo è ancora in atto e una volta completato, dopo l’inverno, verrà lanciata una mobilitazione totale delle truppe e lo stesso Mullah Omar si recherà nella valle di Baghran per assumere personalmente il comando dell’attacco a Kandahar prima e a Kabul poi.
Baghran, il distretto più settentrionale della provincia di Helmand, al confine con la provincia di Ghor, è sempre stato un fulcro importante per i talebani, utilizzato come un punto di riunione per risolvere le differenze con i comandanti tagichi e quelli pashtun. Durante i dieci anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, a partire dal 1979, le truppe sovietiche si ritirarono da Baghran nei primi anni e non vi rimisero più piede. Fu così che quella valle divenne il quartier generale mujaheddin. Il terreno isolato e inospitale ne fa una base perfetta, con molte vie di fuga attraverso i passi di montagna dell’Hindu Kush.
 
truppe Usa perquisiscono un villaggio nella valle di Baghran, nel 2003Nel cuore della valle. “Sei matto ad andare a Baghran, il centro dei talebani?!”. Questa è stata la reazione del proprietario dell’hotel appena ha saputo le mie intenzioni. I giorni successivi avrebbero confermato quanto avesse ragione.
La struttura tribale di questo feudo talebano gli consente di essere auto sufficiente grazie ai contributi della comunità. Le donazioni in denaro vengono impiegate principalmente per la manutenzione dei canali d’irrigazione. I talebani hanno bruciato le scuole e non ci sono ospedali nella zona. Le forze dell’ordine e i tribunali sono gestiti dai talebani secondo la loro interpretazione del Corano. Gli stipendi di questi “funzionari talebani” sono pagati con il ricavato degli octroi, i pedaggi imposti ai viaggiatori e ai veicoli da trasporto. E’ così che i talebani mettono radici nel territorio.
“Prima gli americani ci attaccavano da nord, dalla provincia di Ghor”, ci dice Moulavi Hamidullah, membro della shura talebana e comandante militare. “Ora però che abbiamo ristabilito delle sacche di resistenza a Ghor, non corriamo più questo rischio, sebbene la possibilità di attacchi aerei sia ancora presente”.
Attraversando un piccolo villaggio nella valle, abbiamo notato decine di uomini posizionati sopra i tetti con mortai, mitragliatrici, lancia razzi e fucili. Subito abbiamo compreso che era il nostro comitato di benvenuto. Si trattava degli uomini di Hamidullah: stavano posando per le foto. Avevamo appuntamento con Agha, il giovanissimo comandante talebano del distretto di Baghran. Hamidullah lo ha chiamato al telefono satellitare e io ho potuto sentirlo dire: “Un ospite ti sta aspettando, parla inglese”. Più tardi abbiamo saputo che Agha lo aveva male interpretato e aveva pensato a un attacco imminente: i talebani parlano in codice. Poche ore dopo nel villaggio è arrivata una squadra della polizia talebana armata: erano venuti per arrestarci sotto indicazione di Agha. Hamidullah ha subito chiarito che eravamo ospiti e volevamo intervistare Agha.
 
combattenti talebaniScambiati per spie. Agha era basso e non incuteva timore, nonostante fosse al comando di veterani induriti dalle battaglie. Agha proviene dalla tribù di Pir Ali Zai e la gente della zona aveva serie riserve sul suo modo di utilizzare il titolo di “Agha”, che solitamente nella società afgana viene riservato ai discendenti del Santo Profeta. Agha era timido davanti alla macchina fotografica, secondo la stretta interpretazione dell’Islam, però alla fine ci ha permesso di fotografare la sua faccia avvolta dal turbante. Altri comandanti  sono stati contenti di essere ritratti, sebbene anche loro con le facce coperte, ma per una ragione differente: se fossero feriti dovrebbero andare in un ospedale e rischierebbero di essere riconosciuti.
Nel mezzo del nostro incontro, il giovane Agha si è alzato improvvisamente, ha digitato un numero nel suo telefono e lo ha passato al mio collega, Qamar Yousufzai. Una voce gli ha chiesto da dove venissimo e quale testata rappresentavamo, e poi ha insistito che avevamo bisogno di presentare una lettera da parte del quartier generale talebano in Pakistan. Finché non la avessimo esibita, i talebani non avrebbero potuto sapere se eravamo giornalisti o spie mandate dal governo afgano meritevoli di essere decapitate. Agha voleva arrestarci. L’anziano e rispettato ex-comandante mujaheddin Haji Lala, di cui noi eravamo ospiti, si è opposto con fermezza. Ha detto che anche se il mullah Omar avesse mandato istruzioni di consegnare gli ospiti, lui non l’avrebbe fatto e avrebbe resistito loro con le armi. 
 
truppe Nato nel sud dell'AfghanistanIl processo e la liberazione. Il giorno dopo abbiamo appreso che il nostro caso sarebbe stato gestito dal “tribunale” del venerdì, e così siamo stati condotti sotto processo in una moschea locale. Il qazi (giudice) era un uomo anziano con la barba bianca. Ha deciso che si dovevano condurre accurate indagini sul nostro conto, che saremmo stati “ospiti” dei talebani fino al termine dell’inchiesta e che tutte le nostre cose sarebbero state sequestrate. Questoè stato troppo per il mio collega Qamar, che si è lanciato in un’infiammata diatriba con i talebani, accusandoli di essere dei “selvaggi”.  Loro hanno sorriso.
Fortunatamente Hagi Lala mi ha permesso di usare il suo telefono e, dopo una serie di chiamate tra i miei contatti in Pakistan e i talebani, siamo stati liberi di andarcene: finalmente avevano accettato il fatto che fossimo giornalisti.
Questa esperienza, che poteva anche finire male, ci ha dato la possibilità di capire le delicate dinamiche esistenti tra gli anziani delle tribù pashtun e i giovani talebani. Inoltre ci ha permesso di vedere le condizioni di vita in quei villaggi, dove le persone mescolano la terra con il loro pane per farlo durare più a lungo, dove non ci sono scuole e ospedali, dove non esiste acqua corrente e solo le capanne di fango proteggono dal gelo invernale e dal caldo torrido estivo. A questo si aggiungono le violenze dei signori della guerra e dei talebani e le bombe che cadono dal cielo. Questi luoghi, con l’arrivo della primavera, potrebbe diventare l’epicentro della guerra, in un altro sanguinoso capitolo della tortuosa storia dell’Afghanistan. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7171

UE : embargo alla Cina e regole severe su commercio armi
di Gabriella Mira Marq

Globalmente, il mondo spende 15 volte di piu' per le armi che per i sussidi internazionali, e per giunta molte di esse vengono vendute ai Paesi che contano numerose violazioni dei diritti dell'uomo. Un quarto del commercio di armi leggere e' illegale. Dato che un terzo di tutte le esportazioni di armi proviene dall'Unione Europea, i membri del Parlamento Europeo hanno pensato che l'UE avesse il dovere di comportarsi di conseguenza ed hanno lanciato un forte segnale sul controllo del commercio di armi legali e illegali.

La scorsa settimana, nella seduta plenaria di Strasburgo, essi hanno adottato con 504 voti in favore, 24 contrari e 34 astensioni un rapporto di iniziativa sulle esportazioni di armi dai paesi membri UE. Esso chiede che l'Unione continui l'embargo di armi contro la Cina fino a che non vi saranno significativi miglioramenti nel capo dei diritti umani e della liberta' di espressione.

Inoltre chiede che venga controllata la situazione dei diritti umani nei Paesi che importano armi dall'Europa e suggerisce di elaborare una lista di Paesi in conflitto armato a cui le armi non dovrebbero essere vendute per evitare di rifornire il conflitto di combustibile. Il rapporto mira infatti a rafforzare il peso legale del Codice europeo di comportamento sulle esportazioni di armi e di estenderlo anche alle aziende di sicurezza private.

Tale condice prevede una serie di criteri di valutazione cui i Paesi membri si dovrebbero attenere prima di rilasciare licenze per l'esportazione di armi. In particolare, il primo criterio riguarda il rispetto per gli impegni internazionali degli Stati membri, in particolare le sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell'ONU e quelle decretati dalla UE, accordi sulla non proliferazione nucleare, sulle mine antiuomo ed altri.

Il secondo concerne il rispetto dei diritti dell'uomo nel Paese di destinazione finale - valutando quindi anche la possibilita' che lo Stato detinatario del carico sia solo una piazza intermedia - sulla base delle indicazioni ONU, del Consiglio d'Europa e della UE. In tale articolo si parla anche di repressione interna, inclusa la tortura e altro trattamento o punizione crudele, disumana e degradante, esecuzioni sommarie o arbitrarie, scomparse, detenzioni arbitrarie ed altre violazioni importanti dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali come precisate nella dichiarazione universale sui diritti dell'uomo e negli altri strumenti giuridici internazionali riguardanti il diritto umanitario.

Il terzo crierio riguarda la possibilita' che il paese di destinazione finale rischi una guerra civile o ne abbia una in atto, mentre il quarto concerne la preservazione di pace, sicurezza e stabilita' regionali e quindi impedisce di inviare armi ove lo Stato detinatario possa aggredire un altro Paese, eccetto che in caso di legittima difesa. Il quinto criterio prevede la possibilita' che le tecnologie inviate possano essere usate impropriamente, mentre il sesto riguarda il comportamento del paese del compratore riguardo alla Comunità internazionale, per questioni come il terrorismo, la natura delle sue alleanze ed il rispetto per gli Stati membri.

In base a questi criteri - qualora avessero forza di legge - sarebbero illegali sia le esportazioni spagnole in Sudan, piu' volte denunciate fin dai tempi di Aznar, sia le esportazioni di armi dall'Italia agli USA, la cui amministrazione ha ammesso l'esistenza di prgioni segrete CIA e persiste nelle detenzioni illegali a Guantanamo.

Il relatore del rapporto, il deputato verde Raul Romeva, ha peraltro parlato di "contraddizioni fondamentali fra i rapporti d'affari riguardanti le armi ed il codice di comportamento". In particolare, egli ha notato la vendita delle armi a luoghi come la Cina, la Colombia, l'Etiopia, l'Eritrea, l'Indonesia, Israele ed il Nepal, luoghi cui le risoluzione del parlamento UE hanno spesso fatto riferimento per le violazioni dei diritti dell'uomo. E' stata fatta presente anche la violazione del'embargo di armi al Darfur.

Infine gli europarlamentari hanno confermato il sostegno al Trattato sulle armi dell'ONU, che e' in preparazione. 


www.osservatoriosullalegalita.org




gennaio 24 2007

 

 

Negazionismo storico creativo

 

Sono stufa di quelli che negano l’Olocausto.


Ho deciso che io proporrò una teoria che nega l’esistenza delle Guerre Puniche.


Così, tanto per essere originale.

http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/


Lettera di Giovanni Guzzetta a Giulio Santagata
Caro Santagata,

come saprai, qualche settimana fa abbiamo depositato in Cassazione i quesiti per promuovere un referendum elettorale sull'attuale legge elettorale.
L'iniziativa si ispira ai valori della trasparenza, unità e responsabilità.
Un primo quesito ha ad oggetto il divieto di candidature multiple, fenomeno che ha prodotto il risultato di un terzo dei parlamentari scelto dai candidati plurieletti attraverso l'opzione per l'uno o l'altro seggio. Il secondo prevede l'attribuzione del premio di maggioranza non alla coalizione, ma alla lista più votata, colpendo la degenerazione della frammentazione esasperata e le rendite di posizione negli schieramenti. Si propizierebbe così una cornice istituzionale per il progetto del partito democratico e per un partito dei moderati.
Tengo a sottolineare che il referendum non è un'operazione ingegneristica, ma ha un significato assai più ampio.
Esso esprime un’idea di politica. Noi vogliamo una politica competitiva, responsabile, agile e dinamica. Vogliamo partiti aperti al flusso di idee e passioni che provengono dalla società. Vogliamo una politica che privilegi il merito e non le rendite di posizione, la dialettica democratica e non le alchimie dei vertici di maggioranza. Vogliamo partiti nuovi ed europei per superare l'ipocrisia provinciale tutta italiana che ci fa credere che il pluralismo delle idee e degli interessi si possa rappresentare solo con trenta partiti.
Tutto ciò è già un’attesa della società e corrisponde ad una domanda inascoltata che genera rassegnazione e smarrimento. Due sentimenti molto pericolosi per la tenuta civile di un paese.
Incontriamoci è una realtà vitale, moderna, dinamica, che ha saputo appropriarsi degli strumenti più innovativi della comunicazione, senza abbandonarsi alla frequente lamentazione antimodernista.
Io credo che vi possa essere una sintonia oggettiva tra lo spirito di questo referendum e le motivazioni della vostra azione.
Per questo motivo sono a chiederTi di poter immaginare insieme le forme, se c’è interesse da parte Vostra, di un coinvolgimento a sostegno del referendum.
Già solo una vostra disponibilità a diffondere le informazioni relative all'iniziativa sulla vostra rete sarebbe un atto, apprezzatissimo, di disponibilità.

Spero che ci sarà presto occasione per discuterne insieme.

Con la più viva cordialità

Giovanni Guzzetta

Presidente del Comitato promotore per i referendum elettorali



Risposta di Giulio Santagata

 

Lettera di Giulio Santagata a Giovanni Guzzetta

Caro Guzzetta,

ti ringrazio della tua lettera di invito ad un coinvolgimento di Incontriamoci nel percorso referendario. La rete di Incontriamoci come sai nasce nel corso dell’ultima campagna elettorale come esperimento di partecipazione politica diversa e nuova rispetto alle forme tradizionali. In particolare abbiamo scommesso nella libera e autonoma capacità di cittadini appassionati e sensibili alle sorti dell’Italia di sapersi organizzare per diffondere nel territorio dove vivono le idee programmatiche e i valori del progetto di governo del centrosinistra. Il tutto senza la pretesa di dare forme organizzative di nessun tipo alla rete e sfruttando esclusivamente le risorse che internet ci mette a disposizione.
Mi permetto di dire che la scommessa pensiamo di averla vinta se valutiamo che abbiamo raggiunto ormai i 25mila iscritti al nostro sito e siamo a ben oltre 1.100 incontri organizzati.
Incontriamoci rimane una occasione di partecipazione che oggi guarda, anche con occhio critico, alle politiche del Governo e al percorso verso il Partito democratico.
So di interpretare il sentimento degli “Incontristi” se dico che l’attuale legge elettorale è una delle leggi peggiori e più dannose per l’Italia che il governo di destra abbia prodotto. I suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo guardato con interesse fin dall’inizio alla nascita di un movimento, anche trasversale, per intervenire sulla legge elettorale. Pur sapendo che la via referendaria è sempre delicata e che è il Parlamento il luogo dove stabilire le regole del gioco, la proposta di referendum ha già rimesso all’ordine del giorno la necessità di garantire all’Italia governi stabili e rappresentanza trasparente, cose che l’attuale legge ha mortificato.
Per queste ragioni ti informo che Incontriamoci aderisce al Comitato e intende contribuire all’iniziativa dando conto dell’attività attraverso il sito e favorendo la partecipazione concreta alla campagna di quanti tra i suoi iscritti vorranno farlo.

A presto e buon lavoro

Giulio Santagata http://www.incontriamoci.fabbricadelprogramma.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=103923


Regole e regali
Mario Deaglio
La Stampa

La decisione dell’Antitrust di aprire un'indagine per verificare l'ipotesi che nove compagnie petrolifere si siano messe d'accordo per manipolare i prezzi dei carburanti, implica in realtà due ordini di problemi: quello del costo elevato dei carburanti e quello della trasparenza dei mercati.
Per quanto riguarda il costo dei carburanti e in particolare quello della benzina, di cui gli italiani fanno esperienza tutti i giorni, si giunge alla conclusione, apparentemente paradossale, che le variazioni del prezzo del greggio sono un elemento secondario nella sua determinazione. In tutta Europa, infatti, l'autorità pubblica ha fatto dei carburanti un pilastro delle proprie entrate per la natura dei carburanti stessi (l'imposta è difficile da evadere, si incassa subito e si può variare con rapidità, si applica su un bene di largo consumo e l'automobilista medio non può certo farsi una scorta di benzina data la sua pericolosità). Per conseguenza, su un euro pagato da un automobilista, quasi settanta centesimi vanno allo Stato oppure alle autorità locali sotto forma di accise (imposte sulla quantità) e Iva (imposta sul valore). L’aumento del prezzo del greggio può arricchire di più il ministero dell’Economia che i Paesi nel cui territorio il greggio è stato estratto.
I rimanenti trenta centesimi sono infatti divisi tra i produttori di petrolio (nell'ordine di 10-15 centesimi) e le imprese che svolgono le fasi successive della lavorazione (raffinazione, trasporto, stoccaggio, gestione della pompa). Per conseguenza, una riduzione di un centesimo del solo prezzo pagato ai produttori (pari al 5-10 per cento di quanto ricavano) incide assai poco sul prezzo alla pompa.

Anche i centesimi contano, naturalmente, e gli automobilisti hanno reagito agli aumenti degli ultimi anni riducendo leggermente il loro consumo di carburante, e addirittura andando alla ricerca di altri possibili carburanti a base di oli vegetali.
Non è però adeguando più rapidamente il prezzo della benzina al prezzo del petrolio che si incide in maniera sostanziale sui costi dell'automobilista; occorrerebbe invece affrontare il discorso del carico fiscale sulla benzina che però quasi tutti preferiscono lasciare così com'è, in quanto una sua riduzione sensibile farebbe sorgere la necessità di trovare altre imposte alternative, probabilmente più scomode (oltre a incoraggiare un consumo inquinante). Non potendo abbassare sostanzialmente il prezzo della benzina, le compagnie petrolifere non hanno molta convenienza a competere sul filo dei centesimi, preferiscono invece spostare la concorrenza sul piano dei «regali» agli automobilisti. Evidentemente i loro uffici marketing devono aver concluso che la prospettiva di una riduzione di 2-3 centesimi al litro attira gli automobilisti meno della prospettiva di accumulare punti per avere l'ennesimo giubbotto «in regalo».
Appare in ogni caso giustificato indagare più a fondo su quel 10-15 per cento del prezzo sul quale le compagnie petrolifere possono effettivamente agire e domandarsi come mai la caduta del prezzo del petrolio - e anche la caduta del cambio del dollaro, moneta nella quale il petrolio è pagato - non si traduca in tempi brevi in una caduta dei prezzi alla pompa. E questo non tanto per la possibile riduzione di qualche centesimo, quanto per un'esigenza di equità fiscale e di buon funzionamento dei mercati. Più che il risparmio, conta il principio; e le compagnie petrolifere, che amano esser considerate dei capisaldi dell'economia di mercato, dovrebbero essere le prime a dichiararsi soddisfatte di una simile indagine.
Quello petrolifero è, in realtà, un mercato molto opaco anche per motivi tecnici che implicano scambi complessi tra estrattori, raffinatori e distributori. Proprio per questo, però, occorrerebbe fare un po' di luce, e l'indagine dell'Antitrust sarà benvenuta se ricostruirà la provenienza e i passaggi della benzina di determinate pompe petrolifere, scelte magari a campione, per capire in quanto tempo e con quali costi effettivi un barile di greggio appena estratto si trasforma in benzina e quindi quanto deve aspettare l'automobilista per vedere in concreto il vantaggio di un calo dei prezzi petroliferi e quanto dovrebbe essere questo vantaggio.
Se i mercati devono veramente funzionare, deve cessare la «riservatezza» delle società petrolifere su loro stesse e sui loro processi di lavorazione. Negli Stati Uniti alcune grandi società petrolifere hanno cominciato a pagare a suon di multe questa riservatezza e le inesattezze dei loro bilanci. E' questo il sintomo di una diversa sensibilità dell'opinione pubblica: se si vuole davvero il mercato, questo è uno dei punti sui quali cominciare ad agire sul serio.


Democrazie, l’essenziale è partecipare

Luigi Nieri con
Mauro Buonocore



Tratto dall’ultimo numero di Reset (n.99 gennaio-febbraio 2007), in edicola e in libreria.

Tanto entusiasmo non lo immaginava nemmeno lui. Di fronte al coinvolgimento che i cittadini laziali hanno dimostrato il 3 dicembre durante il sondaggio informato, il primo Deliberative Poll realizzato in Italia, Luigi Nieri confessa di essere rimasto un po’ sorpreso. Positivamente sorpreso. L’assessore al Bilancio, Programmazione economico-finanziaria e Partecipazione della Regione Lazio, eletto nelle liste di Rifondazione comunista, è un sostenitore della necessità di costruire un nesso tangibile tra amministratori e cittadini, tra politica e rappresentati. Anzi di più: di questo nesso è un promotore, come dimostrano le esperienze fatte in passato al comune di Roma da assessore alle Periferie, come dimostra il bilancio partecipato che, a partire dal suo governo, nel Lazio è una pratica affermata. E come dimostra il fatto che è stato il primo a portare in Italia la tecnica di James Fishkin che ha il merito di unire metodologia scientifica alla partecipazione. “L’esperienza è stata positiva”, dice Nieri, “il sondaggio informato si è dimostrato uno strumento efficace per riempire il gap tra istituzioni e cittadini e coinvolgere entrambi in un confronto costante”.
In una giornata di discussione i cittadini hanno saputo e capito di più della sanità regionale, della finanza etica e del bilancio, hanno animato il dibattito, hanno incalzato con le loro domande e le loro critiche gli esperti e lo stesso assessore. Perché la partecipazione, continua Nieri, è “la quintessenza della democrazia, e senza partecipazione la democrazia rischia di ridursi a un modello astratto”.

Perché un’istituzione politica come un assessorato regionale si interessa attivamente di partecipazione democratica?

Viviamo nel nostro paese un momento particolare. Da Tangentopoli in poi i tradizionali meccanismi di rappresentanza e i partiti politici sono entrati in una profonda crisi, mentre nei cittadini è cresciuto un progressivo senso di impotenza e disincanto. Accade così che la politica sia percepita come troppo lontana dalle esigenze concrete e i partiti fanno fatica a svolgere il ruolo di canali della partecipazione alla politica, e la società civile organizzata spesso si contrappone alle forze politiche in nome della propria indipendenza. Le città neoliberali segmentano gli spazi di vita collettiva, hanno perso la dimensione collettiva, mentre favoriscono la delega del controllo pubblico delle dinamiche di conflitto ai soggetti. Se questo è il contesto, risulta evidente che bisogna ripartire dal basso, da una partecipazione non mediata dei singoli alla vita politica per ricostruire il filo rosso dello stare insieme.

Quale ruolo possono concretamente svolgere le istituzioni politiche nella realizzazione di questo nesso tra politica e cittadini?

Per lunghi anni in Italia la partecipazione è stata disincentivata, per timore o per supponenza, e il decisionismo era diventato contenuto e forma della politica. Il craxismo prima e il berlusconismo, poi, hanno sublimato l’idea dell’uomo di successo che comanda e decide in solitudine. La rapidità della decisione è stata contrapposta alla qualità dei processi. Noi vogliamo invertire questo trend e ripartire dalla partecipazione nella vita politica, sociale ed economica. La democrazia si nutre di partecipazione diffusa, popolare, reale. Al governo nazionale e agli enti locali si chiede molto spesso di intervenire sui problemi legati alla quotidianità e alla qualità della vita: la tutela della salute, l’educazione, la casa, il reddito. Solo un processo di confronto aperto e di reale partecipazione permette quello scambio tra amministratori e società civile che può meglio orientare il governo nazionale come quello dei territori. La nostra scelta di coinvolgere i cittadini nelle scelte strategiche della Giunta in tema di economia e programmazione economica è nata dalla volontà di capire direttamente le esigenze delle comunità locali e delle persone in carne e ossa.

La partecipazione di cui parla è un processo che lei ha sperimentato da tempo, ma che cosa l’ha spinta verso i sondaggi informati di James Fishkin?

Quando ero assessore alle Periferie del Comune di Roma utilizzavo strumenti della partecipazione democratica per stabilire insieme ai comitati di quartiere le opere da realizzare nelle strade e nelle piazze del loro rione. Abbiamo poi tentato di trasferire quel bagaglio di conoscenze ed esperienze nella costruzione del bilancio regionale, con modalità ovviamente del tutto diverse. Abbiamo così varato dei provvedimenti che rendessero obbligatorie per Giunta e Consiglio pratiche partecipative prima dell’approvazione dei documenti finanziari. E così la Regione Lazio ha approvato, per la prima volta in Italia, una legge regionale che vincola il passaggio in aula di finanziaria, bilancio e Dpefr a un reale processo di partecipazione rivolto a organizzazioni, associazioni, amministratori, cittadine e cittadini delle cinque province laziali. Poi un giorno ho avuto modo di approfondire la conoscenza dei deliberative polls. In particolare mi colpì l’uso che ne fece il Pasok di Papandreou in Grecia. Mi ha entusiasmato l’idea che qualcuno, sulla base di una precisa metodologia scientifica, stava lavorando nella nostra stessa direzione. Da qui il desiderio fortissimo di ripetere quell’esperienza nel Lazio, una regione che negli ultimi anni ha vissuto grandi problemi e profonde contraddizioni. Il sondaggio deliberativo è diventato per noi quasi una catarsi rispetto alla corruzione degli anni scorsi.

Infatti il sondaggio informato è stato realizzato in un periodo molto intenso per la Regione, tra la presentazione del bilancio in giunta e la sua discussione nel consiglio comunale. In mezzo, la comunicazione del debito di oltre 10 miliardi di euro accumulato dalla passata gestione della sanità pubblica e l’annuncio della necessità di riforme importanti. Quanto iniziative di partecipazione democratica e informata possono incidere nelle scelte e nell’immagine della giunta regionale?

In questa regione non esistevano più regole. Dal 2002 non venivano approvati i bilanci delle Asl, non vi erano controlli sui conti pubblici e sul lavoro di consulenti e funzionari pubblici, venivano violate (vedi Laziogate) anche le più semplici norme sulla privacy. Il bilancio era un documento per i soli addetti ai lavori e il più delle volte neanche loro erano in grado decifrarne tutti gli aspetti. La conseguenza è stata che – come ci riportano i fatti di cronaca – si sono ampliati gli spazi per la diffusione del malaffare e della corruzione. Oggi il bilancio è su internet, è stato semplificato e diviso per assessorati in modo tale che tutti, alla fine dell’anno possano verificare gli impegni di spesa, la quantità e la qualità degli investimenti. Su questi stessi documenti, sempre su internet, è stata data la possibilità di aprire dei forum virtuali e proporre emendamenti. Un po’ come fanno i consiglieri regionali in commissione e consiglio. Tutto il bagaglio di suggerimenti, proposte ed emendamenti proposto dai cittadini viene raccolto in un Libro della Partecipazione di cui il consiglio deve tener conto in sede di approvazione.

Lei è stato il principale promotore politico del sondaggio informato che ha avuto il consenso del presidente della Regione Marrazzo. Come è stata accolta l’iniziativa dalle altre forze politiche?

L’iniziativa è stata accolta da tutte le componenti dell’Unione con grande entusiasmo e interesse. Non capita tutti i giorni vedere centinaia di persone appassionarsi su temi complessi come quelli che abbiamo prescelto per la discussione. Ma l’Unione con le primarie ha già dimostrato di saper accettare la sfide che il cambiamento della società ci impone. Il problema, a mio avviso, è quello di saper fare tesoro di queste occasioni di verifica e di confronto e dare loro una continuità nel tempo. Chi è contro le partecipazione è contro la democrazia.

Lei è stato presente durante tutta la giornata del sondaggio informato, ne ha seguito da vicino tutte le fasi. C’è un aspetto di quell’esperienza che l’ha colpita in maniera particolare?

Devo dire che pur credendo in questo progetto mai mi sarei aspettato di vedere tante persone rinunciare al piacere di una domenica di riposo per discutere di sanità e finanza etica. Ciò che più mi ha colpito assistendo sia ai gruppi di discussione che all’assemblea plenaria è stato il fervore e la preparazione dei partecipanti. Abbiamo assistito tutti a bocca aperta ad assemblee numerosissime dove si battevano le mani o si contestavano le tesi sostenute dagli esperti con grande passione civile. Si sono fatte delle critiche o tessuto elogi con analogo spirito costruttivo. Mi ricordo di un gruppo che parlava di raccolta differenziata e risanamento delle risorse idriche confondendo molto spesso i due temi. Alla fine di quella sessione tutti avevano le idee chiare e una posizione sufficientemente precisa da esprimere. Questo dimostra che i tradizionali canali comunicativi non sono sufficienti e che non basta annunciare le iniziative intraprese se non si spiegano vis à vis le ragioni profonde di quelle decisioni. I risultati del sondaggio, d’altronde, parlano chiaro. Dopo la giornata del sondaggio informato e partecipato i cittadini si sono convinti che l’azione di riconversione dei posti letto tradizionali in assistenza ambulatoriale è più vantaggiosa, al contrario di ciò che avevano sostenuto nel sondaggio generale. Così come è cresciuto il numero di chi vuole ridurre il numero dei laboratori di analisi privati a favore di quelli pubblici, come la percentuale di coloro che finalmente comprendono cosa sia un bond etico. Comunque tra le persone presenti si notava grande entusiasmo. Questo forse è stato il dato più significativo di cui bisogna tener conto.

Crede che iniziative come il sondaggio informato possano avere la possibilità di entrare nella routine della vita democratica o sono considerati soltanto episodi innovativi e positivi, ma isolati?

Sono fermamente convinto che il sondaggio informato sia uno strumento utile alle istituzioni per capire meglio il gap che le separa dai rappresentati. La scientificità del metodo garantisce un’alta rappresentatività del campione prescelto. Si potrebbe pensare senza dubbio a un suo utilizzo periodico oppure come soluzione per risolvere controversie su vertenze territoriali su cui molto spesso i governi cadono in impasse. Comunque dice bene il ministro Amato quando parla dei come laboratori di democrazia. La deresponsabilizzazione dell’individuo è l’embrione della corruzione e del malaffare. Un cittadino poco coinvolto può essere tentato di cercare una strada personale per affermare la propria volontà o risolvere e i propri problemi. Il confronto costante ci aiuta a capire che le nostre azioni assumono valore proprio perché generate all’interno di un contesto comunitario. Il sondaggio informato e partecipato ci aiuta a trasformare la società in comunità.

 

 

 

 

 

caffeeuropa.it


Il discorso della mezza montagna

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I deboli in Italia sono usati come cavie. Quello che di male può succedere, succede prima a loro. Di solito solo a loro. Sono i porcellini d’India della nostra società. I canarini usati in miniera per evitare gli incidenti da grisou. I deboli vivono vicino agli inceneritori. I deboli sono espropriati dei loro appartamenti popolari dai delinquenti. I deboli non possono mai permettersi di violare la legge. I deboli non conoscono gli avvocati. I deboli sono i primi a essere derubati dal finto esattore del gas. Dall’offerta della finanziaria a rate. Se un delinquente esce grazie all’indulto è certamente un vicino di casa dei deboli. I deboli non possono ammalarsi, morirebbero. Bevono acqua al cloro, respirano Pm10, hanno il riscaldamento spento. I deboli sono di solito persone oneste. Rispettano le istituzioni. Per questo non sono rispettati.
Ogni buona legge ha bisogno di un periodo di sperimentazione. I deboli hanno questa funzione sociale. E’ meritoria, e preserva le classi più abbienti da conseguenze indesiderate. Un taglio alle pensioni, un nuovo ticket sanitario, la legge Biagi, un indulto produrranno reazioni sociali? I deboli sono qui per questo. Se loro sopravvivono, allora si può fare. Ai deboli va la nostra eterna riconoscenza. Ai deboli voglio dedicare un discorso proto evangelico. Più proto che evangelico.

Il discorso della mezza montagna.

Beati i deboli, perché di essi sono le periferie.
Beati i deboli, perché saranno consolati da Previti.
Beati i deboli, perché erediteranno i debiti dei genitori.
Beati i deboli che hanno fame e sete della ingiustizia, perché saranno saziati.
Beati i deboli, perché troveranno il pusher sotto casa.
Beati i deboli, perché vedranno la televisione di Stato.
Beati i deboli, perché saranno chiamati populisti.
Beati i deboli a causa della giustizia, perché di essi è il regno di Regina Coeli.
Beati voi deboli quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, vi diranno demagoghi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra funzione sociale: quella di prenderlo nel c..o.”http://www.beppegrillo.it/


S.A.D.A.E.
Bizia,
Si chiama SADAE (Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata dall'Età).
Si manifesta così:
Decido di lavare la macchina.
Mentre mi avvio al garage vedo che c'è posta sul mobiletto dell'entrata. Decido di controllare prima la posta.
Lascio le chiavi della macchina sul mobiletto per buttare le buste vuote e la pubblicità nella spazzatura, e mi rendo conto che il secchio è strapieno.
Visto che fra la posta ho trovato una fattura, decido di approfittare del fatto che esco a buttare la spazzatura per andare fino in banca (che sta dietro l'angolo) per pagare la fattura con un assegno.
Prendo dalla borsa il porta assegni e vedo che non ho assegni.
Vado su in camera a prendere l'altro libretto, e sul comodino trovo una lattina di Coca Cola che stavo bevendo poco prima e che avevo dimenticata lì.
La sposto per cercare il libretto degli assegni e sento che è calda...allora decido di portarla in frigo.
Mentre esco dalla camera vedo sul comò i fiori che mi ha regalato mio figlio per la festa della mamma e penso che si sciuperanno se non li metto in acqua.
Poso la Coca Cola sul comò e ll trovo gli occhiali da vista che è tutta la mattina che li cerco.
Decido di portali nello studio e poi mettere i fiori nell'acqua.
Mentre vado in cucina a prendere un vaso e a portare gli occhiali sulla scrivania, con la coda dell'occhio vedo un telecomando: qualcuno deve averlo dimenticato lì (ricordo che ieri sera siamo diventati pazzi per cercarlo).
Decido di portarlo in salotto (al posto suo!), appoggio gli occhiali sul frigo, non trovo nulla per i fiori, prendo un bicchiere alto e lo riempio d'acqua, pensando: "intanto li metto qui dentro".
Torno in camera con il bicchiere in mano, poso il telecomando sul comò e metto i fiori nel recipiente, che naturalmente non è adatto... e quindi mi cade un bel po' d'acqua... ("mannaggia!").
Riprendo il telecomando in mano e vado in cucina a prendere uno straccio.
Lascio il telecomando sul tavolo ed esco dalla cucina... cercando di ricordarmi che cosa dovevo fare con lo straccio che ho in mano...
Conclusione:
- sono trascorse due ore
- non ho lavato la macchina
- non ho pagato la fattura
- il secchio della spazzatura è ancora pieno
- c'è una lattina di Coca Cola calda sul comò
- non ho messo i fiori in un vaso decente
- nel porta assegni non c'è un assegno
- non trovo più il telecomando della televisione né i miei occhiali
- c'è una brutta macchia sul parquet in camera da letto e non ho idea di dove siano le chiavi della macchina!
Mi fermo a pensare:
Come pur essere? Non ho fatto nulla tutta la mattina, ma non ho avuto un momento di respiro... mah!!!
Fammi un favore, rimanda questo messaggio a chi conosci perché io non mi ricordo più a chi l'ho mandato.
E non ridere, perché se ancora non ti è successo... ti succederà! E prima di quanto credi!!! http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Il guado di Telecom

Quanto può durare l'incertezza alla Telecom Italia? La questione è: chi comanda e per andare dove?

Sembra ormai abbastanza facile interpretare la vicenda Telecom Italia. L'interesse dell'azionista di riferimento si va distinguendo da quello dell'azienda.

L'Olimpia ha registrato le azioni Telecom che possiede a 3 euro circa (molto più alte del valore di borsa). Inoltre è nata piena di debiti per comprare le azioni Telecom. Pirelli possiede Olimpia all'80 per cento. O vende Olimpia o si trova nei guai. Per trovare qualcuno che accetti la valutazione maggiorata delle Telecom, gli azionisti di Olimpia stanno cercando dovunque: in India, in Russia... Se Olimpia non si vende, occorre finanziarla. E l'unico modo per finanziarla e farle affluire soldi da Telecom in forma di dividendi.

Ma la Telecom non si può continuare a dissanguare per pagare megadividendi agli azionisti (solo per salvare Olimpia e dunque Pirelli e dunque Tronchetti). E non è giusto che per fare quei dividendi e contemporaneamente per investire sulla nuova rete a banda larga la Telecom venda il Brasile, l'unica vera forza di crescita dell'azienda.

Insomma: gli interessi degli azionisti sembrano in contrasto con quelli dell'azienda. Perché gli azionisti non sono interessati al profitto dell'azienda come prevedono i manuali: si sono indebitati per comprare l'azienda e dunque sono interessati a pagare il debito. Dunque gli azionisti sono nelle mani dei mercati finanziari.

Che cosa avverrà?

I mercati finanziari vogliono gente affidabile. Non amano la gente che si trova nei guai con la giustizia. Se qualcuno vuole salvare la situazione deve agire presto. Ma chi è nei guai con la giustizia dovrebbe fare tutti passi indietro che servono.

Poi comincerà il lavoro vero.http://blog.debiase.com/categories/braudel/2007/01/22.html

Cronaca di un conflitto internazionale

 

Salvatore Lussu

 

La Somalia cerca di uscire dall’incertezza. Per sei mesi la popolazione di Mogadiscio e del sud del Paese ha vissuto una relativa ma illusoria tranquillità sotto il controllo dell’Unione delle Corti Islamiche. Ora l’intervento delle truppe etiopi e degli Usa, a sostegno del debole governo ad interim, ha scacciato le milizie dei religiosi e riaperto la partita. Un conflitto locale che ha assunto presto implicazioni internazionali, con le chiare prese di posizione da parte del numero due di Al Qaeda Ayman al Zawahiri e dell’amministrazione Bush. Ma gli sviluppi futuri restano quanto mai imprevedibili.


Gli attori in gioco. Da una parte ci sono le Corti islamiche, un gruppo originato dall’alleanza tra diversi tribunali religiosi locali. Vi militano sia esponenti moderati sia integralisti e secondo Etiopia e Stati Uniti sarebbero legate a gruppi terroristici. Le Corti tuttavia respingono ogni accusa di avere rapporti con al-Qaeda. Dall’altra, il governo di transizione. Nato nel 2004 dai colloqui di pace, è l’unica autorità riconosciuta dalla comunità internazionale. Di fatto non ha mai governato. Per due anni la sua sede è stata la città meridionale di Baidoa, a circa 250 km a nord di Mogadiscio. Questo governo è appoggiato dall’Etiopia, preoccupata dall’eventualità che in Somalia possa formarsi uno stato islamico, con conseguenze destabilizzanti per la sua sicurezza interna. A sua volta l’Etiopia è sostenuta dagli Usa, decisi a stroncare ogni insorgenza del fondamentalismo nell’Africa orientale. Sullo sfondo, gli altri stati della regione. L’Etiopia accusa l’Eritrea, con cui ha combattuto recentemente una guerra, di fornire armi alle Corti islamiche, ma Asmara nega. Il Kenya invece guarda con apprensione la possibilità che i profughi in fuga dal conflitto si riversino alle sue frontiere.

I fatti. Tutto è cominciato a giugno dell’anno scorso, quando le Corti islamiche hanno scacciato da Mogadiscio i vecchi padroni della città, quei signori della guerra saliti alla ribalta nel 1991, con la caduta del dittatore Siad Barre. Le loro milizie hanno poi conquistato tutto il sud del Paese. Dopo l’anarchia degli ultimi 16 anni, il governo islamico ha assicurato alla popolazione un minimo d’ordine e sicurezza. Certo, pagati cari, con l’applicazione di norme ispirate a un’interpretazione integralista della sharia: molti cinema e stadi di calcio sono stati chiusi, la musica occidentale proibita, i criminali giustiziati pubblicamente. Tuttavia, in tanti fra i somali hanno pensato che queste restrizioni fossero il male minore. L’Etiopia si è opposta da subito al nuovo regime, sostenendo il governo assediato a Baidoa. Da luglio ha fornito addestramento militare alle sue truppe e ha schierato mezzi e uomini nel Paese.

I mesi successivi sono trascorsi tra tentativi falliti di mediazione e preparativi per la guerra. A settembre il presidente ad interim della Somalia Abdullahi Yusuf è sopravvissuto a un tentativo di attentato. Il 25 ottobre il presidente etiope Meles Zenawi ha dichiarato che l’Etiopia era “tecnicamente in guerra” con le Corti islamiche. L’8 dicembre le Corti hanno affermato di aver ingaggiato la prima battaglia con le truppe nemiche a sud di Baidoa. Nel frattempo il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 1725, che autorizza l’invio nel Paese di una forza di pace a sostegno del governo ad interim. Per ora soltanto l’Uganda ha dato la propria disponibilità all’invio di 1500 uomini. Il 24 dicembre l’Etiopia ha ammesso di avere soldati coinvolti in combattimento sul territorio somalo. In pochi giorni le milizie islamiche sono state sconfitte.

Il 28 hanno lasciato Mogadiscio e sono fuggite a sud, dove sono tuttora intrappolate tra la frontiera keniota e l’esercito etiope che avanza da nord, mentre dal mare una portaerei americana sbarra ogni via di fuga. Il 5 gennaio, in un messaggio audio, il numero due di al Qaeda Ayman al Zawahiri è ha lanciato un appello: “Esorto i fratelli musulmani ovunque si trovino nel mondo ad accogliere l’invito al jihad in Somalia”. Il 9 gennaio gli Usa sono intervenuti direttamente nel conflitto, bombardando alcune località nel sud del Paese dove sostengono ci fosse una base di al-Qaeda. L’obiettivo era eliminare i tre sospetti responsabili degli attentati alle ambasciate Usa di Kenya e Tanzania nel 1998. Nessun terrorista è stato ucciso e testimoni hanno riportato invece la morte di una trentina di civili innocenti. Per gli Stati Uniti si è trattato del primo intervento militare nel Paese dal 1993. L’operazione ha suscitato le reazioni negative di Onu e Unione europea. Il governo somalo, tuttavia, sostiene di aver autorizzato l’attacco.

Molte incognite. Intanto l’esecutivo provvisorio, guidato da Mohamed Ghedi, si è insediato a Mogadiscio e ha dichiarato tre mesi di legge marziale per ripristinare l’ordine sulla città. Ora sul futuro della Somalia pesano diverse incognite. La prima: che ruolo giocheranno i vecchi signori della guerra, con cui il governo sta cercando di trattare. La seconda: la posizione che terrà l’Etiopia. Il presidente Zenawi ha dichiarato di non voler lasciare a lungo le sue truppe nel Paese e gli etiopi sono malvisti dalla popolazione locale. D’altra parte, il governo è impotente senza un appoggio esterno e sembra improbabile che possa arrivare in tempi brevi un contingente internazionale. Infine c’è la minaccia di un’insurrezione armata che potrebbe essere scatenata dalle milizie islamiche e che rischierebbe di trasformare il Paese in un altro Iraq o in un altro Afghanistan, e far degenerare ulteriormente il conflitto.http://www.resetdoc.org/IT/Somalia-cronaca.php

Lo studioso: «Il libero scambio? Ultima religione dell'Occidente»

Alla vigilia del Forum Economico Mondiale di Davos, lo statunitense Calleo parla di Ue, Usa e globalizzazione.
L'edizione 2006 del World Economic Forum a Davos (Foto kob42kob/Flickr)
Il professor David Calleo ha l'aria di uno studioso d’altri tempi. Nato nel 1934 da una famiglia di origini italiane della zona rurale dello Stato di New York, nel suo ufficio non c’è il computer, ma un oggetto che potrebbe essere una radio a galena, sul quale campeggia un ritratto di Napoleone. Calleo lo ammira a tal punto che possiede una residenza estiva nell’Isola d’Elba, dove ospita i suoi migliori studenti ogni estate. Scienziato politico, economista, un dottorato all'Università di Yale, Calleo è attualmente direttore del programma di Studi Europei della Scuola di Relazioni Internazionali dell'Università Johns Hopkins di Washington. Da qui lo studioso americano afferma la sua visione di un mondo multilaterale nel quale l'Europa agisca come amichevole contrappeso degli Stati Uniti.

L'idraulico polacco. Visto dall'America

Le preoccupazioni europee verso il resto del mondo (delocalizzazioni, flusso di capitali, questioni ambientali…) vengono ricalcate ugualmente all'interno dell'Europa con la divisione tra Est e Ovest e la famosa polemica – sviluppata durante il referendum francese sulla Costituzione – sull'idraulico polacco, pronto a spingere al ribasso i salari dell'Europa Occidentale. Calleo non vi vede un problema come con India o Cina: «È chiaro che inizialmente questi Paesi dell'Europa dell'est attrarranno investimenti a causa del loro basso livello salariale. Tuttavia, siccome si trovano all'interno dell'Ue, i loro salari (così come il Pil pro capite) convergeranno velocemente verso quelli occidentali». Calleo definisce gli allargamenti del 2004 (otto paesi dell'Est oltre a Cipro e Malta) e del 2007 (Romania e Bulgaria) «troppo precipitosi. Il vero problema è la grande differenza tra Est ed Ovest in Europa riguardo alle grandi questioni istituzionali, come la direzione delle relazioni transatlantiche, la politica estera e di sicurezza dell’Ue e l’integrazione politica del continente».

Regolare il commercio

Mentre la libertà di mercato rimane imperante nel mondo, Calleo avanza qualche critica sull’argomento. «Il commercio internazionale deve essere regolato affinché non causi un deterioramento inaccettabile della qualità della vita dei lavoratori europei come conseguenza dell’eccessiva concorrenza di mano d’opera a buon mercato». Le misure contano: «Cina ed India sono Paesi di grandi dimensioni e posseggono un enorme mercato interno. Per questo non possono continuare a proporsi come economie rivolte esclusivamente all’esportazione, diversamente da quello che accade a territori piccoli come Hong Kong e la Corea del Sud». Per questo Calleo non si stanca di ripetere che il libero commercio ad oltranza, senza alcuna considerazione di tipo sociale, rappresenta «l’ultima, grande religione occidentale».
Sulla questione del presunto ritardo dell'Europa rispetto agli States, Calleo non vuole semplificare: «È chiaro che l’Europa ha accusato negli ultimi anni un tasso di disoccupazione maggiore degli Stati Uniti. Ma è pur vero che durante il secondo Dopoguerra la crescita del Vecchio Continente è stata superiore a quella degli Usa. E ha presentato minori livelli di povertà e disuguaglianza sociale».

Ma se pensiamo alla stagnazione economica di Stati come Francia, Germania ed Italia a partire dagli anni Novanta il discorso cambia. «Certo. Ma il problema è che sia le politiche di stimolo della domanda, attraverso l’aumento dei salari o l’investimento del settore pubblico, che le politiche di equilibrio del budget e riduzione dell’inflazione, non bastano più». La protezione del lavoro nell'industria europea dalla concorrenza esterna abusiva diventa quindi inevitabile.
Domènec Ruiz Devesa - Washington http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=9718

Democrat, dodici candidati
non fanno un presidente



di Anna Momigliano
Troppi aspiranti alla candidatura, molto tempo e poco ossigeno. Questo, a quasi due anni dalle elezioni presidenziali, sembra essere il problema principale del Partito democratico, uscito rafforzato dal successo delle midterm, che è andato ben oltre le aspettative, e dalla crisi profonda dell’amministrazione repubblicana. Ancora una volta, il presidente Bush si trova ai minimi storici negli indici di popolarità: al momento di pronunciare il suo penultimo discorso sullo stato dell’Unione (stanotte, ndr), George W. era bocciato dal 65 per cento degli americani (dati paragonabili solo a quelli di Nixon nel bel mezzo del Watergate). Non stupisce, quindi, che i democratici sentano la vittoria in tasca. Solo che potrebbe essere esattamente questo il problema. E non tanto perché il partito dell’asinello rischi di sedersi sugli allori, quanto perché questo clima di euforia in casa Democrat ha provocato una corsa alle candidature anticipata e particolarmente affollata. Tutto questo, spiegano gli esperti, rischia di confondere l’elettorato liberal, senza contare che l’attenzione mediatica attratta dalle candidature anticipate a più di un anno dalle presidenziali potrebbe far evaporare, per così dire, l’interesse generale.
Cominciamo dai candidati, ufficiali e ufficiosi, per le primarie: dodici, un numero record, e che potrebbe ancora crescere. L’annuncio di domenica da parte dell’ex first lady Hillary Rodham Clinton ha catalizzato tutta l’attenzione, un po’ perché è considerata la frontrunner, un po’ per il formato insolito: la discesa in campo via video, che fa tanto Berlusconi; il sito interattivo dedicato alle proposte degli elettori che sa di prodiana Fabbrica delle idee; il tono ostentatamente confidenziale che ricorda quello di Ségolène Royal. Fatto sta che nelle ultime settimane di candidature ce ne sono state molte altre. Per farla breve, cinque aspiranti presidenti hanno già presentato la domanda ufficiale alla Commissione elettorale federale: sono l’ex candidato vicepresidente John Edwards, il senatore Christopher Dodd, l’ex senatore Mike Gravel, il deputato Tennis Kucinich e l’ex governatore dell’Iowa Tom Vilsack. In quattro, poi, hanno «formato una commissione elettorale», passo che di fatto prelude a una candidatura: sono Hillary, l’astro nascente Barack Obama, il senatore Joe Biden, e il governatore del Nuovo Messico Bill Richardson. Dulcis in fundo, altri tre democratici di alto profilo hanno ufficiosamente confessato le proprie ambizioni presidenziali: sono John Kerry, al secolo «il nuovo Jfk», il generale Wesley Clark, e il reverendo progressista di New York Al Sharpton.
In altre parole, i candidati sono semplicemente troppi. Di questo, almeno, sono convinti alcuni addetti ai lavori: «In mezzo a tutta questa massa è pressoché impossibile che una nuova figura riesca ad emergere e a sfidare il frontrunner. E questo non giova certo al sistema», ha detto l’analista politico John Weaver al New York Times. Alle parole del repubblicano Weaver, vicino a John McCain, hanno fatto eco quelle della democratica Jennifer Palmieri: «Il rischio è che manchi l’ossigeno ai singoli candidati».
Poi, oltre a essere sovrappopolata, la campagna è cominciata prima del solito. Per fare un paragone, basti pensare che per le presidenziali del 1992 Bill Clinton si presentò con soli tre mesi di anticipo. L’early action, l’attivismo anticipato, come l’hanno battezzato i giornali americani, è riconducibile a diversi temi. Prima di tutto, c’è la debolezza dell’attuale presidente: «Se Bush se la stesse cavando bene», ha spiegato al Nyt il politologo Robert Dallek, «non ci sarebbe tanta attenzione per le future presidenziali». Poi, bisogna considerare che quelle del 2008 saranno le prime elezioni negli ultimi ottanta anni in cui non si presenterà né un ex presidente né un suo vice. Infine, esiste anche un circolo vizioso per cui l’abbondanza dei concorrenti induce gli aspiranti candidati a presentarsi in anticipo onde bruciare gli avversari, ma la corsa anticipata spinge i dubbiosi a gettarsi nella mischia senza troppi indugi. «Un’arena così affollata obbliga ad anticipare le candidature, perché i candidati hanno paura che se aspettano troppo a lungo non rimarrà più spazio per loro», spiega la consulente democratica Jennifer Palmieri.
La corsa anticipata alle candidature ha diversi effetti collaterali. Tanto per cominciare, una campagna più lunga costa molto di più. Inoltre una campagna più lunga rende i candidati più vulnerabili agli attacchi dei media tanto quanto a quelli dei rivali. Secondo alcuni, questo rischia di «esacerbare il clima». Altri però vedono nella candidatura anticipata un fenomeno positivo, perché costringe gli aspiranti presidenti a prendere subito posizioni sui temi cruciali: «l’accelerazione della tabella di marcia premia i candidati che hanno un messaggio solido e credibile, non consente di nicchiare sui problemi», ha detto lo stratega repubblicano Matthew Dowd. Sarà. Però alle elezioni, previste per il novembre del 2008, mancano più di 20 mesi, e in pochi credono che il pubblico americano sia disposto a sorbirsi con costante attenzione una campagna elettorale lunga quasi due anni. La sovraesposizione mediatica di figure come Hillary e Obama non fa che peggiorare le cose. Così riassume la situazione lo stratega democratico Steve Elmendorf: «Per il 2008 abbiamo una sola certezza, ovvero che la gente si sarà stancata da un pezzo».http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=80192

FORUM SOCIALE MONDIALE:
La lezione di un Continente foriero di speranza e innovazione
Patrizia Sentinelli*

NAIROBI, (IPS) - Il primo Forum mondiale che avrà luogo in Africa è un’occasione unica per porre sotto i riflettori l’enorme lavoro che la società civile Africana, anche se tra mille difficoltà, compie quotidianamente. Un passo importante è già stato fatto a inizio 2006, quando uno dei Forum policentrici è stato ospitato da Bamako, la capitale del Mali.

Dopo anni, continua il nostro impegno di movimento anche se per me con una novità rilevante, legata ad una responsabilità di governo.

Un impegno gratificante e intensissimo, nel momento in cui sono richiamata quotidianamente a quella coerenza delle iniziative imparata nelle pratiche di movimento. La coerenza necessaria per interpretare questo mio incarico come lo strumento per rendere il governo permeabile alle istanze dei movimenti.

Questo appuntamento lancia un messaggio chiaro: è tempo che l’Africa venga considerata dal mondo per quello che è, ovvero un continente in fermento, sia politico e sociale. Bene, Nairobi contribuirà affinché ciò cominci ad accadere. L’obiettivo è restituire all’Africa la dimensione politica che merita, smettendo di considerarla semplicemente la terra da “beneficiare” attraverso le tradizionali politiche di cooperazione internazionale.

Nairobi 2007 sarà importante anche per riconoscere i soggetti sociali africani che nelle loro pratiche quotidiane sono capaci di innovazione, uno degli scopi della nascita del Forum Sociale Mondiale.

Per combattere la povertà dobbiamo ripartire dalle comunità e dai territori, offrendo ai popoli che vivono in tante aree regionali del continente africano la possibilità di diventare protagonisti del loro riscatto. Penso ad esempio alle tante donne che si sono messe al lavoro per sostenere l’economia locale: a Nairobi avremo la possibilità di incontrarle e ascoltare le loro proposte così come accadrà di nuovo a Bamako il 2 e 3 marzo all’incontro mondiale delle donne Africane che organizzeremo come Cooperazione italiana.

Spero che con questo Forum Sociale Mondiale il Nord del mondo capisca che quando si interviene nei cosiddetti Paesi poveri, lo si deve fare con la massima capacità d’ascolto, chiedendo loro il tipo di progresso sociale economico e culturale da perseguire, senza imporre quello che pensiamo sia giusto per noi.

L’obiettivo di Nairobi, dunque, deve essere lo scambio, perchè noi dall’Africa abbiamo molto da ricevere.

Accanto ad una denuncia sempre più convinta del fallimento delle politiche liberiste e quindi della guerra - che oggi sembra necessaria proprio per mantenere in vita tali politiche - il mio auspicio è che da questo Forum si sviluppino sempre di più idee concrete, da affermare in modo propositivo e positivo.

Idee concrete su come preservare i beni comuni - acqua, terra, energia e cibo - e su come rafforzare l’esercizio dei diritti umani, sociali e politici, in ogni Paese.

Poi spero emerga la centralità di tre settori, tra loro strettamente interconnessi e di fondamentale importanza per combattere la povertà. Il primo è quello dell'ambiente, nel senso più generale del termine. Il secondo è il settore socio-sanitario, finalizzato al “formare per”, per favorire le espressioni locali che in Africa ci sono. Il terzo è quello educativo-culturale, con interventi che mettano in rete università, centri di formazione, comuni, società civile e movimenti.

La mia idea è quella di una cooperazione che non sia calata dall’alto, come accadeva spesso in passato, ma che sappia ascoltare la voce dell’Africa, una cooperazione cioè tra popoli e non solo tra governi. Una cooperazione che sia alternativa all'approccio competitivo imposto dal modello liberista.

È importante cominciare a praticare questo approccio, ed è per questo che, su mia iniziativa, il governo italiano ha voluto offrire un contributo anche economico per il Forum di Nairobi; il che dimostra un impegno politico preciso, perché l’Africa è un continente politicamente importante, con una società civile attiva e organizzata che, dopo secoli di sottomissione - prima al colonialismo e poi alle politiche liberiste - oggi vuole camminare sulle proprie gambe e occupare il posto che fino ad ora non ha avuto nel mondo.

A differenza delle edizioni passate del Forum, a cui presero parte solo parlamentari, quest'anno con la mia presenza, dunque con la presenza del Governo, l'Italia vuole segnare l’attenzione particolare della politica verso la società civile che si incontra a Nairobi, e contribuire ai suoi dibattiti con forza ancora maggiore. Non solo per discutere ma anche per testimoniare che attraverso le buone pratiche è possibile costruire un mondo più solidale ed equo. Un nuovo mondo possibile e necessario, radicalmente alternativo a quello attuale, che cancelli la guerra e dove prevalgano iniziative di pace quotidiana che mettano al centro le persone e la tutela ambientale e non il profitto.

Buon Forum a tutte e tutti!

*Patrizia Sentinelli è Viceministra degli Esteri con delega alla Cooperazione Internazionale dell'Italia http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=835

LE PICCONATE DI SHINZO ABE

Il premier giapponese è deciso a far passare la legge sul referendum necessario alla revisione della costituzione pacifista. Ha già cominciato intanto a indebolirla



Junko Terao


Durante la seduta parlamentare del 25 gennaio il premier giapponese Shinzo Abe è deciso a far passare la legge sul referendum necessario alla revisione della costituzione pacifista. Lo ha dichiarato pochi giorni fa, in chiusura dell’ultimo congresso del Partito Liberal Democratico, di cui è presidente. Davanti alla platea in festa, cantando l’inno nazionale dedicato all’imperatore sotto la sventolante bandiera bianca e rossa, Abe ha ribadito il suo motto: "Giappone, una bella nazione". Slogan un po’ vago: del resto, tra i motivi della crisi di popolarità riportata dai sondaggi c’è l’ambiguità della sua politica. L’approvazione del disegno di legge, che stabilisce la procedura per indire il referendum, sarebbe un primo passo concreto verso la riforma. Vedremo se passerà, ma intanto un paio di picconate Abe le ha già date: il 2006 si è chiuso con la discussa modifica della Legge sull’educazione, che introduce inquietanti istanze patriottiche (“la scuola deve infondere nei giovani giapponesi un atteggiamento patriottico nei confronti del paese, l’amore e il rispetto per la nazione e per le sue tradizioni”, “deve allevare persone ambiziose che costruiscano una nazione dignitosa”) e usa un linguaggio che puzza di passato (sono spariti concetti come “rispetto del valore individuale" e introdotti arbitrari “obiettivi morali” da perseguire). La notizia ha suscitato critiche e preoccupazione da parte dell’opposizione e di cittadini scesi in piazza a protestare. Si tratta di un primo significativo colpo di spalla alla costituzione in vigore dal dopoguerra. I predecessori di Abe avevano preparato il terreno con una serie di misure controverse, rigurgiti del passato imperialista che hanno fatto sobbalzare i vicini asiatici, sintomo della virata ultranazionalista nella politica governativa. Nel ’99 una legge ha dichiarato ufficialmente lo hinomaru (il vessillo bianco e rosso del Sol Levante) e il Kimigayo (inno dedicato all’eterno regno imperiale) bandiera e inno nazionali – fino ad allora lo erano solo ufficiosamente – e il Ministero dell’Educazione ne ha stabilito l’introduzione nelle cerimonie delle scuole statali. Una direttiva voluta dal Governatore di Tokyo nel 2003 ha inoltre sancito l’obbligo per tutti gli insegnanti di cantare l’inno. Lo scorso settembre, alla fine di un processo durato 2 anni, il governatorato di Tokyo ha risarcito 400 tra insegnanti e altri dipendenti che erano stati ammoniti o licenziati per essersi rifiutati di “dare il buon esempio agli studenti” intonando il Kimigayo. Nel 2003 il governo Koizumi suscitò reazioni violente a Pechino approvando la pubblicazione di testi di storia revisionisti, che minimizzavano le atrocità dei soldati giapponesi a danno delle popolazioni sottomesse durante la guerra espansionista degli anni ’30-’40. Insomma, la modifica alla Legge sull’educazione ribadisce la linea politica del Partito Liberaldemocratico al potere e segna un risultato importante per Abe. Ulteriore passo avanti nella politica “militarista” del governo è il passaggio dell”Agenzia per la Difesa a Ministero, celebrato a inizio gennaio con tanto di parata. La mossa, di fatto, dà il via libera agli interventi militari all’estero, che non dovranno più essere sottoposti all’approvazione del parlamento, ed è un importante preambolo alla modifica dell’articolo 9 della costituzione, che sancisce la rinuncia alla guerra e al mantenimento di un esercito. In realtà, dalla sua entrata in vigore nel ’47, la clausola pacifista è stata più volte aggirata grazie a “interpretazioni” più o meno libere, anche da parte degli stessi americani che l’avevano imposta. Il riarmo del principale alleato Usa in Asia Orientale è cominciato nel ’50 con lo scoppio della Guerra di Corea. Quattro anni dopo il Giappone aveva delle Forze di Autodifesa, vero e proprio esercito controllato dall’Agenzia oggi Ministero a tutti gli effetti, i cui interventi a fianco degli americani negli ultimi anni - tra cui l’invio di truppe in Iraq nel 2004 - sono stati possibili grazie a leggi ad hoc. Per ora la costituzione è “protetta” dall’Articolo 96, secondo cui per qualsiasi modifica serve l’approvazione di almeno due terzi di entrambe le camere prima di sottoporre la decisione ai cittadini. Se giovedì Abe riuscisse ad ottenere i voti come spera e a proseguire nell’iter di riforma c’è sempre il referendum e non è così scontato che i giapponesi rinuncino facilmente all’etichetta pacifista che, seppur imposta, ha caratterizzato per sessant’anni la loro identità. http://www.lettera22.it/showart.php?id=6534&rubrica=41


AFRICA OCCIDENTALE, PRESIDENTE DEL BURKINA FASO FA ‘L’EIN PLEIN’…
 

Dopo essere stato designato presidente della Comunità economica che raggruppa 15 stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), Blaise Compaoré, capo di stato del Burkina Faso, è stato nominato a succedere al presidente nigerino Mamadou Tandja anche alla presidenza dell’Unione economica e monetaria (Uemoa /Waemu) che riunisce gli otto stati francofoni della regione. Lo indica un comunicato diffuso al termine del vertice tenutosi nei giorni scorsi nella capitale burkinabé Ouagadougou, conclusosi però senza un accordo sui nuovi governatori della banca centrale e di sviluppo. Da quando l’ivoriano Charles Konan Banny è stato nominato primo ministro del governo di transizione della Costa d’avorio, il posto di governatore della Banca centrale degli stati dell’Africa occidentale (Bceao/Cbwas) è rimasto vacante e dal 23 dicembre 2005 è stato assunto ad interim dal burkinabé Damo Justin Barro, uno dei vice-governatori dell’istituto finanziario. Secondo una fonte vicina al vertice, l’accordo è mancato perché la Costa d’avorio – che ha detenuto il governatorato della Bceao/Cbwas dal 1963 – “voleva mantenere il posto, il Burkina voleva la conferma di Damo Justin Barro e il Niger ha presentato un candidato”. Dal punto di vista economico, i capi di stato e di governo degli otto stati membri hanno poi espresso la “loro viva preoccupazione” per l’impatto dell’aumento del prezzo di petrolio “sui loro rendimenti economici… nonostante i risultati soddisfacenti” della stagione agricola 2006/2007 e per la diminuzione dei tassi di crescita del prodotto interno lordo dal 4,3% del 2005 al 3,6% del 2006. L’inflazione, invece, è scesa al 2,3% dal 3,9% dell’anno precedente. L’Uemoa, creata nel gennaio 2004, comprende Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Niger, Senegal e Togo, che utilizzano il franco cfa, ossia franco della Comunità finanziaria dell’Africa.www.misna.org


Armeni di Turchia


Il restauro della chiesa armena dell'isola di Akdamar, la provocazione delle autorità e la proposta di Hrant Dink, “per restaurare anche le nostre anime spossate”. La posizione delle minoranze in Turchia nella voce del giornalista assassinato a venerdì a Istanbul
La chiesa di Santa Croce nell’isola di Akdamadar, lago di Van Di: Hrant Dink, per Birgun e ripubblicato da Milliyet, 19 gennaio 2007

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Fabio Salomoni

Ricordiamoci della notizia: la cerimonia di inaugurazione dei restauri della chiesa armena dell'isola di Akdamar è stata rinviata per la terza volta. La scorsa settimana, in un comunicato, la prefettura di Van ha fatto sapere che la riapertura della chiesa e dell'isola al turismo avverrà l'11 aprile prossimo. La cerimonia d'inaugurazione sarà organizzata dalla prefettura di Van e dal ministero della Cultura.

Dieci anni fa mi ero rivolto alle autorità di Van. “Per attirare il turismo invece di cercare di inventarvi il mostro del lago occupatevi delle opere d'arte che vi stanno davanti al naso - sostenevo. Che bisogno c'è di perdere tempo con stupidaggini simili? Van è un tesoro dal punto di vista artistico. Perché non pensate da persone serie di mettervi a un tavolo per dire: E se facessimo restauri in questa regione? - E anche se poi arrivassero degli armeni, che vengano, che possano vedere i luoghi dove hanno vissuto i loro antenati, che male ci sarebbe?”

E avevo anche detto: “Se c'è bisogno di aiuto noi siamo pronti. Gli armeni di Turchia e della diaspora sono pronti a venire come volontari, siamo ai vostri ordini, sappiatelo! Venite, restauriamo non solamente la chiesa ma anche le nostre anime spossate”.

Finalmente dopo una lunga attesa i restauri di Akdamar sono stati completati. Noi avremmo voluto che armeni e turchi lavorassero insieme ma purtroppo non è andata così.

In ogni caso siamo profondamente debitori a Cahit Zeydanli per il suo meticoloso lavoro, si è consultato con esperti provenienti dall'Armenia ed anche con l'architetto Zakarya Mildanoglu, armeno di Turchia. Hanno fatto del loro meglio ed hanno realizzato qualcosa di splendido.

Loro hanno fatto grandi cose ma poi politici e burocrati si sono immischiati nella faccenda e l'inaugurazione non si è potuta realizzare.

Una prima volta l'inaugurazione prevista per il 4 novembre 2006 è stata rimandata a causa del maltempo e poi si è rinviato tutto ad aprile, il 24, come ha precisato il ministro della Cultura Atilla Koc. Le reazioni non si sono fatte attendere. Il patriarca armeno Mutafyan ha fatto sapere che nel caso in cui l'inaugurazione sarà il 24 aprile nessun armeno potrà partecipare.

La scorsa settimana la questione è arrivata fino in parlamento. Il deputato del CHP [Cumhurriyet Halk Partisi, Partito Repubblicano del Popolo, ndt] Erdal Karademir ha chiesto se la scelta del 24 aprile, anniversario del genocidio armeno, fosse un riflesso della politica del partito AKP [Adalet ve Kalkinma Partisi, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, ndt].

La stampa nazionalista dal canto suo ha presentato in prima pagina l'avvenimento come "L'inaugurazione della vendetta a Van".

Si è riusciti a a trasformare qualcosa di positivo in un errore, una vera farsa, un disastro.

Il governo sulla questione armena non ha ancora assunto una posizione ed una strategia netta. La sua preoccupazione non è risolvere il problema ma guadagnare punti come un lottatore impegnato in un'arena, come e cosa fare solo in funzione delle conseguenze che avrà sull'avversario, tutto qui.

Non sono per niente credibili.

Invitano gli storici armeni alla discussione ma non si fanno scrupoli nel processare qualcuno che sulla questione del genocidio sostiene posizioni diverse da quelle ufficiali.

Restaurano la chiesa armena per attirare turisti nell'Anatolia Orientale, ma non vedono nessun problema nel preoccuparsi di come ricavarne dei vantaggi politici

E adesso, attenzione!

C'è la possibilità che dopo il cambio di data a seguito delle proteste del patriarca tutta la storia si trasformi in una tragedia, perché è venuto fuori che la data del 11 aprile non è altro che il 24.

Cioè l'11 aprile del 1915 corrisponde al 24 aprile dell'attuale calendario. Del resto la data del 24 aprile è entrata nella storia armena solo successivamente, e fa riferimento al nuovo calendario.

La vera data in cui sono stati arrestati intellettuali e notabili armeni è l'11 aprile 1915. Adesso c'è un problema: “Dopo aver cambiato già una volta la data, modificheranno anche l'appuntamento del 11 aprile?”

Se volete possiamo formulare la domanda in questo modo: “Siete sicuri? E' la vostra ultima decisione?”


Quel tormentone del Cafta

 

Il Cafta –il Trattato di libero commercio con gli Usa- è ormai diventato, qui in Costa Rica, un tormentone. Il Congresso, dopo averlo ratificato almeno tre anni fa, non l’ha ancora approvato. Giunto alla discussione a dicembre, è stato ancora una volta rinviato per le vacanze natalizie –simili, per la durata, a quelle estive europee-.
(
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=6948)
Árias ne aveva fatto un cavallo di battaglia durante le elezioni dell’anno passato ed ancora ora insiste che il Cafta bisogna firmarlo, altrimenti la Costa Rica rimarrebbe indietro. Indietro da cosa? Dagli altri paesi centroamericani, che il trattato l’hanno ratificato subito. Grandi differenze di bilancia commerciale in questo periodo tra i vari paesi non se ne sono viste. La Costa Rica non è rimasta indietro, ciò nonostante la pressione sui cittadini è continua e costante.
Le radio e le televisioni da mesi bombardano la gente con spot a favore del trattato, con il compito di convincere anche gli ultimi indecisi. Ma perchè spendere tanti soldi, quando il Congresso potrebbe semplicemente ratificare il Cafta? Prova di democrazia? Macchè. La paura è quella che mezza Costa Rica scenda in piazza a protestare contro un trattato negoziato a favore solo di pochi interessati.
Quindi ecco che tutti i giorni ascoltiamo il solito ritornello: “El Tlc es bueno” e “Adelante Costa Rica!”. Devo dirvi che ne ho le scatole piene
Mi chiedo cosa si sarebbe potuto fare con tutti i soldi spesi per lavare il cervello alla gente. Strade? (che sono piene di buchi). Comprare banchi alle scuole? (che ne sono sprovviste). Medicine per gli ospedali pubblici?
La pressione è tale che oggi Undeca, il sindacato che riunisce i lavoratori degli ospedali, ha denunciato il governo all’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) perchè impedisce che si faccia propaganda anche contro il trattato. Undeca, infatti, di cose ne avrebbe da dire, già che la privatizzazione del settore e la legge sulla proprietà intellettuale metterebbe la salute pubblica nelle mani di poche aziende (quelle farmaceutiche, per esempio) e aumenterebbe a dismisura il prezzo delle medicine. Queste cose, però, non si possono dire: il governo spende soldi per pubblicizzare il Tlc e non permette ai propri impiegati di protestare contro.
Sulla situazione del Cafta vi rimando alla pagina di Informa-tico:
http://www.informa-tico.com/php/informa-tico.php
http://luiro.blogspot.com/

Nonostante il Congresso si sia già espresso negativamente riguardo l’utilizzo della pena capitale il presidente peruviano non si arrende, anzi capeggia i manifestanti che ne chiedono la reintroduzione.

manifestazione pena morte perùAlan García insiste sulla sua promessa elettorale: una riforma costituzionale che preveda l’applicazione della pena di morte ai condannati per terrorismo e per i pederasti. Con questo obiettivo ha radunato circa 3'000 manifestanti per le strade di Lima: “Il popolo peruviano non chiede vendette, chiede solo giustizia. Ho promesso di reintrodurre la pena di morte e voglio rispettare questa promessa con il mio popolo”.

Il problema è che il congresso chiamato ad esprimersi a riguardo a votato con ampia maggioranza contro questa eventualità, ma García non sembra preoccuparsi molto di questo dettaglio, come non sembra preoccuparsi neanche della convenzione di San Josè, con cui le nazioni dell’America Latina avevano in pratica vietato la pena capitale.

Sono in tanti comunque a credere che questa battaglia, anacronistica considerando l’effettivo peso del terrorismo nello stato andino, stia tanto a cuore al presidente peruviano esclusivamente per distrarre l’attenzione su di un governo che ancora non ha affrontato i reali problemi peruviani. Il nuovo governo infatti non sembra avere in programma una politica antiterrorismo e antidroga adeguata.

Riporto ora un pezzo di un articolo pubblicato su questo blog qualche settimana fa, che tenta di fare il punto sull’ambigua figura di Alan García:

Da sempre di tradizione socialdemocratica (a suo dire) ma comunque, in politica economica, di chiaro e forte stampo neoliberale, Alan García si era contraddistinto già nel suo primo mandato (1985-1990) per essere riuscito, con le sue impopolari scelte, a frenare pesantemente la crescita economica peruviana, ma anche a peggiorare la qualità della vita dell’intero paese. Il risultato più eclatante del suo quinquennio di governo è stato però sicuramente quello di portare la parte di popolazione sotto la soglia di povertà dal 16,9% al 44,3% (da rabbrividire).

alan garcia presidente perù pena morteIl suo ritorno alla carica di presidente è poi avvenuta nel 2006 sotto la promessa di un “cambio responsabile” per il paese, riuscendo per l’ennesima volta a mascherare la sua chiara indole neoliberale con la promessa di un governo dallo stampo socialdemocratico, che avrebbe addirittura preso a modello il Cile della Bachelet. Anche questa volta, però, nella pratica ha subito deluso molti di quelli che gli avevano ri-accordato la fiducia. Nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale sembra infatti trovare effettivo spazio nell’agenda del nuovo esecutivo. Non verrà rivisto il Trattato di Libero Commercio (qualche giorno fa avevo parlato dei danni del TLC in Messico), non avverrà il ritorno alla costituzione del 1979, non sarà discusso il libero abbandono della AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones), non verranno ridotti gli stipendi a ministri e parlamentari, non sarà aumentata la giornata scolastica… l'elenco delle promesse già smentite sarebbe troppo lunghissimo...

Dopo pochi mesi di governo si vede quindi all’opera un esecutivo ben lontano dal potersi definire “di sinistra” ma anche lontano dalla famosa sinistra moderata, come invece qualcuno in Italia, ma non solo, continua a fare. L’ennesima conferma a questa opinione è emersa dall’affanno con cui Alan García ha cercato di risollevare la sua immagine attraverso la proposta di reintegrazione della pena di morte. Battendo cioè il chiodo caldo sul sentimento di una buona parte della popolazione che chiedeva vendetta al terrorismo. Una proposta che non può essere promossa da un presidente socialdemocrata e un garante della democrazia, come García ama autodefinirsi, ma che forse calzerebbe più a pennello ad uno stile di governo “populista”, aggettivo devo dire molto in auge negli ultimi tempi.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/01/garca-non-si-arrende-ed-insiste-sulla.html

Waziristan, sale la tensione
Un attentato fa cinque vittime, mentre la Nato uccide "per erore" un soldato pachistano
soldati pachistani in WaziristanAncora violenza nella regione pachistana del Waziristan, a ridosso del confine afgano. La settimana è iniziata nel sangue: lunedì mattina un attentatore suicida a bordo di un'auto carica di esplosivo ha colpito un convoglio dell'esercito pachistano a Kahjori, uccidendo quattro soldati e una donna che passava di lì. Un portavoce dei ribelli waziri filotalebani ha negato la paternità dell'attacco, sostenendo che è nel loro interesse mantenere gli accordi di pace siglati a settembre con il governo di Islamabad, mentre l'esercito pachistano ha pochi dubbi: sono stati loro. Più tardi nella giornata, un elicottero da guerra statunitense ha aperto il fuoco sul confine, uccidendo “per errore” una guardia frontaliera pachistana. E sono scoppiate le proteste.

Dura condanna”. Nella serata di lunedì, durante una seduta del Senato pachistano, il ministro per gli affari parlamentari Sher Afgan Khan Niazi ha espresso la “dura condanna” del governo per l'uccisione della guardia di confine, mentre un senatore delle Aree tribali (Fata) ha rincarato la dose: “Bisogna trattare questi attacchi esattamente come attacchi nemici”. Un portavoce della Coalizione ha dichiarato che gli elicotteri hanno aperto il fuoco contro una postazione talebana che stava sparando missili contro le forze della Nato, e che tutto è accaduto all'interno del territorio afgano – in una zona dove il confine non è segnalato. Ma qualcuno in Pakistan ha letto “l'incidente” come una provocazione, tanto più che, ormai da settimane, il governo di Washington preme su Islamabad per riprendere le operazioni militari in Waziristan, considerato una roccaforte dell'insurrezione talebana, facendo definitivamente saltare la tregua di settembre. Un accordo che già vacillava, specialmente dopo il raid pachistano della scorsa settimana, quando “trenta militanti di al Qaeda” (ma secondo gli abitanti dell'area sarebbero invece nove taglialegna e un bambino di dieci anni) sono stati uccisi vicino a Zamazola.

abitanti di Zamazole ispezionano l'obbiettivo del raid pachistanoIn difesa della tregua. Poche ore prima del raid di Zamazola, anche il segretario generale della Nato, Jaap De Hoop Scheffer, si era espresso contro il governo di Islamabad: “E' evidente che il Pakistan deve fare ancora molto per prevenire ulteriori attacchi attraverso il suo confine”. Il Pakistan aveva negato ogni addebito, definendo le accuse “senza fondamento e mendaci”, però poi ha accontentato gli alleati mandando l'aviazione contro le “postazioni di al Qaeda”. I leader tribali della regione di confine, intanto, hanno messo in chiaro la loro contrarietà alla ripresa delle operazioni militari. Maulana Fazlur Rehman, leader dell'opposizione nel parlamento nazionale e figura chiave nella tregua di settembre, ha dichiarato che non darà “mano libera” al governo pachistano per far saltare gli accordi, che ha definito “un successo al cento percento”. “Combattere non è nell'interesse del governo, né in quello degli abitanti della zona”, sostiene Rehman, “è solo nell'interesse degli Stati Uniti, che vogliono vederci combattere fra di noi”. Gli fa eco un altro senatore waziro: “Questa volta, se scoppia la violenza, nessuno potrà fermarla. Possiamo solo sperare in una pace duratura”. Una speranza, però, che non tutti condividono.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7168

Iraq : sei giornalisti uccisi in una settimana
di Rico Guillermo

Sono almeno sei i reporter e gli operatori dei media uccisi nell'ultima settimana in Iraq, dove ben 146 giornalisti ed operatori dei media sono stati uccisi da quando la coalizione a guida USA ha invaso il Paese nel marzo 2003.

Secondo Reporter senza frontiere, diversi impiegati del quotidiano governativo Sabah sono stati uccisi dal 12 al 16 gennaio. Due di essi sono stati rapiti a Baghdad ed il giorno dopo sono stati ritrovati con le gole tagliate. Yassin Aid Assef, corrispondente di un quotidiano, e' stato ucciso sul lavoro da una bomba il 14 gennaio.

Il giorno seguente un altro giornalista e' stato sparato a morte da banditi non identificati a Ramadi. Secondo il comitato internazionale per la protezione dei giornalisti, Khudr Younis al-Obaidi, un reporter del giornale Al-Diuwan, e' stato ucciso da banditi sconosciuti il 15 gennaio a Mossul, nel nord del Paese.

Il direttore generale dell'Unesco, Koïchiro Matsuura, si e' detto ieri "sconvolto dal numero di giornalisti iracheni che stanno pagando con le loro vite l'impegno professionale al diritto dell'uomo fondamentale della liberta' di espressione". Egli ha richiamato il rispetto degli operatori dell'informazione ricordando il ruolo essenziale dei media nell'opera di stabilizzazione della democrazia e del diritto.

Matsuura ha poi ricordato che i partecipanti al congresso internazionale sulla liberta' di espressione e dello sviluppo dei media in Iraq ospitato qualche giorno fa dall'Unesco hanno accosentito sulla necessita' di indagare e portare davanti alla giustizia i colpevoli dei crimini contro i giornalisti ed ha detto di sperare che le intenzioni si trasformino presto in un impegno concreto.


www.osservatoriosullalegalita.org




gennaio 23 2007

Il giorno dei Craxidi

 

Sono tra noi e non ce ne siamo accorti. Lentamente ma inesorabilmente la mala pianta sta avanzando nei nostri lindi giardinetti, perfino in quelli più insospettabili e contagia gli umani, facendoli straparlare e soggiogandoli al culto del Grande Trifide, o Craxide.
Tutta questa montante nostalgia canaglia di Bettino non somiglia sempre più ad un’invasione aliena?

C’è in giro un’aria di abbracciamoci tutti e scurdammoce ‘o passato. Craxi grande leader, comunque meglio di Berlusconi, almeno era più alto, era di sinistra - e qui si sente stridore di unghie sullo specchio, eccetera eccetera.
Terribile, tra trifidi e margherite è già scattata la solidarietà tra vegetali.

Non vorrei aver involontariamente contribuito anch’io al revival pro-Bettino. In un post precedente ho riconosciuto a Craxi il merito di essersi ribellato alle voglie padronali degli USA a Sigonella. Bon, anche lui una cosa buona l’avrà fatta, no? Perfino Hitler ci ha donato il Maggiolino Volkswagen.

A parte quell’episodio, ma c’è davvero bisogno di ricordare, come fa in questo articolo Marco Travaglio, agli smemorandi italiani cosa è stato Craxi? Sono state consumate tonnellate di carta e inchiostro , emesse sentenze, si sono scritte cronache minuziose di corruzioni, ladrerie e malcostume vario ed eventuale, sono volate le monetine dell’Hotel Excelsior e poi?
Tutto inutile di fronte all’avanzata degli ultracorpi. Del resto sono anni che la lima sorda berlusconiana lavora per riabilitare il grande benefattore. La legge Mammì, fatta in quattro e quattr’otto per salvare l’illegalità delle reti Fininvest alla faccia del libero mercato e della concorrenza, uscì dal gran baccellone craxiano. Un baccellone che, dopo la mutazione arcoriana, ha prodotto altri semi velenosi, come la legge Gasparri.

Se cercate però il motivo vero dei supposti meriti e delle supposte benemerenze di Bottino Craxi troverete un vecchio tema caro ai film di fantascienza anni ’50, l’anticomunismo. Il vecchio cadavere che si porta su tutto, in ogni stagione.
Mi sono imbattuta in questa mirabile prosa, tratta da un vecchio numero de “l’Opinione”:

Ora, sia detto senza mezzi termini, fra i socialisti, ma anche fra i repubblicani, come fra i democristiani e così via, vi furono affaristi, profittatori, intascatori di mazzette, accumulatori di soldi da spendersi in lusso crasso e mercenario.
Ma non ce ne furono più di quanti se ne trovassero e se ne trovino dentro altre famiglie politiche, comunisti compresi, e fuori dalla politica. Però, sia detto con altrettanta chiarezza, il finanziamento illecito della politica fu una necessità indotta dall'enorme forza economica dei comunisti; senza quel finanziamento la regolare partita democratica si sarebbe risolta a favore di chi campava con soldi sporchi di sangue.

E ti pareva che non era colpa dei comunisti. Si, abbiamo rubacchiato un po’ anche dalle tue tasche, o beota italiano, dicono i neo-ultracorpi socialisti, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver impedito che i cosacchi si abbeverassero a San Pietro - tra l’altro quando l’impero sovietico era già in putrefazione?
Se il muro di Berlino è crollato nell’89 e Tangentopoli è dei primi anni ‘90 qualche conto non torna. Giustamente qualche italiano ancora più beota potrebbe inoltre chiedersi cosa c’entri la salvezza della democrazia con il “lusso crasso e mercenario” ammesso dall’aedo neo-baccellone. Attendiamo risposte. Possiamo solo immaginare la scena: “Bravo, hai salvato la democrazia. Ora tieni questi 50 miliardi e vai a svagarti un po’, magari a mignotte, che te lo meriti.”
C’è da stare tranquilli con difensori della democrazia così.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/

E le bufale ricominciano

Il giornale titola "Kgb, le televisioni inglesi tirano in ballo Prodi ":
"Bbc one ha mandato in onda «Panorama», il programma dedicato al giornalismo d’inchiesta dell’emittente tutto dedicato alla morte dell’ex agente russo. Una ricostruzione in piena regola, con interviste multiple, alla moglie di Litvinenko Marina, ad altri suoi amici e di nuovo, allo stesso Scaramella. E anche la Bbc ha tirato in ballo il nome di Romano Prodi."

La butta lì, la bufala, senza mettere un link.
Allora bisogna andare alla fonte e
l'articolo della BBC dice:
"
Panorama has also obtained a document classified as Top Secret by the Italian government – in which Litvinenko accuses Romano Prodi, the former President of the European Commission, and now Italy's Prime Minister of being a friend of the KGB. Before his death Litvinenko collaborated with Scaramella on his KGB mole-hunt in Italy, feeding him with highly sensitive information on KGB operations."

La presunta attività spionisti di Prodi sarebbe una rivelazione di Scaramella a Litvinenko (morto e che dunque non può più confermare o smentire).
E' la auto-bufala che si mantiene da sola.
E questo sarebbe giornalismo (come afferma
Guzzanti senior)?http://unoenessuno.blogspot.com/


Lapo si lancia nell’Alta Moda: afferrato al volo dai Vigili del Fuoco!

Brno - Grande ritorno di Lapo Elkann nell’imprenditoria italiana! Dopo le famose vicende di più di un anno fa di cui è inutile parlare (vi piacerebbe spettegolare? Maliziose comari!), il nipote del mai dimenticato Avvocato con la r scivolosa e l’orologio sul polsino, si lancia nella moda, sicuro di sfondare, e presenta il suo primo paio di occhiali. Pronta comunque tutta una linea di articoli: “Ma anche due punti e un punto e virgola!”, ha esclamato.

Gli stilisti tremano per l’effetto dirompente che può avere la concorrenza dei suoi prodotti. Per ora ha presentato solamente degli occhiali, la cui lavorazione dura 7 giorni; i metereologi però sono un po’ scettici sul possibile successo: “Con il tempo instabile che c’è in Italia da quando li ordini a quando te li consegnano puoi passare dal sole alla neve, dal bel tempo alla tempesta”, sembra aver affermato un esperto di previsioni meteo. All’ufficio marketing molti hanno puntato le mani sugli zebedei…
Altri esperti, nel campo della moda, sono convinti del suo successo: “Lapo sfonderà una porta aperta con tutti i suoi prodotti, vedrete! L’importante è che non prenda molta rincorsa perchè la porta è aperta e la stanza è piccola…”.
Massima segretezza sui suoi prodotti, ma è certo che il punto cardine sarà quello della qualità e dello stile, che già si è visto con le felpe Fiat: pensate che sono carine e per di più tengono caldo! Quel poco che si sa sui nuovi prodotti, ancora in fase di studio, materiali innovativi: da indiscrezioni si stanno preparando dei calzini common rail con ESP per poter correre anche senza scarpe, la riedizione delle scarpe da ginnastica che si illuminano quando si cammina (tipo quelle di quando eravamo piccoli, ricordate?), ma questa volta con luci a led, anabbaglianti e 4 frecce, per essere ben visibili in caso ci si fermi per emergenze o per fare pipì per strada prima di andare a qualche party trendy, cappellini con spoiler posteriore regolabile, e altro ancora.
Le idee ci sono, a breve saranno pronti nuovi prototipi, finalmente grhttp://www.giuda.it/archives/200701/lapo-si-lancia-nellalta-moda-afferrato-al-vol.htmlazie a questi prodotti anche un cassintegrato potrà vestirsi da figo e sentirsi più vicino a Lapo!


WALTERINO SERVITORE DI DUE PADRONI


di Gregorj

Alla fine gli è andata male. Walter Veltroni aveva studiato il blitz nei minimi particolari: voleva intitolare la Stazione Termini a Giovanni Paolo II, tributando un omaggio alla Chiesa, ma intendeva riuscirci senza far scoppiare troppe polemiche: alla chetichella o, per meglio dire, in semi-clandestinità. Per farlo, aveva scelto un giorno vicino al Natale e di sciopero della carta stampata: una casualità, ovviamente. Il colpaccio, purtroppo non gli è riuscito: dopo qualche giorno hanno cominciato a fioccare le proteste, tanto che il sindaco se ne è dovuto uscire con una precisazione che in quanto a comicità involontaria non aveva nulla da invidiare al Prodi che dichiara che la base di Vicenza è "una questione urbanistico-amministrativa". Veltroni, infatti, ha spiegato che la Stazione Termini continuerà a chiamarsi così: "Non era un'intitolazione, ma una semplice dedica fatta in un luogo adatto a ricordare il Papa del viaggio e dell’incontro, della pace e del dialogo". Una marcia indietro di quelle che non possono passare inosservate ai depositari della fede. E infatti l'Osservatore Romano gli è subito saltato al collo: "Avevamo capito male, la principale stazione ferroviaria di Roma continuerà a chiamarsi Termini e non stazione Giovanni Paolo II" scrive il giornale della Santa Sede. "Fra dedica e intitolazione abbiamo assistito a un inedito capolavoro di ibrido politico: la detitolazione". E qui è partita la caccia: l'opposizione ha accusato il sindaco di essersi piegato al ricatto degli anticlericali, mentre la Rosa nel Pugno ha chiesto di intitolare, per par condicio, la Stazione San Pietro a Ernesto Nathan, ex primo cittadino della Capitale e noto anticlericale.
Insomma, l'idea di Veltroni è simile a quella avuta a suo tempo da Rutelli, ma con una variante: l'attuale leader della Margherita si è impegnato in tutti i modi a cancellare il suo passato da radicale mentre era sindaco di Roma, arrivando persino a "confermare" il suo matrimonio in Chiesa per fare un piacere alle gerarchie vaticane. Walter, invece, voleva riuscire nell'impresa di diventare amico dei cattolici senza farlo sapere ai laici. Zitto zitto, voleva approfittare del momento di distrazione per colpire a tradimento. Il colpo non gli è riuscito, ma bisogna apprezzare l'intento. Perché per continuare la sua corsa a successore di Prodi, Veltroni "deve" accreditarsi il più possibile in Vaticano, e per far questo "qualcosa di cattolico" è obbligato a farlo. I preti non si accontentano certo delle dichiarazioni di stima o dell'Africa: non sono tonti come i laici, che per comprarseli basta regalargli l'album delle figurine in allegato all'Unità, come ai bei tempi in cui lui era direttore del giornale. E per inaugurare una nuova era di riformismo di sinistra però cattolico, laico ma cristiano, rosso ma nero, caldo ma freddo, era questa l'unica strada da seguire. A questo punto, si potrebbero sparigliare le carte con una proposta di sicuro gradita a tutti: intitoliamola a Walter Veltroni, la stazione Termini. E sotto, come didascalia, mettiamoci: "Il solito italiano". http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/


Bettino e la storia dei falsi dossier
di Diego Novelli

Il vizietto, tutt'altro che «assurdo», dello spionaggio illegale degli avversari politici, ha una lunga tradizione nell'Italia democratica post unitaria. Gaetano Salvemini ha scritto memorabili pagine nel suo Il governo della malavita riferito al Gabinetto del liberale di Dronero Giovanni Giolitti. Ma a quei tempi questa illecita attività veniva svolta con mezzi rudimentali, direi manuali, de visu, attraverso infiltrati, che servivano il potere costituito come nelle roventi settimane del settembre del 1864 quando, segretamente, era stato deciso il trasferimento della capitale da Torino a Firenze.
L’allora presidente del Consiglio Marco Minghetti ed il suo ministro dell'Interno, Ubaldino Peruzzi (futuro sindaco di Firenze), fecero spiare tutti, dal sindaco della città il marchese Luserna di Rorà, ai parlamentari dell'opposizione, ai giornalisti come Giovanni Botero, fondatore del quotidiano l'Opinione eppoi direttore della Gazzetta del Popolo, servendosi di agenti provocatori reclutati anche tra la malavita, concorrendo a produrre la prima strage di Stato dell'Italia unificata, con decine e decine di poveri cristi massacrati nelle centralissime piazza San Carlo e Castello.
Per tornare ai giorni nostri, prima dei casi Telecom Serbia, Telecom (Prodi-Tronchetti Provera), Mitrokhin, l'esercizio dello spionaggio contro gli avversari politici ha avuto in uno dei più autorevoli esponenti di una stagione politica italiana il suo artefice massimo. Mi riferisco a Bettino Craxi, al latitante di Hammamet che anche a sinistra qualcuno si ostina a definire «l'esule» (come un eroe del Risorgimento!), al quale in queste settimane è stato da più parti richiesto di dedicare una strada, di Milano o di Roma. L'ex ministro Giovanardi, democristiano doc folgorato da Berlusconi, si è addirittura domandato perché in Italia si sono dedicate tante vie e piazze ad Antonio Gramsci, mentre per Craxi «che vale venti volte Gramsci!» (testuale), si fanno difficoltà... All'esponente dell'Udc, forzaitaliota, vorremmo consigliare un corso accelerato di storia contemporanea, ricordandogli che l'istruzione è obbligatoria, mentre l'ignoranza è facoltativa.
Dell'uso dello spionaggio illegale degli avversari politici da parte di Craxi, si dovrà riparlare nei prossimi mesi a seguito di un'azione giudiziaria promossa da Adalberto Minucci (assistito dal senatore avv. Guido Calvi) nei confronti di un ex consulente della commissione stragi designato da Forza Italia, autore tra l'altro, di un libro, La Gladio rossa del Pci, Ed. Rubbettino, nonché storico (molto discusso) all'Università di Lecce.
Il recente scandalo dello «spionaggio» politico ai danni di Romano Prodi ha fatto tornare alla mente di chi non ha perso il senso della dignità politica, il caso più lontano nel tempo ma ancor più clamoroso e grave: quello ordinato da Bettino Craxi nei confronti di Enrico Berlinguer e alcuni dei suoi collaboratori più vicini, (Minucci, Pecchioli, Tatò). Ciascuno di loro fu pedinato, fotografato, filmato da un fiduciario, agente dei servizi segreti. Craxi aveva commissionato la documentazione su Berlinguer e i «berlingueriani» e quando fu costretto a scappare (per non finire in galera) se la fece consegnare riservatamente da agenti del Sisde e se la portò ad Hammamet.
L'iniziativa spionistica di Craxi è la conferma dell'ostilità, dell'odio vero e proprio che egli nutriva verso Berlinguer e la sua politica. L'atteggiamento ostile era particolarmente virulento nei confronti dei più stretti collaboratori del leader del Pci, nella convinzione che con il loro «anticraxismo» fossero in grado di influenzare Berlinguer e la segreteria del Partito. Un suo editoriale su l’Avanti! del 1981 recitava: «Quando la politica verso di noi si fa piccina e accidiosa, scava, scava, ucci, ucci, senti odore di Minucci».
Il libro di Gianni Donno non è altro che la degna conclusione di quest'opera di spionaggio e di denigrazione. Non a caso tutto ciò che vi è scritto nei confronti di Minucci si regge su un «documento» (n. 170), redatto da un anonimo agente del Sisde, incappato in un clamoroso infortunio. Lo «storico» Donno (in quali mani cascano degli sfortunati studenti!) accusa di fatto Minucci di essere stato coinvolto in una trama terroristica dal 1945 al 1967, scelto dal Pci in quanto importante esponente del partito. Si dà il caso che all'inizio di quel pe